1.
Perché
questo libro? L’ho iniziato più di dieci anni fa, al momento della guerra nella
ex Jugoslavia, e l’ho proseguito lentamente nel tempo. Non è legato alla
stretta attualità, ma tocca temi che – purtroppo – continuano a essere attuali.
Le guerre e i nazionalismi continuano a incupire il nostro orizzonte. E per le
donne i diritti, la libertà, l’effettiva parità, la piena cittadinanza
continuano a rappresentare un traguardo che come un miraggio si sposta sempre
in avanti.
Il
patriarcato non è finito, ormai lo sappiamo anche troppo bene. Questo non
significa che non finirà mai. Tuttavia, l’attuale fase di rinascita mondiale
della destra integralista, che sembra intimidire e contaminare anche la
cosiddetta sinistra, per le donne rappresenta una concreta minaccia di
arretramento e spossessamento. Allora, noi che abbiamo vissuto le nostre
stagioni di lotta, abbiamo il compito di trasmettere alle donne delle nuove
generazioni il senso di quello che abbiamo vissuto, le motivazioni che ci hanno
spinto, le riflessioni che abbiamo maturato. Un passaggio di testimone per non
far morire la ricchezza delle esperienze femminili degli ultimi decenni.
L’accelerazione
onnivora dei tempi della vita, la proliferazione indiscriminata ed entropica
delle comunicazioni (che non equivale a vera informazione) consuma e brucia la
dimensione del dialogo, il tempo lento del racconto in cui ci si può scambiare
pensieri, saperi, ricordi, testimonianze. Il tempo necessario per assimilare,
elaborare e andare oltre.
Noi donne
dovremmo ricominciare sempre da capo, come se non vi fosse nulla alle nostre
spalle. Ma non è così, vi sono tante storie, tante cose da ricordare. Questo
libro, forse più labirinto che libro, è la registrazione di un percorso, un
“viaggio” personale fra luoghi, situazioni, incontri, scoperte. Un viaggio
profondamente segnato dalla relazione con le altre viaggiatrici, le donne dei
gruppi con cui lavoro e ho lavorato, e con cui ho diviso l’itinerario, inclusi
i sogni, i dubbi, le amarezze, le decisioni e le azioni.
Per me la
storia delle donne e della loro ricerca di libertà è un grande mosaico
multicolore che si compie a poco a poco, svelando un disegno “altro” per un
mondo “altro”. Questo libro vuol essere soltanto una minuscola tessera del
disegno.
2.
In quanti
modi si può declinare la violenza? La violenza in tempo di pace, che prende
innumerevoli forme: dalla negazione dei diritti, primi fra tutti quelli al
lavoro e alla salute, fino al razzismo, all'omofobia, alla repressione della
libertà di parola, di critica e di pensiero. La violenza in tempo di guerra, o
per meglio dire quell’apice della violenza che è la guerra, sempre più impari,
sempre più mascherata, spudoratamente chiamata “portatrice di pace”,
esportatrice di democrazia... quando invece porta soltanto divisioni,
integralismo e stragi. E naturalmente la violenza contro le donne, che a ogni
latitudine, in ogni società, sotto ogni credo religioso continua a mietere
vittime ogni giorno. Eppure, in ogni luogo, non sono poche le persone che
sognano un mondo finalmente diverso. Ma di fronte allo strapotere
dell’industria mondiale delle armi, di fronte all’assoluto cinismo dei signori
del petrolio, di fronte all’immenso egoismo dei padroni della finanza, si può
ragionevolmente sperare di cambiare le cose? Perché questo è il punto e non vi
si può sfuggire.
Il
sistema-mondo che si è andato stratificando nei secoli e nei millenni ci
avviluppa con mille lacci, e non è certo facile trovare la maglia da allentare
per uscire da questa rete che ci stritola e ci soffoca, nonostante il grande
lavoro di semina già compiuto da moltissime persone, celebri o sconosciute, nel
segno del pacifismo e della nonviolenza. Si può realmente fermare la violenza e
la guerra? Perché i tentativi generosi compiuti finora non hanno dato frutti
decisivi? Perché non bastano le campagne, le manifestazioni, i cortei, le
mobilitazioni? Forse perché occorre prima aver messo in moto una profonda,
profondissima trasformazione culturale.
Sappiamo
bene che le cause scatenanti delle guerre sono dovute a ciniche ed eterne
ragioni di interesse (la rapina delle risorse, il dominio sul mondo...), ma la
causa prima è legata all’imporsi originario e ubiquo di un modello culturale
indoeuropeo forgiato nel metallo delle armi, concepito da un solo genere, per
codificare l’imperio di un solo genere. Un modello parziale e quindi carente di
equilibrio, che ha improntato tutto di sé, dalle religioni alle gerarchie che
innervano ogni struttura, inclusi i partiti e i movimenti.
In questa
fase in cui la guerra e l’integralismo sembrano dominare ogni aspetto dei
rapporti internazionali, il mondo di nuovo svela la sua essenza intimamente
maschile, al di là delle apparenze delle società occidentali. Le rare presenze
femminili, l’emergere di nuove figure di donne candidate ai vertici
istituzionali, un segnale di per sé positivo, non bastano a mutare un habitus
mentale tanto radicato nel comune sentire, perché il cambiamento deve partire
dalla struttura profonda della società, e da un vero e proprio “risveglio” che
il genere maschile deve accettare di vivere per liberare la propria identità
psicologica da un falso ruolo, rigidamente costituito.
Non si può
sconfiggere la barbarie della guerra, e della violenza nei cosiddetti tempi di
pace, senza sciogliere il nodo del patriarcato che sopravvive in modi più o
meno violenti, ma sempre distruttivi, in tutte le società e le religioni, e che
le stesse donne hanno in parte introiettato. Questo modello produrrà sempre, e
non può che produrre, gerarchia e guerra. Allora, la democrazia della parità,
50 e 50, potrebbe finalmente essere la “mela di Samarcanda”, la favolosa
panacea che stiamo aspettando? Lo spero e me lo auguro dal profondo di me
stessa, ma attenzione: la novità portata dalle donne dev’essere connotata
dall’incrollabile volontà di mutare radicalmente le forme verticistiche,
militaresche e non trasparenti del fare politica, partendo da sé, dalla cura
delle relazioni, dall’empatia, dall’esperienza condivisa che va oltre le
ideologie astratte, e che dà corpo e concretezza all’agire.
Non più
strategie di realpolitik, insomma, ma strategie di realtà che riportino nella
grande politica i problemi autentici della vita di milioni di donne e di
uomini. Corpi, natura, lavoro, sentimenti, diritti, relazioni, desideri,
passioni…
Si tratta
di portare alla luce la parte negata della storia umana per cambiarne il senso.
Altrimenti, nemmeno il 50 e 50 basterà alla pacifica rivoluzione della
nonviolenza, e l’improvviso varco nell’oceano della storia si potrebbe
richiudere, inghiottendo quel principio di stagione aurorale che tanto sembra
promettere.
«Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere»
(Christa Wolf, Cassandra)
Dalle favole che cantano le mamme
alle notizie che legge lo speaker alla radio
uno solo è il dovere:
vincere le menzogne del mondo
le menzogne del cuore
le menzogne dei libri
le menzogne della strada.
Nessuna felicità più alta c’è che capire.
Capire ciò che se ne va e ciò che viene.
(Nazim Hikmet)
Per intercettare ogni possibile
immigrato clandestino in arrivo dal Maghreb, un progetto pubblicato nel corso
del ‘99 sulla stampa spagnola proponeva di circondare con impenetrabili
barriere elettromagnetiche tutta la costa sud della Penisola Iberica, quella
che dà sull’Africa. In quel tratto di mare, decine e decine di magrebini ci
rimettono ogni anno la pelle nel disperato tentativo di penetrare in Europa per
sfuggire a un destino di miseria, esattamente come accade quasi ogni notte nei
mari del Sud italiano.
Strani corsi e ricorsi della storia.
Il 2 gennaio 1492 Boabdil si fermò piangente a contemplare la sua perduta
Andalusia dall’alto delle Alpujarras. Sconfitto dagli eserciti cristiani,
l’ultimo re almohade di Granada stava per tornare in Africa, al di là dello
stretto di Gibilterra, nella terra d’origine dei suoi antenati berberi. In
lontananza, contro il cielo, davanti ai suoi occhi già carichi di nostalgia, si
stagliava il rosso profilo dell’Alhambra immersa tra aranceti e giardini
fioriti.
“Sospiro del Moro” è il nome che si
dà ancora oggi al luogo di quell’ultimo sguardo. Otto secoli di civiltà, di
arte, di tecnica e di cultura stavano alle spalle dell’ultimo re di Granada. La
dominazione araba nella Spagna, iniziata nel 711, non fu esente da tremende
ingiustizie e crudeltà, però seppe anche dar vita a una società tollerante e
creativa, un esempio unico nella storia, una convivenza che produsse tesori di
architettura, di arte, di filosofia, di poesia, di civiltà, e soprattutto
momenti di reciproco rispetto.
Nel decimo secolo Cordova era la
luce dell’Europa. Rivaleggiava con Baghdad ma nessuna città europea poteva
starle alla pari. Contava settanta biblioteche e centinaia di bagni pubblici.
L’assolata terra andalusa, irrigata con tecniche d’avanguardia, si era
tramutata in un paradiso. Ovunque ulivi, vigneti, legumi, frumento, il sorgo,
il riso, gli agrumi…
Poeti, filosofi, alchimisti,
mercanti, scienziati, artigiani, contadini... Ebrei, cristiani, greci,
musulmani, eretici, gitani… Seduti ai lunghi tavoli di legno, scienziati e
filosofi che avrebbero indelebilmente segnato la cultura universale si
scambiavano i loro saperi.
Nei numerosi scriptoria di
quella città, fra il X e l’XI secolo, abilissimi miniatori copiarono sessanta o
forse ottantamila libri, che ci hanno permesso di conoscere la storia e la
cultura del passato. Fra quegli artigiani c’erano anche moltissime donne,
all’epoca un fatto assolutamente eccezionale.
«Il Mediterraneo fu il luogo del miracolo. Praticò
un’ospitalità eretta a norma civilizzatrice, omerica o biblica: diverse e
unite, le culture mediterranee si erano lentamente elaborate nel crogiolo di
una storia comune plurisecolare. L’Andalusia delle tre religioni, durante il
Califfato di Cordova e i Reyes de Taïfas, mantenne intatta questa abitudine
quotidiana dell’altro, che preserva dalla demonizzazione: lo spirito quotidiano
di accoglienza, più antico che medievale, si sviluppò durante otto secoli di
guerriglie incessanti. Dopo le civiltà antiche, greco-latina, scito-persiana,
indo-ebraica, quella arabo-andalusa eresse l’accoglienza a valore. […] La
condivisione del quotidiano, senza ingenuità ma nemmeno demonizzazione, questa
conoscenza dell’altro in atto, lasciò vivere l’idea che l’esiliato poteva
essere un messaggero divino. Gli antichi vi vedevano un dio».
In questo passo, tratto dal saggio
di Lucie Bolens (1) L’Andalusia delle tre religioni, si coglie nel profondo l’essenza di un mondo altro,
il mondo della pluralità, che stava per essere sconfitto dalla brutalità e
dalla violenza del mondo della totalità, il mondo del pensiero unico. Allora
come oggi.
«L’Andalusia delle tre religioni fu l’erede dell’antico e
del medievale, del pagano e del monoteistico, la sua unità fu la dimensione
umana», dice ancora Bolens. Un mosaico di civiltà e di culture, delicato e
prezioso proprio come le splendide, verdazzurre maioliche mudejar, lavorate
ancor oggi nello stile dell’intreccio culturale islamico-cristiano, che durò
fino all’oscuro giorno in cui dal nord della Penisola Iberica calarono
Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, con la loro orda di guerrieri e
di preti. Deportazioni e massacri segnarono col sangue le tappe di quella fanatica
reconquista, simbolo imperituro di stupido e feroce integralismo.
Appena ottanta giorni dopo la resa
di Granada, il 31 marzo 1492, i “Re Cattolicissimi” pubblicarono il famoso
editto contro gli ebrei. Buio e povertà culturale dilagarono allora nella
Penisola Iberica, fino a sfociare qualche tempo dopo nel cieco accanimento
dell’Inquisizione.
Gli ebrei sefarditi – i pochi
rimasti vivi – fuggirono da quel paese che per tanto tempo era stato per loro
generosa terra d’asilo. Sefarad è appunto il nome ebraico della Spagna.
Dicono alcune leggende che molti tra i loro discendenti conservino ancora
adesso la chiave dell’antica casa spagnola lasciata in tutta fretta con la
morte nel cuore, una vecchia chiave passata in eredità di padre in figlio.
Eppure, ovunque, in ogni società,
dare asilo allo straniero, all’ospite, ha rappresentato il banco di prova del
livello di civiltà. Una società incapace di accoglienza è una società chiusa su
se stessa, prossima alla fine. Anche qui ci soccorre il saggio di Lucie Bolens,
quando parla appunto dell’accoglienza allo straniero:
«...La precarietà conosciuta in altri tempi, l’erranza,
l’isolamento, rimangono un rischio per tutti; lo straniero indigente rinvia
l’immagine di ciò che siamo stati ieri e che possiamo divenire domani. ‘Lascia
la casa aperta e tratta i poveri come membri della tua famiglia’. La famiglia
biologica serve da modello alla fraternità derivata dall’indigenza. L’esempio
contrario della Bibbia è Sodoma, la città che era legalmente chiusa agli
stranieri, e non sarebbe sopravvissuta alla negazione dell’accoglienza; questa
l’interpretazione che i rabbini medievali davano del cataclisma che l’aveva
distrutta. Il venir meno delle norme di ospitalità toglieva ogni senso a quel
territorio protetto da mura che era allora la città».
Che cosa è rimasto, oggi,
dell’antichissimo dovere e diritto di asilo? Se non contiamo le iniziative
d’accoglienza individuale, che per fortuna non mancano mai, a livello pubblico
è rimasto ben poco. Anzi, in molti casi il dovere d’asilo si è trasformato nel
suo opposto: cacciare, respingere, esiliare, a volte uccidere.
Qualcuno ricorda la storia di Semira
Adamu? Non sappiamo i nomi delle persone che il 22 settembre 1998 salirono
sull’aereo della compagnia Sabena, in partenza dall’aeroporto Zaventem di
Bruxelles. Non conosciamo la loro cittadinanza, né per quale motivo quel
preciso giorno si trovassero su quell’aereo. Quali mete li aspettassero, quali
sentimenti avessero, quali idee sulla vita, sulla morte, sui diritti, sulla
giustizia, sull’umanità… Sono fantasmi, spettatori muti e inerti di un sabba
infernale.
Su quel volo fu trascinata in
manette Semira Adamu, un’indesiderabile, una paria dei giorni nostri, una
vittima sacrificale. Non era il primo tentativo di rimandarla indietro, ma
altre volte i piloti si erano rifiutati di decollare, perché le norme di
sicurezza a bordo degli aerei vietano l’imbarco di passeggeri forzati e
recalcitranti. Anche i viaggiatori normali avevano vivacemente
protestato.
Purtroppo, quel malaugurato giorno,
un pilota di cui nemmeno conosciamo il nome non si oppose, e i passeggeri forse
finsero di non vedere. Il giorno successivo, 23 settembre, Semira Adamu morì
alle nove di sera nella Clinica St. Luc. Era in coma già dalle undici del
mattino. In un primo momento, i responsabili della clinica sostennero che la
morte era dovuta a cause naturali: infarto, emorragia cerebrale. Ma la bugia
durò poco.
In clinica Semira era giunta
direttamente da Zaventem. Prelevata dal Centro Stranieri alle prime luci del
giorno, e trasportata di peso a bordo del velivolo in partenza per Lomé, aveva
inutilmente tentato di resistere alla violenza dei gendarmi. Gridava, si
dibatteva con tutte le sue forze. Ma gridare è proibito, la legge sulle
espulsioni non lo permette. I poliziotti afferrarono quel famigerato cuscino e
in pochi attimi una morte soffice e bianca calò sulla faccia di Semira,
spegnendo per sempre la voce e la vita di una ragazza di vent’anni.
25 marzo – 23 settembre: sei mesi
esatti per il viaggio di Semira dalla speranza alla morte, dall’illusione
all’inferno. Che cosa sappiamo di lei? Le sue foto ci mostrano un bel volto
aperto, sorridente, carico di giovinezza e allegria. Dicono le sue amiche che
le piaceva cantare.
Orfana dei genitori, viveva in
Nigeria con la nonna, che un pessimo giorno decise di darle marito. Il
prescelto era un uomo di 65 anni, già coniugato con tre mogli. L’anziana donna,
forse a suo tempo vittima anche lei di odiose tradizioni ancestrali, vendette
letteralmente Semira. Millenarie usanze di molti paesi dell’Est e del Sud del
mondo prevedono ancora oggi che le mogli vengano comprate, esattamente come un
tappeto o un cammello, e che la famiglia ne riceva il prezzo.
Semira rifiuta. Non ne vuole sapere.
Sente di avere diritto alla libertà. Fugge nel Togo, una, due, tre volte. Ma
ogni volta il vecchio pretendente riesce a riacciuffarla e a riportarla in
Nigeria. Semira allora capisce di dover spiccare un volo molto più lungo. Se
vuole salvarsi deve andare lontano, dove lui non possa raggiungerla mai più.
L’Europa, la patria dei diritti umani. Il Belgio, un paese moderno, dove una
donna ha diritto di sposare chi vuole.
Semira è coraggiosa, e trova il modo
di fuggire davvero da quella sorte da schiava, una sorte obbligata per milioni
di donne ancora oggi, nel Duemila. Sbarca a Bruxelles, e finalmente si sente al
sicuro. Stranamente, però, appena scesa dall’aereo, viene obbligata a seguire i
gendarmi che la trasferiscono direttamente nel Centro stranieri 127bis di
Steenokkerzeel. Centro stranieri? Una prigione da cui non si può uscire. Un
lager nel cuore dell’Europa, anno 1998.
Ecco come Semira stessa, poco tempo
prima di venire assassinata, racconta la sua drammatica vicenda nel libro Les
barbelés de la honte, curato da Marco Carbocci, Nisse e Laurence
Vanpaeschen, del Collectif contre les expulsions di Bruxelles, Editions Luc
Pire 1998. È un testo che raccoglie le testimonianze di otto rifugiati in cerca
d’asilo (la traduzione è mia):
«La vita al centro è molto noiosa.
Siamo pochi nell’ala dove sto io, e la maggior parte non parla inglese. Ci sono
persone dello Zaire, del Kosovo, dello Sri Lanka, dell’Afghanistan. Qui è
veramente orribile. Ci si sveglia la mattina e si guarda la televisione fino a
sera. Ho potuto avere qualche libro, me li ha portati Lise Thiry. Mi sento
molto sola. La maggior parte delle persone che conoscevo le hanno trasferite in
altri centri. Non so nemmeno dove siano. Suppongo che tentino di isolarci, di
spezzare i contatti fra di noi. Dopo l’evasione, ho avuto tutti gli impiegati
del centro addosso. Mi sorvegliano tutto il tempo, c’è sempre qualcuno dietro
di me. Per una settimana, dopo il 27 luglio, non abbiamo più avuto il diritto
di telefonare. Adesso si può di nuovo, ma hanno ridotto il tempo. Prima si poteva
dalle 9 alle 22, ora soltanto dalle 15 alle 18 e sono proprio gli orari in cui
le telefonate costano più care. In ogni caso, le regole qui cambiano
continuamente: una cosa un giorno è permessa, e il giorno dopo proibita.
«Non permettono che qualcuno venga a
farci visita. Ufficialmente le visite sono autorizzate, ma se qualcuno chiede
il permesso, semplicemente glielo negano oppure non rispondono affatto. Lise
Thiry non ha mai potuto incontrarmi. Ha dovuto consegnare i libri e gli abiti
che le avevo chiesto alle guardie. Io non ho mai potuto vederla. Ogni tanto
vengono membri delle Ong, ma non spesso. Qualche giorno fa è venuto uno a
vedermi, ma non mi ha parlato molto. In ogni caso, qualsiasi cosa si possa
dire, non ne esce mai nulla, non cambia nulla.
«Hanno tentato di espellermi quattro
volte. La prima volta non mi hanno forzato. Mi hanno condotto all’aeroporto.
Là, mi hanno chiesto se accettavo l’espulsione. Ho detto di no e mi hanno
riportato al centro. La seconda volta è andata allo stesso modo, ma mi hanno
avvertito che la volta successiva sarebbe stata più dura. La terza volta, mi
hanno preparato per andare all’aeroporto ma all’ultimo minuto non siamo più
partiti. Mi hanno detto che si erano dimenticati di prenotare il mio posto sul
volo. Suppongo invece che avessero paura delle iniziative di sostegno che erano
state organizzate per me.
«La quarta volta è stata terribile.
Mi ha svegliato un’impiegata del centro dicendomi che dovevo tornare nel mio
paese e che avevo venti minuti per preparare le mie cose. Non ho avuto neanche
il tempo di lavarmi, nella fretta. Infine mi hanno scortata alla porta e mi
hanno fatto salire sul furgone per andare all’aeroporto. All’arrivo, mi hanno
legato le braccia e le gambe. Mi hanno chiuso in una cella d’isolamento in cui
sono restata dalle 7 alle 10.30. Poi sono venuti a prendermi e mi hanno portato
davanti all’aereo dove siamo rimasti fino alle 11.15, quando mi hanno fatto
imbarcare. Una volta dentro, ho cominciato a piangere e a gridare. Otto uomini
mi hanno circondato, due addetti alla sicurezza di Sabena e sei poliziotti. Le
due guardie della Sabena mi hanno forzato: mi colpivano dappertutto e uno di
loro mi ha premuto un cuscino sulla faccia. È quasi riuscito a soffocarmi.
«In effetti queste due guardie
avrebbero dovuto scortarmi fino a Lomé. Poi, i passeggeri sono intervenuti e
hanno detto che sarebbero scesi dall’aereo se non mi avessero liberato. Uno in
particolare ha insistito affinché non dimenticassero di restituirmi i miei
bagagli. C’è stata una bagarre nell’aereo e hanno dovuto sbarcarmi. Mentre
tornavo sul furgone, ho visto che un passeggero ci seguiva. Era quello che mi
aveva particolarmente difeso sull’aereo. L’hanno condotto nel furgone, vicino a
me. Mi ha detto che voleva aiutarmi, che dovevo soltanto risalire in aereo e
lui sarebbe andato a prendere i miei documenti e mi avrebbe pagato il biglietto
per tornare qui. Ho rifiutato e gli ho risposto che non sarei andata da nessuna
parte. Allora, l’hanno riportato all’aereo e io sono restata nella cella d’isolamento
dell’aeroporto.
«Dopo un po’ di tempo, mi hanno
ricondotto al centro e mi hanno ancora messa in isolamento, mercoledì 22 luglio
dalle 12 alle 16. Ero lì quando hanno portato le quattro ragazze che avevano
tentato di evadere: Precious, Bonsu Aqua, Cynthia e Antila. Dovevamo restare
tutte nella medesima cella, un piccolo locale con un solo letto e un wc. Quando
mi hanno fatto uscire, mi hanno messo in un’altra ala del centro, perché la
nostra era stata danneggiata durante l’evasione. Ora sono al primo piano. Le
cose hanno ripreso il loro corso normale, a parte il rafforzamento delle misure
di sicurezza, qui e all’aeroporto, dove certe persone sarebbero capaci di
ammazzare.
«Non so quando verranno ancora a
tentare di cacciarmi via. Non ci dicono quando verranno. Arrivano solo pochi
minuti prima della partenza. Ma si capisce quando c’è un’espulsione, si capisce
e ci si sente male, molto infelici. In quei momenti ci si sente veramente
prigionieri. Tra noi parliamo del centro, della detenzione, delle nostre
situazioni. Quando qualcuno torna dall’aeroporto dopo essere sfuggito a
un’espulsione, parliamo. Si cerca di trovare una soluzione ai nostri problemi,
si cerca di aiutarsi a vicenda. C’è solidarietà fra i detenuti. Quanto a
pensare a ribellarsi, per il momento è impossibile.
«Le relazioni con gli addetti al centro sono più o meno
corrette. Subito dopo l’evasione abbiamo avuto momenti di forte tensione, ma
ora va meglio. Non parlano mai di quel che succede all’esterno, delle
manifestazioni per impedire la nostra espulsione. Fanno come se non succedesse
nulla, ma noi sappiamo che questo per loro costituisce un problema.
«Non so quando verranno ancora a cercarmi. La vita è molto
difficile per me… Non lo so».
La testimonianza si conclude con
alcune righe aggiunte dagli autori:
Quel martedì 22 settembre 1998, al momento di andare in
stampa, Semira ha subito un nuovo tentativo di espulsione. Di nuovo ha
rifiutato di essere deportata. Come lei temeva, e come abbiamo saputo, le
autorità non hanno avuto riguardi. Semira è morta nel reparto di terapia
intensiva dell’ospedale Saint-Luc (Bruxelles). Qualche mese fa, fuggendo la
schiavitù, Semira scelse di chiedere asilo in Belgio. Non sapeva che questo
paese applica ancora la pena di morte.
Ma torniamo un attimo indietro. Con
l’aiuto del Comitato contro le espulsioni, che subito prende a cuore la sua
vicenda, appena entra nel lager di Steenokkerzeel Semira capisce che per
ottenere il sospirato asilo dovrà seguire una trafila obbligatoria: carte
bollate, avvocati, permessi, documenti. Va bene. Lo farà. Lei è tranquilla,
persuasa del suo buon diritto. Perché mai nel cuore dell’Europa non dovrebbero
accettare la richiesta d’asilo di una donna costretta a fuggire dalla violenza,
dagli abusi, dalle minacce alla sua libertà?
