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La Prostituzione e i suoi significati
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La Prostituzione e i suoi significati
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04 settembre 2003
Tag: genere
L’evolversi del concetto di prostituzione attraverso la storia e il potere delle rappresentazioni sociali. Un’analisi della prostituzione che nasce dall’incrocio di due approcci teorici: le elaborazioni del movimento femminista degli anni ’70 e il pensiero di Michel Foucault.



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La Prostituzione e i suoi significati - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
Mi accorgo di essere continuamente incoraggiata a trarre fuori di me stessa un aspetto e a presentarlo come un insieme significativo, oscurando altre parti del sé

 

 

* Teresa Degenhardt (Ronchi dei Legionari, 1973) è laureata in Giurisprudenza all’università di Bologna. S’interessa soprattutto di Criminologia e Teoria Femminista. Ha collaborato come ricercatrice per il ‘Comitato dei diritti civili delle prostitute’ e per l’Osservatorio sulla prostituzione minorile in Emilia Romagna e, come giornalista, per Radio Città del Capo. Partecipa attivamente al collettivo ‘Sexy Shock’ di Bologna, nell’organizzazione di workshop su prostituzione, biotecnologie e tecniche di procreazione assistita. La ricerca qui presentata è stata realizzata nel 1999 nell’ambito della preparazione della sua tesi di laurea. (“La Prostituzione e i suoi significati. Saperi esclusi dalla categorizzazione giuridica”, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Bologna)

 

 

 

Mi accorgo di essere continuamente incoraggiata

a trarre fuori di me stessa un aspetto e a

presentarlo come un insieme significativo,

oscurando altre parti del sé.

(Audre Lorde)

 

 

 

Introduzione

 

Il termine “prostituire” deriva dal latino pro-stitūere: “porre davanti”, “offrire”, “esporre”, e significa “vendere ciò che non è ammesso dai valori morali perché strettamente legato alla libertà e alla dignità umana”. La prostituzione è insomma la vendita del corpo per un corrispettivo in denaro, lo scambio di sesso e soldi.

Se pronunciamo le parole prostituzione, prostituta otteniamo, quasi fossero effetti eco, una serie di ritornelli del tipo “il mestiere più antico del mondo”, “è un male necessario”, “tutte le donne sono puttane” e altri luoghi comuni tuttora in uso. 

Questi ritornelli provocano in colui/colei che cerchi di avvicinarsi al centro della prostituzione un senso di smarrimento e generano il sospetto che ognuno di essi non sia altro che uno dei tanti cristallini di un caleidoscopio in continuo movimento. Questi cristallini che magicamente compongono e scompongono la rappresentazione della prostituzione, costituiscono uno degli aspetti più interessanti del fenomeno. Fissando l’attenzione sulle configurazioni che da essi si generano, ci si può chiedere quale sia stata la rotazione che di volta in volta ha permesso la composizione di una figura piuttosto di un’altra. Il potere della rappresentazione continua anche oggi a giocare i suoi artifici e a sovrapporre delle forme significative alle voci, ai frammenti di vita e alle storie di coloro che ne fanno parte.

Nel tentare di ricostruire questo caleidoscopio, il presente lavoro privilegia un’analisi che parte dalle elaborazioni del movimento femminista degli anni ’70, la cosiddetta Seconda Ondata, poiché ritenevo che questo approccio fosse, tra i tanti esistenti, quello che maggiormente rispettasse la specificità di genere del commercio sessuale.

Il movimento radicale femminista nacque dalla rivolta giovanile del ’68 e come questa, partì dall’esigenza di liberazione dell’individuo dalle forme istituzionali e gerarchiche della società. Ma molto presto le donne si staccarono dal movimento poiché questo nelle sue richieste non riconosceva una fondamentale specificità sessuale che costituiva alla radice le varie forme di autoritarismo.

I pensieri femministi dei primi anni ’70, seppur nelle loro complesse diversità, tendevano a riconoscere nella prostituzione una delle istituzioni rappresentative e simboliche della società dei padri.

Nel riconoscere ed individuare nella prostituzione un prodotto derivato da determinate forme di potere legate alla differenza sessuale, l’analisi femminista soddisfa con maggior rigore la necessità di un metodo di studio che riconosca la propria come una prospettiva parziale e non come visione oggettiva e trascendentale.

Ad esso ho affiancato il pensiero di Michel Foucault, che apporta al movimento radicale femminista un’ulteriore sofisticazione alle analisi delle strutture di potere.

Questo infatti non è sempre una forza consapevole e ben direzionata, ma è una struttura complessa che si articola in ogni relazione e che si riproduce tramite il sapere.

Ho ritenuto che questo autore, che si è occupato di rintracciare le pratiche di disciplinamento del corpo e di inscrizione di codici in esso, fosse quello più vicino ai pensieri femministi per la particolare attenzione avuta nei confronti della sessualità. Dall’incrocio tra questi due approcci nasce la mia analisi sulla prostituzione: da una parte l’analisi della struttura di potere legata alla differenza sessuale, dall’altra l’indagine di ogni genere di discorso come forma anch’esso di un potere che costruisce ed ordina in modi mutevoli.

Partendo da questo approccio teorico ho considerato il diritto essenzialmente come una struttura di sapere-potere che allo stesso tempo disconosce e riproduce le differenze quando cerca di inglobarle.

In particolare la Legge 20 febbraio 1958, n 75 in materia di prostituzione disciplina un aspetto che riguarda in modo particolare la vita di alcune donne. Questa norma è stata promulgata grazie all’accanimento della deputata socialista Lina Merlin, che per ben dieci anni ha mantenuto viva l’attenzione pubblica su un tema così delicato e complesso. Il contenuto del testo della legge risponde ad una politica di liberazione dalle pratiche del controllo statale. Questa che è una legge emancipatoria e libertaria per le donne che si prostituiscono, nell’espletare una funzione simbolica, riproduce inevitabilmente alcuni degli stereotipi che si basano sulla differenza sessuale. Così anche il tentativo di usare lo strumento legislativo ai fini di liberare alcune donne da uno stato di minorità fallisce proprio nella sua funzione simbolica, nel tentativo di inglobare alcuni soggetti all’interno della norma riproduce le differenze che voleva eliminare.

Nel momento attuale il mondo della prostituzione è drammaticamente visibile per il suo intersecarsi con le migrazioni e con le organizzazioni che sfruttano il mercato del sesso a pagamento. I continui riferimenti ad esso da parte dei media e lo stato di allarme raggiunto dalla popolazione costringe il legislatore a ripensare il fenomeno della prostituzione in uno stato di emergenza. Spesso in tali situazioni si legifera solo pensando alla contemporaneità di certi fenomeni, ma sarebbe invece necessario più che riconoscere l’inadeguatezza della Legge 20 febbraio del 1958 n 75 nel rapportarsi alle attuali problematiche, evidenziare gli strumenti di grande civilizzazione apportati da tale Legge e assieme a questi, gli effetti deleteri derivanti dall’applicazione della medesima.

 

 

Variazioni sul tema: l’evolversi del concetto di prostituzione

Nell’Antica Grecia la cortigiana non era una figura deviante né un soggetto che destasse particolare preoccupazione, sempre e quando restasse arginata all’interno di uno spazio determinato. Era semmai l’infrazione delle norme della comunità, che faceva prendere corpo alla figura, illuminare la sua storia, fare apparire la sua soggettività.

Da un’arringa di Demostene[1] possiamo vedere quali norme la cortigiana potesse infrangere e ricostruire partendo da questo conflitto quali fossero le contraddizioni all’interno della società ateniese.

Demostene sostenne un processo contro Neera, una cortigiana che  riuscì ad infiltrarsi nella società ateniese del 4° secolo a.C. infrangendone le regole. Neera ebbe origini misere: nacque schiava a Corinto e come tante venne venduta più volte a diversi uomini, che la usarono per il proprio piacere. La donna esercitò pubblicamente la vendita del proprio corpo e riuscì, sembra attraverso alcuni inganni, a ricavarne il denaro necessario a riscattarsi e a divenire libera. Ad uno degli ultimi amanti rubò impunemente molti beni e si procurò una dote. Combinando il proprio commercio a frequenti spostamenti riuscì a sposarsi illegittimamente con un cittadino ateniese di nome Stefano. Illegittimamente perché il matrimonio tra un cittadino ateniese e una straniera non era consentito. I figli ottennero uno status di cittadini viziato ab initio. La donna osò anche di più: promise una delle figlie come sposa all’Arconte Re di Atene.

Neera fu colpevole di usurpazione dei diritti civili, sostenne Demostene, di aver preteso di entrare a far parte delle istituzioni di Atene contravvenendo ai divieti imposti.

La città, secondo l’oratore, sarebbe tenuta a punirla, altrimenti le altre cittadine di Atene potrebbero ricavarne un cattivo esempio. Bisognava tenere ben distinte le cortigiane dalle altre donne perché la loro confusione avrebbe implicato l’impossibilità di distinguere i figli legittimi dagli altri. Alle cortigiane doveva essere proibito l’accesso alle cerimonie pubbliche: il legame di appartenenza con la comunità era fondato sul vincolo di sangue e il legame stanziale con il territorio.

Per il vincolo di sangue andava quindi garantita la possibilità di riconoscere agevolmente la paternità, garantendo anche l’immobilità della struttura sociale.

Questo exemplum ci ricorda come i termini attraverso i quali il fenomeno viene analizzato siano strettamente dipendenti dalla struttura societaria. Col passare del tempo sono cambiati molto i temi usati per definire la prostituzione e fu percepita in modi diversi o come una realtà ineliminabile o al contrario, come un problema da eliminare.

La dottrina tomistica che si rifaceva agli insegnamenti di S. Agostino, ad esempio, fu tollerantista. Secondo quanto scrive S. Tommaso nella Summa Teologica, l’uomo da solo non era in grado di evitare tutti gli impulsi che provenivano dalla depravazione e dalla sensualità. I legislatori quindi dovevano considerare la natura carnale dell’uomo e disporre in modo da permettere i mali minori per evitare i peggiori[2]. Così la prostituzione fu concepita come un “male necessario” e così annoverata fra i peccati dovuti alla sensualità, ma non fra i peccati veniali.

Nel XIII secolo la prostituta era quindi la donna comune, la meretrix, con la quale non si commetteva il peccato di fornicazione poiché era a questo adibita. La meretrix liberava dalla colpa della fornicazione, sia perché era una donna che non apparteneva ad alcun uomo, sia perché il pagamento in denaro esimeva dal peccato. Essa era secondo il pensiero di S. Tommaso “una persona privata, pubblicamente disponibile, poiché aveva rotto le sue relazioni sentimentali”, inoltre era lei stessa a portarne la responsabilità: “un peccatore era tanto meno colpevole quanto più era spinto a commettere peccato… la sola vista di una bellezza femminile accessibile stimolava la natura, aumentava la concupiscenza, diminuiva il giudizio ed in ciò stesso la colpa[3]”.

Di come quest’approccio abbia influenzato la percezione della prostituzione nel corso del Medioevo ci racconta invece, lo storico francese Roussiaud in La prostituzione nel Medioevo. Si tratta di uno studio che mostra come nel XV secolo lo sfogo controllato del disordine (sessualità dirompente) agevolasse il mantenimento dell’ordine municipale in Provenza.

La prostituzione nel 1400 fu accettata e considerata necessaria per evitare i fenomeni dello stupro collettivo, commessi da gruppi di giovani chiamati le allegre confraternite (abbayes de jounesse). Queste erano “gruppi di persone tra le 2 e le 15, appartenenti a tutte le professioni”. Roussiaud descrive con dovizia di particolari la violenza di questa sorta di rituale iniziatico alla gioventù che apparteneva, secondo lui, alla normalità della vita quotidiana urbana.

 

I giovani dopo aver organizzato il colpo, di sera forzano la porta di una donna e a volto scoperto, mescolando brutalità ed inviti, minacce ed ingiurie, fanno violenza in loco della vittima, talvolta al cospetto di uno o due testimoni terrorizzati, oppure la trascinano per la strada e la gettano in una casa connivente, dove ne approfittano a loro piacimento per tutta la notte. Quattro volte su cinque i vicini non intervengono per paura[4].

 

La spiegazione che Rossiaud ci fornisce dello stupro collettivo è “un incrocio di ambiguità”: la motivazione stava nell’acquisizione della mascolinità, intesa come un ruolo sociale, un comportamento acquisito. Esso permetteva la proposizione di un’immagine del posto indicato all’uomo e di quello assegnato alla donna: “quello del gallo e della gallina, che deve essere umiliata e sottomessa”. Inoltre lo stupro collettivo esprime lo sfogo di pulsioni ancora più profonde: il risentimento nei confronti dei protetti; le donne sulle quali la violenza si riversava, infatti, erano o giovani da marito, o vedove, o mantenute o concubine del prete.

Tra il 1350 e il 1450, per evitare questo disordine, fu definito uno spazio pubblico allo sfogo della libidine maschile: i postribola publica e le donne che ivi si incontravano furono definite mulieres publicae; questo termine veniva sovente usato un po’ in tutta l’Europa per indicare la donna che non era legata ad alcun uomo e ad alcuna famiglia.

Questa nuova definizione fu accompagnata dall’imposizione di diverse norme di costume che le città stabilirono per le meretrici: qualche volta erano lacci rossi da portare al braccio, o fazzoletti gialli, o ancora sonagli legati ai cappucci, altre divieti di usare pellicce o abiti troppo lussuosi[5].

Da queste disposizioni osserviamo l’importanza che ebbe l’identificazione della “donna comune” che doveva essere immediatamente visibile sia attraverso l’uso dell’abbigliamento sia tramite la particolare locazione geografica all’interno delle città. Fu, quindi, nel Medioevo che la definizione di mulieres publicae iniziò ad acquisire un carattere identitario vero e proprio. Ma nonostante le donne fossero rinchiuse nei postribola o segnalate, non venivano per questo emarginate ma piuttosto “veniva loro garantito un buon trattamento ed un’adeguata protezione, poiché svolgevano una funzione indispensabile contenendo i fenomeni di stupro collettivo e di diffusione del vizio nefasto della sodomia e dell’onanismo[6]”.

Nel 1500 la sifilide si diffuse e flagellò le popolazioni di tutta l’Europa al pari della peste e della lebbra. Lo spargersi della sifilide coincise con un momento di crisi della Chiesa di Roma: la Riforma Luterana.

Nello stesso periodo ci fu una crisi del postribolo, sulla quale tuttavia la diffusione della malattia non sappiamo precisamente quanto abbia inciso[7]. Le città disposero la chiusura dei postriboli e il bando delle prostitute ma sembra senza efficacia poiché si erano abituate a convivere con la presenza delle meretrici al loro interno consentendo la libera circolazione per le vie di queste.

Dopo la Riforma però la Chiesa si pose il problema dell’accettabilità dell’elemosina della prostituta. All’immagine della peccatrice si aggiunse una nuova percezione della donna nella mentalità comune. Papa Innocenzo III permise che anche il denaro della donna caduta potesse essere accettato, poiché se la condizione della donna era turpe, non lo era ciò che guadagnava: al lavoro vi era costretta dalle necessità.

Grazie allo sviluppo di una concezione del lavoro etica, la donna caduta non venne più soltanto biasimata e colpevolizzata, essa poté essere salvata, divenendo oggetto di pietà cristiana: fu considerata una delle più grandi opere di carità strappare le donne pubbliche dalle “maisons de joie”.

Così alla fine del Cinquecento si organizzarono le case per le Maddalene Pentite, luoghi dediti al recupero delle donne alle quali si insegnava ad occuparsi della casa e della famiglia, consentendo il loro reinserimento nell’ordine familiare tramite l’educazione.

Durante tutto il Seicento, le disposizioni delle autorità pubbliche ordinavano che le prostitute fossero concentrate in determinate zone delle città, separate dai luoghi sacri e dalle residenze delle famiglie “oneste” della città[8].

Il Settecento fu invece il secolo della preoccupazione sanitaria e il diffondersi della sifilide divenne il problema principale legato al meretricio. In tale contesto alcuni teologi misero in dubbio le teorie agostiniano-tomistiche e sostennero che i postriboli non riuscivano a contenere i peccati di lussuria più gravi e coloro che li frequentavano non riuscivano a rimanere immuni dal vizio sodomitico. Tuttavia, la prostituzione divenne oggetto di vera e propria codificazione solo nel 1800.

Il 1800 è il secolo in cui gli Stati portano a termine il processo del loro consolidamento in tutta Europa. Lo sviluppo industriale comportò una grossa modificazione della realtà sociale. I flussi migratori mutarono l’aspetto dei centri urbani; i progressi in ambito scientifico portarono a  una diminuzione della mortalità e ad un aumento della popolazione.

Anche in Italia, dove l’Unificazione arriva solo nel 1860 e lo sviluppo industriale tarda un po’ a trasformare i processi produttivi, si attua un vero e proprio sommovimento sociale.

Nel corso dell’800, in Italia, si emanarono tre provvedimenti sul fenomeno della prostituzione: il Regolamento Cavour del 1860, la Legge Crispi abolizionista del 1888, ed infine un ritorno alla regolamentazione con Nicotera nel 1891[9].

Tra i dibattiti che precedono l’emanazione dei provvedimenti, quelli più interessanti, giacché presentano elementi di novità rispetto alle analisi fin qui illustrate sulla prostituzione, sono presenti nella fase di emanazione del Regolamento Cavour del 1860 e in quella dell’abolizione dello stesso, la Legge Crispi del 1888.

L’Italia era in un momento di evoluzione sociale caratterizzata dai movimenti migratori e dall’aumento demografico. Il movimento migratorio interno, che coinvolse soprattutto le città di Milano e Torino, vide una grossa partecipazione femminile, poiché le donne difficilmente riuscivano ad emigrare all’estero.

Donne nubili, disoccupate, senza casa, lasciarono il contesto familiare in cerca di lavoro. Le possibilità lavorative nelle industrie e nelle fabbriche erano generalmente riservate agli uomini, lasciando alle donne il servizio domestico, la manifattura di capi d’abbigliamento ed altre occupazioni a cottimo mal pagate. Furono proprio le donne migranti che non rientravano nell’ordine tradizionale a costituire l’elemento destabilizzante per gli osservatori borghesi. Esse non rientravano in alcuna delle precedenti categorie: figlia, moglie, madre, suora. 

Lombroso scrisse nel 1895:

 

Le caratteristiche fisiche e morali del delinquente appartengono allo stesso modo alla prostituta e c’è una grande concordanza tra le due categorie, entrambi i fenomeni originano dall’ozio, dalla miseria e soprattutto dall’alcolismo. Entrambi sono collegati a tendenze organiche ed ereditarie[10].

 

Lombroso e Ferrero esposero nella Donna Criminale le loro tesi sulle origini della delinquenza per quanto riguarda la donna. Misurarono i crani e le protuberanze e usarono il concetto di atavismo biologico per spiegare perché raramente tra la popolazione femminile si trovino delle vere criminali. Secondo Lombroso le donne sono meno evolute degli uomini. Essendosi allontanate meno dalla loro origine, sono meno attive degli uomini e più adatte a condurre vite sedentarie.

 

La tendenza conservatrice delle donne in questioni di ordine sociale è imputabile all’immobilità dell’ovulo rispetto allo spermatozoo[11].

 

Ne derivava che la donna era congenitamente meno incline dell’uomo a compiere reati. La criminale, quindi, era da considerarsi anormale perché mancante dell’istinto materno e geneticamente più maschio che femmina.

 

Il suo senso materno è debole perché psicologicamente ed antropologicamente, essa appartiene più al sesso maschile che a quello femminile[12].

 

I concetti di ruolo naturale e di vera natura sono fondamentali negli studi di Lombroso: le vere criminali non erano in queste analisi del tutto femmine. Ne discendeva che la prostituta era una degenerata, una donna primitiva, rimasta ad un precedente stadio evolutivo, arretrata biologicamente. Essa sarebbe stata, secondo il noto criminologo, eccessivamente virile e immorale.

Lombroso riteneva infatti che essa avesse stretti legami con i criminali, poiché pensava che entrambi i fenomeni originassero dagli stessi impulsi, si riteneva in particolare che queste donne fossero dominate dai loro organi sessuali.

Nel periodo di consolidamento dell’ordine borghese, la prostituta fu quindi il simbolo delle classi pericolose. Rappresentò la devianza, la marginalità, venne associata ai vagabondi, ai criminali, ai deviati sessuali.

Durante tutto l’Ottocento fu considerata come la via più ampia di diffusione delle malattie a trasmissione sessuale, e soprattutto della sifilide, quindi percepita come veicolo di contagio dal quale difendere la società e l’esercito [13].

Fu proprio Cavour ad emanare il Decreto Ministeriale di regolamentazione della prostituzione durante le guerre di unificazione, poiché lo considerava un grave problema da affrontare, ma tuttavia necessario per soddisfare la domanda sessuale maschile[14].

Il Regolamento Cavour dispose l’iscrizione volontaria o forzosa della meretrice in alcuni registri appositamente tenuti dalla polizia. A tale registrazione seguiva la consegna di un libretto, o patente, su cui venivano annotate le caratteristiche fisiche della donna, le sue generalità e il numero e la frequenza delle visite mediche cui erano sottoposte. Fu applicato infatti uno stretto regime di sorveglianza non solo nelle strade, ma anche sul corpo stesso della donna tramite l’obbligatorietà dei controlli medici[15].

La qualifica di prostituta era collegata alla consegna del libretto professionale e l’importanza di questa identificazione pubblica si comprende se si considera che alla fine del XIX secolo la prostituzione temporanea era una pratica molto diffusa.

Dopo il 1860, in opposizione al regime di regolamentazione utilizzato in molti paesi, si diffuse un movimento abolizionista che coinvolse le sinistre di tutta Europa e per la prima volta vide tra le sue fila le donne[16].

Questo movimento produsse un ulteriore mutamento nella percezione del fenomeno e la prostituzione si trasformò da “grave problema” a vera e propria schiavitù che colpiva soprattutto le donne.

L’impianto ideologico di tali discorsi fu quello illuministico, la libertà e la dignità della persona coinvolta costituivano il centro dell’analisi e delle preoccupazioni.

La campagna abolizionista concepiva la prostituzione come modalità irregolare e temporanea della vita delle donne adulte di classe operaia. La causa che portava le donne al peccato era la mancanza di possibilità economiche e sociali ad esse riservate: salari inadeguati e difficoltà nel trovare lavoro. La prostituzione era solo una delle alternative sgradevoli aperte alle giovani obbligate a vivere fuori famiglia.

In Inghilterra, il movimento abolizionista si diffuse più rapidamente e riuscì a modificare le politiche di gestione della prostituzione in modo significativo grazie alla partecipazione di Josephine Butler[17] e il sostegno di Stuart Mills[18].

La Butler fondò nel 1869 la Ladies National Association, un’organizzazione femminista separatista, attraverso la quale denunciava e combatteva la discriminazione delle donne su base sessuale e di appartenenza di classe. Essa definì illegittimi ed immorali i provvedimenti attuati sui corpi delle donne che si prostituivano, considerando le prostitute come simbolo dell’impotenza e della vittimizzazione sessuale.

Judith Walkowitz[19] mette in risalto i fattori che portarono questo tipo di campagna radicale ad unirsi all’ideologia moralizzatrice della social purity.

La studiosa sostiene che nel tentativo di diffondere le idee libertarie della Butler, il movimento femminista usò in maniera semplicistica dei vocaboli ideologicamente limitati che facevano riferimento al tema della donna come vittima. La prostituta divenne così oggetto appropriato della sollecitudine dei moralisti borghesi e stimolò lo strutturarsi di atteggiamenti patriarcali.

 

La critica classista fu smussata dal moralismo sentimentale borghese, e le donne che prima venivano sostenute ora divengono vittime passive ed innocenti corrotte da uomini malvagi[20].

 

Tutti questi particolari, ci dice Walkowitz, tesero a distogliere l’attenzione dai problemi strutturali della prostituzione.

 

Nella loro difesa delle prostitute e nel tentativo di difendere le donne dall’aggressività sessuale degli uomini, le femministe cozzarono contro i limiti dei loro stessi pregiudizi  di classe e dell’adesione all’ideologia di una sfera separata, ideologia che enfatizzava le virtù domestiche, la supremazia morale e la purezza delle donne[21].

 

Al termine di questa veloce panoramica possiamo osservare che la prostituzione ebbe diversi riferimenti nel corso dei secoli. Questi riferimenti divennero i modi principali di valutazione del fenomeno tanto da determinarne modalità di percezione e gestione. Così, a seconda dell’esigenza del momento e del modello societario, questo veniva percepito come un problema di natura morale, di natura sanitaria o di devianza dalla norma.

Questa rapida rassegna ci permette così di sostenere che il legame particolare che si instaura tra il termine “prostituzione” e alcune rappresentazioni della stessa sia assolutamente funzionale alla società stessa. Ci vorremmo porre alcuni interrogativi rispetto alle produzioni discorsive che sono state privilegiate nel rappresentarla, con particolare attenzione al momento attuale in cui la prostituzione ha assunto un ruolo particolarmente importante all’attenzione dell’opinione pubblica. Da dove derivano i discorsi sulla prostituzione come schiavitù? Questi discorsi ci parlano della prostituzione o della società di riferimento? Che cosa implicano? 

 

 

 

Capitolo 1: Sessualità e potere

 

 

1.1 - La crisi del soggetto e la scoperta della sessualità

Durante il Novecento si svilupparono nuovi concetti che divennero strumenti privilegiati di analisi e permisero l’introduzione di diverse significazioni del termine “prostituzione”.

L'analisi marxista della società come struttura sovradeterminata dalla realtà economica aveva già introdotto dalla metà dell’Ottocento una visione critica, volta allo smascheramento delle strutture ideologiche della società. Secondo Marx, il modo di produzione della vita materiale - la struttura economica - condiziona il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini a determinare il loro essere ma il loro essere sociale a determinare la loro coscienza. La struttura economica determina la sovrastruttura ideologica.

Nei Manoscritti, Marx arguì che l’anatomia della società civile era l’economia politica la quale giustificava e assolutizzava le proprie leggi come fossero eterne[22]. La proprietà privata che era la causa della disuguaglianza, non era una legge di natura ma derivava dalla divisione del lavoro.

Durante il processo produttivo, all’operaio venivano alienati gli strumenti di lavoro e anche il suo prodotto, sottraendogli così creatività e umanità. Tanto più il lavoro diveniva potente tanto più l’operaio diveniva al contrario impotente. Solo l’abolizione della proprietà privata e il comunismo potevano porre termine all’alienazione e mercificazione umana. 

La prostituta secondo Marx era la più mercificata nel sistema capitalistico e costituiva l’integrazione della proprietà privata nella famiglia. Essa rappresentava il simbolo della mercificazione umana: “tutto ciò che è tuo devi renderlo venale, cioè utile. Forse che non ubbidisco alle leggi economiche se traggo profitto prostituendo e offrendo in vendita il mio corpo alla voluttà altrui? Gli operai delle fabbriche in Francia chiamano la prostituzione delle loro mogli e delle loro figlie la decima ora di lavoro[23]”.

Il secolo breve fu segnato anche dalla pubblicazione nel 1900 de L’interpretazione dei sogni di Freud. Questo testo pose all’attenzione pubblica l’esistenza di un nuovo linguaggio che attestava una diversa concezione dell’individuo. La scoperta dell'Inconscio e la nascita della psicoanalisi rivoluzionarono non solo la scienza medica ma anche il mondo delle idee.

