Utili,
disprezzati, sfruttati. Per una memoria collettiva dell’immigrazione in Italia
Sono presentati nella peggiore delle ipotesi come delinquenti, nella migliore come ospiti fastidiosi ed ingombranti. Questa ricerca sul campo - condotta a Mazara del Vallo tramite interviste in profondità - mostra uno spaccato del lavoro dei migranti nel settore della pesca, basato su diffidenza, sfruttamento, separazione.
Un primo passo per la distruzione dei pregiudizi, in direzione di una memoria collettiva dell'immigrazione in Italia.
Pietro Saitta
Le interviste messe a disposizione del lettore – studioso di migrazioni o semplice curioso –
costituiscono parte dei dati raccolti nel corso una ricerca sul mondo
dell’immigrazione in centro e sud Italia che avviai nel 2002. Lo studio, che
analizzava specificamente i casi di Mazara del Vallo e Urbino, si è poi
tradotto in un libro (Economie del sospetto. Le comunità maghrebine in
Centro e Sud Italia e gli italiani, Rubbettino, 2007) ed in numerosi
articoli pubblicati su diverse riviste di sociologia (“Religioni e Società”,
“Sociologia del diritto”, “Studi Emigrazione”, “Prisma-Ires” e altre ancora).
La ricerca, che si proponeva di comparare i modelli di
inserimento di tunisini e marocchini in due aree socialmente ed economicamente
molto diverse tra loro, venne ideata in anni non troppo distanti da quelli
attuali sotto il profilo delle retoriche pubbliche in materia di immigrazione.
Allora come oggi, l’immigrazione era principalmente un fatto di ordine
pubblico. Libri autorevoli ci parlavano già da qualche tempo della criminalità
degli immigrati, i telegiornali nazionali schiaffavano il “pericolo giallo” in
apertura (TG1, 11/8/2000, h. 13:30), la destra in vista delle elezioni del 2001
prometteva più sicurezza e guerra all’immigrazione clandestina (Forza Italia ne
fece uno dei principali temi della propria campagna elettorale) e vari
commentatori spiegavano che gli immigrati non erano tutti uguali (gli albanesi,
infatti, erano quasi naturalmente criminali, i filippini erano fedeli domestici
e i cinesi erano tessitori o ristoratori). Accanto a tutto questo, si
ritrovavano coloro che decantavano il successo delle proprie “formule
multiculturali” e che invitavano gli osservatori a valutare la bontà delle
proprie esperienze locali con l’immigrazione (per esempio, il comune di Mazara
del Vallo nel corso di una conferenza degli amministratori locali nel corso
della primavera 2002) oppure coloro che rimarcavano l’importanza di nuove
politiche del lavoro per generare “integrazione” (fedeli al principio che il
lavoro sarebbe il principale veicolo di integrazione economica e sociale). In
altri termini, pur disposte lungo un continuum che aveva ai due capi quelli che
intravedevano nell’immigrazione un pericolo e altri che la sostenevano “senza
se e senza ma” (tra cui il sottoscritto!), le posizioni presenti in campo
vedevano la prevalenza di soggetti che erano seriamente preoccupati oppure che
credevano nel bisogno di una seria regolamentazione (un dato peraltro
confermato dagli studi campionari sulle “paure degli italiani”, che in quegli
anni vedevano l’immigrazione tra le preoccupazioni principali della
popolazione).
La combinazione di tutti questi elementi mi condusse dunque
ad ideare una ricerca che si confrontasse non tanto con le acquisizioni
scientifiche (in genere abbastanza “avanzate” e nettamente contrapposte al
clima allarmista di quegli anni. Per quanto non mancassero divergenze
importanti come quella, per esempio, che contrapponeva Dal Lago a Melotti)
quanto con le “verità pubbliche” divulgate dai media mainstream e largamente
condivise dalla cittadinanza.
Riassumendo, gli elementi che mi avevano colpito
erano:
-
la possibilità
che certe “etnie” (un termine assai impreciso, ma molto popolare all’epoca)
fossero culturalmente predisposte verso certi lavori e certe modalità
d’inserimento (dipendente o imprenditoriale, nell’economia regolare oppure in
quelle criminali o informali);
-
il fatto che gli
immigrati potessero essere “pericolosi” per l’ordine pubblico, in ragione di
elementi culturali oppure della loro esposizione alla povertà;
-
il ruolo del
lavoro come veicolo d’integrazione sociale prima ancora che economico;
-
il carattere
pionieristico di certe esperienze locali di gestione dell’immigrazione.
A partire da questi interessi misi in piedi un
disegno di ricerca che studiasse una “etnia” (quella dei maghrebini) in due
contesti molto diversi tra loro, in modo tale da poter osservare la relazione
tra gli elementi “strutturali” e “culturali” e inferire quale fosse tra le due
la variabile indipendente. In particolare, avrei studiato un’area ad economia
tradizionale fondata principalmente su pesca, agricoltura e irregolarità dei
rapporti lavorativi (quella di Mazara del Vallo) e una regione “distrettuale”
basata prevalentemente sulla piccola impresa e caratterizzata da rapporti di
lavoro regolare (Urbino). Avrei osservato come la precarietà e l’esposizione
alla povertà condizionano le scelte relative al lavoro e alla sussistenza
(mettendo in moto percorsi e carriere “devianti”) e come, di contro, il
possesso di un lavoro regolare possa generare circoli virtuosi che favoriscono
l’interscambio tra nativi e stranieri. Peraltro, avrei avuto modo di studiare
un centro, Mazara del Vallo, che aveva la fama di essere “città della pace e
della tolleranza” –--una cosa non da poco in tempi in cui amministratori
leghisti levavano le panchine dai parchi per privare gli stranieri di un
giaciglio o invitavano a sparare ad altezza d’uomo agli immigrati clandestini.
Nella primavera del 2002 mi trasferii a Mazara del
Vallo per condurre un periodo di intensa osservazione durata alcuni mesi. Andai
ad abitare nella casbah, ovvero in quel centro storico cittadino
divenuto nel frattempo quartiere privilegiato per lo stanziamento di alcune
migliaia di tunisini (attualmente la composizione demografica dei
quartieri sta nuovamente mutando e un numero crescente di nativi ha ripreso ad
abitare o a frequentare quelle strade. Ma questo è un altro discorso e sarà
affrontato in un nuovo libro in corso di realizzazione). Accanto
all’osservazione partecipante e alla raccolta e ripulitura di dati statistici
relativi al mercato di lavoro e alla residenzialità degli stranieri, il mio
armamentario tecnico di ricerca si avvaleva di “interviste in profondità”
rivolte agli attori sociali dell’immigrazione: gli immigrati stessi, i
religiosi impegnati nell’accoglienza, gli amministratori locali, nativi che
condividevano lo spazio e il tempo del lavoro con gli stranieri, semplici
cittadini, armatori.
Le domande poste a ciascuna tipologia di testimone
variavano lievemente o in parte con la sua posizione e la sua cittadinanza. Ad
ogni modo, quello che ero intenzionato a fare consisteva sostanzialmente nel
comparare il punto di vista dei nativi e dei maghrebini per poter ascoltare le
rappresentazioni reciproche.
Come si vedrà, le interviste rivolte agli stranieri
miravano a raccogliere elementi legati a fasi temporali della loro biografia e
a mettere in luce quanti più elementi descrittivi possibili. In particolare,
ero interessato ad indagare:
-
aspetti
precedenti la partenza, relativi alle condizioni di vita e al capitale culturale e sociale di
cui disponevano (cultura locale, caratteristiche socio-anagrafiche personali, valutazioni
relative al vissuto in patria)
-
il momento
della partenza
(l’iniziativa, il progetto migratorio, il periodo storico e personale, il
viaggio);
-
il momento dell’arrivo (primo
paese d’approdo, spostamenti, ostacoli incontrati);
-
i percorsi
d’integrazione
(percorsi lavorativi e abitativi, la costituzione di reti);
-
il presente (situazione odierna, valutazione
percorso compiuto);
-
il futuro (prospettive e intenzioni).
Le interviste agli italiani che non ricoprivano un
ruolo istituzionale, invece, vertevano maggiormente sugli aspetti
dell’insediamento degli stranieri, del loro incontro/scontro con questi
soggetti nei luoghi di lavoro e di vita, di quello che pensavano degli
stranieri come lavoratori e persone.
Come ho avuto modo di dire in modo più compiuto
altrove, mi accorsi che molti giudizi erano assolutamente sovrapponibili e che
la generalmente bassa considerazione che gli uni avevano degli altri era
decisamente ricambiata. In particolar modo, confrontando i testi delle
interviste e i risultati dell’osservazione mi accorsi che il “sospetto” era la
categoria cognitiva che caratterizzava più di qualunque altra le
rappresentazioni degli attori impegnati in questa interazione. L’idea, cioè,
che gli altri fossero infidi, nascondessero secondi fini, complottassero ai
danni di ciascun altro. E non bisogna credere che “altro” stia per straniero,
appartenente ad un altro gruppo nazionale. In realtà, il “sospetto” era
trasversale alle nazionalità (ivi inclusi gli italiani), ma anche interno. Le
attraversava e divorava dal di dentro, facendo dubitare di molti propri
connazionali allo stesso modo degli appartenenti ad altri gruppi. È stato così
che ho pensato di definire questo particolare milieu una “economia relazionale
del sospetto”. Il sospetto regolava i rapporti economici, la relazione tra
datori di lavoro e dipendenti, quella tra nemici e, spesso, anche quella tra
conoscenti e “amici”. Se è vero, come la sociologia economica suggerisce, che
la fiducia è un elemento fondamentale dello sviluppo, non vi è davvero di che
stupirsi se questa parte di meridione abbia conosciuto soltanto sviluppo
relativo. Si può infatti sostenere che l’osservazione delle dinamiche generate
dall’immigrazione in questo lembo di Sicilia non è servita tanto a gettare luce
su una nuova componente della demografia locale e sulle sue modalità di
inserimento, quanto a confermare la centralità e i limiti delle strutture
economiche e relazionali preesistenti, caratterizzate da basse aspettative nei
rapporti economici (e dunque interpersonali) e improntate ad una insostenibile
asimmetria nel potere a disposizione degli attori. Certo, molti piccoli
imprenditori locali sono senz’altro strozzati dalle incombenze, dalla
concorrenza e dal differenziale di potere che li vede soccombere dinanzi ai grossisti
e al mercato in genere. In altri termini, possono considerarsi essi stessi
vittime. Tuttavia, la natura di questi rapporti non sembra generare relazioni
virtuose tra le componenti immigrate e nazionali, come in molti hanno
lungamente sostenuto. Tuttalpiù, come confermato ad un livello macro dai
tradizionali Rapporti sulla Criminalità del Ministero degli Interni (per
esempio, quello del 2007), non vi sono episodi regolari di violenza e i livelli
di criminalizzazione degli stranieri (carcerazioni, fermi, arresti per reati
strumentali ed espulsioni per violazione della legislazione sull’immigrazione
condotti in tempi successivi all’ingresso nel paese) sono in genere
sensibilmente più bassi che nel resto del paese. Tuttavia in una prospettiva
teorico-pragmatica, orientata agli aspetti gestionali del discorso e delle
pratiche multiculturali, tale condizione di relativa calma non dovrebbe
suscitare incauti ottimismi. La principale risultanza pratica di questo
“evitamento” tra gruppi nazionali, infatti, non è tanto l’inclusione o la
pacifica convivenza quanto l’indifferenza. Certo, possiamo immaginare che
l’indifferenza costituisca sostanzialmente una delle possibili basi della
convivenza. In fondo, come insegna la teoria sociologica classica, il processo
di modernizzazione e il passaggio dalle forme di solidarietà “meccanica” a
quelle “organiche” si fondano proprio su questo principio. Goffman definiva
“civile” la disattenzione che caratterizza le relazioni tra individui nello
spazio pubblico e Durkheim e Simmel identificavano l’anonimità come uno dei
tratti caratteristici della città moderna. Il punto è che le forme di
indifferenza non sono tutte uguali e possono avere impatti differenti.
L’indifferenza nella scuola (sarebbe a dire la disattenzione degli insegnanti o
l’incapacità di mettere in moto pratiche didattiche “particolari”) nei
confronti degli studenti stranieri può causare stati d’animo di risentimento,
oltre che abbandono scolastico. La mancanza di attenzione nella pubblica
amministrazione (la scarsità di misure particolari per gli stranieri, come per
esempio la stampa di documenti in lingue differenti dall’italiano, oppure un
supplemento di severità nel trattamento e nell’erogazione di servizi) può
scatenare la percezione degli utenti immigrati di essere vittime di un razzismo
istituzionale. La completa indifferenza nello spazio pubblico, ovvero la
resistenza dei nativi ad ammiccare nei confronti di uno straniero in
particolari situazioni che normalmente susciterebbero lo scambio di battute tra
le persone compresenti (per esempio, dinanzi a una scena buffa o curiosa) può
produrre la sensazione di essere “invisibili”, “spaventosi” o il rafforzarsi
della convinzione che gli italiani siano persone “fredde” (la stessa cosa che i
meridionali dicono, poniamo, dei milanesi oppure gli italiani dei tedeschi).
Di tutte queste cose, però, ho discusso largamente
altrove. Qui vorrei semplicemente sottolineare che le interviste riportate,
per quanto non più recentissime, dovrebbero essere considerate uno strumento messo
a disposizione di coloro che a vario titolo stanno studiando l’immigrazione in
Italia e sono magari in cerca di materiali empirico per le proprie analisi.
Sono altresì uno strumento a disposizione dei curiosi, di coloro che sono
animati dal desiderio di conoscere cosa pensino e quali motivazioni abbiano
spinto a venire in Italia alcuni tra quelli che già adesso costituiscono, senza
la minima ombra di dubbio, i nuovi italiani.
Inoltre, queste interviste costituiscono un nostro
piccolo contributo a quella che è la formazione di una memoria collettiva
ancora da scriversi. Pur non recentissimo, il materiale che abbiamo reso
disponibile è forse ancora troppo nuovo per poter consentirci di parlare di
“memoria”, così come facciamo a proposito delle testimonianze degli
italo-americani di Ellis Island o di quelle lasciate dai contadini polacchi in
Europa ed America. Tuttavia, vi sono davvero pochi dubbi che quelli che oggi ci
ostiniamo a chiamare stranieri saranno, un giorno forse non vicinissimo ma ciò
nondimeno ineluttabile, cittadini a pieno titolo di questa nazione. E quel
giorno sarà probabilmente altrettanto ineluttabile che una minoranza di
discendenti, studiosi e operatori culturali sentiranno il bisogno di
confrontarsi con l’esercizio della memoria, con la rievocazione del lento
processo di trasformazione demografica e culturale di questo paese: il suo
passaggio da paese “bianco” (se mai lo è stato!) a paese “meticcio” e
pluri-culturale. Certo, ci auguriamo che il sapore di questa ipotetica, futura
rievocazione non abbia il carattere amaro che assume nel caso degli Stati Uniti
o di altri paesi (con particolare riferimento alla questione afro-americana,
che non è forse tanto un problema di immigrazione quanto di deportazione e di
lento riconoscimento dei diritti di una minoranza. E quanto duro è stato
l’inserimento degli italiani in America oppure in Germania!).
Inoltre, vi è una ragione ulteriore per pubblicare
questo materiale. Una motivazione accademica per l’esattezza, relativa alla
necessità di rendere disponibile le fonti e i dati raccolti per poter
consentire ai colleghi e a quanti altri fossero interessati di potersi
esercitare sullo stesso materiale, di produrre analisi critiche, revisioni di
quanto finora scritto o ritenuto e di potere garantire quel controllo
incrociato dei dati che è indispensabile per il progresso e il consolidamento
delle conoscenze scientifiche (incluse quelle sociologiche!). La trasparenza
della ricerca mi sembra uno dei problemi principali delle attività di
investigazione e conoscenza e il conseguimento di questo obiettivo necessita
della condivisione dei dati. La maggior parte delle fonti, infatti, rimangono
archiviate nelle memorie dei computer o raccontate attraverso i filtri e le
lenti concettuali dei ricercatori, che fanno brandelli di questi testi ed
espongono soltanto i pezzi che ritengono più riusciti. Ma la responsabilità
della narrazione è troppo grande per poterla assumere in perfetta solitudine e
uno dei più grandi atti di democrazia è quello di poter rendere gli altri
partecipi del processo di costruzione delle “verità” sociali (partendo dal
punto di vista di Latour che l’università, insieme ai laboratori della scienza
e ai tribunali, è uno degli organi deputati, appunto, alla produzione di
“verità”). Le “interviste in profondità” sono uno dei tanti tasselli che
partecipano alla generazione di questa conoscenza e sarebbe bello se quante più
persone potessero esercitarsi con gli stessi materiali per poter costruire una
visione comune.
Infine, occorre notare che le interviste qui
riportate costituiscono solo una parte del materiale raccolto e fanno
riferimento al solo caso di Mazara del Vallo. Col tempo, comunque, si cercherà
di colmare i vuoti e rendere disponibile quanto più materiale possibile.
Per adesso posso solo sperare che anche gli altri
lettori possano trovare questo materiale interessante e che le ragioni che mi
hanno spinto a condividere questo materiale possano incontrare il favore di
altri.
Buona lettura!
Interviste in profondità – Mazara del Vallo
INTERVISTA N. 1
Ishmael, 25 anni
D. Quanti anni hai?
I. 25 anni
D. Dove sei nato?
I. A Mahdia
D. Quando sei arrivato in
Italia?
I. Sono arrivato quando i
miei genitori…all’incirca avevo 2 o 3 anni al massimo. Nell’81 precisamente.
D. I tuoi che facevano?
I. Mio padre ha sempre fatto
il pescatore sin da piccolo. Ovviamente per motivi suoi familiari…non è che
stavamo male, però stava male coi suoi genitori…Si è trasferito in Italia e
poi, pian piano, ha portato prima mia madre e poi me.
D. Lui era già sposato
all’epoca?
I. Sì, era sposato,
divorziato, risposato…
D.
Quindi tua madre era la seconda moglie…
I. Sì, sì…
D. E tu
stavi in Tunisia! Hai ricordi di quel periodo?
I. Proprio che non avevo
ricordi…qualche cosa mi ricordo, però…non so esattamente se era prima o dopo
che ero arrivato in Italia. Ma qualche cosa me la ricordo sicuramente…
D. Hai
fatto le scuole in Italia?
I. Sì, le scuole elementari
le ho fatte sempre in lingua araba…già c’era la scuola tunisina, quand’era il
periodo mio…poi le scuole medie le ho fatte in Italiano ed anche quelle
superiori. Ed è finita lì…
D. Che
scuole superiori hai fatto?
I. Ero arrivato sino al
terzo anno e volevo diventare un perito elettrotecnico. Poi motivi di lavoro,
qua e là, ed è successo che ho dovuto abbandonare…
D. Cosa ne pensi della scuola tunisina? Il tuo caso è
un eccezione, ma conosco un sacco di ragazzi che hanno frequentato quella
scuola e l’Italiano non lo hanno mai più imparato…
I. Non lo so. Come te lo
posso spiegare…? Intanto, forse, c’è una differenza fra il mio periodo e
l’attuale periodo. Perché nel mio periodo c’è stata davvero pochissima
influenza da parte dei miei amici tunisini; la maggior parte del tempo la
passavo con gli italiani: erano i nostri vicini di casa, i loro figli e quelli
che conoscevo man mano andando avanti...Poi c’era il televisore! In casa non
eravamo molti; eravamo io e mia sorella… Mia sorella era troppo piccola. C’era
il televisore: tramite i cartoni animati posso dire di aver imparato moltissimo
della lingua italiana! Ti posso dire anche di aver avuto una volontà “diversa”
dagli altri: di imparare (o forse è stata anche una fortuna d’imparare, chessò,
l’accento!). Poi, attualmente – venendo ad oggi – oltre al fatto che ce n’è di
più tunisini rispetto al periodo che ti ho detto…oltre il fatto che parlano tra
di loro moltissimo il dialetto…l’italiano è – come ti posso dire? –
accantonato! E’ difficile che qualcuno lo approfondisca…
D. Tu hai parlato di “diversa volontà”? Qual è questa
“diversa volontà”?
I. La volontà che io, nel
mio periodo, avevo tanta volontà d’imparare la lingua italiana per comunicare
coi miei amici! Mentre oggi come oggi, siccome il 70-80% e anche più è composta
da tunisini, da extracomunitari, non hanno avuto la stessa situazione mia.
Cioè, non sono tanto obbligati a imparare la lingua italiana, e anche se uno la
impara non gliene frega niente…Questa è l’attuale situazione!
D.
All’epoca, quella tunisina era davvero una minoranza?
I. Ero più motivato io ad
imparare la lingua italiana per comunicare…Oggi invece non sono più motivati;
non possono avere la stessa motivazione che ho avuto io…Cioè questo è un parere
mio rispetto a quello che vedo. Non è che sia proprio…
D. Secondo te, quanto sono interessati i tunisini a
“integrarsi”, a diventare parte della cittadinanza insieme agli italiani?
Diciamo, a “contaminarsi” (come hai fatto tu del resto)…
I. “Contaminarsi” è una
parola troppo grave…Qui non si parla di contaminarsi o mollare la propria
cultura per un’altra…Qui si parla di apertura mentale, che io penso…una cultura
da che cosa si forma? Dalle varie culture, e poi man mano si scarta ciò che non
conviene o non piace, che non può essere tramandato ad altri…Io la penso così!
Quindi, automaticamente, non abbandoni la tua cultura, ma accogli un’altra cultura…Quindi,
ovviamente, per comunicare con un’altra persona di una cultura diversa prima
devi capire la sua cultura per comunicare. Oggi come oggi è un po’ difficile!
Perché…? Oltre al fatto che la maggioranza è tunisina, extracomunitari, non
hanno più bisogno…quasi quasi sono gli italiani che si sono integrati al modo
di pensare tunisino. Poi, oltre al fatto che ti dicevo, abbiamo un altro
piccolo problema che sto vedendo recentemente…prima non lo vedevo, ora lo sto
vedendo di più…perché molti cittadini di Mazara (parliamo proprio di Mazara,
precisamente) ti posso dire che non hanno avuto la stessa voglia di quelli che
c’erano al mio tempo. Voglia di…si allontanano! Ovviamente hanno anche ragione;
non dico che non hanno ragione…Il motivo principale è la paura.
D. Paura
di cosa?
I. Te lo spiego subito!
Perché per primo c’è la mentalità: extracomunitario uguale criminale! Subito,
questo subito! Non hanno tutto il torto dalla parte loro: c’è un fondo di
verità…ma purtroppo c’è anche un altro particolare, e cioè che la maggior parte
degli extracomunitari lavora! La maggior parte va a scuola e la gente che si
vede fuori si nota meglio…Viene a essere notato quelli che non lavorano,
malgrado sia una minoranza…non è propria alta, non è una percentuale veramente
alta. E’ una minoranza…ma purtroppo viene esaltata di più, vista di più e per
questo, purtroppo, fa paura…Questo è il motivo per cui si allontanano gli
italiani e per questo potrei dire che da una parte hanno ragione, ma dall’altra
hanno torto…Automaticamente si creano questi piccoli conflitti, anche se non si
notano, ma sono piccoli conflitti…che sommati insieme veramente mettono a
disagio. La paura li allontana, la diffidenza li allontana. Ovviamente già
qualcosa di strano – questo per tutti, anche per noi tunisini, marocchini,
extracomunitari, tutti – qualsiasi cosa che ci sia di nuovo o che non conosci
fa paura…Automaticamente qui a Mazara all’inizio non posso dire che non ci
fossero forme di razzismo, però non posso neanche dire che è una città razzista.
Perché non è vero, altrimenti non accoglierebbe gli extracomunitari come fa!
D. Può
anche essere che la città abbia bisogno degli extracomunitari…
I. Quello è un altro
punto…Non credo, non credo che perché ne abbiano bisogno se li tengano! Perché
di gente che vuole lavorare ce n’è anche altrove. Possono accogliere, non so,
di un altro comune qui vicino, di un comune più lontano…possono anche
richiedere cittadini del nord-italia per fare questo determinato lavoro!E’ vero
il fatto che gli extracomunitari sono più disponibili a fare questi lavori
faticosi sia fisicamente sia mentalmente, più umili. Si fanno anche
sottopagare, questo è vero…ma non è detto che ne hanno bisogno al 100%. Che
contribuiscano in maniera in maniera importante all’economia, questo sì. Ma che
ne abbiano bisogno al 100%, questo no!
D. Tu dici che se la Tunisia sospendesse i flussi,
qui non accadrebbe niente?
I. Quello è un altro punto,
perché stiamo parlando di una conseguenza di anni…Perché se te in dieci anni
hai integrato tanti cittadini e poi, tutto a un tratto, li togli…è chiaro che
hai una conseguenza grave! Questo è poco ma sicuro! In qualsiasi modo è
comunque così, ma non penso che ne abbiano bisogno al 100%…Infatti, anche se
parliamo del lato lavorativo, della pesca (la percentuale più alta rispetto ai
lavori che ci sono a Mazara) è vero che il cittadino tunisino è indispensabile,
perché sono più professionali, sono più disposti a lavorare…automaticamente non
si lamentano del tipo di lavoro. Però è anche vero che pure un italiano lo può
fare questo tipo di lavoro. Però siccome c’è qualcuno che lo ha fatto al posto
loro per anni, ormai è una mentalità che non gliela leva più nessuno.
Automaticamente, vediamo tutti che non hanno più voglia di lavorare; fanno fare
tutti i lavori ad altri…Vogliono fare i lavori di ufficio o vogliono fare anche
i mangia… senza lavorare, ecco. Tanto per stare in argomento, a Mazara succede
proprio questo, che ormai il periodo che ci sono gli stranieri è così lungo che
sono abituati a far fare certi lavori allo straniero! Anche se poi c’è un’altra
cosa che ho notato ultimamente. Ero andato a cercare un imbarcazione. In quel
periodo ce n’erano molte di barche, ma guarda caso io avevo puntato su una
determinata imbarcazione, perché mi interessava sia il gruppo lavorativo che il
padrone, perché era un ambiente molto tranquillo. Allora, entro lì (modestia a
parte, col mio accento non aveva capito che ero tunisino) e quello mi ha
risposto non avendo capito che ero tunisino: “Noi cerchiamo solo tunisini!”.
Perché non c’ha la fiducia di dire un italiano mi fa questo tipo di lavoro.
Non è possibile. “Non mi rende!”, mi spiego? Perché ormai sono abituati a
pensare che determinati tipi di lavoro li possono fare solo degli
extracomunitari! Ne sono capaci solo extracomunitari…è vero che sono più umili,
è vero che sono più capaci magari, è vero che s’impegnano di più perché hanno
motivazioni…! Invece il cittadino italiano non ha motivazioni, perché se domani
non vuole andare a lavorare c’ha mamma e papà, non deve pagare l’affitto…mi
spiego? Invece un extracomunitario deve lavorare, deve mantenere mogli e figli
e addirittura pensare a comprare qualcosa da mandare persino ai genitori che
stanno in Tunisia..E’ questo il punto: che un cittadino extracomunitario è più
motivato, mentre un cittadino italiano no, non lo è abbastanza! Cioè non gliene
frega più di tanto, tanto pensa che dopo ci sarà qualcosa di meglio…il padre
magari gli troverà un lavoro d’ufficio…Ci stanno un sacco di punti di vista
diversi…Non c’hanno più voglia di fare nulla!
D. Quando hai detto al
padrone della nave che eri tunisino, che è successo?
I. C’è rimasto male, c’ha
fatto una brutta figura e poi mi ha dato dei consigli per come fare a trovare
un imbarco…e nulla, è finita lì.
D. Perché non hai
completato la scuola?
I. Ti stavo dicendo che non
l’avevo completata per un motivo familiare mio, di me e mio padre
ovviamente…diciamo un litigio. Io non la pensavo come la pensava lui e
automaticamente lui non la pensava come la pensavo io e ho deciso di andarmene via.
Mi ero messo coi miei zii e andavo a lavorare di giorno e a scuola di sera, per
completare le scuole industriali. Poi piano piano non gliela facevo più, perché
il lavoro che facevo a terra non era conveniente per guadagnare
sufficientemente né per i libri né per la sopravvivenza…Avevo deciso di andare
a mare a quell’epoca e a mare ovviamente si sta via per trenta giorni, quaranta
giorni e la scuola ovviamente se n’era andata a farsi benedire…e
automaticamente poi, pian piano, avevo accantonato lo studio.
D. Mi parli del tuo primo
lavoro?
I. La prima volta che ho
lavorato non è stato il mare. All’inizio ho fatto anche il lavoro
d’agricoltura, possiamo chiamarlo. Ho fatto le vendemmie, poi la raccolta delle
olive…questo quando andavo a scuola per pagarmi alcuni libri. Poi ho lavorato
anche, come posso spiegartelo, in un’azienda in cui si lavorava il pesce
congelato, che stava vicino alle scuole industriali dove andavo. Possiamo dire
che l’impatto col lavoro non è stato brutto né tanto bello. E’ stato per me una
cosa normale: ci ho fatto l’abitudine da subito. Non era una preoccupazione per
me. Poi, quando ero andato a mare è stato come se fosse la cosa che dovevo
fare per il resto della vita…! All’inizio ho passato i primi due giorni davvero
da schifo!
I. Il mal di mare?
D. No, non era il mal di
mare. Era proprio la sensazione di essere solo! Anche se eravamo in 15 sulla
nave, era proprio la sensazione di essere da soli. Non c’era niente, c’era mare
e cielo. Basta! C’eravamo solo noi! E’ una sensazione…non c’è modo di
descriverlo! Ci si sentiva dispersi. I primi due giorni era andata così…
D. Quanti anni avevi?
I. All’epoca avevo 14 anni.
D. Avevi
14 anni e ti hanno imbarcato? In maniera legale?
I.
Sì, ma capirai, a Mazara in modo legale…
D. Io pensavo che quello della pesca fosse uno degli
ambiti più legali. Se non altro per i continui controlli della guardia
costiera…
I. La legalità a Mazara è zero. Se andiamo in mare la
legalità è 1. Mi spiego? Ma non è il 100%. E’ più rispetto a quella di terra;
ovviamente perché la guardia marittima, che cosa fa? Il controllo è per il
comandante, che sia in regola; per il macchinista che sia in regola, per il
secondo macchinista che sia in regola e, qualche volta, per il capopesca che
sia in regola! Ma per il resto dell’equipaggio è niente! Non lo controllano…
D. E a
14 anni che facevi?
I. Il pescatore! Guarda che fare il pescatore non è una
cosa tanto difficile! Fare il pescatore è la cosa più semplice del mondo, solo
che ci vuole resistenza fisica e mentale! Non è poco, però…il fisico ce
l’avevo, perché sin da piccolo avevo il fisico resistente. Mentre quella
mentale ognuno se la coltiva a modo suo…la solitudine per trenta giorni, non
vedere terra, la mancanza di alcuni servizi che puoi avere a terra (chessò, la
doccia, il riposo, un sacco di cose)…Quelle sono le prime cose che devi avere,
ma per il resto fare il pescatore non è una cosa difficile.
D. Quali
strategie mentali hai messo in moto per resistere?
I. Posso soltanto dirti che bene o male mi considero
fortunato, perché non ho bisogno di molta compagnia. Bene o male, se ho la
compagnia sono contento; se non ho la compagnia, è uguale. Non me ne faccio
problemi…
D. Ma a bordo ce l’hai la
compagnia. Siete dalle 8 alle 15 persone…
I. Ma c’hai sempre a che fare con le solite persone! E
quando sei impegnato a lavorare non è che puoi parlare. Non gliela faresti mai!
Lì i minuti sono contati, perché già il tempo di finire di lavorare il pesce,
che è il momento di tirare di nuovo su la rete…ovviamente ci pensa il verricello,
non è che ci pensa gli uomini…però il tempo di tirarla su, il tempo per dormire
non c’è quasi mai! Addirittura il tempo di pranzo e di cena e non è mai lo
stesso, perché può capitare un’ora prima o un’ora dopo. Può capitare per
niente, un panino al volo e così via…! Perché il lavoro…in poche parole sei
legato al lavoro, al riempimento della rete, ai tempi che ci stanno…chessò, il
brutto tempo. Le reti vanno buttate e riprese subito. Siamo legati al mare, in
altre parole. Non esiste un orario preciso per mangiare, non esiste un orario
preciso per dormire…Non esiste nessun orario.
D. Ma a bordo gli uomini non sono
legati da amicizia? Ho sempre pensato che stare tutto quel tempo su una nave
dovrebbe spingere gli uomini a parlare…
I. Il tempo che c’hai, fosse anche un minuto, è meglio
che vai a dormire. Infatti si dice “dormire quando non si ha sonno e mangiare
quando non si ha fame”…perché dopo non si può fare più e ti sei perso quel
minuto. Magari è l’unico che c’hai in 24 ore…Addirittura succede in 3-4 giorni
che non dormi neanche un minuto. Alle volte si dorme in piedi, finché non
arriva su la rete, in 10 minuti…A volte arriva in meno, in cinque minuti, e già
devi lavorare. Dal momento che arriva la rete e la ributti, lavori sempre!
Esiste solo quel momento in cui arriva la rete, che può variare dai tre minuti,
massimo dieci, ma è raro. E’ impossibile che esiste tempo che puoi dedicare ad
altro…Esistono alcune imbarcazioni (ma sono poche. Su mille barche, ce ne sono
5) che lavorano il gambero rosso – che è un altro tipo di lavoro – che la
tirata della rete dura dalle 5 alle 6 ore; per pulire il gambero, scartarlo e
metterlo in congelatore ci vogliono al massimo 20 minuti. E’ una pesca di
altissimo fondo, lontanissimo sia delle terre europee che quelle africane…Anche
lì, la minima cavolata e finisce che ci rimani in mare…Sei lontano da tutti,
non esiste modo di scampare il maltempo…Non è tutto l’anno, infatti; ma solo in
certi periodi. Al massimo 3- 4 mesi l’anno e non lo fanno tutti. Quindi è
rarissimo che ci sia riposo a mare.
D. Quando vai a pescare gamberi,
cosa accade tra le persone? C’è a disposizione tutto quel tempo, 5-6 ore…
I. Quello sì! A me è capitato di lavorarci un paio di
mesi…allora si ha tempo di giocare a scacchi, a carte…addirittura arrivo il
momento che stai davvero male per il troppo sonno. Quello sì, capita, è vero!
Forse in quel modo si può dire che ci si diverte, però sempre ci vuole una
resistenza mentale! A quel punto ci vuole una resistenza mentale, perché dici
trenta giorni lontano dalla terra è un po’ faticoso. Non tutti riescono a
sopportarlo. Non se mi spiego…infatti te non hai esperienze di questo tipo, io
però posso dirti che moltissimi…io mi considero fortunato perché non mi fa né
caldo né freddo…però posso garantirti che moltissimi appena ritornano dal mare
la prima cosa che pensano è andare in un bar e ubriacarsi. Automaticamente una
volta ubriachi, i problemi; automaticamente una volta i problemi, la polizia e
così via…Veramente non è un caso raro, ma capita tutte le volte che rientrano
dal mare.
D. Questo vale per tutti? Sia per
gli italiani che per i tunisini?
I. Tutti, uguali! C’è da
distinguere, ovviamente, tra capitano e macchinista. Quelli sono quelli che,
per un motivo o per l’altro, non si uniscono mai al gruppo. Uno dei principali
motivi è che sono degli ufficiali, degli alti ufficiali. Automaticamente non
possono permettersi cavolate.
D. Hai detto “gruppo”. Questo
significa che ci si va ad ubriacare tutti insieme?
I. Sì, sì! Appena si incontrano…è come se fosse qualcosa
“telepatica”…
D. Ma tra colleghi, diciamo, di
bordo?
I. Tra colleghi di bordo e anche non colleghi di bordo.
Tanto si conoscono tutti! In una città come Mazara, anche se veramente molto
grande, si conoscono tutti. Questo è il bello di Mazara! Ne arriva uno, che sta
lì; ne arriva un altro, che sta lì…così via. Il minimo che ci possono essere
una ventina di persone, anche di più…Automaticamente, una volta che sono
ubriachi subito problemi…E questo non dipende da loro, secondo me. Dipende
dalla loro debolezza mentale. Perché io non credo che sia un modo loro di
fare…perché, addirittura, li ho anche notati (malgrado io non sia uno che ci
esce proprio) che una volta che passano 5 o 6 giorni a terra questa voglia di
andare al bar, di ubriacarsi, non gli viene neanche in mente! Proprio…il primo
impatto! Arrivi a terra e il primo impulso è quello di andare al bar ed
ubriacarsi. E’ una debolezza mentale. Non dico che lo fanno tutti, ma un 70%
non è poco…Purtroppo sono motivati a lavorare e un lavoro in mare non è…c’è da
compatirli…il lavoro in mare è davvero stressante, molto! Immagina che anche la
minima cavolata ti fa incavolare. Immagina, non so, anche un piccolo bisticcio,
una piccola cosa che non è fatta perfettamente, anche se è banale, ti fa
incavolare…Ci vuole davvero capacità di starci a mare.
D. Come si creano i gruppi a bordo?
C’è una distinzione, ad esempio, tra italiani e tunisini…?
I. No, no! Proprio no, questo no! L’unica distinzione
forse è burocratica…che sarebbe quella per cui il capitano lo può fare solo un
italiano e il macchinista lo può fare solo un italiano. Il resto, non esiste. I
rapporti, per come li vedo…ovviamente non tutti, perché parliamo del livello di
lavoro…se sei un lavoratore e rispetti tutto e fai tutto quello che c’è da
fare…non perché te lo ordinano, ma perché non esiste un ruolo ben definito
(eccetto quello del comandante e del macchinista)…esiste che tutti si lavora e
tutti aiutano tutti. Esiste solo quello. Automaticamente, se te vedi che a quel
posto manca un lavoratore, magari uno a smistare il pesce o riempire i secchi
di pesce per riscartarli e così via, automaticamente lo rimpiazzi. Questo è un
tipo di lavoro a gruppo, che non esiste una struttura precisa, esiste solo che
tutti lavorano e basta! Automaticamente non tutti sono capaci di farlo, perché
ho visto che molti quando vanno a mare stanno a guardare e se non gli dai un
ordine ben preciso non serve a niente. Addirittura se ne infischiano! Vanno a
mare tanto per andare a mare perché poi si lavora a percentuale…se il guadagno
è tot, guadagni tot. E’ una percentuale che prendi…Alla fine quelli avranno un
rapporto veramente diverso, quello sì! Perché tu non sei stato né agli accordi
legali né morali. Vengono scartati, come posso dire… vengono valutati veramente
male. Un capitano quando ha bisogno di determinati marinai e incontra
determinate persone fa una scelta, una selezione… “quello mi lavora così e
così, quello non mi fa niente!”. Allora esiste questa selezione, però esiste
anche un’altra selezione, molto più grave…se qui ci stanno 15 italiani e qui un
extracomunitario, prende subito l’extracomunitario. E’ un calcolo matematico,
perché, come ti avevo spiegato, esiste il fatto della diffidenza. E’abituato ad
avere extracomunitari…dice “questi sono più motivati a lavorare, invece quelli
là no”.
D. Sai, ho parlato con dei
motoristi italiani. Mi hanno detto che gli stranieri a bordo vogliono imporre
il loro modo di lavorare oppure che alcuni tunisini si eleggono leader dei connazionali a bordo e ordinano
a questi di non fare certi lavori o rifiutarsi di obbedire. Che ne pensi?
I. Sì, è successo questo. Posso dirti anche un’altra
cosa: purtroppo, la situazione com’è degli extracomunitari, automaticamente
quelli che hanno famiglia non possono permettersi di restare disoccupati. Esistono
anche i leccaculo, mi spiego? Allora, che succede? Che il più bravo a leccare
fa il leader e si può permettere di licenziare chi vuole. Esistono determinati
casi purtroppo --
non si possono fare i nomi e non
si può accusare niente e nessuno – in cui armatori mettono a capogruppo un
cittadino straniero. Lui fa tutto! Cioè lui deve ripetere tutto, lui deve
dargli le giustificazioni necessarie per dire questo si è fatto, quello non si
è fatto, e questo automaticamente grazie al loro modo di leccare i piedi, mi
spiego?! Automaticamente, se salgo a bordo io…io non ho problemi di non
lavorare. Se non lavoro, benissimo! Io c’ho altri posti dove andare a lavorare
e me ne frego. Non ho una famiglia da mantenere: se alla fine guadagno un
milione e mezzo, mi sta benissimo! Invece uno che ha famiglia si preoccupa.
Automaticamente se quello dà un determinato ordine, lo accetta. Poi ci sta
invece chi lo fa proprio perché gli piace essere…come te lo posso spiegare…Ad
esempio, su un peschereccio c’è un certo modo di lavorare e lo impone il
capopesca. Automaticamente loro, essendo un gruppo superiore – che è un gruppo
di stranieri – vogliono far vedere la loro maggioranza. Vogliono essere tutto
loro; in altri termini vogliono imporre…e ce chi lo fa per il gusto di farlo!
Il capo ci sta, uno che fa il leccapiedi del datore di lavoro, però gli va
accanto, non gli dice di no, proprio per il motivo di…cioè gli piace farlo.
Esiste anche questo; non è che non esiste…ma purtroppo fa parte della mentalità
che si ha a mare. Ma in terra non lo può fare per esempio! Cioè non è che non
lo può fare perché non ha la capacità, ma perché proprio non gli verrebbe
neanche in mente! E’ una mentalità che proprio si acquisisce solo in mare. Lo
stesso vale anche per gli italiani, non è che dice lo fa solo un
extracomunitario….La maggioranza crea sempre questo. Teoricamente la soluzione
sarebbe quella di fare a metà, preciso preciso…ma secondo me non va risolta la
questione…bisognerebbe fare una selezione. Per fare il pescatore ci vogliono determinate
caratteristiche, secondo me…Per arrivare a fare il pescatore bisogna fare una
selezione ben precisa: questo è capace di fare il pescatore, ha una resistenza
mentale superiore rispetto agli altri e lo può fare. Quelli che hanno una
resistenza mentale debole si fanno condizionare, fanno problemi e
automaticamente coi problemi che possono suscitare…Dal mio punto di vista penso
che se uno sceglie di andare a mare e se sai benissimo che l’alta autorità è il
capitano, non esiste un'altra figura. Il capitano è tutto! Mi spiego?
Automaticamente tu non puoi decidere…o decidi di stare sotto un comandante o
decidi di fare gli affari tuoi da un’altra parte! Se io, per esempio, vado a
casa mia e c’è mio padre che è capofamiglia, non mi posso permettere di dare ordini
a mio padre o alla famiglia o agli ospiti! Chi sono io? Nessuno…! Devo
sottostare…Non è, come ti posso dire, una legge scritta, ma una legge morale…mi
spiego? Per quanto riguarda la navigazione è una legge sia morale, sia scritta!
Il capitano è una figura sola. Allora perché lo hanno messo il capitano? E come
fare il militare…secondo me non è che ti puoi permettere, anche se il
colonnello sbaglia, di dire no! Esiste una determinata figura; se poi pensi che
quella figura di capitano abbia sbagliato, esiste il fatto che una volta finito
il periodo lavorativo, vai in capitaneria e fai un rapporto.
D. Si possono fare i rapporti in
capitaneria?
I. Benissimo, si fanno i rapporti benissimo! Addirittura
ho visto comandanti andare in galera! Bastano solo due testimoni. Arrivi,
guarda che il capitano ha fatto questo, questo e quest’altro. Chi me lo
testimonia? Tizio e Caio…stop! La pratica si avvia, bastano solo due settimane!
Ma neanche vi vuole molto, perché veramente per quanto riguarda il mare siamo
in un ambito molto…come te lo posso spiegare…”a mirino”. E’ proprio nel punto
d’attenzione di tutti; cioè, è come se fosse sacro. Proprio così…appena la
minima cavolata ed è all’attenzione di tutti! Il mare è fatto così. Io penso
proprio che se uno vuole fare il leader lo fa da un’altra parte! Non esiste…E’
una questione mentale…Quando si prende il libretto di navigazione, ci sono
molti che fanno una specie di giuramento…”Tu accetti questo, questo, questo e
quest’altro?”. Sì, bene; non accetti, ciao arrivederci…nessuno ti obbliga. Io
capisco che c’è la motivazione della famiglia, capisco che c’è la motivazione
di sopravvivenza, ma non puoi permetterti di fare quello che ti pare, sia che
siamo nel tuo paese che in un paese estero! Questo è il mio punto di vista. Ma è
sempre una questione mentale, perché tanto lui ti può imporre il suo modo di
lavorare a mare, ma non a terra. A terra sei libero, non esiste nessuno che ti
può dare ordini. Il comandante appena entra la barca in porto e viene messa in
banchina ha finito di comandare…ha finito…! Esiste solo quella di figura.
Allora non esistono pretesti per fare problemi, per essere leader…esiste solo
il capitano e basta! Automaticamente c’è anche un altro fattore: che il datore
di lavoro comanda più di tutti e se lo può permettere di fare questi…Ti posso
fare degli esempi pratici: succede che l’armatore mette la pulce sia
nell’orecchio del capitano che dei marinai…
D. Che “pulci”?
I. Allora, quello che è accaduto a me
personalmente…Che succede: il datore di lavoro fa, come te lo posso dire, il
“protettore”…dice “guarda, quello è un razzista. Lascialo perdere…quando
succede qualcosa, dillo a me”. Invece quando va dal capitano – questo è per
esperienza successa e vissuta – “imponi loro di lavorare, non farti
condizionare dal loro modo di pensare, falli lavorare da schiavi…!”. Cioè è una
pulce messa sia nell’orecchio dell’uno che nell’orecchio dell’altro. Allora,
automaticamente, se il capitano fa lavorare come una bestia il tizio e il
datore di lavoro dice a Tizio che il capitano è un razzista, te che pensi?
D. Che è un razzista…!
I. Che è un razzista perché, porca miseria, mi fa
lavorare come una bestia…allora è un razzista! Anche se non c’entra niente,
anche se il suo motivo è stato dato da un ordine superiore al suo…
D. Però mi sfugge l’utilità di
questa condotta…
I. L’utile è molto semplice!
Automaticamente quando la barca va in mare e il datore di lavoro ordina al
capitano di non rientrare prima dei trenta giorni e in barca c’è veramente una
fiducia tra il capitano e i marinai, fra tutto l’equipaggio, automaticamente si
viene l’uno incontro all’altro. Ad esempio, io c’ho un motivo mio familiare
dovrei rientrare prima…il capitano dice una volta tanto un favore si fa e
allora si rientra…Succede, è successo un sacco di volte! Un favore si fa. Una
volta vengo incontro io a te e una volta tu a me…è un modo di lavorare che io
penso sia davvero positivo. Per il datore di lavoro, che la barca rientra un
giorno prima in porto è una dannazione! Non entra denaro…è vero, non è che non
è vero. Ma è veramente uno sfruttamento altissimo e lui se ne approfitta. La
convenienza è per lui, mica per gli altri. Per quanto riguarda il capitano, fa
il suo lavoro…per quanto riguarda il pescatore, pensa di avere problemi con
tutti…Ad esempio, che pensi di una persona che sia razzista nei tuoi confronti,
te che fai? Piano piano ti allontani; anche se chiede un favore cerchi anche di
non farglielo. Piano piano, c’è un disagio. Alla fine, anche se all’inizio
eravate un poco uniti, vi separate…Questa è una convenienza, che per quanto
riguarda quest’ambito, del datore di lavoro. Per quanto riguarda altri
ambiti…ad esempio, come te lo posso spiegare…
D. Ma non converrebbe
anche all’armatore avere una squadra unita? Tutte le organizzazioni cercano un
ambiente unito, di solito…
I. Non è così semplice da capire, lo…ma la convenienza c’è! La barca
basta che stia in mare, lavora…stai sicuro che lavora! I disagi anche se ci
saranno tra capitano, tra pescatori stessi…quello che conta è che la barca sta
in mare! Perché tanto se pesca cento chili di pesce è sempre meglio che
niente…Alla fine quello che conta è che la barca lavora. Automaticamente se c’è
un disagio tra equipaggio ognuno si prende il posto suo e nessuno rompe e si
continua ad andare avanti. Automaticamente, quando te arrivi dal datore di
lavoro, dici questo è il guadagno che ha ricavato lui e lui ti dice che abbiamo
preso tot e questo non c’è più…Se il gruppo è compatto si ribella o non si
ribella?!
D. Penso che si ribelli…
I. E allora se il gruppo non è compatto…?
D. …ognuno tira per sé!
I. Vedi, questo è un esempio pratico…E non te lo dico io da pescatore,
te lo possono dire tutti che il ricavato non è mai quello che ti dice
l’armatore. Se il gruppo è compatto succedono sempre problemi per l’armatore.
D. Ma il sindacato, ad esempio, non interviene mai in
merito a queste questioni? In fin dei conti, ad essere in ballo è il tema del
salario…
I. Ecco, adesso io non voglio offendere il sindacato precisamente, ma ti
posso dire subito un paio di cose essenziali. Primo: che non si può imporre
nessuna legge al datore di lavoro…rispetto a Mazara e agli armatori dico…Non si
può imporre la legge agli armatori…
D. Perché non si può imporre qualcosa agli armatori?
I. E’ la loro unione, che sono tutti d’accordo…la legge alla fine è
accantonata. Comandano loro in altre parole. La giri come vuoi, ma comandano
sempre loro, perché alla fine hanno il coltello dalla parte del manico. Tu
dici: “vogliamo questo”. Loro rispondono: “vabbé, blocchiamo l’economia del
pesce!”. Se si blocca l’economia del pesce, si blocca tutta la città.
Automaticamente, o fate quello che dicono loro o fate quello che dicono
loro…Secondo punto: per quanto riguarda la CGIL, cosa può fare? L’armatore dice
“io ho guadagnato 50 milioni”, quando non è vero, ne ha guadagnato cento di
milioni…ma non esiste nessuna bolla, nessun documento che confermi che noi
abbiamo sceso tot pesci e che lui li abbia venduti a tot…Lui dichiara di aver
venduto tot, ma non dichiara esattamente quello che ha sceso giù dalla barca o
ti dichiara quanto costa il pesce o a quanto l’ha venduto…Dichiara solo di aver
venduto tot! Che indagine vorresti fare? Io posso dire che lui ha guadagnato
cento milioni e me ne ha dichiarato soltanto 80. Io questo lo posso dire perché
conosco il pesce e conosco i prezzi. Però, appena te vai a fare indagini, non
troverai mai nulla. Ad esempio vai dal datore di lavoro e gli chiedi: “quanti
cartoni avete sceso?”. Dice “ne abbiamo sceso 100”, e invece ne avevamo sceso
200. Quali prove gli puoi dare? Lo puoi sorvegliare…dovresti trovare una prova
precisa che ne ha sceso 200…
D. Ma l’equipaggio non dice nulla?
I. A questo punto l’equipaggio non ha parola! E poi c’è anche un altro
particolare, che, guardacaso, lui ti dice il ricavato esatto soltanto una volta
uscito dalla barca. Una volta che lui ti ha detto sono passate più di 24 ore e
te reclami non ne puoi fare più…perché anche se fa un reclamo, le indagini non
le potranno fare. Anche se arrivano a un punto in cui dici “te hai preso 180
milioni, non solamente 80!”, lui automaticamente ti può dichiarare che è stato
dall’altro trasbordo, che li ha presi da altre fonti…ma non puoi fare una
indagine ben precisa! Se invece nel momento in cui si scarica la merce, c’è un
controllo ben preciso, legale, dici: “tot è stato sceso!”; poi automaticamente
si fa la media – non dico esattamente – si dice avrà all’incirca un valore di
100 milioni…se tu arrivi ai 95, 90 bene o male chiudi un occhio! Però se te fai
una differenza veramente alta e da 100 milioni arrivi a 70…E non è poche volte
che succede!! Succede tantissime volte! Addirittura ci sono barche che tolgono
il 60% del ricavato, che non è poco! Su 100 milioni te ne leva 60. Ti dice
“abbiamo guadagnato 40 milioni!” e non è poco…Però non hai la possibilità di
indagare…A chi lo dici?! La CGIL lo sa, non è che lo sa…ne è al corrente, non è
che non ne è al corrente, ma non ha la capacità di trovare le prove…non esiste!
Se quello dici ho venduto tot, ha venduto tot! Non gli puoi dire nulla! Il
massimo che si può fare, è essere un gruppo compatto…arriva la barca dal mare,
dici “quanto è stato il ricavato?”. L’armatore dice “questo…!”. Bene, stop! Non
ci piace il ricavato, fermiamo la barca!! Allora a quel punto ci rimette
l’armatore…
D. Ma è successo questo?
I. Certo, tantissime volte! Solo quando il gruppo è compatto…ma si
tratta di gruppi veramente piccoli, cioè ormai rari. Specie la generazione mia,
quelli più piccoli di me, addirittura non si sa comportare…ha paura persino di
perdere il lavoro. Soprattutto i ragazzi giovani, della mia età e anche un po’
più grandi, hanno paura. Non hanno le mie stesse sicurezze…perché io domani che
non lavoro a Mazara, va bene…attendo, non lavoro, salgo su…c’ho altre
prospettive, c’ho altri punti di riferimento, non ho problemi di bloccarmi in
un determinato posto. Invece ho notato un’altra particolarità: tutti quelli che
stanno a Mazara, sono talmente legati, specie i cittadini stranieri, talmente
legati a questo posto che per loro è come se fosse la Tunisia. Talmente legati
che non riescono a staccarsi…hanno paura di perdere il lavoro. Allora i gruppi
compatti non esistono più. Allora, automaticamente, sono capaci di imporre
determinati modi di lavoro, creare, fare problemi, ma non sono capaci di farsi
dare i loro diritti. E’ una cosa veramente stupida, purtroppo, ma è così.
Ritornando al discorso, questo succede quando ci sono i gruppi compatti, ma i
gruppi compatti non esistono più. E una volta quando c’ero io da bambino vedevo
l’amicizia tra i cittadini stranieri. Anche per la minima cavolata, tipo “in
questo forno il pane costa di meno”…e se lo comunicano! Dici, sono 200 lire, ma
porca buttana qui si mangia 10 chili di pane al giorno, 200 lire mi diventano
2000 lire, allora conviene! Questa è la minima cavolata; oggi appena vede anche
una mela, dice “quello mi dà una mela in più rispetto a quell’altro”, non te lo
dice! Esiste anche l’invidia. Dice “quello ha guadagnato di più 100.000
lire…!”. Esiste anche l’invidia! Succede anche questo. E questo è un altro lato
che sta affiorando da pochissimo, da 4-5 anni. E’ una generazione che sta
cambiando rispetto a prima. Allora, mettila come ti pare, ma i motivi sono
tanti: esiste l’invidia, l’incapacità di staccarsi, i leccapiedi, chi si
sottomette, l’ignoranza…questo fatto, purtroppo, dell’ignoranza…che non tutti
sono al corrente dei loro diritti. Esiste anche il fatto che automaticamente si
è invertita la situazione: una volta era il cittadino italiano ad essere
razzista, adesso è diventato il cittadino straniero ad essere razzista…
D. Come si manifesta questo razzismo al contrario?
I. Quei gruppi di cittadini stranieri che si formano nell’ambito
lavorativo, abbattono tutti i lavoratori di alto grado…in mare succede che il
capitano o il motorista, o per un motivo o per l’altro, o per la “pulce” messa
dal datore di lavoro o per un motivo loro personale, automaticamente anche chi
non c’entra…non so, se sono motivati 10 capitani che hanno la pulce
nell’orecchio, questo metodo, modo di lavorare e anche carattere…però 10
capitani su 1000 capitani ci dovrebbero distinguere…questo è un piccolo
esempio. Così automaticamente vengono messi tutti assieme! Gli stranieri fanno
di tutta l’erba un fascio! Succede questo, purtroppo. Non esiste dire “hanno
ragione” o “hanno ragione in parte”, so soltanto che è un mondo di
sopravvivenza, di competenza, che il diritto di lavorare ce l’hanno tutti, il
diritto di vivere ce l’hanno tutti…ma purtroppo c’è anche un modo d’invertirsi
le cose. Una volta era il cittadino italiano ad essere razzista ed ora è il
cittadino straniero ad esserlo.
D. Prima mi hai raccontato di essere andato per un
po’ di tempo a Civitanova Marche…
I. Sì, per un paio di motivi. Il primo era che non vedevo prospettive di
futuro per me nella pesca. Poi all’epoca non avevo neanche il libretto di
navigazione…
D. Quanti anni fa è stato?
I. Stiamo parlando di 5 anni fa, il ’97 circa. Avevo il libretto di
lavoro, ma non quello di navigazione, perché essendo un cittadino straniero
dovevo fare il libretto di navigazione in Tunisia…Il primo punto, ero arrivato
ad odiare il paese dove ero nato, perché non si facevano mai gli affari loro e
pian piano un piccolo motivo per cui io e mio padre siamo arrivati a
bisticciare – a dividerci -- è stato per le troppe chiacchiere e nessuna era
veramente fondata…
D. Tu sei nato a Mahdia…Eri lì in quel periodo?
I. No, perché quelli che stanno qui a Mazara al 90% sono di Mahdia!
Allora sono arrivato a un punto che odiavo quel paese, non gliela facevo
più…parlavano troppo, sparlavano troppo…i motivi..
