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Un nuovo ordine per le strade

Un nuovo ordine per le strade.

Prostitute, poveri e irregolari nell’Italia dell’ossessione sicuritaria[1]

 

Abstract

L’articolo illustra i risultati di una ricerca etnografica realizzata nella città di Messina, avente per oggetto il mondo della prostituzione eterosessuale di origine romena. Impiegando una pluralità di fonti, l’autore mette in relazione i piani locale e nazionale e sostiene che quelle messe in atto non sono politiche di contrasto della prostituzione, ma politiche “d’ordine” e di controllo delle migrazioni clandestine. Con questo si sottolinea il fallimento delle misure di tutela delle persone sfruttate e l’impiego strumentale e paradossale dei diritti umani per condurre una battaglia contro donne, soggetti marginali e poveri.

 

 

This article presents the results of an ethnographic research on the Romanian heterosexual prostitution carried out in the city of Messina. By employing a number of different sources, the author relates the local and national levels, and claims that current policies implemented by the Italian authorities do not aim to contrast prostitution. Rather, these are policies “of order” and control of illegal migrations. The paper highlights the failure of the measures intended to support exploited people, and suggests that we are witnessing the instrumental and paradoxical employment of human rights to conduct a struggle against women, marginal people and poor.

 

 

Parole chiave

Prostituzione – Contrasto – Immigrazione – Lavoro – Controllo sociale – Sicurezza – Romania – Messina. 

 

1.      Quadro generale

 

Nella prospettiva “fredda” dell’analista sociale non sono molti i  fenomeni che, come la prostituzione, appaiono condensare in sé stessi così tanti temi  di ordine pratico e simbolico. Scomodando Durkheim (1963) o Mauss (2002), potremmo infatti parlare di questa attività come di un fatto sociale “totale”, ovvero come di una pratica particolare caratterizzata da una problematica relazione con il resto. Per comprendere meglio questo punto, basti pensare che il mercimonio del sesso è una pratica che solleva questioni al confine con il diritto, la morale e l’economia e che, come tale, finisce con il suscitare l’interesse non solo di chi è direttamente interessato allo scambio tra sesso, denaro o favori, ma anche quello degli spettatori; ovvero, di chi con questo scambio non ha nulla a che vedere. La questione, su cui torneremo, è curiosa perché lo scambio di servizi e denaro costituisce uno degli autentici pilastri su cui si fonda l’organizzazione sociale ed esistono altrettanto peculiari forme di scambio, come per esempio quelle che hanno per oggetto la vita (basti pensare alla relazione tra medico e cliente), che non suscitano il medesimo interesse e le accalorate reazioni riservate alla prostituzione. Inoltre, per quanto come molte altre attività di servizio ponga il corpo al centro del proprio funzionamento (i massaggi, la pulizia degli ammalati, le attività mediche, i servizi funebri, etc.), la prostituzione non è percepita come un lavoro qualsiasi.

Oltre a questa interessante peculiarità di natura cognitiva e simbolica, vi sono altre ragioni per interessarsi a tale pratica. La prostituzione, come si è detto, è un fenomeno di interesse giuridico. Ma, contrariamente a quel che ci si potrebbe aspettare, considerato che si tratta di uno scambio tra prestazione d’opera e denaro (per lo meno nelle modalità più comuni), a occuparsene non è il diritto civile ma quello penale. In realtà, com’è noto, in molti ordinamenti, tra cui quello italiano, non è lo scambio in sé a costituire l’oggetto della norma, ma lo sfruttamento o il favoreggiamento della prostituzione. Anche questa, a ben pensarci, è una peculiarità: lo sfruttamento del lavoro irregolare, per esempio, è nella maggior parte dei casi un illecito amministrativo[2] e ad essere puniti penalmente sono piuttosto la riduzione in schiavitù e i maltrattamenti. Per essere più chiari, colui che rifornisse il proprietario di un’azienda agricola di uno o più braccianti difficilmente sarebbe indagato e incriminato. Al contrario, il soggetto che fosse sospettato di mettere in contatto tra loro persone interessate a vendersi sul mercato del sesso ed un “imprenditore” attivo nello stesso mercato, avrebbe ottime possibilità di essere accusato quantomeno di favoreggiamento. Anche questa vistosa differenza di trattamento, con una lente analitica fredda ed “immorale”, appare sorprendente. Com’è possibile, infatti, che comportamenti sostanzialmente e funzionalmente simili suscitino reazioni così diverse tra loro?

Ancora, la prostituzione è interessante nell’ottica del sociologo perché  investe tanto dimensioni insondabili, facenti capo alla sfera intima delle persone, quanto elementi materiali e tangibili, quali il denaro o la fisionomia delle aree urbane. Quella della prostituzione, infatti, appare come un mercato in grado di mobilitare ingenti quantità di denaro. E il denaro, come un’ampia letteratura sociologica mostra, è un tema in sé spinoso. Per alcuni, nel denaro va rinvenuta la causa dell’endemico strumentalismo della vita contemporanea e, riflettendo sulla relazione tra i soldi e  la prostituzione, vi è stato chi ha notato che lo scambio sesso-moneta degrada la persona a mero mezzo di accumulazione. Inoltre, l’impiego del denaro fa sì che le distinzioni qualitative relative alle idee di bene e male vengano ugualmente convertite in sistemi di numeri aritmeticamente calcolabili, rendendo così il mondo sostanzialmente indifferente alle questioni etiche.[3] Accanto a queste osservazioni di natura, per così dire, filosofica, vi è chi si preoccupa degli aspetti più propriamente economici dello scambio sesso-denaro. È questo il caso dei giornali statunitensi che, negli anni della “tolleranza zero” e del “recupero” di Times Square a New York, denunciavano che gli americani spendessero nei locali di striptease più denaro che per tutti gli spettacoli musicali, cinematografici e di intrattenimento messi insieme (Liepe-Levinson 2002, 3). Di tanto in tanto simili considerazioni appaiono sui media nazionali ed europei suggerendo, in buona sostanza, che i milioni di euro mobilitati da questo mercato alimentano la criminalità organizzata mettendo a disposizione di essa capitali da reinvestire in ulteriori attività illegali (traffico di armi, droga, etc.), causano la riproduzione del traffico di essere umani e la messa in schiavitù di nuove donne, provocano l’impoverimento degli individui e delle famiglie e la dispersione di somme investibili in maniera produttiva.

In modo analogo, la prostituzione, specie se di strada, ha effetti visibili sulla città, deprezzando gli immobili nei quartieri interessati, aumentando l’insicurezza dei residenti, sporcando le strade di preservativi e fazzolettini, incrementando il traffico veicolare e i rumori, rendendo visibili ai minori pratiche e relazioni che non si vorrebbero mostrare  loro (Danna 2001, 10).

 Inoltre, per il sociologo l’organizzazione sociale della prostituzione e il suo ordine interno sono interessanti perché mettono a nudo ulteriori tratti culturali sommersi: i luoghi in cui si svolge, le modalità dello scambio e il tipo di servizi richiesti, l’estetica degli operatori e delle operatrici così come i loro tratti somatici e la loro provenienza ci parlano della società che fa sfondo allo scambio e degli immaginari sessuali diffusi nelle aree coinvolte. Nella accezione plurima qui proposta, il termine “cultura” va perciò inteso in senso molto ampio ed esso indica i gusti dei clienti, la cultura di chi è estraneo allo scambio ma costituisce ciò non di meno l’“ambiente” all’interno del quale gli attori coinvolti nello scambio sesso-denaro vanno muovendosi,[4] così come le forme organizzative prescelte da chi fornisce il servizio. Per esempio, la concentrazione della prostitute in strada anziché negli appartamenti può suggerire l’esistenza di forti resistenze all’insediamento delle lavoratrici sessuali da parte di coloro che risiedono nei condomini di una determinata area urbana e una maggiore tendenza di questi residenti a denunciare la presenza di case d’appuntamento nei palazzi; così come può testimoniare lo scarso impegno delle forze dell’ordine a contrastare il fenomeno,[5] l’assenza di organizzazioni criminali vere e proprie oppure la scelta da parte di questi stessi gruppi o delle operatrici del sesso di adottare un modello di servizio “snello” (che tagli i costi superflui assegnando al cliente la scelta e l’onere di pagare una stanza in un hotel o di avere un rapporto scadente in automobile).

Le modalità della promozione e l’impiego di mezzi “tradizionali” (annunci su quotidiani) o “digitali” (creazione di pagine web personali, impiego di servizi di social network, annunci su quotidiani on-line) può suggerire interpretazioni riguardanti tanto gli operatori/trici sessuali quanto i clienti. In particolare, è possibile azzardare delle ipotesi sul grado di diffusione delle nuove tecnologie nei territori interessati dalla prostituzione, sulla cultura e l’estrazione sociale degli operatori sessuali (lavoratori e imprenditori), sui modi in cui la domanda incontra l’offerta e sulle ragioni che spingono all’adozione di determinate modalità anziché altre. Inoltre, le prevalenti tipologie di servizi offerti (sesso “non perverso” anziché “sadomaso”, “pioggia dorata” anziché “anal”) ci parlano dei gusti sessuali presenti nella società locale e, per così dire, dei suoi livelli di sofisticatezza in materia di sessualità. Allo stesso modo, lontana dal dipendere unicamente dalle traiettorie degli esseri umani e dalle azioni di contrasto operato dalla polizia, la prevalenza dei tipi somatici e delle nazionalità presenti nei mercati locali ci parla degli immaginari erotici dei clienti e della loro relazione con l’esotico e col concetto di razza.[6]               

 I costi dei servizi offerti, così come gli sfondi lungo i quali essi vengono prodotti, offrono indicazioni circa la disponibilità economica media presente nelle aree osservate. In Italia un rapporto eterosessuale che abbia luogo in automobile costa di norma sensibilmente meno di un rapporto consumato in albergo o in appartamento.[7] I mercati “indoor” e “outdoor” si rivolgono tendenzialmente a clienti appartenenti a classi diverse e la loro funzione può essere quella di rimarcare la differenza tra strati sociali, così come accade in qualsiasi altro mercato delle merci o dei servizi (Veblen 1998; Riesman 1953).[8] Inoltre, essendo quello “indoor” un mercato liminare (al confine con l’illegale e, per i più, immorale), l’accesso all’informazione risulta alquanto limitata. In altri termini, non è facile scoprire dove si trovi una casa chiusa, perché non ci si fida dell’attendibilità degli annunci disponibili on-line, non si vuole “acquistare al buio” (rischiando di dover avere un rapporto con una ragazza non di proprio gradimento) o perché si avverte una certa ritrosia all’idea di intessere affari di questo tipo con dei soggetti sconosciuti. È verosimile che possedere le informazioni, accedervi e scambiarle all’interno di un ristretto gruppo contribuisca a differenziare gli individui con importanti effetti sulla auto-rappresentazione del Sé (Mead 1934; Goffman 1959).

