Tratta delle donne e sfruttamento sessuale:
corpi
attraversati dalla violenza, sogni in viaggio
Di Ada Trifirò,
gennaio 2006
Premessa
La cosa più
difficile quando si parla di tratta di esseri umani, e in particolare di tratta
a scopo di sfruttamento sessuale, è riuscire a consegnare a chi ascolta o a chi
legge la complessità del fenomeno, la molteplicità degli aspetti che lo
compongono e delle cause che lo determinano. E nel contempo distoglierlo da una
immagine parziale, che è quella che viene generlamente proposta dai mezzi di
comunicazione di massa. E poi riuscire a rendere evidente che di questo “tutto”
nel quale la tratta si inserisce e si produce facciamo parte anche noi.
Perché il
fenomeno non riguarda solo le donne trafficate e i gruppi criminali che le
trafficano, estremamente dinamici e pronti a strutturare nuove strategie e
nuove rotte appena le loro modalità di organizzazione vengono individuate. Riguarda
nella loro totalità i paesi di origine e quelli di destinazione; e riguarda
questo nostro mondo che si trova di fronte a sfide sempre più faticose, a livelli
di povertà crescenti, a conflitti inarrestabili, a dissesti climatici e
ambientali di dimensioni sconosciute prima. Riguarda le persistenti e sempre
più problematiche forme di discriminazione di genere che possono spingere le
donne a partire, a qualunque costo. Riguarda gli sfruttatori così come i
clienti o le comunità delle quali fanno parte; i “totalmente estranei” come gli
“indifferenti”.
E assumere una
consapevolezza di ciò diventa difficile ogni giorno di più; perché la “guerra
permanente” ci ha trascinato in una percezione di pericolo e di accerchiamento e
ci rende sempre più insensibili a quello che accade al di là dalle nostre
comode vite, da tutelare al di sopra di tutto. Ma non è possibile guardare oggi
all’esplosione che il fenomeno ha raggiunto senza conoscerne la storia o ripercorrere
i passaggi epocali avvenuti tra gli anni ’80 e ‘90. E senza conoscere e “ri-conoscere”
le storie delle donne che ne sono vittima, che non possono essere oscurate,
perché sono “vite-con-significato”, anche
quando possono apparire percorsi insensate o senza speranza.
Tra le tante
prospettive dalle quali si può affrontare il tema, dunque, scelgo di tracciare
un quadro sommario del sistema-mondo (quello globalizzato, appunto) nel quale
il fenomeno si genera e di collocare al centro le vicende e le aspirazioni
delle donne che ne sono vittima.
1. Iniziamo da una definizione
Prima di tutto occorre avere chiaro di cosa stiamo parlando. Cos’è la tratta,
dunque, o cosa vogliamo intendere per tratta?
La definizione più ampia e condivisa in sede internazionale è quella contenuta
nel “Protocollo per prevenire, reprimere e punire la tratta di persona, in
particolare di donne e bambini”, allegato alla “Convenzione delle Nazioni unite
contro la criminilità organizzata transnazionale” di Palermo 2000.
Ai sensi del Protocollo, si considera tratta “il reclutamento, il trasporto, il
trasferimento, l’ospitare o accogliere persone tramite l’impiego o la minaccia
dell’impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode,
inganno, abuso di potere o di posizioni di vulnerabilità o tramite il dare o
ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che
ha l’autorità su un’altra a scopo di sfruttamento”. Per sfruttamento si intende
“come minimo, lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di
sfruttamento sessuale, il lavoro forzato o prestazioni forzate, schiavitù o
pratiche analoghe, l’asservimento o il prelievo di organi”.
All’origine
c’è uno spostamento da un paese all’altro, dunque; il reato di tratta tuttavia si
configura soltanto quando esiste un legame “diretto” tra l’atto di facilitare questo
spostamento e un vantaggio concreto ottenuto attraverso varie forme di
sfruttamento che seguono l’arrivo a destinazione. Quando invece le reti
criminali semplicemente “facilitano” il passaggio da un paese all’altro di una
persona, allora la tipologia di reato ricade nella fattispecie del “traffico di
migranti” (smuggling), definito da un secondo Protocollo.
Va subito
detto che la linea di confine tra i due reati non è sempre così netta e può
accadere che persone giunte attraverso canali regolari oppure aiutate solo a
superare le frontiere finiscano comunque per essere controllate dagli stessi
gruppi criminali che gestiscono la tratta. Perché il passaggio della frontiera,
comunque venga realizzato, non elimina la situazione di vulnerabilità,
discriminazione e bisogno cui i migranti finiscono per essere consegnati. E, se
senza documenti è impossibile trovare lavoro o un posto dove stare, allora il
ricorso alle reti criminali può divenire inevitabile.
Inoltre, quando
la vittima è un minore di 18 anni, il reato di tratta si configura anche se
manca uno degli elementi sopra descritti: cioè anche quando non c’è spostamento
fisico da paese a paese oppure anche quando non c’è un legame diretto tra il
trasporto e lo sfruttamento. Questo vuol dire che anche lo sfruttamento sessuale
dei minori all’interno del loro paese - a volte connesso al “turismo sessuale”
– configura il reato di tratta.
Secondo l’organizzazione internazionale Save the
Children, sono circa 1,2 milioni i minori di 18 anni vittime di tratta nel
mondo: bambini e adolescenti venduti o comprati, rapiti o adescati per essere
poi utilizzati prevalentemente nell’industria del sesso e della prostituzione
ma anche nell’accattonaggio, in lavori irregolari o attività illegali,
nell’ambito delle adozioni illegali e del traffico di organi. Sono il 30% delle
vittime della tratta nel mondo e la loro età è compresa tra gli 8 e i 18 anni;
ma la tratta arriva a coinvolgere anche neonati venduti per adozioni illegali a
prezzi che possono variare dai 7.000 ai 15.000 euro.
La tratta, dunque, non
equivale allo sfruttamento della prostituzione ma è un fenomeno ben più ampio. Oggi gruppi criminali più
o meno potenti reclutano donne ma anche uomini e minori, non soltanto per fini
di prostituzione ma anche per lavori entro l’economia informale, matrimoni
servili, adozioni illegali. Secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale
per le Migrazioni (OIM), ne sono vittima circa 4 milioni di persone nel mondo:
di questi, la metà sarebbero donne sfruttate nella prostituzione. In alcuni
casi il fenomeno si combina con il traffico di droga e organi e si alimenta di
nuovi e sempre più terribili modalità oltre a quelle esplicitamente definite
nel Protocollo, come la tratta delle donne incinte e il traffico di ovuli.
Quanto al traffico di ovuli, in Colombia il
fenomeno è stato documentato e denunciato dalla OIM. Secondo le testimonianze
fornite da alcune vittime, pare che la cifra offerta alle donne sia di circa 5
milioni di Pesos (poco più di 1.500 euro). In alcuni casi l’estrazione avviene
in patria; in altri le donne vengono portate all’estero e dopo l’estrazione
vengono obbligate alla prostituzione.
Nonostante le modalità di tratta siano varie, nel mondo occidentale lo
sfruttamento sessuale è il principale ambito di lavoro forzato per i migranti.
Secondo un rapporto recentemente pubblicato dall’Organizzazione Internazionale
del Lavoro (OIL), circa un quinto di tutti i lavoratori forzati nel mondo sono
stati vittime di tratta (oltre 2,4 milioni di persone) e il 43% di loro
vengono utilizzati per lo “sfruttamento sessuale a fini commerciali”. Nei
paesi occidentali (Europa e Stati Uniti) il 75% dei lavoratori forzati sono stati
trafficati a scopo di sfruttamento sessuale: nel 98% dei casi si tratta di donne
e bambine. Secondo stime dell’Europol, un protettore
può guadagnare 110.000 euro all’anno per ragazza. Gli alti introiti hanno
incentivato la proliferazione di reti criminali transnazionali, con base nei
paesi d’origine (specialmente in Russia, Ucraina, Nigeria, Albania e Moldavia)
o nei paesi occidentali di destinazione (Belgio, Grecia, Paesi Bassi, etc).
In Italia sono circa 50mila le vittime della tratta di esseri umani
per scopi sessuali giunte tra il 2000 e il 2004.
Sebbene, dunque, il nesso fra tratta e sfruttamento sessuale sia
particolarmente evidente nel mondo occidentale, è errato pensare che il
fenomeno si accompagni sempre a situazioni di violenza estrema o di coercizione
o comunque di non consenso. La realtà è invece molto più variegata e complessa
e si possono presentare situazioni di prigionia vera e propria così come forme
di condizionamento sottili; comunque, ciò che va ben inteso è che il reato si
configura anche di fronte ad un eventuale “consenso” della vittima.
Facciamo un esempio.
