Una mafia liquida, ovvero Gomorra calabrese - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
Una mafia liquida
Relazione annuale della Commissione parlamentare d’inchiesta
sul fenomeno
della criminalità organizzata mafiosa o similare
‘Ndrangheta
Relatore On. Francesco Forgione
INDICE
CAPITOLO I - UNA MAFIA LIQUIDA
CAPITOLO II - STORIE
1. Le origini
2. Le differenze rispetto alle altre mafie
3. ‘Ndrangheta e massoneria
4. Tra passato e futuro 30
CAPITOLO III - LE FAMIGLIE E IL TERRITORIO
1. Una mafia invisibile
2 La provincia di Reggio Calabria
2.1 Il capoluogo
2.2 L’area ionica
2.3 L’area tirrenica
3 Provincia di Catanzaro
3.1 Lamezia Terme
3.2 Catanzaro
3.3 La zona ionica
4. Provincia di Cosenza
4.1 Il capoluogo
4.2 Area Ionica
4.3 Area tirrenica
5. Provincia di Crotone
5.1 L’invasione dell’economia
5.2 Il capoluogo
5.3 Tra la Sila e il mare
6. Provincia di Vibo Valentia
6.1 Il dominio dei Mancuso
6.2 Gli altri gruppi 71
CAPITOLO IV - METAFORE DELLA MODERNITÀ
1 Il fallimento dello sviluppo
2. Gioia Tauro, Porto Franco
3. La Salerno – Reggio Calabria
CAPITOLO V - ECONOMIE PARALLELE
1. Una holding criminale
2. Estorsioni e usura
3. Pubblica amministrazione
4. Finanziamenti europei
5. Una spesa senza controllo
6. Il primato nelle frodi
7. Un caso emblematico
8. Europaradiso
9. I patrimoni mafiosi
CAPITOLO VI
SALUTE PUBBLICA 126
1. Sanità e corruzione
2. 1987. Taurianova e Locri: le prime USL sciolte
3. 2006. Locri, il secondo scioglimento
4. Convenzioni e appalti
5. I dipendenti
7. Villa Anya. L’onorata sanità
8. Le intercettazioni di Crea
9. Il sistema Crea
10. Il caso Vibo: un triste record
11. Il caso Fortugno
CAPITOLO VII - COLONIZZAZIONI
1. Milano e la Lombardia
2. Liguria
3. Emilia Romagna
4. Piemonte
5 Roma e Lazio
CAPITOLO VIII - LE ROTTE DELLA COCAINA
1. L’approvvigionamento dello stupefacente
2. Le ragioni di un primato
3. Linee di tendenza
4. Rapporti con terroristi e paramilitari
5. Indagine e processi
CAPITOLO IX - UNA SINTESI
CAPITOLO I - Una mafia liquida
Sono passate da poco le due della notte fra il 14 e il 15
agosto 2007 a
Duisburg, nel Nord Reno Westfalia. Sebastiano Strangio,
trentanove anni,
cuoco, calabrese originario di San Luca, chiude il suo
ristorante e, con due
camerieri e tre amici, si accinge a tornare a casa.
I sei sono appena entrati nelle macchine, parcheggiate a
qualche decina di
metri dal ristorante, quando vengono raggiunti e
stroncati dal fuoco
incrociato di due pistole calibro nove. Nel giro di pochi
secondi vengono
esplosi ben 54 colpi da esecutori spietati e lucidi. Lo
testimoniano, fra
l’altro le rosate strette sulle fiancate delle macchine,
il fatto che, ad azione
in corso, i due esecutori abbiano addirittura cambiato i
caricatori delle
pistole, e il colpo di grazia inflitto con calma e
determinazione a tutte le
vittime.
Gli assassini scompaiono dopo aver completato il lavoro
con i colpi di
grazia. Nelle due macchine rimangono i cadaveri di
Sebastiano Strangio,
Francesco Giorgi (minorenne), Tommaso Venturi (che
proprio quella sera
aveva festeggiato i diciotto anni), Francesco e Marco
Pergola (20 e 22 anni,
fratelli, figli di un ex poliziotto del commissariato di
Siderno) e Marco
Marmo, principale obiettivo dell’inaudita azione di fuoco
perché sospettato
di essere stato il custode delle armi utilizzate per
uccidere, a San Luca il
precedente Natale, Maria Strangio, moglie di Giovanni
Nirta.
Le vittime fanno in vario modo riferimento al clan
Pelle-Vottari, in lotta da
oltre quindici anni con il clan Nirta-Strangio (non
induca in errore il nome
del cuoco che, pur chiamandosi Strangio, fa riferimento
al clan Pelle
Vottari).
Con la strage di Ferragosto a Duisburg la Germania e l’Europa
scoprono
attoniti la micidiale potenza di fuoco e l’enorme
potenzialità criminale di
una mafia proveniente dalle profondità remote e
inaccessibili di un mondo
rurale e arcaico.
Molte cose colpiscono gli stupefatti investigatori
tedeschi e l’immaginario
collettivo: la determinazione e la professionalità degli
assassini, il numero e
l’età dei morti, il fatto che la strage sia stata
compiuta nel cuore
dell’Europa civilizzata a migliaia di chilometri di
distanza da San Luca e
un santino bruciato - indicatore inequivoco di una
recente affiliazione
rituale - trovato in tasca a uno dei giovani assassinati.
Parte sotterraneo da San Luca ed erompe a Duisburg un
connubio esplosivo
fra vendette ancestrali e affari milionari, un misto di
faide tribali e di
spietata modernità mafiosa, producendo uno shock
improvviso e micidiale
per l’opinione pubblica e per le autorità tedesche.
In realtà, però, i segni premonitori c.erano già tutti da
tempo e la strage di
Ferragosto è un indicatore tragico e quasi metaforico
della sottovalutazione
da parte delle autorità tedesche della „ndrangheta e del
suo grado di
penetrazione e radicamento in quel paese, oltre che in
Europa e nel resto
del mondo.
La presenza „ndranghetista in Germania risalente già agli
anni settanta e
ottanta (quando a più riprese viene rilevata la presenza
delle famiglie Farao
di Cirò in provincia di Crotone, dei Mazzaferro di
Gioiosa Ionica, delle
famiglie di Reggio Calabria, delle storiche famiglie
mafiose originarie di
Africo, di San Luca, di Bova Marina e di Oppido
Mamertina) era ben nota
alle autorità tedesche anche solo per le richieste di
assistenza giudiziaria e
investigativa della magistratura e delle forze di polizia
italiane.
Già nel 2001 l’indagine dei Carabinieri convenzionalmente
denominata
Luca.s aveva poi segnalato, anche alle autorità tedesche,
il ristorante “Da
Bruno” davanti al quale si è verificata la strage, e in
generale, il cospicuo
fenomeno del riciclaggio di denaro sporco nel settore
della ristorazione, in
quel paese.
La segnalazione non aveva prodotto concreti risultati
investigativi, e la
percezione che si ricava da questo scarso riscontro (a
parte le carenze della
legislazione tedesca in materia di repressione del
riciclaggio e, più in
generale, di aggressione dei patrimoni illeciti) è che l’atteggiamento
delle
autorità tedesche fosse di rimozione del problema,
considerato, in modo più
o meno inconsapevole, affare altrui.
Affare degli italiani. Affare nostro.
La strage di Duisburg, come una metafora, spiega meglio
di ogni discorso,
meglio di ogni analisi, meglio di ogni riflessione, che
il modello di crimine
globale, rappresentato dalla „ndrangheta, non è (solo)
affare nostro.
Il 15 agosto ha rotto un tabù, ma chi fosse stato attento
ai segnali, agli
indizi, alle crepe, avrebbe potuto dire anche prima che
era solo questione di
tempo. Se nel sottosuolo della civilizzazione europea
circolano certi fluidi
ribollenti e miasmatici, prima o poi questi fluidi
salteranno fuori, non
appena si produca una crepa nella superficie.
La strage di Duisburg è stata come un geiser. Uno
zampillo ribollente e
micidiale che da una fessura del suolo ha scagliato verso
l’alto, finalmente
visibile a tutti, il liquido miasmatico e pericolosissimo
di una criminalità
che partendo dalle profondità più remote della Calabria,
si era da tempo
diffusa ovunque nel sottosuolo oscuro della
globalizzazione.
La crepa nella superficie in questo caso viene da
lontano. Da un altrove
inquietante e nascosto, lontano nello spazio e lontano
nel tempo.
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Questo altrove è San Luca, località strategica nella
storia e nell’attualità
della „ndrangheta, luogo cruciale per il controllo dei
traffici di droga che
producono enormi profitti e sede altresì di una lunga e
sanguinosa faida che
vede lo scontro fra due gruppi famigliari dell’aristocrazia
mafiosa
calabrese. I Nirta-Strangio (principi del narcotraffico
con basi in Olanda,
Germania e oltreoceano) da un lato e Vottari-Pelle-Romeo
(il cui
capobastone, 'Ntoni Pelle negli anni passati era stato
designato, al santuario
della Madonna di Polsi, capo crimine, cioè reggente e
garante di tutta la
„ndrangheta secondo il modello organizzativo federale
elaborato dopo la
guerra-pace del 91), dall’altro.
La faida nasce per un motivo banale, per una bravata di
giovinastri finita in
tragedia. È una sera di carnevale del 1991, un gruppo di
ragazzi vicini alla
famiglia Strangio prende a bersagliare con uova marce il
circolo ricreativo
di Domenico Pelle, facendosi beffe delle proteste e delle
imprecazioni del
titolare. L’offesa non rimane impuntita e la sera di San
Valentino due
giovani della famiglia Strangio vengono uccisi, altri due
feriti.
Da quel momento gli anni novanta vengono segnati da
un.impressionante
sequenza di attentati e uccisioni che colpiscono ora l’una,
ora l’altra parte
in conflitto. La faida culmina nell’omicidio del Natale
2006 quando un
gruppo di killer armati di pistole e fucili uccide Maria
Strangio moglie di
Giovanni Nirta. Seguono altri omicidi, latitanze volontarie
(il
comportamento, tipico di quella zona, di uomini che, pur
non avendo
pendenze giudiziarie, si danno a latitanze di fatto, si
nascondono per
sfuggire alla vendetta altrui o per preparare più
agevolmente la propria),
scosse sempre più intense e pericolose che preludono alla
mattanza di
Ferragosto.
Come si diceva, vari elementi di questo inaudito episodio
colpiscono
l’immaginario collettivo e l’intelligenza degli
investigatori. Non sfugge, a
questi ultimi:
– Il ritrovamento, accanto alla sala del ristorante “Da
Bruno”, di un
locale chiaramente destinato alle pratiche di
affiliazione, con tutte le
necessarie dotazioni iconografiche.
– Il ritrovamento, nel portafogli di una delle vittime,
Tommaso Venturi,
di un santino di San Michele parzialmente bruciato;
chiaro indizio di
un.affiliazione celebrata poco prima. Non sarà inutile al
proposito
ricordare che qualche ora prima, il 14 agosto, il giovane
Venturi
aveva festeggiato il diciottesimo compleanno potendosi da
ciò
desumere che l’ingresso formale nella consorteria mafiosa
era stato
fatto coincidere (secondo una tradizionale attenzione ai
dettagli
simbolici) con il passaggio alla maggiore età.
– La circostanza che la strage avveniva (come altri
episodi topici della
faida di San Luca), sempre in prospettiva simbolica e
rituale, in un
giorno di festa.
– Il fatto che gli attentatori parlino il tedesco, come
risulta
pacificamente da una delle testimonianze raccolte nell’immediatezza
del fatto e che dunque appartengano all’immigrazione
criminale di
seconda generazione o comunque evoluta, poliglotta e
dunque più
pericolosa.
Le indagini, finalmente coordinate, delle autorità
italiane e tedesche,
consentono ben presto di verificare l’ipotesi investigativa
formulata subito
dopo il fatto. Responsabili della strage sono infatti
appartenenti alla cosca
Nirta–Strangio, e personaggio chiave dell’eccidio è una
figura
paradigmatica della „ndrangheta del terzo millennio, in
perfetto equilibrio
fra tradizione e modernità: Giovanni Strangio. Si tratta
di un imprenditore
della ristorazione in Germania (titolare di due
ristoranti a Kaarst), è
poliglotta, si muove con estrema disinvoltura sull’asse
italo tedesco e fino
al dicembre 2006 (quando, in occasione dei funerali di
Maria Strangio,
viene arrestato dalla Polizia per detenzione di una
pistola) era
sostanzialmente incensurato. Che un soggetto con queste
caratteristiche (e,
lo si ripete, con un curriculum criminale pressoché
inesistente),
chiaramente dedito al segmento affaristico dell’attività
criminale sia
diventato uno dei ricercati più importanti d.Italia e
d.Europa per la
partecipazione ad un.azione di sterminio eclatante e
senza precedenti, dà
un.idea efficace della posta in gioco per le cosche di
San Luca.
Non vi è dubbio che gli appartenenti alla cosca Nirta
Strangio fossero
consapevoli che il trasferimento della faida dalla
Calabria in Germania
avrebbe avuto l’effetto di accendere i riflettori sulla
„ndrangheta generando
un.accelerazione investigativa da parte italiana e una
presa di coscienza
della gravità del fenomeno da parte tedesca.
È quanto emerge anche dal contenuto degli incontri tenuti
in Germania, da
una delegazione della Commissione parlamentare, nella
missione
preparatoria di questa relazione.
Chi aveva progettato quella strage con modalità così
paurosamente
spettacolari ne era ben consapevole, sapeva di dover
pagare un prezzo e ha
deciso di pagarlo pur di affermare la propria supremazia
e il proprio
progetto di potere criminale.
È così che una sanguinosa faida d.Aspromonte (peraltro
inserita nella lista
delle dieci priorità criminali, stilata nel 2007 dal capo
della D.D.A. di
Reggio Calabria, Salvatore Boemi) porta all’attenzione
dell’Europa e del
mondo una mafia con caratteristiche singolari e
apparentemente
contraddittorie. Un modello criminale caratterizzato da
impreviste e
sorprendenti analogie con altri fenomeni della
postmodernità. Un
paradossale paradigma per gli studiosi moderni del
concetto di efficacia.
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Riflettere brevemente sul significato della parola
„ndrangheta non è un
mero esercizio accademico e offre invece interessanti
spunti di riflessione e
analisi storica.
L’ipotesi etimologica più convincente fa riferimento al
vocabolo greco
andragatia il cui significato allude alle virtù virili,
al coraggio, alla
rettitudine.
L’ andragatia è la qualità dell’uomo coraggioso, retto e
meritevole di
rispetto e la „ndrangheta storicamente ha sempre cercato
il consenso
presentandosi come portatrice di questi valori popolari e
in particolare di
un sentimento di giustizia e ordine sociale che i poteri
legali non erano in
grado di assicurare, in ciò manipolando strumentalmente
la sfiducia delle
popolazioni nei confronti dello Stato e delle
Istituzioni.
Quello che è chiaro, sin dai primi anni dello sviluppo
della „„ndrangheta, è
che essa non è un.organizzazione di povera gente ma una
struttura
(composta da soggetti che si autodefiniscono portatori di
virtù altamente
positive) molto più complessa e dinamica, che, pur se in
modo
autoreferenziale, si considera un.elite e che tende all’occupazione
delle
gerarchie superiori della scala sociale.
Il principale punto di forza della „ndrangheta è nella
valorizzazione
criminale dei legami familiari. La struttura molecolare
di base è costituita
dalla famiglia naturale del capobastone; essa è l’asse
portante attorno a cui
ruota la struttura interna della „ndrina. È in ciò, come
vedremo, la più
importante ragione del successo della „ndrangheta, della
sua straordinaria
vitalità attuale, della sua superiorità rispetto ad altre
forme di aggregazione
criminale.
Storicamente ogni „ndrina familiare era autonoma e
sovrana nel proprio
territorio (di regola corrispondente al comune di
residenza del
capobastone), a meno che non ci fossero altre famiglie
„ndranghetiste. In tal
caso si operava una divisione rigida del territorio e nei
comuni più grandi
dove c.erano più „ndrine la coabitazione era regolata dal
„locale., una sorta
di struttura comunale all’interno della quale trovavano
compensazione le
esigenze, anche contrastanti, delle diverse famiglie.
È bene precisare che non c.è mai stata una struttura di
vertice della
„ndrangheta calabrese paragonabile a quella della
Commissione di Cosa
Nostra e fu solo nel 1991 che, per superare un conflitto
che aveva generato
diverse centinaia di omicidi, fu costituita una struttura
unitaria di
coordinamento.
Le donne hanno avuto e hanno attualmente un ruolo
importante in questa
realtà criminale, non solo perché con i loro matrimoni
rafforzano la cosca
d.origine, ma perché nella trasmissione culturale del
patrimonio mafioso ai
figli e nella diretta gestione degli affari illeciti
durante la latitanza o la
detenzione del marito, hanno, nel tempo, ricoperto ruoli
oggettivamente
sempre più rilevanti. La „ndrangheta, tra l’altro, a
differenza delle altre
organizzazioni mafiose, prevede un formale (ancorché subordinato)
inquadramento gerarchico per le donne, le quali possono
giungere fino al
grado denominato “sorella d.umiltà”.
Per lungo tempo la „ndrangheta è stata sottovalutata,
quando non
addirittura ignorata dagli studiosi dei fenomeni
criminali organizzati. Per
lungo tempo è stata letta come una folkloristica,
ancorché sanguinaria,
filiazione della mafia siciliana. Per lungo tempo è stata
considerata un
fenomeno criminale pericoloso ma primitivo e tale visione
fu favorita, fra
l’altro, da un.errata lettura dell’esperienza dei
sequestri di persona. A uno
sguardo superficiale tale pratica criminale richiamava
quelle dei briganti
dell’Ottocento o del banditismo sardo mentre una lettura
più attenta
avrebbe in seguito mostrato come i sequestri di persona
costituirono una
fonte strategica di accumulazione primaria, rafforzando
al tempo stesso il
controllo del territorio calabrese e il radicamento della
„ndrangheta nelle
località del centro e del nord Italia.
Il trasferimento degli ostaggi nelle zone dell’Aspromonte,
la lunga
permanenza nelle mani dei carcerieri, la collaborazione
delle popolazioni,
la sostanziale incapacità dello Stato di interrompere le
prigionie,
conferirono prestigio alla „ndrangheta, le diedero un
alone di potenza e
conferirono a quei territori – nell’immaginario
collettivo - quasi una
dimensione di extraterritorialità.
L’accumulazione primaria di cospicui capitali che in
seguito sarebbero
serviti a finanziare i più proficui traffici della
cocaina si univa a un piano,
negli anni sempre più esplicito e consapevole, di potere
e di controllo del
territorio e del consenso.
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Oggi la „ndrangheta, la mafia rurale e selvaggia dei
sequestri di persona, è
l’organizzazione più moderna, la più potente sul piano
del traffico di
cocaina (mediando fra le due rotte, quella africana e
quella colombiana),
quella capace di procurarsi e procurare micidiali armi da
guerra e di
distruzione, la più stabilmente radicata nelle regioni
del centro e del nord
Italia oltre che in numerosi paesi stranieri. In tutte
queste realtà operano
attivamente delle „ndrine che, a partire dagli anni
sessanta del Novecento e
ancor prima – gli anni trenta per quanto riguarda il
Canada e l’Australia –
si erano spostate dalla Calabria per spargersi
letteralmente in tutto il
mondo. Gli „ndranghetisti arrivarono in questi nuovi
territori dapprima al
seguito degli emigrati, ma poi, e sempre più spesso, in
seguito ad un.
esplicita scelta di politica mafiosa di vera e propria
colonizzazione
criminale.
La „ndrangheta affronta le sfide della globalizzazione
con una
modernissima utilizzazione di antichi schemi, con una
combinazione di
strutture familiari arcaiche e di un.organizzazione
reticolare, modulare o -
per usare l’espressione di un grande studioso della
modernità e della post
modernità, Zygmunt Bauman – liquida. Su questa
definizione e sulla sua
utilità per comprendere la natura e la terribile
efficacia del fenomeno, si
tornerà più avanti.
Come si sottolinea in una recente relazione della
Direzione Nazionale
Antimafia, la chiave di volta organizzativa rimane “la
struttura di base del
locale (vero e proprio presidio territoriale, idoneo ad
assicurare il controllo
del territorio, da intendersi nella sua accezione più
ampia, comprensiva di
economia, società civile, organi amministrativi
territoriali; mentre la cosca
assume caratteri operativi dinamici, flessibili in
relazione alle esigenze
poste da attività criminali che si articolano su
territori più ampi di quelli di
riferimento originario), ma proprio in relazione al
narcotraffico e ad altri
traffici internazionali in genere, la „ndrangheta ha
assunto un assetto
organizzativo da rete criminale.”
La struttura di base di tipo familiare ha rappresentato
un decisivo fattore di
riduzione del danno prodotto dai collaboratori di
giustizia e ha permesso
una penetrazione e un radicamento formidabili al di fuori
della Calabria.
Tra gli anni ottanta e novanta la tempesta dei
collaboratori di giustizia
travolse Cosa Nostra, la camorra, la Sacra Corona Unita e
le altre mafie
pugliesi. Solo la „ndrangheta attraversò questa bufera
quasi indenne o
comunque limitando fortemente i danni: i pentiti furono
pochi, e
pochissimi quelli con posizioni di vertice nei sodalizi
criminali. La ragione
di ciò è proprio nello schema familiare della „ndrina: se
la cosca è costituita
in primo luogo dai membri della famiglia, la scelta di
collaborazione con la
giustizia (in generale non facile) può diventare
straordinariamente lacerante
e pressoché insopportabile. Lo „ndranghetista che decida
di collaborare è
infatti tenuto in primo luogo ad accusare i propri
familiari, il padre, il
fratello, il figlio, trovandosi a dover infrangere un
tabù ancora più potente
di quello costituito dall’obbligo di fedeltà mafiosa
sancito nelle cerimonie
di affiliazione e innalzamento.
Si tratta di uno straordinario fattore di protezione, di
un anticorpo interno e
strutturale del modello „ndranghetistico, di un potente
fattore di vitalità.
Sul lungo periodo il modello organizzativo della
„ndrangheta si è dunque
rivelato più agile, più flessibile, più efficace di
quello gerarchico,
monolitico e rigido di Cosa Nostra, rispetto al quale l’aggressione
del
vertice del sodalizio ha costituito finora un.efficace
strategia di
indebolimento e di disarticolazione. Strategia
inattuabile contro la
„ndrangheta per l’inesistenza, anche dopo la pace del
1991 (quella che
seguì alla sanguinosa guerra fra i De Stefano e gli
Imerti-Condello che in
poco più di cinque anni lasciò per le strade della
Calabria molte centinaia
di morti) e la conseguente introduzione di una struttura
centrale di
coordinamento e composizione dei conflitti.
I mafiosi calabresi sono considerati dai cartelli
colombiani come i più
affidabili per la loro capacità di gestione degli affari
criminali, per la loro
disponibilità di basi d.appoggio in tutta Italia, in
tutta Europa e in tutto il
mondo (oltre alla Calabria, ovviamente, il centro e il
nord Italia, la Francia,
la Germania, il Belgio, l’Olanda, la Gran Bretagna, il
Portogallo, la
Spagna, la Svizzera, l’Argentina, il Brasile, il Cile, la
Colombia, il
Marocco, la Turchia, il Canada, gli Usa, il Venezuela, l’Australia)
e, come
si diceva, per la loro ridotta permeabilità al pericoloso
fenomeno dei
collaboratori di giustizia.
Oggi dunque la „ndrangheta ha una sostanziale esclusiva
per l’importazione
in Europa di cocaina colombiana ed è alla „ndrangheta che
le altre mafie
italiane, Cosa Nostra inclusa, devono rivolgersi per gli
approvvigionamenti
di questo stupefacente.
Questo riferimento all’espansione nazionale e
internazionale della
„ndrangheta ci introduce all’analisi più approfondita del
secondo,
congiunto fattore di successo di questa forma del crimine
organizzato. Tale
fattore di successo – direttamente collegato e anzi
interconnesso a quello
della struttura familiare – consiste nell’attitudine
colonizzatrice, ed anzi
nella vera e propria scelta strategica della „ndrangheta
di impiantarsi e di
radicarsi nelle regioni del centro e del nord Italia, a
partire dalla metà degli
anni cinquanta del Novecento.
Inizialmente gli „ndranghetisti arrivarono nelle regioni
del centro e del nord
non per scelta ma perché inviati al confino di Polizia.
In quegli anni si
riteneva che per contrastare il potere criminale nelle
regioni del sud fosse
necessario recidere i legami del mafioso con il suo
ambiente d.origine. Lo
strumento era quello del soggiorno obbligato che imponeva
al sospetto
mafioso di risiedere per un determinato numero di anni
–dai 3 ai 5 – fuori
dal suo comune di nascita o di residenza. In tal modo i
mafiosi, dapprima
siciliani e poi via via campani e calabresi, furono
inviati nelle regioni del
centro e del nord, in comuni possibilmente piccoli e
comunque lontani da
centri che avessero stazioni ferroviarie o strade di
grande comunicazione.
Ma l’idea di recidere i legami con il territorio (adatta a
un.epoca pre-
moderna) non poteva funzionare in un periodo storico in
cui rapidissimo
era già lo sviluppo dei trasporti e delle
telecomunicazioni. Ferrovie,
autostrade, aerei e lo sviluppo della telefonia
consentirono sostanzialmente
di annullare l’effetto dei provvedimenti di soggiorno
obbligato e ciò anche
in relazione a una nota paradossale della relativa
disciplina.
Se infatti il soggiornante non poteva spostarsi dalla sua
sede, non c.era
nulla che vietasse che altri lo raggiungessero nelle sedi
del soggiorno. Il
contesto mafioso si riproduceva dunque nelle località di
soggiorno
obbligato dove si verificavano riunioni operative e
financo cerimonie di
affiliazione.
Fu in tale contesto che si fece strada nelle „ndrine l’idea
di seguire l’ondata
migratoria (più o meno forzosa) e di trapiantare pezzi
delle famiglie
mafiose al centro-nord. Dapprima fu una necessità, poi
diventò una scelta
strategica che coinvolse alcune fra le famiglie più
prestigiose della
„ndrangheta, le quali intuirono le enormi possibilità
operative di una simile
proiezione (che divenne vera e propria occupazione, in
alcuni casi) verso le
ricche e sicure terre del centro e del nord Italia.
Il piano di colonizzazione della „ndrangheta fu
inconsapevolmente favorito
dalle scelte di politica sociale ed urbanistica degli
amministratori
settentrionali che concentrarono i lavoratori meridionali
nelle periferie
delle grandi città, in veri e propri ghetti, dove fu
facile per gli esponenti
delle „ndrine ricreare il clima, i rituali e le gerarchie
esistenti nei paesi
d.origine. In alcune realtà il controllo della
„ndrangheta divenne asfissiante.
L’esempio più clamoroso è quello di Bardonecchia dove il
condizionamento del mercato del lavoro e lo stesso
consiglio comunale fu
sciolto per infiltrazioni mafiose. Altri comuni dell’hinterland
milanese
come Corsico e Buccinasco, ancora oggi, sono pesantemente
condizionati
dalla „ndrangheta.
In estrema sintesi e conclusivamente sul punto si può
dire che la
„ndrangheta è l’unica organizzazione mafiosa ad avere due
sedi; quella
principale in Calabria, l’altra nei comuni del
centro-nord Italia oppure nei
principali paesi stranieri che sono cruciali per i
traffici internazionali di
stupefacenti. Un.organizzazione mafiosa che trova il modo
di affrontare le
sfide e i cambiamenti imposti dalla modernità globale,
nel modo più
sorprendente e inatteso: rimanere uguale a se stessa. In
Calabria come nel
resto del mondo.
Non sarà inutile ricordare in proposito che nel 1988 l’allora
dirigente della
squadra mobile di Cosenza (poi divenuto dirigente del
Sismi e ucciso a
Bagdad il 4 marzo 2005 durante una missione) Nicola
Calipari recuperò in
un appartamento a Sidney un incartamento con rituali di
affiliazione,
formule di giuramento e codici. Un incartamento simile
per molti aspetti a
quello sequestrato dai Carabinieri nelle campagne di San
Luca già negli
anni trenta del secolo scorso.
Il rispetto della tradizione criminale come premessa per
la proiezione
nazionale e internazionale dei traffici illeciti.
Negli ultimi anni numerosissime indagini hanno messo in
luce queste
caratteristiche della „ndrangheta e hanno mostrato come
essa sia oramai
l’organizzazione più ramificata e radicata
territorialmente nelle regioni del
centro-nord e in molti paesi stranieri di tutti i
continenti.
Basterà citare una sola di queste indagini, a mero titolo
esemplificativo, per
avere un.idea delle dinamiche criminali, delle proiezioni
nazionali ed
internazionali, delle enormi proporzioni economiche del
fenomeno.
Nel 2004 l’operazione convenzionalmente denominata
Decollo concludeva
una complessa indagine transnazionale durata alcuni anni
che aveva
interessato diverse regioni italiane: Lombardia,
Calabria, Emilia-Romagna,
Campania, Lazio, Liguria, Piemonte e Toscana; e poi paesi
stranieri come
Colombia, Australia, Olanda, Spagna e Francia. Le
famiglie Mancuso di
Limbadi e Pesce di Rosarno furono accusate di aver
immesso sul mercato
“ingentissimi quantitativi di cocaina tra il Sud America
(Colombia e
Venezuela), l’Europa (Italia, Francia, Spagna, Olanda e
Germania),
l’Africa (Togo) e l’Australia, riciclandone quindi i
proventi con le più
diversificate tecniche di trasferimento e di
dissimulazione.” La droga era
nascosta all’interno di containers che trasportavano
carichi di marmo,
plastica, cuoio, scatole di tonno, materiale tutto
oggetto di import-export tra
Sud America ed Europa. Una partita di droga di 434 kg di
cocaina era
arrivata al porto di Gioia Tauro nel marzo del 2000,
un.altra di 250 kg
sempre di cocaina proveniente da Cartagena in Colombia
era arrivata a
Gioia Tauro nel gennaio del 2004. Tra le due date,
d.inizio e di conclusioni
delle indagini, una miriade di altri episodi. Una parte
del riciclaggio dei
proventi avveniva in Australia attraverso “un sofisticato
meccanismo di
intermediazione che vedeva l’impiego di specialisti in
grado di assicurare i
passaggi bancari necessari a perfezionare i trasferimenti
del denaro”.
Il contagio delle „ndrine da Limbadi e Rosarno all’Australia.
Da San Luca
a Duisburg. Molecole criminali che schizzano, si
diffondono e si
riproducono nel mondo. Una mafia liquida, che si infiltra
dappertutto,
riproducendo, in luoghi lontanissimi da quelli in cui è
nata, il medesimo
antico, elementare ed efficace modello organizzativo.
Alla maniera delle grandi catene di fast food, offre in
tutto il mondo, in
posti fra loro diversissimi, l’identico, riconoscibile, affidabile
marchio e lo
stesso prodotto criminale.
Alla maniera di Al Qaida con un.analoga struttura
tentacolare priva di una
direzione strategica ma caratterizzata da una sorta di
intelligenza organica,
di una vitalità che è quella delle neoplasie, e munita di
una ragione sociale
di enorme, temibile affidabilità.
Il segreto per la „ndrangheta è questo. Tutto nella
tensione fra un qui
remoto e rurale e arcaico e un altrove globalizzato,
postmoderno e
tecnologico. Tutto nella dialettica fra la dimensione
familiare del nucleo di
base, e la diffusione mondiale della rete operativa.
La capacità di far coesistere con inattesa efficacia una
dimensione tribale
con un.attitudine moderna e globalizzata è stata fino ad
oggi la ragione
della corsa al rialzo delle azioni della „ndrangheta
nella borsa mondiale
delle associazioni criminali. Proprio questa tensione,
questo fattore di
successo potrebbe rivelarsi però, in prospettiva, un
fattore di disgregazione.
Le „ndrine infatti sono, individualmente considerate,
troppo piccole per
reggere gli enormi traffici che hanno messo in moto. Sono
in continua
competizione fra loro e, paradossalmente, la loro
diffusione planetaria si
accompagna a un.intensificata ossessione per il controllo
(militare, politico,
amministrativo, affaristico) dei circoscritti territori
di rispettiva
competenza. Una febbre di crescita, una situazione
instabile ed entropica
che comincia a produrre gravi scricchiolii e potrebbe
generare una crisi di
sistema.
Sul punto è necessaria qualche precisazione.
La „ndrangheta si è mossa sempre cercando di evitare la
sovraesposizione,
la luce dei riflettori, l’attenzione dei media. Le
„ndrine si sono combattute
in modo sanguinoso, hanno ucciso migliaia di persone,
hanno intimidito
con minacce e attentati centinaia di amministratori
locali, ma non hanno
mai realizzato azioni capaci di attirare in modo durevole
l’attenzione
nazionale e men che meno quella internazionale.
La „ndrangheta ha in sostanza adottato una strategia
opposta a quella dei
corleonesi e la Calabria non ha mai conosciuto una
stagione di stragi o di
morti eccellenti. Fanno eccezione gli omicidi di Ludovico
Ligato nel 1989
e di Antonino Scopelliti nel 1991, ma si tratta appunto
di eccezioni,
caratterizzate da specifiche peculiarità e che non
alterano i termini di un
modello di condotta mantenuto sostanzialmente integro nei
decenni.
In quest.ultimo biennio però, sono accaduti fatti che
mettono in crisi quel
modello e la febbre di crescita cui si faceva cenno ha
generato azioni
clamorose che non trovano riscontro nella lunga storia
precedente.
Una di queste azioni è la strage di Duisburg. L’altra è l’omicidio
di
Francesco Fortugno, vice presidente del Consiglio
regionale della Calabria,
colpito dai sicari mentre usciva dal seggio dove aveva
votato per le
primarie dell’Unione. La prima volta che la „ndrangheta
mira così in alto
nella gerarchia politico-amministrativa.
In entrambi i casi la „ndrangheta accetta il rischio che
queste azioni
comportano. Per entrambi casi, forse, l’accettazione di
questo rischio
potrebbe essere stata un calcolo sbagliato.
CAPITOLO II
Storie
1. Le origini
1869. Quell’anno gli elettori della città di Reggio
Calabria furono chiamati
a votare per due volte. Le elezioni amministrative erano
state annullate e si
dovettero rifare. L’attiva presenza in campagna
elettorale e durante le
votazioni di elementi mafiosi aveva alterato il risultato
della competizione.
In quelle giornate si erano registrati anche fatti di
sangue. Tra le altre
persone colpite, anche un medico, sfregiato al volto in
pieno giorno. Il
fatto, per quei tempi era enorme e aveva suscitato
scalpore e scandalo
nell’opinione pubblica. Il prefetto di Reggio Calabria,
che si era recato
personalmente dalla vittima per verificare le circostanze
dell’accaduto, era
convinto, come scrisse in una relazione, che “lo sfregio”
fosse stato fatto
“per grane elettorali”. I giornali locali scrissero
apertamente di mafiosi che
giravano impunemente per le vie della città e
denunciarono il fatto che i
partiti fossero “obbligati a far transazioni con gente di
equivoca
rispettabilità”. Siamo nel lontanissimo 1869, potremmo
essere ai nostri
giorni.
Uno dei lati meno conosciuti della „ndrangheta è proprio
il suo
rapporto con la politica che, com.è accaduto per Cosa
nostra e la camorra, è
molto antico anche se è stato meno visibile e a lungo
ritenuto inesistente o
sottovalutato nella sua dimensione ed importanza. Essa si
è inserita nelle
litigiosissime lotte per il potere che in Calabria per un
lunghissimo periodo
storico – dalla metà dell’Ottocento in poi – si sono
caratterizzate come uno
scontro furibondo tra famiglie contrapposte che si
contendevano i voti
usando tutti i mezzi, non esclusi i metodi violenti e
mafiosi.
Ad inizio decennio, nel 1861, il prefetto di Reggio
Calabria aveva
notato un.attività di camorristi. Chiamava così i
delinquenti dell’epoca non
avendo altro nome per definirli. La scoperta del termine
„ndrangheta è
molto più recente e per trovarne le prime tracce dobbiamo
arrivare alla
metà del secolo scorso.
La „ndrangheta è l’organizzazione mafiosa meno conosciuta
e meno
indagata. Uno dei suoi punti di forza risiede esattamente
in questa scarsa
conoscenza e debole attività investigativa che le ha
consentito di agire
indisturbata senza subire le attenzioni riservate
storicamente da parte degli
inquirenti alla mafia siciliana. Per anni e anni essa è
stata considerata
un.organizzazione criminale secondaria, una mafia minore,
una mafia di
serie B. Non a caso tutte le proposte fatte a partire
dagli anni sessanta da
parlamentari calabresi, da sindaci, da varie
organizzazioni di estendere la
competenza della commissione parlamentare antimafia anche
in Calabria
oltre che in Sicilia sono sempre cadute nel nulla. Si
arrivò ad estendere la
competenza superando il vincolo territoriale che la
relegava alla Sicilia
molto tardi, nella X Legislatura con la Commissione
antimafia presieduta
dal senatore Gerardo Chiaromonte.
Molti ritenevano che il fenomeno mafioso calabrese fosse
espressione degli ultimi decenni e fosse nato durante il
boom economico
degli anni .60 che aveva portato grandi cambiamenti anche
in Calabria
determinando un.accelerazione anche dei processi
criminali e mafiosi. Era
un grosso abbaglio. Quello che allora apparve a molti
come un fenomeno
nuovo e originale era in realtà la manifestazione più
recente e più evidente
di un fenomeno molto antico. La „ndrangheta, insomma, non
era nata negli
anni sessanta del secolo scorso, come molti scrissero e
dissero.
La sua nascita avviene sotto forma di società segreta e
non è dubbio
che il modello di società segreta più vicino, più simile,
più aderente alla
realtà, ai valori, alle esigenze della delinquenza
organizzata, fosse
rappresentato dalla massoneria e dalle società segrete
che fiorirono nella
prima metà dell’Ottocento, importate in Calabria dai
francesi di Gioacchino
Murat, con programmi anticlericali, giacobini e
pre-risorgimentali. Tale
caratteristica è molto importante per la comprensione del
fenomeno e della
sua evoluzione sino ai nostri giorni. Essa aveva
sicuramente una duplice
funzione: la prima, difensiva, per assicurare
invisibilità rispetto al potere
ufficiale, alla repressione poliziesca e giudiziaria; la
seconda, offensiva, per
meglio realizzare l’inserimento nei circuiti del potere,
nella società e nello
Stato. Una siffatta caratteristica, mutuata dalla
massoneria del tempo,
conservò intatta la sua forza coesiva e il suo vincolo
omertoso, rendendola
unica, pur nelle sue continue trasformazioni, nel
panorama delle
organizzazioni criminali.
La „ndrangheta - “picciotteria” è il termine usato fino
all’inizio del
nuovo secolo - è già presente in molti comuni della
Calabria post-unitaria,
ma lo Stato di allora non ne coglie l’importanza e la
pericolosità. Molti,
però, non si accorsero della sua attività solo perché non
ne era conosciuto il
nome, mentre le azioni che segnavano il suo progredire
venivano attribuite
a formazioni criminali di varia denominazione che non
venivano
ricomprese in un.associazione riconoscibile con un nome,
un.identità,
un.organizzazione comune. Erano in pochi a vedere come
invece quei fatti
potevano essere attribuiti a un fenomeno che stava
prendendo sempre più
piede e andava radicandosi.
Si estendeva anche grazie ad un sapiente uso dei codici e
dei rituali,
di modalità simboliche e immaginifiche che avevano il
potere di
affascinare i giovani, di attrarli nell’orbita
„ndranghetista, di educarli alla
legge dell’omertà e alla convinzione che ci fossero altre
leggi più
importanti di quelle dello Stato e che tutto ciò fosse
appannaggio di una
società speciale, composta da “veri” uomini: gli uomini
d.onore.
Sorgono così le „ndrine a carattere famigliare e si
diffondono nelle
città e nei villaggi più sperduti. Ogni „ndrina comanda
in forma
monopolistica nel suo territorio ed è autonoma dalle
altre „ndrine operanti
nei territori vicini. Il modello organizzativo della
„ndrangheta si fonda sul
“locale”, presente sul territorio laddove esiste un
aggregato di almeno 40
uomini d.onore, con un. organizzazione gerarchica che
affida il ruolo di
“capo società” a chi possiede il grado di “sgarrista”,
regolando la vita
interna su rigide e vincolanti regole: assoluta fedeltà e
assoluta omertà. Il
mondo esterno, separato da quello della „ndrina, era
composto da soggetti
definiti “contrasti”, categoria inferiore destinataria di
disprezzo e dagli
uomini dello Stato, gratificati dal giudizio
“d.infamità”.
Nella „ndrangheta sono sempre esistiti accordi tra
famiglie di diversi
comuni ed è anche capitato che “capobastone” influenti e
prestigiosi
estendessero la loro influenza nei territori vicini a
quello dov.era insediata
la propria famiglia, ma non si è mai arrivati ad un
centro di comando unico.
Per trovare qualcosa di simile dobbiamo arrivare agli
accordi successivi
alla guerra di mafia tra il 1985 e il 1991.
2. Le differenze rispetto alle altre mafie
Il modello organizzativo è profondamente differente dalle
altre
organizzazioni mafiose: si basa sulla forza dei vincoli
familiari e
sull’affidabilità garantita da questi legami, un
formidabile cemento che
unisce e vincola gli „ndranghetisti uno all’altro e ne
impedisce defezioni e
delazioni. Lo si vede quando esplose il fenomeno dei
collaboratori di
giustizia. La „ndrangheta ha avuto sicuramente un numero
meno rilevante
di collaboratori e fra essi nessuno era un capo famiglia.
Né ci sono mai stati
collaboratori dello spessore criminale di quelli
siciliani o campani. La
struttura familiare e i suoi codici morali hanno impedito
a molti
„ndranghetisti di parlare. Tra l’altro, il fatto che le
„ndrine fossero
autonome l’una dalle altre ha fatto sì che le poche
collaborazioni colpissero
la famiglia di appartenenza lasciando intatte le altre,
anche le più vicine al
loro territorio.
Su questo aspetto è utile un approfondimento. Le
collaborazioni di
un certo spessore degli anni .90 sono rimaste in linea di
massima casi
isolati. Tuttavia le ultime audizioni effettuate in
Commissione colgono i
segni di una possibile inversione di tendenza. Secondo
Mario Spagnuolo,
Procuratore aggiunto della D.D.A. di Catanzaro, “negli
ultimi 4 anni, si è
riscontrato un aumento esponenziale (qualitativamente
appagante) di
collaboratori di giustizia e questo non solo nelle zone
in cui
tradizionalmente si collabora (il cosentino) ma anche nel
crotonese,
qualche buon collaboratore di giustizia nel vibonese, ma,
soprattutto, sono
aumentati i testimoni di giustizia”.1 E questa
rappresenta una novità che
incide favorevolmente sul rapporto tra lo Stato e colui
che mette la propria
vita nelle mani della giustizia.
1 Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno
della criminalità organizzata
mafiosa o similare, Audizione del procuratore aggiunto
della D.D.A. di Catanzaro,
Mario Spagnuolo, 5 febbraio 2008, pagg. 12- 13.
2 Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno
della criminalità organizzata
mafiosa o similare, Audizione del direttore della
Direzione Anticrimine Centrale della
Polizia di Stato, Franco Gratteri, 6 febbraio 2008, 14
Appare inoltre significativo quanto affermato dal
direttore della Direzione
Anticrimine Centrale della Polizia di Stato, Franco
Gratteri: “per quanto
riguarda i collaboratori, posso dire che esponenti
organici a famiglie del
crotonese, persone importanti che hanno commesso azioni
illecite, violente
e di una certa gravità, hanno scelto o stanno scegliendo
di collaborare. Si
tratta di un fatto importante, ma da prendere per quello
che è e non saprei
dove possa portare in futuro”.2 Dalle parole del direttore
emerge però tutta
la complessità del rapporto tra i collaboratori della
„ndrangheta e la
giustizia e la difficoltà nel trasformare il fenomeno
della collaborazione in
un dato acquisito e costante dell’azione di contrasto.
I dati ci indicano comunque che dal 1994 al 2007, i
collaboratori di
giustizia in Calabria, pongono la „ndrangheta al terzo
posto per
collaborazioni dopo la camorra e Cosa nostra.
Su un totale complessivo di 794 collaboratori di
giustizia solo 100
provengono dalla „ndrangheta (il 12,6 %), mentre 243
dalla mafia siciliana,
251 dalla camorra, 85 dalla SCU, 115 da altre
organizzazioni.3
3 Dati forniti dalla Commissione centrale per la
definizione e applicazione delle speciali misure
di protezione al 30 aprile 2007.
4 Nel corso dell’audizione del 5 febbraio 2008, il
sostituto procuratore della D.D.A. di
Catanzaro, Marisa Manzini, rileva che nell’ultimo periodo
vi sono collaborazioni importanti da
parte di testimoni di giustizia (Gaetano Ruello, che ha
reso testimonianza per le indagini sul
gruppo Lo Bianco, i testimoni Giuseppe Grasso e Francesca
Franzè, due imprenditori del
territorio, Giuseppe Scrive ed altri ancora coperti dal
segreto istruttorio). Commissione
parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità
organizzata mafiosa o similare,
Audizione del sostituto procuratore della D.D.A. di
Catanzaro, Marisa Manzini, 5 febbraio
2008, 32.
5 Dati forniti dalla Commissione centrale per la
definizione e applicazione delle speciali misure
di protezione al 30 aprile 2007.
In controtendenza invece, risulta essere il dato relativo
ai testimoni di
giustizia.4 In particolare, su un totale di 71 testimoni,
quelli che hanno reso
dichiarazioni su fatti di „ndrangheta sono 19 (circa il
27%); su fatti di
camorra 26, sulla mafia siciliana 12 (e qui emerge altro
dato significativo),
2 sulla Sacra Corona Unita e infine 12 su altre
organizzazioni.5
**
Grazie all’impermeabilità della sua struttura fin qui
descritta, la
„ndrangheta ha avuto la forza di resistere al contrasto
dello Stato e di
cambiare, intercettando i mutamenti sociali e produttivi
intervenuti nella
Calabria degli ultimi decenni.
3. „Ndrangheta e massoneria
Gli anni .70 rappresentano un vero e proprio spartiacque
che segnerà il
corso e la storia della „ndrangheta, ponendo le basi
della sua evoluzione
sino a giungere alla potenza economica e militare che
oggi ne
contraddistingue il ruolo sui territori e nello scenario
criminale
internazionale.
In quegli anni si salda anche il tanto analizzato e
indagato rapporto
con la massoneria, storicamente radicata nella società
calabrese.
Scrivono a questo proposito i magistrati della D.D.A. di
Reggio
Calabria: “Si tratta dell'ingresso dei vertici della
'ndrangheta nella
massoneria, che non può avvenire se non dopo un mutamento
radicale nella
„cultura. e nella politica. della „ndrangheta, mutamento
che passa da un
atteggiamento di contrapposizione, o almeno di totale
distacco, rispetto alla
società civile, ad un atteggiamento di integrazione, alla
ricerca di una
nuova legittimazione, funzionale ai disegni egemonici non
limitati
all'interno delle organizzazioni criminali, ma estesi
alla politica,
all'economia, alle istituzioni. L'ingresso nelle logge
massoniche esistenti o
in quelle costituite allo scopo doveva dunque costituire
il tramite per quel
collegamento con quei ceti sociali che tradizionalmente
aderivano alla
massoneria, vale a dire professionisti (medici, avvocati,
notai),
imprenditori, uomini politici, rappresentanti delle
istituzioni, tra cui
magistrati e dirigenti delle forze dell'ordine.
Attraverso tale collegamento la
'ndrangheta riusciva a trovare non soltanto nuove
occasioni per i propri
investimenti economici, ma sbocchi politici impensati e
soprattutto quella
copertura, realizzata in vario modo e a vari livelli
(depistaggi, vuoti di
indagine, attacchi di ogni tipo ai magistrati non
arrendevoli, aggiustamenti
di processi, etc.), cui è conseguita per molti anni
quella sostanziale
impunità, che ha caratterizzato tale organizzazione
criminale, rendendola
quasi "invisibile" alle istituzioni, tanto che
solo da un paio di anni essa è
balzata all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale e
degli organi
investigativi più qualificati. Naturalmente l'inserimento
nella massoneria,
che per quanto inquinata, restava pur sempre
un'organizzazione molto
riservata ed esclusiva, doveva essere limitato ad
esponenti di vertice della
'ndrangheta, e per fare questo si doveva creare una
struttura elitaria, una
nuova dirigenza, estranea alle tradizionali gerarchie dei
"locali", in grado di
muoversi in maniera spregiudicata, senza i legami
culturali della vecchia
onorata società. Nuove regole sostituivano quelle
tradizionali, che
restavano in vigore solo per i gradi meno elevati e per
gli ingenui, ma non
vincolavano certo personaggi come Antonio Nirta o Giorgio
De Stefano,
che si muovevano con tranquilla disinvoltura tra apparati
dello Stato,
servizi segreti, gruppi eversivi. Persino l'attività di
confidente, un tempo
simbolo dell'infamia, era adesso tollerata e praticata,
se serviva a stabilire
utili relazioni con rappresentanti dello Stato o se
serviva a depistare
l’attività investigativa verso obiettivi minori. E più
oltre: “Esigenze
razionalizzatrici dunque che in qualche modo anticipavano
e preparavano
quei nuovi assetti della 'ndrangheta che hanno formato
oggetto della
presente indagine, ma che rispondevano anche alla necessità
di
„segretazione. dei livelli più elevati del potere
mafioso, al fine di sottrarli
alla curiosità degli apparati investigativi ed alle
confidenze dei livelli bassi
dell'organizzazione”.6
6
Richiesta P.M. della D.D.A. di Reggio Calabria, di misura
cautelare del 21.12.1994,
nel processo n. 46/93, più noto come Operazione Olimpia.
Un lungo filo rosso unisce dunque „ndrangheta e
massoneria, anche
se, stando alle pacifiche conclusioni alle quali sono
pervenute indagini
giudiziarie e storiche, la reciproca compenetrazione
delle due società
segrete si consolidò a partire dalla seconda metà degli
anni .70, in singolare
e non certo casuale consonanza con quanto avveniva dentro
Cosa Nostra,
come ebbe a riferire il collaboratore di giustizia
Leonardo Messina davanti
alla Commissione parlamentare antimafia: "Molti
degli uomini d'onore,
cioè quelli che riescono a diventare dei capi,
appartengono alla massoneria.
Questo non deve sfuggire alla Commissione, perché è nella
massoneria che
si possono avere i contatti totali con gli imprenditori,
con le istituzioni, con
gli uomini che amministrano il potere diverso da quello
punitivo che ha
Cosa nostra".
Rimane dunque aperto il tema di come rendere efficace il
livello
giudiziario e penale quando emerge una dimensione occulta
del potere e la
sua doppiezza.
Le conclusioni sin qui riferite trovano riscontro in
alcuni dei
documenti “interni” della „ndrangheta. In essi si fa
riferimento alle formule
di iniziazione alla “Santa”, la struttura di „ndrangheta
creata nella metà
degli anni .70 del secolo scorso. Ad essa potevano essere
ammessi i
giovani e ambiziosi esponenti delle cosche, smaniosi di
rompere le catene
dei vecchi vincoli della società di sgarro e di misurarsi
con il mondo
esterno, che offriva infinite possibilità di inserimento,
di arricchimento, di
gratificazione. Due sono gli elementi che appaiono
decisivi. Il primo è
costituito dall’impegno assunto dai santisti di
“rinnegare la società di
sgarro”. Dunque le vecchie regole, ancora valide per
tutti i “comuni”
mafiosi, non valgono più per la nuova èlite della
„ndrangheta.
I santisti possono entrare in contatto con politici,
amministratori,
imprenditori, notai, persino magistrati ed esponenti
delle forze dell’ordine,
se questo può essere utile per l’aggiustamento dei
processi, per lo
sviamento delle indagini, per stabilire rapporti
sotterranei di confidenza e
di reciproco scambio di favori. L’infamità non
rappresenta più uno
sbarramento invalicabile, può essere aggirata e superata
in vista dei
vantaggi che la rete dei contatti non più preclusi può
assicurare.
Il secondo importante elemento è costituito dalla “terna”
dei
personaggi di riferimento prescelti per l’organizzazione
della “Santa”. Non
più gli Arcangeli della società di sgarro –Osso,
Mastrosso e Carcagnosso,
giunti dalla Spagna in Italia dopo 29 anni vissuti nelle
grotte di Favignana-
ma personaggi storici, ben noti nella tradizione
culturale e politica italiana:
Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Lamarmora, Giuseppe Mazzini.
I primi due,
generali dell’esercito italiano, un tempo, in quanto
portatori di divisa al
servizio dello Stato, sarebbero stati considerati
“infami” per definizione,
per eccellenza. Come va spiegato allora un richiamo così
solenne ed
esplicito a tali personaggi? Qual è il messaggio che
attraverso tale
indicazione si vuole mandare al popolo della „ndrangheta?
La risposta è
chiara se si osserva come Garibaldi, Lamarmora, Mazzini
erano tutti e tre
appartenenti a logge massoniche, per di più in posizioni
di vertice
(Garibaldi fu Gran Maestro del Grande Oriente d.Italia
dal 24 maggio all’8
ottobre del 1864).
La „ndrangheta, insomma, da corpo separato, si trasforma
in
componente della società civile, in potente lobby
economica,
imprenditoriale, politica, elettorale. Da allora diventa l’interlocutore
imprescindibile, il convitato di pietra, di ogni affare,
investimento,
programma di opere pubbliche avviato sia a livello
regionale che centrale,
ma anche di ogni consultazione elettorale, amministrativa
e politica.
Per arrivare a questo risultato, tuttavia, i santisti non
potevano entrare
in contatto “diretto” con gli esponenti delle istituzioni
e del potere
economico, almeno all’epoca. Oggi, probabilmente, tutto
questo è possibile
senza mediazioni, ma in quella fase storica era
necessario passare
attraverso camere di compensazione, che consentissero a
quei contatti la
necessaria dose di riservatezza, affidabilità, sicurezza.
Furono le logge
massoniche ad offrire una tale possibilità. Non tutte
certo. Alcune di quelle
già esistenti diedero la propria disponibilità, altre
furono create per
l’occasione, ma sicuramente il sistema massonico-mafioso
costituì il
formidabile strumento di integrazione delle mafie nel
sistema di potere
dominante e di captazione nella borghesia degli affari.
Da allora in avanti, il fenomeno „ndrangheta appare
sempre più con i
caratteri di componente strutturale della società
meridionale, e non solo, di
“istituzione tra le istituzioni”, di attore diretto e
principale delle politiche di
sviluppo, di investimento, realizzate in quelle aree da
parte delle istituzioni
comunitarie e nazionali. Per questo è verosimile che il
ruolo della
massoneria, accertato e necessario in altre fasi, sia in
gran parte superato,
almeno nelle forme finora conosciute.
E. però necessario abbandonare alcune categorie di
lettura fortemente
radicate nella cultura dell’antimafia, categorie che
appaiono oggi superate e
addirittura di ostacolo ad una lettura idonea a fornire
strumenti di analisi e
soprattutto di contrasto in grado di avere una qualche
possibile efficacia.
La prima categoria è quella dell’emergenza. Se la
„ndrangheta vive ed
opera dall’Unità d.Italia e se essa, con il passare di
oltre un secolo e mezzo,
ha conservato intatte fisionomia e presenza, accrescendo
la sua forza
economica e il potere di condizionamento politico, allora
di emergenziale
nella sua presenza vi è davvero poco. E. piuttosto un
fenomeno dinamico,
funzionale all’attuale assetto economico-sociale e quindi
non contrastabile
solo con i consueti interventi repressivi di carattere
giudiziario.
La definizione della mafia come “antistato”, poi, è di
quelle che
appaiono suggestive ed accattivanti ma legate all’immagine
di una
criminalità simile al fenomeno terroristico, intenzionata
cioè ad abbattere lo
Stato di diritto per sostituirsi ad esso. Di fronte ad un
fenomeno storico di
tale portata, non solo non vi è mai stata una seria,
duratura, coerente,
volontà politica di condurre un.azione di contrasto
decisa e irremovibile
ma, al contrario, si è registrata, da sempre, una linea
ambigua e
contraddittoria. Alle debolezze istituzionali ed ai
ritardi culturali si è
aggiunto un vero e proprio sistema si collusioni e
mediazioni sociali ed
economiche, fino a determinare un livello di organicità
degli interessi
mafiosi alle dinamiche della società determinando il
relativo degrado della
politica e delle istituzioni. Si è reso cosi sempre più
labile, in intere aree
della Calabria il confine tra lo Stato e gli interessi
della „ndrangheta..
Con questa forza la „ndrangheta ha sempre cercato, quando
ne ha
avuto l’opportunità, di valicare l’area del proprio
insediamento. Il suo
essere “locale” – non a caso auto-definizione della sua
struttura organizzata
centrale - non è mai stato considerato una gabbia o una
limitazione al
proprio agire mafioso, ha invece rappresentato una pedana
di lancio verso
altri territori –geografici, economici e sociali- nei
quali stabilire relazioni in
cui sviluppare nuove attività criminali.
4. Tra passato e futuro
Nel fiume di parole che hanno inondato la Germania e l’Italia
immediatamente dopo la strage di Duisburg colpisce in
particolare il fatto
che la scoperta della „ndrangheta sia legata ad una
descrizione della stessa
come un.organizzazione chiusa, arretrata, avvolta in una
faida sanguinaria
e feroce. Tutto ciò sembra stridere con l’epoca in cui
viviamo,
caratterizzata da processi di globalizzazione di tutte le
attività produttive e
umane e da una straordinaria capacità di trasmettere
informazioni su scala
planetaria.
La grande contraddizione, dunque, sarebbe tra una società
oramai
globalizzata in tutti i suoi aspetti ed una „ndrangheta
arretrata ed arcaica.
In effetti questa mafia agisce e pensa
contemporaneamente
localmente e globalmente, controlla il territorio, segue
e interviene
nell’evoluzione dei mercati internazionali. Per questo
oggi è la più robusta
e radicata organizzazione, diffusa nell’intera Calabria e
ramificata in tutte
le regioni del centro-nord, in Europa e in altri paesi
stranieri cruciali per le
rotte del narcotraffico.
Con questo dinamismo ha articolato e diversificato le sue
attività.
Abbandonati i sequestri di persona e continuando a
controllare l’intero
ciclo dell’edilizia, ha investito nella sanità, nel
turismo, nel traffico dei
rifiuti, nella grande distribuzione commerciale, assumendo
anche un ruolo
chiave nel controllo dei grandi flussi di denaro
pubblico. Ha conquistato
ruolo imprenditoriale e soggettività politica. Una nuova
dimensione
modellata sulle pieghe della società calabrese, dal
Tirreno allo Ionio, dal
Pollino allo Stretto. Niente di vecchio e di arcaico,
quindi. Ma un soggetto
criminale moderno con una borghesia mafiosa, lontana
apparentemente da
tradizionali logiche militari, come dalla gestione delle
più imbarazzanti
attività criminali (traffico di droga, armi, esseri
umani; tutti settori affidati
ormai a gruppi collaterali), inserita progressivamente
nei salotti buoni,
della società; in questo modo si fanno gli affari, si
costituiscono le società
miste, si appaltano i servizi pubblici, si scelgono i consulenti
di chi
governa, per determinare le grandi scelte del territorio.