A questo occorre aggiungere che ai differenti spazi corrispondono diverse esperienze estetiche e sensuali ed è perciò possibile attribuire ai clienti aspettative e gusti estremamente diversi tra loro, verosimilmente correlati al reddito[9] e alle “motivazioni” individuali. Una veloce osservazione mostra infatti che il mercato della prostituzione di strada è apparentemente interclassista. Prendendo le autovetture come improbabili indicatori della ricchezza dei clienti,[10] si nota come negli spazi urbani dedicati alla compravendita del sesso mezzi lussuosi si alternano ad utilitarie spesso vecchie e male in arnese. Non possediamo testimonianze numerose e dirette come quelle raccolte da Sanders (2008), ma possiamo presumere che la frequenza con cui si acquisti sesso in strada o al chiuso dipenda, oltre che dall’insieme di molti fattori sopra esposti (rapporti con le tecnologie, accesso alle informazioni, concentrazione dell’offerta in spazi aperti o chiusi, atteggiamento delle agenzie di controllo, etc.), dal tipo di encounter a cui si vuole accedere. Aggirarsi per la strada, vedere il partner occasionale, sceglierlo tra molti, percepirne la personalità e consumare finalmente il rapporto appaiono esperienze molto diverse da quella consistente nell’incontrare una persona mai vista in albergo o in appartamento. Per quanto i siti web permettano comunemente di vedere il corpo del potenziale partner e di intuire quantomeno una parte dei tratti del volto, un incontro concordato a distanza (spesso soltanto al telefono) può risultare deludente perché la ragazza non soddisfa le aspettative formatesi a partire dalle foto riprodotte on-line (le immagini sono spesso  false) o per altri motivi. Inoltre, gli incontri in uno spazio chiuso presentano dei rischi non solo per l’operatore/trice sessuale ma anche per il cliente. Rischi assai remoti in realtà, consistenti nella possibilità di venire derubati o in quella di essere picchiati qualora ci si rifiuti di stare ai patti e di andare in fondo all’incontro (perché la ragazza non incontra i gusti). Tuttavia, per quanto la probabilità che questi incidenti possano avere luogo sia abbastanza bassa, la tensione di un incontro al chiuso risulta insostenibile per alcuni individui. Questi, allora, si sentono più sicuri nella strada e qui cercano compagnia per sé, considerando magari di spostarsi in un albergo con il partner prescelto.      

In un certo modo, chi preferisce un’esperienza piuttosto che l’altra ricerca una gamma di emozioni differenti, che non hanno strettamente a che fare con il sesso. Certo, l’atto sessuale costituisce la posta in gioco, per così dire; ma l’approcciarsi ad una prostituta secondo le diverse modalità tratteggiate serve fondamentalmente a provare una gamma di emozioni che costituiscono il vero motore della pulsione verso il  sesso mercenario. Di questo tutti gli attori sono coscienti e la principale riprova è  costituita dal fatto che molte prostitute interpretano dei personaggi  o, se si preferisce, vestono delle maschere che assecondano le aspettative dei clienti. La “ragazza dolce e comprensiva”, quella “veloce e di poche parole”, la “sensuale raffinata” o l’“aggressiva” sono solo alcuni dei tipi che si incontrano sulla strada e sulle pagine di Internet. Lontane dall’essere solamente sé stesse, le ragazze che incarnano queste maschere civettano con un numero esteso ma finito di immaginari maschili sul sesso e le donne. Nel fare questo, esse negoziano non solo il proprio corpo ma anche il proprio sé, provando ovviamente a non cedere troppo di se stesse e interpretando una parte in un modo che  non risulti troppo faticoso. Quando questo gioco non riesce, ci troviamo dinanzi alla più classica delle non-maschere: quella della “puttana triste”,[11] la più famosa e tragica delle immagini possibili. Quella, per essere più chiari, a cui pensa la maggior parte di coloro che percepiscono con orrore la semplice idea che qualcuno possa prostituirsi. Questa immagine, assolutamente reale, ha tuttavia la caratteristica di non essere l’unica tra quelle rinvenibili. E il problema, spesso, è che gli osservatori esterni al mercato del sesso confondono quella che è solamente una piccola parte con il tutto.

In una prospettiva più ampia, lo scambio sessuale appare interessante anche perché la nazionalità delle persone coinvolte ci permette di osservare le reti esistenti tra aree geografiche apparentemente distantissime. Le storie personali e le ragioni degli operatori sessuali di origine straniera ci parlano delle condizioni strutturali presenti nei nostri territori così come in quelli di provenienza di questi individui. La prostituzione, infatti, ci appare essenzialmente una delle tante modalità attraverso cui si espleta il lavoro dei migranti. [12] Gli operatori sessuali, in tal modo, appaiono principalmente come nodi di una rete transnazionale che collega parti disugualmente sviluppate del mondo.[13] Queste donne e questi uomini occupano, per scelta o costrizione, gli interstizi lasciati liberi dagli autoctoni, i quali hanno risalito nel frattempo la china e occupano posizioni migliori all’interno dello stesso mercato o di altri ugualmente liminari (Palidda 1994). In questa prospettiva il mondo della prostituzione appare dunque un osservatorio privilegiato, che ci consente di guardare  la complessità della società nazionale e dei suoi interscambi globali.

In linea con il punto precedente, il tema della prostituzione è interessante anche perché può essere agevolmente ricondotto al tema delle politiche migratorie e alla saldatura che nel discorso pubblico, già a partire dagli anni novanta, si è andato compiendo tra immigrazione e criminalità (Perlmutter 1996; Dal Lago 1999; Melossi 2003). In quest’ottica, le politiche di contrasto alla prostituzione non sono veramente una lotta per i diritti di persone sfruttate: piuttosto sono politiche per l’ordine su scala transnazionale (Weitzer 2007).

Infine, e con questo crediamo di toccare il nucleo più ovvio ma anche più profondo della questione, la prostituzione ci parla del sesso e della sua relazione con l’ordine sociale (Foucault 1997). Lo fa in una prospettiva “quasi-freudiana”, tesa a  porre il sesso al centro del mondo sociale. Il mercimonio della sessualità, in altri termini, rievoca una pluralità di temi arduamente riassumibili nello spazio di un articolo, ma che proviamo comunque ad elencare. Si tratta essenzialmente di: i) forme mentali, discorsi[14] e mitemi[15] che definiscono gli organi genitali, specie quelli femminili, come spazio liminare tra la persona e l’esterno e sono associati al concetto di dignità (Cipolla 1997); ii) della persistenza di residui pre-secolari[16] che impediscono di guardare con serenità all’idea di una sessualità distaccata dalla procreazione oppure a quella di una sessualità ambigua (come accade nel caso dei travestiti); iii) di un orientamento, correlato al punto precedente, che connette il piacere alla morte, in ragione del fatto che i miti fondanti della civiltà occidentale sono narrazioni di traumi, e il patriarcato è intrinsecamente tragico (Gilligan 2003); iv) di una ambivalenza culturale propria della modernità, che da un lato celebra e rincorre il sesso, ma dall’altro tende sempre più ad attribuirgli caratteri patologici;[17] v) di un sistematico indebolimento del desiderio che conduce alla ricerca di stimoli e angosce capaci di riattivarlo (Bonolis e Scuderi 1994, 52); vi) della diffusione, a partire dagli anni sessanta, di  una miriade di nuove “identità vittimali” e della continua ricerca di manifestazioni ulteriori dei rapporti di subordinazione e coercizione;[18] vii) dell’aumentata capacità percettiva della donna nei confronti delle asimmetrie e delle violenze di genere (Pitch 1989, 195); viii)   dell’estensione del processo di civilizzazione con la sua tendenza ad occultare e a relegare “dietro le quinte” ciò che offende la sensibilità comune o delle élite (Elias 1982);[19] ix) del consolidamento di un pensiero “forte”, di stampo conservatore, che non esita a coniugare politiche di sicurezza e di classe con le politiche di genere, dando luogo ad un patchwork paradossale che, da un lato, depriva le pratiche e i discorsi sul genere del proprio portato democratico e progressista e, dall’altro, pretende di imporre una visione unica e assoluta in materia di etica, sessualità e vita.

 

2.      Metodo

 

È impossibile trattare compiutamente nello spazio di poche pagine ciascuno dei temi presentati sin qui. Tuttavia, è possibile discutere alcuni dei principali punti a partire dai riscontri empirici avuti nel corso dell’attività di ricerca condotta a Messina nel periodo 2007-2008 per il progetto Cofin Prin “"Aspetti economici della sex industry - una valutazione delle strategie di contrasto".[20] L’unità locale di Messina ha impiegato un disegno di ricerca prevalentemente qualitativo, ma estremamente differenziato con riguardo alle fonti impiegate.[21] Le considerazioni qui sviluppate fanno per lo più leva sull’osservazione partecipata realizzata da  gennaio a settembre 2008 (con l’esclusione del periodo che va da fine luglio alla fine di agosto) e sulle interviste in profondità rivolte agli operatori giudiziari dell’area.

 L’attività di esplorazione  mi ha visto impegnato in maniera regolare nel corso del suddetto periodo e si è concentrata in due-tre giorni per ciascuna settimana di osservazione. Le visite sono state condotte nei luoghi della prostituzione eterosessuale e le interazioni hanno avuto come controparte ragazze per la maggior parte di origine est europea. In realtà, nelle strade della città sono presenti altre nazionalità (colombiane, giamaicane e nigeriane, per lo più); tuttavia, a causa della natura endemicamente fortuita del metodo etnografico, le ragazze a cui ho più avuto facilmente accesso sono di origine romena. Ho avuto contatti con donne di altra nazionalità, ma si è trattato di interazioni più sporadiche e occasionali. Le osservazioni sono state condotte per lo più in solitudine, eccettuate tre occasioni in cui sono stato accompagnato da una collega dell’unità locale e da una assistente sociale con precedenti esperienze nel campo dell’intervento sulla prostituzione. Avevo ipotizzato che la presenza di donne al mio fianco avrebbe potuto facilitare il processo di  contatto con le operatrici presenti in strada, ma l’ipotesi è stata solo in parte confermata. Con una sola eccezione, le ragazze in strada hanno infatti espresso estrema diffidenza nei confronti della coppia composta da un uomo e una donna italiani che intendevano avvicinarle con interesse malamente camuffato. Tuttavia, grazie alla cooperazione della collega del gruppo di ricerca, è stato possibile stringere un interessante rapporto con una ragazza romena, durato per alcuni mesi e improvvisamente interrottosi, probabilmente a causa dell’allontanamento coatto della giovane per opera della polizia. In generale, lo studio si è avvalso del contatto continuato con tre donne e delle discussioni condotte occasionalmente con un ampio numero di ragazze nel corso delle serate. In varie occasioni ho potuto trascorrere anche sino a mezz’ora con alcune delle ragazze, seduti a bordo della mia automobile e discutendo della loro vita. Ho anche speso diverse ore nascosto in vicoli bui, osservando il via vai di clienti e cercando di intuire l’entità degli introiti.[22]

La mia identità di ricercatore è stata ammessa, ma non sono certo che il significato del mio operato sia stato compreso sino in fondo. Le discussioni, infine, non sono state registrate ma annotate in un diario etnografico al termine degli incontri. Esse hanno avuto luogo in italiano e, nel caso di alcune donne giamaicane e nigeriane, in inglese.

  

3.      La prostituzione come lavoro

 

Le ipotesi teoriche a disposizione di chi intenda studiare la prostituzione sono molteplici. Riassumendo grossolanamente, le principali interpretazioni sul mercato del sesso e la prostituzione guardano al fenomeno come: i) problema sociale, ii) danno individuale, iii) risorsa, iv) lavoro (Danna 2004).

