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Documenti > Inchiesta
Ilario Salucci: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi: Dal 26 aprile al 26
giugno di quest’anno si è tenuto a Travnik, in Bosnia centrale, un processo in
cui l’imputato era Hanefija Prijic detto “Paraga”. L’accusa era di aver commesso un crimine di guerra come definito
dalla convenzione di Ginevra, in specifico di aver ordinato, il 29 maggio 1993,
l’uccisione di cinque civili italiani, di cui due si salvarono miracolosamente,
che stavano portando aiuti alla popolazione civile bosniaca. Le vittime furono
Guido Puletti, Fabio Moreni e Sergio Lana. “Paraga” al tempo era ufficiale
dell’Esercito bosniaco, con un ruolo di colonnello al comando di un battaglione
di circa 400 soldati. Il 28 giugno è stata pronunciata la sentenza: la corte ha
ritenuto “Paraga” colpevole, e lo ha condannato a 15 anni di carcere, la pena
massima prevista dall’ordinamento in vigore nel 1993 (diversa da quella
attualmente in vigore, che prevede una pena massima di 40 anni). Mentre prima del processo “Paraga”
aveva sostenuto di non esser stato presente sul luogo dell’eccidio quel giorno,
e durante l’istruttoria si è avvalso della facoltà di non rispondere, in aula
la sua linea di difesa è stata quella per cui pur essendo presente sul luogo
dell’eccidio, gli esecutori materiali non agirono su suo ordine e non erano
soldati inquadrati sotto il suo comando. Gli esecutori materiali sarebbero
state due persone: “Paraga” ha sostenuto che uno dei due soldati non lo aveva
mai visto e non poteva dire chi fosse; per quanto riguarda l’identità del
secondo soldato, “Paraga” ha accusato Sabahudin Prijic, non presente al
processo perché residente in Canada. Non essendoci trattati bilaterali tra
Bosnia e Canada non è stato possibile per le autorità giudiziarie bosniache
ottenere una rogatoria internazionale. Sempre secondo la linea difensiva di
“Paraga” questi due soldati rispondevano “probabilmente” per via gerarchica a
un certo Arif Pokvic, successivamente deceduto, e di certo il loro comandante a
Gornji Vakuf, a livello di Brigata, era un certo Goran Cisic, anch’esso successivamente
deceduto. Mentre prima di
esser stato arrestato “Paraga” aveva dichiarato alla stampa che, se lo avessero
incastrato per questo eccidio, avrebbe coinvolto altre importanti persone -
affermando tra l’altro che il comandante della polizia militare di Gornji Vakuf
venne ucciso da “fuoco amico” perché voleva vederci chiaro nel caso degli
italiani uccisi - nel corso del processo non ha fatto alcun riferimento a
questo proposito, e nonostante il comandante della polizia militare di Gornji
Vakuf sia stato più volte citato nel corso dei dibattimenti, non è mai stato
detto nulla sulle circostanze della sua morte. Nel corso del
processo a carico di “Paraga” vi sono state le testimonianze dei due
sopravvissuti italiani (Cristian Penocchio e Agostino Zanotti), mentre tutti
gli altri testimoni hanno rilasciato deposizioni a suo favore, in molti
ritrattando quanto avevano dichiarato in sede di istruttoria. Sempre a carico
di “Paraga” nel corso del processo sono stati acquisiti documenti provenienti
dall’Unione Europea (che nel 1993 aveva in zona propri osservatori) e dal
Ministero della Difesa bosniaco, che precedentemente aveva “coperto” Hanefija
Prijic non rilasciando alcuna documentazione. L’Ambasciata
italiana si è distinta per la pressoché totale assenza da questo processo,
arrivando anche a rifiutare un minimo di supporto tecnico all’avvocato delle
parti lese alla chiusura del dibattimento. Il 28 giugno è
stata pronunciata la sentenza: la corte ha ritenuto “Paraga” colpevole, e lo ha
condannato a 15 anni di carcere, la pena massima prevista dall’ordinamento in
vigore nel 1993. “Paraga” è stato condannato per aver dato l’ordine di uccidere
gli italiani, e avrebbe dato quest’ordine con lo scopo di occultare la propria
