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Per altre vie

Floriana Lipparini

PER ALTRE VIE

Donne fra guerre e nazionalismi

Cordova, Bruxelles, Rijeka, Sarajevo

 

 

Libro-labirinto, fra diario, testimonianza e ricerca, registrazione di un percorso personale e collettivo legato alla guerra nei territori jugoslavi.

Mosaico di storie, d’incontri, di riflessioni sviluppate con altre donne italiane e jugoslave, attive nell’immaginare e costruire mondi alternativi.

Punto di partenza per una riflessione sulle radici delle guerre, sull’ordine patriarcale, sulle antiche culture mediterranee, sulla rinascita degli integralismi, sulle attuali politiche belliciste e sulla differenza del pensiero di genere.

Disegno di un futuro possibile nell’affermarsi di una cultura di meticciato e di convivenza, e nell’attraversare i confini contro ogni discriminazione: le “altre vie” che il pensiero di genere ha elaborato.

 

 

Un'edizione bilingue croato/italiano è stata pubblicata nel 2005 a Rijeka,in Croazia, dalle edizioni Shura d.o.o.

 

 

 

Sommario

Premessa 2

Le chiavi di Sefarad 2

Da Lomé a Bruxelles 2

Nel cuore buio dell’Europa 2

Pellegrini sorpresi sulle antiche rotte 2

Attraversando i confini 2

Sulla spiaggia di Krk 2

Dove sono i confini? 2

Laboratorio Bosnia 2

Danzano strane parole 2

Cerimonia 2

Non c’è più bosco là fuori. 2

Le mura nella mente 2

Pallide rose 2

La dea sconfitta 2

Esangui abitatori del nulla 2

Mata Hari a Novi Sad 2

Suonando tra le macerie 2

Dal Friuli alla Bosnia 2

Poeti smarriti e disarmati oracoli 2

Oikos e kosmos 2

Terra promessa 2

Spostarsi da Los Alamos 2

Ringraziamenti 2

Appendice 2

Note 2

 

 

 

 

Alle compagne

che come me continuano

a viaggiare per altre vie

 in una terra incognita

 

 

Ai miei compagni di vita, e di idee,

Alberto e Michele Ulisse

 


 

Premessa

 

1.

Perché questo libro? L’ho iniziato più di dieci anni fa, al momento della guerra nella ex Jugoslavia, e l’ho proseguito lentamente nel tempo. Non è legato alla stretta attualità, ma tocca temi che – purtroppo – continuano a essere attuali. Le guerre e i nazionalismi continuano a incupire il nostro orizzonte. E per le donne i diritti, la libertà, l’effettiva parità, la piena cittadinanza continuano a rappresentare un traguardo che come un miraggio si sposta sempre in avanti.

Il patriarcato non è finito, ormai lo sappiamo anche troppo bene. Questo non significa che non finirà mai. Tuttavia, l’attuale fase di rinascita mondiale della destra integralista, che sembra intimidire e contaminare anche la cosiddetta sinistra, per le donne rappresenta una concreta minaccia di arretramento e spossessamento. Allora, noi che abbiamo vissuto le nostre stagioni di lotta, abbiamo il compito di trasmettere alle donne delle nuove generazioni il senso di quello che abbiamo vissuto, le motivazioni che ci hanno spinto, le riflessioni che abbiamo maturato. Un passaggio di testimone per non far morire la ricchezza delle esperienze femminili degli ultimi decenni.

L’accelerazione onnivora dei tempi della vita, la proliferazione indiscriminata ed entropica delle comunicazioni (che non equivale a vera informazione) consuma e brucia la dimensione del dialogo, il tempo lento del racconto in cui ci si può scambiare pensieri, saperi, ricordi, testimonianze. Il tempo necessario per assimilare, elaborare e andare oltre.

Noi donne dovremmo ricominciare sempre da capo, come se non vi fosse nulla alle nostre spalle. Ma non è così, vi sono tante storie, tante cose da ricordare. Questo libro, forse più labirinto che libro, è la registrazione di un percorso, un “viaggio” personale fra luoghi, situazioni, incontri, scoperte. Un viaggio profondamente segnato dalla relazione con le altre viaggiatrici, le donne dei gruppi con cui lavoro e ho lavorato, e con cui ho diviso l’itinerario, inclusi i sogni, i dubbi, le amarezze, le decisioni e le azioni.

Per me la storia delle donne e della loro ricerca di libertà è un grande mosaico multicolore che si compie a poco a poco, svelando un disegno “altro” per un mondo “altro”. Questo libro vuol essere soltanto una minuscola tessera del disegno.

 

2.

In quanti modi si può declinare la violenza? La violenza in tempo di pace, che prende innumerevoli forme: dalla negazione dei diritti, primi fra tutti quelli al lavoro e alla salute, fino al razzismo, all'omofobia, alla repressione della libertà di parola, di critica e di pensiero. La violenza in tempo di guerra, o per meglio dire quell’apice della violenza che è la guerra, sempre più impari, sempre più mascherata, spudoratamente chiamata “portatrice di pace”, esportatrice di democrazia... quando invece porta soltanto divisioni, integralismo e stragi. E naturalmente la violenza contro le donne, che a ogni latitudine, in ogni società, sotto ogni credo religioso continua a mietere vittime ogni giorno. Eppure, in ogni luogo, non sono poche le persone che sognano un mondo finalmente diverso. Ma di fronte allo strapotere dell’industria mondiale delle armi, di fronte all’assoluto cinismo dei signori del petrolio, di fronte all’immenso egoismo dei padroni della finanza, si può ragionevolmente sperare di cambiare le cose? Perché questo è il punto e non vi si può sfuggire.

Il sistema-mondo che si è andato stratificando nei secoli e nei millenni ci avviluppa con mille lacci, e non è certo facile trovare la maglia da allentare per uscire da questa rete che ci stritola e ci soffoca, nonostante il grande lavoro di semina già compiuto da moltissime persone, celebri o sconosciute, nel segno del pacifismo e della nonviolenza. Si può realmente fermare la violenza e la guerra? Perché i tentativi generosi compiuti finora non hanno dato frutti decisivi? Perché non bastano le campagne, le manifestazioni, i cortei, le mobilitazioni? Forse perché occorre prima aver messo in moto una profonda, profondissima trasformazione culturale.

Sappiamo bene che le cause scatenanti delle guerre sono dovute a ciniche ed eterne ragioni di interesse (la rapina delle risorse, il dominio sul mondo...), ma la causa prima è legata all’imporsi originario e ubiquo di un modello culturale indoeuropeo forgiato nel metallo delle armi, concepito da un solo genere, per codificare l’imperio di un solo genere. Un modello parziale e quindi carente di equilibrio, che ha improntato tutto di sé, dalle religioni alle gerarchie che innervano ogni struttura, inclusi i partiti e i movimenti.

In questa fase in cui la guerra e l’integralismo sembrano dominare ogni aspetto dei rapporti internazionali, il mondo di nuovo svela la sua essenza intimamente maschile, al di là delle apparenze delle società occidentali. Le rare presenze femminili, l’emergere di nuove figure di donne candidate ai vertici istituzionali, un segnale di per sé positivo, non bastano a mutare un habitus mentale tanto radicato nel comune sentire, perché il cambiamento deve partire dalla struttura profonda della società, e da un vero e proprio “risveglio” che il genere maschile deve accettare di vivere per liberare la propria identità psicologica da un falso ruolo, rigidamente costituito.

Non si può sconfiggere la barbarie della guerra, e della violenza nei cosiddetti tempi di pace, senza sciogliere il nodo del patriarcato che sopravvive in modi più o meno violenti, ma sempre distruttivi, in tutte le società e le religioni, e che le stesse donne hanno in parte introiettato. Questo modello produrrà sempre, e non può che produrre, gerarchia e guerra. Allora, la democrazia della parità, 50 e 50, potrebbe finalmente essere la “mela di Samarcanda”, la favolosa panacea che stiamo aspettando? Lo spero e me lo auguro dal profondo di me stessa, ma attenzione: la novità portata dalle donne dev’essere connotata dall’incrollabile volontà di mutare radicalmente le forme verticistiche, militaresche e non trasparenti del fare politica, partendo da sé, dalla cura delle relazioni, dall’empatia, dall’esperienza condivisa che va oltre le ideologie astratte, e che dà corpo e concretezza all’agire.

Non più strategie di realpolitik, insomma, ma strategie di realtà che riportino nella grande politica i problemi autentici della vita di milioni di donne e di uomini. Corpi, natura, lavoro, sentimenti, diritti, relazioni, desideri, passioni…

Si tratta di portare alla luce la parte negata della storia umana per cambiarne il senso. Altrimenti, nemmeno il 50 e 50 basterà alla pacifica rivoluzione della nonviolenza, e l’improvviso varco nell’oceano della storia si potrebbe richiudere, inghiottendo quel principio di stagione aurorale che tanto sembra promettere.

 

 

 

 

«Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere»

(Christa Wolf, Cassandra)

 

 

 

Dalle favole che cantano le mamme

alle notizie che legge lo speaker alla radio

uno solo è il dovere:

vincere le menzogne del mondo

le menzogne del cuore

le menzogne dei libri

le menzogne della strada.

Nessuna felicità più alta c’è che capire.

Capire ciò che se ne va e ciò che viene.

 

(Nazim Hikmet)

Le chiavi di Sefarad

 

 

Per intercettare ogni possibile immigrato clandestino in arrivo dal Maghreb, un progetto pubblicato nel corso del ‘99 sulla stampa spagnola proponeva di circondare con impenetrabili barriere elettromagnetiche tutta la costa sud della Penisola Iberica, quella che dà sull’Africa. In quel tratto di mare, decine e decine di magrebini ci rimettono ogni anno la pelle nel disperato tentativo di penetrare in Europa per sfuggire a un destino di miseria, esattamente come accade quasi ogni notte nei mari del Sud italiano.

Strani corsi e ricorsi della storia. Il 2 gennaio 1492 Boabdil si fermò piangente a contemplare la sua perduta Andalusia dall’alto delle Alpujarras. Sconfitto dagli eserciti cristiani, l’ultimo re almohade di Granada stava per tornare in Africa, al di là dello stretto di Gibilterra, nella terra d’origine dei suoi antenati berberi. In lontananza, contro il cielo, davanti ai suoi occhi già carichi di nostalgia, si stagliava il rosso profilo dell’Alhambra immersa tra aranceti e giardini fioriti.

“Sospiro del Moro” è il nome che si dà ancora oggi al luogo di quell’ultimo sguardo. Otto secoli di civiltà, di arte, di tecnica e di cultura stavano alle spalle dell’ultimo re di Granada. La dominazione araba nella Spagna, iniziata nel 711, non fu esente da tremende ingiustizie e crudeltà, però seppe anche dar vita a una società tollerante e creativa, un esempio unico nella storia, una convivenza che produsse tesori di architettura, di arte, di filosofia, di poesia, di civiltà, e soprattutto momenti di reciproco rispetto.

Nel decimo secolo Cordova era la luce dell’Europa. Rivaleggiava con Baghdad ma nessuna città europea poteva starle alla pari. Contava settanta biblioteche e centinaia di bagni pubblici. L’assolata terra andalusa, irrigata con tecniche d’avanguardia, si era tramutata in un paradiso. Ovunque ulivi, vigneti, legumi, frumento, il sorgo, il riso, gli agrumi…

Poeti, filosofi, alchimisti, mercanti, scienziati, artigiani, contadini... Ebrei, cristiani, greci, musulmani, eretici, gitani… Seduti ai lunghi tavoli di legno, scienziati e filosofi che avrebbero indelebilmente segnato la cultura universale si scambiavano i loro saperi.

Nei numerosi scriptoria di quella città, fra il X e l’XI secolo, abilissimi miniatori copiarono sessanta o forse ottantamila libri, che ci hanno permesso di conoscere la storia e la cultura del passato. Fra quegli artigiani c’erano anche moltissime donne, all’epoca un fatto assolutamente eccezionale.

«Il Mediterraneo fu il luogo del miracolo. Praticò un’ospitalità eretta a norma civilizzatrice, omerica o biblica: diverse e unite, le culture mediterranee si erano lentamente elaborate nel crogiolo di una storia comune plurisecolare. L’Andalusia delle tre religioni, durante il Califfato di Cordova e i Reyes de Taïfas, mantenne intatta questa abitudine quotidiana dell’altro, che preserva dalla demonizzazione: lo spirito quotidiano di accoglienza, più antico che medievale, si sviluppò durante otto secoli di guerriglie incessanti. Dopo le civiltà antiche, greco-latina, scito-persiana, indo-ebraica, quella arabo-andalusa eresse l’accoglienza a valore. […] La condivisione del quotidiano, senza ingenuità ma nemmeno demonizzazione, questa conoscenza dell’altro in atto, lasciò vivere l’idea che l’esiliato poteva essere un messaggero divino. Gli antichi vi vedevano un dio».

In questo passo, tratto dal saggio di Lucie Bolens (1) L’Andalusia delle tre religioni, si coglie nel profondo l’essenza di un mondo altro, il mondo della pluralità, che stava per essere sconfitto dalla brutalità e dalla violenza del mondo della totalità, il mondo del pensiero unico. Allora come oggi.

«L’Andalusia delle tre religioni fu l’erede dell’antico e del medievale, del pagano e del monoteistico, la sua unità fu la dimensione umana», dice ancora Bolens. Un mosaico di civiltà e di culture, delicato e prezioso proprio come le splendide, verdazzurre maioliche mudejar, lavorate ancor oggi nello stile dell’intreccio culturale islamico-cristiano, che durò fino all’oscuro giorno in cui dal nord della Penisola Iberica calarono Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, con la loro orda di guerrieri e di preti. Deportazioni e massacri segnarono col sangue le tappe di quella fanatica reconquista, simbolo imperituro di stupido e feroce integralismo.

Appena ottanta giorni dopo la resa di Granada, il 31 marzo 1492, i “Re Cattolicissimi” pubblicarono il famoso editto contro gli ebrei. Buio e povertà culturale dilagarono allora nella Penisola Iberica, fino a sfociare qualche tempo dopo nel cieco accanimento dell’Inquisizione.

Gli ebrei sefarditi – i pochi rimasti vivi – fuggirono da quel paese che per tanto tempo era stato per loro generosa terra d’asilo. Sefarad è appunto il nome ebraico della Spagna. Dicono alcune leggende che molti tra i loro discendenti conservino ancora adesso la chiave dell’antica casa spagnola lasciata in tutta fretta con la morte nel cuore, una vecchia chiave passata in eredità di padre in figlio.

Eppure, ovunque, in ogni società, dare asilo allo straniero, all’ospite, ha rappresentato il banco di prova del livello di civiltà. Una società incapace di accoglienza è una società chiusa su se stessa, prossima alla fine. Anche qui ci soccorre il saggio di Lucie Bolens, quando parla appunto dell’accoglienza allo straniero:

«...La precarietà conosciuta in altri tempi, l’erranza, l’isolamento, rimangono un rischio per tutti; lo straniero indigente rinvia l’immagine di ciò che siamo stati ieri e che possiamo divenire domani. ‘Lascia la casa aperta e tratta i poveri come membri della tua famiglia’. La famiglia biologica serve da modello alla fraternità derivata dall’indigenza. L’esempio contrario della Bibbia è Sodoma, la città che era legalmente chiusa agli stranieri, e non sarebbe sopravvissuta alla negazione dell’accoglienza; questa l’interpretazione che i rabbini medievali davano del cataclisma che l’aveva distrutta. Il venir meno delle norme di ospitalità toglieva ogni senso a quel territorio protetto da mura che era allora la città».

 


 

Da Lomé a Bruxelles

 

Che cosa è rimasto, oggi, dell’antichissimo dovere e diritto di asilo? Se non contiamo le iniziative d’accoglienza individuale, che per fortuna non mancano mai, a livello pubblico è rimasto ben poco. Anzi, in molti casi il dovere d’asilo si è trasformato nel suo opposto: cacciare, respingere, esiliare, a volte uccidere.

Qualcuno ricorda la storia di Semira Adamu? Non sappiamo i nomi delle persone che il 22 settembre 1998 salirono sull’aereo della compagnia Sabena, in partenza dall’aeroporto Zaventem di Bruxelles. Non conosciamo la loro cittadinanza, né per quale motivo quel preciso giorno si trovassero su quell’aereo. Quali mete li aspettassero, quali sentimenti avessero, quali idee sulla vita, sulla morte, sui diritti, sulla giustizia, sull’umanità… Sono fantasmi, spettatori muti e inerti di un sabba infernale.

Su quel volo fu trascinata in manette Semira Adamu, un’indesiderabile, una paria dei giorni nostri, una vittima sacrificale. Non era il primo tentativo di rimandarla indietro, ma altre volte i piloti si erano rifiutati di decollare, perché le norme di sicurezza a bordo degli aerei vietano l’imbarco di passeggeri forzati e recalcitranti. Anche i viaggiatori normali avevano vivacemente protestato.

Purtroppo, quel malaugurato giorno, un pilota di cui nemmeno conosciamo il nome non si oppose, e i passeggeri forse finsero di non vedere. Il giorno successivo, 23 settembre, Semira Adamu morì alle nove di sera nella Clinica St. Luc. Era in coma già dalle undici del mattino. In un primo momento, i responsabili della clinica sostennero che la morte era dovuta a cause naturali: infarto, emorragia cerebrale. Ma la bugia durò poco.

In clinica Semira era giunta direttamente da Zaventem. Prelevata dal Centro Stranieri alle prime luci del giorno, e trasportata di peso a bordo del velivolo in partenza per Lomé, aveva inutilmente tentato di resistere alla violenza dei gendarmi. Gridava, si dibatteva con tutte le sue forze. Ma gridare è proibito, la legge sulle espulsioni non lo permette. I poliziotti afferrarono quel famigerato cuscino e in pochi attimi una morte soffice e bianca calò sulla faccia di Semira, spegnendo per sempre la voce e la vita di una ragazza di vent’anni.

25 marzo – 23 settembre: sei mesi esatti per il viaggio di Semira dalla speranza alla morte, dall’illusione all’inferno. Che cosa sappiamo di lei? Le sue foto ci mostrano un bel volto aperto, sorridente, carico di giovinezza e allegria. Dicono le sue amiche che le piaceva cantare.

Orfana dei genitori, viveva in Nigeria con la nonna, che un pessimo giorno decise di darle marito. Il prescelto era un uomo di 65 anni, già coniugato con tre mogli. L’anziana donna, forse a suo tempo vittima anche lei di odiose tradizioni ancestrali, vendette letteralmente Semira. Millenarie usanze di molti paesi dell’Est e del Sud del mondo prevedono ancora oggi che le mogli vengano comprate, esattamente come un tappeto o un cammello, e che la famiglia ne riceva il prezzo.

Semira rifiuta. Non ne vuole sapere. Sente di avere diritto alla libertà. Fugge nel Togo, una, due, tre volte. Ma ogni volta il vecchio pretendente riesce a riacciuffarla e a riportarla in Nigeria. Semira allora capisce di dover spiccare un volo molto più lungo. Se vuole salvarsi deve andare lontano, dove lui non possa raggiungerla mai più. L’Europa, la patria dei diritti umani. Il Belgio, un paese moderno, dove una donna ha diritto di sposare chi vuole.

Semira è coraggiosa, e trova il modo di fuggire davvero da quella sorte da schiava, una sorte obbligata per milioni di donne ancora oggi, nel Duemila. Sbarca a Bruxelles, e finalmente si sente al sicuro. Stranamente, però, appena scesa dall’aereo, viene obbligata a seguire i gendarmi che la trasferiscono direttamente nel Centro stranieri 127bis di Steenokkerzeel. Centro stranieri? Una prigione da cui non si può uscire. Un lager nel cuore dell’Europa, anno 1998.

Ecco come Semira stessa, poco tempo prima di venire assassinata, racconta la sua drammatica vicenda nel libro Les barbelés de la honte, curato da Marco Carbocci, Nisse e Laurence Vanpaeschen, del Collectif contre les expulsions di Bruxelles, Editions Luc Pire 1998. È un testo che raccoglie le testimonianze di otto rifugiati in cerca d’asilo (la traduzione è mia):

«La vita al centro è molto noiosa. Siamo pochi nell’ala dove sto io, e la maggior parte non parla inglese. Ci sono persone dello Zaire, del Kosovo, dello Sri Lanka, dell’Afghanistan. Qui è veramente orribile. Ci si sveglia la mattina e si guarda la televisione fino a sera. Ho potuto avere qualche libro, me li ha portati Lise Thiry. Mi sento molto sola. La maggior parte delle persone che conoscevo le hanno trasferite in altri centri. Non so nemmeno dove siano. Suppongo che tentino di isolarci, di spezzare i contatti fra di noi. Dopo l’evasione, ho avuto tutti gli impiegati del centro addosso. Mi sorvegliano tutto il tempo, c’è sempre qualcuno dietro di me. Per una settimana, dopo il 27 luglio, non abbiamo più avuto il diritto di telefonare. Adesso si può di nuovo, ma hanno ridotto il tempo. Prima si poteva dalle 9 alle 22, ora soltanto dalle 15 alle 18 e sono proprio gli orari in cui le telefonate costano più care. In ogni caso, le regole qui cambiano continuamente: una cosa un giorno è permessa, e il giorno dopo proibita.

«Non permettono che qualcuno venga a farci visita. Ufficialmente le visite sono autorizzate, ma se qualcuno chiede il permesso, semplicemente glielo negano oppure non rispondono affatto. Lise Thiry non ha mai potuto incontrarmi. Ha dovuto consegnare i libri e gli abiti che le avevo chiesto alle guardie. Io non ho mai potuto vederla. Ogni tanto vengono membri delle Ong, ma non spesso. Qualche giorno fa è venuto uno a vedermi, ma non mi ha parlato molto. In ogni caso, qualsiasi cosa si possa dire, non ne esce mai nulla, non cambia nulla.

«Hanno tentato di espellermi quattro volte. La prima volta non mi hanno forzato. Mi hanno condotto all’aeroporto. Là, mi hanno chiesto se accettavo l’espulsione. Ho detto di no e mi hanno riportato al centro. La seconda volta è andata allo stesso modo, ma mi hanno avvertito che la volta successiva sarebbe stata più dura. La terza volta, mi hanno preparato per andare all’aeroporto ma all’ultimo minuto non siamo più partiti. Mi hanno detto che si erano dimenticati di prenotare il mio posto sul volo. Suppongo invece che avessero paura delle iniziative di sostegno che erano state organizzate per me.

«La quarta volta è stata terribile. Mi ha svegliato un’impiegata del centro dicendomi che dovevo tornare nel mio paese e che avevo venti minuti per preparare le mie cose. Non ho avuto neanche il tempo di lavarmi, nella fretta. Infine mi hanno scortata alla porta e mi hanno fatto salire sul furgone per andare all’aeroporto. All’arrivo, mi hanno legato le braccia e le gambe. Mi hanno chiuso in una cella d’isolamento in cui sono restata dalle 7 alle 10.30. Poi sono venuti a prendermi e mi hanno portato davanti all’aereo dove siamo rimasti fino alle 11.15, quando mi hanno fatto imbarcare. Una volta dentro, ho cominciato a piangere e a gridare. Otto uomini mi hanno circondato, due addetti alla sicurezza di Sabena e sei poliziotti. Le due guardie della Sabena mi hanno forzato: mi colpivano dappertutto e uno di loro mi ha premuto un cuscino sulla faccia. È quasi riuscito a soffocarmi.

«In effetti queste due guardie avrebbero dovuto scortarmi fino a Lomé. Poi, i passeggeri sono intervenuti e hanno detto che sarebbero scesi dall’aereo se non mi avessero liberato. Uno in particolare ha insistito affinché non dimenticassero di restituirmi i miei bagagli. C’è stata una bagarre nell’aereo e hanno dovuto sbarcarmi. Mentre tornavo sul furgone, ho visto che un passeggero ci seguiva. Era quello che mi aveva particolarmente difeso sull’aereo. L’hanno condotto nel furgone, vicino a me. Mi ha detto che voleva aiutarmi, che dovevo soltanto risalire in aereo e lui sarebbe andato a prendere i miei documenti e mi avrebbe pagato il biglietto per tornare qui. Ho rifiutato e gli ho risposto che non sarei andata da nessuna parte. Allora, l’hanno riportato all’aereo e io sono restata nella cella d’isolamento dell’aeroporto.

«Dopo un po’ di tempo, mi hanno ricondotto al centro e mi hanno ancora messa in isolamento, mercoledì 22 luglio dalle 12 alle 16. Ero lì quando hanno portato le quattro ragazze che avevano tentato di evadere: Precious, Bonsu Aqua, Cynthia e Antila. Dovevamo restare tutte nella medesima cella, un piccolo locale con un solo letto e un wc. Quando mi hanno fatto uscire, mi hanno messo in un’altra ala del centro, perché la nostra era stata danneggiata durante l’evasione. Ora sono al primo piano. Le cose hanno ripreso il loro corso normale, a parte il rafforzamento delle misure di sicurezza, qui e all’aeroporto, dove certe persone sarebbero capaci di ammazzare.

«Non so quando verranno ancora a tentare di cacciarmi via. Non ci dicono quando verranno. Arrivano solo pochi minuti prima della partenza. Ma si capisce quando c’è un’espulsione, si capisce e ci si sente male, molto infelici. In quei momenti ci si sente veramente prigionieri. Tra noi parliamo del centro, della detenzione, delle nostre situazioni. Quando qualcuno torna dall’aeroporto dopo essere sfuggito a un’espulsione, parliamo. Si cerca di trovare una soluzione ai nostri problemi, si cerca di aiutarsi a vicenda. C’è solidarietà fra i detenuti. Quanto a pensare a ribellarsi, per il momento è impossibile.