D. E’ interessante questa cosa: per te Mazara era
diventata Mahdia!
I. Ecco!! Ed ero arrivato al punto che non li sopportavo più…Il secondo
motivo era che non vedevo prospettiva di futuro…allora, un motivo di qui un
motivo di lì, dopo alcuni amici mi hanno portato a Porto Recanati…cioè hanno
detto “andiamo a fare una vacanza”. E io “ragazzi, non ho tempo per andare a
fare le vacanze…andate voi, vedete la situazione e tornate…”. E loro “guarda
che le Marche è un posto…ci sta lavoro, qui e lì. E’ tutto in regola…”. Allora
per me la cosa cambia! Allora vado a fare un salto: ho passato il mese più
brutto della mia vita! Era una citta deserta, era piccolissima…non ero abituato
a quello stile di vita così. Allora ho detto “io non sono qui per divertirmi” e
infatti mi è bastata una settimana…però un mese è passato a cercare lavoro…e
meno male che mi avevano detto che c’era il lavoro! A me il lavoro in fabbrica
non interessava, però ero a disposto anche a lavorarci. In quel periodo era il
periodo di capodanno e gennaio. Automaticamente c’era anche il fatto che
nessuno mi aveva detto che era il periodo dei conti, far quadrare tutto…non
erano disposti ad assumere, insomma. Infatti, guarda caso, fortunatamente ho
beccato un’azienda dove si lavorava cartongesso. Guarda caso gli interessavo.
Io ‘sto tipo di lavoro più o meno l’avevo fatto, non era proprio uguale, ma la
metodologia del lavoro era simile…comunque dopo un giorno mi hanno chiamato. Ci
ho fatto un bel po’ di anni a lavorarci, due anni di cartongesso. Però poi mi
sono dovuto trasferire, perché lì c’era anche il problema delle case…ogni volta
dovevo trovare casa.
D. Con chi abitavi all’epoca?
I. Con questi amici con cui ero andato a far la vacanza. Erano rimasti
lì. Ma il problema non era con chi abitavi, ma che gli affitti erano periodici.
Cioè potevi affittare periodo invernale o estivo…tutte le volte dovevamo
cambiare. Alla fine al posto di avvicinarmi (io stavo ad Osimo)…allora da Porto
Recanati ad Osimo andava molto bene. Al mattino mi dovevo svegliare un po’
presto, ma Osimo stazione era vicino all’azienda e mi era andata bene…però,
poi, dove vado a trovare casa? A Civitanova Marche! Qui mi sono impegnato, ci
sono stato un paio di mesi…La conosci Civitanova: ci sta una parte alta e una
parte bassa. Io abitavo in quella alta e dovevo prendere il pullman la mattina
molto presto, verso le 4, perché non ce n’erano altri che facevano coincidenza
col treno, che era alle 4:35. Arrivavo all’azienda troppo presto…insomma era
veramente un massacro. Poi alla sera ritornavamo alle 8 in azienda, perché lavoravamo
fuori. Il tempo di prendere il treno, rientrare a casa, prendere tutte le
coincidenze, si erano fatte le 10…Quanto dormi? E per il mangiare? Non gliela
fai…
D. Per quanto tempo hai fatto questa vita?
I. Quando sono andato a Civitanova l’ho fatto per due mesi, massimo tre,
se non mi ricordo male…Poi avevo cambiato lavoro…
D. Ma a S. Benedetto non c’è una grande flotta? Come
mai non sei andato a pescare?
I. Non avevo ancora il libretto di navigazione, ricordi…L’ho fatto
ultimamente, sette mesi fa!
D. Allora in tutti questi anni hai navigato “in
nero”?
I. Sì, è così…sempre in nero. Tanto anche se avevo il libretto di
navigazione non è che dici che mi imbarcavano, perché a quell’epoca c’era il
“fermo biologico” e si prendevano 8 milioni. Anche questa è una cosa…non so se
tu sai perché non li danno più i soldi a Mazara…E per due motivi: i soldi erano
non solo italiani, ma europei e venivano dati alla flotta peschereccia che era
la più grande d’Europa, del mediterraneo…Successe anche il fatto che una flotta
peschereccia di qui vicino, di Sciacca, che è molto, molto più piccola,
dichiarava un reddito annuale quasi il doppio di quelli di
Mazara…Automaticamente, vada il primo anno, il secondo, il terzo, ma alla fine
si sono stufati e hanno bloccato i finanziamenti. Il secondo, invece, è
un’altra cosa: risultavano imbarcati moglie e figlie del datore di lavoro.
Automaticamente se su una barca ne vanno 10, non ne puoi mettere 20…Era
successo anche questo, quindi; anche se avevi il libretto di navigazione, non potevi
imbarcarti…A meno che non eri uno che ci aveva lavorato da molti anni, uno di
cui avevi molta fiducia…era un po’ difficile, specie per me che ero un
ragazzino.
D. Tornando a Civitanova, che era successo?
I. Che avevo mollato quello e preso un altro! Di male in peggio, che
alla fine non mi ha pagato pure. Ne avevo trovato un altro…facevo nuovamente il
cartongessista in una azienda vicino casa ed era andata benissimo. Però poi,
siccome gli affitti erano alti e i ragazzi che stavano con me se l’erano squagliata
tutti, non gliela facevo più, ho mollato.
D. Quanto pagavate?
I. Un milione e trecentomila lire diviso per quattro. All’incirca 350000
lire a testa, perché c’era il condominio. Purtroppo uno da solo non ce la può
fare né ora né mai…poi con il cartongesso all’inizio dove lavoravo, si
guadagnava bene: anche 2.400.000 lire al mese. Poi a Civitanova, guadagnavo
circa 1.800.000…Non era tanto facile: paghi l’affitto, la luce…
D. Il problema dei tuoi amici era l’affitto…? Non mi
sembrano troppo 350.000 lire, specie se gli stipendi erano quelli…
I. No, non era un problema di soldi…se la sono squagliata tutti. I primi
due erano venuti insieme. Li avevo incontrati sul lavoro e avevamo deciso di
prendere un'altra persona e infatti l’ho trovata io. Quei due che erano venuti
insieme erano di Foggia e sono dovuti rientrare a casa per motivi di
lavoro…Invece era rimasto un altro cittadino straniero, che dio voglia o non
voglia, aveva motivi suoi; dice perché di qui di là, anche se c’era un sospetto
che aveva avuto problemi con la polizia. Non so se per paura o perché aveva
fatto cose, però mi ha detto che doveva andare via…Se n’è andato! Ho visto che
non gliela ho fatta, che invece di mettere i soldi in banca mi stavo
prosciugando…dopo due mesi ho deciso di staccare. Avevo la causa con l’impresa
che non mi aveva pagato che andava avanti e avevo deciso di mollare e venire
qui a Mazara…Visto che non c’era niente da lavorare, sono andato in Tunisia per
tre mesi…erano 4 anni anni che non andavo; sono uno che si assente veramente
moltissimo. Poi ho fatto il libretto di navigazione e sono venuto a Mazara.
Fatto sta, sono stato molto fortunato, hanno dimezzato la flotta
peschereccia…il disarmo. Sino a che non arrivano quelle nuove…
D. Si parla di molti anni, ho sentito…
I. Il problema sta nel governo. Quando mettono la nave in disarmo, il
governo dovrebbe dare a loro il 50% del valore…Gli armatori sono molto furbi.
Le barche le hanno quasi pronte, perché il disarmo loro lo hanno programmato
con molto anticipo…Ora io non posso dire che tutti hanno i soldi per prendere
le navi senza i soldi del governo, ma loro non possono permettersi di farlo. Si
prosciugherebbero e questo è pure vero…Allora automaticamente attendono il
governo sino a che non gli danno i soldi…Se il governo decide stasera, domani
ce l’avranno. Se decide tra un anno, sarà tra un anno…
D. Ci sono molti disoccupati in questo momento,
secondo te?
I. Se mi baso su quelli che conosco io, almeno 200..Se sono 40 le barche
ritirate, per una media di 10, quanti sono? 400. Questa è la media…Guarda che è
una situazione…Anche se non è detto che questi rimarrebbero disoccupati: c’è la
campagna. Ma nessuno vuol fare il lavoro in nero. C’è il lavoro in nero, questo
è il problema. Lavorare così non è tanto conveniente né da un punto di vista
legale e personale. Però non puoi permetterti neanche di non fare niente…
D. Qual
è la tua situazione col permesso di soggiorno?
I. Te lo posso spiegare
molto semplicemente. Io ho i documenti in regola. Ho rinnovato il permesso di
soggiorno, solo che l’ho fatto “in attesa di occupazione”…
D. Che
tra poco non sarà più valido…
I. Non è valida…se il primo permesso di soggiorno è in
“attesa” di occupazione e così anche il secondo, c’è il 50% di possibilità che
te lo diano per un anno o il 50% di possibilità che non te lo diano per
niente…questo sì. Ed è anche logico, perché porca miseria se tu in due anni non
hai lavorato per niente, che ci fai qui?! Su questo hanno anche ragione…Allora,
finché riguarda qualcuno che ha famiglia e sta a carico del padre o di quello
che è, esistono dei problemi burocratici (che a me sembrano stupidi) però si
potrebbe anche chiudere un occhio…ma per tanti motivi…uno come me per esempio:
nella mia famiglia non ci vivo più. A me, bene o male, bastano 200.000 per
sopravvivere qui…
D. Così
poco…?
I. A Mazara non è che serve tanto denaro per
sopravvivere. Una volta che hai gli amici, che hai da mangiare con una
famiglia…cioè noi con 100.000 facciamo una spesa davvero molto ampia. Per
quanto riguarda l’affitto paghiamo 250.000 lire. Tra me e mio zio, diviso a
metà…a me 200.000 lire bastano e avanzano! Non ho bisogno chissà di che
cosa…non consumo né caffè né alcool e nemmeno fumo. Non ho nessun tipo di
consumazione! A me 200.000 lire al mese, bastano e avanzano. Non ho nessun tipo
di problema. Dici, è vero, non vado al ristorante! Ma neanche me ne frega,
mangio a casa!
D. Ad
esempio, cosa mangi?
I. Io cucino di tutto, sia il pesce che la pasta, il
cous cous, piatti italiani. Addirittura mi metto anche con certi piatti cinesi.
Cucino di tutto, pesce, carne…Non ho preferenze.
D. Ma la
carne, ad esempio, costa…
I. No, per quanto riguarda noi, abbiamo un amico che fa
il pecoraio – diciamo così – e ci porta la carne ogni mese. Per quanto riguarda
il pesce, siamo dei pescatori. Mio zio è pure pescatore e il pesce non ci
manca…Girala come ti pare, si vive davvero con pochissimo. E qui a Mazara,
specialmente noi… anche se noi abitiamo veramente molto lontano…ma dove abitano
i tunisini in gruppo, se a me oggi manca il pane, stai tranquillo che basta che
busso alla porta…
D. Come
mai non hai scelto di abitare nel centro storico…
I. Allora, intanto, sia i miei zii che la mia famiglia
abbiamo sempre abitato in zone veramente disperse, per alcune ragioni
principali. Uno, per la diffidenza: perché all’inizio la gente non è che si
conosceva tanto bene. La paura loro non era dei cittadini stranieri, ma dei
cittadini italiani…perché Mazara, la Sicilia è sempre un paese…la Sicilia, si
pensa subito alle cose più gravi. Allora la paura, la diffidenza era per i
bambini, perché eravamo ancora piccoli…allora preferivano stare lontani. Per
quanto riguarda i miei zii, con la mia famiglia non hanno mai avuto rapporti.
Io dopo molto tempo ho scoperto che eravamo parenti, per tramite mia madre…La
madre di mio zio e la madre di mia madre erano cugine; pensa quanto
lontani…Comunque non eravamo neanche legati come parenti, primo punto. Una
volta cresciuti non c’era più questo problema, comunque avevamo imparato che
più lontano si sta, meno problemi si hanno…Per quanto riguarda la mia famiglia,
prima abitavamo dall’altra parte del fiume Trasmazaro…eravamo dispersi, c’erano
solo gli italiani attorno a noi. E nessuno conosceva casa nostra. Attualmente,
invece, mio padre se l’è comprate le case…
D. Se
l’è comprate a Mazara?
I. Sì, ne ha prese due, ma non è questo il punto! Il
punto è che vanno a cercare sempre posti dove stanno tutti assieme…esiste il
fatto che bene o male si conoscono tutti e sono tutti della Mahdia…Va a finire
che quasi tutti hanno legami di parentela e poi esiste il fatto che se uno ti
viene a bussare a casa e c’ha bisogno di mangiare o altro, non glielo nega
nessuno! Allora Mazara è un posto dove si sopravvive anche con veramente
pochissimo…andare a comperare un chilo di pane, beh, 2000 lire! Un chilo di
pane ti basta per pranzo, per cena e per domani mattina…! Mentre a Civitanova
Marche per un chilo di pane ci volevano 5000 lire! Dici 5000 lire non sono
chissà che cosa, ma porco cane qui ci vivi per quattro giorni…! Porco
cane…Allora a Mazara si sopravvive veramente con pochissimo; ecco allora il
fatto che non si guadagna rispetto al nord, proprio perché non c’è bisogno di
tanto! Non so, come te lo posso spiegare, se ad esempio qui a noi basta fare
300.000 lire, mentre io quando stavo al Nord-Italia facevo meno di 400.000
lire, porca buttana, finito, stop!! Neanche arrivavo alla fine del mese: vabbé
che mangiavo da bastardo, però è anche vero che non era uguale!
D. In un'altra occasione, parlando dei gran ritardi
dell’Ufficio stranieri nel concedere i permessi di soggiorno, mi hai detto che
secondo te la polizia non ha responsabilità. Come mai pensi questo, ma
soprattutto pensi che siano vere le voci che si sentono su traffici poco chiari
di documenti…?
I. Che tutto sommato, da ogni punto di vista, è tutto
giusto! Ma c’è anche da valutare che sono porzioni! E’ vero che esiste un
traffico – questo è vero – ma non incide sul rinnovo dei permessi di soggiorno.
Incide ad un secondo livello. Perché se in un determinato comune viene fatto
questo tipo di traffico, automaticamente quando lo viene a scoprire la legge,
poi il diritto di farlo a questo comune viene levato e automaticamente se ne
prende la responsabilità…
D. Non mi sembra che
normalmente funzioni proprio così…
I. Invece è stato così.
Perché c’è stato un motivo ben preciso…Perché a Mazara purtroppo esistono dei
fatti che io non dovrei neanche dire, perché non esistono prove concrete ma
alcune verità…che i commissari, ispettori, etc. attualmente in fermo, hanno
fatto i traffici loro a modo loro. Ora se sia di permesso di soggiorno o altre
cose, non lo so, però sono in stato di fermo. Automaticamente non se ne possono
occupare loro, se ne deve occupare qualcun altro. Se ne deve occupare, nel caso
di Mazara, l’ufficio di Castelvetrano. Automaticamente quello si deve occupare
del suo comune, non è che si deve occupare di tutti e due; allora mandano tutto
alla Provincia di Trapani. Automaticamente si crea un disagio, perché quelli
non è che possono dare priorità a Tizio o a Caio. Devono dare priorità al numero,
a chi arriva per primo si fa per primo…Esiste anche il fatto che alcuni
cittadini stranieri pagando soldi hanno ottenuto i permessi di soggiorno prima,
questo è vero! Ma non tutti e non la maggioranza. Non è una quantità troppo
grande: si parla di 3-4 persone.
D. Così pochi? Eppure è una cosa che sanno tutti, che
dicono tutti…sembrerebbe un fenomeno diffuso a sentire la gente.
I. Non può essere, perché ti spiego…Se fosse veramente
diffuso come dici, avrebbero pagato tutti, Un milione per il permesso di soggiorno,
lo avrebbero pagato tutti…Ma non è così, sono 3-4 per determinati motivi…perché
pagando non è che posso pagare io! Paga chi lo conosce e chi ha la fiducia.
Perché sennò arrivo io, pago e lo sputtano…Allora non tutti possono farlo, ma
si parla davvero di pochissimi. E l’hanno fatto perché hanno speculato coloro
che stanno sulle direttive, magari dici “te hai fatto la domanda 1400 e io la
metto al numero 4”…questo! Ma non è che ha fatto niente, ha soltanto anticipato
i tempi di qualcuno. Non è che ha fatto chissà che cosa, non è che ha
falsificato i documenti…C’è ad esempio chi non ha pagato un milione, c’è chi ha
solo portato un paio di cassette di pesce difficile da trovare subito, tipo il
gambero rosso e così via. Gli ha anticipato solo il fascicolo, tutto qua!
Esistono cose più gravi, di cui non esiste prova, ma solo il passaparola.
Questo è vero! Esistono i fatti, ma non le prove, perché se esistessero prove
sarebbero in galera tutti. Questo è poco ma sicuro! Poi c’è anche un altro
punto: ultimamente questi permessi di soggiorno, c’è stato un disagio
dappertutto. E dico subito il disagio qual è. Il disagio non è la ricevuta del
permesso di soggiorno che viene preparato in 7-8 mesi…il disagio è che con
questa ricevuta non si possa lavorare regolarmente…
D. …e neanche partire. Per andare in Tunisia da un
parente in difficoltà, per esempio.
I. Fregarsene di andare in Tunisia! Perché non è una
priorità!
D. Beh, ho conosciuto un tunisino che aspettava da 7
mesi il permesso di soggiorno e non aveva mai visto il figlio nato nel
frattempo…
I. Stiamo parlando di pochi casi…Ma il fatto più grave è
non poter lavorare. Che poi si debba andare in Tunisia, guarda, è molto
semplice. Così semplice che non ci ha pensato nessuno! Se te vai al consolato,
proprio perché non ce la fai più e devi andare a casa, ti fai rilasciare una
documentazione ben precisa e torni entro i tre mesi di scadenza del rinnovo. La
ricevuta è valida tre mesi: puoi uscire e rientrare, se il problema è veramente
serio. Se io vado in Norditalia, oggi, con la ricevuta, a me non mi dicono
niente. Però nel momento in cui io dico che il 28/05 ho preso la ricevuta, dopo
tre mesi automaticamente, il 29/08, mi incontra un poliziotto fuori dal mio
comune, mi dice che diamine ci fai? E mi dà il foglio di via…Quindi non solo
non posso lavorare, ma mi prendo anche il foglio di via. Mi spieghi a questo
punto io che devo fare? Questo è grave, veramente molto grave! Ma purtroppo non
posso dare la colpa a nessuno perché non esiste un colpevole ben preciso! Perché
esiste il fatto che c’è questa situazione specifica di Mazara, esiste il fatto
che la provincia deve fare alcune indagini, esiste questa nuova legge che deve
uscire e che ogni volta che c’è un cambiamento automaticamente si crea
confusione e si mettono in disagio tutte le forze dell’ordine. E devono fare
controlli su controlli…esistono anche i permessi di soggiorno falso, i
passaporti falsi e loro devono fare le loro indagini, devono verificare…perché
c’è anche l’autocertificazione. Perché io capisco che l’autocertificazione è un
diritto di tutti; io stesso a volte la uso, ma preferisco portarmi documento
che sia il più regolare possibile, conforme a quello che mi chiedono…come il
certificato di residenza, famiglia, i redditi…Queste autocertificazioni poi richiedono
indagini, mi spiego? Perché non è che lui ti crede sulla parola: deve fare una
indagine. E questo richiede altro tempo…Ora, sin qui, se è lo stesso comune
quello che fa i documenti sa benissimo chi sei e cosa fai…di conseguenza, la
tua autocertificazione basta che gli dà uno sguardo…Ma se vado in un altro
comune, dove sono sconosciuto, deve fare altre verifiche, tutte, con i tempi
che ci sono, gli orari degli uffici…Te immagini l’ufficio, che apre alle 9 e
chiude a 12:30. Quante telefonate o controlli potrà fare? Le autocertificazioni
sono un problema, ad esempio…Perché c’è chi dici lo ha fatto in buona fede, ma
c’è anche chi lo ha fatto in malafede…Io, dice uno ultimamente al
commissariato, devo fare la residenza nuova nel posto dove abito ora…Ha fatto
il contratto di casa, ma il certificato di residenza non l’ha cambiato, mi
spiego? Allora ha dato il certificato dell’abitazione, che abitava in un
determinato luogo, il contratto…Però doveva dare la residenza e se la dava
doveva dire che abitava in un altro posto. Allora ha autocertificato che
risiedeva nella casa del contratto di locazione. Aveva voluto cambiare la
residenza per rinnovare il permesso di soggiorno; dopo la voleva cambiare
nuovamente, per tornare alla vecchia residenza, ma non l’aveva potuto fare
perché con la ricevuta non poteva farlo. Che cosa ha ottenuto? Ha solo fatto
una autocerticazione falsa. Domani, se io vado con una autocerficazione, avrà
fiducia quel poliziotto? Dovrà prima verificare…Purtroppo succede questo. I
motivi sono tanti. La colpa non è di nessuno, ma ci vorrebbe più scioltezza,
più velocità e meno burocrazia…
D.
L’autocertificazione è una misura contro la burocrazia…
I. Sì, ma tu mi devi spiegare: se
io vado al comune, e prendo il mio certificato e te lo mollo ho risparmiato
tempo…
D. I
tuoi amici sono più italiani o tunisini?
I. Ecco, io non ho “amici”. Mi spiego, per arrivare a
valutare una persona, veramente ci vuole tanto…allora sono contati sulle dita
di una mano e posso dire che sono rari. Ho amici sia albanesi, sia italiani,
sia africani, da tutte le parti (anche tunisini), ma posso dire che nell’ambito
generale, magari possiamo dire i gruppi che frequento, sono più italiani che
tunisini. I motivi sono tantissimi. I motivi in primo luogo che non riusciamo a
comunicare. Io ad esempio sono molto più bravo a comunicare in italiano e non
in arabo, nonostante che la conosca la lingua…però non riesco a usarla con
scioltezza. Ho un bagaglio lessicale in arabo veramente ridotto rispetto
all’italiano. C’entra anche che non hanno la mia stessa capacità di…non hanno
il mio stesso punto di vista. Dici, è possibile che tutti abbiano lo stesso
punto di vista?! Ma, in generale, io voglio che siano…come te lo posso
spiegare…con una mente molto salda: che non corrono dietro le frivolezze, la
serietà…ad esempio, capisco la battuta, capisco il modo di vestirsi, ma in
fondo in fondo ci dev’essere la serietà massima, il rispetto…e questo
sinceramente nell’ambito dei ragazzi del mio paese non riesco a trovarli. C’è
stato un periodo in cui avevo amici con cui potevo uscire bene, che erano i
miei compagni di scuola, con cui magari avevamo molti argomenti in comune…ma
oggi come oggi veramente mi trovo in difficoltà.
D. Tu
sei cresciuto per lo più con ragazzi italiani…?
I. Sì, si potrebbe dir di sì, anche se non esattamente;
ma per la maggior parte direi di sì. Il mio gruppo fino a un 7 anni fa, eravamo
un gruppo di circa quindici ragazzi, tutti tunisini; ma alla fine ci siamo
sperduti ognuno per motivi suoi, chi per motivi di lavoro, chi per motivi di
studio, chi perché doveva rientrare al paese, chi doveva uscire addirittura di
qui per andare in alta Europa…ci siamo divisi. Dopo di quello è difficile. Per
me trovare amicizia non è molto semplice.
D.
Secondo te, gli italiani sono generalmente aperti o chiusi?
I. Potrei dire che sicuramente un po’ più aperti
rispetto all’ultima generazione. La mentalità più chiusa tra gli italiani è
quella più grande, dei settantenni, sia per la sfiducia che danno a quelli più
piccoli, più giovani di loro, sia per il fatto di essere cittadino straniero.
Entrambe le cose…Ma quello che è sicuro, come te lo posso spiegare, che un
italiano bene o male, anche se a questo punto c’entra forse che la mia
mentalità è più simile alla loro. Forse questo! Più simile agli
italiani…abbiamo in comune molti punti in comune rispetto ai tunisini. Mentre
per me i tunisini, oltre al fatto che magari non riescono ad arrivare al mio
modo di pensare – come ho detto a me interessa la serietà, anche se sono
piccole frivolezze per me sono importanti – nei ragazzi della mia generazione
non li trovo. Mentre invece quelli che sono un po’ più grandi, non ho la
capacità di comunicare con loro perché da un punto sono ormai shockato dal
fatto che li detesto; dall’altro punto che diffido moltissimo nei loro
confronti, non ho molta fiducia. In altre parole, se è un italiano gli vado
incontro; se è un tunisino, invece, preferisco che mi venga incontro per
ottenere…perché lui ottenga la mia fiducia!
D. Tu sei
“ibrido”…Conosco Nouraine, Said e altri e mi date l’impressione di essere delle
avanguardie. Siete in pochi a vivere questa condizione “di confine”, mi
sembra…E’ strano che sia così, dopo 30 anni di presenza tunisina a Mazara!
I. Siamo pochi perché…Se tu parli di Nouraine e parli
della sorella e parli anche del fratello e della sorella minore, guarda caso
sono i miei ex-compagni di classe, guarda caso erano i miei vicini di casa,
guarda caso erano il mio gruppo. Guarda caso…guarda caso abbiamo passato lo
stesso periodo di anni a Mazara. Cioè, alla fine, siamo purtroppo gli unici!
Cioè, come ti ho detto, quando c’eravamo noi eravamo in pochi, eravamo
obbligati, eravamo più motivati a conoscere la lingua italiana e a comunicare.
Oggi come oggi, sono tanti. Non sono più obbligati come eravamo noi. Infatti te
l’ho detto all’inizio: eravamo pochi. Eravamo più motivati.
D. Infatti voi che siete sopra i 20 parlate benissimo
e siete anche molto legati agli italiani; quelli che si collocano appena sotto
la vostra età – diciamo i diciassettenni – non parlano bene l’italiano, non
hanno relazioni significative con gli italiani…
I. Questo dipende da due fattori:
dipende, come ti ho detto, dal ridotto numero dei tunisini…ma se parli di
Nouraine, è arrivata all’età circa di 7 anni in Italia. Per quanto riguarda sua
sorella Donia e l’altro fratello sono nati qui…Comunque sia Nouraine che una
sua sorella morta dopo, erano venute grandi qui, però stiamo parlando di un bel
po’ di anni e più o meno sono venute da bambine, anche se all’età di 7-8 anni.
La mentalità più o meno è stata intaccata: è cresciuta con due mentalità. La
stessa tipologia mia: siamo nati e cresciuti con due mentalità. Una mente già
sviluppata, tunisina; però con una cultura dove hai dovuto accettare sia l’una
che l’altra e condividerle. E qui va bene…invece la generazione di oggi, non
tutti sono venuti da piccoli. C’è chi ha 17 anni, ma è venuto da un paio di
anni in Italia. Perché, ad esempio, l’ultima legge…gli immigrati che facevano?
Portavano la moglie, ma i bambini li lasciavano in Tunisia. Adesso è
obbligatorio il fatto che quando lui rinnova il permesso di soggiorno, i figli
siano qui o sennò non li mette per niente nel permesso di soggiorno! Devono
essere presenti…Allora automaticamente sono stati costretti questi dell’ultima
generazione – stiamo parlando degli ultimi 4 anni, come minimo – li hanno
dovuti portare tutti in Italia…automaticamente non penso che possono avere
imparato la lingua italiana o acquisito l’accento…ci vuole tempo, ci vuole
tempo, soprattutto ad una età come la loro. Poi quelli invece che sono nati
qui, parlo di quelli piccoli, magari di 10 anni, devono ancora imparare…perché
crescere tra due culture non puoi dare la prevalenza all’una o all’altra. O
scegli una o l’altra o entrambe. E se scegli entrambe, c’è sempre quella
difficoltà di continuare e ci vuole tempo. Invece per quanto riguarda i
diciassettenni, i sedicenni, i quindicenni, non è detto che tutti siano venuti
da piccoli, non è detto che tutti son nati qui e non è detto che siano nati qui
e cresciuti direttamente qui…possono essere nati qui, cresciuti in Tunisia e
riportati! Esistono vari fattori e il fattore principale è quello che non sono
più motivati come una volta! Ad esempio, non so se hai parlato con due ragazze
che mi vengono cugine, Zora e Kelza…non hai avuto questa opportunità. Vedresti
che una ha 19 anni e una 17. Vedrai come parlano, eppure sono nate a
Castelvetrano, sono cresciute in Tunisia e sono ritornate 9 anni fa. Vedrai la
differenza: erano tutte e due molto motivate. Per due motivi…Uno, che quando
sono ritornate circa 9 anni fa, non hanno avuto la possibilità di integrarsi
con altri tunisini. La sfiducia, la mamma per problemi suoi…La seconda
motivazione che hanno dovuto lottare…perché anche all’epoca loro, sono venute
da clandestine…hanno dovuto lottare e integrarsi in una società e imporre la
loro forza. Sono state motivate, è logico! Prendi invece quegli altri che non
hanno una motivazione per integrarsi…Non dico che siamo veramente tanti, ma
abbiamo una motivazione talmente forte: integrarci. Una cosa che poi ha causato
tanti problemi, coi genitori, personali…ma era una motivazione veramente forte.
Invece gli altri non ce l’hanno o non è forte come la nostra! E’ differente. Ad
esempio, mio padre! Mio padre è almeno 30 anni che sta in Italia, ma porca
miseria, neanche una parola sa dire bene…in italiano non ne parliamo, ma
neanche in siciliano…La mia matrigna, è uguale: siamo venuti insieme, lei mi
aveva portato con sé…eppure neanche una parola corretta. Addirittura certe
volte mi metto a ridere quando si parla l’italiano…io la capisco, perché so
esattamente cosa vuole dire, ma in realtà…Le mie sorelle, bene o male, non
dicono che sappiano parlare benissimo l’italiano, ma se la cavano abbastanza
bene. Per quanto riguarda mio fratello, è un eccezione: ha continuato a
studiare e diventerà comandante a breve…questo è l’ultimo esame che farà…sta a
Venezia. Però ha studiato! Uno che arriva a un certo livello, vuol dire che ha
imparato benissimo la cultura. Però, non dico che sono molti, ma non sono neanche
rari! E’ la motivazione che è differente, solo questo! Perché non credo che sia
un motivo, né d’intelligenza né di capacità, ma di motivazioni! E’ come gli
italiani che stanno a Mazara: porca miseria, è 40 anni che vivono con gli
stranieri, ma non sanno neanche una parola di arabo, a parte qualche
parolaccia. E’ perché non sono motivati! Perché tanto se io devo venire da te a
comperare un chilo di pane, sono io che sono motivato a dirti “dammi un chilo
di pane”…
INTERVISTA N. 2
Ahmed, 32 anni
P.
Quanti anni ha lei?
A. 32 anni.
P. Di dove?
A. Della tunisia, di una città di mare, Mahdia. Città di
mare…infatti è 15 anni che faccio il marinaio. 12 che lo faccio a Mazara. Da
quando ho 18 anni…poi, ho tre figli…
P. Che lavoro faceva prima?
A. Prima, l’artigiano…
P. Che scuola ha fatto?
A. Sino alla seconda superiore.
P. La
sua famiglia che faceva?
A. Papà e mamma sono agricoltori, non c’entravano niente
con la pesca. Avevo uno zio che mi ha portato alla pesca. Di tutta la famiglia
non c’è nessuno che va a mare…solo mio zio.
P. Com’è la pesca in Tunisia? E’ diversa nel tipo di
pesce ricercato, nelle tecniche di lavoro…?
A. La pesca in Tunisia, tempo fa (ora non lo so), era la
stessa pesca che qui. Solo che qui c’è il pesce congelato, che costa più caro,
e per un marinaio è meglio, piglia di più…Lì invece il pesce era fresco, e se
piglia poco il marinaio piglia di meno.
P. Il
contratto, in Tunisia, era “alla parte” come qui?
A. Sì, il contratto era “alla parte”, come qui…Il
contratto di pesca è sempre “alla parte”.
P. Però
i guadagni sono inferiori a quelli di qui, per un marinaio dico…
A. Certo, qui si vende il pesce congelato, cose…là, ora
è migliorato, però stiamo parlando di 12 anni fa e ora non è lo stesso. Poi qui
quando manchiamo, manchiamo assai…
P. Come
ha scelto di venire in Italia?
A. La prima volta che sono venuto in Italia sono venuto
“a divertimento”. Poi la seconda volta che sono venuto, mi sono rimasto qua. La
prima volta, quando ero a scuola, sono venuto qua per turismo; la seconda volta
me ne sono stato…
P. Conosceva nessuno qua a Mazara?
A. A Mazara non conoscevo…ho conosciuto dopo che sono
venuto.
P.
Eppure la maggior parte dei tunisini che stanno qui sono di Mazara…
A. Se sono marinai, sono della Madia…sono di città di
mare! Quelli che vengono qua sono quasi tutti di città di mare. Poi ci sono
quelli che vengono da altri posti, ma quelli che lavorano a mare sono di città
di mare, che hanno i fatti marinai là e fanno i marinai pure qua.
P. Dove
si è sposato, in Tunisia o in Italia?
A. No, in Tunisia. Ma la famiglia sta qui con me
P. I
ragazzi vanno a scuola?
A. Sì, a scuola.
P. Scuola italiana o scuola tunisina?
A. Per ora sono alla scuola tunisina che sta qui, ma dal
prossimo anno li mando alla scuola italiana…alle scuole medie.
P. Cosa
pensavano i suoi di questa partenza? Erano d’accordo?
A. Sono contenti quando sono in
Italia perché c’è poco divertimento. Non sono contenti quando sto in mare e
stanno dentro per 22 giorni. Stanno bene quando sono a Mazara, perché vanno e
vengono. Ma quando esco a mare, e stanno a casa o a scuola per 22 giorni, si
annoiano di stare qui.
P. Sua
moglie non lavora?
A. No, è casalinga, a casa.
P. Vuole
che sua moglie lavori?
A. No, no, no…di sto fatto, no. Basta che lavoro io: il
lavoro è sempre andato bene…
P. Ha visto la pubblicità dell’ “8 per mille”? E’
davvero come si vede? I mazaresi e i tunisini sono davvero “fratelli”?
A. Mmmh, come “fratelli” sì, però…diciamo, la gente
buona e cattiva c’è in ogni paese, tutto il mondo è paese. Ci sono quelli che
si vede che vengono a buscarsi il pane e quelli che hanno la testa malata e ci
sono pure questi…non è che non ci sono! C’è un po’ di gente un po’ stronza…Però
noi che ci comportiamo bene…adesso siamo tutti li stessi qui, non è che c’è
differenza. Perché tanto l’armatore ha bisogno di noi altri e noi altri abbiamo
bisogno dell’armatore…questo è! Perché se ce ne andiamo noi altri di qua, la
marina si ferma, è tranquillo…
P. Io volevo capire anche un’altra cosa. Mi chiedo se
dopo 22 giorni trascorsi insieme dalla mattina alla sera, capiti mai che
famiglie italiane e tunisine si scambiano visite o che due pescatori, uno
italiano e l’altro straniero, si danno mai appuntamento per uscire…
A. No…qualcuno sì e qualcuno no! Di me, ho un amico
italiano…c’è qualcuno…però, siccome abbiamo parenti qui, andiamo prima da
questi. Ci sono i parenti qui, ci sono gli amici, ci sono cose…Io ho gli amici,
loro hanno i suoi. C’è qualcuno che ha gli amici italiani, che vanno a mangiare
insieme le famiglie, cose…Però più assai di prendersi il caffè insieme, cose…Le
famiglie un po’ pochine. Non dico tutte, perché qualcuno c’è…noi viviamo la
nostra vita. Però se dici problemi con gli italiani a bordo, in 12 anni ne ho
visto qualcuno. Di sciarre, cose, questo non c’entra niente…soltanto che ci
sono barche che pescano meglio delle altre e si busca di più…Non è che tutti i
pescatori sono gli stessi.
P. Ha
pescato sempre con la stessa nave?
A. No…ma con questa barca ha sei anni che pesco. Con
un’altra quattro, altre qualche mese…Per ora, questa barca è sei anni, sono con
questo motopesca, sono 4 armatori, vanno a mare…troppo calmi, vah! Sono tutta
gente anziane, che lavoriamo troppo buono. Non ho testa di cambiare ‘sta per
barca, per ora…anche se dopo non lo so. Può essere che non funziona…non lo so.
Questo sono per ora.
P. E’
facile cambiare barca? Gli armatori ricercano i marinai, fanno proposte?
A. Per cambiare, si può cambiare quanto vuoi! Per
cambiare, si può cambiare quanto vuoi…non è che c’è contratto fisso, perché
contratto fisso non ce n’è…! Oggi sei qui, domani in un altro posto! Per
cambiare, si può cambiare quando vuoi tu! Lo vedi quando ti dicevo che ho
cambiato…ci sono i contratti che non puoi sbarcare, ma ci sono pure contratti
che sono così…Non è che c’è problema!
P. 22
giorni a mare sono duri, immagino…
A. E’ duro…il lavoro è pure pesante, perché lavori tutto
il giorno…
P. Ci
sono dei turni? Si dorme, ad esempio?
A. Di notte manco si dorme…perché quando ci sono li
pisci bisogno lavorare. A 24 ore si può dormire ogni tanto 6 ore, ogni tanto
due ore, ogni tanto un’ora…ma non è che sono tutte assieme! Si può pigliare
una volta qualche due ore di sonno, appresso un’ora di sonno…non è che si
dorme, si lavora sempre! E quando si tratta di scartare il pesce e la rete è a
mare, se resta un’ora si va a dormire…se non resta niente, si va a lavorare!
P.
Mentalmente…?
A. Mentalmente è duro, è pesante! E’ duro… sia per la
mancanza (che manchi assai) sia per il lavoro in sé stesso…
P.
Cambierebbe lavoro?
A. Se sono abituato con questo mestiere, che devo fare?
Per ora sono abituato con questo mestiere, non è che ho un altro mestiere…!
P. E’ in
regola, no?
A. Sì, è regolare…Ora che ci sono barche in disarmo, un
po’ di disoccupati ci sono! Non è che ci sono…però, è come è, ho lavorato
sempre…
P. Lo stipendio è soddisfacente? Si riesce a
mantenere con tranquillità la famiglia, risparmiare…?
A. E’ difficile…per noi, la nostra vita è questa qua.
P. Ma
come mai non fa lavorare sua moglie? Questo non migliorebbe la situazione?
A. No! Perché io…Ci sono i cristiani che fanno lavorare
la moglie; per me mi piace che la moglie sta a casa! Per me! Se gli altri
vogliono fare lavorare la moglie…ma per me mi piace che la moglie deve stare a
casa. Ha tre figli, deve andare a combattere con i figli e va a lavorare pure!?
Non è possibile! Per ora campiamo buono, non abbiamo bisogno che. Per ora va
tutto bene. Io lavoro sempre, non è che…Loro stanno bene e non ha bisogno di…
P. Che
progetti ha con i figli? Li vuol fare crescere in Italia?
A. Loro sono nati qua tutti e tre! Per ora, stiamo qui…Sino a che sto
qui a Mazara, io tengo i bambini qua. Quando poi loro arrivano a 18 anni,
quello che vogliono fare, fanno! A 18 anni non sarò più io a…
P. A 18 anni vorranno stare in Italia…saranno completamente
italiani per quella data!
A. Forse per l’Italia, forse se ne vanno là… perché hanno la testa pure
per là, non è che…
P. Li vuol fare studiare anche dopo la scuola
dell’obbligo?
A. Per ora io li faccio studiare sempre, sino a quando ce la fanno loro
a studiare…
P. Le piacerebbe che andassero all’università?
A. Certo, certo! Io a scuola ci sono stato! La scuola è…sono d’accordo a
farli arrivare all’università, se continuano così…L’importante è che la testa
non ha niente in contrario, che vogliono andare a scuola e li faccio andare
sino a che vogliono loro! E’ importante…
P. Quando è arrivato in Italia, com’è stato trovare
una casa, un lavoro…?
A. No…cioè trovare una casa qui, l’affitto è un poco difficile. Perché
tutti hanno la casa a vendere a Mazara…e ci vuole tempo per trovare una casa ad
affitto. Questi sono problemi, vero…questi sono problemi che c’hanno gli
stranieri qui in Italia. Perché diciamo per ora che aumento le tasse ai padroni
di casa e vogliono vendere tutti! Può essere che ho la testa di comprare, se ce
la faccio, perché non è cosa di ora…Può essere che compro qualche casa piccola.
Ma per ora è un problema, trovare una casa.
P. All’inizio come hai fatto?
A. 12 anni fa che le case c’erano. La prima volta sono stato con
un’altra compagnia e poi piano piano mi sono trovato casa, lavoro…
P. Abitava con qualcuno conosciuto qui?
A. Sì…poi mi sono affittato la casa. Avevo una casa che sono stato quasi
7 anni e poi ora è due anni che sto in questa che sto cambiando ora…
P. Gli affitti sono a un buon prezzo?
A. Gli affitti, per ora, un buon prezzo…La Sicilia è diversa dalla
nostra zona, diciamo. Pago 160.000. Il problema più importante per gli
stranieri, è che cercano per la casa…
P. Con i permessi di soggiorno ci sono problemi?
A. Con i permessi di soggiorno, troppi problemi! Troppi problemi! Perché
il permesso di soggiorno…l’Italia è una, ma ogni paese ha la sua legge!
L’Italia è una, ma ci sono cristiani qui che ha 5 mesi che aspettano per ora e
ancora non sono pronti. E se vai in giro per l’Italia ci sono cristiani che
hanno permessi per 5 anni, per 15 anni…e qua da due anni, è arrivato a 1 anno.
Questo è pure un altro problema della Sicilia…Fanno troppi problemi. In
Sicilia, troppi problemi! Ogni paese ha la sua legge!
P. Pure tu che lavori hai problemi?
A. Sì, pure io! Il lavoro è fisso, ma il permesso me lo danno solo per
due anni. Magari se sono ancora in regola e vado a rinnovare il permesso di
soggiorno, l’indomani devo portare 1000 fogli di documenti…L’armatore è sempre
uno e gli anni sempre due. Perché hanno fatto ‘sta legge a due anni, non lo
so…!
P. Pensi di tornare in Tunisia?
A. Per ora no. Poi, con un altro po’ di tempo può essere che voglio che
me ne vado. Per ora stiamo qui. Appresso non lo so…Il tempo che viene, ci penso
dopo.
P. Sei mai stato aiutato da italiani in momenti di
difficoltà?
A. Qualcuno di quelli che ho conosciuto, un momento che ero disoccupato
e ha parlato con un suo amico, questi ci sono! Ci sono pure italiani che ho
lavorato con loro 5-10 e poi dice “vattinne!”, ci sono pure. Tutte cose ci
sono!
P. Assistenza sociale ce n’è? Per la casa,…?
A. Ho fatto domanda, ma ancora non ne ha dato a nessuno per ora! Ne
hanno fatto domande i cristiani, tutti ne hanno fatto, ma per ora non gliene
hanno dato a nessuno.
P. Per le cure mediche non ce ne sono problemi?
A. No, no! Questa è la meglio cosa che c’è in Italia. Per le spese
mediche, per i medicinali, questa è la meglio cosa che c’è in Italia. Leviamo
il lavoro, leviamo l’abitazione, questa è la meglio cosa che c’è in Italia! Di
queste cose non c’è problema…I permessi di soggiorno, la casa e un po’ di
disoccupazione sono i problemi che ci stanno in Italia.
P. In caso di disoccupazione ha diritto a sussidi?
A. Ad alcuni tocca, ad alcuni no! Solo a quelli che cercavano lavoro e
non ne trovavano…questi!
P. E’ iscritto al sindacato?
A. Certo, tutti siamo iscritti al sindacato!
P. E il sindacato si muove per i marinai?
A. Il sindacato non si muove per i marinai. Il sindacato, pure quando a
uno ci toccano i diritti e va al sindacato per chiamare per i suoi diritti, poi
viene l’armatore che ci porta un poco di regali e il sindacato per i marinai
non fa più niente. Questo è sicuro! Per gli italiani come per i tunisini.
P. Avete mai fatto manifestazioni?
A. Sì, ma quelli che comandano qui sono gli armatori! Chi è comanda ‘sto
paese qua, sono gli armatori! Comandano capitaneria, comandano tutte cose…Per
il sindacato, sono niente!
P. Manifestazioni di soli tunisini ce ne sono state?
A. No, questo no! In sto paese…la Sicilia questa è. Specie di
mafiosi…Non si può fare.
P. Dove ha imparato l’Italiano?
A. Sul lavoro. All’inizio parlavo francese. Diciamo che ho la seconda
superiore, ma ho studiato inglese, francese e arabo. Poi qui sulla televisione
ho imparato l’Italiano. Leggo pure il giornale assai…per questo ho imparato.
Quando ci sono telegiornali, noi ascoltiamo telegiornale italiano. All’inizio
un po’ difficile, però…Mi facevo capire “a mano”, coi gesti….In due anni
parlavo bene.
P. Non era un problema sul lavoro il fatto di parlare
male o non parlare per niente l’italiano?
A. No, il lavoro lo stesso si può fare. Il lavoro…vedi quello che devi
fare, senza che nessuno ti dice che lo devi fare. Se il posto è vuoto, si
vede…Poi a scartare pesce non c’è problema. Ma se vuoi avere contatti con gli
italiani, te lo devi insegnare…
P. Migliora la vita quando impari?
A. Certo, certo. Migliora, puoi fare tutte cose…A mare vedi uno che si
gira a parlare e non capisci nessuno…Queste sono le cose!
INTERVISTA N. 3
Husaam, 33
P. Quanti anni hai?
H. 33
P. Da dove vieni?
H. Io diciamo che abito in Tunisia a Monastir, però sono nato in un
piccolo villaggio lì vicino.
P. I tuoi che fanno?
H. Mio padre è commerciante: ha un piccolo negozio di alimentari. Invece
mia madre è casalinga.
P. Precedentemente mi hai raccontato di aver fatto
l’alberghiero e di averlo fatto anche perché volevi andare via. Ti sentivi
“chiuso” nel negozio di tuo padre?
H. Non nel negozio, ma nel mio paese…
P. Vuoi dire che eri troppo anticonformista rispetto
alla cerchia dei tuoi amici, delle tue conoscenze…?
H. No, no, proprio tutto il popolo che non mi piace.Tutto il popolo è
molto sotto stress, non ha libertà di vita…
P. Ma non tutti scelgono di andarsene…
H. Prima ti conoscono, nel senso che cerchi piaceri, di mangiare, di
sesso…Una volta che lì…diciamo che hai quello e vivi per quello. Nel senso che
si vive di quello, ma c’è anche altre cose. C’è il parlare, c’è la mente…La
persona è divisa in tre parti: mentale, fisica e sentimentale. Se manca una
cosa, non stai più bene.
P. Come hai scoperto questa tua “tripartizione”?
H. Perché ho sempre avuto quella idea di essere tre cose: mentali,
emotive e fisiche.
P. Ma l’hai scoperta presto, chessò, da bambino…?
H. Sinceramente, non da bambino. Con lo studio.
P. Ti piace la filosofia?
H. Sì!
P. Qual è il tuo autore preferito?
H. Diciamo Aristotele…L’ho conosciuto qui.
P. A che età hai deciso che te ne volevi andare?
H. Perché non riuscivo più…mi sentivo un morto! Un morto vivo! La tua
essenza è morta, ma il tuo corpo è vivo. C’è il fisico, ma sei un fantasma.
P. Che facevi da ragazzo, a parte lo studio?
H. Giocavo a calcio, andavo in piscina…
P. I tuoi avevano una campagna…
H. Sì. Poi ci siamo spostati in una grande città, c’è turisti e tutto.
Allora lì ho detto la via per scappare…devo studiare turismo, così conosco
stranieri…Allora ho fatto la scuola alberghiera, ho conosciuto gente…
P. I tuoi amici sono partiti anche loro?
H. Sono tutti partiti! E poi loro sono in Francia, Germania, Svizzera.
Perché per loro l’Italia è l’ultima scelta. Nel senso che tu se vieni in Italia
come straniero, diciamo, kaput!
P. Quando sei venuto la prima volta in Italia?
H. Io la prima volta sono arrivato nell’88.
P. Sei arrivato a Torino, no?
H. Torino, sì.
P. Mi racconti? Arrivi a Torino a 24 anni e che fai?
H. Per fortuna avevo un fratello che si era sposato con una italiana e
aveva avuto due bambini…
P. Sei arrivato quindi dopo di lui?
H. Sì, dopo di lui. Ho seguito, diciamo…Hai qualcuno, hai trovato una
casa. E piano piano, ho iniziato…
P. Eri entrato come turista?
H. Sì, sì…perché non avevo intenzione di stare in Italia. Volevo andare
in Germania . Però, ho detto, vado da mio fratello e poi vado in Germania. E di
lì sono rimasto sempre qua.
P. Hai trovato subito un lavoro?
H. All’inizio, sì! Ho trovato subito al mercato. Scaricavo frutta,
queste cose…Poi piano piano mi sono inserito.
P. Quanto tempo l’hai fatto?
H. Per qualche mese. Poi pian piano mi sono inserito…Lì ho capito una
cosa. Lì ho iniziato a studiare. Nel ’90…Io già quando avevo intenzione di
uscire dal mio paese non era per i soldi. Era per studiare, per conoscere, per
la conoscenza…Allora ho iniziato. Cioè, uno non va a chiedere le cose alla
gente. Io sono uscito dal mio paese che non sapevo nulla. Mi sono messo a
comperare libri e a studiare. Pian piano mi sono fatto la mia filosofia…e in
Italia ho scoperto gli arabi! Diciamo che lì è il problema: che io di me
stesso, della mia gente, non conoscevo niente…ho scoperto tutto qua. L’Italia
mi ha insegnato chi sono io.
P. Cioè l’Italia ti ha dato una identità?
H. Sì, l’Italia mi ha dato l’identità.
P. La maggior parte dei ragazzi tunisini, secondo te,
sviluppa una identità qui?
H. No, niente! Io per quello che ho visto, non hanno niente! Hanno in
testa, quando vengono qua, di farsi una bella macchina per andare in paese e
farsi vedere. Altro non c’è!
P. La scuola funziona in Tunisia?
H. La scuola funziona…diciamo che fanno studiare delle cose perché hanno
bisogno di queste cose per la politica. Non dicono la verità.
P. Torniamo in Italia…Che lavori trovi dopo il
mercato?
H. Cameriere! Il mio mestiere…
P. Che ambiente hai trovato a Torino? Chi frequentavi
per lo più, italiani o stranieri?
H. Sinceramente, italiani. Quasi tutti! Pochi stranieri, perché…paesani
ce n’erano pochi con cui puoi parlare, due-tre. L’altra parte era meglio
evitarla!
P. Perché “era meglio evitarla”?
H. Perché è tutta un’altra mentalità…Diciamo che erano qua per farsi una
macchina. Tutto lì. Che danno importanza perché in conto hai 5 milioni,
mettiamo. Invece c’è chi ha altre idee…
P. Con questi italiani facevi tutto? Dico, uscire,
frequentarsi…
H. Sì…ero molto bene inserito. Il bello è che io con gli italiani non ho
nessuno problema. Il problema sta con i miei paesani. Perché con gli italiani
riesci a dire quello che hai in mente. Con i paesani hai sempre…
P. Sai, ho notato che tra i tunisini a Mazara c’è
sempre il sospetto…
H. Sì, ma sai cos’è questo?! Questa mentalità che c’è diciamo…magari tu
dici una parola, la pensano sempre doppia. Ce n’è una parola in italiano…maliziosi.
P. E’ un tratto tunisino? Anche in patria si
comportano così?
H. Sì, sì, c’è…
P. Però qui pensano che qualcuno possa fare la spia
alla polizia o cose così. Non è legato alla situazione, alla precarietà? Ad
esempio, a me hanno consigliato molte volte di non parlare di certe cose con
alcune persone…
H. Sì, ho sentito già queste cose. Ma a me non interessa, perché io so
che qui è libero e democratico. Dico quello che penso…Però c’è tanti tunisini
che prima di dire una parola, anche soltanto…ma questa cosa è la Tunisia che
l’ha fatta. Perché dici una parola e allora “sta zitto! Perché quello forse è
sbirro…!”. Nel taxi non puoi parlare. Allora la tecnica della Tunisia è mettere
paura alla gente. Così diventano dei marmi, come faraoni…dappertutto sempre la
foto del presidente, che è sempre presente, così te lo mettono in testa…non
puoi parlare. Questo è un sistema molto conosciuto nell’antichità, per
controllare…Nello stesso taxi devi fare attenzione, se ci sono persone…A casa
tua hai paura, nella tua stessa famiglia, di parlare…Se sentono qualcosa, ti
prendono, ti portano nel deserto e non c’è più vita, non c’è più niente!
P. Fino a quando sei stato a Torino?
H. Fino a un anno fa.
P. Per quanto riguarda il lavoro, mi hai detto che
hai alternato periodi di regolarità ad altri “in nero”…
H. Sì, ho lavorato in nero, quando ero arrivato. Per sopravvivere ho
dovuto anche lavorare in nero. Ho cercato di andare in Francia, però non ho
potuto. In Francia devo andare, vedere un po…
P. Hai parenti in Francia, no?
H. Sì! Volevo andare in Francia…Diciamo che l’Italia era solo di
passaggio. O Francia o Germania, perché conoscevo il tedesco e sapevo che
l’Italia era difficile.
P. Mi spieghi perché non sei andato in Francia?
H. In Francia puoi andare, ma per lavorare non puoi, perché il permesso
di soggiorno per il lavoro ce l’ho solo in Italia.
P. Ma non hai tentato di trovare un lavoro anche lì?
H. Sono andato, sono andato da mio fratello. Ma lì non c’è lavoro in
nero…non è che potevo stare sulle spalle di mio fratello. Volevo i documenti…la
possibilità di mettersi in regola non c’era, solo matrimonio…
P. Quanti lavori hai fatto a Torino?
H. Dipende. Una volta qui, una volta lì…ho fatto ristoranti, alberghi,
anche la ditta di pulizia, chioschetti…
P. Lasciavi i lavori perché non ti andavano bene o
perché riducevano il personale…?
H. No, perché era finito il contratto e non c’era possibilità. Però
quando ho capito tutto, non volevo stare più in Italia. Volevo vivere nel mio
paese, perché ho capito, diciamo, che è importante stare per sé, nel bene o nel
male, vicino alla tua famiglia. Ho fatto di tutto per vivere in Tunisia e non
ho potuto…
P. Che difficoltà c’erano?
H. Primo, la tua famiglia…perché dicono “come, sei stato all’estero,
vieni qua che non hai niente?!”. E loro vogliono che vivi bene. Se vivi lì,
vivi male, se non hai qualcosa…se non hai un grande capitale. Allora mi hanno
sempre spinto a tornare in Italia. Però volevo lì, perché ho saputo che è
inutile di…Cioè quel calore che ti dà la famiglia, la casa tua e il tuo paese,
non te li dà nessuno. Anche così io non ho potuto stare là. Ero costretto a
uscire.
P. Quindi eri costretto a uscire per via per le tue
condizioni materiale e anche per la tua famiglia…
H. E anche dalla gente…perché la gente ti considerano un uomo se tu hai
la macchina e se sei senza macchina non sei un uomo…E’ una mentalità proprio
materialista. Ma questa è lo stato che l’ha resa così! I vecchi non erano
così…più spirituali, più alla buona. Adesso sono cambiati totalmente! E tutta
cultura araba, islamica, è andata persa…Infatti i bar sono aperti, gli alberghi
sono aperti e le moschee sono tutte chiuse! Aprono solo all’ora di preghiera.
Che prima la moschea era aperta e puoi anche andare a fare…diciamo studiare un
libro di Corano, leggere altri libri che spiegano il Corano. Poi si fa un
cerchio, l’Imam ti spiega delle cose…E quando il venerdi, come voi avete il
sacerdote che deve parlare, vengono le parole dalla questura, dalla polizia.
Dice quello che si deve dire…e poi tutto il bene che si deve dire del
presidente alla nazione. Cioè fanno uscire la gente dall’adorare dio
all’adorare il presidente. Solo Dio ti dà il bene o il male.
P. Sei molto religioso?
H. Sì, sono molto religioso. Allo stesso tempo sono anche molto
“logico”!
P. Quando sei diventato religioso? Lo sei sempre
stato?
H. Lo sono diventato in Italia. Sono diventato religioso dopo gli studi.
P. Preghi?
H. Sì, ho fatto tre anni di preghiere…
P. Adesso non preghi più?
H. No, però tre anni li ho fatti…E’ stata una esperienza bella, la tua
coscienza diventa sempre più elevata…E’ come Dante Alighieri, che andava al
primo cielo, al secondo cielo…è così proprio. Ti senti l’anima…perché il fisico
è terrestre, come dice Aristotele, e l’anima è superiore. Nella preghiera
cinque volte al giorno, il ramadan, ti lavi sempre con l’acqua…Ti sentivi che
il fisico sta diminuendo, però l’anima si sta salendo…
P. Come mai hai scoperto l’Islam in Italia?
H. Dagli italiani! Nel senso che ho studiato gli italiani…tutti parlano
di religione. Che l’intelligenza è la religione, diciamo. Lo spirito,
l’intelligenza…diciamo saggi italiani o americani. Io volevo, diciamo,
l’intelligenza e tutti indicano l’intelligenza in Dio. Allora ho detto: io ho
una religione e prendo a seguirla. Poi ho incontrato libri in italiano che
parlano di arabi, di musulmani e li ho studiati ancora…Perché da me talmente
che è camuffata sotto la materia che non puoi più vedere…
P. Nel tuo periodo a Torino, riuscivi a risparmiare?
H. Sì, materialmente stavo molto bene. Guadagnavo due milioni, due
milioni e mezzo…Stavo bene. E poi avevo un bel posto, tutte personalità
“grosse”: giornalisti, ministri, giocatori di calcio…Lavoravo sempre in quel
campo…cantanti, artisti…
P. Com’è che a un certo punto hai deciso di venire a
Mazara?