L’avvocato Steven Alcock inoltra la
richiesta del permesso di soggiorno per Semira al borgomastro di Steenokkerzeel
e al ministro dell’Interno Louis Tobback, sulla base di motivi umanitari. Ma
onestamente l’avverte subito: le possibilità di un sì sono veramente scarse, se
non addirittura inesistenti. Inoltre, la richiesta non sospende le procedure di
espulsione. Anche prima che la pratica venga esaminata, prima che sia
pronunciato un responso, le autorità belghe potranno comunque cacciarla via.
Semira non poteva immaginare che la
Convenzione di Ginevra non prevede nulla in materia d’asilo politico per i
maltrattamenti alle donne. Non poteva immaginare che l’Unione Europea, così
ricca di parole e programmi per le pari opportunità, così feconda di dossier e
documenti sui diritti delle donne e sul Congresso di Pechino, sarebbe stata
cieca, sorda e inerte di fronte a una donna non europea alla disperata ricerca
d’asilo.
A Semira non fu concessa nemmeno la
tragica trafila che tocca ogni giorno ad altre migliaia di immigrati, il
drammatico peregrinare ai margini dei margini di ogni paese europeo, come
rifiuti che non trovano più posto nemmeno nelle discariche. Tentare la sorte,
sperare nella fortuna: un “lavoro” da lavavetri, qualche giornata da muratore,
un’impresa di pulizia. O la discesa negli inferni della prostituzione, dello
smercio di droghe. Questi sono i miracoli cui oggi è legato il diritto alla
vita per milioni di persone.
Per Semira è stato diverso. Sono
soltanto due i luoghi dell’Europa che ha conosciuto lei: il Centro Stranieri di
Steenokkerzeel e l’aeroporto di Bruxelles. Come una cosa senz’anima e senza
diritti, Semira venne sballottata sei o sette volte avanti e indietro tra quei
due luoghi opposti e speculari.
L’aeroporto: luogo di viaggi, di
libertà. Ma non per Semira: per lei è solo il miraggio della libertà e
l’anticamera della morte. Il Centro Stranieri: luogo-prigione di non-europei
poveri, gli altri, gli appestati, i nemici. Il cuore buio dell’Europa
Unita, l’inferno dove bruciano le false coscienze dei suoi capi, dei suoi
politici, dei suoi funzionari, dei suoi mille esperti.
Ogni volta che provava a cacciare
via Semira la gendarmerie trovava il Comitato schierato all’aeroporto,
ai cancelli dei voli per Lomé. Lo stesso accadeva anche per gli altri immigrati
che la polizia cercava continuamente di rimandare indietro. Il clima si
surriscaldava ogni giorno di più. A Steenokkerzeel esplosero scontri, vetri
rotti, proteste. Alcuni ospiti – che è meglio definire detenuti –
riuscirono a fuggire. In risposta, i gendarmi picchiarono forte anche donne e
bambini.
Il Centro fu totalmente isolato. Gli
attivisti del Comitato non riuscirono più a comunicare con Semira. Lei tentò
invano di avvertirli per telefono. Quel 22 settembre la polizia andò a
prenderla all’alba. Nessuno riuscì a raggiungere l’aeroporto in tempo per
bloccare l’aereo.
Al funerale, il 26 settembre, nella
cattedrale Saint-Michel, partecipò una marea di persone sconvolte. Belgi e
immigrati insieme spargevano fiori sulla bara. L’armonica e l’organo
s’intrecciavano agli echi delle percussioni africane. Le prime tre file di
sedie furono lasciate vuote, per ricordare compagne e compagni di detenzione
di Semira, forzatamente assenti. Dopo quella disperata fuga erano stati
riacciuffati dalla polizia, e incarcerati sotto pesanti accuse.
«Mai più deportazioni forzate a
bordo degli aerei Sabena!»: così i cittadini belgi presenti alla cerimonia
funebre tentarono di onorare la memoria di Semira. Molti si chiedevano in quale
paese tocca loro di vivere. Ma è un normale paese della normale Europa di
Maastricht e di Schengen, costruita sull’ideologia del rifiuto dell’Altro,
l’extracomunitario, il non-europeo povero, perché gli stranieri
ricchi, famosi e potenti trovano sempre le porte aperte.
Prima che la vicenda di Semira
giungesse al suo tragico epilogo, il Collettivo contro le espulsioni aveva già
denunciato il clima razzista che ispirava la politica belga sull’immigrazione
(non diversa da quella degli altri paesi europei):
Le persone incarcerate dentro i centri chiusi non hanno
commesso alcun delitto, se non quello di voler fuggire dalla persecuzione e
dalla miseria. Tuttavia vengono imprigionati dentro autentici campi di
concentramento per periodi che possono giungere fino a otto mesi, in condizioni
che si crederebbero appartenere al passato.
La politica del governo belga è un’autentica politica di
deportazione (d’altronde, questo è il termine ufficiale). Ogni richiedente
asilo è considerato come un potenziale truffatore; le richieste d’asilo vengono
trattate in modo arbitrario e iniquo da un’amministrazione al servizio della
politica del Ministero. L’obiettivo annunciato dal ministro Tobback di 15mila
espulsioni l’anno non fa che aggravare tale fenomeno.
Voler evadere dall’orrore costituito da questi campi è del
tutto legittimo, tanto più quando allo scadere della detenzione si trova
soltanto il ritorno alla persecuzione o alla miseria.
Al funerale di Semira, il Collettivo
raccolse molte lucide e amare testimonianze di immigrati, soprattutto donne.
Come quella di Nicole, una ragazza congolese che ha studiato in Belgio ma non
nutre molte speranze nel futuro. «Io non accuso solamente la politica»,
dichiara. «Tutto il mondo è responsabile della morte di Semira. A parte le associazioni
antirazziste, tutti preferiscono che i rifugiati vengano espulsi. È a livello
internazionale che occorre cambiare l’ordine ingiusto delle cose. Ma non
interessa a nessuno. Se l’Africa si risolleva, l’Europa a chi venderà le
proprie armi e i prodotti che non le servono più?».
Oggi, riflettendo su mille tragedie
che insanguinano ogni giorno le stupende coste mediterranee, una vera e propria
mattanza di disperati che pagano fior di milioni ai nuovi mercanti di carne
umana per venire a morire davanti ai nostri occhi, o che sono costretti a
nascondersi fra mille violenze razziste nelle baracche e nelle periferie
dell’Occidente, nasce spontanea una domanda. Ci sono ancora loro, Ferdinando e
Isabella, nel codice genetico di questa ipotetica Europa Unita, sempre più
simile a una fortezza?
Non pochi fra quegli ebrei cacciati
dalla Spagna si rifugiarono in un’altra terra d’incroci e mescolanze che nei
secoli successivi li avrebbe visti pacificamente convivere con cattolici,
ortodossi, musulmani e rom. Quella terra era la Jugoslavia, in particolare
l’Istria e la Bosnia. A Sarajevo ne vivevano molti. Ma una volta di più sono
stati costretti a fuggire, per colpa delle guerre che hanno dilaniato il paese
un tempo chiamato Jugoslavia.
Pellegrini sorpresi sulle antiche rotte
al di là del deserto
aspettano il vento d’Oriente.
A Tolosa, a Cadice, a Siviglia
nei dolci giardini di Cordova
carichi di frutti maturi
dove sottili ancora aleggiano
ombre di alchemiche sfide.
A Barcellona invece
buon odore di cuoio e vecchi libri
nelle nobili stanze al primo piano
sopra Plaza del Rey.
Al di là del deserto
notte senza domani
senza ricordi né promesse
al di là di questo dorato deserto
cercando disegni di stelle
per giungere al di là
in una casa al di là del deserto
dove si specchia la luna
e si gioca e si danza tutte le notti
con le spade nel cuore.
Dalle finestre adesso
entra improvvisa la luce e si biforca.
Brillano lame nel buio delle porte.
Splende di nuovo il sangue sulle pietre.
Prima che il sole tramonti a Gibilterra
la stagione annunciata senza fermarsi passa.
Nel gennaio ‘93 a Rijeka infuria una
gelida bora che procura feroci attacchi d’emicrania. Una strana luna splende
nel cielo rossastro del crepuscolo.
Non è stato facile il viaggio.
Partita da Torino, Anna è passata a raccogliere Maria e me a Milano con la sua
traballante utilitaria. Traversando la frontiera italo-slovena, poi quella
sloveno-croata, nell’atmosfera cupa e ambigua dei luoghi dove si respira la
guerra, sbagliando strada non so quante volte, rischiando di finire in mezzo
alle spopolate montagne dietro Rijeka, e di suscitare il sospetto di arcigni
guerrieri a guardia di anonime baracche promosse al rango di dogane, alla fine
eccoci a destinazione, a Rijeka, una piccola stanza nell’ufficio
dell’Associazione per i diritti umani. Tutto è pronto per dare finalmente
inizio al Laboratorio pacifista delle donne.
Dappertutto si vedono soldati in
tuta mimetica, con le armi a tracolla. Ragazzi giovanissimi ma anche uomini
maturi. Un’atmosfera piuttosto irreale, abbastanza inquietante. «Cosa stiamo facendo qui?»,
è la domanda inespressa che gira nelle nostre teste. Amiche e amici di varie
regioni italiane sono già disseminati in Croazia e in Serbia, per mettere le
basi della grande catena pacifista attiva durante tutto il conflitto.
Già da qualche anno gruppi di donne
nel mondo avevano iniziato a varcare i confini per recarsi nei luoghi delle
guerre. Sono state le Donne in Nero palestinesi e israeliane ad aprire e
indicare la strada che nella guerra jugoslava molte pacifiste italiane hanno
seguito (prima le donne venete, poi il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia, il
Lazio, la Campania, la Calabria, la Sicilia…), costruendo una rete di Centri di
aiuto, attraversando i confini materiali e simbolici imposti dalla guerra,
entrando in relazione con le donne direttamente colpite.
Nei campi profughi della Croazia
giungono ogni giorno migliaia di persone provenienti dalla Bosnia. A Rijeka
vediamo una folla di donne, vecchi e bambini che si stringono l’uno all’altro
come un gregge spaventato. Quasi tutti vengono dalle campagne e mai prima hanno
lasciato il villaggio. Non possiedono più nulla, nemmeno i documenti o le foto
di famiglia. Senza passato e senza futuro, ora vivono in quella terra di
nessuno che sono i campi profughi.
Con la loro secolare capacità di
resistenza alla fatica e al dolore, le donne inventano “ricette di guerra”
usando il poco cibo a disposizione, arrangiano e cuciono abiti, aiutate dai
volontari compilano complicati moduli burocratici. Come fare, però, a riempire
i vuoti, a colmare le assenze, a continuare a stare insieme nella diversità
delle origini, delle nazionalità, dei cognomi, diversità che ti si ergono
davanti all’improvviso come barriere, mentre prima nemmeno ci pensavi? Come
tutelare un senso di sè, una vita di relazione, mentre tutto il mondo sta
andando in frantumi?
Neda, Rada, Nermana, Suada, Suphija,
Mirjiana, Esma e tante altre ci sono riuscite. Donne musulmane, croate e serbe
giunte al Laboratorio di Rijeka con un enorme bisogno di aiuto. A poco a poco
rinascono, ritrovano forza, energia, persino allegria. Sono loro, poi, ad
aiutare le altre, a trasformarsi in volontarie capaci di dare ascolto,
assistenza, calore umano.
Oggi, a distanza di anni, se mi
domando cosa sia stato il “Laboratorio pacifista delle donne di Rijeka”,
capisco che è stato un luogo di accoglienza ma anche un luogo di resistenza
interculturale, un modo per contrastare almeno simbolicamente il non-senso di
quella guerra, e ricostruire i rapporti che la guerra invece vuole annientare.
Un minuscolo ma sovversivo spazio di dialogo opposto alle frontiere, alle
barriere, al silenzio che la guerra impone. Nel Laboratorio le donne
s’incontrano, parlano, lavorano insieme. Non conta che siano croate, musulmane
o serbe. Non conta nemmeno che siano jugoslave. Sono tutte donne colpite da una
guerra assurda, che nessuna di loro ha deciso o contribuito a creare.
Noi da Milano (Donne per la pace,
Casa di accoglienza delle donne maltrattate), loro – le operatrici impegnate
nel progetto insieme a noi - da tutte le parti della ex Jugoslavia, in
particolare dalla Bosnia. Abbiamo organizzato una settimana di vita in comune
per stare insieme, per conoscerci meglio.
Marisa ci suggerisce strategie di
relazione sperimentate nella sua lunga esperienza con le donne maltrattate.
Antonella ci sottopone a miracolosi massaggi. Patty, nata negli Usa ma ormai
milanese, ha deciso di tenerci un corso di inglese, inoltre tentiamo di
imparare il croato. Ci aggiriamo fra papirnica (cartoleria) e paprika
(peperoni) confondendoli di continuo, con effetti esilaranti. Ma poi arriva
sempre il momento delle cose serie.
Siamo nell’isola di Krk, davanti
alla spiaggia deserta, sedute su sassi piuttosto scomodi. In questo tipo di
esperienze, è importante trovare momenti liberatori in cui guardarsi dentro ed
esprimere i sentimenti, le ansie, le frustrazioni e anche le piccole vittorie.
Bisogna tenere a bada i fantasmi.
Mirjana, la psicologa del telefono
Sos, ha lavorato già in un progetto analogo. Per me è importante vedere i
risultati del mio lavoro, poter seguire i progressi delle donne. L’ho capito
negli ultimi tempi, quando le donne contente dei risultati ottenuti hanno
chiesto di includere nell’aiuto psicologico anche i bambini e i mariti.
Suada è felice di questo lavoro
perché ora si sente più forte. Intellettualmente, emozionalmente mi sento
più forte. Non ho più paura di situazioni difficili, specialmente sono contenta
di aver conosciuto donne di valore con cui collaboro, perché penso che da sole
non si possono ottenere risultati positivi. Se fai parte di un gruppo e ti
senti stanca, in certi momenti puoi anche tirarti indietro perché sai che
qualcuno ti sostituirà e il lavoro non si fermerà, poi al momento opportuno
potrai rientrare.
Neda svolge un lavoro di aiuto molto
individuale con le profughe. Il contatto con le profughe mi ha aiutato a
guardare più realisticamente ai miei problemi, perché mi s’impone un paragone.
Molte persone non hanno più nemmeno l’acqua, e io almeno quella ce l’ho. Ciò
non vuol dire che non sia mai entrata in crisi, a volte ho incubi terribili,
quando i problemi personali raggiungono un punto critico. Ho cercato di dare il
massimo in tutte le situazioni, anche se talvolta i miei problemi e i problemi
delle profughe si accavallano e allora ho bisogno di staccare per un po’. Con
questo lavoro ho rafforzato i rapporti con le altre, perché quando non sono
capace di trovare da sola una soluzione per qualche problema, allora rendo
partecipi le altre, collaboro con le altre, sento diversi punti di vista. Penso
di occuparmi di questo lavoro per i prossimi cento anni. - Risate. - Ora
la iscriviamo a un corso a Milano, suggerisce qualcuna. Mirjana aggiunge:
Forse Neda dovrebbe imparare un po’ a proteggere anche sé stessa. Neda dice
ancora: A Sarajevo c’è veramente bisogno di un’organizzazione del genere, le
donne hanno un aiuto da questo. Penso al rientro, vorrei rafforzarmi al
massimo, raccogliere quanta più esperienza possibile per poterla trasferire in
Bosnia, affinché questo rientro non sia mitico.
Esma è un’avvocata e lavora nel
programma di difesa dei diritti umani delle donne che sono state fisicamente
maltrattate e hanno ferite più o meno gravi: lei spiega come possono difendersi
dai maltrattamenti subiti dai loro mariti. In linea di massima sono tutte
pronte al divorzio, però sono molto spaventate e hanno paura di perdere i
figli. Le invio al centro per l’assistenza sociale dove si organizza una sorta
di consiglio di pace, e si cerca di riavvicinare i coniugi, poi al tribunale.
Qui al Laboratorio teniamo un colloquio preliminare che si è rivelato molto
importante. Le donne riescono a parlare, piangono, si sfogano, poi si sentono
alleggerite, sono contente e si vede dalla frequenza con cui vengono. Si è
sparsa la voce e cercano aiuto anche molte donne residenti a Fiume. La mia più
grande soddisfazione è aiutare i giovani che sono fuggiti dalla Bosnia, vengono
qua e non sanno cosa fare, non sono ben accetti, ricevono proprio l’espulsione.
Cerco di consigliarli legalmente. Invitiamo a far ricorso contro questa
decisione, poi li aiutiamo ad acquisire lo status di profughi, e nei casi
estremi li aiutiamo a espatriare. Sono quasi tutti ragazzi coetanei di mia
figlia e aiutarli mi dà energia per il lavoro.
Jasna in Bosnia ha subito
maltrattamenti in un campo di concentramento, ma è riuscita a sopravvivere e a
resistere. Sono responsabile del laboratorio artigianale, ho l’esperienza
più lunga fra tutte le attiviste. Sono grata alla sorte di essere capitata qui
dopo l’esperienza del campo di concentramento in Bosnia. Così sono riuscita a
superare molti brutti momenti, molte difficoltà, sono riuscita a recuperare
l’autostima, lavorando e aiutando le altre, anche se a volte ho esagerato col
lavoro e sono entrata in crisi. So purtroppo cosa significa subire violenza,
nel campo in Bosnia tante volte ho rischiato
anch’io di essere stuprata, però ho avuto un meccanismo di difesa; la donna ha
moltissime risorse, fino a quando non si trova veramente in pericolo non lo sa,
non sa quante energie possiede. Già in Bosnia aiutavo spontaneamente, ma con
l’esperienza che ho adesso potrei aiutare molto di più, allora non sapevo
ancora, la paura e il desiderio di sopravvivenza è molto forte nelle donne. Il
mio più grande desiderio è di rientrare in Bosnia.
Nermana lavora con Jasna. Ci
completiamo nel lavoro, ci consultiamo. Cerchiamo di rendere quanto più serena
possibile la permanenza delle donne nella casa di accoglienza. Voglio aiutare
tutte in egual modo, indipendentemente dalla zona di provenienza. È successa
una cosa interessante, abbiamo scoperto, noi che lavoriamo in questo progetto,
di non aver mai tempo di parlare delle nostre esperienze. Solo ora, dopo tanti
mesi, siamo riuscite finalmente a parlare di noi. Aiutando le altre, in realtà
aiutiamo anche noi stesse, risolvendo un caso si trova una via d’uscita anche
per altri casi. Siamo ancora molto rigide e contratte, anche Antonella se n’è
accorta facendo i massaggi. Pian piano ci stiamo liberando proprio grazie
all’ambiente positivo in cui ci siamo trovate. Penso che dobbiamo continuare
così, insieme, a risolvere tutte quante i problemi di ciascuna.
Rada è di nazionalità serba.
All’inizio era traumatizzata, impaurita, ansiosa. Pian piano è riuscita a
riprendersi. Il gruppo mi ha aiutata, ora cerco di rendermi utile, mi sento
più sicura. Grazie alle donne del Laboratorio sono riuscita a superare tutte le
situazioni, non credo di aver finora aiutato moltissimo perché non mi sento
ancora in grado, però lo vorrei tanto e spero che potrò farlo. Mio marito è
stato ucciso, è la prima volta che riesco a dirlo, sono passati tanti mesi,
solo ora sono riuscita a trovare la forza per dirlo. Penso che questo stare
insieme mi aiuti.
Dove sono i confini?
Attraversando il confine
fra terra e terra
la strada è come un fiume.
Cancellerò i vecchi nomi
se sono quelli del tempo
che ci ha spartito
e schierato
su sconosciute frontiere.
Attraversando il confine
fra gente e gente
il fiume è come un mare.
Cercherò nuovi approdi
se negli antichi porti
sventolano ancora draghi
su sanguigne bandiere.
Attraversando il confine
fra mare e mare
la terra è come un’isola
nel fondo lago del tempo
il giorno del risveglio.
Attraversando il confine
fra strada e strada
l’isola è come il mare.
I solchi profumano
ancora di mare
e i sassi levigati dal sole
disegnano labirinti.
«La Bosnia è stata un test. Qui si
sono fatte le prove generali di uno spettacolo che si rappresenterà domani
anche in altri luoghi». Così mi dissero le amiche bosniache, all’inizio della
guerra. E oggi, a oltre un decennio di distanza, tutto conferma che avevano
ragione. D’altro canto, in Italia già avevamo percepito la prima guerra del Golfo,
nel ‘91, come un discrimine che apriva le porte a minacciosi mutamenti
dell’assetto planetario, una fase storica diversa e inquietante.
Difatti la guerra è tornata a far
parte degli incubi quotidiani e dei titoli sui giornali. Torna la minaccia nucleare,
mentre si studiano nuovi modelli di armi capaci di sfuggire ai divieti
internazionali. (2) Dopo le guerre mondiali, dopo Hiroshima e Nagasaki, dopo le
armi chimiche e batteriologiche, la guerra è ancora fra noi, e agita la sua
falce mascherata con inutili travestimenti: “intelligente”, “umanitaria”,
“preventiva”, “infinita”. Ma è sempre e solo guerra, corpi, sangue, stupri,
torture, massacri, stragi.
Troppe persone nel mondo si fanno
ancora intrappolare da false parole. Questo è accaduto per la guerra jugoslava:
da anni, in tutte le repubbliche, accademici, intellettuali e politici andavano
riesumando vecchie ideologie, vecchie tragedie, vecchie leggende. Fantasmi
nazionalistici utili a suscitare un odio abilmente alimentato per distogliere
l’attenzione dalle crisi economiche che stavano per ricacciare il paese nella
povertà, mentre i leader si riempivano letteralmente le tasche d’oro - in altre
parole, ammassavano conti miliardari nelle banche off-shore. Quell’odio
costruito attorno a miti inventati è il fuoco necessario a infiammare i
“patrioti” e a scatenare i massacri.
Nei dibattiti privati e pubblici di
tutta Europa iniziarono allora a vorticare, come girandole impazzite, concetti
complessi attorno ai quali si discute e ci si contrappone da almeno tre secoli:
nazionalismo, federalismo, autodeterminazione, integralismo, identità, confini,
frontiere, etnia, patria… Chi si richiama alla sovranità nazionale e chi al
diritto d’ingerenza, chi ai diritti universali e chi all’internazionalismo
proletario, chi si proclama cittadino/a del mondo e chi porta ad esempio i
baschi, gli irlandesi, i kurdi, i palestinesi. Chi parla del melting pot
e chi dei ghetti etnici. Chi si scaglia contro il concetto stesso d’identità e
di popolo, e chi reclama il rispetto delle differenze culturali.
Quasi sempre semplicistici aut
aut: o di qua o di là, o per l’identità o contro, ma in
queste dualistiche gabbie concettuali la complessità delle situazioni concrete
si perde. Le risposte astratte e standardizzate della politica, modellata da
millenni sull’ordine patriarcale, si rivelano inadeguate all’articolazione
plurale ed eterogenea delle realtà territoriali.
Ho spesso pensato che esista una
differenza del pensiero femminile utile a guardare appartenenze e identità da
un altro punto di vista. Sono ipotesi, certo. Ma perché non dare conto delle
esperienze, delle testimonianze, dei percorsi concreti seguiti da molte donne
negli ultimi decenni, e tentare di trarne il senso, delineando una prima minima
chiave di lettura per decifrare almeno in parte il sentire femminile sulla
guerra, sul concetto di patria, sui confini?
Una possibile differenza emerse a
Novi Sad, in Vojvodina, nell’estate ‘92, durante un incontro organizzato dalle
Donne in nero di Belgrado.(3) Siamo tutte sedute in cerchio sul prato e
iniziamo a interrogarci: che cosa significa “appartenenza”, che cosa significa
“confine”? Sul mio notes segno alcune cose dette dalle amiche jugoslave, che mi
paiono preziose proprio per capire e misurare l’enorme distanza tra le finte motivazioni
dei signori della guerra e i veri sentimenti delle persone.
Indira Io vivo a Belgrado ma vengo dal Montenegro, da una
famiglia etnicamente mista, e forse questo ha influito sul farmi sentire non
appartenente ad alcuna nazione, non ho mai pensato a quale fosse la mia etnia,
neanche quando sono venuta a Belgrado e quando è cominciato questo
nazionalismo. Io posso definirmi come una persona transnazionale, ad esempio mi
piacciono molto i canti macedoni, mi piace la dolcezza della gente di Serbia, l’esattezza
degli sloveni. Insomma, sono una persona nata in Jugoslavia, questa è la mia
unica appartenenza.
Lidija Adesso vivo a Belgrado, ma sono nata a Pola e ho
vissuto nel Montenegro, in Slovenia, in Croazia. Mi sento molto perplessa per
quello che sta accadendo da noi. Sono una persona senza patria, sono straniera
nella mia stessa repubblica, sto pensando cose che non ho mai pensato prima, ma
adesso mi sento costretta a pensarci. Lo sento come una forma di attacco contro
di me, vorrei che questa pazzia nazionale finisse e che ricominciassimo a
vivere come prima.
Marjeta Ho sempre vissuto vicino al confine, prima vicino
al confine con l’Austria e adesso con l’Italia e anche la Croazia. Sento che il
confine è una cosa non naturale, cos’è un confine?, mi sono chiesta più volte:
è quello che sta dentro di noi, un confine tra il male e il bene, e pensiamo
queste cose specialmente quando tutto è difficile come ora. Voglio essere leale
ai valori, ad esempio il lavoro. Per quello che riguarda la politica è un’altra
cosa, quando ho sentito che gli sloveni vogliono alzare barriere ho chiesto
cosa accadrà se le barriere le alzano anche il Belgio, l’Austria... Non so cosa
sono io in questo momento, sono niente, forse appena un essere umano...
Ana Ho sposato un serbo, tutta la mia famiglia vive in
Croazia, mi preparavo mentalmente per l’Europa, adesso vogliono che sia una
croata, che mi senta tra i miei in Croazia, e in Serbia vogliono che mi senta a
mio agio tra i serbi, che mi senta serba. Io invece mi sento a mio agio qui,
tra gente che condivide le mie opinioni.
