CORSIHTML5, eBook, Multimedia. Online e in aula
Novità! Servizi per l'editoria digitale |
.
|
LIBRERIA ››
|
||||||||
| Nuovo! Le inchieste di terrelibere.org > Gli africani salveranno Rosarno - A3. Il vanto d'Italia - Shock economy all`italiana | |||||||||
|
|
Chi siamo | Archivio | Autori | Corsi | Campagne | Mailing list | Contatti | |
| Fotostorie | Video | Infografiche | Podcast | Casa editrice | Libreria | Catalogo libri/eBook | Presentazioni | Recensioni |
|
Documenti > Inchiesta
Antonio Mazzeo: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi: Trafficanti di sogni
di Antonio Mazzeo e Ada Trifirò Medellín, Novembre 2001
Introduzione
Dopo essere stata per oltre un secolo e mezzo area di provenienza di forza lavoro verso altre regioni del mondo, negli anni ’70 ed ’80, l’Italia è entrata a far parte dei paesi meta dei flussi migratori legali o illegali. Come nel resto d’Europa, il fenomeno del traffico di persone assume dimensioni drammatiche negli anni ’90, quando le reti criminali iniziano a gestire i trasferimenti delle popolazioni in fuga dai paesi dell’ex blocco orientale.
L’ingresso di immigrati provenienti dall’Europa dell’est, dall’Africa e dall’America Latina cresce progressivamente durante tutto il decennio. Una parte degli arrivi è il risultato di tragitti effettuati individualmente e in modo spontaneo: gli immigranti, cioè, giungono con visti turistici e, una volta scaduti i termini, permangono nel paese in condizioni di irregolarità. L’altra parte, senza dubbi la più rilevante, è organizzata da agenzie transnazionali che assicurano tutte le tappe del trasferimento mediante il pagamento di somme di denaro più o meno ingenti.
Non esiste ad oggi in Italia una legislazione completa ed organica sul traffico e le disposizioni che possono essere applicate a tutela delle vittime sono ancora di controversa interpretazione. Dal punto di vista investigativo, risulta insufficente l’attenzione dedicata al traffico con finalità di prostituzione e quasi nulla quella rivolta al traffico con altre finalità: lavori e matrimoni servili, traffico di organi, ecc..
In Italia, come nella maggior parte dei paesi, prevale ancora una interpretazione restrittiva che individua la fattispecie del traffico solo in situazioni di violenza, abuso e soggezione estreme ed evidenti. Secondo questa visione, si stima oggi in Italia appena tra il 7 e il 10% la percentuale di donne ‘trafficate’ sul totale delle straniere che esercitano la prostituzione. E’ facile comprendere come una lettura così parziale possa impedire l’esercizio di azioni significative, tanto in termini di tutela delle vittime quanto in riferimento alla lotta contro il traffico, soprattutto per ciò che riguarda le donne latinoamericane, apparentemente estranee alle drammatiche situazioni che interessano altre nazionalità presenti nel paese (come ad esempio le giovani nigeriane ed albanesi).
1. Gruppi criminali e tratta di persone in Italia
La Commissione Parlamentare Antimafia ha presentato nel dicembre del 2000 i risultati di una ricerca sulle caratteristiche del fenomeno in Italia. E’ stato segnalato come il traffico sia organizzato e diretto da un sistema criminale mafioso integrato, articolato in tre differenti livelli tra cui esistono relazioni di interdipendenza e complementarietà.
Il primo livello è rappresentato dalle organizzazioni con base etnica-nazionale che pianificano e gestiscono il trasferimento delle vittime dal paese d’origine a quello di destinazione. Il secondo livello è costituito dalle organizzazioni criminali dei paesi di transito o di frontiera con i paesi di destinazione, le quali assicurano il trasporto, l’alloggio transitorio e l’ingresso clandestino degli immigrati. Infine, ad un livello più basso, ci sono organizzazioni criminali minori, che agiscono a favore dei gruppi di livello superiore nelle attività di reclutamento, trasporto, ingresso delle vittime. Siamo di fronte a un sistema transnazionale, nel quale ci sono attori di differente nazionalità che operano contemporaneamente in differenti attività illecite, utilizzando il loro know-how criminale, nonchè risorse e rotte impiegate per altri traffici. Queste organizzazioni sono state denominate dagli investigatori come “le altre mafie” o “le nuove mafie”.
Nella seconda metà degli anni ’90, le nuove mafie hanno fatto ingresso nel territorio italiano attraverso il traffico di persone, implementando relazioni d’affare con le mafie autoctone. I gruppi criminali stranieri si sono così potuti infiltrare nel tessuto economico di molte regioni, grazie all’acquisto di attività commerciali con denaro sporco. In particolare nel Nord d’Italia dove le organizzazioni tradizionali si sono specializzate nella gestione di attività economico-finanziarie, la criminalità straniera ha incontrato uno spazio sufficiente per attività illegali sempre più complesse, come il traffico di stupefacenti, armi, auto rubate e lo sfruttamento della prostituzione.
Per ciò che riguarda quest’ultimo fenomeno, l’autorità di polizia è convinta che il controllo delle immigrate che esercitano la prostituzione in Italia sia gestito attualmente dalle grandi reti criminali straniere, con il sostegno (o in consorzio) delle organizzazioni mafiose autoctone, in particolare la Camorra napoletana e la Sacra Corona Unita pugliese.
Tra le differenti entità mafiose, italiane e straniere, esiste uno scambio di servizi e prodotti di provenienza illecita. Un esempio concreto è rappresentato dallo sbarco di immigrati nelle coste meridionali. In questo caso, le mafie autoctone offrono assistenza logistica e controllano il territorio per impedire l’intervento delle forze dell’ordine, ricevendo in cambio la consegna di droga, armi, tabacchi o una prestazione monetaria per ogni sbarco o come “tassa d’occupazione” del territorio per l’esercizio della prostituzione e la vendita di stupefacenti. Così, attraverso il traffico di persone, si estendono i traffici illiciti più consolidati e si sviluppano nuove opportunità criminali. Questa dimensione transnazionale, dove le entità criminali collaborano tra loro nella gestione dei mercati illegali – come ha dichiarato il Procuratore Nazionale Antimafia dottor Pier Luigi Vigna – ha come conseguenza “che ogni singola struttura criminale trae un ‘valore aggiunto’ in termini di potenza dalle sinergie che instaura con gli altri gruppi”.[1]
Attualmente in Italia esistono tre comunità nazionali maggiormente coinvolte nell’organizzazione del traffico di immigrati: la cinese, la nigeriana e l’albanese (le ultime due con particolare attenzione al traffico di donne a fini di prostituzione). I tre gruppi hanno organizzazione e caratteristiche differenti.
La criminalità di origine cinese opera in maniera più coperta e sta realizzando grandi investimenti economici soprattutto attraverso il riciclaggio del denaro sporco nel centro-nord d’Italia. Oltre al traffico con fini di lavoro servile e in reali condizioni di schiavitù, la criminalità cinese si è specializzata nel prestito usuraio e nel gioco d’azzardo.
La criminalità di origine nigeriana si presenta con una struttura maggiormente orizzontale ed è caratterizzata da una forte componente magico-religiosa che garantisce la subordinazione quasi completa dei suoi affiliati. Gli enormi guadagni del traffico migranti e dello sfruttamento della prostituzione sono reinvestiti in alcune attività commerciali, come la vendita ambulante di vestiario e prodotti con etichette false.
Infine la criminalità di origine albanese, caratterizzatasi per la sua alta pericolosità e crudeltà e per la rapida infiltrazione nel tessuto sociale italiano. Gli investigatori hanno segnalato che si sono sviluppati numerosi gruppi autonomi, spesso con struttura familiare e in lotta tra loro per il controllo del territorio, che si dedicano particolarmente all’immigrazione clandestina, la prostituzione e lo sfruttamento di minori obbligati alla mendicità. Si sono tuttavia incontrati gruppi criminali albanesi con una organizzazione maggiormente strutturata e con una effettiva transnazionalità degli affari illeciti. Un caso clamoroso, sottolineato dalla Commissione Parlamentare Antimafia, è rappresentato dal cittadino croato Josip Loncaric, arrestato nel novembre del 2000, a seguito di una condanna in Italia a sei anni di carcere per sfruttamento dell’immigrazione clandestina. La sua carriera criminale iniziò come tassista di immigrati attraverso la frontiera italo-slovena; in pochi anni ha creato in Albania una organizzazione di 200 persone, una delle più grandi individuate per il traffico di persone, provenienti in buona parte dalla Cina, dalle Filippine e dall’Europa dell’Est. Gli ingenti profitti criminali gli hanno permesso l’acquisto di una compagnia aerea, con sede a Tirana, utilizzata per il trasferimento di immigrati.[2]
Ciò che più preoccupa le autorità di pubblica sicurezza è tuttavia il “connubio sinergico” che vincola i gruppi criminali albanesi più forti con le organizzazioni mafiose autoctone, soprattutto nel settore del traffico di droga, tabacco e armi, e che ha permesso ai primi di conseguire un grande spazio di mobilità nello sfruttamento della prostituzione da marciapiede.
Come denunciato dalla Direzione Nazionale Investigativa Antimafia (DIA), è soprattutto la criminalità organizzata pugliese quella che ha moltiplicato gli accordi con i gruppi albanesi attraverso la “settorializzazione operativa”: i clan albanesi ottengono la gestione del traffico di immigrati e lo sfruttamento della prostituzione, mentre le organizzazioni pugliesi esercitano il controllo del contrabbando di tabacchi esteri e le attività illegali tipiche del territorio. Contemporaneamente le due entità criminali si sono suddivise la gestione del traffico di droga: i gruppi albanesi si occupano del trasporto di stupefacenti sino alla costa della Puglia, e i clan locali realizzano lo spaccio della droga.