H. Perché io ho voluto staccare per vivere in Tunisia. Diciamo che ho
fatto 7-8 tentativi di andare in Tunisia, però sai che in Italia se lasci è
difficile ritornare qui. Sono sempre stato costretto a tornare qua…L’ultima
volta sono arrivato qui a dicembre, faceva freddo a Torino e ormai avevo perso
tutto, perché ho detto questa è l’ultima volta…forse che non torno più in
Italia, capisci? Il destino ha voluto che visto che ero costretto, ho una
sorella qua…il solo posto dove potevo trovare da dormire era qua e sono venuto
qua. Poi ho trovato questa occasione [lavorare in un bar del centro a Mazara,
N.d.R] e sono rimasto…
P. Come lo vivi questo posto?
H. Cioè, questo, diciamo…io seguo sempre…se devo arrivare ad un accordo
lo divido sempre in tre-quattro parti. Diciamo io non devo stare qua: questo è
il primo passo, perché sono a casa di mia sorella, perché il lavoro mi dà i
soldi…
P. Vuoi tornare a Torino?
H. A Torino è un’altra possibilità! Ma ora riparto proprio da zero.
Perché Torino è una città che se lasci, tutto cambia…Le grandi città sono così.
Però ci sono anche altre possibilità, sul mare, sull’Adriatico, che c’è più
apertura mentale. Quello che ho letto sulla Sicilia…tutti i falliti vengono in
Sicilia. Perché, infatti, io…uno dei più grandi scrittori siciliani ha detto
che c’era uno fallito che è venuto in Sicilia perché…
P. Questo a proposito degli stranieri?
H. No, dei grandi italiani! C’era uno, un grande poeta italiano, che è
venuto qua perché era fallito.
P. E qui cambiano la loro vita o vanno più a fondo nel
fallimento?
H. Se riescono a riprendersi, sì…
P. E tu vedi possibilità di redenzione?
H. Diciamo che questa città è come…ti puoi aspettare qualcosa di nuovo,
diciamo.
P. Ti soddisfa lo stipendio che percepisci a Mazara?
H. No, no…non riesci a vivere. Perché a me piace avere la mia casa, la
mia macchina, i libri…Qui non posso fare niente, solo andare da mia sorella, i
suoi figli, suo marito…Non sei libero, non puoi tornare a una certa ora, non
puoi fumare, non puoi bere…Questo è giusto perché è casa loro. Io volevo quando
sono arrivato, volevo fare così, però non bastano i soldi. E allora sono
costretto…
P. Ma non si trova nulla di meglio da fare in giro?
H. Ho provato a guardare a Mazara, però quella persona mi ha aiutato.
Quando ero senza lavoro mi ha dato lavoro, è andato in questura, mi ha fatto il
contratto…Anche magari se mi danno più soldi, non vado da un altro. Cerco di
uscire da questa città per andare in un'altra città che…Ho trovato un locale
che mi dava di più, però per non tradire la fiducia…Preferisco uscire
completamente che attraversare la strada e andare a lavorare in un altro bar.
Ho trovato quasi tre possibilità, però…
P. Il padrone non te lo alza lo stipendio? Ti ha
messo in regola perfettamente?
H. Sì, mi paga le tasse. E’ anche quello è giusto, perché è quello che
ci siamo messi d’accordo…e poi ho accettato perché avevo bisogno ed è giusto
così.
P. Stai riuscendo a risparmiare?
H. Minimo, minimo sì. Il minimo proprio…
P. Hai già programmato la tua partenza da Mazara?
H. Sì, diciamo tra una settima, due…Perché adesso riesci a rilanciarti
con la stagione estiva, magari. Se resti qui ti leghi molto qui perché sempre
sei legato…perché qui o ti leghi o non fai niente. Devi legarti! Devi entrare
nella gente.
P. Hai già contatti in Riviera?
H. Sì.
P. E’ un lavoro stagionale o proseguirà anche in
Inverno?
H. Penso anche in Inverno. Però io non mi sono fatto mai il problema di
pensare troppo in avanti. Voglio sempre prima tappa, seconda tappa, terza
tappa…piano piano! Prima i miei documenti erano scaduti e dovevo trovare un
lavoro. Trovato questo, mi sono sistemato. Ora se voglio migliorare, devo
andare oltre! Dopo quello, se voglio ancora, devo sempre…Inizio sempre passo
dopo passo.
P. Che rapporti hai con i soldi? Tendi a risparmiare
o li spendi con facilità?
H. Sì e no! Dipende, diciamo…se sono tranquillo, se ho una casa solo, io
risparmio molto. Perché a me basta un buon libro, sto a casa…però se non sono
libero a casa, devo uscire. Allora lì è tutta un’altra personalità: devo andare
nei locali, di qui…Però se ho una casa mia. ..invece se non trovo la pace
d’animo in casa, devo uscire, devo…
P. Tu credi che la famiglia tunisina che vive in
Italia sia diversa da quella che vive in patria?
H. C’è differenza…Nella famiglia tunisina non c’è amore…se siamo tre
fratelli e un fratello ha più soldi io voglio bene a questo fratello di più.
Sono molto gentili con lui perché ha più soldi. Invece in Italia, c’è altro.
Qua la famiglia esiste, in Tunisia non esiste.
P. In Tunisia i genitori aiutano i figli?
H. Sì, aiutano.
P. Non si interrompe mai questo rapporto?
H. Dipende da loro, cosa possono fare. Diciamo i miei, per aiutarmi, mi
hanno detto “devi uscire!”. E poverino era mio padre che mi ha dato il
biglietto, perché ero senza soldi. Mi ha detto “se esci ti puoi rifare, se
resti qui scendi sempre più giù!”.
P. Era una sofferenza per loro…
H. Sì, perché i genitori non volevano che loro figlio vive male.
Preferiscono non vederlo, purché viva bene…E poi faccio sempre gioco,
diciamo…c’è qualcosa di sotto, comunque.
P. Che vuol dire che “c’è qualcosa di sotto”?
Nell’anima tua intendi?
H. Sì! Perché ho letto un libro, che è proprio così…devi andare e
venire, devi sempre andare e venire per trovare qualcosa.
P. Hai capito che stai cercando?
H. Io, sì, l’ho capito. Sto cercando me stesso! Perché tutta la
filosofia è ricerca di se stessi. Chi conosce se stesso conoscerà Dio. Una
volta conoscendo se stessi, riesci a conoscere quel soffio che c’è in te, che
tutto è racchiuso lì.
P. Con quanti riesci ad avere un rapporto profondo
qui a Mazara?
H. Io sinceramente qua…accetto come sono tutta la gente.
Poi, sono simpatici diciamo…
P. Ma
riesci ad avere rapporti stretti?
H. C’è, c’è…c’è proprio una cosa molto fraterna. Perché
io proprio, anche se parto, lascio il cuore qui. Diciamo che sono molto
sinceri…Hanno la doppia faccia, pero dopo…Sai perché? Sono tutti coperti…
P. Parli
degli italiani?
H. Sì, degli italiani. Sono mascherati, però c’è un
motivo.
P. Qual
è il motivo?
H. Il motivo, diciamo, è che hanno paura di dire la verità.
Sanno che tante cose non vanno bene, che è così, però devono far vedere che è
tutto a posto?
P. Dici
che un siciliano non fa vedere nulla del suo privato?
H. No, non fa vedere nulla…
P. Un
arabo invece?
H. Un arabo si spiega…Quando vuole
parlare, parla…
P. Ma anche gli italiani quando vogliono parlare,
parlano. Vuoi dire che hanno maggiori resistenze?
H. Delle resistenze perché non ti conoscono. Quando ti
conoscono, si aprono…
P. L’Italia è molto differente dalla Tunisia? Hai mai
avuto, appena arrivato qui, qualcosa di simile a uno shock culturale?
H. No…
P.
L’Italia era come te la aspettavi?
H. Diciamo che mi aspettavo di più. Infatti io fino ad
adesso credo nell’Italia, mi aspetto ancora di più.
P. Cosa
ti aspettavi che non ti ha dato?
H. Non ci sono leggi ben fatte, non c’è proprio un
cazzo…Non c’è, diciamo…la legge degli umani non è…Non hai niente, sei costretto
ad andare a spacciare. Parlo naturalmente di chi lo fa…Una volta che sei
residente non devi fare il permesso di soggiorno. Hai la Carta di residenza…In
Francia non fai il permesso, ti danno la Carta di residenza che dura 10 anni.
Qui devi fare la coda per avere il permesso dopo 4 mesi.
P. A
Torino era differente?
H. Era uguale! Era più avanti, però più o meno era lo
stesso. Si aspettava di meno per il permesso, un mese e mezzo, due mesi…Una
volta che una persona è residenti qui perché gli devi dare un anno? Perché se
ti danno un anno, la tua mente è a un anno. Se ti danno dieci anni è una
prospettiva differente. Ho notato che gli italiani o hanno paura che gli
stranieri vanno avanti bene o li vogliono bloccare. Non vogliono come in
Francia che gli stranieri sono ben inseriti…non lo so! Vogliono gli stranieri
solo come forza di mano…Allora li devono sempre bloccare: un anno devi fare
l’accordo, così anche se non va avanti diventa alla mano. Però sempre devi
tornare ad una chiusura mentale. Che questo…con la verità in Italia non vale!
Perché la verità della storia è che il primo paese…Roma è la città universale.
Ho studiato la cultura romana ed è una cultura molto bella.Che qua fanno di
tutto per chiudere gli italiani. Perché?! Se hai una cultura molto forte,
perché hai paura degli stranieri? Francesi, inglesi, tedeschi, non hanno paura!
P. Forse gli italiani non hanno una identità poi così
forte. Sai l’Unità è un fatto recente oltre che “artificiale”…sono sempre
esistiti tanti comuni e tante italie!
H. Io una volta ho letto una bella frase di Garibaldi:
“Si è fatta l’Italia, ma non si sono fatti gli italiani!”. Proprio così…
P.
Inoltre, tramite la paura si rafforza l’identità…
H. …e questa è un’arma a doppia lama. Perché diciamo se
gente che non si comporta bene, allora è O.A. Ma se uno si comporta bene, è a
posto, devi aiutarlo. Perché è fuori dal paese…devi dargli di più opportunità.
Ad esempio in Inghilterra ci sono uffici dove non ti dicono “cosa hai
studiato?”, ti dicono “cosa vuoi fare?”. Io ad esempio voglio fare
l’alberghiero, anche se non ho studiato l’alberghiero, ti mettono in un
albergo…Io ho provato alla FrancoRosso per fare la guida turistica… parlo 4-5
lingue…non hanno accettato! Perché? Tante cose…perché non sei italiano! Ma io
in questo vedo una debolezza.
P. Dove
pensavi di fare la guida? In Italia o in Tunisia?
H. Una agenzia ha bisogno di me per mandarmi…andrò bene
in Egitto, in Tunisia che vanno tanti turisti, nel Medio oriente…E tante volte
ho trovato così: non mi pigliano perché sono italiano. Questa è una debolezza
italiana. Però quelle cose mi hanno dato sempre più coraggio di continuare nei
miei studi, di comperare libri, di studiare…E’ lì che mi è iniziata la cosa,
perché io sono stato bloccato in tante cose…ho trovato molte porte chiuse.
L’Italia mi ha levato tante cose, ma all’incontrario mi ha dato ancora più
forza di andare avanti. Sai che l’umiliazione rende ancora più forti? Allora
lì, adesso è a posto. So che per vivere non ci vogliono molti soldi, però non
mi faccio problemi di cultura…Per me tutti uguali! Non c’è razza! Abbiamo tutti
le stesse cose, sta’ a te far uscire quello che hai in te, perché tutti dentro
se stessi…sia gli italiani, gli arabi, i tedeschi, gli americani, tutti dentro
la stessa anima…tutta incorporata lì. Non c’è razza!
P. Ci
sono state situazioni in cui sei stato aiutato da italiani?
H. Sì, sì, tante! E poi ti dico un’altra cosa: con gli
italiani colti mi trovo molto bene, con gli italiani incolti ci sono tanti
problemi. Perché già ti sistemano: sanno che sei di lì e pensano sempre che
ancora vai con l’asino, con il cammello, le donne…quello che non esiste. Trovi
difficoltà. Invece quello che sa, è andato un po’ di là…non trovi questi
problemi.
P. Hai avuto problemi a comprendere, ad esempio, la
legge, il nostro sistema di lavoro…? Come hai imparato quali erano i tuoi
diritti, come sbrigare le pratiche? Ti sei appoggiato, chessò, a sportelli informativi
o ad amici?
H. C’è l’ufficio stranieri che mettevano tutto…
P. Mi hanno detto altri
stranieri che l’Ufficio stranieri di Mazara non funziona tanto bene…Tu che
dici?
H. Io qui non ho tanta esperienza. Però quello che ho
visto è quasi meglio fuori…perché sono nati qui, è trent’anni che pescano a
mare e che fanno?
P. Donne
italiane ne hai avute?
H. Sì, ne ho avute. Tante.
P. Una donna italiana è più libera rispetto a una
donna tunisina, dal punto di vista sessuale ad esempio?
H. Diciamo che…sì e no. La donna araba è più calda a
letto. Proprio…la donna italiana è più bloccata. Sì e no, più bloccata…La donna
araba è più selvaggia.
P.
Monaster non è un posto dove si usa troppo il velo, giusto?
H. Non c’è velo, non c’è nessun velo. Il velo è già
evitato in Tunisia…Un’altra cosa: in Tunisia hanno vietato il velo. Ma in un
paese islamico come fai a vietare il velo? Non ha nessun…allora…Se levi il velo
lo devi dire: lo stato tunisino non è islamico!
P. Ho conosciuto ragazze tunisine che portavano il
velo da piccole. Ad esempio, Nur da piccola mi ha raccontato che lo portava…
H. Sì, quand’era piccola... Poi lo hanno levato il velo!
Ma tante erano così…le hanno levate per farle diventare tutte, diciamo così,
puttane…Perché aiuta fare così? Non aiuta che la gente prega…
P. Tu
preferisci una donna con il velo?
H. Ah, sì! Io se mi metti una donna molto sexy, diciamo,
con minigonna e una con velo…la stessa donna…scelgo con il velo! Perché per me
il velo copre te stesso, diciamo, e la tua anima che copre tutto…Perché l’Islam,
la donna è la tua anima…c’è, diciamo, che io sono fisicamente un uomo e quella
è la mia donna…quella è la mia anima sotto forma di fisico, che diventa la mia
moglie. Ma la tua anima non ti piace che tutti te la guardano…
P. Tu mi hai raccontato una volta di preferire le
donne italiane. Ma le donne italiane non portano il velo…
H. Perché alla fine io diciamo che non mi baso su quelle
cose…Perché io diciamo se voglio vivere con la filosofia del 2002 ci vivo; se
devo vivere con la filosofia araba…dipende dallo stato d’animo.
P. Sei
entrambe le cose vuoi dire, moderno e antico?
H. Sì, sì…sono sia molto indietro che molto avanti! Sono
lo stesso uomo del primo uomo e che sarà tra diecimila anni…Sono sempre lo
stesso uomo: è solo una presa di coscienza. Cioè, io ero uguale a prima e sarà
la stessa cosa, solo che mi devo adeguare ai tempi, alla legge, a tutto…Però
non cambia niente.
P. Qual è il tuo atteggiamento nei confronti dei
maghrebini che spacciano o delinquono? A Torino, dove sei stato a lungo, è abbastanza
comune trovare tunisini o marocchini impegnati in quest’attività…
H. Che secondo me devono mandarli via! Io aiuto
Bossi…perché è una cosa sbagliata…se uno vuole lavorare, si comporta bene…
P. Però poco fa hai detto che non è tanto facile
trovare lavoro…Hai detto che ti costringono a spacciare…
H. Sì, però, io se sono disoccupato chiedo aiuto per un
biglietto e vado a casa mia per non fare brutta figura per la mia razza…Io sono
di razza, diciamo, di Tunisia, sono arabo…voglio sempre che l’arabo è ben
visto…Perché gli arabi devono fare brutta figura? Come hanno fatto la gente che
erano qui a Mazara e hanno fatto brutta figura e i mazaresi ora hanno sempre
quel…perché si sono comportati male. E’ la religione che dice così: quando esci
devi sempre provare di dare il meglio di te, non di fare brutta figura…Se devi
fare brutta figura, fallo al tuo paese. Però non uscire…E quelli che spacciano
sono usciti con l’intenzione di spacciare. E io li conosco…mi dicono…esci
proprio per quello motivo. Escono per i soldi, per fare…però se non esci con la
cosa di lavorare, se non sai dove andare, da chi alloggiare, non esci…
P. Sai, molti però alternano periodi di spaccio ad
altri di lavoro. Quando non si trova da lavorare a volte non resta molto altro
da fare…
H. Perché sono molto materialisti. Gli stranieri che
sono qua nessuno va a spendere per la vita…Sono molto materialisti e sono
coperti dall’Islam che è molto spirituale. Non fanno vedere nulla dell’Islam.
Pensano solo a farsi la macchina, che è giusto, ma fatti te stesso prima e poi
il resto…
P. Ma tu
non aspiri ad avere beni materiali?
H. Sì. Perché per me lo spirito è materia e matrimonio.
Come il corpo umano è fatto di materia, di anima e materia, deve essere così:
un’armonia. Perché la persona trova l’armonia in sé stesso? Perché l’armonia è
fra il suo corpo, lo spirito e l’anima. Perché uno quando fa sport si sente
bene? Perché sia fisicamente che…Già uno se esce e fa una brutta cosa, si sente
male e non ha più armonia. Perché?
P. Cosa
fai nel tempo libero, a parte leggere?
H. Io, diciamo, contemplo, medito e poi ultimamente ho
letto un bel romanzo. Un libro che mi ha aperto mentalmente: “Dietro lo
specchio”. Mi ha aperto mentalmente perché mi ha fatto ancora fatto conoscere
me stesso, che non ho una personalità ma tante personalità…E’ la storia di una
donna, però in lei si nascondono altre personalità. Poi, ogni tanto, prende il
sopravvento un’altra personalità che le fare delle cose brutte; però è sempre
lei…Andando nel passato quante volte ho fatto delle cose brutte e poi ho detto
“perché, perché?!”. E invece perché anch’io ho tante personalità. E tutti ce
l’abbiamo…però bisogna sempre cercarle in fondo. Infatti questo romanzo, quando
inizia, dice che questa è logica ma anche psicologia…Leggendo scopri te stesso…
[Segue una discussione sui
segni zodiacali che sono una metafora della pluralità di anime presenti
nell’uomo, N.D.R.]
P. Tu
credi nella magia?
H. Io ci credo, perché nel Corano ci devi credere…Le
ammette perché spiega la storia di come sono nate. Sono scesi due angeli e
hanno portato un libro…il libro di Salomone. L’hanno fatto uscire a Babele.
Però in quel libro c’era una scelta sacra: bianca e nera. E c’è chi ha scelto
la bianca e l’ha usata nel bene; e c’è chi ha scelto la nera e l’ha usata
male…Re Salomone era anche magia, magia bianca. Invece i faraoni hanno usato la
magia nera, nel male. Quelle cose che hanno seguito i faraoni sono il libro
sceso a Babele. Infatti Babele prima dei faraoni, nell’antichità…Vedi a Babele
c’era solo una lingua. Di là sono andati in India, in Europa. Vedi com’è tutta
una cosa…?
P. Tu
credi a queste cose in senso letterale?
H. Letterale e metaforico. Però nell’uomo c’è uno
specchietto piccolo in cui è incorporato tutta la verità…perché nell’uomo c’è
tutto e basta che guardi quello specchio e sai se una cosa è vera o no. Io la
sento che è vera, allora ci credo. Poi mi sono formato anche leggendo libri ed
è giusto…E poi il corano è un libro in parte religioso e molto saggio. C’è
tutto…Io infatti nel 2002 se non capisco una cosa vado nel Corano. Studio tutti
i libri di psicologia, di…i libri di oggi. Però se non capisco una cosa vado
nel Corano, che è il libro che dice la verità. E sino ad oggi non c’è nessuna
gaffes…Sia nella storia sia…ti dice passato, presente e futuro.
P.
L’Islam ti aiuta a resistere?
H. Sì. L’Islam ha una tecnica magnifica, ha una potenza
psicologica. L’Islam ti dice “dopo il difficile ti vengono due cose facili”. E’
una ruota che gira: se ti viene una cosa difficile adesso, stai sicuro – devi
essere convinto – il facile ti viene dopo, ti vengono due cose facili…La ruota
gira così: facile, difficile, facile, facile, difficile…E’ un circolo. E c’è
anche altre cose: che domani devi essere sempre entusiasta, che domani sarà
meglio di oggi…E’ la fede che è giusta e con la pratica…devi credere in
qualcosa! E poi in fondo in fondo si crede in se stesso alla fine…Perché la
cosa la senti tu. Se non hai la fede non crederai. Poi il Corano è incorporato
sia in me che in te…perché queste cose sono…L’uomo quando nasce, nasce con
tutte queste cose nel suo corpo.
P. Non credi, però, che i cinesi siano ad esempio
diversi dai mediterranei? Io so quel che dici, ma esistono anche altri modi di
vedere… Non credi che in fondo non sia poi così naturale come dici sentire
certe cose?
H. L’Islam ti dice se vuoi sapere vai in India e in
Cina…Ti incoraggia a…non c’è razzismo! E poi nel Corano c’è scritto: “siete
tutti uguali, il migliore di voi – il più pio – come gli altri…E le differenze
nel linguaggio ci sono perché io impari da te e tu da me. E’ molto…solo che i
mass-media non lo dicono. Tu prendi a Mazara: gli arabi hanno portato gli
ulivi, mandorle, cultura…E il pane ha portato la cultura!
[Segue una discussione generica sulla pari dignità delle culture. A un
certo punto, racconto di sentirmi comunque mediterraneo e di sentire più
vicina, tra tutte le culture “altre” da me conosciute, quella araba. NDR]
H. E’ quello che succede a me. Io con gli italiani mi
apro di più, perché so che fra paesani c’è una cosa, per esempio in religione,
“ah, non parlare! Stai bevendo e parli di religione…”. Capisci? Già c’è dei
blocchi. Perché c’è una chiusura mentale…Invece quando senti che l’altro si
diverte, allora le porte sono aperte. E poi se parlo così è perché ho letto
libri diversi. Ad esempio, ora leggo un italiano, poi leggo un arabo dell’anno
1000, poi leggo un libro di 2000 anni fa. Cioè leggo cose diverse e alla fine
so una cosa: che l’uomo sarà sempre uomo. Io e te siamo sempre dei “primi
uomini”…Io mi sento molto antico. Credo nella tecnologia, ma in fondo non ci
credo. Credo più nelle cose antiche che in quelle di adesso…Io vado molto con
la mentalità antica e cerco sempre di adeguarmi al 2002, però dentro di me sono
molto antico. Infatti la cosa che è entrata proprio dentro me stesso, mi sento
proprio come i primi uomini… dell’era degli arabi, diciamo. Sono adesso nel
2002, ma anche fra tre o quattro milioni di anni sarei sempre io. Cioè, non ho
perso niente di me stesso. Non lo so se mi capisci…L’unica cosa che ho
guadagnato nella mia vita sono queste cose. E poi ho sempre cercato queste
cose. Non ho mai pensato nella mia a vita a comperarmi la macchina. Se volevo
questo, l’avevo già fatto. Era un gioco da bambini per me.
P. Ti
vuoi sposare?
H. Sì, perché la donna per l’uomo è un completamento…è
la sua costola, come si dice. Perché la donna ha un’altra intelligenza, è
intuitiva.
P.
Sposeresti una italiana?
H. Sì, però ci sono dei limiti…delle cose sì, delle cose
no.
P. Ad
esempio, lavorare?
H. Sì, lavorare non sul tardi. Magari un lavoro…lavorare
in locale di sera, no. Lavorare in fabbrica di giorno, fare la maestra, sì.
Così mangiamo insieme la sera. Adesso tante famiglie si rovinano perché lei
lavora di sera, lui…non si vedono, lui è stressato. Però la cosa che
preferisco: voglio che la donna sta a casa. Però se sono costretto, che proprio
non ce la facciamo coi soldi…Perché la donna è fatta per scopare…C’è un grande
scrittore tedesco – complimenti! – si chiama…non mi ricordo bene…comunque il
più grande filosofo tedesco moderno, ha detto che la donna è il dio della casa.
Se esce il dio della casa è tutto finito. Hegel! E’ proprio così. Lui ha capito
tutto, è quello l’Islam, che la donna è il dio della casa!
P. Ma le donne vogliono potersi realizzare anche
fuori dalla casa….
H. No! La donna è realizzata quando suo marito, i suoi
bambini, la sua casa…Mettiamo due donne: una donna ha figli, vive e ha tutto;
l’altra donna non ha nessuno, non suo marito, né i bambini…
P. Sì, ma una donna per star bene con se stessa può
aver bisogno tanto di un lavoro che le piaccia quanto di una famiglia…
H. Questo non ci credo, perché la donna per me è
realizzata quando cresce bene i bambini e bada suo marito…
P. Ma se
questa donna la pensasse diversamente da te?
H. E’ libera di pensarla…Però io scelgo quella donna che
vuole fare la famiglia. Comunque sono per la donna che sta a casa. Infatti ho
letto questo Hegel e la pensa giusta! E poi quando un uomo torna stanco dal
lavoro, trova il mangiare già in forno, cucina fatta…c’è tutta un’armonia! E’
meglio che la donna…perché fa realizzare se stessa, suo marito e i suoi figli.
Invece se lavora lei non si realizza né lei né i bambini. E poi quando vedo i
bambini e tante donna che vanno a lavorare…e poi pagano il baby-sitter, che gli
dà un’altra mentalità al bambino. E poi il bambino cresce male perché non ha
l’affetto…Infatti in Svezia adesso, che è il paese europeo più evoluto, hanno
detto “aiutiamo la donna che sta a casa a crescere i bambini”, perché hanno
studiato che…e l’aiutiamo! Lavora in fabbrica? Sta a casa e la paghiamo…Perché
hanno notato che la società sta crescendo male, e la società è la famiglia…Poi
il marito ha bisogno dell’affetto della donna. Magari lui è stressato, trova la
donna…Però se lui è stressato e lei è stressata, come si fa? Cucino io, cucini
tu, i bambini…? Poi, se magari è costretta a lavorare la donna, perché no? E’
giusto che lavora anche lei…Se però io ho un buon posto e tutto è a posto…Per
quello va bene, sì. Due magari devono lavorare e va bene, ma se io ho
tutto…però se sono costretto, faccio lavorare.
P. Tu la
famiglia vorresti fartela in Italia o in Tunisia?
H. Penso di sì, in Italia…Però come ti ho detto la
famiglia la voglio con molta religione…Credo Dio…Ecco parlo così perché credo
nella famiglia. Non credo a l’uomo che lavora, la donna che lavora e i bambini
sono dalla baby-sitter. Credo che l’uomo lavora, mantiene la famiglia, c’è la
mamma a casa, i bambini…Sono cose naturali, però…Non credo nell’evoluzione, che
la donna deve realizzarsi. Sì, se può anche studiare, diventare dottore e
tutto…però sempre nel modo giusto.
P. In
Tunisia le donne sono “moderne”?
H. In Tunisia…hanno superato il moderno! E lo sbaglio
degli arabi sai qual è? O pomì o così!! C’è il moderno e vogliono superarlo!
Non c’è una via di mezzo. Qui ad esempio, c’è modernità ma è ben fatto…lì è
malfatto. Perché non sono fatti per la modernità. Soprattutto gli arabi, ma i
musulmani, sono fatti per la moschea, per pregare…non sono fatti per altre
cose. E’ lì che si è…quando un popolo sbaglia…Ad esempio in Tunisia hanno
sbagliato in tutti i sensi perché vogliono seguire l’Europa; già l’Europa sta
andando alla rovina come società, come famiglia e in tutti i suoi sensi. E loro
vogliono seguire l’Europa! E’ sbagliato! Seguono l’Europa nel bene, tecnologia,
scienza, però a metterti la gonna per far vedere le mutande, è
sbagliato…Bisogna prendere l’Europa per le cose buone. La Tunisia invece di
prendere, diciamo, fabbricare le automobili, sai cosa prendono? Discoteche, si
truccano…Sono per quelle cose lì! D’accordo, prendi, ma prendi anche le altre
cose! E’ peggio di qua. Ti corrono dietro, addirittura, se vai con la
macchina…Tutto questo perché il governo ha voluto…Perché prima la donna era a
casa, guardava i bambini. Adesso il marito se il lavoro non rende abbastanza, è
costretto a far uscire la donna…Comunque la cosa è sempre stata truccata:
l’hanno fatto apposta, così il marito fa uscire la donna, la donna fa di qua e
di là, la famiglia cresce male e iniziano a…E’ come dio: se era a casa e poi è
uscito fuori. E tutto per rovinare la società…Perché in fondo il governo
tunisino non è che comanda lui! Comanda la Francia, la Germania, l’Italia…Tu
fai quel che mi va bene a me. Tu devi stare sempre sotto…L’Iran invece mi
piace, perché ha deciso per sé. L’Iran ha deciso del suo modo di vivere. Invece
altri paesi sono deboli, non riescono a decidere…Mi piace Khomeini, perché la
Persia era un paese, diciamo, che non c’è…peggio dell’Europa! Tutti
cabaret,…lui ha visto che il suo popolo era in rovina, strumentalizzato dagli
americani, dagli europei, e ha di nuovo…Era in Francia e da solo ha potuto
capovolgere tutto. E adesso è uno dei paesi potenti. Ha tutto. E’ un paese in
gamba, non ha paura di dire la sua agli Stati Uniti, all’Europa…Una volta ho
visto sua figlia in televisione: ha fatto entrare i giornalisti nella casa di
suo padre, Khomeini. Non aveva palazzi; era per terra, col tetto di bambù.
Adesso vai, il presidente egiziano o tunisino o il re di Marocco, che gli
baciano la mano, tutti…quando la sua macchina passa mettono i tappeti in
Marocco! Dicono che sono paesi islamici, che l’Islam dice “mai abbassarti a un
uomo”! L’uomo ha un suo rispetto, ma va mai adorato. Baciare la mano?!
L’Islam…perché devi credere in un Dio unico e poi torni come i Faraoni…Marocco
sta facendo delle cose sbagliatissime. Gli baciano la mano…nell’Islam è
vietatissimo! In Tunisia è vietato adorare e ti mettono la foto del presidente!
E nella Moschea non devi tirare fuori nessun…solo dio e i profeti, Gesù,
Giuseppe, Abramo…Invece loro tirano il presidente. Adesso la gente non capisce
cos’è l’Islam.
INTERVISTA N. 4
Ferrer, 36 anni
P.
Quanti anni hai?
F. 36.
P. Mi
parli di quel che facevi prima di venire in Italia?
F. Prima di arrivare in Italia, stavo benissimo in
Tunisia. Però ero un po’ giovane e cercavo altre mentalità, altre culture…non
so, altre genti...e per questo sono venuto qua. Soltanto per vedere…non so…per
cercare un futuro più meglio, questo…Allora sono venuto qua e…
P. Che
anno era quando sei venuto?
F. 1991. Avevo 26 anni.
P.
Cos’era della mentalità tunisina che non ti piaceva?
F. No, non è la mentalità tunisina. La Tunisia, sai, era
come la Svizzera del mondo arabo. Siamo aperti, abbiamo una mentalità aperta,
non siamo chiusi come gli altri…Però io cerco sempre – l’essere umano cerca
sempre – una cosa più meglio di quella che lui vive. E allora prima di venire
qua cerco, non so, un futuro meglio, altre mentalità, altre culture…fare altre
amicizie. Perché ho conosciuto tanti italiani in Tunisia, no? E parlano bene
dell’Italia e anche altri immigrati tunisini che sono qui parlano bene
dell’Italia, che c’è la democrazia, eccetera. In Tunisia c’è la democrazia, c’è
tutte cose, però è meglio cercare un’altra mentalità, non lo so, frequentare
altre genti…E’ questo!
P.
Quanto tempo hai impiegato a deciderti a partire?
F. Non lo so, un mese, due mesi…può darsi anche una
settimana.
P. Molto
rapido…
F. Rapido, rapido! Perché ero giovane, no? E sai la
gioventù com’è…cerca sempre la cosa più veloce.
P. Che
lavori facevi prima di venire in Italia?
F. Io facevo l’agente assicurativo.
P. Che
scuola hai fatto?
F. Sino alla settima, tutta la scuola dell’obbligo,
prima del liceo. E’ obbligatoria e gratis, senza pagare soldi, la scuola in
Tunisia. Ho fatto 7 anni della scuola e poi ho fatto quasi 7 anni di liceo.
Significa che ho studiato quasi 14 anni…
P. Ti
soddisfaceva il lavoro di assicuratore?
F. Stavo bene, il direttore dell’assicurazione era un
amico, c’era lavoro, c’è tutte cose…però come ti ho detto prima uno cerca
sempre un futuro più meglio, altre genti…
P.
Quindi si parlava bene dell’Italia in Tunisia…
F. Si parlava…parlano bene dell’Italia perché abbiamo…ci
sono anche tanti italiani che vivono in Tunisia in questo momento! Tutti gli
immigrati che vivono in Italia, quando arrivano al paese in estate, parlano
bene dell’Italia. Che tutte cose stanno bene…
P. Secondo la tua esperienza, questi racconti erano
esagerati o hai trovato l’Italia all’altezza delle tue aspettative?
F. Ehh, ci sono chi, i vecchi per esempio, che parlano
la realtà. Ci sono chi non parlano la realtà, però loro si sentono non lo
so…lavorano qui un anno duro, duro, duro per fare un mese al paese di
divertimento e tutte cose. Questo è…Però può darsi che loro soffrono qua, non
lo so, però sono venuto qua e ho visto come si vive qui, con queste leggi di
qui di là, si soffre, si soffre…
P. In dodici anni di permanenza le condizioni sono
cambiate? Dico la legge, il lavoro, gli uffici pubblici…
F. Sì, ultimamente sono peggiorate! Prima non avevo il permesso
di soggiorno, perché l’ho fatto nel 1998. Prima si lavorava in nero, si
guadagnava bene, tutto a posto, non c’era nessuna difficoltà a trovare…Ora, da
quando ho fatto il permesso di soggiorno, ho lavorato e in regola, però da
quasi un anno è diventato come un sogno di avere un lavoro, di essere in
regola…è diventato per me personalmente un sogno! Non lo so, non posso
realizzare questo sogno. Magari un giorno si può trovare un lavoro – in regola
e tutte cose – non lo so…
P. Torniamo indietro a quando sei arrivato e stavi
senza permesso di soggiorno. Che lavori hai fatto?
F. Ho fatto…ero fuori, non stavo a Mazara…ho fatto il
commerciante. Ero a Napoli, prima. Poi dal ’93 qua. Prima c’era lavoro, in
nero, sempre in nero…Non so, facevo il giardiniere, il pittore, tutte cose…E
poi, non so, quando ho fatto il permesso di soggiorno a me non andava di
lavorare in nero e sai, ci pensi alla pensione e tutte cose…invece prima,
siccome lavoro non c’è, in regola non c’è…
P. Al
momento della partenza, quanto tempo pensavi di restare in Italia?
F. Prima, non so, volevo stare al
massimo un anno, due. Però sono rimasto qui, perché questo è il mio destino.
Ognuno ha il suo destino…
P. In
teoria, se tu avessi deciso di restare in Tunisia non saresti stato un
“disperato”. Giusto?
F. Ti dico com’è…in Tunisia non sono mai stato
disperato. In Tunisia stavo benissimo, però quando è passato un anno, due anni,
penso sempre di fare il permesso di soggiorno, di essere in regola…poi vado a
casa come un turista…Per migliorare la mia situazione, ecco! Un anno tira
l’altro, un anno tira l’altra e sono passati 12 anni…
P. Non
eri sposato all’epoca della tua partenza…
F. No, no, no,no!
P.
Quando ti sei sposato?
F. Fino ad ora non sono sposato!
P. Ma
hai dei figli però…!
F. Sì! Diciamo convivenza…
P. Lei è
tunisina?
F. Sì, è tunisina…
P. Dove
l’hai conosciuta?
F. Qua a Mazara…
P.
Questa scelta di convivere è usuale per un tunisino? In Tunisia si convive
oltre a sposarsi?
F. No, non è che devi stare tutta la vita a
convivere…Arriverà un momento che tornerò al paese e ci sposeremo. Questa è una
cosa certa, al cento per cento, no? Perché ormai è da tempo che ci conosciamo…a
me mi va bene, è una brava signora…Mi va bene di sposarla perché ormai è da
tempo che ci conosciamo, 5-6 anni.
P.
Quando un uomo come te immigra, la lontananza pesa? Sei nostalgico?
F. Certo, e ti dico la verità…mi è arrivata qualche
volta…certe volte quando mi ricordo della mamma mia mi metto a piangere. Perché
la solitudine è molto difficile. Essere solo è molto difficile. Perché non si
sa…dormi, può essere che la sera hai un problema e non trovi nessuno accanto.
Mi è arrivato qualche volta di piangere…Ti dico la verità, sono un uomo, però
la solitudine a volte è troppo, troppo forte. Una cosa “cattiva”, capito
com’è…?
P. I
tuoi volevano che partissi?
F. I miei genitori?
Mah…all’inizio non erano d’accordo, perché lì a Tunisi lavoravo, guadagnavo
bene, tutte cose del genere…però, come ti dicevo, ero giovane, e i miei
genitori sono, non lo so…la mentalità non è vecchia, però…mio padre vuole che
tutte le cose le faccio da solo. Che mi faccio il mio futuro da solo…non è
obbligato a farlo, ma lui vuole che i suoi figli si fanno il futuro da soli.
P. Che
lavoro fa tuo padre?
F. Mio padre è un
agricoltore…
P. Tua
mamma lavorava?
F. No, mia madre a casa…
P. Quindi i tuoi non erano d’accordo…La decisione di
partire ha provocato discussioni, rotture…?
F. No, la scelta era mia!
Perché ti ho detto ero giovane, non pensavo bene…volevo trovare un altro mondo…
P. Allora, parlami di
questo mondo che hai trovato! Arrivi a 26 anni…Quali differenze, somiglianze,
cose belle o brutte trovi?
F. Ero…volevo fare il mio futuro, un po’ di soldi, una bella macchina,
un po’ di divertimento…Però le cose legali! Ho trovato qualche amico italiano
(sono bravi!)…Dicono che gli italiani sono razzisti, io dico no! Non sono mai
stati razzisti con me! La maggior parte, diciamo il 99%, sono bravi. Ho avuto
amici che lo sono sino ad ora, non c’è mai stata differenza tra me e loro,
stavo bene e sto bene per il momento.
P.
Appena arrivato a Napoli, avevi amici tunisini a cui appoggiarti?
F. Sì, sì, certo.
All’inizio, appena arrivato, avevo amici tunisini, paesani miei…ho fatto
amicizia con loro, lavoravo con loro, abitavo con loro….si sono comportati
benissimo. Però è arrivato un punto che dovevo fare tutte cose da solo, che
dovevo farmi il mio futuro. E per questo ho lasciato Napoli, sono venuto qui…
P. Com’è
stato che da Napoli sei arrivato a Mazara del Vallo e non, per esempio, a
Bologna?
F. No, no, no! Perché quando
stavo a Napoli arrivavano tunisini che lavorano al nord e dicevano che c’è
lavoro e tutte cose al nord…io a quel tempo non avevo il permesso di soggiorno
e pare che era difficile per questo e anche l’affitto era troppo, troppo,
troppo caro e non mi andava bene di andare lì. Invece a Mazara c’è tutte cose:
l’affitto non è caro, la vita non è cara, c’è lavoro…in nero, ma c’è lavoro!
P. Che
lavori hai fatto in questi anni?
F. Ho fatto tanti lavori…il
giardiniere, il pittore delle case, il pittore delle barche…non so, ho fatto
tutti i tipi di lavoro. Soltanto il marinaio non ho fatto, dico la verità…
P.
Perché non il marinaio? Qui lo fanno in tanti…
F. Primo perché non avevo il
permesso di soggiorno, il libretto di lavoro…Non volevo fare una cosa che non
ho mai provato. Era troppo difficile e pericoloso e duro. Un lavoro duro,
durissimo…
P. Ma ti
era capitato di fare il giardiniere, prima di farlo in Italia?
F. Il giardiniere però si fa
un lavoro di 6-8 ore al giorno, con la zappa. E’ duro, però non è duro come il
lavoro a mare. Il mare è troppo duro, un lavoro di schiavi…Troppo duro e
rischioso!
P. Com’è
la vita di un clandestino? Lo sei stata a lungo…
F. Un clandestino ti dico
com’è…Siccome è una persona che vede, che sta a un punto…può essere una cosa di
due, tre secondi e si ritrova al paese. Siccome è lo stesso qualcuno che vede
un punto, hai paura di cadere, e può essere che in due, tre secondi sarà al
paese…
P. In
quegli anni hai mai avuto proposte di fare lavori illegali?
F. No, no, no! Le cose
illegali dipende dalla mentalità delle persone! Dipende da lui! Io mi è
arrivato qualche giorno che non avevo neanche 1000 lire in tasca, io però le
cose illegali non le faccio mai!
P. Come
facevi in quei periodi che non avevi neanche 1000 lire in tasca?
F. Meglio chiedere a un
paesano che fare cose illegali. Vado da un paesano mio e chiedo, chessò, un
prestito. Appena però trovo un lavoro glieli do subito, perché ci vuole la
fiducia in questa cosa. Però le cose illegali, mai, mai!
P. La
solidarietà fra compaesani ha sempre funzionato bene?
F. Certo, certo! Io mi metto
al posto di chi ha bisogno. Se io ho i soldi e tutte cose, viene un paesano mio
che non ha neanche 1000 lire e lo vedo che è un bravo ragazzo, certo devi
aiutarlo, non è che deve dormire fuori o muore di fame. Lo devi aiutare per
forza, perché è un paesano e io ho avuto i periodi come lui, li ho provati,
sono rimasto da solo e allora per forza devo aiutare la gente…
P. Si
aiutano solo gli amici o anche… [gente conosciuta sul momento]?
F. No, no, no! Anche qua,
anche qua! Mi è capitato per esempio qualche volta di…un clandestino, non lo
so, non tunisino, di altri paesi, non l’ho mai conosciuto…quando li vedi,
meschino, siamo esseri umani…Queste cose capitano a tutte le genti del
mondo…certo devi aiutarlo. Siamo tutti esseri umani, non c’è differenza di
marocchino, tunisino, italiano. Siamo tutti esseri umani…
P. Che genere di relazioni hai stretto con i tuoi
colleghi italiani? Vi vedete fuori, uscite o limitate gli incontri a quelli sul
lavoro?
F. No, li ho frequentati gli
italiani, siamo usciti insieme…Sino a questo momento molto bene
l’amicizia…Promesse di lavoro, ad esempio…Ci sono italiani con cui sono
diventato amici e italiani con cui solo colleghi e se li vedi “buonasera,
buonasera…”.
P. Hai
più amici italiani o tunisini?
F. Tunisini, tunisini, certo! Qui a Mazara ci sono 7000
tunisini…Mazara è una cittadina piccola, nel senso che tutti i Tunisini ci
vediamo alla marina, al porto, davanti a un circolo e certo ho più amici
tunisini. E ce li ho gli amici italiani, pure…ho gli amici mazaresi che li
conosco da anni. I Mazaresi sono…siamo cugini, abbiamo lo stesso sangue. Per me
un amico mazarese è come un tunisino, lo stesso!
P. Sei
stato aiutato da italiani in momenti di tua difficoltà personale?
F. Sì, mi hanno aiutato.
P. E
come?
F. Per esempio, mi è capitato una
volta che il lavoro non c’è…Ho chiesto a tanti paesani miei se trovano un
lavoro per me, se mi aiutano…però c’è uno, un mazarese, che mi ha aiutato
molto. Ha girato per esempio tutte le fabbriche a cercare un lavoro per me e lo
ha trovato. E lo ringrazio molto, molto…E’ bravissimo, è un amico, che non se
ne va al momento che hai bisogno di lui.
P. Come
lo hai conosciuto?
F. L’ho conosciuto, non lo so, in piazza un giorno.
Abbiamo iniziato a parlare della nazionalità…cose tipo la cultura. Siamo
diventati amici e mi ha aiutato molto. Anche i tunisini mi hanno aiutato
moltissimo. C’è ad esempio un armatore che vuole dipingere la barca, subito un
paesano mi chiama, “c’è un lavoro per te. Vieni a casa mia!”. C’è un amico che
cerca un giardiniere, nella campagna, vengono da me, “c’è un lavoro!”. E mi
aiutano veramente!
P. Ti lamenti spesso della precarietà del lavoro e
del fatto che quando c’è lo trovi sempre in nero. Pensi che sia più difficile
per uno straniero trovare un lavoro in regola, rispetto a un italiano?
F. A Mazara del Vallo è uguale per un italiano come per
uno straniero. A Mazara il lavoro non c’è! Non c’è fabbrica né niente. Solo il
lavoro di mare o la campagna. Ci sono dei datori di lavoro che non mettono in
regola…questo è il problema a Mazara!
P. L’Italia ti ha cambiato in questi anni? Quella
diversità che cercavi da ragazzo l’hai incontrata e ha avuto effetti su di te?
F. Sì, ti faccio un esempio: un anno e mezzo fa per
rinnovare il permesso di soggiorno ci volevano al massimo una ventina di
giorni. Invece ora, veramente vergogna… tre, quattro mesi.
P. Dicevo se l’Italia aveva cambiato te nell’anima.
Se la diversità dell’Italia rispetto alla Tunisia ti aveva insegnato nuove
cose, se ti aveva cambiato…
F. No, tra l’Italia e la Tunisia non c’è nessuna
differenza…perché la Tunisia è uno stato moderno. Non siamo come altri paesi
arabi che hanno per esempio…che sono più duri con il popolo. A Tunisi stiamo
benissimo. Anche il papa quando è venuto girava con il nostro presidente senza
protezione…significa che stiamo benissimo! Anche lui ha detto che la Tunisia è
la Svizzera del mondo arabo…come l’Europa. E ci sono tanti mazaresi che
lavorano a Tunisi, che hanno le barche…Significa che Mazara e Tunisi sono
uguali! Ci vogliono 45 minuti di aereo per andare a Tunisi o 5-6 ore di barca.
Ci sono amici miei mazaresi che vanno col motoscafo di qui sino a Tunisi;
partono la mattina e tornano la sera. Pranzano lì e tornano qui. La Tunisia e
Mazara sono gemelle, due sorelle piccole che crescono insieme.
P. Tu
hai due figli che progetti hai per loro?
F. Studiano qui, alla scuola araba. Perché mio figlio è
nato qui, è cresciuto qui, parla italiano meglio di me. Lui ha frequentato, non
so, l’asilo italiano e poi l’ho portato al collegio sino alle 4, le 5 di
pomeriggio. Significa che lui già ha la mentalità italiana (e tunisina,
certo)…Lui studia l’arabo, perché io non so, con queste leggi, con questa
difficoltà di trovare un lavoro in regola, penso al 90% di andarmene via di
qui. Perché non mi va di stare qui senza essere in regola. Allora è meglio
tornare al paese, trovare un lavoro a posto…perché qua diventa più difficile.
Di più in questi ultimi mesi…perché a lavorare in nero non c’è nessuno
incentivo per il futuro. La sicurezza non c’è e allora è meglio cercarla al
paese. Dico, questi ultimi mesi, 9- 10 mesi…prima non era così, mai, mai! Come
uno disperato, che non ha nessun futuro! Per rinnovare il permesso di soggiorno
ci vogliono 4 mesi, lavoro in regola non ce n’è. Quando ti danno il permesso ti
rimangono altri 8 mesi, lavoro non c’è. E’ come una trappola. Ci stanno
dicendo, preparatevi le valigie e andatevene.
P. Se
dovessi trovare un lavoro in regola rimarresti?
F. Magari, magari! Dov’è questo lavoro?! Cercamelo tu!!
Magari…magari avere un lavoro in regola. Magari un lavoro! Non c’è bisogno di
regola! Un lavoro, che devo mangiare il pane!
P.
Quindi ora ti arrangi?
F. Meno male che ce la faccio…su una settimana lavoro 4,
3, 5 giorni…Meno male, grazie a Dio!
P.
Quanti riesci a fare?
F. In un giorno di lavoro, se lavoro otto ore, 50-60.000
lire. In una settimana, se riesco a fare 250.000 mila lire mi va
benissimo…Grazie a Dio!
P.
Riesci a risparmiare?
F. Sì, sì, certo. Con questo
periodo, invece di comperare un chilo di pane, ne compero 20 chili…Ce la
faccio…
P. Che
merce comperi, dove la comperi…?
F. Ti dico la verità, c’è un
mercato al mercoledì mattina e le cose da mangiare non sono care…quello che è
cara qui è la luce.
P. Hai
una casa in affitto regolarmente?
F. Sì, ho una casa in affitto…
P.
Quanto paghi di affitto?
F. 250.000 lire al mese. Buono, buono. Tutte le case qui
a Mazara, non gli basta 300.000-350.000
P. Ad
esempio, spese come sigarette…
F. No, io non fumo, non bevo…niente!
P.
Oppure andare al cinema?
F. No, il cinema non mi serve. Una volta al mese, porto
mio figlio al cinema, a vedere i cartoni animati. Ma per lui…ormai io sono un
po’ grande, un po’ anziano, ho 36 anni…
P. Un
sacco di 36enni vanno al cinema…!
F. Quelli che vanno al cinema, di 36 anni, di 50 anni,
sono tranquilli, non hanno nessun pensiero come me al futuro…Hanno soldi,
lavoro in regola, tutte cose a posto. Invece io quando mi metto a letto non
riesco a dormire sino alle 4, alle 5 per i pensieri…E questo! Ho la parabola a
casa e vedo sempre i canali tunisini, arabi, così…Vedo sempre il telegiornale e
sai che ti dico? Tutti i canali uguali. Seguo sempre la politica…
P. La
tua vita come è cambiata?
F. Ho più pensieri per la famiglia…
P. Prima
eri più spensierato?
F. No, ero singolo. Prima, mettiamo guadagnavo per
esempio 50.000 lire al giorno e spendevo 20-30, era normale per me. Ora se
piglio 50.000, per forza devo… non fumo, non bevo, devo lasciare tutte cose a
casa, per la spesa, le cose…Non c’è bisogno di bere un caffè al giorno al bar,
meglio berlo a casa accanto a mia moglie…Meglio! Perché se uno ha famiglia c’è
una grande differenza, perché…io personalmente la sera non riesco a stare fuori
casa, perché ormai una responsabilità è diventata. Ho una moglie, un bambino e
siamo fuori il paese…La tranquillità a Mazara c’è, siamo tranquilli, però
meglio di stare in famiglia che fuori da solo.
P. Vi
incontrate con altre famiglie tunisine?
F. Certo, certo, ci facciamo visita…Siamo qua fuori
paese; deve essere, non so, un’amicizia. Dobbiamo sempre essere vicini. Come
gli italiani che sono fuori, in Germania o in Brasile.
P. Le
feste le celebrate come se foste a casa?
F. Sì, sì…abbiamo le nostre feste arabe qua. Se visito
vado a casa dei nostri amici, loro vengono da noi, però c’è una mancanza…non è
esattamente come al paese qua. C’è sempre una cosa manca. Quando c’è la festa
del Ramadan, ti mancano i parenti. C’è la moglie, il bambino, però ti manca il
padre, la madre.
P. Non
vai mai in Tunisia?
F. E’ parecchio che non vado, due anni, quasi tre anni.
P. I
tuoi non vengono mai?
F. No, non gli danno il visto d’ingresso…Chiedono tanti
documenti. Mio padre ha quasi 79 anni, siccome deve stare qui non gli danno il
visto d’ingresso…Credono che se vengono a visitarmi, rimangono qui. Non è
giusto. Li sento ogni due giorni. Li devo chiamare per forza. Mi mandano
lettere, fotografie…E meno male che Mazara è vicina la Tunisia.
P. Hai fratelli?
F. Sì.
P. In
Tunisia?
F. Sì.
P.
Stanno coi tuoi genitori?
F. Certo, certo. Ho tre maschi e tre femmine. Stanno
vicino ai miei genitori. Ho un altro fratello più piccolo, che è in Germania
con mio cognato. Era prima in Belgio e poi se ne è andato con mio cognato in
Germania.
P. Ma non hai pensato di andare in Germania o in
Francia, all’inizio del tuo viaggio? Non sono sbocchi “naturali” per un
maghrebino?
F. La Francia rispetta
l’immigrato, quello che è in regola…Ti dico un esempio: in Francia quando un
bambino nasce lì, direttamente avrà la cittadinanza. Direttamente! Non c’è
bisogno di stare anni. Anche i suoi genitori avranno la cittadinanza. In
Francia ti aiutano nell’affitto. Hai un bambino? Ci vuole una stanza. Hai due
bambini? Ci vogliono due stanze! Viene l’assistente sociale e controllano tutte
cose. Ti aiutano per l’affitto. Il governo francese paga il 65% dell’affitto,
quello belga non so. Invece qua magari che fanno questa cosa. A Mazara ti
aiutano per l’affitto per la prima volta e in Francia se sei disoccupato ti
danno un sussidio…La Francia chiede per rinnovare il permesso di soggiorno
chiede molti meno documenti e poi ti fanno una telefonata: “signori, i vostri
documenti sono pronti!” e poi va lì e te li danno per 10 anni. Non ci vuole
assai, una settimana. Non come qua…
P. Ma
perché non ci sei andato?
F. C’era la dogana…non pensavo di andarmene lì.
P. Vuoi
dire che era più facile entrare in Italia?
F. Sì, era più facile entrare in Italia. Ora è più
difficile. Con queste leggi…Mi va bene di essere difficile, ma una volta che
sono dentro ho i miei diritti! Non c’è bisogno…Ti dico un altro esempio: qui i
libretti sanitari li fanno con la scadenza del permesso di soggiorno. Significa
che uno se per rinnovare il permesso di soggiorno ci vogliono tre mesi, per
questo tempo non ha diritto di andare dal dottore. Significa “preparatevi e
andate via!”. Fra sei mesi ho la scadenza del permesso di soggiorno e non so
come fare…
P. Come
hai fatto sinora?
F. Prima se qualcuno, per esempio, è iscritto
all’ufficio del lavoro, significa che è disoccupato…Sino a che è iscritto lì,
si vede che cerca un lavoro in regola e ti davano il permesso di soggiorno per
disoccupazione per due anni. Ora ti chiedono un contratto di lavoro. E dove lo
trovo un contratto di lavoro? Per forza lo devo comprare questo contratto…! E
loro lo sanno che lavoro non ce n’è.
P. Da
chi si compra questo contratto?
F. Dal tuo datore di lavoro! Ti mettono a lavorare e i
contributi te li paghi tu.
P. Molti
fanno così…?
F. Io per esempio mi cerco un lavoro. Mi daresti un
milione, ma se mi metti in regola mi dai 400.000 lire e altri 600 contributi.
Però non sono tutti…Altri ti fanno lavorare in regola, senza mangiarci. C’è un
tunisino che ha tre-quattro mesi che lavora gratis e così si paga i contributi.
Significa che per tre-quattro mesi non fa mangiare la sua famiglia. Immagina…Il
problema è che chiedono tanti documenti, ma devi darmi un permesso che dura
anni, come in Germania, Francia…Qua si lavora con la conoscenza. Se hai
qualcuno alle spalle te le danno subito le cose…Vado a denunciarli?Fanno finta
che non hai fatto denuncia! Che si conoscono tra loro…Se io faccio una denuncia
ad uno dell’ufficio stranieri, lui manda un suo collega a farmi una cosa e poi
mi manda al paese…Allora questo si chiama abuso d’ufficio. Ci sono tanti qui
che credono che gli extracomunitari sono ignoranti e non conoscono la legge.
Dentro di me brucio come un carbone, perché qui non è come negli altri paesi
dell’Unione Europea…
P. A parte lo stato che a quanto mi hai detto non fa
molto, almeno le organizzazioni come la Caritas aiutano gli stranieri?
F. La Caritas ci aiuta bene, la
verità. Per fare i documenti non chiedono una lira, tutto è gratis. Con le
suore non c’è problema…Prima per rinnovare il permesso di soggiorno loro
facevano tutto gratis. Ora alla questura le richieste scritte da loro non le
accettano. Sai perché? Perché c’è un ex-collega loro che ha fatto un ufficio e
allora loro mandano gli stranieri da lui, per 30 euro.