L’inserimento negli
organismi elettivi sarebbe già di per sé pericoloso e
inquinante, ma esso è a
sua volta foriero di ulteriori infiltrazioni: la pratica
delle assunzioni
clientelari, degli affidamenti di lavori, di forniture e
servizi a imprese
collegate, consente di allargare sempre di più l’area dell’inquinamento
mafioso, sino a stravolgere il mercato del lavoro al pari
di quello degli
appalti. La „ndrangheta diventa così oltre che soggetto
imprenditoriale
anche soggetto sociale, contribuendo a dare risposte
drogate ai bisogni
insoddisfatti dai limiti e dall’assenza di politiche
pubbliche.
CAPITOLO III
Le famiglie e il territorio
1. Una mafia invisibile
“La .ndrangheta è invisibile come l’altra faccia della
luna”, così il
Procuratore dello Stato della Florida a Tampa, Julie
Tingwall, descrive
negli anni .80 le cosche calabresi operanti in America.
Una definizione
assai appropriata se si considera che l’abilità di
mimetizzarsi, di muoversi
nell’ombra, nel sottobosco dell’illegalità e nelle pieghe
della legalità,
costituisce una delle caratteristiche più evidenti della
.ndrangheta, sia in
Calabria che nelle sue proiezioni nazionali ed internazionali.
Fino a tre decenni fa, nonostante gestisse efficacemente
il traffico di droga
e delle armi sul territorio nazionale, non aveva assunto
pienamente una
dimensione strutturalmente transnazionale.
Negli ultimi due decenni le cose sono cambiate e la
„ndrangheta, partendo
dalla Calabria ha affermato la sua presenza negli Stati
Uniti, nell’America
del Sud e nel Canada, in Europa e in Australia, creando
una rete operativa
efficiente come poche per compartimentazione e segretezza
e riproducendo
ovunque le strutture organizzative presenti storicamente
nella regione di
origine. Sono decine le cosche e centinaia gli affiliati
insediati all’estero.
La „ndrangheta in questa affermazione sul piano
internazionale, si è posta
nei confronti delle organizzazioni criminali degli altri
paesi in termini di
assoluta affidabilità, soprattutto nel campo del
narcotraffico, come agli
occhi dei cartelli colombiani ai quali è stata capace di
offrire maggiori
garanzie rispetto alle altre mafie. In particolare è
apparsa più affidabile di
Cosa nostra e della camorra, colpite dalla repressione e
incrinate nella loro
credibilità dal fenomeno dei collaboratori di giustizia.
Benché le rigide regole di compartimentazione
territoriale operanti
all’interno delle rispettive aree di influenza nelle
cinque province calabresi
portino le singole cosche ad operare in maniera
sostanzialmente autonoma,
è netta la loro tendenza a strutturarsi in holding
criminali per la gestione dei
traffici internazionali di droga o per l’infiltrazione
negli appalti pubblici
riguardanti territori che ricadono sotto l’influenza di
più gruppi mafiosi.
Il livello di pervasività è elevatissimo con punte
estreme nella provincia di
Reggio Calabria dove esso assume una capillarità tale da
condizionare ogni
aspetto della vita sociale ed economica.
Le cosche operanti nell’intera provincia evidenziano
differenti
caratteristiche e modalità di espressione a seconda della
zona di
radicamento.
Le cosche dell’area tirrenica, così come buona parte di
quelle presenti nel
capoluogo, praticano l’occupazione del territorio come
principale fattore di
accumulazione economica realizzando sia il sistematico
condizionamento
di tutti i settori produttivi che sfruttamento delle
risorse destinate alla
realizzazione di importanti opere pubbliche.
Le cosche dell’area ionica, attive su un territorio che
offre minori
opportunità economiche, caratterizzato da una morfologia
impervia ed
aspra (dalla costa fino alle vette dell’Aspromonte) e per
questo
difficilmente permeabile a un.efficace controllo da parte
delle forze di
polizia, si sono dedicate per anni ai sequestri di
persona. I profitti di questa
attività hanno poi costituito la base per l’ingresso in
grande stile nel traffico
internazionale degli stupefacenti.
Per comprendere il livello di pervasività della
„ndrangheta, è utile
rappresentare una mappa aggiornata delle cosche e della
loro dislocazione
sul territorio.
2. La provincia di Reggio Calabria
2.1 Il capoluogo
Le dinamiche criminali e i relativi equilibri in atto
vedono il territorio del
capoluogo ripartito in tre zone: la zona nord della
città, in direzione
Gallico, controllato dai sodalizi
“Condello-Saraceno-Imerti-Fontana”,
“Rosmini” e “Serraino” (quest.ultimo federato con le
famiglie “Imerti” e
“Condello”, estende la propria influenza nei comuni di
Cardeto, Gambarie,
Santo Stefano in Aspromonte e San Sperato); il centro
cittadino è
controllato dalla consorteria “De Stefano-Tegano-Libri”,
e la zona sud
dalle cosche “Latella-Ficara” e “Labate”, questi ultimi
concentrati nel
quartiere Gebbione. A Sambatello, comune a nord di Reggio
Calabria, è
attiva la cosca “Araniti”, con a capo il boss Santo,
detenuto in regime
speciale, legata ai “De Stefano”.
Secondo il R.O.S. dei Carabinieri sarebbe “confermata la
fase di
ridefinizione di rapporti ed alleanze tra le famiglie “De
Stefano”,
“Tegano”, “Condello” e “Serraino”, come emerso dalla
frattura all’interno
dello storico cartello “De Stefano-Tegano” che, voluta
dagli esponenti della
stessa famiglia “De Stefano”, avrebbe determinato un
avvicinamento dei
“Tegano” - il cui esponente di vertice è il latitante
Giovanni Tegano - ai
“Condello”, avversari storici del cartello destefaniano.
In tale ambito, le
acquisizioni investigative attestano l’assoluto rilievo
del boss Pasquale
Condello, (arrestato il 18 febbraio 2008), cui pare
essere stata devoluta la
direzione delle attività illecite di maggiore rilievo nell’intero
capoluogo
(...)”.7
7 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria” – giugno 2007 – 9
Una possibile conseguenza di tale riassetto degli
equilibri potrebbe essere
l’avvio di un sistema di coordinamento più strutturato e
meglio in grado di
affrontare con efficacia gli affari di maggiori
proporzioni, anche e
soprattutto nel settore dei lavori pubblici, nel quale,
al momento, è
confermata la forte incidenza della famiglia “Libri”,
capeggiata da
Pasquale Libri.8
L’operazione “Ronin” - nel cui ambito il GIP del
Tribunale di Reggio
Calabria ha emesso, nel marzo 2006, un.ordinanza di
custodia cautelare in
carcere nei confronti di 13 indagati per associazione
mafiosa, estorsione,
corruzione e frode nelle pubbliche forniture - ha
documentato il controllo
mafioso di appalti e servizi pubblici, anche attraverso
la corruzione di
amministratori locali, tutti legati allo smaltimento dei
rifiuti solidi urbani e
alla gestione delle relative discariche. Più in
particolare, ha evidenziato un
accordo imprenditoriale relativo alla gestione di quei
servizi raggiunto tra
Domenico Libri, anche per conto della cosca “Tegano”, e l’organizzazione
di Pasquale Condello.
La stessa operazione ha messo a nudo la capillare rete
delle estorsioni
gestita da quest.ultima cosca, come è emerso anche nel
corso del’audizione
dei magistrati della D.D.A., nell’ambito della missione
della Commissione
Antimafia a Reggio Calabria del luglio 2007, secondo i
quali si mantiene
costante la pressione delle cosche del capoluogo su
amministratori locali,
imprenditori e lavoratori autonomi, esercitata come di
consueto attraverso
minacce, danneggiamenti e attentati incendiari.
Anche in occasione delle elezioni amministrative del
2007, la pressione
mafiosa si è fatta avvertire attraverso intimidazioni a
danno di candidati di
diversi schieramenti.
8 Nato a Reggio Calabria il 26 gennaio 1939, fratello di
Domenico, storico capo del sodalizio,
deceduto il 25 maggio 2006 per cause naturali nel carcere
di Napoli-Secondigliano.
La situazione dei latitanti originari di questa area è
decisamente
preoccupante, come evidenzia lo S.C.O. della Polizia:
“Tra i ricercati di
elevato spessore criminale gravitanti nei sodalizi
citati, oltre a Pasquale
Condello, si registrano Domenico Condello (cl’ 1956),
Giuseppe De
Stefano (cl’ 1969), Giovanni Tegano (cl’ 1939), tutti
inseriti nel Programma
Speciale di Ricerca dei 30 latitanti di maggiore pericolosità”.9
9 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
10 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
2.2 L’area ionica
Sul versante ionico della provincia reggina operano
numerose
organizzazioni distribuite in modo capillare sul
territorio, talvolta alleate tra
loro per ragioni di parentela o di affari, con attività
anche a livello
nazionale e internazionale. Elemento di equilibrio tra le
stesse è la figura
“carismatica” di Giuseppe Morabito, detto “U Tiradrittu”,
arrestato nel
2004”,10 uno dei boss più autorevoli della 'ndrangheta,
capo incontrastato
non solo del “locale” di Africo ma di una sorta di
federazione di “locali”,
con un ruolo interno di assoluto prestigio e rilievo.
Il principale campo di attività nel quale operano le
cosche dell’area ionica
reggina è senza dubbio il traffico di stupefacenti, al
quale si sono convertite
dopo la stagione dei sequestri di persona, favorite anche
dall’insediamento
stabile di loro esponenti nel centro-nord dell’Italia o
all’estero, dal nord
Europa al Sud America, dall’Australia al Canada.
Fino ai primi anni .90, le „ndrine avevano sperimentato
le loro
professionalità criminali nella gestione dei sequestri di
persona,
sviluppando modalità operative analoghe a quelle di una
vera e propria
industria, sia per i profitti realizzati che per le
eccezionali capacità di
programmazione e di divisione del lavoro, soprattutto
quando i sequestri
erano attuati al Nord e le vittime venivano trasferite al
Sud e gestite da una
rete logistica operante sull’intero territorio nazionale.
Si creò in quegli anni un vero e proprio sistema legato
alla gestione
materiale dei sequestri, con l’impiego diretto di latitanti,
ma anche di
giovani affiliati incensurati, per la custodia degli
ostaggi.
Benché non mancassero i contrasti e le opposizioni da
parte di alcuni degli
esponenti più prestigiosi della 'ndrangheta storica - che
non condividevano
la possibilità di tenere in ostaggio donne e bambini per
via del disonore e
del danno di immagine che ne poteva trarre la 'ndrangheta
- i sequestri
proseguirono per lungo tempo, anche in ragione dell’assenza
di un'autorità
centrale in grado di imporre un divieto di farlo
rispettare.
Con i proventi dei sequestri le cosche della Ionica
reggina accumularono
notevoli capitali impiegati per il finanziamento di altre
attività legali e
illegali. Parte di tali profitti venne investita
nell'edilizia: furono comprati
camion, autocarri e pale meccaniche e furono create ditte
mafiose inseritesi
poi nella gestione dell’intero ciclo dell’edilizia e
degli appalti pubblici. A
Bovalino è sorto un quartiere chiamato dagli abitanti
“Paul Getty”, dal
nome del giovane sequestrato a Roma il 9 luglio 1973 e
rilasciato il 15
dicembre dello stesso anno, dopo il pagamento di un
riscatto di 1 miliardo e
700 milioni, una cifra enorme per l'epoca.
Ma la parte più consistente di quel denaro fu investita
dapprima nel
contrabbando delle sigarette estere e successivamente nel
ciclo della droga,
grazie al quale la „ndrangheta rompeva la sua condizione
di minorità per
inserirsi nel più grande business mafioso.
Nell’area le indagini confermano il ruolo centrale delle
famiglie di Africo,
San Luca, Platì, Siderno e Gioiosa Ionica ma, evidenzia
il R.O.S. dei
Carabinieri, “…permangono le tensioni dovute alle
contrapposizioni tra i
gruppi “Cordì” e “Cataldo”, a Locri, e tra i “Commisso” e
i “Costa”, a
Siderno. A Locri, in particolare, dopo gli omicidi del
2005 - segno del
riacutizzarsi della tensione tra le citate famiglie - si
registra un.apparente
fase di stasi, conseguente anche all’incisiva risposta
investigativa seguita
all’omicidio del vice presidente del Consiglio Regionale
Francesco
Fortugno.
Sempre sul versante dei tentativi delle organizzazioni
mafiose di
condizionare le istituzioni, non vanno dimenticati gli
atti intimidatori nei
confronti di alcuni magistrati della locale Procura. In
particolare: il
21.02.2006, è stata intercettata una missiva indirizzata
alla dott.ssa Maria
Teresa Gerace, Magistrato presso il Tribunale civile di
Locri, contenente
frasi minatorie e una cartuccia cal’ 9X21; il 23.03.2006,
presso gli uffici
della Sezione distaccata del Tribunale di Siderno, è
stata invece intercettata
una missiva intimidatoria contenente due cartucce cal’
9X21, indirizzata ad
un altro magistrato”.11
11 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria” – giugno 2007 – pagg. 12
e 13
12 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
13 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
“Nella zona di Africo sono attive le cosche “Morabito-Bruzzaniti-
Palamara”. In particolare, nel comune di Africo Nuovo, la
cosca
“Morabito-Scriva”, intesi “scassaporte”, collegata all’omonima
e più nota
cosca “Morabito-Palamara”.12
“E. utile ricordare come l’operazione “Armonia” (del
2003) abbia svelato
l’esistenza di un.associazione mafiosa denominata
“crimine”, strutturata, in
forma di “cartello” criminale nel mandamento ionico e
comprendente tutti i
“locali” della zona ionica reggina, al cui vertice era
Morabito Giuseppe,
unitamente a Giuseppe Pansera, Filiberto Maesano, Antonio
Pelle,
Giuseppe Pelle ed altri”.13
Da tempo, gruppi criminali originari di Africo e
riconducibili alla cosca
“Morabito” si sono insediati in forma stabile a Milano,
in particolare nella
zona sud-est, fra l'Ortomercato ed il centro della città,
dove hanno acquisito
attività economiche e finanziarie.
Il 3 maggio 2007, nell’ambito dell’operazione “King”, la
Squadra Mobile
di Milano ha arrestato 20 soggetti, tra i quali alcuni
elementi di spicco della
„ndrangheta, appartenenti alla cosca
“Morabito-Palamara-Bruzzaniti”.
Erano in collegamento con trafficanti sudamericani,
impegnati in attività di
narcotraffico, estorsioni e riciclaggio. Indagini
condotte parallelamente
hanno coinvolto anche un cittadino italo-argentino
residente in Svizzera
che ha rivestito un ruolo strategico nel traffico
internazionale della cocaina
proveniente dal Brasile, dall’Argentina e dalla Spagna, e
destinata alla
Lombardia e alla Calabria.
Anche nelle zone di Cornaredo e Bareggio, sempre nel
milanese, risultano
presenti affiliati alle cosche “Morabito” e “Barbaro” di
Platì, uniti tra loro
anche da legami di parentela e vincoli matrimoniali.
“A Siderno è confermata l’egemonia della famiglia
“Commisso”,
nonostante si siano registrati diversi episodi indicativi
dell’instabilità degli
equilibri criminali, in buona parte riconducibili alla
storica faida tra gli
stessi “Commisso” e la famiglia “Costa”.14
Su quella faida ha fatto in gran parte luce la D.D.A. di
Reggio Calabria con
l’operazione “Siderno Group” che, condotta tra l’Italia,
il Canada, gli
U.S.A. e l’Australia, ha messo a nudo le attività
criminali ed i traffici di
stupefacenti gestiti da famiglie mafiose dell’area Ionica
reggina, in stretto
collegamento con loro esponenti emigrati da anni in quei
Paesi. In questo
contesto, il 28 giugno 2005, la Polizia italiana ha
consentito l’arresto, a
Toronto (Canada), del boss latitante Antonio Commisso,
detto
“l’avvocato”, capo indiscusso del clan accusato di aver
gestito il traffico di
droga in Canada, Stati Uniti e Australia e ritenuto la
proiezione economica
della sua famiglia in terra nordamericana.
14 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007” – 13
“Nell’area di Melito Porto Salvo, è attiva la cosca
“Iamonte” che, a seguito
della cattura dei latitanti Giuseppe Iamonte (cl’ „49) e
Vincenzo (cl’ „54),
tratti in arresto nel 2005, è attualmente capeggiata da
Remigio Iamonte”.
La cosca ha dimostrato “un.elevata capacità di
infiltrazione nella pubblica
amministrazione, come confermato dall’insediamento nel
Comune di
Melito Porto Salvo della Commissione d.accesso nominata
dal Prefetto di
Reggio Calabria il 25.02.2006”.
Allo stesso tempo la cosca Iamonte è ricca di attività
nel settore edilizio, sia
pubblico che privato, attraverso il controllo di imprese
locali.15
15 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007” – 14
16 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
17 Nato a Roghudi (RC) il 12.10.1953.
Altre attività investigative “…hanno consentito di
svelare i forti interessi
della cosca nel settore della macellazione e commercializzazione
delle
carni, attraverso una consistente pressione estorsiva e
ricattatoria nei
confronti di addetti ai lavori e commercianti locali”.16
I “Iamonte” hanno proiezioni anche nella Valle d.Aosta ed
in Toscana.
Nella prima regione risultano presenti soggetti collegati
con tale famiglia,
probabilmente attratti dalle opportunità economiche
connesse con
l’industria turistica della zona e dalla favorevole
posizione della regione, al
confine con Francia e Svizzera, fattori che potrebbero
favorire l'attività di
riciclaggio dei proventi illeciti. In Toscana, invece,
soprattutto nella
provincia di Lucca, sono presenti alcuni elementi che
fungono da
riferimento anche per organizzazioni di origine campana e
siciliana
impegnate nel traffico della droga.
“Nei comuni di Roghudi e Roccaforte del Greco potrebbe
incidere sugli
equilibri criminali locali la scarcerazione di Francesco
Maesano e la cattura
di Fortunato Maesano,17 capo dell’omonima cosca, avvenuta
il 26.10.2006
in Svizzera; quest.ultimo era ricercato dal giugno 2002
per associazione di
tipo mafioso, omicidio aggravato, reati in materia di
armi ed altro.
Nel comprensorio di S. Lorenzo, Bagaladi e Condofuri si
conferma il
controllo criminale della famiglia “Paviglianiti”, il cui
capo indiscusso,
Domenico (cl’ 61), è detenuto. I “Paviglianiti”, che
vantano forti legami
con le famiglie “Flachi”, “Trovato”, “Sergi” e “Papalia”,
tutte caratterizzate
da significative proiezioni lombarde, hanno inoltre
qualificate
cointeressenze con le cosche reggine dei “Latella” e dei
“Tegano”, nonché
con i “Trimboli” di Platì e gli “Iamonte” di Melito Porto
Salvo.
Nella parte del territorio che va dal comune di Bova a
Palizzi risultano
attive le consorterie dei “Talia” e dei “Vadalà-Scriva”,
entrambe
riconducibili al già citato cartello
“Morabito-Palamara-Bruzzaniti”.
Nel territorio che congiunge il comune di Staiti a quello
di Casignana,
operano le famiglie “Scriva”, “Mollica”, “Palamara” e
“Morabito”, tutte
legate da vincoli di parentela ed egemonizzate dai
“Morabito”; queste
risultano attive anche nel Lazio, ove sono presenti,
ormai da tempo, delle
qualificate „ndrine”.18
18 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007” – pagg. 14-
15
19 S.C.O. della Polizia di Stato – “La „ndrangheta” –
gennaio 2008 – 30
20 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007” – 15
Secondo un.analisi del Servizio Centrale Operativo, le
famiglie attive nel
Lazio sono già collegate a personaggi di spicco della
malavita romana, e
hanno esteso progressivamente la propria influenza,
soprattutto nel traffico
di stupefacenti, ma anche nell’attività edile e negli
appalti in tutto il litorale
da Nettuno a Civitavecchia. Queste cosche operano anche
nel campo
dell’usura e delle estorsioni e vengono ragionevolmente
ipotizzati grossi
investimenti di capitali in attività commerciali nella
città di Roma.19
“Nell’area territoriale che riunisce i comuni di San
Luca, Samo, Bovalino,
Benestare e Bianco sono stanziate le famiglie storiche e
più autorevoli della
„ndrangheta: i “Nirta”, gli “Strangio”, i “Pelle, i
“Vottari”, i “Romeo”, i
“Giorgi” e i “Mammoliti” che, dopo una momentanea crisi a
cavallo degli
anni „90, hanno ripreso le proiezioni operative sul
territorio nazionale ed
internazionale”.20
Nella provincia di Milano è stata rilevata la presenza di
esponenti della
famiglia "Strangio", in contatto con narcotrafficanti
sudamericani e, in
riferimento ai profili internazionali di tali cosche, nel
luglio 2006, il G.O.A.
della G.di F. di Catanzaro ha concluso un.operazione,
coordinata dalla
D.D.A. di Reggio Calabria, che ha consentito di
individuare una cellula
della „ndrangheta attiva fra l’Olanda, il Belgio e la
Germania, e di
interrompere la latitanza di sei esponenti di spicco
della mala calabrese:
Calogero Antonio Costadura, Bruno Pizzata, Francesco
Strangio, Giancarlo
Polifroni, Antonio Ascone e Gioacchino Bonarrigo.
Antonio Costadura, arrestato a Genk (Belgio), è figlio
naturale di Salvatore
Nirta, esponente di vertice dell’omonima cosca e
latitante dal 2002
ricercato per traffico internazionale di sostanze
stupefacenti; Bruno Pizzata,
affiliato alla stessa cosca “Nirta”, è stato tratto in
arresto a Lamezia Terme
(CZ) mentre era a bordo di un autobus proveniente da
Monaco di Baviera
(Germania); Francesco Strangio, arrestato mentre era in
viaggio da
Amsterdam a Rotterdam (Olanda), è il personaggio di
maggiore spessore
criminale tra gli arrestati. Latitante dal 1993, era
ricercato per traffico
internazionale di stupefacenti, svolto per conto delle
cosche “Giorgi” e
“Romeo”. Dai luoghi degli arresti dei latitanti si evince
il livello e la
dimensione dei traffici internazionali.
“Nel comune di Platì è confermata la presenza dei gruppi
criminali
riconducibili alle famiglie “Barbaro”, “Trimboli”,
“Sergi”, “Perre”,
“Agresta”, “Romeo”, “Papalia” e “Marando”, tutte legate
da vincoli di
parentela e cointeressenze nella gestione degli affari
illeciti. Le famiglie
sono concentrate attorno alla cosca “Barbaro”,
soprannominata “castànu”,
ed operano in prevalenza nel narcotraffico, anche fuori
dall’area di origine,
avvalendosi nei diversi luoghi della collaborazione di
cellule criminali
satellite”.21
21 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007” – pagg. 15-
16
“I “Sergi-Marando”, in particolare, vantano una consolidata
alleanza con le
famiglie “Maesano-Paviglianiti-Pangallo”, egemoni a
Roccaforte del
Greco, S. Lorenzo, Roghudi e Condofuri, contrapposte per
anni alla cosca
“Zavettieri” in una sanguinosa faida che nel corso degli
anni „90 ha mietuto
decine di morti in entrambi gli schieramenti”.22
22 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
23 Il 07.07.2006, con decreto del Presidente della
Repubblica, è stato nuovamente disposto lo
scioglimento del Consiglio Comunale e l’insediamento del
Commissario Straordinario, a conferma
della pervasiva capacità di penetrazione dei citati
gruppi criminali.
“In ambito locale, inoltre, anche in virtù di ricorrenti
rapporti di parentela,
riescono a condizionare efficacemente l’azione
amministrativa degli enti
pubblici, come peraltro documentato nel corso dell’indagine
“Marine” (…)
che aveva portato all’arresto di amministratori e
funzionari dello stesso
Comune di Platì.23
In alcuni comuni dell’hinterland milanese (Trezzano sul
Naviglio, Corsico,
Cesano Boscone e Buccinasco) hanno fissato da anni la
loro dimora
numerosi esponenti delle famiglie di Platì i quali hanno
praticamente
colonizzato l’area, riproducendo nei loro nuovi quartieri
modelli sociali
tipici delle zone di provenienza. Del resto, buona parte
dei sequestri di
persona a scopo di estorsione verificatisi in Lombardia
sono stati attuati
proprio da esponenti di tali gruppi che provvedevano poi
a trasferire gli
ostaggi in Aspromonte. Da anni in questi comuni agiscono
le famiglie
“Papalia” e “Barbaro”, che gestiscono il traffico della
droga, con una
propensione all’infiltrazione ed al condizionamento degli
appalti pubblici.
Con l’operazione “Zappa”, conclusa in due diverse fasi,
nel 2004 e nel
2005, sono stati colpiti numerosi appartenenti ai
“Maesano-Paviglianiti-
Pangallo” ed ai “Sergi-Marando”, ritenuti responsabili, a
vario titolo, di
traffico di stupefacenti. L’indagine, partita da Reggio
Calabria e provincia,
si è estesa ed ampliata ad altre regioni d.Italia
(Lombardia, Piemonte,
Lazio, Liguria, Sardegna, Toscana) e successivamente è
approdata in Paesi
esteri del bacino del Mediterraneo (Francia, Spagna e
Marocco) e del
Sudamerica (Colombia, Cile ed Ecuador). Personaggi chiave
dell’indagine
si sono rivelati, in una fase iniziale, boss del calibro
di Santo Maesano e
Paolo Sergi, e con loro i narcotrafficanti Roberto
Pannunzi (cl’ „48) e suo
figlio, Alessandro (cl’ „72), unanimemente considerati
fra i più accreditati
narcotrafficanti italiani, entrambi arrestati a Madrid il
4 aprile 2004.
Altrettanto note le proiezioni delle famiglie di Platì in
Australia, soprattutto
nella città di Griffith. La loro presenza in quella parte
del mondo risale ai
primi anni .50, quando l’alluvione che colpì Platì nel
1951 spinse molti dei
suoi abitanti a cercare fortuna oltre oceano,
concentrandosi in particolar
modo in quella cittadina dove, nel corso degli anni,
vennero raggiunti da
altri conterranei.
Il 15 luglio 1977, a Griffith, venne ucciso a colpi di
lupara il deputato
liberale Donald MacKay, mentre dodici anni dopo, il 12
gennaio 1989, a
Canberra, con due colpi di pistola alla nuca morì Colin
Winchester, Vice
Capo della polizia federale.
Una stessa pista investigativa accomunò i due omicidi,
individuando in
esponenti delle famiglie originarie di Platì i probabili
mandanti ed
esecutori. Nel corso delle indagini gli investigatori
australiani scoprirono
che numerosi terreni erano stati acquistati con denaro
inviato dal piccolo
paese della Calabria, parte del quale proveniente dai
sequestri di persona
effettuati in Lombardia e per i quali erano risultati
implicati esponenti delle
famiglie “Perre”, “Sergi”, “Papalia” e “Barbaro”.
Gli investigatori australiani scoprirono anche che quei
terreni, prima
incolti, erano stati accuratamente curati e destinati
alla coltivazione di
canapa indiana: ne furono individuate ben 188 grosse
coltivazioni.
Nel Comune di Careri, geograficamente collocato a valle
di Platì, sono
attive le famiglie “Cua”, “Ietto” e “Pipicella”.24
24 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007” – 16
Un insediamento della „ndrangheta, emanazione delle
famiglie di Careri,
attive nel traffico di droga, è stato di recente
individuato nell'area nord-ovest
di Milano, nei comuni di Inveruno, Cuggiono e Castano
Primo. I soggetti
interessati gestiscono diverse attività commerciali,
verosimilmente avviate
con i proventi del narcotraffico. Ma anche sul proprio
territorio gli affari
spingono all’accordo.
Il cospicuo investimento per la realizzazione della nuova
arteria stradale
Bovalino-Bagnara, per una spesa di circa 835 milioni di
euro, sta già
stimolando gli appetiti delle cosche locali, certamente
alla ricerca di una
partecipazione ai lavori.25
25 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007” – 16
26 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla „ndrangheta
– 30 giugno 2007
27 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007” – 16
“A Canolo e Sant.Ilario dello Ionio è operativa la cosca
“D.Agostino”,
collegata a quella “Cordì”. Su questo versante, a Siderno
dove sono radicati
i “Commisso”, il 14 gennaio 2006, è stato arrestato il
latitante Domenico
D.Agostino, ricercato dal 2000, destinatario di
un.ordinanza di custodia
cautelare per associazione di tipo mafioso e traffico di
sostanze
stupefacenti”.26
“Nell’area di Gioiosa Ionica e Marina di Gioiosa operano
le famiglie
“Mazzaferro”, “Jerinò”, “Coluccio-Aquino” e
“Ursino-Macrì”,
particolarmente attive nel traffico di stupefacenti,
settore in cui vantano
collegamenti con tutte le consorterie „ndranghetiste
reggine e con esponenti
di altre organizzazioni criminali, in un.ottica di
cartello internazionale”.27
Gli “Ursino”, parte integrante della cosca
“Ursino-Macrì”, sono insediati a
Torino ed in tutta la prima cintura sita a nord e a sud
del capoluogo.
Un.operazione del marzo 2006, ha portato all’esecuzione
di arresti disposti
dal G.I.P. del Tribunale di Napoli nei confronti di 22
persone, ha
documentato i rapporti tra la cosca “Ursino-Macrì” con
Carmine Aquino,
esponente di spicco del clan “Aquino-Annunziata” di
Boscoreale (NA).
L’affare comune riguardava l’importazione di cocaina dall’Olanda
e dalla
Germania.
Del resto, è ormai noto che la Germania - così come l’Olanda
ed il Belgio -
rappresenta per la „ndrangheta area di reinvestimento dei
capitali illeciti,
oltre ad essere da sempre prescelta per la mimetizzazione
dei latitanti.
Il 27 settembre 2006, a Roma, all’aeroporto di Fiumicino,
è stato arrestato
Vincenzo Roccisano, da Marina di Gioiosa Ionica (RC),
latitante dal luglio
del 1991 e ricercato per narcotraffico. Elemento di
spicco della “cosca
“Ierinò”, con proiezioni in Canada e negli Stati Uniti,
Roccisano, nel
febbraio 1989, era stato già tratto in arresto negli
Stati Uniti dal F.B.I.,
unitamente ad altre 5 persone, per traffico
internazionale di stupefacenti.
Già negli anni .90, le dichiarazioni rese da Calogero
Marcenò, un capo-
bastone che viveva a Varese e che decise di collaborare
con la giustizia,
avevano svelato l’esistenza di numerosi “locali” della
„ndrangheta in
Lombardia, in particolare nella provincia di Como, legati
al clan
“Mazzaferro”. Ulteriori presenze dei “Mazzaferro” si
registrano nella
provincia di Varese e anche in Piemonte, fra Torino e la
Val di Susa.
Affiliati alla cosca sono presenti anche nella provincia
di Gorizia, dove
sono rivolti all’acquisizione di esercizi pubblici e
attività commerciali.
In Piemonte, oltre ai “Mazzaferro”, sono attivi affiliati
alle cosche
“Marando”, “Agresta” e “Trimboli”, tutte riconducibili
alla famiglia
“Barbaro” di Platì, attivi nel’area del Canavese, area
nella quale sono
presenti anche uomini dei cartelli
“Morabito-Palamara-Bruzzaniti” di
Africo e i “Ierinò” di Gioiosa.
“Nel territorio di Monasterace ai confini con la
provincia di Cartanzaro,
opera invece il clan “Ruga-Metastasio”.28
28 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
2.3 L’area tirrenica
Nel versante tirrenico della provincia di Reggio Calabria
le investigazioni
confermano l’egemonia delle potenti cosche
“Piromalli-Molè” e “Pesce-
Bellocco”, che gestiscono tutte le attività illecite
nella Piana di Gioia
Tauro: dal traffico degli stupefacenti e di armi, alle
estorsioni e all’usura,
ma anche l’infiltrazione dell’economia locale attraverso
il controllo e lo
sfruttamento delle attività portuali.
Dopo un periodo di pace mafiosa, l’omicidio di Rocco
Molè, di 42 anni,29
avvenuto a Gioia Tauro nella mattina del 1° febbraio
2008, potrebbe
costituire l’innesco di una nuova fase di guerra mafiosa
(anche in seno alla
stessa cosca “Piromalli-Molè”), finalizzata a ristabilire
gli equilibri nella
spartizione degli enormi proventi illeciti derivanti
dagli investimenti che si
stanno effettuando in quella zona, e che nei prossimi
anni sono destinati a
crescere.
29 Rocco Molè, considerato il reggente della cosca da
sempre alleata con i Piromalli, numerosi
precedenti penali alle spalle, sorvegliato speciale della
Pubblica sicurezza, condannato in primo e in
secondo grado a un ergastolo nel processo Tirreno e in
attesa della definitiva sentenza della corte di
Cassazione, era il figlio terzogenito del vecchio boss
della mafia Nino Molè, morto nel 2006 per
cause naturali nel carcere di Secondigliano.
30 D.I.A. – “La „ndrangheta nella Piana di Gioia Tauro” –
23
31 D.I.A. – “La „ndrangheta nella Piana di Gioia Tauro” –
11
Del resto, come già evidenziava la Direzione
Investigativa Antimafia,
“dall’analisi delle dinamiche interne alle „ndrine della
zona, si rileva che
tale calma è solo apparente, permanendo una forte
tensione tra le cosche
locali secondo logiche di confronto basate su prove di
forza e affermazioni
di dominio”.30
La Piana di Gioia Tauro, dal progetto del V° centro
siderurgico fino alla
realizzazione del porto, con le ingenti risorse
finanziarie statali e
comunitarie impiegate per il suo sviluppo economico,
costituisce ormai da
tempo il più grande affare per le „ndrine insediate sul
territorio”.31
Le attività connesse con la gestione del porto e dunque
con il colossale
movimento dei containers, le opportunità di traffici
illeciti a livello
internazionale, rese possibili dal frenetico via vai
quotidiano delle merci,
hanno attratto gli appetiti dei “Molè”, dei “Piromalli”,
dei “Bellocco” e dei
“Pesce” e li hanno portati ad imporre la loro presenza,
offrendo
l’opportunità di un salto di qualità internazionale.
“Il dato trova riscontro in numerosi sequestri operati
dalla G.di F. e dal
Servizio vigilanza antifrode doganale di tabacchi
lavorati esteri, calzature,
articoli elettronici e materiale contraffatto di varia
natura, pronti per essere
smerciati all’interno dei Paesi dell’Unione Europea.
In rapporto al lucroso settore dello smaltimento dei
rifiuti (…), il 10 luglio
2006, un.indagine coordinata dalla Procura di Palmi ha
portato al sequestro
di centinaia di containers contenenti rifiuti vari, in
particolare destinati in
Cina, India, Russia e Nord Africa, per poi essere
lavorati e reimportati
come ricambi o merce a prezzo ribassato nel territorio
dell’Unione
Europea”.32
Componenti della famiglia “Piromalli” sono presenti anche
a Roma, dove
si ipotizza reinvestano cospicui capitali di provenienza
illecita in attività
imprenditoriali, e risultano essersi spinti fino alla
provincia di Gorizia per
acquisire esercizi pubblici e attività commerciali.
Anche i “Bellocco” hanno una forte proiezione
internazionale, come
emerge dall’arresto di Antonio Ascone e Gioacchino
Bonarrigo, loro
affiliati, in occasione della stessa indagine condotta
nel luglio 2006 dal
G.O.A. della G.di F. di Catanzaro, su di un traffico
internazionale di
sostanze stupefacenti fra l’Olanda, il Belgio e la
Germania.
32 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007” – 17
Nel 2006, a Gersthofen, in Germania, è stato invece
arrestato il latitante
Michele Albanese, detto “ Ringo”, vicino alla cosca
“Piromalli-Molè”, già
condannato in primo grado alla pena di oltre 14 anni di
carcere.
Contemporaneamente all’arresto in Germania, la G.di F. ha
rinvenuto
nell’abitazione dell’Albanese, a Rosarno, un bunker
interrato, al quale si
accedeva da una botola con un.apertura meccanica.
“Il territorio del comprensorio di Palmi risulta
suddiviso fra la cosca
“Gallico”, che controlla l’area nord, e la cosca
“Parrello”, che controlla la
zona sud della città ed è legata alla famiglia
dei“Bruzzise” di Seminara. I
diversi omicidi che hanno riguardato i “Bruzzise” nel
corso del 2006,
proprio in virtù degli accertati rapporti con la cosca
“Parrello”, potrebbero
essere collegati alla faida che da anni contrappone
questi ultimi alla
famiglia “Gallico” per il controllo del territorio
palmese (la cosiddetta
“faida di Barritteri”, per il predominio della zona di
“Barritteri”, tra Palmi e
Seminara, luogo strategico per il controllo dei lavori di
ammodernamento
dell’Autostrada A3 – n.d.r.) ”.33
Sul territorio di Palmi esercita la sua influenza anche
la famiglia dei
“Mancuso” di Limbadi.
33 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno
2007” – pagg. 16-18
34 Nato a Gioia Tauro (RC) l’11.04.1939.
35 Francesco Crea, figlio di Teodoro, ha sposato la
figlia del boss Nicola Alvaro.
36 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno
2007” – 18
“La famiglia mafiosa dei “Crea”, capeggiata dal boss
Teodoro Crea,34
esercita l'egemonia nell’area di Rizziconi, con
diramazioni anche nel Nord
Italia, dove è particolarmente attiva con imprese edili
nell’accaparramento
di appalti pubblici. Il potere mafioso dei “Crea” si è
rafforzato per i legami
con altre famiglie storiche della 'ndrangheta, come i
“Mammoliti” di
Castellace e gli “Alvaro” di Sinopoli ,35 concretizzatosi
nel controllo diretto
di attività economiche nel settore delle costruzioni,
degli autotrasporti e
della grande distribuzione”.36
Per quanto riguarda gli “Alvaro”, nella zona di Roma si
registra la presenza
di personaggi, riconducibili alla loro organizzazione,
che si ipotizza
reinvestano in attività commerciali ingenti capitali di
provenienza illecita.
“A Cinquefrondi opera il clan “Petullà”, oltre alla cosca
“Auddino”, attiva
anche ad Anoia e nei paesi limitrofi. A Delianuova è
attiva la cosca
“Papalia-Italiano”, in rapporto di affari con gli
“Alvaro-Macrì-Violi” di
Sinopoli.
A Taurianova emerge il predominio della cosca
“Asciutto-Avignone-
Grimaldi”, con proiezioni nel Nord Italia e strettamente
collegata al clan
Piromalli-Molè” di Gioia Tauro (RC), di cui Santo
Asciutto, attualmente
detenuto in regime speciale, sarebbe stato “uomo di
fiducia”.
L’organizzazione di cui è a capo è da anni contrapposta,
in una cruenta
guerra di mafia, a quella degli “Avignone”, attiva nello
stesso
comprensorio calabrese ed anch.essa con ramificazioni in
ambito
nazionale”.37 Si evidenzia inoltre l’attività della cosca
“Viola”.
A Cittanova sono presenti le cosche degli “Albanese” e
dei “Facchineri”.
Questi ultimi, peraltro, risultano essersi spinti da
tempo in Umbria e, con
esponenti delle famiglie “Asciutto” e “Grimaldi” - anche
nella Valle
d.Aosta, dove hanno investito nel settore turistico.
Anche la Toscana è interessata dalla presenza di elementi
di tale cosca,
come dimostra il tentato omicidio del nomade Sebastian
Fudorovic,
avvenuto il 7 marzo 2006, ad Altopascio (LU), ad opera di
Giuseppe
Lombardo, elemento organico alla famiglia “Facchineri”.
“A Santa Cristina d.Aspromonte sono attive le famiglie
“Madafferi” e
“Papalia”; a Oppido Mamertina i “Mammoliti” e gli
“Stefanelli”; a
Seminara i “Santaiti-Brindisi-Caia-Gioffrè” e la cosca
contrapposta dei
“Bruzzise”; a Polistena i “Longo-Versace”.
37 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
Nella Piana di Gioia Tauro, oltre al porto e agli
appalti, un settore di
interesse delle cosche locali è quello agricolo, per le
opportunità di lucro
derivanti sia dalla “guardianìa” dei fondi che dalle
frodi ai danni
dell’A.I.M.A. e dell’I.N.P.S.”.38
Infiltrazioni di cosche ioniche sono infine accertate in
Liguria nei comuni
di Ventimiglia e Sarzana.
38 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
3. Provincia di Catanzaro
3.1 Lamezia Terme
Le cosche locali si mostrano ben radicate e attive sul
territorio, benché
subiscano ancora l’influenza di quelle storiche presenti
in altre parti della
regione. Negli ultimi anni comunque hanno evidenziato
grande attivismo e
hanno iniziato ad espandersi oltre i confini regionali.
Gravi, numerosi delitti avvenuti negli ultimi tempi nel
territorio della
provincia lasciano ipotizzare situazioni di tensione e di
instabilità fra le
famiglie mafiose.
Tuttavia, la zona che rappresenta oggi una reale
emergenza, sia sotto il
profilo della pervasività criminale che per la sicurezza
pubblica è quella di
Lamezia Terme dove si è registrato il maggiore incremento
di gravi fatti di
sangue. Una lunga serie di omicidi ha segnato la
contrapposizione tra i
sodalizi “Iannazzo-Giampà” (localizzati rispettivamente a
Sambiase e a
Nicastro di Lamezia Terme), e “Cerra-Torcasio” (insediata
a Nicastro di
Lamezia Terme, zona Capizzaglie”) e il conflitto tra i
due schieramenti
sembra ancora lontano dalla composizione.
Le cosche, operanti nei tradizionali settori dell’illecito,
da cui traggono
buona parte dei loro profitti (estorsioni, traffico di
armi e di sostanze
stupefacenti, ingerenza negli appalti, ecc.), hanno anche
evidenziato la
capacità di infiltrarsi nelle pubbliche amministrazioni,
come è dimostrato
dallo scioglimento del Consiglio comunale per
infiltrazioni mafiose
avvenuto il 5 novembre 2002, dopo che analogo
provvedimento era stato
adottato il 30 settembre 1991. Dagli accertamenti
condotti in
quell’occasione era emersa l’azione di distorsione e di
condizionamento
esercitato all’interno degli apparati istituzionali da
parte di una criminalità
che vi si era insinuata, anche attraverso rapporti di
parentela fra
componenti dello stesso Consiglio comunale e persone
incriminate per
associazione mafiosa.
Resta se mai da riflettere sul perché agli scioglimenti
non sia seguita una
coerente azione giudiziaria e della magistratura per
contribuire alla bonifica
politica e amministrativa. A maggior ragione che ogni
scioglimento
dell’ente è stato accompagnato da atti di intimidazione
anche sul versante
della politica.
Da un.analisi della Direzione Investigativa Antimafia sull’evoluzione
del
fenomeno mafioso nel lametino, si rileva che “il fenomeno
della
„ndrangheta nell’area lametina presenta caratteristiche
alquanto diverse
rispetto ad un contesto criminale provinciale che, sino a
tempi
relativamente recenti, non vantava grandi tradizioni
mafiose.
Le famiglie operanti nella zona di Lamezia hanno subito,
rispetto ad altre
realtà provinciali, comprese quelle del capoluogo, un più
rapido processo di
evoluzione dal modello della banda di tipo
“gangsteristico” alla struttura
mafiosa organizzata.
Superata una prima fase, durante la quale i clan hanno
affinato le tecniche
criminali e consolidato il controllo del territorio, sono
poi passati alla
gestione, in forme sempre più organizzate, delle
tradizionali attività di
accumulazione primaria di capitali necessari per l’affermazione
del proprio
potere mafioso nonché alla creazione delle prime riserve
finanziarie.
A tali delitti (estorsioni, traffico di stupefacenti,
guardianìe, dapprima rurali
e poi anche industriali), si sono affiancate, in tempi
più recenti, una serie di
attività apparentemente lecite, necessarie per occultare
e dissimulare la
provenienza delle rilevanti liquidità illecitamente accumulate.
E. stata proprio tale disponibilità finanziaria che ha
favorito la crescita
delle cosche anche come soggetti economici attraverso la
gestione di una
variegata serie di iniziative imprenditoriali, condotte
in prima persona o
attraverso l’interposizione di prestanome compiacenti,
che hanno introdotto
pericolose anomalie nel sistema economico locale.
L’ingresso delle famiglie mafiose nel mondo
imprenditoriale, in un.area
caratterizzata da un rapido sviluppo economico legato alla
presenza di
importanti infrastrutture produttive e viarie, ha fornito
alla criminalità
nuove opportunità di guadagno, aumentandone il potere e
le potenzialità di
condizionamento del sistema sociale e politico (…).
Gli eventi degli ultimi anni (faide e inchieste
giudiziarie) hanno contribuito
al completamento di un processo di selezione naturale che
vede oggi un
panorama criminale caratterizzato da pochi, ma ben
organizzati,
schieramenti nei quali sono confluite alcune delle
famiglie un tempo
operanti nella zona.
Gli assetti locali, nonostante gli elevati livelli di
conflittualità, si sono in
linea di massima stabilizzati intorno a due principali
consorterie che si
affrontano in una logica di annientamento definitivo al
fine di eliminare
ogni possibile forma di concorrenza nella gestione dei
rilevanti interessi
economici presenti in zona.
Tale situazione è stata favorita da due ordini di motivi:
in primo luogo nel
territorio comunale di Lamezia è stata più evidente l’influenza
delle
famiglie reggine e di quella dei “Mancuso” di Limbadi,
che tuttora operano
con grande peso nel suo contesto; in secondo luogo, il
lametino è stato
interessato, con anni di anticipo sul resto della
provincia, dagli
insediamenti industriali e dalle relative infrastrutture
produttive e viarie e,
di conseguenza, dai flussi di spesa pubblica finalizzati
a favorire i progetti
di sviluppo.
La zona, infatti, ricca e fiorente, con importanti
insediamenti industriali e
grandi prospettive di sviluppo, grazie alla buona rete di
collegamenti aerei,
ferroviari e stradali con il resto del Paese, che hanno
contribuito alla
creazione di un indotto di ragguardevoli proporzioni,
offre ottime
opportunità per l’investimento e la dissimulazione delle
grandi ricchezze
accumulate dalle cosche (…).
La supremazia dei “Cerra-Torcasio” è stata, in passato
indiscussa, ma, da
qualche tempo, ed oggi più che mai, è messa seriamente in
pericolo dalla
famiglia “Iannazzo”, alleata con quella dei “Giampà”, a
capo di
un.organizzazione potente, anche economicamente, che non
nasconde le
proprie mire egemoniche sull’intera area”.39
39 D.I.A. – Situazione della criminalità organizzata di
tipo mafioso in Lamezia Terme (CZ) - marzo
2007 - pagg. 10-12
40 Nel marzo 2007, 12 esponenti della cosca
“Cerra-Torcasio” sono stati arrestati, in esecuzione di
ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dall’Autorità
giudiziaria di Catanzaro, per
associazione per delinquere di tipo mafioso, omicidi,
tentato omicidio, traffico di armi e droga ed
estorsione. Secondo l’accusa, essi avrebbero condizionato
il regolare andamento economico nella
città attraverso una richiesta generalizzata del “pizzo”
agli imprenditori locali, in un.impressionante
sequela di delitti avvenuta negli ultimi 18 mesi nei
confronti di commercianti, imprenditori e
lavoratori autonomi, che ha raggiunto l’apice nell’incendio
che, il 24 ottobre 2006, devastò la sede
della rivendita di gomme e delle soprastanti abitazioni
dell’imprenditore Giuseppe Godino.
Quell’episodio suscitò grande sdegno nella popolazione
che fu indotta a reagire, anche attraverso
pubbliche manifestazioni e abbassando le saracinesche dei
negozi.
Nel febbraio 2007 i Godino ottennero una prima trance dei
fondi stanziati dalla Legge n. 44/1999
(“Fondo di solidarietà per le vittime del racket”). Alla
loro impresa, inoltre, venne affidato
direttamente l’appalto per la fornitura e la manutenzione
di gomme per i mezzi delle Ferrovie della
Calabria.
41 Il capo storico della famiglia, Francesco Iannazzo
(classe .51), ucciso il 20 maggio 1992, aveva
saputo trasformarsi in pochi anni da bracciante agricolo
a imprenditore edile. Benché non disponesse
di consistenti risorse economiche né di adeguate conoscenze
tecniche, grazie al rapporto con il
suocero, Salvatore Renda, inserito nella realtà
imprenditoriale locale in quanto “custode” dello
stabilimento “Icla” di Lamezia Terme, società impegnata
in importanti opere infrastrutturali, imparò
ad impegnarsi in prima persona nella gestione di imprese,
coinvolgendo imprenditori locali che, in
cambio della protezione che questi riusciva a garantire e
al procacciamento di commesse ottenute
sfruttando la propria capacità intimidatoria, accettavano
più o meno liberamente rapporti societari
con il boss.
Una sorta di ricompattamento del gruppo criminale dei
Cerra sarebbe stato
favorito dal ritorno sulla scena criminale di Nino Cerra
(classe .48),
scarcerato dalla casa circondariale di Voghera il 12
agosto 2005. Da quel
giorno, infatti, è stata registrata una recrudescenza
degli atti intimidatori di
matrice estorsiva, soprattutto nell’area di Nicastro.40
I “Iannazzo” sono, tuttavia, il gruppo che nel corso
degli anni ha saputo
meglio attrezzarsi verso le forme più redditizie di
criminalità economica.41
Nell’area controllata da Iannazzo ricade l’aeroporto di
Lamezia Terme, sul
quale però è necessario dare impulso alle attività
investigative visto che,
sino ad oggi, nonostante la presenza attiva della cosca
nell’intera area
aeroportuale, non vi è stata alcuna adeguata ed efficace
rispondenza, anche
in rapporto alla mole di affari e di traffici che attorno
a quest.area si
sviluppano.42
3.2 Catanzaro
42 Audizione D.D.A. di Catanzaro
43 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
44 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
45 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007” – 20
Per quanto riguarda la città di Catanzaro, “le attività
investigative hanno
evidenziato l’avvenuta ricostituzione, a partire dagli
anni 1998-1999, della
cosca “Costanzo-Di Bona”, detta dei “gaglianesi”, che, in
forza della
legittimazione riconosciutale dalla „ndrina di Isola Capo
Rizzuto,
riconducibile alla famiglia “Arena, si è dimostrata
estremamente attiva nel
“controllo” delle più significative ed importanti
attività illecite”.43
“Si è rilevata, peraltro, la contiguità alla mafia locale
di gruppi di nomadi, i
cui componenti possono ritenersi sodali della cosca dei
“gaglianesi” e la
cui presenza sul territorio assicura alle cosche anche un
consistente
supporto „militare.“.44
“In particolare, sono state delineate le attività
illecite del gruppo
„ndranghetistico di Catanzaro, retto da Anselmo Di Bona,
e le sue
interazioni con la componente rom del capoluogo,
capeggiata da Domenico
Bevilacqua e da Cosimino Abbruzzese. Proprio i
privilegiati rapporti di
quest.ultimo con il Di Bona hanno portato ad un
contrasto, maturato
nell’ambito delle attività estorsive, tra Domenico
Bevilacqua ed il gruppo
dei “gaglianesi”, a fianco del quale è intervenuta la
cosca „Arena.“.45
3.3 La zona ionica
Per quanto concerne la costa ionica che va da Guardavalle
a Botricello,
permane l’egemonia dei “Gallace-Novella” di Guardavalle
(…), che vanta
proiezioni operative nel Lazio, in particolare ad Anzio
(RM) e a Nettuno
(RM), dove sono state anche operate notevoli confische di
beni immobili.
“Nel comune di Borgia, dopo il decesso per cause naturali
di Antonino
Giacobbe, capo indiscusso dell’omonima cosca, elemento di
vertice
nell’area del paese sembrerebbe Giulio Cesare Passafaro,
già inserito nella
cosca “Giacobbe”, mentre nella zona marina i referenti
criminali
rimangono i “Pilò–Cossari”, che vantano legami con
personaggi di spicco
della criminalità crotonese e delle Serre”.46
“Nel comune di Soverato emerge la cosca “Sia”, che
controlla i comuni di
Montauro, Montepaone, Gagliato e Petrizzi. I boss “Sia”
sono legati ai
“Costa” di Siderno (RC), ai “Vallelunga” di Serra S.
Bruno (VV) e ai
“Procopio-Lentini” di Satriano (CZ).
46 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007” – pagg. 20-
21
47 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
48 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007” – 21
49 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
I principali gruppi che operano in tale area risultano
anche avere
collegamenti con narcotrafficanti attivi a Milano, Roma e
Torino”.47
“Le dinamiche criminali della presila catanzarese (nell’area
di Petronà e
Sersale - n.d.r.) risentono della storica
contrapposizione tra le cosche
“Bubbo” e “Carpino”, da anni impegnate in una sanguinosa
faida per il
controllo dell’area di Petronà. Nel quadro delle alleanze
contrapposte, i
“Carpino” sono da tempo vicini agli “Arena” di Isola di
Capo Rizzuto
(KR), mentre i “Bubbo”, legati al defunto Sergio
Iazzolino, ucciso in un
agguato mafioso il 5 marzo 2004, risultano vicini ai
“Nicoscia”.48
“A Belcastro, Taverna, Albi e Magisano operano i gruppi
“Pane-Iazzolino”
e “Pisani”, strettamente collegati ai “Grande Aracri” di
Cutro (KR). Mentre
a Botricello insiste la presenza del gruppo “Scumaci”,
pur colpito, nel
maggio 2003, da numerose sentenze di condanna”.49
4. Provincia di Cosenza
4.1 Il capoluogo
Il panorama della „ndrangheta nella provincia di Cosenza
è attualmente
caratterizzato da un processo di mutamento degli
equilibri tra le cosche,
benché non si registrino - come sovente avviene in
situazioni del genere -
episodi di evidente conflittualità.
Nel capoluogo, i principali esponenti dei gruppi
criminali attivi, i “Rua.”, i
“Perna-Pranno”, i “Bruni” e i “Cicero”, sono attualmente
detenuti anche a
seguito di due operazioni (“Missing” e “Missing 2”) che, nel
2006 e nel
2007, hanno attribuito loro (ma anche ad alcuni esponenti
delle cosche
“Muto”, “Calvano “ e “Serpa”, rispettivamente di Cetraro,
San Lucido e
Paola) la responsabilità di oltre 40 fatti di sangue
perpetrati nelle due
guerre di mafia avvenute a Cosenza a cavallo tra il 1977
ed il 1994.50
50 La presenza del noto latitante reggino Pasquale
Condello tra i destinatari dei relativi provvedimenti,
ritenuto responsabile del duplice omicidio di Giuseppe
Geria e Valente Saffioti, consumato in Scalea,
evidenzia i reciproci scambi di favori tra la „ndrangheta
reggina e le cosche attive nel nord della
Regione.
51 Ad essi è da attribuire l’eclatante rapina avvenuta il
2 ottobre 2006, sullo svincolo autostradale di
Lauria Nord, nel potentino, in pregiudizio di un furgone
della ditta “La Ronda”, addetta al trasporto
ed alla consegna di denaro e plichi bancari e postali.
Questo ha consentito al cosiddetto clan degli “zingari” -
così denominato
perché composto da soggetti di etnia rom divenuti da
tempo stanziali e a
pieno titolo inseriti nella „ndrangheta - di assumere il
sopravvento nella
gestione del traffico di sostanze stupefacenti, pur
evidenziando
contestualmente una vocazione verso gli assalti ai
furgoni portavalori.51
Fino alla metà del 2006, è stata registrata una sorta di
alleanza tra il gruppo
degli “zingari” di Cosenza (i “Bevilacqua” e gli
“Abruzzese”) e quello di
Cassano allo Ionio, per l’imposizione di estorsioni a
commercianti ed
imprenditori, aumentate dall’inizio di quell’anno”.
In definitiva dunque la peculiarità e la pericolosa
anomalia di Cosenza è
tutta in questo ruolo di importanza sempre crescente di
cosche formate da
soggetti di etnia rom.
4.2 Area ionica
“Per quanto concerne l’area della sibaritide, a Cassano
Ionio si
fronteggiano l’organizzazione criminale dei
“Forastefano”, al momento
egemone, ed il gruppo degli “zingari” legati alla cosca
“Farao-Marincola”
di Cirò e capeggiato da Francesco Abbruzzese,
recentemente scarcerato.
Questo evento potrebbe riattualizzare lo scontro armato
con i rivali,
acutizzatosi nel 2003, con l’esecuzione di numerosi
omicidi tra i due
schieramenti.
La cosca “Forastefano” ha rafforzato il proprio prestigio
in tutto l’alto
Ionio, estendendo il proprio controllo al locale mercato
degli stupefacenti,
alle estorsioni nei confronti degli imprenditori e
commercianti nonché
all’usura. Il sodalizio opera anche nelle truffe nel
settore agricolo,
attraverso alcune società acquisite con proventi
illeciti”.52
52 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007” – 23
53 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
“Il gruppo degli “zingari” di Cassano allo Ionio
(residenti nella frazione di
Lauropoli), è dedito alle estorsioni, allo spaccio di
sostanze stupefacenti e
agli assalti ai furgoni portavalori, tessendo rapporti di
“affari” anche con
organizzazioni attive fuori della provincia di
Cosenza”.53
“Di rilievo è anche il legame tra le organizzazioni della
sibaritide e le
potenti organizzazioni criminali albanesi, già ampiamente
riscontrato
nell’ambito dell’operazione “Harem” (…) dalla quale sono
emersi reciproci
contatti finalizzati all’approvvigionamento di
stupefacenti ed armi a prezzi
competitivi da parte degli “schipetari” che, in cambio,
possono gestire lo
sfruttamento della prostituzione nella zona con l’appoggio
delle locali
cosche“.54
54 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007” – 24
55 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
56 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007” – 23
57 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007 - 23
58 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007 - 24
“Sempre nella sibaritide, si registra l’operatività a
Cariati ed a
Mandatoriccio della cosca „Critelli.”.55
“Nell’area di Castrovillari, le cosche “Recchia” ed
“Impieri” si contendono
il controllo del territorio e la gestione delle attività
estorsive”.56
“A Rossano, opera un cartello criminale composto dai
“Morfò” e dagli
“Acri-Galluzzi”, attualmente guidati da Acri Nicola,
anch.egli legato agli
“zingari”.
