Un nuovo
ordine per le strade.
Prostitute,
poveri e irregolari nell’Italia dell’ossessione sicuritaria
Abstract
L’articolo
illustra i risultati di una ricerca etnografica realizzata nella città di
Messina, avente per oggetto il mondo della prostituzione eterosessuale di
origine romena. Impiegando una pluralità di fonti, l’autore mette in relazione
i piani locale e nazionale e sostiene che quelle messe in atto non sono
politiche di contrasto della prostituzione, ma politiche “d’ordine” e di
controllo delle migrazioni clandestine. Con questo si sottolinea il fallimento
delle misure di tutela delle persone sfruttate e l’impiego strumentale e
paradossale dei diritti umani per condurre una battaglia contro donne, soggetti
marginali e poveri.
This article presents the results of an ethnographic
research on the Romanian heterosexual prostitution carried out in the city of
Messina. By employing a number of different sources, the author relates the
local and national levels, and claims that current policies implemented by the
Italian authorities do not aim to contrast prostitution. Rather, these are
policies “of order” and control of illegal migrations. The paper highlights the
failure of the measures intended to support exploited people, and suggests that
we are witnessing the instrumental and paradoxical employment of human rights
to conduct a struggle against women, marginal people and poor.
Parole
chiave
Prostituzione – Contrasto –
Immigrazione – Lavoro – Controllo sociale – Sicurezza – Romania – Messina.
1.
Quadro generale
Nella
prospettiva “fredda” dell’analista sociale non sono molti i fenomeni che, come
la prostituzione, appaiono condensare in sé stessi così tanti temi di ordine
pratico e simbolico. Scomodando Durkheim (1963) o Mauss (2002), potremmo
infatti parlare di questa attività come di un fatto sociale “totale”, ovvero
come di una pratica particolare caratterizzata da una problematica relazione con
il resto. Per comprendere meglio questo punto, basti pensare che il mercimonio del
sesso è una pratica che solleva questioni al confine con il diritto, la morale
e l’economia e che, come tale, finisce con il suscitare l’interesse non solo di
chi è direttamente interessato allo scambio tra sesso, denaro o favori, ma
anche quello degli spettatori; ovvero, di chi con questo scambio non ha nulla a
che vedere. La questione, su cui torneremo, è curiosa perché lo scambio di
servizi e denaro costituisce uno degli autentici pilastri su cui si fonda
l’organizzazione sociale ed esistono altrettanto peculiari forme di scambio,
come per esempio quelle che hanno per oggetto la vita (basti pensare alla
relazione tra medico e cliente), che non suscitano il medesimo interesse e le
accalorate reazioni riservate alla prostituzione. Inoltre, per quanto come
molte altre attività di servizio ponga il corpo al centro del proprio
funzionamento (i massaggi, la pulizia degli ammalati, le attività mediche, i
servizi funebri, etc.), la prostituzione non è percepita come un lavoro
qualsiasi.
Oltre
a questa interessante peculiarità di natura cognitiva e simbolica, vi sono
altre ragioni per interessarsi a tale pratica. La prostituzione, come si è
detto, è un fenomeno di interesse giuridico. Ma, contrariamente a quel che ci
si potrebbe aspettare, considerato che si tratta di uno scambio tra prestazione
d’opera e denaro (per lo meno nelle modalità più comuni), a occuparsene non è
il diritto civile ma quello penale. In realtà, com’è noto, in molti ordinamenti,
tra cui quello italiano, non è lo scambio in sé a costituire l’oggetto della
norma, ma lo sfruttamento o il favoreggiamento della prostituzione. Anche
questa, a ben pensarci, è una peculiarità: lo sfruttamento del lavoro
irregolare, per esempio, è nella maggior parte dei casi un illecito
amministrativo e ad
essere puniti penalmente sono piuttosto la riduzione in schiavitù e i
maltrattamenti. Per essere più chiari, colui che rifornisse il proprietario di
un’azienda agricola di uno o più braccianti difficilmente sarebbe indagato e
incriminato. Al contrario, il soggetto che fosse sospettato di mettere in
contatto tra loro persone interessate a vendersi sul mercato del sesso ed un
“imprenditore” attivo nello stesso mercato, avrebbe ottime possibilità di
essere accusato quantomeno di favoreggiamento. Anche questa vistosa differenza
di trattamento, con una lente analitica fredda ed “immorale”, appare sorprendente.
Com’è possibile, infatti, che comportamenti sostanzialmente e funzionalmente
simili suscitino reazioni così diverse tra loro?
Ancora,
la prostituzione è interessante nell’ottica del sociologo perché investe tanto
dimensioni insondabili, facenti capo alla sfera intima delle persone, quanto
elementi materiali e tangibili, quali il denaro o la fisionomia delle aree
urbane. Quella della prostituzione, infatti, appare come un mercato in grado di
mobilitare ingenti quantità di denaro. E il denaro, come un’ampia letteratura
sociologica mostra, è un tema in sé spinoso. Per alcuni, nel denaro va
rinvenuta la causa dell’endemico strumentalismo della vita contemporanea e,
riflettendo sulla relazione tra i soldi e la prostituzione, vi è stato chi ha
notato che lo scambio sesso-moneta degrada la persona a mero mezzo di
accumulazione. Inoltre, l’impiego del denaro fa sì che le distinzioni qualitative
relative alle idee di bene e male vengano ugualmente convertite in sistemi di
numeri aritmeticamente calcolabili, rendendo così il mondo sostanzialmente indifferente
alle questioni etiche. Accanto
a queste osservazioni di natura, per così dire, filosofica, vi è chi si
preoccupa degli aspetti più propriamente economici dello scambio sesso-denaro.
È questo il caso dei giornali statunitensi che, negli anni della “tolleranza zero”
e del “recupero” di Times Square a New York, denunciavano che gli americani
spendessero nei locali di striptease più denaro che per tutti gli spettacoli
musicali, cinematografici e di intrattenimento messi insieme (Liepe-Levinson
2002, 3). Di tanto in tanto simili considerazioni appaiono sui media nazionali
ed europei suggerendo, in buona sostanza, che i milioni di euro mobilitati da
questo mercato alimentano la criminalità organizzata mettendo a disposizione di
essa capitali da reinvestire in ulteriori attività illegali (traffico di armi,
droga, etc.), causano la riproduzione del traffico di essere umani e la messa
in schiavitù di nuove donne, provocano l’impoverimento degli individui e delle
famiglie e la dispersione di somme investibili in maniera produttiva.
In
modo analogo, la prostituzione, specie se di strada, ha effetti visibili sulla
città, deprezzando gli immobili nei quartieri interessati, aumentando
l’insicurezza dei residenti, sporcando le strade di preservativi e
fazzolettini, incrementando il traffico veicolare e i rumori, rendendo visibili
ai minori pratiche e relazioni che non si vorrebbero mostrare loro (Danna 2001,
10).
Inoltre,
per il sociologo l’organizzazione sociale della prostituzione e il suo ordine
interno sono interessanti perché mettono a nudo ulteriori tratti culturali
sommersi: i luoghi in cui si svolge, le modalità dello scambio e il tipo di
servizi richiesti, l’estetica degli operatori e delle operatrici così come i
loro tratti somatici e la loro provenienza ci parlano della società che fa
sfondo allo scambio e degli immaginari sessuali diffusi nelle aree coinvolte. Nella
accezione plurima qui proposta, il termine “cultura” va perciò inteso in senso
molto ampio ed esso indica i gusti dei clienti, la cultura di chi è estraneo
allo scambio ma costituisce ciò non di meno l’“ambiente” all’interno del quale
gli attori coinvolti nello scambio sesso-denaro vanno muovendosi,
così come le forme organizzative prescelte da chi fornisce il servizio. Per
esempio, la concentrazione della prostitute in strada anziché negli
appartamenti può suggerire l’esistenza di forti resistenze all’insediamento
delle lavoratrici sessuali da parte di coloro che risiedono nei condomini di
una determinata area urbana e una maggiore tendenza di questi residenti a
denunciare la presenza di case d’appuntamento nei palazzi; così come può
testimoniare lo scarso impegno delle forze dell’ordine a contrastare il
fenomeno,
l’assenza di organizzazioni criminali vere e proprie oppure la scelta da parte
di questi stessi gruppi o delle operatrici del sesso di adottare un modello di
servizio “snello” (che tagli i costi superflui assegnando al cliente la scelta
e l’onere di pagare una stanza in un hotel o di avere un rapporto scadente in
automobile).