P. Come si vede che la richiesta l’ha scritta lui e
non le suore?
F. Si vede, perché le suore
scrivono con la macchina da scrivere vecchia e lui col computer…
P. Secondo te, Mazara è un caso particolare?
F. Sì, negli altri posti in
Sicilia non è la stessa cosa…Poi qui danno il permesso per un anno. Negli altri
posti è per due anni, minimo. E allora puoi aspettare anche 3-4 mesi.
INTERVISTA N. 5
Aamir, 41
P. Di dove sei?
A. Sono marocchino. Vengo da una
grande citta e sto qui a Mazara.
P. Quanti anni hai?
A. 41
P. Da quanto stai in Italia?
A. Dall’88. Sono 14 anni…
P. Cosa hai fatto sino a 27 anni in Marocco?
A. Niente! Mi sono sposato in
Marocco, ho fatto i bambini…
P. Sì, ma come li mantenevi?
A. E’ come facevo…buscavo un po’
di pane, meglio di niente…
P. Sì, ma che facevi…?
A. Stavo bene in Marocco. Facevo
il meccanico. 16 anni ho fatto il meccanico in Marocco e tre in Libia.
P. Che studi hai fatto?
A. Le elementari…
P. Sei andato a subito a lavorare?
A. A 14 anni…
P. Che lavori facevi da piccolo?
A. Niente, lavoravo con un
meccanico…Per 5 anni ho imparato il mestiere e poi ho aperto un’officina in
Marocco, piccola piccola. Poi verso l’86 c’era una legge che chi aveva un
mestiere poteva andare in Libia…Ho lavorato tre anni in Libia, bene bene bene,
come meccanico.
P. I tuoi stavano in Marocco?
A. Sì, in Marocco…Poi nell’88 mi
sono stancato di quel lavoro, che c’era il capo. Mi serviva un lavoro libero.
Solo lavoro bene. Sono tornato in Marocco. E qui che dovevo fare? Allora sono
andato in Italia…
P. Come mai in Italia e non per esempio in Francia?
A. C’era un amico mio che anche
lui qua…Avevamo lavorato in Libia e ha detto “andiamo in Italia”…Prima pensavo
di andare in Grecia o in altri posti. Dove c’è pane, vado…
P. Era facile all’epoca entrare in Italia?
A. No, non facile. Solo coi soldi
potevi entrare…Se non li avevi non entravi.
P. Qual è la prima città in cui sei arrivato?
A. Palermo. Ci sono rimasto una
settimana…
P. Conoscevi nessuno a Palermo?
A. No, solo…avevo solo questo
amico. Un periodo brutto. Un mese di…stanchezza. Dovevo cercare per mangiare,
dormire…Stavo una volta in albergo, sul treno. Dopo Palermo sono andato a
Trapani. Sul treno incontro una persona, un tunisino. Parliamo e mi dice vai
alla città di mare, Mazara, può essere che trovi qualcosa lì. Però io sono
stato qui la prima volta e incontrato il marocchino, sai, quello che vende. E
mi ha detto “dove dormi?” e mi ha trovato una stanzetta vecchia…e sono stato lì
un mese. Una casetta abbandonata, l’ho pulita…Poi dopo 8 mesi sono tornato a
Palermo a cercare pane e lì ho trovato un meccanico. Gli ho chiesto lavoro e
sono stato lì una settimana. Poi mi sono arrabbiato, non trovavo quello
cercavo…E poi sono tornato di nuovo a Mazara.
P. Ma non potevi, quando eri tornato dalla Libia,
aprirti nuovamente un’officina tua?
A. No, perché un meccanico in
Marocco non guadagna. Dovevo fare la casa. Sono uscito per guadagnare…
P. Quanto guadagnavi?
A. 500.000 lire. In Libia ne
guadagnavo un milione e due.
P. A Palermo cosa non andava?
A. Non mi pagava bene il
meccanico…
P. Quanti anni avevi?
A. 27-28. Allora sono tornato a
Mazara. Menomale che ho trovato lavoro come pecoraio…
P. Ti pagavano bene?
A. 800.000. Non era pesante. Solo
la solitudine…sempre da solo. Era l’89. Ci sono stato sino al ’90. Poi c’è
stata la sanatoria…
P. Non hai mai avuto problemi con la polizia?
A. Mai! Mai avuto un problema con
la polizia qua a Mazara…Mai! Perché io sono tranquillo, mi basta un pezzettino
di pane.
P. Nessuno ti mai chiesto di fare cose sporche?
A. Ci sono, ci sono. Ma nessuno
me lo ha mai chiesto. Anzi, una volta un tunisino mi ha proposto una cosa. Ma
meglio un pochino pulito, che un milione sporco.
P. Ne hai consosciuti italiani?
A. Gli italiani bravi, bravi!
Quando ho avuto questa malattia, ogni tanto mi aiutavano bene…Solo il governo
non aiuta.
P. Riesci a mandare soldi alla tua famiglia?
A. Ogni tanto, ogni tanto…
P. Tua moglie lavora in Marocco?
A. No, mai…sta a casa coi
bambini.
P. Quanti anni hanno i bambini?
A. 4 e 2 anni…
P. Che intenzioni hai, di portarli in Italia?
A. Portare il denaro in Marocco.
Come vivono i bambini in Italia? Senza soldi? Non è possibile, non c’è neanche la
possibilità di avere la pensione per gli occhi. Se avessi la possibilità, lo
farei…Comunque il paese è il paese…
P. Dopo il pecoraio che hai fatto?
A. Niente. Ho solo venduto la
roba…
P. Non hai mai pensato di vendere roba italiana in
Marocco?
A. Ci vogliono soldi, amico mio!
Ci vogliono 15-20 milioni. Non li ho…Io ho solo un pochino per vivere io e la
mia famiglia.
P. Abiti da solo? Quanto paghi di affitto?
A. Sì, da solo. Pago 150.000 lire
al mese.
P. Ce la fai tranquillamente?
A. Magari…sì, qualcuno mi aiuta.
Chi mi dà 5.000, chi 10.000. Un po’ di mangiare…
P. Chi ti aiuta di più?
A. Tunisini, italiani…Gli
stranieri hanno tanti problemi, chi si deve sposare, chi deve fare la casa. Di
più gli italiani.
P. Cosa fai nel tempo libero?
A. Vado alla moschea a pregare.
P. Tu credi molto?
A. Prego sempre e dico grazie a
Dio. Chiedo sempre a Dio…
P. Sei sempre stato molto religioso?
A. Da piccolo a scuola…La
religione islamica non è come le altre religioni. E troppo buona per me…Anche i
cristiani, ma non pregano.
P. Quando hai incominciato ad avere problemi agli
occhi?
A. Nel ’90.
P. Ti sei curato?
A. Sono stato a Palermo al Civico
e sempre controllano, medicine, controllo del sangue…
P. I medici hanno avuto attenzioni nei tuoi
confronti?
A.Quando arriva il periodo di
controllo, io vado all’ospedale. Mi ospitano bene, mi fanno bene…tutto bene.
P. Hai avuto diversi ricoveri?
A. Sì, a Mazara, tra il 91 e il
92. Tre mesi.
P. Poi hai fatto domanda per la pensione?
A. Nel ’90 ho presentato i
documenti…E poi la pensione arriva nel ’91. La pensione entra per 4 anni. Ho
fatto la domandina e ho lasciato. Io chiedo alle genti, ho fatto questa
domandina…Una volta sono stato a Monaco, forse nel 91…questo è il destino. Nel
’91 mi hanno detto che l’invalidità arriva e allora vado e ho preso i soldi. Ho
preso tre mesi e poi si è bloccato tutto perché dovevo rinnovare il permesso di
soggiorno. Un anno per rinnovarlo. Mi sono messo a cercare la strada giusta.
P. Tu non hai diritto alla Carta di soggiorno?
A. Quello che mi serve è a
Trapani. Ma mi hanno detto che non ho diritto…Posso avere il permesso di
soggiorno. Per andare a vedere la moglie, ma aspettiamo…
P. L’Ufficio stranieri funziona bene?
A.E’ bravo per la gente che sono
regolari…E per le genti che manca, cosa…Loro devono essere puliti e invece
vendono…
P. Quanto riesci a fare al mese?
A. Ti dico, al mese non lo so…C’è
un mese così, uno così…Perché c’è la fede! C’è mangiare, c’è i bambini…quante
cose? Ci vorrebbero due- tre milioni. Se piglio 800.000 lire al mese è un miracolo…Magari
avessi un lavoro buono, 1.200.000.
P. Tu la merci la paghi prima?
A. Prima, prima! E poi vendi…
INTERVISTA N. 6
Abedin, 47
P. Quanti
anni ha?
A. 47
P. Da quant’è che vive qua?
A. Da 25 anni. Di più, dal ’75…27
anni. Avevo 22-23 anni quando sono arrivato.
P. Cosa faceva prima di venire in Italia?
A. Navigazione…A Napoli i primi
anni faccio navigazione.
P. Sì, ma questo in Italia. E in Tunisia?
A. Studiavo.
P. Che scuola ha fatto?
A. Seconda superiore industriale.
P. Quindi ha smesso di studiare intorno ai 15-16
anni. Cosa ha fatto dopo la scuola?
A. In Tunisia aiuto mio padre che
fa commercio. Però non sono sicuro che voglio fare il commerciante…ogni tanto
l’aiuto. Come lui fa il commercio all’antica, io non mi piace più e allora…
P. Com’è “il commerciante all’antica”?
A. Che lavora poco, che lavora un
mese e un mese non lavora. Devi fare import-export, parti due volte al mese,
una volta al mese. Diciamo non è lo stesso che…poi mi annoiavo…
P. Si partiva per andare dove?
A. [Non capisce che mi riferisco ai luoghi del commercio e mi parla di
quando arriva in Italia] A Mazara
direttamente. Qua c’è mio zio che sta da 5 anni prima da me, dal 70. Che c’ha
due figli, una femmina e un maschio muto, che non parla. Io sono stato con
loro. Poi lui ha comperato la barca ed è venuto in Tunisia e ha fatto
l’armatore.
P. Dicevo dove pigliavate la merce.
A. Francia, Tripoli e poi Napoli.
Il primo viaggio l’ho fatto a Napoli. Poi a Napoli importiamo uova di pesce,
uova di tonno e…prendiamo gli articoli che si vendono e li vendiamo e poi
torniamo.
P. Quanti anni aveva quando è andato a Napoli per la
prima volta?
A. 17-18 anni. Ma faccio
viaggi…vado, vengo, ritorno. Sempre così, faccio salti, in Francia, a Tripoli.
Giro come va!
P. Però presto si stufa, mi diceva prima…
A. Ehh, cose all’antica, che si
guadagna poco. Poi c’è la dogana che ti fa pagare molto. Fai molti sacrifici,
per me non vale la pena di farli…Mi sono tolto, mi sono allontanato da questo
settore di lavoro e sono andato a lavorare in navigazione…
P. Perché giusto l’Italia?
A. Per me l’Italia è la mamma del
mondo! Perché io, ti dico, ho girato e mi è piaciuta di più l’Italia. L’Italia
è bella, di qualsiasi cosa! Di gioventù, di divertimento, di aria, di
mangiare…le genti molto, molto educate. Per me l’Italia è il più bel paese del
mondo e io mi sono stabilito con la mia famiglia.
P. Quando dice a suo padre che vuole andare in
Italia, come la prende lui? Non c’era un’attività da seguire in Tunisia, da
continuare?
A. Mio padre è già 15 anni che è
morto…e allora io ho fatto tutte cose da solo.
P. L’import-export lo faceva da solo, quindi? Non ho
capito…
A. Sì, da solo.
P. Subito dopo la scuola quindi?
A. Sì, lui era morto. Ho iniziato
tutto d’accapo, da solo. Ho lavorato molto…Dall’80 sino al ’90 io ho lavorato
molto troppo! Ho lavorato molto, molto, molto…
P. In Italia non faceva ancora il commerciante? Era
imbarcato con suo zio, mi pare di aver capito…
A. Sì, e poi non lavoro più come
navigazione, non lavoro più con nessuno e ho fatto un’attività mia.
P. Cioè questa?
A. Non questa, tre!
P. Come sono i rapporti con i suoi connazionali?
Quali aspetti positivi e quali negativi vede in loro?
A. Prima c’era difetti, adesso
non c’è più difetti, da 5-6 anni! Io li aiutavo i tunisini. Faccio tutti i
servizi che io potevo…faccio traslochi pure col camion, li porto a Trapani.
Faccio trasloco sino a Tunisi, faccio tutto e allora i tunisini hanno bisogno
di me. Tu lo sai che non possono pagare tutti la somma, qualche problema che
non può pagare. Allora io faccio credito e c’è il 50-60% che non lo paga
nessuno. Fino ad adesso non lo fa nessuno e non lo vuole fare nessuno. Quel che
c’è compri, quel che non c’è te ne vai!
P. E’ stato facile installarsi?
A. No, non c’è niente facile. Io,
in Tunisia, c’ho pure l’attività di import-export, a nome mio, dalla Tunisia a
qua e da qua alla tunisia. Con la mia licenza, con la mia cosa…lavoro! Grazie a
dio, vado avanti!
P. Non c’è concorrenza diretta con gli altri
commercianti mazaresi? Le hanno mai dato fastidio in qualche modo?
A. Mai, mai…Amico a tutti. Anzi
se loro hanno bisogno di me, io sono qui…Non ho trovato nessun problema. Mi
vogliono tutti bene a me, tutti! Poi io sono bravo con tutti. Non trovo nessuna
difficoltà. Io aiuto loro e loro aiutano me. Perché sono una persona seria…Con
la gente seria non ho trovato nessun problema.
P. Ha più amici italiani o tunisini?
A. Di più gli italiani. Molto di
più e no italiani in mezzo alla strada…Tutti italiani gente per bene, ricca,
dottori, ingegneri, architetti…
P. Ha contatti frequenti con loro?
A. Sì, la domenica. Io invito
loro, loro invitano a me. C’è un bel rapporto.
P. Quali rapporti corrono tra la comunità italiana e
tunisina, secondo lei?
A. Prima, dal ’70 sino al ’75,
c’erano un po’ di cose che non vanno…Adesso invece…Tunisini e mazaresi lo
stesso sangue, la stessa mentalità…Adesso, ti dico la verità, se trovi una
mazarese che ha un amica buona, è un’amica tunisina [Pensa, secondo me, a
Nouraine e la sua grassa amica italiana]. Perché noi quando facciamo un amico,
facciamo un fratello. Non facciamo amico come…C’è un bel rapporto tra italiani
e tunisini. Non è più come una volta. Anzi, a
Mazara del vallo ci sono più di venti donne italiane sposate con tunisini.
Abbiamo un bel rapporto. Non c’è quel razzismo, non c’è…ormai è finita! Io vado
a casa del mazarese come il mazarese viene a casa mia, lo stesso, non cambia
niente. Si apre il frigorifero e si mangia quello che piace, perché, ti dico la
verità…tutto il mondo è paese:
c’è l’italiano che fa schifo, c’è il tunisino che fa pena…però io parlo della
gente seria, pulita. Vedi la donna tunisina…non c’è donna più pulita della
donna tunisina. La donna tunisina è pulita. Quella giusta, però! Parliamo
sempre della donna giusta. Ma se trovi una donna malacombinata…
P. Negli anni ’70 c’era razzismo quindi…
A. Il mazarese non conosce il
tunisino. Gente strana che è entrata in campo, che non lo sanno…C’è qualcuno,
ma oggi…
P. Come si manifestava questo razzismo?
A. Non vuole avvicinare, non
vuole vedere, non vuole camminare coi tunisini. Hanno paura dei tunisini.
Invece ora hanno capito chi è il tunisino. Il problema ora è che quel che
avevano coi tunisini negli anni ’70, ora ce l’hanno cogli albanesi. Perché
anche i Mazaresi, perché non è che sono tutti intelligenti, ma c’è qualcuno
ignorante…Lui non lo vede, non può parlare. Non capisce nulla…Non si studia che
devono ragionare, perché, per quale motivo. Va abbastanza bene qua a Mazara,
che più del 50% è ignorante, te lo dico io. Perché se ne vanno a mare a 15 anni,
16 anni e che capiscono? Che capiscono? Parlano a modo loro, perché hanno
parole che si capiscono tra di loro. Perché l’italiano preciso si conta chi lo
parla. Se tu vai a Milano, cambia il discorso; se te ne vai a Palermo, uguale…
P. La sua clientela è più italiana o tunisina?
A. Internazionale!! Di più
turisti. Specialmente 4 mesi l’anno entrano migliaia di persone del norditalia,
inglesi, francesi, tedeschi. Tanti turisti che vanno in Tunisia, non comprano
niente, passano di qui e la comprano. Perché meno bagagli, meno costo…L’anno
scorso ho lavorato bene! Speriamo che quest’anno lavoro. Poi, io lavoro tutto
l’anno. C’è il prodotto che si vende d’estate, il prodotto che si vende
d’inverno, il prodotto che si vende tutto l’anno…Poi faccio il grossista oltre
tutto…Fornisco la gente col mio camion.
P. Ha dei dipendenti?
A. Ho la mia famiglia che lavora
qui. Ho mia moglie, mia figlia…Poi quando ho bisogno di caricare o scaricare il
camion, chiamo persone…
P. Quanti altri imprenditori tunisini ci sono?
A. Appena si apre un’attività
giusta si lavora bene. Non abbiamo più quello sguardo brutto…Lavoriamo,
lavoriamo seriamente, abbiamo amici, abbiamo…Non abbiamo razzismo. Questo è
finito. Qua non si vede nulla…I tunisini però lavorano a mare. I tunisini sono venuti
a Mazara del Vallo per lavorare a mare. Passano 25 giorni e tunisini quasi non
ne vedi, perché sono tutti a mare, in campagna…A Palermo ce ne sono molti, che
lavorano nei ristoranti, poi vanno a dormire e non li vedi in giro.
P. La sua famiglia sta in Italia…
A. Tutti in Italia e studiano in
Italia e vanno alla scuola italiana…
P. Cosa ne pensa della scelta della maggioranza dei
suoi connazionali che mandano i loro figli alla scuola tunisina?
A. Magari s’imparano la lingua
italiana e poi andando avanti imparano altre lingue…
P. Ma i suoi figli perché li ha mandati alla scuola
italiana?
A. Intanto siamo in Italia.
Seconda cosa, qui in Italia non ci sono altre scuole in arabo oltre quelle
elementari. Dopo o vai in Italia o vai in Tunisia. Allora io preferisco che
vado a scuola italiana e sistemo tutto.
P. Lei non conta di tornare in Tunisia?
A. No…no, non ci penso. I miei
figli sì, di andare in Tunisia ci vanno dieci, quindici giorni in vacanza. Mi
stabilito qui in Italia ed è difficile tornare indietro. E’ la mia patria per
la verità, però…adesso non ci penso. Non per adesso, per sempre! Voglio stare
qui sempre.
P. Negli anni in cui è emigrato, si parlava
dell’Italia in Tunisia?
A. L’Italia in Tunisia…non c’è
differenza per noi. E anche la Francia, ah! La Tunisia è un mondo sviluppato,
europeo diciamo. Non è Africa…Tunisi è buona, non è Tripoli o l’Algeria che c’è
guerra, come si chiama. La Tunisia, in confronto alle altre nazioni, è Europa.
Noi con la Francia e l’Italia…
P. La Tunisia era già così sviluppata negli anni ’70?
Lei non ha avuto nessuna impressione particolare quando è arrivato a Napoli la
prima volta, per esempio?
A. In quegli anni sì! Ora è
cambiato tutto…Un padrone o armatore, un direttore di una azienda che deve
scegliere, come prima scelta prende un Tunisino. Perché un Tunisino quando
lavora è preciso, pensa a prendere un pezzo di pane e se ne va. Adesso i
tunisini hanno preso le abitudini italiane: quando non lavorano si fanno un
giro con la famiglia,si prendono una pizzetta e se ne vanno…Come fanno gli
italiani, fanno loro.
P. Gli italiani dicono che negli anni ’70 i tunisini
bevessero e fossero addirittura pericolosi…
A. Il primo arrivo, tutti
all’antica…gente anziana che non capisce niente, ignoranti…La nuova generazione
è buona con gli italiani.
P. Negli anni ’80-90 c’era molto spaccio qui…
A. Qui ci sono altre razze, e gli
albanesi. Quindi non è cosa nostra…Tanti non vogliono più venire qui, perché
rubano le borse…questi sono tutti albanesi. Spacciano, rubano…Gli albanesi
hanno rovinato il paese. Adesso guardano l’albanese di più. Il tunisino lo
conoscono…
INTERVISTA N.7
Masoud, 32
P. Quanti anni hai?
M. 32
P. Di dove sei?
M. Di tunisi
P. Da quant’è che sei in Italia?
M. Dall’88. 14 anni che sto qui.
Ne avevo 18 quando sono venuto.
P. Che facevi prima di partire?
M. Ho lavorato in un
parrucchiere. Mi dice tu non sei un uomo…Tu non sei un uomo per andare in
Italia!
P. Perché? Cosa significava andare in Italia?
M. Io sono andato così. Per lui
ero stato sempre in Tunisia e non era capace di fare l’emigrato. Lo sono
capace!
P. Come è andata la cosa?
M. Io quando sono partito c’erano
qui quasi 2000 a Trapani, Mazara.
P. C’erano visti da fare? Era difficile?
M. No. Mi ha fatto entrare un
carabiniere, ricordo. Sono venuto con la cravatta, tutto bene, con quasi due
milioni in tasca.
P. Come li avevi fatti quei soldi?
M. Li tenevo nelle mutande. Alla
dogana li ho usciti…Li ho fatti facendo il parrucchiere, il coiffer.
P. Te la passavi abbastanza bene in Tunisia. Così
giovane e tutti quei soldi…
M. Sì, sì…
P. E quindi per una scommessa sei partito?
M. Sì, per 150.000 lire…
P. Che lavoro hai fatto appena arrivato?
M.Sgusciavo i gamberi
P. Come lo hai trovato questo lavoro?
M. Assai cugini…Mi sono messo con
loro. Poi sono andato a Zurigo, per un anno e mezzo, due anni…Ho fatto 20
milioni. Ho fatto il giardiniere…Tutto a posto, mi trovo un altro lavoro,
lascio il giardiniere…Mi sono rovinato perché gioco assai soldi. Prendevo quasi
4 milioni e me li giocavo tutti lì…Avevo una donna, sposata. Era svizzera.
Abbiamo litigato perché giocavo. Allora me ne sono andato a Como. Facevo il
giardiniere, il cameriere sul lago, in un self-service.
P. Erano lavori che non avevi mai fatto? Voglio dire, prima di allora
facevi il coiffer…
M. Sì, nelle case, a domicilio…donne. A Tunisi anche in un negozio…A
como ho fatto anche tessitura. Prendevo 3 milioni al mese…andavo a donne,
giocavo. Ero puttaniere, diciamo.
P. Non stavi megli a Como?
M. Il problema è stato che mia
mamma ha detto a mio fratello “perché non ti porti Mahed da te, a S.
Benedetto?”. Mio fratello infatti negli anni ’90 era venuto qua. Ci sono
andato, ci sono stato un periodo e poi mio fratello mi accusa di aver detto che
sua moglie era buttana! Era vero! Chiavava con gli amici di mio fratello…Una
donna troppo bella, tipo Anna Falchi, tunisina però…Io gli ho detto se era un
uomo! Mi dicono figlio di puttana, mi aggrediscono a parole e quasi
fisicamente. Lascio tutto e vado a Tunisi da mia mamma a fare casino. Ho
picchiato mia mamma…
P. L’hai picchiata?
M. Era con loro!! Perché mio
fratello gli dice che avevo detto che sua moglie era puttana. Ci sono rimasto
un mese. Sono stato ospite di amici…
P. Non hai fatto pace?
M. Come facevo a fare pace, dopo
che mi avevano buttato fuori e avevano detto quelle cose?!
P. Quindi sei tornato in Italia…Che lavoro fai ora?
M. Il marinaio faccio…Ma anche in
campagna a volte.
P.Ti piace l’Italia?
M. Io sono stato anche in Francia
l’anno scorso. Ho fatto 8 mesi lì. Ho lavorato in campagna…Ma preferisco stare
in Italia perché sono abituato qua. E’ l’abitudine che conta…
P. L’Italia era come te la aspettavi? E’ più facile,
difficile?
M. Io non penso difficoltà,
perché il destino penso. Se è così una cosa, la devo accettare. Io incontro te,
mi dici 200 carte, ho buscato 200 carte. Il destino, vuol dire, in quel momento
lì tu devi dire a me 200 carte…
P. I tuoi che dicevano del tuo viaggio in Italia?
M. Non dicevano niente!
P. Secondo te, quanto ci vuole per vivere qui
M. Dipende da quello che fai…
P. Tu?
M. A me piacciono le femmine...Io
non sono capace di andare con una donna che non mi piace. E poi quando ce l’hai
non è neanche bello avere le preoccupazioni di quello che devi fare, come devi
farlo, ecc. Se hai una donna e le preoccupazioni, sono corna. Per non averle
l’ideale è avere soldi e non lavorare…Se stai a mare venti giorni, la donna le
corna te le fa. Io i soldi li avevo, la macchina, i vestiti…
P. Vorresti una compagna italiana o tunisina?
M. Non ha importanza…
P. Hai più amici italiani o tunisini?
M. Solo uno, quello che hai visto
prima [un tunisino]. Con gli italiani non ho amicizia. Ma in generale non
credo nell’amicizia. Sono solo i soldi che contano, l’amicizia non conta. Io ho
vinto mezzo miliardo al casino di Campione d’Italia. Ho fatto jackpot e so che
vuol dire soldi. Prima non mi cagava nessuno, poi tutti amici miei…Li ho spesi
con donne. Per 5 anni ho fatto sta vita, dal ’94 al ’98.
P. E quando hai finito i soldi? Sei rimasto
tranquillo?
M. Sempre tranquillo…perché non
sono soldi faticati. Prima di giocare, ero tirchio. Poi un mio amico, un
martedi come questo, ero in Svizzera… era mezzogiono… siamo andati al casino.
Lui ha perso e mi ha dato un pugno per la rabbia. Aveva perso un sacco di
soldi. Ne aveva ancora un po’, mi ha detto di provare. Io giocare mai! Lui piange,
dai prova…Ci ho provato e ho fatto jackpot! Io non sapevo cosa voleva dire.
Arrivano i carabinieri e la Finanza e mi chiedono il passaporto. Perché? Perché
hai vinto! Era tutto a posto e ho vinto mezzo miliardo. Ho avuto un sacco di
donne poi. Ho girato un sacco…
P. Che progetti hai?
M. Niente, vivo alla giornata! E’
il destino che conta…Hai visto? Mio fratello, il casino…conta il destino!
Finché la barca va, lasciala andare!
….
P. Hai fatto a bastonate con italiani?
M. Si, eravamo ubriachi tutti.
Può anche non esserci motivo. Spacca tutto quello che ha davanti.
INTERVISTA N. 8
Bilal, 43
P. Da quanto tempo sta in Italia?
B. Dall’88
P.
Quanti anni ha?
B. 43
P. Cosa
faceva in patria?
B. Il macellaio. Per venti anni ho fatto il macellaio
P. Com’è
stato che è venuto in Italia?
B. Ho deciso di venire in Europa, per vedere com’era. Ho
pensato ad alcuni paesi, la Francia, l’Italia…Ho scelto l’Italia. Una volta si
è giocata qui la partita di calcio tunisia-marocco. Sono andato come tifoso e
non sono tornato indietro…
P. La
famiglia che diceva?
B. C’era chi era contento e chi no, pensando ai pericoli
dell’immigrazione. Ma sapevano che potevo fare una cosa buona, tipo una casa.
P.
Perché l’Italia?
B. Perché è buona, come un paese arabo…Conoscevo un po’
la lingua dalla televisione…
P. E’
tornato in Marocco?
B. Sì, ho fatto una casa, mi sono sposato…Grazie a Dio!
Ho tre bambini, loro stanno là.
P. Le
pesa questa situazione?
B. E’ la vita, faccio un po’ di sacrifici per costruire
un’attività piccola e tornare. Tornerò sicuramente. Però ci vuole un’attività…
P.
Portare i ragazzi, la famiglia?
B. Non ce la faccio con la dichiarazione di redditi, ci
vogliono troppi soldi, 24 milioni e non li ho. La casa in regola…Qui sto con un
parente e un altro…Ad Alessandria, Novara, la casa ad esempio non c’era. Ho
trovato una cosa con la Caritas, però non andava bene. Qui c’era mio cugino e
sto con lui…Poi qui una casa la trovi, in due settimane al massimo, però ci
devono essere le condizioni per portare la famiglia.
P. In
quali posti ha vissuto in Italia?
B. Ho girato a Novara, Alessandria. Ad Alessandria
facevo il muratore, a Novara macellerie. Poi qui…
P. Che
strano, però! La Sicilia è povera di lavoro…
B. Sì, pero tutti i siciliani comprare roba. Non è come
su, che non comprano…Vanno nei negozi, comperano roba a 300-400 mila lire, qui
invece comperano…
…
Hanno ragione a regolare. Perché gli stranieri qui come
vivono? Devono fare i ladri…
INTERVISTA N. 9
Aisha, 18
P. Quanti anni hai?
A. 18
P. Dove sei nata?
A. A Mazara del Vallo
P. Sei sempre stata in
Italia?
A. Ho fatto l’asilo qui, le
scuole elementari in parte in Tunisia e gli ultimi due anni in Italia. Alle
scuole medie sono entrata in Italia al secondo anno. Adesso è 5 anni che sto
qui.
P. Che classe frequenti
adesso?
A. Il secondo anno
dell’Ipsia
P. I tuoi genitori che
lavoro fanno?
A. Mio padre fa il marinaio,
mia madre la casalinga. Ho altro 4 fratelli: due lavorano e due, che sono più
piccoli di me, vanno a scuola. Uno alla media e l’altro all’elementare.
P. Anche loro sono qui a
Mazara, vanno a scuola qui?
A. Sì.
P. Quando è arrivato qui
tuo papà?
A. Preciso non lo so. Ma
circa venticinque anni.
P. Hai avuto un percorso
scolastico particolare, tra Italia e Tunisia. Come ti sei trovata?
A. All’inizio ho trovato
dubbi a parlare italiano, poi per la lingua mi hanno aiutata i compagni. Coi
lavori a casa sono riuscita a parlare un poco poco l’italiano.
P. Ti aiutavano i
professori, anche fuori dagli orari scolastici?
A. I professori mi aiutano e
poi mi fanno venire il pomeriggio per due ore…
P. Il problema era solo
la lingua?
A. Sì.
P. E la scuola italiana
come ti è sembrata. E’ diversa da quella tunisina?
A. No, non era molto
differente, perché ho fatto una scuola di Tunisi che si assomigliava…anzi era
più difficile per il tipo di programmi. E’ stato facile, mi sono trovata bene
qui.
P. I compagni invece? Hai detto che ti
aiutavano…
A. Quando c’era qualcosa che
non capisco o una parola che non conosco…Mi fanno copiare…
P. Esci spesso? I tuoi ti fanno andare in
giro senza problemi?
A. Poco
P. I tuoi amici sono più italiani o
tunisini?
A. Veramente italiani…
P. Cosa fai di solito quando esci?
A. Prendiamo una pizza,
andiamo in piazza. Ma non esco molto…
P. Quante volte alla settimana ti capita di
uscire di solito?
A. Una volta. Il sabato e
non più tardi delle 8.
P. Va
bene così o ti senti limitata?
P. Non possiamo dire che è
un problema, perché io mi sento in difficoltà nel parlare. Loro parlano bene,
io no. Se sbaglio, mi metto in…
P. Ti vergogni, cioè?
A. Un po’…Sino a che non
imparo bene l’italiano…
P. Con questo vuoi
dire che esci poco perché sei tu che te lo imponi e non i tuoi genitori? Ma
perché lo fai? Qualcuno ti fa pesare la tua imperfetta conoscenza
dell’italiano?
A. E’ importante perché loro
scherzano, parlano…e io sono un po’ pesante per loro.
P. Appunto! Loro ti fanno pesare il fatto
che non tu non capisci?
A. No, io capisco! E’
rispondere che…
P. Come
mai non frequenti tunisini? E’ un caso o una scelta?
A. Io conosco tutti, parlo
con tutti, l’amicizia c’è, però la mentalità non è come gli altri. L’amicizia
per me è la fiducia…però gli amici stranieri che conosco, la parola, la fiducia
non c’è.
P.
Perché?
A. Non riesco a stringere. E
poi perché i genitori…la famiglia tunisina non vuole che la femmina va in
piazza, gira…
P. Ma
questo dovrebbe essere valido anche per gli italiani…
A. Sì, ma gli italiani è
diverso. Mio padre non vuole che esco con i tunisini…Dice tu hai frequentato i
tunisini, sai com’è!
P. Tuo
padre vuole restare in Italia per sempre?
A. No!
P. Per
quanto? Se ne parla?
A. Non lo sappiamo…
P. Tu
che vuoi fare?
A. Io volevo più scordarmi
la Tunisia, imparare l’italiano, prendermi un diploma, cercare un lavoro…
P. Hai detto “scordarmi la tunisia”. Scordare
significa dimenticare. Perché vuoi dimenticare la Tunisia?
A. Sì, perché la Tunisia mi
ricorda cose tristi…
P. Stavi in Tunisia nel periodo delle elementari,
giusto? Era per la famiglia che stava in Italia che eri triste o per altre
ragioni?
A. Altre ragioni!
P.
Ragioni personali, non familiari?
A. Sì.
P.
Quanti anni avevi quando sei tornata in Italia?
A. Quasi 14.
P. Mi
parli di questo periodo?
A. Avevo difficoltà con la
lingua, non avevo compagnia.
P. Mi
parli di questo periodo?
A. Avevo difficoltà con la
lingua, non avevo compagnia, mi trovavo in difficoltà con la scuola, col gioco,
avevo lasciato i compagni. Ero venuta per 15 giorni a Mazara e dopo 15 giorni
mio padre dice ormai statti qua…
P. Mi spieghi meglio il tuo rapporto con la Tunisia?
Prima mi hai detto che avevi ricordi tristi in Tunisia, ora me ne fai un quadro
quasi nostalgico…
A. Perché prima quando ero
piccolo sto bene, i miei genitori c’erano. Poi abbiamo fatto un’altra vita qui
e la Tunisia non era più quella di una volta. Tante gioie mancavano…
P. Nel
tempo libero che fai?
A. Ascolto musica. Musica
italiana e tradizionale. Oppure guardo la televisione, con la parabola. Oppure
esco…
P. Non
hai nessun impegno a parte la scuola?
A. Frequento un corso per
tecnico di mare…
P.
Vorresti fare la “marinaia”?
A. Sì!!
P. I tuoi ti appoggiano in questa cosa?
A. Sì.
P. Fai
anche il doposcuola, giusto?
A. No, non più. Lo faccio io
ai miei fratelli. Prima faccio fare i compiti a loro e poi faccio i miei.
P. Come
vai a scuola?
A. Meglio di prima. I
professori capiscono che ho dei problemi, ma devo fare gli esami di idoneità.
P. Che
lavoro vuoi fare?
A. Voglio fare tutti i
mestieri! Cambio sempre!
P.
Vorresti andare all’università?
A. Sì…
P. I
tuoi cosa dicono?
A. Che sono libera, quello
che voglio fare posso fare.
P. Per
ora hai detto che vorresti lavorare a mare. Cosa ti piace di questo lavoro?
A. Per me sempre mi piace il
mare. Quando sono nervosa vado a mare, così mi passa…
P. La
tua famiglia frequenta più italiani o tunisini?
A. Più tunisini, però ci
sono anche Mazaresi.
P. Quanto
frequentate i mazaresi?
A. C’è una famiglia, che il
marito lavora nella barca di mio padre. Ogni estate vengono a Tunisi…
…
P. Mi parli un po’ del rapporto tra donne? Una
ragazza che come me faceva interviste a donne tunisine ha raccontato che una volta
chiedendo ad una signora, che era in compagnia di un’amica tunisina, se aveva
intenzione di tornare in patria, si era sentita dire che decisamente sì, voleva
tornare in patria. Quando l’amica se ne andò, la signora cambiò versione e
disse che non ne voleva sapere di tornare in Tunisia, ma di essere stata
costretta a parlare in quel modo per paura (anzi per la certezza) di essere
sparlata. Che ne pensi?
A. Ma perché? Per me qua è
la libertà! Non devo avere paura di parlare, di andare a mare. Loro sono un
altro tipo di donne…
P. Secondo te quella
gran parte di donne tunisine casalinghe che non lavorano all’esterno, dentro di
loro si sentono realizzate? Sono contente di questo ruolo tradizionale?
A. Non parlano, non lo fanno
capire. Mia madre non è andata a scuola, per colpa dei genitori, che non
pagavano i libri…ma c’è anche la mentalità tunisina dei maschi che dicono che
il fine della donna è la casa di suo marito. Dicono che fai studi, che devi
fare? E poi tuo marito, i bambini?
P. L’amore è importante nella
società tunisina? Ci si sposa “per amore” o “per dovere”? Non saprei come dire…
A. Per amore!
P.
Quindi funziona come in Italia?
A. No! L’amore italiano è
vero, quello tunisino no. Perché uno si può sposare anche tre volte…
P. Cioè
dici che la donna tunisina s’innamora, mentre l’uomo no?
A. Esatto…
P. Tu
vorresti sposarti con un tunisino o con italiano?
A. Io non mi voglio sposare
né con un tunisino né con un mazarese.
P. Con
un bolognese?
A. Io preferisco essere
libera…
P. Che
differenze vedi tra i coetanei italiani e tunisini?
A. Ognuno di noi pensa a una
vita diversa. Uno dice la famiglia importante, un’altra che il lavoro è
importante…Siamo tutti diversi.
P. Tu non senti che la tua tradizione culturale ti
rende differente da quella dei tuoi coetanei o degli italiani in genere?
A. Qualche volta no! Anzi,
più no. Non la sento questa tradizione. Mi sento musulmana, però…ad esempio non
sono praticante assai.
P. Ti
senti libera?
A. La mia liberta non è
completa. Mi tengono sempre i miei genitori. Che non devo fare, che…
P. Sei
fidanzata, lo sei stata?
A. Sì, mi sono lasciata da
una settimana. Lui stava in Tunisia. Siamo stati due anni.
P. Se
avessi un fidanzato qui potresti uscirci, mangiarci la pizza, etc.?
A. No, per i miei genitori…
P. Loro
perché non vorrebbero?
A. Boh!
P. Non
ne hai mai parlato?
A. No, proverò.
Finora non mi è mai capitato. Cioè con lui uscivo lì. Qui non è mai capitato.
P. Ma perché pensi che
qui sarebbe diverso?
A. Dicono che non è sicuro,
che…Io non mi oppongo perché preferisco la calma, la pace.
P. Qui
studi, più o meno, moda. Saresti disposta a trasferirti da Mazara, dalla tua
famiglia?
A. Sì.
P. I
tuoi ti appoggerebbero?
A. All’inizio sarebbe
difficile, però poi si abituano. Perché io da piccola dico che voglio lavorare.
P. Ti senti
diversa da tua mamma?
A. La mentalità è diversa.
Lei fa sempre un confronto tra prima, quando era ragazza, e ora. Io sono
diversa da lei. Se voglio uscire esco, se voglio fare macello faccio. Anche se
al massimo esco due ore.
P. I
tuoi amici vengono a casa?
A. No. Qualche volta anzi.
Il venerdi. Vengono due cari amici, uno maschio e una femmina. Sono di Marsala.
Stanno dalle 3 alle 8. Mangiamo qualcosa, passeggiamo. Li ho conosciuti a una
festa a Marsa. Abbiamo fatto amicizia…questa ragazza aveva una zia che abita
accanto a noi. Quando andava dalla zia passava da noi. Era curiosa dei
musulmani, del mangiare…e abbiamo preso a vederci.
P. Gli
italiani sono spesso curiosi dei tunisini?
A. Sì, soprattutto del
mangiare. Credono che mangiamo sempre cous-cous.
P. Ti
piace questo interesse che mostrano? Ti piace essere “esotica”?
A. No, perché mi sento
diversa!
INTERVISTA 10
Saalima, 17
P.
Quanti anni hai?
S. 17 anni
P. Dove
sei nata?
S. A Mazara
P. Hai
sempre vissuto qui?
S. Un periodo anche in
Tunisia…
P. Dove
hai fatto le scuole?
S. Le elementari qui e le
medie in Tunisia.
P. La
tua classe alle elementari era “tunisina” o italiana?
S. Tunisina e italiana…
P.
Quindi hai studiato l’italiano alle elementari…
S. Sì.
P. I
tuoi da quanti anni stanno in Italia?
S. Mio padre 35 anni e mia
madre 18.
P. Cosa
faceva tuo padre in Tunisia?
S. Qui fa il marinaio, lì
non lo so.
P. Tua
mamma?
S. Non lavora.
P. Hai
scelto questa scuola perché ti piaceva o perché altri te l’hanno suggerita?
S. Io…Mi piace stare qua,
studiare qua.
P. Cosa
vorresti fare dopo la scuola, “da grande”?
S. L’hostess.
P. Sugli
aerei?
S. Sì.
P.
Vorresti lavorare subito, non andare all’università?
S. Sì.
P. Da
piccola avevi più amiche tunisine o italiane?
S. Non faccio amicizia…
P.
Perché sei timida?
S. Così…
P. Non
hai un’amica del cuore?
S. No…
P. Mi
racconti una tua tipica giornata?
S. Vengo la mattina a
scuola, torno il pomeriggio, studio…
P. Qual
è la tua materia preferita?
S. Matematica.
P. Sei
venuta nella scuola giusta, no? C’è molta matematica al commerciale, vero?
S. Sì…
P. Mi spieghi meglio questa cosa, che non fai
amicizia? E’ una cosa che non ti viene proprio di fare o sono gli altri che per
qualche motivo non ti piacciono?
S. Non riesco a fare
amicizia…
P. A
questo punto della tua vita, ti senti più italiana o più tunisina?
S. Più italiana…
P.
Quanto sei stata in Tunisia?
S. Quattro anni…ho fatto le
scuole medie.
P. Com’era quel periodo?
S. Uguale! Era brutto…
P. Non
ti piace viverci?
S. Non mi piace viverci…
P. Perché?
Cosa non ti piace?
S. La vita…
P. Che
ha che non va la vita in Tunisia? Non ci sono mai stato…
S. Buona la vita in Tunisia,
però a me non piace…mi piace di più l’Italia.
P. Mi
riassumi le differenze tra Italia e Tunisia?
S. Sono simili…
P. Ad
esempio, la scuola si assomiglia?
S. La scuola è più
aggressiva qua…
P.
Fisicamente?
S. No…alle elementari
fisicamente. Ma quelli che parlano in classe prendono 10 giorni, non vengono
più a scuola, non li fanno più studiare…
P. Tu hai fatto i cinque anni nelle scuola elementare
italiana e poi sei andata a fare le medie in Tunisia. Come è stato questo
periodo di cambiamento?
S. Un incubo!
P.
Perché? Ti va di raccontarmi?
S. Io avevo studiato qua,
ormai prima di 5 anni…quello che va in media non continua più per noi altri, va
in Tunisia a casa sua. Poi è arrivata la lettera che quella che stava in
Tunisia non ha più permesso di soggiorno e per questo mi hanno portato qua.
P. Questi passaggi tra Italia e Tunisia ti hanno
creato disagi o tutto sommato li hai vissuti tranquillamente?
S. In Tunisia non vivevo con
la mia famiglia, perché la mia famiglia era in Italia. Vivevo con mia zia. Mi
manca la mia famiglia…
P. Lì
eri sola con tua zia o avevi anche qualche fratello per esempio?
S. Sola con mia zia…
P. La
sorella di tua madre o tuo padre?
S. Mia madre…
P. Buona
oppure…
S. Brava…come mia madre!
P. Se
non ci fosse stata questa lettera saresti rimasta là o saresti tornata comunque
in Italia?
S. Probabilmente che restavo
là…
P. In
quel periodo a scuola come andava?
S. La lingua… non parlavo
niente della mia lingua.
P. Ma a
casa che lingua parli?
S. Arabo. Ma io guardo la
televisione italiana anche a casa… La lingua araba con mio padre, mia madre.
P. Ma tu quando ti confidi con tua madre e le
racconti cose complicate, problemi, fatti…in che lingua lo fai?
S. In arabo.
P.
Quindi l’arabo lo parli bene. Qual è il problema?
S. Noi parliamo il tunisino,
non l’arabo. Come è che c’è il siciliano? Uguale…
P. I
professori ti facevano pesare la cosa?
S. No, a parte quello che
faceva la materia di arabo.
P. Le
altre materie a posto? Matematica,…
S. No, quelle a posto!!
P. E
quando sei tornata in Italia hai dovuto affrontare gli stessi problemi a
scuola?
S. L’italiano…No, veramente
non troppi problemi in italiano. Sono un po’ brava in italiano.
P. Tutto
bene?
S. La prima volta, quello di
entrare in istituto non mi piace. Poi tutto normale…
P. Dici
che non hai amici. Ti capiterà però di uscire e, in questo caso, che fai di
solito?
S. Solamente il sabato esco,
il fine settimana.
P.
Perché va a te così o perché i tuoi sono un po’ rigidi?
S. Mia madre, per la
religione.
P. Sei
d’accordo con la religione? Non ti viene in mente di trasgredirne i principi?
S. Ho paura della mia
famiglia!!
P. Tu vedi una differenza nel tipo di educazione che
ti danno i tuoi e in quella che ricevono i tuoi compagni italiani?
S. Quelli italiani sono più
liberi degli arabi, escono quando vogliono…
P.
Perciò ti viene in mente di trasgredire, anche se non lo fai?
S. A me piace uscire…
P. Se per esempio una tua amica italiana viene a casa
e prega i tuoi di lasciarti venire ad una festa…?
S. Non mi lascerebbero
andare.
P. Però tu quando dici che vuoi lavorare, che vuoi
fare l’hostess, affermi automaticamente una tua voglia di libertà, di rottura
con questi principi…
S. A me prima volevo fare il
medico…mia madre ha detto no, troppo lontano. Poi ho detto voglio andare a
Marsala a fare lingue [il linguistico] e ha detto no, lontano. E studia qua, il
commerciale.
P.
Quindi il commerciale è stato un ripiego, una seconda scelta…
S. Sì.
P. Se tu
dovessi fare un bilancio di questo primo anno di scuola, che diresti?
S. Poco soddisfatta.
P.
Quest’anno ti promuovono o ti bocciano?
S. Ho paura che mi
bocciano…Che mi fanno tipo ripetere qualche materia.
P. Con i
tuoi coetanei arabi, hai rapporti?
S. No.
P. Come
ti sembra il mondo arabo di Mazara?
S. Uguale a quello degli
italiani.
P. Qualche differenza ci sarà, credo. Sennò non
parleremmo di arabi e italiani. Voglio dire che sono i tunisini che spesso
parlano di mondo arabo, quando parliamo di queste cose…
S. E’ uguale. L’unica
differenza è le ragazze che non escono. Le italiane sono libere. Solo questa è
la differenza.
P. Ne
parlate mai tra donne di questa situazione?
S. Io non parlo con mia
mamma…
P. Non
comunichi molto con tua mamma?
S. Comunico…ma quando parlo
ho paura.
P. Di
che ti spaventi?
S. Che gridare…
P.
S’incazza facilmente?
S. Non vuole che ragazza
esce, che parla con ragazzo…
P. Lei è
dura?
S. No, è dolce…
P. Mi
parli di un tuo desiderio, un tuo progetto?
S. Diventare dottoressa…
P.
Questo significa iscriverti all’università…
S. No, è un mio desiderio e
basta…
P. Se ci
tieni tanto, perché non lotti per questa cosa?
S. Non mi viene…
P. L’obbedienza per te è un valore importante? Quali sono i
valori in cui credi di più?
S. [è in difficoltà.
Insisto]. L’ubbidienza…
P. Perché bisogna obbedire
ai genitori?
S. Perché così è scritto!
P. Ti
vuoi sposare?
S. Per prima cosa voglio
lavorare. Il matrimonio è l’ultima cosa…
P. Non hai un senso di maternità?
S. No, non ci penso mai. La
mia amica piccola, sai, sì…
P. Ti
sei tradita! Hai un’amica!
S. Non amica amica…così,
amica. Non la frequento…
P. Ci
sono gruppi di persone a cui vorresti avvicinarti e non riesci per i più vari
motivi…?
S. No.
P. A
casa che fai di pomeriggio? Studi e…
S. …Guardo la televisione,
sto con la mia famiglia…
[Segue una discussione sulle
feste religiose e l’alimentazione]
P. Ad
esempio, tua mamma preferisce ricette arabe?
S. Sì, ma anche italiane. Ad
esempio, pasta al forno…
P. Chi
le ha insegnato a cucinare italiano?
S. Lei, da sola…
P. Ti
ricordi l’11 settembre? Che ne pensi delle cose che si dicevano sull’Islam?
S. Hanno detto che gli
arabi, i musulmani vogliono distruggere il mondo. Non è vero, non è così il
mondo arabo…Non abbiamo il coraggio di ammazzare, così…
P. Ne
parlavate di queste cose a casa?
S. Sì, mia nonna.
P. Tua
nonna sta in Italia?
S. Sì, da 54 anni
P. Da 54
anni?! Che faceva suo marito, il pescatore?
S. Sì, adesso è vecchia…
P. Che
diceva tua nonna?
S. Che l’America vuole
distruggere il mondo arabo. La palestina e israele…
P. Tu
che ne pensi della Palestina e Israele?
S. Che Israele è troppo
cattiva…ammazzano, ammazzano i piccoli…
P. Gli
italiani ti sembra che capiscano il mondo arabo?
S. Mi sembra che gli
italiani non tanto capiscono il mondo arabo…Non tutti i paesi sono uguali. In
Libia le donne si vestono in nero, non fa vedere gli occhi…però non tutti.
P. In
Tunisia quasi nessuno porta il velo, giusto?
S. Mia zia, sì.
P. Lei
lavora?
S. Non ha mai lavorato in
vita sua…Suo padre, anche il padre di mia madre, non voleva che la ragazza esce
e lavora…
P. Che
ne pensi?
S. Una cosa inutile…A me
piace di studiare, ma non di restare a casa…
P. Tuo
padre come giudica il fatto che tu voglia lavorare?
S. Normale…
P.
Mettiamo che dopo la scuola trovi un lavoro distante, saresti disposto ad
andartene…?
S. Perché studio allora? Non
studio per restare a casa…
P. I tuoi che ne pensano di questa cosa? Cioè che te ne vuoi
andare…
S. Se studi vai a lavorare,
se non studi stai a casa…
P.
Quanti tunisini c’erano nella tua classe alle elementari?
S. 7
P. Stavano, stavate tra
voi o con gli italiani durante la ricreazione o quando non c’era la lezione?
S. Tra arabi…
P.
Perché?
S. Per timidezza…
P. Gli
italiani si avvicinavano?
S. Sì, ma non c’era
profondità…Anche ora: prova ad avvicinarti a una ragazza araba. Non vuole!
P.
Perché è timida? Ma, sotto sotto, vuole?
S. Non lo so!! J Comunque
i ragazzini italiani non volevano che ci avvicinavamo…
P.
Perché?
S. Litigano…dicono “voi
arabi siete…”, “non siete puliti”, “andate a casa vostra in tunisia”…
P. A te
lo dicevano?
S. No! Sì… e a me se lo
dicevano, rispondevo che io sono nata in Italia e sono italiana!
P. Come
succedono ‘ste cose?
S. Non volevano ragazzi
arabi, poi ti dicevano “andatavene, etc.”. Anche a mio fratello che è in prima
media succede.
P. E lui
ci litiga oppure no?
S. Sì, loro parlano e lui
risponde.
P. I
maestri non dicevano niente?
S. Succedeva durante la
ricreazione. C’erano gli orari per litigare…
P.
Crescendo è successo ancora?
S. No! Poco, non come alle
elementari…
P. In
quali anni hai fatto le elementari? I primi anni ’90?
S. sì, mi pare di sì…
P.
Perché lo facevano? Ci hai riflettuto?
S. No.
P. Lo
raccontavi ai tuoi genitori?
S. No, non ne parlo di
queste cose…
P. Come
ti sta sembrando questo primo anno?
S. Buono, a parte la lingua.
Lo hanno detto anche ai miei genitori, che devo leggere, guardare la
televisione. Lo sto facendo, a parte leggere…
P. I
professori ti seguono?
S. I professori sono bravi
con noi, ci aiutano coi compiti.
P. Non
ne fanno lezioni di recupero?
S. Sì, matematica.
P. Italiano no?
S. Le lezioni sono troppo tardi,
gli autobus non ci sono…A partire dalle 5,30 non ci sono più e noi non abbiamo
la macchina…
INTERVISTA N. 11
Motoristi italiani
P. Per
quanti anni ha fatto il marinaio?
M. Non marinaio…motorista! Per 37 anni…
P. Lei
ricorda il periodo dell’arrivo dei tunisini qui a Mazara?
M. Pressappoco, sì…Intorno agli anni ’60. I ragazzi
dormivano a bordo, non avevano delle abitazioni. Venivano soli. Poi, piano
piano, hanno portato la moglie, hanno portato i figli e hanno trovato delle
abitazioni nel centro storico. Man mano che passava il tempo andavano
aumentando di numero. E sono arrivati ora al punto che tutti hanno le famiglie,
ce ne sono tante, tante…non si possono contare. Ma tutti hanno le famiglie,
tutti stanno bene, perché la marina a Mazara ha bisogno di manodopera…perché il
pescatore a Mazara non c’è più! Sono tutti in pensione…i giovani a mare non ci
vanno.
P. C’era
già una crisi di manodopera negli anni ’60?
M. Negli anni ’60, no! C’erano molti pescherecci, più di
ora! Anzi, andavano aumentando e c’era bisogno di più manodopera e quindi di
questi tunisini. Poi vecchi andavano in pensione e c’era bisogno di
sostituirli, così i tunisini sono aumentati sempre di più sino ad arrivare a
questo numero. Ci sono famiglie, bambini, addirittura bambini nati qui negli
anni ’70, che sono cittadini di Mazara.
P. C’è una differenza tra la prima stagione di arrivo
dei tunisini e quella attuale, nel modo in cui voi vi rapportate a loro?
M. Oggi non si può più parlare…cioè, un mazarese non può
più parlare! Perché a bordo ce n’è 3-4, comandano loro! “Comandano”…diciamo che
hanno più voce in capitolo!
P. In
che modo “hanno più voce in capitolo”?
M. Sono la maggioranza…Prima quando ce n’era uno su un
peschereccio, si poteva dominare. Ora ce n’è 3-4…
P. Ma
che pretese hanno, ad esempio?
M. Non è che hanno pretese di guadagno…perché un
tunisino è un pescatore e prende “una parte”. Le pretese sono sul pesce, sul
tipo di lavoro, su come si deve fare…
P. Vuol
dire che impongono il loro modo di lavorare?
M. Impongono…proprio così, impongono!
P. Vuol dire che ci sono differenti modi di pescare,
di lavorare? Un modo italiano e un modo tunisino? E che il conflitto è su
questo modo di lavorare?
M. Ma dovuto a questo fatto, che non c’è più il
pescatore locale. Sono tutti loro!
P. Ma lei, da professionista, trova delle differenze
nell’abilità dei pescatori italiani e in quella dei tunisini?
M. Nell’abilità il pescarese è sempre superiore, solo che
non c’è più! I tunisini poi portano solo lavoro manuale, perché i
professionisti sono qua. Quella che portano loro non è una tecnica di pesca: è
un lavoro manuale…Vogliono comandare su quel lavoro manuale che portano loro,
punto e basta! E siccome c’è bisogno, allora si lascia passare.
P. Lei passava venti giorni a mare con i tunisin. Non
capitava di averci scambi “profondi”, di parlare?
M. Sì, perché poi, quando
sono passati gli anni ’60-70, hanno imparato a parlare come parliamo noi. C’era
lo scambio di parlare, ma sono sempre gente, come potremmo definirli? “Arabi”!
Sono “arabi”…Non si può dare fiducia nel 100%, anche se non si può dire che
sono tutti uguali! Dell’erba non si può fare tutto un fascio! La maggior parte
sono gente…
P. Ma che significa più precisamente? Non si può, ad
esempio, parlare bene con loro? Stringere facilmente un rapporto?
M. Parlare, parlano sempre! Non mantengono mai la
parola. Al lavoro, se c’è un orario da rispettare non lo rispettano mai!
P. Ha
mai frequentato famiglie tunisine, anche occasionalmente?
M. No, mai!
P. Eppure vivete a così stretto contatto…Che so, per
le feste non avete mai uno scambio, qualcosa…
M. No, a parte il fatto che hanno altre religioni, altre
cose…Con loro c’incontriamo sempre nella piazza dei pescatori, ma con le
famiglie no.
P. E’ a
conoscenza di casi di famiglie italiane e tunisine che si frequentino?
M. Allo stato attuale c’è 4 o 5 famiglie miste che io
sappia, ma sono proprio spiccioli. Sono diversi anche per il mangiare…
P. Ma è
buona la cucina tunisina…
M. Buona forse per loro. Per noi, no. Perché loro
mangiano in un modo molto piccante, mentre noi…
INTERVISTA N. 12
Motorista italiano 2
P.
