Il Precario nell’Italia delle Meraviglie
Dal blog www.beppegrillo.it – Pubblicato con licenza
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Una intera generazione senza
futuro condannata alle umiliazioni. Il sistema italiano coniuga salari bassi,
licenziamenti facili, soprusi e raccomandazioni, rigidità e precarietà. Il
peggio di liberismo e statalismo. Laureati e diplomati, meridionali e figli del
Nordest, uomini e donne, chi più chi meno, stanno pagando il prezzo di un
meccanismo nato per arricchire negrieri e speculatori. Del resto, si chiede un
premio Nobel per l'economia, "a che serve spendere per farli studiare
tanto per poi metterli a servire patatine"?
Joseph E. Stiglitz
premio Nobel per l’Economia
Caro Beppe,
dall’Italia mi giungono notizie allarmanti: la legge sul
primo impiego viene ritirata in Francia dopo poche settimane di mobilitazione
studentesca e da voi la legge 30 resiste senza opponenti dopo anni.
Permettimi allora una breve riflessione. Nessuna opportunità
è più importante dell’opportunità di avere un lavoro. Politiche volte
all’aumento della flessibilità del lavoro, un tema che ha dominato il dibattito
economico negli ultimi anni, hanno spesso portato a livelli salariali più bassi
e ad una minore sicurezza dell’impiego. Tuttavia, esse non hanno mantenutola
promessa di garantire una crescita più alta e più bassi tassi di
disoccupazione. Infatti, tali politiche hanno spesso conseguenze perverse sulla
performance dell’economia, ad esempio una minor domanda di beni, sia a causa di
più bassi livelli di reddito e maggiore incertezza, sia a causa di un aumento
dell’indebitamento delle famiglie.
Una più bassa domanda aggregata a sua volta si tramuta in
più bassi livelli occupazionali.
Qualsiasi programma mirante alla crescita con giustizia sociale
deve iniziare con un impegno mirante al pieno impiego delle risorse esistenti,
e in particolare della risorsa più importante dell’Italia: la sua gente.
Sebbene negli ultimi 75 anni, la scienza economica ci abbia detto come gestire
meglio l’economia, in modo che le risorse fossero utilizzate appieno, e che le
recessioni fossero meno frequenti e profonde, molte delle politiche realizzate
non sono state all’altezza di tali aspirazioni. L’Italia necessita di migliori politiche
volte a sostenere la domanda aggregata; ma ha anche bisogno di politiche
strutturali che vadano oltre - e non facciano esclusivo affidamento sulla
flessibilità del lavoro.
Queste ultime includono interventi sui programmi di sviluppo
dell’istruzione e della conoscenza, e azioni dirette a facilitare la mobilità
dei lavoratori. Condivido l’idea per cui le rigidità che ostacolano la crescita
di un’economia debbano essere ridotte. Tuttavia ritengo anche che ogni riforma
che comporti un aumento dell’insicurezza dei lavoratori debba essere
accompagnata da un aumento delle misure di protezione sociale. Senza queste la
flessibilità si traduce in precarietà. Tali misure sono ovviamente costose. La legislazione
non può prevedere che la flessibilità del lavoro si accompagni a salari più
bassi; paradossalmente, maggiore la probabilità di essere licenziati, minori i
salari, quando dovrebbe essere l’opposto.
Perfino l’economia liberista insegna che se proprio volete
comprare un bond ad alto rischio (tipo quelli argentini o Parmalat, ad alto
rischio di trasformazione in carta straccia), vi devono pagare interessi molto
alti. I salari pagati ai lavoratori flessibili devono esser più alti e non più
bassi, proprio perché più alta è la loro probabilità di licenziamento.
In Italia un precario ha una probabilità di esser
licenziato nove volte maggiore di un lavoratore regolare, una probabilità di
trovare un nuovo impiego, dopo la fine del contratto, cinque volte minore e
fino al 40% dei lavoratori precari è laureato. Ma se li mettete a servire
patatine fritte o nei call-center, perché spendere tanto per istruirli?
Grazie per l’ospitalità.
Beppe Grillo
La legge Biagi ha introdotto in
Italia il precariato. Una moderna peste bubbonica che colpisce i lavoratori,
specie in giovane età. Prima non
c’era, adesso c’è. Ha trasformato il lavoro in progetti a tempo. La paga
in elemosina. I diritti in
pretese irragionevoli. Tutto è diventato progetto per poter applicare la legge
Biagi
e creare i nuovi schiavi
moderni. Dal pulire i cessi al rispondere al telefono. Lavoratori dipendenti si
sono
trasformati in imprenditori con
partita Iva, senza soldi e senza sicurezze. Lavoratori transbiagici.
Una sottospecie di schiavi. Meno
tutelati degli schiavi sudisti. La legge Biagi è una legge di sinistra per una
politica del lavoro di ultra destra. Copiata dai faraoni. Call-center al posto
di piramidi. Usata per lo sfruttamento del lavoratore. Senza sicurezze. Senza
niente. Neppure la dignità. Neppure la speranza degli operai degli anni ’50.
Che vivevano di sacrifici, ma sapevano che i loro figli avrebbero avuto una
vita migliore. Questo libro è la storia collettiva di una generazione che sta
pagando tutti i debiti delle generazioni precedenti. Tutti gli errori. Tutte le
mafie, tutti gli scandali, tutte le distruzioni di aziende da parte di
finanzieri farabutti. Una generazione che non andrà mai in pensione. Che sta
pagando la pensione ai vecchi.
Che si sta incazzando. Che non
ha rappresentanza politica. Una generazione senza soldi, senza tfr, senza
speranze professionali. Una generazione di schiavi moderni. La legge Biagi
doveva inserire nel mondo del lavoro i giovani. Ha invece trasformato i giovani
in merce a basso costo. In questo gorgo sono finiti anche i lavoratori di
quaranta, cinquant’anni che per non morire di fame insieme alle loro famiglie
si sono adattati.
Hanno aperto una partita Iva e
si sono uniti al popolo dei precari. Decine di migliaia di persone mi hanno
scritto. Ho scelto alcune centinaia di testimonianze e le ho raggruppate per
tema. Ci sono gli schiavi telefonici outbound e inbound, gli schiavi pubblici e
quelli no profit, gli schiavi imprenditori. Call-center organizzati come
istituti di pena. Kapòcapufficio.
Persino schiavi gratis. Un
universo infernale e allo stesso tempo surreale, comico. In cui tutto è
permesso, tutto è rovesciato. Un luogo non luogo dove il rischio
imprenditoriale è del precario e il profitto del datore di lavoro. Assomiglia a
Alice nel Paese delle Meraviglie.
È ‘Il Precario nell’Italia delle
Meraviglie’. L’Italia è diventata la patria del lavoro a basso costo.
Surclassiamo la Cina. Peccato che manchi il lavoro. Rimane allora solo il
lavoratore a basso costo. Un primato tutto italiano.
Nel 1850 il costo di uno schiavo
in America era 1.000dollari, circa 38.000 dollari di oggi. Un
investimento. Meglio del
mattone. Lo schiavo andava istruito, la sua salute tutelata, la sua famiglia
protetta.
La legge Biagi, co.co.co. e
co.co.pro. hanno portato insicurezza e stipendi da fame. Fare lo schiavo
sudista era più conveniente. Almeno poteva farsi una famiglia.
Lo slogan ‘Lavorare tutti,
lavorare meno’ è stato raggiunto. L’Italia si è trasformata in una nazione
di precari, di sotto-occupati e
di senza lavoro. Di universitari che rispondono nei call-center a cinque
euro all’ora. Lordi
naturalmente.
Sono anch’io un lavoratore di
call-center. Ho 27 anni, sono laureato e ho un master alle spalle.
Sono uno di quelli altamente
qualificati che stentano a trovare un lavoro dignitoso e che ripiegano nei call-center
per avere qualche centinaio di euro in più in tasca. Sono anch’io uno schiavo
moderno. Circa un mese e mezzo fa sono stato assunto come operatore outbound
(in pratica rompere le balle alle persone fino alle 9,30 di sera!) per una
scuola di inglese di Napoli a 5 euro lordi l’ora.
Inutile dirti che in questo
call-center siamo tutti laureati o laureandi (potendo scegliere scelgono il
meglio, mi pare ovvio!). Questa mattina sono stato convocato dal mio
supervisore in merito al mio recente rendimento: a detta sua scarso e aggravato
dal mio comportamento “strafottente nei suoi confronti”.
Che tradotto significa: rifiutarsi
di venire a lavorare prima senza che il tempo in più venisse conteggiato,
richiedere la copia del contratto che abbiamo firmato senza che fosse la data
di fine rapporto e, cosa più grave di tutte, esprimere le mie idee (ci tengo a
precisare comunque che il mio rendimento non è poi così scarso: non sono mai
stato assente nel mese di marzo e ho già fatto un paio di contatti utili ai
fini dell’obiettivo mensile).
Tutti quelli che lavorano, hanno
lavorato e, sono sicuro, lavoreranno in questo call-center firmeranno contratti
di collaborazione a tempo determinato nei quali è lasciata in bianco la data di
fine e soprattutto senza che ne venga data la copia firmata (i più fortunati
hanno al massimo una fotocopia!).
Il supervisore, dopo aver
ricamato in modo patetico sul mio comportamento “sovversivo” mi ha invitato a
firmare le dimissioni e al mio rifiuto è andato su tutte le furie dicendomi che
solo per tale comportamento meritavo di essere mandato a casa (rinunciare di firmare
le dimissioni?). In evidente difficoltà mi ha fatto parlare con il direttore
dicendo che non voleva altri casini e che stavo dando i numeri.
L. F. 10.03.2006 18:14
Ho lavorato quattro anni per un
famoso call-center di Bologna.
Per carità la paga era
accettabile ed ero assunta (una delle ultime fortunate) a tempo indeterminato.
Ma, superati i 27 anni, mi sono sentita addosso una specie di “pressione”
dall’alto.
Diciamo che sentivo che comunque
qualcuno stava dando al mio lavoro una data di scadenza. Risultato: la maggior
parte del mio stipendio è servita per la psicanalisi, i corsi di Yoga ecc.
Ora mi sono licenziata, vivo in
campagna e amo la vita. Figuriamoci quei poveri ragazzi che vendono Adsl &
Co. per 200 euro al mese: Basta... non lasciate che rubino il vostro prezioso
tempo.
M. V. - 20.02.2006 - 19:47
Mi pagavano (udite udite) 30
centesimi a contatto utile (cioè la telefonata chiusa con un “no grazie”) e 10
euro ad attivazione. Quindi zero euro fissi. Lavorando 3 ore al giorno 5 giorni
arrivavo in periodi di grazia a 200 euri, negli ultimi mesi invece, quando
erano finiti i nomi da chiamare e riciclavano i numeri di gente che aveva
rifiutato (e che continuava a rifiutare), prendevo max 50 euro.
Insomma era possibile che se in
un giorno nessuno rispondeva tornavi a casa con un pugno di mosche. Lavoravi
gratis, anzi facevi pubblicità gratis. Il mio contratto era di 3 mesi rinnovato
ogni volta di 3 mesi se mantenevi una media di attivazioni l’ora superiore ad
un tot: una logica che portava alcuni biechi colleghi a raccontare cazzate al
telefono per vendere.
In finale: lavoravi col patema
del rinnovo, col patema di attivare e di riuscire a spiegare il prodotto a chi
rispondeva altrimenti manco pagavano! Meglio fare come i rumeni, aspetti che la
mattina ti raccolga qualcuno e ti porti al cantiere, almeno ti metti in tasca
50 euro con un giorno non con un mese!
A. C. - 20.02.2006 - 19:59
Ho 33 anni e lavoro da 13.
L’unico contratto a tempo indeterminato che ho avuto è stato
nel 1993 quando lavoravo presso
un fast food. Al tempo lavoravo per mantenermi agli
studi e oggi lo ricordo come il
periodo più ricco della mia vita... poi... co.co.co. e contratti a
tempo determinato.
Ho lavorato per 1 anno a tempo
determinato presso un famoso tour operator italiano ma l’11 settembre ha fatto
chiudere gli uffici a Bologna, poi dopo altri tempi determinati sono approdata
in aeroporto a Bologna come impiegata di scalo (agente di rampa), con tanto di
professionalità acquisita con corsi Iata ed esperienza.
Dopo 3 anni e ben 7 o 8
contratti a tempo determinato, (scusate, ho perso il conto) mi hanno lasciato a
casa insieme ad altri 40 colleghi. La società per la quale lavoravo è in rosso,
ma nessuno ne parla... anzi l’aeroporto di Bologna è ormai considerato un aeroporto
internazionale. Da settembre sono praticamente disoccupata... ah, no... lavoro
presso un call-center per 5,30 euro lorde l’ora... e mi piacerebbe mettere su
famiglia. Ma con quale coraggio?
G. S. - 20.02.2006 - 20:02
Laurea 110 e lode nell’ambito
delle arti visive nel 2004. Da quel luglio c’è mia sorella che deve continuare
a studiare, esco di casa e comincio la mia vita di 24enne emancipata
economicamente. A sentire la destra cacchio, son tutti lì che m’aspettano.
Spasmodica ricerca del lavoro nel mio campo, durata tutta l’estate.
Cazzo, dopo una settimana ho già
un lavoro! Allora è proprio vero, aspettavano tutti me! Un call-center di un
corriere espresso. Bene, per sentirmi cazziare al telefono quattro ore al
giorno, meno di cinque euro all’ora. Spazio lavorativo circa trenta centimetri
quadrati, in cui gestire telefono anteguerra e computer antidiluviano.
Un caldo boia. Per refrigerarci
ci si piantava i ventilatori nella schiena. Le finestre non si aprivano
completamente. Se il tuo collega posto alle tue spalle è ciccione ti tocca
stare tumulato nella tua postazione con pochissima possibilità di movimento, le
sedie cozzano tra loro. Dopo una settimana mi rompo decisamente i coglioni.
Comincio a girare per i
laboratori artigianali, di scenografia, in cerca di lavoro e quando va bene mi
offrono uno stage per qualche mese in cui mi dicono che, cazzo, lo stage è
gratis, cioè non devi pagarli per lavorare, e che un pranzo non mi verrà
negato. Manco un’opera di mutuo soccorso... Trovo finalmente un lavoro in uno
studio scenografico, l’esperienza finisce a gennaio. A gennaio punto e a capo.
Altro call-center, altra storia.
Altro contratto mensile
rinnovabile. Dopo un mese a vendere alimentari e a sentirmi dire che sono la
peggiore del call-center, checcavolo, prendo 5,20 all’ora, potevo
autoconvincermi di che privilegio fosse smerciare burrate per telefono, mi
rompo di nuovo le palle.
E ripunto e a capo. Tra un
lavoretto e l’altro per tirar su 700 euro devo fare due lavori. Ho trovato un
buon lavoro a fine primavera 2005, con contratto sempre a termine. Per me ormai
è un alibi per mettere da parte soldi, e in futuro aprire un laboratorio tutto
mio. Al 26 sera!!!
M. Z. - 20.02.2006 - 20:17
Ho lavorato presso un
call-center di Torino: una schifezza. Con 5,50 euro all’ora, lordi, contratto
in prova, a loro dire durante la formazione, che poteva andare da una settimana
a 2 mesi ma che poi si rivela durare necessariamente 2 mesi onde evitare
malumori e scontri interni.
Tutti in uno stanzone, tutti che
urlano a ‘sto benedetto microfonino, che poi, voglio dire, c’hai il microfono
apposta per non urlare ed invece tutti ad urlare, un caldo allucinante, pausa
di 10 minuti dopo 2 ore e poi dritti fino alla fine ed obbligo di fare 4
contratti al giorno. Spingevano addirittura a non dire tutto quanto e i miei
“capi” erano meno informati di me sul mondo delle tlc. Sono durato 3 giorni.
Poi me ne sono andato, a tutto c’è un limite. Insomma, meglio in cantiere, davvero...
D. M. - 20.02.2006 - 20:45
Io lavoro in un call-center
outbound (vendita telefonica). Il lavoro è part-time per scelta mia, e la
retribuzione oraria è di 7 euro + un buono pasto giornaliero di 6 euro
(rarissimo nel parttime), inoltre al raggiungimento degli obiettivi (budget di
vendita) ci sono anche dei premi che permettono di aumentare lo stipendio anche
di un buon 20%. L’azienda è di prim’ordine e storicamente conosciuta
nell’ambito del servizio che offre (per intenderci spazi editoriali e non bond
argentini). L’ambiente di lavoro è sicuramente un po’ “freddino”, all’americana
con i tutor che ti controllano e ti incentivano alla vendita. Ho anche lavorato
in ambienti meno sani, sottopagato, e schiavizzato da ex impiegati di call-center
che diventati una volta tutor sono alla stregua dei secondini.
Io, per mia scelta e per tutta
una serie di motivazioni extra lavoro, non ho grossi problemi o
insoddisfazioni, ma ciò non toglie che la situazione non possa e non debba
essere migliorata. Innanzi tutto il caro e vecchio sciopero anche se non
tutelato o autorizzato, procurerebbe a queste aziende danni economici notevoli
rispetto alla perdita, da parte dell’impiegato, di qualche giorno di stipendio,
se non alla perdita dello stesso impiego (questi posti sono sempre alla ricerca
di qualcuno da assumere quindi trovare un’altra posizione di m... non sarebbe
poi così difficile).
Volendo esagerare un bel
licenziamento in massa sarebbe ancora più efficace, in quanto non bisogna
dimenticare che solitamente in certe aziende, una volta assunti si fanno dei
corsi di formazione della durata di almeno una settimana, lasso di tempo che in
caso di un assenteismo totale provocherebbe danni considerevoli ai fatturati
delle stesse (aziende telefoniche, assicurative ecc. ecc.). E queste sono solo
alcune soluzioni, chissà quanti di voi potrebbero dalla loro esperienza
proporne altre... o forse il problema è proprio questo?
P. M. - 20.02.2006 - 21:20
Ho lavorato per due mesi in un
call-center, assunto tramite un’agenzia di lavoro interinale.
Paga lorda, 6,70 euro l’ora, con
due pause da un quarto d’ora. Non potevi chiacchierare se nessuno chiamava, non
potevi sentirti libero di andare al bagno, non potevi nemmeno protestare se qualcosa
non era giusto. Il clima era più simile a quello di una scuola elementare, con
la perfida maestrina che cazziava tutti coloro i quali non si conformassero a
sufficienza. Sono stato ripreso per aver osato mangiare una caramella tra una
telefonata e l’altra, (NB: non mentre rispondevo).
In caso di contestazione, sempre
queste parole: “Oè, intestinali... Entrate dalla porta principale ma
uscite dalla porta di servizio, e nessuno ci farà caso. ricordatevelo”. Ho
lavorato per due mesi, giusto per coprire il boom di contratti. Poi, appena
inutile, di nuovo a casa. Però mi hanno costretto a fare la media di 70
attivazioni al giorno. Penso che se avessi lavorato meno, magari avrei ancora
quel lavoro... Oggi?
Disoccupato, con una laurea, un
master da pagare (sì... ma come???), esperienza, tirocinii gratuiti in tutte le
salse, ma quando si tratta di chiedere la tua “pagnotta”, ti si ride in faccia.
Ultima offerta di lavoro, 20 euro per 8 ore al giorno, per seguire un ragazzo
autistico. In nero.
Al peggio non c’è mai fine.
Coraggio.
S. M. - 20.02.2006 - 23:05
Ciao a tutti. Sono un ragazzo
neo diplomato in informatica. Dopo diverse domande di lavoro sono stato
chiamato da un’azienda informatica del posto che mi ha inviato in un presidio
presso l’amministrazione comunale della mia città. Il mio compito, come già
citato nel post, è quello di rispondere al call-center per l’assistenza tecnica
informatica. Ho un contratto co.co.pro. a 4 ore al giorno per 580 euro al mese
circa. Non ho trovato nessun altro impiego. Il contratto mi è stato fatto
inizialmente di 4 mesi (15 sett 2005 - 15 gen 2006) successivamente rinnovato
per altri 8 mesi fino al 14 settembre 2006. Forse sono fortunato perché dalle
voci che sento dire l’azienda vuole cercare di formarmi al fine di uscire da
questo buco di ufficio e rispondere in continuazione al telefono.
E meglio ancora da quello che
sento dire, teoricamente l’azienda dopo circa un anno di co. co. pro. cerca di
assumere tutti con un contratto a tempo indeterminato. Sta di fatto però che io
per un anno non posso concedermi nulla, né una macchina né nulla. Anche perché
con 500 euro non si va molto lontano. Vorrei sottolineare che anche
l’amministrazione comunale stessa non assume più, ma sempre co. co. co. co. co.
co. co. pro. e compagnia bella. A volte mi chiedo... ma con tutti questi co co
co co co forse non siamo noi i polli? E potremmo paragonare la Legge Biagi a
un’aviaria che non ci dà speranze di crescita! Vado via salutando tutti con un
co.co.co.co.co.co.dé!
R. M. - 21.02.2006 - 08:10
Lavoravo per meno di 5 euro
l’ora. Io studio e vivo coi miei, quindi ancora ancora mi poteva andare bene.
Ma le storie che vedevo in quel call-center erano paurose. Studenti ma anche
laureati, operatori turistici, ingegneri, gente in gamba, con famiglia, che
conosceva 5 lingue, costretti a sottostare a contratti che cambiavano (in
peggio) ogni mese a piacimento dei datori di lavoro e senza preavviso, e in
sostanza a un lavoro monotono e sottopagato (300350 euro al mese in media).
Tutto ciò fino a quando un giorno siamo stati avvisati che dal giorno dopo non
ci saremmo più dovuti presentare al lavoro perché il call-center sarebbe stato
chiuso.
Fine del gioco, tutti a casa e
non importa se senza preavviso. Magari non hai un’altra offerta pronta
sottomano e per un mese o due magari non lavori affatto e devi trovarti un modo
per mangiare e pagare le bollette. Le aziende chiaramente fanno il loro gioco
ma sono le leggi che devono tutelare i lavoratori ca..o!
I. L. - 21.02.2006 - 11:00
Quarantadue anni, laureato con
110/110 e lode in sociologia, dopo anni di piccoli lavori saltuari, approdo
come co.co.co. presso un call-center di una nota compagnia telefonica.
Si guadagna a chiamata, ma si è
ben formati, e se si vuole, si offre un ottimo servizio al cliente... Lo scorso
anno con la legge Biagi il contratto diventa di somministrazione... 550 euro al
mese per 4 ore.... Da allora il cliente che chiama non conta nulla... la
formazione precipita... conta solo vendere... c’è una pressione psicologica su
noi addetti da parte di chi gestisce il call-center pazzesca... obiettivo è
solo uno: vendere servizi e prodotti, e guai se non ci si riesce... Resisto un
anno... poi mi dimetto: ora sono senza lavoro...
G. R. - 21.02.2006 - 11:37
Nei call-center non si impara un
mestiere. Non si costruisce il proprio futuro. Si aspetta una telefonata che
permetta di guadagnare meno di un euro, e se la telefonata non arriva non si
guadagna. Si sta lì, in attesa che il telefono squilli. Oppure che qualcuno
risponda, e si faccia convincere ad attivare linee, tariffe, a comprare
prodotti, sottoscrivere abbonamenti. E la flessibilità d’orario comincia presto
ad andare in un’unica direzione. Se in sei ore non si guadagna abbastanza per
poter sopravvivere, si resta seduti sette, otto, nove ore. Si fa richiesta per
il doppio turno.
E nonostante ciò, non si
costruisce nulla. Il futuro resta un discorso ancora da affrontare. Ma non
oggi. Oggi bisogna chiamare. Vendere. Capita talvolta, a taluni fortunati, di
ricevere un vero stipendio. Una busta paga. Che c’è per tre, quattro mesi. E
poi chissà? E poi puoi restartene a casa perché il contratto è scaduto. A
cercare lavoro, sperando di trovare l’impiego per il quale anni di studio sono
stati investiti. E finire in un altro call-center.
Ho la fortuna di aver finalmente
trovato un impiego vero, ma vedo mia moglie, e molti dei miei amici arrancare
fra una cornetta e l’altra. Si capisce questo quando si parla di precariato?
Che non si tratta di cambiare
semplicemente lavoro ogni tanto, ma di lavorare spesso praticamente gratis,
chiusi in cubicoli alienanti innanzi a un pc?
G. S. - 21.02.2006 - 11:38
Chi scrive è un ragazzo 21enne
di Monza che si è diplomato un paio di anni fa or sono con una maturità
scientifica tecnologica all’istituto Enrico Fermi di Desio. Dopo aver finito
gli studi, contando che avevo tanto nella mente ma nulla nell’esperienza, ho
deciso di seguire la strada che reputo sarà quella maestra nel prossimo futuro:
l’informatica.
Essendo un ambiente vastissimo
ho deciso di specializzarmi perché le mie ottime conoscenze nell’hardware (non
hai idea di cosa vuol dire “giocare con un pc”. Se lasci un attimo da parte il
gioco in sé e ti applichi sulla configurazione dei dettagli grafici e sonori
rischi di passare giornate a fare test su componenti con il fattore mamma che
continua: ”quand’è che finisci di giocare? Piuttosto prendi un libro e
studia!”) non mi portavano a un livello elevato ma ad un approccio più
commerciale come ad esempio un fornitore o un rappresentante (non che adesso
disdegno i 2 lavori, anzi!).
Così ho deciso di seguire un
corso convenzionato dalla Comunità Europea sulla protezione e amministrazione
di reti informatiche della durata di 1 anno imparando i fondamentali e qualcosa
di più sull’argomento. Il corso doveva comprendere anche l’attestato Ecdl con i
7 esami anche questi convenzionati a 15 euro a esame... probabilmente gli
organizzatori del corso sono scappati con i soldi (non è una palla) e non si
sono fatti più sentire... Con i miei compagni aspettiamo ancora un po’ e poi
avvisiamo Striscia (unico metodo per avere giustizia in queste cose,
purtroppo!).
La gente non capisce (come tu
sostieni da tempo) la straordinaria utilità della rete: velocità (e-mail) e
informazione (forum): nel periodo in cui una vignetta può inclinare i rapporti
tra Oriente ed Occidente, che un virus kamasutra è capace di metterti a 90° ma
è impossibile che ti trovi, e che il comando dei vigili di Milano sono in balia
di 4 hacker novelli (un po’ godo...). La psicosi da internet è elevata...
indovina dopo 1 anno cosa faccio? Il call-center!
G. G. - 21.02.2006 - 14:10
Lavoro per un’importante società
telefonica a 5 euro l’ora più incentivi in base ai contratti venduti. Contratto
a progetto di 6 mesi, ma il bello è che se sto a casa più di 2 giorni in un
mese, non solo non vengo pagato per i due giorni di assenza, ma in più la mia
paga oraria scende a 4 euro l’ora per l’intero mese, se rimango a casa più di 6
giorni la retribuzione scende a 3,5 euro l’ora.
Se sto a casa, non solo non
vengo pagato ma devo restituire i soldi all’azienda. Grazie legge Biagi! il mio
futuro a 38 anni ora è più roseo.
C. S. 21.02.2006 18:56
Ho 25 anni. Ieri mi sono
licenziato da un call-center in cui mi pagavano 6 euro all’ora. No, non mi sono
licenziato per la paga, scherzi? La paga è buonissima. Mi sono licenziato
perché facendo poche ore sono arrivato addirittura ad accumulare, a gennaio, 60
euro di stipendio.
Ok, ci sono anche altri motivi,
ma non è questo il punto. Il punto è che anche la mia mamma e il mio papà, in
un’altra città, lavorano in un call-center. Hanno entrambi più di 50 anni, e
ora guadagnano poco meno di 5 euro all’ora. Prima erano disoccupati (da un
anno); prima ancora avevano una bellissima attività artigianale, da molti anni.
L’attività è stata chiusa, non mi pare necessario riportare i motivi. Anzi, mi
piacerebbe me li spiegassero i nostri dipendenti. Ora hanno un bel contratto
co.co.co.co.co.co.co. Una volta andavamo in vacanza, in pizzeria e al cinema.
Ora chiamiamo la padrona di casa
per chiedere se possiamo pagare l’affitto (di 200 euro!) in un periodo migliore
e stiamo attenti a quanti caffè prendiamo al giorno. Ah, ho una sorella di 17
anni, un’adolescente a costo zero, per sua fortuna. Se avesse interesse nelle
cose che la tv del popolo nano propina sarebbe depressa. Dimenticavo: nel
lavoro dei miei genitori, se non sei produttivo, ti lasciano a casa, senza
pensione, ma pieno di ferie. Speriamo che vada in ferie anche la padrona di
casa.
U. M. 23.02.2006 19:21
Sono uno studente universitario.
Lavoro ormai da un anno in un call-center del meridione. Per ovvi motivi non
rendo pubblico né il mio nome (dato che lo dico al telefono ogni giorno) né il
nome dell’azienda per cui lavoro, però posso dirti che ogni giorno per sei ore
(e a volte anche di più, anche se il contratto resta sempre uguale: senza
“straordinario”) rispondo a centinaia di “dubbi, incertezze, perplessità e
reclami” di gente che usa il telefonino del “Tronchetto dell’infelicità”. Il
mio stipendio (dopo innumerevoli, vani tentativi di capirci qualcosa, anche
andando a “pestare i piedi” ai burocrati aziendali) ammonta a 5 euro “lordi”
l’ora. Il mio contratto (co.co.pro.) dice espressamente che lo stipendio non è
basato su compensi orari, ma è un mix di percentuali varie sulla produttività e
sui risultati raggiunti “globalmente dall’intero novero degli operatori” più
incentivi di rendimento ecc.
Il mio contratto (trimestrale)
dice che non posso percepire meno di 1.000 euro/mese (lordi) e non più di 1.300
euro/mese; da circa 5 mesi non riesco a percepire più di 750 euro/mese
perché (mi è stato risposto) la
mia percentuale di “non fatturato” è salita al 20,03%! Sai perché? Perché da
circa 5 mesi sto tentando di dare risposte “certe e comprensibili” a centinaia
di migliaia di persone che sottoscrivono offerte al limite della “truffa” (per
come vengono pubblicizzate) e che chiamano ogni giorno sempre più incaz...te;
la durata di ogni chiamata che prendo, in questo modo, supera ampiamente i 3
minuti (di mediocrità nelle risposte, che il Committente considera uno standard
di ottima produttività) perciò ho deciso di “accontentarmi” dei 650-700-750
euro/mese che mi passa l’Azienda. Per lo meno mi levo lo sfizio di dire a tutte
le persone che mi chiedono legittimi chiarimenti come stanno veramente le cose!
Con buona pace del Tronchetto e di tutti gli Italiani che usano il telefono
cellulare!
D. E. 27.02.2006 11:17
Ho 36 anni e lavoro nel più
grande call-center italiano precario ormai da oltre 5 anni con contratto di
collaborazione a progetto: no ferie; no malattie; no paga fissa, ma lavoro a
cottimo; si guadagna in base ai contatti utili, alle telefonate ricevute
portate in porto; penso sempre più di non aver futuro e se non vivessi ancora
con i miei (l’unico mio ammortizzatore sociale) sarebbe ancora più pesante per
me; le buste paga si aggirano sui 600 euro mensili quando va bene ma ne ho
avute tante che non superavano i 400 euro; mi accorgo di non esistere per gli
apologeti di questa legge; questi pensano che questo schifo di legge Maroni
riguardi solo giovani che devono farsi la paghetta mensile per pagarsi le tasse
universitarie e l’uscita del sabato sera; non hanno capito che c’è gente (la
maggioranza) che con quei contratti precari e quelle paghe da fame ci deve
vivere!
E che ci sono tantissimi
ultratrentenni; non capisco perché il lavoro precario debba costare meno di un
lavoro a tempo indeterminato; in proporzione non costa di più affittare un auto
o magari un dvd che acquistarli? Ecco: dovrebbero fare in modo che per un
azienda questa forma di contratto costi più di uno a tempo indeterminato,
proprio perché i rischi e l’aleatorietà sono maggiori.
Voglio concludere solo
ricordandovi che quando chiamate un call-center perché avete un problema o solo
per un informazione, non stupitevi se cade la linea, se l’operatore è
impreparato o a volte scortese; l’azienda impone e preferisce la quantità alla
qualità e se la chiamata dura troppo vieni “invitato” a tagliare e oltre un
certo lasso di tempo non guadagni più per cui... cade la linea.
Io non ho più stimoli; faccio il
mio lavoro ma non ci metto quella passione e quel sovrappiù di professionalità
perché l’azienda non mi gratifica né economicamente (anzi sono frequentissimi
gli errori in busta paga sempre a perdere) né in altra maniera.
F. C. 01.03.2006 01:11
Dopo aver fatto l’università,
lavorando con i famosi co.co.co., per poter sopravvivere, nei famosi
call-center (che somigliano più a delle sette dove devi credere nel prodotto,
ingannare la gente a cui telefoni e mantenere un rendimento alto e costante
altrimenti sei silenziosamente licenziato), sto quasi per laurearmi anche se
già lavoro da un annetto. Il paradosso di tutto ciò è che oltre ad aver scelto
un settore professionale dove il co.co.pro. è endemico, questo settore è stato
anche uno dei primi a soffrire gli enormi tagli dell’ultima finanziaria.
Questo settore è la cooperazione
internazionale. Risultati: il 38% dei soldi che una Ong eroga per un suo
dipendente vanno allo Stato, il che si traduce con il fatto che io ora sono in
Nicaragua, a lavorare, con un guadagno di 950 euro, lavorando per una piccola
Ong che per sopravvivere deve fare i salti mortali e solo può contare sui sogni
e gli ideali delle persone che ci lavorano.
Ma, cari miei, anche i sogni
spariscono quando sei gran parte del giorno senza acqua e senza luce e ti
becchi non si sa quali malattie per 950 euro al mese... e poi guardi i tuoi
colleghi dell’Unione Europea che ne guadagnano 5.000. Questa cifra mi sembra
esagerata (né io ho l’esperienza per poterla pretendere e forse non l’avrò mai
se le strutture non hanno agevolazioni per la formazione) ma non mi sembra
troppo chiedere di poter vivere degnamente nel mio paese; col mio stipendio
l’unico modo per poter vivere serena e magari mettere da parte 2 lire per un
giorno in cui uno dovesse decidere di avere una famiglia, una casa (mi sembra
di aver detto una bestemmia quasi) è vivere in una repubblica delle banane
d’oltreoceano, specifico d’oltreoceano perché sinceramente non posso dire che
il mio paese vanti una reputazione migliore.
F. R. 01.03.2006 16:07
Ho rinunciato alla laurea per
mancanza di fondi. In un call-center di Bologna il co.co.pro. i 5 euro all’ora
li prevede lordi. E di laureati ce n’erano tanti... Me ne sono andata via
perché in questo momento ho la fortuna di poter vivere (?!) senza un lavoro ma
anche perché non mi pareva più dignitoso sottostare a nefande condizioni di
orario (il full-time di 10 ore al giorno con 20 minuti di pausa “lunga”, così
la chiamavano, per il pranzo) e ancora più nefandi ricatti il cui prezzo era
sempre lo stesso: non essere messi in turno e, quindi, non lavorare proprio.
Neanche i 4 euro più! La povera
buonanima di Biagi magari non c’entra del tutto. Magari le sue intenzioni erano
buone, non so, non l’ho letta la legge, ma spero che, ovunque si trovi adesso,
abbia realizzato l’entità del casino che ha combinato!
P. I.05.03.2006 17:17
Anche io (laureata ex
praticante-avvocato) ho lavorato in un call-center perché era l’unica fonte di
guadagno anche se il compenso arrivava dopo 90 giorni... Ovviamente ho firmato
questo contratto co.co.co. in attesa di trovare di meglio. Poi ecco l’agognato
posto di lavoro, fortunatamente trovato in una città ad una ventina di km dalla
mia. Ero così contenta che non ci credevo. Certo era un contratto interinale
presso una clinica privata, ma speravo sempre si potesse trasformare in
contratto a tempo indeterminato. Dopo la prima scadenza a tre mesi dalla firma,
è stato rinnovato per altri 3 mesi a tutte le colleghe che erano state assunte
con me tranne ad una perché doveva sposarsi.
A quest’ultima era stato detto
che al ritorno dal viaggio di nozze le sarebbe stato rinnovato il contratto e
invece è stata liquidata senza tante spiegazioni. A dicembre 2004 in prossimità
della seconda scadenza contrattuale siamo state costrette alle ferie forzate
perché altrimenti l’azienda avrebbe dovuto pagarle entro la fine dell’anno. Io
e le altre colleghe cercavamo di capire se saremmo state tutte confermate o no,
ma la nostra coordinatrice sotto le direttive dell’ufficio del personale
taceva. Insomma io sono stata segata, così senza spiegazioni. È stata questa
la cosa che mi ha fatto più incazzare e ancora oggi ci rimugino su.
Ma come è possibile che dopo
tanti anni di attese e speranze per c.v. inviati, vari colloqui anche fuori
regione finalmente trovo un lavoro e dopo 6 mesi lo perdo senza preavviso,
senza la possibilità di poterne trovare subito un altro! L’unico lavoro che ho
trovato dopo 4 mesi, se così si può chiamare, è stato un contratto di tirocinio
formativo in una azienda turistica, pagato 310 euro al mese, ovviamente senza
contributi, ferie, malattie ecc., rinnovabile con altro contratto a tirocinio. Ho
resistito solo 1 mese perché mi sentivo veramente una schiava moderna.
C. F. 10.03.2006 10:07
Vorrei dire a tutti gli “pseudo
datori di lavoro”: “Dovete smetterla!”. Ti spiego la mia esperienza. Ho avuto
la “fortuna” di lavorare per 2 anni in un call-center televisivo. Un lavoro di
tutto rispetto confronto a quello che si trova adesso, perché io sono entrato
con un contratto cfl, che prevedeva un salario di 6 euro netti all’ora. Sembra
molto? Lo è infatti confronto allo sfruttamento cui mi propongono di venire
sottoposto ora altre aziende (contratto-truffa co.co.pro. a 3.50 euro all’ora).
Un lavoro di 700 euro al mese (30 ore a settimana) è un bel colpo per un
ragazzo di 24 anni? Beh, nel nostro paese dopo la riforma Biagi a quanto pare
sì.
Tant’è che chi lavora lì dentro
crede di essere un miracolato. È un call-center molto grande con circa 1.000
dipendenti. Si è divisi in squadre di circa 15 persone, supervisionate dai
cosiddetti Team Leader, ovvero dei ragazzi 30enni con il doppio delle
responsabilità dei normali operatori che prendono 300 euro in + al mese. Queste
persone credono di essere i capi dell’azienda e la strafottenza e l’arroganza
di questi poveri individui è molto alta. Per quanto riguarda la mia esperienza
ho assistito a dei veri e propri lavaggi del cervello che i Team Leader,
avendolo subito a loro volta dai “capi”, operano verso i ragazzi.
G. P. 10.03.2006 15:27
Pressata sia dai clienti
stremati che dalla team leader, che arrivava a insultare pesantemente per farci
rendere. Dopo 1 mese e mezzo di tortura sono scappata, e dopo 2 settimane di
inattività sono finita in un altro call-center tramite agenzia interinale. La
paga era abbastanza buona, ma non mi hanno fatto passare le due settimane di
prova.
Dopo poco ho trovato lavoro in
un altro call-center ancora, prima tramite agenzia interinale, poi sotto
l’azienda. La paga era sempre minima, ma per la prima volta ho sperimentato
permessi, ferie e malattie pagate: mi sembrava un altro mondo! Dopo 2 mesi e
mezzo è scaduto il contratto, proprio il 29 luglio, e ho saputo l’ultimo giorno
che non mi avrebbero rinnovato. Fortunatamente ho trovato lavoro dopo 1
settimana: era solo una settimana di formazione retribuita in ritenuta
d’acconto, ma a 10 euro lordi l’ora, quindi era abbastanza altina. Dopo la
formazione, il lavoro - sempre call-center - si sarebbe svolto solo la domenica
e a chiamata.
Quando l’azienda aveva bisogno,
chiamava alcune delle 300 persone formate in questa settimana e le faceva
lavorare con un contratto a tempo determinato di un giorno solo per la
domenica, sotto agenzia interinale. Non si sono fatti più sentire.
Fortunatamente, l’ultima settimana di agosto ho cominciato a lavorare in un
altro call-center, ma + serio: il contratto è a tempo determinato ma di un
anno, ho beneficiato della mia 14esima (anche se molto magra dato che lavoravo
da poco), e le persone sono abbastanza tranquille, non c’è l’ansia che ho
riscontrato in tutti i call-center che ho girato.
Il primo contratto “serio” l’ho
firmato dopo 2 anni che lavoravo... complimenti ai politici, e a chi dice che
questa legge ha creato più posti di lavoro. Vorrei capire come dovrebbe fare un
giovane a costruirsi una vita con gli affitti degli appartamenti di 25 mq che
superano il proprio stipendio. Devono vivere a casa della mamma fino a 50 anni?
B. M. 10.03.2006 19:57
Ho 20 anni e come molti ragazzi
della mia età mi ritrovo costretto a lavorare in un call-center. Preciso che
sono un perito elettronico, ma lavori attinenti ai miei studi e difficile
trovarli se non in condizioni addirittura peggiori di quelle proposte dagli
“amati” call-center. Data la mia età mi ritrovo in una fase della vita in cui
cercare il lavoro che mi potrà portare a un “benessere economico” tale da
potermi permettere una casa e, possibilmente, una famiglia, è diventata la mia
priorità, ma di questo passo e con queste leggi sul lavoro la vedo dura. Pensate
che ormai le agenzie interinali mi chiamano solo per lavori di centralino
definendomi addirittura un esperto in questo campo. Grazie tante ma io non
voglio essere un centralinista a vita. Io ho bisogno di un lavoro vero, pagato
come si deve (non chiedo nemmeno troppi soldi) e soprattutto gratificante, che
possa essere riconosciuto anche dalla comunità come un lavoro davvero utile.
Sarà difficile ma spero di farcela. Contro le avversità della vita bisogna
sempre lottare, credere e sognare se non vogliamo continuare a essere
ingabbiati nella prigione a cielo aperto che ci stanno piano piano costruendo
intorno.
M. T. 11.03.2006 02:42
Ho 24 anni e sono uno studente
universitario di Economia Aziendale . Ti seguo da molto ma è la prima volta che
ti scrivo. Anche io come molti ho fatto questa esperienza del call-center solo
che la mia ha qualcosa di allucinante. A differenza della maggior parte dei
call-center che vengono pagati ad ora (dai 4 euro in su), io non avevo neanche
un fisso all’ora!!! Sì è proprio così!!! Io venivo pagato a contratto fatto!
Vendevo Adsl e tariffe telefoniche. Se in un turno di lavoro di 4 ore non
facevi neanche un contratto, avevi lavorato gratis! Al raggiungimento di 100
contratti al mese scattava un bonus di 130 euro, al raggiungimento di 125
contratti al mese, 150 euro e così via...
Mi pagavano il bonus (se lo
raggiungevi, e credetemi, la maggior parte delle persone non arrivavano a 50
contratti al mese!!!) e in più ogni singolo contratto. La media era dai 20 ai
40 contratti al mese, quindi venivi pagato per 4 ore al giorno dal lunedì al
venerdì, mettendo il caso che facevi 40 contratti... 4 euro x 40 = 160 euro per
80 ore di lavoro! La cosa triste è che a causa della disoccupazione che c’è
(specialmente, credo nel Sud) venivano a lavorare a queste condizioni parecchia
gente, in quanto si pensa che è meglio guadagnare qualcosa (forse), che stare a
casa senza far niente.
Basta con questo sfruttamento
del lavoratore! Aboliamo la legge Biagi! il datore di lavoro lo capisco, ha i
mezzi per sfruttare e lo fa. Con questa legge (come ho letto da qualcuno nei
commenti, se non erro) si trasferisce il rischio di impresa dal datore di
lavoro al lavoratore. Ha perfettamente ragione! A queste elezioni non voglio
nessuna politico spavaldo e che non mantiene le promesse. Ci basta solo un
governo fatto di persone oneste e di buon senso cosa che oggi è davvero
difficile da trovare. Ciao a tutti e speriamo che la situazione migliori.
V. M. 11.03.2006 17:52
Per fortuna mia, dopo alcuni
anni trascorsi a cavallo della new-economy in fallimentari esperienze
lavorative presso alcune (non rilevanti) agenzie web (fallite non per mano mia)
e dopo alcuni lavori a progetto (fra i quali i primi 2 mesi del mio attuale
impiego) ho trovato la mia (per ora) migliore “dimensione lavorativa”, come
responsabile di progetto, proprio presso uno di questi “vituperati”
call-center. La mia azienda “romperà sicuramente le balle” alle persone a casa
per ottenere delle interviste, informazioni... ma non per vendere enciclopedie,
abbonamenti a riviste più o meno ufficiali dell’Arma dei Carabinieri o qualsivoglia
altro prodotto.
Nella fattispecie, ci occupiamo
di rilevamenti della soddisfazione della clientela circa l’esperienza di
“consumo” per conto di alcuni fra quelli che vengono definiti i “Big Spender”
del mercato pubblicitario. Inoltre contrariamente all’aria che tira nel Paese,
le persone da noi impiegate come telefonisti/e (che è e rimane un lavoro
dignitoso anche per un laureato se non si ha voglia di intraprendere e
rischiare del proprio...) sono inquadrate con regolare contratto di lavoro a tempo
determinato (assistenza malattia, piano pensionistico, tfr...).
Già perché se un progetto ha un
orizzonte temporale di sei mesi, un anno... l’azienda ha il sacrosanto diritto
di strutturarsi internamente per rispondere ad un maggiore carico lavorativo
per un periodo in linea di massima definito. La mia sarà sicuramente una
testimonianza poco significativa ma vuole certamente essere un invito a non
considerare il fenomeno in modo univoco. Evitiamo perciò di buttare il bambino
insieme all’acqua sporca. Buon lavoro a chi ce l’ha e buona fortuna a chi lo
sta seriamente cercando e non aspetta semplicemente che qualcuno “bussi alla
sua porta”.
M. P. 12.03.2006 11:58
Scrivo in forma anonima perché
in questo periodo il lavoro mi serve per cause di forza maggiore... Lavoro in
un call-center, contratto di 8 mesi più eventuali 8 di rinnovo e poi fuori dai
co.... ni. Ti elenco in breve le cose che sono poco corrette:
Abbiamo un contratto da addetto
alle informazioni telefoniche (in teoria dovremmo solo fornire informazioni e
assistenza ai clienti)ma l’azienda ci stimola a proporre mensilmente la vendita
di cordless, videotelefoni, linee telefoniche e Adsl senza darci una
provvigione (ci danno una tabella da compilare, e ogni operatore ha come
obiettivo la vendita di un tot di prodotti ecc.).
Ci variano in continuazione gli
orari senza comunicarcelo preventivamente come se fossimo a loro completa
disposizione 24 ore su 24.
Alla richiesta di una
spiegazione per la variazione di orario , ci siamo sentiti dire:”se non va bene
rassegnate le dimissioni”.
Alcune persone non hanno voluto
firmare la variazione e all’indomani non gli è stato possibile lavorare fino a
quando non firmavano tale cambio orario.
Non è possibile chiedere ferie e
quindi programmarsele (se le chiedi vieni visto un po’ male...).
L’azienda viene pagata in base
alle chiamate che riceve, non in base ai problemi che risolve, quindi spesso,
ci obbligano a trascurare il reale desiderio del cliente per abbattere i tempi
di chiamata (4 minuti max). Allo stesso tempo esigono la qualità (sempre in 4
minuti). Siamo dei burattini!
E. I. 12.03.2006 16:42
Ho un’esperienza lavorativa
raccapricciante, che non posso non raccontare. Innanzitutto diciamo che sono
nel settore informatico, e che ho passato gli ultimi 3 anni a lavorare presso
un call-center come tuttofare informatico, quindi dal cambiare le lampadine, al
gestire server di posta e a preparare le maschere di lavoro che povere
operatrici telefoniche erano costrette a guardare tra i loro 55 cm di spazio
vitale per 8 ore al giorno.
Ho iniziato come stagista e poi
sono passato in nero siccome lo stage prevede un massimo di 12 mesi in totale.
Fatto sta che gli stipendi in questo call-center torinese arrivavano dai 2 ai 3
mesi in ritardo, e fin qui tutto normale, il problema è che una volta
licenziato non ho più percepito alcuno stipendio, quindi ho praticamente
regalato 3 mesi del mio lavoro, e non ho la possibilità di dimostrarlo visto
che non esiste alcun contratto!
Dopodiché fortunatamente ho
trovato un lavoro all’estero per un grossa multinazionale, dove però in realtà
sono entrato tramite un’azienda intermediaria, dove sono entrato attraverso
un’altra azienda intermediaria!!! Quindi praticamente ora sto lavorando in un
Paese europeo per un’azienda che non sa nulla in realtà dell’azienda per cui
sto lavorando davvero :D Sono un sub-subappalto che non può dire di esserlo,
che viene pagato 1/5 di quando viene retribuito probabilmente e che ha un
contratto mensile! In realtà sono un po’ stanco di cambiare contratti d’affitto
e di lavoro, di lasciare famiglia/amici e relazioni sentimentali varie ogni 2
mesi. Il libero mercato non deve essere anche delle persone! Non siamo carne!
Non siamo merce!
F. L. 22.03.2006 21:09
Mi aggiungo anche io
all’infinita lista di precari che da anni ormai vive di lavoro interinale, con
tutti i “benefici” che questa ormai collaudata forma di lavoro porta a chi è
costretto a subire... perché, ahimé, non c’è di meglio. Dopo breve esperienza
di co.co.co. ed altre forme anomale di contratti di lavoro ora sono impiegato
presso un contact center di una nota azienda a livello nazionale ma che opera
in tutto il mondo.
Facendo un calcolo esatto il 40%
delle persone che vi lavorano dentro sono dipendenti reali dell’azienda (chi a
tempo indeterminato chi invece a tempo determinato) poi c’è un 50% di
interinali (di cui alcuni che cambiano stagionalmente ed altri come me di
vecchia data) ed infine un 10% di tirocinanti da tre a sei mesi. Le disparità
di trattamento fra chi è dipendente reale dell’azienda e chi non lo è si
sprecano e non vorrei dilungarmi, rischiando così tra l’altro di innescare una
“guerra fra poveri”. Un giorno in una riunione ufficiale parlando con dei
sindacalisti all’interno dell’azienda questi oltre a ricordarci che il nostro
lavoro è il peggiore che si possa fare all’interno di questa azienda (grazie,
lo sapevamo già, ma bisogna pure campare) ci hanno consolato dicendoci
allargando le braccia che: “è così”... Io come altri abbiamo una laurea nel
settore in cui operiamo e come regola ci spetterebbero 2 livelli di
inquadramento superiore, ma in via del tutto confidenziale dagli stessi
sindacati ci è stato “consigliato” di non esibire tale livello... potrebbe
pregiudicare il nostro rinnovo...
C’è gente che è 4 anni che va
avanti così... un contratto interinale con 4 rinnovi che poi viene lasciato a
casa per un mese e ripreso successivamente per un altro contratto... molta di
questa laureata... molta di questa ha 30 anni...
F. F. 13.05.2006 14:53
Sono una lavoratrice a progetto
(come tanti) di Palermo, meravigliosa città della Sicilia che vanta tanta
disoccupazione, fra le altre cose... Lavoro nel più grande call-center d’Italia
da quando la legge 30 ha permesso l’utilizzo di questo vergognoso contratto. Mi
pagano 0,70 euro lordi ogni chiamata gestita (il progetto) e alla fine di
luglio se dovessero propormi un nuovo contratto (uso il “se” perché ho osato
oltraggiare l’azienda rilasciando interviste e protestando con un gruppo di
miei colleghi con la costituzione di un comitato contro la legge 30) mi dovrò
accontentare di un compenso inferiore (0,60 euro) perché dopo 2 anni e mezzo
invece che aspettarsi un miglioramento delle condizioni contrattuali, nel
nostro paese funziona esattamente al contrario.
Senza parlare poi dell’assoluta
mancanza di opportunità di avanzamento (entri come operatore telefonico, con un
curriculum che fra l’altro non ti permette di trovare lavoro in altre aziende
di call-center che propongono contratti interinali o di apprendistato perché
ritenuto troppo qualificante, e resti operatore telefonico a vita...) Non
voglio arrendermi all’idea che si debba emigrare... credo di avere il diritto
di lavorare nella mia terra, con i miei cari, con le mie abitudini e il mio
amatissimo clima (sarà per questo motivo che rimando il momento della laurea,
ho sostenuto 25 esami nella facoltà di scienze della comunicazione). Sono
stanca e demoralizzata, delusa e disillusa ma continuo e continuerò una lotta
che per me e poche altre persone significa “un futuro migliore”.
A. V. - 19.07.2006 - 10:54
Stiamo diventando i cinesi
d’Europa. La delocalizzazione è diventata uno spreco. Perché aprire una
fabbrica in Cina se in Italia un precario costa meno? Il nostro dipendente
precario Prodi ha affermato più volte che la lotta al precariato è una priorità
del suo governo. C’è da chiedersi allora perché il precariato sia così diffuso
proprio nel pubblico impiego. Sono precari, oltre ai soliti insegnanti, anche
chi fornisce informazioni al telefono per gli enti previdenziali su lavoro,
pensioni, infortuni. Un paradosso. Non mancano neppure precari nelle
organizzazioni non profit.
.
Caro Beppe, ti scrive un tuo
concittadino 39enne che crede nel tuo lavoro e nella rete.
Beh forse la mia storia è stata
un po’ più fortunata di altre ma il risultato non cambia.
Mi sono laureato a Genova nel
1994. Ho conseguito il titolo (!?!) di dottore di ricerca in
geofisica tre anni dopo. Ho
partecipato a 10 (!?!) campagne di misure in Antartide per
il Programma Nazionale di
Ricerche (Pnra) su programmi relativi alla comprensione dei
cambiamenti climatici. Bene
forse non tutti sanno che grazie ai vari Biagi, e a chi prima
di lui, per 8 anni ho vissuto
con 800 euro al mese e dovevo arrangiarmi con lavoretti
vari per poter vivere. Che
quando parti per le missioni antartiche visto che sei un figlio
di nessuno ti pagano pure metà
diaria dei tuoi colleghi fortunati con un contratto vero
(lasciando stare altri aspetti
che se vuoi ti racconto in privato). E che le banche ti ridono
in faccia quando vai a chiedere
di poter accendere un mutuo oppure ti vergogni di andarci
perché sai come ti guardano.
Oggi mi posso dichiarare fortunato perché ho un contratto
annuale da ricercatore per tre
anni (cioè scade ogni anno e mi riassumono) e che quindi
non vale per gli scatti di
anzianità (cioè il mio stipendio è sempre lo stesso) e che per
la pensione (è comico dirlo!)
questi anni valgono la metà (cioè ne faccio 4 di questo
tipo e me ne contano due). Ma,
come dicevo, sono fortunato. La mia ragazza, laureata in
biologia, sta lavorando gratis
da più di un anno (non inorridire Beppe! Lo so che la parola
ti dà fastidio!) all’Istituto
Superiore della Sanità con una promessa di avere un contratto
Biagi! Ho amici all’università
(minuscolo) di Genova che hanno perso i loro 800-1.000 euro
al mese dopo 10 anni di promesse
e di inganni. Poi noi paghiamo 30mila euro al mese i
nostri politici per farci
prendere per il c..o ed insultare la nostra intelligenza. Mandiamoli
a casa! Tutti! Voglio che chi mi
rappresenta e viene strapagato sia immacolato! Neanche
un divieto di sosta.
S. U. 21.02.2006 12:09
Ho 34 anni e da ben quattro anni
sono collaboratrice “precaria” presso una pubblica amministrazione di rossa
fede politica (il Servizio Formazione/Lavoro di una bella Provincia toscana).
Sì, proprio il Servizio
Formazione Lavoro, fautore delle politiche per l’impiego per combattere lavoro
nero e disoccupazione, quello che per primo ha usufruito delle scappatoie
offerte dalla riforma Biagi, e ancor prima dei contratti introdotti dal
ministro Treu, i cui nomi ricordano volatili neanche tanto intelligenti! Alias
co.co.co. Io sto proprio al Centro per l’impiego (ex collocamento) e mi occupo
di minori e apprendisti, e ne vedo di cose... stare al Centro per l’impiego da
precaria disoccupata (l’incarico scade tra poco) ed aiutare gli altri a trovare
lavoro è come stare legata e imbavagliata sul trono dello chef della cucina di
un Grand Hotel con i crampi che ti divorano lo stomaco dalla fame. Oltre
l’inganno la beffa...
Ci sono entrata con tanto di
selezione pubblica: primo premio un contratto co.co.co. (8 mesi di lavoro
alternati a 4 mesi di dieta ferrea a base di aria e bestemmie) poi col tempo
trasformato in una costosissima partita Iva (cifra dimezzata per un monte
orario equivalente) che serve a mantenere in vita il mio carissimo
commercialista ma non me stessa (poveretto... quando mi chiama per comunicarmi
le periodiche spese da versare balbetta imbarazzato come se si accorgesse
all’improvviso di avere la patta aperta davanti allo sguardo incredulo di una
suorina vergine!
È una brava persona, la sua
empatia di questi tempi mi commuove... talvolta mi sento di tranquillizzarlo
con frasi del tipo “Sa dottore forse ora faccio un concorso e chiudo tutto
entro l’anno”, “Beh speriamo bene...” risponde lui.). L’apertura della partita
Iva (impiegata per mascherare un lavoro da dipendente) dall’Amministrazione
Pubblica non mi è stata proposta ma imposta come un ultimatum.
L. A. 09.05.2006 10:14
Cosa fa per noi il Governo?
Meritiamo la disoccupazione solo perché ci sono troppi privilegi garantiti a
pochi?
Lavoro come precaria per una
Pubblica Amministrazione del Nord Italia (attualmente sono in ferie, per questo
scrivo sul blog...). Si vocifera che tutti noi precari potremmo non veder
rinnovato il nostro contratto di lavoro in quanto è stato sforato il patto di
stabilità (in sintesi, ciò che la Pubblica Amministrazione si impegna a
spendere in un anno, per contenere i costi pubblici). Siamo circa il 25 - 30%
del personale totale. Assunti, per quanto mi riguarda e per quel che ho avuto
modo di verificare, in seguito a regolari concorsi pubblici.
Però le auto blu dei dirigenti,
i relativi autisti, i viaggi spesati, i master universitari pagati con i soldi
dei contribuenti, i banchetti “di rappresentanza”, le segretarie personali non
si toccano... E le consulenze? C’è gente - di solito amici di università di
qualche consigliere o dirigente - che si becca per una consulenza l’equivalente
di 8 o 10 stipendi mensili di noi precari! Perché possono accadere queste cose?
Beppe o qualcuno dei bloggers sapete darmi una risposta? Cadute le prime
teste.
A Claudia, del settore
personale, e a Marco del settore ecologia, non è stato rinnovato il contratto
di lavoro. Le prime teste di una serie che purtroppo si preannuncia molto
lunga...
Lo scempio continua.
Lunedì è toccato a Miriam. Da
due giorni l’ente è bloccato con la posta, visto che non c’è più chi se ne
occupava. Ma oggi c’è stata una conferenza stampa per presentare una stron.ata
che verrà piazzata come innovativa ed eccezionale sui giornali locali, domani.
E al termine della conferenza stampa, prosciutto di Parma, tartine al salmone
ed insalata di gamberetti per tutti! (tranne che per chi paga - l’utenza - e
per chi davvero lavora... )
R. A. 19.07.2006 15:15
Ti racconto la mia storia. Ho
una laurea in una disciplina scientifica e lavoro presso il Ministero delle
Politiche Agricole e Forestali. Io e altri miei colleghi facciamo attività di
ricerca nel settore della biodiversità forestale. È tutto molto bello ed
interessante ed i risultati scientifici non mancano, peccato che l’unico
inquadramento previsto sia quello di operaio agricolo a tempo determinato.
Questo significa uno “stipendio” sui 1.000 euro, malattia pagata al 50% dal III
giorno, niente ferie, mancato riconoscimento del titolo di studio e altre
amenità del genere.
Grazie a questa legge capestro i
nostri contratti sono fissati di durata trimestrale, in pratica in un anno ne
firmi 4! Ovviamente siamo in balia delle finanziarie (questi tre mesi lavoro, i
prossimi tre... chissà, e poi magari non mi riassumeranno da subito), siamo
ricattabilissimi (è evidente che se sgarri sai come va a finire) e l’unica
prospettiva concreta (ovviamente con tempi biblici) è quella di passare a
operaio agricolo a tempo indeterminato con lo stesso trattamento. Ovviamente
manco si parla di nuovi ruoli adeguati per i laureati e diplomati ma, udite
udite, di introdurre dei nuovi contratti a progetto.
È inoltre paradossale che uno
Stato come il nostro ti conferisca una laurea e poi sia il primo a non
riconoscertela assumendoti in questo modo ignobile. La legge Biagi è purtroppo
diventata una scappatoia per le aziende per fare ancora più soldi a scapito dei
dipendenti ma nel mio caso è lo Stato italiano che si comporta esattamente allo
stesso modo.
Non ho parole.
B. B. 20.02.2006 20:26
Sarò il più breve e conciso
possibile nell’illustrarvi la mia situazione lavorativa (alla quale posso
aggiungere qualsiasi riscontro se necessario).
Ho 26 anni e un titolo di studio
da geometra. Lavoro come letturista del gas, ormai da quasi 3 anni, con un
contratto che prima era co.co.co. e ora è co.co.pro., in una ditta che fa parte
dell’ennesimo appalto della ditta del gas e dell’acqua di Genova (che un tempo
era pubblica). Percepisco all’incirca 35 centesimi a lettura. Vengo
sguinzagliato per tutta Genova e a volte anche per i paesini (in cui i
contatori sono completamente sparsi, introvabili e “imbriccati”) senza mutua,
senza ferie, senza il minimo indennizzo spese nonostante i km fatti al giorno,
neanche a parlare di buoni pasto; in 3 anni ho ricevuto solo un paio di scarpe
antinfortunistica e un gilet catarifrangente di 6 taglie più grande! Inoltre
nel periodo estivo e natalizio (3 mesi in tutto) la ditta è ferma e non
percepisco stipendio. Quali possono essere le speranze per il futuro nei
giovani? Sia chiaro, è solo una testimonianza, non un piangersi addosso o un
inno al pessimismo (se mai al fare qualcosa).
Nonostante tutto cerco sempre di
lavorare con dignità e buon umore, alla fine del mese (cioè dei mesi buoni)
riesco a portare a casa i miei 1.000 euro circa (sudati al centesimo), non ho
vizi né mogli e vivo sereno!
Ma per quanti è sopravvivere?
S. M. 21.02.2006 10:47
Proprio oggi ho firmato
l’ennesimo contratto a progetto con l’università per lavorare come
“ricercatore” in un laboratorio. L’anno scorso guadagnavo in un’altra
università, sempre come co.co.pro., 1.150 euro al mese ma mi facevo 4-5 ore di
treno al giorno.
Quest’anno ho deciso di
avvicinarmi (anche perché ho un secondo lavoro serale) ma mi sono visto ridurre
lo stipendio a 980 euro al mese. Fino a 2 anni fa lavoravo in un laboratorio
ospedaliero (dove si faceva anche attività diagnostica) ed ero uno tra quelli
che guadagnavano di più. Penso che la ricerca (e non solo), in Italia, sia
diventata principalmente un’attività per persone benestanti che traggono un
sostentamento parziale dallo stipendio e che possono permettersi lunghi periodi
lavorando senza stipendio (psicologia degli eterni studenti). Questo per due
motivi: 1) I laboratori non hanno il vincolo di produrre lavori di qualità e
quindi ogni laureato è intercambiabile. 2) A causa del punto 1 i vari laureati
non hanno la convenienza a fare la voce grossa e si adeguano... quelli che non
si adeguano o emigrano (fuga di cervelli) o cambiano lavoro (perdita di
cervelli). Per quanto mi riguarda cercherò di andarmene quanto prima, sempre
che le mie conoscenze siano realmente appetibili all’estero (non ne sono così
sicuro).
R. F. 21.02.2006 11:46
Ho ormai 30 anni e da più di 10
anni sono sul mercato lavorativo, la mia esperienza ce l’ho e devo dire
onestamente, che nel mio ambito lavorativo, sono piuttosto bravo. Sono uno
specialista Hardware e Software per le piccole e medie imprese, mi diletto nel
fare siti web e grafica.
In merito ai contratti co.co.co.
o co.co.pro., sono 6 anni ormai che lavoro, con tale “contratto” presso il
Comune di Venezia e come me ce ne sono altri 300 (se non di più).
Fortunatamente con una selezione pubblica sono riuscito a entrare in
graduatoria ed essere assunto (ne assumevano 60) a tempo determinato per 9 mesi
(da giugno a febbraio, ora come ora siamo in attesa di rinnovo contrattuale,
sempre precario sono rimasto). Nell’arco di sei anni ho imparato che tutti i
diritti che hanno acquistato con le lotte sociali i miei genitori sono stati
letteralmente calpestati e bruciati.
Come co.co.co. non abbiamo
diritto né alle ferie né alla malattia. Se stiamo a casa per uno o per
quell’altro motivo non si viene pagati. Tredicesima che non esiste e
soprattutto discorsi del tipo “fai questo, fai quello” anche se magari non è
nelle nostre competenze. Se una persona fa notare che non è compito proprio,
con la scusa che: “sei precario, se ti va bene così, altrimenti potresti non
essere rinnovato” ti fanno fare di tutto.
Naturalmente, gli orari del
lavoro sono obbligatori 6-9 ore in ufficio per forza, mentre i lavori a
progetto non dovrebbero avere obblighi di presenza lavorativa e, dimenticavo,
stipendi che vanno esattamente all’opposto dell’inflazione, invece di aumentare
col tempo vengono sempre diminuiti. Sinceramente, ho 30 anni, vorrei costruirmi
una famiglia e invece questo mio pensiero rimane tuttora come una chimera.
S. B. 21.02.2006 12:19
Dottore in Economia per il
Turismo, ho 27 anni lavoro dal 2003 come collaboratore a progetto nella stessa
ditta... Ho la fortuna di fare un lavoro bellissimo e in un bell’ambiente, ma
prendo 6,5 euro all’ora e non ho la malattia e le ferie pagate, in più il mio
ufficio è a 48 km da casa (e ho la macchina a benzina!) Quest’estate ho
collaborato anche con il Comune della mia città, Ravenna e ho conosciuto
ragazze che lavorano per il Comune da 8 anni ancora con un contratto di
collaborazione. Voglio dire se la mia ditta o il Comune ritiene proficua la mia
collaborazione e si fida di me (ed evidentemente è così dato che rinnova il
contratto) perché non assumerci e darci un po’ di sicurezza?
Io e Marco vorremmo sposarci e
avere bimbi ma l’ultimo direttore di banca che ho sentito per un mutuo, credo
sia ancora là che ride dopo che gli ho fatto leggere il mio contratto, che
abilmente si rinnova ogni sei mesi. Mio padre che ha 65 anni e credeva
nell’impiego statale, ed è da quando mi sono iscritta a Ragioneria che spera in
un impiego in Comune, non si è ancora ripreso da quando gli ho detto che
neanche in Comune fanno più i contratti “seri”. Quasi quasi io a Biagi gli
voglio bene... :o)
M. B. 21.02.2006 12:34
Ho 40 anni, una moglie e due splendidi
bambini.
Mi sono laureato in Architettura
nel 1997 e, dopo pochi mesi di lavoro (chiamiamolo così) come lsu al Comune di
Palermo ho vinto un concorso a “tempo determinato” come Architetto al comune di
Livorno. Dopo 15 mesi di lavoro e l’acquisizione (almeno credo) di competenze e
qualità il mio contratto ha trovato compimento: arrivederci e grazie! Per
fortuna avevo nel frattempo vinto un altro concorso “a tempo determinato” al
Comune di Empoli dove ho lavorato, sempre come Architetto, per 22 mesi.
Essendo venuto a conoscenza del
fatto che anche questo contratto sarebbe arrivato a compimento nello stesso
modo del primo (arrivederci e grazie e al diavolo la competenza e i soldi spesi
su una persona) ho accettato una chiamata a “tempo determinato” dal Comune di
San Miniato dove ho lavorato anche lì per circa due anni, arrivando sempre alla
stessa conclusione. Non avendo altre chance (cioè altri contratti a tempo) in
vista, ho aperto studio e faccio il professionista privato, cosa che, in una
regione che non è la mia, avendo cominciato così presto, equivale ad avere un
numero di lavori pari a zero e molte spese!!! (Non voglio parlare dello stato
dell’architettura in Italia perché ci vorrebbe un poema a parte!).
Per fortuna che il precariato mi
aiuta ancora: avendo vinto nel passato un concorso per l’insegnamento nella
scuola pubblica (per cui guarda un po’ non c’erano cattedre disponibili) sono
riuscito ad avere una supplenza (durata fino al 30 giugno 2006) di 9 ore
settimanali (praticamente un part-time) che mi permette di guadagnare circa
600,00 euro mensili di cui spendo la metà per raggiungere il posto di lavoro.
Per fortuna che almeno mia moglie ha un posto di lavoro fisso! La cosa che mi
brucia di più è che le amministrazioni di sinistra sono proprio le più senza
scrupoli nell’utilizzo di queste metodologie di precariato sociale. Sono
davvero sconsolato! Mi sa che nulla potrà comunque cambiare!
D. A. 21.02.2006 12:39
La mia breve storia di
atipica-precaria-nonsochealtro è questa: mi sono laureata in lettere nel 2001
(a pieni voti, ma questo conta poco); mi sono specializzata come bibliotecaria
(un anno di corso pagato con soldi Ue); ho svolto i più svariati lavori durante
il mio percorso di studi (cameriera, centralinista, impiegata, postina...) e
“finalmente” è cominciata la mia vita da precaria: co.co.co./co.co.pro. presso
biblioteche ed enti pubblici, fino all’attuale contratto (atipico) a tempo
determinato in un Comune della Provincia di Firenze, dove svolgo mansioni di
alta responsabilità/professionalità senza alcun riconoscimento (e senza alcuna
attinenza con il mio percorso di studi!!!) Ho 30 anni, un compagno, un mutuo da
pagare e comincio ad avere anche un po’ di voglia di essere madre... Ma chi ne
ha il coraggio? Il futuro è molto bigio per noi precari...
F. M. 21.02.2006 13:34
Sono stato dipendente di una
amministrazione pubblica, governata da una giunta di sinistra, dal 1999 al 2004,
per 5 anni sono passato da co.co.co. a dipendente a tempo determinato
attraverso almeno 5 rinnovi di contratto. Nel frattempo però all’interno della
stessa amministrazione venivano banditi concorsi e venivano assunti diversi
dipendenti. Nel 2003 viene bandito un concorso per la mia professionalità (sono
architetto) lo vinco, ma, dell’assunzione a tempo indeterminato, non se ne
parla proprio colpa, dicono Loro, dei dpcm e della finanziaria. Mi guardo
intorno e noto che negli altri enti continuano i concorsi e le assunzioni, dico
a me stesso, qualche cosa non quadra. Decido di iniziare a fare concorsi negli
altri enti mentre il dirigente di allora ironicamente commenta : “... tanto a
Lei non la vogliono da nessun’altra parte... “. Dopo più di un anno di concorsi
e di giorni di ferie usati per andare ai concorsi (Beppe!! il contratto dei
dipendenti a tempo determinato previsto dalla legge Bassanini non prevede
permessi per i concorsi!) arrivo primo in graduatoria in una selezione per
tecnico in un altro ente pubblico senza alcuna raccomandazione! (miracolo!). La
beffa arriva quando rassegno le mie dimissioni per prendere servizio dove avevo
vinto il concorso: mi comunicano, con tanto di lettera raccomandata, che sono
pronti ad assumermi. Bel gesto ma oramai era troppo tardi, dopo 5 anni ho
deciso che era meglio cambiare aria. Ora, anche se non guadagno uno stipendio
da nababbo (circa 1200 euro netti al mese) ho dei colleghi stupendi e non mi
pesa affatto svegliarmi il mattino per andare a lavorare, anzi... Quindi
ragazzi: non mollate e soprattutto cerchiamo di partecipare più attivamente
alla vita politica e sindacale del nostro paese, altrimenti continueranno
sempre a mettercela in quel posto!
U. F. 21.02.2006 15:39
Non dico nulla di nuovo e non so
se i problemi della mia categoria nascano con la legge Biagi o ben prima. Sono
un educatore professionale. Il mio lavoro, può svolgersi in convenzione diretta
con un ente pubblico o tramite una cooperativa di servizi sociali. In entrambi
i casi si lavora tramite co.co.pro. Difficilmente si trovano forme di contratto
diverso.
Il fatto è che, parlando con chi
lavora in questo settore ben prima di me e ben prima della
legge Biagi, ho scoperto che la
situazione è sempre stata dettata dal precariato. Si viene
“assunti” per un progetto
finanziato da un ente pubblico. Si guadagna in base alle ore che si lavora. No
ci sono ferie, malattia o tredicesime e, quando finisce il progetto (dopo uno,
due o tre anni al massimo), si deve riinizare da capo. Ricercare un altro
progetto così come quando si esce dall’università.
Anche se si ha 40 o 50 anni. In
più, i servizi che si riesce ad ottenere, spesso hanno un montante ore
settimanale che, anche se pagato bene, non garantisce uno stipendio minimamente
dignitoso, quindi bisogna cercare di ottenere due o meglio tre convenzioni. Ho
pensato di cambiare settore in più di un’occasione, perché, anche se la
situazione è uguale ovunque, almeno altrove, esiste chi ha contratti “normali”.
M. S. 21.02.2006 16:44
Caro Beppe Grillo, credo che tu
non ti renda conto di quello che hai scatenato con il “problema lavoro-legge
Biagi”, ti ritroverai con un esercito di uomini/donne, di età media compresa
tra i 25 e i 45 anni, che sperano in un futuro migliore (proprio come i film
degli anni ‘60 a lieto fine) e che vivono la precarietà del loro pseudo-posto
di lavoro con tutte la conseguenze sulla loro vita privata.
In sintesi ti racconto anche la
mia esperienza: laureata in architettura all’Università “La Sapienza” di Roma,
lavoro da quando avevo 18 anni per non pesare sulla mia famiglia, che già mi
manteneva agli studi in una “facoltà per facoltosi” (ovviamente l’ho scoperto
durante gli anni accademici) facendo i soliti svariati lavoretti degli studenti.
Comincio a lavorare “seriamente” nel 1998 insegnando informatica nelle scuole
parificate medie e superiori. Ma, nonostante avessi tutti gli oneri
dell’insegnante, dipendevo da una società privata che aveva l’esclusiva in
queste scuole e forniva il materiale didattico, i computer e gli insegnanti!
Però io ho firmato contratti di collaborazione occasionale “mensili” per ben
due anni, trasformati successivamente in co.co.co. (Ahimé gallina anch’io) con
una retribuzione media di 700 mila lire, lavoravo da ottobre a maggio; cosa
sono le tredicesime, il tfr ecc.? Dimenticavo: venivo mandata a insegnare in
scuole tra le più prestigiose di Roma (la società mi definiva tra le migliori,
lo dico senza vanto alcuno), quelle dove vanno i figli dei ministri! Di conseguenza
arrotondavo, soprattutto in estate, negli studi di architettura, dove
progettavo ed eseguivo lavori computerizzati tridimensionali con animazioni e
rendering quasi immediati... anche qui contratti di collaborazione occasionale
(se li facevano!).
Anche qui tanti elogi dai vari
datori di lavoro. I committenti spesso erano tra gli enti pubblici e privati
più conosciuti ma, per me, mai rapporti con la committenza. Oggi lavoro come
impiegata, e ne sono anche contenta, perché almeno ho un posto fisso!
A. P. 21.02.2006 17:10
Ho 28 anni e lavoro come
co.co.co. a 900,00 euro mensili all’università. Mi occupo di formazione e per
questo sono abbastanza informata anche su chi intraprende, dopo l’università,
la carriera nell’industria. Anche lì la situazione non cambia, alcuni miei
colleghi, anche con qualche anno più di me, lavorano come tecnici (siamo tutti
laureati) per 800-1.000 euro al mese con contratti di co.co.pro.
Purtroppo non sono solo quelli
dei call-center che sono schiavizzati ma siamo tutti sotto il ricatto della
scadenza dei nostri contratti, per questo si comincia a lavorare alle 9 di
mattina e si finisce non si sa mai a che ora (io in media faccio 9-10 ore al
giorno). Come vedi un contratto senza vincolo di orario non vuol dire che
possiamo organizzarci il lavoro come vogliamo, il non-vincolo infatti non è per
noi, ma per chi ci paga, nel senso che può tenerci alla scrivania finché per
quel giorno gli facciamo comodo, tanto mica sono previsti gli straordinari! Di
ferie e malattia, ovviamente non ne parliamo è una lotta continua. Come si può
investire prima sulla nostra formazione e poi lasciarci così allo sbaraglio? Ma
come possiamo pensare al futuro se con queste leggi ci tolgono ogni respiro? Ma
come cavolo li amministrano i nostri soldi? Siamo tantissimi in questa
condizione, non un gruppo isolato come ci vogliono far credere! Temo stiamo
diventando i cinesi d’Europa.
F. C. 21.02.2006 17:26
Al di la della bontà o non bontà
della legge Biagi, concordo con chi sostiene che il problema sia l’utilizzo di
queste forme contrattuali per situazioni lavorative che dovrebbero prevedere
l’assunzione. Io ho 27 anni, mi sono laureata quasi tre anni fa e a gennaio di
quest’anno ho festeggiato la mia prima assunzione, benché per sostituzione di
maternità. Ho sempre lavorato come co.co.co. o, ultimamente, come co.co.pro.
In associazioni Onlus, in centri universitari, in call-center ecc.
A parte l’arricchimento che mi è
derivato dalle varie esperienze e che mi sento di riconoscere,
voglio denunciare l’uso illegale
dei contratti co.co.co. ora co.co.pro. Perché se tu, datore di lavoro, mi
chiedi di essere presente in ufficio dalle 9.00 alle 18.00 con una pausa di
un’ora, non mi assumi invece che farmi firmare un foglio pieno di menzogne e
prese per i fondelli? Sì, perché i co.co.co. - c’è scritto chiaro e tondo - non
hanno vincoli di orario, non devono recarsi nella struttura di lavoro se non
per motivi relativi al progetto che stanno svolgendo. E altre balle ancora. La
cosa mi fa ancora più incazzare pensando a quando i miei datori di lavoro sono
stati associazioni non profit e cooperative. Associazioni e cooperative che al
di fuori della propria realtà alzano bandiere in difesa dei lavoratori, dei
giovani, ma predicano bene e razzolano mooooolto male. In un paio di occasioni
(e non faccio nomi) sono stata lasciata a casa con un preavviso di circa 10
giorni. Ti pare possibile? Sì! E sai perché? Perché loro non ti stanno
licenziando, ma semplicemente non ti rinnovano la collaborazione. Ah! E io come
mangio? Comunque, io credo che in certi casi questi tipi di contratti siano
utili e funzionali, ma allo stesso tempo dovrebbero esserci dei controlli.
A. V. 21.02.2006 19:10
Ho 30 anni e non sono mai uscito
dal triste alveo del precariato. La mia tesi di laurea verteva
sulla precarizzazione del mondo
del lavoro, per cui ne conosco teorie e pratiche! Mi limito
ad illustrare brevemente la mia
situazione attuale. Sono un co.co.pro. della Amministrazione
Provinciale di Sassari. Svolgo
le stesse mansioni dei dipendenti, ma a differenza di questi
non ho diritto alle ferie; i
contributi che mi vengono versati nel fondo separato Inps farebbero
maturare una pensione molto al
di sotto della soglia di povertà se dovessi mantenere questa
posizione per tutta la vita; se
mi ammalo per un totale di giorni superiore ad 1/6 del periodo
contrattuale possono dirmi
grazie e arrivederci, oltre a non percepire un euro durante la
malattia! Nonostante la legge e
la giurisprudenza lo vietino, ho il vincolo di orario e se non
lo rispetto subisco delle
decurtazioni al mio compenso mensile, benché la mia prestazione
debba essere giudicata in
funzione del risultato raggiunto e non delle ore prestate; non ho
diritto al tfr. Ad onor del
vero, in tutto questo Biagi e i suoi seguaci c’entrano poco. Anzi, la
legge Biagi ha avuto l’unico
merito di legare le collaborazioni ad un progetto e oggi i giudici
non ci pensano su due volte a
condannare i datori di lavoro che mascherano, come nel mio
caso, una subordinazione.
Peccato che siano in pochi a denunciare! In ogni caso, è vero che la
legge Biagi ha introdotto forme
di mercificazione e precarizzazione da far pensare a una sorta
di schiavitù moderna. Tuttavia,
non dimentichiamoci mai, e ora più che mai, che la maggior parte delle leggi
che hanno consentito la precarizzazione del mondo del lavoro italiano le ha
introdotte il centrosinistra con il benestare dei sindacati dei datori di
lavoro, imbarazzando, talvolta, persino i padroni!
G. C. 21.02.2006 19:24
La mia esperienza è di precario per
2 anni e mezzo al Ministero del Lavoro, sì proprio 4 piani sotto il
sottosegretario al Welfare Sacconi. Insieme a me ce ne erano molti altri. Io
avevo la paura che ogni 3 mesi mi si potesse mandare via. All’inizio ero
co.co.co. poi con la famosa legge Biagi mi è stato chiesto di prendere la
Partita Iva, per fortuna sono riuscito ad evitarlo. Ho visto miei colleghi che
il venerdì sera hanno ricevuto una telefonata con la quale dicevano che da
Lunedì non servivano più, e io con moglie, che tra l’altro si è ammalata, e due
bambini potete benissimo immaginare i bocconi amari che ho dovuto ingoiare e le
nottate insonni per la precarietà del mio reddito oppure le vacanze evitate come
la peste perché non venivano pagate o il terrore di prendere il raffreddore
perché altrimenti quei 2 giorni ti sarebbero potuti anche costare la non
riconferma. Se questa è occupazione.
R. D. L. 21.02.2006 20:28
Non so se sia direttamente colpa
della Legge Biagi, comunque penso che il più grosso bacino di ricezione di
precari oggigiorno sia il mondo della ricerca. Nel mio istituto siamo ben sopra
il 60%... qualcuno con contratti di tre mesi, altri 6 e mai più di 12 mesi.
Alcuni a meno di 900 euro al mese altri poco di più (non parlo di giovani ma di
gente con più di 30 anni). Che futuro? Spesso lavoriamo in mare di notte, con
il freddo, vomitando anche per 48 ore di fila, la maggior parte senza poter
dormire. Fino a dicembre per questo lavoro infame avevamo una missione
giornaliera di 5 euro! in genere spesi per un latte caldo al ritorno in terra,
con la nuova finanziaria non abbiamo più nemmeno i 5 euro. Purtroppo siamo in
un circolo vizioso e se ci rifiutiamo di andare in mare (lavoro che peraltro
non ci compete, ma i tecnici andati in pensione non sono stati più sostituiti)
ci dicono: “bene avanti il prossimo”.
Lo Stato (lavoro per il Cnr) non
passa più un solo euro per nuove ricerche (almeno nel mio campo) da più di 3
anni. In più se racimoliamo soldi da altre parti (in genere fondi europei senza
i quali avremmo già chiuso i battenti da tempo) una parte li dobbiamo versare
per l’amministrazione (carta igienica, acqua luce gas...). La ricerca purtroppo
oggigiorno si basa sulla passione (enorme!) dei giovani che spesso se provano
ad alzare la testa vengono considerati rivoluzionari. Come si fa su queste basi
a farsi un futuro? Ma la classe dirigente ha per caso idea del costo di una
casa? Su queste basi lavorative che cosa si deve fare? A. L. 22.02.2006 09:05
Non sono in senso stretto una
vittima della legge Biagi, in quanto questa non si applica alla pubblica
amministrazione. Eppur son precario! Si parla poco dei contratti atipici e a
tempo determinato presso gli enti pubblici, ma ci sono. Io sono, infatti, un
precario del pubblico impiego. Ho 33 anni, una laurea in Storia, una tesi
premiata in più concorsi, una montagna di corsi e stage sulle spalle e
soprattutto, dal 2001 sono precario presso il Comune di Venezia. Prima da
classico co.co.co., poi, dallo scorso giugno, a tempo determinato, con scadenza
di contratto tra qualche giorno. Sto aspettando il rinnovo del contratto. È
garantito che ci sarà, mi dicono, almeno fino a fine novembre. Dopo? Non si sa.
Non potrà esserci, per legge, un altro rinnovo del contratto. Di che mi
lamento, dite? Certo, lavoro presso una pubblica amministrazione e, anche se lo
stipendio è basso, le condizioni di lavoro sono spesso migliori di quelle di
molti precari presso enti e aziende private. Bisogna però tener conto di un
aspetto: presso un privato ho almeno la speranza (o l’illusione, se vogliamo)
di poter essere assunto direttamente a tempo indeterminato prima o poi, presso
il pubblico impiego deve essere indetto un concorso e lo si deve vincere. I
concorsi a tempo indeterminato sono sempre meno e sempre più affollati e
selettivi. Qui, nel Comune di Venezia, non se ne vedono da molto tempo e di
precari che, sottopagati e sfruttati, coprono le lacune di personale dell’ente
ce ne sono molti. Si parla di 450 persone, ovviamente quasi tutti giovani,
laureati, spesso con specializzazioni e alta professionalità... Una curiosità:
penso di essere tra i pochi ad aver superato ben 2 selezioni pubbliche per
essere assunto come co.co.co.! Sì, nel 2001 per fare il co.co.co. per il
Censimento, nel 2002 per farlo presso l’ufficio presso il quale ancora mi
trovo, seppur ora a tempo determinato.
L. M. 23.02.2006 09:57
Dal 1998 (44 anni) al 2001 ho
insegnato in una scuola professionale “regionale” con un contratto a tempo
determinato per i nove mesi scolastici, contratto che veniva rinnovato di anno
in anno, con un monte ore variabile da 26 a 31 ore settimanali, contributi,
tredicesima, e indennità di disoccupazione per la parte del periodo in cui
rimanevo a casa. Dopo tre anni di questo tipo di assunzione credo che scatti
quella a tempo indeterminato, ma dipendentemente da questo fatto o meno, la
scuola è poi passata alla “Provincia” e dal 2002 le ore sono diventate 7
(sette!) alla settimana, ovviamente con un contratto co.coco.: bisognava far
lavorare più gente, anche le allieve appena diplomate e senza alcuna
esperienza!
Solo quest’anno le ore di
insegnamento sono riaumentate a 15, per grazia ricevuta (ma con due contratti
separati!) sempre co.co.co., e sapete quando pagano i “compensi”? Il primo dopo
quattro mesi e poi ogni due mesi!
Proteste, ricorsi, non servono a
nulla, il bello è con non si ha a che fare con aziende private, ma con enti
pubblici!
E. N. M. 23.02.2006 19:49
Sono stata al Ministero del
Tesoro a Roma, per un anno e mezzo a 650 euro al mese, 9 ore al giorno, 3 ore
in tutto di mezzi pubblici, quindi 12 ore fuori casa. I ministeri lavorano con
le società private che prendono ragazzi anche a 250 euro con contratti da
stagisti e la cosa bella è che di solito “il cliente” è a conoscenza della
retribuzione delle persone che lavorano per lui (non solo ragazzi, anche uomini
di 40 anni con contratti a progetto) ma non muovono un dito, loro hanno oltre
ad assicurazioni e dentista pagato, buoni pasto da 10 euro al giorno.
Il mio ex capo, uno
schifosissimo individuo che si smocciolava sulle mani (so che è poco
rilevante ma è una soddisfazione
dirlo) mi disse “In questi posti bisogna sporcarsi le mani
altrimenti non entri proprio”,
all’interno del Ministero stesso distribuiscono regali, telefonini,
orologi, televisioni agli
individui più in alto in quel momento. Insomma pretendono gli
stessi doveri di un dipendente
(es. turni massacranti) ma non si hanno gli stessi diritti, fanno
contratti a tre mesi perché
possono ricattarti come vogliono, non è possibile, la dignità
in questi posti non esiste e poi
ci sono i sindacati che si battono per avere l’aumento di
stipendio di 80 euro, avessi mai
sentito una lotta interna per l’aumento degli stipendi di
questi poveri ragazzi che sono
costretti a fare cose oscene perché impossibilitati a metter su
una casa. Concludo, cambiata
società con nuova gara di appalto sono arrivata a 850 euro con
lavoro triplicato per via delle
manie di grandezza e di arrivismo di questi uomini squalo, mi
sono licenziata, studio.
Preferisco fare la fame che regalare la mia vita a loro!
L. G. 23.02.2006 21:28
Il servizio civile è impiegato
sempre più come modo legalizzato per sfruttare i giovani: avete notato che
nell’ultimo bando hanno alzato l’età massima a 28 anni? Per sfruttare sempre di
più in moltissime aree di lavoro.