Le
modalità della promozione e l’impiego di mezzi “tradizionali” (annunci su
quotidiani) o “digitali” (creazione di pagine web personali, impiego di servizi
di social network, annunci su quotidiani on-line) può suggerire interpretazioni
riguardanti tanto gli operatori/trici sessuali quanto i clienti. In
particolare, è possibile azzardare delle ipotesi sul grado di diffusione delle
nuove tecnologie nei territori interessati dalla prostituzione, sulla cultura e
l’estrazione sociale degli operatori sessuali (lavoratori e imprenditori), sui
modi in cui la domanda incontra l’offerta e sulle ragioni che spingono
all’adozione di determinate modalità anziché altre. Inoltre, le prevalenti
tipologie di servizi offerti (sesso “non perverso” anziché “sadomaso”, “pioggia
dorata” anziché “anal”) ci parlano dei gusti sessuali presenti nella società locale
e, per così dire, dei suoi livelli di sofisticatezza in materia di sessualità.
Allo stesso modo, lontana dal dipendere unicamente dalle traiettorie degli
esseri umani e dalle azioni di contrasto operato dalla polizia, la prevalenza
dei tipi somatici e delle nazionalità presenti nei mercati locali ci parla
degli immaginari erotici dei clienti e della loro relazione con l’esotico e col
concetto di razza.
I
costi dei servizi offerti, così come gli sfondi lungo i quali essi vengono
prodotti, offrono indicazioni circa la disponibilità economica media presente
nelle aree osservate. In Italia un rapporto eterosessuale che abbia luogo in
automobile costa di norma sensibilmente meno di un rapporto consumato in
albergo o in appartamento. I
mercati “indoor” e “outdoor” si rivolgono tendenzialmente a clienti
appartenenti a classi diverse e la loro funzione può essere quella di rimarcare
la differenza tra strati sociali, così come accade in qualsiasi altro mercato
delle merci o dei servizi (Veblen 1998; Riesman 1953).
Inoltre, essendo quello “indoor” un mercato liminare (al confine con l’illegale
e, per i più, immorale), l’accesso all’informazione risulta alquanto limitata.
In altri termini, non è facile scoprire dove si trovi una casa chiusa, perché
non ci si fida dell’attendibilità degli annunci disponibili on-line, non si
vuole “acquistare al buio” (rischiando di dover avere un rapporto con una
ragazza non di proprio gradimento) o perché si avverte una certa ritrosia
all’idea di intessere affari di questo tipo con dei soggetti sconosciuti. È
verosimile che possedere le informazioni, accedervi e scambiarle all’interno di
un ristretto gruppo contribuisca a differenziare gli individui con importanti
effetti sulla auto-rappresentazione del Sé (Mead 1934; Goffman 1959).
A
questo occorre aggiungere che ai differenti spazi corrispondono diverse
esperienze estetiche e sensuali ed è perciò possibile attribuire ai clienti aspettative
e gusti estremamente diversi tra loro, verosimilmente correlati al reddito
e alle “motivazioni” individuali. Una veloce osservazione mostra infatti che il
mercato della prostituzione di strada è apparentemente interclassista.
Prendendo le autovetture come improbabili indicatori della ricchezza dei
clienti, si
nota come negli spazi urbani dedicati alla compravendita del sesso mezzi
lussuosi si alternano ad utilitarie spesso vecchie e male in arnese. Non
possediamo testimonianze numerose e dirette come quelle raccolte da Sanders
(2008), ma possiamo presumere che la frequenza con cui si acquisti sesso in
strada o al chiuso dipenda, oltre che dall’insieme di molti fattori sopra
esposti (rapporti con le tecnologie, accesso alle informazioni, concentrazione dell’offerta
in spazi aperti o chiusi, atteggiamento delle agenzie di controllo, etc.), dal
tipo di encounter a cui si vuole accedere. Aggirarsi per la strada,
vedere il partner occasionale, sceglierlo tra molti, percepirne la personalità
e consumare finalmente il rapporto appaiono esperienze molto diverse da quella
consistente nell’incontrare una persona mai vista in albergo o in appartamento.
Per quanto i siti web permettano comunemente di vedere il corpo del potenziale
partner e di intuire quantomeno una parte dei tratti del volto, un incontro
concordato a distanza (spesso soltanto al telefono) può risultare deludente
perché la ragazza non soddisfa le aspettative formatesi a partire dalle foto
riprodotte on-line (le immagini sono spesso false) o per altri motivi.
Inoltre, gli incontri in uno spazio chiuso presentano dei rischi non solo per
l’operatore/trice sessuale ma anche per il cliente. Rischi assai remoti in
realtà, consistenti nella possibilità di venire derubati o in quella di essere
picchiati qualora ci si rifiuti di stare ai patti e di andare in fondo
all’incontro (perché la ragazza non incontra i gusti). Tuttavia, per quanto la
probabilità che questi incidenti possano avere luogo sia abbastanza bassa, la
tensione di un incontro al chiuso risulta insostenibile per alcuni individui.
Questi, allora, si sentono più sicuri nella strada e qui cercano compagnia per
sé, considerando magari di spostarsi in un albergo con il partner
prescelto.
In
un certo modo, chi preferisce un’esperienza piuttosto che l’altra ricerca una
gamma di emozioni differenti, che non hanno strettamente a che fare con il
sesso. Certo, l’atto sessuale costituisce la posta in gioco, per così dire; ma
l’approcciarsi ad una prostituta secondo le diverse modalità tratteggiate serve
fondamentalmente a provare una gamma di emozioni che costituiscono il vero
motore della pulsione verso il sesso mercenario. Di questo tutti gli attori
sono coscienti e la principale riprova è costituita dal fatto che molte
prostitute interpretano dei personaggi o, se si preferisce, vestono delle
maschere che assecondano le aspettative dei clienti. La “ragazza dolce e
comprensiva”, quella “veloce e di poche parole”, la “sensuale raffinata” o
l’“aggressiva” sono solo alcuni dei tipi che si incontrano sulla strada e sulle
pagine di Internet. Lontane dall’essere solamente sé stesse, le ragazze che incarnano
queste maschere civettano con un numero esteso ma finito di immaginari maschili
sul sesso e le donne. Nel fare questo, esse negoziano non solo il proprio corpo
ma anche il proprio sé, provando ovviamente a non cedere troppo di se stesse e
interpretando una parte in un modo che non risulti troppo faticoso. Quando
questo gioco non riesce, ci troviamo dinanzi alla più classica delle
non-maschere: quella della “puttana triste”, la più
famosa e tragica delle immagini possibili. Quella, per essere più chiari, a cui
pensa la maggior parte di coloro che percepiscono con orrore la semplice idea
che qualcuno possa prostituirsi. Questa immagine, assolutamente reale, ha
tuttavia la caratteristica di non essere l’unica tra quelle rinvenibili. E il
problema, spesso, è che gli osservatori esterni al mercato del sesso confondono
quella che è solamente una piccola parte con il tutto.
In
una prospettiva più ampia, lo scambio sessuale appare interessante anche perché
la nazionalità delle persone coinvolte ci permette di osservare le reti
esistenti tra aree geografiche apparentemente distantissime. Le storie
personali e le ragioni degli operatori sessuali di origine straniera ci parlano
delle condizioni strutturali presenti nei nostri territori così come in quelli
di provenienza di questi individui. La prostituzione, infatti, ci appare
essenzialmente una delle tante modalità attraverso cui si espleta il lavoro dei
migranti.