Ricorda quando sono iniziati ad arrivare i tunisini?
M. Quando sono iniziati ad arrivare c’era un armatore,
Giacalone si chiamava, c’era bisogno di marinai semplici e sono arrivati tutta
questa massa di tunisini. Questo Giacalone aveva i pescherecci in Tunisia,
aveva fatto il gemellaggio…e la maggior parte lavorano.
P. I
rapporti con loro, a bordo, sono sempre state buoni?
M. Sempre buoni. La maggior parte…certo, ci sono pure
gli italiani che…A volte ci sono motoristi e capitani e capopesca e c’è sempre
chi sbaglia e…tutti sbagliamo.
P.
Qualcuno mi ha detto che i tunisini vogliono imporre il loro modo di lavorare…
M. Da tutte le parti è così. Non è che…a bordo ora si va
di meno d’equipaggio e ci sono 4-3 tunisini e il capitano, il motorista e,
insomma…e siccome c’è bisogno, loro se ne approfittano. Però non tutti…
P. Si mancava abitualmente una ventina di giorni da
terra. Le capitava mai di parlare con queste persone in profondità?
M. Sì, di cose intime si parla specialmente delle usanze
che hanno a Tunisi, nella Tunisia e noi a volte facevamo lo stesso. Perché
hanno usanze diverse da quelle di noi altri, con il sesso, con le cose…Sempre
la stessa la cosa è, però…Venendo qui diventano come marinai come i mazaresi,
qualcuno s’impara…Prima nessuno sapeva rattoppare le reti, ora ce ne sono che
lo sanno fare…
P.
Capitava mai di frequentarsi per le feste o in strada?
M. Poche, pochissimi…qualcuno che è vicino di casa,
però…perché abitano nella zona più…nella casbah. Prima si poteva abitare, ora
non si può abitare più, perché sono venuti gli albanesi, i kosovari. Ma con i
tunisini, ora si vanno sparpagliando, vanno ad abitare fuori…si stanno
adeguando come noi!
P. I
tunisini sono vicini di casa migliori dei kosovari?
M. La maggior parte abitano tutti fra loro. Hanno un
altro tipo di mangiare, di vivere, di vestire pure, però come noi altri ce ne
sono…però pochi. Un italiano in Germania? E’ la stessa cosa! Non è uguale ad
uno svedese, sono diversi. Anche sul mangiare sono diversi. Ad esempio, carne
di maiale non ne mangiano. Qualcuno dice: “sono in Italia e me la mangio!”.
P. Quello del cibo, lei intende, è un problema anche
soltanto per invitare qualcuno a pranzo? Non si sa che cucinare?
M. A bordo mangiano precisamente come a noi altri.
Perché noi altri a bordo ci portiamo la carne di maiale e loro si preparano
un’altra cosa.
P. Sì,
però se lei dovesse invitare qualcuno a pranzo…
M. Qualcuno sì, lo fa. Ma io no, mai. Perché loro quando
sono venuti sono venuti da soli, poi hanno portato le famiglie e hanno un altro
stile di vita. Però ora si stanno incominciando…qualcuno si è sposato con una
italiana, sono nati qua e diventano giovanotti…
P. Cosa
intende quando dice che hanno “un altro stile di vita?”
M. Loro sono tunisini, giusto è? A volte loro accendono
la radio ed è tutta musica araba, mentre noi mettiamo musica italiana. Ecco…Però
sul mangiare, si sono abituati come noi.
P. Qualcuno, nei primi anni del loro arrivo, mi ha
parlato di calze tenute ai piedi per un mese…
M. Erano sporchi. Io sono stato là in Tunisia diverse
volte, perché le motovedette tunisine ci acchiappavano, e si stava un mese là.
Ricordo un grande, bellissimo caffè, con tutto il verde attorno. I tunisini non
si potevano sedere là perché non avevano i soldi, e si prendevano un caffè…un
caffè costava, mettiamo, 500 lire a quell’epoca. E i tunisini 500 lire non li avevano
visti mai…Noi altri sequestrati lì, però giravamo, ci prendevamo un caffè,
anche del vino. Ci sono tornato dopo 15 anni e quel caffè lo hanno rovinato!
Tutti a fumare là dentro con l’hashishia, a bere il caffè – acqua lorda, però!
– giocare a dadi…quel caffè è diventato una porcheria. Una delle ultime volte
che ci sono andato, c’era l’hotel Malducchi, al primo piano c’erano divani,
poltrone…ci andavano tripolini e italiani pure. Prendevamo il caffè, una
birra…si pagava più caro. Il tunisino lì dentro non c’è!
P.
Quando dice che nella casbah di Mazara non si abita più, cosa intende?
M. La via Garibaldi era la migliore via che c’è. Poi, la
via Goti, è sporca. Ci abitano tutti i kosovari, gli slavi…adesso è come sono
abituati loro lì. Però poi molti tunisini che ormai si sono adeguati come noi.
Del resto cinquant’anni fa qui così era anche qui, che l’acqua si vedeva col
cannocchiale.
P.
Quindi i tunisini non sono problematici…
M. No, i tunisini no. Qualcuno ogni tanto si azzuffa là…
P. Sono bravi i marinai tunisini?
M. I marinai tunisini che fanno lavori manuali, tutti
lo sanno fare. Per quanto riguarda la pesca, la barca deve pescare, ci sono le
attrezzature, se la deve sbrigare il capopesca. Deve sapere come si devono fare
le reti, come devono funzionare, le reti più adatte…deve sapere cucire…La
maggior parte non era capace di nulla, però stanno imparando. Alcuni fanno i
capopesca…ma sono pochi. Stanno sulle barche più scadenti e saranno una decina.
Secondo motorista ce ne sono alcuni, ma pochi pure qua.
INTERVISTA N. 13
Motorista 3
Ci sono tunisini, in numero
ancora davvero esiguo, che accedono ai corsi di motoristi e che lavorono.
Gli equipaggi possono essere
composti al 50% per nazionali e al 50% da stranieri (prima 1/3 di stranieri)
D. Ho spesso sentito dire che i tunisini “sono
differenti per il mangiare”. Mi spiega perché risalta così tanto questa
differenza?
M. La nostra cultura è europea e cattolica. Loro sono
musulmani. Noi mangiamo il maiale e c’era questa questione culturale, che i
tunisini quando vedevano che c’era carne di maiale, mortadella o salame non
mangiavano. E questo portava problemi…Ora si è superata questa cosa.
D. E come si è affrontato
il problema? In effetti significava che il tunisino quel giorno saltava almeno
un pasto…
M. Piano piano si è adattato…Oggi come oggi mangiano di
tutto. Soffrivano la fame, poveracci…Allora prendevano un po’ di pesce,
facevano una zuppa. Però mentre a noi viene più difficile abituarci al loro
tipo di mangiare, loro invece piano piano si sono adeguati al nostro modo di
mangiare: la fetta di carne, la cosa…ora anche la carne di maiale. Anche un po’
di birra, vina…
D. Se negli anni ’70 erano ancora pochi, oggi gli
stranieri sono un numero consistente nel settore della pesca. Sono cambiati nel
tempo i rapporti tra loro e voi? E’ diverso oggi dai primi anni del loro
arrivo?
M. Hanno preso un po’ di potere in più rispetto a prima!
Ora comandano loro, si può dire. Il tunisino è un tipo sospettoso per natura.
Questo tipo di carattere che hanno, ha portato in un primo tempo che ti
guardavano con sospetto. Quando hanno raggiunto la parità – sì che noi li
abbiamo trattati sempre alla pari, non c’è mai stata discriminazione, le parti
sono uguali, anche il comportamento a bordo…Io ho avuto dei secondo-motoristi
tunisini e li ho trattati sempre come se fossero mazaresi. L’importante è che
fanno il loro lavoro. Però loro hanno sempre…nel momento in cui è uno è O.K.,
nel momento in cui è più di uno c’è sempre quello che vuole comandare. Allora
quello che vuole comandare assoggetta gli altri…Si formano piccoli clan, c’è
quello che vuole comandare, che dice tu questo non lo fare, tu fai questo…Ecco,
si è arrivati a questo punto! Oppure se io da direttore di macchina dico
“prendi quella marmitta e spostala”, allora quello mi dà un’occhiata e dice
“no, io quello non lo faccio!”. Ormai la pesca i nostri figli non la vogliono
più fare, perché hanno visto i nostri disagi, le paghe…si lavora tanto e si
porta a casa niente.
D.
Quanto piglia un marittimo, secondo la gerarchia?
M. Un marittimo semplice, considerato che ci sono le
parti, arriva ad 1 milione e mezzo. Il comandante arriva sui tre milioni.
M2. Una cosa che non sopporto dei tunisini è che sono
gelosi…voglio dire quando ti devono rispondere, ti devono insultare, lo fanno
in arabo. Così non lo capisci…Sono gelosi, vogliono parlare strettamente arabo,
magari arabo e per giunta dialettale, così tu non puoi mai capire. Sono gelosi
del loro linguaggio.
M. Che vogliono mantenere la loro cultura, è normale. E’
come se io vado in Francia, ad esempio, parlo italiano oppure siciliano…Però se
si deve discutere una cosa, se a loro conviene parlano italiano. Se a loro non
conviene parlano arabo oppure dicono “non capisco…”.
D. Lei parlava di clan
che si formano a bordo. Ma tra gli italiani si formano pure i clan?
M. Gli italiani non abbiamo clan…Se il capitano dice
“s’ave ‘a calare a rizza”, si cala ‘a rizza!
D. Mi fa capire quale tipo di lavoro il tunisino
dovrebbe fare e si rifiuta di fare?
M. Diciamo le cose
normali…scartare il pesce nel senso di selezionarlo, pulirlo, metterlo nelle
cassette. Questo è il compito che devono fare…e magari noi caposervizio lo
facciamo. Io ad esempio se devo andare a mettere a posto una cassetta di
gamberi lo faccio pure, non è che…Invece loro capita che c’è maltempo e siamo
in una zona che si può pescare, loro si rifiutano. Addirittura noi diciamo
“pigliano la rizza e la mettano a murata”, nel senso pigliano la rete e non la
vogliono più buttare a mare. Una specie di ammutinamento…
D. Si
pesca col maltempo?
M. Si, col mare forza 5, forza 6, anche 7 si lavora.
Dipende dalla zona in cui si pesca…dove i fondali sono alti, diciamo superiore
ai trecento metri, è più pericoloso pescare e non si pesca…Ma se è in
bassifondi, il mare non si fa molto grosso. Cioè c’è vento ma il mare non si fa
grosso…
D. Come
professionisti sono bravi?
M. Quando sono arrivati erano all’acqua di rosa, non
sapevano fare niente. Poi piano piano si sono integrati…
M2. Ma non per fare i caposervizi…
M. Qualcuno incomincia, qualcuno incomincia!
M2. Ma una piccola percentuale…Non hanno la voglia…
M. Ci sono molti che fanno i capopesca, qualcuno che fa
il direttore di macchina.
D.
Dovendo fare dei numeri, quanti sono quelli che occupano posizioni superiori?
M. Io penso il 15-20%
M2. Ma neanche…C’è molto analfabetismo…
M. Oggi no, oggi no. Quando sono arrivati…Oggi ci sono
giovani che sono arrivati e hanno una certa cultura. Anche perché la scuola da
loro essendo, diciamo, più obbligatoria di quella italiana…Io ne conosco tanti,
tantissimi che sono anche diplomati.
M2. Sì, c’è, non è che…
D. Ho
notato che non si vedono molte famiglie italiane frequentarsi con quelle
tunisine…
M2. C’è un po’ di diffidenza da parte loro però…Da parte
loro…
M. La
loro cultura la vogliono mantenere sempre!
M2. …Nel senso, o di inferiorità (perché si sentono più
poveri) oppure cultura che si vogliono mantenere…che non si vogliono attaccare
tanta amicizia
M. Ora si inizia a vedere nelle
scuole i bambini dei tunisini, che sono italiani perché sono nati qui, però c’è
sempre la maggior parte che vanno nelle scuole tunisine.
M2. Forse per la loro tradizione che sono musulmani, non
so…
M. Vogliono mantere la loro cultura!
D.
Quindi sono loro che non si vogliono avvicinare!
M2. Penso di sì. Voglio dire…
M. Qualcuno si è integrato con qualche famiglia, anche
perché ci sono stati dei matrimoni misti…Ma sono pochi.
M. E’ difficile che un tunisino si sposa con una
mazarese. Succede, ma è difficile…
D. A voi
non è mai capitato di invitare qualcuno per una festa?
M. Oggi come oggi, io mi ricordo quando si è sposato mio
nipote che c’erano i tunisini che stavano a bordo con mio cognato, li ha
invitati giustamente e ci sono andati…Si sta
incominciando piano piano…Anche perché i figli dei tunisini che conosco io non
vogliono andare più in Tunisia. Anche perché la Tunisia non è come può essere
l’Italia: qui c’è tutta un’altra prospettiva. E poi si sono integrati anche con
i nostri figli, perché c’è un sacco di bambini all’asilo nelle scuole,
automaticamente si vanno integrando. Io ad esempio ho mio figlio che gioca a
pallamano e molti bambini che hanno selezionato quest’anno nelle scuole –
tredicenni, quattordicenni – e che giocano regolarmente con noi mazaresi, che
sono appunto tunisini. Ormai si aspetta che i bambini diventano grandi e si
può vedere effettivamente l’evoluzione. Si sono integrati normalmente, anche
perché non ci sono stati mai ostacoli da parte nostra, non c’è stato mai
razzismo…Anzi erano loro in principio che…io ricordo che mio suocero stava qui
[nella Casbah] quando mi sono fatto fidanzato con mia moglie – parlo di più di
25 anni fa – se ne vedevano di cotte e di crude tra loro tunisini. Si
ubriacavano…
M2. Quando sono arrivati a Mazara la
maggior parte si ubriacavano…
M. Questo non succede più però…
M2. No, hanno capito che l’alcool va…
M. La nuova generazione che si sta
formando non hanno la mentalità…Diciamo che hanno la mentalità europea, ecco.
Si vede quando vanno in Tunisia questi bambini che è tutto un altro mondo…Qui
c’è più libertà…Certe cose che io sentivo dire ai tunisini, il fatto che
praticano la circoncisione, si incomincia a non fare più!
D. Ha
mai scambiato confidenze, discorsi profondi con un tunisino?
M. No. La questione confidenziale…da qualche tunisino a
bordo le ho avute, che sentiva qualcosa…c’è stato un periodo in cui molte donne
tunisine venendo qui si adattavano ad altre cose…
M2. Si sono lasciate andare…
M. Si sono lasciate andare! Magari il marito si sfogava,
poveraccio…Oggi come oggi, queste cose no. Quelli che si sono sposati ora, è
diverso…Io lo vedo che è diverso. Anche perché vedo che vanno nei negozi,
comprano la roba che compriamo noi. Non è più come una volta che andavano al
mercatino…ora vanno ai negozi buoni.
M2. Stanno bene!
M. Sta bene, ha il marito che fa il capopesca e allora i
ragazzini che sono vestiti…Una volta invece vedevamo il ragazzino col pantalone
che aveva le tasche ricucite…
M2. I loro guadagni li vanno ad investire in Tunisia.
Quando qua guadagnano due milioni, due milioni e mezzo…Parecchi operai nostri
hanno lì due o tre appartamenti, giovanissimi, con 10 o 15 anni di lavoro…!
M. Ora sono diventati furbi. Sei mesi lavorano e sei
mesi stanno sotto malattia e disoccupazione. Cose che non facciamo neanche noi
italiani!
D.
Avranno imparato da qualcuno!
M. No, su questo ci hanno insegnato loro a noi! Si vanno
a informare…
M3. Sempre al sindacato se ne vanno…
D. E voi come lo vedete il fatto che vadano sempre al
sindacato? Siete anche voi lavoratori…
M. Dico che sono furbi! Anche noi a volte, se uno fa il
resoconto annuo, guadagno quanto noi lavorando sei mesi meno di noi! Se noi
sommiamo disoccupazione, malattia e i sei mesi di lavoro, a fine anno…
D. A
quanto ammontano i proventi della cassa marittima?
M. Il 40% sulla busta paga. Per meglio dire del minimo
monetario garantito, diviso per tipologia di pesca [pesca mediterranea: 2
milioni; pesca costiera ravvicinata 40 miglia: 1.800.000; pesca costiera:
1.700.000].
INTERVISTA N.14
MdV1 (18 Aprile 2002)
Armatore nella sua casa
di lusso in zona residenziale, alla presenza di moglie e figlia.
ALV: Parliamo dei tunisini a MdV…
“I primi tunisini che arrivavano…il campo dove trovavano lavoro era
nella marina peschereccia di Mazara. Perciò come li posso conoscere io
d’esperienza loro… sono contenti e sono tranquilli quando parlano vicino a un
italiano, specialmente se ci ha dato lavoro, ma se parlano soli…lo sappiamo:
sono quello che sono e io ne conosce bene di questa cosa. Cosa volete sapere,
come sono arrivati e come si sono inseriti? Io posso parlare di 25 anni fa
quando ho avuto i primi a bordo in peschereccio: non sapevano nemmeno parlare,
completamente a zero. Gli ho imparato pure a parlare e li ho inseriti,
naturalmente al lavoro manuale e tuttora nei posti di responsabilità ce n’è
qualcuno. La maggior parte è lavoro di pescatore normale, dignitoso…non è
lavoro che degrada.”
ALV: Ma
questi com’è che arrivavano?
“Venivano addirittura senza
soggiorno, alla spicciolata così. Ci davo il lavoro e dovevo fargli il permesso
di soggiorno per poterli imbarcare. Dicevo <<Questo deve lavorare con
me>> e ci facevano il permesso. Solo che allora, ai primi tempi, si vede
la polizia di più larga manica: questi magari sbarcavano da me e con il mio
permesso si giravano l’Italia. Non che la legge non c’era. C’era: non la sapevo
io che ero datore di lavoro e dovevo saperla. E’ venuto fuori che si
sbagliava…quando sbarcava dovevo andare a denunziare lo sbarco e loro ci
ritiravano il permesso.
ALV: Ogni volta?
“Ogni volta. Fino a tuttora è così. Anche se hanno un permesso che non
so dove lo prendono, lo sa la polizia, devo denunziare che uno non è più
imbarcato con me.
I primi che arrivavano erano
giovani, qualcuno poi si è sposato. Avevano 18-20 anni, qualcuno 30, non più di
tanto perché il mare…Poi sono venuti gli altri che non venivano a lavorare,
mangiavano di quelli che lavoravano”
ALV: Erano familiari dei primi?
“Loro dicevano che erano familiari, ma come si fa…non è facile. Molti
dei primi ancora ci sono: dei ragazzi veramente lavoratori che si sono sposati
e si sono inseriti nel contesto della marina e non se ne vogliono andare. Ora
io ho preso delle barche con una società mista in Tunisia e ho chiesto a quelli
che lavoravano con me di venire. Ma loro non vengono perché qui, imbarcando
hanno tutti i diritti che può avere un italiano. Con il fermo biologico quanto
si dava a un italiano si dava a loro, assicurazione, ospedali.
ALV: E il lavoro nero?
“NO. State attenti. Il lavoro nero forse c’è stato: è stata una
conseguenza delle leggi della marina mercantile cioè…ci costringevano a noi a fare del lavoro nero che poi non era nero. La
polizia lo sapeva, lo sapevano in capitaneria…
ALV: Era tollerato.
“Era tollerato. Che cosa prevede il contratto nazionale: il 70%
lavoratori italiani e il 30% stranieri o…extraeuropei. Per cui capitava e
capita tuttora che 7 italiani non si trovavano. Magari avevo un quarto tunisino
e chiedevo <<Imbarcatelo per cortesia>>. Non è conveniente portarlo
sbarcato, se si fa male sei rovinato comunque ci devi dare tutto anche da
sbarcato almeno…io e quelli che conosco io. Se poi c’è qualcuno che fa le cose
diverse io non lo so. Che ci guadagnavo? La previdenza? Se la pagavo per 10 la
pagavo per 11, non cambiava niente. Si è tanto parlato di una legge speciale
per MdV, di portare un extracomunitario in più…”
ALV: Quindi 6 e 4?
“Anche 5 ce ne volevano, spesso. Purtroppo…purtroppo o se vogliamo dire
quello che capita, alla marineria c’era tanto lavoro e poche braccia e allora
sono venuti loro e grazie a loro siamo andati a lavorare perché questo si deve
dire. Tuttora MdV gira grazie a loro. Non avremo una marina così
grande senza di loro.”
PIETRO: Ma i primi sapevano lavorare?
“Noo! Gli abbiamo imparato tutto: facevano presto a imparare il lavoro
manuale di bordo che facevano i ragazzi italiani. Dice fanno fare quello che
gli italiani non vogliono fare. No, non è vero per i pescherecci, lo fanno
tutti quel lavoro. Ora la legge speciale con la capitaneria e la CGIL l’hanno
fatta e può imbarcare qualche straniero in più per cui il lavoro nero non
conviene. Io sono 25 anni che ho i pescherecci e lo so.
ALV: Infatti a noi è stato detto che il grosso del
lavoro nero non è nella pesca ma nelle campagne…
“Ecco. Non lo so. Penso come voi e come pensano tutti che lì è più
facile…meno controlli… se lì per quello che ci danno a loro gli costerebbe
molto, molto di più, io penso, metterli in regola. Nella pesca il contratto è
antipatico qui a MdV: di partecipazione alla parte, sugli utili netti, sul
pescato. In pratica sul totale di quello che ti porti a casa si tolgono le
spese di gestione del peschereccio, quelle sono dell’armatore, carburante,
cibo. Poi il 50%, più o meno, resta alla barca e il 50% si divide tra i
lavoratori. Capitano, motorista e così via. Poi ci sono le trattenute e ce le
devi dare tutte, le pretendono. Perciò qual è il mio guadagno col lavoro nero?”
ALV: Quindi se non sono regolari questi soldi li
vogliono in mano?
“Sì. All’italiano vanno 98000 lire, l’altro le vuole tutte e 100000.
Allora qual è il mio interesse?”
ALV: Allora faccio l’avvocato del diavolo. Lei può
dire <<Lei è un immigrato irregolare, all’italiano do 98 con i contributi
a lei do 80 altrimenti se ne può tornare a casa. Prendere o lasciare>>.
Questo potrebbe essere interessante dal punto di vista economico. Poi se ci
sono dei rischi per quanto riguarda i controlli è un altro discorso.
“Giusta è la domanda, bravo, è quello che si fa…quando uno vuole
guadagnare con il lavoro nero. Cioè ti do 80 altrimenti stai a terra. Sarebbe
questa la domanda? Ehm…eh eh. Se qualcuno una proposta del genere l’avrà fatta, e
non metto in dubbio che l’ha fatta, ma di quelli che conosco io non l’hanno
fatta perché avevamo bisogno noi di loro. La dovete vedere così perché poi non
è facile trovarne uno buono. C’è l’umbriacone che non ti viene a lavorare.
Quello buono te lo devi tenere anzi le 10000 lire te le regalo. Una realtà
antipatica che però aveva una certa economia. Se c’è qualche tunisino che può
dire di aver ricevuto questa proposta, magari ha ragione, gli può essere
capitato però di quelli come me li trattavamo veramente da umani.”
ALV: D’accordo. Ma oltre ai primi arrivati e quelli
che sono venuti dopo, i familiari che non lavoravano, c’è stato poi un
ricambio? I pescatori, dopo gli anni ’70, continuavano a venire?
“Poi. Quando hanno visto che si stava bene…tanti, molti nei ’70, ’80,
’90. Ora non so perché ci sono delle marinerie in Tunisia, io le ho girate
tutte le coste, ti dicono <<vi siete presi in Italia tutti i
marinai>>. I veri marinai perché, stai attento, questo è importante, sono
tutti qui e sanno lavorare e farsi rispettare come educazione e pulizia. Quelli
che fanno quello che non si deve fare, i disonesti, quelli sono…venivano qui
per non fare niente. E questi ci sono e ci sono sempre stati…una percentuale
buona e una cattiva, non c’è niente da fare. Io ne ho visti tanti che volevano
lavorare veramente: nudi o vestiti senza scarpe. Li abbiamo inseriti e c’è del
rispetto. Gli altri vivono sulle spalle di questi: droga, minacce alle
famiglia, il posto di lavoro non ce l’ho, dammi i soldi..tanti così. Nella
realtà di MdV non esiste non trovo un posto di lavoro, qui di lavoro ce n’è
tanto. E’ che non vogliono lavorare. Però ce ne sono anche molti che hanno
fatto come gli emigranti italiani: sono venuti, hanno lavorato 12 o 13 anni e
poi sono tornati a casa con una posizione…aprono una piccola attività, fanno i
tassisti, ce ne sono molti.”
PIETRO: Parliamo del mare, stavate via 7, 10 magari
30 giorni. Come erano le relazioni a bordo?
“I primi diciamo erano…non tanto…diciamo due culture che si
incontravano. Allora ero motorista a bordo, diciamo a contatto diretto e i
primi tempi prima che ci siamo capiti, inseriti con loro è stata…un pochino
dura. Perché loro…nelle loro abitudini, nella loro terra avevano tutti altri
modi di vivere di fare…non so…lasciava molto a desiderare la pulizia. Il loro
modo di mangiare…poi c’erano gli italiani che…non siamo tutti tolleranti…eh eh
ho imparato a fare il tollerante e ho fatto pure presto perché con loro
bisognava andare a lavorare. Invece prima non ci credevamo nessuno. Perciò i
primi arrivati…non tanto bene. Poi, piano piano, abbiamo capito che a modo
loro…non lo so…i calzettoni di lana addosso per 15 giorni. Poi se li levavano
e…Madonna! Lavarsi…poi piano piano hanno capito e ora c’è qualcuno che può dare
lezioni agli italiani. Si sono inseriti bene. Guarda ti dico che io sono in
Tunisia da 3 anni e se è tanto parlo due parole di francese, invece loro qui in
2 o 3 mesi già si fanno capire. A loro ci viene più facile, per questo si
inseriscono…parlano il dialetrto. All’inizio lo prendevo e dicevo
<<questo è occhiale>> e niente, si girava. <<No, guarda,
questo è occhiale>>. Ehh, i primi tempi. Poi, vedi, questo è importante:
uno che gli avevo imparato prendeva a bordo il suo compare e gli imparava lui,
allora era più facile. I primi che si sono imparati hanno imparato loro agli
altri. Così si inserivano: se ne avevi due che sapevano il lavoro e un po’ di
italiano ne portavano altri due. Ora se gli dici di tornare con me a lavorare
in Tunisia…ma sai là come li trattano?”
ALV: Anche adesso, girando per il quartiere, si
vedono diversi ragazzi intorno ai 20 anni…
PIETRO: Sono i figli dei primi venuti?
“Sì, di quelli che sono venuti a lavorare e poi si sono sposati. Se però
vengono al mare questo non so. Diciamo che a me non è mai capitato. Se hanno
inserito nel mestiere persone nate qui a MdV non lo so.”
ALV: Ma ci sono giovani che arrivano ancora adesso
per lavorare in mare?
“Credo di sì, però manco da qualche anno. So che comunque c’è
richiesta…che in quest’ultimo periodo sono uscite barche con gli organici
ridotti. Ce n’è ancora volonta di venire a lavorare? Non lo so. Quello che so è
che c’è la volontà di scappare dalla Tunisia perché arrivano notizie che qui
c’è l’America. Infatti quando noi veniamo dalla Tunisia dobbiamo stare molto
attenti…come è successo a un altro privato, uno che conosco, che ha aperto la
stiva qui e sono usciti i clandestini.
PIETRO: Non c’è qui un sistema regionale di quote?
Non soddisfano la richiesta di lavoro?
“A MdV no. Infatti si è pensato di attingere da altri lidi…come si
dice…in Senegal…addirittura in Costa d’Avorio…anche lì ci sono delle marinerie.
Qualcuno è già arrivato…perché questi sono ormai peggio dei pescatori italiani.
Si parla sempre di diritti e mai di doveri. Hanno copiato molto dai pescatori
italiani…ma forse è meglio se tralasciamo questa parte…
ALV: Uno che sogna l’America e poi si trova a fare il
lavoro duro…
PIETRO: Volevo dire: quanto tempo ci è voluto prima
che avanzassero queste pretese? C’erano già i sindacati?
“Sì, sì, per tutti. Tutti tesserati. Se fai una spartizione che a loro
non ci piace se ne vanno al sindacato. Essendo imbarcati in Italia hanno gli
stessi diritti. Diciamo che da 15 anni in qua sono cominciate le rivendicazioni
sindacali”
PIETRO: Ma non si ricorda un momento particolare,
glielo chiedo da datore di lavoro, in cui i sindacati hanno iniziato ad
avvicinarsi a questi lavoratori o viceversa?
“UN momento…no…diciamo quando hanno cominciato ad essere in un certo
numero…forse 20 anni fa. Qualcuno del sindacato avvicinava a qualcuno di loro,
questo parlava con un altro <<come ti va, come ti trattano>> e
così…Quello che dico il razzismo tra i pescatori una parola quasi del tutto
inesistente…casi di intolleranza pochissimi…il razzismo del mazarese sul
lavoro, di trattarli come si tratta un italiano. E questa già è la cosa più
importante e io con loro, al mare, ci ho lavorato 15 anni. Perché già quando
ero armatore ho continuato a lavorare a mare sulla mia barca. E qualcuno mi ha
detto <<Guarda, questo è il futuro di MdV>>”
PIETRO: E chi era questa persona. Già c’era coscienza
del fatto che erano o sarebbero diventati indispensabili?
“Gli armatori di allora hanno capito subito che non c’era ricambio di
manodopera, altrimenti la marina si fermava a 20-30 anni fa…”
ALV: Si fa presto a fare i conti.
“Eh sì, però io ve l’ho messa su un piatto liscio. In realtà all’inizio
è stata dura…le due culture…lavorare insieme…per il salario si è cominciato
subito giusto, tutti uguali, ma per l’inserimento, le abitudine ci è voluta una
decina d’anni”
ALV: Lei manca da 3 anni dalla marina di MdV. Le
chiedo uno sforzo: l’età media di un equipaggio…diciamo…nel 1998?
“…dai 18 ai 60, ma la maggior parte dei tunisini erano sotto i 40, dai
20 ai 40. Devi considerare che solo i capiservizio superavano i 50: Capitano,
direttore di macchina, Capopesca massimo fino ai 50 perché si è lì a poppo con
tutti i tempi…è duro il lavoro…durissimo.”
PIETRO: Ci può descrivere una giornata tipo?
Sintesi
“Ci sono due tipi di pesca, sempre a strascico: di alti fondali e di
bassi fondali, per pochi pesci e per i gamberi, nei fondali alti bastano anche
equipaggi ridotti. La rete sta in mare 4 o 5 ore e l’equipaggio può
riposare…sono 4 o 5 calate in tutto, dipende dalla luce, non dalle ore. Se
tutto va bene e non si rompe una rete, questo è il lavoro più massacrante per
un pescatore, ci si può riposare…Ai bassi fondali no perché si cala ogni ora,
se non succede niente…devi fare svelto.. selezionare il pesce…questi sono i
mesi da settembre a dicembre…Si guadagna molto di più però si sta via un mese e
il lavoro è massacrante. Devi dormire quando c’hai il tempo, 10 minuti, 15…e
devi lavorare anche con il cattivo tempo. I capitani sanno quello che devono
fare, vanno dove il mare è poco poco più liscio, ma quando arriva il colpo di
mare a bordo eh…ai gamberi si può riposare ai bassi fondali no e una volta si
lavorava molto meno con il gambero. Allora gli equipaggi erano più numerosi e i
capitani facevano fare qualche turno…Tutti i pesci del mediterraneo tranne i
gamberi…Di notte c’è il vero lavoro da bassi fondali: non so perché il pesce…ne
prendi di più”
Discussione sulle spiagge di MdV
“Comunque riprendiamo il discorso: qui gli emigranti si sono inseriti
bene e lo dico io che da datore di lavoro agli emigranti sono diventato
emigrante e lavoro di là. Di là faccio lavorare alle stesse condizioni e tutti
mi dicono <<ma che fai, sei pazzo, così ci rovini il mercato>>. Li
trattano male, così quando vengono qua si sentono signori”
PIETRO: Ma…io sarei anche interessato a capire…che
pensieri ha un uomo a bordo?
“Dipende: se uno va a mare perché ha bisogno, almeno io mi sono ritirato
dopo 27 anni di navigazione…pensavo che il lavoro era quello e quello dovevo
fare e basta. Forse…se avessi visto altre cose, ma i pescatori di MdV sono
stati inseriti…perché siamo andati al mare tutti bambini…i figli dei
pescatori…e allora quello conoscevamo: il mare è fonte di vita, la nostra fonte
di guadagno. Il pensiero era quando ce ne andiamo a casa, quando finisce. Altri
pensieri…mahhh…pensieri cattivi…quando era cattivo il tempo. In 7-8 ore ti
passava davanti una vita. Sai ora i pescherecci sono grossissimi ma io mi
ricordo le barche di 80 tonnallate…
ALVISE: Anche la paura di qualche incidente…
Madonna…Madonna. Però vedi…la paura dell’incidente…diciamo…non la
pensavamo perché…E’ che al mare…mettiamola così: non hai il tempo di pensare eh
eh.
PIETRO: Ha avuto qualche incidente in mare?
“Più di uno…”
FIGLIA: Sì ma uno…
“Tragico: un investimento con un piroscafo…Un’altra volta forse avevo 10
o 11 anni e già ero stato nell’oceano…c’è negli annali…una tempesta tremenda
nel canale di Sicilia e siamo andati a sbattere contro
un’isola…Ehh…peschereccio non ce n’era rimasto, solo pezzettini. Per fortuna un
altro ci ha visto e si è avvicinato. Noi che ci siamo salvati è perché non
abbiamo toccato acqua: soltanto nei film vedi che si salta sulle onde. Non si
salta sulle onde, siamo riusciti a saltare sull’altro peschereccio e il nostro
è affondato. E’ stata dura…durissima. Io ero giovane e l’ho superata. Il
secondo non l’ho superato…quello mi ha condannato…sempre nel canale di Sicilia
siamo andati a sbattere contro un piroscafo perché se era il piroscafo a
sbattere contro di noi non ero qui a raccontarvela…E’ rimasto soltanto come una
zattera di sotto…io sono rimasto solo dentro la mia saletta e non potevo più
uscire…poi mi sono trovato senza barca e il piroscafo è venuto sotto…Quelle
cose che lasciano il segno quando uno…è più anzianotto. Quando è successo
questo avevo 35 anni: per il mare anzianotto perché il pescatore è come uno
sportivo…dopo una certa età…se deve stare al comando sì, ma se deve fare il
pescatore…mi capisti…di esperienze e delle tempeste nel mare. Questo lo dovete
dire: è dura la vita del mare: è per questo che abbiamo tutti i tunisini
perché ogni pescatore se ha 8 figli ne manda 2 al mare, ma se ne ha uno o due…è
successo che nessuno ha inserito i figli di un pescatore…una percentuale
bassissima. E’ questo che è successo di brutto a MdV.”
ALV: E’ il brutto…però è anche una forma di
protezione per i figli…
“Eh…Quello che ho passato io mio figlio non lo deve passare, l’altro lo
stesso, l’altro lo stesso ed è successo che siamo in mano ai tunisini, agli
extraeuropei…”
PIETRO: E attualmente sono dei buoni marinai i tunisini?
“Se vogliono loro sì. Si sono imparati. Ce ne sono abbastanza di
qualificati…ce ne sono molti che si sono messi a commercializzare e non vengono
più in mare…”
ALV: Forse è come una scala…Magari tra 10 anni non ci
saranno più tunisini e saranno tutti…senegalesi, come dicevamo prima.
“Mah…se devo dire io tra una ventina d’anni, l’evoluzione che prevedo da
esperienza è che nasceranno dei nuovi pescherecci dove o sarà tutto
automatizzato con pochissima mano d’opera a bordo. Già da ora si comincia a
preparare a bordo un lavoro che si può fare con minore mano d’opera possibile.
E ancora si deve automatizzare perché anche i tunisini dalla realtà dura di MdV
cercano di scappare o i figli a mare non ce li vogliono mandare. Hai
capito…questo è. Ci sono giovani che vengono qui a lavorare perché lì non hanno
lavoro…non c’è niente…anche se lavorano guadagnano un salario…non c’è niente.
PIETRO: Se lei dovesse scegliere tra un equipaggio a
maggioranza italiana e uno a maggioranza tunisina?
“Non è per offendere i tunisini ma io sceglierei gli italiani perché se
ci fosse un italiano che vuole vedere il mare, che vuole lavorare…perché un
pescatore mazarese di una volta valeva per 100 tunisini, pure se si sono
imparati ora…a un italiano, veri marinai, potevi dare un posto di
responsabilità e andare a dormire. Questo lo dico perché quello che ho passato
è per colpa di due tunisini che erano al timone, vah! Per averci fiducia due
tunisini al timone mi hanno portato a sbattere contro il piroscafo.”
FIGLIA (affettuosamente): E’ per questo che sei
prevenuto.
“Non penserò mai, mai di mandare fuori un peschereccio con un comando
tunisino”
ALV: Evidentemente l’esperienza è stata…Però io avevo
una curiosità: i tunisini che vengono a lavorare in mare sono tutti della costa
oppure…
“Bravissimo per la domanda: no! Delle coste sono venuti per i primi 15
anni. Tutti quelli che vengono ora il mare nemmeno lo sognaron: non lo hanno
mai visto. Sono venuti perché hanno sentito dire che a MdV si sta bene e non
c’è bisogno di diventare marinai. Vengono dall’entroterra (con disprezzo) e
quasi tutti se ne vanno a lavorare nelle campagne oppure…muratori o fuori di
MdV. Non ce n’è più: abbiamo difficoltà noi in Tunisia stessa a fare equipaggi
di tunisini. Quando abbiamo fatto il primo equipaggio lì siamo tornati con le
mani nei capelli dicendo <<torniamo in Italia>>. Nessuno, dico
nessuno, che sapesse muovere un dito a bordo e ci dicevano che erano tutti
marinai. Quelli bisogna cercarli uno ad uno, con fatica. Anche per questo,
vedi, a noi il lavoro nero non interessa. Ti dico che qui si sono inseriti
bene: guadagnano, spendono…quelli che lavorano. Poi c’è sempre una percentuale
di disonesti e ci sarà sempre…
ALV: Ma quandi dice disonesti cosa intende?
“Mah…potrei usare un’espressione più carica…persone poco raccomandabili:
gente che non vuole fare niente, niente faceva là e niente qua…pensano di
vivere come là che ti basta un pezzo di pane e poi te ne vai in giro!”
ALV: C’è una differenza tra essere disonesto e non
fare niente, a casa mia. Uno che è disonesto ruba, vende droga, sfrutta la
prostituzione…
FIGLIA: Lo fanno?
ALV: Uno che non fa niente…
“E’ un fannullone…Unisci tutti e due. E’ un fannullone disonesto!”
FIGLIA: Ma tu li hai visti? Hai le prove? Denunzia!
“E che ho da denunziare…Ci sono stati casi a MdV che rubano, rubano e…
FIGLIA: Tra di loro, ma la delinquenza a MdV…
“Non diamo la colpa ai tunisini! Che sono venuti qui per lavorare…”
PIETRO: Sua figlia ci diceva che siete andati via
dalla casa che avevate nella kashba…
“Sì di lì incomincia…avete presente i vicoli di Genova? Di giorno e di
notte cambia faccia. Voi non vedete niente, non potete. Noi li vedevamo perché
abitavamo lì. Tutto continuamente uno spaccio o farsi una puntura…la notte o
periodi della settimana…non tutte le sere…
FIGLIA: E comunque possiamo parlare per quando ci
stavamo noi: 5 o 6 anni fa…
“Uno che ti punta la puntura al collo, al figlio di un amico mio, può
succedere in un grande centro ma qui a MdV no…eppure lì è successo. Io la
notte, sotto la finestra sentivo le discussioni, hai voglia!”
FIGLIA: Io vedevo pure gli scambi che facevano sotto
casa nostra: uno portava la busta e l’altro i soldi…
“Succedeva di tutto. Io uscivo di notte perché mi veniva la barca di
notte…Adesso non so…Prima uscivi alla mattina e dovevi stare attento a dove
mettevi i piedi…siringhe…addirittura dietro di noi un portone con tutte le
siringhe attaccate. Ma questo non era i tunisini: erano di Castelvetrano, di
Partanna, di Salemi, erano siciliani…”
ALV: Però qui trovavano la roba…
“Sì perché albanesi e tunisini ce n’era per cui…c’era più afflusso di
‘sta roba. Trovavano molto più facile trovarla qui che altrove. Ora non so…
PIETRO: Sta dicendo che tunisini e albanesi
spacciavano…
ALV: O che comunque avevano un ruolo nel traffico…
“Gli spacciatori che conoscevo io, che ora qualcuno è morto di overdose,
erano figli di gente giusta che conoscevo io…erano tutti italiani. Io
spacciatori tunisini e albanesi non ne ho mai conosciuti. Si dice…mahh…io non
ne ho mai conosciuti. Se uno non va a cercarsela la rogna non la trova, vah!
Eh…
ALV: Sua figlia dice che albanesi e tunisini non
avevano nessun ruolo nel traffico…
“Chi loro? Hai voglia!”
FIGLIA: Non possiamo giurarlo.
“Ora…loro sono laureati e lo sanno bene: la facilità di pescare dove il
mare è più pescoso perché…forse il paragone non è…Nella povertà, nella
miseria…nella degradazione trovi la delinquenza e lo spacciatore: è facile
perché se sei stato una giornata intera senza mangiare e vengo io con un pezzo
di pane.
FIGLIA: I pezzi grossi sono mazaresi.
ALV: Sì e anche gli spacciatori al dettaglio. Allora
ci restano le figure intermedie…Gira e rigira lo spacciatore al dettaglio è
l’ultima ruota del carro perché è quello che rischia. Ora voi dite che quelli
che conoscevate, che vedevate in centro erano italiani e diciamo…supponiamo che
anche i pezzi grossi fossero italiani. Allora gli stranieri si occupavano del
trasporto?
“Del trasporto non so, ma dello spaccio automaticamente…eh…ehm…dello
spaccio si può entrare…”
FIGLIA: Diciamo che si inserivano un po’ in tutti i
lavori.
“E’ il discorso di prima. Quelli che non lavorano…come fa a mangiare?
Vive sulle spalle di quelli che lavorano? Ci basta? Ci sono pure i giovani…ce
n’è una percentuale…quelli che comandano il mercato vanno lì e trovano un’esca
facile per pescare…”
FIGLIA: Voi…per avere queste informazioni…perché non
andate direttamente dalla pol…
“Sì, buona notte. Noi con queste quattro parole…Loro vanno a chiedere
là…Ma che stai scherzando? Noi stiamo conversando…”
FIGLIA: Ma se volete i dati certi andate per esempio
in caserma della finanza…per sapere dello spaccio…
ALV: I dati certi in questo campo non esistono.
Comunque ci andremo
PIETRO: Intanto ci interessa la percezione…
FIGLIA: La percezione che ho io è diversa da quella
di mio padre perché secondo me non c’entrano con lo spaccio…forse una
percentuale comunque piccolissima.
“Non è che per forza l’estero ci deve dare lo spacciatore e il
disonesto…”
FIGLIA: Ce l’ha più l’indole del mazarese…
“Sì, dell’italiano…”
FIGLIA: E’ più predisposto il mazarese alla
delinquenza che il tunisino…
“Ecco, sì…”
ALV: Ma fuori dalle scuole chi è che spaccia?
FIGLIA: Fuori dalle scuole? Magari il vecchietto
(ride)
ALV: Una ragazza che conosco di qui mi ha dato una
dritta in questo senso. Dice che lo spaccio può essere una modalità di
relazione tra ragazzi italiani…
FIGLIA: E stranieri? Sì? Allora non lo so. Si vede
che sono fuori dal giro..
PIETRO: Ma alla sera che fanno i tunisini?
“Si sono fatti i loro caffè, io li vedo. Qual è la loro realtà: non
lavora nessuno degli uomini, fanno lavorare le donne!”
ALV: Come, cosa vuol dire?
“Non stiamo parlando dei pescatori che sono onesti e lavoratori di qua
come di là.”
FIGLIA: Ho studiato un libro sui tunisini a MdV per
il corso di sociologia della famiglia. Le donne raramente lavorano e solo come
collaboratrici domestiche. In Tunisia invece la donna lavora più dell’uomo…
“Hanno copiato, hanno visto e vogliono inserirsi completamente come
mazaresi…”
FIGLIA: Ho mantenuto il medico di base in centro e
una signora tunisina parla come una donna mazarese di quelle con la famiglia…in
dialetto. In un modo sconvolgente…come una donna mazarese. Loro…le famiglie che
si sono inserite veramente hanno assunto atteggiamenti, usi e costumi dei
mazaresi…
“Il posto dove lavoro io in Tunisia, al confine con l’Algeria, al nord.
Un porto industriale come Spezia o Taranto. La politica che adotta il governo
tunisino è di parternariato, cioè se volete, portate i soldi qua. Società off
shore ce n’è…europee. Le migliori marche di tutto…di vestiario. Il governo dice
che i prodotti che arrivano per essere lavorati devono tornare indietro: lo
stesso peso! Devono fermarsi solo i soldi. Vi do la mano d’opera a bassissimo
prezzo…eh, veramente bassissimo eh…Tutte queste industrie giuste e buone che
vanno a portare lì lavoro…c’è mano d’opera a buon mercato e si riportano in
Italia i prodotti. Però lì non devono vendere niente di quello che producono,
trasformano. Devono vendere quello che producono loro perché se si vendono
prodotti industriali a prezzo più basso la loro economia va a…ci siamo capiti.
Ci sono molte industrie a compartecipazione italiana, francese…americana! Ci
sono i jeans levi’s: un capannone che non finisce mai: lo stesso peso che entra
deve uscire. Pure il ritaglio! Oppure ci può essere un italiano che lavora là e
gli dice come trattare il prodotto loro, chessò la mozzarella, le pecore…ma
questo per il mercato interno. Noi invece dobbiamo esportare almeno l’80% del
pescato, solo il 20% può andare sul mercato tunisino. Se non esportiamo
dobbiamo ributtarlo a mare. Congeliamo ed esportiamo tutto. Ma non è questo che
volevo dire. Quando sono là misveglio alle 6 e prendo la macchina: le frotte di
ragazze che vanno a lavorare: solo donne! Non so, forse gli uomini negli
uffici, i posti più…non fanno niente.”
PIETRO: Non è che molti sono emigrati?
“Noo. E’ che la donna viene pagata molto meno dell’uomo. E’ primo per
convenienza e poi perché gli uomini se ne vanno al bar…con ‘sta pipa…dalla
mattina li vedi dentro al bar con l’hashisha…no hashish…la pipa…dice loro
aromatico…dalla mattina con ‘sta tazzina di caffè e le mosche che ci girano
attorno. Ma a lavorare non ci va nessuno! Tutte le donne. In percentuale in
tunisia, ve lo dico io, lavorano le donne…almeno lì.”
ALV: Ma tornando qui…al discorso di prima. Noi abbiamo
girato al passeggio ma anche in centro…Il sabato, la domenica…scomparsi!
“E’ lo stesso fatto di quando ne aspettavo alla barca la sera 8 e se ne
presentavano 3. Lo sapevo io dov’erano…e come li scovavo eh eh. Sapevo dove
andarli a cercare.”
PIETRO: Ma dove sono?
“Sono bravi ragazzi…Quando non si rovinano con ‘sto fumo…E poi bevono
birra, vino…”
PIETRO: Sì, ma dove?
ALV: I bar della marina a una certa ora chiudono.
“Dove, qui a MdV? Sì aprono alla mattiana presto. Io andavo a cercarli
nella kashba, in via Bagno…”
ALV: Abbiamo capito, nei centri ricreativi…
“Ma poi sai che cosa fanno? Quello che ha una casa più grandicella…si
riuniscono tra loro la sera e…prendono una tazza di birra. Quelli che non hanno
la famiglia. E magari quelli che hanno la famiglia se ne vanno la sera da
quelli che non ce l’hanno. Non vanno nemmeno a dormire a casa…Quella è la loro
cosa…che…loro non reggono bene l’alcool che non ci sono abituati…lì in
Tunisia…”
Segue registrazione di Pietro
INTERVISTA
15
MdV
4&5 (20 Aprile 2002)
Marzouq,
a casa nostra.
MARZOUQ:
…Vedi la mia faccia, capelli biondi, occhi azzurri…Al paese dicevano:
<<Sua madre ha fatto qualcosa con un francese>>…Si è detto allora
tutti quelli che hanno i capelli neri in Sicilia l’hanno fatto con gli arabi!
PIETRO:
E’ chiaro!
MARZOUQ:
Mentre uno ha parlato chiaro e ha detto che i normanni erano sparsi per il nord
Africa. Quell’origine è rimasta, anche in Marocco ci sono assai arabi biondi.
Anche noi abbiamo la dominazione normanna, giusto? Io non ho capito qua.
PIETRO:
Ma poteva essere menomato quello che ha detto quella cosa, un coglione. Voglio
dire…siciliani e arabi una razza sono. Sono tutti una razza va, non c’è dubbio.
MARZOUQ:
Io mai ho pensato al colore di pelle o alla posizione di una persona…Penso solo
al comportamento, alli fatti.
PIETRO:
Le persone intelligenti così devono pensare…E’ pieno di menometi.
ALV:
La registrazione sta andando
PIETRO:
…Allora…parlami di te in Tunisia. Cosa facevi prima di venire?
MARZOUQ:
Abbiamo fatto di tutto.
PIETRO:
Quanti anni hai…37 mi hai detto. Quando sei venuto?
MARZOUQ:
Nel ’90. 12 anni fa avevo 25 anni.
PIETRO:Che
hai fatto per 25 anni in Tunisia?
MARZOUQ:Ho
fattooo…oooh…Appena sono cresciuto sono uscito. Siccome i genitori sono gente
alfabetica…non parlano, non scrivono, non capiscono niente. Capiscono solo che
il bambino deve lavorare. Deve aiutare, non lavorare: vai, pastorare con le
pecore…
PIETRO:
Quindi i tuoi sono pastori, agricoltori?
MARZOUQ:
Sì, allora dalla nascita, dai 6 anni, vado con mio padre a pastorare le pecore,
mucche, cammelli…vicino a Monastir.
PIETRO:
Ma non è sul mare? Quindi tu eri nell’entroterra?
MARZOUQ:
No, io sono nato a 2 chilometri dal mare…Molto bello…Mi ricordo una
volta…arrabbiato perché mio fratello voleva portare i miei cugini in macchina
al mare, ma loro non ci portavano mai…allora io, sempre il contrario dei miei
cugini ho fatto i 2 chilometri di corsa: il caldo della Tunisia d’estate è più
di qua eh. Arrivato mi sono gettato al mare: ho passato 3 mesi all’ospedale!
PIETRO:
Nooo!
MARZOUQ:
Appena tornato a casa mi sono bloccato: non mangio e non bevo più…Io parlo così
perché noi amiamo molto il mare, è molto bello.
PIETRO:
Quindi tu già a 6 anni lavoravi con tuo padre.
MARZOUQ:Sì,
a 10 anni ho avuto un incidente alla mano.
PIETRO:
Perché, che è successo?
MARZOUQ:
Si è rotto un albero mentre raccoglievo la frutta.
PIETRO:
Sei andato a scuola?
MARZOUQ:
Sì, 6 anni.
PIETRO:
La scuola dell’obbligo…elementare.
MARZOUQ:
Sì, no. Siccome noi…50 anni fa è uscita la Francia e ancora la Tunisia non
aveva…
PIETRO:
Un sistema scolastico.
MARZOUQ:
Sì. E allora ho avuto sfortuna anche con le maestre: nella scuola un bambino di
6 anni, appena sbaglia, prende delle botte terribili. Io ho avuto come un
shock. L’insegnante che mi ha fatto questo shock a 6 anni, che mi ha dato
botte…io ho dato botte a lui a 12 anni.
PIETRO:
Nooo! Come è andata?
MARZOUQ:
Ho vendicato. Sono andato a piangere perché non capisco la scuola, ho paura e
lì non lo so cosa è successo…Questo insegnante non ha studiato…Perché
all’uscita della Francia anche se in Tunisia non hai un livello buono di studi
ti mettono a insegnare per diffondere la scuola. Allora gli insegnanti non
hanno studiato che cosa è il bambino eeeh…Appena è entrato a scuola aveva un
bastone lungo un metro e sono cominciate le botte.
PIETRO:
Così, senza un motivo?
MARZOUQ:
Non lo so. Aveva un odio contro di me, questo insegnante. Mi diceva per
esempio: <<Trova questa parola sul giornale>>. Io vedo il bastone,
la scrittura non era buona, non c’erano buone macchine…e bahm! Botte. Così la
scuola non l’ho voluta più.
PIETRO:
E come è stato che l’hai menato?
MARZOUQ:
Dopo 6 anni mi ricordavo…non solo di lui. Un altro insegnante, perché non ero
andato a scuola un mese, mi ha buttato a terra e pugni, calci…
PIETRO:
Ma quindi era una scuola violenta…così…tanto per.
MARZOUQ:
Sì, ma per noi non è violenza quella. Se tu torni a casa e tuo padre dice:
<<Perché piangi?>> E tu dici: <<Ma l’insegnante…>>
Allora: <<Tu hai sbagliato>> e giù altre botte. Abbiamo un esempio:
da piccoli sempre il bastone: devi essere educato. Loro credono così. E va
bene…un tempo brutto eh. E allora questo insegnante, mentre lui scriveva
c’erano due amici miei e uno aveva dato un schiaffo all’altro. Lui si gira e mi
vede un po’ sorridente. Io giuro che non sono stato io ma lui no e paah! Una
bastonata in testa. Allora sento la botta con le dita e grido: <<Da 6
anni così, mi hai rovinato>>. Prendo, lo butto per terra col tavolo sopra
e bahm bahm! Arrivano gli altri insegnanti: <<Stai calmo figlio
mio>> <<Ma che calmo!>> E lui dice che domani devo portare
mio padre ma lui non viene perché non capisce niente. Allora lui mi dice:
<<Tu non vieni più a scuola!>> Ma sono stato due o tre giorni fuori
della porta e poi mi ha fatto entrare, non è successo niente…
PIETRO:
Quindi hai lasciato la scuola solo l’anno seguente? Hai completato gli studi
elementari?
MARZOUQ:
Sì, non lo so…perché…Io qua ho 2 bambini e anche se c’è la scuola tunisina io
alle medie li ho iscritti alla scuola italiana.
PIETRO:
Bravo!
MARZOUQ:
Perché sono stato traumatizzato. Ma per fortuna c’è anche un insegnante
tunisino così studiano arabo e italiano.
ALV:
E’ Karim?
MARZOUQ:
Sì, e i miei figli ora, soprattutto la bambina, se gli faccio un dettato, non
sbagliano nessuna parola in italiano e allora…hanno 8 e 7 anni, una cosa
incredibile: Per me sono contento! Perché io a 7 anni manco so scrivere una
parola, loro sono bravissimi.
PIETRO:
Tu, dopo i 12 anni hai smesso con la scuola, giusto? Che hai fatto?
MARZOUQ:
Vado a aiutare papà, mi sono messo a tagliare gli alberi, potare gli
alberi…aiutare mio padre a seminare il grano…e pensavo che mio padre…diciamo:
quando io lavoravo con lui guadagnavo dei soldi, lui non mi dare dei soldi, li
prende tutti lui e pensavo: <<Con quei soldi mi accontenta poi con
vestiti nuovi>>. E invece no!
PIETRO:
Perché pensi che non lo facesse? Guadagnava oppure no?…Secondo te guadagnava
abbastanza tuo papà?
MARZOUQ:
A quelli tempi sì…Si bastano a mangiare a tutta la famiglia.
PIETRO:
E per i vestiti?
MARZOUQ:
Nooo! Io a quelli tempi sono abituato alle ciabatte di carta. Quando le ho
avute di plastica, oooh, non ti dico…non scarpe eh, ciabatte di plastica, un
sogno. Camminare a piedi sopra le pietre, sopra l’acqua, sopra li chiodi, sotto
la pioggia e quando scende il fiume buttiamoci nel fiume…Nessuno ti dice che
quella cosa ti fa male…Giochiamo nel fango! Quando, dopo 20 giorni, si sono
rotte le ciabatte di plastica ho voluto correre di nuovo a piedi nudi sulle
pietre. Ahi, ahi! Non si può più, ci vogliono le scarpe!
PIETRO:
Ho capito…così…Ma…fino a che età tuo padre ha continuato a non darti i soldi?
MARZOUQ:
Finooo…diciamo a 16 anni.
PIETRO:
E poi?
MARZOUQ:
E poi…a quei tempi hanno cominciato a venire da noi i film, cine. Italiani. E
noi abbiamo andati lì a fare le comparse, ti danno 10000 lire al giorno,
mangiare. E ho cominciato a vestirmi.
PIETRO:
Hai fatto tanti film, perciò?
MARZOUQ:
Ho fatto, forse 4 film, e pagavano tutti i giorni.