Il paese è la Colombia, lacerata da una guerra che ha fatto 600mila
morti in cinquant’anni. La città Medellín, quella che fa registrare uno dei più
alti indici di violenza al mondo. Negli anni '90, le riforme di stampo
neoliberista hanno provocato una recessione economica di dimensioni mai
conosciute prima. Conflitto armato, violenza diffusa e crisi economica hanno
provocato nei colombiani e nelle colombiane un profondo senso di sfiducia e di
mancanza di prospettive verso il futuro, generando un desiderio di fuga
all’estero. Un’inchiesta realizzata nel 1997 dal quotidiano El Tiempo
rivelava che più del 70% dei cittadini avrebbe voluto emigrare e negli ultimi
10 anni oltre il 10% della popolazione è andato via dal paese.
Amanda è una
giovane donna di Medellín destinata ad essere trafficata in Giappone passando
per il Perù e la Tailandia. Vive un’esistenza abbastanza soddisfacente, nonostante
sia cresciuta senza la madre ed abbia perso il padre quando era adolescente. Tutto
sembra andar bene, fino a quando il marito non perde il lavoro e questo evento demolisce
gli equilibri della sua tranquilla famiglia: lei, il marito, la bimba di 4
anni, la suocera. Quando le viene offerto di incontrare un uomo – il
“peruviano” – “che porta le donne all’estero”, lei accetta. Si presenta al
“colloquio” insieme ad altre ragazze e capisce subito di che tipo di lavoro si
tratta. Per “partecipare alla selezione” deve consegnare delle foto che la
ritraggono nuda e siccome non le ha portate deve farle sul momento. Amanda non
riesce a spogliarsi e comincia a piangere. Il “peruviano” le dice allora di andar
via: se piange solo per delle fotografie, come può pensare di essere adatta a
“quel lavoro”?. Ma Amanda lo supplica di darle un’altra possibilità, lei vuole
partire: perché la vita in Colombia non è facile e lei ha deciso di comprare
una casa per la sua famiglia e di dare un futuro diverso a sua figlia.
Parte per il Perù,
dove si dovrà predisporre la documentazione falsa e organizzare le tappe
successive del viaggio. A Lima viene iniziata alla prostituzione e dopo un mese
parte per il Giappone ma viene
fermata all’aeroporto di Bangkok per possesso di documentazione falsa e passa un
anno in una prigione tailandese: un anno durante il quale la sua famiglia non
sa nulla di lei.
Amanda viene
trafficata. Voleva partire, ma questo elemento non modifica la realtà. Sulla
sua pelle è stato commesso un reato, realizzato mediante l’inganno e l’abuso
della sua situazione di vulnerabilità. Era consapevole che avrebbe esercitato
la prostituzione ma non sapeva che avrebbe viaggiato con documentazione falsa
né quanti soldi avrebbe guadagnato; non conosceva la lingua del paese dove
andava né aveva strumenti per prevedere tutto quello che sarebbe accaduto dopo.
L’assurdità e
la crudezza della sua storia ci aiuta ad avere chiara la complessità del fenomeno.
Dopo un anno di permanenza nella prigione di Bangkok, riesce a mettersi in
contatto con la sua famiglia, che si rivolge alla OIM di Bogotá. Viene liberata
grazie all’intervento della GAATW, che in
collaborazione con la OIM ne predispone il rientro in patria. All’inzio è
felice di essere tornata ma poi qualcosa inizia a cambiare. Il modo in cui sono
andate le cose l’ha messa di fronte alla “interruzione del sogno di cambiamento”
che aveva fatto; e così inizia a pensare di ripartire.
C’è qualcosa di
drammatico nella sua immagine di “futuro desiderabile”? Probabilmente, ma non
spetta a noi dirlo. E comunque non è solo questo l’aspetto che deve far
riflettere. Si tratta certamente di capire quanto l’esperienza del trafficking possa
segnare - a volte in maniera irrimediabile - la vita di una donna; ma anche di avere
chiaro che la decisione di ripartire che Amanda ha preso non esenta dalla
responsabilità del reato i trafficanti che l’avessero fatta ripartire, per tornare
a sfruttarla in situazioni sempre nuove e imprevedibili.
Questo aspetto va tenuto chiaramente presente, perché si affermare spesso –
erroneamente - che il fenomeno appartiene ai contesti e alle epoche nelle quali
le ragazze vengono rapite o partono senza il minimo sospetto di quello che
andranno a fare.
2. I metodi di reclutamento e la lunga catena della
tratta
Ma chi mette in
contatto Amanda con il “peruviano”? È una sua collega di lavoro, con la quale
lei parla in fabbrica delle difficoltà che sta affrontando e di come si sente.
Le persone di
contatto sono spesso persone del quartiere, conoscenti, amici o addirittura
membri della famiglia. La prossimità con la potenziale vittima li mette in
grado di individuare situazioni di vulnerabilità particolarmente marcate; da
qui l’offerta di un contatto con persone che rendono possibile “andare fuori
dal paese”: per cercare un lavoro migliore, per guadagnare di più, per
studiare, per trovare un marito, ecc. A volte sono le stesse donne a rivolgersi
ad “agenzie” la cui presenza sul territorio è generalmente nota.
La proposta sul
tipo di lavoro che si va a svolgere varia a seconda della situazione e del
paese. In alcuni casi viene prospettato il lavoro domestico o la cura di
anziani o bambini o il matrimonio con un uomo benestante; in altri la
prostituzione è uno sbocco noto subito o intuito poco prima della partenza,
anche se difficilmente chiare sono le modalità di esercizio o i guadagni che ne
deriveranno. Oltretutto il contesto nel quale le donne vengono portate,
l’assenza di documentazione o il possesso di documentazione falsa, il debito
acceso per ripagare il costo del viaggio (che cresce in maniera esponenziale
ogni giorno) si trasformano in barriere invalicabili. E per la stragrande
maggioranza di loro – anche se non per tutte, questo è bene dirlo
– uscire da questa trappola diventa impossibile. Così come diventa impossibile tenere
per sé una parte soddisfacente dei guadagni. L’assurdità della situazione nella
quale sentono di vernirsi a trovare, così diversa da quella immaginata, genera in
loro un terribile senso di impotenza che non fa intravvedere possibili vie
d’uscita.
Non conoscono
la lingua del posto né persone di cui potersi fidare; provenendo da paesi con
sistemi istituzionali vacillanti – quando non corrotti – non avranno sufficiente
fiducia nelle istituzioni dei paesi di destinazione. Oltretutto, la situazione
di irregolarità nella quale spesso si trovano le consegna in maniera totale ai
trafficanti, per assurdo loro unici “protettori”. Tutte queste considerazioni possono
portare le donne vittime di tratta a non cercare di uscire dalla violenza,
anche in situazioni estreme. Nella maggior parte dei casi, anzi, proveranno a
trarre profitto dalla condizione nella quale si trovano e magari ad usare
l’astuzia per trovare sbocchi possibili nel paese di destinazione. I “falsi
matrimoni” realizzati dietro pagamento o i legami affettivi sviluppati con i
clienti ne sono un esempio. Difficilmente, invece, il ritorno a casa verrà
visto come una soluzione “riparatoria”, perché significherebbe tornare ad una
situazione ancora più perdente di quella di partenza. Nella maggior parte dei
casi i rimpatri sono realizzati in maniera forzata e riportano le vittime ad un
contesto nel quale non è possibile nessuna forma di reinserimento dignitoso.
I reclutatori non sono che il primo anello
della catena dell’organizzazione, quello più vicino alle donne. A loro si
aggiungono tutti i più svariati personaggi che si occupano di procurare i
documenti, disegnare le rotte, accompagnare alcuni tratti di viaggio o ricevere
le donne a destinazione, controllarle e predisporre abitazione, luogo di
lavoro, assistenza medica e tutto quello di cui avranno bisogno.
I trafficanti però non sono sempre associati
in gruppi di stampo mafioso, anche se la participazione di questi ultimi nella
tratta sembrerebbe in aumento. Per i migranti in partenza dal Sud America, per
esempio, fino a quando in Europa non sono entrate in vigore norme restrittive
in termini di ingresso, era facile arrivare con permessi turistici di 3 mesi,
allo scadere dei quali entravano nell’irregolarità.
Marta, donna colombiana che esercitava la
prostituzione a Trieste nel 2001, era partita come tante altre donne della sua
città, Cali. Un trans della zona che era venuto in Italia già negli anni ’80
aveva iniziato ad organizzare i viaggi delle donne verso l’Italia. Procurava i
documenti, prestava loro il prezzo del viaggio e una somma di denaro per vivere
durante il primo periodo, trovava loro un’abitazione. Ma le donne gli
rimanevano vincolate fino a quando non avevano finito di pagare il debito
contratto, al quale ovviamente venivano applicati tassi d’interesse elevati.
Una ricerca realizzata recentemente su un
campione di donne dominicane vittime di tratta ha rivelato che vengono portate
fuori dal paese attraverso reti “amiche”, organizzatori di viaggi e persino da
familiari o persone conosciute che le motivano a partire. Le aree di destinazione
sono principalmente i paesi del Caribe, America Latina, Europa e Stati Uniti,
dove esse vengono impiegate nell’industria del sesso. L’85% delle donne
intervistate sapeva che tipo di lavoro andava a svolgere.
