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Una mafia liquida, ovvero Gomorra calabrese - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
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Una mafia liquida

 Relazione annuale della Commissione  parlamentare d’inchiesta sul fenomeno

della criminalità organizzata mafiosa o similare

 

‘Ndrangheta

 

Relatore On. Francesco Forgione

 

 

INDICE

 

CAPITOLO I - UNA MAFIA LIQUIDA  

 

CAPITOLO II - STORIE  

1. Le origini  

2. Le differenze rispetto alle altre mafie  

3. ‘Ndrangheta e massoneria  

4. Tra passato e futuro  30

 

CAPITOLO III - LE FAMIGLIE E IL TERRITORIO  

1. Una mafia invisibile  

2 La provincia di Reggio Calabria  

2.1 Il capoluogo  

2.2 L’area ionica

2.3 L’area tirrenica  

3 Provincia di Catanzaro

3.1 Lamezia Terme  

3.2 Catanzaro

3.3 La zona ionica

4. Provincia di Cosenza  

4.1 Il capoluogo

4.2 Area Ionica  

4.3 Area tirrenica  

5. Provincia di Crotone  

5.1 L’invasione dell’economia  

5.2 Il capoluogo  

5.3 Tra la Sila e il mare  

6. Provincia di Vibo Valentia  

6.1 Il dominio dei Mancuso  

6.2 Gli altri gruppi  71

 

CAPITOLO IV - METAFORE DELLA MODERNITÀ  

1 Il fallimento dello sviluppo  

2. Gioia Tauro, Porto Franco  

3. La Salerno – Reggio Calabria  

 

CAPITOLO V - ECONOMIE PARALLELE  

1. Una holding criminale  

2. Estorsioni e usura  

3. Pubblica amministrazione

4. Finanziamenti europei  

5. Una spesa senza controllo  

6. Il primato nelle frodi  

7. Un caso emblematico  

8. Europaradiso  

9. I patrimoni mafiosi  

 

 

 CAPITOLO VI

SALUTE PUBBLICA  126

1. Sanità e corruzione

2. 1987. Taurianova e Locri: le prime USL sciolte

3. 2006. Locri, il secondo scioglimento

4. Convenzioni e appalti

5. I dipendenti

7. Villa Anya. L’onorata sanità

8. Le intercettazioni di Crea

9. Il sistema Crea

10. Il caso Vibo: un triste record

11. Il caso Fortugno

 

CAPITOLO VII - COLONIZZAZIONI  

1. Milano e la Lombardia  

2. Liguria  

3. Emilia Romagna  

4. Piemonte  

5 Roma e Lazio  

 

CAPITOLO VIII  - LE ROTTE DELLA COCAINA  

1. L’approvvigionamento dello stupefacente  

2. Le ragioni di un primato  

3. Linee di tendenza  

4. Rapporti con terroristi e paramilitari  

5. Indagine e processi  

 

CAPITOLO IX - UNA SINTESI  

 

 

 

 CAPITOLO I - Una mafia liquida

 

 

Sono passate da poco le due della notte fra il 14 e il 15 agosto 2007 a

Duisburg, nel Nord Reno Westfalia. Sebastiano Strangio, trentanove anni,

cuoco, calabrese originario di San Luca, chiude il suo ristorante e, con due

camerieri e tre amici, si accinge a tornare a casa.

I sei sono appena entrati nelle macchine, parcheggiate a qualche decina di

metri dal ristorante, quando vengono raggiunti e stroncati dal fuoco

incrociato di due pistole calibro nove. Nel giro di pochi secondi vengono

esplosi ben 54 colpi da esecutori spietati e lucidi. Lo testimoniano, fra

l’altro le rosate strette sulle fiancate delle macchine, il fatto che, ad azione

in corso, i due esecutori abbiano addirittura cambiato i caricatori delle

pistole, e il colpo di grazia inflitto con calma e determinazione a tutte le

vittime.

Gli assassini scompaiono dopo aver completato il lavoro con i colpi di

grazia. Nelle due macchine rimangono i cadaveri di Sebastiano Strangio,

Francesco Giorgi (minorenne), Tommaso Venturi (che proprio quella sera

aveva festeggiato i diciotto anni), Francesco e Marco Pergola (20 e 22 anni,

fratelli, figli di un ex poliziotto del commissariato di Siderno) e Marco

Marmo, principale obiettivo dell’inaudita azione di fuoco perché sospettato

di essere stato il custode delle armi utilizzate per uccidere, a San Luca il

precedente Natale, Maria Strangio, moglie di Giovanni Nirta.

Le vittime fanno in vario modo riferimento al clan Pelle-Vottari, in lotta da

oltre quindici anni con il clan Nirta-Strangio (non induca in errore il nome

del cuoco che, pur chiamandosi Strangio, fa riferimento al clan Pelle

Vottari).

 


 

Con la strage di Ferragosto a Duisburg la Germania e l’Europa scoprono

attoniti la micidiale potenza di fuoco e l’enorme potenzialità criminale di

una mafia proveniente dalle profondità remote e inaccessibili di un mondo

rurale e arcaico.

Molte cose colpiscono gli stupefatti investigatori tedeschi e l’immaginario

collettivo: la determinazione e la professionalità degli assassini, il numero e

l’età dei morti, il fatto che la strage sia stata compiuta nel cuore

dell’Europa civilizzata a migliaia di chilometri di distanza da San Luca e

un santino bruciato - indicatore inequivoco di una recente affiliazione

rituale - trovato in tasca a uno dei giovani assassinati.

Parte sotterraneo da San Luca ed erompe a Duisburg un connubio esplosivo

fra vendette ancestrali e affari milionari, un misto di faide tribali e di

spietata modernità mafiosa, producendo uno shock improvviso e micidiale

per l’opinione pubblica e per le autorità tedesche.

In realtà, però, i segni premonitori c.erano già tutti da tempo e la strage di

Ferragosto è un indicatore tragico e quasi metaforico della sottovalutazione

da parte delle autorità tedesche della „ndrangheta e del suo grado di

penetrazione e radicamento in quel paese, oltre che in Europa e nel resto

del mondo.

La presenza „ndranghetista in Germania risalente già agli anni settanta e

ottanta (quando a più riprese viene rilevata la presenza delle famiglie Farao

di Cirò in provincia di Crotone, dei Mazzaferro di Gioiosa Ionica, delle

famiglie di Reggio Calabria, delle storiche famiglie mafiose originarie di

Africo, di San Luca, di Bova Marina e di Oppido Mamertina) era ben nota

alle autorità tedesche anche solo per le richieste di assistenza giudiziaria e

investigativa della magistratura e delle forze di polizia italiane.

 

Già nel 2001 l’indagine dei Carabinieri convenzionalmente denominata

Luca.s aveva poi segnalato, anche alle autorità tedesche, il ristorante “Da

Bruno” davanti al quale si è verificata la strage, e in generale, il cospicuo

 


 

 

fenomeno del riciclaggio di denaro sporco nel settore della ristorazione, in

quel paese.

La segnalazione non aveva prodotto concreti risultati investigativi, e la

percezione che si ricava da questo scarso riscontro (a parte le carenze della

legislazione tedesca in materia di repressione del riciclaggio e, più in

generale, di aggressione dei patrimoni illeciti) è che l’atteggiamento delle

autorità tedesche fosse di rimozione del problema, considerato, in modo più

o meno inconsapevole, affare altrui.

Affare degli italiani. Affare nostro.

La strage di Duisburg, come una metafora, spiega meglio di ogni discorso,

meglio di ogni analisi, meglio di ogni riflessione, che il modello di crimine

globale, rappresentato dalla „ndrangheta, non è (solo) affare nostro.

Il 15 agosto ha rotto un tabù, ma chi fosse stato attento ai segnali, agli

indizi, alle crepe, avrebbe potuto dire anche prima che era solo questione di

tempo. Se nel sottosuolo della civilizzazione europea circolano certi fluidi

ribollenti e miasmatici, prima o poi questi fluidi salteranno fuori, non

appena si produca una crepa nella superficie.

La strage di Duisburg è stata come un geiser. Uno zampillo ribollente e

micidiale che da una fessura del suolo ha scagliato verso l’alto, finalmente

visibile a tutti, il liquido miasmatico e pericolosissimo di una criminalità

che partendo dalle profondità più remote della Calabria, si era da tempo

diffusa ovunque nel sottosuolo oscuro della globalizzazione.

La crepa nella superficie in questo caso viene da lontano. Da un altrove

inquietante e nascosto, lontano nello spazio e lontano nel tempo.

---------------

 

 

 

Questo altrove è San Luca, località strategica nella storia e nell’attualità

della „ndrangheta, luogo cruciale per il controllo dei traffici di droga che

 


 

 

producono enormi profitti e sede altresì di una lunga e sanguinosa faida che

vede lo scontro fra due gruppi famigliari dell’aristocrazia mafiosa

calabrese. I Nirta-Strangio (principi del narcotraffico con basi in Olanda,

Germania e oltreoceano) da un lato e Vottari-Pelle-Romeo (il cui

capobastone, 'Ntoni Pelle negli anni passati era stato designato, al santuario

della Madonna di Polsi, capo crimine, cioè reggente e garante di tutta la

„ndrangheta secondo il modello organizzativo federale elaborato dopo la

guerra-pace del 91), dall’altro.

La faida nasce per un motivo banale, per una bravata di giovinastri finita in

tragedia. È una sera di carnevale del 1991, un gruppo di ragazzi vicini alla

famiglia Strangio prende a bersagliare con uova marce il circolo ricreativo

di Domenico Pelle, facendosi beffe delle proteste e delle imprecazioni del

titolare. L’offesa non rimane impuntita e la sera di San Valentino due

giovani della famiglia Strangio vengono uccisi, altri due feriti.

Da quel momento gli anni novanta vengono segnati da un.impressionante

sequenza di attentati e uccisioni che colpiscono ora l’una, ora l’altra parte

in conflitto. La faida culmina nell’omicidio del Natale 2006 quando un

gruppo di killer armati di pistole e fucili uccide Maria Strangio moglie di

Giovanni Nirta. Seguono altri omicidi, latitanze volontarie (il

comportamento, tipico di quella zona, di uomini che, pur non avendo

pendenze giudiziarie, si danno a latitanze di fatto, si nascondono per

sfuggire alla vendetta altrui o per preparare più agevolmente la propria),

scosse sempre più intense e pericolose che preludono alla mattanza di

Ferragosto.

Come si diceva, vari elementi di questo inaudito episodio colpiscono

l’immaginario collettivo e l’intelligenza degli investigatori. Non sfugge, a

questi ultimi:

 


 

 

– Il ritrovamento, accanto alla sala del ristorante “Da Bruno”, di un

locale chiaramente destinato alle pratiche di affiliazione, con tutte le

necessarie dotazioni iconografiche.

– Il ritrovamento, nel portafogli di una delle vittime, Tommaso Venturi,

di un santino di San Michele parzialmente bruciato; chiaro indizio di

un.affiliazione celebrata poco prima. Non sarà inutile al proposito

ricordare che qualche ora prima, il 14 agosto, il giovane Venturi

aveva festeggiato il diciottesimo compleanno potendosi da ciò

desumere che l’ingresso formale nella consorteria mafiosa era stato

fatto coincidere (secondo una tradizionale attenzione ai dettagli

simbolici) con il passaggio alla maggiore età.

– La circostanza che la strage avveniva (come altri episodi topici della

faida di San Luca), sempre in prospettiva simbolica e rituale, in un

giorno di festa.

– Il fatto che gli attentatori parlino il tedesco, come risulta

pacificamente da una delle testimonianze raccolte nell’immediatezza

del fatto e che dunque appartengano all’immigrazione criminale di

seconda generazione o comunque evoluta, poliglotta e dunque più

pericolosa.

 

 

 

 

Le indagini, finalmente coordinate, delle autorità italiane e tedesche,

consentono ben presto di verificare l’ipotesi investigativa formulata subito

dopo il fatto. Responsabili della strage sono infatti appartenenti alla cosca

Nirta–Strangio, e personaggio chiave dell’eccidio è una figura

paradigmatica della „ndrangheta del terzo millennio, in perfetto equilibrio

fra tradizione e modernità: Giovanni Strangio. Si tratta di un imprenditore

della ristorazione in Germania (titolare di due ristoranti a Kaarst), è

poliglotta, si muove con estrema disinvoltura sull’asse italo tedesco e fino

al dicembre 2006 (quando, in occasione dei funerali di Maria Strangio,

 


 

 

viene arrestato dalla Polizia per detenzione di una pistola) era

sostanzialmente incensurato. Che un soggetto con queste caratteristiche (e,

lo si ripete, con un curriculum criminale pressoché inesistente),

chiaramente dedito al segmento affaristico dell’attività criminale sia

diventato uno dei ricercati più importanti d.Italia e d.Europa per la

partecipazione ad un.azione di sterminio eclatante e senza precedenti, dà

un.idea efficace della posta in gioco per le cosche di San Luca.

Non vi è dubbio che gli appartenenti alla cosca Nirta Strangio fossero

consapevoli che il trasferimento della faida dalla Calabria in Germania

avrebbe avuto l’effetto di accendere i riflettori sulla „ndrangheta generando

un.accelerazione investigativa da parte italiana e una presa di coscienza

della gravità del fenomeno da parte tedesca.

È quanto emerge anche dal contenuto degli incontri tenuti in Germania, da

una delegazione della Commissione parlamentare, nella missione

preparatoria di questa relazione.

Chi aveva progettato quella strage con modalità così paurosamente

spettacolari ne era ben consapevole, sapeva di dover pagare un prezzo e ha

deciso di pagarlo pur di affermare la propria supremazia e il proprio

progetto di potere criminale.

È così che una sanguinosa faida d.Aspromonte (peraltro inserita nella lista

delle dieci priorità criminali, stilata nel 2007 dal capo della D.D.A. di

Reggio Calabria, Salvatore Boemi) porta all’attenzione dell’Europa e del

mondo una mafia con caratteristiche singolari e apparentemente

contraddittorie. Un modello criminale caratterizzato da impreviste e

sorprendenti analogie con altri fenomeni della postmodernità. Un

paradossale paradigma per gli studiosi moderni del concetto di efficacia.

---------------

 

 


 

 

Riflettere brevemente sul significato della parola „ndrangheta non è un

mero esercizio accademico e offre invece interessanti spunti di riflessione e

analisi storica.

L’ipotesi etimologica più convincente fa riferimento al vocabolo greco

andragatia il cui significato allude alle virtù virili, al coraggio, alla

rettitudine.

L’ andragatia è la qualità dell’uomo coraggioso, retto e meritevole di

rispetto e la „ndrangheta storicamente ha sempre cercato il consenso

presentandosi come portatrice di questi valori popolari e in particolare di

un sentimento di giustizia e ordine sociale che i poteri legali non erano in

grado di assicurare, in ciò manipolando strumentalmente la sfiducia delle

popolazioni nei confronti dello Stato e delle Istituzioni.

Quello che è chiaro, sin dai primi anni dello sviluppo della „„ndrangheta, è

che essa non è un.organizzazione di povera gente ma una struttura

(composta da soggetti che si autodefiniscono portatori di virtù altamente

positive) molto più complessa e dinamica, che, pur se in modo

autoreferenziale, si considera un.elite e che tende all’occupazione delle

gerarchie superiori della scala sociale.

Il principale punto di forza della „ndrangheta è nella valorizzazione

criminale dei legami familiari. La struttura molecolare di base è costituita

dalla famiglia naturale del capobastone; essa è l’asse portante attorno a cui

ruota la struttura interna della „ndrina. È in ciò, come vedremo, la più

importante ragione del successo della „ndrangheta, della sua straordinaria

vitalità attuale, della sua superiorità rispetto ad altre forme di aggregazione

criminale.

 

Storicamente ogni „ndrina familiare era autonoma e sovrana nel proprio

territorio (di regola corrispondente al comune di residenza del

capobastone), a meno che non ci fossero altre famiglie „ndranghetiste. In tal

caso si operava una divisione rigida del territorio e nei comuni più grandi

 


 

 

dove c.erano più „ndrine la coabitazione era regolata dal „locale., una sorta

di struttura comunale all’interno della quale trovavano compensazione le

esigenze, anche contrastanti, delle diverse famiglie.

È bene precisare che non c.è mai stata una struttura di vertice della

„ndrangheta calabrese paragonabile a quella della Commissione di Cosa

Nostra e fu solo nel 1991 che, per superare un conflitto che aveva generato

diverse centinaia di omicidi, fu costituita una struttura unitaria di

coordinamento.

Le donne hanno avuto e hanno attualmente un ruolo importante in questa

realtà criminale, non solo perché con i loro matrimoni rafforzano la cosca

d.origine, ma perché nella trasmissione culturale del patrimonio mafioso ai

figli e nella diretta gestione degli affari illeciti durante la latitanza o la

detenzione del marito, hanno, nel tempo, ricoperto ruoli oggettivamente

sempre più rilevanti. La „ndrangheta, tra l’altro, a differenza delle altre

organizzazioni mafiose, prevede un formale (ancorché subordinato)

inquadramento gerarchico per le donne, le quali possono giungere fino al

grado denominato “sorella d.umiltà”.

Per lungo tempo la „ndrangheta è stata sottovalutata, quando non

addirittura ignorata dagli studiosi dei fenomeni criminali organizzati. Per

lungo tempo è stata letta come una folkloristica, ancorché sanguinaria,

filiazione della mafia siciliana. Per lungo tempo è stata considerata un

fenomeno criminale pericoloso ma primitivo e tale visione fu favorita, fra

l’altro, da un.errata lettura dell’esperienza dei sequestri di persona. A uno

sguardo superficiale tale pratica criminale richiamava quelle dei briganti

dell’Ottocento o del banditismo sardo mentre una lettura più attenta

avrebbe in seguito mostrato come i sequestri di persona costituirono una

fonte strategica di accumulazione primaria, rafforzando al tempo stesso il

controllo del territorio calabrese e il radicamento della „ndrangheta nelle

località del centro e del nord Italia.

 


 

 

Il trasferimento degli ostaggi nelle zone dell’Aspromonte, la lunga

permanenza nelle mani dei carcerieri, la collaborazione delle popolazioni,

la sostanziale incapacità dello Stato di interrompere le prigionie,

conferirono prestigio alla „ndrangheta, le diedero un alone di potenza e

conferirono a quei territori – nell’immaginario collettivo - quasi una

dimensione di extraterritorialità.

L’accumulazione primaria di cospicui capitali che in seguito sarebbero

serviti a finanziare i più proficui traffici della cocaina si univa a un piano,

negli anni sempre più esplicito e consapevole, di potere e di controllo del

territorio e del consenso.

------------------

Oggi la „ndrangheta, la mafia rurale e selvaggia dei sequestri di persona, è

l’organizzazione più moderna, la più potente sul piano del traffico di

cocaina (mediando fra le due rotte, quella africana e quella colombiana),

quella capace di procurarsi e procurare micidiali armi da guerra e di

distruzione, la più stabilmente radicata nelle regioni del centro e del nord

Italia oltre che in numerosi paesi stranieri. In tutte queste realtà operano

attivamente delle „ndrine che, a partire dagli anni sessanta del Novecento e

ancor prima – gli anni trenta per quanto riguarda il Canada e l’Australia –

si erano spostate dalla Calabria per spargersi letteralmente in tutto il

mondo. Gli „ndranghetisti arrivarono in questi nuovi territori dapprima al

seguito degli emigrati, ma poi, e sempre più spesso, in seguito ad un.

esplicita scelta di politica mafiosa di vera e propria colonizzazione

criminale.

 

La „ndrangheta affronta le sfide della globalizzazione con una

modernissima utilizzazione di antichi schemi, con una combinazione di

strutture familiari arcaiche e di un.organizzazione reticolare, modulare o -

 


 

 

per usare l’espressione di un grande studioso della modernità e della post

modernità, Zygmunt Bauman – liquida. Su questa definizione e sulla sua

utilità per comprendere la natura e la terribile efficacia del fenomeno, si

tornerà più avanti.

Come si sottolinea in una recente relazione della Direzione Nazionale

Antimafia, la chiave di volta organizzativa rimane “la struttura di base del

locale (vero e proprio presidio territoriale, idoneo ad assicurare il controllo

del territorio, da intendersi nella sua accezione più ampia, comprensiva di

economia, società civile, organi amministrativi territoriali; mentre la cosca

assume caratteri operativi dinamici, flessibili in relazione alle esigenze

poste da attività criminali che si articolano su territori più ampi di quelli di

riferimento originario), ma proprio in relazione al narcotraffico e ad altri

traffici internazionali in genere, la „ndrangheta ha assunto un assetto

organizzativo da rete criminale.”

La struttura di base di tipo familiare ha rappresentato un decisivo fattore di

riduzione del danno prodotto dai collaboratori di giustizia e ha permesso

una penetrazione e un radicamento formidabili al di fuori della Calabria.

 

Tra gli anni ottanta e novanta la tempesta dei collaboratori di giustizia

travolse Cosa Nostra, la camorra, la Sacra Corona Unita e le altre mafie

pugliesi. Solo la „ndrangheta attraversò questa bufera quasi indenne o

comunque limitando fortemente i danni: i pentiti furono pochi, e

pochissimi quelli con posizioni di vertice nei sodalizi criminali. La ragione

di ciò è proprio nello schema familiare della „ndrina: se la cosca è costituita

in primo luogo dai membri della famiglia, la scelta di collaborazione con la

giustizia (in generale non facile) può diventare straordinariamente lacerante

e pressoché insopportabile. Lo „ndranghetista che decida di collaborare è

infatti tenuto in primo luogo ad accusare i propri familiari, il padre, il

fratello, il figlio, trovandosi a dover infrangere un tabù ancora più potente

 


 

 

di quello costituito dall’obbligo di fedeltà mafiosa sancito nelle cerimonie

di affiliazione e innalzamento.

Si tratta di uno straordinario fattore di protezione, di un anticorpo interno e

strutturale del modello „ndranghetistico, di un potente fattore di vitalità.

Sul lungo periodo il modello organizzativo della „ndrangheta si è dunque

rivelato più agile, più flessibile, più efficace di quello gerarchico,

monolitico e rigido di Cosa Nostra, rispetto al quale l’aggressione del

vertice del sodalizio ha costituito finora un.efficace strategia di

indebolimento e di disarticolazione. Strategia inattuabile contro la

„ndrangheta per l’inesistenza, anche dopo la pace del 1991 (quella che

seguì alla sanguinosa guerra fra i De Stefano e gli Imerti-Condello che in

poco più di cinque anni lasciò per le strade della Calabria molte centinaia

di morti) e la conseguente introduzione di una struttura centrale di

coordinamento e composizione dei conflitti.

I mafiosi calabresi sono considerati dai cartelli colombiani come i più

affidabili per la loro capacità di gestione degli affari criminali, per la loro

disponibilità di basi d.appoggio in tutta Italia, in tutta Europa e in tutto il

mondo (oltre alla Calabria, ovviamente, il centro e il nord Italia, la Francia,

la Germania, il Belgio, l’Olanda, la Gran Bretagna, il Portogallo, la

Spagna, la Svizzera, l’Argentina, il Brasile, il Cile, la Colombia, il

Marocco, la Turchia, il Canada, gli Usa, il Venezuela, l’Australia) e, come

si diceva, per la loro ridotta permeabilità al pericoloso fenomeno dei

collaboratori di giustizia.

Oggi dunque la „ndrangheta ha una sostanziale esclusiva per l’importazione

in Europa di cocaina colombiana ed è alla „ndrangheta che le altre mafie

italiane, Cosa Nostra inclusa, devono rivolgersi per gli approvvigionamenti

di questo stupefacente.

 

 


 

 

Questo riferimento all’espansione nazionale e internazionale della

„ndrangheta ci introduce all’analisi più approfondita del secondo,

congiunto fattore di successo di questa forma del crimine organizzato. Tale

fattore di successo – direttamente collegato e anzi interconnesso a quello

della struttura familiare – consiste nell’attitudine colonizzatrice, ed anzi

nella vera e propria scelta strategica della „ndrangheta di impiantarsi e di

radicarsi nelle regioni del centro e del nord Italia, a partire dalla metà degli

anni cinquanta del Novecento.

Inizialmente gli „ndranghetisti arrivarono nelle regioni del centro e del nord

non per scelta ma perché inviati al confino di Polizia. In quegli anni si

riteneva che per contrastare il potere criminale nelle regioni del sud fosse

necessario recidere i legami del mafioso con il suo ambiente d.origine. Lo

strumento era quello del soggiorno obbligato che imponeva al sospetto

mafioso di risiedere per un determinato numero di anni –dai 3 ai 5 – fuori

dal suo comune di nascita o di residenza. In tal modo i mafiosi, dapprima

siciliani e poi via via campani e calabresi, furono inviati nelle regioni del

centro e del nord, in comuni possibilmente piccoli e comunque lontani da

centri che avessero stazioni ferroviarie o strade di grande comunicazione.

Ma l’idea di recidere i legami con il territorio (adatta a un.epoca pre-

moderna) non poteva funzionare in un periodo storico in cui rapidissimo

era già lo sviluppo dei trasporti e delle telecomunicazioni. Ferrovie,

autostrade, aerei e lo sviluppo della telefonia consentirono sostanzialmente

di annullare l’effetto dei provvedimenti di soggiorno obbligato e ciò anche

in relazione a una nota paradossale della relativa disciplina.

Se infatti il soggiornante non poteva spostarsi dalla sua sede, non c.era

nulla che vietasse che altri lo raggiungessero nelle sedi del soggiorno. Il

contesto mafioso si riproduceva dunque nelle località di soggiorno

obbligato dove si verificavano riunioni operative e financo cerimonie di

affiliazione.

 


 

 

Fu in tale contesto che si fece strada nelle „ndrine l’idea di seguire l’ondata

migratoria (più o meno forzosa) e di trapiantare pezzi delle famiglie

mafiose al centro-nord. Dapprima fu una necessità, poi diventò una scelta

strategica che coinvolse alcune fra le famiglie più prestigiose della

„ndrangheta, le quali intuirono le enormi possibilità operative di una simile

proiezione (che divenne vera e propria occupazione, in alcuni casi) verso le

ricche e sicure terre del centro e del nord Italia.

Il piano di colonizzazione della „ndrangheta fu inconsapevolmente favorito

dalle scelte di politica sociale ed urbanistica degli amministratori

settentrionali che concentrarono i lavoratori meridionali nelle periferie

delle grandi città, in veri e propri ghetti, dove fu facile per gli esponenti

delle „ndrine ricreare il clima, i rituali e le gerarchie esistenti nei paesi

d.origine. In alcune realtà il controllo della „ndrangheta divenne asfissiante.

L’esempio più clamoroso è quello di Bardonecchia dove il

condizionamento del mercato del lavoro e lo stesso consiglio comunale fu

sciolto per infiltrazioni mafiose. Altri comuni dell’hinterland milanese

come Corsico e Buccinasco, ancora oggi, sono pesantemente condizionati

dalla „ndrangheta.

In estrema sintesi e conclusivamente sul punto si può dire che la

„ndrangheta è l’unica organizzazione mafiosa ad avere due sedi; quella

principale in Calabria, l’altra nei comuni del centro-nord Italia oppure nei

principali paesi stranieri che sono cruciali per i traffici internazionali di

stupefacenti. Un.organizzazione mafiosa che trova il modo di affrontare le

sfide e i cambiamenti imposti dalla modernità globale, nel modo più

sorprendente e inatteso: rimanere uguale a se stessa. In Calabria come nel

resto del mondo.

 

Non sarà inutile ricordare in proposito che nel 1988 l’allora dirigente della

squadra mobile di Cosenza (poi divenuto dirigente del Sismi e ucciso a

Bagdad il 4 marzo 2005 durante una missione) Nicola Calipari recuperò in

 


 

 

un appartamento a Sidney un incartamento con rituali di affiliazione,

formule di giuramento e codici. Un incartamento simile per molti aspetti a

quello sequestrato dai Carabinieri nelle campagne di San Luca già negli

anni trenta del secolo scorso.

Il rispetto della tradizione criminale come premessa per la proiezione

nazionale e internazionale dei traffici illeciti.

Negli ultimi anni numerosissime indagini hanno messo in luce queste

caratteristiche della „ndrangheta e hanno mostrato come essa sia oramai

l’organizzazione più ramificata e radicata territorialmente nelle regioni del

centro-nord e in molti paesi stranieri di tutti i continenti.

Basterà citare una sola di queste indagini, a mero titolo esemplificativo, per

avere un.idea delle dinamiche criminali, delle proiezioni nazionali ed

internazionali, delle enormi proporzioni economiche del fenomeno.

 

Nel 2004 l’operazione convenzionalmente denominata Decollo concludeva

una complessa indagine transnazionale durata alcuni anni che aveva

interessato diverse regioni italiane: Lombardia, Calabria, Emilia-Romagna,

Campania, Lazio, Liguria, Piemonte e Toscana; e poi paesi stranieri come

Colombia, Australia, Olanda, Spagna e Francia. Le famiglie Mancuso di

Limbadi e Pesce di Rosarno furono accusate di aver immesso sul mercato

“ingentissimi quantitativi di cocaina tra il Sud America (Colombia e

Venezuela), l’Europa (Italia, Francia, Spagna, Olanda e Germania),

l’Africa (Togo) e l’Australia, riciclandone quindi i proventi con le più

diversificate tecniche di trasferimento e di dissimulazione.” La droga era

nascosta all’interno di containers che trasportavano carichi di marmo,

plastica, cuoio, scatole di tonno, materiale tutto oggetto di import-export tra

Sud America ed Europa. Una partita di droga di 434 kg di cocaina era

arrivata al porto di Gioia Tauro nel marzo del 2000, un.altra di 250 kg

sempre di cocaina proveniente da Cartagena in Colombia era arrivata a

Gioia Tauro nel gennaio del 2004. Tra le due date, d.inizio e di conclusioni

 


 

 

delle indagini, una miriade di altri episodi. Una parte del riciclaggio dei

proventi avveniva in Australia attraverso “un sofisticato meccanismo di

intermediazione che vedeva l’impiego di specialisti in grado di assicurare i

passaggi bancari necessari a perfezionare i trasferimenti del denaro”.

Il contagio delle „ndrine da Limbadi e Rosarno all’Australia. Da San Luca

a Duisburg. Molecole criminali che schizzano, si diffondono e si

riproducono nel mondo. Una mafia liquida, che si infiltra dappertutto,

riproducendo, in luoghi lontanissimi da quelli in cui è nata, il medesimo

antico, elementare ed efficace modello organizzativo.

Alla maniera delle grandi catene di fast food, offre in tutto il mondo, in

posti fra loro diversissimi, l’identico, riconoscibile, affidabile marchio e lo

stesso prodotto criminale.

Alla maniera di Al Qaida con un.analoga struttura tentacolare priva di una

direzione strategica ma caratterizzata da una sorta di intelligenza organica,

di una vitalità che è quella delle neoplasie, e munita di una ragione sociale

di enorme, temibile affidabilità.

Il segreto per la „ndrangheta è questo. Tutto nella tensione fra un qui

remoto e rurale e arcaico e un altrove globalizzato, postmoderno e

tecnologico. Tutto nella dialettica fra la dimensione familiare del nucleo di

base, e la diffusione mondiale della rete operativa.

 

La capacità di far coesistere con inattesa efficacia una dimensione tribale

con un.attitudine moderna e globalizzata è stata fino ad oggi la ragione

della corsa al rialzo delle azioni della „ndrangheta nella borsa mondiale

delle associazioni criminali. Proprio questa tensione, questo fattore di

successo potrebbe rivelarsi però, in prospettiva, un fattore di disgregazione.

Le „ndrine infatti sono, individualmente considerate, troppo piccole per

reggere gli enormi traffici che hanno messo in moto. Sono in continua

 


 

 

competizione fra loro e, paradossalmente, la loro diffusione planetaria si

accompagna a un.intensificata ossessione per il controllo (militare, politico,

amministrativo, affaristico) dei circoscritti territori di rispettiva

competenza. Una febbre di crescita, una situazione instabile ed entropica

che comincia a produrre gravi scricchiolii e potrebbe generare una crisi di

sistema.

Sul punto è necessaria qualche precisazione.

La „ndrangheta si è mossa sempre cercando di evitare la sovraesposizione,

la luce dei riflettori, l’attenzione dei media. Le „ndrine si sono combattute

in modo sanguinoso, hanno ucciso migliaia di persone, hanno intimidito

con minacce e attentati centinaia di amministratori locali, ma non hanno

mai realizzato azioni capaci di attirare in modo durevole l’attenzione

nazionale e men che meno quella internazionale.

La „ndrangheta ha in sostanza adottato una strategia opposta a quella dei

corleonesi e la Calabria non ha mai conosciuto una stagione di stragi o di

morti eccellenti. Fanno eccezione gli omicidi di Ludovico Ligato nel 1989

e di Antonino Scopelliti nel 1991, ma si tratta appunto di eccezioni,

caratterizzate da specifiche peculiarità e che non alterano i termini di un

modello di condotta mantenuto sostanzialmente integro nei decenni.

In quest.ultimo biennio però, sono accaduti fatti che mettono in crisi quel

modello e la febbre di crescita cui si faceva cenno ha generato azioni

clamorose che non trovano riscontro nella lunga storia precedente.

Una di queste azioni è la strage di Duisburg. L’altra è l’omicidio di

Francesco Fortugno, vice presidente del Consiglio regionale della Calabria,

colpito dai sicari mentre usciva dal seggio dove aveva votato per le

primarie dell’Unione. La prima volta che la „ndrangheta mira così in alto

nella gerarchia politico-amministrativa.

 


 

 

In entrambi i casi la „ndrangheta accetta il rischio che queste azioni

comportano. Per entrambi casi, forse, l’accettazione di questo rischio

potrebbe essere stata un calcolo sbagliato.

 


 

 CAPITOLO II

Storie

1. Le origini

1869. Quell’anno gli elettori della città di Reggio Calabria furono chiamati

a votare per due volte. Le elezioni amministrative erano state annullate e si

dovettero rifare. L’attiva presenza in campagna elettorale e durante le

votazioni di elementi mafiosi aveva alterato il risultato della competizione.

In quelle giornate si erano registrati anche fatti di sangue. Tra le altre

persone colpite, anche un medico, sfregiato al volto in pieno giorno. Il

fatto, per quei tempi era enorme e aveva suscitato scalpore e scandalo

nell’opinione pubblica. Il prefetto di Reggio Calabria, che si era recato

personalmente dalla vittima per verificare le circostanze dell’accaduto, era

convinto, come scrisse in una relazione, che “lo sfregio” fosse stato fatto

“per grane elettorali”. I giornali locali scrissero apertamente di mafiosi che

giravano impunemente per le vie della città e denunciarono il fatto che i

partiti fossero “obbligati a far transazioni con gente di equivoca

rispettabilità”. Siamo nel lontanissimo 1869, potremmo essere ai nostri

giorni.

Uno dei lati meno conosciuti della „ndrangheta è proprio il suo

rapporto con la politica che, com.è accaduto per Cosa nostra e la camorra, è

molto antico anche se è stato meno visibile e a lungo ritenuto inesistente o

sottovalutato nella sua dimensione ed importanza. Essa si è inserita nelle

litigiosissime lotte per il potere che in Calabria per un lunghissimo periodo

storico – dalla metà dell’Ottocento in poi – si sono caratterizzate come uno

scontro furibondo tra famiglie contrapposte che si contendevano i voti

usando tutti i mezzi, non esclusi i metodi violenti e mafiosi.

 


 

 

 Ad inizio decennio, nel 1861, il prefetto di Reggio Calabria aveva

notato un.attività di camorristi. Chiamava così i delinquenti dell’epoca non

avendo altro nome per definirli. La scoperta del termine „ndrangheta è

molto più recente e per trovarne le prime tracce dobbiamo arrivare alla

metà del secolo scorso.

La „ndrangheta è l’organizzazione mafiosa meno conosciuta e meno

indagata. Uno dei suoi punti di forza risiede esattamente in questa scarsa

conoscenza e debole attività investigativa che le ha consentito di agire

indisturbata senza subire le attenzioni riservate storicamente da parte degli

inquirenti alla mafia siciliana. Per anni e anni essa è stata considerata

un.organizzazione criminale secondaria, una mafia minore, una mafia di

serie B. Non a caso tutte le proposte fatte a partire dagli anni sessanta da

parlamentari calabresi, da sindaci, da varie organizzazioni di estendere la

competenza della commissione parlamentare antimafia anche in Calabria

oltre che in Sicilia sono sempre cadute nel nulla. Si arrivò ad estendere la

competenza superando il vincolo territoriale che la relegava alla Sicilia

molto tardi, nella X Legislatura con la Commissione antimafia presieduta

dal senatore Gerardo Chiaromonte.

Molti ritenevano che il fenomeno mafioso calabrese fosse

espressione degli ultimi decenni e fosse nato durante il boom economico

degli anni .60 che aveva portato grandi cambiamenti anche in Calabria

determinando un.accelerazione anche dei processi criminali e mafiosi. Era

un grosso abbaglio. Quello che allora apparve a molti come un fenomeno

nuovo e originale era in realtà la manifestazione più recente e più evidente

di un fenomeno molto antico. La „ndrangheta, insomma, non era nata negli

anni sessanta del secolo scorso, come molti scrissero e dissero.

 

La sua nascita avviene sotto forma di società segreta e non è dubbio

che il modello di società segreta più vicino, più simile, più aderente alla

 


 

 

realtà, ai valori, alle esigenze della delinquenza organizzata, fosse

rappresentato dalla massoneria e dalle società segrete che fiorirono nella

prima metà dell’Ottocento, importate in Calabria dai francesi di Gioacchino

Murat, con programmi anticlericali, giacobini e pre-risorgimentali. Tale

caratteristica è molto importante per la comprensione del fenomeno e della

sua evoluzione sino ai nostri giorni. Essa aveva sicuramente una duplice

funzione: la prima, difensiva, per assicurare invisibilità rispetto al potere

ufficiale, alla repressione poliziesca e giudiziaria; la seconda, offensiva, per

meglio realizzare l’inserimento nei circuiti del potere, nella società e nello

Stato. Una siffatta caratteristica, mutuata dalla massoneria del tempo,

conservò intatta la sua forza coesiva e il suo vincolo omertoso, rendendola

unica, pur nelle sue continue trasformazioni, nel panorama delle

organizzazioni criminali.

La „ndrangheta - “picciotteria” è il termine usato fino all’inizio del

nuovo secolo - è già presente in molti comuni della Calabria post-unitaria,

ma lo Stato di allora non ne coglie l’importanza e la pericolosità. Molti,

però, non si accorsero della sua attività solo perché non ne era conosciuto il

nome, mentre le azioni che segnavano il suo progredire venivano attribuite

a formazioni criminali di varia denominazione che non venivano

ricomprese in un.associazione riconoscibile con un nome, un.identità,

un.organizzazione comune. Erano in pochi a vedere come invece quei fatti

potevano essere attribuiti a un fenomeno che stava prendendo sempre più

piede e andava radicandosi.

Si estendeva anche grazie ad un sapiente uso dei codici e dei rituali,

di modalità simboliche e immaginifiche che avevano il potere di

affascinare i giovani, di attrarli nell’orbita „ndranghetista, di educarli alla

legge dell’omertà e alla convinzione che ci fossero altre leggi più

importanti di quelle dello Stato e che tutto ciò fosse appannaggio di una

società speciale, composta da “veri” uomini: gli uomini d.onore.

 


 

 Sorgono così le „ndrine a carattere famigliare e si diffondono nelle

città e nei villaggi più sperduti. Ogni „ndrina comanda in forma

monopolistica nel suo territorio ed è autonoma dalle altre „ndrine operanti

nei territori vicini. Il modello organizzativo della „ndrangheta si fonda sul

“locale”, presente sul territorio laddove esiste un aggregato di almeno 40

uomini d.onore, con un. organizzazione gerarchica che affida il ruolo di

“capo società” a chi possiede il grado di “sgarrista”, regolando la vita

interna su rigide e vincolanti regole: assoluta fedeltà e assoluta omertà. Il

mondo esterno, separato da quello della „ndrina, era composto da soggetti

definiti “contrasti”, categoria inferiore destinataria di disprezzo e dagli

uomini dello Stato, gratificati dal giudizio “d.infamità”.

Nella „ndrangheta sono sempre esistiti accordi tra famiglie di diversi

comuni ed è anche capitato che “capobastone” influenti e prestigiosi

estendessero la loro influenza nei territori vicini a quello dov.era insediata

la propria famiglia, ma non si è mai arrivati ad un centro di comando unico.

Per trovare qualcosa di simile dobbiamo arrivare agli accordi successivi

alla guerra di mafia tra il 1985 e il 1991.

2. Le differenze rispetto alle altre mafie

 

Il modello organizzativo è profondamente differente dalle altre

organizzazioni mafiose: si basa sulla forza dei vincoli familiari e

sull’affidabilità garantita da questi legami, un formidabile cemento che

unisce e vincola gli „ndranghetisti uno all’altro e ne impedisce defezioni e

delazioni. Lo si vede quando esplose il fenomeno dei collaboratori di

giustizia. La „ndrangheta ha avuto sicuramente un numero meno rilevante

di collaboratori e fra essi nessuno era un capo famiglia. Né ci sono mai stati

collaboratori dello spessore criminale di quelli siciliani o campani. La

struttura familiare e i suoi codici morali hanno impedito a molti

„ndranghetisti di parlare. Tra l’altro, il fatto che le „ndrine fossero

 


 

autonome l’una dalle altre ha fatto sì che le poche collaborazioni colpissero

la famiglia di appartenenza lasciando intatte le altre, anche le più vicine al

loro territorio.

 

Su questo aspetto è utile un approfondimento. Le collaborazioni di

un certo spessore degli anni .90 sono rimaste in linea di massima casi

isolati. Tuttavia le ultime audizioni effettuate in Commissione colgono i

segni di una possibile inversione di tendenza. Secondo Mario Spagnuolo,

Procuratore aggiunto della D.D.A. di Catanzaro, “negli ultimi 4 anni, si è

riscontrato un aumento esponenziale (qualitativamente appagante) di

collaboratori di giustizia e questo non solo nelle zone in cui

tradizionalmente si collabora (il cosentino) ma anche nel crotonese,

qualche buon collaboratore di giustizia nel vibonese, ma, soprattutto, sono

aumentati i testimoni di giustizia”.1 E questa rappresenta una novità che

incide favorevolmente sul rapporto tra lo Stato e colui che mette la propria

vita nelle mani della giustizia.

 

1 Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata

mafiosa o similare, Audizione del procuratore aggiunto della D.D.A. di Catanzaro,

Mario Spagnuolo, 5 febbraio 2008, pagg. 12- 13.

2 Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata

mafiosa o similare, Audizione del direttore della Direzione Anticrimine Centrale della

Polizia di Stato, Franco Gratteri, 6 febbraio 2008,  14

 

Appare inoltre significativo quanto affermato dal direttore della Direzione

Anticrimine Centrale della Polizia di Stato, Franco Gratteri: “per quanto

riguarda i collaboratori, posso dire che esponenti organici a famiglie del

crotonese, persone importanti che hanno commesso azioni illecite, violente

e di una certa gravità, hanno scelto o stanno scegliendo di collaborare. Si

tratta di un fatto importante, ma da prendere per quello che è e non saprei

dove possa portare in futuro”.2 Dalle parole del direttore emerge però tutta

la complessità del rapporto tra i collaboratori della „ndrangheta e la

giustizia e la difficoltà nel trasformare il fenomeno della collaborazione in

un dato acquisito e costante dell’azione di contrasto.

 


 

I dati ci indicano comunque che dal 1994 al 2007, i collaboratori di

giustizia in Calabria, pongono la „ndrangheta al terzo posto per

collaborazioni dopo la camorra e Cosa nostra.

 

Su un totale complessivo di 794 collaboratori di giustizia solo 100

provengono dalla „ndrangheta (il 12,6 %), mentre 243 dalla mafia siciliana,

251 dalla camorra, 85 dalla SCU, 115 da altre organizzazioni.3

 

 

3 Dati forniti dalla Commissione centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure

di protezione al 30 aprile 2007.

4 Nel corso dell’audizione del 5 febbraio 2008, il sostituto procuratore della D.D.A. di

Catanzaro, Marisa Manzini, rileva che nell’ultimo periodo vi sono collaborazioni importanti da

parte di testimoni di giustizia (Gaetano Ruello, che ha reso testimonianza per le indagini sul

gruppo Lo Bianco, i testimoni Giuseppe Grasso e Francesca Franzè, due imprenditori del

territorio, Giuseppe Scrive ed altri ancora coperti dal segreto istruttorio). Commissione

parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare,

Audizione del sostituto procuratore della D.D.A. di Catanzaro, Marisa Manzini, 5 febbraio

2008,  32.

5 Dati forniti dalla Commissione centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure

di protezione al 30 aprile 2007.

 

In controtendenza invece, risulta essere il dato relativo ai testimoni di

giustizia.4 In particolare, su un totale di 71 testimoni, quelli che hanno reso

dichiarazioni su fatti di „ndrangheta sono 19 (circa il 27%); su fatti di

camorra 26, sulla mafia siciliana 12 (e qui emerge altro dato significativo),

2 sulla Sacra Corona Unita e infine 12 su altre organizzazioni.5

**

Grazie all’impermeabilità della sua struttura fin qui descritta, la

„ndrangheta ha avuto la forza di resistere al contrasto dello Stato e di

cambiare, intercettando i mutamenti sociali e produttivi intervenuti nella

Calabria degli ultimi decenni.

 

 


 

3. „Ndrangheta e massoneria

Gli anni .70 rappresentano un vero e proprio spartiacque che segnerà il

corso e la storia della „ndrangheta, ponendo le basi della sua evoluzione

sino a giungere alla potenza economica e militare che oggi ne

contraddistingue il ruolo sui territori e nello scenario criminale

internazionale.

In quegli anni si salda anche il tanto analizzato e indagato rapporto

con la massoneria, storicamente radicata nella società calabrese.

 

Scrivono a questo proposito i magistrati della D.D.A. di Reggio

Calabria: “Si tratta dell'ingresso dei vertici della 'ndrangheta nella

massoneria, che non può avvenire se non dopo un mutamento radicale nella

„cultura. e nella politica. della „ndrangheta, mutamento che passa da un

atteggiamento di contrapposizione, o almeno di totale distacco, rispetto alla

società civile, ad un atteggiamento di integrazione, alla ricerca di una

nuova legittimazione, funzionale ai disegni egemonici non limitati

all'interno delle organizzazioni criminali, ma estesi alla politica,

all'economia, alle istituzioni. L'ingresso nelle logge massoniche esistenti o

in quelle costituite allo scopo doveva dunque costituire il tramite per quel

collegamento con quei ceti sociali che tradizionalmente aderivano alla

massoneria, vale a dire professionisti (medici, avvocati, notai),

imprenditori, uomini politici, rappresentanti delle istituzioni, tra cui

magistrati e dirigenti delle forze dell'ordine. Attraverso tale collegamento la

'ndrangheta riusciva a trovare non soltanto nuove occasioni per i propri

investimenti economici, ma sbocchi politici impensati e soprattutto quella

copertura, realizzata in vario modo e a vari livelli (depistaggi, vuoti di

indagine, attacchi di ogni tipo ai magistrati non arrendevoli, aggiustamenti

di processi, etc.), cui è conseguita per molti anni quella sostanziale

impunità, che ha caratterizzato tale organizzazione criminale, rendendola

 


 

quasi "invisibile" alle istituzioni, tanto che solo da un paio di anni essa è

balzata all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale e degli organi

investigativi più qualificati. Naturalmente l'inserimento nella massoneria,

che per quanto inquinata, restava pur sempre un'organizzazione molto

riservata ed esclusiva, doveva essere limitato ad esponenti di vertice della

'ndrangheta, e per fare questo si doveva creare una struttura elitaria, una

nuova dirigenza, estranea alle tradizionali gerarchie dei "locali", in grado di

muoversi in maniera spregiudicata, senza i legami culturali della vecchia

onorata società. Nuove regole sostituivano quelle tradizionali, che

restavano in vigore solo per i gradi meno elevati e per gli ingenui, ma non

vincolavano certo personaggi come Antonio Nirta o Giorgio De Stefano,

che si muovevano con tranquilla disinvoltura tra apparati dello Stato,

servizi segreti, gruppi eversivi. Persino l'attività di confidente, un tempo

simbolo dell'infamia, era adesso tollerata e praticata, se serviva a stabilire

utili relazioni con rappresentanti dello Stato o se serviva a depistare

l’attività investigativa verso obiettivi minori. E più oltre: “Esigenze

razionalizzatrici dunque che in qualche modo anticipavano e preparavano

quei nuovi assetti della 'ndrangheta che hanno formato oggetto della

presente indagine, ma che rispondevano anche alla necessità di

„segretazione. dei livelli più elevati del potere mafioso, al fine di sottrarli

alla curiosità degli apparati investigativi ed alle confidenze dei livelli bassi

dell'organizzazione”.6

 

6

Richiesta P.M. della D.D.A. di Reggio Calabria, di misura cautelare del 21.12.1994,

nel processo n. 46/93, più noto come Operazione Olimpia.

 

 

Un lungo filo rosso unisce dunque „ndrangheta e massoneria, anche

se, stando alle pacifiche conclusioni alle quali sono pervenute indagini

giudiziarie e storiche, la reciproca compenetrazione delle due società

segrete si consolidò a partire dalla seconda metà degli anni .70, in singolare

e non certo casuale consonanza con quanto avveniva dentro Cosa Nostra,

 


 

come ebbe a riferire il collaboratore di giustizia Leonardo Messina davanti

alla Commissione parlamentare antimafia: "Molti degli uomini d'onore,

cioè quelli che riescono a diventare dei capi, appartengono alla massoneria.

Questo non deve sfuggire alla Commissione, perché è nella massoneria che

si possono avere i contatti totali con gli imprenditori, con le istituzioni, con

gli uomini che amministrano il potere diverso da quello punitivo che ha

Cosa nostra".

Rimane dunque aperto il tema di come rendere efficace il livello

giudiziario e penale quando emerge una dimensione occulta del potere e la

sua doppiezza.

Le conclusioni sin qui riferite trovano riscontro in alcuni dei

documenti “interni” della „ndrangheta. In essi si fa riferimento alle formule

di iniziazione alla “Santa”, la struttura di „ndrangheta creata nella metà

degli anni .70 del secolo scorso. Ad essa potevano essere ammessi i

giovani e ambiziosi esponenti delle cosche, smaniosi di rompere le catene

dei vecchi vincoli della società di sgarro e di misurarsi con il mondo

esterno, che offriva infinite possibilità di inserimento, di arricchimento, di

gratificazione. Due sono gli elementi che appaiono decisivi. Il primo è

costituito dall’impegno assunto dai santisti di “rinnegare la società di

sgarro”. Dunque le vecchie regole, ancora valide per tutti i “comuni”

mafiosi, non valgono più per la nuova èlite della „ndrangheta.

I santisti possono entrare in contatto con politici, amministratori,

imprenditori, notai, persino magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine,

se questo può essere utile per l’aggiustamento dei processi, per lo

sviamento delle indagini, per stabilire rapporti sotterranei di confidenza e

di reciproco scambio di favori. L’infamità non rappresenta più uno

sbarramento invalicabile, può essere aggirata e superata in vista dei

vantaggi che la rete dei contatti non più preclusi può assicurare.

 


 

Il secondo importante elemento è costituito dalla “terna” dei

personaggi di riferimento prescelti per l’organizzazione della “Santa”. Non

più gli Arcangeli della società di sgarro –Osso, Mastrosso e Carcagnosso,

giunti dalla Spagna in Italia dopo 29 anni vissuti nelle grotte di Favignana-

ma personaggi storici, ben noti nella tradizione culturale e politica italiana:

Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Lamarmora, Giuseppe Mazzini. I primi due,

generali dell’esercito italiano, un tempo, in quanto portatori di divisa al

servizio dello Stato, sarebbero stati considerati “infami” per definizione,

per eccellenza. Come va spiegato allora un richiamo così solenne ed

esplicito a tali personaggi? Qual è il messaggio che attraverso tale

indicazione si vuole mandare al popolo della „ndrangheta? La risposta è

chiara se si osserva come Garibaldi, Lamarmora, Mazzini erano tutti e tre

appartenenti a logge massoniche, per di più in posizioni di vertice

(Garibaldi fu Gran Maestro del Grande Oriente d.Italia dal 24 maggio all’8

ottobre del 1864).

La „ndrangheta, insomma, da corpo separato, si trasforma in

componente della società civile, in potente lobby economica,

imprenditoriale, politica, elettorale. Da allora diventa l’interlocutore

imprescindibile, il convitato di pietra, di ogni affare, investimento,

programma di opere pubbliche avviato sia a livello regionale che centrale,

ma anche di ogni consultazione elettorale, amministrativa e politica.

 

Per arrivare a questo risultato, tuttavia, i santisti non potevano entrare

in contatto “diretto” con gli esponenti delle istituzioni e del potere

economico, almeno all’epoca. Oggi, probabilmente, tutto questo è possibile

senza mediazioni, ma in quella fase storica era necessario passare

attraverso camere di compensazione, che consentissero a quei contatti la

necessaria dose di riservatezza, affidabilità, sicurezza. Furono le logge

massoniche ad offrire una tale possibilità. Non tutte certo. Alcune di quelle

già esistenti diedero la propria disponibilità, altre furono create per

 


 

l’occasione, ma sicuramente il sistema massonico-mafioso costituì il

formidabile strumento di integrazione delle mafie nel sistema di potere

dominante e di captazione nella borghesia degli affari.

Da allora in avanti, il fenomeno „ndrangheta appare sempre più con i

caratteri di componente strutturale della società meridionale, e non solo, di

“istituzione tra le istituzioni”, di attore diretto e principale delle politiche di

sviluppo, di investimento, realizzate in quelle aree da parte delle istituzioni

comunitarie e nazionali. Per questo è verosimile che il ruolo della

massoneria, accertato e necessario in altre fasi, sia in gran parte superato,

almeno nelle forme finora conosciute.

E. però necessario abbandonare alcune categorie di lettura fortemente

radicate nella cultura dell’antimafia, categorie che appaiono oggi superate e

addirittura di ostacolo ad una lettura idonea a fornire strumenti di analisi e

soprattutto di contrasto in grado di avere una qualche possibile efficacia.

La prima categoria è quella dell’emergenza. Se la „ndrangheta vive ed

opera dall’Unità d.Italia e se essa, con il passare di oltre un secolo e mezzo,

ha conservato intatte fisionomia e presenza, accrescendo la sua forza

economica e il potere di condizionamento politico, allora di emergenziale

nella sua presenza vi è davvero poco. E. piuttosto un fenomeno dinamico,

funzionale all’attuale assetto economico-sociale e quindi non contrastabile

solo con i consueti interventi repressivi di carattere giudiziario.

 

La definizione della mafia come “antistato”, poi, è di quelle che

appaiono suggestive ed accattivanti ma legate all’immagine di una

criminalità simile al fenomeno terroristico, intenzionata cioè ad abbattere lo

Stato di diritto per sostituirsi ad esso. Di fronte ad un fenomeno storico di

tale portata, non solo non vi è mai stata una seria, duratura, coerente,

volontà politica di condurre un.azione di contrasto decisa e irremovibile

ma, al contrario, si è registrata, da sempre, una linea ambigua e

contraddittoria. Alle debolezze istituzionali ed ai ritardi culturali si è

 


 

aggiunto un vero e proprio sistema si collusioni e mediazioni sociali ed

economiche, fino a determinare un livello di organicità degli interessi

mafiosi alle dinamiche della società determinando il relativo degrado della

politica e delle istituzioni. Si è reso cosi sempre più labile, in intere aree

della Calabria il confine tra lo Stato e gli interessi della „ndrangheta..

Con questa forza la „ndrangheta ha sempre cercato, quando ne ha

avuto l’opportunità, di valicare l’area del proprio insediamento. Il suo

essere “locale” – non a caso auto-definizione della sua struttura organizzata

centrale - non è mai stato considerato una gabbia o una limitazione al

proprio agire mafioso, ha invece rappresentato una pedana di lancio verso

altri territori –geografici, economici e sociali- nei quali stabilire relazioni in

cui sviluppare nuove attività criminali.

4. Tra passato e futuro

Nel fiume di parole che hanno inondato la Germania e l’Italia

immediatamente dopo la strage di Duisburg colpisce in particolare il fatto

che la scoperta della „ndrangheta sia legata ad una descrizione della stessa

come un.organizzazione chiusa, arretrata, avvolta in una faida sanguinaria

e feroce. Tutto ciò sembra stridere con l’epoca in cui viviamo,

caratterizzata da processi di globalizzazione di tutte le attività produttive e

umane e da una straordinaria capacità di trasmettere informazioni su scala

planetaria.

La grande contraddizione, dunque, sarebbe tra una società oramai

globalizzata in tutti i suoi aspetti ed una „ndrangheta arretrata ed arcaica.

 

 In effetti questa mafia agisce e pensa contemporaneamente

localmente e globalmente, controlla il territorio, segue e interviene

nell’evoluzione dei mercati internazionali. Per questo oggi è la più robusta

e radicata organizzazione, diffusa nell’intera Calabria e ramificata in tutte

 


 

le regioni del centro-nord, in Europa e in altri paesi stranieri cruciali per le

rotte del narcotraffico.

Con questo dinamismo ha articolato e diversificato le sue attività.

