CORSIHTML5, eBook, Multimedia. Online e in aula
Novità! Servizi per l'editoria digitale |
.
|
LIBRERIA ››
|
||||||||
| Nuovo! Le inchieste di terrelibere.org > Gli africani salveranno Rosarno - A3. Il vanto d'Italia - Shock economy all`italiana | |||||||||
|
|
Chi siamo | Archivio | Autori | Corsi | Campagne | Mailing list | Contatti | |
| Fotostorie | Video | Infografiche | Podcast | Casa editrice | Libreria | Catalogo libri/eBook | Presentazioni | Recensioni |
|
Documenti > Inchiesta
Ada Trifirò: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi: Traffico di donne in Colombia
di Ada Trifirò Medellín, Maggio 2000
1. Il traffico di donne nel contesto internazionale
Il "traffico di esseri umani" non è un fenomeno di recente comparsa nello scenario internazionale. Già nel 1910 veniva firmata a Parigi la "Convenzione Internazionale per la soppressione della tratta delle bianche", nel 1921 e 1933 due successivi trattati si esprimevano contro il traffico di donne e minori e nel 1950 veniva proclamata la convenzione dell’ONU per "la soppressione del traffico di persone e dello sfruttamento della prostituzione altrui". Con quest’ultima si consolidano le idee contenute nelle tre convenzioni precedenti e si proibisce a individui e paesi di proporre, organizzare e attuare l’invio in altro paese di una persona per l’esercizio della prostituzione, seppur con il consenso della stessa. Inoltre, si richiede agli stati aderenti di introdurre sanzioni a carico dei trafficanti.
Negli ultimi decenni, il traffico ha assunto dimensioni preoccupanti come conseguenza della tolleranza che continua ad accompagnarlo e degli effetti della globalizzazione economica. Le ‘vittime’ principali sono donne e bambini del sud del mondo o dei paesi cosiddetti emergenti: poveri, privi di alternative e senza potere. Lo squilibrio nella crescita economica internazionale e la diffusione della povertà e della disoccupazione in aree sempre più ampie del pianeta, aggravando la condizione di vulnerabilità delle donne, hanno spinto queste ultime a partire a migliaia dal proprio paese di origine.
Quasi la metà dei migranti a livello mondiale oggi sono donne. Tuttavia, il mercato del lavoro non offre uguali opportunità a uomini e donne. Alla ricerca di opportunità economiche all'estero, molte donne finiscono vittime di trafficanti senza scrupoli. In alcuni casi, vengono ingannate e tenute all’oscuro sul tipo di attività che dovranno svolgere fino all’arrivo al luogo di destinazione. Spesso, però, vedendosi negati altri canali di emigrazione, acconsentono liberamente a migrare per lavorare nell’ ‘industria del sesso’.
Accanto alle situazioni economiche, un secondo fattore determinate è la situazione di violenza dei paesi di provenienza. I conflitti armati interni e internazionali, con le loro conseguenze in termini di desplazamiento forzado, ha un impatto devastante sulla vita delle donne. Alcune preferiscono lavorare nell’industria del sesso in paesi di frontiera piuttosto che convivere con la violenza nel proprio paese.
Oltre ad essere vertiginosamente cresciuto di dimensioni, il traffico di donne è divenuto più complesso e sfaccettato di quanto l’ormai desueto termine di ‘tratta delle bianche’ non indichi, andando anche al di là delle fattispecie prese in considerazione dalla citata convenzione dell’ONU, che appare ormai datata.
Potenti reti di traffico reclutano e inviano all’estero donne non soltanto per fini di prostituzione ma anche per lavori entro l’economia informale, sfruttamento nella servitù domestica, matrimoni servili. Inoltre, molti indicatori fanno supporre che il traffico di persone sia combinato con quello di droga e organi.
L’OIM stima[1] che 4 milioni di persone (uomini e donne) sono vittime di traffico ogni anno, con conseguenti 7 miliardi di dollari in profitti per i gruppi criminali. Secondo solo al traffico di droga per redditività, il ‘traffico di persone’ secondo le previsioni si avvia a diventare nei prossimi anni il primo traffico al mondo.
Tra i fattori che ne stanno consentendo l’incremento e la redditività si deve senz’altro registrare l’impunità di cui godono i trafficanti e il conseguente basso livello di rischio che comporta. Di fronte ad una prospettiva tanto allarmante, l’impreparazione generalizzata che si registra nella maggior parte dei paesi in termini di strumenti di contrasto è sconcertante. Su questo versante, oltre all’inadeguatezza normativa emerge anche una dannosa disomogeneità di approccio. Non esiste una definizione universalmente accolta del fenomeno, così come ci sono diversi punti di vista sul tema e, di conseguenza, diverse modalità di intervento. Chiaramente, queste differenze rendono difficile la elaborazione di strategie di cooperazione, lotta e prevenzione.
Una definizione esauriente è quella elaborata nel 1996 dalla Globale Alliance Against Traffic of Women (GAATW, con sede in Tailandia), che prende in considerazione i tre momenti del traffico: modalità di reclutamento, trasferimento nel paese estero e condizioni di lavoro e di vita seguenti. Secondo questa definizione rientrano nel "traffico di donne" <<tutti quei casi nei quali si ricorre a reclutamento e/o trasporto di una donna, entro o attraverso le frontiere nazionali, per ragioni di lavoro o servizio usando violenza, abuso di autorità o posizione dominante, prigionia per debito, inganno o altre forme di costrizione>>. Per lavoro forzato e pratiche schiavistiche, inoltre, si intende <<l’ottenimento di lavoro o servizi da una donna o l’appropriazione della sua identità legale e fisica, per mezzo di violenza o minaccia di violenza, abuso di autorità o posizione dominante, prigionia per debito, inganno o altre forme di costrizione>>.
In altre parole, non è soltanto per fini di prostituzione che le donne vengono ‘trafficate’ e soprattutto sono molteplici le forme di avvicinamento, condizionamento, violenza, abuso, nei paesi di origine e di destinazione, che consentono, anche in presenza di un assenso da parte delle donne, di parlare di ‘violazione dei diritti umani’.
2. Origine del fenomeno in America Latina e nel Caribe
Nel caso dell’America Latina, l’origine del traffico risale all’epoca della conquista spagnola, quando le donne indigene venivano utilizzate come bottino di guerra, rapite dagli spagnoli come prova e segno della vittoria militare. Questo fenomeno si considera come l’inizio del commercio sessuale nella regione.
Durante il periodo coloniale si elaborarono le prime norme e sanzioni verso la prostituzione e del prossenetismo, con pene che potevano arrivare fino a quella di morte.
Nel XX secolo, il traffico delle donne colombiane e latino-americane ha raggiunto dimensioni consistenti a partire dagli anni ’40. Alla fine di questa decade, il governo coloniale olandese dell’isola caraibica di Curazao (al tempo colonia olandese) istituì il postribolo denominato Campo Alegre, oggi Le Mirage, che aveva come obiettivo "attendere alle necessità sessuali di uomini soli: marinai olandesi, militari degli Stati Uniti e operai emigranti delle multinazionali"[2].
Con l’obiettivo di "preservare l’onore e la virtù delle donne del posto", si permetteva di lavorarvi soltanto a donne straniere, che ricevevano un permesso di soggiorno di tre mesi. Le prime donne che vi giunsero provenivano da Cuba e dal Venezuela; in seguito cominciarono ad arrivare anche dalla Repubblica Dominicana e dalla Colombia. Alcune di loro viaggiavano in maniera indipendente, consapevoli del tipo di lavoro che andavano a svolgere. Altre venivano ingannate da intermediari con false offerte di lavoro. A partire da quella data, circa 25.000 donne hanno lavorato al Le Mirage.
E’ un esempio del coinvolgimento nella prostituzione e nel traffico delle donne dello Stato, che legittimò, istituzionalizzò e promosse l’emigrazione per il lavoro sessuale. Il fenomeno si estese ad altri territori olandesi del Caribe, come Aruba, Saint Marten e Suriname. Molte di queste realtà si convertirono per migliaia di donne in luogo d’iniziazione e ponte di transito per l’esercizio il lavoro sessuale in Europa, specialmente in Olanda.
L’esperienza di Le Mirage fu decisiva per l’America Latina, perché dai processi che mise in moto si originò a partire dagli anni ’60 e ’70 un movimento migratorio sempre più consistente verso altri continenti e regioni del mondo. Recenti rapporti dell’Interpol documentano spostamenti di donne latino-americane risalenti a quel periodo verso Puerto Rico e da qui ai paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente.
A partire dagli anni ‘80 si incrementa notevolmente il traffico delle donne, in prevalenza colombiane, verso l’Europa Occidentale. I principali paesi di destinazione sono: Olanda, Spagna, Germania, Grecia, Italia e Svizzera. Ma tra le mete figurano anche paesi asiatici come Hong Kong, Singapore, Tailandia, Corea e naturalmente Giappone, principale luogo di destinazione al mondo delle donne trafficate.