«Le relazioni con gli addetti al centro sono più o meno corrette. Subito dopo l’evasione abbiamo avuto momenti di forte tensione, ma ora va meglio. Non parlano mai di quel che succede all’esterno, delle manifestazioni per impedire la nostra espulsione. Fanno come se non succedesse nulla, ma noi sappiamo che questo per loro costituisce un problema.

«Non so quando verranno ancora a cercarmi. La vita è molto difficile per me… Non lo so».

La testimonianza si conclude con alcune righe aggiunte dagli autori:

Quel martedì 22 settembre 1998, al momento di andare in stampa, Semira ha subito un nuovo tentativo di espulsione. Di nuovo ha rifiutato di essere deportata. Come lei temeva, e come abbiamo saputo, le autorità non hanno avuto riguardi. Semira è morta nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Saint-Luc (Bruxelles). Qualche mese fa, fuggendo la schiavitù, Semira scelse di chiedere asilo in Belgio. Non sapeva che questo paese applica ancora la pena di morte.


 

Nel cuore buio dell’Europa

 

Ma torniamo un attimo indietro. Con l’aiuto del Comitato contro le espulsioni, che subito prende a cuore la sua vicenda, appena entra nel lager di Steenokkerzeel Semira capisce che per ottenere il sospirato asilo dovrà seguire una trafila obbligatoria: carte bollate, avvocati, permessi, documenti. Va bene. Lo farà. Lei è tranquilla, persuasa del suo buon diritto. Perché mai nel cuore dell’Europa non dovrebbero accettare la richiesta d’asilo di una donna costretta a fuggire dalla violenza, dagli abusi, dalle minacce alla sua libertà?

L’avvocato Steven Alcock inoltra la richiesta del permesso di soggiorno per Semira al borgomastro di Steenokkerzeel e al ministro dell’Interno Louis Tobback, sulla base di motivi umanitari. Ma onestamente l’avverte subito: le possibilità di un sì sono veramente scarse, se non addirittura inesistenti. Inoltre, la richiesta non sospende le procedure di espulsione. Anche prima che la pratica venga esaminata, prima che sia pronunciato un responso, le autorità belghe potranno comunque cacciarla via.

Semira non poteva immaginare che la Convenzione di Ginevra non prevede nulla in materia d’asilo politico per i maltrattamenti alle donne. Non poteva immaginare che l’Unione Europea, così ricca di parole e programmi per le pari opportunità, così feconda di dossier e documenti sui diritti delle donne e sul Congresso di Pechino, sarebbe stata cieca, sorda e inerte di fronte a una donna non europea alla disperata ricerca d’asilo.

A Semira non fu concessa nemmeno la tragica trafila che tocca ogni giorno ad altre migliaia di immigrati, il drammatico peregrinare ai margini dei margini di ogni paese europeo, come rifiuti che non trovano più posto nemmeno nelle discariche. Tentare la sorte, sperare nella fortuna: un “lavoro” da lavavetri, qualche giornata da muratore, un’impresa di pulizia. O la discesa negli inferni della prostituzione, dello smercio di droghe. Questi sono i miracoli cui oggi è legato il diritto alla vita per milioni di persone.

Per Semira è stato diverso. Sono soltanto due i luoghi dell’Europa che ha conosciuto lei: il Centro Stranieri di Steenokkerzeel e l’aeroporto di Bruxelles. Come una cosa senz’anima e senza diritti, Semira venne sballottata sei o sette volte avanti e indietro tra quei due luoghi opposti e speculari.

L’aeroporto: luogo di viaggi, di libertà. Ma non per Semira: per lei è solo il miraggio della libertà e l’anticamera della morte. Il Centro Stranieri: luogo-prigione di non-europei poveri, gli altri, gli appestati, i nemici. Il cuore buio dell’Europa Unita, l’inferno dove bruciano le false coscienze dei suoi capi, dei suoi politici, dei suoi funzionari, dei suoi mille esperti.

Ogni volta che provava a cacciare via Semira la gendarmerie trovava il Comitato schierato all’aeroporto, ai cancelli dei voli per Lomé. Lo stesso accadeva anche per gli altri immigrati che la polizia cercava continuamente di rimandare indietro. Il clima si surriscaldava ogni giorno di più. A Steenokkerzeel esplosero scontri, vetri rotti, proteste. Alcuni ospiti – che è meglio definire detenuti – riuscirono a fuggire. In risposta, i gendarmi picchiarono forte anche donne e bambini.

Il Centro fu totalmente isolato. Gli attivisti del Comitato non riuscirono più a comunicare con Semira. Lei tentò invano di avvertirli per telefono. Quel 22 settembre la polizia andò a prenderla all’alba. Nessuno riuscì a raggiungere l’aeroporto in tempo per bloccare l’aereo.

Al funerale, il 26 settembre, nella cattedrale Saint-Michel, partecipò una marea di persone sconvolte. Belgi e immigrati insieme spargevano fiori sulla bara. L’armonica e l’organo s’intrecciavano agli echi delle percussioni africane. Le prime tre file di sedie furono lasciate vuote, per ricordare  compagne e compagni di detenzione di Semira, forzatamente assenti. Dopo quella disperata fuga erano stati riacciuffati dalla polizia, e incarcerati sotto pesanti accuse.

«Mai più deportazioni forzate a bordo degli aerei Sabena!»: così i cittadini belgi presenti alla cerimonia funebre tentarono di onorare la memoria di Semira. Molti si chiedevano in quale paese tocca loro di vivere. Ma è un normale paese della normale Europa di Maastricht e di Schengen, costruita sull’ideologia del rifiuto dell’Altro, l’extracomunitario, il non-europeo povero, perché gli stranieri ricchi, famosi e potenti trovano sempre le porte aperte.

Prima che la vicenda di Semira giungesse al suo tragico epilogo, il Collettivo contro le espulsioni aveva già denunciato il clima razzista che ispirava la politica belga sull’immigrazione (non diversa da quella degli altri paesi europei):

 

Le persone incarcerate dentro i centri chiusi non hanno commesso alcun delitto, se non quello di voler fuggire dalla persecuzione e dalla miseria. Tuttavia vengono imprigionati dentro autentici campi di concentramento per periodi che possono giungere fino a otto mesi, in condizioni che si crederebbero appartenere al passato.

La politica del governo belga è un’autentica politica di deportazione (d’altronde, questo è il termine ufficiale). Ogni richiedente asilo è considerato come un potenziale truffatore; le richieste d’asilo vengono trattate in modo arbitrario e iniquo da un’amministrazione al servizio della politica del Ministero. L’obiettivo annunciato dal ministro Tobback di 15mila espulsioni l’anno non fa che aggravare tale fenomeno.

Voler evadere dall’orrore costituito da questi campi è del tutto legittimo, tanto più quando allo scadere della detenzione si trova soltanto il ritorno alla persecuzione o alla miseria.

 

Al funerale di Semira, il Collettivo raccolse molte lucide e amare testimonianze di immigrati, soprattutto donne. Come quella di Nicole, una ragazza congolese che ha studiato in Belgio ma non nutre molte speranze nel futuro. «Io non accuso solamente la politica», dichiara. «Tutto il mondo è responsabile della morte di Semira. A parte le associazioni antirazziste, tutti preferiscono che i rifugiati vengano espulsi. È a livello internazionale che occorre cambiare l’ordine ingiusto delle cose. Ma non interessa a nessuno. Se l’Africa si risolleva, l’Europa a chi venderà le proprie armi e i prodotti che non le servono più?».

Oggi, riflettendo su mille tragedie che insanguinano ogni giorno le stupende coste mediterranee, una vera e propria mattanza di disperati che pagano fior di milioni ai nuovi mercanti di carne umana per venire a morire davanti ai nostri occhi, o che sono costretti a nascondersi fra mille violenze razziste nelle baracche e nelle periferie dell’Occidente, nasce spontanea una domanda. Ci sono ancora loro, Ferdinando e Isabella, nel codice genetico di questa ipotetica Europa Unita, sempre più simile a una fortezza?

Non pochi fra quegli ebrei cacciati dalla Spagna si rifugiarono in un’altra terra d’incroci e mescolanze che nei secoli successivi li avrebbe visti pacificamente convivere con cattolici, ortodossi, musulmani e rom. Quella terra era la Jugoslavia, in particolare l’Istria e la Bosnia. A Sarajevo ne vivevano molti. Ma una volta di più sono stati costretti a fuggire, per colpa delle guerre che hanno dilaniato il paese un tempo chiamato Jugoslavia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pellegrini sorpresi sulle antiche rotte

Pellegrini sorpresi sulle antiche rotte

  al di là del deserto

aspettano il vento d’Oriente.

A Tolosa, a Cadice, a Siviglia

nei dolci giardini di Cordova

carichi di frutti maturi

dove sottili ancora aleggiano

ombre di alchemiche sfide.

A Barcellona invece

buon odore di cuoio e vecchi libri

nelle nobili stanze al primo piano

sopra Plaza del Rey.

Al di là del deserto

notte senza domani

senza ricordi né promesse

al di là di questo dorato deserto

cercando disegni di stelle

per giungere al di là

in una casa al di là del deserto

dove si specchia la luna

e si gioca e si danza tutte le notti

con le spade nel cuore.

Dalle finestre adesso

entra improvvisa la luce e si biforca.

Brillano lame nel buio delle porte.

Splende di nuovo il sangue sulle pietre.

Prima che il sole tramonti a Gibilterra

la stagione annunciata senza fermarsi passa.

Attraversando i confini

 

 

Nel gennaio ‘93 a Rijeka infuria una gelida bora che procura feroci attacchi d’emicrania. Una strana luna splende nel cielo rossastro del crepuscolo.

Non è stato facile il viaggio. Partita da Torino, Anna è passata a raccogliere Maria e me a Milano con la sua traballante utilitaria. Traversando la frontiera italo-slovena, poi quella sloveno-croata, nell’atmosfera cupa e ambigua dei luoghi dove si respira la guerra, sbagliando strada non so quante volte, rischiando di finire in mezzo alle spopolate montagne dietro Rijeka, e di suscitare il sospetto di arcigni guerrieri a guardia di anonime baracche promosse al rango di dogane, alla fine eccoci a destinazione, a Rijeka, una piccola stanza nell’ufficio dell’Associazione per i diritti umani. Tutto è pronto per dare finalmente inizio al Laboratorio pacifista delle donne.

Dappertutto si vedono soldati in tuta mimetica, con le armi a tracolla. Ragazzi giovanissimi ma anche uomini maturi. Un’atmosfera piuttosto irreale, abbastanza inquietante. «Cosa stiamo facendo qui?», è la domanda inespressa che gira nelle nostre teste. Amiche e amici di varie regioni italiane sono già disseminati in Croazia e in Serbia, per mettere le basi della grande catena pacifista attiva durante tutto il conflitto.

 Già da qualche anno gruppi di donne nel mondo avevano iniziato a varcare i confini per recarsi nei luoghi delle guerre. Sono state le Donne in Nero palestinesi e israeliane ad aprire e indicare la strada che nella guerra jugoslava molte pacifiste italiane hanno seguito (prima le donne venete, poi il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia, il Lazio, la Campania, la Calabria, la Sicilia…), costruendo una rete di Centri di aiuto, attraversando i confini materiali e simbolici imposti dalla guerra, entrando in relazione con le donne direttamente colpite.

Nei campi profughi della Croazia giungono ogni giorno migliaia di persone provenienti dalla Bosnia. A Rijeka vediamo una folla di donne, vecchi e bambini che si stringono l’uno all’altro come un gregge spaventato. Quasi tutti vengono dalle campagne e mai prima hanno lasciato il villaggio. Non possiedono più nulla, nemmeno i documenti o le foto di famiglia. Senza passato e senza futuro, ora vivono in quella terra di nessuno che sono i campi profughi.

Con la loro secolare capacità di resistenza alla fatica e al dolore, le donne inventano “ricette di guerra” usando il poco cibo a disposizione, arrangiano e cuciono abiti, aiutate dai volontari compilano complicati moduli burocratici. Come fare, però, a riempire i vuoti, a colmare le assenze, a continuare a stare insieme nella diversità delle origini, delle nazionalità, dei cognomi, diversità che ti si ergono davanti all’improvviso come barriere, mentre prima nemmeno ci pensavi? Come tutelare un senso di sè, una vita di relazione, mentre tutto il mondo sta andando in frantumi?

Neda, Rada, Nermana, Suada, Suphija, Mirjiana, Esma e tante altre ci sono riuscite. Donne musulmane, croate e serbe giunte al Laboratorio di Rijeka con un enorme bisogno di aiuto. A poco a poco rinascono, ritrovano forza, energia, persino allegria. Sono loro, poi, ad aiutare le altre, a trasformarsi in volontarie capaci di dare ascolto, assistenza, calore umano.

Oggi, a distanza di anni, se mi domando cosa sia stato il “Laboratorio pacifista delle donne di Rijeka”, capisco che è stato un luogo di accoglienza ma anche un luogo di resistenza interculturale, un modo per contrastare almeno simbolicamente il non-senso di quella guerra, e ricostruire i rapporti che la guerra invece vuole annientare. Un minuscolo ma sovversivo spazio di dialogo opposto alle frontiere, alle barriere, al silenzio che la guerra impone. Nel Laboratorio le donne s’incontrano, parlano, lavorano insieme. Non conta che siano croate, musulmane o serbe. Non conta nemmeno che siano jugoslave. Sono tutte donne colpite da una guerra assurda, che nessuna di loro ha deciso o contribuito a creare.


 

Sulla spiaggia di Krk

 

Noi da Milano (Donne per la pace, Casa di accoglienza delle donne maltrattate), loro – le operatrici impegnate nel progetto insieme a noi - da tutte le parti della ex Jugoslavia, in particolare dalla Bosnia. Abbiamo organizzato una settimana di vita in comune per stare insieme, per conoscerci meglio.

Marisa ci suggerisce strategie di relazione sperimentate nella sua lunga esperienza con le donne maltrattate. Antonella ci sottopone a miracolosi massaggi. Patty, nata negli Usa ma ormai milanese, ha deciso di tenerci un corso di inglese, inoltre tentiamo di imparare il croato. Ci aggiriamo fra papirnica (cartoleria) e paprika (peperoni) confondendoli di continuo, con effetti esilaranti. Ma poi arriva sempre il momento delle cose serie.

Siamo nell’isola di Krk, davanti alla spiaggia deserta, sedute su sassi piuttosto scomodi. In questo tipo di esperienze, è importante trovare momenti liberatori in cui guardarsi dentro ed esprimere i sentimenti, le ansie, le frustrazioni e anche le piccole vittorie. Bisogna tenere a bada i fantasmi.

Mirjana, la psicologa del telefono Sos, ha lavorato già in un progetto analogo. Per me è importante vedere i risultati del mio lavoro, poter seguire i progressi delle donne. L’ho capito negli ultimi tempi, quando le donne contente dei risultati ottenuti hanno chiesto di includere nell’aiuto psicologico anche i bambini e i mariti.

Suada è felice di questo lavoro perché ora si sente più forte. Intellettualmente, emozionalmente mi sento più forte. Non ho più paura di situazioni difficili, specialmente sono contenta di aver conosciuto donne di valore con cui collaboro, perché penso che da sole non si possono ottenere risultati positivi. Se fai parte di un gruppo e ti senti stanca, in certi momenti puoi anche tirarti indietro perché sai che qualcuno ti sostituirà e il lavoro non si fermerà, poi al momento opportuno potrai rientrare.

Neda svolge un lavoro di aiuto molto individuale con le profughe. Il contatto con le profughe mi ha aiutato a guardare più realisticamente ai miei problemi, perché mi s’impone un paragone. Molte persone non hanno più nemmeno l’acqua, e io almeno quella ce l’ho. Ciò non vuol dire che non sia mai entrata in crisi, a volte ho incubi terribili, quando i problemi personali raggiungono un punto critico. Ho cercato di dare il massimo in tutte le situazioni, anche se talvolta i miei problemi e i problemi delle profughe si accavallano e allora ho bisogno di staccare per un po’. Con questo lavoro ho rafforzato i rapporti con le altre, perché quando non sono capace di trovare da sola una soluzione per qualche problema, allora rendo partecipi le altre, collaboro con le altre, sento diversi punti di vista. Penso di occuparmi di questo lavoro per i prossimi cento anni. - Risate. - Ora la iscriviamo a un corso a Milano, suggerisce qualcuna. Mirjana aggiunge: Forse Neda dovrebbe imparare un po’ a proteggere anche sé stessa. Neda dice ancora: A Sarajevo c’è veramente bisogno di un’organizzazione del genere, le donne hanno un aiuto da questo. Penso al rientro, vorrei rafforzarmi al massimo, raccogliere quanta più esperienza possibile per poterla trasferire in Bosnia, affinché questo rientro non sia mitico.

Esma è un’avvocata e lavora nel programma di difesa dei diritti umani delle donne che sono state fisicamente maltrattate e hanno ferite più o meno gravi: lei spiega come possono difendersi dai maltrattamenti subiti dai loro mariti. In linea di massima sono tutte pronte al divorzio,  però sono molto spaventate e hanno paura di perdere i figli. Le invio al centro per l’assistenza sociale dove si organizza una sorta di consiglio di pace, e si cerca di riavvicinare i coniugi, poi al tribunale. Qui al Laboratorio teniamo un colloquio preliminare che si è rivelato molto importante. Le donne riescono a parlare, piangono, si sfogano, poi si sentono alleggerite, sono contente e si vede dalla frequenza con cui vengono. Si è sparsa la voce e cercano aiuto anche molte donne residenti a Fiume. La mia più grande soddisfazione è aiutare i giovani che sono fuggiti dalla Bosnia, vengono qua e non sanno cosa fare, non sono ben accetti, ricevono proprio l’espulsione. Cerco di consigliarli legalmente. Invitiamo a far ricorso contro questa decisione, poi li aiutiamo ad acquisire lo status di profughi, e nei casi estremi li aiutiamo a espatriare. Sono quasi tutti ragazzi coetanei di mia figlia e aiutarli mi dà energia per il lavoro.

Jasna in Bosnia ha subito maltrattamenti in un campo di concentramento, ma è riuscita a sopravvivere e a resistere. Sono responsabile del laboratorio artigianale, ho l’esperienza più lunga fra tutte le attiviste. Sono grata alla sorte di essere capitata qui dopo l’esperienza del campo di concentramento in Bosnia. Così sono riuscita a superare molti brutti momenti, molte difficoltà, sono riuscita a recuperare l’autostima, lavorando e aiutando le altre, anche se a volte ho esagerato col lavoro e sono entrata in crisi. So purtroppo cosa significa subire violenza, nel campo in Bosnia tante volte ho rischiato anch’io di essere stuprata, però ho avuto un meccanismo di difesa; la donna ha moltissime risorse, fino a quando non si trova veramente in pericolo non lo sa, non sa quante energie possiede. Già in Bosnia aiutavo spontaneamente, ma con l’esperienza che ho adesso potrei aiutare molto di più, allora non sapevo ancora, la paura e il desiderio di sopravvivenza è molto forte nelle donne. Il mio più grande desiderio è di rientrare in Bosnia.

Nermana lavora con Jasna. Ci completiamo nel lavoro, ci consultiamo. Cerchiamo di rendere quanto più serena possibile la permanenza delle donne nella casa di accoglienza. Voglio aiutare tutte in egual modo, indipendentemente dalla zona di provenienza. È successa una cosa interessante, abbiamo scoperto, noi che lavoriamo in questo progetto, di non aver mai tempo di parlare delle nostre esperienze. Solo ora, dopo tanti mesi, siamo riuscite finalmente a parlare di noi. Aiutando le altre, in realtà aiutiamo anche noi stesse, risolvendo un caso si trova una via d’uscita anche per altri casi. Siamo ancora molto rigide e contratte, anche Antonella se n’è accorta facendo i massaggi. Pian piano ci stiamo liberando proprio grazie all’ambiente positivo in cui ci siamo trovate. Penso che dobbiamo continuare così, insieme, a risolvere tutte quante i problemi di ciascuna.

Rada è di nazionalità serba. All’inizio era traumatizzata, impaurita, ansiosa. Pian piano è riuscita a riprendersi. Il gruppo mi ha aiutata, ora cerco di rendermi utile, mi sento più sicura. Grazie alle donne del Laboratorio sono riuscita a superare tutte le situazioni, non credo di aver finora aiutato moltissimo perché non mi sento ancora in grado, però lo vorrei tanto e spero che potrò farlo. Mio marito è stato ucciso, è la prima volta che riesco a dirlo, sono passati tanti mesi, solo ora sono riuscita a trovare la forza per dirlo. Penso che questo stare insieme mi aiuti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dove sono i confini?

Dove sono i confini?

Attraversando il confine

fra terra e terra

la strada è come un fiume.

Cancellerò i vecchi nomi

se sono quelli del tempo

che ci ha spartito

e schierato

su sconosciute frontiere.

Attraversando il confine

fra gente e gente

il fiume è come un mare.

Cercherò nuovi approdi

se negli antichi porti

sventolano ancora draghi

su sanguigne bandiere.

Attraversando il confine

fra mare e mare

la terra è come un’isola

nel fondo lago del tempo

il giorno del risveglio.

Attraversando il confine

fra strada e strada

l’isola è come il mare.

I solchi profumano

ancora di mare

e i sassi levigati dal sole

disegnano labirinti.

 

Laboratorio Bosnia

 

 

«La Bosnia è stata un test. Qui si sono fatte le prove generali di uno spettacolo che si rappresenterà domani anche in altri luoghi». Così mi dissero le amiche bosniache, all’inizio della guerra. E oggi, a oltre un decennio di distanza, tutto conferma che avevano ragione. D’altro canto, in Italia già avevamo percepito la prima guerra del Golfo, nel ‘91, come un discrimine che apriva le porte a minacciosi mutamenti dell’assetto planetario, una fase storica diversa e inquietante.

Difatti la guerra è tornata a far parte degli incubi quotidiani e dei titoli sui giornali. Torna la minaccia nucleare, mentre si studiano nuovi modelli di armi capaci di sfuggire ai divieti internazionali. (2) Dopo le guerre mondiali, dopo Hiroshima e Nagasaki, dopo le armi chimiche e batteriologiche, la guerra è ancora fra noi, e agita la sua falce mascherata con inutili travestimenti: “intelligente”, “umanitaria”, “preventiva”, “infinita”. Ma è sempre e solo guerra, corpi, sangue, stupri, torture, massacri, stragi.

Troppe persone nel mondo si fanno ancora intrappolare da false parole. Questo è accaduto per la guerra jugoslava: da anni, in tutte le repubbliche, accademici, intellettuali e politici andavano riesumando vecchie ideologie, vecchie tragedie, vecchie leggende. Fantasmi nazionalistici utili a suscitare un odio abilmente alimentato per distogliere l’attenzione dalle crisi economiche che stavano per ricacciare il paese nella povertà, mentre i leader si riempivano letteralmente le tasche d’oro - in altre parole, ammassavano conti miliardari nelle banche off-shore. Quell’odio costruito attorno a miti inventati è il fuoco necessario a infiammare i “patrioti” e a scatenare i massacri.

Nei dibattiti privati e pubblici di tutta Europa iniziarono allora a vorticare, come girandole impazzite, concetti complessi attorno ai quali si discute e ci si contrappone da almeno tre secoli: nazionalismo, federalismo, autodeterminazione, integralismo, identità, confini, frontiere, etnia, patria… Chi si richiama alla sovranità nazionale e chi al diritto d’ingerenza, chi ai diritti universali e chi all’internazionalismo proletario, chi si proclama cittadino/a del mondo e chi porta ad esempio i baschi, gli irlandesi, i kurdi, i palestinesi. Chi parla del melting pot e chi dei ghetti etnici. Chi si scaglia contro il concetto stesso d’identità e di popolo, e chi reclama il rispetto delle differenze culturali.

Quasi sempre semplicistici aut aut: o di qua o di là, o per l’identità o contro, ma in queste dualistiche gabbie concettuali la complessità delle situazioni concrete si perde. Le risposte astratte e standardizzate della politica, modellata da millenni sull’ordine patriarcale, si rivelano inadeguate all’articolazione plurale ed eterogenea delle realtà territoriali.

Ho spesso pensato che esista una differenza del pensiero femminile utile a guardare appartenenze e identità da un altro punto di vista. Sono ipotesi, certo. Ma perché non dare conto delle esperienze, delle testimonianze, dei percorsi concreti seguiti da molte donne negli ultimi decenni, e tentare di trarne il senso, delineando una prima minima chiave di lettura per decifrare almeno in parte il sentire femminile sulla guerra, sul concetto di patria, sui confini?

Una possibile differenza emerse a Novi Sad, in Vojvodina, nell’estate ‘92, durante un incontro organizzato dalle Donne in nero di Belgrado.(3) Siamo tutte sedute in cerchio sul prato e iniziamo a interrogarci: che cosa significa “appartenenza”, che cosa significa “confine”? Sul mio notes segno alcune cose dette dalle amiche jugoslave, che mi paiono preziose proprio per capire e misurare l’enorme distanza tra le finte motivazioni dei signori della guerra e i veri sentimenti delle persone.

 

Indira Io vivo a Belgrado ma vengo dal Montenegro, da una famiglia etnicamente mista, e forse questo ha influito sul farmi sentire non appartenente ad alcuna nazione, non ho mai pensato a quale fosse la mia etnia, neanche quando sono venuta a Belgrado e quando è cominciato questo nazionalismo. Io posso definirmi come una persona transnazionale, ad esempio mi piacciono molto i canti macedoni, mi piace la dolcezza della gente di Serbia, l’esattezza degli sloveni. Insomma, sono una persona nata in Jugoslavia, questa è la mia unica appartenenza.