Infatti, i progetti di servizio
civile spaziano dall’impegno nel sociale all’impiego in pubbliche
amministrazioni. Molte
biblioteche comunali funzionano grazie alla presenza dei volontari
del servizio civile. I Comuni
chiedono un “volontario” del servizio civile per farlo lavorare
come sguattero negli uffici dove
il personale è carente (o lavora poco?). Ci sono uffici che
sistematicamente, ogni anno,
hanno due volontari al proprio servizio: finito l’anno, via il
volontario vecchio, si prende
quello nuovo. Il volontario dovrebbe lavorare 6 ore al giorno
per 420 euro/mese + qualche
spicciolo, ma, siccome stiamo parlando di volontariato, é
richiesto normalmente di
fermarsi oltre l’orario stabilito. E se il volontario cerca un lavoretto
part-time per arrotondare, viene
ostacolato dalle esigenze del ufficio... (“lei è volontario,
quindi ci aspettiamo massima
collaborazione”). Peccato che sul sito del servizio civile non
siano più visibili i nomi degli
enti che hanno attivato un progetto per il servizio civile gli anni
scorsi. Aspettate il prossimo
bando e andate a vedere, sicuramente ci saranno progetti che
con l’impegno sociale non hanno
nulla a che vedere. Io ho sostenuto il colloquio, sono stata
selezionata, ma ho rifiutato,
visto il basso livello morale della gente con cui avrei dovuto
lavorare (o meglio, per cui
avrei dovuto lavorare). Spero che chi ha preso il mio posto sia
contento della scelta che ha
fatto. Ovviamente al colloquio di selezione c’erano solo laureati in cerca di
un’occupazione temporanea che almeno potesse arricchire il curriculum.
P. R. 24.02.2006 12:05
Sembra che in Italia l’essere
laureati sia un’aggravante! Ho prestato servizio presso un ente
pubblico del Veneto (non ne
faccio il nome per probabili ritorsioni). Sono arrivato e mi hanno consegnato
un contratto (6 mesi) praticamente fuori legge perché ero arrivato all’ente con
un preciso incarico poi scopro nel contratto che devo fare dell’altro.
Ovviamente (perché se no ti lasciano a casa o fai la figura del pivello che
vuole rompere) non protestai anche se qualsiasi dipendente assunto a tempo
indeterminato mai avrebbe firmato un simile contratto. Noi siamo costretti.
Buoni pasto ovviamente manco a vederli e sarebbero un nostro diritto. Ho subito
angherie psicologiche di qualsiasi genere. Alla fine del mandato (6 mesi) sono
stato lasciato a casa per incomprensioni altrui senza che dalla dirigenza
sentissi proferir parola. Non una motivazione, un saluto, niente.
N. M. 24.02.2006 12:42
Ho 40 anni, sposato 2 figli. A
fine 2004 stanco di lavorare per una ditta che non mi pagava gli straordinari,
che non mi dava i buoni mensa (nonostante lavorassi a 50 km da casa ), che mi
mandava in ferie in periodi assurdi (e sempre quando pareva a loro), ho deciso
di provare ad entrare nelle Poste Italiane. Primo contratto di 45 giorni, due
filiali visitate, stessi problemi: postini titolari fuori di testa, e
interinali sfruttati e ricattati. Se vuoi essere confermato lavora, non
chiedere il pagamento degli straordinari, usa la tua auto (i motorini sono
tutti ko) ecc. Scade il contratto, due mesi di stop, poi mi richiamano. Altre
due filiali visitate, problemi in fotocopia. I postini titolari vanno a casa in
orario (non fanno straordinari per motivi sacrosanti ), gli interinali non
hanno nessun diritto. Un esempio: il discorso di una direttrice di filiale, se
rimani fuori in consegna oltre l’orario, se cadi col motorino non sei
assicurato, sfruttato e mazziato insomma. Ho taciuto su un’infinità di
ingiustizie, poi dopo che sono andato al sindacato a protestare per gli straordinari
che non ho trovato in busta, dopo due giorni mi hanno spostato in una filiale a
40 km da casa. Morale? Non ho resistito ho firmato le dimissioni la stessa
mattina e ho mandato tutti affanculo. E questa sarebbe una azienda quasi
statale, che fra l’altro funziona malissimo, con delle cose che se la gente
sapesse... Dimenticavo: da maggio 2005 sono a casa, avvilito e con il senso di
colpa per la mia famiglia mi sono beccato un esaurimento da cui sto tentando di
uscire, ma non mi pento, meglio disoccupato che sfruttato!
F. S. 26.02.2006 02:08
Sono psicologa psicoterapeuta, e
per professione seguo da anni molti giovani tirocinanti che si stanno
preparando al nostro delicato mestiere.
Da quando le Asl hanno chiuso le
assunzioni in ruolo (alcune sin dalla metà degli anni 90) e spesso anche a
tempo definito, questi giovani colleghi, che hanno investito fino a 10 anni
della loro vita tra formazione di base e specializzazione (con un investimento
umano ed economico facilmente comprensibile), faticano a trovare un impiego
certo e dignitoso. Chiuse le porte del servizio pubblico, dove al massimo
possono aspirare ad ottenere consulenze pro-tempore (non d’oro!) per tappare
qualche buco (o voragine?) dovuto al non rimpiazzo del turnover, non resta loro
che frammentarsi in una miriade di collaborazioni a tempo determinato, talvolta
di poche ore ciascuna, su territori non sempre attigui che li costringono anche
più volte al giorno a lunghi spostamenti non indennizzabili economicamente, per
salari che talvolta sono inferiori ai 15 euro all’ora (lordi, naturalmente). Nessuno
dei miei tirocinanti dagli anni 2000 in poi ad oggi ha qualcosa che anche alla
lontana potrebbe somigliare ad un lavoro “fisso”; visti gli introiti miseri,
sono costretti a lavorare molto di più delle umane 40 ore alla settimana (sere
e week-end non fanno difetto) e lo fanno in condizioni di nessuna garanzia
sociale (malattia? maternità?) e di totale ricattabilità: se non ti va bene,
alla porta c’è una fila di disperati pronta a sostituirti. Persino il
commercialista pensa che hai guadagnato così poco che non puoi esporre tutte
quelle ore! Nessuno ci crederebbe, ed il fisco provvederebbe ad accertare le
tue cartelle esattoriali! Oltre al danno, anche la beffa. Peccato buttare alle
ortiche tanti giovani talenti, che hanno davvero molto da dire.
D. C. 26.02.2006 08:42
Volevo aggiungere un ulteriore
tassello: le assunzioni negli enti locali. Premetto che io sono stata una
delle ultime fortunate a essere assunta a tempo indeterminato. Da 4-5 anni a
questa parte le varie finanziarie non hanno più consentito assunzioni per
sostituire chi va in pensione o si trasferisce. I buchi d’organico sono stati
tappati con i concorsi a tempo determinato o, per le qualifiche più basse, con
le agenzie di lavoro interinale.
I risultati sono:
1 - maggior spesa perché il
personale a tempo determinato o d’agenzia costa di più.
2 - peggior servizio e ancora
maggiori spese perché trovandosi in due a fare il servizio di quattro per forza
si lavora male e si devono fare straordinari che all’Ente costano carissimi e
nello stipendio non li vedi nemmeno da quante tasse ci paghi.
3- più lavoro precario per i
giovani che non sanno mai se saranno rinnovati in quanto dipende sempre se
riesci a trovare qualche spicciolo in bilanci sempre più magri. In tutto
questo dov’è il risparmio? Non esiste, è solo propaganda!
Ancora:
4 - situazioni che diventano
insostenibili per chi lavora lontano e non può più trasferirsi in altri enti:
dato che il personale non si può sostituire gli Enti negano la “mobilità” (così
si chiama) trovandosi con personale sempre meno motivato. E che lavora peggio:
alla faccia della tanto sbandierata efficienza!
Ma perché un Comune che ha i
bilanci a posto non può assumere il personale di cui ha bisogno e dare magari
lavoro ai giovani del proprio territorio? Mistero!!!! Sei costretto a fare
queste porcate: infinite assunzioni a tempo determinato, agenzie interinali o,
meglio ancora, ditte esterne che sfruttano i loro dipendenti con i famigerati
co.co.co.! Questa è la cosiddetta devolution: autonomia a parole, ma nei fatti
è lo Stato che decide ancora se puoi assumere, quante persone, quando e perché!
Sappiatelo. E sappiate anche che buona parte dell’Ici che versate non resta
nelle casse del vostro Comune, ma vola a Roma e lì resta!
P. R. 27.02.2006 15:45
L’esperienza che voglio
testimoniare mi riguarda, fortunatamente, soltanto in maniera indiretta, come
spettatore involontario all’interno di un’azienda di cui sono dipendente con
contratto a tempo indeterminato. Ritengo sia doveroso però fare una premessa,
per inquadrare e contestualizzare correttamente questa vicenda rispetto alla
peculiarità della realtà socioeconomica in cui la stessa si svolge, così
riuscire a coglierne le implicazioni sociali, morali ed etiche.
La vicenda riguarda una Spa
governativa ed è ambientata in Sicilia, dove un posto di lavoro,
anche precario, assume il
valore, straordinariamente elevato, di merce di scambio utilizzabile
da parte della proprietà (lo
Stato, quindi il ministro, dunque il/i politico/i) e da chi, nella
posizione di manager di una Spa
governativa (quindi nostro dipendente), nell’ambito dei poteri conferitigli
dall’Azionista (lo Stato) e dal cda, amministra la società, per la restituzione
di favori precedentemente goduti (ad es. per assumere l’incarico che ricopre) o
per accumulare crediti, per favori resi, da presentare all’incasso e riscuotere
in futuro. La vicenda vede coinvolte come pedine organiche, consapevoli e
partecipi di questo sistema, le agenzie di lavoro interinale, politicamente
sponsorizzate, le quali, richieste di reperire determinati profili
professionali, frustrando le aspettative di chi, per titoli, meriterebbe di
essere prescelto e contravvenendo al proprio codice deontologico, seleziona
solo i raccomandati compresi nelle proprie liste di disoccupati. Sia bene
inteso che l’agenzia interinale non seleziona un bel nulla. Si tratta infatti
di persone fisicamente già identificate che vengono fatte transitare per
l’agenzia in modo che, con un sol tratto di penna, si faccia il favore alla
persona da assumere (e ai suoi padrini politici) e “at the same time”
all’agenzia interinale sponsorizzata dal politico amico. Ma cosa accade? A prescindere
dalla generale dissonanza tra i profili professionali richiesti e quelli poi
artificiosamente proposti dall’agenzia e poi assunti (serve un laureato in
economia e ne arriva uno in legge o arriva un non laureato, nonostante la
possibilità di attingere da un bacino praticamente illimitato di giovani
laureati sfornati dalle università della Regione), il contratto è a termine,
quindi scade. A questo punto, il favore alla prima agenzia interinale è già
stato incamerato. Ecco che interviene un meccanismo moltiplicatore di favori.
La prima marchetta è stata elargita, adesso le stesse identiche persone vengono
in blocco dirottate ad un’altra agenzia interinale, sponsorizzata da un padrino
politico differente. E il lavoratore? Ad ogni scadenza riceve la liquidazione
delle ferie maturate nel periodo lavorativo. Quando viene riassunto riparte
così da un monte ferie pari a zero. Il risultato pratico è di non godere mai di
un giorno di ferie, che non siano quelle collettive decise dall’azienda. Ma,
anche in questo ultimo caso, accade che se, quando l’azienda decide la chiusura
per ferie collettive (Natale), il lavoratore interinale non ha maturato un
sufficiente numero di giorni, la differenza gli viene detratta dallo stipendio.
A. B. 27.02.2006 22:22
Scusate qualcuno sa come si fa a
diventare idraulico?
Sono un precario-nomade della
scuola, cambio sede ogni anno, un anno qui, uno lì: è un nuovo tipo di turismo
equo e solidale, nel senso che con un carretto solido trainato da un soggetto
equino posso vagare per tutto l’italico stivale alla ricerca di una supplenza,
inseguito da orde di leghisti inferociti al ritmo di Terùn Belìn... e visto
che, avendo meno della metà della cattedra, anche se lavoro da statale posso
avere altri lavori (e meno male, se no come campavo?) pensavo all’idraulico.
G. V. 28.02.2006 18:33
Sinceramente non so se la mia
vicenda sia da ascrivere alle “magnifiche sorti progressive” della Legge 30 o,
peggio, sia il portato naturale della Legge Treu, ma scrivo nella duplice e
dolorosa veste di neo-disoccupato quarantenne e di ex pendolare della
Napoli-Roma, precario per 5 anni al Cnr di Roma. Risiedo in Provincia di
Napoli, e, a fronte di inenarrabili sacrifici, economici e non, di onorato
servizio, crescita professionale, umana e culturale, in Italia ed all’estero,
come l’Aretino Pietro, che però si salvò, mi ritrovo “con una mano avanti ed
una indietro”! Dunque, a 40 anni, una laurea, 2 master, specializzazioni varie,
in Italia ed all’estero, una pluriennale esperienza come buyer in diverse
aziende, in Italia ed all’estero, vado avanti per forza di inerzia e di cv
inviati alle aziende o alle Agenzie di lavoro interinale, nella speranza che
qualcuno si prenda la briga di leggerli seriamente e non solo per passarli alle
sterili statistiche dell’Istat. Il problema principale, ora, è che nonostante i
tanti anni trascorsi al CNR tra lavoro e corsi di specializzazione in Italia ed
all’estero ad imparare i misteriosi percorsi dell’Innovazione Tecnologica e del
rapporto tra ricerca e impresa, tutte queste competenze non servono a nessuno!
Al Cnr sicuramente no, visto che non ha potuto, obtorto collo, servirsene
ulteriormente per ovvi motivi contrattuali e finanziari nonostante le copiose
risorse investite negli anni per formarmi. Alle aziende, men che meno, visto
che di “buyer” ne è pieno il mercato del lavoro, ma con persone che hanno
almeno 5 anni di esperienza in più rispetto a me; quasi una discriminante! Mi
sono svegliato, inutilmente, tutte le mattine per 5 lunghi anni alle 04.30 per
poter essere in tempo sul posto di lavoro a Roma. Ora sopravvivo grazie al
lavoro di mia moglie ed alle tante altre cose della solitudine sociale e
psicologica a me finora sconosciute! Considerino lor signori, “se questo è un
uomo”.
G. D. 01.03.2006 15:03
Sono un non più giovanissimo
laureato in Scienze dell’Educazione con indirizzo Esperto nei Processi
Formativi, ho 32 anni e mi sono laureato nel 2001 con una votazione che
definirei dignitosa 106/110. Sono stato ingannato, come tantissimi colleghi,
dalle prospettive di questa, allora nuova, facoltà, infatti esiste ormai da
circa 11 anni (io mi sono iscritto nel 97), ma gli sbocchi che dovrebbe avere
sono del tutto fittizi. La grande bugia che è stata raccontata allora,
riguardava la formazione di équipe socio/psico/pedagogiche che avrebbero
trovato naturale collocazione nelle scuole di ogni ordine e grado, tuttavia
come tutti sanno questo non è avvenuto e la figura professionale dell’esperto
nei processi formativi che si dovrebbe occupare di organizzare la formazione di
personale docente, ata, e non ultima la formazione degli studenti viene
affidata a organismi privati, spesso improvvisati e senza alcuna qualifica, o
provenienti dai vari Csa non più preparati di un semplice impiegato d’ufficio.
Anche nel settore privato, soprattutto nelle grosse aziende, doveva essere
prevista questa figura professionale, ma anche lì non c’è stata una sorte
migliore. L’altro sbocco infine è l’insegnamento, storia e filosofia nei licei,
scienze dell’educazione e psicologia negli istituti tecnici commerciali per il
turismo (classi di concorso A036 e A037). Ma come sappiamo per insegnare ci
vuole l’abilitazione (corsi così detti Sissi) della durata di 2 anni e del
costo di circa 1.000 euro ad anno, nei quali corsi si sostengono gli stessi
esami in forma ridotta (pedagogia,psicopedagogia,didattica
speciale/interculturale ecc.), della facoltà di scienze dell’educazione. Ora, a
mio avviso, questa è una speculazione, da parte dello Stato, alle spalle del
disoccupato e soprattutto nei confronti dei laureati miei colleghi che in
questo settore sono più che formati. Mi chiedo perché la specializzazione del
medico viene pagata 900 euro al mese e l’aspirante insegnante deve pagare?
G. C. 02.03.2006 15:07
Ho 28 anni, laureata in
Conservazione dei beni culturali da 4 anni (con il massimo dei voti), a seguire
master di un anno (per disperazione), tirocinio di 12 mesi retribuito (poco),
contratto a tempo determinato (3 mesi!) presso il Comune di Imola, attualmente
ho un assegno di ricerca presso il Dipartimento di Storie e metodi per la
conservazione dei beni culturali (Ravenna). Per chi, fortunatamente, non lo
sapesse, l’assegno di ricerca non è riconosciuto dallo Stato come contratto di
lavoro: io verso il 17% all’Inps, ma figuro come nullatenente.
Niente dichiarazione dei redditi
quindi. Non ho diritto a ferie, malattia, maternità, buoni
pasto, non ho orario di lavoro,
tutto al buon cuore del mio tutor. Non solo, tale “contratto”
non ha valore come punteggio
aggiuntivo nei concorsi per il personale universitario. A fine
anno scadrà e mi è stato
proposto un dottorato: altri 3 anni di borsa di studio con gli stessi
“privilegi”, in aggiunta l’obbligo
di restituire quanto versato in caso di rinuncia (ossia qualora
trovassi un lavoro vero).
Alternative? I bilanci degli enti locali in materie di beni culturali
(nel mio caso biblioteche)
parlano da soli. Cambiare mestiere? Basta fare una ricerca sul sito
della Regione Emilia Romagna,
sotto la voce formazione permanente: 0. Concorsi? 1.500-
2.000 domande per 1
posto che nel 99,99% dei casi è già stato assegnato. Questo offrono
l’Università italiana e lo Stato. Complimenti. Dimenticavo, conosco molti laureati
che con il miraggio di un posto lavorano per mesi, se non anni, gratis, nei
vari dipartimenti. Questo non è lavoro nero? Per quanto ancora lo vogliamo
tollerare?
L. G. 02.03.2006 15:26
29 anni, laurea in Chimica e
Tecnologie Farmaceutiche, professione ricercatore. 2 anni di borsa di studio e
2 di co.co.co.pro. = lavoro matto e disperatissimo, per pochi soldi e nessun
diritto, e a discapito della vita privata. Il futuro, lavorativo e personale, è
un grosso punto interrogativo. Sono fidanzata da 14 anni, ma impossibilitata a
sposarmi: io e il mio fidanzato (anche lui ricercatore) viviamo in 2 città
diverse, non abbiamo un aiuto economico dalle nostre famiglie (sono tra quelle
che si sono impoverite con l’euro), non possiamo comprare casa (l’affitto non
ha senso perché costa quanto la rata di un mutuo). Per il momento ci teniamo
stretti il (bello ma poco riconosciuto) lavoro che abbiamo: meglio poco che
niente. Ma chissà se e quando potrò essere moglie e mamma. Sono un po’ esaurita.
C. R. 09.03.2006 10:54 Lo sbocco decente Vi racconto un po’ di me.
Ho 30 anni, sono laureato in una
materia per fortuna poco studiata, quindi c’è poca
concorrenza, per sfortuna, nella
zona in cui vivo l’unico sbocco che io reputo “decente”
(escludendo quindi banche e
assicurazioni) è il pubblico. Il mio rapporto con il pubblico inizia
5 anni fa. Nel 2001, con un
contratto co.co.co., pagato ad essere sinceri molto bene, un co.co. co. vero,
legato dunque ad un obiettivo che una volta raggiunto esaurisce per definizione
la ragion d’essere dei co.co.co. che ci lavoravano (eravamo in tre). Grazie
alla mia professionalità dimostrata nel portare a compimento questo lavoro un
altro ente pubblico ha cercato di servirsi di me e vi ho lavorato altri 2 anni.
solo che di co.co.co. non si
poteva più parlare... ero sostanzialmente un “subordinato” puro... sostanzialmente,
per svolgere il mio lavoro, professionalizzato e tecnico, di solito svolto da
inquadrati in categoria D, (ex 7 e 8 livelli), venivo pagato quanto i colleghi
di livello C (6 livello), senza malattie, ferie, buoni pasto ecc. ecc.
l’amore per quella che ora è la
mia compagna (che per fortuna ha un contratto stabile) mi porta in un’altra
città, solo però dopo aver trovato un altro posto, sempre sottopagato secondo
le mie mansioni, nel pubblico, solo che invece di essere un full time, trattasi
di parttime al 75% (e quindi al 75% del salario.)
Fortuna vuole che io abbia
trovato un secondo co.co.co., sempre nel pubblico, in una città raggiungibile facilmente
da quella in cui vivo, e ad essere sinceri non posso lamentarmi, almeno dal
punto di vista economico. Guadagno abbastanza, anche se sono fuori casa, tra
uffici e treni 58 ore a settimana. Domanda: e se mi rompo una gamba e non posso
lavorare tre mesi? E quando avrò 65 anni e vorrò smettere, avrò una pensione
sufficiente a vivere? La mia condizione, è quella di altre decine di migliaia
di co.co.co. pubblici (non prendiamoci per il culo, i collaboratori a progetto
esistono quasi solo sulla carta, sono solo i co.co.co.).
G. B. 09.03.2006 11:56
Vorrei raccontare la mia storia,
anche io ai miei tempi mi sono fatta un po’ di lavori precari, poi
nel lontano 1978 venne fatta una
legge giovanile la legge 285 per l’occupazione giovanile
allora io ero iscritta
all’ufficio di collocamento e venni chiamata in un ente pubblico con un
contratto a termine, e lavoravo
20 ore settimanali poi dopo 7 anni di precariato ci fecero fare
un concorso e ci assunsero a
tempo indeterminato. Pensa che allora per entrare in un ente
pubblico ci voleva la super
raccomandazione e io me la sognavo, infatti per i vecchi impiegati
siamo stati per anni una spina
nel fianco perché abbiamo portato un po’ di scompiglio, come
me sono entrati tanti ragazzi in
tutta Italia e mi rendo conto che abbiamo avuto un bel colpo
di fortuna, perché poi non si è
più verificata una situazione del genere. Pensa che l’ente dove lavoro ha
tenuto un sacco di ragazzi per più di dieci anni precari e non gli ha versato
neanche i contributi, adesso li ha assunti ma sempre a part-time o con
contratti triennali. Io ho anche mia cognata che lavora in una azienda dove ci
sono lav. a prog. e mi racconta tutte le cose che ho sentito nel tuo blog. Io
volevo dire che sono solidale con i ragazzi e capisco benissimo che significa
lavorare sottopagati ed essere sfruttati al massimo. Io se potessi sarei
disposta se facessero una legge scivolo o altro a lasciare disponibile il mio
posto di lavoro perché non è giusto che i ragazzi stiano a spasso e le persone
grandi devono lavorare. Spazio ai giovani questo è il mio motto. Auguri ragazzi
e speriamo che Prodi mantenga le promesse.
E. S. 10.03.2006 01:54
Ho 33 anni e anche io mi sento
una schiava moderna. Per 10 anni ho cercato di ritagliarmi
un posto all’università, anche
all’estero, dove, a detta di tutti avevo i numeri per rimanere
ma non abbastanza spinte. Mentre
studiavo ho fatto di tutto, dai tre mesi in banca (quando ancora si poteva)
alla commessa in nero. Poi tre anni fa ho abbandonato il mio sogno e mi sono
sposata, ho messo al mondo un bellissimo bimbo e adesso ne sto aspettando un
altro. Sono riuscita a farmi assumere part-time per 750 euro al mese, ma se
voglio un aumento (il traguardo dei 1.000) devo licenziarmi e mettermi a
progetto, rinunciando così alla maternità, alle ferie pagate, alla malattia...
però avrò diritto ai mille euro quando nascerà il bimbo! Che vergogna!
E. C. 10.03.2006 10:39
Ho 31 anni e neanche un
contributo versato. Ho una laurea in economia e commercio
conseguita ormai da quattro anni
vivo in un piccolo paese nella Provincia di Frosinone con
nessuna prospettiva se non
lavorare come commessa. Lavoro da quando avevo 23 anni come
baby sitter per pagarmi gli
studi ma ad oggi ancora non mi posso permettere di lasciare
il lavoro. Sto facendo il
dottorato di ricerca presso l’università dove mi sono laureata ma
rientro in quella categoria di
super sfigati che non percepiscono la borsa, quindi svolgiamo
tutte le attività che svolgono i
dottorati con borsa (circa 800 euro al mese) ed in compenso
dobbiamo pagare le tasse
universitarie come normali studenti. Inoltre non possiamo accedere ai concorsi
per part-time ecc. all’interno dell’università perché siamo dottorandi. Attualmente
per pagarmi il dottorato svolgo due lavori al minimo sindacale non dichiarata
non perché vittima del lavoro nero ma più che altro perché penso di essere in
un situazione momentanea che momentanea di fatto non è. Non ho un minimo di
esperienza e ormai la mia età mi esclude da molte selezioni per neolaureati.
Volendo potrei fare come molti ed andare via, come ha fatto mia sorella che si
è laureata in filosofia e che attualmente fa la commessa a Firenze ma io non
voglio essere schiava di un sistema che mi ordina di andare via per lavorare.
Vorrei poter lavorare in modo dignitoso nel mio paese e per farlo sono
costretta a subire l’onta della raccomandazione perché qui o hai il politico al
Parlamento o aspetti sperando quasi di morire presto perché non mi posso
sposare non potrò avere figli visto che costano e non avrò una pensione quindi
e meglio evitare di vivere troppo. Va be’ c’è comunque di peggio io ho ancora
una casa dei genitori che mi sostengono ed un ragazzo che ancora non scassa
troppo le b... e ciao Beppe sei grande ti ho visto a Roma una serata stupenda.
F. C. 10.03.2006 18:08
Confermo e approvo che tutte le
cose contro i lavoratori specie quelli che lavorano a nero sono una cosa
vergognosa ma a volte amici pensate anche cosa c’è dietro. Ho un’azienda che
presta servizi d’assistenza informatica presso enti pubblici. Mi fate capire
come posso permettermi di pagare e trattare bene un operaio dopo che mi
chiedono di partecipare ad una gara (ente pubblico) nella quale mi chiedono
assistenza completa sia Hardware e Software (materiale di ricambio a parte) e
altri servizi come Backup, interventi in 8 ore dalla chiamata ecc... su una
struttura di ben 25 pc e altre attrezzature. Il tutto con Base d’asta di
3.000,00 euro per Anni 1. Con 3.000,00 euro a stento pago 2 mesi ad un operaio.
Bisogna capire che a volte un’azienda non riesce a tenere bene un operaio.
Sono convinto che ci sono molti sfruttatori ma finora non mai visto un
Sindacato o simile pro-datori di lavoro. Ho lavoro per poter tenere 3-4 operai
ma con questi prezzi non si riesce. Prezzi che impone il cliente e se accetti
va bene altrimenti arriva l’altro che accetta e tu rimani a casa. Tutto questo
mi succede non solo con enti pubblici ma con ministeri e altro che alla base
c’è anche un sistema di sub-sub-sub-sub appalto perché per un’attività mangiano
7/8 aziende.
Un piccolo esempio: in un’altra
attività elenco le aziende a cui viene subappaltato il lavoro (parlo di una
struttura pari a 10 volte la Fiat). Per non avere molti problemi indico le
aziende A B C e D: azienda che richiede il servizio fa la gara (e che gara) e
la vince l’azienda A che la passa a B che la passa a C che la passa a D e poi
arriva a me. Ma attenzione: se ho bisogno di materiale devo acquistarlo all’azienda
B. A e B sono dello stesso propietario. Ora provate ad immaginare quanto mi
potrebbe rimanere per questa attività. Il lavoro si espande in tutta la mia
Provincia. Come posso permettermi operai. Per me il problema non è avere operai
a nero ma averne meno di quanto servirebbe. Così aumenta anche la
disoccupazione.
S. P. 11.03.2006 08:19
Voglio sottoporvi il problema
umano e lavorativo degli ormai ex 43 lavoratori (diplomati e laureati)
dell’Asub Spa (società partecipata dell’Ente Provincia di Napoli) con contratto
scaduto il 31.12.05. Facevo parte di un progetto di Salvaguardia Ambientale
riguardante la fascia costiera e il demanio idrico (alvei) della Penisola
Sorrentina e delle isole del Golfo (Ischia, Capri e Procida). Siamo stati
selezionati con bando pubblico e formati per poi produrre un monitoraggio
(banca dati e sistema Gis) e una serie di progetti di salvaguardia delle coste
e degli alvei di queste aree che sono tra le più “belle del mondo” e anche tra
quelle “a rischio idrogeologico più elevato”. Purtroppo abbiamo ricevuto solo
promesse dai politici che si dicevano molto interessati a questo tipo di lavoro
ma al momento di decidere il nostro futuro hanno pensato di finanziare altri
servizi che ritenevano prioritari rispetto all’ambiente per poi “rimpallarsi”
la colpa del mancato finanziamento lasciando così ”in mezzo alla strada” decine
di famiglie. Queste persone sono anni che vanno professando di essere
ambientalisti ma hanno dimostrato ancora una volta la loro indifferenza per chi
lavora onestamente e porta dei “risultati concreti” (abusivismo edilizio e
scarichi incontrollati). Pochi giorni fa con una delibera a dir poco scandalosa
hanno assunto in una società pubblica 20 lavoratori (non appartenenti alle
liste lsu)che nei mesi scorsi si erano resi protagonisti di alcune aggressioni
e minacce ai politici della Provincia che più di una volta si erano pronunciati
contro queste persone che usavano la violenza per ottenere un lavoro e non
avrebbero mai ascoltato o dato un lavoro ai facinorosi. Ebbene noi abbiamo
protestato civilmente per più di un mese senza ottenere nemmeno un incontro con
il Presidente Di Palma (ambientalista) che si diceva non interessato ad
ascoltare le nostre rimostranze. Questa è la politica della sinistra?
V. R. 11.03.2006 10:34
Ho 32 anni, con una laurea a
pieni voti in scienze naturali e da anni ormai mi occupo di problematiche
relative all’acqua. Da un anno e mezzo lavoro per la Regione Autonoma Friuli
Venezia Giulia, naturalmente tramite agenzia interinale. La sostanza è questa:
il controllo idrologico di tutto il territorio della Regione è affidato ad una
squadra di tre persone da me coordinata, ovviamente tutti e tre assunti con
contratto interinale. Io solo lo scorso anno ho avuto quattro rinnovi
contrattuali, di cui due per un solo mese, all’inizio di quest’anno sono stato
senza contratto per 23 giorni (altrimenti sarebbero stati costretti ad
assumermi a tempo indeterminato: sia mai!); il più anziano dei miei due colleghi
ha 43 anni e tre figli da mantenere, la sera fa il netturbino per arrivare a
fine mese; la terza collega spende tutto lo scarso stipendio per pagarsi un
mutuo della casa che ha dovuto acquistare a Udine per evitare di farsi 160 km a
giorno per venire a lavorare, ha 37 di piede ma lavora con un paio di stivali
numero 43 perché la Regione non ritiene di investire nell’acquisto di indumenti
di lavoro adeguati per noi lavoratori precari. È già vergognoso che i privati
si avvalgano della legge Biagi per i loro guadagni a scapito di chi lavora per
loro, ma che anche il pubblico segua lo stesso esempio è un abominio che ha
dell’incredibile. Il controllo del patrimonio idrico del Friuli Venezia Giulia
è sulle spalle di tre lavoratori interinali a cui scadrà il contratto fra 12
giorni.
M. 11.03.2006 10:51
Sono un settimo livello che
lavora in cooperazione sociale con uno stipendio medio che non arriva a
1.200,00 euro al mese per 38 ore settimanali (quando va bene). Assunta prima
con contratti co.co.co. e in seguito con contratti a tempo determinato. Eludono
la legge Biagi sospendendomi dal servizio per una ventina di giorni e poi mi
riassumono, oppure facendomi scadere il contratto nel periodo estivo quando il
lavoro cala per le ferie, costringendomi al rientro ad una mole di lavoro che
raggiunge le 50 ore settimanali per recuperare le attività sospese. Potrei
rivolgermi alla Magistratura, ma pensate che poi riuscirei a lavorare serena?
Ho già subito in passato azioni di mobbing che mi hanno costretta ad
abbandonare il posto di lavoro, questo me lo tengo stretto anche perché in
Sardegna i problemi per i lavoratori sono tanti... le donne poi. Guardate i
dati Istat.
P. F. 13.03.2006 09:10
Il precariato purtroppo non è
fatto solo di stage, progetti e tempi determinati. Sono una di quelle
lavoratrici a cui il contratto a progetto appare come un miraggio. La realtà è
la “prestazione occasionale” prevista dalla legge Biagi. Sa di meretricio. Mi
sono laureata che dovevo ancora compiere i 25 anni. Ho iniziato con il servizio
civile in un servizio culturale di un comune, in una Provincia, in una Regione,
tutte di sinistra (Regione più al Nord rispetto alla mia di nascita). Non mi
lamentavo: poco più di 400 euro al mese regolari. Ci campavo: vitto e alloggio
in un appartamentino in coabitazione e tanto basti. Continuano a chiamarmi ma a
prestazione occasionale: con il co.co.co. dovrebbero pagarmi il 18% di
contributi, con il meretricio no. Continuo a non lamentarmi, sono sempre soldi con
cui mi mantengo. Poi mi fanno dichiarare a inizio anno che non supererò i 5.000
euro di reddito. A parte l’evidente falsità (non sfere di cristallo per
conoscere il futuro), mi hanno minacciato di ricorso qualora gli avessi fatto
pagare il 18% in più per i miei contributi. Vado al sindacato, protesto, i miei
colleghi spuntano un co.co.co., io licenziata. Cerco di tirare avanti, sempre
con prestazioni occasionali, se no non lavoro proprio, oppure in nero con i
privati, i lavori fatti quest’estate ancora me li devono pagare, sono tornata a
chiedere soldi ai miei quando non ce la faccio, spendo tempo ed energie a
propormi, aggiornarmi, prepararmi. A 27 anni vorrei andare a vivere con il mio
compagno ma lui ha un contratto a tempo determinato per sostituire una
maternità. Al buon cuore della coraggiosa. Sono stufa di non lamentarmi più
sperando così di collaborare all’uscita da questa comune situazione di crisi:
non credo più sia il modo migliore di risolvere il problema. Parliamone,
muoviamo le acque, scendiamo in piazza ma basta con il silenzio. Se c’è da
scendere in piazza io ci sono.
E. T. 22.03.2006 12:03
Vorrei denunciare velocemente
quanto mi è accaduto all’incirca due settimane e mezzo fa.
No, anzi partiamo da un po’
prima.
A settembre 2005 comincio con
una scuola elementare (G. Leopardi di Foggia) un progetto
nell’ambito del Pof. Sorvoliamo
sul fatto che fin dall’inizio ho ricevuto un trattamento
poco consono all’ambiente nel
quale operavo. (ho firmato ho contratto solo dopo varie
sollecitazioni, in pratica 4
mesi dopo! Mi hanno risposto: “Scusi, ma a lei cambia qualcosa
firmare un contratto o meno”...,
in più non volevano che lo leggessi... e, infatti, era tutto sbagliato, un
accozzaglia di pezzi presi qua e là su un libro dove vi erano elencati dei
contratti (l’ho visto con i miei occhi)... loro hanno assemblato insieme i
pezzi che più gli convenivano e tirato fuori il mio contratto! ecc. Ma la cosa
più grave, secondo il mio punto di vista è che da cinque anni a questa parte viene
regolarmente stipulato questo contratto e nessuno mai evidentemente si è posto
il problema di leggerlo prima di firmarlo! Infine mi è stato anche recesso,
come le dicevo due settimane fa, perché “sfortunatamente” ho avuto una febbre
che mi ha costretto a letto per due giorni!
Attenzione si tratta di
malattia! Un alienabile diritto umano! Per di più certificato regolarmente!
Secondo il dirigente scolastico, non sono previste assenze sul contratto...
Sono sconcertata, ma com’è possibile che tutto questo avvenga in un’istituzione
pubblica e sotto gli occhi di tutti! Io mi rivolgerò ad un sindacato, e non so
se riuscirò a risolvere qualcosa per lo meno non voglio starmi zitta! Credo che
se tutti cominciassimo davvero ad urlare per tutto quello che di sbagliato c’è
nel mondo davvero qualcosa potrebbe cambiare... o almeno mi piace crederlo!
Infine vorrei ringraziarla per tutto quello che fa, per la forza d’animo, la
tenacia e la costanza che ha, nel proseguire fino in fondo.
L. P. 22.03.2006 23:30
Sono laureato in legge dal 1999
due concorsi, per vigile urbano, vinti a tempo indeterminato. Molti altri
vinti per tempo determinato. Ho lavorato come co.co.co. per il Ministero della
Salute dal 2001 dopo 18 mesi, per attività sindacale, mi hanno buttato fuori.
In cerca di occupazione ho girovagato l’Italia, lavorando anche come operaio a
tre mesi in tre mesi. Faccio il vigile urbano stagionale, quando mi va bene
per 5 mesi. Sono stato impegnato in qualche progetto comunale al 75% per 12 mesi.
Ultimamente (Ho 40 anni) se in un anno riesco a lavorare per sei mesi sono
fortunato, ovviamente sempre come diplomato.
A. G. 25.04.2006 20:28
Sono un lavoratore precario, non
voglio essere catastrofico ma lavoro in una amministrazione
pubblica da ben 2 anni e mezzo.
Non sono l’unico, ci sono ben 20 ragazzi tra cui laureati con
grosse esperienze lavorative.
Quello che ti voglio dire è che qui non c’è prospettiva poiché come ben sai in
qualsiasi ente si può essere assunti solo tramite concorso, quindi ognuno di
noi è a conoscenza del fatto che tra 5 o 6 mesi se ne tornerà a casa. Non credo
né nelle parole di Prodi né in quelle di Fassino che 10 giorni prima delle
elezioni diceva: dobbiamo cambiare radicalmente le legge 30, mentre ora si limita
a dire: faremo qualche piccola modifica alla stessa. Pochi giorni fa un mio
amico che lavorava in un’azienda è stato licenziato o meglio non gli è stato
rinnovato il contratto per nessun motivo. In questi giorni penso sempre anche
al mio contratto poiché scade il 19 maggio... Come vedi noi giovani non abbiamo
prospettive per il futuro, infatti oramai vivo alla giornata, questo vorrei far
capire ai nostri cari politici!!!
D. R. 26.04.2006 10:04
Sono un ingegnere in
Telecomunicazioni di 36 anni con Dottorato di ricerca in Elettronica (o PhD
-philosophy doctorate, nessuno in Italia sa cosa sia anche se è “il più alto
grado di istruzione”). Posso aggiungere nel curriculum ottima conoscenza della
lingua inglese, 6 mesi passati a lavorare in Inghilterra all’Università di
Warwick ed 1 mese in Spagna all’Università di Barcellona.
Attualmente ho un assegno di
ricerca all’Università di Siena che scadrà il 31 dicembre 2006 e non avrò
possibilità di continuare la mia attività. Il concorso da ricercatore è andato
male; si potrebbe dire che “non era stato bandito per me”, ma non è questo il
punto. Da allora so che non ci saranno altri concorsi “abbordabili” e devo
lasciare l’università. Poco male, mi piace lavorare più su progetti che mi
permettono di creare degli strumenti funzionali anziché insegnare e scrivere
articoli scientifici. Ora il punto è: nella ricerca di un lavoro presso aziende
e all’invio del mio curriculum a diversi annunci, non ho ricevuto mai risposta
e ho fatto un solo colloquio in 18 mesi!
Nel mio caso, quell’unico
colloquio è andato bene e mi hanno preso con un contratto a 3 mesi!
In qualunque modo vada a finire
anche io voglio denunciare questa situazione italiana orrenda in cui non
contano più nulla tutte le qualifiche ed esperienze che uno si è costruito con
fatica.
Un dottorando (laureato che sta
lavorando e studiando per qualificarsi come PhD) prende
836 euro al mese per 3 anni, poi
deve trovare altre borse di studio o vincere un concorso da
ricercatore per avere un posto
fisso. Un assegnista di ricerca, come me, prende 1.260 euro al mese per 4 anni,
poi stessa storia; se non ci sono possibilità all’università deve passare
all’industria che però non è interessata per via dell’età e dello stipendio che
dovrebbe fornire. Attualmente è addirittura più facile trovare lavoro senza
laurea come mi confermano diversi amici.
N. U. 03.05.2006 12:19
Quasi 38 anni, una Laurea in
Scienze Politiche Comparate e Cultura Europea, sono iscritta a
Giurisprudenza,ho un Diploma Avanzato di Lingua Spagnola rilasciato dal
Ministero della Cultura del Regno di Spagna e dall’Università di Salamanca.
Parlo Inglese e Francese. Ho un diploma di Cooperative Learning di II livello,
ho seguito in questi anni, numerosi corsi di formazione. Nel 2001 dipendente
della Camera dei Deputati (il contratto è simile alla collaborazione, finita la
legislatura, scade anche il collaboratore) al termine della legislatura, vengo
accompagnata alla porta. Preciso che non ho mai percepito l’intero compenso
segnato in busta paga(?!). Mesi di disoccupazione, poi un anno e mezzo in nero
in un internet point e, infine, il co.co.pro.! Dal 7 gennaio 2003 ad oggi,
prima una società poi l’altra (ho sempre lavorato nello stesso ufficio e sempre
fatto riferimento allo stessa persona) come responsabile (molte responsabilità
ai collaboratori) di progetti Equal finanziati dal Fondo Sociale Europeo. Oggi,
dopo 3 anni e mezzo (i rinnovi sono sempre stati, più o meno dello stesso
tenore) mi sento negare la possibilità di parlare con il Presidente per
discutere il contratto e quindi il rinnovo. Scopro, alcuni giorni dopo che mi è
stato bonificato lo stesso il compenso e che è stata fatta la busta paga senza
che vi sia stata la firma del contratto. Chiedo spiegazioni: o firma a partire
da quando il contratto è scaduto o non si rinnova, questa la risposta. Un
ricatto e un’umiliazione continua. Senso di impotenza, la rabbia che ti assale,
e la consapevolezza che il futuro è adesso. I figli sono per altri, pochi,
privilegiati. Speriamo, davvero, che nascano uomini migliori.
K. S. 04.05.2006 17:10
Ho 33 anni e sono un co.co.co.
da circa 9 anni lavoro presso l’amministrazione provinciale
della mia città, che dire, ho
vissuto questi anni di lavoro precario sperando nell’assunzione a tempo
indeterminato, e nel frattempo sono cresciuto, sono divenuto meno appetibile
per il mercato del lavoro, e mi sono aggrappato sempre di più a questo
pseudo-lavoro. Svolgo le stesse attività, e molto più dei miei colleghi di
seria A, che oltretutto loro sono assunti con tutti i bonus di straordinario,
malattia, produttività ecc. Avrei voluto costruire qualcosa nella mia vita,
una famiglia, la casa... Non ho neppure l’auto, non me la posso permettere,
utilizzo quella di mio padre che è in pensione, facciamo un po’ lui e un po’
io.
Amici miei Prodi e Berlusconi...
Per me sono solo nomi di gente che non deve fare i conti per arrivare a fine
mese, loro vivono nel lusso, nella ricchezza, e quindi come potranno mai capire
le esigenze di noi italiani che per la maggior parte sicuramente non navighiamo
nell’oro? Sono stanco, demotivato, e non vedo la fine di quest’incubo, ormai
mi trascino in questa quotidianità, fatta di rassegnazione, e come me tanti
altri colleghi vivono le mie stesse emozioni. Ai nostri governanti dico rubate
pure, ma almeno lasciateci le briciole, a noi che siamo i cani.
F. D. V. 10.06.2006 00:16
Lavoro da quando ho compiuto 17
anni, orfana di padre, di soldi in casa ne giravano pochini e ho dovuto
lasciare gli studi; adesso ho 32 anni. Sono nata e cresciuta nella ricca
Lombardia, quella della Milano-che-lavora. Mai avuto un lavoro a tempo
indeterminato, nemmeno prima che ci fosse la riforma Biagi. Socia di
cooperativa prima, per tre anni. Poi contratto di formazione. Baby sitter,
rigorosamente in nero, per quasi tre anni. Poi co.co.co. per cinque anni, nel
corso dei quali mi sono pagata di tasca mia la scuola serale, per potermi
diplomare. Mai ferie né malattia pagate, zero tutele e altrettanti privilegi.
Impossibile infortunarsi o prendere l’influenza: se non lavori, non guadagni.
Quando ho preso la bronchite e sono stata costretta a letto, in quel mese il
mio stipendio è stato di 600 mila lire. Lavori interinali, mai confermati per più
di un trimestre: Adecco, Temporary, General Industrielle... Lavapiatti,
cameriera, centralinista, operaia tessile, operaia metalmeccanica, impiegata
contabile, aiuto cuoca... non mi son fatta mancare nulla! Poi di nuovo
co.co.co. a 700 euro al mese. Attualmente, assunta come precaria in una
pubblica amministrazione grazie ad un concorso.
Vengono organizzati corsi di
lingue, informatica, contabilità per il personale, ma solo per quello di ruolo.
Vengono concessi permessi per motivi di studio, ma solo per il personale a
tempo indeterminato. Non posso nemmeno cercare di migliorare la mia posizione. Sono
fidanzata da 13 anni. Con un uomo anche lui precario. Perito agrario che fa
l’operaio metalmeccanico per necessità. E naturalmente di sposarci non se ne parla
nemmeno. Però nel 2005 ho avuto le mie prime ferie pagate. E mi sono commossa!
Ringrazio la sinistra prima (l’interinale è tutto loro, eh!) e il buon Biagi
poi per le vaccate che hanno fatto!
F. B. 16.06.2006 10:22
Mi laureo nel giugno del 2003 in
conservazione dei beni culturali, indirizzo beni librari, specializzazione
bibliografia e biblioteconomia con 110 e lode a Urbino. Ora sono
bibliotecaria... Lavoro da subito per un anno in qualità di commessa in una
pelletteria.
A giugno 2004 presto tirocinio
volontario, quindi non retribuito, presso la biblioteca dell’università degli
studi di San Marino per 6 mesi.
A marzo 2005 vinco una borsa di
studio per realizzare il progetto biblioteca dell’Iss e implementazione banche
dati biomediche presso l’ospedale di San Marino. Il corso di ricerca sulle
banche dati si tiene (a mie spese!) presso l’Ibc (istituto beni culturali) di
Bologna. Sono 5 ore al giorno per un anno, che non ti viene riconosciuto ai
fini lavorativi (per la pensione) anche se sopra ci devo pagare le tasse di
tasca mia! Al termine delle borsa di studio mi fanno lavorare un mese in
aggiunta gratis, perché c’era stato un errore di date nel bando...
A marzo 2006 lo stesso istituto
mi stipula una convenzione (molto vantaggiosa!) in qualità di consulente, che
prevede:
30 ore settimanali.
No ferie.
No assistenza sanitaria.
No previdenza sociale (la
pensione).
A meno che non provveda io
stessa a pagarle per conto mio, essendo obbligatorie!
Tasse al 19%.
Per contratto mi avrebbero
dovuto “fornire tutta la strumentazione necessaria per il corretto svolgimento
dell’attività lavorativa”. in realtà mi sono dovuta comprare un pc portatile,
una chiavetta, una stampante...
E dulcis in fundo: siccome “in
biblioteca non si fa niente” da lunedì 17 luglio sono stata incaricata di
occuparmi anche della gestione dell’archivio sanitario, sebbene io non abbia le
competenze per svolgere tale attività, (come se fossi un archivista), di
gestire il portale intranet e di svolgere lavoro di segreteria quando manca il
personale...
R. G. 19.07.2006 10:39
Chi scrive è uno schiavo
agevolato dell’Azienda Usl di Bologna di 33 anni. Ho ricevuto proprio oggi la
comunicazione del rinnovo del contratto a noi co.co.co. che siamo circa 150. Tanto
per cominciare il rinnovo è datato 15/06/2006, mentre lo presentano il
31/07/2006, quando stiamo già lavorando da un mese esatto. In questo contratto
che rifiuterò di firmare, c’è un “leggero ritocco delle tariffe”. Per esempio
io prendevo 15,50 euro all’ora (dal lontano ‘99) e mi si propone di accettare
questa nuova tariffa di 13,20 euro. Tanto per adeguarci agli incrementi del
costo della vita. Siccome la proposta è facilmente valutabile, l’hanno
mascherata, mettendo nel contratto solo il lordo semestrale e chiamandoci uno
per volta a firmare. Purtroppo solamente una persona sulle 4 che stamattina
sono andate a firmare era a conoscenza delle intenzioni dell’Azienda ed è
entrata con la calcolatrice. Appena ha fatto i conti si è rifiutata di firmare
ed è stata minacciata dalla sostituta della responsabile del personale. Le è
stato detto che poteva firmare subito oppure poteva rinunciare all’incarico. Ovviamente
i nostri cari sindacati se ne sono ben guardati dall’avvisarci e oggi fanno gli
scandalizzati. Però prima della scadenza del contratto precedente, hanno
firmato un accordo secondo il quale l’Azienda ci da la facoltà di assentarci
per un periodo complessivo di 45 giorni all’anno (l’hanno chiamato recupero
psico/fisico). Ovviamente nessuno di noi ha mai chiesto niente del genere, però
l’Azienda usa questa arma per “ricalcolare” le tariffe. Facendo due conti: chi
come me ha un orario di 35 ore settimanali ha una rimessa annua di quasi 5.000
euro. A questo punto, oltre a ringraziare i sindacati per gli sforzi, vorrei
chiedere ai direttori: non ci sono già abbastanza persone disincentivate dal
lavoro stesso, già presenti in Azienda? Ne servono altre per il futuro?
S. M. 31.07.2006 16:04
I lavori che non vogliono più
fare all’estero li facciamo noi. Per esempio rompere le palle al sabato mattina
al telefono per proporre un nuovo servizio. Alla faccia della privacy e di
Rodotà e dell’Authority.
I cervelli sono in fuga. Anche
quelli con un Q.I. modesto. È una questione di sopravvivenza. Emigrano in cerca
di almeno 1.000 euro al mese e un lavoro vero. Vanno oltre confine non solo
cervelli, ma anche fegati, cuori, milze. Ogni organo sano e giovane dotato di
lungimiranza. In compenso importiamo extracomunitari a tempo indeterminato per
la prima azienda del Paese: la Mafia.
Ho 44 anni e da poco mi sono trasferito in Inghilterra per
trovare lavoro e rifarmi una vita. In poco più di due settimane ho
trovato lavoro fisso e permanente con un buon contratto, possibilità di
carriera e benefit ecc. In Italia, per via dell’età, non mi avrebbero
mai preso in considerazione. Prima lavoravo in Banca. Dopo 10 anni mi
sono licenziato perché ero arrivato a vergognarmi del lavoro che facevo, delle
tattiche predatorie che il mio datore di lavoro, una banca toscana,
tentava, invano, di farmi adottare. L’uomo dovrebbe ambire di più che al
posto fisso. Se i lavoratori si guardassero intorno e facessero
veramente pesare la loro importanza le cose sarebbero diverse. Le troppe
tutele uccidono il mercato, ma nessuna tutela non lo aiuta nemmeno.
Peccato, a me piaceva starmene a casa, ma il prezzo da pagare è troppo
caro. Ci vengo sempre in vacanza lo stesso.
V. S. 21.02.2006 12:41
Faccio l’esempio opposto. Ho
lavorato all’estero, ero un immigrato, dopo sei mesi di lavoro sono stato
licenziato perché lì non c’è l’articolo 18 e anche se tutti sono a tempo
indeterminato, il datore di lavoro non ha bisogno di giusta causa. Anche se
immigrato ho avuto gli stessi diritti di un indigeno, indennità pari al 70%
dell’ultimo stipendio e aiuto a trovare un nuovo lavoro. Per motivi personali
sono rientrato in Italia, ma se fossi rimasto mi avrebbero pagato ancora
l’indennità per perfezionare la lingua. W questa flessibilità, la vera
flessibilità costa, fare 53 nuove forme contrattuali del cavolo a costo zero
porta appunto a una nuova schiavitù...
G. P. 20.02.2006 19:31
Io ormai sono a un anno e mezzo
di co.pro., praticamente rinnovato ogni 3 mesi. Ho un orario uguale a quello
dei dipendenti normali, faccio lo stesso lavoro di un dipendente normale, solo
che da un giorno all’altro posso “sparire nel nulla” se per caso i miei padroni
(io rifiuto l’inganno semantico di “datori di lavoro”) decidano che il
“progetto” per cui mi è stato fatto il contratto sia stato raggiunto anzitempo.
Pensa che per esigenze
dell’azienda mi hanno mandato due mesi in un altro continente: in questi due
mesi mi hanno chiuso il contratto a progetto qui in Italia e io non risultavo
nemmeno lavoratore dell’ufficio estero. Ufficialmente ero un turista in
viaggio, in realtà entravo nell’ufficio alle 8 del mattino e ne uscivo alle 7-8
di sera. Questo in cambio di un alloggio e delle spese di sopravvivenza pagate.
Facendo una
vita casa-ufficio sono riuscito
a risparmiare solo 200 euro in due mesi (ed ero a 15.000 km da
Genova). Al mio rientro mi hanno
offerto di tornare nell’altro continente, ovviamente senza
contratto italiano, avrei dovuto
avere un contratto locale, e con uno stipendio pari a circa
800-900 euro. Ovviamente non ho
accettato ed eccomi di nuovo co.pro. a Genova.
Beppe, io lo “schiavo” non
intendo farlo (sono laureato con il massimo dei voti e con dignità di stampa,
voglia di lavorare ne ho tantissima, voglia di scommettere su me stesso pure)
quindi ho deciso che comunque vadano le cose entro fine anno lascerò l’Italia,
o con un contratto e un lavoro già ottenuto da qui, oppure farò come hanno
fatto tanti nostri vecchi: partirò con uno zaino pieno di speranze e vedrò, di
sicuro ci sarà da mangiare tanta merda, ma perlomeno avrò più possibilità di
crescita e di realizzazione che non qui a Genova dove le aziende campano con la
barbarie degli “stage” dei contratti di apprendistato professionalizzante, con
i co.pro. come preferiscono chiamarli, dove “pagare gli straordinari non è
politica dell’azienda” ma te sei comunque costretto a farli.
D. B. 20.02.2006 20:22
Sono un italiano che se ne è
andato dall’Italia.
Vivo in Canada e dopo quasi due
anni qui vorrei riportare agli italiani che leggono, le mie esperienze
lavorative in Canada. Premesso che non sono laureato, comunque, in Italia dopo
dieci anni di lavoro come ‘bidello’ la mia paga raggiungeva nel 2004 circa 770
euro netti mensili, dieci anni prima percepivo circa 100 euro in meno! Qui in
Canada, primo impiego lavorativo con nessuna esperienza come operaio, sono
arrivato ad avere circa 800 euro netti mensili. Ma la vera cosa che vorrei dire
è che, se si parla di lavoro da operaio siamo sui livelli italiani, ma la vita
qui costa molto meno in generale (un litro di benzina adesso costa 0.77 dollari
canadesi) se invece si inizia ad avere una esperienza maturata in un certo
lavoro, o avere un diploma o ancor meglio la laurea, le cose cambiano molto! I
riconoscimenti scritti, del proprio saper fare e del proprio sapere viene
remunerato, dopo due o tre anni di esperienza tramite curriculum, a livelli
impensabili in Italia. Il semplice avere un diploma, ripeto diploma non
laurea, qui porta ad un benessere economico che il governo italiano non
riuscirà MAI a portare ai lavoratori italiani. Ma voglio pure farvi vedere i
livelli stipendiali che esistono in Canada nella Provincia dell’Ontario tramite
questo motore di ricerca canadese del lavoro: http://www.jobbank.
gc.ca/Search_en.asp?ProvId=06&Student=false Date semplicemente un’occhiata
nell’area di Toronto la mole di lavori disponibili e che retribuzioni vengono
concesse. Leggete con i vostri occhi. Dopo due anni che sono andato via sono
sicuro di aver fatto la scelta giusta perché ora sto meglio economicamente e
guardo ad un futuro che in Italia non avevo. P.T. 20.02.2006 23:29
Scusate l’ora: questioni di fuso
(orario intendo). Vorrei raccontare la mia esperienza a riguardo.
Positiva, ma semplicemente
perché ho deciso di emigrare verso terre (di) “promesse”. Vivo e lavoro ormai
da anni fuori Italia. Sono stata 5 anni a Londra poi Brisbane ed ora Melbourne.
Grazie alla scelta fatta ho avuto modo di perseguire una carriera di successo
senza dover necessariamente leccare culi, appellarmi a raccomandazioni, subire
nepotismi e abusi di potere, sottostare a bieche ripicche o, ancor peggio,
venire penalizzata (da ingegnere civile) per il mio sesso. Spinta dalla
nostalgia di casa e dal desiderio di non rimanere un “esiliata” a vita, lo
scorso anno ho valutato l’opportunità’ di tornare in Italia. Ma chiaramente mi
sono scontrata con un muro di gomma: arroganza, disinteresse, maleducazione
(non rispondono neanche alle e-mail), maschilismo, circospezione e
spocchiosità. I posti permanenti non esistono (tutti co.co.co.). La gente che
tiene in considerazione la tua esperienza non c’è. A detta di molti sono
“troppo” qualificata... che significa? Ve lo dico io che significa. Significa
che se uno mi dovesse assumere sulla base del mio curriculum allora dovrebbe
offrirmi una posizione manageriale (probabilmente la sua!). Ma tutti vogliono
assumerti da schiava (l’ infausta “gavetta”, poco importa se già l’hai fatta),
è chiaro. Saremo sempre troppo qualificati per i baronetti del mercato italiano
e per i politicanti di turno. Noi “giovani” (a proposito: ma quando scadono i
termini di gioventù?) Siamo inutili a prescindere. Troppi grilli (!!!) per la
testa dicono. Risultato? Me ne sono andata sì, ma in Australia. Qui, come a
Londra, ho un ottimo lavoro, guadagno bene, faccio una vita di lusso e non devo
dire “grazie” a nessuno. Quello che ho me lo sono meritato. Alla faccia di Mr B
e di tutta la banda Bassotti. Silvio... ognuno ha quel che si merita, hai
ragione. E tu ti meriti un gran bel vafff... V. B. 21.02.2006 05:51
Sono un ingegnere elettronico.
Dopo mesi di inutile attesa,
sono stato chiamato da un’azienda bresciana che aveva scaricato il mio
curriculum da un sito internet e mi offriva un interinale di 3-4 settimane. Il
periodo finì, ma i soldi arrivarono solo dopo tre-quattro mesi. La segretaria
dei proprietari dell’azienda (due miliardari brasiliani, con superattico a
Rio...) mi chiedeva di avere pazienza, perché non avevano i soldi! Un
disoccupato per riscuotere 1.000 euro deve avere la pazienza di aspettare un
miliardario...
Dopo qualche altro mese senza
lavoro giunse la grande (?) occasione. Fui assunto per 6 mesi in un’azienda in
cui si perpetravano una serie di porcate sia dal punto di vista professionale
(diciamo che ci veniva chiesto di “arronzare” e molto... ), ma soprattutto
contro i dipendenti.
Ovviamente del minimo sindacale
pattuito (850 euro) non vedevo tutto, in quanto firmavo una busta paga, ma
riscuotevo meno. Inoltre c’era obbligo di straordinario e ottenere un giorno di
ferie era un’impresa complicatissima.
Gli Ingegneri avevano di norma
contratti e retribuzioni da operaio di I livello, il più basso e in azienda
tutti si lamentavano, ma nessuno diceva o faceva niente: tutti difendevano il
loro posto di lavoro e nessuno voleva far arrabbiare il “padrone”. E il
Padrone me lo fece capire il giorno del colloquio (“Tutto ciò che vedi qui è
mio!”). E quando mi “dimise” dopo due mesi per essermi rifiutato di falsificare
un documento (“Qui o fai quello che dico io o te ne vai!” - “Se vuoi ti
licenzio io, ma ti farò mettere una segnalazione sul libretto del lavoro”).
Riscuotere i miei soldi fu difficile, ma per fortuna il tocco d’attenzione di
un conosciuto avvocato amico di famiglia sbloccò la situazione. Dopo questa
esperienza più nulla fino al mio trasferimento all’Estero (a Barcellona).
Nemmeno qui ti regalano niente e
ho dovuto aspettare... ma ho trovato lavoro e, dopo la mia
giusta gavetta, potrò fare
esperienza e forse carriera. Senza padroni.
D.L. 21.02.2006 09:58
Mi sono laureato in Economia e
ho fatto un dottorato di ricerca in statistica. Nel corso degli studi ho sempre
privilegiato una formazione che mi desse veramente delle competenze, scegliendo
spesso, negli esami, le alternative più difficili; ho imparato le lingue e ho
fatto l’Erasmus. Durante il dottorato ho lavorato con prestazioni occasionali
come consulente, guadagnando anche discretamente. Alla fine del dottorato,
rivolgendomi al mondo aziendale mi sono sentito dire, nonostante le mie
esperienze pratiche, che la mia preparazione era forse troppo teorica e che
quindi mi avrebbero assunto dopo sei mesi di stage. Ho accettato e continuato le
mie ricerche di lavoro, anche all’estero, nonostante le 10 ore di lavoro al
giorno (lavoravo come un normale dipendente) pagate 700 euro al mese. Dopo 3
mesi sono stato contattato da una grande azienda energetica straniera che mi ha
assunto direttamente come quadro valorizzando le mie competenze. Ora vivo
all’estero e mi occupo di scenari energetici a lungo termine e risparmio
energetico, settori in cui il nostro Paese avrebbe bisogno di investire ma non
lo fa. La mia opinione è che il sistema produttivo italiano è vecchio, chiuso e
gerontocratico e che non ha bisogno di laureati perché non fa innovazione. Non
facendo innovazione è destinato, nel lungo termine, a soccombere nella
concorrenza internazionale.
Il mio consiglio ai giovani
laureati come me: imparate le lingue e partite. Vivrete più dignitosamente il
presente e forse un giorno, se avrete voglia di tornare, forti delle esperienze
acquisite, contribuirete a migliorare il nostro Paese allo sbando.
E. D. M. 21.02.2006 13:20
Ecco la mia esperienza: mi sono
laureato a 25 anni in scienze politiche (vecchio ordinamento); essendo già a
conoscenza delle notevoli difficoltà che avrei incontrato nel mercato
lavorativo con la sola laurea ho deciso di fare un finanziamento e iscrivermi
ad un Master iperpubblicizzato da numerosi ed importanti quotidiani. Il Master
e il conseguente stage si sono rivelati una gran fregatura!!! Tornato desolato
a casa (Milano) ho lavorato in ritenuta d’acconto per qualche mese per una
ditta, poi ancora in ritenuta per un altra, poi... grazie ad una
raccomandazione sono riuscito a lavorare in nero... e ora lavoro in ritenuta
senza nessun preciso obiettivo e soprattutto senza alcuna speranza di
stabilità! Ho quindi deciso di saldare i miei debiti, mettere da parte (molto
faticosamente qualche migliaio di euro) ed emigrare all’estero! Seguitemi
tutti! Emigriamo! Abbandoniamo la nave prima che affondi!
M. A. 21.02.2006 13:28
Un mio amico spagnolo mi ha
appena inviato la partecipazione al matrimonio con il suo ragazzo, matrimonio
da qualche mese permesso in Spagna (Viva Zapatero!). Non potete credere
l’invidia e la rabbia per il fatto di essere cittadino
vaticano-garibaldino-sabaudo e non poter godere degli stessi sacrosanti
diritti. Ma forse c’è speranza. Una settimana fa mi sono “sbattezzato”, che
decida di “de-italianizzarmi”? Chissà che liberazione... lo spagnolo già lo
parlo, divento cittadino spagnolo, cosa che probabilmente già sarei se non
fossero arrivati Giuseppino e Vittorino Emanuele a rompermi le uova nel
paniere...
L. V. 21.02.2006 15:21
Io mi sono laureato in fisica
nel marzo 2003. Ho avuto la fortuna di trovare subito lavoro in
Belgio e sono partito. Da due
anni vivo e lavoro come fisico in Germania. Qualche mese fa ho mandato per
curiosità (e voglia di tornare nella cara bella Italia) un cv e sono stato
chiamato telefonicamente per un breve colloquio. Bene, mi è stato offerto un
co.co.quo (questo è il nome giusto) a 850 euro... Quando ho fatto notare che in
Germania avevo un contratto “vecchio stampo” che comprende tutte le garanzie
del caso (malattia, ferie ecc. ecc.), mi è stato risposto che loro mi facevano
una cortesia a farmi tornare in Italia... caro Beppe, cerca di capirmi se ti
dico che l’Italia è un bel posto... dove passare le vacanze!
G. C. 21.02.2006 15:23
Laurea + Msc. Durante le lezioni
del Master lavorare a 5 euro l’ora (e come me tanti). Durante lo stage del
master ho lavorato per una nota azienda alimentare r&d. Seicento euro al
mese per un progetto di Ricerca e sviluppo che gestivo da solo. Dopo 6 mesi mi
hanno offerto un posto da operaio finché non trovavo niente di meglio. Ho
deciso di fare l’operaio lo stesso ma in un altro posto, giusto perché per fare
l’operaio allora lo faccio vicino casa. Ora sono all’estero a fare un dottorato
che mi paga più di due volte che in Italia. Perché sarei dovuto rimanere?
Volete saperla tutta? Quando mi hanno preso all’estero ho pensato a un
bell’insulto per tutti quelli che hanno fatto di tutto per umiliarmi quando
cercavo lavoro in Italia. Mi sono sempre rifiutato di lavorare gratis perché
per non prendere niente allora sto a casa mia a dormire. Secondo voi è giusto
che un dottorando in Italia guadagni meno di chiunque altro, col rispetto per
il chiunque altro? No. Soprattutto perché i soldi che dovrebbero andare alle
giovani menti vanno impiegate per fare favoritismi.
D. Z. 21.02.2006 16:17
Ecco a voi un’esperienza
dall’estero. Ho 29 anni e sono in Irlanda da 8 mesi. Quando ho
finito le superiori (diploma in
elettronica e telecomunicazioni) ho fatto due di corsi gratuiti
alla Regione per entrare nel
ramo dell’informatica. Appena finito sono stato chiamato a
lavorare presso una compagnia
con un contratto co.co.co. Ho rinunciato a un’assunzione a
tempo indeterminato per un
contratto a termine più remunerativo. Fatto sta che comincia
la mia carriera da precario, ma
volutamente. Dopo tre anni il mio stipendio raddoppiò. Poi
però arrivò l’euro e l’Europa.
Le aziende cominciarono a dover risparmiare e lo facevano sulla qualità dei
dipendenti e consulenti, in quanto ormai un neolaureato costa meno di un
diplomato con un po’ di esperienza lavorativa. Fatto sta che il mio stipendio a
gennaio dello scorso anno era lo stesso di quattro anni prima ma le mie spese
erano quasi raddoppiate. Mi volevano anche assumere, mailmio stipendio ne
avrebbe molto risentito. Allora ho deciso diemigrare perché una delle cose
buone dell’Europa è che perlavorare all’estero non servono permessi. Ora sto a
Dublino, dove i co.co.co. non esistono. Ho trovato un lavoro a tempo
indeterminato dopo 4 mesi. Da quando sono in questa ditta (poco più di 3 mesi)
6 persone hanno lasciato il loro lavoro a tempo indeterminato anche non
avendone un altro a disposizione. Io guadagno il doppio che in Italia. Adesso
un po’ di domande.
1. Io decisi di non farmi
assumere perché io ne traevo vantaggio. Ma il mio vantaggio era la metà di
quello che avevano le aziende. Allora perché di solito decide l’azienda che io
debba essere precario?
2. Qui la flessibilità c’è più
che in Italia perché la fa il dipendente che cambia lavoro per migliorare
sempre, non il datore imponendogli di cambiare per ottenere lui vantaggi
economici. Servono davvero contratti di quel tipo per avere flessibilità?
3. Qui sono in pieno boom
economico e potrebbero permettersi i co.co.co. Perché non li fanno allora?
M. P. 21.02.2006 16:46
Io dopo il mio diploma preso a
18 anni con un onesto 80/100 credo di aver provato tutte
le forme di precariato e
inculate possibili. Avrei voluto fare il tecnico help desk perché sono
sempre stato bravo coi pc e ho
fatto anche un corso di formazione professionale aggiuntivo
finanziato dalla Regione. In
questo settore non ho trovato altro che precarietà, insicurezza,
fregature.
Noferienotfrnotredicesimanomutuanocontributi, ho girato gli uffici postali di
Piemonte e Lombardia a
installare software per 56 euro lordi e rimborso a km di 20 cent,
1 macchina di mia proprietà
sfasciata in un incidente e neanche 2 lire di rimborso. Ora ho
24 anni, dopo quell’episodio mi
sono rassegnato e cercato un lavoro qualsiasi purché con
qualche possibilità di
assunzione; un paio di mesi da commesso di qua (4 ore - spesso 6 non
in straordinario-part-time a scaricare
bancali alle 6 di mattina x 512 euro mese, della serie
prima lavora e poi magari il
contratto tra un paio d’anni si vedrà), un’estate da casellante di là
(part-time verticale stagionale... mah), Adecco, Vedior, Manpower quanto basta.
Finalmente l’ho trovato in una delle poche fabbriche metalmeccaniche rimaste
aperte nella zona, ovviamente prima 20 mesi da interinale con contratti
rinnovati di mese in mese. Se mi guardo intorno vedo tanti coetanei che hanno
fatto i bagagli e si sono trasferiti all’estero... Uno si è trasferito a
Dublino e nel giro di 6 mesi è stato assunto a tempo indeterminato, fa
assistenza tecnica su pc/stampanti ecc. e guadagna 1.200 euro. Un altro è un
ingegnere nucleare, per fare ricerca ha dovuto trasferirsi perché in Italia gli
offrivano 800 euro (a progetto) al mese per fare simulazioni su computer... a
Londra ha trovato un laboratorio vero in una università seria che lo paga 2.000
euro e dà un appartamento a tutti ai suoi ricercatori per 400 euro al mese (a
Londra è una manna dal cielo). Io ho preferito non abbandonare la terra che amo
ed eccomi qui, un anonimo operaio con conoscenze spropositate rispetto alla
mansione che ricopro (carica/scarica il pezzo per 8 ore) con la mia bella tuta
blu sporca in perenne sommossa, la tessera sindacale nuova di pacca (se non la
fai scordati partite di calcetto, cene coi colleghi e protezione dal
“padrone”...) A sperare che questa fabbrica di merda non si trasferisca in Cina
se no devo ricominciare tutto da capo. Ah dimenticavo, gran parte dei miei
capi hanno la terza media o il diploma come me.
D. A. 21.02.2006 17:13
Sono siciliano, ho 30 anni e ho
già vissuto in diverse città italiane (Roma, Verona, Mestre...),
facendo una piccola capatina
anche in Germania. Adesso lavoro a Trento con contratti di
supplenza e mi reputo abbastanza
fortunato perché sono tra i vincitori di un concorso,
sebbene aspetti ormai da due
anni l’assegnazione del posto in ruolo a causa di una
burocrazia a dir poco avvilente.
Non scorgo grandi prospettive nel futuro se consideri che,
novelli sposi, io e mia moglie
ci trasferimmo qui pieni di speranza, mentre ora ci troviamo
più precari di quanto non
eravamo prima. Naturalmente chi si trova in certe condizioni, cioè
a lavorare con contratti più o
meno brevi, non credo faccia programmi a lunga scadenza,
quali l’acquisto di una casa o
di una macchina, né tanto meno come coppia possiamo fare
previsioni su quando avremo dei
figli. Se poi pensiamo alla situazione politica italiana,
che quando non trabocca dalle
str...ate stagna negli ideali, ci verrebbe voglia di trasferirci
immediatamente all’estero, ma
anche quello sarebbe un problema in quanto mia moglie
è straniera e non avendo
cittadinanza non ha neppure il diritto di conseguire la sua
specializzazione in medicina o
di poter aspirare a un posto pubblico, né tanto meno di spostarsi liberamente.
E non cito altri aspetti vergognosi del pacchetto Bossi-Fini. Sono estremamente
esacerbato da tutte le fandonie propinateci dai mass media, ma per fortuna
conosciamo altri mezzi di informazione. Ti lascio con il triste pensiero che
forse un giorno la nostra sarà chiamata la “generazione sperduta”.
D. M. 21.02.2006 18:58
Mi vengono i brividi nel leggere
la situazione di molti laureati come me. Io ho 29, mi sono laureato in Calabria
nel 2003, quindi sono andato in vacanza da alcuni cugini a San Francisco. Ho
deciso di rimanerci e mettere su famiglia. Lavoro come cameriere e manager di
un ristorante italiano, guadagno quasi 4.000 dollari e più al mese (dipende da
quanto ho voglia di lavorare). Lavoro anche in un altro ristorante due giorni a
settimana, e vado ad aiutare un altro amico un giorno a settimana (sempre
ristoranti italiani). Sto progettando di aprire il mio ristorante, ma devo
aspettare ancora un po’ (i miei amici dopo tre anni di esperienza hanno avuto
finanziamenti di centinaia di migliaia di dollari senza nessuna garanzia, solo
il 20% sotto, e con carte di credito). Questa è flessibilità. Sono emigrato e
felice della scelta, specie leggendo i vostri post. Sapeste quanto sono
rispettati gli italiani all’estero. Che tristezza, però sentirsi incapaci di
dare qualcosa indietro alla terra che mi ha dato i natali, educato e istruito
con quel patrimonio culturale che posso sfruttare qui e fare una banca di soldi
con una facilità davvero incredibile, a confronto con i vostri sacrifici. Se
siete liberi da legami sentimentali, pensateci seriamente all’idea di andare a
vedere come è fatto il mondo. Potete sempre ritornare, con un grande bagaglio
culturale e magari la conoscenza di una lingua.
U. L. 21.02.2006 18:58
Ho 29 anni, da tre laureato in
informatica all’università di Pisa e da allora fino a 6 mesi fa
ho sempre lavorato con mini
contrattini per tutti i motivi che i miei sfortunati compatrioti
hanno giustamente elencato nei
commenti precedenti. Ma da 6 mesi fa circa ho trovato
una soluzione al problema! Come
si può trovare in 1 mese o meno un lavoro decente e ben
pagato? Ricetta: prendi un aereo
(low cost ovviamente, con gli stipendi di oggi...), sola
andata, verso un Paese (ben
selezionato secondo i gusti) della Comunità europea. Trova un appartamentino
non molto caro e invia cv un po’ dappertutto. Lasciare riposare qualche giorno.
Sfoltire le risposte, filtrarle per selezionare i lavori che più ti si
addicono; presentarsi in orario ai colloqui; enjoy life. Pro: stipendio che ti
permette di vivere; contro: è probabile che vi dovrete abituare a usare gli
apostrofi al posto delle vocali accentate.
R. B. 22.02.2006 09:57
Sono italiano, nato in Uruguay
dove tanti italiani sono emigrati quando in Italia si stava malissimo (parlo
dell’inizio del 1900 non dell’inizio del 2000). Ho studiato in Italia,
pagandomi gli studi perché di borse di studio neanche l’ombra (e neanche
l’esenzione delle tasse universitarie), e dopo tanti anni (6) ho ottenuto una
laurea in Economia. Per altre ragioni ho imparato le lingue: oggi ne parlo 4
(spagnolo, italiano, francese, inglese) e sto imparando il tedesco. Mi sono
detto, ora potrò cominciare a lavorare per quello che ho studiato. Sbagliato.
Prima ho avuto la “fortuna” di fare uno stage (sorta di non formazione
mascherata come tale) durante il quale ho probabilmente acquisito un master in
fotocopie e cancelleria. Dopo 6 mesi di stage mi hanno detto che non mi
assumevano perché la situazione economica non lo permetteva (ovvero: adesso
prendiamo un altro stagista che tanto costa meno). Ora lavoro con un
co.co.pro., in un altra società. Lavoro è una parola diminutiva: faccio 14 ore
al giorno, e ovviamente con questo meraviglioso progresso sociale che è la
flessibilità non mi pagano neanche gli straordinari. Faccio anche sabati (e a
volte anche domeniche) perché essendo a progetto non ho orari prestabiliti. In
media faccio 250 ore di lavoro al mese, fregando i cinesi. Se questo è il
futuro allora viva il passato! Penserai che porto a casa una barca di soldi.
Sbagliato ancora. Guadagno meno della persona che fa le pulizie a casa mia
(perché non ho più il tempo di farle). L’Italia di oggi è come un
transatlantico: meravigliosi interni di lusso (moda, design...) un’ottima
struttura (retaggi del nostro glorioso passato) spinto da un motore di vecchia
fabbricazione (se chiedete a StancaContiScaroni andremo a carbone proprio come
il Titanic) al comando abbiamo messo un gruppo di incapaci interessati soltanto
a se stessi. Navighiamo a vista evitando gli scogli.
E. M. 22.02.2006 10:28
Io sono molto preoccupato.
Adesso sono negli Stati Uniti, per fare la mia tesi di laurea (tra l’altro qui
già mi pagano). In marzo torno in Italia per laurearmi. Sono qui con la mia
ragazza e ci hanno già offerto un lavoro (40.000 dollari l’anno all’inizio) a
tempo indeterminato. Il tempo l’ho determinato io (6 mesi) perché in Italia ci
voglio tornare! Durante questi sei mesi spero di trovare in Italia un lavoro
per la metà dei soldi che mi danno qui. Sta di fatto che grazie a un signore a
cui dell’università, della ricerca, dello sviluppo e dei giovani non importa
niente, le mie prospettive sono ridotte al lumicino!
Spero che le cose cambino ed in
fretta. È impressionante come negli Stati Uniti l’educazione
media della gente sia molto
molto molto inferiore alla media italiana ed europea. Eppure con
uno straccio di laurea le
possibilità di lavoro sono innumerevoli. Questa è l’unica cosa positiva
che ho trovato qui. È assurdo
che sempre lo stesso signore voglia copiare in tutto e per tutto gli Usa,
tranne che per quello che hanno di positivo!
D. S. 22.02.2006 17:46
Io e mio marito ci siamo
trasferiti in Francia da novembre, perché mio marito (ultimo anno di specialità
di Cardiochirurgia) non avendo possibilità di assunzione in Italia (troppi
cardiochirurgi) ha deciso di trovare altrove un posto. Quindi siamo a
Clermont-Ferrand, a 630 km da Milano (dove vivevamo) e abbiamo avuto finora i
seguenti risultati: mio marito ha una borsa di studio che è il doppio di quella
di Milano, io ho trovato in 3 mesi un lavoro a tempo indeterminato che è 10.000
volte migliore di quelli che ho avuto a Milano, che in 4 anni sono stati
contratti interinali rinnovati in maniera poco lecita o contratti a progetto. E
poi si parla di “fuga di cervelli” all’estero...
S. R. 22.02.2006 21:37
Premetto che io mai ho lavorato
alle condizioni incredibili che leggo sul blog. Mi sono fatto il culo nel
senso che subito dopo laureato (col massimo dei voti) anzi dopo aver finito
l’anno di servizio civile, sono andato all’estero per farmi il dottorato di
ricerca.
Avevo un paio di borse di studio
e me la passavo bene. Il giorno dopo aver finito il dottorato ho cominciato il
mio primo lavoro a contratto; durata due anni e quattro mesi in Germania,
(gennaio 1999 - aprile 2001) e guadagnavo 3.400 marchi al mese ed ero veramente
ricco! Finito quel lavoro sono rientrato in Italia (maggio 2001) ed ho vissuto
per 10 mesi a un milione e ottocentomila lire al mese (diventati circa 900 euro
nel 2002) che rispetto agli stipendi che leggo in questi messaggi sono già
tanto. Ma erano comunque pochi perché in Germania mi ero abituato bene. Sono
allora riespatriato in Francia, e il mio stipendio è salito di botto a 2.500
euro al mese... a contratto ma con contributi pensione, malattie e vacanze
tutto pagato. Finalmente solo nel 2004 sono passato allo status di lavoratore
“fisso” e per di più non licenziabile dato che sono un “funzionario” dello
Stato francese e guadagno 2.600 euro al mese, più una specie di tredicesima.
Quindi in totale da quando mi sono laureato a quando ho avuto un lavoro fisso
sono passati circa dieci anni (uno di militare, quattro di dottorato e cinque
di vari contratti); dieci anni da “precario”, ma ho sempre ben guadagnato la
mia vita, sono sempre stato in affitto (mai dai genitori) e ho pure messo via
dei soldi.
O. I. 23.02.2006 18:14
Ho fatto il lavapiatti mentre
andavo alle superiori, lavavo i cessi a Monaco dopo la maturità, sono andato
all’università per un anno (ingegneria meccanica), poi ho iniziato a lavorare
in agricoltura zappando, raccogliendo frutta e facendo altri lavori più o meno
faticosi. Di lavoro non mi è mai mancato e guadagnavo 1.200 euro anche senza
contare gli straordinari. Se avessi imparato di fare l’idraulico o il falegname
guadagnavo anche di più. Capisco che sono lavori nei quali uno si deve
sporcare, le mani si crepano, diventano ruvide, però danno anche molta
soddisfazione. Non penso che il popolo italiano si possa permettere di lasciare
tutti i lavori di questo tipo a lavoratori stranieri. Loro i soldi guadagnati li
spenderanno solamente in piccola parte in Italia e non daranno sicuramente un
contributo al rilancio della nostra economia. D’altra parte dobbiamo essere
contenti che fanno con tanta umiltà quei lavori che noi italiani detestiamo
così tanto. Cerchiamo di immaginare quelle aziende agricole oggi senza di loro.
Non saranno di certo i figli di Bossi e Fini a raccogliere i pomodori...
M. G. 26.02.2006 19:54
Per quanto riguarda la
precarietà ti scrive una che dalla precarietà si è liberata con
l’emigrazione (sic!). Ho 30 anni
e devo dire di essere stata abbastanza fortunata. Ho iniziato a
lavorare a 20 quando avevo
appena iniziato l’università presso un call-center con un contratto
di quelli veri (che oggi stanno
sparendo anche per chi ce l’aveva) allora speravo di poter fare
un po’ di carriera una volta
terminati (senza falsa modestia) brillantemente gli studi arricchiti
da soggiorni ed esperienze
all’estero (ovviamente tutte a carico delle mie tasche e delle mie
ferie). Comunque il precariato è
iniziato dopo quando invece ci si aspetterebbe di progredire
(forse perché nel frattempo il
nostro Paese stava andando a rotoli) dopo l’università e il
master ritenevo di meritare un
lavoro diverso, più stimolante e allora mi sono data da fare ho
iniziato con uno stage in una
rispettabilissima agenzia di relazioni pubbliche dove per 6 mesi
sono andata assolutamente gratis
eh sì, diciamo che ho pagato io la benzina e il costo del
pranzo per poter andare a
lavorare da loro una media di 10 ore al giorno... poi guarda un po’
ero così brava che mai hanno
chiesto di restare e mi hanno offerto un co.co.pro. di un anno
a 720 euro al mese. Nel
frattempo è arrivata una chiamata per un lavoro a Londra da Gucci
(che anche qui mi pagava il minimo
indispensabile per la sopravvivenza) la mia fortuna è
stata approdare in un Paese come
l’Inghilterra dove la flessibilità ha forme più umane. Ad essere onesta, io
nella flessibilità, ci credo ma non nello stile italiano ovviamente. Oggi sono
soddisfatta del mio lavoro (per paradosso lavoro nel marketing di un brand che
era italiano e ora è di proprietà inglese) ma soprattutto ho delle prospettive
di crescita economica e professionale, il tutto però lontano dalla mia Roma, i
nostri politici mi hanno derubato dei miei sogni e della mia città e costretto
ad andare via.
I. C. 27.02.2006 15:55
Di nuovi schiavi si può parlare
anche a proposito dei lavoratori stranieri, visto quello che sta succedendo
intorno al decreto sui flussi e ai relativi moduli in distribuzione “gratuita”
presso gli uffici postali. Sono introvabili, sempre esauriti, si dice in giro
che si arrivi a pagarli anche 800 (ottocento) euro. Siamo bravissimi a lucrare
sulle disgrazie e sui bisogni dei deboli. Che sia questo il cambio di mentalità
a cui fanno cenno i nostri governanti quando parlano di lavoro?
M. M. 27.02.2006 23:23
Io sono abbastanza fortunata nel
senso che ora ho un lavoro a tempo indeterminato e sto relativamente tranquilla
(per quanto si possa star tranquilli in una piccola azienda) ma prima di
arrivare qui ce ne è voluto di tempo. Mi laureo in Economia Aziendale con un
voto molto alto a 22 anni, faccio subito uno stage per una grande azienda: 500
euro mensili e registro più fatture di tutti gli altri nel mio stesso ufficio.
Essendo molto contenti dopo lo stage mi propongono di partire per la filiale
svizzera. Contratto interinale, tempo per decidere 2 giorni e lavoro senza
orari. Naturalmente parto. Dopo nove mesi nonostante belle parole non se ne
parla di assunzione.
Magari se conoscevo qualcuno...
capirai, mi avevano chiamata grazie al curriculum su internet. Per assumere me
non ci sono mai i fondi ma per i figli dei sindacalisti o amici vari si. Vado
via e faccio un master pagato 8.000 euro solo per la retta di nove mesi. Ancora
stage ora gratis. Finalmente trovo un lavoro in questa azienda che mi apprezza
e non vuole perdermi ma io dico, una persona laureata, che sa le lingue, che è
disposta a trasferirsi, che ha esperienza anche se non moltissima perché fa
tanta fatica a trovare lavoro? Perché non conosce nessuno! Perché in Italia se
non sei raccomandato non importa quanto sei meritevole. E non è solo colpa dei
politici. È colpa nostra, nostra che non ci ribelliamo, che guardiamo solo al
nostro orticello e non siamo disposti a rischiare insieme. È colpa nostra che
accettiamo un sistema in cui solo se conosci puoi lavorare. E quando andiamo a
chiedere all’amico o al parente siamo i primi a voler perpetuare la tradizione.
Io non l’ho mai fatto e quindi posso lamentarmi.
S. S. 28.02.2006 15:40
Sono un ex schiavo, ora libero!
Io come molti altri ho attraversato un tunnel che mi conduceva a una vera e
propria crisi esistenziale. A 21 anni dopo un periodo di disperata ricerca di
lavoro, imbocco il tunnel del lavoro temporaneo, cosa tra l’altro che mi ha
costretto alla lontananza dalla mia amata terra sarda. Ho visto la luce solo
dopo un anno e mezzo, non prima di aver cambiato (per volere dei padroni) quattro
lavori ed esser stato preso per il c..o come stagista presso una famosa banca
milanese. Mi liquidarono con: “Il suo progetto è terminato siamo contenti di
lei, la ricontatteremo non appena se ne presenterà uno nuovo.”
Ancora aspetto la chiamata! Mi
hanno lasciato con un carnet di buoni pasto del valore di 5
euro scarsi che prontamente gli
ho risbattuto in faccia. Del resto io cercavo anche un umile
lavoro come lavapiatti: quando
accettai la proposta di stage ero entusiasta credevo di essere arrivato nell’isola
che non c’è, diedi il massimo per imparare e produrre sul lavoro, ore di studio
a casa da autodidatta. Risultato: fai fare allo stagista senza dargli nemmeno
un euro al mese, quello che potrebbe fare una persona che di euro ne pretende
almeno 1.500 al mese. Ebbi anche un problema alla gamba causato da un torneo di
calcetto aziendale e loro mi pretendevano in ufficio ugualmente perché dovevo
imparare più in fretta possibile! Fatto sta che dopo ciò, presi la decisione di
trasferirmi in Inghilterra per studiare inglese: mai fatta scelta migliore!
Arrivai a guadagnare anche 3 volte rispetto a un semplice cameriere che svolge
attività qua in Italia! Il mio inglese ora è ottimo e, dulcis in fundus, con i
risparmi fatti e il sussidio di disoccupazione che lo Stato mi deve (e
sottolineo deve) passare ogni 20 del mese, mi pago le spese come studente fuori
sede qua a Milano. Vi assicuro che le spese non sono poche. Ora sono sul punto
di dire sono loro che cercano un lavoratore non viceversa, io il mio lavoro l’ho
trovato! Quattro mesi da cameriere estivo e mi mantengo un anno di università!
F. T. 07.03.2006 00:34
La mia esperienza nella ricerca
di un impiego inizia quando decidiamo insieme a mia moglie di rientrare in
Italia dal Canada (ci tornerei di corsa se potessi... ) nel giugno del 2004. Io
ho 39 anni e davanti a me ancora più di vent’anni di vita lavorativa. Dal mio
rientro è iniziata un’agonia nella ricerca di un impiego. Subito sul mio
curriculum vitae ho dovuto inserire dei dati personali che potevano essere
usati per discriminare come la mia data di nascita ed il mio stato civile (cosa
vietata in Canada) e quindi venivo tagliato fuori da tutte quelle offerte dove
si diceva: max. X anni, che puntualmente non arriva a più di 30 (in media). Dal
giugno del 2004, il primo contratto che ho strappato (a progetto, s’intende) è
stato a febbraio 2005, 9 mesi in una micro società sulla quale stenderei un
velo pietoso per come è gestita. Ovviamente finito il contratto a novembre
2005, arrivederci e grazie ed ho ricominciato. Attualmente dovrei aver
strappato un altro contratto di un anno con un’altra società, ci siamo
lasciati, dopo la proposta, che inizierei i primi di aprile, a causa di
lungaggini burocratiche dell’ufficio del personale nell’approntare i documenti
necessari (!). Si parla tanto dei giovani, dei loro problemi a trovare un
impiego, ma di chi come me, con una famiglia da mantenere e con una vita
lavorativa molto lunga davanti che cosa deve fare? Mi si potrebbe rispondere:
tornatene da dove sei venuto!!! Sì , sarebbe una grande idea andarsene da
questo Paese che mi ha rifiutato. Un bel dilemma!