Anche in Albania, come si dirà meglio
oltre, i casi di tratta gestiti da reti criminali sapientemente organizzate si alternano
ai viaggi organizzati da singoli uomini – i “fidanzati” - che sfruttano una o
più donne; per alcuni passaggi, per esempio per l’ottenimento di falsa
documentazione di viaggio, essi dovranno comunque avvalersi dei “servizi”
offerti da altri.
Ma la tratta
delle donne, di cui sentiamo parlare in maniera quasi ossessiva ad ondate nel
nostro paese - e
l’ossessione della dis-informazione a volte non ci permette di assumerne la
giusta conoscenza e coscienza - non è un fenomeno nuovo. È bene ricordare che
sempre nella storia i corpi delle donne sono stati messi in “vendita” come
merci preziose. I loro viaggi – forzati o volontari – purtroppo non sono
adeguatamente documentati. Nella storia delle migrazioni questo aspetto è quasi
totalmente oscurato e solo oggi, grazie ai drammatici sviluppi che il fenomeno
ha assunto, se ne inizia a cercare gli albori. Qualche ricerca di storia delle
donne o di storia delle migrazioni se ne occupa. E quando i dati sono
inaccessibili, magari sepolti in archivi dai quali nessuno ha pensato di
tirarli fuori, la finzione letteraria ci aiuta a fare luce su alcune drammatiche
pagine di questo passato.
3. Frammenti di storia: la tratta delle “non solo
bianche”
<<L’edificio
in legno, a due piani, decorato con draghi e lampade di carta, si trovava
proprio nel centro del quartiere. Senza bisogno di guardarlo due volte, capii
che si trattava di un bordello. Su entrambi i lati della porta c’erano
finestrelle sprangate da cui si affacciavano visi infantili che invitavano in
cantonese: “entri qui e faccia tutto quello che vuole con una bambina cinese
molto carina”. E ripetevano in un inglese incomprensibile, a beneficio dei
visitatori bianchi e dei marinai di tutte le razze: “Due per guardare, quattro
per toccare e sei per farlo”, mentre contemporaneamente mostravano dei
minuscoli, commoventi seni e tentavano i passanti con gesti osceni che, così
mimati, sembravano una tragica pantomima. (…) Le prostitute più povere tra quelle
povere iniziavano molto presto e raramente arrivavano a diciotto anni; a venti,
se avevano avuto la sfortuna di sopravvivere, erano già vecchie>>.
Sono le sing
song girls nella California di metà 800, dove “il vizio, come le miniere
d’oro, era uno degli affari più redditizi e sicuri”, scrive Isabel Allende. La
scoperta dei giacimenti di metalli preziosi chiamò nella regione uomini da
tutto il mondo e lì dove ci sono uomini soli, immediatamente prolifera anche
l’offerta sessuale. Le sing song girls erano bambine rapite in Cina
dalla strada o vendute dai genitori, i quali il più delle volte credevano
sarebbero state condotte spose alla “Montagna Dorata”. Non venivano scelte tra
le più belle – tranne quando venivano commissionate da uomini che le acquistavano
come concubine – ma tra quelle che avevano una struttura fisica più forte e
costavano meno. E inoltre tra le giovanissime, per la loro docilità.
Venivano
trasportate nelle stive delle navi, nascoste all’interno di grandi casse
imbottite; quelle che sopravvivevano alla dissenteria o al colera o agli abusi
dei marinai – che s’incaricavano di iniziarle al lavoro sessuale - transitavano
dal porto di San Francisco senza nessun ostacolo: “gli agenti dell’immigrazione
che venivano riforniti di bustarelle, chiudevano un occhio davanti all’aspetto
delle bambine e timbravano senza leggere i falsi documenti di adozione o
matrimonio”. Arrivate negli States venivano messe all’asta e addestrate
dalle più vecchie: dovevano imparare “ad attirare i clienti e a compiacerli per
quanto umilianti e dolorose fossero le loro richieste”.
Venivano
costrette a firmare contratti che le vincolavano a chi le aveva “acquistate”
per cinque anni, ma di fatto non avevano nessuna possibilità di affrancarsi.
Per ogni giorno di malattia che impediva loro di lavorare, il periodo di
“servizio” stabilito veniva aumentato di due settimane; e se provavano a
scappare perdevano per sempre la possibilità di tornare libere. Quando si
ammalavano, venivano lasciate morire senza cure.
La tratta delle
donne asiatiche raggiunse nella seconda metà dell’Ottocento un elevato livello
di organizzazione ed esse non venivano spostate solo verso il nuovo continente
ma nella regione. Dalla Cina venivano inviate nelle colonie di Hong Kong e
Singapore, a quel tempo interessate da un rapido sviluppo dell’industria e dalla
realizzazione di opere infrastrutturali. <<È documentato – scrive Paola
Monzini – che solo una minoranza di donne partiva di propria volontà: la grande
maggioranza era formata da ragazze rapite, ingannate o cedute a “mediatori”
dalle proprie famiglie>>.
In America Latina e nel Caribe il fenomeno è
presente sin dall’avvio della conquista, quando a seguito dei colonizzatori venivano
condotte volontariamente o in maniera forzata dall’Europa e dal Sud est
asiatico. Le stesse indigene ne furono vittima: conquistate come bottino di
guerra e trasformate in schiave sessuali. Successivamente alle prime fasi della
colonizzazione, all’arrivo dagli altri continenti si aggiunsero anche gli
spostamenti da un paese all’altro della stessa area. Nel continente latino, il
fenomeno raggiunse dimensioni consistenti a partire dagli anni ’40 ed una delle
principali aree di destinazione fu il Caribe. Nell’isola di Curazao - al tempo
colonia olandese - il governo istituì in quel periodo il postribolo denominato Campo
Alegre, oggi Le Mirage, per «soddisfare le
necessità sessuali di uomini soli: marinai olandesi, militari degli Stati Uniti
e operai delle multinazionali». Per
preservare l’onore e la virtù delle donne del posto, si permetteva di lavorarvi
soltanto a donne straniere, che ricevevano un permesso di soggiorno di tre
mesi.
Le prime donne che vi giunsero provenivano da Cuba
e dal Venezuela; in seguito cominciarono ad arrivare anche dalla Repubblica
Dominicana e dalla Colombia. Alcune viaggiavano in maniera indipendente,
consapevoli del tipo di lavoro che andavano a svolgere. Altre venivano
ingannate da intermediari con false offerte di lavoro. A partire da quella
data, circa 25.000 donne avrebbero lavorato al Le Mirage. Il fenomeno si
estese ad altre colonie olandesi, come Aruba, Saint Martin e Suriname. Molte di
queste realtà si convertirono per migliaia di donne in luogo d’iniziazione e
ponte di transito per l’esercizio del lavoro sessuale in Europa, specialmente
in Olanda.
Nonostante il coinvolgimento nel fenomeno di donne provenienti
da varie aree del mondo, maggiormente nota e documentata è la “tratta delle
bianche”, che spostava giovani europee (“bianche”, dunque) verso le case di
appuntamento e i locali delle colonie e delle grandi metropoli dell’epoca. Secondo Corbin il il fenomeno ebbe avvio
per consentire il ricambio continuo di “offerta” all’interno delle case chiuse
e dei bordelli del Belgio e dell’Olanda e – in misura minore – di Francia e
Germania; le donne venivano prevalentemente dall’Inghilterra. Solo in seguito le
rotte hanno preso a dirigersi verso i paesi dell’Europa orientale (Polonia e
Russia, soprattutto) e le Americhe.
La vendita delle “bianche” conobbe un’espansione
notevole tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando la seconda
rivoluzione industriale mise in crisi le realtà socio-economiche tradizionali,
spingendo ad emigrare e a tentare fortuna altrove. Le ragazze venivano rapite o
reclutate con l’inganno e successivamente portate nelle principali città
portuali d’Europa, da dove partivano i carichi per le colonie. Nell’area
mediterranea i principali porti erano Marsiglia ed Alessandria d’Egitto, per il
nord Europea Amburgo e Rotterdam.
Il fenomeno raggiunse uno sviluppo talmente drammatico
da indurre a individuare strumenti di contrasto. Venne così siglato nel 1904 l’Accordo
internazionale per la repressione della tratta delle bianche e nel 1910 si
giunse alla prima Convezione internazionale “per la repressione della tratta
delle bianche”. Il primo strumento ad hoc adottato dalle Nazioni unite fu, nel
1950, la “Convenzione sulla repressione della tratta degli esseri umani e lo
sfruttamento sessuale altrui”, che si focalizzava ancora prioritariamente sulla
tratta a scopo di sfruttamento sessuale.
4. Nell’era dell’economia
globale: scenari contemporanei
È evidente da quanto detto che alcune
caratteristiche dell’odierno trafficking appartengono almeno alla storia
moderna. Tuttavia oggi il fenomeno assume caratteristiche e dimensioni inedite.
Diventa più ampio il bacino di provenienza, aumentano i paesi di destinazione e
si diversificano le cause. Si riducono le distanze e diventano più facili gli
spostamenti. Emergono fenomeni nuovi ad esso collegati, come il turismo
sessuale e tutte le svariate offerte dell’industria del sesso. E poi, si
riducono i viaggi forzati e le forme di inganno diventano sempre più sottili ma
aumenta anche la disponibilità delle donne ad accettare il lavoro sessuale come
opzione di guadagno.