Nietzsche aveva già messo in crisi il concetto di ragione attraverso i suoi studi filologici[24]. Freud riuscì però a dare struttura scientifica a questa perdita di centralità del soggetto come figura cosciente di sé, tipica della tradizione moderna. Ne L’interpretazione dei sogni egli scoprì l’esistenza di un altro linguaggio: interpretò e tradusse il funzionamento dei sogni. Fornì una prova sistematica dell’attività dell’Inconscio, sostenendo che in genere tutti i sogni rappresentano l’appagamento di un desiderio.

Questo linguaggio agisce per scomposizioni, opposizioni e spostamenti, e non funziona tramite la logica della non contraddizione.

Il pensiero inconscio spesso è in conflitto o è sconosciuto alla coscienza: non c’è uniformità né possibilità di interpretazione tramite il parlato. Questo infatti non può che portare a fraintendere e tradire il pensiero del sogno. L’inconscio è composto di aspirazioni, impulsi o desideri di natura per lo più sessuale o distruttiva.

La sessualità non fu più soltanto una componente biologica e naturale, ma divenne culturalmente determinata, imposta, derivata anche da processi familiari e sociali.

Particolare importanza in questo senso riveste il complesso di Edipo per cui il bambino entra in “competizione amorosa” con il genitore dello stesso sesso per avere l’amore della madre. Verso questa:

 

sin da piccolo il figlio ha sviluppato un’affettuosità particolare, che considera come cosa propria, e avverte il padre come rivale che gli contrasta questo possesso esclusivo[25].

 

Il complesso fu così chiamato poiché il desiderio di uccidere il rivale per potere prendere la madre in sposa ricordava il mito di Edipo. Secondo Freud, la stessa cosa avviene per la bambina in termini invertiti.

In Totem e tabù Freud espone come le pulsioni libidiche vengono trasformate in attività creativa e lavorativa: tramite il divieto sociale dell’incesto e la paura della castrazione[26]. L’incesto è proibito per motivi sociali, non biologici, esso è legato al totemismo e all’esogamia. Il totem è lo spirito o l’avo di un clan tribale che non si può né ferire né uccidere. Il totemismo proibisce relazioni sessuali tra membri dello stesso totem-clan: non si possono avere relazioni sessuali con consanguinei. È questa impossibilità di avere rapporti con membri dello stesso clan a permettere lo scambio delle donne. Lo scambio sessuale è la base della cultura e della comunicazione.

Secondo Freud l’Inconscio è fonte e scena dell’esperienza soggettiva. È comunque una componente del soggetto ancora inesplorata. Appare a questo punto evidente, anche scientificamente, che l’Io non è padrone dell’esperienza tramite la coscienza e la razionalità, ma è dominato dai desideri, dalle pulsioni, dalla sessualità.  Tramite quella che sembra una scoperta meramente scientifica, si ribaltano completamente i concetti filosofici di soggettività e di razionalità della coscienza.

Il Cogito cartesiano, la possibilità di un pensiero oggettivo della verità che renda possibile l’esplorazione di ogni campo di sapere, si incrina. Bisogna comprendere la logica dell’Inconscio e semmai del desiderio.

La pulsione libidica, e la sessualità stessa, da mera funzione riproduttiva animale ed umana divenne così l’ambito d’indagine privilegiato per entrare in contatto con la soggettività, la propria natura e l’Io ne dovevano prendere coscienza.

Furono anni di grossi sommovimenti: era scoppiata la Prima Guerra Mondiale. La sconfitta austro-tedesca portò ad un’inflazione galoppante e a regimi di vita molto duri. Tutta l’Europa era uscita dalla guerra sconvolta e dissanguata economicamente. La vittoria della Rivoluzione Bolscevica, che aveva rovesciato l’Impero zarista, concorse a diffondere le idee rivoluzionarie comuniste. In Germania e in Austria si era creato un vuoto di potere in seguito alla guerra che venne riempito dai movimenti operai rinforzati dagli eventi della vicina Russia. La “rivoluzione di novembre” impose l’abdicazione di Guglielmo II e portò i consigli operai ad esercitare il potere. Ma la sinistra tedesca si divise tra chi voleva portare alle estreme conseguenze la rivoluzione e chi intendeva limitarsi alla repubblica parlamentare. La divisione sfociò in una vera guerra civile all’interno della sinistra tedesca e la componente radicale fu massacrata[27].

Reich, psichiatra austriaco inscritto al partito comunista, dal quale fu anche espulso, diede vita alla così detta “sinistra freudiana”. Combinando insieme dottrina marxista e lettura psicoanalitica legò il tema della liberazione a quello della rivoluzione sessuale. In La rivoluzione sessuale sostenne che l’energia sessuale o libido era l’espressione fondamentale dell’individuo, l’energia cosmica primordiale e onnipresente. Scrisse infatti:

 

Il nucleo della felicità della vita è la felicità sessuale (…) sollevare il problema della regolazione sociale della vita sessuale dell’uomo significa andare alle radici dei mali psichici di massa[28].

 

Secondo Reich la teoria freudiana secondo la quale le conquiste culturali erano un prodotto dell’energia sessuale subliminata e che quindi la repressione degli impulsi libidici era indispensabile per il progresso era viziata da una “contraddizione”. Piuttosto, secondo lui era la regolazione morale della vita istintuale a creare ciò che questa pretendeva di dominare. Lo psichiatra austriaco, infatti, considerava la sessualità moderna come repressa da un potere che controllava il piacere per meglio controllare i corpi e sottometterli così alla produttività del lavoro industriale. Egli fece coincidere la repressione con il XVII secolo con lo sviluppo del capitalismo e della società borghese, moralizzatrice e sessuofobica.

Attribuì al desiderio sessuale una carica dirompente anche socialmente; il desiderio sessuale sarebbe stato portatore di libertà oltre che di piacere e godimento; così Reich vide la lotta dei giovani per la liberazione sessuale dalle imposizioni della famiglia monogama e del matrimonio costrittivo come premessa alla liberazione politica.

L’analisi Reichiana della sessualità fu ripresa e utilizzata negli anni sessanta dove fece da sfondo alle critiche politiche e ai movimenti di lotta.

 

 

1.2 - La sessualità come costruzione sociale: il pensiero femminista

Abbiamo già detto che dopo il 1900 e Freud, la sessualità non poté più essere pensata solo come biologica e naturale. Essa emerse come oggetto di studio le cui normalità o anomalie dipendevano dalla storia individuale e/o sociale. Così fu criticata e ripensata in tutti i suoi fondamenti; questo avvenne soprattutto al termine degli anni sessanta.

Negli Stati Uniti gli anni sessanta rappresentarono il decennio della rivolta dei neri contro la segregazione razziale, del movimento studentesco contro la guerra del Vietnam e della cosiddetta rivoluzione sessuale.

I giovani si ribellarono all'oppressione sessuale basata sulla famiglia e la coppia eterosessuale monogama, centrale era la richiesta di parlare di sesso: "fate l'amore non fate la guerra", recitava uno degli slogan più in voga.

Anche in Europa, nel Maggio del ’68 scoppiò la rivolta costituita da studenti ed operai, ma qui fu maggiormente influenzata dalle teorie freudo- marxiste e dalle pratiche di fabbrica.

La necessità di rottura con la tradizionale rappresentazione della società permise una messa in discussione di tutti gli ambiti sociali, disciplinari e teorici. La generazione del sessantotto, in Francia come altrove, non solo liberò le scienze umane facendone uno strumento di critica al potere ma contribuì a rilanciare la questione della sessualità come istanza di lotta[29].

Le teorie reichiane de La rivoluzione sessuale secondo le quali la società andava liberata dalle costrizioni della famiglia e l’energia sessuale disinibita, furono dominanti. Fu proprio questo rilancio della questione della sessualità ad aprire la strada al femminismo.

La contestazione della sessualità istituzionale-biologica provenne soprattutto da parte dei pensieri femministi[30] che evidenziarono attraverso questa critica come la soggettività della donna fosse stata costruita partendo dalla sessualità biologica definita sulla base della costituzione fisica. Così anche le donne si ribellarono ed emersero con le loro richieste specifiche: uscire dalla sfera privata familiare, liberarsi dalle imposizioni di ruoli, porre termine al sistema di oppressione e sfruttamento del patriarcato, essere considerate dei soggetti e non solo oggetti sessuali. Le analisi che derivarono da queste contestazioni furono sostenute attraverso il concetto di genere e di differenza sessuale[31].

Il movimento politico femminile di quegli anni fu definito la Seconda Ondata, successiva alla Prima del 1848-1917.

La Prima Ondata partì dall’entrata nelle strutture industriali e capitalistiche della manodopera delle donne; l’uscita dal ruolo tradizionale casalingo e la concorrenza nel mercato del lavoro stimolò le richieste politiche. La Prima Ondata fu infatti caratterizzata da una forte coordinazione con la potenza rivoluzionaria delle lotte operaie; l’obiettivo principale del primo femminismo fu l’uguaglianza con gli uomini.

Nella seconda metà del secolo precedente, le idee libertarie di Stuart Mill e di Mary Wollestonecraft si coordinarono sulla base delle esigenze politiche delle donne. La congiunzione tra le lotte operaie e la voce delle donne diede un notevole impulso al pensiero femminista. Questa congiunzione è cementata negli scritti di Engels e di Aleksandra Kollontaj[32].

Negli anni ‘60 invece le cose non si coordinarono allo stesso modo. La lotta delle donne si definì in funzione di una doppia rivolta: da un lato, contro l’ideologia patriarcale borghese e l’ordine socio-economico che le sosteneva; dall’altro contro i programmi politici e anche lo schema rivoluzionario proposti dall’ideologia marxista, il quale ultimo, sebbene radicale, era tuttavia prevalentemente maschile nelle sue strutture profonde[33].

Scrive Rosi Braidotti al proposito:

 

È attraverso il rifiuto di ogni narrativa del maestro che la Seconda Ondata si è guadagnata la qualifica di femminismo radicale: L’intesa tra le femministe e i fratelli rivoluzionari marxisti non andò a finire in una cooperazione altrettanto pacifica quanto le idee libertarie del secolo precedente[34].

 

Alcune teoriche femministe marxiste come Firestone e Mitchell evidenziarono come la divisione tra tempo libero e tempo lavorativo non esista che per gli uomini, e come questa corrisponda alla divisione tempo di consumo e tempo di produzione, e che questa divisione dell’organizzazione capitalista del lavoro sia la struttura portante del nostro ordine socio-sessuale. Tutto ciò permise che fosse oscurata l’importanza del lavoro delle donne nelle case, aspetto necessario alla riproduzione di questo ordine. La questione su cui poggiava tutta la struttura sociale era il controllo dei corpi delle donne da parte degli uomini che si perpetuava proprio grazie alla divisione tra la sfera pubblica e quella privata.

Le femministe radicali come Millett e Rich misero in evidenza come tutto ciò abbia strutturato coscienza e cultura di donne e uomini, come attraverso queste strutture psico- sessuali ideologiche si siano differenziati i sessi tramite una relazione di antagonismo e di dominio. Ciò fece emergere la critica radicale delle modalità di pensiero binario che mette in opposizione il maschile/razionale/scientifico con il femminile/ sensibile/artistico.

Questa pratica di violenza che il genere maschile perpetuava sul genere femminile, venne descritta in termini di “cannibalismo metafisico”[35], ossia la capacità degli uomini di fondare il proprio sistema simbolico sulle forze delle donne. Il rifiuto di quest’ordine e il riconoscimento della sua estraneità avvenne tramite la pratica del separatismo. Questo acquisì la forza della sovversione, la volontà di frantumazione, divenne il luogo entro il quale elaborare autonomamente sistemi nuovi di pensiero basati sulla corporeità e sull’esperienza personale.

Così il femminismo radicale arrivò alla critica delle formazioni di potere nella prospettiva del genere e della differenza sessuale.

Fra le prime esponenti del pensiero femminista si può ricordare Simone de Beauvoir (1949), la quale sostenne che donna non si nasce ma si diventa, e per cui riflettere sulla propria soggettività implicava il riconoscimento di una condizione generale che concerneva tutte le donne. Nell’opera Il Secondo Sesso ella sottolineò come la donna non sia stata nient’altro che l’altro dell’uomo, e questo statuto abbia negato soggettività, ma anche uguaglianza tra uomo e donna[36].

 

La donna è un prodotto elaborato dalla civiltà. Bisogna che si faccia una nuova pelle e si tagli da sé i suoi vestiti. Non può arrivare a questo che grazie ad un’evoluzione collettiva[37].

 

Secondo de Beauvoir era necessario quindi, se la donna non esisteva come soggetto autonomo, che le donne si riconoscessero fra di loro. La pratica che de Bauvoir sostenne essere lo strumento adeguato era quella dell’autocoscienza, basata sull’assunto che il personale fosse politico, e quindi sulla necessità di “partire da sé”, dando valore al proprio vissuto conferendogli dignità politica.

Questa pratica sviluppa un altro modello di relazioni umane: la solidarietà fra donne e fu proprio questo strumento importante a rompere un ordine che poneva le donne in competizione fra di loro per l’approvazione dell’uomo, spingendole a disprezzarsi a vicenda.

Uno degli approdi di questa pensatrice fu anche uno dei cardini della politica femminista: l’azione politica deve sempre essere situata e riconoscere il proprio punto di partenza. Il singolare è sempre definito in termini relazionali.

La critica alla condizione della donna di Simone de Beauvoir verrà proseguita dalle varie pensatrici e teoriche con strategie diverse.

Per Sulamith Firestone, rappresentante del movimento radicale americano, la differenza biologica era il paradigma dell’oppressione. Era sulla base della differenza che le donne venivano relegate alla dimensione privata; su di essa si strutturava la divisione  pubblico-privato e il sistema di dominio gerarchico: il patriarcato[38].

La differenza fu assunta ovviamente in termini di disuguaglianza, ossia di mancanza, di inadeguatezza alla norma, al maschile.

Per questa teorica, quindi, le donne avrebbero dovuto sbarazzarsi della maternità in quanto cardine attorno al quale si inscriveva la differenza e attribuire la produzione dei bambini alla tecnologia.

 

La maggior parte dell’allevamento dei bambini ha a che fare con la conservazione dei rapporti di potere… il modo attraverso il quale si compie, pone la donna in contrapposizione al bambino[39].

 

 Ciò obbligava, secondo la Firestone, la donna a scegliere tra l’allevamento del figlio e la propria esistenza ed invece essa sostenne che un giorno sarebbero state le macchine cibernetiche a produrre i figli e ad allevarli ci avrebbe pensato la società comunitaria.

Queste affermazioni ebbero una forza prorompente per l’effetto che produssero: esse sgombrarono l’orizzonte da ciò che è era già stato definito, creando la possibilità di un vuoto nel quale ridisegnare il proprio sguardo.

Grazie alla fiducia nella tecnologia, la studiosa americana riuscì a sbarazzarsi dell’ordine che inscriveva la donna all’interno della funzione materna e dentro l’ordine familiare. Attraverso ciò la donna poteva così liberarsi di una identità alienante definita sulla base della costituzione biologica.

In questi stessi anni Kate Millett scrisse e pubblicò Sexual Politics. In questo testo la studiosa americana analizza il patriarcato come sistema pervasivo e presente in tutte le forme culturali: sociologia, psicologia, antropologia e altro ancora come propaganda di un’ideologia di superiorità del maschio sulla femmina.

La Millett definì la sessualità in termini di “politica sessuale”. Il termine politica venne assunto come significante di "rapporti strutturali di potere, per cui un gruppo è dominato da un altro gruppo"[40]. Secondo questa analisi il sesso era così uno status con implicazioni politiche.

La Millett mise in evidenza come la relazione fra i sessi sia una condizione relativa e storica: era mutata nel corso degli anni e non era pertanto data. Il ruolo limitato attribuito alla donna tendeva a bloccarla al livello dell’esperienza biologica. La politica sessuale si sosteneva grazie al consenso ottenuto mediante la socializzazione di entrambi i sessi in forme costruite del carattere e del ruolo, sulla presunzione che esse fossero basate sulla differenza biologica. Mentre si riteneva che la personalità femminile e maschile fossero endemiche, inevitabili, Millett criticò questa costruzione, rilevando come il genere fosse un termine con connotazioni culturali e psicologiche più che biologiche.

 

Se i termini appropriati per il sesso sono maschio e femmina, i termini corrispondenti per il genere sono maschile e femminile, ma questi ultimi possono essere del tutto indipendenti dal sesso biologico. In seguito alle influenze sociali, maschio e femmina sono in realtà due culture, per cui l’una è l’aggressività, l’altra è la docilità… caratteristica del gruppo sottomesso[41].

 

Il comportamento sessuale era quindi, secondo la filosofa americana, un intero prodotto del nostro apprendimento non una conseguenza della differenza biologica.

Nello stesso periodo in cui Firestone rifiutava la maternità poiché parte di un ruolo imposto, altre pensatrici si mossero in direzione opposta valorizzandola per il potere creativo e libertario che essa implicherebbe se non fosse stata sottratta alla donna per garantire la proprietà sulla discendenza all’uomo.

Adrienne Rich in Nato di donna[42], individuò il potere del linguaggio sulle istanze sociali come base del sistema di oppressione delle donne.

 

L’errore fondamentale su cui poggia tutta la nostra cultura, che la parola sessismo non denuncia sufficientemente, è che tutto il sapere si fonda su una consorteria fra uomini, una forma di separatismo non dichiarato, basato sul pregiudizio[43].

 

La Rich affermò la necessità per le donne di riappropriarsi del loro corpo e della corporeità bandita dalla cultura: Bisogna riappropriarsi del proprio corpo, non per diventarlo ciecamente secondo le teorie maschili, ma per sentire e produrre tramite esso nuove possibilità di pensiero, non più dominate dalle dicotomie razionale/irrazionale, potere/impotenza.

Rich sostenne che per fare ciò bisognava partire da un nuovo rapporto di fiducia tra donne, tra madre-figlia, per trasmettere la potenza creativa del corpo femminile e decostruire così l’immagine opprimente costruita sul corpo della donna.

La pensatrice americana affermò la necessità per le donne di entrare nell’universo del discorso attraverso la propria personale percezione delle cose, partendo dal corpo, restituendo a questo un luogo nel logos.

Adrienne Rich evidenziò ciò che di politico vi è nelle strategie discorsive, cioè che l’esclusione sistematica delle donne è un gesto costitutivo del discorso teorico.

 

Liberare la donna significa allora modificare il pensiero stesso: reintegrare ciò che è stato definito inconscio, soggettivo, emotivo nello strutturale, razionale, intellettuale[44].

 

Il concetto di differenza che fu introdotto da Rich in termini positivi, assunse una valenza fondante per quello che è stato definito il femminismo della differenza, che appartenne secondo la schematizzazione corrente all’area europea e in modo particolare alla Francia[45].

Qui la differenza non ebbe il valore della mancanza, ma venne evidenziata nel suo carattere relazionale, ossia come questa venisse necessariamente valutata a partire da un punto concepito come parametro di normatività.

Secondo questa nuova filosofia di pensiero, partire dal concetto che le donne sono diverse implicava una particolare considerazione del corpo, ma non in termini essenzialisti, quanto piuttosto di materialismo corporeo.

La sessuazione del discorso pose il problema della differenza tra donne e uomini come prototipo di tutte le differenze:

 

La teoria femminista riguarda una differenza essenziale, una differenza irriducibile, sebbene non una differenza tra uomo e donna, nemmeno una differenza inerente alla natura della donna, ma una differenza della concezione femminista della donna, delle donne e del mondo[46].

 

L’importanza di questo pensiero sta quindi nella rivendicazione e ridefinizione positiva della differenza sessuale, e nel tentativo di esprimere nel discorso la differenza dei sessi. Questa sarebbe percepibile grazie ad un universo simbolico-discorsivo ancora tutto da scoprire e portare alla luce: quello femminile, appunto.

Una delle maggiori filosofe contemporanee della differenza è Luce Irigaray. Lei pensa la differenza come struttura del pensiero e del discorso. Parte dalla considerazione che esistono due sessi, e che quindi sia appropriato tener conto delle differenze sessuali anche nel linguaggio e nel logos, e che queste differenze non siano il presupposto per negare pari legittimità.

La repressione delle donne è materiale e simbolica, pertanto è necessaria una tattica discorsiva che miri a restituire la specificità sessuale al discorso, contro le rivendicazioni universalizzanti.

La Irigaray sostiene che la questione dell’Altro è stata mal posta nella tradizione Occidentale. Essa è sempre stata percepita in termini di un Unico soggetto, per cui l’altro divenne l’altro da sé e alla fine tutto si riduce al paradigma del Medesimo. L’unica possibilità, invece, di iscrivere l’Altro in un orizzonte non gerarchizzato, dove non vi sia un unico modello di soggettività ideale, è quello di pensare l’essere Due.

 

In effetti, se l’altro non è definito nella sua effettiva realtà, rimane un altro me, e non un reale altrui; allora può essere di più o di meno di me. In tutto ciò non c’è veramente dell’altro, ma piuttosto del medesimo: più piccolo, più grande, uguale a me[47].

 

In tal modo si può sospendere l’autorità dell’Uno, e cercare una soggettività autonoma differente, permettendo di fondare su di essa o su di questo nuovo modo di pensare le fondamenta per una politica della convivenza veramente democratica.

 

Essere due rappresenta una modalità più realista, più giusta e felice per iniziare una convivenza comunitaria, essa apre pure un cammino per tornare a sé, sia per l’uomo che per la donna, e poter così resistere al potere della tecnica, dell’universalismo astratto, della riduzione del mondo ad un gran mercato competitivo, cose che trascinano con loro l’impotenza e la disperazione[48].

 

Il pensiero irigaraiano si fa portatore di un’istanza di rovesciamento di un qualche cosa di esterno e di già costituito:

 

Ho attuato un rovesciamento della femminilità che mi veniva imposta per cercare di individuare il femminile corrispondente al mio genere[49].

 

Per ribaltare i rapporti di dominazione, è necessario secondo la pensatrice francese costituire un generico femminile, per evitare proprio che il generico maschile divenga il parametro indifferenziato. La Donna, dice Irigaray, è stata “dimenticata tra uso e scambio”.

Concludendo i pensieri femministi, seppure nelle loro differenze, giunsero attraverso la critica alla sessualità naturale alla negazione dell’imposizione (e negazione) di una soggettività per la donna, definita sulla base della biologia.

L’analisi ottenuta fu uno dei modi per decostruire la donna/altra e cercare una donna nuova, uno spazio possibile per pensarsi e definirsi in un orizzonte più ampio.

 

 

1.3 -  Sesso e genere: la costruzione della differenza sessuale

Queste pensatrici per elaborare le loro tesi utilizzarono nuovi strumenti di analisi, che partivano dalla definizione di patriarcato per ricavare ed affinare i contenuti del concetto di genere e differenza sessuale.

Fu definito patriarcato il sistema autoritario specificatamente maschile che opprimeva le donne attraverso le sue istituzioni sociali, politiche, economiche e linguistiche.

In questo sistema gli uomini godevano di maggior potere per la facilità che essi stessi si diedero nell’accesso e nella gestione delle risorse, sia nelle strutture interne che in quelle esterne alla dimensione privata. Questi, infatti, come rilevò efficacemente Adrienne Rich, si organizzarono su una vera e propria forma di separatismo non dichiarato basato sul pregiudizio sessuale. Questo consentì che sapere e potere fossero tramandati ai soli uomini, attribuendo legittimità solo a quanto da loro fatto o detto.

Le donne, giudicate in base a pochi tratti essenziali disegnati attorno alla loro capacità riproduttiva, vennero adibite solo a questa funzione. Ad esse non era permesso alcun spazio nel pubblico se non attraverso il riconoscimento di quelle che venivano definite capacità “maschili”. Le donne furono oppresse in ogni forma storica della società patriarcale attraverso un sistema basato sul genere o differenza sessuale e un sistema economico discriminante che operarono simultaneamente.

Il concetto di genere o più propriamente gender[50] si sviluppò per contestare la naturalizzazione della differenza sessuale. Si iniziò ad usare soprattutto nei paesi di lingua anglosassone dove esso ha comunque nell’uso corrente dell’inglese, il compito di individuare i sessi. Ebbe la funzione di segnalare la costruzione di alcuni significati come assoluti e storicizzarli per scardinarli. In questo modo si portò all’evidenza della luce il nesso che li legava: un rapporto mutuo tra pratiche di potere e pratiche discorsive[51]. Quindi la lente di genere consentì di individuare i significati che via via nel corso dell’evoluzione storica erano stati attribuiti alla mascolinità e specularmente alla femminilità. “Il genere sarebbe quanto di culturale e sovradeterminato va incollandosi dalla nascita ad un individua/o al suo essere un sesso piuttosto che un altro”[52]. Esso si contrappose ai sessi intesi come le diverse configurazioni anatomiche dei corpi.

Il genere determina aprioristicamente tutti gli aspetti della vita di un individuo, dalla determinazione del lavoro, alla retribuzione di questo, alla diversa distribuzione delle risorse. L’importanza della sua definizione risedette appunto nel fatto che esso permetteva di riconoscere le aspettative d/negli individui. Queste ultime ordinavano i processi sociali della vita quotidiana ed erano incorporate  nelle principali strutture organizzative della società come l’economia, la famiglia, la politica.

L’analisi politica dei femminismi portò allo scoperto, nel corso degli ultimi venticinque anni, la natura di strumento di controllo sociale e di dominio sugli individui del gender, poiché questo inscrivendosi nei corpi, produceva la subalternità di un sesso (anatomico) rispetto ad un altro.

La polarità è un elemento essenziale per la costruzione dei generi, che sono stati intesi come l’uno l’opposto dell’altro.

Il pensiero femminista usò molto questo concetto di genere per sfidare le analisi che venivano proposte come universali ed oggettive. Esso fu assunto infatti come evidenziatore della costruzione della differenza sessuale come differenza politica. Come abbiamo visto, fu Simone De Beauvoir per prima a sottolineare come la Donna fosse stata sempre pensata come l’Altro dall’uomo e a sottolineare questa necessaria contrapposizione. Sulamith Firestone lo legò maggiormante al peso della funzione biologico-riproduttiva e Kate Millett pensò il genere come un prodotto più che altro culturale, che poteva essere superato.

Per quest’ultima, il genere fu il modo utilizzato per relegare la donna alla dimensione privata; permetteva di educare le donne alla debolezza fisica, alla dipendenza economica, alla fragilità emotiva. Per altre femministe come MacKinnon e Dworkin, invece,  il genere era il prodotto dalla sessualità maschile, che tendeva a dominare e feticizzare la donna[53].

La lente di genere servì per sfidare la realtà sociale costituita per molte donne e contribuì a smuovere nelle fondamenta la struttura costituita. Si passarono in rassegna tutti i campi che vedevano coinvolte le donne, ma che contribuivano a riprodurre la loro subordinazione o le questioni che venivano risolte senza dare considerazione alcuna alla loro voce. Il genere attraversava tutti i campi: psicologia, sociologia, filosofia, antropologia, mitologia, etc.

Le femministe della tradizione francese e continentale  ricorrevano invece al concetto della differenza sessuale[54].