responsabilità per il furto dei beni trasportati dai volontari italiani
(alimentari, medicine, soldi). “Paraga” ha ora la facoltà di ricorrere in
appello. Al di là del caso
specifico, l’importanza politica in Bosnia di questo processo e di questa
sentenza è che apre la strada a una serie di procedimenti in Bosnia centrale
contro i criminali di guerra, croati e musulmani, procedimenti che sarebbero
stati “bloccati” se vi fosse stata una sentenza assolutoria. Un caso chiuso? La condanna di
“Paraga” è stata accolta con soddisfazione dai sopravvissuti, dai familiari
delle vittime e da tutti coloro che hanno seguito questa vicenda. Questa
condanna non era affatto scontata, tenendo conto di tutte le ritrattazioni
fatte in aula dai vari testimoni bosniaci, e considerando che l’avvocato della
difesa, la signora Edina Redisovic, è quanto di meglio vi sia in Bosnia in
questo campo (ha difeso al Tribunale dell’Aja un comandante bosniaco riuscendo
a farlo assolvere, caso unico al Tribunale Penale Internazionale per i crimini
commessi nell’ex Jugoslavia). Tuttavia questo
processo non ha fatto luce su quanto avvenne il 29 maggio 1993. Il Procuratore
ha considerato che il massimo responsabile potesse essere il solo “Paraga”, e
ha identificato il movente nella volontà di “coprire” la rapina. Questa tesi è
estremamente debole per varie ragioni. In primo luogo
durante la guerra bosniaca il furto di convogli era una pratica notevolmente
diffusa e totalmente impunita, e talvolta giustificata, considerando le
situazioni terribili dal punto di vista umanitario che c’erano in zone
“dimenticate” dalle agenzie umanitarie. La requisizione di aiuti umanitari non
abbisognava di omicidi perché fosse “coperta”, e difatti, a mia conoscenza,
quello del 29 maggio 1993 sarebbe stato l’unico caso del genere in tutta la
guerra bosniaca. A maggior ragione considerando che “Paraga” fu identificato
immediatamente (il 31 maggio 1993) come responsabile dell’eccidio, da tutte le
agenzie internazionali presenti in zona e dai vertici dello stesso Esercito
bosniaco: non venne presa alcuna misura contro di lui in presenza di tre
omicidi, e quindi è difficile immaginare che “Paraga” temesse delle sanzioni
per una semplice “requisizione”. In secondo luogo,
se si trattò di un semplice caso di brigantaggio da parte di una unità militare
insubordinata, la lunga impunità successiva di “Paraga” diviene inspiegabile:
non solo non venne presa alcuna misura contro di lui nel giugno 1993 (“Paraga”
ha addirittura sostenuto al processo che in quel mese venne promosso, ma senza
dire a quale incarico), quando iniziò in modo generalizzato la guerra
croato-musulmana e quindi vi poteva essere una qualche ragione militare per
lasciarlo al suo posto, ma non venne sanzionato né nel novembre 1994 (quando
una commissione d’inchiesta militare ribadì la sua colpevolezza), quando le
ragioni militari di un anno e mezzo prima non sussistevano più, né per lunghi
anni dopo la guerra. Questa impunità contrasta con altri episodi, che possono
fornire alcuni parametri di raffronto. In un caso simile (un civile straniero
ucciso a sangue freddo), avvenuto in Bosnia centrale nel gennaio 1994, alcuni
dei responsabili vennero uccisi dall’Esercito in uno scontro a fuoco, ed un
altro venne fatto “scomparire” dalla polizia militare. Nell’ottobre ‘93 venne
condotta a Sarajevo un’operazione molto determinata contro alcuni comandanti
militari (uno di essi venne ucciso) accusati di insubordinazione e di vari
crimini, comandanti che avevano un ruolo ben maggiore di quello avuto da
“Paraga” in Bosnia centrale e che operavano in una situazione militare molto
critica. In terzo luogo se
fosse stato un semplice atto di banditismo una serie di fatti e contraddizioni
risultano incomprensibili, fatti e contraddizioni che possono invece acquistare
senso con la volontà di coprire responsabili ben più importanti di “Paraga”.