In
linea con il punto precedente, il tema della prostituzione è interessante anche
perché può essere agevolmente ricondotto al tema delle politiche migratorie e alla
saldatura che nel discorso pubblico, già a partire dagli anni novanta, si è
andato compiendo tra immigrazione e criminalità (Perlmutter 1996; Dal Lago
1999; Melossi 2003). In quest’ottica, le politiche di contrasto alla
prostituzione non sono veramente una lotta per i diritti di persone sfruttate:
piuttosto sono politiche per l’ordine su scala transnazionale (Weitzer 2007).
Infine,
e con questo crediamo di toccare il nucleo più ovvio ma anche più profondo della
questione, la prostituzione ci parla del sesso e della sua relazione con
l’ordine sociale (Foucault 1997). Lo fa in una prospettiva “quasi-freudiana”,
tesa a porre il sesso al centro del mondo sociale. Il mercimonio della
sessualità, in altri termini, rievoca una pluralità di temi arduamente
riassumibili nello spazio di un articolo, ma che proviamo comunque ad elencare.
Si tratta essenzialmente di: i) forme mentali, discorsi
e mitemi che
definiscono gli organi genitali, specie quelli femminili, come spazio liminare
tra la persona e l’esterno e sono associati al concetto di dignità (Cipolla
1997); ii) della persistenza di residui pre-secolari
che impediscono di guardare con serenità all’idea di una sessualità distaccata
dalla procreazione oppure a quella di una sessualità ambigua (come accade nel
caso dei travestiti); iii) di un orientamento, correlato al punto
precedente, che connette il piacere alla morte, in ragione del fatto che i miti
fondanti della civiltà occidentale sono narrazioni di traumi, e il patriarcato
è intrinsecamente tragico (Gilligan 2003); iv) di una ambivalenza
culturale propria della modernità, che da un lato celebra e rincorre il sesso,
ma dall’altro tende sempre più ad attribuirgli caratteri patologici;
v) di un sistematico indebolimento del desiderio che conduce alla
ricerca di stimoli e angosce capaci di riattivarlo (Bonolis e Scuderi 1994,
52); vi) della diffusione, a partire dagli anni sessanta, di una
miriade di nuove “identità vittimali” e della continua ricerca di
manifestazioni ulteriori dei rapporti di subordinazione e coercizione;
vii) dell’aumentata capacità percettiva della donna nei confronti delle
asimmetrie e delle violenze di genere (Pitch 1989, 195); viii) dell’estensione
del processo di civilizzazione con la sua tendenza ad occultare e a relegare
“dietro le quinte” ciò che offende la sensibilità comune o delle élite (Elias
1982); ix)
del consolidamento di un pensiero “forte”, di stampo conservatore, che non
esita a coniugare politiche di sicurezza e di classe con le politiche di
genere, dando luogo ad un patchwork paradossale che, da un lato, depriva
le pratiche e i discorsi sul genere del proprio portato democratico e
progressista e, dall’altro, pretende di imporre una visione unica e assoluta in
materia di etica, sessualità e vita.
2.
Metodo
È
impossibile trattare compiutamente nello spazio di poche pagine ciascuno dei
temi presentati sin qui. Tuttavia, è possibile discutere alcuni dei principali
punti a partire dai riscontri empirici avuti nel corso dell’attività di ricerca
condotta a Messina nel periodo 2007-2008 per il progetto Cofin Prin
“"Aspetti economici della sex industry - una valutazione delle strategie
di contrasto". L’unità
locale di Messina ha impiegato un disegno di ricerca prevalentemente
qualitativo, ma estremamente differenziato con riguardo alle fonti impiegate.
Le considerazioni qui sviluppate fanno per lo più leva sull’osservazione
partecipata realizzata da gennaio a settembre 2008 (con l’esclusione del
periodo che va da fine luglio alla fine di agosto) e sulle interviste in
profondità rivolte agli operatori giudiziari dell’area.
L’attività
di esplorazione mi ha visto impegnato in maniera regolare nel corso del
suddetto periodo e si è concentrata in due-tre giorni per ciascuna settimana di
osservazione. Le visite sono state condotte nei luoghi della prostituzione eterosessuale
e le interazioni hanno avuto come controparte ragazze per la maggior parte di
origine est europea. In realtà, nelle strade della città sono presenti altre
nazionalità (colombiane, giamaicane e nigeriane, per lo più); tuttavia, a causa
della natura endemicamente fortuita del metodo etnografico, le ragazze a cui ho
più avuto facilmente accesso sono di origine romena. Ho avuto contatti con
donne di altra nazionalità, ma si è trattato di interazioni più sporadiche e
occasionali. Le osservazioni sono state condotte per lo più in solitudine, eccettuate
tre occasioni in cui sono stato accompagnato da una collega dell’unità locale e
da una assistente sociale con precedenti esperienze nel campo dell’intervento
sulla prostituzione. Avevo ipotizzato che la presenza di donne al mio fianco
avrebbe potuto facilitare il processo di contatto con le operatrici presenti
in strada, ma l’ipotesi è stata solo in parte confermata. Con una sola eccezione,
le ragazze in strada hanno infatti espresso estrema diffidenza nei confronti
della coppia composta da un uomo e una donna italiani che intendevano
avvicinarle con interesse malamente camuffato. Tuttavia, grazie alla
cooperazione della collega del gruppo di ricerca, è stato possibile stringere
un interessante rapporto con una ragazza romena, durato per alcuni mesi e improvvisamente
interrottosi, probabilmente a causa dell’allontanamento coatto della giovane
per opera della polizia. In generale, lo studio si è avvalso del contatto
continuato con tre donne e delle discussioni condotte occasionalmente con un
ampio numero di ragazze nel corso delle serate. In varie occasioni ho potuto
trascorrere anche sino a mezz’ora con alcune delle ragazze, seduti a bordo
della mia automobile e discutendo della loro vita. Ho anche speso diverse ore
nascosto in vicoli bui, osservando il via vai di clienti e cercando di intuire
l’entità degli introiti.
La
mia identità di ricercatore è stata ammessa, ma non sono certo che il
significato del mio operato sia stato compreso sino in fondo. Le discussioni,
infine, non sono state registrate ma annotate in un diario etnografico al
termine degli incontri. Esse hanno avuto luogo in italiano e, nel caso di
alcune donne giamaicane e nigeriane, in inglese.
3.
La prostituzione come
lavoro
Le
ipotesi teoriche a disposizione di chi intenda studiare la prostituzione sono
molteplici. Riassumendo grossolanamente, le principali interpretazioni sul
mercato del sesso e la prostituzione guardano al fenomeno come: i) problema
sociale, ii) danno individuale, iii) risorsa, iv) lavoro
(Danna 2004).
Le
prime due prospettive sono caratterizzate da una prospettiva altamente
ideologica e moralista – derivata essenzialmente dalla saldatura tra la
critica femminista radicale e le visioni religiose della questione – che
risulta difficilmente accettabile in una prospettiva sociologica ed economica.
Tali visioni, pur preponderanti a livello di discorso comune e di politiche
sociali, presentano peraltro lo svantaggio di costringere l’attenzione dei
ricercatori su una soltanto delle forme di prostituzione rinvenibili nel corrente
mercato del sesso: quella che assume le sembianze della sexploitation e
del traffico di esseri umani. Lontanissimo
dal negare la rilevanza dei problemi legati allo sfruttamento sessuale, ho però
ritenuto più utile adottare prospettive teoriche che evidenziano gli aspetti
connessi, per esempio, alla razionalità delle scelta dei soggetti coinvolti
nell’attività di prostituzione e alla strutturazione di questo settore in
termini di mercato.
