Rumori di fondo. Intrighi a margine
dei misteri d'Italia
Stragi di Stato, omicidi eccellenti, mafiosi ed agenti
segreti, ambigue connivenze. La storia della Repubblica è fatta di zone d’ombra
che le inchieste giudiziarie non hanno saputo o voluto svelare.
Un inventario di vita italiana per comprendere
l'origine degli attuali primati che il mondo ci invidia.
di Francesco Ribolla
"Questa è la storia der
passato
Ch'era
finito ed è ricominciato
Questa è la storia der presente
Che se ce guardi nun capisci gnente
Ma è puro la storia der futuro
Chi la capisce ce pò annà sicuro."
Franco
Antonicelli
("Canzonetta")
Regina
Coeli, 10 gennaio 1944
Premessa
Forse non ci sarebbe bisogno di spendere altre
parole: bastano quelle racchiuse nella canzonetta romanesca di Antonicelli qui
collocata a distico per commentare il significato di queste pagine. Ma intanto
è necessario almeno un chiarimento sulla loro genesi.
Gli scritti qui riuniti sono d’occasione. Si tratta
di articoli sparsi e apparsi mimetizzati, quasi alla macchia per la loro
natura, in larga parte databili fra il 1995 ed il 1998. Credo si possa dire che
siano nati per puntiglio, sollecitati dagli eventi che fino ad allora si erano
verificati, a partire dal '93. Quello è stato infatti un anno particolare, con
uno scenario a dir poco mistificante. Al crollo di un regime costruito sulle
mazzette fanno eco in quei giorni il bastone delle autobombe e la carota della
maggioritaria, una sintesi degna della peggiore stagione (ce ne sono state
tante) della politica italiana.
Lo scenario che però si presentava in quel momento,
fra arresti e suicidi eccellenti, con la liquidazione - nemmeno totale - di una
classe di potere diventata ormai impresentabile e gli ulteriori colpi di coda
dei suoi manutengoli, poneva più d'ogni altro una questione essenziale: quella
del passato e del suo riesame. Non un passato remoto ma prossimo, con tutti i
suoi intrighi e con tutte le sue similitudini. Se si può anzi trarre un buon
insegnamento dalla storia è che in essa somiglianze e analogie non sono mai
casuali. La stessa opzione stragista inaugurata da Cosa nostra con il probabile
fiancheggiamento di altre entità e perseguita a Roma, Firenze e Milano
nell'anno delle valanghe, aveva già radici consolidate - parimenti
indecifrabili, per taluni aspetti - nelle stragi di Ciaculli e Villabate di
trent'anni prima. Da qui, l'opportunità di rievocarle entrambi per un raffronto
che possa fornire al lettore alcuni dati sui quali riflettere.
Un altro dato, stavolta solo apparente, deriva da ciò
che sembra una mancanza di collegamento "organico" fra questi
capitoli. Appare quasi un passaggio di palo in frasca il proporre un delitto da
dolce vita accostandolo a Piazza Fontana o ad altri episodi che qui si raccontano.
In realtà, nella macrostoria dei misteri italiani, vi sono tante microstorie
che s'incrociano con gli accadimenti principali, risvolti e persone a margine
di quei fatti eclatanti sul cui ruolo non si è mai potuto o voluto far
chiarezza. Se c'è anzi un tratto comune che lega le vicende rievocate con la
vena madre dei grandi misteri nazionali questo è il tratto stesso
dell'ambiguità. Si prenda il caso Wanninger, fattaccio di cronaca capitolina,
del quale gli indizi d'intrigo -e di ricatto- li abbiamo visti baluginare come
fuochi di Sant'Elmo per oltre vent'anni. Ebbene l'uso e il ripescaggio
strumentale di quel fattaccio, con il permanere dell'enigma sul vero movente
del delitto, fanno il paio con tutte le altre storie attraverso cui certi
poteri forti si sono scornati e compattati a vicenda, secondo le proprie
convenienze.
Vi è inoltre una persistenza di nomi, oltre che di
ambiguità, negli eventi qui riesumati. Per scrivere il capitolo sull'omicidio
di Christa Wanninger mi sono avvalso, tra le fonti reperite, di un singolare
fascicolo di un'altrettanto singolare editrice - battezzata con una graziosa
quanto eloquente "testatina" o emblema tipografico a forma di pistola
sotto la quale campeggia la sigla S.P.Edit - registrata forse come agenzia
stampa nel 1986 presso il tribunale di Roma. Il fascicolo, però, non reca
indirizzo né altro recapito dell'editrice, ma solo un numero di casella
postale. L'esemplare fa parte di un'apposita collana il cui direttore
responsabile risulta essere Giulio Savelli, cioè lo stesso editore presente in
queste pagine e non nuovo a curiose sortite che qui si raccontano.
La continuità di nomi e situazioni viene confermata
anche nel caso dello spionaggio telefonico che movimentò le cronache nella
prima metà degli anni '70, una dimostrazione -casomai ce ne fosse stata la
necessità- che certi pasticci trovano sovente gli stessi manipolatori. E poiché
l'affare delle intercettazioni, così come risulta in realtà, fu qualcosa di
serio e non una commediaccia, vale la pena di aggiungere qualche parola sulle
responsabilità occulte di quella e di altre strategie, senza dimenticare la più
nota di tutte e detta appunto strategia della tensione. Quest'ultima,
piaccia o no, ha visto una saldatura nettissima tra un blocco di forze,
moderate ed estremiste, in una sorta di cartello dell'ansia che aveva come
scopo il congelamento della democrazia italiana, la revisione dei primati
sociali (casa, scuola, salute, lavoro) raggiunti e soprattutto un disegno
d'ingegneria costituzionale, per di più portato avanti fino ai nostri giorni:
il presidenzialismo. A farsene sostenitori in quegli anni troviamo tanto una
parte cospicua del capitalismo nero che una nebulosa di formazioni politiche
nate per la bisogna e non di rado finite nelle inchieste della magistratura. Dunque
il passato non muore mai e mi è sembrato perciò giusto riproporne in tal senso
particolari illuminanti, circostanze nelle quali si sono ritrovati più d'una
volta nomi e figure che hanno oggi i loro degni eredi ed epigoni.
Altre pagine ancora sono invece dedicate a frangenti
del tutto obnubilati come l'omicidio del piccolo albergatore siciliano Candido
Ciuni, delitto dai risvolti misconosciuti avvenuto in una Palermo torbida e
golpista. Il torbido non manca neppure nell'alone che circonda le gesta di un
ex legionario con spiccate tendenze nostalgiche coinvolto nelle indagini sulla
strage del 12 dicembre 1969, così come ne troviamo traccia in quelle di un
narcotrafficante informatore dei servizi segreti.
Grazie al loro contributo è possibile comprendere
quanto sia stato raffinato il gioco di un'altra strategia, quella del
depistaggio, costante che ha insidiato e compromesso in tutti i modi
l'accertamento della verità sui crimini compiuti contro il popolo sovrano.
Su questo genere d'intrighi era molto ben informato
un giornalista come Mino Pecorelli, tolto dalla circolazione in una sera di
marzo del 1979. La sua morte è rimasta un altro mistero, ma ancora più
misteriosa è la storia della pistola che lo ha ucciso e che io ho cercato di
ricostruire basandomi sui pochi dati emersi in (o di?) proposito. Pecorelli era
un giornalista non ortodosso, quando fu ammazzato si disse e si scrisse che era
un ricattatore salvo poi - molti anni dopo e in virtù delle disgrazie
andreottiane - trasformarlo quasi in un santino, martire dell'informazione.
Comunque sia, era un uomo al corrente di tante verità inconfessabili, quelle
verità che anche la stampa perbene o perbenista conosce ma non può raccontare.
Proprio alla stampa è dedicata l'ultima parte di questo volumetto che con i
suoi rumori di fondo mi sembra ironicamente suggellare il contenuto
della presente raccolta.
E adesso smetto di scrivere perché sento altri
rumori, quelli alla porta d'ingresso. Qualcuno sta cercando di entrare e non
credo sia un ammiratore.
La ragazza di maggio
Storia giudiziaria che si apre il 2 maggio 1963 e si
conclude più di vent’anni dopo con un colpevole che però rimane a piede libero,
il caso Christa Wanninger presenta tutti gli ingredienti di un vero e proprio
"affaire" italiano, una vicenda in cui la barbara uccisione di una
bruna ed avvenente ragazza tedesca massacrata sul pianerottolo di un palazzo
romano sembra evocare i toni di una guerra sommersa. Una guerra non del tutto
percettibile nei clamori delle cronache, negli scoop improvvisi in cui si
avverte la mano o la regia d'inquietanti presenze. Una guerra dove l'uso della
notizia diventa un'arma, il tramite d'indecifrabili avvertimenti molto vicini
al ricatto. Che quella storia possa nascondere risvolti ben diversi dal semplice
omicidio ne ha immediato sentore Domenico Migliorini - capo della Squadra
mobile della questura di Roma - non appena mette piede nel palazzo dove è
avvenuto il fattaccio, al numero 81 di via Emilia. Quella è una zona
"calda", tutto il perimetro che comprende via Veneto fino al Tritone
è nevralgico. Al numero 59 di via Sicilia, ad esempio, cioè poco più avanti
della pensione dove Christa Wanninger risiedeva, neanche a farlo apposta
c'è la sede sotto copertura di una delle tante polizie parallele create da
Umberto Federico D'Amato, il gran gourmet del Viminale. Lo sanno bene, i
funzionari della mobile. Come sanno della lotta senza quartiere che si è svolta
fra gli amici dello chef e il questore Carmelo Marzano, una faida che ha
pure avuto dei momenti grotteschi (1).
La conferma ai sospetti di Migliorini arriva però con
l'interrogatorio di Gerda Hoddapp. Il capo della mobile è un segugio esperto,
di buon fiuto, e intuisce subito che la versione della donna, amica della
vittima e inquilina dell'appartamento davanti al quale la Wanninger è stata
ammazzata a coltellate, non si regge in piedi neppure con la colla.
"Dormivo - dichiarerà la Hoddapp ai poliziotti - e non ho sentito niente.
Mi sono svegliata soltanto quando ho sentito la sirena dell'ambulanza; pensavo
quasi di sognare, poi ho sentito un frastuono provenire dalle scale e dopo
qualche minuto mi sono resa conto che bussavano alla mia porta"(2).
A bussare sono proprio i poliziotti quando vedono
quella porta chiusa, l'unica di tutto il palazzo rimasta sbarrata anche dopo
l'arrivo di curiosi, giornalisti e paparazzi. Gerda appare in vestaglia, occhi
socchiusi e capelli scarmigliati come se si fosse appena alzata dal letto:
eppure sono le due del pomeriggio passate. Davanti alla folla sbalordita dalla
sua apparizione, dopo aver gettato un grido nel vedere a terra il corpo
massacrato dell'amica, singhiozza d'aver preso un sonnifero la sera prima, per
questo non ha sentito nulla. Migliorini non le crede, la incalza di domande
fino a farle sfuggire che Christa le ha telefonato quella mattina annunciandole
che sarebbe passata a trovarla per quell'ora. Ed è così che Migliorini si
convince che la donna sta mentendo: com'è possibile, infatti, che i rumori
dell'aggressione fuori la porta, le urla della Wanninger, l'arrivo dei primi
soccorritori, il battere con insistenza sull'uscio - prima della custode del
palazzo, Francesca Barbonetti, e poi degli altri condomini - non sono riusciti
a svegliarla quando è bastato un trillo del telefono?
I giornali si occuperanno del delitto per giorni e
giorni, senza sosta, ripercorrendo al centimetro la vita della vittima e della
sua enigmatica conoscente. Viene addirittura lanciato un concorso invitando i
lettori a suggerire la soluzione del giallo mentre si cerca di dare un volto
all'aggressore, un misterioso "uomo in blu" visto scendere
tranquillamente le scale dopo l'omicidio. I primi indiziati sono gli amanti,
gli amici ed accompagnatori occasionali delle due donne, ma tutti sembrano
avere un alibi di ferro. Migliorini, pur non abbandonando l'ipotesi che Gerda
Hoddapp sappia bene chi e perché ha ucciso Christa, al momento non ha indizi
per poterla inchiodare. Questo però non significa che il capo della mobile sia
deciso a mollarla. Dalla borsetta della sua amica trovata sul pianerottolo sono
venute fuori due agendine, altre tre saranno rinvenute nella pensione dove la
ragazza alloggiava. Tutte sono zeppe di nomi, nomi che anche Gerda conosce,
nomi che non saranno mai resi noti e che scatenano la fantasia dei cronisti in
un tema univoco: chi era, in realtà, Christa Wanninger?
Il ritratto della vittima è controverso, spesso a
metà strada fra la puttana e la santa, una brava ragazza - ma non troppo -
calata a Roma per fare fortuna, come tante. E dove può mai far fortuna una
bella straniera di ventitre anni a Roma, nella Roma della "Dolce
Vita", se non nel mondo del cinema? Sarà proprio il cinema, però, a
riservare qualche sorpresa quando si accerta che, prima di arrivare in Italia,
Christa "era stata impiegata a Monaco in una società di riprese
cinematografiche, la Telefilm, di cui era direttore Anton Kirchdorfer,
il marito della sorella Gertrud"(3).
Il nome di Anton Kirchdorfer, cognato di Christa,
balza fuori in un occasione quantomeno fortuita. E' amico di un giornalista –
un certo Obermaier - che durante il carnevale 1963 ha presentato alla ragazza
Raimondo Riffeser. Questi è il fratello di Bruno Riffeser, genero e
"factotum" (4) del cavalier Attilio Monti, industriale dello
zucchero, petroliere ed editore nonché ras della cosiddetta finanza nera
italiana. Si apprenderà anni dopo che nel corso d'indagini su finanziamenti
industriali alle trame eversive di destra, un altro giornalista - Lando
Dell'Amico - viene trovato in possesso di una velina dei servizi segreti in cui
si fa riferimento proprio al caso Wanninger e alla direttiva di tener fuori da
quell'intrigo il buon nome dei Riffeser. Per la cronaca, Bruno Riffeser finirà
poi suicida nella villa del suocero a Cap d'Antibes, in Francia. L'attività
cinematografica di Anton Kirchdorfer è presente senza che costui sia nominato
anche nel ricordo di Edgardo Pellegrini, uno dei coautori del bestseller
"La Strage di Stato". Pellegrini, ai tempi del delitto Wanninger,
lavorava come cronista seguendone gli sviluppi e racconta di come fu
"sbattuto fuori a calci e spintoni da uno strano ufficio di uno strano
produttore tedesco che film non ne produceva"(5). Aggiunge poi di aver
fatto in tempo a notare sulla scrivania di questi una lettera recante l'intestazione
"Permindex", una società il cui proprietario era nientemeno che Clay
Shaw, petroliere americano implicato - secondo il procuratore Jim Garrison -
nel complotto dell'assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy.
Pellegrini sostiene inoltre che la "Permindex" finanziasse "i
neofascisti in Italia e in Sud Tirolo"(6) grazie anche al suo fiduciario
che di lì a poco diventerà celebre: Michele Sindona.
Il primo interrogatorio di Gerda Hoddapp comincia
poche ore dopo il delitto e si protrae fino alle cinque del mattino successivo.
La porta del suo appartamento "era rimasta chiusa per circa venti
minuti"(7) prima che si aprisse agli uomini della mobile e soltanto dopo
che la donna è già in questura da parecchio Migliorini può disporre la perquisizione
dei locali da parte della "scientifica". Un ritardo che ha una
spiegazione nella mancanza di un mandato non sottoscritto subito dal giudice,
ma micidiale per l'esito delle indagini. L'appartamento di Gerda ha un doppio
ingresso. Su una delle due porte viene riscontrata un'impronta palmare, come il
segno di una spinta: forse è quella dell'assassino, l'uomo in blu visto
scendere le scale. Però non è detto che sia stato proprio lui ad uccidere
Christa. Quell'uomo, anzi, potrebbe essere una figura diversiva, la lepre finta
che attira l'attenzione dei testimoni mentre il vero killer trova riparo nello
stesso palazzo, forse proprio nell'appartamento di Gerda. Perché no? In fondo,
se l'omicidio è premeditato come sospetta Migliorini, perchè non pensare ad un'ipotesi
del genere? Venti minuti sono un'eternità per eclissarsi in un nascondiglio
predisposto, un nascondiglio dal quale uscire appena le acque si sono calmate.
E prima del mandato nessuno ha potuto spingersi oltre l'ingresso di
quell'appartamento, perquisirlo da cima a fondo spostando mobili, aprendo
ripostigli o frugando negli armadi. Migliorini si danna per questa
trascuratezza forzata, è convinto che la chiave del delitto sia in quel
palazzo, lui avrebbe frugato casa per casa se gli fosse stato possibile. Sì, ci
sono troppe circostanze strane su quell'appartamento: dal doppio ingresso che
immette in un ufficio, all'impronta sulla porta, fino al comportamento
sconcertante di Gerda Hoddapp. Quest'ultima ha un amante quasi stabile, Giorgio
Brunelli, commerciante di liquori con interessi in altri campi. E' di fronte
all'atteggiamento dell'uomo - tutt'altro che benevolo verso di lei negli
interrogatori - che Gerda comincia a parlare dei suoi affari citando
"misteriosi incontri con un certo Holtzmann, di Buenos Aires; con un
avvocato che diceva di lavorare presso il ministero degli Esteri e soprattutto
con un americano, Hough"(8).
I rapporti di Brunelli, nel racconto della Hoddapp,
raggiungono anche la base Nato di Napoli, attraverso il direttore delle esportazioni
di un gruppo che si occupa delle forniture ai militari di quell'insediamento.
Ma ad intrattenere rapporti con quella base c'è anche il cavalier Attilio
Monti, parte del carburante che esce dalle sue raffinerie è destinato alle navi
della Sesta Flotta di stanza nel Mediterraneo. Direttore generale e azionista
della Sarom (società azionaria raffinazione oli minerali) nonché di
altre imprese e stabilimenti è il genero, Bruno Riffeser, che ha un fratello -
come si è visto - un po' troppo incauto nelle frequentazioni, almeno durante le
festività. Raimondo Riffeser, infatti, nel giorno di Pasqua, pochi giorni prima
del delitto, ha ospitato nella sua casa romana Kirchdorfer, Gerda e Christa. I
tre sono andati a trovarlo dopo che la Wanninger ha litigato con il suo
fidanzato italiano, Angelo Galassi, che pare conoscere Riffeser come questi,
plausibilmente, conosce Brunelli. Kirchdorfer sarà ancora ospite di
Riffeser il 3 maggio quando, da Monaco, torna in Italia per seguire le
indagini sull'omicidio: naturalmente i due si sentono prima che il tedesco
metta piede in questura.
In questo giro di legami che s'intrecciano in
amicizie più o meno affettuose con gli affari di Brunelli - che ha anche
provato a mollare Gerda per Corista - i poliziotti non possono nascondere la
loro perplessità allorché l'amante della Hoddapp dichiara di non sapere che
"la sua attività e quella di Gerda fossero oggetto di controllo da parte
dei Carabinieri del Sifar"(9), il servizio informazioni militari ancora
sotto il dominio nemmeno tanto occulto di Sua Eccellenza Giovanni De Lorenzo.
Malgrado abbia lasciato la poltrona di direttore del servizio per andare a
sedersi su quella di Comandante supremo della Benemerita, nel 1963 la massiccia
operazione di schedatura voluta da De Lorenzo prosegue tranquillamente. Al
Sifar c'è Egidio Viggiani, suo fidatissimo che durerà poco, in tutti i sensi.
La fascicolazione del mondo politico, sindacale ed imprenditoriale, anzi, avrà
persino un'impennata in quel periodo, forse in vista di un piano - detto
"Solo" - che il generale col monocolo tiene pronto in caso di
necessità. Ovvio, poi, che a De Lorenzo interessino per prima cosa le notizie
piccanti e gli argomenti scabrosi sulla vita di quei personaggi messi sotto
traccia. Il Sifar conta un'infinità di collaboratori esterni, tra questi
proprio Lando Dell'Amico, il giornalista trovato con la velina Riffeser. Ma è
anche vero che certe informazioni vanno cercate negli ambienti giusti, magari
infiltrandoli proprio laddove le umane debolezze trovano meglio il loro sfogo.
E mentre Brunelli ignora o dice di ignorare le attenzioni del Sifar, Migliorini
pensa a quelle cinque agendine possedute da Christa e piene di nominativi come
quelle della "ragazza Rosemarie", il personaggio creato dallo
scrittore Eric Kuby e reso celebre da un film con Nadja Tiller. Nella storia di
una squillo d'alto bordo che viene a conoscenza di particolari scottanti sui
suoi facoltosi amici e che perciò finisce ammazzata, forse ci sono analogie con
il destino della Wanninger. Solo che il capo della mobile ignora a sua volta un
particolare importante: non sa ancora che il Sifar, fra poco, si farà vivo per
davvero spostando le indagini su una strada lontana da via Emilia e dal civico
n°81.
Gerda Hoddapp soggiorna a Rebibbia giusto due mesi,
uscendone con l'accusa di favoreggiamento in omicidio e il rinvio a giudizio in
libertà vigilata. Migliorini - che l'avrebbe lasciata volentieri dietro le
sbarre - le ha fatto ritirare il passaporto disponendo ogni misura per tenerla
d'occhio, i controlli dureranno "oltre due anni"(10), poi l'austriaca
di Achern lascerà l'Italia con uno strano provvedimento di espulsione dopo
essere stata prosciolta per insufficienza di prove. E' in questo intervallo che
si verifica il fatto imprevisto dal capo della Squadra mobile. Nel pomeriggio
del 6 marzo 1964 una telefonata raggiunge il quotidiano Momento Sera. Il
caso Wanninger, sulla stampa, prosegue con alterne fortune, l'ultimo scoop lo
ha agguantato il settimanale tedesco Quick pubblicando le lettere
autografe di Christa, ma è ben poco rispetto a quello che sta per succedere.
Quando Maurizio Mengoni, cronista di turno al Momento
Sera, solleva il ricevitore e ascolta l'uomo che ha chiamato, pensa in un
primo momento che si tratti del solito mitomane. Lo sconosciuto, inoltre,
intende offrire al suo giornale - "il più povero di Roma" (11) - la
verità sull'omicidio per la modica cifra di cinque milioni. Mengoni
temporeggia, dice di richiamarlo fra un paio d'ore perché ne deve parlare al
direttore. Poi, chiusa la comunicazione, avverte i carabinieri. Ma perché
proprio i carabinieri quando è la questura a seguire le indagini? Due ore più
tardi, prodigi dell'efficienza, è già tutto predisposto per intercettare la
telefonata e stabilirne la zona di provenienza. L'apparecchio squilla puntuale,
Mengoni trattiene lo sconosciuto per il tempo necessario alla Benemerita onde
precipitarsi in Piazza San Silvestro e bloccarlo nella cabina telefonica da
dove sta ancora parlando col cronista. E' così che entra in scena Guido Pierri,
scapolo, impiegato presso un istituto scolastico di via Somalia e residente in
una stanza d'albergo da cui vengono fuori alcuni quaderni "pieni di note
introspettive che delineano progressivamente i tratti di una personalità
psicopatica"(12).
Pierri è trovato in possesso di un coltello da
caccia, dichiara di aver tentato, con quella telefonata, una truffa per cavarci
un po' di danaro e di avere scritto le sue note deliranti suggestionato dagli
articoli sul delitto. I quaderni narrano dei suoi appostamenti e pedinamenti
femminili, in particolare quelli di tre donne senza nome su cui si sono
accentrati i suoi morbosi desideri, desideri di morte. I carabinieri non
faticano molto ad individuare due dei soggetti presi di mira dall'autore, si
tratta di un'affittacamere e la sua ospite. Le due donne, rintracciate e poste
a confronto con Pierri, lo riconoscono come l'uomo che qualche mese prima,
tramite un'inserzione, le aveva avvicinate in cerca di una camera per la sorella.
La descrizione della terza donna, invece, sembra corrispondere perfettamente
con quella di Christa Wanninger.
Senza un alibi preciso per il giorno del delitto,
Pierri viene messo a confronto anche con le persone che nel palazzo di via
Emilia hanno visto l'uomo in blu, ma il risultato è contrastante. Francesca
Barbonetti, la custode, pur avendo scambiato il 2 maggio qualche battuta faccia
a faccia con quella persona, non la riconosce nelle fattezze di Pierri. Non
molto meglio va con gli altri testimoni che ne ravvedono una qualche
rassomiglianza con l'uomo che hanno notato, ma niente di più. Ciò malgrado, il
tenente colonnello Margiotta inoltra alla Procura della Repubblica richiesta di
rinvio a giudizio contro l'indiziato, una richiesta sonoramente bocciata dalla
magistratura. Tuttavia quel polverone almeno un risultato è riuscito a
raggiungerlo: lo smontaggio del paziente -e forse troppo pericoloso- lavoro
d'indagine di Migliorini e della sua Squadra. Il capo della mobile sarà
poi promosso questore e inviato a Palermo.