La necessità di diversificare le località per gli sbarchi e le rotte dei traffici di droga e immigrati, ha spinto i gruppi albanesi a cercare nuovi accordi con altre entità criminali del sud Italia, in particolare la ‘ndrangheta calabrese. Negli ultimi due anni le rotte del traffico di persone si sono trasferite dalla Puglia alla Calabria e alla Sicilia; nello stesso periodo, gli immigrati sbarcati illegalmente sono stati 76.816 tra uomini, donne e minori, provenienti da più di 50 paesi del mondo. Gli albanesi sembrano essere inoltre la manodopera utilizzata per il trasporto di stupefacenti prodotti in Turquia e destinati ai potenti gruppi criminali di Reggio Calabria. Secondo la DIA, i continui sbarchi di cittadini turchi e kurdi in questa provincia, sarebbero il risultato di accordi similari. L’Interpol sospetta, inoltre, che i clan albanesi sarebbero oggi tra i maggiori distributori in Europa di cocaina di produzione colombiana.
In Calabria, sarebbero i gruppi criminali della provincia di Cosenza i più compromessi nello sfruttamento delle immigrate che esercitano la prostituzione nelle strade, nei club e nelle abitazioni private. La maggior parte di esse sono trafficate da cittadini albanesi che si sono inseriti nella regione. Questi gruppi criminali controllerebbero inoltre alcune case d’appuntamento nella provincia di Reggio Calabria e nella città siciliana di Messina, storicamente sotto il controllo della ‘ndrangheta e dove la polizia ha smantellato lo scorso anno un gruppo criminale albanese che sfruttava giovani connazionali e donne ucraine. Una di queste reti criminali che operano in Calabria è sospettata della morte e della sparizione di alcune albanesi e moldave che risiedevano a Cosenza.
Il connubio criminalità albanese- ‘ndrangheta ha superato i confini regionali e in alcuni casi le due entità stanno cooperando nella gestione di attività illecite in altre parti d’Italia. Una recente operazione di polizia (‘Operazione Urano’ – giugno del 2000) realizzata in Liguria, ha smantellato una rete calabro-albanese che controllava contestualmente un grande traffico di stupefacenti e il mercato locale della prostituzione. Il gruppo calabrese era affiliato alla potente famiglia Stefanelli-Giovinazzo.
2. Cosa Nostra e la presenza della criminalità albanese in Sicilia
La più preoccupante novità nel panorama italiano delle ‘nuove mafie’ è la progressiva infiltrazione della criminalità albanese in Sicilia, dove si assiste contemporaneamente al reingresso di Cosa Nostra nei circuiti criminali internazionali, dopo i duri colpi investigativi ricevuti negli anni ‘90. Attualmente si sono costituite nell’isola differenti strutture con radici in Albania, le quali agiscono secondo due modus operandi: evitando i contatti con la delinquenza autoctona o cercando la sua tolleranza e/o collaborazione.
Il primo di questo modello di condotta si è sviluppato nella parte sud-orientale della regione (provincia di Ragusa), dove la criminalità albanese esercita il monopolio dello sfruttamento delle donne introdotte clandestinamente nel territorio italiano per l’esercizio della prostituzione nonchè l’importazione di stupefacenti (hashish ed ecstasy) che sono venduti utilizzando un gruppo di giovani spacciatori locali. Recentemente è stata individuata una rete italo-albanese che gestiva la distribuzione di droga nella provincia e controllava giovani ragazze albanesi che si prostituivano a Ragusa e sulle maggiori arterie di ingresso alla città di Catania (Operazione Agim).
Diversa è la situazione in altre province siciliane. A Palermo, alcuni gruppi albanesi attivi nello sfruttamento della prostituzione hanno accresciuto i loro affari illegali, vincolandosi a un gruppo mafioso che gestisce il traffico di droga, assai vicino alla famiglia di ‘Santa María del Gesù’ guidata dal boss Pietro Aglieri, uno de più violenti narcotrafficanti di Cosa Nostra.
Grazie a stretti legami familiari, il gruppo albanese gestisce l’importazione in Sicilia di eroina turca via Valona (Albania), ampliando la propria clientela alla ‘ndrangheta della provincia di Cosenza e ai clan della Camorra campana. Sotto la copertura di una società marittima albanese, la rete criminale assicura il trasporto clandestino di immigrati ed armi; inoltre ha esteso la propria attività allo sfruttamento della prostituzione nelle città del nord Italia.
Legami similari sono stati scoperti nelle province orientali di Catania e Siracusa, dove agiscono i gruppi criminali vincolati alla ‘famiglia’ del boss Nitto Santapaola e dove, come si vedrà successivamente, è assai organizzata la presenza di donne colombiane che esercitano la prostituzione da marciapiede e nelle case private. I numerosi arresti di cittadini albanesi coinvolti nello sfruttamento di connazionali in alcuni residence dei centri turistici limitrofi a Catania, lasciano pensare che i criminali di questo paese si stiano impossessando di una parte rilevante del mercato locale della prostituzione con il consenso della criminalità autoctona.
La DIA segnala il ruolo assunto dal gruppo mafioso di Sebastiano Nardo, vincolato alla familia mafiosa di Cosa Nostra catanese, nella gestione del contrabbando di tabacchi, nella protezione e nel supporto logistico delle organizzazioni criminali albanesi che hanno trasferito buona parte dei loro sbarchi di immigrati, droga ed armi alla costa sud-orientale della Sicilia. Lo scorso anno è stato scoperto un vasto traffico di droga ed armi tra Albania ed Italia con destinazione finale alcuni elementi criminali affiliati a Cosa Nostra e alla ‘Stidda’ della città di Gela (Caltanissetta). Gli albanesi e i siciliani si erano consorziati per la vendita nella provincia di hashish albanese e cocaina colombiana e per lo sfruttamento delle prostitute dell’est europeo che operavano nella zona.[3]
3. Prostituzione straniera in Italia: profilo e distribuzione geografica
Con rispetto ai tempi e alle modalità di arrivo, il primo flusso consistente di donne per l’esercizio della prostituzione si collaca nel biennio 89-90, con provenienza dall’Est europeo. Nel biennio 91-92 si incrementò anche il flusso delle donne nigeriane, già presenti dagli anni '80; in misura minore, arrivavano anche peruviane e colombiane. Secondo quanto accertato, molte delle donne nigeriane giungevano dall’Olanda, dove avevano risieduto per lunghi periodi. Le latinoamericane, in cambio, giungevano legalmente con visti turistici e alla loro scadenza diventavano irregolari. Spagna, Germania e Italia sono gli unici paesi dell’Unione Europea che hanno permesso, fino a quest’anno, l’ingresso di cittadini sudamericani con il solo possesso del passaporto.
Nel biennio 93-94 si assitette ad un ingresso massiccio di giovani albanesi attraverso canali irregolari. La gran maggior parte, almeno in questa prima tappa, arrivava in Italia attraverso l’inganno, talvolta perpetrato dagli stessi fidanzati o parenti di sesso maschile che pianificavano di andare in Italia per vivere sul lavoro delle ragazze; in quegli anni, molte vennero perfino rapite.
Intorno al biennio 95-96 si registrò un cambiamento relativo alle regioni di provenienza delle donne: più che dai centri urbani, cominciavano a venire dalle aree rurali, il che suggerì l’ipotesi di un rafforzamento delle reti di traffico, e di un loro maggior controllo del territorio.
In quanto al profilo delle donne, è possibile distinguere tre grandi gruppi:
1. Le donne albanesi e nigeriane presentano aspetti e condizioni similari: sono le più giovani (la classe d’età maggiormente rappresentata è quella compresa tra i 14 e i 18 anni); generalmente celibi, presentano una completa subordinazione psicofisica ai loro protettori. Una differenza potrebbe essere quella relativa ai metodi di reclutamento e sottomissione: nel caso delle albanesi lo strumento è il ricorso a forme più o meno gravi di violenza. Nel caso delle nigeriane, agisce il forte condizionamento esercitato dalla cultura del paese (si pensi ad esempio all’uso dei riti vudù per vincolare la vittima alla volontà del trafficante).
2. Le donne dell’est Europa e dell’ex Unione Sovietica: in media presentano una età maggiore (24-30 anni) e si caratterizzano per la mobilità geografico-territoriale, determinata dalla minuziosa organizzazione dei trasferimenti da parte dei trafficanti.
3. Le donne latinoamericane: hanno in media una età compresa tra i 24 e i 30 anni, con la presenza di un’alta percentuale di giovani madri, sposate o conviventi. L’esercizio della prostituzione sembra caratterizzarsi per un certo livello di “autonomia” rispetto a quello di altre nazionalità e a volte è complementare o successivo ad altre attività lavorative (lavoro domestico e nel settore dei servizi, ad esempio). In questi casi, la prostituzione è considerata come una modalità per integrare i redditi e per soddisfare le necessità della famiglia.
Nel 1998, una ricerca realizzata dall’associazione Parsec di Roma, finanziata dall’Organizzazione Mondiale delle Migrazioni (Oim) e dalla Commissione europea nell’ambito dell’iniziativa Daphne ’97, calcolava tra 15mila e 19mila il numero di prostitute straniere in Italia.[4]
L’anno successivo, alcuni quotidiani presentavano dati assai differenti: si stimavano in 70.000 le donne dedite alla prostituzione, metà delle quali straniere; circa 10.000 minori di età. Secondo una notizia apparsa sul quotidiano La Repubblica, il 65% di esse lavorava sulla strada, il 29% in hotel e le restanti in case private. I clienti erano circa 9 milioni (il 4% con meno di 18 anni e il 21,4% tra i 19 e i 25) e i militari rappresentavano la categoria di ‘maggiore domanda’ (il 16% della totalità dei clienti). Il rapporto de La Repubblica aggiunge che settimanalmente la media dei clienti per lavoratrice sessuale era di 30, con una tariffa che varierebbe dalle 30.000 lire (per un rapporto orale o completo con una ragazza nigeriana), alle 50mila lire per una giovane albanese, sino a sfiorare le 200.000 lire per un transessuale. Il giro d’affari che si muoveva dietro la prostituzione in Italia era già enorme: si calcolava tra i 30 e i 50 mila miliardi di lire all’anno.[5]
Negli ultimi tre anni si è assistito a cambiamenti evidenti nel fenomeno della prostituzione in Italia. Secondo il Dipartimento Pari opportunità della Presidenza del Consiglio, sarebbero già 80.000 le persone occupate nel mercato della prostituzione. 50mila sarebbero di provenienza straniera; il 48% di queste giungerebbero dall’Europa dell’est, il 22% dall’Africa, il 10% dal Sud America, il 4% da altri paesi. Il 35% di esse, inoltre, sarebbe minore d’età. La ricerca segnala inoltre l’aumento del numero dei transessuali (5%) e dei travestiti (0,8%).[6] L’incidenza risulta distribuita maggiormente nelle aree settentrionali e centrali, con una presenza dominante (quasi il 50%) in cinque grandi città: Roma, Milano, Torino, Firenza e Napoli.