Le dimensioni del traffico si fanno notevoli, come i guadagni che ne derivano e la potenza dei gruppi criminali che ne muovono le fila. I paesi caratterizzati da governi e sistemi giudiziari deboli, lacerati da ampie brecce tra poveri e ricchi e colpiti da una progressiva perdita di prospettive e punti di riferimento collettivi sono ovviamente i più colpiti: facile terreno per lo sviluppo di gruppi criminali locali e per l’ingresso di gruppi internazionali.
Nel caso specifico della Colombia, il traffico di donne è relazionato in alcuni casi con le attività del narcotraffico mentre i principali gruppi internazionali di connessione o direttamente coinvolti nel paese sarebbero di Europa Orientale e Giappone.
3. Il caso della Colombia: modalità di realizzazione
Più ampiamente conosciuta per essere la patria di Pablo Escobar, primo paese produttore di cocaina e ai primi posti al mondo per frequenza di atti violenti e violazioni dei diritti umani, la Colombia è anche il secondo paese di provenienza (dopo la Repubblica Dominicana) delle donne trafficate in America latina e nel Caribe; il terzo al mondo.
La situazione di guerra permanente che attraversa da 50 anni, la violenza diffusa, la polarizzazione economica determinata da interventi di matrice liberista in una economia in crisi, tutti questi fattori hanno contribuito ad incrementare progressivamente in fasce sempre più ampie della popolazione una sensazione di diffusa assenza di prospettive, alimentando il desiderio di fuga all’estero, a tutti i costi. Tra i soggetti più danneggiati dalla situazione sociale, economica e culturale del paese, sicuramente si collocano le donne e i minori, vittime in più di una disgregazione familiare che sta comportando sempre più l’abbandono da parte del marito, compagno o convivente, l’aumento di donne madres solteras (madri sole o donne capo-famiglia) e di minori abbandonati da uno o entrambi i genitori.
Come in altri paesi del mondo, il fenomeno del traffico in Colombia è poco studiato e dunque insufficientemente conosciuto e attaccato. La legislazione è ancora carente e gli organi istituzionali creati ad hoc stanno attuando un intervento ancora debole.
Come si è già detto, la Colombia è il secondo paese latino-americano, dopo la Repubblica Dominicana, più utilizzato dalle reti di trafficanti a livello internazionale per il reclutamento di donne; seguono in ordine Brasile, Uruguay, Suriname ed Ecuador.
La tipologia dei gruppi criminali gestori cambia a seconda di fattori come ampiezza, estensione e modalità di organizzazione. Ci sono reti che si dedicano esclusivamente al traffico interno o internazionale e reti che, invece, combinano le due modalità e fanno del primo una prima tappa in vista del trasferimento all’estero. Allo stesso modo, ci sono piccoli gruppi locali che operano anche con collegamenti all’estero o grosse organizzazioni criminali strutturate che operano con notevoli volumi d’affari.
4. Traffico interno e regionale
Sicuramente sviluppato su scala nazionale, il traffico interno è scarsamente conosciuto e indagato. Centinaia di persone ne sono coinvolte e nella maggior parte dei casi si tratta di minori di età o ragazze giovanissime. Molti di loro vengono reclutate attraverso conoscenti e familiari. Un sistema di reclutamento frequentemente utilizzato consiste nell’avvicinare nelle terminali di trasporti delle principali città con offerte di lavoro le minori di età o le madri solteras che arrivano provenienti dai villaggi in cerca di fortuna nella capitale.
Il Comitato Inter-istituzionale per la Lotta contro il Traffico di Donne, Bambine e Bambini stima che ogni giorno scompaiono 15 minori in Colombia, 12 dei quali a Bogotá: nella maggior parte dei casi la destinazione è la prostituzione. Secondo la Procuradoría general de la Nación, 30.000 minori esercitano la prostituzione in Colombia, molti dei quali vittima di traffico interno.
Diversi fattori incidono sulla prevalenza di minori tra le vittime. Innanzitutto, la domanda dei clienti; poi, l’alto grado di violenza familiare, che determina l’abbandono della famiglia da parte dei minori e l’approdo alla calle, ove sono facilmente reclutati dai trafficanti. E ovviamente, la maggiore vulnerabilitá all’inganno cui sono soggetti bambini e adolescenti.
Le reti che si dedicano al traffico interno hanno generalmente un’area di azione delimitata ma tra zone e zone si realizzano continui scambi e spostamenti, soprattutto in certi periodi dell’anno: in prossimità de la cosecha (il raccolto), per esempio, o durante le stagioni di affluenza turistica.
Quanto al traffico regionale, i paesi di destinazione sono principalmente Venezuela, Ecuador, Perù, Antille Olandesi, Suriname, Guatemala e Panama i destinatari principali. Venezuela, Ecuador, Perù ed Antille Olandesi, tuttavia, sono anche importanti paesi di transito nelle rotte verso l’Europa e il Giappone. I paesi di frontiera, per esempio, rappresentano un importante tramite per lo spostamento di minori di età, che attraverso le frontiere terrestri possono sfuggire agli attenti controlli aeroportuali.
5. Traffico internazionale: metodi di reclutamento
I metodi che i trafficanti utilizzano per reclutare le donne sono diversi. Un primo sistema è rappresentato dalla diffusione di avvisi codificati sui periodici di diffusione regionale e nazionale. Generalmente gli avvisi offrono occasioni di lavoro e di studio all’estero, con in più l’assicurazione che il proponente si farà carico del conseguimento del visto e dei documenti necessari all’ingresso nel paese di destinazione. La chiave di richiamo più usata è, ovviamente, l’opportunità di cambiare vita e di conseguire alti guadagni in poco tempo. Si scrive, per esempio:
"Cercasi signorine di bella presenza, che sappiano ballare musica scatenata: incredibili guadagni". (El Pais, 4 giugno 1998)
"Cerco personale femminile per accompagnare stranieri; garantisco alti guadagni". (El Pais, 4 giugno 1998)
"Si assicurano visti per gli Stati Uniti e altri paesi. Chiedere appuntamento". (El Pais, 5 giugno 1998)
"Desideri viaggiare: in qualunque paese. Assicuriamo possibilità per Stoccolma, vitto e alloggio compresi". (El pais, 5 giugno 1998)
"Impresa straniera cerca ballerine: passaporto e visto assicurato". (El pais, 31 agosto 1998)
"Da 1 a 4 milioni al mese: la tua vita cambierà. Multinazionale accetta persone di successo, in tutte le professioni, con o senza titolo di studio, conferenziste, dame di compagnia, operatrici in area della salute, pensionate". (El Colombiano, 12 settembre 1998).
Un’altra categoria di annunci ingannatori è quella proveniente da presunte agenzie di tramite matrimoniale con uomini stranieri. Tra gli annunci apparsi sui quotidiani a diffusione nazionale El Tiempo ed El Pais, i seguenti:
"Matrimonio via Internet. Ogni giorno è maggiore il numero di professionisti single che si rivolgono a noi in cerca di partner. Ricerchiamo signorine di alto livello culturale, disposte a formalizzare relazioni con fini strettamente matrimoniali" (El Tiempo, 26 agosto 1996).
"Professionisti americani che risiedono in Colombia desiderano relazioni con fini matrimoniali con signore tra i 18 e i 40 anni". (El Pais, 4 giugno 1998)
"Agenzia Matrimoniale: mettiamo in relazione con stranieri. Garanzie assicurate". (El Pais, 5 giugno 1998)
"Attenzione: Nordamericani desiderano conoscere signore colte, attraenti, con fini matrimoniali". (El pais, 5 luglio 1998)
In questi casi l’obiettivo può essere anche lo sfruttamento della donna nell’ambito di matrimoni servili o la prigionia sessuale da parte di un uomo che la sottoponga all’obbligo di prestare servizi sessuali anche a familiari o amici. La Fundación Esperanza riporta il caso di una donna di Cali che aveva contratto matrimonio con un uomo nordamericano. <<Quello che a prima vista sembrava potesse essere un matrimonio felice, risultò una schiavitù completa per la donna. Non la lasciava uscire e doveva lavorare come una mula. Morì in circostanze non chiare. La morte fu imputata a suicidio ma esistono forti dubbi al riguardo>>.
Un metodo di reclutamento abbastanza diffuso è l’avvicinamento in strada, discoteca o all’università, da parte di estranei o semplici conoscenti; ma non solo. Sono numerosi i casi nei quali la proposta viene da amici, conoscenti della famiglia o persone di ottima reputazione nel quartiere, il che genera una atmosfera di fiducia e non consente subito alla vittima di sospettare l’inganno. <<Una signora amica della famiglia molti anni fa mi offrì un lavoro in Spagna, per accudire un anziano – dice Alejandra - Arrivata in Spagna mi accompagnarono direttamente in un postribolo>> e Marta: <<Lavoravo in una fabbrica tessile, per mantenere i miei genitori, i miei due fratelli e mia figlia di un anno. Nella fabbrica ho sentito parlare di una compagna di lavoro che era andata in Europa ed era tornata con denaro sufficiente per costruire una casa alla sua famiglia. Mi hanno raccontato che in Grecia si guadagnava tra 4 e 6 mila dollari in sei mesi lavorando come ballerina folcloristica>>.