A Corigliano Calabro il clan storicamente prevalente è
quello dei “Carelli”
- di cui è capo indiscusso Santo Carelli, detenuto da
anni in regime
differenziato - usciti vittoriosi dallo scontro sostenuto
sul finire del 2000
con i “Portoraro” di Cassano allo Ionio”.57
4.3 Area tirrenica
“Sul versante tirrenico della provincia, nella zona
compresa tra Cetraro,
Praia a Mare e Diamante, opera incontrastata la cosca
“Muto”,
storicamente legata alle famigli del capoluogo, di cui si
conoscono i
tentativi di infiltrazione nei settori economici e degli
appalti“.58
La cosca “Muto”, che fa capo a Francesco Muto, detto “il
re del pesce”, fin
dagli inizi degli anni „80 ha mantenuto il controllo
pressoché esclusivo
della detta zona dell'alto Tirreno cosentino, traendo
enormi profitti dalle
estorsioni imposte nella commercializzazione del pesce.
Il 6 settembre 2004, l’operazione “Starpice 3-Azimut”, ha
portato in
carcere 70 persone affiliate al clan il cui capo, tornato
in libertà nel mese di
marzo del 2003, dopo avere scontato una condanna a dieci
anni di
reclusione per associazione mafiosa, secondo quanto
emerso dall’inchiesta,
avrebbe continuato a gestire gli affari della sua cosca
anche durante il
lungo periodo di detenzione, in particolare nei settori
dell'usura, delle
estorsioni e del traffico di droga.
La cosca - approfittando del vuoto di potere
determinatosi a causa degli
arresti dei boss cosentini che un tempo controllavano le
attività illecite in
città - avrebbe esteso negli ultimi anni il proprio
potere anche nel territorio
di Cosenza, inserendosi nelle estorsioni ai danni degli
imprenditori edili del
capoluogo (che hanno appaltato lavori per milioni di euro
approfittando
delle possibilità offerte dal nuovo piano regolatore),
nel settore dell’usura e
gestendo direttamente attività imprenditoriali nel
settore delle costruzioni.
“Nella stessa area dell’alto Tirreno cosentino, si
registra l’operatività delle
seguenti, ulteriori “famiglie”: nella zona di San Lucido
i “Calvano” ed i
“Carbone”; nel comune di Fuscaldo i “Tindis”; ad Amantea
i “Gentile” ed i
“Besaldo”; a Paola i “Serpa” oltre agli “Scofano-Martello”,
che sarebbero
costituititi da una frangia dissidente del clan
“Serpa”..59
59 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
5. Provincia di Crotone
5.1 L’invasione dell’economia
Il crotonese è caratterizzato storicamente da una
capillare presenza
mafiosa. Le cosche della zona, nonostante i colpi subiti
negli ultimi anni,
sono ancora fortemente strutturate e capaci di trattare
affari illeciti con le
più importanti „ndrine delle altre province calabresi -
da quelle reggine a
quelle della sibaritide e dell’alto Ionio cosentino -
oltre che mantenere
ramificazioni operative ed imprenditoriali fuori dalla
regione e all’estero.
Si tratta di organizzazioni capaci di una.articolata
gamma di attività
criminali, dal traffico di stupefacenti al racket delle
estorsioni e proiettate
sul controllo di attività economiche legali nel settore
agricolo e in quello
turistico, particolarmente organizzato lungo le coste
della provincia. Una
particolare e diffusa versione della pratica estorsiva
sperimentata in questa
provincia consiste nell’imposizione di manodopera da
parte mafiosa.
“Le ingerenze nel sistema degli appalti sono appannaggio
delle cosche di
maggior consistenza criminale che cercano, così, di
reinvestire i proventi
delle attività illecite penetrando il mondo economico
legale, in special
modo quello legato alla realizzazione di opere
pubbliche”.60
L’azione delle cosche crotonesi nei confronti degli
operatori economici è
asfissiante, quanto la capacità di penetrazione nelle
amministrazioni locali,
per assicurarsi il controllo delle attività edilizie, dell’urbanistica,
delle
attività commerciali e imprenditoriali. Si collocano in
questo quadro gli
attentati e le intimidazioni a rappresentanti delle
istituzioni e degli enti
locali; come sono da ricondursi verosimilmente ad
attività estorsive, di
controllo e condizionamento del tessuto produttivo, gli
incendi agli
stabilimenti Eta-Fuelco di Cutro e Biomasse S.p.A. di
Crotone e di
Strongoli.
60 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
61 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007” – 25
In tale contesto, “lo sviluppo del progetto
“Europaradiso”, che prevedrebbe
la realizzazione in Località Paglianiti di Crotone del
più grande complesso
residenziale turistico del Mezzogiorno, su di un.area di
1.200 ettari di
macchia mediterranea prospiciente al mare, parrebbe aver
stimolato
l’interesse delle famiglie crotonesi. Al momento è stato
apposto il “veto”
da parte della Regione Calabria, poiché l’insediamento
include la foce del
fiume Neto, indicata come oasi naturale ed inserita in
una zona a protezione
speciale con un vincolo di tutela comunitario imposto dall’Unione
Europea
e recepito anche in ambito nazionale”.61 Si tratterebbe
di un colossale
affare non solo per quanto riguarda la realizzazione del
complesso ma
anche per il successivo controllo delle attività ad esso
collegate.
I contorni dell’intera operazione hanno suscitato l’attenzione
degli
investigatori, trattandosi di investimenti per 5/7
miliardi di euro. La stessa
relazione annuale del dicembre 2006 della D.N.A.
evidenzia i rischi e le
ambiguità del progetto e della società che dovrebbe
realizzarlo, la
“Europaradiso International S.p.A.”, costituita il 10
novembre 2004, con
sede a Crotone, il cui amministratore unico, Appel Gil, è
anche
amministratore unico della “Europaradiso Italia s.r.l’”,
costituita lo stesso
giorno e con la stessa sede in Crotone. Il suddetto
amministratore,
considerato un “imprenditore molto aggressivo”, secondo
la citata
relazione della D.N.A., è attualmente imputato per
corruzione in Israele.
5.2 Il capoluogo
“Nel capoluogo, la situazione criminale appare stabile,
stante il predominio
incontrastato della potente cosca dei
“Vrenna-Ciampa-Bonaventura”, con
attività nel mondo economico, degli appalti e dei servizi
pubblici, anche
attraverso la preventiva attività di “imbonimento” svolta
a livello locale per
il procacciamento di voti in occasione di consultazioni
elettorali comunali,
come accertato in passato.62
62 Da attività investigative è emerso che una ditta
facente capo ai “Ciampa.”, poi confiscata, nel 2003
aveva vinto la gara di appalto per il prolungamento della
pista dell’aeroporto di Reggio Calabria,
evidenziando capacità di relazionarsi con le più
influenti cosche reggine.
63 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
“Le cosche operanti nel capoluogo mantengono legami nella
provincia con
i “Farao-Marincola” di Cirò e con i “Grande Aracri” di
Cutro”.63
Nella frazione Papanice del capoluogo è attiva la cosca
“Megna” (collegata
ai “Vrenna-Ciampa.”), distinta in due fazioni facenti
capo, l’una a Megna
Luca, figlio del boss storico Domenico Megna, detto
“Mico”, l’altra a
Pantaleone Russelli, scarcerato per indulto nell’agosto
2006.64
5.3 Tra la Sila e il mare
64 Il gruppo facente capo a quest.ultimo, attualmente, è
quello più attivo nel settore delle estorsioni.
Allo stesso sarebbero ascrivibili gli atti intimidatori
perpetrati in danno di esercizi commerciali del
capoluogo, anche al fine di acquisire il controllo su
tutto il territorio della città a scapito della cosca
dei “Vrenna”, che sembra in lento declino.
65 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
66 Lo scontro fra gli Arena e i Nicoscia, sin dal 2003 ha
fatto registrare gravi eventi delittuosi (omicidi,
danneggiamenti con colpi di arma da fuoco e mediante
incendi, con finalità estorsive o di
intimidazione di pubblici amministratori e di
rappresentanti istituzionali), acuitisi a seguito del
ritorno in libertà di alcuni esponenti di spicco degli
“Arena”, tra cui Carmine Arena (ucciso nel 2004
con l’utilizzo di un bazooka e di kalashnikov, mentre si
trovava a bordo della propria autovettura
blindata) che aveva cercato di ricompattare il sodalizio
attraverso l’eliminazione fisica degli
avversari, finalizzata alla riconquista del predominio
territoriale ed al tentativo di indebolire i
“Grande Aracri”, per convincerli, quanto meno, ad un
rapporto di non belligeranza.
“Il contesto generale del fenomeno criminale mafioso
della provincia
manifesta periodiche instabilità, specialmente nell’area
del Comune di
Isola Capo Rizzuto, ove si sta assistendo, a fronte di un
indebolimento
degli “Arena”, al consolidamento dei “Nicoscia” che,
forti dell’alleanza
con altre famiglie locali e del sostegno fornito dal clan
“Grande Aracri” di
Cutro, operano nei settori degli stupefacenti e delle
estorsioni,65 con una
forte proiezione in attività economiche, specie nel
settore del turismo, che
rappresenta una delle principali fonti di reddito della
costa.66
L’arresto, il 12 marzo 2006, dei fratelli Corda, Vincenzo
e Paolo, latitanti
di primo piano della cosca “Nicoscia-Corda-Capicchiano”,
potrebbe aver
generato un accordo tra le due cosche rivali, finalizzato
all’instaurazione di
un.alleanza o quanto meno di una pace fra le due suddette
cosche in
conflitto.
“Nell’area di Cutro, è egemone la cosca “Grande Aracri”,
retta da Ernesto
Grande Aracri ma facente capo al boss detenuto Nicolino
Grande Aracri.
La famiglia è una delle più potenti del crotonese e
presenta ramificazioni in
Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna,67 con proiezioni in
Germania. E.
stata protagonista, nel recente passato, di un violento
scontro con la cosca
“Dragone”, anche in ragione delle rispettive alleanze con
i “Nicoscia” e gli
“Arena” di Isola Capo Rizzuto.
67 Con l’operazione “Grande Drago”, eseguita il 21
ottobre 2005, è emersa tutta la potenzialità
criminogena della cosca, ben capace di esportare i suoi modelli
operativi anche in realtà avulse da
contesti di „ndrangheta, come la provincia di Reggio
Emilia ove suoi affiliati ponevano in essere
attività finalizzate principalmente alla raccolta di
“fondi” tra gli imprenditori operanti nel settore
edile, loro corregionali, i quali, opportunamente
sollecitati con “imbasciate”, contribuivano al
finanziamento dell’organizzazione criminale, tramite
dazioni di denaro contante o sub-appaltando a
ditte vicine alla cosca, operanti nello stesso settore,
lavori di sbancamento, demolizioni e forniture di
materiali inerti nei vari cantieri edili della provincia
reggiana.
68 Il sodalizio nel recente passato si sarebbe scisso in
una fazione facente capo a Vincenzo Comberiati,
capo storico della consorteria, scarcerato dopo lunga
detenzione, facendo registrare gli omicidi di
Gaetano Covelli (13.8.2003) e di Mario Francesco Garofalo
(28.9.2003), inseriti nei “Garofalo”. In
tale contesto sarebbero altresì maturati gli omicidi del
pregiudicato Salvatore Esposito (7.5.2005),
ritenuto contiguo ai “Garofalo -Mingacci” e di Floriano
Garofalo (8.6.2005), elemento di spicco
dell’omonima cosca.
69 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
70 Vedi “ordinanza di custodia cautelare in carcere n.
50287/04 R.G.N.R. e n. 145/05 R.G. GIP, emessa
il 17 gennaio 2008 dal G.I.P. presso il Tribunale di
Milano, Dr. Guido Salvini” – 37.
Ai “Grande Aracri” somo collegati i
“Comberiati-Garofalo”68 di Petilia
Policastro (fortemente insediati in Lombardia), i
“Ferrazzo” di Mesoraca e
singoli esponenti della criminalità organizzata dei
comuni di
Roccabernarda e San Mauro Marchesato”.69
Affiliati alla cosca “Grande Aracri” sono presenti in
Emilia Romagna, in
particolare a Parma, Reggio Emilia e Piacenza, con forti
interessi nel
settore dell’edilizia e nella gestione di bische
clandestine.
I “Ferrazzo” vengono definiti da una sentenza della Corte
d.Assise di
Catanzaro depositata il 24.03.2004 quale “sodalizio della
„ndrangheta
calabrese, composto da numerosi affiliati, gravitante a
Mesoraca, con
ingerenze nei lavori pubblici eseguiti nelle zone
limitrofe e proiezioni
criminali (rapine, traffico di armi e droga) in Lombardia
e a Lavena Ponte
Tresa, nonché in altri comuni del confine italo-svizzero
e nella stessa
Svizzera”.70
In ordine, alle loro proiezioni estere, il 17 gennaio
2008, il G.I.P. presso il
Tribunale di Milano, traendo spunto dagli esiti di
diverse indagini condotte
a partire dal 2003 in Svizzera e in Italia, ha emesso
un.ordinanza di
custodia cautelare in carcere a carico di nove persone
(tra cui un avvocato
milanese esperto in materia finanziaria), le quali,
agendo in favore e per
conto della suddetta cosca, avrebbero realizzato un.imponente
attività di
riciclaggio, allestendo in Svizzera, dalla fine degli
anni .90, una sofisticata
macchina di ripulitura di somme di denaro provenienti
dalle attività
criminali.
“Nella frazione San Leonardo di Cutro, sono presenti il
gruppo “Mannolo”,
guidato da Alfonso Mannolo71, noto per i forti interessi
manifestati in
passato nel settore del traffico di sostanze
stupefacenti, e quello dei
“Trapasso”, retto da Giovanni Trapasso72, collegato agli
“Arena” di Isola.
71 In data 27 luglio 2006, su disposizione della
competente A.G., veniva eseguito nei suoi confronti un
provvedimento di sequestro e successiva confisca di beni,
rientranti nella sua disponibilità anche
attraverso prestanome, per un valore complessivo di €
2.220.000,00 circa.
72 In data 23.12.2006 è stato eseguito nei suoi confronti
un provvedimento di sequestro e successiva
confisca di beni rientranti nella sua disponibilità, per
un valore di € 3.000.000,00.
73 In tale quadro, si inserisce l’omicidio di Antonio
Fortino (avvenuto il 22.1.2006 a Ciro. Marina),
pregiudicato per associazione di tipo mafioso ed
appartenente alla cosca “Farao-Marincola”, mentre
la recentissima scarcerazione (nel dicembre 2006, dopo un
lungo periodo di detenzione) del boss
storico cirotano Cataldo Marincola, di anni 45,
attualmente latitante, rappresenta un.incognita sugli
equilibri raggiunti all’interno della consorteria, anche
in relazione all’omicidio di un suo uomo di
fiducia, Natale Bruno, avvenuto nel 2004. A ciò si
aggiunga, quale ulteriore fattore di disequilibrio,
che il 25/5/2007 l’Arma dei Carabinieri ha tratto in
arresto esponenti della “locale” di Cirò, tra i quali
Giuseppe Farao, ritenuto capo dell’omonima cosca, per
rispondere, a vario titolo, di detenzione e
spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione illegale di
armi ed estorsione.
74 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
A Cirò, continua ad essere egemone il clan
“Farao-Marincola”73, in
contatto con le più importanti cosche calabresi, specie
del reggino, e con le
frange del Crotonese e della sibaritide, come i
“Forastefano” di Cassano
allo Ionio. La cosca, collegata anche ai “Giglio-Levato”
di Strongoli, opera
prevalentemente nei settori degli stupefacenti, dell’usura,
delle estorsioni e
del riciclaggio”.74
Presenze di esponenti dei “Farao-Marincola” si registrano
anche in
Lombardia, in particolare nell’area di Varese,
storicamente caratterizzata
dalla presenza di personaggi di origine calabrese, in
prevalenza dediti al
traffico di stupefacenti e che, a partire dal 2005, hanno
preso a manifestare
un particolare attivismo. Il 27 febbraio 2006, a Ferno
(VA), è stato
assassinato il pregiudicato Alfonso Murano, collegato
alla cosca “Farao-
Marincola”.
Esponenti della stessa cosca operano anche in Umbria,
attivi nella gestione
di esercizi pubblici e nello sfruttamento della
prostituzione.
A Petilia Policastro risulta predominante l’organizzazione
criminale retta
da Vincenzo Comberiati, detto “Tummuluni”, attualmente
detenuto.
“Ancora, nella Valle del Neto, nei Comuni di Belvedere
Spinello e Rocca
di Neto, è presente la cosca “Iona”, capeggiata dal boss
detenuto Guirino
Iona, interessata alle estorsioni ed alle infiltrazioni
nei pubblici appalti oltre
che inserita in attività imprenditoriali edili”.75
Per concludere questa sezione, converrà fare un cenno ad
alcuni episodi
criminosi degli ultimi anni che denotano i preoccupanti
livelli di
pericolosità e di spregiudicatezza raggiunto dalle cosche
del crotonese:
75 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
. Il 26 febbraio 2000, a Strongoli, nell’ambito di una
guerra per
determinare nuovi equilibri organizzativi della locale
famiglia Giglio,
killer ad essa affiliati hanno consumato una strage sul
lungomare,
uccidendo quattro uomini, tra i quali anche un anziano
passante, e
provocando il ferimento di tre carabinieri intervenuti
per tentare di
intercettare la loro fuga.
. Il 3 ottobre 2004, alcuni killer tendono un agguato a
Carmine Arena, al
vertice dell’omonima cosca di Isola Capo Rizzuto, lo
uccidono e
feriscono gravemente il cugino, Giuseppe Arena, poi
subentrato
nell’organigramma della cosca. Poiché i due si trovavano
a bordo di
un.autovettura blindata, i killers prima hanno infranto i
vetri a colpi di
bazooka e poi hanno finito le vittime a colpi di
kalashnikov.
. Il 6 agosto 2007, in un ristorante di Cirò Marina,
viene sfiorata la strage:
Giuseppe Pirillo, esponente di primo piano della cosca
Farao-Marincola,
viene ucciso da killer travisati che, dopo aver fatto
irruzione
nell’affollatissimo locale, sparando tra i tavoli lo
uccidono e feriscono
altre sette persone.
6. Provincia di Vibo Valentia
6.1 Il dominio dei Mancuso
Nella provincia di Vibo Valentia appare incontrastato il
predominio dei
“Mancuso” di Limbadi, storicamente legati ai
“Piromalli-Molè” di Gioia
Tauro. Nel mantenere il rigido controllo delle attività
criminali locali si
sono ritagliati, negli anni, ampi spazi nel traffico
internazionale delle
sostanze stupefacenti.
“Le più recenti risultanze investigative hanno
evidenziato che la
tradizionale struttura della famiglia, sempre
riconducibile allo storico
nucleo familiare, si è scissa nella sua compattezza,
dando vita a 3 principali
ramificazioni, a volte in contrasto tra loro ma munite di
autonomia
organizzativa, rispettivamente capeggiate da Diego
Mancuso, Francesco
Mancuso e Cosmo Mancuso.
La potenzialità criminogena della „ndrina, nel suo
complesso, è comunque
confermata. Aree di influenza, oltre che nella provincia
di Vibo Valentia,
sono nel reggino e nel catanzarese, ad Isola Capo Rizzuto
(rapporti con gli
“Arena”), a Lamezia Terme (contiguità con il gruppo
“Cerra-Torcasio-
Giampà”) e in altre parti del territorio nazionale (in
particolare Milano,
Torino, Parma), attraverso le cosiddette „batterie.”.76
76 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
“La pressante azione repressiva che nell’ultimo periodo
ha interessato la
provincia ha determinato una situazione di accentuata
instabilità
“incentivando” cosche di minore rilevanza ad inserirsi in
spazi
tradizionalmente occupati dai “Mancuso”.
Il dato trova riscontro in alcuni omicidi realizzati
negli ultimi anni.
Anche la recrudescenza degli omicidi è verosimilmente da
ricercare nella
gestione delle attività economiche connesse alle
strutture turistiche e di
intrattenimento ubicate sulla fascia litoranea”.77
“Nelle aree della provincia a maggiore vocazione
turistico-alberghiera,
come Tropea e Ricadi, si è evidenziata la famiglia
mafiosa dei “La Rosa”
che ha acquisito sul territorio costiero un ruolo
predominante -
specialmente in relazione al fenomeno estorsivo - forte
anche della stretta
alleanza con l’articolazione dei Mancuso capeggiata da
Cosmo.
77 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007”
78 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
Essa ha consolidato ed ampliato il suo influsso criminale
dal comune di
Tropea, paese d.origine della famiglia, nei comuni di
Ricadi, Parghelia,
Zambrone, Briatico, Porto Salvo, Vibo Marina e Pizzo
Calabro, per il
controllo della gestione e della manutenzione delle
forniture di numerose
grosse strutture alberghiere, nel tentativo di imporre
gli acquisti presso ditte
riconducibili alla cosca”.78
Nel settembre 2006, l’ordinanza di custodia cautelare
frutto dell’indagine
“Odissea”, coordinata dalla D.D.A. di Catanzaro,
ricostruisce l’ascesa della
cosca “La Rosa” di Tropea, satellite dei “Mancuso”, sotto
le direttive dei
quali ha esteso la propria influenza nella maggior parte
dei comuni costieri
del vibonese, gestendo di fatto importanti strutture
turistico-alberghiere
come il “Rocca Nettuno”, “Rocca”, “Garden Resort” e la
discoteca
“Casablanca”. Emerge, inoltre dal suddetto provvedimento,
la capacità
della cosca di infiltrare gli apparati pubblici, anche
allo scopo di ottenere
indebiti finanziamenti e trattamenti giudiziari di
favore, come risulta anche
dall’arresto di un giudice del Tribunale di Vibo Valentia
e di un tecnico
comunale che avrebbe esercitato pressioni su
un.impresa.79
79 Sono stati eseguiti 13 provvedimenti restrittivi – 4
in carcere e 9 agli arresti domiciliari – nonché 3
misure interdittive di pubbliche funzioni, emessi dall’Autorità
giudiziaria, nei confronti di altrettanti
indagati, chiamati a rispondere, a vario titolo, di
corruzione in atti giudiziari, truffa in danno dello
Stato e falso in atto pubblico. L’attività investigativa
ha consentito di identificare, nei destinatari dei
provvedimenti restrittivi, i responsabili di numerose
condotte corruttive attraverso le quali sarebbero
state favorite parti processuali in alcuni procedimenti
svolti nei confronti di consorterie mafiose,
nonché di numerose truffe perpetrate in danno dello
Stato, relativamente a finanziamenti pubblici
destinati in seguito a fini privati. Tra i destinatari
dei provvedimenti figura la Dr.ssa Patrizia
Pasquini, Presidente della Sezione Civile del locale
Tribunale, Achille Sganga, geometra presso
l’ufficio tecnico di Parghelia (VV), Guglielmo Grillo,
funzionario della Regione Calabria
all’assessorato dei Lavori Pubblici, Vincenzo Galizia,
ingegnere capo dell’ufficio tecnico di
Parghelia (VV), nonché avvocati, architetti ed imprenditori
locali.
80 R.O.S. dei Carabinieri – Relazione sulla “Criminalità
mafiosa in Calabria – giugno 2007”
81 S.C.O. della Polizia di Stato - “La „ndrangheta” –
gennaio 2008 – 26
Nell’area in esame si sono inoltre verificati episodi che
confermano
l’interessamento delle cosche nella gestione dello
smaltimento dei rifiuti
solidi urbani”.80
In relazione alle proiezioni nazionali dei “Mancuso”, la
loro presenza in
Lombardia è ampiamente nota. L’11 giugno 2006, a Seregno,
i Carabinieri
di Monza hanno rinvenuto un vero e proprio arsenale
costituito da
numerosi fucili mitragliatori, pistole mitragliatrici,
armi comuni lunghe e
corte, munizioni da guerra e comuni, bombe a mano ed
altro, col
conseguente arresto nella flagranza di Salvatore Mancuso
di Limbadi.
Anche il Servizio Centrale Operativo evidenzia la
presenza di “locali” di
„ndrangheta legati ai “Mancuso” nella provincia di Como e
segnala la zona
del Friuli Venezia Giulia come luogo di operazioni di
riciclaggio
riconducibili alla stessa famiglia .81
La straordinaria capacità dei Mancuso di infiltrarsi e
condizionare la
politica e le istituzioni emerge dall’inchiesta
denominata “Dinasty 2” del
2006 e relativa al progetto INFRA-TUR. Nella vicenda
risalta il ruolo di un
magistrato del Tribunale di Vibo quale socio in affari in
alcuni investimenti
(Il Melograno Village srl) e garante e punto di
riferimento delle cosche
vibonesi. Un vero e proprio sistema di commistione tra
esponenti politici,
imprenditori e rappresentanti del clan Mancuso.
6.2 Gli altri gruppi
“Le altre organizzazioni criminali operanti in ambito
provinciale, sono:
. nel capoluogo, la famiglia “Lo Bianco”, guidata da Lo
Bianco Carmelo,
gravitante nell’orbita del clan “Mancuso”, dedita alle
estorsioni a
esercizi commerciali ed imprenditori, all’usura e allo
scambio elettorale
politico-mafioso.82 E. stata, altresì, individuata una
costola
dell’organizzazione guidata dall’omonimo cugino (cl’
1945), che pur
non entrando in netto contrasto con il resto dell’organizzazione,
agisce
autonomamente sul territorio.
. nella zona di Sant.Onofrio e Stefanaconi, le cosche
“Bonavota”, con
interessi anche nel torinese, e “Petrolo”;
. nella zona di Filadelfia e nei comuni limitrofi di
Polia, Maida, Curinga,
Francavilla Angitola, Pizzo Calabro, San Nicola da
Crissa, Monterosso
Calabro, Capistrano, la cosca “Fiumara-Anello”, nota per
essere stata
coinvolta nel narco-traffico internazionale, sin dai
tempi dell’indagine
“Pizza Connection”;
. nella zona delle Serre Calabre, dove sono soprattutto
diffuse le
estorsioni in danno degli imprenditori boschivi,
principale fonte di
reddito della zona, è egemone la cosca “Vallelunga”
(Serra San Bruno,
Mongiana, Spadola, Brognaturo, Simbario), ma agiscono e
sono
radicate anche le famiglie
“Emanuele-Maiolo-Oppedisano-Ida”
(Gerocarne, Soriano Calabro, Arena, Dasà, Acquaro,
Dinami), avversi
82 Il 6.2.2007 investigatori di quella Squadra Mobile
hanno eseguito un fermo di indiziato di delitto,
emesso dalla competente Autorità giudiziaria, nei
confronti di 23 tra elementi di vertice ed affiliati ai
“Lo Bianco”, per rispondere, a diverso titolo, dei
delitti di associazione di tipo mafioso, estorsione,
usura, detenzione abusiva di armi ed altri gravi reati.
Le indagini hanno consentito di svelare ruoli,
modalità e strategie del potente clan, nel
condizionamento del regolare andamento economico
dell'area attraverso indebite ingerenze nel settore degli
appalti pubblici e, più in generale, nei diversi
ambiti commerciali della provincia, attraverso violente e
sistematiche estorsioni. Tra i destinatari del
provvedimento, il capo clan Carmelo Lo Bianco. Nelle
indagini è, infine, emerso il coinvolgimento
dell' On.le Antonio Borrello dell'Udeur, già assessore
alla forestazione, che di recente ha assunto la
carica di vice presidente della regione Calabria. Lo
stesso, raggiunto da un avviso di garanzia, è stato
indagato per scambio elettorale politico mafioso, poiché
avrebbe richiesto alla "famiglia" Lo Bianco
appoggio elettorale alle ultime elezioni amministrative
in cambio di una contropartita economica.
ai “Loielo-Gallace”; “Mamone” e “Nesci-Montagnese”
(Fabrizia);
“Tassone” (Nardodipace); “Oppedisano” (Dinami);
. nel comprensorio del Monte Poro (Comuni di Spilinga,
Zungri,
Rombiolo, Drapia e Zaccagnopoli), la cosca
“Accorinti-Fiammingo”,
referente dei “Mancuso”;
. nel Comune di Filandari, la cosca, di rilevanza minore,
dei “Soriano”;
. a Briatico la cosca “Accorinti” (diversa da quella
attiva in Monteporo,
ma ad essa legata da vincoli di parentela);
. a San Gregorio d.Ippona la cosca “Fiarè.” guidata da
Rosario Fiarè,
collegata ai "Mancuso";
. a Mileto e San Calogero i “Pititto”, sono i referenti locali
dei
„Mancuso.“.83
83 S.C.O. della Polizia di Stato – Relazione sulla
„ndrangheta – 30 giugno 2007
Di fatto, anche attraverso i legami nei diversi comuni, e
le relazioni nei
diversi campi di attività sia lecita che illecita, la
cosca dei Mancuso esercita
una diffusa egemonia su tutta la provincia.
CAPITOLO IV
Metafore della modernità
1 Il fallimento dello sviluppo
Percorrendo la Calabria dal Pollino allo Stretto,
zigzagando tra le
interruzioni dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria e
“gustando” i tempi
lunghi imposti da lavori in corso infiniti, si può
toccare con mano l’effetto
del processo distorto di modernizzazione che negli ultimi
trent.anni ha
trasformato il paesaggio sociale e produttivo della
regione.
Capannoni industriali abbandonati e luccicanti centri
commerciali, coste
stuprate dall’abusivismo e dalla cementificazione
selvaggia, campagne
moderne e ordinatamente coltivate ed ettari di fondi
abbandonati, rare isole
produttive modernamente attrezzate e reperti di
archeologia industriale,
usurati dal tempo, testimoni di uno sviluppo promesso e
mai arrivato.
Nonostante l’impegno politico e finanziario profuso nei
decenni - dalla
Cassa per il Mezzogiorno a tutta la politica degli
interventi straordinari -
uno sviluppo armonico della realtà calabrese continua a
rimanere una
chimera, un obiettivo il cui conseguimento spesso si
allontana di pari passo
con l’avanzare di programmi e progetti di investimento,
inesorabilmente
frenati anche dalla presa che la „ndrangheta mantiene sull’intera
economia
della regione.
A fronte della fragilità e permeabilità dell’apparato
politico amministrativo
e della lentezza con cui procedono gli interventi volti
ad una sua
razionalizzazione e ad un miglioramento della sua
efficienza, la
„ndrangheta ha manifestato, al contrario, una rapida
capacità di adeguarsi
alle trasformazioni intervenute nel contesto economico e
sociale.
Forte del suo atavico radicamento territoriale, mantenuto
costante nel
tempo, ed irrobustita da disponibilità finanziarie sempre
maggiori, ha
acquisito una sempre maggiore capacità di condizionamento
ed
inquinamento degli organi ed apparati amministrativi e
politici calabresi.
Esempi emblematici rimangono i casi del porto di Gioia
Tauro e
dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, grandi,
strategiche ed
eternamente incompiute infrastrutture, su cui le cosche
hanno esteso nel
tempo i loro tentacoli sovrastando in alcune fasi il
tentativo di contrasto,
che pure negli anni ha ottenuto significativi risultati.
In entrambi i casi risulta essersi perpetuato il perverso
paradigma in base al
quale le infiltrazioni della „ndrangheta negli appalti e
subappalti per la
realizzazione delle grandi infrastrutture con quanto ne
consegue in termini
di dispersione delle risorse, e di qualità delle
realizzazioni, sono state
favorite nel corso dei decenni dagli accordi stretti, e
spesso raggiunti in via
preventiva, tra le grandi imprese nazionali e i capi
delle più importanti
famiglie mafiose dei territori interessati dai lavori.
Tali patti non si sarebbero potuti stringere in assenza
di un sistema di
connivenze con gli apparati politico amministrativi.
Le indagini svolte e i diversi processi celebrati nell’ultimo
decennio hanno
messo a nudo un diffuso atteggiamento di pressoché totale
assenza di
collaborazione da parte degli imprenditori con le forze
dell’ordine e la
magistratura, oltreché una piena sudditanza alle varie
pratiche estorsive: dal
pagamento del pizzo, all’imposizione delle forniture e
della manodopera,
all’accettazione dell’estromissione da gare di appalto e
lavori in favore di
imprese riconducibili alle famiglie mafiose.
Su tale costume non ha inciso negli ultimi tempi neanche la
posizione
assunta da Confindustria Sicilia, che ha finalmente
approvato un codice
deontologico che prevede l’espulsione delle imprese che
non denunciano la
loro condizione di assoggettamento a Cosa nostra, né la
presa di posizione
dei vertici nazionali dell’organizzazione, che hanno
invitato i loro iscritti a
recidere i rapporti con le organizzazioni mafiose.84
È significativa la circostanza, certamente non casuale,
che proprio
Confindustria di Reggio Calabria sia stata commissariata.
84 Audizione del Presidente Nazionale di Confindustria
Luca Cordero di Montezemolo
85 Relazione D.N.A. 2007
Ma indagini e processi, come sottolineato dalla Direzione
Nazionale
Antimafia,85 hanno evidenziato anche il persistere, di un
grave problema di
infiltrazioni e collusioni tra famiglie mafiose e
pubbliche amministrazioni
locali. Così spiega il meccanismo un.ordinanza del GIP di
Catanzaro del
13/9/2006, emessa nei confronti di appartenenti al clan
Mancuso:
“La struttura in esame, inoltre, secondo quanto emerso
dalle indagini, è
riuscita ad infiltrarsi anche nel settore della pubblica
amministrazione,
pilota l’assegnazione di gare ed appalti pubblici e
quindi beneficia, in modo
diretto o indiretto, delle notevoli risorse finanziarie a
tal fine stanziate.
Dalle indagini è emerso dunque uno spaccato desolante
delle attività
economiche pubbliche o private svolte nel contesto
territoriale
sopraindicato: tutte le più significative ed importanti
realtà produttive e
commerciali appaiono dominate dal potere mafioso che
annienta la libertà
d.iniziativa economica privata, inquina la gestione della
cosa pubblica, in
una parola impedisce il reale sviluppo del territorio le
cui risorse naturali,
lungi dall’essere patrimonio della collettività, in
realtà diventano strumento
di arricchimento e consolidamento dei componenti del
gruppo per cui si
procede” ed ancora “I Mancuso erano soliti infiltrarsi ad
ogni livello sia
economico che politico operando unitamente alle famiglie
Piromalli e
Pesce sulla zona della Piana di Gioia Tauro. In
particolare i Mancuso
controllavano tutto il vibonese....”.
2. Gioia Tauro, Porto Franco
La Commissione Antimafia della XV Legislatura per la sua
prima missione
in Calabria ha scelto simbolicamente di cominciare il suo
lavoro
d.inchiesta con l’incontro nel porto di Gioia Tauro.
Si sono svolte lì le prime audizioni.
Gioia Tauro ed il suo porto rappresentano la metafora di
un processo di
modernizzazione senza sviluppo che ha segnato il corso
della storia della
Calabria da decenni. È alla fine degli anni .60, infatti,
nel vivo di una
straordinaria stagione politica e culturale che animò il
dibattito
meridionalista che ebbe proprio in Calabria protagonisti
straordinari, che si
afferma la prima grande idea di programmazione degli
interventi pubblici.
Da allora, tanto tempo è passato ma forse quella, al di
là delle diverse
opinioni, rimane l’ultima grande idea organica di
sviluppo della Calabria.
Da quel momento sono cambiate le politiche di intervento
verso il Sud al
fine di accorciarne il divario dal resto del Paese.
Rimane però un dato: la
Calabria si colloca agli ultimi posti in tutti gli
indicatori di sviluppo,
economici e sociali.
Una storia di illusioni e disincanto che ha animato
scontri politici e lotte
sociali, dibattiti parlamentari e interessi materiali,
grandi inchieste
giornalistiche ed azioni giudiziarie. Una storia
complessa con tanti
protagonisti e un convitato di pietra: la „ndrangheta.
II porto, progettato negli anni „60 come porto
industriale al servizio del mai
realizzato V° Centro Siderurgico, venne inaugurato solo
nel 1992 e la sua
definitiva destinazione fu quella di terminal-hub per
containers, sulla base
di un progetto dell’imprenditore Angelo Ravano, legale
rappresentante
della multinazionale Contship Italia, che mirava a farne
il principale scalo
di transhipment di containers del Mediterraneo.
Il progetto fu condiviso dal Governo dell’epoca, che
siglò con il Ravano un
apposito “Protocollo di Intesa”.
Ed in effetti l'attività avviata dalla Contship e dalla
sua filiazione
Medcenter Containers Terminal (MCT) si è sviluppata a
ritmo elevato, fino
a far assumere allo scalo, nel 1995, il ruolo leader nel
settore del
transhipment nell’area mediterranea
Le indagini condotte tra il 1996 ed il 1998 dalla Squadra
Mobile e dalla
D.I.A. di Reggio Calabria, confluite nel processo
denominato “Porto”, e
conclusosi con la condanna di numerosi imputati, dimostrano
come
l’interesse e la volontà della „ndrangheta di mettere le
mani sulla
straordinaria occasione di arricchimento costituita dal
Porto si fossero
manifestate ancor prima che il concessionario iniziasse
la sua attività.86
86 Sentenza del Tribunale di Palmi del nei confronti di
Piromalli Giuseppe + 36, imputati
A) per il delitto di cui all'art. 416 bis commi I, II,
III, IV, V, VI C.P. perché si associavano tra loro
nell'ambito della 'ndrangheta della Piana di Gioia Tauro
operante nel territorio dei comuni di Gioia
Tauro, Rosarno e San Ferdinando - articolantesi nelle
'ndrina"Piromalli - Molè" che esercitava il
potere criminale nel territorio di Gioia Tauro,
"Pesce" e "Bellocco", che esercitavano il potere
criminale nel territorio di Rosarno, e tutte anche nel
territorio di San Ferdinando - costituendo
un'organizzazione mafiosa che - avvalendosi della forza
di intimidazione che scaturiva dalle dette
'ndrine e delle corrispondenti condizioni di
assoggettamento e di omertà che si creavano nei citati
territori, ove era insediata la potenza criminale delle
predette affermatasi nel corso del tempo con la
commissione di efferati delitti contro la persona ed il
patrimonio e grazie anche all’ampia
disponibilità di armi, ed operando anche sulla scorta
degli accordi che negli anni '92 e '93, in virtù del
controllo che le dette 'ndrine esercitavano sul
territorio, con le medesime aveva stretto il Presidente
della Contship Italia S.p.a. Ravano Angelo in funzione
dello sfruttamento economico del "Porto di
Gioia Tauro" che ricadeva nell'area dei menzionati
territori - aveva come scopo quello:
di trarre illeciti profitti dalle attività economiche, in
gran parte finanziate dallo Stato e da altri enti
pubblici nazionali e dalla Comunità Europea, connesse
allo sviluppo della detta struttura derivante
dall'accordo di programma concluso tra il Governo
Italiano e la predetta S.p.a. in data 29.7.94, ed
avente per oggetto il completamento del porto, l'inizio
della sua attività e l'adeguamento e
sistemazione della circostante area;
1) di influire sulle decisioni della Pubblica
Amministrazione relative all'assetto territoriale dell'area
interessata e, corrispondentemente, di ottenere il favore
e/o la complicità dei pubblici ufficiali
competenti;
2) di conseguire vantaggi patrimoniali dalle imprese
operanti nel territorio attraverso affidamenti di
lavoro e/o erogazioni di forniture di beni e/o servizi
(da distribuire in base a precisi accordi di
ripartizione territoriale intercorsi tra le dette
'ndrine) ed assunzione di mano d.opera, ovvero
direttamente attraverso la corresponsione di somme di
denaro a titolo di compendio estorsivo;
3) di accaparrarsi fraudolentemente contributi e/o
agevolazioni economico - finanziarie da parte dello
Stato ed altri Enti pubblici, anche attraverso la
partecipazione allo svolgimento delle attività
produttive nell'area portuale e nella circostante zona
industriale;
4) e, comunque, infine, di procurarsi ingiuste utilità.
Molè Girolamo, Albanese Girolamo
B) del reato p. e p. dagli artt. 81, cpv., 110, 112 II°
comma, 56, 629 (in relazione all'art. 628, comma
III°, n. 1 e 3 e 61 n. 7) c.p. e 7, I° comma, L’
203/1991, per avere, in concorso tra loro e con Pepè
Domenico, Sicari Giuseppe, Piromalli Giuseppe, Pesce
Savino, Piromalli Gioacchino, Riso
Vincenzo, Zito Antonio e Zungri Antonio (nei cui
confronti si procede separatamente per questo
reato), ed ignoti, tutti facenti parte di un'associazione
di tipo mafioso, il Molè, il Pepè ed il Piromalli
Giuseppe come promotori della cooperazione nel reato, con
minacce - poste in essere da più persone
riunite - di gravi ritorsioni in caso di rifiuto e
prospettando protezioni in tutti i settori in caso di
accordo (così facendo intendere di gestire il potere
mafioso nella zona, dal che derivava ulteriore
ragione di intimidazione), compiuto atti idonei diretti
in modo non equivoco a costringere la società
«Medcenter», nella persona del suo Vice Presidente Walter
Lugli, e la società «Contship», in
persona del suo Presidente Enrico Ravano, a versare una
tangente corrispondente alla somma di
dollari 1,50 per ogni container scaricato, pari al 50%
degli effettivi profitti conseguiti dalle Società
per ogni container, nonché ad inserire nelle attività dei
servizi portuali società dagli stessi imputati
segnalate (alcune delle quali facenti capo ad essi
medesimi), e così ponendo in essere una
molteplicità di atti diretti a conseguire ingiusti
profitti con danni di rilevante entità per la
Società.Senza riuscire in tale intento per cause
indipendenti dalla loro volontà e precisamente per
l'intervento delle Autorità che interrompevano il
protrarsi dell'azione criminosa.
Con l'aggravante di avere commesso il fatto avvalendosi
delle condizioni previste dall'art. 416-bis
c.p., ovvero al fine di agevolare l'attività
dell'associazione per delinquere di stampo mafioso
denominata «Cosca Piromalli - Molè» di Gioia Tauro, e
della collegata «Cosca Pesce» di Rosarno.
In Gioia Tauro, Rho (MI) fino al 14.4.1997.
Contestualmente già nella fase ideativa del progetto, si
era manifestata la
subalternità alla .ndrangheta della Contship Italia e del
suo leader e
fondatore Angelo Ravano, con l’obiettivo di realizzare
senza ostacoli ed
interferenze il suo progetto imprenditoriale.
Ravano mostrava così di considerare l’organizzazione
mafiosa non un
nemico della libera iniziativa economica, da contrastare
e denunciare, ma
un interlocutore affidabile e necessario a tutela e
garanzia della
realizzazione del proprio progetto imprenditoriale.
Il processo, conclusosi nel 2000, ha dimostrato che la
realizzazione del più
importante investimento di politica-industriale mai
pensato per il Sud, era
stato preceduto da un preventivo accordo tra la
multinazionale diretta
dall’imprenditore Angelo Ravano e le cosche Piromalli –
Molè di Gioia
Tauro e Bellocco – Pesce di Rosarno, allora come oggi
dominanti nella
Piana di Gioia Tauro, unite in un unico cartello e
unitariamente
rappresentate nelle trattative dal boss Piromalli.
La circostanza, peraltro, non può suscitare meraviglia,
poiché da numerose
indagini è emerso come le cosche del reggino, a
differenza di quelle
radicate in altre realtà territoriali, dopo la fine della
guerra fratricida, agli
inizi degli anni novanta, avevano dato vita ad una sorta
di rete federale ai
cui vertici sedevano i capi delle maggiori famiglie, con l’obiettivo
di
gestire e ripartire tra loro gli affari e dirimere
eventuali controversie.
L’accordo prevedeva il pagamento di una sorta di “tassa”
fissa di un
dollaro e mezzo su ogni container trattato in cambio
della “sicurezza”
complessiva dell’area portuale. La cifra potrebbe
apparire irrisoria ma va
rapportata al numero complessivo di containers trattati
annualmente, quasi
3 milioni oggi e circa 60.000 all’epoca, per capire
quanto essa rappresenti
un.enorme fonte di liquidità.
Per gestire l’affare miliardario dell’estorsione alla
Contship, secondo i
giudici del Tribunale di Palmi, le cosche della Piana,
sia le più importanti
che le minori, si erano federate in una sorta di
“supercosca”.
Il progetto non riguardava solo il pagamento della “tassa
sulla sicurezza”,
crescente proporzionalmente allo sviluppo delle attività
della società
portuali, ma anche quello di ottenere il controllo delle
attività legate al
porto, dell’assunzione della manodopera e i rapporti con
i rappresentanti
dei sindacati e delle istituzioni locali.
La „ndrangheta, quindi, coglieva l’occasione che le
consentiva di uscire
dalla sua condizione di arretratezza per divenire
protagonista dinamico
della “modernizzazione” della Calabria.
Il progetto, nonostante l’azione della magistratura, è
stato in parte
realizzato: esso ha portato, infatti, al sostanziale
dissolvimento di
qualunque legittima concorrenza da parte di imprese non
mafiose o non
soggette alla mafia, estromesse dai lavori, dalle
forniture, dai servizi e dalle
assunzioni di manodopera ed ha introdotto elementi di
scarsa trasparenza
nei comportamenti di enti ed istituzioni locali. Tra
questi enti spicca il
Consorzio per lo Sviluppo dell’Area Industriale che, nei
primi anni, era
l’unico organo competente in materia di approvazione di
progetti,
assegnazione di aree, spesa dei finanziamenti etc..
Negli anni a seguire a ciò si sono aggiunti sia la
confusione di poteri e
competenze tra il Consorzio e la costituita Autorità
Portuale sia i
conseguenti conflitti tra i due Enti aggravati dall’assenza
di controlli e di
coordinamento da parte della Regione e degli altri enti
locali.
Dagli elementi raccolti da questa Commissione87 i
problemi evidenziati
sono ancora oggi irrisolti.
Perdura il controllo diretto o indiretto da parte della
„ndrangheta su buona
parte delle attività economiche riconducibili all’area
interessata e la
capacità delle cosche di utilizzare le strutture portuali
per traffici illeciti e
anche leciti, di varia natura.
Permangono ugualmente scelte e comportamenti di poca
trasparenza degli
enti titolari di competenze sull’area portuale e sull’adiacente
area di
sviluppo industriale.
Tale situazione, se non vi si pone rimedio, è
inevitabilmente destinata ad
aggravarsi in relazione agli ingenti investimenti che nei
prossimi anni
interesseranno l’intera area di Gioia Tauro e lo sviluppo
dello Scalo:
- costruzione dell’impianto per la rigassificazione del
gas naturale
liquefatto, cui si accompagnerebbe, la cosiddetta
“piastra del freddo”, con
l’insediamento di aziende manifatturiere e logistiche
legate all’utilizzo del
freddo, sottoprodotto dell’impianto principale;
- piattaforma logistica intermodale, destinata a
sfruttare le grandi aree
disponibili per l’allestimento di molteplici servizi
collegati allo scalo merci,
che verrebbe collegato a differenziate reti di trasporto;
87 Acquisizioni documentali e Audizioni dei soggetti, sia
istituzionali che privati, che hanno avuto
ragione di occuparsi del fenomeno o di entrare in
contatto con lo stesso, Audizioni e relazioni fornite.
- hub automobilistico, destinato ad accogliere i veicoli
esportati in Europa
dalle industrie dell’Estremo Oriente. con relativo
adeguamento di tutte le
strutture oggi esistenti.
Le cosche Piromalli – Molè, Bellocco- Pesce e le altre ad
esse collegate
hanno già dimostrato di non trascurare alcun settore
economico nelle zone
da esse dominate, con una grande capacità di adeguarsi
sia dal punto di
vista strettamente criminale che da quello finanziario ed
imprenditoriale
alle nuove opportunità offerte loro sul territorio.
Le attività di intelligence ed investigative hanno
dimostrato che gran parte
delle attività economiche che ruotano attorno e all’interno
dell’area
portuale sono controllate o influenzate dalle cosche
della Piana, che
utilizzano la struttura anche da scalo per i loro
traffici illeciti.88
Peraltro, come rilevato dalla stessa D.D.A. la fase di
pace che caratterizza
l’attuale momento storico e l’assenza di manifestazioni
eclatanti di violenza
verso le imprese può avere una sola spiegazione: le
cosche hanno deciso di
gestire nel silenzio i grandi affari che si prospettano
nella Piana e di
continuare a sfruttare nel modo migliore il controllo che
esse esercitano sul
porto.
Sempre la D.D.A. di Reggio Calabria, con un.indagine
condotta assieme ai
R.O.S. dei Carabinieri, ha svelato l’esistenza di un
gruppo criminale con
funzionari infedeli dell’Agenzia delle Dogane,
responsabile di controlli
doganali irregolari.
Il circuito delle verifiche doganali e dei servizi di
intelligence e di controllo
dei containers sbarcati – circa 3.000.000 nel 2006 – ha
un.importanza
strategica per il contrasto alle infiltrazioni della
criminalità organizzata.
88 Relazione D.D.A. di R.C. “Analisi e proposte in merito
ad un rafforzamento dei presidi di legalità nel
Porto di Gioia Tauro del 16/3/2007 ( doc. 225.1)
Del resto è l’intera gamma delle attività interne e dell’indotto
a subire il
condizionamento mafioso: dalla gestione dello scalo alle
assegnazioni dei
terreni dell’area industriale, dalla gestione della
distribuzione e spedizione
delle merci al controllo dello sdoganamento e dello
stoccaggio dei
containers.
Ma il porto offre alle cosche anche un.importante
opportunità per
diversificare le proprie attività illecite:89
- Traffico illecito di rifiuti:
l’indagine “Export” del luglio 2007 condotta dalla
Procura della
Repubblica di Palmi ha consentito il sequestro, nell’area
portuale di 135
containers carichi di rifiuti di diversa specie e qualità
diretti in Cina, India,
Russia ed alcune nazioni del Nord Africa.
Si tratta di un.indagine particolarmente complessa che
coinvolge anche le
Procure di Bari, Salerno, S. Maria Capua Vetere, Monza e
Cassino e
riguarda 743.150 Kg. di rifiuti da materie plastiche,
154.870 Kg. di
contatori elettrici, 1.569.970 Kg. di rottami metallici,
10.800 Kg. di parti di
autovetture e pneumatici, 695.840 Kg. di carta straccia.
Rilevantissimo è il
numero delle persone indagate con il coinvolgimento di 23
aziende italiane
operanti nel campo dello smaltimento dei rifiuti.
- Contrabbando di tabacchi:
questa attività sta attraversando, nuovamente, una fase
di espansione, e
contemporaneamente, una fase di trasformazione dei
modelli tradizionali.
La crescita delle vendite illegali di tabacchi coincide
con il generale
aumento dei consumi mondiali – specie delle zone più
povere – frutto
dell’intensa opera di marketing delle multinazionali.
I grandi produttori di sigarette, infatti, vogliono
recuperare, a livello
mondiale, le perdite determinate dalla notevole
contrazione della domanda,
verificatasi negli ultimi anni nei paesi occidentali, e
soprattutto negli
U.S.A., in conseguenza dei successi delle campagne
antifumo e degli
impedimenti legali al consumo sempre più diffusi.
89 Audizione Commissione parlamentare antimafia nella
missione di Reggio Calabria, 23.07.07 8
Il 7 giugno 2006, nove tonnellate di tabacco di
contrabbando di marca
''Bon'', per un valore di un milione e mezzo di euro,
sono state sequestrate
dalla guardia di finanza al termine di un.operazione
condotta nel porto di
Gioia Tauro. Il carico, è stato scoperto all’interno di
un container
proveniente da Jebel Ali (Emirati Arabi) con la motonave
''MSK Detroit''.
Il contenitore carico di sigarette, ma che avrebbe dovuto
trasportare
giocattoli, era destinato in Croazia.
Il 2 agosto 2006 sono state sequestrate oltre sei
tonnellate di sigarette.
Erano nascoste all'interno di un container sempre proveniente
da Jebel Ali
(Emirati Arabi) e con successiva destinazione Salonicco
(Grecia). Il
container doveva contenere ''pannelli di cartongesso'' e
invece sono state
trovate oltre 30 mila stecche di sigarette di marca
''Passport'' per un valore
di oltre un milione di euro”.
- Traffico di sostanze stupefacenti:
Il porto, come evidenziato dall’operazione “Decollo bis”,
rappresenta un
nodo strategico per tutte le rotte mediterranee della
droga.
Questa operazione portava all’emissione da parte del GIP
di Catanzaro di
un.ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 112
soggetti, tra i quali
alcuni esponenti della cosca Pesce di Rosarno. Nell’ambito
della stessa
operazione, nel porto di Salerno venivano sequestrati 541
kg. di cocaina,
importata attraverso la ditta Marmi Imeffe di Vibo
Valentia con
destinazione il porto di Gioia Tauro.90
L„operazione è una delle tante che provano come il porto
nella fase della
massima espansione delle sue attività fosse già
utilizzato dalle „ndrine
come porta d.accesso di ingenti quantitativi di sostanze
stupefacenti.
90 Schede DIA relative ad operazioni condotte nei
confronti di appartenenti alla „ndrangheta.
91 Audizioni Comitato Provinciale per l’Ordine e la
Sicurezza
Anche dalle audizioni degli organi a ciò
istituzionalmente demandati91, è
emerso che nonostante indubbi progressi in tema di
prevenzione e
repressione – rafforzamento dell’apparato di contrasto,
creazione del
Commissariato Straordinario per la sicurezza del porto;
Patto Calabria
Sicura, stipulato tra Ministero degli Interni, Regione
Calabria, Provincia di
Catanzaro, Provincia di Reggio Calabria; Programma
Calabria - l’area
portuale di Gioia Tauro continui a mantenere intatta la
sua problematicità.
E. stato evidenziato, infatti, che il bacino portuale,
che oggi movimenta più
di 7500 containers al giorno su tratte internazionali ed
intercontinentali, e
che presenta enormi potenzialità di espansione, necessita
del potenziamento
dei sistemi di controllo sulle attività che in esso si
svolgono.
Nello specifico, il Prefetto di Reggio Calabria ha posto
la necessità di una
verifica dell’entità – in termini di uomini e mezzi - e
dell’efficacia sia della
presenza di Capitaneria di Porto che della Guardia di
Finanza, in modo da
rendere effettivi e capillari i controlli sui movimenti
di merci in un.area di
così vasta portata, visto che le cosche esercitano un
“pacifico e disciplinato
controllo del territorio grazie al flusso economico
determinato dal sistema
porto anche nell’indotto”, con conseguente “rarefazione
di manifestazioni
violente nella zona”.
Anzi, “l’assenza di attentati o danneggiamenti di alcun
tipo nell’area del
Porto è il chiaro segnale di un controllo che non ha
bisogno di prove di
forza per continuare ad aumentare e consolidare il
proprio potere”.
Tuttavia il contesto descritto potrebbe essere messo in
crisi dall’eclatante e
simbolico omicidio del boss Rocco Molè, capo dell’ala
militare della cosca
Piromalli-Molè, avvenuto nei pressi della sua abitazione,
a Gioia Tauro, il
1° febbraio 2008.
La conclusione cui giunge il Prefetto è indicativa delle
difficoltà anche
degli organi dello Stato nello sviluppo dell’azione di
contrasto: in un
contesto così pervaso dalla presenza mafiosa, inabissata
o dissimulata
all’interno del sistema delle imprese e delle attività
legali, sul piano della
prevenzione generale, l’attività di forze di polizia e
magistratura pur di
elevatissima professionalità, è insufficiente e occorre
attivare una rete di
infiltrazione non convenzionale idonea a raccogliere
informazioni utili su
cui fondare l’opera dei primi.92
Conferma che arriva anche dal Presidente dell’Autorità
Portuale che ha
segnalato due casi inquietanti.
Nel primo caso, nell’ambito di un procedimento
finalizzato al rilascio di
una concessione demaniale pluriennale richiesta dalla
società Meridional
Trasporti, l’Autorità Portuale, dopo avere accertato che
la società risultava
in possesso di certificazione antimafia, acquisiva
un.informazione
prefettizia che, al contrario, segnalava il pericolo di
infiltrazione mafiosa a
carico della stessa, mettendo così a nudo un problema più
generale che
deve far riflettere sull’efficacia reale della stessa
certificazione antimafia.
Nel secondo caso, nel corso di lavori già affidati in
subappalto all’impresa
Tassone – contratto di nolo a caldo – l’Autorità Portuale
acquisiva
informazioni prefettizie che segnalavano il pericolo di
infiltrazioni mafiose
a carico del subappaltatore. La conseguente ingiunzione
all’appaltatore
principale di revocare il contratto di sub appalto,
restava, tuttavia, priva di
effetto poiché la ditta non veniva allontanata dal
cantiere.
La persistente criticità della situazione dell’area
portuale è stata evidenziata
anche dalla D.A.C. (Direzione Centrale Anticrimine) nella
relazione del
gennaio 2008 consegnata alla Commissione, che ha
evidenziato il
riproporsi di segnali allarmanti della persistente presa
delle cosche sulle
intere attività economiche della piana.
Un.inchiesta conclusa nel 2001 portava, infatti, all’emissione
di
un.ordinanza di custodia cautelare in carcere nei
confronti di dieci soggetti
tra i quali Carmelo Bellocco e Antonio Piromalli,
indagati per associazione
mafiosa ed estorsione, ritenuti responsabili di
controllare e condizionare
con tali mezzi la regolarità delle attività incentrate
sul porto di Gioia Tauro.
92 Audizione Comitato per la sicurezza Reggio Calabria
È particolarmente allarmante che nell’area portuale siano
ancora presenti
imprese accertatamente mafiose già individuate nel corso
dell’indagine
“Porto” le quali, ricorrendo al semplice espediente del
cambiamento di
denominazione o ragione sociale, hanno tranquillamente
continuato per
anni, e continuano tuttora, ad operare.
In questo contesto è comunque positivo che sia stato
rinforzato il
dispositivo di contrasto con la creazione di un pool
investigativo composto
da operatori della Sezione Criminalità Organizzata della
Squadra Mobile di
Reggio e del Commissariato P.S. di Gioia Tauro con il
compito esclusivo
di investigare e fronteggiare le infiltrazioni mafiose
nel porto.
La Commissione, pertanto, sulla base dei comuni allarmi
lanciati dai
soggetti istituzionali ascoltati nelle audizioni,
sottolinea il perdurare delle
infiltrazioni mafiose nel tessuto economico ed
imprenditoriale nell’area
portuale e ne evidenzia il peso sociale ed economico, con
una capacità delle
principali cosche della Piana di intessere relazioni
ambigue e pericolose sia
con i soggetti economici che con quelli istituzionali.
In relazione a tale quadro, particolare preoccupazione
suscita il
preannunciato arrivo di ingenti finanziamenti europei,
nazionali e regionali.
Lo stesso Dpef del 2007 ha inserito Gioia Tauro tra le
aree destinatarie di
investimenti particolareggiati.
In questo quadro la Commissione auspica che si determini
il massimo
sostegno alle forze di polizia ed alla magistratura
sviluppando in modo
sempre più efficace l’azione di contrasto anche con un
migliore
coordinamento interforze di tutti i corpi di polizia.
Utile potrebbe essere
l’impegno degli apparati di intelligence, al fine di
acquisire e fornire a
polizia e magistratura informazioni altrimenti
difficilmente disponibili.
Attività da sviluppare comunque in modo trasparente e
sotto il controllo
delle istituzioni parlamentari.