G. V. 10.03.2006 09:08
Ok, non so perché ma vi scrivo
la mia situazione. Non mi sento particolarmente schiavo ma forse è solo perché
non voglio vederlo fino in fondo. Non mi arrendo, ma nemmeno mi sento così
appagato dal culo che mi sono fatto in questi anni. 33 anni, biologo
molecolare, da 6 anni sono in Germania dove ho fatto un dottorato di ricerca in
neurobiologia e oncologia (max dei voti) ho pubblicato bene. Parlo inglese
francese e tedesco. Finito il dottorato penso a cosa voglio fare dato che ad un
certo punto voglio tornare in Italia. Ricercatore? 1000 euro al mese per 5-10
anni, al Cnr in un sottoscala? No grazie. Passo all’industria e alla ricerca
clinica. Prima sempre in Germania per imparare, poi ora sto provando a
rientrare in Italia. Le aziende in Italia mi stanno facendo storie per pagarmi
il biglietto aereo (300 euro) per fare il colloquio, mi hanno dato le
indicazioni per arrivare in azienda via bus o metropolitana. In Inghilterra mi
sono trovato un biglietto preparato e il nome del taxi che mi aspettava
all’aeroporto. Stipendio in Italia: 1.200/mese. Guadagnavo di più come studente
di dottorato. Questi signori secondo me pensano di farci un favore. Dobbiamo
essere molto contenti di quel che ci offrono anzi dobbiamo spendere 300 euro
per un colloquio. Ora io mi chiedo, se è così in Italia è anche perché la gente
certe condizioni le accetta. Molti (non tutti) hanno la scelta di prendere il
lavoro o no. Di andarsene all’estero o no. Di spostarsi in un altra città o no.
Insomma io ho l’impressione che molti degli italiani la condizione di
semischiavi se la cerchino per comodità, per non aver voglia di sbattersi. Non
serve mandare 400 domande alle agenzie, né proporsi ad un call-center avendo 2
lauree. Dico ma siete matti? Un po’ di rispetto per voi stessi e per gli altri.
Se accettate quelle condizioni obbligate anche altri a farlo. Non accettate
lavori di m..a ed andatevene dall’Italia se necessario. Non è bello per niente,
ma almeno sarete ancora a testa alta.
G. P. 10.03.2006 11:42
Sono una persona che per sfamare
la sua famiglia è andata a lavorare in mezzo ad un
deserto in Medio Oriente (è da
qui che ti scrivo). Qui lavoro prevalentemente con stranieri:
indiani, cinesi, americani. Mi
spiace doverlo ammettere ma temo che tutti questi popoli (e
soprattutto gli “emergenti”) ci
faranno un c.lo incredibile nei prossimi anni. Sono più bravi
di noi, parlano inglese,
lavorano più di noi, sono più motivati, sono più disposti al sacrificio
per costruirsi qualcosa. Io sono
sempre stato un po’ “di sinistra”. Ma temo che non sia più un problema di
destra o di sinistra. È un problema di sopravvivenza. Questa è gente che lotta
per sopravvivere, ed è più tosta di noi, ha meno da perdere, sa più soffrire. E
noi, con le nostre morbide chiappine al caldo, vogliamo il posticino fisso, le
garanzie, le tutele, gli orari sindacali... Non capiamo che viviamo al di sopra
delle nostre possibilità? Non ce lo possiamo permettere! Questa guerra
(economica) ce la siamo cercata noi occidentali e adesso ci si ritorce contro.
Non ci sarà più posto fisso, non ci sarà più benessere frutto dello
sfruttamento degli altri. Perché gli altri, in questa nuova guerra, sono
semplicemente più forti e più bravi di noi...
L. T. 11.03.2006 08:35
Io sono troppo fortunata se
leggo i vostri post! Ho 24 anni sono una cuoca di cucina e lavoro da quando ne
avevo 18. Diplomata come insegnante e specializzata come programmatrice. Ho
fatto anche io un po’di lavoro interinale (sembra una parolaccia!). Ma dopo due
contratti di 1 mese ho detto no grazie, sentivo un non so che di poco chiaro.
Inizio la mia carriera di cuoca... gavetta e un miliardo di ore straordinarie,
lavoro il week-end, feste, insomma solo lavoro, però tutti i miei contributi
pagati, ferie, 13esima, 14esima (da non credere!), Straordinari pagati (tutti),
e senza mai un ritardo nei pagamenti. Sono fortunata, davvero, ma non ho il
tempo, mi mantengo da sola un mini-mono-sputo-locale, ma insomma riesco a non
sudare se ho delle spese impreviste. Ed ho solo 24 anni e in più sono una
donna! Sapete perché? perché nel mio lavoro sono specializzata, sono utile, in
tutta onestà un operatore call-center è sostituibile, un servizio
personalizzato no! È così che ci fregano. Certo ho studiato, lavorato e
sofferto, ma la gavetta serve a questo no? Le agenzie con contratto a pro-come
c... o si chiama, non vi danno una possibilità di formazione reale e di
crescita e di potenziamento, vi sfruttano e basta. Nel mio settore la
flessibilità è tutto, noi cuochi cambiamo per nostra scelta e volontà lavoro
ogni anno, perché dobbiamo apprendere altre nozioni, perché dobbiamo imparare
nuove cose. E più scopriamo e ci arricchiamo più veniamo pagati! Capite la
differenza? Ora tra un mese andrò a vivere a Parigi, perché sono un po’stanca
di lavorare 6 giorni la settimana, sempre, e il governo francese mi dà la
possibilità di lavorarne solo 35! In più essendo solo una misera donna, non ho
una buona possibilità di carriera in Italia, pensate che è facile? Che sono
arrogante? No chiedetelo alla mia famiglia che da 4 anni mi vede con il
contagocce (e viviamo nella stessa città), oppure pensate ai miei sacrifici,
certo non è facile, ma allo sfruttamento dico sempre“no grazie!”
D. S. G. 11.03.2006 12:56
E io vi dico: Go West! Ho 21
anni e grazie ai miei genitori ho deciso di studiare bene quattro lingue, prima
al linguistico, poi in una facoltà piccola piccola con docenti madrelingua
esigenti. Così ora l’unica cosa che mi rende felice, pensando al mio futuro
prossimo e remoto, è sapere che almeno sto scavando una via di fuga da qui.
L’anno scorso ho avuto una borsa Erasmus per Barcellona: non avete idea del
numero di ragazzi che, se anche tornano in Italia, lo fanno solo per chiudere
in fretta qui e tornare là. E io sono una di questi. Perché programmi come
Erasmus o Leonardo (mobilità europea per i lavoratori, info su www.europa.eu.int/ eures/home.jsp?lang=it)
fanno aprire dei gran occhi sulla situazione lavorativa italiana, e ridanno un
briciolo di speranza a noi ragazzi che come unica prospettiva di vita qui in
Italia abbiamo umiliazione e frustrazione e ristrettezze e zero respiro e zero
spinte a formare una famiglia. Ma avete presente in Francia? Passeggi per
strada e come niente ti ritrovi circondato da coppiette di
poco-più-che-ventenni con prole e aria serena! Cos’è, i giovani italiani si
amano di meno? O forse il fatto che famiglia e debito facciano rima , ci spinge
a pensarci due volte prima di mettere radici? Ho respirato più ottimismo tra i
giovani spagnoli che non tra tutti i miei coetanei. Noi giovani italiani siamo già
vecchi a furia di preoccuparci così tanto di tutto. E come gli anziani non
vediamo prospettive a lungo termine, non ci lanciamo in nuove idee e non ci
arrischiamo a scommettere su noi stessi. Oramai anche le conversazioni del
sabato sera vertono su temi angoscianti quali ‘che lavoro finirò a fare?’ o
‘chissà se l’agenzia per cui ho lavorato l’anno scorso mi pagherà’? o ‘ma a te
quanto danno l’ora?’. E poi , ci si chiede perché il consumo di droghe e alcol
è in aumento. Quindi, la mia risposta è partire da zero da un’altra parte,
perché qui vivrei solo di ripieghi. Che una cosa è accontentarsi, farsi
prendere in giro un’altra.
E. T. 12.03.2006 15:03
Ho una laurea in Ingegneria
delle Tlc che mi ha dato la possibilità di accettare un sacco
di lavori con contratto a
scadenza trimestrale ed uno stipendio “mortificante”. Dopo un
anno ho deciso di andare
all’estero, il contratto è stato subito a tempo indeterminato con
uno stipendio 2,5 volte più alto
di quello che avevo in Italia. Ad oggi, nonostante abbia
il desiderio di tornare, non
vedo alcuna possibilità di ottenere condizioni quanto meno
“simili” a quelle che ho ora
(non economiche ma almeno un contratto con un livello almeno “mediocre” di
tutela e non con scadenza “a breve” come i brick del latte). Per ora a casa ci
torno solo per le vacanze...
L. M. 13.03.2006 13:47
Qualche tempo fa parlando con un
giovane ingegnere albanese che era venuto in Italia
subito dopo Gran Casino ed era
riuscito a trovare un lavoro regolare mi disse: - Io torno a casa perché qui in
Italia guadagno 900 euro e ne spendo 600 per l’affitto e il telefono, a casa ne
guadagnerei 300 euro e ne spenderei 50 tra utenze e affitto (che però non pago
perché lì la casa è mia). Sempre 300 euro mi restano per vivere !... E allora
me ne vado ! - Quello che considero importante notare non è l’alto costo degli
affitti italiani ma il fatto che chi non paga l’affitto in realtà non è in
condizione migliore *** Oggi in Italia solo pochi (20%) pagano 600 euro per la
casa, in realtà i più fortunati pagano 800/1200 euro al mese per un mutuo di
25/30 anni con cui si sono “comprati” (quando un giorno lontano sarà loro) la
casa. È una illusione *** Questo fa capire che in Italia non è il costo del
lavoro che è alto ma il costo dello “Stare in Italia” che rende conveniente
andare a produrre da altre parti. È come se un imprenditore pagasse 300 euro
per il lavoro (non puoi mica dar di meno a uno che lavora) e altri 600 euro per
farlo in Italia, voglio dire che non è il costo del lavoro ad essere elevato ma
il costo di quello che chiamiamo “Sistema Paese” che fa sballare i conti,
proprio quel “coso” che vogliamo esportare. Ci rendiamo conto che i Rumeni, con
le nostre vecchie e obsolete macchine per il tessile, senza saper lavorare,
senza la nostra cultura del lavoro, senza soldi, senza accesso al credito,
riescono a essere più competitivi di noi quando produciamo in Italia. Gli
imprenditori Italiani quando vanno lì sono competitivi e qui in Italia non ci
riescono. Il problema non è il costo del lavoro - ma il sistema paese - che
gonfia il costo del lavoro.
È il modo di fare le cose che
determina il costo delle cose.
H. S. 15.03.2006 20:00
Ho 29 anni e ho lavorato per una
società internazionale a Roma per due anni e tre mesi. Il
posto era sicuro, tutti si
chiesero perché lo volevo lasciare e tutti mi presero per una cretina,
mia madre compresa. Beh, vi dico
solo che adesso vivo in America da 2 anni e mezzo. Non
che sia meglio dell’Italia, ma almeno
il costo della vita è proporzionato. Ho la grande fortuna di poter stare a casa
con mia figlia di 7 mesi, cosa che in Italia non sarebbe assolutamente
possibile; e, se lavorassi, starei fuori casa più di 12 ore (pendolare
Civitavecchia-Roma). Ho una “laurea” in interpreti e traduttori e a Roma mi
pagavano pochissimo, dato che il mio titolo era di segretaria ma ovviamente
facevo di tutto! (anche traduzioni orali e scritte, legali e non), mi pagavano
talmente poco che dopo aver vissuto per 10 mesi col mio ragazzo a Ladispoli (a
Roma gli affitti sono impossibili), appena lui se ne tornò nel suo Paese (Usa),
io dovetti tornare dai miei. Ma certo che gli Italiani sono dei mammoni, e
restano a casa fino a oltre 30 anni; come sarebbe possibile altrimenti? Il mio
stipendio mi bastava giusto giusto per pagarmi le spese del treno e l’affitto,
ma ci rendiamo conto? Ma è vita questa? Ma io ero fortunata perché non dovevo
lamentarmi, avevo un posto fisso! Mi alzavo la mattina alle 6.30 e tornavo a
casa alle 20.30. Una volta chiesi un aumento di stipendio e mi dissero che non
potevano permetterselo; mi venne da ridere, o meglio, da piangere. Quasi ogni
giorno andavano a pranzo in ristoranti spendendo quel che io guadagnavo in un
mese. Nonostante tutto, il mio sogno è quello di tornare nel mio bel paese,
anche se leggendo la Settimana ogni lunedì mi sta un po’ passando la voglia.
Cambiamo le leggi, facciamo qualcosa per apprezzare le risorse che abbiamo.
Grazie per questa possibilità di scrivere e sfogarsi un po’.
F. B. 17.03.2006 15:05
È da almeno 20 anni che lavoro
in Svizzera. Ho studiato all’università, a Losanna, perché
non mi andava di portarmi una
sedia da casa per entrare in un’aula italiana. E non mi
andava di dover mettere la kefia
e il reporter, sennò mi menavano. A me sono sempre
piaciuti i loden. Con un
prestito bancario che un banca Svizzera (non quella di Consorte)
mi ha dato sull’onore, e che ho
rimborsato. Nonostante per fortuna ormai va tutto bene
professionalmente, io non trovo
niente di strano ad essere licenziato con tre mesi di
preavviso, e senza “giusta
causa”. Premetto ancora che la disoccupazione massima che
riceverei sarebbe meno del 30 %
del mio stipendio. Mi possono licenziare semplicemente se
non lavoro a sufficienza. Al mio
datore di lavoro basta una lettera. Qualcuno mi spiega perché
in Italia non è possibile
licenziare qualcuno semplicemente se non è produttivo? Qualcuno
mi spiega perché gli studenti
francesi stanno facendo tutto sto casino? Cosa c’è di anormale
nell’essere licenziati se non si
lavora? La sicurezza dell’impiego uno se la crea con la sua reputazione e con
la sua professionalità. Parlando 4 lingue. Sapendo utilizzare un computer. Non
pretendendo sempre ma essendo generoso. E non facendo scioperi per la
Palestina, per la Pace in Iraq o per solidarietà coi piccioni. Perché durante i
Governi di Sinistra (quando non va mica meglio di quanto vada sotto quelli di
destra, solo c’è più demagogia) la gente non sciopera mai? Saluti dalla
Svizzera.
F. F. 21.03.2006 18:01
È molto triste dirlo, ma devo
davvero dire che la decisione che ho preso quasi 10 anni fa di lasciare
l’Italia è stata forse una delle migliori della mia vita. Ero uno studente di
psicologia con ancora 6 esami e la tesi da passare e sono venuto a Londra solo
per un paio di mesi nel ‘97. Ho 32 anni e sono ancora qui. Sono riuscito a
finire l’università studiando qui e lavorando come cameriere. Ho fatto poi un
master di un anno in trattamento delle tossicodipendenze e, appena finito, ho
subito trovato lavoro nel “pubblico” circa 3 anni fa. Prendevo 20.000 sterline
quando ho iniziato, ora quasi 30.000, quasi il 50% in più in 3 anni.
Soprattutto, lavoro nella sanità pubblica, qualcosa che era sempre stato il mio
obiettivo e sogno. Dei vecchi compagni, tantissimi si sono scoraggiati, altri
sono diventati cinici e “liberi professionisti” abbandonati i sogni di lavorare
per chi sta veramente male vedendo contemporaneamente rispettati la propria
professionalità e conto in banca. Sono passato da un mondo universitario
italiano pieno di fannulloni pronti ad approfittare del lavoro degli altri (e
parlo dei docenti, sia chiaro), strafottenti e arroganti, a uno inglese dove il
successo dello studente è prestigio per l’università. Qui la gente importante
non arriva in ritardo agli appuntamenti. Qui prendono sul serio l’ investire
sul personale. Ho cominciato adesso il mio secondo master, pagato dal posto
dove lavoro. Tutto questo perché premiano chi lavora molto e bene, non ci sono
conoscenze, favoritismi, bustarelle e tutte le altre schifezzuole. E qualcuno
dice che dovremmo restare per “migliorare” l’Italia? Cercate di comportarvi in
modo “normale” prima, cominciate a denunciare le angherie di tutti i giorni
invece di sorridere da “furbi”, tipo “così fan tutti”. Magari riuscirete a
tenervi qualche giovane che ha voglia di lavorare. Per adesso, e per un pezzo,
io in Italia ci vengo in vacanza.
M. M. 23.03.2006 11:53
Ecco il mio contributo in breve:
ho 26 anni, mi sono laureata in tedesco ormai 3 anni fa.
Il mio primo “lavoro” è stato
uno stage presso una casa di produzione mignon della mia
città che per 9 mesi ha preteso
che stessi 8 ore al dì seduta di fronte ad un monitor con un
paio di cuffie a trascrivere e
tradurre filmati di interviste fatte in inglese (è la mia seconda
lingua). Traducendo da parecchi
anni mi sono sentita un po’ presa in giro a doverlo fare
gratis e così ho interrotto lo
stage. Sei mesi e mille ricerche dopo vengo assunta come
co.co.pro. per 12 mesi a
sostituire una maternità nella direzione di un ufficio che effettua
un servizio al pubblico. Ottima
l’idea, peccato che il servizio sia gestito da un privato che
ha ottenuto l’appalto
dall’università e che non dia a nessuna delle 4 persone assunte (io
e 3 colleghe) speranze. Il
rientro della maternità mi costringe a scegliere se restare (con il
terzo rinnovo per sei mesi
sempre co.co.pro.) o cercare altro. Da allora ho fatto per 6 mesi la
commessa in libreria e adesso mi
arrabatto con qualche lezione privata di inglese. Non ho
maturato i contributi
sufficienti a chiedere il sussidio (respinto dall’Inps perché il co.co.pro.
non da diritto ai contributi!!!)
e al momento non fosse per l’aiuto dei genitori non saprei
come pagare affitto e bollette
(guadagno circa 130 euro al mese). Ho preso la decisione di
andarmene dall’Italia e cercare
lavoro fuori. Ho un contatto in Australia dove stanno cercando
insegnanti di italiano e penso
che partirò entro il prossimo anno al massimo. Ho 26 anni,
convivo con uno specializzando
in medicina ed entrambi siamo sulle spalle dei genitori. Non
possiamo sposarci né pensare ad
una famiglia perché non abbiamo i soldi e le prospettive scarseggiano. Ho paura
che il prossimo voto sarà inutile come i precedenti. A malincuore rinuncio e
cerco altrove.
R. M. 03.04.2006 09:47
Scrivo dal Sud, Avellino
precisamente.
La mia è una famiglia di
emigranti. Una generazione che dagli anni 50 ai 70 si è sparsa per il mondo. La
Francia, la Svizzera, il Sud America, gli Stati Uniti. Tutto il mondo pur di
cambiare, andare. Mio padre negli anni ‘60 è partito con un diploma e una
valigia di cartone.
E così i suoi fratelli i suoi
zii i suoi cugini. Alcuni sono tornati altri no. Sono rimasti nella
terra dove hanno trovato diritti
e lavoro. Ed io? 30 anni una laurea ed una specializzazione e
probabilmente partirò. Perché in
50 anni nulla è cambiato, anzi. Oggi c’è Internet, gli aerei ma questa resta
una terra dove non c’è futuro per i giovani. Non hanno costruito nulla, non c’è
speranza. Stanno distruggendo la nostra generazione e nessuno muove un dito.
Nessuno ti ascolta, il massimo che ti danno è un lavoro in nero e devi pure
ringraziare. Qui la legge Biagi è arrivata a stento, figuratevi. Ho lavorato
per 2 anni a nero, il nero più totale, nero come il mio, il nostro Paese. Con
grande amarezza scrivo queste parole, anche con rabbia. Perché la speranza di
mio padre che ha lavorato 40 anni in parte in Svizzera e in parte qui era che
poi io e mia sorella avessimo una vita diversa migliore e invece... domani si
vota. Andrò a votare con il cuore in gola, forse con l’ultima carta da giocare
prima della scelta definitiva. Con la flebile ed ingenua speranza di non dover
partire. Ma ci credo poco...
A. I. 08.04.2006 15:39
Qui in America il lavoro è molto
flessibile e a licenziarti ci mettono 2 minuti, ma i guadagni sono tali che
comunque con 9 mesi di stipendio campi anche gli altri 3 dell’anno senza
rinunciare alla pizza o al sushi. Ma le cose stanno cambiando pure qui, c’è una
grande offerta di lavoro e poca richiesta, scendono gli stipendi e soprattutto
scendono le garanzie, non ti passano più l’assicurazione sanitaria (che se ti
paghi da solo sono almeno $ 350 al mese) e non ti pagano la pensione. Comunque
stiamo sempre meglio qui che in Italia per ora. Il punto è che in questa era
storica il capitale sta lavorando per raschiare il barile e togliere la
ricchezza a chi la produce e metterla nelle tasche di chi possiede già fortune
da far impallidire gli Stati (compresa l’Italia).
L. N. 25.04.2006 20:04
Illuminante... ho delle amiche
della mia ragazza che vivono e lavorano in Belgio... a
Bruxelles... loro adorano i
lavori temporanei e le agenzie interinali... non perché sono stupide,
o sono la loro sola possibilità,
ma perché alla mia età (27 anni) si sono già sposate, hanno
figli, i mariti hanno lavori a
tempo indeterminato, e loro con i lavori interinali guadagnano
di più che un lavoratore
indeterminato... e quando il capo prova a mettergli i piedi in testa,
si alzano, lo mandano a quel
paese se necessario... e tempo due settimane trovano un altro
lavoro, anzi... una di queste
amiche è diventata amica con la responsabile di un agenzia interinale... quando
ci penso mi sembra fantascienza... noi qua possiamo e dobbiamo sempre solo
accontentarci ed essere grati di averlo un lavoro... e se non stai attento a
quello che fai o quello che dici (soprattutto a chi), non ti rinnovano il
contratto, dicendotelo solo all’ultima giornata di contratto, e stai in giro un
paio di mesi facendo la fame... contando sui buoni vecchi genitori... che si
spera camperanno per sempre... vabbeh... se non trovo qualcosa presto... vado
in Belgio anche io... ‘sti cavoli... ma chi ce lo fa fare... è dura emigrare...
ma poi si sta più tranquilli... fidatevi.
E. C. 26.04.2006 10:07
Faccio parte della nuova
generazione degli emigranti italiani. Ho 24 anni, parlo 4 lingue, un buon
curriculum, beh, accettabile almeno, e mi sono trovato costretto ad andarmene
dall’Italia per cercare di uscire dalla casa dei miei genitori. Temo di venire
da una delle realtà più contraddittorie d’Italia. La realtà di Roma, la nuova
capitale dell’economia italiana, il nuovo grande motore, la migliore
performance economica del Paese. Che si sappia, Roma è tutte queste cose, ma
solo grazie ad uno sfruttamento terribile, non del precariato, ma dei
lavoratori in nero. Adesso vivo a Barcellona, in Spagna, uno tra i paesi con il
più alto indice di precariato in Europa, un sistema sociale devastato. Ma qui
riesco a lavorare con contratto e con uno stipendio accettabile. A parità di
impiego: contratto di lavoro spagnolo = salario orario di 7,85 l’ora lordo.
Lavoro a nero a Roma (praticamente l’unica cosa che si trova se sei studente) =
salario di 4,50 l’ora. E ti chiedono di ringraziarli. A Roma spenderei 450 euro
al mese più spese per la stanza dove vivo, che qui invece mi costa solo 280
euro. Ma dove sono gli aiuti per noi che vorremmo rimanere in Italia. Avere un
futuro nel nostro Paese, sperare di avere un progetto nella nostra città. E poi
mi sento dire che i giovani italiani preferiscono rimanere a casa con i
genitori. A Roma dovrei aspettare di terminare 5 anni di università, forse fare
un master, e forse solo forse verso i 30 pensare di mettere il naso fuori dalla
porta.
Aiuto! Fateci tornare a casa, io
preferisco la pasta e la pizza, la paella non mi piace. Però come
faccio a lavorare 8 ore al
giorno, fare l’università e continuare a non avere un euro per pensare
anche solo di prendere una
stanza. Magari non cambieremo nulla ma se servo mi offro per
raccogliere le testimonianze
della prima comunità di immigranti giovani di Barcellona, gli italiani. Siamo
più di 30.000!
G. B. 26.04.2006 11:40
Scrivo dalla Cina, sono a
Shanghai da una settimana per lavoro. Probabilmente sarebbe interessante
tradurre questo forbito dibattito ai ragazzi cinesi di qui, in questa
incredibile megalopoli. Guadagnano dai 2.500 ai 4.500 rmb al mese (220/400
euro), possono essere ovviamente licenziati “ad nutum” (chi ha dato Diritto del
lavoro sa di cosa parlo), ma sono entusiasti, felici, sanno di avere grandi
prospettive. Oggi ho domandato ad una collega se sapeva cosa era un comunista,
mi ha risposto che non ricorda. Della famosa storia della censura di Google non
ne sa un tubo. Lei ha Internet a casa sua, i suoi parenti a 2.000 km di
distanza pure. Si parlano tutte le sere con Skype. Il loro governo ha ristretto
(forse, ma da qui non sembra...) le libertà, ma ha dato loro un sogno. Con
tutte le contraddizioni del caso, d’accordo, ma loro il sogno ce l’hanno. Il
mio sogno era liberarmi del Berlusca, i loro sogni sono più positivi.
M. B. 27.04.2006 15:58
Bene, sono nepalese e lavoro in
Italia da 5 anni fino a quando non lo so... Si parla tanto di limitare
l’afflusso di extracomunitari in Italia, che si dovrebbero aiutare nel loro
Paese di origine e bla bla bla. Siccome è mia intenzione ritornare al mio bel
Paese di origine il prima possibile con un po’ di soldi (duramente, molto
duramente... ) guadagnati magari per avviare un’attività che aiuti e che offra
qualche possibilità di lavoro ai miei connazionali nel... mio Paese di origine
vorrei capire in virtù di quale logica noi extracomunitari ci vediamo costretti
a versare dei contributi pensionistici che nel 99% dei casi mai potremo
usufruire (è una innovazione della Bossi Fini prima, legge Turco Napolitano,
non era così si potevano riscattare al momento di rientro nel nostro Paese... o
forse mi sbaglio?). Non sarebbe utile poterli ancora riscattare e finalmente
(con gran sollievo per molti... ) ritornare a casa e contribuire a migliorare
le condizioni del nostro Paese? Ci vorrà del tempo ma forse non saremo più costretti
ad “invadere”il Bel Paese. Ma forse sono io che mi sbaglio molto probabilmente
il Governo italiano preferisce utilizzare i nostri soldi giacenti in contributi
per “aiutare”direttamente i nostri governi con croci rosse, organizzazioni
umanitarie eccetera eccetera eccetera.
R. T. 08.06.2006 17:23
Sono un giovane ricercatore
all’estero (sorpresa!) che si occupa di economia ambientale (cheeee!?!). Dopo
essermi laureato in Italia e aver fatto un Master in Uk ho provato invano di
trovare lavoro in Italia come economista ambientale... l’unica offerta è
arrivata dalla prestigiosa Fondazione Mattei di Venezia... 1,5 milioni delle
vecchie lire al mese... a Venezia... per il resto promotore finanziario o se
tutto va bene allo sportello in banca. Alla fine sono rimasto all’estero dove
ho lavorato come economista ambientale per il ‘Ministero Agricoltura’
(incredibile ma vero), ed ho appena conseguito un dottorato con finanziamenti
dal ‘Governo Britannico’ (16.000 sterline annue esentasse... + viaggi +
conferenze + libri). Mi viene una rabbia solo a pensare che chi si laurea in
economia in Italia è spacciato... Domanda: ma perché studiare 6-7 anni di
economia (micro, macro, micro-avanzata, internazionale ecc.) quando poi il
mercato del lavoro non è in grado di assorbirci? Perché non chiudiamo le
facoltà di economia (la professione di economista in Italia non esiste al di
fuori delle università) e già che ci siamo anche quelle di sociologia
(conoscete qualche sociologo che lavora in Italia?), scienze politiche e così
via... ha ragione Stiglitz: che senso ha studiare per 6-7 anni per andare a
fare un lavoro che anche una scimmia (senza offesa per le scimmie) può fare?
Scusate lo sfogo.
G. C. 28.06.2006 12:21
Riporto la testimonianza di una
ragazza ghanese che vive a Sassuolo. Sono in Italia da 13 anni, ho 28 anni,
lavoro nella ceramica. La mia famiglia non sta bene e cerco di usare la mia
forza per aiutare loro. Quando puoi spedisci giù qualcosa, da me non c’è un
lavoro se no non sarei qui. Adesso in questo paese viviamo male. Non riesci ad
affittare la casa perché lavori con la cooperativa e con le agenzie e hai un
contratto di 2 mesi.
Non è giusto che uno cerca di
vivere in un paese che dicono civilizzato seguendo le regole
e non riesce. Come si fa ad
affittare casa con un contratto di 2 mesi? Invece di 8 ne fai 10 e
ti danno uguale e la gente
lavora sabato, domenica, se ti fai male niente. Noi pensavamo di
usufruire dei diritti che
avevano conquistato, ma ora si stanno cancellando la memoria. Sai
cosa fanno? Siccome hanno fatto
che il 1° anno le nuove imprese non pagano le tasse, la
fabbrica chiudeva dopo 11 mesi,
ti lasciava a casa un po’ e poi riapriva sotto il nome di un
fratello o di un amico...
capito? Per esempio per far il ricongiungimento familiare vogliono il tempo
indeterminato, ma se con questa legge Biagi siamo arrivati che ti fanno
lavorare per due settimane, come fai a far venire qui tua moglie? Adesso
veramente stiamo tutti male in questo paese, ma per noi è peggio. Tu lavori,
lavori, e quando non hai più forza ti dicono “ci dispiace, non abbiamo più
lavoro quando abbiamo qualcosa ti chiamiamo”. Perché vedono che dopo tanti anni
non ce la fai più, siamo tornati alla schiavitù. Non è che uno vuole stare qua
in questi palazzi ghetti, è che è l’unico posto disponibile, tu stai con 5
altre persone in camera, vuoi una casa decente per vivere dignitosamente, ma
non te la danno perché sei uno di colore, non è bello. Dobbiamo vivere come le
bestie, non piace a nessuno questo. Nelle agenzie immobiliari ti chiedono il
contratto a tempo indeterminato e in alcune mi hanno detto “non trattiamo con i
neri”. A volte ti chiedi se ti devi sentire in colpa per come ti ha fatto Dio,
con questo colore.
S. D. S. 06.07.2006 11:30
Allora, molto brevemente, laurea
in chimica nel 1997 a 27 anni, una montagna di curricula inviati da
neolaureato, tre lavori accettati “per farsi la gavetta” nel controllo qualità
a lavorare con gente che ti bestemmia in faccia gratuitamente. Poi mi rompo le
scatole a fare lavori da handicappato, mando una decina di cv in Inghilterra,
mi offrono un posto per 3 anni all’Università per fare ricerca. Ho prodotto una
decina di pubblicazioni scientifiche facendomi un mazzo così e sputando fish
& chips. 6 mesi prima della fine in UK mando cv negli Usa e dopo due giorni
mi offrono una posizione all’Università di Los Angeles (Ucla). Mi pagano pure
l’aereo e l’albergo per andarli a trovare, mi vengono a prendere in limousine all’aeroporto.
Roba da pazzi... Restare fuori è durissima, sei straniero e basta, si mangia da
schifo e la società anglosassone è penosa, le ragazze sono ebeti da far paura.
Ora me ne vado negli Usa, faccio curriculum almeno, tento la via della fortuna.
Dimenticavo, i curricula che ho mandato in Italia hanno sortito un colloquio.
Il tizio con cui ho parlato voleva sapere il voto di maturità (!!!) e non mi ha
chiesto una parola dell’esperienza inglese. Mi ha chiesto però come me la cavo
con l’inglese... Roba da pisciargli addosso. Quando gli ho chiesto dettagli
sulle mansioni non sapeva neppure lui che cosa stava cercando di preciso, mi ha
detto che era solo una “indagine conoscitiva”. Fanculo l’Italia, che paese da
terzo mondo! Viva gli Americani!
F. Z. 08.07.2006 00:37
La donna è pagata meno
dell’uomo. Fa carriera meno dell’uomo. E, come precaria, è più precaria
dell’uomo. Il record mondiale di
sfruttamento di una donna precaria è italiano. Un euro all’ora in un
call-center della Cosmed del gruppo Cos. Le quote rosa nel precariato ci sono
già. Sono quote da morte di fame. Costa di più lavorare che stare a casa. Le
donne non fanno più figli. E se li mettono al mondo, nascono già precari.
Sono una ragazza di 38 anni che
lavora come cooperante in zone di guerra o in paesi in
via di sviluppo. Faccio questo
lavoro dal 1998, rientrata in Italia nel febbraio 2005 per
continuare il lavoro con una
Onlus di Arezzo, mi sono sentita dire dall’Inps, dall’agenzia
delle entrate di Pisa dove
risiedo, che la mia qualifica per gli anni lavorati all’estero
(Balcani dal 1998 al 2005) non
esiste. Nel senso che non sanno come qualificarmi! La
qualifica sulla mia busta paga
di “agente esperto del Ministero Affari Esteri prestata alle
Organizzazioni Internazionali”
non esiste in Italia. I miei colleghi norvegesi, olandesi,
francesi, inglesi (ecc. ecc.)
sono inquadrati nel loro Paese d’origine presso il rispettivo
ministero affari esteri, o degli
interni ecc. noi italiani no.
Rientrata in Italia sono una
co.co.pro. Zero mutui, zero
pensione (verso una quota mensile io su un’assicurazione
privata), non oso farmi un
figlio e non vengono cumulati i miei anni lavorati all’estero
con quelli in Italia o che ho
lavorato per organizzazioni italiane. Al 1º luglio sarò ancora
disoccupata, dovrò ritornare
all’estero se vorrò continuare il mio lavoro, e perdere la
famiglia, altrimenti cambiare
completamente lavoro in Italia e buttarmi nel commerciale,
altro non c’è in Italia. Ho
vissuto 10 anni in Inghilterra e 1 in Francia e con i contratti
stile co.co.pro. le banche danno
mutui, e non ti spezzano i contributi sociali, così
puoi avere una pensione anche
lavorando a contratti mensili o settimanali. Ci sono
asili all’Università e nelle
aziende in Inghilterra. In Italia no. Fuga di cervelli italiani
all’estero? Se qualcuno dei
politici mi spiega come fare a restare in Italia e fornire
l’esperienza acquisita
all’estero al mio Paese, senza passare per raccomandazioni ma
presentando un onesto curriculum,
sono disposta ad ascoltare. Andare via dall’Italia per
me sarà un dolore, diventerò
ancora emigrante e capisco chi viene in Italia dall’estero
per trovare una opportunità.
F. F. 26.02.2006 00:20
Ho lavorato per 10 anni come
bibliotecaria nella pubblica amministrazione. Inutile dirlo: da precaria. Con
contratti co.co.co. Stanca di questa situazione di incertezza perenne
(contratti al massimo di 6 mesi con inevitabile doppio lavoro per scongiurare
eventuali situazioni di non lavoro), ho trovato un posto da segretaria a tempo
indeterminato. Ho retto per 4 anni e poi sono tornata al precariato. Di nuovo
la bibliotecaria (ovviamente a ricoprire un buco in organico di un ente
pubblico). Ora ho 35 anni e vorrei avere un figlio.
La legge Biagi prevede 5 mesi di
maternità pagata dall’Inps previa richiesta (quindi non è
automatico), ma solo dopo aver
già goduto dei 5 mesi. Ciò significa 5 mesi senza stipendio,
più i tempi delle pratiche per
richiedere la maternità. Poi? Tornata al lavoro troverò ancora
un lavoro? Mi rinnoveranno il
contratto? Comunque, al di là di questo, i ricatti da parte
della mia responsabile sono
sottili (nemmeno poi tanto) e continui: dovrei ringraziarla per
l’opportunità datami, io sì che
sono fortunata che prendo più di lei (!?!), io sì che non devo
timbrare il cartellino, ma sono
obbligata comunque a rispettare l’orario di lavoro che lei
mi impone, se mi ammalo si
lamenta della mia scarsa salute, non ho rimborsi spese che
i miei colleghi (assunti) hanno.
Insomma: sono una precaria a cui non è dato di farsi una
famiglia numerosa come vorrebbe
e a cui non è dato di lamentarsi come dovrebbe e a cui
non è dato nemmeno avere un
rapporto chiaro con le colleghe che non capiscono che tu
hai un contratto diverso dal loro
e che non sei tenuta ad aspettare lo scoccare del minuto
sul segnatempo per andartene a
casa e non sei tenuta a sostituirle perché il tuo lavoro è a progetto e quello
devi seguire. Insomma, è dura.
K. M. 22.02.2006 09:01
Scrivo dalla fredda Germania, ma
sono siciliana purosangue. La mia storia inizia nel gennaio 2004, quando vengo
assunta da un’agenzia di viaggio a Trapani, la mia città. Io ero stracontenta
di questa assunzione, lavoravo nel campo per il quale ho studiato (Economia del
turismo) e in più, lavoravo nella mia città! In Sicilia non è per niente
facile! Mi sentivo, come dire? Un’eletta! Bene, sono stata assunta i primi 3
mesi con un “meraviglioso”contratto co.co.co. (i contratti del genere sono dei
contratti a progetto), significa che io avrei dovuto lavorare ad un progetto,
che i miei datori di lavoro mi hanno mostrato all’inizio, ma al quale non ho
mai messo mano.
E inoltre, secondo la legge, io
dovevo lavorare a questo progetto senza alcun vincolo di ore giornaliere, cioè
avrei potuto benissimo terminare il mio lavoro in una settimana come in tre
mesi, anche da casa se avessi voluto. La paga era quella prevista dalla legge
(280,00 euro circa al mese, per 3 mesi). Beh, le cose non sono andate
esattamente così. Sin dal primo giorno sono stata quasi costretta (dico
“quasi”, perché ancora i miei datori di lavoro non avevano preso confidenza con
me!), a lavorare dalle 8 alle 9 ore al giorno in agenzia, occupandomi di
biglietteria e prenotazioni.
Insomma ho iniziato a fare un
lavoro lontano dal progetto. Purtroppo l’entusiasmo era tanto e tale che
all’inizio, non mi curavo della cosa. Il lavoro mi piaceva e lo facevo con
l’anima. Ogni giorno acquistavo la fiducia e la simpatia dei clienti e questo
mi aiutava ad andare avanti.
Scaduti i tre mesi, mi hanno
proposto un contratto part-time con l’ennesima cantonata:
400,00 euro al mese, con
l’obbligo di lavorare tutti i giorni per 8 ore. Alla faccia del part-time!
Tralascio gli straordinari (mai pagati!). Io, al solito, per voglia di imparare
accettavo, ma quando un bel giorno ho alzato la testa per chiedere un aumento
“dovuto”, la risposta è stata: licenziata! Con quale coraggio torno in Italia?
P. G. 23.02.2006 08:47
Sono laureata con 110 e lode in
lingue. Ho conseguito un master di secondo livello in traduzione specializzata
e per un anno e mezzo ho lavorato in una scuola privata: un centro studi,
recupero anni scolastici (un vero girone infernale) come insegnante co.co.co.,
percependo la bellezza di 7,50 euro all’ora. Il compenso che non veniva
dichiarato per intero, si capisce, perché se no i contributi sarebbero stati
troppo “onerosi” (testuali parole della “preside”). In quella scuola, dove la
mattina si svolgevano dei veri e propri corsi, con classi, insegnanti ecc. non
c’erano dipendenti: erano tutti co.co.co. o in nero! Possibile che nessuno
compia controlli su questa realtà scandalosa? Ah, il pomeriggio si davano
ripetizioni in tutte le materie, e lì lavoravano tutti assolutamente in nero! A
chi ha scritto che se non fosse per la flessibilità molte persone non avrebbero
lavorato nemmeno un giorno dico: meglio non lavorare che perdere la propria
dignità.
Io mi sono potuta sposare e ho
potuto fare un figlio solo perché mio marito è un dipendente pubblico e perché
i nostri genitori ci hanno aiutato a comprare casa. Inutile dire che abbiamo un
muto a tasso variabile di venticinque anni.
Adesso frequento la Siss: grazie
alla signora Moratti, con la mia sudata laurea non posso nemmeno insegnare
inglese alle medie. Lavoro come traduttrice freelance, sempre con compensi da
fame e con una grande incertezza sul domani.
F. M. 23.02.2006 13:04
Ho solo 24 anni, ma mi sono
avvicinata al precariato in modo strano, ovvero attraverso il sindacato. Ho
avuto l’opportunità di studiare questi nuovi tipi di contratto e la loro
evoluzione, ma stentavo a credere che fosse tutto vero.
Poi c’è stata la svolta, ho
iniziato a lavorare, come tanti studenti che come me lo fanno per mantenersi
lontano da casa. Sono diventata “associata in partecipazione” in una gelateria.
Da socia avrei dovuto percepire il 10% annuo del guadagno, ma le cose non sono
andate proprio così. La mia paga era di 5 euro all’ora, e il mio contratto
nascondeva un lavoro da dipendente subordinata, con la differenza che a me non
spettavano né contributi, né ferie, né malattia. Gli straordinari? Forse erano
quelle ore in più che ero costretta a fare per non rischiare il licenziamento,
e con la stessa paga delle ore di lavoro stabilite, anche se arrivavano a
essere 13 in una giornata? Dopo otto mesi di sopportazione però ho ceduto, o
meglio sono stata costretta, visto che per essermi ammalata per un giorno “sono
andata contro gli interessi dell’impresa”, e non ho avuto abbastanza spirito di
sacrificio.
M. T. V. 23.02.2006 19:41
Mi sono laureata due anni fa ed
ho terminato la pratica legale quasi alla fame, lavorando di sera... sette
giorni su sette! Lo chiamano “tirocinio” (a me piace chiamarlo con il suo vero
nome: volontariato per chi ha già le tasche belle piene!); una volta terminato
questo calvario uno si aspetta un minimo di concretezza ed invece? Il nulla!
Come? E la mia laurea? Ed i miei sogni da Giurista? Spiacente, ma se non hai un
nome altisonante nessuna concretezza... Così, gambe in spalla alla ricerca di
un lavoro “di ripiego”, ma comunque qualificato! No, povera illusa! “Signorina,
dopo un periodo di stage (un altro!) possiamo offrirle una collaborazione; lei
dovrà aprire partita Iva e sperare di concludere qualcosa a fine mese sennò
starà a dieta! E così... per sempre!”
M. M.25.02.2006 21:47
Ho 24 anni sono laureata da più
di un anno in Scienze della Comunicazione, ho terminato un Master in
Comunicazione.
Durante gli anni universitari ho
maturato un po’ di esperienze, lavorando, grazie ad alcuni stage che ho svolto
senza ottenere alcuna retribuzione.
Ma poi è giunto il momento di
cercare un lavoro, uno vero, uno retribuito.
Per cui ho iniziato la ricerca
nella mia Regione: la Puglia.
Risultato: mi hanno chiamato
solo per lavori in cui si doveva svolgere un mestiere denominato: procacciatore
d’affari, e nella migliore delle ipotesi call-center, insomma quei lavori che
ti pagano solo se e quando riesci a gabbare qualcuno. Per cui visti i risultati
ho deciso di prendere la “valigia di cartone” e di orientare le ricerche sulla
grande metropoli italiana, la nostra capitale economica: Milano. Paragonata
con la Puglia, Milano qualcosa che si adatti alle mie esigenze professionali la
offre. Esigenze, solo professionali però, economiche è un’utopia. A Milano le
offerte di lavoro, per gente con poca esperienza pregressa nel settore, offrono
solo stage dai 3 ai 6 mesi. Gli stage si articolano così: lavori (ti fai
sfruttare) tutto il giorno, non ti garantiscono una futura assunzione, non sei
retribuito, al massimo ottieni un misero rimborso spese, che ammonta intorno ai
200 euro. Ma pur di lavorare accetti, portandoti con te la speranza che un
giorno troverai di meglio.
E intanto l’unica fonte di
sostegno rimangono sempre i tuoi cari: mamma e papà!
Per chi invece ha esperienza, si
trova di fronte ad annunci come:
Cercasi [...] età max. 27 anni,
con esperienza continuata nel settore minimo 3 anni.
Ed è dinanzi ad annunci come
questo che mi sono chiesta:
ma esiste qualcuno con queste
caratteristiche?
Ho provato ad immaginare un
profilo di questo qualcuno:
Uno studente si laurea all’età
di 24 anni, esce dall’università, incontra un magnanimo datore di lavoro che:
per 3 anni consecutivi (perché l’esperienza la vogliono continuata) gli
permette di lavorare presso la sua azienda.
Dopo 3 anni questo ormai ex
studente decide di voltare le spalle alla sua fortuna e cerca un lavoro uguale
a quello che svolge però in un’altra azienda. Pura immaginazione.
Per concludere mi chiedo: ma di
tutti quei milioni di posti di lavoro il mio che fine ha fatto?
S. A. 25.02.2006 23:40
Laureata, lavora con un
contratto co.co.co., ha orari fissi, si reca ogni giorno nello stesso luogo di
lavoro, svolge sempre le stesse mansioni. Ci sono altri colleghi che svolgono
il suo stesso identico lavoro, ma sono assunti come dipendenti: se si ammalano
li pagano, se si assentano per una visita medica li pagano, se hanno un figlio
li pagano e hanno diritti che lei può solo sognare, se vanno in vacanza li
pagano, se lavorano delle ore in più li pagano. Non sono costretti a farsi la
pensione da soli (integrativa), per ora ci pensa ancora lo Stato. Non devono
pagarsi il commercialista, possono rivolgersi ad organizzazioni che costano
meno. Alla fine dei conti la paga oraria dei colleghi è superiore alla sua;
eppure lavora le loro stesse ore (comprese quelle in più). Vorrebbe comprarsi
(affitti? Costano più cari del mutuo!) un bilocale, vivere da sola, ma non le
concedono un mutuo è una co.co.co.!, ai suoi colleghi lo concederebbero subito.
Ogni anno alla scadenza del contratto trema... non le dicono mai con chiarezza
ed anticipo che glielo rinnoveranno. Di solito la chiamano il giorno stesso per
firmare. Questa storia dura da 3 anni. E ve ne potrei raccontare altre simili. Il
punto non è solo la precarietà, ma anche che non ci sono gli stessi diritti per
persone che fanno lo stesso identico lavoro. in pratica ci sono lavoratori che
sono discriminati, lavoratori di serie A e di serie B.
E non possiamo tutti emigrare,
tutti partire, tutti vagabondare alla ricerca di un altro paese in cui vivere e
poi non sarebbe nemmeno giusto, perché devono privarci della possibilità di
scegliere di restare in Italia?
S. D. 20.02.2006 20:15
Ci provo. Ho 36 anni, dopo 7
anni di lavoro, sempre fatto da professionista, facendo notti,
trasferte impossibili, et
similaria, una laurea e mezza, mi ritrovo a dover ogni anno [e
sottolineo il fatto che già mi
va bene che non sia ogni sei mesi o meno] non sapere se mi
rinnovano il contratto, se potrò
ancora pagare l’affitto [perché di comprare la casa non se
ne parla, a meno di chiedere un
mutuo agli strozzini], se dovremo, io e mia madre, andare
a finire sotto i ponti, visto
che già lei con la sua pensione di reversibilità non riuscirebbe a
sopravvivere, figurarsi in due.
E devo ringraziare che da quest’anno lavoro davvero a progetto,
ovvero la cosa importante è che
ci siano i risultati, se sono assente per malattia per pochi
giorni non me li conteggiano
[cosa assolutamente non prevista dalla legge Biagi]. Certo,
potrei sempre farmi sposare da
un milionario, ma no, io voglio fare la “strana” e quindi non ho nemmeno uno da
sfruttare per avere due stipendi e riuscire a fare qualcosa della mia vita. E
ogni santo giorno ringrazio santo Biagi per questo.
M. S. P. 20.02.2006 20:38
Eccomi di nuovo qua a rendere
pubblica la mia esperienza per fornire un contributo al rischiaramento delle
coscienze.
Sono laureata, ho conseguito un
Master, il Dottorato di Ricerca, varie qualifiche e sono precaria.
Ho persino pubblicato un libro,
ne ho un altro in lavorazione ma... Bando alla forma! Veniamo alla sostanza: la
mia esperienza con il contratto a progetto o, anteriore a questa, un contratto
co.co.co. Già il nome dovrebbe incutere delle perplessità, ma, colta
dall’entusiasmo per i miei primi incarichi, nel 1999 accettai una docenza per
una società di formazione che mi fece pagare due volte l’Iva e mi pagò circa
6.000 lire l’ora (circa gli odierni 3,5 euro). In più non mi rimborsarono le
spese di viaggio (insegnavo a 80 km da casa). Insomma, un impiego kafkiano a
tutti gli effetti.
Poi venne la volta di una nota
società di formazione della mia città, che mi offrì più denaro, per docenze sul
territorio nazionale, ma non mi rimborsò nessuna spesa, seppure il contratto lo
prevedesse e, a conti fatti, guadagnai circa 700 euro al mese!!! Ma non è
finita. Ho sperimentato anche il call-center di un noto corriere, assunta
tramite una nota agenzia di lavoro interinale, a 5 euro l’ora, con una pausa di
5 minuti ogni quattro ore di lavoro, nonché dopo aver risposto a circa 140
telefonate!!! Ma c’è qualcosa di più interessante: qualche mese fa, risposi ad
un annuncio nel quale si cercava un formatore, laureato, con esperienza,
disposto a lavorare 10 h al giorno. Mi presentai. La società era gestita da una
persona della mia età, con la mia laurea, che si faceva chiamare dottoressa ma
si rivolgeva a me chiamandomi “Signora” e mi chiedeva, di fare marketing per
lei. Dovevo procurarle clienti per i suoi corsi. A tre euro l’ora!!!
P. T. 20.02.2006 22:03
Trentanove anni laureata in
cinese e hindi all’Istituto Orientale di Napoli, 108/110. Prima assistente
didattico alle lingue non comunitarie presso il laboratorio linguistico
dell’Orientale con un bel co.co.co. finito in gloria. Giornalista
professionista dal ‘96 con soli contratti a tempo determinato. Attualmente con
co.co.pro. a 1.000 euro al mese. Un figlio. Il mio compagno è ingegnere
informatico disoccupato con gavetta nei call-center della Cos a 70 centesimi a
chiamata.
Ce ne fottiamo e andiamo avanti
uguale perché nessuno ci può rubare i sogni: aspettiamo un bambino.
M. P. 21.02.2006 11:22
La mia è una storia comune:
laurea a pieni voti, Master, un lavoro che adoravo nelle Risorse Umane.
Poi l’azienda per la quale
lavoravo è stata acquisita da una più grossa e hanno tenuto solo una sede,
eliminando quella dove ero io. Tutti in mobilità. Ora mi trovo all’interno di
un paradosso: sono troppo skillata per lavorare in un call-center o fare la
segretaria (in tutti i colloqui è sempre la stessa solfa). Le posizioni per le
quali ho una preparazione professionale adeguata sono relative a contratti
atipici e la retribuzione è da fame (tanto che a stare a casa in mobilità
prendo di più!!!). È ridicolo! Fino a qualche anno fa le aziende offrivano
contratti seri e tutelanti per i lavoratori: ora si appellano a un mercato
imprevedibile...
R. P. 21.02.2006 13:01
Ho 37 anni, mi sono laureata in
architettura (Politecnico di Torino) nel 1997 con un discreto 106/110 ed ho
iniziato a lavorare presso uno studio tecnico nel 1990.
Considero la mia esperienza
professionale in questo primo studio tecnico una grande
fortuna perché è lì che ho
imparato la professione di architetto progettista. Inizialmente
venivo pagata in nero, poi mi
sono iscritta alla gestione separata Inps ed avevo la ritenuta
d’acconto; mi sono quindi
laureata, ho dato l’esame di Stato e mi sono iscritta all’Ordine e
all’Inarcassa, apro la P. Iva.
Tento la libera professione, nonostante alle mia spalle abbia una
famiglia normale e quindi non in
grado di supportarmi economicamente (quanto costa un plotter o un programma
tipo autocad!), poiché un architetto conoscente di mio padre mi offre
l’opportunità di lavorare con lui, inizialmente a costi zero (tu sei una brava,
che rusca, ci sai fare con la dl, io non ho nessuno a cui lasciare la mia
attività, e saresti una sicurezza ecc... !) in una specie di società. Ok, mi
butto, mi licenzio dal mio vecchio lavoro nello studio tecnico e inizio la mia
nuova libera professione di “schiava”; mi dò da fare per i grossi cantieri e
per quelli minori (appena i clienti, costretti dagli impegni sportivi del
titolare, cominciano a chiedere di parlare solo con me, il titolare comincia a
irrigidirsi) e il mio stipendio ammonta a 700,00 euro lordi al mese con
emissione di fattura. Mi stufo, riesco ad entrare con contratto a termine
presso l’Ufficio Tecnico LLPP del Comune, nel 03/2003 scopro di aspettare il
mio bambino, il 09/2003 scade il contratto, non lo rinnovano (la maternità me
la devono comunque corrispondere), rientro nel mio posto il 03/2004 con
contratto di 2 anni che poi trasformano in contratto di professionista di
fiducia dell’Amministrazione fino al 2009, nel frattempo chiudo la p. Iva. Ci
avvertono che le previsioni sono pessime e nel 2009 io avrò 40 anni, 1 figlio,
1 casa in affitto e 0 lavoro (farò la tiralinee).
T. C. 21.02.2006 15:31
Io rientro nella fortunata
schiera dei lavoratori a tempo indeterminato: lavoro però da quando avevo 19
anni, un paio di anni in nero, tre in contratto di formazione e poi
l’assunzione. Ora, alla veneranda età di 30 anni, ho il posto fisso e sono
felice del mio lavoro. Ma ho tanta voglia di raccontare le umiliazioni che
come donna ho dovuto sopportare, i rospi che ho dovuto ingoiare durante i vari
colloqui di lavoro.
Solo per il fatto di essere donna
in più di una occasione mi sono sentita sbattere in faccia che non mi potevano
assumere perché poi, sai, avrei potuto restare incinta e quanti fastidi per il
datore di lavoro!
In una di queste occasioni, di
fronte ad un individuo particolarmente viscido gli ho risposto che se non era
per una Str* come me lui non sarebbe venuto al mondo, che forse sarebbe stato
meglio che sua madre fosse andata a lavorare invece di partorirlo! Sarò stata
esagerata ma se lo meritava, come se lo meritano tutti i datori di lavoro che
con questa scusa impediscono alle donne come me di poter lavorare. E poi dicono
che non facciamo più figli? Ma come facciamo? Con che cosa li possiamo
mantenere?
Quando io e il mio compagno
siamo andati ad aprire un mutuo alla banca non è bastato il mio contratto a
tempo indeterminato, (il mio compagno lo aveva a tempo determinato), ha preteso
la garanzia di una terza persona!
Forse i primi che devono
imparare il concetto di flessibilità sono i banchieri e & Co. E perché
tutti gli onorevoli non vengono assunti anche loro a progetto? 500 euro al mese
e alla scadenza un bel calcio in quel posto... poi voglio ancora sapere se la
flessibilità è un progresso in un paese come il nostro.
Noi siamo un paese che fa un
passo avanti e tre indietro.
S. S. 21.02.2006 17:06
Sono una biologa di 36 anni
sposata con due figlie; faccio la ricercatrice a tempo
determinato: sono una precaria
privilegiata, ho un contratto di tre anni, sono adeguatamente
pagata e ho tutti i diritti di
un lavoratore normale: molto meglio delle borse di studio con cui
venivo pagata prima. Per questo
miglioramento mi sono dovuta però trasferire: mio marito,
anche lui biologo-borsista-
esaurito da anni di precarietà- si è dovuto cercare un altro lavoro:
dopo due anni di ricerca il
meglio che ha trovato è un’assunzione regolare però part-time,
mentre lo fanno lavorare a tempo
pienissimo! Abbiamo anche dovuto affrontare il problema
della casa: dopo aver
disperatamente cercato un affitto a un prezzo possibile, abbiamo
deciso, grazie a un modesto
aiuto dei miei, di imbarcarci in un mostruoso mutuo trentennale
che si mangia metà e più del mio
stipendio. Siamo una famiglia povera? Certamente il
nostro tenore di vita è molto
ridotto rispetto a quello delle nostre famiglie di origine: la
casa più piccola, le ferie più
brevi, la macchina più vecchia e scassata... però l’indigenza è
ancora lontanissima. Io spero
che riusciremo a non far mancare niente di importante alle
nostre figlie. Soddisfatta del
lavoro? Non proprio: è un ambiente caotico, sovraffollato, scarsi i
finanziamenti per lavorare,
colleghi mediamente insoddisfatti, frustrati, oppure menefreghisti
e lavativi. Il mio obiettivo per
il futuro: continuare a fare il meglio che mi è possibile nel mio
lavoro, nonostante tutto, anche
se chi mi lavora a fianco, o chi mi dirige, si è scoraggiato, e
poi, quando è l’ora, staccare e
dedicarmi alla mia famiglia. Rimpianti: forse di non essere
andata all’estero, magari ora io
e mio marito staremmo lavorando a un vero progetto di
ricerca! Penso che il nostro
paese vada a rotoli proprio per questo: perché anche chi ce la
mette tutta deve sprecare la
maggior parte delle energie per mantenere la voglia di lavorare
e per sperare, domani, di
rendersi utile!
G. V. 28.02.2006 11:07
Ho 28 anni e una laurea con 110
e lode in Biologia, conseguita dopo un lungo periodo di due anni trascorso a
far la schiava all’Iss... ma questo è un altro discorso. Poi un’esperienza
co.co.co. all’istituto nazionale per il commercio estero, dove gli unici a
lavorare erano i giovani contrattisti (900 euro al mese) e gli stagisti
(rimborso spese di 200 euro al mese, ah ah ah!). I dipendenti erano troppo
impegnati al bar (interno alla struttura, of course!) o al telefono con parenti
e amici. Poi? Nessuna struttura pubblica mi dà lavoro perché non ho esperienza
post-lauream (ma i due anni all’Iss?) e comunque nessuno me la fa fare,
l’esperienza. Ora grazie agli interinali, faccio la segretaria (due mesi di
sostituzione) di una dirigente nell’area amministrativa di una grossa società
(la segretaria, perdiana!). Vivo con il mio ragazzo (e meno male che la casa è
sua!) ma a mala pena riesco ad arrivare a fine mese. Non mi compro vestiti, non
vado a cena fuori, l’unica spesa a cui non rinuncio è la palestra, ma è già un
lusso. A 28 anni non so quando potrò avere un figlio, perché non so come
mantenere me stessa, figurarsi un pupo! Ma se in Italia i laureati sono solo il
12 % della popolazione, (università, altro discorso da approfondire!) come mai
facciamo così fatica a trovare un lavoro degno dei tanti sforzi fatti (da noi e
dalle nostre famiglie)?
Perché i giovani italiani
rimangono a casa con mammà fino a 30 anni? Non sarà perché prima (e anche dopo,
a fatica) nessuno riesce a mantenersi da solo?
N. C. 28.02.2006 11:47
Finalmente ora si parla di
precarietà. Fino a qualche anno fa si esaltava la “flessibilità”. Io ero una
delle poche a dire che questa parola era un eufemismo per “precarietà”. La
legge Biagi ancora non c’era, ma la precarietà sì.
Ho 41 anni, sono “flessibile”
praticamente da sempre, ho una laurea in Lettere più diploma di bibliotecaria
(avente titolo di laurea) - ebbene sì sono stata anche biblio(a)tipica - ho
fatto diversi corsi che non sto qui ad elencare.
Ho sperimentato tutti i tipi di
contratto possibile, dalle supplenze, al lavoro saltuario, al co.co.co., alla
libera professione (a cui ad un certo punto mi sono vista costretta perché non
mi rinnovavano il contratto da co.co.co.), sono stata anche dipendente con
ferie, tredicesima ecc. ma purtroppo era per un lavoro commerciale che proprio
non si confaceva a me e l’ho lasciato dopo qualche mese consapevole di tornare
nella precarietà (coraggio o incoscienza?). Sono stata anche socia dipendente
(?) e associata in partecipazione d’impresa. Ho cambiato tanti lavori e
settori di lavoro. Ora finalmente ho un contratto interinale da poco più di un
anno rinnovato già 2 volte e mi sento fortunatissima rispetto ad altri o a come
vivevo io prima. Il lavoro mi piace, l’ambiente anche, ma certo non ho più
ambizioni, entusiasmi, aspettative, mi hanno ammazzato tutto, ora penso solo a
portare a casa lo stipendio, finché dura, e a giocare col mio bambino quando
torno a casa. Non faccio più straordinari, né lavoro “gratis” (ovviamente nel
passato ho anche fatto volontariato, anche detto tirocinio, per formarmi una
professionalità). Lo stipendio è equivalente a quello che avevo 10 anni fa, per
fortuna ho un marito che, anche se flessibile, guadagna meglio di me, e dopo
aver aspettato una vita di “sistemarmi” ho deciso di avere un figlio a ben 39
anni, in un momento in cui non avevo più lavoro e mio marito stava perdendo il
suo! Ma almeno abbiamo fatto qualcosa di meraviglioso: abbiate il coraggio di
fare qualcosa per voi!
M. C. F. 28.02.2006 14:10
Mi fa sempre molta rabbia
leggere che la legge Biagi è servita a tutelare le fasce deboli e soprattutto
le donne. Ho dovuto fare una figlia a 36 anni, dopo aver rimandato per anni in
attesa che la situazione lavorativa si sistemasse. Sapevo benissimo che non
avrei percepito stipendio per tutta la maternità. Son tornata a lavorare quando
mia figlia ha compiuto 10 mesi e mi son dovuta accontentare di un call-center.
Adesso dopo un anno e mezzo sto lavorando per una grande multinazionale: ho un
contratto interinale di 3 mesi. Dal 2001 cambio 4 lavori all’anno: non faccio
nemmeno in tempo ad ambientarmi che già devo ricominciare la ricerca. Ogni anno
mi trovo senza lavoro a luglio e dicembre (cioè quando le spese son
maggiori...). Dovrei cambiare la macchina ma, ipotizzando di avere i soldi per
farlo, nessuno mi concederebbe un finanziamento. Ho perso le speranze di poter
essere un giorno assunta e di poter dare un fratellino o una sorellina alla mia
bimba. In sintesi ci è stata tolta la speranza nel futuro.
A. C. 28.02.2006 18:31
Ho 36 anni, mi sono laureata in
economia a pieni voti nel 1995. Dopo aver fatto la segretaria tutto fare per 2
anni, nata la mia prima figlia sono rimasta a casa. Dopo la nascita del mio
secondo figlio e dopo una serie di eventi sfortunati nel 2003 trovo finalmente
impiego all’Inps di Bolzano (come semestrale) dove, per accedere devi anche
superare l’esame di bilinguismo italiano e tedesco. Lì lavoro per 2 anni, con
un incarico anche di responsabilità: ricostituivo le pensioni. Contratti di sei
mesi in sei mesi, mai un giorno di assenza con i bambini da crescere, un’enorme
mole di pratiche definite. Fosse contato qualcosa! Ad agosto cambiano le regole
delle assunzioni, troppi semestrali di lingua italiana (nella Provincia di
Bolzano i posti pubblici sono ripartiti in quote per italiani e tedeschi... ):
“Grazie, arrivederci”.
Peccato che da agosto non abbia
più trovato lavoro, men che meno part-time, per le ovvie
esigenze familiari (mio marito è
sempre in viaggio). So fare tante cose, avrei mille interessi,
ma sembra che non servano a
niente... mi sento inutile e passo le giornate a farmi coraggio
da sola. Lo scandalo è che gli
enti pubblici sono i primi ad approfittarsi della flessibilità,
risparmiando sui benefit e
assicurandosi la possibilità di cambiare idea a piacimento sull’organico.
Comunque, nel frattempo nell’ufficio deve lavoravo nessuno è subentrato e le
pratiche si accumulano da mesi.
E. R. 06.03.2006 22:32
Anch’io ho avuto la bella
esperienza del co.pro. Ho lavorato per 18 mesi in una agenzia
immobiliare molto potente nella
mia città, per farlo ho lasciato i miei due figli con la baby
sitter, risultato: mi hanno dato
da firmare il mio bel contrattino specificando che qualora si
fosse presentato l’ispettorato
del lavoro avrei dovuto dire che entravo e uscivo quando volevo,
nessuno mi controllava, solo che
mentre il capo andava due volte a settimana a fare il corso
di degustazione di vini e a
scegliere il fuoristrada nuovo eravamo io e la mia collega incinta
di 8 mesi a mandare avanti
l’ufficio (entrambe con patentino immobiliare pagato a nostre
spese!). Io passavo le mattinate
in giro (neve, sole pioggia, porte in faccia stile testimone
di Geova) a cercare case da
vendere per le quali guadagnavo a cottimo ben 20 euro a
immobile e poi in caso di
vendita il 10% del compenso. Ho perso appuntamenti dal pediatra,
spettacolini all’asilo, partite
di calcio e mio figlio ha taciuto abusi di bullismo a scuola perché
avevo fin troppi problemi.
Quando ho chiesto il part-time mi hanno sbattuto letteralmente
08
fuori dall’ufficio perché erano
stati chiari sin dall’inizio i problemi dei figli non li devono riguardare, la
titolare dell’ufficio ha “diritto” a curare il suo grande giardino della sua
grande villa senza pensieri! Comunque più di una volta ho trovato degli
immobili da vendere e il titolare ha acquistato ristrutturato e affittato senza
darmi un euro di provvigione tranne i 20 euro a cottimo!!! Ma chi mi sa
spiegare come mai nelle agenzie immobiliari la situazione è la medesima e
l’ispettorato del lavoro non si fa mai vivo? Grazie per questo sfogo, vi lascio
con l’importo degli ultimi due mesi di lavoro, luglio e agosto, rispettivamente
324 e 212 euro.
R. M. 07.03.2006 10:45
Sono alla fruttaaa!
Scusate ma non reggo più!
Sono una lavoratrice di 44 anni
con il mio stipendio tiravo avanti decentemente fino a 2 anni fa (con 2 figli e
un marito che lavora saltuariamente), da quando mi hanno diminuito lo stipendio
(da 1.500 a 1.000) visto che il lavoro era diminuito (ed è vero) e che
avrebbero trovato un’altra e anche più giovane disposta a prendere il mio posto
(ed anche questo è vero), ho resistito per un po’ ma ora sta crollando tutto,
se non avviene un miracolo non so come andrà a finire. Ho un mutuo da pagare,
il condominio, un figlio all’università un cane, un’auto e... taaaante
bollette, multe ecc. ecc. A proposito ma la Regione deve fare soldi? visto che
sta mandando richieste di pagamento per bolli auto dal 2001/2002...??? Io non
ho neanche più l’auto che avevo all’epoca e relativi bolli ecc. ecc. Sono
inc... ta nera, ma con chi me la devo prendere? Ho provato di tutto, da mettere
su un locale, a un asilo, a fare consegne ecc. ecc. ma non me ne va bene una e
poi oggi è molto rischioso e ho paura di peggiorare la situazione. Cosa devo
fare? Aspetto che gli eventi facciano il loro corso e nella peggiore delle
ipotesi andrò a vivere sotto i ponti. Mi guardo intorno ma vedo che nessuno può
aiutarmi, siamo tutti messi male, si fanno salti mortali (tripli) per arrivare
a fine mese e sono molto demoralizzata a vedere che tanta gente vuole lavorare
fare qualsiasi cosa ma non trova che lavori saltuari e pagati male, come andrà
a finire?
Chi vivrà vedrà.
N. N. 09.03.2006 11:02
Ho 32 anni. Sono una donna. Sono
una brava lavoratrice. Ma sono fertile!
Vi racconto la mia storia.
Mi sono laureata a 24 con 110 e
lode in Lettere Moderne. Subito dopo ho seguito un master di 2 anni in
marketing e comunicazione. Da quando mi sono laureata ho sempre lavorato sia
per società multinazionali che per medie imprese italiane, riuscendo a
conciliare studio ed impegni professionali. Nel frattempo, x circa 3 anni, ho
fatto anche “volontariato” presso l’Università di Roma Tre, occupandomi di
seguire i laureandi, di fare lezione e pubblicando anche un libro. Questo
perché mi piaceva l’idea di fare parte del mondo della cultura, di trasmettere
qualcosa ad altre persone. Appassionata alla vita universitaria e un po’ delusa
di alcune situazioni nel mio lavoro ho deciso di fare il grande salto. Ho
lasciato e mi sono dedicata all’Università anche perché il professore x il
quale lavoravo mi ha trovato un contrattino interinale con una società
collegata in modo che io potessi ricevere uno “stipendino” (1.000 euro) e
continuare il lavoro presso la cattedra. Ma io ero contenta perché facevo
qualcosa che mi piaceva e mi dava molta soddisfazione. Purtroppo però delle spiacevolissime
situazioni mi hanno portato a dover scegliere tra la mia dignità ed il
continuare a prestare servigi ad una persona priva di meriti. Ho scelto la
dignità. Subito dopo sono stata contattata da un’azienda x la quale lavoro
tuttora e per la quale mi occupo di quello x cui ho studiato, cioè il marketing
e la comunicazione. Solo che mi sono sentita proporre il fantomatico contratto
interinale: perché avendo 32 anni ed essendo SPOSATA sono un chiaro pericolo!
Potrei avere il desiderio di fare dei figli! La situazione è questa: mentre un
uomo preparato, attento e bravo nel suo lavoro a 32 anni probabilmente può
ambire al massimo x la propria carriera... una donna no!
Però quello che mi chiedo è
“perché non assumete un uomo?”. E mi viene risposto che io sono perfetta x il
ruolo che svolgo!
A. T. 10.03.2006 13:44
Ho 26 anni, una laurea in
lingue, una specializzazione Ifts di 1.200 ore in economia
(tipo master). So parlare 3
lingue, conosco il pacchetto Office come le mie tasche, sono
dinamica, creativa, precisa.
Sarei potuta rientrare nella L.407/90 perché iscritta al centro
per l’impiego da oltre 24 mesi
ma non glien’è fregato a nessuno se assumendomi a tempo
0
indeterminato avrebbero pagato
meno contributi! Lavoro nell’Information Technology, sono stata “assunta” da
poco con un contratto da gallina co.co.pro... sottopagata? Prendo sì e no 850
euro al mese... 8 ore al giorno. Non voglio dire che non devo fare la
gavetta... però come mai 4 anni fa, che non ero ancora laureata, ho lavorato
come apprendista impiegata part-time e prendevo 500 e passa euro al mese per 4
ore al giorno? C’è qualcosa che non va... e poi il lavoro che faccio adesso è
una di quelle che chiamano “nuove professioni”, con tanto di competenze
specifiche, insomma che prevede che alla base ci sia una formazione
“importante”, approfondita. Il problema non è “solo” della retribuzione. Il
problema è che se voglio un figlio, non posso farlo: o il figlio, o il lavoro.
Non ho alcuna garanzia... mettiamo il caso che rimanga incinta e che abbia un
problema di salute che mi costringe a dover rimanere a casa per tanto tempo: il
mio contratto va a farsi friggere! È una cosa che non mi posso permettere... io
e il mio compagno abbiamo un mutuo da pagare che copriamo con il mio stipendio.
Il suo stipendio (tra l’altro non molto di più di quanto prenda io) lo usiamo
per le spese. Non riusciremmo ad andare avanti con il suo solo stipendio.
Insomma, ho capito una cosa: chi ha un co.co.pro. non riesce a vivere, perché
sta sempre con l’ansia di veder sparire il proprio stipendio da un giorno
all’altro... non ti puoi permettere di stare male o di avere un bambino.
Con quale faccia tosta ci dicono
che l’Italia è un paese di vecchi? Credono forse che io e tante altre donne non
moriamo dalla voglia di fare un figlio ma non possiamo?
A. C. 10.03.2006 15:47
Volevo portare un’altra
esperienza. Ho 37 anni, da Napoli sono partita nel ‘96 per Bologna
lasciando il certo per l’incerto
(sembra strano ma è così) cioè ho fatto una scelta personale
licenziandomi da un posto sicuro
a Napoli (tempo indeterminato) per ricominciare la mia
ricerca a Bologna. Ho
partecipato alla nascita delle agenzie interinali nel lontano ‘97 quando
a dicembre ero assunta da una
cooperativa e mangiando il panettone ci hanno spiegato
che da gennaio saremmo stati
dipendenti di agenzie interinali (durante il governo di
centrosinistra). Be’ da allora
in poi, sempre per scelte personali, ho cambiato città, nazione,
per poi tornare sapendo di dover
pagare lo scotto di ricominciare, ovviamente sempre da
precaria, contratti interinali,
co.co.co. e co.co.pro. Insomma diciamo che io non mi sento
vittima della precarietà in
quanto per assecondare delle mie passioni mi ci sono sempre
aggrappata per ricominciare.
Ebbene l’ironia della cosa sta proprio in questo, essendo il mio cv variegato
di esperienze e luoghi, risulto essere “inaffidabile” senza considerare che in
quanto donna da quando ho trent’anni sono una “portatrice di probabile
gravidanza” dunque per un lavoro a tempo indeterminato difficilmente mi
prendono in considerazione, dunque quando rassegnata e anche perché adesso lo
vorrei un figlio, Rispondo solo ad annunci a tempo determinato, rispondendo che
se vogliono persone flessibili io sono flessibile, che ok vorrei sostituire la
persona in maternità sbattendomi per fare bene il mio lavoro e poi essere
mandata a casa a calci nel sedere (così spero di poter avere un lavoro almeno
nel periodo di gravidanza), mi viene risposto che non sono “stabile”! Ma
porca... loro ci vogliono flessibili, loro ci offrono contratti di 3 mesi, che
neanche fai a tempo a capire dove 6 già devi andare via, ma se lo vuoi tu no,
devi essere disponibile e stabile per restare nel caso in cui un giorno, forse,
se gli va dovessero decidere che “ma si buona donna, puoi restare”.
P. I. 11.03.2006 08:55
Io sono una giovane donna di 26
anni. Da quando ho 18 anni ho lasciato Messina, mia città natale densa di
questioni e problematiche irrisolte (che tu ben conosci!), per intraprendere
l’Università a Bologna. Tanti sacrifici per avere la borsa di studio. Termino
l’Università a 23 anni, soddisfatta della formazione ottenuta e piena di
entusiasmo e speranze. Da allora mi sono specializzata nella Pianificazione
Urbana e territoriale dei Paesi in via di Sviluppo attraverso un Master che
coronava gli spunti di analisi della mia tesi. Ho la possibilità di effettuare
lo stage in Etiopia per tre mesi, in gruppo e coordinata dal Docente.
Effettuiamo una ricerca sul campo sulle condizioni di sicurezza alimentare
della popolazione delle aree rurali. Mi illudo che posso partire da questa
fortissima esperienza per costruire la mia professionalità. Scopro però che il
mondo della Cooperazione non è semplice, non è lineare...
Non mi offrono possibilità di
esperienza sul campo perché devo già averla... ma come? Chi
me la farà fare? Vabbè, mesi di
attesa... curricula spediti a vuoto. Poi grazie al Fondo Sociale
Europeo vinco una Borsa di
studio per un altro Master. Mi chiedo se ha senso farlo, ma non
trovo nulla e sono motivata a
“fare!” e poi devo mantenermi (o è un dettaglio?). Così adesso
ho 26 anni, un secondo Master,
sto collaborando con l’Ufficio Progetti Europei di un Comune
importante ma scopro che si
lavorerà a progetto: se il progetto passa saremo pagati (magari
dopo mesi!) se no... pazienza,
lavoro sprecato e non retribuito. E mi chiedo: come posso
costruirmi un futuro? I miei
colleghi mi apprezzano, mi dicono però: “sei giovane, hai tutta la vita
davanti” e mi sconsigliano di fare come loro: aprirsi la partita Iva per meno
di 14 mila euro l’anno per doverne pagare più di tremila. Allora? Bisogna
buttarsi sui concorsi o dalla finestra? Il paese va a rotoli e noi pure.
M. C. L. 13.03.2006 13:56
Ho 25 anni e sono di Como da
quando ho 18 anni lavoro, lavori sicuri ben 5 anni e mezzo di esperienza in una
importante azienda con contratto a tempo indeterminato... e mi dirai qual è il
problema?
Il mio cuore mi ha portato qui a
Roma (storia di 10 anni) e non mi pento di essere qui, ma i problemi nascono
proprio qui. Attualmente lavoro per una grossa società di commercio del Nord,
bricolage. La mia esperienza è ai limiti dell’onestà e della correttezza ed
essendo un “gran nome” mi sono voluta fidare... 3 colloqui con test psico
attitudinali e matematici per giornate intere, poi un mese di formazione tutta
spesata a Palermo dove tutto sembrava rose e fiori e poi... allestimento del
negozio con queste condizioni: dal lunedì alla domenica con un pomeriggio di
riposo dalle 8 alle 19.30 con un’ora di pausa per ben 57 giorni consecutivi
fino a quando sono svenuta... apertura del negozio in tempi record, grazie
eravamo schiavi, pulizie, montaggio di scaffali, riempimento della merce, al
freddo, senza riscaldamento. Non abbiamo avuto nemmeno la gioia di avere una
festa per l’inaugurazione perché “le cose non erano in regola” ma si apriva lo
stesso... Apriamo il negozio e poi dopo mesi con contratti di 1 e 3 mesi
finalmente penso che avrò le mie soddisfazioni dopo lo strazio... contratto di
30 ore settimanali, 5º livello del commercio per 3 mesi... le mie esperienze
non sono state minimamente riconosciute, ho un buon curriculum, appena 10
giorni fa mi scade il contratto e che fanno... mi si dice chiaramente che non
ci sono soldi che per legge me ne devo stare a casa per 10 giorni (non
retribuita) e al rientro avrò un altro contratto per 5 mesi. Il motivo dello
stacco è che sarebbero obbligati a darmi l’indeterminato.
Il personale interno dal
direttore ai responsabili è pessimo con atteggiamenti di mobbing.
Tante mie colleghe se ne sono
andate proprio per frasi e mansioni che davano al ridicolo.
F. C. 18.03.2006 14:05
La mia storia come le vostre su
quello che sentiamo ogni giorno sulla nostra pelle, passando attraverso master
truffa ecc.
“Secondo alcuni autorevoli testi
di tecnica aeronautica, il calabrone non può volare a causa della forma e del
peso del proprio corpo, in rapporto alla superficie alare. Ma il calabrone non
lo sa e perciò continua a volare” I.Sikorsky Sono un calabrone e fino a poco
tempo fa volavo anch’io.
Ora tutti gli autorevoli testi e
statistiche cercano di convincermi che strutturalmente non lo posso più fare.
Mi hanno temporaneamente catturato con il retino, ma sogno ancora di continuare
a volare. Ho 27 anni in un’Italia da un’età media molto più alta. Sono
laureata con inglese ed esperienza all’estero: un esubero.
Gli ultimi dati del consorzio
Almalaurea, per quanto calcolati con difetto, parlano chiaro.
Non c’è lavoro per i futuri
dirigenti della società.
Strutturalmente non vado bene.
Sono disoccupata: improduttiva,
praticamente uno zombie nel mondo che corre.
Caldamente mi consigliano per
“inserirmi” :
Devi interessarti ma non
coinvolgerti.
Devi conoscere ma solo quel che
basta.
Devi amare ma non appassionarti.
E se proprio vuoi volare, non
farti vedere.
Ho cercato di seguire anche
altri consigli per trovare il nettare e continuare a mangiare.
Bastava seguire i punti:
1. Essere flessibile significa
adattarsi: ho chiesto di fare la segretaria ma le ditte, quando hanno scoperto
che avevo ancora le ali, e che malgrado le teorie, da calabrone un giorno sarei
potuta volare via, hanno rifiutato.
2. Conosci qualcuno: quelli che
ho conosciuto avevano le ore di volo contate. 3. Cambia la tua struttura: ho
dato ascolto a tutte le voci, ho nascosto le mie ali, mi sono mascherata da
ape.
Il mio essere calabrone è
rispuntato fuori, ogni volta troppo presto.
4. Fai uno stage: si offre del
lavoro gratuito in cambio di conoscenze. Solo dopo ho capito che ne ho già
troppe di conoscenze e che non sono quelle a fare la differenza per
“inserirmi”.
C. D. F. 20.03.2006 21:50
Racconto di mia moglie...
Ci siamo sposati 6 mesi fa. Lei
praticante avvocato dopo un anno a 12 ore in ufficio con un “congruo” stipendio
(150,00 euro in 6 mesi, quale rimborso spese, e una canottiera di D&G a
Natale) ha capito che la carriera forense non la gratifica e sceglie di cercare
lavoro. Ha 26 anni, conosce l’inglese benissimo, sa usare il computer ed ha una
presenza invidiabile... non trova occupazione perché è sposata! Viva la
politica per le famiglie!
R. Z. 21.03.2006 19:03
È assurdo quanti nomi ci si può
inventare pur di non dire che il lavoro non c’è, ed ecco che allora arrivano i
co.co.co., i contratti a progetto ed altre forme più o meno simili. Mi sono
laureata oramai da otto anni, il primo lavoro l’ho trovato come commessa con
contratto in associazione in partecipazione, poi mi è stato cambiato in contratto
a progetto, intanto credendo che fosse un problema di tipo di laurea (in quanto
non ritengo di essere né meno né più intelligente di tanti altri) ho intrapreso
nuovi studi , una nuova laurea con costi raddoppiati ovviamente (perché il
conseguimento di una seconda laurea costa di più). Ho mandato curriculum
ovunque ma le risposte erano del tipo “non ha esperienza” e quando l’esperienza
l’avevo “il suo profilo è alto”, quante fesserie... solo una volta mi è stato
detto chiaramente “devo prendere un’altra persona per pressioni politiche” (ne
sono stata contenta almeno non dipendeva da me). Alla fine mi sono arresa... . Mia
madre è una commerciante, ho ceduto e quando i miei mi hanno proposto di
lavorare con loro ho accettato, certo io sono molto fortunata perché un lavoro
adesso lo ho, ma non è quello che volevo...
Mi chiedo chi questa fortuna non
l’ha... ..
Chi come dice il post si arrende
e basta... ..
Ma, c’è un’altra cosa da dire, è
anche vero che oggi assumere una persona è un lusso, oggi
io ho un contratto di
coadiuvante poiché il mio datore di lavoro (mia madre ) non poteva
permettersi di pagare tutti i
contributi e le varie cose legate ad una assunzione di tipo standard. Credo che
il problema stia proprio qui... il lavoratore costa e al lavoratore costa
lavorare (pensiamo alle trattenute in busta paga) è un circolo vizioso.
B. N. 24.03.2006 10:27
Dopo tanti dubbi (questo mondo
non mi piace abbastanza) ma almeno un lavoro certo, a quarant’anni ho voluto una
figlia, almeno io lavoravo, anche se mio marito non continuativamente. Quindi
l’ho avuta, e allo scadere dei cinque mesi di legge per la mia maternità post
parto (perché ho lavorato fino all’ottavo compiuto per lealtà verso il mio
datore di lavoro che si trovava in maggio, sotto scadenze fiscali, con una
dipendente in meno) ho trovato la mia lettera di licenziamento. A chi ha
un’impresa e non lo sapesse, spiego come si fa: si spendono non più di
2.000/3.000 euro da un notaio (ma ne vale la pena, perché ci si libera con un
colpo solo di mamma, figlia, di pediatri, diarree, orari nido, allattamenti...)
si liquida la società mentre la stupida femmina è in maternità, se ne crea
un’altra anche se nello stesso edificio e con gli stessi titolari e con le
stesse altre quattro dipendenti senza figli, e ci si mette tutti dietro la
porta trepidanti per fare la sorpresa quando quella che si è concessa un lusso
così, senza chiedere prima, vuole rientrare. Ignara, ma ben le sta, così impara
a fare... l’essere umano.
A. E. 03.05.2006 15:33
Oggi ho 34 anni, vivo sola e
sono disoccupata per “scelta”. Dopo la laurea sudatissima in Chimica
Industriale mi sono immediatamente buttata nel mondo del lavoro con il solo
desiderio di rendermi indipendente e costruire il mio presente liberamente. Ho
da subito accettato qualunque lavoro, che ovviamente era sempre mal retribuito
e a tempo determinato. E sai benissimo che questo significa che quando non
possono più farti un contratto a termine, ma dovrebbero assumerti a tempo
indeterminato ti dicono “non abbiamo più bisogno di te... “ e assumono a
termine qualcun altro. La legge è dalla loro...
Nei primi anni ho fatto di tutto
per cercare un lavoro che fosse a mia misura prima di tutto e che mi
permettesse di mettere a frutto ciò che ho imparato. Non ho mai chiesto
molto... Eppure oggi in un paese democratico questo non è possibile. Perché
una donna alle soglie dei 30 che risponde ad un annuncio per un lavoro come
Chimico Industriale si sente rispondere che il posto è già stato assegnato,
mentre all’amico che telefona 5 minuti dopo fissano un appuntamento per un
colloquio. Quando non le dicono chiaramente che vogliono un uomo, perché
succede anche questo...
Tre anni fa ho trovato
finalmente un lavoro a tempo indeterminato come operaia chimica e ne sarei
stata soddisfatta, se non fosse che:
ogni giorno era una guerra
aperta su elementari questioni di sicurezza e diritti umani
il titolare era un vero
delinquente con carcere alle spalle e vari processi pendenti
lo stipendio era ridicolo
rispetto il costo della vita e soprattutto ridicolo rispetto l’indubitabile
fatto che mi stavo ammalando! per le condizioni psico-fisiche di lavoro!!! Mi
sono da poco licenziata, senza sapere cosa farò domani. Mi sono presa della
pazza da tutti... Ma mi rifiuto di fare la schiava e mi rifiuto di soffocare la
mia vita in questo sistema produttivo schizofrenico.
D. M. 16.08.2006 16:04
Il tempo ormai non vale più
niente. Qualche euro all’ora. Una vita qualche migliaio di euro. Va rovesciato
il detto: ‘Il tempo è denaro’ in: ‘Il denaro è tempo’. Infatti solo chi ha
denaro può gestire il proprio tempo. Gli altri non hanno una vita. Lavorano per
sopravvivere. Vivono a vista. Si indebitano per lavorare. Sono schiavi del
denaro e non sanno più, o non hanno mai saputo, cosa vuol dire vivere... Se
avessero la certezza della pensione, venderebbero l’anima al diavolo per
invecchiare e avere subito 65 anni.
Sono anche io una schiava, 30
anni laureata in ingegneria elettronica,
“Nel 1850 il costo di uno
schiavo in America era di 1.000 dollari equivalenti a 38.000 dollari
di oggi” 38.000 dollari=circa
29.700 euro ovvero 2.480 euro al mese di stipendio! Fossero
pure lordi va benissimo lo
stesso!
Invece ne prendo se va bene
1.000 e sono tra i fortunati,
perché in area tecnologica
“pare” che qualche soldo giri ancora. Abito a Roma, trasferita da
altrove perché con Milano uno
dei pochi posti dove si può riuscire a trovar qualcosa, pago
880 euro di affitto X 50 MQ
fuori dal raccordo (per fortuna che divido col mio ragazzo) e i
lavori che ho avuto son stati
tutti precari. Ho iniziato come segretaria di agenzia immobiliare,
poi tecnico hardware, poi
finalmente pensavo ad posto serio, contratto a progetto 3 mesi
con possibilità di rinnovo.
Passo per 3 aziende, ovvero vengo pagata da una ditta, che viene
pagata da un’altra, che viene
pagata dal “cliente finale”. Morale della favola il cliente finale
sborsa 350 euro al giorno per
me, a me ne arrivano sì e no 60 euro netti senza ferie né
malattia. Questo è normale nel
mondo degli informatici. Quando chiedo sul futuro mi dicono
che devo star tranquilla, perché
la commessa è di lunghissima durata, due anni minimo.
Allora perché mi fai il
contratto di 3 mesi? Non si può sapere, in cambio finiti i 3 mesi mi
fanno un bel contratto di 1
mese! Avrei tanti esempi da fare ma i caratteri a disposizione son
pochi. Una cosa però la devo
gridare, tutti i ragazzi sotto contratto a progetto dovrebbero
fargli causa! Fategli causa
senza paure! Un lavoro a progetto che vi incolla alla sedia per 8
ore al giorno non è legale! X i
contratti a progetto siete liberi, da gerarchie e orari purché
nel tempo stabilito portiate a
termine il progetto, ma cavolo una segretaria che progetto
ha?? leggete bene i vostri
contratti, perché il tribunale di Roma mi ha già dato ragione due
volte ! e questi furbacchioni
pagano e zitti perché sanno di avere torto marcio!!!
S. M. 29.05.2006 16:18
Ormai 24 anni. Un diploma
Classico (mi fossi fermato a quello elementare sarebbe stato meglio per quel
che conta) e subito un tuffo nell’infinito baratro del precariato, per
esigenza. Prima call-center, ovvero mal di gola e raffreddori cronici per 5,2
euro l’ora. Quando sei fortunato e ti chiamano. Poi la “svolta” (sempre
all’interno della legge del Martire Santissimo, d’altronde le svolte vere si
trovano solo sacrificando l’osso sacro, cosa auspicabile ma non sempre
realizzabile) ovvero l’assunzione presso una stimata ditta (di cui ometto il
nome) che lavora come consulente esterna per l’Enav. Un anno di contratto secco
(ma prima 4 mesi in nero, giusto per gradire e aggiungere alla storia quel velo
di tristezza tipico dei film di Polanski). Possibilità di carriera pari a 0.