Generalmente le donne vengono informate del tipo di lavoro poche ore prima di partire dal paese, in aeroporto, in aereo o appena arrivate al luogo di destinazione. Tuttavia, dall’esperienza della Fundación Esperanza risulta che, tra le donne ingannate, sono poche quelle che non hanno mai avuto sospetti; la maggior parte intuisce che va ad intraprendere il lavoro sessuale. Ad un campione di 35 donne colombiane che ha seguito e assessorato in Olanda nella prima metà del 1998, la ONG colombiana aveva chiesto: "Che tipo di lavoro le avevano offerto in Colombia? ". Il risultato era stato il seguente:
Tabella 1: Tipo di lavoro offerto prima della partenza
Stando all’esperienza dell’ong, è certo che la maggioranza delle donne colombiane quando parte sa che sarà costretta a prostituirsi; tuttavia è altrettanto certo che non ha la minima consapevolezza delle condizioni di sfruttamento e violenza alle quali sarà sottoposta, delle richieste che dovrà subire dai clienti e dei vincoli che i trafficanti sapranno esperire per relegarla in una sorta di prigione dalla quale l’uscita è possibile solo alle condizioni stabilite.
Una delle 35 donne, Patricia, racconta: <<Chi non sa è come se fosse cieco: non vede, non riesce ad immaginare! Io morivo dalla voglia di venire in Olanda, mi dicevano che qui si potevano guadagnare molti soldi, però non sapevo che dovevo lavorare con gli uomini. Se lo avessi saputo prima certo che non sarei venuta. Molte delle donne che stanno qui sono venute credendo che era lo stessa cosa che prostituirsi in Colombia e quando si sono scontrate con la realtà, si sono pentite però ormai era tardi perché avevano firmato contratti, ipotecato la casa, dovevano restituire denaro e inoltre le famiglia stava aspettando che almeno a lei le andasse bene in modo che li aiutasse>>.
Una volta fatto l’accordo e arrivate all’estero, spesso le donne vengono sottoposte a minacce fisiche, pressione psicologiche e ricatto per i debiti acquisiti, per il pagamento del biglietto aereo e di altre spese di viaggio. Alcune hanno ipotecato i propri beni o quelli della famiglia. In media, prima di iniziare il viaggio contraggono un debito di circa 5mila dollari, che si incrementa dopo l'arrivo a destinazione, dal momento che si rende necessario un altro prestito per coprire le spese di alloggio, vitto, vestiario, medicine, preservativi, medico; inoltre, occorrere mandare denaro alla famiglia.
Metodi di reclutamento ancora più estremi sono il rapimento e il sequestro, che tuttavia vengono utilizzati dai trafficanti di donne più a livello interno che nell’ambito internazionale.
In alcuni casi, le stesse donne trafficate si convertono in reclutatrici: mantengono un contatto diretto con proprietari di case di appuntamento, trafficanti e intermediari conosciuti ed urilizzano il reclutamento come forma di guadagno.
Un canale di reclutamento per il turismo sessuale e il traffico di donne emerso negli ultimi anni è Internet. E’ uno strumento difficile da controllare, che al momento non conosce frontiere né codici etici o meccanismi possibili di regolazione.
6. Carta d'identità delle vittime
Il profilo generale che emerge da una ricerca realizzata dalla Fundación Esperanza è il seguente. Le donne colombiane vittime della prostituzione a scopo di sfruttamento sessuale hanno una età compresa tra 18 e 30 anni, con una frequenza media di 23 anni; provengono prevalentemente da uno strato sociale basso o medio-basso e non hanno lavorato prima nella prostituzione. Sono in maggioranza ragazze-madri o donne capofamiglia. Molte hanno frequentato alcuni anni della scuola secondaria superiore o addirittura hanno conseguito il diploma; ma si registrano anche professioniste. Lo stesso profilo, tra l’altro, emerge dalle ricerche condotte dall’OIM sulle donne latino-americane vittima di traffico in Italia.
Rispetto al luogo di origine, le regioni di maggior incidenza sono i dipartimenti della zona Cafetera (Risaralda, Caldas e Quindio), Cali e la Valle del Cauca e in scala minore: Bogotà, Antioquia, Santander e alcune città della costa atlantica come Barranquilla e Cartagena.
7. Cause interne
Sono innumerevoli le cause che creano terreno fertile allo sviluppo del fenomeno. Alcuni, ovviamente, fanno riferimento ai paesi che alimentano la ‘domanda’ (cause esterne), altre si possono individuare nelle condizioni dei paesi da cui proviene la ‘offerta’ (cause interne). Tra queste ultime, alcune sono generali e accomunano la Colombia ad altri paesi emergenti o del sud del mondo, altre sono specifiche della realtà colombiana.
Situazione economica La povertà e la mancanza di opportunità lavorative è la prima ragione per la quale molte donne colombiane migrano prima verso le città e dopo all’estero in cerca di alternative economiche. A partire dai primi anni ’90, la Colombia ha imboccato una fase di recessione economica approdata durante il 1999 e i primi mesi del 2000 ad una crisi senza precedenti nella storia degli ultimi 50 anni: la domanda interna è crollata, il settore industriale non regge la competizione con i produttori emergenti nel continente, la fuga di capitali è impetuosa. Secondo i dati ufficiali dell’ ‘Istituto nazionale di statistica’, gli scambi si sono contratti del 5.8% nel 1999 ed il PIL si è ridotto del 4%. Gli effetti sociali principali sono: aumento delle fasce di popolazione che vivono in condizioni di povertà, aumento della disoccupazione, polarizzazione economica e aumento della precarietà lavorativa.
La responsabilità di questa situazione va imputata principalmente ad una disastrosa politica neoliberista che, piuttosto che arrestarsi, ha in serbo per i prossimi mesi consistenti aggiustamenti, concordati con FMI. Stanley Fischer, direttore gerente del Fondo monetario internazionale (FMI) ha affermato recentemente che <<la Colombia presenta un contesto politico difficile ma le riforme strutturali continuano ad essere misure chiave>> (El Tiempo, 14 aprile 2000).
Alla fine dell’anno passato, il governo concluse un accordo con FMI che prevedeva la concessione di un prestito di 2,7 miliardi di dollari in cambio di un impegno ad una rigida politica fiscale e alla prosecuzione sul terreno delle privatizzazioni. In più, 1,5 miliardi di dollari sono stati promessi dalla BM. La lista di riforme assicurate dal governo in cambio degli aiuti è lunga ed articolata: modifiche sostanziali allo stato sociale, razionalizzazione delle finanze statali, con tagli al settore pubblico e congelamento dei salari, privatizzazione del sistema bancario e delle maggiori imprese statali. In particolare, il governo punta alla ulteriore flessibilità del mercato del lavoro, alla riduzione dei salari d’ingresso, ad eliminare i sussidi a favore dei dipendenti, ad esonerare gli impresari dalla devoluzione di parte dei profitti alle istituzioni che curano la formazione professionale e l’assistenza ai lavoratori.
All’inizio dell’anno, il ministro delle Finanze, Juan Restrepo, aveva commentato al paese l’accordo raggiunto con le due entità internazionali e le nuove strategie di crescita pianificate con la seguente affermazione: <<Il paese dovrà fare molti sacrifici, purtroppo stiamo subendo gli effetti di distorsioni prodotte nel passato>>. (El Colombiano, 6 febbraio 2000).
Come risultato della decisa politica neo-liberista della gestione Pastrana, si registra negli ultimi 3 anni un’inversione rispetto al periodo 1985-1996, decennio che aveva visto un lento miglioramento degli indicatori di povertà. Secondo il rapporto del Dipartamento nacional de Planeación (DNP), durante il 1999 il 50% della popolazione ha dovuto ripartirsi il 13.8% del reddito totale del paese, mentre un 20% ha avuto accesso al 62.41% dello stesso; più di un quinto della popolazione ha percepito redditi tanto esigui da essersi collocata al di sotto della linea di indigenza; la maggior parte dei colombiani - il 45% in città e l’80% nelle zone rurali -, infine, non hanno potuto soddisfare necessità basiche, come abitazione, salute, istruzione (El Colombiano, 11 marzo 2000).
La crisi economica incide pesantemente sulle condizioni di lavoro, determinando l’aumento dell’economica informale e la perdita di garanzie da parte dei lavoratori.
Nel giugno del 1998, i sindacati nazionali hanno mosso al governo presso l’OIL pesanti accuse di violazione dei diritti lavorativi. I punti principali della loro protesta sono: violazione di diritti umani, assenza di rispondenza tra legislazione colombiana e convenzioni dell’OIL, violazione della libertà sindacale (El Colombiano, 25 gennaio 2000). La legislazione colombiana del lavoro e la politica attuata dal governo sono state esaminate durante il febbraio scorso dalla "Missione di contatto diretto" dell’OIL, che ha rivolto dure ammonizioni al governo, richiedendogli di adeguarsi alle disposizioni internazionali.