PIETRO:
E per quanti mesi lo hai fatto?
MARZOUQ:
Non mesi, quando serviva a loro due o tre giorni alla settimana…così, non mesi.
Poi mi ricordo che mio fratello con un suo amico hanno aperto un’azienda di 4 o
5 operai per fabbricare e cucire i jeans. E mio fratello dice che non lavoro e
che mi vuole portare dentro con lui. Ma il socio non vuole. Lui sta facendo di
rubare un po’ perché mio fratello va a vendere fuori e non vede. Alla fine sono
entrato perché mio fratello ha insistito tanto e ha comprato con i suoi soldi
una macchina per me, per farmi lavorare. Ma per sfortuna, forse perché mio
fratello ha cominciato a sentire quello che succedeva dentro, si sono litigati
e si sono detti: <<Ci siamo incontrati bene e ci lasciamo bene, ormai
tutti e due siamo costriuti>>. Allora quando è uscita questa persona io
ho preso il suo posto e mio fratello, che ha 10 anni più di me, andava sempre
fuori a vendere. Così io ho cominciato piccolo, avevo 17 anni. Tagliavamo il
tessuto a mano: questi diti…la carne era diventata così grossa, diventano nere
con le forbice. Io piccolo non arrivo neanche al tavolo ma devi premere con la
mano che non tiene la forbice sul tessuto: così mi è venuto un dolore al
fianco, mi ha rotto una costola…però pensavo ai soldi e dopo un anno li ho
chiesti a mio fratello e lui mi ha detto 3500 dinari al giorno, all’altro
ragazzo dava circa il doppio perché dice che tagliare tagliamo uguale però per
cucire io lavoro la metà, ci metto il doppio del tempo. E ci siamo litigati.
PIETRO:
Ma in questo anno che non ti ha pagato, come vivevi?
MARZOUQ:
Era mio fratello che mi dava da mangiare, mi da da vestire. Pensavo che lui mi
da di più…Se lui guadagna, anch’io devo guadagnare. Per sposarmi, pensare di
costruire qualche cosa. Invece lui eeehhh…dice: <<No, io non posso darti
più di così>> <<Va bene, allora io me ne vado!>>
PIETRO:
Te ne sei andato anche da lì.
MARZOUQ:
Dopo il governo ha cominciato a dare i soldi anche alli giovani. Un ragazzo
intelligente del paese ha preso questi soldi e ha cominciato a fare slip,
mutande. Poi un altro mio fratello commerciante gli ha consigliato di non
venderne uno due così, non sapeva vendere, ma alla dozzina. Allora lui ha
chiamato un disgraziato, uno che era quasi arrivato alla posizione di
insegnante ma poi non ce l’ha fatta perché sono finiti i soldi, e lo mandava a
vendere e hanno cominciato a guadagnare. Poi un altro che vendeva e così è
venuto da me e mi ha detto:<<Ma che fai, non fai niente? Vai a vendere
che ti do le mutande. Guadagni qualcosa. Vero, vai!>> Sono uscito, i
mercati sono 4 o 5, dopo che ho litigato con gli altri due per invidia, per la
concorrenza nel commercio. Una giornata triste al mercato, un vecchio si
avvicina e mi dice: <<Che fai, hai iniziato il commercio? Non ti
preoccupare: il commercio, diciamo qui, taglia le catene delle povertà! Piano,
piano.>> E piano piano tutto è cresciuto, quello della fabbrica ha
cominciato a vendere in Francia, è venuto un emigrante e gli comprava le
mutande e le vendeva là. E tutti abbiamo cambiato: io sono entrato nelle
scarpe, commerciavo le scarpe.per le donne.
PIETRO:
A quel punto eri diventato un commerciante, un vero venditore.
MARZOUQ:
Sì, sì. Commerciante. Vado a una città a 200 chilometri con milioni in tasca e
il commerciante mi fa dormire a casa sua, mi invita e…è cominciato a crescere
il commercio maaa…non lo so…ero depresso, ero malato io…
PIETRO:
Quanti anni avevi?
MARZOUQ:
Chissà…20, 21 anni.
PIETRO:
Che vuoi dire? Eri malato nell’animo?
MARZOUQ:
Non lo so…ho avuto una malattia: non riesco a dormire, diciamo. Ti dà molto
fastidio perché con quel lavoro ti devi svegliare un giorno alle 5, un giorno
alle 3 perché i mercati sono molto lontani. Dopo due anni io ho guadagnato un
po’ di soldi ma devi cambiare…questo lavoro non mi piace. Basta che mi sveglio
tranquillo e vado a un lavoro come quello di prima, coi jeans. E come devo
fare? I soldi che ho non bastano per fare un’impresa. Siccome c’è il marito di
mia sorella che ha preso anche lui un prestito dal governo e ha aperto una
fabbrica grande con 20 ragazze ma aveva 15 macchine in più e io avevo 3 milioni
di dinari. Dico a questo cognato: <<Dammi due macchine che comincio con i
jeans piano piano, non ce la faccio più ad andare al mercato con il mal di
testa>>…Questa malattia mi ha rovinato la vita.
PIETRO:
Quando vendevi, quant’era lunga la tua giornata?
MARZOUQ:
Ti muovi alle 3 perché devi arrivare presto al mercato. In Tunisia non è come
qui con il numero…con il nome e il posto assegnato, devi arrivare prima ed è
pahm pahm! Una lotta. Poi finivo alle 2 o 3 del pomeriggio. Non è faticoso, è
l’insonnia il problema. Per me, per gli altri no. Ma quando sono andato da
lui…il cognato è furbo, perché ha fregato banca cose…io volevo lavorare il
jeans perché il tessuto costa poco e non hai tante rifiniture, semplice…Ma lui
dice che no che è meglio lavorare tessuti migliori per guadagnare di più. Gli
ho detto che non ero capace ma siamo andati con due milioni di dinari a
comprare tutto il tessuto e il filo ed è andata come dicevo io, il lavoro non è
uscito buono e non abbiamo venduto niente. Allora gli ho chiesto i miei soldi indietro,
lui sta cento volte meglio di me, ma mi ha detto: <<No. Prendi i tuoi
pantaloni e vendili, io non ti do soldi>>. E’ successo a me altro
nervosismo, altra rabbia perché non sono riuscito…con mia sorella in mezzo, che
faccio? Ho subito io quel danno: fallito! E che faccio: Italia, Italia!
PIETRO:
Già avevi 25 anni?
MARZOUQ:
Sì, e comincio a pensare che io me ne vado, forse a Italia la vita è più
facile, li medici sono più bravi…
PIETRO:
Perché proprio i medici? Perché continuava sempre questo disturbo di dormire la
notte?
MARZOUQ:
Sì quello, cefalea tremenda, dolori in testa. Non dico…sono arrivato quasi alla
morte. Sì. E’ rimasta solo l’Italia. Con i pochi soldi, via, prima che l’Italia
chiudesse le frontiere. Anzi nel ’90 ha cominciato a chiudere. Sono entrato.
Come un cieco non so dove andare. Sofferenze, dormire in campagna.
PIETRO:
Quindi il tuo primo periodo è stato da irregolare, senza permesso di soggiorno,
senza niente…
MARZOUQ:
Sì, dolori, non mangio. Perché quando ero in Tunisia cucina la mamma, cose
buone, qui per anni mangio scatole, non so cucinare.
PIETRO:
Aspetta. Quindi tu decidi di partire. E i tuoi che fanno?
MARZOUQ:
Uuuuh! Dicono no! Il padre. E mi ricordo che quando dico a lui che io non
lavoro più con te lui ha detto: <<Te ne vai di casa! Tu sei diventato un
uomo e io non posso sopportarti. Sei un fallito>> Ma non voleva che
andassi in Italia. Io l’ho sentita forte questa cosa, vattene, perché sono
spaventato: non sono riuscito a lavorare, non sono riuscito a guadagnare, come
faccio a mangiare, a abitare? Lui dice così, ma non è vero che vuole buttarmi
fuori. Lui dice così perché io faccia un coraggio. Lui non capisce che ero io
molto malato, molto malato. Perché io non riesco più a lavorare dopo quello che
mi è successo, non sopporto più la fatica, non dormo più. Invece che lui mi
aiuta a trovare il difetto che io ce l’ho, questa malattia, o mi da i soldi per
andare dai medici mi dice di andarmene fuori. Tutto crollato addosso. Allora
decido di partire perché se no impazzisco e non mi piace che gli altri mi
vedono diventare pazzo. Perché col dolore in testa io sto pensando che sto
perdendo…la malattia mentale. Io pago, 20 dinari, tutti i medici mi dicono che
sto bene, come qua, allora io penso che ho una malattia mentale. Allora impazzisco
fuori meglio di qua, dove tutti in quartiere cominciano a ridere quando io
comincio a…
PIETRO:
Quanti soldi avevi in tasca? Cioè, come è andato il viaggio?
MARZOUQ:
Abbiamo preso il traghetto, invece di stare 3 ore in mare è stato 10 ore: è
rotto un motore e era un maltempo tremendo, brutto, brutto. E quando siamo
arrivati in Italia hanno cominciato a scegliere, come il pomodoro: <<Tu,
perché sei venuto?>> E uno dice che ha una famiglia, l’altro che vuole
lavorare e l’inspecteur, l’ispettore, come vuole lui! <<Tu passa e tu
torna indietro!>>
PIETRO:
Ma tu non avevi tipo un visto turistico?
MARZOUQ:
No, a quei tempi ancora non è chiusa l’Italia.
PIETRO:
Si poteva entrare tranquillamente.
MARZOUQ:
No, te l’ho detto. Non tranquillamente: ne faccevano passare 30 su 200.
PIETRO:
Ma i documenti che hai dovuto fare in Tunisia prima di partire?
MARZOUQ:
Che documenti, il passaporto e basta. Ancora il visto non c’era. Se ti lasciano
passare a Trapani bene, se no è finita lì. I poliziotti dall’altra parte
dicono: <<Hai provato…Con la forza ti facciamo entrare? Vai, torna a
casa!>> E’ un viaggio tremendo perché ognuno guarda l’altro tremando,
ognuno stende all’altro un maglione…Quando viene il mio turno e il poliziotto
mi chiede cosa voglio fare in Italia, mi ricordo che gli ho detto che avevo un
amico a Torino…Non so parlare, parlavo con un tunisino che traduceva…devo
continuare il viaggio a Torino. Lui risponde: <<Che bugia, questo è
scemo>> Allora io comincio a urlare, in tunisino, insulti, merda, diavolo,
che non voglio tornare e l’interprete dice:<< Che faccio? Tu gli hai
detto così!>> Allora giuro che ho gli amici e la famiglia qua che mi
stanno aspettando in Sicilia. E il tunisino prova di nuovo e il poliziotto
allora dice:<< E perché non dice così, fallo scendere, fallo
scendere!>> E così è andata bene.
PIETRO:
Per un pelo. In tasca quanto avevi? Soldi.
MARZOUQ:
La verità non mi ricordo. Tanti anni…Ce l’ho soldi…ma non bastano! Arrivo e
quando tu scendi ti dicono che MdV è tutta tunisina. Arrivi qua, ti metti con
quelli nuovi, si va a dormire nelle case vecchie. Abitiamo in una casa vecchia,
nella campagna, brutta: l’inverno, il freddo, il fame…aaah…C’è un tunisino che
dice che ha un lavoro per me, che gli sembro un bravo ragazzo. Dice:<<
Guardiano di notte in una discoteca, ti danno 600mila lire al mese.>>
Siccome io in quel momento non sopporto la fatica ero contento: pensavo che mi
faceva bene fare il guardiano di notte. Ho cominciato: rumori nella testa,
cose, tutta la notte non finisce più. Resisto davanti al principale ma poi cado
per terra. All’uscita di sicurezza, esco dal caldo al freddo.
PIETRO:
Ma facevi anche il buttafuori?
MARZOUQ:
No, l’ho fatto solo una volta. Era l’unica discoteca di MdV e una notte di
carnevale c’erano 1000, 1500 persone che volevano entrare. Il principale ha
chiamato i carabinieri perché bloccassero l’ingresso e io ho visto 4 o 5
ragazzi pericolosi, drogati, che volevano entrare per la porta di sicurezza.
Sono andato a bloccarli. Se parlavano gentile li facevo passare ma loro subito:
<<Cosa vuoi fare tu, tunisino di merda>> Allora io non sopporto
questa cosa e gli dico di no, perché io non sopporto…non mi tiro indietro. Ero
convinto, mi facevo forza che il principale veniva con i buttafuori a darmi una
mano ma no. Avevano paura di quei ragazzi. Allora pugni, calci, avevano
bottiglie. Ero da solo contro 5, con la luce che va e viene non vedo arrivare i
colpi: destro, sinistro. Provo ad andare verso il muro per proteggermi la
schiena dalle botte. Finalmente 2 ragazzi che conoscevo, italiani che venivano
sempre alla discoteca, veramente bravi, si buttano in mezzo per difendermi:
<<Scappa Marzouq, scappa!>>. Vedi, noi diciamo sempre che i drogati
sono cattivi: non è vero! Anche questi ragazzi erano drogati, ma mi hanno
difeso. Anche se drogati erano bravi, ci sono dei drogati buoni. Mi hanno fatto
scappare. Poi ho litigato col principale, gli ho detto che erano schifosi a non
avermi aiutato. Mi dice: <<Marzouq non potevamo, quelli girano con
pistole in tasca, meno male che è andata così, ora andiamo a parlare col loro
capo.>> Siamo andati, ci siamo abbracciati ed è finita così: ho
continuato a lavorare in quella discoteca. Dopo un anno ho chiesto 200mila di
più. Perché noi veniamo da un mondo dove prendi 100, 150mila, allora 600 ti
pare tanto, ma non pensiamo al mangiare, all’affitto, a tutto. In 5 anni da
600mila sono arrivato così a 1milione e 200mila. Comunque hanno capito che per
me era un pericolo fare il guardiano…perché i propietari erano giovani,
crescevano piano piano…Mi hanno detto: <<Marzouq, tu sei un bravo
ragazzo, il prossimo anno mettiamo l’allarme e tu dormi a casa. Tu hai lavorato
con noi, devi pulire la discoteca due volte la settimana e noi ti diamo lo
stesso 1milione e 200mila.>> E vedi la sfortuna: ho cominciato a lavorare
quell’anno solo il sabato e la domenica eee…purtroppo…ha chiamato un
buttafuori, uno nervoso, che non ha calma né pazienza. Allora io ho parlato con
il principale per dirgli che non era adatto al lavoro. Ormai avevo esperienza e
so che se vedi un ragazzo nervoso, ubriaco, devi parlargli con dolcezza e non
succede niente, invece se no vai allo scontro: così succedono i danni e le
morti. Ma lui mi ha risposto: <<Qua ci vuole uno come questo!>>.
Alla fine della stagione questo buttafuori grande, di 40 anni, non voleva far
entrare due ragazzi ubriachi: bum, bum, bum bum, ne ha mandato uno al pronto
soccorso, occhi gonfi, tutto. Io lavoravo dentro e non ho visto niente…la
discoteca è grande. Insomma, gli amici del ragazzo picchiato hanno chiamato suo
padre, lui ha visto il figlio così, ha preso la pistola, è venuto e ha chiesto
di parlare col buttafuori fuori dalla discoteca. L’hanno visto che scappava,
che correva, ma il padre pum, pum, pum, gli sparava da dietro finchè questo è
arrivato all’entrata della discoteca, dove è stato colpito alla gamba anche un
altro ragazzo. Allora tutti sono scappati, hanno lasciato là anche le macchine,
tutto, bevande, vestiti, e sono scappato anch’io con loro. Poi sono tornato,
tutto sangue, e il principale mi ha detto che dovevamo chiudere e ha detto che
dovevamo pensare una settimana. Ma dopo 2 o 3 giorni sono venuti, hanno
tagliato i ferri dei cancelli come carte e hanno messo una bomba. Per fortuna
ha suonato l’allarme e poi il principale ha chiamato i vigili del fuoco che hanno
detto che con quella bomba la discoteca saltava e si rovinavano anche la
fabbrica vicino. Allora il principale ha detto: <<Marzouq, tu non sai
questi…devo chiudere…e se la prossima volta mi sparano?>> Ecco allora è
cominciatra una…non è facile qui trovare un lavoro.
PIETRO:
Ma in quel periodo eri tranquillo?
MARZOUQ:
No, oltre alla mia malattia ho dovuto sopportare tutto questo e purtroppo ho
conosciuto una ragazza tunisina qua e l’ho sposata. Quando il lavoro si è
chiuso, sta nascendo un bambino…
PIETRO:
Cazzo!
MARZOUQ:
Ha 4 mesi nella pancia della moglie e io dico: <<Devi buttarlo, io non ce
la faccio a vedere un figlio soffrire come me a chiedere…qualche cosa e io non
riesco a dargli. Io sono malato, non riesco. Come faccio?>> Allora mia
moglie…diciamo la madre ce l’ha più a stretto…diciamo…non ha voluto!
PIETRO:
Chiaro.
MARZOUQ:
Lei ha sofferto, meschina, con me. Il giorno della sua nascita non sono
riuscito, con i dolori di testa, a starle vicino. Io vado mezz’ora, ancora
niente…dopo il quarto giorno sta partorendo e io con la malattia, tremavo:
<<Io avere un figlio in queste condizioni? Affitto di casa 300mila
lire…ho perso il lavoro…>>
ALV:
Vorrei farti ancora qualche domanda su questo lavoro…Intanto se in questa
discoteca ci andavano anche degli altri tunisini, per divertimento…
MARZOUQ:
Nooo. Uno, due. Solo italiani. Fino ad ora i tunisini non hanno diritto di
divertirsi. Chi va trova tante difficoltà…Se non hai un amico italiano che ti
porta e ti protegge…ehmmm…rischi, puoi rischiare. Non possiamo andare, abbiamo
paura perché…Guarda io sono stato 5 anni là, 3 anni a un altro lido d’estate, 1
anno a un altro villaggio e i tunisini non vanno perché vengono rifiutati o…può
succedere cose gravi…già tra i mazaresi succedono…scorre il sangue. Se vengono
i tunisini, uno ubriaco…qua. Come mi dicono in discoteca o quando facevo il
bagnino: c’è chi non accetta il tuo parere, anche sul posto da occupare…io so
che è occupato per tutta la stagione e c’è chi non accetta che io gli dica di
spostarsi, hai capito?
ALV: Io volevo chiederti anche: in questo periodo in Italia tu dici che
stavi ancora male, avevi provato ad andare da qualche dottore?
MARZOUQ:
Io vado dalli dottori. Mi dicono: <<Sai questa è una cefalea,
depressione, tu devi prendere psicofarmaci>> Non li prendo mai, mi
rovinano di più! <<Io sono malato da 6, 8 anni -dico al medico- ma la mia
malattia non è mentale. La mente è a posto, mi sento male con il corpo, con
dolori di testa.>> <<Ma tu sei diventato un medico –dice il
neurologo-?>>. Ma questa medicina io sento che non va bene, il mio corpo
sente che non va bene per me…
PIETRO:
Tu intamto eri consapevole che non stavi impazzendo?
MARZOUQ:
No, sì. Ho cominciato a leggere il giornale, come si chiama? “Sani e belli”
“Vivere sani e belli”, di salute, sì. Ho cominciato a capire tante cose e
siccome ho un difetto nel naso…sinusite…ero andato anche dal medico in Tunisia,
anche qua: <<Tu non hai niente, la tua malattia è neurologia>> E io
non accetto quella medicina.
ALV: Ma non la accetti senza neanche provarla?
MARZOUQ:
Provo, provo, minchia, mizzica: arrivo a camminare per la strada come un cane
randagio. Perso. Attraverso la strada senza accorgere della macchina, era
droga! Mi dai 7, 8 medicina: vogliono rovinare la gente!
ALV: Allora hai smesso subito?
MARZOUQ:
Il dottore dice di provare 6 mesi, io ho provato 3 mesi. Ho smesso perché ero
consapevole…diciamo vuole bene a me stesso, vuole bene al mio corpo. Sono
fiducioso che la mia malattia non è…Non mi piace la droga, sì sigaretta,
abituato a fare sport. Ho smesso e ho cominciato a leggere…Anche mia moglie,
che ha cominciato a lavorare in una casa di altri, trova un giornale dove c’è
dolore di testa e me lo porta. Questo mi ha
aiutato: c’è scritto che la cefalea può essere provocata da sinusite, diabete, polmonite.
Sinusite? Io non respiro mai con naso e la fronte mi fa sempre male. Agli
occhi, il dolore: allora davo andare da un medico specialista, e sono andato:
<<Dottore, sono disperato! Appena metto la testa sulla cuscina il naso si
chiude, il dolore alla testa, non dormo per 15 giorni. Mi sento
soffocato.>> Mi fa fare le radiografie, appena le vede dice:
<<Operazione urgente a Palermo, vai! Ti devi operare.>> E per me
era la notizia più felice del mondo. Volo a Palermo, entro in ospedale, do il
documento e mi dicono che l’appuntamento è dopo 3 mesi. Io dico: <<Macchè
3 mesi, io sto morendo! Io non esco di qua! Dovete operarmi ora!>> Allora
mi mandano in pronto soccorso e racconto la storia, che sono disperato da anni.
Mi hanno ricoverato…E allora si conosce gli altri malati, uno operato
all’orecchio, uno entra che parla e poi gli fanno un buco in gola, non parlano
più…l’altro quando dorme urlava come non lo so, come un uccello rapace. Aquila
no, la civetta. Io aspettavo il mio turno perché il reparto è molto affollato,
dormono anche nel corridoio. E’ arrivato un carabiniere colpito da un pugno:
dorme su una branda in corridoio e non mi fanno alzare a me, eh. C’è un vecchio
vicino a me, io ho paura perché vedo coi miei occhi uno operato, svenuto e
l’infermiere che lo butta sul letto e se ne va: questo cade dal letto, bum! Il
vecchio mi dice che lui non mi lascia cadere. Un giorno accompagniamo un amico
alla sala operatoria, tutti con tristezza, come se deve morire, solo io col
sorriso: <<Che hai da ridere, va in sala operatoria, che sei
scemo?>> Io rispondo: <<Non sapete che è successo a me! Noi diciamo
che l’amaro ti fa accettare una cosa più amara.>>. Sono entrato in sala
operatoria anch’io: l’anestesia…combatto un po’ con l’anestesia, non voglio
abbandonarmi…poi mi accorgo che esco col naso tutto tappato, col sangue: voglio
combattere contro l’anestesia, non riesco a svegliarmi. Il vecchio mi dice di
stare tranquillo. Poi stavo impazzendo perché non potevo respirare con il naso
per 10 giorni. Poi è venuto il dottore che mi ha operato e ha detto:
<<Dov’è quello tunisino? Un naso come il tuo in 12 anni non l’avevo mai
visto, dentro era tutto storto. Comunque è tutto a posto.>> Quando mi
hanno tolto le bende mi sentivo liberato, ma non del tutto. Forse per colpa di
tutti i denti, 7, che mi hanno tolto in Tunisia. I medici, per guadagnare, mi
dicevano che i dolori erano colpa dei denti e, siccome ero disperato, per
toglierli mi chiedevano il doppio dei soldi: 40 dinari invece di 20. Mi hanno
rovinato la bocca. Tante sofferenze, ma tutto passa. Ho curato anche i
denti e la malattia era rimasta solo al 50%: l’insonnia è rimasta. Allora mi
sono avvicinato all’erboristeria: spendi soldi, erbe, vitamine, tutto,
integratori, bollire l’erba e bevi. Ora sono finalmente…con la malattia che ce
l’ho…ma sono riuscito a…fermarla! A dormire il sonno più bello della mia vita!
PIETRO:
Ora ti senti sano?
MARZOUQ:
Sì, molto sano. Se parliamo dopo ho avuto incidenti, spalla rotta, bicipite
staccato, cervicali: malgrado tutto…Mangiare, ecco, non posso mangiare come
mangiano gli altri. Se mangio come mangia mia moglie la notte la passo in
bianco: ci vuole la melatonina…Io combatto…Mi considerano pazzo quando
consiglio alla gente, tornate in Tunisia, abbandonate la medicina, seguite le cose
naturali. Gli altri ridono. Anche le mie sorelle ridono. Una con la pressione
alta, dico di consumare, che ho letto, aglio crudo e lei ride, dopo un anno
viene e mi ringrazia. L’altra col diabete e il fieno bollito…Io ho continuato
fino ad ora. L’ultima mia scoperta ora, che io esco nella campagna…Vedi, le
sofferenze di una vita, medici, medicine, risonanza magnetica non ti aiuta e ti
aiuta una pianta, senza soldi, che trovi in campagna! Come mai? Io credo in
Dio, lo chiamiamo Allah, lui ti da tutto senza soldi: basta che guardi con gli
occhi aperti, basta che studi. Dio ha consigliato di capire la scienza e tutte
le cose. Diciamo: la cosa che mi ha salvato sono le piante, io ho usato tutte
le piante: aglio, cipolla, menta, carciofo, finocchio selvatico, limone e
sempre altre…
ALV: Sperimenti costantemente…
MARZOUQ:
Bravo! All’inizio una pianta mi dà tanti effetti, poi il corpo si abitua e
allora io cambio, comincio con un’altra. Trovo piante selvatiche, torno a casa,
bollisco e bevo. Le piante sono droghe, ma droghe buone, non come la cocaina o
come l’alcool. Una volta esco e gli amici parlano di un ragazzo morto in mare e
io rido, rido: loro si arrabbiano. Era l’effetto di quello che avevo bollito,
era un effetto…
PIETRO: Allucinogeno ah, ah. Ti eri fatto un decotto di stramonio ah,
ah!
MARZOUQ:
No, guarda: sono le piante che trovi in erboristeria ma lì le devi pagare. Io
le usavo senza sapere che erano medicinale. Per esempio il timo. Ho detto al
mio amico erborista: <<Mi ha fatto meglio di quella cosa che mi hai dato
tu a 30mila lire!>> E lui si arrabbia ah, ah.
PIETRO:
Senti, poco fa eri rimasto col racconto a quando avevi perso il lavoro e avevi
un figlio piccolo. Cosa è successo poi?
MARZOUQ:
Abbiamo finito i soldi che avevo da parte e abbiamo aspettato che Dio risolve i
problemi. Perché io, con la mia malattia, la depressione che avevo, lavoravo
con le piante e dovevo chinarmi per raccogliere i vasi e svenivo, così, davanti
al principale. Sento alla televisione che succede a tanti depressi: vedo la terra
lontana e butto il vaso per terra. Il principale: <<Marzouq, behm si è
rotto, ma perché: domani non vieni più!>> E va bene. Ero depresso, non
sopporto la fatica. Lavoro 3 o 4 giorni, ma non riesco a liberarmi della
stanchezza, è diventata stanchezza cronica. Insonnia cronica. E allora un
giorno, pregavo, pregavo, pregavo…Non lo so, voi non credete nella nostra
religione. Avevo le ultime 70mila lire e le ho spese per una cosa buona, non
dico quale…non dico…Per un viaggio, per aiutare una persona. Torno a casa e
trovo uno che bussava a mia moglie: <<Dov’è Marzouq? Mi hanno detto che è
un bravo ragazzo, del lavoro in discoteca, ho un lavoro per lui. Tu devi
lavorare con me come bagnino, pulire la spiaggia, bicchieri di carta, è
facile.>> Io non ho esperienza di bagnino e dico no per 600mila lire…Lui
è uno fallito, depresso e drogato a 50 anni. Ha fatto fallire anche il padre e
con gli ultimi 12 milioni ha aperto questo bagno. Questa spaiggia era una
scarica di immondizia, sacchi, vetro, l’erba alta…abbandonata. Io vado e dico:
<<Ma chi è questo pazzo? Mi dice 4 bicchieri, invece è così, lontana in
campagna, non in città. Qua ti salva solo una ruspa!>> però continuo ad
andare. Viene la ruspa e si rompe, disperati. Ci siamo incontrati. Lui consumava
tanti psicofarmaci, tanti, tanti, e urlava per la strada: era un pazzo, suo
padre lo aiuta, è assicuratore, per tutta la vita. Altre 3, 4 ruspe: non ce la
facevano, troppi sassi, rocce…Alla fine è venuto un cingolato, che va bene
sulla sabbia, ah, ah. E il cingolato era furbo: per rubare un milione al giorno
prende la sabbia da qui e la mette là, eh, eh. Ha litigato il propietario con
lui e poi mi ha detto di passare col rastrello e io subito trovo una pietra.
Lui urla disperato, vuole mollare tutto, ma io gli dico: <<Ascoltami e ti
salvo: la filtriamo la sabbia.>>
PIETRO:
E come avete fatto?
MARZOUQ:
Eh, siccome in Tunisia ancora il mondo è fatto a mano, diciamo il lavoro è
tutto a mano. Quando facciamo il tetto della casa con la sabbia fina, rimaniamo
tutta la notte per filtrarla per il domani. Io ho lavorato tanto così, allora
gli dico: <<Ci vuole pazienza per filtrarla tutta, un mese, ma vedrai che
ce la facciamo. Vai a cercare un letto di ferro con la rete e un’altra
persona.>> Mi porta un letto singolo e un mazarese che non lavora bene,
sai, è faticoso. Alla fine, questo è un morto di fame, lo convinco a prendere
una rete grande e il lavoro è andato bene. Il mazarese mi ha abbandonato dopo 3
giorni: <<Questo è un lavoro di schiavo, in spiaggia, sotto il sole!>>
Ho rimasto solo: deve riuscire, la spiaggia deve andare avanti. Lavoravo…finchè
il sedere arriva a terra: 10, 12 ore al giorno, tutta la sabbia filtrata fino a
1 metro sotto. Tutti gli amici del principale dicono che è bellissima, la gente
comincia a prenotare…ombrelloni. Quell’estate è andata bene. Io avevo detto al
principale che i bambini si rotolano nella sabbia, deve essere pulita: non si
scherza! Non puoi lasciare vetri piccoli, chessò siringhe nascoste sotto.
Facevo il bagnino, filtravo fino a un metro e quando vedevo un bambino che si
butta ero tranquillo. Invece questo malato ha rovinato tutto: gridava sul
cliente, non chiamava personale per risparmiare eee…tante storie…non ci dava da
mangiare, si comportava male con noi.
PIETRO:
Anche se avevi fatto tutto il lavoro ti dava sempre soltanto un milione?
MARZOUQ:
Sì. Da mangiare un pezzo di carne suo padre me lo passava sotto i piedi, il
tavolo. Un piatto di pasta all’aglio e basta. Siccome aveva fallito sempre
nella sua vita, voleva riuscire in fretta. Non si può così: ha cominciato a
mettere prezzi alti, grida ai clienti, agitato…
PIETRO:
Un pazzo!
MARZOUQ:
Tirava, tirava. Mi ricordo un giorno che è arrivata una signora francese con la
bambina. In Francia non si paga il lettino, solo la consumazione. Lei si siede
e lui scatta come una bestia feroce, non riusciva a stare fermo, va da lei e
comincia a urlare che deve pagare ma questa non capisce niente. Anch’io
l’italiano mi ha fatto dimenticare il francese, prima parlavo bene. Comunque
vado io e le spiego con due parole, con calma e le mi dà i soldi. Allora gli
amici mazaresi del principale fanno un applauso. Perché, vedi, per loro il
tunisino deve essere uno scemo che non ha studiato. Invece noi tunisini da 50
anni abbiamo il turismo e sappiamo come ci si comporta. Una volta viene un
gruppo di 15 dal nord: non vogliono la pasta, sono stufi e io gli dico se
vogliono il cous cous di pesce: tutti sì. Vado dal principale e lui non vuole,
o pasta o vanno via. Gli dico: <<Che ti costa, un chilo di pesce, due di
semola: 12mila per 15, ci guadagni>>. Mi metto a fare il cous cous e
tremo: ho solo visto la mamma che lo fa ma ho paura di sbagliare. Invece viene
buono e tutti mangiano contenti. Dopo pochi giorni viene un altro gruppo e
vuole il cous cous ma lui dice di no, che non si fa più. Questo per farti
capire che questo non capisce il lavoro. Io ero bagnino, lavapiatti, sempre
sporco e sudato e la gente mi diceva: <<Marzouq, con la tua simpatia,
servi tu ai tavoli!>> <<Ma sono tutto sudato!>> Lui era
invidiosodel mio successo, tutte le fimmine parlano con me, lui ha 50 anni e
non è sposato. Insegnavo alle fimmine la danza del ventro, tutti mi invitano a
mangiare fuori…Ha cominciato ad essere invidioso, ad ostacolarmi…hai capito?
Intanto, dopo 3 anni, ero arrivato a 1milione e 900 al mese…
ALV: Gli affari andavano…
MARZOUQ:
Certo. Ogni anno filtravo la sabbia. Facevo tutto perché la spiaggia andasse
avanti, anche per un lavoro di 4 mesi all’anno. Ma purtroppo la sfortuna mi
segue. Quello ha cominciato a invidiarmi. Qualche volta, per conquistare i
clienti, dico delle parole brutte contro di lui: <<Calma, lo so, è un
scemo>>. Lo faccio per calmarli, per lui, ma lui non capisce. Tutti i
clienti fanno fotografie con me, mi invitano a Roma a l’Aquila, a Milano…Lui ha
cercato di mettermi contro gli altri operai, voleva che ci picchiassimo per
mandarmi via ma siamo arrivati alle parolacce perché ho capito che era lui che
creava questi problemi per liberare da me. Facevo anche il guardiano di notte,
certo per 1milione e 900 la notte guardiano, la mattina bagnino, poi
lavapiatti, poi bagnino, alla sera lavapiatti di nuovo e poi guardiano…Da solo
in campagna, con l’insonnia, la paura…
ALV:
Tua moglie non la vedevi più?
MARZOUQ:
La moglie e i bambini. Tornavo un’ora per farmi la doccia.
ALV:
E lei cosa diceva?
MARZOUQ:
Noi dobbiamo accettare tutto. Basta che guadagni un po’ di soldi. Tante
sofferenze, tante, tante.
ALV:
Ma lei continuava a lavorare fuori…con le pulizie?
MARZOUQ:
Sì, ancora. Lavora da una dottoressa…la casa.
ALV:
Quindi in quel periodo stavate abbastanza bene…
MARZOUQ:
Ma io lavoro solo 4 mesi…era un lavoro stagionale. Prima lavoravo 8 mesi
all’anno nella discoteca invernale, poi 4 mesi d’estate come bagnino.
ALV:
Poi i soldi dovevano bastare per tutto l’anno. E d’inverno non facevi altri
lavori?
MARZOUQ:
No, no. Solo quando c’è qualcosa nelle campagne…
PIETRO:
Mi dicevi prima che ieri hai lavorato…
MARZOUQ:
Sì. Per esempio le olive. Quando ho imparato a raccogliere facevo 4 casse al
giorno ma…siccome…Qua devi aggrapparti a qualsiasi lavoro per vivere, per
vivere onestamente. Io sono sfortunato. Andavo in campagna a raccogliere olive
e cosa c’è? Mi viene cervicali. Così a gridare del dolore che ce l’ho nel collo
e nel braccio destro. E vai dai dottori che ti dicono che non hai niente finchè
ti stufi e non ci vai più. Comunque da 4 casce da 20 chili fino a 16 casce…sono
arrivato ora dopo anni, malgrado il dolore. La cesta si attacca al collo perché
l’oliva, salata, non deve toccare terra.
ALV:
A 20 chili alla cesta, per forza ti vengono le cervicali…
MARZOUQ:
Ma se tu non lavori così, ti mandano via. Capito? Questo propietario dice che
sono diventato bravo…questo morto di fame. Se ti racconto cosa incontriamo
nella vita! Un giorno mi dice che dobbiamo lavorare alle 6 invece che alle 7 e
si lamenta perché cominciamo 10 minuti in ritardo. Un miliardario: ha i negozi
di moda a MdV e i campi con gli ulivi. Sopporto il dolore, il sangue dalle
mani, tutto e sua cugina dice: <<Tra un po’ arriviamo a mezzogiorno, devi
alzarti prima!>> Ma perché c’è questa disperazione? La ricchezza, soldi da tutte le parti e siete
disperati così? Questa gente…io parlo degli italiani in generale perché, dico
la verità, in Tunisia non abbiamo questa disperazione. Ci basta da mangiare e
siamo contenti, ma quando arriviamo qua diventiamo disperati…Comunque
lui, costretto dalla cugina, mi viene a dire che abbiamo cominciato in ritardo
e allora io butto la cesta a terra: <<Ma tu sei un morto di fame! Dalle 6
che lavoro, ogni giorno chiedi un’ora di più e vieni a dirmi dei 10 minuti, che
li devo recuperare. Me ne vado!>> E lui allora mi prega di restare, dice
che è malato di cuore, ma io me ne vado. Lui sa che sono un bravo lavoratore e
la moglie, che conosce il suo carattere, gli dice che deve chiedermi scusa…Allora
lui viene a casa mia e mi chiede scusa, di finire almeno la stagione e io dico
va bene, perché lavoro non si trova…Nella vita è così!
PIETRO:
E quanto pagano per un lavoro così?
MARZOUQ:
Sono 70mila lire, ma lavori tutto il giorno. Diciamo 9 ore…e poi ti porta a
scaricare…eee…io sono contento, vedo lui disperato con tutti i suoi milioni,
con i negozi di abbigliamento…Non me ne frega niente: che cosa costa a me
un’ora di lavoro in più o in meno? Lui disperato e io così povero e contento,
ah, ah, ah eh. E ora lui, siccome mi ha provato, ogni tanto mi dice: <<Marzouq,
c’è 5 giorni di zappa oppure la vigna>> Io non vado a lavorare se c’è
lui, se no dice che tutto il lavoro è sbagliato: <<Non si zappa così, il
vitigno si lega così e non così:>> Tutto come vuole lui ma io così non
vado. Ora mi dice: <<Marzouq, vai da solo e fai il lavoro come vuoi, poi
mi dici quante ore.>> Diciamo che l’ho fatto diventare educato. L’ho
fatto imparere qualche cosa, per gli operai, diciamo. Sa che io nel lavoro sono
onesto…lascia li soldi alla moglie e gli dice: <<Quando viene Marzouq,
dagli quello che chiede!>>. E ora comportiamo così, ah, ah.
PIETRO:
Quindi sei ancora in rapporto con lui?
MARZOUQ:
Sì.
ALV:
E invece, per quanto riguarda il lavoro di bagnino…l’hai più fatto?
MARZOUQ:
No, guarda, siccome è diventato un poco depresso per la paura…di quello là…il
lavoro è diventato una disgrazia…soprattutto qua in Sicilia che non c’è lavoro
e c’è disperazione…Un lavoro può diventare una disgrazia, o no? La gente mi
dice: <<Marzouq, come fai a sopportare questa persona?>> Io so che
devo sopportare questo perché ci sono altri peggio di lui.
ALV:
Quindi hai continuato?
MARZOUQ:
Sì, ma era lui che voleva mandarmi via a tutti i costi. Un anno è venuto un
mazarese, un morto di fame che era andato al nord, a Ravenna e non era
riuscito. Lui accettava il mio stesso lavoro per 1 milione, invece di 1 milione
e 9. Il principale è rimasto shockato: <<Ma come, ho un tunisino che non
vuole meno di 1 milione e 9 e trovo un mazarese che fa lo stesso lavoro per 1
milione?>> Allora dico a questo, che aveva anche l’attrezzatura per fare
i buchi degli ombrelloni…e anche la patente per trasportare: <<Ma che
cazzo stai facendo? ! milione e lavori 13, 14 ore al giorno, lavapiatti e tutto,
così mi rovini anche a me!>> Ma lui risponde che a Ravenna è andata male
e che a lui, a MdV, 1 milione gli basta.
PIETRO:
E poi si dice che gli stranieri fanno concorrenza agli italiani sul lavoro! Qui
in Sicilia…
MARZOUQ:
Ti dico una cosa, dopo 12 anni che sono in Italia. Ho lavorato un periodo anche
in una discoteca più grande, il sabato. Venivano anche 3500 persone…e lavoravo
con italiani…Vedi che…le…non devi dire queste cose…le loro mogli molestate dal
padrone e…loro accettavano. Poi quando puliamo il bagno: lui, il mazarese
quando puliamo il bagno non mette il guanto e va dentro con la mano: quando la
tira fuori è sporca di merda. Io sono abituato a pulire con la scopa e lui
dice: <<Devi pulire come me!>>. Malattie, tutto…e quello va a dire
al principale che io non mi sporco le mani, che non pulisco le tubature…C’è
l’invidia. Quando facciamo le pulizie loro spaccano i bicchieri sul lato che
devo pulire io. In questa discoteca c’è anche una piscina dove di giorno i
bambini imparano a nuotare e loro vanno a dire al principale che io lascio i
vetri e invece ho pulito tutto bene…ehh. L’invidia…tanti episodi, se
parliamo…Io, come si dice…sono abituato. Siccome il lavoro è poco, gli operai
si scontrano tra di loro. Se ti racconto cosa è successo quando sono andato a
fare il marinaio…mizzica! Quando è finita con la spiaggia. Il principale
contava sempre i soldi per potermi accusare di essere ladro davanti ai miei
amici…e io pensavo…pensavo…finchè un giorno stavo rastrellando, perché
rastrellavo anche la spiaggia. Si fa camminando all’indietro, cadevo tante
volte, non succede a me niente. Quella volta ero nervoso, non so da che cosa.
Cado la prima volta e appoggio male la mano sinistra. Mi alzo con dolore, ma
subito perché ho vergogna di cadere davanti ci clienti come un bagnino
inesperto. La spalla mi fa gridare, riesco a muovere un po’ le dita, allora
continuo ma cado una seconda volta…Non so, quel giorno ero stanco…il dolore è
fortissimo. La terza volta lì ci sono le rocce e scivolo e appoggio e sento
tata tata tatatata: la spalla di qua. Penso io: <<Meno male la caduta
alla fine della spiaggia, domani guarisco, sono abituato, intanto ho finito il
lavoro!>> Una volta ti rompi un piede sulla roccia: continui a lavorare.
Malato? Uh…sto male? Non capiscono questa cosa sul lavoro: tu sei una maccina.
Basta! Tu devi lavorare! Infatti quel giorno che sono caduto 3 volte ero
contento perché ero alla fine della spiaggia. In più, malgrado mia figlia,
intanto avevo fatto un altro figlio, si è persa alla fiera. Allora dico al
principale: <<Mi sono fatto male rastrellando e sono preoccupato per mia
figlia –per fortuna una che conosciamo intanto l’ha trovata alla fiera- e
voglio vedere come sta-. Andiamo a MdV al pronto soccorso e così vediamo come è
–ma lui no, non ha tempo- Solo un’ora ti costa, un’ora!>> Niente, dice
no, che non ha tempo. Il primo giorno mi stringo una fasciatura e non mi ha
portato, il secondo giorno non mi ha portato, il terzo giorno ho trovato un
passaggio da un napoletano…
PIETRO:
Intanto hai continuato a lavorare così ferito?
MARZOUQ:
Sì, con una doppia fasciatura perché se no la mano era pesante con dolore…Poi,
al pronto soccorso mi dicono che devo stare per 3 mesi con la mano attaccata al
petto. Allora dico: <<Come finisco la stagione? Invece di 3 mesi, scrivi
15 o 20 giorni così mostro a lui che posso lavorare.>> Il dottore dice
che devo denunciare l’incidente sul lavoro.
PIETRO:
Ma tu lì eri in nero?
MARZOUQ:
Tutto è in nero, qui si lavora solo in nero. Ma io ho pensato che no, che mi
faceva lavorare meno, le cose che potevo fare. Invece il principale mi dice che
se non posso fare tutto me ne devo andare…Vedi come siamo noi? Mizzica, me ne
devo andare. Il giorno dopo c’è la legna da scaricare per il falò di ferragosto
e gli dico di mandare un altro per aiutarmi. <<No! Questo è il tuo
lavoro! Devi farlo tu!>>. Va bene: allora tiro su i legni tutti, lo sai,
spigolosi, e li appoggio a questa mano come morta. Poi li tiro su sulla spalla
del braccio che funziona e vado giù così, con un braccio solo. Ah, ah…E allora
alla fine io non lo sopporto più! Ho litigato con lui: <<Dammi li soldi
che me ne vado!>> Mi fa un assegno ma io so che è in nero e non ne ha:
<<Dammi i soldi!>> Alla fine, va bene, mi da la metà dei 4 milioni
e mezzo che avanzavo. La mano va peggio e il medico dice che mi devo
ricoverare, ma in ospedale non vogliono…
ALV:
Nemmeno passando per il pronto soccorso?
MARZOUQ:
Niente, non vogliono. Chiamano la polizia e io gli dico: <<Guarda, io sto
male e questi invece di ricoverarmi all’ospedale mi vogliono far ricoverare
alla prigione. Il mio medico dice una cosa e…Tutto va male qua…E allora mi
fanno fare il ricovero. Il primo medico dice che è spostato il femoro, no,
l’omero, che serve un piccolo intervento…ma per la mia sfortuna questo medico
viene trasferito. Li altri smentiscono quello: <<Sei sano come un
cavallo!>>. Nooo…Alla fine mi lasciano un danno almeno del 20% al mio
braccio.
PIETRO:
Ma ce l’hai un documento che dice di questo 20%?
MARZOUQ:
Sì, volevo denunciare al medico ma…ho paura. Ho paura…ce l’ho un
documento…staccato…del 20%. Sopportiamo li padroni e li medici: tutto va
male…Qua, quando tu porti un’analisi, che il tuo medico ti manda…all’ospedale
quella che ti riceve dice: <<Guarda, guarda questo tunisino: 100mila lire
di analisi! Senza niente eh. Non paga niente!>> Quella che fa il ticket
eh. Oppure il medico ti manda e i medici dell’ospedale…perché tutti i medici
sono in politica. Allora quello di sinistra ti aiuta, un po’. Quello di destra,
vedi come sono gli specialisti, ti dice: <<Vai dal tuo medico e digli che
non capisce niente! Tu non sei malato! Sei sano!>> Vogliono risparmiare
eh, eh. Anche i medici sono entrati nella politica…Ti racconto, questo è
successo in questi giorni: un tunisino ha un dolore nella pancia e va da un
medico all’altro, all’altro, ancora un altro e tutti: <<Non hai
niente.>> Alla fine gli hanno trovato un tumore. Si opera a un’altra
città, ma, meschino, torna e cade svenuto, come paralitico. Allora tac al
cervello: <<Ahi! Anche un cancro al cervello: allora vai a Tunisi, non
c’è più speranza.>> Diciamo, se li medici si insistono un po’ di più
scoprono magari prima il tumore all’intestino o al cervello. L’hanno portato a
morire a Tunisi. La sanità va male, il lavoro va male.
PIETRO:
Io volevo dirti una cosa, da un certo punto in poi: perché ti sei fermato a
MdV?
MARZOUQ:
Te l’ho detto: perché so che anche fuori c’è la disperazione. Gli
operai…vogliono fare uscire l’olio da loro, non il sudore. E allora siccome io
ho detto a te che non sopporto la fatica e ho perso la fiducia in me stesso.
Allora io vado in una fabbrica dove devi stare ogni giorno se no ti mandano
via…La fabbrica non perdona! Eh! E io malato oggi, malato domani, ma che è? E
allora io non sono adatto ad una fabbrica, hai capito? Io sono adatto a un
lavoro a terra…Si può fare qua, in campagna. Ti puoi riposare, tanto il
principale non ti bada, se ti vuoi riposare qualche giorno. E allora non vado
più fuori…Ora sono migliorato molto, ho preso la patente b, voglio prendere
anche la a, il camionista, chissà? Per andare lì…Siccome io mi sono liberato un
po’ di questa malattia, sento la voglia di recuperarmi, di imparare…di
sfruttare il tempo. Ho fatto un brevetto di subacqueo, sì. Il bagnino l’ho
fatto…Mi è venuta la voglia di…come di partire. Siccome sono accusato di
essere…uno fallito dalla famiglia, dalla moglie, dagli amici…
PIETRO:
Ma anche la moglie non protesta adesso?
MARZOUQ:
Noo, perché nessuna moglie sopporta a lungo un marito che non lavora e che non
ha fatto niente…non sopporta…anche se sa che sono malato.
ALV:
Ma tu hai fatto un sacco di cose!
MARZOUQ:
Sì, ma…vedo telegiornale che uno nella mia situazione uccide la famiglia,
succede. Gente ricca. Gente malata può farlo. Torni in Tunisia e la tua
famiglia non ti rispetta, padre e madre, perché quell’altro ha guadagnato.
Dico: <<Mamma, tu non capisci che sono malato. Non come gli altri. Basta
a me respirare l’aria, uscire di casa e fare un giro in campagna. Sono
contento! Mamma, tu non lo capisci che sono malato!>>
Risponde
ah, ah: <<Ma cos’è questa malattia? Aids? Tutti i tuoi amici dicono che
hai l’aids!>> Ah, ah. Perché dalla Tunisia sono andato dai medici che non
mi hanno curato e loro sanno solo cancro e aids non si cura. Non sanno che la
società ha creato altre malattie! L’ambiente…
PIETRO:
Non ti hanno saputo riconoscere la sinusite per tutto quel tempo?
MARZOUQ:
Dopo tanti anni…io…non lo so: credo a me stesso…credo che ce la faccio. Io dico
se la mia malattia è grave mi uccide, non sta con me 10 anni. Se io capisco
piano piano quelle cose che mi fanno male e quelle che non mi fanno male…piano
piano riesco a vivere con questa…e sconfiggerla! Diciamo, è questo che sta
succedendo ma la famiglia, il padre, la madre e la moglie non riesono a capire
che…la depressione…uh, il mondo: tante malattie ora! Talmente cronica, nuova e
i medici non capiscono ora come curarla. Io sono riuscito: da uno che non
riesce a camminare 50 passi a uno che esce, va a fare la spesa…sono diventato,
come ho detto a te, uno che riesce a raccogliere 16 casse di olive al giorno! A
fare la corsa…due ore maratona sulla spiaggia, a fare il sub. Io
sto…diciamo…conquistando…sconfiggere questa malattia. Basta che io lo capisco,
se è grave sono già morto: se un cibo mi fa male, devo toglierlo…Se un lavoro
di guardiano mi causa depressione, nervosismo, non lavoro più di guardiano…Fa
un po’ nervoso, fare il guardiano. Quidi io grazie a Dio…grazie ad Allah, senza
medici…sono riuscito a curare me stesso e sono contento di questo risultato.
Più, non lo so, di costruire una casa, di avere un mercedes…Che c’è meglio di
vivere in pace?
INTERVISTA N. 16
MdV2 (18 Aprile 2002)
Religiosa, testimone privilegiata (nel corso
dell’intervista intervengono tre tunisini arrivati per fruire del servizio.
PIETRO: Volevamo farle alcune domande sulle questioni
che riguardano gli immigrati…ad esempio le carte di soggiorno oppure i problemi
per ottenere i permessi di soggiorno…
“Il più grande problema per loro è il lavoro e la casa. Ultimamente
molte barche sono andate in disarmo quindi anche la parte della marina che è il
lavoro più…forte…diciamo la marina…”
salta la registrazione per circa 5 minuti
“…Mah…ehm…diciamo sì. Ultimamente questi tempi per il rilascio dei
permessi si sono allungati. Sì!”
PIETRO: Ma in generale ci sono sempre state
difficoltà?
“Sì, il fatto è che l’immigrato deve essere più legale di chiunque: a
posto con le carte della casa, va bene, il contratto di casa deve essere sempre
registrato. Ogni anno deve versare il 2% dell’ammontare dell’affitto, ma questo
sarebbe di competenza del propietario che però…si disinteressa, dovrebbe essere
metà e metà, invece lo deve fare l’immigrato perché altrimenti si va in
commissariato e gli viene rifiutato il rinnovo del permesso di soggiorno. Devi
tener conto che un marinaio sta via un mese e poi in 2 o 3 giorni deve
sistemare tutte queste formalità. Quindi se il padrone si disinteressa lui si
toglie il pensiero e tira fuori queste 20 o 30 mila lire. Si addossa tutto lui
per togliersi il pensiero”
PIETRO: Ma le donne svolgono qualcuna di queste
mansioni?
“Molte volte sì. Certamente hanno…la donna.
PIETRO: Quindi c’è un ruolo. Voglio direee…non è che
la donna resta soltanto confinata a sbrigare le faccende domestiche…C’è un
interesse…
“Il marito cerca di sbrigare il più possibile prima di partire perché…la
moglie resta a casa e deve badare alla famiglia.”
PIETRO: …Ehmm…eh…Per curiosità quindi: qui vengono
più uomini o più donne?
“Qui vengono più uomini.”
ALV: Senta invece, per quanto riguarda gli slavi…i
rom. Frequentano questo centro? Se ci può parlare delle differenze nelle
modalità di relazione…di voi con loro e di loro con voi…
“Non capisco bene…Loro sono diversi. C’è questa diversità nel modo di
essere.”
ALV: In che cosa si manifesta?
“Loro sono piuttosto personeee…con una mentalità… che tutto gli è
dovuto…che hanno diritto a queste cose, per cui si presentano un pochino
più…diciamo così…esigenti…se possiamo dire questa cosa qua…Non amano
aspettare…loro devono avere però…sono così, sono fatti così.”
PIETRO: Come problematiche comunque…tunisini e slavi
hanno le medesime…
“Sì. L’unica che i tunisini sono la maggior parte così. Loro lavorano
nel mare, hanno sempre…un posto di lavoro magari ce lo trovano, mentre gli
slavi hanno più difficoltà a trovare perché non sono marinai e la marina per
loro non è…”
PIETRO: Ma secondo lei gli slavi faticano a trovare
lavoro perché sono cattivi lavoratori o perché c’è un pregiudizio nei loro
confronti per cui i datori di lavoro non li assumono?
“Ci sono le due. Non possiamo fare di tutta l’erba un fascio perché
molti slavi lavorano e continuano a lavorare”
Ingresso di tre tunisini, scambio di “buongiorno”.
“E’ vero che per loro bisogna trovare dei lavori che siano confacenti
per loro. Hanno una mentalità di molta libertà, di fare sempre quello che loro
pensano, non…si assoggettano molto a…ordini. Per cui ad esempio sono molto
portati per il commercio, no? Come venditori ambulanti. Oppure come artigiani
fanno cose che dopo vendono. Diciamo che sono più orientati verso questi lavori
che fanno loro quando credono. Però ci sono delle donne che lavorano nelle
famiglie, ci sono…e ci sono anche quelli che vanno in campagna come braccianti.
Sono in meno insomma…ci sono.”
Discussione sulla collocazione a MdV delle varie associazioni, suore
francescane in particolare.
ALVISE: Ci può dire quanti bambini frequentano il
doposcuola delle suore francescane, cioè il vostro?
“Saranno una ventina. Sono pochi. In confronto di quelli che avrebbero
bisogno..per questo dico che sono pochi…
ALVISE: Però allora siete poche anche voi!
“Sì. 4.”
ALVISE: Sì, ognuna con un compito specifico?
“Sì, per poter essere più efficienti.”
PIETRO: Eh, la divisione del lavoro. Chi ci consiglierebbe di contattare
in questura per avere delle informazioni. A noi incuriosisce molto questo
aspetto dell’arbitrarietà di ogni funzionario…
“Il dirigente Tumbiolo.”
PIETRO: Famigerato.
“Tumbiolo, vero? Ne puoi parlare con loro”
PIETRO: Sareste disponibili a una discussione?…A un’intervista…
TUN1: Posso dare il mio punto di vista senz’altro
TUN2: Sì
TUN3: Son giornalista?
“No, studenti che devono…studiare. Accomodati, parla lui che è bravo.”
(rivolta a TUN1)
PIETRO: Sì ecco. Siccome i tunisini sono fondamentali
per l’economia del luogo, noi siamo assolutamente interessati al punto di vista
degli…stranieri…nel lavoro, nelle difficoltà che incontrano qui…in Italia
o…qui…Quindi saremmo interessati a saperne di più…sulla vostra vita, ecco.
TUN1: La difficoltà qui a MdV è che…soltanto c’è lavoro al mare. Tu
cerchi un altro lavoro e non c’è. Anche se c’è non vuole prenderti in regola: è
questo che c’è.
TUN2: Il problema e che il padrone non vuole pagare i contributi. Per
questo non ti mette in regola.
PIETRO: Ma ad esempio, gli immigrati…sono iscritti al
sindacato oppure no?
TUN1: Sì.
PIETRO: E il sindacato è attivo per difendere i
diritti dei…
TUN1: Sì, ma non è tutti.
ALV: più per quelli che vanno a mare?
TUN1: A mare e a terra, ma non è tutti. Non è al 100% diciamo…Perché
diciamo un esempio: io sono iscritto all’ufficio di collocamento. E la difficoltà
qual è? Per rinnovare il permesso di soggiorno. Vogliono un contratto di
lavoro, ma io sono iscritto al collocamento perché non ce l’ho. Io cerco di qua
di là di qua di là. A me non mi va per esempio di lavorare in nero. E poi i
documenti: per rinnovare ci vai con 3 chili, tre chili! E poi aspetti 3 o 4
mesi, ma la legge italiana dice 8 giorni. Se arriva dopo tre mesi, di un anno
ti resta nove mesi e l’anno successivo ti chiedono poi 7 o 8 buste paga. Hai
capito? Perché non è come i paesi d’Europa…10 anni…perché non fanno come la
Francia 4 anni? Perché? Dimmelo tu.