Nel 1971 il delitto di via Emilia è uno dei tanti
crimini dimenticati di una Roma divenuta nel frattempo sempre più torbida e
feroce, ma a riportarne la memoria ai lettori intervengono due fatti nuovi. Il
primo riguarda l'istanza presentata alla magistratura italiana dai legali della
famiglia Wanninger per la riapertura dell'inchiesta; il secondo è costituito
dall'ampio reportage di una rivista tedesca - al solito, la sempre ben
informata Quick - che è riuscita ad assicurarsi le copie dei quaderni di
Pierri i cui originali sembravano essere stati distrutti (13) per mano
dell'autore, una volta prosciolto. Quelle fotocopie, si mormora, forse sono
uscite dal vecchio Sifar ora diventato Sid: ma in che modo? Spunta fuori un
nome, Renzo Mambrini. Chi è costui? Per alcuni è uno dei militi che la sera di
quel marzo '64 avrebbero arrestato Pierri a Piazza San Silvestro (14), anche
se, per ammissione sua, sembra invece "non essersi mai occupato
ufficialmente delle indagini e di non aver mai conosciuto Pierri"(15).
Sia come sia, Renzo Mambrini è qualcosa di più di un
ex maresciallo della Benemerita, lo dimostrano i lunghi periodi passati
all'estero - soprattutto a Londra - oltre alla sua perfetta conoscenza delle
lingue straniere. Ma a maggior merito c'è anche il lavoro svolto come addetto
stampa del generalissimo De Lorenzo. Congedato dall'Arma, Mabrini si avvicina
al giornalismo e a Cefis, venendo assunto per un certo periodo alla SNAM
di Monterotondo come capo dei servizi di vigilanza. In quello stesso 1971
Eugenio Cefis ha completato la sua scalata all'impero Montedison (16), il
faraone della chimica italiana è già in ottimi rapporti con Carlo Pesenti,
cementiere ed azionista di uno dei feudi dell'immensa holding nata dalla
fusione Edison-Montecatini. I rapporti con Attilio Monti, invece, sono più
complessi. I due hanno entrambi la stessa idea che la politica debba essere
asservita al loro tornaconto, la convivenza è possibile, ma il cavaliere non è
meno tosto di carattere né meno spregiudicato negli affari: forse va ammonito.
E il caso Christa Wanninger si presta bene come segnale.
Tutto fa brodo, anche le vecchie storie che sembrano
dormire negli archivi, ma in quel risveglio c'è ben poco di accidentale se è
vero che Mambrini, "proclamandosi certo che Pierri fosse implicato nel
delitto"(17), ha fatto del suo meglio perché venissero pubblicate le parti
fotocopiate dai carabinieri. Né si concede soste, l'ex maresciallo. Nel 1973
pubblica e diffonde a "proprie" spese un romanzo che ha scritto
ispirandosi alla sorte della sventurata ragazza di via Emilia. In esso, rievoca
l'omicidio ritoccando nomi, luoghi ed epoca affinché non vi siano "nel
racconto, personaggio né fatto alcuno che abbia rispondenza con persone
esistenti"(18), ma si tratta di una precauzione del tutto gratuita.
Visto che il successo del libro non deve essere così
entusiasmante o forse per ragioni meno decifrabili, Mambrini si decide a
portare le sue convinzioni fino alle estreme conseguenze e nel 1974 presenta un
esposto-denuncia contro Guido Pierri. Probabilmente esagera, perché nello
stesso anno - il 26 novembre - muore in un incidente stradale andando a
sbattere contro un autotreno sulla via Cassia: una fine che forse suggella il
ruolo e l'utilità da lui ricoperti fino a quel momento. Gli sforzi dell'ex
maresciallo non andranno comunque persi del tutto. Il giudice Nicolò Amato
dispone una nuova perizia psichiatrica sugli scritti di Pierri affidandola a
due consulenti, uno dei quali è il professor Aldo Semerari che -anni dopo- troverà
una morte orrenda.
La perizia, tutto sommato, è indulgente: Pierri viene
definito una natura schizofrenica ma non più pericolosa, in sintesi è la
motivazione che manderà a piede libero l'imputato nei successivi dibattimenti.
Un primo verdetto lo assolve per insufficienza di prove, il secondo lo
riconosce colpevole di omicidio aggravato ma incapace d'intendere e di volere
al momento del reato, il terzo conferma la sua non punibilità. Sotto il profilo
penale la storia finisce qui, scompare l'ombra del Sifar come le agendine con
gli oltre centoquaranta nomi annotati dalla vittima. Per il mistero irrisolto
di Christa Wanninger, ragazza di un maggio ormai lontano, cala un sipario pieno
di buchi. Un sipario di panni sporchi.
Note
(1) Alessandro Silj, Malpaese,
Donzelli, Roma, pag. 48; Giuseppe De Lutiis, Storia dei Servizi segreti in
Italia, Editori Riuniti, Roma, pag. 51.
(2) Felice Borsato, Siena Monza
chiama Doppia Vela 21, Ciarrapico Editore, Roma, pag. 15.
(3) Paolo E. Messeliere, Il
mistero di Christa Wanninger, S.P.EDIT, Roma, pag. 23.
(4) Ibidem, pag. 69.
(5) AA.VV., La Strage di Stato,
B.I.M-Leoncavallo-Odradek, (nuova edizione), pag. 163.
(6) Ibidem, pag. 164.
(7) Borsato, Op. cit., pag. 7.
(8) Messeliere, Op. cit., pag. 39.
(9) Ibidem, pag. 40.
(10) Borsato, Op. cit., pag. 94.
(11) Messeliere, Op.cit., pag. 50.
(12) Ibidem, pag. 51.
(13) Ibidem, pag. 64.
(14) Borsato, Op. cit., pag. 109 e
seg..
(15) Messeliere, Op. cit., pag. 68.
(16) Angiolo Silvio Ori, L'Affare
Montedison, Settedidenari, s.l., 1971.
(17) Messeliere, Op.cit., pag. 67.
(18) Renzo Mambrini, Christa,
Edizioni dell'Acquario, Roma, 1973.
La strage ambigua
Brancati, siciliano, in uno dei suoi libri più intimi
afferma che senza memoria "il mondo sarebbe sottilissimo, una lastra priva
di spessore"(1). Ma c'è qualcosa di peggio del perdere la memoria: è il
non considerare le circostanze di un evento quando questo si chiude
definitivamente con una versione che le stesse circostanze sembrano
contraddire.Tra Ciaculli e Villabate, nei dintorni di Palermo, il 30 giugno
1963 esplodono a distanza di poche ore l'una dall'altra due autovetture Alfa
Romeo modello Giulietta imbottite di tritolo causando la morte di nove persone.
Una tragica fatalità - si dice - non essendo quei nove innocenti i veri
obiettivi degli attentati. Le premesse sembrano smentirlo perché quello è solo
l'ultimo atto di una guerra feroce, una guerra di mafia che nella sua
escalation ha visto contrapporsi le onorate famiglie dei fratelli Angelo e Salvatore
La Barbera a quella dei cugini Greco, appunto di Ciaculli, una contrada a
quattro chilometri dal capoluogo palermitano.
Da oltre tre anni questa guerra insanguina il
territorio e senza che nessuno muova un dito per fermarla, si nega addirittura
la matrice di quei delitti definiti sì opera di criminali, ma tutt'altro che
affiliati ad un'organizzazione composita. A pensarla diversamente sono i
rapporti di carabinieri e polizia che restano ad impolverarsi negli archivi
delle caserme, in quelli della questura o nei cassetti del Palazzo di Giustizia
dove è appena andato ad insediarsi il dottor Pietro Scaglione. Lo scenario
politico vede invece uomini come i rampanti Lima e Ciancimino o i già affermati
Giovanni Gioia e Bernardo Mattarella quale migliore espressione di una classe
di potere per la quale la mafia continua a non esistere. L'evidenza negata
culmina nella notte fra il 29 e il 30 di un giugno caldissimo, quando in corso
Vittorio Emanuele, a Villabate, due giovani panettieri - Giuseppe Tesauro e Giuseppe
Castello - escono dal locale dove lavorano per godersi un po' di fresco.
Proprio di fronte al forno c'è un'autorimessa il cui proprietario è Giovanni Di
Peri che abita ai piani superiori dello stabile dove questa è ubicata. Di Peri
è legato solo da una mezza parentela ai Greco, ma ciò basta a trasformarlo in
vittima designata o, quantomeno, in soggetto da ammonire pesantemente. Non c'è
anima viva - neanche Pietro Cannizzaro, il guardiano dell'autorimessa - ad aver
notato la Giulietta parcheggiata proprio lì davanti. Ad accorgersene sono i due
fornai perché dalla vettura esce del fumo, Tesauro si avvicina alla macchina
quando un bagliore e un boato tremendo lo investono in pieno, disintegrandolo.
Lo scoppio distrugge anche l'autorimessa uccidendo Cannizzaro e ferendo
gravemente Castello.
Il secondo attentato si verifica quindici ore più
tardi, non senza quegli elementi d’indecifrabilità che permarranno a dispetto
dei resoconti particolareggiati sulla strage: “Verso le undici di quella stessa
mattina, a Ciaculli, nel fondo <Sirena> dei fratelli Salvatore e Giovanni
Prestifilippo, c’è una Giulietta con una gomma a terra, gli sportelli aperti e
una bombola di gas sul sedile posteriore”(2). Quando la vettura viene
avvistata, dunque, la notizia dell’autobomba esplosa durante la notte nella
vicina Villabate corre già sulla bocca di molti, ma intorno all’indicazione
della macchina nel fondo dei Prestifilippo graverà - senza mai essere smentita
- una voce. La voce di una segnalazione anonima, una telefonata che avverte i
carabinieri spingendoli sul luogo del ritrovamento. Forse la voce al telefono
precisa anche la presenza di una bomba a bordo del veicolo o forse vuole
soltanto accertarsi che siano proprio loro, i carabinieri, ad arrivare alla
vettura. Quel che è certo è che a guidarli ci sarà un giovane e brillante
ufficiale dell’Arma.
Per quanto giovane, il tenente Mario Malausa è
tutt’altro che sprovveduto in materia di mafia. Proviene da Cuneo, dove ha
prestato servizio, e ha una qualche affinità di carattere con il maggiore Carlo
Alberto Dalla Chiesa, nativo di Saluzzo, che è già stato in Sicilia negli anni
caldi del banditismo e di lì ad un lustro vi tornerà col grado di colonnello.
Ma a differenza di questi, Malausa è molto meno pragmatico: non sa o non vuole
adeguarsi a quei frangenti che talvolta impongono una prudenza calcolata, quel
tanto almeno dal non far trasparire mai - neppure con i superiori - idee
personali ed iniziative poco ortodosse.
Appena cinque mesi prima di quel 30 giugno Malausa ha
firmato un rapporto dettagliato, pieno di nomi e di “amicizie” imbarazzanti
sugli uomini d’onore da lui indagati. Quel documento rimane senza alcun
riscontro, eppure parla chiaro: racconta usi, costumi e relazioni dei pezzi da
novanta che, “a conferma del peso che avevano nella gerarchia mafiosa”(3),
finiranno quasi tutti nel primo storico maxiprocesso presso la Corte di
Catanzaro. Ma se ci sia un nesso o no tra il rapporto da lui firmato e il
destino che lo aspetta, è in ogni caso il tenente a trovarsi quel giorno nel
fondo dei Prestifilippo: che gli competa o meno la zona, abbia ricevuto
l’ordine di spostarsi laggiù o ci sia andato su propria iniziativa importa poco
dal momento che l’ufficiale avverte subito qualcosa di strano. La Giulietta
scoppiata a Villabate, ad esempio, aveva un sistema d’innesco diverso, forse
una miccia a tempo che ha provocato il fumo notato dai due fornai. Questa,
invece, presenta una bombola di gas collegata con dei fili ad una carica di
esplosivo bene in vista. E’ plausibile che la bucatura della ruota abbia
impedito ai passeggeri di raggiungere il loro obiettivo, ma lo è altrettanto
l’abbandonare così una macchina per un banale contrattempo? La faccenda non
quadra e Malausa, a scanso di rischi, intima al drappello di non toccare niente
e di aspettare l’arrivo degli artificieri.
Alle quattro del pomeriggio si presentano il
maresciallo dell’esercito Pasquale Nuccio ed il soldato Giorgio Ciacci. Con
loro c’è anche il maresciallo di polizia Silvio Corrao, venuto a dare
un’occhiata. Nell’intervallo fra il piantonamento ed il loro arrivo non è
accertato se Malausa abbia potuto esprimere le sue perplessità ai superiori per
quella strana anomalia, ma Nuccio - si afferma - è uno che conosce il mestiere,
ha esperienza. Il guaio è che Nuccio ha esperienza in disinneschi tradizionali,
non in quelli civetta. Ignora del tutto la possibilità di un sistema a
doppia carica installato a bordo della Giulietta - proprio nel portabagagli
dove, di solito, è alloggiata la ruota di scorta - e si limita ad ispezionare
solo scocca e abitacolo della vettura prima di rendere inoffensivo l’ordigno di
richiamo. Quando tutto sembra finito e la bombola rimossa, un più rincuorato
Malausa apre il portello del bagagliaio saltando in aria con i carabinieri
Calogero Vaccaro, Eugenio Altomare e Marino Fardelli. Nell’esplosione perdono
la vita anche Nuccio, Corrao e Ciacci. Uno scempio, “il resto dei corpi e delle
lamiere si spargeranno in un raggio di 200 metri”(4).
La retorica indignazione degli editoriali pubblicati
sui principali quotidiani del giorno dopo non serve a fugare gli inquietanti
interrogativi legati alla strage, in essi vi è rabbia, dolore, sgomento e
persino lo spazio per l’esternazione del generale Aldo De Marco, comandante
della regione militare siciliana, che arriva a dire: “Prendete tutti i
pregiudicati della zona, metteteli dentro per ordine mio. Li passiamo sotto
torchio e vediamo cosa ne esce. Oppure sparate a vista sui delinquenti. Andrò
in galera ma non si può, non si può più andare avanti così”(5). Per fortuna
sparare nel mucchio o ricorrere alla tortura non sarà necessario e ciò che non
sono riusciti a fare informative e rapporti come quello steso da Malausa lo
produce adesso la strage con una eccezionale serie di retate e, soprattutto,
con il varo atteso da anni della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla
mafia.
Fin dal primo momento la Commissione parlamentare non
ha vita facile. Tra le mille difficoltà in cui s’imbatte e il prevedibile
disaccordo fra i suoi stessi componenti, c’è anche l’ostruzionismo di coloro
che dovrebbero agevolarne i lavori. Esemplare è in tal senso l’acquisizione del
rapporto Malausa, acquisizione boicottata a lungo dal Comando Carabinieri
presso cui il documento è conservato. Nella seduta del 28 marzo 1969, giorno
della deposizione del colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa, comandante della
Legione di Palermo, il senatore Girolamo Li Causi rammenta che “nel gennaio
1964, in occasione della sua prima visita in Sicilia, la Commissione aveva
fatto prelevare presso il comando i rapporti Malausa”(6).
Si badi bene, Li Causi parla di “rapporti” - non di
uno - segno che ne esiste almeno un altro meno depurato nelle sue parti più
scabrose. E infatti il senatore aggiunge: “In primo luogo, il rapporto
presentava indicazioni difformi nelle due versioni; questo rapporto non ebbe
nessuna efficacia finché non avvennero i fatti di Ciaculli; terzo, ci fu un
momento di grave tensione tra il comandante di allora - mi sembra si chiamasse
Fazio - e la Commissione perché (costui) si rifiutava di dare all’Antimafia
questi elenchi”(7).
Alla domanda sul perché di quelle contrarietà e sui
motivi per i quali ciò che Malausa aveva raccontato nel suo rapporto fosse
rimasto privo di attenzione, il colonnello Dalla Chiesa dichiara di non saper
rispondere in quanto, all’epoca dei fatti, lui non era ancora tornato in
Sicilia. La sua è una risposta elusiva solo in apparenza. In realtà, il nuovo
comandante non solo conosce la natura di quelle omissioni ma sta anche
aggiornando e integrando l’indagine compiuta sei anni prima da Malausa. Il
colonnello sa inoltre che occhi indiscreti potrebbero posarsi sui verbali della
sua audizione e lui non è ancora pronto a scoprire le carte.
Lo sarà un anno dopo - il 4 novembre 1970 - quando,
riascoltato dall’Antimafia, dimostrerà di conoscere perfettamente i meccanismi
di contiguità tra potere politico e criminale, tanto che a suo avviso
basterebbe “prendere in blocco le 1200 varianti che ci sono state al piano
regolatore”(8) approvato dal comune di Palermo per cominciare a fare sul serio.
Quelle varianti, sembra intendere, sono già state analizzate dal suo staff ed
hanno tutte un minimo comune denominatore in Vito Ciancimino, ossia nello
stesso uomo politico il cui nome era già noto quando il tenente stendeva il suo
rapporto. Non per nulla due mesi più tardi, il 15 gennaio del 1971, la Legione
carabinieri di Palermo trasmette alla Commissione, per cura e per conto di
Dalla Chiesa, uno studio rigoroso sulla carriera di Ciancimino, integrandola
con tutti i particolari sui legami disinvolti del personaggio.
Mentre le relazioni fra i carabinieri di Palermo e
l’Antimafia subiscono un netto miglioramento, ancora nel 1972 la cortina di
censure sulle notizie raccolte da Malausa in tema di collusioni seguita a
persistere. I dati contenuti nel rapporto sono resi pubblici col contagocce e
“sempre in termini limitati e ultraprudenti”(9).
Se ne apprende perciò soltanto la parte che riguarda
alcuni boss di borgata, con la riserva – beninteso - che il documento (nelle
entrambi due versioni commentate da Li Causi) non sia stato già oggetto di
modifiche e aggiustamenti nel suo contenuto originale. Tra i soggetti che vi
sono segnalati ce n’è uno che vanta “aderenze e amicizie alla regione
siciliana, alla prefettura, alla questura e in molti altri enti statali”(10).
Di un altro, lo si descrive come “padrone di casa”(11) della stessa questura
essendo costui proprietario dell’immobile adibito a garage per gli automezzi
della polizia. Non mancano i profili di Leonardo Vitale, primo pentito storico
di Cosa nostra, e quello di Pietro Torretta, capo-mandamento dell’Uditore e
uomo “di massimo rispetto”(12).
Torretta - appena pochi giorni prima di Ciaculli, il
19 giugno - si è reso organizzatore dell’omicidio di Girolamo Conigliaro e di
Pietro Garofalo, due mafiosi della fazione Greco attirati in casa sua col
pretesto di una trattativa. Ad aiutare il boss nell’eliminazione dei due
avversari c’è un uomo d’onore chiamato Tommaso Buscetta che parteggia per i La
Barbera, alleati di don Pietro. Molti anni dopo, da collaboratore di giustizia,
Buscetta racconterà che la guerra tra i La Barbera e i Greco è stata provocata con
l’inganno da Michele Cavataio - un sanguinario killer della famiglia Torretta -
che nel calcolo di un’ascesa più rapida ai vertici di Cosa nostra ha
deliberatamente soppresso un corriere di droga legato alla cosca di Ciaculli,
scatenando così la rabbiosa vendetta dei Greco.
Cavataio sarà anche sospettato – sempre nel racconto
buscettiano - di avere ordito il macello delle due autobombe che mette in
crisi, con l’ondata di arresti che ne consegue, l’intera organizzazione di Cosa
nostra. I conti con lui, comunque, si chiuderanno sei anni dopo, il 10 dicembre
1969, in una furibonda sparatoria negli uffici in via Lazio, a Palermo, del
costruttore Girolamo Moncada. Notevole è anche il tranello cui fanno ricorso i
suoi assassini: travestiti da poliziotti si presentano alla porta come per un
normale controllo e non appena l’uscio si apre fanno irruzione sparando a
raffica. Cavataio muore con le armi in pugno, come si conviene ad un boss
diventato leggenda fra i picciotti delle onorate famiglie. Con lui restano a
terra i suoi guardaspalle - Francesco Tumminello e Salvatore Bevilacqua - ma
anche uno del commando e il custode dei Moncada ci lasciano la pelle. L’eco
della strage di via Lazio, però, viene smorzata in meno di quarantotto ore da
un massacro ben più grave ed oscuro: quello di Piazza Fontana, a Milano.
Se la fuga dalla clinica in cui è ricoverato segna -
appena il mese prima, 19 novembre - la nuova latitanza di Luciano Liggio ed è
direttamente collegata alla fine di Michele Cavataio, c’è anche chi arriva ad
intravedere fra i due episodi un richiamo sinistro con l’attentato alla Banca
Nazionale dell’Agricoltura (13) e, dunque, con un’evoluzione sconvolgente e
torbida dei rapporti tra mafia e politica. L’ipotesi è davvero tremenda, ma
sfiora anche le valutazioni conclusive della relazione di minoranza della
Commissione Antimafia (14). Non mancheranno, in effetti, occasioni realmente
consociative tra Cosa nostra ed altre indecifrabili entità in progetti eversivi
(golpe Borghese) e nemmeno una certa singolarità in alcuni omicidi (Mattarella,
La Torre, lo stesso Dalla Chiesa) ad essa accreditati. Tuttavia è proprio la
persistenza ormai storica di queste oscurità a rafforzare il dubbio di una
convergenza d’interessi altrettanto inconfessabili nella sfortunata morte del
tenente Malausa.
A qualcuno i pochi dati emersi dal memoriale reso
pubblico, e qui ripercorsi, potranno apparire frammentari, generici, troppo
isolati – magari - per tirare una conclusione che conforti la drastica
necessità di Ciaculli. Non dimentichiamo, però, che nella feroce contingenza
della guerra tra i La Barbera e i Greco - scenario sul quale Malausa prepara il
suo rapporto - l’eliminazione di un segugio attento a quei temi e quindi
molesto tanto per i mafiosi che per i loro amici coperti, diventa meglio
mimetizzabile e ancor meglio realizzata se il bersaglio viene a trovarsi nel
posto e al momento giusto. In altre parole, nelle circostanze di una tragica
quanto opportuna fatalità.
Note
(1) Vitaliano Brancati, I Piaceri,
Bompiani Editore, Milano, 1980, pag. 5.
(2) Giuseppe Di Lello, Giudici,
Sellerio Editore, Palermo, 1994, pag. 92.
(3) Nicola Tranfaglia, Mafia,
politica e affari. 1943-91, Laterza Editori, Bari, 1992, pag. 65.
(4) G. Di Lello, Op. cit., pag. 92.
(5) Rosario Poma, Enzo Perrone, La
mafia. Nonni e nipoti, Vallecchi Editore, Firenze, 1973, pag. 65.
(6) N. Tranfaglia, Op. cit., pag. 65.
(7) Ibidem, pagg. 65-66.
(8) AA.VV. Morte di un generale,
Mondadori Editore, Collezione Gli Oscar, 1983, pag. 31.
(9) Emanuele Macaluso, La mafia e
lo Stato, Editori Riuniti, Roma, 1972, pag. 109.
(10) Ibidem, pag.110.
(11) Ibidem.
(12) Salvatore Lupo, Storia della
mafia, Donzelli Editore, Roma, 1993, pag. 186.
(13) La tesi è contenuta in: Giorgio
Galli, La regia occulta, Marco Tropea Editore, Milano, 1995. Dello
stesso autore vedi anche i capitoli conclusivi di: La sfida perduta.
Biografia politica di Enrico Mattei, Bompiani Editore, Milano, 1976.
(14) Commissione parlamentare
d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia, VI legislatura. Relazione
conclusiva di minoranza dei parlamentari La Torre, Benedetti, Malagugini,
Adamoli, Chiaromonte, Lugnano, Maffioletti, Terranova. 4 febbraio 1976.
Vedi anche: La Repubblica, 14 gennaio 1976.
Maschere e pugnali
Era il 7 gennaio 1973 quando apparvero per la prima
volta, sul rinnovato Corriere della Sera, le invettive del
Pasolini corsaro. Fino a quel momento il giornale di via Solferino non aveva
debordato molto dalla linea editoriale apprezzata per decenni dalla buona
borghesia italiana. Ci pensò Pasolini ad apportarvi un po' di sana eversione
con i suoi scritti di cui il primo intervento - quello contro i capelli lunghi
- è rimasto forse il più celebre. C'è un passaggio, in quel pezzo, ancora
pregnante: "Una sottocultura di destra può benissimo essere confusa con
una sottocultura di sinistra"(1).
Oggi che non si sa bene cosa sia la destra e cosa la
sinistra quelle parole sembrano scritte apposta, ma allora il riferimento era
molto più allusivo. L'omologazione dei capelli lunghi, secondo Pasolini, poteva
anche diventare complice di una mimesi inquietante, tanto da rendere
addirittura impossibile il "distinguere dalla presenza fisica un
rivoluzionario da un provocatore". Non è a caso, anzi, che proprio in quell'articolo
venga citato a mo' di esempio il nome di un personaggio, tristemente noto per
le sue imprese, quando l'autore afferma che "ormai migliaia e centinaia di
migliaia di facce di giovani italiani, assomigliano sempre di più alla faccia
di Merlino"(2).