Gli anni ’80 e ’90 hanno sicuramente portato con sé
cambiamenti che sono stati determinanti. Il crollo del blocco sovietico ha aperto la strada
verso una difficile e lenta transizione che per milioni di persone significa
ancora oggi precarità e mancanza di copertura di diritti più basilari. Nei
paesi del Sud come in quelli del Nord si è imposta l’applicazione di politiche
di stampo neoliberista che hanno reso più profondo il varco esistente tra
ricchi e poveri. La distanza tra Nord e Sud del mondo in termini di benessere socio-economico
e giustizia sociale è in progressivo aumento. E poi, l’estendersi di conflitti
già esistenti e l’esplosione di nuove guerre ha generato senso di insicurezza e
desiderio di fuga per intere popolazioni.
E mentre tutto ciò avveniva, il modello di vita
della società dei consumi diventava riferimento in aree sempre più ampie del
mondo. Inoltre, nel Nord ricco e dei diritti – oggi ormai purtroppo sempre più
nominali –mestieri non più coperti dalla manodopera locale esercitano una
funzione di attrazione.
Le implicazioni
che in siffatti scenari si registrano sulla vita delle donne sono a volte
drammatiche. In occasione della conferenza di New York “Pechino + 10”, numerose
organizzazioni e associazioni hanno fatto il punto sui progressi e sulla strada
da compiere per vedere realizzata la piattaforma firmata nel 1995 nella
capitale cinese. Però purtroppo i dati a disposizione parlano di un grave e
generalizzato peggioramento della posizione delle donne.
Non è casuale,
dunque, se oggi il 51% di tutti i migranti nel mondo sono donne, le quali -
secondo uno studio realizzato dalle Nazioni Unite - migrano spinte più da
ragioni di emancipazione personale piuttosto che per far fronte alle necessità
economiche della famiglia: fuggono cioé da forme di discriminazione di genere
divenute per loro insostenibili. Spesso in famiglia sono le uniche a prendere
l’iniziativa e assumono un dinamismo e un ruolo fondamentale anche per gli
altri membri del nucleo.
Una buona parte delle migranti è costituito da
madri singles; <<circa un quinto delle famiglie nel mondo ha a capo una
donna: il 25 per cento nel mondo industrializzato, il 19 per cento in Africa,
il 18 per cento in America Latina e nell’area caraibica e il 13 per cento in
Asia e nel Pacifico. Molte di loro sono sole perché sono state abbandonate dai
mariti o perché sono fuggite da compagni violenti. Oltre alle madri single,
esiste anche un gruppo poco visibile di madri “quasi” single, solo nominalmente
sposate a uomini alcolizzati, giocatori d’azzardo o semplicemente troppo
provati dalle difficoltà della vita>>. L’apporto che esse danno alle
economie locali è a volte notevole: basti pensare al caso Filippine, ove tra il
34 e il 54 per cento della popolazione basa oggi il proprio sostentamento sulle
rimesse dei lavoratori emigrati, i due terzi dei quali sono donne. Ma il
fenomeno apre scenari preoccupanti se si pensa che il 30 per cento dei bambini
filippini vivono in famiglie nelle quali almeno un genitore è emigrato
all’estero.
In un contesto
siffatto, reti di traffico da sempre esistenti in funzione “facilitratrice”
hanno via via raggiunto una strutturazione sapiente e capillare. La loro
organizzazione si è affinata e rafforzata nel tempo, tanto da farli divenire
capaci di gestire e accompagnare lo spostamento di migliaia di persone ogni
anno. Una caratteristica di queste reti, oltre alla loro potenza e
spregiudicatezza, è la capacità di studiare nuove rotte appena una di quelle
battute viene messa in pericolo dai controlli delle forze dell’ordine. Le donne
che ne sono vittima sono sempre più giovani e con minore esperienza e
provengono da contesti socio-economici sempre più marginali; dunque sono meno
preparate a proteggersi.
La tratta delle
donne a scopo di sfruttamento sessuale è un fenonemo che ormai interessa intere
aree del mondo e non solo l’area occidentale: anche questo è bene ricordarlo
per rimuovere la percezione dell’invasione che il cosidetto “Nord” sta subendo
e non oscurare la natura globale del fenomeno.
L’industria del
sesso si amplia e si diversifica ovunque e le modalità di sfruttamento del
lavoro sessuale sono le più varie. Dalla prostituzione di strada, quella più
visibile, alla prostituzione negli appartamenti, negli hotel, nei locali
notturni. Le aree maggiormanente interessate sono il Sud Est Asiatico,
l’ex-blocco sovietico e l’area latino-caraibica. Ma il fenomeno è presente
anche in Africa e nell’area mediorientale.
Nigeria, Ghana, Etiopia e Mali sono i
principali paesi di provenienza per le donne trafficate per l’area africana.
Dalla Nigeria le donne partono verso Italia, Belgio e Paesi Bassi
principalmente per la prostituzione. Mentre per gli altri paesi prevale il
lavoro domestico sfruttato. Ma l’Africa centrale e occidentale è un’area marcata
da gravi forme di violazioni dei diritti umani, prima fra tutte lo sfruttamento
del lavoro dei bambini. Secondo le denunce di Human Rights Watch, sarebbero
migliaia i minori sfruttati nell’area in condizioni di schiavitù.
A volte le vittime della tratta internazionale hanno iniziato esperienze
lavorative già in tenera età e in contesti pericolosi.
Jenny è una ragazza nigeriana, la prima di
dieci figli, trafficata in Italia alla fine degli anni novanta. Nella sua
infanzia pochi altri ricordi oltre il lavoro, iniziato con i compiti domestici
e il dovere di aiutare la madre, rimasta vedova, nella crescita degli altri
fratelli. Finite le elementari, inizia a lavorare fuori casa.
<<Quando ho
finito la scuola ho detto: “cosa vuoi fare?”. Vedevo com’era la vita di mia
mamma, come soffriva, che era difficile darci da mangiare, mandarci a scuola,
che non c’era nessuno che ci aiutava, allora ho detto: “Vado in città” Sono
andata a Benin City, da sola e mi sono messa a lavorare per fare i soldi, per
aiutare mia madre>>.
Inizia come baby sitter, poi fa la
domestica, poi finisce a servire ai tavoli in un locale, poi di nuovo lavori
domestici. A dodici anni è già di ritorno a casa, costretta a scappare da una
famiglia nella quale il padrone aveva cercato di abusare di lei. E non può sorprenderci
se alla fine incontra un uomo che le dice: “perché non vieni in Italia? Si sta
molto bene lì”. Jenny viene trafficata ed era poco più che diciottene.
<<Ho detto:
“Cosa vuoi fare?” La mia famiglia mi diceva: “Vai in Italia che lì ci sono i
soldi! Noi abbiamo fame, abbiamo bisogno!”. Ho detto: “Ma voi sapete come
vivono lì?”, e loro: “Vai, lì in Italia lavori in campagna, raccogli pomodori,
aiuti a tenere i bambini, aiuti i vecchi, fai cose così>>.
Recentemente, anche il Sudafrica ha
fatto la sua apparizione fra i paesi di provenienza. Secondo dati forniti dal
Ministero della Sicurezza, infatti, nel solo 2004 sono spariti 3.591 tra donne,
uomini e bambini: 9 persone al giorno. Secondo le autorità era dal 2001 che non
si contava un numero così elevato di casi. La provincia di Gauteng è la più
colpita: qui, negli ultimi 4 anni si sono perse le tracce di 1.461 persone
(13.000 in tutto il territorio nazionale).
L’area del Mediterraneo orientale figura
invece come zona di destinazione. Secondo un rapporto presentato alla Knesset
nel mese di marzo 2005, sarebbero circa 3000 le donne
trafficate in Israele, provenienti da Russia, Moldova, Ucraina, Uzbekistan e
Kazakhistan. <<Vengono vendute all’asta, poi chiuse nelle case di
appuntamento dove sono costrette a lavorare 7 giorni la settimana fra le 14 e
le 18 ore al giorno. Per ogni cliente richiedono in media circa 20 euro, la
maggior parte di questi trattenuti dai protettori>>.
Il loro sistematico sfruttamento genererebbe profitti
pari ad un miliardo di dollari l'anno.
In un rapporto del 2001
publicado da Amnesty International, una psicologa ucraina racconta la storia di
come fu introdotta illegalmente in Israele. Credeva di andare a lavorare come
rappresentante di un’azienda ma appena arrivata le venne sottratto tutto quello
che portava con sé e rimase rinchiusa in un appartamento per due mesi,
obbligata ad esercitare la prostituzione.