E. altrettanto necessario superare la confusione di
poteri e competenze tra
Enti ed istituzioni territoriali e regionali causa
anch.essa della scarsa
trasparenza dei processi decisionali e punto di fragilità
in cui, come già è
avvenuto, più facilmente si annida il pericolo di
infiltrazioni mafiose.
Infine, diventa sempre più urgente l’istituzione di una
banca dati
centralizzata delle certificazioni e delle informative
antimafia e la stipula di
protocolli che definiscano procedure certe e automatiche
per lo scambio di
informazioni tra la D.N.A., la D.I.A. e il Ministero
degli Interni.
3. La Salerno – Reggio Calabria
Altrettanto emblematico è il caso dell’autostrada A3
Salerno – Reggio
Calabria, l’autostrada mulattiera, eterna incompiuta,
simbolo materiale
della permanenza nel Paese di una storica questione
meridionale e della
precarietà della condizione della Calabria, eternamente
malata,
perennemente in “cura” ma costantemente incapace di
guarire dei suoi mali
strutturali.
L’autostrada, realizzata in meno di dieci anni, tra la
metà degli anni
sessanta e la metà degli anni settanta doveva unire il
Mezzogiorno d.Italia
al resto del Paese ed all’Europa, e rappresentare una
sorta di via d.uscita
dal sottosviluppo e dall’arretratezza.
Per questa sua funzione strategica, considerate le
condizioni sociali delle
aree interessate, la legge 729 aveva previsto anche l’esenzione
dal
pedaggio.
La sua costruzione, sebbene portata a termine in tempi
accettabili in
relazione alla sua lunghezza – oltre 440 chilometri - fu
segnata, fin dalle
prime fasi, dalla presenza delle organizzazioni mafiose e
dal loro
intervento, che ne hanno accompagnato la storia infinita
fino ai nostri
giorni. Come ebbe a sottolineare l’allora Questore di
Reggio Calabria
Santillo, già in quei primi anni „70, le imprese
settentrionali vincitrici degli
appalti si rivolgevano agli esponenti mafiosi prima
ancora di aprire i
cantieri: contraevano così una sorta di precontratto per
garantirsi la
sicurezza e affidare loro le guardianìe, per selezionare l’assunzione
di
personale e assegnare le forniture di calcestruzzo, e le
attività di
movimento terra.
Negli anni l’autostrada, che era stata progettata con
caratteristiche tecniche
rispecchianti la classificazione delle strade dell’epoca,
ha manifestato in
modo sempre più evidente gravi limiti, inadeguata a
sopportare i crescenti
volumi di traffico e l’esplosione del trasporto su gomma.
Questi limiti, assieme all’aggiornamento della normativa
sulle
caratteristiche geometriche delle strade, sulle strutture
in cemento armato,
sulle aree sismiche, sulla stabilità dei pendii e sui
parametri di sicurezza,
hanno reso necessaria la sua riqualificazione.
Così, dal 1997, sono perennemente in corso lavori di
ammodernamento ed
ampliamento della struttura, sostenuti da finanziamenti pubblici
nazionali
ed europei interminabili, con continui incrementi delle
previsioni di spesa e
relativi aggiornamenti dei bandi di gara.
Un affare senza fine di cui non poteva non occuparsi
oltre alla „ndrangheta
anche la magistratura.
La prima inchiesta, denominata “Tamburo” e coordinata
dalla D.D.A. di
Catanzaro,93 nel 2002 portava all’emissione di
un.ordinanza di custodia
cautelare in carcere nei confronti di 40 indagati, tra i
quali imprenditori,
capimafia, semplici picciotti e funzionari dell’Anas. Con
la stessa
ordinanza venivano sequestrate diverse imprese attive nei
lavori di
movimento terra, nella fornitura di materiali edili e
stradali e nel nolo a
caldo di macchine.
93 Ordinanza G.I.P. Catanzaro del 16/11/2002
La seconda, più recente, denominata “Arca” e coordinata
dalla D.D.A. di
Reggio Calabria94 ha portato all’emissione di ordinanza
di custodia
cautelare in carcere nei confronti di 15 indagati. In
questo caso, oltre al
sequestro di diverse imprese impegnate nei subappalti,
tra gli arrestati,
assieme ai capimafia e ai titolari di imprese, compare
anche un sindacalista
della Fillea – Cgil’
Da entrambe le inchieste emerge un vero e proprio sistema
fondato sulla
connivenza delle imprese e sulle collusioni e le
inefficienze della pubblica
amministrazione che, immutabile nel tempo, caratterizza
in Calabria, ogni
intervento pubblico finalizzato alla realizzazione di
grandi opere
infrastrutturali .
E. opportuno precisare che si tratta di procedimenti in
corso e che sui fatti
che ne costituiscono oggetto non è stata ancora emessa
sentenza definitiva
ma, lungi dall’assumere i provvedimenti giudiziari come
fonte di verità
definitivamente sancita, la Commissione può e deve
tuttavia utilizzarne i
dati di maggiore interesse che rappresentano anche i più
recenti elementi di
conoscenza. In ogni caso si tratta di elementi vagliati
dall’autorità
giudiziaria e, al di là dell’iter processuale, di fatti
oggettivamente certi.
Le due indagini hanno preso in considerazione i lavori di
ammodernamento
dell’autostrada riguardanti due distinte aree
territoriali: l’inchiesta della
D.D.A. di Catanzaro ha analizzato i lavori ricadenti nel
tratto Castrovillari
– Rogliano in provincia di Cosenza, la seconda, della
D.D.A. di Reggio
Calabria, i lavori ricadenti nel tratto Mileto – Gioia
Tauro.
Nell’uno e nell’altro, il meccanismo di controllo e
sfruttamento realizzato
dalle diverse organizzazioni mafiose è lo stesso.
94 Ordinanza GIP Reggio Calabria del2/7/2007
Questa omogeneità di comportamenti è stata spiegata dal
collaboratore
Antonino Di Dieco, un commercialista che negli anni aveva
assunto un
ruolo di primo piano nelle cosche del cosentino ed era
poi divenuto il
rappresentante della famiglia Pesce nella provincia di
Cosenza, il quale ha
riferito come tutte le principali famiglie, i cui
territori erano attraversati
dall’arteria autostradale, avevano raggiunto tra loro un
accordo per lo
sfruttamento di quella che costituiva una vera miniera
d.oro.
L’accordo prevedeva una sorta di predefinizione delle
procedure applicabili
ed una ripartizione su base territoriale delle zone di
competenza con i
relativi “pagamenti” secondo il seguente schema riferito
dallo stesso Di
Dieco:
- le famiglie della sibaritide, con quelle di Cirò, per
il tratto che andava da
Mormanno a Tarsia;
- le famiglie di Cosenza, per il tratto che andava da
Tarsia sino a Falerna;
- le famiglie di Lamezia (Iannazzo), per il tratto che
andava da Falerna a
Pizzo;
- la famiglia Mancuso per il tratto che andava da Pizzo
all’uscita Serre;
- la famiglia Pesce per il tratto compreso tra la
giurisdizione di Serre e
Rosarno;
- la famiglia Piromalli per il tratto rientrante nella
giurisdizione di Gioia
Tauro;
- le famiglie Alvaro - Tripodi, Laurendi, Bertuca per il
restante tratto che da
Palmi scende verso Reggio Calabria. Ricostruendo
geograficamente le
tratte si può quindi affermare che i lavori vanno avanti
sotto uno stretto
controllo mafioso. Ovviamente questo non è estraneo all’enorme
ritardo
accumulato dalle imprese per la realizzazione dell’opera
moltiplicando i
suoi costi. Si è così evidenziato una sorta di “pedaggio”
istituzionalizzato,
da casello a casello. Questo è quanto avviene alla fine
degli anni .90.
Vent.anni prima, invece, all’epoca della costruzione dell’arteria,
il
meccanismo denunciato dal Questore Santillo, era il
seguente:
- la „ndrangheta imponeva senza grandi difficoltà alle
grandi imprese
affidatarie degli appalti – dagli atti processuali citati
sono risultate
coinvolte imprese quali la Asfalti Syntex SpA; la Astaldi
Spa; l’A.T.I.
Vidoni – Schiavo; la Condotte SpA; la Impregilo SpA; la
Baldassini &
Tognozzi Spa - le funzioni di capo area o direttore dei
lavori a soggetti
graditi alle cosche, i quali si curavano di mediare le
richieste mafiose e
portarne l’esito a buon fine. Ecco di cosa si trattava:
-pagamento di una percentuale del 3% sull’importo
complessivo dei lavori;
-assunzione di lavoratori in cambio del controllo sui
loro comportamenti.
A riguardo risulta assai significativo che l’ordinanza di
custodia cautelare
abbia raggiunto tale Noè Vazzana, indagato per avere
fatto parte
dell’associazione mafiosa nella sua qualità di sindacalista,
favorendo
l’assunzione di lavoratori del luogo (legando così gli
stessi all’associazione
da un punto di vista clientelare in un.area ad altissimo
indice di
disoccupazione) e garantendo che sui cantieri di lavoro
non vi fossero lotte
o problemi sindacali;
-affidamento dei subappalti a proprie imprese o imprese
da esse controllate,
provvedendo all’emarginazione di quelle non disposte a
rientrare nel
quadro predefinito dalle cosche;
-imposizione di forniture di materiali di qualità
inferiore a quella prevista
dai contratti a fronte di prezzi invariati.
Questo meccanismo, che si è ripetuto del tutto identico a
distanza di anni,
funzionava alla perfezione, in primo luogo, per la
sostanziale adesione
delle imprese appaltanti che, dopo avere trattato e dopo
avere accolto le
richieste estorsive, si davano da fare per farvi fronte
ricorrendo al sistema
delle sovrafatturazioni, o consentendo l’apertura dei
cantieri in subappalto
prima ancora che questi fossero autorizzati dalla
stazione appaltante
principale.
Ma, ciò era possibile, anche per la sostanziale assenza
di controlli quando
non per la connivenza, da parte degli organi ad essi
preposti: in particolare
il Responsabile Unico del procedimento ed il Direttore
dei lavori, entrambi
espressione della Stazione appaltante, in questo caso l’Anas,
Ente Pubblico
Economico (art. 1 dello Statuto D.P.R. 242 del
21/4/1995), che sarebbe
stato obbligato al rigoroso rispetto della normativa in
materia di lavori
pubblici.
Ovviamente il problema delle infiltrazioni mafiose non è
limitato
all’autostrada A3, che pure ne rappresenta il caso
emblematico, ma
riguarda l’intero settore dei lavori pubblici in Calabria
e nella fascia
tirrenica del reggino in particolare, in cui le famiglie
Piromalli –Molè e
Bellocco – Pesce possono vantare una lunga tradizione.
Infatti, come riferito dalla D.A.C. nella relazione
citata, già nell’anno 2002
a conclusione di un.inchiesta della Procura della
Repubblica di Reggio
Calabria, era stata emessa ordinanza di custodia
cautelare in carcere nei
confronti di 43 indagati appartenenti alle cosche
predette, per reati analoghi
a quelli relativi ai lavori autostradali commessi in
occasione di appalti
pubblici per lavori interessanti l’intero versante
tirrenico della provincia di
Reggio.
Nel luglio 2007, a conclusione di un.altra inchiesta
della Procura della
Repubblica di Reggio Calabria, è stata eseguita ordinanza
di custodia
cautelare in carcere nei confronti di 16 indagati,
appartenenti alla cosca
Crea, storica alleata dei Piromalli di Gioia Tauro e
degli Alvaro di
Sinopoli, responsabili, tra l’altro, di avere ottenuto il
controllo di appalti
pubblici nel comune di Rizziconi (RC) attraverso la
diretta assegnazione di
lavori ad imprese riconducibili alla locale famiglia.
Che il problema sia diffuso e radicato e che nessuna
parte del territorio
calabrese né sia esente, è testimoniato inoltre da due
inchieste condotte
dalla Procura Distrettuale di Catanzaro e dalla Procura
della Repubblica di
Paola, che hanno portato al sequestro del porto di
Amantea ed al sequestro
del porto di Cetraro, strutture entrambe controllate
dalla „ndrangheta e non
solo per gli interessi sugli appalti riguardanti il loro
ammodernamento ma
anche per le opportunità che i porti, anche quelli a
vocazione diportistica,
offrono ormai per lo sviluppo dei traffici illeciti.95
Dalla situazione descritta emerge che le cosche,
facendosi esse stesse
imprenditrici, o controllando in modo diffuso e capillare
il settore degli
appalti e dei lavori pubblici e privati, condizionano il
mercato del lavoro,
segnato in Calabria da una debolezza strutturale e di
conseguenza
esercitano un condizionamento sociale diffuso capace di
incidere sui
diversi livelli istituzionali e sulla pubblica
amministrazione.
95 Audizione de Procuratore Aggiunto di Catanzaro Mario
Spagnuolo del 5 febbraio 2008,
CAPITOLO V
Economie parallele
1. Una holding criminale
Non si possono comprendere la forza della „ndrangheta, la
sua diffusione, il
suo radicamento nella regione e l’espansione delle sue
attività al nord ed
all’estero, se non se ne coglie in profondità la natura
di grande holding
economico-criminale. La storia degli ultimi decenni ha
mutato e segnato il
corso di questa evoluzione da mafia arcaica a mafia
imprenditrice a
centrale finanziaria della globalizzazione. Mantenendo
sempre come un
tratto costante, il controllo maniacale, quasi ossessivo,
del territorio e delle
strutture sociali ed economiche ad esso riferite.
Anni di trasformazioni e di interventi per lo sviluppo
segnati da grandi
flussi finanziari dello Stato e dell’Unione Europea
destinati alla Calabria
hanno accompagnato questo salto di qualità, la cui
evoluzione si era già
sperimentata, dopo i primi anni .70, col controllo degli
appalti per
l’autostrada Salerno-Reggio Calabria e l’insediamento
industriale nell’area
di Gioia Tauro.
Per questo vanno colti i nessi tra le dinamiche del
processo di
modernizzazione della Calabria e le ragioni del suo
mancato sviluppo
economico, produttivo, sociale e civile, e in questo
doppio processo va
individuato il ruolo che la „ndrangheta ha avuto nel
drenare risorse
immense aggredendo, attraverso la permeabilità della
macchina
amministrativa e della politica, la cosa pubblica ed il
bene collettivo.
Il Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno
presentato nel 2007,
nella parte che riguarda la Calabria, presenta il quadro
di una regione con
un p.i.l’ pro-capite di 13.762 euro, pari al 54,6% del
p.i.l’ pro-capite del
Centro-Nord Italia, un tasso di disoccupazione di circa
il 13%,
un.economia sommersa, in crescita, pari al 27% e
lavoratori irregolari,
ancora in crescita, per oltre 176.000 unità.
Dallo stesso Rapporto risulta che le imprese che pagano
il “pizzo” nella
regione sono 150.000, la metà del totale delle imprese
esistenti nella
regione, con una punta del 70% a Reggio Calabria.
Qualora corrispondessero alla realtà queste percentuali,
basate su stime
della Confesercenti, preoccuperebbero meno dei dati
relativi ad altre
regioni del Sud (secondo i dati, infatti, un terzo delle
imprese soggette ad
estorsione in Italia ha sede in Sicilia, dove il 70% e
talvolta l’80% delle
imprese è vittima di estorsioni, mentre a Napoli, nel
Barese e nel Foggiano
la quota di imprese soggette rispetto al totale è pari al
50%).
Ma è davvero così?
In realtà, la situazione è di gran lunga peggiore e ciò è
confermato anche
dall’analisi effettuata dai responsabili degli Uffici di
Procura della
Repubblica sulla base delle risultanze giudiziarie.
Basta il dato dell’usura, che secondo il Rapporto Svimez
fa segnare in
Calabria la percentuale più alta di commercianti vittime
del fenomeno in
rapporto ai soggetti attivi: il 30% con 10.500
commercianti coinvolti in
regione.
Ma anche in questo caso, il quadro sembra notevolmente
più preoccupante
se si esaminano i dati emersi dalle indagini
giudiziarie.96
96 Come fornito dagli Uffici di Procura distrettuale di
Catanzaro e Reggio Calabria nel corso delle
audizioni dinanzi a questa Commissione nonché dinanzi
alla 1° Commissione Affari Costituzionali
della Camera dei Deputati, che ha condotto un
approfondimento specifico sulle questioni della
sicurezza delle imprese rispetto alla criminalità
organizzata nell’ambito dell’indagine conoscitiva
“Sullo stato della sicurezza in Italia, sugli indirizzi
della politica della sicurezza dei cittadini e
sull'organizzazione e il funzionamento delle forze di
polizia”.
In particolare, audizione del procuratore nazionale
antimafia e dei procuratori distrettuali antimafia
presso le procure della Repubblica della Campania, della
Calabria, della Puglia e della Sicilia, del
direttore della Direzione investigativa antimafia e di
rappresentanti dell'Associazione nazionale
magistrati, della Confindustria, della Confcommercio e
della Confesercenti, in data 28 novembre
2007.
Nell’ambito del distretto di Catanzaro “è praticamente
inesistente l’impresa
resistente alla criminalità organizzata”.97 Non esiste,
se non in rarissimi
casi, la denuncia spontanea all’Autorità Giudiziaria da
parte delle imprese
vittime della criminalità organizzata semplicemente
perché in alcuni
distretti del territorio -come quello del vibonese- non
esiste la categoria
delle “imprese vittime”. Quando non sono direttamente
colluse, infatti, le
imprese sono acquiescenti alle mire e agli interessi
della criminalità
organizzata98 e ciò avviene in tutti gli ambiti
economici: imprese agricole
(specie nella sibaritide, nell’alto Ionio e nel
crotonese), imprese turistiche
(nel Vibonese e lungo la costa crotonese), imprese
commerciali (nel
lametino), grande distribuzione, ma soprattutto nell’edilizia,
con
un.egemonia mafiosa sull’intero ciclo del cemento.99
Nel settore turistico, il meccanismo viene svelato grazie
ad uno dei rari casi
di collaborazione.
97 Commissione antimafia, audizione D.D.A. di Catanzaro.
98 Come emerge dal processo New Sunrise l’incidenza della
criminalità organizzata nell’economia è tale
che gli imprenditori vibonesi lavorano solo se entrano in
rapporto con la „ndrangheta. Sicchè è difficile
distinguere imprenditori vittime da imprenditori collusi
(Audizione dei magistrati della D.D.A. di
Catanzaro del 5 febbraio 2008).
99 Il dott. Scuderi della Direzione Distrettuale
Antimafia di Catanzaro ha illustrato gli esiti di indagini che
hanno disvelato un crescente interesse criminale nel
lucroso settore dello smaltimento dei rifiuti,
divenuto uno dei più appetibili ambiti di intervento per
le organizzazioni mafiose.
100 Sfociata nel procedimento penale n. 5410/04 iscritto
dalla D.D.A. di Catanzaro.
Il rappresentante di Parmatour SpA in Calabria, con una
denuncia
all’autorità giudiziaria,100 rendeva note le sistematiche
estorsioni in danno
di alcuni villaggi-vacanze in Calabria, di proprietà
della società. I villaggi
turistici erano: il Triton Club di Sellia Marina, Sabbie
Bianche di Parghelia
(Vibo Valentia) e Baia Paraelios pure di Parghelia. Gli
estorsori venivano
indicati come incaricati o appartenenti, per il primo
villaggio, alla famiglia
Arena di Isola Capo Rizzuto e per gli altri due alla
cosca dei Mancuso.
Nello specifico, l’operatore economico spiegava che gli
Arena ritiravano
annualmente la somma di 40.000 euro, oltre ad imporre
varie assunzioni di
parenti ed amici, mentre i Mancuso, preposti al controllo
del “corretto”
svolgimento delle attività, avrebbero lucrato un contributo
del 10% sugli
introiti.
Per inciso, in data 28.11.2007, il GIP di Catanzaro ha
disposto il giudizio
nei confronti dei tre incaricati dei villaggi turistici
oggetto delle estorsioni
per favoreggiamento, aggravato dalla mafiosità, per avere
negato, nel corso
delle indagini preliminari, di avere mai ricevuto
pressioni estorsive.
Sempre legata allo “sviluppo turistico” della costa
ionica reggina è l’ultima
inchiesta, emersa mentre si conclude la stesura di questa
relazione.
Ha portato, tra gli altri, all’arresto dell’assessore al
turismo e all’industria
della Regione Calabria, Pasquale Tripodi.
L’indagine della D.D.A. di Perugia ha svelato una rete di
interessi criminali
–dal settore energetico al turismo ai ricorrenti centri
commerciali-
distribuiti tra Umbria, Calabria e Sardegna.
Colpisce come i terreni scelti per gli investimenti dei
propri capitali da
parte delle mafie, in questo caso „ndrangheta e camorra,
siano sempre gli
stessi, cioè quelli nei quali non solo si possono
ripulire i capitali accumulati
illecitamente –centri commerciali- ma anche quelli più
utili a procacciare
finanziamenti pubblici come gli insediamenti turistici.
Colpisce
dall’inchiesta l’attività degli uomini della „ndrangheta
e delle loro imprese
per inserirsi nel settore dell’energia idroelettrica, uno
campi vitali per lo
sviluppo economico e sociale.
Dirà il prosieguo dell’azione giudiziaria delle dirette
responsabilità penali
dei singoli soggetti coinvolti. La cosa che, invece, non
si può tacere
riguarda la normalità delle relazioni tra un esponente
politico di primo
piano del governo regionale e personaggi a capo o diretta
espressione delle
cosche.
Anche in questo caso non manca il trasformismo: Tripodi è
eletto
consigliere regionale nelle liste dello SDI nel 2000, ma
nel 2005 è rieletto,
e diventa assessore, con l’Udeur prima alle attività
produttive e al personale
e poi al turismo nella prima e seconda giunta Loiero.
L’elemento dell’inchiesta che invece va sottolineato è
rappresentato dal
voluto ritardo da parte dell’amministrazione regionale
nella valutazione dei
progetti da finanziare, per lasciare tempo a società
ancora da costituire di
vedere la luce e di partecipare, col favore del politico
di turno e delle
cosche, all’accaparramento dei finanziamenti pubblici.
E. un meccanismo che purtroppo ricorre sovente, pari a
quello di non far
conoscere i bandi per le gare pubbliche se non nelle ore
precedenti la
scadenza del termine per parteciparvi, favorendo così in
modo
apparentemente legale i pochi predestinati all’accesso al
finanziamento
grazie allo scambio politico-affaristico quando non
direttamente mafioso.
2. Estorsioni e usura
L’incidenza della criminalità organizzata, già notevole
di per sé, diviene
devastante in una regione caratterizzata da un tessuto
produttivo
estremamente debole e da sempre dipendente dalla politica
degli incentivi
statali e dalla gestione dei flussi di finanziamento
pubblico. Purtroppo, in
questo contesto non si è mai espressa una reale volontà
delle imprese di
affrancarsi dalla forza pervasiva della mafia. Tanto è
vero che, per quanto
riguarda il pizzo “pagano tutti, commercianti, artigiani
e imprese”,101 Il
numero delle denunce è relativo, quasi inesistente l’associazionismo
è
ancora debole; le associazioni antiracket sono, infatti,
meno di dieci, a
differenza di quanto accade in altre regioni martoriate
dalla presenza della
criminalità mafiosa.
101 Ha affermato il Procuratore della Repubblica Boemi
nell’audizione a Reggio Calabria dinanzi alla
Commissione Antimafia.
Non è un caso che Confindustria di Reggio Calabria sia
stata
commissariata dai vertici nazionali rendendo ancora più
macroscopica la
differenza con la nuova direzione della Confindustria
siciliana e con le
iniziative da essa adottate.
Né si può tacere la vicenda che interessa l’imprenditore
Raffaele Vrenna di
Crotone il quale, rinviato a giudizio per concorso
esterno e associazione
mafiosa ha chiesto al giudice il patteggiamento ma, nel
silenzio dei vertici
regionali e nazionali dell’associazione, continua a
mantenere la carica di
presidente degli industriali di Crotone e di
vicepresidente degli industriali
della Calabria.
Nel reggino l’usura è diventata ormai una forma di
riciclaggio indiretto
delle risorse incamerate dalle organizzazioni mafiose
attraverso il traffico
di sostanze stupefacenti. Ma non bisogna sottovalutare
anche la “funzione
sociale” che purtroppo l’usura rappresenta su territori
controllati dalle
cosche ed investiti da forti processi di crisi economica,
con le conseguenti
difficoltà delle piccole e medie imprese di restare sul
mercato.
Il sistema di rapporti che lega la „ndrangheta alle
imprese appare così
stretto e generalizzato da non risparmiare neanche le
imprese nazionali che
in Calabria riescono ad aggiudicarsi gli appalti per le
grandi opere
pubbliche, solo in quanto entrano o, peggio, contrattano
di entrare nel
“sistema di sicurezza” affidato alle famiglie mafiose che
controllano il
territorio e garantiscono l’impresa da incidenti e
danneggiamenti in cambio
del 4-5% degli introiti. Un vero e proprio “costo
d.impresa” aggiuntivo.
Secondo le dichiarazioni di uno dei pochi collaboratori
di giustizia vi sono
stati casi in cui gli accordi tra cosche e imprese non si
limitavano a fissare
l’importo dovuto dall’impresa per essere garantita -nel
caso specifico il
5%- ma si occupavano anche di come la stessa potesse
recuperare quella
“spesa indeducibile”. Spesso, tale „recupero. avveniva
con l’assegnazione
di un piccolo appalto per la realizzazione di un.opera di
minor valore.
Casi come questo sono emblematici ma purtroppo non
isolati e dimostrano
quanto i costi della criminalità, alla fine del ciclo, si
ribaltino sempre sulla
collettività.102
3. Pubblica amministrazione
Alle tradizionali forme di arricchimento e di
accumulazione dei profitti la
„ndrangheta coniuga da sempre il proprio primato nella
gestione dei grandi
flussi di denaro pubblico.
Le modalità di accaparramento sono varie (appalti
pubblici, contributi,
frodi comunitarie, truffe in danni di enti etc.) ma hanno
come dato comune
il condizionamento degli amministratori locali e l’inquinamento
della
Pubblica Amministrazione.
Le mani delle cosche sulle attività di carattere pubblico
rappresentano così
un dato costante che spesso assume le forme di una
gestione parallela
dell’amministrazione della res pubblica, attraverso l’elezione
diretta di
sindaci ed amministratori locali o il controllo degli
apparati amministrativi,
dai Comuni alle A.S.L’, dalle Asi alle società miste per
la gestione dei
servizi.
Fondamentale, per la natura stessa della „ndrangheta, è
il controllo delle
istituzioni al livello più immediato del rapporto tra
rappresentanti e
rappresentati.
102 Ancora il dott. Scuderi, nella relazione inviata alla
Commissione, illustra la costituzione di società
“miste” caratterizzate dalla partecipazione dell’amministrazione
pubblica e di imprese private a diretta
copertura mafiosa, creando una vera e propria
compenetrazione delle istituzioni locali con il potere
criminale egemone sul territorio.
È il caso di molti Comuni. Un esempio emblematico è
rappresentato dal
Comune di San Gregorio d.Ippona. Nell’operazione “Rima”
sono stati
arrestati tre consiglieri comunali di opposizione, tra i
quali l’ex sindaco.
L’inchiesta ha evidenziato la capacità della cosca
“Fiarè”, satellite dei
Mancuso, di penetrare nella pubblica amministrazione.
Ancora più
inquietante è la vicenda del Comune di Seminara, situato
tra la piana di
Gioia Tauro e le falde dell’Aspromonte. Alla vigilia
delle elezioni
amministrative del 27 maggio 2007 si tiene un incontro
tra Rocco Gioffrè,
capo della „ndrina di Seminara e Antonio Pasquale
Marafioti, Sindaco
uscente del paese e dubbioso sulla sua ricandidatura: “tu
ti devi candidare –
dice Gioffrè – perché qui decido io e la tua elezione è
sicura. Possiamo
contare su mille e cinquanta voti e sono più che
sufficienti per vincere”.
La previsione si rivela esatta con una precisione da fare
invidia alle
migliori società di sondaggi: la lista del sindaco
Marafioti, una lista civica
di centro-destra, vince con mille e cinquantotto voti.
I due non sanno che la conversazione è intercettata dai
carabinieri e questo
dialogo insieme a tanti altri elementi investigativi, il
17 novembre del 2007
porterà in carcere i due interlocutori e il vice sindaco,
Mariano Battaglia,
l’ex sindaco al tempo del primo scioglimento del comune
nel 1991,
Carmelo Buggè e l’assessore Adriano Gioffrè, nipote del
boss.
L’inchiesta coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria ha
svelato il
controllo completo da parte della cosca Gioffrè sul
comune: dalle attività
economiche gestite a livello locale alle concessioni
comunali, dagli appalti
ai progetti di finanziamento con fondi regionali ed
europei. Come se non
bastasse il “sistema” si estende oltre i confini del
comune. Il sindaco
Marafioti è anche il Presidente del Pit 19 della Calabria
(Consorzio di 10
comuni tutti più grandi di Seminara, amministrati dai più
diversi
schieramenti politici, dal centro-destra al
centro-sinistra) e dispone di fondi
per 20 milioni di euro. Il vice sindaco Battaglia,
invece, è il Presidente del
Consorzio intercomunale “Impegno giovani” che avrebbe il
compito della
diffusione della cultura della legalità nelle scuole, con
un fondo di 850 mila
euro tratti dal Pon – Sicurezza del Ministero dell’Interno.
I clan, secondo i magistrati, non possono perdere
occasioni così ghiotte per
ingrossare le proprie tasche: alle elezioni del 2007
avvicinano uno ad uno
gli elettori, pagano il viaggio degli emigrati per il
voto, scelgono il
Segretario della I° Sezione elettorale che ha il compito
del riepilogo delle
preferenze.
E che dire del Comune di Filandari dove, il controllo del
territorio arriva
“al punto da imporre le tasse sui mezzi di trasporto che
ne attraversano le
strade”.103
Sono solo alcuni esempi di una situazione molto più
diffusa, di quanto si
possa immaginare e di quanto gli stessi media non
raccontino.
Ma in Calabria si arriva anche al paradosso.
Il rampollo della famiglia mafiosa più importante della
Piana, (sentenza del
Tribunale civile di Palmi, del 4 luglio 2007) Gioacchino
Piromalli, di 38
anni, è condannato al risarcimento di 10 milioni di euro
a favore delle
amministrazioni comunali di Gioia Tauro, Rosarno e San
Ferdinando di
Rosarno. E. una sentenza storica frutto della costituzione
di parte civile di
queste amministrazioni al momento di avvio del processo
“Porto”.
Dopo la condanna Piromalli, che è avvocato, dichiara di
essere nulla
tenente e di poter procedere al risarcimento solo
attraverso prestazioni
professionali.
103 Dott. Marisa Manzini, audizione D.D.A. Catanzaro, 5
febbraio 2008
Il Tribunale di sorveglianza, come se nulla fosse e come
se non conoscesse
la reale identità del soggetto, gira la richiesta alle
amministrazioni
comunali interessate che concordano di accettare il
risarcimento come
proposto dal Piromalli, rimettendo comunque ogni
decisione al Tribunale.
La vicenda è ora al vaglio della Procura di Reggio
Calabria che ha inquisito
i tre sindaci e il vice sindaco di Gioia Tauro per associazione
mafiosa “per
aver compiuto un atto non di loro competenza per un tipo
di risarcimento
non previsto dalla legge”.
Al di là delle responsabilità penali resta da chiedere
come sia stato
possibile che tutti i soggetti, Tribunale di sorveglianza
e amministrazioni
comunali, abbiano considerato tutto ciò normale,
rendendosi protagonisti di
una vicenda che ha piegato le istituzioni all’arroganza
della „ndrangheta.
In questo contesto diffuso di degrado politico e della
pubblica
amministrazione purtroppo non sono molti i consigli
comunali calabresi
sciolti per infiltrazione mafiosa e sarebbe utile
analizzarne
approfonditamente le ragioni.
Eppure la storia dello scioglimento dei comuni, in un
certo senso, comincia
proprio nella Piana.
E. il 3 maggio 1991, i telegiornali danno notizia di
quella che verrà
ricordata come la “strage di Taurianova”. Nella cittadina
vengono uccise 4
persone. Ad una di esse viene decapitata la testa e
lanciata in aria diventa
oggetto di un macabro tiro al bersaglio. Il fatto
conquista le prime pagine di
tutti i giornali italiani e stranieri. Il Governo dell’epoca,
nell’ottica
dell’emergenza che ha storicamente contraddistinto la
storia altalenante
della legislazione antimafia, emana il decreto (convertito
in legge nel luglio
del 1991) con il quale si prevede la possibilità di
procedere allo
scioglimento dei consigli comunali o provinciali
sospettati di essere
infiltrati o inquinati dalle cosche mafiose.
Da allora in Italia sono stati sciolti 172 consigli
comunali, dei quali 38 in
Calabria: 23 in provincia di Reggio, 7 in provincia di
Catanzaro, 5 in
provincia di Vibo Valentia, 3 in provincia di Crotone. A
distanza di alcuni
anni, per 3 comuni – Melito Porto Salvo (RC), Lamezia
Terme (CZ) e
Roccaforte del Greco (RC) - si è reso necessario
ricorrere ad un secondo
scioglimento. Questo dimostra come la legislazione
vigente non è
completamente efficace a recidere i legami tra le
organizzazioni mafiose ed
esponenti del mondo politico e come lo scioglimento non
abbia sempre
rappresentato e non rappresenti tuttora un.occasione di
bonifica della
macchina amministrativa che spesso, anche a consigli
comunali sciolti,
continua a garantire le stesse logiche di governo del
territorio, gli stessi
interessi e gli stessi contatti con i boss.
Alcuni comuni tra il 2004 e il 2005 hanno fatto ricorso
al Tar o al
Consiglio di Stato per impugnare il provvedimento di
scioglimento e per 5
di essi il ricorso è stato accolto. Si tratta dei comuni
di Santo Andrea
Apostolo sullo Ionio, Botricello, Cosoleto, Monasterace,
Africo e
Strongoli.
Osservando le dimensioni dei comuni sciolti, Lamezia
Terme, con i suoi 70
mila abitanti, è l’unico di dimensioni elevate e dopo due
scioglimenti (30
settembre 1991 e 5 novembre 2002) ha intrapreso la strada
di una difficile
ricostruzione del tessuto democratico. Seguono altri 2
comuni con una
popolazione sotto i 20 mila abitanti, Melito Porto Salvo
(30 settembre 1991
e 28 febbraio 1996) e Roccaforte del Greco (10 febbraio
1996 e 27 ottobre
2003), tutti in provincia di Reggio Calabria. Gli altri
scioglimenti hanno
riguardato comuni non superiori a 5 mila abitanti quando
non di
piccolissime dimensioni come Marcedusa, Calanna e Camini,
inferiori ai
mille abitanti.
A conferma della gravissima situazione in alcune realtà
il Procuratore
Nazionale antimafia Piero Grasso, nell’audizione del 7
febbraio 2007, ha
affermato: “in certi paesi come Africo, Platì e San Luca,
è lo Stato che deve
cercare di infiltrarsi”, sottolineando così la
sottrazione di intere aree del
territorio calabrese al governo e al controllo delle
istituzioni repubblicane.
Quanto ciò incida non solo sul sistema dei diritti e sul
bene comune ma
anche sulla qualità della vita quotidiana dei cittadini
ha “segni evidenti e
tipici del governo del territorio da parte di
amministratori organici alla
mafia o collusi e dunque caratteristiche comuni alle
amministrazioni sotto
il controllo mafioso sono costituiti inoltre dall’assenza
di piani regolatori,
dell’assoluta inefficienza dei servizi di polizia
municipali, da gravi
disservizi nella raccolta e nello smaltimento dei
rifiuti, dal dilagante e
distruttivo abusivismo edilizio, da gravi carenze nella
manutenzione di
infrastrutture primarie (strade, scuole, asili), da
assunzioni clientelari di
personale, da anomalie nell’affidamento di appalti e
servizi pubblici, ma,
soprattutto, dalle drammatiche condizioni di dissesto
finanziario”.104
4. Finanziamenti europei
In Calabria e nel suo sistema economico-imprenditoriale
tutto dipende dal
sostegno e dai finanziamenti pubblici: dalle imprese
industriali
all’agricoltura, dalla pesca all’artigianato al turismo.
Non c.è settore che
non si alimenti di “contributi” statali o europei e non
c.è impresa nella o
sulla quale la „ndrangheta non eserciti un suo ruolo ed
una sua funzione di
intermediazione quando non di gestione diretta.
104 Audizione Prefetto di Reggio Calabria
105 Audizione del Procuratore Aggiunto DNA, dott. Emilio
Ledonne dinanzi alla Commissione.
Il carattere totalizzante delle attività illecite si
riverbera negativamente sulla
fragile economia calabrese che già soffre di un tasso di
povertà del 25%
della sua popolazione. Un.economia a più facce, se si
pensa che nel 2005 il
numero degli ipermercati è cresciuto di 7 unità e che nei
41 istituti di
credito operanti nelle province calabresi con 530
sportelli risultano
depositati, alla fine del 2006, 10.874 milioni di euro e
171 milioni di
azioni105.
L’utilizzo di fondi pubblici erogati dallo Stato e dall’Unione
Europea è
storicamente uno dei canali privilegiati di finanziamento
e riciclaggio della
„ndrangheta.
Originariamente il fenomeno nasce come penetrazione
mafiosa nel settore
degli appalti pubblici, principalmente attraverso il
sistema dei subappalti:
con essi l’impresa criminale, avvalendosi del suo potere
di convincimento
con metodi violenti e sfruttando vari meccanismi di
riduzione dei costi di
produzione (scarsa qualità dei prodotti, ridotto costo
della manodopera,
facilità di accesso alla liquidità, evasione fiscale e
contributiva), è riuscita a
garantirsi un facile canale di accumulazione e
riciclaggio dei proventi delle
attività illecite, nonché a permeare facilmente il
settore della pubblica
amministrazione.
I dati Istat relativi al totale delle denunce per le
quali l’Autorità Giudiziaria
ha iniziato l’azione penale per malversazione a danno
dello Stato (art.316-
bis CP), truffa aggravata per il conseguimento di
erogazioni pubbliche
(art.640-bis CP), indebita percezione di erogazioni a
danno dello Stato
(art.316-ter CP) mostrano un incremento costante nel
tempo.
A livello nazionale risultano denunciati 28 delitti di
malversazione a danno
dello Stato nel 2004 e 35 nel 2005; le ipotesi denunciate
di indebita
percezione di erogazioni a danno dello Stato sono state
421 nel 2004 e 364
nel 2005, mentre le truffe aggravate per il conseguimento
di erogazioni
pubbliche sono passate dalle 910 del 2004 alle 1070 del
2005.
Ma guardando alla specifica situazione della Calabria e
alla percezione
indebita di aiuti da parte di imprese collegate
direttamente o indirettamente,
alla „ndrangheta, il fenomeno emerge in maniera assolutamente
allarmante
dai primi anni .90 in poi.
Da allora è significativamente aumentata la quantità di
risorse pubbliche a
disposizione del sistema delle imprese:106
106 Nel gennaio 2008 la Procura della Repubblica di
Palmi, ha richiesto ed ottenuto dal g.i.p. del
Tribunale, il sequestro preventivo finalizzato poi alla
confisca per equivalente del prezzo del reato dei
beni mobili e immobili realizzati con i finanziamenti
agevolati di cui alla legge 488/92 per un
ammontare complessivo pari a €. 5.708.869,00. In
esecuzione del relativo decreto emesso dal giudice,
la Guardia di Finanza ha proceduto, al sequestro
preventivo dei beni immobili e mobili realizzati con
le provvidenze agevolative dando però facoltà all’interessato
di proseguire l’esercizio delle attività
commerciali.
Nel maggio 2006 veniva operato il sequestro preventivo di
due società operanti nella zona industriale
di Corigliano Calabro che, secondo quanto emerso dall’attività
d.indagine della Guardia di Finanza,
avrebbero indebitamente ottenuto contributi pubblici ai
sensi della Legge 488/92 - Settore Industria.
Gli amministratori della società avrebbero simulato gli
apporti di capitale richiesti dalla normativa
agevolativa quale condizione per l’erogazione del contributo
attraverso un vorticoso giro di operazioni
bancarie realizzate entro un ristrettissimo arco
temporale, in prossimità del termine ultimo per il
completamento dell’investimento agevolato. Per l’effettuazione
di tali operazioni, verosimilmente, la
società si sarebbe avvalsa di compiacenti fornitori che
simulavano l’incasso di operazioni
commerciali fittizie. Inoltre, hanno prodotto false
dichiarazioni in ordine allo stato d.avanzamento
lavori ed all’ultimazione degli stessi. In tale contesto,
sarebbe stato simulato l’acquisto di un opificio
di una diversa società, ubicata presso lo stesso sito
produttivo già oggetto di agevolazione richiesta
dalla prima società. La seconda società, dal suo canto,
ha nascosto alla banca concessionaria la
variazione al progetto industriale conseguente alla
“apparente” cessione dell’immobile alla prima
società, richiedendo l’erogazione delle quote di
contribuzione e dimostrando, solo cartolarmente, il
rispetto delle condizioni richieste dal decreto di
concessione.
107 Numerose sono infatti le operazioni della Guardia di
Finanza relative a truffe nel conseguimento di
tali erogazioni.
Tra le principali del 2005 si segnalano le seguenti:
- a marzo il Nucleo Provinciale PT Cosenza della Guardia
di Finanza ha denunciato quattro soggetti
per aver indebitamente percepito finanziamenti ex legge
488/92 mediante l’utilizzo delle fatture
inesistenti e falsa documentazione;
- a maggio il Nucleo Provinciale PT di Vibo Valentia
della Guardia di Finanza ha denunciato otto
persone in quanto ha accertato indebite percezioni di
finanziamenti ex Legge 488/92 attraverso la
contraffazione di documenti contabili;
- a giugno la Compagnia della Guardia di Finanza di
Lamezia Terme ha scoperto una truffa per circa
due milioni di euro in relazione ai finanziamenti di cui
alla Legge 488/92 che ha portato all’emissione
di quattro avvisi di garanzia;
- a giugno la Guardia di Finanza di Formia ha scoperto a
Rende (CS) una maxi truffa a seguito della
quale l’organizzazione criminale ha incassato circa 12
milioni di euro senza investirli nel progetto
imprenditoriale;
- a settembre la Compagnia della Guardia di Finanza di
Locri ha concluso un.operazione finalizzata
alla verifica del corretto utilizzo delle somme percepite
dalle imprese beneficiarie in particolar modo
nei Comuni di Locri, Siderno, Gerace, Portignola,
Benestare, Bovalino, Caulonia, Grotteria e
Stignano, accertando l’indebita percezione di contributi
per circa 700.000 euro da parte di
imprenditori ed impedendo, nel contempo, l’erogazione di
altri 600.000 euro di finanziamenti
illecitamente richiesti. L’operazione ha portato alla
denuncia di nove persone, titolari delle imprese
beneficiarie, per i reati di truffa ai danni dello Stato
e malversazione;
- a settembre la Guardia di Finanza di Lamezia Terme, in
tre distinte operazioni, ha scoperto truffe
per 800 mila euro ai danni dello Stato ex legge 488/92
mediante l’emissione di fatture false,
denunciando sette persone. Infine, a Ionadi (VV), la
Guardia di Finanza ha sequestrato uno
stabilimento industriale dal valore di due milioni e
mezzo di euro in seguito ad una truffa ai danni
dello Stato in quanto i titolari avrebbero percepito
indebitamente finanziamenti di cui alla Legge
488/92.
- la Compagnia della Guardia di Finanza di Cosenza in
data 4.1.2006 procedeva all’arresto di tre
persone, responsabili di aver percepito indebitamente,
emettendo fatture false, dieci milioni di euro di
contributi ex legge 488/92 per la realizzazione di un
impianto produttivo.
. la legge 488/1992107
Nel 2007 il solo comando provinciale di Reggio Calabria
della Guardia di Finanza ha eseguito, nel
settore delle indebite percezioni di pubblici
finanziamenti, 47 interventi riscontrando 72 violazioni,
accertati contributi comunitari e nazionali indebitamente
percepiti per circa 38 milioni di euro e
constatati, altresì, circa 12 milioni di euro di
contributi indebitamente richiesti, concessi ma non
ancora erogati per i quali sono state attivate le
procedure di revoca presso il Ministero delle attività
produttive di Roma. Al riguardo, sono state denunciate,
alle Autorità Giudiziarie del distretto, 77
persone fisiche e giuridiche responsabili degli illeciti,
di cui 6 in stato di arresto.
108 - Asse I - Valorizzazione delle risorse naturali e
ambientali (Risorse Naturali);
- Asse II - Valorizzazione delle risorse culturali e
storiche (Risorse Culturali);
- Asse III - Valorizzazione delle risorse umane (Risorse
Umane);
- Asse IV - Potenziamento e valorizzazione dei sistemi
locali di sviluppo (Sistemi Locali
di Sviluppo);
Asse V - Miglioramento della qualità delle città, delle
istituzioni locali e della vita
associata (Città);
- Asse VI - Rafforzamento delle reti e nodi di servizio
(Reti e Nodi di Servizio).
. Quadro Comunitario di Sostegno (QCS) per il periodo
1994-1999;
. programma comunitario “Agenda 2000”;
. ed oggi il nuovo QCS 2007-2013.
I volumi di risorse pubbliche trasferite in Calabria sono
particolarmente
elevati e di assoluto interesse per la „ndrangheta,
sempre più proiettata ad
accaparrarsi finanziamenti pubblici e rinsaldare rapporti
con pezzi del
mondo politico e imprenditoriale.
Per fornire un.indicazione quantitativa delle risorse
trasferite in Calabria, si
pensi che nel periodo 2000-2006 era prevista
un.utilizzazione di risorse
pubbliche a valere sul POR per € 4.019.295.000,00.
Tali risorse, secondo i documenti di programmazione, sono
state ripartite
su sei Assi prioritari,108 corrispondenti alle grandi
aree di intervento che il
POR assume come riferimento nel definire le scelte di
investimento da
realizzare nel periodo di programmazione. All’interno di
ciascun asse,
ognuno dei quali ripartito in misure, sono i soggetti
attuatori (in primo
luogo l’amministrazione regionale, e le amministrazioni
locali) a
predisporre dei bandi pubblici con i quali vengono
concessi gli aiuti alle
imprese. I settori sono i più disparati: dall’industria,
al commercio,
all’agricoltura, al turismo, alla formazione
professionale, alla pesca.
Analogamente appare quantitativamente significativo il
quadro finanziario
per il successivo periodo 2007-2013, con una previsione
per la sola
Calabria € 1.499.120.026,00 per il Fondo Europeo di
Sviluppo Regionale
(Fesr), € 430.249.377,00 per il Fondo Sociale Europeo
(Fse),109 oltre alle
risorse per l’agricoltura individuate in complessivi €
1.084.071.304,00.110
Rispetto a tali trasferimenti va ricordato che nel 2005
le irregolarità e le
frodi al bilancio UE comunicate con riferimento alla
Calabria
assommavano a complessivi € 14.475.260,60, di cui €
13.135.878,83 ai
danni del Fesr, € 752.792,18 ai danni del Fse, €
493.548,59 ai danni del
Feoga ed € 93.041,00, ai danni dello Sfop.
109 Fonte “Quadro Strategico Nazionale per la politica
regionale di sviluppo 2007-2013”,
Giugno 2007
110 Fonte “Programma di Sviluppo Rurale della Regione
Calabria 2007-2013”, 212.
111 Fonte Corte dei Conti, Sezione affari comunitari,
deliberazione 2/2007 del 21 febbraio 2007,
relazione concernente “Irregolarità e frodi in materia di
Fondi strutturali con particolare riguardo al
FESR nelle Regioni Obiettivo 1”
Nel 1° semestre 2006 si è poi registrato un incremento
considerevole delle
irregolarità e delle frodi nelle Regioni meridionali e,
in particolare, in
Calabria, le frodi al bilancio UE nei primi sei mesi del
2006, hanno
raggiunto nella regione la cifra di € 10.881.611,87,
quasi interamente a
carico del Fesr (€ 10.660.627,28).111
A fronte di questo scenario, le disfunzioni delle
amministrazioni pubbliche
territoriali, aggravate da un più elevato livello di
corruzione rispetto ad
altre aree del Paese, e dalla carenza totale di controlli
interni al
procedimento di erogazione, costituiscono la leva per l’infiltrazione
mafiosa nella stessa attività di gestione dei fondi,
fenomeno addirittura più
preoccupante dell’acquisizione indebita da parte di
imprese legate
all’organizzazione.
In effetti il livello di pericolosità dell’organizzazione
criminale appare
direttamente proporzionale alla sua capacità di gestire,
attraverso propri
affiliati o sodali “esterni”, la stessa erogazione dei
fondi pubblici, affidata a
strutture amministrative regionali e locali. Ne sono
indicatori la maggiore
permeabilità delle amministrazioni territoriali alle
infiltrazioni di tipo
mafioso, con la presenza di affiliati alle cosche e l’elevato
numero di delitti
di pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione,
legati anche a
denunce parallele per il reato di cui all’art.416-bis
codice penale.
A tal proposito nell’audizione dinanzi alla Commissione
in data 7 febbraio
2007, il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso,
ha dichiarato che
“per quanto riguarda la procura di Reggio Calabria, il
dato registra 5
procedimenti penali a carico di consiglieri regionali per
violazione della
legge n. 488 del 1992 e 5 procedimenti penali a carico di
consiglieri
regionali per reati comuni, comunque diversi dai reati di
mafia”. Le
indagini condotte “… hanno portato anche all'arresto di
dieci esponenti
della cosca Crea di Rizziconi, in provincia di Reggio
Calabria, ritenuti
responsabili di associazione mafiosa, truffa e
quant'altro, nell'ambito della
legge n. 488. Come abbiamo visto, anche dei consiglieri
regionali sono
indagati per questo reato”.
Quando la caduta di credibilità della Pubblica
Amministrazione dovuta a
carenze ed inefficienze croniche si coniuga con l’aggressività
dei sodalizi
criminali che controllano in maniera maniacale il
territorio, le
organizzazioni mafiose giungono ad “occupare” il tassello
di Stato più
vicino ai cittadini determinando la morte delle regole di
convivenza civile e
del principio di legalità democratica e repubblicana.
5. Una spesa senza controllo
Nella relazione di inaugurazione dell’anno giudiziario
2007 della Corte
d.Appello di Catanzaro, si ricordava come “le risultanze
investigative
acquisite hanno evidenziato la percezione indebita di
contributi statali e
comunitari secondo artifici e raggiri sostanzialmente
sempre analoghi, che
possono cosi sintetizzarsi: falsità delle dichiarazioni
attestanti l'effettivo
stato di avanzamento dei lavori; carattere fittizio delle
fatture presentate a
comprovare i costi sostenuti per i lavori dichiarati;
falsi contabili per fare
apparire eseguiti aumenti di capitali in realtà mai
avvenuti; presentazione di
indebiti rimborsi Iva agli Uffici finanziari
competenti”.112
Analogamente nella relazione di inaugurazione dell’anno
giudiziario 2007
presso la Corte dei Conti è stato evidenziato come “nel
corso del 2006
hanno assunto rilievo i giudizi di responsabilità
amministrativa relativi a
danni erariali connessi ad indebita od irregolare
percezione di fondi
comunitari o a mancato recupero di contributi erogati nell’ambito
dei
programmi di interesse comunitario; il fenomeno in
questione nella
Regione Calabria è estremamente esteso con una
percentuale di molto
superiore alla media nazionale.
112 Relazione del Presidente della Corte d.Appello di
Catanzaro, dott. Sirena.
113 Relazione del Procuratore regionale della Corte dei
conti, dott.ssa Astrali
Attraverso meccanismi illeciti e truffaldini, importi
particolarmente elevati
di fondi della Comunità Europea vengono distratti dalla
loro destinazione
originaria, ovvero vengono concessi a favore di attività
imprenditoriali
inesistenti con grave nocumento per l’economia e per l’imprenditoria
calabrese”.113
Peraltro, l’esistenza di numerose frodi ai danni del
pubblico erario,
perpetrate tanto da singole imprese, quanto da imprese
stabilmente legate
ad organizzazioni criminali e consorterie di „ndrangheta,
è reiteratamente
stata segnalata dalla Corte dei Conti. La normalità di
questo meccanismo
corruttivo è possibile anche per l’assoluta insufficienza
dei vigenti sistemi
di prevenzione di tali reati, senza che, tuttavia, negli
anni in cui sono
arrivati questi fiumi di denaro pubblico nessuna
amministrazione, locale e
regionale, di qualunque segno e orientamento politico, si
sia fatta carico di
rafforzare gli strumenti di controllo.
In particolare, la Sezione Affari Comunitari della Corte
dei Conti ha
approvato con deliberazione 2/2007 del 21 febbraio 2007,
una relazione
concernente “Irregolarità e frodi in materia di Fondi
strutturali con
particolare riguardo al Fesr nelle Regioni Obiettivo 1”
che reca una
specifica attenzione al fenomeno delle frodi in Calabria.
Inoltre, la Sezione
regionale di controllo della Corte dei conti per la
Calabria ha approvato con
deliberazione del 27 giugno 2006, una “Relazione sul
funzionamento dei
controlli regionali sui fondi comunitari (Por Calabria)”.
Tali relazioni, che hanno tenuto conto dei dati acquisiti
negli anni 2005 e
2006, ma che sono temporalmente riferite ad una più lunga
serie storica,
hanno evidenziato come il problema fondamentale sia
rappresentato da
carenza, inefficienza ed insufficienza di controlli sulle
erogazioni,
dall’approssimazione nella formazione dei bandi e nella
stessa gestione
della procedura comparativa.114 Tali carenze dipendono
fondamentalmente
dall’assenza di una normativa nazionale e comunitaria che
affidi ad
organismi pubblici e terzi le procedure di controllo.
114 Con riferimento alle frodi ai danni dell’erario in
Calabria, rileva la Corte dei conti, Sezione affari
comunitari, come “Con riferimento alle modalità di
svolgimento degli illeciti segnalati (ricollegabili
sia alla programmazione 1994-1999 che a quella
2000-2006), che si presentano di notevole rilevanza
sia per gli importi interessati e per il loro numero che
per le modalità di realizzazione, si può osservare
che la fase dell’istruttoria e, in particolare, il vaglio
preventivo della domanda di partecipazione e dei
relativi requisiti, così pure quella antecedente ai
pagamenti, appaiono i momenti procedimentali più
esposti e ai quali, in termine di valutazione dei rischi,
sarebbe opportuno dedicare maggiore attenzione
prevedendo controlli mirati su tali fasi, anche al fine
di contrastare più efficacemente le pratiche
illegali. In tale ambito particolarmente rischioso è il
ricorso all’autocertificazione che dovrebbe essere
limitata nei casi in cui la dichiarazione riguardi
requisiti essenziali, qualificazioni professionali e
finanziarie degli imprenditori, al fine di evitare che l’agevolazione
più che a finanziare lo sviluppo di
un.attività imprenditoriale, con la connessa circolazione
di occupazione e risorse, sia servita a fornire
mezzi di sostentamento a società o imprenditori
richiedenti tutt.altro che solidi e qualificati".
A livello nazionale con la modifica del Titolo V della
Costituzione nel
2001 sono stati soppressi i controlli preventivi di
legittimità, affidati ad
appositi organi statali e regionali, rispettivamente
sugli atti delle regioni e
degli enti locali, senza che sia stata predisposta una
rete di controlli nuova
ed efficiente. Il risultato è stato quello di rendere
permeabili ed esposte alle
infiltrazioni mafiose le procedure di aggiudicazione
poste in essere dagli
enti territoriali, con atti praticamente esenti da un
controllo di legalità,
prima che di legittimità.
Altrettanto inutili si sono rivelati i controlli interni
alle amministrazioni,
cui, il legislatore, già con le riforme “Bassanini” del
1997, aveva
demandato la verifica della legittimità dell’attività
amministrativa.
Infatti, i controlli interni prevedono che sia l’amministrazione
controllata a
nominare e retribuire i controllori. Come è evidente un
meccanismo simile
non demarca alcun confine tra controllore e controllati,
anzi è proprio
questo sistema che favorisce le sistematiche
appropriazioni di risorse
pubbliche da parte delle cosche.
Analogamente inutili e dispendiosi si sono rivelati i
controlli sulle
procedure di aggiudicazione di aiuti per i fondi
comunitari e la legge 488,
affidati, con notevole esborso di risorse pubbliche, a
società private esterne,
retribuite sempre dalla stessa Regione Calabria.
E. possibile che tutto ciò avvenga senza una precisa
volontà politica tesa a
rendere la gestione dei flussi meno rigida e trasparente?
Anche a monte delle procedure di aggiudicazione si
evidenziano lacune nel
sistema di gestione amministrativa che, sempre più
spesso, consentono a
soggetti spregiudicati, anche inseriti in compagini di
„ndrangheta, di
accaparrarsi fondi.
In questo contesto si rivela particolarmente vulnerabile,
ma si dovrebbe
definire una “beffa istituzionalizzata”, il meccanismo
delle
autocertificazioni che vengono richieste alle imprese,
sia per quanto
riguarda i propri dati di affidabilità e serietà
reddituale e fiscale, sia per
quanto riguarda le garanzie patrimoniali e reali, sia,
infine, per quel che
riguarda la stessa fattibilità dell’investimento
proposto. Risulta infatti che i
procedimenti di aggiudicazione si basano esclusivamente
su dichiarazioni
provenienti dalle imprese proponenti, senza che vengano
svolti, nemmeno
a campione, approfondimenti e verifiche da parte delle
amministrazioni
aggiudicatrici, volte a verificare, almeno, il possesso
dei requisiti e delle
garanzie minime richieste dai bandi di gara.
Addirittura, nei procedimenti di concessione di
finanziamenti pubblici non
risultano nemmeno applicate le disposizioni in materia di
verifica
preliminare dei requisiti delle imprese, previste dagli
artt. 38 e segg. e 48
del codice degli appalti (d. lgs. 163/2006). Infatti i
regolamenti comunitari
lasciano alla discrezionalità delle Regioni il compito di
disciplinare i
procedimenti di controllo sull’erogazione dei fondi e
sulla formazione dei
bandi di gara, con il risultato che la Regione Calabria
ed il Ministero dello
Sviluppo Economico, rispettivamente gestori dei fondi UE
e di quelli
previsti dalla legge 488, non ritengono di applicare le
regole del codice
degli appalti anche alle procedure ad evidenza pubblica
per la concessione
di finanziamenti ed aiuti. E tutto questo in una regione
dove l’esposizione
alle infiltrazioni mafiose consiglierebbe un rigore e una
rigidità dei
meccanismi di trasparenza amministrativa tali dal mettere
al riparo la
politica e la pubblica amministrazione da ogni forma di
discrezionalità
equivoca o condizionabile.
In questo senso anche la carenza di una normativa statale
di coordinamento
appare assolutamente ingiustificata a fronte di un
livello di pericolosità
delle organizzazioni criminali che si manifesta nell’accaparramento
sistematico di risorse pubbliche a valere sul bilancio
statale e comunitario.