Mario Merlino, detto Mago magò per i suoi
trasformismi, era infatti divenuto sinonimo d'infiltrazione e provocazione per
il ruolo da lui sostenuto nella vicenda di Piazza Fontana. Troppo conosciuta è
tuttavia la storia che lo riguarda, mentre più sfumata e sfuggente appare
quella di un'altra figura, soltanto lambita dalle indagini sulla strage del 12
dicembre. Se il retroscena dell'attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura
è torbido, non sono da meno gli elementi a carico del soggetto in questione. Un
rapporto della questura milanese ne stabilisce carattere ed attitudini, queste
ultime tutt'altro che lusinghiere: "Invertito, sbandato, vagabondo,
sfrontato, assolutamente amorale, figlio a quanto afferma di martire fascista,
fuggito da casa minorenne"(3).
È curioso che della serie di definizioni usate in
quel rapporto, il giudice Antonio Amati - ex ufficiale dei carabinieri e
consigliere al Palazzo di Giustizia di Milano - ne ripeta buona parte nella sua
istruttoria sui fatti del 12 dicembre: "Personaggio ambiguo, vagabondo e
sfrontato, assolutamente amorale, nostalgico e simpatizzante, stranamente,
nello stesso tempo, di elementi di estrema sinistra"(4). Se ne ricava che
il giudice si sia fidato del rapporto steso dalla questura reiterando la scarsa
affidabilità e l'ambivalenza equivoca del personaggio che, malgrado i suoi
requisiti, potrà uscire da ogni altro accertamento in mancanza di dolo. Tale
mancanza, peraltro, rimarrà finanche sospesa nella sentenza della Corte di
Assise di Catanzaro che il 23 febbraio 1979 chiude il primo processo per la
strage di Milano. Di lui restano tracce negli atti ormai polverosi di una
storia mai conclusa del tutto e che ha in Giuseppe Pinelli, ferroviere di fede
anarchica, uno degli aspetti più tragici. Quando Antonio o Antonino Sottosanti,
più conosciuto negli ambienti che frequenta con l'appellativo di Nino il
fascista, resta impigliato nelle prime indagini sulla strage, ha
quarantadue anni e una vita - se non avventurosa - più che movimentata alle
spalle. E' un uomo che ha fatto mille mestieri, spostandosi tra Italia,
Germania e Olanda, con una puntata triennale nella Legione Straniera dov'era
fuggito nel '59 dopo un matrimonio e una figlia. Ondivago ma non troppo nelle
sue simpatie politiche, Sottosanti è un uomo d'ordine, "passa di volta in
volta dall'Msi al gruppo delle “camicie verdi”, poi alle SAM (squadre d'azione
Mussolini) quindi alla CNR (costituente nazionale rivoluzionaria, capeggiata
dal trafugatore della salma di Mussolini) e infine approda alla Nuova
Repubblica di Pacciardi"(5). Del duce è un fanatico ammiratore, tanto
dal tenerne un'immaginetta nel portafogli, ma tra l'estate e l'autunno del 1969
si converte all'anarchia, una conversione forse non del tutto inopportuna.
L'aria della provocazione tira forte su Milano, in
quei giorni. Sottosanti "si presenta agli anarchici con una sola carta da
visita: un periodo tra i provos di Amsterdam, per imparare a fabbricare e usare
le bombe fumogene"(6). E' così che conosce Pino Pinelli, animatore del
circolo del Ponte della Ghisolfa, uomo mite e portato a fidarsi del prossimo
con molta faciltà, tanto da affidare al nuovo arrivato la consegna di pacchi e
danaro per i compagni incarcerati a San Vittore. Ce ne sono diversi in galera,
di loro, in quel momento: il 25 aprile, alla Fiera di Milano, sono scoppiate
due bombe e gli "indizi" raccolti hanno portato al fermo di una
quindicina di anarchici. Fra di essi c'è anche Tito Pulsinelli, arrestato per
aver abbandonato un pacco dinamitardo davanti una caserma di Pubblica Sicurezza
in corso Magenta.
Quando Sottosanti avvicina Pinelli, ha da poco
lasciato il posto di custode della sede di Nuova Repubblica, in via San
Maurilio, per trasferirsi in Sicilia. Ciò non gli impedisce di fare frequenti
trasferte a Milano, avendo dei parenti che risiedono a Pero dove va a
pernottare. I rapporti con Pinelli sono abbastanza buoni anche se la moglie del
ferroviere non li digerisce per niente - e ha ragione - perchè Sottosanti non
ha affatto cambiato idea, crede in Pacciardi ed è convinto che con lui "si
arriva prima a Roma"(7). Inoltre, la sua disinvoltura nel bazzicare tanto
i neofascisti che gli anarchici puzza di provocazione, soprattutto la sua
amicizia con Serafino Di Luia e Giorgio Chiesa - due ultrà di destra - è
sospetta, i tre sono stati anche vicini di camera nella pensione dove
Sottosanti alloggiava. La situazione dell'amico di Pinelli in carcere, intanto,
non si sblocca e Sottosanti propone di testimoniare in suo favore, una falsa
testimonianza, per scagionarlo procurandogli un alibi che lo discolpi
dall'affare di corso Magenta. Pinelli ci pensa, è perplesso, ma Nino il
fascista è l'unico che può tirar fuori di galera Pulsinelli, proprio la sua
estraneità al mondo anarchico è una garanzia di buonafede per i giudici, e
purtroppo accetta. Il mattino del 12 dicembre Sottosanti si presenta a casa
Pinelli per pranzare e incassare le quindicimila lire di rimborso per la sua
prestazione a favore di Pulsinelli. Sono le 11,30. Pino dorme ancora quando lui
arriva, ha fatto il turno di notte alla stazione ed è rientrato alle sette, ma
si alza e prepara da mangiare mentre la moglie, stizzita per quell'intruso,
esce a far la spesa. Il pranzo, poi, si svolge tra i silenzi di Licia Pinelli e
la domestica conversazione di Sottosanti con il capofamiglia, non si parla
comunque di politica. Alle 14,30 Pinelli e il suo ospite scendono al Bar
Fabiani, in via Morgantini, per un caffè. Pino scambia qualche battuta con gli
amici che notano quella faccia nuova, una faccia che rammenta qualcuno, quindi
i due escono dal locale diretti alla vicina Banca del Monte per cambiare un
assegno firmato dal ferroviere. L'operazione dura pochi minuti, Sottosanti
intasca il contributo-spese e saluta Pinelli, ha una corriera per Pero che
parte da piazzale Cadorna alle quattro. Le lancette dell'orologio segnano le
tre appena passate. Trenta o quaranta minuti più tardi, il tassista Cornelio
Rolandi accoglie sulla sua Fiat "600" multipla uno strano passeggero.
L'uomo ha un che di scostante, sbatte con forza lo sportello e, perentorio,
dice all'autista di dirigersi da Piazza Beccaria verso Piazza Fontana che è
distante poche decine di metri. L'uomo ha una borsa di pelle nera, Rolandi la
sbircia quando il passeggero gli ordina di fermarsi e di aspettarlo, quindi
costui scende di vettura. Passano pochi minuti ed eccolo di ritorno, però
quella borsa è sparita. L'uomo rimonta e si fa scaricare all'angolo di via
Albricci. Alle 16,37 Piazza Fontana è sconvolta da una spaventosa esplosione.
Alla fine del 1969 uno dei giornali più informati
sulla situazione italiana è il settimanale inglese The Observer. Questi
non solo ha prodigiosamente previsto con giorni d'anticipo (7 dicembre) la
strage individuandone, peraltro, la matrice neofascista, ma è anche al corrente
che il maggior beneficiario della strategia della tensione varata con Piazza
Fontana è la destra moderata, non quella estremista: "L'obiettivo è di
preparare le condizioni di una riforma costituzionale paragonabile a quella
introdotta da De Gaulle nel 1958"(8), per favorire appunto il sorgere di
una repubblica presidenziale di cui, in Italia, proprio il movimento di
Randolfo Pacciardi è tra i principali sostenitori. La curiosa circostanza del
periodico inglese così ben informato è trascritta anche nell'istruttoria del
giudice Guido Salvini che per rinviare a giudizio, dopo trent'anni, esecutori
ed organizzatori dell'attentato, ha dovuto ricostruire un'epoca. Scrive il
magistrato che due testimoni, Edgardo Bonazzi e Giampaolo Stimamiglio, già
appartenenti alle cellule neofasciste coinvolte nella strage, "hanno
accennato ad un militante di destra, sosia di Pietro Valpreda, che doveva
entrare in azione a Milano per chiudere il cerchio intorno alla vittima
predestinata, funzionando da controfigura certamente idonea ad essere riconosciuta
nella persona di Valpreda dall'ignaro tassista"(9).
Vittima predestinata non è il solo Valpreda ma anche,
e principalmente, Giuseppe Pinelli perché quando il ferroviere si ritrova in
questura la sera stessa del fattaccio, dopo aver seguito di sua spontanea
volontà il commissario Luigi Calabresi, non immagina neppure in quale diabolico
disegno è caduto. Costretto a tacere del suo incontro con Sottosanti per via
dell'alibi di Pulsinelli, senza perciò molte frecce nel suo arco quando i
poliziotti gli contestano i movimenti che ha avuto nel pomeriggio, Pinelli
comincia a capire. Presto il gioco si fa duro e scoppia la tragedia, il
ferroviere precipita dalla finestra della stanza al quarto piano di via
Fatebenefratelli durante un interrogatorio serratissimo nella notte del 15
dicembre. La versione del suicidio non convince nessuno, "la chiave della
tragedia resta affidata alle sei parole pronunciate da un funzionario della
polizia: <Quando gli abbiamo detto quella frase...>"(10). Quale
frase? Non si saprà mai con certezza, forse un nome, un riferimento, meglio
ancora, un'illuminazione.
Antonio Sottosanti è uno che ha fatto mille mestieri,
come già detto. Non mancano, al suo attivo, alcune sortite nel mondo dello
spettacolo: comparsa per il cinema e generico per alcuni fotoromanzi. La sua
faccia è apparsa anche in un fotofumetto dal titolo "Il cavaliere del
fiume" pubblicato sul periodico Bolero Film. Nulla di male, se i
lineamenti dell'attore improvvisato non ricordassero molto da vicino quelli di
un altro. Ad un giornalista che gli mostra una foto di scena con il volto di
Sottosanti, il tassista che ha caricato il misterioso passeggero sulla sua
vettura esclama: "Ma via, quella è una foto del Valpreda
ritoccata...". E' questa la prima reazione di Cornelio Rolandi, il
supertestimone d'accusa di Pietro Valpreda, nell'osservare quelle fattezze
(11). C'è davvero questa somiglianza? C'è e come, le foto di Nino il fascista
fanno il giro delle redazioni senza che però riescano a comprovare uno scambio
di persona. Eppure, di sosia del Valpreda, in quel periodo ce n'è almeno un
altro che gira per Milano, si chiama Gino e frequenta il Bar
"Gabriele" di via Mercato. Forse, di queste somiglianze, deve
essersene ricordato anche il povero Pinelli, prima di cadere da quella finestra.
Quel che è certo è che il ferroviere conosceva bene Valpreda, tanto da averci
pure litigato, e alla contestazione del suo nome per la strage non può non aver
messo insieme i pezzi: l'apparizione di Sottosanti, il suo offrirsi come
testimone dì Pulsinelli, l'assegno di quindicimila lire che da solo bastava ad
incastrarlo, sono tracce che portano ad una sola conclusione.
Le somiglianze non si fermano qui. Ve n'è un'altra
che riguarda la cassetta metallica che conteneva la bomba collocata nella sede
della Banca Commerciale di Piazza della Scala, fortunatamente inesplosa. A
farla brillare ci penseranno gli stessi inquirenti, distruggendo così una prova
preziosissima. In un primo momento non si capisce se insieme alla bomba sia
brillata anche la cassetta, poiché sembra che il modello faccia parte anche
dell'arredamento della sede in via San Maurilio di Nuova Repubblica, dove
Sottosanti prestava servizio come custode e che avrebbe trattenuto in conto
stipendio, "ma poi la cassetta originale salta fuori e i sospetti si
allontanano"(12).
La faccenda della cassetta, ad ogni modo, resta
irrisolta almeno per un aspetto: il numero di serie. Un rapporto della questura
di Milano del 17 dicembre 1969 afferma trattarsi di esemplare recante sigla
13/4 A. Altra cifra è invece indicata nella perizia eseguita
dall'ingegner Teonesto Cerri, esperto in esplosivi. La sua relazione stabilisce
che la cassetta della Comit "è senz'altro del tipo 14/4"(13).
In questa discrepanza s'inserisce l'episodio di Amos
Lassis, un tizio - "forse" di origine greca - il quale all'inizio di
luglio del 1970 si presenta alla polizia per denunciare un commerciante di
Rossano, tale Enrico Karanastassis, che confezionerebbe ordigni esplosivi su
commissione e nel cui negozio di ferramenta ha in deposito cassette dello
stesso tipo di quella repertata nella Banca Commerciale. Casa e negozio del
titolare vengono così perquisiti e si scopre che, accanto alla giacenza di tre
cassette metalliche "Juwell" e un timer dal quadrante simile a quello
fatto brillare dagli improvvidi artificieri, ci sono anche numerose pallottole
e cartucce da guerra non denunciate. Le cassette fanno parte di un'ordinazione
all'importatrice "Parma" e sono il residuo di uno stock di otto
esemplari commissionati da Karanastassis. Questi esibisce copia di ordinazione
e fattura dicendo che le cinque cassette mancanti sono state vendute a clienti
occasionali, non identificabili. Viene perciò steso un verbale di perquisizione
da cui risulta che le tre cassette trovate in deposito sono dei tipi 13/3, 13/3
A e 13/4. Tutto il materiale non viene sottoposto a sequestro, in quanto
"non si hanno ragioni per ritenere che il soggetto svolga attività
terroristiche né che sia in contatto con gruppi o persone dediti al
terrorismo"(14). Fotocopia di ordinazione e fattura esibite da
Karanastassis è allegata al verbale, complicando ancora di più la storia.
L'ordinazione, infatti, parla di ben venti cassette commissionate, mentre in
fattura sono riportati dieci esemplari. Tenuta per buona la fattura, esistono
comunque due cassette in più di quelle dichiarate dal commerciante.
Non è finita. C'è un modello, il 13/4 giacente in
deposito e non citato nei documenti contabili, che è del tutto simile a quello
adoperato per Piazza della Scala. Come se poi tutto questo non dovesse bastare,
anche l'articolo 14/4 citato dall'ingegner Cerri nella sua perizia ricorda
molto da vicino una delle cassette di Karanastassis. Succede perciò che
l'articolo 13/4, già assente su ordinazione e fattura ma in dotazione al titolare
del negozio, viene trasformato in 23/4 nel rapporto della questura
milanese del 7 luglio 1970: "il rapporto è firmato dal commissario
Calabresi"(15).
Anche Karanastassis e Lassis (o Lassi, italianizzato
da alcuni) vengono lasciati perdere, mentre l'indecenza del balletto delle
cifre non spiega come sia finita nella sede di via San Maurilio quella cassetta
presa in acconto dall'ex custode di Nuova Repubblica. L'ipotesi che
Sottosanti, una volta lasciato Pinelli, sia arrivato a Piazza Beccaria per montare
sul taxi di Rolandi allo scopo di farsi "riconoscere" come Valpreda,
non è tanto peregrina ma i giudici non potranno dimostrarla. Però, se non c'è
prova che sia stato lui a salire su quella vettura, non vi è neanche la
"matematica certezza" (16) del contrario. Ciò basta a far uscire per
sempre Nino il fascista dai successivi gradi di giudizio. Il gioco degli
inganni, tra maschere e pugnali, si conclude così. Non ne mancheranno altri
nella nuova stagione politica italiana segnando il momento più tragico della
nostra storia.
Note
(1) Pier Paolo Pasolini, "Contro
i capelli lunghi", Corriere della Sera, 7 gennaio 1973. Articolo
contenuto anche in Scritti corsari, Garzanti-Einaudi, Milano-Torino.
(2) Ibidem.
(3) Marcello Del Bosco, Da Pinelli
a Valpreda, Editori Riuniti, Roma, pag. 64.
(4) Ibidem.
(5) Ibidem.
(6) AA.VV., Le bombe di Milano,
Ugo Guanda Editore, Parma, pag. 199.
(7) Ibidem.
(8) Fabrizio Calvi - Frederic
Laurent, Piazza Fontana, Mondadori, Milano, pag. 125.
(9) Ibidem, pag. 99.
(10) AA.VV., Le bombe di Milano,
Op. cit., pag. 150.
(11) Ibidem, pagg. 127 e 230.
(12) Ibidem, pag. 199.
(13) Marco Sassano, Pinelli: un
suicidio di stato, Marsilio Editori, Padova, pag. 128.
(14) Ibidem.
(15) Ibidem.
(16) Sentenza della Corte di Assise
di Catanzaro, 23 Febbraio 1979. Citato anche in: Giorgio Boatti, Piazza
Fontana, Feltrinelli, Milano, pag. 68.
Un candido massacro
Via Maqueda, ore 20. E' il 22 ottobre1970. La
secentesca strada palermitana, ora un ghetto di attività ai limiti del lecito,
è una strada malfamata quanto basta per assistervi, quasi ogni sera, allo
scoppio improvviso di baruffe e schiamazzi. E' qui che ha sede un alberghetto -
il "Sicilia" - gestito da Candido Ciuni, 44 anni, di Ravanusa. Il
suo, per la verità, ha più l'aspetto di una locanda che di un albergo, ricavato
com'è da un appartamento di dieci stanze con annesso salone. Un riparo alla
buona, per coppiette irregolari, ma forse anche per chi il riparo lo cerca per
altri motivi.
Proprio a quell'ora Ciuni sta rincasando, fa appena
in tempo a varcare l'androne quando l'intero quartiere piomba nel buio. E'
mancata la luce - mancherà per più di quindici minuti -
"presumibilmente" per un guasto, il tempo necessario per accoltellare
più volte il gestore del "Sicilia". Ciuni cade a terra in un lago di
sangue, è ferito tanto gravemente che i suoi aggressori - due o forse tre
persone - lo credono morto e si dileguano. L'uomo però respira ancora, soccorso
dai familiari viene portato di corsa al Civico, l'ospedale di zona, e
sottoposto ad un lungo e delicato intervento al quale riesce a sopravvivere.
Per il momento, almeno.
L'agguato di via Maqueda sembrerebbe quasi un banale
regolamento di conti, proprio da ghetto di pensioncine compiacenti, eppure c'è
quel black-out durato un quarto d'ora a rendere nell'immaginario palermitano e
nel pigro lavoro d'indagine della Squadra mobile l'idea di un'anomalia. La
stessa circostanza si è verificata la sera del 16 settembre, quando il
giornalista Mauro De Mauro è stato prelevato sotto casa ed è scomparso nel
nulla.
Candido Ciuni si ristabilizza in pochi giorni, non
apre bocca sull'aggressione rifiutando di vedere i cronisti ed eludendo le
domande dei poliziotti. Costoro non ci pensano neanche a tenerlo d'occhio, la
stanza d'ospedale dove Ciuni e sua moglie sono allogati rimane senza
protezione. Si dirà poi che mancando contro di lui "accusa di reato",
il piantonamento sarebbe stato non solo inutile ma ingiustificato: una
motivazione che ha del paradossale perché Ciuni, sia pure con la bocca cucita,
qualche segnale lo emette. Ed è un segnale di paura, di malcelato terrore che
si manifesta ogni sera nella precauzione di far chiudere a sua moglie -
Antonina Orlando - la porta della stanza che li ospita al Civico a doppia
mandata.
Si arriva così al 28 ottobre. Ciuni dovrebbe essere
dimesso l'indomani, ma quella sera stessa , alle 22,30, quattro persone in
camice bianco si presentano al portone dell'ospedale. Il custode, scambiandoli
per quattro sanitari, li fa entrare e si ritrova con la canna di una pistola
puntata alla faccia. Uno dei quattro gli ordina di stendersi a terra mentre gli
altri si avviano alle scale, sanno già dove dirigersi - alla stanza numero 6 -
però non basta. Afferrano l'infermiere di turno intimandogli di bussare alla
porta dei Ciuni: "Di' che c'è il medico per una visita di
controllo"(1). La scusa potrebbe anche non funzionare, ma è già pronto il
rimedio. Un'ascia da pompiere spunta da sotto il camice di uno dei killer pronta
per abbattere la porta. Col cuore in gola l'infermiere bussa e Antonina
Orlando, riconoscendone la voce, gira la chiave nella serratura. La porta si
spalanca con un calcio, il commando irrompe nella stanza fra le urla della
donna gettata a terra e spara un'infinità di colpi contro Ciuni, massacrandolo.
Poi, a passo di corsa, i tre rifanno il percorso, raggiungono il compare e
spariscono nel buio.
L'assalto all'ospedale civico, vera e propria azione
militare, ha un effetto dirompente. Angelo Vicari, capo della Polizia, vola
nella notte a Palermo mentre posti di blocco sono allestiti in tutta la zona
occidentale dell'isola. Furioso con i suoi uomini per la micidiale
trascuratezza verso la vittima, Vicari è soprattutto inquieto per i significati
nascosti del delitto Ciuni. Forse, da buon siciliano, avverte il segno
intangibile di un collegamento fra quella uccisione e il sequestro di Mauro De
Mauro. Ma ne avrebbe di ragioni, il capo della polizia, per inquietarsi davvero
se sapesse ciò che si va addensando per dicembre, addirittura un golpe. Un
golpe che vede coinvolti pezzi dello stato, neofascisti e uomini d'onore,
questi ultimi pure con il compito di farlo fuori senza complimenti.
I principali quotidiani di Palermo riportano il
giorno dopo, giovedì 29 ottobre 1970, tutti lo stesso commento: "Se
Candido Ciuni fosse morto sette giorni fa, il caso sarebbe stato archiviato
come un delitto qualunque, di quelli che possono capitare in qualsiasi città
(...) Eppure Ciuni sapeva di essere stato condannato a morte. Perché non ha
voluto fare i nomi degli assalitori di mercoledì dell'altra settimana?
Accusandoli, avrebbe coinvolto anche se stesso? C'è da supporlo. Secondo lo
staff degli investigatori, Ciuni doveva essere legato ai suoi primi assalitori
e, poi, agli assassini da un grosso segreto. Forse qualche fatto di sangue,
forse qualche cosa di più grosso"(2).
Candido Ciuni vivo, comunque, non era di sicuro un
sant'uomo. Ad attestarlo sono i suoi precedenti penali: processato nel marzo
1959 presso il tribunale di Caltanissetta per truffa; diffidato dalla questura
di Agrigento nel giugno 1961; processato, ancora ad Agrigento, per
appropriazione indebita e falso in cambiali; denunciato a Palermo, nel 1963,
per ingiurie e lesioni a sua sorella; denunciato di nuovo, nel 1967, per
lesioni personali, ingiurie e minacce. Piccoli reati, certo, ma proprio la loro
bassa entità indica nella sua uccisione qualcosa d'incongruo. Il ferimento in
albergo, ad esempio, paventato da Antonina Orlando come assai improbabile
contrasto d'interessi sorto fra suo marito e alcuni concorrenti in affari, è
irrapportabile alla mortale sanzione del Civico. E difatti, quando Ciuni viene
ammazzato l'atteggiamento della donna cambia. Ad ascoltarla con attenzione ci
sarà un giudice istruttore particolarmente sveglio e preparato in materia di
mafia: Cesare Terranova.
Mentre i cronisti persistono nel sostenere che lo
scopo in entrambi le aggressioni era quello di uccidere proprio "per
evitare che prendesse corpo un pericolo, sino a quel momento latente, per le
persone di cui l'albergatore conosceva i segreti"(3), Palermo si diverte
col suo cinismo abituale sul movente del delitto, appunto il grosso segreto.
L'analogia con il sequestro De Mauro, però, è tutta qui, in quell'aggettivo -
"grosso" - che racchiude la scomparsa del giornalista vicino a
qualcosa d'importante prima d'essere rapito. Sarebbe istruttivo seguire la
genesi di un'illazione, ma in Sicilia - e soprattutto a Palermo - è difficile
se non impossibile stabilirne la provenienza. Le illazioni, si sa, alimentano a
loro volta chiacchiere, dicerie, malignità. Non ne mancano sul conto di De
Mauro, forse non del tutto disinteressate, ma sono altrettanto assenti sul
conto di Candido Ciuni. Quest'assenza non si spiega solo con la marginalità del
piccolo pregiudicato rispetto al giornalista di punta, fa parte di uno stesso
copione. Nessuno, tanto per dirlo, si sforza di rilevare che lo stesso mestiere
di Ciuni, titolare di un infimo albergo in una zona di Palermo tutt'altro
che tranquilla, è anche uno dei mestieri più adatti per osservare (e riferire)
quel che succede nel sottobosco cittadino.