Ritengo
infatti assai credibile l’ipotesi ventilata da molte ricerche internazionali
che l’universo dei soggetti che esercitano la prostituzione sia plurale e che,
accanto alle forme di sfruttamento classiche, esista spesso una razionalità di
fondo che permette di leggere l’impegno in questo peculiare segmento del mondo
del lavoro in termini di “progetto”. In altri termini, la prostituzione, anche
quando coinvolge donne dai paesi in via di sviluppo, particolarmente esposte al
rischio di essere irretite da gruppi criminali transnazionali, può leggersi più
spesso in termini di libera scelta (Gulcur e Ikkarakan 2002; Maluccelli 2002;
Cole e Booth 2006). D’altronde, se un certo tipo di analisi incentrata sulla
violenza e l’inganno poteva considerarsi plausibile nei primi anni di
dispiegamento del fenomeno (i primi anni ’90, quelli della transizione
post-comunista e del primo dispiegarsi delle migrazioni di massa in Europa
occidentale), essa appare oggi meno plausibile in relazione all’effetto del
“passaparola” e alla circolazione delle informazioni sui rischi dell’emigrazione
anche nelle aree più depresse del mondo. Senza contare che una vasta
letteratura mostra che il coinvolgimento delle donne e degli uomini in attività
di questo tipo inizia spesso in patria, ben prima della partenza, e che esiste
inoltre una sorta di organizzazione sociale tradizionale operante nel settore,
ben radicata nelle pratiche dell’economia informale di alcuni paesi (per
esempio, la Nigeria o la Giamaica) (Omorodion 1993; Okonofua et al. 2004).
Questo
insieme di cose fa pensare che sia possibile interpretare il fenomeno della
prostituzione in termini non dissimili da quelli adoperati comunemente per
analizzare il mercato informale e/o illegale del lavoro. D’altronde, anche
questi ultimi tipi mercato sono caratterizzati da alti tassi di sfruttamento e
costrizione, e ciò non impedisce agli analisti di mettere in risalto gli
aspetti di razionalità, progettualità e libera scelta comunque presenti (basti
pensare al caporalato nelle campagne italiane e al libero mercato dei
braccianti, che convivono insieme all’interno del settore agricolo nazionale).
In altri termini, credo che libera scelta, sfruttamento e traffico non siano
incompatibili tra di loro e che tutti questi elementi possano convivere in
forme conflittuali o in modo integrato all’interno di questo peculiare mercato
del lavoro. Proprio
con riferimento a quest’ultimo punto, si può affermare che a livello locale
esistono differenti tipologie di operatrici del sesso e diverse forme di
organizzazione del mercato e del lavoro che convivono all’interno di uno spazio
urbano alquanto limitato (confinato per lo più nell’area della cortina del
porto, della stazione centrale e in poche strade adiacenti). Questa
differenzazione nell’organizzazione del lavoro – presto riassumibile nella
dicotomia “libero/controllato” – sembra dipendere fortemente dal gruppo
nazionale delle donne coinvolte. In particolare: a) le donne italiane sembrano
escluse dall’attività in strada (o al limite ricoprirvi una posizione
ampiamente marginale); b) le donne di provenienza est europea appaiono
“libere”; c) le donne di provenienza africana o giamaicana sembrano invece far
capo a un qualche tipo di organizzazione attiva presumibilmente a Catania, ma
con ramificazioni in città.
La
ricostruzione appena presentata si basa sulle discussioni avute con differenti
gruppi di donne, sull’osservazione dello spazio e sulle testimonianze degli
operatori giuridici. A tal riguardo, appare interessante ciò che notano i
seguenti testimoni:
Voglio dire, ci sono ragazze o comunque persone che si sottopongono
volontariamente all’attività della prostituzione, pur consapevoli di essere
sfruttate, ma perché ciò costituisce fonte di reddito per sé, per la famiglia.
Né, ad esempio, finora abbiamo rilevato, non so, prostituzione minorile in cui
magari, il fattore della mancanza di volontà è chiaramente più evidente e
oggettivo; abbiamo trovato situazioni di prostituzione minorile italiana locale
in cui il meccanismo psicologico però è particolare, siamo quasi sul momento di
devianza sociale in cui, cioè, il minore si sottopone volontariamente a
situazioni di prostituzione perché ne ha un vantaggio economico.
Quindi, l’atteggiamento psicologico delle varie situazioni che abbiamo
incontrato, ha sempre rilevato una possibile situazione di sfruttamento, di
devianza, ma mai di tratta o di riduzione in schiavitù, perché quello è
comunque un reato molto più difficile, a meno che non viene la stessa persona
indicando qual è la sua condizione rispetto all’evento (G.A.,Vice Questore
Aggiunto della Polizia di Stato, Messina).
Mi descrive l’evoluzione del fenomeno in questi anni,
rispetto alla tipologia delle vittime?
Intanto dobbiamo collegare il fenomeno alla presenza di
cittadine straniere che hanno esercitato la prostituzione. La prima comunità è
quella sudamericana, colombiana in particolare, che credo si sia manifestata
alla fine degli anni’ 80 a Catania. Esercitava nel quartiere di San Berillo dove
però non credo ci fosse un fenomeno di tratta, di riduzione in schiavitù, nel
senso che non c’era una coercizione vera e propria. Con la presenza della
comunità nigeriana invece abbiamo visto il verificarsi di questo fenomeno, già
visto osservando aspetti secondari. Ci sono comunità rimaste molto più
chiuse rispetto a quella colombiana che invece si è perfettamente integrata
nella comunità catanese e questo fa presumere che ci fosse una condizione fra
virgolette di libertà.
Quindi la prostituzione delle colombiane è scomparsa?
No. C’è ancora. Non si è verificata quella condizione di
assoggettamento presente nelle nigeriane e nelle albanesi. A Catania la
comunità più grande è quella nigeriana che è rimasta sempre chiusa e non si è
integrata con gli italiani. Una serie di attività anche abbastanza recenti, mi
riferisco fino al 2007, hanno provato una gestione dell’immigrazione
clandestina da parte di organizzazioni e una condizione di assoggettamento
garantita attraverso riti magici, attraverso una pressione psicologica operata
mediante dinamiche esoteriche e un’organizzazione che sfrutta la prostituzione,
molto ridotta rispetto a quella osservata nel passato. Si tratta di
“maman”, donne che a loro volta hanno esercitato la prostituzione per poi
affrancarsi, che acquistano le ragazze direttamente da questa
organizzazione che le fa arrivare clandestinamente in Italia. Queste ragazze
poi qui devono riscattare il viaggio e si prostituiscono finché non
rendono la somma dovuta. Molto spesso poi rimangono nel territorio, si
prostituiscono liberamente oppure addirittura diventano maman di altre donne.
Questo vale solo per le nigeriane (G.S., Capo della Squadra Mobile della
Questura di Catania).
Ma di che nazionalità è prevalentemente la prostituzione
qui?
SB: Rumena. Prevalentemente est europeo. Quello che abbiamo
notato noi, soprattutto nei paesini della Calabria, è stato…
DR: tra l’altro loro non hanno più nessun problema a venire
qua..
Perché non sono più extracomunitari, certo. Bisogna però
vedere se le donne vengono liberamente o no.
DR: Quel minimo che abbiamo toccato noi, a parte
l’organizzazione che era di tipo rudimentale, aveva carattere familiare.
SB: Esatto! Cioè non abbiamo processi o indagini attraverso
i quali si può vedere che c’è effettivamente un fenomeno...
Era di tipo familiare l’organizzazione di prostituzione?
DR: si, nel quale c’erano relazioni di parentela fra i
vari soggetti, conviventi, genitori figlia. E dal quale emerge il fatto che si
vive con gli introiti per esempio della figlia o della convivente. Molti
rimangono in Romania e vivono con gli introiti che questi racimolano e inviano.
SB: cioè, se ci viene chiesto in modo diretto se qui c’è
induzione alla schiavitù noi dovremmo rispondere negativamente perché non
abbiamo processi ai quali legare un’affermazione del genere. Abbiamo forme
di prostituzione normali…
[…]
C’è evidenza solo di forme di prostituzione di tipo
familiare.
DR: questo nei limiti del provvedimento di cui mi sono
occupato io e in cui sono emersi questi elementi (…) l’aspetto peculiare era
l’intreccio familiare. Certo, è ovvio che in ogni attività di prostituzione
si inseriscono elementi che possono essere anche di violenza nel momento in cui
si manifesta qualche forma di ribellione, ma che ci sia stata una riduzione in
schiavitù finalizzata a sfruttamento sessuale, almeno dagli accertamenti fatti,
non è emerso.
(S.B., Procuratore Aggiunto della DDA, Tribunale di Reggio
Calabria e D.R., Sostituto Procuratore presso lo stesso Tribunale).