Lidija Adesso vivo a Belgrado, ma sono nata a Pola e ho vissuto nel Montenegro, in Slovenia, in Croazia. Mi sento molto perplessa per quello che sta accadendo da noi. Sono una persona senza patria, sono straniera nella mia stessa repubblica, sto pensando cose che non ho mai pensato prima, ma adesso mi sento costretta a pensarci. Lo sento come una forma di attacco contro di me, vorrei che questa pazzia nazionale finisse e che ricominciassimo a vivere come prima.

Marjeta Ho sempre vissuto vicino al confine, prima vicino al confine con l’Austria e adesso con l’Italia e anche la Croazia. Sento che il confine è una cosa non naturale, cos’è un confine?, mi sono chiesta più volte: è quello che sta dentro di noi, un confine tra il male e il bene, e pensiamo queste cose specialmente quando tutto è difficile come ora. Voglio essere leale ai valori, ad esempio il lavoro. Per quello che riguarda la politica è un’altra cosa, quando ho sentito che gli sloveni vogliono alzare barriere ho chiesto cosa accadrà se le barriere le alzano anche il Belgio, l’Austria... Non so cosa sono io in questo momento, sono niente, forse appena un essere umano...

Ana Ho sposato un serbo, tutta la mia famiglia vive in Croazia, mi preparavo mentalmente per l’Europa, adesso vogliono che sia una croata, che mi senta tra i miei in Croazia, e in Serbia vogliono che mi senta a mio agio tra i serbi, che mi senta serba. Io invece mi sento a mio agio qui, tra gente che condivide le mie opinioni.

Vera Sono di Belgrado. Il mio primo contatto con la nazione è legato all’infanzia, mia nonna è tedesca, mio nonno è serbo della Romania, è rimasto nella famiglia il pensiero che è molto positivo quando si mescolano origini diverse, perché i bambini sono più belli. Nel convegno di Venezia con le donne di Zagabria ho detto che sono una donna jugoslava e forse l’ho detto perché sento tristezza per la Jugoslavia, ma mi sono resa conto che dire di essere jugoslava è una cosa non legittima. Mi sono domandata più volte cosa sia il nazionalismo, perché il nazionalismo sveglia tante basse passioni nella gente? Perché giustificano i massacri e dicono che è diverso se massacrano un serbo o massacrano un musulmano?

Rada Nel mio villaggio vivono slovacchi, serbi, ungheresi. Nel mio villaggio ci rispettiamo tutti e credo questo sia un ponte fra le diversità che può permettere anche la pace. Sento che non ci siamo opposti alla guerra come avremmo dovuto, sono disperata per questo, e vorrei che i contatti di amicizia e solidarietà continuassero.

 

Riflettendo su queste testimonianze, capisco che per alcune donne quello che conta davvero è il legame con l’ambito del vissuto affettivo, con il territorio conosciuto. Altre sognano una profonda libertà da ogni vincolo imposto, da ogni istituzione nazionalista. Se devono dichiararsi, dicono di sentirsi “cittadine dei sentimenti”, “cittadine del mondo”. Queste donne non seguono fedeltà obbligatorie. Le frontiere rappresentano per loro un’astratta imposizione. È il mondo della relazione che conta. Relazione dinamica e mutevole, con il simile e con il diverso, relazione che non accetta barriere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Danzano strane parole

Danzano strane parole

attorno a un fuoco solitario.

Bruciano i roghi del vecchio mondo

tutte le finte verità

le nuove aurore che verranno.

Ancora non esiste strada

non esiste città

dove potersi incontrare.

Non ora non qui

non in questo tempo

pensato da un dio sbagliato.

C’è chi inventa

segreti giardini di ortensie

e nella mente li coltiva.

Chi perdendosi

ha conosciuto l’inferno

e il suo contrario.

Chi oltre la storia attende

al tramonto

nell’immensa pianura

il disegnarsi lento

di un altro orizzonte.

Cerimonia

 

 

A poco a poco imparo a conoscere soprattutto le donne bosniache - tra le profughe sono in maggioranza -, il loro modo di essere e di vivere, la loro cultura quotidiana, così simile all’antica cultura femminile del Sud italiano. Due culture che affondano le radici nello stesso profondo humus mediterraneo.

Con le amiche del Laboratorio siamo spesso ospiti a casa di Suada o delle altre operatrici del Centro. È normale portare piccoli doni, frutta, dolci per i bambini, qualche giocattolo, una sciarpa, una crema per la pelle che lì non si trova più e di cui le donne sentono molto la mancanza.

“Portare un dono” è un antico gesto rituale, e “offrire qualcosa” all’ospite in visita è un rito altrettanto antico. La nostra giornata è scandita dai kahva, i caffè serviti nel piccolo bricco di rame, che aiutano a scaldarsi nel freddo inverno del golfo del Quarnaro. Chiamato kava, kafa o kahva, secondo che ci si trovi in Serbia, in Croazia o in Bosnia, per gli jugoslavi il caffè è un vero e proprio rito che sigla l’amicizia.

Spesso, dal piano di sopra, la gentile mamma di Suada ci manda pitte di sottile e fragrante sfoglia ripiene di verdura, e qualche bicchiere di un delizioso sciroppo di rose, ricetta segreta di famiglia. Un giorno speciale veniamo invitate a dividere un piatto di bosanski lonac, la pentola bosniaca,(4) antica ricetta tradizionale. Molte verdure misteriose e qualche pezzo di carne cuociono lentamente in una grande pignatta di coccio, annerita dal tempo e dal forno. È un piatto della cucina popolare. La sapiente mescolanza di ingredienti e la lunga cottura gli danno un sapore straordinario.

Se vi ripenso, il ricordo di quel sapore s’identifica nella mia mente con la speciale mescolanza che caratterizzava il mondo bosniaco prima che la guerra lo cancellasse: un mix di culture differenti che sapevano stare insieme senza negarsi a vicenda. Nella mia fantasia, ha lo stesso profumo che dovevano avere il Medioevo andaluso, la Provenza del Gaio Sapere, la Sicilia di Federico II o la Costantinopoli dei secoli d’oro. Terre d’intrecci e di feconde mescolanze.

Appena il tempo migliora, ci sediamo a lavorare sul terrazzino davanti a casa, un fazzoletto di cemento sulla collina dietro Opatjia, tra profumate siepi di lavanda e rosmarino che lì crescono quasi spontanee. In lontananza s’indovina il mare. Le profughe arrivano di continuo al Centro con una montagna di problemi. Lavori da organizzare, decisioni da prendere, documenti da scrivere, appelli da diffondere… Ma ogni tanto nei discorsi s’intromettono le nostre storie personali, non soltanto per allentare la tensione, ma proprio perché un’importante differenza, nell’agire politico femminile, è proprio la capacità di non separare la vita dalla teoria, la mente dal corpo, la ragione dai sentimenti. La capacità di umanizzare l’agire politico, di renderlo concreto, corporeo, personale.

Accogliere l’ospite è una vera e propria cerimonia. All’ospite si rende onore offrendo cibi o bevande, e a sua volta l’ospite sa che deve portare un’offerta. I dolci, il caffé, i piccoli doni, le chiacchiere… Sono inutili cerimonie, o è proprio un modo di concepire la vita e i rapporti, un modo profondamente femminile e inconsapevolmente rituale? Un codice di mediazione ereditato da un antichissimo passato? Un’offerta capace di creare pian piano il terreno dell’incontro e anche di metabolizzare le differenze, gli eventuali conflitti?

L’incapacità di elaborare positivamente il rapporto con l’altro, con il diverso, è uno dei nodi cruciali del nostro tempo, un alfabeto utile a capire le guerre di oggi e di ieri, un alfabeto composto di particolarismi, nazionalismi, integralismi, separatismi. Nelle guerre jugoslave il substrato etnico rimasto silente durante gli anni di Tito è stato capziosamente risvegliato, stimolato, usato per costruire la base del conflitto. Ha straziato migliaia e migliaia di vite, ha diviso famiglie e in molti casi ha allontanato per sempre le persone sopravvissute dalla propria terra. (5)

Suada è di nascita bosniaca ma da tanti anni vive in Croazia, e molto è vissuta anche a Belgrado; serbo-bosniaco è il padre della sua prima figlia, e serbo era il compagno da cui ha avuto il secondo. Mescolanze di questo tipo riguardano una percentuale altissima di famiglie della ex Jugoslavia. I documenti la definiscono Musulmana.

È vero, una parte dei bosniaci sono stati dichiarati “Musulmani” da Tito proprio per riconoscerne una cittadinanza e quindi tutelarla, ma ne sono purtroppo nate tragiche conseguenze. Confondere la cittadinanza con una confessione religiosa, negare la laicità che è base necessaria di ogni organizzazione civile, può aprire la via a schieramenti integralisti.

- Noi bosniaci musulmani non ci sentivamo differenti dai nostri vicini, non stavamo nemmeno a pensare se fossero musulmani, croati o serbi. Ce ne accorgevamo soltanto in occasione delle feste religiose che in qualche modo appartenevano a tutti, era un bellissimo modo per moltiplicare le ricorrenze, gli incontri, i giochi, i cibi speciali. Una felicità per i bambini. Ho sempre permesso ai miei figli di partecipare alle feste natalizie degli amici cattolici, comincia a spiegarmi Suada un giorno che troviamo un po’ di tempo per parlare più a lungo. Siamo a Tuzla, in Bosnia, a un’assemblea di gruppi pacifisti jugoslavi e internazionali. Con la sua storia di vivace presenza operaia e sindacale,  durante la guerra Tuzla ha continuato a rappresentare un luogo di resistenza e di convivenza, di dialogo e di civiltà.

- Suada, parli di un mondo che sembra scomparso, distrutto dalla guerra che oltre ai corpi annienta le culture, le civiltà. Anche quando non uccide, cambia le persone e i rapporti.

- Mi pare di aver passato un’università che non esiste da nessuna parte. Uno studio molto difficile, grave, pericoloso, ma sono contenta perché ho superato tutto questo riuscendo a conservare alcuni principi generali. La solidarietà con le vittime, con le altre donne, la sincerità… Una serie di principi che ho sperimentato nella realtà, nelle situazioni concrete, e quindi hanno perso la loro astrattezza per diventare vita vissuta.

- Vuoi dire che ora ti senti diversa?

- In un certo senso mi sento migliore. Nei primi anni della guerra mi sembrava di essere distrutta. Tutta la mia struttura psicologica, la mia educazione, la cultura, tutto era distrutto dai sentimenti ispirati dalla guerra, dalla fatica del lavoro. Poi pian piano è nata un’altra struttura.

- Già, è come se tu fossi passata attraverso una prova del fuoco.

- Sì, in un certo senso. Non si può modificare un modello sbagliato. Noi non riuscivamo mai nelle nostre vite a cancellare le cose sbagliate. Se fai una casa che non ti piace, non avrai mai comunque il coraggio di distruggerla. Poi però arriva un terremoto e tu sei costretta a ricominciare dalle fondamenta.

- Sei una donna forte, coraggiosa, nonostante tutto hai continuato a lottare e ad agire per te e per gli altri.

- Avevo problemi con la polizia, la sopravvivenza, i figli, ma ciò che mi colpiva di più erano i rapporti con le persone e le conseguenze anche spirituali su di me. Durante la guerra rischi di perdere le amicizie. La gente cambia, per paura, per interesse, per chissà cosa. Specialmente verso una pacifista, che viene vista come una persona diversa, senza potere, senza sostegno, una persona debole. Vedendoti debole, ti attaccano. Non era un conflitto, ma proprio un attacco. Dietro c’erano motivi concreti, materiali, ma i primi due o tre anni io veramente non capivo perché mi attaccassero. Ero preoccupata di superare le conseguenze politiche e psicologiche della guerra, di trovare un’idea, una strategia per tenere unite le persone, difendere i diritti. Così non pensavo che altri potessero invece farsi guidare da interessi meschini. Però, per fortuna, ho trovato anche tantissimi nuovi amici, con cui era possibile lavorare.

- Aprendo il Laboratorio delle donne abbiamo iniziato un lungo percorso che ci ha cambiate nel profondo. Lo pensi anche tu?

- Se ci ripenso vedo che tramite questo progetto ci siamo collegate fra donne diverse, e abbiamo lavorato con tanti problemi, perché c’era tanta paura, c’era la guerra, ma adesso penso anche che non ci siamo incontrate per caso, e che abbiamo imparato molto, l’una dall’altra. Abbiamo imparato a superare gli errori, a rimediarli con l’aiuto che veniva da fuori, senza critiche o condanne. Il nostro è stato il primo gruppo che ha realizzato il telefono Sos per le profughe in Croazia. Era un progetto veramente completo, perché aiutava le donne su ogni piano, e creava una possibilità di continuare da sole, dopo alcuni mesi di sostegno. Non abbiamo mai avuto tempo di farlo conoscere, perché c’era troppo lavoro. Eppure vale la pena di sottolinearne ancora oggi il senso profondo che ha avuto, contro ogni divisione. Da noi arrivavano donne di ogni provenienza, di ogni età e stato sociale. Tutte erano in una situazione gravissima. Cosa abbiamo concluso da questa esperienza? Perché è molto importante per le altre donne conoscere l’esperienza delle donne profughe? Io ho vissuto una storia personale simile, quando ho divorziato: sono stata senza casa, senza lavoro…

- Come una profuga?

- Sì, come una profuga. Ho capito cosa può succedere alle donne: ogni donna può entrare in una situazione gravissima a causa di una malattia, di un divorzio, della perdita del lavoro e, naturalmente, della guerra. Basta poco. E così abbiamo costruito il progetto dell’aiuto. È stato proprio un laboratorio.

- Prima della guerra avevi già lavorato con un gruppo di donne?

- No, mai. Io preferivo sempre il mondo dei maschi. Da bambina avevo visto come vanno le cose: le donne non sono considerate, valgono soltanto i maschi. Va bene, allora vado coi maschi! È durante tutto questo che sono diventata veramente una donna. Adesso posso dire che non è una donna quella che non aiuta un’altra donna, che non è solidale con un’altra donna e non capisce.

- Avevi mai pensato che potesse scoppiare una guerra?

- Sì. Da alcuni anni prima. Ho studiato la politica e quindi capivo questa cosa fondamentale: il governo che non può più governare sulla base di un’ideologia e di una stabilità economica, usa la violenza per guadagnare consenso e potere. C’era uno scenario molto interessante nella Jugoslavia fine anni Ottanta. I gruppi, i movimenti, tutti cercavano il modo di rinnovarsi perché il sistema era già indebolito. Ma io pensavo, e non solo io, anche altri pensavano che il potere non poteva più assicurare il livello di vita e allora avrebbe usato la violenza, ci sarebbe stata sicuramente la guerra. Ricordo un incontro. C’era tanta gente, a Rijeka. Un collega di Zagabria diceva: no, non è possibile che facciano una guerra. Ecco il conto: ci sarebbero due milioni di profughi, cinqucentomila morti, troppe perdite economiche… Impossibile. Non la faranno mai! Qui da noi si sa già da prima che ogni guerra dura almeno quattro anni, quante saranno le vittime…

- Mi raccontavi un giorno del tuo compagno, morto proprio agli inizi della guerra. Dicevi che aveva già previsto tutto.

- Sì. Lui sapeva. Era un docente di sociologia, più anziano di me. In una frase sola disse: qui avremo una cosa mai vista. Aveva l’esperienza della lotta durante la Seconda guerra mondiale. Stava nell’organizzazione dei giovani comunisti, quasi tutti uccisi in guerra oppure deportati in un’isola dove anche lui è rimasto quattro anni. Venivano maltrattati, torturati. Lui conosceva le persone che costruiscono i lager ideologici. Mai avremo dei mutamenti veri, mi disse, fino a quando sopravviveranno questi individui di cui nessuno riesce a scoprire il vero ruolo. Sono sempre attivi, in senso politico, adesso a Belgrado e dappertutto.

- Lui viveva nell’ambiente accademico, pensava che gli intellettuali avessero qualche possibilità di prendere posizione per fermare la guerra?

- Cercò di coinvolgere colleghi e colleghe dell’università per organizzare un comitato, un movimento per la pace, ma la gente non credeva alla guerra e qualche volta rideva. Io sono stata con lui a Lubiana, a Zagabria, a Spalato, a Novi Sad, a Sarajevo, per promuovere questo movimento, e ho visto le persone scherzare.

- In quale anno?

- Nel ‘90, forse fine ‘89.

- Ma secondo te, c’erano altri nel resto della Jugoslavia ad aver capito in anticipo cosa sarebbe accaduto?

- Le comunicazioni sociali non erano molto sviluppate, quindi ognuno poteva pensare di essere l’unico intelligente ad aver pensato così! Ma sicuramente c’erano uguali iniziative altrove. Tutte senza consenso. D’altra parte aveva molto successo l’Associazione per una Jugoslavia democratica, ma finì con la guerra. Da lì però sono nati altri partiti e associazioni nuove, impegnate adesso nei movimenti.

- Prima della guerra pensavi mai al fatto di essere musulmana, o non ci pensavi per niente?

- Io appartenevo a quel tipo di persone che non hanno mai sottolineato la nazionalità. Mi sentivo essere umano, donna, madre, giornalista, pacifista… Se si doveva dire un’identità rispondevo: jugoslava. Il mio primo marito era serbo, i miei figli sono misti: quindi mi sembrava corretto dire così. Ora questa categoria non esiste più, è stata distrutta: adesso devo dire bosniaca musulmana, secondo la mia origine familiare.

- Non avresti immaginato un futuro come questo.

- A essere sincera, io pensavo sempre all’amore, questa era la mia ideologia! E cosa ho scoperto? Durante la guerra tutto quello che facevo per amore e con amore aveva successo. Io e una mia amica da giovani avevamo scelto di studiare francese, all’università, perché secondo noi era la lingua dell’amore. Poi lei ha concluso gli studi di francese e io invece ho cambiato e sono diventata giornalista. Quando è scoppiata la guerra e ho cominciato a lavorare come pacifista, tutto quel francese che avevo studiato con amore negli anni lontani mi è servito moltissimo. Ad esempio, riflettevo su mia figlia che non accetta nessuna ideologia, né comunista né anarchista né capitalista, come molti giovani. Ho analizzato come vive, le cose che ama, e ho scoperto una cosa interessante: l’unica strada che lei segue sempre è la bellezza, dentro di lei, fuori di lei… Bene, anche questa è un’ideologia, se intendiamo questa parola in un senso più ampio e non soltanto politico. Può essere un’idea che ti guida, un valore. Per me è l’amore. Tante volte, naturalmente, con la propria ideologia poi capita di sbagliare.

- Però tu analizzi sempre le situazioni dal punto di vista politico.

- Questa è una forma del lavoro, ma dentro c’è l’amore. Io penso che dentro ogni impegno forte ci sia un’emozione forte, una motivazione, un orientamento. Per qualcuno purtroppo è la volontà di potere, una lotta per il potere.

- A proposito di potere e di poteri, pensi sempre che l’attacco alla Bosnia sia stato preparato in precedenza?

- Inizialmente pensavo che la guerra in Jugoslavia fosse iniziata con lo scopo di distruggere la Bosnia, ma ora non ne sono più sicura. Forse la distruzione della Bosnia è stata una conseguenza della distruzione della Jugoslavia, perché l’interesse avrebbe potuto essere quello di distruggere un paese comunista alternativo. Le nostre esperienze di autogestione già praticata, la nostra economia pianificata. Ma quando scateni la violenza, non puoi più guidarla solo verso i tuoi fini. Il ruolo che ha avuto la distruzione della Bosnia mi fa pensare a ciò che è accaduto con il Ruanda, in Africa: si distrugge una regione non per caso, ma per un progetto, per svuotare un grande spazio attorno in cui insediarsi più facilmente ed esercitare un controllo strategico. La distruzione allora deve essere veramente totale, quasi un genocidio.

- Secondo te di chi era il progetto? A chi conveniva la guerra nella ex Jugoslavia?

- Anche noi vorremmo saperlo. Perché ad esempio la politica internazionale ha due facce, anzi meglio, due mani: con una mano ti porta le bombe, con l’altra ti porta l’aiuto! Puoi immaginare la gente in un paese bombardato che vede solo la mano che ti porta il pane.

- Pensi che volessero rifare una divisione, sostituire il Muro di Berlino con un altro e diverso muro?

- Il problema è il muro nelle teste, il militarismo. Il militarismo ha bisogno di muri per produrre guerre, armi.

- L’industria delle armi ha bisogno delle guerre, le guerre hanno bisogno di muri…

- Certo, tutto è collegato. C’è un’analisi economica secondo cui società multinazionali hanno concentrato moltissimo capitale non impiegato, perché la produzione classica in molti settori non dà più profitto. Uno dei settori che ne produce di più è il commercio di armi.

- Rimane la domanda: perché la Bosnia?

- Perché la Bosnia era una società più debole. In Bosnia non c’è mai stata un’idea forte dello stato. I bosniaci hanno sempre avuto una cultura civile molto forte, ma questa cultura si distrugge facilmente durante una guerra. Ora per fortuna sento che i legami riprendono di nuovo. Per spiegarmi cosa è veramente accaduto, io preferisco utilizzare una categoria sociologica secondo cui nel mondo esiste un subimperialismo, un subfascismo. È un modello latinoamericano: c’è una oligarchia che guida, ma diretta da centri di potere esterni. E noi siamo entrati in questa dimensione.

 

Durante tutta la guerra e anche dopo, fin quando ha governato Tudjman, Suada non potè ottenere il permesso di soggiorno. Era considerata straniera, pur vivendo nella casa dei genitori che in Croazia risiedono da tanti anni e ne hanno la cittadinanza, la famosa domovnica. Naturalmente, in questo rifiuto molto contava il fastidio per il suo impegno pacifista e per i diritti civili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non c’è più bosco là fuori.

Non c’è più bosco là fuori

Ogni colore spento.

Archetipi vani s’impietrano

dentro isole di vento.

Ruota l’eclittica e vibra

la sua risata infernale

come un dardo nel cuore

di noi graffiti per sempre.

Fermenti nel buio

serpeggiano lenti.

Lavora la terra

segreta e oscura.

I semi, i segni, i sogni,

le danze dei metalli

il codice nei sigilli

e il volo degli uccelli.

Il vento, le parole

il fluire dell’acqua

e il tremito nell’aria.

Nozze di fuoco.

Libertà immaginaria.

Sostanza incandescente.

Distilla la mente

le sue contraddizioni.

Nero irrompe

per nuove leggi del tempo

un diverso pensiero.

 

 

 

 

Le mura nella mente

 

 

Le mura nella mente, più inaccessibili e insuperabili di quelle di pietra. In Toscana, in Umbria, nelle Marche molte città murate sono rimaste ancora intatte. Mura che rappresentavano senza dubbio un confine e un limite, per entrare e per uscire. Varcandole, potevi percepire il senso di un’identità da scoprire, un enigma da risolvere, un rapporto da vivere, un’avventura da rischiare, un potere da sfidare. Da quelle antiche cinte emana ancora un fascino misterioso. Lo spazio interno, così circoscritto, sembra più denso di vita, di storia e di storie, di suoni, di voci, di musiche e di odori.

Non si può parlare di muri e di mura senza pensare a Berlino, fortunatamente solo un ricordo, o all’orrendo muro che gli israeliani costruiscono per imprigionare i palestinesi in un ghetto e impedire loro qualsiasi accettabile forma di stato. Ma le mura di pietra delle città medievali, con le loro splendide porte, erano un’altra cosa. Erano confini in qualche modo valicabili, sgretolabili, tanto è vero che nel corso dei secoli ne sono crollate molte: chi ricorda, ad esempio, che Milano era cinta da numerose cerchie di torri e mura che la rendevano segreta e bellissima? (6)

Confini davvero invalicabili ormai esistono dentro le città. Barriere invisibili che isolano individui e gruppi in tanti mondi a parte. Milano ne è un esempio. Ieri nel centro cittadino convivevano fianco a fianco persone di differente età e condizione sociale. Era l’immagine del mondo reale con la sua eterogeneità, la mescolanza, anche le crudeli differenze.

Oggi l’esodo forzato degli ultimi vecchi e delle ultime botteghe dalle antiche case, ristrutturate in condomini extralusso, ha fatto del centro di Milano un luogo asettico dove, come in un acquario, vivono soltanto alcune specie protette: architetti, stilisti, modelle, finanzieri, divi, calciatori. E banche. Un omogeneo bosco elitario, insomma, non certo una foresta naturale ricca di molteplici essenze.

Così si formano nuove caste e nuovi paria. È un fenomeno che non riguarda però solo il centro. Anche altre zone della città si sono gradualmente uniformate al proprio interno, anche nelle estreme periferie si riproducono meccanismi di selezione/esclusione legati a paradossali concetti di status, rinviando all’idea di confine come barriera eretta a difesa di un privilegio, non importa quanto reale o immaginario.

Recinti visibili e invisibili sanciscono la morte della città intesa nel senso migliore del termine, come forse era la città italiana del Rinascimento. Quello era un mondo in cui era possibile sperimentare ogni giorno la vita come per millenni è stata: casuale, imprevedibile, sporca, magnifica, barbara, promiscua, fragile.

Le nostre città sono ormai divenute un luogo di non-relazioni se non quelle programmate entro binari prefissati. Un luogo di povertà umana in cui un popolo di ectoplasmi griffati, dentro scatole di latta, naviga a vista verso bunker di silenzio. Invece un tempo la città, la piazza, il mercato erano i luoghi dell’incontro, della parola, della conoscenza, del rapporto con il mondo e con la realtà.