Abbandonati i sequestri di persona e continuando a controllare l’intero

ciclo dell’edilizia, ha investito nella sanità, nel turismo, nel traffico dei

rifiuti, nella grande distribuzione commerciale, assumendo anche un ruolo

chiave nel controllo dei grandi flussi di denaro pubblico. Ha conquistato

ruolo imprenditoriale e soggettività politica. Una nuova dimensione

modellata sulle pieghe della società calabrese, dal Tirreno allo Ionio, dal

Pollino allo Stretto. Niente di vecchio e di arcaico, quindi. Ma un soggetto

criminale moderno con una borghesia mafiosa, lontana apparentemente da

tradizionali logiche militari, come dalla gestione delle più imbarazzanti

attività criminali (traffico di droga, armi, esseri umani; tutti settori affidati

ormai a gruppi collaterali), inserita progressivamente nei salotti buoni,

della società; in questo modo si fanno gli affari, si costituiscono le società

miste, si appaltano i servizi pubblici, si scelgono i consulenti di chi

governa, per determinare le grandi scelte del territorio. L’inserimento negli

organismi elettivi sarebbe già di per sé pericoloso e inquinante, ma esso è a

sua volta foriero di ulteriori infiltrazioni: la pratica delle assunzioni

clientelari, degli affidamenti di lavori, di forniture e servizi a imprese

collegate, consente di allargare sempre di più l’area dell’inquinamento

mafioso, sino a stravolgere il mercato del lavoro al pari di quello degli

appalti. La „ndrangheta diventa così oltre che soggetto imprenditoriale

anche soggetto sociale, contribuendo a dare risposte drogate ai bisogni

insoddisfatti dai limiti e dall’assenza di politiche pubbliche.

 

 


 

CAPITOLO III

Le famiglie e il territorio

1. Una mafia invisibile

“La .ndrangheta è invisibile come l’altra faccia della luna”, così il

Procuratore dello Stato della Florida a Tampa, Julie Tingwall, descrive

negli anni .80 le cosche calabresi operanti in America. Una definizione

assai appropriata se si considera che l’abilità di mimetizzarsi, di muoversi

nell’ombra, nel sottobosco dell’illegalità e nelle pieghe della legalità,

costituisce una delle caratteristiche più evidenti della .ndrangheta, sia in

Calabria che nelle sue proiezioni nazionali ed internazionali.

Fino a tre decenni fa, nonostante gestisse efficacemente il traffico di droga

e delle armi sul territorio nazionale, non aveva assunto pienamente una

dimensione strutturalmente transnazionale.

Negli ultimi due decenni le cose sono cambiate e la „ndrangheta, partendo

dalla Calabria ha affermato la sua presenza negli Stati Uniti, nell’America

del Sud e nel Canada, in Europa e in Australia, creando una rete operativa

efficiente come poche per compartimentazione e segretezza e riproducendo

ovunque le strutture organizzative presenti storicamente nella regione di

origine. Sono decine le cosche e centinaia gli affiliati insediati all’estero.

La „ndrangheta in questa affermazione sul piano internazionale, si è posta

nei confronti delle organizzazioni criminali degli altri paesi in termini di

assoluta affidabilità, soprattutto nel campo del narcotraffico, come agli

occhi dei cartelli colombiani ai quali è stata capace di offrire maggiori

garanzie rispetto alle altre mafie. In particolare è apparsa più affidabile di

Cosa nostra e della camorra, colpite dalla repressione e incrinate nella loro

credibilità dal fenomeno dei collaboratori di giustizia.

 


 

Benché le rigide regole di compartimentazione territoriale operanti

all’interno delle rispettive aree di influenza nelle cinque province calabresi

portino le singole cosche ad operare in maniera sostanzialmente autonoma,

è netta la loro tendenza a strutturarsi in holding criminali per la gestione dei

traffici internazionali di droga o per l’infiltrazione negli appalti pubblici

riguardanti territori che ricadono sotto l’influenza di più gruppi mafiosi.

Il livello di pervasività è elevatissimo con punte estreme nella provincia di

Reggio Calabria dove esso assume una capillarità tale da condizionare ogni

aspetto della vita sociale ed economica.

Le cosche operanti nell’intera provincia evidenziano differenti

caratteristiche e modalità di espressione a seconda della zona di

radicamento.

Le cosche dell’area tirrenica, così come buona parte di quelle presenti nel

capoluogo, praticano l’occupazione del territorio come principale fattore di

accumulazione economica realizzando sia il sistematico condizionamento

di tutti i settori produttivi che sfruttamento delle risorse destinate alla

realizzazione di importanti opere pubbliche.

Le cosche dell’area ionica, attive su un territorio che offre minori

opportunità economiche, caratterizzato da una morfologia impervia ed

aspra (dalla costa fino alle vette dell’Aspromonte) e per questo

difficilmente permeabile a un.efficace controllo da parte delle forze di

polizia, si sono dedicate per anni ai sequestri di persona. I profitti di questa

attività hanno poi costituito la base per l’ingresso in grande stile nel traffico

internazionale degli stupefacenti.

Per comprendere il livello di pervasività della „ndrangheta, è utile

rappresentare una mappa aggiornata delle cosche e della loro dislocazione

sul territorio.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

2. La provincia di Reggio Calabria

 

2.1 Il capoluogo

Le dinamiche criminali e i relativi equilibri in atto vedono il territorio del

capoluogo ripartito in tre zone: la zona nord della città, in direzione

Gallico, controllato dai sodalizi “Condello-Saraceno-Imerti-Fontana”,

“Rosmini” e “Serraino” (quest.ultimo federato con le famiglie “Imerti” e

“Condello”, estende la propria influenza nei comuni di Cardeto, Gambarie,

Santo Stefano in Aspromonte e San Sperato); il centro cittadino è

controllato dalla consorteria “De Stefano-Tegano-Libri”, e la zona sud

dalle cosche “Latella-Ficara” e “Labate”, questi ultimi concentrati nel

quartiere Gebbione. A Sambatello, comune a nord di Reggio Calabria, è

attiva la cosca “Araniti”, con a capo il boss Santo, detenuto in regime

speciale, legata ai “De Stefano”.

 

Secondo il R.O.S. dei Carabinieri sarebbe “confermata la fase di

ridefinizione di rapporti ed alleanze tra le famiglie “De Stefano”,

“Tegano”, “Condello” e “Serraino”, come emerso dalla frattura all’interno

dello storico cartello “De Stefano-Tegano” che, voluta dagli esponenti della

stessa famiglia “De Stefano”, avrebbe determinato un avvicinamento dei

“Tegano” - il cui esponente di vertice è il latitante Giovanni Tegano - ai

“Condello”, avversari storici del cartello destefaniano. In tale ambito, le

acquisizioni investigative attestano l’assoluto rilievo del boss Pasquale

Condello, (arrestato il 18 febbraio 2008), cui pare essere stata devoluta la

direzione delle attività illecite di maggiore rilievo nell’intero capoluogo

(...)”.7

 

7 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria” – giugno 2007 –  9

 


 

Una possibile conseguenza di tale riassetto degli equilibri potrebbe essere

l’avvio di un sistema di coordinamento più strutturato e meglio in grado di

affrontare con efficacia gli affari di maggiori proporzioni, anche e

soprattutto nel settore dei lavori pubblici, nel quale, al momento, è

confermata la forte incidenza della famiglia “Libri”, capeggiata da

Pasquale Libri.8

L’operazione “Ronin” - nel cui ambito il GIP del Tribunale di Reggio

Calabria ha emesso, nel marzo 2006, un.ordinanza di custodia cautelare in

carcere nei confronti di 13 indagati per associazione mafiosa, estorsione,

corruzione e frode nelle pubbliche forniture - ha documentato il controllo

mafioso di appalti e servizi pubblici, anche attraverso la corruzione di

amministratori locali, tutti legati allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e

alla gestione delle relative discariche. Più in particolare, ha evidenziato un

accordo imprenditoriale relativo alla gestione di quei servizi raggiunto tra

Domenico Libri, anche per conto della cosca “Tegano”, e l’organizzazione

di Pasquale Condello.

La stessa operazione ha messo a nudo la capillare rete delle estorsioni

gestita da quest.ultima cosca, come è emerso anche nel corso del’audizione

dei magistrati della D.D.A., nell’ambito della missione della Commissione

Antimafia a Reggio Calabria del luglio 2007, secondo i quali si mantiene

costante la pressione delle cosche del capoluogo su amministratori locali,

imprenditori e lavoratori autonomi, esercitata come di consueto attraverso

minacce, danneggiamenti e attentati incendiari.

Anche in occasione delle elezioni amministrative del 2007, la pressione

mafiosa si è fatta avvertire attraverso intimidazioni a danno di candidati di

diversi schieramenti.

 

8 Nato a Reggio Calabria il 26 gennaio 1939, fratello di Domenico, storico capo del sodalizio,

deceduto il 25 maggio 2006 per cause naturali nel carcere di Napoli-Secondigliano.

 

La situazione dei latitanti originari di questa area è decisamente

preoccupante, come evidenzia lo S.C.O. della Polizia: “Tra i ricercati di

 


 

elevato spessore criminale gravitanti nei sodalizi citati, oltre a Pasquale

Condello, si registrano Domenico Condello (cl’ 1956), Giuseppe De

Stefano (cl’ 1969), Giovanni Tegano (cl’ 1939), tutti inseriti nel Programma

Speciale di Ricerca dei 30 latitanti di maggiore pericolosità”.9

 

 

9 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

10 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

 

2.2 L’area ionica

 

 

 

Sul versante ionico della provincia reggina operano numerose

organizzazioni distribuite in modo capillare sul territorio, talvolta alleate tra

loro per ragioni di parentela o di affari, con attività anche a livello

nazionale e internazionale. Elemento di equilibrio tra le stesse è la figura

“carismatica” di Giuseppe Morabito, detto “U Tiradrittu”, arrestato nel

2004”,10 uno dei boss più autorevoli della 'ndrangheta, capo incontrastato

non solo del “locale” di Africo ma di una sorta di federazione di “locali”,

con un ruolo interno di assoluto prestigio e rilievo.

Il principale campo di attività nel quale operano le cosche dell’area ionica

reggina è senza dubbio il traffico di stupefacenti, al quale si sono convertite

dopo la stagione dei sequestri di persona, favorite anche dall’insediamento

stabile di loro esponenti nel centro-nord dell’Italia o all’estero, dal nord

Europa al Sud America, dall’Australia al Canada.

Fino ai primi anni .90, le „ndrine avevano sperimentato le loro

professionalità criminali nella gestione dei sequestri di persona,

sviluppando modalità operative analoghe a quelle di una vera e propria

industria, sia per i profitti realizzati che per le eccezionali capacità di

programmazione e di divisione del lavoro, soprattutto quando i sequestri

erano attuati al Nord e le vittime venivano trasferite al Sud e gestite da una

rete logistica operante sull’intero territorio nazionale.

 


 

Si creò in quegli anni un vero e proprio sistema legato alla gestione

materiale dei sequestri, con l’impiego diretto di latitanti, ma anche di

giovani affiliati incensurati, per la custodia degli ostaggi.

Benché non mancassero i contrasti e le opposizioni da parte di alcuni degli

esponenti più prestigiosi della 'ndrangheta storica - che non condividevano

la possibilità di tenere in ostaggio donne e bambini per via del disonore e

del danno di immagine che ne poteva trarre la 'ndrangheta - i sequestri

proseguirono per lungo tempo, anche in ragione dell’assenza di un'autorità

centrale in grado di imporre un divieto di farlo rispettare.

Con i proventi dei sequestri le cosche della Ionica reggina accumularono

notevoli capitali impiegati per il finanziamento di altre attività legali e

illegali. Parte di tali profitti venne investita nell'edilizia: furono comprati

camion, autocarri e pale meccaniche e furono create ditte mafiose inseritesi

poi nella gestione dell’intero ciclo dell’edilizia e degli appalti pubblici. A

Bovalino è sorto un quartiere chiamato dagli abitanti “Paul Getty”, dal

nome del giovane sequestrato a Roma il 9 luglio 1973 e rilasciato il 15

dicembre dello stesso anno, dopo il pagamento di un riscatto di 1 miliardo e

700 milioni, una cifra enorme per l'epoca.

Ma la parte più consistente di quel denaro fu investita dapprima nel

contrabbando delle sigarette estere e successivamente nel ciclo della droga,

grazie al quale la „ndrangheta rompeva la sua condizione di minorità per

inserirsi nel più grande business mafioso.

 

Nell’area le indagini confermano il ruolo centrale delle famiglie di Africo,

San Luca, Platì, Siderno e Gioiosa Ionica ma, evidenzia il R.O.S. dei

Carabinieri, “…permangono le tensioni dovute alle contrapposizioni tra i

gruppi “Cordì” e “Cataldo”, a Locri, e tra i “Commisso” e i “Costa”, a

Siderno. A Locri, in particolare, dopo gli omicidi del 2005 - segno del

riacutizzarsi della tensione tra le citate famiglie - si registra un.apparente

fase di stasi, conseguente anche all’incisiva risposta investigativa seguita

 


 

all’omicidio del vice presidente del Consiglio Regionale Francesco

Fortugno.

 

Sempre sul versante dei tentativi delle organizzazioni mafiose di

condizionare le istituzioni, non vanno dimenticati gli atti intimidatori nei

confronti di alcuni magistrati della locale Procura. In particolare: il

21.02.2006, è stata intercettata una missiva indirizzata alla dott.ssa Maria

Teresa Gerace, Magistrato presso il Tribunale civile di Locri, contenente

frasi minatorie e una cartuccia cal’ 9X21; il 23.03.2006, presso gli uffici

della Sezione distaccata del Tribunale di Siderno, è stata invece intercettata

una missiva intimidatoria contenente due cartucce cal’ 9X21, indirizzata ad

un altro magistrato”.11

 

11 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria” – giugno 2007 – pagg. 12

e 13

12 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

13 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

 

“Nella zona di Africo sono attive le cosche “Morabito-Bruzzaniti-

Palamara”. In particolare, nel comune di Africo Nuovo, la cosca

“Morabito-Scriva”, intesi “scassaporte”, collegata all’omonima e più nota

cosca “Morabito-Palamara”.12

 

“E. utile ricordare come l’operazione “Armonia” (del 2003) abbia svelato

l’esistenza di un.associazione mafiosa denominata “crimine”, strutturata, in

forma di “cartello” criminale nel mandamento ionico e comprendente tutti i

“locali” della zona ionica reggina, al cui vertice era Morabito Giuseppe,

unitamente a Giuseppe Pansera, Filiberto Maesano, Antonio Pelle,

Giuseppe Pelle ed altri”.13

Da tempo, gruppi criminali originari di Africo e riconducibili alla cosca

“Morabito” si sono insediati in forma stabile a Milano, in particolare nella

zona sud-est, fra l'Ortomercato ed il centro della città, dove hanno acquisito

attività economiche e finanziarie.

 

Il 3 maggio 2007, nell’ambito dell’operazione “King”, la Squadra Mobile

di Milano ha arrestato 20 soggetti, tra i quali alcuni elementi di spicco della

 


 

„ndrangheta, appartenenti alla cosca “Morabito-Palamara-Bruzzaniti”.

Erano in collegamento con trafficanti sudamericani, impegnati in attività di

narcotraffico, estorsioni e riciclaggio. Indagini condotte parallelamente

hanno coinvolto anche un cittadino italo-argentino residente in Svizzera

che ha rivestito un ruolo strategico nel traffico internazionale della cocaina

proveniente dal Brasile, dall’Argentina e dalla Spagna, e destinata alla

Lombardia e alla Calabria.

Anche nelle zone di Cornaredo e Bareggio, sempre nel milanese, risultano

presenti affiliati alle cosche “Morabito” e “Barbaro” di Platì, uniti tra loro

anche da legami di parentela e vincoli matrimoniali.

 

“A Siderno è confermata l’egemonia della famiglia “Commisso”,

nonostante si siano registrati diversi episodi indicativi dell’instabilità degli

equilibri criminali, in buona parte riconducibili alla storica faida tra gli

stessi “Commisso” e la famiglia “Costa”.14

Su quella faida ha fatto in gran parte luce la D.D.A. di Reggio Calabria con

l’operazione “Siderno Group” che, condotta tra l’Italia, il Canada, gli

U.S.A. e l’Australia, ha messo a nudo le attività criminali ed i traffici di

stupefacenti gestiti da famiglie mafiose dell’area Ionica reggina, in stretto

collegamento con loro esponenti emigrati da anni in quei Paesi. In questo

contesto, il 28 giugno 2005, la Polizia italiana ha consentito l’arresto, a

Toronto (Canada), del boss latitante Antonio Commisso, detto

“l’avvocato”, capo indiscusso del clan accusato di aver gestito il traffico di

droga in Canada, Stati Uniti e Australia e ritenuto la proiezione economica

della sua famiglia in terra nordamericana.

 

14 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” –  13

 

“Nell’area di Melito Porto Salvo, è attiva la cosca “Iamonte” che, a seguito

della cattura dei latitanti Giuseppe Iamonte (cl’ „49) e Vincenzo (cl’ „54),

tratti in arresto nel 2005, è attualmente capeggiata da Remigio Iamonte”.

La cosca ha dimostrato “un.elevata capacità di infiltrazione nella pubblica

 


 

amministrazione, come confermato dall’insediamento nel Comune di

Melito Porto Salvo della Commissione d.accesso nominata dal Prefetto di

Reggio Calabria il 25.02.2006”.

 

Allo stesso tempo la cosca Iamonte è ricca di attività nel settore edilizio, sia

pubblico che privato, attraverso il controllo di imprese locali.15

 

15 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” –  14

16 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

17 Nato a Roghudi (RC) il 12.10.1953.

 

Altre attività investigative “…hanno consentito di svelare i forti interessi

della cosca nel settore della macellazione e commercializzazione delle

carni, attraverso una consistente pressione estorsiva e ricattatoria nei

confronti di addetti ai lavori e commercianti locali”.16

I “Iamonte” hanno proiezioni anche nella Valle d.Aosta ed in Toscana.

Nella prima regione risultano presenti soggetti collegati con tale famiglia,

probabilmente attratti dalle opportunità economiche connesse con

l’industria turistica della zona e dalla favorevole posizione della regione, al

confine con Francia e Svizzera, fattori che potrebbero favorire l'attività di

riciclaggio dei proventi illeciti. In Toscana, invece, soprattutto nella

provincia di Lucca, sono presenti alcuni elementi che fungono da

riferimento anche per organizzazioni di origine campana e siciliana

impegnate nel traffico della droga.

 

“Nei comuni di Roghudi e Roccaforte del Greco potrebbe incidere sugli

equilibri criminali locali la scarcerazione di Francesco Maesano e la cattura

di Fortunato Maesano,17 capo dell’omonima cosca, avvenuta il 26.10.2006

in Svizzera; quest.ultimo era ricercato dal giugno 2002 per associazione di

tipo mafioso, omicidio aggravato, reati in materia di armi ed altro.

 

Nel comprensorio di S. Lorenzo, Bagaladi e Condofuri si conferma il

controllo criminale della famiglia “Paviglianiti”, il cui capo indiscusso,

Domenico (cl’ 61), è detenuto. I “Paviglianiti”, che vantano forti legami

con le famiglie “Flachi”, “Trovato”, “Sergi” e “Papalia”, tutte caratterizzate

 


 

da significative proiezioni lombarde, hanno inoltre qualificate

cointeressenze con le cosche reggine dei “Latella” e dei “Tegano”, nonché

con i “Trimboli” di Platì e gli “Iamonte” di Melito Porto Salvo.

Nella parte del territorio che va dal comune di Bova a Palizzi risultano

attive le consorterie dei “Talia” e dei “Vadalà-Scriva”, entrambe

riconducibili al già citato cartello “Morabito-Palamara-Bruzzaniti”.

 

Nel territorio che congiunge il comune di Staiti a quello di Casignana,

operano le famiglie “Scriva”, “Mollica”, “Palamara” e “Morabito”, tutte

legate da vincoli di parentela ed egemonizzate dai “Morabito”; queste

risultano attive anche nel Lazio, ove sono presenti, ormai da tempo, delle

qualificate „ndrine”.18

 

18 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” – pagg. 14-

15

19 S.C.O. della Polizia di Stato – “La „ndrangheta” – gennaio 2008 –  30

20 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” –  15

 

Secondo un.analisi del Servizio Centrale Operativo, le famiglie attive nel

Lazio sono già collegate a personaggi di spicco della malavita romana, e

hanno esteso progressivamente la propria influenza, soprattutto nel traffico

di stupefacenti, ma anche nell’attività edile e negli appalti in tutto il litorale

da Nettuno a Civitavecchia. Queste cosche operano anche nel campo

dell’usura e delle estorsioni e vengono ragionevolmente ipotizzati grossi

investimenti di capitali in attività commerciali nella città di Roma.19

 

“Nell’area territoriale che riunisce i comuni di San Luca, Samo, Bovalino,

Benestare e Bianco sono stanziate le famiglie storiche e più autorevoli della

„ndrangheta: i “Nirta”, gli “Strangio”, i “Pelle, i “Vottari”, i “Romeo”, i

“Giorgi” e i “Mammoliti” che, dopo una momentanea crisi a cavallo degli

anni „90, hanno ripreso le proiezioni operative sul territorio nazionale ed

internazionale”.20

 

Nella provincia di Milano è stata rilevata la presenza di esponenti della

famiglia "Strangio", in contatto con narcotrafficanti sudamericani e, in

riferimento ai profili internazionali di tali cosche, nel luglio 2006, il G.O.A.

 


 

della G.di F. di Catanzaro ha concluso un.operazione, coordinata dalla

D.D.A. di Reggio Calabria, che ha consentito di individuare una cellula

della „ndrangheta attiva fra l’Olanda, il Belgio e la Germania, e di

interrompere la latitanza di sei esponenti di spicco della mala calabrese:

Calogero Antonio Costadura, Bruno Pizzata, Francesco Strangio, Giancarlo

Polifroni, Antonio Ascone e Gioacchino Bonarrigo.

Antonio Costadura, arrestato a Genk (Belgio), è figlio naturale di Salvatore

Nirta, esponente di vertice dell’omonima cosca e latitante dal 2002

ricercato per traffico internazionale di sostanze stupefacenti; Bruno Pizzata,

affiliato alla stessa cosca “Nirta”, è stato tratto in arresto a Lamezia Terme

(CZ) mentre era a bordo di un autobus proveniente da Monaco di Baviera

(Germania); Francesco Strangio, arrestato mentre era in viaggio da

Amsterdam a Rotterdam (Olanda), è il personaggio di maggiore spessore

criminale tra gli arrestati. Latitante dal 1993, era ricercato per traffico

internazionale di stupefacenti, svolto per conto delle cosche “Giorgi” e

“Romeo”. Dai luoghi degli arresti dei latitanti si evince il livello e la

dimensione dei traffici internazionali.

 

“Nel comune di Platì è confermata la presenza dei gruppi criminali

riconducibili alle famiglie “Barbaro”, “Trimboli”, “Sergi”, “Perre”,

“Agresta”, “Romeo”, “Papalia” e “Marando”, tutte legate da vincoli di

parentela e cointeressenze nella gestione degli affari illeciti. Le famiglie

sono concentrate attorno alla cosca “Barbaro”, soprannominata “castànu”,

ed operano in prevalenza nel narcotraffico, anche fuori dall’area di origine,

avvalendosi nei diversi luoghi della collaborazione di cellule criminali

satellite”.21

 

21 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” – pagg. 15-

16

 

“I “Sergi-Marando”, in particolare, vantano una consolidata alleanza con le

famiglie “Maesano-Paviglianiti-Pangallo”, egemoni a Roccaforte del

Greco, S. Lorenzo, Roghudi e Condofuri, contrapposte per anni alla cosca

 


 

“Zavettieri” in una sanguinosa faida che nel corso degli anni „90 ha mietuto

decine di morti in entrambi gli schieramenti”.22

 

22 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

23 Il 07.07.2006, con decreto del Presidente della Repubblica, è stato nuovamente disposto lo

scioglimento del Consiglio Comunale e l’insediamento del Commissario Straordinario, a conferma

della pervasiva capacità di penetrazione dei citati gruppi criminali.

 

“In ambito locale, inoltre, anche in virtù di ricorrenti rapporti di parentela,

riescono a condizionare efficacemente l’azione amministrativa degli enti

pubblici, come peraltro documentato nel corso dell’indagine “Marine” (…)

che aveva portato all’arresto di amministratori e funzionari dello stesso

Comune di Platì.23

In alcuni comuni dell’hinterland milanese (Trezzano sul Naviglio, Corsico,

Cesano Boscone e Buccinasco) hanno fissato da anni la loro dimora

numerosi esponenti delle famiglie di Platì i quali hanno praticamente

colonizzato l’area, riproducendo nei loro nuovi quartieri modelli sociali

tipici delle zone di provenienza. Del resto, buona parte dei sequestri di

persona a scopo di estorsione verificatisi in Lombardia sono stati attuati

proprio da esponenti di tali gruppi che provvedevano poi a trasferire gli

ostaggi in Aspromonte. Da anni in questi comuni agiscono le famiglie

“Papalia” e “Barbaro”, che gestiscono il traffico della droga, con una

propensione all’infiltrazione ed al condizionamento degli appalti pubblici.

 

Con l’operazione “Zappa”, conclusa in due diverse fasi, nel 2004 e nel

2005, sono stati colpiti numerosi appartenenti ai “Maesano-Paviglianiti-

Pangallo” ed ai “Sergi-Marando”, ritenuti responsabili, a vario titolo, di

traffico di stupefacenti. L’indagine, partita da Reggio Calabria e provincia,

si è estesa ed ampliata ad altre regioni d.Italia (Lombardia, Piemonte,

Lazio, Liguria, Sardegna, Toscana) e successivamente è approdata in Paesi

esteri del bacino del Mediterraneo (Francia, Spagna e Marocco) e del

Sudamerica (Colombia, Cile ed Ecuador). Personaggi chiave dell’indagine

si sono rivelati, in una fase iniziale, boss del calibro di Santo Maesano e

Paolo Sergi, e con loro i narcotrafficanti Roberto Pannunzi (cl’ „48) e suo

 


 

figlio, Alessandro (cl’ „72), unanimemente considerati fra i più accreditati

narcotrafficanti italiani, entrambi arrestati a Madrid il 4 aprile 2004.

Altrettanto note le proiezioni delle famiglie di Platì in Australia, soprattutto

nella città di Griffith. La loro presenza in quella parte del mondo risale ai

primi anni .50, quando l’alluvione che colpì Platì nel 1951 spinse molti dei

suoi abitanti a cercare fortuna oltre oceano, concentrandosi in particolar

modo in quella cittadina dove, nel corso degli anni, vennero raggiunti da

altri conterranei.

Il 15 luglio 1977, a Griffith, venne ucciso a colpi di lupara il deputato

liberale Donald MacKay, mentre dodici anni dopo, il 12 gennaio 1989, a

Canberra, con due colpi di pistola alla nuca morì Colin Winchester, Vice

Capo della polizia federale.

Una stessa pista investigativa accomunò i due omicidi, individuando in

esponenti delle famiglie originarie di Platì i probabili mandanti ed

esecutori. Nel corso delle indagini gli investigatori australiani scoprirono

che numerosi terreni erano stati acquistati con denaro inviato dal piccolo

paese della Calabria, parte del quale proveniente dai sequestri di persona

effettuati in Lombardia e per i quali erano risultati implicati esponenti delle

famiglie “Perre”, “Sergi”, “Papalia” e “Barbaro”.

Gli investigatori australiani scoprirono anche che quei terreni, prima

incolti, erano stati accuratamente curati e destinati alla coltivazione di

canapa indiana: ne furono individuate ben 188 grosse coltivazioni.

 

Nel Comune di Careri, geograficamente collocato a valle di Platì, sono

attive le famiglie “Cua”, “Ietto” e “Pipicella”.24

 

24 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” –  16

 

 

Un insediamento della „ndrangheta, emanazione delle famiglie di Careri,

attive nel traffico di droga, è stato di recente individuato nell'area nord-ovest

di Milano, nei comuni di Inveruno, Cuggiono e Castano Primo. I soggetti

interessati gestiscono diverse attività commerciali, verosimilmente avviate

 


 

con i proventi del narcotraffico. Ma anche sul proprio territorio gli affari

spingono all’accordo.

 

Il cospicuo investimento per la realizzazione della nuova arteria stradale

Bovalino-Bagnara, per una spesa di circa 835 milioni di euro, sta già

stimolando gli appetiti delle cosche locali, certamente alla ricerca di una

partecipazione ai lavori.25

 

25 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” –  16

26 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

27 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” –  16

 

“A Canolo e Sant.Ilario dello Ionio è operativa la cosca “D.Agostino”,

collegata a quella “Cordì”. Su questo versante, a Siderno dove sono radicati

i “Commisso”, il 14 gennaio 2006, è stato arrestato il latitante Domenico

D.Agostino, ricercato dal 2000, destinatario di un.ordinanza di custodia

cautelare per associazione di tipo mafioso e traffico di sostanze

stupefacenti”.26

 

“Nell’area di Gioiosa Ionica e Marina di Gioiosa operano le famiglie

“Mazzaferro”, “Jerinò”, “Coluccio-Aquino” e “Ursino-Macrì”,

particolarmente attive nel traffico di stupefacenti, settore in cui vantano

collegamenti con tutte le consorterie „ndranghetiste reggine e con esponenti

di altre organizzazioni criminali, in un.ottica di cartello internazionale”.27

Gli “Ursino”, parte integrante della cosca “Ursino-Macrì”, sono insediati a

Torino ed in tutta la prima cintura sita a nord e a sud del capoluogo.

Un.operazione del marzo 2006, ha portato all’esecuzione di arresti disposti

dal G.I.P. del Tribunale di Napoli nei confronti di 22 persone, ha

documentato i rapporti tra la cosca “Ursino-Macrì” con Carmine Aquino,

esponente di spicco del clan “Aquino-Annunziata” di Boscoreale (NA).

L’affare comune riguardava l’importazione di cocaina dall’Olanda e dalla

Germania.

 


 

Del resto, è ormai noto che la Germania - così come l’Olanda ed il Belgio -

rappresenta per la „ndrangheta area di reinvestimento dei capitali illeciti,

oltre ad essere da sempre prescelta per la mimetizzazione dei latitanti.

Il 27 settembre 2006, a Roma, all’aeroporto di Fiumicino, è stato arrestato

Vincenzo Roccisano, da Marina di Gioiosa Ionica (RC), latitante dal luglio

del 1991 e ricercato per narcotraffico. Elemento di spicco della “cosca

“Ierinò”, con proiezioni in Canada e negli Stati Uniti, Roccisano, nel

febbraio 1989, era stato già tratto in arresto negli Stati Uniti dal F.B.I.,

unitamente ad altre 5 persone, per traffico internazionale di stupefacenti.

Già negli anni .90, le dichiarazioni rese da Calogero Marcenò, un capo-

bastone che viveva a Varese e che decise di collaborare con la giustizia,

avevano svelato l’esistenza di numerosi “locali” della „ndrangheta in

Lombardia, in particolare nella provincia di Como, legati al clan

“Mazzaferro”. Ulteriori presenze dei “Mazzaferro” si registrano nella

provincia di Varese e anche in Piemonte, fra Torino e la Val di Susa.

Affiliati alla cosca sono presenti anche nella provincia di Gorizia, dove

sono rivolti all’acquisizione di esercizi pubblici e attività commerciali.

In Piemonte, oltre ai “Mazzaferro”, sono attivi affiliati alle cosche

“Marando”, “Agresta” e “Trimboli”, tutte riconducibili alla famiglia

“Barbaro” di Platì, attivi nel’area del Canavese, area nella quale sono

presenti anche uomini dei cartelli “Morabito-Palamara-Bruzzaniti” di

Africo e i “Ierinò” di Gioiosa.

 

“Nel territorio di Monasterace ai confini con la provincia di Cartanzaro,

opera invece il clan “Ruga-Metastasio”.28

 

 

28 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

 


 

2.3 L’area tirrenica

 

 

Nel versante tirrenico della provincia di Reggio Calabria le investigazioni

confermano l’egemonia delle potenti cosche “Piromalli-Molè” e “Pesce-

Bellocco”, che gestiscono tutte le attività illecite nella Piana di Gioia

Tauro: dal traffico degli stupefacenti e di armi, alle estorsioni e all’usura,

ma anche l’infiltrazione dell’economia locale attraverso il controllo e lo

sfruttamento delle attività portuali.

 

Dopo un periodo di pace mafiosa, l’omicidio di Rocco Molè, di 42 anni,29

avvenuto a Gioia Tauro nella mattina del 1° febbraio 2008, potrebbe

costituire l’innesco di una nuova fase di guerra mafiosa (anche in seno alla

stessa cosca “Piromalli-Molè”), finalizzata a ristabilire gli equilibri nella

spartizione degli enormi proventi illeciti derivanti dagli investimenti che si

stanno effettuando in quella zona, e che nei prossimi anni sono destinati a

crescere.

 

29 Rocco Molè, considerato il reggente della cosca da sempre alleata con i Piromalli, numerosi

precedenti penali alle spalle, sorvegliato speciale della Pubblica sicurezza, condannato in primo e in

secondo grado a un ergastolo nel processo Tirreno e in attesa della definitiva sentenza della corte di

Cassazione, era il figlio terzogenito del vecchio boss della mafia Nino Molè, morto nel 2006 per

cause naturali nel carcere di Secondigliano.

30 D.I.A. – “La „ndrangheta nella Piana di Gioia Tauro” –  23

31 D.I.A. – “La „ndrangheta nella Piana di Gioia Tauro” –  11

 

Del resto, come già evidenziava la Direzione Investigativa Antimafia,

“dall’analisi delle dinamiche interne alle „ndrine della zona, si rileva che

tale calma è solo apparente, permanendo una forte tensione tra le cosche

locali secondo logiche di confronto basate su prove di forza e affermazioni

di dominio”.30

 

La Piana di Gioia Tauro, dal progetto del V° centro siderurgico fino alla

realizzazione del porto, con le ingenti risorse finanziarie statali e

comunitarie impiegate per il suo sviluppo economico, costituisce ormai da

tempo il più grande affare per le „ndrine insediate sul territorio”.31

 

Le attività connesse con la gestione del porto e dunque con il colossale

movimento dei containers, le opportunità di traffici illeciti a livello

 


 

internazionale, rese possibili dal frenetico via vai quotidiano delle merci,

hanno attratto gli appetiti dei “Molè”, dei “Piromalli”, dei “Bellocco” e dei

“Pesce” e li hanno portati ad imporre la loro presenza, offrendo

l’opportunità di un salto di qualità internazionale.

“Il dato trova riscontro in numerosi sequestri operati dalla G.di F. e dal

Servizio vigilanza antifrode doganale di tabacchi lavorati esteri, calzature,

articoli elettronici e materiale contraffatto di varia natura, pronti per essere

smerciati all’interno dei Paesi dell’Unione Europea.

 

In rapporto al lucroso settore dello smaltimento dei rifiuti (…), il 10 luglio

2006, un.indagine coordinata dalla Procura di Palmi ha portato al sequestro

di centinaia di containers contenenti rifiuti vari, in particolare destinati in

Cina, India, Russia e Nord Africa, per poi essere lavorati e reimportati

come ricambi o merce a prezzo ribassato nel territorio dell’Unione

Europea”.32

Componenti della famiglia “Piromalli” sono presenti anche a Roma, dove

si ipotizza reinvestano cospicui capitali di provenienza illecita in attività

imprenditoriali, e risultano essersi spinti fino alla provincia di Gorizia per

acquisire esercizi pubblici e attività commerciali.

Anche i “Bellocco” hanno una forte proiezione internazionale, come

emerge dall’arresto di Antonio Ascone e Gioacchino Bonarrigo, loro

affiliati, in occasione della stessa indagine condotta nel luglio 2006 dal

G.O.A. della G.di F. di Catanzaro, su di un traffico internazionale di

sostanze stupefacenti fra l’Olanda, il Belgio e la Germania.

 

32 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” –  17

 

 

Nel 2006, a Gersthofen, in Germania, è stato invece arrestato il latitante

Michele Albanese, detto “ Ringo”, vicino alla cosca “Piromalli-Molè”, già

condannato in primo grado alla pena di oltre 14 anni di carcere.

Contemporaneamente all’arresto in Germania, la G.di F. ha rinvenuto

 


 

nell’abitazione dell’Albanese, a Rosarno, un bunker interrato, al quale si

accedeva da una botola con un.apertura meccanica.

 

“Il territorio del comprensorio di Palmi risulta suddiviso fra la cosca

“Gallico”, che controlla l’area nord, e la cosca “Parrello”, che controlla la

zona sud della città ed è legata alla famiglia dei“Bruzzise” di Seminara. I

diversi omicidi che hanno riguardato i “Bruzzise” nel corso del 2006,

proprio in virtù degli accertati rapporti con la cosca “Parrello”, potrebbero

essere collegati alla faida che da anni contrappone questi ultimi alla

famiglia “Gallico” per il controllo del territorio palmese (la cosiddetta

“faida di Barritteri”, per il predominio della zona di “Barritteri”, tra Palmi e

Seminara, luogo strategico per il controllo dei lavori di ammodernamento

dell’Autostrada A3 – n.d.r.) ”.33

Sul territorio di Palmi esercita la sua influenza anche la famiglia dei

“Mancuso” di Limbadi.

 

33 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno

2007” – pagg. 16-18

34 Nato a Gioia Tauro (RC) l’11.04.1939.

35 Francesco Crea, figlio di Teodoro, ha sposato la figlia del boss Nicola Alvaro.

36 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno

2007” –  18

 

“La famiglia mafiosa dei “Crea”, capeggiata dal boss Teodoro Crea,34

esercita l'egemonia nell’area di Rizziconi, con diramazioni anche nel Nord

Italia, dove è particolarmente attiva con imprese edili nell’accaparramento

di appalti pubblici. Il potere mafioso dei “Crea” si è rafforzato per i legami

con altre famiglie storiche della 'ndrangheta, come i “Mammoliti” di

Castellace e gli “Alvaro” di Sinopoli ,35 concretizzatosi nel controllo diretto

di attività economiche nel settore delle costruzioni, degli autotrasporti e

della grande distribuzione”.36

Per quanto riguarda gli “Alvaro”, nella zona di Roma si registra la presenza

di personaggi, riconducibili alla loro organizzazione, che si ipotizza

reinvestano in attività commerciali ingenti capitali di provenienza illecita.

 


 

“A Cinquefrondi opera il clan “Petullà”, oltre alla cosca “Auddino”, attiva

anche ad Anoia e nei paesi limitrofi. A Delianuova è attiva la cosca

“Papalia-Italiano”, in rapporto di affari con gli “Alvaro-Macrì-Violi” di

Sinopoli.

 

A Taurianova emerge il predominio della cosca “Asciutto-Avignone-

Grimaldi”, con proiezioni nel Nord Italia e strettamente collegata al clan

Piromalli-Molè” di Gioia Tauro (RC), di cui Santo Asciutto, attualmente

detenuto in regime speciale, sarebbe stato “uomo di fiducia”.

L’organizzazione di cui è a capo è da anni contrapposta, in una cruenta

guerra di mafia, a quella degli “Avignone”, attiva nello stesso

comprensorio calabrese ed anch.essa con ramificazioni in ambito

nazionale”.37 Si evidenzia inoltre l’attività della cosca “Viola”.

A Cittanova sono presenti le cosche degli “Albanese” e dei “Facchineri”.

Questi ultimi, peraltro, risultano essersi spinti da tempo in Umbria e, con

esponenti delle famiglie “Asciutto” e “Grimaldi” - anche nella Valle

d.Aosta, dove hanno investito nel settore turistico.

Anche la Toscana è interessata dalla presenza di elementi di tale cosca,

come dimostra il tentato omicidio del nomade Sebastian Fudorovic,

avvenuto il 7 marzo 2006, ad Altopascio (LU), ad opera di Giuseppe

Lombardo, elemento organico alla famiglia “Facchineri”.

“A Santa Cristina d.Aspromonte sono attive le famiglie “Madafferi” e

“Papalia”; a Oppido Mamertina i “Mammoliti” e gli “Stefanelli”; a

Seminara i “Santaiti-Brindisi-Caia-Gioffrè” e la cosca contrapposta dei

“Bruzzise”; a Polistena i “Longo-Versace”.

 

37 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

 

 

Nella Piana di Gioia Tauro, oltre al porto e agli appalti, un settore di

interesse delle cosche locali è quello agricolo, per le opportunità di lucro

derivanti sia dalla “guardianìa” dei fondi che dalle frodi ai danni

 


 

dell’A.I.M.A. e dell’I.N.P.S.”.38

Infiltrazioni di cosche ioniche sono infine accertate in Liguria nei comuni

di Ventimiglia e Sarzana.

 

 

38 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

 


 

 

 

3. Provincia di Catanzaro

 

 

3.1 Lamezia Terme

Le cosche locali si mostrano ben radicate e attive sul territorio, benché

subiscano ancora l’influenza di quelle storiche presenti in altre parti della

regione. Negli ultimi anni comunque hanno evidenziato grande attivismo e

hanno iniziato ad espandersi oltre i confini regionali.

Gravi, numerosi delitti avvenuti negli ultimi tempi nel territorio della

provincia lasciano ipotizzare situazioni di tensione e di instabilità fra le

famiglie mafiose.

Tuttavia, la zona che rappresenta oggi una reale emergenza, sia sotto il

profilo della pervasività criminale che per la sicurezza pubblica è quella di

Lamezia Terme dove si è registrato il maggiore incremento di gravi fatti di

sangue. Una lunga serie di omicidi ha segnato la contrapposizione tra i

sodalizi “Iannazzo-Giampà” (localizzati rispettivamente a Sambiase e a

Nicastro di Lamezia Terme), e “Cerra-Torcasio” (insediata a Nicastro di

Lamezia Terme, zona Capizzaglie”) e il conflitto tra i due schieramenti

sembra ancora lontano dalla composizione.

 

Le cosche, operanti nei tradizionali settori dell’illecito, da cui traggono

buona parte dei loro profitti (estorsioni, traffico di armi e di sostanze

stupefacenti, ingerenza negli appalti, ecc.), hanno anche evidenziato la

capacità di infiltrarsi nelle pubbliche amministrazioni, come è dimostrato

dallo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose

avvenuto il 5 novembre 2002, dopo che analogo provvedimento era stato

adottato il 30 settembre 1991. Dagli accertamenti condotti in

quell’occasione era emersa l’azione di distorsione e di condizionamento

esercitato all’interno degli apparati istituzionali da parte di una criminalità

che vi si era insinuata, anche attraverso rapporti di parentela fra

 


 

componenti dello stesso Consiglio comunale e persone incriminate per

associazione mafiosa.

Resta se mai da riflettere sul perché agli scioglimenti non sia seguita una

coerente azione giudiziaria e della magistratura per contribuire alla bonifica

politica e amministrativa. A maggior ragione che ogni scioglimento

dell’ente è stato accompagnato da atti di intimidazione anche sul versante

della politica.

Da un.analisi della Direzione Investigativa Antimafia sull’evoluzione del

fenomeno mafioso nel lametino, si rileva che “il fenomeno della

„ndrangheta nell’area lametina presenta caratteristiche alquanto diverse

rispetto ad un contesto criminale provinciale che, sino a tempi

relativamente recenti, non vantava grandi tradizioni mafiose.

Le famiglie operanti nella zona di Lamezia hanno subito, rispetto ad altre

realtà provinciali, comprese quelle del capoluogo, un più rapido processo di

evoluzione dal modello della banda di tipo “gangsteristico” alla struttura

mafiosa organizzata.

Superata una prima fase, durante la quale i clan hanno affinato le tecniche

criminali e consolidato il controllo del territorio, sono poi passati alla

gestione, in forme sempre più organizzate, delle tradizionali attività di

accumulazione primaria di capitali necessari per l’affermazione del proprio

potere mafioso nonché alla creazione delle prime riserve finanziarie.

A tali delitti (estorsioni, traffico di stupefacenti, guardianìe, dapprima rurali

e poi anche industriali), si sono affiancate, in tempi più recenti, una serie di

attività apparentemente lecite, necessarie per occultare e dissimulare la

provenienza delle rilevanti liquidità illecitamente accumulate.

 

E. stata proprio tale disponibilità finanziaria che ha favorito la crescita

delle cosche anche come soggetti economici attraverso la gestione di una

variegata serie di iniziative imprenditoriali, condotte in prima persona o

 


 

attraverso l’interposizione di prestanome compiacenti, che hanno introdotto

pericolose anomalie nel sistema economico locale.

L’ingresso delle famiglie mafiose nel mondo imprenditoriale, in un.area

caratterizzata da un rapido sviluppo economico legato alla presenza di

importanti infrastrutture produttive e viarie, ha fornito alla criminalità

nuove opportunità di guadagno, aumentandone il potere e le potenzialità di

condizionamento del sistema sociale e politico (…).

Gli eventi degli ultimi anni (faide e inchieste giudiziarie) hanno contribuito

al completamento di un processo di selezione naturale che vede oggi un

panorama criminale caratterizzato da pochi, ma ben organizzati,

schieramenti nei quali sono confluite alcune delle famiglie un tempo

operanti nella zona.

Gli assetti locali, nonostante gli elevati livelli di conflittualità, si sono in

linea di massima stabilizzati intorno a due principali consorterie che si

affrontano in una logica di annientamento definitivo al fine di eliminare

ogni possibile forma di concorrenza nella gestione dei rilevanti interessi

economici presenti in zona.

Tale situazione è stata favorita da due ordini di motivi: in primo luogo nel

territorio comunale di Lamezia è stata più evidente l’influenza delle

famiglie reggine e di quella dei “Mancuso” di Limbadi, che tuttora operano

con grande peso nel suo contesto; in secondo luogo, il lametino è stato

interessato, con anni di anticipo sul resto della provincia, dagli

insediamenti industriali e dalle relative infrastrutture produttive e viarie e,

di conseguenza, dai flussi di spesa pubblica finalizzati a favorire i progetti

di sviluppo.

 

La zona, infatti, ricca e fiorente, con importanti insediamenti industriali e

grandi prospettive di sviluppo, grazie alla buona rete di collegamenti aerei,

ferroviari e stradali con il resto del Paese, che hanno contribuito alla

creazione di un indotto di ragguardevoli proporzioni, offre ottime

 


 

opportunità per l’investimento e la dissimulazione delle grandi ricchezze

accumulate dalle cosche (…).

 

La supremazia dei “Cerra-Torcasio” è stata, in passato indiscussa, ma, da

qualche tempo, ed oggi più che mai, è messa seriamente in pericolo dalla

famiglia “Iannazzo”, alleata con quella dei “Giampà”, a capo di

un.organizzazione potente, anche economicamente, che non nasconde le

proprie mire egemoniche sull’intera area”.39

 

 

39 D.I.A. – Situazione della criminalità organizzata di tipo mafioso in Lamezia Terme (CZ) - marzo

2007 - pagg. 10-12

40 Nel marzo 2007, 12 esponenti della cosca “Cerra-Torcasio” sono stati arrestati, in esecuzione di

ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dall’Autorità giudiziaria di Catanzaro, per

associazione per delinquere di tipo mafioso, omicidi, tentato omicidio, traffico di armi e droga ed

estorsione. Secondo l’accusa, essi avrebbero condizionato il regolare andamento economico nella

città attraverso una richiesta generalizzata del “pizzo” agli imprenditori locali, in un.impressionante

sequela di delitti avvenuta negli ultimi 18 mesi nei confronti di commercianti, imprenditori e

lavoratori autonomi, che ha raggiunto l’apice nell’incendio che, il 24 ottobre 2006, devastò la sede

della rivendita di gomme e delle soprastanti abitazioni dell’imprenditore Giuseppe Godino.

Quell’episodio suscitò grande sdegno nella popolazione che fu indotta a reagire, anche attraverso

pubbliche manifestazioni e abbassando le saracinesche dei negozi.

Nel febbraio 2007 i Godino ottennero una prima trance dei fondi stanziati dalla Legge n. 44/1999

(“Fondo di solidarietà per le vittime del racket”). Alla loro impresa, inoltre, venne affidato

direttamente l’appalto per la fornitura e la manutenzione di gomme per i mezzi delle Ferrovie della

Calabria.

41 Il capo storico della famiglia, Francesco Iannazzo (classe .51), ucciso il 20 maggio 1992, aveva

saputo trasformarsi in pochi anni da bracciante agricolo a imprenditore edile. Benché non disponesse

di consistenti risorse economiche né di adeguate conoscenze tecniche, grazie al rapporto con il

suocero, Salvatore Renda, inserito nella realtà imprenditoriale locale in quanto “custode” dello

stabilimento “Icla” di Lamezia Terme, società impegnata in importanti opere infrastrutturali, imparò

ad impegnarsi in prima persona nella gestione di imprese, coinvolgendo imprenditori locali che, in

cambio della protezione che questi riusciva a garantire e al procacciamento di commesse ottenute

sfruttando la propria capacità intimidatoria, accettavano più o meno liberamente rapporti societari

con il boss.

 

Una sorta di ricompattamento del gruppo criminale dei Cerra sarebbe stato

favorito dal ritorno sulla scena criminale di Nino Cerra (classe .48),

scarcerato dalla casa circondariale di Voghera il 12 agosto 2005. Da quel

giorno, infatti, è stata registrata una recrudescenza degli atti intimidatori di

matrice estorsiva, soprattutto nell’area di Nicastro.40

 

I “Iannazzo” sono, tuttavia, il gruppo che nel corso degli anni ha saputo

meglio attrezzarsi verso le forme più redditizie di criminalità economica.41

Nell’area controllata da Iannazzo ricade l’aeroporto di Lamezia Terme, sul

quale però è necessario dare impulso alle attività investigative visto che,

sino ad oggi, nonostante la presenza attiva della cosca nell’intera area

 


 

aeroportuale, non vi è stata alcuna adeguata ed efficace rispondenza, anche

in rapporto alla mole di affari e di traffici che attorno a quest.area si

sviluppano.42

3.2 Catanzaro

 

42 Audizione D.D.A. di Catanzaro

43 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

44 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

45 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” –  20

 

Per quanto riguarda la città di Catanzaro, “le attività investigative hanno

evidenziato l’avvenuta ricostituzione, a partire dagli anni 1998-1999, della

cosca “Costanzo-Di Bona”, detta dei “gaglianesi”, che, in forza della

legittimazione riconosciutale dalla „ndrina di Isola Capo Rizzuto,

riconducibile alla famiglia “Arena, si è dimostrata estremamente attiva nel

“controllo” delle più significative ed importanti attività illecite”.43

 

“Si è rilevata, peraltro, la contiguità alla mafia locale di gruppi di nomadi, i

cui componenti possono ritenersi sodali della cosca dei “gaglianesi” e la

cui presenza sul territorio assicura alle cosche anche un consistente

supporto „militare.“.44

 

“In particolare, sono state delineate le attività illecite del gruppo

„ndranghetistico di Catanzaro, retto da Anselmo Di Bona, e le sue

interazioni con la componente rom del capoluogo, capeggiata da Domenico

Bevilacqua e da Cosimino Abbruzzese. Proprio i privilegiati rapporti di

quest.ultimo con il Di Bona hanno portato ad un contrasto, maturato

nell’ambito delle attività estorsive, tra Domenico Bevilacqua ed il gruppo

dei “gaglianesi”, a fianco del quale è intervenuta la cosca „Arena.“.45

3.3 La zona ionica

 

Per quanto concerne la costa ionica che va da Guardavalle a Botricello,

permane l’egemonia dei “Gallace-Novella” di Guardavalle (…), che vanta

 


 

proiezioni operative nel Lazio, in particolare ad Anzio (RM) e a Nettuno

(RM), dove sono state anche operate notevoli confische di beni immobili.

 

“Nel comune di Borgia, dopo il decesso per cause naturali di Antonino

Giacobbe, capo indiscusso dell’omonima cosca, elemento di vertice

nell’area del paese sembrerebbe Giulio Cesare Passafaro, già inserito nella

cosca “Giacobbe”, mentre nella zona marina i referenti criminali

rimangono i “Pilò–Cossari”, che vantano legami con personaggi di spicco

della criminalità crotonese e delle Serre”.46

“Nel comune di Soverato emerge la cosca “Sia”, che controlla i comuni di

Montauro, Montepaone, Gagliato e Petrizzi. I boss “Sia” sono legati ai

“Costa” di Siderno (RC), ai “Vallelunga” di Serra S. Bruno (VV) e ai

“Procopio-Lentini” di Satriano (CZ).

 

46 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” – pagg. 20-

21

47 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

48 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” –  21

49 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

 

I principali gruppi che operano in tale area risultano anche avere

collegamenti con narcotrafficanti attivi a Milano, Roma e Torino”.47

 

“Le dinamiche criminali della presila catanzarese (nell’area di Petronà e

Sersale - n.d.r.) risentono della storica contrapposizione tra le cosche

“Bubbo” e “Carpino”, da anni impegnate in una sanguinosa faida per il

controllo dell’area di Petronà. Nel quadro delle alleanze contrapposte, i

“Carpino” sono da tempo vicini agli “Arena” di Isola di Capo Rizzuto

(KR), mentre i “Bubbo”, legati al defunto Sergio Iazzolino, ucciso in un

agguato mafioso il 5 marzo 2004, risultano vicini ai “Nicoscia”.48

 

“A Belcastro, Taverna, Albi e Magisano operano i gruppi “Pane-Iazzolino”

e “Pisani”, strettamente collegati ai “Grande Aracri” di Cutro (KR). Mentre

a Botricello insiste la presenza del gruppo “Scumaci”, pur colpito, nel

maggio 2003, da numerose sentenze di condanna”.49

 


 

 

 

4. Provincia di Cosenza

 

4.1 Il capoluogo

Il panorama della „ndrangheta nella provincia di Cosenza è attualmente

caratterizzato da un processo di mutamento degli equilibri tra le cosche,

benché non si registrino - come sovente avviene in situazioni del genere -

episodi di evidente conflittualità.

 

Nel capoluogo, i principali esponenti dei gruppi criminali attivi, i “Rua.”, i

“Perna-Pranno”, i “Bruni” e i “Cicero”, sono attualmente detenuti anche a

seguito di due operazioni (“Missing” e “Missing 2”) che, nel 2006 e nel

2007, hanno attribuito loro (ma anche ad alcuni esponenti delle cosche

“Muto”, “Calvano “ e “Serpa”, rispettivamente di Cetraro, San Lucido e

Paola) la responsabilità di oltre 40 fatti di sangue perpetrati nelle due

guerre di mafia avvenute a Cosenza a cavallo tra il 1977 ed il 1994.50

 

50 La presenza del noto latitante reggino Pasquale Condello tra i destinatari dei relativi provvedimenti,

ritenuto responsabile del duplice omicidio di Giuseppe Geria e Valente Saffioti, consumato in Scalea,

evidenzia i reciproci scambi di favori tra la „ndrangheta reggina e le cosche attive nel nord della

Regione.

51 Ad essi è da attribuire l’eclatante rapina avvenuta il 2 ottobre 2006, sullo svincolo autostradale di

Lauria Nord, nel potentino, in pregiudizio di un furgone della ditta “La Ronda”, addetta al trasporto

ed alla consegna di denaro e plichi bancari e postali.

 

Questo ha consentito al cosiddetto clan degli “zingari” - così denominato

perché composto da soggetti di etnia rom divenuti da tempo stanziali e a

pieno titolo inseriti nella „ndrangheta - di assumere il sopravvento nella

gestione del traffico di sostanze stupefacenti, pur evidenziando

contestualmente una vocazione verso gli assalti ai furgoni portavalori.51

Fino alla metà del 2006, è stata registrata una sorta di alleanza tra il gruppo

degli “zingari” di Cosenza (i “Bevilacqua” e gli “Abruzzese”) e quello di

Cassano allo Ionio, per l’imposizione di estorsioni a commercianti ed

imprenditori, aumentate dall’inizio di quell’anno”.

 


 

In definitiva dunque la peculiarità e la pericolosa anomalia di Cosenza è

tutta in questo ruolo di importanza sempre crescente di cosche formate da

soggetti di etnia rom.

4.2 Area ionica

“Per quanto concerne l’area della sibaritide, a Cassano Ionio si

fronteggiano l’organizzazione criminale dei “Forastefano”, al momento

egemone, ed il gruppo degli “zingari” legati alla cosca “Farao-Marincola”

di Cirò e capeggiato da Francesco Abbruzzese, recentemente scarcerato.

Questo evento potrebbe riattualizzare lo scontro armato con i rivali,

acutizzatosi nel 2003, con l’esecuzione di numerosi omicidi tra i due

schieramenti.

 

La cosca “Forastefano” ha rafforzato il proprio prestigio in tutto l’alto

Ionio, estendendo il proprio controllo al locale mercato degli stupefacenti,

alle estorsioni nei confronti degli imprenditori e commercianti nonché

all’usura. Il sodalizio opera anche nelle truffe nel settore agricolo,

attraverso alcune società acquisite con proventi illeciti”.52

 

52 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” –  23

53 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

 

“Il gruppo degli “zingari” di Cassano allo Ionio (residenti nella frazione di

Lauropoli), è dedito alle estorsioni, allo spaccio di sostanze stupefacenti e

agli assalti ai furgoni portavalori, tessendo rapporti di “affari” anche con

organizzazioni attive fuori della provincia di Cosenza”.53

 

“Di rilievo è anche il legame tra le organizzazioni della sibaritide e le

potenti organizzazioni criminali albanesi, già ampiamente riscontrato

nell’ambito dell’operazione “Harem” (…) dalla quale sono emersi reciproci

contatti finalizzati all’approvvigionamento di stupefacenti ed armi a prezzi

competitivi da parte degli “schipetari” che, in cambio, possono gestire lo

 


 

sfruttamento della prostituzione nella zona con l’appoggio delle locali

cosche“.54

 

54 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” –  24

55 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

56 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” –  23

57 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007 -  23

58 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007 -  24

 

“Sempre nella sibaritide, si registra l’operatività a Cariati ed a

Mandatoriccio della cosca „Critelli.”.55

 

“Nell’area di Castrovillari, le cosche “Recchia” ed “Impieri” si contendono

il controllo del territorio e la gestione delle attività estorsive”.56

“A Rossano, opera un cartello criminale composto dai “Morfò” e dagli

“Acri-Galluzzi”, attualmente guidati da Acri Nicola, anch.egli legato agli

“zingari”.