PIETRO: Perché qua…una risposta potrebbe essere che
il lavoro in mare non è un lavoro sicuro come in fabbrica. Sicuro nel senso
che…a tempo indeterminato.
TUN1: Allora, ci sono quelli che hanno 30 anni di lavoro in mare. Lo
sai? E gli rinnovano per un anno! Non è giusto, e poi aspetti 4 mesi per il
soggiorno. Così non posso andare nel mio paese. Almeno fammi una ricevuta che
posso andare. Il tesserino sanitario mi danno con scadenza del permesso di
soggiorno. Mi segui? Così nei 4 mesi non ho il diritto di andare dal dottore!
PIETRO: E al pronto soccorso?
TUN1: Ti chiedono il documento e se non ce l’hai: foglio di via!
PIETRO: Ma lo sai che questa cosa è illegale
TUN1: Eeeeh, siamo a MdV.
Confusione da concitazione: le voci si accavallano.
TUN2: Una volta ho accompagnato un amico mio che stava male male. Non lo
ricoverano e che lo lasci magari mi muore così: <<Non ha
documenti>>. Pianto un casino, polizia, carabinieri, non ha il permesso,
niente. L’ho portato a casa mia. E’ passata una settimana ed è morto. Questo è
il problema.
PIETRO: E’ illegale. E’ illegale.
Concitazione generale.
TUN1: Un altro esempio le domandine per il permesso siamo sempre in 7
tunisini qua, sempre qua. Perché la domandina scritta a mano, da solo, non la
vogliono più. Perché? Ti dico io perché: c’è uno che prima lavorava in questura
e allora ti mandano da lui per scrivere, fare fotocopie, tutto in nero, e tu
paghi. Qua non fanno pagare, ma loro ti vogliono mandare là…
Concitazione, la comunicazione è difficile, il registratore è nascosto e
lontano.
ALV: Abbiamo detto che per legge il permesso andrebbe
rinnovato in 8 giorni e che qui ci vogliono almeno 3 mesi. Ma dopo 3 mesi,
quando Lei il permesso ce l’ha ed è…diciamo sicuro per un certo periodo, perché
non denuncia questo fatto?
PIETRO: Nooo, ma scherzi?
La domanda provoca una reazione confusa di tutti i tunisini. Confusione:
Qualcuno fa riferimento al fatto che denunciare può essere pericoloso.
TUN1: Fanno tutto tra loro…poi ti mandano quegli altri, sono d’accordo
da un ufficio all’altro.
PIETRO: No, non è possibile.
ALV: Non rispondere per gli altri, che non è il tuo
ruolo.
TUN2 (quasi incomprensibile)…Ma se io vado da solo a denunciare mi
mandano via, cosa credi?
PIETRO: Capisco bene che esporsi in prima persona sia
difficile. Ma per esempio, i sindacati, io batto sempre lì…perché non li
avvisate, non chiedete loro…
TUN1: Ma loro lavorano là…è che vedi…qui credono che gli immigrati sono
stupidi…loro protestano sempre con la questura…non c’è niente, non c’è niente.
TUN2: Io aspetto 3, 4 mesi e c’è chi arriva subito a prenderlo. Giusto o
no?
“I favoritismi sono terribili.”
TUN1: Ci vuole Michele Santoro che viene qua…qua ci vuole un giudice!
PIETRO: Ma come si discrimina un immigrato rispetto
ad un altro?
“Si riconosce dalle…”
TUN1: Eh, eh, eh! Ci sono tante cose in giro. Uno 8 giorni, uno subito, uno mesi…
PIETRO: Ma…voi individuate delle logiche…delle
ragioni che a me sfuggono…questa discriminazione.
ALV: A me non sfuggono.
PIETRO: Beh, io domando a loro. Non rispondere tu…Indovinate delle
ragioni per queste pratiche delle questure oppure…vi rassegnate…a qualcosa di
incomprensibile?
Silenzio generale.
“Loro dicono che non hanno abbastanza personale.”
TUN1: Perché non mandano un questore qua?
“Dovete tener conto che il personale è a disposizione anche per altre
cose…se per esempio arriva una nave di clandestini sono chiamati.
TUN1: Ma non è colpa nostra. Ci sono migliaia di disoccupati…Perché non
fanno…non so…un po’ più di impiegati…uno, uno solo, ne trovo uno solo.
“Ci sono quelli che sono qui da 15 anni e vengono controllati, anche
negli uffici, come quelli che sono arrivati ieri. Capisco il controllo: questo
è un porto. Però si può trovare un equilibrio tra controllo e…questa situazione.
Non dovrebbe essere così strenuo.”
TUN2: E’ inutile. Tu chiedi e tutti tunisini qual è problema: permesso
di soggiorno, permesso di soggiorno, permesso di soggiorno…Io vado la con 3
chili e mezzo di carte e lui mi dice <<Perché non mi hai fatto quella
pagina là?>>. Sono qui da 10 anni! Perché fanno questo? Perché?
ALV:
Secondo lei perché?
TUN1: Oooh, non so io.
ALV: Per tenere basso il costo del lavoro, per
tenervi precari, per farvi lavorare a meno soldi, perché alcuni di voi poi
vanno a lavorare in nero e il padrone non paga i contributi.
TUN1: Ma questo rigyarda l’articolo 18…
PIETRO: Esatto, è un progetto.
ALV: E’ un progetto che riguarda voi ma riguarda
tutti.
TUN1: Così ora ti possono licenziare senza pagare. Ma siete
nell’Unione europea. Questo non succede neanche nel quinto mondo, neanche nel
Mozambico.
“Comunque è vero: il lavoro nero non lo vogliono loro”
TUN1: Nooo! Siamo obbligati a lavorare in nero. Magari 30 mila lire,
intanto non muori di fame. Trattano uguale uno che è qui magari da 30 anni e
uno che è appena arrivato. Ce n’è qualcuno che è arrivato l’anno scorso e gli
hanno rinnovato subito il permesso: Perché?…Chissa’…Forse sono giovani…
TUN1: Io non sono marinaro, posso
sbarcare il pesce e sono disoccupato. Questo è il problema. Però ti dico sono
tutti lavoratori onesti. Solo qualcuno che rovina il nome di tutti gli onesti.
PIETRO:
Mah…io volevo chiedere tante cose anche di prima…prima che veniste qui…
TUN1: Prima con il governo di
centrosinistra stavamo benissimo, stavamo benissimo. Ora vai più indietro…
ALV: Ma
stavate benissimo perché, per esempio?
TUN1: Perchèèè…non ci sonooo…Prima per rinnovare il
soggiorno al massimo 25 giorni, al massimo. Prima c’era un maresciallo per gli
stranieri, tutto era aperto ora hanno chiuso la porta. La porta è sempre
chiusa, ti guardano…se uno vede una signora: <<Ah signooora! Passi!
Passi!>>. Poi passa un uomo:<<No, questo è uomo lascialo
stare…questo è brutto>>. Così è. Non so, forse non sono sposate. Non so
com’è. Veramente vergogna!
INTERVISTA N. 17
A., religiosa, testimone
privilegiato
P. Come giudica il, diciamo così, modello
d’integrazione di Mazara? Sono funzionate le eventuali politiche oppure vi
sono delle lacune?
S.A. Ad essere obiettive non ci sono lacune: non c’è
niente per l’integrazione da parte delle strutture pubbliche. Non esiste
niente: pensate che non esiste ancora uno sportello per gli stranieri, per gli
immigrati. Ormai è quasi vent’anni che questi, gli stranieri, sono qua e ancora
non si vede…Qualche mese siamo ancora andati al comune per sollecitarlo…lo
facciamo, lo facciamo. Poi esce fuori l’articolo: “è stato aperto lo sportello
per gli immigrati”, andiamo al comune e lo sportello non esiste. Si vede che
c’è la buona volontà probabilmente, ma la buona volontà non basta.
P. A cosa l’attribuirebbe questa immobilità? Gli
immigrati sembrano il nerbo dell’economia locale, almeno a prima vista.
S.A. Sì, fino ad adesso sì.Adesso la pesca diminuirà e
allora…ma certo se non ci fossero gli immigrati i pescherecci mancherebbero di
manodopera, perché i giovani italiani adesso non è che vogliono fare questa
vita. Troppo sacrificata! Troppo sacrificata…restano 24 giorni a mare, poi
ritornano, quattro giorni a terra, poi s’imbarcano di nuovo. Un ragazzo italiano
non accetta di fare questa vita e devi dire di più: che i figli dei tunisini
non accetteranno di fare questo lavoro, in seguito. Studiano o almeno ambiscono
a una vita un pochettino più comoda. E anche la famiglia viene danneggiata: i
bambini quasi non conoscono il padre, perché sta sempre fuori. Non è solo non
voglia di lavorare: è perché veramente…Molti dei pescatori se ne vanno verso le
Marche, perché i pescatori lì vanno a mare sino a giovedi, poi hanno tre giorni
liberi – venerdi, sabato e domenica – poi…così i pescatori si possono godere la
famiglia. Invece qui no!
A. I pescatori mazaresi
sono andati nelle Marche?!
S.A. No, i pescatori tunisini! I pescatori mazaresi, no.
Questi poi non sono molti. Prima la popolazioen era formata da pescatori. Pian piano
restano i più anziani. I giovani si contano sulle dita di una mano.
P. Voi, come ente di
assistenza, quali ambiti d’intervento avete individuato?
S.A. Noi veramente come suore francescane abbiamo cercato
di adeguarci alle loro esigenze. Perché appena sono arrivati – si trattava
degli anni ’68-70 – sono arrivati uomini soli. In prevalenza uomini e per
pescare! Allora quello di cui avevano bisogno era essera aiutati a
regolarizzare la loro posizione, aiutati per le pratiche sia al comune sia per
l’assistenza sanitaria. Venivano qui senza sapere una parola d’italiano e
avevano bisogno di essere un po’ inseriti nel contesto. Quindi ci siamo
limitate a questo. Pian piano, al seguito dei pescatori, sono venute le donne,
le famiglie. Perché poveretti, loro avevano bisogno di sentirsi anche gli
affetti familiari e non essere sempre allo sbaraglio. Allora piano piano sono
arrivate le mogli, sono arrivati i figli e quindi altre esigenze. Le mogli
arrivano qui senza sapere una parola d’italiano, magari in attesa di
figli…avevano bisogno di essere aiutate, accompagnate all’ospedale, alle
strutture sanitarie, tante cose…oppure essere aiutate per i bambini: iscrizione
all’asilo, iscrizione alla scuola, in tutte queste cose qua…
A. Pratiche…
S. A. Pratiche anche! Sono continuate le pratiche per il
soggiorno…Il permesso scade ogni anno e quindi ogni anno carte a carte da
compilare. Molti sono analfabeti e quindi li abbiamo aiutati a compilare queste
pratiche.
A. Il vostro intervento è sostitutivo di una carenza del
pubblico…
S.A. Esatto, esatto! E’ questo che vogliamo far capire al
comune da vent’anni, che cerchiamo di sollecitare interventi che non siano solo
i nostri. Perché noi potremmo aiutare solo sino a un certo punto. Soldi noi ne
abbiamo per strutture: queste dove stiamo ce le abbiamo perché un privato ci ha
aiutate a mettere su questo laboratorio. Altrimenti se avessimo aspettato delle
sovvenzione dalla Regione o da chiunque altro, non si sarebbe fatto niente. Il
comune ha i mezzi anche finanziari, senza contare che la Comunità Europea aveva
previsto anni addietro dei sussidi, degli aiuti: sarebbe costato poco preparare
dei progetti e inoltrarli…Non è che era il comune che doveva in prima persona
pagare.
A. Avete delle strutture per quanto riguarda alloggi
provvisori, per quanto riguarda appartamenti, o avete ospitato…
S.A. No, in un primo momento c’è stata una mensa. Perché
erano solo uomini, quindi venivano a mangiare alla Caritas. Dopo non è stato
più necessario, perché sono arrivate le mogli, ecc., ed era meglio che
mangiassero a casa, in famiglia. E anche per la prima accoglienza, quando
portano le mogli hanno la casa in affitto, non c’è bisogno di pronta
accoglienza. In un primo momento si è sentita questa esigenza, ma subito è
scomparsa. Tanto per avere il permesso di soggiorno devono presentare il
contratto d’affitto, quindi la pronta accoglienza non…Invece l’emergenza più
grossa è far trovare casa alle famiglie che arrivano. Perché intanto gli
italiani, anche i mazaresi, sono diventati più prevenuti e se una casa non è
proprio fatiscente, non l’affittano. Ecco perché la casbah sta diventando il
ghetto, una città nella città: perché nella casbah le case sono tutte un po’
disastrate, il padrone si è fatto una casa migliore, soprattutto dopo il
terremoto. Le case qui che erano vecchie sono state un po’ lesionate, sono
stati dati contributi -- ancora non tutti --, ma quando i locatori sono
riusciti ad avere i contributi che cosa hanno fatto? Hanno abbandonato la casa
vecchia, l’hanno aggiustata così per modo di dire e si sono costruiti una casa
altrove, nella periferia oppure negli altri centri. E la casbah è stata
abbandonata. Le case non sono efficenti e le affittano a prezzi irrisori. Il
tunisino che arriva non ha molti soldi e quindi si prende la casa qui. Qui stanno
vendendo delle casette vicino il duomo, così…
P. I tunisini si prendono delle case disagiate, ma
hanno grandi difficoltà a reperirne? Voglio dire, non c’è bisogno di mettere in
moto reti di conoscenti, di ricorrere a grandi mediazioni…?
S.A. Per case buone sì! Non ne danno!
P. Ma quelle più disastrate si trovano con facilità?
S.A. Con relativa facilità! Perché quando non sono
abitabili, non sono abitabili! Man mano che un tunisino guadagna di più, sta
meglio, si cerca una casa. Infatti ci sono altri rioni dove stanno; però sono
sempre rioni periferici dove le case sono in migliori condizioni. L’esigenza
sarebbe quindi…al comune lo abbiamo segnalato molte volte…sarebbe che il comune
che vede queste case abbandonate, le requisisce, le ristruttura e poi dovrebbe
affittarle a prezzo modico.
P. Da questo punto di vista
non c’è stata nessuna attivazione di progetti o bozze di programmi?
S.A. Noi avevamo esposto un
nostro progetto, avevamo sollecitato appunto questo dell’affitto delle case –
che peraltro non costano tanto – per ristrutturarle e affittarle. Purtroppo c’è
questa signora nostra tessitrice che sta cercando disperatamente casa, perché
quella dove sta è obiettivamente malsana, umida e in genere qualcuna di noi,
quando vede “affittasi” in un posto un pochino decente, qualcuno di noi ci va
insieme a lei, fa la mediazione…a volte ci riusciamo e a volte no. In effetti
qualche volta è vero che qualcuno non paga l’affitto, bisogna essere obiettivi,
non è tutto rose e fiori…però fare di tutta l’erba un fascio non è neanche
giusto! Si fa un torto a queste persone qua.
A. Abbiamo fatto diverse interviste con testimoni
privilegiati – anche italiani trasferitesi dal centro – e ci hanno detto che, a
parte il terremoto, negli anni ’90 ci sono stati notevoli problemi legati allo
spaccio di stupefacenti, alla presenza di tossicopodendenti nella casbah, che
sono stati risolti diciamo verso la metà degli anni ’90. Questi mazaresi con
cui parlavano sottolineavano l’importanza di questo momento di confusione, per
cui non si sentivano sicuri nel quartiere, erano indotti a starsene a casa, gli
amici non volevano andare a trovarli. Qual è la sua opinione su quanto possa
aver influito…
S.A. Io sono venuta nel ’95,
quindi giusto a metà degli anni ’90, e in realta c’era un gruppetto di
spacciatori, poi c’è stata una retata e li hanno presi tutti. E da allora c’è
un po’ di calma. Però devo sottolineare pure che in questo gruppo di
spacciatori non c’erano solo tunisini: c’erano anche gli italiani, perché era
più tranquillo, meno sorvegliato dalla polizia, ecc. E poi dopo che li hanno
mandati via, d’accordo, il gruppo è stato scacciato, però gli altri spacciatori
sono andati in un’altra parte di Mazara. Perciò non è solo il quartiere-casbah
che ha questo problema…adesso purtroppo ora si sta riaccendendo la questione
per un fatto molto semplice: intanto è stato spostato qui un circolo tunisino e
purtroppo è il ritrovo di tutti i ragazzi sbandati e anche dei ragazzi tunisini
che non hanno lavoro. E pare che anche qui si ricominci a spacciare. Ed è
successo un’altra cosa che ha aggravato la situazione: le famiglie prime erano
qua, però i ragazzi soprattutto, dopo la scuola elementare – i maschi! – li
mandavano in Tunisia dai nonni a studiare. E stavano lì sino a che non avevano
completato le scuole superiori. Cosa è successo? Adesso, siccome hanno
ristretto tutte le possibilità per venire in Italia, hanno obbligato tutti
quelli che avevano i figli in Tunisia a portarli qua. Perché restando in
Tunisia non rinnovavano i permessi di soggiorno per i figli. Capite che la
famiglia restava spezzata, perché se i figli non possono entrare…allora l’anno
scorso e quest’anno moltissimi – quindi una cosa recentissima – hanno portato a
Mazara questi ragazzi di 15-16-17 anni e forse passa. Questi ragazzi hanno
fatto le scuole superiori sino a una certa età a Tunisi. L’italiano non lo
sanno! Sono venuti qua: hanno cercato di inserirsi nella scuola italiana…che è
successo? Si sono trovati a disagio non conoscendo la lingua italiana. La
scuola prima che attivi qualche corso ci vuole parecchio tempo. Questi ragazzi
quindi hanno lasciato la scuola, non hanno lavoro e stanno sempre lì che girano
attorno a questo circolo. Io l’ho sottolineato più volte alla polizia, perché
loro mi vengono a chiedere come sta e la situzione è questa. Ora anche al
comune lo abbiamo detto: quando ti ritrovi una trentina di ragazzi di
quest’età, che fanno? Mica vanno a pregare! Quindi stanno qui tra loro e sta
iniziando una…Intanto spinello a tutto spiano e si sa; poi per comprarsi lo
spinello iniziano a rubare gli stereo, i motorini e quindi siamo in una
situazione un po’ brutta…
A. Pericolosa…!
S.A. Pericolosa! Abbiamo detto –
ma questo da diversi anni, prima che si verificasse questo rientro dei ragazzi
– per i ragazzi tunisini (e anche per quelli italiani, perché…) dei centri di
aggregazione, dei centri dove si insegna musica oppure tante altre attività,
sport per esempio…Noi abbiamo cercato – ma noi suore come possiamo fare? – di
formare una squadra di calcio, ha funzionato benissimo! Però sempre con dei
volontari…Ragazzi volontari più di un certo punto non possono fare, perché
devono cercarsi anche loro un lavoro, ecc., o vanno via, emigrano…e hanno
lasciato la squadra di calcio che funzionava benissimo, erano slavi, tunisini, e
anche italiani erano riusciti a integrare…ma anche lì la palestra li pagavamo
noi, con dei soldini che ci arrivavano di qui e di là; per il trasporto nel
campo sportivo ci pensavamo noi: ci hanno regalato un pullmino. Però ha
funzionato per qualche anno, ma quest’anno per esempio non funziona più, perché
il ragazzo che faceva gli allenemanti ha trovato un lavoro a Castellamare e non
può rinunciare al lavoro per fare…E noi avevamo presentato un progetto e
portatolo al comune, sempre con questi ragazzi che facevano gli allenatori.
Avremmo bisogno di questo, dei locali e poi degli esperti che per quanto sia,
vengano pagati, retribuiti.
P. Ma lei che giustificazione trova per spiegare
questo disinteresse del comune?
S. A. Non lo so, non lo so, non
lo so! Non riesco a capire…Noi abbiamo detto più volte: guardate che questa è
come una mina vagante, a un certo punto scoppierà. E sta scoppiando adesso!
Tutto quello che noi abbiamo previsto, perché i ragazzini – oltre quelli che
sono rientrati – c’erano ragazzini che finivano la scuola elementare, che
diventavano adolescenti e alcuni che s’inserivano nella scuola italiana…dico,
quando questi ragazzini avranno 14, 15, 16 anni, se non c’è un punto di
riferimento per loro sano, che non sia il circolo, per forza che…Le ragazzine
si salvano perché le tengono a casa , ma i maschi hanno libertà. Quindi vanno
in giro…se voi venite a una certa ora li vedete tutti raggruppati.
[Prende a spiegarci dov’è il circolo a cui si riferisce, in via S.
Antonino]
A. E’ una sala adibita alla preghiera e basta?
S.A. Loro l’hanno affittata, era
una sala comune e ci hanno fatto una sala preghiera. Anche qui non è che ci
vanno i più bravi. Cioè, ci vanno quelli che vogliono pregare ma è in quel
punto che…Non è che si è sentito nulla, comunque. Quando c’è stato l’11
settembre i giornalisti sono venuti come le mosche e a tutti i costi ci
volevano far dire che qui c’erano gli integralisti, che c’erano…Noi non abbiamo
visto nessun integralista. Più che altro i tunisini hanno un po’ l’attitudine al
commercio, a sapersi arrangiare, comprano, vendono, rivendono…c’è un commercio
molto vivo. Per esempio, questo signore che va a prendere la lana che ci manca,
va con la macchina piena di roba italiana – non so, pantaloni, magliette,
camicie – che qui prende a buon prezzo e lì rivendono. Poi quando ritornano
portano altre cose, come la lana. Sono molto attivi in questo!
A. Ad esempio, voi questi tappeti dove li vendete?
S.A. Per il momento la nostra
rete è molto limitata, perché è da poco che li facciamo. Nei negozi, no. Perché
il negozio sai cos’è? Questi già costano cari, vengono a costare cari e se li
porti al negozio ci vuole il guadagno dei negozianti e non te lo comprano più.
Molti li abbiamo venduti qua e poi amici, conoscenti si stanno prendendo la briga
di diffonderlo. Per esempio…poi i turisti d’estate vengono, passano di qua. Ora
dobbiamo mettere una vetrina un po’ più in centro, perché qui i mazaresi,
appunto, hanno paura…
P. Sa, la nostra percezione, essendo ignari dei
precedenti e delle voci, era di massima quiete e tranquillità…
A. Sì, è vero. Abbiamo girato, è un posto
assolutamente tranquillo…
S.A. Sì, anche se bisogna dire
che hanno ucciso una signora qua, però succede a Mazara e anche da altre parti,
non è qui…Però succede se in un altro posto, va bene; se succede alla casbah…
[C’è uno stacco perché ci stava congedando. Poi la discussione si
riapre… ]
P. Qual è la situazione circa i permessi di
soggiorno, le carte di soggiorno?
S.A. C’è la nostra suora che se
ne occupa, Suor Carmen. Per avere la Carta di soggiorno, oltre il fatto di
essere qui da 5 anni, occorre un reddito molto alto…Per uno del nord magari non
è un reddito molto alto, ma per un pescatore, anche soltanto 30 milioni non
sono possibili…Chi riesce ad avere la Carta ha tante agevolazioni: ora le
agevolazioni ce le hanno quelli che hanno un reddito alto. Sembra un
controsenso: le agevolazioni dovrebbero essere date a quelli che guadagnano di
meno; invece con questo meccanismo della Carta di soggiorno purtroppo…per
averla ci vuole il reddito alto e i poveracci sono sempre più poveracci. Almeno
questo dice la suora, che purtroppo si trova tutti i giorni a scontrarsi con
questi problemi.
P. Io ho sentito parlare di una certa mobilità dei
tunisini di Mazara: entrano, tornano in patria, rientrano in Italia. Significa
che l’Ufficio stranieri non crea molta difficoltà?
S.A. No, ultimamente si è
ristretto molto…perché a parte la casa – che è difficile affittarne – ma se non
hai il contratto d’affitto non ti rilasciano il permesso. Adesso, se sei
occupato, devi portare 4 buste paga percepite…Siccome qui succedeva…devi avere
il contratto di lavoro, allora magari uno va da un amico, dice mi fai il
contratto di lavoro per un mese? E così rinnovavano il permesso di soggiorno e
i contributi li pagava l’immigrato stesso. Gli facevano questo favore, i
contributi li pagava lui e poi ritornava in nero…Adesso vogliono 4 buste paga
dei mesi precedenti, per cui il datore di lavoro non lo fa più.
A. Scusi se la interrompo: “ritornava in nero” a fare
che cosa?
S.A. A lavorare. Perché qui i
tunisini non è che non lavorano: lavorano, ma lavorano in nero! Ci sono
pochissimi datori di lavoro che li mettono in regola!
P. Noi abbiamo intervistato un armatore che ci diceva
tutt’altre cose…
S. A. Gli armatori in genere
fanno il contratto di lavoro. Ma qui ci sono altri che lavorano, non so come lo
fanno, però lo fanno il contratto. Ci sono quelli che lavorano come meccanici,
come pittori, nelle campagne…questi difficilmente hanno il contratto di lavoro.
Anche gli armatori certe volte sono costretti a metterli in nero, sai perché?
Perché c’è una legge del periodo fascista che limita la componente straniera
degli equipaggi. Quindi a volte il nome è di un italiano, però ci lavora un
tunisino…E’ capitato che c’è stato un naufragio e sembrava che fosse morto un
italiano, mentre invece era morto un tunisino. Ma questo non è perché non
vogliono mettere in regola, ma per ovviare…Vuoi che il peschereccio parta con
l’equipaggio incompleto? Io mi riferisco più ad altri lavori. Difficile che li
mettano in regola. Anche le donne che fanno le pulizie…difficilmente li vanno a
mettere in regola. Poi neanche posso dare tanto torto che non li mettono in
regola: qui anche il datore di lavoro guadagna poco. Sono lavori nelle campagne
e quindi qualche volta è tentato di non pagare i contributi. Bisogna dire la
verità: perché quando tu metti in regola se ne vanno 300-350.000 lire al mese
solo di contributi… Qualche volta loro non restano per prendere la pensione,
quindi sono tutti soldi persi. Ora la legge vigente permette di riscattare
questi soldi…
A. Per la verità la Bossi-Fini voleva bloccare
nuovamente questa possibilità…
S.A. La Bossi-Fini sta rovinando molto, perché se qui a Mazara levano
gli immigrati veramente la flotta, gli armatori si ritrovano in difficoltà…Ad
agosto quando tutti i tunisini vanno in vacanza gli armatori hanno difficoltà a
partire…
A. Voi lavorate organicamente con la Caritas?
S.A. Sì, sì. Solo che anche la Caritas prima – ora c’è un
direttore molto attivo, per cui ci sta appoggiano…A noi ci ha chiamato la
Chiesa, il Vescovo qua, e siamo venute su sua richiesta. Per forza dobbiamo
lavorare con la Caritas. Diciamo invece che le parrocchie lavorano, ma lavorano
molto stentatamente, anche perché molte parrocchie non hanno immigrati nella
loro parrocchia. Ci sono parrocchie che ne hanno di più ed altre che ne hanno
di meno. Per cui quelle che ne hanno di meno, non si interessano di questa
parte della casbah.
A. Siete state chiamate in relazione specifica all’avvento
degli immigrati?
S.A. Sì, nel ’78 siamo venute. Perché un sacerdote
soprattutto che è morto, vedeva questi ragazzi che arrivavano e allora ha
proposto a un vescovo di chiamare delle suore, soprattutto delle congregazioni
missionarie che conoscono queste persone, la loro cultura, in modo da aiutare a
intergrarli. Allora ci chiamarono con questo scopo, perché noi abbiamo molte
case in Tunisia, Algeria, Marocco, per cui un po’ di cultura islamica…La Chiesa
si è mossa subito: l’unica cosa che forse la Chiesa si appoggia troppo a noi,
che tanto ci sono le suore, ci pensano le suore, chiamate loro. I parroci hanno
molto da fare: parrocchie da 10.000 abitanti…Quando c’è qualcosa che riguarda
gli immigrati, “ah, diciamolo alle suore!”…Beh, quello un po’…Adesso il nuovo direttore
della Carita, appunto, con lui siamo andate al Comune a sollecitare. Il giorno
dopo, al telegiornale locale, dice il direttore della Caritas e la suora hanno
chiesto se sarà aperto lo sportello per gli immigrati…E’ strano, vero?
P. Normalmente si dice che nelle aree soprattutto del
sud, le organizzazioni della Chiesa hanno un potere d’influenza sulle classi
politiche. Qui mi sembra che sia smentita questa regolarità…
S.A. Non so, quando andiamo dal sindaco…Il sindaco alle
manifestazioni religiose è sempre in prima fila, quando andiamo ci saluta col
saluto religioso – Cristo regni! – che è ancora il saluto del periodo
fascista…è ossequioso, però poi non lo so…E’ vero che per molti anni ci sono
stati dei commissari, il Comune di Mazara è solo da poco che ha il suo
sindaco…E quindi, sai com’è, i commissari vengono solo per sbrigare quelle
poche pratiche e quindi è rimasto in abbandono. Adesso questo nuovo sindaco
pare che non stia tanto bene. Sarà anche la salute che gli impedisce…Non lo so,
non me lo spiegare! Perché è una cosa che si ritorce contro di loro. Alcuni
dicono che quando ci sono in ballo delle persone che non hanno diritto di voto…
P. Solo che in questo gli immigrati non sono solo
delle persone che stanno qui e sono poco desiderate…Sono anche essenziali per
l’economia…
A. Però questo è un paradosso universale nel nostro
paese. Perché per il nord si possono fare le medesime considerazioni…Qui è la
pesca, lì sono le fabbriche…
S.A. Certo ci sono delle zone con dei servizi diversi,
tipo l’Emilia-Romagna. Qui i servizi non ci sono neanche per i mazaresi,
bisogna dire la verità e quindi i fondi che ci sono se li spartiscono un po’ di
qui e un po’ di là…C’è la cupola che spartisce. Non della mafia, per carità!!
Ma abbiamo detto anche per la strada: è inutile che ci lamentiamo che sono
sporche. Diciamo ai bambini di raccogliere le carte, non buttarle per strada,
però poi dove le devono buttare? Teniamo noi un cestino, perché non c’è un
cestino di carta, se vedete…Le strade le scopiamo noi, le persone…Noi l’abbiamo
detto al comune: noi abbiamo voluto mettere qui la fabbrica di tappeti, così
valorizziamo anche la via. Siamo andati al Comune per chiedere se ci mettevano
delle indicazioni o se potevamo farlo noi, nel mese di ottobre-novembre…
[Passano dei ragazzini di
13-14 anni, a flotte. Sono uno spettacolo consuetudinario e chiediamo alla
suora cosa facciano sempre in giro. Ci spiega che le scuole tunisine dovevano
essere “pluriclasse” (più classi di differente età accoppiate) e per evitare
questo hanno spezzato gli orari: dalle 8 alle 10 ci sono le prime classi, dalle
10 alle 12 le seconde e così via…Alcuni sono invece dei “delinquentelli” che
frequentano le scuole medie e marinano la scuola, andando alla villa. Lo fanno
soprattutto “perché non capiscono l’italiano, si annoioano e si sentono
emarginati dai compagni”. Alvise nota che è “un brutto presagio” e la suora,
concorde, ci racconta di un suo ragazzini finito in carcere a Venezia, “perché
sono insofferenti a questa situazione, se ne vanno fuori e per avere soldi
spacciano, rubano i motorini (la loro attività preferita)]
S.A. In questo campo siamo miopi, completamente miopi! Non
vediamo al di là del nostro naso! La politica italiana non so che cosa pensa.
Certo Mazara tra qualche anno vedrà delle cose…E poi l’unica cosa che sapranno
fare sarà quella di prendere i minori e metterli in carcere. Avete visto la
nuova legge? Il riformatorio sino a 18 anni e poi in carcere! C’è l’esperienza
di Genova, in cui tentavano di dare una qualifica a questi ragazzi in
riformatori. Insegnavano loro un mestiere, per lo più artigianato, e cercavano
d’inserirli nel mercato del lavoro. Si puntava alla rieducazione, non a punirli
soltano. Perché questo nostro è un ragazzo intelligentissimo, forse un po’ di
disagio familiare…che non si sentiva voluto bene, e non è vero! Questo lo ha
portato ad andare via di casa…Un ragazzo che se tu lo vedi, ci parli,
gentilissimo, anche bellino e adesso…purtroppo…
[Entra un Rom a chiedere se
sa dove si trova una casa in affitto. Suor Angela, velocemente, ci fa notare il
collegamento coi discorsi di prima sugli alloggi]
…i bambini loro iniziano la scuola
qui, poi la continuano in un altro posto, ritornano, ricominciano…
[Ci fermiamo qui. Poi il
discorso riprende e registriamo un po’ in ritardo alcune riflessioni sul Centro
sociale e la mancanza di risorse umane per gestirlo]
…La suora che gestisce il Centro
sociale dovrebbe andare via. Non riusciamo a sensibilizzare qualcuno che ci
aiuti…Deve per forza venire un’altra suora a rimpiazzarla. Questa suora
dovrebbe partire, perché è qui da 18 anni. Si tratta di fare pratiche,
accompagnare la gente in comune, non di fare prediche…Non si riesca a
sensibilizzare qualcuno. Il Comune dovrebbe pagare una laica, aprire lo
sportello, il mediatore culturale. A proposito di mediatore culturale, il
sindaco ha nominato la sua segretaria come mediatrice, che non sa una parola di
arabo. Ma non solo! Conoscesse almeno gli immigrati, fosse venuta almeno una
volta in vita sua qui a vedere o avesse avuto una volta amicizia. Sono gente
sconosciuta e ha nominato lei come mediatrice! Ultimamente siamo andate al
comune e ci hanno chiesto il nome di qualcuno da affiancare alla mediatrice.
Noi abbiamo detto Karim Hannachi. Non ne hanno voluto sapere, perché lui è di
sinistra e loro di destra. Ma che ci fa? Che c’entra?! Allora abbiamo fatto il
nome di Nuren, però ancora non si vede niente…Una volta Karim ha detto:
“andiamo a spiegare al sindaco cos’è un mediatore culturale”, che non è uno
soltanto che sta lì…non può stare lì senza conoscere la lingua dell’altro.
Certo, non basta neanche conoscere la lingua, però…Abbiamo anche lasciato una
lettera, per fargliela leggere e capire con calma. Ha detto “noi chiameremo
degli immigrati per consulenza, per consigli, ma la mediatrice culturale rimane
lei”…
[Ci parla di Karim, del suo
ruolo e del suo prestigio (è stato in una comissione ministeriale), ma ci
spiega che è scomodo. Ci racconta della manifestazione di cui è stato direttore
artistico e a cui hanno fatto mancare i soldi a giochi fatti]
…L’immigrazione qui è
povera, non si sa difendere, rimane vittima di italiani poco scrupolosi che per
fargli avere un documento gli chiedono un milione. E loro che non sanno
protestare, non sanno prendere carta e panna, e allora restano vittime, anche
per il permesso di soggiorno. Sono anche impiegati, che dovrebbero fare le cose
gratuitamente. Ma forse questo è meglio non registrarlo!
INTERVISTA N. 18
MdV2 (15 Aprile 2002)
Religioso, testimone privilegiato.
ALV: Lei dice che questo allontanamento dal centro
dei mazaresi non ha nulla a che vedere con ipotesi di tipo razzista.
“No, infatti.”
ALV: Però noi abbiamo parlato già con diverse persone
e ci dicono <<proprio perché qui si sta spopolando il costo degli
immobili è sostanzialmente crollato>>. Ecco, si comprano case con niente…
“Questo è vero.”
ALV: Come mai non subentra una razionalità di tipo
strumentale e uno dice <<caspita qui ci sono case, non tutte malmesse,
che posso acquistare con qualche milione>>, perché di questo si tratta,
ecco…come mai nessuno lo fa?
“Non lo faaannooo…per i motivi di prima…per la comodità: bisogna avere
la comodità della macchina vicina, del fatto che lì non ci sono centri
commerciali come supermercati o altro e poi perché le proprietà di molte case
sono accentrate in alcune famiglie. Perciò queste persone hanno lasciato ad
eredi che già avevano case fuori…non si sono più preoccupate di costruire o di
ricostruire meglio queste abitazioni. Manca una politica amministrativa giusta
nel senso di…rivalutazione di questo quartiere, di quello…sia da un punto di
vista storico che sociale. Allora abbiamo chiesto, ultimamente, al sindaco e
anche agli assessori competenti che loro parlano nei loro programmi di prendere
questo benedetto centro storico però…ancora non lo vedo. Noi stiamo invece
chiedendo che anche lì nel centro storico, di costruire un centro sociale
giovanile sia per immigrati sia per ragazzi mazaresi. Anche se dico immigrati
ma sono ragazzi tipo…senza identità perché in Italia, qui da noi, sono
tunisini…quando tornano…vanno in vacanza in Tunisia sono italiani. Eh, c’è
questa mancanza forte di identità. Infatti, noi stiamo operando con un centro
minori, minori proprio minori delle elementari, proprio bambini: manca il
centro per gli adolescenti che rischiano di essere fagocitati o dalla
microcriminalità o diciamo…da uno stile di vitaaa…che assomiglia a quello
italiano ma non lo è, perché anche per cultura è tutta un’altra cosa insomma…”
ALV: Parlavamo proprio ieri con Suor M. e ci diceva
che questa degli adolescenti è una bomba…
“E’ un’emergenza. E infatti noi lo abbiamo chiesto e…da maggio verrà una
persona molto giovane, 36 anni, dalla Tunisia che ha lavorato come assistente
sociale, che lavora per un’associazione…come si chiama? Io il francese non lo
so…terre d’homme?…Volontariato. Io sono stato diverse volte in Tunisia e l’ho
incontrata. Lei vorrebbe venire ma bisogna vedere se anche l’ente pubblico ci
dà una mano…avrà bisogno di una casa, oppure una struttura anche giusta”
PIETRO: Vorrei riprendere…diceva che i tunisini non
hanno un’identità…
“Forte. Precisa. Per questo vorremmo fare qualcosa per loro. Già con i
minori, il doposcuola, con le suore anche…con altri volontari. Però ora è
necessario…noi l’abbiamo proposto al comune…perché loro si vantano del discorso
integrazione, integrazione, la tolleranza…va beh! Effettivamente mai sono
successi casi di violenza o di razzismo…esplicito. Anche perché siamo un popolo
di navigatori. MdV ha centinaia di persone in giro per l’Italia e anche fuori
dall’Italia come emigranti…perciò sarebbe assurda ‘sta cosa. Anche perché
ripeto: l’inserimento nel mondo lavorativo locale è stato una necessità: e meno
male che ci sono loro perché altrimenti già i figli dei marinai sono sconsigliati
dagli stessi marinai…i mazaresi a fare il marinaio. Perché è un lavoro
pesantissimo e anche dal punto di vista familiare è distruttivo…non ci sono mai
a casa…”
ALV: Ehm…ma forse il problema ora sono i figli dei
marinai tunisini che…
“Non lo vogliono più fare…Eh…Ma forse anch’io, anche tu faresti così:
uno deve restare a mare per 22, 25 giorni al mese, tornare 2 o 3 giorni,
ripartire, insommaaa…
ALV: Il problema è che se al contempo il processo,
diciamo così di inserimento scolastico è problematico per le ragioni di cui
abbiamo parlato…per la lingua, per il fatto che magari fin da bambini non
seguono la scuola con gli italiani…Uno dice <<va bene, non vado a scuola,
non vado a lavorare al mare>>. E allora bisogna capire che prospettive
gli si aprono.
“E infatti questo è un altro problema perché qui le prospettive non sono
molte. Agricoltura, marineria, manovaleee…ehmmm…beh, mica tutti possono fare
gli impiegati eh, eh. Da noi si dice che una delle più grandi industrie sono
eh, eh: i comuni! Ci si impiegano molte persone eh, eh.
PIETRO: Si è visto. Ma allora se lei dovesse fare una
scala dei bisogni degli immigrati quali aree identificherebbe sulla base della
sua esperienza, del continuo contatto?
“La politica prima di tutto abitativa. Trovare abitazioni sempre più
dignitose, diciamo anche spaziose perché le case dove stanno loro sono
piccoline: sia perché costano di meno e quindi magari sono le più ricercate.
Però loro sono anche famiglie piuttosto numerose…primo. Secondo: è chiaro che
anche l’inserimento scolastico, il discorso della lingua questo è pure
importante. Eppoi questo che stiamo cercando di fare con la Caritas italiana.
Che ci sia un’integrazione anche basata sui bisogni comuni di mazaresi e di
tunisini mazaresi o di mazaresi tunisini eh, eh. Nel senso cheeee…sui bisogni
appunto: scuolaa, lavorooo, la sanità, tutte queste cose…”
ALV: Ma si tratta di costruirli? L’impressione che ho
io, dopo una decina di giorni che sono qui, è che non ci sia la percezione di
bisogni comuni.
“E’ vero, è vero però…a MdV ci sono anche varie fascie sociali in cui i
bisogni comuni ci sono. Per esempio del reddito, della scuola, del lavoro, sono
bisogni comuni questi. Certo non sono per tutti così perché ci sono mazaresi
con altri bisogni, hanno lavoro e casa bene. Da questo punto di vista è più
difficile…però ci sono fasce sociali, stanno aumentando, delle vecchie povertà.
Noi lo vediamo, devono pagare la luce, l’acqua, il vitto, la casa, i bambini
dell’abbandono scolastico anche. Queste sono cose comuni, oggettive. Non è che
uno deve fare una distinzione. Eppoi il bisogno di un centro di associazione…”
ALV: Mi viene in mente che quando i bisogni sono
comuni…verso il basso…C’è il rischio del razzismo della conflittualità dei
bisogni verso il basso. Siamo di fronte a un aumento delle vecchie povertà:
questo può essere origine di un discorso di politica sociale comune e
illuminata come può anche scivolare…
“Certo! Si può creare uno scontro tra poveri. <<Questi ci levano
il lavoro a noi, ci levano i contributi, no…no…cioè potrebbe, ma non è ancora
capitato. Anche perché non è nella nostra…eh…abbiamo altre difficoltà, ma lo
scontrooo tra poveri qui non avviene…ancora. Speriamo che non avvenga mai.”
ALV: Avrei chiesto qualcosa sulle tipologie di
interventi che la Caritas ha portato avanti, anche nel passato…
“ Il centro sociale immigrati che avete già visto con le suore. Una
presenza di ascolto di accompagnamento, di disbrigo pratiche, anche problemi
della lingua. Un po’ di tutto, via. Un intervento verso i minori, perché sono i
bambini più in difficoltà. Un adultooo…bene o male si deve inserire…è un adulto
e quindi fa meno fatica. Un minore…corsi sulla lingua, doposcuola, animazione.
C’è una fondazione che fa il progetto primavera, il progetto jona, questo sui
clandestini…Però l’intervento è stato quello di farli entrare in
relazione…questa è stata la cosa più importante. Ancora deve essere questa
secondo la chiesa…Non vedere noi italiani, mazaresi…eccooo…muro contro muro.
Questo non c’è mai stato anzi poco fa è venuto un tunisino che conosciamo…hanno
chiesto un luogo perché l’Imam che viene da Palermo, è anche assistente
sociale, un locale…per incontrare anche le donne. Sarà il consolato…anche su
pressione di qualcuno che manda questo Imam della moschea di Palermo perché le
donne…insomma non è che i tunisini siano molto praticanti e qui ancora meno
perché mancano anche i contatti. Anche perché la politica là…controllano tutto
e tutti…è un controllo molto…fermo. Noi glielo abbiamo dato, ma ora vogliamo
che sia il comune a dare un locale a loro.”
ALV: Ho visto che hanno affittato una stanza per la
preghiera del venerdì.
“Sì, sì. Ma se avete notato sono pochi che vanno…su 3500 persone…vabbe’
che molti vanno a mare…però…pochi frequentatori. Questo è un altro punto per
entrare in relazione, diciamo dialogo più che altro della via…Non ci sono mai
stati incontri qua di tipo religioso oppure accademico. No. Eh eh, non c’è
stata mai l’esigenza di farlo.”
PIETRO: Dal punto di vista abitativo diciamo…la
Caritas gestisce centri…
“Di prima accoglienza…sì, sì però di molto temporaneo. E’ proprio qui
dietro. Sempre legato alla fondazione. Con la mensa abbiamo 40 posti per le
emergenze…diciamo per persone…temporanee però, perché se no…
ALV: Ma per emergenze lei intende sbarchi?
“No, anche persone…2 o 3 notti perché se no…non solo per dormire. Anche
la possibilità della cena è aperta a tutti.”
ALV: E ci viene gente?
“Sì, molti di più sono slavi e qualche famiglia di tunisini che per
esempio è rimasta vedova. E vengono addirittura tutta la famiglia per avera una
cena.”
PIETRO: Ma il comune, i fondi della legge del ’98?
“Niente. Noi abbiamo investito…perché ci vogliono i capitali. Qui eh,
eh…Abbiamo insistito per il recupero del centro storico. Chi si è susseguito lo
ha sempre messo in programma ma…però. C’è la politica degli annunci. Dopo 4
annunci sembra che…eh, eh…l’hanno fatto. In realtà non è così.”
ALV: Quindi tutti gli appartamenti ai tunisini sono
in affitto…
“Privato, tutti. Le famiglie che vi dicevo o hanno abbandonato gli
appartamenti o li danno in affitto così…a pochi soldi. Per modo di dire…sempre
le 200, 250 mila lire, ma per uno che guadagna 1 milione non è che…anche perché
sono case piccole.”
ALV: Le faccio questo discorso perché al nord, dove
magari i migranti guadagnano 1 milione e mezzo perché lavorano nelle fabbriche
le politiche della casa…gli affitti sono strangolanti. Cosa che qui almeno non
avviene.
“Lo so. Ma questo valeva anche per noi emigranti al nord. Però adesso
anche qui la cosa si sta aggravando. Noi siamo in contatto con gli affittacase:
le case a poco prezzo non si trovano più anche perché qui il numero di famiglie
è così vasto…tra tunisini, tra slavi, qualche marocchino. Ormai si va sulle 300
mila in su.”
ALV: Quindi almeno una bonifica del centro da parte del comune…
“Certo, certo. Comprarle il comune, rimetterle a nuovo, lo abbiamo
detto, ma loro ci invitano solo per dire che hanno fatto l’incontro con la
Caritas…Ma fino a un certo punto perché io…eh, eh…ho l’hobby della
televisione…eh, eh…mi muovo sui giornali e allora il giorno dopo richiamano.
Dopo l’ultimo consiglio provinciale che eravamo stati invitati ho detto tutto
ta ta ta: che non si fa niente, anche sugli sbarchi…che suppliamo noi, l’acqua,
le tute, dovevamo intervenire noi…E infatti pochi giorni fa è venuto
l’assessore alla protezione civile eh, eh…Se non li scuoti così…a fare annunci
soltanto.”
PIETRO: Per quanto riguarda le interazioni tra
italiani e tunisini…
“Vanno migliorate. Finora diciamo che si è creato un rapporto
diii…vicinanza. E’ bello, è importante…non è che le relazioni si creano ad alto
livello. Che fai, 10 convegni l’anno eh? No: è il vicinato, le stesse
necessità…noi cerchiamo di favorirla e di limitare gli atteggiamenti contrari…”
ALV: Per esempio, a questo centro per minori ci vanno
anche dei bambini mazaresi?
“Qualcuno sì. Non tanti…insomma vah. Abbiamo fatto anche uno spot dell’1
per 1000 qui a MdV quest’anno, cercando di sintetizzare tutti i problemi. C’è
anche un modulo di classe mista con Kareem. Da questo punto di vista bisogna
crescere perché ci sono punte avanzate e famiglie che…stanno a guardare. Certi
fatti a livello internazionale e certa propaganda di qualche parte politica non
è che favoriscono, giusto? Cioè rallentano…si creano le paure infondate…bisogna
dirlo. Da noi gli unici pericolosi fondamentalisti sono stati gli italiani
convertiti, gente che prima non stava tanto bene di testa e poi <<Ci
vuole la moschea, ci vuole la moschea>>. Ma lo dicono loro! Perché i
tunisini…quale moschea? Se non ci dai la possibilità di avere una casa un
pochettino più grande, imparare l’italiano, avere appunto mediatori culturali
più formati nelle scuole che parlino l’arabo e l’italiano…la moschea, che
moschea? Per carità, qualcuno lo sente e l’hanno fatta. Noi pure siamo
favorevoli che conoscano meglio la loro religione: sempre un valore è! Un
cammino, questo vale soprattutto per adolescenti e giovani che rischiano di
restare senza identità. Comunque l’Imam è preoccupato ma noi vorremmo che fosse
il comune a dare il locale, non noi, tutto noi, anche perché sono
cittadini…sono qua da tanto. Qualche volta, è giusto, facciamo anche supplenza,
però…”
PIETRO: Finora abbiamo tralasciato i dati economici.
Ma l’economia mazarese è depressa oppure no?
“Fasce ci sono depresse. Infatti chi è depresso se ne va o emigra oppure
sta qui ma a un livello un po’ basso socialmente…ed economico anche. Dicevo
prima che stanno ritornando le vecchie povertà, non le nuove. Anche perché il
consumismo ha portato…bisogna avere questo, quest’altro, tutto ‘sto fatto…porta
poi che uno non ce la fa più”
INTERVISTA N. 19
MdV 13&14 (21 Maggio
2002)
Signora Gallo,
responsabile del “Centro Aiuto alla Vita”, in sede.
PIETRO: Se ci spiega un po’ precisamente in cosa consiste la
sua attività…Quali problemi ha la sua utenza, così.
“La mia attività…Io collego questa mia esperienza di
volontariato ad un’altra…
Segue descrizione dei
sintomi del parkinson e delle difficoltà di parlare di mattina
…la precedente esperienza è stata in Algeria e…Sono partita così…per una
persona incontrata alla stazione per un ritardo di treno che mi ha parlato
delle missioni…non lo so…il fatto che…qui ero ben inserita…non ero
considerata…una…dalla presidente diocesana. Insomma non è che…ero considerata
bene, eppoi insegnavo. E invece da quel momento mi sono sentita sempre
martellare da questa possibilità di partire e sono partita.”
ALV: Scusi signora, in che anni?
“Sono partita il 4 ottobre
del ’66 per l’Algeria. Perché l’Algeria e non altri posti? Per tanti motivi, ma
anche perché avevo delle amiche già là. Due amiche…E’ stata un’esperienza molto
forte perché sono passata da un modo di vivere borghese qui, insomma…a un modo
di vivere per così dire…ridotto all’essenziale. Ho avuto modo di gustare anche
la povertà di quella gente, di essere solidale con loro e poi mi sono malata.
Sono ciliaca e ai tempi quella malattia non la conosceva nessuno. Però lì che
si mangiava molto pane, kous kous…insomma si è aggravata e così sono dovuta
rientrare…un po’ anche per motivi politici, bisogna dire la verità. Ho fatto
una bellissima esperienza di 6 mesi nel deserto. Uno s’immagina in mezzo alla
sabbia: no! Ci sono le oasi dove si conduce una vita normale, ho cominciato lì
a insegnare diversa…perché mi ero messa in aspettativa qui in Italia per
servizio nei paesi in via di sviluppo di conseguenza non ero pagata ma ho avuto
due anni di aspettativa. Mi ero portata del denaro che mi è bastato per un
poco, poi ho lavorato…mi pagavano per quel che mi serviva, diciamo. Senza poter
accumulare niente…
ALV: Scusi se la interrompo, mi può dire quanti anni aveva…
“Avevo 39 anni quando sono partita. D’altra parte non è opportuno andare
molto giovani perché è una vita di rischi, di rischi morali…da tanti punti di
vista. L’età mia era l’età giusta: dai 35 anni in su uno ha la sua maturità, fa
le sue scelte non per capriccio ma perché sente che hanno un valore. Per me è
stata importantissima…Non mi mancava niente, stavamo molto bene a casa nostra,
avevo tutto, ero inserita benissimo…però lo rifarei. Dopo mi si sono aggiunte
altre cose da fare. Quando sono tornata…
ALV: La interrompo di nuovo perché sono molto
interessato a questa sua esperienza in Algeria. Diceva che se n’è andata per
questo disagio fisico ma anche per motivi politici. A me questi motivi interessano.
“L’Algeria era in subbuglio. Erano loro che mi volevano mandare via, io
volevo restare. La mia amica ha avuto il coraggio di restare anche se si
rischia: voi sapete…è stato ucciso il vescovo di Orano, i 7 monaci di
Tiberin…La situazione era molto difficile, ma noi 3 italiane, per la verità,
eravamo molto volute bene…non eravamo considerate come i francesi che erano gli
usurpatori. Noi no. Avevamo questo privilegio pperchévedevano che eravamo
andate per aiutarli. Ma aiutarli non dal lato…stando con loro. Era uno scambio
di cultura. Loro apprendevano…siccome io avevo fatto un corso di cucito e
cercavo di insegnare tutte queste cose, anche a cucinare a lavare la roba con
criteri moderni…E’ stato bellissimo, io ho imparato un sacco di cose. Per esempio
a casa non sapevo cucinare. Lì preparavo la sera prima…mi insegnavano le
ragazze. Dicevo che è stata un’esperienza molto forte perché insomma…la tua
cultura non ti serve più a niente là. Era tutta ridotta all’essenziale. Tutto
quello che sapevo…mi è servito solo il taglio e cucito. Queste ragazze mi
volevano bene e io ne volevo a loro. Poi la situazione politica è che volevano
far fuori gli estranei. E’ stato anche interessante perché loro capivano di
potercela fare anche da soli. Qunidi noi dovevamo lavorare in punta di piedi:
non era giusto che facessimo come avevano fatto i francesi…
ALV: Comunque comunicava in francese? Non erano berberi?
“No quelli stanno da un’altra parte dell’Algeria. Noi eravamo con
algerini normali, prima al nord poi nel deserto, dove c’è il petrolio che
arriva fino a MdV. Ho avuto la possibilità di conoscere molte culture, oltre a
quella algerina perché c’erano i bulgari, i cecoslovacchi…insomma ci siamo dati
tutti da fare per andare là. Qualcuno ci è andato non come volontario ma come
cooperante il che significa che era pagato benissimo e guadagnava di più di
quello che prendeva a casa. Qualcuno veniva per motivi politici...per stancarsi
del proprio paese. mI ricordo una volta un cecoslovacco che si è sfogato e
c’era una dottoressa bulgara che lo guardava con un odio e una rabbia, che non
voleva che lui dicesse queste cose…voleva che tutto apparisse per benino…e
invece quello aveva tutta un’altra mentalità ed era scappato via, in un certo
senso con la scusa della cooperazione. Questo può bastare sull’Algeria…E’ forte
perché devi cambiare completamente però merita, merita farlo…l’essenziale…come
punto di riferimento per tutta la mia vita. Io ora ne ho 75, ma l’algeria e
l’esperienza che ho fatto è il mio punto di riferimento. Certo dovessi tornarci
ora sarei delusa perché è tutto cambiato…ma allora erano gente semplice…Quello
che ho potuto notare è la solidarietà tra loro…Il parente ricco aiuta il
parente povero, condividono. Ora è tutto molto cambiato però c’è ancora della
gente brava. Dal punto di vista religioso è vero che ci sono gli integralisti
però ci sono delle personeee…con cui si può vivere e discutere. E c’è anche un
gruppo di cattolici arabi che vive…vive molto in segreto. Non si può là, non si
può. Conoscevo il vescovo che hanno ucciso. I monaci venivano da Francia,
Olanda, da tutto il mondo: li hanno uccisi tutti, tutti tutti. Erano tutti
giovani e il superiore pensava che avrebbero ucciso solo lui…certe cose si
capiscono…e aveva detto prima ancora che lo uccidano <<Io vi do il mio
perdono>>. E’ bellissimo…E’ che qui in Italia, in Europa siamo troppo
distratti…viviamo troppo distrattamente i problemi del terzo mondo, degli altri
popoli. Già ne abbiamo tanto a vivere i nostri problemi, non lo so. Però merita
proprio inserirsi in altre culture, conoscere, andare all’essenziale. Io da
quando sono tornata cerco…cerco di vivere così per quello che si può perché…il
borghesismo ti impolvera continuamente. Poi tornando…aspettavo sempre di
ripartire perché ti resta nel cuore…Quando si dice il mal d’Africa: è vero! E’
verissimo, è una cosa terribile! Mi svegliavo alla mattina e non mi ricordavo
mai dov’ero perché ero talmente legata a quei lupghi che non accettavo
psicologicamente di vivere in una società così borghese. Questa esperienza ha
illuminato tutta la mia vita: di conseguenza quando sono tornata cosa ho
trovato qui? I tunisini. Tra tunisini e algerini sono molto vicini…cioè loro
non si possono vedere…però. Ecco sempre così. C’è sempre un nord rispetto a un
sud. Anche le mie alunne…avevo tutte donne…perché lì la scuola era divisa…ora
non lo so…”
ALV: Lei è tornata nel 1970. Già c’erano tunisini? Pochi?
“Sì! Non come ora. Ce n’erano e io li incontravo e mi si rallegrava il
cuore perché pensavo <<quelli che ho lasciato in qualche modo li ritrovo
qui>>.