6. Il primato nelle frodi
Tutto ciò in Calabria determina una potenzialità
criminogena nell’intera
gestione dei flussi di finanziamento europeo, offrendo
alle mafie e alle loro
menti finanziarie l’opportunità di intercettare risorse
pubbliche e di
condizionare e corrompere la Pubblica Amministrazione.
Parallelamente il livello di contrasto alle penetrazioni
criminali nel settore
dei finanziamenti statali e comunitari alle imprese pare
risentire
eccessivamente della lentezza dei processi penali, cui
consegue una
sostanziale impossibilità di procedere al recupero delle
somme da parte
dello Stato, accertata la velocità degli spostamenti
delle somme
indebitamente percepite, attraverso i circuiti bancari
internazionali da un
capo all’altro del mondo.
Si tratta, a questo proposito, di un fenomeno ben noto a livello
nazionale e
risalente nel tempo, per il quale all’indomani dell’avvio
delle verifiche da
parte degli organi di Polizia (ben più raramente da parte
di quelli di
controllo dell’amministrazione erogante) e molto prima di
giungere ad
un.eventuale sentenza di condanna, le somme percepite da
parte
dell’imprenditore, attraverso frodi e meccanismi
corruttivi, vengono
immediatamente ritrasferite nella sua disponibilità
personale, di suoi
familiari o prestanomi.
Del resto, il sistema bancario calabrese non può essere
ritenuto immune da
una certa contiguità con le centrali dell’appropriazione
indebita di
finanziamenti, un vero e proprio circuito finanziario
pubblico-privato
parallelo. Infatti, a monte la presentazione della
richiesta di finanziamento
da parte dell’impresa è sempre fondata su dichiarazioni
generiche rese da
istituti di credito del luogo, con le quali si attesta la
solidità patrimoniale
dell’imprenditore, dell’impresa o di suoi fideiussori.
Tali dichiarazioni –
prive di validità giuridica ai fini della costituzione di
una garanzia in favore
dell’amministrazione erogatrice – sono praticamente una
costante di tutte le
frodi ai danni del bilancio dello Stato e dell’UE, da
oltre un quindicennio: è
grave che il sistema bancario, se più volte interessato
dall’Autorità
giudiziaria, non abbia mai inteso spezzare questo legame
perverso con
l’imprenditoria criminale o corrotta, considerato,
comunque, che dai
sistemi di transito della liquidità sui conti correnti
“di lavoro” delle
imprese, esso ne trae comunque un profitto.
Dall’insieme di questi elementi emerge un peggioramento
della situazione
relativa al 2007, secondo dati ufficiali forniti dalla
sola Guardia di Finanza
riferiti alle frodi ai danni dello Stato e dell’Unione
Europea.
Su un totale nazionale di 259 violazioni riscontrate per
frodi a danno del
bilancio nazionale, ben 70 (il 37%) sono avvenute in
Calabria.
Su un totale di indebite percezioni ai danni del bilancio
statale (legge 488)
di € 208.328.901,00, ben € 49.290.916,00 (il 23,66%)
sarebbero avvenute
in Calabria.
Altrettanto grave è la situazione se riferita alle frodi
comunitarie, sia nel
settore agricolo, che dei fondi strutturali: su un totale
di 923 violazioni
riscontrate dalla sola Guardia di Finanza, ben 192 hanno
riguardato la
Calabria, con € 75.379.513,00 di indebite percezioni su
un totale nazionale
di € 221.186.440,00 (pari al 29,34%).115
115 Il raffronto con i dati complessivi dell’intera
Unione Europea è allarmante.
Secondo l’OLAF “Per il periodo di programmazione 1994-99,
gli Stati membri hanno comunicato 11
573 casi di irregolarità per un.incidenza finanziaria di
1,452 miliardi di EUR131 sul contributo
comunitario.
Una chiusura definitiva a livello di Commissione ha
interessato 5 488 di questi casi con deduzione del
relativo importo, pari a 600 milioni di EUR, all’atto del
pagamento finale. Inoltre per 2 016 casi
relativi allo stesso periodo, aventi un.incidenza
finanziaria di 173 milioni di EUR, gli Stati membri
hanno informato la Commissione della conclusione dei
procedimenti amministrativi o giudiziari a
livello nazionale. I servizi della Commissione hanno
avviato i lavori di riconciliazione per chiudere
questi casi.
Per il periodo di programmazione 2000-2006, gli Stati
membri hanno comunicato ad oggi 8 733 casi
di irregolarità per un.incidenza finanziaria pari a 1,156
miliardi di EUR sul contributo comunitario.
Gli Stati membri hanno informato la Commissione che sono
stati condotti a livello nazionale
procedimenti amministrativi o giudiziari per 3 686 di
questi casi e che è stato recuperato un importo di
circa 345 milioni di EUR.
Nel 2006 le rettifiche finanziarie relative ai periodi di
programmazione 1994-1999 e 2000-2006 erano
rispettivamente di 502 milioni di EUR e 521 milioni di
EUR”. (Fonte Relazione della Commissione al
Parlamento Europeo e al Consiglio, COM(2007)390, Tutela
degli interessi finanziari delle Comunità -
Lotta contro la frode, Relazione annuale 2006
[SEC(2007)930]-[SEC(2007)938] del 6 luglio 2007)
L’analisi dei dati investigativi e giudiziari fornisce un
quadro di
preoccupante allarme per l’inarrestabile emorragia di
contributi pubblici
intercettati dalle cosche.
Per quanto concerne i contributi previsti dalla legge
488/92, ne hanno
beneficiato 1.125 società operanti nelle varie province
calabresi.
Nel periodo compreso tra il 2000 ed il 2003, l’ammontare
complessivo dei
contributi erogati è stato di 422 milioni di euro ed in
tutti gli otto circondari
del distretto di Corte d.Appello di Catanzaro sono stati
iscritti procedimenti
penali per il delitto di truffa aggravata.
7. Un caso emblematico
E.utile analizzare lo spaccato di alcune società
beneficiarie dei contributi
pubblici, secondo un.autonoma verifica effettuata dalla
D.N.A. nel 2004.
Le questioni emerse secondo la Direzione Nazionale
Antimafia sono le
seguenti:
. una ricchezza calabrese costituita dalla disponibilità
di enormi capitali e
da ingenti disponibilità immobiliari (2.479 fabbricati e
2.260 terreni), in
palese contraddizione con l’entità dei redditi dichiarati
da molti dei
possessori di tale ricchezza;
. la concentrazione di tale ricchezza in capo a pochi
soggetti. Sul punto è
sufficiente rilevare che presso lo studio commerciale di
Francesco
Indrieri, del gruppo economico Gatto, sito in Cosenza,
via Monte San
Michele, hanno sede legale o domicilio fiscale 43
società;
. la rapidità dell’accumulazione della ricchezza: la
società leader del
gruppo, Fincom SpA, riconducibile alle famiglie Gatto e
Cresciti, che
opera come una vera e proria holding finanziaria, è stata
costituita a
Roma nel 1993 e dall’anno successivo è in continua
espansione, con
investimenti nei settori più disparati, quali la grande
distribuzione
alimentare, l’abbigliamento, il settore immobiliare, lo
smaltimento dei
rifiuti;
. le cointeressenze dei rappresentanti dei gruppi
economici appena
indicati in società in cui rivestono la qualifica di
socio soggetti di
conclamata appartenenza a noti ambienti criminali.
Antonio Giampà,
fratello di Pasquale Giampà detto “tranganiello”, ucciso
nel 1992 in un
agguato mafioso, è socio unitamente ad alcuni suoi
congiunti,
dell’Eurodis di cui è amministratore unico Santino
Pasquale Cresciti,
poi incorporata nella Gam s.r.l’ di Antonio Gatto ed
altri.
Un noto imprenditore di Vibo Valentia, oggetto anche di
attentati,
possiede quote di partecipazione nella “San Pantaleone
srl”, della quale
risulta socio anche Francesco Mancuso, noto esponente del
gruppo
criminale omonimo.
Della società G.D.S. s.r.l’, con sede in Salerno, è socio
anche Salvatore
Michele Scuto, figlio di Sebastiano Scuto che ha
precedenti per
associazione per delinquere di tipo mafioso e secondo la
D.N.A.
verosimilmente affiliato alla potente famiglia mafiosa
dei Laudani di
Catania116. Attualmente Antonino Giuseppe Gatto, è
Presidente del
Comitato Direttivo di Despar Italia e cioè dell’Organo
che definisce le
principali strategie, le scelte e le politiche di Despar
Italia sul territorio
nazionale. Dello stesso Comitato Direttivo è componente
Scuto
Salvatore.
116 Audizione del Procuratore Aggiunto DNA dott. Emilio
Ledonne.
Non è superfluo richiamare l’operazione ultimata nel
dicembre 2007 da
D.I.A. e Polizia di Stato di Trapani nei confronti di
Giuseppe Grigoli,
considerato il braccio finanziario del ben noto latitante
Matteo Messina
Denaro. L’imprenditore, che rifornisce i supermercati
Despar della
Sicilia Occidentale, è accusato di concorso esterno in
associazione
mafiosa, ed a suo carico è stato ordinato anche il
sequestro di beni e
società per un valore di 200 milioni di euro. Su tutta
questa vicenda, le
cui indagini erano state sollecitate su impulso della
D.N.A. e
successivamente archiviate dall’ex Procuratore di
Catanzaro Mariano
Lombardi, si sono aperti nuovi filoni di inchiesta come
riferito
nell’audizione della D.D.A. di Catanzaro in Commissione
Antimafia.
8. Europaradiso
Sempre con soldi pubblici, tra Crotone e la Riserva della
Foce del Neto,
avrebbe dovuto sorgere “Europaradiso”, il più grande
complesso turistico e
di giochi acquatici del Meridione, sul modello delle mega
strutture
turistiche andaluse della Costa del Sol’ La vicenda è
emblematica del
grumo di interessi che si possono intrecciare tra gli
appetiti delle cosche e
poco trasparenti operazioni finanziarie internazionali e
come, al di là degli
aspetti corruttivi, possano anche alterare gli equilibri
ambientali e
territoriali piegati agli interessi privati. Il rapporto
della Polizia giudiziaria
del 21.02.2005 riassume così l’iniziativa:117
1. Il 18.2.2005 alle ore 10,00 presso la Sala Consiliare
del Comune di
Crotone è stato presentato il progetto di trasformazione
di un.area di
10mila ettari prospiciente al mare nel più grande
complesso residenziale
turistico del Mezzogiorno, con la realizzazione di 120
mila posti letto
tra residence ed alberghi e occupazione di 4 mila
persone. L’area,
ubicata in località Gabella tra Crotone e la foce del
fiume Neto, è stata
giudicata di particolare interesse turistico per le
spiagge ed il clima
favorevole, nonché per la presenza di un porto e di un
aeroporto
sottoimpiegati. Sono stati prospettati investimenti per
5-7 miliardi di
euro, che mirano a trasformare questa parte di costa
calabrese sul
modello della Costa del Sol spagnola.
117 Dalla Relazione annuale di Dicembre 2006 della D.N.A.
2. Il gruppo imprenditoriale che si dovrebbe far carico
dell’investimento è
rappresentato da David Appel’ Le società che gestiranno l’investimento
sono:
- “Europaradiso International” S.p.A. costituita il
10.11.2004 con sede
a Crotone via Libertà presso lo studio di un
commercialista; figura
come amministratore unico Appel Gil, nonché altri
cittadini
crotonesi di non elevato spessore imprenditoriale.
- “Europaradiso Italia” s.r.l’ costituita nella stessa
data e con la stessa
sede della precedente; amministratore unico è sempre il citato
Appel
Gil’ I finanziamenti dovrebbero provenire dai Fondi di
investimento
internazionali (…).
Interessato all’esecuzione del progetto di Appel sarebbe
un noto
personaggio del crotonese, in collegamento con ambienti
malavitosi locali
e fondatamente sospettato di riciclare, in Italia ed all’estero,
il “denaro
sporco” per conto della cosca mafiosa Grande Aracri di
Cutro. Tali sospetti
sono risultati confermati dalle indagini bancarie
effettuate dal Reparto
Operativo Carabinieri di Crotone e dalla D.I.A. di
Catanzaro, che hanno
riscontrato movimentazioni finanziarie sui conti correnti
del soggetto in
questione dell’ordine di milioni di euro senza alcuna
apparente
giustificazione.
Attualmente il progetto è fermo anche per iniziativa
della Regione
Calabria. È chiaro che la scelta dell’imprenditore di
realizzare a Crotone il
proprio progetto (dopo aver fallito su un.isola greca per
il rifiuto delle
istituzioni locali), oltre a ragioni climatiche era
dovuto ad una presunta
valutazione di disponibilità “ambientale” verso
un.operazione che per
realizzarsi non doveva avere vincoli, né rispondere a
rigide regole di
trasparenza politica e amministrativa.
9. I patrimoni mafiosi
La forte incidenza della vera e propria patologia
calabrese nella gestione ed
erogazione dei fondi comunitari, legata anche al livello
di penetrazione
della „ndrangheta nelle istituzioni pubbliche, a vario
titolo coinvolte nei
procedimenti amministrativi di erogazione dei fondi, è
ricavabile anche
dall’analisi dei casi di frodi complessivamente svolta a
livello annuale
dall’OLAF.
L’incidenza finanziaria totale delle irregolarità,
compresi i sospetti di frode,
stimata per l’intera Unione Europea, era stata, nel 2006,
di 1.155,32 milioni
di euro, con 12.092 irregolarità comunicate da tutti gli
stati membri.118 Il
dato inquietante è che nella sola Calabria, con una
popolazione pari a circa
lo 0,4% di quella europea, si consuma l’1,58% del totale
delle frodi ai
danni del bilancio comunitario e le indebite percezioni
in Calabria
ammonterebbero a circa il 6,54% del totale comunitario.
A fronte del quadro appena descritto risulta evidente che
il rafforzamento
economico e finanziario della „ndrangheta è passato anche
attraverso una
paziente ed incessante opera di appropriazione indebita
di pubblici
finanziamenti destinati al sistema delle imprese.
Questo costante travaso non è stato e non è
sufficientemente contrastato
dalle pubbliche amministrazione regionali e locali, anche
quando esse non
risultano contigue o non favoriscono direttamente le
indebite
appropriazioni.
118 Ibidem, tabella 1, 6. Il totale comprende Risorse
proprie, FEAOG – Garanzia, Fondi strutturali e
fondo di coesione e Fondi di preadesione.
Così come, assolutamente insufficiente appare la
legislazione in materia di
controlli sui procedimenti di aggiudicazione, lasciati
esclusivamente al
potere di auto-organizzazione delle stesse
amministrazioni erogatrici dei
finanziamenti, creando un meccanismo di commistione e di
autotutela
reciproca tra controllori e controllati.
Il potenziale economico della mafia calabrese, la
capacità pervasiva dei
suoi capitali ed il suo dinamismo sui mercati
internazionali ripropongono la
centralità dell’aggressione alle ricchezze ed ai capitali
mafiosi per incrinare
la forza delle cosche sul territorio e la loro capacità
di conquistare consenso
sociale.
Nel corso della XIII legislatura la Commissione
parlamentare d.inchiesta
sul fenomeno della mafia approvò una relazione sullo
stato della lotta alla
criminalità organizzata in Calabria in cui veniva posto l’accento
sul divario
crescente tra ricchezze criminali e numero e valore dei
beni individuati, a
loro volta di gran lunga maggiori rispetto a quelli posti
sotto sequestro ed a
quelli poi fatti oggetto di confisca.
L’inchiesta condotta da questa Commissione ha consentito,
in più
occasioni, di riscontrare il permanere delle difficoltà
in cui versa l’azione di
contrasto patrimoniale; difficoltà accentuate dalla
scelta operata dalle
cosche di separare nettamente i canali della conduzione
materiale del
traffico di sostanze stupefacenti dai canali finanziari
(attraverso cui
vengono effettuati i pagamenti relativi al traffico di
stupefacenti e gli
investimenti dei profitti illeciti) e rese plasticamente
visibili dall’enorme
divario tra beni sequestrati e beni confiscati.
È interessante comprendere quanto, nonostante gli sforzi
ed i risultati
ottenuti dalla magistratura e dalle forze di polizia, di
fronte alla potenza
economica accertata della „ndrangheta sia risibile il
livello dell’aggressione
ai suoi patrimoni.
Secondo i dati forniti dall’Agenzia del Demanio ed
aggiornati al dicembre
2006, sul territorio della Calabria insistono 1.093 beni
immobili confiscati
dal 1982 al 2006, pari al 15% degli immobili confiscati
in totale sul
territorio nazionale.
Più in dettaglio, sul totale di 1.093 beni immobili
confiscati, la consistenza
per tipologie è la seguente:
. abitazioni 562, pari al 51,4% del totale
. terreni 363, pari al 33,2% del totale
. locali 122, pari all’11,1 % del totale
. capannoni 18, pari all’1,6% del totale
. altri beni immobili 28, pari al 2,6% del totale
Per quanto concerne il rapporto tra il territorio
calabrese e l’attività di
confisca, i beni immobili confiscati nella regione sono
886, pari al 12% del
totale nazionale confiscato.
All’esito di recenti indagini giudiziarie è stato
accertato che, sul totale di
1.093 beni immobili confiscati esistenti nel territorio
calabrese, oltre 800
sono i beni immobili confiscati nella sola provincia di
Reggio Calabria; di
essi, poco più di 300 risultano consegnati dall’Agenzia
del Demanio alle
competenti amministrazioni comunali.
Dall’indagine è emerso che gli immobili confiscati e
consegnati a 25
comuni della provincia di Reggio Calabria, compreso il
comune capoluogo,
hanno avuto la seguente sorte:
- sono stati assegnati ad enti e/o associazioni con notevole
ritardo;
- alcuni di essi non sono stati mai assegnati ad alcun
ente;
- altri ancora risultano in uso e/o nella disponibilità
dei soggetti nei cui
confronti lo Stato aveva proceduto alla confisca.
In relazione ai fatti appena riportati in sintesi, sono
state accertate
responsabilità di rilievo penale a carico di
amministratori e funzionari di 25
comuni della provincia di Reggio Calabria,119 compreso il
comune
119 Sono i Comuni di Africo, Ardore, Bruzzano Zefirio,
Cinquefrondi, Condofuri, Giffone, Gioia Tauro,
Gioiosa Ionica, Marina di Gioiosa Ionica, Melicucco,
Melito Porto Salvo, Molochio, Oppido
Mamertina, Palmi, Reggio Calabria, Rizziconi, Rosarno,
San Luca, San Procopio, Seminara, Siderno,
Sinopoli, Varapodio, Villa San Giovanni.
120 Analoghe situazioni sono state accertate a Condofuri,
Marina di Gioiosa Ionica, Palmi, Molochio,
Reggio Calabria, Villa San Giovanni.
capoluogo. Peraltro, in alcuni casi sono state accertati
diretti legami di
parentela tra amministratori e funzionari dei Comuni in
questione e soggetti
appartenenti alla ndrangheta.
Le condotte accertate nel corso delle indagini sono
sintomatiche, da un
lato, delle difficoltà a rendere efficace un.azione che
miri alla sottrazione
alle cosche della disponibilità di beni di provenienza
illecita; dall’altro lato
offrono la possibilità di comprendere quanta resistenza
oppongano le
organizzazioni colpite da provvedimenti di sequestro o
confisca dei beni.
Un esempio dell’arrogante potere esercitato dalle cosche
sul territorio
anche con riferimento all’azione che lo Stato riesce a
portare avanti in
questo campo, può essere tratto dal comune di Gioia
Tauro, ove sono state
riscontrate situazioni in cui soggetti appartenenti a
cosche molto forti come
quelle facenti capo alle famiglie Piromalli e Molè hanno
ancora nella
propria disponibilità i beni ad essi confiscati;120 a ciò
si aggiunga
l’opposizione e la reazione delle cosche all’assegnazione
dei beni confiscati
a finalità sociali, come previsto dalla legge 109/1996: a
tal proposito, non si
può dimenticare, per restare agli avvenimenti degli
ultimi tempi, la
distruzione dei macchinari e danneggiamenti ai capannoni
della
cooperativa agricola Valle del Marro - Libera Terra nell’estate
del 2007. La
cooperativa sorta nel 2004 e animata dal parroco di
Polistena, Don Pino De
Masi, gestisce 60 ettari di terreno confiscato alle
cosche Piromalli Molè e
Mammoliti.
I danni subiti per oltre 25 mila euro sono stati però
rapidamente risarciti
grazie alla solidarietà di associazioni ed istituzioni
scattata in tutta Italia.
Simile la situazione per le aziende confiscate alla
„ndrangheta.
Dai dati forniti dall’Agenzia del Demanio emerge che nel
periodo
1982/2006 in Calabria sono state confiscate 59 aziende,
pari al 7% del
totale delle aziende confiscate su scala nazionale.
Più in dettaglio, la tipologia di beni aziendali
confiscati risulta la seguente:
. imprese individuali 35, pari a circa il 60% del totale;
. società nomi comuni 5, pari all’8,5% del totale;
. soc. in accom. semplice 9, pari a circa il 15% del
totale;
. soc. a responsab. limitata 9, pari a circa il 15% del
totale;
. società per azioni 1, pari a circa l’1,5% del totale.
Rispetto al dato nazionale si rileva una differenza: la
maggior parte delle
aziende confiscate, circa il 60%, è costituita da imprese
individuali, alle
quali si aggiunge circa il 24% di società di persone
(s.a.s. e s.n.c.). La
media nazionale, invece, evidenzia che il 51% delle
aziende confiscate è
rappresentato da società di capitali.
Le aziende confiscate operavano nei seguenti settori:
costruzioni (16),
commercio (18), alberghi e ristoranti (2), agricoltura
(14), trasporti e
magazzinaggio (3), manifatturiero (2), estrazione di
minerali (1), pesca (1),
altre attività (2). Questi dati molto parziali indicano
la tendenza della
„ndrangheta ad investire nei settori del commercio, delle
costruzioni e
dell’agricoltura.
Anche per la Calabria, infine, si confermano i gravi
limiti, fino al danno per
la credibilità del contrasto ai patrimoni ed alle
ricchezze mafiose,
dell’azione dell’Agenzia del Demanio nella gestione dei
beni. Si ripropone,
quindi, l’esigenza di un suo superamento parallelo all’adeguamento
dell’intera legislazione sulla materia.
CAPITOLO VI
Salute pubblica
1. Sanità e corruzione
La sanità è il buco nero della Calabria, è il segno più
evidente del
degrado, è la metafora dello scambio politico-mafioso,
del disprezzo
assoluto delle persone e del valore della vita.
Il mondo della sanità è importante, innanzitutto, per “l’occupazione
che assicura e l’indotto che ne deriva... Di qui gli
investimenti della
criminalità organizzata, non solo di tipo economico (con
la realizzazione di
attività imprenditoriali nello specifico settore), ma
anche, e soprattutto, su
soggetti politici ad essa legati”.121 Soldi e uomini.
Questa è la miscela che
fa andare avanti le cose, i capitali veri, animati ed
inanimati, di cui dispone
la „ndrangheta.
Le parole del giudice reggino sono contenute in
un.ordinanza di
custodia cautelare in carcere che ha riguardato, tra gli
altri, Domenico Crea
consigliere regionale in carica, esponente principe del
moderno
trasformismo calabrese ed italiano, uomo dalle molteplici
frequentazioni
politiche: nel giro di tre anni è passato dal
centro-destra con l’UDC, al
centro-sinistra con la Margherita per ritornare al
centro-destra con la nuova
DC dell’on. Rotondi. E. stato assessore all’urbanistica e
all’ambiente,
all’agricoltura e al turismo. E. passato da un
assessorato ad un altro, da un
partito all’altro. Un funambolo.
121 GIP/GUP Reggio Calabria, N° 1272/07 R.G.N.R.D.D.A.
Sul suo funambolismo è bene leggere quanto scrive il GIP
di Reggio
Calabria: “La storia politica recente del Crea Domenico,
infatti, è costituita
da cambi repentini di “casacca”, come quello del transito
dallo
schieramento di centro destra a quello opposto (e
viceversa), a
dimostrazione dell’assoluta mancanza di idee politiche,
che accompagna
soltanto logiche di interesse; di sconfitte elettorali,
come quella patita nelle
elezioni amministrative regionali del maggio 2005; da
brusche modifiche
in tutti i rapporti interpersonali, come quelli rilevati
nel momento
dell’avvenuto provvedimento di surroga del novembre 2005,
scaturito a
seguito dell’omicidio dell’Onorevole Fortugno. Su tutto
emerge in maniera
preponderante l’ultima campagna elettorale per le
elezioni Provinciali,
temporalmente successiva al noto fatto di sangue.
Come emerge dall’ordinanza del GIP, le doti
trasformistiche di Crea si
esaltano e si realizzano proprio alle elezioni
provinciali, allorquando Crea
riesce a penetrare e candidare i suoi uomini in una delle
due liste promosse
dalla Margherita nella quale è confluita l’area dei
popolari di cui è
riferimento la stessa On. Maria Grazia Laganà Fortugno,
impegnata, già in
quel periodo, nella battaglia pubblica per avere la
verità sull’omicidio di
suo marito.
E. la sanità il centro dell’ordinanza; in questo caso la
sanità privata
dove le incursioni della „ndrangheta, i suoi
condizionamenti e le sue
infiltrazioni appaiono in tutta la loro devastante
profondità al punto che il
GIP ha disposto “il sequestro preventivo della società
srl Villa Anya, delle
sue quote sociali, dell’intero compendio aziendale e del
complesso
immobiliare in cui è collocata”.
Ma neanche la sanità pubblica è stata esente da
infiltrazioni della
„ndrangheta. E. storia di oggi, ma è anche storia di
ieri, cominciata tanti
anni fa e mai interrotta. A conferma, se mai se ne fosse
avvertita la
necessità, di una cattiva amministrazione, di
irregolarità, di piccole e grandi
illegalità, di diffuse pratiche clientelari, di rapporti
mafiosi che durano nel
tempo.
2. 1987. Taurianova e Locri: le prime USL sciolte
Con due decreti datati 15 aprile 1987 il Presidente della
Repubblica
stabiliva lo scioglimento delle USL di Taurianova e di
Locri. La situazione
era arrivata ad un punto di non ritorno. Le relazioni che
accompagnavano il
decreto erano firmate da Oscar Luigi Scalfaro, all’epoca
ministro
dell’interno. In modo molto eloquente, seppure sintetico,
era descritto
quanto era accaduto a Taurianova e a Locri. Ne risultava
un quadro
davvero desolante ma nello stesso tempo illuminante delle
ragioni di fondo
che avrebbero permesso alla „ndrangheta di dominare
quelle realtà.
A Taurianova il presidente del comitato di gestione
assumeva
direttive ed iniziative “illegittime” e aveva “da tempo
informato la propria
azione a criteri arbitrari e clientelari. Alla condotta
del presidente del
comitato di gestione dell’unità sanitaria locale che è
stato più volte colpito
da gravi condanne penali per fatti connessi alla sua
qualità di pubblico
ufficiale, ha fatto riscontro, in perfetta unità
d.intenti, l’operato non meno
illegittimo ed arbitrario degli organi collegiali dell’unità
sanitaria locale, i
cui provvedimenti – a citare i più salienti – in materia
di fornitura, di
acquisti, di assunzioni e carriera del personale sono
stati adottati con la
violazione di ogni procedura amministrativa, con la
persistente
trasgressione delle norme contabili”.
Ancora più pesante la situazione dell’Usl di Locri dove
c.era “un
retroscena amministrativo caratterizzato sostanzialmente
da ingerenze di
tipo mafioso, lottizzazioni ed irregolarità gestionali di
ogni genere. La
situazione trova così origine nelle numerose azioni di
stampo mafioso
commesse da componenti dell’unità sanitaria locale e
rivolte ad acquisire
profitti illeciti con inevitabili danni per la stessa
gestione dell’ente. Il
condizionamento mafioso si è estrinsecato, oltre che con
atti di violenza
intimidatoria nei confronti di persone interessate alla
gestione dell’unità
sanitaria locale o comunque orientate a denunziare le
disfunzioni
amministrative, anche nello svolgimento dell’attività
amministrativa
riguardo alle certificazioni richieste dalla legge
antimafia per gli appalti di
opere pubbliche, e per le stesse assunzioni nell’ente,
condizionate
dall’appartenenza ad associazioni di stampo mafioso”. A
completezza della
situazione c.è solo da aggiungere che il presidente era
stato tratto in arresto
e i membri del comitato di gestione erano stati raggiunti
da comunicazioni
giudiziarie.
3. 2006. Locri, il secondo scioglimento
A distanza di venti anni da quei fatti, la relazione
Basilone,122
desecretata nel febbraio 2008 su iniziativa di questa
Commissione
parlamentare, mostra come i fenomeni degenerativi
presenti nel 1987 negli
anni si siano aggravati, diventando normalità di
relazioni interne e
metodologia permanente di gestione. L’A.S.L’ n. 9 di
Locri al momento
dell’accesso della Commissione aveva 1.630 dipendenti e
366 medici
esterni convenzionati.
122 Ufficio territoriale di Governo, Prefettura di Reggio
Calabria, Relazione conclusiva in data 26 marzo
2006 a firma del prefetto Paola Basilone.
Secondo la relazione le attività dell’A.S.L’ sono state
fortemente
condizionate dal tessuto socio-economico e dalle
pressioni della
„ndrangheta. Sull’amministrazione sanitaria “si sono
concentrati gli
interessi della criminalità e perpetrata una diffusa
compressione, se non una
forte intimidazione, dell’autonomia dell’ente. Ne è
conseguita un.attività
dell’amministrazione sanitaria non sempre ispirata ai
criteri di buon
andamento e di imparzialità, ed anzi spesso ben lontana
dalla applicazione
delle regole di giusto procedimento di legge perché
soggetta alle pressioni
che ne hanno compromesso il regolare funzionamento. In
generale tale
compromissione è risultata evidente proprio, e non a
caso, nei settori della
spesa e quindi dell’utilizzo delle risorse economiche
pubbliche”.
Il sistema perverso era individuato in particolare in
alcune pratiche
amministrative che mostravano un discutibile approccio
alla gestione dei
fondi pubblici. Ad esempio, per gli accreditamenti delle
strutture private “si
è assistito ad un diffuso e sistematico sforamento dei
tetti di spesa, che non
solo ha determinato un dilagante fenomeno di
indebitamento sommerso
(rapporto tra prestazioni pagate e prestazioni realizzate
a carico del sistema
sanitario) della A.S., ma che al contempo ha comportato
indebiti vantaggi
economici da parte di strutture private i cui soci sono
risultati spesso
interessati da precedenti penali o di dubbia moralità”.
Dunque, sin dall’inizio la Commissione individuava un
punto
cruciale nella gestione delle pratiche amministrative che
svantaggiava la
sanità pubblica e favoriva la sanità privata, con
interlocutori che quando
non erano diretta espressione delle cosche, erano
collocabili in una zona di
frontiera con i loro interessi.
Nel solo anno 2004, innovando precedenti prassi di
contratti
bilaterali l’A.S.L’ aveva stipulato contratti
multilaterali con 27 diverse
strutture private. Per ciascuna struttura avrebbe dovuto
acquisire la relativa
certificazione antimafia. Ma le certificazioni non erano
inserite nel
procedimento perché mai, in nessun momento, erano state
richieste
dall’amministrazione dell’Azienda. Così, nel quadriennio
2002-2005 sono
state riconosciute prestazioni di servizi – tra l’altro
per importi rilevanti e
superiori al previsto – che in presenza della
certificazione antimafia
prevista dalla legge sarebbero stati precluse.
Alcuni esempi di rapporti con strutture esterne sono
eloquenti e
soprattutto spiegano quanto è accaduto.
Società Medi-odonto-center con sede a Gioiosa Ionica.
L’amministratore unico della società era Domenico
Tavernese. Era stato
arrestato nel 1993 “per il reato di associazione di tipo
mafioso, estorsione
ed usura”. Il procedimento penale aveva coinvolto anche
appartenenti alla
famiglia mafiosa degli Aquino la cui base di attività è
il comune di Marina
di Gioiosa Ionica. Alla fine delle sue traversie
giudiziarie Tavernese è stato
condannato per il reato di usura. La relazione “Basilone”
dava conto anche
delle frequentazioni, andate avanti fino all’ottobre del
2005,
dell’amministratore unico con esponenti di vertice della
cosca Ursino-
Macrì legata agli Aquino. “È da sottolineare la
sostanziale inerzia della
A.S. che in seguito alla sentenza divenuta irrevocabile,
di condanna, non ha
mai verificato la sussistenza dei requisiti morali per il
proseguimento del
rapporto con il laboratorio, che pertanto ha continuato
ad erogare
prestazione retribuite dall’Amministrazione, peraltro con
importi ben
superiori a quelli consentiti”.
Il Pio Center, centro di ricerca clinica e patologia
medica con sede a
Bovalino. Il laboratorio di ricerca è stato interessato
da due provvedimenti
di sequestro beni nel 2004 “in quanto considerato, dagli
inquirenti, facenti
parte del patrimonio di Antonio Nirta” di San Luca. Non
un boss qualsiasi,
ma uno dei capi storici della „ndrangheta, protagonista
della faida che ha
portato alla strage di Duisburg.
Il centro diagnostico sorgeva all’interno di un edificio
di cinque piani
intestato ad Antonia Giorgi, moglie di Antonio Nirta. Il
96% del capitale
sociale è detenuto dal Poliambulatorio Salus S.r.l’ le
cui quote sociali sono
detenute dal medico Maria Immacolata Pezzano cognata di
Giuseppe Nirta,
figlio di Antonio Nirta. Lo stesso Poliambulatorio ha
intrattenuto nel tempo
“rapporti convenzionali con l’Azienda Sanitaria di
Locri”. Anche in questo
caso c.è da registrare “la sostanziale inerzia della A.S.
che non ha mai
acquisito, come già detto, nessuna informazione o
comunicazione antimafia
sulla struttura e compagine societaria accreditata, che
poi è risultata infatti
colpita da misure cautelari”.
Centro ricerche cardiovascolari per la cardiologia D.A.
Cooley con
sede a Bovalino. Anche questa società è stata interessata
dal sequestro dei
beni per la porzione di quota di proprietà di Filippo
Romeo di San Luca,
socio accomandatario fino al 1999. Il sequestro “è
scaturito sulla base dei
sufficienti indizi circa l’appartenenza dei preposti alla
consorteria mafiosa
Romeo-Pelle operante nel territorio di San Luca e zone
limitrofe. E.
evidenziato nel decreto di sequestro che i beni riportati
nel provvedimento
sono di valore sproporzionato rispetto ai redditi
dichiarati e alle attività
svolte dai preposti e comunque riconducibili ad attività
illecite. Il
provvedimento n.78/2001 emesso dal Tribunale sezione
misure di
prevenzione di Reggio Calabria sottolinea come “il gruppo
in questione,
presente massicciamente proprio per il suo ruolo egemone
in svariate fette
del mercato dell’illecito, al fine di aumentare
considerevolmente la sua
disponibilità finanziaria ed il suo prestigio, avrebbe
dovuto provvedere ad
uno spostamento del baricentro degli interessi economici,
prima garantiti
quasi esclusivamente dai proventi derivanti dai sequestri
di persona e dagli
appalti, per orientarsi verso nuove fonti di guadagno,
quali in particolare il
traffico di stupefacenti”. Altri soci avevano precedenti
penali e
continuavano a frequentare uomini ed esponenti delle diverse
famiglie
mafiose. Ovviamente quando non erano impegnati ad
occuparsi di sanità!
Non mancano poi le convenzioni con società, associazioni
e
cooperative, ovviamente “senza fine di lucro”, dove la
presenza di uomini
legati, direttamente o indirettamente, alla „ndrangheta è
sicuramente
rilevante. Nei primi cinque anni del 2000, secondo la
Commissione
Basilone, hanno percepito rilevanti somme di denaro.
CO.S.S.E.A. – società cooperativa sociale con sede a
Gioiosa Ionica.
Le cariche della società erano ricoperte da alcune
persone che avevano
precedenti penali.
A.R.P.A.H. – Associazione per la ricerca sulla
problematica degli
anziani ed handicappati con sede legale ad Africo. In
questa associazione le
cariche sociali erano ricoperte da persone che avevano
molteplici
frequentazioni con soggetti gravati da precedenti penali
e per reati di tipo
mafioso.
4. Convenzioni e appalti
Altro capitolo particolarmente inquietante dell’A.S.L’ di
Locri era quello
relativo alla remunerazione delle convenzioni con le
strutture private
accreditate a fornire prestazioni. Il pagamento era
regolato da precise
norme che in ogni caso prevedevano la riconducibilità
della spesa entro il
tetto massimo stabilito dal contratto multilaterale.
In realtà il tetto di spesa complessivamente sostenuto
nel periodo
2000/2005 è stato pari a “€ 88.227.864,90, e cioè quasi
il doppio della
spesa massima autorizzabile se calcolata moltiplicando
per 6 (e quindi con
largo margine di prudenza) il tetto di spesa annuale più
prossimo, pari a
8.262.414,90 (limite di spesa annuo 2004). E. risultato
che il numero di
interventi pagati nel periodo 2000/2005 sia stato pari a
11.224.919,00 su un
campione di popolazione di circa 135.000 abitanti, mentre
il tetto massimo
di interventi, autorizzato per l’anno 2004, era di 1.050.634,00.
“Particolarmente eclatante – secondo la relazione
Basilone - è il caso del
laboratorio Fiscer, il cui tetto di spesa autorizzato,
nel periodo 2000/2005, è
pari a € 10.131.780,00 (dato effettivo 2004 moltiplicato
per 6, secondo il
parametro teorico di confronto), mentre risultano fatture
effettivamente
pagate, nel medesimo periodo, per un importo di €
31.544.414,00”. Il
direttore sanitario del laboratorio era Pietro Crinò, in
passato era stato
raggiunto da più procedimenti di polizia.
Altro punto di notevole sofferenza è quello legato agli
appalti, settore
cruciale per ogni pubblica amministrazione e storico
veicolo di
penetrazione della „ndrangheta.
“Gli accertamenti compiuti in sede di accesso hanno
permesso di
ricostruire un.assoluta e probabilmente non del tutto
ostacolata
disorganizzazione dell’ufficio che avrebbe dovuto
occuparsi della gestione
degli appalti. Da un lato vi è l’ufficio tecnico che
gestisce gli appalti di
opere e lavori pubblici, dall’altro l’ufficio
provveditorato che a sua volta è
disarticolato perché da una parte gestisce le procedure
di evidenza pubblica
e, con separata struttura, procede agli acquisiti a
trattativa privata, plurima
o diretta”.123
123 Ufficio territoriale di Governo, Prefettura di Reggio
Calabria, Relazione conclusiva in data 26 marzo
2006 a firma del prefetto Paola Basilone.
124 Ibidem
125 Ibidem
Emerge un quadro davvero impressionante di mala sanità e
di
evidenti cointeressenze tra amministratori e uomini delle
„ndrine che si
sono realizzate apparentemente grazie al modo volutamente
superficiale e
distorto di amministrare e di erogare fondi pubblici, in
realtà per effetto di
un preciso modo di amministrare finalizzato ad abbattere
i vincoli di
trasparenza e la soglia di legalità, per favorire la
permeabilità a vantaggio
degli interessi mafiosi. In ciò contando sulla diffusa
impunità o sui condoni
o sulla depenalizzazione delle diverse leggi finanziarie.
Forse solo così è
possibile spiegare il diffuso ricorso al sistema di:
“acquisto diretto di
forniture e servizi; acquisto diretto a trattativa
privata”.124 Inoltre “si è
accertata una violazione sistematica della normativa
antimafia, con
mancata attivazione delle procedure di richiesta di
certificazione per
frammentazione delle forniture, tali da renderle di
valore inferiore ai limiti
di soglia richiesti dalla legislazione vigente”.125
Tutto ciò, è sempre bene ricordarlo, in una zona come la
locride dove
esiste una fortissima e storica concentrazione di
famiglie e tra le più
prestigiose dell’intera „ndrangheta calabrese. Le
dinamiche criminali del
versante ionico hanno confermato la supremazia e la
leadership dei locali di
Platì, San Luca ed Africo, con le famiglie Barbaro, Romeo
e Morabito-
Palamara-Bruzzaniti, molto attive nel settore del
traffico nazionale ed
internazionale di stupefacenti. La famiglia Iamonte
controlla i territori di
Melito Porto Salvo e Montebello Ionico. A Locri, seppure
ancora in guerra,
ci sono i Cordì e i Cataldo. Nell’area operano altresì le
cosche Nirta,
Barbaro, Pelle, Commisso e Mazzaferro. A Marina di
Gioiosa Ionica sono
presenti le cosche Aquino-Scali, Mazzaferro-Ierinò e
Ursino-Macrì. A San
Luca sono presenti anche i Giampaolo e gli Strangio,
legati ai Nirta mentre
i Maesano-Paviglianiti-Pangallo sono presenti a
Roccaforte del Greco, S.
Lorenzo, Roghudi e Condofuri.
E. difficile immaginare che gli amministratori e gli
esponenti politici
di riferimento in una realtà così connotata non sapessero
che determinate
pratiche, come il ricorso alla trattativa privata e l’acquisto
diretto di
forniture e servizi, non fossero condizionate dalla
presenza delle „ndrine né
è immaginabile che non conoscessero i titolari e le reali
“proprietà” delle
strutture di volta in volta, beneficiarie di contratti e
accrediti che come si è
visto, sono pesantemente inserite nei principali settori
economici produttivi
e di servizi.
La libertà di mercato, con le sue regole e i suoi attori
sociali, non è di
queste terre. Né lo Stato e le istituzioni hanno avuto
qui la capacità di
imporsi. In queste latitudini prevalgono le leggi della
„ndrangheta anche
all’interno dell’A.S.L’ dove ha propri aderenti ed
affiliati e può contare su
un vero e proprio sistema di complicità ed acquiescenze.
Non a caso la Commissione d.accesso ha rilevato che “la
gestione
degli appalti esaminati è avvenuta con modalità tali da
evidenziare una
violazione delle regole di evidenza pubblica, e più in
particolare delle
norme che disciplinano le forme concorrenziali del
mercato, poste invece a
tutela dell’imparziale scelta del contraente, e nell’interesse
dell’Amministrazione. La A.S. ha spesso fatto ricorso a
rinnovi o proroghe
dei contratti già esistenti, a trattativa privata,
eludendo gli obblighi della
gara. Il ricorso a tale sistema di gestione è avvenuto in
modo troppo
frequente da non poter lasciar intendere che l’esigenza
della proroga fosse
sempre effettivamente conseguente ad una obiettiva
ragione di urgenza e
non invece ad un deliberato comportamento dell’ente di
eludere i principi
di legalità. E ciò è confermato dalla circostanza che una
volta prorogato il
precedente contratto con la motivazione che occorreva
garantire la
continuità del servizio, l’azienda non provvedeva
contestualmente a
bandire alcuna gara. Di fatto, sotto le mentite spoglie
di una proroga per
garantire il precedente servizio, si nascondeva una vera
e propria
aggiudicazione di un nuovo contratto a trattativa
privata”.126
Il giudizio è molto duro e va al cuore di un vero e
proprio sistema
che si ripropone con frequenza e si autoriproduce.
126 Ibidem
127 Ibidem
A riprova di tutto ciò, la vicenda dell’affidamento alla
Coop. Service,
di Locri, del servizio di pulizia di tutti i presidi
ospedalieri di Siderno e di
Locri. L’incarico è stato affidato a trattativa privata
senza che siano stati
chiariti i criteri di affidamento e neanche l’importo da
corrispondere.
“Complessivamente, dall’esame dell’elenco fatture fornito
dal servizio
ragioneria dell’Azienda Sanitaria, sono stati erogati,
nel periodo
2000/2005, a favore della cennata società cooperativa,
euro
8.461.383,82”.127 Ancora una volta, e nonostante la cifra
erogata lo
imponesse, nessuna richiesta dell’informativa antimafia è
stata inoltrata
alla Prefettura di Reggio Calabria.
La cooperativa ha una situazione alquanto particolare e
tipica delle società
di copertura. Infatti i soci-dirigenti sono immuni da
“segnalazioni o
denuncie di rilevanza penale”, mentre ben diversa è la
situazione dei 154
soci dipendenti, dei quali 125 donne e 29 uomini. 85 di
loro sono residenti
nel comune di Locri, e di questi “ben 23 sono legati da
vincolo di parentela
diretto, perché figli o addirittura coniugi, con
appartenenti di primo piano
delle organizzazioni mafiose locali”.128
5. I dipendenti
Alcuni esempi ci danno l’idea delle pesanti e profonde
infiltrazioni
delle „ndrine, del condizionamento permanente,
quotidiano, sui dipendenti
delle strutture ospedaliere, sui degenti e sui familiari
in una realtà come
quella di Locri dove tutti conoscono tutti:
Domenico Audino, è figlio di Pietro Audino, noto
esponente della
famiglia mafiosa Cordì;
Anna Maria Pittelli è moglie di Antonio Cataldo “ritenuto
dalle forze
di polizia uno dei vertici della cosca mafiosa dei
Cataldo operante nel
comune di Locri e zone limitrofe”. Quest.ultimo è figlio
di Nicola Cataldo,
„boss. dell’omonima cosca unitamente al fratello
Giuseppe. Inoltre Antonio
Cataldo è fratello di Francesco con a carico numerosi
precedenti penali e di
polizia tra i quali quello di associazione mafiosa.
128 Ibidem
Pasqualina Mollica, il cui coniuge è Pietro Audino. “Lo
stesso è
ritenuto dagli inquirenti personaggio inserito nell’organizzazione
mafiosa
dei Cordì di Locri, sospettato di essere specializzato,
all’interno del gruppo
mafioso, nei furti e negli atti intimidatori. Pietro
Audino è stato arrestato
nel mese di giugno del 1999 per il reato di associazione
di tipo mafioso e
scarcerato nel giugno del 2002”.129
129 Ibidem
130 Ibidem
131 Ibidem
Sonia Zanirato è convivente con Francesco Cataldo
attualmente
detenuto per associazione di tipo mafioso. Francesco
Cataldo è figlio di
Nicola e fratello di Antonio. “Lo stesso è ritenuto capo
indiscusso
dell’omonimo clan mafioso sospettato dagli organi di
polizia di dirigere il
racket dei lavori pubblici e privati, nonché di imporre
la tangente per i
lavori che vengono eseguiti nel territorio di Locri,
ricadenti sotto il
controllo della famiglia e di dirigere parte del grande
traffico di
stupefacenti per mezzo dei vari affiliati”.130
Antonella Troiano è moglie di Domenico Alecce il quale
“fa parte di
una famiglia composta da altri cinque fratelli tutti
pregiudicati per vari
reati. Alcuni fratelli ritenuti dalle forze di polizia
socialmente pericolosi
sono stati sottoposti a misura di prevenzione. Infatti il
clan Alecce a Locri
ha assunto una propria fisionomia nell’ambito della
criminalità organizzata
incutendo timore sull’intera cittadinanza locrese”;131
Stella Strati è convivente di Giuseppe Cavalieri
“esponente di rilievo
del clan mafioso Cordì”;
Maria Schirripa, è moglie di Salvatore Cavallo, “ritenuto
dagli
inquirenti appartenete al sodalizio mafioso dei Cataldo”.
Cavallo è cognato
di Aurelio Staltari rimasto ferito in un attentato
durante la faida locrese e
suocero di Nicola Maciullo, affiliato ai Cataldo;
Loredana Floccari è moglie di Claudio Alì, appartenente
alla „ndrina
dei Cataldo. “Il matrimonio con la propria consorte non
ha fatto altro che
potenziare l’azione criminale dell’Alì. Infatti Loredana
Floccari è figlia di
Alfredo capo dell’omonimo clan fino al giorno del suo
decesso. La stessa è
sorella di Walter Floccari, che annovera numerosi
precedenti di polizia,
nonché considerato, un elemento socialmente pericoloso
facente parte
dell’omonimo clan. Le sue vicissitudini giudiziarie hanno
avuto inizio dal
6/11/1989 quando è stato, unitamente ad altre persone,
tratto in arrestato
perché imputato, ai sensi dell’art. 416bis, di
associazione finalizzata al
riciclaggio di denaro proveniente da sequestro di
persona”;132
Adele Cataldo è figlia di Michele Cataldo, deceduto,
fratello di
Nicola e di Giuseppe, capi indiscussi del clan. La stessa
è anche sorella di
Giuseppe, assassinato nell’anno 2005 nei pressi della
propria abitazione di
Locri;
Liliana Cataldo è figlia di Nicola Cataldo, “considerato
dagli
inquirenti braccio destro del fratello Giuseppe nell’organizzazione
mafiosa.
Inoltre si occupa in prima persona, con l’ausilio dei
figli Francesco e
Antonio, degli affari relativi alla gestione delle
attività illecite e dei relativi
proventi. Il Nicola Cataldo a seguito dell’uccisione del
cognato Iemma
Antonio ha assunto una posizione totalitaria all’interno
della cosca dello
stesso capeggiata contando su una fittissima rete di
favoreggiatori e
fiancheggiatori”. Liliana Cataldo è anche coniugata con
Paolo Panetta il
quale può vantare diversi procedimenti di polizia per
estorsione e porto
abusivo di armi.
132 Ibidem
Anche gli appalti di lavori ed opere pubbliche seguono
il
meccanismo sin qui descritto che prevedeva come costante
il frequente
ricorso alla trattativa privata plurima. Naturalmente con
simili metodi non
mancano le sorprese né le rivelazioni. “Nell’ambito delle
procedure a
trattativa privata - secondo la relazione citata - si è
potuto riscontrare che,
molto spesso, sono bandite gare differenti per lavori
identici”. Il
responsabile dell'Ufficio tecnico dell'Azienda Sanitaria
ha motivato in
questi termini una procedura che ha tutte le
caratteristiche dell'unicità: “le
scelte operate in tal senso dall’Ufficio Tecnico, attesa l’esecuzione
di due
differenti gare per l’aggiudicazione di lavori identici,
relativi alle due
diverse strutture ospedaliere amministrate da questa
Azienda Sanitaria,
trovano ragione, nell’opportunità che, in generale, i
lavori di importo
complessivo non rilevanti, concernenti il presidio di
Locri, vengono affidati
e quindi eseguiti da ditte di Locri ed analogamente, per
il presidio di
Siderno, ciò al fine di evitare „dispetti. tra soggetti
economici dei due
circondari”. Ovviamente in ogni appalto ci si imbatte in
parenti diretti di
noti mafiosi e questo alla faccia di ogni regola, di
trasparenza e legittimità
dello stesso bando di gara. ci si imbatte in parenti
diretti di noti mafiosi.
Anche sulla questione del personale, materia estremamente
delicata,
non mancano le anomalie. Nonostante il lavoro svolto
dalla commissione
di accesso, è stato impossibile definire il quadro certo
e preciso del
personale. Scrive infatti la relazione Basilone: “Sull’argomento
occorre,
preliminarmente, evidenziare come la richiesta della
Commissione, più
volte formulata, tendente ad ottenere il quadro
complessivo degli organici
relativi alle suddette figure dirigenziali, abbia trovato
parziale e non
assolutamente esaustivo riscontro da parte dell’ufficio
aziendale preposto.
Pertanto, stante la mole della documentazione da
acquisire e la complessità
della medesima, non si è riusciti ad avere uno scenario
certo, definito
dall’Azienda, con l’identificazione del posto in organico
e della relativa
figura professionale che lo ricopre. Tale circostanza
era, tra l’altro, già stata
evidenziata in una relazione ispettiva redatta da un
dirigente
dell’Ispettorato Generale di Finanza della Ragioneria
Generale dello Stato a
seguito di una verifica”.
Sembra incredibile, ma né la Guardia di Finanza né la
Prefettura di
Reggio Calabria sono venute a capo della situazione di
profonda anomalia
per cui in un.Azienda sanitaria locale lo Stato non è
riuscito a far luce sul
numero dei dipendenti, sul posto indicato in organico e
sulla figura
professionale che quel posto è destinata a ricoprire.
E questo senza la presenza della commissione disciplinare
mai più
ricostituita dopo le dimissioni di alcuni componenti.
Appare evidente che “per garantire il perseguimento dei
propri
obiettivi, ed il controllo sulla gestione della „cosa
pubblica., la pressione
sugli organi della A.S. è stata possibile anche per la
presenza all’interno
dell’azienda di personale, medico e non, legato da
rapporti familiari a noti
esponenti della criminalità organizzata locale o comunque
interessati da
rilevanti precedenti di polizia o penali. Tale presenza denota,
- continua la
relazione - tanto la causa quanto l’effetto dell’ingerenza
della criminalità
organizzata nella gestione dell’azienda, perché si
traduce nella possibilità
di imporre dall’esterno le scelte di assunzione o
quantomeno, come si
vedrà, di impedire lo scioglimento dei vincoli
lavorativi, sia al fine di tener
sempre sotto verifica, dall’interno le scelte gestionali,
sia per poter
garantire la tenuta di una gestione clientelare. In
questo contesto, infatti, si
spiega la mancanza presso la A.S. di una commissione di
disciplina del
personale”.
Alcuni casi sono particolarmente esplicativi dell’andazzo
dei tempi,
e danno della A.S.L’ di Locri una rappresentazione di
zona franca per ogni
forma di legalità, di diritto, di morale. La peggiore
immaginazione è
superata dalla più degradante realtà: esponenti mafiosi
con sentenze passate
in giudicato che continuano a lavorare nonostante la
legge lo vietasse o
mafiosi riassunti dopo trenta anni di carcere nonostante l’interdizione
perpetua dai pubblici uffici e dipendenti sanitari ospiti
delle patrie galere
che continuano a percepire ininterrottamente lo
stipendio. Sembra
incredibile ma è la realtà.
Il primo caso riguarda l’operatore tecnico originario di
Locri Giorgio
Ruggia. Basta leggere le righe a lui dedicate dalla
Commissione d.accesso
per avere aperto uno squarcio di estremo interesse. “Il
dipendente in parola
era già colpito da misura restrittiva della libertà
personale, ed era stato
sospeso dal servizio con delibera n. 1.180/98 con
decorrenza 7.12.1998.
Successivamente con delibera n. 377/99 a seguito di un
provvedimento con
il quale il Giudice per le indagini preliminari ha
revocato la misura della
custodia cautelare lo stesso è stato riammesso in
servizio con decorrenza
19.4.1999. Atteso che il provvedimento prevedeva una
misura restrittiva
della libertà personale per un periodo superiore a tre
anni, con il
provvedimento in argomento si è inteso sospenderlo
cautelativamente,
nonostante la previsione di cui all’art. 5 della Legge
27.3.2001 n. 97,
integrato dall'art. 19 comma 1° e l’art. 32 quater del
codice penale con cui
viene stabilito che la condanna alla reclusione per un
tempo non inferiore a
tre anni (per determinati delitti), importa ai sensi del
suindicato art. 32 c.p.
l’estinzione del rapporto di lavoro nei confronti del
dipendente a seguito di
procedimento disciplinare. Il D.G. ha ritenuto con la
delibera 218/2002 che
„l’unico provvedimento utile per la tutela delle posizioni
sia
dell’Amministrazione che dello stesso dipendente può
individuarsi nella
sospensione cautelare con la corresponsione di
un.indennità pari al 50%
della retribuzione e gli assegni familiari se dovuti per
intero..
Il provvedimento raggira così la normativa. Ma vi è di
più. Il Ruggia
è stato condannato con sentenza della Corte di Appello di
Reggio Calabria
dell’1.2.2001, divenuta irrevocabile il 16.1.2002, a 3
anni ed 8 mesi di
reclusione con la pronuncia dell’interdizione dai
pubblici uffici per 5 anni.
Ciò nonostante con delibera n. 890 del 13.10.2004 il
Direttore Generale
della A.S. riammette in servizio il Ruggia che difatti
riprende il servizio in
data 18.10.2004, vanificando così la pronuncia giudiziale
della Corte di
Appello. Il Ruggia attualmente presta servizio presso la
A.S.”.
Da dove deriva tanta forza a Ruggia? E. ben possibile che
gli derivi
dal fatto di essere “ritenuto „vicino. alla consorteria
criminale Cordì attiva
in Locri ed in campo nazionale, contrapposta alla cosca
Cataldo”.
Il secondo caso è quello di Femia Resistenza, operatore
professionale
di Locri assunto nell’anno 1974 e riassunto il 21 gennaio
2004, a distanza
di ben 30 anni. Nel periodo tra le due assunzioni
Resistenza era stato
arrestato per associazione mafiosa, per traffico di
stupefacenti ricettazione
ecc. Con sentenza della Corte di Appello di Reggio
Calabria, in data
14.06.1999 irrevocabile nel 2000 Resistenza è stato
condannato ad anni 10
e mesi 6 di reclusione e lire 60.000.000 di multa,
interdizione perpetua dai
Pubblici Uffici e libertà vigilata per anni 3. Ciò
nonostante è stato
riassunto. Era stato tratto in arresto per l’operazione
antidroga denominata
Onig. E. rimasto in carcere dal 1994 al 2003. Era
ritenuto un esponente di
livello della cosca Macrì di Siderno. Ma per l’A.S.L’ di
Locri l’interdizione
perpetua dai pubblici uffici non esiste.
Il terzo caso è quello dello psicologo Pasquale Morabito
originario di
Bova Marina. Con “delibera del Direttore Generale n. 250
dell’11.4.2002”,
veniva estinto il rapporto di lavoro presso la SAUB di
Bovalino, a far data
dall’1.11.2001. “Dalle motivazioni poste a supporto del
provvedimento si
evince che il predetto è risultato assente dal servizio
fin dal 1992, pur
continuando a percepire regolarmente lo stipendio di
competenza. Le
ragioni di tale assenza sono da ricercare nella
circostanza che il Morabito
nel 1996 era stato condannato dalla Corte di Appello di
Messina, con
sentenza passata in giudicato nel 1997 a 6 anni ed 8 mesi
di reclusione, con
pronuncia di interdizione legale per la durata della
pena, per il reato di
partecipazione ad associazione finalizzata al traffico
illecito di sostanze
stupefacenti in concorso. In data 11.6.1999, con sentenza
della Corte di
Appello di Reggio Calabria, divenuta irrevocabile il
16.10.2000, il
Morabito veniva condannato a 8 anni di reclusione, con la
pronuncia
dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici per il
reato di associazione di
tipo mafioso di cui all’art. 416 bis. Occorre al riguardo
rilevare che
l’Azienda, a seguito della privazione della libertà
personale, aveva sospeso
dal servizio il Morabito, con conseguente riduzione dello
stipendio in
applicazione della normativa all’epoca vigente. La
sospensione è durata per
tutto il periodo del primo quinquennio di detenzione,
dopodiché la A.S.
anziché prendere atto dello stato di perdurante
detenzione, e comunque
ignorando che il Morabito non era in servizio,
ripristinava l’erogazione
dello stipendio per intero. In sintesi, la A.S. ha
erogato l’intero trattamento
stipendiale, in favore di un dipendente che non prestava
servizio perché
detenuto. Per di più, tale situazione è perdurata anche
dopo la sentenza
della Corte di Appello di Reggio Calabria del 1999 che
pronuncia
l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il
provvedimento di cessazione
dal rapporto interviene tardivamente nel 2002, e fino a
quel momento
l’Azienda ha proseguito nell’indebito pagamento, per il
quale, peraltro non
ha nemmeno avviato azioni di recupero”.133
Pasquale Morabito ha parecchi precedenti penali, è stato
coinvolto
nell’operazione Tuareg ed è stato varie volte condannato:
nel 2001 il
Procuratore Generale della Repubblica di Reggio Calabria,
determinava la
pena da eseguire in anni 8, mesi 1 e giorni 11. Inoltre
le forze di polizia lo
ritenevano “inserito a pieno titolo nel clan mafioso
denominato Speranza-
Palamara-Scriva che da tempo è contrapposto nella cruenta
e sanguinosa
faida di Africo-Motticella, che ha provocato circa 50
vittime, a quella del
Mollica-Morabito, entrambe attive in Africo e zone
limitrofe”.