 

A Corigliano Calabro il clan storicamente prevalente è quello dei “Carelli”

- di cui è capo indiscusso Santo Carelli, detenuto da anni in regime

differenziato - usciti vittoriosi dallo scontro sostenuto sul finire del 2000

con i “Portoraro” di Cassano allo Ionio”.57

4.3 Area tirrenica

 

“Sul versante tirrenico della provincia, nella zona compresa tra Cetraro,

Praia a Mare e Diamante, opera incontrastata la cosca “Muto”,

storicamente legata alle famigli del capoluogo, di cui si conoscono i

tentativi di infiltrazione nei settori economici e degli appalti“.58

La cosca “Muto”, che fa capo a Francesco Muto, detto “il re del pesce”, fin

dagli inizi degli anni „80 ha mantenuto il controllo pressoché esclusivo

della detta zona dell'alto Tirreno cosentino, traendo enormi profitti dalle

estorsioni imposte nella commercializzazione del pesce.

 

Il 6 settembre 2004, l’operazione “Starpice 3-Azimut”, ha portato in

carcere 70 persone affiliate al clan il cui capo, tornato in libertà nel mese di

 


 

marzo del 2003, dopo avere scontato una condanna a dieci anni di

reclusione per associazione mafiosa, secondo quanto emerso dall’inchiesta,

avrebbe continuato a gestire gli affari della sua cosca anche durante il

lungo periodo di detenzione, in particolare nei settori dell'usura, delle

estorsioni e del traffico di droga.

La cosca - approfittando del vuoto di potere determinatosi a causa degli

arresti dei boss cosentini che un tempo controllavano le attività illecite in

città - avrebbe esteso negli ultimi anni il proprio potere anche nel territorio

di Cosenza, inserendosi nelle estorsioni ai danni degli imprenditori edili del

capoluogo (che hanno appaltato lavori per milioni di euro approfittando

delle possibilità offerte dal nuovo piano regolatore), nel settore dell’usura e

gestendo direttamente attività imprenditoriali nel settore delle costruzioni.

 

“Nella stessa area dell’alto Tirreno cosentino, si registra l’operatività delle

seguenti, ulteriori “famiglie”: nella zona di San Lucido i “Calvano” ed i

“Carbone”; nel comune di Fuscaldo i “Tindis”; ad Amantea i “Gentile” ed i

“Besaldo”; a Paola i “Serpa” oltre agli “Scofano-Martello”, che sarebbero

costituititi da una frangia dissidente del clan “Serpa”..59

 

 

59 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

 

5. Provincia di Crotone

 

 

5.1 L’invasione dell’economia

 

 

Il crotonese è caratterizzato storicamente da una capillare presenza

mafiosa. Le cosche della zona, nonostante i colpi subiti negli ultimi anni,

sono ancora fortemente strutturate e capaci di trattare affari illeciti con le

più importanti „ndrine delle altre province calabresi - da quelle reggine a

quelle della sibaritide e dell’alto Ionio cosentino - oltre che mantenere

ramificazioni operative ed imprenditoriali fuori dalla regione e all’estero.

 


 

Si tratta di organizzazioni capaci di una.articolata gamma di attività

criminali, dal traffico di stupefacenti al racket delle estorsioni e proiettate

sul controllo di attività economiche legali nel settore agricolo e in quello

turistico, particolarmente organizzato lungo le coste della provincia. Una

particolare e diffusa versione della pratica estorsiva sperimentata in questa

provincia consiste nell’imposizione di manodopera da parte mafiosa.

 

“Le ingerenze nel sistema degli appalti sono appannaggio delle cosche di

maggior consistenza criminale che cercano, così, di reinvestire i proventi

delle attività illecite penetrando il mondo economico legale, in special

modo quello legato alla realizzazione di opere pubbliche”.60

L’azione delle cosche crotonesi nei confronti degli operatori economici è

asfissiante, quanto la capacità di penetrazione nelle amministrazioni locali,

per assicurarsi il controllo delle attività edilizie, dell’urbanistica, delle

attività commerciali e imprenditoriali. Si collocano in questo quadro gli

attentati e le intimidazioni a rappresentanti delle istituzioni e degli enti

locali; come sono da ricondursi verosimilmente ad attività estorsive, di

controllo e condizionamento del tessuto produttivo, gli incendi agli

stabilimenti Eta-Fuelco di Cutro e Biomasse S.p.A. di Crotone e di

Strongoli.

 

60 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

61 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” –  25

 

In tale contesto, “lo sviluppo del progetto “Europaradiso”, che prevedrebbe

la realizzazione in Località Paglianiti di Crotone del più grande complesso

residenziale turistico del Mezzogiorno, su di un.area di 1.200 ettari di

macchia mediterranea prospiciente al mare, parrebbe aver stimolato

l’interesse delle famiglie crotonesi. Al momento è stato apposto il “veto”

da parte della Regione Calabria, poiché l’insediamento include la foce del

fiume Neto, indicata come oasi naturale ed inserita in una zona a protezione

speciale con un vincolo di tutela comunitario imposto dall’Unione Europea

e recepito anche in ambito nazionale”.61 Si tratterebbe di un colossale

 


 

affare non solo per quanto riguarda la realizzazione del complesso ma

anche per il successivo controllo delle attività ad esso collegate.

I contorni dell’intera operazione hanno suscitato l’attenzione degli

investigatori, trattandosi di investimenti per 5/7 miliardi di euro. La stessa

relazione annuale del dicembre 2006 della D.N.A. evidenzia i rischi e le

ambiguità del progetto e della società che dovrebbe realizzarlo, la

“Europaradiso International S.p.A.”, costituita il 10 novembre 2004, con

sede a Crotone, il cui amministratore unico, Appel Gil, è anche

amministratore unico della “Europaradiso Italia s.r.l’”, costituita lo stesso

giorno e con la stessa sede in Crotone. Il suddetto amministratore,

considerato un “imprenditore molto aggressivo”, secondo la citata

relazione della D.N.A., è attualmente imputato per corruzione in Israele.

5.2 Il capoluogo

 

 

“Nel capoluogo, la situazione criminale appare stabile, stante il predominio

incontrastato della potente cosca dei “Vrenna-Ciampa-Bonaventura”, con

attività nel mondo economico, degli appalti e dei servizi pubblici, anche

attraverso la preventiva attività di “imbonimento” svolta a livello locale per

il procacciamento di voti in occasione di consultazioni elettorali comunali,

come accertato in passato.62

 

62 Da attività investigative è emerso che una ditta facente capo ai “Ciampa.”, poi confiscata, nel 2003

aveva vinto la gara di appalto per il prolungamento della pista dell’aeroporto di Reggio Calabria,

evidenziando capacità di relazionarsi con le più influenti cosche reggine.

63 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

 

“Le cosche operanti nel capoluogo mantengono legami nella provincia con

i “Farao-Marincola” di Cirò e con i “Grande Aracri” di Cutro”.63

 

Nella frazione Papanice del capoluogo è attiva la cosca “Megna” (collegata

ai “Vrenna-Ciampa.”), distinta in due fazioni facenti capo, l’una a Megna

 


 

Luca, figlio del boss storico Domenico Megna, detto “Mico”, l’altra a

Pantaleone Russelli, scarcerato per indulto nell’agosto 2006.64

5.3 Tra la Sila e il mare

 

 

64 Il gruppo facente capo a quest.ultimo, attualmente, è quello più attivo nel settore delle estorsioni.

Allo stesso sarebbero ascrivibili gli atti intimidatori perpetrati in danno di esercizi commerciali del

capoluogo, anche al fine di acquisire il controllo su tutto il territorio della città a scapito della cosca

dei “Vrenna”, che sembra in lento declino.

65 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

66 Lo scontro fra gli Arena e i Nicoscia, sin dal 2003 ha fatto registrare gravi eventi delittuosi (omicidi,

danneggiamenti con colpi di arma da fuoco e mediante incendi, con finalità estorsive o di

intimidazione di pubblici amministratori e di rappresentanti istituzionali), acuitisi a seguito del

ritorno in libertà di alcuni esponenti di spicco degli “Arena”, tra cui Carmine Arena (ucciso nel 2004

con l’utilizzo di un bazooka e di kalashnikov, mentre si trovava a bordo della propria autovettura

blindata) che aveva cercato di ricompattare il sodalizio attraverso l’eliminazione fisica degli

avversari, finalizzata alla riconquista del predominio territoriale ed al tentativo di indebolire i

“Grande Aracri”, per convincerli, quanto meno, ad un rapporto di non belligeranza.

 

“Il contesto generale del fenomeno criminale mafioso della provincia

manifesta periodiche instabilità, specialmente nell’area del Comune di

Isola Capo Rizzuto, ove si sta assistendo, a fronte di un indebolimento

degli “Arena”, al consolidamento dei “Nicoscia” che, forti dell’alleanza

con altre famiglie locali e del sostegno fornito dal clan “Grande Aracri” di

Cutro, operano nei settori degli stupefacenti e delle estorsioni,65 con una

forte proiezione in attività economiche, specie nel settore del turismo, che

rappresenta una delle principali fonti di reddito della costa.66

L’arresto, il 12 marzo 2006, dei fratelli Corda, Vincenzo e Paolo, latitanti

di primo piano della cosca “Nicoscia-Corda-Capicchiano”, potrebbe aver

generato un accordo tra le due cosche rivali, finalizzato all’instaurazione di

un.alleanza o quanto meno di una pace fra le due suddette cosche in

conflitto.

 

“Nell’area di Cutro, è egemone la cosca “Grande Aracri”, retta da Ernesto

Grande Aracri ma facente capo al boss detenuto Nicolino Grande Aracri.

La famiglia è una delle più potenti del crotonese e presenta ramificazioni in

 

 

 


 

Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna,67 con proiezioni in Germania. E.

stata protagonista, nel recente passato, di un violento scontro con la cosca

“Dragone”, anche in ragione delle rispettive alleanze con i “Nicoscia” e gli

“Arena” di Isola Capo Rizzuto.

 

67 Con l’operazione “Grande Drago”, eseguita il 21 ottobre 2005, è emersa tutta la potenzialità

criminogena della cosca, ben capace di esportare i suoi modelli operativi anche in realtà avulse da

contesti di „ndrangheta, come la provincia di Reggio Emilia ove suoi affiliati ponevano in essere

attività finalizzate principalmente alla raccolta di “fondi” tra gli imprenditori operanti nel settore

edile, loro corregionali, i quali, opportunamente sollecitati con “imbasciate”, contribuivano al

finanziamento dell’organizzazione criminale, tramite dazioni di denaro contante o sub-appaltando a

ditte vicine alla cosca, operanti nello stesso settore, lavori di sbancamento, demolizioni e forniture di

materiali inerti nei vari cantieri edili della provincia reggiana.

68 Il sodalizio nel recente passato si sarebbe scisso in una fazione facente capo a Vincenzo Comberiati,

capo storico della consorteria, scarcerato dopo lunga detenzione, facendo registrare gli omicidi di

Gaetano Covelli (13.8.2003) e di Mario Francesco Garofalo (28.9.2003), inseriti nei “Garofalo”. In

tale contesto sarebbero altresì maturati gli omicidi del pregiudicato Salvatore Esposito (7.5.2005),

ritenuto contiguo ai “Garofalo -Mingacci” e di Floriano Garofalo (8.6.2005), elemento di spicco

dell’omonima cosca.

69 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

70 Vedi “ordinanza di custodia cautelare in carcere n. 50287/04 R.G.N.R. e n. 145/05 R.G. GIP, emessa

il 17 gennaio 2008 dal G.I.P. presso il Tribunale di Milano, Dr. Guido Salvini” –  37.

 

Ai “Grande Aracri” somo collegati i “Comberiati-Garofalo”68 di Petilia

Policastro (fortemente insediati in Lombardia), i “Ferrazzo” di Mesoraca e

singoli esponenti della criminalità organizzata dei comuni di

Roccabernarda e San Mauro Marchesato”.69

Affiliati alla cosca “Grande Aracri” sono presenti in Emilia Romagna, in

particolare a Parma, Reggio Emilia e Piacenza, con forti interessi nel

settore dell’edilizia e nella gestione di bische clandestine.

 

I “Ferrazzo” vengono definiti da una sentenza della Corte d.Assise di

Catanzaro depositata il 24.03.2004 quale “sodalizio della „ndrangheta

calabrese, composto da numerosi affiliati, gravitante a Mesoraca, con

ingerenze nei lavori pubblici eseguiti nelle zone limitrofe e proiezioni

criminali (rapine, traffico di armi e droga) in Lombardia e a Lavena Ponte

Tresa, nonché in altri comuni del confine italo-svizzero e nella stessa

Svizzera”.70

 

In ordine, alle loro proiezioni estere, il 17 gennaio 2008, il G.I.P. presso il

Tribunale di Milano, traendo spunto dagli esiti di diverse indagini condotte

 


 

a partire dal 2003 in Svizzera e in Italia, ha emesso un.ordinanza di

custodia cautelare in carcere a carico di nove persone (tra cui un avvocato

milanese esperto in materia finanziaria), le quali, agendo in favore e per

conto della suddetta cosca, avrebbero realizzato un.imponente attività di

riciclaggio, allestendo in Svizzera, dalla fine degli anni .90, una sofisticata

macchina di ripulitura di somme di denaro provenienti dalle attività

criminali.

 

“Nella frazione San Leonardo di Cutro, sono presenti il gruppo “Mannolo”,

guidato da Alfonso Mannolo71, noto per i forti interessi manifestati in

passato nel settore del traffico di sostanze stupefacenti, e quello dei

“Trapasso”, retto da Giovanni Trapasso72, collegato agli “Arena” di Isola.

 

71 In data 27 luglio 2006, su disposizione della competente A.G., veniva eseguito nei suoi confronti un

provvedimento di sequestro e successiva confisca di beni, rientranti nella sua disponibilità anche

attraverso prestanome, per un valore complessivo di € 2.220.000,00 circa.

72 In data 23.12.2006 è stato eseguito nei suoi confronti un provvedimento di sequestro e successiva

confisca di beni rientranti nella sua disponibilità, per un valore di € 3.000.000,00.

73 In tale quadro, si inserisce l’omicidio di Antonio Fortino (avvenuto il 22.1.2006 a Ciro. Marina),

pregiudicato per associazione di tipo mafioso ed appartenente alla cosca “Farao-Marincola”, mentre

la recentissima scarcerazione (nel dicembre 2006, dopo un lungo periodo di detenzione) del boss

storico cirotano Cataldo Marincola, di anni 45, attualmente latitante, rappresenta un.incognita sugli

equilibri raggiunti all’interno della consorteria, anche in relazione all’omicidio di un suo uomo di

fiducia, Natale Bruno, avvenuto nel 2004. A ciò si aggiunga, quale ulteriore fattore di disequilibrio,

che il 25/5/2007 l’Arma dei Carabinieri ha tratto in arresto esponenti della “locale” di Cirò, tra i quali

Giuseppe Farao, ritenuto capo dell’omonima cosca, per rispondere, a vario titolo, di detenzione e

spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione illegale di armi ed estorsione.

74 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

 

A Cirò, continua ad essere egemone il clan “Farao-Marincola”73, in

contatto con le più importanti cosche calabresi, specie del reggino, e con le

frange del Crotonese e della sibaritide, come i “Forastefano” di Cassano

allo Ionio. La cosca, collegata anche ai “Giglio-Levato” di Strongoli, opera

prevalentemente nei settori degli stupefacenti, dell’usura, delle estorsioni e

del riciclaggio”.74

 

Presenze di esponenti dei “Farao-Marincola” si registrano anche in

Lombardia, in particolare nell’area di Varese, storicamente caratterizzata

dalla presenza di personaggi di origine calabrese, in prevalenza dediti al

traffico di stupefacenti e che, a partire dal 2005, hanno preso a manifestare

 


 

un particolare attivismo. Il 27 febbraio 2006, a Ferno (VA), è stato

assassinato il pregiudicato Alfonso Murano, collegato alla cosca “Farao-

Marincola”.

Esponenti della stessa cosca operano anche in Umbria, attivi nella gestione

di esercizi pubblici e nello sfruttamento della prostituzione.

A Petilia Policastro risulta predominante l’organizzazione criminale retta

da Vincenzo Comberiati, detto “Tummuluni”, attualmente detenuto.

 

“Ancora, nella Valle del Neto, nei Comuni di Belvedere Spinello e Rocca

di Neto, è presente la cosca “Iona”, capeggiata dal boss detenuto Guirino

Iona, interessata alle estorsioni ed alle infiltrazioni nei pubblici appalti oltre

che inserita in attività imprenditoriali edili”.75

Per concludere questa sezione, converrà fare un cenno ad alcuni episodi

criminosi degli ultimi anni che denotano i preoccupanti livelli di

pericolosità e di spregiudicatezza raggiunto dalle cosche del crotonese:

 

75 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

 

. Il 26 febbraio 2000, a Strongoli, nell’ambito di una guerra per

determinare nuovi equilibri organizzativi della locale famiglia Giglio,

killer ad essa affiliati hanno consumato una strage sul lungomare,

uccidendo quattro uomini, tra i quali anche un anziano passante, e

provocando il ferimento di tre carabinieri intervenuti per tentare di

intercettare la loro fuga.

. Il 3 ottobre 2004, alcuni killer tendono un agguato a Carmine Arena, al

vertice dell’omonima cosca di Isola Capo Rizzuto, lo uccidono e

feriscono gravemente il cugino, Giuseppe Arena, poi subentrato

nell’organigramma della cosca. Poiché i due si trovavano a bordo di

un.autovettura blindata, i killers prima hanno infranto i vetri a colpi di

bazooka e poi hanno finito le vittime a colpi di kalashnikov.

. Il 6 agosto 2007, in un ristorante di Cirò Marina, viene sfiorata la strage:

Giuseppe Pirillo, esponente di primo piano della cosca Farao-Marincola,

 

 


 

viene ucciso da killer travisati che, dopo aver fatto irruzione

nell’affollatissimo locale, sparando tra i tavoli lo uccidono e feriscono

altre sette persone.

 

 

 

6. Provincia di Vibo Valentia

 

 

 

6.1 Il dominio dei Mancuso

 

 

Nella provincia di Vibo Valentia appare incontrastato il predominio dei

“Mancuso” di Limbadi, storicamente legati ai “Piromalli-Molè” di Gioia

Tauro. Nel mantenere il rigido controllo delle attività criminali locali si

sono ritagliati, negli anni, ampi spazi nel traffico internazionale delle

sostanze stupefacenti.

“Le più recenti risultanze investigative hanno evidenziato che la

tradizionale struttura della famiglia, sempre riconducibile allo storico

nucleo familiare, si è scissa nella sua compattezza, dando vita a 3 principali

ramificazioni, a volte in contrasto tra loro ma munite di autonomia

organizzativa, rispettivamente capeggiate da Diego Mancuso, Francesco

Mancuso e Cosmo Mancuso.

 

La potenzialità criminogena della „ndrina, nel suo complesso, è comunque

confermata. Aree di influenza, oltre che nella provincia di Vibo Valentia,

sono nel reggino e nel catanzarese, ad Isola Capo Rizzuto (rapporti con gli

“Arena”), a Lamezia Terme (contiguità con il gruppo “Cerra-Torcasio-

Giampà”) e in altre parti del territorio nazionale (in particolare Milano,

Torino, Parma), attraverso le cosiddette „batterie.”.76

 

 

76 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

 

“La pressante azione repressiva che nell’ultimo periodo ha interessato la

provincia ha determinato una situazione di accentuata instabilità

 


 

“incentivando” cosche di minore rilevanza ad inserirsi in spazi

tradizionalmente occupati dai “Mancuso”.

Il dato trova riscontro in alcuni omicidi realizzati negli ultimi anni.

 

Anche la recrudescenza degli omicidi è verosimilmente da ricercare nella

gestione delle attività economiche connesse alle strutture turistiche e di

intrattenimento ubicate sulla fascia litoranea”.77

“Nelle aree della provincia a maggiore vocazione turistico-alberghiera,

come Tropea e Ricadi, si è evidenziata la famiglia mafiosa dei “La Rosa”

che ha acquisito sul territorio costiero un ruolo predominante -

specialmente in relazione al fenomeno estorsivo - forte anche della stretta

alleanza con l’articolazione dei Mancuso capeggiata da Cosmo.

 

77 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007”

78 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

 

Essa ha consolidato ed ampliato il suo influsso criminale dal comune di

Tropea, paese d.origine della famiglia, nei comuni di Ricadi, Parghelia,

Zambrone, Briatico, Porto Salvo, Vibo Marina e Pizzo Calabro, per il

controllo della gestione e della manutenzione delle forniture di numerose

grosse strutture alberghiere, nel tentativo di imporre gli acquisti presso ditte

riconducibili alla cosca”.78

 

Nel settembre 2006, l’ordinanza di custodia cautelare frutto dell’indagine

“Odissea”, coordinata dalla D.D.A. di Catanzaro, ricostruisce l’ascesa della

cosca “La Rosa” di Tropea, satellite dei “Mancuso”, sotto le direttive dei

quali ha esteso la propria influenza nella maggior parte dei comuni costieri

del vibonese, gestendo di fatto importanti strutture turistico-alberghiere

come il “Rocca Nettuno”, “Rocca”, “Garden Resort” e la discoteca

“Casablanca”. Emerge, inoltre dal suddetto provvedimento, la capacità

della cosca di infiltrare gli apparati pubblici, anche allo scopo di ottenere

indebiti finanziamenti e trattamenti giudiziari di favore, come risulta anche

 


 

dall’arresto di un giudice del Tribunale di Vibo Valentia e di un tecnico

comunale che avrebbe esercitato pressioni su un.impresa.79

 

79 Sono stati eseguiti 13 provvedimenti restrittivi – 4 in carcere e 9 agli arresti domiciliari – nonché 3

misure interdittive di pubbliche funzioni, emessi dall’Autorità giudiziaria, nei confronti di altrettanti

indagati, chiamati a rispondere, a vario titolo, di corruzione in atti giudiziari, truffa in danno dello

Stato e falso in atto pubblico. L’attività investigativa ha consentito di identificare, nei destinatari dei

provvedimenti restrittivi, i responsabili di numerose condotte corruttive attraverso le quali sarebbero

state favorite parti processuali in alcuni procedimenti svolti nei confronti di consorterie mafiose,

nonché di numerose truffe perpetrate in danno dello Stato, relativamente a finanziamenti pubblici

destinati in seguito a fini privati. Tra i destinatari dei provvedimenti figura la Dr.ssa Patrizia

Pasquini, Presidente della Sezione Civile del locale Tribunale, Achille Sganga, geometra presso

l’ufficio tecnico di Parghelia (VV), Guglielmo Grillo, funzionario della Regione Calabria

all’assessorato dei Lavori Pubblici, Vincenzo Galizia, ingegnere capo dell’ufficio tecnico di

Parghelia (VV), nonché avvocati, architetti ed imprenditori locali.

80 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007”

81 S.C.O. della Polizia di Stato - “La „ndrangheta” – gennaio 2008 –  26

 

Nell’area in esame si sono inoltre verificati episodi che confermano

l’interessamento delle cosche nella gestione dello smaltimento dei rifiuti

solidi urbani”.80

In relazione alle proiezioni nazionali dei “Mancuso”, la loro presenza in

Lombardia è ampiamente nota. L’11 giugno 2006, a Seregno, i Carabinieri

di Monza hanno rinvenuto un vero e proprio arsenale costituito da

numerosi fucili mitragliatori, pistole mitragliatrici, armi comuni lunghe e

corte, munizioni da guerra e comuni, bombe a mano ed altro, col

conseguente arresto nella flagranza di Salvatore Mancuso di Limbadi.

 

Anche il Servizio Centrale Operativo evidenzia la presenza di “locali” di

„ndrangheta legati ai “Mancuso” nella provincia di Como e segnala la zona

del Friuli Venezia Giulia come luogo di operazioni di riciclaggio

riconducibili alla stessa famiglia .81

La straordinaria capacità dei Mancuso di infiltrarsi e condizionare la

politica e le istituzioni emerge dall’inchiesta denominata “Dinasty 2” del

2006 e relativa al progetto INFRA-TUR. Nella vicenda risalta il ruolo di un

magistrato del Tribunale di Vibo quale socio in affari in alcuni investimenti

(Il Melograno Village srl) e garante e punto di riferimento delle cosche

vibonesi. Un vero e proprio sistema di commistione tra esponenti politici,

imprenditori e rappresentanti del clan Mancuso.

 


 

6.2 Gli altri gruppi

“Le altre organizzazioni criminali operanti in ambito provinciale, sono:

 

. nel capoluogo, la famiglia “Lo Bianco”, guidata da Lo Bianco Carmelo,

gravitante nell’orbita del clan “Mancuso”, dedita alle estorsioni a

esercizi commerciali ed imprenditori, all’usura e allo scambio elettorale

politico-mafioso.82 E. stata, altresì, individuata una costola

dell’organizzazione guidata dall’omonimo cugino (cl’ 1945), che pur

non entrando in netto contrasto con il resto dell’organizzazione, agisce

autonomamente sul territorio.

. nella zona di Sant.Onofrio e Stefanaconi, le cosche “Bonavota”, con

interessi anche nel torinese, e “Petrolo”;

. nella zona di Filadelfia e nei comuni limitrofi di Polia, Maida, Curinga,

Francavilla Angitola, Pizzo Calabro, San Nicola da Crissa, Monterosso

Calabro, Capistrano, la cosca “Fiumara-Anello”, nota per essere stata

coinvolta nel narco-traffico internazionale, sin dai tempi dell’indagine

“Pizza Connection”;

. nella zona delle Serre Calabre, dove sono soprattutto diffuse le

estorsioni in danno degli imprenditori boschivi, principale fonte di

reddito della zona, è egemone la cosca “Vallelunga” (Serra San Bruno,

Mongiana, Spadola, Brognaturo, Simbario), ma agiscono e sono

radicate anche le famiglie “Emanuele-Maiolo-Oppedisano-Ida”

(Gerocarne, Soriano Calabro, Arena, Dasà, Acquaro, Dinami), avversi

 

 

82 Il 6.2.2007 investigatori di quella Squadra Mobile hanno eseguito un fermo di indiziato di delitto,

emesso dalla competente Autorità giudiziaria, nei confronti di 23 tra elementi di vertice ed affiliati ai

“Lo Bianco”, per rispondere, a diverso titolo, dei delitti di associazione di tipo mafioso, estorsione,

usura, detenzione abusiva di armi ed altri gravi reati. Le indagini hanno consentito di svelare ruoli,

modalità e strategie del potente clan, nel condizionamento del regolare andamento economico

dell'area attraverso indebite ingerenze nel settore degli appalti pubblici e, più in generale, nei diversi

ambiti commerciali della provincia, attraverso violente e sistematiche estorsioni. Tra i destinatari del

provvedimento, il capo clan Carmelo Lo Bianco. Nelle indagini è, infine, emerso il coinvolgimento

dell' On.le Antonio Borrello dell'Udeur, già assessore alla forestazione, che di recente ha assunto la

carica di vice presidente della regione Calabria. Lo stesso, raggiunto da un avviso di garanzia, è stato

indagato per scambio elettorale politico mafioso, poiché avrebbe richiesto alla "famiglia" Lo Bianco

appoggio elettorale alle ultime elezioni amministrative in cambio di una contropartita economica.

 


 

ai “Loielo-Gallace”; “Mamone” e “Nesci-Montagnese” (Fabrizia);

“Tassone” (Nardodipace); “Oppedisano” (Dinami);

. nel comprensorio del Monte Poro (Comuni di Spilinga, Zungri,

Rombiolo, Drapia e Zaccagnopoli), la cosca “Accorinti-Fiammingo”,

referente dei “Mancuso”;

. nel Comune di Filandari, la cosca, di rilevanza minore, dei “Soriano”;

. a Briatico la cosca “Accorinti” (diversa da quella attiva in Monteporo,

ma ad essa legata da vincoli di parentela);

. a San Gregorio d.Ippona la cosca “Fiarè.” guidata da Rosario Fiarè,

collegata ai "Mancuso";

. a Mileto e San Calogero i “Pititto”, sono i referenti locali dei

„Mancuso.“.83

 

 

83 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta – 30 giugno 2007

 

 

Di fatto, anche attraverso i legami nei diversi comuni, e le relazioni nei

diversi campi di attività sia lecita che illecita, la cosca dei Mancuso esercita

una diffusa egemonia su tutta la provincia.

 

 


 

CAPITOLO IV

Metafore della modernità

1 Il fallimento dello sviluppo

Percorrendo la Calabria dal Pollino allo Stretto, zigzagando tra le

interruzioni dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria e “gustando” i tempi

lunghi imposti da lavori in corso infiniti, si può toccare con mano l’effetto

del processo distorto di modernizzazione che negli ultimi trent.anni ha

trasformato il paesaggio sociale e produttivo della regione.

Capannoni industriali abbandonati e luccicanti centri commerciali, coste

stuprate dall’abusivismo e dalla cementificazione selvaggia, campagne

moderne e ordinatamente coltivate ed ettari di fondi abbandonati, rare isole

produttive modernamente attrezzate e reperti di archeologia industriale,

usurati dal tempo, testimoni di uno sviluppo promesso e mai arrivato.

Nonostante l’impegno politico e finanziario profuso nei decenni - dalla

Cassa per il Mezzogiorno a tutta la politica degli interventi straordinari -

uno sviluppo armonico della realtà calabrese continua a rimanere una

chimera, un obiettivo il cui conseguimento spesso si allontana di pari passo

con l’avanzare di programmi e progetti di investimento, inesorabilmente

frenati anche dalla presa che la „ndrangheta mantiene sull’intera economia

della regione.

A fronte della fragilità e permeabilità dell’apparato politico amministrativo

e della lentezza con cui procedono gli interventi volti ad una sua

razionalizzazione e ad un miglioramento della sua efficienza, la

„ndrangheta ha manifestato, al contrario, una rapida capacità di adeguarsi

alle trasformazioni intervenute nel contesto economico e sociale.

 

Forte del suo atavico radicamento territoriale, mantenuto costante nel

tempo, ed irrobustita da disponibilità finanziarie sempre maggiori, ha

 


 

acquisito una sempre maggiore capacità di condizionamento ed

inquinamento degli organi ed apparati amministrativi e politici calabresi.

Esempi emblematici rimangono i casi del porto di Gioia Tauro e

dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, grandi, strategiche ed

eternamente incompiute infrastrutture, su cui le cosche hanno esteso nel

tempo i loro tentacoli sovrastando in alcune fasi il tentativo di contrasto,

che pure negli anni ha ottenuto significativi risultati.

In entrambi i casi risulta essersi perpetuato il perverso paradigma in base al

quale le infiltrazioni della „ndrangheta negli appalti e subappalti per la

realizzazione delle grandi infrastrutture con quanto ne consegue in termini

di dispersione delle risorse, e di qualità delle realizzazioni, sono state

favorite nel corso dei decenni dagli accordi stretti, e spesso raggiunti in via

preventiva, tra le grandi imprese nazionali e i capi delle più importanti

famiglie mafiose dei territori interessati dai lavori.

Tali patti non si sarebbero potuti stringere in assenza di un sistema di

connivenze con gli apparati politico amministrativi.

Le indagini svolte e i diversi processi celebrati nell’ultimo decennio hanno

messo a nudo un diffuso atteggiamento di pressoché totale assenza di

collaborazione da parte degli imprenditori con le forze dell’ordine e la

magistratura, oltreché una piena sudditanza alle varie pratiche estorsive: dal

pagamento del pizzo, all’imposizione delle forniture e della manodopera,

all’accettazione dell’estromissione da gare di appalto e lavori in favore di

imprese riconducibili alle famiglie mafiose.

 

Su tale costume non ha inciso negli ultimi tempi neanche la posizione

assunta da Confindustria Sicilia, che ha finalmente approvato un codice

deontologico che prevede l’espulsione delle imprese che non denunciano la

loro condizione di assoggettamento a Cosa nostra, né la presa di posizione

 


 

dei vertici nazionali dell’organizzazione, che hanno invitato i loro iscritti a

recidere i rapporti con le organizzazioni mafiose.84

È significativa la circostanza, certamente non casuale, che proprio

Confindustria di Reggio Calabria sia stata commissariata.

 

84 Audizione del Presidente Nazionale di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo

85 Relazione D.N.A. 2007

 

Ma indagini e processi, come sottolineato dalla Direzione Nazionale

Antimafia,85 hanno evidenziato anche il persistere, di un grave problema di

infiltrazioni e collusioni tra famiglie mafiose e pubbliche amministrazioni

locali. Così spiega il meccanismo un.ordinanza del GIP di Catanzaro del

13/9/2006, emessa nei confronti di appartenenti al clan Mancuso:

“La struttura in esame, inoltre, secondo quanto emerso dalle indagini, è

riuscita ad infiltrarsi anche nel settore della pubblica amministrazione,

pilota l’assegnazione di gare ed appalti pubblici e quindi beneficia, in modo

diretto o indiretto, delle notevoli risorse finanziarie a tal fine stanziate.

Dalle indagini è emerso dunque uno spaccato desolante delle attività

economiche pubbliche o private svolte nel contesto territoriale

sopraindicato: tutte le più significative ed importanti realtà produttive e

commerciali appaiono dominate dal potere mafioso che annienta la libertà

d.iniziativa economica privata, inquina la gestione della cosa pubblica, in

una parola impedisce il reale sviluppo del territorio le cui risorse naturali,

lungi dall’essere patrimonio della collettività, in realtà diventano strumento

di arricchimento e consolidamento dei componenti del gruppo per cui si

procede” ed ancora “I Mancuso erano soliti infiltrarsi ad ogni livello sia

economico che politico operando unitamente alle famiglie Piromalli e

Pesce sulla zona della Piana di Gioia Tauro. In particolare i Mancuso

controllavano tutto il vibonese....”.

 

 


 

 2. Gioia Tauro, Porto Franco

La Commissione Antimafia della XV Legislatura per la sua prima missione

in Calabria ha scelto simbolicamente di cominciare il suo lavoro

d.inchiesta con l’incontro nel porto di Gioia Tauro.

Si sono svolte lì le prime audizioni.

Gioia Tauro ed il suo porto rappresentano la metafora di un processo di

modernizzazione senza sviluppo che ha segnato il corso della storia della

Calabria da decenni. È alla fine degli anni .60, infatti, nel vivo di una

straordinaria stagione politica e culturale che animò il dibattito

meridionalista che ebbe proprio in Calabria protagonisti straordinari, che si

afferma la prima grande idea di programmazione degli interventi pubblici.

Da allora, tanto tempo è passato ma forse quella, al di là delle diverse

opinioni, rimane l’ultima grande idea organica di sviluppo della Calabria.

Da quel momento sono cambiate le politiche di intervento verso il Sud al

fine di accorciarne il divario dal resto del Paese. Rimane però un dato: la

Calabria si colloca agli ultimi posti in tutti gli indicatori di sviluppo,

economici e sociali.

Una storia di illusioni e disincanto che ha animato scontri politici e lotte

sociali, dibattiti parlamentari e interessi materiali, grandi inchieste

giornalistiche ed azioni giudiziarie. Una storia complessa con tanti

protagonisti e un convitato di pietra: la „ndrangheta.

 

 

II porto, progettato negli anni „60 come porto industriale al servizio del mai

realizzato V° Centro Siderurgico, venne inaugurato solo nel 1992 e la sua

definitiva destinazione fu quella di terminal-hub per containers, sulla base

di un progetto dell’imprenditore Angelo Ravano, legale rappresentante

 


 

della multinazionale Contship Italia, che mirava a farne il principale scalo

di transhipment di containers del Mediterraneo.

Il progetto fu condiviso dal Governo dell’epoca, che siglò con il Ravano un

apposito “Protocollo di Intesa”.

Ed in effetti l'attività avviata dalla Contship e dalla sua filiazione

Medcenter Containers Terminal (MCT) si è sviluppata a ritmo elevato, fino

a far assumere allo scalo, nel 1995, il ruolo leader nel settore del

transhipment nell’area mediterranea

 

Le indagini condotte tra il 1996 ed il 1998 dalla Squadra Mobile e dalla

D.I.A. di Reggio Calabria, confluite nel processo denominato “Porto”, e

conclusosi con la condanna di numerosi imputati, dimostrano come

l’interesse e la volontà della „ndrangheta di mettere le mani sulla

straordinaria occasione di arricchimento costituita dal Porto si fossero

manifestate ancor prima che il concessionario iniziasse la sua attività.86

 

86 Sentenza del Tribunale di Palmi del nei confronti di Piromalli Giuseppe + 36, imputati

A) per il delitto di cui all'art. 416 bis commi I, II, III, IV, V, VI C.P. perché si associavano tra loro

nell'ambito della 'ndrangheta della Piana di Gioia Tauro operante nel territorio dei comuni di Gioia

Tauro, Rosarno e San Ferdinando - articolantesi nelle 'ndrina"Piromalli - Molè" che esercitava il

potere criminale nel territorio di Gioia Tauro, "Pesce" e "Bellocco", che esercitavano il potere

criminale nel territorio di Rosarno, e tutte anche nel territorio di San Ferdinando - costituendo

un'organizzazione mafiosa che - avvalendosi della forza di intimidazione che scaturiva dalle dette

'ndrine e delle corrispondenti condizioni di assoggettamento e di omertà che si creavano nei citati

territori, ove era insediata la potenza criminale delle predette affermatasi nel corso del tempo con la

commissione di efferati delitti contro la persona ed il patrimonio e grazie anche all’ampia

disponibilità di armi, ed operando anche sulla scorta degli accordi che negli anni '92 e '93, in virtù del

controllo che le dette 'ndrine esercitavano sul territorio, con le medesime aveva stretto il Presidente

della Contship Italia S.p.a. Ravano Angelo in funzione dello sfruttamento economico del "Porto di

Gioia Tauro" che ricadeva nell'area dei menzionati territori - aveva come scopo quello:

di trarre illeciti profitti dalle attività economiche, in gran parte finanziate dallo Stato e da altri enti

pubblici nazionali e dalla Comunità Europea, connesse allo sviluppo della detta struttura derivante

dall'accordo di programma concluso tra il Governo Italiano e la predetta S.p.a. in data 29.7.94, ed

avente per oggetto il completamento del porto, l'inizio della sua attività e l'adeguamento e

sistemazione della circostante area;

1) di influire sulle decisioni della Pubblica Amministrazione relative all'assetto territoriale dell'area

interessata e, corrispondentemente, di ottenere il favore e/o la complicità dei pubblici ufficiali

competenti;

2) di conseguire vantaggi patrimoniali dalle imprese operanti nel territorio attraverso affidamenti di

lavoro e/o erogazioni di forniture di beni e/o servizi (da distribuire in base a precisi accordi di

ripartizione territoriale intercorsi tra le dette 'ndrine) ed assunzione di mano d.opera, ovvero

direttamente attraverso la corresponsione di somme di denaro a titolo di compendio estorsivo;

3) di accaparrarsi fraudolentemente contributi e/o agevolazioni economico - finanziarie da parte dello

Stato ed altri Enti pubblici, anche attraverso la partecipazione allo svolgimento delle attività

produttive nell'area portuale e nella circostante zona industriale;

4) e, comunque, infine, di procurarsi ingiuste utilità.

 

 


 

 

 Molè Girolamo, Albanese Girolamo

 

B) del reato p. e p. dagli artt. 81, cpv., 110, 112 II° comma, 56, 629 (in relazione all'art. 628, comma

III°, n. 1 e 3 e 61 n. 7) c.p. e 7, I° comma, L’ 203/1991, per avere, in concorso tra loro e con Pepè

Domenico, Sicari Giuseppe, Piromalli Giuseppe, Pesce Savino, Piromalli Gioacchino, Riso

Vincenzo, Zito Antonio e Zungri Antonio (nei cui confronti si procede separatamente per questo

reato), ed ignoti, tutti facenti parte di un'associazione di tipo mafioso, il Molè, il Pepè ed il Piromalli

Giuseppe come promotori della cooperazione nel reato, con minacce - poste in essere da più persone

riunite - di gravi ritorsioni in caso di rifiuto e prospettando protezioni in tutti i settori in caso di

accordo (così facendo intendere di gestire il potere mafioso nella zona, dal che derivava ulteriore

ragione di intimidazione), compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere la società

«Medcenter», nella persona del suo Vice Presidente Walter Lugli, e la società «Contship», in

persona del suo Presidente Enrico Ravano, a versare una tangente corrispondente alla somma di

dollari 1,50 per ogni container scaricato, pari al 50% degli effettivi profitti conseguiti dalle Società

per ogni container, nonché ad inserire nelle attività dei servizi portuali società dagli stessi imputati

segnalate (alcune delle quali facenti capo ad essi medesimi), e così ponendo in essere una

molteplicità di atti diretti a conseguire ingiusti profitti con danni di rilevante entità per la

Società.Senza riuscire in tale intento per cause indipendenti dalla loro volontà e precisamente per

l'intervento delle Autorità che interrompevano il protrarsi dell'azione criminosa.

 

 

Con l'aggravante di avere commesso il fatto avvalendosi delle condizioni previste dall'art. 416-bis

c.p., ovvero al fine di agevolare l'attività dell'associazione per delinquere di stampo mafioso

denominata «Cosca Piromalli - Molè» di Gioia Tauro, e della collegata «Cosca Pesce» di Rosarno.

In Gioia Tauro, Rho (MI) fino al 14.4.1997.

 

 

Contestualmente già nella fase ideativa del progetto, si era manifestata la

subalternità alla .ndrangheta della Contship Italia e del suo leader e

fondatore Angelo Ravano, con l’obiettivo di realizzare senza ostacoli ed

interferenze il suo progetto imprenditoriale.

Ravano mostrava così di considerare l’organizzazione mafiosa non un

nemico della libera iniziativa economica, da contrastare e denunciare, ma

un interlocutore affidabile e necessario a tutela e garanzia della

realizzazione del proprio progetto imprenditoriale.

Il processo, conclusosi nel 2000, ha dimostrato che la realizzazione del più

importante investimento di politica-industriale mai pensato per il Sud, era

stato preceduto da un preventivo accordo tra la multinazionale diretta

dall’imprenditore Angelo Ravano e le cosche Piromalli – Molè di Gioia

Tauro e Bellocco – Pesce di Rosarno, allora come oggi dominanti nella

Piana di Gioia Tauro, unite in un unico cartello e unitariamente

rappresentate nelle trattative dal boss Piromalli.

 

La circostanza, peraltro, non può suscitare meraviglia, poiché da numerose

indagini è emerso come le cosche del reggino, a differenza di quelle

 


 

 

radicate in altre realtà territoriali, dopo la fine della guerra fratricida, agli

inizi degli anni novanta, avevano dato vita ad una sorta di rete federale ai

cui vertici sedevano i capi delle maggiori famiglie, con l’obiettivo di

gestire e ripartire tra loro gli affari e dirimere eventuali controversie.

L’accordo prevedeva il pagamento di una sorta di “tassa” fissa di un

dollaro e mezzo su ogni container trattato in cambio della “sicurezza”

complessiva dell’area portuale. La cifra potrebbe apparire irrisoria ma va

rapportata al numero complessivo di containers trattati annualmente, quasi

3 milioni oggi e circa 60.000 all’epoca, per capire quanto essa rappresenti

un.enorme fonte di liquidità.

Per gestire l’affare miliardario dell’estorsione alla Contship, secondo i

giudici del Tribunale di Palmi, le cosche della Piana, sia le più importanti

che le minori, si erano federate in una sorta di “supercosca”.

Il progetto non riguardava solo il pagamento della “tassa sulla sicurezza”,

crescente proporzionalmente allo sviluppo delle attività della società

portuali, ma anche quello di ottenere il controllo delle attività legate al

porto, dell’assunzione della manodopera e i rapporti con i rappresentanti

dei sindacati e delle istituzioni locali.

La „ndrangheta, quindi, coglieva l’occasione che le consentiva di uscire

dalla sua condizione di arretratezza per divenire protagonista dinamico

della “modernizzazione” della Calabria.

 

Il progetto, nonostante l’azione della magistratura, è stato in parte

realizzato: esso ha portato, infatti, al sostanziale dissolvimento di

qualunque legittima concorrenza da parte di imprese non mafiose o non

soggette alla mafia, estromesse dai lavori, dalle forniture, dai servizi e dalle

assunzioni di manodopera ed ha introdotto elementi di scarsa trasparenza

nei comportamenti di enti ed istituzioni locali. Tra questi enti spicca il

Consorzio per lo Sviluppo dell’Area Industriale che, nei primi anni, era

 


 

 

l’unico organo competente in materia di approvazione di progetti,

assegnazione di aree, spesa dei finanziamenti etc..

Negli anni a seguire a ciò si sono aggiunti sia la confusione di poteri e

competenze tra il Consorzio e la costituita Autorità Portuale sia i

conseguenti conflitti tra i due Enti aggravati dall’assenza di controlli e di

coordinamento da parte della Regione e degli altri enti locali.

 

Dagli elementi raccolti da questa Commissione87 i problemi evidenziati

sono ancora oggi irrisolti.

Perdura il controllo diretto o indiretto da parte della „ndrangheta su buona

parte delle attività economiche riconducibili all’area interessata e la

capacità delle cosche di utilizzare le strutture portuali per traffici illeciti e

anche leciti, di varia natura.

Permangono ugualmente scelte e comportamenti di poca trasparenza degli

enti titolari di competenze sull’area portuale e sull’adiacente area di

sviluppo industriale.

Tale situazione, se non vi si pone rimedio, è inevitabilmente destinata ad

aggravarsi in relazione agli ingenti investimenti che nei prossimi anni

interesseranno l’intera area di Gioia Tauro e lo sviluppo dello Scalo:

- costruzione dell’impianto per la rigassificazione del gas naturale

liquefatto, cui si accompagnerebbe, la cosiddetta “piastra del freddo”, con

l’insediamento di aziende manifatturiere e logistiche legate all’utilizzo del

freddo, sottoprodotto dell’impianto principale;

- piattaforma logistica intermodale, destinata a sfruttare le grandi aree

disponibili per l’allestimento di molteplici servizi collegati allo scalo merci,

che verrebbe collegato a differenziate reti di trasporto;

 

87 Acquisizioni documentali e Audizioni dei soggetti, sia istituzionali che privati, che hanno avuto

ragione di occuparsi del fenomeno o di entrare in contatto con lo stesso, Audizioni e relazioni fornite.

 


 

 

- hub automobilistico, destinato ad accogliere i veicoli esportati in Europa

dalle industrie dell’Estremo Oriente. con relativo adeguamento di tutte le

strutture oggi esistenti.

Le cosche Piromalli – Molè, Bellocco- Pesce e le altre ad esse collegate

hanno già dimostrato di non trascurare alcun settore economico nelle zone

da esse dominate, con una grande capacità di adeguarsi sia dal punto di

vista strettamente criminale che da quello finanziario ed imprenditoriale

alle nuove opportunità offerte loro sul territorio.

 

Le attività di intelligence ed investigative hanno dimostrato che gran parte

delle attività economiche che ruotano attorno e all’interno dell’area

portuale sono controllate o influenzate dalle cosche della Piana, che

utilizzano la struttura anche da scalo per i loro traffici illeciti.88

Peraltro, come rilevato dalla stessa D.D.A. la fase di pace che caratterizza

l’attuale momento storico e l’assenza di manifestazioni eclatanti di violenza

verso le imprese può avere una sola spiegazione: le cosche hanno deciso di

gestire nel silenzio i grandi affari che si prospettano nella Piana e di

continuare a sfruttare nel modo migliore il controllo che esse esercitano sul

porto.

Sempre la D.D.A. di Reggio Calabria, con un.indagine condotta assieme ai

R.O.S. dei Carabinieri, ha svelato l’esistenza di un gruppo criminale con

funzionari infedeli dell’Agenzia delle Dogane, responsabile di controlli

doganali irregolari.

Il circuito delle verifiche doganali e dei servizi di intelligence e di controllo

dei containers sbarcati – circa 3.000.000 nel 2006 – ha un.importanza

strategica per il contrasto alle infiltrazioni della criminalità organizzata.

 

88 Relazione D.D.A. di R.C. “Analisi e proposte in merito ad un rafforzamento dei presidi di legalità nel

Porto di Gioia Tauro del 16/3/2007 ( doc. 225.1)

 

Del resto è l’intera gamma delle attività interne e dell’indotto a subire il

condizionamento mafioso: dalla gestione dello scalo alle assegnazioni dei

terreni dell’area industriale, dalla gestione della distribuzione e spedizione

 


 

 

delle merci al controllo dello sdoganamento e dello stoccaggio dei

containers.

 

Ma il porto offre alle cosche anche un.importante opportunità per

diversificare le proprie attività illecite:89

- Traffico illecito di rifiuti:

l’indagine “Export” del luglio 2007 condotta dalla Procura della

Repubblica di Palmi ha consentito il sequestro, nell’area portuale di 135

containers carichi di rifiuti di diversa specie e qualità diretti in Cina, India,

Russia ed alcune nazioni del Nord Africa.

Si tratta di un.indagine particolarmente complessa che coinvolge anche le

Procure di Bari, Salerno, S. Maria Capua Vetere, Monza e Cassino e

riguarda 743.150 Kg. di rifiuti da materie plastiche, 154.870 Kg. di

contatori elettrici, 1.569.970 Kg. di rottami metallici, 10.800 Kg. di parti di

autovetture e pneumatici, 695.840 Kg. di carta straccia. Rilevantissimo è il

numero delle persone indagate con il coinvolgimento di 23 aziende italiane

operanti nel campo dello smaltimento dei rifiuti.

- Contrabbando di tabacchi:

questa attività sta attraversando, nuovamente, una fase di espansione, e

contemporaneamente, una fase di trasformazione dei modelli tradizionali.

La crescita delle vendite illegali di tabacchi coincide con il generale

aumento dei consumi mondiali – specie delle zone più povere – frutto

dell’intensa opera di marketing delle multinazionali.

I grandi produttori di sigarette, infatti, vogliono recuperare, a livello

mondiale, le perdite determinate dalla notevole contrazione della domanda,

verificatasi negli ultimi anni nei paesi occidentali, e soprattutto negli

U.S.A., in conseguenza dei successi delle campagne antifumo e degli

impedimenti legali al consumo sempre più diffusi.

 

89 Audizione Commissione parlamentare antimafia nella missione di Reggio Calabria, 23.07.07 8

 


 

 

Il 7 giugno 2006, nove tonnellate di tabacco di contrabbando di marca

''Bon'', per un valore di un milione e mezzo di euro, sono state sequestrate

dalla guardia di finanza al termine di un.operazione condotta nel porto di

Gioia Tauro. Il carico, è stato scoperto all’interno di un container

proveniente da Jebel Ali (Emirati Arabi) con la motonave ''MSK Detroit''.

Il contenitore carico di sigarette, ma che avrebbe dovuto trasportare

giocattoli, era destinato in Croazia.

Il 2 agosto 2006 sono state sequestrate oltre sei tonnellate di sigarette.

Erano nascoste all'interno di un container sempre proveniente da Jebel Ali

(Emirati Arabi) e con successiva destinazione Salonicco (Grecia). Il

container doveva contenere ''pannelli di cartongesso'' e invece sono state

trovate oltre 30 mila stecche di sigarette di marca ''Passport'' per un valore

di oltre un milione di euro”.

- Traffico di sostanze stupefacenti:

Il porto, come evidenziato dall’operazione “Decollo bis”, rappresenta un

nodo strategico per tutte le rotte mediterranee della droga.

 

Questa operazione portava all’emissione da parte del GIP di Catanzaro di

un.ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 112 soggetti, tra i quali

alcuni esponenti della cosca Pesce di Rosarno. Nell’ambito della stessa

operazione, nel porto di Salerno venivano sequestrati 541 kg. di cocaina,

importata attraverso la ditta Marmi Imeffe di Vibo Valentia con

destinazione il porto di Gioia Tauro.90

L„operazione è una delle tante che provano come il porto nella fase della

massima espansione delle sue attività fosse già utilizzato dalle „ndrine

come porta d.accesso di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti.

 

90 Schede DIA relative ad operazioni condotte nei confronti di appartenenti alla „ndrangheta.

91 Audizioni Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza

 

Anche dalle audizioni degli organi a ciò istituzionalmente demandati91, è

emerso che nonostante indubbi progressi in tema di prevenzione e

 


 

 

repressione – rafforzamento dell’apparato di contrasto, creazione del

Commissariato Straordinario per la sicurezza del porto; Patto Calabria

Sicura, stipulato tra Ministero degli Interni, Regione Calabria, Provincia di

Catanzaro, Provincia di Reggio Calabria; Programma Calabria - l’area

portuale di Gioia Tauro continui a mantenere intatta la sua problematicità.

E. stato evidenziato, infatti, che il bacino portuale, che oggi movimenta più

di 7500 containers al giorno su tratte internazionali ed intercontinentali, e

che presenta enormi potenzialità di espansione, necessita del potenziamento

dei sistemi di controllo sulle attività che in esso si svolgono.

Nello specifico, il Prefetto di Reggio Calabria ha posto la necessità di una

verifica dell’entità – in termini di uomini e mezzi - e dell’efficacia sia della

presenza di Capitaneria di Porto che della Guardia di Finanza, in modo da

rendere effettivi e capillari i controlli sui movimenti di merci in un.area di

così vasta portata, visto che le cosche esercitano un “pacifico e disciplinato

controllo del territorio grazie al flusso economico determinato dal sistema

porto anche nell’indotto”, con conseguente “rarefazione di manifestazioni

violente nella zona”.

Anzi, “l’assenza di attentati o danneggiamenti di alcun tipo nell’area del

Porto è il chiaro segnale di un controllo che non ha bisogno di prove di

forza per continuare ad aumentare e consolidare il proprio potere”.

Tuttavia il contesto descritto potrebbe essere messo in crisi dall’eclatante e

simbolico omicidio del boss Rocco Molè, capo dell’ala militare della cosca

Piromalli-Molè, avvenuto nei pressi della sua abitazione, a Gioia Tauro, il

1° febbraio 2008.

 

La conclusione cui giunge il Prefetto è indicativa delle difficoltà anche

degli organi dello Stato nello sviluppo dell’azione di contrasto: in un

contesto così pervaso dalla presenza mafiosa, inabissata o dissimulata

all’interno del sistema delle imprese e delle attività legali, sul piano della

prevenzione generale, l’attività di forze di polizia e magistratura pur di

 


 

 

elevatissima professionalità, è insufficiente e occorre attivare una rete di

infiltrazione non convenzionale idonea a raccogliere informazioni utili su

cui fondare l’opera dei primi.92

Conferma che arriva anche dal Presidente dell’Autorità Portuale che ha

segnalato due casi inquietanti.

Nel primo caso, nell’ambito di un procedimento finalizzato al rilascio di

una concessione demaniale pluriennale richiesta dalla società Meridional

Trasporti, l’Autorità Portuale, dopo avere accertato che la società risultava

in possesso di certificazione antimafia, acquisiva un.informazione

prefettizia che, al contrario, segnalava il pericolo di infiltrazione mafiosa a

carico della stessa, mettendo così a nudo un problema più generale che

deve far riflettere sull’efficacia reale della stessa certificazione antimafia.

Nel secondo caso, nel corso di lavori già affidati in subappalto all’impresa

Tassone – contratto di nolo a caldo – l’Autorità Portuale acquisiva

informazioni prefettizie che segnalavano il pericolo di infiltrazioni mafiose

a carico del subappaltatore. La conseguente ingiunzione all’appaltatore

principale di revocare il contratto di sub appalto, restava, tuttavia, priva di

effetto poiché la ditta non veniva allontanata dal cantiere.

La persistente criticità della situazione dell’area portuale è stata evidenziata

anche dalla D.A.C. (Direzione Centrale Anticrimine) nella relazione del

gennaio 2008 consegnata alla Commissione, che ha evidenziato il

riproporsi di segnali allarmanti della persistente presa delle cosche sulle

intere attività economiche della piana.

Un.inchiesta conclusa nel 2001 portava, infatti, all’emissione di

un.ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di dieci soggetti

tra i quali Carmelo Bellocco e Antonio Piromalli, indagati per associazione

mafiosa ed estorsione, ritenuti responsabili di controllare e condizionare

con tali mezzi la regolarità delle attività incentrate sul porto di Gioia Tauro.

 

92 Audizione Comitato per la sicurezza Reggio Calabria

 


 

 

È particolarmente allarmante che nell’area portuale siano ancora presenti

imprese accertatamente mafiose già individuate nel corso dell’indagine

“Porto” le quali, ricorrendo al semplice espediente del cambiamento di

denominazione o ragione sociale, hanno tranquillamente continuato per

anni, e continuano tuttora, ad operare.

In questo contesto è comunque positivo che sia stato rinforzato il

dispositivo di contrasto con la creazione di un pool investigativo composto

da operatori della Sezione Criminalità Organizzata della Squadra Mobile di

Reggio e del Commissariato P.S. di Gioia Tauro con il compito esclusivo

di investigare e fronteggiare le infiltrazioni mafiose nel porto.

La Commissione, pertanto, sulla base dei comuni allarmi lanciati dai

soggetti istituzionali ascoltati nelle audizioni, sottolinea il perdurare delle

infiltrazioni mafiose nel tessuto economico ed imprenditoriale nell’area

portuale e ne evidenzia il peso sociale ed economico, con una capacità delle

principali cosche della Piana di intessere relazioni ambigue e pericolose sia

con i soggetti economici che con quelli istituzionali.

In relazione a tale quadro, particolare preoccupazione suscita il

preannunciato arrivo di ingenti finanziamenti europei, nazionali e regionali.

Lo stesso Dpef del 2007 ha inserito Gioia Tauro tra le aree destinatarie di

investimenti particolareggiati.

In questo quadro la Commissione auspica che si determini il massimo

sostegno alle forze di polizia ed alla magistratura sviluppando in modo

sempre più efficace l’azione di contrasto anche con un migliore

coordinamento interforze di tutti i corpi di polizia. Utile potrebbe essere

l’impegno degli apparati di intelligence, al fine di acquisire e fornire a

polizia e magistratura informazioni altrimenti difficilmente disponibili.

Attività da sviluppare comunque in modo trasparente e sotto il controllo

delle istituzioni parlamentari.