Qui non c’è nessuna libera…Tutte hanno magnaccia! (J., 25 anni, giamaicana)
Non c’ho nessuno che mi prende i soldi. Minchiate sono! (K., 27 anni, romena).
Coerentemente
con il quadro offerto da questi testimoni, ivi incluse J. E K., l’osservazione
diretta condotta in strada mostra che le donne est-europee risultano muoversi
con una certa disinvoltura all’interno di diverse aree nei pressi della cortina
del porto e non sembrano avere contatti prolungati con individui di sesso
maschile che non siano strettamente clienti. Intorno
alle donne di altra provenienza si può invece notare la presenza di individui,
di nazionalità italiana, seduti sulle panchine vicine in piedi e più
saltuariamente a bordo di scooter o macchine, che sembrano prestare loro un
qualche tipo di assistenza. L’impressione, in altri termini, è quella che vi
siano uomini impegnati a vegliare alcune delle donne africane, giamaicane
e sudamericane e fornire loro un qualche tipo “servizio” (trasporto,
vigilanza, consegna di pacchettini, etc.). La natura di questa “organizzazione”,
se mai ve n’è una, resta in larga parte non chiara. Peraltro, non credo neanche
di poter affermare che tutte le donne di colore siano sotto controllo e
che l’organizzazione attiva in loco sia una sola. Di certo, nel corso della
notte alcune ragazze sembrano avere più contatti di altre con i summenzionati
individui. Ciò fa pensare che anche la situazione di tali donne differisca e
che non sia possibile parlare di un modello unico di funzionamento di questa
economia illegale di strada. Ma in verità non si può escludere che questi
uomini, di estrazione popolare,
appartenenti alla misteriosa umanità notturna che si aggira nei pressi della
stazione ferroviaria e del porto, siano semplicemente “amici” delle ragazze.
Per via della presenza di alcune pescherie e del mercato ittico, di notte la
zona considerata è frequentata da persone impiegate a vario titolo
nell’industria del pesce. Vi sono inoltre alcuni bar aperti tutta la notte, la
cui clientela è costituita dai lavoratori notturni (operatori della nettezza
urbana in pausa caffè, marittimi smontati dal turno o in attesa di salire a
bordo dei traghetti delle Ferrovie dello Stato, poliziotti in sosta,
prostitute, etc.) e da soggetti più o meno marginali. Non si può dunque
escludere che questa folla, proletaria o sottoproletaria, riesca, in ragione
della familiarità derivante dalla frequenza degli incontri, a stringere relazioni
amicali con le donne impegnate nella prostituzione. In tale prospettiva, la
natura dei servizi offerti dagli uomini smetterebbe di avere il carattere
torbido che la prevenzione e l’ignoranza dei fatti tende ad assegnare loro e
getterebbe una luce di normalità sulla natura delle relazioni.
Per quanto non possa fare a meno di notare che la notte in cui decisi, in
compagnia di una mia collega, di sedermi su una panchina posta a metri da una
ragazza in attesa di clienti, uno di questi uomini iniziò a passare accanto a
noi, col chiaro intento di comprendere chi fossimo.
Ad
ogni modo, a riprova della diversità delle situazioni rinvenibili in strada, la
mobilità nello spazio urbano che caratterizza le donne est europee,
contrapposta alla sostanziale fissità delle africane e giamaicane, permette di
mitigare la consistenza delle voci udite in città, secondo le quali le donne
pagherebbero alla criminalità organizzata locale una tassa per occupare lo
spazio. Per quanto la testimonianza riportata di seguito faccia riferimento
all’esperienza della vicina Catania, la dinamica descritta appare
sostanzialmente identica a quella messinese:
c’è una divisione per zone che non credo sia decisa da
un’autorità malavitosa ma proprio dovuta al fatto che le etnie hanno trovato
degli spazi. Ieri
sera per esempio abbiamo fatto un controllo e abbiamo fermato 6 prostitute che
stavano vicine, erano 4 bulgare, 1 rumena e 1 italiana. Probabilmente si sono
inserite la dove hanno trovato uno spazio. Le nigeriane pure frequentano lo
stesso posto però in questo caso c’è l’interesse delle mamane a controllarle, a
localizzarle in un determinato luogo.
[…]
La distribuzione sul territorio è quindi organizzata per
etnie?
Si, però non parlerei di organizzazione. Un’etnia trova
un suo assetto, trova uno spazio e cerca di utilizzarlo. Però nel giro di
pochi mesi dove troviamo le nigeriane troviamo anche le colombiane.
Insomma non è pianificata, è auto organizzata.
Si, assolutamente. (G.S., Capo della Squadra Mobile della
Questura di Catania)
Ma che dici?! Pagare per stare sulla strada? Ma che é…?!
Nessuno si paga! (K., 27 anni, romena, occupata a Messina).
Ma
anche in questo caso sarebbe azzardato porre in relazione la mobilità delle est
europee alla loro libertà e la fissità delle donne di colore alla loro subordinazione.
Innanzitutto perché anche le donne africane conoscono una forma relativa di
mobilità. Nei giorni di maggior lavoro, come il giovedì o il sabato, il numero
di donne africane occupate nelle strade cresce esponenzialmente. Alcune delle
ragazze, che normalmente si ritrovano negli immediati pressi della stazione, si
allontanano in direzione del porto (sarebbe a dire a 2-300 m. da dove sono
solite collocarsi). Qui le
stesse ragazze si pongono ai margini della strada nel tentativo di farsi vedere
e di adescare gli uomini a bordo delle autovetture gridando il loro classico “Andiamo!”.
Questa forma di mobilità nel territorio corrisponde al tentativo di evadere
l’affollamento dei luoghi abituali e di risultare più visibili per i clienti.
Tuttavia è una mobilità relativa, poiché le stesse ragazze tendono a occupare
gli stessi spazi, anche se più lontani. Le ragazze est europee, invece, sono in
qualche misura imprevedibili. Per quanto anche loro abbiano delle aree
preferite in cui sono solite collocarsi, in ragione di fattori diversi possono
talvolta decidere collocarsi in zone molto diverse da quelle abituali. I luoghi
non sono in fondo così lontani tra loro, dato che la superficie occupata dalle
operatrici sessuali, è abbastanza ridotta; tuttavia le si può ritrovare in zone
inaspettate. Queste zone possono essere adoperate per una sola volta oppure
possono trasformarsi, gradualmente e per qualche tempo, in luoghi abituali. In
generale, però, si può presumere che vi sia anche un’altra ragione per spiegare
la differente mobilità delle europee e delle extracomunitarie, delle “bianche”
e delle “nere”. La spiegazione possibile, infatti, è che le romene abbiano ben
poco da temere muovendosi nella città, estendendo la propria presenza in Via La
Farina e diventando visibili in un modo che potrebbe attrarre l’attenzione
delle forze dell’ordine. Il loro stato di europee le tutela dall’espulsione, anche
in ragione del fatto che molte di loro seguono una traiettoria migratoria
“circolare” (Sandu 2000; Gambino e Sacchetto 2007) che le porta a stare in
Italia per un ridotto numero di mesi. In tal
modo hanno relativamente poco da temere dai fermi di polizia e la possibilità
di un’espulsione non
appare veramente una minaccia. Al contrario, le donne non europee hanno
interesse a mantenere un profilo relativamente basso. Esse sono comunque
visibili agli occhi dei cittadini e delle forze dell’ordine, ma sembrano aver
siglato con queste ultime un tacito patto: rimangono confinate all’interno
della propria riserva senza tentare di violarla. Questo garantisce loro una
maggiore tolleranza e sembra proteggerle almeno un po’ dalle pressioni delle
autorità, che tallonano invece le altre, malgrado siano di fatti
impossibilitate ad impedire loro di stare in strada. Gran parte delle romene,
infatti, sono state fermate almeno una volta dalla polizia, ma, come si è
detto, sono rari i casi di quelle che sono state intimidite o, peggio, espulse.
In ogni caso, appare impossibile discutere dell’organizzazione sociale della
strada prescindendo dalle evidenti nozioni che, nella maggior parte dei casi,
le operatrice del sesso sono delle migranti e che molte di esse sono qui in
conseguenza del “processo europeo”.
