Proposta alternativa di documento
conclusivo dell’indagine della Commissione parlamentare di inchiesta sulla
morte di Ilaria Alpi e Miran Hovratin
L'immagine è tratta dalla testata del sito www.ilariaalpi.it
Mauro Bulgarelli
La
Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin è stata istituita con deliberazione della Camera dei deputati del 31
luglio 2003 ed è stata costituita il 21 gennaio 2004, con il compito di
verificare la dinamica dei fatti, le cause, i motivi nonché il contesto,
storico, politico ed economico, che portarono all’omicidio dei due giornalisti.
Nello specifico, rientravano nei compiti della Commissione:
la
verifica delle possibili connessioni tra l’omicidio, i traffici illeciti di
armi e di rifiuti tossici e l’azione di cooperazione allo sviluppo condotta
dallo Stato italiano in Somalia;
l’analisi
delle modalità dell’operato delle amministrazioni dello Stato, anche in
relazione alle inchieste della magistratura;
il
riferire alla Camera dei Deputati sull’esito dell’inchiesta.
La
Commissione è composta da venti deputati nominati dal Presidente della Camera
dei deputati in proporzione al numero dei componenti i gruppi parlamentari e in
modo da assicurare la presenza di un rappresentante per ciascun gruppo
costituito. Questa la composizione:
Presidente
Taormina
Carlo (Forza Italia)
Vicepresidenti
De Brasi
Raffaello (Democratici di sinistra - l'Ulivo)
Lussana
Caterina (Lega Nord Federazione Padana)
Segretari
Ranieli Michele (Unione Democristiana e Di Centro)
Tuccillo Domenico (Margherita - DL -
L'Ulivo )
Bertucci
Maurizio (Forza Italia)
Bindi
Rosy (Margherita - L'ulivo)
Bulgarelli
Mauro (Gruppo Misto)
Cannella
Pietro (Alleanza Nazionale)
Craxi
Bobo (Gruppo Misto)
Deiana
Elettra (Rifondazione Comunista)
Fragalà
Enzo (Alleanza Nazionale)
Galvagno
Giorgio (Forza Italia)
Lisi
Ugo (Alleanza Nazionale)
Mariani
Raffaella (Democratici Di Sinistra - L'ulivo)
Motta
Carmen (Democratici Di Sinistra - L'ulivo)
Palma
Nitto Francesco (Forza Italia)
Pinotti
Roberta (Democratici Di Sinistra - L'ulivo)
Pittelli
Giancarlo (Forza Italia)
Schmidt
Giulio (Forza Italia)
Gli on.
Giovanni Deodato, Giuseppe Cossiga, Giuseppe Caldarola, Roberto Lavagnini sono
usciti dalla Commissione in date diverse perché dimissionari, l’on. Giovanna
Bianchi Clerici perché cessata dal mandato.
La
Commissione ha proceduto alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le
stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria (articolo 82 della Costituzione;
articolo 3, comma 1, della deliberazione istitutiva).
Introduzione
La
presente relazione di minoranza, a firma dell’on. Bulgarelli, membro della Commissione
fin dalla sua costituzione, rappresenta le posizioni del gruppo dei Verdi, e
nasce dalla profonda insoddisfazione, maturata nel corso dell’attività svolta
dall’on. Bulgarelli nell’ambito della Commissione, per i metodi e alcune
decisioni che hanno caratterizzato l’operato del presidente Taormina. In aperto
dissidio con la gestione della Commissione, l’on. Bulgarelli, già in data 8
febbraio 2005, decise di autosospendersi dalla Commissione stessa, misura da
intendersi come atto politico, non essendo essa tecnicamente prevista dal
regolamento, tanto che, a tutti gli effetti, l’on. Bulgarelli risulta tuttora
membro della Commissione d’inchiesta. Le conclusioni contenute nella relazione
finale licenziata dalla Commissione, confermavano e rafforzavano i motivi di
dissidio che avevano portato all’autosospensione; esse, a parere dei Verdi,
oltre a essere del tutto lacunose, rappresentano una inaccettabile distorsione
di alcuni avvenimenti, emersi nel corso del lavoro di indagine della
Commissione, centrali per la ricostruzione del movente e della dinamica del
duplice omicidio. In tal senso, particolarmente grave appare la denuncia fatta
il 21 febbraio 2006, in sede di conferenza stampa, da alcuni deputati
dell’opposizione membri della commissione, secondo i quali il Presidente
Taormina avrebbe avocato a se la stesura definitiva della relazione finale,
espungendo dal testo alcune parti, al fine di motivare, in mancanza di
riscontri reali, le conclusioni da lui sostenute. Nell’ambito della medesima
conferenza stampa, inoltre, un giornalista del quotidiano “Il Giornale
d’Italia” ha sostenuto di avere le prove che perfino la trascrizione di alcune
registrazioni delle audizioni sarebbe stata manipolata, omettendo parti
significative per le indagini.