Una situazione economica tale ha effetti drammatici per le donne. Sono le prime a perdere il lavoro, vengono progressivamente spinte verso il settore informale e costrette ad accettare contratti temporanei e senza accesso alla sicurezza sociale: ‘assunzioni’ senza contratto in piccole e medie imprese manifatturiere, servizio domestico, vendita ambulante e, naturalmente, anche industria del sesso.
Dall’esperienza della Fundación Esperanza, due emergono come i gruppi più vulnerabili, per il traffico sia interno che internazionale: le giovanissime, dai 15 ai 19 anni, con livello di istruzione bassissimo, a volte ragazze-madri; le donne d’età compresa tra i 20 e i 29 anni, con istruzione media e famiglia a carico.
Secondo la CUT (Central Unitaria de Trabajadores) in Colombia i salari delle donne sono fino ad un 30% più bassi di quelli degli uomini. L’82% del settore produttivo di principale impiego femminile ha ingressi inferiori a due salari minimi.[3] Le donne lavorano principalmente nel settore di servizi (38.9%), hotel, ristoranti e commercio in generale (29.2%), e nell’industria manifatturiera (21%). Le cifre sono analoghe alla situazione mondiale. (Secondo cifre della BM, infatti, le donne costituiscono il 50% della forza lavoro, guadagnano il 25% in meno degli uomini e il 30% delle donne sono capo-famiglia).
Questa situazione fa si che le donne si affaccino al mondo del lavoro con sempre maggiore ansietà, mosse da una spinta a ottenere lavoro subito, nei tempi più brevi possibili, senza considerare i rischi che comportano le offerte che vengono loro proposte.
Condizione delle donne Negli ultimi dieci anni, sotto la pressione delle convenzioni concordate a livello internazionale durante e dopo il decennio delle donne (1975-1985) nonché degli impegni sottoscritti a Pechino, il governo colombiano ha realizzato alcuni cambiamenti nella legislazione in favore della donna. Si è legiferato, per esempio, in tema di protezione specifica della donna sul lavoro, tutela della maternità, vigilanza sulla salute occupazionale, regime pensionistico e valorizzazione del lavoro domestico. La nuova Costituzione (1991) ha consacrato (artt. 13, 40, 42 e 43) il principio della non discriminazione, la tutela di una “adeguata ed effettiva partecipazione delle donne nei livelli decisionali della amministrazione pubblica”, la condanna di ogni tipo di violenza familiare. Nel 1997, inoltre, viene riformato il codice penale con l’introduzione di nuove disposizioni in tema di delitti sessuali (Legge 360, vedi oltre) e nel 1998 viene approvata la legge sulla violenza familiare.
Tuttavia, quando dal terreno legislativo ci spostiamo alla sfera culturale e alla pratica, la situazione cambia completamente, e appare evidente come le relazioni di qualunque ordine mantengano alti livelli di discriminazione: come la citata situazione lavorativa, le cifre relative alla partecipazione politica e sociale parlano chiaro a questo proposito. L’ultimo rapporto della Oficina del Alto comisionado para los derechos humanos de la ONU (aprile 2000) pone le donne al primo posto nella lista dei soggetti vulnerabili e afferma: <<In Colombia esiste una quadro giuridico ampio per la protezione dei diritti della donna. Nonostante ciò, la situazione della donna continua ad essere difficile, specialmente per gli effetti della violenza e del conflitto armado. A questo si aggiunge il grave deterioramento della situazione economica, che colpisce in maniera particolare la popolazione femminile. Sotto questo punto di vista, occorre ricordare che lo stato ha l’obbligo di adottare misure legislative, amministrative o di altra natura per ridurre l’impatto che questa situazione ha sulla situazione della donna>>.[4]
Pur costituendo il 51% dell’elettorato, la presenza femminile nella rappresentanza politica incide solo per il 7%; la partecipazione nelle organizzazioni di tipo comunitario (giunte di azione comunali, organizzazioni locali, comitati di partecipazione comunitaria, associazioni di genitori, madri comunitarie), invece, è maggiore. Al paragrafo 134 del rapporto citato, si afferma: <<L’Ufficio saluta l’approvazione della legge, ancora in attesa di sigillo presidenziale, con la quale si regolamenta l’adeguata ed effettiva partecipazione della donna nei livelli decisionali dei diversi rami e organi del potere pubblico. Alla fine del 1999 è stata presentata una proposta di piano di uguaglianza di opportunità per le donne, previsto nel Piano Nazionale di Sviluppo. Nonostante ciò le politiche di promozione della donna e di prospettiva di genere non sono state sufficientemente sviluppate>>.
Sul versante lavoro, a parità di attività svolta e livello d’istruzione, le donne guadagnano in media un 15.2% in meno rispetto agli uomini. L’apporto non riconosciuto delle donne alla catena alimentare si calcola rappresenti il 17% del PIL. Le donne sono una minoranza tra i lavoratori con funzione direttiva (22% donne), tra i lavoratori indipendenti con attività regolarmente registrata (34.1%), tra gli impiegati (39.1%). Le più colpite dalla discriminazione salariale sono le contadine.
Come afferma il rapporto dell’UNDP sull’anno 1999, <<gli uomini presentano una situazione migliore in rapporto a tutti gli indicatori socio-economici, salvo che per speranza di vita che se nelle le donne è di 74.3 anni, negli uomini, per effetto della violenza, si abbassa a 67.3>>.
Quanto alla sfera riproduttiva, la cura dei figli e della famiglia ricade pienamente sulle donne, che lavorano ogni giorno dalle 2 alle 10 ore più degli uomini. Educazione e processo di socializzazione continuano ad alimentare questa situazione, enfatizzando la funzione di procreazione della donna a danno degli altri aspetti della sua vita. Le donne continuano ad apprendere il loro destino tradizionale di spose e buone madri in un contesto culturale sempre più caratterizzato dalla disgregazione familiare e dalla deresponsabilizzazione degli uomini rispetto al mantenimento e al futuro dei figli.
Il numero di adolescenti con figli in Colombia è veramente impressionante: nel 1998 il 14.4% delle donne di età compresa tra i 15 e 19 anni erano già madri. Mentre la stabilità familiare diminuisce, soprattutto negli strati medio-bassi si diffonde il fenomeno del madresolterismo (presenza di madri sole). Sempre più frequentemente le donne vengono abbandonate da marito, compagno, convivente che a volte spariscono senza più versare un soldo per i figli.
La forbice salariale determinata dall’andamento economico degli ultimi dieci anni pone in stretta relazione le opportunità lavorative con il livello di istruzione raggiunto e, di conseguenza, con il livello di soddisfazione del diritto allo studio che il paese assicura. (In Colombia, il salario di un funzionario amministrativo è 10 volte più elevato del salario della persona che si occupa delle pulizie nel suo stesso ufficio). In altre parole, per le persone con basso livello d’istruzione risulta tendenzialmente più difficile trovare un lavoro abbastanza remunerato rispetto al costo della vita di una famiglia.
L’ultimo decennio ha comportato un avanzamento anche nel grado d’istruzione delle donne. Tuttavia, la scolarizzazione della popolazione nel suo complesso sta risentendo della crisi, tanto di copertura come di qualità, che il settore presenta. Il costo dell’istruzione a carico della popolazione è andato aumentando in termini assoluti e in relazione all’andamento dei salari, provocando l’aumento della diserzione e dell’abbandono scolastico e l’assenza di avanzamento nella copertura della popolazione scolare in età superiore ai sei anni. Secondo il rapporto dell’UNDP, in città le famiglie spendono in media 1\5 del reddito in istruzione. Il 20% più povero della popolazione, vi deve riservare mensilmente il 40% delle spese.
Si calcola che su 100 bambini in età scolare, 20 continuano a restare fuori dal sistema educativo. Cifre del 1997 dimostrano che soltanto 60 su 100 bambini terminano la primaria. Nella scuola secondaria inferiore solo il 50% di ragazzi tra 12 e 17 anni sono iscritti. Per la superiore, la copertura è appena del 15%.
Una delle cause di questa situazione è lo scarso investimento del governo nel settore educativo. Nonostante l’impegno sottoscritto dalla Colombia nel 1995 al vertice sociale di Copenaghen di investire almeno il 20% del PIL in spese sociali, tra il 1994 e il 1995 la Colombia la percentuale realmente spesa ha superato solo di poco il 10%. Agli scarsi investimenti statali sopperisce l’intervento delle scuole private, con il risultato di rende ancora più costosa e irraggiungibile l’istruzione per la maggior parte della popolazione.
Violenza: nella vita del paese e nel contesto familiare Da cinquant’anni la Colombia fronteggia una situazione di guerra a bassa intensità che è andata via via aggravandosi, coinvolgendo settori sempre più ampi della popolazione.
I politologi fanno risalire le origini di questa situazione alla maniera nella quale si pose fine alla più sanguinosa guerra civile che la storia di Colombia abbia conosciuto, la cosiddetta Violencia, che provocò 200mila morti. Nel 1957, dopo dieci anni di esiti alterni, i due principali partiti, il Liberale e il Conservatore, in lotta da oltre cento anni, firmano il Frente Nacional. Rimasto in vigore formalmente fino alla nuova costituzione del 1991, l’accordo prevedeva l’alternanza al governo dei due partiti, escludendo così dalla gestione politica qualunque altra formazione.