4.
Contrasto
In
una prospettiva teorica generale, la combinazione di fattori appena discussa
appare rilevante perché, da un lato, depotenzia le cosiddette “politiche di
contrasto” della prostituzione, creando delle differenze tra classi di
individui che operano nel mercato e risultando efficaci nei riguardi di una sola
tipologia di operatrici (quelle di origine non europea).
Dall’altro, svela l’ideologia complessiva del “progetto” che si cela dietro le
politiche draconiane di ordine pubblico perseguite in Italia tra il 2007 e il
2008 (di cui il “piano anti-romeni”, come lo si è definito giornalisticamente,
fa parte). Oltre
ad essere politiche e norme “manifesto”, necessariamente xenofobe, queste misure
sono essenzialmente anti-europee e mostrano la tendenza “evasiva” nei confronti
del processo europeo che caratterizza la politica italiana.
In quest’ottica, le “politiche di contrasto” alla prostituzione non vanno
interpretate come misure orientate alla lotta verso lo sfruttamento o il
traffico di esseri umani, ma come parte di un processo politico che è doppiamente
articolato: da un lato, si cerca il facile consenso degli elettori attraverso
misure fumose orientate a produrre capri espiatori (prostitute, balordi, e
soggetti marginali in genere); dall’altro, si gettano le basi per una riduzione
della sfera d’influenza e di regolazione europea. La chiara xenofobia della
società italiana contemporanea, spontanea
ma anche debitamente alimentata, costituisce così la base ideale per
l’allentamento della “disciplina europeista” e per reclamare vistosi spazi di
autonomia da Bruxelles.
In
una prospettiva meno generale e più attinente al tema delle misure di contrasto
alla prostituzione, le attuali politiche hanno scarsa possibilità di ottenere
risultati significativi. Certamente, il problema appare innanzitutto di
definizione. Bisogna infatti comprendere cosa intendiamo per “contrastare la
prostituzione”. Se “contrastare” significa sottoporre la vita quotidiana di chi
opera nel mercato del sesso a tensioni ulteriori, così da dissuadere gli
individui coinvolti dal permanere nello strade e dall’essere visibili, è
possibile che la rigida applicazione di queste politiche possano produrre dei
risultati. Ma se con
questo termine si intende denotare l’implementazione di politiche che
dissuadano gli individui (donne, uomini, transessuali, etc.) dallo scambiare
il sesso, le possibilità di successo appaiono nulle. Tralasciando gli aspetti
tecnici del controllo, legati alla sostanziale impossibilità di rendere la
coercizione totale, un obiettivo di questo tipo dovrebbe modificare, da un lato,
le rappresentazioni e le logiche della sessualità (rendendo per esempio
preferibile la masturbazione al coito mercenario e, perché no?, anche privo di
sentimento) e,
dall’altro, dovrebbe intervenire tanto sul materialismo acquisitivo di chi si
esercita la prostituzione quanto
ridistribuire le risorse su scala globale.
Intuitivamente direi che questi processi hanno scarse possibilità di
realizzarsi in tempi brevi, considerato che ciascuna delle voci qui considerate
– le rappresentazioni sessuali collettive, il materialismo e il nuovo ordine
mondiale – ha impiegato da alcuni millenni ad alcune centinaia di anni per
strutturarsi nei modi attuali. Questo modo di intendere il contrasto, dunque, appare
debole.
Inoltre,
se si guarda al modo italiano contemporaneo di intendere questo concetto,
ovvero alle forme che le azioni di “contrasto” assumono nel corso degli anni
2007-2008 a partire dalla campagna anti-immigrazione iniziata dal Sindaco
Veltroni a Roma dopo l’omicidio della signora Reggiani, continuata dal governo
Berlusconi (dal Ministro Maroni in particolare) ed estesa successivamente alla
prostitute, si può notare come queste pratiche istituzionali non sono state
intraprese per opporsi alle condizioni di sfruttamento o bisogno delle persone
in strada. Queste iniziative dei governi centrale e delle città, infatti, sono
essenzialmente misure d’ordine contro “l’inciviltà urbana”. Si leggano i
seguenti passi tratti da due articoli apparsi su un importante quotidiano
nazionale e dal principale giornale messinese (entrambi esemplificativi di
decine di altri articoli del medesimo tenore):
Nell'ordinanza del sindaco di Roma Gianni Alemanno contro la
prostituzione, si sottolinea che "l'attività di meretricio produce gravi
situazioni di turbativa alla sicurezza stradale, a causa di comportamenti
gravemente imprudenti, in violazione del Codice della strada, di soggetti che,
alla guida dei propri veicoli, sono alla ricerca di prestazioni sessuali […]Nel
provvedimento inoltre si sottolinea anche come l'uso da parte delle prostitute
"di un abbigliamento indecoroso e indecente" sia "motivo di
distrazione per gli utenti della strada e causa di frequenti incidenti
stradali", e si cita il Regolamento della Polizia Municipale che
"prevede il divieto di atti offensivi alla decenza e alla morale […]
L'ordinanza vieta dunque nelle strade del comune di Roma, e soprattutto sulle
vie consolari, "dove maggiore è il rischio di gravi incidenti stradali di
contattare soggetti dediti alla prostituzione". Inoltre vieta a chiunque
di "assumere atteggiamenti, modalità comportamentali ovvero indossare
abbigliamenti che manifestino inequivocabilmente l'intenzione di adescare o
esercitare l'attività di meretricio". "L'ordinanza - ha aggiunto il
sindaco di Roma - colpisce i clienti e chi adesca ed è uno strumento per
combattere la tratta della prostituzione che è una vera e propria piaga
sociale". La pena pecuniaria prevista è, al momento, di 200 euro "per
un problema legato ai regolamenti che stabilisce questo tetto che è molto
basso". In realtà l'importo di questa sanzione durerà appena due settimane
perché "presenteremo un'ulteriore modifica al regolamento comunale che
possa consentire di elevarla fino a 500 euro (La Repubblica 2008).
Tentare di far diminuire la domanda in modo da “scoraggiare”
l’offerta. In poche parole è questo il senso dell’ennesimo servizio
antiprostituzione portato a termine dagli agenti della sezione “Volanti” della
polizia di Stato. […] Nessuna volontà persecutoria nei confronti delle
prostitute – è stato detto ieri nel corso di un incontro con la stampa avvenuto
in questura – ma solo la volontà di evitare che attorno a questo squallido
mercato del sesso ci sia il continuo sfruttamento di giovanissime straniere”
[…] Non bisogna dimenticare – ha aggiunto ieri il vicequestore Pontoriero – che
proprio a causa di questa “vendita su strada”, ogni giorno vengono calpestati i
diritti di tanti cittadini che si ritrovano “donnine” e clienti quasi fin
dentro casa. Se una volta, infatti, tutto si svolgeva nelle zone meno frequentate
e lontane da occhi indiscreti, oggi i residenti si ritrovano “le coppie” quasi
fin dentro i portoni condominiali. Sono molte, in questo senso, le richieste
di intervento che ci sono giunte al “113”. In più non bisogna dimenticare che
attorno alle “passeggiatrici ruotano un gran numero di reati che vanno dalle
rapine alle risse” (Gazzetta del Sud 2008).
In
entrambi gli articoli e, soprattutto, nelle parole dei testimoni intervistati
(il sindaco, il vicequestore) vi è una obbligatoria menzione al problema dello
sfruttamento delle donne, ma non
sembra che questo costituisca l’aspetto centrale della comunicazione pubblica e
delle azioni intraprese. Il pericolo di incidenti stradali, l’indecenza
dell’abbigliamento, l’invasività della presenza delle prostitute, la mancanza
di attenzione nel sottrarsi agli sguardi indiscreti dei cittadini costituiscono,
piuttosto, il principale motivo della mobilitazione istituzionale. Lontane dal
costituire una minaccia allo sfruttamento e al traffico di persone, queste iniziative
servono piuttosto a ristabilire una certa idea di decenza e di ordine e a
rispondere alle sollecitazioni dei cittadini che abitano nelle aree interessate
dalla compravendita del sesso. Peraltro, ammesso che queste iniziative
istituzionali possano continuare ad oltranza, non vi
è da dubitare del fatto che esse non colpiscano le fondamenta dello sfruttamento
(concesso che vi sia!) ma costringano semplicemente gli operatori a
ri-articolare le modalità dell’offerta, andando al chiuso o in aree meno centrali.