Vera Sono di Belgrado. Il mio primo contatto con la
nazione è legato all’infanzia, mia nonna è tedesca, mio nonno è serbo della
Romania, è rimasto nella famiglia il pensiero che è molto positivo quando si mescolano
origini diverse, perché i bambini sono più belli. Nel convegno di Venezia con
le donne di Zagabria ho detto che sono una donna jugoslava e forse l’ho detto
perché sento tristezza per la Jugoslavia, ma mi sono resa conto che dire di
essere jugoslava è una cosa non legittima. Mi sono domandata più volte cosa sia
il nazionalismo, perché il nazionalismo sveglia tante basse passioni nella
gente? Perché giustificano i massacri e dicono che è diverso se massacrano un
serbo o massacrano un musulmano?
Rada Nel mio villaggio vivono slovacchi, serbi,
ungheresi. Nel mio villaggio ci rispettiamo tutti e credo questo sia un ponte
fra le diversità che può permettere anche la pace. Sento che non ci siamo
opposti alla guerra come avremmo dovuto, sono disperata per questo, e vorrei
che i contatti di amicizia e solidarietà continuassero.
Riflettendo su queste testimonianze,
capisco che per alcune donne quello che conta davvero è il legame con l’ambito
del vissuto affettivo, con il territorio conosciuto. Altre sognano una profonda
libertà da ogni vincolo imposto, da ogni istituzione nazionalista. Se devono
dichiararsi, dicono di sentirsi “cittadine dei sentimenti”, “cittadine del
mondo”. Queste donne non seguono fedeltà obbligatorie. Le frontiere
rappresentano per loro un’astratta imposizione. È il mondo della relazione che
conta. Relazione dinamica e mutevole, con il simile e con il diverso, relazione
che non accetta barriere.
Danzano strane parole
attorno a un fuoco solitario.
Bruciano i roghi del vecchio mondo
tutte le finte verità
le nuove aurore che verranno.
Ancora non esiste strada
non esiste città
dove potersi incontrare.
Non ora non qui
non in questo tempo
pensato da un dio sbagliato.
C’è chi inventa
segreti giardini di ortensie
e nella mente li coltiva.
Chi perdendosi
ha conosciuto l’inferno
e il suo contrario.
Chi oltre la storia attende
al tramonto
nell’immensa pianura
il disegnarsi lento
di un altro orizzonte.
A poco a poco imparo a conoscere
soprattutto le donne bosniache - tra le profughe sono in maggioranza -, il loro
modo di essere e di vivere, la loro cultura quotidiana, così simile all’antica
cultura femminile del Sud italiano. Due culture che affondano le radici nello
stesso profondo humus mediterraneo.
Con le amiche del Laboratorio siamo
spesso ospiti a casa di Suada o delle altre operatrici del Centro. È normale
portare piccoli doni, frutta, dolci per i bambini, qualche giocattolo, una
sciarpa, una crema per la pelle che lì non si trova più e di cui le donne
sentono molto la mancanza.
“Portare un dono” è un antico gesto
rituale, e “offrire qualcosa” all’ospite in visita è un rito altrettanto
antico. La nostra giornata è scandita dai kahva, i caffè serviti nel
piccolo bricco di rame, che aiutano a scaldarsi nel freddo inverno del golfo
del Quarnaro. Chiamato kava, kafa o kahva, secondo che ci
si trovi in Serbia, in Croazia o in Bosnia, per gli jugoslavi il caffè è un
vero e proprio rito che sigla l’amicizia.
Spesso, dal piano di sopra, la
gentile mamma di Suada ci manda pitte di sottile e fragrante sfoglia
ripiene di verdura, e qualche bicchiere di un delizioso sciroppo di rose,
ricetta segreta di famiglia. Un giorno speciale veniamo invitate a dividere un
piatto di bosanski lonac, la pentola bosniaca,(4) antica ricetta
tradizionale. Molte verdure misteriose e qualche pezzo di carne cuociono
lentamente in una grande pignatta di coccio, annerita dal tempo e dal forno. È
un piatto della cucina popolare. La sapiente mescolanza di ingredienti e la
lunga cottura gli danno un sapore straordinario.
Se vi ripenso, il ricordo di quel
sapore s’identifica nella mia mente con la speciale mescolanza che
caratterizzava il mondo bosniaco prima che la guerra lo cancellasse: un mix di
culture differenti che sapevano stare insieme senza negarsi a vicenda. Nella
mia fantasia, ha lo stesso profumo che dovevano avere il Medioevo andaluso, la
Provenza del Gaio Sapere, la Sicilia di Federico II o la Costantinopoli dei
secoli d’oro. Terre d’intrecci e di feconde mescolanze.
Appena il tempo migliora, ci sediamo
a lavorare sul terrazzino davanti a casa, un fazzoletto di cemento sulla
collina dietro Opatjia, tra profumate siepi di lavanda e rosmarino che lì
crescono quasi spontanee. In lontananza s’indovina il mare. Le profughe arrivano
di continuo al Centro con una montagna di problemi. Lavori da organizzare,
decisioni da prendere, documenti da scrivere, appelli da diffondere… Ma ogni
tanto nei discorsi s’intromettono le nostre storie personali, non soltanto per
allentare la tensione, ma proprio perché un’importante differenza, nell’agire
politico femminile, è proprio la capacità di non separare la vita dalla teoria,
la mente dal corpo, la ragione dai sentimenti. La capacità di umanizzare
l’agire politico, di renderlo concreto, corporeo, personale.
Accogliere l’ospite è una vera e
propria cerimonia. All’ospite si rende onore offrendo cibi o bevande, e
a sua volta l’ospite sa che deve portare un’offerta. I dolci, il caffé,
i piccoli doni, le chiacchiere… Sono inutili cerimonie, o è proprio un
modo di concepire la vita e i rapporti, un modo profondamente femminile e
inconsapevolmente rituale? Un codice di mediazione ereditato da un antichissimo
passato? Un’offerta capace di creare pian piano il terreno dell’incontro e
anche di metabolizzare le differenze, gli eventuali conflitti?
L’incapacità di elaborare
positivamente il rapporto con l’altro, con il diverso, è uno dei
nodi cruciali del nostro tempo, un alfabeto utile a capire le guerre di oggi e
di ieri, un alfabeto composto di particolarismi, nazionalismi, integralismi,
separatismi. Nelle guerre jugoslave il substrato etnico rimasto silente durante
gli anni di Tito è stato capziosamente risvegliato, stimolato, usato per
costruire la base del conflitto. Ha straziato migliaia e migliaia di vite, ha
diviso famiglie e in molti casi ha allontanato per sempre le persone
sopravvissute dalla propria terra. (5)
Suada è di nascita bosniaca ma da
tanti anni vive in Croazia, e molto è vissuta anche a Belgrado; serbo-bosniaco
è il padre della sua prima figlia, e serbo era il compagno da cui ha avuto il
secondo. Mescolanze di questo tipo riguardano una percentuale altissima di
famiglie della ex Jugoslavia. I documenti la definiscono Musulmana.
È vero, una parte dei bosniaci sono
stati dichiarati “Musulmani” da Tito proprio per riconoscerne una cittadinanza
e quindi tutelarla, ma ne sono purtroppo nate tragiche conseguenze. Confondere
la cittadinanza con una confessione religiosa, negare la laicità che è base
necessaria di ogni organizzazione civile, può aprire la via a schieramenti
integralisti.
- Noi bosniaci musulmani non ci
sentivamo differenti dai nostri vicini, non stavamo nemmeno a pensare se
fossero musulmani, croati o serbi. Ce ne accorgevamo soltanto in occasione
delle feste religiose che in qualche modo appartenevano a tutti, era un
bellissimo modo per moltiplicare le ricorrenze, gli incontri, i giochi, i cibi
speciali. Una felicità per i bambini. Ho sempre permesso ai miei figli di
partecipare alle feste natalizie degli amici cattolici, comincia a spiegarmi Suada un
giorno che troviamo un po’ di tempo per parlare più a lungo. Siamo a Tuzla, in
Bosnia, a un’assemblea di gruppi pacifisti jugoslavi e internazionali. Con la
sua storia di vivace presenza operaia e sindacale, durante la guerra Tuzla ha
continuato a rappresentare un luogo di resistenza e di convivenza, di dialogo e
di civiltà.
- Suada, parli di un mondo che sembra scomparso, distrutto
dalla guerra che oltre ai corpi annienta le culture, le civiltà. Anche quando
non uccide, cambia le persone e i rapporti.
- Mi pare di aver passato un’università che non esiste da
nessuna parte. Uno studio molto difficile, grave, pericoloso, ma sono contenta
perché ho superato tutto questo riuscendo a conservare alcuni principi
generali. La solidarietà con le vittime, con le altre donne, la sincerità… Una
serie di principi che ho sperimentato nella realtà, nelle situazioni concrete,
e quindi hanno perso la loro astrattezza per diventare vita vissuta.
- Vuoi dire che ora ti senti diversa?
- In un certo senso mi sento migliore. Nei primi anni della
guerra mi sembrava di essere distrutta. Tutta la mia struttura psicologica, la
mia educazione, la cultura, tutto era distrutto dai sentimenti ispirati dalla
guerra, dalla fatica del lavoro. Poi pian piano è nata un’altra struttura.
- Già, è come se tu fossi passata attraverso una prova del
fuoco.
- Sì, in un certo senso. Non si può modificare un modello
sbagliato. Noi non riuscivamo mai nelle nostre vite a cancellare le cose
sbagliate. Se fai una casa che non ti piace, non avrai mai comunque il coraggio
di distruggerla. Poi però arriva un terremoto e tu sei costretta a ricominciare
dalle fondamenta.
- Sei una donna forte, coraggiosa, nonostante tutto hai
continuato a lottare e ad agire per te e per gli altri.
- Avevo problemi con la polizia, la sopravvivenza, i figli,
ma ciò che mi colpiva di più erano i rapporti con le persone e le conseguenze
anche spirituali su di me. Durante la guerra rischi di perdere le amicizie. La
gente cambia, per paura, per interesse, per chissà cosa. Specialmente verso una
pacifista, che viene vista come una persona diversa, senza potere, senza
sostegno, una persona debole. Vedendoti debole, ti attaccano. Non era un
conflitto, ma proprio un attacco. Dietro c’erano motivi concreti, materiali, ma
i primi due o tre anni io veramente non capivo perché mi attaccassero. Ero
preoccupata di superare le conseguenze politiche e psicologiche della guerra,
di trovare un’idea, una strategia per tenere unite le persone, difendere i
diritti. Così non pensavo che altri potessero invece farsi guidare da interessi
meschini. Però, per fortuna, ho trovato anche tantissimi nuovi amici, con cui
era possibile lavorare.
- Aprendo il Laboratorio delle donne abbiamo iniziato un
lungo percorso che ci ha cambiate nel profondo. Lo pensi anche tu?
- Se ci ripenso vedo che tramite questo progetto ci siamo
collegate fra donne diverse, e abbiamo lavorato con tanti problemi, perché
c’era tanta paura, c’era la guerra, ma adesso penso anche che non ci siamo
incontrate per caso, e che abbiamo imparato molto, l’una dall’altra. Abbiamo
imparato a superare gli errori, a rimediarli con l’aiuto che veniva da fuori,
senza critiche o condanne. Il nostro è stato il primo gruppo che ha realizzato
il telefono Sos per le profughe in Croazia. Era un progetto veramente completo,
perché aiutava le donne su ogni piano, e creava una possibilità di continuare
da sole, dopo alcuni mesi di sostegno. Non abbiamo mai avuto tempo di farlo
conoscere, perché c’era troppo lavoro. Eppure vale la pena di sottolinearne
ancora oggi il senso profondo che ha avuto, contro ogni divisione. Da noi
arrivavano donne di ogni provenienza, di ogni età e stato sociale. Tutte erano
in una situazione gravissima. Cosa abbiamo concluso da questa esperienza?
Perché è molto importante per le altre donne conoscere l’esperienza delle donne
profughe? Io ho vissuto una storia personale simile, quando ho divorziato: sono
stata senza casa, senza lavoro…
- Come una profuga?
- Sì, come una profuga. Ho capito cosa può succedere alle donne:
ogni donna può entrare in una situazione gravissima a causa di una malattia, di
un divorzio, della perdita del lavoro e, naturalmente, della guerra. Basta
poco. E così abbiamo costruito il progetto dell’aiuto. È stato proprio un
laboratorio.
- Prima della guerra avevi già lavorato con un gruppo di
donne?
- No, mai. Io preferivo sempre il mondo dei maschi. Da
bambina avevo visto come vanno le cose: le donne non sono considerate, valgono
soltanto i maschi. Va bene, allora vado coi maschi! È durante tutto questo che
sono diventata veramente una donna. Adesso posso dire che non è una donna
quella che non aiuta un’altra donna, che non è solidale con un’altra donna e
non capisce.
- Avevi mai pensato che potesse scoppiare una guerra?
- Sì. Da alcuni anni prima. Ho studiato la politica e quindi
capivo questa cosa fondamentale: il governo che non può più governare sulla
base di un’ideologia e di una stabilità economica, usa la violenza per
guadagnare consenso e potere. C’era uno scenario molto interessante nella
Jugoslavia fine anni Ottanta. I gruppi, i movimenti, tutti cercavano il modo di
rinnovarsi perché il sistema era già indebolito. Ma io pensavo, e non solo io,
anche altri pensavano che il potere non poteva più assicurare il livello di
vita e allora avrebbe usato la violenza, ci sarebbe stata sicuramente la
guerra. Ricordo un incontro. C’era tanta gente, a Rijeka. Un collega di
Zagabria diceva: no, non è possibile che facciano una guerra. Ecco il conto: ci
sarebbero due milioni di profughi, cinqucentomila morti, troppe perdite
economiche… Impossibile. Non la faranno mai! Qui da noi si sa già da prima che
ogni guerra dura almeno quattro anni, quante saranno le vittime…
- Mi raccontavi un giorno del tuo compagno, morto proprio
agli inizi della guerra. Dicevi che aveva già previsto tutto.
- Sì. Lui sapeva. Era un docente di sociologia, più anziano
di me. In una frase sola disse: qui avremo una cosa mai vista. Aveva
l’esperienza della lotta durante la Seconda guerra mondiale. Stava
nell’organizzazione dei giovani comunisti, quasi tutti uccisi in guerra oppure
deportati in un’isola dove anche lui è rimasto quattro anni. Venivano
maltrattati, torturati. Lui conosceva le persone che costruiscono i lager
ideologici. Mai avremo dei mutamenti veri, mi disse, fino a quando
sopravviveranno questi individui di cui nessuno riesce a scoprire il vero
ruolo. Sono sempre attivi, in senso politico, adesso a Belgrado e dappertutto.
- Lui viveva nell’ambiente accademico, pensava che gli
intellettuali avessero qualche possibilità di prendere posizione per fermare la
guerra?
- Cercò di coinvolgere colleghi e colleghe dell’università
per organizzare un comitato, un movimento per la pace, ma la gente non credeva
alla guerra e qualche volta rideva. Io sono stata con lui a Lubiana, a Zagabria,
a Spalato, a Novi Sad, a Sarajevo, per promuovere questo movimento, e ho visto
le persone scherzare.
- In quale anno?
- Nel ‘90, forse fine ‘89.
- Ma secondo te, c’erano altri nel
resto della Jugoslavia ad aver capito in anticipo cosa sarebbe accaduto?
- Le comunicazioni sociali non erano
molto sviluppate, quindi ognuno poteva pensare di essere l’unico intelligente
ad aver pensato così! Ma sicuramente c’erano uguali iniziative altrove. Tutte
senza consenso. D’altra parte aveva molto successo l’Associazione per una
Jugoslavia democratica, ma finì con la guerra. Da lì però sono nati altri
partiti e associazioni nuove, impegnate adesso nei movimenti.
- Prima della guerra pensavi mai al
fatto di essere musulmana, o non ci pensavi per niente?
- Io appartenevo a quel tipo di
persone che non hanno mai sottolineato la nazionalità. Mi sentivo essere umano,
donna, madre, giornalista, pacifista… Se si doveva dire un’identità rispondevo:
jugoslava. Il mio primo marito era serbo, i miei
figli sono misti: quindi mi sembrava corretto dire così. Ora questa categoria
non esiste più, è stata distrutta: adesso devo dire bosniaca musulmana, secondo
la mia origine familiare.
- Non avresti immaginato un futuro
come questo.
- A essere sincera, io pensavo
sempre all’amore, questa era la mia ideologia! E cosa ho scoperto? Durante la
guerra tutto quello che facevo per amore e con amore aveva successo. Io e una
mia amica da giovani avevamo scelto di studiare francese, all’università,
perché secondo noi era la lingua dell’amore. Poi lei ha concluso gli studi di
francese e io invece ho cambiato e sono diventata giornalista. Quando è
scoppiata la guerra e ho cominciato a lavorare come pacifista, tutto quel
francese che avevo studiato con amore negli anni lontani mi è servito moltissimo.
Ad esempio, riflettevo su mia figlia che non accetta nessuna ideologia, né
comunista né anarchista né capitalista, come molti giovani. Ho analizzato come
vive, le cose che ama, e ho scoperto una cosa interessante: l’unica strada che
lei segue sempre è la bellezza, dentro di lei, fuori di lei… Bene, anche questa
è un’ideologia, se intendiamo questa parola in un senso più ampio e non
soltanto politico. Può essere un’idea che ti guida, un valore. Per me è
l’amore. Tante volte, naturalmente, con la propria ideologia poi capita di
sbagliare.
- Però tu analizzi sempre le
situazioni dal punto di vista politico.
- Questa è una forma del lavoro, ma
dentro c’è l’amore. Io penso che dentro ogni impegno forte ci sia un’emozione
forte, una motivazione, un orientamento. Per qualcuno purtroppo è la volontà di
potere, una lotta per il potere.
- A proposito di potere e di poteri,
pensi sempre che l’attacco alla Bosnia sia stato preparato in precedenza?
- Inizialmente pensavo che la guerra
in Jugoslavia fosse iniziata con lo scopo di distruggere la Bosnia, ma ora non
ne sono più sicura. Forse la distruzione della Bosnia è stata una conseguenza
della distruzione della Jugoslavia, perché l’interesse avrebbe potuto essere
quello di distruggere un paese comunista alternativo. Le nostre esperienze di
autogestione già praticata, la nostra economia pianificata. Ma quando scateni
la violenza, non puoi più guidarla solo verso i tuoi fini. Il ruolo che ha
avuto la distruzione della Bosnia mi fa pensare a ciò che è accaduto con il Ruanda,
in Africa: si distrugge una regione non per caso, ma per un progetto, per
svuotare un grande spazio attorno in cui insediarsi più facilmente ed
esercitare un controllo strategico. La distruzione allora deve essere veramente
totale, quasi un genocidio.
- Secondo te di chi era il progetto?
A chi conveniva la guerra nella ex Jugoslavia?
- Anche noi vorremmo saperlo. Perché
ad esempio la politica internazionale ha due facce, anzi meglio, due mani: con
una mano ti porta le bombe, con l’altra ti porta l’aiuto! Puoi immaginare la
gente in un paese bombardato che vede solo la mano che ti porta il pane.
- Pensi che volessero rifare una
divisione, sostituire il Muro di Berlino con un altro e diverso muro?
- Il problema è il muro nelle teste,
il militarismo. Il militarismo ha bisogno di muri per produrre guerre, armi.
- L’industria delle armi ha bisogno
delle guerre, le guerre hanno bisogno di muri…
- Certo, tutto è collegato. C’è
un’analisi economica secondo cui società multinazionali hanno concentrato
moltissimo capitale non impiegato, perché la produzione classica in molti
settori non dà più profitto. Uno dei settori che ne produce di più è il
commercio di armi.
- Rimane la domanda: perché la
Bosnia?
- Perché la Bosnia era una società
più debole. In Bosnia non c’è mai stata un’idea forte dello stato. I bosniaci
hanno sempre avuto una cultura civile molto forte, ma questa cultura si
distrugge facilmente durante una guerra. Ora per fortuna sento che i legami
riprendono di nuovo. Per spiegarmi cosa è veramente accaduto, io preferisco
utilizzare una categoria sociologica secondo cui nel mondo esiste un
subimperialismo, un subfascismo. È un modello latinoamericano: c’è una
oligarchia che guida, ma diretta da centri di potere esterni. E noi siamo
entrati in questa dimensione.
Durante tutta la guerra e anche
dopo, fin quando ha governato Tudjman, Suada non potè ottenere il permesso di
soggiorno. Era considerata straniera, pur vivendo nella casa dei genitori che
in Croazia risiedono da tanti anni e ne hanno la cittadinanza, la famosa domovnica.
Naturalmente, in questo rifiuto molto contava il fastidio per il suo impegno
pacifista e per i diritti civili.
Non c’è più bosco là fuori
Ogni colore spento.
Archetipi vani s’impietrano
dentro isole di vento.
Ruota l’eclittica e vibra
la sua risata infernale
come un dardo nel cuore
di noi graffiti per sempre.
Fermenti nel buio
serpeggiano lenti.
Lavora la terra
segreta e oscura.
I semi, i segni, i sogni,
le danze dei metalli
il codice nei sigilli
e il volo degli uccelli.
Il vento, le parole
il fluire dell’acqua
e il tremito nell’aria.
Nozze di fuoco.
Libertà immaginaria.
Sostanza incandescente.
Distilla la mente
le sue contraddizioni.
Nero irrompe
per nuove leggi del tempo
un diverso pensiero.
Le mura nella mente, più
inaccessibili e insuperabili di quelle di pietra. In Toscana, in Umbria, nelle
Marche molte città murate sono rimaste ancora intatte. Mura che rappresentavano
senza dubbio un confine e un limite, per entrare e per uscire. Varcandole,
potevi percepire il senso di un’identità da scoprire, un enigma da risolvere,
un rapporto da vivere, un’avventura da rischiare, un potere da sfidare. Da
quelle antiche cinte emana ancora un fascino misterioso. Lo spazio interno,
così circoscritto, sembra più denso di vita, di storia e di storie, di suoni,
di voci, di musiche e di odori.
Non si può parlare di muri e di mura
senza pensare a Berlino, fortunatamente solo un ricordo, o all’orrendo muro che
gli israeliani costruiscono per imprigionare i palestinesi in un ghetto e
impedire loro qualsiasi accettabile forma di stato. Ma le mura di pietra delle
città medievali, con le loro splendide porte, erano un’altra cosa. Erano
confini in qualche modo valicabili, sgretolabili, tanto è vero che nel corso
dei secoli ne sono crollate molte: chi ricorda, ad esempio, che Milano era
cinta da numerose cerchie di torri e mura che la rendevano segreta e
bellissima? (6)
Confini davvero invalicabili ormai
esistono dentro le città. Barriere invisibili che isolano individui e
gruppi in tanti mondi a parte. Milano ne è un esempio. Ieri nel centro
cittadino convivevano fianco a fianco persone di differente età e condizione
sociale. Era l’immagine del mondo reale con la sua eterogeneità, la mescolanza,
anche le crudeli differenze.
Oggi l’esodo forzato degli ultimi
vecchi e delle ultime botteghe dalle antiche case, ristrutturate in condomini
extralusso, ha fatto del centro di Milano un luogo asettico dove, come in un
acquario, vivono soltanto alcune specie protette: architetti, stilisti,
modelle, finanzieri, divi, calciatori. E banche. Un omogeneo bosco elitario,
insomma, non certo una foresta naturale ricca di molteplici essenze.
Così si formano nuove caste e nuovi
paria. È un fenomeno che non riguarda però solo il centro. Anche altre zone
della città si sono gradualmente uniformate al proprio interno, anche nelle
estreme periferie si riproducono meccanismi di selezione/esclusione legati a
paradossali concetti di status, rinviando all’idea di confine come barriera
eretta a difesa di un privilegio, non importa quanto reale o immaginario.
Recinti visibili e invisibili
sanciscono la morte della città intesa nel senso migliore del termine, come
forse era la città italiana del Rinascimento. Quello era un mondo in cui era
possibile sperimentare ogni giorno la vita come per millenni è stata: casuale,
imprevedibile, sporca, magnifica, barbara, promiscua, fragile.
Le nostre città sono ormai divenute
un luogo di non-relazioni se non quelle programmate entro binari prefissati. Un
luogo di povertà umana in cui un popolo di ectoplasmi griffati, dentro scatole
di latta, naviga a vista verso bunker di silenzio. Invece un tempo la città, la
piazza, il mercato erano i luoghi dell’incontro, della parola, della conoscenza,
del rapporto con il mondo e con la realtà.
Quando oggi si dice mercato, la
prima immagine che si affaccia alla mente è quella di un mostruoso monolite
monopolista, un grumo di concentrazioni, l’opposto della pretesa libertà di
concorrenza. A ben altro corrispondeva un tempo questa parola.
Ecco cosa dice il Petrocchi del
1894: 1. Luogo dove il pubblico si raccoglie tutti i giorni o a giorni fissi a
comprare, vendere e contrattare, e la riunione stessa. 2. Adunanza, riunione di
persone in dati giorni; 3. Qualunque gran quantità di roba.
Il Premoli, vocabolario nomenclatore
illustrato, enumera i seguenti sinonimi: bazar (vedi persiana); campo; emporio;
fiera (grosso mercato); foro (latino forum); mercatino; piazza; piazza venale;
agorà (antica Grecia); bezestan (mercato turco); gostinnoi dvor (russo); halle
(francese, piazza coperta): karmesse o kermesse (mercato in cui si tengono
processioni e giuochi in Olanda).
Luogo. Città. Piazza. Merce. Roba.