La distinzione tra i pensieri femministi di genere o della differenza si deve in parte alla specificità del termine gender che nelle lingue di tradizione romanza non è utilizzabile. Ma si parte anche da paradigmi e pratiche politiche diverse. Dove il concetto di gender è stato utilizzato per sottolineare la natura sottordinata e legata all’alterità di tutto ciò che è legato al femminile, smascherando la veste universalistica che vede nel maschile la normalità, il concetto di differenza sessuale pone maggiormante l’attenzione sulle strutture linguistiche e simboliche.

Il movimento dell’ecriture feminine[55] cercava quindi di puntare maggiormente l’attenzione sulle diverse produzioni di significato e rappresentazioni che le donne possono creare. Partendo dalla morfologia dei corpi esse rivendicavano e rivendicano una specificità femminile che è stata privata di voce e di rappresentazione. Questo tipo di femminismo è quello che più ha sottolineato l’importanza di un’alleanza simbolica fra donne che permetta uno scambio comunicativo diverso da quello legato all’universale.

Tuttavia, nonostante le differenze che attraversano le due impostazioni (che non sono neppure unitarie al loro interno), entrambi i movimenti si trovano alleati nell’evidenziare un conflitto politico esistente sulla produzione di significati e rappresentazioni[56]. È questa continua decostruzione dei significati che costituisce a nostro avviso l’importanza del movimento femminile.

 

 

Capitolo 2: La prostituzione secondo il pensiero femminista

 

 

2.1 - La pornografia come rappresentazione della prostituzione

Negli anni ’70 la  stampa  underground statunitense pubblicò come sfida politica e culturale numerose immagini allora definibili come pornografiche. Questa diffusione ed espansione fu considerata parte della lotta contro la repressione della sessualità. Come abbiamo già detto, tra gli studenti e nella sinistra americana furono dominanti le teorie di Reich sulla repressione sessuale. Le immagini pubblicate suscitarono però perplessità e clamori che portarono a ripensare e ridefinire la libertà sessuale e la sua repressione[57].

Dopo essere passate per una richiesta di libertà sessuale che sembrava coincidere con le tematiche generali della rivoluzione di quegli anni, molte donne scoprirono che quella non era la loro rivoluzione. Venne denunciato il tipo di sessualità raffigurato nella pornografia poiché essa rappresentava l’immagine del sesso con la prostituta. La parola pornografia etimologicamente significa proprio discorso sulla meretrice.

Nell’età Moderna, infatti, i romanzi considerati pornografici narravano le vicende di ragazze di vita, di cortigiane o entreneuse: si pensi a La puttana errante dell’Aretino, alla Moll Flanders di Defoe o alla Fanny Hill di Cleland.

Ma secondo l’analisi femminista la prostituta non poteva essere l’immagine della sessualità libera.

Il messaggio della pornografia è il mondo della prostituzione. Questa come altre istituzioni della sessualità patriarcale fu sottoposta ad accusa poiché proponeva un’immagine di donna funzionalizzata al piacere maschile.

Un’altra forte motivazione di critica alla pornografia fu che questa proponeva una modalità di rapporto sessuale che istigava alla violenza, al dominio e al potere; l’espressione paradigmatica della concezione patriarcale della sessualità.

“La pornografia è la teoria, lo stupro la pratica”, recitava uno slogan in voga tra le femministe antiporno[58].

Questa nuova consapevolezza fece emergere realtà ignorate fino a quel momento come lo stupro, le molestie sessuali in ambito lavorativo ed altre manifestazioni di violenza nel rapporto fra i sessi.

Siamo negli anni 80 quando questa critica radicale riuscì ad imporsi sulla stampa statunitense grazie alla “campagna antiporno” e alle teorie di Dworkin e Mac Kinnon.

Secondo Dworkin, la pornografia è il mezzo attraverso il quale gli uomini esaltano le loro modalità di dominio sulle donne. Lungi dall’essere mera rappresentazione delle fantasie maschili (la pornografia è principalmente fatta dagli uomini per gli uomini), essa è in realtà lo strumento attraverso il quale l’uomo diffonde l’ideologia del dominio sul corpo della donna come pratica di conferma del proprio ruolo di potere.

L’immagine pornografica rappresenta la donna come mero oggetto sessuale, in quanto sul suo corpo si compiono atti che non sceglie e accetta passivamente. Non vi è spazio per la fantasia della donna, la quale diviene lo strumento attraverso il quale l’uomo ha l’erezione e sul quale eiaculare[59].

Questo tipo di rappresentazione mostra il disconoscimento della vera sessualità della donna: essa è resa oggetto da guardare e da usare. Il corpo della donna diviene un feticcio: “quella cosa che crea l’erezione”.

Le due femministe sostennero, tramite diverse interviste e ricerche,  che la pornografia era la causa della violenza sessuale. Da quest’analisi risultò che fosse l’eterossesualità stessa alla radice dell’oppressione delle donne, poiché questa le costringeva a sottomettersi all’uomo.

Il contributo di Dworkin e MacKinnon fu importante per la loro analisi della violenza maschile sulla donna. Entrambe sottolinerono che lo stupro non era un fenomeno che coinvolgeva solo soggetti malati quanto piuttosto un fenomeno legato alla maschilità e alla sua costruzione di genere.

Alcuni luoghi comuni secondo i quali sarebbe la donna e la sua non disponibilità la causa della violenza  vengono rivisitati in chiave politica. La resistenza della donna al sesso, che prima veniva intesa come stereotipo imposto culturalmente, diventò una forma di battaglia politica. Le norme che regolano l’attrazione sessuale e quelle dell’eterosessualità sono norme che, lungi dall’essere naturali o biologiche, sono agganciate alla costruzione di genere e riproducono la donna in una posizione di diseguaglianza rispetto alla società.

Dworkin e MacKinnon stimolarono una vera battaglia che suscitò l’interesse della stampa portando avanti una proposta di legge per censurare la pornografia in quanto “propaganda contro la donna”, riuscendo a farla approvare dal City Council di Minneapolis e di Indianapolis; tuttavia, questa poi venne dichiarata incostituzionale dalla Corte Federale.

La stessa proposta di legge sollevò molti consensi nella Moral Majority perché la vaghezza del criterio che determinava se un’immagine fosse censurabile o meno permetteva di proibire qualsiasi immagine sessualmente esplicita.

Accadde insomma ciò che era successo nel 1860 in Inghilterra e che viene descritto molto bene da Walkowitz in Prostitution and Victorian Society. La mancanza da parte del movimento femminista di una chiara risoluzione dei problemi attinenti sessualità permise alla destra di portare avanti la loro propria campagna morale.

Durante la campagna antipornografia nacque anche un’altra organizzazione, che si contrappose alle iniziative di censura: il FACT (Feminist Anti Censorship Task-Force). Questo gruppo si appellò alla Corte Suprema affinché la nuova legge fosse dichiarata contraria ai principi costituzionali della libertà di espressione.

Questa iniziativa permise lo sviluppo di un vivace dibattito. Uno dei gruppi che mise in discussione la richiesta di censura fu Samois, un’organizzazione sadomasochista lesbica, che prese il nome dal romanzo Histoire d’O di Pauline Réage. Questo gruppo pubblicò un articolo Tra noi contro di noi nella rivista Caught Looking, dove insieme a varie analisi contrarie alla censura apparve una rassegna di foto pornografiche dai primi del Novecento fino ad oggi, che tenta di dimostrare come altri comportamenti sessuali considerati fuori dalle regole non fossero un fenomeno recente.

L’idea centrale di questo articolo è che la posizione assunta dal movimento antipornografico sia dannosa per le donne, poiché contribuisce a restaurare una gerarchia normalizzante riproponendo l’immagine della donna passiva sessualmente. Questo portava a riconsiderare un concetto portante nell’educazione sessuale delle donne: la visione romanticizzata del sesso.

Secondo questo approccio il discorso femminista doveva mirare a decostruire non più solo il desiderio maschile, ma anche quello femminile in quanto prodotto culturalmente. Non esisteva quindi per Samois una sessualità maschile violenta ed immorale, opposta ad una sessualità femminile pura, materna e legata all’affettività come Dworkin e MacKinnon affermavano. Questo gruppo sostenne l’idea di un consenso tra gli individui adulti e che permettesse una sessualità diversa dalla convenzionale, dove il dominio e la passività fossero scelti dagli individui di volta in volta.

Quest’idea si oppose così anche all’idea puritana di giudicare il piacere sessuale e salvare gli individui dalla proprie  passioni.

Samois contestò il significato attribuito alla pornografia come mezzo di propaganda denigratoria.

 

È malfatta, è semiclandestina, è rivolta agli uomini e prodotta al solo scopo commerciale, però eliminandola si impoverirebbe ulteriormente l’immaginario sessuale. Attaccandola il movimento Antiporno nega libertà di espressione perfino alle fantasie[60].

 

Il gruppo sadomasochista lesbico sostenne che anziché una minaccia per la dignità della donna, la pornografia avrebbe potuto essere un buon mezzo per parlare di sessualità diverse e meno rappresentate.

 

 

 

2.2 - La prostituta è donna

Ho illustrato precedentemente le idee che si svilupparono grazie al concetto di genere e di patriarcato sul ruolo della Donna. Era stata definita come Moglie/Madre, addetta alla riproduzione ma anche alla cura della prole, o come Prostituta volta a suscitare il desiderio. Così questi due riferimenti costituirono i modelli da seguire nella strutturazione della soggettività delle Donne.

Un' analisi fondamentale sulle “ragazze di vita” è Prostituzione: quartetto per voci femminili[61] di Kate Millett.

Dell’autrice si è già parlato, evidenziando come essa abbia messo in discussione il patriarcato a livello ideologico e di costruzione dell’identità del soggetto. In questo libro, Millett si propose di dare ascolto alle voci di donne attraverso uno schema privo di mediazioni culturali. L’esposizione degli eventi non è distaccata, non c’è pretesa di obbiettività. Con uno stile diverso da quello tipico delle statistiche sociologiche o quello della morbosità pornografica, Millett tenta di stare dentro l’argomento, riportando semplicemente le parole di una ex prostituta, una tossicodipendente, un assistente giudiziaria non mediata da domande. Anche a se stessa come autrice attribuì lo stesso spazio: si riservò una delle quattro voci del quartetto per esporre la sua verità.

La Millett mise così in pratica l’esercizio di ascolto delle differenze e la percezione personale dell’esperienza delle donne. Il metodo seguito fu l’applicazione diretta del consciousness raising (metodo di autocoscienza) in voga tra le femministe dell’epoca.

La ex prostituta sostiene di aver attuato una separazione tra l’attività sessuale e l’attività lavorativa. “Quando ci sono i soldi di mezzo non ci può essere il piacere[62]”. Si potrebbe quindi sostenere che non sia l’attività sessuale ad essere in gioco ma solo il prestito del corpo, l’uso dello stesso attribuito ad altri.

J. la ragazza di questa intervista si sente isolata, disprezzata, sostiene di non poter parlare con la gente. Ma questo isolamento non è solo frutto del disprezzo ma anche della pietà di quanti la commiserano per il lavoro che fa. È questo dice a privarla della “possibilità di scelta”.

La tossicodipendente invece descrive la sua peculiare condizione con una certa disinvoltura: “la prostituzione è un commercio come un altro, è un modo svelto per comprarsi una  dose”. Ma subito dopo aggiunge “hai bisogno di quella merda per annullare il dolore della prostituzione, hai bisogno della prostituzione per annullare il dolore della mancanza di droga”[63].

L’assistente giudiziaria invece confessa la sua iniziale ostilità verso le donne che era tenuta a difendere. Riteneva che la prostituzione fosse il più spaventoso genere di vita che una donna potesse condurre. Solo in seguito si rese conto del fatto che lei e loro fossero nella stessa condizione[64]. Tuttavia nonostante gli sforzi effettuati per avvicinarsi alle donne, riconobbe in loro una naturale ostilità nei confronti del proprio sesso e una tendenza a rivolgersi agli uomini dai quali potevano ottenere maggiori favori.

La Millett sostiene che la prostituzione “è il paradigma, il centro stesso della condizione sociale di ogni donna” che è fatta “prigioniera della sua fica”.  Questa (la fica) viene sovra/opposta all’io della donna. “La prostituzione è insieme la definizione socialmente convenuta della femminilità e la condizione della schiavitù della donna”[65]. La donna e la prostituta si incontrano nel luogo dell’oppressione, che le rende schiave entrambe.

L’autrice racconta di come anche lei in un dato momento della sua vita si sia trovata a pensare di vendere il proprio corpo: “il mio corpo era l’unica cosa che potevo vendere”. Ciò permette di realizzare abbastanza velocemente il valore commerciale di ogni donna. Gli uomini hanno venduto e comprato donne per quasi tutta la storia dell’umanità. Ma Millett sostiene che non sia la sessualità ad essere venduta quanto la degradazione della donna. Il compratore infatti non desidera la sessualità ma il potere. Ciò conduce ad un disprezzo delle donne verso le donne, poiché “si ha coscienza di essere delle fiche”. Da lì derivano per l’autrice autodenigrazione, autodistruzione, tendenza al masochismo, etc.

Anche Carole Pateman ne Il contratto sessuale (1988) sostiene che la prostituzione sia una forma di asservimento dei corpi delle donne. In questo testo la sociologa australiana analizza in particolare il contrattualismo e le sue mistificazioni. La base di costruzione dei moderni Stati liberali, il contratto sociale, serve ad oscurare un rapporto di dominio e soggezione basato sul diritto sessuale.

Il contratto sociale cui si fa riferimento è quello di Hobbes, Locke e, in seguito, Rousseau. Questi situano l’origine della società civile e il principio di legittimazione del dominio politico in un patto, in cui gli individui liberi, uguali e razionali scelgono di unirsi per tutelare meglio gli interessi ritenuti fondamentali. Essi delegano alcuni poteri ad un’autorità superiore costituita attraverso il patto stesso. Questi discorsi posero le basi della costituzione degli Stati tra la fine Settecento ed inizio Ottocento. Il contrattualismo, dice Pateman, si pone come “racconto di libertà”[66], ma essa è fondata in realtà sul dominio.

Il contratto è il mezzo attraverso il quale si istituisce una certa superiorità come naturale. A detenere il dominio sono gli uomini che sanciscono la differenza tra uomini e donne come differenza tra libertà naturale e soggezione naturale.

Così secondo la Pateman la diversità sessuale è trasformata in differenza politica, la differenza tra libertà e soggezione.

Secondo la sociologa australiana:

 

il contratto è il mezzo attraverso il quale si costruisce il patriarcato moderno (…) Solo gli esseri di sesso maschile sono dotati degli attributi e delle capacità necessarie per stipulare contratti, il più importante dei quali è detenere la proprietà della propria persona, soltanto gli uomini sono individui[67].

 

In questo ordine di cose soltanto avere un corpo maschile consente di essere razionali ed avere la capacità di autodeterminarsi[68].

Fra i vari contratti di lavoro, il contratto di prostituzione fornisce al diritto maschile un sostegno solido quanto quello del contratto di matrimonio. La prostituzione, dice la Pateman, è una vera istituzione, l’emblema della sottomissione dei corpi delle donne ad uso e consumo del piacere maschile.

 

La prostituzione fa parte dell’esercizio della legge del diritto sessuale maschile…è uno dei modi con cui gli uomini si assicurano l’accesso ai corpi delle donne[69].

 

Ciò che non va nella prostituzione, secondo la sociologa, è proprio che gli uomini vengono pubblicamente riconosciuti come padroni sessuali delle donne. Per sovvertire la diseguaglianza di posizioni sociali bisogna impedire la mercificazione dei corpi delle donne.

Marx aveva visto nella prostituzione il simbolo della schiavitù salariata, ma Pateman sostiene, invece, che la condizione non sia la stessa. I corpi delle donne non possono essere equiparati ai corpi degli operai. Il padrone del capitale non è interessato ad avere i corpi degli operai e questi sono facilmente sostituibili da altri o, forse anche meglio, dalle macchine. Il cliente è invece interessato soltanto ai corpi, esso potrà sostituirne uno con l’altro ma difficilmente lo sostituirà con macchine o bambole gonfiabili. Inoltre, l’alienazione dell’operaio è indotta dalla produzione e separazione dell’oggetto del suo lavoro mentre l’alienazione della donna che si prostituisce è un atto di razionalità, uno scudo attraverso il quale si difende dalla separazione tra la sua mente ed il suo corpo. Tramite un doppio processo di razionalizzazione sottomette il proprio corpo a se stessa (procedimento che qualificherebbe il soggetto come individuo dotato di capacità contrattuale) e si protegge da questa separazione.

Concludendo, secondo Carol Pateman è proprio per il particolare uso del corpo che la prostituzione non può essere assimilata ad altre forme di lavoro. Il corpo fa parte dell’unitarietà della persona e la donna che si prostituisce, per proteggersi, deve distanziarsi da se stessa[70]. E’ per questo che la sociologa australiana sostiene che la prostituzione vada eliminata per la liberazione di tutte le donne. Il problema che lega la subordinazione civile e il diritto sessuale maschile è di natura politica.

 

Ora passo ad analizzare le analisi della prostituzione effettuate da quella parte del movimento femminista che più si lega al marxismo.

 

 

2.3 - Le donne sono merci: la società (u)omosessuale.

Una parte del movimento femminista ha utilizzato l’analisi marxista del capitalismo per una critica più puntuale alla condizione della donna nella società patriarcale.

Il capitalismo inteso come il sistema economico che si fonda sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sulla riduzione della forza lavoro a merce, comporta una particolare strutturazione dell’ordine sociale. Il lavoro muta e la produzione non è più diretta a realizzare valori d’uso, ma valori di scambio, riutilizzati poi per allargare il volume del capitale usato per produrli. Il fine ultimo è quello della ricerca razionale e sistematica del profitto. Quindi è caratteristica del capitalismo la razionale organizzazione di tutti i campi produttivi per un migliore e più strutturale rendimento delle risorse.

In questo stato di cose il ruolo della donna costituisce una delle risorse importanti su cui si erge il modello capitalista. Essa costituisce sia una risorsa nella fase di produzione, sia una merce di scambio. A questo si rifà la studiosa ed ex-spogliarellista Judith Belladonna che nega che la prostituzione sia, come ripete uno dei tanti luoghi comuni, “il mestiere più antico del mondo”. Nel suo libro intitolato appunto Prostituzione, Belladonna dimostra il legame di questa con l’Era Industriale. È a partire dal XIX secolo che la prostituzione viene istituzionalizzata e regolamentata, il capitalismo la produce come un mercato fiorente e lo Stato la disciplina e la controlla[71].

Un altro testo importante nella storia del pensiero femminista si rifà allo stesso tipo di analisi: La moglie e la prostituta: due ruoli una condizione. Il concetto marxista di merce viene utilizzato come strumento per interrogarsi sull’abilità femminile a sedurre o vendere il proprio corpo come fosse un oggetto sessuale. L’oggettificazione del corpo considerato solo come strumento di produzione del capitalismo maturo si incastra con la percezione che la donna ha di se stessa: essa ha imparato ad usare il proprio corpo come strumento per ottenere compiacenza, riconoscimento e/o vantaggi economici. Nell’ordine borghese-capitalista  la donna è divisa nelle due figure di “buona” e “cattiva”, entrambe oggetto di un destino naturale che le ghettizza, separandole negli spazi privati della famiglia (buona), e negli spazi pubblici della strada e bordelli (cattiva)[72].

Questi due ruoli sono connotati da una stessa condizione: quella di essere considerata esclusivamente come oggetto volto alla realizzazione delle esigenze maschili: da una parte la cura della casa e della famiglia, dall’altra il soddisfacimento del piacere e la stimolazione continua del desiderio maschile. Da una parte si soddisfa l’esigenza di spiritualità e moralità, garanzia di un ordine che legittima i figli e garantisce la prosecuzione della proprietà del patrimonio, dall’altra l’esigenza di soddisfare gli impulsi e godere della sessualità al di fuori delle regole sociali.

In questo contesto, l’analisi della figura della prostituta è significativo perché permette di evidenziare come la sua devianza dall’ideale di donna sia in realtà parte integrante della sua costruzione.

Sebbene questa si sottragga al ruolo tradizionalmente assegnato alla donna, la prostituta è ausiliaria a quello della moglie poiché:

 

protegge la società benpensante dalle perversioni sessuali, corregge le disfunzioni della famiglia introducendovi ad esempio le categorie del piacere sessuale, ma soprattutto svolge la funzione di valvola da sfogo. (…) Tutte le donne vengono socializzate alla prostituzione, educate a piacere all’uomo ad assumere un ruolo passivo, servile, complementare che viene definito “femminilità”, sono abituate a considerare il proprio corpo come merce di scambio[73].

 

La prostituzione è solo l’aspetto più estremizzato della mercificazione umana. La donna è una merce ed è costretta ad un’alienazione continua da se stessa. La sua mente diviene il burattinaio del proprio corpo. Il sistema morale che consente questa duplicità è quello borghese.

La sessualità svincolata dalla riproduzione è legata al concetto di vizio ed ozio e quindi rappresenta il disconoscimento della legge del lavoro. Il puritanesimo, che è il retroterra culturale dell’etica capitalistica secondo la lettura di Weber, ammette soltanto la sessualità a fini procreativi. Questo coincide con gli interessi della borghesia che acquista l’immortalità attraverso il trasferimento del patrimonio, lasciato in eredità ai figli legittimi. Il legame di sangue costituisce la garanzia per poter rimanere attaccati ai propri beni anche dopo la morte, assicurandosi che siano proprio i veri figli a prenderne possesso.

In un sistema basato sulla quantificazione della ricchezza, la proprietà e la fedeltà della donna diventano lo strumento primario per garantire la soddisfazione di questi bisogni.

La responsabilità di tutto ciò che riguarda la sfera sessuale è stata attribuita alla donna. L’immagine della tentatrice e corruttrice corrisponde alla prostituta: l’incarnazione del mito della dissolutezza femminile che distoglie dal lavoro. La professionista diventa quindi l’ideale per la soddisfazione dell’eccitazione maschile, per mantenere il segreto di tali esigenze, ma anche per il rispetto della moglie, che deve rimanere una figura santificata e pura. Nell’epoca della prima industrializzazione, erano prostitute le sradicate, le figlie dei sottoproletari, mentre le mogli erano coloro che provenivano dalle classi agiate, evidenziando anche attraverso la classe questa netta differenziazione dei ruoli. 

Al termine dell’analisi le autrici di La moglie e la prostituta: due ruoli una condizione concludono che la definizione di prostituzione che avevano adottato ha ormai perso ogni significato.

 

La definizione tradizionale di prostituta, come colei che esercita abitualmente rapporti sessuali con una pluralità di uomini, senza scelta dei medesimi, e a scopo di lucro, non ha più significato. Ma se concretamente queste due figure (quella della moglie e quella della prostituta) si confondono, a livello ideologico viene mantenuta la separazione per esigenze di controllo.

 

Questo, in primo luogo perché la sessualità è vissuta in modo più libero e i rapporti sono più frequenti e disinibiti, in secondo luogo perché il pagamento in denaro non è più esclusivo e può essere sostituito da ogni genere di favore o di scambio.

La liberalizzazione del sesso e la sua istituzionalizzazione nella prostituzione rappresentano l’esigenza della borghesia di mantenere uomo e donna in famiglia e di garantire un certo ordine sociale organizzandone anche la redditività.

La mercificazione delle donne è anche il tema di Questo Sesso che non è un sesso di Luce Irigaray. Le donne, sostiene la filosofa francese, sono utilizzate nella società patriarcale come beni di scambio e valori d’uso per permettere le relazioni fra uomini. Questo grazie alla proibizione dell’incesto che consente il passaggio delle donne da un uomo ad un altro come materiale sessuale[74].

La Irigaray definisce la nostra società come (u)omosessuale. Ciò che permetterebbe l’esistenza del monopolio uomo-sessuale è proprio il fatto che le donne vengano scambiate come merci. Il valore della donna è infatti dovuto alla sua capacità riproduttiva. Questa garantisce all’uomo la permanenza della proprietà in capo ai suoi discendenti. Così l’uomo mette al sicuro il proprio potere riproduttivo e contrassegna con il proprio nome i “suoi prodotti”.

 

Tutti i regimi sociali si basano sullo sfruttamento delle produttrici donne, attraverso il cui valore d’uso e di scambio si assicurano l’ordine simbolico, senza retribuzione[75].

 

Secondo Irigary, il corpo della donna funge da speculum che rinvia all’uomo la sua immagine invertita[76]. Questo specchio serve all’uomo a garantirsi la propria potenza e a ritrovare in esso il negativo della propria immagine/immaginaria che gli consente di rapportarsi con la morte. In questo gli uomini si specula(rizza)no, trovando identificazioni o rivalità con gli altri uomini. L’(u)omosessualità pertanto, secondo la filosafa francese, si gioca sui corpi delle donne.

Irigary sostiene che in questa organizzazione si trovano in germe gli sviluppi che Marx definì come caratteristici del regime capitalistico:

 

(…) sottomissione della natura ad un lavoro dell’uomo che la trasforma così in valore d’uso e di scambio; divisione del lavoro tra produttori-proprietari privati che si scambierebbero le donne merci, ma anche tra produttori e sfruttatori o sfruttati dell’ordine sociale; campionatura delle donne seguendo nomi propri che determinano le loro equivalenze; tendenza ad accumulare ricchezze, che vuol dire che i rappresentanti dei lavori più propri -i capi- capitalizzano più donne degli altri.[77]

 

Secondo l’analisi irigarayana, la donna è scambiabile solo dopo che è stato possibile commisurarla e determinarne il suo valore sulla base di un’unità di misura. Questo valore deriva dal confronto di una donna con un’altra ed è dato dalla relazione con un terzo termine, il fallo oppure l’oro. In questo modo la donna rappresenta per l’uomo il prodotto del suo lavoro e allo stesso tempo l’appropriazione della natura da parte di questo.

Come si è già detto, per partecipare a questo meccanismo il corpo della donna deve sottomettersi alla specularizzazione che la trasforma in oggetto portavalore, in segno standardizzato, in significante monetizzabile attraverso il quale gli uomini si relazionano fra loro.

 

La merce, la donna, è divisa in due corpi non conciliabili: il suo corpo naturale e quello socialmente valoroso, scambiabile, espressione di valori maschili[78].

 

Le donne in quanto merci non si possono scambiare fra di loro poiché il loro valore non dipende dalle qualità intrinseche di ognuna ma dal confronto con le altre. L’economia dello scambio e del desiderio è solo affare degli uomini.

Rapportando questa analisi alla prostituta, questa ha il valore dell’esperienza. In essa gli uomini possono trovare il rafforzamento dei propri bisogni e desideri (u)omo-sessuali e sancire questi scambi fra loro. La prostituzione è uno dei ruoli imposti alle donne, dai quali si evincerebbero le caratteristiche della sessualità femminile: “valorizzazione della riproduzione e dell’allattamento, fedeltà pudore ignoranza, indifferenza al piacere, accettazione passiva dell’attività degli uomini, seduzione capace di suscitare il desiderio nei consumatori”[79].

In questo offrirsi come supporto materiale la prostituta, secondo Irigaray, non riesce a godere, è privata del desiderio, del suo sesso; “vale perché la sua natura si è logorata diventando semplice veicolo di relazioni tra uomini”[80].

 

Le analisi qui trattate, seppure nella loro diversità, ci restituiscono la spiegazione di un ordine sociale che si costituisce su oggetti, le donne, incastrate in un sistema economico, in una struttura sociale.