Le prime due prospettive sono caratterizzate da una prospettiva altamente ideologica e moralista –  derivata essenzialmente dalla saldatura tra la critica femminista radicale e le visioni religiose della questione – che risulta difficilmente accettabile in una prospettiva sociologica ed economica.[23] Tali visioni, pur preponderanti a livello di discorso comune e di politiche sociali, presentano peraltro lo svantaggio di costringere l’attenzione dei ricercatori su una soltanto delle forme di prostituzione rinvenibili nel corrente mercato del sesso: quella che assume le sembianze della sexploitation e del traffico di esseri umani.[24] Lontanissimo dal negare la rilevanza dei problemi legati allo sfruttamento sessuale, ho però ritenuto più utile adottare  prospettive teoriche che evidenziano gli aspetti connessi, per esempio, alla razionalità delle scelta dei soggetti coinvolti nell’attività di prostituzione  e alla strutturazione di questo settore in termini di mercato.[25]

Ritengo infatti assai credibile l’ipotesi ventilata da molte ricerche internazionali che l’universo dei soggetti che esercitano la prostituzione sia plurale e che, accanto alle forme di sfruttamento classiche, esista spesso una razionalità di fondo che permette di leggere l’impegno in questo peculiare segmento del mondo del lavoro in termini di “progetto”. In altri termini, la prostituzione, anche quando coinvolge donne dai paesi in via di sviluppo, particolarmente esposte al rischio di essere irretite da gruppi criminali transnazionali, può leggersi più spesso in termini di libera scelta (Gulcur e Ikkarakan 2002; Maluccelli 2002; Cole e Booth 2006). D’altronde, se un certo tipo di analisi incentrata sulla violenza e l’inganno poteva considerarsi plausibile nei primi anni di dispiegamento del fenomeno (i primi anni ’90, quelli della transizione post-comunista e del primo dispiegarsi delle migrazioni di massa in Europa occidentale), essa appare oggi meno plausibile in relazione all’effetto del “passaparola” e alla circolazione delle informazioni sui rischi dell’emigrazione anche nelle aree più depresse del mondo. Senza contare che una vasta letteratura mostra che il coinvolgimento delle donne e degli uomini in attività di questo tipo inizia spesso in patria, ben prima della partenza, e che esiste inoltre una sorta di organizzazione sociale tradizionale operante nel settore, ben radicata nelle pratiche dell’economia informale di alcuni paesi (per esempio, la Nigeria o la Giamaica) (Omorodion 1993; Okonofua et al. 2004).

Questo insieme di cose fa pensare che sia possibile interpretare il fenomeno della prostituzione in termini non dissimili da quelli adoperati comunemente per analizzare il mercato informale e/o illegale del lavoro. D’altronde, anche questi ultimi tipi mercato sono caratterizzati da alti tassi di sfruttamento e costrizione, e ciò non impedisce agli analisti di mettere in risalto gli aspetti di razionalità, progettualità e libera scelta comunque presenti (basti pensare al caporalato nelle campagne italiane e al libero mercato dei braccianti, che convivono insieme all’interno del settore agricolo nazionale). In altri termini, credo che libera scelta, sfruttamento e traffico non siano incompatibili tra di loro e che tutti questi elementi possano convivere in forme conflittuali o in modo integrato all’interno di questo peculiare mercato del lavoro.[26] Proprio con riferimento a quest’ultimo punto, si può affermare che a livello locale esistono differenti tipologie di operatrici del sesso e diverse forme di organizzazione del mercato e del lavoro che convivono all’interno di uno spazio urbano alquanto limitato (confinato per lo più nell’area della cortina del porto, della stazione centrale e in poche strade adiacenti). Questa differenzazione nell’organizzazione del lavoro – presto riassumibile nella dicotomia “libero/controllato” – sembra dipendere fortemente dal gruppo nazionale delle donne coinvolte. In particolare: a) le donne italiane sembrano escluse dall’attività in strada (o al limite ricoprirvi una posizione ampiamente marginale); b) le donne di provenienza est europea appaiono “libere”; c) le donne di provenienza africana o giamaicana sembrano invece far capo a un qualche tipo di organizzazione attiva presumibilmente a Catania, ma con ramificazioni in città.

La ricostruzione appena presentata si basa sulle discussioni avute con differenti gruppi di donne, sull’osservazione dello spazio e sulle testimonianze degli operatori giuridici. A tal riguardo, appare interessante ciò che notano i seguenti testimoni:

 

Voglio dire, ci sono ragazze o comunque persone che si sottopongono volontariamente all’attività della prostituzione, pur consapevoli di essere sfruttate, ma perché ciò costituisce fonte di reddito per sé, per la famiglia. Né, ad esempio, finora abbiamo rilevato, non so, prostituzione minorile in cui magari, il fattore della mancanza di volontà è chiaramente più evidente e oggettivo; abbiamo trovato situazioni di prostituzione minorile italiana locale in cui il meccanismo psicologico però è particolare, siamo quasi sul momento di devianza sociale in cui, cioè, il minore si sottopone volontariamente a situazioni di prostituzione perché ne ha un vantaggio economico.[27] Quindi, l’atteggiamento psicologico delle varie situazioni che abbiamo incontrato, ha sempre rilevato una possibile situazione di sfruttamento, di devianza, ma mai di tratta o di riduzione in schiavitù, perché quello è comunque un reato molto più difficile, a meno che non viene la stessa persona indicando qual è la sua condizione rispetto all’evento (G.A.,Vice Questore Aggiunto della Polizia di Stato, Messina).

 

 

Mi descrive l’evoluzione del fenomeno in questi anni, rispetto alla tipologia delle vittime?

Intanto dobbiamo collegare il fenomeno alla presenza di cittadine straniere che hanno esercitato la prostituzione. La prima comunità è quella sudamericana, colombiana in particolare, che credo si sia manifestata alla fine degli anni’ 80 a Catania. Esercitava nel quartiere di San Berillo dove però non credo ci fosse un fenomeno di tratta, di riduzione in schiavitù, nel senso che non c’era una coercizione vera e propria. Con la presenza della comunità nigeriana invece abbiamo visto il verificarsi di questo fenomeno, già visto osservando aspetti secondari. Ci sono comunità rimaste molto più chiuse rispetto a quella colombiana che invece si è perfettamente integrata nella comunità catanese e questo fa presumere che ci fosse una condizione fra virgolette di libertà.

Quindi la prostituzione delle colombiane è scomparsa?

No. C’è ancora. Non si è verificata quella condizione di assoggettamento presente nelle nigeriane e nelle albanesi. A Catania la comunità più grande è quella nigeriana che è rimasta sempre chiusa e non si è integrata con gli italiani. Una serie di attività anche abbastanza recenti, mi riferisco fino al 2007, hanno provato una gestione dell’immigrazione clandestina da parte di organizzazioni e una condizione di assoggettamento garantita attraverso riti magici, attraverso una pressione psicologica operata mediante dinamiche esoteriche e un’organizzazione che sfrutta la prostituzione, molto ridotta rispetto a quella osservata nel passato. Si tratta di “maman”, donne che a loro volta hanno esercitato la prostituzione per poi affrancarsi, che acquistano le ragazze direttamente da questa organizzazione che le fa arrivare clandestinamente in Italia. Queste ragazze poi qui devono riscattare il viaggio e si prostituiscono finché non rendono la somma dovuta. Molto spesso poi rimangono nel territorio, si prostituiscono liberamente oppure addirittura diventano maman di altre donne. Questo vale solo per le nigeriane (G.S., Capo della Squadra Mobile della Questura di Catania).

 

 

Ma di che nazionalità è prevalentemente la prostituzione qui?

SB: Rumena. Prevalentemente est europeo. Quello che abbiamo notato noi, soprattutto nei paesini della Calabria, è stato…

DR: tra l’altro loro non hanno più nessun problema a venire qua..

Perché non sono più extracomunitari, certo. Bisogna però vedere se le donne vengono liberamente o no.

DR: Quel minimo che abbiamo toccato noi, a parte l’organizzazione che era di tipo rudimentale, aveva carattere familiare.

SB: Esatto! Cioè non abbiamo processi o indagini attraverso i quali si può vedere che c’è effettivamente un fenomeno...

Era di tipo familiare l’organizzazione di prostituzione?

DR: si, nel quale c’erano relazioni di parentela fra i vari soggetti, conviventi, genitori figlia. E dal quale emerge il fatto che si vive con gli introiti per esempio della figlia o della convivente. Molti rimangono in Romania e vivono con gli introiti che questi racimolano e inviano.

SB: cioè, se ci viene chiesto in modo diretto se qui c’è induzione alla schiavitù noi dovremmo rispondere negativamente perché non abbiamo processi ai quali legare un’affermazione del genere. Abbiamo forme di prostituzione normali…

[…]

C’è evidenza solo di forme di prostituzione di tipo familiare.

DR: questo nei limiti del provvedimento di cui mi sono occupato io e in cui sono emersi questi elementi (…) l’aspetto peculiare era l’intreccio familiare. Certo, è ovvio che in ogni attività di prostituzione si inseriscono elementi che possono essere anche di violenza nel momento in cui si manifesta qualche forma di ribellione, ma che ci sia stata una riduzione in schiavitù finalizzata a sfruttamento sessuale, almeno dagli accertamenti fatti, non è emerso.

(S.B., Procuratore Aggiunto della DDA, Tribunale di Reggio Calabria e D.R., Sostituto Procuratore presso lo stesso Tribunale).

 

 

Qui non c’è nessuna libera…Tutte hanno magnaccia! (J., 25 anni, giamaicana)

 

Non c’ho nessuno che mi prende i soldi. Minchiate sono![28] (K., 27 anni, romena).

 

Coerentemente con il quadro offerto da questi testimoni, ivi incluse J. E K., l’osservazione diretta condotta in strada mostra che le donne est-europee risultano muoversi con una certa disinvoltura all’interno di diverse aree nei pressi della cortina del porto  e non sembrano avere contatti prolungati con individui di sesso maschile che non siano strettamente clienti.[29] Intorno alle donne di altra provenienza si può invece notare la presenza di  individui, di nazionalità italiana, seduti sulle panchine vicine in piedi e più saltuariamente a bordo di scooter o macchine, che sembrano prestare loro un qualche tipo di assistenza. L’impressione, in altri termini, è quella che vi siano uomini impegnati a vegliare alcune delle donne africane, giamaicane[30] e  sudamericane e fornire loro un qualche tipo “servizio” (trasporto, vigilanza, consegna di pacchettini, etc.). La natura di questa “organizzazione”, se mai ve n’è una, resta in larga parte non chiara. Peraltro, non credo neanche di poter affermare che tutte le donne di colore siano sotto controllo e che l’organizzazione attiva in loco sia una sola. Di certo, nel corso della notte alcune ragazze sembrano avere più contatti di altre con i summenzionati individui. Ciò fa pensare che anche la situazione di tali donne differisca e che non sia possibile parlare di un modello unico di funzionamento di questa economia illegale di strada. Ma in verità non si può escludere che questi uomini, di estrazione popolare,[31] appartenenti alla misteriosa umanità notturna che si aggira nei pressi della stazione ferroviaria e del porto, siano semplicemente “amici” delle ragazze. Per via della presenza di alcune pescherie e del mercato ittico, di notte la zona considerata è frequentata da persone impiegate a vario titolo nell’industria del pesce. Vi sono inoltre alcuni bar aperti tutta la notte, la cui clientela è costituita dai lavoratori notturni (operatori della nettezza urbana in pausa caffè, marittimi  smontati dal turno o in attesa di salire a bordo dei traghetti delle Ferrovie dello Stato, poliziotti in sosta, prostitute, etc.) e da soggetti più o meno marginali. Non si può dunque escludere che questa folla, proletaria o sottoproletaria, riesca, in ragione della familiarità derivante dalla frequenza degli incontri, a stringere relazioni amicali con le donne impegnate nella prostituzione. In tale prospettiva, la natura dei servizi offerti dagli uomini smetterebbe di avere il carattere torbido che la prevenzione e l’ignoranza dei fatti tende ad assegnare loro e getterebbe una luce di normalità sulla natura delle relazioni.[32] Per quanto non possa fare a meno di notare che la notte in cui decisi, in compagnia di una mia collega, di sedermi su una panchina posta a metri da una ragazza in attesa di clienti, uno di questi uomini iniziò a passare accanto a noi, col chiaro intento di comprendere chi fossimo.   

Ad ogni modo, a riprova della diversità delle situazioni rinvenibili in strada, la mobilità nello spazio urbano che caratterizza le donne est europee, contrapposta alla sostanziale fissità delle africane e giamaicane,  permette di mitigare la consistenza delle voci udite in città, secondo le quali le donne pagherebbero alla criminalità organizzata locale una tassa per occupare lo spazio. Per quanto la testimonianza riportata di seguito faccia riferimento all’esperienza della vicina Catania, la dinamica descritta appare sostanzialmente identica a quella messinese:

 

 

c’è una divisione per zone che non credo sia decisa da un’autorità malavitosa ma proprio dovuta al fatto che le etnie hanno trovato degli spazi. Ieri sera per esempio abbiamo fatto un controllo e abbiamo fermato 6 prostitute che stavano vicine, erano 4 bulgare, 1 rumena e 1 italiana. Probabilmente si sono inserite la dove hanno trovato uno spazio. Le nigeriane pure frequentano lo stesso posto però in questo caso c’è l’interesse delle mamane a controllarle, a localizzarle in un determinato luogo.