Cosa. Contratto fra persone. Incontro. Scambio. Fiera. Processione. Gioco. Sono
declinazioni e attributi che hanno un sapore pieno, fortemente corporeo,
concreto e relazionale. Esattamente il contrario del vuoto a cui rimanda
l’astratto gioco del mercato finanziario di oggi, quell’economia di carta che
consente gli spaventosi arricchimenti di pochi e la miseria di molti.
Senza dimenticare che il mercato era
per tradizione il luogo d’incontro e di relativo potere delle donne. Un’altra
rapina compiuta dalla società patriarcale ai nostri danni. Un altro spossessamento.
Oggi, per segnare i nuovi confini,
le vecchie pietre non occorrono più. Nuove tecnologie consentono recinzioni
davvero invalicabili. Già adesso negli Usa e in talune parti d’Europa tessere
magnetiche, codici digitali ed eserciti di vigilantes difendono accessi a
quartieri privilegiati. Già si profilano città intere tecnologicamente e
ciberneticamente fortificate. (7)
Oggi viene considerato nemico chi
non appartenga al nostro stesso ambito geografico, chi non abbia mezzi di
sopravvivenza e con il suo solo esistere, con la sua semplice domanda di
diritti elementari, metta a rischio anche quei pochi egoistici scampoli di
benessere che ancora resistono al dilagare della crisi mondiale. Al massimo, si
accetta l’altro come nuovo schiavo: da una parte un becero razzismo contro i
nuovi immigrati (quelli antichi, i cosiddetti “terroni”, sono integrati da
tempo), e dall’altra un comodo approfittare del loro lavoro invisibile,
selvaggio e sottopagato.
Nella maggior parte dei casi non si
tratta di vero odio per gli stranieri, così come nei Balcani non si è trattato
di vero nazionalismo. Cherchez l’argent! Negando i permessi di soggiorno e di
lavoro agli immigrati, si ottiene il risultato di trasformarli in esseri
irregolari: i clandestini, cui negare i nostri stessi diritti per disporre di
manodopera di serie B. E non consentendo ai profughi di guerra di tornare nelle
proprie terre, si ottiene il risultato di trasformare milioni di individui in
una folla di disperati senza diritti e senza futuro: i superflui, come qualche
contabile dell’orrore li ha definiti. Il loro posto probabilmente sarà occupato
dagli oleodotti e dai bunker delle basi militari.
Già da tempo i potenti della terra
meditano sul progetto di una società planetaria “20:80”. Nell’intervento “Le
mani sulla scuola”, pubblicato sul numero 2, dicembre 2004, del Giornale di
storia contemporanea, ecco cosa scrive Roberto Renzetti a p. 200 (spiegando
in nota che le citazioni sono tratte dal volume La trappola della
globalizzazione, di Hans Peter Martin e Harald Schumann, Bolzano, 1997):
«Al Fairmont Hotel di San Francisco, nel settembre 1995, si riunirono
500 persone, l’élite del mondo, il braintrust globale (Bush senior, Margaret
Thatcher, George Schultz, Ted Turner - Cnn e Time Warner, Jeremy Rifkin, quello
de La fine del lavoro piuttosto che de l’Economia all’idrogeno, David Packard -
Hewlett-Packard, John Gage, Zbigniew Brzezinski), sotto l’egida della
Fondazione Gorbaciov, per decidere delle prospettive del mondo nel nuovo
millennio che porta a una nuova civiltà. Tutti furono d’accordo nel prefigurare
un modello di società in cui solo il 20% dei cittadini del mondo sarebbe stata
necessaria per mandarlo avanti. Il rimanente 80% sarebbe stato da considerarsi
massa eccedente [surplus people: questa l’espressione utilizzata]. Si passava
quindi dalle pur nere prospettive degli anni Ottanta, la società in cui 1/3 dei
cittadini del mondo avrebbe avuto accesso al benessere, ad una società 1/5 con
molta massa eccedente. Si prospettavano riforme selvagge ben anticipate da John
Gage, dirigente di Sun Microsystem, - assumiamo i nostri operai con il
computer, lavorano con il computer e li cacciamo con il computer! – (con lo
scavalcamento completo di ogni legge a tutela del lavoro) e, naturalmente,
progettando una società senza classe media ci si poneva il problema di come
farla accettare alla massa eccedente. Gage aggiungeva che in futuro si tratterà
di to have lunch or be lunch, di mangiare o essere mangiati. […] Intanto
occorre iniziare a colpevolizzare questa massa: non si lavora abbastanza, si
guadagna troppo, la produttività è bassa, le pensioni vengono erogate troppo
presto, sono troppo elevate, si è malati per troppo tempo, troppo assenteismo,
la maternità, viviamo al di sopra delle nostre possibilità, servono sacrifici,
troppe vacanze, troppi servizi gratuiti, vi è troppo spreco, le società
asiatiche della rinuncia devono essere prese a esempio. […] Insomma, ad un
tratto la partecipazione di massa dei lavoratori alla produzione generale di
beni e valori economici appare solo come concessione che nel periodo della
guerra fredda doveva sottrarre il fondamento all’agitazione comunista.
«In questo scenario […] la scuola diventa funzionale a quanto si va
delineando. La scuola così com’è costa troppo ed è una spesa superflua per i
fini che si vogliono conseguire. Occorre pensare una scuola che costi molto
meno e che prepari dei cittadini a livello di buoni consumatori in questa
società tecnologica. Occorre che i cittadini conoscano, ad esempio: digitale,
satellitare, dvd, laser, hi tech, pc, internet, provider, cd, masterizzatore;
non è invece in alcun modo necessario che conoscano i meccanismi
scientifico-tecnologici che sono dietro questi nomi. Per intenderci: occorre
che si abbia la preparazione tecnologica sufficiente per essere consumatori ma
non tale da essere creatori di scienza e tecnologia. Questo almeno a livello di
impegno di scuola pubblica, di quella che è pagata dalla fiscalità generale. Vi
è naturalmente necessità di cittadini preparati a livelli superiori, ma è del
tutto inutile e soprattutto è un vero spreco di risorse pensare di formare
tutti in modo che possano pensare all’accesso a queste superiori
specializzazioni. Chi serve per tali fini verrà preparato in scuole speciali.
La selezione per accedere a queste scuole la faranno: le stesse scuole private
e le imprese. Non ha senso continuare a dissipare denaro nell’istruzione
pubblica. Il mercato è buono e gli interventi dello Stato sono cattivi:
deregulation anziché controllo statale, liberalizzazione di commercio e
capitali, privatizzazione di ogni cosa abbia il sapore del pubblico
(Friedmann). Questa è la scuola che fa da sfondo alla tre giorni di stringenti
dibattiti (due minuti a intervento) della fondazione Gorbaciov».
Qual è la logica che muove questo
tipo di élite? Manipolare il corso degli eventi, decidere chi avrà diritti e
chi no, chi cancellare e chi includere: è una forma suprema di hybris,
quel credersi simile a un dio che i Greci efficacemente descrissero. Hybris
invisibile perché non dichiarata, perché agìta dietro le quinte da poteri non
ufficiali, forse ancora più pericolosa del cinico e selvaggio sfruttamento
operato dai capitalisti di vecchio stampo ai danni delle lavoratrici e dei
lavoratori di tutto il mondo. Siamo nella sfera maledetta della volontà di
dominio: eternamente presente nella storia umana, come un serpente acquattato
nel fondo di oscure caverne, un serpente che cambia pelle di continuo e prende
innumerevoli forme. (8)
Pallide rose
le ombre disegnano
nelle proibite stanze
e come eteree alghe
ondeggiano
le tende alle finestre.
Forte e quadrato
è il paterno confine
ma il suo profilo brucia.
Ora
verso altri sogni
c’induce la storia
e s’avventura
la memoria.
Liocorni e rochos
fuggono dal recinto.
Febo tramonta.
Esce dal lungo incanto
la regina del sud.
Dove abita la razionalità?
Simbolicamente nel Nord, sempre rappresentato come metafora della ragione, quel
logos che teoricamente dovrebbe stare alla base delle civiltà occidentali e
dello stesso concetto di democrazia. Civiltà e democrazia che peraltro non
hanno mai preservato dalla follia, dall’ingiustizia e dalle guerre.
Non a caso l’etica protestante, cui
dobbiamo una concezione della vita fondata sulla religione del lavoro, vede nel
Nord e nei suoi valori l’unica positiva norma di vita, mentre al Sud
sospettosamente attribuisce il femminile, il non produttivo, il corrotto,
l’oscurità delle caverne che ispirano paura dell’inghiottimento: caverne che
erano uno dei simboli della Grande Dea, antichissima divinità cretese e
mediterranea.
Quanti politici europei avvertono di
stare attenti al pericolo di scivolare nel Mediterraneo? Il Mediterraneo visto,
evidentemente, come un baratro pronto a inghiottire gli operosi sforzi del
razionale Nord.
In un vecchio articolo su Napoli,
ritrovato per caso in un mucchio di ritagli, leggo che lo scrittore Raffaele La
Capria propone Ulisse come metafora della ragione, della cultura, e quindi la
parola, appunto il logos, in opposizione a Polifemo, metafora della selvaggia e
irrazionale, ferina, cannibalesca natura mediterranea. La razionale cultura
nordica contro la ferina natura mediterranea. Si tratta di metafore
contrapposte, oppure complementari? Non sono forse due facce del medesimo
ordine simbolico, maschile e patriarcale, cioè parziale?
Non è forse vero che dietro la
maschera della parola razionale e legiferante emerge spesso la violenza
distruttrice? Non è forse vero che tutti gli stati e i governi agiscono con una
doppia morale? Non è forse vero che le violenze e le immoralità condannate
pubblicamente dalle istituzioni vengono poi in segreto commesse dalla loro
parte oscura, i servizi segreti, le cosiddette intelligence mai sottoposte a
giudizi etici o penali? Non è forse vero che molti politici ricorrono
all’elegante cinismo della realpolitik per giustificarne l’esistenza?
Altra cosa è la parola narrante, la
cultura orale che non legifera, ma racconta storie millenarie in cui
riconoscersi e riconoscere debolezze e miserie, giustizie e ingiustizie, speranze
e delusioni. Una parola non violenta, anche se a volte è costretta a narrare di
violenze, una parola che per millenni è stata l’unica cultura del mondo delle
donne, dopo la cancellazione e la negazione storica del femminile simbolico e
cosmico rappresentato dalla Grande Dea mediterranea dai molti nomi: Iside,
Ishtar, Potnia, Demeter, Kore e tanti altri.
La Grande Dea minoica, legata ai
misteri della natura e del cosmo, signora di tutte le cose e di tutte le
metamorfosi, un’immagine del femminile che conosce il destino e il limite dei
viventi, l’universalità del nascere e del morire di fronte a cui siamo tutti
soli.
Era una religione? A suo modo forse
sì. Era lo specchio di un’umanità cosciente della propria piccolezza rispetto
al cosmo, un’umanità bisognosa di sostegno nelle sue fatiche e nelle sue paure,
impegnata a lavorare per la propria fragile sopravvivenza. Lo specchio di
società agricole forse pacifiche, forse ancora aliene dalla guerra, in cui le
donne non erano discriminate ma avevano importanti funzioni.
Società che vennero sconfitte da
orde di cavalieri armati provenienti dal bacino del Volga. Questa antica
vicenda è stata narrata dall’archeologa Marija Gimbutas (9) nell’introduzione
al suo testo più importante, Il linguaggio della dea, uno studio
comparato di archeomitologia in cui quel lontano processo storico si delinea
con tutta la vivezza e la drammaticità di un autentico sconvolgimento epocale.
Scrive Gimbutas a pagina XIX:
«Il tema centrale del simbolismo della Dea si dispiega nel
mistero della nascita e della morte e nel rinnovamento della vita, non solo
umana ma di tutta la terra e anzi dell’intero cosmo. Simboli e immagini si
raggruppano attorno alla Dea partenogenetica (autogenerantesi) e alle sue
fondamentali funzioni di Dispensatrice di Vita, reggitrice di Morte e, non meno
importante, di Rigeneratrice, e intorno alla Madre Terra, la giovane e vecchia
dea della Fertilità, che nasce e muore con la vita vegetale. Era l’unica fonte
di tutta la vita che traeva l’energia dalle sorgenti, dal sole, dalla luna e
dall’umida terra.
«In questo sistema di simboli si configura il tempo mitico,
ciclico, non lineare. Nell’arte si manifesta con segni dinamici: spirali a
vortice e ritorte, serpenti attorcigliati e sinuosi, cerchi, crescenti lunari,
corna, semi seminati e germogli. Il serpente era un simbolo di energia vitale e
rigenerazione, un’entità benevola, non malefica. Perfino i colori avevano un
significato diverso rispetto al sistema simbolico indoeuropeo. Il nero non
significava la morte o il mondo degli inferi; era il colore della fertilità,
delle grotte umide e del suolo fertile, del grembo della Dea dove aveva inizio
la vita. Il bianco, invece, era il colore della morte, delle ossa, al contrario
del sistema indoeuropeo dove il bianco e il giallo sono i colori del cielo
splendente e del sole.
«La mentalità che ha prodotto queste immagini non potrebbe
in alcun modo essere confusa con la visione del mondo pastorale indoeuropeo,
con i suoi dèi guerrieri-cavalieri, sovrani del cielo che tuona o risplende o
degli inferi paludosi, l’ideologia in cui le divinità femminili non sono
creatrici ma creature avvenenti, ‘Veneri’, spose di dèi celesti.
«L’arte incentrata sulla Dea, con la sua singolare assenza
d’immagini guerresche e di dominio maschile, riflette un ordine sociale in cui
le donne, come capi-clan o regine-sacerdotesse, ricoprivano un ruolo dominante.
L’antica Europa e l’Anatolia, come la Creta minoica, erano una gilanìa.(10)
Religione, mitologie e folclore, studi della struttura sociale dell’antica
cultura europea e di quella minoica riflettono un sistema sociale equilibrato,
né patriarcale né matriarcale, confermato dalla continuità degli elementi
formativi di un sistema matrilineare nell’antica Grecia, in Etruria, a Roma,
nel Paese Basco e in altri paesi europei.
«Mentre le culture europee trascorrevano un’esistenza
pacifica e raggiungevano una fioritura artistica e architettonica altamente
sofisticate nel V millennio a.C., una cultura neolitica assai diversa, in cui
si addomesticava il cavallo e si producevano armi letali, emergeva nel bacino
del Volga, nella Russia meridionale, e, dopo la metà del V millennio, perfino a
ovest del Mar Nero. Questa nuova forza, inevitabilmente, cambiò il corso della
preistoria europea. Io la chiamo la cultura ‘Kurgan’ (in russo kurgan significa
tumulo), poiché i morti venivano sepolti in tumuli circolari che coprivano gli
edifici funebri dei personaggi importanti.
«Le caratteristiche fondamentali della cultura Kurgan, che
risalgono al VII e VI millennio a.C. nell’alto e medio bacino del Volga:
patriarcato; patrilinearità; agricoltura su scala ridotta e allevamento di
animali, compreso l’addomesticamento del cavallo a partire dal VI millennio; posizione preminente del cavallo nel culto; e, di grande
rilievo, fabbricazione delle armi quali l’arco e la freccia, la lancia e la
daga. Elementi distintivi, tutti, che si accordano con quanto è stato
ricostruito come fenomeno proto-indoeuropeo dagli studi linguistici e di
mitologia comparata e che si oppongono alla cultura gilanica, pacifica,
sedentaria dell’antica Europa, caratterizzata da un’agricoltura altamente
sviluppata e dalle grandi tradizioni architettoniche, scultoree e ceramiche.
«Così i ripetuti tumulti e le incursioni dei Kurgan (che
considero proto-indoeuropei) misero fine all’antica cultura europea tra il 4300
e il 2800 a.C., trasformandola da gilanica in androcratica e da matrilineare in
patrilineare. Le regioni dell’Egeo e del Mediterraneo e l’Europa occidentale si
sottrassero più a lungo al processo; in isole come Thera, Creta, Malta e
Sardegna, l’antica cultura europea fiorì dando luogo a una civiltà creativa e
invidiabilmente pacifica fino al 1500 a.C., mille-millecinquecento anni dopo la
completa trasformazione dell’Europa centrale.
«Nondimeno, la religione della Dea e i suoi simboli
sopravvissero, come una corrente sotterranea, in molte aree geografiche. In
realtà, molti di questi simboli sono ancora presenti come immagini nella nostra
arte e letteratura, motivi di grande suggestione nei nostri miti e negli
archetipi dei nostri sogni.
«Viviamo ancora sotto il dominio di quella aggressiva
invasione maschile e abbiamo appena cominciato a scoprire la nostra lunga
alienazione dall’autentica eredità europea: una cultura gilanica, non violenta, incentrata sulla terra».
Il mondo simbolico della dea venne
quindi usurpato da un pantheon maschile via via impossessatosi di tutti i suoi
poteri e significati, fino a rovesciarli nel loro opposto e giungere al
monoteismo della reductio ad unum, un solo genere che dà la forma al mondo con
il ferro delle spade.
Non fu di poco conto il passaggio
simbolico da una divinità cosmico-terrestre femminile a un dio padre olimpico,
minaccioso e astratto com’è quello delle religioni rivelate, le religioni del
libro (giudaica, cristiana, maomettana). A seguito del nuovo modello divino -
archetipo attivo e operante cui sono ispirate l’organizzazione familiare,
sociale e politica - tutte le coordinate e i parametri mutarono. Mutò il
rapporto con la vita, con la morte, con il corpo, con il
sesso, con il pianeta, con la materia naturale di cui tutto è composto.
Di questo mutamento radicale che ha
travolto uomini e donne, irrigidendoli in ruoli falsi e prestabiliti, stiamo
ancor oggi pagando drammatiche conseguenze. Anche nei momenti e nei luoghi nei
quali parve rinascere l’antica visione femminile del mondo, prima o poi ha
sempre vinto l’ordine patriarcale.
I pochi che nella storia hanno
tentato di concepire una diversa visione, sono stati guardati con sospetto,
accusati di eresia, perseguitati. «Magicam operari non est aliud quam maritare mundum», diceva Pico della Mirandola, e
intendeva che esiste una magia naturale lecita, quella che istituisce legami
fra cielo e terra, “sposando il mondo”. Una visione che immagina non la
sopraffazione ma l’equilibrio fra opposti, fra il maschile e il femminile.
L’esatto contrario del pensiero scientifico secentesco, che inizia a
concettualizzare il pianeta come una cosa inerte da dominare e sottomettere,
sfruttandone brutalmente le risorse: sostanzialmente lo stesso modello che ha
guidato finora la relazione fra i sessi, il maschile che sottomette il
femminile.(11)
Non sono soltanto le donne laiche a
scorgere nella maschilizzazione del divino l’origine di pesanti conseguenze. In
certa misura questa consapevolezza viene condivisa anche da pensatrici e
teologhe cattoliche. Ne abbiamo un esempio in questo significativo passo tratto
da un intervento di Adriana Valerio (presidente dell’European Society of Women
for Theological Research e presidente della Fondazione P. Valerio per la Storia
delle Donne), pubblicato tempo fa sul sito del Paese delle Donne:
«All’alta dignità riservata alla
donna, della quale ha riconosciuto “il genio”, Giovanni Paolo II non ha
affiancato un altrettanto reale riconoscimento di ruoli e responsabilità. In
attesa di vedere come il cardinale Ratzinger, nel passato poco favorevole a
significativi cambiamenti, voglia rispondere alle scottanti questioni di
genere, vorrei offrire alcune indicazioni di una necessaria riforma della Chiesa
che veda riconosciute la piena soggettività e cittadinanza delle donne.
- Riformulare una nuova
antropologia: occorre passare da un’antropologia della complementarietà che
porta a divisioni di ruoli e competenze (all’uomo spetta la sfera pubblica e
politica e, in maniera complementare, alle donne spetta la
sfera privata e domestica) a una antropologia della corresponsabilità
(antropologia di partnership), che rispetti l’uguaglianza dei due sessi, nella
condivisione e nella responsabilità, e per la quale donne e uomini possono
svolgere non ruoli diversi, ma gli stessi ruoli in modo diverso.
- Revisionare i fondamenti delle
discipline teologiche: perché si rispettino l’uguale dignità del maschile e del
femminile. Per esempio la domanda su Dio e sulla sua unicità non è irrilevante
per le donne perché qualunque narrazione di Dio implica necessariamente una
riflessione sull’essere umano fatto “a immagine di Dio”. Se recuperiamo il
femminile nel rinominare Dio, Dio stesso acquisterà nuove modalità per essere pensato
e detto: si farà grembo, cibo, cura, recettività, accoglienza, vicinanza,
tenerezza, compartecipazione, debolezza, Sapienza... Madre.
- Esegesi biblica, storia del
cristianesimo, morale: anche l’esegesi biblica deve rileggere le Sacre
scritture in modo da valorizzare il ruolo delle donne nella storia della
salvezza (matriarche, profetesse, condottrici, sapienti, discepole,
apostole...) e contestualizzare storicamente le affermazioni e i racconti
legati alla cultura patriarcale e che parlano di violenza alle donne e di
discriminazioni nei loro confronti. Una nuova inculturazione richiede l’esegesi
dinamica delle fonti bibliche che hanno bisogno di essere incarnate anche nelle
modalià del pensiero e del linguaggio delle donne. Relativamente alla storia
del cristianesimo lo sforzo del nuovo papato deve essere quello di favorire la
ricerca e la conservazione della memoria e della tradizione delle donne perché
divenga patrimonio di tutta la Chiesa e si integri nella grande storia
ecclesiale. Circa la morale le donne devono essere soggetti attivi e
responsabili sia nel settore dell’elaborazione teorica (vedi le ricerche delle
teologhe moraliste e la loro riflessione nel campo della contraccezione, della
bioetica…) sia nell’ambito della vita pratica (armonia della coppia, paternità
e maternità responsabile, difesa dalle malattie a trasmissione sessuale,
procreazione assistita, uso di biotecnologie)».
Una posizione illuminata, sconfitta
anch’essa, come l’antica dea, dall’integralismo montante e dai risultati del
recente referendum sulla procreazione assistita.
Scrive Adriana Cavarero (12) in Nonostante
Platone, p. 59, che nelle antiche culture «la figura della Grande Madre
indica una divinità assoluta che, poiché è l’unica a possedere in maniera
evidente il segreto della vita e della fertilità, ha il potere di trasmetterla,
a sua discrezione, agli esseri umani, alla terra, alle piante e agli animali.
[…] L’ordine dei padri reclama divinità maschili a proprie figure simboliche
regolatrici e, sintomaticamente, non più la nascita bensì la morte ne è il
paradigma fondante. […] Secondo l’interpretazione di Luce Irigaray (13) il mito
di Demetra ci parla appunto di un’interruzione della genealogia femminile
violentemente sopraffatta dall’ordine patriarcale, ossia proprio da
quell’ordine, dimentico della nascita ed enfatizzante la morte, che ha separato
il pensiero dal corpo, l’essere dall’apparire, facendo di questa dicotomia il
sistema filosofico di tutti i sistemi e il “destino” dell’Occidente».
Questa innaturale attrazione per la
morte non svela forse un inquietante rovescio? Il terrore del potere generativo
femminile, il potere di dare la vita. E questo oscuro viluppo psico-religioso
non potrebbe forse spiegare anche l’invincibile e assurda passione per la
violenza e la guerra che da sempre le società patriarcali hanno nutrito nel
proprio seno?
Lo pensa anche Denis de Rougemont,
quando a p. 95 de L’amore e l’Occidente scrive: «Passione vuol dire
sofferenza, cosa subita, prepotere del destino sulla persona libera e responsabile.
Amare l’amore più dell’oggetto dell’amore, amar la passione per sé stessa,
dall’amabam amare di Agostino fino al Romanticismo moderno, significa amare e
cercar la sofferenza. Amore-passione: desiderio di ciò che ci ferisce e ci
annienta col suo trionfo. È un segreto di cui l’Occidente non ha mai tollerato
la rivelazione, continuando ostinatamente a soffocarlo: pochi se ne conoscono
di più tragici, e il suo pensiero ci induce a pronunciare sull’avvenire
dell’Europa un giudizio assai pessimista. […] Perché l’uomo dell’Occidente vuol
subire questa passione che lo ferisce e che la sua ragione condanna appieno?
Perché vuole questo amore il cui esplodere altro non può significare che il
suicidio? Proprio perché egli conosce e prova sé stesso sotto i colpi di
esiziali minacce, nella sofferenza e sulla soglia della morte. Il terzo atto
del dramma di Wagner descrive ben più che una catastrofe romanzesca: descrive
la catastrofe essenziale del nostro sadico temperamento: questa smania repressa
di morte, questo gusto di sperimentarsi nel limite, dell’urto rivelatore che è
senza dubbio la più inestirpabile fra le radici dell’istinto della guerra che
portiamo in noi».
Esangui abitatori del nulla
che non ridono
non piangono non gridano
sotto ogni cielo
su tutte le strade di polvere e di
sangue
ogni respiro di vita trafiggono
al suono di quei passi le voci si
spengono
le mani silenziose si aprono
ombre nude diventano
e di nuovo di nuovo si alzano
le canzoni le urla di nuovo di nuovo
risuonano
nell’aria di neve di pioggia di
vento
come frecce puntate al cuore
s’involano
per un istante sopra le nubi nel
sole s’indorano
e poi ricadono ricadono ricadono.
I conflitti scatenano un irrazionale
meccanismo proiettivo. Si finisce con l’attribuire la responsabilità degli
orrori delle guerre a tutta una popolazione. Si parla dei massacri serbi,
come se li avesse voluti e compiuti un intero popolo, invece di una ben precisa
leadership. Tuttavia, come nasce il consenso che comunque almeno agli inizi i
cittadini accordano alle scelte belliciste dei propri governi? Il fatto è che
l’opinione pubblica dei paesi in guerra nella maggior parte dei casi viene
abilmente manipolata dai governi tramite i mass-media di stato.