Le barriere
sempre più rigide poste all’entrata nell’Unione europea hanno, inoltre, l’effetto
di trasformare regioni che hanno avuto un tradizionale ruolo di “transito” in
aree di destinazione. È il caso della Turchia. La mafia locale ha iniziato a
gestire le rotte del traffico canalizzando l'esodo
kurdo, turco e armeno. Poi il paese è divenuto luogo di transito di migranti
provenienti dall’Asia (India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka) e dai
nuovi Stati dell’ex Unione Sovietica. Attraverso il Mar Nero, oggi le donne che
giungono in battello dall’Ucraina e dalla Moldavia ma anche da Russia, Azerbaijan,
Kirguistan, Romania, Georgia iniziano a fermarsi. In Turchia la prostituzione
viene esercitata tradizionalmente da donne del posto nelle cosidette “case
generali” ma recentemente è emersa anche qui la domanda di donne giovani ed
esotiche, cui il nuovo affare fornisce ampia offerta.
5. Il Sud est asiatico: area leader nel mondo
Negli anni ’90
il Sud est asiatico si è imposto come area leader nel campo dell’industria del
sesso ed è da qui che proveniene più della metà di tutte le persone trafficate
nel mondo. Da
quest’area le donne arrivano ai paesi del Nord del mondo ma anche ai paesi
vicini: verso l’India vengono trafficate ragazze dal Bagladesh e dal Nepal. Dal
Bangladesh vengono anche portate in India e Pakistan. Dal Vietnam in Cambogia e
dalla Cambogia verso la Tailandia. E dalla Tailandia in Giappone.
Secondo i dati
della OIM, negli anni ’80 e ’90 200mila donne sarebbero state trafficate dal Bangladesh
a scopo di prostituzione. Nel 1993 l’ambasciata
Tailandese in Giappone denunciava che fra 80mila e 100mila donne tailandesi erano
sfruttate nella prostituzione sul territorio nipponico. Attirate
con la promessa di impieghi remunerativi, esse finiscono per trovarsi
intrappolate in debiti elevatissimi (dai 25 mila ai 40 mila dollari) che le
obbligano ad anni di lavoro coatto.
In Tailandia l’origine
del fenomeno risale alla metà del secolo XIX, quando venne favorita un’immigrazione
massiccia di operai agricoli cinesi per incrementare la produzione. Un numero considerevole
di donne seguì spontaneamente la corrente migratoria, altre vi vennero
trasferite forzatamente. In un rapporto del 1933 della Società delle Nazioni,
la Tailandia figura già come paese di destinazione di donne straniere. Secondo
stime ivi contenute, ogni anno fra 2mila e 3mila donne cinesi arrivavano per
esercitare la prostituzione. Il fenomeno conobbe un’altra fase di espansione
alla fine degli anni sessanta, a causa dell’installazione di numerose basi militari
americane nella zona. Dopo la fine della guerra in Vietnam, l’industria del
sesso si espanse e il paese divenne meta di turismo sessuale.
Il paese divenne
così luogo di destinazione di donne provenienti dai paesi confinanati di Laos,
Cambogia, Birmania (oggi Myamar). Le stesse donne tailandesi iniziarono ad
essere trafficate internamente e anche verso l’esterno, principalmente verso il
Giappone. Nelle aree povere del paese, come nei paesi vicini, decenni di
migrazione destinata alla prostituzione ebbe un impatto spaventoso. Al vedere
tornare ragazze con denaro sufficiente a mantenere tutta una famiglia abituata
a vivere di stenti, iniziarono ad essere gli stessi padri a cercare gli
intermediari e a “vendere” le proprie figlie poco più che bambine. Oppure erano
le stesse che chiedevano di seguire in città le sorelle più grandi già partite,
per sfuggire ai carichi familiari.
Bastava poi un
evento inatteso nella vita di una famiglia (un cattivo raccolto o la morte di
uno dei componenti) perché le figlie – non i figli maschi – venissero vendute
per poche decine di dollari. Ma si finì anche per ricorrere a questo “mezzo” per
potersi permettere l’acquisto dei beni di consumo desiderati.
A volte anche giovani donne rimaste vedove o abbandonate dai mariti non avevano
altra strada che ricorrere alla prostituzione. Le terribili storie di violenza che
giungevano nei villaggi non fermavano le donne dalla decisione di partire per
“tentar la fortuna”.
L’industria del
sesso è senz’altro uno dei settori economici trainanti nell’area e, oltre a
soddisfare la domanda di clienti locali si rivolge anche alla rilevante
presenza turistica. Una ricerca realizzata dalla OIL segnala che una
percentuale compresa fra il 2 e il 14% del Prodotto Interno Lordo (PIL) di
Indonesia, Malaysia, Filippine e Tailandia proviene proprio dal turismo
sessuale.
In
Asia vive oggi più della metà della popolazione mondiale, i due terzi di coloro
che nel mondo vivono con meno di un dollaro al giorno, più della metà delle
persone affamate e di quelle prive di abitazioni decenti, il 60% di coloro che
non dispongono di acqua potabile e il 71% di coloro che non hanno accesso a
cure sanitarie moderne. Asiatico è, inoltre, il 43% dei bambini che muoiono
prima di compiere cinque anni, mentre nel sud-est asiatico il 36% dei neonati
non supera le prime quattro settimane di vita.
6.
America latina e Caribe: la decada perdida
Gli anni ’80 sono per l’area latina la decada
perdida, il
decennio perduto cioè, perché l’arretramento che vi si registrò in termini di
benessere generalizzato per la popolazione e di tutela dei diritti fu di
dimensioni ampie e inattese. L’ingresso nel mercato mondiale e le successive
riforme di aggiustamento strutturale applicate comportarono costi economici e
sociali elevatissimi in tutta l’area. Ed è
proprio alla metà del decennio che si colloca l’inizio della esclalation crescente
che, anche qui come altrove, il trafficking iniziò a far registrare.
In Sud America il fenomeno non
è stato oggetto di analisi come in altre regioni del mondo (in Europa,
soprattutto) e non si hanno informazioni approfondite sul numero delle vittime,
le reti di trafficanti, le rotte e le modalità che il fenomeno assume. Un
quadro scarno è quello che emerge da un rapporto pubblicato qualche anno fa
dall’Organizzazione degli Stati americani (Organización de Estados Americanos-
OEA), che scaturì prevalentemente dall’elaborazione di fonti secondarie: studi
di caso, notizie divulgate nei massmedia, rapporti di istituzioni incaricate di
vigilare sull’adempimento della legge, governi e ONG.
I principali paesi di origine sono Nicaragua,
Honduras, El Salvador, Paraguay, Ecuador, Venezuela, Brasile, Colombia,
Repubblica Dominicana. Da qui le donne vengono spostate sia all’interno della
regione, che verso Europa e Asia. I principali paesi di destinazione sono
Olanda, Spagna, Germania, Grecia, Italia e Svizzera. Tuttavia, tra le mete
figurano anche paesi asiatici come Hong Kong, Singapore, Tailandia, Corea ma
soprattutto Giappone. Centro America e Caribe sono contemporaneamente area di
transito e di destinazione per la tratta inter-regionale.
Si stima che 50.000 donne della Repubblica
Dominicana e 75.000 del Brasile siano coinvolte nell’industria del sesso
all’estero, principalmente in Europa, anche se non è chiara la percentuale di quante
si possono considerare vittime della tratta.
Oltre alle rotte internazionali
prevalenti, se ne segnalano altre meno battute: per esempio, quella tra Cile e
Giappone. Nel 2003 è stata scoperta una rete gestita da una donna (Anita
Alvarado) che veniva denominata “la geisha cilena”. Era divenuta milionaria
dopo aver esercitato la prostituzione in Giappone e adesso si occupava di
reclutare e trafficare altre donne. Sono, inoltre, state anche individuate reti
che trasportavano le donne in Italia (a Parma e Venezia) dall’Uruguay a dal
Paraguay all’Argentina e alla Spagna.
In misura inferiore, la tratta
regionale ha come destinazione i paesi del Cono sud. Secondo notizie apparse
sulla stampa cilena, per esempio, circa il 50% delle donne straniere che lavorano
nei locali notturni della zona orientale di Santiago del Cile sarebbero
sfruttate sessualmente. Esse sarebbero principalmente di nazionalità argentina
e colombiana.
L’età delle donne latine coinvolte
nel trafficking varia tra i 18 e i 45 anni ma la frequenza più alta si registra
tra 19 e 29; è coinvolto, tuttavia, anche un notevole numero di minori. Anzi, la diffusione della prostituzione infantile
nel continente è considerata dalla Organizazión de Estados Americanos
(OEA) una delle problematiche che alimenta e contribuisce a determinare il traffico.
In Guatemala il fenomeno coinvolge
soprattutto minori dei paesi vicini: principalmente El Salvador, Honduras e
Nicaragua. La polizia di Ciudad de Guatemala informa
che, solo in questa città, ci sono 2.000 bambine sfruttate in più di 600
bordelli. Tra le minori sfruttate sessualmente nella capitale, rilevante
è la presenza di bambine rimaste orfane in seguito dell’uragano Mitch.