[…]

La distribuzione sul territorio è quindi organizzata per etnie?

Si, però non parlerei di organizzazione. Un’etnia trova un suo assetto, trova uno spazio e cerca di utilizzarlo. Però nel giro di pochi mesi dove troviamo le nigeriane troviamo anche le colombiane.

Insomma non è pianificata, è auto organizzata.

Si, assolutamente. (G.S., Capo della Squadra Mobile della Questura di Catania)

 

 

Ma che dici?! Pagare per stare sulla strada? Ma che é…?! Nessuno si paga! (K., 27 anni, romena, occupata a  Messina).

 

Ma anche in questo caso sarebbe azzardato porre in relazione la mobilità delle est europee alla loro libertà e la fissità delle donne di colore alla loro subordinazione.[33] Innanzitutto perché anche le donne africane conoscono una forma relativa di mobilità. Nei giorni di maggior lavoro, come il giovedì o il sabato, il numero di donne africane occupate nelle strade cresce esponenzialmente. Alcune delle ragazze, che normalmente si ritrovano negli immediati pressi della stazione, si allontanano in direzione del porto (sarebbe a dire a 2-300 m. da dove sono solite collocarsi).[34] Qui le stesse ragazze si pongono ai margini della strada nel tentativo di farsi vedere e di adescare gli uomini a bordo delle autovetture gridando il loro classico “Andiamo!”. Questa forma di mobilità nel territorio corrisponde al tentativo di evadere l’affollamento dei luoghi abituali e di risultare più visibili per i clienti. Tuttavia è una mobilità relativa, poiché le stesse ragazze tendono a occupare gli stessi spazi, anche se più lontani. Le ragazze est europee, invece, sono in qualche misura imprevedibili. Per quanto anche loro abbiano delle aree preferite in cui sono solite collocarsi, in ragione di fattori diversi possono talvolta decidere collocarsi in zone molto diverse da quelle abituali. I luoghi non sono in fondo così lontani tra loro, dato che la superficie occupata dalle operatrici sessuali, è abbastanza ridotta; tuttavia le si può ritrovare in zone inaspettate. Queste zone possono essere adoperate per una sola volta oppure possono trasformarsi, gradualmente e per qualche tempo, in luoghi abituali. In generale, però, si può presumere che vi sia anche un’altra ragione per spiegare la differente mobilità delle europee e delle extracomunitarie, delle “bianche” e delle “nere”. La spiegazione possibile, infatti, è che le romene abbiano ben poco da temere muovendosi nella città, estendendo la propria presenza in Via La Farina e diventando visibili in un modo che potrebbe attrarre l’attenzione delle forze dell’ordine. Il loro stato di europee le tutela dall’espulsione, anche in ragione del fatto che molte di loro seguono una traiettoria migratoria “circolare” (Sandu 2000; Gambino e Sacchetto 2007) che le porta a stare in Italia per un ridotto numero di mesi.[35] In tal modo hanno relativamente poco da temere dai fermi di polizia e la possibilità di un’espulsione[36] non appare veramente una minaccia. Al contrario, le donne non europee hanno interesse a mantenere un profilo relativamente basso. Esse sono comunque visibili agli occhi dei cittadini e delle forze dell’ordine, ma sembrano aver siglato con queste ultime un tacito patto: rimangono confinate all’interno della propria riserva senza tentare di violarla. Questo garantisce loro una maggiore tolleranza e sembra proteggerle almeno un po’ dalle pressioni delle autorità, che tallonano invece le altre, malgrado siano di fatti impossibilitate ad impedire loro di stare in strada. Gran parte delle romene, infatti, sono state fermate almeno una volta dalla polizia, ma, come si è detto, sono rari i casi di quelle che sono state intimidite o, peggio, espulse.[37] In ogni caso, appare impossibile discutere dell’organizzazione sociale della strada prescindendo dalle evidenti nozioni che, nella maggior parte dei casi, le operatrice del sesso sono delle migranti e che molte di esse sono qui in conseguenza del “processo europeo”.

 

4.      Contrasto

 

In una prospettiva teorica generale, la combinazione di fattori appena discussa appare rilevante perché, da un lato, depotenzia le cosiddette “politiche di contrasto” della prostituzione, creando delle differenze tra classi di individui che operano nel mercato e risultando efficaci nei riguardi di una sola tipologia di operatrici (quelle di origine non europea).[38] Dall’altro, svela l’ideologia complessiva del “progetto” che si cela dietro le politiche draconiane di ordine pubblico perseguite in Italia tra il 2007 e il 2008 (di cui il “piano anti-romeni”, come lo si è definito giornalisticamente, fa parte).[39] Oltre ad essere politiche e norme “manifesto”, necessariamente xenofobe, queste misure sono essenzialmente anti-europee e mostrano la tendenza “evasiva” nei confronti del processo europeo che caratterizza la politica italiana.[40] In quest’ottica, le “politiche di contrasto” alla prostituzione non vanno interpretate come misure orientate alla lotta verso lo sfruttamento o il traffico di esseri umani, ma come parte di un processo politico che è doppiamente articolato: da un lato, si cerca il facile consenso degli elettori attraverso misure fumose orientate a produrre capri espiatori (prostitute, balordi, e soggetti marginali in genere); dall’altro, si gettano le basi per una riduzione della sfera d’influenza e di regolazione europea. La chiara xenofobia della società italiana contemporanea,[41] spontanea ma anche debitamente alimentata, costituisce così la base ideale per l’allentamento della “disciplina europeista” e per reclamare vistosi spazi di autonomia da Bruxelles.[42]

In una prospettiva meno generale e più attinente al tema delle misure di contrasto alla prostituzione, le attuali politiche hanno scarsa possibilità di ottenere risultati significativi. Certamente, il problema appare innanzitutto di definizione. Bisogna infatti comprendere cosa intendiamo per “contrastare la prostituzione”. Se “contrastare” significa sottoporre la vita quotidiana di chi opera nel mercato del sesso a tensioni ulteriori, così da dissuadere gli individui coinvolti dal permanere nello strade e dall’essere visibili, è possibile che la rigida applicazione di queste politiche possano produrre dei risultati.[43] Ma se con questo termine si intende denotare l’implementazione di politiche che dissuadano gli  individui (donne, uomini, transessuali, etc.) dallo scambiare il sesso, le possibilità di successo appaiono nulle. Tralasciando gli aspetti tecnici del controllo, legati alla sostanziale impossibilità di rendere la coercizione totale, un obiettivo di questo tipo dovrebbe modificare, da un lato, le rappresentazioni e le logiche della sessualità (rendendo per esempio preferibile la masturbazione al coito mercenario e, perché no?, anche privo di sentimento)[44] e, dall’altro, dovrebbe intervenire tanto sul materialismo acquisitivo di chi si esercita la prostituzione[45] quanto ridistribuire le risorse su scala globale.[46] Intuitivamente direi che questi processi hanno scarse possibilità di realizzarsi in tempi brevi, considerato che ciascuna delle voci qui considerate – le rappresentazioni sessuali collettive, il materialismo e il nuovo ordine mondiale – ha impiegato da alcuni millenni ad alcune centinaia di anni per strutturarsi nei modi attuali. Questo modo di intendere il contrasto, dunque, appare debole.  

Inoltre, se si guarda al modo italiano contemporaneo di intendere questo concetto, ovvero alle forme che le azioni di “contrasto” assumono nel corso degli anni 2007-2008 a partire dalla campagna anti-immigrazione iniziata dal Sindaco Veltroni a Roma dopo l’omicidio della signora Reggiani, continuata dal governo Berlusconi (dal Ministro Maroni in particolare) ed estesa successivamente alla prostitute, si può notare come  queste pratiche istituzionali non sono state intraprese per opporsi alle condizioni di sfruttamento o bisogno delle persone in strada. Queste iniziative dei governi centrale e delle città, infatti, sono essenzialmente misure d’ordine contro “l’inciviltà urbana”. Si leggano i seguenti passi tratti da due articoli apparsi su un importante quotidiano nazionale  e dal principale giornale messinese (entrambi esemplificativi di decine di altri articoli del medesimo tenore):

 

Nell'ordinanza del sindaco di Roma Gianni Alemanno contro la prostituzione, si sottolinea che "l'attività di meretricio produce gravi situazioni di turbativa alla sicurezza stradale, a causa di comportamenti gravemente imprudenti, in violazione del Codice della strada, di soggetti che, alla guida dei propri veicoli, sono alla ricerca di prestazioni sessuali […]Nel provvedimento inoltre si sottolinea anche come l'uso da parte delle prostitute "di un abbigliamento indecoroso e indecente" sia "motivo di distrazione per gli utenti della strada e causa di frequenti incidenti stradali", e si cita il Regolamento della Polizia Municipale che "prevede il divieto di atti offensivi alla decenza e alla morale […] L'ordinanza vieta dunque nelle strade del comune di Roma, e soprattutto sulle vie consolari, "dove maggiore è il rischio di gravi incidenti stradali di contattare soggetti dediti alla prostituzione". Inoltre vieta a chiunque di "assumere atteggiamenti, modalità comportamentali ovvero indossare abbigliamenti che manifestino inequivocabilmente l'intenzione di adescare o esercitare l'attività di meretricio". "L'ordinanza - ha aggiunto il sindaco di Roma - colpisce i clienti e chi adesca ed è uno strumento per combattere la tratta della prostituzione che è una vera e propria piaga sociale". La pena pecuniaria prevista è, al momento, di 200 euro "per un problema legato ai regolamenti che stabilisce questo tetto che è molto basso". In realtà l'importo di questa sanzione durerà appena due settimane perché "presenteremo un'ulteriore modifica al regolamento comunale che possa consentire di elevarla fino a 500 euro (La Repubblica 2008).

 

 

Tentare di far diminuire la domanda in modo da “scoraggiare” l’offerta. In poche parole è questo il senso dell’ennesimo servizio antiprostituzione portato a termine dagli agenti della sezione “Volanti” della polizia di Stato. […] Nessuna volontà persecutoria nei confronti delle prostitute – è stato detto ieri nel corso di un incontro con la stampa avvenuto in questura – ma solo la volontà di evitare che attorno a questo squallido mercato del sesso ci sia il continuo sfruttamento di giovanissime straniere” […] Non bisogna dimenticare – ha aggiunto ieri il vicequestore Pontoriero – che proprio a causa di questa “vendita su strada”, ogni giorno vengono calpestati i diritti di tanti cittadini che si ritrovano “donnine” e clienti quasi fin dentro casa. Se una volta, infatti, tutto si svolgeva nelle zone meno frequentate e lontane da occhi indiscreti, oggi i residenti si ritrovano “le coppie” quasi fin dentro i portoni condominiali. Sono  molte, in questo senso, le richieste di intervento che ci sono giunte al “113”. In più non bisogna dimenticare che attorno alle “passeggiatrici ruotano un gran numero di reati che vanno dalle rapine alle risse” (Gazzetta del Sud 2008).