Le regioni settentrionali e centrali sono quelle che rispetto all’immigrazione in generale esercitano maggiore attrazione, sia per le maggiori opportunità occupazionali che offorno sia per le maggiori offerte di socializzazione e servizi esistenti nelle grandi aree metropolitane. Rispetto alla prostituzione, queste aree socioeconomiche sono le maggiori consumatrici di “sesso in cambio di denaro” e pertanto “moltiplicatrici” del fenomeno: spesso la prostituzione diventa l’unica possibilità di sopravvivenza per numerosi immigranti che si trovano in situazione di irregolarità.
Il fenomeno della prostituzione in alcune aree del centro e del nord Italia risulta inoltre caratterizzato da una forte mobilità. Accanto ad una prostituzione permanente (presente gran parte dell’anno), esiste una prostituzione di carattere stagionale con flussi intra ed extraregionali. Il caso più noto è quello della riviera romagnola tra Rimini, Riccione e Ravenna, una delle zone più importanti dal punto di vista turistico di tutta Europa, dove aumenta considerabilmente la concentrazione delle ragazze durante il periodo estivo.
Secondo la ricerca di Parsec, il sud Italia sarebbe marginale rispetto la possibile presenza di soggetti “trafficati”: nel 1998 vi si registrò solo il 10% circa del totale della presenza nazionale. Quest’area geografica presenta tuttavia caratteristiche e peculiarità che necessiterebbero ulteriori approfondimenti, specialmente per il ruolo centrale che il sud Italia ha assunto all’interno delle rotte internazionali dei traffici migratori.
Come abbiamo visto, il Mezzogiorno rappresenta una importante porta d’ingresso rispetto al resto del paese e del continente europeo; molti immigrati vi giungono per poi trasferirsi al Nord alla ricerca di maggiori opportunità. Tuttavia, almeno due città meridionali presentano tendenze diverse, con dimensioni comparabili a quelle delle aree di massima incidenza del Settentrione. Esse sono Napoli e Catania.
Nel 1998, Napoli con il suo hinterland era la quinta città italiana per presenza di straniere. Una prima spiegazione potrebbe essere dovuta alla forte precarietà socio-economica causata dalle caratteristiche specifiche del mercato del lavoro locale a cui accedono gli immigrati e dove sono prevalenti le attività agricole stagionali, domestiche e del commercio ambulante. Non è da sottovalutare l’esistenza nell’area metropolitana di Napoli della principale base navale degli Stati Uniti dove vivono e lavorano quasi diecimila militari USA, i quali rappresentano una parte significativa della domanda di servizi sessuali, e a cui rispondono, in particolare, le componenti dell’area anglofona (nigeriane, ghanesi e filippine). Un terzo elemento all’origine di questo importante ruolo attrattivo potrebbe essere stato determinato dalle organizzazioni criminali locali, che a partire del dopoguerra hanno organizzato e gestito il contrabbando e il traffico di droga assumendo contestualmente il controllo della prostituzione.
Secondo quanto denunciato dalla Caritas diocesana di Napoli, il fenomeno della prostituzione delle straniere in Campania “raggruppa e nasconde in una scatola a più combinazioni la malavita locale italiana e quella del Paese d’origene, alleate fin dal momento dell’espatrio e della tratta, e di cui la violenza e l’interesse economico sono i cardini e le regole ispiratrici”. Per la Caritas, la Camorra controlla direttamente numerosi segmenti della produzione dei servizi legati all’industria del sesso, come le discoteche, i night club e i club privati, “al cui interno vengono collocate e obbligate a prostituirsi le immigrate”.[7]
La città siciliana di Catania, rappresenta l’altra importante specificità del caso italiano. Per le sue particolari condizioni socioeconomiche, la città ospita il 46% di tutti i cittadini extracomunitari che giungono in Sicilia. Nel 1998, la ricerca di Parsec, stimava in ottanta il numero di donne straniere a Catania dedite alla prostituzione: la maggior parte colombiane, il resto nigeriane. Analizzeremo in seguito le specificità che presenta il fenomeno della prostituzione colombiana in questa città siciliana, ove si registra la presenza di una comunità colombiana organizzata e inserita nel tessuto sociale locale.
4. Verso una politica più repressiva e intollerante
Contemporaneamente alla crescita del numero delle persone che esercitano la prostituzione in strada, si è registrato il preoccupante aumento di episodi violenti a danno della popolazione immigrata. Attualmente in Italia ogni 25 ore un cittadino straniero è víttima di un atto di violenza; in un terzo dei casi si tratta atti di matrice xenofoba. La maggior parte delle vittime sono donne e i luoghi più pericolosi sono le grandi città. Il Ministero degli interni ha denunciato che dal 1992 al 1999 la percentuale di donne tra le vittime straniere di omicidio è cresciuta dal 6,8% al 23,1%. 68 è il numero di prostitute straniere assassinate in strada tra il 1994 e il 1997, 186 quelle nel solo anno ‘99 (in buona parte ragazze albanesi e nigeriane). I dati presentati recentemente da alcune organizzazioni non governative, invece, parlano di 400 donne assassinate nel 2000.
La cronaca segnala con maggiore frequenza atti violenti contro prostitute e transessuali stranieri. Nei quotidiani a diffusione nazionale, in quest’ultimo anno sono state riportate storie di immensa brutalità: una moldava di 20 anni asfissiata con una calza di nailon in un’area di parcheggio dell’autostrada che conduce a Torino (febbraio); una donna proveniente dall’est europeo strangolata dopo essere stata violentata nel villaggio di Maida, Calabria (aprile); una trans sudamericana assassinata all’interno di un’auto a Milano (giugno); una ucraina assassinata a colpi di martello da due sfruttatori albanesi a Perugia (luglio); i cadaveri di due donne, una dell’Europa dell’est e l’altra sudamericana, rinvenuti con segni di tortura alla periferia delle città di Padova e Milano (agosto); ossa di una donna di origine albanese, entrata come clandestina in Italia per esercitare la prostituzione, scoperti in un giardino di una scuola di Varese (settembre). Questi sono solo la punta d’iceberg di un clima generale di violenza contro l’anello più debole del fenomeno.
I dati più recenti sui reati di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione confermano, indirettamente, come si sia reso più fitto e dominante il controllo delle organizzazioni criminali nel mercato del sesso a pagamento. L’indagine della Confesercenti sulla criminalità nel 2000, mentre segnala che i delitti compiuti sono calati di una media del 7% rispetto al 1999 (in particolare omicidi, furti, rapine ed estorsioni), permette di concludere che quelli relativi al fenomeno della prostituzione sono cresciuti del 22,9%, con un incremento record nel sud Italia (+ 75,9%) e nelle regioni settentrionali (+ 38,6%).[8]
A questo clima d’insicurezza si devono sommare gli effetti delle politiche altamente repressive in tema d’immigrazione dei governi dell’Unione Europea, pienamente recepiti nell’ordinamento italiano. La visione dominante delle istituzioni continua ad essere rivolta alla difesa dell’ordine e della sicurezza pubblica più che alla tutela dei diritti e della dignità delle vittime. In un dibattito televisivo dello scorso anno (‘Porta a porta’, programma di Rai Uno), l’allora ministro dell’Interno Enzo Bianco dichiarò che “si sono compiuti notevoli passi in avanti nella lotta contro il traffico, come lo dimostra il fatto che nei primi sei mesi dell’anno sono state espulse 1.800 donne straniere che esercitavano la prostituzione”. In quell’occasione il ministro ammise che tra le donne espulse, alcune erano in possesso di un regolare permesso di soggiorno.
I dati sui procedimenti d’espulsione di immigrati che hanno fatto ingresso illegalmente in Italia sono in realtà estremamente preoccupanti e confermano la risposta altamente repressiva delle autorità: tra il 1998 e il 2000, 341.928 immigrati hanno ricevuto l’ordine di espulsione e 192.584 di essi sono stati deportati al paese d’origine. Negli ultimi due anni 37.230 immigrati sono stati detenuti nei CPT (Centri di permanenza temporanea), istituiti dalla nuova legge d’immigrazione per “ospitare” gli immigrati irregolari in attesa del rimpatrio, contro i quali si sta levando una protesta unanime della società civile e in particolare delle istituzioni che lavorano con migranti.
In questo quadro generale caratterizzato da emarginazione e assenza di protezione, le condizioni di vita degli immigrati in Italia si fanno ogni giorno più difficili. Come ha denunciato la Caritas diocesana, l’assenza di abitazioni è per loro un problema cronico (si stima che siano 40-50 mila gli immigrati che non hanno un tetto stabile) e mancano opportunità di lavoro dignitose. Attualmente più di 91 mila immigrati (su un totale di 1.700.000) sono alla ricerca di un lavoro.