In Colombia, il Comitato
Inter-istituzionale per la Lotta contro il Traffico di Donne, Bambine e Bambini
stimava nel 1999 che ogni giorno scomparivano nel paese 15 minori, 12 dei quali
a Bogotá; nella maggior parte dei casi, la loro destinazione era la
prostituzione. Secondo la “Procuradoría general de la Nación”, 30mila minori esercitano
la prostituzione in Colombia, molti dei quali vittima di traffico interno. Nel
1997 in Colombia una ricerca della “Defensoría del Pueblo” ha stimato la
presenza di 2mila bambini e bambine nella prostituzione a Cartagena, principale
città turistica del paese. Sono stati, inoltre, individuati uffici turistici
nazionali e stranieri che offrivano ai turisti pacchetti comprensivi di
biglietto aereo, hotel a cinque stelle, pasti e “bambini” con cui
intrattenersi.
Secondo quanto riporta la OEA,
la ONG Casa Alianza stima che a San José (Costa Rica) si trovano 2mila bambine
coinvolte nella prostituzione. Fonti istituzionali, inoltre, segnalano la
presenza di 25mila bambine “prostituite” nella Repubblica Dominicana e 500mila
in Brasile, in maggioranza trafficate internamente.
Tra le zone critiche per la tratta dei
minori, alcune aree di confine e località che sono meta di turismo di massa.
Nella città messicana di Tapachula, nello stato del Chiapas, al confine con il
Guatemala, si stima che il 90% delle prostitute siano centroamericane e circa
la metà di loro hanno un’età compresa tra i 13 e i 17 anni.
Le città turistiche del Costa Rica sono luogo di destinazione di minori
provenienti da Colombia, Repubblica Dominicana e Filippine. Nelle case di
massaggi e nei locali notturni di Panama sono presenti ragazze latinoamericane,
soprattutto colombiane e dominicane.
7. I paesi in transizione: dopo l’abbattimento
delle frontiere, altre frontiere
Gli anni ottanta
portano con sé un altro cambiamento epocale: la caduta del muro di Berlino e il
crollo del blocco sovietico. La fase di transizione post-comunista ha
precipitato nella povertà ed ha messo in ginocchio interi paesi. Le scarse
sicurezze sociali garantite dalle vecchie infrastrutture pubbliche si sono via
via sgretolate e la loro ricostruzione si è rivelata un passaggio non facile. Nei
primi anni ’90, la dimensione dell’abbandono nel quale si trovano intere fasce
di popolazione è immensa e i tempi imposti dai cambiamenti non corrispondono
alle aspirazioni dei singoli.
Per le donne la
perdita di posizioni rispetto al passato è immediata e di dimensioni rilevanti.
Prima dell’89, nei paesi dell’ex blocco sovietico il
tasso di attività delle donne era il più alto nel mondo, così come il livello
di scolarizzazione, che in alcuni paesi superava quello degli uomini. Il valore
dell’occupazione per tutti, uomini e donne, era una asse portante dell’ideologia
ufficiale; così, anche l'emancipazione delle donne doveva passare
prioritariamente attraverso la loro partecipazione attiva alla vita produttiva.
Tuttavia va detto che il “femminismo di stato” non si tradusse quasi mai in una
realtà di pari opportunità; anzi, in alcuni paesi – come l’Albania - non
intaccò in maniera significativa il sistema culturale patriarcale che reggeva
la vita delle comunità. Fu dunque fatale che, ritornate alla sfera familiare
dopo la chiusura dei luoghi di lavoro, le donne vedessero incombere la minaccia
di vedere retrocessa la propria posizione di decenni, sia nella sfera pubblica
che in quella privata.
<<Mio
padre ha sempre bevuto tanto ma dopo la morte di mia mamma è peggiorato.
Nell’ultimo periodo mi faceva sempre storie perché non era d’accordo che
studiavo. Noi abitavamo fuori città e dopo aver finito la scuola con ottimi
voti non avevo nessuna intenzione di fare la casalinga, come voleva lui. Quindi
me ne sono andata di casa. (...) In Ucraina, quando non hai la casa che ti ha
dato lo Stato e non hai soldi da parte, trovare un posto dove stare è
difficilissimo. (...) Io pagavo un affitto che superava la mia busta paga: 25
dollari, più l’acqua e il gas. La casa costava tantissimo, per questo abbiamo
deciso che era meglio che mia sorella lasciasse gli studi e si trovasse un
lavoro. Lavoravamo per vivere, solo per vivere, non riusciva a risparmiare
niente. Sempre debiti, sempre debiti>>.
È Diana che
racconta, una ragazza ucraina trafficata in Italia verso la fine degli anni
Novanta. Negli anni in cui lei decide di venire via, l’80% delle donne erano
disoccupate, il cibo era razionato e bisogna fare i salti mortali per trovare
l’indispensabile a sopravvivere. <<Io volevo più vita, più lavoro, forse
anche mettere su un’attività mia. Così ho preso la decisione di
andarmene>>. Diana pensava che bastasse il passaporto per andare in
Italia invece scoprirà che l’unico rapido “lasciapassare” per raggiungere l’Ovest
in quel momento per lei era la prostituzione.
Dall’Europa
dell’Est e dall’ex-blocco sovietico proviene oggi la maggior parte delle donne
trafficate a fini di prostituzione in Europa occidentale. Moldavia, Ucraina,
Romania, ma anche Lituania e Russia sono i principali paesi di origine. Ma il
bacino di provenienza si amplia e si sposta sempre più verso est. Secondo i
dati della OIM, nel 1999 4mila donne sono state trafficate dal Kirguistan e
5mila da Kazajstan, prevalentemente a scopo di sfruttamento sessuale.
In Italia negli
anni ’90 la nazionalità dominante tra le vittime della tratta era costituita
dalle albanesi; oggi in Europa Occidentale e nei Balcani la maggior parte delle
donne trafficate provengono da Moldavia e Romania. In Moldavia su un totale di
4 milioni di abitanti si calcola che 1 milione vive all’estero. Nel 1998 il
Ministero degli Interni stimava che 400mila donne fossero state oggetto di
tratta in un decennio ma ong e ricercatori sostengono che la cifra sia ancora
più elevata. Sembrano cifre inverosimili e forse sono anche sovradimensionate.
Ma sono stime che comunque ci permettono di intuire la percezione che del
fenomeno si ha in un paese con la Moldavia, dove l’emergere del fenomeno ha
rappresentato una frattura enorme con la cultura ed il sistema di valori del
passato.
I paesi dell’Europa centrale vicini all’Unione rappresentano
nella stesso tempo area di provenienza, transito e destinazione. Si è
sviluppata, infatti, nell’area un’industria del sesso che copre la domanda dei
clienti locali ma anche dei turisti occidentali. La Romania, per esempio, oltre
ad essere grosso bacino di provenienza, costituisce paese di transito ma sta
anche stabilizzando il suo ruolo di paese di destinazione. Le donne ivi
impiegate provengono da Ucraina e Moldavia ed esercitano la prostituzione negli
alberghi, in appartamento, nei bar, nei bagni pubblici ma anche nelle strade
della capitale e delle altre grandi e medie città.
L’Ungheria è divenuta una delle principali sedi europee dell’industria
pornografica e la regione di frontiera tra Bulgaria, Grecia e Macedonia è considerata
“il mercato del sesso più ricco di tutti i Balcani”.
Una posizione rilevante
fra i paesi in transizione viene ricoperta senz’altro dall’area balcanica, e
soprattutto da Albania, Bosnia-Herzegovina e Kosovo. L’Albania ha avuto per
anni un ruolo strategico nell’ambito dei traffici di armi, droga e migranti
verso l’Europa e, sebbene i flussi di “merci” e “persone” in partenza da qui si
sia ridotto negli ultimi anni, nel “paese delle aquile” si è sviluppata via via
una fiorente industria del sesso, mentre i gruppi criminali costituitisi nel
corso degli anni ’90 hanno raggiunto notevole potere e capacità di azione anche
fuori dai confini nazionali.
L’assenza di
garanzie istituzionali che ha caratterizzato gli anni della guerra ha, infine,
fatto sì che alcune zone della ex-Jugoslavia, venissero utilizzate come piattaforma
di transito verso l’Europa e divenissero altresì aree di sempre maggiore sfruttamento
sessuale.
Secondo i
risultati di una ricerca realizzata da IOM, le donne destinate al Kosovo vengono
trafficate da 3 a 6 volte prima di arrivarvi. E il Kossovo attualmente
rappresenta, oltre a importante luogo di sviluppo dell’industria del sesso
anche esempio emblematico della stretta relazione esistente tra presenza
militare e sfruttamento della prostituzione.
8. Presenza militare e sfruttamento sessuale
<<Il
Blues Sky sarebbe stato posto sotto sequestro e loro [N.d.a: le ballerine]
si sarebbero trovate a spasso. Un vero peccato. Io invece avrei potuto
ricavarci un bel po’ vendendone alcune alle bande di kosovari che da tempo
ronzavano intorno ai locali del nord est a caccia di ballerine professioniste
per i locali di Pristina. La gloriosa guerra di liberazione era finita da un
pezzo, ma le truppe della Kfor, la forza di pace, non se n’erano ancora andate.
E come tutti i soldati, anche loro avevano voglia di divertirsi e di
scopare>>.