Facendo un elenco non esaustivo ricordo che sia l’Unprofor che gli osservatori
della Comunità Europea dopo aver accusato pubblicamente “Paraga” (il 31 maggio
1993), fin dal giorno dopo, dietro intervento quantomeno del più alto vertice
della missione CEE, ritrattarono quanto avevano affermato, e ipotizzarono
contro ogni evidenza una possibile responsabilità croata; il governo italiano
sponsorizzò la “pista croata” nonostante disponesse, tra l’altro, della
documentazione riservata che accusava “Paraga”, ufficiale dell’Esercito
bosniaco, e per poter sostenere questa tesi utilizzò una falsa intervista ai
sopravvissuti; varie autorità italiane ostacolarono in ogni modo l’inchiesta
aperta a Brescia a carico di “Paraga” (garantendo tra l’altro la sua impunità
de jure fino al settembre ’98), inchiesta che si scontrò con veri e
propri depistaggi; venne effettuata una autopsia sui corpi delle vittime a
Spalato, secondo una procedura totalmente anomala, i cui risultati contrastano
apertamente con i risultati dell’esame autoptico effettuato a Brescia. Tutto questo porta
a dire a me, all’Associazione Guido Puletti di cui faccio parte, e a tante
delle persone e dei compagni che hanno seguito questo caso, che l’uccisione di
Guido, Fabio e Sergio fu una decisione politica, e che “Paraga”, ufficiale
dell’Esercito inserito in una funzionante gerarchia militare, ricevette ed
eseguì l’ordine di uccidere gli italiani. Per anni godette di impunità perché
godessero di impunità i mandanti di questo eccidio; oggi è stato condannato, ma
nessuno ricerca questi mandanti. La ricerca
della verità
La ricerca dei
mandanti e del movente del triplice omicidio di otto anni fa è una cosa molto
difficile, ma non impossibile. Le autorità giudiziarie che sono state investite
di questo caso sono state quelle bosniache, quelle italiane e quelle
internazionali del Tribunale dell’Aja. Quest’ultimo, lo
scorso 2 agosto, ha incriminato e fatto arrestare tre bosniaci, altissimi
dirigenti militari in Bosnia centrale nel 1993. L’atto d’accusa è costruito in
modo curioso: alcuni crimini non vengono citati (tra cui l’eccidio degli
italiani) e per altri non vengono incriminati i responsabili più evidenti. La
logica è quella di fare giustizia solo a carico delle persone già “scaricate”
dall’establishment bosniaco. Selmo Cikotic, massimo dirigente militare
nella zona di Bugojno e di Gornji Vakuf nel 1993 e con un ruolo centrale nel
caso dell’eccidio degli italiani e in altri, viene “dimenticato” dal Tribunale
dell’Aja. Oggi è il comandante in capo del più importante Corpo d’Armata
dell’Esercito bosniaco, il Primo, di stanza a Sarajevo. L’autorità
giudiziaria bosniaca ha incriminato e condannato “Paraga”, ma ha dimostrato di
non voler fare luce sui livelli più alti. Al processo di Travnik molte domande non
sono state rivolte ai testimoni, lasciando molti interrogativi aperti. Inoltre
non sono stati chiamati a deporre né l’unico superiore diretto di “Paraga”
ancora in vita, Fahrudin Agic; né il responsabile della sicurezza che investigò
sull’eccidio fin dal 30 maggio 1993, Enes Handzic; né il comandante di
divisione, il superiore di Agic, che fu l’interlocutore dell’Unprofor e degli
osservatori europei e che si impegnò con loro a fare luce sul triplice
omicidio, Selmo Cikotic; né il responsabile della sicurezza che investigò su
questo caso nel novembre 1994, Asim Saranovic. Con l’eccezione forse di Agic,
tutte queste persone sono alti dirigenti, civili e militari, dell’odierna
Bosnia. L’autorità
giudiziaria italiana aveva aperto un’inchiesta nel lontano giugno 1993,
inchiesta che si arenò sostanzialmente un anno dopo; quest’anno è stato emesso
un mandato di cattura internazionale nei confronti di “Paraga” e ne è stata
richiesta l’estradizione – ma l’assenza di accordi bilaterali con la Bosnia e
l’apertura del processo di Travnik hanno sostanzialmente rese vane queste
misure. Questa autorità giudiziaria, se volesse, ha comunque molte possibilità
aperte per far luce. Può attivarsi per ottenere tutta quella documentazione che