Nulla di scandaloso, quindi, se accanto all'attività
di albergatore l'uomo possa averne abbinata un'altra, forse occasionale ma non
rara in quel contesto, vendendo o cedendo qualche informazione per non
incorrere, magari, in certe noie per i suoi trascorsi penali. Ma di questo non
si parla. Si parla invece, a proposito di De Mauro, di una strana circostanza
in cui il giornalista si sarebbe trovato poche sere prima di scomparire.
Di ritorno da una cena sul lungomare, egli avrebbe
assistito in macchina ad un violento alterco fra due protettori, sarebbe perciò
sceso dalla vettura per mettere pace fra i litiganti senza alcun timore di
finire accoltellato. E' nel carattere dell'uomo - si dice - questo tipo di
bravate, però l'episodio confermerebbe anche il coraggio professionale che De
Mauro aveva più d'una volta dimostrato accostandosi a quel mondo che pure Ciuni
conosceva, talvolta proprio per trarvi confidenze per i suoi articoli. La
notizia esplosiva costata tanto cara al cronista, dopotutto, potrebbe essere
scaturita da lì, dai bassifondi. I primi indizi, almeno. A conforto di un
possibile collegamento fra l'uccisione di Ciuni e il sequestro di via
delle Magnolie c'è anche un nome, quello di Giuseppe Di Cristina. E' Antonina
Orlando ad accusarlo quale mandante del delitto. La donna non soltanto ne
riferisce il nome al magistrato, ma altresì consegna a questi un effetto molto
personale, un paio di pantaloni: "Questi calzoni sono la prova che il Di
Cristina frequentava l'albergo "Sicilia", non per alloggiare ma per
prendere parte a riunioni con <quelli> di Ravanusa. Questi calzoni me li
diede un giorno perché io glieli lavassi e stirassi"(4).
Dunque in quell'albergo si svolgevano riunioni - di
che genere, non lo sappiamo - con Di Cristina partecipe. Teniamo però conto del
periodo: estate-autunno 1970. Ma chi è, intanto, Giuseppe Di Cristina? Per le
anime belle è un galantuomo, funzionario della tesoreria di una holding dell'EMS,
l'ente minerario siciliano presieduto dall'ex senatore Graziano Verzotto. Per i
bene informati è invece un uomo "di panza", di primissima panza,
capocosca di Riesi e nel direttivo di Cosa nostra. A guardare bene, anzi, Di
Cristina rappresenta qualcosa di più del mafioso tradizionale, è un colletto
bianco, uno che ha cercato la rispettabilità oltre che il rispetto nel decoro
professionale e nei titoli accademici. Come lui è Stefano Bontade, laureato in
giurisprudenza, colto, massone e poco incline a simpatie verso gli zappaterra
di Corleone: i Liggio, i Riina e i Provenzano. E' assodato, inoltre, che Di
Cristina -compare d’anello di Graziano Verzotto, suo testimone alle nozze - è
ben conosciuto anche da Mauro De Mauro che di lui ha scritto su una rivista
in questi termini: "Si prenda il caso del dottor Di Cristina, figlio del
defunto boss di Riesi e lui stesso considerato elemento di massimo prestigio
nel giro, assegnato per due anni al confino. Tornato a casa ha trovato bella e
pronta l'assunzione alla società mineraria siciliana"(5). Al ritratto qui
accennato, il giornalista aggiunge i particolari legati alla lettera di
assunzione firmata dal segretario della Sofis, Aristide Gunnella, ma ciò non
gli impedisce di coltivare rapporti con il presidente dell'EMS fino al 14
settembre 1970. Verzotto, infatti, è una delle ultime persone che De Mauro
incontra. Qualche anno dopo, l'ex senatore scivolerà su una storia di fondi
neri subendo pure uno strano attentato per poi eclissarsi in Libano e quindi in
Francia. Tornerà quando le acque per lui - quelle mafiose prima che giudiziarie
- si saranno finalmente chetate.
L'articolo di De Mauro è del 1968 e Di Cristina ha
buona memoria, ma al principio di quel settembre 1970 ci sono altre cose che
gli stanno a cuore. Cosa nostra, all'inizio dell'estate, ha avviato contatti
con strane figure, emissari del principe Junio Valerio Borghese, ex comandante
della X Mas di cui, guarda un po', De Mauro ha in gioventù fatto parte. Quelle
persone hanno offerto all'onorata società la partecipazione ad un golpe, un
colpo di stato che dovrebbe mandare a piede libero parecchi picciotti e Di
Cristina ne è entusiasta, è uno dei boss più attivi nel perorarne il progetto.
Di avviso diverso è Luciano Liggio che ha buone ragioni per diffidare di quel
piano, prima fra tutte la certezza che - in caso di riuscita - il prestigio del
capofamiglia di Riesi e dei suoi alleati avrebbe finito con lo schiacciare lui
e i corleonesi. L'operazione è prevista per la notte dell'Immacolata, 8
dicembre, e uno degli obiettivi affidati agli uomini d'onore è Angelo Vicari,
il capo della Polizia. Le trattative vanno avanti fra luglio e settembre, ma
ancora oggi - a dispetto delle testimonianze dei collaboratori di giustizia - i
luoghi dove queste avvengono non sono del tutto chiari.
Nel luglio 1970 la polizia stradale, in zona
confinante, ferma "un'auto di grossa cilindrata proveniente dalla Svizzera
e diretta a Milano"(6). A bordo ci sono cinque persone: Gerlando Alberti,
Tommaso Buscetta, Salvatore Greco, Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calderone. Un
rapporto dell'FBI parla di un presunto vertice tenuto a Zurigo al quale i
cinque avrebbero preso parte per la decisione di "importanti azioni
criminose"(7). E' ben strano, dunque, che nelle versioni rese quattordici
anni dopo dallo stesso Buscetta - nel frattempo divenuto il principale teste
d'accusa contro Cosa nostra - la Svizzera sia quasi del tutto estromessa, al
più è un luogo di passaggio suo e del solo Salvatore Greco che, dal Perù,
lo ha chiamato negli Stati Uniti per la faccenda del golpe: "Greco mi
disse che occorreva che entrambi ci recassimo subito in Italia per un fatto
molto importante. Fissammo un appuntamento per Zurigo e io accettai l'invito,
nonostante che in Italia fossi latitante. A Zurigo, nello stesso aeroporto,
prendemmo a noleggio un'autovettura Volvo e ci recammo direttamente a
Catania"(8).
Spariscono da questa versione i nomi degli altri per
ricomparire - e nemmeno tutti - nel viaggio inverso, quello che dalla Sicilia
li fa spostare prima a Roma e poi a Milano. Lo spostamento a Roma riguarda
Calderone e Di Cristina che, insieme ad un gruppo di massoni catanesi e
palermitani, devono incontrare Borghese. Non si capisce perché con loro non ci
siano anche Buscetta e Greco, i quali ripartono (sempre in macchina) da Catania
per raggiungerli nella capitale e proseguire insieme il viaggio verso Milano,
allo scopo d'incontrare Badalamenti, "allora al soggiorno obbligato in un
paese dell'Italia settentrionale"(9). Fra il verbale della polizia stradale,
il rapporto FBI e il racconto di Buscetta i conti non tornano, il quadro è
sicuramente confuso, gli spostamenti non del tutto comprensibili e la presenza
di alcuni è incerta. Ma almeno su un dato non c'è discrepanza: in Sicilia, fra
Catania e Palermo, si sono comunque svolti incontri e consultazioni per
l'operazione prevista in dicembre. E' giusto allora domandarsi perché mai Di
Cristina tenesse riunioni nell'albergo di Candido Ciuni, proprio in quel
periodo e dimenticandovi persino i pantaloni, anche se questa domanda, con lo
scenario appena descritto, potrebbe apparire oziosa.
Non è affatto oziosa, invece, l'anomalia del delitto
Ciuni sotto il profilo esclusivamente criminale: dal black-out in via Maqueda,
al mancato controllo in ospedale, fino alla "consapevolezza" degli
assassini – muniti di scure - che già sanno verso quale porta dirigersi. E c'è
di più. Un altro dettaglio, anch'esso sibillino, è nel ritrovamento in quella
stanza d'ospedale di un bossolo calibro 9 inesploso. La stranezza è nel fatto
che i killer si sono serviti di armi a tamburo per far fuori l'albergatore:
tutte le ferite prodotte sul suo corpo appartengono a pistole non automatiche,
probabilmente usate proprio per evitare l'espulsione di bossoli e più accurate
perizie balistiche. Come si spiega, perciò, quel proiettile di calibro diverso
e adatto solo per modelli d'automatica? Gli inquirenti dicono che il reperto
può essere caduto dalla tasca di uno degli aggressori e che questi, nella
baraonda, non se ne sia accorto. La spiegazione è semplice e non occorrerebbe
nemmeno ribattere che è strano portarsi dietro munizioni inservibili, per armi
diverse da quelle che si devono usare. Ma, stranezza nella stranezza, sul
bossolo repertato sono anche riscontrabili tracce di polvere protettiva non
conforme alla normale produzione. E' soltanto un accenno, chi può mai badarci
in quell'autunno 1970?
Forse orecchie allenate ai messaggi, nessun altro. Di
armi e munizioni non convenzionali usciti da depositi clandestini se ne parlerà
soltanto vent'anni dopo e per una storia altrettanto irrisolta:
"Gladio".
Ma questa è già un'altra storia. Forse.
Note
(1) Giuliana Saladino, De Mauro.
Una cronaca palermitana, Feltrinelli, Milano, pag. 78.
(2) Estratto dai quotidiani Il
Giornale di Sicilia e L'Ora, 29 Ottobre 1970 e gg. seg.
(3) Ibidem.
(4) Rosario Poma - Enzo Perrone, La
Mafia. Nonni e nipoti, Vallecchi, Firenze, pagg. 285-286.
(5) Riccardo De Sanctis, Delitto
al potere, Samonà e Savelli, Roma, pag. 82.
(6) Silvestro Prestifilippo, Mafia:
quarta ondata, Guida, Napoli, pag. 57.
(7) Ibidem.
(8) Silvestro Montanaro - Sandro
Ruotolo, La vera storia d'Italia, Pironti, Napoli, pag. 668.
(9) Ibidem, pag. 669.
Qualcuno in ascolto
"In questa Italia fallimentare anno '74 in cui
manchiamo veramente di tutto, dal credito all'acqua del lavandino, costretti a
invidiare alla Francia (tanto per guardare ai più vicini di casa) perfino
Giscard d'Estaing , scopriamo con soddisfazione che finalmente abbiamo anche
noi il nostro Maigret. E in vantaggio sui francesi, visto che ne abbiamo
due"(1).
Con l'ironia e l'eleganza che sempre distinguevano i
suoi corsivi su Paese Sera, così Berenice - al secolo, Jolena Baldini -
presentava ai lettori del quotidiano la coppia di giallisti Massimo Felisatti e
Fabio Pittorru, ideatori del poliziesco di costume con più d'una venatura
satirica. L'anno, il 1974, neanche a dirlo sarebbe stato peggiore rispetto le
carenze denunciate dalla giornalista, specie sotto il profilo degli accadimenti
politici. In quel momento, Pittorru e Felisatti hanno appena pubblicato presso
Garzanti i due primi romanzi della serie "Qui squadra mobile", già
trasmessa con fortuna da mamma Rai. E uno dei due romanzi ha un titolo ed una
trama entrambi ispirati alla realtà del momento: "Telefoni sotto
controllo" (2).
La storia prende dichiaratamente origine dalla
cronaca di quel periodo, si parla cioè d'intercettazioni a scopo di ricatto
operate da inquietanti figuri che, nel libro, ricordano molto da vicino quelli
reali. Uno, in particolare, è addirittura un investigatore privato con tanto di
attrezzature sofisticatissime - almeno per quel tempo - beccato in flagranza di
reato e con tanto di tesserino dei "servizi speciali". Ovvio che il
godimento di quelle pagine sia stato ben altra cosa per i lettori del 1974 che
avevano fin lì seguito il vero scandalo descritto con clamore da tutta la
stampa italiana, eppure chi vuol farsi un'idea – oggi - del clima (o del tanfo)
che si respirava allora faticherebbe a trovare le fonti adatte perché quella storia
sembrò ai molti un intrigo quasi parodistico, un mistero buffo da commedia
all'italiana, ma solo in apparenza dal momento che in Italia gli scandali non
nascono mai per caso: c'è sempre qualcuno che li provoca.
La genesi dell'intera vicenda è infatti ancora oggi
controversa. C'era già stato, per la verità, un primo segnale di bufera nel
mese di febbraio del 1972, quando il leader socialista Giacomo Mancini - preso
di mira in una campagna denigratoria dell'estrema destra - aveva alzato la voce
in una riunione (3) del quadripartito di maggioranza, presente Giulio
Andreotti, denunciando il fenomeno delle intercettazioni. Ma, al solito, non
era servito a nulla.
Solo nell'autunno successivo la Procura di Roma si
decide ad avviare un'inchiesta promossa dal dottor Luciano Infelisi su espressa
denuncia di un cittadino dabbene, un probo cittadino che però resterà senza
nome, al punto che il presidente del Consiglio - sempre Andreotti - crederà più
tardi "di poter dire che le indagini del pretore Infelisi sono nate da
un'iniziativa del suo capo-gabinetto"(4).
Il riferimento andreottiano è a Carmelo Spagnuolo,
procuratore generale presso la Corte d'Appello di Roma, noto più in là per i
suoi affidavit sindoniani e liaisons piduiste, poi estromesso dalla magistratura.
Anche il telefono di Spagnuolo, secondo Mancini, è stato messo sotto controllo
e questa è una buona ragione per incazzarsi ed aprire il fuoco. Infelisi nomina
perciò dei periti di fiducia e già sembra partir male perché fra essi c'è il
bolognese Antonio Randaccio che l'estremista di destra Luigi Meneghin,
coinvolto in un'indagine sulle trame eversive, descriverà come
"provocatore e fascista noto a magistratura, polizia e
carabinieri"(5).
L'equipe di esperti messa in piedi da Infelisi non
tarda comunque ad accertare che l'intera rete telefonica capitolina è "una
ragnatela di radiospie"(6), cosa del resto già presunta per i troppi
apparati istituzionali che hanno provveduto, ciascuno per suo conto, a seminare
Roma di microfoni. L'aspetto grave, però, è per la presenza dei privati.
C'è un tale, Marcello Micozzi, che presta servizio presso la SIP e nel tempo
libero, per arrotondare, offre il suo talento a chi ne ha bisogno, insomma è
conosciuto negli ambienti come installatore di cimici e di altri
marchingegni indiscreti. Micozzi è l'ultima ruota del carro, un manovale, ma è
anche il trait d'union fra gli organizzatori della rete d'intercettazioni e i
loro commissionari. Lui quelle radiospie individuate da Infelisi e dal suo
staff le ha installate per conto terzi e uno di questi si chiama Bruno
Mattioli, altro tecnico elettronico con il quale ha lavorato a lungo.
Mattioli è a sua volta legato a filo doppio con un
personaggio che il grosso dell'opinione pubblica conosce già, in quanto si è
fatto apprezzare in una performance televisiva come gustoso interprete di un
commissario meridionale in uno sceneggiato tratto da un libro di Piero Chiara.
E' il detective Tom Ponzi.
Corpulento, stempiato, guance e occhi da mastino
napoletano, Ponzi è il più noto poliziotto privato d'Italia. Ma è anche
qualcos'altro. Non sono un mistero per nessuno le sue simpatie politiche, tanto
che dalla fine degli anni '60 pubblica un giornaletto (7) col suo nome - Tom
- che si occupa principalmente di denunciare le infiltrazioni comuniste nei
settori più delicati del paese. Tra le amicizie consolidate del detective ci
sono quelle con Giorgio Pisanò - direttore del Candido, il settimanale
fascista che ha avviato la campagna diffamatoria contro Mancini - e di Gastone
Nencioni, senatore missino e grandissimo amico di Eugenio Cefis. L'ombra di
quest'ultimo, ritenuto il vero artefice dell'intrigo telefonico, spunterà con
insistenza nel corso della storia, ma per il momento fermiamoci qui.
Micozzi, intanto, sotto interrogatorio non si è
limitato ai nomi di Mattioli e di Ponzi ma, con molta titubanza, ne ha chiamato
un altro in causa pur cercando di sminuirne il ruolo. Verso quest’ultimo, il
tecnico della SIP usa tutta la cautela possibile non per una forma di riguardo
ma perché sa bene che costui è il tramite diretto con quel mondo parallelo che
è meglio tener fuori dagli schiamazzi. Si tratta di Walter Beneforti, già
commissario di polizia e collaboratore di Guido De Nozza, ex direttore degli
Affari riservati del Viminale. I due, alla fine degli anni ’50, erano nel clan
in guerra contro il questore di Roma Carmelo Marzano che non aveva mai visto di
buon occhio le imprese di De Nozza e soci, mal tollerava l’esistenza di una
polizia segreta e meno che mai l’ingerenza della combriccola nei confronti
della questura. Marzano aveva perciò cercato di contrastare quella gente in
tutti i modi e ne era nata una faida, una delle tante fra i corpi d’apparato,
che riuscì a sconfinare nel piccante allorché qualcuno ebbe l’idea di
fotografare di nascosto il questore (sposato con prole) all’uscita dalla sua
garconniere in compagnia dell’amante. La foto, poi, arrivò ad un giornale di
opposizione - Paese Sera - che, naturalmente, non esitò a pubblicarla.
Marzano non fece una piega, incassò il colpo e si preparò a cogliere il momento
buono per togliersi gli schiaffi dalla faccia. Con il pretesto di un controllo,
il questore inviò i suoi uomini a fare irruzione in un ufficio di copertura del
gruppo. E qui, dal piccante, si passò alla farsa perché uno della cricca - il
commissario Angelo Mangano - cercando una via di scampo, alto e grosso com’era,
si nascose sotto un letto dal quale spuntavano le sue poderose estremità. Tutti
i presenti furono impacchettati e portati in questura.
La vendetta di Marzano pone fine all’attività di
spionaggio del clan De Nozza. Esso viene sciolto senza che però le carriere dei
suoi componenti ne risentano, Beneforti è trasferito a Frosinone ma qualche
anno dopo diventa capo della Criminalpol di Milano. Nella capitale mancata ci
resterà fino al 1971, anno in cui rassegna le dimissioni dalla polizia: quella
riconosciuta, perché il suo ha tutta l’aria di un passaggio definitivo al
settore delle barbe finte. E infatti i rapporti con gli Affari riservati
continueranno - almeno sotto il profilo clientelare - per via d’una partita di
radiospie che Beneforti ha venduto al ministero degli Interni, “ma solo per
scopi didattici”(8), come premurosamente sostiene un comunicato del Viminale
quando l’ex commissario finisce in carcere.
Tom Ponzi, invece, trascorre più giorni in clinica
che in galera: lui è uno tosto, non ci sta a farsi incastrare e non perde tempo
a scaricare su Beneforti e Mario Nardone le loro responsabilità. E’ un anticipo
su quello che potrebbe ancora dire - e dirà - il nome di Nardone, anch’egli ex
capo della Criminalpol milanese e ora questore a Como. Furente per averlo
coinvolto, Nardone segnala ad Infelisi che Ponzi nasconde nei suoi uffici di
Lugano materiale molto interessante, i carabinieri vi trovano dodici casse
piene di bobine e di apparecchiature. I nastri con le intercettazioni
comprovano quale sia stata l’attività dell’investigatore, molte di quelle
bobine sono servite a sostegno delle campagne scandalistiche di Candido
e de Il Borghese e raccontano, tra l’altro, “i retroscena dell’affare
Pisanò e i legami con Cefis”(9).
La perquisizione si estende a Santa Margherita Ligure
dov’è ormeggiata l’imbarcazione di Ponzi. A bordo, i militi della Benemerita
sorprendono due collaboratori del proprietario mentre sono in procinto di
sbarcare altre casse di materiale compromettente. All’interno del panfilo c’è
anche una sala-radio che ha del fantascientifico. Nella foga del rilancio,
però, Ponzi commette l’errore di nominare in un’intervista un personaggio
sconosciuto ai più in quel momento, ma che farà precipitare la situazione.
Giorgio Fabbri, questo il nome, è un avvocato che risulta notaio nella
Repubblica di San Marino ma che svolge anche altre attività a latere, non
ultima quella di confidente - sia pure occasionale - della Guardia di Finanza.
Certo è che i quattrini, dice Ponzi, l’avvocato li avrebbe fatti non con le sue
consulenze legali bensì con l’ausilio di Beneforti e di Mattioli. Il segugio
non aggiunge altro ma ciò basta a provocare una reazione a catena che
scoperchia uno scenario indecoroso. Prima è il turno di Nicola Di Pietrantonio,
un collaboratore di Fabbri, poi è lo stesso Mattioli a descrivere le imprese
dell’avvocato. Nei primi mesi del 1970, Fabbri gli avrebbe commissionato una
radiospia chiedendogli delucidazioni sul suo impiego. Quel giocattolo è servito
a spiare le conversazioni di Nicola Chiatante, direttore generale dell’Anas -
l’azienda nazionale autostrade - allo scopo d’intercettare in anticipo i numeri
delle aste e rivenderli alle ditte concorrenti. Gustoso è anche il modo in cui
la cimice sarebbe stata piazzata sotto la scrivania di Chiatante: uno
dei due, Fabbri o Mattioli, si sarebbe chiuso nei gabinetti dell’Anas
aspettando l’orario di uscita del personale per quindi agire con tranquillità.
Le audizioni occulte durano ben nove mesi poi succede qualcosa di strano,
Fabbri - usando lo pseudonimo di “Pontedera” - si rivolge in forma anonima alla
Finanza invitandola a prendere con le mani nel sacco il direttore dell’Anas che
lui avrebbe intrappolato con un finto ricatto. Non si capisce per quale motivo
l’avvocato decida di compiere un passo del genere, dal momento che lui stesso è
coinvolto nell’intrallazzo. Viene fuori perciò il sospetto che sia stata
proprio la polizia tributaria -spinta dal ministro alle Finanze Luigi Preti,
socialdemocratico di destra- a mettere preventivamente le mani su Fabbri prima
che costui fosse roso dall’onestà. Comunque sia, altri sospetti si addensano intorno
alla versione della radiospia collocata nell’ufficio di Chiatante senza che vi
fossero anche delle complicità interne all’azienda. Qualcuno, infatti, avrebbe
dovuto tenere in funzione quell’apparecchiatura e inoltre provvedere in
extremis a manipolare i numeri delle aste per favorire le offerte delle ditte
compiacenti. E’ una storia, insomma, che non sta in piedi e meglio quadrerebbe
se gli imbrogli e le pastette dell’Anas fossero serviti come fondi neri, canali
di alimentazione ad un certo partito o ad una certa corrente politica invisa
pure all’onorevole Preti.
Da qui è facile risalire al come e al perché degli
attacchi di Giorgio Pisanò nei confronti di Giacomo Mancini, ministro dei
Lavori pubblici. Il direttore del Candido, che prima ha ricattato Cefis
con una vecchia faccenda sul passato partigiano del presidente Montedison (10),
ha poi da questi ottenuto contributi sostanziosi per la sua rivista. Di
conseguenza, dopo aver attaccato Cefis, passa ad un altro obiettivo e comincia
a chiamar ladro Mancini ribadendo l’insulto persino su manifesti a caratteri
cubitali che ha fatto stampare e affiggere sulle mura di mezza Italia. La
manovra è dovuta al fatto che il socialista Mancini è uno dei pochi leader
politici che si è opposto e si oppone con vigore alla scalata irresistibile di
Cefis, da lui definito come “uno degli uomini più pericolosi per la democrazia
italiana”(11).
Che il signor Eugenio Cefis sia un uomo pericoloso
non è il solo Mancini a pensarlo. Molti anni dopo, in un’intervista postuma, Aldo
Ravelli -uno dei maghi della Borsa italiana- farà delle allusioni pesantissime
sul conto dell’ex faraone della chimica fuggito in Canada nel 1977: “Conosco
con precisione quello che è avvenuto. Stavano per arrestarlo. E non per storie
di tangenti ante litteram. I motivi erano molto più gravi, importanti.
Deve ritenersi fortunato che non l’abbiano fatto. Secondo me, in quella
primavera del 1977, stavano per arrestare anche lui, Fanfani. Proprio nei mesi
precedenti a quando Cefis annunciò l’uscita dalla Montedison”(12).
Ravelli allude, su insistenza del suo intervistatore,
a disegni autoritari in cui sarebbero stati coinvolti “ufficiali e generali
dell’esercito e poi una parte dei carabinieri”(13). Se con Amintore Fanfani i
rapporti sono buoni, quelli con i carabinieri dei corpi speciali sono
addirittura eccellenti per Cefis, basti pensare a Carlo Massimiliano Gritti, ex
ufficiale, prima “capo del servizio di sicurezza del Sifar per Enrico Mattei
quando era presidente dell’Eni”(14) e poi per il faraone che seguirà alla
Montedison.