Quando oggi si dice mercato, la prima immagine che si affaccia alla mente è quella di un mostruoso monolite monopolista, un grumo di concentrazioni, l’opposto della pretesa libertà di concorrenza. A ben altro corrispondeva un tempo questa parola.

 Ecco cosa dice il Petrocchi del 1894: 1. Luogo dove il pubblico si raccoglie tutti i giorni o a giorni fissi a comprare, vendere e contrattare, e la riunione stessa. 2. Adunanza, riunione di persone in dati giorni; 3. Qualunque gran quantità di roba.

Il Premoli, vocabolario nomenclatore illustrato, enumera i seguenti sinonimi: bazar (vedi persiana); campo; emporio; fiera (grosso mercato); foro (latino forum); mercatino; piazza; piazza venale; agorà (antica Grecia); bezestan (mercato turco); gostinnoi dvor (russo); halle (francese, piazza coperta): karmesse o kermesse (mercato in cui si tengono processioni e giuochi in Olanda).

Luogo. Città. Piazza. Merce. Roba. Cosa. Contratto fra persone. Incontro. Scambio. Fiera. Processione. Gioco. Sono declinazioni e attributi che hanno un sapore pieno, fortemente corporeo, concreto e relazionale. Esattamente il contrario del vuoto a cui rimanda l’astratto gioco del mercato finanziario di oggi, quell’economia di carta che consente gli spaventosi arricchimenti di pochi e la miseria di molti.

Senza dimenticare che il mercato era per tradizione il luogo d’incontro e di relativo potere delle donne. Un’altra rapina compiuta dalla società patriarcale ai nostri danni. Un altro spossessamento.

Oggi, per segnare i nuovi confini, le vecchie pietre non occorrono più. Nuove tecnologie consentono recinzioni davvero invalicabili. Già adesso negli Usa e in talune parti d’Europa tessere magnetiche, codici digitali ed eserciti di vigilantes difendono accessi a quartieri privilegiati. Già si profilano città intere tecnologicamente e ciberneticamente fortificate. (7)

Oggi viene considerato nemico chi non appartenga al nostro stesso ambito geografico, chi non abbia mezzi di sopravvivenza e con il suo solo esistere, con la sua semplice domanda di diritti elementari, metta a rischio anche quei pochi egoistici scampoli di benessere che ancora resistono al dilagare della crisi mondiale. Al massimo, si accetta l’altro come nuovo schiavo: da una parte un becero razzismo contro i nuovi immigrati (quelli antichi, i cosiddetti “terroni”, sono integrati da tempo), e dall’altra un comodo approfittare del loro lavoro invisibile, selvaggio e sottopagato.

Nella maggior parte dei casi non si tratta di vero odio per gli stranieri, così come nei Balcani non si è trattato di vero nazionalismo. Cherchez l’argent! Negando i permessi di soggiorno e di lavoro agli immigrati, si ottiene il risultato di trasformarli in esseri irregolari: i clandestini, cui negare i nostri stessi diritti per disporre di manodopera di serie B. E non consentendo ai profughi di guerra di tornare nelle proprie terre, si ottiene il risultato di trasformare milioni di individui in una folla di disperati senza diritti e senza futuro: i superflui, come qualche contabile dell’orrore li ha definiti. Il loro posto probabilmente sarà occupato dagli oleodotti e dai bunker delle basi militari.

Già da tempo i potenti della terra meditano sul progetto di una società planetaria “20:80”. Nell’intervento “Le mani sulla scuola”, pubblicato sul numero 2, dicembre 2004, del Giornale di storia contemporanea, ecco cosa scrive Roberto Renzetti a p. 200 (spiegando in nota che le citazioni sono tratte dal volume La trappola della globalizzazione, di Hans Peter Martin e Harald Schumann, Bolzano, 1997):

 

«Al Fairmont Hotel di San Francisco, nel settembre 1995, si riunirono 500 persone, l’élite del mondo, il braintrust globale (Bush senior, Margaret Thatcher, George Schultz, Ted Turner - Cnn e Time Warner, Jeremy Rifkin, quello de La fine del lavoro piuttosto che de l’Economia all’idrogeno, David Packard - Hewlett-Packard, John Gage, Zbigniew Brzezinski), sotto l’egida della Fondazione Gorbaciov, per decidere delle prospettive del mondo nel nuovo millennio che porta a una nuova civiltà. Tutti furono d’accordo nel prefigurare un modello di società in cui solo il 20% dei cittadini del mondo sarebbe stata necessaria per mandarlo avanti. Il rimanente 80% sarebbe stato da considerarsi massa eccedente [surplus people: questa l’espressione utilizzata]. Si passava quindi dalle pur nere prospettive degli anni Ottanta, la società in cui 1/3 dei cittadini del mondo avrebbe avuto accesso al benessere, ad una società 1/5 con molta massa eccedente. Si prospettavano riforme selvagge ben anticipate da John Gage, dirigente di Sun Microsystem, - assumiamo i nostri operai con il computer, lavorano con il computer e li cacciamo con il computer! – (con lo scavalcamento completo di ogni legge a tutela del lavoro) e, naturalmente, progettando una società senza classe media ci si poneva il problema di come farla accettare alla massa eccedente. Gage aggiungeva che in futuro si tratterà di to have lunch or be lunch, di mangiare o essere mangiati. […] Intanto occorre iniziare a colpevolizzare questa massa: non si lavora abbastanza, si guadagna troppo, la produttività è bassa, le pensioni vengono erogate troppo presto, sono troppo elevate, si è malati per troppo tempo, troppo assenteismo, la maternità, viviamo al di sopra delle nostre possibilità, servono sacrifici, troppe vacanze, troppi servizi gratuiti, vi è troppo spreco, le società asiatiche della rinuncia devono essere prese a esempio. […] Insomma, ad un tratto la partecipazione di massa dei lavoratori alla produzione generale di beni e valori economici appare solo come concessione che nel periodo della guerra fredda doveva sottrarre il fondamento all’agitazione comunista.

«In questo scenario […] la scuola diventa funzionale a quanto si va delineando. La scuola così com’è costa troppo ed è una spesa superflua per i fini che si vogliono conseguire. Occorre pensare una scuola che costi molto meno e che prepari dei cittadini a livello di buoni consumatori in questa società tecnologica. Occorre che i cittadini conoscano, ad esempio: digitale, satellitare, dvd, laser, hi tech, pc, internet, provider, cd, masterizzatore; non è invece in alcun modo necessario che conoscano i meccanismi scientifico-tecnologici che sono dietro questi nomi. Per intenderci: occorre che si abbia la preparazione tecnologica sufficiente per essere consumatori ma non tale da essere creatori di scienza e tecnologia. Questo almeno a livello di impegno di scuola pubblica, di quella che è pagata dalla fiscalità generale. Vi è naturalmente necessità di cittadini preparati a livelli superiori, ma è del tutto inutile e soprattutto è un vero spreco di risorse pensare di formare tutti in modo che possano pensare all’accesso a queste superiori specializzazioni. Chi serve per tali fini verrà preparato in scuole speciali. La selezione per accedere a queste scuole la faranno: le stesse scuole private e le imprese. Non ha senso continuare a dissipare denaro nell’istruzione pubblica. Il mercato è buono e gli interventi dello Stato sono cattivi: deregulation anziché controllo statale, liberalizzazione di commercio e capitali, privatizzazione di ogni cosa abbia il sapore del pubblico (Friedmann). Questa è la scuola che fa da sfondo alla tre giorni di stringenti dibattiti (due minuti a intervento) della fondazione Gorbaciov».

 

Qual è la logica che muove questo tipo di élite? Manipolare il corso degli eventi, decidere chi avrà diritti e chi no, chi cancellare e chi includere: è una forma suprema di hybris, quel credersi simile a un dio che i Greci efficacemente descrissero. Hybris invisibile perché non dichiarata, perché agìta dietro le quinte da poteri non ufficiali, forse ancora più pericolosa del cinico e selvaggio sfruttamento operato dai capitalisti di vecchio stampo ai danni delle lavoratrici e dei lavoratori di tutto il mondo. Siamo nella sfera maledetta della volontà di dominio: eternamente presente nella storia umana, come un serpente acquattato nel fondo di oscure caverne, un serpente che cambia pelle di continuo e prende innumerevoli forme. (8)

 


 

 

Pallide rose

Pallide rose

le ombre disegnano

nelle proibite stanze

e come eteree alghe

ondeggiano

le tende alle finestre.

 

Forte e quadrato

è il paterno confine

ma il suo profilo brucia.

 

Ora

verso altri sogni

c’induce la storia

e s’avventura

la memoria.

 

Liocorni e rochos

fuggono dal recinto.

Febo tramonta.

Esce dal lungo incanto

la regina del sud.

 

 

 

 

 

 

La dea sconfitta

 

 

Dove abita la razionalità? Simbolicamente nel Nord, sempre rappresentato come metafora della ragione, quel logos che teoricamente dovrebbe stare alla base delle civiltà occidentali e dello stesso concetto di democrazia. Civiltà e democrazia che peraltro non hanno mai preservato dalla follia, dall’ingiustizia e dalle guerre.

Non a caso l’etica protestante, cui dobbiamo una concezione della vita fondata sulla religione del lavoro, vede nel Nord e nei suoi valori l’unica positiva norma di vita, mentre al Sud sospettosamente attribuisce il femminile, il non produttivo, il corrotto, l’oscurità delle caverne che ispirano paura dell’inghiottimento: caverne che erano uno dei simboli della Grande Dea, antichissima divinità cretese e mediterranea.

Quanti politici europei avvertono di stare attenti al pericolo di scivolare nel Mediterraneo? Il Mediterraneo visto, evidentemente, come un baratro pronto a inghiottire gli operosi sforzi del razionale Nord.

In un vecchio articolo su Napoli, ritrovato per caso in un mucchio di ritagli, leggo che lo scrittore Raffaele La Capria propone Ulisse come metafora della ragione, della cultura, e quindi la parola, appunto il logos, in opposizione a Polifemo, metafora della selvaggia e irrazionale, ferina, cannibalesca natura mediterranea. La razionale cultura nordica contro la ferina natura mediterranea. Si tratta di metafore contrapposte, oppure complementari? Non sono forse due facce del medesimo ordine simbolico, maschile e patriarcale, cioè parziale?

Non è forse vero che dietro la maschera della parola razionale e legiferante emerge spesso la violenza distruttrice? Non è forse vero che tutti gli stati e i governi agiscono con una doppia morale? Non è forse vero che le violenze e le immoralità condannate pubblicamente dalle istituzioni vengono poi in segreto commesse dalla loro parte oscura, i servizi segreti, le cosiddette intelligence mai sottoposte a giudizi etici o penali? Non è forse vero che molti politici ricorrono all’elegante cinismo della realpolitik per giustificarne l’esistenza?

Altra cosa è la parola narrante, la cultura orale che non legifera, ma racconta storie millenarie in cui riconoscersi e riconoscere debolezze e miserie, giustizie e ingiustizie, speranze e delusioni. Una parola non violenta, anche se a volte è costretta a narrare di violenze, una parola che per millenni è stata l’unica cultura del mondo delle donne, dopo la cancellazione e la negazione storica del femminile simbolico e cosmico rappresentato dalla Grande Dea mediterranea dai molti nomi: Iside, Ishtar, Potnia, Demeter, Kore e tanti altri.

La Grande Dea minoica, legata ai misteri della natura e del cosmo, signora di tutte le cose e di tutte le metamorfosi, un’immagine del femminile che conosce il destino e il limite dei viventi, l’universalità del nascere e del morire di fronte a cui siamo tutti soli.

Era una religione? A suo modo forse sì. Era lo specchio di un’umanità cosciente della propria piccolezza rispetto al cosmo, un’umanità bisognosa di sostegno nelle sue fatiche e nelle sue paure, impegnata a lavorare per la propria fragile sopravvivenza. Lo specchio di società agricole forse pacifiche, forse ancora aliene dalla guerra, in cui le donne non erano discriminate ma avevano importanti funzioni.

 Società che vennero sconfitte da orde di cavalieri armati provenienti dal bacino del Volga. Questa antica vicenda è stata narrata dall’archeologa Marija Gimbutas (9) nell’introduzione al suo testo più importante, Il linguaggio della dea, uno studio comparato di archeomitologia in cui quel lontano processo storico si delinea con tutta la vivezza e la drammaticità di un autentico sconvolgimento epocale. Scrive Gimbutas a pagina XIX:

 

«Il tema centrale del simbolismo della Dea si dispiega nel mistero della nascita e della morte e nel rinnovamento della vita, non solo umana ma di tutta la terra e anzi dell’intero cosmo. Simboli e immagini si raggruppano attorno alla Dea partenogenetica (autogenerantesi) e alle sue fondamentali funzioni di Dispensatrice di Vita, reggitrice di Morte e, non meno importante, di Rigeneratrice, e intorno alla Madre Terra, la giovane e vecchia dea della Fertilità, che nasce e muore con la vita vegetale. Era l’unica fonte di tutta la vita che traeva l’energia dalle sorgenti, dal sole, dalla luna e dall’umida terra.

«In questo sistema di simboli si configura il tempo mitico, ciclico, non lineare. Nell’arte si manifesta con segni dinamici: spirali a vortice e ritorte, serpenti attorcigliati e sinuosi, cerchi, crescenti lunari, corna, semi seminati e germogli. Il serpente era un simbolo di energia vitale e rigenerazione, un’entità benevola, non malefica. Perfino i colori avevano un significato diverso rispetto al sistema simbolico indoeuropeo. Il nero non significava la morte o il mondo degli inferi; era il colore della fertilità, delle grotte umide e del suolo fertile, del grembo della Dea dove aveva inizio la vita. Il bianco, invece, era il colore della morte, delle ossa, al contrario del sistema indoeuropeo dove il bianco e il giallo sono i colori del cielo splendente e del sole.

«La mentalità che ha prodotto queste immagini non potrebbe in alcun modo essere confusa con la visione del mondo pastorale indoeuropeo, con i suoi dèi guerrieri-cavalieri, sovrani del cielo che tuona o risplende o degli inferi paludosi, l’ideologia in cui le divinità femminili non sono creatrici ma creature avvenenti, ‘Veneri’, spose di dèi celesti.

«L’arte incentrata sulla Dea, con la sua singolare assenza d’immagini guerresche e di dominio maschile, riflette un ordine sociale in cui le donne, come capi-clan o regine-sacerdotesse, ricoprivano un ruolo dominante. L’antica Europa e l’Anatolia, come la Creta minoica, erano una gilanìa.(10) Religione, mitologie e folclore, studi della struttura sociale dell’antica cultura europea e di quella minoica riflettono un sistema sociale equilibrato, né patriarcale né matriarcale, confermato dalla continuità degli elementi formativi di un sistema matrilineare nell’antica Grecia, in Etruria, a Roma, nel Paese Basco e in altri paesi europei.

«Mentre le culture europee trascorrevano un’esistenza pacifica e raggiungevano una fioritura artistica e architettonica altamente sofisticate nel V millennio a.C., una cultura neolitica assai diversa, in cui si addomesticava il cavallo e si producevano armi letali, emergeva nel bacino del Volga, nella Russia meridionale, e, dopo la metà del V millennio, perfino a ovest del Mar Nero. Questa nuova forza, inevitabilmente, cambiò il corso della preistoria europea. Io la chiamo la cultura ‘Kurgan’ (in russo kurgan significa tumulo), poiché i morti venivano sepolti in tumuli circolari che coprivano gli edifici funebri dei personaggi importanti.

«Le caratteristiche fondamentali della cultura Kurgan, che risalgono al VII e VI millennio a.C. nell’alto e medio bacino del Volga: patriarcato; patrilinearità; agricoltura su scala ridotta e allevamento di animali, compreso l’addomesticamento del cavallo a partire dal VI millennio; posizione preminente del cavallo nel culto; e, di grande rilievo, fabbricazione delle armi quali l’arco e la freccia, la lancia e la daga. Elementi distintivi, tutti, che si accordano con quanto è stato ricostruito come fenomeno proto-indoeuropeo dagli studi linguistici e di mitologia comparata e che si oppongono alla cultura gilanica, pacifica, sedentaria dell’antica Europa, caratterizzata da un’agricoltura altamente sviluppata e dalle grandi tradizioni architettoniche, scultoree e ceramiche.

«Così i ripetuti tumulti e le incursioni dei Kurgan (che considero proto-indoeuropei) misero fine all’antica cultura europea tra il 4300 e il 2800 a.C., trasformandola da gilanica in androcratica e da matrilineare in patrilineare. Le regioni dell’Egeo e del Mediterraneo e l’Europa occidentale si sottrassero più a lungo al processo; in isole come Thera, Creta, Malta e Sardegna, l’antica cultura europea fiorì dando luogo a una civiltà creativa e invidiabilmente pacifica fino al 1500 a.C., mille-millecinquecento anni dopo la completa trasformazione dell’Europa centrale.

«Nondimeno, la religione della Dea e i suoi simboli sopravvissero, come una corrente sotterranea, in molte aree geografiche. In realtà, molti di questi simboli sono ancora presenti come immagini nella nostra arte e letteratura, motivi di grande suggestione nei nostri miti e negli archetipi dei nostri sogni.

«Viviamo ancora sotto il dominio di quella aggressiva invasione maschile e abbiamo appena cominciato a scoprire la nostra lunga alienazione dall’autentica eredità europea: una cultura gilanica, non violenta, incentrata sulla terra».

 

Il mondo simbolico della dea venne quindi usurpato da un pantheon maschile via via impossessatosi di tutti i suoi poteri e significati, fino a rovesciarli nel loro opposto e giungere al monoteismo della reductio ad unum, un solo genere che dà la forma al mondo con il ferro delle spade.

Non fu di poco conto il passaggio simbolico da una divinità cosmico-terrestre femminile a un dio padre olimpico, minaccioso e astratto com’è quello delle religioni rivelate, le religioni del libro (giudaica, cristiana, maomettana). A seguito del nuovo modello divino - archetipo attivo e operante cui sono ispirate l’organizzazione familiare, sociale e politica - tutte le coordinate e i parametri mutarono. Mutò il rapporto con la vita, con la morte, con il corpo, con il sesso, con il pianeta, con la materia naturale di cui tutto è composto.

Di questo mutamento radicale che ha travolto uomini e donne, irrigidendoli in ruoli falsi e prestabiliti, stiamo ancor oggi pagando drammatiche conseguenze. Anche nei momenti e nei luoghi nei quali parve rinascere l’antica visione femminile del mondo, prima o poi ha sempre vinto l’ordine patriarcale.

I pochi che nella storia hanno tentato di concepire una diversa visione, sono stati guardati con sospetto, accusati di eresia, perseguitati. «Magicam operari non est aliud quam maritare mundum», diceva Pico della Mirandola, e intendeva che esiste una magia naturale lecita, quella che istituisce legami fra cielo e terra, “sposando il mondo”. Una visione che immagina non la sopraffazione ma l’equilibrio fra opposti, fra il maschile e il femminile. L’esatto contrario del pensiero scientifico secentesco, che inizia a concettualizzare il pianeta come una cosa inerte da dominare e sottomettere, sfruttandone brutalmente le risorse: sostanzialmente lo stesso modello che ha guidato finora la relazione fra i sessi, il maschile che sottomette il femminile.(11)

Non sono soltanto le donne laiche a scorgere nella maschilizzazione del divino l’origine di pesanti conseguenze. In certa misura questa consapevolezza viene condivisa anche da pensatrici e teologhe cattoliche. Ne abbiamo un esempio in questo significativo passo tratto da un intervento di Adriana Valerio (presidente dell’European Society of Women for Theological Research e presidente della Fondazione P. Valerio per la Storia delle Donne), pubblicato tempo fa sul sito del Paese delle Donne:

 

«All’alta dignità riservata alla donna, della quale ha riconosciuto “il genio”, Giovanni Paolo II non ha affiancato un altrettanto reale riconoscimento di ruoli e responsabilità. In attesa di vedere come il cardinale Ratzinger, nel passato poco favorevole a significativi cambiamenti, voglia rispondere alle scottanti questioni di genere, vorrei offrire alcune indicazioni di una necessaria riforma della Chiesa che veda riconosciute la piena soggettività e cittadinanza delle donne.

- Riformulare una nuova antropologia: occorre passare da un’antropologia della complementarietà che porta a divisioni di ruoli e competenze (all’uomo spetta la sfera pubblica e politica e, in maniera complementare, alle donne spetta la sfera privata e domestica) a una antropologia della corresponsabilità (antropologia di partnership), che rispetti l’uguaglianza dei due sessi, nella condivisione e nella responsabilità, e per la quale donne e uomini possono svolgere non ruoli diversi, ma gli stessi ruoli in modo diverso.

- Revisionare i fondamenti delle discipline teologiche: perché si rispettino l’uguale dignità del maschile e del femminile. Per esempio la domanda su Dio e sulla sua unicità non è irrilevante per le donne perché qualunque narrazione di Dio implica necessariamente una riflessione sull’essere umano fatto “a immagine di Dio”. Se recuperiamo il femminile nel rinominare Dio, Dio stesso acquisterà nuove modalità per essere pensato e detto: si farà grembo, cibo, cura, recettività, accoglienza, vicinanza, tenerezza, compartecipazione, debolezza, Sapienza... Madre.

- Esegesi biblica, storia del cristianesimo, morale: anche l’esegesi biblica deve rileggere le Sacre scritture in modo da valorizzare il ruolo delle donne nella storia della salvezza (matriarche, profetesse, condottrici, sapienti, discepole, apostole...) e contestualizzare storicamente le affermazioni e i racconti legati alla cultura patriarcale e che parlano di violenza alle donne e di discriminazioni nei loro confronti. Una nuova inculturazione richiede l’esegesi dinamica delle fonti bibliche che hanno bisogno di essere incarnate anche nelle modalià del pensiero e del linguaggio delle donne. Relativamente alla storia del cristianesimo lo sforzo del nuovo papato deve essere quello di favorire la ricerca e la conservazione della memoria e della tradizione delle donne perché divenga patrimonio di tutta la Chiesa e si integri nella grande storia ecclesiale. Circa la morale le donne devono essere soggetti attivi e responsabili sia nel settore dell’elaborazione teorica (vedi le ricerche delle teologhe moraliste e la loro riflessione nel campo della contraccezione, della bioetica…) sia nell’ambito della vita pratica (armonia della coppia, paternità e maternità responsabile, difesa dalle malattie a trasmissione sessuale, procreazione assistita, uso di biotecnologie)».

 

Una posizione illuminata, sconfitta anch’essa, come l’antica dea, dall’integralismo montante e dai risultati del recente referendum sulla procreazione assistita.

Scrive Adriana Cavarero (12) in Nonostante Platone, p. 59, che nelle antiche culture «la figura della Grande Madre indica una divinità assoluta che, poiché è l’unica a possedere in maniera evidente il segreto della vita e della fertilità, ha il potere di trasmetterla, a sua discrezione, agli esseri umani, alla terra, alle piante e agli animali. […] L’ordine dei padri reclama divinità maschili a proprie figure simboliche regolatrici e, sintomaticamente, non più la nascita bensì la morte ne è il paradigma fondante. […] Secondo l’interpretazione di Luce Irigaray (13) il mito di Demetra ci parla appunto di un’interruzione della genealogia femminile violentemente sopraffatta dall’ordine patriarcale, ossia proprio da quell’ordine, dimentico della nascita ed enfatizzante la morte, che ha separato il pensiero dal corpo, l’essere dall’apparire, facendo di questa dicotomia il sistema filosofico di tutti i sistemi e il “destino” dell’Occidente».

Questa innaturale attrazione per la morte non svela forse un inquietante rovescio? Il terrore del potere generativo femminile, il potere di dare la vita. E questo oscuro viluppo psico-religioso non potrebbe forse spiegare anche l’invincibile e assurda passione per la violenza e la guerra che da sempre le società patriarcali hanno nutrito nel proprio seno?

Lo pensa anche Denis de Rougemont, quando a p. 95 de L’amore e l’Occidente scrive: «Passione vuol dire sofferenza, cosa subita, prepotere del destino sulla persona libera e responsabile. Amare l’amore più dell’oggetto dell’amore, amar la passione per sé stessa, dall’amabam amare di Agostino fino al Romanticismo moderno, significa amare e cercar la sofferenza. Amore-passione: desiderio di ciò che ci ferisce e ci annienta col suo trionfo. È un segreto di cui l’Occidente non ha mai tollerato la rivelazione, continuando ostinatamente a soffocarlo: pochi se ne conoscono di più tragici, e il suo pensiero ci induce a pronunciare sull’avvenire dell’Europa un giudizio assai pessimista. […] Perché l’uomo dell’Occidente vuol subire questa passione che lo ferisce e che la sua ragione condanna appieno? Perché vuole questo amore il cui esplodere altro non può significare che il suicidio? Proprio perché egli conosce e prova sé stesso sotto i colpi di esiziali minacce, nella sofferenza e sulla soglia della morte. Il terzo atto del dramma di Wagner descrive ben più che una catastrofe romanzesca: descrive la catastrofe essenziale del nostro sadico temperamento: questa smania repressa di morte, questo gusto di sperimentarsi nel limite, dell’urto rivelatore che è senza dubbio la più inestirpabile fra le radici dell’istinto della guerra che portiamo in noi».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esangui abitatori del nulla

Esangui abitatori del nulla

che non ridono

non piangono non gridano

sotto ogni cielo

su tutte le strade di polvere e di sangue

ogni respiro di vita trafiggono

al suono di quei passi le voci si spengono

le mani silenziose si aprono

ombre nude diventano

e di nuovo di nuovo si alzano

le canzoni le urla di nuovo di nuovo risuonano

nell’aria di neve di pioggia di vento

come frecce puntate al cuore s’involano

per un istante sopra le nubi nel sole s’indorano

e poi ricadono ricadono ricadono.