 


 

 

E. altrettanto necessario superare la confusione di poteri e competenze tra

Enti ed istituzioni territoriali e regionali causa anch.essa della scarsa

trasparenza dei processi decisionali e punto di fragilità in cui, come già è

avvenuto, più facilmente si annida il pericolo di infiltrazioni mafiose.

Infine, diventa sempre più urgente l’istituzione di una banca dati

centralizzata delle certificazioni e delle informative antimafia e la stipula di

protocolli che definiscano procedure certe e automatiche per lo scambio di

informazioni tra la D.N.A., la D.I.A. e il Ministero degli Interni.

 

 

3. La Salerno – Reggio Calabria

 

 

 

Altrettanto emblematico è il caso dell’autostrada A3 Salerno – Reggio

Calabria, l’autostrada mulattiera, eterna incompiuta, simbolo materiale

della permanenza nel Paese di una storica questione meridionale e della

precarietà della condizione della Calabria, eternamente malata,

perennemente in “cura” ma costantemente incapace di guarire dei suoi mali

strutturali.

L’autostrada, realizzata in meno di dieci anni, tra la metà degli anni

sessanta e la metà degli anni settanta doveva unire il Mezzogiorno d.Italia

al resto del Paese ed all’Europa, e rappresentare una sorta di via d.uscita

dal sottosviluppo e dall’arretratezza.

Per questa sua funzione strategica, considerate le condizioni sociali delle

aree interessate, la legge 729 aveva previsto anche l’esenzione dal

pedaggio.

 

La sua costruzione, sebbene portata a termine in tempi accettabili in

relazione alla sua lunghezza – oltre 440 chilometri - fu segnata, fin dalle

prime fasi, dalla presenza delle organizzazioni mafiose e dal loro

intervento, che ne hanno accompagnato la storia infinita fino ai nostri

 


 

 

giorni. Come ebbe a sottolineare l’allora Questore di Reggio Calabria

Santillo, già in quei primi anni „70, le imprese settentrionali vincitrici degli

appalti si rivolgevano agli esponenti mafiosi prima ancora di aprire i

cantieri: contraevano così una sorta di precontratto per garantirsi la

sicurezza e affidare loro le guardianìe, per selezionare l’assunzione di

personale e assegnare le forniture di calcestruzzo, e le attività di

movimento terra.

Negli anni l’autostrada, che era stata progettata con caratteristiche tecniche

rispecchianti la classificazione delle strade dell’epoca, ha manifestato in

modo sempre più evidente gravi limiti, inadeguata a sopportare i crescenti

volumi di traffico e l’esplosione del trasporto su gomma.

Questi limiti, assieme all’aggiornamento della normativa sulle

caratteristiche geometriche delle strade, sulle strutture in cemento armato,

sulle aree sismiche, sulla stabilità dei pendii e sui parametri di sicurezza,

hanno reso necessaria la sua riqualificazione.

Così, dal 1997, sono perennemente in corso lavori di ammodernamento ed

ampliamento della struttura, sostenuti da finanziamenti pubblici nazionali

ed europei interminabili, con continui incrementi delle previsioni di spesa e

relativi aggiornamenti dei bandi di gara.

Un affare senza fine di cui non poteva non occuparsi oltre alla „ndrangheta

anche la magistratura.

 

La prima inchiesta, denominata “Tamburo” e coordinata dalla D.D.A. di

Catanzaro,93 nel 2002 portava all’emissione di un.ordinanza di custodia

cautelare in carcere nei confronti di 40 indagati, tra i quali imprenditori,

capimafia, semplici picciotti e funzionari dell’Anas. Con la stessa

ordinanza venivano sequestrate diverse imprese attive nei lavori di

movimento terra, nella fornitura di materiali edili e stradali e nel nolo a

caldo di macchine.

 

93 Ordinanza G.I.P. Catanzaro del 16/11/2002

 


 

 

La seconda, più recente, denominata “Arca” e coordinata dalla D.D.A. di

Reggio Calabria94 ha portato all’emissione di ordinanza di custodia

cautelare in carcere nei confronti di 15 indagati. In questo caso, oltre al

sequestro di diverse imprese impegnate nei subappalti, tra gli arrestati,

assieme ai capimafia e ai titolari di imprese, compare anche un sindacalista

della Fillea – Cgil’

Da entrambe le inchieste emerge un vero e proprio sistema fondato sulla

connivenza delle imprese e sulle collusioni e le inefficienze della pubblica

amministrazione che, immutabile nel tempo, caratterizza in Calabria, ogni

intervento pubblico finalizzato alla realizzazione di grandi opere

infrastrutturali .

E. opportuno precisare che si tratta di procedimenti in corso e che sui fatti

che ne costituiscono oggetto non è stata ancora emessa sentenza definitiva

ma, lungi dall’assumere i provvedimenti giudiziari come fonte di verità

definitivamente sancita, la Commissione può e deve tuttavia utilizzarne i

dati di maggiore interesse che rappresentano anche i più recenti elementi di

conoscenza. In ogni caso si tratta di elementi vagliati dall’autorità

giudiziaria e, al di là dell’iter processuale, di fatti oggettivamente certi.

Le due indagini hanno preso in considerazione i lavori di ammodernamento

dell’autostrada riguardanti due distinte aree territoriali: l’inchiesta della

D.D.A. di Catanzaro ha analizzato i lavori ricadenti nel tratto Castrovillari

– Rogliano in provincia di Cosenza, la seconda, della D.D.A. di Reggio

Calabria, i lavori ricadenti nel tratto Mileto – Gioia Tauro.

Nell’uno e nell’altro, il meccanismo di controllo e sfruttamento realizzato

dalle diverse organizzazioni mafiose è lo stesso.

 

94 Ordinanza GIP Reggio Calabria del2/7/2007

 

Questa omogeneità di comportamenti è stata spiegata dal collaboratore

Antonino Di Dieco, un commercialista che negli anni aveva assunto un

ruolo di primo piano nelle cosche del cosentino ed era poi divenuto il

 


 

 

rappresentante della famiglia Pesce nella provincia di Cosenza, il quale ha

riferito come tutte le principali famiglie, i cui territori erano attraversati

dall’arteria autostradale, avevano raggiunto tra loro un accordo per lo

sfruttamento di quella che costituiva una vera miniera d.oro.

L’accordo prevedeva una sorta di predefinizione delle procedure applicabili

ed una ripartizione su base territoriale delle zone di competenza con i

relativi “pagamenti” secondo il seguente schema riferito dallo stesso Di

Dieco:

- le famiglie della sibaritide, con quelle di Cirò, per il tratto che andava da

Mormanno a Tarsia;

- le famiglie di Cosenza, per il tratto che andava da Tarsia sino a Falerna;

- le famiglie di Lamezia (Iannazzo), per il tratto che andava da Falerna a

Pizzo;

- la famiglia Mancuso per il tratto che andava da Pizzo all’uscita Serre;

- la famiglia Pesce per il tratto compreso tra la giurisdizione di Serre e

Rosarno;

- la famiglia Piromalli per il tratto rientrante nella giurisdizione di Gioia

Tauro;

- le famiglie Alvaro - Tripodi, Laurendi, Bertuca per il restante tratto che da

Palmi scende verso Reggio Calabria. Ricostruendo geograficamente le

tratte si può quindi affermare che i lavori vanno avanti sotto uno stretto

controllo mafioso. Ovviamente questo non è estraneo all’enorme ritardo

accumulato dalle imprese per la realizzazione dell’opera moltiplicando i

suoi costi. Si è così evidenziato una sorta di “pedaggio” istituzionalizzato,

da casello a casello. Questo è quanto avviene alla fine degli anni .90.

Vent.anni prima, invece, all’epoca della costruzione dell’arteria, il

meccanismo denunciato dal Questore Santillo, era il seguente:

 

- la „ndrangheta imponeva senza grandi difficoltà alle grandi imprese

affidatarie degli appalti – dagli atti processuali citati sono risultate

 


 

 

coinvolte imprese quali la Asfalti Syntex SpA; la Astaldi Spa; l’A.T.I.

Vidoni – Schiavo; la Condotte SpA; la Impregilo SpA; la Baldassini &

Tognozzi Spa - le funzioni di capo area o direttore dei lavori a soggetti

graditi alle cosche, i quali si curavano di mediare le richieste mafiose e

portarne l’esito a buon fine. Ecco di cosa si trattava:

-pagamento di una percentuale del 3% sull’importo complessivo dei lavori;

-assunzione di lavoratori in cambio del controllo sui loro comportamenti.

A riguardo risulta assai significativo che l’ordinanza di custodia cautelare

abbia raggiunto tale Noè Vazzana, indagato per avere fatto parte

dell’associazione mafiosa nella sua qualità di sindacalista, favorendo

l’assunzione di lavoratori del luogo (legando così gli stessi all’associazione

da un punto di vista clientelare in un.area ad altissimo indice di

disoccupazione) e garantendo che sui cantieri di lavoro non vi fossero lotte

o problemi sindacali;

-affidamento dei subappalti a proprie imprese o imprese da esse controllate,

provvedendo all’emarginazione di quelle non disposte a rientrare nel

quadro predefinito dalle cosche;

-imposizione di forniture di materiali di qualità inferiore a quella prevista

dai contratti a fronte di prezzi invariati.

Questo meccanismo, che si è ripetuto del tutto identico a distanza di anni,

funzionava alla perfezione, in primo luogo, per la sostanziale adesione

delle imprese appaltanti che, dopo avere trattato e dopo avere accolto le

richieste estorsive, si davano da fare per farvi fronte ricorrendo al sistema

delle sovrafatturazioni, o consentendo l’apertura dei cantieri in subappalto

prima ancora che questi fossero autorizzati dalla stazione appaltante

principale.

 

Ma, ciò era possibile, anche per la sostanziale assenza di controlli quando

non per la connivenza, da parte degli organi ad essi preposti: in particolare

il Responsabile Unico del procedimento ed il Direttore dei lavori, entrambi

 


 

 

espressione della Stazione appaltante, in questo caso l’Anas, Ente Pubblico

Economico (art. 1 dello Statuto D.P.R. 242 del 21/4/1995), che sarebbe

stato obbligato al rigoroso rispetto della normativa in materia di lavori

pubblici.

Ovviamente il problema delle infiltrazioni mafiose non è limitato

all’autostrada A3, che pure ne rappresenta il caso emblematico, ma

riguarda l’intero settore dei lavori pubblici in Calabria e nella fascia

tirrenica del reggino in particolare, in cui le famiglie Piromalli –Molè e

Bellocco – Pesce possono vantare una lunga tradizione.

Infatti, come riferito dalla D.A.C. nella relazione citata, già nell’anno 2002

a conclusione di un.inchiesta della Procura della Repubblica di Reggio

Calabria, era stata emessa ordinanza di custodia cautelare in carcere nei

confronti di 43 indagati appartenenti alle cosche predette, per reati analoghi

a quelli relativi ai lavori autostradali commessi in occasione di appalti

pubblici per lavori interessanti l’intero versante tirrenico della provincia di

Reggio.

Nel luglio 2007, a conclusione di un.altra inchiesta della Procura della

Repubblica di Reggio Calabria, è stata eseguita ordinanza di custodia

cautelare in carcere nei confronti di 16 indagati, appartenenti alla cosca

Crea, storica alleata dei Piromalli di Gioia Tauro e degli Alvaro di

Sinopoli, responsabili, tra l’altro, di avere ottenuto il controllo di appalti

pubblici nel comune di Rizziconi (RC) attraverso la diretta assegnazione di

lavori ad imprese riconducibili alla locale famiglia.

 

Che il problema sia diffuso e radicato e che nessuna parte del territorio

calabrese né sia esente, è testimoniato inoltre da due inchieste condotte

dalla Procura Distrettuale di Catanzaro e dalla Procura della Repubblica di

Paola, che hanno portato al sequestro del porto di Amantea ed al sequestro

del porto di Cetraro, strutture entrambe controllate dalla „ndrangheta e non

solo per gli interessi sugli appalti riguardanti il loro ammodernamento ma

 


 

 

anche per le opportunità che i porti, anche quelli a vocazione diportistica,

offrono ormai per lo sviluppo dei traffici illeciti.95

Dalla situazione descritta emerge che le cosche, facendosi esse stesse

imprenditrici, o controllando in modo diffuso e capillare il settore degli

appalti e dei lavori pubblici e privati, condizionano il mercato del lavoro,

segnato in Calabria da una debolezza strutturale e di conseguenza

esercitano un condizionamento sociale diffuso capace di incidere sui

diversi livelli istituzionali e sulla pubblica amministrazione.

 

95 Audizione de Procuratore Aggiunto di Catanzaro Mario Spagnuolo del 5 febbraio 2008,

 

 


 

 

 CAPITOLO V

Economie parallele

1. Una holding criminale

Non si possono comprendere la forza della „ndrangheta, la sua diffusione, il

suo radicamento nella regione e l’espansione delle sue attività al nord ed

all’estero, se non se ne coglie in profondità la natura di grande holding

economico-criminale. La storia degli ultimi decenni ha mutato e segnato il

corso di questa evoluzione da mafia arcaica a mafia imprenditrice a

centrale finanziaria della globalizzazione. Mantenendo sempre come un

tratto costante, il controllo maniacale, quasi ossessivo, del territorio e delle

strutture sociali ed economiche ad esso riferite.

Anni di trasformazioni e di interventi per lo sviluppo segnati da grandi

flussi finanziari dello Stato e dell’Unione Europea destinati alla Calabria

hanno accompagnato questo salto di qualità, la cui evoluzione si era già

sperimentata, dopo i primi anni .70, col controllo degli appalti per

l’autostrada Salerno-Reggio Calabria e l’insediamento industriale nell’area

di Gioia Tauro.

Per questo vanno colti i nessi tra le dinamiche del processo di

modernizzazione della Calabria e le ragioni del suo mancato sviluppo

economico, produttivo, sociale e civile, e in questo doppio processo va

individuato il ruolo che la „ndrangheta ha avuto nel drenare risorse

immense aggredendo, attraverso la permeabilità della macchina

amministrativa e della politica, la cosa pubblica ed il bene collettivo.

 

Il Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno presentato nel 2007,

nella parte che riguarda la Calabria, presenta il quadro di una regione con

un p.i.l’ pro-capite di 13.762 euro, pari al 54,6% del p.i.l’ pro-capite del

 


 

 

Centro-Nord Italia, un tasso di disoccupazione di circa il 13%,

un.economia sommersa, in crescita, pari al 27% e lavoratori irregolari,

ancora in crescita, per oltre 176.000 unità.

Dallo stesso Rapporto risulta che le imprese che pagano il “pizzo” nella

regione sono 150.000, la metà del totale delle imprese esistenti nella

regione, con una punta del 70% a Reggio Calabria.

Qualora corrispondessero alla realtà queste percentuali, basate su stime

della Confesercenti, preoccuperebbero meno dei dati relativi ad altre

regioni del Sud (secondo i dati, infatti, un terzo delle imprese soggette ad

estorsione in Italia ha sede in Sicilia, dove il 70% e talvolta l’80% delle

imprese è vittima di estorsioni, mentre a Napoli, nel Barese e nel Foggiano

la quota di imprese soggette rispetto al totale è pari al 50%).

Ma è davvero così?

In realtà, la situazione è di gran lunga peggiore e ciò è confermato anche

dall’analisi effettuata dai responsabili degli Uffici di Procura della

Repubblica sulla base delle risultanze giudiziarie.

Basta il dato dell’usura, che secondo il Rapporto Svimez fa segnare in

Calabria la percentuale più alta di commercianti vittime del fenomeno in

rapporto ai soggetti attivi: il 30% con 10.500 commercianti coinvolti in

regione.

 

Ma anche in questo caso, il quadro sembra notevolmente più preoccupante

se si esaminano i dati emersi dalle indagini giudiziarie.96

 

 

96 Come fornito dagli Uffici di Procura distrettuale di Catanzaro e Reggio Calabria nel corso delle

audizioni dinanzi a questa Commissione nonché dinanzi alla 1° Commissione Affari Costituzionali

della Camera dei Deputati, che ha condotto un approfondimento specifico sulle questioni della

sicurezza delle imprese rispetto alla criminalità organizzata nell’ambito dell’indagine conoscitiva

“Sullo stato della sicurezza in Italia, sugli indirizzi della politica della sicurezza dei cittadini e

sull'organizzazione e il funzionamento delle forze di polizia”.

In particolare, audizione del procuratore nazionale antimafia e dei procuratori distrettuali antimafia

presso le procure della Repubblica della Campania, della Calabria, della Puglia e della Sicilia, del

direttore della Direzione investigativa antimafia e di rappresentanti dell'Associazione nazionale

magistrati, della Confindustria, della Confcommercio e della Confesercenti, in data 28 novembre

2007.

 

 


 

 

Nell’ambito del distretto di Catanzaro “è praticamente inesistente l’impresa

resistente alla criminalità organizzata”.97 Non esiste, se non in rarissimi

casi, la denuncia spontanea all’Autorità Giudiziaria da parte delle imprese

vittime della criminalità organizzata semplicemente perché in alcuni

distretti del territorio -come quello del vibonese- non esiste la categoria

delle “imprese vittime”. Quando non sono direttamente colluse, infatti, le

imprese sono acquiescenti alle mire e agli interessi della criminalità

organizzata98 e ciò avviene in tutti gli ambiti economici: imprese agricole

(specie nella sibaritide, nell’alto Ionio e nel crotonese), imprese turistiche

(nel Vibonese e lungo la costa crotonese), imprese commerciali (nel

lametino), grande distribuzione, ma soprattutto nell’edilizia, con

un.egemonia mafiosa sull’intero ciclo del cemento.99

Nel settore turistico, il meccanismo viene svelato grazie ad uno dei rari casi

di collaborazione.

 

97 Commissione antimafia, audizione D.D.A. di Catanzaro.

98 Come emerge dal processo New Sunrise l’incidenza della criminalità organizzata nell’economia è tale

che gli imprenditori vibonesi lavorano solo se entrano in rapporto con la „ndrangheta. Sicchè è difficile

distinguere imprenditori vittime da imprenditori collusi (Audizione dei magistrati della D.D.A. di

Catanzaro del 5 febbraio 2008).

99 Il dott. Scuderi della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro ha illustrato gli esiti di indagini che

hanno disvelato un crescente interesse criminale nel lucroso settore dello smaltimento dei rifiuti,

divenuto uno dei più appetibili ambiti di intervento per le organizzazioni mafiose.

100 Sfociata nel procedimento penale n. 5410/04 iscritto dalla D.D.A. di Catanzaro.

 

Il rappresentante di Parmatour SpA in Calabria, con una denuncia

all’autorità giudiziaria,100 rendeva note le sistematiche estorsioni in danno

di alcuni villaggi-vacanze in Calabria, di proprietà della società. I villaggi

turistici erano: il Triton Club di Sellia Marina, Sabbie Bianche di Parghelia

(Vibo Valentia) e Baia Paraelios pure di Parghelia. Gli estorsori venivano

indicati come incaricati o appartenenti, per il primo villaggio, alla famiglia

Arena di Isola Capo Rizzuto e per gli altri due alla cosca dei Mancuso.

Nello specifico, l’operatore economico spiegava che gli Arena ritiravano

annualmente la somma di 40.000 euro, oltre ad imporre varie assunzioni di

parenti ed amici, mentre i Mancuso, preposti al controllo del “corretto”

 


 

 

svolgimento delle attività, avrebbero lucrato un contributo del 10% sugli

introiti.

Per inciso, in data 28.11.2007, il GIP di Catanzaro ha disposto il giudizio

nei confronti dei tre incaricati dei villaggi turistici oggetto delle estorsioni

per favoreggiamento, aggravato dalla mafiosità, per avere negato, nel corso

delle indagini preliminari, di avere mai ricevuto pressioni estorsive.

Sempre legata allo “sviluppo turistico” della costa ionica reggina è l’ultima

inchiesta, emersa mentre si conclude la stesura di questa relazione.

Ha portato, tra gli altri, all’arresto dell’assessore al turismo e all’industria

della Regione Calabria, Pasquale Tripodi.

L’indagine della D.D.A. di Perugia ha svelato una rete di interessi criminali

–dal settore energetico al turismo ai ricorrenti centri commerciali-

distribuiti tra Umbria, Calabria e Sardegna.

Colpisce come i terreni scelti per gli investimenti dei propri capitali da

parte delle mafie, in questo caso „ndrangheta e camorra, siano sempre gli

stessi, cioè quelli nei quali non solo si possono ripulire i capitali accumulati

illecitamente –centri commerciali- ma anche quelli più utili a procacciare

finanziamenti pubblici come gli insediamenti turistici. Colpisce

dall’inchiesta l’attività degli uomini della „ndrangheta e delle loro imprese

per inserirsi nel settore dell’energia idroelettrica, uno campi vitali per lo

sviluppo economico e sociale.

Dirà il prosieguo dell’azione giudiziaria delle dirette responsabilità penali

dei singoli soggetti coinvolti. La cosa che, invece, non si può tacere

riguarda la normalità delle relazioni tra un esponente politico di primo

piano del governo regionale e personaggi a capo o diretta espressione delle

cosche.

 

Anche in questo caso non manca il trasformismo: Tripodi è eletto

consigliere regionale nelle liste dello SDI nel 2000, ma nel 2005 è rieletto,

 


 

 

e diventa assessore, con l’Udeur prima alle attività produttive e al personale

e poi al turismo nella prima e seconda giunta Loiero.

L’elemento dell’inchiesta che invece va sottolineato è rappresentato dal

voluto ritardo da parte dell’amministrazione regionale nella valutazione dei

progetti da finanziare, per lasciare tempo a società ancora da costituire di

vedere la luce e di partecipare, col favore del politico di turno e delle

cosche, all’accaparramento dei finanziamenti pubblici.

E. un meccanismo che purtroppo ricorre sovente, pari a quello di non far

conoscere i bandi per le gare pubbliche se non nelle ore precedenti la

scadenza del termine per parteciparvi, favorendo così in modo

apparentemente legale i pochi predestinati all’accesso al finanziamento

grazie allo scambio politico-affaristico quando non direttamente mafioso.

2. Estorsioni e usura

 

 

L’incidenza della criminalità organizzata, già notevole di per sé, diviene

devastante in una regione caratterizzata da un tessuto produttivo

estremamente debole e da sempre dipendente dalla politica degli incentivi

statali e dalla gestione dei flussi di finanziamento pubblico. Purtroppo, in

questo contesto non si è mai espressa una reale volontà delle imprese di

affrancarsi dalla forza pervasiva della mafia. Tanto è vero che, per quanto

riguarda il pizzo “pagano tutti, commercianti, artigiani e imprese”,101 Il

numero delle denunce è relativo, quasi inesistente l’associazionismo è

ancora debole; le associazioni antiracket sono, infatti, meno di dieci, a

differenza di quanto accade in altre regioni martoriate dalla presenza della

criminalità mafiosa.

 

101 Ha affermato il Procuratore della Repubblica Boemi nell’audizione a Reggio Calabria dinanzi alla

Commissione Antimafia.

 


 

 

Non è un caso che Confindustria di Reggio Calabria sia stata

commissariata dai vertici nazionali rendendo ancora più macroscopica la

differenza con la nuova direzione della Confindustria siciliana e con le

iniziative da essa adottate.

Né si può tacere la vicenda che interessa l’imprenditore Raffaele Vrenna di

Crotone il quale, rinviato a giudizio per concorso esterno e associazione

mafiosa ha chiesto al giudice il patteggiamento ma, nel silenzio dei vertici

regionali e nazionali dell’associazione, continua a mantenere la carica di

presidente degli industriali di Crotone e di vicepresidente degli industriali

della Calabria.

Nel reggino l’usura è diventata ormai una forma di riciclaggio indiretto

delle risorse incamerate dalle organizzazioni mafiose attraverso il traffico

di sostanze stupefacenti. Ma non bisogna sottovalutare anche la “funzione

sociale” che purtroppo l’usura rappresenta su territori controllati dalle

cosche ed investiti da forti processi di crisi economica, con le conseguenti

difficoltà delle piccole e medie imprese di restare sul mercato.

Il sistema di rapporti che lega la „ndrangheta alle imprese appare così

stretto e generalizzato da non risparmiare neanche le imprese nazionali che

in Calabria riescono ad aggiudicarsi gli appalti per le grandi opere

pubbliche, solo in quanto entrano o, peggio, contrattano di entrare nel

“sistema di sicurezza” affidato alle famiglie mafiose che controllano il

territorio e garantiscono l’impresa da incidenti e danneggiamenti in cambio

del 4-5% degli introiti. Un vero e proprio “costo d.impresa” aggiuntivo.

 

Secondo le dichiarazioni di uno dei pochi collaboratori di giustizia vi sono

stati casi in cui gli accordi tra cosche e imprese non si limitavano a fissare

l’importo dovuto dall’impresa per essere garantita -nel caso specifico il

5%- ma si occupavano anche di come la stessa potesse recuperare quella

 


 

 

“spesa indeducibile”. Spesso, tale „recupero. avveniva con l’assegnazione

di un piccolo appalto per la realizzazione di un.opera di minor valore.

 

Casi come questo sono emblematici ma purtroppo non isolati e dimostrano

quanto i costi della criminalità, alla fine del ciclo, si ribaltino sempre sulla

collettività.102

3. Pubblica amministrazione

Alle tradizionali forme di arricchimento e di accumulazione dei profitti la

„ndrangheta coniuga da sempre il proprio primato nella gestione dei grandi

flussi di denaro pubblico.

Le modalità di accaparramento sono varie (appalti pubblici, contributi,

frodi comunitarie, truffe in danni di enti etc.) ma hanno come dato comune

il condizionamento degli amministratori locali e l’inquinamento della

Pubblica Amministrazione.

Le mani delle cosche sulle attività di carattere pubblico rappresentano così

un dato costante che spesso assume le forme di una gestione parallela

dell’amministrazione della res pubblica, attraverso l’elezione diretta di

sindaci ed amministratori locali o il controllo degli apparati amministrativi,

dai Comuni alle A.S.L’, dalle Asi alle società miste per la gestione dei

servizi.

Fondamentale, per la natura stessa della „ndrangheta, è il controllo delle

istituzioni al livello più immediato del rapporto tra rappresentanti e

rappresentati.

 

102 Ancora il dott. Scuderi, nella relazione inviata alla Commissione, illustra la costituzione di società

“miste” caratterizzate dalla partecipazione dell’amministrazione pubblica e di imprese private a diretta

copertura mafiosa, creando una vera e propria compenetrazione delle istituzioni locali con il potere

criminale egemone sul territorio.

 

È il caso di molti Comuni. Un esempio emblematico è rappresentato dal

Comune di San Gregorio d.Ippona. Nell’operazione “Rima” sono stati

 


 

 

arrestati tre consiglieri comunali di opposizione, tra i quali l’ex sindaco.

L’inchiesta ha evidenziato la capacità della cosca “Fiarè”, satellite dei

Mancuso, di penetrare nella pubblica amministrazione. Ancora più

inquietante è la vicenda del Comune di Seminara, situato tra la piana di

Gioia Tauro e le falde dell’Aspromonte. Alla vigilia delle elezioni

amministrative del 27 maggio 2007 si tiene un incontro tra Rocco Gioffrè,

capo della „ndrina di Seminara e Antonio Pasquale Marafioti, Sindaco

uscente del paese e dubbioso sulla sua ricandidatura: “tu ti devi candidare –

dice Gioffrè – perché qui decido io e la tua elezione è sicura. Possiamo

contare su mille e cinquanta voti e sono più che sufficienti per vincere”.

La previsione si rivela esatta con una precisione da fare invidia alle

migliori società di sondaggi: la lista del sindaco Marafioti, una lista civica

di centro-destra, vince con mille e cinquantotto voti.

I due non sanno che la conversazione è intercettata dai carabinieri e questo

dialogo insieme a tanti altri elementi investigativi, il 17 novembre del 2007

porterà in carcere i due interlocutori e il vice sindaco, Mariano Battaglia,

l’ex sindaco al tempo del primo scioglimento del comune nel 1991,

Carmelo Buggè e l’assessore Adriano Gioffrè, nipote del boss.

 

L’inchiesta coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria ha svelato il

controllo completo da parte della cosca Gioffrè sul comune: dalle attività

economiche gestite a livello locale alle concessioni comunali, dagli appalti

ai progetti di finanziamento con fondi regionali ed europei. Come se non

bastasse il “sistema” si estende oltre i confini del comune. Il sindaco

Marafioti è anche il Presidente del Pit 19 della Calabria (Consorzio di 10

comuni tutti più grandi di Seminara, amministrati dai più diversi

schieramenti politici, dal centro-destra al centro-sinistra) e dispone di fondi

per 20 milioni di euro. Il vice sindaco Battaglia, invece, è il Presidente del

Consorzio intercomunale “Impegno giovani” che avrebbe il compito della

 


 

 

diffusione della cultura della legalità nelle scuole, con un fondo di 850 mila

euro tratti dal Pon – Sicurezza del Ministero dell’Interno.

I clan, secondo i magistrati, non possono perdere occasioni così ghiotte per

ingrossare le proprie tasche: alle elezioni del 2007 avvicinano uno ad uno

gli elettori, pagano il viaggio degli emigrati per il voto, scelgono il

Segretario della I° Sezione elettorale che ha il compito del riepilogo delle

preferenze.

 

E che dire del Comune di Filandari dove, il controllo del territorio arriva

“al punto da imporre le tasse sui mezzi di trasporto che ne attraversano le

strade”.103

Sono solo alcuni esempi di una situazione molto più diffusa, di quanto si

possa immaginare e di quanto gli stessi media non raccontino.

Ma in Calabria si arriva anche al paradosso.

Il rampollo della famiglia mafiosa più importante della Piana, (sentenza del

Tribunale civile di Palmi, del 4 luglio 2007) Gioacchino Piromalli, di 38

anni, è condannato al risarcimento di 10 milioni di euro a favore delle

amministrazioni comunali di Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando di

Rosarno. E. una sentenza storica frutto della costituzione di parte civile di

queste amministrazioni al momento di avvio del processo “Porto”.

Dopo la condanna Piromalli, che è avvocato, dichiara di essere nulla

tenente e di poter procedere al risarcimento solo attraverso prestazioni

professionali.

 

103 Dott. Marisa Manzini, audizione D.D.A. Catanzaro, 5 febbraio 2008

 

Il Tribunale di sorveglianza, come se nulla fosse e come se non conoscesse

la reale identità del soggetto, gira la richiesta alle amministrazioni

comunali interessate che concordano di accettare il risarcimento come

proposto dal Piromalli, rimettendo comunque ogni decisione al Tribunale.

La vicenda è ora al vaglio della Procura di Reggio Calabria che ha inquisito

 


 

 

i tre sindaci e il vice sindaco di Gioia Tauro per associazione mafiosa “per

aver compiuto un atto non di loro competenza per un tipo di risarcimento

non previsto dalla legge”.

Al di là delle responsabilità penali resta da chiedere come sia stato

possibile che tutti i soggetti, Tribunale di sorveglianza e amministrazioni

comunali, abbiano considerato tutto ciò normale, rendendosi protagonisti di

una vicenda che ha piegato le istituzioni all’arroganza della „ndrangheta.

In questo contesto diffuso di degrado politico e della pubblica

amministrazione purtroppo non sono molti i consigli comunali calabresi

sciolti per infiltrazione mafiosa e sarebbe utile analizzarne

approfonditamente le ragioni.

Eppure la storia dello scioglimento dei comuni, in un certo senso, comincia

proprio nella Piana.

E. il 3 maggio 1991, i telegiornali danno notizia di quella che verrà

ricordata come la “strage di Taurianova”. Nella cittadina vengono uccise 4

persone. Ad una di esse viene decapitata la testa e lanciata in aria diventa

oggetto di un macabro tiro al bersaglio. Il fatto conquista le prime pagine di

tutti i giornali italiani e stranieri. Il Governo dell’epoca, nell’ottica

dell’emergenza che ha storicamente contraddistinto la storia altalenante

della legislazione antimafia, emana il decreto (convertito in legge nel luglio

del 1991) con il quale si prevede la possibilità di procedere allo

scioglimento dei consigli comunali o provinciali sospettati di essere

infiltrati o inquinati dalle cosche mafiose.

 

Da allora in Italia sono stati sciolti 172 consigli comunali, dei quali 38 in

Calabria: 23 in provincia di Reggio, 7 in provincia di Catanzaro, 5 in

provincia di Vibo Valentia, 3 in provincia di Crotone. A distanza di alcuni

anni, per 3 comuni – Melito Porto Salvo (RC), Lamezia Terme (CZ) e

Roccaforte del Greco (RC) - si è reso necessario ricorrere ad un secondo

 


 

 

scioglimento. Questo dimostra come la legislazione vigente non è

completamente efficace a recidere i legami tra le organizzazioni mafiose ed

esponenti del mondo politico e come lo scioglimento non abbia sempre

rappresentato e non rappresenti tuttora un.occasione di bonifica della

macchina amministrativa che spesso, anche a consigli comunali sciolti,

continua a garantire le stesse logiche di governo del territorio, gli stessi

interessi e gli stessi contatti con i boss.

Alcuni comuni tra il 2004 e il 2005 hanno fatto ricorso al Tar o al

Consiglio di Stato per impugnare il provvedimento di scioglimento e per 5

di essi il ricorso è stato accolto. Si tratta dei comuni di Santo Andrea

Apostolo sullo Ionio, Botricello, Cosoleto, Monasterace, Africo e

Strongoli.

Osservando le dimensioni dei comuni sciolti, Lamezia Terme, con i suoi 70

mila abitanti, è l’unico di dimensioni elevate e dopo due scioglimenti (30

settembre 1991 e 5 novembre 2002) ha intrapreso la strada di una difficile

ricostruzione del tessuto democratico. Seguono altri 2 comuni con una

popolazione sotto i 20 mila abitanti, Melito Porto Salvo (30 settembre 1991

e 28 febbraio 1996) e Roccaforte del Greco (10 febbraio 1996 e 27 ottobre

2003), tutti in provincia di Reggio Calabria. Gli altri scioglimenti hanno

riguardato comuni non superiori a 5 mila abitanti quando non di

piccolissime dimensioni come Marcedusa, Calanna e Camini, inferiori ai

mille abitanti.

A conferma della gravissima situazione in alcune realtà il Procuratore

Nazionale antimafia Piero Grasso, nell’audizione del 7 febbraio 2007, ha

affermato: “in certi paesi come Africo, Platì e San Luca, è lo Stato che deve

cercare di infiltrarsi”, sottolineando così la sottrazione di intere aree del

territorio calabrese al governo e al controllo delle istituzioni repubblicane.

 

Quanto ciò incida non solo sul sistema dei diritti e sul bene comune ma

anche sulla qualità della vita quotidiana dei cittadini ha “segni evidenti e

 


 

 

tipici del governo del territorio da parte di amministratori organici alla

mafia o collusi e dunque caratteristiche comuni alle amministrazioni sotto

il controllo mafioso sono costituiti inoltre dall’assenza di piani regolatori,

dell’assoluta inefficienza dei servizi di polizia municipali, da gravi

disservizi nella raccolta e nello smaltimento dei rifiuti, dal dilagante e

distruttivo abusivismo edilizio, da gravi carenze nella manutenzione di

infrastrutture primarie (strade, scuole, asili), da assunzioni clientelari di

personale, da anomalie nell’affidamento di appalti e servizi pubblici, ma,

soprattutto, dalle drammatiche condizioni di dissesto finanziario”.104

4. Finanziamenti europei

In Calabria e nel suo sistema economico-imprenditoriale tutto dipende dal

sostegno e dai finanziamenti pubblici: dalle imprese industriali

all’agricoltura, dalla pesca all’artigianato al turismo. Non c.è settore che

non si alimenti di “contributi” statali o europei e non c.è impresa nella o

sulla quale la „ndrangheta non eserciti un suo ruolo ed una sua funzione di

intermediazione quando non di gestione diretta.

 

104 Audizione Prefetto di Reggio Calabria

105 Audizione del Procuratore Aggiunto DNA, dott. Emilio Ledonne dinanzi alla Commissione.

 

Il carattere totalizzante delle attività illecite si riverbera negativamente sulla

fragile economia calabrese che già soffre di un tasso di povertà del 25%

della sua popolazione. Un.economia a più facce, se si pensa che nel 2005 il

numero degli ipermercati è cresciuto di 7 unità e che nei 41 istituti di

credito operanti nelle province calabresi con 530 sportelli risultano

depositati, alla fine del 2006, 10.874 milioni di euro e 171 milioni di

azioni105.

 


 

 

L’utilizzo di fondi pubblici erogati dallo Stato e dall’Unione Europea è

storicamente uno dei canali privilegiati di finanziamento e riciclaggio della

„ndrangheta.

Originariamente il fenomeno nasce come penetrazione mafiosa nel settore

degli appalti pubblici, principalmente attraverso il sistema dei subappalti:

con essi l’impresa criminale, avvalendosi del suo potere di convincimento

con metodi violenti e sfruttando vari meccanismi di riduzione dei costi di

produzione (scarsa qualità dei prodotti, ridotto costo della manodopera,

facilità di accesso alla liquidità, evasione fiscale e contributiva), è riuscita a

garantirsi un facile canale di accumulazione e riciclaggio dei proventi delle

attività illecite, nonché a permeare facilmente il settore della pubblica

amministrazione.

I dati Istat relativi al totale delle denunce per le quali l’Autorità Giudiziaria

ha iniziato l’azione penale per malversazione a danno dello Stato (art.316-

bis CP), truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche

(art.640-bis CP), indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato

(art.316-ter CP) mostrano un incremento costante nel tempo.

A livello nazionale risultano denunciati 28 delitti di malversazione a danno

dello Stato nel 2004 e 35 nel 2005; le ipotesi denunciate di indebita

percezione di erogazioni a danno dello Stato sono state 421 nel 2004 e 364

nel 2005, mentre le truffe aggravate per il conseguimento di erogazioni

pubbliche sono passate dalle 910 del 2004 alle 1070 del 2005.

Ma guardando alla specifica situazione della Calabria e alla percezione

indebita di aiuti da parte di imprese collegate direttamente o indirettamente,

alla „ndrangheta, il fenomeno emerge in maniera assolutamente allarmante

dai primi anni .90 in poi.

 

 


 

 

Da allora è significativamente aumentata la quantità di risorse pubbliche a

disposizione del sistema delle imprese:106

 

106 Nel gennaio 2008 la Procura della Repubblica di Palmi, ha richiesto ed ottenuto dal g.i.p. del

Tribunale, il sequestro preventivo finalizzato poi alla confisca per equivalente del prezzo del reato dei

beni mobili e immobili realizzati con i finanziamenti agevolati di cui alla legge 488/92 per un

ammontare complessivo pari a €. 5.708.869,00. In esecuzione del relativo decreto emesso dal giudice,

la Guardia di Finanza ha proceduto, al sequestro preventivo dei beni immobili e mobili realizzati con

le provvidenze agevolative dando però facoltà all’interessato di proseguire l’esercizio delle attività

commerciali.

Nel maggio 2006 veniva operato il sequestro preventivo di due società operanti nella zona industriale

di Corigliano Calabro che, secondo quanto emerso dall’attività d.indagine della Guardia di Finanza,

avrebbero indebitamente ottenuto contributi pubblici ai sensi della Legge 488/92 - Settore Industria.

Gli amministratori della società avrebbero simulato gli apporti di capitale richiesti dalla normativa

agevolativa quale condizione per l’erogazione del contributo attraverso un vorticoso giro di operazioni

bancarie realizzate entro un ristrettissimo arco temporale, in prossimità del termine ultimo per il

completamento dell’investimento agevolato. Per l’effettuazione di tali operazioni, verosimilmente, la

società si sarebbe avvalsa di compiacenti fornitori che simulavano l’incasso di operazioni

commerciali fittizie. Inoltre, hanno prodotto false dichiarazioni in ordine allo stato d.avanzamento

lavori ed all’ultimazione degli stessi. In tale contesto, sarebbe stato simulato l’acquisto di un opificio

di una diversa società, ubicata presso lo stesso sito produttivo già oggetto di agevolazione richiesta

dalla prima società. La seconda società, dal suo canto, ha nascosto alla banca concessionaria la

variazione al progetto industriale conseguente alla “apparente” cessione dell’immobile alla prima

società, richiedendo l’erogazione delle quote di contribuzione e dimostrando, solo cartolarmente, il

rispetto delle condizioni richieste dal decreto di concessione.

107 Numerose sono infatti le operazioni della Guardia di Finanza relative a truffe nel conseguimento di

tali erogazioni.

Tra le principali del 2005 si segnalano le seguenti:

- a marzo il Nucleo Provinciale PT Cosenza della Guardia di Finanza ha denunciato quattro soggetti

per aver indebitamente percepito finanziamenti ex legge 488/92 mediante l’utilizzo delle fatture

inesistenti e falsa documentazione;

- a maggio il Nucleo Provinciale PT di Vibo Valentia della Guardia di Finanza ha denunciato otto

persone in quanto ha accertato indebite percezioni di finanziamenti ex Legge 488/92 attraverso la

contraffazione di documenti contabili;

- a giugno la Compagnia della Guardia di Finanza di Lamezia Terme ha scoperto una truffa per circa

due milioni di euro in relazione ai finanziamenti di cui alla Legge 488/92 che ha portato all’emissione

di quattro avvisi di garanzia;

- a giugno la Guardia di Finanza di Formia ha scoperto a Rende (CS) una maxi truffa a seguito della

quale l’organizzazione criminale ha incassato circa 12 milioni di euro senza investirli nel progetto

imprenditoriale;

- a settembre la Compagnia della Guardia di Finanza di Locri ha concluso un.operazione finalizzata

alla verifica del corretto utilizzo delle somme percepite dalle imprese beneficiarie in particolar modo

nei Comuni di Locri, Siderno, Gerace, Portignola, Benestare, Bovalino, Caulonia, Grotteria e

Stignano, accertando l’indebita percezione di contributi per circa 700.000 euro da parte di

imprenditori ed impedendo, nel contempo, l’erogazione di altri 600.000 euro di finanziamenti

illecitamente richiesti. L’operazione ha portato alla denuncia di nove persone, titolari delle imprese

beneficiarie, per i reati di truffa ai danni dello Stato e malversazione;

- a settembre la Guardia di Finanza di Lamezia Terme, in tre distinte operazioni, ha scoperto truffe

per 800 mila euro ai danni dello Stato ex legge 488/92 mediante l’emissione di fatture false,

denunciando sette persone. Infine, a Ionadi (VV), la Guardia di Finanza ha sequestrato uno

stabilimento industriale dal valore di due milioni e mezzo di euro in seguito ad una truffa ai danni

dello Stato in quanto i titolari avrebbero percepito indebitamente finanziamenti di cui alla Legge

488/92.

- la Compagnia della Guardia di Finanza di Cosenza in data 4.1.2006 procedeva all’arresto di tre

persone, responsabili di aver percepito indebitamente, emettendo fatture false, dieci milioni di euro di

contributi ex legge 488/92 per la realizzazione di un impianto produttivo.

 

. la legge 488/1992107

 

 


 

 

Nel 2007 il solo comando provinciale di Reggio Calabria della Guardia di Finanza ha eseguito, nel

settore delle indebite percezioni di pubblici finanziamenti, 47 interventi riscontrando 72 violazioni,

accertati contributi comunitari e nazionali indebitamente percepiti per circa 38 milioni di euro e

constatati, altresì, circa 12 milioni di euro di contributi indebitamente richiesti, concessi ma non

ancora erogati per i quali sono state attivate le procedure di revoca presso il Ministero delle attività

produttive di Roma. Al riguardo, sono state denunciate, alle Autorità Giudiziarie del distretto, 77

persone fisiche e giuridiche responsabili degli illeciti, di cui 6 in stato di arresto.

108 - Asse I - Valorizzazione delle risorse naturali e ambientali (Risorse Naturali);

- Asse II - Valorizzazione delle risorse culturali e storiche (Risorse Culturali);

- Asse III - Valorizzazione delle risorse umane (Risorse Umane);

- Asse IV - Potenziamento e valorizzazione dei sistemi locali di sviluppo (Sistemi Locali

di Sviluppo);

Asse V - Miglioramento della qualità delle città, delle istituzioni locali e della vita

associata (Città);

- Asse VI - Rafforzamento delle reti e nodi di servizio (Reti e Nodi di Servizio).

 

. Quadro Comunitario di Sostegno (QCS) per il periodo 1994-1999;

. programma comunitario “Agenda 2000”;

. ed oggi il nuovo QCS 2007-2013.

 

 

I volumi di risorse pubbliche trasferite in Calabria sono particolarmente

elevati e di assoluto interesse per la „ndrangheta, sempre più proiettata ad

accaparrarsi finanziamenti pubblici e rinsaldare rapporti con pezzi del

mondo politico e imprenditoriale.

Per fornire un.indicazione quantitativa delle risorse trasferite in Calabria, si

pensi che nel periodo 2000-2006 era prevista un.utilizzazione di risorse

pubbliche a valere sul POR per € 4.019.295.000,00.

 

Tali risorse, secondo i documenti di programmazione, sono state ripartite

su sei Assi prioritari,108 corrispondenti alle grandi aree di intervento che il

POR assume come riferimento nel definire le scelte di investimento da

realizzare nel periodo di programmazione. All’interno di ciascun asse,

ognuno dei quali ripartito in misure, sono i soggetti attuatori (in primo

luogo l’amministrazione regionale, e le amministrazioni locali) a

predisporre dei bandi pubblici con i quali vengono concessi gli aiuti alle

imprese. I settori sono i più disparati: dall’industria, al commercio,

all’agricoltura, al turismo, alla formazione professionale, alla pesca.

 

 

Analogamente appare quantitativamente significativo il quadro finanziario

per il successivo periodo 2007-2013, con una previsione per la sola

 


 

 

Calabria € 1.499.120.026,00 per il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale

(Fesr), € 430.249.377,00 per il Fondo Sociale Europeo (Fse),109 oltre alle

risorse per l’agricoltura individuate in complessivi € 1.084.071.304,00.110

Rispetto a tali trasferimenti va ricordato che nel 2005 le irregolarità e le

frodi al bilancio UE comunicate con riferimento alla Calabria

assommavano a complessivi € 14.475.260,60, di cui € 13.135.878,83 ai

danni del Fesr, € 752.792,18 ai danni del Fse, € 493.548,59 ai danni del

Feoga ed € 93.041,00, ai danni dello Sfop.

 

 

109 Fonte “Quadro Strategico Nazionale per la politica regionale di sviluppo 2007-2013”,

Giugno 2007

110 Fonte “Programma di Sviluppo Rurale della Regione Calabria 2007-2013”, 212.

111 Fonte Corte dei Conti, Sezione affari comunitari, deliberazione 2/2007 del 21 febbraio 2007,

relazione concernente “Irregolarità e frodi in materia di Fondi strutturali con particolare riguardo al

FESR nelle Regioni Obiettivo 1”

 

Nel 1° semestre 2006 si è poi registrato un incremento considerevole delle

irregolarità e delle frodi nelle Regioni meridionali e, in particolare, in

Calabria, le frodi al bilancio UE nei primi sei mesi del 2006, hanno

raggiunto nella regione la cifra di € 10.881.611,87, quasi interamente a

carico del Fesr (€ 10.660.627,28).111

A fronte di questo scenario, le disfunzioni delle amministrazioni pubbliche

territoriali, aggravate da un più elevato livello di corruzione rispetto ad

altre aree del Paese, e dalla carenza totale di controlli interni al

procedimento di erogazione, costituiscono la leva per l’infiltrazione

mafiosa nella stessa attività di gestione dei fondi, fenomeno addirittura più

preoccupante dell’acquisizione indebita da parte di imprese legate

all’organizzazione.

 

In effetti il livello di pericolosità dell’organizzazione criminale appare

direttamente proporzionale alla sua capacità di gestire, attraverso propri

affiliati o sodali “esterni”, la stessa erogazione dei fondi pubblici, affidata a

strutture amministrative regionali e locali. Ne sono indicatori la maggiore

 


 

 

permeabilità delle amministrazioni territoriali alle infiltrazioni di tipo

mafioso, con la presenza di affiliati alle cosche e l’elevato numero di delitti

di pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, legati anche a

denunce parallele per il reato di cui all’art.416-bis codice penale.

A tal proposito nell’audizione dinanzi alla Commissione in data 7 febbraio

2007, il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, ha dichiarato che

“per quanto riguarda la procura di Reggio Calabria, il dato registra 5

procedimenti penali a carico di consiglieri regionali per violazione della

legge n. 488 del 1992 e 5 procedimenti penali a carico di consiglieri

regionali per reati comuni, comunque diversi dai reati di mafia”. Le

indagini condotte “… hanno portato anche all'arresto di dieci esponenti

della cosca Crea di Rizziconi, in provincia di Reggio Calabria, ritenuti

responsabili di associazione mafiosa, truffa e quant'altro, nell'ambito della

legge n. 488. Come abbiamo visto, anche dei consiglieri regionali sono

indagati per questo reato”.

Quando la caduta di credibilità della Pubblica Amministrazione dovuta a

carenze ed inefficienze croniche si coniuga con l’aggressività dei sodalizi

criminali che controllano in maniera maniacale il territorio, le

organizzazioni mafiose giungono ad “occupare” il tassello di Stato più

vicino ai cittadini determinando la morte delle regole di convivenza civile e

del principio di legalità democratica e repubblicana.

5. Una spesa senza controllo

 

 

Nella relazione di inaugurazione dell’anno giudiziario 2007 della Corte

d.Appello di Catanzaro, si ricordava come “le risultanze investigative

acquisite hanno evidenziato la percezione indebita di contributi statali e

 


 

 

comunitari secondo artifici e raggiri sostanzialmente sempre analoghi, che

possono cosi sintetizzarsi: falsità delle dichiarazioni attestanti l'effettivo

stato di avanzamento dei lavori; carattere fittizio delle fatture presentate a

comprovare i costi sostenuti per i lavori dichiarati; falsi contabili per fare

apparire eseguiti aumenti di capitali in realtà mai avvenuti; presentazione di

indebiti rimborsi Iva agli Uffici finanziari competenti”.112

Analogamente nella relazione di inaugurazione dell’anno giudiziario 2007

presso la Corte dei Conti è stato evidenziato come “nel corso del 2006

hanno assunto rilievo i giudizi di responsabilità amministrativa relativi a

danni erariali connessi ad indebita od irregolare percezione di fondi

comunitari o a mancato recupero di contributi erogati nell’ambito dei

programmi di interesse comunitario; il fenomeno in questione nella

Regione Calabria è estremamente esteso con una percentuale di molto

superiore alla media nazionale.

 

112 Relazione del Presidente della Corte d.Appello di Catanzaro, dott. Sirena.

113 Relazione del Procuratore regionale della Corte dei conti, dott.ssa Astrali

 

Attraverso meccanismi illeciti e truffaldini, importi particolarmente elevati

di fondi della Comunità Europea vengono distratti dalla loro destinazione

originaria, ovvero vengono concessi a favore di attività imprenditoriali

inesistenti con grave nocumento per l’economia e per l’imprenditoria

calabrese”.113

Peraltro, l’esistenza di numerose frodi ai danni del pubblico erario,

perpetrate tanto da singole imprese, quanto da imprese stabilmente legate

ad organizzazioni criminali e consorterie di „ndrangheta, è reiteratamente

stata segnalata dalla Corte dei Conti. La normalità di questo meccanismo

corruttivo è possibile anche per l’assoluta insufficienza dei vigenti sistemi

di prevenzione di tali reati, senza che, tuttavia, negli anni in cui sono

arrivati questi fiumi di denaro pubblico nessuna amministrazione, locale e

regionale, di qualunque segno e orientamento politico, si sia fatta carico di

rafforzare gli strumenti di controllo.

 


 

 

In particolare, la Sezione Affari Comunitari della Corte dei Conti ha

approvato con deliberazione 2/2007 del 21 febbraio 2007, una relazione

concernente “Irregolarità e frodi in materia di Fondi strutturali con

particolare riguardo al Fesr nelle Regioni Obiettivo 1” che reca una

specifica attenzione al fenomeno delle frodi in Calabria. Inoltre, la Sezione

regionale di controllo della Corte dei conti per la Calabria ha approvato con

deliberazione del 27 giugno 2006, una “Relazione sul funzionamento dei

controlli regionali sui fondi comunitari (Por Calabria)”.

 

Tali relazioni, che hanno tenuto conto dei dati acquisiti negli anni 2005 e

2006, ma che sono temporalmente riferite ad una più lunga serie storica,

hanno evidenziato come il problema fondamentale sia rappresentato da

carenza, inefficienza ed insufficienza di controlli sulle erogazioni,

dall’approssimazione nella formazione dei bandi e nella stessa gestione

della procedura comparativa.114 Tali carenze dipendono fondamentalmente

dall’assenza di una normativa nazionale e comunitaria che affidi ad

organismi pubblici e terzi le procedure di controllo.

 

114 Con riferimento alle frodi ai danni dell’erario in Calabria, rileva la Corte dei conti, Sezione affari

comunitari, come “Con riferimento alle modalità di svolgimento degli illeciti segnalati (ricollegabili

sia alla programmazione 1994-1999 che a quella 2000-2006), che si presentano di notevole rilevanza

sia per gli importi interessati e per il loro numero che per le modalità di realizzazione, si può osservare

che la fase dell’istruttoria e, in particolare, il vaglio preventivo della domanda di partecipazione e dei

relativi requisiti, così pure quella antecedente ai pagamenti, appaiono i momenti procedimentali più

esposti e ai quali, in termine di valutazione dei rischi, sarebbe opportuno dedicare maggiore attenzione

prevedendo controlli mirati su tali fasi, anche al fine di contrastare più efficacemente le pratiche

illegali. In tale ambito particolarmente rischioso è il ricorso all’autocertificazione che dovrebbe essere

limitata nei casi in cui la dichiarazione riguardi requisiti essenziali, qualificazioni professionali e

finanziarie degli imprenditori, al fine di evitare che l’agevolazione più che a finanziare lo sviluppo di

un.attività imprenditoriale, con la connessa circolazione di occupazione e risorse, sia servita a fornire

mezzi di sostentamento a società o imprenditori richiedenti tutt.altro che solidi e qualificati".

 

A livello nazionale con la modifica del Titolo V della Costituzione nel

2001 sono stati soppressi i controlli preventivi di legittimità, affidati ad

appositi organi statali e regionali, rispettivamente sugli atti delle regioni e

degli enti locali, senza che sia stata predisposta una rete di controlli nuova

ed efficiente. Il risultato è stato quello di rendere permeabili ed esposte alle

infiltrazioni mafiose le procedure di aggiudicazione poste in essere dagli

 


 

 

enti territoriali, con atti praticamente esenti da un controllo di legalità,

prima che di legittimità.

Altrettanto inutili si sono rivelati i controlli interni alle amministrazioni,

cui, il legislatore, già con le riforme “Bassanini” del 1997, aveva

demandato la verifica della legittimità dell’attività amministrativa.

Infatti, i controlli interni prevedono che sia l’amministrazione controllata a

nominare e retribuire i controllori. Come è evidente un meccanismo simile

non demarca alcun confine tra controllore e controllati, anzi è proprio

questo sistema che favorisce le sistematiche appropriazioni di risorse

pubbliche da parte delle cosche.

Analogamente inutili e dispendiosi si sono rivelati i controlli sulle

procedure di aggiudicazione di aiuti per i fondi comunitari e la legge 488,

affidati, con notevole esborso di risorse pubbliche, a società private esterne,

retribuite sempre dalla stessa Regione Calabria.

E. possibile che tutto ciò avvenga senza una precisa volontà politica tesa a

rendere la gestione dei flussi meno rigida e trasparente?

Anche a monte delle procedure di aggiudicazione si evidenziano lacune nel

sistema di gestione amministrativa che, sempre più spesso, consentono a

soggetti spregiudicati, anche inseriti in compagini di „ndrangheta, di

accaparrarsi fondi.

 

In questo contesto si rivela particolarmente vulnerabile, ma si dovrebbe

definire una “beffa istituzionalizzata”, il meccanismo delle

autocertificazioni che vengono richieste alle imprese, sia per quanto

riguarda i propri dati di affidabilità e serietà reddituale e fiscale, sia per

quanto riguarda le garanzie patrimoniali e reali, sia, infine, per quel che

riguarda la stessa fattibilità dell’investimento proposto. Risulta infatti che i

procedimenti di aggiudicazione si basano esclusivamente su dichiarazioni

provenienti dalle imprese proponenti, senza che vengano svolti, nemmeno

 


 

 

a campione, approfondimenti e verifiche da parte delle amministrazioni

aggiudicatrici, volte a verificare, almeno, il possesso dei requisiti e delle

garanzie minime richieste dai bandi di gara.

Addirittura, nei procedimenti di concessione di finanziamenti pubblici non

risultano nemmeno applicate le disposizioni in materia di verifica

preliminare dei requisiti delle imprese, previste dagli artt. 38 e segg. e 48

del codice degli appalti (d. lgs. 163/2006). Infatti i regolamenti comunitari

lasciano alla discrezionalità delle Regioni il compito di disciplinare i

procedimenti di controllo sull’erogazione dei fondi e sulla formazione dei

bandi di gara, con il risultato che la Regione Calabria ed il Ministero dello

Sviluppo Economico, rispettivamente gestori dei fondi UE e di quelli

previsti dalla legge 488, non ritengono di applicare le regole del codice

degli appalti anche alle procedure ad evidenza pubblica per la concessione

di finanziamenti ed aiuti. E tutto questo in una regione dove l’esposizione

alle infiltrazioni mafiose consiglierebbe un rigore e una rigidità dei

meccanismi di trasparenza amministrativa tali dal mettere al riparo la

politica e la pubblica amministrazione da ogni forma di discrezionalità

equivoca o condizionabile.

In questo senso anche la carenza di una normativa statale di coordinamento

appare assolutamente ingiustificata a fronte di un livello di pericolosità

delle organizzazioni criminali che si manifesta nell’accaparramento

sistematico di risorse pubbliche a valere sul bilancio statale e comunitario.