finora è stata negata sia dalle Nazioni Unite, sia dalle autorità centrali
italiane, sia da quelle bosniache. Può interrogare con rogatorie internazionali
i testimoni bosniaci, sia quelli che hanno già deposto in Bosnia, sia quelli
non considerati al processo di Travnik; può fare altrettanto sia con la
persona, residente in Canada, accusata da “Paraga” di essere uno degli
esecutori materiali, sia con Rasema Handanovic, la donna presente insieme a
“Paraga” al momento dell’eccidio, e che attualmente vive negli Stati Uniti. Può
interrogare Graham Binns e Philip Watkins, rispettivamente comandante
dell’Unprofor e responsabile locale degli osservatori europei a Gornji Vakuf
all’epoca; John Fullerton, unico giornalista allora presente in zona; Marija
Definis-Gojanovic, il medico legale croato che condusse l’esame autoptico a
Spalato. Tutte queste persone non sono mai state interrogate da nessuna
autorità giudiziaria. Può, con una diversa conoscenza dei fatti rispetto a
sette anni fa, ottenere nuove deposizioni da parte di Umberto Plaja, la massima
autorità italiana ad aver gestito la vicenda come responsabile dell’Unità di
crisi del Ministero degli Esteri. Grazie alle nuove
acquisizioni della primavera di quest’anno l’autorità giudiziaria italiana, se
volesse, potrebbe riaprire nei fatti l’inchiesta, riprendendo i vecchi fili
interrotti nel ’94 e seguendone di nuovi. Come Associazione
Guido Puletti faremo tutto quanto è in nostro potere perché la sentenza di
Travnik sia solo il primo passo per arrivare a far luce su quanto avvenuto il
29 maggio di otto anni fa, perché la condanna di “Paraga” non significhi
l’impunità di chi, al di sopra di lui, ha deciso e ha organizzato
quest’eccidio. Ilario Salucci
Tra il sud e il
nord del mondo[*]
Guido Puletti nasce il 29 giugno del 1953 a Buenos Aires in Argentina.
I suoi genitori sono un tipico esempio di incrocio di nazionalità, fenomeno
peculiare e caratteristico di questo paese. Il padre è italiano (originario
della provincia di Perugia); la madre ha ascendenti spagnoli e inglesi. La
storia del padre, Antonio, è quella ‑ condivisa da migliaia di altri
italiani ‑ di un'emigrazione che lo porta nel 1948, dopo essere stato per
sei anni prigioniero di guerra, ad attraversare l'oceano. Qui raggiunge una
parte della famiglia paterna emigrata dopo la prima guerra mondiale e a Buenos
Aires inizia a lavorare come impiegato in una azienda degli zii. La madre
invece è un'argentina, nata a Mendoza, vicino alla cordigliera delle Ande, che
appartiene alla media borghesia. Guido nasce dunque in un inverno australe che vede la vita
politica argentina dominata dal governo civile di Juan Domingo Peron rieletto
presidente nel 1951 dopo le elezioni del 1946. Gli anni della sua infanzia
hanno come cornice l'instabilità politica e la persistente egemonia del potere
militare che dal 1930 hanno sempre caratterizzato la vita pubblica. Nel 1955 un
colpo di stato rovescia Peron e porta al potere il generale Aramburu; nel 1962
un altro colpo di stato rovescia il presidente Arturo Frondizi eletto nel 1958
e rimette i militari al governo. Nel 1966 il presidente Arturo Illia, eletto
regolarmente tre anni prima, cade in seguito ad un altro colpo di stato
organizzato da Juan Carlos Ongania. Sono, queste, tutte date che segnano
l'abbattimento di governi civili più o meno democraticamente eletti: per un
verso i partiti popolari maggioritari sono messi fuori legge, per l'altro
l'alleanza fra militari e classe politica contribuisce a screditare il potere
legale, destabilizzandolo in modo permanente. Puletti studia alle elementari in una scuola inglese e poi in una scuola italiana. Successivamente frequenta le medie e il liceo in un'altra scuola inglese. Durante il corso degli studi, si rivela un ottimo studente e i suoi interessi si concentrano sulla storia, la filosofia e la letteratura. Ma oltre allo studio si dedica allo sport, una passione che sarà una costante per tutta la sua vita. Durante l'adolescenza pratica l'atletica anche a livello agonistico ottenendo buoni risultati. Già durante le scuole superiori ‑ si è ormai alla fine