 

 

 

 

 

 

 

                                         

 

 

 

 

 

 

 

Mata Hari a Novi Sad

 

 

I conflitti scatenano un irrazionale meccanismo proiettivo. Si finisce con l’attribuire la responsabilità degli orrori delle guerre a tutta una popolazione. Si parla dei massacri serbi, come se li avesse voluti e compiuti un intero popolo, invece di una ben precisa leadership. Tuttavia, come nasce il consenso che comunque almeno agli inizi i cittadini accordano alle scelte belliciste dei propri governi? Il fatto è che l’opinione pubblica dei paesi in guerra nella maggior parte dei casi viene abilmente manipolata dai governi tramite i mass-media di stato.

Distorcendo la realtà, giornali e tivù riescono a convincere i cittadini di essere loro gli aggrediti, e di doversi quindi difendere. In tali situazioni, e senza un sincero appoggio da parte della comunità internazionale, i pochi dissidenti interni, che spesso sono persone prive di potere e di accesso ai media internazionali, non hanno alcuna possibilità di fermare la guerra.

Le tivù di stato danno soltanto le immagini dei propri cittadini massacrati dagli altri, e mai quelle degli altri massacrati dai loro. In tal modo un’intera cittadinanza può ignorare lo sporco lavoro che i massacratori, militari o paramilitari, compiono in suo nome.

Il ruolo della comunicazione e dei media, nelle guerre odierne, si è rivelato centrale. Per salvare le apparenze (cosa ritenuta ancora in parte necessaria, in questa fase storica) l’uso della forza va in qualche modo giustificato. Ciò ha condotto a una strategia antica come il mondo - falsi pretesti, costruzione del nemico -, ma che oggi può avvalersi di un apparato massmediologico schiacciante, tale da ingabbiare l’intero pianeta in una rete di menzogne e di conseguenti tragedie.

La nonviolenza è in cammino, foglio telematico del Centro di ricerca per la pace di Viterbo, diretto da Peppe Sini, ha pubblicato una bella riflessione di Giulio Vittorangeli (pacifista, responsabile del coordinamento Italia-Nicaragua di Viterbo), da cui ho tratto questo passo illuminante rispetto alle cose che qui sto dicendo:

«Ricorderete il significativo colloquio di Alice e il coniglio (in Alice nel paese delle meraviglie, di Lewis Carroll): “Quando uso una parola essa significa esattamente ciò che io voglio significhi... né più né meno”. Alice ribatte: “Il problema è sapere se lei può far dire alle parole cose differenti”. Il coniglio sentenzia: “Il problema è sapere chi comanda... Solo questo”. Questo breve dialogo parla del potere delle parole e delle parole del potere; delle concezioni del mondo, dei progetti politici, della materialità della vita sociale. Per questo, è sul terreno del linguaggio, sulla condivisione di un senso non reversibile da restituire alle parole, che si deve agire con attenzione. È tempo di ripristinare la devastata lingua italiana, sottrarre le parole rubate per ricollocarle nel loro contesto, raccontandoci la materialità, la quotidianità. Restaurare gli sfregi fatti, perché le parole sono cose, muovono il mondo, passano attraverso la carne, sono incarnate, passano attraverso ciascuno/a di noi, ci appartengono, le portiamo nei luoghi che abitiamo, anche con costi personali, di cui diamo conto. È tempo per la solidarietà internazionale di crescere e custodire le parole del futuro; cercando ostinatamente parole che siano come un balsamo sulla ferita dell’indifferenza e dell’ingiustizia; che siano capaci di ridare alla politica la ricchezza della cultura e della democrazia reale e partecipativa».

 

Teoricamente la guerra non viene accettata dagli statuti fondativi dell’Onu, che anzi la definiscono un flagello da cui salvare le future generazioni. Ecco perché viene pudicamente chiamata in altro modo, e comunque non viene mai nominata. Diventa operazione di polizia internazionale, mantenimento o imposizione della pace(!), nuovo modello di difesa, embargo, o anche piani di aggiustamento strutturale, una forma di guerra economica non meno crudele, visto che mette in ginocchio i popoli di molti paesi, costringendoli a rinunciare ai diritti e ai servizi sociali essenziali per ripianare il debito estero o per essere in regola con i parametri mondiali sul prodotto interno lordo. A proposito di debito, c’è una cosa da dire, pensando ai grandi eventi mediatici della società dello spettacolo, tipo Live eight, che si propongono di convincere i potenti a ridurre il debito dei paesi africani: quale debito? Siamo noi, Occidente colonizzatore e sfruttatore, a essere in debito verso l’Africa. I paesi africani devono, semplicemente, rifiutarsi di riconoscere debiti, e anzi chiedere risarcimenti.

È forse più difficile conoscere la verità sulle guerre di oggi che su quelle del passato. Oggi, infatti, è possibile costruire un complesso apparato di cifre, notizie, immagini, montandole come un film che ha tutta l’apparenza della realtà.

Grazie al lavoro compiuto da veri e propri esperti di comunicazione è possibile creare un evento a partire dal nulla, o manipolarlo e mistificarlo a tal punto da rendere difficilissimo sceverare qualche traccia di verità in situazioni di conflitto in cui è comunque arduo dividere con il coltello il vero dal falso, la ragione dal torto.

L’impatto delle immagini che passano attraverso lo schermo televisivo è così convincente, ha un tale aspetto di assoluta obiettività, da rendere i telespettatori incapaci di chiedersi quale mai possa essere la realtà oltre l’inquadratura, e persino se esista una realtà al di là dell’inquadratura.

Da un lato, in tal modo si produce un effetto riduzionistico: la verità è solo quella inquadrata nel video; e, dall’altro, un effetto falsificatore. La natura mediatica, e quindi incorporea, di questa finta realtà depotenzia la drammaticità della guerra reale, la sua fisicità, la sua materialità.

Leadership tecnologicamente avanzate - ormai quasi tutte, in ogni angolo sperduto del mondo - sanno bene quanto sia oggi possibile confondere le acque vuoi all’interno dei propri paesi vuoi all’esterno, tanto da rendere impraticabile una ricostruzione dei fatti relativamente fedele. Le tappe del meccanismo manipolatorio potrebbero essere così schematizzate:

 

falsificazione dell’immagine dei leader in cui s’incarna un paese, in positivo o in negativo a seconda dei casi. L’alleato di ieri diventa il nemico e il mostro di oggi, indipendentemente dalle sue vere responsabilità, crudeltà o violenze, occultate quando è utile appoggiarlo, o esaltate e talvolta inventate quando occorre distruggerlo, mettendo in ombra la sorte dei popoli che ne dipendono (Saddam Hussein, Slobodan Milosevic, Hassan el-Turabi, Osama Bin Laden...);

 

invenzione dell’alibi, architettando false cause di guerra (le guerre hanno sempre avuto scopi diversi da quelli dichiarati, ma oggi in questo campo si giunge alla perfezione, inventandoli di sana pianta); denunciando complotti orditi dal resto del mondo, quando si vogliono nascondere le infamie interne; oppure demonizzando il paese da aggredire;

 

inversione del linguaggio. Ad esempio il blocco militare, un atto di guerra proibito dal diritto internazionale, viene contrabbandato come embargo e unilateralmente imposto. Andare in paesi stranieri a rapinare manu militari mezzi e risorse viene definita operazione di peacekeeping, interposizione a scopo di pacificazione. Una “novità” ormai acquisita anche nelle regole militari italiane.(14)

 

 Le bombe intelligenti (!) che nel ‘91 colpirono l’Iraq, in realtà massacrarono i civili e distrussero millenarie testimonianze archeologiche. La Fondazione Paul Getty accusò gli iracheni di non aver segnalato i siti archeologici con una bandierina rossa (i missili in tal caso si sarebbero fermati?!). Il latrocinio di opere d’arte fu presentato come una rapina a opera degli stessi iracheni, peraltro uccisi quando erano in fuga nel deserto, sparandogli alle spalle. L’impiego nascosto di armi chimiche sperimentali da parte degli Stati Uniti nella guerra del Golfo ha avuto effetti letali sugli stessi soldati Usa, che soffrono della sindrome del Golfo, ma continua a essere negato. Effetti letali da uranio impoverito che denunciano, inascoltati, anche i militari italiani reduci dalla Bosnia, dal Kosovo, dalla Somalia.

Come se non bastasse, i signori delle guerre si avvalgono anche di professionisti del mondo della pubblicità. La manipolazione mediatica ha avuto luogo in tutti i paesi della ex Jugoslavia. Gli esperti di pubbliche relazioni diventano attori delle guerre, e influiscono, eccome, sull’andamento delle stesse.

Sul numero 10 di Guerre & Pace, aprile 1994, p. 12, nell’articolo di Franco Ferri “Mercenari dell’informazione” si dice: «”Massimizzare”, è questa la parola d’ordine degli “image-maker”, un nuovo tipo di mercenari che non combattono con fucili e cannoni, ma a colpi di telecamera. […] Dopo il Kuwait, il campo d’azione privilegiato delle agenzie di pubbliche relazioni è proprio la ex Jugoslavia, dove tutte le parti in causa hanno assoldato negli Stati Uniti degli “image-maker”: i serbi si sono prima rivolti alla Wise Communication di Washington e più recentemente al Serbian Media Center di Chicago, una struttura creata da un gruppo di giornalisti americani di origine serba: il governo croato ha un contratto con la Ruder Finn, la stessa società cui si appoggia il governo bosniaco; quello sloveno si serve della consulenza di Phillis Kaminsky, mentre quello macedone ha optato per Lyubica Acevski, una consulente d’affari emigrata negli Usa dalla Macedonia». Ferri specifica che la fonte delle notizie è un articolo di Claudio Gatti pubblicato sull’Europeo del 18 settembre 1992. Sempre su Guerre & Pace, ma nel numero 8, febbraio 1994, p. 43, Alessandro Boscaro e Patrizia Bonacina riportano questa dichiarazione di Zlatko Dizdarevic, direttore a Sarajevo di Oslobodjenje (Liberazione), in un’intervista rilasciata al Manifesto del 21 marzo 1993: «Ritengo che a Zagabria e a Belgrado numerosi giornalisti siano più colpevoli dei crimini di guerra di molti miliziani che combattono in Bosnia. Le notizie sono state spesso manipolate per accendere l’odio tra le varie nazioni, le informazioni diffuse dalle Tv croata e serba sono state abilmente sfruttate dai partiti nazionalisti di Bosnia».

 La stampa indipendente viene ostacolata con ogni mezzo lecito e illecito (chiusura dei fidi bancari, aumento delle tasse...), quando non eliminata. Per contro, i media fedeli al governo vengono usati per pubblicare false notizie.

Nel luglio ‘92 ero tra le pacifiste italiane recatesi a Novi Sad, in Vojvodina, per manifestare contro la guerra insieme alle Donne in Nero di Belgrado. Con un articolo in prima pagina, i quotidiani locali (controllati dal governo centrale) ci presentarono come tante Mata Hari, chiamandoci spie internazionali.

La fabbrica del falso storico è in piena attività e i mass-media ne sono complici. Ecco cosa dice Giulietto Chiesa in questo passo di un suo articolo sulla guerra in Iraq, intitolato “L’impero si guarda allo specchio” e pubblicato sul Manifesto: «…La Grande Fabbrica dei Sogni e della Menzogna ha funzionato così bene che tutto il mondo “civilizzato” è ormai convinto che l’Iraq è avviato finalmente sulla via del progresso, dopo avere raggiunto e superato la fase democratica, consistente - questa è la nuova filosofia mondiale dei diritti umani - nel votare. Non importa come. In pochi giorni l’Impero ha inferto un uno-due pugilistico all’Europa con l’ottimamente organizzato viaggio dell’Imperatore a Bruxelles, dal quale è emerso che i dissensi sono terminati, la concordia transatlantica è tornata a regnare. L’Imperatore non ha concesso niente, in sostanza, ma la guerra irachena, anche grazie alle elezioni democratiche, è stata messa alle spalle. Vero? Neanche per sogno, naturalmente, ma è quello che tutte le tivù e tutti i giornali “indipendenti” (dalla verità) hanno detto e scritto, cioè quello che milioni e milioni pensano…».

La guerra, l’innominata, è figlia e madre della menzogna. La comunicazione che la costruisce è direttamente guerra, con un ruolo da protagonista.

Suonando tra le macerie

 

Durante l’assedio di Sarajevo, il violoncellista Nigel Kennedy tutti i giorni andava a suonare tra le macerie dell’antica Biblioteca distrutta dall’artiglieria serbo-bosniaca. Era un meraviglioso segnale di resistenza contro l’intollerabile violenza della guerra, ma purtroppo non ha fermato nemmeno un cecchino.

La guerra è il contrario dell’arte e della cultura: come pensare, quindi, che strateghi e sniper si facciano commuovere? La guerra guerreggiata non si è fermata fino a quando non lo decisero gli Stati Uniti, con le loro contorte strategie volte a installare nell’Est europeo avamposti e basi più o meno segrete, lì e in molte altre parti del mondo.

Almeno fino all’esplodere del conflitto, in Bosnia prevaleva una concezione molto avanzata e democratica di nazionalità, una cittadinanza legata al fatto di vivere tra diversi sullo stesso territorio. Ma dalle sue potenti vicine – Serbia e Croazia – la nazionalità bosniaca è stata in genere negata, definendo i bosniaci in realtà serbi, o in realtà croati, o addirittura turchi (stranieri, quindi nemici). Negare il nome di chi si vuole distruggere è un antico sistema.

Soltanto a stragi avvenute, a smembramenti compiuti, qualcuno nel mondo si è accorto del sistema di tolleranze e convivenze che caratterizzava la Bosnia-Erzegovina, traendola fuori da quella nebbia indistinta e demodé che il nome stesso di Sarajevo evocava, con i suoi echi primo Novecento. Troppo tardi. Il demone del nazionalismo ha nel frattempo ingoiato cinquant’anni di storia, nell’indifferenza, quando non nell’interesse dell’Europa. Quell’Europa che ha continuamente bisogno di definirsi attraverso l’esclusione dell’Est, spiega Rada Ivekovic nella Balcanizzazione della ragione. (15)

L’Est (ma potrebbe anche essere il Sud) è l’altro da sé, il nemico da sacrificare per dare vita al nuovo mito delle origini; oppure da incorporare assimilandolo, com’è avvenuto soprattutto nel caso della Slovenia e della Croazia, la cui dipartita dalla Federazione avvenne nel segno e nel sogno dell’Europa, o per meglio dire del mercato e del marco (l’euro ancora non esisteva). Come scrive Ivekovic, il nazionalismo dietro la cui arcaica mitologia si possono trascinare interi paesi in una guerra insensata rappresenta in realtà la costruzione più originaria di un ordine patriarcale e universale, fondato sull’esclusione del femminile. Non si possono capire le guerre jugoslave ignorando il peso che in esse ha avuto la dimensione del femminile negato, usato come medium nella cancellazione dell’identità del nemico attraverso gli stupri cosiddetti etnici, e come valvola di sfogo nelle violenze compiute da croati e da serbi, abbrutiti dall’identità guerriera, contro le proprie stesse compagne. Una drammatica realtà che fu testimoniata dalle Donne in Nero di Belgrado tramite il loro Telefono Sos.

Eppure, differenze e mescolanze sono dentro ognuno di noi, anche dentro coloro che credono al ridicolo mito della “purezza” genetica, scientificamente smentito da Luca Cavalli-Sforza (16) nelle sue interessanti ricerche. Ripenso alle identità plurime di cui parlò con tanta genialità Alex Langer,(17) lui che le viveva in prima persona (“i molti livelli dell’io”). E andrei oltre, sempre con l’aiuto di Rada Ivekovic: identità plurime e in continua costruzione, identità non permanenti. Un vasto campo di ricerca che si apre alla riflessione di genere e che sarebbe bello poter affrontare con la guida di teoriche e filosofe.

Non è quindi mia intenzione, ora, entrare nel vivo di questa questione, che merita ben altro approfondimento da parte di chi ha titoli per farlo. Mi limito a osservare che certo è giusto lottare per il diritto delle minoranze a essere riconosciute e rispettate, per il diritto di tutte le culture a sopravvivere, per il diritto delle lingue minacciate a non farsi cancellare dai centralismi dominatori e arroganti, per il diritto di tutte e di tutti a non farsi omologare dal pensiero unico e dal falso universalismo delle banche, della Coca-Cola, dei McDonald’s, delle catene di alberghi uguali in ogni parte del mondo. (18)

Nessuna tradizione o religione, tuttavia, può giustificare la violenza, nessun dio può esigere la dominazione sulle donne, la loro subordinazione familiare e sociale, le mutilazioni, le uccisioni, anche se per lunga assuefazione le stesse vittime in molti casi hanno finito per introiettare questi orrori come se realmente fossero dettami di qualche legge divina. Qui non esiste “cultura” da rispettare, ma abuso, violenza e dominio da rifiutare.

D’altro canto, i massacri, le stragi e gli stupri che molti definiscono barbari o tribali, come se fossero qualcosa di estraneo a noi “europei civilizzati”, escono anche dalle pieghe nere del nostro passato. Ne possiamo riconoscere il modello in tutte le guerre di religione della storia europea: la notte di San Bartolomeo, il massacro degli Albigesi, l’Inquisizione, la caccia alle streghe, i pogrom... Basta rileggersi Occidente misterioso, di Giorgio Galli. E chiedersi se la “caccia” non sia per caso sempre aperta. Esistono pericoli sempre ricorrenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal Friuli alla Bosnia

 

Pericoli ricorrenti. Le conquiste delle donne sono sempre in pericolo. I pogrom sono sempre possibili. L’autoritarismo, il totalitarismo, il fascismo, il razzismo possono sempre risorgere, anche se ovviamente in nuove forme. Può essere per ignoranza, può essere per stupidità, può essere un piccolo seme buttato lì per caso.

A Opera, un comune dell’hinterland milanese con un’amministrazione di centro-sinistra, nell’inverno 2007 si è verificato un episodio talmente vergognoso nella sua assurdità che mette conto sottolinearlo. La Provincia aveva chiesto al sindaco di ospitare temporaneamente sul territorio comunale, nel grande prato dove di solito si fermano i giostrai, un piccolo gruppo di nomadi rumeni sfrattati da un campo di Milano, in tutto una sessantina di tende. Subito, un manipolo di persone violente si mette a lanciare messaggi intrisi di razzismo: «I cittadini sono esasperati», blaterano, mentre i rom ancora non si sono nemmeno visti. Poi bruciano le tende, le gettano davanti al Municipio e quando arrivano le tende nuove, che a quel punto ospitano donne e bambini rom spaventati, costituiscono un picchetto permanente, inalberando cartelli insultanti e strepitando minacce. Tra loro molti operesi di destra e anche parecchi individui venuti da fuori. Ma, ecco il segnale più allarmante, anche alcuni cittadini e cittadine operesi di centro-sinistra. Tutta una cultura umana e politica che va in frantumi. Si è detto che dietro questo pseudo-pogrom, fortunatamente limitatosi alle tende, vi fosse probabilmente anche la paura dei residenti in zona di veder svalutare le proprie case “per colpa degli zingari”! Come se questa fosse un’attenuante…

La storia c’insegna che anche stupidi e falsi pretesti possono dar vita a tragedie. Ecco perché dobbiamo sapere, ricordare, trasmettere. Solo la memoria può aiutare a costruire un futuro diverso.

Il rapporto con le nuove generazioni di donne non è sempre facile, non sempre riusciamo a trovare punti di contatto e di scambio, anche se personalmente io ho la fortuna di avere amiche più giovani con le quali il rapporto è ricco e interessante, e mi aiuta moltissimo a capire «ciò che viene e ciò che se ne va», per dirla con Nazim Hikmet nella poesia citata in epigrafe a questo libro.

Sapere cos’è successo prima, costruire genealogia, trasmettere memoria, nel percorso di libertà delle donne è importante. Ed è per questo che ho domandato a Maria, con cui ho condiviso tanta parte dell’esperienza jugoslava, che ha alcuni anni più di me e una lunga storia alle spalle, di raccontarmi cos’ha significato per lei il fascismo.

 

- Maria, ricordi la prima guerra irachena, nell’inverno del ‘91, quando con quel freddo tremendo stavamo ogni sera in piazza Duomo? I teli bianchi su cui tanta gente scriveva in tutte le lingue messaggi, disegni e poesie contro la guerra? E poi i viaggi in Croazia, le riunioni in tutta Italia? Ora la situazione è di nuovo drammatica e sembrerebbe di dover ricominciare da capo, ma le nostre energie non sono più le stesse, mentre le guerre si ripetono all’infinito, tragicamente uguali. Al tempo della guerra in Bosnia dicevi che ti sembrava di rivivere i drammi della tua infanzia in Friuli.

- Ero piccola, avevo sei o sette anni, l’unica cosa che capivo era la persecuzione che avevamo in famiglia perché mio padre era un antifascista. Io dicevo: ma come, mio padre è una brava persona, è gentile con tutti, non l’ho mai sentito maledire nessuno, neanche i fascisti. Era contro il fascismo perché era un uomo pacifico e non amava la violenza. Gli davano l’olio di ricino e anche l’olio di macchina. Ho visto tanti morire di botte, ne ho visti tanti bastonati. Li colpivano e poi li portavano via alle cinque della sera, direttamente al cimitero.

- Nessuno si opponeva, nessuno interveniva?

- Si sapeva tutto, però la gente non aveva la forza di fare niente. Il Friuli e la Sardegna erano le regioni più povere d’Italia. Il Friuli era zona militare, non c’era nessuno sviluppo perché era tutto militarizzato, non c’era lavoro. Solo piccolissime fabbriche e per il resto tutti contadini che se riuscivano a passare l’inverno senza morire di fame erano già fortunati.

- Come riusciva la tua famiglia a sopravvivere?

- All’inizio stavamo abbastanza bene. Mio padre dirigeva un’azienda, ma col fascismo fu mandato via. Allora abbiamo venduto alcune proprietà e siamo vissuti in qualche modo, perché di lavoro lui non ne aveva più. Andò persino a Brescia, a lavorare in una fornace, ma poi ci sono stati i bombardamenti ed è dovuto tornare. Faceva lavoretti saltuari. D’inverno andava a spalare la neve. La nonna aiutava un po’ con la sua pensione.

- Quanti eravate?

- Sei figli, più la mamma e il papà, con la nonna si faceva nove. Mia madre faticava dal mattino alla sera. Oltretutto non era nemmeno ammessa a tavola. Forse perché era una contadina e la famiglia di mio padre pensava di esserle superiore. Eppure aveva portato una dote di terre che risolse tanti problemi. Una volta si usava così, nessuno ci faceva caso perché era questo il modo di vivere. La chiamavano la “slava”, la “straniera”, perché veniva da Sedilis, un paese di confine, dove tutti parlano anche slavo, però in realtà la sua famiglia era di origine rumena. Bisogna dire che i friulani hanno sempre avuto un pregiudizio negativo verso gli slavi. E quindi la suocera con lei manteneva le distanze... Certo mia madre ha sofferto molto, ma quando hai tanti figli, uno nella culla e uno nella pancia, alle volte non hai neanche tempo di pensarci.

- Tu però amavi molto la tua nonna materna.

- Nonna Teresa era una vecchia contadina. Mi ha insegnato lei a conoscere le piante e a curarmi con le erbe. Io non ho mai visto mia nonna consultare un medico. Andavamo nei boschi, e lei m’insegnava a conoscere anche tutti gli animali e persino gli insetti, mi diceva tutti i loro nomi. Mi spiegava a cosa servivano: non so, ad esempio quali insetti erano utili a combattere i parassiti dei piselli, o delle patate, e così via.

- Un metodo di agricoltura naturale.

- Certo, allora non usavano i prodotti chimici! Era veramente un’agricoltura biologica: i campi li si concimava con il letame delle mucche. Dovevamo trasportarlo a spalle, nelle gerle, perché il terreno era tutto a terrazze. Anch’io avevo una mia gerletta: quando la nonna vangava, io le portavo il letame, si concimava il terreno e poi si seminava. Non puoi mettere il concime direttamente sulle piante, se no le bruci.

- Che cosa si mangiava a quell’epoca, da voi?

- Mangiavamo il pane di mais tutto verde di erbe, insieme con la minestra di fagioli e rape acide, che a me non piaceva per niente. Nonna Teresa era una donna quasi analfabeta ma tutt’altro che stupida. Le sere d’estate, quando mi coricavo, guardando fuori dalle finestre, in direzione del bosco, vedevo tante fiammelle. Mi spaventavo moltissimo perché pensavo che fossero i fuochi del diavolo. Ma lei pazientemente mi spiegava che si trattava del gas prodotto dalle putrefazione delle foglie. Poi, per farmi dormire tranquilla, mi raccontava tante favole, e le storie dei viandanti.

- Quali viandanti?

- Ricordo soprattutto una donna molto anziana, che mi faceva un po’ paura. Lei e altre donne venivano ogni tanto nel borgo, e quando nasceva qualche bambino guardavano il cielo. Interpretando le stelle dicevano quale destino avrebbe avuto. Erano loro le viandanti.

- Venivano chiamate dai paesani?