Nella A.S.L’ di Locri ha lavorato anche Giuseppina
Morabito, medico,
figlia di Giuseppe, meglio noto come “Tiradrittu”,
arrestato nel febbraio
2004 mentre era in compagnia di Giuseppe Pansera, genero
di “Tiradrittu”
e marito di Giuseppina Morabito.
133 Ibidem
Tra il personale medico 13 persone hanno precedenti
penali,
frequentazioni con pregiudicati oppure parentele con noti
esponenti
mafiosi. Tra queste Francesco Nirta di San Luca, figlio
di Antonio Nirta
capo dell’omonima cosca, Giuseppe Baggetta, che ha come
cognato
Giuseppe Commisso; Giovanna Morabito coniugata con
Giovanni Antonio
Bruzzaniti, implicato in vicende di „ndrangheta, e
sorella di Salvatore
Morabito, anche lui “ritenuto vicino alla cosca mafiosa
Morabito-
Bruzzaniti-Palamara capeggiata da Giuseppe Morabito,
alias Tiradrittu”.
Le „ndrine potevano contare anche su 29 persone che
facevano parte
del personale amministrativo e che avevano precedenti
penali o erano in
rapporti familiari con noti „ndranghetisti. Una nutrita
rappresentanza:
Alessandro Floccari, figlio di Alfredo, considerato il
capo della cosca e
fratello di altre sei persone pregiudicate e collegate
prima ai Cataldo ed ora
alla famiglia Cordì; Alessandro Marcianò attualmente
sotto processo
perché considerato il mandante dell’assassinio del vice
presidente
Francesco Fortugno; Francesco Giorgi, figlio di Antonio
Giorgi di San
Luca, noto come „u ciceru., alleato con i Nirta e
accusato di essere il
mandante del duplice omicidio in danno del Sovrintendente
della Polizia di
Stato Salvatore Aversa e della moglie Lucia Precenzano,
avvenuto a
Lamezia Terme il 4 gennaio1992.
Anche la scelta dei medici esterni seguiva la medesima
logica sin qui
descritta, e dunque anche tra di loro c.era una folta
schiera di persone con
precedenti penali o strettamente imparentati con
„ndranghetisti. Si può dire
che tutte le principali „ndrine attive nei comuni della
zona avessero più di
un rappresentante dentro la struttura ospedaliera o
presente nelle
convenzioni da essa stipulate oppure nelle gare
d.appalto.
Scrive infatti la Commissione Basilone che “la presenza
all’interno
dell’A.S. di personale, medico e non, legato da stretti
vincoli di parentela
con elementi di spicco della criminalità locale o
interessati da precedenti di
polizia giudiziaria per reati comunque riconducibili ai
consolidati interessi
mafiosi, ha permesso di verificare non solo la presenza
di un „contatto. tra
le organizzazioni malavitose e l’Azienda, bensì una vera
e propria
„infiltrazione. in quest.ultima... Il quadro che emerge
fa ragionevolmente
presumere che forze mafiose locali si siano infiltrate
nell’area
dell’istituzione sanitaria, e sovrapponendosi ai
rispettivi organi abbiano
potuto minacciare la serenità nelle scelte decisionali di
fondo in modo tale
da non poterle più ritenere riconducibili all’autonoma e
consapevole
volontà dell’Azienda Sanitaria”.
Insomma, non erano gli organi istituzionali e legali dell’A.S.L’
a
decidere, ma le „ndrine che avevano occupato, anche
fisicamente, le
strutture sanitarie, pubbliche e private, ricadenti sul
territorio dell’A.S.L’ 9
di Locri. Ma per farlo c.era bisogno di una politica
cieca, sorda, muta
succube o compiacente. Molto più probabilmente, è stata
semplicemente
complice.
7. Villa Anya. L’onorata sanità
Villa Anya è una clinica privata nella disponibilità di
Domenico
Crea, anche se la proprietà della stessa, secondo il GIP
di Reggio Calabria,
è stata attribuita “fittiziamente” alla moglie e ai
figli, “al fine di eludere le
disposizioni di legge in materia di prevenzione
patrimoniale”. Per questa
clinica l’onorevole Crea ha fatto di tutto. Innanzitutto,
per dargli vita, ha
investito grandi quantità di soli.
Secondo la Guardia di finanza risulta un “versamento da
parte del
Crea in data 15/11/2001 di denaro in contante sul conto
intestato ai genitori
dello stesso presso la filiale del Banco di Napoli di
Melito Porto Salvo di
una somma pari a complessive £. 1.195.000.000 (un
miliardo e
centonovantacinque milioni)”. A distanza di un mese i
soldi transitarono
direttamente sul conto che era nella disponibilità sua e
della moglie. E. una
somma notevole, ancor più se versata in contanti. Da dove
arrivano i soldi
all’onorevole Crea? In quanto tempo e come li ha
guadagnati? Interrogato
dai magistrati spiega che erano un regalo di parte
paterna e aggiunge che “il
padre non ha mai intrattenuti rapporti bancari e postali
e pertanto ha sempre
conservato il denaro contante in casa dentro il
materasso”. Crea lo dice non
in una cena conviviale tra amici ma di fronte ai magistrati
che lo
indagavano “per associazione per delinquere, truffa
aggravata, corruzione e
peculato”.
Si può immaginare lo stupore di quei magistrati, ma
soprattutto – se
le parole di Crea fossero vere – si può immaginare l’ansia
dei genitori, le
accortezze prese per non lasciare incustodito quel
tesoro, per evitare che
ladri d.ogni risma potessero inavvertitamente trafugare
tutto quel denaro in
contanti.
Le affermazioni di Crea appaiono “grottesche” agli stessi
magistrati.
Sono ritenute inverosimili e piene di contraddizioni.
Scrive il GIP di
Reggio Calabria: “Le modalità di versamento non risultano
chiare né risulta
chiaro chi ha portato i soldi in banca”. L’impiegato
della banca Micalizzi
infatti dichiara che il denaro fu portato in banca dal
direttore Dott. Postilotti
unitamente al Dott. Crea Domenico che giunsero „con due
borse contenenti
il denaro.. L’impiegato Liserra dice che Domenico Crea „è
solito effettuare
le proprie operazioni bancarie riservatamente nell’ufficio
di direzione.. La
madre dell’indagato sig.ra Annunziata Marrari afferma
che: “un giorno del
mese di dicembre „accompagnata da mia figlia Filomena
Crea, mi recai al
Banco di Napoli con i soldi contenuti in due borse. Mio
figlio Domenico
Crea non era presente”. La sorella dell’indagato Filomena
Crea dichiara
„quel giorno ho accompagnato mia madre all’ingresso del
Banco di Napoli,
quindi lei è entrata ed io sono rimasta in macchina..
Infine il Direttore
Postilotti ha dichiarato al P.M. che “il 15 novembre 2001
accompagnato
dall’on. Domenico Crea e da un altro signore a me
sconosciuto, mi sono
recato a casa dei genitori del Crea ed ivi constata la
presenza della sorella
del Domenico Crea ho espletato le formalità relative all’apertura
del
conto…. La signora Annunziata Marrari ha aperto un
armadio che si
trovava nella camera da letto prelevando due borse
contenenti il denaro che
intendevano versare”. A ciò si aggiunga che la madre dell’indagato
sig.ra
Annunziata Marrari mostra di non sapere che l’intera
somma è stata
trasferita sul conto del figlio Domenico Crea.
Infatti, la signora Marrari, in data 15 e 16 luglio 2002
dichiara che: “i
soldi si trovano nella mia disponibilità tranne un'esigua
parte prelevata da
mio figlio Domenico Crea a mezzo di assegno bancario”.
Tali dichiarazioni
quindi vengono a distanza di molti mesi (circa otto) dal
versamento
dell’assegno di lire 1.195.000.000 sul conto dell’indagato
Domenico Crea
(versamento avvenuto l’11 dicembre 2001) e la formale
proprietaria di quel
denaro è all’oscuro di tale non irrilevante circostanza.
Ma, al di là della
modalità con cui è stato aperto il conto, ci sono alcune
circostanze che non
convincono i giudici reggini i quali sono persuasi che
non può “ritenersi
credibile che tale ingente mole di denaro fosse
conservata „in casa dentro il
materasso. per come dichiarato dall’indagato Domenico
Crea per i seguenti
motivi: 1) i genitori del Crea avrebbero
irragionevolmente rinunciato a
rendere fruttifero il denaro contante con conseguente
perdita del potere di
acquisto per effetto della svalutazione monetaria; 2) la
vendita degli
appezzamenti di terreni risalgono anche agli anni.60 e
pertanto non è
verosimile che i genitori del Crea abbiano conservato in
casa banconote
ormai non aventi più corso legale per oltre quarant.anni;
3) il 15 novembre
sono state depositate al Banco di Napoli un.inusitata
massa di banconote
dal taglio di 500 mila lire e tali banconote hanno avuto
corso legale
soltanto a partire dal settembre 1997. Ebbene i genitori
del Crea non hanno
venduto alcun bergamotto dopo l’anno 1997 pertanto il
possesso di quelle
banconote non può collegarsi a quella vendita; 4) l’ingente
somma di
denaro è confluita tutta nella disponibilità dell’indagato
Domenico Crea
con completa obliterazione quindi delle ragioni
ereditarie della sorella
Filomena Crea. Infatti se il denaro era effettivamente di
proprietà dei
genitori del Crea non doveva essere diviso in parti
uguali dagli eredi? 5)
Nella conversazione telefonica dell’11 luglio 2002
intercettata il
commercialista del Crea riferisce al difensore del Crea
che i versamenti di
denaro contante li ha fatti proprio Domenico Crea”. 134
Nulla si sa del comportamento della banca in questione.
Probabilmente è stato lo stesso della quasi totalità
delle banche del Sud e
del Paese: non vedono, non sentono, non denunciano le
operazioni
sospette. Impedendo così, attraverso comportamenti
omertosi, l’affermarsi
di meccanismi di trasparenza della finanza e dell’economia.
Quando la magistratura reggina, con l’operazione che
efficacemente
è stata definita “Onorata sanità”, si è occupata del modo
in cui era gestita e
di come erano stati procurati i finanziamenti e gli
accreditamenti presso la
Regione Calabria, è venuto fuori un quadro di estremo
degrado ed allarme
non solo per lo stato della sanità, ma anche per l’intreccio
tra „ndrangheta e
politica, tra cosche e rappresentanti istituzionali di un
certo rilievo, come il
coinvolgimento del consigliere regionale in carica
Domenico Crea.
8. Le intercettazioni di Crea
134 GIP/GUP Reggio Calabria, N° 1272/07 R.G.N.R.D.D.A
Da tutta la vicenda emerge un orribile grumo di intrecci
perversi tra
interessi illeciti e mafiosi che condizionano tutto il
sistema della sanità a
livello locale, mentre a livello regionale sono coinvolti
sia i dirigenti
dell’assessorato alla sanità, sia Giovanni Luzzo, all’epoca
assessore alla
sanità della Giunta Chiaravalloti. Questa commistione
determina danni non
solo all’economia e alle istituzioni, ma danni concreti
anche alla salute dei
degenti, alcuni dei quali sono stati lasciati morire da
quello che i magistrati
definiscono “sistema Crea”. Uno squarcio impressionante
del modo di fare
politica in Calabria, di come si fanno le elezioni, si
raccolgono i voti e di
come si fa fortuna con una politica ridotta ad affare
privato, piegata agli
interessi personali.
C.è una conversazione intercettata su una Suzuki tra
Domenico Crea
e Antonino Roberto Iacopino nella quale il primo spiega
al secondo la sua
filosofia di vita politica e gli illustra la graduatoria
perché il suo
interlocutore possa ben comprendere l’effettivo peso
relativo alla capacità
di spesa finanziaria dei vari assessorati regionali. E.
una conversazione
illuminante e una lezione sull’uso e l’utilità “privata”
della gestione della
cosa pubblica: “la sanità è prima, l'agricoltura e
forestazione seconda, le
attività produttive terza; in ordine ... in ordine di ...
dai, come budget... 7
mila miliardi... 7 mila, seguimi, con la sanità...inc...
7 mila miliardi... 3
miliardi 360 milioni di euro hai ogni anno sopra il
bilancio della sanità...
ora si sta facendo con il contributo 2007 2006 di entrare
con la sanità anche
sui servizi sociali, cioè e ti prendi un.altra bella
fetta di conti... inc... -- e ti
prendi ... inc... quindi pensa tu da 7000 arrivi a 8000,
9000... miliardi.
Agricoltura e forestazione assieme ci sono 4.500 miliardi
l'anno da
gestire... attività produttive eccetera ... inc... hai
quasi, scarso, 4 miliardi, 3
e 9, 3 e 8”. Questo fiume di danaro è gestito in prima
persona
dall’assessore perché, come afferma Crea, “c.è o non c.è
il Presidente...
inc... (si accavallano le voci) perché la delega è tua,
quindi tu sei
responsabile di tutto, dalla programmazione alla
gestione”.
Ecco spiegato con estrema crudezza l’importanza che
veniva
conferita all’assessorato alla sanità rispetto ad altri
assessorati di spesa.
Secondo i magistrati si trattava di:“una graduatoria
degli assessorati
più proficui in base al budget finanziario da gestire e
da accaparrare in
larga parte per sé e per la cerchia dei propri amici,
accompagnata
dall’irrisione per chi vive di stipendio e chi si
accontenta della „modesta.
retribuzione di consigliere regionale e dall’assicurazione
di avere già reso
miliardari tutti i più stretti collaboratori”.
E infatti al suo interlocutore Crea diceva: “il più fesso
di loro è
miliardario... e ti ho detto tutto...”. Crea aveva fatto
ricchi gli altri, i suoi
collaboratori, se ne vantava e spiegava come, potendo
ritornare a fare
l’assessore, il sistema avrebbe potuto riprendere a
funzionare come prima:
“volete ragionare con le teste e dire creiamo una
struttura dove il settore „x.
se lo segue „A.. ...inc... perché dopo tu hai bisogno di
quelli che vanno a
vendere... (...) quell’altro si prende quell’altro
impegno e fa... cioè uno fa
una cosa uno fa un.altra, va nelle A.S.L’ e gestisce la...
tu vai nelle cose...
tu hai bisogno almeno di 4 o 5 che siano con te,
operatori, cioè
manovalanza cioè nelle... braccia, questo un settore,
quello un altro, quello
un altro, perché ogni assessorato hai almeno almeno 5, 6
settori da
sviluppare, uno se lo prende uno e un altro, sempre sugli
indirizzi che do
io... qualcuno segue questa linea quell’altro segue quell’altra,
l’altro segue
quel’'altra (...) sono stato chiaro? oppure parlo arabo
io?”135.
Commenta il GIP di Reggio: “A fronte di prospettive di
profitti di
enorme portata, l’indennità di consigliere regionale (pur
da tanti ritenuta
scandalosamente alta) appare, agli occhi di Crea,
irrisoria e ridicola: ma
quando hai me cretino tu che puoi fare? ti prendi i 10
mila euro di
consigliere?”.
La torta è di dimensioni ben più rilevanti che non quella
assicurata
dallo stipendio del Consiglio regionale, quasi un reddito
da pezzenti senza
l’integrazione prodotta dal sistema di corruzione
collegato alla funzione
istituzionale. Era l’indotto quello che contava, la
gestione che produceva
l’affare di grande dimensione finanziaria, che
determinava elevati redditi; e
che redditi, se l’ultimo dei collaboratori di Crea era
diventato miliardario.
135 GIP/GUP Reggio Calabria, N° 1272/07 R.G.N.R.D.D.A
Ma non c.è solo un grumo di interessi personali o
clientelari che
sorregge l’attività di Crea: le indagini hanno fatto
emergere il legame con
la „ndrina dominante della zona, quella dei
Morabito-Zavettieri di Africo e
Roghudi, alleata dei Cordì di Locri e dei Talia di Bova
Marina. Essa
esercitava il suo potere sul territorio “procurando voti,
in occasione di
consultazioni elettorali e segnatamente, da ultimo, l’elezione
dei
componenti del consiglio regionale della Calabria del
maggio 2005 a
favore di determinati esponenti politici considerati „di
fiducia.
dell’associazione, impedendo o comunque ostacolando il
libero esercizio
del diritto di voto anche mediante la promessa di
benefici economici (in
particolare la garanzia di posti di lavoro) conseguenti
alla scelta del
candidato da votare” e tentando di collocare “in ruoli
politico-
amministrativi verticistici soggetti contigui alle cosche
in grado di
soddisfare mediante la propria attività istituzionale,
amministrativa e
privata le promesse fatte ai fini dell’elezione e
soprattutto di realizzare gli
interessi economici diretti delle cosche”.
La prima questione che balza agli occhi è il fatto che la
„ndrina dei
Morabito aveva intenzione di scegliere un proprio
candidato su cui far
convergere i voti e farlo eleggere. Giuseppe Pansera era
stato esplicito con
un suo interlocutore parlandogli “di dieci locali che noi
possiamo attingere
voti” e poi decidere chi “possiamo appoggiare per vedere
nella Regione,
per avere a uno che ci possa garantire di qualche cosa,
ma nella peggiore
delle ipotesi qualche lavoro”. L’obiettivo era quello di
far assumere al
consigliere eletto con i voti delle „ndrine l’assessorato
alla sanità, quello
più promettente sul piano economico.
“Il soggetto che risulta costituire il coagulo delle
aspirazioni dei clan
si identifica in Domenico Crea, consigliere regionale sin
dal 1995,
nominato ripetutamente assessore in una pluralità di
settori e già in
precedenza investito di altre cariche istituzionali”.
Della struttura politica di Crea faceva parte Giuseppe
Marcianò su
suggerimento del padre Alessandro, imparentato con i
Morabito e i
Bruzzaniti, nonché uomo vicino ai Cordì e compare
d.anello di Cosimo
Cordì. Il sostegno avuto in campagna elettorale da alcuni
soggetti danno il
quadro di una scelta ben precisa di Crea. Analizzando il
voto di preferenza
emerge “il risultato di Africo, Roghudi, Roccaforte e
Melito Porto
Salvo/Montebello Ionico (cosche Morabito/Zavettieri), ma
anche S.
Lorenzo e Condofuri (zona dei Candito e Brizzese)”. Le
famiglie mafiose,
in qualche modo collegate alla cosca Morabito – Talia,
Iamonte, Zavettieri,
Cordì – hanno sostenuto Crea. Panzera poteva dire, a
ragion veduta: “Il
comune di Africo, quindi lo gestiamo noi!”.
Dunque Crea, secondo gli inquirenti, è uomo delle
„ndrine, anzi
espressione dell’accordo di cartello fra le cosche
dominanti della fascia
ionica reggina, è uomo che le „ndrine scelgono come
candidato nella
speranza che la sua elezione possa loro tornare utile
soprattutto se
all’elezione seguirà la “conquista” dell’assessorato alla
sanità. Lo scontro
politico, alla vigilia della consultazione elettorale
regionale e dopo l’esito
imprevisto della mancata elezione di Crea e della
sorprendente elezione di
Francesco Fortugno, si concentra così attorno a questi
interessi.
Prima dell’elezione era in ballo l’accreditamento della
clinica Villa
Anya, fatto certo rilevante per il futuro economico della
struttura e dello
stesso Crea. E infatti, dalle intercettazioni telefoniche
fondanti l’inchiesta,
emerge che nel gennaio 2005 Luigi Meduri, all’epoca
deputato della
Margherita “mirando a stimolarne la competizione, aveva
segnalato come
l’eventuale vittoria del rivale Fortugno avrebbe potuto
comportare che
venisse „sdirrupata. la clinica:„dopo tutto questo
bordello, se arriva prima
Modugno136 ti sdirrupa la clinica!., chiarendo l’importanza
della posta in
palio per Crea, ed evidentemente non solo per lui”.137
9. Il sistema Crea
Per raggiungere l’obiettivo si era messo in moto il
“meccanismo
Crea”, come lo definisce il GIP di Reggio, un vero e
proprio “sistema fatto
di pressioni, relazioni, favori, attuato principalmente
dallo stesso Crea
Domenico e dal figlio Antonio, al fine di ottenere le
autorizzazioni
necessarie all’accreditamento della struttura sanitaria”.
Il sistema fa
pressioni sui funzionari del Dipartimento Sanità della
Regione Calabria e
dell’A.S.L’ 11 di Reggio Calabria i quali arrivano
persino a falsificare atti
preparatori di delibere. Anche medici ed infermieri del
presidio ospedaliero
di Melito Porto Salvo e di Villa Anya sono spinti a
commettere reati “che
vanno dalle false attestazioni su certificazioni mediche
relativi a decessi,
all’omissione di soccorso, all’omicidio colposo e/o morte
in conseguenza
di altro delitto, ed alla truffa ai danni dello Stato”.
Il risultato di questo
“lavorìo”, secondo i giudici, è il fatto che la
concessione
dell’accreditamento della struttura privata con il
Servizio Sanitario
Nazionale ha “seguito canali di assoluto privilegio e
palesi sono le
irregolarità che vengono rilevate”.
136 Modugno era il nomignolo che l’on. Meduri aveva dato
all’on. Fortugno per la sua supposta
rassomiglianza con il noto cantante.
137 GIP/GUP Reggio Calabria, N° 1272/07 R.G.N.R.D.D.A
Si prestano allo scopo Pietro Morabito, direttore
generale dell’A.S.L’
di Reggio Calabria, Domenico Latella e Santo Emilio
Caridi,
rispettivamente direttore amministrativo e sanitario. Con
una rapidità
inconsueta, in data 8 novembre 2004, la Commissione per i
Requisiti
Minimi “inviava al Direttore Sanitario, al Direttore
Dipartimento
Territoriale, al Responsabile U.O. Assistenza Invalidi di
Melito Porto
Salvo, l’esito dell’esame della documentazione fornita e
del sopralluogo
effettuato per valutare il possesso dei requisiti della
struttura Villa Anya,
dichiarando che la stessa era in possesso dei requisiti
minimi strutturali e
tecnologici generali e specifici per una residenza
sanitaria assistenziale con
60 posti letto di cui 20 medicalizzati ed annesso
ambulatorio di
riabilitazione per 36 prestazioni”. Tre giorni dopo, “con
atto deliberativo n.
428, Guido Sansotta, Direttore Generale dell’A.S.L’ n.
11, sulla base del
parere favorevole espresso da Domenico Pangallo,
Direttore del
Dipartimento Territoriale, da Pietro Morabito, Direttore
Amministrativo, e
da Santo Emilio Caridi, Direttore Sanitario, esprimeva a
sua volta parere
favorevole all’esercizio per la residenza sanitaria
assistenziale Villa Anya
per complessivi 60 posti letto distinti in n. 40 per
anziani e n. 20 in
trattamento di tipo medicalizzato con annesso ambulatorio
di riabilitazione.
Il tutto in presenza delle irregolarità formali e
sostanziali caratterizzanti
l’operato della Commissione per i Requisiti Minimi già
evidenziate al
punto precedente, ed altresì all’esito di una pluralità
di contatti telefonici e
personali con il Domenico Crea, nel corso dei quali
venivano concordati
tempi, modi, contenuto e requisiti documentali degli atti
deliberativi da
redigere”.138
138 GIP/GUP Reggio Calabria, N° 1272/07 R.G.N.R.D.D.A
Contatti personali e molto intensi che proseguono anche
con
l’assessore regionale Giovanni Luzzo che, come confermano
numerose ed
esplicite telefonate, concorda direttamente con Crea il
provvedimento da
emettere. “L’assessore Luzzo indica al Crea le persone a
cui rivolgersi
all’interno del Dipartimento alla Sanità, rassicurandolo
che saranno
preventivamente contattati da lui stesso e che comunque
nel momento in
cui sarà in ufficio „se la vede lui., lasciando
evidentemente intendere al
Crea, ancor prima di aver esaminato la relativa
documentazione, che per il
rilascio del decreto di autorizzazione all’esercizio di
Villa Anya non
incontrerà nessun ostacolo”. Per queste ragioni, il
problema di Crea non era
quello di ottenere l’autorizzazione che lui dava per
assodata, ma quello di
ottenerla prima del 10 gennaio, “perché lui ha deciso di
inaugurare per quel
giorno e quindi anche il Dipartimento alla Sanità della
Regione si deve
adeguare in tal senso”. E lì, all’assessorato regionale
alla sanità c.era
Giuseppe Biamonte che alle richieste di Crea rispondeva
con un
ossequiente quanto esplicito: “agli ordini”.
L’autorizzazione al funzionamento di Villa Anya non
arrivò il 10
gennaio, ma tre giorni dopo, il 13 gennaio 2005, con
decreto n° 169. In due
mesi e cinque giorni s.era risolto tutto.
Se le cose funzionassero così, se il tempo fosse sempre
così breve tra
la richiesta di un cittadino o di un imprenditore e la
risposta delle istituzioni
e della pubblica amministrazione, la Calabria avrebbe
avuto ed avrebbe un
altro volto, a partire dalla perdita di ruolo della
„ndrangheta, che spesso si
caratterizza anche per la funzione di mediazione sociale
o di pressione sulle
istituzioni stesse.
Nel caso di Villa Anya la risposta in tempi rapidi c.è
stata. Ma era
una risposta viziata da falsi e dallo spregevole
meccanismo corruttivo che
abbiamo visto.
La questione più agghiacciante è leggere le parti dell’ordinanza
che
riguardano i degenti, soprattutto quelli molto anziani,
abbandonati, non
curati o curati con prescrizioni fatte per telefono,
lasciati morire per
imperizia o negligenza o addirittura trasportati già
morti al pronto soccorso
dell’ospedale di Melito Porto Salvo perché in clinica non
dovevano
risultare decessi di alcun tipo. Il disprezzo assoluto,
totale, della vita umana
e del dolore della povera gente è il prodotto ultimo, il
più perverso ed
odioso, del grumo di potere e dell’intreccio
politico-mafioso che emerge
dalla vicenda di Villa Anya.
Si può fare un solo esempio, tra i tanti, per mostrare il
cinismo e lo
sprezzo per la vita delle persone. A parlare,
intercettati, sono la moglie del
dottor Antonio Crea, figlio di Domenico e un.infermiera,
una certa Patrizia.
C.è una paziente che sta molto male e il dottor Crea non
era reperibile.
Ecco la trascrizione:
Patrizia: e.. la signora arted si sente malissimo…
Laura: malissimo in che senso? Che si deve chiamare il
118?
Patrizia: pressione bassissima, non respira, non
connette, non risponde agli
stimoli…
Laura: umh.
Patrizia: c.è bisogno di un dottore.
Laura: eh… eh lo sò solo che non prima di dieci minuti..
questo è il
problema Patri…
Patrizia: va bene, intanto la facciamo fuori noi, ciao.
(Patrizia passa il telefono a Demetrio).
Laura: …(ride)… ciao aspetta che… (ride)…
Ogni commento è superfluo. Rimane solo la pietà per la
vittima e
l’indignazione per il cinismo e l’indifferenza di chi
avrebbe dovuto
accudirla e curarla.
Ma tutta la vicenda impone alle istituzioni, ai partiti e
alla politica più in
generale, una riflessione radicale e di fondo sul sistema
di potere costruito
negli anni attorno alla sanità e su come esso, alla fine,
diventi inamovibile,
creando al suo interno le condizioni per la sua
riproduzione e
autoriproduzione.
Per fare di Villa Anya una gallina dalle uova d.oro, Crea
fa istruire la
pratica dalla giunta regionale guidata da Chiaravalloti,
del centrodestra, ma
riceve l’accreditamento, che viene firmato solo dopo sei
giorni
dall’omicidio Fortugno, dalla giunta regionale di
centrosinistra guidata da
Loiero. L’uomo chiave del sistema e il punto di
“garanzia” dell’operazione
nella macchina sanitaria regionale è Giuseppe Bevilacqua,
dirigente della
sanità a Reggio Calabria con il governo di centrodestra e
promosso, poche
settimane prima del suo arresto, dirigente della sanità a
Catanzaro dalla
giunta di centrosinistra. Solo dopo gli arresti la giunta
Loiero ha azzerato i
vertici della sanità calabrese, dimostrando come la
politica non riesca ad
arrivare prima della magistratura, pur disponendo di
propri autonomi
elementi di valutazione in grado di fargli compiere
autonome scelte di
trasparenza e legalità.
Questo meccanismo, apparentemente autonomo nella sua
autoriproduzione
e nella sua continuità, rappresenta l’altra faccia di una
politica che ha perso
autonomia e trasparenza per dipendere, essa stessa, dallo
scambio tra
gestione della spesa sanitaria e consenso che rappresenta
il punto più alto
del degrado politico e morale che investe la Calabria.
10. Il caso Vibo: un triste record
Anche a Vibo la sanità ci offre uno spaccato del degrado
provocato
dal controllo mafioso, intrecciato con le collusioni
politiche, sull’intero
ciclo della salute.
Da tre anni, l’ospedale di Vibo Valentia, conquista
ciclicamente le
cronache nazionali per le morti sospette. In realtà,
leggendo le dinamiche e
le responsabilità ricostruite dall’autorità giudiziaria,
si tratterebbe di veri e
propri omicidi, le cui responsabilità non possono restare
impunite.
Del resto basta scorrere il rapporto dei Nas, riferito
dal ministro della
salute in Commissione sanità al Senato l’11 dicembre
2007, a seguito di
un.ulteriore tragico caso, per cogliere le gravi
responsabilità: “numerose
sono le irregolarità nelle unità operative del presidio
ospedaliero di Vibo
Valentia, in particolare nelle unità operative di
nefrologia e dialisi,
chirurgia d.urgenza, chirurgia generale e blocco
operatorio, malattie
infettive, ginecologia ed ostetricia, rianimazione e terapia
intensiva,
neurologia, endoscopia, otorinolaringoiatria, pediatria,
medicina generale,
cardiologia e farmacia. Anche la mensa presenta numerosi
deficit”. Così le
verifiche dei Nas. C.è da chiedersi cos.altro rimanga dell’ospedale.
Lo
spiegano sempre i Nas: ” risultano invece nella norma le
unità operative di
oculistica e diagnostica”.
Malasanità e non solo. Vibo rappresenta da anni una
realtà
fortemente segnata da un forte controllo mafioso del
territorio, delle sue
attività economiche, dei suoi apparati pubblici e
amministrativi. La cosca
egemone, diventata potente anche su scala nazionale e
internazionale, il
clan dei Mancuso, ha conquistato negli anni una
supremazia assoluta,
scalzando anche le altre famiglie storiche costrette ad
un.accettata
subalternità. Tra queste quella dei Lo Bianco, da sempre
egemone nel
capoluogo e impegnata, negli ultimi anni, a recuperare un
ruolo più
autonomo.
Il modo scelto per raggiungere questo obiettivo è quello
di assumere
una posizione più significativa in campo economico. Avere
più soldi
significa acquisire potere e capacità di relazioni
sociali e politiche.
L’intrapresa non poteva che cadere sul campo della
sanità, dagli
appalti per l’edilizia ospedaliera e le forniture, sino
ai servizi e al controllo
dell’amministrazione.
Una relazione della Guardia di Finanza, realizzata per l’Alto
Commissario per la lotta alla corruzione,139 desecretata
nel febbraio
139 Guardia di finanza, comando nucleo speciale tutela
pubblica amministrazione, Indagine conoscitiva
nei confronti dell’Azienda sanitaria n. 8 di Vibo
Valentia. Il documento è pervenuto alla Commissione in
data 24 aprile 2007 dall’Alto commissario per la
prevenzione e il controllo della corruzione e delle altre
forme di illecito nella Pubblica amministrazione.
2008,per iniziativa di questa Commissione parlamentare,
ne svela il
meccanismo, mettendo a nudo un vero e proprio sistema
“interno e
parallelo” alla legittima gestione istituzionale.
L’appalto più rilevante e più importante è stato quello
per la
costruzione del nuovo presidio ospedaliero di Vibo
Valentia che è
aggiudicato da un.impresa pugliese. L’intera
documentazione è stata posta
sotto sequestro dalla Procura della Repubblica di Vibo
che nel settembre
2005 nel quadro dell’operazione “Ricatto”, ha indagato su
alcuni episodi di
corruzione, ha emesso numerosi avvisi di garanzia e ha
proceduto al
sequestro del cantiere dove si stava costruendo il nuovo
ospedale. La
magistratura vibonese è convinta che siano state versate
tangenti per
2.165.000 euro.
L’ipotesi d.accusa è che in cambio delle tangenti i
funzionari
dell’A.S.L’ abbiano pilotato l’appalto facendo in modo
che ad aggiudicarsi
lo stesso fosse il consorzio pugliese. Ma in una terra
come il vibonese, in
cui la „ndrangheta è inserita in tutte le pieghe sociali,
la tangente si trascina
dietro ben altro e rappresenta l’anticamera per l’ingresso
della „ndrina nel
mondo della sanità.
L’indagine ha coinvolto il Direttore generale e il
Commissario
straordinario che erano stati alla guida dell’A.S.L’
negli ultimi anni e, a
vario titolo, molti altri soggetti. In particolare,
stando alla prospettazione
della G.di F. che, è bene precisarlo, è ancora allo stato
investigativo,
sarebbero coinvolti: Giovanni Luzzo ex assessore
regionale alla sanità;
Giuseppe Namia - Direttore P.O.U. (presidio ospedaliero
unico) già
segnalato nel 1994 per il reato di cui all'art. 416 bis e
reati contro la
Pubblica Amministrazione; Armando Crupi - Direttore
Generale A.S.L’
Pro tempore; Giorgio Campisi - Intermediario di esponenti
partito UDC e
Democratici di Centro; Enzo Fagnani - Intermediario di
esponenti partito
UDC e Democratici di Centro; Santo Garofalo -
Commissario:
Straordinario A.S.L’ Pro tempore; Domenico Liso - legale
rappresentante
del Consorzio; Olimpia Lococo– Presidente commissione
aggiudicatrice;
Domenico Scelsi– legale rappresentante del Consorzio;
Fausto Vitello-
Responsabile del procedimento -; e poi altre tre persone
che facevano parte
della commissione aggiudicatrice.
Successivamente il consorzio appaltava i lavori alla
Ditta
Ediltrasport dei F.lli Evalto S.a.s. con sede a Vibo
Valentia.
Come per l’A.S.L’ di Locri il copione si ripete: nessuno,
dall’interno
dell’amministrazione, ha pensato di richiedere la
certificazione antimafia,
così l’autorizzazione a svolgere i subappalti è stata
successivamente
revocata dalla Prefettura per “informazioni antimafia
interdittive nei
confronti dell'impresa”.
Ma è utile conoscere anche i rapporti, le relazioni
famigliari e le
“qualità” personali di alcuni degli uomini chiave sia del
sistema delle
imprese che del meccanismo di gestione dell’appalto.
Il legale rappresentante della Evalto S.a.s. è Rocco
Evalto, originario
di Seminara e residente a Vibo, “condannato nel 1979 per
porto abusivo di
armi e segnalato per i reati di attività e gestione
rifiuti non autorizzata nel
2001”. Uno dei fratelli Evalto, Antonino, ha sposato Rosy
Lo Bianco, figlia
di Carmelo Lo Bianco. I fratelli Evalto sono figli di
Domenico Evalto,
appartenente alla cosca Anello-Fiumara. Secondo i
militari della Guardia di
Finanza “la citata società, sulla base di accordi
pregressi con il Consorzio
risultato vincitore dell’appalto, avrebbe dovuto
realizzare l’intera opera del
nuovo presidio ospedaliero di Vibo Valentia”.
Il meccanismo, partito con una tangente, è ben presto
scivolato
nell’ingresso della „ndrangheta nella assegnazione e
nella gestione dei sub
appalti dei lavori per l’ospedale.
I lavori edili e di ristrutturazione dell’A.S.L’ nei vari
settori sono
stati effettuati con il ricorso al sistema dei “lavori in
economia” secondo la
decisione della Direzione amministrativa del presidio
ospedaliero.
Anche questo è un meccanismo classico assieme a quello di
spezzettare l’appalto, per evitare l’iter e i vincoli di
trasparenza previsti da
una normale gara con tanto di bando pubblico.
Di conseguenza i lavori sono stati eseguiti in più lotti
“disattendendo
gli obblighi della normativa che vieta di assegnare a
trattativa privata, in
tempi successivi, lotti appartenenti alla medesima
opera”. Grazie a questo
sistema, secondo la Guardia di Finanza, “si sono
alternate, nell’affidamento
degli appalti, diverse ditte, nel senso che si è notato
come se esistesse un
disegno „spartitorio. in attuazione del quale taluni
appalti venivano
aggiudicati a determinate ditte, risultando aggiudicatari
di altri appalti le
altre che già avevano partecipato, senza successo ai
precedenti, laddove la
ditta precedentemente vincitrice effettuata un.offerta,
per la stessa tipologia
di lavoro, notevolmente superiore e pertanto palesemente
non
concorrenziale, consentendo, in tal modo, alla ditta che
era risultata
soccombente nella precedente gara di aggiudicarsi quella
successiva”.
Tra le società che hanno eseguito i lavori – secondo la
G.di F. - c.era
la ditta di Francesco Antonio Fusca il quale “risulta
essere stato segnalato
nel 2003 per i reati di associazione a delinquere,
emissione di fatture per
operazioni inesistenti e nel 2004 per i reati di indebita
percezione di
erogazioni a danno dello Stato e truffa aggravata per il
conseguimento di
erogazioni pubbliche”. E tra i componenti della
Commissione
Aggiudicatrice, c.era lo stesso Direttore dei Lavori che
risulta essere stato,
tra gli altri, Giuseppe Namia, in precedenza ricordato.
Interessante è lo svelamento di tutta la gestione delle
forniture e dei
servizi dell’A.S.L’.
L’appalto concorso per il servizio di ristorazione della
casa di cura per gli
anziani di Vibo Valentia e quello per tutti i presidi
ospedalieri dell’A.S.L’
di Vibo (Vibo, Tropea, Soriano e Serra San Bruno) era
stato affidato alla
Onama e, alla scadenza dell’affidamento, riassegnato
sempre alla Onama
S.p.A. Ma l’Onama non è una ditta come altre: “alcuni
dipendenti della
Onama sono risultati legati da vincoli di parentela a
soggetti appartenenti
alla cosca Fiarè-Gasparro di San Gregorio d.Ippona”. In
particolare
Francesco Coscarella la cui moglie è Caterina Fiarè,
sorella di Rosario
Fiarè, capo dell’omonima cosca. Insieme a lui anche
Gregorio Coscarella,
figlio di Francesco. Altre sei persone risultano essere
nipoti di Rosario
Fiarè. Insomma, i Fiarè sono ben inseriti all’interno
della società Onama e,
come s.è visto, molti dipendenti sono parenti diretti con
il capo della
„ndrina. Praticamente l’Onama è una società dei Fiarè o,
comunque, da essa
pesantemente condizionata ed infiltrata.
Nel corso dell’operazione denominata ”Rima” che ha
interessato i
capi e i gregari della cosca Fiarè con l’imputazione di
associazione mafiosa
finalizzata all'usura, estorsione, riciclaggio, truffa ai
danni dello Stato –
scondo la G. di F. - “è emerso il coinvolgimento di due
amministratori
comunali di San Gregorio d'Ippona, comune nel quale la
cosca avrebbe
pesantemente condizionato l'attività comunale
infiltrandosi in appalti ed
altre attività grazie alla diretta complicità del Sindaco
e del Vicesindaco”.
La „ndrina, inoltre, “avrebbe attuato anche una serie di
estorsioni ai danni
di imprenditori impegnati nella realizzazione di lavori
pubblici”.
Ma le presenze delle „ndrine non si fermano qui.
Abbondanti tracce
si trovano anche in altri affidamenti. La fornitura di
uno “scambiatore per
produzione di acqua calda” relativa all’ospedale di
Tropea è stata affidata
alla Teeg Italia S.r.l’, La società “con oggetto sociale
l„attività e
installazione di impianti tecnologici ed edili è
amministrata da Domenico
Lo Bianco esponente di spicco dell'omonimo clan, mentre
direttore tecnico
della stessa società è Carmelo Lo Bianco, esponente
apicale del clan”.
Anche la fornitura e la manutenzione dei filtri per il
sistema di aria
condizionata è stata affidata alla Teeg Italia.
Un altro appalto a trattativa privata è stato affidato
alla Calor System
S.r.l’ con sede in Maierato. Di chi si tratta? Ce lo
spiega sempre la Guardia
di Finanza: “L’impresa vincitrice è amministrata da
Vincenzo Carnevale.
Direttore tecnico è il fratello Francesco marito di Lo
Bianco Isabella, figlia
del citato Lo Bianco Carmelo elemento apicale del Clan.
Il capitale sociale
è ripartito tra il predetto Carnevale Vincenzo e Angela
Michienzi,
coniugata con il citato Domenico Lo Bianco esponente di
spicco del Clan.
Da visure effettuate alle banche dati in uso al corpo è
emerso che nel 2006
nell'ambito di accertamenti patrimoniali ex art. 2 bis
legge 575/65 nei
confronti di Francesco Carnevale è stato accertato che il
medesimo
unitamente a familiari e conviventi ha l’effettiva e la
materiale disponibilità
di beni immobili risultati intestati a soggetti
prestanome al fine di eludere le
leggi antimafia in materia di misure di prevenzione patrimoniale.
Risulta
segnalato oltre a Francesco Carnevale anche Isabella Lo
Bianco, Carmelo
Lo Bianco, Maria Elena Lo Bianco e Nicolina Pavone”.
Ovviamente un simile sistema non può limitarsi all’aggiudicazione
degli appalti, necessita di un controllo della macchina
amministrativa e di
rapporti politici consolidati. Lo spiegano le indagini
che hanno accertato
“condotte delittuose” di varia entità in 16 persone:
“…dirigenti di grado
apicale rivestenti altissime funzioni nell'ambito della
A.S.L’ che hanno
favorito l’aggiudicazione di talune gare di appalto a
favore di ditte
manifestamente riconducibili direttamente o
indirettamente ad esponenti di
spicco della Criminalità Organizzata locale” come la Teeg
Italia o la Calor
System. Il dato di fondo è il fatto che si sono rivelati
intrecci ed interessi tra
“i vertici dell’A.S.L’ che si sono succeduti negli anni”
ed esponenti delle
„ndrine locali.
Un sistema quindi, non una contingenza momentanea o posta
in capo
a pochi corrotti, con una modalità d.azione che è durata
negli anni,
indipendentemente dalle persone fisiche degli
amministratori, tutti
coinvolti, perché tutti partecipi e interessati ad uno
scambio politico-
affaristico che ha fatto scempio della sanità pubblica.
Anche il bar presso l’ospedale di Tropea era gestito da
un
prestanome del clan La Rosa mentre molti pagamenti
risultano a favore di
ditte che secondo il rapporto della G.di F.. sarebbero
dei canali di
riciclaggio del clan. Tra i dipendenti dell’A.S.L’ figurano
Paolino Lo
Bianco, operatore tecnico, figlio del capo clan Carmelo
Lo Bianco;
Gerardo Macrì, tecnico sanitario di laboratori Biomedico,
la cui sorella è
intestataria della discoteca Casablanca di Tropea che
invece risulterebbe di
Giuseppe Mancuso, al vertice della ben famosa cosca guida
nel vibonese;
Vincenzo Soldano, ex vice sindaco di San Gregorio
d.Ippona, arrestato
assieme ai Fiarè, compreso Vincenzo Fiarè anch.egli
dipendente
dell’A.S.L’ e, tanto per non fermarci ai confini della
provincia, Francesco
Michele Tripodi coniugato con Concetta Piromalli, figlia
del noto
Girolamo “Mommo” Piromalli. Oltre a questi, c.è un numero
rilevante di
soggetti tratti in arresto con l’operazione Rima, o
denunciati per vari reati,
compreso quello di porto d.arma da fuoco. Altre 11
persone assunte tramite
la filiale di Lamezia Terme della società di lavoro
interinale Obiettivo
lavoro, risultano gravate da precedenti penali o in
precedenza arrestate.
A conclusione della relazione, i militari della Guardia
di Finanza
hanno riassunto così quelle che hanno definito “criticità
riscontrate”:
“presenza di esponenti della criminalità organizzata tra
il personale
dipendente di ditte giudicatrici di appalti; diffuso
ricorso per gli appalti di
forniture di beni e servizi alla trattativa privata e
alla trattativa privata
diretta, istituto che implica la partecipazione di una
sola ditta invitata
dall’amministrazione; frazionamento di numerosi appalti
di forniture di
beni e servizi, con importi risultati sotto il limite
previsto per la richiesta
della certificazione antimafia e sotto soglia
comunitaria; ricorso, in alcuni
casi, a rinnovi e proroghe di contratti in elusione degli
obblighi di gara e
dell’obbligo di produrre la prevista certificazione
antimafia, in luogo
dell’autocertificazione prodotta; aggiudicazione di
appalti a rotazione tra
un numero limitato di imprese, tali da far ritenere che
tra le stesse potesse
esistere un possibile accordo sottostante; condotta di
dirigenti che, come
emerso anche da atti redatti da organi investigativi e
giudiziari ed acquisiti
per l’esame, hanno favorito l’aggiudicazione di taluni
appalti a ditte
riconducibili direttamente o indirettamente ad esponenti
di spicco della
criminalità organizzata locale; presenza di dipendenti
dell’A.S.L’ assunti a
tempo determinato e indeterminato, di cui alcuni
appartenenti alle cosche
criminali locali, altri con procedimenti penali anche in
corso”.140
Intanto, dopo questa relazione e questa indagine, nell’assenza
di
qualunque tipo di intervento, nell’ospedale di Vibo si è
continuato a morire
e a parlare ancora di malasanità può servire solo a chi
non vuole vedere e
non vuole capire.
Guardando l’intreccio tra degrado della sanità pubblica e
sistema di
affari creato attorno alla sanità privata, così come
emerge dai fatti sinora
evidenziati, non si può tacere sulle gravi responsabilità
della politica
calabrese.
140 Rapporto G.di F. per l’Alto Commissario anti
corruzione
Come si vede, la sanità privata è esclusivamente
alimentata con soldi
pubblici, e ciò a fronte di un sistema sanitario pubblico
ridotto a brandelli
da sprechi, clientele e spartizioni tra partiti che non
riguardano solo gli
organismi politici o di gestione, ma si estendono dal
portantino al primario,
mortificando la trasparenza e la qualità professionale
degli operatori
sanitari. Tutto in nome di uno scambio costruito sulla
gestione dei fondi
pubblici, finalizzato a creare un consenso clientelare
che uccide il diritto
dei cittadini alla salute e alla vita.
Il fatto che attualmente l’intera gestione del sistema
sanitario
calabrese sia commissariata, non alleggerisce questa
situazione, ma la
rende più drammatica e intollerabile e ne evidenzia il
fallimento del
susseguirsi di intere gestioni politiche
L’unica certezza è che a pagarne le spese sono solo i
soggetti più
deboli, sulla cui vita in Calabria si operano le peggiori
speculazioni
politiche affaristiche e mafiose.
11. Il caso Fortugno
Quello che ha immediatamente colpito gli investigatori
intervenuti sul
luogo del delitto, gli osservatori esterni, oltre che i
mezzi di
comunicazione, è stata la scelta delle modalità con le
quali è stato compiuto
l’omicidio del vice presidente del Consiglio regionale
calabrese Francesco
Fortugno. Modalità altamente spettacolari, inconsuete
nella storia della
„ndrangheta reggina, che nei rari casi in cui ha commesso
omicidi
eccellenti, ha evitato ogni spettacolarizzazione.
Tipico il caso dell’omicidio di Ludovico Ligato, ucciso
di notte, nella
sua villetta al mare, senza testimoni, così come l’omicidio
del sostituto
procuratore generale della Cassazione, Antonino
Scopelliti, che avvenne
lungo una strada deserta e anche in questo caso senza
testimoni.
L’omicidio di Fortugno è avvenuto nell’atrio di palazzo
Nieddu,
seggio elettorale di Locri per le primarie dell’Unione.
Il palazzo si trova in
pieno centro storico e il luogo era affollato per l’afflusso
degli elettori al
seggio, per i giornalisti, i politici, i curiosi
presenti. E. il 16 ottobre del
2005 e l’ora – le 17.30 – è quella di massimo afflusso ai
seggi e coincide
con il passeggio domenicale lungo le vie del centro. Né
si può dire che
quella fosse una scelta obbligata e che gli assassini
abbiano dovuto
sfruttare la prima o l’unica occasione utile.
Al contrario, le indagini consentono di affermare che l’omicidio
era
stato pianificato da tempo, che la vittima era sotto
osservazione da mesi,
che era possibile compiere quel gesto in ora serale o
notturna, al rientro
dell’onorevole nella sua abitazione, posta in luogo
centrale, ma poco
illuminato, oppure in occasione dei frequenti spostamenti
in macchina tra
Locri e Reggio Calabria, sede del Consiglio regionale.
Gli autori scelsero con cura quel momento (il
collaboratore di giustizia
Novella riferisce in un passaggio delle sue dichiarazioni
della fretta
manifestata da Ritorto di eseguire il delitto proprio
quel giorno), pur
essendo perfettamente consapevoli del clamore che ne
sarebbe derivato e
delle conseguenze di carattere investigativo e
repressivo. Un rischio
accettato in vista del risultato eclatante che l’omicidio
doveva suscitare
nell’opinione pubblica e nella vita politica calabrese.
Le conseguenze
furono in parte quelle volute: l’azione della Giunta
regionale risultò frenata
e intimorita e lo stesso Consiglio regionale impiegò mesi
prima di
procedere alla nomina del nuovo vicepresidente.
Alla luce delle risultanze investigative si può oggi
confermare
l’opinione da più parti manifestata subito dopo il fatto:
si trattava di un
delitto politico-mafioso, in cui la vittima fu colpita
per il suo ruolo nella
politica regionale e per la mole degli interessi che premevano
in vista della
formazione di nuovi equilibri.
La collaborazione di Bruno Piccolo e Domenico Novella ha
consentito
di individuare l’autore materiale dell’omicidio, i suoi
complici, gli
organizzatori e mandanti. Tale collaborazione non è però priva
di punti
oscuri sui quali occorre riflettere criticamente.
In primo luogo va sottolineato che, nel panorama di
scarsa presenza di
collaboratori di giustizia provenienti della „ndrangheta,
la zona della
Locride si caratterizza come uno dei territori nei quali
il fenomeno è ancora
più rarefatto. Le cosche che operano in tale territorio
sono tra le più
radicate, più vicine alla tradizione, alle origini stesse
della „ndrangheta, più
fedeli ai suoi valori di fedeltà e di omertà. Contrasta
dunque con tale
situazione, che nell’ambito del medesimo procedimento,
dal medesimo
territorio, dalla medesima cosca, in un ambito temporale
ravvicinato, si
siano verificate due collaborazioni, dal peso decisivo,
come quelle di
Piccolo e Novella.
Nell’ordinanza emessa il 19 marzo 2006 dal GIP del
Tribunale di
Reggio Calabria nel procedimento 744/06 Rgnr D.D.A. a
carico di
Ritorto+11, per l’omicidio Fortugno e altri gravi reati,
risulta indagato
Vincenzo Cordì, esponente di vertice della cosca omonima,
il quale era
all’epoca detenuto in espiazione della condanna riportata
per il delitto di
associazione a delinquere di stampo mafioso in esito al
processo cosiddetto
“Primavera”. Al Cordì fa riferimento un.informativa della
Squadra Mobile
di Reggio Calabria, redatta in data 24.2.06 e recepita
nell’ordinanza citata:
“A seguito dell’esecuzione delle O.c.c.c. maturate nel
contesto della
cosiddetta “operazione Lampo”, Bruno Piccolo, nato a
Locri (RC) l’11
marzo 1978, intraprendeva una fruttuosa collaborazione
con la D.D.A. di
Reggio Calabria fornendo particolari rilevanti sulla
struttura e sulle attività
criminose della cosca di cui faceva parte (Cordì).
Tratto in arresto in data 14 ottobre 2006, il
collaboratore rendeva le
prime dichiarazioni il 6 dicembre successivo.
In data 9 dicembre 2006, veniva censurata una lettera
inviata in
epoca precedente da Vincenzo Cordì. proprio a Bruno
Piccolo, presso il
carcere di Sulmona (AQ).
Il contenuto della missiva del 9 12.2006, fa riferimento
all’obbligo di
non collaborare e ciò al fine di prevenire la temuta
collaborazione del
Piccolo”. In particolare si legge:
“Caro amico Bruno,
l’importante in questi luoghi è stare tranquilli farsi la
galera con onestà
rispettare tutti quelli che ti rispettano nella tua
stanza fare tutto quello che ti
tocca e a secondo quanto siete ognuno fa il suo, parlare
poco solo quando è
necessario, e sai com.è se c.è qualcuno che fa il furbo
tipo ti dice con
questa accusa chissà quanto galera fai, tu gli rispondi
che non importa
quanto galera faccio l’importante è uscire a testa alta e
che la galera non ci
impressiona….E più oltre: ora caro Bruno non so in questo
carcere chi c.è
di calabresi ma qualcuno c.è di sicuro, se no c.è un mio
caro amico che è
all’A.I.V. e si chiama Filippo è di Reggio se hai modo
manda i miei saluti
che se può fare qualcosa lo fa, comunque vedi che se hai
bisogno di
qualcosa o hai qualche problema me lo fai sapere subito”.
Il Filippo cui si fa riferimento nella missiva si
identifica in Filippo
Barreca 09.10.1956, elemento di spicco della criminalità
organizzata
collegato alla cosca De Stefano, anch.egli recluso presso
il carcere di
Sulmona (AQ).
Ulteriore lettera degna di menzione è quella inviata dal
medesimo
Vincenzo Cordì. a Domenico Novella, suo nipote,
coindagato nel medesimo
processo, a cui è stato contestato il concorso nell’omicidio
Fortugno.
“Carissimo mio nipote Micarello.
Ti scrivo dopo aver ricevuto la tua lettera e mi compiaccio
nel saperti in
buona salute e che stai bene, io come ti avevo già detto
quando eri a Roma
avevo scritto ad un amico che era a Rebibbia e giorni fa
mi è arrivata la
lettera dicendomi che se la vedeva lui ma che sicuramente
ti trasferivano
perché a Reggina Celi non ti tenevano, cosa che poi è
stato così, e così mi
hanno detto i nostri che eravate partiti tutti per
Sulmona ma non sapendo
che invece vi hanno sparpagliato nei vari carceri, ma nell’immediatezza
o
scritto ad un amico che si trova li, qui o saputo che a
te ti avevano portato
ad Ancona e ti ho scritto anche una cartolina, ma
sicuramente non ti è
arrivata, io spero che la smettano con questo farti
andare avanti e indietro
nei vari carceri perché non so perché lo fanno e cosa
vogliono, e se non
vogliano farvi uscire come sarebbe giusto perché non si
può fare la galera
innocente come la stiamo facendo tutti, ma che almeno ti
assegnino un
carcere dove uno può sistemarsi, io vi auguro che ti
potessero portare qui e
nella sventura poter stare un po. insieme, ma io sempre
spero che al più
presto potrai essere a casa con la tua famiglia che era
già abbastato la
galera innocente che ha fatto tuo padre anche se poi gli
è stata riconosciuta
la sua totale innocenza cosa difficile dei nostri
tribunali comunque mio
caro nipote Micu (come nonno Micu), se ti dovessero
tenere li vedi che nei
vari sezioni ci sono molti Calabresi che ci conoscono
oltre a quel ragazzo
che e chiama Piromalli che me lo saluti tantissimo anche
se a lui non me lo
ricordo ma che ero molto amico del padre e di suo
fratello Tonino poi si
sono trasferiti (parole illeggibili in fondo pagina
perché non fotocopiate)
visti comunque con gli altri paesani ti risenti e dici a
chi appartieni sia se
sei li o se vai in altri posti e se ti trasferiscono me
lo fai sapere subito,
quando a quello che è di fronte a te nella cella e fa il
pazzo o lo è per
davvero lui per la sua strada e tu per la tua, tu
rispetta tutti quelli che ti
rispettano ne più ne meno e ora che ricordo in quel
carcere se non sbaglio
c.è Vicenzino di Sant.Ilario comunque ci sono tanti e
come ti ho detto ti
presenti e ti raccomando (anche se non c.è bisogno) stai
nel tuo e quello
che ti tocca di fare fai nella stanza e ognuno fa il suo
se c.e qualche
problema me lo fai sapere subito, spero che oggi ai fatto
un buon colloquio
e i tuoi genitori sono più tranquilli anche se diciamo
tranquilli visto queste
ingiustizie che ci fanno, ora mi avvio alla conclusione
di questo mio scritto,
facendoti sapere che ti penso sempre e ti voglio tanto
bene con l’augurio
che al più presto i saluti me li potrai mandare dalla
libertà, come fai
colloquio mi saluti mamma e papà e i tuoi fratelli, ti
abbraccio con affetto
zio Enzo Ciao ciao, vedi che oggi o fatto anchio
colloquio e ti salutano i
miei, ciao ciao caro nipote”.
Dal testo è fin troppo percepibile (ancorché espresso con
linguaggio
criptico) il tentativo di inviare a Novella un messaggio
che vada al di la del
significato letterale delle parole.
Con questa lettera il Cordì esibisce la considerazione di
cui gode, anche
all’interno degli istituti penitenziari, invitando
Novella a spendere il suo
nome per ottenere immediato rispetto.
Non può trascurarsi un.ulteriore singolarità: Cordì
scrive le lettere
proprio ai due soggetti che di lì a poco avrebbero
iniziato a collaborare con
la giustizia. E. possibile che tale coincidenza riveli la
capacità – tipica di un
capo scaltro ed esperto – di riconoscere i punti deboli
della propria
organizzazione, ma permangono elementi di perplessità sull’intera
vicenda,
soprattutto se si considera che il Novella, nelle sue
dichiarazioni, appare
impegnato ad escludere ogni ruolo dei Cordì nell’ideazione,
preparazione
ed esecuzione dell’omicidio Fortugno, di cui addirittura
non avrebbero
avuto alcuna notizia preventiva. Novella recide ogni
possibile
collegamento tra l’omicidio ed il contesto mafioso al
quale egli stesso
appartiene, concentra la sua attenzione sulla ragione
elettorale di Marcianò
Alessandro e omette di fornire indicazioni circa una
serie di elementi poco
chiari, come ad esempio i viaggi a Milano, l’arma del
delitto, e altro
ancora.
