|
|
||||||||||||||
![]() L'autoassoluzione delle Amministrazioni USA
La BCCI e il crack Enron
13305 letture 05 maggio 2003
Crack finanziari da miliardi di dollari, corruzione, conflitto d’interessi, falso in bilancio. Il crollo della ‘banca criminale’ più famosa della storia e del più grande colosso energetico statunitense. Le responsabilità di Washington nei più eclatanti casi di bancarotta del capitalismo moderno.
|
La
glasnost (trasparenza), operazione
politica intrapresa dall’allora leader dell’Unione Sovitetica, Michael
Gorbacêv, è stata sicuramente una delle cause fondamentali del crollo del
blocco comunista.[1] Alla stessa
maniera, i tentativi di far luce e di applicare criteri di legalità e
trasparenza, si rivelano mezzi estremamente dirompenti all’interno dei processi
di costituzione del nuovo ordine dell’“Impero” a livello globale. La
crescente difficoltà di scindere i proventi dell’economia legale da quelli dei
traffici illeciti, hanno portato alla costituzione di un sistema in cui i due
circuiti convivono in condizioni di interdipendenza e di complementarietà.[2]
Le reti criminali hanno ereditato dal neoliberismo sia la filosofia che ne
delinea i tratti fondamentali, sia i canali e le modalità di azione che hanno
dato tanto impulso all’allargamento dei mercati ed all’espansione del processo
che ha preso il nome di globalizzazione economica. La
maggior parte della ricchezza (in termini monetari) del pianeta, deriva da
transazioni finanziarie,[3]
ed allo stesso modo la maggior parte dei proventi dell’economia criminale
deriva dal riciclaggio di denaro tramite i circuiti finanziari ed in
particolare le banche ed i paradisi fiscali (oltre alle nuove tecnologie che
permettono di svolgere le operazioni online).
Una volta che i capitali riciclati raggiungono i conti di deposito vengono
reinvestiti come qualsiasi altra somma. Quando le autorità riescono a
rintracciare i proventi della criminalità organizzata si trovano molto spesso
di fronte a condizioni per le quali lo smantellamento di un circuito di
riciclaggio si porta dietro in una reazione a catena interi altri settori ad
esso connessi rivelando contatti e ramificazioni inaspettati. Questo
è stato il caso della BCCI, la Bank of
Credit And Commerce International, la più grande banca criminale della
storia, che ha provocato un crack finanziario da circa 12 miliardi di dollari
USA (per quel che riguarda ciò che è stato possibile quantificare)[4].
Le vicende della BCCI, non hanno precedenti, ma rischiano di non rimanere un
caso isolato. Se è infatti vero che uno scandalo di tali dimensioni non si è
mai più verificato per quel che riguarda un istituto bancario,[5]
il preoccupante susseguirsi di scandali finanziari che hanno investito
compagnie transnazionali di prestigio, quali ad esempio la Enron (ma si
potrebbero citare ancora la WorldCom o la Merck), potrebbero
innescare un periodo di inasprimento della lotta alle attività illecite da
parte della autorità. La BCCI: potere, denaro, criminalità
La
BCCI è il prodotto criminale della mente di Agha Hasan Abedi, nato a Lucknow in
India nel 1922, da una famiglia musulmana sciita. Dopo aver frequentato la
facoltà di giurisprudenza ed essere stato assunto in una banca di Bombay (la Habib
Bank) nel 1945, abbandona l’India nel 1947 dopo la divisione con il
Pakistan, alla volta di quest’ultimo verso la città di Karachi. Nel 1959 decide
di mettersi in proprio e di fondare una banca privata con denaro preso a
prestito, la United Bank Limited
(UBL) riuscendo in pochi anni a farla prosperare finanziando il commercio di
armi delle due etnie che da sempre si sono combattute nella zona, i mohajir e i sindhi. Abedi entrò presto in contatto con esponenti politici di
rilievo come l’allora primo ministro della provincia del Punjub, Nawaz Sharif e
con lo sceicco Zayed Ben Sultan al-Nahyan, signore di Abu Dhabi e presidente
della Federazione degli Emirati Arabi Uniti. Proprio i legami stretti con
quest’ultimo permisero ad Abedi di costruire il suo colosso criminale. Lo
sceicco infatti affidò i propri affari ad Abedi che intanto nel 1972 aveva
costituito insieme ad un socio della UBL (Swaleh Navqu) e ad alcuni esperti
della Habib Bank, la Bank of Credit And
Commerce International registrata in Lussemburgo e con gli uffici centrali
in un immobile in Park Lane a Londra. L’anno successivo, il 1973, le casse della
BCCI si riempirono di petroldollari provenienti soprattutto dagli Emirati Arabi
a seguito della quarta guerra arabo-israeliana e dell’impennata dei prezzi del
petrolio provocata dalle decisioni dell’OPEC.[6] Definire
in maniera accurata la struttura e l’organizzazione della BCCI rimane ancora
un’operazione impossibile nonostante le inchieste condotte e i dati raccolti
nei primi anni ’90. Se non è mai stato possibile delineare un organigramma
realmente esaustivo della sua struttura, esiste tuttavia una ricostruzione di
alcune attività e strutture che si sono dimostrate centrali nei processi di
sviluppo della banca. Lo stesso Ziegler propone una suddivisione delle attività
e dei ruoli nella BCCI secondo 5 diverse categorie: i) banchieri propriamente detti, i
direttori, i quadri, gli impiegati della BCCI, delle sue sedi nazionali, delle
sue succursali regionali e locali, delle sue holding, delle sue società
finanziarie, fiduciarie o di servizi; i) “banchieri ombra”: un numero ristretto
di fedelissimi di Abedi che costituiva il cuore del controllo delle operazioni
in una vera e propria “banca nella banca”[7]
che aveva sede nelle isole Cayman; i) “funzionari addetti al protocollo”; i) gli imprenditori; i)
le Unità Nere.[8] Per quanto
riguarda gli appartenenti alla prima categoria, non si tratta di altro che del
personale ordinario di qualsiasi istituto di credito. I banchieri operavano in
73 diversi paesi ed inoltravano gran parte dei fondi depositati presso gli
sportelli della banca, verso conti segreti nelle Cayman, a disposizione dei
membri della “banca nella banca” conservando solo i depositi necessari ad
onorare le richieste di prelievo dei clienti. La
“banca nella banca” si occupava di riciclare e reinvestire i proventi dei
traffici illeciti intercontinentali ed è tuttora difficile scoprire l’esatto
ammontare dei traffici da essa gestiti e dei circuiti utilizzati anche a causa
del fatto che i documenti principali erano scritti a mano in lingua urdu e utilizzando un codice criptato.[9]
Le operazioni condotte dai manager della “banca nella banca” sono state in
grado di spaziare dal riciclaggio dei proventi del traffico di stupefacenti, al
traffico di armi, all’apertura di conti a tassi irrisori ad alcuni dei più noti
dittatori del pianeta per potersi garantire i loro favori ed il loro appoggio.