Infine,
la figura umana e professionale di Ilaria Alpi e Miran Hovratin, la loro
dedizione alla causa della verità, vengono mortificate dal ritratto che –sempre
nella relazione finale - ne fa il presidente Taormina, a parere del quale i due
giornalisti si trovavano in Somalia per trascorrere una vacanza e non per fare
lavoro di inchiesta. La loro morte, dunque, sarebbe stata del tutto casuale e
maturata nel contesto ambientale particolarmente difficile della Somalia di
quei giorni. Per i Verdi, tali affermazioni, oltre a contraddire le conclusioni
a cui è giunta la stessa magistratura negli anni passati, rappresentano un
pericoloso tentativo di azzeramento di numerose evidenze investigative, emerse
nel corso del lavoro di indagine della Commissione, che potrebbero invece ricondurre
a una delle ipotesi da cui è originata la Commissione stessa: “la possibile
connessione tra l’omicidio, i traffici illeciti di armi e di rifiuti tossici e
l’azione di cooperazione allo sviluppo condotta dallo Stato italiano in
Somalia”. Nel contempo, le conclusioni del Presidente Taormina costituiscono
un’offesa alla memoria dei due giornalisti e al dolore dei loro familiari, ai
quali i Verdi si sentono particolarmente vicini e rinnovano formalmente
l’impegno a perseverare nella ricerca della verità sull’omicidio di Ilaria e
Miran.
Entrando
nel merito delle motivazioni politiche che hanno portato alla stesura della
presente relazione, preme sottolineare come il lavoro della Commissione sia
stato caratterizzato, fin dagli esordi, da un’estrema parcellizzazione e da un
modo di procedere “a compartimenti stagni”: le varie ipotesi investigative di
partenza, in altri termini, sono state sempre analizzate nella loro
specificità, evitando di metterle in relazione tra loro e di inserirle in un
quadro di riferimento complessivo che permettesse di poterle sviluppare
compiutamente. Oltre a ciò, una pianificazione organica e un disegno d’insieme
a cui fare riferimento sono stati ulteriormente pregiudicati da una
programmazione frenetica e improvvisata dei lavori –che ha impedito, tra
l’altro, che fossero audite persone che avrebbero potuto fornire un contributo
utile alle indagini - e da una vera e propria blindatura che ha interessato
alcuni filoni dell’inchiesta e che ha penalizzato in particolare il lavoro dei
consulenti, a gran parte dei quali è stato sistematicamente impedito l’accesso
agli atti o anche la semplice conoscenza di interi settori d’attività. Ciò ha
portato, di fatto, a una quasi totale discrezionalità della presidenza per
quanto riguarda l’impostazione dei lavori, gli ambiti da approfondire e le
metodologie e procedure da adottare. L’ossessivo ricorso alla secretazione
appare inoltre, ad avviso dei Verdi, in palese contrasto con la natura di un
organismo parlamentare, la cui attività deve essere sempre caratterizzata da
assoluta trasparenza. Al contrario, la presidenza della Commissione ha opposto
il segreto a molte richieste provenienti non solo dai consulenti ma dagli
stessi parlamentari che ne facevano parte e ha perseverato in questo atteggiamento
fino alla conclusione dei lavori, opponendo il diniego anche alla semplice
richiesta - avanzata dai Verdi, nella persona dell’on. Bulgarelli - di poter
avere una lista in ordine cronologico delle varie audizioni cui si è proceduto
nell’ambito dell’attività della Commissione. Va osservato e sottolineato con
forza che, in questa sede, la questione della desecretazione degli atti viene
posta non soltanto per stigmatizzare l’operato della presidenza sotto il
profilo procedurale – va ricordato, ad esempio, che qualora una seduta venga
dichiarata "segreta" è fatto obbligo alla Commissione di comunicarne
pubblicamente i motivi, obbligo spesso non ottemperato - ma, soprattutto,
perché essa concerne l’attendibilità delle stesse conclusioni cui la
Commissione è giunta. Come è facilmente comprensibile, infatti, per valutare la
credibilità e la pertinenza di moltissime asserzioni, valutazioni e giudizi
espressi nella relazione finale di maggioranza, è necessario conoscere nel
dettaglio le fonti cui si è attinto, il percorso e il metodo d’indagine
seguito, i singoli atti messi in essere dal Presidente o dai consulenti da lui
delegati per pervenire all’accertamento della verità. In mancanza di ciò, sulle
conclusioni contenute nella relazione finale non può non gravare il sospetto
dell’arbitrarietà. Quello che va salvaguardato, in altri termini, è l’operato
stesso della Commissione, sulla cui credibilità non possono incidere ombre di
alcun genere, soprattutto in considerazione del fatto che essa si è occupata di
un duplice, efferato omicidio.