Distorcendo la realtà, giornali e
tivù riescono a convincere i cittadini di essere loro gli aggrediti, e di
doversi quindi difendere. In tali situazioni, e senza un sincero appoggio da
parte della comunità internazionale, i pochi dissidenti interni, che spesso
sono persone prive di potere e di accesso ai media internazionali, non hanno
alcuna possibilità di fermare la guerra.
Le tivù di stato danno soltanto le
immagini dei propri cittadini massacrati dagli altri, e mai quelle degli altri
massacrati dai loro. In tal modo un’intera cittadinanza può ignorare lo sporco
lavoro che i massacratori, militari o paramilitari, compiono in suo nome.
Il ruolo della comunicazione e dei
media, nelle guerre odierne, si è rivelato centrale. Per salvare le apparenze
(cosa ritenuta ancora in parte necessaria, in questa fase storica) l’uso della
forza va in qualche modo giustificato. Ciò ha condotto a una strategia antica
come il mondo - falsi pretesti, costruzione del nemico -, ma che oggi può
avvalersi di un apparato massmediologico schiacciante, tale da ingabbiare
l’intero pianeta in una rete di menzogne e di conseguenti tragedie.
La nonviolenza è in cammino, foglio telematico del Centro di
ricerca per la pace di Viterbo, diretto da Peppe Sini, ha pubblicato una bella
riflessione di Giulio Vittorangeli (pacifista, responsabile del coordinamento
Italia-Nicaragua di Viterbo), da cui ho tratto questo passo illuminante
rispetto alle cose che qui sto dicendo:
«Ricorderete il significativo
colloquio di Alice e il coniglio (in Alice nel paese delle meraviglie,
di Lewis Carroll): “Quando uso una parola essa significa esattamente ciò che io
voglio significhi... né più né meno”. Alice ribatte: “Il problema è sapere se
lei può far dire alle parole cose differenti”. Il coniglio sentenzia: “Il
problema è sapere chi comanda... Solo questo”. Questo breve dialogo parla del
potere delle parole e delle parole del potere; delle concezioni del mondo, dei
progetti politici, della materialità della vita sociale. Per questo, è sul
terreno del linguaggio, sulla condivisione di un senso non reversibile da
restituire alle parole, che si deve agire con attenzione. È tempo di
ripristinare la devastata lingua italiana, sottrarre le parole rubate per
ricollocarle nel loro contesto, raccontandoci la materialità, la quotidianità.
Restaurare gli sfregi fatti, perché le parole sono cose, muovono il mondo,
passano attraverso la carne, sono incarnate, passano attraverso ciascuno/a di
noi, ci appartengono, le portiamo nei luoghi che abitiamo, anche con costi
personali, di cui diamo conto. È tempo per la solidarietà internazionale di
crescere e custodire le parole del futuro; cercando ostinatamente parole che
siano come un balsamo sulla ferita dell’indifferenza e dell’ingiustizia; che
siano capaci di ridare alla politica la ricchezza della cultura e della
democrazia reale e partecipativa».
Teoricamente la guerra non viene
accettata dagli statuti fondativi dell’Onu, che anzi la definiscono un flagello
da cui salvare le future generazioni. Ecco perché viene pudicamente chiamata in
altro modo, e comunque non viene mai nominata. Diventa operazione di polizia
internazionale, mantenimento o imposizione della pace(!), nuovo
modello di difesa, embargo, o anche piani di aggiustamento
strutturale, una forma di guerra economica non meno crudele, visto che
mette in ginocchio i popoli di molti paesi, costringendoli a rinunciare ai
diritti e ai servizi sociali essenziali per ripianare il debito estero o per
essere in regola con i parametri mondiali sul prodotto interno lordo. A
proposito di debito, c’è una cosa da dire, pensando ai grandi eventi mediatici
della società dello spettacolo, tipo Live eight,
che si propongono di convincere i potenti a ridurre il debito dei paesi
africani: quale debito? Siamo noi, Occidente colonizzatore e sfruttatore, a
essere in debito verso l’Africa. I paesi africani devono, semplicemente,
rifiutarsi di riconoscere debiti, e anzi chiedere risarcimenti.
È forse più difficile conoscere la
verità sulle guerre di oggi che su quelle del passato. Oggi, infatti, è
possibile costruire un complesso apparato di cifre, notizie, immagini,
montandole come un film che ha tutta l’apparenza della realtà.
Grazie al lavoro compiuto da veri e
propri esperti di comunicazione è possibile creare un evento a partire dal
nulla, o manipolarlo e mistificarlo a tal punto da rendere difficilissimo
sceverare qualche traccia di verità in situazioni di conflitto in cui è
comunque arduo dividere con il coltello il vero dal falso, la ragione dal
torto.
L’impatto delle immagini che passano
attraverso lo schermo televisivo è così convincente, ha un tale aspetto di
assoluta obiettività, da rendere i telespettatori incapaci di chiedersi quale
mai possa essere la realtà oltre l’inquadratura, e persino se esista una realtà
al di là dell’inquadratura.
Da un lato, in tal modo si produce
un effetto riduzionistico: la verità è solo quella inquadrata nel video;
e, dall’altro, un effetto falsificatore. La natura mediatica, e quindi
incorporea, di questa finta realtà depotenzia la drammaticità della guerra
reale, la sua fisicità, la sua materialità.
Leadership tecnologicamente avanzate
- ormai quasi tutte, in ogni angolo sperduto del mondo - sanno bene quanto sia
oggi possibile confondere le acque vuoi all’interno dei propri paesi vuoi
all’esterno, tanto da rendere impraticabile una ricostruzione dei fatti
relativamente fedele. Le tappe del meccanismo manipolatorio potrebbero essere
così schematizzate:
• falsificazione dell’immagine
dei leader in cui s’incarna un paese, in positivo o in negativo a seconda
dei casi. L’alleato di ieri diventa il nemico e il mostro di oggi,
indipendentemente dalle sue vere responsabilità, crudeltà o violenze, occultate
quando è utile appoggiarlo, o esaltate e talvolta inventate quando occorre
distruggerlo, mettendo in ombra la sorte dei popoli che ne dipendono (Saddam
Hussein, Slobodan Milosevic, Hassan el-Turabi, Osama Bin Laden...);
• invenzione dell’alibi,
architettando false cause di guerra (le guerre hanno sempre avuto scopi diversi
da quelli dichiarati, ma oggi in questo campo si giunge alla perfezione,
inventandoli di sana pianta); denunciando complotti orditi dal resto del mondo,
quando si vogliono nascondere le infamie interne; oppure demonizzando il paese
da aggredire;
• inversione del linguaggio. Ad
esempio il blocco militare, un atto di guerra proibito dal diritto
internazionale, viene contrabbandato come embargo e unilateralmente
imposto. Andare in paesi stranieri a rapinare manu militari mezzi e
risorse viene definita operazione di peacekeeping, interposizione a
scopo di pacificazione. Una “novità” ormai acquisita anche nelle regole
militari italiane.(14)
Le bombe intelligenti (!)
che nel ‘91 colpirono l’Iraq, in realtà massacrarono i civili e distrussero
millenarie testimonianze archeologiche. La Fondazione Paul Getty accusò gli
iracheni di non aver segnalato i siti archeologici con una bandierina rossa (i
missili in tal caso si sarebbero fermati?!). Il latrocinio di opere d’arte fu
presentato come una rapina a opera degli stessi iracheni, peraltro uccisi
quando erano in fuga nel deserto, sparandogli alle spalle. L’impiego nascosto
di armi chimiche sperimentali da parte degli Stati Uniti nella guerra del Golfo
ha avuto effetti letali sugli stessi soldati Usa, che soffrono della sindrome
del Golfo, ma continua a essere negato. Effetti letali da uranio impoverito
che denunciano, inascoltati, anche i militari italiani reduci dalla Bosnia, dal
Kosovo, dalla Somalia.
Come se non bastasse, i signori
delle guerre si avvalgono anche di professionisti del mondo della pubblicità.
La manipolazione mediatica ha avuto luogo in tutti i paesi della ex Jugoslavia.
Gli esperti di pubbliche relazioni diventano attori delle guerre, e
influiscono, eccome, sull’andamento delle stesse.
Sul numero 10 di Guerre &
Pace, aprile 1994, p. 12, nell’articolo di Franco Ferri “Mercenari
dell’informazione” si dice: «”Massimizzare”, è questa la parola d’ordine degli
“image-maker”, un nuovo tipo di mercenari che non combattono con fucili e
cannoni, ma a colpi di telecamera. […] Dopo il Kuwait, il campo d’azione
privilegiato delle agenzie di pubbliche relazioni è proprio la ex Jugoslavia,
dove tutte le parti in causa hanno assoldato negli Stati Uniti degli
“image-maker”: i serbi si sono prima rivolti alla Wise Communication di
Washington e più recentemente al Serbian Media Center di Chicago, una struttura
creata da un gruppo di giornalisti americani di origine serba: il governo
croato ha un contratto con la Ruder Finn, la stessa società cui si appoggia il
governo bosniaco; quello sloveno si serve della consulenza di Phillis Kaminsky,
mentre quello macedone ha optato per Lyubica Acevski, una consulente d’affari
emigrata negli Usa dalla Macedonia». Ferri specifica che la fonte delle notizie
è un articolo di Claudio Gatti pubblicato sull’Europeo del 18 settembre
1992. Sempre su Guerre & Pace, ma nel numero 8, febbraio 1994, p.
43, Alessandro Boscaro e Patrizia Bonacina riportano questa dichiarazione di
Zlatko Dizdarevic, direttore a Sarajevo di Oslobodjenje (Liberazione),
in un’intervista rilasciata al Manifesto del 21 marzo 1993: «Ritengo che
a Zagabria e a Belgrado numerosi giornalisti siano più colpevoli dei crimini di
guerra di molti miliziani che combattono in Bosnia. Le notizie sono state
spesso manipolate per accendere l’odio tra le varie nazioni, le informazioni
diffuse dalle Tv croata e serba sono state abilmente sfruttate dai partiti
nazionalisti di Bosnia».
La stampa indipendente viene
ostacolata con ogni mezzo lecito e illecito (chiusura dei fidi bancari, aumento
delle tasse...), quando non eliminata. Per contro, i media fedeli al governo
vengono usati per pubblicare false notizie.
Nel luglio ‘92 ero tra le pacifiste
italiane recatesi a Novi Sad, in Vojvodina, per manifestare contro la guerra
insieme alle Donne in Nero di Belgrado. Con un articolo in prima pagina, i
quotidiani locali (controllati dal governo centrale) ci presentarono come tante
Mata Hari, chiamandoci spie internazionali.
La fabbrica del falso storico è in
piena attività e i mass-media ne sono complici. Ecco cosa dice Giulietto Chiesa
in questo passo di un suo articolo sulla guerra in Iraq, intitolato “L’impero
si guarda allo specchio” e pubblicato sul Manifesto: «…La Grande Fabbrica dei
Sogni e della Menzogna ha funzionato così bene che tutto il mondo “civilizzato”
è ormai convinto che l’Iraq è avviato finalmente sulla via del progresso, dopo
avere raggiunto e superato la fase democratica, consistente - questa è la nuova
filosofia mondiale dei diritti umani - nel votare. Non importa come. In pochi
giorni l’Impero ha inferto un uno-due pugilistico all’Europa con l’ottimamente
organizzato viaggio dell’Imperatore a Bruxelles, dal quale è emerso che i
dissensi sono terminati, la concordia transatlantica è tornata a regnare.
L’Imperatore non ha concesso niente, in sostanza, ma la guerra irachena, anche
grazie alle elezioni democratiche, è stata messa alle spalle. Vero? Neanche per
sogno, naturalmente, ma è quello che tutte le tivù e tutti i giornali
“indipendenti” (dalla verità) hanno detto e scritto, cioè quello che milioni e
milioni pensano…».
La guerra, l’innominata, è figlia e
madre della menzogna. La comunicazione che la costruisce è direttamente guerra,
con un ruolo da protagonista.
Durante l’assedio di Sarajevo, il
violoncellista Nigel Kennedy tutti i giorni andava a suonare tra le macerie
dell’antica Biblioteca distrutta dall’artiglieria serbo-bosniaca. Era un
meraviglioso segnale di resistenza contro l’intollerabile violenza della
guerra, ma purtroppo non ha fermato nemmeno un cecchino.
La guerra è il contrario dell’arte e
della cultura: come pensare, quindi, che strateghi e sniper si facciano
commuovere? La guerra guerreggiata non si è fermata fino a quando non lo
decisero gli Stati Uniti, con le loro contorte strategie volte a installare
nell’Est europeo avamposti e basi più o meno segrete, lì e in molte altre parti
del mondo.
Almeno fino all’esplodere del
conflitto, in Bosnia prevaleva una concezione molto avanzata e democratica di
nazionalità, una cittadinanza legata al fatto di vivere tra diversi sullo
stesso territorio. Ma dalle sue potenti vicine – Serbia e Croazia – la
nazionalità bosniaca è stata in genere negata, definendo i bosniaci in
realtà serbi, o in realtà croati, o addirittura turchi
(stranieri, quindi nemici). Negare il nome di chi si vuole distruggere è un
antico sistema.
Soltanto a stragi avvenute, a
smembramenti compiuti, qualcuno nel mondo si è accorto del sistema di
tolleranze e convivenze che caratterizzava la Bosnia-Erzegovina, traendola
fuori da quella nebbia indistinta e demodé che il nome stesso di Sarajevo
evocava, con i suoi echi primo Novecento. Troppo tardi. Il demone del
nazionalismo ha nel frattempo ingoiato cinquant’anni di storia,
nell’indifferenza, quando non nell’interesse dell’Europa. Quell’Europa che ha
continuamente bisogno di definirsi attraverso l’esclusione dell’Est, spiega
Rada Ivekovic nella Balcanizzazione della ragione. (15)
L’Est (ma potrebbe anche essere il
Sud) è l’altro da sé, il nemico da sacrificare per dare vita al
nuovo mito delle origini; oppure da incorporare assimilandolo, com’è avvenuto
soprattutto nel caso della Slovenia e della Croazia, la cui dipartita dalla
Federazione avvenne nel segno e nel sogno dell’Europa, o per meglio dire del
mercato e del marco (l’euro ancora non esisteva). Come scrive Ivekovic, il
nazionalismo dietro la cui arcaica mitologia si possono trascinare interi paesi
in una guerra insensata rappresenta in realtà la costruzione più originaria di
un ordine patriarcale e universale, fondato sull’esclusione del femminile. Non
si possono capire le guerre jugoslave ignorando il peso che in esse ha avuto la
dimensione del femminile negato, usato come medium nella cancellazione
dell’identità del nemico attraverso gli stupri cosiddetti etnici, e come
valvola di sfogo nelle violenze compiute da croati e da serbi, abbrutiti
dall’identità guerriera, contro le proprie stesse compagne. Una drammatica realtà che fu
testimoniata dalle Donne in Nero di Belgrado tramite il loro Telefono Sos.
Eppure, differenze e mescolanze sono
dentro ognuno di noi, anche dentro coloro che credono al ridicolo mito della
“purezza” genetica, scientificamente smentito da Luca Cavalli-Sforza (16) nelle sue interessanti ricerche. Ripenso alle
identità plurime di cui parlò con tanta genialità Alex Langer,(17) lui che le
viveva in prima persona (“i molti livelli dell’io”). E andrei oltre, sempre con
l’aiuto di Rada Ivekovic: identità plurime e in continua costruzione, identità
non permanenti. Un vasto campo di ricerca che si apre alla riflessione di genere
e che sarebbe bello poter affrontare con la guida di teoriche e filosofe.
Non è quindi mia intenzione, ora,
entrare nel vivo di questa questione, che merita ben altro approfondimento da
parte di chi ha titoli per farlo. Mi limito a osservare che certo è giusto
lottare per il diritto delle minoranze a essere riconosciute e rispettate, per
il diritto di tutte le culture a sopravvivere, per il diritto delle lingue
minacciate a non farsi cancellare dai centralismi dominatori e arroganti, per
il diritto di tutte e di tutti a non farsi omologare dal pensiero unico e dal
falso universalismo delle banche, della Coca-Cola, dei McDonald’s, delle catene
di alberghi uguali in ogni parte del mondo. (18)
Nessuna tradizione o religione,
tuttavia, può giustificare la violenza, nessun dio può esigere la dominazione
sulle donne, la loro subordinazione familiare e sociale, le mutilazioni, le
uccisioni, anche se per lunga assuefazione le stesse vittime in molti casi
hanno finito per introiettare questi orrori come se realmente fossero dettami
di qualche legge divina. Qui non esiste “cultura” da rispettare, ma abuso,
violenza e dominio da rifiutare.
D’altro canto, i massacri, le stragi
e gli stupri che molti definiscono barbari o tribali, come se fossero qualcosa
di estraneo a noi “europei civilizzati”, escono anche dalle pieghe nere del
nostro passato. Ne possiamo riconoscere il modello in tutte le guerre di
religione della storia europea: la notte di San Bartolomeo, il massacro degli
Albigesi, l’Inquisizione, la caccia alle streghe, i pogrom... Basta rileggersi Occidente
misterioso, di Giorgio Galli. E chiedersi se la “caccia” non sia per caso
sempre aperta. Esistono pericoli sempre ricorrenti.
Pericoli ricorrenti. Le conquiste
delle donne sono sempre in pericolo. I pogrom sono sempre possibili.
L’autoritarismo, il totalitarismo, il fascismo, il razzismo possono sempre
risorgere, anche se ovviamente in nuove forme. Può essere per ignoranza, può
essere per stupidità, può essere un piccolo seme buttato lì per caso.
A Opera, un comune dell’hinterland
milanese con un’amministrazione di centro-sinistra, nell’inverno 2007 si è
verificato un episodio talmente vergognoso nella sua assurdità che mette conto
sottolinearlo. La Provincia aveva chiesto al sindaco di ospitare
temporaneamente sul territorio comunale, nel grande prato dove di solito si
fermano i giostrai, un piccolo gruppo di nomadi rumeni sfrattati da un campo di
Milano, in tutto una sessantina di tende. Subito, un manipolo di persone violente
si mette a lanciare messaggi intrisi di razzismo: «I cittadini sono
esasperati», blaterano, mentre i rom ancora non si sono nemmeno visti. Poi
bruciano le tende, le gettano davanti al Municipio e quando arrivano le tende
nuove, che a quel punto ospitano donne e bambini rom spaventati, costituiscono
un picchetto permanente, inalberando cartelli insultanti e strepitando minacce.
Tra loro molti operesi di destra e anche parecchi individui venuti da fuori.
Ma, ecco il segnale più allarmante, anche alcuni cittadini e cittadine operesi
di centro-sinistra. Tutta una cultura umana e politica che va in frantumi. Si è
detto che dietro questo pseudo-pogrom, fortunatamente limitatosi alle tende, vi
fosse probabilmente anche la paura dei residenti in zona di veder svalutare le
proprie case “per colpa degli zingari”! Come se questa fosse un’attenuante…
La storia c’insegna che anche
stupidi e falsi pretesti possono dar vita a tragedie. Ecco perché dobbiamo
sapere, ricordare, trasmettere. Solo la memoria può aiutare a costruire un
futuro diverso.
Il rapporto con le nuove generazioni
di donne non è sempre facile, non sempre riusciamo a trovare punti di contatto
e di scambio, anche se personalmente io ho la fortuna di avere amiche più
giovani con le quali il rapporto è ricco e interessante, e mi aiuta moltissimo
a capire «ciò che viene e ciò che se ne va», per dirla con Nazim Hikmet nella
poesia citata in epigrafe a questo libro.
Sapere cos’è successo prima,
costruire genealogia, trasmettere memoria, nel percorso di libertà delle donne
è importante. Ed è per questo che ho domandato a Maria, con cui ho condiviso
tanta parte dell’esperienza jugoslava, che ha alcuni anni più di me e una lunga
storia alle spalle, di raccontarmi cos’ha significato per lei il fascismo.
- Maria, ricordi la prima guerra
irachena, nell’inverno del ‘91, quando con quel freddo tremendo stavamo ogni
sera in piazza Duomo? I teli bianchi su cui tanta gente scriveva in tutte le
lingue messaggi, disegni e poesie contro la guerra? E poi i viaggi in Croazia,
le riunioni in tutta Italia? Ora la situazione è di nuovo drammatica e
sembrerebbe di dover ricominciare da capo, ma le nostre energie non sono più le
stesse, mentre le guerre si ripetono all’infinito, tragicamente uguali. Al
tempo della guerra in Bosnia dicevi che ti sembrava di rivivere i drammi della
tua infanzia in Friuli.
- Ero piccola, avevo sei o sette
anni, l’unica cosa che capivo era la persecuzione che avevamo in famiglia
perché mio padre era un antifascista. Io dicevo: ma come, mio padre è una brava
persona, è gentile con tutti, non l’ho mai sentito maledire nessuno, neanche i
fascisti. Era contro il fascismo perché era un uomo pacifico e non amava la
violenza. Gli davano l’olio di ricino e anche l’olio di macchina. Ho visto
tanti morire di botte, ne ho visti tanti bastonati. Li colpivano e poi li
portavano via alle cinque della sera, direttamente al cimitero.
- Nessuno si opponeva, nessuno
interveniva?
- Si sapeva tutto, però la gente non
aveva la forza di fare niente. Il Friuli e la Sardegna erano le regioni più
povere d’Italia. Il Friuli era zona militare, non c’era nessuno sviluppo perché
era tutto militarizzato, non c’era lavoro. Solo piccolissime fabbriche e per il
resto tutti contadini che se riuscivano a passare l’inverno senza morire di
fame erano già fortunati.
- Come riusciva la tua famiglia a
sopravvivere?
- All’inizio stavamo abbastanza
bene. Mio padre dirigeva un’azienda, ma col fascismo fu mandato via. Allora
abbiamo venduto alcune proprietà e siamo vissuti in qualche modo, perché di
lavoro lui non ne aveva più. Andò persino a Brescia, a lavorare in una fornace,
ma poi ci sono stati i bombardamenti ed è dovuto tornare. Faceva lavoretti
saltuari. D’inverno andava a spalare la neve. La nonna aiutava un po’ con la
sua pensione.
- Quanti eravate?
- Sei figli, più la mamma e il papà, con la nonna si faceva
nove. Mia madre faticava dal mattino alla sera. Oltretutto non era nemmeno
ammessa a tavola. Forse perché era una contadina e la famiglia di mio padre
pensava di esserle superiore. Eppure aveva portato una dote di terre che
risolse tanti problemi. Una volta si usava così, nessuno ci faceva caso perché
era questo il modo di vivere. La chiamavano la “slava”, la “straniera”, perché
veniva da Sedilis, un paese di confine, dove tutti parlano anche slavo, però in
realtà la sua famiglia era di origine rumena. Bisogna dire che i friulani hanno
sempre avuto un pregiudizio negativo verso gli slavi. E quindi la suocera con
lei manteneva le distanze... Certo mia madre ha sofferto molto, ma quando hai
tanti figli, uno nella culla e uno nella pancia, alle volte non hai neanche
tempo di pensarci.
- Tu però amavi molto la tua nonna materna.
- Nonna Teresa era una vecchia contadina. Mi ha insegnato
lei a conoscere le piante e a curarmi con le erbe. Io non ho mai visto mia
nonna consultare un medico. Andavamo nei boschi, e lei m’insegnava a conoscere
anche tutti gli animali e persino gli insetti, mi diceva tutti i loro nomi. Mi
spiegava a cosa servivano: non so, ad esempio quali insetti erano utili a combattere
i parassiti dei piselli, o delle patate, e così via.
- Un metodo di agricoltura naturale.
- Certo, allora non usavano i
prodotti chimici! Era veramente un’agricoltura biologica: i campi li si
concimava con il letame delle mucche. Dovevamo trasportarlo a spalle, nelle
gerle, perché il terreno era tutto a terrazze. Anch’io avevo una mia gerletta:
quando la nonna vangava, io le portavo il letame, si concimava il terreno e poi
si seminava. Non puoi mettere il concime direttamente sulle piante, se no le
bruci.
- Che cosa si mangiava a
quell’epoca, da voi?
- Mangiavamo il pane di mais tutto
verde di erbe, insieme con la minestra di fagioli e rape acide, che a me non
piaceva per niente. Nonna Teresa era una donna quasi analfabeta ma tutt’altro
che stupida. Le sere d’estate, quando mi coricavo, guardando fuori dalle
finestre, in direzione del bosco, vedevo tante fiammelle. Mi spaventavo
moltissimo perché pensavo che fossero i fuochi del diavolo. Ma lei
pazientemente mi spiegava che si trattava del gas prodotto dalle putrefazione
delle foglie. Poi, per farmi dormire tranquilla, mi raccontava tante favole, e
le storie dei viandanti.
- Quali viandanti?
- Ricordo soprattutto una donna
molto anziana, che mi faceva un po’ paura. Lei e altre donne venivano ogni tanto
nel borgo, e quando nasceva qualche bambino guardavano il cielo. Interpretando
le stelle dicevano quale destino avrebbe avuto. Erano loro le viandanti.
- Venivano chiamate dai paesani?
- No, capitavano quando volevano,
giravano e sapevano un po’ la vita di tutti. Però vivevano sempre sulle
montagne: io non le ho mai viste in pianura. Non chiedevano nulla. Stavano lì
un giorno o due, mangiavano e dormivano, poi riprendevano a girare.
- Donne viandanti… Non ne avevo mai
sentito parlare.
- Sì, ma anche uomini.
- Non erano rom?
- No, la nonna diceva che erano
viandanti.
- Ma da voi passavano anche i rom.
- Non a Sedilis. A Maiano, in
pianura, avevamo una grande casa con un bel portico e le stalle. C’era un
locale tutto pitturato di bianco, dove partorivano le bestie: i rom si
fermavano lì a dormire. Ora non so come stiano le cose, ma allora c’era una
legge che gli permetteva di fermarsi tre giorni. Mi ricordo che arrivavano con
i loro carrozzoni di legno tutti colorati, con i somarelli o i cavalli... Gli
uomini facevano i calderai, le donne ricamavano cose bellissime. Noi giocavamo
con i loro bambini e li invidiavamo anche un po’: pensavamo che erano fortunati
perché non andavano a scuola.