La guerra non è
solo una delle cause scatenanti della tratta, in quanto affligge tanti paesi di
provenienza delle vittime. In realtà c’è uno stretto e inquietante legame che
corre tra presenza militare e prostituzione o tra guerra e tratta delle donne a
scopo di sfruttamento sessuale. Ed è un legame presente in varie epoche
storiche ed in varie parti del mondo e che annovera tra i suoi protagonisti non
soltanto spietati soldati (come quelli dell’esercito imperiale giapponese), combattenti
appartenenti alle file della guerriglia o del paramilitarismo (come accade
nella tormentata Colombia) ma anche soldati delle cosidette “forze di pace”.
Tutto ciò
accade per un banale fatto: perché la guerra schiera “uomini” e li separa da un
proprio contesto affettivo; così per loro acquistare servizi sessuali diventa
un modo per soddisfare i propri bisogni fisici e affettivi. E fino a qui niente
di strano. Il problema sorge invece quando le donne si trovano in una
situazione di costrizione o quando sono minori di età o quando la presenza
militare scatena processi che conducono ad una diffusione dell’industria del
sesso tale da alterare gli equilibri locali, come è accaduto nel Sud est
asiatico ai tempi della guerra in Vietnam o in Kosovo dopo la guerra.
Dopo il 1999, col l’arrivo della forza internazionale
di peacekeeping (Kfor) e l’istituzione della missione delle Nazioni Unite per
l’amministrazione ad interim (Unmik), il Kosovo è diventato il principale
luogo di esercizio della prostituzione forzata nei Balcani. Si stima che il numero dei nightclub, dei bar, ristoranti,
hotel and nei quali vengono sfruttate ragazze locali e “trafficate” è passato
da 18 a circa 200 dal 1999 al 2003.
Amnesty
International ha più volte lanciato l’allarme sulla gravità della situazione e
nel mese di aprile 2004 ha pubblicato i risultati di una ricerca basata su
interviste e racconti di alcune vittime che accusa in maniera chiara la
comunità internazionale.
Nel periodo 1999-2000 il personale
internazionale avrebbe costituito l’80% dei clienti dell’industria del sesso,
che poi sarebbe cresciuta e diversificata in maniera tale da incontrare anche
la domanda degli uomini locali. Nel 2002 il personale internazionale costituiva
ancora il 30% dei clienti ma continuava a generare la parte più rilevante dei
proventi: circa l’80%. Ad oggi, si stima che i clienti delle vittime di tratta
siano costituiti per il 20% da personale internazionale, nonostante questa presenza
non superi il 2% della popolazione locale.
La maggior parte delle donne straniere
sfruttate provengono da Moldavia,
Romania, Bulgaria e Ucraina; spesso vengono fatte transitare dal Kossovo ma sono
destinate ad altri paesi, tra cui Gran Bretagna, Italia e Olanda.
La ricerca ha rivelato in coinvolgimento
nel fenomeno di donne giovanissime, anche bambine di 11 anni. Sono state le
stesse vittime a raccontare dell’esistenza di “case di vendita” nelle quali vengono
trasferite dietro pagamento da un trafficante ad un altro o da un proprietario
di locale ad un altro. La tariffa può variare da 50 a 3.500 euro. Il rapporto di
Amnesty include testimonianze di coercizione,
sottrazione della libertà, rapimento, maltrattamenti fisici e psicologici e
persino casi di tortura.
<<Data l’importanza strategica della
presenza dell’Unione europea in Kosovo, con oltre 36.000 soldati in servizio
nella Kfor, chiediamo che sia fatto di più, sia sul piano finanziario che su
quello legale, per contribuire a combattere una pratica ripugnante che si
svolge proprio di fronte alla nostra porta di casa>>, ha dichiarato in
occasione della presentazione del rapporto il direttore dell’ufficio di Amnesty
International presso l’Unione europea.
Tuttavia, il personale della Missione ad
interim delle Nazioni Unite in Kosovo (Unmik) e della Forza militare
internazionale in Kosovo a guida Nato (Kfor) gode di immunità, salvo quando le
inchieste vengano esplicitamente richieste direttamente dal Segretario generale
dell’Onu o, nel caso della Nato, dai rispettivi comandanti nazionali. Nel
gennaio 2001, Unmik ha adottato il Regolamento 2001/4 sulla proibizione del
traffico di esseri umani in Kosovo, che criminalizza sia i trafficanti che le
persone che consapevolmente si servono delle prestazioni delle vittime. Secondo
i dati dell’Unità traffico e prostituzione della Unmik (Tipu), nel periodo
compreso tra gennaio 2002 e luglio 2003, da 22 a 27 soldati della Kfor sono
stati coinvolti in crimini connessi alla tratta. Tuttavia nel rapporto si
afferma che Amnesty International non ha informazioni su eventuali procedimenti
disciplinari a loro carico e la Tipu non ha saputo dare notizie al riguardo.
Sempre nell’area balcanica, qualche anno prima uno
scandalo aveva colpito membri delle forze di polizia internazionale impegnati in
Bosnia, i quali vennero accusati di essere coinvolti in un giro di
prostituzione. I poliziotti erano impiegati della
Dyncorp International, una compagnia militare privata
che oggi gestisce una grossa fetta della ricostruzione dell’Iraq. All’accusa,
formulata da una dipendente della stessa azienda, la DynCorp rispose licenziando
l’accusatrice e ritirando dal paese gli accusati. Non ci furono però inchieste
ufficiali, né processi.
Risalendo
indietro di qualche decennio nella storia, uno degli esempi più eclatanti di
sfruttamento sessuale collegato alla guerra è quello delle comfort women
(le ianfu) dell’esercito imperiale giapponese: donne coreane, taiwanesi,
filippine e di altri paesi occupati dal Giappone che durante la II guerra
mondiale venivano tenute in campi di detenzione – denominati ianjo -
posti sotto il controllo dell’Esercito Imperiale giapponese ed obbligate a
prostituirsi ai soldati giapponesi.
<<Il
sistema delle ianfu (...) è stato definito “il più grande ed elaborato
sistema di traffico di donne nella storia dell’umanità”. Si trattò di una forma
militarizzata di prostituzione forzata e di sfruttamento femminile la cui
dimensione sbalordì per il numero di donne coinvolte, l’internazionalità del
sistema, la capillarità dell’organizzazione militare proposta al procacciamento
delle vittime, la durata del tempo in cui fu operante e l’ampiezza dell’area e
dei paesi che interessò>>.
La misura
veniva dettata dalla necessità di prevervare i soldati dal rischio di contagio
da malattie veneree ma anche per evitare che gli stupri di donne civili
perpetrati dai soldati, che esasperavano l’antagonismo delle popolazione
occupate. Inizialmente nei postriboli per soldati vennero condotte prostitute
giapponesi ma con l’estendersi del fronte di guerra il numero delle donne che
si richiedeva era sempre più alto. Fra il 1932 e il 1945 un numero compreso tra
80mila e 100mila donne sono state vittima di questa pratica; si ritiene che
l’80% di loro fossero coreane. Le donne venivano reclutate direttamente da
agenti di fiducia dello Stato maggiore (che utilizzavano: inganno,
intimidazione, violenza addirittura rapimento) oppure erano i comandanti
militari stessi che ne facevano richiesta ai capi civili locali, minacciando di
distruggere interi villaggi se la richiesta non fosse stata soddisfatta.
Le atrocità
commesse a danno di queste donne sono state taciute per decenni, fino a quando
con l’appoggio di organismi internazionali e gruppi di difesa dei diritti umani
non se ne inizia a parlare. Un passaggio importante, nella costruzione di
questo percorso di denuncia, è costituito senz’altro dalla ricostruzione della
memoria dei crimini commessi, attraverso i ricordi delle ormai poche “sopravvissute”.
Le testimonianze raccolte rimandano a condizioni vermanente spaventose. Basti
leggere solo un passo di una delle tante storie, quella di Maria Rosa Henson, per
esempio, ex janfu filippina:
<<Dodici soldati mi violentarono uno dietro
l’altro, dopo di che mi venne data un’ora di pausa. Poi seguirono ancora dodici
soldati. Erano tutti allineati fuori dalla stanza aspettando il loro turno.
Sanguinavo e provavo così tanto dolore che non mi reggevo in piedi. Il mattino
seguente ero troppo debole per alzarmi… non riuscivo a mangiare. Provavo molto
dolore e la mia vagina era gonfia. Piangevo e piangevo, chiamando mia madre.
Non potevo oppormi ai soldati perché mi avrebbero uccisa. Che altro potevo
fare? Ogni giorno, dalle 2 del pomeriggio alle 10 di sera, i soldati si
allineavano fuori dalla mia stanza e dalle stanze delle altre sei donne che
c’erano. Non avevo neanche il tempo di lavarmi al termine di ogni assalto. Di
sera riuscivo solo a chiudere gli occhi e a piangere. Il mio abito strappato si
sarebbe sbriciolato a causa della crosta formata dal seme secco dei soldati. Mi
lavavo con acqua calda e pezzi di vestito per essere pulita. Tenevo premuto il
vestito sulla mia vagina come un impacco per alleviare quel dolore e il
gonfiore>>.