- No, capitavano quando volevano, giravano e sapevano un po’ la vita di tutti. Però vivevano sempre sulle montagne: io non le ho mai viste in pianura. Non chiedevano nulla. Stavano lì un giorno o due, mangiavano e dormivano, poi riprendevano a girare.

- Donne viandanti… Non ne avevo mai sentito parlare.

- Sì, ma anche uomini.

- Non erano rom?

- No, la nonna diceva che erano viandanti.

- Ma da voi passavano anche i rom.

- Non a Sedilis. A Maiano, in pianura, avevamo una grande casa con un bel portico e le stalle. C’era un locale tutto pitturato di bianco, dove partorivano le bestie: i rom si fermavano lì a dormire. Ora non so come stiano le cose, ma allora c’era una legge che gli permetteva di fermarsi tre giorni. Mi ricordo che arrivavano con i loro carrozzoni di legno tutti colorati, con i somarelli o i cavalli... Gli uomini facevano i calderai, le donne ricamavano cose bellissime. Noi giocavamo con i loro bambini e li invidiavamo anche un po’: pensavamo che erano fortunati perché non andavano a scuola.

- Chissà che voglia di andarvene in giro con loro!

- In effetti ci andai. Un giorno che si preparavano a partire, nella confusione generale, non so come io e il mio gemello ci trovammo sul carrozzone in mezzo agli altri bambini. Nessuno se n’era accorto. Tutti contenti, stavamo con la faccia schiacciata contro la finestrella a guardar fuori. Qualcuno passando ci vide: ma guarda, quelli sono due bambini del paese! E allora ci riportarono indietro.

- Nonostante tutto, hai avuto una bella infanzia.

- Bellissima. Andavo nei boschi, vedevo le lepri, gli scoiattoli. Ora chi li vede più? Mi arrampicavo sui castagni altissimi a batter le castagne. I ricci caduti si lasciavamo a terra coperti dalle foglie, a ammorbidirsi. Poi s’infilavano in una macchinetta e le castagne ne uscivano bell’e sbucciate. A noi servivano per ingrassare i maiali. Ricordo che parlavo con gli animali, inventavo mille giochi... Avevo moltissima fantasia, anche perché i miei cugini erano tutti maschi. Io ero più grande, ma quelli erano più forti e le decisioni le prendevano sempre loro. Almeno, quando andavo da sola a fantasticare per boschi, le decisioni le prendevo io.

- Insomma, ti scontravi già con un problema di genere.

- Eh sì, anche in famiglia, col mio gemello, era sempre una lotta. La mamma trattava diversamente le femmine dai maschi: a noi bambine toccava lavare i piatti, curare i fratelli.

- Già, la cultura patriarcale veniva trasmessa attraverso le madri. È nata così la tua coscienza femminista?

- Forse perché sono gemella e vedevo la differenza. Mi dicevo: abbiamo la stessa età, è più robusto di me, perché io sono obbligata a lavare i piatti mentre lui se ne va a giocare? Era la prima ingiustizia che sentivo. Oltretutto, essendo io la primogenita, mia mamma mi riteneva responsabile dei fratelli più piccoli. Ma io avevo voglia di giocare e un po’ me ne infischiavo.

- Hai iniziato presto a ribellarti. E com’ è successo che più tardi hai collaborato coi partigiani? Non eri troppo giovane?

- Mio padre era prigioniero dei tedeschi e ogni mattina lo portavano al campo d’aviazione. A noi bambini i tedeschi ci lasciavano entrare e così andavamo in giro a guardare un po’ dappertutto. Rubavamo i bossoli della contraerea per venderli allo stracciaio... Insomma, sapevamo sempre tutto quel che succedeva. Un cugino di mio padre era partigiano. Ogni sera, quando passavamo a salutarla, sua madre ci chiedeva: cosa avete visto oggi al campo, bambini? Cos’ha fatto il papà? Quanti camion sono arrivati? Noi raccontavamo e lei riferiva a suo figlio. Poi, nel ‘44, sono arrivati da noi i cosacchi. Il momento esatto non lo ricordo, però non faceva freddo, perché c’era ancora il granoturco da raccogliere. Quando passavano loro si faceva terra bruciata.

- I cosacchi? Sei sicura?

- Avevano tantissimi cavalli. Erano i russi bianchi, e stavano coi tedeschi. Contro di noi erano liberi di fare quello che volevano, però dai bombardamenti alleati non li difendeva nessuno. I tedeschi se ne infischiavano. Poi, come succede in tutte queste cose, si sono un po’ amalgamati con la gente del posto. Quei pochissimi che non sono morti con le bombe o uccisi dai partigiani sono restati lì. Da principio sembravano iene. Ci sbattevano fuori di casa, volevano tutto, si ubriacavano, pestavano la gente e violentavano le donne. Poi, pian piano, hanno capito che rischiavano di farsi ammazzare tutti dai partigiani. Allora si sono ammansiti.

- Che idea ti facevi del mondo, in mezzo a quell’inferno?

- Ero una ragazzina e dunque più che altro pensavo che i fascisti erano cattivi e mi facevano paura. In un certo senso avevo paura anche dei partigiani, che allora venivano chiamati “i ribelli”. Ma vedevo però cosa succedeva a mio padre e ai suoi amici, vedevo portar via le persone che non tornavano più. Non sapevi mai se il giorno dopo eri viva o morta, non avevi mai la certezza. Ci sono momenti che ho dei ricordi vivissimi, centinaia di episodi ancora fissi nella mente, altre volte cerco di ricordare il meno possibile perché è sempre una cosa molto dolorosa. Però ti guardi in giro, vedi che ci sono guerre in tutto il mondo e ti si risveglia la paura. Penso a tutte queste persone che soffrono gli stessi terrori che ho avuto io, le capisco veramente.

- A un certo punto t’impegnasti nel Pci.

- Finita la guerra s’iniziò a parlare di politica, di partiti... Nel ‘47 organizzammo la prima sezione locale del Partito Comunista. Ho capito che la mia idea era quella, non certo la Democrazia Cristiana, perché ho visto che i fascisti del tempo di guerra erano andati proprio con la Dc. Mi sono detta: sono sempre quelli di prima. Così inaugurammo la sezione del Pci nella macelleria di Orazio, una specie di sgabuzzino che lui ci aveva ceduto. Nella ghiacciaia mettevamo le scartoffie.

- Come ti trovavi con i compagni di quel tempo?

- Ho avuto qualche problema, perché la scuola di partito la tenevano soltanto ai maschi. Alle femmine toccava tener aperta la sede, pulirla... Solita storia. Poi, quando nacque la rivista Noi Donne, la portavo in giro per le case, la facevo conoscere... E nel 1950 mi trasferii a Milano.

- Infatti ora sei milanese. Però la tua origine friulana te la porti dietro dappertutto, è un’impronta molto forte.

- È tipico dei friulani l’amore per la propria terra. È una specie di orgoglio. Sono emigrati in tutto il mondo, ma vogliono sempre tornare a morire a casa. Anche se riusciamo a costruirci qualcosa con il sudore della fronte, abbiamo questa paura atavica che ci portino via tutto. Forse perché siamo sempre stati sotto padrone. Abbiamo paura della povertà, paura della guerra... Tutte le angosce dell’infanzia che tornano sempre.

- Quando è scoppiata la guerra in Jugoslavia, sembravi rivivere le vecchie paure.

- Sì, ho sofferto molto intensamente tutta la tragedia di quel popolo, ho sofferto quasi quanto loro.


 

Poeti smarriti e disarmati oracoli

Poeti smarriti e disarmati oracoli

anche stamane si aggirano

a oriente e occidente

della pianura padana

tra corti e cortili

tra dune e deserti

sotto portici vuoti

lungo nebbiosi greti.

Volano le pietre

sollevate

dai loro frenetici passi.

Poeti smarriti e disarmati oracoli

anche stamane vanno

verso città di ombre

senza mura

senza finestre

senza disegno alcuno

senza più storie

senza parole

senza giardini per abitare

senza fontane

senza piazze per invecchiare.

Passano dame

e cavalieri erranti

su strade

che mai più s’incroceranno.

Oikos e kosmos

 

 

Quando si parla di donne e differenza di genere, non si parla principalmente di una diversità innata o biologica, anche se il corpo con le sue differenze molto conta nel costruirsi dell’identità personale, ma si parla soprattutto di una condizione storica prodotta da millenni di dominio e di esclusione sociale e politica, condizione che ha generato una differenza, di cui però non tutte le donne sono consapevoli o convinte.

Parlare “come donne” significa quindi collegarsi a riflessioni maturate da gruppi e movimenti femministi; o a singole donne, scrittrici, filosofe, saggiste e politiche attente al pensiero di genere; oppure alle esperienze elaborate da donne che vivono specifiche situazioni, una delle quali è la guerra. Non si può quindi parlare dell’universale donne, se non rischiando di cadere nell’astratto logos delle filosofie maschili che tanti danni ha già prodotto.

Tuttavia le modalità con cui le donne subiscono le conseguenze delle guerre e delle politiche neoliberiste sono modalità di genere. Che cosa significa abitare la terra in tempi di globalizzazione, per una donna del Sud del mondo o dei paesi in guerra? Significa occuparsi dell’acqua, del cibo, della salute, delle gravidanze... In poche parole, della vita e della morte. Misurarsi con i diritti essenziali, con il diritto ad avere diritti, quelli che dovrebbero essere assicurati non soltanto dal fatto di esistere, di abitare la Terra, ma soprattutto dal lungo costruirsi della cosiddetta civiltà: altrimenti a cosa serve la politica, a cosa la cultura, a cosa il concetto di cittadinanza?

Invece in quei luoghi occorre conquistarsi con fatica e dolore, talvolta senza riuscirvi, il diritto alla pura sopravvivenza. Sono i dati e le statistiche a dirci che l’alto livello di benessere di alcune parti del mondo viene pagato dallo sfruttamento di altre aree rapinate delle loro risorse fondamentali, in un circolo vizioso che fa pagare le conseguenze dell'iperproduzione e dell’iperconsumo proprio a chi non si può permettere nemmeno i consumi essenziali.

Il concetto di economia si fa allora molto concreto: riguarda il diritto alla vita. Da qualche tempo, anche nell’Occidente del benessere generalizzato, vissuto sulla rapina neocolonialista del sud del mondo, si affacciano però fantasmi del passato. E l’economia ricomincia a diventare corporea, concreta, ogni volta che ci si sorprende a doversi confrontare con nuove rinunce, con la necessità di economizzare sulla spesa quotidiana. Ci si comincia a chiedere: avremo in futuro energia sufficiente, acqua sufficiente? O dovremo contendercele come nelle guerre tribali?

Si vede riemergere una trama ancestrale che ci riporta all'essenza delle cose, ci riporta sulla soglia della vita e della morte, una soglia dove da sempre abitano le donne. Da sempre, infatti, a questa soglia è stato collegato il potere delle donne che tanto ha spaventato il genere maschile, fino a volerlo cancellare. Un potere che è anche il peso che le donne nella storia hanno dovuto sostenere.

Come si presenta, oggi, questo peso? Dappertutto la condizione delle donne peggiora e arretra: nelle società rurali del sud del mondo per l’impatto sconvolgente del modello di sviluppo occidentale e del debito estero sulle loro economie e sulle loro tradizioni, nei paesi industrializzati a causa dei tagli allo stato sociale e del conseguente doppio e triplo lavoro cui le donne sono condannate.

In Occidente sempre più si parla di “femminilizzazione del lavoro”, un processo che avrebbe dovuto configurarsi come un diverso modello di lavoro, calibrato sui tempi della vita, e non più sulla rigida divisione fordista fra lavoro e vita, che era tagliata su misura dell’uomo capofamiglia, tipica dell’epoca industriale. Una differente scansione dei tempi avrebbe potuto “liberare” anche gli uomini, a patto che fossero mantenute le garanzie e le sicurezze contrattuali e previdenziali indispensabili. Purtroppo ha invece significato generalizzare e allargare all’insieme del mercato del lavoro proprio quella precarietà che era caratteristica dei lavori atipici e invisibili delle donne.

In realtà è la povertà a femminilizzarsi sempre di più, nei paesi in guerra e nel sud del mondo. L’aumento del livello di povertà, e il crescere dello sradicamento (sono donne la maggioranza del popolo dei profughi), assoggetta le donne a ogni sopruso, rischiando di ricacciarle indietro nell’inferno di una corporeità non rispettata, perché da sempre demonizzata, e quindi sfruttabile come una cosa (stupri, schiavismo sessuale, turismo sessuale...).

Perché stupirsi? Lo sviluppo è un processo altamente discriminatorio contro tutti i soggetti “deboli”, e naturalmente contro il soggetto più discriminato della storia, le donne. La base del modello di sviluppo occidentale neoliberista sta nella priorità della logica del profitto e nello sfruttamento illimitato non solo della forza lavoro ma anche delle risorse naturali del pianeta, a qualsiasi prezzo, compresa la distruzione dell’ecosistema e la rovina d’intere popolazioni, con l’alibi menzognero della tecnologia “buona” che risolverà il problema della fame per miliardi di persone.

È invece proprio il contrario, come spiega Vandana Shiva (19) quando denuncia la nuova “biopirateria” che sta depredando metà del mondo. Grazie all’ingegneria genetica, alcune gigantesche multinazionali s’impadroniscono di millenari saperi agricoli collettivi, brevettando semi modificati in laboratorio in modo da renderli sterili, semi che dovranno quindi essere eternamente riacquistati. Questa rapina, imposta con la forza, e legittimata nell’ignoranza e nell’indifferenza quasi generale dell’Occidente, porterà alla rovina innumerevoli piccole aziende agricole, gestite in maggioranza da donne. Come se non bastassero le pesanti discriminazioni che nel Sud del mondo le donne già subiscono.

Moltissime economie rurali del Sud si fondano sullo sfruttamento del lavoro delle donne, che restano però prive dei più elementari diritti. Paesi in cui il pochissimo che c’è viene comunque destinato ai maschi, paesi in cui le donne ricevono sempre e comunque meno cibo, meno istruzione, meno cure. Se pure non vengono uccise nella culla, o assassinate dai mariti, subito dopo il matrimonio, per impadronirsi della dote.

«Quando nasce un bambino, nella comunità punjabi, è una festa in famiglia. Il padre del neonato distribuisce i ludoos, gustosi dolci tradizionali indiani di colore giallo, segno di gioia e celebrazione. Se nasce una bambina, a essere distribuiti sono fazzoletti per asciugare le lacrime», ha scritto Daniela Sanzone sul Manifesto, parlando del film Pink ludoos di Guarav Seth, in cui si racconta una vicenda che rovescia il segno di questa inaccettabile tradizione. Difatti verranno offerti ludoos pink (rosa) in segno di festa per la nascita di una bambina.

L’economia dovrebbe mutare completamente paradigma, e ispirarsi a quei preziosi saperi delle donne legati all'esperienza e alla materialità della vita, legati alla conoscenza del limite e al rapporto con un tempo non più lineare ma ciclico, nella consapevolezza che le conseguenze delle scelte si pagano, e che bisogna preservare le basi da cui tutto continuamente rinasce. Una legge cosmica cui nessuno può sottrarsi.

Ciò che ci interessa, quindi, non sono le politiche che s'ingegnano di integrare le donne in uno sviluppo distruttivo e funzionale al dominio dei pochi sui molti, pensato da economisti occidentali maschi, ma ci interessa riconsiderare tutto il modello di sviluppo assumendo un punto di vista di genere, che rovesci gli attuali, iniqui rapporti di forza tra Nord e Sud del mondo, intendendo nord e sud in senso lato e anche metaforico, e tutta l’organizzazione sociale fondata sulla diseguaglianza di genere.

E gli atroci integralismi religiosi? Dai più “moderati”, fondati sulla separazione dei sessi e sulla segregazione delle donne nello spazio domestico, ai più feroci, di cui i talebani sono soltanto un esempio, che demonizzano l’essenza stessa del femminile e vorrebbero cancellarlo dal mondo. Alle donne tutte le religioni dovrebbero chiedere perdono. Nella concezione del femminile come qualcosa di “impuro” da cui stare lontani (presente in molte dottrine), si legge misoginia, se non addirittura orrore del femminile.  Le guerre nazionaliste e integraliste aggrediscono per prime proprio le donne, perché sul corpo delle donne si gioca l’eterno riprodursi dell’ordine simbolico. Quando il fanatismo integralista si scatena, se vogliono continuare a esistere come libere cittadine le donne sono costrette a rischiare la vita, oppure sono condannate a subire la clausura fisica e spirituale.

Il rifiuto della guerra e della violenza, il rifiuto del modello di sviluppo illimitato e del sistema neoliberista intriso di patriarcato, il rifiuto degli integralismi: questa è la lotta di genere che ci unisce al di là dei confini e che ci permette di creare relazioni anche con le immigrate che vivono qui, per iniziare finalmente a elaborare uno sguardo positivo, una nuova polis fondata su nuovi rapporti tra il maschile e il femminile, oltre che tra nord e sud.

E proprio nel Sud del mondo - lì dove molte bellicose culture tribali sono ancora drammaticamente dominanti - molte donne si sono trasformate in un simbolo di resistenza contro le violazioni della democrazia, dell’ambiente, dei diritti umani. Donne note e donne sconosciute, unite nel coraggio di opporsi al potere. Donne di stato, professioniste, manager, coltivatrici, artigiane. La scienziata keniota Wangari Maathai (20) ha ricevuto il Nobel per la pace, un giusto riconoscimento per la sua magnifica lotta a difesa degli alberi e per le sue non meno splendide lotte per i diritti umani. E come non ricordare Shirin Ebadi, Aung San Suu Kyi, Arundhati Roy, Nawal el Saadawi e tante altre?(21)

Quindi, anche se la condizione collettiva delle donne tarda a cambiare, in tutto il mondo il difficile viaggio delle donne verso la libertà, la parità di diritti  e l’autonomia è inarrestabile come il rinascere dell’alba dopo una lunghissima notte. Varcare frontiere, superare confini, andare ad affiancare altre donne nelle difficili lotte del nostro tempo, dalla Palestina alla ex Jugoslavia, al Kurdistan, all’Afghanistan, all’Iran, all’Iraq, all’India, al Chiapas: sono le strade, sono le altre vie percorse dalle donne negli ultimi decenni. Un grande lavoro che porta in sé la cifra autentica della differenza, una visione alternativa del mondo, che è giusto conoscere e far conoscere. La genealogia delle donne si tesse filo per filo, passo per passo, con ostinazione e pazienza.

La storia millenaria delle donne va ricostruita praticamente dal nulla, scavando nelle pieghe dei resoconti storici ufficiali, nelle pagine dimenticate, nelle cronache neutre. E continua ad accadere: persino gli eventi più recenti vengono immediatamente inghiottiti dal silenzio, come se le straordinarie esperienze delle donne negli ultimi decenni, le loro pratiche, le loro riflessioni, fossero scritte sulla sabbia e a ogni nuovo appuntamento politico e di movimento le donne stesse dovessero ricominciare da capo senza avere nulla alle spalle.

Ecco perché mi sembra importante ricordare e trasmettere esperienze e voci di donne che raccontano quello che le donne han dovuto subire perché donne, quello che fanno la guerra e i fanatismi religiosi contro i civili e gli inermi. Drammatiche voci di donne, come quelle di alcune algerine passate da Milano alcuni anni fa, Amina e Khalida. Sono state soprattutto le donne, in Algeria, ad avere il coraggio di sollevare il velo sulla verità dell’integralismo.

Amina La scuola dove lavoravo è stata incendiata dai terroristi, per sei mesi non c’è più stata scuola. Essere donna già vuol dire essere l’obiettivo dei terroristi, anche essere insegnante. Proibito il francese, lo sport, la musica, la pittura. Sono stata aggredita e rapita durante la preghiera del venerdì. La donna viene denigrata, la donna intellettuale che non porta il velo. Vengono aggredite e stuprate. Hanno messo annunci per dire che non ci sarebbe stata scuola, ma noi abbiamo lavorato nonostante le minacce. All’uscita da scuola le donne vengono aggredite, costrette a portare il velo. Una bambina è stata picchiata perché non voleva portare il velo, è uno scandalo.  I piccoli non fanno più sport. Nelle classi c’è una segregazione totale. Corridoi divisi. Sono dieci anni che va avanti così. Se il professore è un islamista può utilizzare l’educazione religiosa per fini politici. «Perché vostra madre non porta il velo? Perché non fa preghiere? Perché va a lavorare fuori?», può permettersi di chiedere. Molte donne come me resistono e si oppongono. Anche se cercheranno di uccidermi non lascerò la scuola algerina.

 

Khalida Una guerra fratricida fra esercito al potere e gruppi islamici armati? Tra esercito e gruppi islamici? È falso. Non c’è conflitto fra etnie, religioni o movimenti politici diversi. Occorre esaminare la natura dei crimini. Quando si bruciano le fabbriche, si fanno saltare i ponti, si uccidono donne, ragazze, i più poveri, quando si attacca il centro biomedico, si uccidono i cantanti, gli attori... Non si uccidono i baroni del regime. L’ex presidente della repubblica può tranquillamente passeggiare nelle strade di Algeri. Quando si lasciano in pace i baroni ma una ragazza viene sgozzata e riportata davanti a scuola per dimostrare che non si deve andare a scuola, dov’è il conflitto fra stato e islamisti? Le scuole sono proibite sotto pena di morte, ma i figli del potere non hanno bisogno della scuola algerina. Vanno all’estero. Solo i figli del popolo hanno bisogno della nostra scuola. Ci sono due progetti di società: una democratica, repubblicana, pacifica, non armata di violenza. L’altra terrorista, totalitaria. Il conflitto fra questi due modelli di società attraversa tutti i livelli della società, il popolo e lo stato. C’è oggi una parte dell’esercito pronta ad accordarsi con i “fascisti verdi” e un’altra no. Sarà la nostra resistenza che potrà trovare la soluzione. Aiutateci a far capire che vi sono valori - uguaglianza, laicità, vita - che devono essere patrimonio di tutti. Anche se siamo a sud del Mediterraneo. Ma siamo troppo deboli per farci sentire. L’integralismo è un’ideologia, ha militanti, teorici, si battono per un tipo di società teocratica, totalitaria, totalmente diretta dallo stato. I capi algerini e stranieri non sono né ciechi né pazzi. La giovinezza di questi militanti non giustifica nulla, dietro di loro c’è gente molto lucida. Le donne non hanno null’altro se non la possibilità di resistere. Gli integralisti le uccidono, il potere le esclude.

 

Gli integralisti le uccidono, il potere le esclude. Queste parole sono una chiave per decifrare anche i terribili eventi che hanno segnato la storia più recente dell’Afghanistan, dell’Iraq... Migliaia di civili inermi intrappolati fra due contrapposte orde di signori della guerra. Il delirio di potenza dell’Occidente e il fanatismo dell’Oriente. Nemici ma uguali nel loro ordine guerresco patriarcale, nella loro identità fondata sulla guerra e sull’esclusione o demonizzazione del femminile.

Oggi, per fortuna, la situazione in Algeria sembrerebbe in parte normalizzata, e Khalida Messaoudi, giornalista e femminista berbera, fa addirittura parte del governo. (22) Le cose possono mutare, le società possono trasformarsi. Ma dobbiamo continuare a lottare con le nostre modalità differenti e nonviolente.

L’amara lezione delle guerre jugoslave prima, e delle “guerre preventive” poi, ci dice che ogni guerra ci riguarda, anche se non viene combattuta sul nostro territorio. Ci dice anche che noi donne non possiamo stare sedute in una stanza ad aspettare, chiudendoci in quello spazio domestico nel quale per millenni siamo state relegate. Spazio domestico non solo fisico, ma mentale. Per uscire realmente dallo spazio domestico non basta lavorare e uscire ogni giorno di casa. Soltanto la soggettività di un agire politico, e l’assunzione di responsabilità riguardo la società e la collettività, ci può far uscire dallo spazio domestico.

Qui occorre un chiarimento: per me “domestico” non equivale a negativo, tutt’altro.  Il “domestico” inteso come spazio privato, personale, affettivo, è prezioso e indispensabile, e molto spesso costituisce l’unico spazio di libertà in questa società nevrotizzata, tutta tesa all’esteriorità  e all’omologazione, oltre che a una sopravvalutazione del lavoro come unica ragione di vita.

Il “domestico” si colora di negativo ogni volta che diventa una prigione imposta, ogni volta che si trasforma nell’unico spazio consentito alle donne, ogni volta che diventa il teatro della discriminazione di genere. Nel mondo nuovo da costruire il “domestico” potrà essere lo spazio condiviso da chi vi abita, famiglie classiche, nuove famiglie, gruppi di amici, coppie omosessuali… Uno spazio dove tutti svolgono gli indispensabili lavori di cura, paritariamente, senza ruoli precostituiti e anche con il piacere di farlo perché sono i gesti eterni del vivere quotidiano, indispensabili a un minimo di armonia e di benessere.

Era così forse l’antica gilanìa di cui hanno parlato Marija Gimbutas e Ryane Eisler? Chissà, certo è che si tratta di un mondo ancora da costruire. Tutti i segnali dicono però che il tempo utile sta finendo. Allora, se le donne hanno una reale differenza da mettere in campo per trasformare il mondo, questo è il momento.

Da cosa iniziare? Sono molti i confini che dobbiamo oltrepassare, trappole tese dal potere di ogni tempo. Come cerco di dire in queste pagine, molte donne negli ultimi anni hanno scoperto la propria dimensione politica proprio andando oltre i confini dello stato e della nazione, oltre la cosiddetta patria (e già questo nome dice tutto), uscendone fisicamente e mentalmente per andare a conoscere donne di altri paesi, donne direttamente colpite dalla violenza e dalla guerra.