Per fare il lavoro di una scimmia, un inserimento dati degno della più disumana
catena di montaggio del primo Sig. Ford. 900 euro di retribuzione mensile,
niente malattia, niente permessi retribuiti, niente. 20 giorni di “ferie”
l’anno (non che con questa retribuzione ci sia la possibilità di farle, le
ferie, ma se in un anno ti becchi 3 volte l’influenza anziché solo 2 sono
cavoli perché terminati quei 20 giorni le ulteriori assenze vengono detratte
dallo stipendio - 42,87 euro in meno per una giornata di 8h di lavoro) che sono
anche una fortuna, non tutti le hanno, al call-center non le avevo. Ma
continuiamo... 100 km da percorrere (tra andata e ritorno per raggiungere il
posto di lavoro), senza nessun rimborso benzina o buono pasto... Praticamente,
eliminate le spese rimani con una bella foglia di fico a coprire le tue
vergogne! I sindacati non ti guardano nemmeno, perché la tua posizione è
talmente misera che difficilmente pagherai 50 euro di adesione, e soprattutto
in queste ditte i sindacati non esistono proprio e qualunque tentativo di
introdurli è punito con la fantozziana crocifissione in sala mensa. Se vuoi il
biglietto dello spettacolo di Grillo al dopolavoro devi inviare emissari per
ottenerlo, d’altronde tu sei un parassita... Inutile dire che non puoi
comprare niente perché con un contratto del genere non ti danno il
finanziamento per comprare un frigorifero, figuriamoci una casa o una
macchina... Di questo passo (io almeno) avrò la possibilità di metter su
famiglia nel 2117, se tutto va bene.
Anche perché con l’esperienza di
lavoro da scimmia di cui posso far vanto sul curriculum,
giusto al circo possono
assumermi. Ma al circo non avrei comunque problemi, con 6 anni
alle spalle di precariato in
equilibrio sulla fune... Ho un futuro assicurato come trapezista
(Capito Moira?). La cosa più
“divertente” di tutto ciò è che l’azienda (Enav) paga alla ditta di
consulenza esterna per ognuna di
noi scimmie l’iperbolica somma di oltre 200 euro al giorno
(quando potrebbero pagarmi meno
della metà di quella somma e sfruttarmi per lavori per
cui sono qualificato), di cui
noi percepiamo meno di 1/5. E il resto? Io lo so, lo vedo dove va
a finire. Se comunque quanto
detto dovesse essermi fatale, invito il Sig. Grillo ad adottarmi ed a
provvedere per me... In caso contrario, pubblico qui le mie ultime volontà:
voglio un treppiedi di criptonite da sfracellare in fronte (previa rasatura
della folta chioma da Sansone) all’Ultracorpo Onnipresente, chissà che possa
avere qualche effetto (forse mi preoccupo invano, d’altronde in Italia siamo
«percentualmente al livello più basso di disoccupazione»).. Chiedo perdono per
eventuali errori, ma scrivo nei 15 minuti di pausa che separano il primo lavoro
(la scimmia) dal secondo (in nero) che mi porta a totalizzare la bellezza di 14
ore giornaliere di lavoro (con un versamento del 15% del primo stipendio per i
contributi che mi consentirà ad 80 anni, forse, di prendere 50 euro di pensione
al mese). Purtroppo ho un vizio costoso: dopo il pranzo esigo pure la cena. Confido
di disintossicarmi al prima, chiederò consulenza al dietologo di Pannella.
I. N. 21.02.2006 16:40
Mi presento: sono pugliese, ho
32 anni, laureato in Economia e Commercio e vivo a Bologna da quando ho un
anno. Adesso ho un problema. Lavoro per una società tedesca che si occupa della
grande distribuzione di prodotti quasi esclusivamente alimentari, in Italia è
famosa per i suoi discount ma non solo... A dicembre 2005 vengo contattato dai
dirigenti della società per fare un colloquio “di sicuro interesse”, così
comincia tutto: mi offrono 29.000 euro l’anno, automobile aziendale, buoni
pasto e tutti i benefit del caso per diventare quello che chiamano il Capo
Settore, ossia, un quadro intermedio con le stesse mansioni di un capo area ma
responsabile di una area provinciale non regionale. Il 15 dicembre lascio il
mio vecchio lavoro “responsabile di reparto” in una catena di distribuzione di
elettronica, a tempo indeterminato, ed il 2 gennaio approdo da questi tedeschi!
Da quel giorno la mia vita viene stravolta! Tutte le mattine in piedi alle
5.00, la mia giornata inizia con lo scarico di camion pieni di merce,
naturalmente da solo e con la forza delle braccia, poi sistemo il banco della
frutta, del pane e le vasche della carne ed anche qui sollevo chili e chili di
merce. Alle 9 apre il negozio al pubblico e solo allora iniziano ad arrivare i
primi dipendenti (naturalmente tutti in formazione, con mille dubbi e domande
alle quali devo rispondere io) e fino alle 21 il mio impegno è rivolto ad ogni
singola mansione presente all’interno di un supermercato.
Ovviamente se ho un po’ di tempo
mi offrono di andare a pulire il parcheggio scoperto del
negozio, perché d’inverno con la
neve è difficile per i clienti parcheggiare. Se rimane del tempo posso anche
mangiare qualcosa, chiaramente dopo le 15.30 perché a pranzo arriva un altro
camion da scaricare.
Dopo la chiusura mi occupo di
risistemare tutto il negozio (1.286 mq) affinché sia perfetto per l’apertura
del giorno successivo. Il negozio che mi viene affidato ha anche la fortuna di
essere sotto personale a causa del forte turnover e così dopo le 21 sono sempre
da solo a lavorare. Se tutto va bene, finisco per le 22.30, se tutto non va
bene alle 22.30, quando credo di aver finito la mia giornata, arriva il
controllo notturno, ossia un collega che ha il compito di valutare il tuo
operato, che non è mai soddisfacente e così te ne rimani fino a notte inoltrata
nel tentativo di fare qualcosa di soddisfacente, ricordandoti che il motivo della
tua permanenza è solo la tua negligenza.
Ci sono anche le giornate di
inventario notturno in cui dalle 5 della mattina si va letto alle 3.30 per
ricominciare tutto dopo 1 ora e mezza.
Il giorno di riposo che mi
spetta in realtà è bene non utilizzarlo per risparmiare qualche nottata
lavorativa, la domenica non è il giorno di Dio, ma il giorno di chiusura della
filiale e non si va a messa ma si approfitta dell’assenza dei clienti per fare
altri inventari o rifacimenti. In questo frangente mi capita un lutto in
famiglia, per il quale mi spettano 5 giorni visto il viaggio a Brindisi che
devo fare, ma i miei superiori hanno pensato che 3 giorni potessero essere più
che sufficienti e al mio ritorno mi accusano di aver abbandonato il posto di
lavoro senza essermi assicurato che tutto fosse programmato e “a posto” per i 3
giorni successivi. Mi capita anche un infortunio, e devo chiedere il permesso
di assentarmi dal negozio per andare al pronto soccorso a mettere qualche punto
alla mia mano, permesso che mi viene accordato dopo 2 ore e, al mio ritorno
dall’infortunio, vengo accusato di aver abbandonato il posto di lavoro senza
essermi assicurato che tutto fosse programmato e “a posto” per tutto il periodo
di degenza.
Questa non è solo la mia
esperienza, infatti abbiamo iniziato la formazione in 83 in tutta Italia (13 in
Emilia Romagna) ed a oggi ci sono solo 24 persone (3, me compreso in Emilia
Romagna)che continuano ad aver la forza di fare tutto questo ogni mattina. I
costi dei prodotti riescono ad essere contenuti perché l’azienda non è disposta
a pagare straordinari (perché se lavori di più è solo per colpa tua), festività
non godute(perché sei in formazione e più lavori più impari).
La loro politica è quella del
terrore, i dipendenti devono essere impauriti in modo da evitare ogni genere di
rivendicazione o richiesta, infatti i sindacati non riescono ad avere una
rappresentanza all’interno dei punti vendita.
Cercando in internet ho scoperto
decine di testimonianze vicine alle mie, ed addirittura è stato pubblicato un
libro “nero” lo Schwarzbuch, del quale è possibile trovare notizia anche su
Wikipedia, che racconta gli innumerevoli soprusi della società nei confronti
dei propri dipendenti. Io all’ennesimo insulto ingiustificato, stanco di
ricevere chiamate ad ogni ora del giorno, di non avere nemmeno il tempo per
recuperare le mie energie, a quattro giorni dal termine del fatidico periodo di
prova, ho provato a contestare i loro comportamenti e così sono stato obbligato
a presentare la lettera di dimissioni, cosa che sono riuscito a non fare solo
grazie all’aiuto di chi ha vissuto con me questi orribili mesi, e che mi ha
permesso di non cadere sotto i loro colpi.
Sono in malattia da quel giorno,
ho bisogno di ritrovare l’equilibrio che loro mi hanno tolto, e sto affrontando
la situazione con l’appoggio di un sindacato, che mi aiuta anche a contestare
qualcosa che non mi aspettavo, il licenziamento arrivatomi via telegramma
durante la malattia.
La loro politica va al di fuori
di ogni logica di mercato, sfruttano le persone fino all’esaurimento e poi le
buttano via, tanto per contratti così appetitosi trovano qualche altro ragazzo
che pensa finalmente di poter costruire qualcosa per il suo futuro. Quello che
ora sto cercando è sicuramente di riprendermi da questa esperienza, ma vorrei
far conoscere alla gente, ovviamente contenta di aver trovato il risparmio
sotto casa, da dove questo risparmio viene; non cuciamo i palloni e siamo tutti
maggiorenni, ma sopportiamo soprusi e condizioni di lavoro non certo degni di
un paese che ha la pretesa di far parte dell’unione europea (il monte ore
mensile, 16 ore al giorno per 28 giorni, è di 448 per una base oraria di 3,48
euro, con un contratto da 42 ore settimanali elastiche e l’inquadramento da
quadro).
Vorrei scrivere un milione di
altre cose, far parlare insieme con me decine di colleghi costretti alle
situazioni più impensabili, ma spero almeno di aver aperto una strada per
riuscire a far conoscere tutto questo, in modo che nessuno più si trovi nelle
condizioni di dover sposare la società per cui lavora e doverLe riconoscere
anche i “doveri coniugali”... passivi chiaramente...
E. D. 12.07.2006 15:21
Inutile perdersi in inutili
descrizioni, arrivo subito al sodo citando i dati, nudi e crudi, delle mie ore
lavorative e della mia retribuzione.
Attualmente lavoro 36 ore
settimanali, sabato mattina e pomeriggio compreso, presso 4 cooperative diverse
come educatore professionale seguendo ragazzi diversamente-abili e zingari.
Sommando tutti i vari guadagni,
al mese, raggiungo la somma lorda di 1.080 euro.
Sono tutti contratti a progetto
che al massimo durano 8-9 mesi.
Sono in precariato continuo
nella speranza di vedermi rinnovato il contratto. Il dramma è l’estate, luglio
e agosto, dove le scuole sono chiuse e sono sempre senza lavoro e devo
arrangiarmi in mille modi diversi per tirare avanti, accettando incarichi da
4-5 colonie, sacrificando la mia vacanza, i miei amici e la fidanzata...
Non ho altro da aggiungere ! :-(
S. B. 20.02.2006 20:13
Ho 57 anni. Precario. il
contratto scade a giugno. 400 euro al mese. Alcuni giorni fa ho inviato alla
coscienza di tutti i deputati un quesito, della serie “la Cina è sempre più
vicina”.
Non era la semplice denuncia di
una situazione personale, ma voleva essere una denuncia rappresentativa di
situazioni vissute da tante migliaia di operai e pensionati costretti a lottare
ogni giorno per poter sopravvivere.
Premesso che per motivi tecnici
la mia e-mail non ha raggiunto tutte le cassette di posta elettronica, fra
tutti i deputati ho ricevuto 15 (quindici!!!) risposte.
Qui di seguito, i vari testi. Mi
sono permesso, per la privacy, di tralasciare i relativi nominativi:
Ho sempre lottato per avere
condizioni di vita migliori per chi sta peggio e continuerò a farlo
(Democratici di sinistra - l’Ulivo).
Per poter effettuare delle
verifiche ho bisogno di sapere per quale cooperativa lavora, le garantisco
assoluta riservatezza per quanto riguarda il suo nome (se lei ritiene). Attendo
risposta, distinti saluti (Democratici di sinistra - l’Ulivo).
mi dice che è sbagliato, come
moltissime altre cose in questo mondo, purtroppo.
(Democratici di sinistra -
l’Ulivo).
che è mio dovere cercare di
aiutarLa, ma non so come (Alleanza Nazionale).
rispondo che è un’ingiustizia e
che dovrebbe denunciare il fatto al sindacato. (Democratici di sinistra -
l’Ulivo).
che è uno scandalo, ma anche che
io vengo da una città in cui molti cercano un posto come il Suo,
vergognosamente sottopagato, senza riuscire a trovarlo. (Alleanza Nazionale)
G. Z. 20.02.2006 20:26
In base alla mia breve
esperienza (contratto di tre mesi e venti giorni da interinale) come
portalettere presso le Poste Italiane, non posso non affermare che i lavoratori
con contratto a tempo determinato (interinali o meno) sono considerati
lavoratori di serie B rispetto agli assunti.
Gli interinali sono pagati meno
rispetto agli assunti dalle Poste e oltre a non avere nessuna certezza per il
futuro, anzi, proprio per questo, sono costretti a lavorare in condizioni
peggiori. Per gli assunti dalle Poste come portalettere esiste, infatti, il
concetto di titolarità di zona, mentre i precari devono fare da tappabuchi e
saltare di zona in zona da un giorno all’altro a seconda delle assenze dei titolari.
Questo comporta una fatica
nettamente superiore, senza parlare dell’inevitabile diminuzione del livello di
qualità del lavoro prestato.
C’è, inoltre, un accordo
sindacale che prevederebbe un monte ore di 10 ore mensili di straordinari (sono
definiti così, ma in realtà si tratta di ore di lavoro sottopagate).
Ovviamente non c’è nulla di
scritto o di detto apertamente, ma l’unica, remota, speranza
per un precario di ottenere se
non altro un prolungamento del contratto (di assunzione non
parliamo neanche...), è quella
di accettare di fare straordinari ben oltre il monte ore stabilito, cosa che
gli assunti possono tranquillamente evitare.
Risultato finale: i precari
lavorano di più e in condizioni peggiori, ma sono pagati meno. In conclusione,
credo sia limitativo parlare solo dei danni che il precariato ha portato dal
punto di vista delle condizioni economiche e delle prospettive future. Penso
sia altrettanto importante evidenziare come, molto spesso, ad esso si
accompagni lo sfruttamento e la creazione di lavoratori di serie A e B per
quanto riguarda le condizioni di lavoro.
A. S. 20.02.2006 21:12
Racconto la mia. Premetto che
l’idea di lavorare mi ha sempre fatto schifo e che dopo aver fatto tutti gli
esami in 5 anni a ingegneria aeronautica l’ho tirata per le lunghe con la tesi
proprio per ritardare l’entrata nel magico mondo del lavoro, ma alla fine dopo
6 anni e mezzo di università mi sono laureato con 86/100. All’università avevo
molto tempo libero, stavo dietro ai corsi semestrali e davo subito gli esami
con qualsiasi voto, mai rifiutato niente. Così dopo anni di graditissima
semi-nullafacenza universitaria nel febbraio 99 a 26 anni ho cominciato a
lavorare: il lavoro era proprio come me l’aspettavo, una merda totale, ma
almeno mi è servito per andare a vivere da solo dall’ottobre 99. ho cambiato
lavoro 4 volte fino al marzo 2003, sempre con contratti rigorosamente
temporanei o in semi-nero, tra antipatie con i capetti che mi capitavano e
grossa rottura di coglioni, con stipendi in lieve salita dal 1.600.000 iniziale
ai 1.000 euri circa. Dal marzo 2003 ho trovato una piccola ditta metalmeccanica
(come le prime 4 che ho frequentato) appena aperta, quindi ho avuto il
vantaggio di partecipare direttamente all’organizzazione e alla gestione del
lavoro, e nonostante i soliti contatti temporanei e le solite rotture di
coglioni, sono riuscito a ottenere un contratto definitivo dall’agosto 2005,
con 1.000/1.100 euri mensili. Considerando la voglia di fare un cazzo e il
carattere non proprio solare e accomodante che ho è già tanto. Se dovessi
pagare l’affitto, che non pago perché ho una casa mia, lo stipendio sarebbe da
acqua alla gola. Così invece me la cavo tranquillamente. Inutile dire che non
ho notato nessun cambiamento nel mondo del lavoro tra governo di s. (99-01) o
di d. (01-06): merda era e merda rimane, la vita è al di fuori delle 8 ore x 5
di carcere settimanale. Ricorderei anche che fu P. a introdurre una maggiore
possibilità di fare contratti temporanei, poi ulteriormente ampliata da B.
Politicamente tendo a essere anarchico e non vado mai a votare.
F. B. 20.02.2006 23:41
Ho lavorato per un anno e due
mesi preso un ufficio di un’azienda che si occupa di autonoleggi. Gli effetti
della legge Biagi? Lavorare 42 ore al mese, se full time, o 21 ore al mese, se
part-time, con uno stipendio da fame (800 euro al mese se full time, 400 euro
al mese se part-time), senza alcuna tutela per quanto riguarda la malattia
(infatti i contratti a progetto non prevedono retribuzione in caso di
malattia), poche tutele in caso di maternità e di infortunio, possibilità di
essere ricattati costantemente per il rinnovo del contratto (“se non fai il
bravo coi sindacati non ti diamo più lavoro”) ecc. ecc.
Un obiettivo Berlusconi lo ha
raggiunto certamente: rendere schiavi i lavoratori in maniera del tutto legale,
avvantaggiando ovviamente gli imprenditori. Ma... siamo sicuri che questo
porti ad avere aziende sane? Siamo sicuri che trattare male i lavoratori,
invece che “coltivarli” sia, nel lungo periodo, un vantaggio per le aziende? Domanda
retorica ovviamente.
F. L. 20.02.2006 23:46
Carissimi tutti, mi racconto.
Lavoro in regola dal 1980, avevo 14 anni. Ho lavorato per 2 anni come
fresatore, per 17 anni come saldatore, ho rinunciato al posto fisso per fuggire
una certa realtà e a contratto a termine per 1 anno ho pulito i cessi sugli
aerei, poi assunto definitivamente, per 2 anni ho scaricato bagagli sugli
aerei, da 4 lavoro nella sicurezza aeroportuale. Mi sono diplomato alle serali
quando lavoravo in fabbrica (5 anni, 60 km al giorno per 6 giorni la settimana)
a 31 anni. Ho 40 anni, il tempo è passato. Sono sicuro che se rimanessi senza
lavoro saprei trovare una soluzione perché ho fiducia in me stesso ma ritengo
che il popolo venga formato da: i genitori, gli insegnanti, i maestri di ogni
genere (religiosi e laici), i governi centrali e locali e tutte le istituzioni
preposte. Detto questo, come deve fare un ragazzo ad essere intraprendente se
la formazione che ha ricevuto non è stata sufficiente a far sì che fosse così?
Come deve fare a capire quale dev’essere la strada migliore da percorrere, a
quale obiettivo puntare e a cosa saper rinunciare? Il tessuto sociale viene
costruito e mantenuto sano da tutti sì, ma soprattutto se tutti hanno un certo
bagaglio di conoscenza. Al contrario avviene il cancro. Il problema è che chi
ha il potere di governare, di informare, di comunicare, di persuadere e di
istruire un popolo ha la responsabilità degli effetti che ne scaturiranno. Se
si pensa che per migliorarsi bisogna accantonare più denaro possibile o bisogna
avere più cose possibili, beh questa secondo me è una via sbagliata. Finché
avremo questa visione continueremo a scivolare nel baratro. Quindi l’individuo
punti ad avere più tempo libero e a vivere in ambienti più sani, più belli e
più armonici. Dobbiamo combattere contro la fretta. E l’impresa tenga conto
della vera ricchezza che non è l’ultima riga del bilancio ma sicuramente il
benessere e la formazione di tutti i suoi operatori. I governi guardino
all’uomo e combattano i grandi criminali.
G. L. 21.02.2006 01:59
La mia storia non differisce
molto da quelle finora riportate. Sono una 23enne vercellese diplomata al liceo
linguistico che fino a dicembre 2004 aveva un posto fisso come impiegata
amministrativa part-time da 600/650 euro mensili a Milano, in un’azienda
onestissima. Ho voluto osare, e nel gennaio 2005 mi sono trasferita a Roma dal
mio ragazzo. Qui ho lavorato 2 mesi come commessa in un negozio di pc a 750
euro al mese (co.pro.), e il contratto non mi è stato prorogato per motivi a me
sconosciuti. Subito dopo ho lavorato per circa 40 giorni in un’agenzia
immobiliare dicendomi che 250 euro al mese di fisso erano sempre meglio di
niente: qua in teoria ero co.pro, in pratica nonostante le insistenze non ho
mai visto l’ombra di un contratto, i “dipendenti” si sono sentiti dire “se non
fate quello che dico io, vi inc..o” in un paio di occasioni, e alla fine non sono
stata pagata. Non ho trovato altro fino a giugno, quando in un supermercato a
conduzione familiare non sono durata che 5 giorni perché il titolare insultava
e minacciava pesantemente i dipendenti. A fine luglio sono stata chiamata in un
autogrill dov’era già impiegato il mio ragazzo (che all’anno è circa 8-10 posti
di lavoro x le statistiche), ma dopo 9 giorni mi sono sentita dire che non
avevo superato il periodo di prova. E sono andata anche con 38 di febbre e
piegata dal dolore per un’infezione. Da allora ho mandato curriculum in ogni
dove ma ai quei rari colloqui che ho fatto (discount o supermercati) mi sono
sempre sentita rispondere che o ero troppo in gamba e dovevo cercare altro o
che non avevo esperienza nel settore. Venerdì tornerò dai miei genitori
sperando di iniziare a ottobre l’università, nel frattempo mi arrangerò,
traduzioni, call-center, ripetizioni, riparazioni pc. In questa Italia non ho
fiducia, se potrò emigrerò. In bocca al lupo a tutti i precari, soprattutto se
con famiglia. Non facciamoci togliere la dignità personale, è l’unica cosa che
ci rimane.
E. M. 21.02.2006 07:24
Laurea 110 e lode. Per me un
co.co.pro. è ancora un obiettivo. Sono stagista, per la seconda volta. La prima
non avevo neanche il rimborso spese. Adesso invece prendo 100 euro al mese,
ovvero 0,45 euro l’ora per fare l’addetto marketing e comunicazione. Se
l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, oggi siamo uno Stato precario,
senza sicurezza, senza possibilità di progetti, sogni, aspirazioni. Però poi
dicono che i giovani sono mammoni, viziati, eterni adolescenti... che vadano a
dirlo a Piersilvio che prende milioni di euro l’anno... lui sì che è un figlio
di papà... e che papà! Se non abrogano questa legge, è veramente ora che
spegniamo la televisione, il computer e facciamo veramente sentire e vedere che
non ci stiamo a farci condizionare così la vita in nome della flessibilità che
permette ai confindustriani di mantenere il loro status e i loro privilegi
sulle nostre spalle! Perché quando la Fiat faceva grandi utili si sono
arricchiti a dismisura gli Agnelli, e quando invece è stata in crisi, ha pagato
lo Stato (cioè noi) e gli operai e loro famiglie con la cassa integrazione,
mentre gli Agnelli ancora possono permettersi di mandare Lapo a New York
pagando migliaia di euro al giorno per le sue cure! Che seguano l’esempio di
Lapo... che vadano a farselo... .
F. S. 21.02.2006 09:03
Ho cominciato a lavorare nel
2000. All’epoca andavano di moda i cfl (contratti di formazione lavoro), di
berlusconiana memoria. Quella era una buona idea: assumevi per 2 anni un
giovane, avevi delle agevolazioni fiscali, e poi dovevi assumerne una quota
parte per continuare a sfruttare la cosa. C’era un minimo di tutela... Negli
anni seguenti la mia azienda ha sempre assunto giovani neolaureati, tutti a
tempo indeterminato. Ha assunto perché non poteva fare altrimenti. Assumeva,
con oculatezza, dava lavoro e creava opportunità. Oggi non assume più nessuno a
tempo indeterminato. La mia azienda fa esattamente come le altre, sfrutta la
“flessibilità”, che si è rivelata tutto un meccanismo a suo vantaggio. Ho
colleghi confermati per la terza volta con contratti a termine. Questo
significa sfruttamento. Il discorso è che alla precarietà non è seguito un
aumento delle retribuzioni, nel senso: sei precario, però rispetto ad un tempo
indeterminato guadagni di più, perché ti gestisci il rischio. Oggi le aziende
dicono: in fondo ti paghiamo come gli altri. Ecco il punto, dovrebbero pagare
di più i precari.
Oggi il posto fisso è visto come
un privilegio, e chi ce l’ha se lo tiene strettissimo. Io ce l’ho, e mi ritengo
un privilegiato. Non mi piace.
Altro aspetto inquietante: nel
2000 si lavorava molto a Roma e Milano, un po’ meno altrove,
però si lavorava. Oggi a Roma è
difficile trovare un lavoro di qualità: non dico un salario
assistenziale, dico un lavoro di
qualità, che sia in linea con le aspettative di un laureato o
di una persona che abbia voglia
di crescere professionalmente. Resta solo Milano: anche
dalle altre città del Nord
vengono tutti a Milano per lavorare. L’Italia che lavora è ferma al capoluogo
lombardo, e la cosa va sempre più accentuandosi. Le altre città non le
considero neppure. Sono morte, oltre al commercio ed al turismo non si muove
foglia. Il paese è in declino, e i responsabili non sono licenziabili.
Ricordiamocelo il 9 aprile. Ricordiamocelo. M.
L. 21.02.2006 09:58
Ho 29 anni, ingegnere
elettronico, lavoro da quando ne avevo 25. Prima ricercatore universitario, poi
in un’azienda padronale che fa caldaie, dipendente metalmeccanico a tempo
determinato 4° livello per 6 mesi (il co.co.co. era momentaneamente sospeso)
fino a passare ad indeterminato 4° superando un mio collega assunto 3 mesi
prima che aveva il co.co.co. per 2 anni. Sono passato in una multinazionale
francese dove facevo l’”operaio” su un treno e lì mi hanno passato al 5° super.
Dopo tre mesi consumati dentro le motrici dell’Eurostar a 300 km/h, ho trovato
in una multinazionale tedesca dove sono passato al 6° e progetto software di
test per microchip. Ho uno stipendio nella media nazionale non male ma non
eccezionale.
Mi ritengo fortunato comunque
perché il lavoro è buono e l’ambiente è civile. Più fortunato sicuramente di
una coppia di amici laureati in chimica: lui, 28, 6 mesi in una multinazionale
pagato 400 euro per 40 ore settimanali in piedi in un laboratorio non
riscaldato con la promessa di 800 euro e un determinato di 1 anno. I 400 euro
erano dovuti al fatto che era in formazione e aveva anche una persona che lo
seguiva... lui l’ha vista una volta! Adesso fa il rappresentante farmaceutico a
1.250 con auto/cell/adsl/pc. Lei, chimica pure, ha fatto 6 mesi in uno
zuccherificio, co.co.pro., 1.000 euro per 40 ore settimanali ma ne faceva 65
compresi sabato e domenica mattina. Adesso si è licenziata perché non ce la
faceva più.
Un mio amico, ingegnere anche
lui, invece da tecnico è passato a commerciale, 29 anni 45.000 euro lordi
annui, auto/cell/pc. Ampie possibilità di carriera. Ho concluso che il
mercanteggiamento di lauree e specializzazioni ad alto livello a fronte di un
mercato del lavoro principalmente di basso livello ha creato false aspettative
e delusioni nelle persone che hanno studiato e sgobbato per anni. L’unica attività
che rende è la gestione di soldi e risorse altrui. Ma non crea ricchezza e
soprattutto non sviluppa ricerca e tecnologia che darebbe lavoro a tutti.
A. D. P. 21.02.2006 10:42
Ho 27 anni, laureato in
ingegneria, vittima della “flessibilità”, come tanti altri miei coetanei. Premetto
che mi ritengo ancora fortunato, per retribuzione. Forse è perché di anni ne ho
27 e non 33, e il progetto della mia vita è ancora nebuloso e le necessità meno
pressanti. Comunque ti racconto la mia esperienza.
Il mio primo contatto con il
mondo del lavoro precario si è verificato circa 2 anni fa, in un ufficio di
progettazione ben avviato, con clienti molto grossi (diciamo pure enormi). Non
ero ancora laureato, paga tipica da co.co.co., un sostanzioso guadagno dello
studio grazie al mio lavoro. Quando periodicamente il cliente passava a
controllare l’andamento del progetto, io venivo sistematicamente dirottato in
un’altra stanza, e delle spiegazioni si occupava il mio diretto superiore. Durata
del tutto un paio di mesi.
Ora sono assunto (a progetto), e
la situazione è migliorata, dal punto di vista umano, non certo retributivo,
perché sicuramente guadagno meno del mio vicino di casa, più giovane di me, che
a 18 anni ha cominciato a fare l’elettricista e due anni fa si è comprato la
spider. Tre anni fa ho lavorato per otto mesi in Svizzera come ricercatore
(sempre non ancora laureato), inutile dire che la paga era doppia, c’era
l’assistenza sanitaria eccetera. Vorrei concludere riportando il commento di
una persona che lavora all’Inps da 30 anni e della quale mi fido (mio padre),
che mi ha rivelato che lo striminzito 18% di contributi sul nostro tipo di
contratto (nel mio caso circa 1.000 euro l’anno), a meno di spettacolari
congiunzioni astrali (tipo che percepisci almeno 24.000 euro l’anno, e per la
durata di 4 anni), viene spedito al Fondo Solidarietà, quello per le persone
che raggiungono i limiti di età pensionabile ma non hanno abbastanza contributi
per la minima. Insomma, soldi che non rivedrò più...
Spero che mio padre si sbagli.
Spero con tutto il cuore che
cambi.
A. P. 21.02.2006 10:59
Sono scappato praticamente
subito, dato che Dio ha voluto che mi venisse proposto nel
frattempo un lavoro serio e adeguatamente
remunerato. Però mi sono reso conto sulla mia
pelle cos’è la flessibilità. È
successo tutto l’anno scorso. Ho 23 anni. Ero da qualche mese
senza lavoro e mi sono adattato
a rispondere all’annuncio di una ditta che si occupava della distribuzione di
volantini pubblicitari nelle cassette della posta. Niente di più facile: al
colloquio mi si dice che i volantini saranno inizialmente 1.000 al giorno e che
aumenteranno man mano che farò esperienza, verrò assegnato a zone della
Provincia vicine a casa mia. La macchina, però ce la devo mettere io. Nessun
rimborso: la benzina me la pago con lo stipendio. Fatti due conti non sembra
nemmeno poi così terribile. Ovviamente il pagamento è, non a ore ma a
volantino. Quindi, per farla breve, pagamento a forfait. Firmo il contratto.
Il giorno dopo quando comincio
scopro che i volantini sono sì 1.000 ma per tipo. E ce ne sono di due tipi:
sono quindi 2.000. E il luogo di lavoro sta a 25 km da casa mia: in pieno
centro città (Verona). Lo raggiungo con la mia macchina: parcheggio fuori mano.
Il lavoro è pesantissimo: devo scarrozzarmi in uno zaino centinaia di volantini
alla volta. E quando li ho finiti tornare all’auto a prenderne altri. E così
per 9 ore abbondanti. Se mi fossi fermato per la pausa pranzo consentita
(mezz’ora) il tempo sarebbe stato anche di più. Ho fatto due conti e mi sono
reso conto di aver guadagnato all’ora poco più di 4 euro. Insomma: uno
stipendio da fame, se rapportato alla pesantezza del lavoro e al fatto che
avrei dovuto tirarci fuori pure la benzina. Se avessi voluto un guadagno/ora
sensato (almeno 5 euro) avrei dovuto correre di più. Cosa fisicamente
impossibile. E il giorno dopo i volantini da consegnare erano già diventati
3.000! Li ho mollati subito. Se per i nostri dipendenti nel 2006 si può
guadagnare 4 euro all’ora ecco, allora siano loro i primi ad essere flessibili.
F. F. 21.02.2006 12:16
Sono disoccupato da circa un
anno e mezzo (ovvero da quando mi sono laureato). Mi sono laureato in filosofia
con 108/110; date le scarse possibilità di un umanista ho deciso di
intraprendere un Master post-universitario al termine del quale sono ancora
qui, punto e da capo.
Ho una ragazza che è laureata
anche lei in filosofia. Mentre io “lavoro” eseguendo quando capita dei lavori
con la musica (la mia grande passione) lei fa la “lettrice” (legge i libri e li
recensisce per quelli che devono decidere se pubblicarli o no) presso una
grande casa editrice.
I libri sono in inglese.
La cosa interessante è che prende
50 euro lordi a libro, e i libri sono in inglese o francese e vanno dalle 300
pagine in su. Ci mette, diciamo, 3 giorni (a esser veloci) per 8 ore al giorno;
prende meno di due euro l’ora!! la cosa assurda è che per fare quel lavoro
bisogna essere laureati!
Abbiamo già la casa da un anno,
è l’eredità della nonna di Silvia. Ma non possiamo entrarci perché nessuno ha
un lavoro. Ed è difficile pure trovare un lavoro non da laureato. Domani ho un
colloquio per un posto da commesso: una cosa che potevo fare 10 anni fa... Ma
spero tanto di essere preso...
M. R. 21.02.2006 12:28
Salve sono uno studente in
informatica che per continuare la specialistica si è affacciato nel mondo del
lavoro precario, lavoro per una azienda di“consumer scanning “, per ogni
famiglia del panel che “intervisto” vengo pagato 4 euro e rimborsato di 3 euro,
solo che tra tempo perso per fissare appuntamenti e spostamenti con l’auto, il
mio guadagno effettivo si aggira sui 200 euro mensili :-(, vorrei smettere ma quei
soldi sono un’importante fetta e mi danno anche se piccolo, un contributo per
pagarmi almeno l’affitto (sono frequentante fuori sede). Per vari motivi mi
sono ritrovato anche a dover restituire la borsa di studio dell’anno scorso,
adesso nella mia situazione non so nemmeno come poter aver un finanziamento
(visto che ho un contratto co.co.pro.) per la restituzione della suddetta, e
non posso nemmeno permettermi di pagare a rate visto che sarebbero più di 250
euro al mese... A questo punto nasce spontanea una situazione catastrofica, la
mia unica speranza e di trovare più famiglie per il panel e conseguentemente
lasciare gli studi... il bivio in cui mi trovo mi ha distrutto certezze e
ambizioni, almeno per il momento, se non è questa precarietà.
G. D. E. 21.02.2006 12:29
Non ce la faccio più!
Mi sono trasferito a Torino 4
anni fa per cercare lavoro, l’avevo trovato, co.co.co.
Con l’euro selvaggio mi sembra
di percepire la metà di quanto guadagno facendo il calcolo
in lire. Vivo alla giornata, non
posso fare progetti futuri, non posso permettermi una famiglia perché già da
solo praticamente vivo per lavorare, senza riuscire a mettere niente da parte. Ma
chi me lo fa fare? Sono lontano dai miei cari, e quella miseria che prendo a
fine mese non giustifica la distanza che mi separa dalla famiglia. Lavoro 13
mesi all’anno per concedermi quelle 2-3 settimane dove non vado in ferie in
villeggiatura ma torno nella mia città natale in Abruzzo. Non ha più senso. I
miei coetanei sottopagati che sono rimasti a Chieti vivono meglio, perché a 30
anni non si sono potuti staccare dalla famiglia, e con 500 euro, senza pensare
alle spese di vitto e alloggio, hanno più potere d’acquisto di me che prendo il
doppio, ma col costo della vita a Torino, e spese varie, ho 200 euro scarsi nel
portafoglio, da dividere col benzinaio. Ho 30 anni e mi sto ammalando di
depressione perché vivo in una città triste e inquinata, lontano dagli affetti,
dove lo stress distrae dal notare il tempo che passa mentre la situazione non
fa che peggiorare. Posso cercare la felicità ritornando in un posto con
scarsissime risorse lavorative, affrontando nuovamente la disoccupazione,
elemosinando un lavoro di chissà che genere, sicuramente sottopagato. Sono
senza futuro, volevo solo vivere bene senza dare fastidio al prossimo. Volevo
impegnarmi in qualcosa che mi garantisse un giorno o l’altro di formare una
famiglia, ma ai miei datori di stipendio non interessa, non interessa che non
ho diritto ad un pasto caldo a pranzo, non interessa che abbia una 13esima per
le emergenze, la macchina che si rompe, un dente da curare... Vivo una
settimana composta da 5 lunedì.
Ho paura. Ho paura che da solo
non ce la faccio, non ho zii assessori, senatori, vescovi che mi
sistemano.
M. C. 21.02.2006 12:45
Sono arrivato 16esimo
Dopo aver lavorato per 5 anni in
una azienda informatica locale appartenente ad un grosso
gruppo italiano con contratto
co.co.co., pur con lo stesso orario e stessi obblighi dei colleghi
assunti (ovviamente il mio
stipendio era più basso). All’inizio si stava bene: lavoro buono,
pranzi pagati, qualche viaggetto
di lavoro ogni tanto, progetti interessanti. Poi sempre peggio
fino all’arrivo dei buoni pasto
e il contratto che non arrivava mai (dopo 5 anni!). Alla fine me
ne sono andato, e con me anche
altri colleghi. Sono rimasti in 3 e non chiudono grazie alla
holding. Dopo aver lavorato 4
mesi in una Tlc di Firenze con contratto a tempo indeterminato,
adesso lavoro all’Università
della mia città con contratto a 5 anni, e sto aspettando di essere assunto a
tempo indeterminato essendo arrivato 16esimo al relativo concorso. Ho 27 anni e
un diploma di perito in Elettronica e Telecomunicazioni, mi sono specializzato
in software libero e grazie a quello ho sempre avuto lavoro. Anche se con molti
sacrifici ce l’ho fatta a farmi un piccolo buco in questa società di schifo!
M. P. 21.02.2006 13:14
Mi sono laureato nel marzo del
2003. Sebbene laureato in corso (Economia del Turismo) ho cercato fin da subito
di entrare nel mondo del lavoro, per non perdere altro tempo!!! Ho iniziato
con diversi lavori tra cui un lavoro in villaggio turistico, lavoro prettamente
estivo e non riconfermato per la stagione invernale... Ho deciso allora di
abbandonare il settore del turismo in quanto già molto precario per ritornare
nella città dove mi sono laureato, e nell’ottobre del 2004 ho iniziato a
lavorare in una grossa azienda nel settore amministrativo. Il lavoro è
iniziato (dopo centinaia di curriculum inviati ad aziende in zona...) grazie ad
una agenzia interinale, stranamente, contratto di due mesi ottobre-dicembre,
dopo sono stato assunto direttamente dall’azienda a tempo determinato, da
gennaio fino a giugno, e successivamente un rinnovo da giugno ad ottobre, c’era
ancora bisogno e quindi mi hanno proposto un ulteriore contratto tramite
agenzia interinale per ovviare al problema dell’obbligo dell’assunzione a tempo
indeterminato... sono stato obbligato ad accettare, altrimenti mi mandavano via...
quindi proroga da ottobre a novembre ed ulteriore assunzione da novembre 2005 a
marzo 2006... tra un po’ scade il quinto contratto e già mi hanno confermato
che il prossimo contratto, il sesto sarà ancora determinato... Ragazzi è
veramente dura, ho comprato casa grazie a mia madre, dopo 8 anni di affitto...
ma se non ci fosse stata lei, da solo avrei avuto poche speranze... Il vero
problema è dovuto al fatto che le aziende si sono perfezionate così tanto da
rendere i lavoratori tutti uguali e nessuno indispensabile da farti permettere
di far valere i tuoi diritti! Aziende che nel 2006 trovandosi tutte nelle
stesse situazioni non hanno nessuno scrupolo e utilizzano il coltello dalla
parte giusta... Ma sto aspettando il mio momento... e arriverà... forse!
G. D. B. 21.02.2006 14:04
Tempo fa una grande Banca
italiana (grande solo per numero di sportelli) aveva assunto
con contratti a termine
(trimestrali con rinnovo) degli operatori di sportello (alla faccia della
professionalità, privacy e
quant’altro).
Dopo sei mesi, ovvero passato il
periodo estivo, il 90 per cento dei contratti non fu rinnovato. Ciò fu
comunicato con 15 giorni di anticipo. Alla fine del sesto mese in circa 40
sportelli, si registrarono ammanchi di cassa per cifre dai 4 ai 6 mila euro.
Ovviamente agli operatori non fu pagato l’ultimo mese di stipendio per
risarcimento alla banca (circa 800 euro che è un bel risparmio confrontato ai
1.200 euro minimo di un dipendente). Ovviamente quegli ammanchi non sono stati
altro che dei “furti”, se così si può dire... Morale: ogni tanto, anche se
raramente, certe furberie si ritorcono contro chi le pensa o le sfrutta (anche
se la Banca c’ha sempre guadagnato!!! Però so che ci sono rimasti male!!!) P.
P. 21.02.2006 14:20 Magari fossero 5! Beato chi guadagna 5 euro all’ora!
Io guadagno 3,16 euro orari e
sono un falegname, uno dei mestieri più duri che ci sia. Ma
dove cazzo andremo a finire di
sto’ passo? Il capitalismo sfrenato ha fallito inesorabilmente!...
a quando una rivoluzione totale
del sistema???... tanto la legge del “io sto bene, degli altri
non mi interessa una ceppa”...
non funziona in eterno
D. C. 21.02.2006 14:30
Mi sono laureato in Dams lo
scorso luglio a 22 anni, senza la benché minima
raccomandazione lavoro più o
meno nel mondo dello spettacolo da 3 anni. I soldi che
girano in questo mondo sono
davvero tanti, faccio una gavetta esagerata... eppure riesco
a sopravvivere. Credo che sia
finita per sempre l’epoca del posto fisso e che tutti dobbiamo
essere disposti a sacrificarci
per quello in cui crediamo. Credo che questo paese abbia
bisogno di persone dotate di
buon senso e non legate a vittimismi onnicomprensivi (dal
vittimismo arbitrale del calcio
a quello berlusconiano dell’11/9, a quello antiberlusconiano della sinistra).
Sveglia! Alziamoci! Prendiamo atto delle nostre potenzialità! Specializziamoci!
Creiamo! non posso credere che ci si possa ancorare per sempre nel silenzio
delle scrivanie dei nostri genitori.
S. P. 21.02.2006 14:35
Io ho 36 anni una moglie e 2
figli. Nel 1995 ho iniziato a lavorare con una borsa di studio di 6 mesi. Nel
1996 sono stato assunto col Contratto Formazione Lavoro. Nel 1998 il cfl si è
naturalmente convertito in Contratto a Tempo Indeterminato (Metalmeccanico) con
relativo scatto al 5° Livello con aumento di stipendio. Nel 2000 ho avuto un
ulteriore scatto al 6° Livello e aumento di stipendio.
Un percorso professionale ed
economico accettabile. Poi arrivano il nano e i suoi servi.
Stop agli aumenti. Alla fine del
2002 l’azienda per la quale lavoravo mi “invita” a dare le
dimissioni per passare al
co.co.co. perché a loro costa di meno. Nel 2004 mi viene proposto un Contratto
a Progetto di 12 mesi. Nel 2005 un Contratto a Progetto di 6 mesi. Dopo 4 mesi
vengo “invitato” a cambiare azienda. Anche perché ho contestato più volte i
loro tentativi di impormi un orario, chiedere ferie o permessi ecc. dal momento
che non sono previsti per quel tipo di contratto. Essendo l’unico in tutta
l’azienda a farlo, risulto scomodo. Mi trovano una loro consociata (per fortuna
migliore) che mi propone un Contratto a Progetto di 8 mesi con lo stesso
stipendio. Nel 2006 il contratto viene prorogato per altri 12 mesi con lo
stesso stipendio.
In conclusione io sono passato
da un Contratto a Tempo Indeterminato a varie forme di Contratto Precario, a
differenza di quello che Ministri di questo Governo affermano continuamente in
televisione. Non prendo un aumento dal 2000, nel frattempo ho avuto 2 figli e
il costo della vita è praticamente raddoppiato. Se non cambia qualcosa a breve
sono pronto ad andare all’estero. Eurispes dice che quasi il 40% degli italiani
emigrerebbe. E la cifra arriva a 50% sotto i 45 anni. E se ce ne andiamo noi,
come cazzo va avanti ‘sto paese? Come faranno i vari dirigenti sia pubblici che
privati a continuare a fare i nababbi senza gli sfigati da sfruttare? Dovranno
cambiare la Bossi-Fini per far immigrare gente da sfruttare dal terzo mondo.
F. M. O. 21.02.2006 14:38
Dicono che sono un farmacista,
dicono che ho un contratto a tempo indeterminato, dicono che ho un lavoro
sicuro, dicono che al pari dei miei coetanei io sto da favola. Forse ma una
cosa è certa da quando mi sono laureato, da circa 5 anni (attraverso tanti
sacrifici fatti di vendita porta a porta, mercatini, industrie conserviere come
operaio ecc. ecc.) ho cambiato 3 farmacie e forse non è ancora finita. Il
contratto nazionale del lavoro per la mia categoria prevede una retribuzione
mensile che arriva a stento a 1.300 euro, ah... dimenticavo grazie alle ultime
finanziarie ci hanno aggiunto una tantum di 400 euro all’anno. Davanti a queste
cifre mi sento un precario, un co.co.co. un sottopagato, un sottostimato, la
mia laurea (nulla togliendo agli altri che nominerò) pensavo dovesse garantirmi
una volta trovato un lavoro una paga che superasse di qualcosina la paga di un
metalmeccanico. A questo aggiungiamo che lavoro a Napoli e che qualche
compromesso lo devi pur fare con i tuoi datori di lavoro, ti devi anche saper
svendere, infine paghiamo le tasse all’ordine, perché senza di quelle non sei
un farmacista, non puoi esercitare, circa 150 euro, poi devi pagare l’Enpaf
ente provvidenziale della categoria che circa 600 euro annui, aggiungiamo
dulcis in fundo i corsi Ecm una caciara commerciale dove ci dicono che servono
per aggiornarsi, macché, servono casomai a riempire le tasche di qualcuno circa
250 euro annui. Come se un farmacista o un qualsiasi altro professionista non
avesse già intrinsecamente la voglia di aggiornarsi da solo a casa sua nei suoi
libri, con il web, perché lui sa di essere responsabile nell’esercitare
un’attività pubblica. Tra il dare e avere fatti tu i conti e vediamo che
rimane. Sono indignato sono un co.co.co. dentro che è forse peggio.
G. C. 21.02.2006 14:57
La cosa peggiore del contratti a
progetto è la logica aziendale con cui questi sono sottoscritti. Io sono un
co.pro. ma solo per gli oneri che l’azienda si assume nei miei confronti, nel
senso che costo meno, non mi pagano tasse, ferie, contributi, malattie e
infortuni...
Però se sto a casa un giorno lo
devo segnare. Faccio 40 ore settimanali quando teoricamente
il mio tipo di contratto ne
prevederebbe 37,5 (ma tanto lo straordinario non esiste). Se
sono malata devo recuperare le
giornate, le ferie le devo concordare e l’anno scorso non le
ho potute nemmeno fare, le tasse
le pago (e salatissime) come tutti, peccato che nessuno
contribuisca per me. Se mi
faccio male non ho nessuna polizza, nessuna assicurazione che mi possa in
qualche modo sostenere. Volevo comprare casa per non spendere troppo d’affitto
(vivo a Bologna) ma la banca propone tassi di interesse per me impossibili. E
se volessi poi portare la questione sul futuro: sono una donna, ho 27 anni e un
figlio non mi dispiacerebbe averlo... ma se poi non mi rinnovano il contratto
l’anno prossimo... chi paga???? poi si chiedono come mai in Italia ci sono
poche nascite... Inoltre, e questa è la cosa peggiore, il tipo di lavoro che
svolgo non è per tipologia ammissibile come ‘progetto’... un conto se sono un
consulente, allora posso pensare che mentre lavoro mi formo, mi posso vendere
anche in altre aziende, quindi il mio profilo professionale si accresce e la
flessibilità in fondo potrebbe convenire anche a me. Io invece svolgo un
lavoro di gestione/coordinamento in cui la tipologia di contratto è
controproducente, per me innanzitutto ma anche per l’azienda (io domani potrei
stare a casa senza preavviso e buonanotte al secchio!)... questi contratti non
sono flessibili, ma sono contratti a progetto a tempo indeterminato... E Grillo
ha ragione da vendere, devono essere i nostri dipendenti a Roma!!!
A. L. 21.02.2006 15:01
Lavoro ormai da molti anni. Ho
cominciato durante gli ultimi due anni del liceo. Ho fatto
qualsiasi tipo di lavoro. Dalla
segretaria amministrativa alla centralinista, dal facchino alla
responsabile del personale,
dalla barista all’impiegata in un ospedale. Difficilmente ho avuto
opportunità differenti dalla formula
“in nero” nell’ambito di eventi culturali e di spettacolo
anche se sono i lavori
effettivamente più remunerativi (non per compensi maggiori - la cifra
varia sempre tra i 5 e i 7 euro
l’ora - ma per il numero di ore giornaliere, dalle 15 alle 21) e
questo ovviamente è un problema
per persone come me che si stanno specializzando per
entrare nel ramo cultura:
nessuno può certificare la tua esperienza. Per quanto riguarda
i cosiddetti lavori d’ufficio, i
contratti sono prevalentemente co.co.co., a progetto, nei casi
migliori contratti d’inserimento
che non si tramutano in contratti a tempo indeterminato. In
ufficio con la febbre alta per
non trovarsi con uno stipendio da fame a fine mese, buste paga
consegnate con mesi di ritardo,
compensi sempre differenti... Mi sono ritrovata a dover fare
tre lavori part-time, studiando,
pur di avere un compenso minimo di un lavoro full time. Ho
guadagnato abbastanza per un
mese talvolta per poi ritrovarmi a centellinare ogni spesa per
i successivi tre di disoccupazione.
Ho richiesto alla mia facoltà il riconoscimento di studente
part-time (con agevolazioni dal
punto di vista didattico ed economico), ma mi hanno risposto che ciò è
fattibile solo per gli studenti del nuovo ordinamento con contratto di lavoro
di oltre un anno. Per cui, pur essendo rimasta nella stessa ditta per oltre un
anno, i contratti di uno o due mesi rinnovabili non mi sono risultati
sufficienti.
Ho una madre con seri problemi
di salute, non legalmente separata da mio padre (le spese di avvocato sarebbero
troppe), ma comunque non più convivente, un unico stipendio in tre e da
novembre invio ogni giorno curriculum in cerca di un occupazione discreta.
Lascio immaginare i risultati...
A. E. N. 21.02.2006 15:39
Stavo facendo l’ennesimo
tirocinio gratuito, in un’agenzia pubblicitaria, sono un laureato in
scienze della comunicazione e ho
finito gli studi nel luglio del 2004. Un’azienda ha risposto
favorevolmente alla mia
autocandidatura, così sono andato ad occuparmi di vendite di
prodotti informatici per un sito
di e-commerce. Ho firmato un contratto di tre mesi di prova
a 400 euro al mese,
inizialmente, ad un primo colloquio mi avevano offerto addirittura
250 euro, dunque quasi mi
ritenevo fortunato. Il contratto era uno di quelli a progetto,
secondo il quale non si hanno
vincoli di orari e non si sta agli ordini di nessuno. Obiettivo del
progetto: l’implementazione di
un sito web. È bello come con le parole si riesca a trasformare
quello che è un lavoro
totalmente impiegatizio di ordinaria amministrazione in un lavoro
a progetto. La mia mansione
consisteva infatti nel prendere gli ordini che arrivavano via
telefono, rispondere alle
e-mail, gestire gli ordini giunti on-line, dare informazioni tecniche
sulle caratteristiche dei
prodotti, chiamare i corrieri in caso di giacenze ecc. ecc. Il tutto per
otto ore al giorno, se non di
più. Con raccomandazioni di puntualità al mattino, quando sul
contratto non compaiono
assolutamente orari di lavoro prestabiliti. Così come non c’è scritto
che io debba stare agli ordini
di un capoufficio. Ovvio che ci sono stato agli ordini di un
responsabile di ufficio (anche
lei assunta a progetto, da due anni), non ci trovavo poi nulla
di sbagliato, dovendo svolgere
un lavoro impiegatizio avevo pur bisogno di qualcuno che
mi dicesse cosa dovevo fare. Il
problema è che la mia qualifica era di collaboratore e non di
lavoratore subordinato. Morale:
appena ho trovato un altro lavoro, sempre precario a tempo
determinato, ma almeno con
assunzione, ho lasciato quello sfruttamento. Voglio dire: va
bene fare finta di non essere
laureati, però fare dei contratti di prova di 3 mesi per imparare
un lavoro che in una settimana
capisci cosa ti è richiesto.
A. B. 21.02.2006 15:55
Sono stanca di stare tra i
precari ma ci sto e con dignità. Ho 33 anni, una laurea in sociologia appesa
alla parete in casa dei miei... una loro piccola vittoria! Ho debuttato nel
mondo del lavoro in un call-center aprendo la partita Iva, poi come segretaria
con contratto co.co.co. tra l’altro non più rinnovato causa “crisi economica”
(500 euro al mese per 40 ore settimanali). Altre piccole esperienze tanto per
non pesare ai genitori. Nel frattempo ho preso il tesserino da pubblicista,
perché il mio sogno nel cassetto “era” fare la giornalista sportiva... Sono
finita nel ristorante di un mio parente con contratto a progetto per 800 euro.
A questo punto ho deciso di fare il grande salto: vivere da sola, anzi, insieme
a un’amica, pur non avendo le famose certezze ma un affitto non al passo dei
tempi! Stanca di lavorare sempre e solo la sera ho di nuovo cambiato per
lavorare in un negozio di abbigliamento come commessa, finalmente assunta ma
part-time: 25 ore a settimana per 600 euro non male! Ma abbastanza frustrata.
Alcune sere arrotondavo nel ristorante. Ora mi trovo in una delle più grandi
società di telecomunicazioni italiana. nella speranza di essere assunta a tempo
indeterminato. L’occasione mi è stata data da un amico di famiglia forse perché
mi è riconoscente di essere stata una brava baby-sitter per sua figlia, gli
euri sono quelli della media 5,11 euro l’ora... contratto co.co.pro.
rinnovabile ogni 3 mesi per la fantastica cifra di 900 euro al mese, fortunata
perché mi vengono retribuiti anche gli straordinari 5 euro l’ora... Vorrei
andarmene da questo paese...
C. D. 21.02.2006 16:08
Sono un operaio che lavora a
Siena e riesco a guadagnare circa 1.200 euro al mese (facendo
più di 30 ore di straordinario),
e mi ritengo abbastanza fortunato considerando che ho il
contratto a tempo indeterminato,
ma pensando al mio futuro di coppia ho dei seri dubbi
considerando che la mia ragazza
lavora part-time in un call-center per circa 400 euro
mensili. A Siena il costo di una
casa varia dai 4 ai 6.000 euro al mq oppure per una casa da
60 mq gli affitti arrivano a
superare gli 800 euro mensili; quindi facendo due conti in casa entrerebbero
1.600 euro mensili e 800 andrebbero per un affitto o rata mutuo, restano 800
euro da cui togliere ancora cibo, lucegasacquatelefono, vestiti e auto. Se
tutto va bene senza spese extra in 2 si potrebbe pure vivere o per meglio dire
sopravvivere, ma se arrivasse il 3°? uno di cosa vive? con i mille euro per il
primo figlio? mmmmmmh... la vedo buia.
G. E. 21.02.2006 16:09
Parlo da ragazzo invalido,
leggendo i vari post, e soprattutto guardando la paga di molti, in alcuni casi
che non arriva nemmeno a 500 euro, mi viene in mente, che a me come invalido lo
Stato mi offre, indipendentemente dalle mie qualità professionali, (in fondo
sono invalido, come dire non conto un cazzo, e se ti assumiamo ti facciamo un
favore), 200 euro al mese (si chiama borsa lavoro), viaggio trasporto escluso,
ovvero a mio carico. Io mi sono sempre rifiutato, dicendo che piuttosto che
andare a lavorare per 200 euro al mese preferisco rimanere a casa e vivere con
600 euro di pensione. Invece un mio amico invalido pure lui ha accettato, e
addirittura in una struttura per 200 euro si prendeva dei nomi, no? Ti rendi
conto? Allora dico, se questa legge da sfruttamento fatevi assumere per 1 o 2
mesi, e appena ottenuta l’assunzione cacciateglielo in quel posto, andate in
mutua, oppure lavorate poco!
M. C 21.02.2006 16:10
La mia storia in realtà inizia
con quella di mio padre prima e di mio zio poi. A mio padre, 55 anni nell’85,
dipendente Fiat venne proposto il prepensionamento, c’era un calo di lavoro
dicevano e qualcuno doveva starsene a casa, come contropartita gli sarebbero
spettati gli stipendi degli anni mancanti alla pensione più un indennizzo, in
totale circa 80.000.000 di lire, lui accettò e si beccò i quattrini con i quali
poté comunque continuare a sfamare 3 figli.
Mio zio licenziato senza giusta
causa nel 1987, fece lui causa alla Fiat e dopo molti anni si beccò tutti gli
stipendi che avrebbe percepito più altri indennizzi per un totale di 500
milioni di lire.
Ora veniamo a me operaio
specializzato vengo licenziato, perché mi si dice non c’è più molto
lavoro vado dai sindacati per
chiedere quali sono i miei diritti e mi dicono che mi spettano 2,5 mensilità
quale indennizzo per un totale di 3.000 euro ovvero poco meno di 6.000.000 di
lire. Questi sono i numeri e i dati di fatto, ognuno è in grado di capire a chi
conviene la nuova situazione della tutela dei diritti dei lavoratori.
Se avessi figli da sfamare li
porterei (con la fame) a casa dei signori segretari di partito che dichiarano
le cose migliorate dopo l’approvazione della legge Biagi, ma fortunatamente non
ho figli, perché il precariato, la sottoccupazione e gli stipendi ridicoli in
confronto del reale costo della vita, per esempio il costo di un affitto di una
casa decente per ospitare una famiglia, me lo hanno fino ad oggi impedito,
nonostante oggi possa contare su un altrettanto ridicolo aiuto alla maternità
di euro 1.000. Bene signori segretari di partito se Grillo riuscirà a
pubblicare quel volume e qualcuno di voi leggerà queste righe vada a leggersi
la Costituzione Italiana e si faccia un proprio elenco di articoli che vengono
sistematicamente da voi, rappresentanti della Repubblica Italiana, elusi e
dimenticati, poi faccia per bene i compiti a casa e inizi a stilare un elenco
di interventi concreti e realmente utili alla popolazione, se proprio non ci
riesce si faccia pure aiutare da un cittadino qualunque con del sale in zucca.
N. L. 21.02.2006 16:28
Ho una laurea in economia e due
master. Ho iniziato a lavorare 5 anni fa con un co.co.co. Oggi ho, nella
stessa azienda, un co.co.pro. che mi viene rinnovato ogni tre mesi. Progetto di
sposarmi e il viaggio di nozze lo farò nelle vacanze di Natale perché non posso
assentarmi durante l’anno. Per lo stesso motivo mi sposo di sabato e il lunedì
successivo sarò in ufficio. Non posso progettare di avere figli perché anche
il mio fidanzato ha lo stesso tipo di contratto e con un solo stipendio già in
due non ce la si fa. Ma non posso neanche prendermela con l’azienda, di cui
tengo la contabilità, perché i costi di un’assunzione sarebbero eccessivi e,
vista la precarietà del lavoro anche per l’azienda stessa, non è pensabile un
tipo di contratto diverso. Mando curricula da oltre 3 anni per cercare
stabilità altrove e quando faccio colloqui mi viene chiesto se ho intenzione di
avere figli... io voglio dei figli, non posso nasconderlo, ma non posso nemmeno
aspettare l’età della pensione per farli!
S. M. 21.02.2006 16:28
Ho quasi 27 anni e lavoro da più
di due anni in un centro di formazione con contratto atipico. Ho iniziato come
co.co.co. e vuoi sapere qual è il mio destino? Passare a co.co.pro. senza
nessun miglioramento o agevolazione. Ho la netta sensazione che andrà avanti
così per molto tempo se non si abolisce la famigerata legge Biagi! Dieci giorni
fa ero a Riccione per il congresso sugli atipici e oltre a discutere ed
elencare i numerosi problemi che queste forme di lavoro hanno portato si
parlava anche della pensione che ci spetterà. Ebbene ti comunico se se andrò in
pensione a 60 anni, con 25 anni di contributi e un’aliquota del 20%, guadagnerò
216,05 euro. Se invece maturerò 40 anni di contributi, al pari dell’età e
dell’aliquota, la mia pensione sarà di 345,68 euro! Wow!!! Era proprio il mio
sogno da bambina. Mi piacerebbe che ne venisse a conoscenza anche il dipendente
Maroni. L. B. 21.02.2006 17:04 8 euro per un weekend Sono un ragazzo di
Venezia laureato in informatica da ormai un anno. Per 4 mesi sono stato
costretto a fare uno stage assolutamente non pagato (dovendo fare tra andata e
ritorno 70 km a mie spese) dove non veniva assolutamente curata la mia
formazione a scapito delle necessità dell’azienda (una nota multinazionale
degli occhiali con sede a Padova). Successivamente ho fatto 3 mesi tramite una
agenzia interinale nell’importante azienda di Scorzè nel veneziano produttrice
d’acqua e di bevande. Adesso mi trovo ad avere un contratto a progetto dove le
ferie e le malattie mi sono garantite solo dalla “magnanimità” dell’azienda per
cui lavoro, dove un weekend di reperibilità me lo pagano 8 euro (con o senza
intervento); in tale contratto che ho dovuto firmare c’è scritto che il
contratto è annuale ma con un mese di preavviso mi possono lasciar a casa
quando vogliono.
Si parla tanto in questo periodo
di politiche per la famiglia, ditemi voi come sia possibile costruirsi una
famiglia in queste condizioni di precariato!
M. F. 21.02.2006 17:54
Porto il mio esempio lavoratore
call-center stipendio medio 400 euro (tanti vero!).
E se non fai, già sai che a casa
te ne andrai. E purtroppo non è solo una rima.
Come me tanti che fanno quel
mestiere non sono laureati ma diplomati, e con un età avanzata. Non sai quanto
darei per guadagnare 1.000/1.200 euro, altro che balle. Prima fare l’operaio
era quasi una cosa schizzinosa, mal vista (dagli ignoranti) ormai il vero male
della vita è quello di non trovare un posto fisso, per quello fino a 30 anni
stiamo in casa. Chi dice che con questa legge c’è più lavoro fisso mente
sapendo di mentire. Non sai il danno psicologico facendo i lavori come il
telemarketing, sei sempre sotto pressione, e se davvero non vendi ti mandano a
casa, senza contare che con quel mestiere non puoi “farti” la pensione. C’è
gente che sogna il Superenalotto, io sogno un lavoro onesto, anche umile che mi
permetta di arrivare alla fine del mese ma forse di questi tempi io e molti
miei coetanei chiediamo troppo.
Legge Biagi? No, grazie.
M. M. 21.02.2006 19:17
Grazie alla Biagi ho la
possibilità straordinaria, ma migliorabile, di lavorare a 5,16 euro all’ora
come assistente finanziario all’interno di un noto negozio di elettrodomestici.
Il mio straordinario, ma migliorabile contratto a progetto mi consente di agire
come un lavoratore subordinato a tutti gli effetti (orari rigidi, giornalieri,
sabato e domenica spesso compresi) con l’insignificante differenza che:
1/3 dei contributi è a mio
carico,
la malattia non è coperta così
come le ferie (non previste).
Inoltre la straordinaria, ma
migliorabile, flessibilità contrattuale mi rende vulnerabile alle continue
riduzioni orarie e quindi salariali. Mi sembra dunque doveroso, da neo
laureato, ringraziare la Biagi che mi proietta verso uno straordinario, ma
migliorabile futuro.
L. P. 21.02.2006 19:32
Napoletano, 36 anni a maggio,
laureato dal ‘98 in economia, un master in management
bancario e comunicazione
finanziaria, ed ora sono un sottoschiavo co.co.pro. che lavora
come assistente tuttofare per
una banca-sim che al Nord agisce con la “mentalità del Nord”
e qui agisce con la “mentalità
del Sud” (cioè utilizza impropriamente un contratto a progetto, surrogando
l’assunzione). Esco di casa alle 8 di mattina e vi rientro, se tutto va bene,
verso le 19,30... Insomma, dedico quasi 12 ore della mia giornata al lavoro
anche se l’orario “pieno” è di 8 ore, il 50% della mia vita, per 890 euro
circa, in realtà un contratto a progetto non dovrebbe avere orari
predeterminati, ma un obiettivo da raggiungere). Mi sento demotivato,
frustrato, preso in giro (mi promettono un’assunzione ormai da più di un anno),
sfruttato, senza futuro, senza speranze. La mia vita per ora scade il 30
aprile, poi non so, dopo il nulla o un’altra proroga? La mia ragazza invece ha
un contratto “serio”, a tempo indeterminato, con un’azienda “seria”, una
multinazionale dell’insegnamento delle lingue, ma è pagata quando capita, a
rate, sfruttata e sottoposta a mobbing.
F. P. 23.02.2006 10:18
Sono una ragazza di 29 anni,
laureata in scienze politiche (indirizzo economico) con 110 e lode alla
università di Roma tre. Dopo un master che mi è costato 4.000 euro e rotti
sulla qualità e certificazione aziendale, ho trovato un posto di lavoro in una
società di consulenza per la certificazione Iso 9000, una srl con precisione.
Ebbene dopo un periodo di stage durante il quale mi davano 150 euro al mese per
lavorare 8 ore al giorno 5 giorni a settimana, mi hanno proposto un co.pro.
della durata di un anno a 650 euro al mese per 8 ore al giorno per 5 giorni a
settimana. Non solo ma la normativa che si dovrebbe rispettare nel rapporto
co.pro. viene completamente disattesa: appena si entra in ufficio c’è un
cartello che dice “l’orario di lavoro è dalle 9.00 alle 18.00 e va rispettato”.
Ma il co.pro. non dovrebbe gestire il suo lavoro autonomamente? Comunque nella
mia società ci sono 14 persone di cui una sola con contratto a tempo
indeterminato mentre gli altri sono tutti e dico tutti con contratti a
progetto. Seicentocinquanta euro al mese, 29 anni, fidanzata da 9 anni chi mi
dà il coraggio di sposarmi e mettere su famiglia? La situazione lavorativa
delle donne in Italia è disastrosa: se passi i 28 nessuno ti dà lavoro perché
come minimo dopo 2 anni ti sposi e dopo massimo 5 vai in maternità...
E. M. 24.02.2006 15:08
Sono laureata in Lingue e
Letterature Straniere, russo e inglese. Mia madre è russa. mi sono laureata
mentre lavoravo in aeroporto come cassiera in un ufficio cambio, dove ho
lavorato per cinque anni con un contratto a tempo indeterminato. é stato il mio
primo lavoro e ho avuto una fortuna pazzesca a ottenere il contratto a tempo
indeterminato, grazie all’anzianità (2 anni) di iscrizione all’ufficio di
collocamento: loro avevano agevolazioni così me l’hanno fatto subito.
Dopo la laurea quel lavoro mi è
diventato stretto, ho cercato per un anno e mezzo, ma non ho trovato niente di
niente, neanche un posto da commessa. Finché l’anno scorso la ditta ha chiuso,
liquidandoci con l’aggiunta di un bonus di 500 euro! Da notare che ci hanno
avvisato tipo 2 settimane prima. Tuttavia finalmente ho avuto la possibilità di
cercare di fare quello che veramente volevo: insegnare. Mi sono sposata e mi
ritengo fortunata perché mio marito ha un buon lavoro, tuttavia io voglio
lavorare, 1) mi piace 2) voglio essere indipendente. Ora a 31 anni ho 2
contratti co.co.pro. con la stessa società che organizza corsi di lingue nelle
aziende e lavoro 8 ore a settimana con loro, e arrivo a 13 ore a settimana con
alcune lezioni private.
Nel frattempo distribuisco i
miei curriculum ormai da 3 anni, ma niente. Il lavoro che faccio adesso mi
piace moltissimo ed è il mio sogno, e ovviamente posso farlo perché siamo in
due e non abbiamo il mutuo da pagare, tuttavia 19 euro lordi all’ora per
recarmi in una ditta a 40 km da casa mia 2 volte alla settimana per fare 1 ora
e mezza di lezione alla volta, nella loro pausa pranzo, sono un po’ pochini,
visto anche che non c’è malattia o ferie, cioè le lezioni saltate si
recuperano. Lavoro anche al sabato mattina e la sera dopo cena, insomma negli
orari in cui mio marito è a casa, ma visto che adoro il lavoro non mi pesa più
di tanto. Mi chiedo soltanto quanto può durare e a cosa mi porterà.
A. R. 24.02.2006 16:18
Tempo fa avevo letto che negli
Usa un laureato guadagna il 25/30% in più di un diplomato e il 45/50% in più di
un soggetto con l’istruzione minima.
Adesso mi sorge un dubbio, ma in
Italia deve sempre funzionare tutto necessariamente al contrario?
Fino a 5 anni fa lavoravo in
fabbrica (modello tempi moderni) e guadagnavo 1.100 euro
(contratto a tempo
indeterminato, 13esima, premio produzione, 1 mese di ferie ad agosto, 15
giorni a Natale e tutti i ponti,
mutua), alienato da tale vita, ho ripreso a studiare e tra un anno se tutto va
bene dovrei terminare gli studi (Economia).
Alcuni colleghi laureati l’anno
scorso mi hanno confermato una notizia assurda: tutti contratti a progetto, 40
ore per 800/900 euro; ovviamente i “benefit” che avevo io se li sognano... Giusto
per capire qualcosa, che senso ha investire soldi, tempo e rinunciare agli anni
migliori per conseguire una laurea, quando essere laureati diventa un
aggravante?
C. C. 25.02.2006 00:19
Sono il padre di un
ragazzo che fa un lavoro precario.
Voglio raccontarvi
l’immensa gratitudine che provo nei confronti dell’Azienda nel vedere
i contratti brevi, anche
di un mese, che fanno di volta in volta a mio figlio.
La gioia che ho nel
constatare che quasi ogni giorno, anziché le 4/6 ore di contratto, gli
chiedono “gentilmente” di
prolungarsi per 2/3 ore. Non fa nulla se fino a 40 ore non è
considerato straordinario
e la mensa non spetta.
La felicità che proviamo
in famiglia, quando, dopo una lunga e un poco snervante... ehm...
trepidante attesa, arriva
la nuova convocazione.
Nel frattempo, io e mio
figlio, proviamo una immensa soddisfazione reciproca: io a
mantenerlo e lui a
rimanere in famiglia.
È qui che considero: che
bello! Finalmente si è trovato - oltre al lavoro - anche il modo di
valorizzare i valori
familiari che si erano oramai persi.
E che dire sul “come” si
lavora.
Se è vero che il lavoro,
nobilita l’uomo, con questi contratti si è raggiunto uno dei più alti
livelli di “nobiltà”.
Andare a lavorare con la
febbre (mio figlio) , rinunciare all’allattamento per un contratto (una
collega di mio figlio),
fa pensare che la perfezione è vicina (non mi chiedete perché, decenza
please). Potrei
continuare, ma ho gli occhi e il cuore leggermente velati di commozione.
Aggiungo solo che questi
altissimi sentimenti li possono comprendere solo chi ne è coinvolto
direttamente, come gli
Azionisti ed i Manager dell’Azienda, quelli che hanno la percentuale
sugli utili per
intenderci. Sono convinto che, se ne avranno la possibilità, continueranno a
regalarci tanti altri
bellissimi anni di lavoro - famiglia - occupazione.
A. M. 28.02.2006 08:38
Sono stato assunto da una grossa
ditta genovese nel settore dell’elettronica nel dicembre 2004. Sono laureato in
ingegneria. Assunto ovviamente tramite agenzia interinale... contratto di un
anno... con prospettive di assunzione (?!)
Inizio il mio cammino nel nuovo
posto di lavoro, imparo un sacco di cose (direi di essere forse l’unico nel mio
ufficio a sapere determinate cose) e le metto in pratica impegnandomi in mesi
di trasferta dove i veri dipendenti (quelli con contratti a tempo
indeterminato) non oserebbero mai andare perché è faticoso... Finito l’anno di
contratto mi è stato rinnovato per altri 4 mesi... giusto fino al termine della
commessa... ma diciamo che ho fatto finta di non vedere questa strana
“coincidenza”. Beh il finale è scontato... Il giorno dopo la consegna del
grosso lavoro nel quale mi sono impegnato mi è stato annunciato che per
superiori questioni aziendali non è fattibile una mia assunzione... Ed eccomi
pronto a cercare un altro lavoro... con non poche difficoltà. Per non parlare
del notevole disagio di un trentenne che magari vorrebbe farsi una vita
indipendente... E poi pubblicano quelle ricerche del cavolo dove si stupiscono
del perché i giovani ritardano sempre di più l’uscita da casa!
R. N. 28.02.2006 09:58
Vorrei sottoporre alla vostra
attenzione un’ulteriore categoria di precari ancora più sciagurati ma, proprio
per questo, decisamente più eroici: quelli che non possono contare
sull’appoggio di mamma e papà neanche per una bolletta del gas più salata del
solito. Io vi appartengo e vi assicuro che, se nel fisico fa male (è da più di
un anno che rimando dentista e dermatologo), nell’anima ci si sente leoni
perché a campare con 500 euro contando solo sulle proprie forze è davvero
un’impresa titanica, ti viene quasi da esserne orgogliosa... e quasi quasi non
si prova invidia per quelli che, pur nella tua stessa condizione, avranno casa
comprata da papà.
F. O. 28.02.2006 13:00
L’11 settembre del 2001 sono
stata assunta come formatrice in un centro di formazione
professionale con un contratto a
tempo determinato di 11 mesi. Nei due anni precedenti
erano stati assunti, con
contratti a tempo determinato, diversi miei colleghi che nel 2001 passavano a
tempo indeterminato per effetto della legge sul lavoro che vigeva prima
dell’entrata in vigore della legge Biagi (dopo 2 anni di contratti a tempo
l’azienda doveva assumere a tempo indeterminato). Ho lavorato per quell’azienda
per 4 anni e non solo le mie condizioni contrattuali non sono migliorate ma
sono addirittura peggiorate. Ho avuto contratti via via più brevi, da 10 mesi
fino all’ultimo di 6 mesi e nell’ultimo anno mi è stato proposto un contratto a
progetto di 300 ore distribuite su 9 mesi e retribuite con 18 euro lordi a ora.
Inoltre mi chiedevano di impegnarmi per iscritto a lavorare in maniera
esclusiva per quell’azienda e a dare la mia disponibilità a fare lezione in
qualunque giorno e per qualunque organizzazione oraria delle lezioni avessero
stabilito loro (cosa assolutamente incompatibile con il co.pro). considerando
che abito a 60 km dall’azienda e che non è raggiungibile con i mezzi pubblici,
rischiavo di farmi 120 km in macchina tutti i giorni anche per una sola ora di
lezione! Mi sono fatta un rapido calcolo e ho capito che o mi cercavo
un’alternativa oppure, tolte dallo stipendio le spese varie, avrei dovuto
pagare io per lavorare! Questa è la legge Biagi, si considera occupato anche
chi lavora per due giorni a settimana e guadagna 400-500 euro al mese!
Non ho ancora trovato
un’alternativa valida (ma ci sto lavorando), ho 31 anni e abito in Sardegna a
casa dei miei genitori. Di questo passo ce la farò a comprarmi una casa tutta
mia e magari a potermi permettere di avere un figlio prima dei 45 anni?
V. P. 02.03.2006 10:41
Sono un ingegnere elettronico,
ricercatore con un vecchio contratto co.co.co. L’anno scorso, dove lavoro, i
sindacati hanno festeggiato i 18 anni di precariato di un collega (c’era
bisogno di questa legge?).
Forse l’idea alla base è di
alleggerire il carico di responsabilità delle aziende, non solo da un punto di
vista economico, ma strutturale; tuttavia ha portato alla nascita di un
esercito di lavoratori che, a tutti gli effetti, sono dei liberi professionisti
in quanto:
non sono legati alle aziende;
spesso sono altamente
specializzati;
sono costretti ad una formazione
continua per essere sempre competitivi sul mercato.
Tutto sembra funzionare fino a
quando non si prendono in considerazione le retribuzioni; noi precari siamo
pagati meno della meta‘ dei dipendenti, pur avendo gli stessi obblighi. Tuttavia
i servizi offerti dalle aziende che si avvalgono delle collaborazioni dei
precari non sono mai diminuiti in questi anni.
La mia retribuzione è di 1.000
euro al mese, senza ferie, malattia, contributi, straordinari (e arriviamo
anche a 12-14 ore di lavoro), senza la possibilità di accedere ad un mutuo
(magari per una casa). Posso anche condividere l’idea di non essere legato a un
ente o a un’azienda, ma propongo di essere trattato come un libero
professionista a tutti gli effetti; ad esempio, con una retribuzione annua
diciamo di 50.000 euro allora potrei: ammortizzare i mesi in cui non lavoro; garantirmi
un’assistenza sanitaria; scegliere di investire in formazione per essere sempre
competitivo (master, corsi vari, certificazioni ecc.).
Si dice che questa legge tuteli
le classi più deboli; io non mi sento tutelato affatto. Ma allora a quale
classe appartengo? Non sono neanche un debole? Che soddisfazione, un laureato,
un giovane di 31 anni oggi è quasi niente.
Non capisco perché si parla
tanto dell’incivile Cina e del suo distorto mondo del lavoro quando i
lavoratori cinesi li abbiamo dentro casa.
M. R.04.03.2006 09:00
Faccio l’impiegato, fino a poco
tempo fa guadagnavo 1.800.000 lire al mese, mi sembravano
un sacco di soldi. Poi sarà per
l’euro sarà perché è aumentato tutto dal bus, al lotto, alla
benzina, a... va be’ lasciamo
perdere, mi sono trovato a faticare, che tradotto significa
uscire meno, vedere meno film al
cinema, restare più chiusi nel proprio buco e divertirsi e
informarsi come si può, che a
guardar bene il modo si trova sempre. Il mio lavoro mi piace,
ci metto passione, mi sentirei
un perfetto... se a fine giornata non sapessi che ho fatto fino in
fondo il mio dovere. Lavoro a
contatto con la gente, parlo con centinaia di persone, di tutti i
tipi, di tutte le età, l’umanità
è fantastica e ti allena la pazienza, ti rende migliore. Ho a che
fare con i numeri, devo essere
preciso, gentile, sicuro di me, sempre al top, che è uno schifo
di parola per dire che devi
farti il culo. Lavoro in una multinazionale mega galattica con uffici
e negozi in tutta Europa e
persino in Cina, anche molta roba che vendiamo viene da là, e
ogni tanto mi domando perché in
tv ce l’hanno tanto coi cinesi, forse perché si sono messi in proprio mi viene
da pensare. Vendere Vendere Vendere, sento dire spesso, ed è l’unica cosa a cui
si pensa, offrire un servizio buono, corretto, una seria politica del prezzo e
della concorrenza sono solo parole, ma come dice qualcuno le parole ce le hanno
prese. I colleghi spesso si chiedono che ci fanno in fondo a Bologna, la
maggior parte non sono di qua, vedi intorno tante possibilità e ti rendi conto
che campi per far star bene qualcun altro, io gli faccio un paio di battute
parlando di gnocca e mi accendo una sigaretta, che cosa gli potrei dire. Li
adoro, tutti, anche il più rompi balle, sono buffi, gentili, capaci,
intelligenti e tenaci, diversi, colti alcuni, saggi altri, mi sorridono e io
sorrido a loro perché in fondo sappiamo che un giorno le cose andranno alla
dritta.
D. M. 08.03.2006 21:02
Scrivo per raccontare di mia
madre... 30 anni in una multinazionale francese che ha sotto controllo tutto
ciò che è fatto, contiene o proviene dal vetro! Ogni ¾ anni gli cambiano capo,
e quando va bene il capo nuovo è solo stronzo, quando va male il capo è stronzo
e la vuole buttare fuori per mettere la segretaria di turno che si “concede”
anima e corpo (non so se mi spiego) al nuovo capo. 30 anni a sbattersi per
diventare la segretaria del delegato generale in Italia con 3 e ripeto 3 figli
a carico!!! Poi arriva uno str... italiano, tutto casa, lavoro e chiesa che non
ha neanche la capacità di guardarsi l’e-mail da solo e se le fa stampare tutte
da un’altra segretaria che passa tutto il giorno a fare praticamente solo
quello... Beppe, mia madre è una persona straordinaria e mi si stringe il cuore
e provo una gran rabbia quando torna a casa e la vedo piangere all’età di 50
anni perché un ignorante (perché di un ignorante stiamo parlando) le chiede di
andare in prepensionamento di 3 anni per poi essere sbattuta fuori quando le
mancano ancora 6 anni alla pensione... mi dice: ”Massimo io come faccio... a
54 anni non ho paura di trovare o fare un nuovo lavoro, lo sai che sono in
gamba... quello che mi fa paura è che non mi prendano neanche in considerazione
per la mia età... preparati perché siamo ritornati sotto i padroni che più ti
prendono a calci e più li devi ringraziare...” Beppe come facciamo? Io sono
studente e ho un fratellino di 14 anni... mio padre in pensione... se ci va
anche mia madre altro che tirare la cinghia... Grazie perché ci hai dato e ci
dai la possibilità di farci sentire anche quando il 95% dell’informazione è
detenuta da chi continua a prenderci per ciechi e dice che va tutto bene!
Basta!
M. R. 08.03.2006 22:37
Allora signori, sentite che
storiella ho da raccontarvi... Ho lavorato per 6 mesi (luglio - dicembre 2005)
presso una società della Provincia di Roma con un contratto a progetto della
durata appunto di 6 mesi. Pur avendo molta esperienza lavorativa e molta
professionalità, ogni mese percepivo uno stipendio di 750 euro. Ogni mese si fa
per dire, visto che i ritardi nel pagamento dello stipendio superavano anche i
20 giorni... Comunque, malgrado i ritardi nei pagamenti, le ore di
straordinario MAI retribuite, gli acconti dello stipendio mensili dati a
tranche e a “strozzabocconi”, sono riuscito a “sopravvivere” come potevo. Scade
il contratto a progetto di 6 mesi (dicembre 2005) e comincia la “via crucis”.
Mi dicono che sono pronti a rinnovare il contratto per altri 3 mesi (gennaio -
febbraio - marzo 2006). Mi dicono che mi aumenteranno lo stipendio di 150 euro
(mia richiesta). Mi dicono che con l’inizio del nuovo anno i pagamenti saranno
regolarizzati e l’erogazione dell’assegno sarà puntuale. Ebbene, a oggi (9
marzo 2006) la situazione è questa:
del contratto rinnovato (a
progetto) da firmare ancora nessuna traccia (ancora mi dicono che è “in
preparazione”);
dello stipendio “leggermente
maggiorato” di gennaio e febbraio ancora nessuna traccia (tranne due miseri
acconti);
le ore di straordinario mai
retribuite.
Che cosa posso fare? A chi mi
posso rivolgere? A qualche sindacato? Naturalmente in mio possesso ho tutte le
buste paga del periodo luglio - dicembre 2005 e tutte le fotocopie degli
assegni emessi. La società è una srl e (guarda caso) si mantiene sotto la soglia
dei 15 dipendenti.
F. G. 09.03.2006 10:51
Che dire... sono laureato ho
superato la trentina, mai messo a posto, lavoro nella formazione
professionale, settore questo
che specialmente al Sud dovrebbe formare i nuovi lavoratori
invece... li parcheggia per mesi
elargendo una misera paghetta di poco meno di 2 euro
all’ora. Non crediate che chi
invece si trova dall’altra parte stia meglio. Dopo tanti anni di
sfruttamento non sono mai stato
messo a posto, anzi con la legge Biagi, chi controlla questo
settore (non solo privati ma
anche chi lavora nelle sedi istituzionali) ha avuto carta bianca
a legalizzare lo sfruttamento.
Camorristi col colletto bianco che ti obbligano a lavorare per una parte di
quello che ti spetta per legge. Se non accetti ti dicono, puoi andare da
un’altra parte, tanto sono tutti d’accordo e tu non lavori più. In questo
settore vige l’omertà più assoluta e chi non si adegua è fuori dal mercato come
dicono loro. Non solo quindi si sfrutta la disoccupazione per presunti corsi di
formazione ma si sfrutta anche chi dovrebbe insegnare loro qualcosa e questo
con il beneplacito dei signori delle istituzioni. Ovvio che sei obbligato a
firmare contratti (co.co.co. e/o a progetto) che statisticamente creano percentuali
favorevoli alla favoletta dell’aumento occupazionale ma che in realtà aumentano
i conti in banca di questi signori che si credono anche di fare un favore a chi
cerca di sbarcare il lunario. Preferisco restare anonimo anche perché questi
“signori” hanno la possibilità di fartela pagare, la cosa triste è che si parla
solo della camorra violenta, quella della strada, mai di quella che si cela
negli uffici del potere. In questo modo si sperpera il denaro dei finanziamenti
europei che finiscono nelle tasche di pochi squali ed il resto ad alimentare la
disoccupazione e la disinformazione. Povera Napoli e povera Italia.
A. N. 09.03.2006 11:19
Mi sono laureata in Agraria nel
dicembre 2003 e per un anno sono rimasta a lavorare (gratis) all’Università di
Bologna sperando che le promesse del mio professore di farmi ottenere assegni
di ricerca, borse di studio ecc. diventassero realtà. Ma questo non è mai
accaduto. Delusa e disoccupata ho pensato di continuare a studiare per avere più
conoscenze da investire nel mondo del lavoro. Mi sono così “masterizzata”
(pagando 5.200 euro) ma neanche questo master mi ha permesso di trovare
qualcosa di inerente ai miei studi. Tramite un amico di un amico di un amico
(guarda cosa si deve fare per lavorare!) ho trovato lavoro (un co.co.pro.)
presso uno studio di archiviazione. La mia mansione è la scannatrice e quindi
passo le giornate a fare scansioni di documenti cartacei che devono essere
digitalizzati. La cosa atroce della faccenda è che, pur avendo un contatto a
progetto, vengo pagata a ore e sono obbligata a segnare su un foglio il numero
di scansioni giornaliere. Se per qualche motivo non riesco a raggiungere il
numero stabilito dal mio capo (che calcola il tempo di una scansione e lo
moltiplica per i minuti ottenendo così il “mio obiettivo”) si piazza di fianco
a me col cronometro, mi consiglia (che caro) di alzarmi il meno possibile dalla
sedia, e quindi di andare in bagno, e mi vieta di usare il telefono!
La mia fortuna è quella di avere
una famiglia alle spalle che cerca di difendermi (anche con una bella denuncia,
se sarà necessario) da questi soprusi, altrimenti sarei costretta a tacere.
L. C. 09.03.2006 11:49
Mi sono laureato nel 2003 in
Psicologia, per poter sostenere l’esame di Stato ed iscrivermi all’ordine degli
psicologi ho fatto un anno di tirocinio con orario dalle 9 alle 18 per tutti i
giorni senza nessun compenso nemmeno rimborso spese. Finito il tirocinio mi
sono dovuto iscrivere per sostenere l’esame di Stato. Tale iscrizione costa ben
250 euro. Senonché ho avuto la fortuna di ricevere un’offerta dall’azienda con
cui ho svolto il tirocinio. Ovviamente il contratto è un co.co.pro. della
durata di un anno con un compenso di 10.000 euro lordi annui. Ciò significa che
avevo un lordo pari a 730 euro con cui vivere da solo a Bologna una delle città
più costose d’Italia. Da poco ho rinnovato il contratto volevano prorogare il
mio contratto, quindi mantenendo lo stesso compenso, ma mi sono opposto. La mia
battaglia mi ha portato a riuscire ad avere 1.000 euro lordi al mese, che
futuro posso avere con questo stipendio?
G. P. 09.03.2006 12:00
Venticinque anni... da 7
specializzato nel settore informatico... da qualche giorno mi ha chiamato una
ditta che si rifornisce presso un’agenzia “inter(già un nome da perdente,
cazzo!)inale” dicendomi : “Abbiamo un lavoro per te, dovrai fare il tecnico
hardware, installatore e collaudatore di pc Lenovo (eh sì, perché adesso i
cinesi si sono comprati Ibm... che fine ingloriosa!)” .
Va bene, accetto. C’è solo
qualche particolare che non mi quadra... i soldi del lavoro, non li prendo a
breve ma tra 60 giorni... avete letto bene, 60 giorni? Motivo? Devo aspettare i
comodi della Ditta in chiave di contabilità ecc...
Questa è una cosa molto diffusa
e comune, ossia di lavorare e non essere pagati come giusto che sia... ma se vi
si rompe un tubo e chiamate un idraulico, cosa gli dite: “Intanto riparalo, poi
passa a pijatte i soldi tra 2 mesi” oppure se prendete un taxi, provate a dire
al tassista se vi porta alla destinazione ma che lo pagate “dopo”... Io intanto
la mattina mi alzo, prendo la mia macchina, metto la benzina, ad orario di
pranzo mi compro da mangiare... e tra 60 giorni prendo i soldi...