In La  moglie e la prostituta: due ruoli una condizione la prostituta è valvola di sfogo di una costruzione sociale che altrimenti crollerebbe; in Questo Sesso che non è un sesso, invece, la prostituta è una delle figure che rimandando al Fallo per la determinazione del suo valore; il suo corpo è materia d’iscrizione di simboli che non le appartengono e che non può far circolare autonomamente. Da entrambe ricaviamo un’impossibilità, una non partecipazione del soggetto-donna al sistema economico-sociale.

Nell’uno, la donna non partecipa poiché non ha il potere economico; nell’altro, essa non ha un proprio linguaggio o una propria simbologia che le permetta di scambiare e veicolare altri valori d’uso.

 

              

 

Capitolo 3: Rivalutazione critica

 

 

3.1 - Foucault:  il dispositivo di sessualità

Il movimento politico internazionale di fine anni sessanta tentò il rovesciamento di un sistema gerarchico consolidato. Mirava a ottenere un allargamento della sfera delle libertà, sia collettive che individuali. Mise in discussione tutte le istituzioni che concorrevano a riprodurre un certo ordine sociale classista e patriarcale. Tra le più importanti vi erano la fabbrica e le sue forme di produzione e la famiglia tradizionale[81].

La sessualità era stata interpretata come una carica dirompente da opporre alla produttività del lavoro industriale. Era stato Reich, come abbiamo visto, a  legare insieme la liberazione sessuale a quella sociale. Ma a questo tipo di lettura che vede nella sessualità una forza liberatoria si contrappose Michel Foucault.

In La volontà di sapere egli critica l’analisi di Reich che legge la storia della sessualità come la cronaca di una repressione crescente da parte della società sull’individuo. Questa, sostiene, è basata su una concezione del potere errata. Tale spiegazione manifesta in realtà una forma di “conformismo” perché semplifica e non coglie la natura delle forze[82]. A supportare questi discorsi è  una certa volontà di essere sovversivi e di sfidare l’ordine stabilito.

Il potere non è una forza unica stabile e ben direzionata per sottomettere e dominare, ma è molteplice, si trasforma e si inverte, non vi è alla sua origine un’opposizione tra dominati e dominanti. Il potere è nella natura stessa delle relazioni e quindi la resistenza non è mai esteriore e contrapposta ad esso.

Secondo Foucault, il discorso che fa coincidere il momento in cui si è iniziato a reprimere il sesso con lo sviluppo del capitalismo è un discorso facile, perché sorretto allo stesso tempo da un principio di spiegazione e da un desiderio di sovversione.

Il discorso sul sesso e la sua repressione nella/dalla società capitalista non fa che trapiantare, mediante un principio di spiegazione, la storia del sesso e delle sue imposizioni nella storia dei modi di produzione, inscrivendo la prima nell’avvenire e nell’onore di una causa politica.

Il fatto che si dica che si reprime il sesso con tanto rigore perché esso è incompatibile con un regime di lavoro intensivo dipende da un concetto unidirezionale del potere, legato ancora alla figura del Re. Scrive infatti Foucault:

 

La rappresentazione del potere è sempre stata ossessionata dalla monarchia. Nel pensiero e nell’analisi politica non si è ancora tagliata la testa al Re[83].

 

Egli sostiene infatti che i discorsi che collegano la repressione sessuale con lo sviluppo dell’ordine borghese, si basano sul principio e sul concetto di potere della monarchia giuridica che è ancorato ad una forma storica particolare delle nostre società.

 

Il potere non è un’istituzione, e non è una struttura, non è una certa potenza di cui alcuni sarebbero dotati: è il nome che si dà ad una situazione strategica complessa¼ si esercita da innumerevoli punti, nel gioco delle relazioni diseguali e mobili¼ il potere ha un ruolo produttivo: esso si articola nel sapere[84].

 

Foucault sottolinea come nello stesso momento in cui si è affermato che la sessualità fosse repressa, si sono potuti produrre un discorso in cui il sesso, la rivelazione della verità e il rovesciamento della legge del mondo sono legati assieme. Il sesso appare come un punto particolarmente denso per la produzione di sapere. Secondo lo storico si è prodotta un’incitazione crescente a trovare “la verità” nel sesso attraverso la “volontà di sapere”.

 

Fra ciascuno di noi e il nostro sesso, l’Occidente ha teso un’incessante richiesta di verità… E’ una “volontà di sapere” che serve da strumento per sezionare il sesso, per estrarne la verità… Una certa china ci ha condotti in qualche secolo a porre al sesso la domanda. Chi siamo? E non tanto al sesso-natura ma al sesso-storia, al sesso-significato, al sesso-discorso…[85]

 

Esiste insomma un meccanismo che Foucault chiama dispositivo di sessualità che lega insieme potere, sapere e piacere (di sovversione) che sorregge il discorso sulla sessualità. “È proprio nel discorso -dice lo storico- che potere e sapere vengono ad articolarsi. È per questa ragione che bisogna concepire il discorso come una serie di segmenti discontinui, la cui funzione tattica non è né uniforme né stabile”. Sono le sue efficaci tattiche che vanno esplorate, per restituire le enunciazioni sollecitate e quelle proibite, non in un rapporto di approvazione e rifiuto, di dominante e dominato, ma di molteplicità che si combinano in strategie diverse.

Così il fatto che dall’inizio del secolo si sia iniziato ad individuare nella sessualità un ambito discorsivo privilegiato attraverso il quale si producono e moltiplicano i discorsi, indica in realtà la posizione strategica che esso occupa. Una posizione che permette di produrre norme di condotta sessuali volte a definire la normalità della coppia, della famiglia, dell’individuo, e attraverso la quale si sono individuati e specificati i generi.

Il problema sta, secondo l’autore de “La volontà di sapere” nell’identificazione del soggetto con la propria sessualità:

 

La sessualità oggi è considerata una delle risorse più produttive della nostra società e del nostro essere, per quanto mi concerne penso che dovremmo considerare la sessualità nell’altro senso, essa è un processo che si iscrive nella necessità di creare una nuova vita culturale sotto l’apparenza delle nostre scelte sessuali. (…) È attraverso il sesso infatti, punto immaginario fissato dal dispositivo di sessualità, che ciascuno deve passare per avere accesso alla propria intellegibilità (poiché è contemporaneamente l’elemento nascosto e il principio produttore di senso) alla totalità del suo corpo (poiché ne è una parte reale e minacciata e ne costituisce simbolicamente il tutto), alla sua identità (poiché unisce alla forza di una pulsione la singolarità di una storia)[86].

 

Secondo Foucault, la storia è una narrazione che impone una lettura degli avvenimenti secondo una direzione. Essa è prodotta tramite l’interpretazione. Questa è l’imposizione violenta di un sistema di regole a cose che non hanno necessariamente un significato essenziale. Non esiste una progressione nella storia, non esiste un telos. L’emergere delle interpretazioni che si possono individuare nel divenire dell’umanità non sono le figure successive di uno stesso significato, sono “effetti di sostituzioni, scambi e spostamenti, conquiste simulate, rovesciamenti sistematici”[87].

Abbiamo visto che anche la prostituzione è stata interpretata attraverso diversi concetti e diversi principi di spiegazioni che mutavano con il cambiamento della struttura sociale nella quale erano inserite.

Abbiamo visto che le enunciazioni sollecitate dai movimenti femministi sulla prostituzione partirono da un’analisi fondata sull’importanza del sesso nella costruzione della soggettività che ebbe però il fine fondamentale di decostruire una storia e una serie di significati.

 

 

 

3.2 - Il pensiero femminista e Foucault

Rivalutiamo le domande che ci siamo posti dopo la lettura di La volontà di sapere di Foucault: si è introdotta anche nella analisi della prostituzione una produzione discorsiva che parta dall’importanza assunta dalla sessualità nell’ordine del discorso? In che modo il pensiero femminista può aver partecipato ad una strutturazione della soggettività che deriva dalla ricerca, tipica dell’Età Moderna, della verità nel sesso? C’è qualcosa in comune fra l’approccio dei pensieri femministi alla sessualità e la critica di Foucault ai discorsi su di essa? Che cosa distingue invece i due modi di pensare?

Sia i femminismi che Foucault hanno un punto di partenza comune: entrambi riconoscono l’esistenza di un rapporto tra sessualità e potere e partono dal presupposto che la sessualità non sia soltanto determinata dal corpo né da una esigenza biologica. Esiste un potere che la determina o la produce, che certamente la struttura. E questo potere, piuttosto che repressivo ed esteriore, è profondo ed interiorizzato, reso proprio dal soggetto.

Ma mentre il pensiero femminista parte da un concetto di potere che è monolitico, Foucault considera che il potere è esercitato e si esercita da innumerevoli punti e la resistenza non è mai completamente esteriore ad esso.

Così, il movimento radicale delle donne sbaglia, secondo la teoria foucoultiana, nel configurare il potere come una struttura monolitica, e la libertà come forza opposta ad esso. Il contrasto fra di loro sta nel rappresentare il potere come insito in un'unica istituzione che struttura l’espressione sessuale nei modelli patriarcali dell’eterosessualità e del dominio maschile.

I primi pensieri femministi degli anni ’70 sembravano fare riferimento seppure in modi diversi, ad una particolare essenza/identità della donna, la quale uscendo dai meccanismi di potere, cercando il proprio respiro, sarebbe finalmente emersa come un qualcosa di inesplorato, d’inespresso.

Il filosofo francese, invece, non intendeva l’identità come uguaglianza ad un paradigma, ma come costituzione del soggetto per resistere alle formazioni del potere e per agire rispetto ad esso. I discorsi tesi ad individuare un’essenza nella sessualità e a ritrovare in essa una verità del soggetto sono, secondo Foucault, pericolosi. Nel sapere si articolano pratiche di potere che non solo reprimono ma anche producono i soggetti.

In un’intervista rilasciata a Gilles Barbette, Foucault si era dimostrato critico nei confronti dell’essenzialismo omosessuale, pur avendo in vari modi sostenuto il movimento gay, poiché riteneva che questo sbagliasse nell’appellarsi ad un’identità fissa, partecipando così alle tecnologie di normalizzazione sessuale proprie dell’Età Moderna. In questo senso Foucault sarebbe stato anche critico rispetto all’approccio femminista che faceva appello ad una identità della donna, ad un suo proprio desiderio liberatorio che sarebbe stato represso.

Riteneva infatti che i movimenti di liberazione politica dovessero cimentarsi maggiormente sul piano della strategia momentanea e cangiante, piuttosto che occuparsi di crearsi un’identità fissa, normalizzante e dogmatica, che avrebbe attuato lo stesso tipo di esclusione verso i soggetti che in essa non si sarebbero potuti identificare[88].

Il configurare come fenomeni cristallizzati del potere maschile la pornografia, la prostituzione, la determinazione delle pratiche legali e di quelle illegali, è stata una strategia molto forte e utile per sfidare le istituzioni del patriarcato. Ma quando ciò si costituisce come “verità” ed acquista il primo posto nell’ordine del discorso sul sesso e sulla sessualità, individuando dove stia la libertà e dove l’oppressione, finisce per creare a sua volta delle gerarchie e delle esclusioni.

Per alcune femministe, ad esempio il gruppo di Samois e Pat Califia, come abbiamo già visto, erano più liberatorie le pratiche lesbiche e quelle sadomasochiste; per altre, come Dworkin e MacKinnon, il sesso vacilla - cioè romanticizzato - e lesbico. Entrambi questi gruppi configuravano una modalità di sessualità come più liberatoria delle altre, e vedevano comunque nel sesso la possibilità di resistere al potere. Ma nel proporre una sessualità più “vera” delle altre, al di fuori delle pratiche di potere, escludevano altre pratiche di comportamento sessuale.

Altre sostenevano invece che l’ideologia patriarcale fosse pervasiva e schiacciante, e che per annientarla le donne si dovessero unire, cercando legami tra di loro attraverso la pratica del consciousness raising o gruppi di autocoscienza. Ma il desiderio di cercare un proprio simbolico partendo dalle esperienze personali comportava una semplificazione dei significati e le differenze finirono appiattite ad un paradigma. Così, l’idea di partenza, che sarebbe stata quella di rendere possibile un legame fra donne, indipendente dal referente maschile, sembra talvolta cedere ad una ricerca di unità e d’identità[89].

A mio avviso in questi discorsi si evidenzia un paradosso.

Nelle analisi di parte del movimento femminista persisteva ancora ciò che si tentava di decostruire, ossia un’immagine del soggetto donna fondata su pochi e concordanti elementi, assunti come peculiari di un genere.

I pensieri femministi cadevano in un gioco di effetti per cui l’immagine che si voleva cancellare e alla quale si voleva sovrapporre la vera venne prodotta sul negativo, non facendo altro che riconfermare i contorni della precedente. Invece di decostruire il concetto di genere come interamente fondato sulla cultura, non si fece altro che riconfermarlo. Come conseguenza il maschile ed il femminile si reificarono come i referenti univoci di una teoria universale sulla sessualità.

L’aspetto più significativo e nel quale si può intravedere una similitudine tra il movimento delle donne e la teoria foucaultiana è la carica con cui questi si scagliarono contro un’interpretazione della realtà senza smagliature, ben costruita ed articolata. Ebbero la capacità di distruggere una struttura totalizzante che aveva la pretesa di com/prendere tutto. Riuscirono a rilevare le contraddizioni, obbligando alla frantumazione delle teorie, dei discorsi e della storia. Finalmente emersero le differenze, fuori e dentro il soggetto, e così anche le molteplici possibilità di relazioni, sia di dominio che di liberazione.

Ma come abbiamo visto, il risultato della teoria radicale femminista, che vide il potere come repressivo e come fondamentalmente dominato dall’uomo, fu quello di sopravalutare la vittimizzazione della donna e rappresentarla come un contenitore passivo dell’ideologia sessuale maschile. In tale modo esse determinarono una teoria universale di comprensione del soggetto Donna attraverso la sessualità, che definì, classificò e determinò i modi di percepire il sé delle individue.

Credo invece, come sostiene Jana Sawicki in Disciplining Foucault, sia necessario integrare alla politica della resistenza delle donne una pratica della percezione delle differenze per evitare che l’aderenza dogmatica alle categorie e alle asserzioni sovrastino una resistenza che può essere locale e molteplice: la presenza di altre realtà ed esistenze[90].  Noi siamo insieme vittime ed agenti del potere e più che cercare di costituire nuove teorie dovremo cercare di liberarci di esse per creare nuove forme di esistenza che possano condurre a nuovi modi di pensare e di comprendere la realtà.

 

 

 

3.3 - Rivalutando il concetto di genere

Nel suo libro Gender Trouble, la filosofa Judith Butler intende rivalutare la politica femminista tramite gli strumenti forniti da Foucault.  In particolare si propone di rompere il sistema di potere che regola il pensiero di genere, arrivando a conclusioni molto interessanti.

Butler sostiene che:

 

I generi non sono né veri né falsi, ma vengono prodotti come verità dai discorsi che si riferiscono a una primaria e stabile identità[91].

 

Per promuovere l’azione delle donne, le politiche femministe hanno fatto ricorso spesso ad un concetto di genere che si riferiva ad un “fantomatico noi” e che tendeva a manipolare il discorso stesso. Ci dice la Butler:

 

Il “noi” femminista è sempre e soltanto una costruzione fantasmatica che nega la complessità interna e l’indeterminatezza del termine, e che si costituisce solo attraverso l’esclusione di alcune parti dei gruppi sostenitori che cerca di rappresentare[92].

 

Quando si assume il concetto di genere si fa riferimento ad un concetto d’identità che spesso è il presupposto di un paradosso. Essa limita e costringe entro parametri ben determinati le vere possibilità culturali che potrebbe far esplodere. Questo accade poiché il pensiero femminista, nel momento in cui assume la strategia del genere per rompere un sistema di potere, si ferma a promuovere se stesso come soggetto globale; posizione che propone proprio la stessa “strategia imperialista” che dovrebbe criticare.

 

Il paradosso interno di questo fondazionalismo è che presuppone, costringe e regola gli stessi soggetti che spera di rappresentare e liberare[93].

 

L’analisi femminista post-strutturalista mette in evidenza proprio questo paradosso. Anche se il concetto di genere fu utilizzato con il proposito di rivalutare tutti i campi del sapere, offrendo nuovi orizzonti all’esistenza delle donne, esso divenne un’entità fissa.

Teresa De Lauretis mi sembra concordi con questo tipo di critica quando afferma che:

 

Il concetto di genere come differenza sessuale, che è stato usato come lente teorica per l’analisi di molti interventi femministi, per talvolta negare altre affermare la differenza sessuale, è divenuto un limite[94].

 

Il limite al quale si riferisce la De Lauretis è quello per cui facendo riferimento alla differenza sessuale si:

 

relega il pensiero critico femminista all’interno del quadro concettuale di un’universale opposizione di sesso (la donna come differenza dall’uomo, entrambi universalizzati; oppure la donna come differenza tout court, e quindi ugualmente universalizzata) rendendo molto difficile, se non impossibile, articolare le differenze delle donne dalla Donna, e cioè le differenze tra le donne, e a maggior ragione le differenze interne alle donne[95].

 

Esistono delle convergenze fra chi presume che il genere derivi direttamente dalla differenza sessuale e chi lo considera come interamente derivato dalla cultura e dal linguaggio. È questo paradosso che va sciolto e decostruito, secondo la De Lauretis.

È così che le due teoriche si incontrano e concordano nel sostenere che il pensiero femminista abbia contribuito a delineare un’idea di Donna intesa come figura universale, facendo riferimento a delle caratteristiche pre-discorsive o ontologiche e portando la critica radicale di cui era portatore ad ergersi come discorso universale. Infatti la De Lauretis sostiene che “la costruzione di genere è insieme il prodotto e il processo della sua rappresentazione”. E la Butler sembra continuare:

 

Per avere successo una genealogia che voglia essere politica dell’ontologia del genere dovrebbe decostruire l’apparenza della materialità/realtà del genere, scioglierla nei suoi atti costitutivi essenziali e spiegare come quegli atti operino all’interno di una struttura sociale che regola le apparenze del gender[96].

 

 La Butler propone così di decostruire gli atti costitutivi del gender in modo che la loro apparenza (interpretata come realtà ontologica) non sia più l’unico modo di comprensione del soggetto, giacché questa apparenza non è altro che “accidentale”.

Il termine “accidentale” rimanda al discorso che Foucault fece sul concetto di “provenienza” che il filosofo francese riprese da Nietzsche. Questo è un concetto che ci permette di pensare ad ogni origine come qualcosa di derivato, di storico, da opporre alla nozione statica di origine, sempre uguale a se stessa. Questo significa “mantenere quel che è accaduto nella dispersione che gli è propria, scoprire che alla radice di quel che conosciamo e di quel che siamo non c’è affatto la verità dell’essere, ma l’esteriorità dell’accidente”[97]. Per cui, nel momento in cui utilizziamo il genere come categoria ontologica, sia essa ritenuta conforme alla biologia o alla cultura, senza considerarne la provenienza e la sua origine strategica nel discorso, rischiamo di sovrapporre un senso agli avvenimenti e di produrre così una “storia”.

Foucault, in una celebre lezione tenuta su Nietzsche usò il concetto di provenienza per spiegare quello di genealogia. Il compito di quest’ultima non è quello di stabilire una grande continuità o di rianimare un grande passato. Dalla genealogia ci si aspetta invece di “seguire la trafila complessa della provenienza”.

Se confondiamo la provenienza del concetto di genere con un’origine statica, produciamo una storia e in tal modo non sarà più la biologia a costituire il destino della Donna, come diceva la Millett, ma lo diverrà comunque il Genere (inteso come aspetto culturale inscritto nei corpi).

Secondo la Butler, infatti, i generi andrebbero visti come “stili di carne”, un insieme di atti stilistici dell’esistenza, mai interpretabili in termini di integrità.

Questi atti creano l’illusione di un sé primario ed interiore, ma non c’è un’identità preesistente attraverso la quale misurare un atto; non ci sono atti di genere veri o falsi, ma solo modelli regolamentari dell’esistenza, categorie che impongono un’identità ai soggetti.

 

Il genere è l’insieme degli atti che veicolano, in modo stilizzato, dei significati tramite la superficie corporea. L’identità del soggetto intesa come eguaglianza ad un paradigma già dato, non esiste. Non esiste una sostanza ontologica dietro alle costruzioni di genere[98].

 

Considerando quanto afferma Judith Butler in questo frangente, soltanto decostruendo il genere e considerandolo all’interno di una strategia sarà possibile ragionare criticamente sui discorsi effettuati da parte del movimento femminista sulla prostituzione.

 

 

Esistenze anonime, oscure e mute, che ad un certo momento e per determinati motivi, incrociandosi con il potere e scontrandosi con esso,

vengono illuminate ed enunciate¼ (GillesDeleuze)

 

 

 

3.4 - La verità della soggetta?

Come abbiamo visto, da quando Freud evidenziò l’importanza della sessualità nella strutturazione dell’individuo, essa divenne “la questione”. Così, anche i motivi che portavano una persona a prostituirsi dovevano essere di carattere sessuale[99].

La sessualità non derivava più dalla natura ma dalla cultura, e poteva quindi essere modificata. In essa e nelle sue istituzioni si individuò da parte del movimento femminista la fonte del potere maschile. Così, come strategia per la liberazione da queste strutture, la sessualità fu analizzata attraverso il concetto di genere e di differenza sessuale. Furono criticate tutte le espressioni sociali e culturali che tendevano a riprodurre il potere dell’uomo sulla donna e la prostituzione si configurò come una delle istituzioni da sfidare e da eliminare per la liberazione delle donne.

Riprendiamo alcune delle definizioni che hanno caratterizzato questa problematizzazione della prostituta come questione legata alla sessualità o al sesso maschile e al corpo femminile:

“Fintantoché esisteranno sorelle in questo stato di minorità non potremo sostenere di essere libere” dice Carole Pateman[100], mentre Kate Millett[101] sostiene che “la prostituta è la definizione socialmente convenuta della femminilità” e Andrea Dworkin aggiunge: “la prostituta è l’oggetto sessuale per eccellenza, ciò che permette all’uomo di avere l’erezione e di sentire la sua maschilità… La prostituta è l’oggetto violato, che in modo emblematico rappresenta la sua funzione sessuale, dimostra il potere maschile”[102].

In tutte queste analisi è evidente come la prostituta rappresenti una delle immagini che descrivono l’essere donna. Questa è intesa come il vero significato della condizione della donna in una società patriarcale o (u)omosessuale. È stata descritta come “oggetto”, “vittima”, “schiava” o “valore d’uso”. Ma è uno degli effetti della volontà di sapere attribuire una verità al soggetto e riconoscervi un’illuminazione, una scoperta che ci emancipa dal persistere nell’ignoranza.

Attraverso il dispositivo di sessualità, il sesso diventa il principio che definisce il senso della persona e la rende intelligibile. La forza della pulsione corporea viene legata ad una storia e produce l’identità della donna. Questa identità diventa poi l’identità di tutte le donne.

Anche per le analisi femministe la prostituta sarebbe una delle raffigurazioni della donna in opposizione all’uomo, cadendo così nel paradosso che lega la ricerca critica con gli assunti che questa vorrebbe decostruire. Il pensiero che si fonda sulla differenza biologica come costitutiva di un individuo ha qualcosa in comune con quello che sottolinea la derivazione culturale di tale differenziazione. Queste due letture si toccano proprio nel punto in cui quest’ultima pretende di decostruire l’altra. Il mettere in evidenza la funzionalità della prostituzione o le limitazioni al desiderio che la donna subisce in questa pratica, ci permette la denuncia, ma non ci aiuta a spostare i significati del termine.

Attualmente, come abbiamo visto, la sfida femminista alle relazioni di potere è molto più attenta a non riprodurre la rappresentazione del genere. Dopo aver denunciato l’incapacità del linguaggio a recepire la differenza sessuale, si tenta di creare degli spostamenti all’interno del linguaggio stesso che permettano di risignificare l’esistenza. Diventa importante, come sostiene la Butler, far rinvenire le accidentalità, le distorsioni, non creare delle esperienze come vere o false, ma permettere alla soggetta un “autoriconoscimento ontologico di sé”.

La significazione prodotta porta con sé il paradosso della categoria dell’identità, che da punto di resistenza alle pratiche di potere e discorsive può divenire origine fissa e statica per la produzione di nuovi discorsi assoggettanti: esso riproduce il genere, come categoria dogmatica ed immutabile. Il considerare la prostituta per la sua referenza storica con la donna, il renderla “la questione” per lo spostamento degli equilibri fra donna e uomo, può portare a trascurare altre problematiche. Questo ridurre le questioni attinenti al mercato del sesso a battaglie di genere può avere la stessa valenza che hanno avuto nel passato i discorsi egemoni sovrapposti alle voci delle donne, interpretando la prostituzione come una questione di funzionalità della famiglia o come problema morale (a sua volta declinata in ordine e difesa della società).

Come sottolinea Foucault, tutte le istanze di produzione discorsiva, anche quelle che riguardano il sesso, hanno organizzato intorno a loro una serie di silenzi e di interdizioni. Bisognerebbe permettere ai soggetti che rimangono interdetti di pronunciare altre significazioni della propria accidentalità. Dare voce quindi ai soggetti marginali e sommersi che giacciono sotto di essa e che possono riarticolare la storia attraverso la genealogia. Non per produrre dei modi di capire e comprendere le pratiche sessuali ma per evidenziare come questi discorsi abbiano preso la posizione primaria nelle battaglie concernenti la sessualità, sopprimendo la realtà di altre esistenze. La genealogia non ha la pretesa di sovrapporre alla “verità” dell’oppressione quella della scelta individuale libera, né di negare che esistano situazioni di vero sfruttamento sessuale dove la donna manchi completamente di scelta e autodeterminazione. Non è neanche un modo per trovare un significato nascosto e più vero alle analisi finora fatte, ma piuttosto il tentativo di legare i discorsi alle loro condizioni di esistenza.

Come abbiamo visto nel primo capitolo, i significati attribuiti a determinate realtà sono interamente dipendenti dalla struttura storica e sociale dalla quale emergono. Negli anni ‘70 è emerso il concetto di sessualità ed è diventato lo strumento attraverso il quale interpretare la vita, il concetto per eccellenza. Così, la prostituzione intesa come strumento di perpetuazione del dominio maschile è diventata “la questione” attraverso la quale valutare il livello di libertà della donna.

 

 

3.5 - Emergere della voce delle sex worker

Vediamo quindi quali siano le voci marginali e sommerse che possono dare vita ad altre modalità di comprendere ed interpretare la prostituzione, riarticolandone la storia.

È stata Tamar Pitch in Responsabilità limitate la prima a mettere in evidenza come la battaglia contro la regolamentazione, che ha portato alla promulgazione della legge Merlin, abbia permesso una semplificazione della tematica dell’oppressione. Alcuni elementi utilizzati per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, sono passati a connotare la prostituzione in quanto tale. Questi sono divenuti il paradigma dell’oppressione di genere, fonte della legittimazione della lotta delle donne. Questo, come abbiamo già visto, ha permesso che prendesse il sopravvento una certa rappresentazione della Donna come vittima, per cui “la prostituta diventa la vittima per antonomasia, estremo limite dell’oppressione di tutte le donne, ma per questo stesso, non ha parola se non come testimonianza”. Questa semplificazione, come dice la Pitch “disconosce i processi all’interno dei quali la soggettività si rende evidente[103]”.