- Chissà che voglia di andarvene in
giro con loro!
- In effetti ci andai. Un giorno che
si preparavano a partire, nella confusione generale, non so come io e il mio
gemello ci trovammo sul carrozzone in mezzo agli altri bambini. Nessuno se
n’era accorto. Tutti contenti, stavamo con la faccia schiacciata contro la
finestrella a guardar fuori. Qualcuno passando ci vide: ma guarda, quelli sono
due bambini del paese! E allora ci riportarono indietro.
- Nonostante tutto, hai avuto una
bella infanzia.
- Bellissima. Andavo nei boschi,
vedevo le lepri, gli scoiattoli. Ora chi li vede più? Mi arrampicavo sui
castagni altissimi a batter le castagne. I ricci caduti si lasciavamo a terra
coperti dalle foglie, a ammorbidirsi. Poi s’infilavano in una macchinetta e le
castagne ne uscivano bell’e sbucciate. A noi servivano per ingrassare i maiali.
Ricordo che parlavo con gli animali, inventavo mille giochi... Avevo moltissima
fantasia, anche perché i miei cugini erano tutti maschi. Io ero più grande, ma
quelli erano più forti e le decisioni le prendevano sempre loro. Almeno, quando
andavo da sola a fantasticare per boschi, le decisioni le prendevo io.
- Insomma, ti scontravi già con un
problema di genere.
- Eh sì, anche in famiglia, col mio
gemello, era sempre una lotta. La mamma trattava diversamente le femmine dai
maschi: a noi bambine toccava lavare i piatti, curare i fratelli.
- Già, la cultura patriarcale veniva
trasmessa attraverso le madri. È nata così la tua coscienza femminista?
- Forse perché sono gemella e vedevo
la differenza. Mi dicevo: abbiamo la stessa età, è più robusto di me, perché io
sono obbligata a lavare i piatti mentre lui se ne va a giocare? Era la prima
ingiustizia che sentivo. Oltretutto, essendo io la primogenita, mia mamma mi
riteneva responsabile dei fratelli più piccoli. Ma io avevo voglia di giocare e
un po’ me ne infischiavo.
- Hai iniziato presto a ribellarti.
E com’ è successo che più tardi hai collaborato coi partigiani? Non eri troppo
giovane?
- Mio padre era prigioniero dei
tedeschi e ogni mattina lo portavano al campo d’aviazione. A noi bambini i
tedeschi ci lasciavano entrare e così andavamo in giro a guardare un po’
dappertutto. Rubavamo i bossoli della contraerea per venderli allo
stracciaio... Insomma, sapevamo sempre tutto quel che succedeva. Un cugino di
mio padre era partigiano. Ogni sera, quando passavamo a salutarla, sua madre ci
chiedeva: cosa avete visto oggi al campo, bambini? Cos’ha fatto il papà? Quanti
camion sono arrivati? Noi raccontavamo e lei riferiva a suo figlio. Poi, nel
‘44, sono arrivati da noi i cosacchi. Il momento esatto non lo ricordo, però
non faceva freddo, perché c’era ancora il granoturco da raccogliere. Quando
passavano loro si faceva terra bruciata.
- I cosacchi? Sei sicura?
- Avevano tantissimi cavalli. Erano
i russi bianchi, e stavano coi tedeschi. Contro di noi erano liberi di fare
quello che volevano, però dai bombardamenti alleati non li difendeva nessuno. I
tedeschi se ne infischiavano. Poi, come succede in tutte queste cose, si sono
un po’ amalgamati con la gente del posto. Quei pochissimi che non sono morti
con le bombe o uccisi dai partigiani sono restati lì. Da principio sembravano
iene. Ci sbattevano fuori di casa, volevano tutto, si ubriacavano, pestavano la
gente e violentavano le donne. Poi, pian piano, hanno capito che rischiavano di
farsi ammazzare tutti dai partigiani. Allora si sono ammansiti.
- Che idea ti facevi del mondo, in
mezzo a quell’inferno?
- Ero una ragazzina e dunque più che
altro pensavo che i fascisti erano cattivi e mi facevano paura. In un certo
senso avevo paura anche dei partigiani, che allora venivano chiamati “i
ribelli”. Ma vedevo però cosa succedeva a mio padre e ai suoi amici, vedevo
portar via le persone che non tornavano più. Non sapevi mai se il giorno dopo
eri viva o morta, non avevi mai la certezza. Ci sono momenti che ho dei ricordi
vivissimi, centinaia di episodi ancora fissi nella mente, altre volte cerco di
ricordare il meno possibile perché è sempre una cosa molto dolorosa. Però ti
guardi in giro, vedi che ci sono guerre in tutto il mondo e ti si risveglia la
paura. Penso a tutte queste persone che soffrono gli stessi terrori che ho
avuto io, le capisco veramente.
- A un certo punto t’impegnasti nel
Pci.
- Finita la guerra s’iniziò a
parlare di politica, di partiti... Nel ‘47 organizzammo la prima sezione locale
del Partito Comunista. Ho capito che la mia idea era quella, non certo la
Democrazia Cristiana, perché ho visto che i fascisti del tempo di guerra erano
andati proprio con la Dc. Mi sono detta: sono sempre quelli di prima. Così
inaugurammo la sezione del Pci nella macelleria di Orazio, una specie di
sgabuzzino che lui ci aveva ceduto. Nella ghiacciaia mettevamo le scartoffie.
- Come ti trovavi con i compagni di
quel tempo?
- Ho avuto qualche problema, perché
la scuola di partito la tenevano soltanto ai maschi. Alle femmine toccava tener
aperta la sede, pulirla... Solita storia. Poi, quando nacque la rivista Noi
Donne, la portavo in giro per le case, la facevo conoscere... E nel 1950 mi
trasferii a Milano.
- Infatti ora sei milanese. Però la
tua origine friulana te la porti dietro dappertutto, è un’impronta molto forte.
- È tipico dei friulani l’amore per
la propria terra. È una specie di orgoglio. Sono emigrati in tutto il mondo, ma
vogliono sempre tornare a morire a casa. Anche se riusciamo a costruirci
qualcosa con il sudore della fronte, abbiamo questa paura atavica che ci
portino via tutto. Forse perché siamo sempre stati sotto padrone. Abbiamo paura
della povertà, paura della guerra... Tutte le angosce dell’infanzia che tornano
sempre.
- Quando è scoppiata la guerra in
Jugoslavia, sembravi rivivere le vecchie paure.
- Sì, ho sofferto molto intensamente
tutta la tragedia di quel popolo, ho sofferto quasi quanto loro.
Poeti
smarriti e disarmati oracoli
anche stamane
si aggirano
a oriente e occidente
della pianura padana
tra
corti e cortili
tra dune
e deserti
sotto
portici vuoti
lungo
nebbiosi greti.
Volano
le pietre
sollevate
dai loro
frenetici passi.
Poeti
smarriti e disarmati oracoli
anche
stamane vanno
verso
città di ombre
senza
mura
senza
finestre
senza
disegno alcuno
senza
più storie
senza
parole
senza
giardini per abitare
senza
fontane
senza
piazze per invecchiare.
Passano
dame
e
cavalieri erranti
su
strade
che mai più
s’incroceranno.
Quando si parla di donne e
differenza di genere, non si parla principalmente di una diversità innata o
biologica, anche se il corpo con le sue differenze molto conta nel costruirsi
dell’identità personale, ma si parla soprattutto di una condizione storica
prodotta da millenni di dominio e di esclusione sociale e politica, condizione
che ha generato una differenza, di cui però non tutte le donne sono consapevoli
o convinte.
Parlare “come donne” significa
quindi collegarsi a riflessioni maturate da gruppi e movimenti femministi; o a
singole donne, scrittrici, filosofe, saggiste e politiche attente al pensiero
di genere; oppure alle esperienze elaborate da donne che vivono specifiche
situazioni, una delle quali è la guerra. Non si può quindi parlare dell’universale
donne, se non rischiando di cadere nell’astratto logos delle
filosofie maschili che tanti danni ha già prodotto.
Tuttavia le modalità con cui le
donne subiscono le conseguenze delle guerre e delle politiche neoliberiste sono
modalità di genere. Che cosa significa abitare la terra in tempi di
globalizzazione, per una donna del Sud del mondo o dei paesi in guerra?
Significa occuparsi dell’acqua, del cibo, della salute, delle gravidanze... In
poche parole, della vita e della morte. Misurarsi con i diritti essenziali, con
il diritto ad avere diritti, quelli che dovrebbero essere assicurati non
soltanto dal fatto di esistere, di abitare la Terra, ma soprattutto dal lungo
costruirsi della cosiddetta civiltà: altrimenti a cosa serve la politica, a
cosa la cultura, a cosa il concetto di cittadinanza?
Invece in quei luoghi occorre
conquistarsi con fatica e dolore, talvolta senza riuscirvi, il diritto alla
pura sopravvivenza. Sono i dati e le statistiche a dirci che l’alto livello di
benessere di alcune parti del mondo viene pagato dallo sfruttamento di altre
aree rapinate delle loro risorse fondamentali, in un circolo vizioso che fa
pagare le conseguenze dell'iperproduzione e dell’iperconsumo proprio a chi non
si può permettere nemmeno i consumi essenziali.
Il concetto di economia si fa allora
molto concreto: riguarda il diritto alla vita. Da qualche tempo, anche
nell’Occidente del benessere generalizzato, vissuto sulla rapina
neocolonialista del sud del mondo, si affacciano però fantasmi del passato. E
l’economia ricomincia a diventare corporea, concreta, ogni volta che ci si
sorprende a doversi confrontare con nuove rinunce, con la necessità di
economizzare sulla spesa quotidiana. Ci si comincia a chiedere: avremo in
futuro energia sufficiente, acqua sufficiente? O dovremo contendercele come
nelle guerre tribali?
Si vede riemergere una trama
ancestrale che ci riporta all'essenza delle cose, ci riporta sulla soglia della
vita e della morte, una soglia dove da sempre abitano le donne. Da sempre,
infatti, a questa soglia è stato collegato il potere delle donne che tanto ha
spaventato il genere maschile, fino a volerlo cancellare. Un potere che è anche
il peso che le donne nella storia hanno dovuto sostenere.
Come si presenta, oggi, questo peso?
Dappertutto la condizione delle donne peggiora e arretra: nelle società rurali
del sud del mondo per l’impatto sconvolgente del modello di sviluppo
occidentale e del debito estero sulle loro economie e sulle loro tradizioni,
nei paesi industrializzati a causa dei tagli allo stato sociale e del
conseguente doppio e triplo lavoro cui le donne sono condannate.
In Occidente sempre più si parla di
“femminilizzazione del lavoro”, un processo che avrebbe dovuto configurarsi
come un diverso modello di lavoro, calibrato sui tempi della vita, e non più
sulla rigida divisione fordista fra lavoro e vita, che era tagliata su misura
dell’uomo capofamiglia, tipica dell’epoca industriale. Una differente scansione
dei tempi avrebbe potuto “liberare” anche gli uomini, a patto che fossero
mantenute le garanzie e le sicurezze contrattuali e previdenziali
indispensabili. Purtroppo ha invece significato generalizzare e allargare
all’insieme del mercato del lavoro proprio quella precarietà che era
caratteristica dei lavori atipici e invisibili delle donne.
In realtà è la povertà a femminilizzarsi
sempre di più, nei paesi in guerra e nel sud del mondo. L’aumento del livello
di povertà, e il crescere dello sradicamento (sono donne la maggioranza del
popolo dei profughi), assoggetta le donne a ogni sopruso, rischiando di
ricacciarle indietro nell’inferno di una corporeità non rispettata, perché da
sempre demonizzata, e quindi sfruttabile come una cosa (stupri, schiavismo
sessuale, turismo sessuale...).
Perché stupirsi? Lo sviluppo è un
processo altamente discriminatorio contro tutti i soggetti “deboli”, e
naturalmente contro il soggetto più discriminato della storia, le donne. La
base del modello di sviluppo occidentale neoliberista sta nella priorità della
logica del profitto e nello sfruttamento illimitato non solo della forza lavoro
ma anche delle risorse naturali del pianeta, a qualsiasi prezzo, compresa la
distruzione dell’ecosistema e la rovina d’intere popolazioni, con l’alibi
menzognero della tecnologia “buona” che risolverà il problema della fame per
miliardi di persone.
È invece proprio il contrario, come
spiega Vandana Shiva (19) quando denuncia la nuova “biopirateria” che sta
depredando metà del mondo. Grazie all’ingegneria genetica, alcune gigantesche
multinazionali s’impadroniscono di millenari saperi agricoli collettivi,
brevettando semi modificati in laboratorio in modo da renderli sterili, semi
che dovranno quindi essere eternamente riacquistati. Questa rapina, imposta con
la forza, e legittimata nell’ignoranza e nell’indifferenza quasi generale
dell’Occidente, porterà alla rovina innumerevoli piccole aziende agricole,
gestite in maggioranza da donne. Come se non bastassero le pesanti
discriminazioni che nel Sud del mondo le donne già subiscono.
Moltissime economie rurali del Sud
si fondano sullo sfruttamento del lavoro delle donne, che restano però prive
dei più elementari diritti. Paesi in cui il pochissimo che c’è viene comunque
destinato ai maschi, paesi in cui le donne ricevono sempre e comunque meno
cibo, meno istruzione, meno cure. Se pure non vengono uccise nella culla, o
assassinate dai mariti, subito dopo il matrimonio, per impadronirsi della dote.
«Quando nasce un bambino, nella
comunità punjabi, è una festa in famiglia. Il padre del neonato distribuisce i ludoos,
gustosi dolci tradizionali indiani di colore giallo, segno di gioia e
celebrazione. Se nasce una bambina, a essere distribuiti sono fazzoletti per
asciugare le lacrime», ha scritto Daniela Sanzone sul Manifesto,
parlando del film Pink ludoos di Guarav Seth, in cui si racconta una
vicenda che rovescia il segno di questa inaccettabile tradizione. Difatti
verranno offerti ludoos pink (rosa) in segno di festa per la nascita di
una bambina.
L’economia dovrebbe mutare
completamente paradigma, e ispirarsi a quei preziosi saperi delle donne legati
all'esperienza e alla materialità della vita, legati alla conoscenza del limite
e al rapporto con un tempo non più lineare ma ciclico, nella consapevolezza che
le conseguenze delle scelte si pagano, e che bisogna preservare le basi da cui
tutto continuamente rinasce. Una legge cosmica cui nessuno può sottrarsi.
Ciò che ci interessa, quindi, non
sono le politiche che s'ingegnano di integrare le donne in uno sviluppo
distruttivo e funzionale al dominio dei pochi sui molti, pensato da economisti
occidentali maschi, ma ci interessa riconsiderare tutto il modello di sviluppo
assumendo un punto di vista di genere, che rovesci gli attuali, iniqui rapporti
di forza tra Nord e Sud del mondo, intendendo nord e sud in senso lato e anche
metaforico, e tutta l’organizzazione sociale fondata sulla diseguaglianza di
genere.
E gli atroci integralismi religiosi?
Dai più “moderati”, fondati sulla separazione dei sessi e sulla segregazione
delle donne nello spazio domestico, ai più feroci, di cui i talebani sono
soltanto un esempio, che demonizzano l’essenza stessa del femminile e
vorrebbero cancellarlo dal mondo. Alle donne tutte le religioni dovrebbero
chiedere perdono. Nella concezione del femminile come qualcosa di “impuro” da
cui stare lontani (presente in molte dottrine), si legge misoginia, se non addirittura
orrore del femminile. Le guerre nazionaliste e integraliste
aggrediscono per prime proprio le donne, perché sul corpo delle donne si gioca
l’eterno riprodursi dell’ordine simbolico. Quando il fanatismo integralista si
scatena, se vogliono continuare a esistere come libere cittadine le donne sono
costrette a rischiare la vita, oppure sono condannate a subire la clausura
fisica e spirituale.
Il rifiuto della guerra e della
violenza, il rifiuto del modello di sviluppo illimitato e del sistema neoliberista
intriso di patriarcato, il rifiuto degli integralismi: questa è la lotta di
genere che ci unisce al di là dei confini e che ci permette di creare relazioni
anche con le immigrate che vivono qui, per iniziare finalmente a elaborare uno
sguardo positivo, una nuova polis fondata su nuovi rapporti tra il maschile e
il femminile, oltre che tra nord e sud.
E proprio nel Sud del mondo - lì
dove molte bellicose culture tribali sono ancora drammaticamente dominanti -
molte donne si sono trasformate in un simbolo di resistenza contro le
violazioni della democrazia, dell’ambiente, dei diritti umani. Donne note e
donne sconosciute, unite nel coraggio di opporsi al potere. Donne di stato,
professioniste, manager, coltivatrici, artigiane. La scienziata keniota Wangari
Maathai (20) ha ricevuto il Nobel per la pace, un giusto riconoscimento per la
sua magnifica lotta a difesa degli alberi e per le sue non meno splendide lotte
per i diritti umani. E come non ricordare Shirin Ebadi, Aung San Suu Kyi, Arundhati Roy, Nawal
el Saadawi e tante altre?(21)
Quindi, anche se la condizione
collettiva delle donne tarda a cambiare, in tutto il mondo il difficile viaggio
delle donne verso la libertà, la parità di diritti e l’autonomia è
inarrestabile come il rinascere dell’alba dopo una lunghissima notte. Varcare
frontiere, superare confini, andare ad affiancare altre donne nelle difficili
lotte del nostro tempo, dalla Palestina alla ex Jugoslavia, al Kurdistan,
all’Afghanistan, all’Iran, all’Iraq, all’India, al Chiapas: sono le strade,
sono le altre vie percorse dalle donne negli ultimi decenni. Un grande
lavoro che porta in sé la cifra autentica della differenza, una visione
alternativa del mondo, che è giusto conoscere e far conoscere. La
genealogia delle donne si tesse filo per filo, passo per passo, con ostinazione
e pazienza.
La storia millenaria delle donne va
ricostruita praticamente dal nulla, scavando nelle pieghe dei resoconti storici
ufficiali, nelle pagine dimenticate, nelle cronache neutre. E continua ad
accadere: persino gli eventi più recenti vengono immediatamente inghiottiti dal
silenzio, come se le straordinarie esperienze delle donne negli ultimi decenni,
le loro pratiche, le loro riflessioni, fossero scritte sulla sabbia e a ogni
nuovo appuntamento politico e di movimento le donne stesse dovessero
ricominciare da capo senza avere nulla alle spalle.
Ecco perché mi sembra importante
ricordare e trasmettere esperienze e voci di donne che raccontano quello che le
donne han dovuto subire perché donne, quello che fanno la guerra e i fanatismi
religiosi contro i civili e gli inermi. Drammatiche voci di donne, come quelle
di alcune algerine passate da Milano alcuni anni fa, Amina e Khalida. Sono
state soprattutto le donne, in Algeria, ad avere il coraggio di sollevare il
velo sulla verità dell’integralismo.
Amina La scuola dove lavoravo è stata incendiata dai
terroristi, per sei mesi non c’è più stata scuola. Essere donna già vuol dire
essere l’obiettivo dei terroristi, anche essere insegnante. Proibito il
francese, lo sport, la musica, la pittura. Sono stata aggredita e rapita
durante la preghiera del venerdì. La donna viene denigrata, la donna
intellettuale che non porta il velo. Vengono aggredite e stuprate. Hanno messo
annunci per dire che non ci sarebbe stata scuola, ma noi abbiamo lavorato
nonostante le minacce. All’uscita da scuola le donne vengono aggredite,
costrette a portare il velo. Una bambina è stata picchiata perché non voleva
portare il velo, è uno scandalo. I piccoli non fanno più sport. Nelle classi
c’è una segregazione totale. Corridoi divisi. Sono dieci anni che va avanti
così. Se il professore è un islamista può utilizzare l’educazione religiosa per
fini politici. «Perché vostra madre non porta il velo? Perché non fa preghiere?
Perché va a lavorare fuori?», può permettersi di chiedere. Molte donne come me
resistono e si oppongono. Anche se cercheranno di uccidermi non lascerò la
scuola algerina.
Khalida Una guerra fratricida fra esercito al potere e
gruppi islamici armati? Tra esercito e gruppi islamici? È falso. Non c’è
conflitto fra etnie, religioni o movimenti politici diversi. Occorre esaminare
la natura dei crimini. Quando si bruciano le fabbriche, si fanno saltare i
ponti, si uccidono donne, ragazze, i più poveri, quando si attacca il centro
biomedico, si uccidono i cantanti, gli attori... Non si uccidono i baroni del
regime. L’ex presidente della repubblica può tranquillamente passeggiare nelle
strade di Algeri. Quando si lasciano in pace i baroni ma una ragazza viene
sgozzata e riportata davanti a scuola per dimostrare che non si deve andare a
scuola, dov’è il conflitto fra stato e islamisti? Le scuole sono proibite sotto
pena di morte, ma i figli del potere non hanno bisogno della scuola algerina.
Vanno all’estero. Solo i figli del popolo hanno bisogno della nostra scuola. Ci
sono due progetti di società: una democratica, repubblicana, pacifica, non
armata di violenza. L’altra terrorista, totalitaria. Il conflitto fra questi
due modelli di società attraversa tutti i livelli della società, il popolo e lo
stato. C’è oggi una parte dell’esercito pronta ad accordarsi con i “fascisti
verdi” e un’altra no. Sarà la nostra resistenza che potrà trovare la soluzione.
Aiutateci a far capire che vi sono valori - uguaglianza, laicità, vita - che
devono essere patrimonio di tutti. Anche se siamo a sud del Mediterraneo. Ma
siamo troppo deboli per farci sentire. L’integralismo è un’ideologia, ha
militanti, teorici, si battono per un tipo di società teocratica, totalitaria,
totalmente diretta dallo stato. I capi algerini e stranieri non sono né ciechi
né pazzi. La giovinezza di questi militanti non giustifica nulla, dietro di
loro c’è gente molto lucida. Le donne non hanno null’altro se non la
possibilità di resistere. Gli integralisti le uccidono, il potere le esclude.
Gli integralisti le uccidono, il
potere le esclude. Queste parole sono una chiave per decifrare anche i
terribili eventi che hanno segnato la storia più recente dell’Afghanistan,
dell’Iraq... Migliaia di civili inermi intrappolati fra due contrapposte orde
di signori della guerra. Il delirio di potenza dell’Occidente e il fanatismo
dell’Oriente. Nemici ma uguali nel loro ordine guerresco patriarcale, nella
loro identità fondata sulla guerra e sull’esclusione o demonizzazione del
femminile.
Oggi, per fortuna, la situazione in
Algeria sembrerebbe in parte normalizzata, e Khalida Messaoudi, giornalista e
femminista berbera, fa addirittura parte del governo. (22) Le cose possono
mutare, le società possono trasformarsi. Ma dobbiamo continuare a lottare con le
nostre modalità differenti e nonviolente.
L’amara lezione delle guerre
jugoslave prima, e delle “guerre preventive” poi, ci dice che ogni guerra ci
riguarda, anche se non viene combattuta sul nostro territorio. Ci dice anche
che noi donne non possiamo stare sedute in una stanza ad aspettare, chiudendoci
in quello spazio domestico nel quale per millenni siamo state relegate. Spazio
domestico non solo fisico, ma mentale. Per uscire realmente dallo spazio
domestico non basta lavorare e uscire ogni giorno di casa. Soltanto la
soggettività di un agire politico, e l’assunzione di responsabilità riguardo la
società e la collettività, ci può far uscire dallo spazio domestico.
Qui occorre un chiarimento: per me
“domestico” non equivale a negativo, tutt’altro. Il “domestico” inteso come
spazio privato, personale, affettivo, è prezioso e indispensabile, e molto
spesso costituisce l’unico spazio di libertà in questa società nevrotizzata,
tutta tesa all’esteriorità e all’omologazione, oltre che a una sopravvalutazione
del lavoro come unica ragione di vita.
Il “domestico” si colora di negativo
ogni volta che diventa una prigione imposta, ogni volta che si trasforma
nell’unico spazio consentito alle donne, ogni volta che diventa il teatro della
discriminazione di genere. Nel mondo nuovo da costruire il “domestico” potrà
essere lo spazio condiviso da chi vi abita, famiglie classiche, nuove famiglie,
gruppi di amici, coppie omosessuali… Uno spazio dove tutti svolgono gli
indispensabili lavori di cura, paritariamente, senza ruoli precostituiti e
anche con il piacere di farlo perché sono i gesti eterni del vivere quotidiano,
indispensabili a un minimo di armonia e di benessere.
Era così forse l’antica gilanìa
di cui hanno parlato Marija Gimbutas e Ryane Eisler? Chissà, certo è che si
tratta di un mondo ancora da costruire. Tutti i segnali dicono però che il
tempo utile sta finendo. Allora, se le donne hanno una reale differenza da
mettere in campo per trasformare il mondo, questo è il momento.
Da cosa iniziare? Sono molti i confini
che dobbiamo oltrepassare, trappole tese dal potere di ogni tempo. Come cerco
di dire in queste pagine, molte donne negli ultimi anni hanno scoperto la
propria dimensione politica proprio andando oltre i confini dello stato e della
nazione, oltre la cosiddetta patria (e già questo nome dice tutto), uscendone
fisicamente e mentalmente per andare a conoscere donne di altri paesi, donne
direttamente colpite dalla violenza e dalla guerra.
Uscire dai confini per noi donne è
un gesto d’intenso significato, concreto e simbolico insieme, perché per
millenni abbiamo sperimentato sulla nostra pelle cosa significhi esser
“confinate”. Andare lontano, oltre l’orizzonte, nel kosmos che ci era
interdetto, è per noi un gesto di enorme libertà e responsabilità, un gesto
veramente politico. Altrettanto importante, però, è agire nell’oikos,
l’orizzonte vicino entro il quale si svolge la maggior parte della nostra
esistenza.