Il caso delle intercettazioni telefoniche rischia di
diventare la punta di un iceberg d’intrighi che potrebbero portare molto in
alto, magari nella direzione indicata da Ravelli, e non sorprende affatto che
la vicenda sarà infine insabbiata dalla stessa Procura. Questa provvede a
bloccare la trasferta d’Infelisi a Lugano, dove sono state repertate le casse
di Ponzi, in seguito alla visita di Gastone Nencioni (legale di Cefis) al
dottor Spagnuolo. Dopo quel colloquio, il procuratore manderà a Lugano - al
posto d’Infelisi - il giudice Romolo Pietroni, già allontanato dalla
Commissione parlamentare antimafia di cui era consulente per sospetti legami
con ambienti non evangelici. Sarà forse casuale, ma “pochi giorni dopo il
viaggio di Pietroni, salta fuori la notizia che le casse sono state manomesse,
quelli che non si trovano più sono proprio i documenti più scottanti”(15). Non
è ancora sufficiente. Negli uffici di Milano dell’agenzia investigativa
Ponzi sono state smagnetizzate numerose bobine mentre un’altra, “l’unica che
conteneva prove consistenti a carico dell’investigatore”(16), si dissolve sotto
il naso di Infelisi dai locali della Procura.
Tra i nomi presi di mira dagli spioni spunta pure
quello del cavalier Attilio Monti, magnate dell’industria zuccheriera e dei
petroli nonché proprietario di numerosi quotidiani. Nella carta stampata, anzi,
il cavaliere ha cercato di creare - senza riuscirvi, ma erano altri tempi e
altri cavalieri - la prima grande concentrazione informativa del Belpaese. Alla
fine del 1969, Monti possiede il pacchetto di maggioranza di ben cinque
quotidiani e connesse edizioni di supplemento: “un impero giornalistico che
vende (sono cifre accertate) 600.000 copie al giorno”(17). Corre anche voce che
il magnate stia trattando la partecipazione o l’acquisto de Il Tempo di
Angiolillo e che finanzi il Momento Sera di Roma. Questo foglio, appena
pochi anni prima, si è preso cura di rilanciare il caso Wanninger
trasformandolo nel caso Pierri e forse quel finanziamento non è del tutto
disinteressato. Ad ogni modo, la storia del delitto di via Emilia riemergerà
improvvisamente, non prima però di far avere al cavaliere un segnale
premonitore, stavolta telefonico. A mandarlo è qualcuno che mette sotto
controllo la linea dell’appartamento bolognese di Monti. Questi si rivolge
perciò ad un altro detective privato, Alessandro Micheli, titolare dell’agenzia
“Mike Investigazioni” di Padova che è a sua volta collegata con Walter
Beneforti. Micheli, “unito da qualche legame di parentela al petroliere amico
di Cefis”(18), presta il suo aiuto a Monti non si capisce bene come. Il dato
certo è che anche lui proviene dalle barbe finte, è un ex maresciallo che ha
prestato servizio presso il centro controspionaggio di Padova agli ordini del
colonnello Giorgio Slataper. Curiosamente, quindi, ha contatti tanto con il Sid
che con gli Affari riservati e quando Beneforti sta per finire in
gattabuia vola a Roma presentandosi ad Infelisi per essere ascoltato. Il
pretore rinvia l’incontro al giorno dopo perché deve finire d’interrogare
Beneforti che quella notte stessa verrà associato alle patrie galere.
L’indomani Micheli arriva alla porta dell’ufficio d’Infelisi, ma non ci resta
per molto: vista la fine del suo amico si rende uccel di bosco. Ci rimarrà per
quattro anni e nemmeno un ordine di cattura servirà a fargli cambiare idea.
Orba di prove e monca di testimoni l’inchiesta romana
ha fagocitato nel frattempo quella milanese che l’aveva preceduta di poco ma
con criteri molto più rigorosi. La Procura meneghina stava per emettere
trentasei mandati di arresto che vengono annullati con il provvedimento della
Cassazione, solerte nell'unificare le due inchieste e affidarne le competenze
alla Capitale. Del resto, se quella benedetta indagine deve andare in
porto, è meglio che vada in un porto sicuro: pieno di nebbie, magari, però
collaudato. Infatti bisognerà aspettare il 1979 per la conclusione giudiziaria.
Due anni prima, nel 1977, quando Cefis è scappato, il Pubblico ministero
Domenico Sica ha chiesto il rinvio a giudizio per cinquantaquattro imputati. Ne
vengono concessi quarantacinque per un totale di ventiquattro condanne e
ventuno assoluzioni. Le condanne più severe sono per Ponzi e Beneforti - che
rimangono pur sempre dei comprimari nella vicenda - ma che resteranno, come gli
altri, a piede libero.
Una fine già annunciata e, tutto sommato, esemplare.
All’italiana, appunto.
Note
(1) Berenice, “Presi a volo”, I
grandi servizi di Paese Sera, Editrice il Rinnovamento, Roma, pag. 91.
(2) Massimo Felisatti - Fabio
Pittorru, Qui Squadra Mobile, Garzanti-Vallardi, Milano, pagg. 112 e
segg.
(3) Panorama, 16 gennaio 1975.
Contenuto anche in: Gianni Flamini, Il partito del golpe, volume terzo,
tomo primo, Bovolenta Editore, pag. 233.
(4) AA.VV. Trent’anni di trame,
supplemento de L’Espresso n°14 del 7 aprile 1985. L’articolo è di
Giuseppe Catalano (pag. 47).
(5) Flamini, Op. cit., pagg. 233 e
240.
(6) Catalano, Op. cit., pag. 47.
(7) Daniele Barbieri, Agenda Nera,
Coines Edizioni, Milano, pagg. 159-160.
(8) Catalano, Op. cit., pag. 50.
(9) Ibidem, pag. 51.
(10) L’episodio è riferito da diverse
fonti. Esso riguarderebbe il periodo in cui Cefis era vicecomandante in Val
d’Ossola delle brigate partigiane all’ordine di Alfredo Di Dio, morto in un
agguato tesogli dai fascisti repubblicani. Sembra che Pisanò fosse al corrente
di particolari molto imbarazzanti su quella storia. Cfr: Giorgio Galli, La
regia occulta, Marco Tropea Editore, Milano, pagg. 117-118. Vedi anche:
Eugenio Scalari - Giuseppe Turani, Razza Padrona, Feltrinelli, Milano,
pagg. 206-207, ora ristampato da Baldini&Castoldi.
(11) Flamini, Op. cit., pag. 51.
(12) Fabio Tamburini (a cura di), Misteri
d’Italia, Longanesi &C., Milano, pag. 143.
(13) Ibidem.
(14) Flamini, Op.cit., pag. 50. Su
Gritti è interessante l’accenno di Ravelli in Misteri d’Italia (pag.
142) e quello di Galli in La regia occulta (pagg. 101-102)
(15) Catalano, Op. cit., pag. 53.
(16) Ibidem, pag. 52.
(17) Paolo Murialdi, La stampa
italiana del dopoguerra, Laterza, Bari, pagg. 563-567.
(18) Flamini, Op. cit., pag. 51.
Mani rosse, ombre nere
In un romanzo di Joseph Roth ispirato alla figura di
Lev Davidovic Trotzkj c'è un personaggio che adombra quello di Stalin e che
l'autore ribattezza curiosamente con un nome italiano: Savelli. Questi è
descritto nel libro come un uomo gelido, privo di sentimenti e tanto ieratico
da definire se stesso un semplice strumento al servizio di una grande idea, la
rivoluzione. Ad essa, Roth dedica la parabola del protagonista – Kargan - che
finirà esiliato da Savelli, una volta conquistato con lui il potere, proprio
perché il "mondo nuovo" è solo una variante più orrenda di quello
vecchio. Resta comunque il sogno, al povero Kargan, l'utopia che neppure
l'amarezza della disillusione riesce a cancellare del tutto: "La gioia di
avere un tempo sofferto per una grande idea e per l'umanità continua a
determinare le nostre decisioni anche dopo molto tempo che il dubbio ci ha reso
chiaroveggenti, consapevoli e senza speranza"(1).
Non sappiamo se il dubbio renda davvero
chiaroveggenti, ma è certo che per alcuni il passaggio al disincanto non sembra
affatto un problema e tanto meno un trauma. Un altro Savelli - stavolta non
immaginario - fu editore dall'inizio degli anni '70 di numerose opere ispirate
alla sinistra di classe ed extraparlamentare per approdare più tardi a sponde
opposte, vituperate e censurate dagli stessi libelli usciti un tempo dalle sue
collane. E ce n'erano di titoli, in quelle collane, entrati poi nella memoria.
Basti pensare alla "Strage di Stato" pubblicata in binomio con
Samonà, suo sodale che lo abbandonò presto per ragioni non note, oppure quel
"Porci con le ali" che tanto scalpore destò alla sua uscita per
linguaggio e contenuti.
Fermiamoci però al momento del distacco dei due
fondatori della casa editrice "Nuova Sinistra". Rimasto da solo al
comando, Savelli miete altri successi, spesso all'insegna di ciò che allora si
chiama controinformazione, genere tutto di parte su fatti più o meno clamorosi.
Uno di questi è il caso del rogo di Primavalle, avvenuto a Roma nel 1973. In
quell'anno, la notte del 15 aprile, l'intero quartiere è svegliato da una
tragedia: sono bruciati vivi due fratelli - Stefano e Virgilio Mattei, di otto
e ventidue anni - nell'incendio del loro appartamento. Non è una disgrazia,
qualcuno ha appiccato il fuoco attraverso l'ingresso versando benzina e le
fiamme si sono sviluppate subito in modo violento. Per i due ragazzi,
intrappolati nella loro stanza, non c'è stato niente da fare; Mario Mattei, il
capofamiglia, è invece riuscito fortunosamente a salvarsi insieme alla moglie e
alle due figlie. Perché un atto tanto scellerato?
Perché Mattei padre è il segretario della locale
sezione dell'Msi, partito di estrema destra, e per di più in una borgata dove
il basso reddito pro capite (ventimila lire mensili) è sopperito da tensioni e
scontri politici elevatissimi. Ne sarebbe riprova il messaggio sottratto alle
fiamme da Anna Maria Mattei, madre dei due sventurati, un cartello lasciato sul
pianerottolo dagli attentatori che parla di "giustizia proletaria":
un'indicazione generica più che una rivendicazione, ma basta e avanza.
Le indagini portano all'arresto di due aderenti a Potere
operaio, Achille Lollo e Marino Sorrentino, al loro fermo segue quello di
altri due militanti: Marino Clavo e Manlio Grillo. Costui, però, non è solo un
militante della stessa organizzazione, ma anche membro del Direttivo nazionale
della CGIL per il pubblico impiego. Scoppia così l'affare Primavalle, le
sinistre - Potere operaio in testa – sostengono che le circostanze
legate all'attentato non sono chiare per niente, forse la tragedia è il
risultato di una faida interna alla sezione "Giarabub" dove
sussisteva un forte contrasto fra una parte degli iscritti e il segretario.
Mattei, infatti, è un moderato malvisto dai rautiani, l'ala più dura del
partito, e alla "Giarabub" non sono mancate risse ed aggressioni
contro di lui. E' una traccia che non viene approfondita dagli inquirenti né
dalla stampa moderata, ci pensa perciò il collettivo di Potere operaio
ad organizzare una controinchiesta che Savelli pubblica con un titolo più che
allusivo: Primavalle, incendio a porte chiuse (2).
La formula del libro ripete quella della più nota
edizione stampata con Samonà sulla strage di Piazza Fontana, ma le informazioni
raccolte sembrano molto meno convincenti, tanto che Savelli prende
opportunamente le distanze dal documento politico allegato al volume. Questi,
ribadendo l'innocenza degli arrestati, non lesina critiche alla sinistra
borghese - e in allusione al partito comunista italiano - formata da
"gente che si permette di chiamare provocatori e incappucciati
gli operai che alla Fiat bullonano i capi"(3), o attaccano e colpiscono in
altre aziende i dirigenti, secondo Potere operaio a giusta ragione. A
queste farneticanti argomentazioni che pure hanno trovato terreno, gli
estensori del documento aggiungono il sistematico lavoro di demolizione del
progetto di alternativa che il maggior partito di opposizione, leader di quella
sinistra sprezzantemente chiamata "borghese", sta cercando di
attuare. In questo senso, la funzione anti Pci di Potere operaio si
rivelerà davvero esemplare nella sua coerenza.
All'esemplarità in negativo non corrisponde invece
l'indirizzo originario dell'editrice che pur ospitando voci non omologate
aveva, fino a quel momento, proposto opere più rigorose e comunque meno
ambigue: un segnale, forse, non necessariamente legato alla rinnovata linea
editoriale bensì allo stesso arcipelago della "nuova" sinistra che
sta cambiando e che proprio dall'ambiguità, a volte, pare infettata non a caso.
Ecco perciò uscire a pochi mesi di distanza dal pamphlet su Primavalle un nuovo
libretto savelliano, curato da Lotta continua, che ha una genesi molto
particolare. Si tratta della ristampa di un opuscolo scritto nove anni prima da
Pino Rauti, Edgardo Beltrametti e Guido Giannettini per conto del
generale Giuseppe Aloja, il titolo è Le mani rosse sulle Forze armate.
Nel 1966, quando Aloja ne commissiona la stesura ai
tre giornalisti di estrema destra, è in corso una delle tante guerre invisibili
fra le alte sfere del potere, più precisamente nello Stato maggiore militare di
Esercito e Difesa. Meglio ancora, fra Aloja e il generale sibarita Giovanni De
Lorenzo. Quale, il motivo della discordia? Pare una diversa concezione
strategica per arginare l'avanzata delle sinistre. Aloja vuole un esercito
ideologizzato nell'anticomunismo e quindi organizza appositi corsi per le
truppe, detti d'ardimento, che "tendono a creare un particolare
clima psicologico ed etico che si stabilisce tra i
frequentatori"(4); De Lorenzo, invece, ritiene che per tenere a bada
le sinistre è "sufficiente disporre di un valido servizio segreto
appoggiato da una ridotta forza militare"(5).
In realtà, lo scontro fra i due generali cela
motivazioni più prosaiche, l'uno teme che l'altro lo scavalchi e lo estrometta
dal controllo che entrambi perseguono sulle Forze armate. La guerra va avanti a
colpi di fascicoli riservati e avvicendamenti dei loro fedelissimi nei posti
nevralgici finché Aloja, proprio per rintuzzare le orchestrate rivelazioni
fatte circolare da De Lorenzo sulla stampa, ricorre all'autoapologia con il
contributo di Rauti, Giannettini e Beltrametti. Nasce così l'opuscolo in sua
lode e gloria, ma il generalissimo si accorge ben presto d'aver fatto uno
sbaglio - e grosso - con la pubblicazione e diffusione di quelle paginette, più
nocive che benefiche alla sua immagine. Sarà l'ammiraglio Eugenio Henke, capo
del Sid, il "rinnovato" servizio segreto militare, ad occuparsi del
ritiro e della distruzione di tutte le copie reperibili de Le mani rosse,
con buona pace dei corsi d'ardimento.
Nel 1975 sono in pochissimi a conoscere la storia del
libercolo commissionato da Aloja, ma i nomi di Rauti e Giannettini sono più che
noti. Quest'ultimo, soprattutto, è diventato celebre come l'agente Z del
Sid, lo spione coinvolto nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana. Nel
giugno 1974 è Giulio Andreotti a rivelare pubblicamente che Giannettini lavora
per i servizi di sicurezza e il clamore è enorme. Nello stesso anno, il 4
dicembre 1974, il giornalista Edgardo Beltrametti viene interrogato dalla
magistratura milanese in merito alle connessioni di Giannettini con le cellule
nere coinvolte nella strage. Al giudice, Beltrametti racconta anche le
vicissitudini legate alla pubblicazione de Le mani rosse, dicendo
tra l'altro: "Dopo alcuni giorni dalla pubblicazione, mi chiamò
l'ammiraglio Henke. Mi disse che la diffusione del libro avrebbe potuto
danneggiare le Forze armate e che era pertanto opportuno che io intervenissi
perché ne fosse bloccata la diffusione. Ebbi l'impressione che Henke non
sapesse che la pubblicazione fosse stata voluta da Aloja... Ricordo però che
l'ammiraglio mi chiese quanto era stato speso per la pubblicazione e io risposi
circa due milioni. In effetti erano state tirate circa diecimila copie.
Parecchi di questi libretti, circa 700-800, rimasero a casa mia in garage. Li
ho indicati anche alla polizia quando è venuta a fare la
perquisizione"(6).
Copia del verbale d'interrogatorio di Beltrametti con
le dichiarazioni qui riportate, sarà rinvenuto nella documentazione sequestrata
dai giudici romani al generale Gian Adelio Maletti - ex direttore dell'ufficio D
del Sid - l'11 novembre del 1980. Dunque Beltrametti è ancora padrone di
numerosi esemplari del libro in quel 1974, li indica chissà perché alla polizia
e il Sid ne viene a conoscenza. Sono dei dati che fanno riflettere perché
trascorre poco più d'un mese dall'interrogatorio del giornalista e l'editore
Giulio Savelli ripubblica prodigiosamente l'opera con un lungo saggio
introduttivo, avvertendo in una premessa: "Ai primi di gennaio siamo
venuti in possesso, in modo fortunoso, di una fotocopia dell'edizione originale
delle Mani rosse. L'esigenza politica di pubblicare il libro il più
rapidamente possibile ci ha spinto a stamparlo fotografando direttamente le
fotocopie, senza ricomporre il testo"(7).
Com'è arrivato, sia pure in fotocopia, quel testo all'editore?
E' la commissione PID (“Proletari in Divisa”) di Lotta continua a
vagheggiare una risposta in apertura della nuova edizione: "Questo libro è
stato reso possibile dal movimento che si è sviluppato nelle caserme,
costruendo i primi nuclei di un'organizzazione di massa dei soldati di leva...
Il movimento dei soldati rivendica il diritto proprio, e della classe operaia,
di conoscere cose come quelle che abbiamo raccolto in queste pagine, mettendo
insieme frammenti di notizie e recuperando faticosamente testi
introvabili"(8).
Si deve perciò supporre che il recupero dell'edizione
originale sia da attribuirsi a qualche proletario in divisa, un simpatizzante
che in caserma si è imbattuto in quell'opuscolo, lo ha fotocopiato,
facendolo poi pervenire al movimento. Ma è plausibile che nelle caserme
circolassero ancora copie de "Le mani rosse"? Certo, va riconosciuto
a Lotta continua il merito di essere stata, tra le formazioni
extraparlamentari di quegli anni, una delle più agguerrite in materia
d'informazione antagonista e, dunque, estremamente abile nel ribattere colpo
per colpo tutte le provocazioni ai suoi danni. Buon esempio è il caso Marco
Pisetta, un provocatore infiltrato nelle Brigate rosse di Curcio e
Franceschini, che in un falso memoriale reso agli agenti del Sid accusa nel
1972 il movimento di Sofri, Pietrostefani e Bompressi quale responsabile
dell'assassinio del commissario Luigi Calabresi.
Pisetta non è nuovo alle delazioni, ha già
collaborato in maggio con i carabinieri e la magistratura per poi trasferirsi
in Austria. Raggiunto ancora dalla Benemerita, il 27 giugno rende una nuova
confessione nella caserma del Comando di Trento. Alla fine dell'interrogatorio
è rispedito oltre frontiera, ma non sarà lasciato in pace per molto: il Sid lo
recupera alla metà di settembre prelevandolo e rinchiudendolo in una villa nei
dintorni di Salorno, in Alto Adige. Si noti che il recupero avviene quasi in
concomitanza con l'arresto, proprio al confine italiano, del neofascista Gianni
Nardi, indiziato per un certo tempo come il killer di Calabresi. Nardi è
arrestato il 20 settembre, il Sid lascia libero Pisetta al principio di ottobre
dopo aver ottenuto da lui il memoriale che arriva alla stampa di destra. Ma
ecco il colpo di scena. Pisetta, tornato libero, ha scritto un contromemoriale
ritrattando tutto ciò che ha raccontato nel primo, ottenuto con il ricatto (e
la dettatura) del Sid. Il settimanale ABC e il quotidiano Il Giorno
lo pubblicano a puntate, ma è soprattutto il giornale di Lotta continua
a sguazzarci con ricchezza di particolari e ludibrio delle forze dell'ordine.
Per il Sid e i carabinieri è un vero e proprio smacco che, forse, non sarà mai
dimenticato. Sedici anni più tardi, infatti, la stessa accusa di Pisetta contro
Lotta continua per l'omicidio Calabresi verrà formulata da
Leonardo Marino, ma stavolta l'attendibilità del teste - pur messa in
discussione da molti - sarà presa sul serio.
Se si deve pur riconoscere l'abilità da parte del
movimento nel difendersi da attacchi e mistificazioni dei suoi avversari, è
tuttavia remota la possibilità che il libretto di Rauti, Giannettini e
Beltrametti sia potuto arrivare alla commissione PID solo con l'ausilio dei
compagni che prestavano servizio di leva. Più plausibile è, invece, che
qualcuno - interessato alla diffusione - abbia voluto fruire o profittare
dell'apporto (volontario o meno) degli attivisti di una formazione politica di
prim'ordine nello schieramento extraparlamentare, di sicuro quella che allora
riscuoteva largo seguito tra i giovani. A sostenere la tesi d'una possibile
contiguità d'interessi provvede, giusto vent'anni dopo la fine del movimento,
un episodio di cronaca. Vediamone le premesse. E' l'estate del 1996 e
l'omicidio di Mauro Rostagno, ex leader di Lotta continua ucciso a
trapani il 26 settembre 1988, viene riaperto dalla Procura siciliana
nell'ipotesi di un delitto maturato nella stessa comunità di recupero
dove la vittima lavorava. Per anni si era pensato e sostenuto che Rostagno
fosse stato ucciso da entità mafiose della zona per il fastidio provocato con
le sue denunce televisive presso un'emittente locale, finché diversi brogli e
numerose irregolarità amministrative di "Saman" - la comunità fondata
da lui e da Francesco Cardella, un personaggio alquanto discusso - non hanno
portato i giudici a considerare un'altra pista investigativa. Appunto, il
delitto "tra amici"(9). Elisabetta Roveri, ex convivente di Rostagno,
è arrestata per presunta complicità nell'omicidio mentre Cardella si rende
uccel di bosco. Frattanto, la vicenda giudiziaria di Adriano Sofri, Ovidio
Bompressi e Giorgio Pietrostefani si sta avviando verso la conclusione più
amara. E' in questo frangente che l'avvocato Luigi Li Gotti, legale della
famiglia Calabresi, esterna un'ipotesi inquietante: Mauro Ristagno potrebbe
essere stato ucciso per ciò che sapeva sulla morte del commissario in quanto,
all'epoca, era nel direttivo di Lotta continua. La data della sua
uccisione, peraltro, coincide con l'incriminazione dei tre imputati chiamati in
causa da Marino e tanto basta all'avvocato Li Gotti per tirare le somme:
"Rostagno non è morto di lupara. E' stato fatto tacere alla vigilia di un
interrogatorio sul caso Calabresi. Le prove? Chiedetele all'onorevole Marco
Boato, un altro ex leader di Lotta continua"(10).
Nella furia delle polemiche scatenate
dall'esternazione di Li Gotti s'insinua la voce di un altro reduce, il
giornalista Marco Nozza, che in gioventù ha collaborato con il quotidiano del
movimento nel periodo in cui questo si stampava in una tipografia di Roma,
tipografia che in realtà era un paravento dei servizi segreti americani.
"Nozza - racconta in proposito il Corriere della Sera -
conduce il lettore in una strada nel cuore di Trastevere e alle pendici di
Monteverde Vecchio: lì, venticinque anni fa, c'era una tipografia che stampava Lc
ma anche Notizie Radicali, il Daily American e la Nuova
Repubblica, il settimanale di Randolfo Pacciardi e Giano Accame. La
proprietà, spiega Nozza, era dell'americano Robert Hugh Cunningham, <uno dei
capi della CIA di Roma>. E' vero, ammette il giornalista, Lc pagava
il lavoro di stampa, <ma ci voleva molto a capire che quello che loro
scrivevano faceva molto comodo al signor Cunningham?>"(11).
Poiché Nozza non può essere smentito perché la storia
della tipografia è comprovata, la reazione acida dei suoi detrattori - molti
sono degli ex come lui - sfiora il ridicolo quando uno di essi afferma che
Cunningham era anche un uomo d'affari e per questo "un conto era la sua
attività di stampatore, un conto l'altra"(12), come se fosse possibile una
distinzione fra le due cose. Più che legittima, perciò, rimane la domanda
formulata dal giornalista e che si collega alle circostanze rammentate intorno
alla ripubblicazione delle Mani rosse nonché al lungo saggio
introduttivo a quelle pagine. Ma a dispetto di ciò che vi afferma la
commissione PID su testi e frammenti messi insieme con fatica, il lavoro
d'introduzione è troppo ben documentato per non ispirare il dubbio che
sia stato il frutto di un altro affidamento opportuno, così come è
avvenuto - con tutta probabilità - per l'opuscolo fotocopiato. Vi sono cioè dei
passaggi che hanno vero e proprio carattere di riservatezza e appare davvero
strano che atti o documenti di scuole di guerra, anche non ortodossa, siano
potuti arrivare sulla scrivania della commissione senza la compiacenza di una
matrice estranea al movimento.