Ma esistono altri discorsi sulla prostituzione? Chi sono gli interdetti o meglio le interdette in tutte queste analisi?

In Italia, negli anni 80, emerse un gruppo di prostitute che si organizzò in Comitato. Il suo scopo fu la revisione della Legge Merlin e l’apertura del dibattito sulla prostituzione. Il Comitato per i diritti civili delle Prostitute ha promosso congressi e ha pubblicato una rivista: Lucciola[104]. La rivolta contro l’emarginazione è il filo conduttore delle proposte legislative del gruppo di Carla Corso e Pia Covre, che sono determinate ad attuare un passaggio dalla devianza alla normalità.

L’aspetto più importante di questa uscita pubblica è la rivendicazione di un soggetto politico che finora non si era reso evidente: le prostitute stesse. Esse sono pronte a difendere la legittimità e la dignità della loro scelta. Se come sostiene la De Lauretis:

 

La costruzione del genere ha il potere di controllare il campo del significato sociale e di produrre e impiantare le rappresentazioni del genere. Ma esistono comunque dei termini provenienti dall’esterno del contratto sociale eterosessuale e inscritti nelle pratiche micropolitiche, per una diversa costruzione del genere, ai margini dei discorsi egemoni[105].

.

Sono proprio questi discorsi marginali le narrazioni di quelle “accidentalità” di cui parlava la Butler, la possibilità di produrre delle significazioni autonome capaci di resistere alle rappresentazioni di genere.

Primo passo importante per uscire dalla devianza è trovarsi un nuovo nome: lucciole? Ragazze di vita? Sex worker?

Come fa notare Roberta Tatafiore in un intervista a R. Sapio:

 

La parola inglese prostitute, in italiano prostituta - - è al femminile, si declina al femminile. Già negli anni ‘70 però, in America, i movimenti per i diritti civili misero in campo la possibilità di usare la parola work, sex-work, sesso al lavoro come ho tradotto io nel mio libro, ma non c’era ancora il termine sex-worker. Sex worker, è un termine recente, internazionale, e a mio avviso sta ad indicare due cose: uno, la desessuazione del mestiere, il mestiere non è più solo declinabile al femminile; però vuol dire anche togliere al termine prostituta, bagascia, mignotta, ecc. una connotazione in qualche modo negativa. Sex worker è l’entrata a pieno titolo della tematica della prostituzione come una questione di lavoro, di sesso al lavoro”[106].

 

Tatafiore in Sesso al lavoro, una delle prime analisi condotte da una femminista a sostegno delle lucciole, descrive appunto la prostituzione come il territorio dove il mercato si esplica allo stato puro, poiché in esso vi sono solo le regole dello scambio fra privati.

 

Prostituzione come lavoro, come possibilità di avere soldi per vivere. La prostituzione è importante nella mia vita ma non è tutta la mia vita… Non consideriamo sessualità ciò che si scambia ma il corpo nudo e crudo… il corpo è passivamente presente e la testa è tutta da un’altra parte”[107].

 

Così sostengono le donne che la praticano. Ci tengono a ribadire come non c’è piacere durante la relazione, come in fondo si tratti al più di routine e di come le relazioni affettive non interferiscano con il lavoro.

Roberta Tatafiore afferma:

 

Questo armamentario psicologico di autodifesa fa parte di una cultura femminile nella prostituzione, radicata nei corpi delle donne, che consente di allontanare il sospetto di un coinvolgimento profondo, che fa accettare la separazione fra corpo e mente come una temporanea sospensione di integrità[108].

 

Alcune interviste effettuate da questa studiosa fanno rinvenire una potenza sessuale che alla prostituta è sempre stata accordata, ma spogliandola della pericolosità e dell’inquietudine. In alcune delle dichiarazioni registrate ciò che si può notare è, allo stesso tempo, sia il piacere della contrattazione sia quello della mascherata che ne accompagnano la pratica. Così alcune donne dicono:

 

Non solo al cliente ma anche a me fa talvolta piacere tenere insieme sesso e soldi. Non sto male quando mi prostituisco. Anzi mi piace perché ogni volta è un’avventura. Sto male quando il macellaio, la tabaccaia, la parrucchiera mi trattano da prostituta e mi servono per ultima[109].

 

Sulla strada tu sei in vetrina e il cliente guarda e sceglie. Ma non ti dà fastidio perché sai di essere un’immagine seducente, una donna camuffata per essere seducente. Sei come una modella che sfila in batteria per far scegliere il vestito che piace di più. Il cliente è affamato e vorrebbe saziarsi alle sue condizioni. È come un lupo ma la prostituta ha i denti più lunghi[110].

 

La prostituzione si configura come lo scambio di sesso per denaro. Dalla parte dell’offerta essa è essenzialmente una prestazione lavorativa, la ricerca dei mezzi di sostentamento. Dalla parte della domanda si presume invece una molteplicità di esigenze: l’iniziazione sessuale, il soddisfacimento di bisogni affettivi, la ricerca del piacere, la trasgressione, la ricerca di un ruolo di dominio tramite il pagamento in denaro, e l’eliminazione della paura dell’incontro[111].

Così il denaro è un elemento importante di tale transizione, esso gioca il ruolo primario, per la prostituta e per il cliente, giacché serve a garantire una certa distanza. Permette di mantenere una certa concezione di sé, senza destabilizzare l’individuo e senza richiedere alcuna responsabilità. Talvolta consente anche di mantenere, seppure in modo simbolico, il potere della relazione[112].

Secondo Carla Corso:

 

Il problema della donna era costituito il più delle volte dall’impossibilità di emanciparsi, e allora con uno stipendio da fame, succedeva che si contraccambiava con una cena, con l’offerta di sé. Poi si scopriva che a farsi pagare ci si poteva sollevare da una condizione miserevole di vita[113].

 

Il corpo è per la donna la risorsa ultima, ma non per questo va disprezzata.

 

La scelta avviene quasi sempre a causa di qualche trauma subito in età giovanile. Se la donna non è altro che corpo, se non viene creduta quando parla, se non ha intelligenza o fantasia, ecco che questo corpo, la sola cosa che le venga riconosciuta e da cui poter trarre compensazione e autovalutazione di sé, cerca di realizzare il massimo[114].

 

Secondo queste dichiarazioni, appare normale lo scambio sessuale a pagamento: esso rappresenta molto spesso una modalità per far fronte alle esigenze materiali, per avere una vita migliore. Quindi, come sostiene ancora Tatafiore, adesso che il mercato del sesso sembra popolato in gran parte da figure precarie e di organizzazioni criminali che le sfruttano, dovremmo tenere presente che il concetto di schiavitù o mancanza di autodeterminazione non è sovrapponibile a quello di prostituzione, ma dipende piuttosto da “abuso, povertà, cattive condizioni di lavoro, inesperienza e disperazione”[115].

Così, la mancanza di potere non è il connotato precipuo del rapporto di sesso mercenario, ma piuttosto dipende dalle situazioni contingenti sfavorevoli.

In questo senso, le donne del Comitato per i diritti civili delle Prostitute criticarono il moralismo delle femministe che vedevano nel rapporto sessuale mercenario la condizione miserevole di ogni donna. Questo perché rifiutavano l’utilizzazione del corpo come merce che ritenevano discreditante poiché ingabbiava la donna nella funzione erotica. La posizione della prostituta era considerata subordinata a quella dell’uomo e le veniva chiesto di fare autocoscienza e liberarsi.

In contrapposizione a ciò le donne prostitute rivendicano la loro autonomia: “il nostro lavoro ci sta bene vogliamo soltanto farlo in pace”[116] e il  diritto a difendersi da sole: “Che vadano a difendere la foca monaca! Noi sappiamo meglio di loro se c’è violenza o meno”[117].

Così, da una parte troviamo il rifiuto di parte del pensiero femminista di considerare emancipate le donne che decidono di accedere al pubblico tramite le modalità sessiste imposte dalla cultura patriarcale, e dall’altra la rivendicazione della possibilità di utilizzare il proprio corpo come risorsa e di difendere il “diritto a prostituirsi”.

Ribadendo il discorso della Tatafiore, ci sembra che le voci delle prostitute diffondano un sapere sovversivo del sistema che le controlla. Esse raccontano, infatti, di come loro abbiano scelto liberamente di stare sul palcoscenico del sesso commerciale. Spiegano che esse hanno piena autonomia del proprio corpo rispetto a degli uomini così miseri da accontentarsi della sua apparenza e del suo agire teatralmente. Esse operano secondo la più spietata logica del mercato: fare finta di dare di più per ottenere il massimo[118].

Comparendo sulla scena pubblica esse hanno proposto un’immagine della prostituta ben diversa da quella della peccatrice o della vittima, producendo così qualche smagliatura agli stereotipi del discorso egemone. Proprio queste sono le diverse significazioni dell’accidentalità che permettono la riarticolazione della storia attraverso la genealogia.

 

 

 

Capitolo 4: Le tecnologie del genere

 

 

4.1 - Significati e rappresentazioni

La Butler sostiene che “il genere è l’insieme degli atti che veicolano in modo stilizzato dei significati tramite la superficie corporea”. Quindi le rappresentazioni degli atti della prostituzione finora descritti ci permettono di veicolare seppure in modo stilizzato diversi significati.

Per Saussure, il padre della linguistica, i significati sono i concetti che vengono associati ad un significante, ad un’immagine acustica. All’immagine acustica del termine prostituzione si associa comunemente la rappresentazione della donna, o meglio del sesso femminile come vittima o come tentatrice. Inoltre gli oggetti designati da tali significazioni non hanno parte alcuna nella raffigurazione, che è arbitraria e determinata esclusivamente dalla differenza di un valore rispetto ad un altro. Infatti, come abbiamo visto, la significazione della prostituta si basa sulla differenza rispetto alla donna moglie/madre.

La significazione esiste perché esistono dei valori che promanano dal sistema e che vengono sostenuti da tali significati. Infatti, ci sono affermazioni che si possono fare e altre che non si possono fare, e ciò dipende esclusivamente da tali valori[119].

Ma la significazione è anche la rappresentazione che una parola o un’espressione linguistica più complessa, appartenente ad un contesto discorsivo o comunque almeno ad un enunciato, è idonea a suscitare nel fruitore.

Il significato è dunque una rappresentazione. Esso può essere il prodotto di discorsi che ponendosi a disposizione del significante producono quindi una rappresentazione come “realtà”. I discorsi fatti sulla prostituzione dai pensieri femministi, ma non solo questi, producono quindi una rappresentazione della realtà della prostituta.

Secondo Herbert Mead i soggetti entrano a far parte di un contesto sociale grazie al linguaggio e ai significati che questo veicola[120]. Questo è il fattore centrale del processo di produzione del consenso e di adeguamento alla comunità. L’individuo si percepisce attraverso l’Altro Generalizzato, ossia la comunità o il gruppo sociale organizzato, diventa oggetto a se stesso e entra nella propria esperienza solo in quanto Sé, attraverso l’assunzione degli atteggiamenti degli altri. È proprio il significato delle parole a rendere questo processo possibile. Indicando ad altri il contenuto significativo di alcuni gesti o parole l’individuo li indica anche a se stesso, assumendo gli atteggiamenti degli altri nella sua condotta personale. Con il significato si indicano anche le risposte ai gesti comunicativi. È così che le prostitute si percepirebbero solo tramite la reazione del gruppo sociale organizzato e si conformerebbero alla percezione di se stesse in quanto vittime o devianti. Quindi questi significati, connessi in maniera univoca al termine prostituzione, rinviano tale rappresentazione a chi si prostituisce.

Secondo la De Lauretis, infatti, il genere è sia uno strumento di analisi della realtà, sia un mezzo di rappresentazione e autorappresentazione che costituisce il soggetto:

 

La costruzione del genere è il prodotto e il processo sia della rappresentazione che dell’autorappresentazione[121].

 

Il genere funziona come l’ideologia. De Lauretis fa riferimento ad un noto saggio di Luis Althusser: Ideologia e apparati ideologici di Stato in cui viene spiegato il funzionamento di istituzioni che fanno parte della sfera privata o statale e che concorrono, sia a regolare le pratiche sociali, sia a riprodurle. L’ideologia avrebbe quindi un ruolo fondamentale nella strutturazione sociale. Essa ha, secondo Althusser, una sua materialità, per la quale si produce nelle pratiche e allo stesso tempo le riproduce. Il meccanismo che ne permette il funzionamento è la categoria del soggetto.

“L’ideologia ha la funzione che la definisce di costituire individui concreti in quanto soggetti”, spiega Althusser, il che significa che l’ideologia funziona mediante il suo appello, il suo interpellare la soggettività. L’ideologia per Althusser è la “rappresentazione del rapporto immaginario degli individui con le proprie condizioni di esistenza reali”. “Non rappresenta i rapporti reali che governano l’esistenza degli individui, ma il rapporto immaginario di questi individui con i rapporti reali nei quali vivono”[122].

Il genere funziona allo stesso modo secondo la De Lauretis in quanto se “l’ideologia costituisce individui concreti in quanto soggetti, il genere costituisce i soggetti in uomini e donne”[123].

Il genere esiste nella realtà, nelle relazioni reali che governano l’esistenza, ma non nella filosofia e nella teoria politica. Queste quindi, si chiede la De Lauretis “che cosa rappresentano se non la relazione immaginaria degli individui con le relazioni reali in cui essi vivono?”.

Le rappresentazioni di genere veicolano significati che sanciscono posizioni sociali differenti, allora il rappresentare o rappresentarsi come maschi o femmine implica l’assunzione dell’insieme di questi effetti di senso.

La rappresentazione sociale del genere incide sulla costruzione soggettiva e la rappresentazione soggettiva incide sulla rappresentazione sociale. La soggetta viene interpellata in quanto donna e così prodotta, in-gen(d)erata. L’essere interpellata è il processo mediante il quale una rappresentazione sociale viene accettata e assimilata, fatta propria, e diviene per quell’individua reale pur essendo in effetti immaginaria.

Secondo la De Lauretis infatti “le donne continuano a diventare Donna, ad essere catturate dal genere come il soggetto althusseriano è catturato dall’ideologia”.

Il genere è una costruzione simbolica, l'effetto combinato di innumerevoli rappresentazioni visive e discorsive che provengono dai diversi apparati istituzionali dello Stato, quali la famiglia, la scuola, la giurisprudenza, la medicina, ma anche delle forme stesse della cultura. Queste sono state definite dalla De Lauretis tecnologie del genere.

La natura artificiale o culturale del genere non significa che esso non abbia effetti concreti nella vita materiale sociale e psichica degli individui. La materialità del genere sta negli effetti di realtà prodotti dalla sua rappresentazione. Il genere si realizza, diviene realtà concreta, quando la rappresentazione diviene autorappresentazione, ossia viene assunta dal soggetto quale componente della propria identità.

Il soggetto è prodotto o in-genderato nella misura in cui è interpellato attivamente dalle tecnologie del genere, quando assume e fa propri gli effetti di senso e le posizioni specificate dal sistema sesso/genere di una determinata società. Quindi, la tecnologia di genere funziona, secondo la De Lauretis, producendo una rappresentazione delle diverse figure di donna costituite in rapporto all’uomo. Prostituta, Madre, Moglie vengono costruite  tramite un processo continuo di attribuzione di senso al mondo esterno, processo che viene chiamato semiosi. Il mondo esterno è collegato al mondo interno del soggetto da una serie illimitata di catene di segni che producono effetti di significato per il soggetto. Questi effetti di significato si produrrebbero direttamente sul corpo del soggetto, che porterebbe così inscritto dentro di sé la costruzione di genere. Il soggetto, operando con il mondo esterno, si ritroverebbe diversi effetti di significato inscritti nel corpo. È il corpo che ci permette di accedere all’esperienza, al mondo esterno, ed è in esso che vengono proiettati i significati. È il corpo che ci permette di divenire soggetti.

L’ideologia del genere è materiale, è dovuta alla pratica dell’esistenza, ed è essa che costituisce i soggetti. Secondo la De Lauretis bisogna analizzare le pratiche che costituiscono i soggetti in quanto donne interpellandole come tali: “la costruzione del genere prosegue oggi tramite le varie tecnologie del genere (come il cinema) e i diversi discorsi istituzionali (come la teoria), ha  il potere di controllare il campo del significato sociale e quindi di produrre e promuovere impiantare le rappresentazioni del genere”[124].

 

 

Il diritto è stato a lungo un vetitum, un’empietà, un’innovazione, si fece innanzi con violenza, come violenza a cui ci si adatta unicamente

con vergogna dinnanzi a se stessi (Nietzsche)

 

Il diritto va visto non dal lato d’una legittimità da stabilire ma

da quello delle procedure d’assoggettamento

che mette in opera (Michel Foucault)

 

 

 

4.2 - Il diritto: una tecnologia di genere?

In The Woman of legal Discourse[125] Carol Smart prende in considerazione le analisi del diritto effettuate dai pensieri femministi e li divide in:

il diritto è sessista;

il diritto è maschile;

il diritto è ingenderato.

Il diritto è sessista poiché differenzia uomini e donne attribuendo a queste minori risorse materiali, giudicandole attraverso criteri inappropriati e disconoscendo uguali opportunità.

Smart però sostiene che l’attributo sessista opera più come strategia di ridefinizione che come metodo di analisi. Esso sottolinea il fatto che la legge crea un ordine indesiderato, ma allo stesso tempo suggerisce anche la possibilità di correggere questo sistema che si definisce razionale e competente, ma che tale non è. Uno dei mezzi per correggere certe differenze è l’uso di un linguaggio neutro e privo di genere, ma questo approccio viene criticato dalla giurista inglese, poiché evidenzia un desiderio di androginia che disconosce la natura sessuata delle forme di vita.

Sottolineare invece che la legge sia maschilista, come ha fatto ad esempio Catherine Mac Kinnon, fa presumere che essa si strutturi secondo valori maschili come la razionalità e l’oggettività, che vengono considerati universali poiché è l’uomo a detenere il potere. Questi diventano valori portanti a discapito della relazionalità e della cura. In questo modo il principio dell’imparzialità non sarebbe altro che la mistificazione dell’indifferenza.

Ma l’analisi sopra descritta, osserva la Smart, sostiene ancora l’idea di un’unitarietà nella legge piuttosto che mostrare le contraddizioni interne ad essa. Sia le critiche al sessismo, sia le critiche al maschilismo della legge ripropongono la divisione maschio/femmina come coppia binaria e autoescludente, negando le differenziazioni interne.

Invece, la giurista inglese preferisce utilizzare la definizione della De Lauretis di tecnologia del genere. Sostiene che il diritto è piuttosto una modalità di sessuazione poiché riproduce il soggetto in quanto ingenderato. Quindi non solo il genere opera nella legge, ma anche la legge opera per produrre il genere.

In tal modo è possibile anche evidenziare le strategie che si rivolgono al genere come categoria fissa ed evitare di riprodurre lo stesso sistema. “Pensare la legge come una modalità di sessuazione, o tecnologia del genere, ci permette di pensare ad essa come ad un processo che lavora in molteplici modi, e non come ad un sistema che in modo inesorabile e senza contraddizioni serva agli uomini e sfrutti le donne”. Secondo l’analisi della Smart, bisogna “iniziare a vedere i modi attraverso i quali la legge insiste nella differenziazione di genere, senza opporre ad essa la nostra forma di differenziazione come punto fermo dal quale iniziare nuovi discorsi”[126].

Così la Smart ammonisce a non cadere nel “trabocchetto” di un’analisi del diritto che sostenga un modello di donna essenzializzata.

Anche la Pitch in Un diritto per due concorda con questo tipo di analisi e sostiene assieme alla Smart che il diritto sia un modo di sessuazione. Secondo la Pitch, all’interno del sistema legislativo esistono strategie discorsive che producono la donna, ma anche tipi particolari di donne in opposizione a questa; ad esempio la criminale, la prostituta, l’infanticida, etc[127].

 

La costruzione discorsiva della Prostituta rimanda ad una differenziazione dalle altre donne, ma anche allo stesso tempo, questa è ricavata dalla categoria primaria della donna, che è sempre opposta e costruita sulla distinzione primaria dall’uomo[128].

 

La donna è stata descritta come gentile e materna ma allo stesso tempo come pericolosa e irresistibile. Si è creata così una sovrapposizione di significati, un essere a due facce docile e aggressivo, angelico e diabolico. Quindi sostiene ancora Carol Smart:

 

La donna rappresenta il dualismo, poiché forma parte di una primaria distinzione. Il soggetto donna in esso è rappresentato attraverso immagini frantumate e precostituite sulla base della differenza dall’uomo[129].

 

La prostituta rappresenta, secondo Smart, “una devianza o un malcostume che derivano direttamente dalla sua costituzione”. Essa è quello che ogni donna potrebbe essere perché è la struttura fisica a renderla tale: essa è biologicamente accessibile. L’uomo invece è un individuo innocuo ed innocente perché la sua struttura fisica è normale (l’individuo è per definizione maschio), quindi non appare, è “invisibile”, non si nota e non si mette in discussione.

Carol Smart in Feminism and the power of law sostiene che la legge sia un “sistema di sapere” o un modello di conoscenza piuttosto che un semplice sistema normativo.

Il codice normativo funziona solo in quanto è prevalentemente un sistema di sapere, o più precisamente una forma di conoscenza. Questi sono strettamente legati l’uno all’altro: il sistema di sapere crea le condizioni per esercitare il potere del sistema normativo e viceversa[130].

Esso è costituito su concetti astratti che rimandano gli uni agli altri, non esistendo possibilità di errore all’interno di esso. Essendo una struttura autoreferenziale, il diritto è tendenzialmente impermeabile all’influenza di discorsi e codici esterni: tende a colonizzarli più che a riconoscere la loro legittimità. È un sistema di conoscenza poiché ha il potere di definire e rappresentare attraverso categorie giuridiche le varie situazioni della vita. Essa identifica dei segni ai quali sovrappone delle significazioni. Soltanto i soggetti definiti secondo la descrizione normativa possono ricorrere a determinati strumenti giuridici.

Come sostiene Tamar Pitch, le norme sono segni e il loro significato va interpretato; quando vengono utilizzati questi segni producono sia effetti voluti che non voluti. Lo strumento giuridico può avere effetti più deleteri per i soggetti che quelli della situazione reale che mirano a dirimere.

Al significante o categoria giuridica viene associato da parte del fruitore il significato corrispondente in quel dato momento storico in quella data società. Questa interpretazione permette che sia applicato uno strumento legislativo invece di un altro.

Il fruitore del segno giuridico non è solo il soggetto che si trova nella situazione da dirimere, ma anche il rappresentante legale che intende prestargli assistenza e lo stesso giudice che alla fine stabilirà quale sia lo strumento giuridico più rispondente alla situazione.

L’interpretazione delle norme in quanto segni si ha in vari momenti, ma si solidifica solo lungo il corso del processo legislativo. È qui che si producono gli effetti della significazione.

L’interpretazione della situazione giuridica da parte di avvocati e giudici è profondamente segnata dai discorsi dei media e dalle reazioni dell’opinione pubblica[131]. Per accedere al sistema giuridico bisogna appartenere alla categoria dei soggetti in essa considerati e cedere alla forzatura della rappresentazione, identificandosi con le varie significazioni. La legge, nell’incorporare tali rappresentazioni, incoraggia ad assumere un’identità che produce e opera il genere. Quando è applicata agli individui concreti, produce l’effetto di interpellarli in quanto in-genderati.

Martha Minow, femminista e docente alla Law School di Harvard sottolinea in modo ancora più incisivo che i tentativi di affermare delle identità per eliminare i pregiudizi sociali tramite il diritto, portano al paradosso inevitabile di riaffermare quell’identità ma anche di stigmatizzarla. Questo accade perché qualsiasi categoria, anche la più inclusiva, traccia dei confini e produce così delle esclusioni. L’uso delle categoria identitaria non è sempre soddisfacente. Seppure permette di resistere ad alcune pratiche di potere opprimenti, non può mai includere tutti i soggetti ad essa appartenenti (non è omogenea) e non può ridurre l’individuo ad un tratto unico (ogni individuo è un insieme di più tratti identitari e l’emergere di una caratteristica piuttosto che di un’altra dipende dalla relazione con questo o un altro gruppo). Il punto per Martha Minow è la pretesa di universalità e neutralità, che disconosce la natura relazionale della differenza, che è sempre frutto di paragoni tra persone. Questo nega l’interdipendenza tra i soggetti[132].

La contraddizione è interna agli stessi principi giuridici che tendono, da una parte, a risolvere le controversie tramite norme generalissime (principio di astrattezza), cosicché si possano meglio adattare alle varie situazioni, dall’altra, devono individuare delle definizioni precise per restringere la discrezionalità dei giudici. Così, la legge è uno degli strumenti attraverso il quale avanzare delle richieste, ma può risolvere solo a metà gli effetti dannosi dei pregiudizi sociali. Dobbiamo quindi tenere presente che la legge, seppure luogo fortemente simbolico per avanzare delle rivendicazioni, non produce sempre effetti positivi ai fini del riconoscimento della differenza.

Quindi, anche per la Minow, l’uso delle categorie di genere all’interno del diritto rischia di far diventare il soggetto ciò che questi odia e desidera eliminare.

Verificheremo la struttura della Legge Merlin, che rappresenta efficacemente il prodotto di una battaglia di genere, e vedremo quali siano stati gli effetti delle sue applicazioni nel corso degli anni ‘80[133] .

Per le critiche ad essa, mi rifarò al sapere del Comitato per i diritti civili delle Prostitute, ricavato dalla lettura del trimestrale Lucciola (diretto da Roberta Tatafiore) e dalla Rassegna Giornalistica dell’ANSA (diretta da Mirta Da Pra).

 

 

4.3 - La Legge Merlin: un percorso durato dieci lunghi anni

Giuridicamente la prestazione sessuale per un corrispettivo in denaro si configura come un contratto. Il Codice Civile non considera direttamente la prostituzione, ma la disciplina dettata genericamente per i contratti vuole che la causa di un tale scambio sia illecita perché contraria al buon costume. Questa contrarietà al buon costume comporta la nullità del contratto ex art. 1418 c.c. Ne consegue che è impossibile ricevere tutela nel caso in cui le parti non adempiano le prestazioni. Non è possibile nemmeno ricevere il risarcimento danni ex. art. 2043. Ad esempio nel caso ci sia la cessazione dell’attività a causa di terzi, la donna può ottenere solo il compenso previsto per una casalinga e non quello realmente conseguito dalla prostituta (Cass. Sez. III civ., 1-8-1986, n. 4927). In questo modo il diritto civile si rifiuta di considerare questa transizione che per il diritto penale sarebbe lecita, e il denaro guadagnato non è mai tutelato, privando dello strumento legislativo i soggetti che vivono di questo mercato.

In ambito penale, la Legge 20 febbraio 1958 N° 75 (Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui) va a sostituire gli art. 531-536. Essa stabilisce che la prostituzione non è illecita, ma alcune delle condotte ad essa connesse invece lo sono.

Questa contraddittorietà interna al testo della legge è il frutto della tormentata storia che portò alla sua promulgazione. Solo dopo dieci lunghi anni dalla prima presentazione in Parlamento si promulgò una legge altamente innovativa e libertaria per le prostitute. Molti elementi interessanti si possono ricavare dall’analisi dei discorsi tenuti durante il dibattito.