E non vi dico come vengono
mascherati bene i termini dei lavori che vi propongono...
“tecnico hardware”? Ma de ché?
Ho fatto er magazziniere
spaccandomi la schiena, l’animaccia loro! Non che non lo voglia fare, ma almeno
che me lo dicessero chiaro e tondo!
M. M. 09.03.2006 18:13
Ho fatto parte anche io degli
schiavi moderni. Dopo anni passati ad accudire le figlie, mi era tornata la
voglia di lavorare fuori casa, ho preso la patente europea per il computer, ero
già in possesso di un diploma magistrale ottenuto nel 1973, un’esperienza
decennale nel settore della pubblicità, come ideatrice di marchi e stand
fieristici, mi sono messa a cercare lavoro piena di speranze. Ho abboccato come
un tonno anzi una tonna ad un annuncio che ricercava persone creative, attive
con discreta cultura per impiego interessante, flessibile dal punto di vista
dell’orario e della retribuzione... una pacchia(!!??). Alla fine dopo un corso
di 20 ore di psicologia della comunicazione (non retribuito) ci hanno messo al
telefono a vendere prodotti telecom, all’inizio potevamo fare l’orario che
meglio credevamo (per una settimana) poi sono cominciate le richieste di
maggior impegno orario, maggiore disponibilità alle varie tipologie di impiego,
leggi andare nelle case delle persone scocciate a sangue per far firmare i
contratti, il tutto per tre euro scarsi l’ora, pagati quando c’erano i soldi
anche con 15-20 giorni di ritardo dal pattuito... Dopo 4 mesi ho mollato e mi
sono portata dietro una decina di ragazze laureate, avvilite, esasperate,
abbiamo tentato di fare una causa, ma non ci siamo riuscite troppi muri e
troppe porte chiuse, un solo consiglio: non abboccate ,che ci vadano loro al
telefono 6-8 ore al giorno a rompere le... alla gente e a sentirsi insultare
telefonicamente da chi giustamente non sopporta più di essere disturbato a casa
propria da sconosciuti disperati, depressi e avviliti sfruttati e
ultrasottopagati da imbroglioni con la patente di imprenditori.
C. V. 10.03.2006 08:30
Ho 33 anni sono una
restauratrice di mosaici, barman, cameriera operatrice telefonica, venditrice
di enciclopedie, agente immobiliare, bilingue ma soprattutto sono una mamma
sola e da quando vivo distante da mia madre sono proprio sola! Ora vivo a Roma
con mio figlio e siccome non lo ometto, non posso e non voglio, io lavoro non
lo trovo... nessuno! Ora concilio un duro lavoro in un’osteria con il duro ma
gratificante ruolo di mamma. Guadagno con le mance (ovviamente in nero) circa
800 euro ne pago 638 di affitto e sono fortunata! Come vivo? Centellino vita
sociale e culturale, non spendo, non pretendo penso a non far mancare niente a
lui e continuo a sperare in un futuro migliore che aspetto sfiancata ma con il
sorriso di chi vorrebbe svegliarsi da un lungo incubo. Naturalmente il comune
non può occuparsi di me che nella cacca ci nuoto perché c’è chi annaspa e c’è
pure chi affoga.
Basterà abolire la legge Biagi?
F. R. 10.03.2006 23:03
Neanche le raccomandazioni...
Mi chiamo Elisa, 23 anni, laureata
in Tecniche Artistiche e dello Spettacolo a Venezia. Chi dice “laurea inutile”,
chi dice “almeno hai studiato quello che ti piaceva”. La verità è che la mia
laurea, come molte altre, vale meno di zero. In questi ultimi 4 mesi ho tentato
di trovare lavoro. Per motivi familiari non me la sento più di vivere in casa,
e credo che sia il momento di costruirmi una vita. Se fosse possibile.
Dapprincipio ho tentato una via soft, cioè la baby-sitter, accorgendomi subito
che anche in questo campo devi farti strada attraverso la concorrenza. Poi ho
provato a fare la commessa. L’errore fu quello di portare un curriculum
[veritiero] nel quale elencavo le mie capacità informatiche, soprattutto
attraverso programmi di tipo grafico. Così sono stata scartata perché avevo troppe
referenze ed ero sprecata. Successivamente mi sono iscritta a cinquemila
agenzie di lavoro temporaneo, che ancora oggi non si sono fatte sentire
[sebbene avessi ben inteso che mi andava bene qualsiasi tipo di lavoro]. Mi
sono anche iscritta on-line a vari forum di lavoro, mandando in media una
decina di cv al giorno. Non mi prende nessuno o perché non ho esperienza o
perché ne ho troppa.
Se cerchi un lavoro tecnico [nel
mio caso la grafica] devi avere esperienze precedenti ben
fondate, se cerchi un lavoro
qualsiasi i datori di lavoro [di animo buono] pensano che tu sia
sprecata. Torno oggi da una
prova in uno studio grafico. Ho accalappiato la possibilità di fare
questa prova grazie ad alcune
conoscenze del marito di mia mamma. Mi hanno concesso di star lì una settimana.
Ho faticato come una cretina. Stasera [il 6° fatidico giorno] mi hanno
liquidato dicendomi “sì ma noi adesso non cerchiamo personale e non facciamo
assunzioni”.
Una bella presa per i fondelli.
Neanche le raccomandazioni servono più. Per finire l’amica con
cui avevo deciso di andare a
vivere per dividere le spese mi ha tirato il famigerato “pacco”.
Evviva.
E. F. 11.03.2006 03:02
Eccoci qua: vi illustro
“brevemente” la mia condizione professionale(???). 33 anni tra dieci giorni,
vivo ancora dai miei, una laurea in storia (vecchio ordinamento), curricula
vitae inviati ovunque, concorsi fatti il giusto, ho lavorato come animatrice
turistica all’estero (500 euro al mese per 6 mesi), insegnante precaria (250
euro al mese per 4 mesi), call-center ditta prodotti erboristici (250 euro al
mese per tre mesi, 4 ore al giorno), call-center telecomunicazioni (500 euro al
mese per un anno, 5 ore al dì), attualmente operatrice in una coop di servizi
educativi, da febbraio a maggio per 1.500 euro in totale). Sono iscritta al 1º
anno della facoltà di scienze della formazione. Ebbene sì, sono impazzita,
voglio la seconda laurea... 1.350 euro di tasse l’anno (più i libri... ). La
scorsa estate per procurarmi i soldi ho fatto la cameriera, 3 mesi, 180 sere al
lavoro, 6 ore per 1600 euro mensili! (senza contratto, ovvio...). E per la
prossima estate vediamo... scarse possibilità di guadagni decenti all coop di
servizi educativi... si sa, i soliti tagli ai fondi per il sociale... ma poi
cosa resta da tagliare? Ormai il mio motto è: domani è un altro giorno! Fate
voi i conti!
C. D. 11.03.2006 10:33
Io sono diplomato in ragioneria,
e mi sono specializzato successivamente (in strutture
private), in Design, Illustrazione
e Grafica Pubblicitaria. Finiti gli studi ho iniziato le prime
collaborazioni con vari Studi
Grafici... fu un pianto totale, il più delle volte non venivo pagato
per dei lavori che invece
portavano svariati soldoni alla struttura. Capita l’antifona, decisi di
cambiare aria, iniziai il tour,
giri su giri su giri... ma tra sfruttatori patentati e risposte negative,
andai a finire in un vortex
infernale. Decisi di prendere la strada verso Londra. Arrivato lì, mi
sono subito messo a cercare lavoro,
un qualsiasi lavoro, che mi avrebbe garantito un supporto
economico per i primi periodi e
un buon allenamento per il mio inglese ancora acerbo. Mi arrivarono ben 15
chiamate in 3 giorni, da più manager (ristoranti, bar, negozi)... Rimasi
sbigottito dalla facilità con cui un individuo poteva trovare lavoro. Il resto
è follia pura, a distanza di 3 anni non so ancora perché me ne sono tornato a
casa, ero riuscito dopo un anno, ad avere svariati contatti di lavoro (studi di
fotografia, grafici) ma nonostante ciò, presi quel maledetto aereo per
tornarmene a Roma. Tornato a casa, avevo quindi il bisogno di cercarmi un altro
lavoro, e da lì, che si generò il vortex dei call-center, queste strutture così
vaghe, così piene di niente, di fumo. Per 3 anni ho rimbalzato da un ufficio
all’altro, per 4 sporchi euro l’ora, dove il lavoro consisteva nel rompere le
balle a dei potenziali consumatori. La vendita più umiliante fu quella delle
carte di credito.
La situazione purtroppo sta
degenerando, stiamo sotto il minimo sindacale, non considerando il fattore
“assunzione stranieri”, dove sono disposti a lavorare per un compenso pari a
2,80 euro l’ora... ma dico stiamo fuori?
M. T. 11.03.2006 11:58
Sono un laureato in Chimica, una
laurea abbastanza tecnica direi, comunque non tanto da permetterti di iniziare
a lavorare in un laboratorio di analisi, vista la scarsa formazione
universitaria a livello lavorativo, in quanto i Professori universitari
continuano con le loro assurde ricerche che in Italia non hanno nessun valore.
Premetto che io amo la ricerca, ma una ricerca finalizzata all’uso comunitario
e non al fine di far fare soldi all’università con i sovvenzionamenti perché,
borse di studio, assegni di ricerca, dottorati sono solo forme di sfruttamento
per giustificare l’uso improprio di soldi per le ricerche. Finito l’università
sono tornato a Foggia a casa dei miei e mi sono rivolto ad un laboratorio di
analisi per imparare “il mestiere di analista chimico”. L’offerta ricevuta è
stata di lavorare gratis per un annetto a Modena in cambio di vitto e alloggio,
un po’ come si faceva con la schiavitù, ti offro una casa e tu lavora la mia
terra. Poi mi sono rivolto alle agenzie interinali di tutta Italia ma la
risposta è stata sempre la stessa “lei è troppo qualificato per fare l’operaio,
troppo qualificato per lavorare come diplomato però ha poca esperienza come
laureato”.
Oggi lavoro con un contratto a
progetto da metalmeccanico terzo livello impiegato analista
chimico prendo 900 euro al mese
in un impianto di depurazione ma più che analista qui
faccio, il Chimico di processo,
il Perito chimico analista, l’operaio per le manovre sull’impianto
ed infine il custode, non solo,
sull’impianto sono solo perché faccio il turno pomeridiano dalle 15 alle 23
perché la mattina il turno è coperto da una mia collega donna che ovviamente ha
paura di stare sola la notte.
G. C. 11.03.2006 12:43
Ho 41 anni, celibe, e “mammone”,
visto che vivo a casa con i genitori. Sono un filosofo: rispetto ad un anno fa,
periodo in cui disoccupeggiavo alla grande, ho fatto passi da gigante!
Una cartolibreria di Napoli mi
ha ingaggiato part-time con il contratto a progetto: 5 euro
lordi all’ora per massimi 320
euro lordi al mese. Faccio di tutto, dal buttare le immondizie a
fare ricerche sul computer, il
commesso, e assemblaggi con il computer dei Bollettini della
Regione Campania, per i clienti
(che pagano profumatamente alla titolare queste ricerche),
ad andare alla posta (spesso
fuori dell’orario di lavoro), per conto della libreria. Ma tutto
sommato non mi lamento, la
titolare mi paga puntualmente alla fine del mese. E poi come
secondo lavoro, vendo dei
santini su un sito di aste on-line, per conto di un collezionista
di santini, che è onesto e mi
paga a provvigione. Questi miei datori di lavoro però hanno
oltre 70 anni e non so fino a
quando decideranno di mantenere le suddette attività. Io ho
problemi alla vista, e non guido
(anzi non ho proprio l’auto), e questa è una discriminante
mostruosa, visto che non posso
eventualmente andare a lavorare in una fabbrica con i turni
assurdi, dove non ci sono bus o
corriere che portano nel luogo di lavoro, in quegli orari. Per
fortuna lavorai sette anni con
una Società informatica che nel 2001 perse varie commesse
e mi buttarono fuori, e campo
con quei modesti risparmi di quell’epoca di “vacche grasse”
(contratto da metalmeccanico V
livello). Filosofeggio e campo alla giornata, tanto se hai
più di quarant’anni e ti ritrovi
senza lavoro, sei un cittadino (cittadino?) di serie C2. Non
voglio lagnarmi, ma per aprire
una ditta individuale, ci vogliono vari soldini da investire e da
rischiare, cosa che non ho. Al
massimo rischio qualche euro al Lotto, e ogni tanto ho qualche
soddisfazioncina (grazie anche a
San Gennaro!).
P. S. 11.03.2006 15:32
Dal 2000 mi trovo a lavorare nel
campo dell’aviazione civile. Prima in una compagnia in cui qualcuno si è
riempito ben bene le tasche e poi è, ovviamente, fallita (il falso in bilancio
lascia a casa centinaia di lavoratori: non è solo un reato patrimoniale, è un
dramma sociale). Poi anche le altre compagnie sentono il peso della crisi, un
quarantenne con un cv invidiabile si guarda intorno e non trova che posti di
lavoro a 900 euro al mese per due mesi massimo di contratto. Io dovrei
lavorare, con le nuove norme, altri 20 anni? Devo mettere in conto 240
contratti? Non posso più fare progetti, ricevere prestiti? Ha senso vivere
così? Non è vita, è sopravvivere per far arricchire qualcuno. Mi domando se non
sia il caso di rinunciare anche a sopravvivere.
B. C. 12.03.2006 09:21
A leggere le vostre storie (o
meglio alcune di esse, per motivi di tempo) non mi stupisco, anche io potrei
raccontare la mia, quella del mio compagno e tante altre, ma mi arrabbio e mi
intristisco ancora di più.
Io sono andata in Italia per mia
scelta, perché la adoro e adoro la città che ho scelto, Roma. Ci ho studiato e
poi lavorato, con tutte le difficoltà logistiche che ciò ha comportato, ma con
il piacere impagabile di passare ogni giorno in posti unici come il Colosseo, i
Fori, piazza di Spagna. Solo che quando alla fine del mese in banca rimane solo
un buco nero, andare al cinema è un investimento e nemmeno da pensare a cambiare
casa perché grazie al cielo abbiamo un 4+4 del 2000 se no Dio solo sa come
avremmo fatto... ecco quando le cose stanno così anche i posti che ami inizi a
vederli con occhi diversi. Così un bel giorno mi sono licenziata (“ma sei
matta? Un contratto a tempo indeterminato!” Sì capirai, 900 euro finché campo,
no grazie... ) e sono andata via. Adesso sono 8 mesi che non sono più a Roma e
vorrei tornare, ma come? Per prendere gli stessi soldi da un’altra parte,
quando parlo 6 lingue, sono laureata e ho un corso di perfezionamento
linguistico all’estero di un anno? Non si può proprio fare. E questo è il
motivo per cui sono arrabbiata. Il motivo per cui sono triste è che mannaggia,
se l’Italia fosse la Bielorussia, con tutto il rispetto per i bielorussi, me ne
andrei senza remore e stop ma... l’Italia è il Paese più bello al mondo! Tutti
lo vogliono visitare, quello che ha l’Italia nessuno glielo può portare via e
basta farsi furbi e farlo fruttare!
Bisognerebbe che la gente si
alzi e dica basta, mo’ si fa come diciamo noi, iniziamo a lavorare
seriamente, pagati con stipendi
seri, portando avanti l’immagine di un’Italia che ama se
stessa, si promuove e tira
avanti per l’interesse di tutti e non per i tornaconto personali dei
quaquaraquà che senza nessun merito si trovano a dirigerla.
...Se lo fate chiamatemi torno
subito!
A. M. 12.03.2006 16:07
Buongiorno a tutti i precari
d’Italia (notare la i minuscola assolutamente voluta!), un precario che da
qualche settimana ha capito perché è 1 precario del c... o. Dunque, laureato
in scienze dell’informazione con il massimo dei voti, 2 stage in azienda
(gratis naturalmente), 6 mesi di esperienza come programmatore all’estero
(ahimé rientrato per problemi familiari), ottimo inglese, buona cultura
generale. Data la mia situazione familiare particolare (padre di 55 anni in
mobilità, madre disoccupata/colf part-time e fratello con seri problemi
psichici) ho la necessità cronica di un lavoro “continuo” che mi permetta di
aiutare me e la mia famiglia nel pagare le spese di tutti i giorni: affitto,
mangiare, cure sanitarie ecc...
Call-center, cameriere la sera
in birreria nei week-end ecc... qualsiasi lavoro purché riesca a portare a casa
la pagnotta; fino a 3 settimane fa, dopo l’ennesimo CV presso una nota azienda
di consulenza informatica. Mi chiamano per 1 colloquio, decidono di farmi
cominciare con 1 contratto co.co.pro. Comincio a lavorare per loro, il lavoro è
decisamente sottopagato (650 euro) ma anche decisamente interessante,
finalmente mi occupo di tutte quelle cose sempre lette sui libri all’uni ma mai
messe in pratica. Ed è qui che ho la folgorazione: ho capito perché sono 1
precario.
Mi affiancano ad 1 consulente
senior (ha solo 5 anni in più di me), ha la partita Iva ma lavora per questa
azienda da oltre 3 anni, gli passano una “diaria” di 250 euro lordi al giorno!
Nel nostro reparto ci occupiamo di reti telematiche avanzate, forniamo
consulenza a compagnie telefoniche, pubbliche amministrazioni ecc...
Non è laureato, ha 1 diploma
tirato a stento, non ha particolari esperienze ma a mio avviso è 1 genio. È
questa la sottile(?!) differenza che ci separa, ha una fantasia nel lavoro mai
vista prima. Tutti pendono dalle sue labbra. È un vulcano di idee e riesce a
convincere tutti. Ora mi domando, ma cosa ho studiato a fare se poi il margine
non è fatto dal solo titolo di studio? Sono limitato!
G. M. 12.03.2006 17:12
Trentenne, laureata, giovane
Assessore di un piccolo paesello in Provincia di Udine. Per lavoro vive a
Trieste.
Cronaca di uno sfogo di una
giornata qualunque.
Mercoledì ho consiglio comunale
e ho detto al capo che giovedì arriverò al lavoro a metà mattina. Lei dice che
devo recuperare le ore.
Io insisto che non ho l’obbligo
delle ore, che se le dovessi recuperare vorrebbe dire che potrei prendermi il
permesso retribuito che mi spetterebbe e che invece, naturalmente, non mi è
riconosciuto.
Com’è questa storia che non ho
obbligo di orario ma devo recuperare come se fossi assunta, e invece non posso avere
i permessi come se fossi assunta? Mi sembra che ci sia un’evidente disparità
di trattamento.
Lei si innervosisce e io mi
rabbuio.
Temo che dovremo di nuovo andare
a colloquio con super capo, la quale mi aveva detto:
comunica quando non ci sei, e basta.
Possibile che un diritto costituzionale debba essere sottomesso all’atipicità
di un contratto di merda che non prevede alcuna garanzia per il lavoratore?
Duecento anni di lotte sindacali buttate nel cesso? Ferie, malattia e maternità
sono un lusso che i co.pro. non si possono permettere. Noi lavoratori atipici
siamo sempre di più. Non ci possiamo comprare una casa perché nessuno ci darà
mai un mutuo sulla base di contratti ben che vada annuali. Per gli stessi
motivi non ci possiamo fare una famiglia. Noi donne non abbiamo diritto alla
maternità. Se ci ammaliamo non veniamo pagati. Ma la cosa che mi fa più
incazzare in assoluto è che il governo considera l’occupazione in aumento,
perché considera che io, precaria, seduta da tre anni sulla stessa scrivania,
ho firmato ben 5! contratti a termine in 3 anni; ergo, risulta che una giovane
laureata in 3 anni abbia fatto 5 lavori! Ecco spiegata l’occupazione in
crescita millantata da Silvio. La voglia di bestemmiare prevale su tutto. Anche
perché, non importa quanti sacrifici io possa fare su tutti i fronti: in sede
di rinnovo di contratto indovinate un po’ cosa prevarrà.
M. C. 13.03.2006 11:21
Eccomi qua, 31 anni, laureata in
Storia contemporanea col massimo dei voti. Nel corso dei
miei studi universitari ho
potuto accumulare esperienza in qualsiasi settore della ristorazione (inutile
dire che raramente ho percepito più di 6 euro all’ora, pur lavorando la
domenica e spesso fino a notte inoltrata). Come la maggior parte dei neolaureati
ho fatto il classico stage non retribuito, adesso lavoro (che parolona!) per un
Istituto di Ricerca, attraverso delle lettere di incarico (lavoro occasionale).
Non riesco nemmeno a quantificare quanto percepisco con questi incarichi. So
che da giugno 2005 sto lavorando per un obiettivo che si allunga sempre di più
e che alla fine della fiera non mi frutterà più di 2.500 euro!!! Mio marito in
compenso è insegnante, in una scuola privata, percepiamo una media di 900
-1.000 euro mensili, e ne dobbiamo pagare circa 600 di mutuo! Il risvolto più
bello della storia? Aspettiamo anche un bambino! E non credo sia necessario
aggiungere che non mi spetterà nessuna indennità di maternità, se non forse un
piccolo assegno da parte del nostro comune di residenza! La beffa: quest’anno
il bonus bebè andrà solo ai secondogeniti! Credo che spingerò mio figlio a fare
l’elettricista!
E. S. 13.03.2006 18:06
Scusate l’intrusione, sono uno
dei fortunati con il posto fisso (addirittura statale!), ottenuto vincendo uno
dei famosi mega-concorsi (solo due anni e mezzo fra le prove e
l’assunzione...). Leggere le testimonianze dei giovani laureati e non, precari
e depressi, è per me un esercizio consolante nel senso che alla fine posso dire
di essere fortunato. Spero che il 9 aprile il cav. B. vada a casa o alle
Bermude o dove vuole, ma sono conscio che la contingente situazione socio
economica non permetta di essere molto ottimisti. Anche per me che guadagno
1.300 euro al mese e che dovrei acquistare una casa, sarà dura... immagino
quindi la situazione dei precari e la sfiducia che ripongono nel futuro.
Secondo me siamo e lo saremo sempre più in una vera emergenza sociale.
Per ora noi giovani possiamo
fare affidamento, per lo più, sull’appoggio dei nostri genitori,
soprattutto per l’acquisto della
casa (mi fanno ridere i sociologi che sproloquiano sul
mammismo degli italiani!). Ma
quando anche questi non ci sono o verranno meno sarò
curioso di vedere come farà
l’italiano medio a vivere con poco più di 1.000 euro al mese,
pagare un mutuo o l’affitto,
mantenere una famiglia, pagare le bollette, pagare e mantenere
un’automobile, vestirsi,
mangiare e magari ogni tanto anche fare una vacanza... Se il
prossimo governo non riuscirà a
far recuperare potere d’acquisto ai ceti basso e medio,
potremo avere seri problemi di
coesistenza sociale. Il vero problema della nostra società,
a parte l’inettitudine di alcuni
politici e amministratori, siamo noi stessi. Mi riferisco soprattutto alla
massa di approfittatori che albergano in molte categorie: commercianti, banche,
assicurazioni, politici, amministratori... tutti pensano al proprio tornaconto
cercando di spremere più possibile da chiunque capiti a tiro se non peggio
rubare o appropriarsi indebitamente di soldi e risorse che si hanno in gestione
per scopi privati o pubblici. Occorrerebbe una spinta etica che sovvertisse
l’andazzo, ma chi avrà voglia?
E. M. 13.03.2006 20:57
Fino a 2 mesi fa ero anche io un
super-schiavo-moderno. Oggi mi sento solo uno schiavomoderno. 1) Mi sono
laureato a 25 anni in Sociologia, ho iniziato a lavorare presso un Istituto di
ricerca diretto da uno di quei membri dell’intellighenzia suprema del Paese:
uno di quelli che va in
televisione a parlare di Lavoro senza aver mai letto la legge Biagi;
uno di quelli che dice di avere
un’impresa artigiana a rete e non paga (o paga da fame) i collaboratori;
uno di quelli che per pagare
meno tasse dichiara di essere un’azienda senza scopo di lucro (quando gli fa
comodo!) mentre accumula milioni di euro di Consulenze Pubbliche acquisite in
maniera clientelare (i fondi europei dei prossimi anni ammonteranno a briciole
in confronto a quelli degli anni passati, quindi si cerca di accaparrarsi le
ultime briciole: progetti fittizi, taroccature all’italiana, connivenze
sospette);
uno di quelli che conosce
“quelli che contano” e che sui quotidiani più letti del Paese scrive editoriali
autocelebrativi, viscidi, decantando virtù e arguzie degli amici di turno;
uno di quelli che non investe
nella tecnologia perché non capisce l’effettiva esigenza dei collaboratori,
salvo osannare in televisione o in radio la necessità del Paese si rendersi
competitivo tramite l’innovazione tecnologica;
uno di quelli che che non
ringrazia mai e che non sa cos’è il rispetto e l’educazione;
uno di quelli che comanda in
questo paese allo sfascio.
Ho stretto i denti per quasi 2
anni e poi non ce l’ho fatta a resistere. Oggi non mi sento un
super-schiavo-moderno ma solo uno schiavo-moderno: lavoro a termine, 973
euro/mese, eventuale rinnovo tra 6 mesi.
2) Il pendolarismo settimanale o
immigrazione corta che dir si voglia non esiste solo sulla tratta Sud-Nord del
paese... ma dalle vallate alpine siamo in tanti a doverci recare nelle città
ricche (!) della pianura. Costi sociali inclusi!
A. R. 14.03.2006 15:10
Non so se la mia storia sia più
o meno diversa da altre... ma sono oramai 4 anni che la voglio raccontare. In
breve... in capo a mille fatiche, un anno di naja buttato e un anno passato a
risolvere problemi familiari seri mi laureo in ingegneria elettronica. A 27
anni, ebbene sì un po’ in ritardo. Voto normale, 90/110. Specializzazione
Optoelettronica, settore Telecomunicazioni laser in fibra ottica. Dopo la
laurea passo 6 mesi a fare il ricercatore al Politecnico di Torino... in Italia
siamo pochi a seguire questo tipo di specializzazione... tant’è che la legge
Moratti mi viene incontro e il posto dopo 6 mesi, anziché essere confermato,
salta per mancanza di fondi (ebbene sì, prendevo ben 600 euro al mese...). In
Italia nessuno accetta il mio curriculum né tanto meno una celebre compagnia di
telecomunicazioni che all’atto del colloquio definisce “senza futuro” il
sistema di telecomunicazioni da me studiato (Utilizzando il laser su fibra
ottica per farla breve si può trasmettere qualsiasi segnale a qualsiasi
distanza con una potenza dissipata pari circa a 1/50 della potenza attualmente
utilizzata dai sistemi su doppino, RJ45 o antenna o gsm). In breve o vado in
America o cerco un’altra strada. Ma io voglio pensare che in Italia ci sia una
strada per me... in breve... prima faccio il commesso a Torino, settore
informatica... poi vado a contratto di formazione lavoro presso una ditta che
installa macchine a raggi X per il controllo qualità alimentare grazie alla
quale perdo ogni mio contatto sociale perché sono in trasferta continua per un
anno a 1.000 euro mensili... Ora sono System Administrator in una ditta che sta
fallendo e sto di nuovo cercando lavoro... in 4 anni ho cambiato 4 lavori, il
contratto migliore che ho ricevuto è stato un tempo determinato a 1.100 euro al
mese... forse non sarò così sfortunato... ma a chi mi viene ancora a dire che
gli ingegneri guadagnano bene io rido in faccia... un riso purtroppo molto
amaro.
G. B. 14.03.2006 16:12
Sono una ragazza di 30 anni, nel
2002 mi sono laureata con lode in ingegneria elettronica all’università di
Ancona. Al termine delle superiori avrei voluto fare fisica, ma un prof. dell’università
dell’Aquila, amico di famiglia, disse: “In Italia se sei un fisico finisci per
fare l’insegnante, le possibilità di ricerca esistono all’estero, te la senti a
19 anni di prendere una decisione così vincolante per il tuo futuro?”.
L’alternativa fu proprio ingegneria, il cui biennio era molto simile a quello
di fisica. I primi due anni sono andati infatti lisci. Il triennio è stato
molto duro, perché ho scoperto che non era quello che avrei voluto fare da
grande... Sei in gioco, devi giocare: “saresti l’unico ing. della famiglia,
vedrai che poi il lavoro ti piacerà... “. Finalmente ce la faccio, e bene
anche, visto che i risultati sperimentali della mia tesi vengono pubblicati in
un articolo sulla Ieee. Inizia l’odissea lavorativa: tre mesi in una piccola
ditta di progettazione hardware, la ditta è in crisi, fallisce, e mi viene
retribuita la metà di quanto dovuto. Questo il primo lavoro, dopo 8 mesi di
attesa. Dopo un mese trovo un altro lavoro, presso un business partner
dell’Ibm. Mi occupo di sw, stavolta, ma nell’ambito meccanico. Ho un contratto
formazione lavoro. Dovrei essere formata, invece, dopo due settimane di studio,
inizio l’iter per tutt’Italia: sono io che formo con dei corsi le persone, e
faccio assistenza ai clienti. Il più vicino è a 330 km da casa mia, il più
lontano a 640 km... Mi stufo, per compensare la frustrazione mi viene offerto
di occuparmi anche di un altro sw, accetto.
Alla fine questo ha comportato
un aumento del lavoro, alle stesse condizioni contrattuali
(della serie: straordinari non
pagati, nessun extra per le trasferte ecc.). Chiedo un aumento, o
quantomeno una riduzione del
carico lavorativo, che con il licenziamento di un altro ragazzo
nel frattempo era aumentato . Al
no, dico che mi licenzio: vengo minacciata di pene legali,
non potendo rescindere il contratto
prima del termine a mio piacere
B. C. 15.03.2006 10:44
Anch’io, come molti di voi, mi
chiamo Precaria... vivo ancora con mamma e papà (ho 24 anni), lei in cassa
integrazione da 5 anni, lui agricoltore da quando aveva 14 anni (dipendente!),
io educatrice precaria. Lavoro 4 ore al giorno, non vengo pagata come
Educatrice Professionale, ma come Assistente Educatore, che per la legge non
esiste(!)... 2 settimane al mese lavoro anche il venerdì notte sabato e la
domenica (per un’altra cooperativa), niente contratto, stipendio ogni 3 mesi!
Guadagno poco più di ciò che
spendo per la benza, di una macchina vecchia, che da qualche
giorno mi ha pure lasciata sola
in tangenziale. Amo il mio lavoro, ma ogni tanto tutto questo mi fa perdere le
staffe e la speranza...
Il mio invito è di andare a
votare il 9 aprile e di continuare a rompere i coglioni come società civile,
perché è un nostro diritto e un nostro dovere!
Qualcuno diceva... “dai diamanti
non nasce nulla dal letame nascono i fiori”... dopo tanta merda la speranza è
che l’Italia torni ad essere un paese dignitoso e rispettoso dei suoi
cittadini!
S. P. 15.03.2006 14:44
Scrivo dalla Provincia di
Ancona... ho 39 anni e sono una “operatrice nel settore tecnologico trainante”
ovvero operaia. Lavoro da circa 22 anni in quelle fabbriche di confezioni di
abbigliamento che stanno scomparendo a vista d’occhio. Ne ho girate diverse. Non
sono qui a lamentarmi dello stipendio perché percepisco circa 900 euro al mese
ma per la paura che, con l’esportazione all’estero di lavoro per il minor costo
di manodopera, il mio e di tante altre donne come me andrà scomparendo.
Attualmente mi trovo presso una ditta fasonista, e fino a poco tempo fa ci
sentivamo in una botte di ferro in quanto il made in Italy era una sorta di
garanzia: oggi non più.
Ho assistito allo spettacolo di
Beppe Grillo sabato 4 marzo 2006 a Pesaro dove ha affermato che noi italiani
non possiamo competere con i cinesi perché loro sono abituati a fare 200 ore la
settimana solo di straordinari... non sapete quanto sia vero... Vi racconto
cos’è successo poco tempo fa: la nostra ditta dà a sua volta lavoro ad una
piccola ditta di cinesi che si trova qui...
La Cina è vicina!
Una sera si è presentato il loro
capo portandoci le fodere di cappotti che stavamo confezionando... 300 capi
tutti sbagliati! La nostra capo reparto gli ha spiegato che ci sarebbero
servite la mattina seguente e loro hanno lavorato tutta la notte riportandoci
il lavoro ben fatto la mattina seguente alle 7.30 come avevano promesso!
Possiamo competere con loro? No di certo... senza considerare il fatto che ogni
2 anni noi operaie perdiamo 3 stipendi, la tredicesima mensilità, le ferie e la
liquidazione perché le ditte fanno finta di fallire così ci iscrivono alla
lista di mobilità...
Ci mandano a casa senza prendere
un centesimo poi riaprono sotto altro nome... Ci
riassumono con la lista di
mobilità per non pagare i contributi perché ce li paga lo Stato e chi se la
prende in quel pertugio recondito siamo sempre noi! Tutte le fabbriche in
Italia stanno scomparendo... vivremo davvero solo ed esclusivamente di turismo?
S. C. 15.03.2006 20:04
Salute a tutti, sono una 32enne
astigiana laureata in Lingue... stasera stavo dando una scorsa a tutti questi
commenti, e devo dire che mi sono sentita un po’ meno fallita perché mi sono
resa conto di non essere l’unica sfigata a non aver trovato il lavoro e a non
avere la situazione economica che si aspettava (e che sperava) dopo una
carriera universitaria... Vi racconto la mia storia: dopo la laurea mi sono
apprestata ad affrontare il mondo del lavoro piena di ottimismo e di
entusiasmo, convinta - ahimé - che un lavoro coi fiocchi fosse lì ad aspettarmi
dietro l’angolo... Il primo “colloquio” che ho avuto è stato quello con la
titolare di un’agenzia di traduzioni a cui io avevo presentato il mio
curriculum sperando in un’assunzione sicura: ero tutta sicura del fatto mio,
con la mia tesi di traduzione (103/110), i miei viaggi all’estero e le mie, seppure
sporadiche, esperienze di traduzioni private, e questa mi ha prontamente
galvanizzata dicendomi che: “la modestia è la prima dote di un traduttore” e
che poi : “assumeva solo gente esperta in traduzioni di manuali tecnici”, e dal
momento che io non avevo dimestichezza con le macchine, non ero all’altezza. Questa,
comunque, è stata la più gentile; le altre agenzie non hanno nemmeno risposto
alle mie domande, e lo stesso destino è toccato a tutti i curricula che ho
spedito alle agenzie di viaggio, a quelle immobiliari, di assicurazioni, agli
studi di avvocati, di notai, di architetti, ai commercialisti ecc. che ho
contattato battendo letteralmente tutta la guida del telefono... l’unico che è
andato a buon fine è stato quello ricevuto da una commercialista che mi ha
convocata però nel periodo di maggio (!) per farmi dare una mano a fare 730 e
740... peccato che non abbia tenuto conto che se una persona deve imparare a
fare i 730 e i 740 non può farlo in 2 giorni e per di più nel periodo di
maggio... per giunta mi ha riservato un trattamento mobbistico che non ho
denunciato solo per evitare grattacapi.
P. P. 16.03.2006 00:13
Sono un ragazzo di quasi 24
anni, ho la speranza sotto le suole delle scarpe: mi sono diplomato nel 2001
(perito industriale), ho fatto 100 km al giorno per 3 anni per 800 euro/mese
(quando andava bene... );
mi hanno “allontanato” causa
ristrutturazione aziendale;
dopo un anno di mobilità (senza
trovare nulla), ho provato ad aprire un sito di e-commerce, giusto per vedere
se, dato che di lavoro non se ne trova, riuscivo a crearmelo. Il sito è ancora
nella fase iniziale, quindi è un po’ presto per fare bilanci;
oggi sono stato ad un colloquio,
mi hanno proposto 6 mesi di stage alla paga di 300 euro al mese, per poi
passare ad un contratto di tempo determinato per 18 mesi, poi forse sarà
possibile avere un contratto normale. Questa è una multinazionale del settore
dell’abbigliamento.
Cosa dovrei fare? I miei
risparmi sono praticamente finiti, non ho più un euro nemmeno per andare a fare
una passeggiata...
Non ho più speranza, ma la mia
testardaggine mi dice di tenere duro, facendo salti mortali, che un giorno le
cose dovranno andare meglio... dovranno. P.S. In tutti questi anni ho
continuato a studiare all’università, con buoni risultati.
M. S. 16.03.2006 21:10
Anche io faccio parte della
categoria dei co.pro. esattamente dal mese scorso, ho 33 anni e faccio un
mestiere per sua natura irregolare, il tecnico del suono, sono uno di quelli
che in occasione di feste, concerti, spettacoli, si vedono indaffarati a
faticare, spesso per un numero di ore vicino all’intero arco della giornata per
consentire al pubblico di godere dell’evento.
Faccio questo da circa 5 anni,
prima quasi come un passatempo poi sempre più come un
vero e proprio lavoro, ho
frequentato due corsi di specializzazione - per un ammontare di
circa 2.000 ore! - l’ultimo dei
quali mi ha portato a lasciare la mia cara Sardegna per vivere
per circa 8 mesi, a mie spese,
in un piccolo paesino del cuneese, al termine del corso un
bello stage a Torino di 3 mesi
presso un’azienda importante del settore che mi ha fruttato
la bellezza di 550 euri e la
promessa di essere richiamato in caso di bisogno, cosa che si è
verificata in occasione delle
Olimpiadi invernali: ben un mese e mezzo di lavoro con contratto
a progetto, che manna per uno
abituato a lavorare prevalentemente d’estate e soprattutto in
nero! Ora che le luci si sono
spente sul questo meraviglioso, e costosissimo, evento oltre al
bell’ assegnino e ad una
calorosa stretta di mano mi è stato chiesto cosa farò per il periodo estivo che
magari un altro bel co.pro. non me lo leva nessuno. E nel frattempo? Potrei
anche raccontare di un infortunio occorsomi circa due anni fa per il quale sono
dovuto stare un mese con un braccio appeso al collo, e quando ho chiesto al
datore di lavoro (nero) un risarcimento per il danno subito mi è stato negato
senza troppi problemi o timori, tanto denunciare significherebbe farsi terra
bruciata intorno e non lavorare più per nessuno tacciato come un crumiro! Mi
scuso per l’abbondanza di parole e insomma ci sono anche i fonici in questo
marasma selvaggio.
N. S. 17.03.2006 01:34
Io ho 29 anni, ho una laurea in
Filosofia e al fine di dimostrare pragmaticamente il concetto aristotelico di
continuum, mi sono data all’ippica... lavoro 7 giorni su 7, dividendo le
giornate fra una sala corse e un’altra, (non sia mai che si faccia un turno
superiore alle 5 ore in un posto solo), nonostante questa massima
disponibilità, guadagno scarsi 800 euro mensili e sono una lavoratrice a
progetto (quale?). Inutile dire che a domeniche, festivi e turni notturni (da
giugno a settembre i cavalli corrono fino a ½ notte-povere bestie-) non viene
riconosciuta alcuna “straordinarietà”; ferie e malattia retribuite sono un
sogno; nessuna indennità di cassa; nessuna tutela dall’irascibilità dei
“clienti” e, fra l’altro, nessuna seppur vaga certezza circa i turni della
settimana successiva: ti chiamano quando e per quanto gli servi... si passa da
settimane full time a 10 ore totali per la settimana successiva, ma è
necessario garantire massima disponibilità, e per mandarti via non devono
spendere nemmeno i soldi della raccomandata: non ti chiamano più e basta. Volevo
raccontare la mia storia perché, purtroppo, non ci sono solo i call-center...
S. D. L. 18.03.2006 00:37
Ho 31 anni, città del profondo
Sud, laureato da 6 anni, e da 6 anni sono al limite della
disperazione. Laurea in scienze
politiche, come dire che so fare tutto e nulla allo stesso
tempo. Ho pensato: ”faccio un
master e mi specializzo”... ecco fatto, master col botto, altro
anno solare più stage, altro
tempo e tasse a questo Stato, altri giorni della mia gioventù
sprecati per nulla, il master
non ha portato nulla se non illusioni. Ho comunque cercato in tutti i settori
lavorativi più disparati, ho lavorato ovunque ma mai per più di 3 mesi, sono
stanco e incazzato, ora lavoro da 2 mesi nella segreteria di presidenza di una
facoltà dell’università della mia città, prendo 300 euro al mese ma mi
pagheranno solo alla fine dei 3 mesi (rinnovabile al max altre 2 volte!) e
perciò nel frattempo vivo con i pochi euro accumulati sin qui... In pratica il
prossimo “stipendio” mi servirà a coprire tutte le spese accumulate fino a quel
giorno; è vera però una cosa: ci sappiamo solo lamentare, dovremmo fare come in
argentina anni fa o come in questi giorni a Parigi, noi invece zitti e muti a
subire le quotidiane angherie umilianti di questa Italia ormai maledetta, e la
cosa che mi fa più rabbia è che una mia amica è scappata a Londra e dopo 2
(due) giorni un job qualsiasi le ha trovato un lavoro con tanto di premi
incentivi e quant’altro (ovviamente tutto in regola figuriamoci) nonostante per
loro fosse primo impiego... Siamo noi il terzo mondo d’Europa!
P. D. 19.03.2006 20:12
Sono una ragazza di 27 anni alla
ricerca disperata del lavoro, sono rimasta folgorata dal tuo spettacolo la
settimana scorsa a Bari e così ho deciso di scriverti per raccontarti la mia
storia. Dopo aver lavorato 4 anni in uno studio di rappresentanza a 350 euro
al mese, mi sono decisa a trovare un altro lavoro così sono finita in uno
studio legale come segretaria full time, che mi ha chiesto almeno un mese di
prova, ed io ho accettato. Le cose sembravano mettersi bene e dopo due
settimane, il titolare mi ha chiesto di andare presso il centro per l’impiego
per il certificato di disponibilità per conoscere la mia anzianità di
disoccupazione necessaria per gli sgravi fiscali. Così sono andata nel centro
che dovrebbe aiutare i disoccupati a trovare un lavoro, e ho scoperto che pur
essendo iscritta dal 1999, purtroppo non avendo timbrato nel 2003, anno della
riforma del collocamento, ho perso tutta la mia anzianità. E così il mio datore
di lavoro, l’unico che in questi anni di co.co.pro. e contratti fasulli simili,
voleva darmi il tempo indeterminato, mi ha mandato via dopo un mese con 150
euro con la scusa che senza gli sgravi gli sarei costata troppo!!!!
Ma possibile che noi lavoratori
non abbiamo nessun diritto?!? Comunque la situazione è davvero tragica: faccio
molti colloqui nei call-center dove ti pagano da 1,30 euro a massimo 4 euro
all’ora! Sto pensando di fare la colf: di sicuro guadagnerei di più!
D. D. F. 21.03.2006 12:02
Ho 29 anni, sono laureato in
Ingegneria da tre. Ho sempre lavorato a cottimo, con contratti precari. In tre
anni ho cambiato 4 aziende, l’ultima dura da 1 anno e mezzo. Mi rinnovano il
contratto di “settimana in settimana”, quando va bene di “mese in mese”, non ho
diritto alle ferie, non posso ammalarmi perché rischio di perdere il lavoro. Percepisco
uno stipendio di 750 euro netti al mese. A volte, a seconda delle esigenze
dell’azienda, il mio stipendio subisce delle variazioni. Alcuni mesi ho preso
anche 500 euro, pur lavorando dal lunedì al venerdì e qualche fine settimana. Ho
chiesto di stabilizzare almeno lo stipendio, mi viene risposto che: “non vedono
perché loro (i titolari) devono rischiare e io no. Lo stipendio settimanale è
proporzionato alle aspettative economiche del periodo”. In questo modo sono
terrorizzato, perché se non trovo i clienti rischio di vedermi decurtato lo
stipendio e di non riuscire a pagare l’affitto: 350 euro al mese per un letto in
una doppia con uno studente.
A volte non ho i soldi per
comprarmi da mangiare, se i miei non mi aiutassero non saprei come tirare
avanti. Non dormo neanche più la notte, ho anche pensato di farla finita. Forse
non avrei dovuto studiare... e pensare di più a lavori pratici, come
l’idraulico, il muratore, l’imbianchino.
Quando sento “quello lì” dire
che dobbiamo essere ottimisti, che il catastrofismo è una invenzione “delle
sinistre”, che dovrei fare?
Dire che va tutto bene? Forse
per altri.
Ma non per me.
I. S. 22.03.2006 10:53
Sono un ragazzo di 25 anni della
ormai “defunta” Provincia di Bari. Defunta perché alcune volte penso che qui il
tempo si sia veramente fermato agli anni della Democrazia Cristiana.
Va be’ a parte questa parentesi
volevo raccontarti la mia piccola storia lavorativa. Venendo
da una famiglia mono reddito mi
ritrovai a 14 anni ad andare ad un istituto professionale la
mattina e a lavorare il
pomeriggio in una piccola officina... chiaramente senza alcun contratto
a solo 40.000 lire alla
settimana. Insomma dopo appena 2 anni ho dovuto lasciare la scuola,
aspettandomi dal mercato del
lavoro una sicurezza. Succede che continuo a lavorare in
questa officina fino all’età di
20 anni. Dopo 6 anni finalmente mi ribello a tutto ciò. Comincio ad iscrivermi
a queste famose agenzie di lavoro interinale, e anche li c’è bisogno della
famosa “conoscenza”. Dopo svariati mesi di precariato totale e varie esperienze
anche di pulizie, decido di far parte di quella famosa categoria che io
definisco “lavoro con il panino nella carta d’alluminio”, così definito x il
mio panino che mi portavo nel treno lasciando la mia vita intera alle spalle.
Vado a Torino. Mi trasferisco, o meglio quella era la mia intenzione, trovo un
lavoro con un contratto interinale di 1 mese. Chiaramente accetto, era un anno
che non lavoravo... Prendevo 1000 euro al mese con 12 ore di lavoro al giorno,
pagavo 300 euro senza spese per una camera divisa con un’altra persona. Insomma
i miei soldi non bastavano. Le spese erano tante. Il mio datore di lavoro mi
promise un aumento e una “Garanzia per il futuro”, fatto sta che erano 6 mesi
che lavoravo con lui e ogni fine mese andavo a firmare il contratto per il mese
seguente. Sono tornato a casa, non riuscivo più a vivere. Ora mi ritrovo senza
un lavoro stabile, e pensandoci sono 10 anni che sono nel “Mercato” del lavoro
e mi ritrovo appena 1 anno di contributi versati. Che faccio?
M. G. 22.03.2006 20:59
Circa una settimana fa ho
ricevuto una telefonata da parte di un grosso negozio di bricolage (è una
catena di negozi francese pensa tu!) il quale mi chiedeva di fare un colloquio
il giorno dopo; devo precisare che parecchi mesi fa avevo inviato loro il mio
curriculum. Quando sono andata mi hanno spiegato che si trattava di un
tirocinio formativo di sei mesi e che il mio rimborso spese (non riesco a
chiamarlo stipendio!) sarebbe stato di 300 euro! Mi hanno anche precisato che
per i tirocini le aziende non hanno l’obbligo di dare il rimborso (sono stati
magnanimi, vero!?!). Inoltre mi hanno spiegato che fanno questi “contratti” in
base alla nuova legge Biagi! Il mio orario di lavoro sarebbe di 40 ore
settimanali (8 ore al giorno per 300 euro). Alla fine dei sei mesi non mi
assicurano il lavoro, hanno precisato. Chiamali stupidi: se io fossi l’azienda
andrebbe contro i miei interessi assumere personale a 1.000 euro al mese
anziché 300 euro senza pagare nessun contributo, no? Purtroppo ho accettato, ho
25 anni e ho bisogno di una mia indipendenza economica... anche se con 300 euro
l’indipendenza non so che sia!
A. F. 04.04.2006 19:11
Stavo riflettendo... I miei
genitori (io ho 29 anni) hanno iniziato a lavorare intorno ai 13 anni (papà),
la mamma anche prima perché aiutava sua nonna nella vecchia osteria tutto il
giorno quando non andava a scuola. Però i primi stipendi gli sono arrivati dopo
diversi anni, certo lavoravano in famiglia, oggi però questo sarebbe
impensabile, oltre che improbabile certamente. Si sono sposati intorno ai 25
anni e non avevano quasi nulla, erano entrambi andati all’estero (a fare
manovalanza) dove si sono conosciuti. Hanno avuto me e un altro figlio, sempre
lavorando entrambi in fabbrica. Io ricordo che avevamo un piccolo televisore
b/n, poi è arrivata una tv più grande b/n solo molto tempo dopo quella a
colori. Non ho mai fatto “le vacanze” con i miei, al massimo si prendeva
l’appartamento con almeno 2 coppie di amici e/o parenti a settembre o fine
maggio. Mi chiedevo dunque: dopo 30 anni la cosa che mi colpisce è il tenore di
vita assolutamente più elevato che abbiamo adesso - io ho potuto studiare fino
a 26 anni, certo ho lavorato anche durante gli studi, ma part-time o solo per
alcuni periodi. Non ho un lavoro fisso, ma i periodi “interinali” mi hanno
permesso di comprarmi la macchina (una carretta oscena certo, però si muove) e
fare qualche visita agli amici a Londra. Vivo con il mio ragazzo che per
fortuna guadagna 1.400 al mese così paghiamo l’affitto. Io ho pazienza, spero
che il lavoro per me salterà fuori, al mutuo ci penserò quando sarà il momento,
ai figli pure. Per adesso però non ci facciamo mancare le piccole cose che
possiamo permetterci, confesso che la vita di rinunce dei miei genitori non
potrei condurla. Con questo messaggio volevo solo far riflettere che il mondo è
cambiato e la nostra mentalità pure, forse non siamo pronti ad accettarlo? Ma
la situazione non è tanto peggiore di 30 anni fa! Io vedo tanto allarmismo e
non capisco se è giustificato oppure no. Paesi che stanno meglio di noi hanno
il precariato all’ennesima potenza. Dunque?
V. S. 05.04.2006 03:21
Che dire ormai di questa
situazione schifosa nata dalla catastrofica legge Biagi? Io ho quasi 25 anni
lavoro da 6 anni ormai e da un anno e mezzo (avendo cambiato lavoro) mi ritrovo
a lavorare in una piccola azienda che mi ha assunta come responsabile
amministrativa (quindi anche con un ruolo di responsabilità) ma sotto il
contratto di co.co.pro. Sono disperata! Sono partita con una stipendio da fame
e adesso prendo meno comunque di un dipendente a tempo indeterminato.
Vorrei andare dal dentista
(senza parlare del “vorrei comprare casa”) e siccome mi chiede abbastanza
vorrei poter pagare a rate e non posso perché per tutte le finanziarie il mio
contratto e la mia busta paga non danno garanzie!
Il mio datore di lavoro si
giustifica dicendo che adesso è un brutto momento e non può permettersi di
spendere troppo x assumermi e io sono alla ricerca di altro... ma questo altro
non è molto migliore! Qua è un casino... noi giovani non riusciremo mai a
costruirci un futuro, una casetta e una famiglia. Per noi donne poi avere figli
è ancora più difficile visto che questi contratti non pagano le assenze per
malattie (che voglio dire... un’influenza poi capita a tutti eh!) e nemmeno
l’eventuale maternità. E come si fa??? Aboliamo la legge Biagi! Oppure...
cambiamo il sistema che abbiamo intorno (bancario e assistenziale) e cerchiamo
di considerare anche i collaboratori come lavoratori a tutti gli effetti!
S.TT 26.04.2006 12:13
Racconto brevemente la mia
storia, anche se ne leggo tante altre simili. La mia fatica inizia quando
decido di lasciare la Sardegna per andare a studiare a Milano. Il fine
giustifica i sacrifici: investo nella mia formazione e sopravvivo con lavoretti
precari da studentessa (cameriera, call-center, fiere, tutte esperienze
contemporanee a stage formativi nel mio settore per introdurmi prima della
laurea).
Raggiunto il mio primo
obiettivo, la laurea, decido di approfondire con un master serale (il tutto
richiede il mio trasferimento in un’altra città del Nord Italia) così da poter
trovare un lavoro diurno full time o part-time.
Terminato il master (pagato
profumatamente) svolgo il mio terzo stage non retribuito per una grossa azienda
italiana, che si tiene la mia ricerca e... tanti saluti. Terminato lo stage,
viste le nulle opportunità, mi ritrasferisco nella città del lavoro, Milano. Collaboro
con l’università ( da volontaria non retribuita) e da poco ho interrotto un
rapporto di lavoro con un imprenditore che mi proponeva un co.co.pro. ma
posticipava di giorno in giorno la stipula del contratto e che ha deciso di
dimezzarmi le ore di lavoro (quindi il compenso) a causa di un improvviso flop.
Adesso valuto il mio rientro
nell’isola: disoccupata in Sardegna costa sempre meno che essere disoccupata a
Milano.
R. T. 16.05.2006 13:09
Voglio sapere se qualcuno batte
la mia esperienza! Facciamo a gara a chi è andata peggio? Lavoravo in una
azienda che poi ha chiuso per “megalomania dell’imprenditore” (mandava al
diavolo i clienti, fino a perderli tutti), ma alla fine lavoravo bene anche se
duramente. Tutti i miei colleghi dicevano che peggio non avrei trovato. Mai
dire mai!
In seguito ho trovato posto come
tecnico in una azienda che ha filiali in tutto il mondo. In
media lavoravo dalla 9 alle 12
ore (tornavo a casa anche alle 11 di sera). Lo stress galoppava
e la notte facevo fatica a
dormire (sono arrivato a prendere pasticche per il sonno). Non venivano mai
pagati gli straordinari (va bene qualche volta, non sono così fiscale, ma come
ho detto, ogni giorno ne facevo). Se cercavi una giornata o anche mezza ti
veniva detratta dalla busta paga. Comunque mi facevo coraggio, per sperare che
le cose si aggiustassero. Dopo 6 mesi la situazione peggiorò, fino a che una
mattina svenni, per lo stress accumulato (contate che la sola azienda di soli 7
dipendenti, fatturò in un anno dalla mia entrata, circa un milione di euro!).
Il medico mi diede una settimana di malattia e il datore mi chiamò chiedendomi
per favore di andare un pomeriggio perché la fabbrica rischiava di fermarsi.
Tanto feci. Da allora mi rifiutai di fare lavoro straordinario gratuito, tranne
quando ero indietro con il lavoro (quanto sono fesso!). Un sabato mi permisi di
non andare al lavoro e il datore mi disse: “Qui si lavora pure il sabato! E
basta!” (testuali parole)
Alla fine feci finta di sentire.
Poi appena feci il primo sbaglio tecnico, il datore urlando disse:
”Non sei in grado di fare questo
lavoro! Prendi il giubbotto e vattene a casa!” Non si tratta di precario, ma
del fatto che chi comanda non capisce minimamente gli sforzi di chi lavora. La
paura di rimanere senza lavoro, fa accettare molti compromessi, ma qualche volta
sono davvero insostenibili.
A. T. 15.06.2006 10:11
Non sto bene, ma devo andare
Per quanto mi riguarda io devo
andare a lavorare anche se non mi sento bene. Una giornata di assenza mi costa
55 euro. Due giornate 110 euro e così via.
Ormai anche quando ci sono le
feste vorrei andare a lavorare. Infatti nel mese di aprile, a
seguito dei numerosi giorni di
festività il mio stipendio si è abbassato notevolmente. A
giugno la festa della Repubblica
e San Pietro e Paolo (patrono di Roma) mi costano 110 euro
+ 1 giornata di malattia si
arriva a 165 euro. Complimenti davvero a tutti i sostenitori di
queste leggi. Mi meraviglio
soprattutto dei dipendenti della sinistra che vengono votati per fare certe
cose e poi si comportano nel modo opposto. In Spagna il dipendente del
consiglio l’indomani della sua elezione ha fatto ritirare le truppe spagnole,
qui invece c’è un signore che quando era all’opposizione era contro la guerra,
e ora che è al governo è titubante nel far ritirare le nostre truppe dall’Iraq
per non creare scompiglio nell’alleanza con gli Americani. Dal centro sinistra
ci aspettiamo l’uscita dalla guerra e una legge sul lavoro degna di questo
nome. Se non lo faranno non meritano più il nostro voto.
L. M. 15.06.2006 14:30
Vorrei aggiungere la mia voce a
quella di tutti i “cittadini” del blog. Sono laureata in Scienze
dell’Educazione con il massimo dei voti, e dopo la laurea ho frequentato un
Master in Editoria e Comunicazione. Non voglio dilungarmi troppo su quanto
abbiano significato questi anni di studio in termini di impegno, sacrifici,
rinunce, investimento economico.
Voglio invece parlarti del mio
ingresso nel mondo del lavoro, della frustrazione, della
demotivazione, dell’eliminazione
di ogni aspettativa e sogno fino a farti dubitare delle tue
capacità e di te stessa. Da due
anni alterno la mia condizione di disoccupata a brevi periodi di lavoro
precario e sottopagato. Voglio raccontarti di correzioni di bozze e schede di
lettura pagate 20 euro, di lavori di editing su interi libri di reference
pagati 120 euro, di mesi di lavoro come organizzatrice di eventi retribuita 500
euro al mese per 40 ore di lavoro settimanali. Vorrei raccontarti di lavori
conclusi 7 mesi fa e che ancora non mi sono stati pagati. Di ricatti e minacce
al primo accenno di protesta per le mie condizioni. Di assegni post-datati e
nessuna tutela contrattuale. Dei miei continui tentativi di trovare un impiego
anche in altri settori e delle risposte tutte uguali (non vado bene per fare la
segretaria, la commessa, l’impiegata perché sono “troppo qualificata”). Dei
tanti curriculum inviati e scomparsi nel nulla, cestinati senza alcuna risposta
(neppure un “no grazie, non ci servi”). Di cosa significa avere 30 anni e
nessuna prospettiva per il futuro. Di cosa significa aver voglia di fare, di
imparare, di essere parte attiva e produttiva della società,e vedersi sbattere
in faccia tutte le porte. Di cosa significa essere trattati senza alcun
rispetto, né professionale né umano. Vorrei raccontarti della paura che ti
prende ad ogni ora del giorno e della notte, dei pianti, della progressiva e
inarrestabile perdita di fiducia ed entusiasmo. E di mille altre cose.
F. C. 19.06.2006 17:13
Precario da 15 anni per la
società autostrade per l’Italia (1° tronco Genova) come esattore pedaggi.
Siamo in 40 in tutta la Liguria,
lavoriamo solo nei mesi estivi, la maggior parte di noi fa due mesi e mezzo,
non arriviamo nemmeno più ai 3 mesi di contratto, la nostra anzianità di
precari va da un minimo di 10 anni a un massimo di 18 anni. Il motivo della
nostra non assunzione è: esubero di personale! Ma ci può essere esubero in una
azienda dove il personale continua a fare richiami di servizio per coprire i
turni? Gente che non può andare in ferie, nonostante il nostro arrivo, perché
non sanno a chi dare il turno scoperto.
Questo non si chiama esubero di
personale secondo me è esubero di presa per il culoo!... Il vero motivo?
Devono ingozzarsi sempre di più e il modo più semplice per farlo è ridurre il
personale, mentre posti come questo potrebbero dare un infinità di posti di
lavoro. Comunque quello che mi rende veramente “ fiero “ di essere italiano è
quando ogni sei mesi circa, da quasi tre anni, varco la soglia del tribunale di
Genova, dove è in corso la causa contro ‘sta gente per la nostra assunzione. E
mi viene sempre in mente; il primo articolo della nostra Costituzione, che
sancisce che l’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro. Allora
si che mi scappa veramente da ridere!!!
M. L. 06.07.2006 11:51
Ho 33 anni, mi sono laureato in
Scienze Geologiche con 110 e lode, alternando gli studi a qualche piccolo
lavoretto (cameriere, barista ecc.), successivamente inoltre ho conseguito un
diploma di specializzazione come disegnatore cad con ottima votazione, e ho
cercato lavoro. Come prima esperienza ho trovato impiego presso un’impresa che
operava nel mio settore, pur di lavorare alternavo il lavoro da geologo a
quello di operaio utilizzando, senza alcun rimborso spese, la mia auto,
praticamente “guadagno zero”, però l’esperienza mi è stata “estremamente
utile”, ora va meglio...!
Lavoro in uno studio
professionale, come segretario portaborse, portaposta, portapacchi,
scrivilettere, fotocopiatore
ecc. senza contratto, senza malattia, senza ferie, senza contributi
e senza giorno di paga fissa
(infatti il giorno di paga viene stabilito secondo “l’umore” del
“padrone”!) e la cosa bella è
che sono stato obbligato ad aprire una partita Iva, quindi la mia misera paga
di 1.000 euro lorde, viene così suddivisa:
230 euro di tasse; 80 euro di
commercialista; 150 euro circa di benzina, quindi facendo una semplice
sottrazione il mio stipendio netto ammonta a 550 euro. Considerando che
anch’io come molti ho il vizio di mangiare e bere, e di pagare l’affitto,
insomma di sopravvivere, ogni mese ciò che riesco a risparmiare per costruirmi
un dignitoso futuro, ammonta a euro 0,00. Anzi, spesso mi trovo sotto in banca,
con numerosi problemi. Dice un famoso proverbio: “la speranza è l’ultima a
morire”.
Sto iniziando a mollare, sono
stanco.
Ma quando finirà?
F. G. 13.07.2006 10:55
Per me non è terribile leggere
le vicende dei precari. È un sollievo. Perché è solo qui dove trovo tante
storie come la mia che mi sento meno sola, meno incompresa, meno idiota. Ho
sempre preso il massimo dei voti, ho talento, ho iniziativa, ho carattere. Ho
una famiglia che mi ha pagato un costosissimo master e mi ha mantenuta a milano
per due anni. Finirà, mi dicevo, la gavetta è lunga ma finirà e li ripagherò di
tutto. Non finisce, va avanti e ti spolpa fino all’osso. Lavoravo in un’agenzia
di pubblicità. Stage. 500 euro per imparare e invece lavoravo dieci ore al
giorno compresi i fine settimana. Gli altri avevano i buoni pasto. Io no.
Gli altri le ferie. Io no. Gli
altri ridevano al lavoro. Io lavoravo solo di più nella speranza di un
contratto. Me lo hanno proposto alla fine dello stage, ma alla stessa cifra 500
euro. Non ce l’ho fatta. Ho un orgoglio io. Ora che ne guadagno 200 al mese quasi
li rimpiango. Ma continuo ad avere un orgoglio e non lo faccio. Sono 200 ma
sono miei. Mi spremo le meningi per trovare una via d’uscita per procurarmi più
lavoro e qualche volta penso con le lacrime agli occhi a Gaia, la figlia che
non avrò perché non posso permettermela. Ho 32 anni se facessi anche un figlio
sarei lavorativamente spacciata. Ho talento, mi spaccherò la schiena finché non
riuscirò a dimostrarlo ma mi cavassero tutti i denti non rinuncerò mai alla
dignità della cultura che mi sono formata con tanto amore e tanta passione.
E. N. 19.07.2006 19:58
Precaria io, precario lui.
Entrambi ultratrentenni. Fidanzati da 10 anni. Entrambi ancora a casa dei
rispettivi genitori. Matrimonio? Nemmeno a parlarne! Metter su casa insieme? E
con quali soldi? Le banche che nelle pubblicità ti concedono il mutuo se porti
loro una porta o un bidet in realtà ti ridono in faccia appena sanno che
potresti restare disoccupato entro fine mese... Non siamo laureati, entrambi
siamo diplomati e, pur di lavorare, attualmente facciamo cose che non c’entrano
nulla col nostro titolo di studio (io, diploma magistrale, faccio la segretaria
contabile grazie ad un corso di specializzazione post diploma che ho dovuto
fare per forza di cose, pur di trovare un minimo sbocco lavorativo; lui,
grafico pubblicitario, scarica frutta e verdura al mercato cittadino). Viviamo
nella “ricchissima” Lombardia... chissà come si sta nelle regioni meno ricche,
visto che noi in due guadagnamo qualcosa del tipo 1.900 euro netti al mese...
Praticamente, quello che ti chiedono per un trilocale arredato, le spese
condominiali e le bollette essenziali... Altro che sposarsi! Altro che far
figli! E meno male che abbiamo un governo di sinistra...
L. M. 24.07.2006 16:58
Ecco... ho letto anch’io...
adesso al 31-07-06 cerco nuovamente lavoro, ho 34 anni. E ho ancora 1 mese di
mobilità... ah il corso per disoccupati era professionalizzante “tecnico del
risparmio energetico” ma appena concluso guarda caso non mi da opportunità di
lavorare! Non esiste la mia mansione le leggi devono ancora dire dove potrò
lavorare... ormai non cerco lavoro girando in macchina... guardo in internet,
almeno risparmio la benzina! Vorrei solo trovare un lavoro non da tappabuchi
(da 1 settimana di contratto) sono demoralizzata anch’io se vado al c. Per
l’impiego mi viene una rabbia, tanti uffici per noi disoccupati, per non
parlare delle pari opportunità, tutte parole al vento, solo parole fatti... è
meglio se torni un altro giorno... Sono di Vercelli e qui è uno schifo! Si ce
l’avrei un’opportunità lavorativa a 45 km da casa con un part-time di 25 ore
settimanali. Vorrei mandare loro, i politici, a fare una settimana di lavoro e
poi sempre da capo... Siamo diventati carne da macello...... Io non ci credo
più... Bravo Beppe sei in gamba davvero, ti stimo vorrei anch’io l’auto ad
idrogeno... ho studiato anche quello...
O. S. 31.07.2006 20:25
Il laureato Dustin Hoffman si
consolava con Mrs. Robinson. Oggi la vita degli studenti, neolaureati, appena
masterizzati, ufficialmente neodisoccupati è decisamente più complicata. Esiste
una forma subdola di schiavismo appositamente studiata per i più giovani. Si
chiama stage, consiste nel lavorare gratis per un periodo variabile da 3 a 12
mesi, per poi passare a un altro stage presso un’altra azienda e così via di
seguito finché non si finisce in un call-center dove ogni curriculum è
assolutamente inutile. I più fortunati pagano profumatamente corsi fantasma per
poter lavorare gratis come stagista.
Sono studentessa e mi mantengo
da sola facendo la cameriera... è un lavoro che mi piace,
la fatica fisica non mi mette
paura e conoscere sempre gente diversa è divertente...
Ma soprattutto pagano bene!
Ho iniziato dopo le superiori
più per gioco che per necessità ma dopo il primo mese lo
stipendio mi ha fatto capire che
potevo permettermi una stanza in un appartamento affittato
in nero a 4, 5, anche 6 studenti
(lo tralasciamo il discorso degli studenti e gli affitti? Sì,
tralasciamolo...)
Il fatto è che comincio a
invecchiare, la laurea in scienze politiche è sempre più vicina e
vorrei poter fare qualcosa di
“diverso”, inserirmi in un contesto più consono ai miei studi.
È del tutto impossibile: contratti
di formazione, esperienza richiesta, contratti coccodè...
Una mia amica è laureata
all’accademia d’arte e fa la cameriera; un’altra è laureata in
conservazione dei beni
archeologici ed ha avuto un paio di esperienze terrificanti nei
call-center; mio cugino è
geometra e vende contratti telefonici; un’altra laureata in lingue fa
la cassiera in un alimentari.
Esemplare, per finire, è
un’altra amica che dopo dieci anni di lavoro nella contabilità a
Londra, è rimasta senza lavoro
per un anno fino a che un’azienda (straniera, non italiana)
l’ha assunta come
segretaria/centralinista con contratto a tempo determinato rinnovabile!
Questo paese fa schifo! E non è
colpa nostra, noi non siamo schifosi, noi siamo succubi di
quegli schifosi, vecchi,
viscidi, menefreghisti, ignoranti, bavosi (quanti onorevoli maiali ho
servito che volevano fumare dove
non si poteva, che non volevano più pagare la bottiglia
di vino da 100 euro, che si
facevano accompagnare da povere ragazzine ingenue, che
puzzavano e che facevano di tutto
per impedirti di fare il tuo lavoro).
S. S. 21.02.2006 12:04
Ho 25 anni e sono del Sud, nel
2004 mi iscrissi al Centro Territoriale per l’Impiego del mio paese non
riuscendo a trovare lavoro per conto mio e non avendo mai lavorato in vita mia;
mi iscrissi a tutte le agenzie interinali che incontravo, mai una chiamata è
pervenuta da allora, pensare che non sono una povera idiota, sono diplomata col
massimo, conosco 3 lingue e le parlo molto bene e so usare il computer a un certo
livello. L’altro giorno mi sono recata ad un’altra agenzia interinale: la
segretaria mi ha detto: ”Guarda se non hai esperienze è meglio che non mi lasci
il tuo curriculum, anche se è buono, non ti chiamerà nessuno” e le ho risposto:
”Scusa ma se nessuno mi da l’opportunità di cominciare, come faccio? Controrisposta:
”Fai uno stage”=lavorare gratis. Mi sono informata, è pure difficile farne uno,
sono a numero chiuso, ora devi pregare pure per lavorare gratis... siamo al
paradosso, ragazzi; ma quando arriverò più in là con gli anni e non avrò ancora
nessuna esperienza, chi mi darà lavoro? Chi mi sostenterà? I miei genitori
dall’oltretomba? Potrò mai avere una pensione se dovrò lavorare 40 anni? E come
raggiungerli 40 anni visto che inizio tardi ed esistono solo lavori precari? Io
non voglio il lavoro precario, voglio un’occupazione stabile, voglio certezze
che mi diano sicurezza nel programmare il mio futuro, è per questo che mi sono
data da fare a scuola, non per far aumentare gli introiti delle aziende e per
far arricchire quattro capitalisti. Al momento se non fosse per la mia famiglia
morirei di fame sotto un ponte con tutti i sacrifici che ho fatto, pensare che
venticinque anni fa ottenevi un posto statale con la terza media... Ringrazio
chi è di dovere per la situazione in cui mi trovo. Quando in televisione
ascolto la storiella dei numerosi posti di lavoro creati, non so se mi viene
più da ridere o da piangere... Aiuto voglio scappare dall’Italia, SUBITO... la
peggiore cosa per un disgraziato è essere deriso delle sue disgrazie.
D. N. A. 20.02.2006 22:03
Ho 25 anni. Mi sono laureato in
Economia Politica (in corso, con il massimo dei voti) l’anno
scorso a Bologna nel mese di
marzo. Sono andato in Australia per fare uno stage presso
l’Ambasciata Italiana a Canberra
(non retribuito, ovviamente). È stato il mio “viaggio di
laurea”. Sono tornato ad ottobre
2005 e ho cercato lavoro per due mesi. A dicembre (19
dicembre) ho trovato lavoro:
stage presso una banca di credito finanziario a Milano. Contratto
fino a giugno 2006.
Settecentotrentaeurimensili. Che culo mi son detto. Ma davvero! Non so se
sentirmi coglione o contento. Se preso per il culo o cosa. Di sigle di
contratti non ci capisco proprio niente. Sono nato nel periodo delle riforme.
Mi hanno riformato al militare. Mi hanno riformato la scuola superiore e
l’Università. Mi riformeranno la pensione (cioè non l’avrò mai). Aspetto e
sento parlare di riforme da quando sono nato. Al futuro non ci penso e non ci
posso pensare. Il mio futuro sarà precario a sei mesi. Di volta in volta. Oppure
mi rompo i coglioni e me ne vado. Chissà? Nonostante tutto sono contento dei
miei settecentoesblisgaeuri al mese. Che significa esser nella merda ma,
siccome sono fortunato, i miei genitori mi danno una mano. Senza il loro aiuto
avrei dovuto rifiutare questa offerta. Precari si nasce oppure ci si diventa.
Io ci sono nato.
M. P. 21.02.2006 11:16
Mi laureo il prossimo anno e
lavoro a tempo determinato per necessità. Tra rate universitarie e affitto mi
restano 50 euro di margine. Ho la fortuna di ricevere una grossa mano dai miei
genitori.
Non sono spaventato dalla
flessibilità, ma dal suo trasformarsi in precarietà e, quasi sempre, in una
mancata tutela dei diritti dei lavoratori.
Alla stipula del mio ultimo
contratto mi hanno presentato il modulo per la devoluzione dell’1 per cento
della mia retribuzione ad una organizzazione sindacale. Presentandomelo mi
hanno consigliato di evitare di dare il contributo e, con estrema naturalezza
mi sono sentito dire: “Forse più avanti potremmo avere bisogno di una persona
con le tue caratteristiche, ma preferiamo non lavorare con i sindacalizzati...
vedi tu...”. Io ho firmato lo stesso, ma non so se essere felice o rammaricato
per essere stato escluso dalle liste. Il mio contratto era un contratto di
somministrazione lavoro: cosa sono io? un farmaco? Mi somministrano all’azienda
che ha bisogno di me! Penso che già la denominazione spieghi molte cose.
In sintesi, concludendo, penso
si possa chiedere a un uomo di cambiare tre o quattro lavori nella sua vita, ma
di certo non si può chiedergli di rimanere precario per tutta la vita e di
rinunciare ai suoi diritti. Non si può somministrare la forza lavoro e il
lavoro deve tornare ad essere l’attività che connota la vita di un uomo, che lo
rende utile alla società tutta.
Come fa una società a progredire
se i suoi giovani sono costretti a vivere il presente e non
hanno le possibilità per
progettare il futuro? Come farò ad accendere un muto per una casa se i mutui
non vengono concessi a chi ha un lavoro a termine? Mi rendo conto scrivendo
questa mail che se non fosse per la mia famiglia non avrei la possibilità di
studiare. Non è anche questo, per il paese tutto, un danno?
F. V. 21.02.2006 11:48
La storia che voglio raccontare
(la mia) è la seguente. Laureato in medicina e chirurgia a pieni
voti e specializzato a pieni
voti. Non trovo lavoro. Quando iniziai la scuola di specializzazione
(ss) si diceva: ora con la normativa
che prevede il numero chiuso nelle ss il lavoro si troverà
facilmente e sicuramente; c’è la
programmazione!!! Ora, molti colleghi come me non trovano
lavoro. O meglio. Il lavoro ci
sarebbe pure, basta spostarsi e per qualche mese lavori. Esempio:
si fanno 600-800 chilometri e si
va a lavorare per sei mesi (con contratto libero professionale,
perché gli ospedali si sono
organizzati bene, coi manager) in un luogo dove spendi i ¾
di quello che guadagni per
vivere e dove nessuna donna (fidanzata) che ha un altro posto
precario da un’altra parte, ti
seguirebbe. Ora. Io ricordo di aver studiato, quando ancora si
studiava a scuola, il fenomeno
dell’emigrazione. In quei tempi milioni di giovani capaci e
volenterosi furono cacciati
dalle loro terre dalla povertà e dalla mancanza di possibilità di
lavoro postbellica, oggi verremo
cacciati dall’incapacità totale dei nostri governanti passati,
presenti e futuri di avere una
visione (una qualsiasi!) del futuro dei giovani italiani. Credo che
non valga la pena di vivere in
una terra (che amo moltissimo perché è una terra di cui andare
fieri) che è stata oltraggiata e
vilipesa, derubata dell’anima e sputtanata da una congrega di
arraffoni, arruffoni e
lestofanti. Mi viene da ridere e da piangere insieme, se penso alla sorte
di una larghissima fetta di
gioventù italiana che è rimasta fuori dalla possibilità di lavorare e
contribuire alla crescita della propria nazione. Quella gioventù (che dovrebbe
essere la crema della società) a cui è stato negato un futuro e quello, il
futuro, ogni giorno diventa passato e nessuno potrà mai restituirtelo. L’unica
speranza è riposta in un Grande Uomo: Presidente Ciampi, vada in Parlamento e
faccia il contrario del Papa: li faccia arrestare!!!
A. V. 21.02.2006 13:16
Sono Dottore in Scienze
dell’Informazione (Informatica). Per pagarmi gli studi ho passato le estati
“migliori” della mia vita a fare i turni in una fabbrica. Ho subito trovato
lavoro, è vero, come consulente: lavoro di 8 (e più) ore al giorno per la
stessa ditta, compilando pure il timesheet con emissione di fattura a fine
mese. Insomma, le sfighe del libero professionista unite a quelle del
dipendente. Da un mese sono dipendente di una nuova ditta... per 1.000 euro al
mese; l’unica è sperare di andare in trasferta per 25 euro al giorno in più...
allora la cosa inizierebbe ad essere interessante.
E mi aspetta un bel mutuo...
Ma in Italia non mancano
laureati???
I miei hanno spinto tanto perché
studiassi, se avrò dei figli spingerò perché imparino un buon mestiere!
E. S. 21.02.2006 13:21
Attualmente sono dottorando in
Neurofisiologia. Dopo il dottorato è difficile che io possa trovare una
qualunque occupazione in Italia, perché nel pubblico ci sono pochi posti e nel
privato il titolo di dottorato non fa alcuna differenza, anzi è quasi peggio.
Soprattutto considerato il mio tipo di laurea e specializzazione, la cui
applicazione è quasi esclusivamente limitata alla ricerca. Ho provato a fare
ricerche per trovare un lavoro, anche lontano dall’indirizzo dei miei studi (ma
più vicino ad altri miei interessi): quasi la totalità delle offerte di lavoro
è a tre mesi, a progetto o stage formativi, molti anche non retribuiti. Quando
c’è una retribuzione è anche più esigua della mia borsa attuale (800 euro a cui
detrarre 300 solo per l’affitto e sono pure fortunato). In quasi tutti i casi
il titolo che ho già acquisito, la laurea, praticamente non serve a niente.
C. C. 21.02.2006 13:41
Qual è la mia storia?
Semplice semplice... mi sono fatto il c... per diventare ingegnere
elettronico rinunciando
al divertimento che avrei potuto spendere nei migliori anni della mia
vita.
Cosa mi ritrovo adesso?
Un pugno di mosche, no? I tempi cambiano, c’è la crisi, non è colpa
di nessuno, no?
E intanto mio padre all’età mia
(con un diploma) aveva già un buon lavoro, una casa in affitto e una famiglia
con un figlio.
Io invece niente, eppure una
volta gli ingegneri elettronici trovavano lavoro subito. Invece io mi ritrovo
a sostenere colloqui con gente che ti vuole aziendalista ancora prima di averti
assunto! Chiede idiozie che somigliano quasi a giuramenti di fedeltà e fanno
fare prove ridicole che dovrebbero in 10 minuti misurare il tuo livello intellettivo
o la tua capacità di risolvere i problemi.
Tra idiozie come queste e, a
volte, qualche colloquio serio, mi arrangio come proforma. Sì, perché
insegnare in una scuola privata dove già si sa che chi paga passa gli esami è
proprio un proforma. E non è né gratificante, né tanto mento formativo per la
mia carriera professionale. C’è poco da fare, Beppe... Se ad aprile dovesse
succedere il fattaccio io riconsegno la carta d’identità e me ne vado in
qualche altro posto.
A. C. 21.02.2006 14:25
A tutti quelli che parlano di
fare i lavori manuali. Allora mettiamo in chiaro alcune cose. I vari lavori
manuali sono di due categorie, quelli che richiedono un lungo periodo di
apprendistato per essere appresi e fatti bene, e quelli che si possono fare con
poche ore di insegnamento. I primi non sono fattibili da chiunque sia più
vecchio di 15 anni. Un artigiano qualunque, di qualunque livello, non assumerà
mai un giovane più vecchio di 15/16 anni. Il giovinastro in questione si deve
preparare ad anni di angherie non retribuite. È verissimo che chi sopravvive
(grazie ai genitori ovviamente, ricordate che molti non possono farlo) poi ha
un mestiere molto redditizio e sicuro (idraulici e cassamortari, perché già i
meccanici tra poco non sapranno più che fare visto che le officine ufficiali
assumono solo ingegneri meccanici, 110/lode mai sopra i 25 anni, remember). I
lavori manuali che non necessitano di lunghi periodi di apprendimento, li fanno
gli extracomunitari. Perché costano poco e non rompono i coglioni. Crepano
(letteralmente) nei cantieri senza tante storie. Ma quali imbianchini da 70
euri a stanza! Sì, quelli disoccupati. Il polacco che si è fatto il tugurio
dove “lavoro” ha preso 20 euri a locale e una birretta. La ditta di Italiani che
voleva i 70 euri se l’è presa nel culo. Meditate sapientoni. Meditate.
F. C. 21.02.2006 15:02
Rubo un po’ di spazio per
raccontare una storia che purtroppo, in tempi di legge Biagi, non avrà nulla di
originale. Lo scorso maggio mia sorella e due sue amiche si sono laureate in
economia con 110 e lode, dopo un corso di studi brillante e veloce. Le due
ragazze hanno intrapreso, presso un’importante banca, uno stage di sei mesi con
retribuzione di 500 euro mensili. La banca si trova a circa 50 km dalla città
in cui abitano le ragazze; basteranno questi soldi a coprire per lo meno il
costo della benzina? Ma oltre al danno, la beffa: sin dall’inizio è stato detto
loro che non vi era nessuna possibilità di assunzione alla fine dello stage e
che questa esperienza sarebbe servita loro solamente ad infoltire il
curriculum. Una persona assennata consiglierebbe loro di cercare qualcos’altro;
ma come si fa se questo stage è l’unica opportunità che è stata loro offerta
dopo un’estate trascorsa ad inviare curricula? Forse ha fatto bene mia sorella,
che ha avuto il coraggio di fare i bagagli e andarsene in Lussemburgo. non
ancora laureata, una banca le ha offerto uno stage di sei mesi, durante i quali
ha potuto lavorare alla sua tesi, alloggio pagato e mille euro mensili. Alla
fine è stata assunta a tempo indeterminato, con uno stipendio maggiore di
quello di mia madre che lavora da trent’anni per la stessa azienda. Grazie
governo Berlusconi, mi devi una sorella.
L. G. 21.02.2006 15:27
Ventinove anni, una laurea in
statistica da 3 anni e inoccupato dalla nascita, salvo delle esperienze come
operatore call-center di 2 mesi in totale. Passo le mie giornate su internet a
inviare curriculum, circa 100 al giorno, uff è proprio una fatica, dovrebbero
pagarmi solo perché lavoro a cercare lavoro.
I colloqui devo valutarli bene
perché una trasferta a Milano mi costa un occhio e spesso ho dovuto rinunciare
proprio perché la mia famiglia non poteva permettersi queste “spese superflue”.
C’è chi dice di non piangere,
non sono abituato a farlo, soffro come questi disgraziati come me, che hanno
troppa dignità per dirlo a qualcuno.
La legge Biagi, già... ma almeno
se decido di andarmene in Francia non ci sarà una legge Bossi-Fini a
impedirmelo solo perché non ho un contratto di lavoro?
P. N. 21.02.2006 17:19
18/02/1999 - 18/02/2006... non è
la data del mio anniversario di fidanzamento ma quella della mia vita da
precaria. E se si pensa che sono nata nel 1980 praticamente stiamo parlando di
tutta la mia vita lavorativa!
7 anni e 13 contratti a tempo
determinato e ogni giorno è come fosse il 1° giorno di lavoro: niente ferie,
niente anzianità e niente scatti di stipendio. Lavoro circa 8/10 mesi l’anno
con 2 giorni di preavviso per la firma del nuovo contratto senza la possibilità
di rinuncia perché altrimenti sei fuori e hai vanificato tutti gli sforzi. E
poi c’è la lotteria di dove orbito: dal marzo del 2005 al gennaio di
quest’anno, per esempio, ho cambiato 3 comuni di residenza per poter lavorare:
Milano, Roma, Venezia... neanche volendo posso comprarmi una casa: rischio di
pagare un mutuo nella mia città natale e un affitto nella città dove mi mandano
a lavorare. Ma il problema non è solo sul piano economico: la frustrazione e
l’incertezza di quello che sarò da grande hanno cominciato ad attaccare anche
la mia sfera emotiva: incertezza e paura oramai mi accompagnano nelle mie
scelte. Tra mille difficoltà sto tentando di prendere una laurea, intanto di 1°
livello, poi si vedrà.... ma leggendo gli altri post oramai anche quella vale
poco o niente, ma è l’unico aspetto della mia vita che al momento mi dà
soddisfazioni. Non so di chi sia la responsabilità di questo cancro sociale
che colpisce noi giovani, destra e sinistra hanno equamente colpa. È inutile
puntare il dito, oramai il danno è fatto, c’è da augurarsi solo che con la
nuova legislatura qualcosa cambi, la speranza è l’ultima a morire e almeno
quella nessuno me la può togliere.
I. O. 21.02.2006 19:26
Sono uno studente universitario,
ho 21 anni e sono perfettamente in regola con i miei
obblighi scolastici tenendo una
media più che soddisfacente. Da un anno e mezzo, oramai,
abito nella città dove mi sono
trasferito (Varese, città della Lega) per studio e credo che ci
rimarrò un bel po’. Provengo da
un paese piemontese, di campagna, e non mi sono mai tirato
indietro se c’era da dare una
mano per quanto riguarda il discorso di manutenzione della
casa, lavori pesanti compresi.
So tagliare il prato, potare le piante, cavare l’orto e riparare un
motorino. So anche fare le
equazioni e svolgere una versione di latino, pensa te. Quando
mi sono recato, perché sentivo
il bisogno spirituale di lavorare (per i miei genitori, vorrei
contribuire all’affitto), in una
delle agenzie interinali presenti sul territorio e ho compilato
l’apposito curriculum vitae; mi
sono anche iscritto via internet alla stessa agenzia, oltretutto. Beh, nessuno
si è preoccupato di me e del mio bisogno di lavorare, eppure non capisco: so fare
praticamente tutto, so anche 3 lingue. Mi hanno mandato gli auguri di
compleanno però, conservo ancora l’sms! Che odio, verso di loro e ancora di più
verso le istituzioni. Non ci posso fare niente, mi etichetteranno come
terrorista anarco-insurrezionalista marxista leninista a breve. Morale della
favola, ho fatto un concorso formato da 1 scritto e 2 orali, e l’ho passato:
era un concorso dell’Istat, e mi devono ancora chiamare. Credo che lo faranno a
breve. Credo. Non mi vuole nessuno, eppure passo i concorsi statali.
Simpatici, molto. È proprio vero quello che diceva Orazio? “Dulce et decorum
est pro patria mori”, è dolce e decoroso morire per la patria. Chi lo sa...
Speriamo bene.
A. M. 21.02.2006 19:56
Sono un ragazzo di 32 anni sono
laureato in Geologia con master ormai da 5 anni. Ho lavorato (non da subito)
“a singhiozzo” cioè con contratti di 6 mesi alternati da qualche mese di buco
dove mi “dilettavo” in qualche call-center per racimolare un po’ di soldi per
l’affitto.
Ho vissuto infatti per molti
anni lontano da casa e purtroppo a volte mi è capitato di chiedere soldi a casa
quando mi trovavo nei mesi di “buco”.
Ora sto svolgendo uno stage
formativo rigorosamente gratis ma almeno sono a casa mia quindi evito spese
varie, compreso l’affitto.
Per fortuna ho una buona
esperienza come cameriere e quindi qualche lavoro stagionale riesco sempre a
trovarlo altrimenti da laureato nel 2006 avrei fatto davvero la fame. Non
voglio essere così pessimista e per questo avrò ancora pazienza di cercare un
lavoro attinente al campo per cui ho studiato e in questi anni fatto un po’
d’esperienza; quest’ultima mi piacerebbe tanto metterla a disposizione del mio
paese! M. Z. 21.02.2006 20:55 Giovani architetti Non c’è mica solo la legge
Biagi.
Guardate con che offerte devono
confrontarsi i giovani architetti che tentano di inserirsi nel mercato del
lavoro (sempreché non dispongano di un santo in paradiso).
Richieste del datore di lavoro:
Laurea;
Abilitazione professionale;
Competenza professionale e uso
di software;
Disponibilità giornaliera full
time;
Motorino o macchina propri.
Offerta economica:
Contratto di Stage a tempo
determinato, con rimborso spese di 300 euro al mese.
Incredibile vero? No, non è
incredibile, fatevi un giro sui siti degli ordini e vi accorgerete che questo è
lo standard.
Ma la cosa più divertente è che
la Comunità Europea proprio ultimamente ha additato l’ordine degli architetti
italiani perché applica le tariffe più alte d’Europa.
R. B. 21.02.2006 21:02
Laureato in economia e commercio
a Catania nel luglio 2004, grazie ai miei genitori ho potuto partecipare a un
master di 1º livello a Milano, (7.500 euro solo il master) era previsto
all’interno del master un periodo “formativo” in azienda, ho fatto 6 mesi in
una grande catena di ipermercati in cui gli ultimi 3 mesi mi hanno pagato 500
euro, ovviamente a gennaio un bacino sulla fronte e a casa (sottolineo che gli
stagisti nell’azienda in questione sono a rotazione ogni 6 mesi ,senza
assunzione, senza nessuna speranza, solo schiavi che cambiano semestralmente).
A gennaio mi sono detto: “dopo
una laurea, un master, uno stage di 6 mesi in una grande azienda estera,
min..ia ora è il mio momento”. Purtroppo dopo un mese di ricerca e qualche
colloquio ho solo trovato uno stage di altri 6 mesi a zero euro. Ora mi dico io
sono fortunato, in quanto mi sostengono finanziariamente i miei a Milano (dato
che in Sicilia neanche si parla lontanamente di lavoro) ma per chi non è
fortunato come me cosa può fare? La mia voglia di andare via dall’Italia è
tanta, già ho deciso di non tornare più in Sicilia, il prossimo passo è
espatriare unica scelta per chi vuole onestamente lavorare!