La questione è
stata riportata all’attenzione del governo giapponese e del mondo durante gli
anni Novanta grazie all’iniziative di un gruppo di donne coreane che ne sono
state vittima e che sono ancora in vita. Ma il governo giapponese non ha mai
riconosciuto che il sistema degli ianjo fosse stato pianificato e
gestito direttamente dall’esercito, ne ha solo riconosciuto un coinvolgimento.
E ovviamente non ha riconosciuto formalmente l’entità dei crimini commessi come
“crimini di guerra” né ha accettato di risarcire le donne che ne sono state
vittima.
9. Sogni in viaggio: il caso delle ragazze albanesi
Le ragioni che
spingono le donne a partire adesso dovrebbero essere chiare, come dovrebbe
essere chiaro che le vittime della tratta non fuggono solo dalla miseria,
conclusione troppo banale anche se generalizzata.
L’esempio
dell’Albania ci può servire per un’ultima riflessione. Perché le donne albanesi
continuano a finire vittime della tratta? Perché assumono il rischio e partono?
Perché l’informazione ormai diffusa non le ferma?
Facciamo
l’esempio di Erinda, bella e giovane ragazza Rom: lucidi ricci neri, un brillìo
negli occhi e le fossette sulle guancie quando ride. Erinda era stata
trafficata per la prima volta in Grecia. Cioè, lei crede di essere partita con il
suo “fidanzato” per la Grecia, lei crede che il suo fidanzato l’amasse e
l’avesse aiutata a venir via da una vita senza speranza nel piccolo villaggio
dell’Albania dell’interno dove era nata e cresciuta. Kuitim - il “fidanzato” di
Erinda - l’ha portata via quando lei aveva 14 anni e mezzo. <<Ma non mi
ha mai messo in strada lui - diceva sempre - lui mi voleva bene; quello che mi
ha trattato male è stato il secondo>>. Perché dopo un anno e mezzo passato
a “compiacere” pochi uomini scelti in un appartamento dove viveva con il suo “fidanzato”,
viene trovata dalla polizia e rimandata in Albania.
Una donna che
rientra può essere per la rete “merce ormai senza valore” oppure “merce
valida”: allora si ritraffica appena possibile. Erinda viene subito
“ricontattata” da un amico del suo “fidanzato” e questa volta viene portata in
Francia. Ma lui la mette in strada e per lei sarà un’esperienza dura. Vi rimane
solo sei mesi e poi viene nuovamente rimpatriata. È allora che la conosciamo.
Aveva sedici anni e già tanta vita sulle spalle. La famiglia non voleva che
ripartisse, il padre fece scattare la minaccia della vendetta contro qualunque
uomo che tornasse ad avvicinarsi a lei ed Erinda ci chiede un sostegno.
Vorrebbe imparare una professione e poi poter andare via dalla casa dei
genitori: il clima di maltrattamento di sempre le era divenuto insopportabile.
Erinda è di un
villaggio di Gramsh, che secondo i dati della Nazioni Unite è uno dei distretti
più poveri del paese. A 15 anni dall’avvio della transizione l’Albania è ancora
il secondo paese più povero d’Europa; il 25-30% della popolazione vive al di
sotto della soglia di povertà e un altro 30% vi è prossimo. Ma non è solo
questo. Le politiche economiche adattate dopo il crollo del regime hanno
comportato drammatici costi sociali ed economici, primo fra tutti l’emergere di
una polarizzazzione economica crescente che oppone aree in espansione continua
ad aree che sembrano congelate in un tempo immobile; fasce della popolazione
con uno standard di vita elevato e fasce consegnate alla mera sopravvivenza. A
Gramsh la percentuale di abitanti che vivono in situazione di povertà è del
46%.
Si legge nell’ultimo rapporto sullo sviluppo umano
per l’Albania: <<è chiaro che gli effetti delle riforme volte alla
liberizzazione, al decentramento e alla privatizzazione non sono sempre stati
quelli attesi. La logica è piuttosto semplice: la crescita economica non sta
raggiungendo una percentuale significativa della popolazione e attualmente sta
generando profonde diseguaglianze sociali. In più, la situazione delle donne e
la loro posizione sociale in Albania NON è cambiata in maniera marcata
nell’ultimo decennio. C’è un gap crescente tra ricchi e poveri, nonché un gap
di opportunità e benefici tra uomini e donne e tra settori urbani e rurali
della società>>.
Le donne, dunque, sono la
maggior parte dei poveri del paese. Ma, ancora una volta, non è solo questo. Il
loro status economico e sociale nella società non è cambiato molto negli ultimi
vent’anni e la loro posizione nella famiglia è persino peggiorata. Durante gli
anni del regime l’accesso al lavoro aveva fatto guadagnare loro l’uscita dall’asfissiante sfera domestica.
Adesso, perdere il lavoro
significa non poter disporre di nessuna entrata, dipendere finanziariamente dal
marito ed essere “ricacciate” ad uno spazio familiare spesso caratterizzato da
violenza e prevaricazione.
Il livello di diffusione della violenza domestica è
uno degli aspetti più preoccupanti della vita delle donne. Secondo una ricerca realizzata
nel 1996 da una ong locale, il 64%
delle donne vive situazioni di violenza all’interno della famiglia e nel 40%
dei casi la violenza è “fisica” e viene esercitata abitualmente. Esiste un
sistema culturale patriarcale che la legittima, impedendo alle vittime di
parlarne e anche solo di essere riconosciute come soggetto aggredito.
In Albania, la legittimazione ad esistere
socialmente e ad essere rispettata passa per l’osservanza delle regole della
famiglia e, ovviamente per l’appartenenza ad una famiglia. Se non si appartiene
ad una famiglia non si è nessuno. Ecco perché è impossibile per le donne
trafficate rifarsi una vita quando i familiari non sono disposti a riaccogliere:
il rifiuto da parte loro equivale alla morte sociale.
Erinda riparte, perché l’entità del suo trauma è
grande ma anche perché il contesto socio-economico nel quale aveva tentato un
re-inserimento non poteva offrirle forme di riparazione. Tornare ad esercitare la
prostituzione in Grecia per lei è senz’altro meno doloroso che rimanere in
patria, portando il peso di un ingente fallimento.
Secondo una ricerca realizzata dall'organizzazione
internazionale Save the children, già nel 2001 le albanesi costrette a
prostituirsi in paesi stranieri sarebbero state almeno 30.000, molte delle
quali minorenni: circa 15.000 nella sola Italia. Ma queste cifre sono sempre
state contestate dal governo albanese, che le considera gonfiate e lontane dalla
realtà.
Dati certi sul fenomeno non ce ne sono e in
fondo la storia delle ragazze albanesi trafficate non è ancora stata
adeguatamente raccontata. Ma una ricerca sulle sentenze penali del biennio 2001-2003
realizzata da una locale organizzazione di donne ha evidenziato che nella maggior
parte dei casi portati a giudizio esisteva un legame tra la vittime e il
trafficante: principalmente fidanzamento e falsa promessa di matrimonio.
Dal 2001 il loro numero è iniziato a
decrescere e le modalità del rapimento e della costrizione sono meno presenti. Inoltre,
si è ridotta l’incidenza della tratta internazionale mentre è aumentata quella
regionale e lo sfruttamento della prostituzione nel paese; così come è
aumentato il coinvolgimento delle donne nel reclutamento e nello sfruttamento. Tuttavia,
nonostante cambino gli scenari e le modalità di realizzazione del fenomeno, le
ragazze albanesi delle aree più marginali, ancora strette in una vita
inaccettabile, continuano a portare in viaggio i propri sogni di cambiamento, a
qualunque costo.
Per concludere
La tratta
configura una molteplice relazione di potere che non può essere spezzata
definitivamente se anche solo un lato di questo “cubo magico” non viene
smontato. Prima di tutto viene la relazione di potere fra uomo e donna, che fa
sì che la stragrande maggioranza di persone che comprano servizi sessuali nel
mondo sia costituita da uomini. E poi ci sono i capisaldi patriarcali che
legittimano questa domanda maschile anche nelle situazioni più vergognose come
quella appena descritta. E la mancanza di potere sociale ed economico delle
donne, che per inseguire un’opportunità di cambiamento usano quella a volte
diventa la loro unica risorsa: il corpo. E, infine, la relazione tra Nord e Sud
del mondo: nel mondo preso nel suo insieme e nello stesso Nord, tra nativi/e e
migranti o “clandestini”.
Sono nodi di
potere che è inevitabile sciogliere se si vuole pensare ad un futuro nel quale
il fenomeno tramonti. Tutto quello che nel frattempo possiamo fare –
legislazioni adeguate, misure di contrasto all’interno dei paesi e a livello
trasnazionale, “buone pratiche” di lavoro sociale con le vittime nei paesi di
destinazione e/o nei paesi di origine e di rientro, ecc. – è un contributo a
contenere il numero delle vittime e a ridurre o “riparare” il danno che
l’esperienza di tratta ha avuto e può avere nelle loro vite. È un contributo
essenziale ma, qualora si accompagni alla negazione dell’immensa drammaticità
del tutto, diventa solo ipocrisia.
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