Prima della legge Merlin (così detta per il nome della Senatrice che la promosse) le prostitute erano considerate soggetti privi di dignità, tanto che al voto delle Libere Elezioni del 1946 esse erano state escluse assieme ai mendicanti e agli ubriachi abituali.

Dovevano lavorare dentro le mura delle case chiuse e in queste erano sottoposte ad una situazione di sfruttamento economico, limitazione della libertà e indubbia mortificazione della dignità personale[134].

Il dibattito Parlamentare si svolse tutto in seduta segreta, perché il Senato riteneva opportuno evitare di svolgere tale tipo di discussione di fronte al pubblico. In esso si trovano affermazioni che ripropongono il dibattito fra regolamentisti ed abolizionisti di circa un secolo prima[135].

I regolamentisti continuavano a considerare la prostituzione come un mezzo di salvaguardia della vita familiare: “un rapporto extraconiugale salva il matrimonio assai più di una vera e propria relazione extraconiugale”[136]; inoltre, ritenevano ancora che servisse a salvaguardare la salute dei giovani: “l’intossicamento sessuale ad una certa età può condurre ad una vera e propria forma di intossicazione dell’organismo”[137]. Tuttavia, essi allo stesso tempo pensavano di dover preservare la popolazione dallo spettacolo del meretricio: “le prostitute devono essere segregate nelle case per assistere allo spettacolo certo poco edificante dell’adescamento nelle strade e nei luoghi pubblici”[138].

Anche gli abolizionisti tuttavia si rifacevano ad idee di un secolo prima: “bisogna stracciare una pagina nera della nostra storia che distrugge il senso umano della libertà e del rispetto di quella creatura che ai giorni nostri appare sempre più bella e amata quanto più la sua umanità e bellezza è rispettata, la donna, cui la società e lo Stato devono protezione e leggi per impedire che la miseria la sospinga ai margini della vita, polverizzandone con la moralità l’aspirazione più alta, più naturale e meritoria, più istintiva, quella della maternità e della famiglia”. O ancora “non potremmo essere un Parlamento Democratico se non abolissimo la regolamentazione della prostituzione sollevando dall’inferiorità e dall’infelicità delle povere disgraziate, che si prestano ad essere sfruttate da individui che si arricchiscono sulla miseria e sull’avvilimento della dignità umana”[139]

La parlamentare democristiana Valandro rimproverava ai colleghi maschi le contraddizioni particolari della loro sessualità: “credono di essere dei super uomini, affermano di essere padroni di se stessi e poi magari confessano di non essere capaci di resistere al male, e dichiarano che il vizio è irresistibile, l’istinto essendo superiore alla forza di volontà. No, onorevoli colleghi, noi vogliamo essere ottimisti, è vero che l’istinto è forte, ma noi siamo convinti che non tutto il genere umano sia un gregge di porci”[140].

Tuttavia, la senatrice socialista Merlin riesce nel suo intento, nonostante la grossa campagna della stampa contraria sollecitata dai tenutari di Case di tolleranza, ma ci riesce solo dopo la separazione della questione della Salute Pubblica che fu riservata ad un’altra Commissione.

“Sarà questo un mezzo importante per fare acquistare alla donna italiana la coscienza della necessità della sua emancipazione attraverso l’eliminazione del privilegio del sopruso dello sfruttamento di pochi sui molti: quei molti che approvano la Costituzione e che operano affinché ogni negazione o menomazione dell’uguaglianza giuridica economica e sociale dei cittadini italiani scompaia”[141].

Ovviamente, come tutte le leggi, questa richiede un buon numero di compromessi. Alla buona volontà della senatrice si sovrappone l’esercizio politico, dando luogo alle consuete ambiguità: l’esercizio della prostituzione è libero soltanto se lo si pratica con modalità che non offendono l’ordine pubblico.

La Legge 75/58, come già detto, è stata disposta per la chiusura delle case di prostituzione e l'abolizione della regolamentazione, al fine di garantire la libertà e la dignità della persona.

Nel testo della legge manca la parte descrittiva del fenomeno, non c’è una disposizione che definisca che cosa venga considerato “prostituzione”: lo dà per scontato, pertanto lo dobbiamo ricavare dall’interpretazione giurisprudenziale.

La nozione di prostituzione in senso giuridico è “la dazione indiscriminata e professionale del proprio corpo per fini di lucro” per quanto ritroviamo in Cass. Penale sez 3, 1-8-67, n° 734.

“Indiscriminata” implica la tendenziale disponibilità verso chiunque; “professionale” sta per abituale, e i “fini di lucro” giustificano l’interesse giuridico[142].

Sembra quindi che la norma si riferisca a qualsiasi tipo di uso del corpo come cosa o merce i cui connotati principali sono la mancanza di scelta o supposta tale e l’abitualità. Non è presente alcuna distinzione tra prostituzione libera e prostituzione coatta, non è importante per il diritto sottolineare l’importantissima questione dell’autodeterminazione del soggetto.

Se fosse un crimine sarebbe un reato senza vittima, il bene tutelato sarebbe la moralità o il buon costume. Alcuni commentatori sostengono che in essa si “incarnerebbe” l’anomalia di una vittima di se stessa, il soggetto agente e il soggetto passivo[143].

 

Nel testo della Legge 75/58 recante titolo “Abolizione della Regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”, le condotte punibili sono:

- locazione a scopo di esercizio di una casa di prostituzione (art 3 n.2)

- tolleranza abituale  (art 3 n.3)

- reclutamento o agevolazione (art 3 n. 4)

- induzione o lenocinio ( art 3 n. 5)

- tratta nella prostituzione (art 3 n.6): chiunque induca una persona a recarsi nel territorio di un altro stato, o comunque in luogo diverso da quello della sua abituale residenza al fine di esercitarvi la prostituzione, ovvero si intrometta per agevolarne la partenza.

- associazioni o organizzazioni nazionali o estere dedite al reclutamento di persone (art 3 n.7) da destinare alla prostituzione o allo sfruttamento della prostituzione, ovvero in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo agevoli o favorisca l’azione o gli scopi delle predette associazioni ed organizzazioni.

- invito al libertinaggio e adescamento (art. 5 n. 1-2)

La pena prevista è la reclusione da 2 a 6 anni nei primi casi; nel caso del libertinaggio è l’arresto fino a 8 giorni e un’ammenda da lire 500 a lire 2000.

 

Dall’analisi del dettato del testo legislativo osserviamo che i vari capi si riferiscono genericamente a “persone” che si prostituiscono. Sembra quindi che la norma comprenda tutti. Ma in qualche comma quasi sfugge di tanto in tanto il termine “la donna”, (art. 3 quinto comma) e compare la specificazione sessuale. Troviamo il riferimento agli ascendenti propri di una donna: “marito, fratello, sorella, padre, madre”. All’art. 7 troviamo: “donne che esercitino o siano sospettate di esercitare la prostituzione”. Nei Capi Secondo e Terzo si fa riferimento ad un “corpo di polizia femminile” o “alla rieducazione delle donne uscenti” o ancora “tutte le obbligazioni contratte dalle donne si presumono illecite”.

Solo in un punto compare la dicitura “persone di entrambi i sessi che invitino al libertinaggio”, ed è per il capo sull’adescamento.

La legge Merlin nel suo enunciare la specificità sessuale dei soggetti coinvolti nella pratica della prostituzione non sembra smentire l’analisi della Smart sulla produzione del genere: la normativa sembra sia diretta a disciplinare la prostituzione femminile.

Il fatto che si riferisca alla donna può essere dovuto al periodo storico di promulgazione quando ancora non erano presenti in gran numero travestiti, transessuali e gay. Ed è quindi probabile che sia determinato da una caratterizzazione della prostituzione come “mestiere di donne”. Questo fatto evidenzierebbe l’inscrizione di colui e colei che si prostituisce all’interno di un ruolo femminile basato sul genere.

Dobbiamo però tenere presente che la ratio della legge si inscriveva in un percorso emancipatorio per le donne che si prostituivano e che la specificazione della differenza sessuale era uno dei passi per rivendicare il diritto all’esistenza[144]

Secondo la giurista Virgilio, la donna compare nell’ordinamento giuridico solo in quanto madre o moglie.

 

L’impostazione dell’intera materia riguardante la libertà sessuale della donna dimostra che gli interessi tutelati prioritariamente dal Codice non sono sicuramente quelli della libera sessualità e del diritto a disporre del proprio corpo. Questi ricevono garanzia solo in via indiretta e mediata: è solo l’inserimento nella famiglia o all’interno di interessi collettivi che valorizza la libertà sessuale della persona e la rende meritevole di tutela[145]”. Osserviamo che “La legge non prevede un’immagine di donna dotata di autonomia, capace di decidere sul proprio corpo e la propria sessualità. È invece il legislatore che si deve curare del corpo della donna e gestirlo. Mentre si occupa del corpo dell’uomo solo se malato, sofferente o contraffatto”[146].

Abbiamo quindi anche nell’ordinamento la presenza della rappresentazione del genere femminile in base ad un legame con l’uomo e ad una funzione che essa esplica nei confronti dell’universale: la riproduzione. Il fatto che non venga contemplata la differenza tra prostituzione libera e coatta indica che non vi possa essere una scelta da parte della donna o del soggetto che si prostituisce rimarcando così la mancanza da parte dell’ordinamento di considerazione per la donna autonoma?

L’unica condotta criminosa che si riferisca palesemente al soggetto che si prostituisce è l’adescamento (art.5).

Anche se la pena per l’adescamento è quantificata solo con l’arresto fino ad 8 giorni e un’ammenda, ciò non elimina la penalizzazione e le sue conseguenze, come il foglio di via obbligatorio, il ritiro della patente, il mancato affidamento dei figli.

La condotta tipica del prostituirsi (“l’esibirsi pubblicamente”) viene considerata scandalosa. Lo scandalo deriva dall’esibizione in pubblico del meretricio (o del corpo della donna?), che offende il buon costume e la pubblica moralità, come si legge in Cass. Pen, Sez I, 9/12/96 n. 7932: “appartandosi con clienti occasionali nei fondi contigui, così dando luogo alla consumazione di illeciti penali, verosimilmente anche in concorso con minori di età- stante l’incondizionata profferta di sé medesima e l’intuibile adescamento nei confronti di chicchessia- con pregiudizio della sicurezza e dell’integrità pubblica oltrechè dell’integrità fisica e morale dei minorenni”.

La donna si trova quindi rappresentata qui, seppure solo in seguito ad applicazione giurisprudenziale, come soggetto pericoloso. L’adescamento o l’invito al libertinaggio rimandano alla figura della Donna Pericolosa e Demoniaca, laddove invece le altre condotte criminose sono dirette a tutelare più propriamente la Donna Vittima. Infatti il reato di adescamento permette l’applicazione delle norme di pubblica sicurezza contro soggetti pericolosi.

Per sanzionare la pericolosità della donna si applica una legge di poco anteriore alla Merlin: la L. 27.12.1956 n. 1423[147]. In qualche caso i giudici, sebbene in prima battuta avessero eliminato la presunzione di pericolosità insita nell’esercizio della prostituzione (precedentemente rientrava tra le categorie ritenute contenitori di emarginazione sociale), ritennero in un secondo momento sussistenti concretamente le esigenze di cautele.

La prostituta che grazie alla Merlin non è più “pericolosa” lo ridiventa per opera della legge 1423/56, sostituita dalla 327/88, che pone all’autorità amministrativa il compito di verificare la condotta e trovarne gli estremi di pericolosità[148]. Questa contraddizione all’interno del sistema legislativo scalfisce in parte l’idea della razionalità e uniformità del diritto.

La fattispecie del favoreggiamento viene descritta all’art.3 n. 8 della 75/58 e viene distinta, grazie alla giurisprudenza, in fattispecie generica, configurabile nella mera tolleranza, e in fattispecie specifica. Quest’ultima  prevede le condotte descritte nei capi dell’art.3: chiunque dia in locazione un locale, casa od altro  a chi la usi per l’esercizio della prostituzione. L’art.8, invece, riguarda il favoreggiamento generico, che è commesso da “chiunque favorisca o sfrutti in alcun modo la prostituzione”.

Al comma 3 dell’art.3 si vieta, sempre a proprietari e gestori di esercizi pubblici, di bar, locali e pensioni, di tollerare la presenza di donne che vi si rechino per prostituirsi. Per essi è prevista la sanzione della revoca della licenza di esercizio. Questo impedisce di lavorare al titolare del locale pubblico, ma anche alle donne. A queste è inoltre inibita ogni relazione sociale, poiché non possono sostare in alcun luogo senza essere cacciate per timore di una sanzione.

Il fatto che sia previsto che anche l’esercente o locatore di case possa determinare la condotta della donna o esserne lo sfruttatore, a nostro avviso rende evidente quanto detto sul fatto che ci si riferisca ad una figura incapace di gestire la propria sessualità e ancora una volta vittima[149].

Alcuni alberghi e pensioni assumono questi rischi, creandosi una veste esclusiva, ma il costo del rischio viene distribuito sulle donne, con prezzi paragonabili a delle tangenti. Tutto ciò conduce ad aumentare le difficoltà a procurarsi un’abitazione, o anche solo un locale dove svolgere l’attività.

L’esercente che decida di locare a una o più donne, correndo il rischio della sanzione, ovviamente aumenta l’affitto. Questa possibilità è sanzionata in modo ancor più forte dai giudici. In Cass. Penale Sez. III 7/11/1990, infatti, si legge chi “mettendo a disposizione i servizi della propria pensione per agevolare l’attività di meretricio degli ospiti, pretenda da essi un’utilità, una retribuzione sproporzionata rispetto all’ospitalità dei servizi resi è colpevole di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione” (Foro it. 1992/II col. 223).

I giudici, infatti, incriminarono per favoreggiamento “chi aveva accettato cibarie e regalie” (Cass. 27-10-81n. 9508), chi “accompagna occasionalmente la donna in macchina sul luogo di meretricio, poiché ciò le permette di superare le difficoltà inerenti al commercio carnale”, anche l’amica che a sua volta si prostituiva (Cass. 29-5-82 n.5318), colei che “ponga a disposizione della prostituta una casa per ricevere gli occasionali clienti” (Cass. 9-11-83 n. 9356),  anche se già dalla medesima venga usata per gli appuntamenti con i clienti. La procedibilità è d’ufficio, quindi non può essere stabilita dalla donna.

Ricordiamo che la pena del favoreggiamento è pari a quella dello sfruttamento. Inoltre non è necessario che si tratti di condotta continuativa nel caso di sfruttamento, per cui anche un solo caso può legittimare la denuncia.

Ci fu anche un caso, riportato dalla rivista Lucciola, di incriminazione ad un vecchietto che portava caffè e bibite alle donne lungo la strada[150].

Queste condotte criminose sono dirette a punire chi induca, sfrutti, tolleri, favorisca l’esercizio di quello che la giurisprudenza continua a chiamare “turpe mestiere”[151].

La donna che lo esercita non vi può essere che indotta da altri che la determinano, la convincono, o la sfruttano, quindi va difesa. Questi capi sono diretti a tutelare una donna che è comunque vittima. Sebbene sia meno presente la connotazione morale che storicamente ha discriminato la prostituta, nel dettato legislativo sono presenti quelle dicotomie oppositive che reggono una strutturazione sociale in cui la donna è costituita in base al genere, in rapporto all’uomo.

Lo sfruttamento non è stato combattuto ma semmai incentivato in altre forme, come sostiene il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute: attraverso la creazione di difficoltà a procurarsi il minimo di sussistenza.

Appare chiaro, afferma Pia Covre, in un commento alla Merlin, che “in tal modo sia proprio la legge ad agevolare e stimolare quel connubio tra prostituzione ed illegalità. Solo coloro che non hanno nulla da perdere potranno permettersi di rischiare denunce e incriminazioni”[152].

Diventano quindi quasi forzati i rapporti con le organizzazioni criminali, i protettori o chiunque possa offrire vantaggi.

La criminalizzazione rimane, anche se in parte spostata. Questa impedisce di fatto alle donne che scelgono di usare il loro corpo per sostenersi “una vita” o quello che Pia Covre chiama “un privato”.

 

Nella prostituzione solo il cliente ha un privato e non è criminalizzato. (…) Nel momento in cui vengo individuata come prostituta ogni attimo della mia vita viene frugato, indagato, schedato dallo Stato ma anche dal mondo così detto perbene. Tutto diviene pubblico: i miei rapporti sociali, i miei rapporti affettivi, i rapporti familiari, come allevo i figli. La donna diviene pubblica non solo per un eufemismo[153].

 

Le prostitute sostengono che la normativa “obbliga chi si prostituisce a vivere in uno stato di solitudine ed emarginazione ancora maggiori”.

I commentatori giuridici elaborano altrove i loro discorsi:

 

La prostituzione costituisce devianza, vale a dire comportamento che si scosta dalle aspettative consolidate di una comunità sociale, quale madre o padre potrebbe desiderare una figlia prostituta?…la prostituzione come sfogo di ardori giovanili è certamente il male minore, rappresentando un’alternativa alla violenza, che altrimenti imbocca altre vie, con le disastrose conseguenze note, tuttavia essa è veicolo di altra più grave delinquenza[154].

 

A sostegno del sistema di difesa della società civile si trovano ancora certe giustificazioni:

 

Le peripatetiche con atteggiamenti significativi e vestiti indecenti, creano scene di code di pretendenti, di penose contrattazioni percepibili dai passanti, di linguaggio scurrile e di atti riprovevoli. Grave è il disagio per gli abitanti della zona, che  non possono uscire di sera o hanno difficoltà a ricevere amici, senza contare gli adolescenti, spettatori allibiti del presidio del posto, spesso contiguo all’ingresso di una casa di abitazione[155].

 

In tali discorsi non è certo presente l’interesse per il soggetto che si prostituisce. Non c’è la considerazione dell’interesse della prostituta nell’elaborazione teorica. L’unica razionalità è quella che sostiene il quieto vivere e non vedere dei cittadini.

Il reato, se configurato, sarebbe per alcuni commentatori un reato senza vittima. Il giurista Nunziata sostiene “una vittima c’è ed è la prostituta, lo stesso del soggetto agente”[156].

La vendita del proprio corpo è, per il commentatore, un atto lesivo dell’integrità psicofisica di chi la effettua. Non viene mai considerata l’eventualità che vi possano essere situazioni maggiormante lesive e logoranti come guerre e miseria. Il commentatore ne fa discendere che non può esistere spazio alcuno nel nostro ordinamento per la legalizzazione del fenomeno in discorso. La prospettiva per le persone coinvolte in simili traffici è quella di uno squilibrio psichico dovuto alla vita che si conduce e dalla quale non si può uscire senza aiuto esterno.

L’esercizio della prostituzione è in contrasto con la dignità umana, è inaccettabile alla stregua dei valori costituzionalmente posti.

Il Nunziata conclude sostenendo la criminalizzazione dell’adescamento del cliente al fine di porre termine a questo degradante fenomeno: il corpo è una res extra commercium, come tale non è commerciabile e diviene offensiva la stessa richiesta del cliente. La proposta di Nunziata va quindi in direzione di una politica di proibizionismo puro.

Fortunatamente si trovano anche voci diverse. Tra le più autorevoli il Ferrajoli nel suo La differenza sessuale e le garanzie dell’uguaglianza riconosce la necessità di un paradigma normativo di uguaglianza che venga realizzato effettivamente tramite un riconoscimento delle specificità, piuttosto che in conformazione a tale paradigma[157].

Egli legittima i tre cardini della politica femminista in materia giuridica: la libertà femminile, l’inviolabilità del corpo e l’autodeterminazione in tema di aborto. Questi diritti vanno assolutamente coniugati con il principio della sovranità dell’individuo su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, indipendentemente da ciò che normativamente viene stabilito. Perciò a stabilire se vi sia violabilità o meno del corpo può essere solo il soggetto incarnato in quel corpo.

Se applichiamo questo discorso alla prostituzione, si evidenzia la necessità che sia la donna a determinare se le modalità del commercio abbiano rispettato le sue decisioni. La valutazione della condizione di schiavitù o libertà riguarda la persona, che è l’unica a poter stabilire di affrontare o non affrontare quella che Luisa Muraro ha definito, sebbene riferendosi allo stupro, essere una delle “sventure” che possono capitare alle donne[158].

Secondo Ferrajoli una delle modalità per meglio garantire in ambito penale la libertà femminile è proprio quella di valutare i reati o la consistenza delle offese dalla parte che le ha subite. Questo significa declinare il principio di offensività (l’offesa nella prostituzione sarebbe la eterodeterminazione delle condizioni di esercizio) con un maggiore interesse per il soggetto che si mira a tutelare, valorizzandolo soggettivamente, piuttosto che determinare a priori ciò che può offendere o meno.

Sul piano processuale la valutazione soggettiva della donna dovrebbe quindi assegnarle un potere insindacabile in tema di azione penale e permetterle di stabilire se procedere o meno. Questo tipo di politica che attribuisce sovranità assoluta sul suo corpo alla persona che si prostituisce, è la logica conseguenza del riconoscimento della piena autonomia della donna in ambito legislativo.

 

 

4.4 - Nuovi scenari

Negli ultimi anni la situazione è mutata considerevolmente. I discorsi di genere delle femministe vengono contestati: non sono più solo le donne a prostituirsi. Si parla infatti di travestiti, transessuali, gay, lesbiche, e persino uomini eterosessuali. I generi non sono più  solo due e questo si vede chiaramente sui marciapiedi.

Ma la situazione è cambiata anche perché parlando di prostituzione adesso si sottolinea la diversa provenienza dei soggetti che si prostituiscono. Questi sono perlopiù migranti e non avendo altre possibilità di inserimento nella nostra società, commerciano il proprio corpo come unica risorsa. Sebbene secondo le politiche dell’immigrazione non ci sia posto sul territorio per altri possibili lavoratori/cittadini, questi trovano spazio all’interno di un mercato inesorabile nell’usare e commercializzare ogni risorsa. Di nuovo, però, sono più le donne a “usufruire” o “essere usufruite” di/da questo mercato, nonostante le affermazioni sui cambiamenti avvenuti.

Le ragazze in questione provengono dai paesi dell’Ex Unione Sovietica, dall’Albania, dalla Nigeria e dall’Africa in generale; altre ancora provengono dagli Stati del Sud America. Esse difficilmente possono ottenere il permesso di soggiorno dal paese di provenienza, se non affidandosi a chi gestisce il trasporto di corpi umani. La mancanza del permesso di soggiorno le rende facilmente ricattabili da parte delle organizzazioni criminali a causa della possibilità di espulsione da parte dello Stato Italiano. “Accettano” l’illegalità come punto di partenza, convinte di trovare maggiori possibilità una volta sul luogo, ma rimangono incastrate, tra il ricatto e la dipendenza dalle organizzazioni che le trasportano. Più probabilmente non sanno neppure di essere tra le fila o nelle mani di “criminali”, e pensano solo a cambiare una situazione difficile.

Molte sono le questioni che intersecano il mondo della prostituzione con quello dell’immigrazione: la differenza tra paesi poveri e paesi ricchi, le situazioni belliche o post-belliche, l’instabilità politica ed economica, la chiusura delle frontiere europee, la mercificazione umana, la schiavitù, le organizzazioni criminali. Persiste comunque una specificità di genere.

Ma questo incastro tra prostituzione e mancanza di libertà legata al genere va sciolto e decostruito. Una prima distinzione va fatta tra la prostituzione forzata e quella libera.

Molto spesso l’attuale panorama viene dipinto dalla stampa in termini allarmanti, volti a suscitare esclusivamente l’indignazione morale dell’opinione pubblica. Si parla in termini di “nuove schiavitù” o delle “schiave d’Occidente”. Si dice che le donne che si prostituiscono vivono in uno stato di totale asservimento, di sopraffazione e di annullamento dell’identità individuale. Si sovrappongono questi significati al termine prostituzione che viene usato quasi esclusivamente per indicare la schiavitù. Una rappresentazione simbolica che riporta la donna all’interno di un paradigma che la vede ancora esclusivamente come vittima, sempre coatta.

Bisognerebbe chiedersi come mai le donne diventano visibili solo quando sono coinvolte nel commercio sessuale.

Il commercio del proprio corpo non è di per se stesso coatto. Schiavitù è la mancanza di scelta, e non si può intuire sulla base di ciò che appare moralmente poco desiderabile, come in questo caso la prostituzione. Si deve piuttosto valutare sulla base delle reali condizioni di esercizio della stessa ma anche su quelle pratiche che costituiscono la donna come tale. Dobbiamo piuttosto considerare principalmente le condizioni pratiche e discorsive che costituiscono la soggetta come schiava. Quali sono le situazioni concrete che privano queste donne di autonomia decisionale?

La vita di queste ragazze è più che altro una realtà di fuga da situazioni di miseria o di guerra. La non conoscenza della lingua, del contesto, il non avere accesso al lavoro, la mancanza di uno status sul territorio sono le cause che portano alla dipendenza dalle organizzazioni che offrono vie di arrivo ai paesi ricchi. In questo senso dovremmo considerare la schiavitù come uno degli effetti delle politiche immigratorie piuttosto che una caratteristica propria della prostituzione.

Ma verifichiamo se la connessione tra prostituzione ed immigrazione venga disciplinata a livello legislativo e come  si intersechino fra loro tali materie nell’ordinamento.

Sembra che la rappresentazione simbolica della prostituta come schiava non sia stata utilizzata dalla magistratura. Da una recente ricerca della giurista Virgilio[159] risulta che la giurisprudenza si è rifiutata di ravvisare la “condizione analoga alla schiavitù” nella persona adulta che esercita la prostituzione: anche la coazione più violenta non riesce ad annullare totalmente gli spazi di autonomia e decisionalità della persona sino a ridurla a cosa.

Gli strumenti di contrasto utilizzati dalla magistratura sono così “diversi ed eterogenei”. “Il diritto giurisprudenziale indica una eterogeneità per la natura, struttura ed entità delle pene, competenza processuale, beni tutelati e obiettivi di politica criminale: ai fini delle norme del Codice Penale finisce per essere indifferente se l’ingresso nello stato sia legale o illegale, anche la Legge Merlin prescinde dall’illegalità o meno dell’ingresso, mentre questo aspetto diventa centrale nella Legge contro l’immigrazione”[160].

 

Le norme utilizzate oggi sono infatti, oltre alla L 20 febbraio 1958 n. 75, la L. 286/98, TU delle “Disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulle  condizioni dello straniero” e la L. 3 agosto 1998, “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù”.

 La L. 286/98 viene usata in particolare per l’art.12 contro le immigrazioni clandestine: il terzo comma punisce il fatto commesso al fine di reclutamento di persone al fine da destinare alla prostituzione o allo sfruttamento della prostituzione ovvero riguarda l’ingresso di minori da impiegare in attività illecite al fine di favorire lo sfruttamento.