Si prenda uno dei convegni sulla controguerriglia
svoltosi a Roma dal 24 al 26 giugno del 1971 presso l'Istituto di Studi
Militari Nicola Marselli, un convegno vieppiù "tenuto a porte
chiuse"(13) nella sua parte finale che vede come relatori proprio
Giannettini e Beltrametti. Nel saggio della commissione PID si afferma che
tutto ciò che viene enunciato in quella seduta segreta "troverà puntuale
realizzazione negli anni successivi"(14), a cominciare da un programma
strategico riguardante aspetti delicatissimi come telecomunicazioni e fonti
d'energia: "Nell'estate del 1972, le ditte della ITT impiantano 2.400
linee telefoniche militari illegali, che sono in grado di escludere le linee
civili e tenere i collegamenti solo tra gli impianti militari. Nell'estate del
1974 la società Telespazio, del gruppo IRI e con partecipazione di altre
industrie con capitale USA, fa prove di oscuramento consistenti nell'isolamento
dal resto del mondo dei telefoni italiani. Nell'autunno del 1974 una serie di
black-out elettrici isola tutti gli impianti civili lasciando in funzione solo
quelli militari"(15).
Tenuto conto che il programma previsto dai relatori è
stato illustrato a porte chiuse, c'è da capire come hanno fatto i compagni di Lotta
continua a documentarsi così bene sui suoi successivi sviluppi ed
applicazioni. Si cita nel saggio, a tal riguardo, il nome di una rivista
militaresca, Fortuna Italiana, che però è del 1971 e riporta un lungo
articolo di Beltrametti sulle conclusioni del convegno. Forse la citazione di
Beltrametti non è casuale, come non è casuale che alla fine del 1974 egli sia
ancora in possesso di numerose copie originali dell'opuscolo scritto con Rauti
e Giannettini. Forse non è neanche casuale che ne indichi la giacenza alla
polizia. Ma se alle casualità, quando sono troppe, non bisogna credere, la
conclusione sarebbe davvero imbarazzante. Meno imbarazzante, dopo di allora,
sarà il percorso editoriale (ed umano) di Giulio Savelli che avrà sì altre
sortite clamorose ma più accorte. Nella seconda metà degli anni '80 il
passaggio verso ideologie più moderate sarà per lui quasi uno sbocco naturale.
Pazienza, poi, se per alcuni lo stesso passaggio si è rivelato altrettanto
proficuo da incrementare anche la già collaudata intolleranza verso chiunque
abbia il torto di non pensarla come loro. Almeno in questo, dimostrando una
coerenza ammirevole.
Note
(1) Joseph Roth, Il profeta muto,
Adelphi, Milano, 1978, pag. 210.
(2) Nell'edizione savelliana non sono
indicati né l'anno né la tipografia dove il volume è stato stampato. La sua
uscita è tuttavia collocabile per la data apposta al documento di Potere
operaio che vi è allegato: settembre 1974.
(3) Ibidem, documento allegato
con il titolo: "Un intervento di Potere operaio".
(4) Giannettini - Rauti, Le mani
rosse sulle Forze armate, Savelli, Roma, 1975, pag. 88.
(5) Giuseppe De Lutiis, Storia dei
servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, Roma, 1993, pag. 75.
(6) Giorgio Boatti Piazza Fontana,
Feltrinelli, Milano, 1993, pag. 219.
(7) Giannettini - Rauti, Op. cit.,
pag. 52.
(8) Ibidem, pag. 5.
(9) Per tutta la vicenda Rostagno
vedi: Attilio Bolzoni - Giuseppe D'Avanzo, Rostagno: un delitto tra amici,
Mondadori, Milano, 1997.
(10) Ibidem, pag. 117.
(11) Corriere della sera, 6
settembre 1996.
(12) Ibidem.
(13) Giannettini - Rauti, Op. cit.,
pag. 29.
(14) Ibidem.
(15) Ibidem, pagg. 29-30.
La pistola di Pecorelli
Di se stesso, in uno dei colloqui raccolti dal
tedesco Ludwig e destinato ai posteri, un Mussolini al culmine della potenza
dice che “nessuno può sfidare due volte la sorte e ognuno muore della morte che
corrisponde al suo carattere”(1). Frase compiaciuta, quella del duce. Che non
immaginava quanto fosse profetica. Eppure, la frase, sembra condensare anche la
vita (e la fine) di un altro italiano, minore, certo, sotto il profilo storico
ma crocevia dei grandi misteri della Repubblica.
Carmine Pecorelli, detto Mino, la sorte l’aveva
sfidata più di due volte con i suoi articoli. Ed è morto esattamente nel modo
che lui stesso ebbe occasione di prevedere. Uno dei suoi pezzi, quello che chiude
la breve esperienza d’apprendistato del futuro fondatore di OP presso il
settimanale Nuovo Mondo d’Oggi, nomina lucidamente il modello d’arma da
fuoco che undici anni più tardi - e per molti anni ancora - passerà come quello
usato la sera del 20 marzo 1979 per farlo fuori.
A quel periodico legato ai servizi di sicurezza
Pecorelli c’era arrivato nel 1967, quasi quarantenne, dopo aver svolto senza
entusiasmo la professione forense. Nulla, anzi, gli avrebbe impedito di
diventare uno dei più quotati civilisti di Roma se avesse avuto buonsenso.
Quarant’anni, poi, sono molti per un debutto: è un’età più idonea ai primi
bilanci esistenziali che per l’esordio in un mestiere poco raccomandabile,
collocato in una dimensione parallela che peraltro gli regala anche la fama di
ricattatore. Sì, il suo più che un passaggio è un paradosso, l’approdo da
un’attività in cui il segreto professionale è sacro a quello dove il segreto
diventa almeno qualcosa di opinabile. Ma il caso Pecorelli è pieno di
paradossi. Il più macroscopico è rilevato in un libretto che la rivista
satirica Il Male pubblicò come supplemento, oggi introvabile, dove si
sosteneva che “la pratica del ricatto fosse l’unica che potesse garantire nel
giornalismo l’autonomia delle fonti di finanziamento”(2).
Paradossi a parte, tutti gli articoli pubblicati da
Pecorelli hanno ottenuto dopo la sua morte un esame minuzioso nella ricerca di
una possibile verità sulla sua fine. Il risultato è stato quello di fissarsi
sulla luna, non sul dito che la indica. Un dito che assume appunto la forma di
una canna di pistola e che spara per poi dissolversi. Le oscurità su quella
morte cominciano proprio intorno all’arma, non vi è nulla di certo se non il
calibro - una 7,65 - e la marca di produzione dei proiettili sulla cui
provenienza parleremo più avanti. Meno sicura, intanto, è l’origine sfumata sul
modello usato dal misterioso killer, una Browning automatica, che una volta
messo in circolazione resisterà a lungo, tanto da confermare segni e prodigi
della scrittura pecorelliana e forse qualcosa d’altro.
E’ comunque lui, Pecorelli, a parlare per primo di
una pistola Browning , certo minacciosa ma non più efficace “di un anello di
ametista per raccogliere un’informazione o far tacere un testimone”(3).
La citazione è contenuta nell’articolo apparso nel 1968 su Nuovo Mondo
d’Oggi, dove l’autore si occupa per l’occasione dell’università Pro Deo -
oggi Luiss - e del suo rettore, il domenicano belga Felix Morlion. Più che un
articolo è l’annuncio di clamorose rivelazioni(mancate)su un intrigo che
investe alti prelati, spioni italiani e stranieri, grossi papaveri della
finanza, della politica e ancora “la Fiat, la Montecatini, la Michelin”(4) in
qualcosa anche di piccante, visto che si parla pure di squillo. Insomma, ci va giù
cosi pesante che gli Affari riservati del Viminale s’incazzano imponendo la
chiusura della rivista. Pecorelli, che ne è comproprietario, intasca una
cinquantina di milioni e firma un’impegnativa dove dichiara di starsene buono
per almeno cinque anni: impegno che naturalmente non rispetterà.
Nel mese di novembre del 1981 la polizia romana
scopre in uno scantinato presso lo stabile di via Listz 34, all’Eur, dove ha
sede la direzione generale dei servizi d’igiene pubblica del ministero della
Sanità, una vera e propria santabarbara. Nel locale vengono repertate armi
d’ogni tipo e fra queste “diciotto pistole e revolver, un fucile a pompa, una
carabina, una machine pistole M12, un mitra Mab 38/42, un fucile
mitragliatore Schmeisser Mp40, un altro mitragliatore Sten MkII”(5) nonché
diversi ordigni esplosivi e – soprattutto - una partita di proiettili marca Jevelot
di produzione Nato, questi ultimi abbastanza rari in Italia. Proprio due dei
quattro proiettili sparati su Pecorelli provengono da quel quantitativo e
nell’arsenale scoperto dovrebbe esserci anche la pistola che lo ha fatto secco.
Quell’ira di Dio appartiene alla famigerata banda della Magliana, un gruppo di
malavitosi che qualcuno definisce inquietante terminale di servizi segreti,
mafia siciliana, estremismo nero e massoneria inquinata. Quando ancora anni
dopo alcuni dei suoi componenti - scampati alle sanguinose faide interne della
banda - decideranno di collaborare con la giustizia, verrà fuori che l’omicidio
Pecorelli è stato appaltato alla Magliana da Cosa nostra per conto dei cugini
Nino e Ignazio Salvo, preoccupati del fastidio che il giornalista arrecava con
i suoi articoli all’onorevole Giulio Andreotti e al suo entourage.
Scartando il movente ancora al vaglio della
magistratura e prendendo per buona la matrice esecutiva, la storia di quella
pistola si complica. Sarebbe cioè stata usata la sera del 20 marzo da un
terrorista nero fiancheggiato da un mafioso. Questi, dopo l’omicidio, avrebbe
consegnato l’arma ad uno dei boss della banda, “quasi si trattasse di un
trofeo”(6). Non è chiara, perciò, la provenienza d’origine dell’arma. Se ne
conoscono tuttavia le caratteristiche essenziali attraverso il racconto di
Antonio Mancini e Fabiola Moretti, due degli ex affiliati al gruppo che hanno
accettato di collaborare con i giudici. Entrambi hanno visto quella pistola e
la Moretti avrebbe vieppiù speso diverso tempo nella sua manutenzione. Mancini
la descrive come “un’automatica 7,65 (…) munita di silenziatore
(…) cromata, ossia color acciaio chiaro. In più aveva dei particolari sul
calcio che richiamavano l’attenzione, come fossero disegni”(7).
Benché l’abbia maneggiata con cura per pulirla e
lubrificarla, Fabiola Moretti è addirittura incerta sul calibro della pistola
servita per liquidare Pecorelli: “Ricordo un’arma semiautomatica
7,65 o 9. Ad occhio direi che era una calibro 9, perché la ricordo piuttosto
grande. Smontai la pistola e la ripulii, avvolgendola in una camera d’aria da
pneumatico”(8). Molto più precisa è la circostanza raccontata dalla donna nella
quale, dopo la scoperta del deposito di via Listz, il suo convivente di allora
- Danilo Abbruciati - le chiede notizia della pistola che ha pulito e se sopra
possano esservi rimaste le sue impronte: “Io naturalmente gli dissi che
certamente c’erano e gli chiesi come mai la cosa lo interessasse. Mi spiegò che
quell’arma ritrovata tra le altre al ministero della Sanità era quella usata
per uccidere Pecorelli”(9).
L’approssimato ricordo sul calibro dell’arma che la
Moretti - “ad occhio”- rammenta di potenza più elevata, sembra confortato da un
altro pentito, Maurizio Abbatino, il quale attesta che la banda della Magliana
preferiva utilizzare bocche da fuoco superiori al 7,65, “usato solo per scopo
di difesa personale e mai per operazioni”(10). E’ pur vero che l’omicidio non
viene compiuto da un elemento organico al gruppo ma da un esterno, una deroga
curiosa se si pensa che Abbruciati si prenderà il disturbo di andare a Milano
per sparare su Rosone e rimetterci la pelle, però è strano che nessuno ricordi
con precisione il modello che, peraltro, è transitato fra lo stock di pistole
trovate nel deposito. Sull’arsenale, poi, rimangono irrisolte diverse
domande:da dove proviene il materiale? Chi vi aveva accesso, oltre i
malavitosi? In che modo quella partita di proiettili, tutt’altro che comuni, è
finita in via Listz? La risposta, in parte, la fornisce ancora Abbatino: “Non
so nulla di preciso circa la provenienza delle munizioni utilizzate per l’omicidio
Pecorelli. Posso però dire che le munizioni di marca Gavelot (sic)
calibro 7,65 rinvenute all’interno del deposito del ministero della Sanità,
potevano provenire o da un borsone d’armi consegnatoci personalmente da Danilo
Abbruciati e lì custodito, oppure depositate in quel luogo da Massimo
Carminati”(11). Quest’ultimo è il nome del neofascista che -secondo le
testimonianze dei pentiti- si sarebbe reso esecutore materiale del delitto.
Assente nelle dichiarazioni rese a verbale in
istruttoria dagli ex membri della Magliana, quel nome – Browning - sembra
sbiadire e dissolversi come una nuvola luciferina. Ma c’è un altro nome nella
vicenda Pecorelli che i pentiti si astengono dal pronunciare: quello di Antonio
Chichiarelli. Costui, falsario di talento e amico di Danilo Abbruciati, ha un
ruolo che gli compete tanto nell’affare Moro che nel colpo miliardario alla
Brink’s romana. Chichiarelli, però, è anche l’uomo che si diverte a trasmettere
strani messaggi che hanno tutta l’aria d’essere occulti, seminando a puntate
reperti indecifrabili. Uno di essi riguarda proprio il giornalista di OP,
è una scheda informativa che contiene indirizzi, carattere (“molto
sospettoso”) e spostamenti del soggetto messo sotto traccia. Vi è indicata
anche la scadenza tassativa entro cui colpirlo a morte, con la precisazione che
l’omicidio non va rivendicato, occorre anzi depistarlo. Cosa che puntualmente
avviene.
Ma oltre ad essere falsario e rapinatore,
Chichiarelli è anche trafficante in armi. Un suo conoscente, Luciano Dal Bello,
che bazzica da informatore il Sisde, di lui attesta che le armi piazzate alla
malavita Chichiarelli se le procurava in luoghi inaccessibili. Tra questi, la
base militare Nato di Napoli (12). Quei proiettili Jevelot sono
fabbricati proprio su licenza Nato e forse si comincia a capire meglio perché
Abbatino non sa nulla di preciso sulla loro provenienza.
Ciò che si continua a non capire è quale pistola ha
sparato su Pecorelli. Fra quelle rinvenute in via Listz, due risultano essere
modelli Beretta che possono eventualmente montare un silenziatore. Premesso che
una perizia ha stabilito che i bossoli rinvenuti la sera del 20 marzo
presentano “sul fondello un’impronta del percussore caratteristica del modello
Beretta ‘81”(13) e che l’arma che ha sparato era silenziata, ciò non basta ad
essere assolutamente certi che sia quella la pistola usata dal killer.
Ulteriori perizie balistiche effettuate sulle pistole trovate dalla polizia
hanno avuto esiti negativi, e tuttavia la magistratura giudicante non ha
escluso “che nel deposito del ministero della Sanità sia transitata l’arma in
questione”(14). L’ipotesi sospesa nasce da due valutazioni. Primo, perché dal
momento dell’omicidio alla scoperta dell’arsenale passano due anni e mezzo.
Inoltre, tutte le armi repertate presentano alterazioni - “per la presenza di
acidi”(15) - che ne impediscono un riscontro utile fra il raffronto tecnico dei
bossoli trovati vicino al cadavere del giornalista e quelli sparati dalle
pistole in comparazione dai periti. Si rimane cioè nel vago, nell’opaco. E con
questi dati possiamo tranquillamente concludere che Pecorelli sia stato
ammazzato due volte, nello stile di quei misteri di cui lui stesso è stato
grande depositario.
Note
(1) Paolo Monelli, Mussolini
piccolo borghese, Garzanti-Vallardi, Milano, 1983, pag. 299.
(2) Piero “Zut” Lo Sardo, “Omicidio
Pecorelli: desiderio di stato”, in Metropoli, anno 3°, numero 6,
settembre 1981, pag. 27.
(3) Ibidem, pagg. 28-29.
L’articolo scritto da Pecorelli è integralmente riprodotto nel pezzo che appare
su Metropoli, periodico legato ad Autonomia operaia. In esso, Piero Lo
Sardo sostiene che la morte del giornalista va collocata nel connubio tra
classe dirigente e massoneria - ipotesi peraltro non nuova nelle piste
d’indagine - che Pecorelli avrebbe affrontato in almeno due occasioni: “La
prima (quella del 1968 su Nuovo Mondo d’Oggi) è comprato, la seconda
(nel 1979, su OP) è ucciso”. Va altresì notato che Lo Sardo nomina in
chiusura Gianni Baget Bozzo e Giano Accame, entrambi nella rivista Nuova
Repubblica del movimento politico guidato da Randolfo Pacciardi, a sua
volta legato ad un progetto tecnocratico di una “nuova elite modernizzante” in
cui il “problema della struttura della classe dirigente” va interpretato nel
rapporto che essa può avere con quei centri di potere sovranazionali fino ad
entrare “in simbiosi con essi”.
(4) Ibidem, pagg. 28-29.
(5) Giovanni Bianconi, Ragazzi di
malavita. Fatti e misfatti della banda della Magliana,
Baldini&Castoldi, Milano, 1995, pag. 188.
(6) Ibidem, pag. 161.
(7) Silvestro Montanaro, Sandro
Ruotolo (a cura di), La vera storia d’Italia, Tullio Pironti Editore,
Napoli, 1995, pag. 597.
(8) Ibidem, pag. 623.
(9) Ibidem, pag. 623. A
proposito del racconto della Moretti, la donna precisa che Abbruciati
adopera un’espressione brutale per alludere alla pistola (“Lì ci sta l’abbacchio
di Pecorelli"). Come è ben noto, l’abbacchio è una pietanza tipica di Roma
che si riferisce tanto all’agnello macellato ancora lattante che a quello più
coriaceo, appunto di pecora. Nel 1980 si apprende l’episodio in cui Pecorelli,
poco tempo prima della morte, si è incontrato con Claudio Vitalone, Carlo
Adriano Testi, Walter Bonino e Donato Lo Prete in un ristorante della capitale
per discutere il tema di un suo articolo molto velenoso sul conto di Andreotti.
La rivista satirica Il Male ne prende spunto e pubblica in prima di
copertina una significativa vignetta dove il cadavere del giornalista viene
mostrato sotto forma di abbacchio fumante su un piatto da portata che un
giulivo cameriere si appresta a servire. Mentre una voce fuori campo si rivolge
impaziente al servitore (“Allora, arriva o non arriva ‘sto Pecorelli?!),
un’ulteriore didascalia avverte che la cena si svolge in casa Vitalone. Il
riferimento del disegnatore all’abbacchio - sia pure involontario perché gioca
sul nome della vittima - rimane comunque curioso.
(10) Ibidem, pag. 630.
(11) Ibidem.
(12) Peter Willan, I Burattinai,
Tullio Pironti Editore, Napoli, 1993, pag. 287.
(13) Sentenza della Corte di Assise
di Perugia del 24 settembre 1999.
(14) Ibidem.
(15) Ibidem.
La lepre finta
Nelle cronache milanesi del 9 dicembre 1995 compare
per l'ultima volta un nome, quello del libanese Bou Chebel Ghassan, che al
momento della morte nessuno ricordava più. La notizia, quel giorno, è già
vecchia di alcune settimane quando viene pubblicata perché Ghassan se n'è
andato all'altro mondo sotto silenzio minato dall'Aids, male che come il cancro
(e la mafia) non perdona, ma anche più idonee nel sottacere le circostanze di
una fine. I cronisti che vi accennano distrattamente, se ne fanno quasi
partecipi affermando che il soggetto, molto poco raccomandabile, frequentava
ormai da anni "pensioni di terz'ordine, ospite di prostitute e travestiti"(1).
Lo scenario – forse - sarà anche vero, ma è un di
più, una forzatura che sembra voler accentuare il comprensibile riserbo
non intorno alla malattia bensì ai tanti, i troppi segreti che il libanese s'è
tirato dietro.
Il segreto più grosso è di sicuro racchiuso
nell'uccisione del giudice Rocco Chinnici, il capo dell'Ufficio istruzione del
tribunale di Palermo, saltato in aria con la scorta il 29 luglio 1983. Ed è
significativo che proprio nelle date comincino le contraddizioni. Se quella
della morte di Ghassan non viene specificata, ce n'è almeno un'altra che è
contrastante: riguarda la sua telefonata "anonima" avvenuta giorni
prima dell'omicidio di Chinnici per avvertire i funzionari della Squadra mobile
palermitana dello scadere di un gravissimo attentato. Qualche giorno prima, si
è detto, ma sulla data precisa esistono versioni diverse. Quella più
accreditata fissa al 10 di luglio la segnalazione, una segnalazione generica,
senza indicazioni ma di certo allarmante. L'annuncio del misterioso telefonista
sull'imminenza di una strage che sarà compiuta con una vettura carica di
tritolo non specifica chi sia l'obiettivo, dice solo che si tratta di qualcuno
importante, un pezzo grosso: forse Falcone o De Francesco "o chiunque
altro avesse ficcato il naso negli affari dei boss emergenti"(2).
Non è chiaro perché Ghassan avrebbe dovuto ricorrere
all'anonimato se, come si afferma nel suo epitaffio, proprio "all'inizio
di luglio viene agganciato dall'Alto Commissariato Antimafia di Bruno
Contrada ed Emanuele De Francesco"(3). Ghassan è infatti già noto a
parecchie persone degli apparati non solo come trafficante di armi e droga, ma
anche come informatore. E' un uomo che "vanta ottimi agganci con la
Criminalpol italiana, con la Guardia di Finanza di Milano, con il servizio
centrale antidroga del ministero dell'Interno e anche con i servizi
segreti"(4). Tutto questo, però, non basta. Alle benemerenze appena citate
si dovrebbe aggiungere un requisito ancora più inquietante. Sembra cioè che il
libanese non sia estraneo neanche alla struttura più impenetrabile della storia
parallela italiana, Gladio, di cui avrebbe fatto parte in almeno un'operazione:
"Nel 1986 viene creato il Gruppo operazioni speciali (GOS), chiamato anche
Nucleo K. La nuova struttura è dotata di forte autonomia. Entra in
azione durante il sequestro della Achille Lauro, nella rivolta al
carcere di Trani, nel dirottamento su Malta di un jet egiziano. E nel sequestro
Dozier. Nella medesima operazione è presente anche Bou Chebel Ghassan,
certamente informatore della polizia. E' indicato da un'ufficiale della Finanza
come collaboratore del Sismi"(5).
Perché, dunque, il ricorso ad una telefonata anonima,
ammesso che ci sia stata davvero? All'autorità giudiziaria che raccoglie la
deposizione di Ghassan nell'istruttoria per il processo contro Michele e
Salvatore Greco quali mandanti della strage di via Pipitone Federico, "non
interessa fino a qual punto egli fosse un leale confidente"(6) ed è un
male, visto che i Greco - pur criminali riconosciuti - non c'entrano con la
morte di Chinnici, ma questo si appurerà anni dopo. Intanto, però, il libanese
già indossa i panni della lepre finta, la stessa impiegata nelle corse per
ingannare i cani condizionati dal loro istinto di segugi, una lepre eccellente nei
depistaggi. Certo, la matrice dell'assassinio di Chinnici è sicuramente
mafiosa, ma nel massacro del 29 luglio ci sono elementi che fanno pensare ad
altre entità, quelle che il giudice annotava nei suoi diari.
Carattere duro, spigoloso, quello di Rocco Chinnici.
I diari che lascia riportano passaggi stringati ma eloquenti dei suoi umori
spesso acidi, impietosi. Quella che però sembra un'irriducibile protervia è
soltanto il riflesso di un'angoscia, Chinnici siede sulla stessa poltrona di
Cesare Terranova, amico e collega carissimo da lui sostituito quando questi
viene ammazzato il 25 settembre 1979 proprio sotto casa, predestinazione comune
ad entrambi. Come Terranova, anche Chinnici è convinto che la mafia sia solo
uno degli elementi - il primo livello - di un disegno ben più ampio del
semplice scenario criminale e lo dice pubblicamente, commettendo il suo errore
più grosso, forse quello fatale: "C'è un filo rosso che lega i grandi
delitti, un unico progetto politico"(7).