degli anni sessanta ‑ comincia per Puletti, che si avvicina ai gruppi
della sinistra peronista, l'impegno politico. Agli inizi degli anni settanta
passa l'estate nella provincia di La Rioja per lavorare politicamente con i
braccianti agricoli. Il paese in questi anni è in ebollizione: il 29 maggio del 1969
nella città di Cordoba uno sciopero generale contro l'eliminazione del riposo
del sabato sfocia in una battaglia campale che scatena una repressione feroce
con l'intervento dell'esercito. Il movimento studentesco in agitazione si
unisce alle mobilitazioni operaie e di quartiere, e diversi gruppi peronisti e
marxisti prendono le armi contro la dittatura. Cresce in tutto il paese una
discussione profonda sulle cause della crisi e sulle prospettive per superarla.
Contemporaneamente si rafforza un pensiero nazionale antimperialista in ambito
economico, una messa in discussione della storia ufficiale nell'ambito
culturale e una critica complessiva dei vecchi partiti in ambito politico. Nel
1972 Puletti si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia a Buenos Aires dove
continua il lavoro politico come simpatizzante di un gruppo chiamato
"Socialisti Puri" di tendenze trotskiste. L'11 marzo del 1973 si svolgono elezioni generali che vedono un
ampio successo di Hector Campora, il candidato che rimpiazza Peron a cui una
clausola prescrittiva del governo precedente impediva il ritorno nel paese. Il
25 marzo del 1973 centinaia di migliaia di persone salutano la caduta della
dittatura al grido di "se van, se van y nunca volveran" (se ne vanno,
se ne vanno e mai ritorneranno). Ma il peronismo comunque è in preda a
contraddizioni interne che non tardano a esplodere. Il 20 giugno del 1973, in
occasione del ritorno "definitivo" di Peron in Argentina, si verifica
il famoso massacro dell'aeroporto di Ezeiza in cui vengono uccise numerose
persone. Il ritorno di Peron porta a un cambiamento nella politica del
Giustizialismo. Campora dopo qualche mese rinuncia al mandato e si indicono
nuove elezioni con Peron unico candidato. Peron muore il primo luglio del 1974
e arriva al potere, in un clima di grande incertezza per il futuro, la vedova
Isabelita, vicepresidente. Il governo di Isabelita e di Jose Lopez Rega, che ha
in mano le leve del comando, comincia un'opera sistematica attraverso la famigerata
triplice A (Alleanza Anticomunista Argentina) di assassinio degli oppositori
politici. In una situazione dove il terrore inizia a diffondersi, il governo
dichiara lo Stato d'Assedio il 9 novembre del 1974. Alla fine del 1975 mobilitazioni popolari cacciano Lopez Rega, ma
contemporaneamente il protagonismo delle Forze armate diventa sempre più
evidente. L'esercito comincia a collocare nei posti chiave gli uomini fautori
di un progetto golpista. Così anche l'Aviazione e la Marina effettuano dei
cambi ai vertici e la nuova cupola si viene formando. Il 24 marzo del 1976
"di fronte alla grave situazione del paese" le Forze Armate prendono
il potere arrestando nell'indifferenza generale Isabelita Peron. Inizia la più sanguinosa dittatura che l'Argentina abbia mai
conosciuto. Nel 1973 Puletti si sposa e immediatamente dopo inizia a lavorare
come impiegato statale. Subito è attivo sindacalmente in un gruppo indipendente
chiamato Ate (Asociacion de Trabajadores del Estado) dove svolge un importante
lavoro di informazione e contrapposizione al sindacato ufficialista Cgt che
aveva appoggiato l'instaurazione del governo militare. In quello stesso anno
pubblica una raccolta di poesie che porta il titolo di Itinerarios per
la casa editrice "Gente de Buenos Aires". Negli anni che vanno dal 1973 al 1976, Guido continua a svolgere
lavoro sindacale e politico militando nell'organizzazione trotskista Politica
obrera (Po) partecipando a tutti gli avvenimenti più emblematici della storia
argentina (le manifestazioni di massa, tra cui quella imponente a Ezeiza).