F. S. 25.02.2006 17:09
Mi sono laureata in legge nel
2000, ottimamente. Ma vivevo da sola... l’affitto, le spese... ho studiato
legge perché l’amavo, non per altro. Sapevo benissimo che non avrei potuto
galleggiare in uno studio di avvocati per anni a stipendio zero per concludere
la pratica che porta all’esame di abilitazione. Ero felice comunque. Dopo
nemmeno 10 giorni trovo lavoro: impiegata, 1.000 euro al mese, ma Yeppa!! Era
uno di quei contratti alla “vecchia maniera”: due mesi di prova e se ci piaci
sei assunta. Al volo! Poi, tentavo di raccontarmi, continuerò a studiare e
magari cambierò lavoro, magari troverò di meglio... Come no! Nel frattempo i
risultati della legge Biagi hanno cominciato a farsi sentire... Provare a
cambiare lavoro? Da pazzi! Da pazzi lasciare un posto fisso come quello che ho (che
comunque non amo molto e che comunque non si confà al mio titolo di studio) per
un altro che sì... per 2 mesi... poi... chissà... Io vivo sola!
Attorno ho gli esempi di amici:
Simone, 108 in informatica a Pisa. La sua piccola
azienda licenzia i dipendenti.
Lui comincia a cercare lavoro. Passano 2 anni poi contratti
di 2 mesi... 3 mesi... forse...
Dopo 2 anni con contratto a tempo indeterminato. Un suo
commento illuminante?: “Meno
male che prima che ci licenziassero quella che al tempo
ritenevo sfiga ha voluto che per
un pelo mi lasciassi sfuggire l’acquisto (con mutuo) di
quell’appartamentino sennò
adesso...”.
Manuela, non solo laureata in
legge, lei è avvocato, ma deve portare a casa la pagnotta quindi cerca un
lavoro consono al suo status... Seeee, magari! Impiegata! E zitta! Un bel
giorno esplode, non ce la fa più a sopportare il suo capo e si licenzia. Ha
trovato lavoro dopo quasi 3 anni, e alla stessa identica maniera... 3 mesi,
4... forse!
L. S. 26.02.2006 11:27
Ho 29 anni e una laurea appena
conseguita in architettura. Appena conseguita perché
durante i quasi 10 anni di
carriera universitaria ho avuto la fortuna (?) di fare qualche
lavoretto per periodi abbastanza
lunghi. Non rimpiango il tempo trascorso perché ho fatto
quelle famose esperienze che
servono spesso per accedere al mondo del lavoro. Tutti i
lavori che ho fatto, sempre nel
mio ambito professionale sono stati dovuti alle conoscenze,
poiché altrimenti solo le
capacità non credo bastino mai. Tutti tranne uno sono stati lavori
occasionali, pagati non più di
10.000 lire o 4 euro l’ora (noterete che con il cambio si è avuta anche un po’
di svalutazione!) che però sono sempre arrivati più o meno puntuali. Ora,
nell’unica esperienza che ho avuto in una azienda, con contratto di formazione,
durata un anno e mezzo circa, le cose sono andate diversamente, poiché lo
stipendio, che era di circa 950 euro, dopo i primi tempi, è iniziato a tardare,
prima di un mese, poi due, finché un anno e mezzo fa ho mollato, con 5 mesi di
arretrati, che ora sto lentamente recuperando (ps. grazie Cgil per la vostra
presenza nel difendere i diritti del lavoratore, ma vaff...). Ora lavoro come
collaboratore a 600 euro euro al mese e mi ritengo fortunato ad avere almeno
questo, ma non vedo come posso costruire un futuro in queste condizioni,
soprattutto per il fatto che come futuro libero professionista la professione è
ancora più incerta in un paese dove il potere di acquisto diviene ogni giorno
più piccolo. Ho scelto questo mestiere per passione ma sento che prima o poi
per sopravvivere dovrò andarmene dall’Italia, o iscrivermi a un partito...
Guarda caso in Parlamento i soldi non mancano mai. Perché i nostri politici, i
nostri dipendenti, non li assumiamo con un bel co.co.co.? Altro che i 12.000
euro al mese che si prendono per farsi le leggi ad hoc.
D. G. 28.02.2006 14:09
Sono dottore magistrale in
economia e commercio. Racconto le mie avventure post-laurea. Sono stato tutor
per circa sei mesi presso un’azienda privata di preparazione agli esami
universitari. Se un laureato ha un minimo di ambizione alla prima occasione da
un’azienda come quella scappa; ed è quello che ho fatto io. Mi interrogo ancora
sul perché dell’esistenza di tali aziende. Sono stato, in seguito, stagista per
tre mesi presso una piccola banca locale in Toscana: due mesi su tre passati
come un automa a registrare fatture e cambiali, al solo scopo di liberare gli
impiegati del lavoro più noioso e alienante. Ultimamente ho fatto l’operatore
presso un call-center (servizi e informazioni dell’elenco abbonati; il vecchio
12 della Telecom) per tre mesi con contratto a progetto. 6,30 euro l’ora lordi.
Un mio amico ha fatto il magazziniere, dopo la laurea, in Irlanda e guadagnava
10 euro l’ora. Retribuzioni da fantascienza in Italia. Finito il periodo alcuni
contratti sono stati rinnovati e altri no.
A me non è stato rinnovato,
naturalmente senza aver ricevuto chiare spiegazioni. Aggiungo
che il 30% degli operatori del
call-center dove lavoravo sono laureati. Nel frattempo ho
partecipato a giornate di
assessment di aziende e banche varie. Da queste ultime sono
sempre stato giudicato incapace,
grazie a infallibili test psico-attitudinali, di svolgere le mansioni
dell’impiegato. Mi domando: è lecito che io pensi che questo è incredibile e
direi anche un po’ frustrante? O no? Sono passati 15 mesi, da quando mi sono
laureato di cui quattro mesi da disoccupato e non sono riuscito fino ad ora a
guadagnare più di 600 euro al mese. Attualmente sono ancora una volta alla
ricerca di lavoro. Si dice che in Italia si sta in casa fino a trenta anni.
Come si fa ad andare via con 600 euro al mese? Quando avrò un stipendio degno
di tale nome verrò a vedere uno spettacolo.
D. C. 28.02.2006 19:56
Ci sono persone che criticano il
fatto che quelli che si lamentano del precariato sono quasi tutti laureati o
neolaureati, che non hanno magari mai voluto “abbassarsi” a fare lavori di tipo
manuale o simili.
Perché criticare chi ha fatto un
investimento sul futuro ed esige un ritorno? Non ritengo, né mai lo farò, che
i laureati siano “meglio” dei diplomati, ma credo sia condivisibile il pensiero
che dopo aver trascorso anni all’università si debba avere l’opportunità di
lavorare nel proprio campo!
Io ho fatto la cameriera e
adesso, nonostante la mia laurea in Biologia (laurea sperimentale, 110 e lode)
sto facendo la segretaria (per due mesi) nell’area amministrativa di una
società immobiliare... e se ad aprile mi offriranno di lavorare al banco del pesce,
lo farò, devo pur campare, però oramai le Aziende hanno il brutto vizio di
guardare male quei cv in cui il “candidato”, pur essendosi mostrato umile e
adattabile, dimostra di essersi allontanato da quello che è stato il suo
background di studi. Ecco perché molti laureati non accettano qualsiasi tipo di
lavoro viene loro proposto, e onestamente non mi sento proprio di poterli
criticare! Già più di una volta mi è stato detto che il mio cv è buono, ma che
dovrei eliminare la riga in cui dico di aver fatto la cameriera...
N. C. 01.03.2006 13:39
Trentenne laureando in
architettura fra 1 mese, diploma di geometra, cinque anni di lavoro come
co.co.co. e co.co.pro. presso studi e imprese edili.
Curriculum sparsi tra studi,
agenzie interinali e imprese edili, pochissimi colloqui, alcuni dei quali
ridicoli (tipo: “qual è il suo fumetto preferito?”).
Ringrazio solo i miei, che mi
possono ancora mantenere...
Ma è possibile che non si riesca
più a tutelare il lavoratore? Ferie, mutua ma dove sono finiti? Sono di Torino
e ho appena assistito alle Olimpiadi: in montagna gli spettatori erano
esclusivamente stranieri, pochissimi italiani. Il motivo è semplice: il costo
dei biglietti andava benissimo per loro, gli italiani non se lo potevano permettere
visto che hanno stipendi 3 volte meno rispetto a loro!
F. T. 07.03.2006 12:11
Ho appena fatto il kamikaze al
primo anno di dottorato, ovvero mi sono ritirata, perché la ricerca in Italia è
alla frutta: ci si perde in teorie fichissime quando, là fuori, i problemi sono
altri e grossi. Dunque, ho all’attivo sei anni di studio, portato avanti con
sacrifici esistenziali ed economici,e ho difficoltà a trovare lavoro. Ho
venticinque anni, ma pare che o si è ingegneri laureati a ventidue anni, o
l’unica speranza è quella di compilare moduli nelle interinali. E poi,
mannaggia a me e ai miei sogni del cavolo, mi sono laureata in filosofia e
quando mi trovo a dover compilare i dannatissimi form on line, raramente trovo
quello che più mi aiuta a descrivere le mie esperienze. Nessuno che, insieme ad
“amministrazione/finanza e mercati/risorse umane/marketing e commerciale” metta
ricerca senza sviluppo. Nessuno che annoveri la laurea in filosofia in un
concorso pubblico che non sia “bando di concorso per un posto da bibliotecario
con vent’anni di esperienza alle spalle”. Che altro dirvi? Vogliamo parlare
della nuova università che, con i suoi fantastici corsi di laurea in enologia
applicata ingrossa le fila di disoccupati di domani? Vogliamo parlare delle
truffe legalizzate dei master, unici canali che pare facciano trovare lavoro, a
10.000 euro? Vogliamo parlare degli stage quasi mai pagati? Vogliamo parlare
del linguaggio aziendalista, del mito della giungla umana, del mito del pelo
sullo stomaco e dei metodi finto pedagogici dei generosi padri che ti insultano
per farti crescere? Vogliamo parlare del culto del PowerPoint? Delle dispense
al posto dei libri? Se tornassi indietro andrei a fare un corso da estetista:
pare che loro lavorino sempre. Mi sono data tempo fino a settembre, dopodiché
emigrerò definitivamente da questo Paese alla frutta.
M. M. 09.03.2006 10:02
Vorrei contribuire con la mia
esperienza.
Per motivi strettamente
personali, da sempre mi domando come poter fare a fuggire da quello che è il
nido familiare. Bene, per ottenere l’indipendenza, bisogna darsi da fare. A 15
anni ho lavorato per un po’ in un negozio. Dovevo stare lì e tenere le cose in
ordine. Quali cose? Prima di tutto spolverare, spazzare, pulire il marciapiede
dalla cacca dei piccioni... e nel mentre ordinare la posta e le ricevute,
insomma fare da segretaria. Per 8 ore al giorno. A nero, ovvio. Poi ho
lavorato, a nero, per anni tra un ristorante e l’altro. In uno la proprietaria
rubava le mance e non ti pagava mai se non a forza d’insistere. In uno le mance
erano divise tra tutti tutti (proprietari compresi, cuochi ecc. ecc.) e ti
pagavano a serata, in media ti andava bene se beccavi 6 euro l’ora (ma quasi
mai). In un altro lavavo i piatti e servivo contemporaneamente, così loro
ottimizzavano i costi. Una volta non sono potuta andare... lavoro perso.
Comunque le altre esperienze te le risparmio. Ora sono a mandare cv a giro. Leggere
gli annunci è deprimente al massimo. In più ho il cv vuoto perché ho sempre
lavorato a nero. Studio all’università perché spero di potermi costruire un
futuro. Per fortuna ho la borsa di studio, ma il problema sarà mantenerla se
troverò finalmente un lavoro per fuggire di casa. Macché mammoni, gli italiani,
un po’ si adagiano sulla famiglia, un po’ non hanno scelta! Comunque da quanto
ho letto, mi sembra che ci sia di peggio della mia esperienza... dopo il 9
aprile cambierà qualcosa? Mah, vanno al governo quelli che hanno votato il
pacchetto Treu...
A. S. 10.03.2006 10:13
Io sono diplomato in ragioneria
e attualmente sono uno studente universitario iscritto all’Egart (economia e
gestione dell’arte e delle attività culturali) di Venezia. Nel corso della mia
carriera universitaria ho svolto moltissimi lavori tutti iper-precari, con la
durata massima di due settimane per potermi mantenere, e la cosa non mi è
andata del tutto male, ultimamente però, tutti questi lavori che non mi hanno
qualificato professionalmente cominciano a scarseggiare e proprio ora che sto
chiudendo il ciclo di studi, oltre a non trovare assolutamente un impiego nel
mio settore, non riesco nemmeno a mantenermi.
In particolare nonostante il
pressing svolto nell’ambiente culturale, il massimo che sono
riuscito a racimolare è stata
un’esperienza come maschera in teatro, manovale in produzioni cinematografiche
e la proposta di lavorare come stagista con la premessa che di soldi e di posti
in quell’ambiente, non ce ne sono e quindi niente assunzione al termine e
nemmeno il rimborso spese a fronte delle 8 ore giornaliere. L’alternativa
consigliatami dai miei stessi docenti universitari, è l’immigrazione, e mi sa
che dovrò prenderla in considerazione! M. F. 10.03.2006 12:27 E siamo a
giurisprudenza...
La situazione è drammatica. A
volte per la disperazione viene quasi da piangere. O pensare di buttare
all’aria tutto, andarsene, andarsene via. O, come da che mondo e mondo, farsi
prete, come mio zio.
Eppure sono al terzo anno di
giurisprudenza! Alla prestigiosa Università di Trento!
E poi?... È palpabile, nell’aria
un’incertezza e un’insicurezza su che sarà di noi un domani.
Ero giusto in fila per un
colloquio con un docente. Ascolto lo sfogo di una tesista:
“...ora mi laureo... e dopo? Due
anni minimo di praticantato non so dove... mantenuta da chi? I miei non possono
mantenermi per altri anni. Io non voglio pesare su loro... e mettendo il caso
riesca a passare l’esame di avvocato al primo vado? Per associarsi a qualche
studio servono soldi... io non ne ho. Altre alternative? Ho 26 anni... oggi ti
prendono quasi sempre solo a tempo determinato (ma rinnovabile! Finché non sei
da rottamare e ne chiamano un altro)... Mi è stato detto in una agenzia per il
lavoro che le aziende preferiscono diplomati in istituti tecnici, da poter
istruire e far crescere, a costi minori di un laureato...”. E siamo a
giurisprudenza. Quelli che escono da altre facoltà? Lettere, filosofia,
matematica e fisica... che fanno? Si sparano? O vanno avanti, accanitamente
fino in fondo se hanno soldi, tanti soldi per poter continuare a studiare e
vincere concorsi per alte figure professionali Chi vuol esser lieto sia, di
doman non v’è certezza... Beh, oggi c’è pure molto poco da stare allegri, se
penso che dovrò studiare ancora tre anni per poi dovermi adattare a un
lavoretto precario, mal pagato e lungi dal rispettare le mie aspirazioni
professionali. Non posso permettermi neppure io, infatti, di fare il
praticante a spese del già grande sacrificio dei miei.
Va beh... ma ora sembra questo
il destino del Paese... si ha la generale sensazione che tutto vada a rotoli,
tutto. Eppure non faremo nulla finché ci sarà ancora un po’ di carta, poi...
poi sarà troppo tardi.
A. G. 10.03.2006 16:38
Ho conosciuto il mondo del
lavoro molto tardi. Ho cominciato a lavorare per 15.000 lire l’ora a 21 anni, a
Bologna, dove mi sono trasferito nel 1996 per frequentare l’università. La
città era molto cara ed i servizi per studenti in via di “privatizzazione”,
cioè di demolizione. I soldi che i miei mi mandavano da casa (guadagnati col
lavoro) bastavano per affitto, tasse e cibo. Ma per il cinema, i libri e le
sigarette dovevo lavorare. Un amico mi parlò della possibilità di lavorare come
facchino alla costruzione del palco per il concerto a cui avrebbe assistito il
papa. Il concerto famoso perché a baciare l’anello papale quella sera fu Bob
Dylan in persona. La costruzione del palco durò 15 giorni, durante i quali si
lavorava 12 ore in media. Compagni di lavoro erano altri studenti e giovani
immigrati. Non avevamo caschi, guanti, scarpe di sicurezza. Non ricevemmo
alcuna formazione. Il lavoro era faticoso e pericoloso. Il primo giorno di
lavoro un tizio che gli altri chiamavano “metallo” mi diede una imbracatura e
fu così che divenni arrampicatore.
Dopo poche ore dal mio ingresso
nel mondo del lavoro, ero appollaiato su un tubo di alluminio anodizzato, senza
casco ma con una vecchia imbracatura attaccata alla vita (in tutti i sensi) a
12 metri di altezza dal suolo.
Da allora ho fatto il facchino
molte altre volte per concerti e fiere, ho fatto il tecnico montatore, il
battitore in fiera (tipo quelli delle tv), lo steward a 5 euro l’ora in
galleria d’arte moderna, il tecnico elettricista, il macchinista teatrale,
l’operatore di call-center... Ho 30 anni, una laurea in Dams - spettacolo (110
e lode) - che non dà la possibilità di fare supplenze di nessun tipo, che non
consente di partecipare a concorsi (neanche a quelli per operatori culturali
settore spettacolo nei comuni ai quali sono invece ammessi i laureati in giurisprudenza)
e che non offre allettanti prospettive.
W l’Italia, Repubblica fondata
sul lavoro!
S. D. S. 11.03.2006 02:33
Ho 22 anni, e sono uno studente
di ingegneria informatica presso l’Università degli studi di
Catania. Abito a Siracusa, a 70
km da Catania. Per i primi tre anni mi sono trasferito in quella
città per seguire gli studi, ma
la vita era troppo pesante, così, agli inizi dell’estate 2005, mi è
stato offerto di fare l’economo
in un hotel di Siracusa, di cui i proprietari sono anche i datori
di lavoro di mio padre (in
un’altra azienda però esterna all’hotel). Mi avevano offerto questo lavoro
dicendomi che avrei dovuto lavorare per 5 giorni alla settimana, di cui due
come portiere di notte, e gli altri tre come economo. Ho preso a lavorare
“effettivamente” ad agosto 2005, e adesso che siamo a marzo non hanno ancora
parlato di contratto. Sto lavorando in nero. In più, la fregatura è stata nel
fatto che mi fanno lavorare soltanto la notte, altro che economo di giorno. E
non mi danno nemmeno i due riposi settimanali. Quando c’è molto lavoro, arrivo
a fare anche 8 notti di seguito. Impensabile per il fisico umano. Ma non posso
dire nulla, perché come dicevo prima, sono in nero. Così mi tocca studiare la
notte e dormire di giorno. E sai per quanto? Per 700 euro mensili. E tutto
questo, dopo che mio padre lavora per loro da ben 33 anni! Dimmi tu se questa è
una cosa giusta! Spero di esserti stato utile...
A. G. 11.03.2006 04:04
Ecco anche la mia storia: ho preso
la maturità classica, ma non avendo tanta voglia di studiare non mi sono
iscritta subito all’Università. Così ho lavorato per 3 stagioni come hostess;
prima esperienza di lavoro del tutto negativa se pensiamo che avevo un
contratto di consulenza, in cui era specificato che l’Azienda poteva avvalersi
delle mie conoscenze e usarle al fine di far divertire “gli ospiti” del
villaggio senza vincoli di tempo x me e senza nessuna gerarchia. Chi conosce i
Villaggi Turistici sa che nella realtà c’è una gerarchia molto severa e la
cosiddetta équipe lavora dalle 7 di mattina (orario in cui apre il ristorante)
fino alle 3 o 4 di notte (orario in cui finisce l’animazione in discoteca), se
riesce ad “imboscarsi” forse il dipendente riposerà 1 oretta il pomeriggio. Con
uno stipendio di lire 4.000.000 al mese (di 10 anni fa). Così decisi di
iscrivermi ad un Diploma Universitario presso la Facoltà di Scienze
dell’Educazione di Roma (un equipollente della Laurea Breve, ma con num.
chiuso, frequenza obbligatoria, e 300 ore di tirocinio l’anno). Nel frattempo
mi arrangiavo lavorando part-time. La cosa triste è che dopo questo Diploma
Universitario mi sono trovata a poter lavorare solo presso le famose
Cooperative profit (con contratti co.co.co.), con uno stipendio di 5 o 6 euro
l’ora, con la responsabilità però di lavorare a contatto con il disagio
minorile (baby delinquenti, figli di tossici, abbandono scolastico, bambini in
Aids, ecc.).
Dopo 5 anni di questo straziante
e mal pagato lavoro capii di non potercela fare da sola
(negli altri paesi europei la
stessa figura professionale ossia l’ ”Educatore professionale” è ben
pagato, fa turni che non
superano le 6 ore al giorno e ha un supporto psicologico). Ma qui siamo in
Italia no? Così mi sono riiscritta all’Università (ho 32 anni) x fare gli esami
che mi mancano x una laurea in Scienze della Formazione Primaria, sperando un
giorno di lavorare in un asilo pubblico, e intanto mi arrangio!
M. P. C. 11.03.2006 07:25
Nella mia azienda mi avvalgo
della collaborazione di un co.co.pro., uno studente al secondo anno alla
Bocconi che avendo perso prematuramente il padre ha sempre dovuto mantenersi
agli studi vincendo borse di studio e svolgendo lavori sottopagati. Mentre
frequenta l’Università (alla pari con gli esami), nel tempo libero, svolge per
la mia azienda una consulenza come Innovation and International Markets
Analyst, sfruttando la sua perfetta conoscenza dell’inglese. Ha già una mia
offerta di lavoro dopo la laurea, che acquisirà fra due anni, con la possibilità
di frequentare un corso di specializzazione dopo un periodo nel quale dovrà
dimostrare di avere i requisiti per far carriera.
Da più di trent’ anni si sa che
i laureati in certe facoltà (con buoni voti) non hanno difficoltà a trovare
posti di lavoro a tempo indeterminato, anzi ricevono proposte dalle aziende
ancora prima di laurearsi. Quanti sono i genitori che, facendo sacrifici,
avrebbero potuto mantenere il figlio in una facoltà che offriva una prospettiva
di lavoro? I lavoratori che oggi hanno un lavoro a tempo indeterminato sono
solo i figli di papà? I fortunati? O coloro che hanno avuto sempre, fin da
liceo, come priorità l’ottenimento di un posto di lavoro sicuro dopo gli studi?
D’altra parte non è giusto che per lavorare i giovani debbano essere tutti
medici o laureati in economia. Quanto spende lo Stato per valorizzare il nostro
patrimonio artistico?
Quanti giovani laureati in
materie umanistiche potrebbero trovare impiego in un progetto
di marketing dei nostri beni
culturali? Spero che il Parlamento Europeo e i governi dei singoli Stati Membri
siano obbligati dai cittadini, sindacati e imprenditori a votare leggi che
favoriscano nuovi posti di lavoro, per mantenere il lavoro, le imprese e i
lavoratori nei paesi di origine o in Europa: se così non accadrà, a breve ci
saranno gravi problemi sociali nel nostro continente.
D. B. 11.03.2006 09:17
Sono una studentessa di Viterbo.
Due anni fa circa lavoravo per una cooperativa come addetta mensa e avevo un
contratto a tempo determinato di circa 8 mesi. Avevo bisogno di alcuni giorni
di permesso studio, ma il mio contratto non li prevedeva così ho utilizzato i
miei giorni di ferie (23 all’anno di cui solo 13 possono essere decisi dal
dipendente). La mia capa quando si è resa conto dei giorni che avevo preso mi
ha avvertito di stare attenta perché se la direttrice di Napoli avesse visto
che usavo tutti i giorni di ferie non mi avrebbe riconfermato il contratto
l’anno successivo. Inoltre nei giorni di mia assenza non c’era chi mi
sostituisse e quindi la mia collega ha dovuto lavorare e servire più di 80
bambini da sola. Insomma io sono una studentessa e posso anche decidere in
piena autonomia e perciò utilizzare tutti i miei giorni di ferie fregandomene
in fondo di questi ricatti, ma mi viene il veleno alla testa quando penso ha
chi ha famiglia e deve a testa bassa cedere a questi. Non può essere un’ utopia
la famiglia e la stabilità economica, requisito necessario per l’armonia in
casa.
S. G. 11.03.2006 17:05
Allora, laureando in
Architettura, trovo lavoro con un contratto di inserimento (cid), a 3,49 euro
all’ora in uno studio. Un lavoro sicuramente faticoso, ma che mi piace (certo
non è mai bello lavorare per la “felicità di farlo” ma meglio di un tirocinio non
pagato). Un anno così (almeno finisco gli studi e butto giù qualcosa), e dopo
la laurea arriva il rinnovo: apriti la partita Iva. In pratica pur facendo le
stesse identiche cose di un dipendente (35 km al mattino, 35 la sera per
recarsi al posto di lavoro, pagarsi i pranzi, giustificare le assenze), non ne
ricevo i diritti... se sono malato mi gratto, niente sindacati, niente
coperture... inoltre il 20% di quello che fatturo lo devo dare all’Inail Iva,
da aggiungere alle tasse, che essendo “libero professionista” devo pagare
sempre!!! Il tutto per 7 euro all’Inail ora (lordi). Guadagno medio mensile:
550 euro. Toglici le spese di pasti e trasporti e se ne va un altro bel
centone. Alla fine , dopo quasi 3 anni così, senza nessuna prospettiva di
crescita ho mollato. Ho mollato un lavoro tutto sommato “fisso” per una punta
di orgoglio. Viste le prospettive forse ho fatto una cazzata.
Non so cosa sia più triste, se
lavorare sottopagati e frustrati, o sentirsi ancora più frustrato per aver
mollato un posto (sottopagato) sicuro.
A. R. 12.03.2006 16:24
Ho 29 anni, sono laureato in
Farmacia e abilitato alla professione. È un anno che sono disoccupato. Sono
stato preso in giro dall’Università che mi ha venduto un sogno, mi ha rubato i
soldi delle tasse, mi ha espropriato il sonno prima degli esami, mi ha anche
detto alcune volte: ”lei non è molto preparato torni la prossima volta”, mi ha
raccontato, illudendomi, che una volta laureato non sarei stato più un morto di
fame, domani cambia tutto! Infine mi ha scippato, convincendomi che è
necessario, con l’esame di abilitazione alla professione.
... Poi, un bel giorno,
finalmente, una “buona” notizia, è arrivata la donna della provvidenza!
Letizia Moratti: “l’eletta”!
E “l’eletta” ha fatto la riforma!
Ooh! Proprio quello che ci
voleva!
In sintesi la Moratti con la
riforma ha voluto trasmettere un nuovo messaggio :
“che cazzo studiate a fare che
poi non c’è lavoro!!!”
G. R. 16.03.2006 21:07
Specializzato d’oro §
La mia storia è una storia
atipica. Sui vent’anni non me la sentii di imporre alla mia famiglia,
monoreddito, altri 5 anni di università, anche se me l’avrebbero pagata
volentieri. Partii per militare e mi dissi “vedremo dopo!”. Partii di buon
grado ed al ritorno, per puro caso, mi imbattei in un bando per borsa di
studio: alta formazione post diploma in biotecnologie.
Vinsi, studiai... e mi affermai.
Dopo 2 anni di corso le cose iniziarono subito bene, una
consulenza di 6 mesi, poi
l’assunzione da parte di un colosso. Operavo in una magnifica
struttura di Ricerca e Sviluppo
in cui c’erano esperti di ogni settore. Il paradiso per un
giovane che si deve fare le
ossa, per di più l’azienda lavorava molto su progetti di ricerca
appaltati dal ministero:
un’occasione unica per lavorare su temi diversificati, dalla sintesi di
composti organici al progetto di
protesi impiantabili per cardiochirurgia! Ma tutte le cose
belle finiscono, così dopo 3
anni l’azienda decise di chiudere la struttura (i progetti in appalto
che consentivano fatturati miliardari
erano ormai cosa del passato). Fortunatamente nel
frattempo le ossa me le ero
fatte eccome, così riuscii ad approdare ad una consociata. Lavoro
nuovo, ricerca e sviluppo per il
settore trasfusionale e la chirurgia, insomma, un altro settore
di enorme interesse per me e al
top del mondo scientifico-industriale (è la mia natura,
20
per lavorare devo vedere una
cosa nuova che diventa realtà ed aiuta i pazienti), una nuova vita tra
progetto, laboratorio, sale operatorie e di terapia trasfusionale, studiando
tutti i giorni, ottenendo continui aumenti e riconoscimenti (ma non pensate
alla bella vita, il mio stipendio ha ingrassato padroni di casa,
amministratori, benzinai e ferrovie!) poi, dopo 6 anni, il licenziamento,
dall’oggi al domani. Per coprire i costi di un management tanto avido quanto
impreparato. Eccomi qui, disoccupato, dopo 1 anno, con una specializzazione
costata centinaia di milioni cosa faccio, vendo lavoro in affitto?
R. C. 21.03.2006 19:37
‘Un si fidano
Scrivo la storia di mio nipote
che è un po’ quella di tutti i ragazzi in cerca di lavoro, di una vita
dignitosa e magari anche di una casa (in affitto!). Adesso lui ha ventinove
anni, è venuto qui a Firenze un po’ per scelta e un po’ per disperazione visto
che da diversi anni faceva lavoretti sottopagati nella sua città...
L’intenzione era anche quella di iscriversi ad un corso di specializzazione e
nel frattempo lavorare per mantenersi... Che ridere. È a Firenze, dove io vivo,
da cinque anni e ha continuato a fare lavoretti a termine della durata di tre
mesi (legge San Biagi!), forse rinnovabili o forse no. Sfruttato negli alberghi
di lusso, nei bar e ristoranti alla moda ecc. Assunto sempre nei periodi
critici: Natale, agosto quando il personale vero è in ferie e bisogna
rimpiazzare. Nemmeno un giorno di ferie, non è previsto niente. La cosa più
interessante è che alla fine dell’anno con questo sistema il conto da pagare
allo Stato è salato perché con le diverse “liquidazioni” a conti fatti ti tocca
sborsare un sacco di soldi di dichiarazione dei redditi! Non parliamo poi della
casa. Lui vive con la sua ragazza che studia e lavora la sera in un ristorante.
La casa come si dice, “piccola ma accogliente” con vista del cupolone,
sporgendosi dal parapetto. Inutile dire quanto piccola , e inutile dire quanto
cara! Qui si specula sulle case in affitto in modo esagerato. La città è
ricca, ci sono i turisti e gli studenti americani che pagano. Insomma, niente
contratto, pagare sull’unghia e magari con garanzia dei genitori perché “un si
fidano”. O così, o sennò camminare. Quindi lo stipendio va quasi tutto lì. Per
farla corta, il ragazzo sfinito riesce comunque ad iscriversi a un corso serale
riconosciuto dalla Provincia. Corso professionale con tutte le garanzie, ma
pagato la bellezza di 3.500 euro! (con l’aiuto dei genitori) Non entro nel
merito, Questi ragazzi partono già amareggiati, senza speranza e voglia di
combattere e senza sogni.
C. C. 22.03.2006 21:37
20
Prospettive fisiche
Mi piacerebbe iscrivermi alla
facoltà di Fisica della mia città, Catania, dopo il diploma, ma ho seri dubbi
sul mio futuro lavorativo. Non vorrei finire sfruttato (come altra tantissima
gente) in un qualche laboratorio (che tra l’altro si dice si stiano trasferendo
in India dove la manodopera costa meno) a progettare e riprogettare qualche
stupido chip per il resto dei miei giorni pagato, per di più, una miseria. Sarò
egoista, lo ammetto, ma voglio di più. Il mio sogno (che, in altri luoghi,
tanto sogno poi non sarebbe) è la ricerca: non voglio fare né il professore (e
perché non ne sarei capace, e perché con buone probabilità entrerei di ruolo
alla gloriosa età di 60 anni, e perché non mi gratificherebbe - con tutto il
rispetto per chi svolge questo mestiere con passione -), né il sottopagato per
qualche azienda. Lo ripeto: il mio sogno è la ricerca. Lo scoprire cose nuove,
lo sperimentare e rendere partecipi gli altri dei miei risultati. So che ci
sarà da faticare e sono più che favorevole ad una sana meritocrazia. In questo
caso se non dovessi riuscire a diventare un bravo “scienziato” sarebbe solo
colpa mia. E lo accetterei di buon grado. Ma almeno mi piacerebbe avere
l’opportunità di provarci. Questo oggi è possibile?
Come fare per renderlo tale?
R. A. 26.04.2006 19:47
Figlia di
Vorrei condividere con voi l’amara
allegria che mi dà il mio primo contratto fisso. Ho quasi trent’anni, due
lauree e un dottorato quasi finito. L’avrei già finito se ne avessi avuto le
possibilità (essere “figlia di”, o in mancanza di ciò, potermi avvalere delle
180 ore, vacanze pagate...). Non sono ancora in condizioni di pensare al
futuro. Sono single, per cui finché non troverò un fidanzato non avrò la
possibilità di indebitarmi per tutta la vita per comprare casa. Per il
momento, la mia padrona di casa sta vivendo i suoi anni più felici a spese mie.
Ebbrava, beata lei. Ma almeno adesso mi posso ammalare a spese dello Stato.
Tié, adesso mi butto un paio d’anni a letto per ammortizzare tutti gli anni in
cui sono dovuta andare a lavorare con la febbre. Se qualche medico legge questo
messaggio, che sappia che grazie al mio lavoro fisso, ha lavoro garantito anche
lui finché vado in pensione. Dopodiché, finalmente potrò vivere la mia
gioventù.
C. M. 30.04.2006 12:54
208
Nove contratti in due anni
Volevo portare la mia
testimonianza come persona che ha provato, e sta provando tuttora sulla sua
pelle, le conseguenze di questa legge del cacchio! Sono un ragazzo di 21 anni,
sono diplomato in elettronica-informatica e lavoro da 2 anni e mezzo. In questi
2 anni e mezzo ho lavorato in 7 aziende differenti, “collezionando” (pensate!)
la bellezza di 9 contratti (7 contratti a progetto e 2 come stagista)!... È
vero che tutti mi dicono: “... ma sei giovane... hai tutta la vita davanti...”
ecc. Quello che mi fa più rabbia è che l’80% delle aziende del settore per cui
ho studiato, chiedono giovani con minimo 1-2 anni di esperienza “continua” (e
non 6 mesi da una parte, 4 dall’altra e via discorrendo) e usano slogan che
attirano e poi ti fregano con questi contratti e per giunta con stipendi da
miseria!!! (il mio stipendio più alto è stato di 800 euro ). Di solito sono
ottimista e quindi spero che cambi qualcosa per noi giovani e per i precari in
generale che ci sono nel nostro Paese dato che la voglia di lavorare non mi
manca di certo!
E. C. 15.06.2006 09:33
Le regole, si sa, sono fatte
apposta per essere violate. Perché lamentarsi della legge Biagi se molti
neanche rispettano quel minimo di garanzie o si arrampicano sui vetri per
inserire nei contratti clausole di diritto marziano? Per carità, tutto in
regola, almeno formalmente: siamo o non siamo un popolo di santi, poeti,
navigatori e azzeccagarbugli. Questo almeno per i più fortunati. In Italia più
di 3,2 milioni di lavoratori non conoscono neppure il significato della parola
contratto. Il lavoro nero è più apprezzato del precariato. Per questo si sta
diffondendo. Paga di più con le stesse garanzie.
Carissimi, vorrei far luce su un
altro aspetto che le varie riforme del mercato del lavoro
hanno fatto emergere. Io mi sono
laureata a 24 con una buona votazione, i vari contratti in
forma di stage e progetto hanno
fatto sì che la mia professionalità mutasse radicalmente:
dalla laurea in psicologia del
lavoro ora mi trovo a programmare applicativi per una
grande multinazionale... non ho
ancora capito bene come sia successo, ma non trovando
lavoro come psicologa mi sono
“riciclata” per qualcosa per cui vengo pagata...
La cosa particolare è il tipo di
contratto in cui sono inserita: la mia piccola ditta
di provenienza mi ha “affittata”
- si chiama proprio body rental - a una società di
intermediazione che copre il
mercato informatico della mia città. Questa società, a sua
volta, mi ha ceduto a una grande
multinazionale, ma non direttamente, bensì tramite
un’altra ditta che si occupa del
personale della multinazionale... non so se è chiaro:
mettiamo che io guadagno 1, la
mia ditta, per affittarmi, guadagna 3, se manteniamo la
proporzione immutata, la prima
società per dare 3 prende 9, la seconda società, per dare
9 prende 27 dalla
multinazionale...
Allora io dico: se io prendo 1 e
quella dà 27, c’è una logica? Io credo di no.
Non ha senso che sulla mia poca
competenza ci guadagnino così tante figure commerciali,
ci si paghino così tante auto aziendali,
si speculi su qualche giorno di malattia, che
logicamente non mi viene pagato!
C’è qualcosa di perverso e mi sono ritrovata in questo
ingranaggio senza nemmeno capire
come, senza poter scegliere, perché se avessi detto
di no, la piccola ditta da cui
provengo mi avrebbe lasciata a casa, perché non c’era
abbastanza lavoro interno per
occuparci tutti... allora ben venga la flessibilità se ha
lo scopo di farci lavorare
tutti, ma non con dei gap così assurdi tra datore di lavoro e
impiegato.
V. B. 22.02.2006 10:37
Ho letto tante storie su questo
blog.
Molte mi hanno portato a
tentennare prima di scrivere un commento e raccontate una storia. Questa
storia non è mia, ma della mia compagna e di tanti altri suoi colleghi.
Rappresenta la storia dei contratti di lavoro per stagisti.
Oggi in Italia esistono questi
contratti con cui le aziende “promettono” e nel frattempo ti fai il culo per
poche centinaia di euro al mese. In compenso, però, ci sono i buoni pasto. La
storia della mia compagna è finita “bene”, oggi ha un contratto a tempo
indeterminato. Dovete sapere che ogni anno la grande distribuzione francese
(in Italia ovviamente!), pubblica un bando di selezione per allievi
caporeparto. Questo bando viene pubblicato sempre un po’ prima dei mesi “caldi”
per il commercio.
Così in autunno, prima di
Natale, arrivano nel Nord Italia tanti giovani laureati in giurisprudenza,
scienze economiche, ingegneria per vivere la fantastica esperienza di divenire
un Caporeparto per la gdo.
Premetto che conosco l’ambiente
non direttamente, mai lavorato nella gdo, ma conosco tutti i personaggi della
storia. Li frequento in tutte le salse. La mia compagna mi racconta vita, morte
e miracoli.
Non avrebbe mai tempo di
scrivere questa storia, inoltre ha paura di eventuali ritorsioni (vedi
mobbing).
Allora per 900 euro circa al
mese gli stager lavorano 12 ore al giorno di media. Con picchi anche di 14 ore
nelle settimane prima di Natale. Dei 20 “fortunati” chi riesce a sopravvivere
(ma loro già sanno che saranno pochi), verrà offerto un contratto a tempo
determinato o indeterminato a forfait. Cioè niente straordinari. La domenica
giorno normale di lavoro. Per 1.200-1.400 euro circa lavori per tutta la vita
12 ore al giorno. Ma è legale, perché hai firmato un contratto forfait.
Quindi, dopo due-tre anni vedi
giovani laureati con il massimo dei voti, così speranzosi della vita,
spegnersi. Diventare zombie e cinici per sopravvivere alle 12 ore quotidiane di
massacro. Chissà in Francia?
F. P. 11.03.2006 10:14
Scrivo per conto di mia moglie
che non possiede il computer.
Per la precisione devo dire che
la suddetta è vittima non solo della legge Biagi ma anche di leggi varate dal
centrosinistra.
Andiamo al sodo:
Nel 2000 mia moglie lavorava con
regolare contratto di formazione presso un negozio di pasta all’uovo come
commessa, nel 2001 il negozio ha chiuso ed è quindi cessato il rapporto di
lavoro.
Nel 2001 mia moglie viene
assunta in nero presso un altro negozio di pasta all’uovo, dopo un paio di mesi
le viene fatto un contratto co.co.co., cioè mia moglie che a tutti gli effetti
era una commessa dipendente veniva fatta passare come una libera professionista
o quasi, una roba da ridere se non fosse tragica.
Dopo qualche mese di illusorie
promesse decide di andarsene e di fare vertenza appoggiandosi alla Cgil, dopo
più di 2 anni vincerà la causa ma riceverà praticamente 2 lire. Nel 2004
lavora presso un autogrill dove svolge il lavoro di tuttofare part-time
(pulizie, commessa, cassiera ecc. ecc.) con contratto mensile a tempo
determinato rinnovabile di mese in mese, dopo 3 mesi in questa situazione e
dopo altrettanti mesi di promesse vane da parte del datore di lavoro decide di
andarsene per l’impossibilità pratica di andare al lavoro, infatti non le era possibile
raggiungere il lavoro con i mezzi pubblici e non poteva comprarsi un’auto per
ovvia mancanza di soldi (fino ad allora le prestavo io l’automobile). Dal 2004
in poi non ha più lavorato tranne 4 mesi in nero in un negozio di generi
alimentari. Insomma questa è la storia lavorativa di mia moglie, ma conosco
almeno altre 10 persone che hanno vissuto e vivono storie come queste di
ordinaria schiavitù. Grazie a tutti i politici per questo schifo di
situazione, grazie a chi dovrebbe controllare e non controlla, grazie ai
sindacati che pensano solo ai pensionati ed a chi ha già mille tutele e grazie
soprattutto ai datori di lavoro evasori e disonesti.
A. R. 20.02.2006 19:50
Vivo a Napoli. Nel 1999, dopo la
laurea, ho speso due anni per l’esercito italiano come
ufficiale. Allora c’era
l’obbligo della leva. Mi ritrovai nel 2001 ad affrontare il mondo del
lavoro. Intuii subito che non
c’era scelta se volevi lavorare. Tutto passava per le agenzie
interinali che come caporalati
con il sorriso, attraverso loro dipendenti il più delle volte anche
molto poco professionali,
arruolavano e arruolano persone nei periodi di “punta”. I periodi
in cui il picco della produzione
nelle aziende aumenta e quindi per aumentare il fatturato si “addestrano”
individui per poi sbatterli dallo stesso contesto aziendale, il più delle volte
senza nemmeno aver detto un semplice “grazie per la collaborazione”. Capisci
che sei un numero, un individuo senza voce lavorativa, senza potere decisionale
all’interno del gruppo. Capisci di non avere dignità perché ti senti parte di
un sistema produttivo a cui vorresti dare il tuo apporto in termini di energie
e di idee e poi puntualmente, allo scadere del contratto, torni a casa con un
nuovo stress, una nuova giornata da inventarti per andare avanti. Capisci che
il mercato rende l’uomo non libero, che non contano i rapporti interpersonali e
che con l’interinale riescono a emarginarti o provano a farti autoemarginare
perché speri come un codardo che lavorando di più e meglio qualcuno potrà
accorgersi di te e premiarti ma i più intelligenti e i più esperti capiscono
che nessuno si accorgerà di te perché le aziende non utilizzano questo
strumento per valutare il lavoratore e capire se è idoneo per quella mansione
ma le aziende usano quel lavoratore solo per succhiare la sua forza lavoro e
poi scartarlo e sostituirlo da un nuovo illuso che continuerà a non chiedere
permessi, a non chiedere ferie a non chiedere nessun diritto perché per lo meno
si vedrà un rinnovo per un altro mese pur di portare qualche soldo a casa.
Siamo schiavi moderni ma diceva
Voltaire: “Amo e rispetto i grandi quando lo sono di per sé”.
S. D. C. 20.02.2006 20:46
Questa è la mia storia
lavorativa italiana iniziata nel novembre del 2004 dopo una soddisfacente
esperienza in Scozia e dopo una brutta storia che mi ha fatto passare tre mesi
in Francia (questa se mai la racconto su qualche post che si occupa di “droghe
leggere”). Ho deciso di riiniziare la mia vita nella mia amata terra cioè
l’Italia, che ora quasi schifo per la vita che faccio qui, a Bologna, città
piena zeppa di lavoro... infatti io lavoro, e il problema è proprio questo
lavoro nero di merda (scusate per la parolaccia di solito sono più educato).
Io appartengo alla sotto classe
o classe sfigata dei consegnatori di pizza! Un lavoro
pericolosissimo che ti costringe
a stare con il c+lo sul sedile, in mezzo al traffico, tra
spericolati vari per portarti a
casa “la pagnotta” (e la vita) 20/30 euro che nel week-end
a volte aumentano a 30/40 euro.
In un mese appena porto a casa tra le 800/900 euro
lavorando davvero ogni fot++tuto
giorno. Personalmente pago 300 euro di affitto in un
monolocale con la mia fanciulla.
In più ci sono le spese: altra mazzata! In questa catena di pizzerie siamo vari
consegnatori, veniamo tutti da Potenza, e siamo schiavizzati anche se tra
virgolette “onestamente” da un nostro paesano. “Onestamente” perché c’è
sicuramente gente che sta peggio di noi e quindi ci dobbiamo ritenere anche
fortunati a fare sta vita di merda. Non faccio lo sfigato è solo che qui in
Italia mi sento in una trappola: se voglio indipendenza e quindi stare lontano
da mamma e papà non lo posso quasi fare a meno che non sono disposto a fare
“sta vita di merda”. Mi sento solamente abbandonato al mio destino che spero mi
porterà non un altro lavoro, mi andrebbe bene anche lo stesso ma con ferie e
tutte le provvigioni che mi spettano. Non posso neanche ammalarmi o prendere un
paio di giorni di ferie pagati! Me ne torno in Scozia dopo le elezioni!
C. V. 20.02.2006 23:54
Ho 24 anni, tento di vivere di
quello che dovrebbe essere il mio lavoro - il musicista - cosa ovviamente
impossibile in Italia (e che meriterebbe una trattazione a parte, tale è la
portata dell’argomento) e mi ritrovo dunque costretto, come la totalità delle
persone che mi circondano e che amo, a dovermi arrabattare tra mille forme di
precariato avvilente. Attualmente sono il più fortunato - lavorativamente
parlando - tra tutte le persone che conosco; lavoro in nero presso alcune
famiglie, impartendo lezioni private ad alcuni ragazzini (sono un laureando in
filosofia) e riuscendo così a guadagnare una cifra che oscilla tra i 6 e i 700
euro mensili.
È semplicemente il miglior
lavoro che io abbia mai trovato; la retribuzione in un call-center per un
operatore appena assunto non è di 5 euro ma di 4,16 (quegli 84 centesimi in
meno l’ora , dopo 8 ore al telefono pesano come un macigno).
Ci tengo a ribadire che in
questo momento io rappresento ciò che di meglio il mondo del lavoro possa
offrire; amici carissimi vivono in situazioni assai peggiori. Qualche esempio.
Patrizia, 29 anni: tecnico del
suono diplomato dopo 2 anni di corso specializzato (costo del corso 2000/euro
annui). Passate esperienze lavorative - frutto della necessità,of course - in
ogni ambito possibile. Attualmente collaboratrice in una agenzia di booking e
managment. Retribuzione mensile=0 euro.
Daniele, 24 anni: tecnico del
suono diplomato dopo due anni di corso specializzato (costo del
corso 3.000 euro/annui).
Attualmente effettua montaggi audio-video per alcuni registucoli
raccomandati nella speranza di
poter lavorare con loro su qualche futuro set. Retribuzione mensile = 0 euro.
Francesca, 27 anni: laureata al
Dams indirizzo cinema. Dopo diverse ricerche, ha trovato lavoro come commessa
in una panetteria, dove ha lavorato part-time ma, caso strano, in regola - per
circa un anno e mezzo. Licenziata la scorsa settimana.
D. B. 21.02.2006 04:06
Vittima della legge Biagi?
Decidilo tu: ho sempre trovato lavoro da solo, poi per una coincidenza sono
finita a lavorare per una società di lavoro interinale... dopo 2 esperienze
andate male sono stata chiamata a Bologna ruolo coordinatrice centralinista.
Contratto co.pro. per finire l’anno e poi mi avrebbero assunto. 1° mese col
contratto di 18 giorni con i soldi pattuiti per il 2° mese in nero perché non
si poteva fare un contratto e poi il futuro di altri 3 mesi a collaborazione.
Sono scappata. Mi chiama una agenzia di assicurazioni casa/ auto e
investimenti: mi voleva tenere tutta la vita a co.pro., assicurandomi che se
rimanevo incinta, mi avrebbero allungato il contratto... Questo non è un nuovo
modo per agevolare il lavoro, questa è la nuova balla per prendere una persona
come se avesse la partita Iva, cambiandola o lasciandola a casa quando gli pare
e piace. Non hai sicurezze e il ruolo lo possono occupare in molti visto che
non cercano esperienze pregresse o almeno per le ditte, l’importante è che
accetti il contratto... Oltre a questo, riescono a farti passare lo stipendio
come uscita in nero perché così spiegano allo Stato che tu non sei sempre lì e
quindi sembra al di fuori una vera e propria collaborazione per dei progetti
definiti nel tempo. In più, con questi contratti, finché non fai il 730 o
simili, non sai mai se ti hanno versato veramente i contributi: società di
servizio che mi ha versato i contributi dopo mie interminabili telefonate alla
sede centrale e anche se ho lavorato da loro fino a dicembre, per lo Stato ho
lavorato x loro fino a marzo. Un altro mi ha detto che facevamo una
collaborazione e alla fine il foglio che mi dava era falso e son dovuta andare
dall’avvocato della Cisl per avere lo stipendio che non mi pagava (la Cgil mi
ha lasciato a piedi). Con i co.pro. le aziende possono venir su come illegali e
prendere personale e nessuno si accorge di nulla, quindi per me è solo un modo
per truffare lo Stato e la salute dei cittadini.
D. M. 21.02.2006 11:01
Breve storia: mi laureo a
novembre. A dicembre trovo lavoro come postino per dieci giorni presso
un’agenzia di lavoro interinale, con la promessa che sarebbe stato rinnovato
perché avevano bisogno di qualcuno che sostituisse il vecchio portalettere.
Inizio a lavorare: nessuna formazione, nessuno tipo di equipaggiamento eccetto
il casco per il motorino, ed era dicembre, quindi o pioveva o nevicava o era
sotto zero. A proposito del motorino: un trappolone mezzo scassato; la prima
cosa che mi hanno detto?: “Guarda che con il freddo c’è l’acceleratore che si
blocca, per cui stai attento quando arrivi agli incroci”. Ora le cose si fanno
chiare: quando mi è stata spiegata la legge sulla sicurezza mi hanno detto che:
“È tuo diritto/dovere rifiutarti di uscire con un mezzo non sicuro. Considera
che se lo fai e ti succede qualcosa è colpa tua, e ti facciamo causa per i
giorni di lavoro che perdi. Inoltre stai attento perché se ti rifiuti troppo di
usare il mezzo, naturalmente ti mandiamo a casa. In via ufficiosa ti consiglio
di non lamentarti mai del mezzo e di dire che va tutto bene, così se succede
qualcosa non è colpa tua e ti prendi i soldi”. Cominciamo bene... Comunque
comincio a lavorare, con ore e ore di straordinari, che però non vengono pagati
perché... no, punto e basta. Dopo 7 giorni me ne sono andato. Nuovo lavoro per
le assicurazioni: non so che tipo di contratto: otto ore al giorno di
inserimento dati, 6 euro all’ora senza contributi, malattia, ferie. In teoria
il contratto vale per 30 giorni all’anno e per un massimo di 5.000 euro. Per me
valeva solo la seconda parte. Quindi sei mesi a 800 euro (ero ricco, lo so) e
poi il salto di qualità: proposta di apertura di partita Iva. Cooosa? Orario da
impiegato, lavoro da impiegato, vita da impiegato, stipendio metà di quello da
impiegato (perché senza trattenute) e mi chiedi di farmi la partita Iva? Ma
vaff....! Adesso sono fuori dell’Italia e per il futuro si vedrà.
G. M. 21.02.2006 11:18
Sono un impiegato di un ufficio
personale di una media azienda nel terziario, mi occupo
spesso di tali questioni. Penso
che il problema della precarietà del lavoro in Italia non sia solo
da ricondurre alla legge Biagi:
i cosiddetti co.co.co. nascono dal 1996 nell’era dei governi di
sinistra, quando per far
quadrare temporaneamente i conti dell’Inps fu “inventato” il lavoro
parasubordinato, i cui
contributi confluirono nella gestione separata. Da allora c’è stata
una proliferazione di questi
contratti anomali, che però facevano comodo a molti perché
comunque permettevano di
“regolarizzare” molti lavori in nero facendo emergere imposte e contributi. “Do
ut des”. Come al solito in Italia si abusa delle possibilità offerte dalla
legge ed eccoci alla necessità di rivedere la materia con i co.co.pro. Il nome
è cambiato ma sostanzialmente le aziende continuano a fare come prima, cioè a
mascherare tanti rapporti subordinati anche se molti sono i casi di lavoratori
che chiedono questa “qualificazione” contrattuale perché a parità di costo
guadagnano di più. Si aggiunga poi che il Ministro del Lavoro ha annunciato
solo ora, alla vigilia delle elezioni, una forte campagna di controllo volta a
reprimere le false co.co.pro.
Inoltre devo dire che nella
legge Biagi lo sforzo di inserire forme contrattuali nuove e diverse dal
passato non è da valutare negativamente: in sostanza vengono forniti diversi
strumenti per impiegare regolarmente manodopera. La disoccupazione è
oggettivamente diminuita, anche, diciamocelo, ripulendo le vecchie liste di
collocamento, ma comunque è aumentato il numero dei rapporti di lavoro a tempo
indeterminato. Non sarei così frettoloso da giudicare negativamente questa
legge. La farraginosità dell’applicazione dei provvedimenti collegati a manovre
di indirizzo politico, l’ostilità sindacale creata sull’inutile referendum
sull’articolo 18, il generale clima di conflittualità e di sospetto tra aziende
e lavoratori. Questa è la vera precarietà.
S. B. 21.02.2006 12:17
Mi sento inutile e sfiduciato.
Ho una laurea importante (in Informatica), almeno dicono. Una
esperienza di lavoro quasi
ventennale. Ma avendo perso il posto di lavoro (30 giugno 2005), per la
chiusura dell’azienda nella quale lavoravo, ora sono diventato uno dei tanti
precari con il contratto a progetto. Ci sarebbe molto da discutere su questa
forma di “schiavitù”, comunque, quello che voglio sottolineare sono i diritti
che non ci sono più. Niente tfr, niente ferie pagate, nessuna indennità per
malattia, nessun premio di produzione, insomma riscuoti a fine mese solo i
giorni effettivamente lavorati.
Allora mi chiedo il perché.
Sulla mia carta di identità è scritto che sono un cittadino Italiano, ma i miei
diritti non sono uguali a quelli degli altri. Poi leggi che i dipendenti del
ministero del tesoro hanno ricevuto un premio di produzione di almeno 5.000 euro
a testa con punte di 55 mila per i dirigenti.
Allora mi chiedo qual è la mia
colpa, forse quella di avere 46 anni, e questo giustifica il
disprezzo di questa società nei
miei confronti e opera delle discriminazioni di trattamento nei
2 9
diritti delle persone. Ho avuto
la sfortuna di prendere il classico colpo della strega, il medico mi ha fatto
un certificato di 7 giorni, ma io ho dovuto lavorare perché, non posso
rinunciare a 7 pesanti giorni lavorativi senza riscuotere.
In questi giorni la parola sulla
bocca di tutti è “qualità”, vacanze di qualità, scarpe di qualità, vino di
qualità, cibo di qualità, tutto deve essere di qualità, per far ripartire
l’economia. Ma lo stipendio di qualità quando arriva, la qualità della dignità
di una persona non esiste? Allora mi chiedo, perché tutto ciò vale solo per i
lavoratori a progetto, siamo così inutili? Che meritiamo solo un po’ di
elemosina. Però per i doveri siamo cittadini italiani a tutti gli effetti. Saremo
in democrazia, ma io non capisco.
D. C. 21.02.2006 12:37
Sono una ragazza di 29 anni
della Provincia di Brindisi, San Pietro Vernotico, e sono costretta ancora a
rimanere a casa con i miei genitori (e farmi mantenere). Ho fatto varie
esperienze lavorative in questi anni.
Ho lavorato come cameriera in un
pub e mi davano 35 mila lire per una serata che andava dalle 19.00 della sera
alle 01.30 circa, l’ho fatto anche in un ristorante e lì per la serata erano 50
mila lire.
Finalmente avevo trovato un
lavoro in una Az. Agricola nel mio paese in cui ho lavorato per 18 mesi e
sperando che col tempo sarebbe cambiato ho accettato di lavorare per 310 euro
al mese, quando ho cominciato a sollecitare per cambiare un po’ le cose la
scelta era o così o ci sarà qualcuno che lo farà al tuo posto!
Poi ho lavorato qua e là in dei
negozi durante i periodi festivi per circa 15/20 euro al giorno.
Ho fatto l’esperienza in un
frantoio locale dove prendevo 500 euro al mese (ed è stata
l’esperienza più bella con uno
stipendio quasi vero) ma è durata solo due mesi perché
anche nell’agricoltura c’è
crisi, infatti dovevo tornarci quest’anno ma non si è lavorato
abbastanza per introdurre altro
personale. Ho dato accompagnamento ad una ragazza
disabile (o diversamente abile)
per un anno e mezzo privatamente, perché attraverso lo
Stato anche lei aveva grosse
difficoltà perciò ha scelto di farlo da sola. Ho dovuto smettere
anche questa esperienza perché
io non riuscivo a realizzare molto con il compenso e non
volendo approfittare delle sue
già poche finanze. Siamo rimaste amiche ma non posso
darle una mano se voglio
realizzare me stessa. Adesso, dopo tutto quello che ho elencato
e con un diploma di Liceo
Artistico cerco di realizzare qualche quadro per cercare di fare un lavoro che
mi soddisfi ma se la gente non ha denaro che circola nelle proprie tasche non
può permettersi molti lussi. Per finire in tutti questi anni non ho accumulato
un solo giorno di contribuzione perché tutto in nero! È un mondo difficile,
vita intensa e felicità a momenti!
M. B. 21.02.2006 13:01
Sono responsabile di un’area che
si occupa di Sistemi Gestionali Aziendali. Abbiamo assunto varie persone che
abbiamo conosciuto mentre erano dipendenti con contratti a progetto presso
nostri clienti a cui, dopo aver imparato ad usare il nostro prodotto come
utenti, non è stato rinnovato il contratto.
Grazie alla Legge Biagi abbiamo
potuto valutare i nostri futuri dipendenti prima di assumerli, scaricando
sull’azienda nostra cliente i costi di formazione selezionando i migliori, i
più curiosi (peggio per l’azienda se non ha tenuto collaboratori così
validi...). Senza la legge non avremmo mai potuto permetterci di assumere
persone a busta chiusa... Il Governo che spero stia per “sgombrare” ha
adottato solo la parte di proposta di legge del Prof. Biagi che rende
flessibile il lavoro omettendo tutta una serie di agevolazioni e ammortizzatori
per dare la possibilità di gestire i periodi senza occupazione e renderlo meno
precario. Sarebbe bello se qualcuno raccontasse le proprie esperienze
lavorative all’estero, penso all’Inghilterra o alla Svizzera, dove la politica
della flessibilità è associata a quella della sussidiarietà. Qualcuno racconta
cos’è in paesi più civili la vera flessibilità del lavoro rispetto alla schiavitù
italiana? p.s. ma dall’estero non posta nessuno perché stanno tutti lavorando
anziché postare sul blog??
J. D. Q. 21.02.2006 13:46
Lavoro per una ditta di
distribuzione bevande della Provincia di Varese. Guido tutti i santi
giorni un furgone che credo
risalga alla guerra ‘15-’18 e tutti i furgoni presenti in ditta
sono vecchi, malconci e certo
non euro 5... Non solo i nostri datori di lavoro ci obbligano a
viaggiare con questi catorci, ma
ci impongono anche di caricarli oltre il limite previsto per
legge e alle nostre rimostranze,
ci siamo sentiti rispondere: “Voi fate così, se poi vi danno la multa la
paghiamo noi”. Sì, e i punti tolti dalla patente? “Vi facciamo fare a spese
della ditta il corso per recuperare i punti”. Prendo 900 euro al mese, ho un
contratto a tempo determinato e mi è stato detto che se il modo in cui la ditta
opera non mi sta bene posso andarmene che ci sono un sacco di Ahmed ed Alì
pronti a prendere il mio posto. So che è vero, non sono laureato e mi tengo
stretto il lavoro che ho, anche se secondo me imprenditori che la pensano come
i miei capi meriterebbero la galera!
M. T. 21.02.2006 14:22
Ho 25 anni (anzi, settimana
prossima 26). Mi ritengo fortunato perché ho navigato “solo” per 4 anni nel
mare dei contratti atipici: ho cominciato con un co.co.co., ho proseguito con
un Contratto di Collaborazione Occasionale e quindi con un Contratto a
Progetto. Mentre il co.co.co. mi poteva stare bene all’epoca in cui lavoravo in
quella condizione (era comunque un lavoro post-università), con i contratti a
progetto e occasionali ho sperimentato tutte le furberie applicate a quei tipi
di “occupazione”. Ho ex colleghi che, a 30-35 anni ancora si ritrovano in
quella situazione, non sanno minimamente come tutelarsi anche perché nessuno li
tutela. Gli imprenditori sfruttano abilmente questa ignoranza e mancanza di
tutela, i lavoratori non sono informati, non sanno cosa prevede il loro
contratto e si rassegnano ad una condizione di precarietà pressoché totale.
I sindacati, non vorrei dire una
scemenza, fino a qualche tempo fa consideravano quei tipi di contratti in una
categoria a parte (un muratore co. co. co. non rientrava nelle categorie degli
edili, ad esempio). Quando mi rivolsi ad un sindacato mi dissero che non
avrebbero potuto fare molto visto il tipo di contratto. Ma è grave che, sempre
per pagare le persone che andarono in pensione a 40 anni grazie a “paga
pantalone”, questi contratti ai fini pensionistici (malgrado quanto si affermi)
contino come il due di picche. Visto che poi gli stipendi sui quali si aggirano
i contratti sono molto bassi, inutile parlare di pensioni integrative, anche
perché presumo che tali contratti dalle banche non vengano considerati come
reddito fisso. Ancora più grave è l’assenza di malattia e di permessi. Un ex
collega ebbe un ictus, per tre mesi non percepì assolutamente nulla di
stipendio e venne licenziato senza una minima liquidazione, senza che potesse
appellarsi a qualche diritto. Chi lavora con questi contratti è a mio avviso,
“senza”. Senza diritti, senza tutela, senza informazione.
D. D. 21.02.2006 14:31
Ecco la mia città Grosseto,
Toscana.
Le opportunità di lavoro
scarseggiano, il sito del centro dell’impiego è da ottobre che non viene
rinnovato con nuove offerte di lavoro. I negozi stanno man mano chiudendo, in
Grosseto ci sono più negozi cinesi che panifici. I saldi dei negozi rimasti
durano da mesi. A casa all’ora di pranzo in media di 3 giorni su sette chiamano
le persone che lavorano per compagnie telefoniche, e anche se assillanti cerco
di rispondere cordialmente perché non credo che se avessero scelta farebbero un
tale lavoro. Con la miseria che guadagno 350 euro al mese, lavoro part-time
senza alcun tipo di contratto, mi pago un piccolo studio in affitto per
dipingere. La notte ci sono almeno 6 senza tetto che dormono lì vicino, delle
persone ogni lunedì gli portano vivande, vestiti e compagnia. C’è miseria. Ho
fatto diversi lavori, tutti non proprio inerenti alla mia passione, ma li ho
fatti per essere libera. Ma adesso lavori e non ti rimane che un pugno di
mosche. Diversità vuol dire anche opportunità diverse. Io amo creare,
dipingere, so che è la mia vita, e sono stata disposta a fare lavori anche da
uomo, pur di alimentare la mia passione. Ma se questi lavori adesso non mi
permettono di crescere mi sento una persona in gabbia. Ognuno deve avere la
propria opportunità, da chi vuole fare il meccanico a chi ama l’arte come me.
Ci sarà sempre malcontento se questo non viene dato.
V. B. 21.02.2006 14:44
Esasperato dalla mia pessima
esperienza presso un Agenzia Interinale, mi sono permesso di dare le
dimissioni. Ho 29 anni, intelligenza nella media e una misera laurea in
giurisprudenza, negli ultimi 7 mesi di ricerca ho ottenuto 2 proposte di stage
(alcuni amici francesi ridono, lo stage da loro è previsto al massimo nel corso
dell’università) e 1 proposta di Contratto di Apprendistato con tanto di
frustrazione all’idea di diventare apprendista a 29 anni!!!
Ma io che colpa ne ho se
permettono di inserirmi come apprendista alla mia seppur giovane ma non troppo
età????? Meno male che la speranza è sempre l’ultima a morire. Sciacalli,
Biagi l’hanno lasciato morire e ora si nascondono dietro il suo martirio.
Adoro il mio Paese ma rientro
tra chi strizza sempre più l’occhio alla Spagna o alla Francia.
Povera Italia.
M. F. 21.02.2006 14:46
Sono una ragazza di 23 anni...
non molti per la verità, ma abbastanza per capire che se voglio avere una vita
tutta mia e farcela solo con le mie forze ne deve passare di acqua sotto i
ponti...
Faccio parte di quella
generazione che ha subito varie riforme... trovarne una degna di tale nome è
dura:
incominciamo alle superiori;
nuovi esami di maturità, tutto il programma da preparare per l’esame, metà
professori interni e metà esterni, votazioni in centesimi... ecc., università e
le lauree brevi; la grandiosa Moratti ha fatto sì che si cadesse in un vuoto
culturale senza precedenti.
Non tutti sanno che come nel mio
caso non ho potuto continuare la specializzazione della laurea poiché il caro
governo Berlusconi a tagliato i fondi alle università. Mi trovo quindi con una
laurea di primo livello che vale ben poco, un mondo del lavoro che richiede
“giovani tra i 20-25 anni con 2 anni di esperienza e laurea specialistica” e
zero euro in tasca, come tutti del resto!
Ti trovi così ad entrare nel
mondo del “lavoro” , anche se sarebbe meglio chiamarlo sfruttamento dove ti
ritrovi a lavorare il sabato e la domenica 8 ore lontano da casa tua, magari
fuori al freddo, a servire cioccolata calda alle persone che la domenica non
hanno nient’altro da fare che rinchiudersi con la famiglia nei supermercati.
Tutto questo per 35 euro al giorno che si vedono soltanto 3 mesi dopo!
Grazie a tutti andando avanti
così forse a 40 anni potrò avere una mia casa, un lavoro e una famiglia!!!!!
S. P. 21.02.2006 15:11
Lo sguattero informatico
Bella la legge Biagi, io a 40
anni devo combattere con chi mi offre un tempo determinato di un anno (e scopro
che ho avuto culo), prima però sono stato licenziato da una società che
fintamente in crisi e connivente con i sindacati mi ha messo prima in cassa
integrazione (secondo “silvio primo” sono fortunato anche qui), poi in mobilità
non rispettando nessun criterio di anzianità né di carichi familiari
(connivente), tenendo in azienda colleghi giovani, giovanissimi ovviamente a
stipendio base (buon per loro), e riassumendo giovani con contratti... (sapete
quali).
Io dopo l’ovvia depressione, con
un figlio a carico, un mutuo stipulato in tempi non sospetti, oggi, dopo tre
anni di inattività rieccomi sul mercato, ad uno stipendio metà di quello di
prima, a scadenza, con 20 anni di esperienza... (a chi serve se non alla mia
depressione), a fare lo sguattero informatico.
Grazie Silvio primo (ma spero
ultimo), grazie Biagi (pace all’anima tua). Il vero fatto è che io non vorrei
nemmeno andare a votare per scalzare “Silvio primo”, già perché io convinto
uomo di sinistra non mi ritrovo a votare per Mastella, non ci sto, e la verità
è che mi sento assolutamente inutile per la causa, incredibilmente obsoleto, e
soprattutto non voglio questi “dipendenti” ma poi ormai non sono più neanche
miei dipendenti, ho solo voglia di lasciare questo Paese che tanto amo e tanto
amerò sempre.
M. D. T. 21.02.2006 15:54
Laureato + Master da 8.000,00
euro in Human Resource Management. Da due anni “collaboro” (non posso scrivere
“lavoro” non essendo un dipendente) con una Società di Consulenza di Direzione.
Sono un co.co.pro. a poco + di mille euro lordi mensili che ha a che fare tutti
i giorni con direttori del personale, dirigenti regionali, amministratori
delegati... insomma con il management... gente di un certo peso delle organizzazioni
nostre clienti. La mia (come le altre) società usa questa tipologia di
contratto “flessibile”, da “libero professionista” per averti come dipendente.
Mi spiego meglio: mi hanno fatto svariati contratti su cui ufficialmente ero
“caricato” su un progetto per 20-30 ore ma che in realtà mi spesava per 2-3
mesi di lavoro per 9-10 e anche 12 ore al giorno (fate voi un calcolo di quante
ore effettive diventano)! Allora io mi chiedo come faccio a essere su più
progetti contemporaneamente (come in teoria potrei visto quel che dice la legge
Biagi) se il mio committente mi satura totalmente. Il fulcro del problema è
questo. Se tutti noi co.pro. avessimo realmente la possibilità di avere più
contratti a progetto contemporaneamente e quindi più committenti, allora forse
economicamente non ce la passeremmo così male (potrei pure farmi una pensione
integrativa che sogno!).
Poi magari incontri un tuo
vecchio amico che a 26 anni ha vinto un concorso pubblico lavora si e no 3-4
ore al giorno (per sua stessa ammissione)e a fine mese vede 3.400,00 euro lordi
mensili per un contratto a vita (tutto lo spreco del pubblico, se recuperato
eviterebbe la nostra situazione). Insomma la tristezza ti assale e l’impotenza
dilaga...
L’unica speranza? Ho dato
un’occhiata ai punti toccati dal documento programmatico dell’Unione e
effettivamente mi sembra che il problema sia toccato con serietà (abbassare
notevolmente il costo del lavoro a tempo indeterminato per renderlo più
conveniente e quindi spingere i datori di lavoro ad utilizzarlo maggiormente).
L. D. R. 21.02.2006 15:57
Che dire... finalmente la
possibilità di unire la mia breve esperienza a tutte le altre. Ci terrei a dire
che il precariato esisteva anche prima della legge Biagi sotto forma non solo
dei co.co. co. ma anche in altre formule subdole e camuffate da sociale. E su
questo vorrei dilungarmi visto che i nostri futuri dipendenti che metteranno,
lo spero, mano ad una riforma seria del lavoro dovranno tener presente anche di
queste situazioni. Io, durante gli studi universitari, ho lavorato per 3 anni
in una cooperativa sociale di assistenza, dove avevo un contratto a tempo
indeterminato ma venivo pagata ad ore senza fisso mensile (lavoravo a scuola:
quando il bambino disabile non veniva, oppure a causa del lungo periodo estivo,
io non venivo pagata... ecc.), non avevo diritto allo studio quindi quando
facevo un esame nessuno mi dava un corrispettivo, percepivo 5,60 euro all’ora e
svolgevo un lavoro da educatore con un inquadramento da operatore addetto
all’assistenza.
Laureata ho pensato di poter
accedere a uno status più alto avendo fatto la gavetta per tre anni... e invece
o operatore oppure potevo cambiare lavoro. Allora mi decisi a cestinare la mia
laurea per cambiare lavoro, anche centralinista, ma sperando di essere pagata
un po’ meglio. Così ho fatto il giro delle agenzie interinali ops... ora
agenzie che prestano lavoro dove mi sono stati offerti stage a gratis senza
rimborso spese da 3 a 12 mesi, così per imparare il lavoro e per vedere se ero
portata alla nuova mansione. Ultima spiaggia: i call-center. Ho passato la
selezione in uno dove in quattro ore dovevo fissare più appuntamenti possibili
per far conoscere una magica aspirapolvere. In quattro ore e non so quante
telefonate sono riuscita a fissare 4 appuntamenti. L’inquadramento proposto per
il lavoro un co.co.pro. 6 mesi. Morale della favola: con un part-time sarei
potuta arrivare a 800 euro, ma dipendeva da quanti appuntamenti riuscivo a
fissare. La mia paga dipendeva dalla bontà delle casalinghe interpellate.
M. S. 21.02.2006 16:00
Oggi lavoro in un teatro e,
“grazie” alla mobilità di cui ero vittima due anni fa quando l’azienda per cui
lavoravo ha miseramente chiuso, il mio contratto a termine si è trasformato a
tempo indeterminato... già, una gran botta di culo... ma qui dove mi trovo è un
tour continuo di gente, un via vai che nemmeno per il corso di domenica
pomeriggio si riesce a vedere... ragazzi molto giovani, neo laureti o quasi...
brava gente, persone capaci... arrivano con questi stramaledetti contratti
co.co. ecc. e rimangono qui dai 3 ai sei mesi... allo scadere, per evitare di
assumerli, vengono mandati via e ne vengono ripresi altri... ogni volta tutto
da rifare... non appena qualcuno, anche bravo, ha capito il lavoro e sta
imparando ad andare avanti da solo ecco qua che tutto riparte: una nuova
faccia, ma le stesse spiegazioni, le stesse perdite di tempo per spiegare il
funzionamento di ogni cosa, ogni volta bisogna essere in due a fare lo stesso
lavoro, uno insegna e uno impara... un circolo continuo e inutile... nessuno
nasce “imparato” ma... così non si fa esperienza di niente... non riusciamo a
far crescere nessuno qua dentro...
È davvero uno scandalo...
E io mi ritengo davvero molto
fortunata con i miei scarsi 1.000 euro al mese e un mutuo di 430 euro sempre al
mese... vivo con poco, ma vivo... anzi... sopravvivo...
M. M. 21.02.2006 16:07
L’impero del lavoro nero,
sommerso e precario domina l’Italia fin dagli anni Sessanta, ovvero
dall’entrata in scena della
legge 1369, voluta per regolarizzare le famigerate cooperative di
lavoro conosciute col termine di
“Coree” (perché queste si innestavano entro le realtà delle
periferie cittadine italiote
sorte in relazione alla Legge Fanfani sulle Case Popolari ideate
come vespai per la collocazione
della massa di manodopera destinata non solo alle industrie
del Nord...). Quella legge, già
allora non modificò nulla e il sottoscritto ne ha subito sulla
propria pelle i deliranti
risultati. Nel 1990 entravo a far parte di una ferale cooperativa che
apparentemente sembrava in
regola. L’apparenza scompariva quando dall’oggi al domani
venivo cacciato letteralmente a
calci dal luogo di lavoro dove “prestavo manovalanza”. Il
termine ultimo è importante
perché la cooperativa funzionava proprio in questo modo:
ovvero girava a conto terzi
uomini a lei facenti parte, senza alcuna tutela, in spregio proprio
della legge 1369 che lo vietava.
Il verbo passato è altrettanto importante perché quella
legge, di fronte alla
sostanziale realtà nera e interposta italiota, veniva stralciata proprio con la
legge Biagi che in questo modo, così come per le leggi sulla depenalizzazione
del falso in bilancio, legalizza una pratica illecita. La gravità della legge
Biagi non sta solo nella legalizzazione di una illegalità ma anche
nell’impedire così, a chi viene cacciato a calci, di poter impugnare il
licenziamento facendo leva sull’ex 1369. Il mio licenziamento era datato 1996,
e seppur lavoratore in nero e senza prove, riuscivo, proprio in relazione alla
1369 a impugnare il licenziamento arrivando quantomeno ad una transazione.
Oggi, per tutti coloro che si ritrovano a lavorare in queste cooperative di
interposizione, ve ne sono a migliaia dal settore alimentare a quello edilizio,
rimangono solo i calci...
D. D. 21.02.2006 16:13
Scrivo come se scrivessi a un
vecchio amico per raccontargli la mia situazione lavorativa. Ecco: dopo una
laurea in scienze politiche e 5.000 lavori a contratto (mort...!) interinale e
a termine, mi trovo ora a lavorare in nero da un anno in una agenzia
immobiliare, dove i normali canoni lavorativi non si sa quali siano, la legge
626 sulla sicurezza sul luogo di lavoro ah ah ah non ne parliamo, il tutto dalle
9 alle 13 e dalle 15 alle 19.30 compreso il sabato, quando non ci sono le
lunghe, il tutto per 700 euro al mese dove pagato l’affitto di 400, mi dici
come posso arrivare a fine mese? qui oramai viene offesa la dignità umana
poiché i padroni sfruttano il fatto che hai bisogno di lavorare, e ti spremono
fino all’osso per pochi miserabili euro quando loro guadagnano cifre da
capogiro. Ti mando un abbraccio e spero di rivederti presto.
M. V. 21.02.2006 16:17
Mi occupo di organizzazione
aziendale e passo le mie giornate a parlare di “vantaggio competitivo” ai
Manager delle varie aziende che visito dei settori più eterogenei. Mi sono,
ovviamente fatto un’idea sulla legge e soprattutto dell’applicazione che i
manager ne fanno oggi.
Le aziende si trovano in una
situazione dove devono cercare di recuperare terreno
puntando anche su una riduzione
del costo del lavoro. Vero ma assolutamente inutile quando si compete con paesi
come la Cina che hanno un costo del lavoro di qualche cent/ora. I Manager di
oggi non riescono a capire il cambiamento e che devono lavorare
sull’innovazione tecnologica perché, anche se si riesce ad abbassare il costo
del lavoro, non potrà mai essere paragonabile al costo cinese.
E allora?
E allora trasformano e usano questi
“contratti di plastica” della legge Biagi per ridurre lo stesso il costo del
lavoro. È ovvio che manca la cultura manageriale e che la legge viene distorta
per cercare flessibilità: ma le aziende non hanno bisogno di flessibilità.
Serve cultura, lo ripeto! E i lavoratori? I lavoratori non hanno ancora capito
che, anche se bevono il caffè con i loro colleghi, il contratto è molto
diverso!
I lavoratori devono “svegliarsi”
e continuare a cercare nuovi lavori con contratti decenti.
La legge, alla fine, si
ritorcerà verso le aziende che non riusciranno a “tenersi” le persone! E
dovranno tornare a contratti più seri. Sta al lavoratore decidere! Smettiamo di
aspettare “la divina provvidenza”. A cosa ambiva il sig. Biagi con la sua
legge? Non lo sapremo mai, sicuramente però sappiamo come viene interpretato in
Italia il suo lavoro.
C. T. 21.02.2006 16:18
Sono laureato, ho quarant’anni.
Ho sempre lavorato come autonomo e ho avuto una mia ditta che ho chiuso nel
2003. Il reinserimento nel mondo del lavoro è stato possibile solo con un
contratto co.co.co. (poi co.co.pro.). Guadagno 1.200 euro netti al mese.
Rispetto a molti di voi sono un privilegiato, anche se non faccio una bella
vita. La flessibilità è asimmetrica: i lavoratori sono tanto flessibili quanto
le aziende e lo Stato sono rigidi. Le aziende vogliono poter contare su
manodopera flessibile (precaria), molto specializzata, motivata, disponibile,
fedele all’azienda e soprattutto a basso costo! Questo atteggiamento è indicativo
di una mentalità imprenditoriale retriva, stracciona e perdente.
Per poter maturare la pensione
occorre avere almeno cinque anni di versamenti, ma questi
non possono essere ricongiunti
con (eventuali) altri versamenti (p. es. da contratto a tempo
indeterminato). Ciò significa
che al momento del pensionamento il lavoratore può trovarsi
ad avere due pensioni (esigue)
erogate da fondi distinti. Un altro luminoso esempio di
flessibilità asimmetrica!
Inoltre, quand’anche il lavoratore giungesse alla agognata pensione,
il trattamento sarebbe pari
all’incirca al 25% dello stipendio! Conosco l’obiezione: fatti una
pensione integrativa. Rispondo:
e con che cosa me la pago?
Faccio qualche modesta proposta:
1. I salari del lavoro
flessibile non devono, per legge, essere inferiori a quelli previsti per la
stessa posizione dal contratto nazionale maggiorato del 30-40%. 2. Aumentare i
contributi Inps a carico delle aziende e congiunzione dei versamenti fino a
garantire una pensione adeguata (50% dello stipendio).
3. Creazione di un fondo
speciale per indennità di disoccupazione - finanziato dallo Stato e dalle
aziende.
4. Eliminazione delle 50 (?)
tipologie di contratti atipici e riconoscimento delle condizioni e dei diritti
minimi per tutti i lavoratori.
L. R. 21.02.2006 16:31
Un settore strategico e
fondamentale come quello del trasporto è quasi totalmente fondato sullo
sfruttamento e la precarietà.
Ogni giorno migliaia e migliaia
di lavoratori caricano, scaricano smistano, etichettano migliaia di tonnellate
di merci prodotte dalle nostre industrie che devono essere consegnate subito
immediatamente, altrimenti non c’è competitività, altrimenti non si fornisce un
servizio di qualità come tutti i manager dei miei coglioni sono soliti riempirsi
la bocca. Tutto questo lavoro è svolto da un esercito di sottopagati senza
nessun tipo di tutela, vedi malattia e ancor più scandaloso senza copertura per
l’infortunio evento assai probabile e frequente in quel contesto. Io per 30
giorni di infortunio grave ho beccato le vecchie 420.000 lire a 0 ore senza una
lira di stipendio.
Questo si può fare perché le
cooperative di facchinaggio e servizi in molti casi ricettacolo di avventurieri
e delinquenti che aprono e chiudono come spegnere l’interruttore del garage con
la connivenza di commercialisti maiali, possono avvalersi ancora di vecchie
leggi che prevedono regimi fiscali ridicoli e nessuna tutela per il lavoratore
chiamato ipocritamente socio. Io mi domando come potrebbe un settore così
cruciale per il sistema economico sopportare la regolarizzazione più volte
annunciata e mai attuata di tutti quei lavoratori parificandoli come è
sacrosanto che accada a normali dipendenti di srl. Scandali infiniti che
gridano vendetta.
A. P. 21.02.2006 17:11
Come la legge Biagi non
influenza solamente i giovani e i neolaureati: ho 46 anni, sono (quasi) sempre
stato un free-lance, consulente informatico, ma da 4-5 anni il mercato è
diventato sempre più un’asta “al ribasso”, grazie ai tanti lavori precari che
sono venuti fuori dalla legge Biagi! Quindi le aziende preferiscono prendere il
neolaureato con contratto a progetto per 3 mesi perché così hanno la
possibilità di cacciarlo quando vogliono e di pagarlo poco, invece di affidarsi
ad un professionista con esperienza pluriennale. Preferiscono dare (o ottenere,
se, come sempre più raramente accade, si tratta di progetti interni, e non il
solito “body rental” presso cliente) un lavoro di bassa qualità ma sottopagato,
perché così si crede di poter guadagnare di più. Insomma, un po’ come in tanti
altri campi, dove ci si preoccupa più della concorrenza della manovalanza a
basso costo dei cinesi, invece di puntare alla tecnologia, qualità, innovazione
e ricerca. L’Italia, se continua questa politica (e questo tipo di governo)
sarà sempre più un Paese dove si dovrà “sopravvivere”, e lavorare per un datore
di lavoro che a sua volta è in subappalto da un’azienda che è in subappalto da
un’altra, che ha vinto la gara perché ha chiesto tariffe bassissime. Col risultato
che al vero lavoratore arrivano spiccioli, mentre tutta la “catena” di aziende
si arricchisce senza fare in pratica assolutamente nulla. Uno schifo.
A. P. 21.02.2006 17:38
Io lavoro in un azienda e la mia
mansione è responsabile del personale e capisco benissimo che cosa vuol dire
stare in perenne ricatto. Io ho un contratto indeterminato e nella mia vita ho
cambiato diversi lavori. Diciamo che sono stato molto fortunato. Scrivo per
confermare le migliaia di parole che sono state scritte dai ragazzi. Vi posso
confermare che nella mia azienda non si fanno contratti indeterminati, solo per
convenienza e si va avanti ad assumere ragazzini a colpi di 3 mesi cercando di
spremerli il più possibile. Purtroppo questi maledetti che hanno inventato
questa macchina infernale quando parlano e dicono che va tutto bene, non si
rendono conto della vera situazione. Perché non ci mandano i propri figli al
macello? Senza diritti, elemosinando le ferie, e facendo molto più di quaranta
ore alla settimana. Tutto questo deve finire e presto, altrimenti, secondo me,
succederà un bel casino.
P. S. 21.02.2006 17:49
Purtroppo a 32 anni faccio parte
ormai da 2 anni di quella schiera che viene chiamata degli “Interinali” o “Precari”
sempre nella speranza (fondata su promesse fatte dall’azienda) di essere
assunto a tempo indeterminato. Sia ben chiaro lo stipendio che percepisco è
totalmente a norma di legge, mi viene retribuito tutto ciò che mi spetta e di
questo non mi posso lamentare.
Ma mi sorge un dilemma
inquietante: ho 32 anni, sono felicemente fidanzato da 6 anni e vorrei sposarmi
(come avrebbe detto il grande Totò: Obbrobbrio). Il primo problema è la casa. Il
mutuo non posso farlo con la mia busta paga; e se pure si riuscisse a farlo
tramite aiuti esterni come si può essere sicuri di non ritrovarsi senza lavoro
domani? (Dimenticavo che il mio contratto viene prorogato di mese in mese).
Ultimamente addirittura sono stati firmati contratti definiti week-end
(venerdì, sabato e domenica) allora si può solo vivere come Minni e Topolino
(fidanzati a vita). C’è da dire, però, che probabilmente senza la legge Biagi
ora sarei senza lavoro, ma qual è la cosa peggiore? La precarietà è una spada
di Damocle che logora la mente.
M. D. L. 21.02.2006 18:01
Come programmatore sono stato
abituato a essere venduto “a giornata” nel 1990: questo tipo di attività viene
definita nel gergo informatico “body rent” (attività mercenaria in breve). Lavorando
nel mondo dell’informatica, forse siamo stati tra i primi a inaugurare la
“mobilità”. Ora si è estesa anche a tutte le altre categorie... con molti ma.
“Ma non siamo l’Inghilterra” - che con la sua economia se lo può permettere -;
“Ma esiste la Svezia” che ha degli ammortizzatori sociali fortissimi
dimostrando che esistono realtà diametralmente opposte alla tanto sventolata
mobilità. Per farla beve accade questo: la crisi degli ultimi 3 anni ha creato
una disoccupazione mostruosa che ha consentito alle società di “recruitment” di
fare autentiche aste del prezzo minimo a zero garanzie: così mentre qualcuno
raddoppia il costo della vita, la mia tariffa giornaliera scende al 75%
rispetto a quella in lire del 1998. E ti ritrovi gente che ti fa balenare
l’opportunità di 2.000 euro lordi al mese come tanti soldi...
Bene allora ti metti lì e
calcoli:
Irpef;
Irap;
232
Inps;
11 mensilità (perché non ti
pagano le ferie);
assicurazione infortuni;
commercialista...
e scopri che ti rimane in mano
il 54% del lordo.
Ma quanti sono capaci di dire no
e di fare questi calcoli?
A me capita di spiegarlo spesso
a questi “acquirenti di manodopera” le bugie che raccontano . Come mi capita
spesso di far presente a coloro che espongono annunci tipo “età ideale 30 anni”
che: aziende che pongono discriminazioni sul limite di età o dell’età ideale
del candidato sono in contrapposizione alla legge sulle pari opportunità
secondo: il Decreto Legislativo 9 luglio 2003, n. 216 - “Attuazione della
direttiva 2000/78/CE parità di trattamento in materia di occupazione e di
condizioni di lavoro” e inoltre in violazione all’articolo 3 della Costituzione
Italiana che recita: « È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di
ordine... » Non solo è una guerra per il pane ma per la dignità e contro
l’illecito.
M. S. 21.02.2006 18:07
Riassunto:
Durante gli studi universitari
(1998-2004)
20 Contratti a partita Iva
(cadenza mensile), retribuzione a cottimo, NO ferie, NO malattia, NO
tredicesima, NO quattordicesima, NO trattamento di fine rapporto (luogo di
lavoro callcenter).
30 Contratti di collaborazione
coordinata e continuativa (cadenza mensile) presso lo stesso call-center,
retribuzione a cottimo, NO ferie, NO malattia, NO tredicesima, NO
quattordicesima; NO trattamento di fine rapporto.
5 Contratto di collaborazione
coordinata e continuativa presso due società archeologiche, retribuzione fissa
(tempo medio di attesa per uno stipendio mensile da tre a sei mesi), NO ferie,
NO malattia, NO tredicesima, NO quattordicesima; NO trattamento di fine
rapporto. Dopo la Laurea in Lettere indirizzo archeologico 110/110 con lode
(2004-2005)
3 Contratti a somministrazione a
tempo determinato (cadenza bimestrale) presso una società interinale che mi ha
“affittato” ad una società srl la quale mi ha destinato ad un
servizio per una ulteriore
società. Ferie, malattia, tredicesima, quattordicesima; trattamento di fine
rapporto. (luogo di lavoro call-center).
3 Contratti a tempo determinato
Ccnl “servizi e terziario” presso la stessa società srl ferie, malattia,
tredicesima, quattordicesima; trattamento di fine rapporto. (luogo di lavoro
callcenter).
1 Contratto a tempo
indeterminato Ccnl “servizi e terziario” presso la stessa società srl ferie,
malattia, tredicesima, quattordicesima; trattamento di fine rapporto. (luogo di
lavoro call-center). Licenziamento in data 1-11-2005 per ritiro del rapporto
con società cliente, e impossibilità di reinvestire i lavoratori in altro
servizio. Oggi (2006) mi sto dedicando ad una scuola di specializzazione post
-universitaria ma sono disoccupato. Governo di Sinistra da precario; Governo
di Destra da precario; voterò per un Governo di sotto!