Uscire dai confini per noi donne è un gesto d’intenso significato, concreto e simbolico insieme, perché per millenni abbiamo sperimentato sulla nostra pelle cosa significhi esser “confinate”. Andare lontano, oltre l’orizzonte, nel kosmos che ci era interdetto, è per noi un gesto di enorme libertà e responsabilità, un gesto veramente politico. Altrettanto importante, però, è agire nell’oikos, l’orizzonte vicino entro il quale si svolge la maggior parte della nostra esistenza.

 

 

 

Terra promessa

 

Le nuove modalità di relazione e organizzazione sociale, il lavoro precario e “flessibile”, tengono le persone isolate e divise, e rispecchiano le nuove forme del dominio. Sistemi produttivi sempre più sradicati e delocalizzati, centri di potere immateriali e sfuggenti, dotati però di un’ubiqua potenza. Tra l’io e il tu la distanza si sta facendo abissale. Troppi tu ormai non hanno un corpo, non hanno una faccia o una voce e nemmeno un indirizzo da poter fisicamente raggiungere.

Senza dubbio, noi che stiamo nei movimenti abbiamo scoperto nelle reti e in internet una preziosa e comodissima strada per comunicare e organizzarci annullando le distanze, ma questo non deve impedirci di vedere l’altra faccia della virtualità, che oggettivamente contribuisce a smaterializzare e disumanizzare la maggior parte degli scambi casuali di cui era prima composta la quotidiana esistenza di una persona normale. Eppure la casualità è sempre stata una grande ricchezza, un modo prezioso di uscire dai propri limiti, di scuotersi di dosso la polvere della normalità, d’incontrare l’imprevisto, il diverso.

Questa ebbrezza mediatica (di cui mi dichiaro entusiastica preda anch’io, naturalmente) rischia di occultare una volta di più un grande e antico pericolo. La vecchia divisione fra mente e corpo riappare sotto cibernetiche vesti. Negare, svalutare o anche solo ignorare la corporeità, separandola dalla nostra essenza pensante, come se l’esperienza affettiva e sensoriale non ne costituisse la base necessaria, significa una volta di più espellere simbolicamente il femminile - da sempre metaforicamente identificato con la materia, la corporeità, la sensorialità, la natura - dalla costruzione sociale. Dicendo “il femminile”, intendo parlare di quella componente femminile che dovrebbe abitare tutti, anche i maschi, proprio come la componente maschile abita anche le donne.

 Attenzione, quindi, a non cadere nella trappola dell’omologazione al vecchio modello iper-razionale maschile, padre del mondo come oggi lo vediamo. Proprio la capacità di concretezza che molte donne possiedono è invece fondamentale per rafforzare l’attenzione sul proprio habitat, per agire dentro il proprio territorio, dentro la propria personale situazione di lavoro o di vita, dentro le scelte quotidiane.

Perché è qui, nelle politiche metropolitane, nella privatizzazione di beni essenziali come l’acqua, nella cancellazione di spazi comuni e spazi verdi, nel dilagare di lavori anonimi e precari, nel proliferare di centri commerciali e zone urbane “a pagamento”, nel crescere insensato dei canoni d’affitto e dei prezzi di vendita delle case, nell’emarginazione dei vecchi, dei deboli, degli stranieri, che vediamo già attuarsi il progetto mondiale basato su un elementare dualismo: da una parte gli inclusi, i normalizzati, gli omologati - dall’altra gli esclusi, i dissidenti, i disobbedienti,  gli sconfitti, i diversi. È qui il seme delle guerre.

Il meticciato sociale, culturale e conviviale, quella terra promessa in cui finalmente il razzismo e il privilegio nelle loro mille forme non abiteranno più, appare dunque l’unica speranza, l’unica salvezza possibile in un futuro speriamo non lontano. Non sappiamo, naturalmente, quale tipo d’umanità potrebbe nascere da un lungo periodo storico di meticciato: saremo tutti più o meno simili? Oppure le differenze continueranno incessantemente a ricrearsi, com’è sempre avvenuto nella storia? E in quest’ultima ipotesi, come scongiurare il pericolo che una volta di più le differenze culturali, sessuali, anagrafiche, somatiche vengano demonizzate e perseguitate, come, appunto, è sempre avvenuto nella storia?

Tuttavia, pur ipotizzando un miracoloso successo delle tante soggettività che lavorano per un mondo diverso, per una società diversa, un punto va chiarito. Quanto diversa sarebbe la società che abbiamo in mente? Quanto ripeterebbe dei vecchi modelli? La matrice in cui sono stati fusi tutti i modelli, in altre parole lo stampo delle istituzioni e degli statuti sociali, non reca traccia del pensiero femminile. Mai le donne hanno avuto modo di decidere le regole cui s’ispirano le organizzazioni politiche e sociali.

Manca dunque qualcosa di essenziale, il seme di una diversa concezione dello stato, della società, della politica che si può intravedere nei preziosi contributi che alcune grandi pensatrici hanno elaborato. Penso a Virginia Woolf, Hannah Arendt, Rosa Luxemburg, Simone Weil, Emma Goldmann, Luce Fabbri, Maria Zambrano… Nelle loro pagine il pensiero politico non è separato dalla persona, dal corpo, dal cuore, dai sentimenti. Proprio ciò che l’ordine patriarcale ha sempre disprezzato - quello che chiamavano il sentimentalismo delle donnette, inadatte alla grande politica - può al contrario rivelarsi la preziosa chiave per cambiare rotta.

Il lavoro da fare è ancora immenso. Il patriarcato non è finito, ha solo subito parziali e non durature sconfitte. Certo, negli ultimi anni abbiamo compiuto progressi giganteschi, se soltanto paragoniamo la nostra vita a quella delle nostre madri o nonne. Tuttavia la struttura sociale profonda non si è ancora realmente trasformata, e nemmeno il rapporto tra i sessi, o il legame sesso-possesso-violenza che abita ancora la mente di troppi uomini. Quasi non passa mese senza che la cronaca registri l’uccisione di una donna a opera di un fidanzato o di un marito incapaci di accettare la fine di un rapporto.

La presenza di alcune donne nei gangli di un sistema che però continua a essere pensato, statuito e gestito dal solo genere maschile non basterà di per sé a cambiare le cose.

Senza un forte atto simbolico di rottura dell’ordine guerresco patriarcale, compiuto da molte donne in molti luoghi del mondo, cui far seguire scelte politiche, civiche ed esistenziali radicali nel costruire vere alternative, le speranze di cambiamento saranno vane. È vero che gutta cavat lapidem, ma troppi millenni sono già passati. Disse Virginia Woolf all’Organizzazione antifascista che sosteneva, senza però entrarvi direttamente: «Il modo migliore per aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma di trovare noi nuove parole e inventare nuovi metodi».

Il traguardo cui tendere, dunque, non è maschilizzare le donne, aprendo loro qualche spiraglio dentro istituzioni modellate sul vecchio stampo patriarcale, ma femminilizzare la società e quindi camminare per altre vie. Vie dimenticate o non ancora percorse nella storia del genere umano. La negazione del principio femminile non è forse il vero peccato originale che sta al fondo della storia e di tutte le storie? Riconoscere il valore del femminile negato e reintegrarlo nel mondo potrebbe essere l’unica strada che resta prima dell’abisso.

 

 

Spostarsi da Los Alamos

 

 

C’è un libro che mi fa pensare alla Jugoslavia, alla Palestina, all’Afghanistan, all’Iraq, sebbene non ne parli affatto. S’intitola Cerimonia ed è opera di una scrittrice india pueblo, Leslie Marmon Silko (Editori Riuniti, 1981). L’azione si svolge negli Usa, in un villaggio del Nuovo Messico, zona di Los Alamos. Il protagonista è Tayo, un mezzosangue discriminato da tutti, perché è diverso: non è né completamente bianco né completamente indio. Infelice e inquieto, decide di arruolarsi. Lo mandano a far la guerra contro i giapponesi nelle Filippine e lì rischia d’impazzire, perché nei volti dei “nemici” vede sé stesso, vede i suoi parenti. Delirando, pensa che sta uccidendo suo zio, suo cugino, i suoi stessi fratelli.

Nel frattempo, una tremenda siccità manda in rovina la gente del villaggio, e Tayo si convince che è colpa sua perché ha maledetto la pioggia che gli ha impedito di portare in salvo suo cugino Rocky, ferito a morte. Inoltre, accettando di andare in guerra, ha avverato una tragica profezia tramandata nelle mitologie della tribù. Per il rimorso Tayo s’ammala, nessuno riesce a curarlo e lui sta per lasciarsi morire, fin quando la sua vecchissima nonna capisce a chi rivolgersi: soltanto due “diversi” come lui potranno salvarlo.

Il primo è uno sciamano, mezzosangue come Tayo, che gli spiega la vera causa della siccità: narra un’antica leggenda che nel loro mondo il male entra quando la tribù dimentica per troppo tempo di spostarsi dal centro e andare oltre. Il centro da cui non si sono spostati è la maledetta zona di Los Alamos, dove il governo degli Usa tiene gli esperimenti nucleari segreti da cui nascerà la prima bomba atomica.

La seconda salvatrice è Ts’eh, una giovane guaritrice meticcia, una ribelle che rifiuta le rigide regole della tribù: anche i pueblo, infatti, discriminano i diversi, i non pueblo, in questo uguali e speculari rispetto ai bianchi. Con molto amore, e con le sue preziose erbe medicinali, Ts’eh la diversa riuscirà a guarire Tayo il diverso.

Questa vicenda rappresenta, secondo me, una perfetta metafora valida per tutte le guerre, e in particolare per quella jugoslava, combattuta tra popoli fratelli che parlano la stessa lingua. La guerra è sempre contro sé stessi. La guerra viene sempre decisa dal “centro”, il centro visibile e geografico, dove sta il potere ufficiale, o il centro segreto dove si nascondono i poteri reali, che può essere ovunque.

Ecco perché è urgente e necessario spostarsi dal centro inteso come la sorgente del potere assoluto e patriarcale, e sfuggire agli imperi, ai poteri forti, i soli cui servono le guerre. Parlo di uno spostamento psicologico e politico, parlo di vertici e di gerarchie che uccidono anche la linfa dei movimenti, parlo di una nuova polis, di una nuova politica, di un nuovo concetto di democrazia realmente partecipata che ponga il rifiuto universale della guerra e della violenza al primo posto tra i suoi obiettivi principali.

La guerra deve diventare un tabù, altrimenti un male inguaribile divorerà la specie umana, proprio come nel villaggio di Tayo.

Già se ne vedono i segnali.


Ringraziamenti

Ringrazio le Éditions Luc Pire di Bruxelles per i passi che ho tratto dal libro Les barbelés de la honte. Il punto 2 della  Premessa riproduce parzialmente un mio intervento pubblicato sul foglio Notizie minime della nonviolenza in cammino, numero 74 del 29 aprile 2007. Alcuni passi del capitolo “La guerra delle bugie: Suonando tra le macerie” fanno parte di un articolo che pubblicai sulla rivista Giano, giugno 1996. La prima parte del capitolo “Oikos e kosmos: Abitare la terra in tempi di globalizzazione” riproduce il mio intervento al seminario “Politica e conflitto”, organizzato dall’Associazione Rosa Luxemburg, Firenze, 10-11 dicembre 2004.

Specifico inoltre che i nomi di alcune amiche bosniache sono stati cambiati per ragioni di privacy.

Una nota personale

Confesso qui un mio piccolo segreto: Lipparini non è il mio cognome. Con una decisione che non è politically correct  dal punto di vista femminista, circa 35 anni fa ho scelto di usare il cognome di mio marito come pseudonimo giornalistico, e a poco a poco ho finito per usarlo in ogni circostanza, anche “politicamente”.

I motivi di questa scelta sono personali, ho la sfortuna di avere un cognome particolare, che induce a una continua identificazione con persone omonime molto note, che lavorano nel giornalismo radiotelevisivo e in politica, su posizioni totalmente opposte alle mie.   Difficile e noioso spiegare che non siamo parenti (me lo sento chiedere ogni volta che il mio cognome di nascita sono tenuta a usarlo per ragioni burocratiche).

Inoltre, dal punto di vista familiare, il rapporto difficile con mio padre, e del tutto inesistente con la sua famiglia, mi ha portato a chiedermi perché dovessi portare quel cognome, e non quello di mia madre con la cui famiglia invece ho avuto strette relazioni. Tanti anni fa, però, non si parlava proprio di poter usare il cognome materno, ho anche provato a usarlo come firma giornalistica, ma sul piano anagrafico non compariva da nessuna parte e questo creava problemi in molte circostanze.

 

Appendice

 

 

Laboratorio pacifista delle donne

Rijeka, Croazia

 

Il progetto era destinato alle donne profughe e in generale a tutte coloro che in seguito agli avvenimenti bellici hanno sofferto in qualunque modo delle conseguenze degli atti di violenza e degli abusi di ogni genere. Sono stati distrutti e devastati interi villaggi, separate, divise o completamente sterminate intere famiglie, lesi e irrimediabilmente interrotti legami sociali e familiari.

Le famiglie, o quel che ne rimaneva, una volta trovatesi profughe in Croazia sono incorse in non poche difficoltà, soprattutto perché non sono state accettate nel nuovo ambiente, quando non addirittura soggette ad aperte dimostrazioni di ostilità. I difficili momenti che hanno dovuto superare hanno avuto su di loro gravi ripercussioni, dalla perdita dell’identità e della dignità, a insicurezze e paure per il futuro, dovendo dipendere in tutto e per tutto dagli altri, e trovandosi prive dei fondamentali diritti civili.

La decisione dello stato croato di legare il diritto a ottenere la cittadinanza in primo luogo all’origine etnica e religiosa ha implicato per moltissime donne l’alternativa fra il restare esposte ai rischi bellici in Bosnia-Erzegovina, o diventare profughe senza diritti in Croazia.

Nelle città, i profughi non ospitati nei campi sono stati indirizzati a diverse organizzazioni umanitarie, a seconda della religione: alla Caritas i cattolici, al Merhamet i musulmani. Questa divisione e ghettizzazione ha pesato molto sulle donne, che rischiavano di perdere la consapevolezza di condividere la medesima sorte di tutte le altre donne, di ogni etnia, ugualmente vittime degli eventi bellici e della violenza. Inoltre, le donne si sono sentite escluse dalla vita politica e sociale, senza voce in capitolo.

I rifugiati sono stati considerati come un peso, malvisti dalla popolazione locale, soprattutto da parte del ceto più debole, ulteriormente impoverito dall’economia di guerra. Anche i bambini hanno avuto gravi difficoltà a scuola: sono stati discriminati o addirittura derisi. I rifugiati non hanno diritto al lavoro, devono quindi dipendere dagli aiuti umanitari, oppure accettare lavori in nero sottopagati e pagare affitti sempre più alti. La struttura delle famiglie profughe è spesso la seguente: una coppia di coniugi anziani, oppure una madre con uno o più figli, o una madre con i figli e i genitori anziani, o una famiglia numerosa che comprende diverse generazioni.

Nonostante l’esistenza di un ufficio per i profughi a Rijeka, la maggioranza delle famiglie profughe è rimasta disorientata e abbandonata a se stessa, costretta a trovare sistemazioni provvisorie presso i privati; abbastanza spesso, tuttavia, è sufficiente una rassicurazione psicologica e un sostegno umano durante la fase più critica in cui si devono risolvere i problemi base: la casa, la scuola per i bambini, lo status. Su questi obiettivi si è indirizzato in particolare il nostro progetto.

Il telefono Sos ha iniziato ad operare tre volte alla settimana nel 1993. Nel secondo anno di attività, questa funzione si è molto intensificata. I quotidiani locali hanno pubblicato regolarmente il recapito telefonico tra gli indirizzi utili; il flusso delle telefonate è aumentato fino a raggiungere una media di una decina al giorno. Tra le operatrici che si alternavano al centralino hanno lavorato regolarmente anche alcune profughe. Con l’aiuto di un percorso di formazione e supervisione, sono stati individuati alcuni presupposti per orientare questa attività e il tipo di rapporto che si veniva a instaurare fra l’operatrice del centralino e la profuga in cerca di sostegno: un approccio ottimistico, attento, comprensivo, gentile, umano; la capacità di mettersi sullo stesso piano della donna che chiede aiuto, per instaurare un rapporto paritario; l’apertura del gruppo di operatrici a nuove volontarie, profughe o residenti.

Attraverso il contatto telefonico è stata raccolta una serie di dati sui bisogni delle profughe, organizzando quindi l’aiuto in modo differenziato a seconda dei problemi: aiuto legale, sanitario, sociale e psicologico (del quale le donne hanno avuto particolare bisogno). In molti casi, le donne che hanno ricevuto un valido aiuto hanno espresso a loro volta il desiderio di rendersi utili alle altre, dando vita a un vero e proprio “circolo virtuoso”.

La casa di accoglienza ha subito vari traslochi, perché il fortissimo aumento del costo della vita in Croazia spingeva i proprietari a chiedere affitti sempre più alti; non tutti, inoltre, accettavano l’idea di ospitare profughe. Nelle successive sedi della casa di accoglienza sono state ospitate donne in situazioni di estrema difficoltà, particolarmente provate sul piano psichico e fisico. Una volta aiutate a recuperare le forze e a mantenere i contatti indispensabili a reinserirsi nella quotidianità, sono state seguite nelle scelte successive, con sostegni sia economici che legali.

La gestione della casa è stata affidata ad alcune operatrici (profughe anch’esse) che si sono occupate dell’approvvigionamento di tutto quanto necessita in una casa, e anche della relazione fra le donne ospiti. Inoltre la casa di accoglienza è stata anche luogo di incontro dei gruppi di donne bosniache che vi si riunivano per lavorare a maglia, tessere a telaio, ricamare, e bere il caffé insieme, ricreando così l’atmosfera tipica della loro terra d’origine, in cui i forti rapporti umani costituiscono la base della convivenza sociale.

Particolare importanza, come detto prima, ha rivestito l’aiuto psicologico sia nel dialogo con le donne assistite, sia per i rapporti interni al gruppo delle operatrici, sottoposte allo stress derivante dall’essere il terminale di drammatici problemi umani. Il sostegno psicologico è stato assicurato da due psicologhe, una in modo continuativo, l’altra soprattutto per gli incontri periodici di supervisione e per le terapie più complesse.

Le attività di organizzazione, coordinamento e documentazione sono state seguite da alcune operatrici con compiti di segreteria. Fax e computer si sono dimostrati indispensabili per tenere i contatti con le reti dei gruppi femminili in Croazia e fuori.

Nel suo insieme il gruppo ha garantito diversi tipi di aiuto umanitario, aiutando a organizzare la distribuzione di pacchi viveri a numerose famiglie; contribuendo mensilmente al pagamento dell’affitto per moltissimi nuclei di profughi in grave difficoltà, quasi sempre costituiti da una donna sola con i figli e con i genitori anziani; sostenendo in tutto o in parte spese mediche urgenti che lo stato croato non riconosce ai profughi, nemmeno in casi gravi.

Nell’ambito del progetto, sono stati affrontati molteplici casi concreti riguardanti i diritti civili, lo status di cittadinanza, il diritto all’alloggio, avvalendosi della collaborazione di due avvocate e di diverse organizzazioni, sia croate sia straniere.

Un importante obiettivo perseguito dal progetto è stato quello di offrire alle donne profughe un modello di auto-aiuto che nel futuro dia loro la possibilità di sentirsi nuovamente autonome, attive, almeno in piccola parte autosufficienti. A questo scopo sono stati organizzati alcuni microprogetti: maglia, tessitura, cucito, corsi per parrucchiera.

Ogni sabato ha funzionato il Laboratorio per i bambini, con varie attività (disegno, pittura, teatro) che li hanno aiutati a stare insieme in un clima di allegria e di gioco, una buona forma di terapia psicologica per riuscire a superare lentamente i traumi.

 

*L’idea che diede origine al progetto nacque nell’interazione fra le donne del Suncokret di Rijeka e le Donne per la pace di Milano, nel gennaio ‘93. Poco dopo vi si associò la “Casa di accoglienza delle donne maltrattate” di Milano. I primi aiuti per realizzare il progetto vennero da offerte di tutta la galassia pacifista: da Torino, Varese, Como, Parma, Verona, Catania… Singole e singoli, gruppi di obiettori, Difesa popolare nonviolenta, “Donne in Nero”, gruppi femministi, il Cric di Reggio Calabria, e tanti altri (mi scuso se ho dimenticato di citare qualcuno). Poi “Progetto Donna “ della Regione Calabria, con Rosa Tavella, diede il primo importante contributo pubblico, cui si aggiunse poco dopo il fondamentale contributo concesso dalla Regione Lombardia, allora presieduta da Fiorella Ghilardotti, che mostrò grande attenzione e sensibilità verso il dramma della guerra e verso le politiche di genere.

 


 

Donne per la pace

Milano

 

L’Associazione Donne per la Pace nacque a Milano, all’epoca della guerra del Golfo, per impegnarsi in un lavoro teorico e concreto di opposizione all’ordine simbolico patriarcale, e alla logica di guerra che vi è naturalmente inscritta. Ci proponevamo di promuovere l’equilibrio tra i generi, insieme alla cultura della pace, della nonviolenza, della giustizia sociale. In particolare, volevamo stabilire relazioni tra donne interessate a superare i confini statuali e a sperimentare nuove modalità politiche.

Per tutta la durata della guerra del Golfo, insieme alle Donne in Nero, organizzammo iniziative di protesta, fra cui un presidio quotidiano in piazza del Duomo, con un banchetto dove chiunque poteva scrivere su grandi teli bianchi parole, poesie e disegni contro la guerra.

Pochi mesi dopo l’inizio del conflitto jugoslavo, prendemmo contatto con le Donne in Nero del Centro Antiguerra di Belgrado, facendo eco alle loro iniziative per chiedere al governo italiano di accogliere profughi e disertori delle varie repubbliche ex jugoslave, e organizzando a questo scopo una raccolta di firme (qualche tempo dopo fu varata la legge 390 per l’accoglienza ai profughi).

Chiedemmo anche alla regione Lombardia una politica di civile accoglienza ai profughi, dando inizio a un iter che si concluse con l’approvazione di una legge regionale nel 1994.

Nel luglio 1992 andammo a Novi Sad (in Vojvodina) per partecipare alla manifestazione contro la guerra delle Donne in Nero di Belgrado. Nel gennaio 1993 elaborammo un documento, insieme alle donne di Belgrado, sottoscritto da una cinquantina di gruppi di donne di vari paesi europei, sugli stupri di guerra e sulla violenza contro le donne, chiedendo il riconoscimento di tali violenze come crimini contro l’umanità. Presentammo il documento alla Commissione diritti umani dell’Onu, a Ginevra.

Poco tempo dopo, prendemmo contatto con le donne di Rijeka, iniziando un percorso da cui nacque il progetto del “Laboratorio pacifista delle donne” e del telefono Sos, destinato a sostenere le profughe di ogni nazionalità jugoslava.

Dopo la guerra, alla fine del progetto, abbiamo sciolto il gruppo, confluendo in altre associazioni.

 

 


 

Riporto qui uno scritto di Luisa Morgantini, europarlamentare, premio israeliano Women in Black peace Prize, che ricorda come sono nate le Donne in Nero e racconta il suo personale percorso in quegli anni.

 

Donne in Nero

Tutto è iniziato da un appello lanciato da Elisabetta Donini sul Manifesto durante l’assedio di uno dei campi profughi palestinesi in Libano.

Era il 1986 e nel campo di Bur el Baranjii, i palestinesi venivano massacrati dalle falangi armate dei cristiani libanesi alleati con gli israeliani. Le donne nel campo assediato sfidavano la morte cercando di uscire per trovare il cibo e le medicine.

Dire basta, urlare il nostro orrore non ci era sembrato sufficiente, volevamo fare qualcosa, costruire un campo di pace. Dopo diversi incontri in Italia ai quali hanno partecipato donne libanesi, palestinesi, israeliane e italiane per verificare insieme la possibilità di realizzare il nostro progetto abbiamo deciso di partire per il Libano. In Italia la discussione era stata molto sofferta, vi avevano partecipato donne con appartenenze e pratiche diverse, femministe, sindacaliste, pacifiste, attiviste nella solidarietà internazionale e altre.

Siamo partite in cinque, non siamo riuscite nel nostro intento, troppe le rigidità e le contrapposizioni fra le donne delle diverse parti in guerra, troppe le nostre ingenuità.

Non abbiamo desistito e abbiamo deciso di andare in Israele ed in Palestina, non più in cinque ma in 68.

Promotrici di questo viaggio a Gerusalemme, la Casa delle donne di Torino, il Centro Documentazione di Bologna e Donne dell’Associazione per la pace. Ed è stata un’esperienza straordinaria, non come l’avevamo pensata, ma più reale, che ci ha fatto rendere conto di quanto fosse difficile anche per le donne essere costruttrici di pace e superare gli schieramenti.

Non è stato un viaggio dimenticato, in questi anni, in Italia molte delle 68 sono state protagoniste di nuove iniziative nei luoghi della ex Jugoslavia, in Algeria, in Italia e molte hanno dato continuità alle relazioni con le donne palestinesi e israeliane che sono venute in Italia per conoscere la realtà e mantenere i fili della solidarietà.

I tre gruppi promotori o donne singole hanno dato vita e diversi progetti a seconda delle loro caratteristiche, dall’adozione a distanza di bambine palestinesi della Casa delle Donne di Torino, al Women’s Affair di Nablus dal centro di Bologna, alla campagna per gli asili nido, all’impegno per la liberazione delle detenute politiche palestinesi, il sostegno ai progetti dei Comitati delle Donne e del Jerusalem Link da parte dell’Associazione per la pace.