Ad esempio dopo l’aperura di vie della droga attraverso l’Africa negli anni
ottanta, Abedi ed i suoi collaboratoti furono tanto scaltri da offrire
all’allora dittatore nigeriano Babaginda un credito di un miliardo di dollari a
tassi bassissimi, tanto che in seguito la Banca Nazionale della Federazione
della Nigeria depositò le proprie riserve di valuta e di oro nella filiale di
Londra della BCCI. Saddam Hussein ha beneficiato a sua volta dei circuiti della
BCCI per utilizzare a proprio profitto personale vaste somme derivanti dal
commercio di idrocarburi (almeno fino al 1991 prima dell’embargo). La rete di
corruzione costituita dalla “banca nella banca” era talmente ramificata che
essa disponeva di uomini compiacenti in tutto il pianeta ad ogni livello
(doganieri, forze dell’ordine, ispettori fiscali, ecc.) che rendevano possibile
ogni tipo di traffico, dalle armi alla droga. Oltre ai due sinora elencati, la
banca annoverava tra i suoi clienti una folta schiera di dittatori tra cui
Noriega, Doe, Mobutu. La “banca nella banca” gestiva ad esempio il traffico di
armi non solo finanziandolo, ma organizzando il trasporto su aerei di proprietà
ed assicurandone il carico. Oltre a questo Abedi ed i suoi collaboratori furono
in grado di acquisire numerose società industriali, commerciali e bancarie in
tutto il mondo tra cui tre grandi banche statunitensi: la First American
Bankshares di Washington, la National Bank of Georgia, l’Indipendence
Bank in California.[10] Ogni
sede della BCCI aveva un ufficio di protocollo. I funzionari di questi uffici
si occupavano di soddisfare le esigenze extra-bancarie dei clienti più
importanti come ad esempio gestire reti internazionali di prostitute, ottenere
borse di studio nelle università europee ed americane per i figli dei potenti,
gestire traffici e trasporti regionali ed intercontinentali con limousine ed
aerei privati, mettere a disposizione ville per le vacanze, onorare i debiti di
gioco dei principi sauditi nei casinò. In una frase occuparsi di tutto ciò di
cui i clienti potessero aver bisogno.[11] Gli
imprenditori svolgevano un compito simile a quello della “banca nella banca”
pur non essendo parte di quest’ultima. Erano in numero di 100 e venivano
nominati personalmente da Abedi. Si occupavano di gestire le fortune di clienti
che preferivano rimanere in condizione di anonimato: clienti clandestini
autorevoli, ma di minore importanza politica e finanziaria rispetto a quelli
gestiti dagli apparati della “banca nella banca”.[12]
Infine
rimangono le Unità Nere, vero e proprio esercito privato che costituiva la
manovalanza criminale sotto il controllo di Abedi che veniva anche impiegata di
tanto in tanto offrendo servizi remunerati ai clienti più importanti della
banca. Avevano a disposizione imbarcazioni, aerei, depositi di armi pesanti e
reti finanziarie. Si occupavano tra le altre cose di organizzare il traffico
intercontinentale di stupefacenti e di donne destinate alla prostituzione. Tra
i vari compiti che svolgevano, c’era il controllo assiduo dei banchieri comuni
della BCCI, dei “funzionari di protocollo” e degli imprenditori legati alla
banca costituendo vere e proprie reti di spionaggio. I membri delle Unità Nere
venivano sottoposti ad addestramento militare intensivo ed il loro numero non
superava mai le 1.500 unità.[13] Lo
sviluppo tanto ramificato di una tale multinazionale del crimine quale la BCCI
è stato possibile grazie a fattori di diverso carattere che vanno dalle
capacità personali di Agha Hasan Abedi, alla particolare congiuntura internazionale
degli anni che hanno visto lo sviluppo di questa banca. Le
origini di Abedi, un musulmano sciita emigrato dall’India verso il Pakistan e
quelle della sua famiglia che discendeva da una stirpe di contabili dell’antico
principato indiano di Ouhd, unite alle capacità imprenditoriali e di
adattamento alle condizioni della regione del Sind (dove la città di Karachi è
situata), lo hanno reso il personaggio adatto per cavalcare con abilità
un’immagine di messianesimo terzomondista ed allo stesso tempo relazioni con i
potenti dell’epoca. La costruzione del colosso criminale della BCCI è andata di
pari passo con l’istituzione di numerose società succursali, di servizio e di
enti caritatevoli. La BCCI non doveva essere solo una banca per i potenti, ma
sarebbe stata (e di fatto fu) anche la banca dei lavoratori del terzo mondo. Abedi
si occupò di gestire delle imponenti operazioni di marketing a livello globale
che presentavano la sua banca come l’alternativa alle istituzioni finanziarie
occidentali che fino ad allora avevano depredato gli investitori asiatici e del
terzo mondo in genere. L’operazione fu eseguita anche attraverso la fondazione
di numerose testate giornalistiche, emittenti radiofoniche e televisive. Abedi
riuscì a costruire intorno a sé un’aura quasi mistica che gli valse persino il
soprannome di Agha Sahib (monsignore)
e decine di migliaia di famiglie si fidarono del suo progetto, oltre alle
banche centrali di alcuni stati come quella del Botswana e della Nigeria.[14]
Un
discorso di Abedi pronunciato a Londra nel 1988 rende molto bene l’idea di
tutto questo: “Una