Il risultato fu la confluenza di alcuni settori delle sinistre nei gruppi guerriglieri. Per salvaguardare l’ordine costituito, lo stato rispose consentendo la costituzione delle squadre civili di autodefensas, che negli anni uscirono dalla legalità e si trasformarono in formazioni paramilitari destinate ad annientare l’insurrezione armata. Il conflitto armato tra guerriglia e paramilitari, concentrato nella aree rurali, si va complicando negli anni con l’emergere di altri fenomeni: narcotraffico, intrecci con interessi economici nazionali e internazionali e con attività illegali.
Nelle aree interessate, la popolazione civile viene sempre più colpita da una guerra che, intenzionalmente, non rispetta i principi del diritto internazionale umanitario. Ogni anno decine di migliaia di famiglie contadine si vedono costrette a lasciare case, terre e villaggi divenute terreno di scontro. Alla fine del 1999, secondo la CODHES (Consultorìa para los derechos humanos y el desplazamiento) di Bogotá, nel paese si contavano 1.900.000 desplazados (IDP – Internal Displeased People) e la cifra aumenta ogni giorno (El Colombiano, 23 febbraio 2000). La stragrande maggioranza non ha nessuna prospettiva di tornare al proprio luogo di origine.
Le conseguenze del desplazamiento sono molteplici per le vittime: perdita dell’universo territoriale ed economico e conseguente perdita della stabilità emozionale; perdita di garanzie presenti e di prospettive rispetto al futuro; fragilità dei legami e dei rapporti intrafamiliari; insorgere di modalità di gestione della vita quotidiana improntate alla violenza.
Le donne sono quelle che più soffrono le conseguenze della guerra. Come in tutte le popolazioni ‘in fuga’ del mondo, anche in Colombia il maggior numero di desplazad@s è costituito da donne e bambini (il 53%). Secondo il CODHES, inoltre, il 32% delle famiglie interessate dal fenomeno sono capeggiati da donne. A questi si devono aggiungere i nuclei in cui, nonostante la presenza di un uomo (marito, compagno, padre, suocero) fa parlare di direzione maschile, effettivamente è la donna l’unica a lavorare ad occuparsi del mantenimento della famiglia (la cosiddetta ‘gestione femminile non evidente’).
Sradicate dalla dimensione contadina e gettate nelle periferie povere delle realtà urbane, le donne capofamiglia sotto la pressione della necessità economica sono tendenzialmente disposte ad accettare qualunque situazione foriera di guadagni. A Medellín e Bogotá, le due principali città recettrici, si è registrata negli ultimi anni una presenza crescente di donne desplazadas che esercitano la prostituzione. E’ presumibile che reti di traffico approfittino anche di questa situazione di fragilità femminile.
Su uno sfondo politico tanto travagliato, negli anni ’70 e ’80 si inseriscono due grossi fattori di destabilizzazione: un rapido processo di modernizzazione, accompagnato da forti migrazioni in direzione campagna–città e l’insorgere del narcotraffico. E’ degli stessi anni, inoltre, l’emergere della limpieza social, forma di giustizia privata che ha l’obiettivo di eliminare dalle città gli indesiderati: senza tetto, bambini della strada, prostitute, omosessuali, venditori ambulanti, vagabondi.
Il dilagare dei traffici e delle varie forme di violenza ha l’effetto di produrre un generalizzato processo di socializzazione alla violenza mentre il tessuto sociale e la famiglia subiscono un grave processo di destrutturazione e disintegrazione. Di fronte alla crescita delle aree di povertà accanto a zone di privilegio e alla scomparsa di punti di riferimento forti, per alcune fasce di popolazione la violenza diviene una forma di arricchimento rapido o strumento di affermazione, appropriazione degli spazi, contestazione: nascono le bande di sicari (al servizio di narcos, autodefensa, esmeralderos, gruppi con interessi economicamente orientati) e le bandillas giovanili.
Alle situazioni di violenza politica e sociale, come origine di situazioni di vulnerabilità femminile, si deve aggiungere una violenza familiare strutturale che ha come principale vittime donne e minori. Afferma l’Ufficio dell’UNCHR: <<Il problema della violenza domestica e sessuale contro la donna si è mantenuto su livelli allarmanti, nonostante un gran numero di fatti siano stati denunciati. Gli sforzi dello stato si sono limitati all’aumento delle sanzioni per i reati contro la libertà sessuale e la dignità umana però non ha sviluppato iniziative per superare l’impunità nell’amministrazione della giustizia>>.
Le cifre sulla violenza coniugale sono gravissime. Un’inchiesta dell’Istituto nazionale di demografia e salute realizzata nel 1996 rivela che il 52% delle donne colombiane che vivono in coppia ammettono di essere vittima di violenze da parte del partner. Più del 50% ha dichiarato di subire attacchi verbali e il 33% aggressioni fisiche. Nel 70% dei casi di donne vittime di violenza registrati dall’Istituto nazionale di medicina legale l’aggressore risulta il coniuge o compagno. Nel 1998%, il 95% delle vittime di violenza coniugale sono state donne, con una incidenza maggiore nelle età comprese tra 25 e 34 anni.
Altrettanto drammatiche sono le cifre sulla popolazione minorile. Secondo dati sul maltrattamento infantile pubblicate dal quotidiano El Colombiano nel 1998, il numero di bambini e bambine vittima di violenza sessuale è aumentato tra il 1996 e il 1998 del 600%. Tra le forme di violenza tutte le possibili: maltrattamento fisico, abuso sessuale, violenza relazionata con la dote, molestia sessuale, intimidazione, sfruttamento del lavoro, violazione (anche da parte dello stesso coniuge), traffico di donne, prostituzione forzata, mutilazione genitale, violenza promossa o tollerata dallo stato.
A Bogotá si calcola che il 30% dei minori sia sottoposto a maltrattamenti più o meno gravi: il 57% di loro è rappresentato da bambine. L’aggressore è il padre (45% dei casi), la madre (22%), un altro familiare (21%), il patrigno (12%). La prima causa di morte violenta per le donne in età compresa tra 15 e 44 anni è l’omicidio da parte del marito, compagno, convivente.
Secondo i dati dell’Istituto nazionale di medicina legale, tra il 1990 e il 1998, il rapporto tra uomini e donne maltrattate\i in famiglia fu di circa 8.4 a 1.6, come mostra la tabella seguente (fonte: banca dati della ong IPC, Instituto popular de capacitación, Medellín):
La violenza contro le donne e i bambini causa seri effetti nello sviluppo fisico e psichico della persona. In molti casi è causa di traumi psicologici, depressione, lesioni fisiche, suicidio. Le conseguenze della violenza non si limitano all’ambito affettivo e relazionale: le donne maltrattate possono soffrire di riduzione del rendimento intellettuale, di bassa autostima e autonomia. Ciò che più viene danneggiato è la loro capacità decisionale. I minori spesso reagiscono fuggendo di casa e andando ad ingrossare al cintura di miseria nelle città, dove diventano un bersaglio dei trafficanti.
La cultura del consumo I processi di modernizzazione attraversati dalla società colombiana negli ultimi due decenni hanno determinato l’emergere di una cultura consumistica diffusa. I messaggi provenienti dal mondo occidentale, la cultura del narcotraffico e del guadagno facile hanno portato alla diffusione di stereotipi che ripongono in alcune caratteristiche esteriori e nel possesso di alcuni oggetti materiali la definizione dell’identità. Le donne devono essere carine e di successo. Molte delle donne vittime del traffico hanno aspirazioni comuni: il desiderio di scappare verso una presunta prosperità che rende attraente la vita all’estero.
Come si accennava prima, recentemente l’Internet si è affermato come strumento di reclutamento e contatto per il turismo sessuale, coinvolgendo generalmente giovani studentesse universitarie. <<Sono ragazze di estrazione sociale media o alta. Accompagnano saltuariamente colombiani ricchi o stranieri in cambio di denaro o regali. Entrano in contatto con i loro clienti attraverso apposite pagine web esistenti o le chat line. E’ un fenomeno poco studiato e che non sappiamo come attaccare>> afferma Margarita Peláez, direttrice del Centro Interdisciplinario de Estudios en Genero de la Università di Antioquia.
Prostituirsi saltuariamente, nei fine settimana o durante le vacanze, all’insaputa della famiglia, offre a queste giovani donne una soluzione immediata al soddisfacimento dei bisogni di beni di consumo. Ma una volta attivato il contatto con questi mondi, i viaggi verso l’estero possono essere la prossima tappa di queste ragazze qualora, appena laureate, sperimentino la delusione di non trovare un inserimento lavorativo consono alla loro preparazione.