La stigmatizzazione di cui sono oggetto le migranti che esercitano la prostituzione alimenta stereotipi e paure collettive; frequentemente, per esempio, si mette in relazione l’esercizio del lavoro sessuale con la diffusione di malattie sessuali trasmissibili, nonostante un rapporto del Comitato per gli Affari Sociali della Camera dei deputati del 1999 abbia negato questo assunto, segnalando come siano altre le modalità di maggior contagio (relazioni occasionali, uso di droghe intravenose, ecc.). Su 2.697 prostitute straniere ricevute dall’Istituto dermosifilopatico di Santa Maria e San Gallicano di Roma, tra l’1 gennaio del 1997 e l’1 maggio 2001, sono stati diagnosticati solo 10 casi d’infezione per Hiv, 19 epatiti e 23 casi di sifilide. Ben differente il quadro clinico generato da atti di violenza contro le donne: 93 le mutilazioni genitali e 76 i traumi del tronco diagnosticati nello stesso gruppo di persone.
Ciò non significa tuttavia l’assenza di rischi di contagio, ma spesso la responsabilità non è da attribuire alla mancanza di regole e cautele tra le donne. Da una stima recentemente realizzata, si evince infatti che che il 47% dei clienti italiani abbia una condotta sessuale irresponsabile, rifiutando l’uso del preservativo nelle relazioni con le prostitute. Una recente ricerca dell’Ospedale Spallanzani di Roma, realizzata su 5.000 persone sieropositive, ha evidenziato come la principale vittima dell’Aids in Italia è oggi la donna di 30-33 anni di età, eterosessuale, sposata o con una relazione stabile. “Nella maggior parte dei casi – si legge nella ricerca – questa ha contratto il virus dal suo compagno, che ha avuto relazioni non protette con prostitute o transessuali”. L’irresponsabilità maschile non ha barriere economiche, sociali o educative: il 62,5% degli uomini sieropositivi ha 35 anni, è diplomato o laureato; ha un buon lavoro e dispone di conti bancari.
La ricerca dell’Ospedale Spallanzani segnala inoltre che si è modificata la distribuzione tra i differenti ceppi virali dell’Aids, con l’incremento dei gruppi ‘non B’, “a causa dell’aumento della prostituzione di origine africana e sudamericana”.[9]
5. Incidenza e dinamiche della tratta di donne colombiane in Italia
La presenza di donne colombiane che esercitano la prostituzione in Italia è un fatto relativamente nuovo, dato che si può collocare nella seconda metà degli anni ’90; tuttavia, solo a partire del 2000, le autorità di pubblica sicurezza e gli operatori sociali sono riusciti a darne una lettura più precisa.
E’ la città di Milano quella che sembra essere diventata una delle maggiori mete europee del traffico di donne sudamericane, accanto ad Amsterdam, Madrid, Amburgo e Francoforte. Nel mese di luglio del 2000, la polizia colombiana ha colpito una delle maggiori reti sino ad oggi scoperte, eseguendo 20 arresti tra Cali, Pereira, Yumbo e Medellín (Operación Gaviota). La rete utilizzava varie rotte, buona parte delle quali avevano Milano come città di transito o destinazione finale. Le vittime erano reclutate in Colombia per esercitare la prostituzione nei locali di Portogallo, Spagna e Italia. I capi dell’organizzazione criminale reclutavano le loro vittime attraverso lettere d’invito per lavorare in imprese estere, utilizzando come copertura un’agenzia di viaggi turistici che garantiva prenotazioni fittizie in hotel internazionali, dollari, passaporti e visti. L’operazione del DAS (Departamento administrativo de seguridad) ha stabilito che la rete inviava all’estero settimanalmente una media di 10-12 donne. Per coprire i costi del viaggio, queste erano obbligate a ipotecare i propri immobili o a firmare lettere di debito per 8-10 milioni di lire.[10]
Il ruolo strategico di Milano ha trovato conferma in un’altra importante indagine della polizia spagnola, che nel novembre 2000 ha scoperto un gruppo criminale internazionale che operava tra Murcia, Valencia e Madrid, sfruttando immigrati colombiani. La rete contattava le vittime a Cali e in altre città dei dipartimenti del Valle e Risaralda, chiedendo 12 milioni di lire per l’inserimento in Spagna e 36 milioni se la destinazione finale era il Regno Unito. Se la persona non era in possesso di questa somma, la si obbligava a ipotecare i propri beni e quelli dei familiari o a contrarre un debito con interessi usurai. Per assicurarsi il pagamento, la banda utilizzava la minaccia di gravi rappresaglie, ivi inclusa l’uccisione dei familiari. Da Bogotá il viaggio procedeva verso Francoforte, dopo a Milano e da lí, via terra o via aerea, si giungeva a Barcellona, Madrid e Valencia. L’attività per le donne era il lavoro domestico o la prostituzione nelle case d’appuntamento; gli uomini venivano inviati a lavorare nel settore delle costruzioni.
Secondo il DAS, un gruppo criminale che opera nel dipartimento del Valle, tra le città di Cali, Palmira e Buenaventura, starebbe gestendo il trasferimento di centinaia di donne reclutate in Colombia che giungerebbero in Lombardia dopo un periodo di “formazione” in Argentina, dove riceverebbero documenti falsi e talvolta passaporti con cognomi italiani. Sempre a Cali un gruppo criminale invierebbe settimanalmente 3-4 giovani transessuali utilizzando falsi corsi di formazione professionale. Milano, infine, sarebbe una delle mete più desiderate dalla maggior parte dei travestiti che esercitano la prostituzione nel centro storico di Medellín. Secondo gli operatori sociali che stanno seguendo il fenomeno, il sogno italiano di questi giovani è originato dal successo socioeconomico di uno dei primi travestiti di Medellín, che si trasferí a Milano a fine anni ’80 per poi fare ritorno ricchissimo in Colombia; oggi egli sarebbe il proprietario di alcuni tra i più noti locali di strip-tease di Medellín.
Nella ricca regione della Lombardia sono stati individuati altri elementi che confermano la sua centralità nello sfruttamento della prostituzione di cittadini colombiani. Nell’agosto del 2000, un’indagine delle autorità italiane ha permesso di individuare una rete colombo-italiana che reclutava in Colombia donne tra i 20 e i 25 anni di età, destinate alla prostituzione nella città di Pavia. Il gruppo criminale aveva esteso i propri contatti ad altre regioni del paese, in particolare Campania e Puglia. I capi, tra i quali un giovane italiano e un cittadino colombiano di 27 anni, pagavano il biglietto aereo delle donne e, quando esse giungevano in Italia, erano inviate in hotel e case d’appuntamento del territorio nazionale; la rete criminale guadagnava su ogni donna una media di 450 mila lire al giorno. L’indagine è stata avviata a seguito del tentato suicidio di una giovane ragazza colombiana nella città di Lecce; la polizia rinvenne nella sua abitazione alcuni libri contabili del consorzio criminale.[11] L’anno precedente (giugno 1999), sempre a Pavia, i carabinieri avevano scoperto un caso di sfruttamento della prostituzione da parte di un imprenditore locale e di una colombiana di 35 anni d’età che affittava un appartamento ad alcune connazionali per 500 mila lire alla settimana.
Alla luce delle indagini avviate dalla polizia negli ultimi due anni, è possibile affermare che l’Italia si è trasformata in uno dei più importanti paesi europei di destinazione delle donne colombiane, le quali in alcuni casi giungono a destinazione lungo le rotte della tratta, mentre in altri vi arrivano da sola ma finiscono per essere sfruttate dai gruppi criminali che gestiscono la prostituzione. Il fenomeno è di dimensioni nazionali e non ci sono regioni del paese dove non siano state identificate, detenute, espulse e rimpatriate cittadine colombiane. Le informazioni emerse durante le indagini hanno evidenziano un alto livello di violazioni, la subordinazione a organizzazioni criminali autoctone o straniere, la vulnerabilità ad essere coinvolte in altre attività illecite.
Casi evidenti di sfruttamento di ragazze colombiane, nigeriane e dell’Europa dell’est sono stati scoperti recentemente dalla questura di Roma durante l’indagine sulla prostituzione di strada in un quartiere del centro storico. Molte di esse hanno denunciato di essere vittima di sistematiche estorsioni da parte di prostitute italiane. Nel marzo di quest’anno, a seguito di un blitz della polizia nella città di Perugia, è stato scoperto un edificio del centro dove donne colombiane e dominicane esercitavano la prostituzione sotto il controllo di due italiani (il proprietario dell’edificio e un intermediario) e una donna colombiana. Tre mesi più tardi, a Napoli, è stata arrestata una donna italiana di 50 anni che gestiva sette case d’appuntamento nel Centro Direzionale della città. Le ragazze erano tutte colombiane (l’operazione di polizia fu chiamata appunto “Colombia”) ed erano state contattate dalla stessa donna, la quale era già stata indagata nella metà degli anni ’80 nell’ambito di un’inchiesta su un traffico di cocaina e prostituzione che coinvolse imprenditori della città e alcuni calciatori della squadra locale. La donna inoltre, affittava gli appartamenti alle colombiane e si incaricava di contattare i clienti attraverso annunci economici nei quotidiani. Per questi servizi ciascuna delle ragazze pagava settimanalmente 900 mila lire.
Analogo sistema di “tassazione” fu scoperto nel dicembre del 1999 a Reggio Emilia, ove una rete internazionale guidata da due napoletani gestiva oltre 30 case d’appuntamento, nella quale si prostituivano donne che provenivano dall’Ungheria, Italia, Santo Domingo, Russia, Brasile e Colombia. Il gruppo criminale era in stretti contatti con una rete di trafficanti di donne che operava in Ungheria; qui le ragazze venivano contattate e ricevevano visti turistici falsi e i biglietti di treno per l’Italia. Ogni prestazione sessuale costava 300 mila lire e solo il 40% di questa somma rimaneva nelle mani delle donne.
A Palermo, il 15 ottobre 2000, la polizia ha arrestato una donna italiana di 50 anni, con precedenti penali, che gestiva una casa d’appuntamento dove lavoravano giovani donne colombiane che ruotavano settimanalmente e che ricevevano solo una piccola parte del denaro pagato dai clienti, tutti professionisti e commercianti della città.