6. Il primato nelle frodi

 

 

Tutto ciò in Calabria determina una potenzialità criminogena nell’intera

gestione dei flussi di finanziamento europeo, offrendo alle mafie e alle loro

 


 

 

menti finanziarie l’opportunità di intercettare risorse pubbliche e di

condizionare e corrompere la Pubblica Amministrazione.

Parallelamente il livello di contrasto alle penetrazioni criminali nel settore

dei finanziamenti statali e comunitari alle imprese pare risentire

eccessivamente della lentezza dei processi penali, cui consegue una

sostanziale impossibilità di procedere al recupero delle somme da parte

dello Stato, accertata la velocità degli spostamenti delle somme

indebitamente percepite, attraverso i circuiti bancari internazionali da un

capo all’altro del mondo.

Si tratta, a questo proposito, di un fenomeno ben noto a livello nazionale e

risalente nel tempo, per il quale all’indomani dell’avvio delle verifiche da

parte degli organi di Polizia (ben più raramente da parte di quelli di

controllo dell’amministrazione erogante) e molto prima di giungere ad

un.eventuale sentenza di condanna, le somme percepite da parte

dell’imprenditore, attraverso frodi e meccanismi corruttivi, vengono

immediatamente ritrasferite nella sua disponibilità personale, di suoi

familiari o prestanomi.

 

Del resto, il sistema bancario calabrese non può essere ritenuto immune da

una certa contiguità con le centrali dell’appropriazione indebita di

finanziamenti, un vero e proprio circuito finanziario pubblico-privato

parallelo. Infatti, a monte la presentazione della richiesta di finanziamento

da parte dell’impresa è sempre fondata su dichiarazioni generiche rese da

istituti di credito del luogo, con le quali si attesta la solidità patrimoniale

dell’imprenditore, dell’impresa o di suoi fideiussori. Tali dichiarazioni –

prive di validità giuridica ai fini della costituzione di una garanzia in favore

dell’amministrazione erogatrice – sono praticamente una costante di tutte le

frodi ai danni del bilancio dello Stato e dell’UE, da oltre un quindicennio: è

grave che il sistema bancario, se più volte interessato dall’Autorità

giudiziaria, non abbia mai inteso spezzare questo legame perverso con

 


 

 

l’imprenditoria criminale o corrotta, considerato, comunque, che dai

sistemi di transito della liquidità sui conti correnti “di lavoro” delle

imprese, esso ne trae comunque un profitto.

Dall’insieme di questi elementi emerge un peggioramento della situazione

relativa al 2007, secondo dati ufficiali forniti dalla sola Guardia di Finanza

riferiti alle frodi ai danni dello Stato e dell’Unione Europea.

Su un totale nazionale di 259 violazioni riscontrate per frodi a danno del

bilancio nazionale, ben 70 (il 37%) sono avvenute in Calabria.

Su un totale di indebite percezioni ai danni del bilancio statale (legge 488)

di € 208.328.901,00, ben € 49.290.916,00 (il 23,66%) sarebbero avvenute

in Calabria.

 

Altrettanto grave è la situazione se riferita alle frodi comunitarie, sia nel

settore agricolo, che dei fondi strutturali: su un totale di 923 violazioni

riscontrate dalla sola Guardia di Finanza, ben 192 hanno riguardato la

Calabria, con € 75.379.513,00 di indebite percezioni su un totale nazionale

di € 221.186.440,00 (pari al 29,34%).115

 

115 Il raffronto con i dati complessivi dell’intera Unione Europea è allarmante.

Secondo l’OLAF “Per il periodo di programmazione 1994-99, gli Stati membri hanno comunicato 11

573 casi di irregolarità per un.incidenza finanziaria di 1,452 miliardi di EUR131 sul contributo

comunitario.

Una chiusura definitiva a livello di Commissione ha interessato 5 488 di questi casi con deduzione del

relativo importo, pari a 600 milioni di EUR, all’atto del pagamento finale. Inoltre per 2 016 casi

relativi allo stesso periodo, aventi un.incidenza finanziaria di 173 milioni di EUR, gli Stati membri

hanno informato la Commissione della conclusione dei procedimenti amministrativi o giudiziari a

livello nazionale. I servizi della Commissione hanno avviato i lavori di riconciliazione per chiudere

questi casi.

Per il periodo di programmazione 2000-2006, gli Stati membri hanno comunicato ad oggi 8 733 casi

di irregolarità per un.incidenza finanziaria pari a 1,156 miliardi di EUR sul contributo comunitario.

Gli Stati membri hanno informato la Commissione che sono stati condotti a livello nazionale

procedimenti amministrativi o giudiziari per 3 686 di questi casi e che è stato recuperato un importo di

circa 345 milioni di EUR.

Nel 2006 le rettifiche finanziarie relative ai periodi di programmazione 1994-1999 e 2000-2006 erano

rispettivamente di 502 milioni di EUR e 521 milioni di EUR”. (Fonte Relazione della Commissione al

Parlamento Europeo e al Consiglio, COM(2007)390, Tutela degli interessi finanziari delle Comunità -

Lotta contro la frode, Relazione annuale 2006 [SEC(2007)930]-[SEC(2007)938] del 6 luglio 2007)

 

L’analisi dei dati investigativi e giudiziari fornisce un quadro di

preoccupante allarme per l’inarrestabile emorragia di contributi pubblici

intercettati dalle cosche.

 


 

 

Per quanto concerne i contributi previsti dalla legge 488/92, ne hanno

beneficiato 1.125 società operanti nelle varie province calabresi.

Nel periodo compreso tra il 2000 ed il 2003, l’ammontare complessivo dei

contributi erogati è stato di 422 milioni di euro ed in tutti gli otto circondari

del distretto di Corte d.Appello di Catanzaro sono stati iscritti procedimenti

penali per il delitto di truffa aggravata.

7. Un caso emblematico

E.utile analizzare lo spaccato di alcune società beneficiarie dei contributi

pubblici, secondo un.autonoma verifica effettuata dalla D.N.A. nel 2004.

Le questioni emerse secondo la Direzione Nazionale Antimafia sono le

seguenti:

 

. una ricchezza calabrese costituita dalla disponibilità di enormi capitali e

da ingenti disponibilità immobiliari (2.479 fabbricati e 2.260 terreni), in

palese contraddizione con l’entità dei redditi dichiarati da molti dei

possessori di tale ricchezza;

. la concentrazione di tale ricchezza in capo a pochi soggetti. Sul punto è

sufficiente rilevare che presso lo studio commerciale di Francesco

Indrieri, del gruppo economico Gatto, sito in Cosenza, via Monte San

Michele, hanno sede legale o domicilio fiscale 43 società;

. la rapidità dell’accumulazione della ricchezza: la società leader del

gruppo, Fincom SpA, riconducibile alle famiglie Gatto e Cresciti, che

opera come una vera e proria holding finanziaria, è stata costituita a

Roma nel 1993 e dall’anno successivo è in continua espansione, con

investimenti nei settori più disparati, quali la grande distribuzione

alimentare, l’abbigliamento, il settore immobiliare, lo smaltimento dei

rifiuti;

 

 


 

 

. le cointeressenze dei rappresentanti dei gruppi economici appena

indicati in società in cui rivestono la qualifica di socio soggetti di

conclamata appartenenza a noti ambienti criminali. Antonio Giampà,

fratello di Pasquale Giampà detto “tranganiello”, ucciso nel 1992 in un

agguato mafioso, è socio unitamente ad alcuni suoi congiunti,

dell’Eurodis di cui è amministratore unico Santino Pasquale Cresciti,

poi incorporata nella Gam s.r.l’ di Antonio Gatto ed altri.

 

 

Un noto imprenditore di Vibo Valentia, oggetto anche di attentati,

possiede quote di partecipazione nella “San Pantaleone srl”, della quale

risulta socio anche Francesco Mancuso, noto esponente del gruppo

criminale omonimo.

 

Della società G.D.S. s.r.l’, con sede in Salerno, è socio anche Salvatore

Michele Scuto, figlio di Sebastiano Scuto che ha precedenti per

associazione per delinquere di tipo mafioso e secondo la D.N.A.

verosimilmente affiliato alla potente famiglia mafiosa dei Laudani di

Catania116. Attualmente Antonino Giuseppe Gatto, è Presidente del

Comitato Direttivo di Despar Italia e cioè dell’Organo che definisce le

principali strategie, le scelte e le politiche di Despar Italia sul territorio

nazionale. Dello stesso Comitato Direttivo è componente Scuto

Salvatore.

 

116 Audizione del Procuratore Aggiunto DNA dott. Emilio Ledonne.

 

Non è superfluo richiamare l’operazione ultimata nel dicembre 2007 da

D.I.A. e Polizia di Stato di Trapani nei confronti di Giuseppe Grigoli,

considerato il braccio finanziario del ben noto latitante Matteo Messina

Denaro. L’imprenditore, che rifornisce i supermercati Despar della

Sicilia Occidentale, è accusato di concorso esterno in associazione

mafiosa, ed a suo carico è stato ordinato anche il sequestro di beni e

società per un valore di 200 milioni di euro. Su tutta questa vicenda, le

cui indagini erano state sollecitate su impulso della D.N.A. e

 


 

 

successivamente archiviate dall’ex Procuratore di Catanzaro Mariano

Lombardi, si sono aperti nuovi filoni di inchiesta come riferito

nell’audizione della D.D.A. di Catanzaro in Commissione Antimafia.

8. Europaradiso

 

 

Sempre con soldi pubblici, tra Crotone e la Riserva della Foce del Neto,

avrebbe dovuto sorgere “Europaradiso”, il più grande complesso turistico e

di giochi acquatici del Meridione, sul modello delle mega strutture

turistiche andaluse della Costa del Sol’ La vicenda è emblematica del

grumo di interessi che si possono intrecciare tra gli appetiti delle cosche e

poco trasparenti operazioni finanziarie internazionali e come, al di là degli

aspetti corruttivi, possano anche alterare gli equilibri ambientali e

territoriali piegati agli interessi privati. Il rapporto della Polizia giudiziaria

del 21.02.2005 riassume così l’iniziativa:117

1. Il 18.2.2005 alle ore 10,00 presso la Sala Consiliare del Comune di

Crotone è stato presentato il progetto di trasformazione di un.area di

10mila ettari prospiciente al mare nel più grande complesso residenziale

turistico del Mezzogiorno, con la realizzazione di 120 mila posti letto

tra residence ed alberghi e occupazione di 4 mila persone. L’area,

ubicata in località Gabella tra Crotone e la foce del fiume Neto, è stata

giudicata di particolare interesse turistico per le spiagge ed il clima

favorevole, nonché per la presenza di un porto e di un aeroporto

sottoimpiegati. Sono stati prospettati investimenti per 5-7 miliardi di

euro, che mirano a trasformare questa parte di costa calabrese sul

modello della Costa del Sol spagnola.

 

117 Dalla Relazione annuale di Dicembre 2006 della D.N.A.

 


 

 

2. Il gruppo imprenditoriale che si dovrebbe far carico dell’investimento è

rappresentato da David Appel’ Le società che gestiranno l’investimento

sono:

 

- “Europaradiso International” S.p.A. costituita il 10.11.2004 con sede

a Crotone via Libertà presso lo studio di un commercialista; figura

come amministratore unico Appel Gil, nonché altri cittadini

crotonesi di non elevato spessore imprenditoriale.

- “Europaradiso Italia” s.r.l’ costituita nella stessa data e con la stessa

sede della precedente; amministratore unico è sempre il citato Appel

Gil’ I finanziamenti dovrebbero provenire dai Fondi di investimento

internazionali (…).

 

 

 

Interessato all’esecuzione del progetto di Appel sarebbe un noto

personaggio del crotonese, in collegamento con ambienti malavitosi locali

e fondatamente sospettato di riciclare, in Italia ed all’estero, il “denaro

sporco” per conto della cosca mafiosa Grande Aracri di Cutro. Tali sospetti

sono risultati confermati dalle indagini bancarie effettuate dal Reparto

Operativo Carabinieri di Crotone e dalla D.I.A. di Catanzaro, che hanno

riscontrato movimentazioni finanziarie sui conti correnti del soggetto in

questione dell’ordine di milioni di euro senza alcuna apparente

giustificazione.

Attualmente il progetto è fermo anche per iniziativa della Regione

Calabria. È chiaro che la scelta dell’imprenditore di realizzare a Crotone il

proprio progetto (dopo aver fallito su un.isola greca per il rifiuto delle

istituzioni locali), oltre a ragioni climatiche era dovuto ad una presunta

valutazione di disponibilità “ambientale” verso un.operazione che per

realizzarsi non doveva avere vincoli, né rispondere a rigide regole di

trasparenza politica e amministrativa.

 

 


 

 

 9. I patrimoni mafiosi

La forte incidenza della vera e propria patologia calabrese nella gestione ed

erogazione dei fondi comunitari, legata anche al livello di penetrazione

della „ndrangheta nelle istituzioni pubbliche, a vario titolo coinvolte nei

procedimenti amministrativi di erogazione dei fondi, è ricavabile anche

dall’analisi dei casi di frodi complessivamente svolta a livello annuale

dall’OLAF.

 

L’incidenza finanziaria totale delle irregolarità, compresi i sospetti di frode,

stimata per l’intera Unione Europea, era stata, nel 2006, di 1.155,32 milioni

di euro, con 12.092 irregolarità comunicate da tutti gli stati membri.118 Il

dato inquietante è che nella sola Calabria, con una popolazione pari a circa

lo 0,4% di quella europea, si consuma l’1,58% del totale delle frodi ai

danni del bilancio comunitario e le indebite percezioni in Calabria

ammonterebbero a circa il 6,54% del totale comunitario.

A fronte del quadro appena descritto risulta evidente che il rafforzamento

economico e finanziario della „ndrangheta è passato anche attraverso una

paziente ed incessante opera di appropriazione indebita di pubblici

finanziamenti destinati al sistema delle imprese.

Questo costante travaso non è stato e non è sufficientemente contrastato

dalle pubbliche amministrazione regionali e locali, anche quando esse non

risultano contigue o non favoriscono direttamente le indebite

appropriazioni.

 

118 Ibidem, tabella 1, 6. Il totale comprende Risorse proprie, FEAOG – Garanzia, Fondi strutturali e

fondo di coesione e Fondi di preadesione.

 

Così come, assolutamente insufficiente appare la legislazione in materia di

controlli sui procedimenti di aggiudicazione, lasciati esclusivamente al

potere di auto-organizzazione delle stesse amministrazioni erogatrici dei

 


 

 

finanziamenti, creando un meccanismo di commistione e di autotutela

reciproca tra controllori e controllati.

Il potenziale economico della mafia calabrese, la capacità pervasiva dei

suoi capitali ed il suo dinamismo sui mercati internazionali ripropongono la

centralità dell’aggressione alle ricchezze ed ai capitali mafiosi per incrinare

la forza delle cosche sul territorio e la loro capacità di conquistare consenso

sociale.

Nel corso della XIII legislatura la Commissione parlamentare d.inchiesta

sul fenomeno della mafia approvò una relazione sullo stato della lotta alla

criminalità organizzata in Calabria in cui veniva posto l’accento sul divario

crescente tra ricchezze criminali e numero e valore dei beni individuati, a

loro volta di gran lunga maggiori rispetto a quelli posti sotto sequestro ed a

quelli poi fatti oggetto di confisca.

L’inchiesta condotta da questa Commissione ha consentito, in più

occasioni, di riscontrare il permanere delle difficoltà in cui versa l’azione di

contrasto patrimoniale; difficoltà accentuate dalla scelta operata dalle

cosche di separare nettamente i canali della conduzione materiale del

traffico di sostanze stupefacenti dai canali finanziari (attraverso cui

vengono effettuati i pagamenti relativi al traffico di stupefacenti e gli

investimenti dei profitti illeciti) e rese plasticamente visibili dall’enorme

divario tra beni sequestrati e beni confiscati.

È interessante comprendere quanto, nonostante gli sforzi ed i risultati

ottenuti dalla magistratura e dalle forze di polizia, di fronte alla potenza

economica accertata della „ndrangheta sia risibile il livello dell’aggressione

ai suoi patrimoni.

 

Secondo i dati forniti dall’Agenzia del Demanio ed aggiornati al dicembre

2006, sul territorio della Calabria insistono 1.093 beni immobili confiscati

 


 

 

dal 1982 al 2006, pari al 15% degli immobili confiscati in totale sul

territorio nazionale.

Più in dettaglio, sul totale di 1.093 beni immobili confiscati, la consistenza

per tipologie è la seguente:

 

. abitazioni 562, pari al 51,4% del totale

. terreni 363, pari al 33,2% del totale

. locali 122, pari all’11,1 % del totale

. capannoni 18, pari all’1,6% del totale

. altri beni immobili 28, pari al 2,6% del totale

 

 

 

Per quanto concerne il rapporto tra il territorio calabrese e l’attività di

confisca, i beni immobili confiscati nella regione sono 886, pari al 12% del

totale nazionale confiscato.

All’esito di recenti indagini giudiziarie è stato accertato che, sul totale di

1.093 beni immobili confiscati esistenti nel territorio calabrese, oltre 800

sono i beni immobili confiscati nella sola provincia di Reggio Calabria; di

essi, poco più di 300 risultano consegnati dall’Agenzia del Demanio alle

competenti amministrazioni comunali.

Dall’indagine è emerso che gli immobili confiscati e consegnati a 25

comuni della provincia di Reggio Calabria, compreso il comune capoluogo,

hanno avuto la seguente sorte:

 

- sono stati assegnati ad enti e/o associazioni con notevole ritardo;

- alcuni di essi non sono stati mai assegnati ad alcun ente;

- altri ancora risultano in uso e/o nella disponibilità dei soggetti nei cui

confronti lo Stato aveva proceduto alla confisca.

 

 

In relazione ai fatti appena riportati in sintesi, sono state accertate

responsabilità di rilievo penale a carico di amministratori e funzionari di 25

comuni della provincia di Reggio Calabria,119 compreso il comune

 

119 Sono i Comuni di Africo, Ardore, Bruzzano Zefirio, Cinquefrondi, Condofuri, Giffone, Gioia Tauro,

Gioiosa Ionica, Marina di Gioiosa Ionica, Melicucco, Melito Porto Salvo, Molochio, Oppido

 


 

 

Mamertina, Palmi, Reggio Calabria, Rizziconi, Rosarno, San Luca, San Procopio, Seminara, Siderno,

Sinopoli, Varapodio, Villa San Giovanni.

120 Analoghe situazioni sono state accertate a Condofuri, Marina di Gioiosa Ionica, Palmi, Molochio,

Reggio Calabria, Villa San Giovanni.

 

capoluogo. Peraltro, in alcuni casi sono state accertati diretti legami di

parentela tra amministratori e funzionari dei Comuni in questione e soggetti

appartenenti alla ndrangheta.

Le condotte accertate nel corso delle indagini sono sintomatiche, da un

lato, delle difficoltà a rendere efficace un.azione che miri alla sottrazione

alle cosche della disponibilità di beni di provenienza illecita; dall’altro lato

offrono la possibilità di comprendere quanta resistenza oppongano le

organizzazioni colpite da provvedimenti di sequestro o confisca dei beni.

 

Un esempio dell’arrogante potere esercitato dalle cosche sul territorio

anche con riferimento all’azione che lo Stato riesce a portare avanti in

questo campo, può essere tratto dal comune di Gioia Tauro, ove sono state

riscontrate situazioni in cui soggetti appartenenti a cosche molto forti come

quelle facenti capo alle famiglie Piromalli e Molè hanno ancora nella

propria disponibilità i beni ad essi confiscati;120 a ciò si aggiunga

l’opposizione e la reazione delle cosche all’assegnazione dei beni confiscati

a finalità sociali, come previsto dalla legge 109/1996: a tal proposito, non si

può dimenticare, per restare agli avvenimenti degli ultimi tempi, la

distruzione dei macchinari e danneggiamenti ai capannoni della

cooperativa agricola Valle del Marro - Libera Terra nell’estate del 2007. La

cooperativa sorta nel 2004 e animata dal parroco di Polistena, Don Pino De

Masi, gestisce 60 ettari di terreno confiscato alle cosche Piromalli Molè e

Mammoliti.

I danni subiti per oltre 25 mila euro sono stati però rapidamente risarciti

grazie alla solidarietà di associazioni ed istituzioni scattata in tutta Italia.

Simile la situazione per le aziende confiscate alla „ndrangheta.

 


 

 

Dai dati forniti dall’Agenzia del Demanio emerge che nel periodo

1982/2006 in Calabria sono state confiscate 59 aziende, pari al 7% del

totale delle aziende confiscate su scala nazionale.

Più in dettaglio, la tipologia di beni aziendali confiscati risulta la seguente:

 

. imprese individuali 35, pari a circa il 60% del totale;

. società nomi comuni 5, pari all’8,5% del totale;

. soc. in accom. semplice 9, pari a circa il 15% del totale;

. soc. a responsab. limitata 9, pari a circa il 15% del totale;

. società per azioni 1, pari a circa l’1,5% del totale.

 

 

 

Rispetto al dato nazionale si rileva una differenza: la maggior parte delle

aziende confiscate, circa il 60%, è costituita da imprese individuali, alle

quali si aggiunge circa il 24% di società di persone (s.a.s. e s.n.c.). La

media nazionale, invece, evidenzia che il 51% delle aziende confiscate è

rappresentato da società di capitali.

Le aziende confiscate operavano nei seguenti settori: costruzioni (16),

commercio (18), alberghi e ristoranti (2), agricoltura (14), trasporti e

magazzinaggio (3), manifatturiero (2), estrazione di minerali (1), pesca (1),

altre attività (2). Questi dati molto parziali indicano la tendenza della

„ndrangheta ad investire nei settori del commercio, delle costruzioni e

dell’agricoltura.

Anche per la Calabria, infine, si confermano i gravi limiti, fino al danno per

la credibilità del contrasto ai patrimoni ed alle ricchezze mafiose,

dell’azione dell’Agenzia del Demanio nella gestione dei beni. Si ripropone,

quindi, l’esigenza di un suo superamento parallelo all’adeguamento

dell’intera legislazione sulla materia.

 

 


 

 

 CAPITOLO VI

Salute pubblica

1. Sanità e corruzione

La sanità è il buco nero della Calabria, è il segno più evidente del

degrado, è la metafora dello scambio politico-mafioso, del disprezzo

assoluto delle persone e del valore della vita.

 

Il mondo della sanità è importante, innanzitutto, per “l’occupazione

che assicura e l’indotto che ne deriva... Di qui gli investimenti della

criminalità organizzata, non solo di tipo economico (con la realizzazione di

attività imprenditoriali nello specifico settore), ma anche, e soprattutto, su

soggetti politici ad essa legati”.121 Soldi e uomini. Questa è la miscela che

fa andare avanti le cose, i capitali veri, animati ed inanimati, di cui dispone

la „ndrangheta.

Le parole del giudice reggino sono contenute in un.ordinanza di

custodia cautelare in carcere che ha riguardato, tra gli altri, Domenico Crea

consigliere regionale in carica, esponente principe del moderno

trasformismo calabrese ed italiano, uomo dalle molteplici frequentazioni

politiche: nel giro di tre anni è passato dal centro-destra con l’UDC, al

centro-sinistra con la Margherita per ritornare al centro-destra con la nuova

DC dell’on. Rotondi. E. stato assessore all’urbanistica e all’ambiente,

all’agricoltura e al turismo. E. passato da un assessorato ad un altro, da un

partito all’altro. Un funambolo.

 

121 GIP/GUP Reggio Calabria, N° 1272/07 R.G.N.R.D.D.A.

 

 

 Sul suo funambolismo è bene leggere quanto scrive il GIP di Reggio

Calabria: “La storia politica recente del Crea Domenico, infatti, è costituita

 


 

 

da cambi repentini di “casacca”, come quello del transito dallo

schieramento di centro destra a quello opposto (e viceversa), a

dimostrazione dell’assoluta mancanza di idee politiche, che accompagna

soltanto logiche di interesse; di sconfitte elettorali, come quella patita nelle

elezioni amministrative regionali del maggio 2005; da brusche modifiche

in tutti i rapporti interpersonali, come quelli rilevati nel momento

dell’avvenuto provvedimento di surroga del novembre 2005, scaturito a

seguito dell’omicidio dell’Onorevole Fortugno. Su tutto emerge in maniera

preponderante l’ultima campagna elettorale per le elezioni Provinciali,

temporalmente successiva al noto fatto di sangue.

Come emerge dall’ordinanza del GIP, le doti trasformistiche di Crea si

esaltano e si realizzano proprio alle elezioni provinciali, allorquando Crea

riesce a penetrare e candidare i suoi uomini in una delle due liste promosse

dalla Margherita nella quale è confluita l’area dei popolari di cui è

riferimento la stessa On. Maria Grazia Laganà Fortugno, impegnata, già in

quel periodo, nella battaglia pubblica per avere la verità sull’omicidio di

suo marito.

E. la sanità il centro dell’ordinanza; in questo caso la sanità privata

dove le incursioni della „ndrangheta, i suoi condizionamenti e le sue

infiltrazioni appaiono in tutta la loro devastante profondità al punto che il

GIP ha disposto “il sequestro preventivo della società srl Villa Anya, delle

sue quote sociali, dell’intero compendio aziendale e del complesso

immobiliare in cui è collocata”.

Ma neanche la sanità pubblica è stata esente da infiltrazioni della

„ndrangheta. E. storia di oggi, ma è anche storia di ieri, cominciata tanti

anni fa e mai interrotta. A conferma, se mai se ne fosse avvertita la

necessità, di una cattiva amministrazione, di irregolarità, di piccole e grandi

illegalità, di diffuse pratiche clientelari, di rapporti mafiosi che durano nel

tempo.

 


 

 

 2. 1987. Taurianova e Locri: le prime USL sciolte

Con due decreti datati 15 aprile 1987 il Presidente della Repubblica

stabiliva lo scioglimento delle USL di Taurianova e di Locri. La situazione

era arrivata ad un punto di non ritorno. Le relazioni che accompagnavano il

decreto erano firmate da Oscar Luigi Scalfaro, all’epoca ministro

dell’interno. In modo molto eloquente, seppure sintetico, era descritto

quanto era accaduto a Taurianova e a Locri. Ne risultava un quadro

davvero desolante ma nello stesso tempo illuminante delle ragioni di fondo

che avrebbero permesso alla „ndrangheta di dominare quelle realtà.

A Taurianova il presidente del comitato di gestione assumeva

direttive ed iniziative “illegittime” e aveva “da tempo informato la propria

azione a criteri arbitrari e clientelari. Alla condotta del presidente del

comitato di gestione dell’unità sanitaria locale che è stato più volte colpito

da gravi condanne penali per fatti connessi alla sua qualità di pubblico

ufficiale, ha fatto riscontro, in perfetta unità d.intenti, l’operato non meno

illegittimo ed arbitrario degli organi collegiali dell’unità sanitaria locale, i

cui provvedimenti – a citare i più salienti – in materia di fornitura, di

acquisti, di assunzioni e carriera del personale sono stati adottati con la

violazione di ogni procedura amministrativa, con la persistente

trasgressione delle norme contabili”.

 

Ancora più pesante la situazione dell’Usl di Locri dove c.era “un

retroscena amministrativo caratterizzato sostanzialmente da ingerenze di

tipo mafioso, lottizzazioni ed irregolarità gestionali di ogni genere. La

situazione trova così origine nelle numerose azioni di stampo mafioso

commesse da componenti dell’unità sanitaria locale e rivolte ad acquisire

profitti illeciti con inevitabili danni per la stessa gestione dell’ente. Il

condizionamento mafioso si è estrinsecato, oltre che con atti di violenza

 


 

 

intimidatoria nei confronti di persone interessate alla gestione dell’unità

sanitaria locale o comunque orientate a denunziare le disfunzioni

amministrative, anche nello svolgimento dell’attività amministrativa

riguardo alle certificazioni richieste dalla legge antimafia per gli appalti di

opere pubbliche, e per le stesse assunzioni nell’ente, condizionate

dall’appartenenza ad associazioni di stampo mafioso”. A completezza della

situazione c.è solo da aggiungere che il presidente era stato tratto in arresto

e i membri del comitato di gestione erano stati raggiunti da comunicazioni

giudiziarie.

3. 2006. Locri, il secondo scioglimento

 

 

A distanza di venti anni da quei fatti, la relazione Basilone,122

desecretata nel febbraio 2008 su iniziativa di questa Commissione

parlamentare, mostra come i fenomeni degenerativi presenti nel 1987 negli

anni si siano aggravati, diventando normalità di relazioni interne e

metodologia permanente di gestione. L’A.S.L’ n. 9 di Locri al momento

dell’accesso della Commissione aveva 1.630 dipendenti e 366 medici

esterni convenzionati.

 

122 Ufficio territoriale di Governo, Prefettura di Reggio Calabria, Relazione conclusiva in data 26 marzo

2006 a firma del prefetto Paola Basilone.

 

Secondo la relazione le attività dell’A.S.L’ sono state fortemente

condizionate dal tessuto socio-economico e dalle pressioni della

„ndrangheta. Sull’amministrazione sanitaria “si sono concentrati gli

interessi della criminalità e perpetrata una diffusa compressione, se non una

forte intimidazione, dell’autonomia dell’ente. Ne è conseguita un.attività

dell’amministrazione sanitaria non sempre ispirata ai criteri di buon

andamento e di imparzialità, ed anzi spesso ben lontana dalla applicazione

delle regole di giusto procedimento di legge perché soggetta alle pressioni

 


 

 

che ne hanno compromesso il regolare funzionamento. In generale tale

compromissione è risultata evidente proprio, e non a caso, nei settori della

spesa e quindi dell’utilizzo delle risorse economiche pubbliche”.

Il sistema perverso era individuato in particolare in alcune pratiche

amministrative che mostravano un discutibile approccio alla gestione dei

fondi pubblici. Ad esempio, per gli accreditamenti delle strutture private “si

è assistito ad un diffuso e sistematico sforamento dei tetti di spesa, che non

solo ha determinato un dilagante fenomeno di indebitamento sommerso

(rapporto tra prestazioni pagate e prestazioni realizzate a carico del sistema

sanitario) della A.S., ma che al contempo ha comportato indebiti vantaggi

economici da parte di strutture private i cui soci sono risultati spesso

interessati da precedenti penali o di dubbia moralità”.

Dunque, sin dall’inizio la Commissione individuava un punto

cruciale nella gestione delle pratiche amministrative che svantaggiava la

sanità pubblica e favoriva la sanità privata, con interlocutori che quando

non erano diretta espressione delle cosche, erano collocabili in una zona di

frontiera con i loro interessi.

Nel solo anno 2004, innovando precedenti prassi di contratti

bilaterali l’A.S.L’ aveva stipulato contratti multilaterali con 27 diverse

strutture private. Per ciascuna struttura avrebbe dovuto acquisire la relativa

certificazione antimafia. Ma le certificazioni non erano inserite nel

procedimento perché mai, in nessun momento, erano state richieste

dall’amministrazione dell’Azienda. Così, nel quadriennio 2002-2005 sono

state riconosciute prestazioni di servizi – tra l’altro per importi rilevanti e

superiori al previsto – che in presenza della certificazione antimafia

prevista dalla legge sarebbero stati precluse.

Alcuni esempi di rapporti con strutture esterne sono eloquenti e

soprattutto spiegano quanto è accaduto.

 


 

 

Società Medi-odonto-center con sede a Gioiosa Ionica.

L’amministratore unico della società era Domenico Tavernese. Era stato

arrestato nel 1993 “per il reato di associazione di tipo mafioso, estorsione

ed usura”. Il procedimento penale aveva coinvolto anche appartenenti alla

famiglia mafiosa degli Aquino la cui base di attività è il comune di Marina

di Gioiosa Ionica. Alla fine delle sue traversie giudiziarie Tavernese è stato

condannato per il reato di usura. La relazione “Basilone” dava conto anche

delle frequentazioni, andate avanti fino all’ottobre del 2005,

dell’amministratore unico con esponenti di vertice della cosca Ursino-

Macrì legata agli Aquino. “È da sottolineare la sostanziale inerzia della

A.S. che in seguito alla sentenza divenuta irrevocabile, di condanna, non ha

mai verificato la sussistenza dei requisiti morali per il proseguimento del

rapporto con il laboratorio, che pertanto ha continuato ad erogare

prestazione retribuite dall’Amministrazione, peraltro con importi ben

superiori a quelli consentiti”.

Il Pio Center, centro di ricerca clinica e patologia medica con sede a

Bovalino. Il laboratorio di ricerca è stato interessato da due provvedimenti

di sequestro beni nel 2004 “in quanto considerato, dagli inquirenti, facenti

parte del patrimonio di Antonio Nirta” di San Luca. Non un boss qualsiasi,

ma uno dei capi storici della „ndrangheta, protagonista della faida che ha

portato alla strage di Duisburg.

 

Il centro diagnostico sorgeva all’interno di un edificio di cinque piani

intestato ad Antonia Giorgi, moglie di Antonio Nirta. Il 96% del capitale

sociale è detenuto dal Poliambulatorio Salus S.r.l’ le cui quote sociali sono

detenute dal medico Maria Immacolata Pezzano cognata di Giuseppe Nirta,

figlio di Antonio Nirta. Lo stesso Poliambulatorio ha intrattenuto nel tempo

“rapporti convenzionali con l’Azienda Sanitaria di Locri”. Anche in questo

caso c.è da registrare “la sostanziale inerzia della A.S. che non ha mai

acquisito, come già detto, nessuna informazione o comunicazione antimafia

 


 

 

sulla struttura e compagine societaria accreditata, che poi è risultata infatti

colpita da misure cautelari”.

Centro ricerche cardiovascolari per la cardiologia D.A. Cooley con

sede a Bovalino. Anche questa società è stata interessata dal sequestro dei

beni per la porzione di quota di proprietà di Filippo Romeo di San Luca,

socio accomandatario fino al 1999. Il sequestro “è scaturito sulla base dei

sufficienti indizi circa l’appartenenza dei preposti alla consorteria mafiosa

Romeo-Pelle operante nel territorio di San Luca e zone limitrofe. E.

evidenziato nel decreto di sequestro che i beni riportati nel provvedimento

sono di valore sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati e alle attività

svolte dai preposti e comunque riconducibili ad attività illecite. Il

provvedimento n.78/2001 emesso dal Tribunale sezione misure di

prevenzione di Reggio Calabria sottolinea come “il gruppo in questione,

presente massicciamente proprio per il suo ruolo egemone in svariate fette

del mercato dell’illecito, al fine di aumentare considerevolmente la sua

disponibilità finanziaria ed il suo prestigio, avrebbe dovuto provvedere ad

uno spostamento del baricentro degli interessi economici, prima garantiti

quasi esclusivamente dai proventi derivanti dai sequestri di persona e dagli

appalti, per orientarsi verso nuove fonti di guadagno, quali in particolare il

traffico di stupefacenti”. Altri soci avevano precedenti penali e

continuavano a frequentare uomini ed esponenti delle diverse famiglie

mafiose. Ovviamente quando non erano impegnati ad occuparsi di sanità!

Non mancano poi le convenzioni con società, associazioni e

cooperative, ovviamente “senza fine di lucro”, dove la presenza di uomini

legati, direttamente o indirettamente, alla „ndrangheta è sicuramente

rilevante. Nei primi cinque anni del 2000, secondo la Commissione

Basilone, hanno percepito rilevanti somme di denaro.

 


 

 

CO.S.S.E.A. – società cooperativa sociale con sede a Gioiosa Ionica.

Le cariche della società erano ricoperte da alcune persone che avevano

precedenti penali.

A.R.P.A.H. – Associazione per la ricerca sulla problematica degli

anziani ed handicappati con sede legale ad Africo. In questa associazione le

cariche sociali erano ricoperte da persone che avevano molteplici

frequentazioni con soggetti gravati da precedenti penali e per reati di tipo

mafioso.

4. Convenzioni e appalti

Altro capitolo particolarmente inquietante dell’A.S.L’ di Locri era quello

relativo alla remunerazione delle convenzioni con le strutture private

accreditate a fornire prestazioni. Il pagamento era regolato da precise

norme che in ogni caso prevedevano la riconducibilità della spesa entro il

tetto massimo stabilito dal contratto multilaterale.

 

In realtà il tetto di spesa complessivamente sostenuto nel periodo

2000/2005 è stato pari a “€ 88.227.864,90, e cioè quasi il doppio della

spesa massima autorizzabile se calcolata moltiplicando per 6 (e quindi con

largo margine di prudenza) il tetto di spesa annuale più prossimo, pari a

8.262.414,90 (limite di spesa annuo 2004). E. risultato che il numero di

interventi pagati nel periodo 2000/2005 sia stato pari a 11.224.919,00 su un

campione di popolazione di circa 135.000 abitanti, mentre il tetto massimo

di interventi, autorizzato per l’anno 2004, era di 1.050.634,00.

“Particolarmente eclatante – secondo la relazione Basilone - è il caso del

laboratorio Fiscer, il cui tetto di spesa autorizzato, nel periodo 2000/2005, è

pari a € 10.131.780,00 (dato effettivo 2004 moltiplicato per 6, secondo il

parametro teorico di confronto), mentre risultano fatture effettivamente

pagate, nel medesimo periodo, per un importo di € 31.544.414,00”. Il

 


 

 

direttore sanitario del laboratorio era Pietro Crinò, in passato era stato

raggiunto da più procedimenti di polizia.

Altro punto di notevole sofferenza è quello legato agli appalti, settore

cruciale per ogni pubblica amministrazione e storico veicolo di

penetrazione della „ndrangheta.

 

“Gli accertamenti compiuti in sede di accesso hanno permesso di

ricostruire un.assoluta e probabilmente non del tutto ostacolata

disorganizzazione dell’ufficio che avrebbe dovuto occuparsi della gestione

degli appalti. Da un lato vi è l’ufficio tecnico che gestisce gli appalti di

opere e lavori pubblici, dall’altro l’ufficio provveditorato che a sua volta è

disarticolato perché da una parte gestisce le procedure di evidenza pubblica

e, con separata struttura, procede agli acquisiti a trattativa privata, plurima

o diretta”.123

 

123 Ufficio territoriale di Governo, Prefettura di Reggio Calabria, Relazione conclusiva in data 26 marzo

2006 a firma del prefetto Paola Basilone.

124 Ibidem

125 Ibidem

 

Emerge un quadro davvero impressionante di mala sanità e di

evidenti cointeressenze tra amministratori e uomini delle „ndrine che si

sono realizzate apparentemente grazie al modo volutamente superficiale e

distorto di amministrare e di erogare fondi pubblici, in realtà per effetto di

un preciso modo di amministrare finalizzato ad abbattere i vincoli di

trasparenza e la soglia di legalità, per favorire la permeabilità a vantaggio

degli interessi mafiosi. In ciò contando sulla diffusa impunità o sui condoni

o sulla depenalizzazione delle diverse leggi finanziarie. Forse solo così è

possibile spiegare il diffuso ricorso al sistema di: “acquisto diretto di

forniture e servizi; acquisto diretto a trattativa privata”.124 Inoltre “si è

accertata una violazione sistematica della normativa antimafia, con

mancata attivazione delle procedure di richiesta di certificazione per

frammentazione delle forniture, tali da renderle di valore inferiore ai limiti

di soglia richiesti dalla legislazione vigente”.125

 


 

 

Tutto ciò, è sempre bene ricordarlo, in una zona come la locride dove

esiste una fortissima e storica concentrazione di famiglie e tra le più

prestigiose dell’intera „ndrangheta calabrese. Le dinamiche criminali del

versante ionico hanno confermato la supremazia e la leadership dei locali di

Platì, San Luca ed Africo, con le famiglie Barbaro, Romeo e Morabito-

Palamara-Bruzzaniti, molto attive nel settore del traffico nazionale ed

internazionale di stupefacenti. La famiglia Iamonte controlla i territori di

Melito Porto Salvo e Montebello Ionico. A Locri, seppure ancora in guerra,

ci sono i Cordì e i Cataldo. Nell’area operano altresì le cosche Nirta,

Barbaro, Pelle, Commisso e Mazzaferro. A Marina di Gioiosa Ionica sono

presenti le cosche Aquino-Scali, Mazzaferro-Ierinò e Ursino-Macrì. A San

Luca sono presenti anche i Giampaolo e gli Strangio, legati ai Nirta mentre

i Maesano-Paviglianiti-Pangallo sono presenti a Roccaforte del Greco, S.

Lorenzo, Roghudi e Condofuri.

E. difficile immaginare che gli amministratori e gli esponenti politici

di riferimento in una realtà così connotata non sapessero che determinate

pratiche, come il ricorso alla trattativa privata e l’acquisto diretto di

forniture e servizi, non fossero condizionate dalla presenza delle „ndrine né

è immaginabile che non conoscessero i titolari e le reali “proprietà” delle

strutture di volta in volta, beneficiarie di contratti e accrediti che come si è

visto, sono pesantemente inserite nei principali settori economici produttivi

e di servizi.

La libertà di mercato, con le sue regole e i suoi attori sociali, non è di

queste terre. Né lo Stato e le istituzioni hanno avuto qui la capacità di

imporsi. In queste latitudini prevalgono le leggi della „ndrangheta anche

all’interno dell’A.S.L’ dove ha propri aderenti ed affiliati e può contare su

un vero e proprio sistema di complicità ed acquiescenze.

 

Non a caso la Commissione d.accesso ha rilevato che “la gestione

degli appalti esaminati è avvenuta con modalità tali da evidenziare una

 


 

 

violazione delle regole di evidenza pubblica, e più in particolare delle

norme che disciplinano le forme concorrenziali del mercato, poste invece a

tutela dell’imparziale scelta del contraente, e nell’interesse

dell’Amministrazione. La A.S. ha spesso fatto ricorso a rinnovi o proroghe

dei contratti già esistenti, a trattativa privata, eludendo gli obblighi della

gara. Il ricorso a tale sistema di gestione è avvenuto in modo troppo

frequente da non poter lasciar intendere che l’esigenza della proroga fosse

sempre effettivamente conseguente ad una obiettiva ragione di urgenza e

non invece ad un deliberato comportamento dell’ente di eludere i principi

di legalità. E ciò è confermato dalla circostanza che una volta prorogato il

precedente contratto con la motivazione che occorreva garantire la

continuità del servizio, l’azienda non provvedeva contestualmente a

bandire alcuna gara. Di fatto, sotto le mentite spoglie di una proroga per

garantire il precedente servizio, si nascondeva una vera e propria

aggiudicazione di un nuovo contratto a trattativa privata”.126

Il giudizio è molto duro e va al cuore di un vero e proprio sistema

che si ripropone con frequenza e si autoriproduce.

 

126 Ibidem

127 Ibidem

 

A riprova di tutto ciò, la vicenda dell’affidamento alla Coop. Service,

di Locri, del servizio di pulizia di tutti i presidi ospedalieri di Siderno e di

Locri. L’incarico è stato affidato a trattativa privata senza che siano stati

chiariti i criteri di affidamento e neanche l’importo da corrispondere.

“Complessivamente, dall’esame dell’elenco fatture fornito dal servizio

ragioneria dell’Azienda Sanitaria, sono stati erogati, nel periodo

2000/2005, a favore della cennata società cooperativa, euro

8.461.383,82”.127 Ancora una volta, e nonostante la cifra erogata lo

imponesse, nessuna richiesta dell’informativa antimafia è stata inoltrata

alla Prefettura di Reggio Calabria.

 


 

 

La cooperativa ha una situazione alquanto particolare e tipica delle società

di copertura. Infatti i soci-dirigenti sono immuni da “segnalazioni o

denuncie di rilevanza penale”, mentre ben diversa è la situazione dei 154

soci dipendenti, dei quali 125 donne e 29 uomini. 85 di loro sono residenti

nel comune di Locri, e di questi “ben 23 sono legati da vincolo di parentela

diretto, perché figli o addirittura coniugi, con appartenenti di primo piano

delle organizzazioni mafiose locali”.128

5. I dipendenti

Alcuni esempi ci danno l’idea delle pesanti e profonde infiltrazioni

delle „ndrine, del condizionamento permanente, quotidiano, sui dipendenti

delle strutture ospedaliere, sui degenti e sui familiari in una realtà come

quella di Locri dove tutti conoscono tutti:

Domenico Audino, è figlio di Pietro Audino, noto esponente della

famiglia mafiosa Cordì;

Anna Maria Pittelli è moglie di Antonio Cataldo “ritenuto dalle forze

di polizia uno dei vertici della cosca mafiosa dei Cataldo operante nel

comune di Locri e zone limitrofe”. Quest.ultimo è figlio di Nicola Cataldo,

„boss. dell’omonima cosca unitamente al fratello Giuseppe. Inoltre Antonio

Cataldo è fratello di Francesco con a carico numerosi precedenti penali e di

polizia tra i quali quello di associazione mafiosa.

 

128 Ibidem

 

Pasqualina Mollica, il cui coniuge è Pietro Audino. “Lo stesso è

ritenuto dagli inquirenti personaggio inserito nell’organizzazione mafiosa

dei Cordì di Locri, sospettato di essere specializzato, all’interno del gruppo

mafioso, nei furti e negli atti intimidatori. Pietro Audino è stato arrestato

 


 

 

nel mese di giugno del 1999 per il reato di associazione di tipo mafioso e

scarcerato nel giugno del 2002”.129

 

129 Ibidem

130 Ibidem

131 Ibidem

 

Sonia Zanirato è convivente con Francesco Cataldo attualmente

detenuto per associazione di tipo mafioso. Francesco Cataldo è figlio di

Nicola e fratello di Antonio. “Lo stesso è ritenuto capo indiscusso

dell’omonimo clan mafioso sospettato dagli organi di polizia di dirigere il

racket dei lavori pubblici e privati, nonché di imporre la tangente per i

lavori che vengono eseguiti nel territorio di Locri, ricadenti sotto il

controllo della famiglia e di dirigere parte del grande traffico di

stupefacenti per mezzo dei vari affiliati”.130

 

Antonella Troiano è moglie di Domenico Alecce il quale “fa parte di

una famiglia composta da altri cinque fratelli tutti pregiudicati per vari

reati. Alcuni fratelli ritenuti dalle forze di polizia socialmente pericolosi

sono stati sottoposti a misura di prevenzione. Infatti il clan Alecce a Locri

ha assunto una propria fisionomia nell’ambito della criminalità organizzata

incutendo timore sull’intera cittadinanza locrese”;131

Stella Strati è convivente di Giuseppe Cavalieri “esponente di rilievo

del clan mafioso Cordì”;

Maria Schirripa, è moglie di Salvatore Cavallo, “ritenuto dagli

inquirenti appartenete al sodalizio mafioso dei Cataldo”. Cavallo è cognato

di Aurelio Staltari rimasto ferito in un attentato durante la faida locrese e

suocero di Nicola Maciullo, affiliato ai Cataldo;

 

Loredana Floccari è moglie di Claudio Alì, appartenente alla „ndrina

dei Cataldo. “Il matrimonio con la propria consorte non ha fatto altro che

potenziare l’azione criminale dell’Alì. Infatti Loredana Floccari è figlia di

Alfredo capo dell’omonimo clan fino al giorno del suo decesso. La stessa è

sorella di Walter Floccari, che annovera numerosi precedenti di polizia,

 


 

 

nonché considerato, un elemento socialmente pericoloso facente parte

dell’omonimo clan. Le sue vicissitudini giudiziarie hanno avuto inizio dal

6/11/1989 quando è stato, unitamente ad altre persone, tratto in arrestato

perché imputato, ai sensi dell’art. 416bis, di associazione finalizzata al

riciclaggio di denaro proveniente da sequestro di persona”;132

Adele Cataldo è figlia di Michele Cataldo, deceduto, fratello di

Nicola e di Giuseppe, capi indiscussi del clan. La stessa è anche sorella di

Giuseppe, assassinato nell’anno 2005 nei pressi della propria abitazione di

Locri;

Liliana Cataldo è figlia di Nicola Cataldo, “considerato dagli

inquirenti braccio destro del fratello Giuseppe nell’organizzazione mafiosa.

Inoltre si occupa in prima persona, con l’ausilio dei figli Francesco e

Antonio, degli affari relativi alla gestione delle attività illecite e dei relativi

proventi. Il Nicola Cataldo a seguito dell’uccisione del cognato Iemma

Antonio ha assunto una posizione totalitaria all’interno della cosca dello

stesso capeggiata contando su una fittissima rete di favoreggiatori e

fiancheggiatori”. Liliana Cataldo è anche coniugata con Paolo Panetta il

quale può vantare diversi procedimenti di polizia per estorsione e porto

abusivo di armi.

 

132 Ibidem

 

 Anche gli appalti di lavori ed opere pubbliche seguono il

meccanismo sin qui descritto che prevedeva come costante il frequente

ricorso alla trattativa privata plurima. Naturalmente con simili metodi non

mancano le sorprese né le rivelazioni. “Nell’ambito delle procedure a

trattativa privata - secondo la relazione citata - si è potuto riscontrare che,

molto spesso, sono bandite gare differenti per lavori identici”. Il

responsabile dell'Ufficio tecnico dell'Azienda Sanitaria ha motivato in

questi termini una procedura che ha tutte le caratteristiche dell'unicità: “le

scelte operate in tal senso dall’Ufficio Tecnico, attesa l’esecuzione di due

 


 

 

differenti gare per l’aggiudicazione di lavori identici, relativi alle due

diverse strutture ospedaliere amministrate da questa Azienda Sanitaria,

trovano ragione, nell’opportunità che, in generale, i lavori di importo

complessivo non rilevanti, concernenti il presidio di Locri, vengono affidati

e quindi eseguiti da ditte di Locri ed analogamente, per il presidio di

Siderno, ciò al fine di evitare „dispetti. tra soggetti economici dei due

circondari”. Ovviamente in ogni appalto ci si imbatte in parenti diretti di

noti mafiosi e questo alla faccia di ogni regola, di trasparenza e legittimità

dello stesso bando di gara. ci si imbatte in parenti diretti di noti mafiosi.

Anche sulla questione del personale, materia estremamente delicata,

non mancano le anomalie. Nonostante il lavoro svolto dalla commissione

di accesso, è stato impossibile definire il quadro certo e preciso del

personale. Scrive infatti la relazione Basilone: “Sull’argomento occorre,

preliminarmente, evidenziare come la richiesta della Commissione, più

volte formulata, tendente ad ottenere il quadro complessivo degli organici

relativi alle suddette figure dirigenziali, abbia trovato parziale e non

assolutamente esaustivo riscontro da parte dell’ufficio aziendale preposto.

Pertanto, stante la mole della documentazione da acquisire e la complessità

della medesima, non si è riusciti ad avere uno scenario certo, definito

dall’Azienda, con l’identificazione del posto in organico e della relativa

figura professionale che lo ricopre. Tale circostanza era, tra l’altro, già stata

evidenziata in una relazione ispettiva redatta da un dirigente

dell’Ispettorato Generale di Finanza della Ragioneria Generale dello Stato a

seguito di una verifica”.

Sembra incredibile, ma né la Guardia di Finanza né la Prefettura di

Reggio Calabria sono venute a capo della situazione di profonda anomalia

per cui in un.Azienda sanitaria locale lo Stato non è riuscito a far luce sul

numero dei dipendenti, sul posto indicato in organico e sulla figura

professionale che quel posto è destinata a ricoprire.

 


 

 

E questo senza la presenza della commissione disciplinare mai più

ricostituita dopo le dimissioni di alcuni componenti.

Appare evidente che “per garantire il perseguimento dei propri

obiettivi, ed il controllo sulla gestione della „cosa pubblica., la pressione

sugli organi della A.S. è stata possibile anche per la presenza all’interno

dell’azienda di personale, medico e non, legato da rapporti familiari a noti

esponenti della criminalità organizzata locale o comunque interessati da

rilevanti precedenti di polizia o penali. Tale presenza denota, - continua la

relazione - tanto la causa quanto l’effetto dell’ingerenza della criminalità

organizzata nella gestione dell’azienda, perché si traduce nella possibilità

di imporre dall’esterno le scelte di assunzione o quantomeno, come si

vedrà, di impedire lo scioglimento dei vincoli lavorativi, sia al fine di tener

sempre sotto verifica, dall’interno le scelte gestionali, sia per poter

garantire la tenuta di una gestione clientelare. In questo contesto, infatti, si

spiega la mancanza presso la A.S. di una commissione di disciplina del

personale”.

Alcuni casi sono particolarmente esplicativi dell’andazzo dei tempi,

e danno della A.S.L’ di Locri una rappresentazione di zona franca per ogni

forma di legalità, di diritto, di morale. La peggiore immaginazione è

superata dalla più degradante realtà: esponenti mafiosi con sentenze passate

in giudicato che continuano a lavorare nonostante la legge lo vietasse o

mafiosi riassunti dopo trenta anni di carcere nonostante l’interdizione

perpetua dai pubblici uffici e dipendenti sanitari ospiti delle patrie galere

che continuano a percepire ininterrottamente lo stipendio. Sembra

incredibile ma è la realtà.

 

Il primo caso riguarda l’operatore tecnico originario di Locri Giorgio

Ruggia. Basta leggere le righe a lui dedicate dalla Commissione d.accesso

per avere aperto uno squarcio di estremo interesse. “Il dipendente in parola

 


 

 

era già colpito da misura restrittiva della libertà personale, ed era stato

sospeso dal servizio con delibera n. 1.180/98 con decorrenza 7.12.1998.

Successivamente con delibera n. 377/99 a seguito di un provvedimento con

il quale il Giudice per le indagini preliminari ha revocato la misura della

custodia cautelare lo stesso è stato riammesso in servizio con decorrenza

19.4.1999. Atteso che il provvedimento prevedeva una misura restrittiva

della libertà personale per un periodo superiore a tre anni, con il

provvedimento in argomento si è inteso sospenderlo cautelativamente,

nonostante la previsione di cui all’art. 5 della Legge 27.3.2001 n. 97,

integrato dall'art. 19 comma 1° e l’art. 32 quater del codice penale con cui

viene stabilito che la condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a

tre anni (per determinati delitti), importa ai sensi del suindicato art. 32 c.p.

l’estinzione del rapporto di lavoro nei confronti del dipendente a seguito di

procedimento disciplinare. Il D.G. ha ritenuto con la delibera 218/2002 che

„l’unico provvedimento utile per la tutela delle posizioni sia

dell’Amministrazione che dello stesso dipendente può individuarsi nella

sospensione cautelare con la corresponsione di un.indennità pari al 50%

della retribuzione e gli assegni familiari se dovuti per intero..

Il provvedimento raggira così la normativa. Ma vi è di più. Il Ruggia

è stato condannato con sentenza della Corte di Appello di Reggio Calabria

dell’1.2.2001, divenuta irrevocabile il 16.1.2002, a 3 anni ed 8 mesi di

reclusione con la pronuncia dell’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni.

Ciò nonostante con delibera n. 890 del 13.10.2004 il Direttore Generale

della A.S. riammette in servizio il Ruggia che difatti riprende il servizio in

data 18.10.2004, vanificando così la pronuncia giudiziale della Corte di

Appello. Il Ruggia attualmente presta servizio presso la A.S.”.

Da dove deriva tanta forza a Ruggia? E. ben possibile che gli derivi

dal fatto di essere “ritenuto „vicino. alla consorteria criminale Cordì attiva

in Locri ed in campo nazionale, contrapposta alla cosca Cataldo”.

 


 

 

 Il secondo caso è quello di Femia Resistenza, operatore professionale

di Locri assunto nell’anno 1974 e riassunto il 21 gennaio 2004, a distanza

di ben 30 anni. Nel periodo tra le due assunzioni Resistenza era stato

arrestato per associazione mafiosa, per traffico di stupefacenti ricettazione

ecc. Con sentenza della Corte di Appello di Reggio Calabria, in data

14.06.1999 irrevocabile nel 2000 Resistenza è stato condannato ad anni 10

e mesi 6 di reclusione e lire 60.000.000 di multa, interdizione perpetua dai

Pubblici Uffici e libertà vigilata per anni 3. Ciò nonostante è stato

riassunto. Era stato tratto in arresto per l’operazione antidroga denominata

Onig. E. rimasto in carcere dal 1994 al 2003. Era ritenuto un esponente di

livello della cosca Macrì di Siderno. Ma per l’A.S.L’ di Locri l’interdizione

perpetua dai pubblici uffici non esiste.

 

Il terzo caso è quello dello psicologo Pasquale Morabito originario di

Bova Marina. Con “delibera del Direttore Generale n. 250 dell’11.4.2002”,

veniva estinto il rapporto di lavoro presso la SAUB di Bovalino, a far data

dall’1.11.2001. “Dalle motivazioni poste a supporto del provvedimento si

evince che il predetto è risultato assente dal servizio fin dal 1992, pur

continuando a percepire regolarmente lo stipendio di competenza. Le

ragioni di tale assenza sono da ricercare nella circostanza che il Morabito

nel 1996 era stato condannato dalla Corte di Appello di Messina, con

sentenza passata in giudicato nel 1997 a 6 anni ed 8 mesi di reclusione, con

pronuncia di interdizione legale per la durata della pena, per il reato di

partecipazione ad associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze

stupefacenti in concorso. In data 11.6.1999, con sentenza della Corte di

Appello di Reggio Calabria, divenuta irrevocabile il 16.10.2000, il

Morabito veniva condannato a 8 anni di reclusione, con la pronuncia

dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici per il reato di associazione di

tipo mafioso di cui all’art. 416 bis. Occorre al riguardo rilevare che

l’Azienda, a seguito della privazione della libertà personale, aveva sospeso

 


 

 

dal servizio il Morabito, con conseguente riduzione dello stipendio in

applicazione della normativa all’epoca vigente. La sospensione è durata per

tutto il periodo del primo quinquennio di detenzione, dopodiché la A.S.

anziché prendere atto dello stato di perdurante detenzione, e comunque

ignorando che il Morabito non era in servizio, ripristinava l’erogazione

dello stipendio per intero. In sintesi, la A.S. ha erogato l’intero trattamento

stipendiale, in favore di un dipendente che non prestava servizio perché

detenuto. Per di più, tale situazione è perdurata anche dopo la sentenza

della Corte di Appello di Reggio Calabria del 1999 che pronuncia

l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il provvedimento di cessazione

dal rapporto interviene tardivamente nel 2002, e fino a quel momento

l’Azienda ha proseguito nell’indebito pagamento, per il quale, peraltro non

ha nemmeno avviato azioni di recupero”.133

Pasquale Morabito ha parecchi precedenti penali, è stato coinvolto

nell’operazione Tuareg ed è stato varie volte condannato: nel 2001 il

Procuratore Generale della Repubblica di Reggio Calabria, determinava la

pena da eseguire in anni 8, mesi 1 e giorni 11. Inoltre le forze di polizia lo

ritenevano “inserito a pieno titolo nel clan mafioso denominato Speranza-

Palamara-Scriva che da tempo è contrapposto nella cruenta e sanguinosa

faida di Africo-Motticella, che ha provocato circa 50 vittime, a quella del

Mollica-Morabito, entrambe attive in Africo e zone limitrofe”.