Anche di fronte ai messaggi preoccupanti e alle campagne di prevenzione, le ragazze difficilmente sono disposte a fermarsi davanti al rischio e ai possibili pericoli. E questo è dovuto anche al fatto che tutti i colombiani e le colombiane conoscono donne che “ce l’hanno fatta”. Mantengono la famiglia, hanno acquistato una casa, hanno pagato gli studi dei figli o hanno mandato ai familiari i denari per avviare una attivita’ economica. Sono andate via, sono tornate ‘vincitrici’ ed esercitano per questo una forte attrazione sulle altre.
8. Cause esterne
Ovviamente, le suddette condizioni economiche, sociali, politiche, culturali, che in forma e con gravità differenti si registrano in tanti paesi del sud del mondo o emergenti, non potrebbero da sole generare un traffico di persone se non vi fosse un offerta nei paesi di destinazione, se non esistessero gruppi criminali interessati a sfruttare ogni situazione che possa trasformarsi in fonte di guadagno e se, infine, il mondo non fosse diviso in un nord ricco che detta ad un sud condizioni di autonomia o di dipendenza, di relazione o di emarginazione, di partecipazione o di esclusione.
In un paese caratterizzato da una situazione economica, politica e sociale sfociata in una profonda crisi di prospettive, dunque, esiste una ‘offerta’ da parte di donne che chiedono di lavorare all’estero. Questa tendenza è confermata da una inchiesta realizzata dal periodico El Tiempo del 1997, dalla quale è emerso che più del 70% dei colombiani nutrono il desiderio di emigrare all'estero (El Tiempo, 24 agosto 1997). Esiste poi una particolare domanda nei paesi di destinazione che permette all’ ‘offerta’ di collocarsi.
Ricerche realizzate dall’OIM e dalla GAATW dimostrano che la ‘domanda’ di donne straniere nelle società occidentali è aumentata nel tempo, come l’aumento vertiginoso del turismo sessuale dimostra. In particolare il fenomeno ha registrato un forte incremento in Giappone, divenuto primo paese di destinazione al mondo: <<le donne straniere richiedono meno attenzioni, la loro presenza attrae i clienti al club, sono più attive….>> afferma un trafficante giapponese. Nei paesi dell’Europa Occidentale, <<gli uomini richiedono donne esotiche con voglia di vivere e sorridere, calore nel sangue>>.
Allo stesso modo dei trafficanti e dei proprietari dei luoghi ove si esercita la prostituzione, i clienti preferiscono donne straniere non solo per via dell’immagine che hanno di loro e del loro modo di vivere la sessualità ma anche per poter approfittare della loro condizione di illegalità, sottoponendole a maltrattamenti e obbligandole a rapporti non protetti.
La domanda, in definitiva, sembra alimentata da due componenti: gli stereotipi esistenti nel mondo occidentale sulle donne latine e orientali e la situazione di dipendenza e di sfruttamento che l’illegale presenza nel paese costringe ad accettare.
Tra i fattori esterni che incidono sul proliferare del traffico delle donne, un’incidenza notevole assumono le politiche restrittive applicate dall’Unione Europea e dagli USA.
Le barriere deliberate dagli stati del nord, piuttosto che bloccare il crescente flusso migratorio diretto alle loro frontiere, hanno l’effetto di collocarlo nell’illegalità, offrendo ai gruppi criminali occasioni di traffici. Il traffico di migranti che gruppi criminali albanesi e italiani gestiscono nell’Adriatico è uno degli esempi più noti delle conseguenze provocate dall’affacciarsi dell’Est ex-socialista ‘senza diritto di ingresso’ al mondo occidentale.
Nel caso colombiano come in altri, le difficoltà ad ottenere un visto d’ingresso rendono le donne vittime possibili delle reti di traffico, spingendole ad una situazione di sfruttamento e di violenza che la condizione di clandestina aggraverà e renderà irrimediabile. Il desiderio di emigrare induce ad accettare la prostituzione, il timore di essere espulse ad accettare condizioni lavorative precarie. Il risultato è la dipendenza totale da trafficanti, intermediari, proprietari dei club, clienti.
9. Situazione giuridica nel paese
La donne trafficate subiscono - nei modi di reclutamento, trasferimento all’estero e sfruttamento - pesanti violazioni della dignità e di diritti umani fondamentali contemplati dalla legge colombiana. La Costituzione del 1991 riconosce la libertà, l’eguaglianza, la dignità umana e il libero sviluppo della personalità come principi e valori fondanti lo stato sociale e democratico di diritto. Per quanto riguarda il fenomeno del traffico, l’articolo 17 proibisce la schiavitù, la servitù e la tratta di essere umani ‘in qualunque sua forma’. Ad una formula costituzionale ampia e completa, tuttavia corrisponde una normativa penale limitata, che allude solamente al traffico con fini di prostituzione.
Il termine di "traffico di persone" non esisteva in Colombia nella legislazione fino al 7 febbraio 1997, quando entrò in vigore la legge 360 che inserisce i delitti contro "la libertà sessuale e la dignità umana" nel codice penale colombiano. Già dalla denominazione, emerge che il bene giuridicamente protetto fuoriesce dalla tradizionale concezione moralista (il pudore sessuale) per fare invece riferimento alla vittima come soggetto di principi e valori nei quali riposa lo stato sociale di diritto.
La legge riforma l’articolo 308 del codice che, per la materializzazione del delitto di "Induzione alla prostituzione", richiedeva che le vittima fosse una persona ‘onesta’. Con la nuova legge, si cerca di impedire che in sede processuale si entri in considerazioni di tipo moralistico sulla vittima che abbiano l’effetto di condizionare l’entità della pena. Allo stesso modo viene soppresso l’articolo 307 che prevedeva l’estinzione della pena nel caso in cui l’attore del reato avesse contratto matrimonio con la vittima. Il reato sessuale viene considerato come una violazione della dignità di cui ogni essere umano e cittadino colombiano è investito e nella legge trovano posto concetti come quello del rispetto e della protezione della libertà sessuale della donna come parte essenziale del diritto al libero sviluppo della sua personalità.
Nonostante gli avanzamenti in sede teorica, la legge, nelle sanzioni stabilite e negli strumenti di lotta che introduce, è incompleta e gravemente inadeguata alla dimensione che il fenomeno ha assunto. L’articolo 311 modificato del codice penale stabilisce le seguenti pene: <<Colui che promuova, induca, costringa o faciliti l’ingresso o l’uscita dal paese di una persona perché eserciti la prostituzione, incorrerà in prigione da 2 a 6 anni e in una multa equivalente da 50 a 500 volte il valore del salario minimo legale mensile vigente>>.
La limitatezza della norma è disarmante. Non fa riferimento al traffico interno e a quello realizzato nel territorio nazionale con fini internazionali; ignora il traffico per fini diversi dalla prostituzione (lavoro domestico, matrimoni servili, traffico di organi, connessioni con il narcotraffico) e le pratiche schiaviste, alla stessa maniera che lo sfruttamento al quale sono sottoposte le vittime di questo reato; appena un riferimento, inoltre, va al traffico di minori. Non vengono presi in considerazione i numerosi attori che in diversi modi intervengono nel reato (reclutatori, intermediari, sfruttatori, taglieggiatori, ecc.) né le condotte circostanziali che sottendono alla esecuzione del traffico, come: il trattenimento forzoso di persone, la violazione sessuale, la falsificazione dei documenti e la ritenzione illegittima degli stessi, la costrizione alla firma di ‘titoli–valore’ garantiti sui beni delle donne o delle loro famiglie.
In situazioni come quelle appena citate, il reato commesso assume i caratteri del ‘sequestro a scopo di estorsione’ e se si facesse rifierimento alla legislazione che tutela la libertà personale, le pene sarebbero circa sei, sette volte più alte di quelle stabilite per i casi di tratta.
Sul versante della protezione della vittima, le legge 360 introduce nell’articolo 311 il comma 15 - "Diritti delle vittime dei reati contro la libertà sessuale e la dignità umana" – senza però definire garanzie concrete affinché le vittime siano messe in condizione di denunciare e garantite dopo la denuncia.
Ma la più grossa debolezza della legge è quella relazionata alle pene previste: da 2 a 6 anni, che permette al condannato senza precedenti giudiziari di godere della libertà condizionale (art. 397 del Codice di Procedura Penale) e del beneficio della condanna condizionale (art.68 Codice Penale).
In effetti, se si prendono in esame i procedimenti giudiziari avviati dopo l’entrata in vigore della legge, numerosi risultano i casi conclusi con sentenze che hanno consentito l’impunità parziale o totale degli accusati.
A Cartagena qualche anno fa sparirono 2 minori di 9 e 12 anni; una donna spagnola li aveva reclutati per lavorare in Spagna. Al momento di salire sull’aereo fu arrestata dalla polizia. Dopo 15 giorni fu messa in libertà per insifficienza di prove. Nel 1992 fu reso noto a Palmira, nella Valle del Cauca, un caso di traffico di minori nel quale furono coinvolti 60 minori provenienti da diverse regioni della Colombia. Il processo fu caratterizzato da assassinio di testimoni, sparizione di vittime, minacce di morte contro la funzionaria che iniziò le indagini. Il caso non giunse mai a giudizio.