Intanto il 7 gennaio del 1974 nasce suo figlio Javier e il 5 marzo del 1975
Damian. Con il golpe del 24 marzo 1976 cala la notte sull'Argentina e per
decine di migliaia di persone inizia un viaggio senza ritorno. Così Puletti
avrebbe ricordato il primo giorno di golpe: «Un mattino argentato del 1976,
appena sfiorato dai primi freddi australi, la Plaza de Máyo, antistante la Casa
Rosada (sede del governo argentino ndr) si affollava di stivali e baionette e
scoccava una delle ore più amare di questo lungo e vasto paese inchiodato nel
cono sud». Guido continua come tantissimi altri militanti la sua attività
sindacale al Ministero, con rischi sempre maggiori. Il 20 settembre 1977 viene
sequestrato da un gruppo di dieci persone appartenenti all'esercito, chiuso in
un campo di concentramento, torturato. Grazie all'interessamento
dell'ambasciata italiana viene liberato e alla fine di ottobre del 1977 lascia
il paese con la moglie e i figli. Arriva in Italia e per un breve periodo vive all'Isola d'Elba
ospitato da uno zio paterno. Nel dicembre del 1977 si trasferisce a Brescia e
qui nel marzo del 1978 lo raggiungono i genitori, le tre sorelle e il fratello.
Nel maggio di quello stesso anno parte per Parigi, dove svolge attività di ricercatore
al Cermtri (Centre d'etudes et de recherches sur les mouvements trotskystes et
revolutionnaires internationaux) per circa un anno. Chiusa questa esperienza
rientra a Brescia nel giugno del 1979. La moglie torna in Argentina con Javier
e Damian nel maggio del 1980, dove Guido giunge clandestinamente nell'ottobre
per restarvi sino al marzo del 1981 quando torna definitivamente a Brescia. Qui comincia insieme alla sua nuova compagna Cinzia un lavoro di
traduzione dallo spagnolo all'italiano di una raccolta di poesie scritte
durante il periodo trascorso a Parigi, poesie che però rimarranno inedite. Gli inizi veri e propri della sua attività di pubblicista
risalgono all'ottobre del 1981, quando comincia a collaborare alla pagina
culturale del quotidiano "Brescia Oggi". I primi articoli sono
recensioni ad opera di scrittori sia europei (Canetti, Doblin) sia
latinoamericani (Cortazar, Onetti, Cabrera‑Infante). L'attenzione per la
letteratura del proprio continente, e per quegli autori europei contemporanei
segnati profondamente dalle vicende politiche, non lo conducono ad un approccio
politicistico alla letteratura. Influenzato dagli scritti sulla letteratura di
Trotsky e dal clima culturale incontrato al Dams di Bologna dove si è iscritto,
in un documento inedito dello stesso anno ‑ una specie di dialogo con se
stesso per puntualizzare le proprie posizioni Guido scrive: «L'analisi del
contesto sociale (di un'opera letteraria ndr) ( ... ) è incompleta senza uno
studio specifico dei procedimenti, tecniche, soluzioni ed esperienze formali,
che la contraddistinguono. La qualità di un'opera d'arte ( ... ) è il solo
aspetto che permette una valutazione della stessa. L'arte deve essere giudicata
per i suoi risultati formali; la critica materialistica non può sostituirsi
all'esperienza estetica». Già dal 1982 la maggior parte della sua produzione di pubblicista
si concentra sulla politica e sull'economia internazionali, soprattutto
dell'America latina. Nella cultura politica della sinistra italiana dei primi
anni ottanta l'immagine di questo continente è un contrasto di luci e ombre,