passione morale domina la BCCI. Ogni giorno essa ci aiuta a sopportare le
difficoltà e le pene legate al nostro lavoro di manager. Il compito che c’è
stato affidato, lo accettiamo con cuore lieto e lo svolgiamo con gioia. Questi
tempi difficili esigono che la direzione della BCCI faccia ardere in ogni
persona della nostra famiglia la fiamma della visione suprema e della somma
qualità morale. Il coraggio e la purezza vinceranno”.[15]
Abedi
riuscì insomma a creare un colosso finanziario fondato sui traffici legati alla
droga ed alle armi che affamano da sempre gran parte della popolazione del
pianeta e contemporaneamente ad assurgere al ruolo di protettore dei poveri e
degli ultimi che in realtà sfruttava senza alcuno scrupolo. Proprio
le espressioni utilizzate nel discorso di Londra del 1988 - Questi tempi
difficili esigono che la direzione della BCCI faccia ardere in ogni persona
della nostra famiglia la fiamma della visione suprema e della somma qualità
morale. Il coraggio e la purezza vinceranno - proiettano l’operato della
BCCI sul piano internazionale dato che proprio questa banca ha svolto un ruolo
di primo piano nel finanziamento del jihad afghano con l’avallo dei servizi di
intelligence di mezzo mondo. Abedi da buon musulmano sciita, (per gli sciiti il
jihad è da considerarsi come uno dei pilastri dell’Islam),[16]
ha fornito ovviamente tutte le facilitazioni del caso coprendo il finanziamento
dei traffici di stupefacenti dall’Afghanistan per il finanziamento dei gruppi
guerriglieri islamici. Oltre ad influire direttamente con il finanziamento del
jihad, il narcotraffico ed il controllo indiretto di zone strategiche quali il
passo del Khyber (controllato da Ayub Afridi, ottimo cliente della BCCI ed
alleato da sempre di Abedi),[17]
le Unità Nere hanno svolto più di una missione su richiesta dei servizi di
intelligence occidentali venendo impiegate in azioni di guerra, guerriglia ed
attività terroristiche.[18] La
conclusione, sostenuta anche da P. Truell e L. Gurwin,[19]
è che Abedi avrebbe negoziato l’impunità della BCCI su tutto il pianeta in
cambio dell’appoggio all’impegno armato nella “guerra sporca” dell’occidente a
sostegno dei guerriglieri islamici contro l’Unione Sovietica. Le
prime crepe nella costruzione di Abedi iniziano a farsi sentire nel 1988 dopo
che in una operazione sotto copertura effettuata da agenti statunitensi,
vengono arrestati alcuni quadri della banca che si occupavano del riciclaggio
dei fondi derivanti dal narcotraffico del cartello di Medellín del colombiano
Pablo Escobar. A seguito della prima operazione effettuata a Tampa in Florida,
numerose altre filiali della BCCI vengono perquisite e chiuse in tutto il
mondo. Il processo iniziato negli Stati Uniti contro alcuni dirigenti della
banca si allarga presto al Regno Unito dove una operazione su larga scala
condotta il 5 luglio del 1991 mette sotto sequestro tutte le 25 sedi della
banca in terra britannica.[20]
Le
inchieste si susseguono fino a quella condotta dal giudice statunitense Robert
Morgenthau che indicendo una conferenza stampa dal suo ufficio il 29 luglio del
1992 dichiarò di fronte a circa 300 inviati della stampa internazionale quanto
segue: “Questa banca si è rivelata un impresa criminale che ha corrotto
dirigenti di parecchie banche centrali, alti funzionari governativi e altri
personaggi, al solo scopo di acquistare un potere mondiale e molto denaro […].
Un gran giurì ha appena accusato sei individui per condotta criminale e
complicità nelle manovre della BCCI. Fra di loro figurano Clark M. Clifford e
Robert A. Altman”.[21]
Altman
era uno dei più potenti avvocati di Washington nonché presidente della First
American Bankshares ed era stato il principale consigliere giuridico della
BCCI. Per quanto riguarda la figura di Clifford: è stato Ministro della Difesa
degli Stati Uniti d’America oltre ad essere stato consigliere di tutti i
presidenti democratici dal 1945 in poi.[22] L’inchiesta
del giudice Morghentau non è stata che il colpo di grazia contro il colosso del
crimine che ormai volgeva verso la bancarotta. La BCCI ha rappresentato meglio
di qualsiasi altra vicenda dal secondo dopoguerra ad oggi un esempio di
interconnessioni inestricabili tra potere politico, economico e criminale. Il
caso di questa banca segna un grande precedente andandosi ad innestare in un
periodo di grandi transizioni e cambiamenti. La BCCI nasce durante il periodo
della guerra fredda, fa fortuna con lo shock petrolifero del 1973 e
successivamente consolida il suo impero con la connivenza di governi,
istituzioni ed agenzie durante il periodo del jihad afghano per poi crollare
poco dopo la fine del blocco sovietico. Sia la BCCI che l’Unione Sovietica
devono la loro fine sostanzialmente a due cause, l’inaugurazione della politica
della glasnost da una parte e di
maggiore ricerca di legalità e trasparenza dall’altra; il jihad in Afghanistan. Le
capacità imprenditoriali di Abedi non avrebbero mai reso la BCCI una potenza di
tali dimensioni se da parte dell’occidente non ci fosse stato un tacito avallo alle
sue operazioni illecite allo scopo di continuare a finanziare il jihad afghano.