Nella A.S.L’ di Locri ha lavorato anche Giuseppina Morabito, medico,

figlia di Giuseppe, meglio noto come “Tiradrittu”, arrestato nel febbraio

2004 mentre era in compagnia di Giuseppe Pansera, genero di “Tiradrittu”

e marito di Giuseppina Morabito.

 

133 Ibidem

 

 Tra il personale medico 13 persone hanno precedenti penali,

frequentazioni con pregiudicati oppure parentele con noti esponenti

 


 

 

mafiosi. Tra queste Francesco Nirta di San Luca, figlio di Antonio Nirta

capo dell’omonima cosca, Giuseppe Baggetta, che ha come cognato

Giuseppe Commisso; Giovanna Morabito coniugata con Giovanni Antonio

Bruzzaniti, implicato in vicende di „ndrangheta, e sorella di Salvatore

Morabito, anche lui “ritenuto vicino alla cosca mafiosa Morabito-

Bruzzaniti-Palamara capeggiata da Giuseppe Morabito, alias Tiradrittu”.

Le „ndrine potevano contare anche su 29 persone che facevano parte

del personale amministrativo e che avevano precedenti penali o erano in

rapporti familiari con noti „ndranghetisti. Una nutrita rappresentanza:

Alessandro Floccari, figlio di Alfredo, considerato il capo della cosca e

fratello di altre sei persone pregiudicate e collegate prima ai Cataldo ed ora

alla famiglia Cordì; Alessandro Marcianò attualmente sotto processo

perché considerato il mandante dell’assassinio del vice presidente

Francesco Fortugno; Francesco Giorgi, figlio di Antonio Giorgi di San

Luca, noto come „u ciceru., alleato con i Nirta e accusato di essere il

mandante del duplice omicidio in danno del Sovrintendente della Polizia di

Stato Salvatore Aversa e della moglie Lucia Precenzano, avvenuto a

Lamezia Terme il 4 gennaio1992.

Anche la scelta dei medici esterni seguiva la medesima logica sin qui

descritta, e dunque anche tra di loro c.era una folta schiera di persone con

precedenti penali o strettamente imparentati con „ndranghetisti. Si può dire

che tutte le principali „ndrine attive nei comuni della zona avessero più di

un rappresentante dentro la struttura ospedaliera o presente nelle

convenzioni da essa stipulate oppure nelle gare d.appalto.

 

Scrive infatti la Commissione Basilone che “la presenza all’interno

dell’A.S. di personale, medico e non, legato da stretti vincoli di parentela

con elementi di spicco della criminalità locale o interessati da precedenti di

polizia giudiziaria per reati comunque riconducibili ai consolidati interessi

mafiosi, ha permesso di verificare non solo la presenza di un „contatto. tra

 


 

 

le organizzazioni malavitose e l’Azienda, bensì una vera e propria

„infiltrazione. in quest.ultima... Il quadro che emerge fa ragionevolmente

presumere che forze mafiose locali si siano infiltrate nell’area

dell’istituzione sanitaria, e sovrapponendosi ai rispettivi organi abbiano

potuto minacciare la serenità nelle scelte decisionali di fondo in modo tale

da non poterle più ritenere riconducibili all’autonoma e consapevole

volontà dell’Azienda Sanitaria”.

Insomma, non erano gli organi istituzionali e legali dell’A.S.L’ a

decidere, ma le „ndrine che avevano occupato, anche fisicamente, le

strutture sanitarie, pubbliche e private, ricadenti sul territorio dell’A.S.L’ 9

di Locri. Ma per farlo c.era bisogno di una politica cieca, sorda, muta

succube o compiacente. Molto più probabilmente, è stata semplicemente

complice.

7. Villa Anya. L’onorata sanità

Villa Anya è una clinica privata nella disponibilità di Domenico

Crea, anche se la proprietà della stessa, secondo il GIP di Reggio Calabria,

è stata attribuita “fittiziamente” alla moglie e ai figli, “al fine di eludere le

disposizioni di legge in materia di prevenzione patrimoniale”. Per questa

clinica l’onorevole Crea ha fatto di tutto. Innanzitutto, per dargli vita, ha

investito grandi quantità di soli.

 

Secondo la Guardia di finanza risulta un “versamento da parte del

Crea in data 15/11/2001 di denaro in contante sul conto intestato ai genitori

dello stesso presso la filiale del Banco di Napoli di Melito Porto Salvo di

una somma pari a complessive £. 1.195.000.000 (un miliardo e

centonovantacinque milioni)”. A distanza di un mese i soldi transitarono

direttamente sul conto che era nella disponibilità sua e della moglie. E. una

somma notevole, ancor più se versata in contanti. Da dove arrivano i soldi

 


 

 

all’onorevole Crea? In quanto tempo e come li ha guadagnati? Interrogato

dai magistrati spiega che erano un regalo di parte paterna e aggiunge che “il

padre non ha mai intrattenuti rapporti bancari e postali e pertanto ha sempre

conservato il denaro contante in casa dentro il materasso”. Crea lo dice non

in una cena conviviale tra amici ma di fronte ai magistrati che lo

indagavano “per associazione per delinquere, truffa aggravata, corruzione e

peculato”.

Si può immaginare lo stupore di quei magistrati, ma soprattutto – se

le parole di Crea fossero vere – si può immaginare l’ansia dei genitori, le

accortezze prese per non lasciare incustodito quel tesoro, per evitare che

ladri d.ogni risma potessero inavvertitamente trafugare tutto quel denaro in

contanti.

 

Le affermazioni di Crea appaiono “grottesche” agli stessi magistrati.

Sono ritenute inverosimili e piene di contraddizioni. Scrive il GIP di

Reggio Calabria: “Le modalità di versamento non risultano chiare né risulta

chiaro chi ha portato i soldi in banca”. L’impiegato della banca Micalizzi

infatti dichiara che il denaro fu portato in banca dal direttore Dott. Postilotti

unitamente al Dott. Crea Domenico che giunsero „con due borse contenenti

il denaro.. L’impiegato Liserra dice che Domenico Crea „è solito effettuare

le proprie operazioni bancarie riservatamente nell’ufficio di direzione.. La

madre dell’indagato sig.ra Annunziata Marrari afferma che: “un giorno del

mese di dicembre „accompagnata da mia figlia Filomena Crea, mi recai al

Banco di Napoli con i soldi contenuti in due borse. Mio figlio Domenico

Crea non era presente”. La sorella dell’indagato Filomena Crea dichiara

„quel giorno ho accompagnato mia madre all’ingresso del Banco di Napoli,

quindi lei è entrata ed io sono rimasta in macchina.. Infine il Direttore

Postilotti ha dichiarato al P.M. che “il 15 novembre 2001 accompagnato

dall’on. Domenico Crea e da un altro signore a me sconosciuto, mi sono

recato a casa dei genitori del Crea ed ivi constata la presenza della sorella

 


 

 

del Domenico Crea ho espletato le formalità relative all’apertura del

conto…. La signora Annunziata Marrari ha aperto un armadio che si

trovava nella camera da letto prelevando due borse contenenti il denaro che

intendevano versare”. A ciò si aggiunga che la madre dell’indagato sig.ra

Annunziata Marrari mostra di non sapere che l’intera somma è stata

trasferita sul conto del figlio Domenico Crea.

 

Infatti, la signora Marrari, in data 15 e 16 luglio 2002 dichiara che: “i

soldi si trovano nella mia disponibilità tranne un'esigua parte prelevata da

mio figlio Domenico Crea a mezzo di assegno bancario”. Tali dichiarazioni

quindi vengono a distanza di molti mesi (circa otto) dal versamento

dell’assegno di lire 1.195.000.000 sul conto dell’indagato Domenico Crea

(versamento avvenuto l’11 dicembre 2001) e la formale proprietaria di quel

denaro è all’oscuro di tale non irrilevante circostanza. Ma, al di là della

modalità con cui è stato aperto il conto, ci sono alcune circostanze che non

convincono i giudici reggini i quali sono persuasi che non può “ritenersi

credibile che tale ingente mole di denaro fosse conservata „in casa dentro il

materasso. per come dichiarato dall’indagato Domenico Crea per i seguenti

motivi: 1) i genitori del Crea avrebbero irragionevolmente rinunciato a

rendere fruttifero il denaro contante con conseguente perdita del potere di

acquisto per effetto della svalutazione monetaria; 2) la vendita degli

appezzamenti di terreni risalgono anche agli anni.60 e pertanto non è

verosimile che i genitori del Crea abbiano conservato in casa banconote

ormai non aventi più corso legale per oltre quarant.anni; 3) il 15 novembre

sono state depositate al Banco di Napoli un.inusitata massa di banconote

dal taglio di 500 mila lire e tali banconote hanno avuto corso legale

soltanto a partire dal settembre 1997. Ebbene i genitori del Crea non hanno

venduto alcun bergamotto dopo l’anno 1997 pertanto il possesso di quelle

banconote non può collegarsi a quella vendita; 4) l’ingente somma di

denaro è confluita tutta nella disponibilità dell’indagato Domenico Crea

 


 

 

con completa obliterazione quindi delle ragioni ereditarie della sorella

Filomena Crea. Infatti se il denaro era effettivamente di proprietà dei

genitori del Crea non doveva essere diviso in parti uguali dagli eredi? 5)

Nella conversazione telefonica dell’11 luglio 2002 intercettata il

commercialista del Crea riferisce al difensore del Crea che i versamenti di

denaro contante li ha fatti proprio Domenico Crea”. 134

Nulla si sa del comportamento della banca in questione.

Probabilmente è stato lo stesso della quasi totalità delle banche del Sud e

del Paese: non vedono, non sentono, non denunciano le operazioni

sospette. Impedendo così, attraverso comportamenti omertosi, l’affermarsi

di meccanismi di trasparenza della finanza e dell’economia.

Quando la magistratura reggina, con l’operazione che efficacemente

è stata definita “Onorata sanità”, si è occupata del modo in cui era gestita e

di come erano stati procurati i finanziamenti e gli accreditamenti presso la

Regione Calabria, è venuto fuori un quadro di estremo degrado ed allarme

non solo per lo stato della sanità, ma anche per l’intreccio tra „ndrangheta e

politica, tra cosche e rappresentanti istituzionali di un certo rilievo, come il

coinvolgimento del consigliere regionale in carica Domenico Crea.

8. Le intercettazioni di Crea

 

 

134 GIP/GUP Reggio Calabria, N° 1272/07 R.G.N.R.D.D.A

 

Da tutta la vicenda emerge un orribile grumo di intrecci perversi tra

interessi illeciti e mafiosi che condizionano tutto il sistema della sanità a

livello locale, mentre a livello regionale sono coinvolti sia i dirigenti

dell’assessorato alla sanità, sia Giovanni Luzzo, all’epoca assessore alla

sanità della Giunta Chiaravalloti. Questa commistione determina danni non

solo all’economia e alle istituzioni, ma danni concreti anche alla salute dei

degenti, alcuni dei quali sono stati lasciati morire da quello che i magistrati

 


 

 

definiscono “sistema Crea”. Uno squarcio impressionante del modo di fare

politica in Calabria, di come si fanno le elezioni, si raccolgono i voti e di

come si fa fortuna con una politica ridotta ad affare privato, piegata agli

interessi personali.

C.è una conversazione intercettata su una Suzuki tra Domenico Crea

e Antonino Roberto Iacopino nella quale il primo spiega al secondo la sua

filosofia di vita politica e gli illustra la graduatoria perché il suo

interlocutore possa ben comprendere l’effettivo peso relativo alla capacità

di spesa finanziaria dei vari assessorati regionali. E. una conversazione

illuminante e una lezione sull’uso e l’utilità “privata” della gestione della

cosa pubblica: “la sanità è prima, l'agricoltura e forestazione seconda, le

attività produttive terza; in ordine ... in ordine di ... dai, come budget... 7

mila miliardi... 7 mila, seguimi, con la sanità...inc... 7 mila miliardi... 3

miliardi 360 milioni di euro hai ogni anno sopra il bilancio della sanità...

ora si sta facendo con il contributo 2007 2006 di entrare con la sanità anche

sui servizi sociali, cioè e ti prendi un.altra bella fetta di conti... inc... -- e ti

prendi ... inc... quindi pensa tu da 7000 arrivi a 8000, 9000... miliardi.

Agricoltura e forestazione assieme ci sono 4.500 miliardi l'anno da

gestire... attività produttive eccetera ... inc... hai quasi, scarso, 4 miliardi, 3

e 9, 3 e 8”. Questo fiume di danaro è gestito in prima persona

dall’assessore perché, come afferma Crea, “c.è o non c.è il Presidente...

inc... (si accavallano le voci) perché la delega è tua, quindi tu sei

responsabile di tutto, dalla programmazione alla gestione”.

Ecco spiegato con estrema crudezza l’importanza che veniva

conferita all’assessorato alla sanità rispetto ad altri assessorati di spesa.

 

Secondo i magistrati si trattava di:“una graduatoria degli assessorati

più proficui in base al budget finanziario da gestire e da accaparrare in

larga parte per sé e per la cerchia dei propri amici, accompagnata

dall’irrisione per chi vive di stipendio e chi si accontenta della „modesta.

 


 

 

retribuzione di consigliere regionale e dall’assicurazione di avere già reso

miliardari tutti i più stretti collaboratori”.

 

E infatti al suo interlocutore Crea diceva: “il più fesso di loro è

miliardario... e ti ho detto tutto...”. Crea aveva fatto ricchi gli altri, i suoi

collaboratori, se ne vantava e spiegava come, potendo ritornare a fare

l’assessore, il sistema avrebbe potuto riprendere a funzionare come prima:

“volete ragionare con le teste e dire creiamo una struttura dove il settore „x.

se lo segue „A.. ...inc... perché dopo tu hai bisogno di quelli che vanno a

vendere... (...) quell’altro si prende quell’altro impegno e fa... cioè uno fa

una cosa uno fa un.altra, va nelle A.S.L’ e gestisce la... tu vai nelle cose...

tu hai bisogno almeno di 4 o 5 che siano con te, operatori, cioè

manovalanza cioè nelle... braccia, questo un settore, quello un altro, quello

un altro, perché ogni assessorato hai almeno almeno 5, 6 settori da

sviluppare, uno se lo prende uno e un altro, sempre sugli indirizzi che do

io... qualcuno segue questa linea quell’altro segue quell’altra, l’altro segue

quel’'altra (...) sono stato chiaro? oppure parlo arabo io?”135.

Commenta il GIP di Reggio: “A fronte di prospettive di profitti di

enorme portata, l’indennità di consigliere regionale (pur da tanti ritenuta

scandalosamente alta) appare, agli occhi di Crea, irrisoria e ridicola: ma

quando hai me cretino tu che puoi fare? ti prendi i 10 mila euro di

consigliere?”.

La torta è di dimensioni ben più rilevanti che non quella assicurata

dallo stipendio del Consiglio regionale, quasi un reddito da pezzenti senza

l’integrazione prodotta dal sistema di corruzione collegato alla funzione

istituzionale. Era l’indotto quello che contava, la gestione che produceva

l’affare di grande dimensione finanziaria, che determinava elevati redditi; e

che redditi, se l’ultimo dei collaboratori di Crea era diventato miliardario.

 

135 GIP/GUP Reggio Calabria, N° 1272/07 R.G.N.R.D.D.A

 


 

 

Ma non c.è solo un grumo di interessi personali o clientelari che

sorregge l’attività di Crea: le indagini hanno fatto emergere il legame con

la „ndrina dominante della zona, quella dei Morabito-Zavettieri di Africo e

Roghudi, alleata dei Cordì di Locri e dei Talia di Bova Marina. Essa

esercitava il suo potere sul territorio “procurando voti, in occasione di

consultazioni elettorali e segnatamente, da ultimo, l’elezione dei

componenti del consiglio regionale della Calabria del maggio 2005 a

favore di determinati esponenti politici considerati „di fiducia.

dell’associazione, impedendo o comunque ostacolando il libero esercizio

del diritto di voto anche mediante la promessa di benefici economici (in

particolare la garanzia di posti di lavoro) conseguenti alla scelta del

candidato da votare” e tentando di collocare “in ruoli politico-

amministrativi verticistici soggetti contigui alle cosche in grado di

soddisfare mediante la propria attività istituzionale, amministrativa e

privata le promesse fatte ai fini dell’elezione e soprattutto di realizzare gli

interessi economici diretti delle cosche”.

La prima questione che balza agli occhi è il fatto che la „ndrina dei

Morabito aveva intenzione di scegliere un proprio candidato su cui far

convergere i voti e farlo eleggere. Giuseppe Pansera era stato esplicito con

un suo interlocutore parlandogli “di dieci locali che noi possiamo attingere

voti” e poi decidere chi “possiamo appoggiare per vedere nella Regione,

per avere a uno che ci possa garantire di qualche cosa, ma nella peggiore

delle ipotesi qualche lavoro”. L’obiettivo era quello di far assumere al

consigliere eletto con i voti delle „ndrine l’assessorato alla sanità, quello

più promettente sul piano economico.

“Il soggetto che risulta costituire il coagulo delle aspirazioni dei clan

si identifica in Domenico Crea, consigliere regionale sin dal 1995,

nominato ripetutamente assessore in una pluralità di settori e già in

precedenza investito di altre cariche istituzionali”.

 


 

 

 Della struttura politica di Crea faceva parte Giuseppe Marcianò su

suggerimento del padre Alessandro, imparentato con i Morabito e i

Bruzzaniti, nonché uomo vicino ai Cordì e compare d.anello di Cosimo

Cordì. Il sostegno avuto in campagna elettorale da alcuni soggetti danno il

quadro di una scelta ben precisa di Crea. Analizzando il voto di preferenza

emerge “il risultato di Africo, Roghudi, Roccaforte e Melito Porto

Salvo/Montebello Ionico (cosche Morabito/Zavettieri), ma anche S.

Lorenzo e Condofuri (zona dei Candito e Brizzese)”. Le famiglie mafiose,

in qualche modo collegate alla cosca Morabito – Talia, Iamonte, Zavettieri,

Cordì – hanno sostenuto Crea. Panzera poteva dire, a ragion veduta: “Il

comune di Africo, quindi lo gestiamo noi!”.

Dunque Crea, secondo gli inquirenti, è uomo delle „ndrine, anzi

espressione dell’accordo di cartello fra le cosche dominanti della fascia

ionica reggina, è uomo che le „ndrine scelgono come candidato nella

speranza che la sua elezione possa loro tornare utile soprattutto se

all’elezione seguirà la “conquista” dell’assessorato alla sanità. Lo scontro

politico, alla vigilia della consultazione elettorale regionale e dopo l’esito

imprevisto della mancata elezione di Crea e della sorprendente elezione di

Francesco Fortugno, si concentra così attorno a questi interessi.

 

Prima dell’elezione era in ballo l’accreditamento della clinica Villa

Anya, fatto certo rilevante per il futuro economico della struttura e dello

stesso Crea. E infatti, dalle intercettazioni telefoniche fondanti l’inchiesta,

emerge che nel gennaio 2005 Luigi Meduri, all’epoca deputato della

Margherita “mirando a stimolarne la competizione, aveva segnalato come

l’eventuale vittoria del rivale Fortugno avrebbe potuto comportare che

venisse „sdirrupata. la clinica:„dopo tutto questo bordello, se arriva prima

 


 

 

Modugno136 ti sdirrupa la clinica!., chiarendo l’importanza della posta in

palio per Crea, ed evidentemente non solo per lui”.137

9. Il sistema Crea

Per raggiungere l’obiettivo si era messo in moto il “meccanismo

Crea”, come lo definisce il GIP di Reggio, un vero e proprio “sistema fatto

di pressioni, relazioni, favori, attuato principalmente dallo stesso Crea

Domenico e dal figlio Antonio, al fine di ottenere le autorizzazioni

necessarie all’accreditamento della struttura sanitaria”. Il sistema fa

pressioni sui funzionari del Dipartimento Sanità della Regione Calabria e

dell’A.S.L’ 11 di Reggio Calabria i quali arrivano persino a falsificare atti

preparatori di delibere. Anche medici ed infermieri del presidio ospedaliero

di Melito Porto Salvo e di Villa Anya sono spinti a commettere reati “che

vanno dalle false attestazioni su certificazioni mediche relativi a decessi,

all’omissione di soccorso, all’omicidio colposo e/o morte in conseguenza

di altro delitto, ed alla truffa ai danni dello Stato”. Il risultato di questo

“lavorìo”, secondo i giudici, è il fatto che la concessione

dell’accreditamento della struttura privata con il Servizio Sanitario

Nazionale ha “seguito canali di assoluto privilegio e palesi sono le

irregolarità che vengono rilevate”.

 

136 Modugno era il nomignolo che l’on. Meduri aveva dato all’on. Fortugno per la sua supposta

rassomiglianza con il noto cantante.

137 GIP/GUP Reggio Calabria, N° 1272/07 R.G.N.R.D.D.A

 

Si prestano allo scopo Pietro Morabito, direttore generale dell’A.S.L’

di Reggio Calabria, Domenico Latella e Santo Emilio Caridi,

rispettivamente direttore amministrativo e sanitario. Con una rapidità

inconsueta, in data 8 novembre 2004, la Commissione per i Requisiti

Minimi “inviava al Direttore Sanitario, al Direttore Dipartimento

Territoriale, al Responsabile U.O. Assistenza Invalidi di Melito Porto

 


 

 

Salvo, l’esito dell’esame della documentazione fornita e del sopralluogo

effettuato per valutare il possesso dei requisiti della struttura Villa Anya,

dichiarando che la stessa era in possesso dei requisiti minimi strutturali e

tecnologici generali e specifici per una residenza sanitaria assistenziale con

60 posti letto di cui 20 medicalizzati ed annesso ambulatorio di

riabilitazione per 36 prestazioni”. Tre giorni dopo, “con atto deliberativo n.

428, Guido Sansotta, Direttore Generale dell’A.S.L’ n. 11, sulla base del

parere favorevole espresso da Domenico Pangallo, Direttore del

Dipartimento Territoriale, da Pietro Morabito, Direttore Amministrativo, e

da Santo Emilio Caridi, Direttore Sanitario, esprimeva a sua volta parere

favorevole all’esercizio per la residenza sanitaria assistenziale Villa Anya

per complessivi 60 posti letto distinti in n. 40 per anziani e n. 20 in

trattamento di tipo medicalizzato con annesso ambulatorio di riabilitazione.

Il tutto in presenza delle irregolarità formali e sostanziali caratterizzanti

l’operato della Commissione per i Requisiti Minimi già evidenziate al

punto precedente, ed altresì all’esito di una pluralità di contatti telefonici e

personali con il Domenico Crea, nel corso dei quali venivano concordati

tempi, modi, contenuto e requisiti documentali degli atti deliberativi da

redigere”.138

 

138 GIP/GUP Reggio Calabria, N° 1272/07 R.G.N.R.D.D.A

 

Contatti personali e molto intensi che proseguono anche con

l’assessore regionale Giovanni Luzzo che, come confermano numerose ed

esplicite telefonate, concorda direttamente con Crea il provvedimento da

emettere. “L’assessore Luzzo indica al Crea le persone a cui rivolgersi

all’interno del Dipartimento alla Sanità, rassicurandolo che saranno

preventivamente contattati da lui stesso e che comunque nel momento in

cui sarà in ufficio „se la vede lui., lasciando evidentemente intendere al

Crea, ancor prima di aver esaminato la relativa documentazione, che per il

rilascio del decreto di autorizzazione all’esercizio di Villa Anya non

 


 

 

incontrerà nessun ostacolo”. Per queste ragioni, il problema di Crea non era

quello di ottenere l’autorizzazione che lui dava per assodata, ma quello di

ottenerla prima del 10 gennaio, “perché lui ha deciso di inaugurare per quel

giorno e quindi anche il Dipartimento alla Sanità della Regione si deve

adeguare in tal senso”. E lì, all’assessorato regionale alla sanità c.era

Giuseppe Biamonte che alle richieste di Crea rispondeva con un

ossequiente quanto esplicito: “agli ordini”.

L’autorizzazione al funzionamento di Villa Anya non arrivò il 10

gennaio, ma tre giorni dopo, il 13 gennaio 2005, con decreto n° 169. In due

mesi e cinque giorni s.era risolto tutto.

Se le cose funzionassero così, se il tempo fosse sempre così breve tra

la richiesta di un cittadino o di un imprenditore e la risposta delle istituzioni

e della pubblica amministrazione, la Calabria avrebbe avuto ed avrebbe un

altro volto, a partire dalla perdita di ruolo della „ndrangheta, che spesso si

caratterizza anche per la funzione di mediazione sociale o di pressione sulle

istituzioni stesse.

Nel caso di Villa Anya la risposta in tempi rapidi c.è stata. Ma era

una risposta viziata da falsi e dallo spregevole meccanismo corruttivo che

abbiamo visto.

La questione più agghiacciante è leggere le parti dell’ordinanza che

riguardano i degenti, soprattutto quelli molto anziani, abbandonati, non

curati o curati con prescrizioni fatte per telefono, lasciati morire per

imperizia o negligenza o addirittura trasportati già morti al pronto soccorso

dell’ospedale di Melito Porto Salvo perché in clinica non dovevano

risultare decessi di alcun tipo. Il disprezzo assoluto, totale, della vita umana

e del dolore della povera gente è il prodotto ultimo, il più perverso ed

odioso, del grumo di potere e dell’intreccio politico-mafioso che emerge

dalla vicenda di Villa Anya.

 


 

 

Si può fare un solo esempio, tra i tanti, per mostrare il cinismo e lo

sprezzo per la vita delle persone. A parlare, intercettati, sono la moglie del

dottor Antonio Crea, figlio di Domenico e un.infermiera, una certa Patrizia.

C.è una paziente che sta molto male e il dottor Crea non era reperibile.

Ecco la trascrizione:

Patrizia: e.. la signora arted si sente malissimo…

Laura: malissimo in che senso? Che si deve chiamare il 118?

Patrizia: pressione bassissima, non respira, non connette, non risponde agli

stimoli…

Laura: umh.

Patrizia: c.è bisogno di un dottore.

Laura: eh… eh lo sò solo che non prima di dieci minuti.. questo è il

problema Patri…

Patrizia: va bene, intanto la facciamo fuori noi, ciao.

(Patrizia passa il telefono a Demetrio).

Laura: …(ride)… ciao aspetta che… (ride)…

Ogni commento è superfluo. Rimane solo la pietà per la vittima e

l’indignazione per il cinismo e l’indifferenza di chi avrebbe dovuto

accudirla e curarla.

Ma tutta la vicenda impone alle istituzioni, ai partiti e alla politica più in

generale, una riflessione radicale e di fondo sul sistema di potere costruito

negli anni attorno alla sanità e su come esso, alla fine, diventi inamovibile,

creando al suo interno le condizioni per la sua riproduzione e

autoriproduzione.

 

Per fare di Villa Anya una gallina dalle uova d.oro, Crea fa istruire la

pratica dalla giunta regionale guidata da Chiaravalloti, del centrodestra, ma

 


 

 

riceve l’accreditamento, che viene firmato solo dopo sei giorni

dall’omicidio Fortugno, dalla giunta regionale di centrosinistra guidata da

Loiero. L’uomo chiave del sistema e il punto di “garanzia” dell’operazione

nella macchina sanitaria regionale è Giuseppe Bevilacqua, dirigente della

sanità a Reggio Calabria con il governo di centrodestra e promosso, poche

settimane prima del suo arresto, dirigente della sanità a Catanzaro dalla

giunta di centrosinistra. Solo dopo gli arresti la giunta Loiero ha azzerato i

vertici della sanità calabrese, dimostrando come la politica non riesca ad

arrivare prima della magistratura, pur disponendo di propri autonomi

elementi di valutazione in grado di fargli compiere autonome scelte di

trasparenza e legalità.

Questo meccanismo, apparentemente autonomo nella sua autoriproduzione

e nella sua continuità, rappresenta l’altra faccia di una politica che ha perso

autonomia e trasparenza per dipendere, essa stessa, dallo scambio tra

gestione della spesa sanitaria e consenso che rappresenta il punto più alto

del degrado politico e morale che investe la Calabria.

10. Il caso Vibo: un triste record

Anche a Vibo la sanità ci offre uno spaccato del degrado provocato

dal controllo mafioso, intrecciato con le collusioni politiche, sull’intero

ciclo della salute.

Da tre anni, l’ospedale di Vibo Valentia, conquista ciclicamente le

cronache nazionali per le morti sospette. In realtà, leggendo le dinamiche e

le responsabilità ricostruite dall’autorità giudiziaria, si tratterebbe di veri e

propri omicidi, le cui responsabilità non possono restare impunite.

 

Del resto basta scorrere il rapporto dei Nas, riferito dal ministro della

salute in Commissione sanità al Senato l’11 dicembre 2007, a seguito di

 


 

 

un.ulteriore tragico caso, per cogliere le gravi responsabilità: “numerose

sono le irregolarità nelle unità operative del presidio ospedaliero di Vibo

Valentia, in particolare nelle unità operative di nefrologia e dialisi,

chirurgia d.urgenza, chirurgia generale e blocco operatorio, malattie

infettive, ginecologia ed ostetricia, rianimazione e terapia intensiva,

neurologia, endoscopia, otorinolaringoiatria, pediatria, medicina generale,

cardiologia e farmacia. Anche la mensa presenta numerosi deficit”. Così le

verifiche dei Nas. C.è da chiedersi cos.altro rimanga dell’ospedale. Lo

spiegano sempre i Nas: ” risultano invece nella norma le unità operative di

oculistica e diagnostica”.

Malasanità e non solo. Vibo rappresenta da anni una realtà

fortemente segnata da un forte controllo mafioso del territorio, delle sue

attività economiche, dei suoi apparati pubblici e amministrativi. La cosca

egemone, diventata potente anche su scala nazionale e internazionale, il

clan dei Mancuso, ha conquistato negli anni una supremazia assoluta,

scalzando anche le altre famiglie storiche costrette ad un.accettata

subalternità. Tra queste quella dei Lo Bianco, da sempre egemone nel

capoluogo e impegnata, negli ultimi anni, a recuperare un ruolo più

autonomo.

Il modo scelto per raggiungere questo obiettivo è quello di assumere

una posizione più significativa in campo economico. Avere più soldi

significa acquisire potere e capacità di relazioni sociali e politiche.

L’intrapresa non poteva che cadere sul campo della sanità, dagli

appalti per l’edilizia ospedaliera e le forniture, sino ai servizi e al controllo

dell’amministrazione.

 

Una relazione della Guardia di Finanza, realizzata per l’Alto

Commissario per la lotta alla corruzione,139 desecretata nel febbraio

 

139 Guardia di finanza, comando nucleo speciale tutela pubblica amministrazione, Indagine conoscitiva

nei confronti dell’Azienda sanitaria n. 8 di Vibo Valentia. Il documento è pervenuto alla Commissione in

 


 

 

data 24 aprile 2007 dall’Alto commissario per la prevenzione e il controllo della corruzione e delle altre

forme di illecito nella Pubblica amministrazione.

 

2008,per iniziativa di questa Commissione parlamentare, ne svela il

meccanismo, mettendo a nudo un vero e proprio sistema “interno e

parallelo” alla legittima gestione istituzionale.

L’appalto più rilevante e più importante è stato quello per la

costruzione del nuovo presidio ospedaliero di Vibo Valentia che è

aggiudicato da un.impresa pugliese. L’intera documentazione è stata posta

sotto sequestro dalla Procura della Repubblica di Vibo che nel settembre

2005 nel quadro dell’operazione “Ricatto”, ha indagato su alcuni episodi di

corruzione, ha emesso numerosi avvisi di garanzia e ha proceduto al

sequestro del cantiere dove si stava costruendo il nuovo ospedale. La

magistratura vibonese è convinta che siano state versate tangenti per

2.165.000 euro.

L’ipotesi d.accusa è che in cambio delle tangenti i funzionari

dell’A.S.L’ abbiano pilotato l’appalto facendo in modo che ad aggiudicarsi

lo stesso fosse il consorzio pugliese. Ma in una terra come il vibonese, in

cui la „ndrangheta è inserita in tutte le pieghe sociali, la tangente si trascina

dietro ben altro e rappresenta l’anticamera per l’ingresso della „ndrina nel

mondo della sanità.

 

L’indagine ha coinvolto il Direttore generale e il Commissario

straordinario che erano stati alla guida dell’A.S.L’ negli ultimi anni e, a

vario titolo, molti altri soggetti. In particolare, stando alla prospettazione

della G.di F. che, è bene precisarlo, è ancora allo stato investigativo,

sarebbero coinvolti: Giovanni Luzzo ex assessore regionale alla sanità;

Giuseppe Namia - Direttore P.O.U. (presidio ospedaliero unico) già

segnalato nel 1994 per il reato di cui all'art. 416 bis e reati contro la

Pubblica Amministrazione; Armando Crupi - Direttore Generale A.S.L’

Pro tempore; Giorgio Campisi - Intermediario di esponenti partito UDC e

 


 

 

Democratici di Centro; Enzo Fagnani - Intermediario di esponenti partito

UDC e Democratici di Centro; Santo Garofalo - Commissario:

Straordinario A.S.L’ Pro tempore; Domenico Liso - legale rappresentante

del Consorzio; Olimpia Lococo– Presidente commissione aggiudicatrice;

Domenico Scelsi– legale rappresentante del Consorzio; Fausto Vitello-

Responsabile del procedimento -; e poi altre tre persone che facevano parte

della commissione aggiudicatrice.

Successivamente il consorzio appaltava i lavori alla Ditta

Ediltrasport dei F.lli Evalto S.a.s. con sede a Vibo Valentia.

Come per l’A.S.L’ di Locri il copione si ripete: nessuno, dall’interno

dell’amministrazione, ha pensato di richiedere la certificazione antimafia,

così l’autorizzazione a svolgere i subappalti è stata successivamente

revocata dalla Prefettura per “informazioni antimafia interdittive nei

confronti dell'impresa”.

Ma è utile conoscere anche i rapporti, le relazioni famigliari e le

“qualità” personali di alcuni degli uomini chiave sia del sistema delle

imprese che del meccanismo di gestione dell’appalto.

Il legale rappresentante della Evalto S.a.s. è Rocco Evalto, originario

di Seminara e residente a Vibo, “condannato nel 1979 per porto abusivo di

armi e segnalato per i reati di attività e gestione rifiuti non autorizzata nel

2001”. Uno dei fratelli Evalto, Antonino, ha sposato Rosy Lo Bianco, figlia

di Carmelo Lo Bianco. I fratelli Evalto sono figli di Domenico Evalto,

appartenente alla cosca Anello-Fiumara. Secondo i militari della Guardia di

Finanza “la citata società, sulla base di accordi pregressi con il Consorzio

risultato vincitore dell’appalto, avrebbe dovuto realizzare l’intera opera del

nuovo presidio ospedaliero di Vibo Valentia”.

Il meccanismo, partito con una tangente, è ben presto scivolato

nell’ingresso della „ndrangheta nella assegnazione e nella gestione dei sub

appalti dei lavori per l’ospedale.

 


 

 

I lavori edili e di ristrutturazione dell’A.S.L’ nei vari settori sono

stati effettuati con il ricorso al sistema dei “lavori in economia” secondo la

decisione della Direzione amministrativa del presidio ospedaliero.

Anche questo è un meccanismo classico assieme a quello di

spezzettare l’appalto, per evitare l’iter e i vincoli di trasparenza previsti da

una normale gara con tanto di bando pubblico.

Di conseguenza i lavori sono stati eseguiti in più lotti “disattendendo

gli obblighi della normativa che vieta di assegnare a trattativa privata, in

tempi successivi, lotti appartenenti alla medesima opera”. Grazie a questo

sistema, secondo la Guardia di Finanza, “si sono alternate, nell’affidamento

degli appalti, diverse ditte, nel senso che si è notato come se esistesse un

disegno „spartitorio. in attuazione del quale taluni appalti venivano

aggiudicati a determinate ditte, risultando aggiudicatari di altri appalti le

altre che già avevano partecipato, senza successo ai precedenti, laddove la

ditta precedentemente vincitrice effettuata un.offerta, per la stessa tipologia

di lavoro, notevolmente superiore e pertanto palesemente non

concorrenziale, consentendo, in tal modo, alla ditta che era risultata

soccombente nella precedente gara di aggiudicarsi quella successiva”.

Tra le società che hanno eseguito i lavori – secondo la G.di F. - c.era

la ditta di Francesco Antonio Fusca il quale “risulta essere stato segnalato

nel 2003 per i reati di associazione a delinquere, emissione di fatture per

operazioni inesistenti e nel 2004 per i reati di indebita percezione di

erogazioni a danno dello Stato e truffa aggravata per il conseguimento di

erogazioni pubbliche”. E tra i componenti della Commissione

Aggiudicatrice, c.era lo stesso Direttore dei Lavori che risulta essere stato,

tra gli altri, Giuseppe Namia, in precedenza ricordato.

Interessante è lo svelamento di tutta la gestione delle forniture e dei

servizi dell’A.S.L’.

 


 

 

L’appalto concorso per il servizio di ristorazione della casa di cura per gli

anziani di Vibo Valentia e quello per tutti i presidi ospedalieri dell’A.S.L’

di Vibo (Vibo, Tropea, Soriano e Serra San Bruno) era stato affidato alla

Onama e, alla scadenza dell’affidamento, riassegnato sempre alla Onama

S.p.A. Ma l’Onama non è una ditta come altre: “alcuni dipendenti della

Onama sono risultati legati da vincoli di parentela a soggetti appartenenti

alla cosca Fiarè-Gasparro di San Gregorio d.Ippona”. In particolare

Francesco Coscarella la cui moglie è Caterina Fiarè, sorella di Rosario

Fiarè, capo dell’omonima cosca. Insieme a lui anche Gregorio Coscarella,

figlio di Francesco. Altre sei persone risultano essere nipoti di Rosario

Fiarè. Insomma, i Fiarè sono ben inseriti all’interno della società Onama e,

come s.è visto, molti dipendenti sono parenti diretti con il capo della

„ndrina. Praticamente l’Onama è una società dei Fiarè o, comunque, da essa

pesantemente condizionata ed infiltrata.

Nel corso dell’operazione denominata ”Rima” che ha interessato i

capi e i gregari della cosca Fiarè con l’imputazione di associazione mafiosa

finalizzata all'usura, estorsione, riciclaggio, truffa ai danni dello Stato –

scondo la G. di F. - “è emerso il coinvolgimento di due amministratori

comunali di San Gregorio d'Ippona, comune nel quale la cosca avrebbe

pesantemente condizionato l'attività comunale infiltrandosi in appalti ed

altre attività grazie alla diretta complicità del Sindaco e del Vicesindaco”.

La „ndrina, inoltre, “avrebbe attuato anche una serie di estorsioni ai danni

di imprenditori impegnati nella realizzazione di lavori pubblici”.

 

Ma le presenze delle „ndrine non si fermano qui. Abbondanti tracce

si trovano anche in altri affidamenti. La fornitura di uno “scambiatore per

produzione di acqua calda” relativa all’ospedale di Tropea è stata affidata

alla Teeg Italia S.r.l’, La società “con oggetto sociale l„attività e

installazione di impianti tecnologici ed edili è amministrata da Domenico

Lo Bianco esponente di spicco dell'omonimo clan, mentre direttore tecnico

 


 

 

della stessa società è Carmelo Lo Bianco, esponente apicale del clan”.

Anche la fornitura e la manutenzione dei filtri per il sistema di aria

condizionata è stata affidata alla Teeg Italia.

Un altro appalto a trattativa privata è stato affidato alla Calor System

S.r.l’ con sede in Maierato. Di chi si tratta? Ce lo spiega sempre la Guardia

di Finanza: “L’impresa vincitrice è amministrata da Vincenzo Carnevale.

Direttore tecnico è il fratello Francesco marito di Lo Bianco Isabella, figlia

del citato Lo Bianco Carmelo elemento apicale del Clan. Il capitale sociale

è ripartito tra il predetto Carnevale Vincenzo e Angela Michienzi,

coniugata con il citato Domenico Lo Bianco esponente di spicco del Clan.

Da visure effettuate alle banche dati in uso al corpo è emerso che nel 2006

nell'ambito di accertamenti patrimoniali ex art. 2 bis legge 575/65 nei

confronti di Francesco Carnevale è stato accertato che il medesimo

unitamente a familiari e conviventi ha l’effettiva e la materiale disponibilità

di beni immobili risultati intestati a soggetti prestanome al fine di eludere le

leggi antimafia in materia di misure di prevenzione patrimoniale. Risulta

segnalato oltre a Francesco Carnevale anche Isabella Lo Bianco, Carmelo

Lo Bianco, Maria Elena Lo Bianco e Nicolina Pavone”.

Ovviamente un simile sistema non può limitarsi all’aggiudicazione

degli appalti, necessita di un controllo della macchina amministrativa e di

rapporti politici consolidati. Lo spiegano le indagini che hanno accertato

“condotte delittuose” di varia entità in 16 persone: “…dirigenti di grado

apicale rivestenti altissime funzioni nell'ambito della A.S.L’ che hanno

favorito l’aggiudicazione di talune gare di appalto a favore di ditte

manifestamente riconducibili direttamente o indirettamente ad esponenti di

spicco della Criminalità Organizzata locale” come la Teeg Italia o la Calor

System. Il dato di fondo è il fatto che si sono rivelati intrecci ed interessi tra

“i vertici dell’A.S.L’ che si sono succeduti negli anni” ed esponenti delle

„ndrine locali.

 


 

 

Un sistema quindi, non una contingenza momentanea o posta in capo

a pochi corrotti, con una modalità d.azione che è durata negli anni,

indipendentemente dalle persone fisiche degli amministratori, tutti

coinvolti, perché tutti partecipi e interessati ad uno scambio politico-

affaristico che ha fatto scempio della sanità pubblica.

Anche il bar presso l’ospedale di Tropea era gestito da un

prestanome del clan La Rosa mentre molti pagamenti risultano a favore di

ditte che secondo il rapporto della G.di F.. sarebbero dei canali di

riciclaggio del clan. Tra i dipendenti dell’A.S.L’ figurano Paolino Lo

Bianco, operatore tecnico, figlio del capo clan Carmelo Lo Bianco;

Gerardo Macrì, tecnico sanitario di laboratori Biomedico, la cui sorella è

intestataria della discoteca Casablanca di Tropea che invece risulterebbe di

Giuseppe Mancuso, al vertice della ben famosa cosca guida nel vibonese;

Vincenzo Soldano, ex vice sindaco di San Gregorio d.Ippona, arrestato

assieme ai Fiarè, compreso Vincenzo Fiarè anch.egli dipendente

dell’A.S.L’ e, tanto per non fermarci ai confini della provincia, Francesco

Michele Tripodi coniugato con Concetta Piromalli, figlia del noto

Girolamo “Mommo” Piromalli. Oltre a questi, c.è un numero rilevante di

soggetti tratti in arresto con l’operazione Rima, o denunciati per vari reati,

compreso quello di porto d.arma da fuoco. Altre 11 persone assunte tramite

la filiale di Lamezia Terme della società di lavoro interinale Obiettivo

lavoro, risultano gravate da precedenti penali o in precedenza arrestate.

 

 A conclusione della relazione, i militari della Guardia di Finanza

hanno riassunto così quelle che hanno definito “criticità riscontrate”:

“presenza di esponenti della criminalità organizzata tra il personale

dipendente di ditte giudicatrici di appalti; diffuso ricorso per gli appalti di

forniture di beni e servizi alla trattativa privata e alla trattativa privata

diretta, istituto che implica la partecipazione di una sola ditta invitata

dall’amministrazione; frazionamento di numerosi appalti di forniture di

 


 

 

beni e servizi, con importi risultati sotto il limite previsto per la richiesta

della certificazione antimafia e sotto soglia comunitaria; ricorso, in alcuni

casi, a rinnovi e proroghe di contratti in elusione degli obblighi di gara e

dell’obbligo di produrre la prevista certificazione antimafia, in luogo

dell’autocertificazione prodotta; aggiudicazione di appalti a rotazione tra

un numero limitato di imprese, tali da far ritenere che tra le stesse potesse

esistere un possibile accordo sottostante; condotta di dirigenti che, come

emerso anche da atti redatti da organi investigativi e giudiziari ed acquisiti

per l’esame, hanno favorito l’aggiudicazione di taluni appalti a ditte

riconducibili direttamente o indirettamente ad esponenti di spicco della

criminalità organizzata locale; presenza di dipendenti dell’A.S.L’ assunti a

tempo determinato e indeterminato, di cui alcuni appartenenti alle cosche

criminali locali, altri con procedimenti penali anche in corso”.140

Intanto, dopo questa relazione e questa indagine, nell’assenza di

qualunque tipo di intervento, nell’ospedale di Vibo si è continuato a morire

e a parlare ancora di malasanità può servire solo a chi non vuole vedere e

non vuole capire.

Guardando l’intreccio tra degrado della sanità pubblica e sistema di

affari creato attorno alla sanità privata, così come emerge dai fatti sinora

evidenziati, non si può tacere sulle gravi responsabilità della politica

calabrese.

 

140 Rapporto G.di F. per l’Alto Commissario anti corruzione

 

Come si vede, la sanità privata è esclusivamente alimentata con soldi

pubblici, e ciò a fronte di un sistema sanitario pubblico ridotto a brandelli

da sprechi, clientele e spartizioni tra partiti che non riguardano solo gli

organismi politici o di gestione, ma si estendono dal portantino al primario,

mortificando la trasparenza e la qualità professionale degli operatori

 


 

 

sanitari. Tutto in nome di uno scambio costruito sulla gestione dei fondi

pubblici, finalizzato a creare un consenso clientelare che uccide il diritto

dei cittadini alla salute e alla vita.

Il fatto che attualmente l’intera gestione del sistema sanitario

calabrese sia commissariata, non alleggerisce questa situazione, ma la

rende più drammatica e intollerabile e ne evidenzia il fallimento del

susseguirsi di intere gestioni politiche

L’unica certezza è che a pagarne le spese sono solo i soggetti più

deboli, sulla cui vita in Calabria si operano le peggiori speculazioni

politiche affaristiche e mafiose.

11. Il caso Fortugno

Quello che ha immediatamente colpito gli investigatori intervenuti sul

luogo del delitto, gli osservatori esterni, oltre che i mezzi di

comunicazione, è stata la scelta delle modalità con le quali è stato compiuto

l’omicidio del vice presidente del Consiglio regionale calabrese Francesco

Fortugno. Modalità altamente spettacolari, inconsuete nella storia della

„ndrangheta reggina, che nei rari casi in cui ha commesso omicidi

eccellenti, ha evitato ogni spettacolarizzazione.

Tipico il caso dell’omicidio di Ludovico Ligato, ucciso di notte, nella

sua villetta al mare, senza testimoni, così come l’omicidio del sostituto

procuratore generale della Cassazione, Antonino Scopelliti, che avvenne

lungo una strada deserta e anche in questo caso senza testimoni.

 

L’omicidio di Fortugno è avvenuto nell’atrio di palazzo Nieddu,

seggio elettorale di Locri per le primarie dell’Unione. Il palazzo si trova in

pieno centro storico e il luogo era affollato per l’afflusso degli elettori al

seggio, per i giornalisti, i politici, i curiosi presenti. E. il 16 ottobre del

2005 e l’ora – le 17.30 – è quella di massimo afflusso ai seggi e coincide

 


 

 

con il passeggio domenicale lungo le vie del centro. Né si può dire che

quella fosse una scelta obbligata e che gli assassini abbiano dovuto

sfruttare la prima o l’unica occasione utile.

Al contrario, le indagini consentono di affermare che l’omicidio era

stato pianificato da tempo, che la vittima era sotto osservazione da mesi,

che era possibile compiere quel gesto in ora serale o notturna, al rientro

dell’onorevole nella sua abitazione, posta in luogo centrale, ma poco

illuminato, oppure in occasione dei frequenti spostamenti in macchina tra

Locri e Reggio Calabria, sede del Consiglio regionale.

Gli autori scelsero con cura quel momento (il collaboratore di giustizia

Novella riferisce in un passaggio delle sue dichiarazioni della fretta

manifestata da Ritorto di eseguire il delitto proprio quel giorno), pur

essendo perfettamente consapevoli del clamore che ne sarebbe derivato e

delle conseguenze di carattere investigativo e repressivo. Un rischio

accettato in vista del risultato eclatante che l’omicidio doveva suscitare

nell’opinione pubblica e nella vita politica calabrese. Le conseguenze

furono in parte quelle volute: l’azione della Giunta regionale risultò frenata

e intimorita e lo stesso Consiglio regionale impiegò mesi prima di

procedere alla nomina del nuovo vicepresidente.

Alla luce delle risultanze investigative si può oggi confermare

l’opinione da più parti manifestata subito dopo il fatto: si trattava di un

delitto politico-mafioso, in cui la vittima fu colpita per il suo ruolo nella

politica regionale e per la mole degli interessi che premevano in vista della

formazione di nuovi equilibri.

La collaborazione di Bruno Piccolo e Domenico Novella ha consentito

di individuare l’autore materiale dell’omicidio, i suoi complici, gli

organizzatori e mandanti. Tale collaborazione non è però priva di punti

oscuri sui quali occorre riflettere criticamente.

 


 

 

In primo luogo va sottolineato che, nel panorama di scarsa presenza di

collaboratori di giustizia provenienti della „ndrangheta, la zona della

Locride si caratterizza come uno dei territori nei quali il fenomeno è ancora

più rarefatto. Le cosche che operano in tale territorio sono tra le più

radicate, più vicine alla tradizione, alle origini stesse della „ndrangheta, più

fedeli ai suoi valori di fedeltà e di omertà. Contrasta dunque con tale

situazione, che nell’ambito del medesimo procedimento, dal medesimo

territorio, dalla medesima cosca, in un ambito temporale ravvicinato, si

siano verificate due collaborazioni, dal peso decisivo, come quelle di

Piccolo e Novella.

Nell’ordinanza emessa il 19 marzo 2006 dal GIP del Tribunale di

Reggio Calabria nel procedimento 744/06 Rgnr D.D.A. a carico di

Ritorto+11, per l’omicidio Fortugno e altri gravi reati, risulta indagato

Vincenzo Cordì, esponente di vertice della cosca omonima, il quale era

all’epoca detenuto in espiazione della condanna riportata per il delitto di

associazione a delinquere di stampo mafioso in esito al processo cosiddetto

“Primavera”. Al Cordì fa riferimento un.informativa della Squadra Mobile

di Reggio Calabria, redatta in data 24.2.06 e recepita nell’ordinanza citata:

“A seguito dell’esecuzione delle O.c.c.c. maturate nel contesto della

cosiddetta “operazione Lampo”, Bruno Piccolo, nato a Locri (RC) l’11

marzo 1978, intraprendeva una fruttuosa collaborazione con la D.D.A. di

Reggio Calabria fornendo particolari rilevanti sulla struttura e sulle attività

criminose della cosca di cui faceva parte (Cordì).

Tratto in arresto in data 14 ottobre 2006, il collaboratore rendeva le

prime dichiarazioni il 6 dicembre successivo.

In data 9 dicembre 2006, veniva censurata una lettera inviata in

epoca precedente da Vincenzo Cordì. proprio a Bruno Piccolo, presso il

carcere di Sulmona (AQ).

 


 

 Il contenuto della missiva del 9 12.2006, fa riferimento all’obbligo di

non collaborare e ciò al fine di prevenire la temuta collaborazione del

Piccolo”. In particolare si legge:

“Caro amico Bruno,

l’importante in questi luoghi è stare tranquilli farsi la galera con onestà

rispettare tutti quelli che ti rispettano nella tua stanza fare tutto quello che ti

tocca e a secondo quanto siete ognuno fa il suo, parlare poco solo quando è

necessario, e sai com.è se c.è qualcuno che fa il furbo tipo ti dice con

questa accusa chissà quanto galera fai, tu gli rispondi che non importa

quanto galera faccio l’importante è uscire a testa alta e che la galera non ci

impressiona….E più oltre: ora caro Bruno non so in questo carcere chi c.è

di calabresi ma qualcuno c.è di sicuro, se no c.è un mio caro amico che è

all’A.I.V. e si chiama Filippo è di Reggio se hai modo manda i miei saluti

che se può fare qualcosa lo fa, comunque vedi che se hai bisogno di

qualcosa o hai qualche problema me lo fai sapere subito”.

Il Filippo cui si fa riferimento nella missiva si identifica in Filippo

Barreca 09.10.1956, elemento di spicco della criminalità organizzata

collegato alla cosca De Stefano, anch.egli recluso presso il carcere di

Sulmona (AQ).

Ulteriore lettera degna di menzione è quella inviata dal medesimo

Vincenzo Cordì. a Domenico Novella, suo nipote, coindagato nel medesimo

processo, a cui è stato contestato il concorso nell’omicidio Fortugno.

“Carissimo mio nipote Micarello.

 

Ti scrivo dopo aver ricevuto la tua lettera e mi compiaccio nel saperti in

buona salute e che stai bene, io come ti avevo già detto quando eri a Roma

avevo scritto ad un amico che era a Rebibbia e giorni fa mi è arrivata la

lettera dicendomi che se la vedeva lui ma che sicuramente ti trasferivano

perché a Reggina Celi non ti tenevano, cosa che poi è stato così, e così mi

hanno detto i nostri che eravate partiti tutti per Sulmona ma non sapendo

 


 

che invece vi hanno sparpagliato nei vari carceri, ma nell’immediatezza o

scritto ad un amico che si trova li, qui o saputo che a te ti avevano portato

ad Ancona e ti ho scritto anche una cartolina, ma sicuramente non ti è

arrivata, io spero che la smettano con questo farti andare avanti e indietro

nei vari carceri perché non so perché lo fanno e cosa vogliono, e se non

vogliano farvi uscire come sarebbe giusto perché non si può fare la galera

innocente come la stiamo facendo tutti, ma che almeno ti assegnino un

carcere dove uno può sistemarsi, io vi auguro che ti potessero portare qui e

nella sventura poter stare un po. insieme, ma io sempre spero che al più

presto potrai essere a casa con la tua famiglia che era già abbastato la

galera innocente che ha fatto tuo padre anche se poi gli è stata riconosciuta

la sua totale innocenza cosa difficile dei nostri tribunali comunque mio

caro nipote Micu (come nonno Micu), se ti dovessero tenere li vedi che nei

vari sezioni ci sono molti Calabresi che ci conoscono oltre a quel ragazzo

che e chiama Piromalli che me lo saluti tantissimo anche se a lui non me lo

ricordo ma che ero molto amico del padre e di suo fratello Tonino poi si

sono trasferiti (parole illeggibili in fondo pagina perché non fotocopiate)

visti comunque con gli altri paesani ti risenti e dici a chi appartieni sia se

sei li o se vai in altri posti e se ti trasferiscono me lo fai sapere subito,

quando a quello che è di fronte a te nella cella e fa il pazzo o lo è per

davvero lui per la sua strada e tu per la tua, tu rispetta tutti quelli che ti

rispettano ne più ne meno e ora che ricordo in quel carcere se non sbaglio

c.è Vicenzino di Sant.Ilario comunque ci sono tanti e come ti ho detto ti

presenti e ti raccomando (anche se non c.è bisogno) stai nel tuo e quello

che ti tocca di fare fai nella stanza e ognuno fa il suo se c.e qualche

problema me lo fai sapere subito, spero che oggi ai fatto un buon colloquio

e i tuoi genitori sono più tranquilli anche se diciamo tranquilli visto queste

ingiustizie che ci fanno, ora mi avvio alla conclusione di questo mio scritto,

facendoti sapere che ti penso sempre e ti voglio tanto bene con l’augurio

 


 

che al più presto i saluti me li potrai mandare dalla libertà, come fai

colloquio mi saluti mamma e papà e i tuoi fratelli, ti abbraccio con affetto

zio Enzo Ciao ciao, vedi che oggi o fatto anchio colloquio e ti salutano i

miei, ciao ciao caro nipote”.

Dal testo è fin troppo percepibile (ancorché espresso con linguaggio

criptico) il tentativo di inviare a Novella un messaggio che vada al di la del

significato letterale delle parole.

Con questa lettera il Cordì esibisce la considerazione di cui gode, anche

all’interno degli istituti penitenziari, invitando Novella a spendere il suo

nome per ottenere immediato rispetto.

Non può trascurarsi un.ulteriore singolarità: Cordì scrive le lettere

proprio ai due soggetti che di lì a poco avrebbero iniziato a collaborare con

la giustizia. E. possibile che tale coincidenza riveli la capacità – tipica di un

capo scaltro ed esperto – di riconoscere i punti deboli della propria

organizzazione, ma permangono elementi di perplessità sull’intera vicenda,

soprattutto se si considera che il Novella, nelle sue dichiarazioni, appare

impegnato ad escludere ogni ruolo dei Cordì nell’ideazione, preparazione

ed esecuzione dell’omicidio Fortugno, di cui addirittura non avrebbero

avuto alcuna notizia preventiva. Novella recide ogni possibile

collegamento tra l’omicidio ed il contesto mafioso al quale egli stesso

appartiene, concentra la sua attenzione sulla ragione elettorale di Marcianò

Alessandro e omette di fornire indicazioni circa una serie di elementi poco

chiari, come ad esempio i viaggi a Milano, l’arma del delitto, e altro

ancora.