A Piccolo e Novella occorre comunque dare atto di avere consentito
di
individuare l’esecutore materiale dell’omicidio, i suoi
complici e il ruolo di
mandante di Alessandro Marcianò, quest.ultimo interessato
alla
sostituzione del Fortugno con il primo dei non eletti,
Domenico Crea. Da
questo punto di vista l’ordinanza emessa il 23 gennaio
2008 nel processo
1272/07 Rgnr D.D.A. RC, denominato “Onorata Sanità”,
conferma la
ricostruzione della D.D.A. reggina.
Si evidenzia in questa ordinanza come il lavoro
investigativo abbia
consentito di fare chiarezza “…su un contesto
politico-affaristico-mafioso
che, nel costituire lo scenario di fondo nel quale matura
lo stesso omicidio
Fortugno, rende palese come la penetrazione delle
organizzazioni criminali
nei gangli vitali delle istituzioni pubbliche sia resa
possibile e concreta
dalla presenza di soggetti capaci di coagulare il
consenso delle famiglie
mafiose … in un.ottica di totale asservimento della
funzione pubblica a
rapaci e spregiudicati interessi di parte”.
Rimangono però alcune perplessità che derivano dalla
lettura delle
dichiarazioni dei due collaboratori di giustizia più
volte citati.
Le indagini hanno infatti consentito di accertare che,
proprio il giorno
precedente l’omicidio, Novella e tale Audino si erano
recati a Milano, con
andata e ritorno nell’arco delle ventiquattrore.
Il rapido viaggio compiuto alla vigilia del delitto viene
spiegato dal
Novella, con la necessità (i cui connotati di urgenza
appaiono inafferrabili)
di acquistare un.autovettura. Ora, posto che il Novella e
l’Audino erano al
corrente del progetto criminale che si sarebbe consumato
di lì a poco,
appare davvero singolare che essi abbiano intrapreso quel
viaggio, per far
ritorno a Locri nella stessa mattina del giorno in cui l’omicidio
avvenne.
Sarebbe stato interessante sapere con chi i due si siano
incontrati e perché,
e se, per ipotesi, essi non si siano recati a Milano e
dintorni, per informare
una o più persone di quanto sarebbe avvenuto o
addirittura per chiederne
consenso.
Non è ragionevole ritenere che un delitto come quello nei
confronti del vice
presidente del Consiglio regionale della Calabria e, per
di più, con quelle
modalità di tempo e di luogo, possa essere stato eseguito
da esponenti di
una cosca mafiosa, senza che i vertici della stessa non
fossero avvertiti,
consapevoli e consenzienti.
Così come non appare pienamente credibile una
ricostruzione per la quale
il delitto sarebbe avvenuto all’insaputa della cosca
competente per territorio
e in generale del sistema mafioso reggino.
In tale prospettiva va conclusivamente sottolineato come,
a margine della
vicenda Fortugno, si collochino tre episodi inquietanti e
non chiariti.
Il primo di tali episodi è il suicidio di uno dei due
collaboratori di giustizia
in precedenza citati – Bruno Piccolo– il quale si è tolto
la vita mediante
impiccagione alla vigilia del secondo anniversario dell’omicidio
Fortugno.
Le motivazioni rimangono tuttora oscure.
Il secondo di tali episodi è l’attentato a Saverio
Zavettieri. Questi, all’epoca
dei fatti assessore regionale alla cultura, fu il
destinatario di un grave atto
intimidatorio, con l’esplosione di una fucilata contro il
vetro
antisfondamento della sua abitazione a Bova Marina.
E. lo stesso Zavettieri (sentito dalla Commissione in
data 6 febbraio 2008)
a ritenere che tra l’intimidazione a suo danno e l’omicidio
Fortugno vi sia
un collegamento, un nesso, costituito dall’esigenza di
determinate
espressioni patologiche della realtà sociale della
provincia di Reggio
Calabria, di ottenere diretta rappresentanza politica.
Secondo Zavettieri tali
componenti, cioè, la zona grigia o la borghesia mafiosa,
non avrebbero
alcuna difficoltà a transitare da uno all’altro dei due
schieramenti
contrapposti che caratterizzano il sistema politico, pur
di ottenere la tutela
dei propri interessi. Cosa effettivamente avvenuta alla
vigilia delle ultime
elezioni regionali, con il passaggio – fra gli altri –
dallo schieramento di
centro destra a quello di centro sinistra del già citato
Domenico Crea,
successivamente ritransitato nel centrodestra.
Il terzo episodio cui si faceva cenno è il cosiddetto
caso Chiefari, dal quale
si diffondono una serie di interrogativi, in gran parte
non risolti, e una luce
ulteriormente inquietante sull’intera vicenda Fortugno.
Il predetto Francesco Chiefari (il cui fermo è stato
convalidato dal GIP del
Tribunale di Reggio Calabria con ordinanza del 23
dicembre 2006) avrebbe
collocato, a pochi giorni di distanza, all’interno degli
Ospedali di Siderno
prima e di Locri poi, cariche di tritolo, in grado –
quantomeno la prima – di
esplodere con effetti micidiali. Nel primo episodio la
carica era
accompagnata da una lettera minatoria nei confronti del
fratello e della
vedova dell’on. Fortugno e intendeva, esplicitamente,
porsi in
collegamento con l’omicidio.
Ancora più torbidi e inquietanti apparivano poi il
retroscena della vicenda e
i non chiariti rapporti di Chiefari con personale dei
Servizi segreti, di cui
egli dichiarava essere stato confidente.
Tutti gli interrogativi rimasti aperti intorno alle varie
vicende legate
all’omicidio Fortugno possono trovare una parziale
risposta nei vari
procedimenti in corso, sia perché direttamente legati all’omicidio
sia
perché in generale collegati agli interessi diretti della
„ndrangheta nella
sanità.
E. comunque auspicabile e necessario che su questa
vicenda, che
rappresenta la più alta sfida che le cosche hanno
lanciato alle istituzioni in
Calabria dai tempi dell’omicidio del Procuratore
Scopelliti, le indagini
vadano ancora avanti nella ricerca di tutti gli elementi
necessari a chiarire
fino in fondo le motivazioni dell’omicidio e del suo
contesto politico-
mafioso e fugare ogni zona d.ombra assicurando alla
giustizia mandanti ed
esecutori.
Anche all’interno di questa complessa vicenda emerge un
dato di fondo,
quasi strutturale, relativo alla natura dei partiti e
alle classi dirigenti.
In vista di ogni elezione, notabili politici detentori di
pacchetti di voti e
preferenze si offrono sul mercato del consenso. Si cambia
così
schieramento portando in dote voti ma anche interessi
materiali e
clientelari. I bisogni della gente vengono ricondotti in
un sistema di favori
clientelari che per rigenerarsi deve essere alimentato
con soldi pubblici e
affari. Per questo il buco del bilancio della sanità è
diventato un pozzo
senza fondo.
La politica si privatizza e le cosche che controllano il
territorio trattano con
essa, la condizionano, offrono i loro pacchetti di voti o
entrano
direttamente nelle liste con propri uomini. Purtroppo,
questo meccanismo
vede come protagonisti passivi anche i cittadini che, in
assenza di diritti
esigibili da rivendicare in modo trasparente, affidano i
propri problemi a
chi promette, anche con mezzi corrotti e illegali, di
offrirgli una risposta
percepita da loro stessi come l’unica possibile.
Questa è la politica debole che in Calabria da forza alla
„ndrangheta. Ma
questa politica per rigenerare se stessa, il suo
consenso, le sue clientele,
deve riprodurre la sua debolezza, pena la perdita di
relazioni che
alimentano il sistema di potere di cui è espressione.
CAPITOLO VII
Colonizzazioni
1. Milano e la Lombardia
Milano e la Lombardia rappresentano la metafora della
ramificazione
molecolare della „ndrangheta in tutto il nord, dalle
coste adriatiche della
Romagna ai litorali del Lazio e della Liguria, dal cuore
verde dell’Umbria
alle valli del Piemonte e della Valle d.Aosta. Di questi
insediamenti è utile
fornire alcuni brevi spaccati, tutti legati ferramente a
doppio filo con i
territori d.origine com.è caratteristica della
„ndrangheta e come indicato
dalla ricostruzione della mappa delle famiglie in altra
parte di questa
relazione.
Il 13 gennaio 1994 nel corso dell’XI Legislatura la
Commissione
Parlamentare d.inchiesta sul fenomeno della mafia
approvava la relazione
sugli insediamenti e le infiltrazioni di organizzazioni
di tipo mafioso in
aree non tradizionali, le principali regioni del Nord e
del Centro Italia.
La relazione si collocava contestualmente in quella
stagione straordinaria di
lotta alla mafia che, soprattutto in Lombardia, aveva
visto la
disarticolazione di intere organizzazioni a seguito di
operazioni di polizia
coordinate dalle Procure Distrettuali che avevano portato
all’arresto, e
quasi sempre alla condanna, di migliaia di appartenenti a
gruppi criminali
soprattutto affiliati alla „ndrangheta.
La relazione già evidenzia come in Lombardia la
„ndrangheta era
l’organizzazione più potente, cita i risultati di
operazioni quali Wall
Street141 e Nord-Sud142 che allora erano in pieno
svolgimento e che,
insieme alle successive, in particolare l’operazione
Count Down143
dell’ottobre 1994 e l’operazione Fiori della Notte di San
Vito, del
novembre 1996, riguardante il clan Mazzaferro,144 sono
sfociate nei grandi
dibattimenti sino ai primi anni del 2000 che si sono
conclusi con centinaia
di condanne.
Si può affermare che con tali operazioni è stata quasi
eliminata la
componente militare di imponenti organizzazioni, dai
soldati fino ai
generali, e sono stati “riconquistati” dalle forze dello
Stato territori che
erano fortemente condizionati da cosche come quelle di
Coco Trovato nel
lecchese, i Morabito-Palamara-Bruzzaniti e i
Papalia-Barbaro-Trimboli.
Da allora nessun.altra indagine approfondita di impulso
parlamentare si è
occupata degli insediamenti mafiosi in Lombardia
nonostante il nord del
Paese e Milano siano stati investiti da grandi processi
di trasformazione
economici e sociali, di deindustrializzazione di intere
aree e periferie
urbane e, in questi cambiamenti, le mafie abbiano
riguadagnato
silenziosamente ma progressivamente terreno.
141 Riguardante il clan Coco Trovato-Flachi-Schettini
legato ai De Stefano di Reggio Calabria nonchè i
Cursoti di Catania.
142 Riguardante le cosche Papalia-Barbaro e Morabito.
143 Riguardante sia la „ndràngheta dell’area De Stefano
sia l’area della camorra quale i Fabbrocini e gli
Ascione.
144 che operava con decine di ” locali” nelle province di
Varese di Como e che ha anch.esso ripreso in
buon parte le posizioni perdute.
Le „ndrine sono state in grado di recuperare il terreno
perduto grazie ad una
strategia operativa che ha evitato manifestazioni
eclatanti di violenza, tali
da attirare l’attenzione e divenire controproducenti,
attuando piuttosto
un.infiltrazione ambientale anonima e mimetica tale da
destare minor
allarme sociale e da far assumere alle cosche e ai loro
capi le forme
rassicuranti di gestori e imprenditori di attività
economiche e finanziarie
del tutto lecite .145
In tal modo si è realizzato un controllo ambientale che,
in sentenze già
passate in giudicato, è stato definito “selettivo” e cioè
strettamente
funzionale nel suo “stile” al raggiungimento degli scopi
del programma
criminoso in un.area geografica giustamente ritenuta
diversa per cultura,
mentalità e abitudini rispetto a quella di origine. Non
per questo un
controllo meno pericoloso in quanto più idoneo, proprio
per la sua
invisibilità, a rimanere occulto e ad essere meno oggetto
di risposte
tempestive da parte delle forze dell’ordine e della
società civile.
La strategia di “inabissamento” di queste cosche
invisibili che sono riuscite
a riprodursi nonostante i colpi loro inferti dalle grandi
indagini degli anni
.90 è stata favorita da un insieme di condizioni.
In sintesi i fattori che negli ultimi anni hanno giocato
a vantaggio delle
cosche operanti in Lombardia possono essere i seguenti:
145 La strategia del “silenzio” non esclude ovviamente
messaggi fortemente intimidatori quando
necessari al buon funzionamento della strategia generale
come testimoniano i tre incendi tra il marzo
2003 e il novembre 2005 delle autovetture del Sindaco di
un Comune chiave per la strategia delle cosche
e cioè Maurizio Carbonera Sindaco del centro-sinistra di
Buccinasco impegnato nell’approvazione di un
piano regolatore non gradito ai clan che controllano il
locale mercato dell’edilizia. Il Sindaco Carbonera è
stato anche destinatario di una busta con un proiettile
di mitragliatrice. A Buccinasco, definita la Platì del
nord, è da sempre dominante la cosca Papalia-Barbaro.
- la capacità delle cosche, e soprattutto quelle
calabresi per la loro
strutturazione familistica di tipo orizzontale , di
rigenerarsi tramite
l’entrata in gioco di figli e familiari di capi-cosca
arrestati e condannati
all’ergastolo o a pene elevatissime a seguito dei
processi degli anni .90.
In pratica ogni cosca, da quella di Coco Trovato a quella
di Antonio
Papalia a quella dei Sergi, ha visto il formarsi, sotto
la guida dei capi
detenuti, di una nuova generazione.
- le scarse risorse specializzate messe in campo dalla
Stato in Lombardia
e in genere nel Nord-Italia per combattere la mafia.
Basti pensare ad un
distretto come quello di Milano che comprende anche città
con forte
presenza mafiosa come Como, Lecco, Varese e Busto
Arsizio, con le
forze in campo costituite da poco più di 200 uomini: 40
uomini del
R.O.S. Carabinieri, 50 uomini del G.I.C.O., 55 dello
S.C.O. della
Polizia di Stato cui si aggiungono 68 uomini della D.I.A.
che ha
competenza peraltro su tutta la Lombardia.
L’insufficienza di uomini, più volte denunziato dai
rappresentanti della
D.D.A. è pari all’insufficienza di mezzi, cause spesso
del rallentamento
di alcune indagini.
- altro elemento che ha influito soprattutto nell’opinione
pubblica è
rappresentato dall’esplosione, negli ultimi anni, del
tema della
percezione della sicurezza che, soprattutto in un.area
come Milano e il
suo hinterland ha spostato l’attenzione sulla
microcriminalità in genere
collegata alla presenza di stranieri e di altri soggetti
operanti sul terreno
della devianza sociale. E ciò, nonostante l’incessante
lavoro e i risultati
importanti ottenuti dalla D.D.A..
In questo contesto di “disattenzione” le cosche hanno
scelto come sempre
le attività criminose più remunerative con minori rischi
e hanno evitato, per
quanto possibile ma con successo, le faide interne e i
regolamenti di conti
che avevano preceduto soprattutto con sequele
impressionanti di omicidi le
indagini degli anni .90 e che avevano avuto l’effetto di
suscitare un
immediato e controproducente allarme sociale.
Del resto in una metropoli come Milano in cui, secondo le
statistiche, circa
120.000 milanesi fanno uso stabile o saltuario di
cocaina, c.è “posto per
tutti” ed è stato possibile, per i vari gruppi attuare
una divisione del
mercato e del lavoro in grado di soddisfare tutti senza
concorrenze
sanguinose, dall’acquisto delle grosse partite sino alla
rivendita nelle varie
zone.
Le numerose operazioni condotte dalle Forze dell'Ordine e
dalla
Magistratura hanno consentito di delineare un quadro
della criminalità
organizzata, prevalentemente di matrice calabrese,
presente sul territorio
lombardo.
Le cosche ivi operanti, sviluppatesi con i tratti tipici
della malavita
associata negli anni '70, presentano una struttura
costante, caratterizzata da
un nucleo di persone legate strettamente tra loro da
vincoli di parentela,
spesso formalmente affiliate alla 'ndrangheta, a cui si
affianca una base
numericamente più ampia con funzioni esecutive, che
assicura un apporto
continuo nella realizzazione degli obiettivi criminali.
Malgrado il contatto con realtà diverse, i componenti di
questi gruppi
hanno mantenuto le peculiarità comportamentali e gli atteggiamenti
culturali della criminalità organizzata calabrese.
La Lombardia è da sempre retroterra strategico dei più
importanti sodalizi
criminali calabresi e gli eventi registrati offrono
ulteriori riscontri per
quanto concerne la massiccia presenza nella regione di
soggetti legati alla
„ndrangheta, con interessi, come si vedrà, principalmente
nel settore del
traffico di stupefacenti, nella gestione dei locali
notturni e nell’infiltrazione
all’interno dell’imprenditoria edilizia.
Anche per la „ndrangheta, sul territorio lombardo,
prevale una strategia di
un basso profilo di esposizione, pur non mancando atti
violenti, quali
l’agguato in viale Tibaldi di Milano, dell’aprile 2007,
ove un pregiudicato
calabrese è stato ferito con colpi di arma da fuoco per
motivi forse
correlabili alle attività illegali del caporalato, che
sembra costituire un
mercato in espansione per la „ndrangheta.
Non sono neppure mancati episodi estorsivi, che hanno
coinvolto
pregiudicati di origine calabrese, con interessi nel
campo dell’edilizia a
Caronno Pertusella (VA).
Tuttavia l’aspetto militare, pur se cautelativamente
messo in sonno, non è
certo stato abbandonato dalla strategia dei gruppi
calabresi e si ha almeno
un esempio di tale potenzialità dal sequestro di un
imponente arsenale a
disposizione della „ndrangheta calabrese rinvenuto in un
garage di Seregno
nell’ambito dell’operazione “Sunrise” nel giugno 2006. L’arsenale
era a
disposizione di Salvatore Mancuso e del suo gruppo appartenente
al clan di
Limbadi (VV) da tempo sbarcato in Brianza. Un vero e
proprio deposito di
armi micidiali: kalashnikov, mitragliatori Uzi, Skorpion,
munizioni e
cannocchiali di precisione, bombe a mano. Le attività
criminali accertate
sono state le truffe, il traffico di droga e l’associazione
a delinquere
finalizzata all’usura. Il prosieguo dell’indagine
consentiva l’ulteriore
arresto complessivamente di 32 soggetti, originari del
Vibonese, indiziati di
traffico di droga, usura e truffe. Le attività usurarie
venivano praticate
attraverso un membro dell’organizzazione, titolare di
imprese edili ed altre
società, che erogava a imprenditori in difficoltà
prestiti con interessi fino al
730%.
Le truffe avvenivano, con meccanismi complessi di mancati
pagamenti, ai
danni di società di lavoro interinale, conseguendo
illeciti introiti per oltre
800 mila euro.
Le indagini hanno messo in luce anche un elevatissimo
gettito, proveniente
dalle attività estorsive e valutato in circa 3 milioni di
euro.
Da quanto detto ne consegue che l’attività assolutamente
prevalente, quella
che si potrebbe dire di “accumulazione primaria”, rimane l’introduzione
e
la vendita di partite di sostanze stupefacenti, in
assoluta prevalenza
cocaina, canalizzate in Italia tramite i contatti anche
stabili e “residenziali”
delle cosche con i fornitori operanti nell’area della
Colombia e del
Venezuela.
In questo campo l’attività di contrasto è stata in grado
in questi ultimi anni
di assestare alla “nuova generazione” delle cosche alcuni
colpi importanti
che tuttavia, data l’enorme estensione del mercato e l’enormità
dei
guadagni e dei ricarichi, sono passibili di essere
riassorbiti dai gruppi come
una sorta di rischio d.impresa in termini di perdita
temporanea di uomini e
di guadagni. Tra le operazioni condotte con successo si
può citare la
“Caracas Express” eseguita dalla Squadra Mobile di Milano
che ha portato
all’emissione di 47 ordini di custodia nei confronti di
appartenenti al clan
di Rocco Molluso e Davide Draghi di Oppido Mamertina
appartenente
all’area dei Barbaro-Papalia ed operante in particolare
nella fascia Sud-est
di Milano.
La potenzialità di mercato di tale gruppo, che dà il
senso dell’entità
complessiva dello spaccio di cocaina a Milano, era di
acquisto e di
rivendita ogni mese di 20 chili di cocaina purissima
proveniente dal Sud
America.
Sui rapporti tra la „ndrangheta e i cartelli colombiani
produttori di cocaina,
sono importanti i riscontri dell’Operazione “Stupor
Mundi”, conclusasi nel
mese di maggio 2007 a Reggio Calabria con l’emissione di
40 arresti.
La dimensione del traffico era desumibile dalla
dimostrata capacità degli
arrestati di acquistare partite, fino a tremila chili, di
stupefacente allo stato
puro, direttamente dalla Colombia. La cocaina sequestrata
nel corso
dell’operazione aveva un valore sul mercato di circa 60
milioni di euro.
Venivano accuratamente ricostruite le rotte dei traffici
di cocaina che,
partendo dal Sud America, ed in particolare dalla
Colombia, giungevano,
attraverso l’Olanda, soprattutto in Piemonte ed in
Lombardia.
Estremamente significativa dell’incidenza del monte di
affari prodotti dai
traffici di cocaina è il riciclaggio in attività imprenditoriali
e la capacità di
gruppi con i propri capi condannati all’ergastolo di
rimpadronirsi in pochi
anni del territorio. Lo ha dimostrato l’indagine
“Soprano” che ha visto nel
dicembre del 2006 l’arresto, ad opera della Polizia di
Stato e della Guardia
di Finanza, di 37 persone146 appartenenti alla famiglia
Coco Trovato.
Tale famiglia nonostante la condanna all’ergastolo dei
capi Franco Coco
Trovato e Mario Coco Trovato è riuscita infatti a
rioccupare il territorio di
influenza, e cioè quello di Lecco, grazie alla discesa in
campo e alla
reggenza di figli, nipoti e consanguinei indicati nell’ordinanza
di custodia
cautelare.
146 Ordinanza di custodia cautelare emessa il 13.12.2006
a carico di Bubba Rodolfo, Trovato Emiliano,
Trovato Giacomo ed altri anche per il reato di cui all’art.
416bis c.p..
Vincenzo Falzetta, sempre secondo la misura cautelare,
era anche l’uomo
di riferimento del gruppo sul piano finanziario e
imprenditoriale, avendo
assunto per conto della cosca, tramite varie società, la
gestione di numerosi
locali pubblici a Milano tra cui la nota discoteca
Madison, il ristorante Bio
Solaire e la discoteca estiva Cafè Solaire, sita
strategicamente nei pressi
dell’Idroscalo.
Si era così costituita una catena di locali pubblici, in
cui fra l’altro
lavoravano quasi solo parenti o persone legate alla
“famiglia”, che
rispondevano ad una pluralità di esigenze: riciclare la
liquidità in eccesso,
spacciare all’interno di essi o intorno ad essi altra cocaina
e usare i locali, al
riparo da occhi indiscreti, per riunioni strategiche,
alcune delle quali
finalizzate a discutere addirittura il reimpiego in
grosse attività immobiliari
in Sardegna dei proventi della bancarotta di società
finanziarie messe in
piedi dalle cosche in Svizzera.
Si evidenzia in questo contesto un.elevata capacità
imprenditoriale delle
famiglie calabresi considerando che locali analoghi sono
stati aperti da
Falzetta a Soverato in provincia di Catanzaro e sono in
corso progetti di
acquisizione di ristoranti negli U.S.A. come risulta da
diverse indagini.
Uno spaccato particolare è rappresentato da Quarto
Oggiaro, il quartiere
popolare da sempre tra i più degradati della periferia
nord-ovest di Milano.
Una vera e propria zona franca per l’illegalità, con
settecento delle
quattromila case popolari gestite dalla ALER, l’ente
comunale milanese
che amministra il patrimonio edilizio pubblico, occupate
abusivamente e
con l’accesso controllato direttamente dagli uomini della
„ndrangheta. In
questo territorio, suscitando grande clamore sui media
locali, nell’estate del
2007 è ricomparso in forze il gruppo Carvelli di Petilia
Policastro (KR),
anch.esso colpito dalle indagini degli anni .90 ma
ugualmente riuscito a
riprodursi.
Alcuni interventi di polizia hanno fatto emergere un vero
e proprio
controllo militare dello spaccio tra i casermoni del
quartiere con file di
acquirenti che si presentavano praticamente alla luce del
sole nei vari punti
dove operavano gli spacciatori stabilmente presidiati da
chi era addetto alla
guardia e al rifornimento.
Risale allo stesso mese di agosto 2007, e cioè poco dopo
il fallito tentativo
di “bonifica” di Quarto Oggiaro, l’omicidio proprio di
Francesco Carvelli
figlio dell’ergastolano Angelo Carvelli e nipote del
sorvegliato speciale
Mario Carvelli, considerato l’attuale padrone del
quartiere. Il regolamento
di conti, uno dei non numerosi verificatisi negli ultimi
anni, risponde con
ogni probabilità ad una logica di assestamento dei
rapporti tra i vari gruppi
operanti nell’area.
L’enorme liquidità in eccesso prodotta dai traffici di
cocaina e in misura
minore ma significativa dalle estorsioni viene
canalizzata, secondo i dati
che provengono dalle principali strutture investigative e
fra di esse la
D.I.A., in alcuni settori produttivi ed economici
attraverso imprese
apparentemente legali.
Si tratta del settore dell’edilizia nel quale va compreso
sia a Milano sia
nell’hinterland quello degli scavi e del movimento terra,
delle costruzioni
vere e proprie, sino all’intermediazione realizzata da
agenzie immobiliari
collegate147, del settore ristoranti e bar, del settore
delle agenzie che
147 Nel settore dell’edilizia privata, sottoposto soprattutto
nell’hinterland ad un controllo quasi
monopolistico da parte delle cosche, il meccanismo di
intervento che esprime tale controllo ed è stato già
riconosciuto in alcune sentenze, è quasi sempre il
medesimo.
Inizialmente società operanti con capitali mafiosi ma
intestate a prestanomi incensurati ed
apparentemente privi di collegamento con i clan
acquistano terreni agricoli ottenendo poi dai Comuni le
relative licenze edilizie e facendo fronte agli oneri di
urbanizzazione primaria e secondaria. In un secondo
momento le stesse società affidano la costruzione di
unità immobiliari, attraverso contratti di appalto, a
società in cui compaiono invece imprenditori o loro
familiari legati in modo più diretto ai gruppi della
„ndrangheta. Il pagamento del contratto di appalto non
avviene poi in denaro bensì con la cessione di una
quota, di solito il 50%, delle unità immobiliari
costruite che l’impresa costruttrice vende subito ad altre
società immobiliari anch.esse legate ai clan che rivendono
a privati. Tale meccanismo consente quindi di
porre degli schermi di salvaguardia tali da non attirare
troppo l’attenzione sul reale beneficiario finale
dell’attività edilizia e tutte le società coinvolte, che
si alimentano con continui ingenti finanziamenti soci
con i quali poi vengono pagate le reciproche prestazioni,
hanno la possibilità di nascondere l’origine di
somme provenienti dai traffici illeciti e di ottenere in
modo abbastanza semplice flussi di denaro pulito.
148 Si osservi che allo stato non si evidenziano
infiltrazioni significative nel campo dell’edilizia pubblica
e in genere negli appalti pubblici di rilievo, non è noto
se per una carenza delle indagini o perchè gli
appalti pubblici non sono per il momento di grande interesse
per le cosche rischiando di metterne in
pericolo ”l'invisibilità”.
Tuttavia indagini recenti ed ancora in corso segnalano un
nuovo interesse per gli appalti nel campo
dell’Alta Velocità ferroviaria e nel campo del
potenziamento dell’Autostrada Milano-Torino nelle sue
tratte lombarde.
149 In tema di caporalato è interessante rilevare che
molti lavoratori delle imprese di facchinaggio gestite
da uomini vicini alle cosche sono secondo i dati forniti
dagli organi investigativi cittadini curdi e turchi
convogliati dalla .ndràngheta in Nord-Italia dopo il loro
sbarco sulle coste del crotonese e del catanzarese.
forniscono addetti ai servizi di sicurezza, soprattutto
per locali pubblici e
discoteche; del settore dei servizi di logistica, cioè il
facchinaggio e la
movimentazione di merci, con la gestione di società
cooperative, come
quelle controllate dalle cosche presso l’Ortomercato di
Milano.
Storicamente, però, per le cosche calabresi l’edilizia148
rappresenta il
settore primario che consente, fra l’altro, di utilizzare
anche mano d.opera a
bassa specializzazione e di sviluppare e controllare
fenomeni quali il
caporalato delle braccia.149 Questa attività criminale
sfrutta da anni
manodopera clandestina giunta sulle coste crotonesi e
catanzaresi con le
carrette del mare e fatta fuoriuscire dai CPT di Crotone
e Rosarno.
Anche nell’edilizia non mancano le estorsioni in danno di
concorrenti o di
imprese riottose. Lo testimoniano incendi in cantieri o
danneggiamenti di
attrezzature che vengono segnalati soprattutto nell’hinterland.
Tuttavia persino le minacce estorsive non sono necessarie
quando, come
nella maggioranza dei casi, si verte in realtà in una
situazione di completo
monopolio ed in ampie zone della Brianza o del triangolo
Buccinasco-
Corsico-Trezzano non è nemmeno pensabile che qualcuno con
proprie
offerte o iniziative “porti via il lavoro” alle cosche
calabresi che hanno le
loro imprese diffuse sull’intero territorio.
In questo senso appare pienamente condivisibile il
giudizio finale
formulato dal responsabile della D.D.A. presso la Procura
di Milano
secondo cui in settori come quello dell’edilizia non è
nemmeno necessaria
l’intimidazione diretta poichè è sufficiente l’intimidazione
“percepita”, cioè
quella non esercitata con minacce aperte ma con la
semplice “parola giusta
al momento giusto”.
L’intervento dell’Autorità giudiziaria ha anche portato
alla luce
l’infiltrazione diffusa e organica in un settore
strategico dell’economia
lombarda, e quello relativo all’insediamento o meglio
reinsediamento della
cosca Morabito-Bruzzaniti-Palamara all’interno dell’Ortomercato
di Via
Lombroso.150
L’Ortomercato di Milano è il più grande d.Italia. Ogni
notte vi fanno capo
centinaia di camion che distribuiscono i prodotti in
tutta la regione. Dei
3.000 lavoratori impiegati quasi la metà sono irregolari.
Il giro di affari è di
3 milioni di euro al giorno con 150 tra imprese e
cooperative interessate.
L’ordinanza di custodia cautelare emessa in data
26.4.2007 nei confronti di
Salvatore Morabito, Antonino Palamara, Pasquale Modaffari
e altre 21
persone ha messo in luce che la cosca Morabito-Bruzzaniti
grazie
all’arruolamento dell’imprenditore Antonio Paolo titolare
del consorzio di
cooperative Nuovo Co.Se.Li. era riuscita ad utilizzare le
strutture
dell’Ortomercato e i suoi uffici come punto di
riferimento per gli incontri, e
logistica per la gestione di grosse partite di sostanze
stupefacenti.
150 Già nel 1993 infatti un.indagine della D.D.A. di
Milano aveva messo in luce un commercio di
cocaina e di eroina tra Italia, Sud-America e Thailandia
per 300 chilogrammi di sostanze al mese che
viaggiavano appoggiandosi alla Sical Frut una società che
operava presso l’Ortomercato di Milano e
rispondeva allo stesso clan dei Morabito.
Tra di esse i 250 chilogrammi di cocaina provenienti dal
Sud America,
giunta in Senegal a bordo di un camper e sequestrati in
Spagna dopo aver
viaggiato sotto la copertura di un.attività di rallye.
La cosa che più inquieta è che Morabito, appena terminato
nel 2004 il
periodo di soggiorno obbligato ad Africo, grazie all’arruolamento
dell’operatore economico Antonio Paolo, aveva goduto per
i suoi
spostamenti all’interno dell’area commerciale addirittura
di un pass
rilasciato dalla So.Ge.Mi. e cioè la società che gestisce
per conto del
Comune di Milano l’intera area dell’Ortomercato. Al punto
che il Morabito
entrava nell’Ortomercato con la Ferrari di sua proprietà.
Tale mancanza di controlli appare peraltro diretta
conseguenza del fatto che
da tempo l’area, nonostante la gestione comunale, era
divenuta “zona
franca”, controllata da un caporalato aggressivo, padrone
del lavoro nero e
all’interno della quale il Presidio di Polizia risultava
chiuso da anni, mentre
i Vigili Urbani evitavano quasi sempre di intervenire.
La capacità di influenza di Morabito era giunta al punto
che il suo
“controllato”, Antonio Paolo, aveva acquistato le quote
della società SPAM
Srl che, per ragioni di certificazione antimafia Morabito
e i suoi associati
non avevano più potuto gestire formalmente, e tale
società aveva chiesto e
ottenuto dalla So.Ge.Mi., e quindi in pratica dal Comune,
la concessione ad
aprire nello stabile di Via Lombroso, ove peraltro ha
sede la stessa
So.Ge.Mi il night club “For the King”,
inaugurato il 19.4.2007 alla
presenza di noti boss della „ndrangheta come, tra gli
altri, Antonino
Palamara.
Il sequestro preventivo delle quote sociali della Spam è
stato adottato dal
GIP di Milano e confermato dal Tribunale del Riesame il
5.6.2007.
I provvedimenti dell’autorità giudiziaria di Milano con i
quali sono state
sequestrate le quote sociali della SPAM Srl evidenziano
un.altra ragione di
interesse. Antonio Paolo, dopo aver rilevato la società
nella quale Morabito
era rimasto il socio occulto e il vero dominus, aveva
ottenuto dalla Banca
Unicredit ed esattamente dalla filiale della centrale via
San Marco di
Milano un anomalo finanziamento di 400.000 euro che
doveva servire a
pagare le spese della ristrutturazione del night For the
King, peraltro a
posteriori, visto che la ristrutturazione era già
avvenuta.
Ciò mette a nudo un sistema col quale non solo qualche
Cassa Rurale di
provincia ma anche istituti maggiori assicurano
finanziamenti a noti
esponenti mafiosi senza effettuare i controlli necessari
e senza chiedersi chi
siano i soggetti così indebitamente favoriti.
Un.altra conseguenza significativa dell’indagine relativa
alle infiltrazioni
della „ndrangheta nell’Ortomercato è stato il sequestro
propedeutico alla
confisca di numerose quote societarie e beni immobili per
un valore
complessivo di quasi 4 milioni di euro effettuato nei
confronti di due
fiduciari del gruppo Morabito-Bruzzaniti e cioè Francesco
Zappalà, un
dentista che non aveva mai esercitato la sua professione
medica, ma che
disponeva a Milano di una villa lussuosa e del suo
braccio destro Antonio
Marchi.151
151 entrambi fra l’altro destinatari di misura cautelare
nell’operazione relativa all’Ortomercato
L’evidente sproporzione tra i redditi dichiarati e gli
investimenti societari e
immobiliari effettuati certamente come prestanome della
cosca di
riferimento, ha consentito infatti il sequestro di quote
sociali di varie
società utilizzate per l’acquisto di immobili, di
appartamenti e bar a
Milano, uno dei quali in zona abbastanza centrale, di una
villa con box a
Cusago nell’hinterland milanese, di terreni nel torinese,
di appartamenti a
Massa Carrara e a Finale Ligure nonché di terreni a Bova
Marina, nel
reggino, zona di provenienza di quasi tutti i componenti
del gruppo.
La Lombardia, con 545 beni immobili confiscati è
collocata al quarto posto
tra tutte le regioni italiane. Purtroppo di tali beni
solo 297 sono stati sinora
assegnati a fini sociali. Un ritardo inaccettabile perché
frustra la
riappropriazione materiale e simbolica di tali ricchezze
da parte della
collettività, ancora più importante in una regione come
la Lombardia.
Lo scenario dell’indagine chiamata Dirty Money, resa
possibile da una
stretta collaborazione tra le autorità elvetiche e quelle
italiane, vede,
secondo la ricostruzione dell’accusa, la presenza della
cosca Ferrazzo152 di
Mesoraca (KR) ramificatasi in Lombardia tra Varese e
Ponte Tresa e in
Svizzera a Zurigo. Proprio qui vengono allestite due
grosse “lavatrici”, e
cioè due società finanziarie, la WSF AG e la PP FINANZ AG
che
dovevano occuparsi di raccogliere i capitali di
investitori svizzeri e
internazionali per intervenire sul mercato Forex ed
operare transazioni su
divise.
In realtà tali finanziarie erano divenute il luogo ove
depositare e far
transitare ingenti somme provenienti dalle attività illecite
della cosca. A
partire dall’inizio degli anni 2000, era iniziata la
programmata spoliazione
delle società stesse, con il dirottamento dei capitali,
sia quelli di
provenienza illecita sia quelli affidati dagli
investitori a conti offshore e
società nella disponibilità degli amministratori, tutti
legati direttamente o
indirettamente alla .ndrangheta.
152 La cosca Ferrazzo di Mesoraca, impegnata sul confine
italo-svizzero in traffici di droga e di armi, è
stata retta in tempi diversi da Felice Ferrazzo e Mario
Donato Ferrazzo e ad essa era vicino Sergio
Iazzolino, uno dei registi dell’operazione WFS/ PP
Finanz, assassinato a Cutro (KR) il 5 marzo 2004.
Per l’organizzazione del piano finanziario di
investimento e di spoliazione il gruppo si sarebbe avvalso di
un personaggio cerniera con specifiche “competenze”, il
cittadino italo-.Svizzero di origine campana
Alfonso Zoccola, già condannato in Svizzera per una
truffa per decine di milioni di franchi in danno di
istituti di credito svizzeri in concorso con soggetti
napoletani e con un nipote dell’armatore Achille Lauro
Prima che il caso esplodesse e che nel 2003 fosse
dichiarato il fallimento di
entrambe le società operanti in Svizzera, con la
distrazione di decine di
milioni di franchi, l’obiettivo dell’operazione era il
reimpiego dei capitali
puliti in investimenti immobiliari di prestigio in
Sardegna e in Spagna,
sempre controllati dalla cosca regista del progetto. Tali
investimenti che
avrebbero così consentito di far rientrare in Italia e di
ripulire somme
notevoli in attività formalmente lecite, sono stati
interrotti solo dalle
indagini.
L’indagine Dirty Money, caratterizzata da complessi
accertamenti
finanziari, costituisce un passo importante perché forse
per la prima volta
in Lombardia non ci si è trovati di fronte al caso tipico
di riciclaggio reso
possibile dall’intervento di un funzionario di banca
compiacente o al
riciclaggio consueto in esercizi di ristorazione, ma ad
un fenomeno ben
diverso e, per così dire, “strutturale”, costituito dalla
scelta del gruppo
criminale di allestire in proprio una grossa macchina
societaria, funzionale
ai suoi scopi e utilizzata non solo per inghiottire i
depositi degli investitori,
ma per ripulire ingenti masse di denaro provenienti dalle
attività illecite
condotte in Italia.153
153 Sempre nel campo delle indagini patrimoniali va
ricordato che presso la Procura della Repubblica di
Monza è in corso un.attività in cui emerge per la prima
volta una sinergia operativa in investimenti illeciti
tra elementi della criminalità organizzata italiana e i
gruppi stranieri. E. emerso infatti che un soggetto
cinese già condannato a morte in Cina per truffa
aggravata intendeva trasformare un immobile di Muggiò,
inizialmente destinato a un multisala cinematografico, in
un grosso centro commerciale con stand di
prodotti cinesi. Per realizzare l’acquisto dell’immobile,
del valore di oltre 40 milioni di euro, sono stati
presi contatti con esponenti della cosca Mancuso di
Limbadi operante nella zona, cosca interessata alla
possibilità di realizzare tramite tale iniziativa il
riciclaggio delle proprie liquidità. Le verifiche in merito a
questo fenomeno certamente nuovo sono ancora in corso.
Le indagini che attualmente appaiono più significative
evidenziano
preoccupanti segnali della persistente presenza di
organizzazioni di tipo
mafioso, che, soprattutto nell’area metropolitana di
Milano e nelle province
confinanti, si caratterizzano più per una capillare
occupazione di interi
settori della vita economica e politico-istituzionale,
che per la tradizionale e
brutale gestione militare del territorio in connessione
con le attività tipiche
delle associazioni mafiose: dal traffico di stupefacenti
all’usura, allo
sfruttamento della prostituzione e alle estorsioni in
danno dei pubblici
esercizi, ecc..
In sostanza, nelle zone a più alta densità criminale,
Rozzano, Corsico,
Buccinasco, Cesano Boscone, per citarne alcuni, le tradizionali
famiglie
malavitose di origine meridionale, sempre più saldamente
radicate al
territorio, hanno iniziato a gestire e a sfruttare le
zone di influenza,
stringendo, dal punto di vista istituzionale, alleanze
con spregiudicati
gruppi politico-affaristici e, dal punto di vista
economico, inserendosi nel
campo imprenditoriale con illimitate disponibilità
economiche.
Altra indagine di rilievo nasce dagli accertamenti
espletati dal R.O.S.
Carabinieri, in aggiunta a quelli già svolti dalla D.I.A.
in relazione ad un
esposto anonimo, che segnalava inquietanti rapporti tra
personaggi di un
Comune dell’hinterland milanese e gruppi malavitosi
organizzati di stampo
mafioso localizzati nel medesimo comune e in quelli
limitrofi.
Le più recenti acquisizioni investigative hanno anche
confermato
l’esistenza in un altro Comune dell’hinterland milanese
di un gruppo
politico-affaristico ed un continuo riferimento ai
“calabresi”, anche in
relazione alle recenti elezioni amministrative.
Nell’ambito di un altro procedimento penale è emerso,
altresì, il
coinvolgimento di elementi appartenenti alla Cosca di
Isola Capo Rizzuto
nell’acquisizione illecita degli appalti dell’alta
velocità ferroviaria e del
potenziamento dell’autostrada Milano-Torino in diverse
tratte lombarde.
Avvalendosi delle potenzialità fornite dalla prima piazza
economico-
finanziaria a livello nazionale, la „ndrangheta attua il
riciclaggio e/o il
reimpiego dei proventi derivanti dalla gestione, anche a
livello
internazionale, di attività illecite (traffico di
sostanze stupefacenti, armi ed
esplosivi, immigrazione clandestina, turbativa degli
incanti, ecc.),
inserendosi insidiosamente nel tessuto economico legale,
grazie
all'esercizio di imprese all’apparenza lecite (esercizi
commerciali,
ristoranti, imprese edili, di movimento terra, ecc
La prevalenza criminale calabrese, peraltro, non è mai
sfociata in
assoluta egemonia, sicché altre organizzazioni italiane
(Cosa nostra,
Camorra e Sacra Corona Unita) e straniere (albanesi,
cinesi, nord africane,
ecc.) con essa convivono e si rafforzano, generando l’attuale
situazione di
massima eterogeneità.
In definitiva, quanto alle caratteristiche peculiari
delle organizzazioni
criminali monitorate, è stato possibile individuare due
distinte realtà
territoriali, le quali hanno, però, mostrato un.incidenza
criminale
omogenea:
• Milano ed il suo hinterland, quale centro nevralgico
della gestione di
attività illecite aventi connessioni con vaste zone del
territorio nazionale;
• area brianzola (Province di Milano, Como e Varese),
dove il denaro
proveniente dalle attività illecite viene reinvestito in
considerazione della
“felice” posizione geografica che la vede a ridosso del
confine con la
Svizzera e della ricchezza del tessuto economico che la
caratterizza.
Nel corso degli ultimi anni, una ulteriore conferma della
forte presenza
della „ndrangheta si è rilevata nell’area dell’hinterland
sud–ovest del
capoluogo lombardo (in particolare nei comuni di Corsico,
Cesano
Boscone, Rozzano, Buccinasco, Trezzano sul Naviglio ed
Assago) con
particolare riferimento alle „ndrine provenienti dalla
Locride, nonché dalla
piana di Gioia Tauro.
Le principali „ndrine sono: “Morabito-Bruzzaniti-Palamara”,
“Morabito-Mollica”, “Mancuso”, “Mammoliti”, “Mazzaferro”,
“Piromalli”,
“Iamonte”, “Libri”, “Condello”, “Ierinò”, “De Stefano”,
“Ursini-Macrì”,
“Papalia-Barbaro”, “Trovato”, “Paviglianiti”, “Latella”,
“Imerti-Condello-
Fontana”, “Pesce”, “Bellocco”, “Arena-Colacchio”,
“Versace”, “Fazzari” e
“Sergi”.
Geograficamente il territorio lombardo può essere così
suddiviso:
• A Milano ed hinterland opera attivamente la Cosca
Morabito-
Palamara-Bruzzaniti, che, tra l’altro, “utilizza” varie
società aperte presso
l’ortomercato, per fare arrivare nella metropoli ingenti
“carichi di neve”, la
cui domanda si è capillarmente diffusa tra i vari ceti
sociali.
• A Monza le “famiglie” Mancuso, Iamonte, Arena e
Mazzaferro;
• A Bergamo, Brescia e Pavia le “famiglie” Bellocco e
Facchineri;
• A Varese, Tradate e Venegono le “famiglie” Morabito e
Falzea;
• A Busto Arsizio e Gallarate la “famiglia” Sergi.
Le categorie economiche maggiormente a rischio di
infiltrazione da
parte della criminalità organizzata si possono indicare
così:
. costruzioni edili attraverso piccole aziende a non
elevato contenuto
tecnologico, che si avvalgono della compiacenza di
assessori ed
amministratori locali amici e si infiltrano negli appalti
pubblici;
. autorimesse e commercio di automobili;
. bar, panetterie, locali di ristorazione;
. sale videogiochi, sale scommesse e finanziarie;
. stoccaggio e smaltimento rifiuti;
. discoteche, sale bingo, locali da ballo, night clubs e
simili (che
implicano possibilità di conseguire ingenti incassi e di
fare “girare”
droga);
. società di trasporti;
. distributori stradali di carburante;
. servizi di facchinaggio e pulizia;
. servizi alberghieri;
. centri commerciali;
. società di servizi, in specifico, quelle di pulizia e
facchinaggio.
I canali attraverso i quali viene “lavato” il denaro
appaiono i più ingegnosi
e diversificati. Recenti inchieste, ad esempio,
raccontano che le cosche
sono sempre più interessate ai cosiddetti Money
Transfert, gli sportelli da
cui gli stranieri inviano denaro all’estero. Sul
territorio nazionale restano
gli euro puliti dei lavoratori extracomunitari, fuori dai
confini si
volatilizzano i soldi sporchi. Altro canale utilizzato è
quello dei
supermercati e dei loro scontrini. I registratori di
cassa, emettono ricevute a
raffica, anche con qualche cifra in più; così gli
„ndranghetisti stanno
aprendo catene di negozi e centri commerciali in società
con cinesi. Altro
settore su cui scommette la criminalità calabrese è
quello dei giochi:
nell’anno 2006, in Lombardia, i locali specializzati
hanno fatturato 4,6
miliardi di euro, laddove le sale scommesse (54 in
Lombardia, 41 in
Milano e provincia) hanno registrato 1,5 miliardi di euro
di puntate, il 55%
in più rispetto all’anno precedente.
Le cosche calabresi hanno fatto un definitivo salto di
qualità, non
limitandosi più a dare vita a delle s.r.l’, ma
addirittura S.p.A., acquisendo,
come nelle società quotate in borsa, i trucchi della
scatole cinesi.
La „ndrangheta è diventata, peraltro, una autentica banca
parallela,
“aiutando” imprenditori in difficoltà, offrendo
fideiussioni bancarie e
prestiti.
Negli istituti di credito i protetti dalle cosche
ottengono “affidamenti
mafiosi” per attività perennemente in perdita o mutui per
immobili già di
proprietà dell’organizzazione perchè i direttori della
filiale bene sanno che
le garanzie sono altrove.
In cambio lo sportello “.ndranghetista” riceve capitali
puliti o deleghe per
conti correnti ed assegni da utilizzare nei circuiti
ufficiali.
Gli adepti, per i loro traffici, utilizzano internet con
abilità singolare, ma, al
contempo, doppi fondi e spalloni, criptano le loro
comunicazioni con
sistemi come Voip e Skype e poi parlano al telefono con l’antichissimo
linguaggio dei pastori.
La „ndrangheta ha costruito una rete fatta di broker e
commercialisti,
avvocati e dirigenti di banca: una mafia “invisibile” più
profusa alle
transazioni online che ai picchetti armati ed alle
estorsioni (in Lombardia,
l’unica faida in corso insanguina la provincia di Varese,
zona calda per la
presenza dell’aeroporto di Malpensa) e le armi che
continuano a pervenire
dall’est europeo e dalla Svizzera vengono riposte negli
arsenali.
In quanto “globale e locale” da semplice organizzazione
si è tramutata in
sistema.
La Lombardia è la quarta regione per confische, dopo la
Sicilia, la Calabria
e la Campania. I beni transitati allo Stato sono 5.451 ma
solo 297 quelli
assegnati. Per questo è assolutamente necessario
velocizzare l’iter
procedurale finalizzato all’assegnazione dei beni a fini
socialmente utili.
Emblematico in questo senso è il caso di Buccinasco con
la mancata
assegnazione, già decisa in precedenza, del bar Trevi154
all’associazione
Libera, perché fosse trasformato in una pizzeria sociale.
A Milano ed in Lombardia, più che altrove, l’aggressione
al cuore
economico delle mafie deve rappresentare la vera sfida.
2. Liguria
Ovunque l’insediamento delle „ndrine ha una ragione
geocriminale o
geoeconomia.
Così è per la Liguria e il Porto di Genova, utile accesso
per le rotte della
droga. E. storia antica.
154 Già base del clan Papalia
Nel 1994 l’operazione “Cartagine” porta al sequestro di 5
mila
chilogrammi di cocaina, importata da un cartello
“federato” colombiano-
siculo-calabrese. E quale migliore luogo per riciclare le
ricchezze prodotte
dalle attività di spaccio, dal racket e dall’usura,
interamente controllate
lungo la costa ligure dalle „ndrine calabresi se non il
Casinò di San Remo?
Ma nella scelta delle „ndrine il valore della Liguria sta
anche nel suo
territorio frontaliero, lo stesso che dagli anni .70 ha
portato “i calabresi”
nella Costa Azzurra, dove hanno costruito vere e proprie
reti logistiche per
la gestione di importanti latitanze, sfruttando anche un
rapporto di buona
amicizia con la storica criminalità marsigliese.
In Francia, a Cap d.Antibes, sulla Costa Azzurra, viene
arrestato, nei primi
anni .80, il boss reggino Paolo De Stefano e a Nizza nel
2002 è assicurato
alla giustizia il boss Luigi Facchineri. Nella stessa
zona vengono arrestati
tra gli altri Rosmini, Antonio Mollica, Carmelo Gullace.
Il rapporto tra „ndranghetisti che operano in Francia e
quelli che risiedono
in Liguria è quindi molto importante, legato alle
caratteristiche transalpine
della regione, come dimostra anche la presenza di una
struttura denominata
“camera di compensazione”, con il compito di collegamento
tra le attività
dei due territori e la gestione dei latitanti, spesso in
accordo anche con le
famiglie operanti in Piemonte.
Secondo la D.N.A., “l’attuale articolazione regionale
vede la presenza di
“locali” a Ventimiglia, Lavagna, Sanremo, Rapallo,
Imperia, Savona,
Sarzana, Taggia e nella stessa Genova. Il locale più
importante è quello di
Ventimiglia, dove si concentra la complessiva regia delle
manovre di
penetrazione nei mercati illegali e legali dell’intera
regione. In tale contesto
risulta comunque confermata per la Liguria la
tradizionale centralità delle
„ndrine del versante ionico reggino”.155
155 DNA, Relazione annuale, dicembre 2007.
Tra le presenze delle „ndrine si segnalano alcune tra le
cosche storiche
calabresi: i Romeo di Roghudi, i Nucera di Condofuri, i
Rosmini di Reggio
Calabria, i Mamone della piana di Gioia Tauro, i
Mammoliti di Oppido
Mamertina, i Raso-Gullace-Albanese di Cittanova, i Fameli
che sono
collegati ai Piromalli. Tutte affermate in diversi
settori: edilizia, appalti
pubblici, ristorazione e, negli ultimi anni, smaltimento
dei rifiuti. Anche se
l’attività più remunerativa continua a rimanere quella
del traffico di
stupefacenti, in particolare la cocaina che, da diversi
anni, come attestano
numerose indagini giudiziarie, anche in Liguria è
largamente gestita dalla
„ndrangheta.
A conferma della diffusione delle „ndrine, molte indagini
hanno coinvolto
anche amministratori di località turistiche come Sanremo,
Ospedaletti e
Arma di Taggia, trovati in affari, in veri e propri
gruppi imprenditoriali-
politico-affaristici.
3. Emilia Romagna
Altro territorio da anni invaso dalle famiglie calabresi
è l’Emilia Romagna.
Anche se con una presenza meno invasiva rispetto a quella
di altre regioni
settentrionali, visto che la regione non era tra le
traiettorie fondamentali dei
circuiti di emigrazione e il tessuto sociale e
democratico fortemente
strutturato ha fatto da barriera ed ha impedito un
radicamento in profondità.
Non mancano però presenze importanti di uomini delle
„ndrine che
trafficano droga e riciclano denaro sporco.
Risale agli anni ottanta l’arrivo a Reggio Emilia di
Antonio Dragone di
Cutro, in provincia di Crotone. Come da copione, vi giunge
a soggiorno
obbligato e riesce a creare una struttura familiare molto
robusta
occupandosi del traffico di sostanze stupefacenti e di
estorsioni nei
confronti di persone di origine cutrese. Le vittime delle
estorsioni sono
tutte originarie del comune crotonese. E. una tecnica
che, iniziata da
Dragone, prosegue con il boss Nicolino Grande Aracri. Il
motivo per cui
l’estorsione viene esercitata solo verso i corregionali è
da ricercare nel fatto
che le vittime sono in grado di rendersi conto
immediatamente della
pericolosità intimidatoria del gruppo mafioso e quindi
più propense a
pagare anziché denunciare e correre il rischio di subire
violente ritorsioni
verso i familiari rimasti al paese di origine.
A Reggio Emilia, contrariamente a quello che normalmente
accade quando
opera fuori regione, la „ndrangheta ha dato vita a
omicidi, per via della
faida che contrappose i Dragone con i Vasapollo, ed ha
creato rapporti
stabili con Paolo Bellini, bandito di origine reggiana e
personaggio
inquietante. Uomo dai trascorsi tra la destra eversiva,
Bellini scappa per
non finire in galera e rimane latitante per lunghi anni.
E. un abile ladro di
provincia e un furbo latitante internazionale che, ben
protetto, riesce ad
avere appoggi e connivenze all’estero e in Italia. La sua
è una vicenda
complessa, ricca di misteri e in parte non ancora
definitivamente chiarita.
Bellini raccontò il suo incontro in carcere con un uomo
di „ndrangheta,
Nicola Vasapollo di Cutro. Nacquero un.amicizia e un
legame destinato a
durare negli anni.
In carcere conobbe anche Gioè, uomo d.onore che faceva
parte della
Commissione provinciale di Cosa nostra. Ad un certo
momento Bellini
compare in Sicilia, in stretto contatto coi vertici di
Cosa nostra. Il periodo è
quello della vigilia delle stragi di Capaci e di via
d.Amelio. Bellini,
secondo quanto è stato processualmente accertato, sembra
fare un gioco
spericolato con i vertici mafiosi siciliani. Tratta con
Gioè, che riferisce a
Brusca il quale, a sua volta, riferisce a Riina. È
protagonista di una
trattativa oscura, con Bellini che si presenta come uomo
in collegamento
con importanti ambienti politici o come uomo dei servizi.
Prima di
impiccarsi in cella Gioè scriverà di lui, ossessionato
per non avere
compreso la vera identità di Bellini. Nello stesso
periodo – e in
contemporanea ai contatti con i mafiosi e i carabinieri –
Bellini entra
nell’orbita di Vasapollo e diventa il killer di uno
spezzone della
„ndrangheta che ha come teatro la città di Reggio Emilia.
Sarà lo stesso
Bellini, appena arrestato, a raccontarlo ai
magistrati.156
Negli ultimi anni le indagini svolte dalla D.D.A. di
Bologna hanno
accertato la presenza di soggetti appartenenti a diverse
cosche mafiose
nelle province di Bologna, Modena, Forlì, Rimini e Reggio
Emilia.
156 Corte di Assise di Reggio nell’Emilia, Sentenza
contro Bellini Paolo + 2, 5 luglio 2002. Per la
ricostruzione dell’intera vicenda di Bellini è utile
anche Procura della Repubblica presso il Tribunale di
Bologna, Richiesta di applicazione di misure cautelari
nei confronti di Bellini Paolo + 2, 6 luglio 1999.
A Modena, qualche anno addietro, sono stati arrestati
diversi latitanti di
elevato spessore criminale, tra cui Giuseppe Barbaro dell’omonima
cosca
di Platì, Francesco Muto dell’omonima cosca di Cetraro e,
da ultimo,
Giuseppe Cariati della cosca egemone nei comuni di Cirò e
Cirò Marina.
Anche Parma e Piacenza, confinanti con le provincie
lombarde, risentono
dell’influenza sia degli „ndranghetisti che operano in
Emilia-Romagna che
di quelli che agiscono in Lombardia.
Come in tutte le realtà del centro e del nord, i gruppi
criminali operano
cercando di non fare troppo clamore, privilegiando la
dimensione
economico-imprenditoriale e quella finanziaria. Tuttavia,
in alcuni
momenti le cosche sono state costrette ad abbandonare la
strategia della
mimetizzazione e a dare vita ad azioni violente.
Questo potrebbe essere il motivo per cui, come ha rilevato
la Relazione
della D.N.A., il 26 luglio del 2006 viene fatto esplodere
un ordigno nella
sede dell’Agenzia delle Entrate di Sassuolo. L’Agenzia in
quel periodo era
impegnata in una rilevante attività di accertamento
relativa a un.evasione
dell’Iva di notevoli dimensioni da parte di società a
capo delle quali
c.erano soggetti che in passato avevano avuto rapporti
con pregiudicati
appartenenti ad organizzazioni criminali di tipo mafioso
dedite al
riciclaggio di denaro sporco.157
La presa nel territorio emiliano emerge anche dagli esiti
positivi conseguiti
da una approfondita indagine condotta dalla D.D.A. di
Catanzaro che ha
portato all’arresto nel 2006 di alcuni imprenditori
calabresi, ritenuti
esponenti delle due cosche di stanza a Reggio Emilia e
provincia. Costoro
sono accusati di numerosi omicidi compiuti a Isola Capo
Rizzuto e di
essere coinvolti in grandi operazioni di riciclaggio di
denaro frutto di
attività illegali a Reggio Emilia.