associata da un lato all'appena vittoriosa rivoluzione sandinista in Nicaragua,
e dall'altro alle numerose dittature militari, da quella cilena di Pinochet a
quella argentina di Videla che hanno trasformato il continente in un immenso
carcere. Puletti è uno dei giornalisti più attenti nell'analisi delle diverse
realtà di tutta l'area e nel denunciare la politica dello sterminio e del
terrore ‑ la cosiddetta "guerra sucia" (guerra sporca) ‑
praticata dai generali argentini. L'altro tema particolarmente presente negli articoli di Guido di
quegli anni riguarda il problema dei rapporti nord‑sud, in relazione
soprattutto all'indebitamento dei paesi sottosviluppati, argomento sul quale
scrive un lungo saggio non pubblicato. «Le esportazioni di capitali, sia nella
veste di investimenti diretti, che di portafoglio o di concessione di crediti,
sono uno dei tratti dominanti dell'economia dalla fine del secolo scorso, e
prima o poi producono un 'riflusso di profitti'. Molti l'hanno affermato e
scritto. Ma il mondo accademico, e soprattutto i circoli dirigenti degli stati
industrializzati, dei Pvs, o degli istituti finanziari, l'hanno ignorato o
deliberatamente nascosto. Ora le conseguenze della 'Debt Bomb' sono davanti a
tutti». L'America latina degli anni settanta‑ottanta è un
continente percorso da strazianti lotte tra il vecchio e il nuovo. «La
disoccupazione - scrive Puletti in uno dei suoi numerosi articoli dedicati
all'argomento ‑ è molto più elevata che negli anni settanta, e si stima
che si è sprecato il potenziale produttivo di circa ventisette milioni di
lavoratori. E la contrazione generalizzata dei salari ha portato il salario
minimo sotto i livelli del 1970... I sogni di sviluppo e di industrializzazione
sembrano definitivamente seppelliti... La memoria corta delle classi dirigenti
indigene allunga l'inferno della crisi latinoamericana» (Pagare o non pagare
oggi, "Brescia Oggi", 27 settembre 1983). Nella seconda metà degli anni ottanta, Puletti allargherà sia i
suoi interessi di studio che la rete delle collaborazioni giornalistiche. Avvia
un rapporto costante con alcune agenzie di stampa (Ansa, Nea, Quotidiani
Associati), con riviste economiche ("Mondo Economico", "Il Mondo",
"Fortune", "Espansione") e con altri periodici
("Epoca", "Panorama", "Geodes",
"Rinascita"), sempre occupandosi di questioni internazionali. In questi anni Puletti compie diversi viaggi che poi
costituiranno materiale di numerosi articoli. Nel luglio del 1988 parte per New York dove lavora come redattore
della pagina esteri de "Il Progresso italoamericano". Rientrato in Italia nei primi mesi del 1989, è riconosciuto ormai
negli ambienti del giornalismo italiano quale specialista di questioni di
politica ed economia internazionali. E’ l'anno in cui avvengono profondi
sconvolgimenti politici e sociali nell'Europa dell'est e su questi Puletti
concentra la sua attenzione. Si reca in Germania e in Cecoslovacchia per
seguire il succedersi degli avvenimenti ‑ dal crollo del muro di Berlino
alla "rivoluzione di velluto" a Praga ‑ e fotografa così i
futuri scenari: «La rivoluzione dell'est ha scoperchiato tensioni nazionali mai
soffocate, riattizzato l'effervescenza sociale, catapultato milioni di persone
sulla scena politica, incrinato vecchie alleanze, sciolto antiche catene.
