Trenta giorni per la risposta, sei mesi per l’integrazione. In poco tempo un richiedente asilo dovrebbe conoscere il suo destino, avere gli strumenti per inserirsi e camminare con le sue gambe. Invece la realtà è un lunghissimo limbo fatto di burocrazia e interessi non limpidi. In Italia non solo i migranti sono vittime, ma sono pure colpevolizzati come parassiti.

    L’accoglienza di cui parlano tutti  – senza essere informati – ha due scopi:

    1. ospitare chi è in attesa di risposta alla richiesta d’asilo (massimo 30 giorni);
    2. integrare chi ha avuto una risposta positiva (6 mesi).
    Rifugiati ahghani © Flickr CC
    Rifugiati ahghani © Flickr CC

    Trenta giorni per una risposta, sei mesi per integrarsi in Italia. Questi i tempi stabiliti dalla legge. Invece c’è chi aspetta anche tre anni in un limbo fatto di burocrazia e disorganizzazione. In pratica, senza poter lavorare con un contratto (chi assumerebbe qualcuno che potrà essere espulso?).

    L’attesa si consuma  nei vari centri di accoglienza, ordinari e straordinari.

    Ripagare

    Accoglienza. Protesta a Roma

    Dunque chi ci trova nei centri non deve ripagare gli italiani di nulla. L’Italia ha firmato la Convenzione di Ginevra, come quasi tutti gli stati del mondo. È quindi obbligata a esaminare le richieste di asilo di chi arriva sul territorio.

    Potrebbe farlo bene, rispettando i tempi indicati dalle stesse leggi. Invece lo fa male, prolungando i tempi di permanenza nel sistema di accoglienza.

    Le vittime (della guerra e della burocrazia) non hanno colpa.

    L’infografica

    Nell’infografica qui di seguito il percorso seguito dai richiedenti asilo in Italia:

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