Parecchio clamore ha destato un’inchiesta giornalistica realizzata in Svizzera lo scorso gennaio sul fenomeno della prostituzione nel Canton Ticino e in particolare nella città di Lugano. Edifici, hotel, night-club e strade sarebbero utilizzati esclusivamente per lo sfruttamento della prostituzione con clienti della vicina Italia (Milano, Bergamo, Firenze). La maggior parte delle donne coinvolte erano colombiane e dell’Europa dell’est; le prime giungerebbero in Svizzera grazie a contatti con altre connazionali residenti nel Cantone, le quali richiederebbero mensilmente sino a 4.000 franchi svizzeri per persona, più il valore dell’affitto delle stanze (5-6.000 franchi). Le colombiane utilizzerebbero per l’ingresso visti turistici con validità di tre mesi; successivamente si trasferirebbero in Italia o Germania come immigrate clandestine sotto il controllo delle reti.[12]
Uno dei meccanismi individuati per gli ingressi in Italia da parte delle donne colombiane destinate alla prostituzione è quello dei matrimoni di convenienza. Sei mesi fa è stata smantellata a Udine un’organizzazione che garantiva l’arrivo di donne che acquisivano la nazionalità italiana attraverso falsi matrimoni con anziani italiani – alcuni dei quali con precedenti penali - che in cambio guadagnavano dai 3 ai 5 miloni di lire. Dopo il matrimonio, le donne esercitavano la prostituzione in appartamenti e case d’appuntamento delle maggiori città della regione, con l’obbligo – ovviamente – di versare buona parte dei proprio guadagni per estinguere il debito contratto. Si stima che la rete ha contattato più di un centinaio di donne. Tra i capi dell’organizzazione, alcuni italiani e una donna colombiana di 46 anni, residente a Udine da diversi anni. L’operazione ha chiarito che prima di partire, le colombiane versavano alla rete criminale dai 6 ai 10 milioni di lire o accettavano prestazioni sessuali gratuite. La presenza di donne colombiane nella regione di frontiera con la Slovenia, la più utilizzata per gli ingressi via terra di immigrati clandestini, si caratterizza per la sua rilevanza: secondo la polizia di Trieste nel solo quartiere Teresiano esisterebbero più di cento sudamericane che esercitano la prostituzione di strada accanto alle immigrate nigeriane.
In questa regione si sono conformate alcune delle organizzazioni criminali transnazionali più potenti. Cittadini cinesi, croati e albanesi hanno garantito in meno di un anno il transito clandestino di oltre 5.000 persone provenienti dall’estremo Oriente, con profitti per 130 miliardi di lire. Sempre ad Udine, la polizia ha recentemente scoperto un gruppo mafioso italo-albanese che reclutava donne in Moldavia attraverso false promesse di lavoro in Italia o sequestrava ragazze in Albania. Alcuni membri di questa rete si sono caratterizzati per la violenza esercitata contro le vittime e per la realizzazione, nel Natale del 1999, di un grave attentato contro le forze dell’ordine, che ha causato la morte di tre poliziotti. L’attentato fu organizzato per vendetta contro due agenti che si erano indebitati con l’organizzazione e che collaboravano con le attività illecite della rete albanese. Nell’agosto 2000, erano stati arrestati due militari dell’Arma dei carabinieri e due ispettori di polizia, perchè accusati di informare preventivamente le prostitute straniere sulle operazioni di retata, in cambio di prestazioni sessuali gratuite. Secondo il Gip di Trieste, questo era diventato il modus operandi di alcuni agenti in contatto con il gruppo albanese che controlla il racket della prostituzione a Udine.
La possibilità che donne colombiane siano state reclutate da gruppi albanesi che dirigono una parte importante del mercato della prostituzione in Italia è un’ipotesi che desta forte preoccupazione. Un’indagine su vasta scala condotta nello scorso mese d’aprile (Operazione Girasole) ha smantellato a Spoleto (Umbria) un’organizzazione mafiosa italo-albanese con più di cento affiliati che sequestrava donne in Albania e in altri paesi dell’est europeo per costringerle alla prostituzione; contemporaneamente il consorzio criminale gestiva il traffico di stupefacenti, hashish e cocaina. Questo gruppo sarebbe sospettato di gravi fatti violenti e della sparizione di tre ragazze che si erano ribellate alla tratta. La rete si era strutturata secondo il modello della ‘ndrangheta ed aveva stretti legami con la famiglia dei Farao-Marincola di Cirò e con i boss della Camorra Vincenzo e Luigi Caiazzo (quest’ultimo latitante, già affiliato al clan di Raffaele Cutolo e successivamente transitato nella struttura dei Casalesi). Oltre due miliardi al mese il giro d’affari dell’organizzazione, che segregavano le vittime ed esigevano loro il pagamento di 30 mila lire al giorno per l’affitto delle abitazioni-celle e il 25% su ogni prestazione sessuale. La rete aveva reclutato anche donne colombiane, le quali venivano inizialmente utilizzate come mulas, ossia per il trasporto di cocaina prodotta in Colombia, e successivamente inserite nella prostituzione.[13]
Nell’ultimo anno altre importanti inchieste transnazionali hanno verificato strette e preoccupanti relazioni fra la tratta di persona e l’invio di droga in Europa e Italia. La banda ispano-colombiana smantellata in Spagna nel novembre del 2000 e che utilizzava Milano come città di transito delle vittime, offriva uno sconto sulle tariffe del viaggio, in particolare su quelle che avevano come destinazione il Regno Unito, a quelle persone che accettavano di trasportare sino a mezzo chilo di cocaina. Il DAS, sezione di Antioquia, nel marzo 2001 ha scoperto una rete di narcotrafficanti che inviava persone con droga a Madrid e Roma e che inviava in questi paesi anche ragazze per la prostituzione. Uomini e donne partivano dall’aeroporto di Rionegro dopo aver assunto ingenti quantità di cocaina.
Il nesso tratta-prostituzione e il trasporto di droga non è una novità. In una sua dichiarazione davanti il Sottocomitato permanente sul traffico di stupefacenti del Senato degli Stati Uniti, nel settembre 1989, il noto giornalista e ricercatore colombiano Fabio Castillo descrisse come i narcotrafficanti avevano diversificato la loro attività con la ‘tratta delle bianche’. “Denunciano le stesse donne che contrattano per il trasporto in Europa di cocaina all’interno del proprio corpo, per sviare l’attenzione della polizia sui propri carichi. Una volta in carcere esse ricevono una visita, quasi sempre una ragazza giovane che offre loro aiuto, con una semplice proposta: se accettano le loro condizioni possono ottenere la libertà. Una volta ottenutala grazie al versamento di una tangente, la donna è condotta quasi sempre in Grecia, dove sarà venduta al miglior offerente per essere poi destinata ai postriboli del Medio Oriente e d’Olanda”.[14]
La convergenza tra i due affari illeciti è un fattore estremamente allarmante per le potenziali vittime. La ricerca di un cambiamento a qualsiasi costo o la necessità di pagare una parte dell’alto debito contratto con la rete della tratta, espone molte colombiane all’accettazione della proposta di viaggiare all’estero dopo aver ingerito pericolosamente quantità di eroina e cocaina, ponendo a rischio la propria vita nel peggiore dei casi, o finendo in carcere per traffico di droga nel migliore di essi. La coscienza di essere entrati nel paese commettendo un crimine, ha come effetto quello di condurle all’autoisolamento, sottoposte ancor di più al ricatto dei trafficanti. Ciò converte la vittima in colpevole di reato, accrescendone la vulnerabilità ad essere coinvolte in altre attività illegali e consentendo così l’impunità dei responsabili del traffico.
6. Il caso specífico del quartiere San Berillo a Catania
Catania è oggi la città dove si registra la maggiore presenza organizzata di donne colombiane dedite alla prostituzione. Il caso è assai particolare anche perchè questa presenza risale a più di 20 anni fa; si può affermare inoltre che Catania è stata la prima città ad ospitare ragazze/donne di questo paese in numero rilevante.
Storicamente, come nel caso di Napoli o del municipio di Aviano (in Friuli Venezia Giulia, dove è sorto il Comitato per i diritti civili delle prostitute di Pordenone), un ruolo attrattivo e di domanda di prostituzione massiva è imputato all’esistenza nell’hinterland della città della più importante base aeronavale degli Stati Uniti nel Mediterraneo, Sigonella, con oltre 6.500 militari. Le prime donne colombiane sarebbero giunte nel periodo compreso tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, proprio quando si implementavano i progetti di ampliamento della base aeronavale di Sigonella. Il periodo corrisponde agli anni in cui l’autorità giudiziaria scoprì che molte di esse erano giunte in Italia con un visto turistico o con un falso contratto da ballerine. Dopo un controllo dei rappresentanti consolari italiani in Colombia si accertò che erano in possesso di certificati e documenti emessi da scuole di ballo inesistenti, con sede nella città di Medellín.
Con il passare degli anni, le colombiane sostituirono in parte le donne italiane nella gestione della prostituzione, prendendo in affitto o acquistando le loro case. Alle donne, si unirono uomini e minori di età che giunsero dalla Colombia per ricongiungimento familiare. Per molti anni non è esistito un ricambio generazionale, e quando iniziarono a giungere a Catania le donne nigeriane (metà degli anni ‘90), le sudamericane iniziarono ad interpretare una funzione di maternage.[15]
Intorno al 1998 nella città erano presenti solo una cinquantina di donne colombiane di età compresa tra i 40 e i 50 anni e alcune lavoratrici sessuali più giovani, provenienti dalla Nigeria. Negli ultimi anni, il fenomeno la stima è cresciuto notevolmente: i permessi di soggiorno concessi dalla Questura di Catania a donne di nazionalità colombiana superano i 150 all’anno e si stimano intorno alle 800 le colombiane che esercitano la prostituzione, numero a cui dovrebbero aggiungersi le donne giunte per contrarre matrimonio (nella maggior parte dei casi grazie ad agenzie d’intermediazione e ad unioni fittizie) e per trovare impiego in lavori domestici o in piccole unità produttive.