Proprio come all'alba di questo secolo. Che la storia si ripeta?» (La spinta
dell'Est, “Il Giornale di Bergamo Oggi", 7 febbraio 1990). All'inizio del 1991 è molto attivo a Brescia nei movimenti di
opposizione alla Guerra del Golfo: collabora con le radio locali
d'informazione, organizza iniziative e dibattiti pubblici, partecipa ad
assemblee nelle scuole. Questo periodo segna il suo ritorno alla politica. Entra in
Democrazia proletaria nel 1990 e dopo il suo scioglimento si iscrive al Partito
della rifondazione comunista e si candida nelle sue liste alle elezioni
comunali del novembre 1991. Il 1991 è l'anno in cui scoppia anche il conflitto nell'ex
Jugoslavia che Guido segue fin dai primi scontri. In luglio è in Croazia e
documenta con molti servizi sia la situazione politica che quella militare. Nel settembre del 1991 partecipa alla Carovana della Pace
Zagabria ‑ Belgrado ‑ Sarajevo e nel dicembre del 1992 è tra i
cinquecento della Marcia di Sarajevo organizzata dai Beati Costruttori di Pace. La guerra nella ex Jugoslavia diventa centrale nel suo lavoro di
giornalista, ma anche nella sua attività e analisi politica. «La disgregazione
dello Stato federale jugoslavo è una delle manifestazioni più appariscenti
della decomposizione delle burocrazie staliniste e/o continuiste nell'ex Europa
dell'est, in seguito al crollo del muro di Berlino, del movimento dei popoli
contro l'ordine stabilito a Yalta‑Postdam e della volontà delle potenze
imperialiste di sostituire i vecchi equilibri mondiali con un 'nuovo ordine'
internazionale ( ... ) La falla che si è insinuata nel sistema di dominio
internazionale ha aperto un'epoca di convulsioni in cui movimenti antagonisti e
contraddittori si svilupperanno tra la rivoluzione e la controrivoluzione senza
soluzione di continuità. La crisi jugoslava è simultaneamente espressione ed
elemento costitutivo di questo 'disordine' e preannuncia nuovi e più drammatici
sussulti nel vecchio continente e sull'arena mondiale» (articolo inedito del 10
febbraio 1993). Nei primi mesi del 1993 i viaggi in Bosnia si intensificano. Guido è tra i pochi giornalisti a intervistare in quel periodo il
leader serbobosniaco Karadzic. Il 27 maggio 1993 parte con altre
quattro persone per seguire un progetto di solidarietà e di invio di aiuti
umanitari diretti alla città di Zavidovici in Bosnia centrale. Il 29 maggio il
convoglio viene fermato e derubato da un reparto dell’Esercito bosniaco. Guido
Puletti, Sergio Lana e Fabio Moreni vengono uccisi mentre gli altri due
componenti del gruppo, Agostino Zanotti e Cristian Penocchio, riescono a
fuggire e a salvarsi. Cinzia Garolla Francesco Germinario [*] Introduzione al volume: Guido Puletti, Il mondo che non c’è,
Datanews, Roma, 1996, che include i seguenti scritti: Desaparecido: l'esperienza dei carcere. Quel
giorno del 1977 a Buenos Aires quando mi portarono via da casa; Dove la tortura
è il pane quotidiano la vita di un uomo vale una pallottola Un pianeta in crisi. I malanni strutturali
del capitalismo mondiale Bambini nel mondo. Piccole storie di
ordinaria, adulta follia America Latina. Una pampa di cambiali
ammuffite; Tornando a casa; Peronismo liberista Africa. Un gigante dai piedi d'argilla; Nel
bunker del fondo monetario; Una trappola per Hassan; Le donne del deserto;
L'isola rossa non c'è più Stati Uniti. Terra amara Europa. Una comunità inafferrabile nel cuore
dell'Europa; La spinta dell'est; Germania anno zero; L'onda d'urto del 1989 Ex Jugoslavia. "Grazie di essere
venuti"; Maledizione feudalesimo; La città assediata; Sarajevo. ![]()
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Ilario Salucci, "Un eccidio senza luce", terrelibere.org, 22 settembre 2001, http://www.terrelibere.org/doc/un-eccidio-senza-luce |