Come nota una lavoratrice sessuale con cui ho lungamente discusso all’indomani
dell’emanazione del pacchetto sicurezza e, soprattutto, delle iniziative del
Sindaco Alemanno riportate poco sopra:
Hai sentito che vogliono mandare via le ragazze dalla
strada, che multano i clienti…?
Sì, sì… [con aria rassegnata e, direi, annoiata. NDR]
Uhm, non sembri preoccupata…
E che devo fare? Mi prenderò una casa…
E ti piace l’idea?
No…
Perché? Preferisci lavorare in strada?
Certo, tutte preferiamo lavorare in strada perché non paghi
affitto e hai più soldi, è più sicuro, più veloce… (R., 21 anni, romena di
etnia Rom).
Esauriti
i precedenti punti, resta da trattare l’ultimo dei problemi concettuali che si
annidano dietro l’idea di “contrasto”. Si tratta dell’aspetto più spinoso,
connesso alla probabile mancanza di un reale oggetto da contrastare (o di un
oggetto diverso da quello dichiarato). La questione è delicata e, come ho fatto
continuamente nel corso di questo articolo, cercherò di trattarla alla luce delle
osservazioni dirette e delle informazioni che si rinvengono nelle rassegne
internazionali dedicate a questo tema. Con questo intendo dire che non pretendo
che la realtà locale sia totalmente esemplificativa di quella globale, ma che
tra i due livelli esistono necessariamente delle analogie che mi permettono di
ampliare il discorso e fare delle affermazioni di ampia portata. Venendo al
punto, ciò che sostengo è che l’enfasi sul traffico delle donne e la violenza
fisica rinvenibile nel discorso pubblico, istituzionale e in molto di quello
accademico risulta inaccurata ed eccessiva. Dalle sentenze penali si ricava
infatti l’idea che la “libera scelta” sia ampiamente diffusa tra le operatrici
di strada di origine straniera impegnate in Italia e, d’altra parte, i limiti
metodologici delle ricerche condotte sin qui rendono praticamente impossibile qualsiasi
generalizzazione in senso scientifico sulla diffusione della violenza.
La gran parte delle indagini, in buona
sostanza, non contestano la coercizione ma la partecipazione agli utili delle
attività di prostituzione. Non
contestano veramente la tratta di esseri umani, ma il “contrabbando” di persone
(l’immigrazione clandestina, in altri termini). Il “debito” sostenuto da molte
donne è la somma dovuta alle organizzazioni che hanno provveduto a fornire i
mezzi o i documenti necessari a varcare le frontiere e realizzare il proprio
mandato migratorio, in Europa o altrove. Queste organizzazioni di passeur
non sono perciò tanto interessate a prostituire le donne quanto a realizzare i
profitti attesi nei tempi stabiliti. La prostituzione, in quest’ottica, è il
mezzo più veloce per ripagare il debito e iniziare a realizzare i profitti
personali.
Vi
è inoltre da comprendere cosa significhi “organizzazione” e “sfruttamento”.
Molte donne est europee sembrerebbero sfruttate dagli stessi familiari. La cosa
sembra plausibile, malgrado la gran parte delle donne romene che ho conosciuto,
esattamente come qualsiasi altra donna, teme di poter essere riconosciuta come
prostituta non solo dai propri familiari ma anche dai membri della comunità
(ragione per cui queste donne evitano di avere rapporti sessuali con i
connazionali). Ad ogni modo, anche se lo sfruttamento su base “familiare”
appare abominevole, esso costituisce qualcosa di molto diverso da quello
paventato nei discorsi più comuni. Il termine “organizzazione” così come è
impiegato dai media e dalla gran parte delle agenzie governative o meno che si
occupano della questione, richiama infatti l’idea di associazioni a delinquere
di grosse dimensioni, con articolazioni internazionali, composte da persone
sostanzialmente estranee alle donne interessate (eccetto forse che per
l’esercito di “fidanzati” che le attrarrebbero in massa, sorta di playboy della
prostituzione, ciascuno responsabile di aver attratto centinaia di donne in
ogni angolo d’Europa). Ma nella realtà, la mia esperienza mostra che le donne
presenti a Messina seguono le traiettorie proprie della “catena migratoria”;
e, in modo non dissimile, la letteratura internazionale mostra che le donne
vietnamite impiegate nei bordelli della Cambogia sono state portate lì da madri
e zie invece che da trafficanti professionisti (Steinfatt 2003, 23-24).
D’altronde, come nota il seguente testimone:
Avete informazioni sulle caratteristiche delle strutture
organizzative che sfruttano la prostituzione? Facendo magari la distinzione tra
i due gruppi principali che ha citato?
Si tratta di associazioni criminali non strutturate, né
potrebbero esserlo, nel senso che questo si, si può tranquillamente affermarlo,
Cosa Nostra non ammetterebbe l’esistenza a Palermo di associazioni criminali
diverse di carattere strutturato, le cosiddette strutturate, cioè quelle con
ordinamenti stabili, con il controllo del territorio. Questo non potrebbe
tollerarlo. Può invece tranquillamente permettere l’esistenza di
associazioni criminali non strutturate contingenti che esercitano attività
di sfruttamento o di estorsione senza avere il controllo del territorio, senza
avere competenza e così via. Questa è la regola secondo la mia esperienza (G.L., Procuratore Capo di Palermo).
Sempre
in tema di organizzazioni e coercizione, sarebbe necessario riflettere sulla
natura di queste organizzazioni. Possiamo farlo a partire da questa
testimonianza, sostanzialmente identica a tante altre rinvenute in letteratura:
Lei diceva che questa riduzione in schiavitù è a tempo. Ci
può spiegare meglio questo concetto?
Si, nel senso che loro devono rimborsare il denaro. Una
ragazza che arriva in Italia mi diceva il collega che cura di più questo
aspetto, viene a costare alla mamana dai 12 ai 15 mila euro, e ne deve
restituire 40 mila. Restituiti i 40 mila euro è libera.
Quindi calcolare il fatturato è semplice, ciascuna donna
deve fatturare 40 mila euro.
L’anno scorso abbiamo fatto una grossa operazione, dalle
intercettazioni telefoniche emergeva che Catania non è più una piazza sicura
perché siamo arrivati a individuare il fatto d’immigrazione clandestina, la
ragazza che da Londra arriva via Napoli a Catania in treno. A prendere lei e la
maman e a trovare alla maman il libro paga con tutti in dati
relativi alle sistemazioni delle ragazze.
Quindi quei dati quantitativi corrispondevano.
Si, si, 40 mila euro. Poi dipende anche dall’avvenenza della
ragazza.
Ogni ragazza è programmata per raggiungere un fatturato e
poi viene lasciata libera...
Poi viene lasciata libera. Alcune si prostituiscono per i
fatti loro, quelle più intraprendenti ne comprano una o due e ricominciano
loro. Abbiamo una fotografia, pubblicata da diversi giornali, trovata
nell’abitazione di una di queste maman in cui c’è una di queste donne
seduta su una montagna di soldi. Quello che poi è strano è che è tipico di
alcune etnie.
Non riesco però a capire cosa guadagna la maman..
Una maman che ha 5 ragazze ha un utile anche di
25.000 euro per ciascuna..
Si, ma mi interessava ricostruire bene il meccanismo di
distribuzione dei soldi.
La ragazza non spende una lira per arrivare in Italia. La maman
la compra a 13-15 mila euro dall’organizzazione, la ragazza ne deve restituire
40 mila e la differenza è della mamana.
Allora la percentuale di guadagno maggiore è della maman.