Le colombiane vivono in alcuni quartiere periferici della città e in altri comuni dell’hinterland e sino allo scorso anno esercitavano la prostituzione nello storico quartiere di San Berillo, noto da secoli come zona del mercato del sesso, meta in Sicilia delle classi borghesi prima e proletarie dopo, una specie di fenomeno della ‘subcultura’ sessista e macista insulare che fu idealizzato perfino nelle opere letterarie di alcuni importanti scrittori siciliani.
La storia delle case aperte di San Berillo è segnata dalle continue attività di chiusura delle autorità pubbliche a cui, puntualmente, seguivano nuove occupazioni delle lavoratrici sessuali e dei propri compagni. Nella prima metà degli anni ’80, le autorità locali decisero di murare le entrate delle abitazioni, obbligando le donne che vi operavano a trasferirsi in altre zone della città. Il ritorno a San Berillo fu rapido e ulteriori inutili operazioni della forza pubblica furono organizzate nei primi anni ‘90, quando fu lanciato dall’amministrazione municipale un piano di riqualificazione del centro storico che però non richiamò l’attenzione della classe media della città per tornare a vivere nel cuore di Catania. Gli appartamenti del quartiere restarono sfitti. L’arrivo di una nuova ondata immigratoria nella seconda metà degli anni ‘90 (in maggioranza donne di origine colombiana e nigeriana e con una crescente presenza di donne dall’est europeo, principalmente dall’Albania), fu accolta favorevolmente nel quartiere, generando l’occasione per ‘plusvalorizzare’ il patrimonio immobiliare di San Berillo, e dando impulso ad una serie di attività economiche collaterali (piccoli negozi di generi alimentari, bar, ecc.) in forte crisi recessiva.
La prostituzione immigrata di San Berillo è stata ben tollerata sino allo scorso dicembre, quando la nuova amministrazione locale di destra lanciò una vera e propria crociata contro le lavoratrici sessuali, chiedendo l’intervento repressivo delle forze dell’ordine, sotto la semplicistica e falsa equazione ‘prostituzione immigrata uguale criminalità’. Ancora una volta le autorità hanno promesso un progetto di ristrutturazione del quartiere per ospitare negozi commerciali e laboratori artigianali, mostrando maggiore sensibilità per gli interessi degli speculatori che sperano di acquistare con pochi soldi gli edifici di San Berillo per poi rivenderli con grandi profitti, con la conseguente espulsione dal centro della città dei vecchi e nuovi abitanti.
Così, il 12 dicembre del 2000, negli stessi giorni in cui in Sicilia aveva luogo il Forum delle Nazioni unite contro i Crimini organizzati transnazionali, la questura di Catania realizzava la prima grande retata a San Berillo, detenendo più di 200 prostitute (la maggior parte colombiane, nigeriane e nordafricane). 58 di esse furono inviate al Centro di detenzione temporaneo di Brindisi, per essere poi deportate ai loro paesi d’origine. La reazione delle compagne fu assai energica: organizzarono un sit-in di fronte alla stazione di polizia, chiedendo la riapertura delle case di San Berillo e il rispetto dei loro diritti lavorativi, in cambio dei quali erano disposte al pagamento delle imposte. La risposta della forza pubblica è stata ancora una volta duramente repressiva: 21 manifestanti (colombiane, dominicane e nigeriane) furono arrestate e 14 di esse espulse. Le ragazze sudamericane inviarono una lettera al Sindaco di Catania, chiedendo l’autorizzazione a restare a San Berillo tre mesi ancora “per mantenere e dare il necessario ai nostri figli”. “Quello che stiamo chiedendo – spiegarono le manifestanti – non è un compromesso ma un patto. Non è bello lavorare in strada, perchè la gente ci guarda e non sappiamo chi incontriamo. Non c’è nessuno che ci protegge, solo Dio”.[16] Il Sindaco ha rifiutato qualsiasi possibilità di dialogo con le immigrate, perdendo un’importante opportunità di avviare una negoziazione per regolamentare gli spazi pubblici e riqualificare il degradato quartiere di San Berillo, assicurando loro condizioni di vita e lavoro più dignitose e sicure.
Di contro si sono incrementate le misure repressive delle forze dell’ordine e le campagne xenofobe o moraliste di molte organizzazioni politiche e della stampa locale. In meno di un anno sono state organizzate altre 6 retate in grande scala nei quartieri vicini a San Berillo (l’ultima operazione è stata il 30 ottobre scorso). Si è proceduto con schedature, rilievo delle impronte digitali, detenzioni e deportazioni massive. Secondo dati della questura di Catania, nei primi nove mesi dell’anno 2001, sono state arrestate 118 prostitute extracomunitarie (tra le quali 72 colombiane, 29 nigeriane, 9 dominicane e 2 equadoriane); 14 di esse sono state espulse e 82 sono state accompagnate ai Centri di permanenza temporanea. La polizia, inoltre, ha identificato 255 donne, avviando procedimenti penali contro cittadine colombiane accusate di essere rientrate in Italia prima dei 5 anni dalla data di espulsione o per essere in possesso di falsi documenti di identità. Durante le operazioni sono stati arrestati anche uomini della stessa nazionalità, anch’essi trovati senza permesso di soggiorno.
L’intensità delle misure repressive non può essere comparata con il passato: nel ’98 la Questura aveva espulso 51 straniere (delle quali 20 di origine sudamericana); nel 1999 furono fermate e identificate a Catania 265 prostitute, tutte straniere e ne furono espulse 34 (delle quali 10 di origine sudamericana). Nella quasi totalità dei casi fu contestata la permanenza in Italia senza un regolare permesso di soggiorno.
Per comprendere la dimensione di questo vero e proprio clima di “caccia alle streghe”, è opportuno menzionare alcune delle definizioni maggiormente utilizzate dalla stampa locale (‘Gazzetta del Sud’): mentre non si utilizza mai l’espressione “donne che esercitano la prostituzione”, le cronache parlano di “donnette”, “signorine”, “lucciole extracomunitarie”, “venere negre”, “prostitute d’importazione”, “ragazze di vita”, “belle di notte” sino al paternalista “schiave del 2000”. Si stigmatizza l’esercizio della prostituzione descrivendolo come “vendita per la strada” o “continuo carosello di prostitute”, responsabile del “degrado del centro dove ci sono rispettabili cittadini che sono obbligati a vivere circondati dalla malavita”. “Prostitute e delinquenti, variopinta compagnia” sintetizza l’assunto criminalizzante del fenomeno. I giornalisti, che mai hanno approfondito le difficili condizioni di vita delle prostitute immigrate e che disconoscono le dinamiche della tratta, giungono ad affermare lapidariamente che “le schiave del sesso possono ribellarsi se lo vogliono”. Si stigmatizza inoltre l’intero quartiere di San Berillo, definito “regno a luci rosse”, “quartiere del malaffare”, “spazio d’illegalità e zona fortemente a rischio per chi ci vive o ci passa”. “San Berillo Vecchio è l’ultimo baluardo di casbah incompatibile con il recupero di Catania, è come se la città viva con un cancro”, ha dichiarato lo scorso aprile l’allora ministro degli Interni Enzo Bianco, sindaco di Catania negli anni ’90.
La stampa applaude quando le prostitute “sono fregate dal controllo dattiloscopico” e chiede con sempre maggior frequenza l’intervento delle forze dell’ordine per “molestare prostitute, sfruttatori e clienti e obbligarli ad abbondare la zona”, “debellare il diffuso fenomeno della prostituzione”, “sanare e recuperare la zona”, “sfoltire la presenza di prostitute”, “cancellare la piaga della prostituzione e della microcriminalità presente”, “restituire un minimo di decenza” e “dignità a due strade del centro”, “riportare a nuova vita San Berillo strappandolo alle grinfe della prostituzione”. Quando poi l’opinione pubblica si rende conto che i blitz di polizia hanno avuto come unico risultato il tarsferimento della prostituzione due incroci più su di San Berillo, rompendo altri equilibri sociali, si giunge ad affermare che “era migliore la situazione di prima, quando delinquenti e giovani donne extracomunitarie restavano all’interno dei confini tracciati tra la Via Di Prima e la Via Sangiuliano senza sciamare nelle strade circostanti”.
I risultati di questa politica miope, del tutto simile alle strategie di “sviluppo” urbanistico di molte città colombiane, non si sono fatte attendere: le prostitute straniere hanno occupato altre strade del centro storico di Catania, generando nuovi conflitti con la popolazione residente, e nella maggior parte dei casi hanno preferito trasferirsi ai pericolosi raccordi stradali di periferia, come le statali Catania-Gela, Catania-Palermo e Catania-Ragusa, dove le condizioni di vita e di lavoro sono assai meno dignitose. Inoltre si è incrementato il fenomeno del “nomadismo” e sempre più donne si spostano, soprattutto nei fine settimana, verso importanti cittadine turistiche limitrofe (Taormina, Giardini) o verso altri capoluoghi siciliani (Messina, Siracusa).
Si sono moltiplicati in conseguenza i fatti di violenza e le aggressioni. Recentemente la polizia ha identificato i responsabili di numerosi furti commessi contro colombiane e africane che esercitano la prostituzione in queste strade regionali. Due siciliani con precedenti penali assaltavano con coltelli e pistole le prostitute, le sequestravano e successivamente le derubavano dei guadagni realizzati. Fatti similari sono stati registrati in altre zone della provincia di Catania. Un mese fa, una prostituta polacca di 24 anni ha denunciato un camionista per violenza sessuale dopo essere stata obbligata sotto la minaccia di un coltello a una prestazione senza il preservativo.