L’affermazione di Russel J. Bowern (ex analista dei servizi segreti e
consulente della CIA): “L’idea era questa: avevi un compito da svolgere, lo
svolgevi e solo dopo risolvevi i problemi”,[23]
appare pienamente verificata ancora una volta. Peccato però per “gli effetti
collaterali”: tra cui le tonnellate di eroina ed oppiacei che hanno inondato i
mercati europei e statunitensi e le decine di migliaia di piccoli risparmiatori
asiatici che con la loro fiducia nei confronti di Abedi hanno visto andare in
fumo i loro pochi risparmi.[24] La
lotta al riciclaggio dopo l’11 settembre, ovvero gli scheletri nell’armadio: il
caso Enron Da
tempo ormai i paesi “sviluppati” tentano di creare una sorta di
regolamentazione al problema del riciclaggio di fondi attraverso i paradisi
fiscali cercando di costuire un sistema di tutele e garanzie internazionali che
vincoli gli Stati a più chiare politiche in materia fiscale e di segreto
bancario. In particolare in sede OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo
Sviluppo Economico) si sono reiterati gli incontri ed i contatti per tentare di
stipulare norme comuni in materia e cercare di favorire una regolamentazione
del fenomeno. Nonostante gli sforzi intrapresi per giungere a posizioni comuni
ci si è spinti solo alla redazione di diverse liste dei paradisi fiscali, che
si limitano a dare indicazioni in merito alle politiche fiscali applicate nei
vari paesi.[25] Proprio
in data 11 maggio 2001, un ulteriore tentativo di costruire un sistema comune
di norme vincolanti che imponesse sanzioni a quei paesi che continuavano ad
offrire un porto franco per la criminalità e le frodi, è naufragato a causa
dell’opposizione dei delegati del governo degli Stati Uniti d’America, che
hanno difeso la propria posizione sulla base del principio che in un’economia
globale dove vige il libero mercato e la competizione, ogni paese ha diritto di
scegliere la disciplina fiscale che più ritiene opportuna.[26]
D’altro canto, appare ovvio che questi paesi si rivelano utili praticamente a
tutti e facendo un passo indietro nel tempo non può non tornare alla mente come
lo stesso Hitler nel suo delirio di conquista abbia accuratamente evitato di
occupare la Svizzera (paese con una minoranza di lingua tedesca consistente;
era bastato molto meno per l’invasione della Polonia).[27] Ma
gli eventi si susseguono, le priorità dell’agenda politica cambiano in un
divenire di eventi spesso difficilmente prevedibile ed esattamente 4 mesi dopo
l’ennesimo rifiuto statunitense di dare un giro di vite al far west della finanza internazionale, l’11 settembre 2001 le
priorità del governo statunitense cambiano improvvisamente. La sicurezza
nazionale e la lotta al terrorismo internazionale su larga scala diventano gli
obiettivi principali da perseguire con ogni mezzo necessario. L’immensa
macchina governativa si mette all’opera per innescare una lotta su più fronti,
soprattutto su quello militare ed economico. Il prodotto legislativo di questo
sforzo prende il nome di Patriot Act,
un testo speciale di immediata applicazione approvato definitivamente in data
24 ottobre 2001. Il Patriot Act prende in considerazione molteplici
aspetti della lotta al terrorismo internazionale, restringendo tra le altre
cose in maniera sensibile il diritto alla privacy dei cittadini statunitensi e
non solo, ma soprattutto prevedendo un’apposita sezione che si occupa della
lotta al riciclaggio per colpire i santuari economici delle reti terroristiche.
Si può anzi sostenere che le nuove misure antiriciclaggio introdotte con questa
legge, ne rappresentino il cuore vero e proprio facendo del Titolo III del Patriot
Act, il più lungo ed articolato dell’intero documento.[28]
Esso
titola: “International Money Laundering Abatment and Anti-terrorist
Financing Act of 2001”; prende in considerazione praticamente tutti gli
aspetti correlati con il riciclaggio di denaro ed amplia sensibilmente le
competenze ed i poteri esecutivi in materia. Per quanto riguarda la
regolamentazione, la legge espande l’autorità del Segretario del Tesoro USA
nella regolamentazione delle attività delle istituzioni finanziarie degli Stati
Uniti ed in particolare la loro relazione con individui ed entità stranieri. Il
Segretario del Tesoro dovrà inoltre promulgare regolamenti a riguardo dei
criteri che gli operatori di borsa (brokers)
dovranno applicare per segnalare transazioni sospette e dovrà imporre misure
speciali per combattere il riciclaggio di denaro all’estero. Viene introdotto
il divieto per le finanziarie statunitensi di mantenere conti coperti per
banche estere; le istituzioni finanziarie vengono obbligate ad adottare delle
pratiche minime di identificazione dei nuovi clienti con la raccomandazione di
verificare la veridicità delle loro dichiarazioni. Inoltre le istituzioni
finanziarie e le forze dell’ordine sono incoraggiate a scambiarsi informazioni
riguardanti attività sospette che potrebbero implicare azioni terroristiche o
di riciclaggio di denaro. Infine si richiede esplicitamente alle istituzioni
finanziare di applicare programmi antiriciclaggio con almeno un ufficiale
addetto e di sottoporre il personale a dei training in materia, consolidando lo
sviluppo di politiche, procedure e controlli interni atti a scoraggiare le
operazioni di riciclaggio di denaro. Il
Patriot Act, inoltre, contiene una serie di nuove fattispecie giuridiche
che definiscono nuovi crimini di riciclaggio e nuove pene, oltre ad inasprire
quelle dei crimini già regolati con leggi precedenti. Il Patriot Act
mette fuorilegge negli Stati Uniti qualsiasi azione di riciclaggio i cui
proventi derivino da atti criminali (corruzione o violenza) compiuti
all’estero; proibisce il cyberlaundering
ed il finanziamento di qualsiasi attività terroristica; aumenta le pene
previste per la contraffazione; introduce l’autorità esplicita di perseguire
all’estero le frodi provocate con carte di credito statunitensi. Infine viene
introdotta una nuova regolamentazione a riguardo delle procedure di sequestro e
di confisca.[29] Questa
legge insomma, rende più rigidi i controlli sulle transazioni finanziarie ed
inasprisce le pene per chi venga ritenuto colpevole di frode o di operazioni di
riciclaggio. Il nome stesso del Titolo III, “International Money Laundering
Abatment and Anti-terrorist Financing Act of 2001”, rende evidente che gli
sforzi del governo statunitense non saranno certo circoscritti al territorio
nazionale USA, tanto è vero che si sostiene di voler abbattere il riciclaggio
di denaro internazionale (“International Money Laundering Abatment […] Act
of 2001”); ovviamente il Patriot Act da solo non è sufficiente nella
strategia antiterrorismo messa in campo dal governo statunitense.
Contemporaneamente con i processi di rafforzamento dei controlli interni e con
la promulgazione di nuove leggi, il governo USA si è mosso anche sul piano
internazionale dando vita a quella che ha preso il nome di “coalizione
antiterrorismo” comprendente al suo interno il più grande numero di paesi che
mai abbia composto una coalizione nella storia del pianeta (“Più di 40 paesi in
Medio Oriente, Africa, Europa e in Asia hanno dato la disponibilità dello
spazio aereo e di terra. Molti di più hanno collaborato con informazioni di
intelligence. Siamo sostenuti dalla volontà collettiva del mondo.”). Non
tutti i paesi hanno collaborato alle operazioni militari, alcuni si sono
limitati a fornire un supporto con i propri servizi di intelligence, altri
hanno solo concesso i permessi di sorvolare i propri spazi aerei, altri ancora
hanno fornito una collaborazione di carattere investigativo in merito al
riciclaggio dei fondi da parte della rete terroristica di al-Qaeda.