Le nuove modalità di relazione e
organizzazione sociale, il lavoro precario e “flessibile”, tengono le persone
isolate e divise, e rispecchiano le nuove forme del dominio. Sistemi produttivi
sempre più sradicati e delocalizzati, centri di potere immateriali e sfuggenti,
dotati però di un’ubiqua potenza. Tra l’io e il tu la distanza si sta facendo
abissale. Troppi tu ormai non hanno un corpo, non hanno una faccia o una voce e
nemmeno un indirizzo da poter fisicamente raggiungere.
Senza dubbio, noi che stiamo nei
movimenti abbiamo scoperto nelle reti e in internet una preziosa e comodissima
strada per comunicare e organizzarci annullando le distanze, ma questo non deve
impedirci di vedere l’altra faccia della virtualità, che oggettivamente
contribuisce a smaterializzare e disumanizzare la maggior parte degli scambi
casuali di cui era prima composta la quotidiana esistenza di una persona
normale. Eppure la casualità è sempre stata una grande ricchezza, un modo
prezioso di uscire dai propri limiti, di scuotersi di dosso la polvere della
normalità, d’incontrare l’imprevisto, il diverso.
Questa ebbrezza mediatica (di cui mi
dichiaro entusiastica preda anch’io, naturalmente) rischia di occultare una
volta di più un grande e antico pericolo. La vecchia divisione fra mente e
corpo riappare sotto cibernetiche vesti. Negare, svalutare o anche solo
ignorare la corporeità, separandola dalla nostra essenza pensante, come se
l’esperienza affettiva e sensoriale non ne costituisse la base necessaria,
significa una volta di più espellere simbolicamente il femminile - da sempre
metaforicamente identificato con la materia, la corporeità, la sensorialità, la
natura - dalla costruzione sociale. Dicendo “il femminile”, intendo parlare di
quella componente femminile che dovrebbe abitare tutti, anche i maschi, proprio
come la componente maschile abita anche le donne.
Attenzione, quindi, a non cadere
nella trappola dell’omologazione al vecchio modello iper-razionale maschile,
padre del mondo come oggi lo vediamo. Proprio la capacità di concretezza che molte donne possiedono
è invece fondamentale per rafforzare l’attenzione sul proprio habitat, per
agire dentro il proprio territorio, dentro la propria personale situazione di
lavoro o di vita, dentro le scelte quotidiane.
Perché è qui, nelle politiche
metropolitane, nella privatizzazione di beni essenziali come l’acqua, nella
cancellazione di spazi comuni e spazi verdi, nel dilagare di lavori anonimi e
precari, nel proliferare di centri commerciali e zone urbane “a pagamento”, nel
crescere insensato dei canoni d’affitto e dei prezzi di vendita delle case,
nell’emarginazione dei vecchi, dei deboli, degli stranieri, che vediamo già
attuarsi il progetto mondiale basato su un elementare dualismo: da una parte
gli inclusi, i normalizzati, gli omologati - dall’altra gli esclusi, i
dissidenti, i disobbedienti, gli sconfitti, i diversi. È qui il seme delle
guerre.
Il meticciato sociale, culturale e
conviviale, quella terra promessa in cui finalmente il razzismo e il
privilegio nelle loro mille forme non abiteranno più, appare dunque l’unica
speranza, l’unica salvezza possibile in un futuro speriamo non lontano. Non
sappiamo, naturalmente, quale tipo d’umanità potrebbe nascere da un lungo
periodo storico di meticciato: saremo tutti più o meno simili? Oppure le
differenze continueranno incessantemente a ricrearsi, com’è sempre avvenuto
nella storia? E in quest’ultima ipotesi, come scongiurare il pericolo che una
volta di più le differenze culturali, sessuali, anagrafiche, somatiche vengano
demonizzate e perseguitate, come, appunto, è sempre avvenuto nella storia?
Tuttavia, pur ipotizzando un
miracoloso successo delle tante soggettività che lavorano per un mondo diverso,
per una società diversa, un punto va chiarito. Quanto diversa sarebbe la
società che abbiamo in mente? Quanto ripeterebbe dei vecchi modelli? La matrice
in cui sono stati fusi tutti i modelli, in altre parole lo stampo delle
istituzioni e degli statuti sociali, non reca traccia del pensiero femminile.
Mai le donne hanno avuto modo di decidere le regole cui s’ispirano le
organizzazioni politiche e sociali.
Manca dunque qualcosa di essenziale,
il seme di una diversa concezione dello stato, della società, della politica
che si può intravedere nei preziosi contributi che alcune grandi pensatrici
hanno elaborato. Penso a Virginia Woolf, Hannah Arendt, Rosa Luxemburg, Simone
Weil, Emma Goldmann, Luce Fabbri, Maria Zambrano… Nelle loro pagine il pensiero
politico non è separato dalla persona, dal corpo, dal cuore, dai sentimenti.
Proprio ciò che l’ordine patriarcale ha sempre disprezzato - quello che
chiamavano il sentimentalismo delle donnette, inadatte alla grande politica
- può al contrario rivelarsi la preziosa chiave per cambiare rotta.
Il lavoro da fare è ancora immenso.
Il patriarcato non è finito, ha solo subito parziali e non durature sconfitte.
Certo, negli ultimi anni abbiamo compiuto progressi giganteschi, se soltanto
paragoniamo la nostra vita a quella delle nostre madri o nonne. Tuttavia la
struttura sociale profonda non si è ancora realmente trasformata, e nemmeno il
rapporto tra i sessi, o il legame sesso-possesso-violenza che abita
ancora la mente di troppi uomini. Quasi non passa mese senza che la cronaca
registri l’uccisione di una donna a opera di un fidanzato o di un marito
incapaci di accettare la fine di un rapporto.
La presenza di alcune donne nei gangli
di un sistema che però continua a essere pensato, statuito e gestito dal solo
genere maschile non basterà di per sé a cambiare le cose.
Senza un forte atto simbolico di
rottura dell’ordine guerresco patriarcale, compiuto da molte donne in molti
luoghi del mondo, cui far seguire scelte politiche, civiche ed esistenziali
radicali nel costruire vere alternative, le speranze di cambiamento saranno
vane. È vero che gutta cavat lapidem, ma troppi millenni sono già
passati. Disse Virginia Woolf all’Organizzazione antifascista che sosteneva, senza però entrarvi direttamente: «Il modo migliore per aiutarvi a
prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri
metodi, ma di trovare noi nuove parole e inventare nuovi metodi».
Il traguardo cui tendere, dunque,
non è maschilizzare le donne, aprendo loro qualche spiraglio dentro istituzioni
modellate sul vecchio stampo patriarcale, ma femminilizzare la società e quindi
camminare per altre vie. Vie dimenticate o non ancora percorse nella
storia del genere umano. La negazione del principio femminile non è forse il
vero peccato originale che sta al fondo della storia e di tutte le storie? Riconoscere
il valore del femminile negato e reintegrarlo nel mondo potrebbe essere l’unica
strada che resta prima dell’abisso.
C’è un libro che mi fa pensare alla
Jugoslavia, alla Palestina, all’Afghanistan, all’Iraq, sebbene non ne parli
affatto. S’intitola Cerimonia ed è opera di una scrittrice india pueblo,
Leslie Marmon Silko (Editori Riuniti, 1981). L’azione si svolge negli Usa, in
un villaggio del Nuovo Messico, zona di Los Alamos. Il protagonista è Tayo, un
mezzosangue discriminato da tutti, perché è diverso: non è né completamente
bianco né completamente indio. Infelice e inquieto, decide di arruolarsi. Lo
mandano a far la guerra contro i giapponesi nelle Filippine e lì rischia
d’impazzire, perché nei volti dei “nemici” vede sé stesso, vede i suoi parenti.
Delirando, pensa che sta uccidendo suo zio, suo cugino, i suoi stessi fratelli.
Nel frattempo, una tremenda siccità
manda in rovina la gente del villaggio, e Tayo si convince che è colpa sua
perché ha maledetto la pioggia che gli ha impedito di portare in salvo suo
cugino Rocky, ferito a morte. Inoltre, accettando di andare in guerra, ha
avverato una tragica profezia tramandata nelle mitologie della tribù. Per il
rimorso Tayo s’ammala, nessuno riesce a
curarlo e lui sta per
lasciarsi morire, fin quando la sua vecchissima nonna capisce a chi rivolgersi:
soltanto due “diversi” come lui potranno salvarlo.
Il primo è uno sciamano, mezzosangue
come Tayo, che gli spiega la vera causa della siccità: narra un’antica leggenda
che nel loro mondo il male entra quando la tribù dimentica per troppo tempo di
spostarsi dal centro e andare oltre. Il centro da cui non si sono spostati è la
maledetta zona di Los Alamos, dove il governo degli Usa tiene gli esperimenti
nucleari segreti da cui nascerà la prima bomba atomica.
La seconda salvatrice è Ts’eh, una
giovane guaritrice meticcia, una ribelle che rifiuta le rigide regole della
tribù: anche i pueblo, infatti, discriminano i diversi, i non pueblo, in questo
uguali e speculari rispetto ai bianchi. Con molto amore, e con le sue preziose
erbe medicinali, Ts’eh la diversa riuscirà a guarire Tayo il diverso.
Questa vicenda rappresenta, secondo
me, una perfetta metafora valida per tutte le guerre, e in particolare per
quella jugoslava, combattuta tra popoli fratelli che parlano la stessa lingua.
La guerra è sempre contro sé stessi. La guerra viene sempre decisa dal
“centro”, il centro visibile e geografico, dove sta il potere ufficiale, o il
centro segreto dove si nascondono i poteri reali, che può essere ovunque.
Ecco perché è urgente e necessario
spostarsi dal centro inteso come la sorgente del potere assoluto e patriarcale,
e sfuggire agli imperi, ai poteri forti, i soli cui servono le guerre. Parlo di
uno spostamento psicologico e politico, parlo di vertici e di gerarchie che
uccidono anche la linfa dei movimenti, parlo di una nuova polis, di una nuova
politica, di un nuovo concetto di democrazia realmente partecipata che ponga il
rifiuto universale della guerra e della violenza al primo posto tra i suoi
obiettivi principali.
La guerra deve diventare un tabù,
altrimenti un male inguaribile divorerà la specie umana, proprio come nel
villaggio di Tayo.
Già se ne vedono i segnali.
Ringrazio le Éditions Luc Pire di
Bruxelles per i passi che ho tratto dal libro Les barbelés de la honte.
Il punto 2 della Premessa riproduce parzialmente un mio intervento pubblicato
sul foglio Notizie minime della nonviolenza in cammino, numero 74 del 29
aprile 2007. Alcuni passi del capitolo “La guerra delle bugie: Suonando tra le
macerie” fanno parte di un articolo che pubblicai sulla rivista Giano,
giugno 1996. La prima parte del capitolo “Oikos e kosmos: Abitare la terra in
tempi di globalizzazione” riproduce il mio intervento al seminario “Politica e
conflitto”, organizzato dall’Associazione Rosa Luxemburg, Firenze, 10-11
dicembre 2004.
Specifico inoltre che i nomi di
alcune amiche bosniache sono stati cambiati per ragioni di privacy.
Una nota personale
Confesso qui un mio piccolo segreto: Lipparini non è il mio
cognome. Con una decisione che non è politically correct dal punto di vista
femminista, circa 35 anni fa ho scelto di usare il cognome di mio marito come
pseudonimo giornalistico, e a poco a poco ho finito per usarlo in ogni
circostanza, anche “politicamente”.
I motivi di questa scelta sono personali, ho la sfortuna di
avere un cognome particolare, che induce a una continua identificazione con
persone omonime molto note, che lavorano nel giornalismo radiotelevisivo e in
politica, su posizioni totalmente opposte alle mie. Difficile e noioso
spiegare che non siamo parenti (me lo sento chiedere ogni volta che il mio
cognome di nascita sono tenuta a usarlo per ragioni burocratiche).
Inoltre, dal punto di vista familiare, il rapporto difficile
con mio padre, e del tutto inesistente con la sua famiglia, mi ha portato a
chiedermi perché dovessi portare quel cognome, e non quello di mia madre con la
cui famiglia invece ho avuto strette relazioni. Tanti anni fa, però, non si
parlava proprio di poter usare il cognome materno, ho anche provato a usarlo
come firma giornalistica, ma sul piano anagrafico non compariva da nessuna
parte e questo creava problemi in molte circostanze.
Laboratorio pacifista delle donne
Rijeka, Croazia
Il progetto era destinato alle donne
profughe e in generale a tutte coloro che in seguito agli avvenimenti bellici
hanno sofferto in qualunque modo delle conseguenze degli atti di violenza e
degli abusi di ogni genere. Sono stati distrutti e devastati interi villaggi,
separate, divise o completamente sterminate intere famiglie, lesi e
irrimediabilmente interrotti legami sociali e familiari.
Le famiglie, o quel che ne rimaneva,
una volta trovatesi profughe in Croazia sono incorse in non poche difficoltà,
soprattutto perché non sono state accettate nel nuovo ambiente, quando non
addirittura soggette ad aperte dimostrazioni di ostilità. I difficili momenti
che hanno dovuto superare hanno avuto su di loro gravi ripercussioni, dalla
perdita dell’identità e della dignità, a insicurezze e paure per il futuro,
dovendo dipendere in tutto e per tutto dagli altri, e trovandosi prive dei
fondamentali diritti civili.
La decisione dello stato croato di
legare il diritto a ottenere la cittadinanza in primo luogo all’origine etnica
e religiosa ha implicato per moltissime donne l’alternativa fra il restare
esposte ai rischi bellici in Bosnia-Erzegovina, o diventare profughe senza
diritti in Croazia.
Nelle città, i profughi non ospitati
nei campi sono stati indirizzati a diverse organizzazioni umanitarie, a seconda
della religione: alla Caritas i cattolici, al Merhamet i musulmani. Questa divisione
e ghettizzazione ha pesato molto sulle donne, che rischiavano di perdere la
consapevolezza di condividere la medesima sorte di tutte le altre donne, di
ogni etnia, ugualmente vittime degli eventi bellici e della violenza. Inoltre,
le donne si sono sentite escluse dalla vita politica e sociale, senza voce in
capitolo.
I rifugiati sono stati considerati
come un peso, malvisti dalla popolazione locale, soprattutto da parte del ceto
più debole, ulteriormente impoverito dall’economia di guerra. Anche i bambini
hanno avuto gravi difficoltà a scuola: sono stati discriminati o addirittura
derisi. I rifugiati non hanno diritto al lavoro, devono quindi dipendere dagli
aiuti umanitari, oppure accettare lavori in nero sottopagati e pagare affitti
sempre più alti. La struttura delle famiglie profughe è spesso la seguente: una
coppia di coniugi anziani, oppure una madre con uno o più figli, o una madre
con i figli e i genitori anziani, o una famiglia numerosa che comprende diverse
generazioni.
Nonostante l’esistenza di un ufficio
per i profughi a Rijeka, la maggioranza delle famiglie profughe è rimasta
disorientata e abbandonata a se stessa, costretta a trovare sistemazioni
provvisorie presso i privati; abbastanza spesso, tuttavia, è sufficiente una
rassicurazione psicologica e un sostegno umano durante la fase più critica in
cui si devono risolvere i problemi base: la casa, la scuola per i bambini, lo
status. Su questi obiettivi si è indirizzato in particolare il nostro progetto.
Il telefono Sos ha iniziato
ad operare tre volte alla settimana nel 1993. Nel secondo anno di attività,
questa funzione si è molto intensificata. I quotidiani locali hanno pubblicato
regolarmente il recapito telefonico tra gli indirizzi utili; il flusso delle
telefonate è aumentato fino a raggiungere una media di una decina al giorno.
Tra le operatrici che si alternavano al centralino hanno lavorato regolarmente
anche alcune profughe. Con l’aiuto di un percorso di formazione e supervisione,
sono stati individuati alcuni presupposti per orientare questa attività e il
tipo di rapporto che si veniva a instaurare fra l’operatrice del centralino e
la profuga in cerca di sostegno: un approccio ottimistico, attento,
comprensivo, gentile, umano; la capacità di mettersi sullo stesso piano della
donna che chiede aiuto, per instaurare un rapporto paritario; l’apertura del
gruppo di operatrici a nuove volontarie, profughe o residenti.
Attraverso il contatto telefonico è
stata raccolta una serie di dati sui bisogni delle profughe, organizzando
quindi l’aiuto in modo differenziato a seconda dei problemi: aiuto legale,
sanitario, sociale e psicologico (del quale le donne hanno avuto
particolare bisogno). In molti casi, le donne che hanno ricevuto un valido
aiuto hanno espresso a loro volta il desiderio di rendersi utili alle altre,
dando vita a un vero e proprio “circolo virtuoso”.
La casa di accoglienza ha
subito vari traslochi, perché il fortissimo aumento del costo della vita in
Croazia spingeva i proprietari a chiedere affitti sempre più alti; non tutti,
inoltre, accettavano l’idea di ospitare profughe. Nelle successive sedi della
casa di accoglienza sono state ospitate donne in situazioni di estrema
difficoltà, particolarmente provate sul piano psichico e fisico. Una volta
aiutate a recuperare le forze e a mantenere i contatti indispensabili a
reinserirsi nella quotidianità, sono state seguite nelle scelte successive, con
sostegni sia economici che legali.
La gestione della casa è stata
affidata ad alcune operatrici (profughe anch’esse) che si sono occupate dell’approvvigionamento
di tutto quanto necessita in una casa, e anche della relazione fra le donne
ospiti. Inoltre la casa di accoglienza è stata anche luogo di incontro dei
gruppi di donne bosniache che vi si riunivano per lavorare a maglia, tessere a telaio,
ricamare, e bere il caffé insieme, ricreando così l’atmosfera tipica della loro
terra d’origine, in cui i forti rapporti umani costituiscono la base della
convivenza sociale.
Particolare importanza, come detto
prima, ha rivestito l’aiuto psicologico sia nel dialogo con le donne assistite,
sia per i rapporti interni al gruppo delle operatrici, sottoposte allo stress
derivante dall’essere il terminale di drammatici problemi umani. Il sostegno
psicologico è stato assicurato da due psicologhe, una in modo continuativo,
l’altra soprattutto per gli incontri periodici di supervisione e per le terapie
più complesse.
Le attività di organizzazione,
coordinamento e documentazione sono state seguite da alcune operatrici con
compiti di segreteria. Fax e computer si sono dimostrati indispensabili per
tenere i contatti con le reti dei gruppi femminili in Croazia e fuori.
Nel suo insieme il gruppo ha
garantito diversi tipi di aiuto umanitario, aiutando a organizzare la distribuzione
di pacchi viveri a numerose famiglie; contribuendo mensilmente al pagamento
dell’affitto per moltissimi nuclei di profughi in grave difficoltà, quasi
sempre costituiti da una donna sola con i figli e con i genitori anziani;
sostenendo in tutto o in parte spese mediche urgenti che lo stato croato
non riconosce ai profughi, nemmeno in casi gravi.
Nell’ambito del progetto, sono stati
affrontati molteplici casi concreti riguardanti i diritti civili, lo status
di cittadinanza, il diritto all’alloggio, avvalendosi della collaborazione
di due avvocate e di diverse organizzazioni, sia croate sia straniere.
Un importante obiettivo perseguito
dal progetto è stato quello di offrire alle donne profughe un modello di
auto-aiuto che nel futuro dia loro la possibilità di sentirsi nuovamente
autonome, attive, almeno in piccola parte autosufficienti. A questo scopo sono
stati organizzati alcuni microprogetti: maglia, tessitura, cucito,
corsi per parrucchiera.
Ogni sabato ha funzionato il Laboratorio
per i bambini, con varie attività (disegno, pittura, teatro) che li hanno
aiutati a stare insieme in un clima di allegria e di gioco, una buona forma di
terapia psicologica per riuscire a superare lentamente i traumi.
*L’idea che diede origine al progetto nacque
nell’interazione fra le donne del Suncokret di Rijeka e le Donne per la pace di
Milano, nel gennaio ‘93. Poco dopo vi si associò la “Casa di accoglienza delle
donne maltrattate” di Milano. I primi aiuti per realizzare il progetto vennero
da offerte di tutta la galassia pacifista: da Torino, Varese, Como, Parma,
Verona, Catania… Singole e singoli, gruppi di obiettori, Difesa popolare
nonviolenta, “Donne in Nero”, gruppi femministi, il Cric di Reggio Calabria, e
tanti altri (mi scuso se ho dimenticato di citare qualcuno). Poi “Progetto
Donna “ della Regione Calabria, con Rosa Tavella, diede il primo importante
contributo pubblico, cui si aggiunse poco dopo il fondamentale contributo
concesso dalla Regione Lombardia, allora presieduta da Fiorella Ghilardotti,
che mostrò grande attenzione e sensibilità verso il dramma della guerra e verso
le politiche di genere.
Donne per la pace
Milano
L’Associazione Donne per la Pace
nacque a Milano, all’epoca della guerra del Golfo, per impegnarsi in un lavoro
teorico e concreto di opposizione all’ordine simbolico patriarcale, e alla
logica di guerra che vi è naturalmente inscritta. Ci proponevamo di promuovere
l’equilibrio tra i generi, insieme alla cultura della pace, della nonviolenza,
della giustizia sociale. In particolare, volevamo stabilire relazioni tra donne
interessate a superare i confini statuali e a sperimentare nuove modalità
politiche.
Per tutta la durata della guerra del
Golfo, insieme alle Donne in Nero, organizzammo iniziative di protesta, fra cui
un presidio quotidiano in piazza del Duomo, con un banchetto dove chiunque
poteva scrivere su grandi teli bianchi parole, poesie e disegni contro la
guerra.
Pochi mesi dopo l’inizio del
conflitto jugoslavo, prendemmo contatto con le Donne in Nero del Centro
Antiguerra di Belgrado, facendo eco alle loro iniziative per chiedere al
governo italiano di accogliere profughi e disertori delle varie repubbliche ex
jugoslave, e organizzando a questo scopo una raccolta di firme (qualche tempo
dopo fu varata la legge 390 per l’accoglienza ai profughi).
Chiedemmo anche alla regione
Lombardia una politica di civile accoglienza ai profughi, dando inizio a un
iter che si concluse con l’approvazione di una legge regionale nel 1994.
Nel luglio 1992 andammo a Novi Sad
(in Vojvodina) per partecipare alla manifestazione contro la guerra delle Donne
in Nero di Belgrado. Nel gennaio 1993 elaborammo un documento, insieme alle
donne di Belgrado, sottoscritto da una cinquantina di gruppi di donne di vari
paesi europei, sugli stupri di guerra e sulla violenza contro le donne,
chiedendo il riconoscimento di tali violenze come crimini contro l’umanità.
Presentammo il documento alla Commissione diritti umani dell’Onu, a Ginevra.
Poco tempo dopo, prendemmo contatto
con le donne di Rijeka, iniziando un percorso da cui nacque il progetto del
“Laboratorio pacifista delle donne” e del telefono Sos, destinato a sostenere
le profughe di ogni nazionalità jugoslava.
Dopo la guerra, alla fine del
progetto, abbiamo sciolto il gruppo, confluendo in altre associazioni.
Riporto qui uno scritto di Luisa Morgantini, europarlamentare, premio
israeliano Women in Black peace Prize, che ricorda come sono nate le Donne in
Nero e racconta il suo personale percorso in quegli anni.
Donne in Nero
Tutto è iniziato da un appello
lanciato da Elisabetta Donini sul Manifesto durante l’assedio di uno dei
campi profughi palestinesi in Libano.
Era il 1986 e nel campo di Bur el
Baranjii, i palestinesi venivano massacrati dalle falangi armate dei cristiani
libanesi alleati con gli israeliani. Le donne nel campo assediato sfidavano la
morte cercando di uscire per trovare il cibo e le medicine.
Dire basta, urlare il nostro orrore
non ci era sembrato sufficiente, volevamo fare qualcosa, costruire un campo di
pace. Dopo diversi incontri in Italia ai quali hanno partecipato donne
libanesi, palestinesi, israeliane e italiane per verificare insieme la
possibilità di realizzare il nostro progetto abbiamo deciso di partire per il
Libano. In Italia la discussione era stata molto sofferta, vi avevano
partecipato donne con appartenenze e pratiche diverse, femministe,
sindacaliste, pacifiste, attiviste nella solidarietà internazionale e altre.
Siamo partite in cinque, non siamo
riuscite nel nostro intento, troppe le rigidità e le contrapposizioni fra le
donne delle diverse parti in guerra, troppe le nostre ingenuità.
Non abbiamo desistito e abbiamo
deciso di andare in Israele ed in Palestina, non più in cinque ma in 68.
Promotrici di questo viaggio a
Gerusalemme, la Casa delle donne di Torino, il Centro Documentazione di Bologna
e Donne dell’Associazione per la pace. Ed è stata un’esperienza straordinaria,
non come l’avevamo pensata, ma più reale, che ci ha fatto rendere conto di
quanto fosse difficile anche per le donne essere costruttrici di pace e
superare gli schieramenti.
Non è stato un viaggio dimenticato,
in questi anni, in Italia molte delle 68 sono state protagoniste di nuove
iniziative nei luoghi della ex Jugoslavia, in Algeria, in Italia e molte hanno
dato continuità alle relazioni con le donne palestinesi e israeliane che sono venute
in Italia per conoscere la realtà e mantenere i fili della solidarietà.
I tre gruppi promotori o donne
singole hanno dato vita e diversi progetti a seconda delle loro
caratteristiche, dall’adozione a distanza di bambine palestinesi della Casa
delle Donne di Torino, al Women’s Affair di Nablus dal centro di Bologna, alla
campagna per gli asili nido, all’impegno per la liberazione delle detenute
politiche palestinesi, il sostegno ai progetti dei Comitati delle Donne e del
Jerusalem Link da parte dell’Associazione per la pace.