Alla fine di ottobre 1997, furono condannate sei persone coinvolte in una rete di traffico di donne che operava a Medellín e Bogotá. La rete reclutava le donne a Medellín, Cali, Pereira e attraverso Bogotá le inviava in Spagna, Panama, Antille, Olanda, Giappone. I trafficanti, 5 uomini e una donna furono condannati a pene tra i 25 e i 40 mesi di reclusione. Le indagini furono originate da denuncie e durarono quasi due anni. Le vittime avevano a carico debiti che raggiungevano i 40 milioni di pesos (circa 45 milioni di lire).
Nell’agosto del 1997 fu reso noto il caso di una rete di trafficanti in Cali: due colombiani, una donna e un uomo, e uno spagnolo reclutavano, mediante avvisi sui giornali, donne per l’invio in Olanda e Spagna. In Olanda facevano da contatto due colombiani. Le donne viaggiavano attraverso la repubblica Ceca e da lì entravano facilmente nei paesi dell’Unione Europea. In media avevano contratto un debito che ammontava a 6.000 dollari. Si stima che durante tre anni 500 donne abbiano viaggiato verso l’Europa. Alla conclusione di indagini e ricostruzioni, il principale indagato in Olanda fu condannato a 4 anni di carcere; la principale indagata in Colombia a 6 anni.[5]
Se dalla legislazione si passa alle politiche di contrasto, la situazione non cambia.
La stessa legge 360 ha dettato le regole per la costituzione a livello giudiziario di unità specializzate di indagine sui reati contro la libertà sessuale. La Polizia Nazionale ha creato un gruppo specifico per indagini ad hoc. Il Ministero delle relazioni estere coordina un Comitato di assistenza al colombiano all’estero, incaricato di programmare interventi concreti. Nel 1997 è stato costituito il Comitato interistituzionale per la lotta contro il traffico delle donne, delle bambine e dei bambini, che raggruppa 14 istituzioni governative. Ciononostante, ancora il lavoro di questi nuovi organi appare scarsamente incisivo.
10. Livello di preparazione degli addetti ai lavori
All’inadeguatezza degli strumenti di prevenzione e di contrasto predisposti dalla legislazione, si deve aggiungere la scarsa conoscenza del fenomeno da parte degli operatori sociali e dei funzionari pubblici. La Fundación Esperanza ha svolto varie ricerche volte a valutare il grado di conoscenza della problematica tra gli addetti ai lavori in Colombia e la maniera in cui il fenomeno viene riportato sui mass-media.
Dal lavoro svolto emerge che la conoscenza è parecchio superficiale nelle istituzioni pubbliche, sebbene alcune abbiano una conoscenza maggiore rispetto ad altre. Nella maggior parte dei casi, la conoscenza che se ne ha non è di carattere scientifico ma derivata dalle informazioni divulgate dai massmedia. Il concetto di traffico utilizzato non è molto chiaro, si registra spesso una confusione fra prostituzione e traffico e il secondo non viene analizzato con un approccio centrato sui diritti umani. Il traffico interno, inoltre, è gravemente disconosciuto così come le condizioni di vita e di lavoro delle vittime.
Anche tra le ong manca una conoscenza adeguata sulle cause del fenomeno, sulla diffusione nel territorio nazionale, sugli strumenti espediti per il reclutamento delle vittime, sulle loro condizioni di vita e di lavoro. In generale, la conoscenza esistente è legata allo stereotipo che collega il traffico alla sola prostituzione e alla costrizione fisica, mentre manca una conoscenza delle tante situazioni di vita e di lavoro nelle quali si vengono a trovare le donne.
Per ciò che si riferisce ai mass-media, l’informazione dedica uno spazio limitato alla dimensione che il problema assume nel paese. Anche se la copertura è andata migliorando negli ultimi anni, tanto in qualità quanto in quantità, l’informazione presenta ancora molti vuoti e tende al sensazionalismo. Da un monitoraggio dei principali periodici a diffusione nazionale e regionale, emerge che si tende a dare alla notizia un carattere da giallo; spesso l’informazione non è presentata in maniera corretta, le cifre che si riportano sono errate e le testimonianze contenute non corrispondono a realtà.
Inoltre, la maniera in cui l’articolo generalmente è scritto contribuisce ad alimentare i miti diffusi sulle opportunità che il traffico schiude: invece di allertare le possibili vittime, si crea in loro interesse rispetto al fenomeno. L’inserimento nelle reti del traffico viene presentata come una forma di migrazione che consente l’uscita dalla povertà: le testimonianze che si presentano vanno in questa direzione, centrandosi sull’aspetto dei possibili guadagni piuttosto che sulle condizioni di vita.
Quanto alla testimonianza, va segnalato che frequentemente le vittime sono state indotte a raccontare la propria storia davanti ad una telecamera, con la collaborazione delle stesse istituzioni pubbliche coinvolte, fatto che costituisce una grave violazione della loro intimità.
11. Alcuni dati e casi concreti
Secondo stime del DAS (Departamento administrativo de seguridad) e del Comitato Interministeriale, circa 35.000 donne colombiane stanno esercitando la prostituzione in Oriente e in Europa. Ogni giorno 2 donne transiterebbero dal principale aeroporto del paese, l’El Dorado di Bogotá. Secondo l’OIM le donne colombiane formano il terzo gruppo più grande di donne migranti che lavorano nella prostituzione, dopo le filippine e le tailandesi.
Nel febbraio 1998, la Procuradoría general de la nación presentò le cifre dei casi dei quali si era occupata o che in quel momento erano all’analisi. Tra il 1992 e il 1995 si sono presentati solo 3 casi, 4 nel 1996, 15 nel 97 e 20 nel ’98. Nei 39 casi registrati tra il 96 e il 98, fu accertata la responsabilità di 73 autori di reato: 36 uomini e 37 donne, la maggioranza tra 19 e 40 anni. Le vittime erano 72 donne di età compresa tra i 21 e i 30 anni. I paesi di destinazione: Giappone (17 casi), Spagna (6), Olanda (3), Germania (3), Svizzera (2), Italia (2), Panama (2), Hong Kong (1), USA (1), Singapore (1) e Guatemala (1). Le denunce furono 19 – poco più del 50% dei casi - delle quali solo 2 da parte delle vittime e 17 provenienti da parenti. Il resto dei casi venne aperto in seguito a indagini avviate dalle stesse autorità.
Nel luglio 1998, il DAS e il Grupo humanistas del DIJIN (Departamento de investigaciones judiciales) della Polizia nazionale presentò cifre sulle catture effettuate per reati di traffico di persone tra il 1997 e il 1998: in Colombia furono catturate 4 persone, in Olanda 8, in Spagna 3, in Giappone 40, in Ecuador 4, a Singapore 3. Molte di queste catture sono state realizzate grazie alla collaborazione giudiziaria transnazionale. Grazie a queste operazioni, sono state liberate 40 donne in Colombia, 15 in Olanda, 30 in Giappone, 3 in Ecuador.
12. Situazione nel paese di destinazione
Quando le donne arrivano ai paesi di destinazione, si possono trovare di fronte a situazioni di sfruttamento piu’ o meno grave. In molti casi, c’è un accordo chiaro e una relazione non conflittuale con chi ha prestato alla donna il denaro per tutte spese di viaggio, il quale richiederà solamente di riavere indietro il denaro, sebbene con un interesse elevatissimo.[6]
In altri casi, le donne vengono precipitate in un vero e proprio incubo. Innanzitutto, viene sottratto loro il passaporto in modo che rimangano indifese e dipendenti. Spesso sono sottoposte a violenza e minacce; uno strumento di ricatto generalmente utilizzato è la minaccia di arrecare danno alla famiglia di origine.
La violenza e l’isolamento in un paese straniero, nel quale non conoscono la lingua e non hanno punti di riferimento, fanno parte di una strategia volta a distruggerne l’autostima e abbassarne la resistenza. Sottoposte a condizioni di vita che sicuramente non avevano immaginato prima, perdono gradualmente fiducia nella possibilità di trovare una via di fuga. Non hanno la libertà di decidere quante ore al giorno lavorare e non ricevono compensi fino a quando non sono riuscite ad estinguere il debito contratto. Dopo averlo saldato, ricevono solo una percentuale che generalmente oscilla tra il 25 e il 50% del pagamento reale del cliente; il resto va al proprietario del locale o al protettore.
Non hanno la possibilità di rifiutare un cliente e spesso vengono costrette dai clienti ad avere rapporti senza preservativo. La pressione e tutte le forme di violenza alle quali sono sottoposte hanno l’effetto di causare in loro stati depressivi e problemi psicologici più o meno gravi. Nei locali notturni, per far sì che il cliente spenda quanto più possibile, sono obbligate a consumare grosse quantità di alcool e droga, sostanze il cui consumo finisce per divenire strumento di fuga e di sfogo rispetto all’angoscia che quel tipo di vita provoca.