Quest’ultimo è stato il caso delle isole Cayman, noto paradiso fiscale che ha
negoziato l’apertura dei propri conti cifrati direttamente con il Segretario
del Tesoro USA, Paul O’Neill.[30]
Le autorità statunitensi hanno iniziato ad investigare ed oltre a bloccare
conti di Osama Bin Laden e delle sua organizzazione al-Qaeda, hanno trovato
anche 600 filiali offshore
riconducibili alla compagnia transnazionale Enron, il primo colosso energetico
degli Stati Uniti d’America.[31]
Pochi
mesi prima dell’attentato terroristico alle Twin Towers, il 25 gennaio 2001, i
vertici della Enron decidono di alzare le previsioni di utile per il
titolo quotato in borsa che in quella data raggiunge una quotazione di 81,39
dollari USA alla borsa di Wall Street.[32]
La Enron è ancora considerata un modello imprenditoriale sia negli Stati
Uniti che all’estero per le sue capacità di crescita vertiginosa al punto che
il suo amministratore delegato Kenneth
Lay, verrà chiamato a far parte della Task Force “indipendente” promossa
dal ‘Baker Insitute’ per portare a termine uno studio riguardante la questione
energetica globale con particolare riguardo agli interessi degli Stati Uniti
d’America. Lo studio prende
il titolo di “The 21st Century” (il ventunesimo secolo) e viene indicato
come il “Report of an Independent Task Force sponsored by the James A. Baker
III Insitute for Public Policy of Rice University and Council on Foreign
Relations” (rapporto di un gruppo di lavoro indipendente sponsorizzato
dall’Istituto James A. Baker III per le politiche pubbliche dell’Università di
Rice e dal Consiglio delle Relazioni con l’Estero).[33] Il rapporto era
datato 15 aprile 2001 e già da allora si sottolineava l’importanza della
questione energetica per le scelte di politica estera ed interna degli Stati
Uniti, evidenziando come i problemi legati all’energia iniziavano ed essere
pressanti sull’economia del paese e sulla sua stabilità economica e
finanziaria. Il rapporto delineava una condizione molto poco “rosea” mettendo
all’erta il governo statunitense precisando che anche l’ultima superpotenza
mondiale si sarebbe trovata di lì a breve a dover affrontare problemi
riguardanti la produzione energetica e l’approviggionamento delle fonti.[34]
Certamente
è da chiedersi quanto un’analisi di tal tipo fosse strumentale agli interessi
di coloro che hanno redatto il rapporto: è interessante notare infatti come lo
stesso Kenneth Lay continuasse a detenere un ruolo di fondamentale importanza
nella Enron, ma si fosse dimesso dalla carica di amministratore delegato
proprio nel febbraio 2001.[35]
Insomma, per rimanere circoscritti al caso Enron, probabilmente i
dirigenti della compagnia erano ben consci della bufera che di lì a poco si
sarebbe sollevata nei loro confronti e può darsi che, data la grande influenza
esercitata dalla Enron su gran parte del panorama politico statunitense
(la Enron è stata tra i principali finanziatori del Presidente Bush, non
dimenticando ovviamente di fornire lauti finanziamenti anche allo schieramento
avverso)[36], abbiano
potuto indirizzare le conclusioni del rapporto secondo le proprie necessità. Un
altro segnale importante dell’avvicinarsi del ciclone che avrebbe travolto il
colosso energetico si ebbe il 14 agosto 2001, quando Jeffrey Skilling,
successore di Kenneth Lay al ruolo di amministratore delegato, abbandonò la
compagnia adducendo solamente motivi “puramente personali” e lasciando gli
analisti stupefatti. Può darsi insomma che la crisi energetica statunitense non
fosse altro che una bolla di sapone e che fosse in realtà solo la ricerca di
copertura della crisi, quella sì reale, della Enron (e probabilmente di
altre compagnie, oltre che di gran parte dell’entourage politico che è
risultato essere invischiato con il caso Enron)[37],
prodotta da un intreccio di interessi personali, politici, gestione opaca,
truffa e alterazione di bilanci. Una crisi di un intero sistema di intendere il
mercato e la politica che ha creato una condizione di conflitto d’interessi
costante dove esponenti politici sono azionisti di grandi compagnie e dove si
assiste ad una “manifestazione di degenerazione patologica nel funzionamento
dei mercati e dei presidi posti a tutela degli investitori da cui traspare una
manifesta […] inadeguatezza delle regole e in cui concorrono comportamenti
fraudolenti, colpe gravi degli amministratori, compiacenza dei controllori”.[38]
E’
difficile dire se la Enron sarebbe naufragata se non si fossero
verificati i fatti dell’11 settembre 2001 con tutte le conseguenze che si sono
successivamente portati dietro; comunque lo stato di salute della compagnia
cominciava già a dare segni di malessere dato che dal gennaio all’agosto 2001
le azioni in borsa avevano già visto quasi dimezzata la loro quotazione (dagli
81,39 dollari USA del 25 gennaio 2001 ai 42,93 dollari USA del 14 agosto 2001).
Se la crisi energetica statunitense fosse una realtà o non fosse altro che un
capro espiatorio per tentare di coprire ancora le operazioni fraudolente in cui
era invischiata la più grande compagnia produttrice di energia USA poco
importa. Il dato reale che emerge dall’osservazione della crisi della Enron,
è che essa si è protratta per lungo tempo all’oscuro di molti investitori e
degli stessi impiegati che hanno visto i loro fondi pensione andare in fumo
assieme al proprio lavoro.[39]
La
copertura dei misfatti finanziari della Enron è stata affidata alla
società di consulenza Arthur Andersen.[40]
Società come la Andersen, dovrebbero occuparsi di consigliare gli
investitori svolgendo il ruolo di intermediari finanziari per orientare gli
investimenti dei privati verso quei settori del mercato che si rivelano più
remunerativi. In una frase queste imprese dovrebbero lavorare a favore degli
investitori e non delle compagnie verso le quali gli investimenti vengono
indirizzati. In molti casi si assiste ad una compenetrazione di ruoli e
competenze, che hanno fatto sì che molti gridassero al conflitto di interessi,
una volta scoperti i legami economici che vincolavano la Andersen alla Enron.