7. Profilo delle colombiane che esercitano la prostituzione a Catania
Secondo informazioni raccolte dalla polizia e dalle associazioni che stanno indagando sul fenomeno, sembra che la maggior parte delle donne colombiane provenga da tre aree del paese: i dipartimenti di Antioquia e del Valle e dal cosiddetto Eje Cafetero[17]. Le operatrici del Cedav (Centro donne antiviolenza) di Messina hanno segnalato una forte presenza in questo capoluogo di donne provenienti dalla città di Buenaventura, elemento che dimostra come la situazione di guerra esistente in Colombia sia causa fondamentale dell’espulsione di donne e uomini. Negli ultimi anni a Buenaventura si sono registrati gravi violazioni dei diritti umani - 5 massacri nei primi nove mesi del 2000, 424 omicidi selettivi nel 1999 – e le condizioni socioeconomiche dell’area peggiorano progressivamente (la disoccupazione colpisce il 65% degli abitanti, mentre il 60% della popolazione urbana vive in condizioni di estrema povertà).[18] Secondo il Cedav la somma pagata per poter fare ingresso in Italia ”si avvicina agli 8 milioni di lire che quasi sempre hanno ricevuto in prestito da organizzazioni criminali dei paesi d’origine".[19]
La Questura di Catania, in un suo recente rapporto sul fenomeno della prostituzione di San Berillo, afferma che in generale “si tratta di giovani madri o mogli che inviano parte degli ingressi della loro attività ai familiari del paese d’origine”. Nelle loro famiglie, la figura maschile è quasi inesistente e quasi sempre i figli sono allevati dalle loro madri o nonne. “Mentre le colombiane giungono al territorio mantenendo in qualche modo vincoli con il paese d’origine – aggiunge il rapporto - le africane cercano di nascondere in tutti i modi possibili la propria identità per evitare di essere deportate ai loro paesi d’origine, assai poveri”.[20]
Molte delle donne colombiane arrivate in Sicilia negli ultimi anni si sono sposate con uomini locali, tuttavia le autorità sospettano che in un gran numero di casi questi matrimoni sarebbero stati organizzati fittiziamente per garantire i permessi di residenza. Per lo meno in un caso la “storia d’amore” si è conclusa malissimo per il “marito”: recentemente due giovani sorelle sono state arrestate per estorsione e minacce di morte contro lo sposo di una di esse, il quale si era indebitato per più di 200 milioni di lire. La polizia ha verificato che la cognata era stata identificata come lavoratrice sessuale in un’altra regione d’Italia.
In confronto con altre lavoratrici sessuali straniere, le donne colombiane esercitano la prostituzione con maggiore visibilità. Di fatto esse si spostano verso altre città e per la regione in modo individuale o in piccoli gruppi, sono solite girare per negozi e locali commerciali e preferiscono prendere in affitto gli appartementi dove risiedono congiuntamente con altre 3 o 4 compagne. I loro figli minori frequentano scuole private, dove l’anonimato delle madri è assicurato in cambio di profumate rette mensili.
Per ciò che riguarda le modalità del loro lavoro esse hanno dichiarato alle operatrici del Cedav di Messina di esercitare la prostituzione utilizzando il preservativo (“dichiarazione presumibilmente non veritiera”), e di guadagnare 40-50.000 lire per prestazione. “Solo alcune di esse hanno clienti fissi e si dichiarano soddisfatte se guadagnano 400.000 lire per notte”.
8. Ruolo della criminalità nello sfruttamento delle donne colombiane
La già citata relazione della Questura di Catania, segnala che le “attività di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione sono gestite attraverso complesse relazioni che hanno come co-protagonisti gruppi malavitosi autoctoni e stranieri”, delle quali fanno parte numerosi cittadini di origine colombiana.
Durante un’operazione dei carabinieri nella prima settimana del mese di agosto del 2000, sono state arrestate "per associazione per delinquere diretta allo sfruttamento della prostituzione", tre donne colombiane tra i 33 e i 39 anni di età - tra le quali due sorelle - che avevano reclutato giovani connazionali. Le vittime erano obbligate a consegnare ai reclutatori buona parte dei soldi conseguiti; i carabinieri hanno accertato che solo nell’ultimo mese le tre donne avevano guadagnato 40 milioni di lire. Durante l’operazione è stato denunciato per favoreggiamento anche il proprietario italiano di una delle abitazioni di San Berillo, elemento importante per comprendere i legami e le contiguità della criminalità locale con il traffico delle colombiane.
Intorno alla fine del 1999 la Questura ha inviato all’Autorità giudiziaria una dettagliata comunicazione di reato su 4 persone che “partecipando a differente titolo, risultano aver organizzato un’associazione finalizzata allo sfruttamento della prostituzione straniera”. Una delle persone denunciate risultò essere il proprietario di un immobile “la cui destinazione all’attività di prostituzione apportava all’organizzazione circa tre milioni al giorno”. Altro proprietario delle degradate abitazioni di San Berillo è stato arrestato per favoreggiamento e sfruttamento, in occasione della prima operazione di polizia in grande scala per reprimere il fenomeno della prostituzione nel centro storico di Catania (dicembre 2000). In quest’occasione fu arrestata anche una cittadina colombiana di 51 anni che sfruttava direttamente tre connazionali e che ricettava oggetti rubati. Il proprietario di un appartamento affittato ad una colombiana che lo utilizzava per l’esercizio della prostituzione di altre connazionali è stato arrestato il 24 febbraio del 2001. Negli stessi giorni un’altra donna colombiana di 56 anni, il figlio di 26 anni e un uomo colombiano di 37 anni furono detenuti per la gestione di un appartamento del centro storico dove si prostituivano 9 donne colombiane.
La gestione diretta di una porzione del mercato del sesso da parte delle sudamericane è stata confermata durante un’altra indagine avviata nel giugno 2001, quando una donna colombiana di 40 anni è stata arrestata perchè responsabile della gestione di una casa d’appuntamento dove si prostituiva una connazionale, che riceveva i clienti contattati attraverso annunci economici sui quotidiani locali. La donna era giunta da alcuni anni in Italia; dopo il matrimonio con un italiano aveva abbandonato la prostituzione continuando però a intrattenere relazioni d’affare con alcune connazionali che lavoravano nel centro di Catania e che molte volte ospitava nella sua abitazione.
Gli affitti degli immobili alimentano uno dei gradini della catena criminale che gestisce il traffico. La questura di Catania ha calcolato che l’uso di ogni abitazione implica guadagni superiori ai 2.000.000 di lire al giorno. Considerato il gran numero di appartamenti esistenti per la prostituzione nel centro storico è presumibile che il denaro circolante per i subaffiti superi mensilmente la decina di miliardi. A questo lucroso affare si devono aggiungere le cosiddette “attività collaterali” (indotto da prostituzione rappresentato dalla vendita di profilattici, fazzoletti igienici, ecc. e la gestione delle chiamate telefoniche internazionali abusive) che sono amministrate direttamente da piccoli settori criminali. Gli stessi elementi farebbero da intermediari e ricercatori di clienti e, secondo la polizia, garantirebbero “l’assistenza legale e medica” alle prostitute immigrate.
Oltre ad assumere il costo della stanza, le donne devono pagare alla criminalità una “tassa” sulla propria attività. “Dovevamo pagare quelli che ci proteggevano - racconta Lucero – Il mio guadagno giornaliero era di 600, 700 mila lire e a loro dovevo consegnare 120 mila lire, tutti i giorni, lavorassi o non lavorassi”. Come segnalato dal Consolato di Colombia a Roma si deve però “smitizzare” la figura del protettore: “con frequenza non sta sulla strada con le ragazze, difficilmente si fa vedere e in ogni caso, non ha mai protetto nessuna, a parte i propri interessi. Sono soprattutto i veri trafficanti quelli che elaborano i contratti specifici con le ragazze, il cui inadempimento è duramente punito. Le ragazze in conseguenza, devono proteggersi da sole”.
“Il protettore – continua il Consolato – può vivere la sua vita tranquillamente in un’altra parte, perchè sa che le ragazze pagheranno: l’organizzazione ne tiene sotto controllo la famiglia. Per la maggior parte di queste donne, abbandonare l’affare prima di aver pagato il debito al suo protettore o alla donna che comanda, presenta difficoltà assai rilevanti ... paura del danno che possono fare a lei o ai suoi familiari nel suo paese (...), vergogna di tornare con le mani vuote e pertanto, di fallire; conoscono male e ambiguamente le autorità italiane e pertanto hanno paura dell’espulsione, s’incontrano nel totale isolamento sociale, culturale e linguistico”.[21]
Lo sfruttamento da parte dei soggetti criminali è esercitata, infine, mediante l’affitto delle abitazioni, ove arrivano a pagare sino a 400-500.000 lire al mese per un posto letto. Una grave forma di pressione e di ricatto è realizzata mediante la denuncia davanti all’autorità pubblica per morosità, invasione di edifici e violazione delle norme in materia di soggiorno. Questo meccanismo permette in qualsiasi momento di eliminare dal mercato le donne indesiderate o quelle che anelano conquistare maggiore libertà e autonomia.
Le recenti indagini hanno chiarito il ruolo dei gruppi autoctoni di matrice mafiosa che sarebbero a capo del sistema di sfruttamento della prostituzione a Catania. Nel dicembre 2000, la polizia ha arrestato una donna colombiana di 29 anni, accusata dell’organizzazione di una rete colombo-siciliana di tratta di prostitute. La donna era giunta da alcuni anni in Sicilia per esercitare la prostituzione, però grazie alla relazione con una persona con gravi precedenti penali, Antonino Santanocito, aveva abbandonato la prostituzione per costituire una rete che reclutava altre connazionali e sfruttava direttamente quelle che esercitavano a San Berillo. Esse dovevano consegnare al gruppo criminale tra le 50 e le 200 mila lire al giorno. La figura di Antonino Santanocito, soprannominato “Nino Trippa, il re di San Berillo” conferma l’alto livello mafioso della rete degli sfruttatori. Da diversi anni egli è considerato come il vero regista dell’offerta del mercato del sesso a Catania. Dal carcere, dove vive recluso, grazie ai suoi affiliati Francesco Privitera “Cicciobello”, Enrico Campione “Tiritetta” ed Orazio Ragonese, continua a gestire lo sfruttamento della prostituzione straniera. Secondo l’autorità di pubblica sicurezza i quattro elementi sarebbero affiliati agli storici gruppi mafiosi catanesi dei “Cursoti” e della “Savasta”. In particolare, Orazio Ragonese è stato condannato a 4 anni e mezzo di prigione per associazione mafiosa, mentre lo stesso Antonino Santanocito è stato indagato per presunti legami con il capo dei Cursoti di Milano, Gimmy Miano, alleato dei maggiori cartelli del narcotraffico in Colombia. Nell’operazione contro il racket della prostituzione immigrata di Catania, sono state arrestate inoltre tre anziane donne siciliane, ex prostitute, che avevano il compito di raccogliere il “pizzo” tra le 60 donne colombiane sfruttate. Ben definiti i ruoli di questa capillare organizzazione: c’era chi coordinava le attività delle ragazze e la loro ‘protezione’ e persino un tassista a loro disposizione che le accompagnavano a sbrigare commissioni o ad andare dal parrucchiere.[22]
E’ opportuno sottolineare come le indagini giudiziarie realizzate dopo la prima grande operazione di chiusura del quartiere di San Berillo, nel 1992, svelarono un ampio sistema estorsivo e di usura a danno delle prostitute sudamericane e africane del tempo, implementato proprio dal clan Savasta, guidato dal sanguinario Orazio Nicolosi “u lisciu”.