E sono state le donne per l’Associazione della Pace a dare vita alle Donne in Nero in Italia. All’inizio di ritorno da Gerusalemme il senso era quello di dare visibilità e voce alle donne israeliane e palestinesi contro l’occupazione militare. Poi durante la guerra del nostro golfo, il nostro essere vestite di nero e in silenzio era divenuto protesta contro la guerra e contro il nostro governo che vi partecipava bombardando Bassora. In quel momento mi sono sentita più vicina alle Donne in Nero israeliane, anche noi potevamo essere considerate complici del nostro governo per una guerra che avrebbe potuto e dovuto essere evitata.

Le Donne in Nero sono contagiose, in diverse parti del mondo le donne hanno assunto la simbologia e la forma di quella manifestazione contro la guerra, contro la violenza. Ed è fantastica questa circolarità, noi Donne in Nero italiane nel ‘91 abbiamo partecipato alla catena umana a Sarajevo e abbiamo incontrato donne delle diverse etnie della ex Jugoslavia. È con loro che continuiamo gli incontri e i progetti di solidarietà con le donne e le profughe. È così che a Belgrado hanno fondato le Donne in nero, che dal 1991, manifestano ogni settimana vestite di nero contro la guerra e i nazionalismi.

Diversi gruppi di donne della ex-Jugoslavia, quindi, per dar visibilità al loro rifiuto per la guerra, hanno assunto le modalità delle Donne in Nero che in Italia avevano manifestato contro la guerra nel Golfo. Modalità che noi, donne italiane, avevamo a nostra volta appreso dalle donne israeliane che si oppongono alla occupazione militare della Palestina.

Noi stiamo però cercando la strada per agire non solo nei luoghi del conflitto “oltre confini”, ma anche da noi, in Italia, nelle relazioni con le “donne contro la mafia” e così dopo Pechino, abbiamo cominciato tra “donne migranti e donne native” a lavorare insieme. E in questa strada le donne dell’Associazione per la Pace camminano insieme a quelle donne e a quegli uomini che abitano il mondo con amore e non violenza.


Note

 

(1) Lucie Bolens è docente di storia medievale, specializzata in questioni agrarie dell’Andalusia dall’XI al XIII secolo, presso la Facoltà di lettere dell’Università di Ginevra. Fra i suoi testi: La Bible et l’histoire au feminin, Ginevra, Metropolis 1992, e diversi saggi sull’antica cucina andalusa

 

(2) Dall’articolo di Angelo Baracca “La resistibile agonia del trattato di non proliferazione” (pubblicato sul Manifesto nel corso del 2005), che parla della Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare, traggo queste interessanti notizie: «…Tutte promesse da marinaio: la sostanza è stata invece una netta inversione di tendenza per la quale i pretesti dell’Iran e della Corea del Nord sono assolutamente inconsistenti, risibili e contraddittori. La conclusione è una sola: gli stati non intendono rinunciare in alcun modo alle armi nucleari! E si attrezzano per poterle concretamente utilizzare nelle guerre future, soprattutto contando sulla possibilità di realizzare armi nucleari di concezione completamente nuova. […] La cosa forse più grave è che, in questo quadro desolante, non pare manifestarsi nessuna consapevolezza del fatto che i rischi più gravi di proliferazione stanno davanti a noi, nella ricerca di ordigni atomici di tipo nuovo, di potenza molto piccola, che cancellino la “fastidiosa” distinzione rispetto alle armi convenzionali e che si possano usare come armi risolutive da campo di battaglia».

 

(3) Ricollegandosi alle modalità con cui alcune donne israeliane nel 1987 decisero di manifestare, in una piazza di Gerusalemme, contro l’occupazione dei territori palestinesi, gruppi di donne appartenenti alle diverse repubbliche dell’ex Jugoslavia si radunarono a Belgrado il 9 ottobre 1991 in silenzio, vestite di nero, per protestare pubblicamente con grande coraggio contro la guerra, il militarismo, il sessismo, lo stupro nella guerra, la pulizia etnica. Le “Donne in Nero di Belgrado contro la guerra e il nazionalismo” hanno manifestato in piazza, una volta la settimana, per tutta la durata del conflitto, in costante opposizione alla guerra e al patriarcato. Si sono prese cura dei profughi, dei disertori, delle donne stuprate e di tutte le vittime di guerra, rifiutando ogni discriminazione etnica. Insieme alle “Donne per la pace” di Milano, nel gennaio 1993, hanno presentato alla Commissione diritti umani dell’Onu, a Ginevra, un documento che chiede il riconoscimento degli stupri come crimini contro l’umanità, sottoscritto da una cinquantina di gruppi di donne europei.

 

(4) Ho poi scoperto, leggendo il libro di Rada Ivekovic, Autopsia dei Balcani (Raffaello Cortina, 1999), che anche lei pensa al bosanski lonac come a una metafora di convivenza tra diversi: ne parla a p. 148.

 

(5) Un dossier di Amnesty International sui rifugiati riporta le seguenti cifre: «Secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), al 1° gennaio 2002 i rifugiati nel mondo erano 19.783.100 di cui 6.328.400 sfollati, persone che fuggono dalle loro case per le stesse ragioni dei rifugiati ma che, a differenza di questi, non riescono a superare il confine del proprio paese». Si calcola che le guerre in ex Jugoslavia dal 1991 abbiano provocato lo sfollamento di vari milioni di persone. Sono circa un milione i profughi in Bosnia-Erzegovina e in Jugoslavia, mentre altri 300.000, malgrado le operazioni di rimpatrio, sono ancora rifugiati in altri paesi d’Europa, in particolare in Germania, Svizzera, Belgio e Italia.

 

(6) Milano è stata nel tempo circondata da tre cerchie di mura via via sempre più esterne: la prima, romana, benché ampia per l’epoca, in realtà circondava soltanto l’attuale cuore della città, allora costituito dall’originario villaggio gallico e dal contiguo insediamento romano a incroci ortogonali. In epoca comunale Milano iniziò a scavare un canale attorno al perimetro urbano a scopi di irrigazione e di commercio, canale che presto divenne il fossato di difesa di una nuova cinta di cui ancora qualche traccia si può scorgere se si sa dove guardare. Infine, quando la Lombardia cadde sotto il dominio spagnolo, il governatore costruì una possente cerchia di bastioni che racchiudeva ancora molti spazi verdi all’interno e sui quali nell’Ottocento, ormai non più usati a scopi militari, si passeggiava a piedi, in carrozza o a cavallo con bellissimi scorci sulle vicine Prealpi. Di quest’ultima cerchia, distrutta poco dopo l’unità d’Italia, sopravvivono qua e là resti isolati e così mimetizzati nell’ambiente circostante da essere praticamente invisibili. Unica eccezione, il tratto che da Porta Romana conduce verso Porta Vigentina, salvatosi solo perché su di esso erano sorte una serie di casupole, poi demolite negli anni Sessanta.

 

(7) Grande esperto della “società del controllo” è il canadese David Lyon autore dei testi L’occhio elettronico e La società sorvegliata, editi da Feltrinelli, e Massima sicurezza, editore Raffaello Cortina.

 

(8) Il serpente non rappresenta sempre “il male”, anche se qui lo associo a componenti negative. La Grande Dea mediterranea vi era collegata, in uno dei suoi molteplici aspetti relativi alle metamorfosi, all’energia eternamente rinnovantesi del cosmo, e al ciclico rinascere della natura. Nella Creta minoica la dea veniva rappresentata con le braccia tese inanellate di serpenti, come mostra la famosa statuetta custodita nel Museo di Cnosso.

 

(9) Marija Gimbutas nacque a Vilnius, in Lituania, nel 1921. Laureatasi in Filosofia dell’archeologia a Tubinga, in Germania, nel 1949 si trasferì negli Stati Uniti. Grazie alla sua cultura interdisciplinare, e a un’ampia conoscenza delle lingue europee, ebbe dalla Harvard University l’incarico di ricercatrice sull’Europa preistorica. Rimase a Harvard tredici anni, fu oratrice alla facoltà di Antropologia, nel ‘55 venne nominata membro del Harvard’s Peabody Museum, nel ‘56 presentò a Filadelfia la sua “ipotesi dei Kurgan”, popolo proto-indoeuropeo cui diede questo nome dopo aver scoperto i loro particolari tumuli sepolcrali e aver tracciato le loro migrazioni in Europa. Ricevette premi prestigiosi e il sostegno di autorevoli istituzioni. Fu membro del Center for advanced study in the behavioral sciences (centro di studi avanzati delle scienze del comportamento) alla Stanford University nel 1961-62, dove ha lavorato alla scrittura di Bronze Age Cultures of Central and eastern Europe (Culture dell’Età del Bronzo nell’Europa centrale e orientale), Moulton, 1965. Dal 1963 fino al suo ritiro nel 1989 insegnò alla University of California di Los Angeles, in particolare con la cattedra di Archeologia Europea dove promosse lo sviluppo degli studi indoeuropei. Tra il 1967 e il 1980 divenne direttrice progettuale in cinque scavi di siti neolitici nei Balcani e in Italia, esperienza che le permise di concentrarsi sull’indagine inerente al periodo neolitico, da lei chiamato “Europa Antica”, per comprendere lo sviluppo culturale antecedente all’influenza indoeuropea. Pubblicò quindi Gods and Goddesses of Old Europe (Thames and Hudson, 1974). Studiando immagini e simboli neolitici per scoprire il loro significato sociale e mitologico, e allargando l’ambito dell’archeologia descrittiva alla linguistica, alla mitologia, alle religioni comparate e allo studio di documenti storici, una metodologia di ricerca che lei chiamò “archeomitologia”, giunse infine a elaborare e pubblicare il fondamentale libro The Language of the Goddess (Harper, 1989; trad. it. Il linguaggio della Dea, Longanesi), nel quale dimostrò la centralità della figura femminile nelle culture neolitiche su scala europea, mostrando le differenze tra i sistemi “gilanici” (cfr. nota successiva) dell’Età del Bronzo nell’Europa Antica e quelli patriarcali indoeuropei. La sua ipotesi fu pervicacemente osteggiata dall’establishment accademico maschile. È morta a Los Angeles il 2 febbraio del 1994.

 

(10) Gilania è appunto un vocabolo usato da Marija Gimbutas, che lo riprende da Riane Eisler, codirettrice del Center for partnership studies di Pacific Grove, in California, autrice di importanti saggi tra i quali Il calice e la spada e Il piacere è sacro. Gilania deriva dai termini greci gyné (donna) e aner (uomo), uniti dalla lettera “l” che vuole significare il legame paritario tra i due generi, quale Eisler e Gimbutas suppongono essere esistito nelle pacifiche società preindoeuropee dell’Europa Antica.

 

(11) Dal libro La morte della natura, Garzanti 1988, di Carolyn Merchant (docente di storia, filosofia ed etica dell’ambiente all’Università di Berkeley, California), p. 33: «Nell’investigare le radici del nostro attuale dilemma ambientale e le sue connessioni con la scienza, con la tecnologia e con l’economia, dobbiamo riesaminare il formarsi di una visione del mondo e di una scienza che, riconcettualizzando la realtà come una macchina anziché come un organismo vivente, sanzionò il dominio dell’uomo sia sulla natura sia sulla donna. Occorre riconsiderare i contributi di “padri” fondatori della scienza moderna come Francesco Bacone, William Harvey, René Descartes, Thomas Hobbes e Isaac Newton. […] nello stesso periodo in cui la celebrata rivoluzione copernicana stava trasformando l’immagine che la gente aveva del cielo, una rivoluzione più sottile ma altrettanto pervasiva stava mutando il concetto della terra - l’antico centro del cosmo organico - sotto i suoi piedi».

(12) Adriana Cavarero, docente di filosofia politica all’Università di Verona e alla New York University, è stata tra le fondatrici della comunità filosofica femminile “Diotima” e ha scritto diversi libri, tra cui Corpo in figure, Filosofia e politica della corporeità, Feltrinelli 1995, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli 1997.

 

(13) Luce Irigaray, nata in Belgio, filosofa del pensiero della differenza sessuale, è stata membro dell’Ecole Freudienne di Parigi, docente al Dipartimento di Psicanalisi dell’Università di Vincennes e ricercatrice presso il Cnrs di Parigi. I suoi interessi spaziano dalla filosofia alla linguistica e alla psicoanalisi. Tra le sue opere: Speculum. L’altra donna (Feltrinelli, 1975); Questo sesso che non è un sesso (Feltrinelli, 1978); Etica della differenza sessuale (Feltrinelli, 1985); Amo a te. Verso una felicità nella storia (Bollati Boringhieri, 1994); Essere due (Bollati Boringhieri, 1994); Tra Oriente e Occidente (ManifestoLibri 1997); Il respiro delle donne (Il Saggiatore, 1997).

 

 (14) Sul sito di PeaceLink www.peacelink.it ho trovato questo testo di Manlio Dinucci (giornalista e geografo, è stato direttore esecutivo per l’Italia della International physicians for the prevention of nuclear war, associazione vincitrice del Nobel per la pace nel 1985; autore dei saggi Il sistema globale, Zanichelli 2002, Il potere nucleare - storia di una follia da Hiroshima al 2015, Fazi 2003), pubblicato sul Manifesto del 15 novembre 2003, e ne cito alcuni passi: «…L’invio di truppe italiane in Iraq è infatti solo l’ultimo passo di una escalation interventista, iniziata oltre dieci anni fa. Nel 1991, con il governo Andreotti, la Repubblica italiana combatte la sua prima guerra, partecipando all’operazione “Tempesta del deserto” lanciata dagli Usa in Iraq. Sette mesi dopo la guerra, in ottobre, il ministero della difesa pubblica il rapporto Modello di difesa/Lineamenti di sviluppo delle forze armate negli anni `90. È l’inizio della mutazione genetica delle forze armate: il loro compito, secondo il rapporto, non è più solo la difesa della patria (art. 52 della Costituzione), ma la “tutela degli interessi nazionali ovunque sia necessario”. Viene così enunciata una nuova politica militare e contestualmente una nuova politica estera, con funzioni contrarie a quelle stabilite dalla Costituzione. […] Nel 1993 - mentre l’Italia partecipa all’operazione militare lanciata dagli Usa in Somalia, e al governo Amato subentra quello Ciampi - lo stato maggiore della difesa dichiara che “occorre essere pronti a proiettarsi a lungo raggio” per difendere ovunque gli “interessi vitali”, al fine di “garantire il progresso e il benessere nazionale mantenendo la disponibilità delle fonti e vie di rifornimento dei prodotti energetici e strategici” (Stato maggiore della difesa, Aggiornamento del modello di difesa, 1993). Nel 1995, durante il governo Dini, lo stato maggiore della difesa fa un ulteriore passo avanti, affermando che “la funzione delle forze armate trascende lo stretto ambito militare per assurgere anche a misura dello status e del ruolo del paese nel contesto internazionale” (Stato maggiore della difesa, Modello di difesa, 1995). Nel 1996, durante il governo Prodi, tale concetto viene ulteriormente sviluppato nella 47ª sessione del Centro alti studi della difesa. “La politica della difesa - afferma il generale Angioni - diventa uno strumento della politica della sicurezza e, quindi, della politica estera”. (Informazioni della Difesa, suppl. al n. 4 1996). Nel 1999 - dopo che il governo D’Alema ha fatto partecipare l’Italia, sotto il comando Usa, alla guerra contro la Jugoslavia - la marina militare annuncia che l’Italia, affermatasi quale “media potenza regionale”, ha “un crescente e solido ruolo geostrategico nel ‘Mediterraneo allargato’: spazio geopolitico comprendente, oltre al Mar Nero, anche le vie meridionali di accesso al Canale di Suez e cioè il Mar Rosso fino allo Stretto di Bab el-Màndeb e, più oltre, il Golfo Persico che, attraverso lo Stretto di Hormuz, è intimamente collegato al sistema mediterraneo di rifornimenti energetici” (Marina militare italiana, Rapporto 1999). Su questa scia, dopo l’11 settembre, il governo Berlusconi invia le nostre truppe prima in Afghanistan e quindi di nuovo in Iraq. Si tratta di un progetto del ministero della Difesa, distribuito ai parlamentari nell’ottobre 1991, contenuto in un libro bianco di 251 pagine, dal titolo Modello di difesa. Lineamenti di sviluppo delle FF.AA. negli anni ‘90. L’impostazione concettuale non è sostanzialmente modificata ma ribadita dall’Aggiornamento pubblicato nel 1993 dallo Stato Maggiore della Difesa. Tutta la “filosofia” di quel progetto è apertamente dichiarata nelle prime 70 pagine. Vi si dice che, caduto il muro Est-Ovest, il nuovo confronto è nell’area mediterranea “tra una realtà culturale ancorata alla matrice islamica ed i modelli di sviluppo del mondo occidentale” (p. 15-16). Là è il nuovo nemico, il nuovo conflitto economico-religioso!».

 

 

 (15) Rada Ivekovic, filosofa e scrittrice, nata a Zagabria, ha studiato Filosofia a Belgrado e Filosofia orientale a Delhi. Ha insegnato all’università di Zagabria dal 1975 al 1992. Quando è iniziata la guerra in Jugoslavia ha rifiutato di riconoscersi nelle nuove patrie etniche ed ha preferito prendere la via dell’esilio. Attualmente insegna all’università di Parigi VII. Oltre a Balcanizzazione della ragione ha scritto numerosi altri testi, fra cui Autopsia dei Balcani, Raffaello Cortina, 1999.

 

(16) Luca Luigi Cavalli-Sforza, genetista, autore di Geni, popoli e lingue, Adelphi 1996. ha compiuto studi sulla diffusione culturale nel Neolitico, coniugando genetica e linguistica.

 

(17) Sono passati dieci anni dal suicidio di Alex Langer, costruttore di pace, capace di sognare e di agire, impegnato a tutto campo nella riflessione e nell’azione per una politica differente. Ancor oggi, in mezzo alle lodi e ai rimpianti, continuo a leggere una grande incomprensione della sua figura, come se avesse “tradito” la nonviolenza chiedendo di difendere i civili bosniaci inermi. Compito che avrebbe dovuto svolgere l’Onu interponendo i caschi blu, ma che purtroppo non ha mai realmente svolto. Che fare di fronte ai massacri? Una domanda difficile e dolorosa anche per i seguaci della nonviolenza.

 

(18) A Milano, negli anni Ottanta e Novanta, con mio marito Alberto abbiamo dato vita al “Centro Dedalo per la convivenza interculturale”, allo scopo di promuovere la convivialità delle differenze e il dialogo fra le diversità, attraverso progetti e iniziative come la “Casa delle culture” (approvato dall’amministrazione comunale negli anni in cui c’erano al governo della città anche i Verdi, e mai realizzato), per favorire l’integrazione delle persone immigrate e il reciproco rispetto culturale.

 

(19) Indiana, laureata in fısica e in filosofia, l’ecofemminista Vandana Shiva è un punto di riferimento mondiale nelle lotte contro le multinazionali, in difesa del modello ecosostenibile di sviluppo delle comunità tribali indiane. Ha fondato la “Research foundation for science, technology and natural resource policy” ed è associata al “Third word network”. Ha aderito al movimento Chipko, donne che abbracciano gli alberi per impedire che vengano abbattuti. Nel 1993 le hanno attribuito il premio “Right livelihood award” per il suo impegno ambientalista e in difesa di uno sviluppo sostenibile, e nel dicembre 2004 il premio “Basavashree”, in riconoscimento del suo apporto all’umanità e alla natura attraverso la ricerca, l’attivismo e i movimenti. Partendo da una critica di genere alla scienza occidentale, ha denunciato la devastazione prodotta nel Sud del mondo dal modello di sviluppo occidentale, pubblicando numerosi saggi, tra cui Sopravvivere allo sviluppo (Isedi, 1993), Monocolture della mente (Bollati Boringhieri, 1995), Biopirateria (Cuem, 1999). Lavora attivamente con la fondazione Navdanja e con il gruppo “Diverse women for diversity”. L’indirizzo del suo sito: www.vshiva.net.

 

(20) Wangari Maathai è nata a Nyeri, in Kenya, nel 1940. Laureata in scienze biologiche, docente di veterinaria all’università di Nairobi, dal 1981 al 1987 ha presieduto il Consiglio nazionale delle donne del Kenya, promuovendo l’idea di piantare alberi. Ha fondato il Green Belt Movement, per la salvaguardia dell’ambiente e il miglioramento della qualità della vita delle donne, coinvolgendo in poco tempo tremila donne. L’iniziativa ha trovato eco in altri paesi africani, tra cui Tanzania, Uganda, Malawi, Lesotho, Etiopia e Zimbabwe. Grazie al lavoro del Green Belt, in Africa è aumentata la consapevolezza della problematica ambientale e sono stati creati migliaia di posti di lavoro. Alla fine del 1993 le donne del movimento avevano piantato più di 20 milioni di alberi e molte erano diventate “guardaboschi senza diploma”. Wangari Maathai ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali. Negli ultimi anni si è concentrata sulla situazione dei diritti umani in Kenya, e per questo suo impegno è stata diffamata, arrestata e picchiata.

 

(21) Shirin Ebadi, iraniana, 56 anni, avvocata, madre di due figlie, è l’undicesima donna a ricevere il Nobel per la pace, da quando il riconoscimento è stato istituito nel 1903, ed è la prima musulmana. Il Nobel le è stato conferito «per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e a favore della democrazia. Si è concentrata specialmente sulla battaglia per i diritti delle donne e dei bambini». Nel 1975 era stata nominata presidente del tribunale di Tehran, ma dopo la rivoluzione del 1979 fu costretta a dimettersi per le leggi che limitarono autonomia e diritti civili delle donne iraniane. Ha difeso le famiglie di alcuni scrittori e intellettuali uccisi tra il 1998 e il 1999, è stata tra i fondatori dell’Associazione per la protezione dei diritti dei bambini in Iran, di cui è ancora una dirigente. Nel 2000 è stata sottoposta a un processo segreto per aver prodotto e diffuso una videocassetta sulla repressione anti-studentesca del luglio 1999. Arrestata, ha subito 22 giorni di carcere. Il 9 ottobre 2003 le è stato assegnato il Nobel. La birmana Aung San Suu Kyi (figlia di Aung San, il padre del Myanmar indipendente), leader della Lega Nazionale per la Democrazia e capo dell’opposizione al governo, è da anni agli arresti nella sua casa di Yangon, segregata dal regime militare antidemocratico. Nel 1991, Aung San Suu Kyi è stata insignita del premio Nobel per la pace. La scrittrice Arundhati Roy, nata nel Kerala, si è laureata alla Delhi school of architecture e vive a Nuova Delhi. È stata assistente al National institute of urban affairs e ha studiato Restauro dei monumenti a Firenze. Negli ultimi anni si è impegnata contro la politica indiana delle grandi dighe, che devastano il territorio e l’ecosistema, e causano il trasferimento forzato delle popolazioni locali. Tra i suoi libri: Il dio delle piccole cose, L’impero e il vuoto, Guida all’Impero per la gente comune, tutti pubblicati da Guanda. Scrittrice e psichiatra egiziana, Nawal El Saadawi si laurea al Cairo nel 1955. In seguito alla pubblicazione del primo libro, Woman and sex, nel 1972, viene cacciata dal ministero della Sanità e condannata dalle autorità religiose. Ma Nawal, oggi settantenne e sempre indomita (vuole candidarsi alla presidenza dell’Egitto) non si ferma e continua a scrivere e a impegnarsi per i diritti delle donne e le libertà civili e religiose. Nel 1981 viene arrestata, e a metà degli anni Novanta le minacce di morte di un gruppo fondamentalista la costringono all’esilio. Tornata in Egitto, nel 2001 una mobilitazione internazionale riesce a evitarle un processo per apostasia e un divorzio coatto che un avvocato integralista vorrebbe imporle, contro la volontà del marito. Tra i suoi libri: Dio muore sulle rive del Nilo, Eurostudio, 1989; Firdaus. Storia di una donna egiziana, Giunti, 2001; Una figlia di Iside. Autobiografia, Nutrimenti editore, 2002.

 

(22) L’algerina di origine cabila Khalida Messaoudi, laureata in matematica, è vissuta per anni in semi-clandestinità nel suo paese, perché condannata a morte dal movimento islamista. Nel 1985, a pochi mesi dall’adozione del Codice della famiglia, fondò e presiedette l’Associazione per l’uguaglianza tra l’uomo e la donna davanti alla legge, prima associazione indipendente di donne algerine. Nel 1989 diede vita all’Associazione indipendente per il trionfo dei diritti delle donne, con l’obiettivo di ottenere la revisione della legge elettorale che consentiva al marito la possibilità di votare per conto della moglie. Ha organizzato le Assise nazionali delle donne democratiche riunitesi ad Algeri nel gennaio 1996, che costituirono l’associazione Rachda, promotrice della campagna “Un milione di firme” per modificare il Codice della famiglia. Vicepresidente del Movimento per la Repubblica e militante del partito cabilo Rassemblement pour la culture et la démocratie (Rcd) che si batte per uno stato laico e per uguali diritti civili per donne e uomini, è stata eletta deputata nel 1997. Nel 2002 è stata nominata ministro della Cultura.

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Formato per la citazione:
Floriana Lipparini, "Per altre vie. Donne fra guerre e nazionalismi", terrelibere.org, 12 luglio 2007, http://www.terrelibere.org/doc/per-altre-vie-donne-fra-guerre-e-nazionalismi