E sono state le donne per
l’Associazione della Pace a dare vita alle Donne in Nero in Italia. All’inizio
di ritorno da Gerusalemme il senso era quello di dare visibilità e voce alle
donne israeliane e palestinesi contro l’occupazione militare. Poi durante la
guerra del nostro golfo, il nostro essere vestite di nero e in silenzio era
divenuto protesta contro la guerra e contro il nostro governo che vi
partecipava bombardando Bassora. In quel momento mi sono sentita più vicina
alle Donne in Nero israeliane, anche noi potevamo essere considerate complici
del nostro governo per una guerra che avrebbe potuto e dovuto essere evitata.
Le Donne in Nero sono contagiose, in
diverse parti del mondo le donne hanno assunto la simbologia e la forma di
quella manifestazione contro la guerra, contro la violenza. Ed è fantastica
questa circolarità, noi Donne in Nero italiane nel ‘91 abbiamo partecipato alla
catena umana a Sarajevo e abbiamo incontrato donne delle diverse etnie della ex
Jugoslavia. È con loro che continuiamo gli incontri e i progetti di solidarietà
con le donne e le profughe. È così che a Belgrado hanno fondato le Donne in
nero, che dal 1991, manifestano ogni settimana vestite di nero contro la guerra
e i nazionalismi.
Diversi gruppi di donne della
ex-Jugoslavia, quindi, per dar visibilità al loro rifiuto per la guerra, hanno
assunto le modalità delle Donne in Nero che in Italia avevano manifestato
contro la guerra nel Golfo. Modalità che noi, donne italiane, avevamo a nostra
volta appreso dalle donne israeliane che si oppongono alla occupazione militare
della Palestina.
Noi stiamo però cercando la strada
per agire non solo nei luoghi del conflitto “oltre confini”, ma anche da noi,
in Italia, nelle relazioni con le “donne contro la mafia” e così dopo Pechino,
abbiamo cominciato tra “donne migranti e donne native” a lavorare insieme. E in
questa strada le donne dell’Associazione per la Pace camminano insieme a quelle
donne e a quegli uomini che abitano il mondo con amore e non violenza.
(1) Lucie
Bolens è docente di
storia medievale, specializzata in questioni agrarie dell’Andalusia dall’XI al
XIII secolo, presso la Facoltà di lettere dell’Università di Ginevra. Fra i
suoi testi: La Bible et l’histoire au feminin, Ginevra, Metropolis 1992,
e diversi saggi sull’antica cucina andalusa
(2) Dall’articolo di Angelo Baracca “La resistibile agonia
del trattato di non proliferazione” (pubblicato sul Manifesto nel corso
del 2005), che parla della Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione
nucleare, traggo queste interessanti notizie: «…Tutte promesse da marinaio: la
sostanza è stata invece una netta inversione di tendenza per la quale i
pretesti dell’Iran e della Corea del Nord sono assolutamente inconsistenti,
risibili e contraddittori. La conclusione è una sola: gli stati non intendono
rinunciare in alcun modo alle armi nucleari! E si attrezzano per poterle
concretamente utilizzare nelle guerre future, soprattutto contando sulla
possibilità di realizzare armi nucleari di concezione completamente nuova. […]
La cosa forse più grave è che, in questo quadro desolante, non pare
manifestarsi nessuna consapevolezza del fatto che i rischi più gravi di
proliferazione stanno davanti a noi, nella ricerca di ordigni atomici di tipo
nuovo, di potenza molto piccola, che cancellino la “fastidiosa” distinzione
rispetto alle armi convenzionali e che si possano usare come armi risolutive da
campo di battaglia».
(3) Ricollegandosi alle modalità con cui alcune donne
israeliane nel 1987 decisero di manifestare, in una piazza di Gerusalemme,
contro l’occupazione dei territori palestinesi, gruppi
di donne appartenenti alle diverse repubbliche dell’ex Jugoslavia si radunarono
a Belgrado il 9 ottobre 1991 in silenzio, vestite di nero, per protestare
pubblicamente con grande coraggio contro la guerra, il militarismo, il
sessismo, lo stupro nella guerra, la pulizia etnica. Le “Donne in Nero di
Belgrado contro la guerra e il nazionalismo” hanno manifestato in piazza, una
volta la settimana, per tutta la durata del conflitto, in costante opposizione
alla guerra e al patriarcato. Si sono prese cura dei profughi, dei disertori,
delle donne stuprate e di tutte le vittime di guerra, rifiutando ogni
discriminazione etnica. Insieme alle “Donne per la pace” di Milano, nel gennaio
1993, hanno presentato alla Commissione diritti umani dell’Onu, a Ginevra, un
documento che chiede il riconoscimento degli stupri come crimini contro
l’umanità, sottoscritto da una cinquantina di gruppi di donne europei.
(4) Ho poi scoperto, leggendo il libro di Rada Ivekovic, Autopsia
dei Balcani (Raffaello Cortina, 1999), che anche lei pensa al bosanski
lonac come a una metafora di convivenza tra diversi: ne parla a p. 148.
(5) Un dossier di Amnesty International sui rifugiati
riporta le seguenti cifre: «Secondo le stime
dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), al 1°
gennaio 2002 i rifugiati nel mondo erano 19.783.100 di cui 6.328.400 sfollati,
persone che fuggono dalle loro case per le stesse ragioni dei rifugiati ma che,
a differenza di questi, non riescono a superare il confine del proprio paese».
Si calcola che le guerre in ex Jugoslavia dal 1991 abbiano provocato lo
sfollamento di vari milioni di persone. Sono circa un milione i profughi in
Bosnia-Erzegovina e in Jugoslavia, mentre altri 300.000, malgrado le operazioni
di rimpatrio, sono ancora rifugiati in altri paesi d’Europa, in particolare in
Germania, Svizzera, Belgio e Italia.
(6)
Milano è stata nel tempo circondata da tre cerchie di mura via via sempre più
esterne: la prima, romana, benché ampia per l’epoca, in realtà circondava
soltanto l’attuale cuore della città, allora costituito dall’originario
villaggio gallico e dal contiguo insediamento romano a incroci ortogonali. In
epoca comunale Milano iniziò a scavare un canale attorno al perimetro urbano a
scopi di irrigazione e di commercio, canale che presto divenne il fossato di
difesa di una nuova cinta di cui ancora qualche traccia si può scorgere se si
sa dove guardare. Infine, quando la Lombardia cadde sotto il dominio spagnolo,
il governatore costruì una possente cerchia di bastioni che racchiudeva ancora
molti spazi verdi all’interno e sui quali nell’Ottocento, ormai non più usati a
scopi militari, si passeggiava a piedi, in carrozza o a cavallo con bellissimi
scorci sulle vicine Prealpi. Di quest’ultima cerchia, distrutta poco dopo
l’unità d’Italia, sopravvivono qua e là resti isolati e così mimetizzati
nell’ambiente circostante da essere praticamente invisibili. Unica eccezione,
il tratto che da Porta Romana conduce verso Porta Vigentina, salvatosi solo
perché su di esso erano sorte una serie di casupole, poi demolite negli anni
Sessanta.
(7)
Grande esperto della “società del
controllo” è il canadese David Lyon autore dei testi L’occhio elettronico
e La società sorvegliata, editi da Feltrinelli, e Massima sicurezza,
editore Raffaello Cortina.
(8)
Il serpente non rappresenta sempre “il male”, anche se qui lo associo a
componenti negative. La Grande Dea mediterranea vi era collegata, in uno dei
suoi molteplici aspetti relativi alle metamorfosi, all’energia eternamente
rinnovantesi del cosmo, e al ciclico rinascere della natura. Nella Creta
minoica la dea veniva rappresentata con le braccia tese inanellate di serpenti,
come mostra la famosa statuetta custodita nel Museo di Cnosso.
(9) Marija Gimbutas nacque a
Vilnius, in Lituania, nel 1921. Laureatasi in Filosofia dell’archeologia a
Tubinga, in Germania, nel 1949 si trasferì negli Stati Uniti. Grazie alla sua
cultura interdisciplinare, e a un’ampia conoscenza delle lingue europee, ebbe
dalla Harvard University l’incarico di ricercatrice sull’Europa preistorica.
Rimase a Harvard tredici anni, fu oratrice alla facoltà di Antropologia, nel
‘55 venne nominata membro del Harvard’s Peabody Museum, nel ‘56 presentò a
Filadelfia la sua “ipotesi dei Kurgan”, popolo proto-indoeuropeo cui diede
questo nome dopo aver scoperto i loro particolari tumuli sepolcrali e aver
tracciato le loro migrazioni in Europa. Ricevette premi prestigiosi e il
sostegno di autorevoli istituzioni. Fu membro del Center for advanced study in
the behavioral sciences (centro di studi avanzati delle scienze del
comportamento) alla Stanford University nel 1961-62, dove ha lavorato alla
scrittura di Bronze Age Cultures of Central and eastern Europe (Culture
dell’Età del Bronzo nell’Europa centrale e orientale), Moulton, 1965. Dal 1963
fino al suo ritiro nel 1989 insegnò alla University of California di Los
Angeles, in particolare con la cattedra di Archeologia Europea dove promosse lo
sviluppo degli studi indoeuropei. Tra il 1967 e il 1980 divenne direttrice
progettuale in cinque scavi di siti neolitici nei Balcani e in Italia,
esperienza che le permise di concentrarsi sull’indagine inerente al periodo
neolitico, da lei chiamato “Europa Antica”, per comprendere lo sviluppo
culturale antecedente all’influenza indoeuropea. Pubblicò
quindi Gods and Goddesses of Old Europe (Thames and Hudson, 1974). Studiando immagini e
simboli neolitici per scoprire il loro significato sociale e mitologico, e
allargando l’ambito dell’archeologia descrittiva alla linguistica, alla
mitologia, alle religioni comparate e allo studio di documenti storici, una
metodologia di ricerca che lei chiamò “archeomitologia”, giunse infine a
elaborare e pubblicare il fondamentale libro The Language of the Goddess
(Harper, 1989; trad. it. Il linguaggio della Dea, Longanesi), nel quale
dimostrò la centralità della figura femminile nelle culture neolitiche su scala
europea, mostrando le differenze tra i sistemi “gilanici” (cfr. nota successiva)
dell’Età del Bronzo nell’Europa Antica e quelli patriarcali indoeuropei. La sua
ipotesi fu pervicacemente osteggiata dall’establishment accademico maschile. È
morta a Los Angeles il 2 febbraio del 1994.
(10) Gilania è appunto un vocabolo usato da Marija Gimbutas, che lo
riprende da Riane Eisler, codirettrice del Center for partnership studies di
Pacific Grove, in California, autrice di importanti saggi tra i quali Il
calice e la spada e Il piacere è sacro. Gilania deriva dai termini
greci gyné (donna) e aner (uomo), uniti dalla lettera “l” che
vuole significare il legame paritario tra i due generi, quale Eisler e Gimbutas
suppongono essere esistito nelle pacifiche società preindoeuropee dell’Europa
Antica.
(11)
Dal libro La morte della natura, Garzanti 1988, di Carolyn Merchant
(docente di storia, filosofia ed etica dell’ambiente all’Università di
Berkeley, California), p. 33: «Nell’investigare le radici del nostro attuale
dilemma ambientale e le sue connessioni con la scienza, con la tecnologia e con
l’economia, dobbiamo riesaminare il formarsi di una visione del mondo e di una
scienza che, riconcettualizzando la realtà come una macchina anziché come un
organismo vivente, sanzionò il dominio dell’uomo sia sulla natura sia sulla
donna. Occorre riconsiderare i contributi di “padri” fondatori della scienza
moderna come Francesco Bacone, William Harvey, René Descartes, Thomas Hobbes e
Isaac Newton. […] nello stesso periodo in cui la celebrata rivoluzione
copernicana stava trasformando l’immagine che la gente aveva del cielo, una
rivoluzione più sottile ma altrettanto pervasiva stava mutando il concetto
della terra - l’antico centro del cosmo organico - sotto i suoi piedi».
(12)
Adriana Cavarero, docente di filosofia politica all’Università di Verona e alla
New York University, è stata tra le fondatrici della comunità filosofica
femminile “Diotima” e ha scritto diversi libri, tra cui Corpo in figure,
Filosofia e politica della corporeità, Feltrinelli 1995, Tu che mi
guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli 1997.
(13)
Luce Irigaray, nata in Belgio, filosofa del pensiero della differenza sessuale, è stata membro
dell’Ecole Freudienne di Parigi, docente al Dipartimento di Psicanalisi
dell’Università di Vincennes e ricercatrice presso il Cnrs di Parigi. I suoi interessi
spaziano dalla filosofia alla linguistica e alla psicoanalisi. Tra le sue
opere: Speculum. L’altra donna (Feltrinelli, 1975); Questo sesso che
non è un sesso (Feltrinelli, 1978); Etica della differenza sessuale
(Feltrinelli, 1985); Amo a te. Verso una felicità nella storia (Bollati
Boringhieri, 1994); Essere due (Bollati Boringhieri, 1994); Tra Oriente
e Occidente (ManifestoLibri 1997); Il respiro delle donne (Il
Saggiatore, 1997).
(14) Sul
sito di PeaceLink www.peacelink.it ho trovato questo testo di Manlio
Dinucci (giornalista e geografo, è stato direttore esecutivo per l’Italia della
International physicians for the prevention of nuclear war, associazione
vincitrice del Nobel per la pace nel 1985; autore dei saggi Il sistema
globale, Zanichelli 2002, Il potere nucleare - storia di una follia da
Hiroshima al 2015, Fazi 2003), pubblicato sul Manifesto del 15
novembre 2003, e ne cito alcuni passi: «…L’invio di truppe italiane in Iraq è
infatti solo l’ultimo passo di una escalation interventista, iniziata oltre
dieci anni fa. Nel 1991, con il governo Andreotti, la Repubblica italiana
combatte la sua prima guerra, partecipando all’operazione “Tempesta del
deserto” lanciata dagli Usa in Iraq. Sette mesi dopo la guerra, in ottobre, il
ministero della difesa pubblica il rapporto Modello di difesa/Lineamenti di
sviluppo delle forze armate negli anni `90. È l’inizio della mutazione
genetica delle forze armate: il loro compito, secondo il rapporto, non è più
solo la difesa della patria (art. 52 della Costituzione), ma la “tutela degli
interessi nazionali ovunque sia necessario”. Viene così enunciata una nuova
politica militare e contestualmente una nuova politica estera, con funzioni
contrarie a quelle stabilite dalla Costituzione. […] Nel 1993 - mentre l’Italia
partecipa all’operazione militare lanciata dagli Usa in Somalia, e al governo
Amato subentra quello Ciampi - lo stato maggiore della difesa dichiara che
“occorre essere pronti a proiettarsi a lungo raggio” per difendere ovunque gli
“interessi vitali”, al fine di “garantire il progresso e il benessere nazionale
mantenendo la disponibilità delle fonti e vie di rifornimento dei prodotti
energetici e strategici” (Stato maggiore della difesa, Aggiornamento del
modello di difesa, 1993). Nel 1995, durante il governo Dini, lo stato
maggiore della difesa fa un ulteriore passo avanti, affermando che “la funzione
delle forze armate trascende lo stretto ambito militare per assurgere anche a
misura dello status e del ruolo del paese nel contesto internazionale” (Stato
maggiore della difesa, Modello di difesa, 1995). Nel 1996, durante il
governo Prodi, tale concetto viene ulteriormente sviluppato nella 47ª sessione
del Centro alti studi della difesa. “La politica della difesa - afferma il
generale Angioni - diventa uno strumento della politica della sicurezza e,
quindi, della politica estera”. (Informazioni della Difesa, suppl. al n.
4 1996). Nel 1999 - dopo che il governo D’Alema ha fatto partecipare l’Italia,
sotto il comando Usa, alla guerra contro la Jugoslavia - la marina militare
annuncia che l’Italia, affermatasi quale “media potenza regionale”, ha “un
crescente e solido ruolo geostrategico nel ‘Mediterraneo allargato’: spazio
geopolitico comprendente, oltre al Mar Nero, anche le vie meridionali di
accesso al Canale di Suez e cioè il Mar Rosso fino allo Stretto di Bab
el-Màndeb e, più oltre, il Golfo Persico che, attraverso lo Stretto di Hormuz,
è intimamente collegato al sistema mediterraneo di rifornimenti energetici” (Marina
militare italiana, Rapporto 1999). Su questa scia, dopo l’11 settembre,
il governo Berlusconi invia le nostre truppe prima in Afghanistan e quindi di
nuovo in Iraq. Si tratta di un progetto del ministero della Difesa, distribuito
ai parlamentari nell’ottobre 1991, contenuto in un libro bianco di 251 pagine,
dal titolo Modello di difesa. Lineamenti di sviluppo delle FF.AA. negli anni
‘90. L’impostazione concettuale non è sostanzialmente modificata ma
ribadita dall’Aggiornamento pubblicato nel 1993 dallo Stato Maggiore della
Difesa. Tutta la “filosofia” di quel progetto è apertamente dichiarata nelle
prime 70 pagine. Vi si dice che, caduto il muro Est-Ovest, il nuovo confronto è
nell’area mediterranea “tra una realtà culturale ancorata alla matrice islamica
ed i modelli di sviluppo del mondo occidentale” (p. 15-16). Là è il nuovo
nemico, il nuovo conflitto economico-religioso!».
(15) Rada Ivekovic, filosofa e scrittrice, nata
a Zagabria, ha studiato Filosofia a Belgrado e Filosofia orientale a Delhi. Ha
insegnato all’università di Zagabria dal 1975 al 1992. Quando è iniziata la
guerra in Jugoslavia ha rifiutato di riconoscersi nelle nuove patrie etniche ed
ha preferito prendere la via dell’esilio. Attualmente insegna all’università di
Parigi VII. Oltre a Balcanizzazione della ragione ha scritto numerosi
altri testi, fra cui Autopsia dei Balcani, Raffaello Cortina, 1999.
(16) Luca Luigi Cavalli-Sforza, genetista,
autore di Geni, popoli e lingue, Adelphi 1996. ha compiuto studi sulla
diffusione culturale nel Neolitico, coniugando genetica e linguistica.
(17) Sono passati dieci anni dal suicidio di
Alex Langer, costruttore di pace, capace di sognare e di agire, impegnato a
tutto campo nella riflessione e nell’azione per una politica differente. Ancor
oggi, in mezzo alle lodi e ai rimpianti, continuo a leggere una grande
incomprensione della sua figura, come se avesse “tradito” la nonviolenza
chiedendo di difendere i civili bosniaci inermi. Compito che avrebbe dovuto
svolgere l’Onu interponendo i caschi blu, ma che purtroppo non ha mai realmente
svolto. Che fare di fronte ai massacri? Una domanda difficile e dolorosa anche
per i seguaci della nonviolenza.
(18) A Milano, negli anni Ottanta e Novanta, con
mio marito Alberto abbiamo dato vita al “Centro Dedalo per la convivenza
interculturale”, allo scopo di promuovere la convivialità delle differenze e il
dialogo fra le diversità, attraverso progetti e iniziative come la “Casa delle
culture” (approvato dall’amministrazione comunale negli anni in cui c’erano al governo
della città anche i Verdi, e mai realizzato), per favorire l’integrazione delle
persone immigrate e il reciproco rispetto culturale.
(19) Indiana, laureata in fısica e in filosofia,
l’ecofemminista Vandana Shiva è un punto di riferimento mondiale nelle lotte contro le multinazionali,
in difesa del modello ecosostenibile di sviluppo delle comunità tribali
indiane. Ha
fondato la “Research foundation for science, technology and natural resource
policy” ed è associata al “Third word network”. Ha aderito al movimento Chipko, donne che abbracciano
gli alberi per impedire che vengano abbattuti. Nel 1993 le hanno attribuito il
premio “Right livelihood award” per il suo impegno ambientalista e in difesa di
uno sviluppo sostenibile, e nel dicembre 2004 il premio “Basavashree”, in
riconoscimento del suo apporto all’umanità e alla natura attraverso la ricerca,
l’attivismo e i movimenti. Partendo da una critica di genere alla scienza occidentale, ha
denunciato la devastazione prodotta nel Sud del mondo dal modello di sviluppo
occidentale, pubblicando numerosi saggi, tra cui Sopravvivere allo sviluppo
(Isedi, 1993), Monocolture della mente (Bollati Boringhieri, 1995), Biopirateria
(Cuem, 1999). Lavora attivamente con la fondazione Navdanja e con il gruppo
“Diverse women for diversity”. L’indirizzo del suo sito: www.vshiva.net.
(20) Wangari Maathai è nata a Nyeri, in Kenya, nel 1940.
Laureata in scienze biologiche, docente di veterinaria all’università di
Nairobi, dal 1981 al 1987 ha presieduto il Consiglio nazionale delle donne del
Kenya, promuovendo l’idea di piantare alberi. Ha fondato il Green Belt
Movement, per la salvaguardia dell’ambiente e il miglioramento della qualità
della vita delle donne, coinvolgendo in poco tempo tremila donne. L’iniziativa
ha trovato eco in altri paesi africani, tra cui Tanzania, Uganda, Malawi,
Lesotho, Etiopia e Zimbabwe. Grazie al lavoro del Green Belt, in Africa è
aumentata la consapevolezza della problematica ambientale e sono stati creati
migliaia di posti di lavoro. Alla fine del 1993 le donne del movimento avevano
piantato più di 20 milioni di alberi e molte erano diventate “guardaboschi senza
diploma”. Wangari Maathai ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali.
Negli ultimi anni si è concentrata sulla situazione dei diritti umani in Kenya,
e per questo suo impegno è stata diffamata, arrestata e picchiata.
(21) Shirin Ebadi, iraniana, 56 anni, avvocata, madre di due
figlie, è l’undicesima donna a ricevere il Nobel per la pace, da quando il
riconoscimento è stato istituito nel 1903, ed è la prima musulmana. Il Nobel le
è stato conferito «per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e a favore
della democrazia. Si è concentrata specialmente sulla battaglia per i diritti
delle donne e dei bambini». Nel 1975 era stata nominata presidente del
tribunale di Tehran, ma dopo la rivoluzione del 1979 fu costretta a dimettersi
per le leggi che limitarono autonomia e diritti civili delle donne iraniane. Ha
difeso le famiglie di alcuni scrittori e intellettuali uccisi tra il 1998 e il
1999, è stata tra i fondatori dell’Associazione per la protezione dei diritti
dei bambini in Iran, di cui è ancora una dirigente. Nel 2000 è stata sottoposta
a un processo segreto per aver prodotto e diffuso una videocassetta sulla
repressione anti-studentesca del luglio 1999. Arrestata, ha subito 22 giorni di
carcere. Il 9 ottobre 2003 le è stato assegnato il Nobel. La birmana Aung San Suu Kyi (figlia
di Aung San, il padre del Myanmar indipendente), leader della Lega Nazionale
per la Democrazia e capo dell’opposizione al governo, è da anni agli arresti
nella sua casa di Yangon, segregata dal regime militare antidemocratico. Nel
1991, Aung San Suu Kyi è stata insignita del premio Nobel per la pace. La
scrittrice Arundhati Roy, nata nel Kerala, si è laureata alla Delhi school of
architecture e vive a Nuova Delhi. È stata assistente al National institute of
urban affairs e ha studiato Restauro dei monumenti a Firenze. Negli ultimi anni
si è impegnata contro la politica indiana delle grandi dighe, che devastano il
territorio e l’ecosistema, e causano il trasferimento forzato delle popolazioni
locali. Tra i suoi libri: Il dio delle piccole cose, L’impero e il
vuoto, Guida all’Impero per la gente comune, tutti pubblicati da
Guanda. Scrittrice e psichiatra egiziana, Nawal El Saadawi si laurea al Cairo
nel 1955. In seguito alla pubblicazione del primo libro, Woman and sex, nel
1972, viene cacciata dal ministero della Sanità e condannata dalle autorità
religiose. Ma Nawal, oggi settantenne e sempre indomita (vuole candidarsi alla
presidenza dell’Egitto) non si ferma e continua a scrivere e a impegnarsi per i
diritti delle donne e le libertà civili e religiose. Nel 1981 viene arrestata,
e a metà degli anni Novanta le minacce di morte di un gruppo fondamentalista la
costringono all’esilio. Tornata in Egitto, nel 2001 una mobilitazione
internazionale riesce a evitarle un processo per apostasia e un divorzio coatto
che un avvocato integralista vorrebbe imporle, contro la volontà del marito.
Tra i suoi libri: Dio muore sulle rive del Nilo, Eurostudio, 1989; Firdaus.
Storia di una donna egiziana, Giunti, 2001; Una figlia di Iside. Autobiografia,
Nutrimenti editore, 2002.
(22) L’algerina di origine cabila Khalida Messaoudi,
laureata in matematica, è vissuta per anni in semi-clandestinità nel suo paese,
perché condannata a morte dal movimento islamista. Nel 1985, a pochi mesi
dall’adozione del Codice della famiglia, fondò e presiedette l’Associazione per
l’uguaglianza tra l’uomo e la donna davanti alla legge, prima associazione
indipendente di donne algerine. Nel 1989 diede vita all’Associazione
indipendente per il trionfo dei diritti delle donne, con l’obiettivo di
ottenere la revisione della legge elettorale che consentiva al marito la
possibilità di votare per conto della moglie. Ha organizzato le Assise
nazionali delle donne democratiche riunitesi ad Algeri nel gennaio 1996, che costituirono
l’associazione Rachda, promotrice della campagna “Un milione di firme” per
modificare il Codice della famiglia. Vicepresidente del Movimento per la
Repubblica e militante del partito cabilo Rassemblement pour la culture et la
démocratie (Rcd) che si batte per uno stato laico e per uguali diritti civili
per donne e uomini, è stata eletta deputata nel 1997. Nel 2002 è stata nominata
ministro della Cultura.