Intuito e passione. Mentre il primo segna un punto a
suo favore perché Chinnici ha voluto accanto a sé un giovane magistrato,
Giovanni Falcone, che si è fatto le ossa alla Sezione fallimentare, è la sua
incapacità di mediare a costargli la vita. Falcone, fintanto che lui è vivo, ne
condivide le idee benché sia più accorto nelle esternazioni, sa che il gioco a
carte scoperte facilita gli avversari e muterà rotta - ma solo in apparenza -
qualche anno dopo. E' il gioco grande, quello delle menti raffinatissime,
ma Chinnici ci si butta a testa bassa lasciando scoperte le spalle, riunisce in
una sola inchiesta le indagini sugli omicidi di Mattarella, Costa e La Torre
con quello di Carlo Alberto Dalla Chiesa, preparandosi a firmare i mandati di
cattura per Nino ed Ignazio Salvo. Ne preannuncia quasi l'arresto quando va a
trovare la vedova di Pio La Torre meno di venti giorni prima di saltare in
aria. La donna insiste, vuol saperne di più, e lui la rassicura: "Si
tratta solo di aspettare qualche settimana. Finalmente ci siamo"(8).
Meno di venti giorni. Una concomitanza da lasciare
allibiti se la telefonata di Ghassan avviene davvero il 10 luglio. A
raccoglierla è Antonio De Luca, commissario della Criminalpol, lo stesso
funzionario il cui nome Chinnici trascrive il 27 gennaio 1981 nei diari,
a proposito di Pier Santi Mattarella. Parlando dell'omicidio del presidente
della Regione siciliana, il giudice annota che Mattarella - al rientro da Roma
dopo un colloquio con Virginio Rognoni - ha confidato alla sua segretaria il
timore di finire ucciso per quello che ha detto al ministro e "che di ciò
il commissario De Luca ebbe a fare una relazione; il documento però non è stato
allegato al rapporto, per il veto dei superiori"(9).
Interrogato in merito all'episodio, De Luca conferma
che la sua relazione "non fu allegata né trasfusa nel rapporto,
trattandosi di notizia confidenziale"(10), escludendo tuttavia che
l'omissione fosse dovuta al veto dei superiori. Si è trattato, insomma, di una
trascuratezza. Non ne mancheranno intorno alla vigilanza sull'incolumità di
Chinnici dopo l'avvertimento di Ghassan. Nelle carte istruttorie (11) per il
processo sulla strage del 29 luglio, Ghassan spiega per filo e per segno come
sono avvenuti i suoi contatti con il clan dei Greco e come questi fossero caparbiamente
intenzionati a far fuori Chinnici con un omicidio esemplare. Michele Greco,
soprattutto, vuole che l'esecuzione sia spettacolosa, mozzafiato. Sua, secondo
Ghassan, è l'idea dell'autobomba: "Ricordo che disse quasi testualmente
<salterà anche a Palermo come si fa nei vostri paesi e così salteranno tutti
e nessuno potrà fare testimonianza>"(12). Al dibattimento, però,
l'ambiguità del libanese viene fuori con evidenza, tortuose restano le sue
versioni sui rapporti che lo legano ad esponenti di Cosa nostra, tanto che
"più volte, in aula, ritratterà le accuse a carico di Michele e Salvatore
Greco, denunciando minacce e presunti attentati alla sua vita in
carcere"(13).
Prosciolto dall'accusa di aver fornito esplosivo e
detonatore per l'attentato a Chinnici, Ghassan viene condannato per solo
traffico di narcotici, nell'autunno del 1987 è a piede libero. Forse la pacchia
per lui è finita perché dai grandi alberghi e donnine di lusso passa a vivere
in pensioni a buon mercato pur continuando a registrarsi col suo vero nome e
millantando sempre i gravi pericoli per la sua collaborazione. Torna
perciò a Palermo, "denunciando nuovi complotti ai suoi danni"(14),
poi sparisce o viene fatto sparire fino all'estate del 1993.
Gli avvenimenti di quell'anno sono vertiginosi (15).
Il 1993 si apre con il preannuncio delle collusioni mafiose di Giulio
Andreotti, poi seguite dalla sua incriminazione vera e propria. Le inchieste su
Tangentopoli innescano una serie di suicidi, alcuni eccellenti. Il 18 febbraio
viene trovato il corpo di Sergio Castellari, megamanager delle Partecipazioni
statali; il 20 luglio Gabriele Cagliari, già presidente Eni, si uccide nel
carcere di San Vittore; tre giorni dopo Raul Gardini, il timoniere dell'impero
Montedison, si spara nella sua abitazione milanese. In questo frangente sembra
riprendere in pieno una nuova strategia della tensione: il 14 maggio - a Roma -
esplode un'autobomba in via Ruggero Fauro, ai Parioli, strada dove hanno sede
misteriose società di copertura in odore di servizi segreti. Il 27 maggio
un'altra vettura carica di esplosivo parcheggiata davanti alla Galleria degli
Uffizi, in via dei Georgofili, causa la morte di cinque fiorentini. Infine,
nella notte fra il 27 e il 28 luglio, c'è un triplo attentato con la stessa
tecnica: uno a Milano, in via Palestro (ancora sei vittime), gli altri due a
Roma, davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano e alla chiesa di San
Giorgio al Velabro. Questi macelli saranno attribuiti all'ala corleonese di
Cosa nostra, estromettendo – al solito - ogni altra entità.
La strage di via Palestro e lo scempio di Roma
costano la poltrona al prefetto Angelo Finocchiaro, direttore del Sisde, il
servizio di sicurezza civile. Ma la sostituzione non avviene soltanto in
conseguenza degli attentati, il Sisde è già nella bufera da qualche mese per
via di un'inchiesta della Procura romana che ha accertato l'esistenza di
fondi neri, cifre miliardarie che alcuni spioni intascavano a proprio uso
e consumo. Ad ottobre, quando le barbe finte messe sotto accusa tenteranno di
coinvolgere nei loro intrallazzi alte personalità passate e presenti della
politica italiana e persino il Quirinale, la bufera diventerà tempesta. Nel
frattempo, già screditato dall'affare Contrada e dall'inefficienza nel
prevenire gli attentati, il Sisde pensa di correre ai ripari con il redivivo
Bou Chebel Ghassan, beccato in una pensioncina del quartiere milanese di Città
studi.
Per qualche anima bella, il libanese, è ancora una
lepre finta ideale. A suo carico c'è il fatto che risiede nella città meneghina
da abbastanza tempo per essere coinvolto nella strage di via Palestro, per di
più è un esperto in esplosivi già impelagato nella morte di Rocco Chinnici.
Quando però il suo nome viene proposto come artificiere, la stampa non dà alcun
credito all'ipotesi che sia stato lui a collocare la bomba su quella vettura,
Ghassan è un rottame, uno che vive ormai di espedienti più che di traffici. Il
ripescaggio, tuttavia, non è solo una goffa trovata per scaricare la
responsabilità dell'eccidio su di un penoso fantasma bensì, ancora una volta,
il diversivo per coprire con il suo nome quello di un altro personaggio, molto
più temibile, e il cui avvistamento proprio a Milano è avvenuto senza che
nessuno – ad eccezione del Corriere della Sera - vi facesse caso. Di chi
si tratta? Di un tale che risponde al nome di Eugenio Berrios, un chimico
cileno e spia prezzolata, attivo come agente della feroce dittatura di Augusto
Pinochet. Il signor Berrios è rimasto pesantemente indiziato, tra l'altro,
anche dell'assassinio di Orlando Letelier, ex ministro del governo di Salvador
Allende, massacrato in esilio – guarda guarda - proprio con un'autobomba.
Sembra che il chimico sia un vero e proprio mago in materia di esplosivi e la
sua segnalazione in Italia lo fa fuggire a gambe levate, tanto più che è stata
preceduta dalla visita del direttore della CIA in persona nell'ultima settimana
elettorale prima del Referendum per il voto maggioritario.
Coincidenze? Forse. O forse aveva ragione Ghassan
quando, ai giudici di Palermo che lo interrogavano, diceva di non poter
immaginare "che i funzionari di polizia, per prevenire un attentato,
avessero bisogno d'informazioni al minuto, come i bambini col biberon. Un bravo
poliziotto da una piccola cosa capisce tutto"(16). Già. Sempre che ci sia
la volontà di capire.
Note
(1) "L'Aids uccide il libanese
dei misteri", Corriere della Sera, 9 dicembre 1995.
(2) Benito Li Vigni, Omicidi
eccellenti, Pironti, Napoli, pag. 326.
(3) Corriere della Sera, art.
cit..
(4) Sandro Provvisionato, Misteri
d'Italia, Laterza, Bari, pag. 269.
(5) Alfredo Galasso, La mafia
politica, Baldini & Castoldi, Milano, pag. 144.
(6) AA.VV. Mafia. L'Atto di accusa
dei giudici di Palermo, Editori Riuniti, Roma, pag. 294.
(7) Li Vigni, Op.cit., pag. 321.
(8) Francesco Misiani, Per fatti
di mafia, Sapere 2000, Roma, pag. 102.
(9) Alfredo Galasso, Op. cit., pag.
97.
(10) Ibidem, pag. 98.
(11) Contenute in Mafia. L'Atto di
accusa dei giudici di Palermo, cit., pagg. 294 e seg..
(12) Ibidem.
(13) Li Vigni, Op. cit., pag. 329.
(14) Ibidem.
(15) Per tutte le vicende legate al
1993 vedi: Fabio Andriola - Massimo Arcidiacono, L'anno dei complotti,
Baldini & Castoldi, Milano.
(16) Corriere della Sera, art.
cit..
Rumori di fondo
"Poco m'importa la menzogna
ma detesto l'inesattezza"
Samuel Butler
(Note-Books)
In quella spaventosa concentrazione di potere
rappresentata dall'informazione il peccato d'inesattezza sembrerebbe quasi una
banalità, una sorta di pedaggio dovuto alla massa di notizie che ci bombardano.
Eppure, proprio perché le imprecisioni eludono spesso i controlli, c'è da
chiedersi se davvero la natura dell'inesattezza sia ascrivibile sempre e
comunque all'involontario e al casuale. Ai fatti raccontati dai media non
può che corrispondere la loro stessa virtualità proprio nei segni
contraddittori - rumori di fondo avvertibili e persistenti - che essi
tradiscono senza che nessuno se ne faccia interprete. Se anzi dovessimo
scegliere un frangente in cui questi rumori sono stati percepiti ma non
raccolti, ci basterebbe scorrere la cronistoria dei suicidi correlati a
Tangentopoli e, in particolare, quelli di Raul Gardini e di Gabriele Cagliari.
Del secondo, citando la riapertura delle indagini
sulla morte avvenuta in carcere nell'estate del '93, il Corriere della Sera riferisce
due anni dopo che l'ex presidente dell'Eni "scriveva spesso alla famiglia
e alla moglie - Bruna Di Lucca - che a San Vittore non è mai andata a
trovarlo, perché Cagliari non voleva"(1). Il corsivo è necessario, dal
momento che il lettore delle cronache sulla vicenda di due anni prima si
trovava ora, nel 1995, a dover scegliere fra il passare ad altri argomenti o
verificare la discrepanza avvertita nelle parole riportate dal pezzo. Dov'era
la discrepanza? Nel rifiuto di Cagliari di ricevere visite della propria
consorte oppure nell'affermazione che questa non fosse mai andata a trovarlo?
All'indomani del 20 luglio 1993, tra i particolari
riferiti dalla stampa sulla tragedia di San Vittore, non manca l'accenno alla domanda
di scarcerazione ripresentata da Cagliari al giudice di sorveglianza qualche
giorno prima, né al colloquio con il suo legale in cui questi, proprio quel
mattino, avrebbe dovuto comunicargli l'esito dell'istanza. Nella mancata visita
si fa anche il nome della moglie del detenuto: un errore? E' possibile che nei
clamori di quel 20 luglio, non essendoci tempo bastante per le verifiche,
nessuno abbia pensato all'inesattezza. O almeno, se inesattezza ci fu, nessuno
abbia pensato a correggerla. E' altrettanto vero, però, che nel raccontare
minuziosamente gli ultimi istanti di vita di Gabriele Cagliari, i cronisti
fornirono il ritratto di un uomo che si era alzato, lavato e sbarbato con cura
per poi fare colazione, confidando ai compagni di braccio l'imminenza del
colloquio. Un colloquio forse inutile ma che quantomeno - confermandogli il
rigetto dell'istanza - avrebbe meglio giustificato la sua decisione di farla
finita. Poco più tardi, il corpo viene ritrovato con la testa infilata in un
sacchetto di plastica stretto intorno al collo. Alla versione di un Cagliari
ritroso nel ricevere visite dei propri familiari, è abbinata la strana e poco
comprensibile metodica, da parte della signora Di Lucca, nel distruggere la
maggior parte delle lettere che il marito le scriveva da San Vittore:
"Gabriele me ne avrà scritte un centinaio in quattro mesi di carcere. A
casa ne avrò una decina, forse"(2).
Fermiamoci un momento. La presenza epistolare non
manca neppure nella morte di Raul Gardini. Anche l'ex stratega del Gruppo
Ferruzzi lasciò una lettera prima di uccidersi a soli tre giorni di distanza
dalla scomparsa di Cagliari. A proposito dell'indagine avviata dal giudice
Scagliarini, sul dettaglio della lettera e sui punti essenziali del suicidio si
sofferma più degli altri il settimanale L'Espresso i cui servizi vengono
ripresi in questi termini: "Compaiono anche alcune ombre nella
ricostruzione della fine di Raul Gardini. La pistola sarebbe stata trovata su
uno scrittoio sulla parete opposta rispetto al letto sul quale si è sparato. Il
magistrato incaricato dell'inchiesta, conferma la posizione dell'arma ma non
ritiene che si tratti di un giallo, i soccorritori hanno sconvolto la scena del
suicidio. Qualcuno avrebbe quindi tolto l'arma dalle mani dell'imprenditore morente
per spostarla. Chi?
Il giudice non vuole fare nomi. Ma altri dettagli
insinuano nuovi dubbi. C'è una lettera al pool Mani pulite in cui viene offerta
piena disponibilità. Lettera che, secondo L'Espresso, sarebbe stata completata
la notte prima del suicidio. Ma se era pronto per l'interrogatorio, perché
Gardini si è ucciso? Anche in questo caso gli investigatori non pensano si
tratti di un elemento chiave..."(3).
Completare non significa necessariamente finire ciò
che si è cominciato ma altresì aggiungere ciò che manca a qualcosa. Stando
all'ambiguità del termine adoperato dal cronista, l'ipotetica aggiunta alla
lettera di Gardini potrebbe anche non essere attribuita al morto,
impressione confortata peraltro dal fatto che i soccorritori hanno sconvolto la
scena del suicidio. Ma quello di togliere l'arma dalle mani di un moribondo che
si è appena sparato
è un gesto naturale, un gesto che non sconvolge un
bel niente se non si vuol suggerire dell'altro. E cioè che Gardini possa
essersi sparato a quello stesso scrittoio sul quale era posata la pistola e
dove, con tutta probabilità, ha scritto la sua lettera. Che poi sia stata la
mano di Gardini a completare lo scritto, la mano di qualcun altro o, peggio
ancora, che Gardini sia stato costretto a scrivere ciò che ha scritto sotto la
minaccia dell'arma, è un discorso troppo compromettente persino per i
giornalisti.
Torniamo a Gabriele Cagliari. Come in Gardini
l'incongruenza del suicidio è affidata ad una lettera in cui dichiara la sua
disponibilità a collaborare con la magistratura, nella morte del detenuto di
San Vittore la contraddizione può essere colta non tanto e non solo in quel
colloquio mancato, ma pure nelle lettere premurosamente distrutte dalla vedova.
Per di più, di lui, si scrive che si è ucciso "quando si è reso conto che
i magistrati non avevano alcuna intenzione di concedergli gli arresti
domiciliari"(4). E ancora la signora Di Lucca ne ribadisce la fermezza di
carattere dichiarando che suo marito "aveva ammesso le sue colpe, ma i
giudici volevano che rivelasse i nomi: me lo hanno ammazzato perché non ha
voluto fare il delatore"(5).
Questo senso dell'onore attribuitogli post mortem
è ammirevole, ma di ben poca consistenza: Cagliari sapeva bene che a quei nomi
i giudici ci sarebbero arrivati comunque, con lui o senza di lui. E un uomo che
becca una tangente di quattro miliardi su una fornitura di turbine a gas
destinate all'Enel, prima o poi finisce col parlare. Ma il guaio è che
Cagliari, già in carcere dal 9 marzo, era stato risucchiato nel vortice
Enimont, madre sì di tutte le mazzette ma anche pericolosa linea di confine:
uno scenario oltre il quale avventurarsi significa entrare in un'altra
dimensione. E' in questo senso che la sua fermezza nel non voler parlare
potrebbe essere meglio compresa - così come la distruzione delle sue lettere e
le ribadite assenze dei familiari nelle visite in carcere - poiché proprio
l'eventualità che quell'onore potesse incrinarsi da un momento all'altro, non è
da scartare negli ingredienti di una morte divenuta forse indispensabile.
Scenari paralleli a corruzioni e mazzette nell'orbita
Enimont si erano già proposti all'inizio di quel 1993, il 18 febbraio, con il
ritrovamento del corpo di Sergio Castellari, ex dirigente del ministero per le
Partecipazioni statali, forse suicida per altrui concorso. La sensazione che
dietro la sua fine potesse celarsi qualcosa d'inconfessabile e in cui fossero
coinvolti enti ed organismi o importanti poli chimici da questi assorbiti, ne
legittimava - soprattutto con la morte di Cagliari e di Gardini - la
persistenza. Tale sensazione induce in quei giorni finanche un magistrato avaro
di sortite come Pier Luigi Dell'Osso ad esporsi in ipotesi davvero inquietanti:
"Possiamo pensare a traffici d'armi, a cointeressenze con Paesi stranieri,
a qualsiasi cosa da non sottovalutare né trascurare, perché nell'affare
Enimont troviamo il ritorno ossessivo di Lussemburgo, Liechenstein,
Nassau, Isole Caiman e, da ultimi, i back to back...".
Questi back to back altro non sono che
speciali depositi bancari ultraprotetti e attraverso i quali si può disporre di
somme che possono essere utilizzate in qualsiasi modo e da chiunque, cioè per
qualsiasi scopo. Se poi il discorso si estende a certe banche, va allora
rammentato che fra i diversi incarichi ricoperti da Sergio Castellari vi era
anche quello di consulente per l'Italia della Deutsche Bank sulle
privatizzazioni delle imprese pubbliche. Proprio quest'istituto di credito è più
volte inciampato in indagini che ruotano intorno al traffico d'armi e a quello
di materiale nucleare. Già nel 1987 la Deutsche era rimasta coinvolta in
un'oscura transazione con l'Ansaldo per la costruzione di quattro generatori di
vapore da destinare, come celle calde per l'arricchimento di uranio, ad un
paese sottoposto ad embargo. Castellari conservava a casa sua (6) le carte di
quella transazione, altre sono probabilmente scomparse dopo la sua morte. Come
le lettere di Cagliari.
I rumori di fondo nel triplice marchio di morte che
segna l'affare Enimont verranno percepiti anche per la cremazione affrettata
del corpo di Gabriele Cagliari, dopo un'autopsia dai risultati non del tutto
convincenti (7). La fretta suscita l'interesse del deputato Antonio Pappalardo
- già ufficiale dei carabinieri che qualche anno dopo si produrrà in
esternazioni molto più contestate - il quale, nel ricordo del malore che aveva
stroncato il 26 dicembre 1990 proprio l'artefice delle operazioni di fusione
fra Eni e Montedison, chiede la riesumazione dei resti di Franco Piga, ex
ministro delle Partecipazioni statali, per una nuova perizia. I sospetti di
Pappalardo, che vuol sapere se Piga sia davvero morto per infarto, non devono
apparire del tutto gratuiti se la Procura di Roma, attraverso il dottor Davide
Iori, decide di ascoltarlo. Poi però la faccenda si sgonfia e viene archiviata
mentre ciò che rimane della Montedison comincia ad entrare nelle mire del
Gruppo Agnelli grazie all'operazione Supergemina, benedetta da Mediobanca ma
non dalla magistratura. Nel mancato passaggio di proprietà, in quel 1995 non
stona affatto la dichiarazione della vedova di Cagliari, convinta più che
mai che il marito “sia stato costretto psicologicamente ad uccidersi" (8)
per il trattamento ricevuto dal pool Mani pulite. Peccato che la riapertura
delle indagini, in quel settembre già prodigo di attacchi verso i giudici di
Milano, non riesca poi a chiarire ciò che è veramente accaduto la mattina
del 20 luglio 1993 a San Vittore. Le premesse c'erano. E anche gli stimoli
necessari, quelli nominati da Roberto Di Martino, titolare dell'inchiesta, a
proposito di "alcuni fatti che non tornano: i risultati dell'autopsia,
prima di tutto, ma anche la posizione del cadavere, quando è stato ritrovato..."(9).
Note
(1) Alessandra Arachi, "Il pm De
Martino cerca nuove piste: <Non credo al suicidio di Cagliari>", Corriere
della Sera, 7 settembre 1995.
(2) Ibidem.
(3) I particolari della lettera di
Gardini, oltre che da L'Espresso, sono riportati dai principali quotidiani
nazionali e diventano il tormentone di agosto del 1993.
(4) Corriere della Sera, art.
cit..
(5) Vedi anche: Alessandro Silj, Malpaese,
Donzelli Editore, Roma, pag. 422.
(6) Michele Gambino - Luigi Grimaldi,
Traffico d'armi. Il crocevia jugoslavo, Editori Riuniti, Roma, pagg.
69-70.
(7) Corriere della Sera, art.
cit..
(8) Ibidem.
(9) Ibidem.
Compukiller
L'ultima giornata terrena per Juan Rodolfo Wilcock
doveva cadere, per sua sfortuna, il 16 marzo 1978 e non furono in molti a
badarne notizia della morte: Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana,
era stato rapito nello stesso giorno dai terroristi dopo che questi ne avevano
massacrato la scorta e il clamore fu enorme, tanto almeno da offuscare la
scomparsa di un intellettuale poco conosciuto ma prezioso.
Era nato a Buenos Aires quasi sessant'anni prima,
Wilcock. Argentino, dunque, come Borges. E come Borges con una predilezione per
il fantastico, il surreale. Ma le affinità fra i due non si limitano ai gusti:
se a Borges -malgrado la grandezza riconosciuta- non fu mai assegnato il Nobel,
a Wilcock spettò in sorte il ruolo di eccentrico, scrittore per soli iniziati.
Poeta finissimo e critico teatrale, traduttore e narratore di lui rimangono
pochi libri dispersi se non introvabili, alcuni ben avrebbero figurato in
quella biblioteca di Babele immaginata dal gigante Jorge Luis. Osservatore
maniacale dei fenomeni di costume, Wilcock leggeva di tutto e tutto annotava, una
delle sue opere meno conosciute - tanto da non essere neppure citata nelle rare
biografie - riuscì a pubblicarla avvalendosi della lettura costante, si direbbe
accanita da parte sua, di quel tipo di notizia che in gergo giornalistico
veniva un tempo chiamata "tappabuchi".
Erano, i trafiletti che raccoglieva e conservava per
poi rielaborarli, succinti riepiloghi di accadimenti strani, curiosi, a volte
inspiegabili. Prima che se ne andasse ebbe modo di farne uscire una serie sotto
il titolo di Fatti Inquietanti. A scorrere quelle pagine si entra in una
galleria di eventi grotteschi, bizzarri come l'apparizione di orrende creature
- umane o aliene - mutazioni, casi inspiegabili di pazzia omicida e di
scomparse e ritrovamenti. Non mancano misteriosi delitti avvenuti in ancor più
misteriose circostanze e sembra che l'autore abbia per essi un'attenzione
maggiore. E' un peccato, perciò, che la fine lo abbia colto in anticipo, prima
cioè dell'avvento informatico, perché Wilcock - ingegnere elettronico prestato
alla letteratura - ne avrebbe saputo cogliere il lato oscuro, idoneo al suo
repertorio, lui che cercava sempre i possibili richiami metafisici con la
realtà sarebbe stato in grado di prevedere ciò che poi il cinema ha raccontato
descrivendoci complotti ed intrighi da incubo su ben altra realtà, quella più o
meno virtuale in cui oggi ci tocca vivere.
Ma il cinema, almeno, ha questo di buono: spiega gli
eventi e il più delle volte conforta lo spettatore con un opportuno lieto fine.
La realtà vera, invece, è spesso non soltanto indecifrabile, quando il finale
arriva finanche a negarlo e a lasciarlo sospeso, insoluto come un cruciverba
del vecchio Bartezzaghi.