 

A Piccolo e Novella occorre comunque dare atto di avere consentito di

individuare l’esecutore materiale dell’omicidio, i suoi complici e il ruolo di

mandante di Alessandro Marcianò, quest.ultimo interessato alla

sostituzione del Fortugno con il primo dei non eletti, Domenico Crea. Da

 


 

questo punto di vista l’ordinanza emessa il 23 gennaio 2008 nel processo

1272/07 Rgnr D.D.A. RC, denominato “Onorata Sanità”, conferma la

ricostruzione della D.D.A. reggina.

Si evidenzia in questa ordinanza come il lavoro investigativo abbia

consentito di fare chiarezza “…su un contesto politico-affaristico-mafioso

che, nel costituire lo scenario di fondo nel quale matura lo stesso omicidio

Fortugno, rende palese come la penetrazione delle organizzazioni criminali

nei gangli vitali delle istituzioni pubbliche sia resa possibile e concreta

dalla presenza di soggetti capaci di coagulare il consenso delle famiglie

mafiose … in un.ottica di totale asservimento della funzione pubblica a

rapaci e spregiudicati interessi di parte”.

Rimangono però alcune perplessità che derivano dalla lettura delle

dichiarazioni dei due collaboratori di giustizia più volte citati.

Le indagini hanno infatti consentito di accertare che, proprio il giorno

precedente l’omicidio, Novella e tale Audino si erano recati a Milano, con

andata e ritorno nell’arco delle ventiquattrore.

Il rapido viaggio compiuto alla vigilia del delitto viene spiegato dal

Novella, con la necessità (i cui connotati di urgenza appaiono inafferrabili)

di acquistare un.autovettura. Ora, posto che il Novella e l’Audino erano al

corrente del progetto criminale che si sarebbe consumato di lì a poco,

appare davvero singolare che essi abbiano intrapreso quel viaggio, per far

ritorno a Locri nella stessa mattina del giorno in cui l’omicidio avvenne.

Sarebbe stato interessante sapere con chi i due si siano incontrati e perché,

e se, per ipotesi, essi non si siano recati a Milano e dintorni, per informare

una o più persone di quanto sarebbe avvenuto o addirittura per chiederne

consenso.

 

Non è ragionevole ritenere che un delitto come quello nei confronti del vice

presidente del Consiglio regionale della Calabria e, per di più, con quelle

 


 

modalità di tempo e di luogo, possa essere stato eseguito da esponenti di

una cosca mafiosa, senza che i vertici della stessa non fossero avvertiti,

consapevoli e consenzienti.

Così come non appare pienamente credibile una ricostruzione per la quale

il delitto sarebbe avvenuto all’insaputa della cosca competente per territorio

e in generale del sistema mafioso reggino.

In tale prospettiva va conclusivamente sottolineato come, a margine della

vicenda Fortugno, si collochino tre episodi inquietanti e non chiariti.

Il primo di tali episodi è il suicidio di uno dei due collaboratori di giustizia

in precedenza citati – Bruno Piccolo– il quale si è tolto la vita mediante

impiccagione alla vigilia del secondo anniversario dell’omicidio Fortugno.

Le motivazioni rimangono tuttora oscure.

Il secondo di tali episodi è l’attentato a Saverio Zavettieri. Questi, all’epoca

dei fatti assessore regionale alla cultura, fu il destinatario di un grave atto

intimidatorio, con l’esplosione di una fucilata contro il vetro

antisfondamento della sua abitazione a Bova Marina.

E. lo stesso Zavettieri (sentito dalla Commissione in data 6 febbraio 2008)

a ritenere che tra l’intimidazione a suo danno e l’omicidio Fortugno vi sia

un collegamento, un nesso, costituito dall’esigenza di determinate

espressioni patologiche della realtà sociale della provincia di Reggio

Calabria, di ottenere diretta rappresentanza politica. Secondo Zavettieri tali

componenti, cioè, la zona grigia o la borghesia mafiosa, non avrebbero

alcuna difficoltà a transitare da uno all’altro dei due schieramenti

contrapposti che caratterizzano il sistema politico, pur di ottenere la tutela

dei propri interessi. Cosa effettivamente avvenuta alla vigilia delle ultime

elezioni regionali, con il passaggio – fra gli altri – dallo schieramento di

centro destra a quello di centro sinistra del già citato Domenico Crea,

successivamente ritransitato nel centrodestra.

 


 

Il terzo episodio cui si faceva cenno è il cosiddetto caso Chiefari, dal quale

si diffondono una serie di interrogativi, in gran parte non risolti, e una luce

ulteriormente inquietante sull’intera vicenda Fortugno.

Il predetto Francesco Chiefari (il cui fermo è stato convalidato dal GIP del

Tribunale di Reggio Calabria con ordinanza del 23 dicembre 2006) avrebbe

collocato, a pochi giorni di distanza, all’interno degli Ospedali di Siderno

prima e di Locri poi, cariche di tritolo, in grado – quantomeno la prima – di

esplodere con effetti micidiali. Nel primo episodio la carica era

accompagnata da una lettera minatoria nei confronti del fratello e della

vedova dell’on. Fortugno e intendeva, esplicitamente, porsi in

collegamento con l’omicidio.

Ancora più torbidi e inquietanti apparivano poi il retroscena della vicenda e

i non chiariti rapporti di Chiefari con personale dei Servizi segreti, di cui

egli dichiarava essere stato confidente.

Tutti gli interrogativi rimasti aperti intorno alle varie vicende legate

all’omicidio Fortugno possono trovare una parziale risposta nei vari

procedimenti in corso, sia perché direttamente legati all’omicidio sia

perché in generale collegati agli interessi diretti della „ndrangheta nella

sanità.

E. comunque auspicabile e necessario che su questa vicenda, che

rappresenta la più alta sfida che le cosche hanno lanciato alle istituzioni in

Calabria dai tempi dell’omicidio del Procuratore Scopelliti, le indagini

vadano ancora avanti nella ricerca di tutti gli elementi necessari a chiarire

fino in fondo le motivazioni dell’omicidio e del suo contesto politico-

mafioso e fugare ogni zona d.ombra assicurando alla giustizia mandanti ed

esecutori.

 

 


 

Anche all’interno di questa complessa vicenda emerge un dato di fondo,

quasi strutturale, relativo alla natura dei partiti e alle classi dirigenti.

In vista di ogni elezione, notabili politici detentori di pacchetti di voti e

preferenze si offrono sul mercato del consenso. Si cambia così

schieramento portando in dote voti ma anche interessi materiali e

clientelari. I bisogni della gente vengono ricondotti in un sistema di favori

clientelari che per rigenerarsi deve essere alimentato con soldi pubblici e

affari. Per questo il buco del bilancio della sanità è diventato un pozzo

senza fondo.

La politica si privatizza e le cosche che controllano il territorio trattano con

essa, la condizionano, offrono i loro pacchetti di voti o entrano

direttamente nelle liste con propri uomini. Purtroppo, questo meccanismo

vede come protagonisti passivi anche i cittadini che, in assenza di diritti

esigibili da rivendicare in modo trasparente, affidano i propri problemi a

chi promette, anche con mezzi corrotti e illegali, di offrirgli una risposta

percepita da loro stessi come l’unica possibile.

Questa è la politica debole che in Calabria da forza alla „ndrangheta. Ma

questa politica per rigenerare se stessa, il suo consenso, le sue clientele,

deve riprodurre la sua debolezza, pena la perdita di relazioni che

alimentano il sistema di potere di cui è espressione.

 

 


 

 CAPITOLO VII

Colonizzazioni

1. Milano e la Lombardia

Milano e la Lombardia rappresentano la metafora della ramificazione

molecolare della „ndrangheta in tutto il nord, dalle coste adriatiche della

Romagna ai litorali del Lazio e della Liguria, dal cuore verde dell’Umbria

alle valli del Piemonte e della Valle d.Aosta. Di questi insediamenti è utile

fornire alcuni brevi spaccati, tutti legati ferramente a doppio filo con i

territori d.origine com.è caratteristica della „ndrangheta e come indicato

dalla ricostruzione della mappa delle famiglie in altra parte di questa

relazione.

Il 13 gennaio 1994 nel corso dell’XI Legislatura la Commissione

Parlamentare d.inchiesta sul fenomeno della mafia approvava la relazione

sugli insediamenti e le infiltrazioni di organizzazioni di tipo mafioso in

aree non tradizionali, le principali regioni del Nord e del Centro Italia.

La relazione si collocava contestualmente in quella stagione straordinaria di

lotta alla mafia che, soprattutto in Lombardia, aveva visto la

disarticolazione di intere organizzazioni a seguito di operazioni di polizia

coordinate dalle Procure Distrettuali che avevano portato all’arresto, e

quasi sempre alla condanna, di migliaia di appartenenti a gruppi criminali

soprattutto affiliati alla „ndrangheta.

 

 


 

La relazione già evidenzia come in Lombardia la „ndrangheta era

l’organizzazione più potente, cita i risultati di operazioni quali Wall

Street141 e Nord-Sud142 che allora erano in pieno svolgimento e che,

insieme alle successive, in particolare l’operazione Count Down143

dell’ottobre 1994 e l’operazione Fiori della Notte di San Vito, del

novembre 1996, riguardante il clan Mazzaferro,144 sono sfociate nei grandi

dibattimenti sino ai primi anni del 2000 che si sono conclusi con centinaia

di condanne.

Si può affermare che con tali operazioni è stata quasi eliminata la

componente militare di imponenti organizzazioni, dai soldati fino ai

generali, e sono stati “riconquistati” dalle forze dello Stato territori che

erano fortemente condizionati da cosche come quelle di Coco Trovato nel

lecchese, i Morabito-Palamara-Bruzzaniti e i Papalia-Barbaro-Trimboli.

Da allora nessun.altra indagine approfondita di impulso parlamentare si è

occupata degli insediamenti mafiosi in Lombardia nonostante il nord del

Paese e Milano siano stati investiti da grandi processi di trasformazione

economici e sociali, di deindustrializzazione di intere aree e periferie

urbane e, in questi cambiamenti, le mafie abbiano riguadagnato

silenziosamente ma progressivamente terreno.

 

 

141 Riguardante il clan Coco Trovato-Flachi-Schettini legato ai De Stefano di Reggio Calabria nonchè i

Cursoti di Catania.

142 Riguardante le cosche Papalia-Barbaro e Morabito.

143 Riguardante sia la „ndràngheta dell’area De Stefano sia l’area della camorra quale i Fabbrocini e gli

Ascione.

144 che operava con decine di ” locali” nelle province di Varese di Como e che ha anch.esso ripreso in

buon parte le posizioni perdute.

 

 

 


 

 

 

Le „ndrine sono state in grado di recuperare il terreno perduto grazie ad una

strategia operativa che ha evitato manifestazioni eclatanti di violenza, tali

da attirare l’attenzione e divenire controproducenti, attuando piuttosto

un.infiltrazione ambientale anonima e mimetica tale da destare minor

allarme sociale e da far assumere alle cosche e ai loro capi le forme

rassicuranti di gestori e imprenditori di attività economiche e finanziarie

del tutto lecite .145

In tal modo si è realizzato un controllo ambientale che, in sentenze già

passate in giudicato, è stato definito “selettivo” e cioè strettamente

funzionale nel suo “stile” al raggiungimento degli scopi del programma

criminoso in un.area geografica giustamente ritenuta diversa per cultura,

mentalità e abitudini rispetto a quella di origine. Non per questo un

controllo meno pericoloso in quanto più idoneo, proprio per la sua

invisibilità, a rimanere occulto e ad essere meno oggetto di risposte

tempestive da parte delle forze dell’ordine e della società civile.

La strategia di “inabissamento” di queste cosche invisibili che sono riuscite

a riprodursi nonostante i colpi loro inferti dalle grandi indagini degli anni

.90 è stata favorita da un insieme di condizioni.

In sintesi i fattori che negli ultimi anni hanno giocato a vantaggio delle

cosche operanti in Lombardia possono essere i seguenti:

 

 

145 La strategia del “silenzio” non esclude ovviamente messaggi fortemente intimidatori quando

necessari al buon funzionamento della strategia generale come testimoniano i tre incendi tra il marzo

2003 e il novembre 2005 delle autovetture del Sindaco di un Comune chiave per la strategia delle cosche

e cioè Maurizio Carbonera Sindaco del centro-sinistra di Buccinasco impegnato nell’approvazione di un

piano regolatore non gradito ai clan che controllano il locale mercato dell’edilizia. Il Sindaco Carbonera è

stato anche destinatario di una busta con un proiettile di mitragliatrice. A Buccinasco, definita la Platì del

nord, è da sempre dominante la cosca Papalia-Barbaro.

 


 

- la capacità delle cosche, e soprattutto quelle calabresi per la loro

strutturazione familistica di tipo orizzontale , di rigenerarsi tramite

l’entrata in gioco di figli e familiari di capi-cosca arrestati e condannati

all’ergastolo o a pene elevatissime a seguito dei processi degli anni .90.

In pratica ogni cosca, da quella di Coco Trovato a quella di Antonio

Papalia a quella dei Sergi, ha visto il formarsi, sotto la guida dei capi

detenuti, di una nuova generazione.

- le scarse risorse specializzate messe in campo dalla Stato in Lombardia

e in genere nel Nord-Italia per combattere la mafia. Basti pensare ad un

distretto come quello di Milano che comprende anche città con forte

presenza mafiosa come Como, Lecco, Varese e Busto Arsizio, con le

forze in campo costituite da poco più di 200 uomini: 40 uomini del

R.O.S. Carabinieri, 50 uomini del G.I.C.O., 55 dello S.C.O. della

Polizia di Stato cui si aggiungono 68 uomini della D.I.A. che ha

competenza peraltro su tutta la Lombardia.

 

 

L’insufficienza di uomini, più volte denunziato dai rappresentanti della

D.D.A. è pari all’insufficienza di mezzi, cause spesso del rallentamento

di alcune indagini.

 

 

- altro elemento che ha influito soprattutto nell’opinione pubblica è

rappresentato dall’esplosione, negli ultimi anni, del tema della

percezione della sicurezza che, soprattutto in un.area come Milano e il

suo hinterland ha spostato l’attenzione sulla microcriminalità in genere

collegata alla presenza di stranieri e di altri soggetti operanti sul terreno

della devianza sociale. E ciò, nonostante l’incessante lavoro e i risultati

importanti ottenuti dalla D.D.A..

 

 

In questo contesto di “disattenzione” le cosche hanno scelto come sempre

le attività criminose più remunerative con minori rischi e hanno evitato, per

quanto possibile ma con successo, le faide interne e i regolamenti di conti

 


 

che avevano preceduto soprattutto con sequele impressionanti di omicidi le

indagini degli anni .90 e che avevano avuto l’effetto di suscitare un

immediato e controproducente allarme sociale.

Del resto in una metropoli come Milano in cui, secondo le statistiche, circa

120.000 milanesi fanno uso stabile o saltuario di cocaina, c.è “posto per

tutti” ed è stato possibile, per i vari gruppi attuare una divisione del

mercato e del lavoro in grado di soddisfare tutti senza concorrenze

sanguinose, dall’acquisto delle grosse partite sino alla rivendita nelle varie

zone.

Le numerose operazioni condotte dalle Forze dell'Ordine e dalla

Magistratura hanno consentito di delineare un quadro della criminalità

organizzata, prevalentemente di matrice calabrese, presente sul territorio

lombardo.

Le cosche ivi operanti, sviluppatesi con i tratti tipici della malavita

associata negli anni '70, presentano una struttura costante, caratterizzata da

un nucleo di persone legate strettamente tra loro da vincoli di parentela,

spesso formalmente affiliate alla 'ndrangheta, a cui si affianca una base

numericamente più ampia con funzioni esecutive, che assicura un apporto

continuo nella realizzazione degli obiettivi criminali.

Malgrado il contatto con realtà diverse, i componenti di questi gruppi

hanno mantenuto le peculiarità comportamentali e gli atteggiamenti

culturali della criminalità organizzata calabrese.

 

 

La Lombardia è da sempre retroterra strategico dei più importanti sodalizi

criminali calabresi e gli eventi registrati offrono ulteriori riscontri per

quanto concerne la massiccia presenza nella regione di soggetti legati alla

„ndrangheta, con interessi, come si vedrà, principalmente nel settore del

 


 

traffico di stupefacenti, nella gestione dei locali notturni e nell’infiltrazione

all’interno dell’imprenditoria edilizia.

Anche per la „ndrangheta, sul territorio lombardo, prevale una strategia di

un basso profilo di esposizione, pur non mancando atti violenti, quali

l’agguato in viale Tibaldi di Milano, dell’aprile 2007, ove un pregiudicato

calabrese è stato ferito con colpi di arma da fuoco per motivi forse

correlabili alle attività illegali del caporalato, che sembra costituire un

mercato in espansione per la „ndrangheta.

Non sono neppure mancati episodi estorsivi, che hanno coinvolto

pregiudicati di origine calabrese, con interessi nel campo dell’edilizia a

Caronno Pertusella (VA).

Tuttavia l’aspetto militare, pur se cautelativamente messo in sonno, non è

certo stato abbandonato dalla strategia dei gruppi calabresi e si ha almeno

un esempio di tale potenzialità dal sequestro di un imponente arsenale a

disposizione della „ndrangheta calabrese rinvenuto in un garage di Seregno

nell’ambito dell’operazione “Sunrise” nel giugno 2006. L’arsenale era a

disposizione di Salvatore Mancuso e del suo gruppo appartenente al clan di

Limbadi (VV) da tempo sbarcato in Brianza. Un vero e proprio deposito di

armi micidiali: kalashnikov, mitragliatori Uzi, Skorpion, munizioni e

cannocchiali di precisione, bombe a mano. Le attività criminali accertate

sono state le truffe, il traffico di droga e l’associazione a delinquere

finalizzata all’usura. Il prosieguo dell’indagine consentiva l’ulteriore

arresto complessivamente di 32 soggetti, originari del Vibonese, indiziati di

traffico di droga, usura e truffe. Le attività usurarie venivano praticate

attraverso un membro dell’organizzazione, titolare di imprese edili ed altre

società, che erogava a imprenditori in difficoltà prestiti con interessi fino al

730%.

 


 

Le truffe avvenivano, con meccanismi complessi di mancati pagamenti, ai

danni di società di lavoro interinale, conseguendo illeciti introiti per oltre

800 mila euro.

Le indagini hanno messo in luce anche un elevatissimo gettito, proveniente

dalle attività estorsive e valutato in circa 3 milioni di euro.

Da quanto detto ne consegue che l’attività assolutamente prevalente, quella

che si potrebbe dire di “accumulazione primaria”, rimane l’introduzione e

la vendita di partite di sostanze stupefacenti, in assoluta prevalenza

cocaina, canalizzate in Italia tramite i contatti anche stabili e “residenziali”

delle cosche con i fornitori operanti nell’area della Colombia e del

Venezuela.

In questo campo l’attività di contrasto è stata in grado in questi ultimi anni

di assestare alla “nuova generazione” delle cosche alcuni colpi importanti

che tuttavia, data l’enorme estensione del mercato e l’enormità dei

guadagni e dei ricarichi, sono passibili di essere riassorbiti dai gruppi come

una sorta di rischio d.impresa in termini di perdita temporanea di uomini e

di guadagni. Tra le operazioni condotte con successo si può citare la

“Caracas Express” eseguita dalla Squadra Mobile di Milano che ha portato

all’emissione di 47 ordini di custodia nei confronti di appartenenti al clan

di Rocco Molluso e Davide Draghi di Oppido Mamertina appartenente

all’area dei Barbaro-Papalia ed operante in particolare nella fascia Sud-est

di Milano.

La potenzialità di mercato di tale gruppo, che dà il senso dell’entità

complessiva dello spaccio di cocaina a Milano, era di acquisto e di

rivendita ogni mese di 20 chili di cocaina purissima proveniente dal Sud

America.

 


 

Sui rapporti tra la „ndrangheta e i cartelli colombiani produttori di cocaina,

sono importanti i riscontri dell’Operazione “Stupor Mundi”, conclusasi nel

mese di maggio 2007 a Reggio Calabria con l’emissione di 40 arresti.

La dimensione del traffico era desumibile dalla dimostrata capacità degli

arrestati di acquistare partite, fino a tremila chili, di stupefacente allo stato

puro, direttamente dalla Colombia. La cocaina sequestrata nel corso

dell’operazione aveva un valore sul mercato di circa 60 milioni di euro.

Venivano accuratamente ricostruite le rotte dei traffici di cocaina che,

partendo dal Sud America, ed in particolare dalla Colombia, giungevano,

attraverso l’Olanda, soprattutto in Piemonte ed in Lombardia.

 

 

Estremamente significativa dell’incidenza del monte di affari prodotti dai

traffici di cocaina è il riciclaggio in attività imprenditoriali e la capacità di

gruppi con i propri capi condannati all’ergastolo di rimpadronirsi in pochi

anni del territorio. Lo ha dimostrato l’indagine “Soprano” che ha visto nel

dicembre del 2006 l’arresto, ad opera della Polizia di Stato e della Guardia

di Finanza, di 37 persone146 appartenenti alla famiglia Coco Trovato.

Tale famiglia nonostante la condanna all’ergastolo dei capi Franco Coco

Trovato e Mario Coco Trovato è riuscita infatti a rioccupare il territorio di

influenza, e cioè quello di Lecco, grazie alla discesa in campo e alla

reggenza di figli, nipoti e consanguinei indicati nell’ordinanza di custodia

cautelare.

 

 

146 Ordinanza di custodia cautelare emessa il 13.12.2006 a carico di Bubba Rodolfo, Trovato Emiliano,

Trovato Giacomo ed altri anche per il reato di cui all’art. 416bis c.p..

 

Vincenzo Falzetta, sempre secondo la misura cautelare, era anche l’uomo

di riferimento del gruppo sul piano finanziario e imprenditoriale, avendo

assunto per conto della cosca, tramite varie società, la gestione di numerosi

locali pubblici a Milano tra cui la nota discoteca Madison, il ristorante Bio

 


 

Solaire e la discoteca estiva Cafè Solaire, sita strategicamente nei pressi

dell’Idroscalo.

Si era così costituita una catena di locali pubblici, in cui fra l’altro

lavoravano quasi solo parenti o persone legate alla “famiglia”, che

rispondevano ad una pluralità di esigenze: riciclare la liquidità in eccesso,

spacciare all’interno di essi o intorno ad essi altra cocaina e usare i locali, al

riparo da occhi indiscreti, per riunioni strategiche, alcune delle quali

finalizzate a discutere addirittura il reimpiego in grosse attività immobiliari

in Sardegna dei proventi della bancarotta di società finanziarie messe in

piedi dalle cosche in Svizzera.

Si evidenzia in questo contesto un.elevata capacità imprenditoriale delle

famiglie calabresi considerando che locali analoghi sono stati aperti da

Falzetta a Soverato in provincia di Catanzaro e sono in corso progetti di

acquisizione di ristoranti negli U.S.A. come risulta da diverse indagini.

Uno spaccato particolare è rappresentato da Quarto Oggiaro, il quartiere

popolare da sempre tra i più degradati della periferia nord-ovest di Milano.

Una vera e propria zona franca per l’illegalità, con settecento delle

quattromila case popolari gestite dalla ALER, l’ente comunale milanese

che amministra il patrimonio edilizio pubblico, occupate abusivamente e

con l’accesso controllato direttamente dagli uomini della „ndrangheta. In

questo territorio, suscitando grande clamore sui media locali, nell’estate del

2007 è ricomparso in forze il gruppo Carvelli di Petilia Policastro (KR),

anch.esso colpito dalle indagini degli anni .90 ma ugualmente riuscito a

riprodursi.

 

Alcuni interventi di polizia hanno fatto emergere un vero e proprio

controllo militare dello spaccio tra i casermoni del quartiere con file di

 


 

acquirenti che si presentavano praticamente alla luce del sole nei vari punti

dove operavano gli spacciatori stabilmente presidiati da chi era addetto alla

guardia e al rifornimento.

Risale allo stesso mese di agosto 2007, e cioè poco dopo il fallito tentativo

di “bonifica” di Quarto Oggiaro, l’omicidio proprio di Francesco Carvelli

figlio dell’ergastolano Angelo Carvelli e nipote del sorvegliato speciale

Mario Carvelli, considerato l’attuale padrone del quartiere. Il regolamento

di conti, uno dei non numerosi verificatisi negli ultimi anni, risponde con

ogni probabilità ad una logica di assestamento dei rapporti tra i vari gruppi

operanti nell’area.

L’enorme liquidità in eccesso prodotta dai traffici di cocaina e in misura

minore ma significativa dalle estorsioni viene canalizzata, secondo i dati

che provengono dalle principali strutture investigative e fra di esse la

D.I.A., in alcuni settori produttivi ed economici attraverso imprese

apparentemente legali.

 

 

Si tratta del settore dell’edilizia nel quale va compreso sia a Milano sia

nell’hinterland quello degli scavi e del movimento terra, delle costruzioni

vere e proprie, sino all’intermediazione realizzata da agenzie immobiliari

collegate147, del settore ristoranti e bar, del settore delle agenzie che

 

147 Nel settore dell’edilizia privata, sottoposto soprattutto nell’hinterland ad un controllo quasi

monopolistico da parte delle cosche, il meccanismo di intervento che esprime tale controllo ed è stato già

riconosciuto in alcune sentenze, è quasi sempre il medesimo.

 

Inizialmente società operanti con capitali mafiosi ma intestate a prestanomi incensurati ed

apparentemente privi di collegamento con i clan acquistano terreni agricoli ottenendo poi dai Comuni le

relative licenze edilizie e facendo fronte agli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria. In un secondo

momento le stesse società affidano la costruzione di unità immobiliari, attraverso contratti di appalto, a

società in cui compaiono invece imprenditori o loro familiari legati in modo più diretto ai gruppi della

„ndrangheta. Il pagamento del contratto di appalto non avviene poi in denaro bensì con la cessione di una

quota, di solito il 50%, delle unità immobiliari costruite che l’impresa costruttrice vende subito ad altre

società immobiliari anch.esse legate ai clan che rivendono a privati. Tale meccanismo consente quindi di

porre degli schermi di salvaguardia tali da non attirare troppo l’attenzione sul reale beneficiario finale

dell’attività edilizia e tutte le società coinvolte, che si alimentano con continui ingenti finanziamenti soci

 


 

con i quali poi vengono pagate le reciproche prestazioni, hanno la possibilità di nascondere l’origine di

somme provenienti dai traffici illeciti e di ottenere in modo abbastanza semplice flussi di denaro pulito.

148 Si osservi che allo stato non si evidenziano infiltrazioni significative nel campo dell’edilizia pubblica

e in genere negli appalti pubblici di rilievo, non è noto se per una carenza delle indagini o perchè gli

appalti pubblici non sono per il momento di grande interesse per le cosche rischiando di metterne in

pericolo ”l'invisibilità”.

Tuttavia indagini recenti ed ancora in corso segnalano un nuovo interesse per gli appalti nel campo

dell’Alta Velocità ferroviaria e nel campo del potenziamento dell’Autostrada Milano-Torino nelle sue

tratte lombarde.

149 In tema di caporalato è interessante rilevare che molti lavoratori delle imprese di facchinaggio gestite

da uomini vicini alle cosche sono secondo i dati forniti dagli organi investigativi cittadini curdi e turchi

convogliati dalla .ndràngheta in Nord-Italia dopo il loro sbarco sulle coste del crotonese e del catanzarese.

 

forniscono addetti ai servizi di sicurezza, soprattutto per locali pubblici e

discoteche; del settore dei servizi di logistica, cioè il facchinaggio e la

movimentazione di merci, con la gestione di società cooperative, come

quelle controllate dalle cosche presso l’Ortomercato di Milano.

 

 

Storicamente, però, per le cosche calabresi l’edilizia148 rappresenta il

settore primario che consente, fra l’altro, di utilizzare anche mano d.opera a

bassa specializzazione e di sviluppare e controllare fenomeni quali il

caporalato delle braccia.149 Questa attività criminale sfrutta da anni

manodopera clandestina giunta sulle coste crotonesi e catanzaresi con le

carrette del mare e fatta fuoriuscire dai CPT di Crotone e Rosarno.

Anche nell’edilizia non mancano le estorsioni in danno di concorrenti o di

imprese riottose. Lo testimoniano incendi in cantieri o danneggiamenti di

attrezzature che vengono segnalati soprattutto nell’hinterland.

Tuttavia persino le minacce estorsive non sono necessarie quando, come

nella maggioranza dei casi, si verte in realtà in una situazione di completo

monopolio ed in ampie zone della Brianza o del triangolo Buccinasco-

Corsico-Trezzano non è nemmeno pensabile che qualcuno con proprie

offerte o iniziative “porti via il lavoro” alle cosche calabresi che hanno le

loro imprese diffuse sull’intero territorio.

 

 


 

In questo senso appare pienamente condivisibile il giudizio finale

formulato dal responsabile della D.D.A. presso la Procura di Milano

secondo cui in settori come quello dell’edilizia non è nemmeno necessaria

l’intimidazione diretta poichè è sufficiente l’intimidazione “percepita”, cioè

quella non esercitata con minacce aperte ma con la semplice “parola giusta

al momento giusto”.

 

 

L’intervento dell’Autorità giudiziaria ha anche portato alla luce

l’infiltrazione diffusa e organica in un settore strategico dell’economia

lombarda, e quello relativo all’insediamento o meglio reinsediamento della

cosca Morabito-Bruzzaniti-Palamara all’interno dell’Ortomercato di Via

Lombroso.150

L’Ortomercato di Milano è il più grande d.Italia. Ogni notte vi fanno capo

centinaia di camion che distribuiscono i prodotti in tutta la regione. Dei

3.000 lavoratori impiegati quasi la metà sono irregolari. Il giro di affari è di

3 milioni di euro al giorno con 150 tra imprese e cooperative interessate.

L’ordinanza di custodia cautelare emessa in data 26.4.2007 nei confronti di

Salvatore Morabito, Antonino Palamara, Pasquale Modaffari e altre 21

persone ha messo in luce che la cosca Morabito-Bruzzaniti grazie

all’arruolamento dell’imprenditore Antonio Paolo titolare del consorzio di

cooperative Nuovo Co.Se.Li. era riuscita ad utilizzare le strutture

dell’Ortomercato e i suoi uffici come punto di riferimento per gli incontri, e

logistica per la gestione di grosse partite di sostanze stupefacenti.

 

 

150 Già nel 1993 infatti un.indagine della D.D.A. di Milano aveva messo in luce un commercio di

cocaina e di eroina tra Italia, Sud-America e Thailandia per 300 chilogrammi di sostanze al mese che

viaggiavano appoggiandosi alla Sical Frut una società che operava presso l’Ortomercato di Milano e

rispondeva allo stesso clan dei Morabito.

 


 

Tra di esse i 250 chilogrammi di cocaina provenienti dal Sud America,

giunta in Senegal a bordo di un camper e sequestrati in Spagna dopo aver

viaggiato sotto la copertura di un.attività di rallye.

La cosa che più inquieta è che Morabito, appena terminato nel 2004 il

periodo di soggiorno obbligato ad Africo, grazie all’arruolamento

dell’operatore economico Antonio Paolo, aveva goduto per i suoi

spostamenti all’interno dell’area commerciale addirittura di un pass

rilasciato dalla So.Ge.Mi. e cioè la società che gestisce per conto del

Comune di Milano l’intera area dell’Ortomercato. Al punto che il Morabito

entrava nell’Ortomercato con la Ferrari di sua proprietà.

Tale mancanza di controlli appare peraltro diretta conseguenza del fatto che

da tempo l’area, nonostante la gestione comunale, era divenuta “zona

franca”, controllata da un caporalato aggressivo, padrone del lavoro nero e

all’interno della quale il Presidio di Polizia risultava chiuso da anni, mentre

i Vigili Urbani evitavano quasi sempre di intervenire.

La capacità di influenza di Morabito era giunta al punto che il suo

“controllato”, Antonio Paolo, aveva acquistato le quote della società SPAM

Srl che, per ragioni di certificazione antimafia Morabito e i suoi associati

non avevano più potuto gestire formalmente, e tale società aveva chiesto e

ottenuto dalla So.Ge.Mi., e quindi in pratica dal Comune, la concessione ad

aprire nello stabile di Via Lombroso, ove peraltro ha sede la stessa

So.Ge.Mi il night club “For the King”, inaugurato il 19.4.2007 alla

presenza di noti boss della „ndrangheta come, tra gli altri, Antonino

Palamara.

Il sequestro preventivo delle quote sociali della Spam è stato adottato dal

GIP di Milano e confermato dal Tribunale del Riesame il 5.6.2007.

 

 

I provvedimenti dell’autorità giudiziaria di Milano con i quali sono state

sequestrate le quote sociali della SPAM Srl evidenziano un.altra ragione di

 


 

interesse. Antonio Paolo, dopo aver rilevato la società nella quale Morabito

era rimasto il socio occulto e il vero dominus, aveva ottenuto dalla Banca

Unicredit ed esattamente dalla filiale della centrale via San Marco di

Milano un anomalo finanziamento di 400.000 euro che doveva servire a

pagare le spese della ristrutturazione del night For the King, peraltro a

posteriori, visto che la ristrutturazione era già avvenuta.

Ciò mette a nudo un sistema col quale non solo qualche Cassa Rurale di

provincia ma anche istituti maggiori assicurano finanziamenti a noti

esponenti mafiosi senza effettuare i controlli necessari e senza chiedersi chi

siano i soggetti così indebitamente favoriti.

 

 

Un.altra conseguenza significativa dell’indagine relativa alle infiltrazioni

della „ndrangheta nell’Ortomercato è stato il sequestro propedeutico alla

confisca di numerose quote societarie e beni immobili per un valore

complessivo di quasi 4 milioni di euro effettuato nei confronti di due

fiduciari del gruppo Morabito-Bruzzaniti e cioè Francesco Zappalà, un

dentista che non aveva mai esercitato la sua professione medica, ma che

disponeva a Milano di una villa lussuosa e del suo braccio destro Antonio

Marchi.151

 

 

 

151 entrambi fra l’altro destinatari di misura cautelare nell’operazione relativa all’Ortomercato

 

L’evidente sproporzione tra i redditi dichiarati e gli investimenti societari e

immobiliari effettuati certamente come prestanome della cosca di

riferimento, ha consentito infatti il sequestro di quote sociali di varie

società utilizzate per l’acquisto di immobili, di appartamenti e bar a

Milano, uno dei quali in zona abbastanza centrale, di una villa con box a

Cusago nell’hinterland milanese, di terreni nel torinese, di appartamenti a

 


 

Massa Carrara e a Finale Ligure nonché di terreni a Bova Marina, nel

reggino, zona di provenienza di quasi tutti i componenti del gruppo.

La Lombardia, con 545 beni immobili confiscati è collocata al quarto posto

tra tutte le regioni italiane. Purtroppo di tali beni solo 297 sono stati sinora

assegnati a fini sociali. Un ritardo inaccettabile perché frustra la

riappropriazione materiale e simbolica di tali ricchezze da parte della

collettività, ancora più importante in una regione come la Lombardia.

 

Lo scenario dell’indagine chiamata Dirty Money, resa possibile da una

stretta collaborazione tra le autorità elvetiche e quelle italiane, vede,

secondo la ricostruzione dell’accusa, la presenza della cosca Ferrazzo152 di

Mesoraca (KR) ramificatasi in Lombardia tra Varese e Ponte Tresa e in

Svizzera a Zurigo. Proprio qui vengono allestite due grosse “lavatrici”, e

cioè due società finanziarie, la WSF AG e la PP FINANZ AG che

dovevano occuparsi di raccogliere i capitali di investitori svizzeri e

internazionali per intervenire sul mercato Forex ed operare transazioni su

divise.

In realtà tali finanziarie erano divenute il luogo ove depositare e far

transitare ingenti somme provenienti dalle attività illecite della cosca. A

partire dall’inizio degli anni 2000, era iniziata la programmata spoliazione

delle società stesse, con il dirottamento dei capitali, sia quelli di

provenienza illecita sia quelli affidati dagli investitori a conti offshore e

società nella disponibilità degli amministratori, tutti legati direttamente o

indirettamente alla .ndrangheta.

 

 

152 La cosca Ferrazzo di Mesoraca, impegnata sul confine italo-svizzero in traffici di droga e di armi, è

stata retta in tempi diversi da Felice Ferrazzo e Mario Donato Ferrazzo e ad essa era vicino Sergio

Iazzolino, uno dei registi dell’operazione WFS/ PP Finanz, assassinato a Cutro (KR) il 5 marzo 2004.

Per l’organizzazione del piano finanziario di investimento e di spoliazione il gruppo si sarebbe avvalso di

un personaggio cerniera con specifiche “competenze”, il cittadino italo-.Svizzero di origine campana

Alfonso Zoccola, già condannato in Svizzera per una truffa per decine di milioni di franchi in danno di

istituti di credito svizzeri in concorso con soggetti napoletani e con un nipote dell’armatore Achille Lauro

 


 

 Prima che il caso esplodesse e che nel 2003 fosse dichiarato il fallimento di

entrambe le società operanti in Svizzera, con la distrazione di decine di

milioni di franchi, l’obiettivo dell’operazione era il reimpiego dei capitali

puliti in investimenti immobiliari di prestigio in Sardegna e in Spagna,

sempre controllati dalla cosca regista del progetto. Tali investimenti che

avrebbero così consentito di far rientrare in Italia e di ripulire somme

notevoli in attività formalmente lecite, sono stati interrotti solo dalle

indagini.

 

 

L’indagine Dirty Money, caratterizzata da complessi accertamenti

finanziari, costituisce un passo importante perché forse per la prima volta

in Lombardia non ci si è trovati di fronte al caso tipico di riciclaggio reso

possibile dall’intervento di un funzionario di banca compiacente o al

riciclaggio consueto in esercizi di ristorazione, ma ad un fenomeno ben

diverso e, per così dire, “strutturale”, costituito dalla scelta del gruppo

criminale di allestire in proprio una grossa macchina societaria, funzionale

ai suoi scopi e utilizzata non solo per inghiottire i depositi degli investitori,

ma per ripulire ingenti masse di denaro provenienti dalle attività illecite

condotte in Italia.153

 

 

 

153 Sempre nel campo delle indagini patrimoniali va ricordato che presso la Procura della Repubblica di

Monza è in corso un.attività in cui emerge per la prima volta una sinergia operativa in investimenti illeciti

tra elementi della criminalità organizzata italiana e i gruppi stranieri. E. emerso infatti che un soggetto

cinese già condannato a morte in Cina per truffa aggravata intendeva trasformare un immobile di Muggiò,

inizialmente destinato a un multisala cinematografico, in un grosso centro commerciale con stand di

prodotti cinesi. Per realizzare l’acquisto dell’immobile, del valore di oltre 40 milioni di euro, sono stati

presi contatti con esponenti della cosca Mancuso di Limbadi operante nella zona, cosca interessata alla

possibilità di realizzare tramite tale iniziativa il riciclaggio delle proprie liquidità. Le verifiche in merito a

questo fenomeno certamente nuovo sono ancora in corso.

 

Le indagini che attualmente appaiono più significative evidenziano

preoccupanti segnali della persistente presenza di organizzazioni di tipo

mafioso, che, soprattutto nell’area metropolitana di Milano e nelle province

 


 

confinanti, si caratterizzano più per una capillare occupazione di interi

settori della vita economica e politico-istituzionale, che per la tradizionale e

brutale gestione militare del territorio in connessione con le attività tipiche

delle associazioni mafiose: dal traffico di stupefacenti all’usura, allo

sfruttamento della prostituzione e alle estorsioni in danno dei pubblici

esercizi, ecc..

In sostanza, nelle zone a più alta densità criminale, Rozzano, Corsico,

Buccinasco, Cesano Boscone, per citarne alcuni, le tradizionali famiglie

malavitose di origine meridionale, sempre più saldamente radicate al

territorio, hanno iniziato a gestire e a sfruttare le zone di influenza,

stringendo, dal punto di vista istituzionale, alleanze con spregiudicati

gruppi politico-affaristici e, dal punto di vista economico, inserendosi nel

campo imprenditoriale con illimitate disponibilità economiche.

Altra indagine di rilievo nasce dagli accertamenti espletati dal R.O.S.

Carabinieri, in aggiunta a quelli già svolti dalla D.I.A. in relazione ad un

esposto anonimo, che segnalava inquietanti rapporti tra personaggi di un

Comune dell’hinterland milanese e gruppi malavitosi organizzati di stampo

mafioso localizzati nel medesimo comune e in quelli limitrofi.

Le più recenti acquisizioni investigative hanno anche confermato

l’esistenza in un altro Comune dell’hinterland milanese di un gruppo

politico-affaristico ed un continuo riferimento ai “calabresi”, anche in

relazione alle recenti elezioni amministrative.

 

 

Nell’ambito di un altro procedimento penale è emerso, altresì, il

coinvolgimento di elementi appartenenti alla Cosca di Isola Capo Rizzuto

 


 

nell’acquisizione illecita degli appalti dell’alta velocità ferroviaria e del

potenziamento dell’autostrada Milano-Torino in diverse tratte lombarde.

Avvalendosi delle potenzialità fornite dalla prima piazza economico-

finanziaria a livello nazionale, la „ndrangheta attua il riciclaggio e/o il

reimpiego dei proventi derivanti dalla gestione, anche a livello

internazionale, di attività illecite (traffico di sostanze stupefacenti, armi ed

esplosivi, immigrazione clandestina, turbativa degli incanti, ecc.),

inserendosi insidiosamente nel tessuto economico legale, grazie

all'esercizio di imprese all’apparenza lecite (esercizi commerciali,

ristoranti, imprese edili, di movimento terra, ecc

La prevalenza criminale calabrese, peraltro, non è mai sfociata in

assoluta egemonia, sicché altre organizzazioni italiane (Cosa nostra,

Camorra e Sacra Corona Unita) e straniere (albanesi, cinesi, nord africane,

ecc.) con essa convivono e si rafforzano, generando l’attuale situazione di

massima eterogeneità.

In definitiva, quanto alle caratteristiche peculiari delle organizzazioni

criminali monitorate, è stato possibile individuare due distinte realtà

territoriali, le quali hanno, però, mostrato un.incidenza criminale

omogenea:

• Milano ed il suo hinterland, quale centro nevralgico della gestione di

attività illecite aventi connessioni con vaste zone del territorio nazionale;

 

 

• area brianzola (Province di Milano, Como e Varese), dove il denaro

proveniente dalle attività illecite viene reinvestito in considerazione della

 


 

“felice” posizione geografica che la vede a ridosso del confine con la

Svizzera e della ricchezza del tessuto economico che la caratterizza.

Nel corso degli ultimi anni, una ulteriore conferma della forte presenza

della „ndrangheta si è rilevata nell’area dell’hinterland sud–ovest del

capoluogo lombardo (in particolare nei comuni di Corsico, Cesano

Boscone, Rozzano, Buccinasco, Trezzano sul Naviglio ed Assago) con

particolare riferimento alle „ndrine provenienti dalla Locride, nonché dalla

piana di Gioia Tauro.

Le principali „ndrine sono: “Morabito-Bruzzaniti-Palamara”,

“Morabito-Mollica”, “Mancuso”, “Mammoliti”, “Mazzaferro”, “Piromalli”,

“Iamonte”, “Libri”, “Condello”, “Ierinò”, “De Stefano”, “Ursini-Macrì”,

“Papalia-Barbaro”, “Trovato”, “Paviglianiti”, “Latella”, “Imerti-Condello-

Fontana”, “Pesce”, “Bellocco”, “Arena-Colacchio”, “Versace”, “Fazzari” e

“Sergi”.

Geograficamente il territorio lombardo può essere così suddiviso:

• A Milano ed hinterland opera attivamente la Cosca Morabito-

Palamara-Bruzzaniti, che, tra l’altro, “utilizza” varie società aperte presso

l’ortomercato, per fare arrivare nella metropoli ingenti “carichi di neve”, la

cui domanda si è capillarmente diffusa tra i vari ceti sociali.

• A Monza le “famiglie” Mancuso, Iamonte, Arena e Mazzaferro;

• A Bergamo, Brescia e Pavia le “famiglie” Bellocco e Facchineri;

• A Varese, Tradate e Venegono le “famiglie” Morabito e Falzea;

• A Busto Arsizio e Gallarate la “famiglia” Sergi.

Le categorie economiche maggiormente a rischio di infiltrazione da

parte della criminalità organizzata si possono indicare così:

 


 

 

 

. costruzioni edili attraverso piccole aziende a non elevato contenuto

tecnologico, che si avvalgono della compiacenza di assessori ed

amministratori locali amici e si infiltrano negli appalti pubblici;

. autorimesse e commercio di automobili;

. bar, panetterie, locali di ristorazione;

. sale videogiochi, sale scommesse e finanziarie;

. stoccaggio e smaltimento rifiuti;

. discoteche, sale bingo, locali da ballo, night clubs e simili (che

implicano possibilità di conseguire ingenti incassi e di fare “girare”

droga);

. società di trasporti;

. distributori stradali di carburante;

. servizi di facchinaggio e pulizia;

. servizi alberghieri;

. centri commerciali;

. società di servizi, in specifico, quelle di pulizia e facchinaggio.

 

 

 

 

I canali attraverso i quali viene “lavato” il denaro appaiono i più ingegnosi

e diversificati. Recenti inchieste, ad esempio, raccontano che le cosche

sono sempre più interessate ai cosiddetti Money Transfert, gli sportelli da

cui gli stranieri inviano denaro all’estero. Sul territorio nazionale restano

gli euro puliti dei lavoratori extracomunitari, fuori dai confini si

volatilizzano i soldi sporchi. Altro canale utilizzato è quello dei

supermercati e dei loro scontrini. I registratori di cassa, emettono ricevute a

raffica, anche con qualche cifra in più; così gli „ndranghetisti stanno

aprendo catene di negozi e centri commerciali in società con cinesi. Altro

settore su cui scommette la criminalità calabrese è quello dei giochi:

nell’anno 2006, in Lombardia, i locali specializzati hanno fatturato 4,6

 


 

miliardi di euro, laddove le sale scommesse (54 in Lombardia, 41 in

Milano e provincia) hanno registrato 1,5 miliardi di euro di puntate, il 55%

in più rispetto all’anno precedente.

Le cosche calabresi hanno fatto un definitivo salto di qualità, non

limitandosi più a dare vita a delle s.r.l’, ma addirittura S.p.A., acquisendo,

come nelle società quotate in borsa, i trucchi della scatole cinesi.

La „ndrangheta è diventata, peraltro, una autentica banca parallela,

“aiutando” imprenditori in difficoltà, offrendo fideiussioni bancarie e

prestiti.

Negli istituti di credito i protetti dalle cosche ottengono “affidamenti

mafiosi” per attività perennemente in perdita o mutui per immobili già di

proprietà dell’organizzazione perchè i direttori della filiale bene sanno che

le garanzie sono altrove.

In cambio lo sportello “.ndranghetista” riceve capitali puliti o deleghe per

conti correnti ed assegni da utilizzare nei circuiti ufficiali.

Gli adepti, per i loro traffici, utilizzano internet con abilità singolare, ma, al

contempo, doppi fondi e spalloni, criptano le loro comunicazioni con

sistemi come Voip e Skype e poi parlano al telefono con l’antichissimo

linguaggio dei pastori.

La „ndrangheta ha costruito una rete fatta di broker e commercialisti,

avvocati e dirigenti di banca: una mafia “invisibile” più profusa alle

transazioni online che ai picchetti armati ed alle estorsioni (in Lombardia,

l’unica faida in corso insanguina la provincia di Varese, zona calda per la

presenza dell’aeroporto di Malpensa) e le armi che continuano a pervenire

dall’est europeo e dalla Svizzera vengono riposte negli arsenali.

 

 


 

In quanto “globale e locale” da semplice organizzazione si è tramutata in

sistema.

La Lombardia è la quarta regione per confische, dopo la Sicilia, la Calabria

e la Campania. I beni transitati allo Stato sono 5.451 ma solo 297 quelli

assegnati. Per questo è assolutamente necessario velocizzare l’iter

procedurale finalizzato all’assegnazione dei beni a fini socialmente utili.

 

 

Emblematico in questo senso è il caso di Buccinasco con la mancata

assegnazione, già decisa in precedenza, del bar Trevi154 all’associazione

Libera, perché fosse trasformato in una pizzeria sociale.

A Milano ed in Lombardia, più che altrove, l’aggressione al cuore

economico delle mafie deve rappresentare la vera sfida.

2. Liguria

Ovunque l’insediamento delle „ndrine ha una ragione geocriminale o

geoeconomia.

Così è per la Liguria e il Porto di Genova, utile accesso per le rotte della

droga. E. storia antica.

 

 

154 Già base del clan Papalia

 

Nel 1994 l’operazione “Cartagine” porta al sequestro di 5 mila

chilogrammi di cocaina, importata da un cartello “federato” colombiano-

siculo-calabrese. E quale migliore luogo per riciclare le ricchezze prodotte

dalle attività di spaccio, dal racket e dall’usura, interamente controllate

lungo la costa ligure dalle „ndrine calabresi se non il Casinò di San Remo?

 


 

Ma nella scelta delle „ndrine il valore della Liguria sta anche nel suo

territorio frontaliero, lo stesso che dagli anni .70 ha portato “i calabresi”

nella Costa Azzurra, dove hanno costruito vere e proprie reti logistiche per

la gestione di importanti latitanze, sfruttando anche un rapporto di buona

amicizia con la storica criminalità marsigliese.

In Francia, a Cap d.Antibes, sulla Costa Azzurra, viene arrestato, nei primi

anni .80, il boss reggino Paolo De Stefano e a Nizza nel 2002 è assicurato

alla giustizia il boss Luigi Facchineri. Nella stessa zona vengono arrestati

tra gli altri Rosmini, Antonio Mollica, Carmelo Gullace.

Il rapporto tra „ndranghetisti che operano in Francia e quelli che risiedono

in Liguria è quindi molto importante, legato alle caratteristiche transalpine

della regione, come dimostra anche la presenza di una struttura denominata

“camera di compensazione”, con il compito di collegamento tra le attività

dei due territori e la gestione dei latitanti, spesso in accordo anche con le

famiglie operanti in Piemonte.

 

Secondo la D.N.A., “l’attuale articolazione regionale vede la presenza di

“locali” a Ventimiglia, Lavagna, Sanremo, Rapallo, Imperia, Savona,

Sarzana, Taggia e nella stessa Genova. Il locale più importante è quello di

Ventimiglia, dove si concentra la complessiva regia delle manovre di

penetrazione nei mercati illegali e legali dell’intera regione. In tale contesto

risulta comunque confermata per la Liguria la tradizionale centralità delle

„ndrine del versante ionico reggino”.155

 

155 DNA, Relazione annuale, dicembre 2007.

 

Tra le presenze delle „ndrine si segnalano alcune tra le cosche storiche

calabresi: i Romeo di Roghudi, i Nucera di Condofuri, i Rosmini di Reggio

Calabria, i Mamone della piana di Gioia Tauro, i Mammoliti di Oppido

Mamertina, i Raso-Gullace-Albanese di Cittanova, i Fameli che sono

collegati ai Piromalli. Tutte affermate in diversi settori: edilizia, appalti

pubblici, ristorazione e, negli ultimi anni, smaltimento dei rifiuti. Anche se

 


 

l’attività più remunerativa continua a rimanere quella del traffico di

stupefacenti, in particolare la cocaina che, da diversi anni, come attestano

numerose indagini giudiziarie, anche in Liguria è largamente gestita dalla

„ndrangheta.

A conferma della diffusione delle „ndrine, molte indagini hanno coinvolto

anche amministratori di località turistiche come Sanremo, Ospedaletti e

Arma di Taggia, trovati in affari, in veri e propri gruppi imprenditoriali-

politico-affaristici.

 


 

 3. Emilia Romagna

Altro territorio da anni invaso dalle famiglie calabresi è l’Emilia Romagna.

Anche se con una presenza meno invasiva rispetto a quella di altre regioni

settentrionali, visto che la regione non era tra le traiettorie fondamentali dei

circuiti di emigrazione e il tessuto sociale e democratico fortemente

strutturato ha fatto da barriera ed ha impedito un radicamento in profondità.

Non mancano però presenze importanti di uomini delle „ndrine che

trafficano droga e riciclano denaro sporco.

Risale agli anni ottanta l’arrivo a Reggio Emilia di Antonio Dragone di

Cutro, in provincia di Crotone. Come da copione, vi giunge a soggiorno

obbligato e riesce a creare una struttura familiare molto robusta

occupandosi del traffico di sostanze stupefacenti e di estorsioni nei

confronti di persone di origine cutrese. Le vittime delle estorsioni sono

tutte originarie del comune crotonese. E. una tecnica che, iniziata da

Dragone, prosegue con il boss Nicolino Grande Aracri. Il motivo per cui

l’estorsione viene esercitata solo verso i corregionali è da ricercare nel fatto

che le vittime sono in grado di rendersi conto immediatamente della

pericolosità intimidatoria del gruppo mafioso e quindi più propense a

pagare anziché denunciare e correre il rischio di subire violente ritorsioni

verso i familiari rimasti al paese di origine.

 

A Reggio Emilia, contrariamente a quello che normalmente accade quando

opera fuori regione, la „ndrangheta ha dato vita a omicidi, per via della

faida che contrappose i Dragone con i Vasapollo, ed ha creato rapporti

stabili con Paolo Bellini, bandito di origine reggiana e personaggio

inquietante. Uomo dai trascorsi tra la destra eversiva, Bellini scappa per

non finire in galera e rimane latitante per lunghi anni. E. un abile ladro di

provincia e un furbo latitante internazionale che, ben protetto, riesce ad

avere appoggi e connivenze all’estero e in Italia. La sua è una vicenda

 


 

complessa, ricca di misteri e in parte non ancora definitivamente chiarita.

Bellini raccontò il suo incontro in carcere con un uomo di „ndrangheta,

Nicola Vasapollo di Cutro. Nacquero un.amicizia e un legame destinato a

durare negli anni.

 

In carcere conobbe anche Gioè, uomo d.onore che faceva parte della

Commissione provinciale di Cosa nostra. Ad un certo momento Bellini

compare in Sicilia, in stretto contatto coi vertici di Cosa nostra. Il periodo è

quello della vigilia delle stragi di Capaci e di via d.Amelio. Bellini,

secondo quanto è stato processualmente accertato, sembra fare un gioco

spericolato con i vertici mafiosi siciliani. Tratta con Gioè, che riferisce a

Brusca il quale, a sua volta, riferisce a Riina. È protagonista di una

trattativa oscura, con Bellini che si presenta come uomo in collegamento

con importanti ambienti politici o come uomo dei servizi. Prima di

impiccarsi in cella Gioè scriverà di lui, ossessionato per non avere

compreso la vera identità di Bellini. Nello stesso periodo – e in

contemporanea ai contatti con i mafiosi e i carabinieri – Bellini entra

nell’orbita di Vasapollo e diventa il killer di uno spezzone della

„ndrangheta che ha come teatro la città di Reggio Emilia. Sarà lo stesso

Bellini, appena arrestato, a raccontarlo ai magistrati.156

Negli ultimi anni le indagini svolte dalla D.D.A. di Bologna hanno

accertato la presenza di soggetti appartenenti a diverse cosche mafiose

nelle province di Bologna, Modena, Forlì, Rimini e Reggio Emilia.

 

156 Corte di Assise di Reggio nell’Emilia, Sentenza contro Bellini Paolo + 2, 5 luglio 2002. Per la

ricostruzione dell’intera vicenda di Bellini è utile anche Procura della Repubblica presso il Tribunale di

Bologna, Richiesta di applicazione di misure cautelari nei confronti di Bellini Paolo + 2, 6 luglio 1999.

 

A Modena, qualche anno addietro, sono stati arrestati diversi latitanti di

elevato spessore criminale, tra cui Giuseppe Barbaro dell’omonima cosca

di Platì, Francesco Muto dell’omonima cosca di Cetraro e, da ultimo,

Giuseppe Cariati della cosca egemone nei comuni di Cirò e Cirò Marina.

 


 

Anche Parma e Piacenza, confinanti con le provincie lombarde, risentono

dell’influenza sia degli „ndranghetisti che operano in Emilia-Romagna che

di quelli che agiscono in Lombardia.

Come in tutte le realtà del centro e del nord, i gruppi criminali operano

cercando di non fare troppo clamore, privilegiando la dimensione

economico-imprenditoriale e quella finanziaria. Tuttavia, in alcuni

momenti le cosche sono state costrette ad abbandonare la strategia della

mimetizzazione e a dare vita ad azioni violente.

 

Questo potrebbe essere il motivo per cui, come ha rilevato la Relazione

della D.N.A., il 26 luglio del 2006 viene fatto esplodere un ordigno nella

sede dell’Agenzia delle Entrate di Sassuolo. L’Agenzia in quel periodo era

impegnata in una rilevante attività di accertamento relativa a un.evasione

dell’Iva di notevoli dimensioni da parte di società a capo delle quali

c.erano soggetti che in passato avevano avuto rapporti con pregiudicati

appartenenti ad organizzazioni criminali di tipo mafioso dedite al

riciclaggio di denaro sporco.157

La presa nel territorio emiliano emerge anche dagli esiti positivi conseguiti

da una approfondita indagine condotta dalla D.D.A. di Catanzaro che ha

portato all’arresto nel 2006 di alcuni imprenditori calabresi, ritenuti

esponenti delle due cosche di stanza a Reggio Emilia e provincia. Costoro

sono accusati di numerosi omicidi compiuti a Isola Capo Rizzuto e di

essere coinvolti in grandi operazioni di riciclaggio di denaro frutto di

attività illegali a Reggio Emilia.