 

In entrambi gli articoli e, soprattutto, nelle parole dei testimoni intervistati (il sindaco, il vicequestore) vi è una obbligatoria menzione al problema dello sfruttamento delle donne,[47] ma non sembra che questo costituisca l’aspetto centrale della comunicazione pubblica e delle azioni intraprese. Il pericolo di incidenti stradali, l’indecenza dell’abbigliamento, l’invasività della presenza delle prostitute, la mancanza di attenzione nel sottrarsi agli sguardi indiscreti dei cittadini costituiscono, piuttosto, il principale motivo della mobilitazione istituzionale. Lontane dal costituire una minaccia allo sfruttamento e al traffico di persone, queste iniziative servono piuttosto a ristabilire una certa idea di decenza e di ordine e a rispondere alle sollecitazioni dei cittadini che abitano nelle aree interessate dalla compravendita del sesso. Peraltro, ammesso che queste iniziative istituzionali possano continuare ad oltranza,[48] non vi è da dubitare del fatto che esse non colpiscano le fondamenta dello sfruttamento (concesso che vi sia!) ma costringano semplicemente gli operatori a ri-articolare le modalità dell’offerta, andando al chiuso o in aree meno centrali. Come nota una lavoratrice sessuale con cui ho lungamente discusso all’indomani dell’emanazione del pacchetto sicurezza e, soprattutto, delle iniziative del Sindaco Alemanno riportate poco sopra:

           

Hai sentito che vogliono mandare via le ragazze dalla strada, che multano i clienti…?

Sì, sì… [con aria rassegnata e, direi, annoiata. NDR]

Uhm, non sembri preoccupata…

E che devo fare? Mi prenderò una casa…

E ti piace l’idea?

No…

Perché? Preferisci lavorare in strada?

Certo, tutte preferiamo lavorare in strada perché non paghi affitto e hai più soldi, è più sicuro, più veloce… (R., 21 anni, romena di etnia Rom).

 

 

Esauriti i precedenti punti, resta da trattare l’ultimo dei problemi concettuali che si annidano dietro l’idea di “contrasto”. Si tratta dell’aspetto più spinoso, connesso alla probabile mancanza di un reale oggetto da contrastare (o di un oggetto diverso da quello dichiarato). La questione è delicata e, come ho fatto continuamente nel corso di questo articolo, cercherò di trattarla alla luce delle osservazioni dirette e delle informazioni che si rinvengono nelle rassegne internazionali dedicate a questo tema. Con questo intendo dire che non pretendo che la realtà locale sia totalmente esemplificativa di quella globale, ma che tra i due livelli esistono necessariamente delle analogie che mi permettono di ampliare il discorso e fare delle affermazioni di ampia portata. Venendo al punto, ciò che sostengo è che l’enfasi sul traffico delle donne e la violenza fisica rinvenibile nel discorso pubblico, istituzionale e in molto di quello accademico risulta inaccurata ed eccessiva. Dalle sentenze penali si ricava infatti l’idea che la “libera scelta”  sia ampiamente diffusa tra le operatrici di strada di origine straniera impegnate in Italia e, d’altra parte, i limiti metodologici delle ricerche condotte sin qui rendono praticamente impossibile qualsiasi generalizzazione in senso scientifico sulla diffusione della violenza.[49] La gran parte delle  indagini,[50] in buona sostanza, non contestano la coercizione ma la partecipazione agli utili delle attività di prostituzione.[51] Non contestano veramente la tratta di esseri umani, ma il “contrabbando” di persone (l’immigrazione clandestina, in altri termini). Il “debito” sostenuto da molte donne è la somma dovuta alle organizzazioni che hanno provveduto a fornire i mezzi o i documenti necessari a varcare le frontiere e realizzare il proprio mandato migratorio, in Europa o altrove. Queste organizzazioni di passeur non sono perciò tanto interessate a prostituire le donne quanto a realizzare i profitti attesi nei tempi stabiliti. La prostituzione, in quest’ottica, è il mezzo più veloce per ripagare il debito e iniziare a realizzare i profitti personali.

Vi è inoltre da comprendere cosa significhi “organizzazione” e “sfruttamento”. Molte donne est europee sembrerebbero sfruttate dagli stessi familiari. La cosa sembra plausibile, malgrado la gran parte delle donne romene che ho conosciuto, esattamente come qualsiasi altra donna, teme di poter essere riconosciuta come prostituta non solo dai propri familiari ma anche dai membri della comunità (ragione per cui queste donne evitano di avere rapporti sessuali con i connazionali). Ad ogni modo, anche se lo sfruttamento su base “familiare” appare  abominevole, esso costituisce qualcosa di molto diverso da quello paventato nei discorsi più comuni. Il termine “organizzazione” così come è impiegato dai media e dalla gran parte delle agenzie governative o meno che si occupano della questione, richiama infatti l’idea di associazioni a delinquere di grosse dimensioni, con articolazioni internazionali, composte da persone sostanzialmente estranee alle donne interessate (eccetto forse che per l’esercito di “fidanzati” che le attrarrebbero in massa, sorta di playboy della prostituzione, ciascuno responsabile di aver attratto centinaia di donne in ogni angolo d’Europa). Ma nella realtà, la mia esperienza mostra che le donne presenti a Messina seguono le traiettorie proprie della “catena migratoria”;[52] e, in modo non dissimile, la letteratura internazionale mostra  che le donne vietnamite impiegate nei bordelli della Cambogia sono state portate lì da madri e zie invece che da trafficanti professionisti (Steinfatt 2003, 23-24). D’altronde, come nota il seguente testimone:

 

 

 

Avete informazioni sulle caratteristiche delle strutture organizzative che sfruttano la prostituzione? Facendo magari la distinzione tra i due gruppi principali che ha citato?

Si tratta di associazioni criminali non strutturate, né potrebbero esserlo, nel senso che questo si, si può tranquillamente affermarlo, Cosa Nostra non ammetterebbe l’esistenza a Palermo di associazioni criminali diverse di carattere strutturato, le cosiddette strutturate, cioè quelle con ordinamenti stabili, con il controllo del territorio. Questo non potrebbe tollerarlo. Può invece tranquillamente permettere l’esistenza di associazioni criminali non strutturate contingenti che esercitano attività di sfruttamento o di estorsione senza avere il controllo del territorio, senza avere competenza e così via. Questa è la regola secondo la mia esperienza (G.L., Procuratore Capo di Palermo).

 

Sempre in tema di organizzazioni e coercizione, sarebbe necessario riflettere sulla natura di queste organizzazioni. Possiamo farlo a partire da questa testimonianza, sostanzialmente identica a tante altre rinvenute in letteratura:

 

Lei diceva che questa riduzione in schiavitù è a tempo. Ci può spiegare meglio questo concetto?

Si, nel senso che loro devono rimborsare il denaro. Una ragazza che arriva in Italia mi diceva il collega che cura di più questo aspetto, viene a costare alla mamana dai 12 ai 15 mila euro, e ne deve restituire 40 mila. Restituiti i 40 mila euro è libera.

Quindi calcolare il fatturato è semplice, ciascuna donna deve fatturare 40 mila euro.

L’anno scorso abbiamo fatto una grossa operazione, dalle intercettazioni telefoniche emergeva che Catania non è più una piazza sicura perché siamo arrivati a individuare il fatto d’immigrazione clandestina, la ragazza che da Londra arriva via Napoli a Catania in treno. A prendere lei e la maman e a trovare alla maman il libro paga con tutti in dati relativi alle sistemazioni delle ragazze.

Quindi quei dati quantitativi corrispondevano.

Si, si, 40 mila euro. Poi dipende anche dall’avvenenza della ragazza.

Ogni ragazza è programmata per raggiungere un fatturato e poi viene lasciata libera...

Poi viene lasciata libera. Alcune si prostituiscono per i fatti loro, quelle più intraprendenti ne comprano una o due e ricominciano loro. Abbiamo una fotografia, pubblicata da diversi giornali, trovata nell’abitazione di una di queste maman in cui c’è una di queste donne seduta su una montagna di soldi. Quello che poi è strano è che è tipico di alcune etnie.

Non riesco però a capire cosa guadagna la maman..

Una maman che ha 5 ragazze ha un utile anche di 25.000 euro per ciascuna..

Si, ma mi interessava ricostruire bene il meccanismo di distribuzione dei soldi.

La ragazza non spende una lira per arrivare in Italia. La maman la compra a 13-15 mila euro dall’organizzazione, la ragazza ne deve restituire 40 mila e la differenza è della mamana.

Allora la percentuale di guadagno maggiore è della maman.

No. Secondo me è dell’organizzazione. Allora, c’è un’organizzazione che garantisce l’arrivo della ragazza in Italia, non so poi chi può esercitare una pressione sulla famiglia della ragazza in Nigeria per tenerla sotto ricatto. Questa organizzazione rimane in piedi per tutta la gestione del viaggio, dalla Nigeria attraverso l’Inghilterra per esempio, che è un varco da cui per loro è più facile entrare, ma considerate che il carico dell’organizzazione è molto breve, riguarda solo il viaggio, mentre la mamana questi 40.000 euro li vedrà dopo un bel po’ di tempo… considerate che le nigeriane sono molto abbordabili dal punto di vista del prezzo.

Qual è il prezzo di una prestazione?

20 euro.

In quanti anni li recuperano questi 40 mila euro più o meno?

Dipende, due anni… Varia molto anche dall’avvenenza delle ragazze, comunque anni (G.S., Capo della Squadra Mobile della Questura di Catania).

 

Per quanto chiara, questa descrizione, così come tante altre di analogo tenore, presenta però dei vistosi problemi e necessita di essere destrutturata. Infatti, malgrado la temporaneità del vincolo che unisce le donne alle organizzazione sia espressa con chiarezza, essa fa ancora riferimento a concetti come la schiavitù o la coercizione. Questo modo di rappresentare il fenomeno  sembra impreciso e induce a chiedersi come sia possibile che organizzazioni così cruente e coercitive possano permettersi di rilasciare ragazze che in pochi anni generano introiti per decine di migliaia di euro. In termini economici, appare infatti irrazionale rilasciare delle donne che fruttano così bene e che, oltre tutto, non devono essere neanche troppo “usurate” visto sono capaci di riciclarsi sullo stesso mercato nel medesimo ruolo (oltre che in quello di sfruttatrice). Inoltre, spietati e con una illimitata capacità di controllo, cosa impedirebbe a questi gruppi di trattenere le donne per tempi molto più lunghi? La risposta si ritrova probabilmente nelle aporie del “modello”. In particolare, in quella parte del ragionamento che enfatizza la violenza a discapito della volontà, della razionalità e, in breve, della libera scelta operata dalle donne.   

Ho già trattato il tema della volontarietà nelle pagine precedenti e vi tornerò sopra in modo molto marginale, sostanzialmente per dire due cose. La prima, che funge da premessa, consiste nel notare che la dignità della persona, un valore che molti legano alla sfera sessuale e che considerano sacro, è in realtà un concetto ampiamente negoziabile[53] a cui le persone decidono spesso di assegnare un prezzo. La difficoltà che molti osservatori esterni al mondo della prostituzione esperiscono nell’accettare la volontarietà della scelta di prostituirsi è in primo luogo il dettato di questa ferrea convinzione morale (verosimilmente forgiata dalle condizioni strutturali o ambientali circostanti). La seconda notazione richiede invece che accettiamo il punto di vista che l’immigrazione è per una parte significativa un fenomeno che si basa su motivazioni razionali[54] e, spesso, su un progetto stilato in collaborazione con le famiglie, tendente alla veloce acquisizione di denaro da reinvestire in patria.[55] Se si aderisce a questa prospettiva, si comprende che quella di prostituirsi è una scelta che presenta chiari addentellati di razionalità. Così come è assolutamente razionale decidere di fare il salto di qualità e diventare un nodo della rete migratoria incaricata di provvedere le ragazze con un appoggi logistici e tutto il resto. Se consideriamo realistici i dati forniti dall’ufficiale di polizia (peraltro coerenti con le stime prodotte da Ong e da altri enti similari) una donna che decida di prostituirsi, saldato il “debito” in circa due anni, nel corso del triennio successivo può guadagnare 60.000 euro (oltre 370.000 se fa la “maman”). Queste sono cifre che difficilmente una donna potrebbe realizzare facendo l’operaia in fabbrica, la cameriera in un bar o la badante: la razionalità economica della prostituzione appare perciò fuori discussione. Tale impostazione permette di rappresentare  queste organizzazioni alla luce di un modello hub e spoke (Baashi 2007) per cui le “maman” sono dei punti di riferimento in grado di far congiungere l’offerta e la domanda di lavoro, facilitando il processo di insediamento delle newcomer. A differenza del modello originario, però, le “maman” non mobilitano le proprie risorse in ragione di obblighi parentali o di una fedeltà a vincoli morali di altro tipo. Piuttosto, esse sono delle hub “professionali” e traggono il proprio profitto dalla loro attività di facilitatrici. Operando tuttavia in un settore “liminare” o, per meglio dire, del tutto illegale, esse corrono rischi enormi. Questi rischi, però, sono ampiamente ricompensati dalla possibilità di accumulare grossissime fortune. La combinazione di rischio e guadagno, oltre che la clandestinità delle attività condotte, rende la relazione con le ragazze caratterizzata dall’interesse e, necessariamente, da un certo grado di coercizione. Una coercizione, tuttavia, che non ha né i caratteri della schiavitù né quelli della tratta. La schiavitù, infatti, dura per sempre (eccetto la possibilità di essere affrancati, che però è una speranza e non una certezza), mentre la tratta implica l’assenza di volontà in chi è oggetto del traffico (la qual cosa non appare così frequente). Mancando in molti casi entrambi questi elementi, si direbbe che l’impiego disinvolto di queste espressioni, così come l’enfasi normalmente assegnata loro, abbia un carattere sospetto.