No. Secondo me è dell’organizzazione. Allora, c’è
un’organizzazione che garantisce l’arrivo della ragazza in Italia, non so poi
chi può esercitare una pressione sulla famiglia della ragazza in Nigeria per
tenerla sotto ricatto. Questa organizzazione rimane in piedi per tutta la
gestione del viaggio, dalla Nigeria attraverso l’Inghilterra per esempio, che è
un varco da cui per loro è più facile entrare, ma considerate che il carico
dell’organizzazione è molto breve, riguarda solo il viaggio, mentre la mamana
questi 40.000 euro li vedrà dopo un bel po’ di tempo… considerate che le
nigeriane sono molto abbordabili dal punto di vista del prezzo.
Qual è il prezzo di una prestazione?
20 euro.
In quanti anni li recuperano questi 40 mila euro più o meno?
Dipende, due anni… Varia molto anche dall’avvenenza delle
ragazze, comunque anni (G.S., Capo della Squadra Mobile della Questura di
Catania).
Per
quanto chiara, questa descrizione, così come tante altre di analogo tenore,
presenta però dei vistosi problemi e necessita di essere destrutturata. Infatti,
malgrado la temporaneità del vincolo che unisce le donne alle organizzazione
sia espressa con chiarezza, essa fa ancora riferimento a concetti come la
schiavitù o la coercizione. Questo modo di rappresentare il fenomeno sembra
impreciso e induce a chiedersi come sia possibile che organizzazioni così
cruente e coercitive possano permettersi di rilasciare ragazze che in pochi
anni generano introiti per decine di migliaia di euro. In termini economici, appare
infatti irrazionale rilasciare delle donne che fruttano così bene e che, oltre
tutto, non devono essere neanche troppo “usurate” visto sono capaci di riciclarsi
sullo stesso mercato nel medesimo ruolo (oltre che in quello di sfruttatrice).
Inoltre, spietati e con una illimitata capacità di controllo, cosa impedirebbe
a questi gruppi di trattenere le donne per tempi molto più lunghi? La risposta
si ritrova probabilmente nelle aporie del “modello”. In particolare, in quella
parte del ragionamento che enfatizza la violenza a discapito della volontà,
della razionalità e, in breve, della libera scelta operata dalle donne.
Ho
già trattato il tema della volontarietà nelle pagine precedenti e vi tornerò
sopra in modo molto marginale, sostanzialmente per dire due cose. La prima, che
funge da premessa, consiste nel notare che la dignità della persona, un valore
che molti legano alla sfera sessuale e che considerano sacro, è in realtà un
concetto ampiamente negoziabile a cui
le persone decidono spesso di assegnare un prezzo. La difficoltà che molti
osservatori esterni al mondo della prostituzione esperiscono nell’accettare la
volontarietà della scelta di prostituirsi è in primo luogo il dettato di questa
ferrea convinzione morale (verosimilmente forgiata dalle condizioni strutturali
o ambientali circostanti). La seconda notazione richiede invece che accettiamo
il punto di vista che l’immigrazione è per una parte significativa un fenomeno
che si basa su motivazioni razionali e,
spesso, su un progetto stilato in collaborazione con le famiglie, tendente alla
veloce acquisizione di denaro da reinvestire in patria.
Se si aderisce a questa prospettiva, si comprende che quella di prostituirsi è
una scelta che presenta chiari addentellati di razionalità. Così come è
assolutamente razionale decidere di fare il salto di qualità e diventare un
nodo della rete migratoria incaricata di provvedere le ragazze con un appoggi
logistici e tutto il resto. Se consideriamo realistici i dati forniti dall’ufficiale
di polizia (peraltro coerenti con le stime prodotte da Ong e da altri enti
similari) una donna che decida di prostituirsi, saldato il “debito” in circa
due anni, nel corso del triennio successivo può guadagnare 60.000 euro (oltre
370.000 se fa la “maman”). Queste sono cifre che difficilmente una donna
potrebbe realizzare facendo l’operaia in fabbrica, la cameriera in un bar o la
badante: la razionalità economica della prostituzione appare perciò fuori
discussione. Tale impostazione permette di rappresentare queste organizzazioni
alla luce di un modello hub e spoke (Baashi 2007) per cui le “maman”
sono dei punti di riferimento in grado di far congiungere l’offerta e la domanda
di lavoro, facilitando il processo di insediamento delle newcomer. A
differenza del modello originario, però, le “maman” non mobilitano le proprie
risorse in ragione di obblighi parentali o di una fedeltà a vincoli morali di
altro tipo. Piuttosto, esse sono delle hub “professionali” e traggono il
proprio profitto dalla loro attività di facilitatrici. Operando tuttavia in un
settore “liminare” o, per meglio dire, del tutto illegale, esse corrono rischi
enormi. Questi rischi, però, sono ampiamente ricompensati dalla possibilità di
accumulare grossissime fortune. La combinazione di rischio e guadagno, oltre
che la clandestinità delle attività condotte, rende la relazione con le ragazze
caratterizzata dall’interesse e, necessariamente, da un certo grado di
coercizione. Una coercizione, tuttavia, che non ha né i caratteri della
schiavitù né quelli della tratta. La schiavitù, infatti, dura per sempre
(eccetto la possibilità di essere affrancati, che però è una speranza e non una
certezza), mentre la tratta implica l’assenza di volontà in chi è oggetto del
traffico (la qual cosa non appare così frequente). Mancando in molti casi entrambi
questi elementi, si direbbe che l’impiego disinvolto di queste espressioni,
così come l’enfasi normalmente assegnata loro, abbia un carattere sospetto.
5.
Conclusioni
Chiarito
che il modello appena presentato non mette in discussione l’esistenza e
l’orrore generato dai casi in cui si espleta sfruttamento e coercizione ai
danni delle persone, potrò specificare ulteriormente il mio pensiero. In particolare
vorrei chiarire che il sospetto, per non dire la certezza, a cui si fa
riferimento sopra, consiste nella sensazione che l’impiego disinvolto dei
termini “traffico” e “schiavitù” e la loro adozione a paradigmi interprativi
delle relazioni esistenti in regime di prostituzione, sia servito come base
ideologica e giustificativa per l’adozione di cosiddette misure di contrasto
della prostituzione che costituiscono in realtà solo il nuovo corredo di
politiche migratorie “interne” ed “esterne” (Brochmann e Hammar 1999) di cui il
nostro paese si sta dotando. Volte come sono a controllare il fronte interno
(quello delle strade) e a determinare accordi internazionali di polizia (il
livello frontaliero), tali misure sono innanzitutto uno strumento di prevenzione
dell’immigrazione clandestina. Successivamente sono politiche d’ordine, volte a
soddisfare una certa idea di decoro ed assecondare la voglia di sicurezza che
la società italiana reclama a gran voce. Coerentemente con questo quadro, esse
possono essere considerate anche azioni di politica urbanistica, tese ad
evitare il deprezzamento delle aree interessate dai fenomeni di prostituzione.
Inoltre sono politiche di classe, che tendono ad espellere soggetti deboli, non
qualificati e indesiderati dal territorio nazionale. Infine sono politiche
razziste, che amplificano e riproducono le distinzioni tra aree geografiche ed
economiche, creando di fatto regimi differenziati di permanenza per i migranti
di diversa origine.
Suggerisco
perciò che vi siano abbastanza elementi per potere affermare che l’azione delle
autorità italiane non appaia orientata a combattere lo sfruttamento delle
persone prostituite, favorire l’inserimento di queste nel mondo del lavoro o
porre le condizioni strutturali per impedire la riproduzione di eventuali
fattispecie criminali. Credere questo significa essere ciechi dinanzi
all’evidenza che quello che sta accadendo è piuttosto il contrario. Non la
lotta agli sfruttatori, ma la lotta alle donne. Non la lotta ai clienti, ma la
lotta a coloro che non possono permettersi il lusso di servizi sessuali costosi
e raffinati. Non la lotta alle organizzazioni di sfruttatori, ma la lotta alle
reti di migranti. Non una lotta per le prostitute, ma un lotta per il decoro.
Prendere nota di questo è il passo necessario per evitare di cadere nella
trappola di una campagna contro le persone, che impiega il linguaggio dei
diritti umani rendendo questo concetto paradossale, fedifrago e pericoloso per
la vita.
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