Insomma, la Andersen non ha lavorato per gli investitori, ma per gli
interessi della dirigenza della Enron.[41]
La
prima dichiarazione ufficiale delle perdite dell’impresa risale al 16 ottobre
2001, poco più di un mese dall’attentato alle Twin Towers, il titolo è sceso a
33,84 dollari USA ed i vertici dell’azienda ammettono che l’impresa è in
perdita nel primo trimestre del 2001. Viene da pensare che questa dichiarazione
sia stata resa solo perché si credeva ancora di poter coprire le condizioni
critiche dell’impresa attribuendole allo shock economico provocato dai fatti
dell’11 settembre, ma ormai il titolo era in discesa libera e difficilmente si
sarebbero potute coprire oltre le operazioni illecite che avevano portato al
fallimento del colosso. Solo dopo pochi giorni, il 22 ottobre 2001 i vertici
della Enron si trovano costretti a rendere noto che l’autorità di borsa
USA (SEC) aveva chiesto informazioni su partnership economiche dell’impresa non
contenute nel bilancio. Il 29 ottobre il valore della azioni è già sceso a
13,81 dollari USA, vengono nominati nuovi amministratori del piano aziendale di
previdenza integrativa ed intanto i piani pensionistici di tutti i dipendenti
vengono congelati. In
data 8 novembre 2001, in una nuova dichiarazione dei vertici, la Enron
ammette la “rimodulazione” dei bilanci tra il 1997 ed il 2000 e di aver perso
in realtà 600 milioni di dollari. Il titolo in borsa è sceso a 8,41 dollari
USA. I piani pensionistici verranno sbloccati di lì a poco, il 12 novembre
2001, il titolo risale lievemente e raggiunge la quotazione di 9,24 dollari
USA. L’operazione non è sufficiente a ridare fiducia agli investitori ed il
titolo continua a scendere fino a raggiungere il valore di 40 centesimi di
dollaro USA in data 2 dicembre 2001: la Enron è tecnicamente fallita e
chiede la protezione del fallimento in base alle leggi statunitensi. Il 15
gennaio 2002 la borsa di New York sospende il titolo e ne presenta istanza
formale di cancellazione dal listino. La
parabola della Enron si conclude quindi con il più grosso crack nella
storia del mercato statunitense non senza lasciare dietro di sé lati oscuri e
questioni non ancora risolte. Rimangono ancora aperte le questioni dei rapporti
tra la compagnia e gran parte dell’establishment politico statunitense, dal
Presidente al suo vice ad esponenti del partito democratico. Le vicende della Enron
hanno fatto registrare una serie di atti degni di nota, indice di quanto le
attività illecite della compagnia fossero ramificate, come ad esempio il fatto
che l’intero staff dell’ufficio del procuratore di Houston in Texas (città dove
è ubicata la sede centrale della Enron) si sia ricusato in massa da solo (circa
100 persone tra avvocati e procuratori)[42].
Ancora più grave il presunto suicidio dell’ex vicepresidente della compagnia,
John Clifford Baxter, che è stato trovato morto seduto al sedile di guida della
sua auto parcheggiata in una strada secondaria alla periferia di Houston la
mattina del 25 gennaio 2002: accanto a lui sul sedile del passeggero un
biglietto di cui la polizia non ha reso pubblico il contenuto. Baxter si era
dimesso l’anno precedente in disaccordo con i dirigenti della società per il
modo con cui conducevano gli affari. L’ex dirigente rientrava nella lista degli
inquisiti per insider trading ed il
Congresso aveva espresso la volontà di interrogarlo. Soprattutto
il nome di Baxter figurava su di un documento scottante sopravvissuto alla
distruzione operata dai dirigenti della Andersen: una lettera inviata
nell’agosto 2001 da un dirigente della società Sherron Watkins a Kenneth
Lay (l’allora dirigente della compagnia) dove si affermava che l’impresa
rischiava una possibile “implosione” se fossero trapelate le “transazioni
improprie” servite a coprire i buchi nei bilanci della Enron. Baxter
veniva indicato come uno dei dirigenti che avevano sollevato delle obiezioni.
Lo stesso giorno del suicidio di Baxter, il presidente del Congresso David
Walker, ha dichiarato che avrebbe potuto citare la Casa Bianca per essersi
rifiutata di fornire informazioni e dettagli sull’attività del vicepresidente
USA Dick Cheney nella fase di stesura del piano energertico per il paese. Oltre
a tutto questo, risulta che 212 membri dei 248 delle commissioni del Congresso
impegnate nelle indagini sul caso Enron, hanno ricevuto finanziamenti
elettorali direttamente dalla compagnia o dalla Arthur Andersen.[43] Difficile
districarsi in questo magma e difficile immaginare quanto ancora la situazione
della Enron avrebbe potuto reggere se non si fossero verificati gli
eventi dell’11 settembre 2001, l’approvazione del Patriot Act e le
indagini antiterrorismo e antiriciclaggio. La Enron ha potuto continuare
ad operare per anni nella più totale impunità, sottraendo fondi dei propri
impiegati e truffando il fisco a vantaggio dei propri dirigenti, garantendosi
coperture finanziando ampiamente entrambi gli schieramenti politici
statunitensi. Poche voci in passato si erano alzate negli USA per condannare le
pratiche di lobbying selvaggio che sono ormai parte integrante del sistema di
finanziamento dei partiti politici nel sistema statunitense. La più autorevole
è certamente quella di Ralph Nader, candidato alle ultime elezioni
presidenziali con il partito Verde statunitense, da sempre critico nei
confronti del sistema politico ed economico del proprio paese. “Non mi piace
dire ve lo avevo detto, ma, ve lo avevo detto!” ha dichiarato Nader dopo essere
comparso nuovamente alla ribalta degli obiettivi e delle televisioni
statunitensi dopo il crack Enron. E continua: “Enron è il
supermercato della criminalità delle corporations. Ha ridicolizzato il mondo
dell’industria. Ha messo in dubbio le modalità di amministrazione. Ha deluso
gli azionisti. Le banche tremano. Le lobbies hanno paura. I membri del governo
mischiano le carte per non rivelare cosa li ha spinti a incassare assegni che
firmava il capo, Kenneth Lay. Potrei parlare di questa faccenda fino al 2004!”.[44] Il
terremoto della Enron ha dimostrato come questa compagnia non fosse che
un gigante dai piedi d’argilla, costruito su pratiche opache e criminali che
hanno incoraggiato la truffa e la corruzione. Forse la grande bolla di sapone
creata con bilanci falsi e gonfiati non sarebbe mai esplosa se gli Stati Uniti
non si fossero risvegliati una mattina dal sogno americano per piombare
nell’incubo del terrorismo. Le priorità dell’agenda politica sono
immediatamente cambiate e la sicurezza è divenuta la base della costruzione di
qualsiasi azione e piano futuro. I governanti statunitensi e più ancora le
forze militari, di pubblica sicurezza e di intelligence, hanno presto compreso
che il terrorismo si rafforza e si arricchisce nell’ombra e si sono da subito
impegnate per colpire i nodi finanziari ed economici che gli hanno permesso di
divenire tanto potente. Per usare un’espressione figurata, una volta sollevato
il coperchio della pentola, ciò che ne è venuto fuori era difficile da
immaginare per chiunque (escludendo chi beneficiava di questo stato di cose) e
l’esempio delle isole Cayman da questo punto di vista è illuminante. I
governanti statunitensi si sono opposti a regolamentare il segreto bancario ed
il regime fiscale internazionale, fino che non si sono trovati costretti a
farlo. Con i conti di Osama Bin Laden, sono stati trovati anche quelli della Enron.