La legge in questione prevede alcune disposizioni di carattere umanitario, tra cui l’art.18 : Soggiorno per motivi di protezione sociale (L. 6 marzo 1998, n. 40, art.16). Tale disposizione prevede che, quando nel corso di operazioni di polizia o di indagini o di un procedimento per taluno dei delitti di cui all’art.3 della 75/58 o dell’art. 380 c.p.p., ovvero nel corso di interventi assistenziali siano accertate situazioni di violenza o di grave sfruttamento nei confronti di uno straniero, ed emergano reali pericoli per la sua incolumità per effetto dei tentativi di sottrarsi ai condizionamenti di un’associazione dedita ai predetti delitti, o delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari o del giudizio il questore, anche su Proposta del Procuratore della Repubblica o con il parere favorevole della stessa autorità, rilascia uno speciale permesso di soggiorno per consentire allo straniero di sottrarsi alla violenza ed ai condizionamenti dell’organizzazione criminale e di partecipare ad un programma di assistenza ed integrazione sociale. Le condizioni per la concessione del soggiorno sono riferite alla “gravità ed attualità del pericolo ed alla rilevanza del contributo offerto dallo straniero per l’efficace contrasto dell’organizzazione criminale ovvero per la individuazione o cattura dei responsabili dei delitti indicati”. Oggi tale istituto si muove grazie al Regolamento di attuazione del testo unico, il DPR 31 agosto 1999 n. 394, in due distinte ed autonome direzioni. Questo DPR prevede infatti che il permesso possa essere richiesto:

-     Dai servizi Sociali degli enti locali, o dalle associazioni (…), che abbiano rilevato situazioni di violenza o di grave sfruttamento nei confronti dello straniero.

- Dal Procuratore della Repubblica nei casi in cui sia iniziato un procedimento penale relativamente a fatti di violenza o di grave sfruttamento di cui alla lettera a) nel corso del quale lo straniero abbia reso dichiarazioni.

Per contrastare alcune situazioni di “nuova schiavitù”, di cui il traffico a scopo di sfruttamento sessuale costituisce una delle forme, si possono utilizzare le varie fattispecie di reato che tutelano la persona dalla violenza, nelle specificità in cui si presenta: violenza privata, minaccia, sequestro di persona, violenza sessuale (procedibile d’ufficio per connessione, nonché aggravata ex art. 609-ter n. 4, per essere i fatti commessi su “persona comunque sottoposta a limitazioni della libertà personale”, secondo taluni applicabile a situazioni in cui la persona trafficata sia priva di documenti o costretta a vivere in condizioni di segregazione al limite del sequestro di persona)[161]. Si utilizzano anche le norme da 600 a 604 del c.p. che tutelano la personalità individuale, si riferiscono alla riduzione e mantenimento in schiavitù o condizione analoga. Queste sono state oggi rileggittimate in seguito all’emanazione della L. 3 agosto 1998, n. 269, “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù”, così detta L contro la Pedofilia.

L’art.9 di questa aggiunge un comma all’art.601 “chiunque commetta tratta o comunque fa commercio di minori degli anni 18 al fine di indurli alla prostituzione è punito con la reclusione da 6 a 20 anni”.

Il termine tratta è di incerta definizione (dal latino trahere e/o tractare): va dal portare una persona da un luogo ad un altro e il mercato di persone, ovvero fra lo sradicamento da un luogo e il commercio illegale dei soggetti. A livello internazionale, recentemente si è tentata una definizione nelle Linee guida europee per misure efficaci di prevenzione e lotta contro la tratta delle donne a scopo di sfruttamento sessuale[162]. In tale contesto si è giustamente sottolineato lo stretto legame tra la questione delle migrazioni e quella della prostituzione. Non si è così disconosciuta la caratterizzazione di genere del mercato sessuale e la connessione con le migrazioni[163]. Il panorama, secondo la Virgilio, si rivela così talmente frammentato da imporre una revisione  delle politiche in materia di immigrazione ma anche della L. Merlin.

 

In Parlamento sono attualmente giacenti 29 Proposte per la modificazione e/o abrogazione della L. 75/58, così detta Legge Merlin. Di queste 29, tre sono diventate già Legge recanti Titolo “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno ai minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù”, cosiddetta Legge contro la pedofilia, N. 269/98. Di quest’ultima abbiamo già parlato. Altre due proposte sono sovrapponibili: sono state presentate dagli stessi schieramenti, l’una in Senato, l’altra alla Camera. Un’altra ancora è stata ritirata immediatamente. Rimangono quindi 23 Proposte di legge da analizzare per capire quali siano le nuove istanze e i concetti in esse inseriti.

Le relazioni di presentazione allegate alle stesse rivelano la presenza di forme di allarme sociale verso un disordine definito come intollerabile. Secondo alcune delle relazioni il fenomeno ha assunto aspetti “inquietanti”, in una di queste si dice: “il business della prostituzione è al terzo posto nel mondo per volume d’affari dopo il traffico di armi e di droga. Il traffico internazionale di donne destinate ai mercati della prostituzione dei Paesi Occidentali rappresenta un’attività in continua espansione”. Stando a quanto dicono i giornali, il numero delle ragazze sulle strade sarebbe notevolmente aumentato. Le relazioni dicono che queste donne vivono in uno stato di asservimento, di sopraffazione e di totale annullamento della identità individuale. Si parla di “nuove schiavitù” o delle “schiave d’Occidente”, si evidenziano le problematiche connesse alla salute pubblica a causa del pericolo della diffusione dell’AIDS, oppure si affronta la questione in termini di ordine pubblico, considerando le reazioni che la prostituzione di strada crea nei cittadini.

Altri progetti partono dalla riflessione sulla criminalità organizzata, che gestisce lo sfruttamento delle donne a scopi sessuali. Si parla di tratta o traffico di merce umana e della necessità di un intervento repressivo. Ma questo grave problema non viene affrontato, ma citato come contesto per legittimare una risposta dura ed immediata. In questo senso si fa leva sulla questione delle schiavitù sovrapponendola al concetto di prostituzione. Sono stati i media ad aver giocato questa simbologia, usando i numerosi atti di violenza subiti dalle lucciole negli ultimi anni come fonte di ulteriore allarme.

In alcuni dei progetti la proposta di modifica è infatti diretta a contrastare un “dilagare di microcriminalità” che preoccupa i cittadini. Questa si rivela come un desiderio di modificazione. La volontà è quella di avere una nuova “sistematica giuridica” per l’esigenza di tutelare in primo grado la persona, più che la proprietà. Ciò consente di semplificare molte problematiche. Il maggior peso attribuito alla sfera della riservatezza e degli affetti permette di riunire prostituzione, furto e rapina sotto un unico disegno di legge nell’ottica dell’emergenza criminale (progetto n. 5665 iniziativa Soda (Verdi), Mussi presentata il 10-2-99 alla Camera).

Schiavitù e criminalità organizzata sono collegati l’uno all’altro. In questo senso alcune delle Relazioni citano spesso la “richiesta di sicurezza” da parte dei cittadini contro le associazioni che gestiscono il traffico internazionale a scopo di sfruttamento sessuale.

Un termine che un tempo veniva usato per sottolineare la fonte irrazionale e al contempo inutile delle sensazioni suscitate da alcuni fenomeni. Oggi invece “la sicurezza” dei cittadini è un bene primario quanto generico, che è utilizzato da fonti istituzionali per promuovere politiche di intolleranza.

Nella Relazione alla Proposta n. 5376 dei deputati Di Biasio, Calimani, (DS) presentata alla Camera il 6 novembre del 1998 e poi ripresentata al Senato dall’Onorevole Di Pietro il 9 dicembre del 1998 con il n. 3690 si parla addirittura di un collegamento diretto tra prostituzione e criminalità.

Cosa si chiede nelle proposte? Quindici dei ventitré progetti riportano un articolo che recita “è vietato l’esercizio della prostituzione in luogo pubblico o aperto al pubblico”. Di questi, quattro chiedono inoltre che la pubblicità dell’attività sia vietata, oppure entro i limiti della decenza o solo a mezzo stampa. Si chiede che si eserciti in privato, in appartamenti, talvolta segnalati dal comune, (sul modello delle case di tolleranza che erano state abolite dalla Merlin perché violavano la libertà e dignità delle individue), altre, invece, da segnalare al comune per i controlli sanitari e per il registro delle persone esercenti. Due dei progetti chiedono forme di zonizzazione come soluzione alla richiesta di arginare e rendere meno visibile il commercio sessuale.

La zonizzazione prevede infatti la circoscrizione del commercio sessuale a determinate zone, d’accordo con comune e cittadini, per una forma di mediazione ed incontro tra gli interessi in gioco[164].

Il 6237 della deputata Maiolo prevede una vera e propria forma di zonizzazione come chiusura al traffico; il 3074 invece richiede un’indicazione da parte del comune dei luoghi dove il conflitto con i cittadini sarebbe minore[165]. La richiesta è volta quindi a chiudere o spostare il commercio sessuale oltre lo sguardo de cittadini e ad arginare un motivo di allarme ed insicurezza. 

Dodici sono i progetti che richiedono l’accertamento sanitario obbligatorio, e di questi solo cinque fanno menzione del rispetto dell’anonimato per chi si prostituisce. Questa era stata una delle innovazioni forti apportate dalla L. 75/58, volta a garantire la dignità di chi si prostituisce e ad arginare gli effetti discriminatori.

Il progetto della Melandri, n. 594, appare come il più rispettoso, tra i quanti si occupino dell’allarme “salute pubblica”, poiché prevede il Trattamento Sanitario Obbligatorio solo nel caso in cui sussista fondato pericolo per la collettività, senza l’imposizione di termini di frequenza per i controlli.

Una stretta correlazione tra prostituzione e aumento delle malattie sessualmente trasmissibili non è ritenuta sussistente. Si ritiene invece che alla maggiore autonomia delle prostitute si accompagni una maggiore attenzione per gli aspetti sanitari, come dimostra la partecipazione delle organizzazioni di prostitute ai progetti europei di prevenzione primaria all’AIDS, e più in generale alle malattie sessualmente trasmissibili (vedi TAMPEP ed EUROPAP).

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) l’obbligatorietà dei controlli sanitari per le prostitute non produrrebbe altro effetto che l’aumento della clandestinità, rischiando di creare diffidenza nei confronti dei servizi realizzati dagli enti locali. È opportuno promuovere invece campagne di informazione a scopo preventivo per i clienti (relazione al progetto n. 6622).

Nove proposte prevedono, assieme alla segnalazione delle attività alla Pubblica Sicurezza per l’autorizzazione o la schedatura (detta anche registrazione) che accompagna l’esercizio, il pagamento degli oneri fiscali. Altri due progetti prevedono l’inserimento della prostituzione tra le attività lavorative, uno ex art. 2083, tra i piccoli imprenditori quindi; e l’altro lo inserisce nel libro quinto, titolo terzo del codice civile, come lavoro autonomo.

Le misure della segnalazione ed autorizzazione erano state abolite dalla Legge Merlin per garantire una certa indipendenza dalla ingerenza dello Stato o dalle maitresse. Queste garanzie verrebbero disconosciute e negate nella logica dell’emergenza.

La logica del “pagamento tasse” o della “normalizzazione” del commercio sessuale sembra volta garantire il rientro dei fatturati di questo mercato alle casse dello Stato, più che ad arginare gli effetti pericolosi dell’illegalità. Il commercio della prostituzione ha infatti un fatturato notevole, del quale non si conosce la destinazione. Ma si dimentica che tali proventi non sono ad esclusivo appannaggio delle associazioni a delinquere, ma partecipano anche alla sopravvivenza delle donne. Questa richiesta è sempre stata contestata poiché nell’integrare la prostituzione tra i mestieri, si eliminerebbe una peculiarità che le è propria e, inoltre si produrrebbe l’effetto di una più precisa identificazione della persona con tale commercio, piuttosto che garantire la possibilità di uscire dalla categorizzazione emarginante. Non vi è traccia della figura del cliente e della connotazione di genere, almeno nei testi legislativi. Infatti cinque progetti sanzionano genericamente “chi compie atti di prostituzione”. Alcuni prevedono solo un’ammenda, altri il sequestro dell’autoveicolo o ancora il carcere. Quest’ultimo di solito è previsto qualora gli atti siano stati compiuti con minorenni. Questa esperienza repressiva verso chi compia atti di prostituzione è stata già tentata da alcuni comuni in Italia, perlopiù promossa da sindaci desiderosi di dare segnali chiari all’elettorato. Le “multe” hanno dirottato parte del mercato commerciale in altre zone meno frequentate e forse più pericolose, creando maggiori disagi per le lucciole, o le hanno spinte all’interno di locali privati[166].

Dieci dei progetti presentati prevedono misure di contrasto specifiche contro la criminalità organizzata nella forma dell’associazione a delinquere con il fine dello sfruttamento sessuale o della tratta di persone. Alcuni progetti lo prevedono come capo autonomo di incriminazione, altri come aggravante del [D1] reclutamento o dell’induzione o dello sfruttamento. La pena prevista arriva fino ai 15 anni e ai trecento milioni, aumentando quindi quanto previsto dalla 75/58 (art.3 n. 7).

Otto prevedono invece la disposizione di progetti al fine del recupero delle persone che decidono di cessare l’attività di prostituzione. Sei (di questi solo tre sono tra quelli che prevedono progetti di recupero)  si rifanno all’art.3 Cost. per promuovere iniziative dirette a rimuovere le cause di ordine economico, sociale, culturale e psicologico che favoriscono la pratica della prostituzione. Sono previsti corsi di sostegno e formazione alle professioni o di istruzione. Interessante in questo senso è la Proposta n. 6622 (dei deputati Bolognesi, Lumia) che si pone solo all’interno di un programma di Riduzione del Danno, disciplinando i modi di erogazione di fondi per Progetti volti a svolgere Servizi Informazioni e costituire Case Famiglia.

Il fine di tale normativa è quello di favorire l’integrazione sociale delle persone che esercitano la prostituzione e a ridurre i danni sanitari. C’è quindi una considerazione del particolare intersecarsi delle questioni attinenti all’immigrazione e  alla mancanza di strutture di “mediazione per gli ingressi”.

La Proposta della senatrice Salvato è interessante perché recepisce le critiche volte alla Merlin senza capovolgere la ratio della norma. Prevede infatti l’eliminazione del favoreggiamento nei punti che più hanno sanzionato le donne. C’è l’abolizione del ricorso alla 1423/56 sulla “pericolosità”; il divieto di fermo e di accertamento sanitario vengono confermati. Si aggiunge però un aumento di pena per lo sfruttamento.

Le istanze primarie che emergono dall’analisi dei testi sono quindi l’ordine (visibilità e regolarizzazione), la tutela della salute pubblica e la lotta alla criminalità organizzata. Non viene menzionato in modo specifico il problema connesso dell’immigrazione, se non per criminalizzare coloro che agevolino l’entrata clandestina a fini di sfruttamento sessuale. Questo significa che non viene riconosciuta la realtà del 90% di questo mercato e che non vi è segno alcuno dell’apprezzamento manifestato verso l’art.18 della 286/98. Perché non viene inserita la possibilità a fini umanitari e non, di avere il permesso di soggiorno?

Nel testo di alcuni progetti l’unica indicazione che comprenda “il cittadino straniero” riguarda il divieto di prostituirsi in pubblico: questo verrà espulso se clandestino o gli verrà revocato il permesso di soggiorno. Abolizionismo di nuovo quindi, senza considerazione alcuna per il reale intersecarsi della realtà della migrazione con quello dello sfruttamento sessuale.

Si chiede invece l’abolizione di ogni forma di prostituzione in luogo pubblico. In questo senso le previsioni vanno da una regolamentazione per l’attività gestita nel privato, fino ad arrivare alla richiesta del pagamento delle tasse, che sottintenderebbe un tentativo di legalizzazione, ridotto però soltanto alla sottoposizione agli oneri fiscali.

Da un analisi testuale ricaviamo che in nessuno dei suddetti progetti si trova traccia della connotazione di genere.

Come abbiamo visto, l’ideologia è “la rappresentazione del rapporto immaginario degli individui con le proprie condizioni di esistenza reali”. Non rappresenta i rapporti reali che governano l’esistenza degli individui, ma il rapporto immaginario di questi individui con i rapporti reali nei quali vivono. Qui il diritto disconosce una specificità di genere e interpella i soggetti in quanto asessuati. Infatti come mai i testi legislativi si rivolgono al paradigma generico della “persona”?  Forse perché questa nella sua neutralità rappresenta il soggetto libero?

Come questa neutralità, che non esiste nella realtà, viene declinata nelle sentenze e nello svolgimento dei processi?

Le Relazioni ai progetti parlano di schiave, di vittime, di prostitute, di sfruttatori, di clienti e di minori connotando i discorsi con una specificità di genere. Nella pratica processuale a queste soggette viene richiesto di costituirsi come vittime o schiave o è loro riconosciuta qualche forma di autonomia?

Bisognerebbe valutare le sentenze in corso di definizione per avere un’idea più chiara, ma per questo bisognerà attendere la pubblicazione delle decisioni processuali.

Per ora ci limitiamo ad osservare come le “nuove leggi” utilizzino ancora la logica della neutralità: parlano di soggetti neutri come “persone”, “chi”, “cittadini”. L’emergenza invece parla sempre di donne e di minori, di sfruttatori e clienti.

Se da una parte apprezziamo un uso della normativa che non riproduca alcuna rappresentazione del genere, relegando la nominazione della specificità sessuale solo nelle materie tradizionalmente riservate al corpo femminile; dall’altra non possiamo fare a meno di notare l’incapacità del linguaggio giuridico e delle sue categorizzazioni a recepire la differenza in termini di diversità, non inserita in un sistema di riproduzione del genere.

 

 

 

Conclusioni

Sulla base della teoria foucaultiana del sapere abbiamo messo in discussione le produzioni discorsive dei movimenti femministi, illustrando come l’emergere della sessualità nell’ordine del discorso abbia travolto la pratica critica che questi pensieri stavano producendo.

La lettura delle figure e dei ruoli attribuiti alle donne si è mantenuta all’interno di uno schema che leggeva l’individua in base alla sessualità. Questo tipo di analisi prende le mosse dalla stessa origine che veniva contestata alla cultura patriarcale, costituendo l’individua di sesso femminile in base alla struttura fisica e non riconoscendole la possibilità di percepire e gestire il corpo come se fosse una cosa di sua proprietà, come avviene invece per l’individuo senza specificazione sessuale.

Il corpo non è importante per l’individuo. Non è parte della sua identità, è trasparente, non si vede. Questa invisibilità è ciò che consente la sua libertà. Il sesso o il corpo per l’ideologia che costituisce i soggetti è “il” limite, “la” costrizione, ciò che ci inserisce in un contesto materiale che come tale è per forza delimitato.

Non ci può essere in questo tipo di significazione una differenza sessuale percepita fuori dalle referenze simboliche di positività e di negatività, della mente e del corpo; l’una attiva e potente, l’altro sottomesso e passivo. La figura della prostituta è sempre stata percepita come colei che subisce passivamente il proprio corpo, che è ridotta solo ad esso. Dalle parole di alcune di esse emerge invece come la sola possibilità di esercitare il commercio sessuale sia quella di una forte scissione mente/corpo e di una gestione razionale di quest’ultimo. Questo tipo di meccanismo renderebbe le donne che si prostituiscono simili all’individuo in quanto essere assessuato, proprio mentre queste esercitano la “sessualità”. Esse sarebbero libere dalle limitazioni del corpo, proprio usandolo.

Nella rappresentazione simbolica di genere questo crea una vera e propria sovversione della comprensione, non dei ruoli, ma della possibilità di percezione di sé.

Abbiamo visto che il femminismo si sta muovendo verso la critica a quelle teorie e discorsi che riproducono il genere. Viene sottolineata la pericolosità delle significazioni indicate, poiché queste suscitano nell’individua una autorappresentazione in base ad un genere. La significazione infatti è ciò che consente alle persone di inserirsi in un determinato contesto sociale. Grazie a questa, esse rispondono alle richieste degli altri e in queste si identificano. Per questo motivo il fatto che il diritto riproduca un’immagine di prostituta connotata secondo i classici stereotipi sulla donna, fa sì che molte delle persone che ricorrono allo strumento giuridico siano tenute ad autorappresentarsi secondo quello stesso stereotipo.

Bisognerebbe invece supportare, almeno sul piano narrativo, una percezione di sé delle individue in termini di autodeterminazione e responsabilità. In questo modo si offre una maggiore possibilità alle persone, sia di sopportare delle sventure non decisive ma fondanti della loro identità, sia di denunciare e farsi promotrici di azioni legali nei casi di sfruttamento.

La questione simbolica dell’autodeterminazione non si deve tuttavia sovrapporre come significato unico alla situazione di chi viene sfruttato sessualmente. Un minor rilievo attribuito alla mercificazione sessuale può servire a sfuggire a certe tentazioni moralistiche che impongono alle donne di costituirsi come schiave se vogliono sottrarsi al mercato del sesso. In questo senso a livello giuridico la Legge Merlin funziona come tecnologia di genere poiché produce la Donna in base alla rappresentazione classica: donna da tutelare/donna pericolosa. Le sentenze negli anni ‘80 riportano lo stesso tipo di meccanismo e sanzionano anche situazioni di contesto come se fossero situazioni di sfruttamento.

Le attuali proposte legislative, invece, mostrano una logica diversa ma che non può essere definita nuova. Il testo usa un linguaggio neutro che non riproduce il genere, ma così disconosce la specificità sessuale di tale realtà. La tensione tra il riconoscere la soggettività della donna e il riprodurre gli stereotipi legati al genere non è facilmente risolvibile. Sembra piuttosto che il linguaggio giuridico e la codificazione in generale non si prestino a raccogliere i saperi del pensiero femminista.  

 

 



[1] Demostene, Processo a una cortigiana, Marsilio Editori, Venezia, 1986.

[2]S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, 1a –2ae, q. 101, a.3 ad 2, “Sapientis legislatoris est minores transgressiones permittere, ut maiores caveantur”. E in De Regiminem Principum: “ Se eliminassimo le prostitute dalla società, la dissolutezza la inquinerebbe con disordine di ogni genere. Le prostitute sono in una città ciò che la cloaca è in un palazzo: sopprimete la cloaca e il palazzo diventerà sporco e infetto”.

[3] S. Tommaso, Summa theologica, I a e II ae.

[4] J. Roussioud, La prostituzione nel Medievo, Laterza Economica, Roma- Bari, 1995, pag. 19.

[5] Canosa, Colonnello, Storia della prostituzione in Italia dal Quattrocento al Settecento, Sapere 2000, Roma. 1989, pp. 224-225. “A Bologna ad esempio, nell’anno 1382, fu imposto alle meretrici di portare una tunica aperta sul davanti ed in testa un cappuccio con legato un sonaglio, affinché la loro presenza entrasse per l’udire e per lo viso. Un provvedimento analogo fu adottato a Firenze due anni dopo (…) a Siena nel 1404 (…) a Torino nel 1430..” In A. Berzaghi, Donne o cortigiane?, Bertani Ed. Verona, 1980, pag 23 “21/2/1543: proibizione alle meretrici di portare oro, argento o seta, catenelle, perle, anelli con pietra o senza”.

[6] Canosa Colonnello, op. cit. pag. 227.

[7] Furono chiusi molti postriboli pubblici: 1531 ad Ulma, 1534 a Basilea, 1560 a Parigi, 1562 a Norimberga. Secondo Le Goff : “Si ebbe così un progressivo rifiuto da parte delle autorità municipali della prostituzione. La prostituta da utile divenne anch’essa pericolosa e nel 1563 l’Editto di Amboise fece chiudere in Francia gli ultimi bordelli comunali”; in Il Vizio necessario, Storia Dossier, V, n. 43, 1990, pp.28-33; citato in R. Sapio, Prostituzione dal diritto ai diritti, cit.  Favorevole a questa lettura della crisi del postribolo anche Dizionario dell’erotismo BUR Edizione 1988, voce prostituzione.  

[8] A. Barzaghi, Donne o cortigiane?, Bertani Editore, Padova, 1980, pp. 23-25. “10/3/1571: Proibizione alle cortigiane di recarsi in chiesa nei giorni di festa e nelle solennità; 27/2/1611: E’ vietato alle meretrici abitare sul Canal Grande, tanto se la casa è propria tanto se presa in affitto in suo nome o di altri; 26/1/1612. Nessuna meretrice o sola o in compagnia di altre può abitare un casa di prezzo maggiore di cento ducati l’anno, né può subafftittare di queste case in modo alcuno. Canosa, Colonnello, Storia della prostituzione in Italia, op. cit. pag 237. Cfr. Bolis, La polizia e le classi socialmente pericolose della società. Studii, Zanichelli, Bologna, 1871, pp. 770-799.

[9] M. Gibson, Stato e prostituzione in Italia, Il Saggiatore, Milano, 1995. A. Morale, Studio sulla prostituzione nella storia del diritto e nella legislazione vigente, Tipografia Anelli, Vasto, 1909.

[10] C. Lombroso e W. Ferrero, La donna delinquente. La prostituta e la donna normale, F.lli Bocca, Milano1915 pag. 111

[11] Lombroso citato in C. Smart, Donne crimine e criminologia, Armando Editore, Roma, 1981, pag. 95

[12] C. Smart, op. cit., pag. 95.

[13] J. Onnis, Il Regolamento Cavour (15 febbraio 1860): nascita della prostituzione di stato, estratto da Studi in memoria di Giuliana d’Amelio, Giuffrè Ed. Milano, 1978. Scrive a pag. 220: “Alla base del Regolamento vi erano soprattutto esigenze di carattere militare: la perfetta efficienza delle truppe e la loro tutela contro il pericolo del dilagare delle malattie veneree”. Cfr.Gibson, op. cit, pag. 35.

[14] J. Onnis, Il Regolamento Cavour, op. cit. pag. 222 riporta in nota parte del testo della Commissione per lo studio delle questioni relative alla prostituzione: “infieriva nel 1859 e nel 1860, come suole in tempo di guerra, quasi un’epidemia celtica. I soldati contraevano i mali venerei in sì larga scala, da impensierire il Ministero di allora (…) in momenti nei quali l’avvenire nostro dipendeva dall’esercito, non vi fu luogo né a studiare pesare i pro e contro, bisognava procedere alla lesta”.

[15] Art. 26 e art 27 Regolamento 15 Febbraio 1860: “Ogni meretrice all’atto della sua iscrizione riceve un libretto contenente gli articoli del regolamento che la riguardano, le sue generalità ed i suoi connotati. Nel libretto sono indicate le visite sanitarie subite, il postribolo cui la donna è addetta, e se isolata il luogo della sua abitazione” “E’ assolutamente vietato alle meretrici di rimettere il libretto ad altre. Esse devono sempre tenerlo presso di loroe presentarlo ad ogni domanda che venisse loro fatta dagli agenti di pubblica sicurezza. Se lo smarrissero devono tosto provvedersene un altro, sul quale si annoterà che fu spedito e duplicato”. In Bolis, op. cit.  pag. 874.

[16] M. Gibson, op. cit. pp. 51-82. Cfr. J. Walkowitz, Prostitution and Victorian Society, New York, 1980.

[17] Jusephine Butler (1828-1906) Femminista inglese ha istituito rifugi per prostitute e malate e fuoriuscite in Bridwell, ha inoltre pubblicato numerosi articoli e periodici come The Dawn e The Storm Bell.  Reminiscences of a great crusade (1911).

[18] John Stuart Mill (1806-1873) filosofo economista e femminista scrisse La soggezione delle donne.

[19] J. Walkowitz, Vizi maschili e virtù femministe, Il femminismo e la politica nei confronti della prostituzione nella Gran Bretagna del XIX secolo, in T. Pitch, Diritto e Rovescio, Ed. Scientifiche It., Napoli, 1987, pag 145.