ALV: Quindi quando è partita nel ’66 non c’erano
tunisini, mentre poi, quando è tornata nel 1970, si è accorta subito…
“Sììì! Subito! Nel ’66 forse ce n’era uno. Poi c’era già un gruppo
nutrito…Anche perché un sacerdote molto in gamba, che aveva previsto
l’evoluzione, aveva mandato qui apposta le suore francescane che ci sono
tutt’ora…per poter occuparsi qui a MdV di questa comunità tunisina che andava
crescendo…”
Riprende il discorso sulla
necessità di aprirsi al confronto culturale, frenata dall’edonismo occidentale.
“E così sono tornata e…per me…non so neanche cosa voglia dire razzismo,
io. Ma neanche qui…MdV secondo me non è razzista. Voi che avete girato un po’
che impressione avete avuto?”
PIETRO: Noi abbiamo avuto invece l’impressione che lo
sia in una maniera inconscia.
“Sì ma inconscia lo si è anche nei
confronti dei propi parenti!”
PIETRO: Sì però…in certe forme…per esempio
l’abbandono del centro storico è un indice di razzismo molto forte.
“Noo. Noi abbiamo avuto…cosa è
successo?…Un terremoto, e tutte queste case sono tutte…ognuno si è fatto il
villino in campagna. Chi veniva a stare in queste case?”
PIETRO: Sì però…ci sono un sacco di voci che dicono
che la Kasbah è pericolosa, no? Mazaresi…
ALV: Dicono che non ci vogliono stare, che i parenti
non andavano più a trovarli, che hanno venduto la casa. Questo anche molto dopo
il terremoto. Per cui…l’idea un po’ è questa: che non ci siano episodi di
discriminazione violente come ci possono essere al nord, però…secondo me qui
c’è un razzismo latente, strisciante, sottile, diffuso.
“Mah, non ho questa sensazione. Le suore influiscono molto nel togliere
questa mentalità, intanto. Poi anch'’o ho la casa di accoglienza per ragazze
madri. Io accolgo sempre tunisine…”
ALV: Sì, ma lei è fuori discussione! E’ più che altro
il pensare a com’è la maggioranza dei mazaresi…
PIETRO: Lei vede per esempio famiglie italiane e
famiglie tunisine che si frequentano? Non nego…ci saranno quei 5 o 10 casi,
però rispetto a una comunità di 3500 tunisini…che stanno qui da una trentina
d’anni. Insomma uno si dovrebbe aspettare scambi, matrimoni misti…
“Nooo, ma questo dipende da loro! Non dipende tanto da noi. Perché
difatti qualche ragazza accetta di sposare il tunisino, ma una tunisina non
accetta di sposare un italiano. Questo non dipende da noi…Questo indispone…ma
questa è la mentalità delle…delle musulmane. E…qui il discorso sarebbe
lungo…Avete sentito il cardinale Biffi…Io onestamente do ragione a lui…”
ALV & PIETRO: Perché?
“E’ stato molto criticato…anche dalla chiesa”
PIETRO: Se non ricordo male lui ha detto che l’Islam
può essere una minaccia per la nostra identità nazionale.
“Sì, sì. Guarda: è stato un profeta a dire queste cose. Io sono vecchia,
ma quando capiterà penserete <<Ah quella signora che siamo andati a
intervistare>>…
PIETRO: Ma perché dice questo? Mi spieghi meglio.
“E’ difficile, ma è così.
Io, appena ho letto quella lettera, e dire che io amo moltissimo…, però io
insisto…Le mie alunne dicevano: <<Maestra, che peccato che tu non puoi
venire con noi in paradiso!>>. Perché loro…mentre questo era anche per i
cattolici, alcune generazioni fa…quello di fare proseliti…ora invece il
rispetto è massimo. Loro sono ancora in questo stadio…Io voglio bene a loro.
Pure uguale è per me italiani e tunisini! Anche lo slavo…ma io con loro un po’
di fatica la faccio. Qualche volta mi ci arrabbio, ma mi vogliono bene lo
stesso…Mi fanno arrabbiare intanto perché non hanno una cultura ben definita…e
questo mi dispiace…mi piacerebbe che si aiutassero tra loro. Quindi se un po’
di razzismo c’è…è un po’ verso gli slavi perché rubano…per esempio una donna
slava delle pulizie…io non la prenderei, tunisina sì. Anzi, una volta che avevo
una ragazza marocchina con problemi alla placenta, che non si poteva alzare, un
po’ l’ho assistita da sola, poi ho preso una ragazza tunisina. L’ho messa in
regola e tutto così ho preso una per parlare in arabo con l’altra, che sennò
non sapeva con chi parlare, anche se me la sbrigo col francese. Quindi anche se
voi avete visto questo razzismo…io l’ho riscontrato nella gente del nord verso
noi meridionali…Qui sono tutti musulmani: In Algeria avevo delle alunne che
volevano diventare cristiane, come ci sono in Libano, ma il vescovo, che è
stato saggio, ha detto: <<Che coltivino questa cosa nel cuore, ma non
facciamolo. Perché poi voi ve ne andate e non avranno più la comunità
europea…cattolica, e perderanno anche il riferimento della loro
comunità>>. E’ stato saggio. Una voleva fortemente convertirsi ed è
andata in Francia. Ma lì non la riconoscevano: ce n’è un sacco di algerini in
Francia, come di tunisini qui, eh, siamo a due passi.”
ALV: La cosa che lei dice…la propensione…da parte dei
tunisini, o comunque del mondo arabo a colonizzarci, diciamo così, da un punto
di vista…da un punto di vista religioso. A me la cosa lascia un po’ perplesso
rispetto all’esperienza mazarese perché non vedo fervore religioso…
“Nooo, nooo qui no. Qui noi li abbiamo influito
negativamente sulla loro cultura. Io personalmente mi occupo di aborto…loro
l’aborto lo fanno quanto gli italiani eh. Per questo siamo stati noi, perché
loro hanno un altro senso della vita. A parte una ragazza che conoscevo là che
abitava al quarto piano e io all’ottavo…in queste case costruite dai francesi.
Lei non ha resistito e si è buttata ed è morta lei stessa. Le mentalità
sussistono solo cheee…Io ho avuto per esempio una ragazza, una studentessa
tunisina iscritta a psicologia: quando si è accorta di essere incinta è
scappata via e se n’è venuta qui. Poi è finita nella mia casa di accoglienza ma
è stato bellissimo perché è venuta la mamma, è venuta la sorella da Parigi,
abbiamo mangiato insieme a natale. Insomma la casa è servita per smussare certe
mentalità, anche delle ragazze italiane… da quando è stata costruita…i primi
tempi…erano consigliate malissimo dai vicini le mie ragazze invece poi a poco a
poco siamo entrati in una logica diversa. Questo cammino che facciamo insieme è
bellissimo, a poco a poco, angoli che si smussano. Si tolgono certe storture
come quelle, diciamo, di uccidere una ragazza che è incinta. Non è che è stata
come la Madonna incinta: c’è stato un uomo…Quindi l’uomo ha le sue
responsabilità, invece…viene colpita soltanto la ragazza in questi paesi
così…musulmani di stretta osservanza diciamo…Perché qui non sono nessuno di
stretta osservanza. Ve ne siete accorti…Questo non è un bene, sa.
Perché…finiscono per non essere più né carne né pesce: l’uomo ha bisogno non
dico…la fede è un dono che noi cattolici abbiamo perchè la nostra non è una
religione, quella cattolica è una fede. Le altre sono delle religioni, cioè nel
senso che l'uomo ha bisogno di Dio allora si crea dei riti, fa tutto quello che
può per crearsi una religione. Poi c’è un leader…tipo Buddah, anche se per me
il buddismo non è una religione ma una filosofia…Maometto…Insomma, sono delle
religioni! Qui noi abbiamo avuto una rivelazione! Ma ora non facciamo questo
discorso…però è importante. Se noi togliamo a loro…la fede è un dono, ed è più
difficile…ma se noi togliamo a loro questa possibilità di vivere nella loro
religione…li rendiamo né carne né pesce.”
ALV: Sì però prima il discorso era un altro. Non
penso che a Bologna siano tanto diversi.
“Guardi sia a Bologna che forse a MdV, anche se non mi risulta, c’è
sempre qualcuno che viene per cercare di scardinare la religione e mettere la
loro.”
ALV: Questo è sicuro, qualcuno! Finchè restiamo su qualcuno…
“Eh, ma sono questi qualcuno che…il mondo…insomma tutti i cambiamenti
non sono stati fatti da un popolo…Due, uno, leader, due o tre…io, per carità,
con questo piccolo impegno ho molto cambiato la mentalità di MdV per quanto
riguarda la ragazza madre. Non è più vista come ai primi tempi perché hanno
fiducia in me e vedono che queste ragazze si comportano benissimo. Anche mogli
che hanno avuto un figlio con un altro, abbandonate dal marito, che si
comportano dabbene. Quindi ciascuno di noi o nel male o nel bene può influire a
cambiare la società. Chissà se siete d’accordo…”
Segue una breve discussione sulla
finalità della ricerca.
“Quindi vi interessate
dell’inserimento dei musulmani nella nostra società.”
PIETRO: Dei maghrebini, anche se la
componente religiosa è importante, non pensiamo che debba essere…non è l’unico
aspetto.
“Non è l’unico aspetto, ma per loro
non è come per noi. Noi diciamo che siamo cattolici perché siamo battezzati e
poi facciamo i cavoli nostri eh, eh.”
ALV: Guardi, con me va tranquilla
perché non sono manco battezzato.
Risata generale.
“Ecco! E quindi è diverso. Per loro
è diverso: sono tutti musulmani. Non è che mi scandalizzo…Uno che non è battezzato
può sempre avere un’illuminazione. Per esempio io sono battezzata, altrimenti
pensa che scandalo, però ho avuto un’educazione fermamente anticristiana…Mio
padre…sentivo parlare di Dio solo per sentirne male…preti messi alla berlina…”
PIETRO: Ma allora era comunista.
“No, no. Non gli conveniva: era
ricco. A 22 anni ho avuto il cambiamento…radicale come San Paolo sulla via di
Damasco.
Ripercorre nuovamente le scelte
della sua vita.
“…Infine ho scelto di mettere a
disposizione tutto quello che avevo per la casa di accoglienza per le
ragazze…Io non mi sono mai arresa, lo devo riconoscere, anche con la ciliachia
e il parkinson…sono combattiva. La testa ce l’ho dura, dura. Quando mi metto in
testa una cosa la devo fare. In Italia sono tornata a insegnare, ho fatto
domanda e tutti mi conoscevano al provveditorato…così è stata accolta e il
provveditore ha voluto conoscermi…E così ho conosciuto un provveditore in
faccia maaa…i superiori non mi interessano. Insomma, io faccio le cose perché
sento che devo farle. Eppoi mi…sono incontrata qui con il problema aborto. Io
mi ero impegnata nella campagna contro l’aborto, mentre mio padre stava
morendo. Io gli dicevo di non morire perché la cosa mi avrebbe creato problemi.
La legge era del ’75 e noi cercavamo di boicottarla…poi Pannella ha fatto per
l’’81 questo referendum terribile, terribile. E allora il “Movimento per la
Vita” si è battuto contro il referendum. Una settimana dopo il referendum
sull’aborto mio padre è morto. Poi c’è stato il terremoto che ha bloccato tutto
e dopo ancora sono riuscita a convincere gli altri amici che mi avevano aiutato
a fare qui l’associazione per il “Movimento per la Vita”. Da quel momento…”
PIETRO: Ma perché…con tanti
problemi che ci sono, proprio l’aborto?
“Sono cose che avvengono e non sai
perché, come la conversione. Sono cose che ti cambiano: stavo davanti alla tv
con mio padre malato, sento che si parla di aborto, di cose…<<ma come?
Qui a MdV non si fa nulla?>>. Sono cose che ti cambiano completamente. Se
tu non lotti per la vita, per che cosa vale la pena di lottare? Per la
giustizia senz’altro. Io poi sono una che…il terzo mondo, il commercio equo e
solidale, la banca etica. Indirettamente sono tutte cose che favoriscono la
vita, se le facciamo andare bene avanti. E’ tutto che io abbraccio, in
definitiva…Ultimamente siamo in un momento disastroso. Voi lo sapete anche se
siete presi da altre cose. Non è più il problema dell’aborto, è di tutto:
stiamo cambando l’umanità! Quando si pensa che una donna si fa clonare per
avere un’altra di se stessa. La conservazione delle cellule che poi si buttano
via…Non sono cellule.”
L’intervistata è stanca, ma nella
pausa caffè continua a parlare.
PIETRO: Le ragazze del centro
possono restare da sole?
“No, una che ho avuto…è
giovane…come si fa…Poi ho avuto una ragazza difficilissima che di notte se ne
usciva. Non sono tutte ragazze facili, però tutte se ne vanno portandosi dietro
qualcosa. Moralmente parlando, sì, sì, nessuna è andata via senza niente"
Riprende il discorso sul cammino,
bellissimo, di vita.
ALV: Lei prima ci diceva che la
grossa difficoltà non sono le donne che stanno al centro, ma quelle che passano
ogni anno…
“Sì, sono circa 60 l’anno.”
ALV: Ci racconti le modalità di
assistenza…sì, che tipi di assistenza…Se sono più le ragazze straniere o le
italiane.
“Dunque, slave e tunisine messe
insieme fanno più delle italiane. Questo è un fatto, eh. Ci documentiamo, vi
faremo vedere le statistiche…Comunque vengono anche…una volta una non cresceva
di pancia e a domandarci come mai, come mai. Abbiamo scoperto che già aveva
fatto l’aborto e veniva per i soldi del corredino. Ma non sempre. Una signora
dice: <<Quando il bambino sarà grande lo porterò da voi per
conoscervi>>. <<Non ti permettere in nessun modo –le ho risposto- il
bambino non dovrà mai sapere che volevi lasciarlo>>.
ALV: Diciamo così, sui tipi di
assistenza, su quello che fate concretamente…
“Uhmm…Sì, ecco…noi veniamo a sapere
della donna che vuole abortire…Se viene lei, tanto di guadagnato. Chi ce le
manda queste donne? Ce le manda il consultorio, l’assistente sociale
dell’ospedale, il medico di base che viene a saperlo e allora le orienta da
noi…anche il parroco…e noi…non imponiamo mai eh…diciamo che proponiamo la vita.
Noi le aiutiamo per i primi 2 o 3 anni, non certo fino a quando il figlio parte
militare, perché non ce la facciamo. Infatti dopo un po’ le mamme non vengono
più o vengono in un momento di difficoltà, come quando il marito resta senza
lavoro…diamo qualcosina. Però per i bambini che…vengono accettati…noi diamo il
corredino, le medicine per la mamma, latte e pannolini…”
Parla della differenza tra
“Movimento per la Vita”, iniziative culturali, incontri nelle scuole,
manifestazioni pubbliche e il “Centro di aiuto per la vita”, cose concrete come
la casa di accoglienza.
“Nella casa di accoglienza ci sono
le donne che non sanno dove andare, che tengono il bambino solo se assistite.
La casa l’ho voluta io ma dipende sempre dal CAV. Ora dovrebbero sostituirmi
perché sono malata, non ce la faccio più…Perché non venite domenica alla
pedalata per la vita. Vi aiuterebbe a conoscere…anche se…i tunisini non ci
vengono, noi mandiamo gli inviti a tutti. Non ci vengono, anche le più
integrate con noi…non ci vengono. Chi trova la scusa che deve dormire la
domenica…”
ALV: Io le volevo chiedere: il
presupposto per l’aiuto, l’assistenza, l’accompagnamento dal medico non è la
volontà di abortire o l’aver cambiato idea? Diciamo…anche una donna normalmente
in gravidanza, magari con qualche difficoltà, può rivolgersi qui da voi?
“Sììì, certo. Ma ceeerto. Anche il
medico, quando non ci vede: <<Ma dove siete andate a finire>>. Non
è che me le posso inventare, quando ci sono le portiamo. Una donna tunisina che
voleva abortire perché il primo figlio era dawn, poi ne ha un altro stupendo…aspettava
il terzo. Aveva già il certificato medico però si vedeva che era dispiaciuta di
farlo, si vedeva. Allora io mi sono informata a Roma, perché siamo una
rete…<<Fagliela fare la miocentesi, perché a questo punto il bambino va
abortito>>. Perché la miocentesi può far male al bambino, ma dato che
aveva deciso. Qui a MdV non la fanno, a Palermo e a Catania ci voleva troppo
tempo per la prenotazione: siamo andate ad Agrigento. Ha avuto una bambina che
è la fine del mondo: che bella bambina! E ora lei è felicissima: <<Cosa
stavo facendo!>>. <<Non ci pensare più, ora è qui!>>.
Insomma: tutto l’aiuto che possiamo dare lo diamo. Le quote che riceviamo sono
dai mazaresi. Circa 700mila lire al mese, 10 o 20 mila lire a testa, non è
tantissimo. Riusciamo ad aiutare tante donne e fatto nascere tanti bambini.
Anche le donne che non ci hanno conosciute, che già hanno il bambibo: aiutiamo
anche loro perché è giusto. Solo con gli slavi ci sono problemi perché c’è chi
mi dice che viene a bruciarmi la macchina, a prendere questo…”
PIETRO: Le hanno bruciato la
macchina?
“Lo dicono, però sotto sotto, mi
sento voluta bene anche da loro.”
ALV: Vorrebbero di più? Qual è la
logica?
“No…perché…vorrebbero più soldi, ma
noi possiamo garantire sulle 200 mila al mese. Aiutandole tutti questi, di più
non si può. E poi non diamo a tutti la stessa cifra…dipende…”
Parla del parkinson, in relazione
al fatto che si potrebbe lavorare di più.
“C’è un signore giù al porto che
prende la bicicletta, va dai suoi amici, lui stesso ci aiuta nella raccolta dei
fondi. Comunque certi giorni non arrivano offerte, certi giorni ne arrivano
proprio tante.”
ALV: Quindi vi autofinanziate. Non
è che la sede centrale vi sostiene?
“Nooo, perché ha bisogno di essere
sostenuta. Noi mandiamo…ora sono 200 euro all’anno. Tutto avviene così, è
bellissimo. Mi hanno detto: <<E fai questo, fai la domandina al
comune>>. E io: <<Quando non ci sarò più farete questo>>. Per
me il CAV è dei cittadini mazaresi e devono avere la gioia di essere loro a
mandarlo avanti. Ed è molto bello questo. Alla fine dell’anno faccio una
lettera per dire quanto abbiamo raccolto e quanto abbiamo aiutato. La
trasparenza aiuta molto a far crescere le cose. Noi facciamo gli strumenti:
traduciamo in opera quello che riceviamo. Il vescovo mi dà qualcosa me sempre…come
fosse un cittadino. La Caritas ci dà 5 milioni. Don Fiorino voleva darmene 8 e
io gli ho detto: <<Se in ottobre siamo allo sbaraglio te li
chiedo>>. Anche questo aiuta l’altro a capire che noi non vogliamo
approfittare di nessuno.”
ALV: Vorrei farle una domanda
che…va bene, gliela faccio lo stesso. Parlando con le suore Francescane è veuto
fuori che c’è un rimpianto. Lo sappiamo tutti: c’è un problema di seconda
generazione, i ragazzi sono in difficoltà, è alto l’abbandono scolastico,
magari perché hanno fatto le scuole in Tunisia e contemporaneamente è difficile
che accettino di fare il lavoro che hanno fatto i padri, di andare al mare, di
accontentarsi del lavoro saltuario in campagna. Va bene, questa è una
provocazione, me ne rendo conto: tutti questi bambini che nascono…a che tipo di
vita vanno incontro?
“Sentite, non si può sapere come va
a finire dopo. Uno salva la vita ora e poi…ognuno va al suo destino…”
ALV: Però comincia a vedersi…Lei
dice che non si può sapere…Anche con un velo di malinconia, per i ragazzini che
hanno seguito e che si stanno perdendo, le suore hanno parlato di “bomba ad
orologeria” di seconda generazione, parole loro, eh.
“Ma questo vale anche per gli
italiani…Zeffirelli è figlio di una ragazza madre, e lo dice con serenità.
Anche il signore che ha inventato “SOS VITA”, un servizio telefonico 24 ore che
si occupa di ricevere gli appelli e indirizzare le ragazze in difficoltà che
vogliono abortire ai nostri centri…i CAV non dovrebbero chiudere mai, non come
a Palermo. Insomma anche lui è figlio di una ragazza madre. La mamma lo voleva
abortire. Noi non sappiamo se quell’uomo diventerà un delinquente o un santo.
Intanto gli abbiamo dato la possibilità di vivere.”
PIETRO: No, però dico…se lei deve fare una
sua analisi…diciamooo personale, su quella che può essere l’evoluzione diciamo
di questa generazione difficile perché materialmente non ha molte prospettive…
“Ma non è solo per quelli che
abbiamo fatto nascere, anche quelli che sono nati spontaneamente…”
PIETRO & ALV: Questo è certo!
ALV: Qui il discorso non è…quello
di imputare delle colpe o delle responsabilità…
PIETRO: Non parliamo di controllo
demografico!
ALV: Lei fa un lavoro di assistenza
in cui crede. Per quanto mi riguarda utilissimo, probabilmente…rispetto a
persone che non si rivolgerebbero ad un altro tipo di servizio. Si tratta di
capire, nell’Italia del 2002, che tipo di immaginario ha lei sui problemi di
questi bambini, indipendentemente dal fatto che li aiuti a nascere lei.
“No, perché io sono un’ottimista.
Quindi penso che la vita valga la pena di essere vissuta, di essere salvata, di
essere aiutata a nascere. Può nascere uno scenziato o Zeffirelli, e un discorso
che vale per tutti.”
Arriva una donatrice (signora
alto-borghese, sposata con un militare di carriera) che si lamenta di non aver
ricevuto la lettera di ringraziamento a seguito della sua donazione. Se ne va e
la signora Gallo ci invita a visitare la casa e a tornare quando vogliamo.
INTERVISTA N. 20
Religiose, testimoni privilegiate
[Attacchiamo
il registratore a discussione iniziata, mentre si parla di case]
SA. Io dico quanto sono brutte queste case nuove, senza alcun stile,
anonime proprio. Preferiscono però abitare quelle case piuttosto che
ristrutturare una casetta qui che diventerebbe proprio un piccolo gioiello. E
si allontana il periodo in queste casette saranno ristrutturate, perché sono
comperate dai tunisini, i quali non hanno nessun interesse a conservare lo
stile…
A. Anche
perché hanno poca possibilità economica…?
SA. Anche! Non hanno grandi possibilità economiche, però anche se le
avessero non ci penserebbero! Non perché i tunisini non siano…ma perché questi
tunisini sono persone semplici, sono pescatori, sono analfabeti…Non che tutti i
tunisini siano così, ma qui viene questo tipo qua di persone. Perché altri non
si adatterebbero a fare gli schiavi sulle navi.
P. Cosa
ne pensa dell’idea che qualcuno stia preparando una speculazione…?
A. Ci è passato per la
testa perché quando le cose sono così evidenti, i prezzi delle case scendono in
questo modo, molte volte poi c’è la possibilità che qualcuno voglia
acquistarle. Voi però dite che in realtà questo fenomeno è lontano perché i
tunisini iniziano ad acquistarle…
S.A. Io non so se nel mazarese c’è questa idea, ma intanto non si vede
niente. Gli stessi padroni di casa con cui parlo… L’ho fatto sino all’altro
giorno e dicevo a questo padrone di casa: “peccato che queste case restino
così…” e lui mi ha risposto “sorella, la casa è così piccola che mettermi a
restaurarla…”. E di dentro era amareggiato di non poterla tenere… anche perché
un’altra casa vicina al laboratorio, il cui padrone si era ostinato a tenerla,
ha avuto diversi furti e ha un bambino piccolo che un giorno si è spaventato
perché hanno trovato la gente a casa un giorno. E allora passa l’idea che una
casa nel centro storico è una casa destinata a subire furti. Poi, manco a farlo
a posto, l’anno scorso hanno ucciso una donna in una casetta vicino il
laboratorio, nella sua casa paterna…
S.R. Ieri
ci sono stati anche due scippi…
S.A. Sì, però gli scippi sono stati anche a Mazara, non solo nel centro
storico. Invece questi casi avvenuti dentro il centro storico significano
che…Molti mazaresi non conoscono la casbah.
P. Di che nazionalità erano gli scippatori?
SR. Non lo
so…
S.A. Verso novembre c’è stata una serie di scippi, due-tre al giorno, e
alla fine hanno messo dentro due ragazzi tunisini. Uno l’avevamo visto
crescere, gli era morta la mamma ed era rimasto solo qua…Probabilmente voleva
procurarsi un po’ di soldi…Sta in carcere a Mazara. Questi ragazzi li si
costringe a studiare a qua. Stavano a Tunisi a studiare, li si porta qui perché
sennò non rinnovano il foglio di soggiorno se non qua. Hanno studiato sempre in
lingua araba, tentano di continuare nella scuola italiana ma non tengono il
passo perché non parlano una parola d’italiano. Non ci sono corsi di sostegno
per questi ragazzi, anche perché la scuola si è trovata impreparata a
raccogliere questi ragazzi e allora non vanno più a scuola. Tutto il giorno un
ragazzo di 16 anni che deve fare? Va nelle piazze! Lavoro non ne esiste…
D. Sì, la scuola è impreparata. Però il fenomeno
esiste ormai da anni. Perché secondo voi non si è adeguata nel frattempo?
S.R. Dei
piani li ha previsti, ma sono cose minime.
S.A. Non lo so perché! Adesso in questa scuola elementare hanno fatto
dei progetti, ma devono arrivare le autorizzazioni. C’è una burocrazia lunga,
che ti paralizza. Pensa, negli anni scorsi avevamo trovati dei locali diroccati
per fare giocare i bambini. Ci mancano sedie, tavoli…Io allora ho visto nei
cortili di varie scuole queste sedie e tavoli. Sai, basta che hanno una cosa e
li mettono subito fuori…Ho detto “a noi andrebbero bene!”. Allora abbiamo
chiesto alla preside e questa “posso toccare niente! Al comune…”. Allora andiamo
al Comune e questi “sì, poi vediamo”. Conclusione: l’altro giorno ho visto un
camion pieno di questi banchi e li stavano portando alla discarica. Tu capisci
che una burocrazia ha impedito che noi usassimo delle cose che non erano più
utilizzate. Noi, con dei volontari, li avremmo messi a posto, usati e avremmo
avuto dei ragazzi che potevano studiare, manipolare…Sono modi per interessarli.
Ieri con quei 4 ragazzini che li ho portati per l’italiano – c’era il tavolo di
ping-pong che ci hanno regalato – ma sono rimasti felici a giocare…E sono
ragazzini che nei mesi scorsi frequentavano già questi bar dove ci sono le
macchinette e iniziavano a fumare lo spinello! Perché stando allo sbando, che
fanno? Le femminucce li tengono a casa e le proteggono, ma i maschi? Sono allo
sbando! E poi che sono usciti dicono “andiamo in piazza”. E lì non è che fanno
incontri positivi. Lo sanno tutti che spacciano, che fanno di tutto a Piazza
Mokarta. In quel bar tra Corso Umberto e Via Diaz…Lo dicono pure i ragazzi che
lì…Parecchi sono stati vittime della pedofilia…Ci sono stati dei casi, hanno
arrestato persone. Erano slavi per lo più, prostituzione…Abbiamo denunciato un
caso in atto, ma è difficile dimostrarlo e questo signore circola ancora. Non
capisco come si possa essere così miopi. Questi ragazzi fanno quel che
vogliono, però un giorno sarà un problema per la società mazarese.
A. Lei ci parla di ragazzini, adolescenti. Io ho
visto ragazzi più grandi, tra i 20 e i 25…Di questi lei non ci ha mai parlato.
Non costituiscono un problema? Perché se diciamo che durante l’infanzia uno
intraprende un certo tipo di percorso, verso i 20-25 anni la strada è ormai
definita. Invece da quel che dite e si vede, non si direbbe…
S.A. No, ci sono. Quando dico ragazzi, intendo anche loro, di 20 anni.
Quelli che stanno nei circoli…Ci sono parecchi tra loro che sono venuti come
clandestini, che si mimetizzano. E quelli sono gli adolescenti di ieri…Quello
dello scippo ha 19 anni. Un altro ha 14 anni e sta in carcere a Venezia.
Roduan, un altro ragazzo, è stato arrestato: è minore e gli hanno dato una
possibilità di riparare. Noi gli abbiamo fatto l’italiano, ma era costretto e
faceva finta. Poi gli hanno trovato un lavoro dallo zio, però lo zio spesso non
l’ha voluto. Negli ultimi due anni si sta aggravando la situazione. Prima era
tranquillo, ma adesso inizio ad aver paura anch’io. Vicino la casa della
signora uccisa stanno due fratelli di 22 e 25 anni e sono clandestini. E
l’altro giorno il piccolo è finito all’ospedale, perché il fratello l’ha
picchiato e ferito col coltello. Avantieri notte, c’è una famiglia che ha un
ragazzo che va a mare e non so cosa ha combinato. Si sono bisticciati con un
altro, col coltello…
A. C’è un ritorno al ’90-95. Ma si parla sempre di
delinquenza giovanile. Non c’è una delinquenza degli adulti?
S.A. No. Infatti i genitori di questi ragazzi “sbandati” sono i più
preoccupati. Sono vittime della situazione che si è venuta a creare e non hanno
gli strumenti per reagire.
A. Un ragazzo di questi mi raccontava che il padre è
ossessionato dal fatto che fumi spinelli, lo controlla, lo picchia proprio…
S.A. Che usino questi mezzi così, è vero. Infatti anche i piccoli che
noi abbiamo, non ti ascoltano sino a che non fai un gesto di autorità. Perché
sono abituati a non fermarsi sino a che non arrivano le botte.
SR. In
realtà c’è stato un periodo in cui degli adulti usavano i bambini per fare
spaccio di droga. E’ stato nel periodo in cui sono arrivata, un paio di anni
dopo. Poi li hanno arrestati ed era finita. Si spacciava alla luce del sole,
nei vicoli. C’è un vicolo dove ancora oggi trovi un tappeto di siringhe. E
questi sono grandi…Qualche anno fa un vecchio sindaco è stato male ed è stato
sostituito temporaneamente da un commissario. Sembrava volesse fare molte cose
per l’immigrazione e sapete qual è stata la proposta? Fare una mega-moschea,
progettata dallo stesso architetto che ha fatto la moschea di Roma. Doveva
essere fuori dall’abitato, con un grande giardino tipo quello degli emirati e
la moschea nel centro. Doveva diventare attrazione per i turisti. E i tunisini
stessi dicevano “e a noi che importa? Vogliamo lavoro, la casa e se c’è un
luogo di preghiera va bene…”. Neanche il console tunisino era
contrario…Prendono queste decisioni così…dall’alto. Hanno fatto pure un convegno
con studiosi, per fare vedere che Mazara voleva venire incontro agli immigrati,
voleva aiutarli, ecc. ecc. Karim stesso scrisse un articolo su l’avvenire!,
dove diceva prima pensiamo alla scuola, ad aprire uno sportello per gli
immigrati e poi dopo…! Siccome fummo intervistate anche noi, spiegammo che non
eravamo contrarie alla moschea e che questo non c’entrava col fatto che fossimo
cattoliche. Ma ci sono dei problemi molto più gravi che quello di fare una
moschea, così grande poi! E’ uscito l’articolo e questo commissario ha poi
detto in assemblea che “Ringraziava, ringraziava Suor Angela per averci
illuminati sulla mancanza di uno sportello. Lo faremo subito!”. Mamma mia che
falsi! E ancora: “Ci sono dei ragazzi, sono degli articolisti per i lavori
socialmente utili. Cercheremo uno che parla il francese e lo metteremo…Le devo
parlare personalmente, Suor Angela!”. Quando ha finito tutta ‘sta commedia gli
ho spiegato che non poteva mettere un articolista, perché i nostri immigrati
sono persone semplici, alcuni analfabeti. Molti di loro conoscono solo l’arabo
e per giunta quello dialettale, perché non sono andati a scuola. Se lei mette
uno che parla francese…Mi ha risposto che il comune non si poteva permettere un
interprete e che poi si sarebbe visto…Abbiamo visto, infatti! Poi, titoli che
dicevano: “grande crociata della Chiesa contro la moschea!”. Capito? Penso che
ci deve essere qualcuno che di nascosto tira le fila e questi che governano qua
sono come marionette, quello che i capi gli hanno detto.
A. Mi chiedo come sia possibile questa miopia. Invece
di far tesoro delle esperienze di altri paesi…Saremmo in vantaggio!
S.R. Ma già le Regioni del nord. C’è l’Emilia-Romagna…Qui quante volte
sono andata a parlare con il sindaco di persona. Parlavamo e poi giorni dopo
c’incontravamo, “sorella, avevamo detto qualcosa, vero…?”.
P. Non è una priorità…
S.R. A parole è una priorità, però di fatto…
P. E quali sono le priorità qui?
S.R. Si danno molto da fare per la pesca…C’è un porto che da vent’anni
non era stato pulito e lo stanno facendo. Per quanto riguarda i minori, non ci
tengono, non…Un politico locale, un onorevole per la precisione, una volta ha
detto che non bisogna impegnarsi a far studiare questa gente…come durante il
fascismo, che quelli delle colonie non si facevano studiare)…Quando gli
italiani sono stati in Libia, ai libici era vietato frequentare le scuole
superiori. Lo studio rende meno gestibili le persone, ma non lo sono gestibili
neanche se sono ignoranti.
A. Sì, però gli ignoranti sono più ricattabili. Penso
ai diritti negati e magari acquistati…
S.R. Esiste, esiste! Quando magari si devono rivolgere a qualcuno per
fare una domandina. E’ naturale che poi devono sborsare i soldi. E poi alcune
cose che dovrebbero avere di diritto…
P. Ci hanno fatto intendere che c’è gente che ha
lucrato sull’ignoranza, sui bisogni/diritti degli immigrati…
S.R. Stanno lucrando, stanno lucrando! Con la complicità di impiegati.
Se fai domanda per fare la residenza, te la danno dopo che il vigile è venuto a
verificare. Tu aspetti, aspetti, aspetti e il vigile non viene. Passa un mese,
due…Glielo ricordi e questo non viene. Allora che fai? Hai un amico che ti
dice: “aspetta, ci penso io! Dammi una cassetta di pesce…”. Allora questo
poveraccio che ha bisogno della residenza per fare il permesso di soggiorno,
prende la cassetta di pesce e gliela dà. La dai all’amico, non al vigile, ma il
giorno dopo hai il foglio, anche se comunque il vigile non è passato. Questo è
comprovato, è sicuro. Altre cose le abbiamo solo sentite.
P. A noi hanno detto che investe tutto: libretti di
navigazione,…
S.R. Permessi di soggiorno…4 milioni per un permesso di soggiorno! E
dici che non ci sono complici?! [Rivolta a Suor Rossana] Non ce l’ha detto pure
x l’altro giorno? “Vedi quella? E’ la tunisina che si presta a fare da
intermediario. Vedi che macchina grande ha?”. 4 milioni per un permesso di
soggiorno…Quando c’è stata la sanatoria, bisognava presentare la prova che eri
in Italia a partire da una certa data. Era difficile trovare questa prova,
perché prima eri clandestino e non lasciavi tracce. Allora, come si poteva
fare? I più sono ricorsi a dei certificati medici al pronto soccorso e sono andati a caccia di questi certificati. Ma sai
quanto ci hanno guadagnato su questi certificati falsi? Perché, naturalmente,
per averlo devi pagare…Oppure per rinnovare il permesso di soggiorno devi avere
il contratto. Te lo fanno e ti paghi i contributi…Questi li capisco in un
momento d’emergenza, ti faccio un favore…Ma quando è sistema…Se io vado al Comune
e presento una domanda tu devi farmi il certificato.
S.R.
Speriamo almeno che facciano lo sportello…
S.A. Se lo faranno sono capaci di mettere un articolista, come diceva il
commissario. Fanno lo sportello, salvano la faccia perché hanno fatto lo sportello,
e poi non serve…Quindi quasi quasi ho paura. Al sindaco abbiamo detto che serve
uno qualificato. L’unico sarebbe al momento Karim, che è laureato e ha varie
qualifiche, oltre a fare il maestro. Ma è di sinistra e quando abbiamo fatto il
suo nome il sindaco è andato su tutte le furie. “Non voglio che passino tutti
dalle sue mani!”, ha detto. Certo, Karim è uno che apre gli occhi alla gente…
P. Suor R., prima l’ho incontrata e abbiamo parlato
della scuola elementare. Ho visto che si è accalorata in quei pochi istanti.
Perché?
S.R. E’
una storia lunga…I bambini immigrati che iniziano dal primo anno della scuola
elementare…
P. Scuola elementare “italiana” o “tunisina”?
S.R.
Italiana…
S.A. Sino a poco tempo fa andavano quasi solo alla scuola tunisina. Ma siccome
poi si trovavano male nella scuola media italiana, allora stanno iniziando a
mandarli nella scuola italiana già dal primo anno.
S.R. Se
iniziano dal primo anno della scuola elementare problemi non ce ne sono…I
problemi nascono quando le mamme decidono d’interrompere la scuola araba – in
seconda, terza o anche quinta – e d’inserirli nella scuola italiana. E allora è
troppo tardi. Non riescono a seguire quello che dice la maestra…gli fanno un
programma alternativo, il bambino ascolta quello che dice la maestra, deve fare
l’atto di recupero che dice la maestra…La direttrice ha organizzato dei corsi,
per cui per li prendono due ore giorno oppure un paio di volte la settimana,
però il bambino non fa il cammino regolare. Specie quando un bambino lo inseriscono
in quinta…è difficile! Già i problemi con la lingua ci sono per gli italiani…
Il bambino arriva in quinta che non parla l’italiano, ma il mazarese, il
siciliano…E allora devi ricorreggere quel lessico che ha imparato per la
strada, parlando con gli amici. E il problema più grosso è ancora quando fanno
sino alla quinta araba e poi alla scuola media. E qui si trovano in una
difficoltà incredibile.
S. A. Da tanti anni si sta facendo una battaglia affinché la scuola
tunisina inserisca tra le materie di studio la lingua italiana. Non c’è niente
da fare da quel lato…Io ricordo che una volta è venuto a trovarci il console in
occasione di un convegno e disse: “noi non pensiamo di fargli imparare
l’italiano, perché sono degli immigrati in transito”. Quindi non dobbiamo
parlare d’integrazione e loro sono contrari a questo, perché gli immigrati
devono tornare in Tunisia. E probabilmente c’è all’inizio questo progetto –
andiamo, guadagniamo e torniamo – ma poi nascono i figli, i figli si ambientano
qua, iniziano la scuola qua e i figli stessi sono quelli che non si ritrovano
più in Tunisia. E quindi pestano i piedi per restare in Italia. E poi non è
vero che guadagnano il gruzzolo per tornare in Patria…perché qui si guadagna di
più, ma si spende anche di più che in Tunisia. Lì per esempio l’alimentazione
primaria, di base, è lasciata sempre a prezzo molto basso. Per esempio lo
zucchero, il latte, il pane, costano pochissimo, tant’è vero che venendo da lì
portano grandi scorte. Poi la casetta, è sempre una casetta semplice ma ce
l’hanno. Qui pagano l’affitto…
S.R. Abbiamo
avuto, a proposito della scuola, un ragazzino, yassin, che è piccolino, per cui
lo hanno inserito nella terza elementare. Prima ha fatto la prima e la seconda
araba e poi l’hanno inserito in terza…Il bambino, tra virgolette, sembrava un
ebete. Ora piano piano si sta riprendendo. Abbiamo chiesto alla direttrice,
sempre con karim e tutto, “mettiamolo un paio di mesi in prima. Intanto impara
l’abc. Poi, subito, lo passiamo in seconda per un paio di mesi. Vedere un po’
che cammino può fare…perché subito in terza la maestra spiega la storia, spiega
la matematica, spiega scienze…proprio, il bambino confuso al cento per cento.
Niente! Non c’è stato nulla da fare! “Ha fatto la seconda e passa in terza!”.
Ci siamo scontrati molte volte per queste cose.
P. Ma è lei che è rigida o ha dei vincoli, non so,
“burocratici”?
S.A. No, non ne ha vincoli. E’ lei proprio…Gli insegnanti erano
disposti! L’unica era che la scuola italiana o tunisina…Ecco, la scuola
italiana: il bambino che si inserisce nella scuola italiana, non è giusto che
perda la sua lingua, quindi anche la scuola italiana dovrebbe fare dei corsi in
questa lingua.
S.R. Ma lo
sta facendo. Solo che lo fa per quel gruppetto, per quel modulo. Non so, prendi
un pomeriggio, fanno i rientri. Di pomeriggio, lingua araba un paio di ore.
Invece hanno fatto un modulo sperimentale, facoltativo, che poi è frequentato
solo dagli italiani di agiate condizioni…
S.A. Poi hanno iniziato la lingua araba gli italiani, ma si sono
ritirati tutti. Karim è rimasto coi banchi…
S.R. I
bambini tunisini che frequentano la scuola d’italiano e che così hanno scelto
anche di frequentare il corso d’arabo invece sono rimasti…
S.A. Però non è una cosa fatta sistematicamente. Ogni anno non si sa se
lo fanno, sino all’ultimo ci si chiede se ci sarà il finanziamento o no. Sono
delle toppe messe là…
S.R. Il
problema più grosso, di conseguenza, ce l’ha la scuola media.
A. Volevo chiedervi qualcosa delle attività che fate
coi bambini…
S.R. Per
il sostegno scolastico quest’anno ci sono altri gruppi che lo fanno. Abbiamo
cercato di sensibilizzare altre parrocchie. Qui è da più di 10 anni che si fa
sostegno scolastico, variando di anno in anno in base alle situazioni. Abbiamo
fatto la scelta da alcuni anni di occuparci soltanto dei bambini delle
elementari, perché sennò non si arriva. Anche perché piano piano le mamme
decidono di mandare i bambini alla scuola italiana e i bambini aumentano. Prima
erano di meno: avevamo i bambini delle scuole medie più che altro, e qualche
bambino della scuola italiana. Poi sono subentrati un bel gruppo di slavi.
Erano una quindicina, ma sono partiti. Sono nomadi e fanno avanti e indietro.
Adesso la situazione si è stabilizzata e sono quasi tutti tunisini, abbiamo una
bambina mazarese e un gruppo di bambini slavi. Facciamo doposcuola tutti i
giorni tranne il sabato.
A. Ma quanti sono i ragazzi?
S.R. Una
ventina. Abbiamo messo un punto: guardate è stato aperto un altro doposcuola
alla chiesa di Cristo Re e lì hanno preso altri bambini. Poi c’ è un altro
doposcuola gestito dai ragazzi della cattedrale e lì hanno soltanto i ragazzi
di prima media per poterli seguire meglio. I volontari ci sono, c’è l’obiettore
che sta facendo il tirocinio e che viene tre volte a settimana. Ci sono tre
mamme mazaresi: una viene già da 3-4 anni, è una insegnante in pensione e viene
un ora, un’ora e mezza, a secondo di quanto può. Poi ci sono le altre due mamme
da quest’anno. Qui i ragazzi si susseguono, perché il volontariato ha i suoi
alti e bassi. Abbiamo avuto molti scout negli anni passati, ma quest’anno
stiamo avendo due ragazze che stanno venendo abbastanza sistematicamente. Sono
ragazze del liceo…Altri sono venuti per natale…Sono ragazzi del liceo e se
hanno problemi di scuola – interrogazioni, compiti e via dicendo – ci
avvertono, “non possiamo venire!” e…Però
ce la stiamo facendo abbastanza bene. I bambini anche rispondono abbastanza
bene, perché vengono tutti i giorni, tranne in quelli in cui hanno il rientro a
scuola.
S.A. I genitori tunisini ci
tengono molto. Li accompagnano, li curano…Non eravamo abituati prima. Una volta
siamo andati con una ragazza che stava facendo una ricerca in alcune famiglie
della casbah. “Che cosa prende, che cosa vorrebbe per i suoi figli?” domandava
alle mamme e poi intervistava il bambino: “Cosa vorresti fare da grande?” e
così via…Tutti rispondevano non voglio che il bambino faccia la nostra vita,
prevedo questo per quanto sia possibile…uno voleva fare il medico, l’altro
l’ingegnere…Non ci arriveranno, però nella loro coscienza non c’è quello di
restare analfabeti, di far restare analfabeti i loro figli…
S.R. Qui sono passati tanti ragazzi, tra cui Nuren stessa.
Quante volte l’abbiamo spinta: “dai, Nuren, continua a studiare…”. Si era
iscritta al liceo, poi aveva lasciato, poi ha finito da privatista. Si è
iscritta all’università, poi ha lasciato. Alla fine ha preso un diploma
professionale. Poi ci sono i ragazzi che vanno alla scuola superiore, che erano
quelli che venivano qui quando erano piccolini. Poi, per esempio, non è che una
cima, però c’è il primo ragazzino slavo che va all’IPSIA: bisognerebbe seguirlo
e tutto, però frequenta il secondo anno. Riuscisse almeno ad arrivare al terzo
potrebbe prendere una qualifica. Per cui sta entrando anche nella mentalità
delle famiglie rom…C’era Franco – è partito – faceva la terza…L’ho incontrato
giorni fa gli ho detto se ricordava che voleva fare l’avvocato e gli si è
aperto il cuore. Perché piano piano inizia a farsi avanti quest’idea, a furia
di martellare…
A.
Giocano insieme bambini e slavi? Non si creano conflitti di natura “etnica”?
S.R. Un po’ come tutti i bambini. Nel vicolo avevamo
ragazzini mazaresi, slavi e tunisini. Li vedevi: un po’ giocavano, un po’ si
azzuffavano, però come tutti i bambini…
S.A. Però tu stessa hai
detto che tra i bambini c’era un po’ di razzismo, che non volevano stare vicino
a x, una delle ragazzine slave. Contro gli slavi c’era questa cosa…Anche i
tunisini non vogliono gli slavi, perché secondo loro gli slavi sono inferiori…
Sai cosa serviva per l’integrazione? I campi scuola d’estate! Perché, almeno
quei due che abbiamo fatto, erano frequentati da slavi, tunisini e anche alcuni
ragazzini italiani. Gli educatori erano bravi, perché quando vedevano che i
tunisini stavano coi tunisini, gli slavi con gli slavi, allora rompevano le
fila e rimischiavano tutto. Un’altra iniziativa per quanto riguarda i bambini
nel pomeriggio l’ha presa la Caritas: sta iniziando un centro d’aggregazione,
all’interno del quale dovrebbero esserci libere attività. Ad esempio, la
manipolazione del pongo, la danza e anche un corso d’italiano per i bambini
della scuola araba che fra pochi anni entreranno nella scuola italiana, per
prepararli. E vengono tre insegnanti da Salemi tutte le settimane, per tre
volte. I bambini sono contenti e verrebbero, però siamo costretti a limitare e
a fare il numero chiuso. Io ho preso dei ragazzini che fanno la prima e la
seconda media, perché gli insegnanti che venivano da Salemi dicevano che erano
troppi. Li ho presi io: un bambino che fa la seconda media non sa leggere
ancora in Italiano!
S.R. Siccome hanno fatto sino alla sesta, li mettono in
seconda media!!
S.A. Non sapevano leggere,
non conoscono i vocaboli…Non sapevano, chessò, labbra…Come fanno a seguire una
lezione? Abbiamo incominciato coi vocaboli, però si sentono umiliati a dover
fare le cose delle elementari. Allora abbiamo preso dei libri d’italiano per
stranieri e quindi non hanno l’impressione di fare proprio il sillabario.
Questo centro di aggregazione avrebbe questo scopo, di tenergli impegnati,
soprattutto i maschietti. Però è difficile trovare i volontari…perché, pur
pagandoli, se non sei portato non rendi, non spieghi bene. C’era un volontario
molto bravo, che ha dovuto lasciare per cercare un lavoro vero…Per un periodo ha
lavorato anche in una casa-famiglia per minori in difficoltà, segnalati dai
tribunali. Poi il sabato pomeriggio li facciamo lavorare: sono circa duecento e
abbiamo tre stanze, grandi; però stanze…
P. Circa
200 bambini?!
S.A. Sono un migliaio i bambini, non hanno niente e quando fai una cosa
subito accorrono. Li facciamo disegnare, fare gli origami…Sono tre stanze in
una congregazione di suore. Le suore avevano una scuola lì. L’hanno chiusa e ce
le hanno dat
A.
Non c’è il sospetto da parte di
qualche famiglia nei vostri confronti, perché siete religiose?
S.A. No. Siamo ormai qui da molti anni e sanno che non parliamo di
questi valori…Tante volte hanno più fiducia di noi che dei loro connazionali.
Se hanno problemi ci chiamano per accompagnarli, per risolverli. Hanno fiducia
perché hanno provato tante volte e hanno visto. Peccato perché non riusciamo…Io
capisco che quello che diamo è una stupidaggine. Potrebbe essere fatto di
meglio. Soprattutto per i bambini che se presi a quell’età e presi bene,
conservano un bel ricordo e…Abbiamo avuto problemi del resto coi volontari: chi
parte, chi lavora…Abbiamo pure dovuto sospendere le attività un anno.
A.
Questo è interessante. Perché non
c’è stato ricambio?
S.A. Perché abbiamo interrotto per un anno. Adesso ci vuole un po’ di
tempo per trovare altri volontari. Ci hanno tolto i locali, perché erano
fatiscenti. Erano grandi spazi col cortile. Si facevano lavoretti con la carta
o queste cose che s’inventavano volta per volta. I bambini si stancano dopo un
po’e allora avevamo questo cortile e i bambini andavano a giocare. Ogni sabato
si vedeva l’aumento progressivo. Poi i proprietari ci hanno detto che non
potevano più lasciarci lì, perché non erano locali agibili…Comunque per 4 anni
ci siamo stati; abbiamo fatto i campi estivi.
P.
Italiani ne venivano?
S.A. Sì, qualcuno. Però ci sono dei pregiudizi. Per esempio
nella squadra di calcio c’erano tre italiani, ma con grandi difficoltà venivano
mandati dai genitori.
P.
Perché? Pensavano, chessò, a malattie?
S.A. Più che malattie, pensavano che erano delinquenti,
sono rissosi…A volte in effetti certe volte sono aggressivi, perché quando uno
si sente emarginato diventa aggressivo! Che ci sia un po’ di prevenzione,
pregiudizio, è vero. Ma che poi si esprimano come dite voi, “porco tunisino”,…
P. Beh,
me lo hanno raccontato sia una studentessa delle superiori che Marzouq. Il
figlio di questo, in tempi più recenti della ragazza, litigava e lo insultavano
così…
S.A. E’ vero che ci sono dei pregiudizi da parte degli
italiani, però quando uno sviluppa un senso di inferiorità, senti che non sei
all’altezza con la lingua, ti viene un complesso…Allora anche certi
atteggiamenti che potrebbero essere normali, vengono interpretati in un certo
modo…
A.
Certo, il bambino che viene da una famiglia poco istruita e ripete “sporco
tunisino” non è probabilmente la cosa più grave. Però a queste affermazioni
segue un riscontro, perché se la mamma non manda il bambino a giocare pallone
perché pensa che i tunisini sono aggressivi, portano malattie…
S.A. Paura delle malattie non tanto. Perché in genere i
tunisini sono ben vestiti, puliti. Forse gli slavi erano un po’…Adesso invece
sai che sto riscontrando e che potrebbe essere un problema domani? Lo dico
perché ho avuto un caso qui: molti ex-ragazzi sono venuti giovani a lavorare,
quindi c’era la salute…hanno lavorato sempre. Il lavoro di mare usura molto
logora. Quindi adesso si ritrovano a 45 anni vecchi, chi ha un’ernia al disco…e
si ritrovano improvvisamente senza lavoro e con questa cassa marittima che non dà
niente! C’è uno adesso che (due casi abbiamo e aumenteranno sempre di più)
prima di avere una piccola pensione d’invalidità passa tempo e tempo. E in
questo periodo loro non hanno niente. Improvvisamente da un lavoro sicuro, che
dava poco ma era sicuro, passano ad uno stato d’indigenza. Prima che la cassa
marittima dia 200.000 lire, e una famiglia non può vivere con questa cifra,
passa parecchio tempo. Io vedo che questi casi ci sono e si moltiplicheranno.
Proprio stamattina, uno è stato operato per tumore al cervello. Era pescatore
sino ad un anno fa e riceve dalla cassa marittima 200.000 lire al mese. La casa
dell’affitto è 200.000 lire, quindi gli bastano soltanto per l’affitto. Non
solo: ma quest’affitto lo deve pagare anticipato di un anno. Adesso gli scade
l’affitto e…
[Interruzione. Arriva qualcuno e blocchiamo la cassetta.
Ricominciamo da un altro punto]
A. Noi però dicevamo che
i figli di 20 non vogliono andare a mare…
S.A. Questo i figli ce li
ha, ma sono a studiare a Tunisi!
A. No,
non dicevo in questo caso specifico. Dicevo come…
S.A. Sì, ma non tutti si sposano a 20 anni e i ragazzi sono tutti
minorenni e stanno studiano. Non ha neanche 45 anni questo…L’altro invece ha 50
anni e anche lui c’ha l’ernia al disco e altro. Dichiarano che non può lavorare,
ma non risulta che abbia diritto ai fini dell’invalidità. Ed ha lavorato 20
anni a mare! Io mi sto domandando come faranno tra poco. Perché quando non
trovano un sostegno nelle strutture, si rivolgono alla Caritas. Ma la Caritas
può fare solo fino a un certo punto. Questo si è trovato di fronte ad un
affitto di 2.400.000, ma deve anticipare tutto l’anno e ha una pensioncina di
100.000 lire al mese.
S.R. Loro
vengono, lavorano, si portano la famiglia, fanno figli, prendono casa, ma a 40
anni son finiti se hanno fatto veramente i pescatori.
S.A. Sono tre! Il marito di L. ha preso una specie depressione, che non
gli è riconosciuta come malattia. Per fortuna la moglie lavora al laboratorio
di tappeti e vivono con quello…Ci vorrebbero avvocati che seguissero veramente
e in profondità la questione.
P. Non c’è niente di simile a un collegio di avvocati
che patrocinino gli immigrati, fornendo consulenza legale gratuita? Non so,
avvocati impegnati socialmente…
S.A. C’è qualche avvocato giovane che presta il suo servizio, ma…
S.R.
Abbiamo fatto anche tante attività, viaggi. Taormina, al ristorante ad Erice.
Andiamo a volte in pizzeria dopo il doposcuola. Facciamo delle attività
all’aperto, festeggiamo i compleanni…Il gelataio ci passa i gelati a 1000 lire.
Ci sono degli adulti che ci aiutano in questo senso. I bambini, poi, quando si
sentono considerati sono contenti…
S.A. Però sono tanti, ne seguiamo così pochi…Non ci sono i mezzi. Ti
danno 1000 lire oppure i vestiti. Li danno a noi…Hanno provato a darglieli loro,
ma gli hanno detto di no! Noi raccogliamo i giocattoli…Restauriamo quelli che
sono un po’ rovinati ma recuperabili, pigliamo quelli buoni e gettiamo quelli
inutilizzabili. Poi facciamo la pesca…Sino a poco tempo fa i tunisini non
usavano regalare giocattoli ai loro bambini. Adesso iniziano…Era triste vedere
questi bambini senza giocattoli. Ce n’era una che aveva una bambola tutta
spelacchiata e se la teneva stretta stretta…Anche per Carnevale qualcuno inizia
a prendere al figlio il vestito di carnevale. Raccoglievamo anche questi e li
davamo…Da parte dei genitori c’è buona volontà per seguire i bambini, dargli
un’istruzione, farli sentire uguali agli altri.
P. Ma non è anche un po’ drammatica questa
penetrazione, anche tra i tunisini, del consumo legato all’infanzia?
S.R.
Quando c’era la moda del monopattino qua attorno facevano a gara a chi…I
bambini premono…
S.A. Sì, vedono la tv e vedono anche gli altri bambini italiani…Per
esempio una cosa che trovo negativa: non mandano il bambino se non ha la brioche.
I bambini italiani ce l’hanno, è pubblicizzata in televisione e per loro non
avere la brioche è segno di miseria.
A. Non li mandano a scuola?!
S.R. I
bambini slavi se non avevano le 1000 lire per la brioche non venivano a scuola…
S.A. Devono avere quella brioche! Io glielo dico: ma non c’è bisogno
della brioche. Loro però vedono il ragazzino italiano e devono averla anche
loro. I genitori fanno una fatica enorme a comperare le brioche. Sembra una
stupidaggine…
S.R. A
proposito della donazione dei vestiti, mi viene in mente che era divertente,
quando la domenica certi slavi domandavano l’elemosina e ricevevano vestiti,
vedere le donne in circolo a scegliere i vestiti…Questo ha la lampo rotta,
questa è da buttare in spazzatura, questo prendilo tu…Era la cernita…
A. Io non li ho mai visti gli zingari a chiedere
l’elemosina.
S.A. Sono partiti molti. E quelli di Mazara vanno a Marsala o da altre
parti. Perché i bambini iniziano a vergognarsi…Se passiamo noi ad esempio,
oppure i compagni di scuola. Prima ce n’erano molti di più.
INTERVISTA N.21
Responsabile
Confcommercio