157 DNA, Relazione annuale, Dicembre 2007.
Nelle attività criminali delle „ndrine crotonesi e di
quelle reggine ( come si
evince dall’arresto del latitante Giuseppe Stefano
Mollace, esponente di
spicco della cosca Cordì di Locri, avvenuto nel marzo del
2006 nel
modenese) rientra naturalmente anche la più redditizia
delle attività
criminali: la droga. Solidi sono i rapporti con individui
provenienti dalle
zone balcaniche allo scopo di importare cocaina e di
controllarne lo
smercio. Da un.attività investigativa condotta in
collaborazione dalla
D.D.A. bolognese e da quella di Catanzaro risulta che
esponenti della
„ndrangheta, originari della zona di Crotone, sono al
vertice di cartelli italo
- albanesi impegnati nell’importazione di rilevanti
partite di droga.
Nell’industria del divertimento della costa romagnola non
può mancare il
gioco d.azzardo. Già in passato c.erano stati scontri tra
mafiosi per il
controllo delle bische a Modena e a Rimini. I forti
guadagni che si possono
ricavare dal gioco hanno spesso scatenato lotte tra
gruppi criminali
Secondo la D.N.A., la lotta per il dominio provoca la
rottura degli equilibri
e degli accordi raggiunti tra gruppi rivali, che sfocia
spesso in episodi
delittuosi come nel caso dell’omicidio di Raffaele
Guerra, avvenuto a
Cervia il 14 luglio del 2003 o il ferimento, avvenuto il
10 febbraio 2005 a
Riccione, di Giovanni Lentini, affiliato al gruppo
„ndranghetista capeggiato
dal detenuto Mario Domenico Pompeo, ad opera di un gruppo
di
napoletani.
Un.indicazione sulla diffusione della criminalità mafiosa
calabrese nel
campo del gioco d.azzardo la forniscono le investigazioni
coordinate dalla
D.D.A. di Bologna: un.organizzazione mafiosa calabrese
controllava il
gioco clandestino nelle zone di Rimini, Riccione,
Bologna, Forlì e
Ravenna. In un.altra indagine, condotta in stretta
collaborazione tra la
D.D.A. di Bologna e quella di Catanzaro, è emerso,
invece, un
preoccupante circuito di riciclaggio di denaro che
proveniva da una cosca
mafiosa calabrese che, tramite alcune imprese con sede a
San Marino,
provvedeva ad immetterlo nel circuito economico legale.
4. Piemonte
La presenza della „Ndrangheta in Piemonte è preponderante
rispetto alle
altre organizzazioni mafiose. Secondo il coordinatore
della D.D.A. di
Torino “essa continua ad occupare la posizione di maggior
rilevanza nel
nostro distretto.”
La „ndrangheta risulta stabilmente insediata nel tessuto
sociale e i rapporti
tra le varie cosche sono regolati da rigidi criteri di
suddivisione delle zone e
dei settori di influenza. Non si tratta però di una
criminalità che presenta le
caratteristiche di pericolosità sociale e di radicamento
sul territorio tipiche
delle zone d.origine.
Come riferiscono i carabinieri del Ros nella relazione
relativa al primo
semestre del 2007: “in Piemonte continua a registrarsi la
pervasiva
presenza di gruppi criminali riconducibili alla
„ndrangheta,
prevalentemente concentrati nel capoluogo e nella
provincia torinese.”
Ogni gruppo mafioso, pur operando in autonomia,
intrattiene rapporti con
gli altri gruppi dislocati nella stessa area e in quelle
dell’intera regione.
Secondo la D.N.A., “la „ndrangheta in Piemonte è presente
nel settore del
traffico internazionale di sostanze stupefacenti, nel
riciclaggio, e
nell’infiltrazione nel settore dell’edilizia, grazie
anche ad una rete di
sostegno e copertura di singole amministrazioni locali
compiacenti. Il
progressivo radicamento nella regione ha favorito la loro
graduale
infiltrazione del tessuto economico locale, mediante
investimenti in attività
imprenditoriali ed il tentativo di condizionamento degli
apparati della
pubblica amministrazione funzionali al controllo di
pubblici appalti.
Appare quest.ultimo, in sostanza, il nuovo settore
d.interesse, condotto
attraverso attività più difficili da investigare perché
riconducibili all’area
apparentemente legale dell’economia, ma che nasconde in
realtà reati come
il riciclaggio, la corruzione, l’estorsione, la concorrenza
illecita e così via.
Sotto tale profilo risultano particolarmente sensibili all’infiltrazione
mafiosa i comparti commerciali, degli autotrasporti ed
immobiliari. Ad essi
si aggiunge quello dell’edilizia che consente, attraverso
imprese operanti
soprattutto in lavorazioni a bassa tecnologia, di
condizionare il locale
mercato degli appalti pubblici. Le aree di criticità
maggiore sono quelle
della Val d.Aosta, della Val di Susa e della città di
Torino, come viene
evidenziato dalle indagini giudiziarie in corso”.158
Il riferimento non può riportare l’attenzione a quanto
emerso da
un.informativa dei Ros del maggio 2007 che ha suscitato
grande eco sui
media nazionali evidenziando l’attenzione delle cosche
sui grandi appalti.
I soggetti appartenenti alla „ndrangheta, o comunque ad
essa riconducibili,
mantengono stretti legami con le famiglie mafiose
d.origine. Questo però
non impedisce a chi opera nel territorio piemontese di
avere una certa
libertà di movimento e di poter intrattenere rapporti di
collaborazione
nell’ambito delle attività criminali poste in essere con
altre cosche di
diversa provenienza che operano anche loro in Piemonte.
Per far questo
non devono chiedere l’autorizzazione alla cosca alla
quale fanno capo in
Calabria. Stretti rapporti sì, ma anche autonomia nella
gestione della
struttura mafiosa in modo da poterla adattare alle
esigenze del territorio nel
quale svolge la propria attività criminale.
Bisogna dire che l’azione di contrasto delle forze di polizia
e della
magistratura ha prodotto negli anni .90 importanti
risultati, senza però
riuscire ad estirpare dal territorio piemontese le
„ndrine che, a distanza di
qualche anno dall’azione repressiva, si sono
ricompattate, cambiando
strategia e facendo emergere nuovi personaggi di elevato
spessore
criminale e una nuova generazione di capi figli dei
vecchi boss.
158 DNA, Relazione annuale, dicembre 2007.
Si può affermare che lo storico e stabile radicamento
della „ndrangheta sul
territorio piemontese ha fatto di essa una componente,
ovviamente
marginale ma non trascurabile, del tessuto sociale ed
economico della
regione.
Le principali cosche operanti in Piemonte sono: i
Pesce-Bellocco, i
Marando-Agresta-Trimboli, che fanno parte della cosca
Barbaro di Platì,
gli Ursini e i Mazzaferro di Gioiosa Ionica, i
Morabito-Bruzzaniti-Palamara
di Africo. Tutte cosche importanti della provincia di
Reggio Calabria, alle
quali si sono affiancate le vibonesi dei Mancuso di
Limbadi, dei De Fina e
degli Arono di Sant.Onofrio.
Anche il controllo del mercato della droga, provoca
conflitti come ha
dimostrato l’omicidio di Rocco Femia, avvenuto il 3
febbraio 2007.
Nuovo è il collegamento tra gruppi mafiosi calabresi ed
un.organizzazione
transnazionale bulgara, operante in diversi paesi europei
e dedita
all’importazione di notevoli quantità di droga dal Sud
America, servendosi
di imbarcazioni guidate da esponenti della malavita
italiana, più
specificatamente calabrese. La questione preoccupa perché
l’indagine ha
messo in luce l’esistenza di un.alleanza sinergica nel
campo del
narcotraffico tra organizzazioni mafiose italiane e
straniere. E. una delle
prime volte che emerge un rapporto del genere.
Le penetrazioni negli apparati della pubblica
amministrazione anche
in Piemonte rappresentano uno dei canali privilegiati
della criminalità
mafiosa per allargare il campo delle sue redditizie
attività. “Il progressivo
radicamento nella regione – scrive nella relazione la
D.N.A. – ha favorito la
loro graduale infiltrazione del tessuto economico locale,
mediante
investimenti in attività imprenditoriali ed il tentativo
di condizionamento
degli apparati della pubblica amministrazione funzionali
al controllo di
pubblici appalti. Appare quest.ultimo, in sostanza, il
nuovo settore
d.interesse, condotto attraverso attività più difficili
da investigare perché
riconducibili all’area apparentemente legale dell’economia,
ma che
nasconde in realtà reati come il riciclaggio, la
corruzione, l’estorsione, la
concorrenza sleale e così via.”. Questo è quanto hanno
accertato gli
investigatori in un.indagine denominata “Magna Charta”.
Del resto è in Piemonte il primo e l’unico comune del
Nord, Bardonecchia,
sciolto per infiltrazione mafiosa. La cosca egemone sul
territorio, la
famiglia dei Belfiore, originaria di Gioiosa Ionica, fu
responsabile
dell’assassinio del procuratore della repubblica di
Torino, Bruno Caccia, il
16 giugno 1983. Per l’omicidio è condannato all’ergastolo
Domenico
Belfiore e nel 2007 i beni della famiglia, tre anni dopo
la confisca da parte
dello Stato, sono stati assegnati ad uso sociale.
4. Roma e Lazio
Anche a Roma e nel Lazio è particolarmente radicala la
presenza di
esponenti della „ndrangheta calabrese. Recenti indagini
hanno segnalato la
presenza di interessi di pericolosi gruppi criminali
calabresi con importanti
attività economiche nella Capitale. Essi sono attivi nel
riciclaggio, in
particolare negli investimenti immobiliari, nel settore
alberghiero e nella
ristorazione nonché nel campo degli stupefacenti e nell’usura.
Nel
panorama complessivo è emerso un forte inquinamento di
interi settori
economici e lo sviluppo di forme di controllo delle
attività illegali e delle
attività economiche che si sviluppano su di una
determinata area di attività
(in particolare i settori del commercio di autoveicoli e
di preziosi ed il
settore della ristorazione). La vastità e l’ampiezza del
territorio romano, il
giro di affari e di attività economico-finanziarie che vi
ruota attorno hanno
storicamente consentito alle organizzazioni criminali di
inabissarvi le
proprie attività illecite e di ripulirvi i loro capitali.
La „ndrangheta non
poteva non cogliere queste opportunità, come dimostrano
frequenti arresti
operati proprio a Roma e nel Lazio su ordine dell’autorità
giudiziaria di
Reggio Calabria e Catanzaro.
Negli ultimi anni, secondo la D.N.A., a Roma si sono
insediati
gruppi criminali di origine colombiana che agiscono in
collegamento
diretto con le organizzazioni del narcotraffico operanti
in Colombia.
Questi, a loro volta, sono collegati per il commercio
dello stupefacente con
gli altri gruppi presenti sul territorio romano e, con
elementi della
„ndrangheta calabrese.
Organizzazioni criminali campane e calabresi dedite al
traffico di
sostanze stupefacenti, alle estorsioni e al successivo
riciclaggio sono molto
attive nel sud pontino, in particolare a Fondi, Formia,
Terracina e Gaeta. Si
tratta in particolare di insediamenti di gruppi legati
alla „ndrangheta e di
clan casertani della camorra, le cui attività illecite
hanno provocato un
progressivo inquinamento del tessuto economico e sociale
sul territorio,
attività che si svolgono in maniera silenziosa,
soprattutto tramite reti
diffuse di prestanome.
E. ormai nota la vicenda che ha portato allo scioglimento
del comune
di Nettuno. Nel decreto di scioglimento si sottolinea la
presenza nel
territorio di un.organizzazione criminale direttamente
collegata con la
cosca Gallace-Novella di Guardavalle (CZ): non una
semplice presenza
criminale ma, secondo la relazione di accesso che porterà
allo
scioglimento, un fattore di inquinamento dell’intera
azione amministrativa,
dalla riscossione dei tributi alla gestione della
nettezza urbana, al ruolo
della polizia municipale, agli interventi sull’urbanistica.
Il decreto fa
riferimento oltre che all’indagine dei carabinieri Appia
Mytos del 2004 ad
un.operazione della polizia che nel 2005 ha portato all’arresto
di 15
persone mentre ad altre sei ha notificato su disposizione
del tribunale di
Velletri, l’obbligo della firma. Coinvolti nell’inchiesta
due politici del
comune di Nettuno, un ex assessore alle attività produttive,
un ex assessore
al demanio (che si sono dimessi solo dopo le risultanze
della commissione
d.accesso) e un pregiudicato, conosciuto come trafficante
internazionale di
droga, Franco D.Agapiti. Attorno a lui si saldano
attività illecite ed
apparentemente lecite, corruzione di pubblici funzionari,
rapporti con la
politica regionale e nazionale ai massimi livelli per
accrescere il proprio
prestigio in ambito locale ed aumentare così anche il
proprio potere
intimidatorio.
Nel Lazio operano rappresentanti di note famiglie, molte
delle quali
della zona ionica della provincia di Reggio Calabria:
Alvaro-Palamara,
Pelle-Vottari-Romeo, Giorgi-Romano e Nirta-Strangio.
Questi hanno
concentrato i loro interessi anche nel tessuto economico-sociale
della
capitale, tramite la costituzione di società fittizie per
la gestione di bar,
paninoteche, pasticcerie, ristoranti.
In particolare, alcuni rappresentanti degli
Alvaro-Palamara di
Sinopoli (RC), capeggiata da Carmine Alvaro e di Cosoleto
(RC),
comandata da Antonio Alvaro, nell'arco di pochissimo
tempo si sono
trasformati da piccoli artigiani locali ad imprenditori
di primissimo livello,
reinvestendo ingenti capitali, provenienti da traffici di
droga, sviluppati
sull’asse Germania-Italia. Il reinvestimento dei profitti
privilegia ancora
una volta gli esercizi di ristorazione nel centro di
Roma, con prezzi di
acquisto dei locali e delle licenze nettamente inferiori
al loro valore reale e
alle stime di mercato.
I rappresentanti delle famiglie Alvaro e Piromalli hanno
collegamenti con lo storico clan di origine nomade dei
Casamonica, gruppo
romano attivo in vari campi: usura, estorsione, truffa,
riciclaggio,
ricettazione di autoveicoli e traffico internazionale di
sostanze stupefacenti.
Un.alleanza apparentemente anomala ma molto
significativa, perché mette
in contatto organizzazioni diverse tra loro per storia e
natura ma tutte di
alto livello criminale.
Tra Roma e la sua provincia, nelle zone di Anzio, Nettuno,
Civitavecchia, Gaeta, Rieti, la Pontina e tutto il
litorale laziale, emerge il
ruolo di „ndrine molto agguerrite: Alvaro, Avignone,
Barbaro, Bellocco,
Bruzzaniti, Carelli, Cosoleto, Farao, Franzè, Gallace,
Mo11ica, Iamonte,
Longo, Mammoliti, Mancuso, Marincola, Metastasio,
Morabito, Nava,
Nirta, Novella, Palamara, Pesce, Piromalli, Pisano,
Rugolo, Ruga, Serpa,
Serraino, Tripodoro, Versace, Viola, Zagari.
Una segnalazione particolare merita il Porto di
Civitavecchia dove
numerose indagini riconducono alla sua area rotte che le
cosche mafiose
utilizzano per il transito di importanti partite di
droga.
CAPITOLO VIII
Le rotte della cocaina
1. L’approvvigionamento dello stupefacente
E. un dato pacificamente condiviso nelle investigazioni
giudiziarie
degli ultimi 10 anni quello per cui la ndrangheta
calabrese, e in particolare
le cosche del quadrilatero Africo – San Luca – Platì -
Ciminà nella
provincia di Reggio Calabria e il gruppo Mancuso di
Limbadi nella
provincia di Vibo Valentia, avrebbero acquisito un ruolo
di grande rilievo
nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti e,
in modo particolare,
della cocaina proveniente dal sud-America. Le strutture
morfologiche di
questo traffico e le modalità operative attraverso cui
esso si incanala
risultano invece meno evidenti all’analisi investigativa.
La piena consapevolezza delle modalità con cui i gruppi
calabresi si
incaricano dell’approvvigionamento dello stupefacente,
dello stoccaggio
delle partite e del loro smercio sul mercato nazionale e
europeo ha
ingenerato la convinzione che i clan siano pienamente
operanti nel settore
attraverso un consistente impegno di uomini delle „ndrine
in tutti gli snodi
dell’attività di transhipment della cocaina.
Una ricognizione più accurata delle indagini e un esatto
profilo criminale
dei soggetti identificati e tratti in arresto nel corso
di diversi procedimenti
penali, soprattutto quelli instaurati presso le Direzioni
distrettuali antimafia
di Reggio Calabria e Catanzaro, indica ad una diversa, e
di certo non meno
allarmante, conclusione.
Tra la fine degli anni .80 e l’inizio degli anni .90 i
capi delle „ndrine
calabresi che avevano a disposizione remoti canali di
contatto con i
produttori e gli intermediari sudamericani hanno preso
direttamente in
mano il nuovo business compiendo un salto di qualità, per
passare dal ruolo
di tradizionale smercio di ingenti partite di droga
(cocaina e eroina in primo
luogo) sui mercati del Centro e del Nord Italia, a quello
del diretto
approvvigionamento (anche per svariate tonnellate; come
ha evidenziato
l’operazione Cartagine dell’Arma dei Carabinieri in
Piemonte) presso i
produttori colombiani e boliviani.
Questa opzione ha segnato un passaggio epocale verso la
“terziarizzazione”
della ndrangheta calabrese, che da utente finale o
comunque
operativamente marginale del narcotraffico, si è
dislocata sulle rotte della
cocaina assumendo impegni diretti con i cartelli dei
produttori e diventando
essa stessa in taluni casi (come ha dimostrato l’operazione
“Decollo”
dell’Arma dei Carabinieri con la D.D.A. di Catanzaro)
co-produttrice della
pasta da coca nei laboratori siti presso le piantagioni
del sud-America.
Questo salto di qualità è stato reso possibile dalla
concomitanza di diversi
fattori strategici.
In primo luogo, agli inizi degli anni .90, la scelta di
Cosa nostra di
condurre operazioni stragiste di intimidazione delle
istituzioni
repubblicane, ne ha notoriamente determinato l’isolamento,
provocando
una capillare attività di repressione da parte dello
Stato che ne sta, ancora
oggi, destrutturando le capacità operative e criminali. A
questo va aggiunto
il diffondersi tra le file di Cosa nostra del fenomeno
dei collaboratori di
giustizia che ne ha incrinato la credibilità sia agli
occhi delle altre
organizzazioni criminali italiane che a quelli dei grandi
cartelli del
narcotraffico internazionali.
L’assenza di un “soggetto forte” del prestigio e del
rilievo di Cosa nostra e
il concomitante endemico collasso degli assetti
camorristici in Campania,
fatta eccezione dei clan Casalesi, ha fatto si che le
„ndrine Calabresi
operassero in posizione di sostanziale monopolio nell’approvvigionamento
della cocaina. E questo proprio negli anni in cui la
cocaina conquistava
spazi crescenti nel mercato dei consumatori italiani ed
europei.
L’intuizione dei gruppi attestati nella provincia di
Reggio Calabria è stata
quella di trarre ulteriore profitto da questa posizione
di acquirenti
privilegiati per contrattare con i narcos l’acquisto
della droga direttamente
nei luoghi di produzione, e quindi ad un prezzo quindi
relativamente
modesto (tra i 1.200 e i 1.500 dollari al chilo),
assumendosi il rischio del
trasporto della merce direttamente dal sud-America.
Ciò da un lato ha offerto la possibilità di moltiplicare
i profitti e dall’altro
ha spinto le cosche calabresi a sperimentare una nuova
logistica, capace di
dischiudere ai gruppi di ndrangheta prospettive
assolutamente innovative e
inesplorate verso la modernizzazione dei traffici
illegali.
Il secondo fattore strategico che ha di certo agevolato
il disegno egemonico
dei clan, è sicuramente rappresentato dalla loro
capillare diffusione
praticamente in tutti i continenti: dal Sud America all’Australia,
dalla
Germania alla Spagna, dalla Francia alla Svizzera al
Canada.
Da anni le „ndrine calabresi possono contare su gruppi di
affiliati, spesso su
veri e propri “locali”, capaci di fornire il supporto
organizzativo che questa
evoluzione su scala internazionale imponeva.
Analizzando la biografia criminale di alcuni dei
principali artefici di questo
nuova architettura mafiosa è possibile cogliere alcune
costanti: comuni
frequentazioni, co-detenzioni, parentele rivelatesi
decisive per strutturare la
logistica della droga in paesi altrimenti estranei.
I processi di globalizzazione, la caduta del muro di
Berlino, l’allargamento
dell’Unione europea, la nuova area di Schengen, sono stati
colti dalle
famiglie calabresi, per dare impulso a questa costruzione
di rotte non solo
del narcotraffico ma anche dei capitali illeciti.
Agevolando - a dispetto di ogni intenzione - proprio i
gruppi di ndrangheta
che più di altri potevano vantare alleanze e presenze nel
nuovo scenario
politico-economico.
Ancora oggi destano sorpresa alcune intercettazioni
telefoniche di circa 10
anni or sono nel corso delle quali uomini delle cosche di
San Luca
compongono numeri di telefono boliviani e peruviani e
colloquiano in
dialetto calabrese con i propri complici che risiedono da
anni in quel
continente. Così come inquietano le immagini riprese
dalla Polizia di Stato
italiana e dalla Polizia canadese nelle quali si
intravede un boss latitante
della caratura di Antonio Commisso passeggiare
tranquillamente tra una
decina di compaesani e altri mafiosi tra le strade di
Toronto.
D.altronde, da Antonio Giampaolo catturato in Venezuela
nel 2001 a Luigi
Facchineri, catturato a Cannes nel 2002 a Santo Maesano
catturato a
Madrid nel 2003, per giungere sino all’operazione che ha
determinato la
cattura di sei latitanti tra il Belgio e l’Olanda nel
2006 è ormai evidente
come le strutture della ndrangheta coinvolte anche nel
narcotraffico si siano
costantemente avvalse di una capillare rete
transnazionale e internazionale
per rafforzare la propria posizione di egemonia sulle
altre organizzazioni
criminali.
Un terzo fattore forse determinante che ha stabilmente
contribuito ad
accrescere l’operatività criminale delle „ndrine è
sicuramente rappresentato
dalla spendibilità nello scenario delle transazioni
illegali nazionali e
internazionali di una sorta di “logo”, un marchio di
“qualità” e affidabilità
indiscusso presso i partner e le altre organizzazioni
allocate nella filiera del
narcotraffico.
Le famiglie calabresi infatti sono tra i pochissimi
soggetti criminali in
grado di approvvigionarsi costantemente di cocaina presso
i fornitori
sudamericani, assicurando comunque il pagamento delle
partite di
stupefacente.
I risultati del procedimento penale denominato “Igres”
della D.D.A. di
Reggio Calabria159 sono al riguardo particolarmente
significativi nella parte
in cui evidenziano il modo in cui gli uomini della
ndrangheta calabrese, a
differenza di elementi pur di primo piano di Cosa nostra
palermitana,
fossero abilitati al prelievo della cocaina a condizione
di assoluto favore in
Colombia e nella piena fiducia dei fornitori. Gli stretti
collegamenti con
soggetti operanti nei Paesi produttori hanno agevolato la
crescita della
„ndrangheta sino a renderla punto di riferimento anche
per le altre
organizzazioni endogene.160
159) procedimento penale n. 4966/00 RGNR D.D.A. L’indagine
condotta in coordinamento con la
Procura della Repubblica di Palermo ha avuto ad oggetto l’importazione
via nave dal Sud America di
ingente quantitativi di cocaina operata in consorzio tra
le cosche reggine della zone ionica (Marando,
TrimboliI, Sergi) ed elementi di primo piano delle
famiglia mafiosa dei Miceli di Palermo ed ha avuto
quale momento saliente il sequestro nel gennaio 2002 nel
porto del Pireo in Grecia di 220 chili di cocaina.
Organizzatori del traffico illecito, che per le sue
dimensioni ha imposto contatti operativi continui con le
Sezioni della D.I.A. di Roma, Atene, Bogotà, Caracas,
sono risultati essere ben cinque latitanti di rilievo
della „ndrangheta reggina e palermitana, tra cui il
famigerato Roberto Pannunzi, a carico del quale sono
stati celebrati innumerevoli processi in Italia per
traffico di sostanze stupefacenti e le cui attività avevano
determinato la D.E.A. all’apertura a suo carico di alcune
decine di dossier informativi.
150) L’operazione Galloway della D.D.A. di Reggio Calabria
ha dimostrato lo stretto rapporto d.affari
con i cartelli colombiani ed anche con almeno una
struttura paramilitare colombiana che risulta coinvolta
in attività di produzione e fornitura di cocaina.
Indubbiamente l’attività di contrasto svolta dallo Stato
in questi anni ha
determinato assestamenti e svolte operative
particolarmente significative da
parte della „ndrangheta calabrese, che attualmente
gestisce il narcotraffico
della cocaina con modalità solo parzialmente coincidenti
con quelle in uso
nel decennio scorso. I procedimenti penali celebrati in
Calabria, in
Piemonte e in Lombardia per tutti gli anni .90 a carico
di boss e gregari
delle famiglie „ndranghetiste hanno determinato l’irrogazione
di pesanti
condanne, spesso molto più consistenti di quelle
derivanti dalla
celebrazione di processi per il delitto di associazione
mafiosa (che soffre il
duplice svantaggio di un onere probatorio per l’accusa
estremamente
gravoso e di una pena edittale inferiore a quella
prevista per il delitto di cui
all’art.74 TU 309/90). Ciò ha comportato un progressivo
affievolimento del
diretto impegno degli uomini di primo piano delle
“locali” calabresi nel
traffico internazionale di droga.
La cura del territorio, l’assistenza ai latitanti e ai
detenuti, le estorsioni, gli
appalti, il riciclaggio, i rapporti di infiltrazione
nella politica e nelle
istituzioni sono tutti settori illegali che – come si è
dimostrato in altra parte
della relazione - la „ndrangheta calabrese e reggina in
particolare non
poteva e non intendeva dismettere.
2. Le ragioni di un primato
Il sistema criminale di questa peculiare associazione
regge a condizione
che non se ne alteri la natura più profonda, che non
divenga cioè, una
multinazionale degli affari illeciti in cui l’originario
spirito criminale arretri
a vantaggio dello spirito imprenditoriale.
La sua forza sta nell’osmosi tra i due fattori. La
metamorfosi della
„ndrangheta in mera criminalità organizzata ne segnerebbe
la rovina, ne
esaurirebbe inesorabilmente la forza vitale e la
leadership.
Il frequente ritrovamento nei covi dei boss, come nelle
spoglie abitazioni
degli affiliati, di pagine che recano vergate a mano le
formule di
iniziazione, il perpetuarsi nelle carceri dei riti di
attribuzione dei “gradi” tra
affiliati sono il segno evidente di una “cultura”
criminale che non vuole
recedere e che, anzi, pretende di rappresentare il
collante identitario
dell’associazione. Non è casuale, allora, che i sequestri
di simili documenti
siano stati più numerosi successivamente al profilarsi
della minaccia
costituita dalle seppur sparute collaborazioni di
giustizia. Quasi a
dimostrare una precisa opzione verso un nuovo, più
convinto, rispetto dei
vincoli di omertà e di solidarietà criminale. Una sorta
di rinserrare le fila,
costituita sul vincolo culturale e di omertà.
In questo stretto corridoio operativo e strategico la
„ndrangheta calabrese,
coinvolta nel narcotraffico, doveva dipanare un.opzione
di non secondario
rilievo: da un lato si trattava di allentare l’impegno
diretto nelle transazioni
dello stupefacente che avevano determinato la condanna di
uomini di primo
piano delle cosche a decine e decine di anni di
reclusione (è il caso delle
famiglie Barbaro, Sergi, Nirta, Morabito, Strangio,
Pelle, Mancuso,
Marando, Trimboli ed altre ancora); e dall’altro doveva
salvaguardare.esigenza di non essere soppiantati nelle
rotte dal Sud
America da altri, parimenti agguerriti, raggruppamenti
criminali, in primo
luogo gli uomini della camorra e i mafiosi catanesi da
sempre attivi in
questo campo.
La scelta, come dimostrano i diversi procedimenti, è
stata quella di creare
una selezione per la composizione delle “cellule”
impiegate nei paesi di
produzione della droga e di partenza del narcotraffico,
rigorosamente
basato sulla devozione e affidabilità alle famiglie oltre
che sulla capacità.
Spesso ad esempio si tratta di uomini in grado di parlare
in più
lingue,incensurati e pressoché sconosciuti alle forze di
polizia, in modo da
potersi liberamente muovere nei valichi di frontiera e al
controllo dei
passaporti nei vari scali internazionali.
Questo implica una forte gerarchizzazione e
compartimentalizzazione delle
attività criminali, ma sempre riconducibili al nucleo
„ndranghetistico
originario per la parte concernente la direzione e la
promozione della
cooperazione a delinquere. Di contro i contatti
operativi, i viaggi in Sud
America e nei luoghi di arrivo e stoccaggio della droga
(principalmente
l’Olanda e la Spagna), la ricerca delle collusioni
doganali e di copertura
restano affidati ad una seconda linea di soggetti che,
pur calabresi o ad essi
vicini, non vantano una diretta appartenenza alla
“locale” calabrese.
E. una sorta di struttura a compartimenti stagni, capace
di resistere
all’azione repressiva in ragione dell’estrema fungibilità
dei personaggi
coinvolti, dell’incompleta conoscenza dei meccanismi in
cui si snoda il
narcotraffico, della catena di omertà che comunque
avvolge gli associati.
Naturalmente tutto ciò per fermarsi al perimetro più
immediato delle
conseguenze che la tecnica organizzativa realizzata dalla
„ndrangheta
determina per il contrasto da parte dello Stato. E
tuttavia non si può
trascurare che l’azione antidroga sembra difettare dei
connotati di una vera
e propria azione antimafia.
Per quanti sforzi sia dato profondere nel tentativo,
spesso riuscito con
risultati straordinari, di contenere l’operatività dei
cartelli calabresi
diventati delle vere e proprie strutture centralizzate di
intermediazione
internazionale, la pressione mafiosa sul territorio
calabrese non risulta
minimente intaccata. Anzi. Per altro, difficilmente le
indagini sul
narcotraffico pervengono all’identificazione e alla
disarticolazione della
rete che cura il pagamento delle partite di droga e il
riciclaggio degli
enormi proventi. Ciò dimostra che i pagamenti e le
transazioni avvengono
su canali paralleli e del tutto ignoti ai soggetti che
sono impegnati nel
trasporto dal Sud America delle partite di cocaina. Di
fronte a questa
capacità organizzativa, alla sua “invisibilità” nelle
dinamiche della
globalizzazione criminale e in quelle della
globalizzazione finanziaria
legale, è necessario anche riorganizzare le forme e le
strutture del contrasto
con una ripartizione del lavoro investigativo tra
indagini che hanno ad
oggetto il narcotraffico su scala internazionale e
indagini che concernono i
settori tradizionali dell’egemonia mafiosa sul territorio
calabrese e
nazionale.
Oggi per contrastare la doppia dimensione della
„ndrangheta occorre un
punto d.equilibrio tra la repressione dei nuovi
cybercrime che le „ndrine al
pari di altre organizzazioni perpetrano per reimpiegare i
proventi della
droga, con un contrasto permanente alle reti della
cocaina, e l’attenzione
alle infiltrazioni nei luoghi delle provincie calabresi
più pesantemente
assoggettati al controllo mafioso.
3. Linee di tendenza
L’esame delle investigazioni più significative condotte
negli ultimi anni
dalle D.D.A. di Catanzaro e Reggio Calabria evidenzia un
trend
sostanzialmente uniforme nello svolgimento delle attività
legate al
narcotraffico, con una novità, la presenza di vere e
proprie jointventure.
Significativa è l’indagine denominata Palione della
D.D.A. di Reggio
Calabria che ha evidenziato accordi tra famiglie
calabresi di volta in volta
alleate con cosche siciliane o campane, per l’acquisto di
ingenti partite di
cocaina successivamente suddivise tra i diversi gruppi in
relazione ai loro
mercati di destinazione.
In questa tipologia di narcotraffico sono sempre i gruppi
della „ndrangheta
calabrese, che curano la logistica e il conseguente
approvvigionamento,
trasporto e stoccaggio della cocaina sulle diverse
piazze.
Per ramificare questa rete le „ndrine hanno collocato
stabilmente propri
uomini, spesso latitanti in Italia, sugli snodi
principali delle rotte, a presidio
dei luoghi di arrivo dei carichi di droga sotto
copertura.
La Spagna e l’Olanda, ma anche il retroterra belga e
tedesco, sono divenute
le nazioni predilette dai narcos calabresi per attendere l’arrivo
dei container
e curare le conseguenti transazioni.161
161 Nel corso del procedimento penale denominato Nasca –
Timpano della D.D.A. di Reggio Calabria
venivano intercettate due sole conversazioni di estrema
importanza, tra gli indagati Arcuri Rosario di
Rosarno (zona tirrenica della provincia di Reggio
Calabria) e Strangio Francesco di San Luca, (zona
ionica della provincia di Reggio Calabria) latitante in
Belgio. Nella prima, delle ore 12.38, gli indagati
discutevano in maniera ampia dell’arresto di Primerano,
episodio del quale Arcuri non riusciva a fornire
alcuna spiegazione. Il rosarnese riferiva che erano stati
sequestrati 14 chili, quindi quasi tutto il carico, e
che anche l’arresto del corriere di Ascone Antonio,
Fabrizio Gesuele, era stato effettuato dallo stesso
Reparto (…quasi tutti erano 1,4…mi sembra che
erano…(omissis)…eh, ma è andato fuori strada proprio
qua, proprio qua…(omissis)…ma, cosa di niente…ma io
quello che non mi spiego là…l’hai saputo
quell’altro, sì? Che ti avevo detto io…(omissis)…e quell’altro
là…per quel parente del suocero di
Nascaredda…(omissis)…e che cavolo capisco io…non, parola
d.onore io…e che addirittura, addirittura
per quello là dicono che sono intervenuti questi di qua…
.Lo Strangio lasciava chiaramente intendere al
suo interlocutore che era sua intenzione cercare di porre
rimedio alla situazione fornendogli un nuovo
carico di stupefacente (…eh ma sto vedendo se te la
combino qua qualche cosa…) ed aggiungeva che in
Belgio, nei giorni precedenti, era stata effettuata
un.operazione di polizia nel corso della quale erano state
arrestate delle persone che si occupavano del cambio di
denaro ed erano conosciute, oltre che dall’Arcuri,
anche dall’Ascone (…sono andato a trovare l’altro amico
suo sono andato a trovarlo…(omissis)…sì per il
fatto dei documenti…si sbrigava i documenti, si sbrigava
no?...(omissis)…sì, sì il Lungo, il Lungo là
quello era…(incomprensibile)…quello che quel giorno non
ne aveva…(omissis)…il vecchietto…). A
questo punto appare utile precisare che, così come si è
appreso dalla Direzione Centrale dei Servizi
Antidroga, nel mese di novembre 2001, in Belgio, venivano
tratti in arresto tali Caldarone Alfonso classe
.51, Antonucci Carmelo classe .72 e Verburgh Roland
classe .39, tutti per riciclaggio di denaro sporco;
gli stessi, sempre secondo quanto si apprendeva dall’organismo
centrale, avrebbero cambiato nel periodo
2000/2001 una somma pari ad oltre 800 milioni di franchi
belgi presso un.agenzia di cambio Bruxelles.
162 Nel settembre 2005 nel porto di Livorno, furono
sequestrati 691 kg di cocaina nell’ambito
dell’operazione “Imelda”; nel porto di Salerno, nell’ambito
delle operazioni “Pandora bis” e “Persignan
2004”, sono rispettivamente stati sequestrati 268 kg e 75
kg di cocaina. Nel mese di ottobre 2006, il porto
di Gioia Tauro è stato interessato dal sequestro di 75 kg
di cocaina. Fonte: Direzione per i Servizi
Antidroga.
Anche i porti italiani, primi tra tutti Livorno, Salerno
e Gioia Tauro,162
continuano ad occupare un ruolo importante nelle rotte
della cocaina,
particolarmente quando occorre provvedere all’immediata
consegna agli
acquirenti italiani e la non grande entità del carico
(massimo ad una
tonnellata) agevola le operazioni di sdoganamento e
smistamento veloce
della partita.
Infine, va sottolineato l’impegno profuso dai clan della
ndrangheta nel
conservare collegamenti stabili con i narcos colombiani e
sudamericani con
i quali hanno rapporti privilegiati, quando non
esclusivi.
Da diverse inchieste emergono anche contatti di altri
gruppi criminali, ad
esempio camorristi, con elementi di organizzazioni
colombiane del
narcotraffico, si tratta di “meri” rivenditori che nulla
hanno a che fare con i
capi delle organizzazioni che rivestono posizioni apicali
nella produzione
mondiale della cocaina.
4. Rapporti con terroristi e paramilitari
Questo livello di rapporti e di relazioni con le grandi
reti del narcotraffico
internazionale, sono state dimostrate nell’operazione
Decollo della D.D.A.
di Catanzaro portata a compimento nel gennaio 2004 che,
tra l’altro, ha
evidenziato alcuni aspetti inquietanti relativi ai
collegamenti esistenti tra la
„ndrangheta e organizzazioni terroristiche come i
paramilitari colombiani
delle famigerate AUC di Salvatore Mancuso e l’organizzazione
basca ETA.
Con le AUC la „ndrangheta ha saputo creare un solido
legame d.affari che
le ha consentito la scalata verso il controllo di
“maggioranza” di tutto il
sistema legato al traffico della cocaina colombiana. Il
capo delle AUC,
Gomez Manuel Salvatore Mancuso, è nato il 17 agosto del
1964 a Montera,
nel nord della Colombia, da padre italiano originario di
Sapri, ancora oggi
continua ad avere il passaporto italiano.
Come ha ricordato il Procuratore Nazionale Antimafia:
“Mancuso
attualmente si trova agli arresti domiciliari, a quanto
pare dorati”. La
Procura di Catanzaro, in relazione all’”operazione
decollo” ha chiesto la
sua estradizione. Anche gli Stati Uniti l’hanno
richiesto, ma essendo stata
varata in Colombia una normativa sulla cosiddetta pacificazione
generale
con la possibile restituzione da parte di queste unità
paramilitari delle armi
in cambio dell’ammissione dei reati, sembra possa
esistere la possibilità
che Mancuso non venga estradato in nessuno dei due paesi
che lo
richiedono.163
Anche gli interessi comuni e i legami tra i narcos
colombiani e l’ETA sono
stati ampiamente documentati.
Emblematico è l’episodio secondo cui i narcos colombiani
uomini del
famoso cartello di Cali hanno fatto ricorso all’organizzazione
terroristica
basca per portare a buon fine il pagamento di una
fornitura di droga da
parte di un acquirente calabrese al quale come forma di
intimidazione è
stata trasmessa, a mezzo fax, una fotografia ritraente la
propria azienda.
153 Audizione del Procuratore Nazionale Antimafia Piero
Grasso del 19. giugno 2007
La fotografia, era stata scattata da alcuni uomini dell’ETA
dietro incarico
dell’organizzazione criminale colombiana, che aveva
minacciato,ed
avvertito il trafficante calabrese che, in caso di
mancato pagamento, gli
avrebbe fatto distruggere l’attività commerciale. Gli
esecutori materiali
dell’azione criminale sarebbero stati proprio gli uomini
dell’ETA. La
paventata azione criminosa, come si rileva dall’ordinanza
di custodia
cautelare, non venne portata a termine grazie all’intervento
di un noto
narcotrafficante ed esponente della „ndrangheta
calabrese, che garantì il
pagamento della merce.
La stessa indagine è particolarmente rilevante perchè
riguarda una grossa
quantità di droga e soprattutto perchè fa emergere un
vero e proprio
network criminale formato dalle componenti vibonesi,
ionico-reggina,
australiana, spagnola, venezuelana e dai cartelli
colombiani. Un altro
aspetto da sottolineare è relativo alle modalità delle
spedizioni, con
centinaia di chili di cocaina sequestrati nel porto di
Gioia Tauro all’interno
di alcuni blocchi di marmo cui erano state praticate
delle cavità
successivamente ricoperte con materiale di risulta.
Nel complesso l’intera articolazione criminale, così come
si è configurata,
ha dato luogo, di fatto, ad un.unica struttura “federata”
formata, da un lato,
dal consorzio criminale “vibonese e ionico - reggino” con
compiti di
import-export, che garantiva anche le spedizioni di droga
verso l’Australia,
dove era operativa una base vibonese; dall’altro, da più
“cartelli
colombiani” fornitori che assicuravano le spedizioni di
cocaina all’Italia; ed
infine da più strutture operanti in diversi Paesi esteri.
Tra questi Stati il
Venezuela, ove gli stupefacenti venivano stoccati e da
dove, il più delle
volte, erano spediti; la Spagna, dove emissari dei
“cartelli colombiani”
avevano l’incarico di riscuotere i pagamenti delle
partite di cocaina spedite,
prendere accordi e contattare personalmente, anche in
Italia, i vari
acquirenti.
In questo contesto è utile citare, anche l’operazione
Zappa, della D.D.A. di
Reggio Calabria, che ha consentito di ricostruire la rete
di rapporti e
collegamenti tra la „ndrangheta ed i produttori
colombiani e venezuelani.
Gli affari non erano limitati alla sola droga, ma anche
alle armi, che
sarebbero state utilizzate dal connubio
reggino-colombiano per favorire
l’evasione di alcuni leader del narcotraffico. L’indagine
ha, inoltre, messo
in evidenza i contatti intercorrenti tra esponenti dell’eversione,
quali un ex
aderente a Prima Linea, Elfio Mortati, ed esponenti della
„ndrangheta
riconducibili al boss della locride Santo Maesano.
5. Indagine e processi
Alcune indagini offrono uno sguardo sinottico sul modus
operandi della
„ndrangheta calabrese in questo strategico settore
illegale.
E. il caso dell’indagine denominata “Stupor mundi”, della
D.D.A. reggina,
che per la durata e l’ampio scenario internazionale entro
il quale si è
sviluppata costituisce un punto di sintesi efficace delle
riflessioni sin qui
svolte. E. bene ricostruire le fasi, le scansioni
temporali, a partire dal 2002,
e le località ove le azioni di progettazione ed
esecuzione delle condotte si
sono svolte:
. 1^ fase: 13.11.2002: Sequestro di 170 chilogrammi di
cocaina e
arresto del calabrese Maurizio Pelle a Bova Marina.
. 2^ fase: dicembre 2002/Gennaio – Febbraio 2003. Cattura
dei
latitanti Michele Franco, Giuseppe Ladini e delle persone
che hanno
favorito la loro latitanza in contatto con gli esponenti
della „ndrina
Marando – Trimboli di Platì, i Pannunzi e le cosche di
Ciminà.
Anche in questo caso, sequestro di stupefacenti.
. 3^ fase: 29/30 marzo 2003. Arresti per favoreggiamento
alla
latitanza di Giancarlo Polifroni di: Bruno Polito,
Francesco
Morabito, Maria Concetta Spagnolo, Nicola Murdaca.
. 4^ fase: 12.4.2003. Sequestro di 9 chilogrammi di
cocaina ed.arresto
dei cittadini lituani Stumbrys Aras e Bileinskienè
Vilija. Località:
Torino.
. 5^ fase: 18.4.2003. Sequestro di 6 chilogrammi di
cocaina e arresto
dì Rocco Costa (nato il 10.01.1966 a Vibo Valentia) al
Casello
autostradale Roma nord.
. 6^ fase: 18.4.2003. Sequestro di 62 chilogrammi di cocaina
ed
arresto dei calabresi Girolamo D.Agostino a Reggio
Calabria e
Antonio D.Agostino. Località: Lamezia Terme.
. 7^ fase: maggio 2003. Invio di un imprecisato
quantitativo di
stupefacente dall’Olanda da parte di Giancarlo Polifroni.
Viaggio di
Giuseppe Morabito e Rosario Marando in Olanda per
visionare
stupefacente. Nicola Polito trasporta denaro in Olanda e,
successivamente, lo stupefacente viene inviato in Italia.
La
ricostruzione dei fatti avviene tra la Calabria e la
Lombardia tra l’11
e il 15 maggio 2003.
. 8^ fase: 11.6.2003. Sequestro del 11.06.2003 a Ponte
Chiasso di
28,735 kg di cocaina, eseguito a carico di Antonio Vita,
13 kg del
quantitativo sequestrato erano destinati a Giuseppe
Morabito.
. 9^ fase: settembre 2003 e maggio 2004. Giuseppe
Morabito è tratto
in arresto in data 10.09.2003 unitamente ad Walter Anzil,
dagli
agenti doganali francesi presso la frontiera
franco-spagnola per la
detenzione di € 101.000 e USD 150.000. Nicola Polito
viene
arrestato ad Amsterdam unitamente a cittadini colombiani
trovati in
possesso di circa €. 1.000.000.
. 10^ fase: settembre – dicembre 2003. Incontri e scambio
di denaro
tra Aurelio Mammoliti e Bruno Polito; introduzione di
stupefacente
dall’Olanda e trasporto in Calabria di parte del carico
tramite
Giuseppe Ferito.
. 11° fase: febbraio 2004. Svelata l’.organizzazione di
calabresi
residenti a Volpiana, i contatti con Polito e con corrieri
spagnoli.
. 12^ fase: Intercettata la rete di spaccio di droga sul
mercato milanese
e del nord Italia: Rocco Barbaro, Giuseppe Rizzotto,
Giuseppe
Costanzo, Domenico Spagnolo, Pietro Villirillo, Francesco
Morabito, Franco Di Virgilio, Bruno Polito, Giuseppe
Scarcella,
Antonio Scarcella e Francesco Morabito.
. 13^ fase: 27.3.2004. Rinvenimento di 13 pistole e di 20
Kg. di
cocaina trasportate ed occultate da Pietro Oliva a
Novara.
. 14^ fase: 4.2.2005. Favoreggiamento alla latitanza di
Bruno Giorgi,
Fortunato Giorgi e Giancarlo Polifroni e cattura del
latitante Bruno
Giorgi a Manage – Charleroi (Belgio).
Da questa ricostruzione emerge uno spaccato realistico e
verosimilmente
replicabile, per tutte le investigazioni svolte sulle
relazioni transnazionali
della ndrangheta calabrese (indagini Sim Card 1 e 2,
indagini Nasca e
Timpano, indagine Marcos, indagine Iberia, indagini Zappa
1, 2 e 3,
indagine Smeraldo, indagine Coscion e via seguitando).
Come si vede, si tratta di una rete perfetta fatta di
latitanti che dall’estero
coordinano l’attività di approvvigionamento, di soggetti
incensurati che
curano i movimenti lungo le rotte e il trasporto dello
stupefacente una volta
che sia giunto in Europa, di armi e droga destinati in
parte alla Calabria,
dove da lungo tempo è ipotizzato avvenga il taglio della
cocaina pura che
giunge dalla Colombia e dalla Bolivia.164
164 Per quanto concerne l’ambito nazionale, non esiste
altra organizzazione criminale che possa vantare
così ampie ramificazioni come la „ndrangheta:
. Piemonte (operazione “Magna Charta” di Torino);
. Lombardia (operazioni “Scacco al Re” e “Ombretto” che
vede coinvolte cosche calabresi nel
traffico di cocaina nelle provincie di Como, Lecco e
Milano);
. Veneto (operazione “Cow” che vede coinvolta una „ndrina
stanziata nelle provincie di Vicenza,
Venezia e Padova);
. Toscana (operazione “Ares D.I.A.”);
. Umbria (operazione “Arcoterium”);
. Lazio (operazione “Quantum” che vede coinvolti
cittadini di origine calabrese residenti in
Australia operanti anche nella provincia di Latina).
A fronte di tale propensione all’espansione
extraterritoriale, la „ndrangheta tende a non operare sul
territorio regionale; le sostanze stupefacenti
sequestrate nel territorio della regione Calabria ammontano a
meno dell’1% del territorio nazionale.
Fonte: Direzione Centrale per i Servizi Antidroga.
L’analisi non sarebbe completa senza considerare talune
peculiarità del
contesto processuale che, purtroppo, tende oggi a
smarrire l’efficacia
deterrente che aveva esercitato negli anni .90. L’opzione
massiccia al rito
abbreviato con lo sconto di pena di 1/3 per gli imputati
condannati,
l’inopinato consenso talvolta prestato in fase d.appello
dall’ufficio di
Procura generale alle procedure negoziali di
patteggiamento ex art.599 Cpp
sui motivi del gravame, sono tutti escamotage processuali
che hanno di
fatto vanificato l’entità delle pene comminate ai
narcotrafficanti calabresi i
quali, con una scelta di “basso profilo”, riescono
sostanzialmente a sfuggire
ai rigori delle sanzioni previste dal TU 309/90. Se a ciò
si associa la
difficoltà di individuazione dei patrimoni illegalmente
accumulati dei
trafficanti calabresi in Italia e all’estero se ne ricava
la convinzione che lo
straordinario sforzo di contrasto realizzato dagli
apparati di polizia resti
senza conseguenze effettive e durevoli sulle reti dei
narcos calabresi, la cui
destrutturazione appare ad oggi la vera sfida da vincere
da parte dello Stato.
CAPITOLO IX
Una sintesi
Con questa relazione la Commissione parlamentare
antimafia intende
contribuire ad aprire uno squarcio non solo nella
conoscenza e nell’analisi
di una organizzazione criminale ma anche sul sistema di
relazioni sociali
economiche e politiche di una regione importante come la
Calabria.
Non vi è alcuna pretesa conclusiva. Sarebbe in
contraddizione con il
dinamismo e persino la “liquidità”, come si è detto all’inizio,
di una
organizzazione in continua trasformazione che, proprio
per questo, richiede
un livello di attenzione e una capacità di lettura
critica permanente delle
sue dinamiche criminali e dei nessi sociali, culturali,
economici che,
storicamente, ne caratterizzano la forza.
Nel tempo breve dell’inchiesta che la Commissione ha
sviluppato, segnato
dalla conclusione anticipata della XV legislatura, si è
voluto porre in
evidenza questo salto di qualità che oggi fa della
„ndrangheta calabrese una
delle grandi holding economico-criminali della
globalizzazione.
Per dare senso a questa analisi non potevamo non cogliere
l’attività
ossessiva e maniacale della „ndrangheta nel controllo del
territorio. E.
questa l’essenza del suo agire e pensare, insieme, localmente
e
globalmente.
Nella Calabria di oggi gran parte delle attività
economiche, imprenditoriali
e produttive sono condizionate, infiltrate e alcune
dirette dalle cosche della
„ndrangheta.
Abbiamo scelto il Porto di Gioia Tauro e l’autostrada
Salerno-Reggio
Calabria come metafore di una modernizzazione fortemente
segnata dal
ruolo, dalle attività e dai condizionamenti delle cosche.
Si tratta di storie che è bene imprimere nella memoria
collettiva e
nell’attività di una istituzione come la Commissione
parlamentare
antimafia. E abbiamo messo a nudo i meccanismi di
controllo e gestione
dei flussi di denaro pubblico nazionali ed europei, e la
capacità delle
„ndrine nel corrompere la pubblica amministrazione per
trarre vantaggio
da ogni forma di asservimento delle risorse pubbliche ai
loro interessi.
Avremmo potuto raccontare tante altre storie e
ricostruire altre inchieste
giudiziarie per dimostrare come negli ultimi 40 anni la
„ndrangheta abbia
rappresentato il convitato di pietra di tutte le grandi
scelte che dovevano
incidere sullo sviluppo della regione e invece l’hanno
relegata agli ultimi
posti in tutte le graduatorie economiche e sociali.
Avremmo potuto raccontare come i mafiosi delle due sponde
dello Stretto
e quelli di oltre-oceano, già alla fine degli anni .90,
erano interessati al
grande affare della costruzione del Ponte tra Calabria e
Sicilia o come lo
stesso meccanismo di spartizione degli appalti svelato
per l’autostrada
Salerno-Reggio Calabria, è da decenni una delle cause del
non
ammodernamento della strada della morte, la Statale 106
ionica.
O ancora avremmo potuto descrivere come anche in questa
regione i rifiuti,
come per la camorra, stimolino già da anni gli appetiti
delle „ndrine.
Parlando della sanità, avremmo potuto descriverne il
degrado da Villa San
Giovanni al Pollino. Oppure ci saremmo potuti trasferire
al Policlinico di
Messina, da sempre invaso dagli interessi della
„ndrangheta, terreno di
affari, spartizioni clientelari, costruzione di carriere,
oscuri rapporti tra
accademici e poteri occulti, anche teatro di oscuri
omicidi. Tutto, e sempre,
in stretto rapporto con le cosche della Piana e della
Ionica reggine.
Abbiamo preferito portare alla luce i drammi delle A.S.L’
di Locri e di
Vibo, metafore del fallimento politico e della
delegittimazione morale della
gestione della sanità pubblica e degli interessi mafiosi
nella sanità privata
in spregio ad ogni diritto, fino a quello più sacro,
della vita umana.
E. la sanità lo spartiacque di civiltà che caratterizza l’intero
dramma
politico e sociale che vive la Calabria. Come la Campania
dei rifiuti.
La salute saccheggiata, spartita, mercificata, svenduta
per un consenso
politico che privilegia l’ossessiva ricerca del profitto
sulla vita.
La sanità pubblica viene fatta morire per alimentare il
senso comune
dell’utilità della sanità privata. Chi governa crea così l’alibi
per drenare
risorse pubbliche verso un sistema d.affari privato che
spesso, in Calabria,
ha come soggetto diretto d.impresa la „ndrangheta.
Abbiamo scelto spaccati precisi per lasciare aperte la
ricerca e l’inchiesta.
La „ndrangheta è forte, con le sue ricchezze e la sua
capacità economica,
riesce a soddisfare i bisogni della gente quando questi
non trovano nella
politica la possibilità di ricevere risposte pubbliche.
Ma negli ultimi anni non tutto è rimasto grigio. La
risposta dei giovani di
Locri dopo l’omicidio Fortugno ha rotto un silenzio che
durava da anni e le
migliaia e migliaia di persone che il 21 marzo del 2007
hanno raggiunto
Polistena per la giornata della memoria contro le mafie,
strette attorno a
tanti famigliari di vittime, hanno dato senso e
continuità di impegno civile.
Un momento significativo, in una terra dura come la
Calabria, al quale ha
partecipato anche una delegazione ufficiale della
Commissione
parlamentare antimafia.
E poi Lamezia Terme, con la mobilitazione dei giovani e
la prima serrata
dei commercianti contro la recrudescenza degli attentati
del racket e del
pizzo. In questi anni vi è stata una prima anche se
episodica risposta della
società. Ora tocca alle istituzioni e alla politica.
La Calabria, da anni, è investita da una drammatica
questione morale.
L’intera relazione è attraversata dalla narrazione dei
processi degenerativi
che investono le istituzioni e la gestione della cosa
pubblica.
La forza della „ndrangheta è l’altra faccia della
debolezza della politica. Ma
le ragioni di questa non possono essere cercate fuori da
sé. La debolezza è
l’elemento centrale di un sistema clientelare di potere
che per riprodurre
consenso e voti non può essere messo in discussione, pena
la crisi della sua
presa sociale. E. così che questo meccanismo produce anche
la
passivizzazione dei cittadini, pronti ad accettare
corruzione e mediazione
mafiosa in assenza di diritti esigibili, opportunità
garantite dai concorsi
pubblici agli appalti e trasparenza delle scelte
politiche e della pubblica
amministrazione.
Le continue inchieste della magistratura che, pur in
assenza di sentenze
definitive, colpiscono esponenti di primo piano di tutti
i partiti, gli avvisi di
garanzia che investono buona parte del Consiglio
regionale, assessori
regionali o ex assessori ristretti in carcere per reati
collegati alla mafia o
esponenti di primo piano dei partiti sotto processo o già
condannati per
corruzione, rappresentano, purtroppo, la fotografia della
realtà.
Quando i partiti e la politica arrivano, lo fanno sempre
dopo la magistratura
e intervengono spesso solo per autotutelare un sistema
che non riescono e
non vogliono mettere in discussione e che fino all’azione
giudiziaria era i
loro sistema.
Il vecchio trasformismo meridionale sembra immutabile nel
tempo. Si è
evoluto nella pratica del cambio di casacca da uno
schieramento all’altro
in vista di ogni competizione elettorale. Pacchetti di
voti vengono offerti
sul mercato dello scambio immorale del consenso e
chiunque si trovi a
svolgere la funzione di governo, se vuole acquisirli,
deve assicurare
l’inamovibilità e la continuità degli interessi che quei
voti esprimono, deve
alimentarne il bacino clientelare, deve trattare con chi
ne assicura la
rappresentanza. A questo è piegata la gestione della
spesa pubblica.
In intere aree della regione, come si è ampiamente
dimostrato nelle pagine
precedenti, questi interessi e questi voti sono
alimentati e gestiti sul
mercato della politica dalle famiglie della „ndrangheta.
La pervasività delle ricchezze e degli interessi della
„ndrangheta, il blocco
sociale dell’illegalità che unisce il disoccupato alla
borghesia mafiosa che
gestisce le finanze delle „ndrine e ne cura i rapporti
politici e istituzionali,
l’inquinamento della pubblica amministrazione, ci
indicano la strada
difficile da percorrere: colpire i patrimoni, le finanze
delle cosche,
intercettare i circuiti del riciclaggio, destinare le sue
ricchezze ad uso
sociale.
La lotta contro la „ndrangheta, vede impegnati
quotidianamente donne e
uomini dello Stato, della magistratura e delle forze di
polizia, in un corpo a
corpo quotidiano sul territorio. L’arresto di Pasquale
Condello, uno dei capi
indiscussi ricercato da quattro lustri, il primo dei calabresi
nell’elenco dei
30 più pericolosi latitanti predisposta dal Ministero dell’Interno,
dimostra
che è possibile colpire i più alti livello delle cosche.
Ma lo Stato deve operare verso la Calabria le stesse
scelte compiute, in
altre stagioni, verso altre parti del paese. Lo deve fare
anche il Consiglio
Superiore della Magistratura, che non può guardare alla
frontiera degli
uffici giudiziari calabresi, senza coglierne l’esposizione
in prima linea.
Rimane tutta da conquistare una dimensione culturale,
sociale e morale
della lotta alla mafia.
In Calabria la „ndrangheta non può essere sconfitta senza
la ricostruzione di
un.etica pubblica e l’affermarsi di un processo di
riforma radicale della
politica, a partire dalla selezione delle classi
dirigenti dei partiti e delle loro
rappresentanze istituzionali, sulla cui trasparenza e
moralità pubblica non
deve esistere alcuna ombra.
C.è una società che chiede e ha diritto a questa svolta.
La risposta è nelle mani delle istituzioni repubblicane e
di ognuna e ognuno
dei cittadini della Calabria e dell’intero Paese.
Formato per la citazione:
Commissione Antimafia, "Una mafia liquida, ovvero Gomorra calabrese", terrelibere.org, 22 febbraio 2008, http://www.terrelibere.org/doc/una-mafia-liquida-ovvero-gomorra-calabrese
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