M. S. 21.02.2006 18:53
Mi hanno rubato il lavoro
Nel ‘99, a 47 anni, mi hanno
rubato il lavoro, nel senso che la società ha potuto tranquillamente fallire,
fregarsi le liquidazioni e buttarci in mezzo alla strada. Dopo poco tempo ho
ripreso a lavorare ma nessuno mi ha mai voluto fare un contratto anche se a
termine. Solo co.co.co. Sono un tecnico di estrazione petrolchimica e ho sempre
lavorato in società di ingegneria. Adesso lavoro sempre per lo stesso
committente ma tramite società di ingegneria che a loro volta guadagnano su di
me. Insomma un caporalato. I contratti a progetto mascherano il lavoro
subordinato. Nessuno, finché esiste tale legge, stipulerà un contratto
regolare. Sarebbe più opportuno applicare defiscalizzazione contributiva solo
per contratti a termine scaglionati. Ovvero più sgravi fiscali in proporzione
alla durata del contratto. È proprio uno schifo. Non controlla nessuno.
A. L. P. 21.02.2006 19:14
Forse quello che scriverò ha
poco a vedere con la legge Biagi, ma comunque è sintomatico
di una situazione grave del
sistema lavorativo italiano. Sono un bi-laureato uscito da 15
anni di studi in un
conservatorio italiano, ho alle spalle un notevole bagaglio di esperienze
musicali, titoli artistici e
professionali che mi permetterebbero d’insegnare nella stessa istituzione dalla
quale derivano i miei titoli. Ho presentato varie domande d’insegnamento,
confidando che i miei titoli di studio, prima ancora di quelli
artistico-professionali, fossero valutati obiettivamente. È stata una grande
delusione constatare che primi in graduatoria, sono invece persone che pur
avendo un bagaglio artistico professionale, non possiedono alcun titolo di
studio specifico: nessuno. Io mi domando: potrebbe fare il medico chi non fosse
laureato in medicina? Io credo di no. Perché, allora, permettere a un
non-laureato di diventare docente universitario in discipline musicali? La cosa
incredibile, è che lo Stato pretende laurea ed abilitazione per insegnare
educazione musicale nelle scuole medie, ma nessun titolo di studio per quanto
riguarda i Conservatori. Ultima beffa. I vecchi diplomi di Conservatorio, sono
stati equiparati a lauree di 1° livello. Ciò significa che per ottenerne una di
2° dovrei studiare per altri 2 anni e rinunciare alla mia carriera perché lo
studio mi occuperebbe gran parte della settimana. Morale della favola: non ho
abbastanza titoli artistici per insegnare in Conservatorio (e pochi calci nel
sedere) e non abbastanza di studio per insegnare eventualmente nella scuola
media. Spesso lavoro in Rai come pianista e vi assicuro che non si guadagna più
una lira nemmeno lì. Non veniamo assunti a tempo determinato dallo Stato, ma
siamo dipendenti temporanei di una società appaltatrice esterna alla Rai.
Guadagniamo una miseria (poco più di 100 euro al giorno per trasmissioni in
diretta di prima serata, senza rimborso spese) e a malapena arriviamo a fine
mese.
F. C. 21.02.2006 19:24
Io sono un diplomato tecnico
agrario. Ho trovato come lavoro, in una ditta di distributori automatici, da
circa 1 anno. Sono senza contratto a tempo indeterminato. il mio contratto va a
ore. Cioè dovrei lavorare 8 ma ne lavoro 10, di cui le ultime 2 non pagate. Non
ricevo buoni pasto, anche se tutti i giorni mangio fuori. Se prendo le multe me
le devo pagare. Se faccio un incidente o mi rubano i soldi li devo restituire
di tasca mia. Ora la legge Biagi fa schifo. La destra fa schifo. La sinistra
fa schifo. So che i miei, e i vostri nonni sono morti per il suolo patrio. Sono
fiero di essere italiano. Ma se i nostri avi vedessero l’Italia oggi,
aprirebbero le porte all’esercito austriaco. So che in Cina cercano pizzaioli
da mettere dietro al forno. Pagano 3.000 euro al mese più vitto e alloggio.
Finché non imparano a farla da soli ci si potrebbe pensare...
M. M. 21.02.2006 19:29
Hanno avuto il coraggio di farmi
un contratto di una settimana senza proroga in un supermercato perché dovevano
spostare un reparto e serviva uno in più. Una volta finito il lavoro... a
casa... 6 euro l’ora la paga... I miei colleghi, erano increduli e fino al
giorno dopo che non mi han visto arrivare. Pensavano che scherzassi, che li
prendessi in giro, fate voi...
M. B. 21.02.2006 20:16
Sono anni che mi scontro con
questa realtà. Sono insegnante di italiano per stranieri. Ho lavorato sempre in
scuole private perché per lo Stato non esistiamo. Esiste l’emergenza stranieri
nelle scuole ma noi che siamo qualificati di fatto non abbiamo alcun
riconoscimento. Sono stato rappresentante sindacale in una scuola in cui si
facevano contratti regolari, le nostre battaglie per legittimi aumenti di
stipendio si scontravano con la possibilità di contrattare perché nel 99% delle
scuole i colleghi erano e sono sotto il ricatto del co.co.co., che ha
sostituito il nero a tutto vantaggio del datore di lavoro che così ha una carta
firmata dal lavoratore che non può nemmeno fargli vertenza.
L’insegnamento nel privato
(ripeto, per la mia qualifica unica strada) è così: laurea, master,
esperienza all’estero di
insegnamento e formazione di insegnanti in istituti italiani di
cultura, scuole, università, e
il meglio che qui puoi trovare è un direttore che ti offre 10 o 11
(fortunato!) euro l’ora, senza
diritti, senza ferie, senza malattia, senza un ca..o di niente! :-(
C. G. 21.02.2006 20:43
Sono un laureato fortunato: ora
lavoro a tempo indeterminato ma non per questo dimentico - ci sono passato
anch’io - tutte le donne e gli uomini coinvolti in questo dissennato progetto.
Quando ero impiegato con un
contratto interinale mi recavo al lavoro senza stimoli perché
sapevo che ero o potevo essere
una persona usa e getta. Ciò nonostante tutte le rassicurazioni
e le illusioni che, ogni giorno,
il mio capo mi infondeva. Non avevo stimoli ma molta voglia
di dimostrare il mio valore:
purtroppo, però, per molto tempo non dovevo fare altro che
fotocopie o servire il capo
trascrivendogli i fax e, ahimé, non potevo nemmeno correggerli (visto il
pessimo italiano, ho notato che è una cosa comune per i manager di oggi).
Facile intuire come, quasi da subito, ero in cerca di altre occupazioni, visto
che dovevo anche sposarmi e mi serviva un piccolo prestito. Sappiamo tutti bene
che quando una persona è occupata con i contratti tanto decantati dalla legge
Biagi, questa persona non può sognare, non ha accesso a nessun prestito, non è
un lavoratore normale. Si dice infatti che si tratta di lavoratore atipico.
Direi, invece, che oggi purtroppo questo lavoratore sta diventando, se non lo è
già, un lavoratore tipico. È normale entrare in un’agenzia interinale, oggi
“agenzia per il lavoro”, e imbattersi in donne e uomini di 40/50 anni che hanno
perso il lavoro per varie cause e si affidano umilmente a queste mani. Ed è
normale che le aziende sfruttino la loro superiorità nei nostri confronti, nei
confronti di tutti noi lavoratori. Solo che, facendo così, secondo me, anche le
aziende perdono in professionalità e qualità del lavoro. Cambiano infatti le
persone nell’ufficio, in reparto ma il risultato non cambia: si lavora sempre
di più come schiavi un maggior numero di ore diviso per meno persone. Berlusconi
ci spieghi come è diminuita la disoccupazione! Forse nel periodo natalizio,
quando gli interinali sono al massimo delle assunzioni.
D. P. 21.02.2006 21:07
Ho iniziato il mio attuale
lavoro di segretaria 2 anni fa. Avevo bisogno di lavorare per cui non andai
troppo per il sottile a chiedere quale tipo di contratto mi avrebbero fatto.
Dopo il periodo di prova mi venne presentato un co.co.pro. il cui contenuto era
totalmente diverso da quello che effettivamente facevo. Per esempio, nel
contratto c’è scritto che io posso svolgere il lavoro, che porta al “progetto”
come voglio, in posizione di non subordinazione, dove voglio, alle ore che
voglio. In realtà devo fare esattamente quello che chiede il mio superiore, quindi
in realtà sono una subordinata, devo essere lì tutti i giorni dalle 15 alle
20.30 senza alternative, e non mi posso assentare, e se mi assento devo
avvertire per tempo e devo pagare una persona che mi sostituisce. Il bisogno di
lavorare non mi ha dato grande potere contrattuale, e così ho accettato il
co.co.pro., pensando che l’anno dopo sarebbe stato diverso.
E invece no, il secondo anno mi
ha presentato lo stesso contratto. Ho firmato anche quello. Tra
5 mesi scade anche questo
contratto. Mi verrà presentato per la terza volta il co.co.pro. (sono
sicura, gli conviene troppo). Il
mio rammarico è che probabilmente accetterò anche il terzo
co.co.pro., perché trovare un
lavoro qui a Cagliari è veramente un colpo di fortuna, e quando la fortuna
arriva non le puoi sputare in faccia solo perché non ti fanno il contratto
regolare. Proverò a cercare un altro lavoro, perché se chiedessi la
regolarizzazione di questo sono sicura che mi verrebbe negata, tanto una
ragazza che ha bisogno di lavorare e che firma un co.co. pro. la trovano in 2
minuti.
R. S. 22.02.2006 08:42
Caro Grillo, ho 36 anni,
laureato in sociologia e da tre anni sono un lavoratore co.co.co. nella rete
di rilevazione Istat sulle forze di lavoro (l’indagine che fornisce i dati ufficiali
sull’occupazione... sigh!). Dopo un anno di lavoro e diversi cedimenti della
mia automobile, sono stato costretto a comprarne una nuova, a rate.
Naturalmente senza la firma di mio padre non avrei avuto accesso a nessun
finanziamento. Vorrei andare a prendere casa in affitto, ma ai prezzi che il
mercato offre oggi è veramente impossibile trovare qualcosa che non sia un
tugurio (ti assicuro che non esagero). Di comprare un abitazione nemmeno a
parlarne benché esperti e trasmissioni televisive (l’ultima ieri a “Uno
mattina”) parlino di banche illuminatissime che aprono ai mutui per i
lavoratori atipici. Ma ti assicuro che fra le operazioni di maquillage
televisivo che vengono offerte da queste banche e la realtà scorre un oceano. Insomma
che sono? Che siamo? Forse davvero ragazzini di 36 anni a cui non è permesso
crescere. Per i quali è impossibile progettare uno straccio di futuro
dignitoso.
M. S. 22.02.2006 12:08
Ho 34 anni, laureato in
psicologia del lavoro con ottimi voti, conosco benissimo l’informatica perché
la insegno, la mia esperienza professionale varia tra cameriere, operatore
call-center, formatore; sono nel mondo del lavoro da 12 anni (mi sono pagato
gli studi lavorando).
Il trionfo dei risultati della
legge Biagi è un altro esempio di marketing politico, dove per
marketing (che conosco bene per
aver lavorato in passato nei call-center) si intende “una
metodologia per alterare i fatti
al fine di confondere il destinatario del messaggio per
manipolarne il consenso”.
Secondo il marketing politico, “occupazione” significa avere un
contratto ed essere retribuiti.
Secondo il marketing politico la nostra generazione dovrebbe
essere contenta di questo. Ma
questa è solo una visione parziale e di comodo della realtà, la visione che
dice “io politico sto facendo bene il mio lavoro perché tu hai un contratto e
vieni retribuito”. Come dire che un ristoratore sta facendo bene il suo lavoro
perché ti dà da mangiare e paga le tasse. Ma senza entrare nel merito della
qualità, cioè del sapore e della bontà di quello che mi offre. Allora
entriamoci nel merito, anche se l’evidenza è sotto gli occhi di tutti. Pochi ma
essenziali punti. Come posso investire, ammesso che abbia sufficienti soldi per
farlo, su di me e sul mio futuro se fra sei mesi non so se le condizioni
saranno le stesse? Come posso accedere al credito? Come posso rendermi autonomo
se fra sei mesi non so se potrò pagare un affitto? Come posso pensare di fare
figli in queste condizioni? Passiamo alle condizioni di lavoro (ne ho viste
tante finora): 6 euro lordi l’ora nei call-center, per fare lavori di basso
profilo, diffusissimo è l’impiego a 30 ore settimanali. Tra un lavoro e un
altro a volte passa qualche mese. Per tirare fuori uno stipendio decente
(vivendo a casa dei miei genitori) per un periodo ho dovuto fare tre lavori:
operatore call-center, cameriere, docente di informatica. Devo essere contento
di questo?
F. Q. 22.02.2006 12:36
Lavoro in un’agenzia di
pubblicità di Milano. Da 5 anni sono assunto con un contratto a progetto, pur
facendo e continuando a fare una vita da impiegato. Arrivo e vado via tutti i
giorni alla stessa ora. Non ricevo buoni pasto, di nessun tipo. Quando c’è un
progetto da finire si deve rimanere a oltranza a volte anche fino alle 21.00,
(di straordinari pagati neanche l’ombra) ma il giorno dopo bisogna essere in
ufficio alle 9.00 in punto, se no ti stracciano i maroni per tutta la giornata.
Mi viene pagata la pensione al 10% del mio stipendio (il restante 20% ce lo dovrei
mettere io, che guadagno 1.200 euro netti). Quando me ne andrò (o quando mi
cacceranno, lo possono fare in qualsiasi momento) non percepirò nessun tipo di
liquidazione. Mi dite che cosa c’è di bello a lavorare così? Non mi posso
comprare una casa (quasi nessuna banca accetta un mutuo stipulato da un
collaboratore con contratto a progetto) e quindi devo rimanere in affitto (600
euro mensili) nella mia casetta, ovviamente mooolto fuori Milano (dove i prezzi
per un bilocale si aggirano intorno agli 800 -1.000 euro). Ho una moglie che
aspetta un bimbo, fatichiamo ad arrivare a fine mese, e tutto grazie alla Legge
Biagi. Che bella l’Italia, che bello lavorare in tutta questa precarietà,
sapendo che ci sono statali che guadagnano 1.300 euro mensili, 10 euro di buoni
pasto ogni giorno!
E. T. 22.02.2006 13:26
Sono stato assunto da una grossa
azienda tessile che si occupa del settore chimico ospedaliero (produce presidi
ospedalieri, pannoloni, traverse, guanti garza...) nel novembre del 2001. Alla
stipula del contratto ci hanno detto che avremmo fatto un breve periodo di
prova venendo retribuiti con poco più di 697 euro al mese netti della ritenuta
fiscale del 20%. Il breve periodo di prova è durato per oltre due anni: evviva
i co.co.co. L’azienda non ha mai avuto crisi di fatturato, avremmo capito anche
noi i problemi aziendali e adeguati alla crisi. Avendo vinto una gara
d’appalto, luglio 2003, a Messina per tre anni abbiamo chiesto (io e i miei tre
colleghi) di essere assunti a tempo indeterminato, visto che il fatturato è
sempre cresciuto, circa il 10% annuo. Dopo innumerevoli trattative con i
responsabili ci è stato dato uno stipendio di meno di 900 euro netti al mese
dicendo che i Ccnl non si usano più sono obsoleti, che non li tiene più in
considerazione nessuno. Inoltre ci è stato detto che se non ci piaceva potevamo
sempre andare via. Vivo in Sicilia il lavoro non è un problema, è un’angoscia,
a queste minacce non potevamo che accettare. Questa qui è una realtà , anzi
sono uno dei fortunati. Prendo circa 43 euro netti al giorno per lavorare 9 -
10 ore circa, 4,50 euro all’ora. Non faccio l’operaio, non lavo i magazzini, ma
lavoro in ufficio con altri due colleghi e un collega in magazzino: evviva i
controlli, i Ccnl e la Sicilia.
F. F. 23.02.2006 08:25
Scrivo da Napoli, la capitale
del lavoro in nero, del non lavoro! Qua, come diceva Troisi, c’è il
lavoro nero, il lavoro precario,
il lavoro minorile... insomma ci sono tutti i tipi di lavoro ma il
lavoro e basta non esiste! Io
lavoro da quando avevo 18 anni. Ora ne ho 25 e la situazione
mi sembra peggiorata! Prima mi
interessava lavorare per conoscere, per entrare nel mondo
del lavoro, insomma per capirne
di più. Ora lavoro da più di 2 anni e mezzo in una società di
software, guadagno 600 euro al
mese a nero naturalmente ma mi reputo fortunata perché
ci sono molti miei amici che non
lavorano proprio. Mio fratello lavora ai call-center e ha fatto
mille lavori. Ha cercato di
imparare qualcosa, ma si ritrova con contratti a termine che non gli
danno nemmeno un futuro
immediato, ovvero non gli permettono di fare progetti nemmeno
per il giorno successivo! Ora ha
30 anni e quando presenta il curriculum gli dicono che questo
non è equilibrato, che ha svolto
mille lavori e che quindi non ha le competenze giuste. È tutto
frustrante, i sacrifici sono
infiniti, continuano nel tempo come un’epidemia crescente. A volte davvero non
sembra esserci soluzione. Ci sentiamo così sottomessi, così persi, siamo degli
schiavi che ogni mattina si alzano e cercano il sorriso nella giornata di sole
ma non basta. Come faremo a continuare così? Ma soprattutto come andrà a
finire?
C. G. 23.02.2006 10:58
Marzo 2002: Laurea (Ingegneria
Meccanica, Napoli 105/110 ). Fino a novembre 2003: grosso investimento nella
ricerca di lavoro, nel senso economico perché a inviare 700 cv i soldi si
spendono; per non parlare di quelli quando finalmente arrivi a farlo, un
colloquio: trasferte a Milano, Torino, Roma... dove non ti rimborsano nemmeno
il costo di una bottiglia d’acqua...
Novembre 2003: formazione
post-laurea, esperienza divertente, ma non molto formativa, che ha aperto a
pochissimi la strada di un posto di lavoro.
Agosto 2004: abbandono
dell’esperienza formativa perché finalmente si materializza un lavoro!
Contratto a tempo determinato di 1 anno (si sa, giusto per l’inserimento...) e
precariato più assoluto: niente ferie, se manchi un giorno te lo tolgono dallo
stipendio e se ti ammali sono cavoli tuoi... per non parlare che un prestito
non te lo fa nemmeno la Caritas! Ma la cosa più bella è che le due parti (che
bello, anch’io, grazie della concessione!) possono rescindere il contratto in
ogni momento!
Morale della favola.
Gennaio 2005: l’azienda
attraversa una grossa crisi e, mentre i lavoratori normali godono della cassa
integrazione guadagni, io vengo mandato a casa senza il becco di un aiuto.
V. R. 23.02.2006 15:33
A gennaio 2006 è scaduto il mio
secondo contratto a tempo determinato (un co.co.pro.) con
un ipermercato di Roma. Il primo
che mi fecero durò 3 mesi. Una volta scaduto quest’ultimo,
dopo un mesetto (mi avevano
garantito dieci giorni), mi richiamarono e mi fecero questo
secondo contratto... Dopodiché,
chiaramente, i dirigenti dell’ipermercato, al momento della
mia firma di fine contratto, mi
assicurarono che, tempo un altro mesetto, mi avrebbero
ricontattato. Sono già due mesi
e niente. E, nella mia stessa situazione ci sono altri 5 ragazzi solo nel mio
reparto. Questa legge lascia il coltello dalla parte del manico alle aziende
che, secondo le loro priorità:
1) ti assumono (generalmente per
un periodo che va da 1 a 3 mesi, tramite sempre e solo raccomandazione, che
oramai è diventata legge tacitamente radicata e non trova nessun ostacolo da
parte delle istituzioni che, al contrario, danno la loro acquiescenza);
2) ti sfruttano (con orari anche
notturni, sotto natale è successo. Ma non mi lamento, basta che sia pagato
adeguatamente);
3) ti licenziano, o “congedano
momentaneamente”;
Perché “congedano
momentaneamente”? Perché ormai ho capito come funziona; alla fine di ogni
contratto dicono le stesse cose, ossia: “ci vediamo il più presto possibile
perché è nostra priorità assumervi” oppure: “dieci giorni, per legge, devono
passare tra un contratto e l’altro dopodiché un altro paio di settimane e vi
chiameremo sicuramente” o ancora: “tranquilli che avete lavorato bene e
preparatevi per il mese prossimo che vi chiamiamo”. Insomma ti fanno capire che
quello avvenuto è un congedo momentaneo e non un fine contratto vero e
proprio... e questo accade anche se sanno anticipatamente, cioè mentre te lo
stanno dicendo, che il mese prossimo non servirà all’azienda nessun co.co.pro.!
G. E. W. 25.02.2006 02:23 Una vita in leasing Lavoro da 2 anni in staff
leasing.
“Staff leasing” sta per
“somministrazione di lavoro”. Dal dizionario Garzanti: LEASING s. m.
invar. (econ.) contratto
mediante il quale una parte concede a un’altra, dietro pagamento
di un canone, la disponibilità
di un bene, con facoltà di acquisirne la proprietà allo scadere
del contratto. Ecco quello che
sono: un bene, una macchina in affitto temporaneo, una
risorsa concessa a tempo
indeterminato. Sì perché l’azienda non sa mica per quanto tempo
gli servo, per ora dice ad
Adecco: “questa risorsa la affitto. Per quanto tempo non lo so!”. Il
mio contratto a tempo
indeterminato è con Adecco, (una multinazionale di lavoro interinale
mutuata grazie alle legge 30 in
“Agenzia per il Lavoro”), che ha stipulato a sua volta un
contratto con un’azienda a cui
serve la mia figura professionale. Eh sì, a tempo indeterminato,
sembra quasi vero. Peccato che
il contratto tra Adecco e la suddetta azienda per la quale
effettivamente lavoro, venga
rinnovato ogni anno, e dunque non esiste alcun vincolo tra loro
e me. In sostanza: se tra 1
anno, o 10 o 50 anni, l’azienda che mi usa, decidesse di stracciare il
contratto con Adecco, io mi troverei disoccupata, con un assegno mensile
firmato da Adecco, che secondo un decreto del ministero del Welfare deve essere
di almeno 350 euro. Seconda la legge Biagi inoltre, dovrei essere pagata
quanto i miei colleghi dipendenti veri dell’azienda, mentre invece ho una
categoria inferiore di Ccnl, non ho diritto ad aderire al sindacato né di fare
sciopero, così come non posso fare carriera né avere l’assicurazione sanitaria
come i miei colleghi più fortunati. Ecco un altro dei vantaggi della legge!
Peccato che non sia il mio. D’altronde sono una macchina in affitto: che
diritti posso avere?
L.C. 25.02.2006 15:24
Dopo 3 anni di gavetta, lascio
finalmente il mondo dell’interinale! E non in quanto precario, bensì come
dipendente dall’altra parte della barricata: sono stato un responsabile
commerciale per tre agenzie per il lavoro differenti in 3 anni. E in tutte e
tre le agenzie ho potuto notare che, ahimé, a prescindere dal fatto che la
legge potesse essere giusta o meno, in realtà siamo stati noi italiani a
renderla ingiusta! Questo perché, come spesso capita nel mondo del lavoro e di pensare
degli italiani, portiamo all’estremo le interpretazioni e le regole delle
leggi. Un esempio su tutti, il fatto che l’interinale venga utilizzato come
mero periodo prova nel mondo del lavoro! Quante aziende assumono tramite le
agenzie per testare i neo assunti! Tra l’altro in maniera vigliacca, poiché la
legge prevede che l’azienda stessa, tramite un contratto a tempo determinato,
possa assumere il candidato, evitando di demotivare in partenza una persona
facendola sentire in parte diversa. Invece, grazie alla flessibilità delle
agenzie, si scarica ogni impegno nel caso in cui la persona, o per un motivo o
per l’altro, non possa continuare in azienda! E questo non è che un semplice
esempio! Un’altra cosa che consiglio a tutti gli assunti tramite agenzia:
controllate sempre le vostre buste paga!!! Molte volte, per cercare di tenere
al minimo le spese di commissione sui clienti, le agenzie “mangiano” qualche
euro sulle buste paga. Con ciò non voglio dire che sia tutto sbagliato: in tre
anni molte volte ho avuto la soddisfazione di poter trovare lavoro a persone
meritevoli, e questo mi ha dato piacere! Però un mucchio di volte le aziende
fanno richieste al limite del razzismo: i meridionali sono ok se non hanno un
marcato accento, meglio un uomo che una donna, preferiamo una donna che un
uomo, no ad extracomunitari ecc. Chiedete sempre come mai i vostri colloqui non
sono andati bene: è un vostro diritto!
D.V. 25.02.2006 16:18
Sono un ex per vocazione! Ex
prete ora disoccupato, ex vice parroco di Don Pino Puglisi, ex tutore per
l’emersione. Ho lavorato come co.co.co. per un comitato che aveva sede presso
la Presidenza del Consiglio. Nemmeno a farlo apposta il comitato è quello “per
l’emersione del lavoro non regolare”. Il metodo di lavoro che questo comitato
si era dato è stato quello giusto, nonostante tutto. Abbiamo tentato di
afferrare il toro per le corna. Ovvero io ed altri 50 tutori per l’emersione,
guidati dal Prof. Luca Meldolesi, presidente del comitato, ci siamo spalmati
sul territorio italico per guardare in faccia il problema del lavoro sommerso e
della economia sommersa. Tutto questo allo scopo di conoscere sempre meglio il
fenomeno per poterlo combattere. Ma non solo. Man mano che il mostro mostrava
il suo volto abbiamo anche tentato di mettere in atto delle iniziative
concrete. Il nostro lavoro di raccordo tra associazioni datoriali, istituzioni,
sindacati, organi di sorveglianza e di formazione per le P.A. e le piccole e
medie imprese stava cominciando a decollare quando improvvisamente il
dipendente Maroni ha deciso che il Comitato doveva passare dalla Presidenza del
Consiglio al Minwelfare... Nel passaggio si sono persi dei pezzi come, ad
esempio, i nostri contratti co.co.co. 50 persone sono state spazzate via come
nulla. Non esistono più e con loro sono sparite (anche se i contratti co.co.co.
non offrivano certezze) anche le possibilità di mantenere una esistenza
dignitosa alle nostre famiglie. Il problema lavoro nero in Italia sembra che
non esita più. Adesso il comitato continua ad esistere anche se lavora in
condizioni altamente precarie a Roma, gli ex tutori continuano il loro lavoro
di cucitura in maniera volontaria nella speranza che qualcosa cambi. Adesso
rimane il problema “famiglia” (ho 2 figli)... Berlusconi dice che l’Italia sta
lavorando, ha ragione! Io sto lavorando in nero e mia moglie, laureata in
lingue, lavora in un call-center.
G. P. 27.02.2006 15:57
Lavoravo in nero come cameriere
e portavo a casa più di 1.000 euro. Per lo stesso lavoro in un altro locale ne
prendevo 900 euro in co.co.co. Nel primo locale non ho mai avuto problemi, i
patti sono sempre stati chiari e corretti, era un rapporto lavorativo fra due
persone di parola. Nel secondo locale dopo 8 ore giornaliere non si veniva più
pagati... Con il gestore del primo locale sono rimasto in ottimi rapporti, dal
secondo me ne sono andato via in malo modo e ho in corso una causa.
Morale: Non sono solo i
contratti a essere cattivi, è la malizia di chi te li fa firmare che denuncia
la loro disonestà.
D. P.01.03.2006 14:00
Da quando avevo 16 anni ho
sempre lavorato e studiato... lavorato sempre in nero oppure con i mitici
co.co.co., poi co.co.pro... addirittura ultimamente mi era stato fatto un
“contratto a intermittenza”... sembra irreale, vero? Invece si chiama proprio
così! E cosa significa? Nel mio caso: lavori 40 ore a settimana e ti metto in
regola massimo 8/10 ore! Bello, vero? In tutti questi meravigliosi contratti:
niente diritti . Né malattie, né ferie, né maternità pagate! Se lavori guadagni
(poco), se stai male... cavoli tuoi! Proprio forte la “legge Biagi”! Per dieci
anni mi sono sentita davvero sfruttata... ora va un po’ meglio: sono entrata
nel roseo mondo della scuola... pubblica. A proposito, ho lavorato anche nella
scuola privata, dove diritti, democrazia e libertà non esistono!!!
V. P.01.03.2006 17:12
Aggiornamento. Da agosto non
lavoro. Ti promettono un posto di project manager in un tour operator, e dopo
un mese di lavoro nero, in straordinario da venditore di vacanze, torni a casa.
Ecco, io vorrei, caro Beppe, che venisse fuori una cosa. Starsene a casa se si
vuole lavorare porta una sola cosa: depressione. Ti senti inutile, scaricato,
ti senti in colpa se esci il sabato, perché sai che per te è purtroppo vacanza
tutti i giorni. Ti consumi gli occhi davanti al pc, tra le offerte di lavoro e
le mille alternative per distrarti. La qualità del sonno peggiora, le amicizie
si deteriorano, il senso dell’umorismo sfuma, e ti fai domande. Ti chiedi cosa
sarà di te quando i tuoi non ci saranno più. Ti domandi come si può vivere di
mance a 34 anni e mezzo dopo una Laurea e un Master, ti inventi delle attività.
Così fai editing, inauguri siti
web, fai fotografia d’arte, scrivi racconti e discorsi politici, dai
consigli di marketing e scendi
in Camera di Commercio per fondare un’impresa. Pensi alle
speranze dei primi anni, ai
punti di svolta, a quelle volte che hai rifiutato un lavoro o quando
ne hai accettato un altro. In
questo quadro vivere con la tua donna, progettare un futuro,
diventa secondario. Hai paura di
mettere in circolo le tue infelicità e distribuirle a un figlio che non c’entra
nulla. Vorrei che chi difende la precarizzazione istituzionalizzata del lavoro
riflettesse sugli abusi e sui danni, anche psicologici. Quanti episodi di
cronaca oggi hanno alla base la disperazione da lavoro! Quanti distretti hanno
avuto uno sviluppo vertiginoso delle attività criminose, subito dopo la
chiusura di stabilimenti produttivi? Vivo a Napoli, ma a Torino, Milano,
Trieste non è diverso...
G. I. 08.03.2006 21:50
Vengo subito al dunque sono un
ragazzo di 30 anni e vorrei parlarti della mia esperienza. Ho cominciato a
lavorare nel ‘98 come praticante presso uno studio (nessuno parla o si
interessa di questi ragazzi costretti a farsi il c..o in studi professionali
senza prendere un euro e quando va bene un bel rimborso spesa di 100-150
euro/mese). Dopo anni senza prendere una lira finalmente nel 2000 mi viene
offerto un bel contratto co.co.co. a 750 euro mese senza un minimo di garanzie.
Oggi mi sento fortunato perché dopo tanto cercare ho trovato un’azienda in
Provincia di Siena (sono di Genova!) che nel 2003 mi ha proposto un contratto
di formazione lavoro (uno degli ultimi!!!) ad oggi è stato confermato a tempo
indeterminato! Anche se lo stipendio non è il massimo (se vado a vedere il
contratto con il mio livello dovrei pulire i cessi) mi accontento!
R. D. C. 09.03.2006 09:55
Io ho 56 anni e sei figli come
te, il primo da una relazione, gli altri cinque da una seconda, come molti
ormai, ho fatto decine e decine di lavori diversi oggi faccio l’ambulante con i
miei figli ma sono malato di cuore, perché dopo anni di camionista mi hanno
rapinato e sequestrato ben due volte, e alla seconda rapina mi hanno pure
licenziato con 5 figli piccoli.
Ho fatto il camionista a varie
riprese, poi ho cambiato completamente “lavoro” sono
letteralmente fuggito dal Veneto
dove vivevo e lavoravo per gente dabbene che pretendeva
che lavorassi 25 ore al giorno
per uno stipendio da fame, uno di questi dopo due anni che
correvo come un patacca per
tutta l’Europa trasportando bambole, almeno io sapevo di
trasportare bambole, lo hanno
beccato con la “farina” nei puffetti che portavo ai tedeschi,
insieme alle bamboline gli
portavo la bamba per mamma e papà, che meraviglia, però devo dire che almeno
questo ci faceva correre il giusto, e te credo ogni viaggio chissà quanto gli
rendeva.
Insomma sono fuggito tra le
montagne vicino al Muraglione tra mucche, orti da vangare legna da tagliare,
quello che facevano i miei nonni in breve. Poi sono arrivati i bimbi e quindi
questo non bastava più, e allora io che faccio? Torno a chiedere tra i
camionisti e ho trovato dei pirati, degli squali senza anima che ti chiedevano
l’impossibile. Anni fa il camionista era un lavoro considerato, poiché portare
quei bestioni vi garantisco è vita dura, ma il colmo lo hanno raggiunto oggi
poiché il camionaro, come vengono chiamati oggi, deve fare anche il facchino, deve
scaricare e ricaricare il camion, oppure lavorare nel mondo delle Casse Mobili,
i container con le gambe, che sono sempre pronte per farti viaggiare senza
limiti. Ho superato i duemila caratteri.
E. M. 09.03.2006 18:49
Sono un trentenne che, di
generazione in generazione, si prodiga a fare tutti i mestieri in Italia e
all’estero. Ho trovato finalmente lavoro in un’azienda agricola. La mansione
che tra poco ci appresteremo a fare è zappare il vigneto, fare delle buche
vicino alle radici, non so perché, non sono particolarmente del ramo. Per il
padrone il buon operaio è colui che possiede gli attrezzi per lavorare la sua
terra. Il dramma è che io non ho la zappa e nessuno te la presta (un
concorrente in meno; la vera concorrenza esiste solo tra i lavoratori).
Mi sono informato e il costo
dell’attrezzo si aggira intorno ai 100 euro.
Ho chiesto a mia nonna se mi
prestava la sua ma mi ha risposto che quelle cose non si
prestano. In compenso mi ha
regalato un Kg di pasta, un po’ di farina e un sacchetto di
patate; forse è un modo per
sfogare il suo istinto materno. Insomma, come mi è capitato altre
volte, mi tocca spendere dei
soldi per lavorare. Il bello è che i giorni in cui ti trovi ad usare
l’attrezzatura sono pochi e
capita anche che non riesci a ripagarti la spesa fatta. Alla fine
comunque guadagnano tutti: il
padrone ha il lavoro fatto, il rivenditore ha venduto e quanto
a me nella dichiarazione dei
redditi risulta come guadagno attivo. Ogni volta che vado
all’ufficio di collocamento il
tizio mi fa guardandomi con una punta di sospetto: “quanto hai
guadagnato l’anno scorso?” Io
cerco di spiegarli che ho guadagnato tot ma ho speso anche
tant’altro compreso la zappa, mi
si deve scalare dal totale netto? Sembra invece che sia tutto guadagno netto.
Allora ribatto: se ti interessa quanto guadagno e vuoi che te lo dica per
forza, ti devi anche interessare, e per forza, quando non guadagno niente.
F. M. 09.03.2006 19:00
Sono laureata in Psicologia del
Lavoro con una tesi sui lavoratori atipici. Per la tesi ho “sviscerato” la
riforma Biagi e il suo rapporto con la realtà lavorativa italiana e la sua
deriva. Alla mia proclamazione ero convinta che la riforma così fatta fosse
comunque positiva, forse migliorabile con qualche ritocco. Oggi, dopo 1 anno di
tirocinio gratuito, master, abilitazione professionale (300 euro x l’esame) e 6
mesi di stage sottopagato in una azienda multinazionale Italiana (con un utile
super-record nel 2005) mi rendo conto che il problema non è solo la riforma
(che andrebbe sicuramente sistemata)... è la testa bacata di chi la applica...
La flessibilità può essere utile
ma come sempre nell’Italietta dei furbi è più comodo tenere i dipendenti a
lavorare 50 (parlo x esperienza) ore settimanali con il miraggio di una
possibile proposta un pochino più stabile, contratto invece che progetto,
piuttosto che pagarne i contributi e gli straordinari. Devi formarti dicono,
questa è un’opportunità per la tua formazione, questo può essere un valore aggiunto
al tuo curriculum professionale... ma il curriculum professionale non me lo
mangio e dal basso dei miei quasi 26 anni non mi posso permettere neanche una
bicicletta nuova.
L. B. 10.03.2006 09:33
Lavoro nel settore della
formazione professionale, settore nel quale le aziende italiane mi
risulta che siano tra gli ultimi
posti come investimenti. Naturalmente contratto co.co.pro.,
seguo un progetto, un corso di
formazione che dura tre, quattro mesi dopo di che il contratto
mi scade e devo fare partire un
altro corso altrimenti rimango senza stipendio. Dal 2007 i
finanziamenti per la formazione
provenienti dall’Unione Europea caleranno vistosamente a
vantaggio dei nuovi Paesi che
sono entrati a fare parte dell’area euro, questo vorrà dire fare
partire sempre più corsi di
formazione a “mercato” cioè a totale carico di chi vuole frequentare
il corso, i compensi per noi
coordinatori caleranno ulteriormente e i corsi saranno sempre più brevi. Quando
parte un corso ho dieci minuti di soddisfazione, dopodiché riparte l’ansia per
farne partire un altro.
M. P. 10.03.2006 09:44
Aggiungo la mia voce.
È da più di 6 mesi che sono a
casa perché l’azienda per la quale lavoravo ha chiuso i battenti. Lavoro da 17
anni, ho una laurea, un master, parlo bene 2 lingue straniere, l’ultimo lavoro,
quello dell’azienda che ha chiuso, è durato 13 anni, ero sottopagata e
inquadrata in un livello del tutto inadeguato alle mie mansioni, lo sono sempre
stata, ma fa niente, fa niente per due motivi, perché avevo il mutuo da pagare
da sola e perché mi piaceva il mio lavoro. Me la cavavo, poi è arrivato l’euro
e mi ha affossato. Il mio stipendio è “rimasto” in lire, tutta la vita intorno
è diventata in euro.
Ha affossato anche l’azienda,
che alla fine ha chiuso. Ed ora cosa succede? Ho scoperto una cosa: avere 40
anni, essere donna, ed avere una cultura superiore è il massimo del disastro. È
come diventare inutili, uno spauracchio del mondo del lavoro, vade retro... Vi
assicuro in sei mesi ho fatto di tutto: ho chiamato tutti i miei contatti di
lavoro, i parenti e gli amici, ho scritto - via mail o cartaceo - a circa 210
(numero vero, non sto scherzando) agenzie di selezione del personale,
interinali e consulenti aziendali in risorse umane; ho scritto a circa 100
aziende nell’area del milanese; rispondo a ogni inserzione che mi sembra anche
solo molto vagamente pertinente al mio profilo; navigo in rete tutto il giorno
alla ricerca di qualcosa. Risultati? 2 colloqui 2, che per ora si sono risolti
in nulla. Non vado bene neanche per le interinali, dicono che non è etico
proporre un profilo come il mio per delle posizioni di call-center o simili,
perché ho un profilo professionale troppo alto per quella mansione e perché
sono... troppo vecchia, troppo vecchia per uno stage e per un sacco di cose a
quanto pare. Il mio profilo o è troppo alto o è troppo basso, mai abbastanza. E
dire che avrei tanta professionalità e entusiasmo da dare. Qualcuno risponde a
dire la verità, le aziende di consulenza, che a pagamento studierebbero il mio
caso... ma con quali soldi?
M. G. 10.03.2006 10:47
Sarò breve considerato il fatto
che tutto sommato la mia esperienza non è tragica come molte di quelle che ho
letto, si potrebbe infatti definire normale e questa è forse la cosa più
spaventosa!
Mi sono laureata nel 2003 ed ho
avuto la fortuna di poter iniziare a lavorare subito perché in nero... Ho
lavorato per sei mesi presso una piccola azienda di servizi (tre “dipendenti”
oltre alla sottoscritta) tutti co.co.co. Essendo io l’ultima arrivata non mi si
poteva nemmeno concedere il co.co.co. per non urtare la sensibilità delle altre
che lo avevano ottenuto dopo almeno un anno di lavoro. Tra queste c’era la
“factotum” dell’azienda, quell’impiegata senza la quale andrebbe tutto a
scatafascio che era lì da 10 anni, aveva 50 anni ed un bel co.co.co. da 750
euro al mese per 9-10 ore di lavoro. La cosa assolutamente peggiore (se può
essercene un’altra) è che il suo contratto aveva scadenza semestrale e lei
oltre al primo non ne aveva mai firmati altri... forse che li firmavano per
lei? Quando io le chiedevo perché non si ribellava la sua risposta era:” ma se
vado via da qua, a 50 anni, dove altro posso andare a lavorare?”... e loro lo
sapevano... maledetti!
Per quanto riguarda me venivo
pagata in nero con assegni che non arrivavano mai quando dovevano arrivare e
che alcune volte risultavano scoperti per cui la mia banca non li incassava ed
il più delle volte faceva pagare a me le penali... ma quella delle banche è
un’altra storia.
Adesso lavoro in un altro posto,
sempre con un co.co.co. ma che almeno ha durata 15 mesi. Il lavoro mi piace e
ci sono (ma non si può mai sapere!) possibilità di continuare anche in futuro.
Pensa un po’ che quando ci penso
mi sembra di essere tutto sommato una privilegiata! Caro Grillo mi permetto di
esprimere il massimo apprezzamento per la tua persona ed il tuo impegno.
Alla fine dei giochi qualcuno si
dovrà pur svegliare...
A. B. 10.03.2006 11:17
Vendita per corrispondenza §
Sono la mamma di un ragazzo di
22 anni con diploma di meccanico su macchine a controllo
numerico, che da quasi 5 lavora
con contratti a termine, di cui gli ultimi quattro anni presso
la stessa azienda di vendita per
corrispondenza con orario part-time a 20 ore settimanali,
2 0
per le altre 20 ore settimanali
con contratto di collaborazione presso la cooperativa che opera nella stessa
azienda di vendita per corrispondenza, naturalmente la cooperativa paga la metà
e senza mutua, ferie, ecc...; vi assicuro che è un vero schifo, certo piuttosto
che averlo a casa a bighellonare va bene anche così, ma vi pare giusto? La
legge Biagi prevede che dopo il secondo rinnovo consecutivo di un contratto a
termine il lavoratore venga assunto a tempo indeterminato, a meno che non venga
interrotto il rapporto di lavoro per un periodo di almeno 20 giorni, ed ecco,
quindi che il gioco è fatto: 3 mesi di contratto, rinnovo per altri 3 mesi,
20/30 giorni di pausa e si ricomincia, e così sono quattro anni che si va
avanti; vi pare giusto? Se la stessa azienda assume un lavoratore per 4 anni di
fila vuol dire che ne ha bisogno e che lo stesso lavoratore è adeguato, se no
ne avrebbe assunto un altro?! Perciò perché non assumerlo fisso? No, perché con
il contratto a termine l’azienda paga meno tasse. Però così un giovane non
potrà mai pensare di farsi una famiglia o anche solo di accedere a un mutuo per
l’acquisto di un auto (da tenere presente che senza l’auto è anche difficile
recarsi al lavoro perché i mezzi pubblici sono scarsi; se non hai l’auto non ti
rechi al lavoro, se non lavori non compri l’auto). E poi dicono che i giovani
di oggi sono + attaccati alla famiglia ed escono di casa + tardi. Non penso sia
una loro volontà, è proprio che non possono andare via di casa prima altrimenti
come si mantengono senza i genitori se non lavorano o lavorano a singhiozzo?
Ecco il bel risultato della
legge Biagi.
D. B. 10.03.2006 12:58
In nero è meglio
A questo punto, preferisco il
lavoro nero!!! E spiego il perché: sono di Napoli e da 5 anni vivo e lavoro a
Bologna per cercare di costruirmi un futuro. Anni di lavoro precario e
co.co.pro. senza nessun tipo di assicurazione sul mio futuro e senza la
possibilità di rilassarmi dato che se non lavoro non mangio, non pago l’affitto
e... non vivo! Allora, mi chiedo, tanto vale che rimanevo a Napoli tanto, il
lavoro nero ha le stesse caratteristiche di un lavoro precario però, quanto
meno non ho da pagare l’affitto perché papà ha una bella casa, non grande ma
bella, mangio perché papà cucina bene e tanto e... vivo perché a Napoli c’è il
sole, il mare, la pizza e c’è stato Maradona!
C. G. 10.03.2006 13:36
2
Ero a Bologna quel giorno
Sono una ragazza di 30 anni, e
questa economia, la legge Biagi ha distrutto la mia vita. Ero a Bologna quando
hanno ucciso Biagi e anche se quel momento di terrore è indimenticabile, la mia
esistenza fa più paura.
Com’è che in Italia non si fa
nulla per migliorare? Impossibile avere un lavoro, senza esperienza non ti
prende nessuno, però bisogna essere disponibili a cambiamenti, ma la società
vuole esperti, specializzati, per fare cosa?
Le agenzie interinali, tempi
determinati, co.co.co., credevo di poter lottare per avere il lavoro che mi
piacesse, invece mi sento un numero che ha perso la voglia di respirare. Sono
giovane ma a volte non ho la forza di destarmi perché ci hanno tolto i sogni
per un futuro migliore. Questo non è giusto, se guardo indietro mi sembra di
aver perso tempo perché ancora non ho nulla. Non ho un lavoro, non posso avere
una mia attività, i finanziamenti non li danno, perché se non investi non ti
rimborsano, allora è inutile dire che aiutano le imprenditorialità giovanili,
non si può neanche sognare di inventarselo un mestiere, senza soldi non sei
nessuno. Se non hai un lavoro, non ti affittano neanche una casa, impossibile
avere una famiglia, senza contratto non compri una casa. Non sei nessuno. Ho
vissuto per parecchi anni a Bologna, poi ho scelto una qualità della vita
maggiore e sono tornata nelle Marche. Ora qui credo di aver sbagliato, mi sento
triste, perché non si trova lavoro se non conosci; sì adesso ho un appartamento
in affitto anziché una stanza o un posto letto, ma a cosa serve, se a questa
età si hanno dei bisogni e non si riesce a soddisfarli.
Mi piacerebbe avere un figlio ma
ho il terrore perché mi sento povera, e in questo stato di precarietà si rimane
soli, è difficile anche avere un compagno, senza soldi non ci sono sogni, ed è
più dura in due, così ci siamo dovuti allontanare, per cercare di sopravvivere
lontani. È triste, a volte sembra che nessuno voglia fare qualcosa per noi
giovani e capisco chi si deprime.
R. V. 10.03.2006 14:26
Poche tutele
Ho letto con interesse molti
post e sono giunto alla considerazione che il problema non è la
possibilità data alle ditte di
rendere maggiormente flessibili i contratti, quanto la mancanza
di tutela contro i soprusi che
certi manigoldi compiono. Mi pare però che dare alla legge
Biagi la responsabilità di
questo sia ingiusto e poco rispettoso della realtà. Ricordo che
2 2
quando avevo 17 anni la legge
Biagi non c’era e le ditte di medie dimensioni della mia zona piuttosto che
licenziare tre persone e andare in pasto ai sindacati, preferivano trascinarsi
per qualche tempo e poi chiudere per riaprire altrove. Risultato? Tutti a casa,
indotto fregato (piccoli autotrasportatori, piccoli ferramenta ecc...) decine
di famiglie a casa e tutto in nome dei diritti intoccabili di persone che
lavoravano in un’azienda e si rifiutavano di fare tre ore alla settimana in
più. Credo che il problema sia più affrontabile solo quando tutti in Italia ci
renderemo conto che il nostro Belpaese è molto piccolo e per forza di cose deve
essere più umile. I consumi degli italiani sono sproporzionati, vedo intorno a
me persone con tre cellulari che piange miseria e fa i debiti per comprarsi la
Volvo, il nostro paese è l’unico dove la Mercedes riesce a vendere un assurdo
come la Smart. Ci sono migliaia di persone che campano sulle spalle degli altri
(vedi lsu) e poi lavorano in nero figurando disoccupati. Tutti lo sanno ma nessuno
fa niente. Tre anni fa in Campania il governo tentò di diminuire gli lsu ma si
sollevarono tutti Sindacati, Regione, Comune e l’immancabile Diliberto con il
socio Bertinotti. Per campare con gli aiuti statali tutte queste persone,
qualcun’altro deve pagare e come dice Tozzi, gli altri siamo noi che campiamo
del nostro lavoro. Un libero professionista senza padrone e dipendenti.
L. S. 10.03.2006 14:44
Meglio la bohéme
Mio figlio, 32 anni,
massmediologo fuoricorso (temo irrecuperabile) pubblicista, ottimo inglese e
francese, spagnolo scolastico (dai 13 ai 22 anni, mamma single lo ha mandato
ogni estate a studiare le lingue all’estero).
Per circa due anni ha
collaborato con i giornali (1995/98). Lo pagavano 100.000 lirette lorde ad
articolo. Poi s’inventarono gli stagisti delle Scuole di Giornalismo, ai quali
gli editori fanno fare alla meno peggio il lavoro da giornalista. Però a
gratis! Accadde così che le paghe dei collaboratori precipitassero. Oggi ne
trovi che sarebbero contenti di guadagnare 15 euro ad articolo.
Il problema sta nella docilità
del gregge. I Padroni ne approfittano!
Mio figlio è un caprone: si è
rifiutato di lavorare sotto paga. Si è messo a fare il
co.co.co., prima qualche mese in
un call-center e poi nell’alberghiero. Dove, grazie alla sua
conoscenza delle lingue, e a un
fisico grintoso che gli consente di lavorare anche 12 ore
consecutive, guadagna più che
bene. Ma l’alberghiero è governato da un sindacato del
2 3
cazzo: nella stagione morta o
accetti metà paga o te ne vai. Lui è un caprone, se n’è andato ed è disoccupato
da ottobre. Ricomincerà a lavorare in un nuovo albergo dalla fine di questo
mese.
Ma che è la reception, un lavoro
da intellettuale?
Assolutamente no. Cioè se lo fa
un intellettuale è grasso che cola, ma sarebbe sufficiente un terza media.
Bisognerebbe rinunciare ad
acquistare gli abiti di Cavalli, vivere tutto un inverno dentro il medesimo
maglione, e invece di guardarsi attorno guardare avanti. Fossi in mio figlio,
visto che ha del temperamento, sceglierei la bohème al posto dell’essere
sottoccupato. Mi prenderei non una, ma più lauree, in assoluta povertà. Certa
che il gioco non potrà durare. L’Italia va a fondo anche perché questo gioco è
pieno di buchi. Ma non facciamo vista che il gioco non sia firmato! Le Sinistre
smettano di travestirsi da “Arrivano i Nostri”.
M. N. 10.03.2006 15:27
Ci metto tutto io
Ho cominciato a lavorare in
pubblicità nel 1997, quando non potevi sederti ad una scrivania senza essere
“tuttainregola”. Dal 2001 però il settore ha iniziato a “soffrire” e quando
sono arrivata a non riscuotere per 7 mesi consecutivi mi sono licenziata
anch’io. Ho iniziato subito in un’altra agenzia, ma di assunzione non se ne
parlava. Il mio primo co.co.co.! In un primo momento mi sembrava vantaggioso, da
1.100 euro che prendevo assunta a tempo indeterm. sono salita a 1.600 euro con
i quali pensavo di riparare comunque a tutti i benefit che non avrei più avuto
(13esima, 14esima, ferie, malattie, tfr ecc.) pensavo che preferivo gestirmeli
da sola che farmeli gestire dall’Inps! Dopo 4 mesi però i soci si sono divisi e
la ditta ha chiuso. Ci risiamo, con la differenza che con un contratto di
questo tipo te lo dicono da un giorno all’altro che non importa che tu torni e
con una stretta di mano ti salutano e ti accompagnano alla porta senza
liquidazione o buona uscita. Wow!!! Due mesi a casa e poi inizio presso un
editore di testate locali che aveva bisogno che seguissi alcuni progetti di
comunicazione, ma per il quale alla fine ho fatto la “venditrice di spazi
pubblicitari”.
Impaziente di tornare a
lavorare, accetto un compenso di 1.000 euro per i primi 3 mesi,
regolati con una “scrittura
privata” (ancora peggio del contratto a progetto. Perché il 20% di
tasse te le paghi) scaduti i
quali avremmo valutato un altro tipo di inquadramento. Morale
della favola: per 4 mesi ho
preso 900.00 euro a nero, pur usando la mia macchina, il mio
2
telefonino e la mia benzina.
Nemmeno un rimborso spese!
Che vergogna!!!
Adesso lavoro in una giovane
struttura che anche volendo non ce la fa ad assumermi perché le tasse la
stroncherebbero e non se lo può permettere.
Trovare lavoro è difficile. Il
posto sicuro un’utopia, come pure uno stipendio accettabile. Se si pensa che
l’affitto di un monolocale a Firenze costa 650/700 euro al mese... ci si
domanda perché le coppie non si sposano e non fanno figli?
E. S. 10.03.2006 17:54
Bilingue a spasso
Salve a tutti, aggiungo la mia
testimonianza di laureata bilingue a spasso. Mi sono laureata nel lontano 2003,
ho studiato in Inghilterra avendone la possibilità e potendo sperimentare la
diversa istruzione, che tra l’altro raccomando agli altri studenti universitari
italiani gravati da tasse enormi. La mia laurea non è in filosofia purtroppo,
ma è un bachelor of Science with Honours in Horticulture conseguito con una
delle università più prestigiose dell’Inghilterra, University of Essex. Vale a
dire qualcosa di simile ad agronomia o agraria paesaggistica in Italia. È stata
pure riconosciuta dal consolato italiano di Londra, che ha avuto la bontà di
graziarmi con una laurea di primo livello italiano, la quale non è, visto che
ho accumulato 370 crediti inglesi contro i 180 della laurea di primo livello
italiana! In questo modo non posso neppure sostenere né l’esame di Stato, né
diventare insegnante pubblico grazie al consolato italiano, che bellezza! Sono
inoltre bilingue in inglese ed italiano e ho la doppia nazionalità e il massimo
di lavoro che riesco a trovare è qualche ora al mese sottopagata nelle scuole
private. Purtroppo sono invalida civile e questo non mi permette di tornare a
lavorare in Inghilterra, dove ho lavorato un anno con uno dei più famosi
fotografi del verde, accumulando così una ottima esperienza in questo campo.
Anche io ho provato il callcenter, ma non lo reggo e sono scappata. Le mie
competenze di paesaggista e progettista del verde, dovrebbero essere molto
apprezzate in Italia, ma evidentemente, se non hai le amicizie giuste, sei
praticamente invisibile. Evidentemente nel nostro paese più sei qualificato
professionalmente e meno trovi sbocchi. Gli allievi di mia madre, che insegna
in una scuola professionale per meccanici e idraulici, trovano tutti lavoro
appena escono da scuola. Qualcuno mi vedrà prima o poi???? Voi che dite?
E. T. 10.03.2006 22:44
2
Problemi psicologici
Diplomato in informatica ed
iscritto all’università, trovo un lavoro come commesso in una multinazionale.
Pagato 320 euro al mese mi dicono che dopo 6 mesi ho il 90% di possibilità di
essere assunto con un contratto “normale”. Al quinto mese il caposettore mi
svela che non sarei stato comunque assunto e non per incapacità lavorative: ero
già il decimo ad essere cambiato, l’azienda paga di meno. Ah, subisco anche del
mobbing da parte di colleghi e del caposettore, nel mio foglio c’era scritto
che se avevo problemi il mio tutor psicologico era il mio caposettore! Dopo un
anno passato a girare per agenzie interinali finalmente mi trovano il mio
secondo lavoro... sempre come commesso... brrrr... dopo 3 mesi non servivo più
all’azienda ed hanno provato a licenziarmi tramite l’agenzia interinale, io ho
detto che ci voleva una motivazione. L’agenzia l’ha chiesta all’azienda senza
avere risposte precise. Non riuscendo né l’agenzia né l’azienda a cacciarmi
via in nessun modo l’agenzia mi dice di mettermi in mutua fino alla fine del
mio contratto. Così faccio anche se stavo bene, anche se volevo lavorare. Il
bello è che ero una persona onesta:-)
L. L. 11.03.2006 00:14
Ho raggiunto la luce
Grillo, chi è ‘sto Grillo. Da
piccolo quando c’era Grillo in tv non si guardava altro che quello, ed io “che
palle papà gira dai, metti su Telemike”, ma vi rendete conto. Scusami Beppe se
ad 8 anni non ti capivo e preferivo i quiz, ma ora che sono un po’ +
grandicello ti seguo passo dopo passo, battuta dopo battuta... lasciamo le
leccate di culo a destra, veniamo a noi... Letto il post mi sono sentito in
dovere di esprimere la mia opinione a riguardo. Finalmente ho raggiunto la luce
che tanto stavo seguendo, fino ad un mese fa vivevo anch’ io nel precariato
lavorativo,... sì dai contratto formazione, che non è quella spazzatura del
co.co.co., ma pur sempre un’incertezza (anche perché tendenzialmente un’azienda
non si prende la bega di rinnovare un “formazione”, si prende un altro
apprendista e via), a 20 giorni dal termine del contratto (3 anni) nessuno mi
aveva comunicato nulla, ma x fortuna ho giocato d’anticipo.
Io, 23 anni e con la terza media
(sono al 5º anno della scuola serale, finalmente!), dopo anni
di sacrifici, studio-lavoro,
lavoro-studio, ho trovato lavoro in una compagnia di assicurazioni,
nota per essersi trovata tra
polemiche varie di recente, che non ha badato al fatto che non
avessi un diploma, ma ha
guardato la persona che sono, un ragazzo che ha voglia di fare e
crede nei propri mezzi e nel
futuro. Le rimostranze che ho ottenuto in un mese mi hanno
2
ripagato per 3 anni di onesto
lavoro. Ora sono felice, ma gettando indietro lo sguardo vedo i ragazzi con cui
lavoravo e non posso far altro che offrire la mia solidarietà, x loro e x
tutti. Raga’ crediamo in noi stessi, siamo noi il motore di questa Italia,
siamo noi il futuro di questo paese e cambiare le cose è nostra prerogativa.
Non temiamo i datori (dittatori) di lavoro e chi da lassù, nell’olimpo del
governo, fa i loro interessi. Sono le masse che vanno temute; sono passati solo
38 anni, non dimentichiamoci cosa hanno fatto i nostri genitori, zii, nonni.
Non gettiamo i nostri diritti.
D. M. 11.03.2006 02:24 Ho pagato
per lavorare Ho 32 anni e sono un fonico.
Già capirai che il mio è un
lavoro non tradizionale e nel campo dello spettacolo e quindi ancora più
difficile è inserirsi e ancora di più avere la “fortuna” di incontrare chi ti
assuma... Ovviamente devo accettare di lavorare in nero quindi senza certezza
di arrivare a fine mese e senza tutele di sorta. Tanto è vero che quest’estate
mi sono rotto un femore lavorando e solo poco fa ho potuto rimettermi in moto.
Questo implica che per mesi sono stato fermo e senza entrate! Vivo con la mia
compagna che ha sostenuto entrambi con il suo stipendio di 900 euro di cui 420
finiscono per un affitto di una casa di 25 mq!! Lei ha 30 anni, è dipendente
di una coop soc e lo è diventata dopo co.co.co. e lavori determinati (di ben 13
ore settimanali) rinnovabili... non ricordo ogni quanto... (e così per 2
anni!). Da pochi mesi le hanno concesso il “privilegio” di essere assunta per
900 euro e con la pretesa (in nome della cooperazione...) di ore extra non
retribuite! Entrambi abbiamo studiato ma abbiamo dovuto lasciare l’Università
per l’impossibilità di pagare le tasse universitarie, i libri e quanto ne
consegue! Io mi sono concesso un corso da fonico per 2 anni in un istituto
riconosciuto a livello mondiale (quindi anche costoso!) pensando fosse una
sorta di investimento. Invece quando ho trovato chi mi concedesse di fare uno
stage mi è stato chiesto un “contributo” di 250 euro al mese! Che dire? 30
anni? Sopravviviamo a stento!
A. C. 11.03.2006 11:35
2
L’offerta cinese
Laurea e specializzazione, altra
specializzazione biennale in restauro... Proposta media di retribuzione 6 euro,
ovviamente in nero, ma l’offerta più divertente mi è stata fatta da un
esercente cinese: 3 euro all’ora per lavorare part-time (in nero) all’interno
di un centro commerciale... ma la legge Biagi, tra i tanti, ha un enorme
colpa... aver spianato la strada alle agenzie di lavoro interinale! Mi chiedo
come sia possibile che in una condizione di immobilismo lavorativo, di
delocalizzazione, di mobilità e quant’altro, possano ritenersi reali le offerte
pubblicate nelle centinaia di siti dedicati... sappiamo benissimo che operano
per target ( n. cv raccolti in un mese, n. colloqui effettuati in un mese e via
così... ), sono pur sempre delle aziende che si basano e vivono sui numeri, ma
non c’è il minimo di trasparenza, quando non si tratta di vero e proprio
oscurantismo. Non dico che siano tutte uguali, alcune sono più uguali di altre,
però se entra la mia ragazza (esperimento effettuato) per un’offerta le vengono
proposte delle condizioni, dopo entro io e le condizioni sono diverse per lo
stesso lavoro... Questi demoni della preselezione, come la chiamano, hanno
completamente strumentalizzato il sano, caro, vecchio colloquio di lavoro... e
i risultati si vedono. È addirittura patetico aggrapparsi a fogliettini come
Silviodoro, il portatore nano, perché la realtà è proprio come ha scritto
Beppe: “L’azienda va male? Il sottoccupatosottopagato va a casa. L’azienda va
bene? Altri tre mesi di sottoccupazione”... Si esula dalla politica perché si
sta prostituendo il concetto di lavoro ed è così capillare sul territorio che
rasenta la rassegnazione... stipendi di 600 euro (al cambio sono 600.000 lire)
equivalgono alla cancellazione di crescita, al di là di ogni consumo
intelligente.
M. D. 11.03.2006 11:42
Non demordo
Sono nato a Messina 30 anni fa,
nel 2001 son diventato Dottore in Economia e Commercio , successivamente, nel
2002 ho partecipato con profitto al Master Afc organizzato dal Sole 24 Ore a
Milano ( costo circa 14.000 euro)... Dopo tale esperienza mi piazzano con uno
stage in una grossa società di revisione dei conti ( per 4 mesi a 570 euro
lordi... che bello... quanti soldi... con 600 euro di affitto al mese... più
il danaro per vivere... ). Allo scadere dei 4 mesi di stage mi convocano e mi
dicono che vi è uno scarso turnover, la situazione risente lo scandalo Enron in
America ( la società dove lavoravo ha la sede principale negli Stati Uniti ),
per cui tutti a casa senza neanche un grazie .
2 8
Adesso sono temporaneamente
risceso giù, lavoro in uno studio commerciale a 600 euro al mese, naturalmente,
senza essere messo in regola. Lascio a voi i commenti al riguardo. Ciononostante
non demordo e spero in un futuro migliore, altrimenti è peggio... non credete?!
F. C. 12.03.2006 10:13
Vita di redazione
Mi permetto di aggiungere alla
proliferante lista di testimonianze sulla fenomenologia dello schiavismo
moderno quella che, seppure attinente alla mia circoscritta esperienza, sono
certo coincida con molte altre scaturite da quella realtà limbicola che in
Italia è rappresentata dalla Provincia. Laureato in lettere nel novembre del
2002 con il punteggio di 110 e lode (esito che non ha impedito all’università
di consegnarmi la pergamena già pagata con l’inspiegabile sovrattassa della
marca da bollo solo qualche mese fa e solo a seguito di una mia lettera di
lagnanza al rettore che solo allora rispose gridando allo scandalo per i
ritardi e le spese aggiuntive) da più di tre anni continuo a barcamenarmi tra
l’Abruzzo e Roma “sponsorizzato” dalle pensioni dei miei genitori, cercando di
trovare collocazione in uno di quei settori professionali che dovrebbero essere
di mia competenza in virtù della mia formazione. Sfumato l’entusiasmo per il
traguardo della laurea, ben presto tutti luoghi comuni sottostimati durante la
vita da studente, quali l’impossibilità di entrare nel mondo del lavoro fidando
solo sui criteri meritocratici, sull’utopia d’intraprendere una carriera
dignitosa senza dover votarsi al “leccapiedismo pre-elettorale”, acquistano una
loro inoppugnabile tangibilità. È così che dopo aver ricevuto solo (peraltro
sporadiche) proposte di master dalle cifre interstellari in quei soliti campi
“onnicomprensivi” e “nullaconcludenti” del “marketing, informazione,
pubblicità” ecc., ho accettato l’opportunità pseudo-lavorativa di pubblicista
presso un quotidiano regionale. Ho così scoperto che non sono il solo a
scrivere recensioni, interviste, articoli, ”gratuitamente”, ma che quasi tutti
i pubblicisti sono per lo più neolaureati che aiutano due o tre caporedattori a
fare in modo che le loro testate non sembrino solo delle vetrine
d’inserzionisti, privi di qualsiasi contratto e quindi di qualsiasi speranza di
poter acquisire un giorno la dignità del ruolo professionale.
A. F. 12.03.2006 16:20
2 9
Quanto costa far causa
La mia esperienza di lavoro
degli ultimi 5 anni. Sono laureato in Ingegneria Elettronica e ho fatto lavori
saltuari durante gli studi. Durante gli ultimi anni di studio sono stato
assunto come operaio presso una grande fabbrica di elettronica dove, quasi
subito per mia fortuna, sono passato nell’ufficio produzione: il contratto era
interinale più volte rinnovato (gli interinali possono essere riassunti
infinite volte... altro che flessibilità). Poi mi è stato fatto un contratto a
termine legato ad un progetto inventato e poi rinnovato. Alla scadenza del
rinnovo, mi è stato proposto un nuovo contratto a termine che sarebbe partito
30 giorni dopo la scadenza del precedente (perché la legge non permette più di
un rinnovo... presto i nostri politici porranno rimedio). Non ho accettato!
Avrei potuto rivolgermi al giudice per imporre la trasformazione del contratto
in tempo indeterminato perché l’oggetto del rinnovo era differente da quello
del primo contratto a termine ed inoltre la mia vera mansione non era
contemplata nel contratto. Sono andato da un avvocato che non mi spiegava né i
tempi né i possibili costi della causa e né le possibilità di esito positivo
(tanto un avvocato, se perde una causa, incassa lo stesso e se vince ti chiede
di più di quello che indica il giudice). Poi da un amico ho saputo che, nel
caso di esito sfavorevole puoi rischiare di pagare anche 8.000 euro! Ho
desistito perché non li avevo. Questa è la giustizia uguale per tutti. Allora
ho accelerato i tempi, mi sono laureato e dopo alcuni colloqui imbarazzanti
(un’azienda mi ha proposto 6 mesi di lavoro a 50 Km da casa a 650 euro al
mese... almeno mi sono tolto la soddisfazione di ridergli in faccia), ho
trovato un lavoro con contratto co.co.pro. per un anno (è un contratto in cui
il dipendente non è tale in quanto a diritti ma lo è per i doveri).
L. V. 12.03.2006 16:35
Motorino e laurea pari sono
Potrei raccontare anch’io la mia
storia, comune a tanti, con una laurea a 23 anni e un 110 guadagnato a morsi e
km da pony express, ma non so quanto sarebbe interessante. Mi ricordo di una
laurea che rischiava di essere inutile, visto che ho dovuto fare 7 esami
storici di diritto romano/ital./canonico e non ce ne era uno su quello che ora
faccio nella vita.
Sapete cosa mi chiese il mio
primo datore di lavoro da laureato? Se avevo il motorino per
fare le commissioni! Piuttosto,
rifletto sul fatto che la realtà del capitalismo globale non si
fermerebbe certo quand’anche la
provinciale Patria si opponesse ai suoi flutti. Cina, India e
economie emergenti stanno, con
sofferenze e speranze, ottenendo ciò che gli spetta, come
2 0
noi negli anni ‘60. Piuttosto lo
scandalo sono i dazi agricoli che impediscono al Sudamerica e all’Africa di
avere speranze per il loro domani. Perciò credo che un buon messaggio possa
essere quello di lavorare e lavorare, e usare il cervello in modo
intraprendente. I nostri vecchi sapevano fare di tutto con le loro mani, noi
non riusciamo a guardarci la punta del naso. Chi ci sfrutta lo si trova sempre,
ma non si chiede al carceriere la chiave, si evade. Guardate il nostro caro
Beppe come si è reinventato! Secondo me bisogna lavorare, viaggiare, rischiare
e indebitarsi per farlo. So che è dura e può sembrare arrogante, ma imparare è
il segreto. Con me ha funzionato alla grande e sono dove non potevo neanche sognare
di essere. Occorre avere coraggio. Dagli Stati Uniti posso dirvi che gli
Italiani (soprattutto i giovani) sembrano piedi dolci, ma abbiamo storia e
talento, manca solo il coraggio.
S. G. 13.03.2006 06:11
Il compenso può attendere
Cari amici, voglio portare anche
la mia testimonianza. forse non rientro nei casi più drammatici, ma sono
comunque un indice dello stato di precarietà in cui ci troviamo noi giovani del
Sud (e non solo). Sono napoletano, laureato in economia e commercio con 110 e
lode, ho fatto un master in cooperazione allo sviluppo alla Sapienza di Roma ed
ho 4 anni di esperienza come consulente Formez presso il servizio statistica
della Regione Campania, oltre a qualche altra piccola collaborazione per
arrotondare. Dopo tutto questo pensavo di poter solo migliorare nella mia
carriera, crescere, avere nuove e più importanti responsabilità, guadagnare di
più. Invece no, dopo 4 anni il mio contratto e quello di un’altra ventina di
ragazzi laureati come me non è più stato rinnovato e molti di noi si sono
ritrovati a dover rivedere tutti i loro programmi. Io ora faccio un tirocinio
formativo sempre in Regione Campania prendo meno di 800 euro al mese con
pagamenti che arrivano sempre con mesi di ritardo (mentre il padrone di casa,
l’Enel, la Telecom e la vita non accettano ritardi). Insomma dopo 4 anni mi
ritrovo di nuovo a fare un tirocinio, in cui sono spesso molto più formato
delle persone dipendenti con cui lavoro. Mi sembra di tornare indietro invece
di andare avanti, e logicamente il pensiero più ricorrente è quello di
andarmene, non dal Sud, ma dall’Italia.
Ultimamente cerco di parlare con
i miei coetanei per trovare persone felici e soddisfatte del
loro lavoro e della loro
situazione economica, è un impresa quasi impossibile. Io mi ritengo
comunque fortunato, perché ero
riuscito a mettere soldi da parte (che avrei speso volentieri
per un bel viaggio), perché ho
una famiglia alle spalle che mi aiuta e perché penso che le
2
cose miglioreranno, ma in queste
condizioni non si vive bene, si è sempre sotto pressione, si è meno felici, si
riesce a dare di meno agli altri.
P. B. 13.03.2006 10:34
Epurazioni metalmeccaniche
Pur non avendo la foto di Biagi
tra i miei santini non considero le sue idee da buttare in blocco, ma essendo
un discorso troppo lungo mi limiterò ad esporti la mia esperienza per
dimostrarti che anche se Biagi non fosse mai nato i guai (come sai) non
mancherebbero. Lavoro in una azienda metalmeccanica di Torino da circa 20 anni
(nella quale rivesto anche il ruolo di rsu), l’anno scorso ho assistito con
sofferenza e incredulità ad una sorta di epurazione (non saprei come chiamarla
in altro modo). L’ azienda infatti attraverso la pratica della mobilità è
riuscita a “scaricare” i lavoratori (in maggioranza donne) che per anzianità
e/o meriti accumulati nel corso degli anni, avevano raggiunto gli stipendi più
alti, tenendosi le sottopagate neoassunte (prive di figli). Come è possibile?
Io personalmente ho rassicurato per mesi le mie colleghe (plurimamme come me),
dicendo loro : “Non abbia timore, ci sono delle precise regole che difendono i
lavoratori/trici con maggior carico familiare ed anzianità”. Peccato che in
Italia, come ben sai, fatta la legge, trovato l’inganno. Infatti l’azienda,
avvalendosi di un conosciuto ufficio Azzeccagarbugli, ha inserito nell’elenco
di mobilità sia gli “anziani” che i “neoassunti”, per poi reintegrare i secondi
non appena i primi (vedendosi con le spalle al muro) hanno firmato per la
mobilità. In poche parole, donne con vent’anni di esperienza, due figli,
intorno alla quarantina sono state estromesse a favore di neoassuntelaureate
strasottopagate. Per l’azienda è stato un giochetto che ha fruttato un bel
risparmio, per le lavoratrici ha voluto dire la perdita del posto di lavoro (a
danno anche della collettività che sta pagando la mobilità) dopo molti
sacrifici come ad esempio il ritorno al lavoro con i figli ancora piccoli
sperando che servisse a conservare il posto. E nella guerra tra poveri,
neppure le neoassunte hanno vinto perché stanno lavorando nella convinzione che
prima o poi toccherà a loro.
S. C. 13.03.2006 10:45
Tre mercati
Finiti gli studi (laurea o
diploma che sia...), ognuno di noi si troverà a dover entrare in 3
2 2
tipi di mercato diversi: il
primo è il mercato del lavoro. Si viene assunti con un bel contratto a tempo
determinato: es. 12 mesi (visione ottimistica, lo so). Ci si innamora di una
bella ragazza/o. “Ci sposiamo?” - “Avremo bisogno di una casa... “ - ecco il
secondo mercato in cui bisogna entrare: il mercato immobiliare. Per entrare nel
mercato immobiliare occorrerà per forza entrare anche e contemporaneamente, nel
mercato finanziario, per aver accesso al fantomatico ed indispensabile mutuo!
In banca vi chiederanno: “Che tipo di contratto lavorativo avete?” - Risposta: “Contratto
a tempo determinato!”. Niente garanzie, la banca non vi concederà il mutuo! In
quel preciso momento siete usciti fuori dal mercato finanziario. La casa non
potrete quindi comprarla, e siete usciti fuori dal mercato immobiliare. Alla
scadenza del dodicesimo mese, il rischio di finire fuori anche dal mercato del
lavoro è tutt’altro che remoto... morale della favola, l’unica flessibilità,
giustificazione ideologica dei contratti a termine, universalmente
riconoscibile nel mercato del lavoro, è quella che bisogna mostrare
nell’assumere una posizione supina nei confronti dei datori (in pratica i
famosi 90° in cui il tuo bianco diventa più bianco - Dixan docet)...
R. G. 13.03.2006 12:07
Non c’è tempo per il funerale
Io sono un precario da una vita,
ho lavorato per sei anni sperando di poter ottenere un posto
fisso che tutto sommato credevo
di essermi guadagnato... Invece no! Eccomi qua a 36 anni e
senza lavoro! Ti racconto solo
questa, ed è reale, tanto per parlare di mobbing e di schiavitù
lavorativa: nel 2001 è venuto a
mancare mio padre per un tumore ai polmoni, quando ho
chiesto il permesso per
assistere al suo funerale, mi è stato risposto che come da contratto
non era possibile... Io sono
rimasto inebetito, schioccato e indignato! Avrei voluto spaccare
tutto e tutti in quel momento!
Insomma per fartela breve ho dovuto chiedere le ferie per
andare al funerale di mio
padre... di mio padre! Quando lo raccontavo nessuno ci credeva e
dentro quell’ente diretto da
avvoltoi in doppiopetto nessuno di loro, se non i miei colleghi
che mi sono stati molto vicini e
sono stati tutti carinissimi, nessuna di quelle bestie è venuto
a farmi le condoglianze! E la
cosa non era accaduta solo a me lì dentro, insomma non sono
stato l’unico... Io credo che il
posto fisso me lo dovevano solo per lo sgarbo che mi avevano
fatto! Invece dopo diversi anni
di lavoro per tre mesi e poi a casa, sei mesi e poi a casa, dieci
mesi e poi ancora a casa ho
fatto l’ultimo concorso per essere assunto a tempo indeterminato
e ahimé non l’ho superato... e
ora eccomi qua dal 2004, da due anni a fare domande,
2 3
concorsi e colloqui... ahimè non
sono stato tra quei due milioni di fortunati che hanno trovato lavoro con il
governo Berlusconi! Che ci vuoi fare caro Beppe? È la vita...
A. M. 13.03.2006 12:38
Spacciatore di cultura
In quale campo oggi non ti
chiedono di vendere? Per “scelta” vendo libri, meglio che altro, e rompo
anch’io i c...i alla gente. Beh, vendo 250.000 euro circa di libri ogni anno e,
nel male, almeno faccio sborsare i soldi per la cultura. Eppure la crisi
economica italiana si aggrava e la gente non può più comprare libri - la
cultura è forse la più superficiale delle necessità? Con tre figlie e una
moglie che lavora anche lei a vendere libri, non vedo prospettive per il
futuro. Siamo entrambi laureati al Dams di Bologna: potevamo meritarci di più?
Liberi professionisti. Sopravvivere si deve, anche intellettualmente, e
qualsiasi altra attività culturale tu possa fare, non solo non è pagata ma te
la devi pagare tu: faccio un programma alla radio, laboratori di musica per
disabili e se potessi farei di più. Gratis? In più il lavoro potrei perderlo
domani; oggi ho 32 anni e se m’ammalo che c..o faccio? Non avendo previdenza
sociale ho dovuto fare almeno un assicurazione per infortunio, e una sulla
famiglia che se mia figlia sfascia qualcosa almeno non sborso io. Taglio corto:
agli agenti per cui lavoro tutta questa situazione fa comodo, licenziano il
telemarketing assunto -non lo nego, costosissimo- per stipulare contratti a
progetto. Si permettono di maltrattare dipendenti che poi tali non sono, creano
un vero proprio stato di paura, all’ordine di “dividi e comanda”, cercano di
mettere tutti contro tutti e se provi a dire qualcosa ti rispondono: “la porta
è quella”. Ne abbiamo viste di tutti i colori comprese decine di ingiustizie
ogni volta che mia moglie si è astenuta dal lavoro per maternità non pagata:
durante la seconda gravidanza ha lavorato fino al nono mese subendo ogni
angheria. Eppure una cosa mi lascia interdetto. Questa gente, razzista, di
destra, padroni dei nuovi schiavi, dittatori del piccolo di ogni giorno, anche
loro, Beppe, vengono tutti gli anni ai tuoi spettacoli a divertirsi: devo
pensare che è normale? Non si può dire : “Le tue idee son di sinistra”. E. V.
13.03.2006 17:56 Amo il mio lavoro, ma...
Solo due righe da aggiungere a
Schiavi Moderni, ho una laurea presa a 24 anni in psicologia
2
e una specializzazione presa a
28 in psicologia clinica e psicoterapia. Premessa d’obbligo per dirle che sono
4 anni che lavoro in una delle tante scuole post-universitaria con un contratto
da bidello firmando referti e facendo il lavoro per cui ho studiato. Quando mi
sono permessa di dire la prima volta che non mi sembrava corretto uno stipendio
di 4,5 euro netti l’ora mi è stato detto di passare ad un contratto a progetto,
detto questo io ho un marito e il desiderio di avere dei figli, quindi la
maternità pagata mi sembra una garanzia a cui non è il caso di rinunciare, dopo
un paio di anni ripropongo l’annosa questione e mi dicono: “ok hai ragione ti
passiamo ad un livello più alto, ma siccome ci costi troppo di dimezziamo le
ore di lavoro”. Perfetto ora ho molto più tempo libero, ma non riesco a
levarmi di dosso la sgradevolissima sensazione di essere stata presa in giro.
Sai cos’è la cosa più triste, quando sono andata al Caf per chiedere cosa si
poteva fare mi hanno detto che era stata una mia scelta quella di accettare
quelle condizioni e che visto che avevo un contratto a tempo indeterminato non
mi potevo lamentare visto quello che c’era in giro. Come dire, cornuta e
mazziata. Io amo il mio lavoro e vedo un sacco di persone gratis che non si
possono permettere la terapia, ma credo che a lungo andare tornerò a fare la
segretaria, cinque anni fa guadagnavo il doppio di adesso e dulcis in fundo,
vogliono che in metà tempo io faccia lo stesso lavoro che facevo prima e quando
non ci riesco me lo devo portare a casa, perché sono contornata da colleghi
senza una vita personale che rimangono al lavoro ad oltranza, infatti noi non
abbiamo gli straordinari né riconosciuti, né pagati e quindi divento sempre
quella che non è disposta a fermarsi un po’ di più o a dare la disponibilità
durante i week-end... So che molti stanno peggio di me, però te lo volevo dire.
M. C. 14.03.2006 20:37
Occhio agli imbroglioni
Forse non rientro nella fascia
di laureati che aspirano ad avere un posto fisso, ma ho comunque una storia da
raccontare che mi vede occupata da circa tre anni con contratti -ballerini-.
Avevo un’occupazione a tempo
indeterminato ma, stoltamente, mi licenziai per farmi
assumere da delinquenti che,
dopo pochi mesi, mi lasciarono in mezzo a una strada. Vi
direte: perché? Perché le
promesse dei miei datori di lavoro non vennero mantenute e
quando pretesi che mi venissero
pagati gli assegni familiari arretrati, nonché le ferie, mi
vidi presentare una lettera di
dimissioni che dovetti firmare sotto ricatto, se volevo percepire
2
lo stipendio del mese maturato.
E vi direte ancora: perché non li hai denunciati? Perché, signori miei, quando
mi rivolsi ai sindacati venni gentilmente invitata a desistere, poiché i
delinquenti in questione risultavano dei nullatenenti e degli imbroglioni.
Perché, essendo in difficoltà economiche, non potevo permettermi nemmeno un
avvocato. Perché avevo bisogno urgente di quello stipendio per tirare a
campare. Ecco perché. Ora lavoro di nuovo nel “vecchio” posto, anche se le mie
presenze sono saltuarie o a chiamata. Tuttavia, percepisco quasi tutto in nero;
risulta solamente una ridicola busta paga calcolata su circa dieci ore di
lavoro settimanale. In pratica anche il vecchio datore è diventato -furbo- e se
ne approfitta di chi ha bisogno. Quello che però ho elaborato dopo tutte queste
fregature è che chi offre un’occupazione ha diritto a garanzie e curriculum
dettagliati, mentre noi poveri aspiranti dipendenti che vogliamo magari
progredire, non abbiamo il diritto di sapere a chi presteremo la nostra opera?
Esigo un curriculum anch’io, prima di mettermi nelle mani sbagliate...
A. P. 15.03.2006 02:49
Carta straccia
Ho 36 anni, sono laureata in
filosofia con esperienza nella computer grafica e l’anno scorso avevo trovato
lavoro come impiegata IV liv., con contratto a tempo determinato di un anno,
full time, presso un noto studio legale della prov. di Venezia. Dopo aver
“scoperto”, tra le altre cose, (al momento della firma della lettera di
assunzione) che la retribuzione era inferiore al minimo tabellare del Ccnl
(minimo tabell. Ccnl lordo: euro 1.117,31, minimo lordo percepito: euro 830,00,
al netto euro 700,00) e dopo aver chiesto invano un prospetto di paga
“autentico”, che non fosse cioè “carta straccia” datami tanto per farmi
contenta, ho rassegnato le dimissioni, esaurita, pur non avendo al momento
un’altra opportunità di lavoro.
Non mi resta che fare una
vertenza sindacale, sofferta perché non è giusto il modo in cui mi hanno
sfruttata, perché non pensavo di arrivare a questo punto, con il timore di
subire ulteriori danni (oltre a quelli materiali e morali già patiti), visto
che si tratta di un noto studio legale.
O. C. 17.03.2006 10:26
2
Scarrozzando il padrone
Volevo raccontare la mia storia
che non ha niente di speciale è solo una storia di ordinaria precarietà e
sfruttamento (ebbene sì uso ancora questa parola sfruttamento e non mi ritengo
affatto un uomo dell’Ottocento). Sono originario di Angri (SA), ma da settembre
mi sono trasferito a Como e finalmente sono riuscito a trovare un lavoro
(inizio lunedì), naturalmente per tre mesi. Sono laureato in Scienze Politiche
e l’anno scorso ho lavorato per un’azienda del mio paese per un mese e mezzo.
Il mio turno di lavoro era dalle 7:30 fino a dopo le 18 il che vuol dire che si
poteva arrivare a lavorare anche fino alle 21 (ed è capitato), con un’ora e
mezzo per andare a mangiare. Il mio lavoro consisteva nell’accompagnare i
padroni (scusate se uso questa parola vetero marxista, ma non mi viene voglia
di chiamarli imprenditori) ovunque volessero andare ed in più dovevo fare dei
servizi per la fabbrica (una volta uno di loro mi mandò al supermercato per
comprare i pannolini per il suo bambino). Tutto questo per solo 400 euro al
mese, naturalmente in nero. Ah dimenticavo di dirvi che si lavorava anche il
sabato, però mezza giornata (se andava bene uscivo alle 16). Mi sentivo una
merda e depresso ma sapevo che sarebbe finita. Ma la cosa più buffa fu il
giorno del licenziamento. Testuali parole del padrone: “Senti Raffaele mi
dispiace doverti licenziare, ma il tuo stipendio in questo momento la fabbrica
non se lo può permettere”. Pensai che il mese precedente si era sbagliato a
darmi 400 euro e che il mio stipendio doveva essere forse di 10.000 euro. E in
effetti cosa fa? Armato di calcolatrice dice: “quanti giorni ai lavorato? 22?
ok 400/30 ti spettano 13 euro al giorno e visto che hai lavorato 22 giorni ti
spettano 286 euro”. Mi domando è possibile che io nel 2006 ho lavorato a meno
di 1 euro all’ora? La risposta è sì. Quindi io sono andato oltre la legge 30,
per me la legge non è stata ancora scritta.
R. A. 18.03.2006 16:48
Mai innamorarsi di una collega
Mai avere relazioni con
colleghi. Io con una mia ex collega ci ho fatto addirittura due figlie.
È per questa cosa “indecente”
sono stato minacciato e poi licenziato. Stessa sorte sarebbe
dovuta toccare alla mia compagna
ma, per compromesso raggiunto, lavora ancora. È
continuamente e pesantemente
mobbizzata ma lavora. Ero un impiegato che, prima dei
fatti, veniva additato a
modello. Avevo un contratto a tempo indeterminato in un’azienda
con più di 20 dipendenti.
Nonostante questo anche il giudice nella prima udienza mi ha
dato a intendere che sarebbe
stato meglio trovare un accordo. La causa sarebbe stata lunga
2
defatigante e dall’esito
incerto. Così, dopo aver subito anche delle fortissime “pressioni”, ho
abbandonato ogni velleità anche perché sembra che chi lotta per far valere i
propri diritti sia considerato ignobile. Anzi dovrei ringraziare i miei ex
datori di lavoro che mi hanno permesso di lavorare per 6 anni. La verità è che
non ci sono più garanzie per nessun lavoratore. Le aziende fanno ciò che
vogliono. Qualunque tipo di contratto tu abbia. E usano qualsiasi mezzo.
Legittimo o discutibile. Sarebbe meglio abolire queste garanzie virtuali.
Almeno la prepotenza la dovremmo subire da una legge di Stato e visto che siamo
abituati, soffriremmo meno.
Per opportuna conoscenza di
qualche politico che leggerà questi post ecco un metodo spesso usato dalle
aziende per aggirare alcuni vincoli legati al numero di persone impiegate. Aprono
3, 4, 5 o all’occorrenza 6 società di comodo (ma con stessa proprietà) ed
assumono meno di 15 dipendenti per ogni società. Le persone saltano come un
grillo (scusami Beppe) da una società all’altra con diversi contratti (a
seconda della convenienza del momento ma principalmente contratti di
apprendistato o a termine). Possono rimanere così apprendisti per un bel po’ di
tempo pur facendo sempre lo stesso lavoro. E rimangono precarie a vita.
R. R. 20.03.2006 00:52
Vita da bancario
Per una migliore comprensione
della situazione, ma non so se ci siano cifre al riguardo,
sarebbe interessante vedere una
distribuzione di “quanti lavorano quanto” e quanto
guadagnano. Nella mia esperienza
(quadro, contratto dei bancari), guadagno di più rispetto a
10 anni fa (2.200 euro mensili
netti con anzianità di 28 anni), ma lavoro molto di più (c.a. 50
ore a settimana) con
straordinari non pagati. Se la diminuzione del lavoro riguardasse tutti
(“lavorare meno, lavorare
tutti”; leggete inoltre “prospettive economiche per i nostri nipoti” di
Keynes - sono poche pagine),
cioè se più gente lavorasse meno (entro limiti accettabili, come
le 35 ore francesi), sarebbe un
progresso, ma mi sembra che accada il contrario: dati anche
i costi del lavoro, chi ha un
lavoro fisso viene costretto a lavorare sempre di più, togliendo
lavoro a chi non ne ha o ne ha
poco. Aggiungo che part-time, anni sabbatici e aspettative
sono ancora poco accessibili e
penalizzanti: se li chiedessi perderei le (minime) prospettive
di carriera e al mio ritorno non
ritroverei il posto di lavoro lasciato. Molte persone potrebbero
rinunciare a 2 ore di lavoro a
settimana o concedersi 6 mesi di svago ogni 10 anni, o avere 12
giorni di ferie annue in più. Si
potrebbe (teoricamente) riassorbire il 5% di disoccupazione e
2 8
creare una rotazione sulle
mansioni, a vantaggio dei giovani (che verrebbero formati) e delle imprese (che
non sarebbero ostaggio di persone “insostituibili”).