La trasparenza si è resa ancora una volta protagonista del processo di
smantellamento di un colosso, così come per il regime dell’Unione Sovietica e
per il crollo della BCCI. La
glasnost diviene forza disgregatrice
all’interno del processo di costituzione dell’ordine dell’“Impero”. [1] Si veda a riguarda E. J. Hobsbawn, Il secolo breve, Milano, Rizzoli, 1997,
pag. 554-579. [2] A riguardo sono estremamente
interessanti le considerazioni fatte da un magistrato francese in un saggio
uscito di recente: J. De Maillarde, Il
mercato fa la sua legge, Milano, Feltrinelli, 2002, pag. 7-27. [3] Si veda ad esempio l’ultimo saggio di
forte critica nei confronti del Fondo Monetario Internazionale di J. F.
Stiglitz, La globalizzazione e i suoi
oppositori, Milano, Einaudi, 2002, pag. 199-218. [4] Si veda J. Ziegler, I signori del crimine. Le nuove mafie europee contro la democrazia,
Milano, Tropea, 2000, pag. 181. [5] Pur non essendo stato della stessa
gravità è doveroso ricordare lo scandalo della giapponese Daiwa Bank che
nel 1995 ha provocato una truffa da almeno un miliardo di dollari USA. In J.
Ziegler, I signori del crimine. Le nuove
mafie europee contro la democrazia, Milano, Tropea, 2000, pag. 182. [6] J.
Beaty, S. C. Gwynne, The OutlawBank: a
Wild Ride into the Secret World of BCCI, New York, Randome House, 1993,
pag. 25. [7] Sia l’espressione “banca nella banca” (bank in the bank) che i “funzionari
addetti al protocollo” (protocol-officers),
che infine le “unità nere” (black network),
sono termini coniati e utilizzati dal Senatore degli Stati Uniti d’America John
F. Kerry in The BCCI Affair. A Report to the Senate Committee on
Foreign Relations from Senator John Kerry, Chairman, and from Senator Hank
Brown, Ranking Member, Subcommittee on Terrorism, Narcotics, and International
Operations, at the Conclusion of an Investigation of Matters Pertaining to the
Bank of Credit and Commerce International, 102nd Congress, Second
Session, September 30, 1992, pag. 16-35 reperibile sul sito del
congresso degli Stati Uniti d’America, www.congress.gov.
[8] J. Ziegler, I signori del crimine. Le nuove mafie europee contro la democrazia,
Milano, Tropea, 2000, pag. 196. [9] N.
Kochan, B. Whittington, Bankrupt: the
BCCI Fraud, Londra, Victor Gollanez, 1991, pag. 74. [10] J.
Beaty, S. C. Gwynne, The OutlawBank: a
Wild Ride into the Secret World of BCCI, New York, Randome House, 1993,
pag. 52. [11] Per approfondimenti in merito si veda P.
Truell, L. Gurwin, BCCI. The Inside Story of the World’s most
Corrupt Financial Empire, Londra, Bloomsbury, 1992, pagg. 35-57. [12] Ibidem. [13] Ibidem. [14] J.
Beaty, S. C. Gwynne, The OutlawBank: a
Wild Ride into the Secret World of BCCI, New York, Randome House, 1993,
pag. 61. [15] J. Ziegler, I signori del crimine. Le nuove mafie europee contro la democrazia,
Milano, Tropea, 2000, pag. 191. [16] A. Bausani, L’Islam, Milano, Garzanti, 1999, pag. 48. [17] Si veda a riguardo J.K. Cooley, Una guerra empia. La CIA e l’estremismo
islamico, Editrice A coop. Sezione Elèuthera, Milano, 2000, pag. 184-190 e
P. Truell, L. Gurwin, BCCI. The Inside Story of the World’s most Corrupt
Financial Empire, Londra, Bloomsbury, 1992, pag. 74. [18] Si veda a riguardo J.K. Cooley, Una guerra empia. La CIA e l’estremismo
islamico, Editrice A coop. Sezione Elèuthera, Milano, 2000, pagg. 184-190. [19] P.
Truell, L. Gurwin, BCCI. The Inside Story
of the World’s most Corrupt Financial Empire, Londra, Bloomsbury 1992, pag.
75 [20] Vedi J. Ziegler, I signori del crimine. Le nuove mafie europee contro la democrazia,
Milano, Tropea, 2000, pagg. 217-218. [21] Ibidem. [22] Si può affermare senza dubbio che la
figura di Clark Clifford sia stata centrale e di eccezionale importanza per la
politica mondiale durante gli anni della guerra fredda. Per maggiori
informazioni sull’operato ed i ruoli ricoperti da Clifford si veda: E. Di
Nolfo, Storia delle relazioni internazionali,
Milano, Laterza, 2000, pag. 450 e seguenti. [23] In J.