 

5.      Conclusioni

 

Chiarito che il modello appena presentato non mette in discussione l’esistenza e l’orrore generato dai casi in cui si espleta sfruttamento e coercizione ai danni delle persone, potrò specificare ulteriormente il mio pensiero. In particolare vorrei chiarire che il sospetto, per non dire la certezza, a cui si fa riferimento sopra, consiste nella sensazione che l’impiego disinvolto dei termini “traffico” e “schiavitù” e la loro adozione a paradigmi interprativi delle relazioni esistenti in regime di prostituzione, sia servito come base ideologica e giustificativa per l’adozione di cosiddette misure di contrasto della prostituzione che costituiscono in realtà solo il nuovo corredo di politiche migratorie “interne” ed “esterne” (Brochmann e Hammar 1999) di cui il nostro paese si sta dotando. Volte come sono a controllare il fronte interno (quello delle strade) e a determinare accordi internazionali di polizia (il livello frontaliero), tali misure sono innanzitutto uno strumento di prevenzione dell’immigrazione clandestina. Successivamente sono politiche d’ordine, volte a soddisfare una certa idea di decoro ed assecondare la voglia di sicurezza che la società italiana reclama a gran voce. Coerentemente con questo quadro, esse possono essere considerate anche azioni di politica urbanistica, tese ad evitare il deprezzamento delle aree interessate dai fenomeni di prostituzione. Inoltre sono politiche di classe, che tendono ad espellere soggetti deboli, non qualificati e indesiderati dal territorio nazionale. Infine sono politiche razziste, che amplificano e riproducono le distinzioni tra aree geografiche ed economiche, creando di fatto regimi differenziati di permanenza per i migranti di diversa origine.

Suggerisco perciò che vi siano abbastanza elementi per potere affermare che l’azione delle autorità italiane non appaia orientata a combattere lo sfruttamento delle persone prostituite,  favorire l’inserimento di queste nel mondo del lavoro o porre le condizioni strutturali per impedire la riproduzione di eventuali fattispecie criminali. Credere questo significa essere ciechi dinanzi all’evidenza che quello che sta accadendo è piuttosto il contrario. Non la lotta agli sfruttatori, ma la lotta alle donne. Non la lotta ai clienti, ma la lotta a coloro che non possono permettersi il lusso di servizi sessuali costosi e raffinati. Non la lotta alle organizzazioni di sfruttatori, ma la lotta alle reti di migranti. Non una lotta per le prostitute, ma un lotta per il decoro. Prendere nota di questo è il passo necessario per evitare di cadere nella trappola di una campagna contro le persone, che impiega il linguaggio dei diritti umani rendendo questo concetto paradossale, fedifrago e pericoloso per la vita.

 

 

 

 

 

 

 

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[1] Paper presentato al Convegno “Il mercato della sex industry tra locale e globale”, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Messina (3-4 ottobre 2008). Per eventuale corrispondenza scrivere a: psaitta@thinkthanks.it

[2]D.lgs. 276/2003 (“Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30”).

[3] Su questi punti, cfr. Simmel (1984); Zelizer (1994).

[4] Il termine “ambiente” va inteso nella prospettiva di Luhmann (2001), per cui il rapporto tra differenti sistemi (nel nostro caso, le operatrici sessuali e coloro che vi si oppongono) è caratterizzato dalla reciprocità. Tale reciprocità costituisce, per l’appunto,  l’“ambiente” di ciascuno dei sistemi coinvolti. L’eventuale sopravvivenza di questi ultimi è determinata dalla propria capacità di adeguarsi alle sollecitazioni provenienti dall’ambiente (costituito, come abbiamo detto, dal sistema concorrente) e dalla modulazione delle interferenze che vi si insinuano con finalità distruttive e destabilizzanti. Un’altra prospettiva, in fondo non troppo dissimile, ma che ha il pregio di non mortificare dimensione individuale a discapito di quella collettiva (“sistemica”), è offerta da Bourdieu (1994; 2000). Qui la relazione è quella tra gli attori sociali e il “campo”, ovvero quel luogo creato dagli stessi attori attraverso le loro relazioni; e in particolare attraverso azioni miranti costantemente ad affermare e contrastare le posizioni di dominio e subalternità, di avanguardia e retroguardia. Vedremo, però, che esiste almeno un altro approccio teorico, nettamente individualista dal punto di vista metodologico, che potrà soccorrerci: mi riferisco a Boudon (1985) e al suo particolare modo di guardare all’azione razionale e alla scelta delle modalità di azione (come vedremo, fondamentale per poter comprendere la libera scelta di prostituirsi).

[5]Una carenza che può essere letta nel duplice senso di inefficacia o disinteresse nel contrastare una particolare manifestazione dei fenomeni (per esempio, la prostituzione in strada)  e nella omissione di indagare sulle altre forme assunte dai comportamenti rifiutati (la prostituzione in appartamento). Sulla produzione di arresti e segnalazioni come segno della selezione operata delle agenzie di controllo e non come indicatore del numero dei crimini effettivamente compiuti, cfr. Cusson (1990, 16); De Leo (1990, 117-118).   

[6] Su prostituzione e razza, cfr. Dal Lago e Quadrelli (2003).

[7] Le osservazioni personali mostrano che nell’area di Messina i rapporti sessuali consumati in automobile costano comunemente 30 euro (ma si può arrivare anche a 50 euro). Gli amplessi al chiuso oscillano tra i 150 e i 500 euro, a cui va aggiunto il costo dell’albergo, variabile con la qualità dello stesso. È  comunque verosimile che vi siano delle “bellissime e insospettabili” il cui tariffario sia ben più alto; ma non posso fornire dati di prima mano non avendone incontrate. 

[8] Per quanto esistono delle case di appuntamento che non sono particolarmente vistose né eleganti e i cui costi siano paragonabili a quelli praticati in strada. Si veda, per esempio, il caso di Via delle Finanze a Catania: un quartiere in evidente stato di degrado, da sempre caratterizzato dalla presenza esclusiva delle prostitute e che ha tuttavia conosciuto una enorme riduzione delle case chiuse e che sta andando incontro a un processo di sostituzione demografica (gli immigrati per lo più africani lo stanno infatti ripopolando). Si tratta tuttavia di uno dei pochi quartieri a “luci rosse” rimasti in Italia.

[9] Sulla relazione tra gusto e  classe sociale, cfr. Bourdieu e Passeron (1974).

[10] Non si può certamente assumere l’apparente possesso di autovetture di lusso come un attendibile indicatore di ricchezza. In primo luogo perché non si ha certezza del fatto che il guidatore sia anche il proprietario dell’autoveicolo; in secondo luogo, perché la diffusione dei sistemi di rateizzazione e leasing non permette di impiegare la detenzione dei veicoli come criterio affidabile per dedurre la disponibilità finanziaria dei proprietari. Nel tentativo di mettere a punto modalità sperimentali per la lotta all’evasione fiscale, l’Agenzia delle entrate nel 2007 ha considerato il possesso di autovetture di lusso un indicatore attendibile della capacità contributiva solo in combinazione con l’acquisto di beni immobili o mobili registrati che fanno presumere una disponibilità di spesa superiore a quella attesa (Il Sole 24 Ore, 2007). È dunque evidente che, nel corso delle nostre osservazioni, non ci è stato possibile condurre questo tipo di controllo e non possiamo pertanto affermare nulla di empiricamente fondato in materia. 

[11] Per una discussione su quella che io definisco una “non-maschera”, cfr. Vanwesenbeeck (1994, 108).

[12] Secondo Agustin (2005, 619) gli operatori sessuali sono esclusi dagli studi sulle migrazioni, sulle occupazioni di servizio e sull’economia informale. Piuttosto, le occupazioni sessuali sono invece esaminate unicamente in termini di “prostituzione”. Su analoghe posizioni è anche Sanchez (2003).

[13] Su queste reti, il loro ruolo e le loro modalità di funzionamento, cfr. Levitt e Glick Schiller (2004); Bashi (2007). 

[14] Con Foucault (1994), il termine “discorso” va inteso essenzialmente come luogo dall’articolazione produttiva di potere e sapere. Tuttavia, per un corretto inquadramento del discorso, non si può prescindere dal contributo di Berger e Luckmann (1966) sul processo di costruzione della realtà che ha luogo attraverso la parola (il “discorso”, appunto). E anche dalle considerazioni contenute nello stesso testo sul ruolo del sacro nella formazione dell'identità,  da intendersi come un dispositivo cognitivo e normativo atto a legittimare un universo socialmente costruito. Il sacro, in questo caso, appare costituito proprio dalla sessualità e dai genitali (quelli femminili in particolare).

[15] Il riferimento è a Levi-Strauss (1958, 258) per il quale il mitema è “una grande unità costitutiva” incaricata di mettere in moto i “fasci di relazione” che congiungono tra loro le parti distinte di cui si compongono i miti, le categorie etiche e le forme del pensiero comune, permettendone una lettura trasversale.

[16] Impiego il termine “residuo” alla maniera di Pareto (1988), che utilizza questa espressione per indicare le motivazioni costanti dell’agire, spesso in contraddizione con le tecniche verbali che lui chiama “derivazioni”, adoperate per produrre discorsi. Il riferimento al secolarismo, invece, è mutuato da Redfield e Singer (1954), che lo impiegano per descrivere la città moderna e il processo di produzione di valori e strutture che innovano l’organizzazione sociale tradizionale e la psicologia collettiva. Infine, per una interessante trattazione sulle forme della sessualità non procreativa in ambiente urbano, cfr. Schippers (2000).

[17] Si tratta di una lunga tendenza nella storia moderna, che già Mead (1949) aveva annotato alla fine degli anni quaranta. In generale, gli ultimi decenni sono caratterizzati dalla tanto straordinaria quanto sospetta proliferazione di sindromi e forme di dipendenza ad opera di esperti veri e presunti. Sul ruolo degli esperti nel processo di costruzione di nuove sindromi, cfr. Saitta (2007a). 