G. B. 22.03.2006 09:50
Fortuna che non ho fatto
l’università
Io ho quasi 26 anni e lavoro da
6 anni da un commercialista nell’amministrazione del personale. Ho fatto tutto
il periodo di apprendistato anche se ho raggiunto l’autonomia in poco più di ¾
mesi) e ora sono a tempo indeterminato. Nonostante la mia giovane età mi sento
in grado di poter fare un quadro abbastanza reale di quello che è capitato
nell’arco almeno di questi 6 anni. La legge Biagi, a mio parere, è una legge
incompleta con buoni spunti ma con grosse lacune. Non vi rendete conto quanti
corsi di aggiornamento, noi operatori, abbiamo dovuto sostenere per entrare nel
meccanismo (Inps, Ispettorato, Ordine dei Consulenti del lavoro... ). Abbiamo
applicato solo alcuni contratti della legge Biagi (lavoro a chiamata) per
particolari settori (ristoranti). I contratti a progetto sono stati applicati
per particolari settori come le agenzie immobiliari ma niente di più. Attraverso
vari colloqui con gli organi di vigilanza (Ispettorato e Inps) s’è spesso
parlato di una certa perplessità in quanto questi “nuovi professionisti” non
hanno orario di lavoro (altrimenti sarebbero lavoratori dipendenti) ma è stato
camuffato e a livello pensionistico non valgono molto (si versa il 18,20%
invece del 32,70%). Praticamente un modo per non far gravare sui bilanci il
costo del personale, e meno tutele per il lavoratore. La cosa più buffa (ma verrebbe
da dire altro) che le ditte a volte scartano giovani che provengono dai
co.co.pro. e a loro volta assumono persone con quel progetto. La mia fortuna, è
stata il fatto che dopo la scuola sono subito entrato nel mondo del lavoro. Se
avessi scelto l’università per poi laurearmi all’età che ho ora, sarei stato
sottoposto alla dura legge dei co.co.pro.
M. M. 22.03.2006 10:50
Più strage che stage
La laurea, come il matrimonio, è
il giorno più bello della nostra vita, proprio per questo il giorno dopo la vita
inizia a peggiorare. Sono laureato in Economia già da 3 anni ma la mia
esperienza di lavoro in Italia è durata solo 5 mesi. Sono comunque contento di
aver contattato alcune agenzie interinali, perché posso raccontare storie
divertenti agli amici.
2 9
Ne racconto solo una: ho
assistito a un caso in cui un’agenzia interinale in Toscana e tutto il suo
personale facevano finta di essere una succursale di una azienda padovana (a
ripensarci forse sono stato vittima di scherzi a parte, ma sono scappato troppo
presto per poterlo scoprire), scusate la parentesi. Devo dire che fingevano
bene, ma quando da un ufficio, proprio poco dopo aver accettato di collaborare
con loro, uscì il fornaio che mi vendeva il pane ogni mattina, vestito in
giacca e cravatta, e che chiuse di corsa la porta quando mi vide, ebbi il
leggero presentimento che mi stessero prendendo per i fondelli (direbbe
educatamente mio trisnonno). Dopo vari lavori scappai a Londra dove ho scoperto
un mondo del lavoro incredibilmente organizzato. Dopo 1 mese ho trovato un buon
lavoro. La cosa che più mi ha stupito e che dopo una breve presentazione della
loro azienda, mi hanno proposto prima lo stipendio e solo dopo aver accettato
abbiamo parlato dei dettagli. Inoltre anche il periodo di prova era retribuito
e alla fine di questo ho ricevuto subito un aumento. Dopo un anno a Londra ho
deciso di imparare il russo, e ora vivo e lavoro a San Pietroburgo dove anche i
russi si stupiscono quando racconto la situazione del lavoro in Italia e
soprattutto dello sfruttamento dei giovani laureati nello “stage” che avrei
chiamato piuttosto “strage”. ps. anche quando la sinistra sarà al potere
dobbiamo continuare a farci sentire. ”Togliamo i cuscini dalle loro poltrone”.
Forza!
F. F. 23.03.2006 08:41
Le galline pensanti
Ho vissuto una situazione di
precariato per ben 3 anni e mezzo... ero il classico co.co.co. le galline
pensanti... ci definivamo noi... ma a parte questo piccolo dettaglio collegato
ad una definizione... il problema è lo stato che si vive... costantemente in
angoscia,... hai il contratto per un anno? Negli ultimi tre mesi devi andare a
ricordare al tuo dirigente che scadi... sì scadi proprio come una bottiglia di
latte, come un formaggino o uno yogurt... e questo ti rassicura con il suo
sorrisino di uomo arrivato... “tranquilla”, dice, ma alla fine se non gli
ricordi costantemente che il tuo contratto scade, si dimenticano proprio che tu
esisti, anche se senza di te magari è un ufficio aperto al pubblico che non va
avanti...
Ma lasciamo a parte questa poca
considerazione e questa mancanza di rispetto presente
nel mondo lavorativo odierno,
mondo che le conquiste si vanta di averle raggiunte tutte...
o quasi... Altro problema che si
innesca è la dipendenza verso un lavoro che di dipendente
non ha nulla. Se non puoi andare
un giorno a lavorare perché hai il dentista prenotato come
2 0
un qualsiasi altro lavoratore
(anche autonomo), capita ed è capitato a tanti, che all’ultimo minuto un
dipendente prende ferie e che l’ufficio non deve rimanere sguarnito e quindi
capita che il dirigente ti dica che il dentista non si prenota alle cinque e
mezza, perché è in orario di lavoro e che non devi andarci... e quindi cosa
fai... non ci vai... non ci vai, perché in quella frase - quella del dirigente
- ci sono un sacco di sottintesi... se non ti rendi disponibile come voglio io
quando voglio io e ben più di qualsiasi altro dipendente assunto a tempo
indeterminato, non hai speranze di rimanere a lavorare qui... E questo cosa
crea? Una mandria di servi che non hanno in mano nessun potere e si
schiavizzano. Ma l’unione fa la forza e non bisogna sempre avere paura... e
piegarsi... basterebbe un giorno di sciopero coordinato di tutti i co.co.co. e
forse ne comprenderebbero i diritti...
D. F. 23.03.2006 22:23
Da grande farò il pompiere
Belli vero i Vigili del Fuoco?
Pensare che si gettano tra le fiamme,che salvano vite umane senza chiedere
niente in cambio a discapito della propria vita proprio com’è successo qualche
giorno fa a Bergamo dove un vigile permanente è morto e un vigile volontario
discontinuo è rimasto ferito.
Proprio a riguardo dei
discontinui voglio raccontarvi una bella storia... In Italia ci sono circa
7.000 discontinui che svolgono il loro lavoro a chiamata ossia per un periodo
di 20 giorni, in pratica vengono assunti e poi licenziati ogni volta, con un
assegno di circa 960 euro compresi di liquidazione ovviamente rientrando in
quella categoria oggi definita come Precariato statale. Ora tutti voi e anche
tu Beppe vi chiederete: “Ma non sarebbe meglio assumerli tutti quanti visto che
il Corpo nazionale dei vigili del fuoco conta una carenza di organico che si
aggira intorno alle 13.000 unità?” Già sarebbe meglio... ma troppo semplice...
Intanto il nostro caro Ministro
dell’Interno e compagnia cantanti hanno deciso di svolgere
dei concorsi per pochissimi
eletti (55 posti per ausiliari in congedo nel 2005-11 posti
per discontinui nelle isole
Lipari -e anche l’assunzione di vigili di una compagnia privata
dell’aeroporto di cuneo
direttamente nel corpo nazionale) mancano solamente i nomi poi
i giochi sono fatti... e
sinceramente non mi meraviglierei di trovare qualche nome affine al
mondo dei politicanti. Che bella
presa per il culo, pensare che ci sono persone che come me
2
aspettano da 10 anni di entrare
a far parte del Cnvvf...
R. I. 24.03.2006 12:15
Tre stipendi da garagista
24 marzo 2006
Ma potrebbe essere il 24 marzo
1996.
Sono tornato a casa dei miei
genitori con la coda fra le gambe; devo essere sincero mi vergogno un po’
perché ho 31 anni e non ho saputo mantenere la stanza che avevo in affitto
insieme ad altri due ragazzi. Negli ultimi due anni ho lavorato
complessivamente 391 giorni. Ho preso l’assegno di disoccupazione a requisiti
ridotti l’anno scorso e lo riprenderò quest’anno, forse arriverà prima di
queste elezioni. Speriamo perché nel frattempo sono andato sotto con la banca;
è dal 1996 che ho il conto corrente e da quattro anni ho un fido bancario di
1550 euro che perennemente uso. È da novembre del 2005 che non lavoro. Mi sono
fermato un attimo, un attimo lungo tre mesi ed ho perso la mia indipendenza.
Non voglio dare la responsabilità a nessuno e nemmeno alla data dell’undici
settembre; la vita è mia e me la gestisco io. Per essere più competitivo nel
mercato del lavoro ho pensato di riprendere gli studi interrotti nel 1999. Sono
andato a parlare con il tutor della mia facoltà il quale mi ha conteggiato gli
anni in cui non ho pagato le tasse: “Se vuole ricominciare e prendersi la
laurea breve deve pagare 1870 euro. Guardi che le conviene perché con il
sistema dei crediti le mancano solo cinque esami”. Solo cinque esami ma tre
stipendi da garagista l’ultimo lavoro che ho fatto. Penso di volare a Londra ma
non ho i soldi per farlo. In realtà volevo fare il cinema e per 5 anni l’ho inseguito
lavorando come segretario di produzione, assistente scenografo, microfonista,
autista, runner, fonico di presa diretta. Acchiappavo tutti i film che
passavano dalla Provincia: non ho preso il treno che andava a Roma la città del
cinema per eccellenza. Il motivo? Poca autostima e la constatazione che a Roma
avrei lavorato per gonfiare fatture false, sottostare a ricatti sul lavoro,
mangiare insieme a chi dovrebbe essere in galera o a vendere i polli di
Panariello. Oggi vicino a me arriva Prodi forse avrò qualcosa da chiedergli.
F. A. 24.03.2006 12:47
2 2
La determinazione conta
Dunque. Analizziamo la
situazione.
Lavoro da 8 anni. Ho cambiato la
bellezza di 10 società più o meno grandi. 10 società=10 delusioni. Ho passato
per le diverse forme di “schiavismo legalizzato”: co.co. dè, a progetto, a
tempo determinato, partita Iva... qui quo qua e Paperino... A 29 anni suonati
mi sono detto basta! La vita è unica e irripetibile. Il “lavoro” è una cosa
seria. Da 2 mesi a questa parte sono impegnato in una “missione”: fanculizzare
tutti quei datori di lavoro “che puzzano”. Ebbene, con determinazione, ho
cominciato a inviare cv a destra e a manca e a fare una valanga di telefonate a
tutte quelle società che mi potevano interessare. Naturalmente sempre riportando
questa dicitura nel cv: “interessato solo a rapporti di lavoro a tempo
indeterminato”. Vi assicuro che i silenzi e le porte chiuse in faccia mi hanno
fatto veramente “male” anche economicamente parlando. Adesso però sono riuscito
a “sfilare” un contratto a tempo indeterminato. Certo, con questo non voglio
dire di aver raggiunto “la pace dei sensi” vista l’economia globale
ristagnante, ma almeno ho “un attimo di respiro”. La “determinazione nel voler
trovare” conta, altro che no. Naturalmente, senza modestia, ho un cv di 10
pagine e sono altamente specializzato (ma non credo sia stata quella la chiave
di volta). Concludo riportano le massime di due grandissimi filosofi:
“Tutti pensano di dover cambiare
il mondo, nessuno pensa di dover cambiare se stesso”.
“Tutto ciò che non ci uccide, ci
rende più forti”.
Le lamentele non servono a
nulla, sono e restano “parole invisibili”. Contano solo “le azioni”.
P. N. 05.04.2006 15:41
Tra marketing e banco gelati
Ho 35 anni. Sono laureato in
lingue e prima ancora ho un diploma di laurea in arti grafiche. Ho lavorato
per anni nel settore dell’illustrazione editoriale a Milano, poi, nel 1999 mi
sono trasferito sul lago di Garda a casa dei miei. Due anni fa ho deciso di
andare a convivere con la mia ragazza e ci siamo presi un appartamento...
facendo dei debiti. Avendo bisogno di soldi, ho cambiato tanti lavori finché
sono capitato in un villaggio turistico in zona. Mi hanno assunto con
contratto stagionale come responsabile del marketing, ma in realtà facevo di
tutto: pacchetti last minute, creavo percorsi naturalistici in bici e noleggio
bici, animazione per bambini, tenevo rapporti con agenzie straniere...
Alla fine del contratto, a
ottobre, mi hanno detto che mi avrebbero assunto a tempo
2 3
indeterminato, ma non subito...
a gennaio.
A metà gennaio mi hanno proposto
un contratto indeterminato di due anni, sì, queste le parole e con queste
clausole: stipendio forfetario 1.200,00 mensili, gli straordinari non pagati,
ma da recuperare in inverno quando il titolare va in vacanza, disponibilità 7
giorni su 7 e in caso mi fossi licenziato prima dello scadere dei 2 anni, il
titolare mi ha fatto ben intendere che mi avrebbe chiesto un “risarcimento” per
tutti i mesi che io non avrei poi ricoperto il mio ruolo in ditta. Io mi sono
permesso di criticare quest’ultima cosa e lui mi ha sventolato un foglietto
dattiloscritto citando la legge Biagi: “È una legge che ci tutela tutti sa?”.
Poi però mi ha detto che potrebbe anche vendere l’attività nel giro di 2 anni.
E la mia tutela? Risposta: “Non si preoccupi, avremo sempre un qualcosa da
gestire, magari un bar, un chiosco , un ristorante.” Mi son visto a 37 anni a
fare il direttore del marketing di un chiosco di gelati in riva al lago e me ne
sono andato.
Ho mostrato la bozza di
contratto a un amico avvocato il quale mi ha assolutamente negato ogni legame
con la legge Biagi. Questi sono i contratti che girano di questi tempi.
F. S. 19.04.2006 11:43
La soluzione nei Ching
Non so mai da dove iniziare, ma
so che un giorno o l’altro dovrò scrivere un libro sulle mie vicissitudini. Sto
al computer circa 8 ore al giorno alla ricerca di un lavoro, il resto delle ore
lo passo ad attendere risposte e a fare patetici “giri di Ching” per sapere
dall’oracolo se qualcuno mi risponderà. Almeno i Ching, loro, mi rispondono. Mi
sono laureata in Storia nel lontano 1993 e, come molti altri, di quel pezzo di
carta non me ne sono mai servita. Ho fatto la cameriera, ho distribuito
volantini, sono andata all’estero, ho lavorato nei call-center, ed ora sono un
po’ stanca ed incazzata. Vorrei che qualcuno mi credesse, mi desse una
possibilità anche se ho 40 anni, non ho famiglia, non sono religiosa e non sono
neppure bella. Sto leggendo il tuo libro e sulla questione del “ datore di
lavoro” avevo riflettuto anch’io. È vero. Ma perché allora io il lavoro lo
darei ma nessuno se lo piglia? L’unica cosa che mi consola è che non sono
l’unica, siamo in molti, e li riconosci quelli come te: occhi pesanti, schiena
curva, vivono coi genitori, e si mangiano le unghie. Comprano giornali solo se
ci sono annunci di lavoro, parlano solo di quello. Hai voglia a dire che il
lavoro non deve essere totalizzatore, sono più che d’accordo, ma se non c’è è
pure peggio. Va bene, intanto alla pensione non arriverà nessuno, chi se ne
frega se non si lavora.
2
Balle. Perché ho scritto? Così
per 10 minuti mi sono sottratta da annunci vari e poi perché avevo voglia di
farlo.
R. B. 08.06.2006 16:08
Carne da macello
Ho 32 anni, laureata in Lettere,
precaria, emigrata dal centro Italia. Dopo la laurea (non breve) ho fatto 3
corsi professionali, di cui 2 di computer, un corso di perfezionamento, uno
d’inglese, 3 stage, di cui 2 con rimborsi spese e uno non retribuito nelle
“risorse umane” (gente=carne da macello). I centri per l’impiego non mi sono
mai serviti a nulla. Con la mia laurea non sono riuscita a trovare un lavoro
dignitoso a Milano: ho lavorato in un sito (stage), call-center (co.co.co.),
impiegata in una ditta che fabbrica tubi (interinale), cassiera (a tempo
indeterminato, ma...). Qui mi hanno licenziata alla scadenza del periodo di
prova: dicevano che non ero abbastanza veloce. Intanto però mi hanno sfruttato
per 2 mesi... Ho dato una svolta: mi sono iscritta al test d’ingresso della
scuola di perfezionamento per insegnanti. Ho superato il test, studiato per
altri 2 anni, dato gli esami, superato il concorso: ora insegno da precaria
(contratti a tempo determinato). Mi aspettano ancora anni di precariato nella
scuola, ma almeno faccio un mestiere che ha un senso, e mi piace lavorare coi
ragazzi. Però una sola abilitazione oggi non basta a garantirti di lavorare
tutto l’anno, così mentre lavoro continuo a studiare: ho preso anche la
specializzazione per il sostegno e un’altra abilitazione. Nel 2005 ho pagato
1200 euro di tasse universitarie, quest’anno 1.600. Percepisco 1.170 euro al
mese. Il 30/06/06 è terminato il mio contratto, sono disoccupata, senza
stipendio estivo. Anche il mio compagno è precario (contratti a Milano: tempo
determinato, partita Iva, in nero...). La mia famiglia non mi aiuta, è un peso.
Forse a noi trentenni manca a
volte lo spirito d’iniziativa, dicono i più vecchi, ma non è facile battersi
per i propri diritti se non hai un impiego fisso, né una casa tua, se devi
continuare eternamente a specializzarti, studiare, o se sei strozzato da un
prestito... La nostra generazione è stata sistematicamente annullata, esclusa
dalle leve di potere, non è che non ha carattere...
S. L. 03.07.2006 10:25
2
Enrico la talpa
Con questo saluto mi sento tanto
Enrico la Talpa... hai presente la talpa del fumetto di Lupo Alberto, che
sbucava dal terreno e dispensava perle di saggezza al lupacchiotto innamorato
di una gallina e perseguitato da un enorme cane pastore bianco? Ecco mi sento
tanto una talpa. Ho letto in questo blog di moltissime persone che lavorano
male, sottopagate e sfuttate... beh forse faccio parte anche io di queste
schiera di anime in pena, ma con una sostanziale differenza: non credo più nel
posto fisso.
Mi spiego... sono una madre di
35 anni con 2 figli uno di 4 anni e uno di 4 mesi, sposata felicemente con un
marito che ha un lavoro a tempo indeterminato e ben pagato, ho sempre lavorato
da quando ho finito le superiori (sono una ragioniera come te!), ho fatto la
baby sitter, ho lavorato in una sottospecie di call-center, ho fatto
l’impiegata, poi, sono entrata nella formazione professionale, e da circa...
mhm... devo fare i conti... 13 anni faccio l’insegnante. Lavorare in un Cfp
(Centro di formazione professionale) mi piace, perché vedo crescere i ragazzini
usciti dalle medie, rifiutati, bocciati o cacciati dalle altre scuole, quelle
di Stato, e diventare ragazzi che nel giro di ¾ anni trovano lavoro. Tieni
conto che io abito nella Val di Susa, quella che tutti voglio bucherellare per
far passare (cito tue parole) “una mozzarella a 250 all’ora” con la Tav, quindi
siamo una zona che è stata considerata a basso sviluppo. Ho 35 anni, 13 di
esperienza nella formazione di ragazzi e adulti, sono responsabile dei contatti
con le aziende per l’attivazione degli stage (nella formazione professionale i
ragazzi oltre a studiare a scuola, fanno ore in aziende “per imparare il
lavoro”), mi occupo dalla formazione degli apprendisti, insegno informatica,
contabilità e pure vetrinistica... ma... sono ancora, dopo 13 anni, una
co.co.co., anzi, mi correggo una lavoratrice a progetto... Che faccio, ci
credo ancora al posto fisso? Beh se credo a Babbo Natale e nella Befana...
S. S. 18.07.2006 16:33
2
2
C’è chi si è messo in proprio e
ne è orgoglioso. Nel tempo ha costruito la sua fortuna combattendo con le
unghie e con i denti sul mercato. C’è chi non ce l’ha fatta e ha gettato la
spugna. Ha scommesso e ha perso. E chi invece è un dipendente padrone. Molto
dipendente, per niente padrone. Non può permettersi di assentarsi dal lavoro,
ha orari fissi e deve sottostare alle disposizioni del capo, ma a fine mese
deve rilasciare regolare fattura, pagare l’Iva e sorridere perché, ancora una
volta, non è stato buttato in mezzo a una strada. La libertà ha un prezzo.
Anche per i precari liberi professionisti.
Ho 46 anni; da tre mesi lavoro
per uno studio notarile molto famoso a Torino; vado
nelle banche a ritirare e
consegnare documenti e effetti in scadenza in 35 banche tutti
i giorni. Mi hanno proposto
1.850 euro al mese: fantastico! Solo che non sono a busta
paga bensì a partita Iva.
Uso la mia auto: 300 euro di
benzina al mese, 370 di Iva, 250 di Inps, 180 di
commercialista per la
contabilità, 60 di telefono, 40 per il pranzo al bar, non so quanto
per il 730 o il 740 o che
diavolo pagherò di tasse, le multe eventuali, se non lavoro
non vengo pagato, non ho mutua,
tfr, assicurazione, e se boccio è tutto a carico mio.
Non sono bravo in matematica ma
se non ho fatto i conti, è per non rendermi conto.
Dimenticavo, se faccio qualche
errore nello svolgimento delle mie mansioni potrei
essere esonerato da un momento
all’altro. Non ho un contratto e sono costantemente
in “prova”. Non solo precario,
sottopagato, ma anche costantemente ricattato. Ad onor
di cronaca e per completezza di
informazione, devo aggiungere che lavoro dalle 9.30
del mattino alle 13.00 per
riprendere dalle 14.30 alle 17.00. Esattamente l’orario che
mi preclude qualsiasi altra
occupazione per poter arrotondare lo stipendio.
A meno che non voglia lavorare
nelle restanti ore libere. Abito a un’ora di distanza
dallo studio. Vi prego non
commentate e non fatemi sapere che se rimango a casa
risparmio, io pago volentieri
per lavorare.
S. F. 21.02.2006 23:48
Io ho un piccolo laboratorio di
produzione artigianale, ho 3 dipendenti più mia moglie e mia suocera, in tutto
5.
Ora, le dipendenti tutte donne
non vogliono essere messe in regola perché non prenderebbero una mazza di stipendio.
Le ho messe in regola ugualmente alla loro tariffa e gli do 2 euro l’ora fuori
busta in più rispetto alla loro tariffa. Una ha due figli ed è sempre dietro a
chiedere aumenti vari e a segnare i 10 minuti in più che fa e mai i 10 che
arriva tardi alla mattina.
Io capisco la sua situazione ma
non è che navighiamo nell’oro non posso pagarla ancora di più come si può
risolvere?
Se la metto in nero mi fanno il
culo.
Se le aumento lo stipendio pago
anche molte più tasse senza che lei ottenga grossi cambiamenti e vorranno
l’aumento anche le colleghe.
Se non le dò l’aumento mi fa una
testa così.
Se la licenzio sono uno stronzo.
Ripeto è in regola, inoltre
prende 2 euro in più rispetto alla tariffa fuori busta così sono tutti suoi. La
paga non è alta capisco ma cosa bisogna fare?
Tenete presente che l’attività è
nuova meno di 4 anni, mia moglie e mia suocera non hanno stipendio stiamo
pagando le attrezzature e ci scappa di fare la spesa per tutti e qualche
piccolo extra ma io lavoro ancora fuori come dipendenti e nel week-end aiuto.
M. P. 21.02.2006 11:45
Anche la mia ragazza, laureata,
con 2 master di cui uno pagato a proprie spese non riesce a trovare altro che
stage...
C’è però un mio conoscente che
faceva il dipendente di una grossa ditta che è fallita e si è ritrovato a piedi
e con due figli da sfamare.
Si è buttato a fare
l’imbianchino, poco per volta e lavorando veramente tanto nell’arco di 10 anni
ora sta veramente bene! Purtroppo da noi occorre arrangiarsi e come ha detto
qualcuno cercare sempre di reinventarsi.
Un altro caso che conosco ma
l’esempio non è da prendere (perché ovviamente parliamo
di nero) ma un falegname che è
andato in pensione ha incominciato a fare lavoretti in giro,
aggiustare tapparelle, avvolgitori,
portoncini... ha detto che non ha mai guadagnato così tanto !!!
A volte penso a quanti lavori le
persone (e qui ci metto pure io) non si fanno più e si richiede la prestazione
ad altri, appunto come imbianchini, falegnami, piccoli lavori di idraulica... Forse
occorre riscoprire questi settori...
Rimango comunque vicino a chi ha
studiato una vita e si ritrova a fare l’operatore telefonico...
F. R. 21.02.2006 12:29
Io vorrei raccontare la
schiavitù dei giovani architetti (o dei giovani laureati in Architettura,
situazione simile). Una breve precisazione: per diventare architetti si deve
conseguire una laurea quinquennale = magistrale (che ha un costo in tempo,
denaro e sacrifici) e superare un esame di abilitazione professionale
(anch’esso ha un costo di 300 euro se non ricordo male). I laureati triennali
sono dottori junior e, dopo aver passato il loro esame di Stato specifico,
diventeranno architetti junior.
Il laureato triennale che omette
la dicitura junior commette reato. Il giovane architetto per “lavorare” deve
abbassarsi anche a farlo gratis! Ci sono studi, e non sono pochi, che sfruttano
i giovani facendo passare quello che è schiavismo per una sorta di
praticantato: secondo la legge, io non devo fare praticantato, quindi questo
metodo è fuori legge. Normalmente si comincia collaborando con studi già
avviati (è giusto, nessuno pretende “tutto e subito”). In pratica si fa il
lavoro del caddista, con qualche capacità in più (non me ne vogliano i
caddisti). Se il giovane architetto viene pagato le cifre sono circa queste:
da 350 a 700 euro/mese a cui si devono sottrarre le tasse (x lavorare è
obbligatoria la partita Iva) e le cifre da versare per i contributi (x gli
architetti c’è un minimo da versare, indipendentemente dalla cifra che si
guadagna). Tutto questo lavorando 8/10 ore al giorno davanti al computer (senza
orari), senza ferie, senza malattia, ovviamente senza contratto, perché si
mette in atto la “collaborazione fra professionisti”: di fatto io sono lavoratrice
dipendente, ma ho tutti gli svantaggi del lavoratore autonomo. In più sono
donna, quindi a rischio maternità. Guadagno poco e quando non posso lavorare,
non guadagno. Se non servo più, o se c’è qualche studente pronto a prendere il
mio posto anche solo per uno stage, il mio posto di lavoro salta, e io resto a
casa. Questa è la mia flessibilità. Nessuna prospettiva.
Non posso permettermi di fare
piani nella mia vita. Per ora. Non mi perdo d’animo, imparo
dagli errori altrui e dai miei.
Sono brava e posso migliorare molto. Ho molto da imparare, ma posso farcela.
Non mi piango addosso, ma questa situazione mi fa rabbia, perché ho molto da
dare e in questo modo vengo “incatenata”. Io ho rifiutato posti non retribuiti
o retribuiti male e inviterei tutti a farlo. Fra le varie proposte ho cercato
un buon compromesso fra “medio-alta” retribuzione (definizione che mi fa venire
da ridere) e buona possibilità di imparare cose utili per una crescita
professionale. Noi giovani, in generale, non possiamo svenderci. Siamo il
futuro di questo, sciagurato, bellissimo paese.
P. R. 21.02.2006 17:48
Stralcio legge Biagi
“Co.co.co. lavoro a progetto e
collaborazioni occasionali.
Con la riforma Biagi il
contratto di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.) viene
sostituito dal lavoro a progetto. La collaborazione dovrà essere riconducibile
a uno o più progetti (a un programma di lavoro o a fasi di un programma di
lavoro) determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore
in funzione del risultato”. Ecco la mia testimonianza riguarda all’entrata in
vigore della legge Biagi. Ho lavorato 4 anni in una piccola casa editrice di
Milano come co.co.co., andando al lavoro tutti i giorni e rispettando gli orari
imposti ai veri dipendenti come mi era stato chiesto fin dall’inizio. Solo
nell’ultimo anno, io e altre due mie colleghe, dopo una serie di scorrettezze
nei nostri confronti da parte dei titolari della casa editrice, abbiamo
iniziato ad essere più elastiche sugli orari. Questo significava continuare a
fare seriamente il nostro lavoro rispettando i tempi della redazione, senza per
questo attenerci tassativamente agli orari di entrata e uscita che, a
differenza di un dipendente, un collaboratore non è tenuto a rispettare. Dopo 4
anni di contratti rinnovati di anno in anno, nel settembre 2004 la nostra
collaborazione si è conclusa, con un preavviso di 2 giorni. I nostri contratti
co.co.co. avrebbero dovuto trasformarsi in contratti a progetto e invece non è
successo nulla del genere. L’alternativa, quella che ci hanno proposto loro,
era quella di aprire una Partita Iva, soluzione per noi alquanto sconveniente e
di rinunciare all’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti Pubblicisti. Dopo la
rabbia e lo sconforto iniziale, oggi fortunatamente lavoro come free lance. È
importante che queste cose si raccontino perché questo sfruttamento deve finire
e perché i giovani che lavorano seriamente possono meritare qualcosa di più.
C. N. 21.02.2006 12:33
Ho 32 anni e sono laureato,
lavoro da quando ne avevo 19, da quando cioè ho iniziato l’università,
all’inizio lavori part-time di due o tre giorni alla settimana, poi dipendente
per 5 anni in una società. Finiti gli studi (sono zootecnico) ho cercato di
entrare nel mondo della zootecnia e dell’agricoltura, dopo un po’ di gavetta
come venditore ho trovato il posto giusto per crescere professionalmente.
Sono stato fortunato, sebbene
nessuno abbia mai nemmeno citato la parola assunzione. Pur di non cascare nel
trucco dei co.co.co., co.co.pro. e qua.qua.qua., nei quali hai gli stessi
obblighi di un dipendente, ma nessun diritto né tutela, ho deciso di aprire una
mia partita Iva e lavorare da libero professionista. Mi costa un botto (a
proposito? Ma a chi cazzo avrebbe ridotto le tasse, il nano?), non ho alcuna
tutela, i miei contratti di consulenza potrebbero essere considerati a mo’ di
carta straccia, non ho nessun rimborso nonostante gli enormi esborsi che
comporta la mia professione e non guadagno nemmeno di più dei miei colleghi
assunti.
Ma sono libero... nessun
compromesso, mi organizzo come voglio: lavoro domenica e i festivi e mi gratto
lunedì se ne ho voglia, inizio alle 6 della mattina, ma alle quattro sono a
casa a giocare con mia figlia. Bisogna ricordarsi che il nostro stile di vita è
fortemente adattabile alle nostre possibilità! Invito tutti quelli che siano
alle prese con una situazione del genere a pensarci seriamente: il miglior
prodotto che potete vendere è la vostra professionalità, il miglior guadagno è la
vostra libertà! è dura, ma dite ‘fanculo alla loro flessibilità ed imponetegli
la vostra. Concludo dicendo che le colpe di questa situazione sono anche un po’
nostre, perché non siamo stati in grado di dire no quando era necessario, no a
lavorare per tre e prendere per uno solo perché c’è la fila di persone disposte
a farlo... pensate che forza se nessuno fosse disposto a farlo... i datori di
lavoro sono migliaia... i lavoratori milioni.
M. L. 21.02.2006 12:38
Sono di Bologna, ho il brevetto
commerciale di velivolo, un’abilitazione su un aereo a reazione e nel 2003 per
poter finalmente lavorare come pilota dopo anni che ero in cerca di lavoro ho
dovuto accettare un contratto co.co.co. da parte di una compagnia di aerotaxi
ormai fallita. Attualmente faccio l’imprenditore e non volo più per lavoro.
M. K. 21.02.2006 13:10
Ho 43 anni, venti anni fa facevo
l’operaio metalmeccanico, dopo aver studiato come perito meccanico “consigliato
dai miei”, quando si è giovani tante cose non si comprendono, si crede che
nella società, ci sia una sorta di regia occulta che si preoccupi per te, e per
il tuo futuro, dopo dieci anni di quel lavoro “di merda” ho capito che non
faceva per me, e mi sono buttato in un’altra avventura più rischiosa, ma
sicuramente più appagante... sia sotto il profilo economico, ma soprattutto
sotto il profilo personale. Oggi ho una piccola ditta nel campo dell’edilizia
con otto dipendenti, è inutile dire che i primi anni non è stata dura... (di
più) ma se si è convinti e caparbi alla fine qualcosa si ottiene sempre, nella
vita bisogna fare delle scelte e rischiare con il proprio (_0_), ma bisogna
mettersi in testa una volta per tutte, che ci sono i pro e i contro qualsiasi
strada si decida di intraprendere, è inutile dire che se si decide di diventare
indipendenti “a 360°” bisogna dimenticarsi le parole “tempo libero”, il vero
problema dei giovani d’oggi.
Consiglio a tutti i giovani di
sfruttare una delle più grandi risorse che abbiamo noi italiani:
la creatività. Guardatevi
attorno, e inventatevi qualcosa, perché con le nuove regole europee
sull’apertura delle frontiere, il famoso posto di lavoro “sicuro” come lo
chiamavano i miei, è destinato a diventare sempre di più una chimera...
Ps: non perdete tempo a
lamentarvi con chi tanto non vi potrà aiutare, chi ha forza di volontà è già
una forza della natura!
G. D. 21.02.2006 16:15
Sono laureato, ho scelto una
facoltà senza troppi sbocchi, lo so, ma mi piaceva troppo e lo rifarei. Prima
di laurearmi nel 2001 ho avuto l’opportunità di lavorare in una web agency. Presa
al volo, mi piaceva troppo. Ho capito subito però che tanti di noi servivano
solo per prendere i soldi della 488 infatti poco dopo fummo tutti “liquidati”.
Mi sono messo in proprio e sono reputato abbastanza bravo ma qui da noi la
bravura o la volontà servono a poco, servono le amicizie. Mi sono fatto
sfruttare in molti posti, sempre a ricominciare da capo, sempre in prova.
Assunzioni? Non scherziamo, per favore. L’anno scorso ho pagato più tasse che
guadagni (da fame) al che l’inevitabile: il call-center. Lì però si entra
davvero per amicizia. E ti credo è un posto ambitissimo, la gente fa
letteralmente a cazzotti per avere una opportunità e se ce l’ha se la tiene stretta
subendo di tutto con “meridionale” rassegnazione.
5 euro l’ora, obiettivi sempre
al rialzo irraggiungibili, contratto lap (rinnovato a 15 o 30
giorni) che ha di buono solo che
puoi scegliere quando lavorare giacché non hai diritti, ferie,
malattia. Però ci sono i ricatti
se non lavori tutti i giorni quante ore voglion loro, minacce,
conti meno che zero, tanto altri
sono già fuori che aspettano. Ma devi rendere sempre a
1000. Poi la svolta: incentivi
su presenza e produttività, sì ma abbassando prima il fisso a 4
euro, al massimo puoi
raggiungere i 5 euro come prima. Fantastico! Se parli, se dai fastidio,
se non ti sta bene, nessuno è
indispensabile... questa la risposta, quella la porta. Incrociando
un mendicante ci siamo fatti un
po’ pena, magari lui guadagna quanto me. Mi dispiace
per Biagi. Ce l’ho con chi ha
sfruttato la situazione. Non ho futuro, un po’ è colpa mia, un
po’ no. Non so rubare. Non avrò
mai pensione ma pago il 17% di quel poco che ogni tanto
guadagno all’Inps, sì perché è
obbligatorio. Pensione “integrativa”, di cosa? Non posso avere un mutuo. Non
voglio emigrare, sono testardo!
P. M. 21.02.2006 17:04 Fatturando
ogni tanto Per prima cosa: Io sono fortunata.
Ho un contratto di inserimento
(ex formazione lavoro) di 19 mesi, ho 27 anni e faccio il lavoro che avrei
voluto fare.
Ho lasciato lo studio dove
lavoravo prima perché avevo due possibilità, e chiedo attenzione perché sono
quelle che ha il 50% dei neolaureati ma anche paleolaureati in Ingegneria/ Architettura
e affini:
1)700 euro mensili con
co.co.pro. (“se continua ad andare bene”, come disse l’architetto)
2)apertura partita Iva
“fatturando solo ogni tanto però”, come disse l’architetto. Faccio notare che
queste sono due possibilità molto buone perché il restante 50% non ha scelta, e
soprattutto non raggiunge i 500 euro, con tutto ciò che ne consegue. Quello
che vorrei osservare è che i miei genitori, ex-maestra d’asilo e ex-muratore,
di pensione percepiscono più del mio stipendio, partendo dal nulla adesso hanno
due case, hanno mantenuto due figli laureati fino a poco fa e soprattutto hanno
potuto farli questi figli. Hanno potuto avere un mutuo giovani, senza dover
chiedere a nessuno garanzie se non il loro lavoro.
C. C. 21.02.2006 17:41
Sono un manager di 42 anni, che
vive la situazione di precarietà oramai da 3 anni. Non immaginavo che il
reinserimento nel mondo del lavoro di una risorsa qualificata fosse così
difficile, e ora penso quasi impossibile.
Anche io come tutti coloro che
si trovano nella mia situazione, sono passato per contratto co.co.co. ed ultimo
il co.co.pro., almeno erano contratti, perché delle volte vengo pagato a nero
(e non immaginate l’umiliazione che si attraversa per farti riconoscere ogni
fine mese il dovuto “compenso” per la tua attività lavorativa).
Dopo una disperata ricerca di un
lavoro su Roma, ora lavoro a Reggio Calabria (mi definisco un “emigrante al
contrario”), parto la notte in treno la domenica sera (11 ore seduto in uno
scompartimento, che di treno ha ben poco...) e ritorno il sabato all’alba a
Termini, per uno stipendio da fame, ma ho famiglia moglie, due figli, e
purtroppo il mutuo da pagare. Questo periodo di disoccupazione mi ha portato
via tutto: oramai la banca non mi concede neanche più “l’elasticità sul conto”.
Superati i 40 perdi tutti i
diritti, anche per ricevere un minimo di assistenza. Nulla, ma proprio nulla.
Ho vissuto in Africa per 20 anni, e un giorno un mio amico egiziano a Roma mi
ha detto (in arabo): “Massimo ricorda... che dopo ogni notte viene sempre
un’alba... tieni duro”. Io penso che oramai qualcuno sul “mio pianeta” abbia
spento il sole !!! È vero almeno gli schiavi potevano crearsi una famiglia,
mentre a “noi precari” si corre il rischio di perderla !!! Mi sono informato
ed ho raccolto un dato che è veramente sconcertante: oggi in Italia ci sono
quasi 980.000 famiglie, dove il capofamiglia (quasi tutti manager, laureati, e
vicino ai 40) ha perso il lavoro, e vivono una situazione di estremo disagio
sia familiare che economico. Io vorrei tanto tornare uno schiavo, avrei più
diritti.
M. C. 21.02.2006 17:46
Sono un medico specialista di 36
anni e nella mia precarietà non sono riuscito nemmeno ad
avere un contratto co.co.co. o
co.co.pro. ma semplicemente un contratto libero professionale
super precario, con partita Iva
e nessun diritto. Questa sarebbe la flessibilità? Non siamo
ridicoli! Questo serve solo alle
aziende sia pubbliche che private a risparmiare un mucchio di
soldi sfruttando il tuo lavoro,
la tua professionalità e i tuoi 10 anni di studi universitari! Hai
detto bene gli schiavi almeno
potevano farsi una famiglia, avere un tetto sotto cui abitare,
ma oggi tutto questo non è
possibile; ti danno il giusto per sopravvivere (9,6 euro nette l’ora) e temo
che questo sia solo l’inizio di una spirale che ci porterà sempre più in basso.
Perché i nostri cari dipendenti e i nostri cari dipendenti sindacalisti non
vanno a vedere quante violazioni di questa legge, che non tutela niente e
nessuno, ci sono a livello privato? Tutto questo non interessa forse, ma
interessa noi che forse saremo costretti a lavorare fino a 70-80 anni perché
non riusciremo ad avere neanche una pensione, dato che si tratta di decidere se
morire di fame ora pagandoci in proprio i contributi, o quando saremo vecchi e
senza pensione. Questo è il segno della povertà di una nazione, il preludio di
una crisi che forse ci porterà ad una fine Argentina od anche peggiore e dove
ora c’è la lotta tra il ricco (le aziende che ti sfruttano grazie alla legge
Biagi) ed il povero (lavoratore atipico, ma farebbero meglio a chiamarlo
sottopagato). Ma questi signori non capiscono che possono spremere fino
all’ultima goccia nel tentativo di mantenere una certa ricchezza, ma quando il
sistema che non si regge più su nulla crollerà, verranno trascinati giù anche
loro.
F. C. 21.02.2006 19:58
Con l’avvento della legge Biagi,
sono stata costretta a chiudere il mio contratto di co.co.co. e quindi ad
aprire una partita Iva costruita appositamente in quanto il co.co.pro. era
troppo laborioso da inventarsi (sono impiegata amministrativa in uno studio
tecnico), con conseguente aggravio di oneri e costi a mio carico. Ho accettato
mio malgrado: al giorno d’oggi non è facile trovare un posto di lavoro. Sarei
andata avanti così se non fosse che il mese scorso, in seguito ad un’ispezione
dell’Agenzia delle Entrate, si scopre che la mia partita Iva non può stare in
piedi in quanto il mio unico cliente è lo studio dove lavoro, svolgo totalmente
il mio lavoro in quella sede, in orari determinati e quindi il mio ruolo è a
tutti gli effetti quello del lavoratore dipendente (ma va?).
Lo studio per ora ha evitato la
sanzione, con promessa di regolarizzare il mio rapporto lavorativo al più
presto. Ora vivo in una sorta di limbo, non sapendo quale sarà il mio destino
lavorativo, o meglio se verrò assunta o me ne dovrò andare. Il capo dice che
gli oneri a suo carico per l’assunzione a tempo indeterminato sono troppo
elevati, pertanto dovrà procedere a una decurtazione del mio stipendio (1.600
euro) “tanto per venirci incontro reciprocamente”, che scenderà intorno ai
1.000 euro.
V. C. 22.02.2006 10:28
Sono un laureato in Disegno
Industriale che tra stage e collaborazioni in vari studi di architettura è
riuscito, perlomeno, a mettere da parte un discreto know-how. In questo momento
sono “occupato” a part-time e, siccome non avevo altra via d’uscita a gennaio
mi sono deciso ad aprire una bella partita Iva, con la speranza che
l’esperienza accumulata e il titolo di studio raggiunto mi avrebbero dato una
spinta in più. Ma la realtà si sta rivelando un tantino diversa.
Trovare lavoro anzi trovare
qualcuno che sia disposto a pagarti il giusto si sta rivelando una impresa
ardua. A dimostrazione di ciò vi porgo come esempio una delle tante inserzioni
che mi sono passate sotto agli occhi negli ultimi due mesi: “Studio di
architettura xxx cerca neolaureato per praticantato o stage. Necessaria ottima
conoscenza di tutta una serie di programmi di disegno, modellazione, grafica e
renderizzazione. Astenersi perditempo”. Una domanda mi sorge spontanea: ma lo
stage o il praticantato non sono rapporti lavorativi indirizzati a chi deve
fare esperienza? Tutti questi studi non farebbero prima a scrivere:
“Cercasi povero disgraziato
laureato e con esperienza a lavorare in forma di schiavitù presso il nostro
studio”? A mio avviso si è perso il senso della ragione! Fino a quando sono
stato disposto a lavorare per quattro soldi o meno, tutto ok, appena ho
cominciato a pretendere due soldi in più (6/7 euro + Iva all’ora), niente. Non
si può pretendere di pagare meno di un operaio persone a cui è richiesta una
qualifica professionale ben superiore. Questo è possibile solo in un Paese come
l’Italia dove l’ignoranza paga mentre la cultura è considerata meno di niente.
C. M. F. 22.02.2006 15:53
Laurea 110 e lode a 24 anni, 2
anni di lavoro all’Università con contrattini occasionali o gratis. La mia
passione, ma nessuna speranza di essere autonoma. Cambio di vita, di città e
Master (pagato da me con lavoretti tipo correzione di bozze, baby-sitting
ecc.). Stage ottimo in un’ottima azienda con mansioni ottime e con rimborso
spese. Alla fine, la proposta di restare con un contratto di tre mesi
rinnovabile. Ho rifiutato. Dal giorno dopo, un co.co.co. nella redazione di un
importante giornale. Passa un anno e decido di ampliare i miei orizzonti. Trovo
un altro co.co.co. in una casa editrice, un bel lavoro con molte soddisfazioni
e difficoltà.
Passa un altro anno e decido di
mettermi in proprio: apro, con un giovane socio, una società.
Molte difficoltà, soprattutto
economiche, ma teniamo duro. Intanto i miei precedenti colleghi co.co.co., sia
del giornale sia della casa editrice vengono assunti a tempo indeterminato. Grazie
a impegno e determinazione la mia piccola società decolla, malgrado la crisi e
tasse e balzelli assurdi da pagare allo Stato (che sempre aiuta le imprese e i
giovani). I miei ex colleghi, intanto, o vengono licenziati o costretti a
mansioni poco qualificate. Assumo un dipendente a tempo determinato per un
anno, insegnandogli un mestiere, dato che partiva con nessuna esperienza (pur
non essendo neppure un ragazzino) e gli rinnovo il contratto per un altro anno.
Vorrei assumerlo a tempo indeterminato e assumere molti altri ragazzi ma non
posso: costa troppo. Se manca la liquidità perché i clienti tardano con i
pagamenti, il dipendente viene pagato puntualmente, mentre noi soci aspettiamo.
E la differenza di stipendio non è così grande. Molte piccole aziende sono
costrette a ricorrere a forme contrattuali che aumentano la precarietà. Alcuni
imprenditori sono schiavisti, alcuni vorrebbero far crescere le persone e
l’azienda ma non sono in condizione di farlo.
G. D. R. 23.02.2006 12:25
Discorso interessante quello del
precariato... ma la mia storia personale è diverse. Non sono mai stato né
precario né dipendente (ho 33 anni), ma ho provato il lavoro “a nero” per un
breve periodo; la cosa mi ha convinto che per me era meglio svolgere una
professione indipendente, ora sono artigiano. Già da alcuni anni ho una mia
attività e adesso comincio ad avere offerte da aziende importanti per passare
“sotto di loro”. Questo per dire che se acquisisci professionalità acquisisci
anche un “valore” nel mercato del lavoro, poco importa se si tratta di
contratti precari, ditta individuale o cooperativa, l’importante è decidere
cosa si vuol fare e impegnarsi (con un po’ si sacrifici). E la mia modesta opinione
è: meglio un contratto precario con un minimo di assistenza previdenziale che
lavorare a nero, con i rischi connessi e il danno economico che si fa alla
società.
M. C. 23.02.2006 20:06
Questa situazione di
disoccupazione è quantomeno frustrante se si pensa che ho addirittura
due lauree! Bene, ho ventotto
anni, sono laureato in medicina veterinaria e in “sanità e
290
qualità dei prodotti di origine
animale” (quest’ultima è uno dei corsi di laurea fra i più ridicoli mai visti,
ma almeno è servito a saltare il servizio militare...) e chiaramente non ho
lavoro! A me piace fare il veterinario in senso stretto, vale a dire colui
che, dopo un’attenta analisi dei sintomi dell’animale, supportata da adeguati
mezzi diagnostici, riesce a formulare appunto una diagnosi, seguita da una
terapia e da una prognosi. Ma per essere assunto (e quindi pagato) da una
clinica veterinaria, viene richiesta un’enorme esperienza che si può solo
acquisire nel corso degli anni, di conseguenza risulta ovvio che bisogna
lavorare gratis per un bel po’... E dopo che hai sgobbato per mesi e mesi, per
12 ore al giorno, di notte e di domenica (per le urgenze), arrivi a guadagnare
800 euro circa, e ne sei anche felice, perché ad altri va anche peggio! L’alternativa,
per avere un lavoro con contratto a tempo indeterminato, è cercare l’industria
farmaceutica che ti mandi, a titolo di informatore scientifico, in giro per
ambulatori a raccontare segreti e virtù dell’amoxicillina!!! Io non ho studiato
nove anni per questo.
L. B. 26.02.2006 12:52
Laureato in Ingegneria
Elettronica nell’ottobre del 2000 trovo subito lavoro come analista
programmatore in una società di consulenza di Torino. Contratto a tempo
indeterminato, stipendio dignitoso, buone prospettive. A maggio 2001 trovo un
lavoro analogo a Roma, ritorno nella mia città natale con chi sarà poi mia
moglie. Lavoro e con l’aiuto dei miei genitori e dei suoceri riusciamo ad avere
un mutuo e a comprare una casa. Ma, al ritorno dalle vacanze estive del 2003,
arriva una lettera in cui si dichiara che a fronte di una riduzione del
personale la mia società si trovava costretta a licenziarmi. Non sapevo cosa ne
sarebbe stato della mia famiglia. Per fortuna dopo solo un mese riesco a
trovare un altro lavoro: co.co.co. a 1.200 euro al mese. Mia moglie non
lavorava ancora e mentre il costo della vita era raddoppiato, il mio stipendio
si era dimezzato, “a fine stipendio avanzava troppo mese”. Ora la situazione è
migliorata, ma non è cambiata poi molto: ho un contratto a tempo indeterminato
di Staff Leasing. Se la mia società non mi trova un cliente da cui andare a
lavorare, il mio stipendio viene ridotto del 60%. Una sorta di cassa
integrazione. Io alla fine posso dire di essere stato fortunato, poteva andarmi
molto peggio, ma chi è in grado di tutelare chi è stato meno fortunato di me?
G. U. 27.02.2006 14:27
Laureata in Architettura junior
nel 2004. Lavoro da un anno e mezzo presso uno studio di un Geometra. Ho
lavorato tre mesi in nero, poi mi è stato offerto, per regolarizzare
“l’assunzione”, o un contratto co.co.pro., oppure di aprire partita Iva. Ho
scelto la seconda, credendo nell’illusione della libera professione. A distanza
di un anno mi ritrovo a essere a tutti gli effetti una dipendente (orari
d’ufficio, stipendio fisso -5 euro l’ora -, un solo datore di lavoro) ma con
gli svantaggi di un libero professionista (no straordinari pagati, no ferie
pagate, nessuna tutela di sindacati) e in più tutti i soldi che ho messo da
parte nel 2005 li dovrò versare praticamente tutti, tra Iva e contributi. Penso
tuttavia di non avere avuto scelta, non credo che con un contratto co.co.pro.
(tra l’altro praticamente inapplicabile nella mia professione) mi troverei in
una situazione migliore. Grazie alla legge Biagi, il mio capo si arricchisce
sempre di più (non dovendo versare i miei contributi) e io vedo lontano il
momento in cui potrò permettermi di mantenere una famiglia.
V. S. 27.02.2006 15:38
Ho 32 anni e a mie spese, correndo
qualunque rischio incontrato personalmente, ho scelto ormai da 9 anni di fare
l’imprenditore e di vivere da uomo libero, a qualunque costo. Per quanto le
condizioni legate all’offerta lavorativa nazionale non discostino molto dalla
tua descrizione, credo tu abbia dimenticato, nelle tue argomentazioni, di chi
come me il lavoro se l’è sempre creato e che non si è mai appoggiato sulle
spalle altrui in attesa di risultati. I call-center offrono lavoro, poco
realizzante forse, ma pur sempre lavoro. Si vendono servizi inutili? Spesso.
Molto spesso invece no. O comunque il telefono deve essere utilizzato come
interfaccia commerciale per un lavoro come il mio, ad esempio. Io mi occupo
proprio di servizi per le aziende, utili credo. Io produco lavoro e soddisfo le
necessità dei miei clienti.
La soddisfazione è reciproca.
Condanno anch’io gli imprenditori che sfruttano legalmente o
no la forza lavoro, senza avere
le palle di comportarsi da uomini, prima, e da imprenditori,
poi, fino in fondo. Ma in questa
Italia paradossale, da te quotidianamente descritta, c’è
ancora gente che vuole
“rischiare” per creare qualcosa di buono, che non aspetta lo Stato,
che vuole costruire. Quindi,
prima di sputare nel piatto dove comunque molti italiani
stanno mangiando, loro malgrado
forse, attacca giustamente gli imprenditori codardi
ma attacca anche la mediocrità,
sia professionale che intellettuale, che in così tanti casi si presenta
quotidianamente nei lavoratori che incontri, gente priva di responsabilità e
senza alcuna ambizione. Non è facile Beppe trovare del personale che sia
efficiente. Non voglio generalizzare ma nemmeno restringere troppo il campo. Il
centralinistaspazzino è un lavoro. Perché si deve aspettare che il mondo ci
offra un lavoro migliore? Perché un privato dovrebbe offrirci qualcosa? Lo
Stato dovrebbe. Quel privato dovrebbe solo essere onesto e determinato,
nient’altro. Al telefono basta dire no grazie!
G. L. B. 08.03.2006 22:13
Lavoro nell’informatica ho 36
anni e sono un co.co.pro., ma sono nato con la p. Iva! Bel salto in avanti no?
Prima almeno scaricavo gli acquisti, potevo fare programmi per terzi ed
emettere regolare fattura e quindi arrotondare il magro stipendio in modo
regolare! Adesso ti pagano di meno e non ti permettono di fare lavoretti
extra, in modo legale. Non hai ferie non hai malattia non hai nulla... solo la
busta paga leggermente più alta del dipendente (a volte). Ma i contributi
versati sono inferiori, non hai 13 mensilità, non hai la possibilità di avere
un mutuo o un prestito. Hai solo tanta precarietà, tante ore di sonno non
retribuite, perché la notte si dorme male non avendo la tranquillità di sapere
se il prossimo mese lavori, con la certezza di avere 2 figli ed una moglie! A
tutto questo oramai sono abituato, ci fai il callo, trovi gli stimoli per
andare avanti e sorridere al prossimo e al tuo datore di lavoro. Ma quando poi
ascolti l’ottavo nano a “Porta a Porta”, affermare che più del 50% dei
co.co.pro. dopo 6 mesi di contratto sono stati assunti no, non ci sto. Sono 3
anni che sono un co.co.pro. e nessuno ancora mi ha offerto un posto contratto
a tempo indeterminato! Eppure lavoro da 4 anni per lo stesso cliente e nella
stessa società! E poi ti danno mille euro per i nuovi nati... ma vaff... va!
M. M. 10.03.2006 11:45
Sono un neoimprenditore, in
Italia verrei definito giovane (33 anni). Sto facendo le prime
assunzioni e per 2 su 3 abbiamo
usato un contratto a progetto, una l’apprendistato. Quindi
sono tra coloro che stanno
usufruendo decisamente della legge Biagi. L’obiettivo della nostra
azienda è fare diventare tutti i
dipendenti dei soci. Ovvero distribuire rischi e ritorni con un equilibrio. Per
poter fare questo abbiamo bisogno di lavorare per un po’ di tempo con le persone,
prima di decidere. Quindi a noi la legge Biagi dà uno strumento per avere
questo primo contatto.
Io credo che per l’economia
odierna la soluzione migliore sarebbe l’abolizione dell’art. 18. Se ci pensate
bene questo permetterebbe di eliminare tutti i contratti della legge Biagi,
parificherebbe i costi per le aziende di tutti i lavoratori e permetterebbe
quella flessibilità in entrata e uscita che gli imprenditori richiedono. È
ovvio che questa soluzione risulta possibile solo se esistono al contempo
ammortizzatori sociali sufficienti da permettere alle persone che vengono
licenziate di trovare un altro lavoro e nel contempo continuare a vivere una
vita dignitosa. Come è stato detto più volte, l’esempio migliore è la
Danimarca. Quindi secondo me la legge Biagi è l’obiettivo sbagliato.
Chiediamo ammortizzatori sociali
degni, e lasciamo le parti libere di fare contratti come credono.
L. F. 10.03.2006 14:39
Sono un imprenditore
“schiavista” che negli ultimi 5 anni ha avuto le seguenti vicissitudini (comuni
a molti imprenditori).
Nel 2002 eravamo in 7 a lavorare
in ditta ma grazie una concorrenza sleale ed in molti casi usata anche come
copertura per rimettere in circolazione soldi chissà da dove provenienti sono
stato costretto man mano a lasciare a casa 5 persone. Quell’anno ovviamente
l’ho chiuso con una notevole perdita e nonostante tutti gli sforzi all’inizio
del 2003 ho dovuto vendere l’immobile per coprire il disavanzo e nel 2005 ho
finito di pagare i contributi arretrati dei miei ex dipendenti relativi
all’anno 2002. Un bel giorno del 2005 mi si presentano in ufficio 2 belle
signore e qualificandosi come agenti dell’Ufficio delle Entrate mi verificano
proprio l’anno 2002. Dopo qualche mese di verifiche e confronti arrivano alla
conclusione che nonostante abbia avuto dei seri problemi con la ditta avendo
avuto al mio servizio quel numero di dipendenti (che ricordo ho a malincuore
lasciato a casa nei primi 3 mesi del 2002) devo per forza pagare tasse come una
ditta che con lo stesso numero di operai ha realmente fatto utile.
Dal 2002 ad oggi siamo rimasti
in 2 a lavorare in ditta un operaio con un normale contratto
a tempo indeterminato, 8 ore al
giorno 32 giorni all’anno tra ferie e permessi retribuiti 1100 euri al mese + straordinari
14 mensilità tfr ecc. ed io titolare della piccola srl socio lavoratore con un
contratto di collaborazione continuata “co.co.co.” 12 ore al giorno 10 giorni
all’anno di ferie (qualcuno in più se calcoliamo 4 o 5 giorni di malattia)
1.500 euri al mese per 12 mensilità e un peso sullo stomaco 24 ore su 24, 365
giorni all’anno per l’attesa dell’esito del ricorso per le assurde richieste
dell’ufficio delle entrate o per i fidi in banca o per la solvibilità dei
clienti. Ditemi voi chi è lo schiavo in questo caso, e vi garantisco che il mio
non è un caso singolo ma un problema generalizzato.
O. B. 11.03.2006 11:51
Io sono un libero
professionista, lavoro come ingegnere e come “commerciale”. Dovreste vedere la
situazione di crisi che c’è. È difficilissimo anche per uno come me con una
certa esperienza, laurea e tutto riuscire a tirare avanti la baracca. Attorno a
me vedo giovani e meno giovani che non trovano lavori, piccoli imprenditori
strozzati dalle tasse che fanno salti mortali per non chiudere, aziende che
licenziano o che chiudono (ne conosco parecchie). La situazione è molto grave.
Ma se posso dare un parere spassionato, non pensiate che sia tutto colpa del
governo. Il governo di centrodestra non è riuscito a fare quello che aveva
promesso ma è proprio una situazione legata al sistema Italia che non funziona.
Non funzionerebbe neanche col Prodi che abbiamo conosciuto in passato. Speriamo
che nel futuro governo ci sia qualcuno che veda lungo e riesca a fare qualcosa
di concreto. La situazione è difficile, non c’è dubbio. Il tutto escluso una
infima minoranza che spende e spande come se nulla fosse. Io mi chiedo chi
possa oggi permettersi un buon tenore di vita. I pensionati sono alla frutta,
quelle famiglie che una volta erano definite “borghesi” sono diventati i nuovi
“poveri ricchi”. Ricchi perché magari posseggono ancora una casa o qualche
proprietà, poveri perché non riescono a far fronte all’impennata dei prezzi.
Non parliamo di chi è disoccupato, chi grava ancora sulla famiglia ecc. Bisogna
che tutti ci tiriamo su le maniche per ricostruire un’Italia migliore. Senza
più furbetti del quartierino che truffino la gente, e così via. Ultima
osservazione. Sono tornato in un quartiere ricco di Roma che frequentavo molti
anni fa. Dove prima c’erano attività commerciali di vario tipo adesso ci sono
solo BANCHE. Una banca ogni 20-30 metri di strada. Le banche si stanno
mangiando l’Italia, i nostri soldi, il nostro futuro.
S. F. 21.03.2006 19:35
32 anni, Torino.
Dal 2000 lavoro in proprio in
seguito ad una decisione irresponsabile di ragazza intraprendente, allora non
mi rendevo conto di quello che mi aspettava dietro il varco. Mi sento di dare
solidarietà a tutti voi che occupate posti precari, che non vi sentite
appagati, che state cercando qualche soluzione alle vostre paure. Da 6 anni mi
sveglio tutte le mattine con la paura di non arrivare a fine mese (guadagno
meno di 1.000 euro al mese rischiando tutto, ho una società di persone e in
caso di problemi rispondo io personalmente). Temo continuamente i controlli
della guardia di finanza, che come si sa, anche se sei in regola con tutto
trova sempre qualche magagna; sono sempre in apprensione quando arriva il
momento delle tasse (un anno ho rischiato di dover chiedere un finanziamento
alla banca per poter pagare le imposte... meno male che questo governo le ha
ridotte...); non ho il coraggio di vivere la vita come vorrei perché l’ansia di
non sapere quale sarà il mio futuro mi opprime. Da “imprenditrice” vorrei
poter stringere la mano ad ognuno di voi perché so che non è facile e vorrei
anche aggiungere che non è facile neppure per noi. Berlusconi dice che va tutto
bene, ma mi domando perché non parla con persone come noi che lavorano per far
vivere la macchina dello Stato. La situazione è drammatica non solo per il
lavoratore dipendente precario, ma anche per noi piccoli piccolissimi
imprenditori che non sappiamo cosa sarà del nostro futuro, esattamente come
tutti voi. Spero che la protesta non si fermi, dobbiamo far sentire le nostre
voci.
N. A. 23.03.2006 11:25
Non possiamo andare avanti così.
Sono anni che lavoro, in diversi
settori e mi sono sempre data da fare. Mi sono specializzata
in informatica con corso e tanta
ma tanta esperienza. Credo di essere una delle poche tecnico
donna in Italia ad avere una
formazione così completa. Dopo aver lavorato anni per appalti
di appalti ho perso il mio
lavoro alla fine del 2003. Con un mutuo sulle spalle non potevo
andare a fare lavori a progetto,
sembra che sia tutto così adesso il lavoro, specialmente nel
settore informatico e
specialistico. Così per 2 anni ho fatto l’impiegata da degli aguzzini
dei quali non voglio nemmeno
ricordare il nome e mandando giù magoni di ogni genere,
mi sono fatta forza. Alla fine
di marzo 2006 hanno trovato un modo di mandarmi a casa,
costituendo una “cooperativa” e
mi hanno licenziata. Psicologicamente un enorme sollievo, economicamente una
botta tremenda.
Ho trovato presto altri lavori,
uno tramite un’agenzia interinale dove mi hanno proposto contratti con livelli
inferiori e mansioni poco specializzate. Ma io dico è proprio possibile pagare
noccioline a gente che dove la metti sa lavorare? Lo diceva Bette Davis... era
una citazione: “Date alla gente noccioline ed avrete scimmie a lavorare!”. Da
una decina di giorni, ho stipulato un contratto con un’azienda di informatica
che si occupa di hardware e vari servizi abbastanza valida come servizi. Questa
azienda offre solo contratti a progetto, ma io sono in attesa di mobilità e
hanno deciso di farmi un contratto a tempo determinato. Quando sono andata al
colloquio (250 km da casa mia tra le altre cose) mi hanno offerto un livello
inferiore uno stipendio da fame e mi hanno pure detto: “Noi le donne non le
assumiamo perché si innamorano”. Nonostante ciò ho dovuto accettare perché non
avevo altro modo di tornare a fare il mio lavoro. Sto con pazienza cercando un
lavoro più stabile. È triste e umiliante.
S. M. 28.05.2006 22:07
Vi racconto le mie vicende e per
quanto possano sembrare assurde sono reali e ahimé non sono l’unica a viverle.
Dopo aver fatto anni di
incarichi con partita Iva per enti pubblici a un milione e mezzo di
lire al mese e altri incarichi
co.co.co. con altri enti pubblici a mille euro al mese (contratti di
6 mesi con nessuna notizia sul
rinnovo) sono arrivata alla soglia dei 40 anni. Ora pago un
affitto di 500 euro al mese...
quindi nonostante faccia 3 lavori per mantenermi immaginate
se arrivo o no a fine mese... ma
non solo... faccio notare l’arroganza dei committenti che
pretendono anni di servizio,
orari identici ai dipendenti anzi meno flessibili perché noi siamo
ricattabili, niente ferie...
niente malattia... se c’hai sfortuna devi recuperare le ore... se vuoi
andare una settimana al mare
(non di più per carità) devi recuperare le ore e per quanto
riguarda i rinnovi di contratto
nessuno ti dice “cane crepa” come se fosse una notizia di
nessuna importanza il fatto che
tu il mese prossimo riceva oppure no lo stipendio... Vorrei
comprare una casa ma il mutuo
non me lo danno... ho superato i 35 anni e poi con contratti
sempre in scadenza chi me lo dà?
Spreco soldi in affitto che è sempre più alto senza nessuna
prospettiva... La cosa che mi fa
più rabbia è che tutti questi co.co.pro. o partite Iva quando si fa il 730 e
non si supera una certa cifra non risulta a tutti palese che siamo tutti
lavoratori dipendenti mascherati? Quale professionista camperebbe con queste
cifre? Ma c’è di più... dovendo fare 40 ore alla settimana senza nessuna
flessibilità come facciamo a trovare altri incarichi per campare? La notizia
più bella è che ora è accaduto quello che uno schiavo moderno teme di più: devo
subire un’operazione che richiederà mesi di riabilitazione... da contratto se
non lavoro possono recedere oppure non pagarmi... come campo nei prossimi mesi?
I. N. 04.07.2006 11:08
Mauro Gallegati (con la
collaborazione di Roberto Leombruni)
Alcuni dicono che il precariato,
se è un male, è un male necessario. Perché siamo nel terzo millennio, perché è
così che funziona l’economia della comunicazione e della conoscenza, perché le
imprese hanno bisogno di flessibilità, perché dobbiamo affrontare la
competizione internazionale, perché altrimenti
l’occupazione non cresce. Il
primo punto in effetti è corretto. A leggere le testimonianze raccolte in
questo libro sembra di vivere ai bei tempi della schiavitù, e invece no, siamo
proprio nel terzo millennio. Gli altri punti invece sono tutti ampiamente criticabili,
ma soprattutto l’idea che l’Italia grazie alla precarizzazione abbia affrontato
in modo “sano” i suoi problemi rispetto a occupazione e disoccupazione. Vediamo
perché, partendo dagli occupati.
L’ occupazione si misura in due
modi: contando quante sono le persone che stanno lavorando, e quante sono le
“unità di lavoro equivalenti” che tengono conto di quante ore lavora ognuno.
Se ci sono due idraulici che
lavorano 60 ore alla settimana, gli occupati sono due, ma visto che entrambi
fan l’equivalente di una volta e mezzo un tempo pieno le unità di lavoro sono
tre. Se poi il lavoro va male, ed entrambi lavorano solo 20 ore, i lavoratori
sono sempre due, ma le unità di lavoro sono solo più una. In pratica, in un
caso si contano “le teste”, nel secondo quanto lavoro c’è. C è successo a
lavoro e lavoratori nell’ultimo decennio? La prima cosa da dire è che
l’occupazione complessivamente è cresciuta. Parte fiacca, poi inizia a crescere
in modo vigoroso, e negli ultimi anni, più o meno quando Berlusconi e Maroni
riescono finalmente ad abbattersi sul mercato del lavoro con la legge 30,
rallenta bruscamente. Guardando alle unità di lavoro poi la frenata è ancora
più drastica, e diventa un calo nell’ultimo anno (sottolineato già da tempo sia
dall’Istat che da Bankitalia).
La cosa interessante da notare è
che per la prima volta nella storia repubblicana sono più i lavoratori che le
unità di lavoro: c’è più gente che lavora, sì, ma di lavoro ce n’è poco.
L’inversione di tendenza sarà
merito del precariato?
Vai a sapere, ma rimane il fatto
che la performance peggiore dell’occupazione in Italia si registra proprio
negli ultimi anni, nei quali il precariato ha cominciato a diffondersi
sensibilmente. Nel secondo trimestre del 2005 la percentuale dei lavoratori dipendenti
che avevano un contratto temporaneo era già del 12.5% (era del 9% nel 2000). Se
poi, anziché guardare ai dipendenti, guardiamo ai precari con la “C” maiuscola
(quella di co.co.co.), la situazione è ancora più evidente, perché anche per
loro possiamo confrontare in modo molto efficace quante sono le “teste” che
lavorano con quanto lavoro effettivamente c’è. Quanti sono i commensali e
quanto è grande la torta. Nel secondo trimestre del 2004 l’Istat ci ha detto
che i cococò sono circa 400 mila (e aggiungiamo un “finalmente”, visto che è
dal 1996 che aspettavamo stime affidabili). Tradotto in parole, il numero
dell’Istat si legge più o meno così: “Nel giorno in cui abbiamo fatto le
interviste, c’erano 400 mila italiani che stavano lavorando come cococò”. Che
succede se un call-center decide di buttar fuori 10 mila di loro per
sostituirli con altri 10 mila collaboratori freschi freschi?
Che il mese dopo l’Istat
continua a contarne 400 mila (la dimensione della torta), ma il numero di
commensali che se la son divisa sale a 410.000. Il numero di commensali l’Istat
non lo misura, ma per saperlo basta chiedere all’Inps, che ha appena pubblicato
on line il suo osservatorio sui parasubordinati. Bene, considerando solo le
persone per le quali la collaborazione è l’unica forma di lavoro, e hanno un
contratto con un solo committente – categoria di solito identificata come la
più debole – nel 2004 se ne son contate 840.000. Quanto lavoro c’è? Cento.
Quanti sono i precari che cercano di spartirselo? Duecento.
Ma veniamo ai disoccupati. Anche
qui, la prima notizia sembra buona: dal grafico sotto vediamo che il numero di
disoccupati nell’ultimo decennio è calato molto, almeno dal ’98 in avanti.
Di nuovo, però, il numero dei
disoccupati non è una statistica da guardare da sola. Ci sono casi in cui
l’economia va bene, ma la disoccupazione aumenta: quel che capita è che molti
sono presi da un turbine di ottimismo e si mettono a cercar lavoro, e finché
non lo trovano il numero di disoccupati aumenta. E ci sono casi in cui il
mercato è talmente depresso che molti alzano bandiera bianca, smettono di
cercar lavoro, e il numero di disoccupati diminuisce. Nel grafico è riportato
appunto il numero dei cosiddetti “scoraggiati”, cioè persone senza lavoro che a
precisa domanda dell’Istat “Perché non sta cercando lavoro?” barrano la X su
“Ritiene di non riuscire a trovarlo”. Il numero di scoraggiati – 600 mila fin
verso il 2003 – nel 2004 ha una prima impennata che li porta al milione, per
poi salire ancora a circa 1.250.000. Basta convincere un altro mezzo milione di
persone che è inutile stare a cercarsi un lavoro e porteremo la disoccupazione
ad un confortante 5.5%.
Ma torniamo da dove eravamo
partiti, e concentriamoci sulla Grande Bufala. È vero che le imprese e
la stessa competitività dell’Italia
hanno bisogno di flessibilità. È falso, invece, che le storie raccolte in
questo libro abbiano lontanamente a che fare con questa esigenza. Per chiarire
questo punto bisogna fare qualche distinguo sulle diverse forme di flessibilità
introdotte in Italia.
Da un lato ci sono forme più “sane”,
che rispondono a reali esigenze di flessibilità organizzativa. Tra queste ci
sono i contratti a tempo determinato, l’apprendistato, e persino quelle
fattispecie “iperflessibili” che vanno dal lavoro interinale al job sharing e
al lavoro a chiamata. Tutte queste hanno regole certe che tutelano il
lavoratore, e possono rappresentare un modo per i giovani di entrare nel
mercato del lavoro. E se questo percorso in molti casi diventa difficoltoso la colpa
è più dell’economia che va male che di vizi particolari di questi contratti.
Dall’altro lato c’è il Far West rappresentato da quel contratto di lavoro che è
talmente precario che quando hai finito di dire come si chiama è già finito: il
contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Che più che aiutare i
giovani ad inserirsi nel mercato del lavoro ne ha tenuti milioni ai suoi
margini – posizione dalla quale è stato più agevole un loro pacato
sfruttamento. Ecco, la Grande Bufala è che questo contratto non piace alle
imprese perché offre flessibilità, bensì – per chi ne ha voglia, diciamo –
perché permette uno sfruttamento quasi legale del lavoratore.
Per capire questo punto bisogna
tornare alle sue origini: il vero problema infatti è che è un contratto
nato male. Prima del ’96, l’unico
modo regolare per prendere un lavoratore per un periodo breve era quella di
assumerlo con un tempo determinato, dandogli una paga equa (rispetto a quanto
guadagnano lavoratori equivalenti impiegati in lavori simili), e pagando anche
contributi sociali, ferie, tredicesima e liquidazione (che non sono “regali” ma
son previsti in quasi tutto il mondo civile, da un secolo a questa parte). Poi
c’era la via alternativa, molto vicina al lavoro nero, che era quella di proporre
un contratto di prestazione d’opera occasionale, magari con la promessa di una
futura assunzione, evitando così di pagare contributi e tutto il resto, e
potendo proporre una paga senza preoccuparsi che fosse equa oppure no. Anzi,
essendo quasi sicuri di riuscire a sottopagare il lavoratore senza dover
trattare troppo, grazie al fatto che mancano tutte le componenti accessorie
della retribuzione citate sopra: quanti collaboratori han fatto caso che la
liquidazione non ce l’hanno?
Nel ’96, quando nasce la
famigerata formula della “collaborazione coordinata e continuativa”, la via
alternativa diventa la via principe.
L’idea del legislatore era
probabilmente opposta, era quella di far sì che anche per le prestazioni di
lavoro occasionale si versassero dei contributi sociali. Di fatto, si è finito
per legalizzare la prassi di mascherare dei rapporti di lavoro dipendente sotto
l’etichetta del lavoro “coordinato”. Etichetta che, essendo stata creata dal
legislatore, è risultata ancora più innocente della prestazione occasionale. In
assenza di controlli efficaci non c’è voluto molto perché si cominciasse a
utilizzarla anche per lavori di durata di anni (altro che “collaborazione”), e
persino nei call-center (l’equivalente moderno della catena di montaggio). Uno
potrebbe dire “beh, son sempre lavori, e poi se durano anche…”. Peccato che il
legislatore, non intendendola una forma di lavoro tipica, non abbia pensato di
fornire le tutele che sono dovute al lavoro tipico. Così, chi ne ha voluto
approfittare si è garantito una forma di lavoro a costi stracciati – rispetto
al lavoro dipendente il risparmio era di circa il 40%, meglio di un tre per due
al supermercato – e una generazione di lavoratori si è trovata a lavorare per
anni mettendo da parte quasi nulla per la propria pensione, e con un livello di
tutele da Inghilterra dei tempi della rivoluzione industriale. Basti pensare
che solo nel 2000 è arrivata la copertura per gli infortuni e le malattie
professionali.
Del diritto di sciopero
ovviamente ancora niente. Per il rispetto del diritto alla maternità rinviamo a
numerosi post arrivati sul blog.
l problema ulteriore è che, se
già le cococò son nate male, la legge Biagi, a parte cambiare il nome in un
“cocoprò” dal suono appena meno avicolo, è stata una riforma per molti versi
peggiorativa. Anche in questo caso le intenzioni iniziali erano buone, nella
direzione di limitare l’utilizzo improprio delle collaborazioni. Per far questo
la legge richiede una forma scritta al contratto (prima non era necessaria, anche
all’invenzione della scrittura ci abbiamo messo un po’ ad arrivarci), e che si
identifichi uno specifico progetto. Se non si può identificare un progetto
l’impresa può essere obbligata ad assumere il lavoratore con un contratto di
lavoro dipendente. È questa, in effetti, la clausola che è stata recentemente
chiamata in causa all’Ispettorato del lavoro per imporre l’assunzione di alcune
migliaia di lavoratori dei call-center (vi sembra credibile che le migliaia di
lavoratori di un callcenter abbiano ciascuno il proprio progettino specifico da
svolgere?). Peccato che la stessa legge stabilisca (art. 69) che il controllo
del giudice “non può essere esteso fino al punto di sindacare nel merito
valutazioni e scelte tecniche, organizzative o produttive che spettano al
committente”. E che con la circolare 1/2004 Maroni, come ulteriore liberalità,
abbia precisato che una cocoprò può essere rinnovata quante volte vi pare. Come
dire, basta far la fatica di scrivere una volta all’anno un progetto ad hoc e
si può tenere un dipendente a vita come collaboratore.
Anche nei fatti, la Biagi sembra
aver provocato una reazione quasi schizofrenica da parte delle imprese. In
molti casi le vecchie cococò sono state semplicemente trasformate in cocoprò.
Altri, temendo la clausola citata sopra, hanno reagito con l’arma del ricatto.
Lo dimostra una ricerca recente dell’Ires, condotta su un campione di persone
che hanno aperto una partita Iva tra il 2003 e il 2004, dalla quale è venuto
fuori come nel 50% dei casi questi l’hanno aperta perché gli è stato chiesto
dal datore di lavoro, pena il non rinnovo del contratto.
Alcuni dicono che se si
riformassero ancora le cocoprò o se si rendessero più severi i controlli il
risultato sarebbe l’aumento del lavoro nero. Come se un ladro chiedesse di
poter prendere gratis il bottino, altrimenti sarebbe stato costretto a rubarlo.
Se un imprenditore ha un’attività che riesce a stare in piedi solo a costo di
sottopagare un lavoratore, o solo a costo di farlo lavorare in nero, allora un
Paese che vuole svilupparsi in modo sano può anche farne a meno, così si fa
spazio ad altri imprenditori, magari un po’ più capaci, e che non abbiano il
vizietto di andare a comprare al mercato degli schiavi. Chiudiamo con una
considerazione ed una (facile, facilissima quanto tragica) previsione. I dati
Istat sull’occupazione, fan vedere come sia estremamente difficile uscire dalla
situazione di “precariato stabile”: nel corso del 2004, il 10% dei lavoratori
con contratto di collaborazione è stato “promosso” a lavoratore subordinato, e
solo 5 su 100 hanno ottenuto un contratto a tempo indeterminato. Il sistema di
rapporti di lavoro vigente favorisce dunque l’inserimento iniziale (o il
reinserimento) sul mercato del lavoro, ma non la sua stabilizzazione. A fronte
di un incentivo di tipo contrattuale (minori vincoli al datore di lavoro) si
assomma un incentivo di tipo contributivo. Date però le diverse forme di
“incentivazione”, ciò porterà inevitabilmente ad una copertura pensionistica
insufficiente.
Per fortuna, l’uomo è un animale
che si adatta bene all’ambiente: così se, da giovane lavoratore precario deve
chiedere il sostegno economico dei genitori, da vecchio pensionato ex-precario,
lo chiederà ai propri figli. Ammesso che ne abbia: avere un lavoro precario
riduce di dieci volte la probabilità che una lavoratrice faccia un figlio.
SOMMARIO
Schiavi
Moderni
Prefazione
Introduzione
Piange il
telefono
Un master
alle spalle
Tempo rubato
Zero euro
fissi
Voglio metter
su famiglia
Aspettando
la scena
Tutti a
urlare nel microfono
Freddo, ma
corretto
Lavoratori
intestinali
Non posso
concedermi nulla
Tutti a casa
Il cliente
non conta nulla
Aspettando
una telefonata
La fine
della specializzazione
Quanto costa
un’assenza
Lavoro di
famiglia
Come stanno
le cose
Quando cade
la linea...
La
cooperazione internazionale
Messaggio
per l’aldilà
Ex
praticante avvocato
Lavaggio del
cervello
Un altro
mondo
Un mago del
centralino
Pagati solo
a contratto
Non tutti
così male
Dammi solo 4
minuti
Sono
subappaltato
Guerra fra
poveri
Dopo due
anni, peggio
Nemico
pubblico
Precario in
Antartide
Servizio
formazione/lavoro
Teste che
cadono
Il dott.
Operaio Agricolo
I chilometri
del letturista
Compensi in
picchiata
Zitto o non
ti rinnovo
Bellissimo,
ma...
Arrivederci
e grazie
Precaria tra
i libri il tuo messaggio sul lavoro precario mi ha colpita al cuore!
Senza
raccomandazione
E si
ricomincia da capo
Le scuole
dei vip
I cinesi
d’Europa
E io come
mangio?
Una tesi
profetica
Da lunedì
non servi più
Gente di
mare
Concorso per
co.co.co.
La scuola
regionale
Un tesoro di
ministero
E poi c’è il
servizio civile
Non una
parola, non un saluto
C’è posta
per te
Psicologi
d’assalto
Il bilancio
comunale
La merce di
scambio
Un insegnate
idraulico
Il progresso
della tecnologia
Il miraggio
del formatore
I privilegi
dell’università
Fidanzati a
distanza
Ci voleva la
raccomandazione
Poche spinte
Neanche un
contributo versato
Corsa al
ribasso
Salvaguardia
ambientale
Il
patrimonio idrico
La pausa
estiva
La minaccia
del 18%
E il
contratto
Vigile
urbano stagionale
Prospettive
= 0
Senza
colloqui
Fine
legislatura
Loro sono di
serie A, io no
Fidanzata da
13 anni
Schiava in
biblioteca
Recupero
psico-fisico
Cervelli in
fuga
Troppo
vecchio per l’Italia
Viva la
flessibilità
Non figuro
neanche
Ontario
d’oro
Terre
promesse
In fuga
dalla truffa
Scenari
energetici
Risparmio
per partire
Spagna,
arrivo
Ci vuole un
fisico bestiale
L’operaio
masterizzato
Gente di
Dublino
In tuta blu
Le cento
città
Cominciò con
una vacanza
Enjoy your
life
In
transatlantico
Ma voglio
tornare
Troppi
cardiochirurgi
Funzionario
dello Stato
Zappare la
terra
Un marchio
italiano a Londra
I moduli
fantasma
Non posso
lamentarmi
Meglio
cameriere che bancario
Sono
tornato, ma...
Non mi sento
schiavo
Una voce nel
deserto
Sfruttamento:
no, grazie
Go West!
A casa solo
per le vacanze
Torno in
Albania
Il sogno
americano
Flessibilità
senza drammi
Via con il
secondo master
Partirò
entro un anno
Una famiglia
di emigranti
Flessibile
ma conveniente
Adorano il
lavoro interinale
Barcellona
batte Roma
La vita in
Cina
Voglio
tornare in Nepal
Economia
ambientale!?!
In Italia da
13 anni
Si mangia da
schifo, ma...
La donna è
mobile
Precaria di
guerra
Cuore di
bibliotecaria
Lontano dal
progetto
Insegnare il
nero
Gelatiiii!
Giuristi si
nasce
Gabbare per
professione
Stesso
lavoro altri diritti
E se
sposassi un milionario?
Dottoressa
vs signora
Aspettiamo
un bambino
Troppo e
troppo poco
Prospettiva:
tiralinee
Flessibilità
ma non in banca
Un mutuo
mostruoso
Pane e
biologia
Una
biblioatipica flessibile
Chi tutela
le fasce deboli
Sprechen Sie
Deutch
Il giardino
del capo
Senza
speranza
Brava ma
fertile
O un figlio
o il lavoro
Sono
inaffidabile
Pianificatrice
territoriale
Bricolage
che passione
Sono un
calabrone
Niente
lavoro se sposata
Mi sono
arresa
Stupida
femmina in maternità
Disoccupata
per scelta
Il tempo è
denaro
Pagano 350,
ricevo 60
Ma in tasca
arriva solo 1/5
Fantozzi è
vivo e lotta con noi
Odio
l’estate
Solo 15
risposte
Lavoratori
di serie B
Vocazione da
fannullone
Part-time
all’autonoleggio
Ho fiducia
in me stesso
250 euro son
meglio che niente
A 0,45 euro
l’ora
Il
privilegio del posto fisso
Eravamo
quattro amici...
L’elettricista
guadagna di più
Moltiplicazione
dei volantini
Meno di 2
euro l’ora Ho 29 anni.
A caccia di
famiglie
5 lunedì a
settimana
Ho perso le
speranze.
Nessuno è
indispensabile
Furbi allo
sportello
Nel mondo
dello spettacolo
Non si
contesta
Farmacista
per dire
La logica
aziendale
Uno
stipendio in tre
Tirocinio
gratuito
Pagano anche
gli straordinari
E se
arrivasse un figlio?
Invalido?
Meglio stare a casa
Mio padre,
mio zio e io
Mi sposo nei
ritagli
Aspettando
la pensione
Sogno mille
euro al mese
Straordinario,
ma migliorabile
Mentalità
geografica
L’orario va
rispettato
Però mi
piace
Quanto vale
una laurea
I valori
familiari
Commesse
Il dentista
può attendere
Un altro 11
settembre
Buon
compleanno, precario
Lavoro con i
numeri
La segretaria
Nessuna
traccia
Camorristi
col colletto bianco
Scannatrice
professionista
I misteri
della psiche
Er
magazziniere
Ho abboccato
come un tonno
Grazie alle
mance
Che qualcuno
ci svegli...
Domani è un
altro giorno
Vortice
infernale
Lavoro per
vitto e alloggio
Grazie al
Lotto e a S. Gennaro
240
contratti prima della pensione
Sei lingue,
ma...
Tutto per la
pagnotta
Niente
permessi all’assessore
Quanto dura
un incarico
E chi non ha
i genitori?
Verso la
pianura
Il laser non
basta
Un fisico da
ingegnere
Vivo con
mamma e papà
La Cina è
vicina
Non sono
l’unica
Ho finito i
risparmi
Aspettando
l’estate
Si è data
all’ippica
Masterizzato
col botto
La colf è
meglio
Ingegnere a
cottimo
Lavorare a
14 anni
Non so cosa
sia l’indipendenza
I miei
genitori...
Vorrei
andare dal dentista
In Sardegna
costa meno
Straordinario
gratuito
Correzione
di bozze
Un tipo
esuberante
Tuttofare in
studio
Non ho perso
l’orgoglio
Separati e
neanche in casa
Risparmiamo
sull’energia
Il laureato
Impossibile
entrare
Nessuna
chiamata pervenuta
Al futuro
non ci pensa
No ai
sindacalizzati
Chilometri
su chilometri
Estate in
fabbrica
Dottorato di
ricerca in lavoro
Giuramenti
di fedeltà
Quanto vale
un imbianchino
Stage senza
prospettive
Curriculumificio
Buon
anniversario
Buon
compleanno
Rigorosamente
gratis
È il mio
momento
Nostalgia
per la vecchia maniera
L’effetto
euro
Storia di un
“incapace”
Una macchia
sul curriculum
Il miraggio
delle Olimpiadi
Kamikaze
Difficile
farsi pagare
Maschera a
teatro
Così divenni
arrampicatore
Portiere di
notte
E intanto mi
arrangio
Lavoro
assicurato?
Una mensa
esigente
Una punta
d’orgoglio
Perché studiare?
Lavoro nero
bollente
Tre gradi
d’affitto
Evviva la
gdo
Pasta
all’uovo
Non siamo nessuno
Pizzaaaaa!
Musica nera
Sono
scappata
La colpa è
tua
Visto da un
ufficio personale
Sono
cittadino italiano
Senza
contributi
Scaricare i
costi sui clienti
Su e giù con
il furgone
I rischi
dell’ignoranza
Saluti da
Grosseto
Apprendista
stagionato
Ho preso
tutte le riforme
Come essere
su più progetti?
Ho cestinato
la laurea
Un circolo
inutile
Erano meglio
le Coree
L’agenzia
immobiliare
Contratti di
plastica
La
previdenza non è flessibile
Trasporto
tragico
Asta al
ribasso
Un
responsabile del personale
Come Minni e
Topolino
Corpi in
affitto
Due faldoni
di contratti
Non sparate
sul pianista
In Cina
cercano pizzaioli
C’è da
spostare un reparto
Il miraggio
di una cattedra
Sono un
ragazzo fortunato
Non
subordinata
Mi misuro da
me
Marketing
occupazionale
Che cosa c’è
di bello?
Ccnl
obsoleti
La capitale
del lavoro
Investire in
cv
In congedo
momentaneo
L’altra
parte della barricata
Una vita da
ex
Persone e
contratti
Lavoro
intermittente
Starsene a
casa
Praticante o
schiavo
Il camionaro
Lo zappatore
Ho
sviscerato la riforma
Formazione
bye bye
A casa
Factotum
Il popolo
delle partite Iva
Il giro
delle banche
La dura vita
dell’artigiano
La scalata
dell’imbianchino
Il miraggio
dell’architettura
Due giorni
di preavviso
Posso dire
no
Co.co.co.
volante
Creatività e
caparbietà
Mi sono
messo in proprio
Ogni tanto
ho paura.
Un emigrante
al contrario
Gli schiavi
avevano un tetto
Veniamoci
incontro
Astenersi
perditempo
Ampliare gli
orizzonti
Meglio
precario che nero
L’amore per
gli animali
Una vita in
leasing
L’architetto
Sono un uomo
libero
Un salto in
avanti
Sono un
giovane imprenditore
Schiavista
di se stesso
Ingegnere e
commerciale
L’ansia per
il domani
Ho aperto
una cooperativa
Devi
recuperare le ore
Postfazione