M. Collins, Green Berets, Seals and
Spetznaz, US and Soviet Special Military Operations, Pergamon-Brasseys,
Washington DC, 1987, pag. 28. [24] Si rivelano particolarmente illuminanti
per la comprensione di quanto emerso sulla BCCI, sulla sua organizzazione, sui
suoi legami con esponenti dei circuiti politico ed economico ed infine sulle
sue operazioni e modalità di azioni 4 documenti della Library of Congress di
Washington: 1) The BCCI Affair. Hearings before the Subcommittee on
Foreign Relations. US Senate, 102nd Congress, First and Second
Sessions; parte I: August
1, 2, 8, 1991; parte II: October 18,
22, 1991; parte III: October 23, 24,
25, November 21 1991; parte
IV: February 19, March 18, 1992; parte V: May 14, 1992; parte VI: July
30, 1992; 2) The BCCI Affair. A
Report to the Senate Committee on Foreign Relations from Senator John Kerry,
Chairman, and from Senator Hank Brown, Ranking Member, Subcommittee on
Terrorism, Narcotics, and International Operations, at the Conclusion of an
Investigation of Matters Pertaining to the Bank of Credit and Commerce
International, 102nd Congress, Second Session, September 30, 1992; 3) Bank of Credit and Commerce International
(BCCI) Investigation. Hearings before the Committee on Banking, Finance and
Urban Affairs, U.S. House of Representatives, 102nd Congress, First
Session; parte I: September 11, 1991;
parte II: September 13, 1991; parte
III: September 27, 199; 4) The Bank of Credit and Commerce
International and S. 1019. Hearing beforenthe Subcommittee on Consumer and
Regulatory Affairs of the Committee on Banking, Housing, and Urban Affairs, US
Senate, 102nd Congress, First Session, May 23, 1991; tutta la
documentazione è disponibile sul sito del Congresso degli Stati Uniti
d’America, www.congress.gov.
[25] Si veda il sito dell’OCSE, www.ocse.org. [26] Si veda Il Manifesto, 12 maggio 2001, pag. 8 ed il sito ufficiale dell’OCSE
www.ocse.org. [27] Sui particolari delle scelte di politica
estera hitleriana e sulle vicende della seconda guerra mondiale, si veda E. Di
Nolfo, Storia delle relazioni
internazionali, Milano, Laterza, 2000, pag 340 e seguenti. [28] Il Patriot Act è disponibile online su numerosi siti, si consiglia in
particolare www.house.gov;
www.congress.gov. [29] Si
veda Patriot Act, Titol III: “International Money Laundering Abatment
and Anti-terrorist Financing Act of 2001” disponibile sui siti www.house.gov, www.congress.gov.
[30] Si veda a riguardo ARES, Paradisi fiscali: uno scippo planetario,
Trieste, Asterios 2002, pag. 7. [31] Ibidem. [32] Si veda il grafico presente in appendice
tratto dal sito italiano della CNN, www.cnn.it,
pag. XIII. [33] Sull’importanza politica ed economica di
questo rapporto, sul ruolo del Baker Institute e sulla composizione del Council
on Foreign Relations che raccoglie membri del calibro del vicepresidente
Cheney, Henry Kissinger ed altri, al sito ufficiale del Baker Institute, www.bakerinstitute.org. [34] Si
veda The 21st Century. Report of an
Independent Task Force sponsored by the James A. Baker III Insitute for Public
Policy of Rice University and Council on Foreign Relations, pag. 7 e
seguenti, disponibile sul sito ufficiale del Baker Institute, www.bakerinstitute.org. [35] Secondo quanto riportato indicando le
cariche di Lay come membro della Task Force in The 21st Century. Report
of an Independent Task Force sponsored by the James A. Baker III Insitute for
Public Policy of Rice University and Council on Foreign Relations, pag.
48, disponibile sul sito ufficiale del Baker Insitute, www.bakerinstitute.org.
[36] Si veda a riguardo V. Zucconi , “Una
nuova macchina degli scandali, mossa da finanziamenti elettorali, complicità
politiche e summit alla Casa Bianca. Lo sporco affare della Enron: incubo
Watergate per Bush. La bancarotta dell’azienda minaccia la politica USA”, La Repubblica, 16 gennaio 2002, pag. 3. [37] Si veda a riguardo V. Zucconi “Una nuova
macchina degli scandali, mossa da finanziamenti elettorali, complicità
politiche e summit alla Casa Bianca. Lo sporco affare della Enron: incubo Watergate per Bush. La bancarotta
dell’azienda minaccia la politica USA”, la
Repubblica, 16 gennaio 2002, pag. 3; V. Zucconi, “John Clifford Baxter si è
sparato un colpo alla testa. Il Congresso voleva interrogarlo nei prossimi
giorni. Caso Enron: si uccide l’ex vicepresidente. Il presidente della
commissione che indaga sul tracollo potrebbe citare la Casa Bianca”, la Repubblica 25 gennaio 2002, pag. 7. [38] Intervento del Presidente della Consob
Luigi Spaventa dinanzi alla VI Commissione Finanze della Camera dei Deputati in
data 14 febbraio 2002, reperibile sul sito www.consob.it,
14 luglio 2002, pag. 2. [39] Il sistema previdenziale statunitense è
quasi completamente affidato al mercato privato e molto spesso i fondi pensione
vengono investiti in compagnie i cui titoli sono quotati ed oscillano sul mercato
finanziario. Nel caso Enron i fondi pensione dei lavoratori erano stati
reinvestiti nei titoli della compagnia e se ne sono andati in fumo con il posto
di lavoro ed il crack del colosso. Per maggiori informazioni invito a cercare
maggiori dettagli sul sito dei sindacati di base italiani COBAS, www.cobas.it. Si veda inoltre: “E’ fallita
Enron: la settima azienda USA. Il più colossale crack della storia aziendale
mondiale”, Il Sole 24ore, 29 novembre 2001, pag. 2. [40] “David Duncan, il revisore dei conti
della Arthur Andersen responsabile dei rapporti con la Enron ha
ammesso di aver distrutto vari documenti sulla contabilità Enron per
sviare l’inchiesta aperta proprio per irregolarità di bilancio”, da Il revisore dei conti Enron: sono colpevole.
Duncan ammette: documenti distrutti apposta, dal sito italiano della CNN, www.cnn.it, articolo messo in rete in data
10 aprile 2002 ore 1:35. [41] Si veda a riguardo un interessante
saggio di L. Plattner, Analisti
finanziari e conflitti di interessi: il caso ENRON, agosto 2002, pag. 5. [42] F. Piccioni, “Enron, la madre di tutti i
conflitti di interesse”, in Il Manifesto,
16 gennaio 2002, pag. 7. [43] V. Zuconi, “John Clifford Baxter si è
sparato un colpo alla testa. Il Congresso voleva interrogarlo nei prossimi
giorni. Caso Enron: si uccide l’ex vicepresidente. Il presidente della
commissione che indaga sul tracollo potrebbe citare la Casa Bianca”, la Repubblica 25 gennaio 2002, pag. 7. [44] J. Nichols, Intervista a Ralph Nader, sul sito www.zmag.org,
luglio 2002, pag. 2. ![]() | |||||||||||||