[20] Ibidem, pag. 149

[21] Ibidem pag. 163.

[22] K. Marx, Manoscritti economico filosofici del 1844, Einaudi Editore, Torino, 1949 pp.33-43. 

[23] K. Marx, Manoscritti economico filosofici del 1844, op. cit., pag. 141. 

[24]  Secondo Nietzsche non esiste un ordine oggettivo, conoscibile. La coscienza cui l’evidenza si impone non è nulla di immediato, ma il risultato di un gioco di influenze e di un equilibrio gerarchico di forze contrastanti. Per la capacità di dubitare della più elementare delle evidenze si descrivono Freud con Nietzsche e Marx come i maestri del sospetto.

[24] P.A. Rovatti, Introduzione alla filosofia contemporanea, Strumenti Bompiani, Milano, 1996.

[25] S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, citato pp.186-187.

[26] S. Freud, Totem e tabù, Universale Economica Newton, 1993, pag.159.

[27] Il massacro degli spartachisti di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht segnò l’inevitabile declino di ogni prospettiva socialista. Sorte analoga anche se meno cruenta subì la socialdemocrazia austriaca. Entrambe le potenze arrivarono alla divisione delle componenti politiche e la sinistra dovette accettare di dividere il governo con le forze moderate cattoliche e liberali.

[28] W. Reich, La rivoluzione sessuale, Feltrinelli Economica, Milano, 1963, pag 13.

[29] M. Staderini, Pornografie, Manifesto libri, 1998 pag. 25.

[30] Non parlo di femminismo in termini unitari poiché esso non fu caratterizzato da un’unica posizione teorica come invece viene spesso rappresentato: ci fu l’area liberale (Simone de Beauvoir e Betty Friedman), quella marxista (Kate Millett), quella radicale (S. Firestone), quella lesbica (A. Rich) e quella nera (A. Davis e A. Lorde), cfr. Whelehan Imelda, Modern Feminist Thought, Edinburgh University Press, Edinburgh, 1995. Per altre suddivisioni vedi: P. Clough, Feminist Thought; R. Tong, Feminist Thought: a comprensive introduction; L. Nicholson, The second wave: a reader in feminist theory; S. Jackson, Contemporary Feminist theories.

[31] Vedi R. Braidotti, Dissonanze, La tartaruga Edizioni, Milano, 1994; F. Restaino e A. Cavarero, Le filosofie femministe, Paravia, Torino, 1999.

[32] In particolare nel libro di Engels del 1884 L’origine della famiglia, della proprietà e dello stato si trova un’analisi organica delle tematiche riguardanti il proletariato, la donna e la società socialista. Per la Kollontaj ricordiamo invece I fondamenti sociali della questione femminile e La famiglia del 1909, nei quali spiega che la libertà della donna dipende dall’assunzione da parte dello stato degli oneri economici della famiglia.

[33] Le donne che parteciparono a questo movimento furono in gran parte studentesse universitarie che avevano partecipato ai movimenti progressisti contro la guerra nel Vietnam o la segregazione razziale e che avevano sperimentato la loro marginalizzazione all’interno degli stessi gruppi rivoluzionari.

[34] R. Braidotti, Dissonanze cit., pp 114-115.

[35] A. Rich in Nato di Donna, Garzanti, Milano, 1970.

[36] Il pensiero beauvoiriano si muove ancora in una prospettiva legata all’uguaglianza. Anche V. Woolf nel suo Una stanza tutta per sé (1929) o in Le tre ghinee (1938) si muove in questo senso ed espone le sue rivendicazioni rispetto alle condizioni materiali in cui si trovan le donne  rispetto agli uomini. Il fatto di non possedere un proprio spazio o abbastanza denaro per scrivere ha sicuramente penalizzato molte “sorelle di Shakespeare”.

[37] S. de Beauvoir, Il Secondo Sesso, Est Edizioni, Milano, 1997, pp. 828-832.

[38] S. Firestone, La dialettica dei sessi, Guaraldi Editore, Firenze, 1970.

[39] S. Firestone, op. cit. pag. 152.

[40] K.Millett, La politica Sessuale, Rizzoli, Milano, 1970, pag. 41.

[41] Millett, La politica Sessuale citato pag. 47.

[42] A. Rich, Nato di donna, Garzanti, Milano, 1970.

[43] Ibidem pag. 65.

[44] Rich, op. cit. pag. 288.

[45] Il gruppo di cui fecero parte L. Irigaray, H. Cixous, J. Kristeva noto come “Psychanalyse et Politique” fu guidato da Antoinette Fouque fu radicato nell’uso politico della psicoanalisi. Esso fondò una rivista “Questiones feministes” con orientamento vicino al marxismo.

[46] R. Braidotti, Dissonanze, cit., pag. 156.

[47] L. Irigaray, La democrazia comincia a due, Bollati Boringhieri, Torino, 1994, pag. 111.

[48]L. Irigaray, La democrazia comincia a due, citato pag. 151.

[49] L. Irigaray, Amo a te, Bollati Boringhieri, Torino, 1993, pag. 71.

[50] Questo termine entra solo ora a far parte del nostro vocabolario. Le lingue di origine romanza non fanno un’associazione tra la grammatica e la divisione in generi sessuati. I vari termini usati per indicare il genere designano la classificazione delle forme artistiche e letterarie, ma sono prive di denotazioni sessuali.

[51] “Dei dispositivi tramite i quali una società trasforma l’istinto sessuale biologico in un prodotto dell’attività umana e attraverso cui i bisogni sessuali così trasformati sono soddisfatti” in the Dictionary of feminist Theory di M. Humm, Harvester, New York, London 1995. La prima a elaborare il concetto di sex/gender system fu Gayle Rubin nel 1975 in Lo scambio delle donne. Note sull’economia politica. Per una trattazione organica del tema vedi anche M. Nadotti, Sesso & genere, Il Saggiatore, Milano, 1996; J. Scott, gender a useful category of historical analysis, in Rivista di storia contemporanea, 1987, 4, pp. 560-586; J. Lorber, L’invenzione dei sessi, Il Saggiatore, Milano, 1995.

[52] M. Nadotti, Sesso & genere  citato pp. 7-8.

[53] C. MacKinnon, Sexuality, Pornography and method: plasure under patriarchy, in Ethics 99, Jenuary 1989; A. Dworkin, Pornography, men possessing women, New York, Perigee 1982. Vedi prossimo capitolo.

[54] Restaino, Cavarero, op. cit. pp. 73-81. Braidotti, Soggetto nomade, citato pp. 65-80.

[55] Si vedano Irigaray, Speculum, Questo sesso che non è un sesso, L’etica della differenza sessuale. Ma anche H. Cixous, Il riso della medusa, Dentro la scrittura. Il pensiero della differenza sessuale è stato recepito in Italia anche da Muraro e Cavarero.

[56] J. Scott, Gender a useful category of historical analysis, in Rivista di storia contemporanea, 1987, 4, pp. 560-586 scrive in proposito a pag. 585 “il genere è uno dei riferimenti ricorrenti con i quali il potere politico è stato concepito legittimato e criticato. Esso riguarda e al tempo stesso determina il significato della contrapposizione tra maschile e femminile. Per sostenere il potere politico il riferimento deve essere sicuro e stabile, esterno all’elaborazione umana, parte dell’ordine naturale o divino. In questo modo la contrapposizione bianaria e il processo sociale dei rapporti di genere entrano a far parte del significato del potere stesso; mettere in discussione o alterare uno qualsiasi di questi aspetti vuol dire mettere a repentaglio l’intero sistema” e vedi anche R. Braidotti, Soggetto Nomade, Donzelli Editore, Roma, 1995 e Restaino, Cavarero, Le filosofie femministe, citato.

[57] M. Staderini, Pornografie, Manifesto libri, Roma,1998. Cfr. S. Sontang, Interpretazioni tendenziose, Einaudi Torino, 1980.

[58] Per l’analisi della pornografia come istigazione allo stupro: Susan Brownmiller, Against our will (mira alla ricerca dell’origine dello stupro) C. Barry, Famale Sexual Slavery (sulla tratta delle bianche nel XX secolo).

[59] A. Dworkin, Pornography, Perigee Books, New York, 1982.

[60] P. Califia, Feminism and Sadomasochism, Heresies, New York, 1982. In Staderini op. cit. pag. 60.

[61] K. Millett, Prostituzione. Quartetto per voci femminili, Einaudi Torino, 1975.

[62] Ibidem, pag.28.

[63] Ibidem, pag.62.

[64] Ibidem pp. 77-90.

[65] Ibidem, pp. 12 e 45.

[66] Carol Pateman, Il contratto sessuale, Editori Riuniti, 1997, pag. 12

[67] Ibidem pp. 5, 9.

[68] Pateman scrive a pag. 266  “L’autonomia è situata in un certo corpo, in quanto fa sì che una persona prenda autocriticamente in considerazione quel corpo e le sue capacità di decidere della forma della sua vita… è la capacità priva di vincoli di un proprietario (entità razionale) correlata esternamente alla proprietà della sua persona (il corpo) di giudicare come cedere per contratto quella proprietà”.

[69] Ibidem pag. 158.

[70] Ibidem pag. 268-269: “C’è una relazione necessaria tra il corpo e l’io. Il corpo e l’io non sono identici, ma gli io sono inseparabili dai corpi (…) la connessione necessaria tra sessualità e senso di sé significa che, per proteggersi, una prostituta deve distanziarsi da se stessa dal proprio uso sessuale”.

[71]  J. Belladonna, Prostituzione, Savelli, Roma, 1979, pag. 39. “La prostituzione è una pratica produttrice di rapporti sociali determinati e nasce dal capitale”.

[72] Apruzzi, Rauen, Salvini, Schnabl , La moglie e la prostituta, due ruoli una condizione, Guaraldi Editore, Firenze,1975, Introduzione di Chiara Saraceno, pp. VII-X.

[73] Ibidem pp. 19, 39 e 2.

[74] Si fa riferimento alla Regola di Proibizione dell’incesto, che permette la circolazione delle donne fra gli uomini. La regola della proibizione dell’incesto è descritta da Levy Strauss ne “Le strutture elementari della parentela”. È quella che permette lo scambio delle donne,  beni rarefatti, se desiderabili, e che permette la realizzazione dell’ordine sociale. Il riferimento va anche a Marx dei Manoscritti secondo il quale la merce prodotta è il frutto del lavoro umano ed è il mezzo attraverso il quale gli uomini entrano in relazione tra loro. Il valore di scambio di una merce è dato dal valore sociale per produrla, è qualche cosa che deve essere uguale in tutte le merci per renderle scambiabili in diverse proporzioni. Questo è diverso dal valore d’uso che invece è la qualità di una merce di soddisfare un bisogno piuttosto che un altro.  In L.Irigaray, Questo sesso che non è un sesso, Feltrinelli, Milano, 1977, pp. 141-142.

[75] Ibidem pag. 140.

[76] Vedi Speculum: l’altra donna. Irigaray, Feltrinelli, Milano, 1989, Lo speculum è lo strumento ottico concavo usato dai medici per guardare all’interno delle cavità umane e che permette di guardare dentro la vagina per vedervi non il vuoto, la mancanza, ma una sessualità complessa. Il riferimento è alla fase dello specchio di Lacan che costituisce la fase di presa di coscienza della propria identità da parte del bambino attraverso l’immagine che la superficie di questo rimanda. Pag 45: “Se la donna non avesse altri desideri che non siano l’invidia del pene, lo specchio che deve rinviare all’uomo la sua immagine, seppure invertita, perderebbe forse la sua unità, unicità, semplicità…”. Pag. 49: “affinché l’io sia dotato di valore occorre che uno specchio lo rassicuri sulla sua validità… la donna rappresenta il puntello del meccanismo della specularità… serve da luogo per la sublimazione e controllo del lavoro della morte…”. Pag 46-47: “La rappresentazione del sesso femminile conferma dunque il non avere o non avere più, tipici dell’angoscia di castrazione mentre la voglia di avere confermerebbe l’uomo nel fatto che lui c’è l’ha sicuramente e per sempre con in più l’avvertimento che potrebbe prenderglielo… l’invidia del pene significa il disprezzo della bambina e della donna per il proprio piacere onde assicurare un rimedio, indubbiamente ambiguo, all’angoscia di castrazione dell’uomo”.

[77] Irigaray, Questo sesso che non è un sesso, op. cit. pp. 150-151.

[78] Ibidem pag. 149.

[79] Ibidem pag. 154.

[80] Ibidem pag. 153.

[81]Erano avvenuti alcuni cambiamenti fondamentali come l’esaurimento della produttività fordista-taylorista e la diffusione della pillola anticoncezionale.

Vedi N. Balestrini e P. Moroni, L’orda d’oro, Feltrinelli, Milano, 1997.

[82] M. Foucault, La volontà di sapere, Feltrinelli Editore Milano, 1988, pp. 10-11.

[83] Ibidem, pag. 79.

[84] Ibidem, pag. 83.

[85] Ibidem, pp. 69-70.

[86] Intervista a Foucault, Sesso potere e politica d’identità, Michel Foucault e il divenire donna, Mimesis, Milano, 1997, pp. 207 e 138.

[87] M. Foucault, Microfisica del potere, in Nietzsche la genealogia la storia, Einaudi Torino, 1977, pag. 41.

[88]G. Barbette, conversazione con Michel Foucault, in S. Vaccaro, M.Coglitore, Michel Foucault e il divenire donna, Mimesis, Milano, 1997, pp.197-215.

[89] Non mi riferisco alla ricerca che Irigaray sta portando avanti cercando di trovare un linguaggio che non escluda la donna, e che intenda parlare diversamente. Non mi riferisco al partire dalla materialità del corpo della donna che “è già due, poiché è in grado di toccarsi senza dover ricorrere all’esterno, di parlarsi e sentirsi, come le nostre labbra.” In L. Irigaray, Questo sesso che non è un sesso, op. cit., pp. 179-180.

[90] J.Sawicki, Disciplining Foucault: feminism, power and the body, Routledge, New York,1991, pp.95-109.

[91] J. Butler, Gender Trouble, Feminism and the subversion of identity, Routledge, London, New York, 1990, pag.147.

[92] Ibidem pag. 10.

[93] Ibidem, pag. 148.

[94] T. De Lauretis, Sui Generis, Feltrinelli Editore, Milano, 1996, pag.131.

[95] Ibidem pag. 132.

[96] J. Butler, op. cit., pag. 33.

[97] M. Foucault, Nietzsche la genealogia la storia, in Microfisica del potere: interventi politici, Einaudi Torino 1977, pag. 35.

[98] J. Butler, op. cit., pag 138.

[99] Freud pensava che la donna si prostituisse poiché non aveva ancora risolto il complesso di Edipo. Ciò era dovuto quindi alla repressione dell’originario amore sessuale per il genitore. Secondo Freud il comportamento sessuale è promiscuo poiché i partner sarebbero solo dei surrogati dell’originario amore frustrato per i genitori, impedito dal tabù dell’incesto. Così, non potendo soddisfarsi nei surrogati, la persona continua a cercare nuovi sostituti. La prostituzione sarebbe quindi una reazione psico-patologica. Vedi C. Smart in Donne crimine e criminologia, Armando Editore Roma, 1981, pag. 97.

[100] Carole Pateman, Il contratto sessuale, op. cit., pag. 269.

[101] Kate Millet, Prostituzione,  op. cit. pag. 48.

[102] A. Dworkin, Pornography, op. cit., pag.119.

[103] T. Pitch, Le responsabilità limitate, Feltrinelli Editore, Milano, 1989, pag.191.

[104] Ne esistono esempi sia in Olanda dove si trova l’associazione De Graaf (il filo rosso), che in Canada dove c’è COYOTE (Call off your old tired Ethics) vedi in Sesso al Lavoro, op. cit. pag. 138 e Pornography and the law, Dany Lacombe, Toronto University Press, 1994, pag. 69.

[105] T. De Lauretis, Sui generis, op. cit., pag. 153.

[106]R. Sapio, Prostituzione dal diritto ai diritti, Leoncavallo Libri, Milano, 1999, pag.180.

[107]R.Tatafiore, Il potere nel sesso commerciale: ambiguità e trasformazioni, in Psiche, voll. 1-2, 1999, pp. 57-63.

 R. Tatafiore, Sesso al Lavoro, Il Saggiatore, Milano, 1994, pag. 67.

[108] Ibidem.

[109] R. Tatafiore, Il potere nel sesso commerciale: ambiguità e trasformazioni, in Psiche, op. cit. pag . 60.

[110] Ibidem. Strategie di questo tipo si possono trovare in Manuale dell’allegra battona, Mazzotta Editore, 1970.

[111] Maria Rosa Cutrufelli, Il denaro in corpo, Marco Tropea Milano,1996, pp. 17-108; e Il cliente, Editori Riuniti Roma, 1981.

[112] Guido Ruggiero, Binding Passion: tales of magic, marriage and the power at the end of Renaissance, Oxford University Press,1996, pag.129.

[113] ASPE, Dossier Prostituzione, Anche questo è consumismo, n 5, dell’8 marzo 1989.

[114] Ivi, Marciapiedi d’oro, n5, 8 marzo 1989.

[115] G. Petherson, Huren-stigma, wie man aus Fruen huren macht, in Tatafiore, Il potere nel sesso commerciale, in Psiche, op. cit., pag. 60.

[116] Tatafiore, Il potere nel sesso commerciale, op. cit. pag. 61.

[117] C. Corso, Registrazione dal Convegno Donne che avete intelletto d’amore, Modena, 1998, non pubblicata. Interessante per verificare il dibattito tra femministe e prostitute è l’articolo di Tatafiore, Le prostitute e le altre, in Memoria 16, Rosemberg e Sellier, Torino, pp. 101-113.

[118] R. Tatafiore, La prostituta e le altre, op. cit. pag 110.

[119] F. Saussure, Corso di linguistica generale, Biblioteca Universale Laterza, Roma, 1986, pp. 125-145.

[120] H. Mead, Mente Sé e società, G. Barbera, Firenze, 1966.

[121] De Lauretis, Sui generis, op. cit., pag. 141.

[122] L. Althusser, Ideologia e apparati ideologici di Stato, in Critica Marxista 8, 5, 1970, pp. 23-45

[123] De Lauretis, op. cit., pag.142.  L’ideologia secondo Althusser non ha un fuori, non è pertanto possibile individuarla e il soggetto ha sempre la percezione di esserne fuori. Uno degli effetti dell’ideologia è la negazione pratica del carattere ideologico della stessa. Solo attraverso la conoscenza scientifica si può riconoscere l’ideologia. La De Lauretis invece sostiene che il soggetto del femminismo abbia la consapevolezza di essere dentro l’ideologia ma anche fuori, e questa doppia tensione gli permetterebbe di individuare l’ideologia.

[124] T. De Lauretis, Soggetti eccentrici, Feltrinelli Editore, Milano, 1999, pag. 153.

[125] C. Smart, Woman of legal discourse, Social and legal Studies, 1, 1992 pp. 29-44.

[126] Ibidem, pp. 31 e 34.

[127] T. Pitch, Un diritto per due, Il Saggiatore, Milano, 1998, pag. 214.

[128]Smart, op. cit. pag. 36. 

[129] Ibidem, pag 36.

[130] Carol Smart, Feminism and the power of law, Routledge, London, 1989, pp 4-25 e 160-165.

[131] Vedi M. Pavarini in I nuovi confini della penalità, Edizioni Martina, Bologna, 1994, pp. 123-127, sull’analisi svolta riguardo la funzione dei mass-media nell’emergenza Tangentopoli.

[132] M. Minow, Not only for myself, The New Press, New York, 1997, pp. 34-58.

[133] Per farlo, mi avvarrò di una ricerca effettuata al CED della Cassazione nel marzo 1999, che comprende le sentenze dal 1980 al 1997 in tema di prostituzione.

[134] Liliosa Azara, Lo Stato Lenone, Cens Editore,1997, pp.159-174.

[135]T. Pitch, Responsabilità limitate, Feltrinelli Editore, 1989, pag. 180. L’autrice fa riferimento ai dibattiti di abolizione del Regolamento Cavour dei quali abbiamo già parlato precedentemente. Vedi anche M. Gibson op. cit..

[136] F. Franchi, Sulla sessualità maschile nei riguardi del problema delle case di tolleranza, in La piaga sociale della prostituzione, Istituto di Medicina sociale, Roma 1950, pp. 87-97 citato in Liliosa Azara, Lo Stato lenone, cit. pag. 169.

[137] Camera dei deputati, II legislatura, Atti parlamentari, Discussioni, seduta del 28/1/1958 intervento Deputato Cuocco (MSI) citato in Liliosa Azara, op. cit., pag. 169.

[138] Camera dei deputati, II legislatura, Atti parlamentari, Discussioni, seduta del 24/1/1958 intervento di Rubino (Partito Monarchico) citato in Liliosa Azara, op. cit. pag. 169.

[139] Senato della Repubblica, II legislatura, Resoconto della seduta della prima commissione permanente, 21/1/1955 citato il Liliosa Azara, pp. 170-171.

[140] Ibidem, pag. 170,

[141] Liliosa Azara, Lo Stato Lenone, Cens Editore,1997, pag. 174.

[142] Codice penale commentato a cura di T. Padovani, Giuffrè Editore, Milano, 1997, pag. 2042.

[143] M. Nunziata, Brevi Note de lege ferenda in tema di trattamento penale della prostituzione personale, Riv. Pen. 1994, pp. 7-9.

[144] L’emancipazione era nei confronti dello stato controllore e dei sfruttatori o sfruttatrici.

[145] M. Virgilio, La donna nel Codice Rocco, in Diritto e Rovescio. Studi sulle donne e il controllo sociale, Ed. Scientifiche Italiane, Napoli, 1987.

[146] M. Virgilio, Libertà sessuale nuove schiavitù, dal Convegno La tutela Penale della Persona: nuove frontiere e difficili equilibri, Genova 12-13 novembre 1999. Non pubblicato.

[147] Si fa riferimento alla Sentenza 7932/204 in Cass. Penale 97, pp. 1877- 1879; con nota di Pasquale Vincenzo Molinari. 

[148] Ricordiamo che, contro la valutazione dell’autorità amministrativa, ben pochi sono gli strumenti della magistratura: il sindacato sul merito non è consentito poiché andrebbe a collimare con il cardine dello Stato di diritto: la separazione dei poteri.

[149] Questo capo fu pensato in riferimento ad una situazione al tempo esistente: lo sfruttamento delle donne da parte dei tenutari di case, appunto. Ma tale incriminazione è stata perlopiù usata contro le donne, e contro la ratio stessa della legge.

[150] Pia Covre, Perché cambiare la legge, in “Lucciola”, Aprile 1985.

[151] Franco Marrone, Nessuna legge viva la legge, in Lucciole in lotta, a cura di Maria Adele Teodori, Sapere 2000, 1986, pag 100.

[152] P. Covre, da “Lucciola”, Perché cambiare la legge, Aprile 1985.

[153] P.Covre, da “Lucciola” , Il caso Veronique, Aprile 1985.

[154] D. Ferrato, Prostituzione e riforma, in Rivista Penale, 1994, 9, pp. 753-755.

[155] Ibidem pag. 753.

[156] M. Nunziata, Brevi note de lege ferenda in tema di trattamento penale della prostituzione personale, in Rivista Penale, 1994, 1, pp. 7-9.

[157] L. Ferrajoli, La differenza sessuale e le garanzie dell’uguaglianza, in Democrazia e Diritto 93, pp. 49-73.

[158] L. Muraro, L’opera al nero, in Via Dogana, n 5, giugno 1992.

[159] M. Virgilio, Libertà sessuale e nuove schiavitù, relazione del Convegno “La tutela penale della persona: nuove frontiere difficili equilibri, Genova 1999, non pubblicato.

[160] M. Virgilio, Rapporto sulla ricerca giurisprudenziale in Tema di prostituzione condotta presso il Tribunale di Modena, in La prostituzione femminile di strada a Modena, Comune di Modena 2000, non pubblicato.

[161] Virgilio, Libertà sessuale e nuove schiavitù, op. cit..

[162] Nella Dichiarazione della Conferenza Ministeriale dell’Aja del 27 aprile 1997. Si intende “tratta delle donne ogni comportamento che faciliti l’ingresso legale o illegale di donne nel territorio di un paese, nonché il loro transito, soggiorno o uscita dallo stesso, allo scopo di sfruttamento sessuale a fine di lucro, tramite coercizione, in particolare violenza o minacce, o inganno o abuso di autorità, o altra forma di pressione tale per cui alla persona interessata non sia data altra scelta accettabile o reale se non quella di subire la pressione o abuso in questione”. 

[163] Questa connessione era stata precedentemente presa in considerazione dalla Convenzione di New York del 21 maggio 1950, ratificata con legge n. 1173 del 23 novembre 1966. In essa infatti si stabiliva che la tratta degli esseri umani venisse contrastata per la finalizzazione allo sfruttamento della prostituzione. Si obbligavano in tal caso gli stati all’abbandono di tutte le misure discriminatorie verso le persone che si prostituiscono e si vietava ogni tipo di registrazione socio sanitaria. Ma la connessione tra traffico immigrazione e sfruttamento sessuale è presente anche nella Convenzione sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW) siglata a New York il 18 dicembre 1979; nella Dichiarazione e Programma di azione adottati alla quarta conferenza mondiale sulle donne tenutasi a Pechino il 4-5 settembre 1995; nella Risoluzione del Parlamento Europeo 11 giugno 1986 sulla violenza contro le donne e del 14 aprile 1989 sullo sfruttamento della prostituzione; nella Raccomandazione n. 1325 della Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa presa a Strasburgo il 23/4/1997 sul traffico delle donne e la prostituzione forzata; nella Dichiarazione della Conferenza Ministeriale del 26/4/1997 che concorda linee guida europee per misure efficaci di prevenzione e lotta contro la tratta delle donne a scopo di sfruttamento sessuale. 

[164] Questo sistema proviene dal modello olandese. Esso è stato positivamente valutato anche dal Comitato per i diritti civili delle prostitute anche al fine di creare dei drop in center, cioè strutture per un breve ristoro, scambi di informazioni, utili anche ai fini della prevenzione.

[165] Spesso questo tipo di procedura consente delle politiche che releghino il commercio sessuale alle zone più povere e già problematiche. Questa che sarebbe meglio descritta come la creazione di zone deputate è valutata negativamente in quanto favorisce lo sfruttamento da parte di chi inevitabilmente controllerà gli affari anche senza licenza legale.

[166] “Con le ordinanze sulle multe i sindaci hanno spostato il problema di qualche chilometro. E hanno fatto un po' di pulizia etnica delle strade, colpendo soprattutto le prostitute. Qualche numero? A Rimini 60 clienti multati e 170 prostitute deportate. A Padova 30 multe e oltre 90 donne espulse. A Trieste il sindaco ha detto che finalmente le strade sono tranquille: lo credo, lì le prostitute sono esattamente 25, e di traffico non ce n'è mai stato". In Una misura ipocrita e anticostituzionale, di A. Usai in Repubblica.it, sessi e stili di vita.


 [D1]




Formato per la citazione:
Teresa Degenhardt. "La Prostituzione e i suoi significati". terrelibere.org, 04 settembre 2003, http://www.terrelibere.org/index.php?x=completa&riga=138
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