 

157 DNA, Relazione annuale, Dicembre 2007.

 

Nelle attività criminali delle „ndrine crotonesi e di quelle reggine ( come si

evince dall’arresto del latitante Giuseppe Stefano Mollace, esponente di

spicco della cosca Cordì di Locri, avvenuto nel marzo del 2006 nel

modenese) rientra naturalmente anche la più redditizia delle attività

criminali: la droga. Solidi sono i rapporti con individui provenienti dalle

 


 

zone balcaniche allo scopo di importare cocaina e di controllarne lo

smercio. Da un.attività investigativa condotta in collaborazione dalla

D.D.A. bolognese e da quella di Catanzaro risulta che esponenti della

„ndrangheta, originari della zona di Crotone, sono al vertice di cartelli italo

- albanesi impegnati nell’importazione di rilevanti partite di droga.

Nell’industria del divertimento della costa romagnola non può mancare il

gioco d.azzardo. Già in passato c.erano stati scontri tra mafiosi per il

controllo delle bische a Modena e a Rimini. I forti guadagni che si possono

ricavare dal gioco hanno spesso scatenato lotte tra gruppi criminali

Secondo la D.N.A., la lotta per il dominio provoca la rottura degli equilibri

e degli accordi raggiunti tra gruppi rivali, che sfocia spesso in episodi

delittuosi come nel caso dell’omicidio di Raffaele Guerra, avvenuto a

Cervia il 14 luglio del 2003 o il ferimento, avvenuto il 10 febbraio 2005 a

Riccione, di Giovanni Lentini, affiliato al gruppo „ndranghetista capeggiato

dal detenuto Mario Domenico Pompeo, ad opera di un gruppo di

napoletani.

Un.indicazione sulla diffusione della criminalità mafiosa calabrese nel

campo del gioco d.azzardo la forniscono le investigazioni coordinate dalla

D.D.A. di Bologna: un.organizzazione mafiosa calabrese controllava il

gioco clandestino nelle zone di Rimini, Riccione, Bologna, Forlì e

Ravenna. In un.altra indagine, condotta in stretta collaborazione tra la

D.D.A. di Bologna e quella di Catanzaro, è emerso, invece, un

preoccupante circuito di riciclaggio di denaro che proveniva da una cosca

mafiosa calabrese che, tramite alcune imprese con sede a San Marino,

provvedeva ad immetterlo nel circuito economico legale.

 

 

 

 


 

4. Piemonte

La presenza della „Ndrangheta in Piemonte è preponderante rispetto alle

altre organizzazioni mafiose. Secondo il coordinatore della D.D.A. di

Torino “essa continua ad occupare la posizione di maggior rilevanza nel

nostro distretto.”

La „ndrangheta risulta stabilmente insediata nel tessuto sociale e i rapporti

tra le varie cosche sono regolati da rigidi criteri di suddivisione delle zone e

dei settori di influenza. Non si tratta però di una criminalità che presenta le

caratteristiche di pericolosità sociale e di radicamento sul territorio tipiche

delle zone d.origine.

Come riferiscono i carabinieri del Ros nella relazione relativa al primo

semestre del 2007: “in Piemonte continua a registrarsi la pervasiva

presenza di gruppi criminali riconducibili alla „ndrangheta,

prevalentemente concentrati nel capoluogo e nella provincia torinese.”

Ogni gruppo mafioso, pur operando in autonomia, intrattiene rapporti con

gli altri gruppi dislocati nella stessa area e in quelle dell’intera regione.

 

Secondo la D.N.A., “la „ndrangheta in Piemonte è presente nel settore del

traffico internazionale di sostanze stupefacenti, nel riciclaggio, e

nell’infiltrazione nel settore dell’edilizia, grazie anche ad una rete di

sostegno e copertura di singole amministrazioni locali compiacenti. Il

progressivo radicamento nella regione ha favorito la loro graduale

infiltrazione del tessuto economico locale, mediante investimenti in attività

imprenditoriali ed il tentativo di condizionamento degli apparati della

pubblica amministrazione funzionali al controllo di pubblici appalti.

Appare quest.ultimo, in sostanza, il nuovo settore d.interesse, condotto

attraverso attività più difficili da investigare perché riconducibili all’area

apparentemente legale dell’economia, ma che nasconde in realtà reati come

il riciclaggio, la corruzione, l’estorsione, la concorrenza illecita e così via.

Sotto tale profilo risultano particolarmente sensibili all’infiltrazione

 


 

mafiosa i comparti commerciali, degli autotrasporti ed immobiliari. Ad essi

si aggiunge quello dell’edilizia che consente, attraverso imprese operanti

soprattutto in lavorazioni a bassa tecnologia, di condizionare il locale

mercato degli appalti pubblici. Le aree di criticità maggiore sono quelle

della Val d.Aosta, della Val di Susa e della città di Torino, come viene

evidenziato dalle indagini giudiziarie in corso”.158

Il riferimento non può riportare l’attenzione a quanto emerso da

un.informativa dei Ros del maggio 2007 che ha suscitato grande eco sui

media nazionali evidenziando l’attenzione delle cosche sui grandi appalti.

I soggetti appartenenti alla „ndrangheta, o comunque ad essa riconducibili,

mantengono stretti legami con le famiglie mafiose d.origine. Questo però

non impedisce a chi opera nel territorio piemontese di avere una certa

libertà di movimento e di poter intrattenere rapporti di collaborazione

nell’ambito delle attività criminali poste in essere con altre cosche di

diversa provenienza che operano anche loro in Piemonte. Per far questo

non devono chiedere l’autorizzazione alla cosca alla quale fanno capo in

Calabria. Stretti rapporti sì, ma anche autonomia nella gestione della

struttura mafiosa in modo da poterla adattare alle esigenze del territorio nel

quale svolge la propria attività criminale.

Bisogna dire che l’azione di contrasto delle forze di polizia e della

magistratura ha prodotto negli anni .90 importanti risultati, senza però

riuscire ad estirpare dal territorio piemontese le „ndrine che, a distanza di

qualche anno dall’azione repressiva, si sono ricompattate, cambiando

strategia e facendo emergere nuovi personaggi di elevato spessore

criminale e una nuova generazione di capi figli dei vecchi boss.

 

158 DNA, Relazione annuale, dicembre 2007.

 

Si può affermare che lo storico e stabile radicamento della „ndrangheta sul

territorio piemontese ha fatto di essa una componente, ovviamente

 


 

marginale ma non trascurabile, del tessuto sociale ed economico della

regione.

Le principali cosche operanti in Piemonte sono: i Pesce-Bellocco, i

Marando-Agresta-Trimboli, che fanno parte della cosca Barbaro di Platì,

gli Ursini e i Mazzaferro di Gioiosa Ionica, i Morabito-Bruzzaniti-Palamara

di Africo. Tutte cosche importanti della provincia di Reggio Calabria, alle

quali si sono affiancate le vibonesi dei Mancuso di Limbadi, dei De Fina e

degli Arono di Sant.Onofrio.

Anche il controllo del mercato della droga, provoca conflitti come ha

dimostrato l’omicidio di Rocco Femia, avvenuto il 3 febbraio 2007.

Nuovo è il collegamento tra gruppi mafiosi calabresi ed un.organizzazione

transnazionale bulgara, operante in diversi paesi europei e dedita

all’importazione di notevoli quantità di droga dal Sud America, servendosi

di imbarcazioni guidate da esponenti della malavita italiana, più

specificatamente calabrese. La questione preoccupa perché l’indagine ha

messo in luce l’esistenza di un.alleanza sinergica nel campo del

narcotraffico tra organizzazioni mafiose italiane e straniere. E. una delle

prime volte che emerge un rapporto del genere.

 

Le penetrazioni negli apparati della pubblica amministrazione anche

in Piemonte rappresentano uno dei canali privilegiati della criminalità

mafiosa per allargare il campo delle sue redditizie attività. “Il progressivo

radicamento nella regione – scrive nella relazione la D.N.A. – ha favorito la

loro graduale infiltrazione del tessuto economico locale, mediante

investimenti in attività imprenditoriali ed il tentativo di condizionamento

degli apparati della pubblica amministrazione funzionali al controllo di

pubblici appalti. Appare quest.ultimo, in sostanza, il nuovo settore

d.interesse, condotto attraverso attività più difficili da investigare perché

riconducibili all’area apparentemente legale dell’economia, ma che

 


 

nasconde in realtà reati come il riciclaggio, la corruzione, l’estorsione, la

concorrenza sleale e così via.”. Questo è quanto hanno accertato gli

investigatori in un.indagine denominata “Magna Charta”.

Del resto è in Piemonte il primo e l’unico comune del Nord, Bardonecchia,

sciolto per infiltrazione mafiosa. La cosca egemone sul territorio, la

famiglia dei Belfiore, originaria di Gioiosa Ionica, fu responsabile

dell’assassinio del procuratore della repubblica di Torino, Bruno Caccia, il

16 giugno 1983. Per l’omicidio è condannato all’ergastolo Domenico

Belfiore e nel 2007 i beni della famiglia, tre anni dopo la confisca da parte

dello Stato, sono stati assegnati ad uso sociale.

 

 

4. Roma e Lazio

 

 

Anche a Roma e nel Lazio è particolarmente radicala la presenza di

esponenti della „ndrangheta calabrese. Recenti indagini hanno segnalato la

presenza di interessi di pericolosi gruppi criminali calabresi con importanti

attività economiche nella Capitale. Essi sono attivi nel riciclaggio, in

particolare negli investimenti immobiliari, nel settore alberghiero e nella

ristorazione nonché nel campo degli stupefacenti e nell’usura. Nel

panorama complessivo è emerso un forte inquinamento di interi settori

economici e lo sviluppo di forme di controllo delle attività illegali e delle

attività economiche che si sviluppano su di una determinata area di attività

(in particolare i settori del commercio di autoveicoli e di preziosi ed il

settore della ristorazione). La vastità e l’ampiezza del territorio romano, il

giro di affari e di attività economico-finanziarie che vi ruota attorno hanno

storicamente consentito alle organizzazioni criminali di inabissarvi le

proprie attività illecite e di ripulirvi i loro capitali. La „ndrangheta non

poteva non cogliere queste opportunità, come dimostrano frequenti arresti

 


 

operati proprio a Roma e nel Lazio su ordine dell’autorità giudiziaria di

Reggio Calabria e Catanzaro.

Negli ultimi anni, secondo la D.N.A., a Roma si sono insediati

gruppi criminali di origine colombiana che agiscono in collegamento

diretto con le organizzazioni del narcotraffico operanti in Colombia.

Questi, a loro volta, sono collegati per il commercio dello stupefacente con

gli altri gruppi presenti sul territorio romano e, con elementi della

„ndrangheta calabrese.

Organizzazioni criminali campane e calabresi dedite al traffico di

sostanze stupefacenti, alle estorsioni e al successivo riciclaggio sono molto

attive nel sud pontino, in particolare a Fondi, Formia, Terracina e Gaeta. Si

tratta in particolare di insediamenti di gruppi legati alla „ndrangheta e di

clan casertani della camorra, le cui attività illecite hanno provocato un

progressivo inquinamento del tessuto economico e sociale sul territorio,

attività che si svolgono in maniera silenziosa, soprattutto tramite reti

diffuse di prestanome.

 

E. ormai nota la vicenda che ha portato allo scioglimento del comune

di Nettuno. Nel decreto di scioglimento si sottolinea la presenza nel

territorio di un.organizzazione criminale direttamente collegata con la

cosca Gallace-Novella di Guardavalle (CZ): non una semplice presenza

criminale ma, secondo la relazione di accesso che porterà allo

scioglimento, un fattore di inquinamento dell’intera azione amministrativa,

dalla riscossione dei tributi alla gestione della nettezza urbana, al ruolo

della polizia municipale, agli interventi sull’urbanistica. Il decreto fa

riferimento oltre che all’indagine dei carabinieri Appia Mytos del 2004 ad

un.operazione della polizia che nel 2005 ha portato all’arresto di 15

persone mentre ad altre sei ha notificato su disposizione del tribunale di

Velletri, l’obbligo della firma. Coinvolti nell’inchiesta due politici del

comune di Nettuno, un ex assessore alle attività produttive, un ex assessore

 


 

al demanio (che si sono dimessi solo dopo le risultanze della commissione

d.accesso) e un pregiudicato, conosciuto come trafficante internazionale di

droga, Franco D.Agapiti. Attorno a lui si saldano attività illecite ed

apparentemente lecite, corruzione di pubblici funzionari, rapporti con la

politica regionale e nazionale ai massimi livelli per accrescere il proprio

prestigio in ambito locale ed aumentare così anche il proprio potere

intimidatorio.

Nel Lazio operano rappresentanti di note famiglie, molte delle quali

della zona ionica della provincia di Reggio Calabria: Alvaro-Palamara,

Pelle-Vottari-Romeo, Giorgi-Romano e Nirta-Strangio. Questi hanno

concentrato i loro interessi anche nel tessuto economico-sociale della

capitale, tramite la costituzione di società fittizie per la gestione di bar,

paninoteche, pasticcerie, ristoranti.

In particolare, alcuni rappresentanti degli Alvaro-Palamara di

Sinopoli (RC), capeggiata da Carmine Alvaro e di Cosoleto (RC),

comandata da Antonio Alvaro, nell'arco di pochissimo tempo si sono

trasformati da piccoli artigiani locali ad imprenditori di primissimo livello,

reinvestendo ingenti capitali, provenienti da traffici di droga, sviluppati

sull’asse Germania-Italia. Il reinvestimento dei profitti privilegia ancora

una volta gli esercizi di ristorazione nel centro di Roma, con prezzi di

acquisto dei locali e delle licenze nettamente inferiori al loro valore reale e

alle stime di mercato.

I rappresentanti delle famiglie Alvaro e Piromalli hanno

collegamenti con lo storico clan di origine nomade dei Casamonica, gruppo

romano attivo in vari campi: usura, estorsione, truffa, riciclaggio,

ricettazione di autoveicoli e traffico internazionale di sostanze stupefacenti.

Un.alleanza apparentemente anomala ma molto significativa, perché mette

in contatto organizzazioni diverse tra loro per storia e natura ma tutte di

alto livello criminale.

 


 

Tra Roma e la sua provincia, nelle zone di Anzio, Nettuno,

Civitavecchia, Gaeta, Rieti, la Pontina e tutto il litorale laziale, emerge il

ruolo di „ndrine molto agguerrite: Alvaro, Avignone, Barbaro, Bellocco,

Bruzzaniti, Carelli, Cosoleto, Farao, Franzè, Gallace, Mo11ica, Iamonte,

Longo, Mammoliti, Mancuso, Marincola, Metastasio, Morabito, Nava,

Nirta, Novella, Palamara, Pesce, Piromalli, Pisano, Rugolo, Ruga, Serpa,

Serraino, Tripodoro, Versace, Viola, Zagari.

Una segnalazione particolare merita il Porto di Civitavecchia dove

numerose indagini riconducono alla sua area rotte che le cosche mafiose

utilizzano per il transito di importanti partite di droga.

 

 


 

CAPITOLO VIII

Le rotte della cocaina

1. L’approvvigionamento dello stupefacente

E. un dato pacificamente condiviso nelle investigazioni giudiziarie

degli ultimi 10 anni quello per cui la ndrangheta calabrese, e in particolare

le cosche del quadrilatero Africo – San Luca – Platì - Ciminà nella

provincia di Reggio Calabria e il gruppo Mancuso di Limbadi nella

provincia di Vibo Valentia, avrebbero acquisito un ruolo di grande rilievo

nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti e, in modo particolare,

della cocaina proveniente dal sud-America. Le strutture morfologiche di

questo traffico e le modalità operative attraverso cui esso si incanala

risultano invece meno evidenti all’analisi investigativa.

La piena consapevolezza delle modalità con cui i gruppi calabresi si

incaricano dell’approvvigionamento dello stupefacente, dello stoccaggio

delle partite e del loro smercio sul mercato nazionale e europeo ha

ingenerato la convinzione che i clan siano pienamente operanti nel settore

attraverso un consistente impegno di uomini delle „ndrine in tutti gli snodi

dell’attività di transhipment della cocaina.

Una ricognizione più accurata delle indagini e un esatto profilo criminale

dei soggetti identificati e tratti in arresto nel corso di diversi procedimenti

penali, soprattutto quelli instaurati presso le Direzioni distrettuali antimafia

di Reggio Calabria e Catanzaro, indica ad una diversa, e di certo non meno

allarmante, conclusione.

 

Tra la fine degli anni .80 e l’inizio degli anni .90 i capi delle „ndrine

calabresi che avevano a disposizione remoti canali di contatto con i

produttori e gli intermediari sudamericani hanno preso direttamente in

mano il nuovo business compiendo un salto di qualità, per passare dal ruolo

 


 

di tradizionale smercio di ingenti partite di droga (cocaina e eroina in primo

luogo) sui mercati del Centro e del Nord Italia, a quello del diretto

approvvigionamento (anche per svariate tonnellate; come ha evidenziato

l’operazione Cartagine dell’Arma dei Carabinieri in Piemonte) presso i

produttori colombiani e boliviani.

Questa opzione ha segnato un passaggio epocale verso la “terziarizzazione”

della ndrangheta calabrese, che da utente finale o comunque

operativamente marginale del narcotraffico, si è dislocata sulle rotte della

cocaina assumendo impegni diretti con i cartelli dei produttori e diventando

essa stessa in taluni casi (come ha dimostrato l’operazione “Decollo”

dell’Arma dei Carabinieri con la D.D.A. di Catanzaro) co-produttrice della

pasta da coca nei laboratori siti presso le piantagioni del sud-America.

Questo salto di qualità è stato reso possibile dalla concomitanza di diversi

fattori strategici.

In primo luogo, agli inizi degli anni .90, la scelta di Cosa nostra di

condurre operazioni stragiste di intimidazione delle istituzioni

repubblicane, ne ha notoriamente determinato l’isolamento, provocando

una capillare attività di repressione da parte dello Stato che ne sta, ancora

oggi, destrutturando le capacità operative e criminali. A questo va aggiunto

il diffondersi tra le file di Cosa nostra del fenomeno dei collaboratori di

giustizia che ne ha incrinato la credibilità sia agli occhi delle altre

organizzazioni criminali italiane che a quelli dei grandi cartelli del

narcotraffico internazionali.

 

L’assenza di un “soggetto forte” del prestigio e del rilievo di Cosa nostra e

il concomitante endemico collasso degli assetti camorristici in Campania,

fatta eccezione dei clan Casalesi, ha fatto si che le „ndrine Calabresi

operassero in posizione di sostanziale monopolio nell’approvvigionamento

della cocaina. E questo proprio negli anni in cui la cocaina conquistava

spazi crescenti nel mercato dei consumatori italiani ed europei.

 


 

L’intuizione dei gruppi attestati nella provincia di Reggio Calabria è stata

quella di trarre ulteriore profitto da questa posizione di acquirenti

privilegiati per contrattare con i narcos l’acquisto della droga direttamente

nei luoghi di produzione, e quindi ad un prezzo quindi relativamente

modesto (tra i 1.200 e i 1.500 dollari al chilo), assumendosi il rischio del

trasporto della merce direttamente dal sud-America.

Ciò da un lato ha offerto la possibilità di moltiplicare i profitti e dall’altro

ha spinto le cosche calabresi a sperimentare una nuova logistica, capace di

dischiudere ai gruppi di ndrangheta prospettive assolutamente innovative e

inesplorate verso la modernizzazione dei traffici illegali.

Il secondo fattore strategico che ha di certo agevolato il disegno egemonico

dei clan, è sicuramente rappresentato dalla loro capillare diffusione

praticamente in tutti i continenti: dal Sud America all’Australia, dalla

Germania alla Spagna, dalla Francia alla Svizzera al Canada.

Da anni le „ndrine calabresi possono contare su gruppi di affiliati, spesso su

veri e propri “locali”, capaci di fornire il supporto organizzativo che questa

evoluzione su scala internazionale imponeva.

Analizzando la biografia criminale di alcuni dei principali artefici di questo

nuova architettura mafiosa è possibile cogliere alcune costanti: comuni

frequentazioni, co-detenzioni, parentele rivelatesi decisive per strutturare la

logistica della droga in paesi altrimenti estranei.

I processi di globalizzazione, la caduta del muro di Berlino, l’allargamento

dell’Unione europea, la nuova area di Schengen, sono stati colti dalle

famiglie calabresi, per dare impulso a questa costruzione di rotte non solo

del narcotraffico ma anche dei capitali illeciti.

Agevolando - a dispetto di ogni intenzione - proprio i gruppi di ndrangheta

che più di altri potevano vantare alleanze e presenze nel nuovo scenario

politico-economico.

 


 

Ancora oggi destano sorpresa alcune intercettazioni telefoniche di circa 10

anni or sono nel corso delle quali uomini delle cosche di San Luca

compongono numeri di telefono boliviani e peruviani e colloquiano in

dialetto calabrese con i propri complici che risiedono da anni in quel

continente. Così come inquietano le immagini riprese dalla Polizia di Stato

italiana e dalla Polizia canadese nelle quali si intravede un boss latitante

della caratura di Antonio Commisso passeggiare tranquillamente tra una

decina di compaesani e altri mafiosi tra le strade di Toronto.

D.altronde, da Antonio Giampaolo catturato in Venezuela nel 2001 a Luigi

Facchineri, catturato a Cannes nel 2002 a Santo Maesano catturato a

Madrid nel 2003, per giungere sino all’operazione che ha determinato la

cattura di sei latitanti tra il Belgio e l’Olanda nel 2006 è ormai evidente

come le strutture della ndrangheta coinvolte anche nel narcotraffico si siano

costantemente avvalse di una capillare rete transnazionale e internazionale

per rafforzare la propria posizione di egemonia sulle altre organizzazioni

criminali.

Un terzo fattore forse determinante che ha stabilmente contribuito ad

accrescere l’operatività criminale delle „ndrine è sicuramente rappresentato

dalla spendibilità nello scenario delle transazioni illegali nazionali e

internazionali di una sorta di “logo”, un marchio di “qualità” e affidabilità

indiscusso presso i partner e le altre organizzazioni allocate nella filiera del

narcotraffico.

Le famiglie calabresi infatti sono tra i pochissimi soggetti criminali in

grado di approvvigionarsi costantemente di cocaina presso i fornitori

sudamericani, assicurando comunque il pagamento delle partite di

stupefacente.

 


 

I risultati del procedimento penale denominato “Igres” della D.D.A. di

Reggio Calabria159 sono al riguardo particolarmente significativi nella parte

in cui evidenziano il modo in cui gli uomini della ndrangheta calabrese, a

differenza di elementi pur di primo piano di Cosa nostra palermitana,

fossero abilitati al prelievo della cocaina a condizione di assoluto favore in

Colombia e nella piena fiducia dei fornitori. Gli stretti collegamenti con

soggetti operanti nei Paesi produttori hanno agevolato la crescita della

„ndrangheta sino a renderla punto di riferimento anche per le altre

organizzazioni endogene.160

 

159) procedimento penale n. 4966/00 RGNR D.D.A. L’indagine condotta in coordinamento con la

Procura della Repubblica di Palermo ha avuto ad oggetto l’importazione via nave dal Sud America di

ingente quantitativi di cocaina operata in consorzio tra le cosche reggine della zone ionica (Marando,

TrimboliI, Sergi) ed elementi di primo piano delle famiglia mafiosa dei Miceli di Palermo ed ha avuto

quale momento saliente il sequestro nel gennaio 2002 nel porto del Pireo in Grecia di 220 chili di cocaina.

Organizzatori del traffico illecito, che per le sue dimensioni ha imposto contatti operativi continui con le

Sezioni della D.I.A. di Roma, Atene, Bogotà, Caracas, sono risultati essere ben cinque latitanti di rilievo

della „ndrangheta reggina e palermitana, tra cui il famigerato Roberto Pannunzi, a carico del quale sono

stati celebrati innumerevoli processi in Italia per traffico di sostanze stupefacenti e le cui attività avevano

determinato la D.E.A. all’apertura a suo carico di alcune decine di dossier informativi.

150) L’operazione Galloway della D.D.A. di Reggio Calabria ha dimostrato lo stretto rapporto d.affari

con i cartelli colombiani ed anche con almeno una struttura paramilitare colombiana che risulta coinvolta

in attività di produzione e fornitura di cocaina.

 

 

Indubbiamente l’attività di contrasto svolta dallo Stato in questi anni ha

determinato assestamenti e svolte operative particolarmente significative da

parte della „ndrangheta calabrese, che attualmente gestisce il narcotraffico

della cocaina con modalità solo parzialmente coincidenti con quelle in uso

nel decennio scorso. I procedimenti penali celebrati in Calabria, in

Piemonte e in Lombardia per tutti gli anni .90 a carico di boss e gregari

delle famiglie „ndranghetiste hanno determinato l’irrogazione di pesanti

condanne, spesso molto più consistenti di quelle derivanti dalla

celebrazione di processi per il delitto di associazione mafiosa (che soffre il

duplice svantaggio di un onere probatorio per l’accusa estremamente

gravoso e di una pena edittale inferiore a quella prevista per il delitto di cui

all’art.74 TU 309/90). Ciò ha comportato un progressivo affievolimento del

 


 

diretto impegno degli uomini di primo piano delle “locali” calabresi nel

traffico internazionale di droga.

La cura del territorio, l’assistenza ai latitanti e ai detenuti, le estorsioni, gli

appalti, il riciclaggio, i rapporti di infiltrazione nella politica e nelle

istituzioni sono tutti settori illegali che – come si è dimostrato in altra parte

della relazione - la „ndrangheta calabrese e reggina in particolare non

poteva e non intendeva dismettere.

2. Le ragioni di un primato

Il sistema criminale di questa peculiare associazione regge a condizione

che non se ne alteri la natura più profonda, che non divenga cioè, una

multinazionale degli affari illeciti in cui l’originario spirito criminale arretri

a vantaggio dello spirito imprenditoriale.

La sua forza sta nell’osmosi tra i due fattori. La metamorfosi della

„ndrangheta in mera criminalità organizzata ne segnerebbe la rovina, ne

esaurirebbe inesorabilmente la forza vitale e la leadership.

Il frequente ritrovamento nei covi dei boss, come nelle spoglie abitazioni

degli affiliati, di pagine che recano vergate a mano le formule di

iniziazione, il perpetuarsi nelle carceri dei riti di attribuzione dei “gradi” tra

affiliati sono il segno evidente di una “cultura” criminale che non vuole

recedere e che, anzi, pretende di rappresentare il collante identitario

dell’associazione. Non è casuale, allora, che i sequestri di simili documenti

siano stati più numerosi successivamente al profilarsi della minaccia

costituita dalle seppur sparute collaborazioni di giustizia. Quasi a

dimostrare una precisa opzione verso un nuovo, più convinto, rispetto dei

vincoli di omertà e di solidarietà criminale. Una sorta di rinserrare le fila,

costituita sul vincolo culturale e di omertà.

 

In questo stretto corridoio operativo e strategico la „ndrangheta calabrese,

coinvolta nel narcotraffico, doveva dipanare un.opzione di non secondario

 


 

rilievo: da un lato si trattava di allentare l’impegno diretto nelle transazioni

dello stupefacente che avevano determinato la condanna di uomini di primo

piano delle cosche a decine e decine di anni di reclusione (è il caso delle

famiglie Barbaro, Sergi, Nirta, Morabito, Strangio, Pelle, Mancuso,

Marando, Trimboli ed altre ancora); e dall’altro doveva

salvaguardare.esigenza di non essere soppiantati nelle rotte dal Sud

America da altri, parimenti agguerriti, raggruppamenti criminali, in primo

luogo gli uomini della camorra e i mafiosi catanesi da sempre attivi in

questo campo.

La scelta, come dimostrano i diversi procedimenti, è stata quella di creare

una selezione per la composizione delle “cellule” impiegate nei paesi di

produzione della droga e di partenza del narcotraffico, rigorosamente

basato sulla devozione e affidabilità alle famiglie oltre che sulla capacità.

Spesso ad esempio si tratta di uomini in grado di parlare in più

lingue,incensurati e pressoché sconosciuti alle forze di polizia, in modo da

potersi liberamente muovere nei valichi di frontiera e al controllo dei

passaporti nei vari scali internazionali.

Questo implica una forte gerarchizzazione e compartimentalizzazione delle

attività criminali, ma sempre riconducibili al nucleo „ndranghetistico

originario per la parte concernente la direzione e la promozione della

cooperazione a delinquere. Di contro i contatti operativi, i viaggi in Sud

America e nei luoghi di arrivo e stoccaggio della droga (principalmente

l’Olanda e la Spagna), la ricerca delle collusioni doganali e di copertura

restano affidati ad una seconda linea di soggetti che, pur calabresi o ad essi

vicini, non vantano una diretta appartenenza alla “locale” calabrese.

 

E. una sorta di struttura a compartimenti stagni, capace di resistere

all’azione repressiva in ragione dell’estrema fungibilità dei personaggi

coinvolti, dell’incompleta conoscenza dei meccanismi in cui si snoda il

narcotraffico, della catena di omertà che comunque avvolge gli associati.

 


 

Naturalmente tutto ciò per fermarsi al perimetro più immediato delle

conseguenze che la tecnica organizzativa realizzata dalla „ndrangheta

determina per il contrasto da parte dello Stato. E tuttavia non si può

trascurare che l’azione antidroga sembra difettare dei connotati di una vera

e propria azione antimafia.

Per quanti sforzi sia dato profondere nel tentativo, spesso riuscito con

risultati straordinari, di contenere l’operatività dei cartelli calabresi

diventati delle vere e proprie strutture centralizzate di intermediazione

internazionale, la pressione mafiosa sul territorio calabrese non risulta

minimente intaccata. Anzi. Per altro, difficilmente le indagini sul

narcotraffico pervengono all’identificazione e alla disarticolazione della

rete che cura il pagamento delle partite di droga e il riciclaggio degli

enormi proventi. Ciò dimostra che i pagamenti e le transazioni avvengono

su canali paralleli e del tutto ignoti ai soggetti che sono impegnati nel

trasporto dal Sud America delle partite di cocaina. Di fronte a questa

capacità organizzativa, alla sua “invisibilità” nelle dinamiche della

globalizzazione criminale e in quelle della globalizzazione finanziaria

legale, è necessario anche riorganizzare le forme e le strutture del contrasto

con una ripartizione del lavoro investigativo tra indagini che hanno ad

oggetto il narcotraffico su scala internazionale e indagini che concernono i

settori tradizionali dell’egemonia mafiosa sul territorio calabrese e

nazionale.

Oggi per contrastare la doppia dimensione della „ndrangheta occorre un

punto d.equilibrio tra la repressione dei nuovi cybercrime che le „ndrine al

pari di altre organizzazioni perpetrano per reimpiegare i proventi della

droga, con un contrasto permanente alle reti della cocaina, e l’attenzione

alle infiltrazioni nei luoghi delle provincie calabresi più pesantemente

assoggettati al controllo mafioso.

 

 


 

3. Linee di tendenza

L’esame delle investigazioni più significative condotte negli ultimi anni

dalle D.D.A. di Catanzaro e Reggio Calabria evidenzia un trend

sostanzialmente uniforme nello svolgimento delle attività legate al

narcotraffico, con una novità, la presenza di vere e proprie jointventure.

Significativa è l’indagine denominata Palione della D.D.A. di Reggio

Calabria che ha evidenziato accordi tra famiglie calabresi di volta in volta

alleate con cosche siciliane o campane, per l’acquisto di ingenti partite di

cocaina successivamente suddivise tra i diversi gruppi in relazione ai loro

mercati di destinazione.

In questa tipologia di narcotraffico sono sempre i gruppi della „ndrangheta

calabrese, che curano la logistica e il conseguente approvvigionamento,

trasporto e stoccaggio della cocaina sulle diverse piazze.

Per ramificare questa rete le „ndrine hanno collocato stabilmente propri

uomini, spesso latitanti in Italia, sugli snodi principali delle rotte, a presidio

dei luoghi di arrivo dei carichi di droga sotto copertura.

 

La Spagna e l’Olanda, ma anche il retroterra belga e tedesco, sono divenute

le nazioni predilette dai narcos calabresi per attendere l’arrivo dei container

e curare le conseguenti transazioni.161

 

161 Nel corso del procedimento penale denominato Nasca – Timpano della D.D.A. di Reggio Calabria

venivano intercettate due sole conversazioni di estrema importanza, tra gli indagati Arcuri Rosario di

Rosarno (zona tirrenica della provincia di Reggio Calabria) e Strangio Francesco di San Luca, (zona

ionica della provincia di Reggio Calabria) latitante in Belgio. Nella prima, delle ore 12.38, gli indagati

discutevano in maniera ampia dell’arresto di Primerano, episodio del quale Arcuri non riusciva a fornire

alcuna spiegazione. Il rosarnese riferiva che erano stati sequestrati 14 chili, quindi quasi tutto il carico, e

che anche l’arresto del corriere di Ascone Antonio, Fabrizio Gesuele, era stato effettuato dallo stesso

Reparto (…quasi tutti erano 1,4…mi sembra che erano…(omissis)…eh, ma è andato fuori strada proprio

qua, proprio qua…(omissis)…ma, cosa di niente…ma io quello che non mi spiego là…l’hai saputo

quell’altro, sì? Che ti avevo detto io…(omissis)…e quell’altro là…per quel parente del suocero di

Nascaredda…(omissis)…e che cavolo capisco io…non, parola d.onore io…e che addirittura, addirittura

per quello là dicono che sono intervenuti questi di qua… .Lo Strangio lasciava chiaramente intendere al

suo interlocutore che era sua intenzione cercare di porre rimedio alla situazione fornendogli un nuovo

carico di stupefacente (…eh ma sto vedendo se te la combino qua qualche cosa…) ed aggiungeva che in

Belgio, nei giorni precedenti, era stata effettuata un.operazione di polizia nel corso della quale erano state

arrestate delle persone che si occupavano del cambio di denaro ed erano conosciute, oltre che dall’Arcuri,

anche dall’Ascone (…sono andato a trovare l’altro amico suo sono andato a trovarlo…(omissis)…sì per il

fatto dei documenti…si sbrigava i documenti, si sbrigava no?...(omissis)…sì, sì il Lungo, il Lungo là

quello era…(incomprensibile)…quello che quel giorno non ne aveva…(omissis)…il vecchietto…). A

questo punto appare utile precisare che, così come si è appreso dalla Direzione Centrale dei Servizi

 


 

Antidroga, nel mese di novembre 2001, in Belgio, venivano tratti in arresto tali Caldarone Alfonso classe

.51, Antonucci Carmelo classe .72 e Verburgh Roland classe .39, tutti per riciclaggio di denaro sporco;

gli stessi, sempre secondo quanto si apprendeva dall’organismo centrale, avrebbero cambiato nel periodo

2000/2001 una somma pari ad oltre 800 milioni di franchi belgi presso un.agenzia di cambio Bruxelles.

162 Nel settembre 2005 nel porto di Livorno, furono sequestrati 691 kg di cocaina nell’ambito

dell’operazione “Imelda”; nel porto di Salerno, nell’ambito delle operazioni “Pandora bis” e “Persignan

2004”, sono rispettivamente stati sequestrati 268 kg e 75 kg di cocaina. Nel mese di ottobre 2006, il porto

di Gioia Tauro è stato interessato dal sequestro di 75 kg di cocaina. Fonte: Direzione per i Servizi

Antidroga.

 

Anche i porti italiani, primi tra tutti Livorno, Salerno e Gioia Tauro,162

continuano ad occupare un ruolo importante nelle rotte della cocaina,

particolarmente quando occorre provvedere all’immediata consegna agli

acquirenti italiani e la non grande entità del carico (massimo ad una

tonnellata) agevola le operazioni di sdoganamento e smistamento veloce

della partita.

Infine, va sottolineato l’impegno profuso dai clan della ndrangheta nel

conservare collegamenti stabili con i narcos colombiani e sudamericani con

i quali hanno rapporti privilegiati, quando non esclusivi.

Da diverse inchieste emergono anche contatti di altri gruppi criminali, ad

esempio camorristi, con elementi di organizzazioni colombiane del

narcotraffico, si tratta di “meri” rivenditori che nulla hanno a che fare con i

capi delle organizzazioni che rivestono posizioni apicali nella produzione

mondiale della cocaina.

4. Rapporti con terroristi e paramilitari

 

 

Questo livello di rapporti e di relazioni con le grandi reti del narcotraffico

internazionale, sono state dimostrate nell’operazione Decollo della D.D.A.

di Catanzaro portata a compimento nel gennaio 2004 che, tra l’altro, ha

evidenziato alcuni aspetti inquietanti relativi ai collegamenti esistenti tra la

„ndrangheta e organizzazioni terroristiche come i paramilitari colombiani

delle famigerate AUC di Salvatore Mancuso e l’organizzazione basca ETA.

Con le AUC la „ndrangheta ha saputo creare un solido legame d.affari che

le ha consentito la scalata verso il controllo di “maggioranza” di tutto il

 


 

sistema legato al traffico della cocaina colombiana. Il capo delle AUC,

Gomez Manuel Salvatore Mancuso, è nato il 17 agosto del 1964 a Montera,

nel nord della Colombia, da padre italiano originario di Sapri, ancora oggi

continua ad avere il passaporto italiano.

 

Come ha ricordato il Procuratore Nazionale Antimafia: “Mancuso

attualmente si trova agli arresti domiciliari, a quanto pare dorati”. La

Procura di Catanzaro, in relazione all’”operazione decollo” ha chiesto la

sua estradizione. Anche gli Stati Uniti l’hanno richiesto, ma essendo stata

varata in Colombia una normativa sulla cosiddetta pacificazione generale

con la possibile restituzione da parte di queste unità paramilitari delle armi

in cambio dell’ammissione dei reati, sembra possa esistere la possibilità

che Mancuso non venga estradato in nessuno dei due paesi che lo

richiedono.163

Anche gli interessi comuni e i legami tra i narcos colombiani e l’ETA sono

stati ampiamente documentati.

Emblematico è l’episodio secondo cui i narcos colombiani uomini del

famoso cartello di Cali hanno fatto ricorso all’organizzazione terroristica

basca per portare a buon fine il pagamento di una fornitura di droga da

parte di un acquirente calabrese al quale come forma di intimidazione è

stata trasmessa, a mezzo fax, una fotografia ritraente la propria azienda.

 

153 Audizione del Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso del 19. giugno 2007

 

La fotografia, era stata scattata da alcuni uomini dell’ETA dietro incarico

dell’organizzazione criminale colombiana, che aveva minacciato,ed

avvertito il trafficante calabrese che, in caso di mancato pagamento, gli

avrebbe fatto distruggere l’attività commerciale. Gli esecutori materiali

dell’azione criminale sarebbero stati proprio gli uomini dell’ETA. La

paventata azione criminosa, come si rileva dall’ordinanza di custodia

cautelare, non venne portata a termine grazie all’intervento di un noto

 


 

narcotrafficante ed esponente della „ndrangheta calabrese, che garantì il

pagamento della merce.

La stessa indagine è particolarmente rilevante perchè riguarda una grossa

quantità di droga e soprattutto perchè fa emergere un vero e proprio

network criminale formato dalle componenti vibonesi, ionico-reggina,

australiana, spagnola, venezuelana e dai cartelli colombiani. Un altro

aspetto da sottolineare è relativo alle modalità delle spedizioni, con

centinaia di chili di cocaina sequestrati nel porto di Gioia Tauro all’interno

di alcuni blocchi di marmo cui erano state praticate delle cavità

successivamente ricoperte con materiale di risulta.

Nel complesso l’intera articolazione criminale, così come si è configurata,

ha dato luogo, di fatto, ad un.unica struttura “federata” formata, da un lato,

dal consorzio criminale “vibonese e ionico - reggino” con compiti di

import-export, che garantiva anche le spedizioni di droga verso l’Australia,

dove era operativa una base vibonese; dall’altro, da più “cartelli

colombiani” fornitori che assicuravano le spedizioni di cocaina all’Italia; ed

infine da più strutture operanti in diversi Paesi esteri. Tra questi Stati il

Venezuela, ove gli stupefacenti venivano stoccati e da dove, il più delle

volte, erano spediti; la Spagna, dove emissari dei “cartelli colombiani”

avevano l’incarico di riscuotere i pagamenti delle partite di cocaina spedite,

prendere accordi e contattare personalmente, anche in Italia, i vari

acquirenti.

 

In questo contesto è utile citare, anche l’operazione Zappa, della D.D.A. di

Reggio Calabria, che ha consentito di ricostruire la rete di rapporti e

collegamenti tra la „ndrangheta ed i produttori colombiani e venezuelani.

Gli affari non erano limitati alla sola droga, ma anche alle armi, che

sarebbero state utilizzate dal connubio reggino-colombiano per favorire

l’evasione di alcuni leader del narcotraffico. L’indagine ha, inoltre, messo

in evidenza i contatti intercorrenti tra esponenti dell’eversione, quali un ex

 


 

aderente a Prima Linea, Elfio Mortati, ed esponenti della „ndrangheta

riconducibili al boss della locride Santo Maesano.

5. Indagine e processi

Alcune indagini offrono uno sguardo sinottico sul modus operandi della

„ndrangheta calabrese in questo strategico settore illegale.

E. il caso dell’indagine denominata “Stupor mundi”, della D.D.A. reggina,

che per la durata e l’ampio scenario internazionale entro il quale si è

sviluppata costituisce un punto di sintesi efficace delle riflessioni sin qui

svolte. E. bene ricostruire le fasi, le scansioni temporali, a partire dal 2002,

e le località ove le azioni di progettazione ed esecuzione delle condotte si

sono svolte:

 

. 1^ fase: 13.11.2002: Sequestro di 170 chilogrammi di cocaina e

arresto del calabrese Maurizio Pelle a Bova Marina.

. 2^ fase: dicembre 2002/Gennaio – Febbraio 2003. Cattura dei

latitanti Michele Franco, Giuseppe Ladini e delle persone che hanno

favorito la loro latitanza in contatto con gli esponenti della „ndrina

Marando – Trimboli di Platì, i Pannunzi e le cosche di Ciminà.

Anche in questo caso, sequestro di stupefacenti.

. 3^ fase: 29/30 marzo 2003. Arresti per favoreggiamento alla

latitanza di Giancarlo Polifroni di: Bruno Polito, Francesco

Morabito, Maria Concetta Spagnolo, Nicola Murdaca.

. 4^ fase: 12.4.2003. Sequestro di 9 chilogrammi di cocaina ed.arresto

dei cittadini lituani Stumbrys Aras e Bileinskienè Vilija. Località:

Torino.

. 5^ fase: 18.4.2003. Sequestro di 6 chilogrammi di cocaina e arresto

dì Rocco Costa (nato il 10.01.1966 a Vibo Valentia) al Casello

autostradale Roma nord.

 

 


 

. 6^ fase: 18.4.2003. Sequestro di 62 chilogrammi di cocaina ed

arresto dei calabresi Girolamo D.Agostino a Reggio Calabria e

Antonio D.Agostino. Località: Lamezia Terme.

. 7^ fase: maggio 2003. Invio di un imprecisato quantitativo di

stupefacente dall’Olanda da parte di Giancarlo Polifroni. Viaggio di

Giuseppe Morabito e Rosario Marando in Olanda per visionare

stupefacente. Nicola Polito trasporta denaro in Olanda e,

successivamente, lo stupefacente viene inviato in Italia. La

ricostruzione dei fatti avviene tra la Calabria e la Lombardia tra l’11

e il 15 maggio 2003.

. 8^ fase: 11.6.2003. Sequestro del 11.06.2003 a Ponte Chiasso di

28,735 kg di cocaina, eseguito a carico di Antonio Vita, 13 kg del

quantitativo sequestrato erano destinati a Giuseppe Morabito.

. 9^ fase: settembre 2003 e maggio 2004. Giuseppe Morabito è tratto

in arresto in data 10.09.2003 unitamente ad Walter Anzil, dagli

agenti doganali francesi presso la frontiera franco-spagnola per la

detenzione di € 101.000 e USD 150.000. Nicola Polito viene

arrestato ad Amsterdam unitamente a cittadini colombiani trovati in

possesso di circa €. 1.000.000.

. 10^ fase: settembre – dicembre 2003. Incontri e scambio di denaro

tra Aurelio Mammoliti e Bruno Polito; introduzione di stupefacente

dall’Olanda e trasporto in Calabria di parte del carico tramite

Giuseppe Ferito.

. 11° fase: febbraio 2004. Svelata l’.organizzazione di calabresi

residenti a Volpiana, i contatti con Polito e con corrieri spagnoli.

. 12^ fase: Intercettata la rete di spaccio di droga sul mercato milanese

e del nord Italia: Rocco Barbaro, Giuseppe Rizzotto, Giuseppe

Costanzo, Domenico Spagnolo, Pietro Villirillo, Francesco

 

 


 

Morabito, Franco Di Virgilio, Bruno Polito, Giuseppe Scarcella,

Antonio Scarcella e Francesco Morabito.

. 13^ fase: 27.3.2004. Rinvenimento di 13 pistole e di 20 Kg. di

cocaina trasportate ed occultate da Pietro Oliva a Novara.

. 14^ fase: 4.2.2005. Favoreggiamento alla latitanza di Bruno Giorgi,

Fortunato Giorgi e Giancarlo Polifroni e cattura del latitante Bruno

Giorgi a Manage – Charleroi (Belgio).

 

 

 

Da questa ricostruzione emerge uno spaccato realistico e verosimilmente

replicabile, per tutte le investigazioni svolte sulle relazioni transnazionali

della ndrangheta calabrese (indagini Sim Card 1 e 2, indagini Nasca e

Timpano, indagine Marcos, indagine Iberia, indagini Zappa 1, 2 e 3,

indagine Smeraldo, indagine Coscion e via seguitando).

 

Come si vede, si tratta di una rete perfetta fatta di latitanti che dall’estero

coordinano l’attività di approvvigionamento, di soggetti incensurati che

curano i movimenti lungo le rotte e il trasporto dello stupefacente una volta

che sia giunto in Europa, di armi e droga destinati in parte alla Calabria,

dove da lungo tempo è ipotizzato avvenga il taglio della cocaina pura che

giunge dalla Colombia e dalla Bolivia.164

 

164 Per quanto concerne l’ambito nazionale, non esiste altra organizzazione criminale che possa vantare

così ampie ramificazioni come la „ndrangheta:

 

. Piemonte (operazione “Magna Charta” di Torino);

. Lombardia (operazioni “Scacco al Re” e “Ombretto” che vede coinvolte cosche calabresi nel

traffico di cocaina nelle provincie di Como, Lecco e Milano);

. Veneto (operazione “Cow” che vede coinvolta una „ndrina stanziata nelle provincie di Vicenza,

Venezia e Padova);

. Toscana (operazione “Ares D.I.A.”);

. Umbria (operazione “Arcoterium”);

. Lazio (operazione “Quantum” che vede coinvolti cittadini di origine calabrese residenti in

Australia operanti anche nella provincia di Latina).

 

 

A fronte di tale propensione all’espansione extraterritoriale, la „ndrangheta tende a non operare sul

territorio regionale; le sostanze stupefacenti sequestrate nel territorio della regione Calabria ammontano a

meno dell’1% del territorio nazionale.

Fonte: Direzione Centrale per i Servizi Antidroga.

 

L’analisi non sarebbe completa senza considerare talune peculiarità del

contesto processuale che, purtroppo, tende oggi a smarrire l’efficacia

 


 

deterrente che aveva esercitato negli anni .90. L’opzione massiccia al rito

abbreviato con lo sconto di pena di 1/3 per gli imputati condannati,

l’inopinato consenso talvolta prestato in fase d.appello dall’ufficio di

Procura generale alle procedure negoziali di patteggiamento ex art.599 Cpp

sui motivi del gravame, sono tutti escamotage processuali che hanno di

fatto vanificato l’entità delle pene comminate ai narcotrafficanti calabresi i

quali, con una scelta di “basso profilo”, riescono sostanzialmente a sfuggire

ai rigori delle sanzioni previste dal TU 309/90. Se a ciò si associa la

difficoltà di individuazione dei patrimoni illegalmente accumulati dei

trafficanti calabresi in Italia e all’estero se ne ricava la convinzione che lo

straordinario sforzo di contrasto realizzato dagli apparati di polizia resti

senza conseguenze effettive e durevoli sulle reti dei narcos calabresi, la cui

destrutturazione appare ad oggi la vera sfida da vincere da parte dello Stato.

 

 


 

CAPITOLO IX

Una sintesi

Con questa relazione la Commissione parlamentare antimafia intende

contribuire ad aprire uno squarcio non solo nella conoscenza e nell’analisi

di una organizzazione criminale ma anche sul sistema di relazioni sociali

economiche e politiche di una regione importante come la Calabria.

Non vi è alcuna pretesa conclusiva. Sarebbe in contraddizione con il

dinamismo e persino la “liquidità”, come si è detto all’inizio, di una

organizzazione in continua trasformazione che, proprio per questo, richiede

un livello di attenzione e una capacità di lettura critica permanente delle

sue dinamiche criminali e dei nessi sociali, culturali, economici che,

storicamente, ne caratterizzano la forza.

Nel tempo breve dell’inchiesta che la Commissione ha sviluppato, segnato

dalla conclusione anticipata della XV legislatura, si è voluto porre in

evidenza questo salto di qualità che oggi fa della „ndrangheta calabrese una

delle grandi holding economico-criminali della globalizzazione.

Per dare senso a questa analisi non potevamo non cogliere l’attività

ossessiva e maniacale della „ndrangheta nel controllo del territorio. E.

questa l’essenza del suo agire e pensare, insieme, localmente e

globalmente.

Nella Calabria di oggi gran parte delle attività economiche, imprenditoriali

e produttive sono condizionate, infiltrate e alcune dirette dalle cosche della

„ndrangheta.

 


 

Abbiamo scelto il Porto di Gioia Tauro e l’autostrada Salerno-Reggio

Calabria come metafore di una modernizzazione fortemente segnata dal

ruolo, dalle attività e dai condizionamenti delle cosche.

Si tratta di storie che è bene imprimere nella memoria collettiva e

nell’attività di una istituzione come la Commissione parlamentare

antimafia. E abbiamo messo a nudo i meccanismi di controllo e gestione

dei flussi di denaro pubblico nazionali ed europei, e la capacità delle

„ndrine nel corrompere la pubblica amministrazione per trarre vantaggio

da ogni forma di asservimento delle risorse pubbliche ai loro interessi.

Avremmo potuto raccontare tante altre storie e ricostruire altre inchieste

giudiziarie per dimostrare come negli ultimi 40 anni la „ndrangheta abbia

rappresentato il convitato di pietra di tutte le grandi scelte che dovevano

incidere sullo sviluppo della regione e invece l’hanno relegata agli ultimi

posti in tutte le graduatorie economiche e sociali.

Avremmo potuto raccontare come i mafiosi delle due sponde dello Stretto

e quelli di oltre-oceano, già alla fine degli anni .90, erano interessati al

grande affare della costruzione del Ponte tra Calabria e Sicilia o come lo

stesso meccanismo di spartizione degli appalti svelato per l’autostrada

Salerno-Reggio Calabria, è da decenni una delle cause del non

ammodernamento della strada della morte, la Statale 106 ionica.

O ancora avremmo potuto descrivere come anche in questa regione i rifiuti,

come per la camorra, stimolino già da anni gli appetiti delle „ndrine.

 

 

Parlando della sanità, avremmo potuto descriverne il degrado da Villa San

Giovanni al Pollino. Oppure ci saremmo potuti trasferire al Policlinico di

Messina, da sempre invaso dagli interessi della „ndrangheta, terreno di

 


 

affari, spartizioni clientelari, costruzione di carriere, oscuri rapporti tra

accademici e poteri occulti, anche teatro di oscuri omicidi. Tutto, e sempre,

in stretto rapporto con le cosche della Piana e della Ionica reggine.

Abbiamo preferito portare alla luce i drammi delle A.S.L’ di Locri e di

Vibo, metafore del fallimento politico e della delegittimazione morale della

gestione della sanità pubblica e degli interessi mafiosi nella sanità privata

in spregio ad ogni diritto, fino a quello più sacro, della vita umana.

E. la sanità lo spartiacque di civiltà che caratterizza l’intero dramma

politico e sociale che vive la Calabria. Come la Campania dei rifiuti.

La salute saccheggiata, spartita, mercificata, svenduta per un consenso

politico che privilegia l’ossessiva ricerca del profitto sulla vita.

La sanità pubblica viene fatta morire per alimentare il senso comune

dell’utilità della sanità privata. Chi governa crea così l’alibi per drenare

risorse pubbliche verso un sistema d.affari privato che spesso, in Calabria,

ha come soggetto diretto d.impresa la „ndrangheta.

Abbiamo scelto spaccati precisi per lasciare aperte la ricerca e l’inchiesta.

La „ndrangheta è forte, con le sue ricchezze e la sua capacità economica,

riesce a soddisfare i bisogni della gente quando questi non trovano nella

politica la possibilità di ricevere risposte pubbliche.

 

 

Ma negli ultimi anni non tutto è rimasto grigio. La risposta dei giovani di

Locri dopo l’omicidio Fortugno ha rotto un silenzio che durava da anni e le

migliaia e migliaia di persone che il 21 marzo del 2007 hanno raggiunto

Polistena per la giornata della memoria contro le mafie, strette attorno a

tanti famigliari di vittime, hanno dato senso e continuità di impegno civile.

 


 

Un momento significativo, in una terra dura come la Calabria, al quale ha

partecipato anche una delegazione ufficiale della Commissione

parlamentare antimafia.

E poi Lamezia Terme, con la mobilitazione dei giovani e la prima serrata

dei commercianti contro la recrudescenza degli attentati del racket e del

pizzo. In questi anni vi è stata una prima anche se episodica risposta della

società. Ora tocca alle istituzioni e alla politica.

La Calabria, da anni, è investita da una drammatica questione morale.

L’intera relazione è attraversata dalla narrazione dei processi degenerativi

che investono le istituzioni e la gestione della cosa pubblica.

La forza della „ndrangheta è l’altra faccia della debolezza della politica. Ma

le ragioni di questa non possono essere cercate fuori da sé. La debolezza è

l’elemento centrale di un sistema clientelare di potere che per riprodurre

consenso e voti non può essere messo in discussione, pena la crisi della sua

presa sociale. E. così che questo meccanismo produce anche la

passivizzazione dei cittadini, pronti ad accettare corruzione e mediazione

mafiosa in assenza di diritti esigibili, opportunità garantite dai concorsi

pubblici agli appalti e trasparenza delle scelte politiche e della pubblica

amministrazione.

 

 

Le continue inchieste della magistratura che, pur in assenza di sentenze

definitive, colpiscono esponenti di primo piano di tutti i partiti, gli avvisi di

garanzia che investono buona parte del Consiglio regionale, assessori

regionali o ex assessori ristretti in carcere per reati collegati alla mafia o

 


 

esponenti di primo piano dei partiti sotto processo o già condannati per

corruzione, rappresentano, purtroppo, la fotografia della realtà.

Quando i partiti e la politica arrivano, lo fanno sempre dopo la magistratura

e intervengono spesso solo per autotutelare un sistema che non riescono e

non vogliono mettere in discussione e che fino all’azione giudiziaria era i

loro sistema.

Il vecchio trasformismo meridionale sembra immutabile nel tempo. Si è

evoluto nella pratica del cambio di casacca da uno schieramento all’altro

in vista di ogni competizione elettorale. Pacchetti di voti vengono offerti

sul mercato dello scambio immorale del consenso e chiunque si trovi a

svolgere la funzione di governo, se vuole acquisirli, deve assicurare

l’inamovibilità e la continuità degli interessi che quei voti esprimono, deve

alimentarne il bacino clientelare, deve trattare con chi ne assicura la

rappresentanza. A questo è piegata la gestione della spesa pubblica.

In intere aree della regione, come si è ampiamente dimostrato nelle pagine

precedenti, questi interessi e questi voti sono alimentati e gestiti sul

mercato della politica dalle famiglie della „ndrangheta.

La pervasività delle ricchezze e degli interessi della „ndrangheta, il blocco

sociale dell’illegalità che unisce il disoccupato alla borghesia mafiosa che

gestisce le finanze delle „ndrine e ne cura i rapporti politici e istituzionali,

l’inquinamento della pubblica amministrazione, ci indicano la strada

difficile da percorrere: colpire i patrimoni, le finanze delle cosche,

intercettare i circuiti del riciclaggio, destinare le sue ricchezze ad uso

sociale.

 

 


 

La lotta contro la „ndrangheta, vede impegnati quotidianamente donne e

uomini dello Stato, della magistratura e delle forze di polizia, in un corpo a

corpo quotidiano sul territorio. L’arresto di Pasquale Condello, uno dei capi

indiscussi ricercato da quattro lustri, il primo dei calabresi nell’elenco dei

30 più pericolosi latitanti predisposta dal Ministero dell’Interno, dimostra

che è possibile colpire i più alti livello delle cosche.

Ma lo Stato deve operare verso la Calabria le stesse scelte compiute, in

altre stagioni, verso altre parti del paese. Lo deve fare anche il Consiglio

Superiore della Magistratura, che non può guardare alla frontiera degli

uffici giudiziari calabresi, senza coglierne l’esposizione in prima linea.

Rimane tutta da conquistare una dimensione culturale, sociale e morale

della lotta alla mafia.

In Calabria la „ndrangheta non può essere sconfitta senza la ricostruzione di

un.etica pubblica e l’affermarsi di un processo di riforma radicale della

politica, a partire dalla selezione delle classi dirigenti dei partiti e delle loro

rappresentanze istituzionali, sulla cui trasparenza e moralità pubblica non

deve esistere alcuna ombra.

C.è una società che chiede e ha diritto a questa svolta.

La risposta è nelle mani delle istituzioni repubblicane e di ognuna e ognuno

dei cittadini della Calabria e dell’intero Paese.

 

 


 

 

 


 

Formato per la citazione:
Commissione Antimafia, "Una mafia liquida, ovvero Gomorra calabrese", terrelibere.org, 22 febbraio 2008, http://www.terrelibere.org/doc/una-mafia-liquida-ovvero-gomorra-calabrese