[18] Su questo punto, cfr. Furedi (2005), il quale nota che nei discorsi scientifico e comune il termine “vittima” finisce con l’includere fattispecie tra loro tanto differenti da smarrire qualsiasi significato. Nel caso inglese, l’impiego polisemico di questo concetto si rinviene per la prima volta negli anni sessanta e può essere associato all’attivismo degli ordini e delle lobby professionali giuridiche impegnate a far emanare il “Criminal Injuries Compensation Scheme” (1964). Da allora, in Inghilterra come in Europa e negli Stati Uniti, si è assistito alla crescita esponenziale del numero di associazioni impegnate a compensare le vittime di una enormità di fenomeni (dalla circoncisione alle violenze domestiche) e, come si è detto, al moltiplicarsi di patologie (dalla dipendenza sessuale al “Sibling Assault”, la violenza ad opera di fratelli maggiori). 

[19] Come vedremo più avanti, sono in fondo pochi coloro che si illudono di poter debellare la prostituzione. Il tentativo di chi insorge contro la prostituzione è in realtà quello di rendere invisibile la prostituzione e di concentrarla al chiuso.

[20] Coordinatore dell’unità locale di Messina, Prof. G. Signorino.

[21] Nel suo complesso, la ricerca si è avvalsa di: a) interviste in profondità a varie tipologie di lavoratori del sesso, reclutati con tecnica “a valanga”; b) osservazione “ambientale” nei luoghi cittadini della prostituzione (che si avvale di perlustrazioni notturne, caratterizzate dal contatto con le prostitute di strada, dall’appostamento dei ricercatori per valutare il numero quotidiano di clienti e dalla valutazione di presenze che possano far pensare all’esistenza di forme invisibili di controllo criminale del territorio e del mercato); c) analisi delle sentenze di primo e secondo grado prodotte in città a partire dal 2000; d) rassegna stampa a livello regionale e interregionale (in considerazione del fatto che molte delle prostitute attive nella zona risiedono in paesini della limitrofa Calabria e a Catania e che le eventuali attività di polizia condotte in queste zone possono avere un impatto sulla popolazione di prostitute attive nell’area di Messina); e) analisi delle forme promozionali (annunci presenti su giornali e siti web locali). Sono state inoltre impiegate le interviste in profondità dedicate agli stessi temi rivolte dalla Cooperativa Ecosmed  ad operatori del Terzo Settore, delle forze dell’ordine e della magistratura attivi in Sicilia e Calabria. A tal proposito, si ringrazia Salvatore Rizzo per avere voluto mettere a disposizione dell’unità di ricerca il materiale raccolto dalla sua organizzazione. Un ringraziamento anche alla dott.ssa Maria Geresia del Tribunale di Messina per la disponibilità mostrata nell’aiutarci ad avere accesso alle sentenze.

[22] Con riguardo a questo punto, posso dire che le entrate sono molto meno regolari di quanto si dica. Le ragazze, anche quelle più avvenenti, possono incontrare un numero alquanto ridotto di clienti nei giorni morti (4 è il minimo) e un numero abbastanza alto in quelli di maggior movimento (14 è il numero più alto che ho registrato). Comunque, bisogna tenere conto che la mia panoramica è estremamente parziale avendo condotto le osservazioni in perfetta solitudine e non avendo potuto osservare simultaneamente più angoli di strada. Inoltre, i giorni di maggiore mobilitazione sono solo due alla settimana. Con riferimento alle cifre guadagnate, ho già detto che il prezzo standard di un rapporto praticato dalle donne romene è 30 euro, ma è possibile ottenere degli sconti (25 e, a volte, 20 euro). Saltuariamente, si possono incontrare donne di origine est europea che richiedono anche 50 euro. Il prezzo praticato dalle donne di colore, infine, è 25 euro.

[23] La letteratura sull’argomento è sterminata ed è difficile essere esaustivi. Tra le iniziatrici del dibattito femminista “radicale” vi  è  Millett (1971), le cui analisi appaiono certamente indicative delle obiezioni provenienti da questo movimento accademico e politico.  Per delle tesi più recenti, cfr.  Barry (1995); Chapkis (1997). Un’analisi relativa alla saldatura tra movimento femminista e gruppi religiosi, è contenuta in Weitzer (2007).   

[24] Anche in questo caso  la letteratura  – costituita da pubblicazioni accademiche e, soprattutto, da rapporti realizzati da un variegato numero di enti– è vastissima. Una rassegna interessante, ancorché datata, è quella di Colombo Svevo (1999). Per gli aspetti metodologici – relativi al problema della sovrarappresentazione di certi gruppi negli studi sulla prostituzione (tipicamente delle donne inserite nei programmi di recupero e protezione) – si confronti Silbert e  Pines (1982).    

[25] Questa prospettiva suscita di solito controversie. Potrebbe essere allora opportuno notare che, probabilmente, non è un lavoro come gli altri. Inoltre, per dirla con Pateman (1988), parlare della prostituzione come  di un tipo di  lavoro, non significa necessariamente approvarla. Tuttavia, qualsiasi discorso tendente a introdurre elementi morali nell’analisi (“è un lavoro indesiderabile?”, “è un lavoro che mortifica gli esseri umani che lo praticano?”, etc.) ci sembra poco opportuno in quanto estraneo ai fini della sociologia e dell’economia intese come scienze “non prescrittive”. Quel che noi affermiamo, piuttosto, è che lo spazio all’interno del quale operano le persone impegnate a offrire servizi sessuali è connotato da logiche e “leggi” di tipo economico. Il ruolo di tali persone, pertanto, assomiglia a quello di qualunque altro operatore impegnato in un mercato, regolare o informale che sia. L’idea che esista una strutturazione di questo tipo è accettata anche da autrici femministe, malgrado la caratterizzazione morale delle analisi, che le porta in alcuni a respingere l’idea che la prostituzione possa essere considerata come un lavoro qualsiasi. Cfr.  Doezema (1998, 2000); O’Connoll Davidson (1998). Ancora, è importante notare che  autorevoli aperture in termini di riconoscimento della prostituzione come forma di lavoro sono pervenute da una organizzazione come l’International Labor Office. Cfr. Lim (1998); Benson e Matthews (1995).

[26] Coerentemente con questa scelta teorica, l’unità di ricerca ha scelto di concentrasi sugli aspetti economici dell’industria del sesso attiva nella città di Messina e di guardare alle sue forme organizzative “complessive”. Al di là dei contenuti specifici dell’intervento qui presentato, il gruppo di studio ha scelto di non limitare la prospettiva d’analisi alle sole donne e, in particolare, a quelle “trafficate”. Al contrario, si è ritenuto di includere nella ricerca tutti quei soggetti che, a prescindere dal sesso e dalla cittadinanza, operano nel mercato del sesso locale.

[27] Quando le donne coinvolte nella prostituzione sono minorenni e italiane, per questo testimone il caso assume i contorni della “devianza sociale” (probabilmente di tipo “primario”), che, nel lessico criminologico, denota uno scostamento dalla norma che non ha caratteri veramente criminali (Sutherland e Cressey 1947). Quando si tratta di stranieri, invece, il comportamento delle persone sembra analizzato alla luce di categorie più propriamente criminali. Tornano quanto mai appropriate le parole di Becker (1987, 22), per il quale “la devianza non è una qualità dell’atto commesso da una persona, ma piuttosto una conseguenza dell’applicazione, da parte di altri, di norme e sanzioni nei confronti di un ‘colpevole’”. La notazione potrà apparire marginale con riferimento alla più ampia questione trattata, ma non si può prescindere da quelle che sono le categorie legate alla razza impiegate dagli operatori di giustizia e da chi produce “discorsi” sull’immigrazione (scienziati sociali, giornalisti, etc.).

 

[28] [28] Qualcuno potrebbe obiettare che K. minimizza troppo e che questo è compatibile con quanto molti operatori dei servizi osservano: ovvero che le ragazze spesso negano di essere sfruttate. Si può rispondere a queste obiezioni notando, in primo luogo, che K. si comporta da libera. Prende le sue pause quando crede, a volte sta sul marciapiede senza lavorare e rifiutando i clienti, parla al telefono con un fidanzato in lingua ma con uno tono rilassato, molto saltuariamente va in Romania a trovare la figlioletta, raccontando poi con tono entusiasta di quanto cresca bene, etc. In secondo luogo, potremmo osservare che se è vero che le ragazze spesso minimizzano, è altrettanto vero che esse spesso raccontano di essere sfruttate e che questo si rivela sovente inesatto (Cole and Booth 2007). Una possibile lezione che si può trarre da tutto questo è che a volte è forse il caso di credere a ciò che le persone (persino le prostitute) dicono senza attendere di sentirsi dire ciò che si vuole.

[29] Riconoscibili, in modo forse pregiudiziale, per il loro restare in auto e per una serie di atteggiamenti che sembrano chiaramente riconducibili ad una negoziazione.

[30] Curiosamente, nessuno degli intervistati menziona la presenza delle donne giamaicane. Qualcuno potrebbe obiettare che l’identità di quest’ultime sia fittizia e che esse siano in realtà africane. Ma l’accento e il tipo di inglese parlato dalle nigeriane e da coloro che si definiscono giamaicane sembra in effetti diverso. Circa l’inglese parlato  nel mondo, cfr. Trudgill (1974).

[31] Sono cosciente che l’espressione “estrazione popolare” potrà suonare non chiara e indicibilmente classista. Ma come definire questi uomini dall’aspetto rude, vestiti con abiti economici e dai volti pasoliniani? Facciamo dunque appello al criterio della “distinzione” in fondo ben presente in ciascuno di noi e andiamo oltre nella descrizione.

[32] Del resto, io stesso usavo portare cappuccini, cornetti o bevande fredde alle donne con cui ero entrato in contatto. Più volte mi è capitato di condurre alcune delle ragazze al bar. Cosa avrebbe potuto pensare di me la gente che mi avesse visto? 

[33] Le est europee si aggirano in una zona piuttosto ampia nell’area tra Via Farina, la parte bassa del Viale San Martino e il porto.

[34] Quando il  gruppetto di africane si sposta verso la Cortina del Porto, queste ultime e  le romene si ritrovano sulla stessa strada a poche decine di metri l’una dall’altra. Si rinviene una distanza minima tra i due gruppi, la qual cosa suggerisce l’esistenza di una forma di suddivisione territoriale. Ma lo spazio, in ogni caso, appare in larga parte condiviso.

[35] Con riguardo alle differenzazioni che riguardano le traiettorie, le motivazioni e l’età delle donne est-europee coinvolte nel mercato della prostituzione cittadina, sembra di poter distinguere tra un gruppo di donne giovani ma non giovanissime (di circa 25 anni), presente stabilmente in territorio italiano da più anni (come la buona e a volte eccellente conoscenza della lingua italiana sembra suggerire) e un gruppo di più recente provenienza, composto da giovanissime (tra i 18 e i 22 anni) la cui presenza in città sembra essere stagionale (di due-tre mesi al massimo, per poi tornare in patria) e giustificata dal fatto che esse hanno dei contatti in città (per lo più amiche e concittadine). Dalle discussioni avute con le donne est europee che meglio parlano la lingua italiana e dai difficili dialoghi con le latecomers, si può inferire con buona approssimazione che le più anziane sono arrivate in Italia con un preciso mandato familiare (molte di queste, peraltro, sostengono di avere figli piccoli a carico) mentre le più giovani sembrano decisamente spinte da motivazioni più personali e meno pressanti.

[36]  Come si ricorderà, il D.L. 181/2007, emanato all’indomani dell’omicidio di Giovanna Reggiani in una stazione della metropolitana di Roma e  ampiamente pubblicizzato, prometteva di espellere le prostitute e i “balordi” romeni dal territorio italiano. Le ragazze romene in strada conoscevano il dibattito pubblico e non sembravano spaventate. Piuttosto, erano infastidite dai contenuti anti-romeni dell’informazione: infatti non ritenevano di avere nulla a che fare con “quelli che fanno del male”.    