A quale origine attribuire questa indecifrabilità,
questo finale negato? Forse proprio allo scenario di cui le storie di cronaca
più recenti recano traccia, quella informatica o comunque legata alla presenza
in luogo di un computer, non di rado trovato in funzione. E' una costante che
incrocia e forse collega, sia pure sotto il profilo suggestivo, casi eclatanti
come quelli di due ragazze - Simonetta Cesaroni e Nada Cella - massacrate nei
rispettivi uffici dove lavoravano con altre vicende del tutto simili per le
circostanze ma diverse per le modalità osservate dagli assassini. Costoro
possono far ricorso tanto ad un'arma da taglio che ad un più banale oggetto
contundente, per esempio un portasciugamani metallico. In quest'ultimo caso,
come vedremo, si ribadisce meglio l'occasionalità del delitto, la sua
estemporaneità. Il tratto comune, intanto, è che tutte le vittime sono state
colpite nel momento in cui potevano trovarsi sole e impreparate, cioè ignare di
quel che poteva accadere. Non è così semplice scegliere questo momento, a meno
che non si abbia fortuna, se di fortuna si può parlare. Vediamone meglio,
perciò, le caratteristiche per le due povere ragazze: un giorno sonnolento
d'agosto in una Roma assolata e già semideserta per Simonetta Cesaroni; un
precoce mattino di maggio nella più tranquilla zona di Chiavari per Nada Cella.
Entrambi, dicono le ricostruzioni, hanno aperto la porta del loro ufficio agli
aggressori. Entrambi, dicono sempre le ricostruzioni, stavano lavorando al
computer prima d'essere aggredite.
Ad aprire tranquillamente la porta all'assassino
facendolo entrare nel suo bellissimo appartamento che lui stesso ha arredato,
provvede anche Alvise de Robilant, gentiluomo e antiquario trapiantato a
Firenze. Gli inquirenti ne troveranno il corpo con la testa fracassata e ancora
un computer - stavolta un modello portatile - lasciato acceso. Lo schermo
dell'apparecchio è stato raggiunto da uno dei colpi inferti durante
l'aggressione i cui rumori, nello stabile, nessuno è riuscito a percepire. Ciò
che si percepisce subito è l'assonanza dei particolari del delitto -soprattutto
con quelli di Nada Cella, brutalmente raggiunta da una decina di colpi violenti
al capo- assonanza riscontrabile vieppiù in un altro crimine consumato a Roma,
esattamente a tre giorni di distanza da quello di Chiavari. E' il 9 maggio 1996
e il cadavere dell'ingegner Luciano Petrini, trentasette anni, viene scoperto
nella sua abitazione al Portuense. Accanto al corpo è rinvenuta l'arma che lo
ha ucciso, "un portasciugamani con il piedistallo metallico"(1),
strumento che conforta l'ipotesi di un gesto repentino, maturato senza
premeditazione da parte del killer. Chi ha ammazzato Petrini, insomma, è
qualcuno incontrato occasionalmente ed occasionalmente invitato
nell'appartamento dal professionista.
Scapolo, riservato, l'ingegner Petrini secondo i
vicini di casa aveva una vita sessuale diversa: "Negli ultimi tre o
quattro giorni - racconta Maurizio Romitelli, l'inquilino del piano di sotto -
l'avevo visto uscire in due occasioni con due ragazzetti, mai visti in
passato"(2). Dunque è da un incontro mercenario che è nato il delitto?
Quella omosessuale è una pista che per più d'un momento sembra prendere anche
l'indagine su Alvise de Robilant ed è curioso che la sua presunta diversità sia
prima formulata, poi smentita, poi di nuovo accennata allorché viene fuori la
voce che il gentiluomo era consulente dei servizi segreti. Ad una teoria, forse
ritenuta più imbarazzante dell'omosessualità, se ne contrappone un'altra, quasi
che avere avuto contatti con apparati di sicurezza equivalga ad avere avuto
contatti con satanasso.
Se un'umana debolezza come l'omofilia va comunque
presa in considerazione nel lavoro d'indagine su un morto ammazzato, è
altrettanto innegabile che essa diventi addirittura preziosa nel sancirne la
natura estemporanea. Così se Petrini poteva avere una vita sessuale disinvolta,
non è detto che quella professionale fosse meritevole di trascuratezza, dal
momento che la vittima era un esperto informatico il quale, tra l'altro,
"aveva esaminato il computer di Giovanni Falcone nell'inchiesta della
magistratura di Caltanissetta"(3). E se questo non bastasse, di lui ci si
accerta pure "che lavorava per una società che aveva eseguito consulenze
sul caso di via Poma"(4), cioè sull'omicidio di Simonetta Cesaroni.
Superfluo è rammentare che nel fattaccio di via Poma
sembrò ad un punto venir fuori anche l'ombra dei servizi tramite un loro
confidente, eppure ci voleva un altro morto per ricordarsi di Petrini. Se
costui aveva lavorato al computer di Falcone per conto della magistratura
nissena, Michele Landi era stato consulente tecnico per la superprocura di
Palermo curandone la riorganizzazione dei sistemi informatici. Landi è
ritrovato appeso ad una corda legata alla scala che immette al piano superiore
della sua abitazione: un suicidio che lascia perplessi parenti ed amici, visto
che poi la posizione del corpo è dubbia. Pochi giorni prima aveva confidato ad
un conoscente di avere scoperto qualcosa di strano, forse qualcosa legato al
lavoro svolto in Sicilia o altrove. E' comunque un altro superesperto - come
Petrini - che scompare in circostanze da brivido nel giro di pochi anni, ma il
ministro agl'Interni in persona si prende cura di avallarne pubblicamente il
suicidio e i giornali smettono di parlarne. Questo silenzio potrebbe anche
apparire in qualche misura sorprendente se si pensa che il caso Cesaroni e il
delitto Cella hanno alimentato per anni le fantasie dei cronisti.
Ma quando si sconfina in territori dove non è lecito
avventurarsi o dove talvolta si verifica persino un intervento ammonitore
dall'alto, diviene assai poco conveniente insistere. Ne deriverebbe quasi che
alla letteratura - e soltanto alla letteratura - spetti oggi la ricerca della
verità, quella verità che Sciascia nel suo libro su Moro descrive dura e
tragica nello spazio quotidiano e dunque impossibile da ignorare o travisare.
Una verità, appunto, che sembra generata dalla letteratura stessa e che
affascinava scrittori come Juan Rodolfo Wilcock.
Note
(1-4) "Massacrato ingegnere
esperto in computer", Corriere della Sera, 10 maggio 1996.
Tentacoli
“Controllava i fusibili della luce e dell’ascensore,
temendo che fossero manomessi. Aveva paura di un blocco, magari un incidente
che poteva essere scambiato per tale in caso di disgrazia. Una volta giunto
davanti alla porta di casa, si soffermava a controllare gli stipiti e le
cerniere, guardando se c’erano segni di qualche passaggio estraneo”(1).
Lo scrupolo con il quale Mario Ferraro, 48 anni,
colonnello del Sismi, osserva queste misure precauzionali fino alla sera del 16
luglio 1995, non basta a salvargli la vita. Il corpo è ritrovato nella stanza
da bagno dell’appartamento in cui vive con la sua compagna, all’ultimo piano di
via della Grande Muraglia, a Roma. La morte è subentrata per strangolamento,
tramite la cintura di un accappatoio stretta attorno al collo e legata ad un
portasciugamani “attaccato alla parete sopra il lato corto della vasca”(2). La
giornata di quella domenica trascorre tranquilla, Ferraro e la sua donna la
spendono sul grande terrazzo dell’abitazione - separata da una scaletta interna
- a prendere il sole e a poltrire fino alle otto di sera, quando l’ufficiale
decide di uscire per comprare del gelato. Maria Antonietta Viali rimane sul
terrazzo mentre lui va via: lo rivedrà due ore più tardi quando, preoccupata
del ritardo, scende nell’appartamento e nota la luce filtrare dalla porta
accostata del bagno. Si avvicina e cerca di aprirla, ma qualcosa la ostruisce.
Sono le gambe di Ferraro, distese a terra mentre il resto del corpo giace
impiccato ad un metro e venti di altezza. Scatta subito l’allarme ed i primi a
precipitarsi sono i colleghi del Sismi che si preoccuperanno di far sparire il
telefonino cellulare e l’agenda del colonnello, mentre la notizia della sua
strana morte arriverà ai giornali soltanto il 24 luglio. Ma chi era Mario
Ferraro e perché negli ultimi tempi avrebbe dato segni d’inquietudine, se non
di timore, tanto da osservare quelle cautele quasi maniacali?
Sui compiti dell’ufficiale viene sparsa una cortina
di reticenze e di vaghezze, Ferraro cioè avrebbe avuto interessi esclusivamente
analistici, al più studi di strategia militare routinaria, “ma ci sono
altre voci che definiscono il colonnello come addetto alla polizia interna del
Sismi”(3). Sembra perciò che la sua fosse più un’attività di controllo sugli
spioni che sugli spiati. Voci, comunque. Quel che resta tangibile è il sentore
del pericolo da lui avvertito fino al punto da lasciare una lettera, uno
scritto di sei cartelle in cui parla di una strana missione a Beirut e di un
conflitto all'interno del servizio segreto militare che avrebbe avuto come
snodo centrale proprio quel viaggio in Libano: un viaggio-trappola per lo
scrivente. Poi, come spesso succede nel caso di una sparizione nevralgica, le
piste si dilatano, Ferraro sembra diventare il prezzemolo di ogni intrigo
sbugiardando così le versioni che lo avevano dipinto quasi come un passacarte.
Ad un mese esatto dalla morte è Alessandro Conforti -
ex agente del Sismi e amico del “suicida”- a rivelare che il colonnello stava
indagando sull’affare Moro. In particolare, sui depistaggi compiuti intorno al
falso comunicato del lago della Duchessa. Il 18 aprile 1978, mentre lo statista
è tenuto prigioniero dalle Brigate rosse, viene segnalato attraverso un
documento apocrifo il luogo dove giace il corpo dell’ostaggio. Il vero
significato di quella sortita è indecifrabile e la sua interpretazione rimarrà
controversa, ma autore del volantino - si scopre tempo dopo - è il falsario e
trafficante Antonio Chichiarelli, uomo in rapporti con la banda della Magliana e
fra gli organizzatori di un supercolpo miliardario ai danni della Brink’s
Securmark, il cui bottino non sarà mai del tutto recuperato. Chichiarelli
viene ucciso nel 1984 sotto casa, all’Eur, portandosi via i suoi segreti, ma
c’è chi ipotizza che la rapina alla Brink’s sia stata il compenso per il
suo intervento “professionale” durante il sequestro. Con molta probabilità,
anzi, costui è stato fatto fuori proprio dai committenti del falso messaggio,
gli stessi che hanno deciso di tappargli la bocca. A questo proposito, è
Luciano Dal Bello - altro pregiudicato e confidente del Sisde - ad aver
raccontato che Tony il falsario si incontrava periodicamente con qualcuno dei
servizi di spionaggio: luogo abituale dei loro incontri, l’aeroporto di
Fiumicino. Chi era questo fantomatico individuo? Forse un ufficiale conosciuto
anche da Mario Ferraro?
Nello scritto lasciato dal colonnello si accenna a
del marcio all’interno del Sismi, un “clima feroce”(4) per il quale si consuma
uno scontro “all’ombra di scandali che avevano stravolto il servizio segreto
militare”(5). A tratti si ha l’impressione che quest’ombra si dirami come una
piovra dai tentacoli che s’insinuano in molte direzioni. Neanche a farlo
apposta, una decina di giorni dopo la morte di Ferraro, si verifica un episodio
suggestivo: Roberto Pancani, alto funzionario della Banca di Roma, viene
rinvenuto cadavere nei giardini pubblici di Vetralla, in provincia di Viterbo.
L’uomo si sarebbe suicidato con un colpo di pistola alla tempia. Pancani aveva
assolto il suo ultimo incarico di dirigente portando a termine le operazioni di
joint-venture della Banca Italo-Albanese, una cordata tra la Banca di Roma e la
Banca Nazionale Commerciale di Tirana, quest’ultima controllata dal governo di
Berisha. Nel ’92, quando comincia l’operazione, le cose sembrano promettere
bene. Finché arriva la truffa delle finanziarie che offrono guadagni del 100% e
i risparmiatori abbandonano in massa gli istituti di credito. Allo scoppio
della truffa scoppia anche la rabbia dei truffati e a Tirana è la rivoluzione,
ma il Banco Italo-Albanese si è prudentemente tenuto fuori dai pasticci. Così
sembra, almeno, perché proprio Ferraro pare essersi interessato ad un presunto
traffico di titoli fra Italia e Albania benché non ci siano conferme, come non
ci sono conferme di un rapporto di conoscenza tra lui e il povero Pancani. Se
però questa certezza non c’è, è altrettanto vero che gli interessi
investigativi del colonnello si rivelano poco per volta molto sensibili agli
intrecci fra alta finanza e criminalità internazionale. A confermare
quest’impressione è Francesco Elmo, uno dei primi arrestati nell’inchiesta Cheque
to cheque partita nell’aprile del ’94 su iniziativa della Procura di Torre
Annunziata, cittadina costiera in provincia di Napoli.
Tutto comincia con le apprensioni paterne del signor
Acanfora quando questi nota che il figlio Raffaele -un trentenne disoccupato-
maneggia soldi e autovetture di lusso con troppa disinvoltura. Acanfora senior
si rivolge perciò al maresciallo della stazione carabinieri di Vico Equense che
è non molto distante da Gragnano dove ruota il giro di amicizie del figlio. E
non sono belle, quelle amicizie. Si tratta di pregiudicati che bazzicano una
pescheria gestita da un tale, Ciro Sorrentino, il cui telefono viene messo
sotto controllo dalla Benemerita. Invece di scoprire un traffico di macchine
rubate, i carabinieri colgono qualcosa di molto più grosso in quelle
conversazioni: un affare sporco di valute straniere, oro e diamanti, armi e
materiale nucleare. I nomi che vi sono coinvolti fanno tremare le vene ai
polsi, si parla di re e di governanti, illustri faccendieri e diplomatici, roba
da fantascienza. Anche lo scenario sembra uscito da un libro di Ian Fleming, la
stessa indagine della Procura - affidata ai magistrati Paolo Fortuna e
Giancarlo Novelli - risale al coinvolgimento di paesi come Russia, Slovenia,
Irak e Kuwait, Niger, Zambia e Marocco. Quest’ultimo è anche il nome di un
faccendiere milanese che, beccato, comincia a collaborare con gli inquirenti portandoli
a Francesco Elmo, un siciliano già nei guai per traffico di Bot e Cct falsi.
Costui gli ha detto che i titoli che maneggia li vende e li sconta per i
servizi di sicurezza o per qualcuno che è in grado di utilizzare i servizi di
sicurezza.
Finito in manette, Elmo racconta ai giudici di avere
allacciato rapporti con Nicolas Alexander Oman, trafficante d’armi residente in
Slovenia, proprio “su incarico del colonnello del Sismi Mario Ferraro”(6),
forse a caccia d’intrallazzi fra barbe finte italiane e i loro collegamenti
internazionali. Quel che è certo è che l’affare Cheque to cheque si
mostra letale almeno per un reporter francese - Xavier Bernard Gautier - il
quale, indagando su Nicolas Oman, viene trovato morto il 17 giugno 1996 a
Minorca, nelle Baleari, impiccato con le mani legate. Lo stile, insomma, è
davvero una costante in certi casi. Si direbbe, anzi, che sia tutto.
Note
(1) “Lo 007 si sentiva in pericolo”,
30 luglio 1995.
(2) “Quello strano suicidio dello
007”, La Repubblica, 24 luglio 1995.
(3) Ibidem.
(4) “Ferraro indagò sul caso
Moro”, Il Messaggero, 21 agosto 1995.
(5) Ibidem.
(6) “Traffico d’armi, indagato
Zhirinovski”, Corriere della Sera, 2 giugno 1996.
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Postfazione sentimentale
Piazza SS. Apostoli
Quella era la prima volta che vedevo Roma. La prima
volta, almeno, che ricordo di averci messo piede.
Avevo otto anni e quel viaggio in treno era stato
un’avventura, qualcosa di emozionante come poteva esserlo l’esperienza di un
bambino che scopre il mondo esterno. Clara, mia sorella, ci viveva già da un
anno rincorrendo la sua falsa vocazione di giovane attrice. La pensione dove
allora alloggiava era in realtà un appartamento familiare al primo piano di una
costruzione umbertina, nel quartiere Prati.
La pensione ospitava per lo più figuranti e
comprimari di belle speranze, “artisti” venivano chiamati, che col cinema e col
teatro avevano rapporti alterni. Anche la proprietaria, una vecchia signora di
origini napoletane, era un’ex teatrante. I suoi ospiti la chiamavano
affettuosamente zia Fofò e io trovavo un po’ ridicolo quel nome, mi veniva da
ridere ogni volta che lo sentivo anche se poi riuscivo a trattenermi e a
restare serio.
Fofò aveva una vera passione per i gatti siamesi,
venerava soprattutto lei, Elettra, capostipite della famiglia dei felini che
appestavano le mura della pensione, mura dal parato giallo-grigio come il loro
manto. Clara, a quel tempo, aveva già lavorato in piccoli ruoli nella compagnia
di Eduardo e presto si sarebbe stancata, incostante com’era, di quella vita.
Recitava all’Eliseo e dal momento che nel pomeriggio aveva le prove per la
nuova commedia, mia madre ne profittò per portarmi a far visita al fratello,
trasferito a Roma dalla fine della guerra.
Ero contento di andare a trovare mio zio, se non
altro aveva un carattere allegro. Prendemmo perciò un autobus diretto nei
paraggi della sua abitazione, facendo a piedi l’ultimo tratto. Mia madre mi
teneva per mano e questo mi seccava, mi faceva sentire più piccolo soffocando i
miei primi istinti d’indipendenza, così cercavo di non pensarci rivolgendo la
mia attenzione a quello che mi stava intorno. Guardavo incantato il traffico,
la strada e le vetrine: tutto mi sembrava più grande, festoso, rispetto la mia
città. Stavamo percorrendo l’ultimo tratto di via del Corso, quando d’improvviso,
in lontananza, si sentì come un boato. Non so descrivere quel rumore ma era
diverso da ogni altro, un rombo forte e cupo prodotto da una sola unica voce,
quella della folla.
Era una voce di rabbia, di paura. Subito dopo si
avvertirono le sirene della polizia e vedemmo gente correre in tutte le
direzioni. L’istinto di mia madre mi trascinò dentro un portone per trovarvi
riparo mentre sfrecciavano le camionette della Celere. Annusai l’aria, s’era
alzato uno strano odore. Non lo avevo mai sentito, quell’odore, ma era
penetrante e cominciava a far male agli occhi: era quello dei lacrimogeni.
Doveva essere scoppiato un parapiglia lì vicino,
anche se mia madre non riusciva a individuarne la zona e proprio per questo
indugiava fra il portarmi via e il timore di finire in mezzo al tafferuglio.
Altre persone, intanto, s’erano fermate sotto
l’androne del palazzo per cercarvi rifugio. Una signora con un’amica che
piangeva, appena arrivate ansimando, spiegò a mia madre cos’era successo.
“Lì, agli Apostoli –disse indicando con la mano- C’era un comizio e hanno sparato.”
Non si capiva bene chi e perché avesse sparato e se
davvero c’era stato uno sparo, ma in pochi secondi il furore s’era impadronito
dei manifestanti portandoli a devastare vetrine e macchine. Il servizio
d’ordine della polizia aveva ordinato l’assalto e lo scontro con quei
forsennati –così li chiamava la signora- era stato terribile, tanto che stavano
arrivando i rinforzi. In quel preciso momento, sotto l’androne, apparve una
figura. Gli altri non ci badarono, presi com’erano dal racconto della donna, ma
io sì.
Era un uomo che giudicai piuttosto anziano, non tanto
perché lo fosse ma per il fatto che alla mia età ero portato a vedere tutti gli
adulti sopra i trenta come anziani. E quello, di anni, ne doveva avere almeno
quaranta. In più, vestiva in modo dimesso. Indossava uno di quegli impermeabili
da poche lire, in tessuto Rhodiatoce spiegazzato e liso, come se ne portavano
allora tra i ceti popolari. Vi notai qualche macchia biancastra, forse di calce
o di vernice, che risaltava sul colore scuro. E anche sulle scarpe, sformate e
grosse, aveva quelle macchie, molto più numerose. L’uomo teneva chiuso
l’impermeabile con la mano al bavero, quasi sotto il mento, e aveva come gli
altri il fiatone per aver fatto di corsa la strada. Però era stato lo sguardo
che aveva lanciato fermandosi, prima di entrare, ad avermi incuriosito: come se
per un istante avesse voluto sincerarsi se era il caso o meno di farlo. Il suo
era uno sguardo di apprensione, inquieto, come forse se ne può avere quando ci
si sente braccati. Entrò e si mise in disparte, schiena poggiata al muro.
Dalla visuale del portone, lungo la strada, vedevo
ancora correre disperatamente quelli che la signora aveva chiamato i forsennati
e che a me sembravano invece dei poveri diavoli, almeno per il modo in cui
dovevano averle già prese. Ne vidi diversi, infatti, che si reggevano il
fazzoletto sporco di sangue chi dietro la nuca, chi sul naso o la bocca, chi su
un orecchio. Qualcuno zoppicava, facilitando il lavoro della Celere. Appena era
raggiunto, veniva sbattuto per terra e pestato di santa ragione a colpi di
sfollagente. La caccia era assistita dalle camionette che aggiravano quei
disgraziati, li stringevano sul marciapiede salendovi senza difficoltà e
scaricando loro addosso la furia di altri celerini. Mia madre era talmente
ammutolita per quella scena che ormai non badava più a me. Sollevai lo sguardo
sull’uomo che era entrato poco prima nell’androne e non dimenticherò mai
l’angoscia che vidi nei suoi occhi mentre seguiva quel macello.
Presto la strada pullulò di agenti, alcuni fermi a
godersi lo spettacolo, altri ad ispezionare la zona per accertarsi se qualcuno
di quei cialtroni non avesse fatto il furbo mischiandosi tra le persone per
bene, magari in un bar o dentro un palazzo. Due celerini passarono osservando
il nostro gruppo, uno di loro si fermò alzandosi sulla punta dei piedi per
guardare dietro la fila. Gli bastò quell’occhiata per individuare il
sovversivo. Fece cenno al collega ed entrarono nell’androne dirigendosi con
calma, quasi si divertissero, verso l’uomo con l’impermeabile. Il celerino più
giovane, bruno di pelle, gli si mise sulla destra mentre l’altro lo squadrava
da capo a piedi. L’uomo evitava di guardarlo negli occhi, sapeva già come
sarebbe finita.
“Fammi vedere le mani”, disse l’agente anziano. L’altro borbottò qualcosa
senza farsi capire.
“Ti ho detto di farmi vedere le mani”, ripetè insolente, ma quello esitava scuotendo la
testa che teneva bassa. Il celerino allora gli afferrò la mano che stringeva il
bavero e urlò: “Fammi vedere questa cazzo di mano!”
Rassegnato, l’uomo lasciò che l’agente esaminasse la
sua mano. Questi, ammiccando al collega, lo invitò con un cenno a constatare le
callosità e le asperità sparse sulla palma della mano tenuta aperta. L’altro
annuì e sorrise. Il celerino anziano agguantò l’uomo per una spalla cercando di
trascinarlo fuori ma, inaspettatamente, quel poveraccio si mise a protestare
divincolandosi.
“Che volete da me? Non ho fatto niente! Niente!!!”
Il primo colpo lo
raggiunse alla testa che cercò di ripararsi con le mani, l’altro ne profittò
per sferrargli di punta lo sfollagente in pieno stomaco. L’uomo si piegò mentre
mia madre e le due signore emisero un urlo. Caduto in ginocchio, altre due
manganellate gli vennero inferte alla schiena mentre il celerino più giovane se
lo lavorava ai fianchi a suon di calci, il tonfo che producevano quelle
percosse mi arrivavano dritte all’orecchio malgrado fossero coperte dalle grida
scandalizzate di mia madre.
Alla fine, preso come un fagotto, quel disgraziato
venne trascinato via. Vidi mia madre piangere e non per colpa dei
lacrimogeni, portai la sua mano alla guancia e lei mi abbracciò. Poi andammo
via anche noi, ma io continuavo a chiedermi chi era quell’uomo, che male aveva
fatto, perché i poliziotti lo avevano aggredito in quel modo.
Col tempo dimenticai la scena. Passarono molti anni
finché un giorno lessi sul giornale che durante l’audizione di un ex alto
ufficiale dei servizi di sicurezza davanti alla Commissione stragi, costui
aveva rivelato che gli scontri e i disordini scoppiati a Piazza SS. Apostoli
quasi un trentennio prima erano stati debitamente provocati da gruppi
paramilitari, proprio con lo scopo di suscitare la rabbiosa reazione della
Celere contro gli operai edili che partecipavano alla manifestazione di
quell’ormai lontano mese di ottobre del 1963, quando appunto vidi Roma per la
prima volta. O la prima volta, almeno, che ricordo d’averci messo piede.