Un fatto di cronaca dello scorso mese di marzo testimonia ancora una volta le ambigue relazioni di alcune delle colombiane che vivono a Catania con elementi della criminalità organizzata locale. Una donna residente nel quartiere di San Berillo, con un passato da prostituta, già accusata di associazione mafiosa e compagna di un noto affiliato di Cosa Nostra, ha sequestrato i propri tre figli prelevandoli da un istituto religioso e con un amico ha tentato inutilmente di fuggire a Londra. Arrestata dalla polizia di frontiera, la donna colombiana si è difesa dichiarando che stava fuggendo dal paese perchè aveva tagliato la relazione con il vecchio amante, attualmente detenuto nel carcere di Catania, e che temeva una ritorsione contro i suoi figli. La giustificazione è apparsa credibile tra gli investigatori.[23]
Esistono elementi anche sulla possibilità che il trasferimento delle donne ad altri municipi della provincia di Catania possa essere diretto da alcuni criminali locali. Lo scorso 17 maggio, i carabinieri di Caltagirone hanno arrestato quattro persone che sfruttavano alcune prostitute colombiane sulla via Catania-Gela e in alcuni appartamenti presi in affitto nella zona turistica di Vaccarizzo. Il gruppo accompagnava le donne ai luoghi di lavoro e forniva cibo e altri servizi.
In realtà gli interessi di Cosa Nostra sul fenomeno della prostituzione colombiana sarebbero molto più vecchi di quanto si possa pensare. Secondo lo studioso italiano Franceso Carchedi di Parsec, l’arrivo delle donne colombiane a Catania a fine anni ’70 “sembrerebbe” essere stato determinato “sulla base di una specie di scambio di favori tra i capi della mafia e i capi colombiani”. L’affermazione, per dire la verità, non ha trovato sino ad oggi riscontri giudiziari, però alla luce delle conoscenze sul fenomeno mafioso siciliano non è possibile scartare a priori la sua veridicità.
Il legame privilegiato tra le organizzazioni criminali siciliane e colombiane è un dato storico inconfutabile. Le indagini sul fenomeno della mafia sottolineano l’importanza dell’accordo stipulato nella seconda metà degli anni ’80 tra il Cartello di Medellín e la famiglia mafiosa dei Madonia per il controllo di un segmento rilevante dell’importazione in Europa di cocaina colombiana, a cui seguirono altri accordi tra il Cartello di Cali e i gruppi criminali di Lazio e Campania. L’indagine sull’Autoparco della mafia di Milano, diretto da uomini delle famiglie palermitane di Cosa Nostra e da rappresentanti della criminalità di Catania (i ‘Cursoti’), ha evidenziato il ruolo strategico della maggiore città finanziaria d’Italia nei traffici di armi e droga con la Colombia e l’importanza di alcuni personaggi siciliani nel controllo delle case da gioco clandestine e della rete dei night club e del “sesso per denaro” del nord Italia. Esistono coincidenze nelle località e nelle rotte che inquietano gli operatori sociali e gli investigatori. Uomini appartenenti ai gruppi criminali di Catania e Palermo controllano buona parte dei casinò e dei locali notturni delle isole delle Antille olandesi, Aruba, Curacao e Saint Maarten, tappe tra le più utilizzate nell’esodo delle donne colombiane e sudamericane. Alcune delle maggiori vie di transito per l’Europa delle donne trafficate seguono le rotte per i trasferimenti di droga ed armi eseguiti dalle mafie internazionali. Questi elementi possono chiarire le dimensioni delle convergenze e degli interessi criminali autoctoni che si sono sviluppati attorno al traffico internazionale di immigrati e della prostituzione straniera.
Conclusioni
Le donne colombiane trafficate con fini di prostituzione nella maggior parte dei casi giungono al paese di destinazione con la piena coscienza del lavoro che andranno a realizzare e, per un osservatore che ignori tutto il background sociale ed umano che le ha spinte a partire dal loro paese, appaiono “disinibite, sensuali e piene di vita”. Di fatto, fuggono da famiglie disfunzionali e violente, da regioni in forte crisi economica, da un paese in guerra. Se ne vanno per garantire la sopravvivenza della propria familia o perchè il contesto in cui operano non offre quello a cui tutti i cittadini dovrebbero aver diritto: un lavoro, una famiglia, sicurezza sociale e l’accesso ai diritti basici: educazione, salute, casa, lavoro.
Di fronte alle molteplici forme di disillusione che affrontano, un numero sempre maggiore cade vittima di “trafficanti di sogni” senza scrupoli, che gestiscono un affare mondiale che produce miliardi e miliardi di lire. Sebbene l’esercizio della prostituzione da parte delle colombiane all’estero si presenta generalmente con connotazioni di autonomia rispetto ad altri casi, come ad esempio quello delle ragazze albanesi, la complessa realtà che le indagini di polizia, giudiziarie e sociologiche rivelano sono una prova evidente dei rischi che esse devono affrontare in Italia. Atti di xenofobia, stigmatizzazione, marginalizzazione, sfruttamento economico, esercizio della prostituzione con metodi insicuri e sotto il controllo dei gruppi mafiosi più potenti. La diffusione in Colombia di un’informazione corretta, che non si limiti semplicemte a dati presentati in modo scandalistico, è indispensabile nella prospettiva di un reale ‘empowerment’ delle potenziali vittime.
Per quanto riguarda, invece, il pubblico italiano, gli operatori sociali, i funzionari delle forze dell’ordine, i clienti, che rappresentano una grossa fetta della popolazione maschile adulta; per quanti utilizzano i servizi offerti da queste donne o le stigmatizzano o, peggio ancora, le fa oggetto delle forme più brutali di violenza e marginalizzazione, è importante provare ad andare oltre ciò che l’apparenza rivela, oltre quei volti sorridenti e quei corpi in calze a rete e abiti provocanti su un freddo marciapiede o in una autostrada buia. E’ importante che la comunità intera, che sta incrementando in maniera considerevole la domanda di “sesso a pagamento”, inizi a chiedersi da dove vengono queste donne, da cosa fuggono, cosa sognano, che situazioni di sfruttamento vivono.
Medellín, novembre 2001
[1] P. L. Vigna, Metodi investigativi, cooperazione internazionale, Intervento al Convegno Nazionale ‘Traffico di esseri umani. Alla ricerca di nuove strategie di intervento’, Roma 24-25 ottobre 2000. [2] Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno della Mafia, “Relazione della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno della Mafia”, Relazione sul Traffico degli esseri umani, Relatore Senatrice Tana De Zulueda, 5 dicembre 2000, Doc. XXIII n. 49. [3] Rapporto della DIA, Roma, 1 semestre 2000. [4] F. Carchedi, La prostituzione straniera in Italia, in “I colori della notte. Migrazioni, sfruttamento sessuale, esperienze, di intervento sociale”, Franco Angeli, Milano, 2000. [5] La Repubblica, 21 agosto 1999. [6] Sportello Etico, Prostituzione: un’occhiata alla realtà italiana, 2001, www.sportelloetico.it. [7] V. Mazzocchi, La Caritas diocesana di Napoli in “I colori della notte”, Op. cit., pag. 200. [8] La Repubblica, 28 aprile 2001. [9] Gazzetta del Sud, 27 giugno 2001. [10] El País, 27 julio de 2000, Colombia. [11] Quotidiano.net, 25 agosto 2000, http://quotidiano.monrif.net/art/2000/08/25/1227229. [12] R. Bianchi, Fotografia della prostituzione nel Cantone Ticino, Studio Commissionato dal Consiglio di Stato del Cantone Ticino, Lugano, marzo 2000. [13] La Repubblica, 9 aprile 2000. [14] F. Castillo, La coca nostra, Editorial Documentos Periodísticos, Bogotà, 1991, pag. 306. [15] F. Carchedi, La prostituzione straniera in Italia, Op. cit., pag. 118. [16] Gazzetta del Sud, 19 gennaio 2001. [17] La zona di produzione del caffè, nell’area centro occidentale del paese. [18] Informe del Alto Comisionado para los derechos humanos de las Naciones Unidas y otras Ongs internacionales, realizzato nell’ambito della “Misión de Observación en el Municipio de Buenaventura”, avvenuta tra il 20 e il 23 giugno del 2000, pubblicato in “Utopías” n. 78, settembre 2000, pagg. 31-2. [19] Cedav- Centro donna antiviolenza, “Relazione trimestrale luglio-ottobre. Progetto ‘Dal Buio alla Luce’”, Messina, novembre 2000. [20] Questura di Catania, Rapporto sul fenomeno della Prostituzione nel quartiere di San Berillo, Catania, novembre 1999. [21] Consulado General de Colombia, Nota C-2586/1115, Roma, 26 octubre 2000. [22] La Repubblica, 13 dicembre 2000. [23] La Sicilia, 13 giugno 2000.
Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo, "Trafficanti di sogni", terrelibere.org, 17 dicembre 2001, http://www.terrelibere.org/doc/trafficanti-di-sogni |