[37] Con l’eccezione apparente di A., uno dei miei contatti, andato scomparsa da un giorno all’altro, probabilmente in ragione di un decreto di espulsione pendente. Una storia che non ho mai potuto veramente chiarire con le altre ragazze, in ragione del fatto che queste ignoravano la natura della nostra relazione e non volevano darmi informazioni su di lei. A. era infatti una “individualista” e batteva la strada completamente sola in un vicolo abbastanza distante da dove si ritrovavano le altre ragazze. Il rapporto di familiarità tra noi due era, credo, del tutto sconosciuto alle altre ragazze.

[38] In realtà l’efficacia di queste misure è tutta da dimostrare. Solitamente le politiche di contrasto che mirano a reprimere i “reati senza vittime” o le forme di devianza non criminale, che peraltro sussistono e prolificano in presenza di una forte domanda sociale, non riescono a sradicare i fenomeni. Piuttosto, rendono la commissione dei suddetti comportamenti occulta oppure determinano la mobilità geografica dei soggetti devianti o criminali (espandendo di fatto la superficie delle aree interessate dalle fattispecie indesiderate). Cfr. Hakim, Ovadia, Sagi et al. (1979);  Rasmussen, Benson e Sollars (1993). Senza contare che l’intensità del dispiegamento delle forze di polizia nella lotta contro manifestazioni essenzialmente non-criminali, come per esempio la prostituzione, può essere positivamente correlata all’aumento dei reati più gravi. Cfr. Benson e Rasmussen (1991).   

[39] Cfr. Custodero (2008). Com’è noto, il “piano” si è poi concretizzato nella Legge 125 del 24 luglio 2008 (c.d. “Pacchetto sicurezza”).

[40] Sulla tendenza dell’Italia e di molti altri stati europei a sfuggire la regolazione europea, per lo meno in certe aree d’intervento, cfr. Piasecka e Saitta (2006).

[41] Una xenofobia che ha assunto forme chiare nel discorso pubblico sui romeni e gli altri stranieri, negli incendi dei campi nomadi della primavera del 2008 nell’area di Napoli e nella produzione di politiche essenzialmente “razziali” (perché miranti a colpire un gruppo nazionale, esattamente come le leggi razziali che colpivano gli ebrei). Sul razzismo italiano, cfr.  Dal Lago (1999); Calavita (2005); Mezzadra (2007); Saitta (2007b).

[42] Una traiettoria, peraltro, compatibile con quelle identificate da Anderson (1983).

[43] Come mostra l’esperienza di New York, volta a “ripulire” le vie del centro e della periferia da “hookers” e “punters”. Salvo riempire le palazzine dei cinque borough di “call-girl” che ricevono o raggiungono i clienti in casa o in albergo, come mostrano le inserzioni ospitate da villagevoice.com o craiglist.org.  

[44] Sono esattamente queste le posizioni di O’Connell Davidson (2002). Per un’accurata e sintetica ricostruzione  del dibattito accademico e politico su questi temi, cfr. Danna (2004).

[45] Molte lavoratrici sessuali, infatti, sembrerebbero estremamente materialiste a leggere Sharpe (1998); Tavoliere (2001); Mcelroy (2002). Tuttavia, si fatica a credere che questo materialismo possa essere considerato “loro”. Al contrario, queste donne così “materiali” esprimono una piena adesione ai fini sociali, come direbbe Merton (1966, 236); e forse persino ai mezzi, se accettiamo il punto di vista che la società contemporanea (quella italiana per lo meno) sembra certamente molto più incline del passato a transigere su certi comportamenti. A giudicare dalla mancanza di reazione e dagli esiti di alcuni casi penali che hanno visto aspiranti starlette televisive, politici italiani e dirigenti della televisione pubblica rapportarsi tra loro secondo modalità assimilabili   alla prostituzione, non sembrerebbe che i mezzi adottati dalle prostitute di strada per conseguire i propri fini materiali siano così eterodossi. Con un certo radicalismo, sarebbe possibile correggere Merton e dire che, nella realtà italiana contemporanea, le prostitute di strada non sono delle “innovatrici” ma delle “conformiste”. Fedele al principio antiformalista della sociologia giuridica, sostengo infatti che le norme non giacciano tanto nei testi legislativi quanto nelle pratiche sociali. In questa prospettiva, la persecuzione delle lavoratrici e dei lavoratori sessuali di strada non avviene perché queste persone praticano il meretricio, perché danneggiano la morale pubblica o perché le si vuole redimere e salvare. Piuttosto, questa autentica demonizzazione e caccia ha luogo perché queste persone appaiono innanzitutto povere. In altri termini, la loro autentica colpa non consiste nel vendere il corpo, ma nel praticare la loro attività al livello più infimo. Nella realtà, attraverso il loro lavoro, esse possono anche cessare di essere povere (vi è infatti chi guadagna anche 6000 euro al mese e non ha protettori) ma questo non rimuove certamente lo stigma che deriva dall’operare in strada, ovvero in condizioni igieniche precarie e alla mercé di tutti. Su povertà e repressione, cfr. Wacquant (2006).             

[46] Si leggano le interviste di Corso e Landi (1991) a donne occidentali povere e i resoconti di Skilbrei, Tveit e Brunovskis (2006) sulla realtà esperita dalle migranti nigeriane che decidono di prostituirsi in Europa.

[47] Un impiego retorico della problematica che dà perfettamente ragione a  Weitzer (2007) quando descrive la lotta al traffico come il pretesto necessario a legittimare una grande crociata morale su scala transnazionale.

[48] Ho già menzionato precedentemente gli aspetti connessi al dispendio di risorse nella lotta alle devianze non-criminali. Vale qui la pena di notare che nell’articolo della Gazzetta del Sud sopra riportato, si sottolineava che l’operazione,  che ha condotto al fermo di 8 clienti, 5 ragazze e ha permesso di multare un non meglio precisato numero di automobilisti accusati di libertinaggio, “ha preso il via fin dalle 22 di mercoledì nelle vie La Farina, alla Cortina del Porto, nell’area di S. Ranieri e nella parte bassa di Viale San Martino”. Il numero di autovetture e agenti impiegato non è specificato nell’articolo, ma intuitivamente l’operazione deve avere richiesto un congruo dispendio di risorse. Vale la pena di chiedersi se in una stagione di drastici tagli al budget delle forze dell’ordine sia questo il modo di impiegare le risorse. Peraltro, possiamo facilmente immaginare quali siano i costi del pattugliamento in aree come quelle di Roma, in cui la prostituzione di strada ha luogo in aree molto estese. Oltre alle perplessità sulle motivazioni ideologiche di queste operazioni e sulla loro efficacia, esprimo perciò fortissimi dubbi anche sulla loro sostenibilità economica.     

[49] Sulla inattendibilità dei dati scientifici e sui problemi metodologici della ricerca campionaria in materia di prostituzione, cfr. Weitzer (2005).

[50] Nel caso degli operatori giuridici locali, un solo di essi fa riferimento alla sistematica violenza degli sfruttatori romeni senza nemmeno prendere in considerazione l’ambivalenza delle ragazze. Il discorso, di seguito riportato, ha caratteri generali e, francamente, anche un po’ stereotipici: “ [le romene che esercitano a casa] vengono violentate, picchiate. […] Inizialmente, fino a quando erano clandestini, andavano loro stessi a prenderle in Romania, gli offrivano il fatidico lavoro in albergo che poi in realtà si rivelava attività di prostituzione, ma erano perfettamente a conoscenza di dove abitavano. Quindi usano la minaccia anche nei confronti dei familiari. Secondo me con i rumeni si configura proprio la riduzione in schiavitù perché ci sono persone che li controllano dove lavorano, dove dormono. Poi, ad esempio, mentre i cinesi consentivano che una parte di guadagno fosse trattenuta dalle prostitute, i rumeni si prendono tutto il guadagno” (S.A., Sostituto Procuratore di Messina).

[51] Nota per esempio questo testimone: “Di recente abbiamo fatto un’operazione sulla prostituzione cinese che si è radicata qui su Messina e poi si è diramata su scala Nazionale. Abbiamo fatto una decina di arresti. Però questo è un tipo di prostituzione in appartamento, al chiuso, e in cui non si è rivelata la tratta ma solo lo sfruttamento. E’ chiaro, le ragazze cinesi sicuramente erano sottoposte a situazioni di.., a vessazioni insomma, però non è emersa, come dire, una situazione di riduzione in schiavitù” (G.A.,Vice Questore Aggiunto della Polizia di Stato, Messina). In modo analogo, un altro operatore nota: “No, almeno a livello giudiziario non sono emersi frequenti casi di assoggettamento suscettibili di rientrare nella categoria giuridica di riduzione in schiavitù. Ripeto, i fenomeni più frequenti che possono far configurare questo reato ma da noi sono rari, almeno come accertamento, sono il sequestro dei documenti e le forme di minaccia più o meno concreta, più o meno reale ma comunque esercitata, nei confronti dei familiari che continuano a vivere nei paesi di provenienza. Questo perché in genere queste forme di assoggettamento, che sono rare, vengono realizzate prevalentemente da soggetti della stessa etnia, rumeni per rumeni, nigeriani anche donne nigeriane per le donne nigeriane.. è  questo il fenomeno.  In linea di massima non c’è una partecipazione di elementi locali, italiani, siciliani a queste forme.. In genere il concorso di questi soggetti avviene sempre per motivi di lucro perché prendono dei soldi per falsificazione di documenti e cose di questo genere. Ma in realtà il controllo rimane sempre sotto le etnie di provenienza e comunque è raro il caso di assoggettamento” (G.L., Procuratore Capo di Palermo).

[52] Le ragazze più giovani che affollano le strade della città (quelle di età compresa tra i18-22 anni), dedite più di altre al modello circolare di migrazione, dichiarano spesso di essere state richiamate a Messina dalla presenza di amiche e parenti.

[53] Anche in ragione del fatto che esistono molti modi di neutralizzare le eventuali fratture interiori. Cfr. Matza (1969).

[54] A volte una razionalità “limitata”; in altri casi, una razionalità “sui generis”, non interpretabile nei termini etnocentrici della logica economica occidentale (posto che gli occidentali siano sempre razionali in questi termini) ma ugualmente degna di rispetto. Cfr. Sivini (2000); Saitta (2008).

[55] Nota Massey (2002, 30-31) a proposito dei paesi in via di sviluppo che “le famiglie che lottano per gestire le impressionanti trasformazioni delle prime fasi dello sviluppo economico utilizzano le migrazioni internazionali dei propri membri come strumenti di gestione dei principali fallimenti del mercato che minacciano il loro benessere […] Dato che il mercato assicurativo nazionale è rudimentale e gli ammortizzatori sociali resi disponibili dai governi sono limitati o inesistenti, le famiglie non possono proteggersi adeguatamente dalle minacce al proprio benessere che derivano dalla disoccupazione o sottoccupazione. L’impossibilità di accedere agli ammortizzatori sociali costituisce così un incentivo per le famiglie ad autoassicurarsi mandando uno o più membri a lavorare all’estero. Distribuendo i propri membri su diversi mercati del lavoro in diverse regioni geografiche – rurali, urbane, estere – una famiglia è in grado di diversificare il suo portafoglio occupazionale riducendo i rischi per il proprio reddito”. Non si vede perché le migranti provenienti da paesi in via di sviluppo o “in transizione” che scelgono di inserirsi nel mercato della prostituzione debbano essere diverse da coloro che scelgono di lavorare come badanti o nelle serre. Peraltro, queste sono spesso le stesse persone (Skilbrei, Tveit e Brunovskis 2006). L’oscillazione degli immigrati non qualificati tra mercati legali, illegali o “liminari” in ragione della congiuntura economica, degli ostacoli di natura burocratica o di eventi di vita particolari è infatti ampiamente riconosciuta. Cfr. Sbraccia (2007).

Formato per la citazione:
Pietro Saitta, "Un nuovo ordine per le strade", terrelibere.org, 17 ottobre 2008, http://www.terrelibere.org/doc/un-nuovo-ordine-per-le-strade