La tendenza generale dei trafficanti è di limitare le uscite delle donne: molte volte sono costrette a vivere nello stesso luogo ove lavorano, così che non riescono mai a sottrarsi al controllo dello sfruttatore. Frequentemente vengono trasferite da una città all’altra e da un paese all’altro, in modo da non essere facilmente localizzate. Chiaramente, questa strategia impedisce loro di instaurare relazioni di amicizia o fiducia con gente del posto e di individuare persone o organizzazioni da cui ricevere aiuto. Se anche riuscissero a superare l’emarginazione sociale in cui vivono, dovrebbero affrontare la discriminazione dovuta alla loro condizione di emigrante e per di più prostituta.
Le vittime del traffico, insomma, si trovano precipitate in un ambiente aggressivo e ostile. La solidarietà della gente del posto è per loro una risorsa inimmaginabile e lo stesso vale per la possibilitá di rivolgersi alle forze dell’ordine, dato la sfiducia che un/a colombiano/a ha solitamente nei confronti delle istituzioni.
Da’altra parte, se vengono trovate senza permessi regolari di soggiron, vengono trattate come criminali. In molti casi, appena vengono espulse immediatamente dal paese senza ulteriori accertamenti, anche quando le autorità di polizia sono a conoscenza dell’attività che svolgono e delle vilazioni che posson aver subito.
13. Ritorno al paese di origine
Il ritorno al paese di origine è dovuto a diverse ragioni. La maggior parte delle vittime ritorna per espulsione. Alcune tornano perchè hanno finito di pagare il debito; altre riescono a sottrarsi ai trafficanti. Nel primo caso (rimpatrio forzato), il ritorno generalmente avviene per mano della Polizia del paese ospitante, dell’OIM o di organizzazioni affini.
I dati della Divisione per l’emigrazione del DAS sul numero totale di immigrati irregolari (uomini e donne) rimpatriati da gennaio ad agosto del 1998 dimostrano che i paesi che espellono più donne sono anche i paesi riconosciuti come destinazioni privilegiate per il traffico di donne.
Tabella 2: Colombiani rimpatriati da gennaio ad agosto 1998 divisi per sesso
Il desiderio di tornare, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è ampiamente condiviso dalle donne coinvolte. Da un’indagine condotta dalla Fundación Esperanza tra l’ottobre del ’97 e l’aprile del 98 in Olanda, è emerso che la maggior parte delle donne contattate non desiderava tornare. Molte temevano le rappresaglie dei trafficanti, soprattutto nei casi in cui fossero scappate prima di pagare il debito o nel caso in cui li avessero denunciati. Altre hanno espresso frustrazione per il fatto di non aver avuto il successo economico atteso. Tornando al paese di origine dovrebbero affrontare la famiglia e i conoscenti e, in più, tornerebbero a trovarsi nella stessa situazione di povertà dalla quale erano partite e con ancora minori speranze di cambiamento.
Per questa ragione, anche dopo l’impatto con la vita cui sono costrette, nella maggior parte dei casi fanno di tutto per restare nel paese il più a lungo possibile o per andare in un altro paese. Il loro obiettivo rimane lo stesso: mettere da parte del denaro, in maniera da non tornare in una condizione di evidente fallimento. Questa situazione viene confermata dai risultati di una ricerca condotta dall’OIM in Italia: su 50 prostitute straniere intervistate, solo 5 desideravano tornare al paese d’origine.
13. Considerazioni conclusive
La storia delle donne colombiane trafficate è uno dei pezzi più dimenticati nella perenne crisi di legalità che caratterizza la Colombia. E’ specchio di un percorso storico, di una situazione politico-economica, di una cultura. E’ l’effetto di una grave mancanza di giustizia sociale e della considerazione secondaria che sempre ricevono da parte delle istituzioni le questioni di genere.
Le principali ragioni che spingono le donne ad accettare una delle più orribili forme di sfruttamento sono la mancanza di garanzia all’accesso, alla fruizione e all’esercizio dei diritti economici, sociali e culturali. Dietro al traffico si collocano condizioni di diseguaglianza sociale, difficoltà di accesso al lavoro in condizioni degne e giuste, mancanza di protezione e assistenza minime ai settori sociali svantaggiati, enormi ostacoli alla soddisfazione delle necessità basiche. Davanti all’inesistenza di condizioni di vita degne, qualunque proposta risulta attraente e la vittima non ha la possibilità di fermarsi ad indagare sulle conseguenza dalla sua scelta. Prendendo in considerazione l’offerta, l’unica cosa che conta è che la sua situazione e quella della sua famiglia in termini economici possa cambiare.
Per questa ragione, la sola definizione di efficaci strumenti di contrasto - in termini di legislazione e di misure repressive - per quanto indispensabile non sará sufficiente ad arginare il fenomeno. E’ necessario ottenere una legislazione completa, che contempli tutte le modalità di reato e i gradi di coinvolgimento. E’ importante vigilare sui diritti delle donne che esercitano la prostituzione in Colombia e combattere il fenomeno dello sfruttamento sessuale dei minori. Ed e’ importante anche condurre delle ricerche che permettano di conoscere a fondo i meccanismi del fenomeno, nonchè disegnare campagne di sensibilizzazione e informazione rivolte a tutte la popolazione.
Tuttavia, occorre prima di ogni altra cosa condurre un costante e ampio lavoro di ‘prevenzione’, come giá fanno tutte quelle organizzazioni che lavorano quotidianamente con le donne, cercando di combattere la violenza e l’emarginazione sociale di alcune categorie svantagiate; promuovendone l’empowerment e dando forza alla possibilitá di progetti di vita in patria. Così come tutti i soggetti - istituzionali e non - che lottano ogni giorno per raggiungere una pacificazione che i colombiani e le colombiane chiedono ormai da tempo.
Riferimenti bibliografici Claassen Sandra, Polanìa Molina Fanny, Fundación Esperanza, Trafico de mujeres en Colombia: diagnostico, analisis y propuestas’, Bogotá, Colombia, Octubre 1998. Entre los limites y las rupturas, Cuadernos del Centro Estudios en Genero de la Universidad de Antioquia, n.1, noviembre 1998. Janssen Marie Louise, Polanìa Molina Fanny, No pensé que eso me fuera a pasar: prostituciòn y trafico de mujeres latinoamericanas en Holanda, luglio 1998. Sapio Roberta, Prostituzione, dal diritto ai diritto: storie e rivendicazioni del sesso al lavoro, Leoncavallo Libri, Italia 1999. Trafico de mujeres en el contexto internacional. Memorias, atlleres especializados: Bogotà, Cali, Medellìn, Pereira, 24-31 luglio 1998’ (Traffico di donne nel contesto internazionale". Memorias, Talleres especializados: Bogotà, Cali, Medellin, Pereira, 24 –31 luglio 1998). Antioquia, fin de milenio: terminarà la crisis del derecho humanitario? IPC – Instituto Popular de Capacitación, Medellìn, diciembre 1999. Desplazamineto y violencia, CODHES – e UNICEF. Miguel E., Suarez M. Roberto, Ninos y jovenes de sexo masculino prostituidos, Procuradorìa general de la Nación, UNICEF. Informe de Desarrollo Humano para Colombia, Departamento nacional de planeación, PNUD, Bogotà. [1] Stima del 1998. [2] Le informazioni sulla storia del fenomeno sono state tratte da alcune ricerche e publicazioni della Fundación Esperanza di Bogotá, che vengono riportate nella bibliografia. La Fundación Esperanza è una ong colombo–europea, con sedi in Olanda, Spagna e Colombia, che opera nei settori di: informazione, prevenzione, accoglienza delle vittime colombiane in Olanda e Spagna, reinserimento nel paese di origine. Molti dei casi descritti, nonche’ le informazioni sulla legislazione colombiana e sul livello di preparazione dei servizi, mi sono state fornite dalla stessa, che ringrazio vivamente. [3] Il salario minimo legale vigente – s.m.l.v. - e’ pari a 260mila Pesos, circa 280mila Lire. [4] Vedi Ada Trifirò, Rapporto 2000 sui diritti umani in Colombia, http://www.terrelibere.it/counter.php?riga=23&letture=579&file=diritticolombia.htm [5] Come si è già detto sopra, i casi cui si fa riferimento nel presente testo mi sono stati riportati dalla Fundación Esperanza o sono stati tratti da ricerche dalla stessa realizzate. [6] Nella maggior parte dei casi di donne con le quali sono venuta in contatto in Italia, era chiaro che costoro non si trovavano in situazioni di violenza, ma solo di sfruttamento economico, dovendo versare una percentuale più o meno elevata dei propri ingressi ai protettori. In questi casi, per quanto ci troviamo comunque di fronte alla fattiscpecie della tratta, almeno la situazione della vittima non è drammatica e di grave pericolo. Per le donne colombiane, la situazione appare più grave nei paesi del Nord europa e soprattutto in Giappone, ove pare che la mafia controlli tutta la prostituzione; meno grave, invece, in paesi come la Spagna e L’Italia.
Formato per la citazione:
Ada Trifirò, "Traffico di donne in Colombia", terrelibere.org, 25 novembre 2000, http://www.terrelibere.org/doc/traffico-di-donne-in-colombia |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||