Va
sottolineato, peraltro, che nel corso dell’attività della Commissione si è
verificato un inusuale ricambio di consulenti, determinato dalle numerose
dimissioni e dalle revoche d’incarico che hanno riguardato in particolar modo i
consulenti indicati dalla minoranza di centro-sinistra, fatto che non può non
essere letto quale sintomo di disagio e indice delle difficoltà incontrate
durante lo svolgimento dei lavori. Un ricambio di esperti e consulenti che,
peraltro, ha influito negativamente sull’efficacia operativa dell’organismo
parlamentare nel suo complesso. Inoltre, le dimissioni di alcuni consulenti
appaiono frutto di indebite pressioni esercitate dalla presidenza nei loro
confronti: è il caso dei due giornalisti del periodico “Famiglia Cristiana” – Luciano
Scalettari e Barbara Carazzolo, dimessisi l’8 febbraio 2005 - la cui attività
di consulenza in seno alla commissione è stata ostacolata in modo sistematico,
o del direttore dell’agenzia “Reporter Associati”, Roberto Di Nunzio, accusato
dal Presidente Taormina di deliberata attività di depistaggio e deposto
dall’incarico di consulente. Si è perso dunque tempo prezioso per indagare,
alla ricerca di “presunte trame”, giornalisti e consulenti. Tempo che si
sarebbe potuto molto più proficuamente utilizzare per ascoltare testi utili
all’accertamento della verità.
La
questione dei consulenti rimanda all’esercizio dei poteri conferiti al
Presidente. La Commissione, infatti, ha proceduto alle indagini e agli esami
con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria,
secondo quanto previsto dall’articolo 82 della Costituzione, poteri che
investono la limitazione delle libertà personali e la possibilità di disporre
intercettazioni, perquisizioni, atti di sequestro. In altre parole, essendo la
Commissione, nel suo insieme, equiparata nei poteri a un organo di
magistratura, è necessario conoscere quali dispositivi di garanzia siano stati
predisposti per scongiurare l’esercizio di abusi nei confronti delle libertà
personali e quale autorità svolga le funzioni di controllo che, in relazione ai
poteri del magistrato, svolge il giudice per le indagini preliminari. Quale
organismo, per esempio, ha considerato doverose, ai fini d’indagine, iniziative
come la perquisizione disposta presso l’abitazione e il luogo di lavoro del
giornalista di Rainews 24 Maurizio Torrealta? Per la Commissione,
Torrealta sarebbe stato in possesso di documenti utili al lavoro della stessa,
che il giornalista, però, non avrebbe reso disponibili. L’accusa è davvero
singolare, considerato che questi era già stato ascoltato, e in maniera
particolarmente approfondita, dalla Commissione il 9 marzo 2004 e doveva essere
nuovamente audito proprio nei giorni in cui fu effettuata la perquisizione. Non
sarebbe stato sufficiente chiedergli di portare, in quella occasione, i
documenti ritenuti utili alle indagini? Come non ritenere l’iniziativa del
Presidente Taormina un’intimidazione nei confronti del giornalista, che per
lungo tempo ha indagato sulla morte dei suoi colleghi?
In
seguito a quell’episodio, l’on. Bulgarelli prese la decisione di
autosospendersi, ritenendo che la perquisizione ai danni di Torrealta
costituisse un abuso dei poteri conferiti al Presidente e che non persistessero
più le condizioni per poter svolgere serenamente ed efficacemente il proprio
lavoro in seno alla Commissione. Non per questo è venuto meno l’impegno dei
Verdi a ricercare la verità sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hovratin e
questa stessa relazione, che da qui in avanti cercherà di mettere in luce tutte
le contraddizioni e i punti lasciati irrisolti dalla Commissione, vuole essere
un contributo in tale direzione, specificando tuttavia che al momento attuale,
a poche ore, cioè, dalla votazione della relazione finale, non è stato ancora
possibile prendere visione di alcune parti di quest’ultima .
Auspichiamo,
peraltro, che il lavoro di indagine svolto dalla Commissione sia comunque utile
alla magistratura e al Parlamento, al quale peraltro chiederemo che sia
modificato l’attuale regolamento delle commissioni di inchiesta, che concede
margini troppo ampi di discrezionalità all’azione del presidente.
Gli interessi professionali di
Ilaria Alpi
Dalla
relazione di maggioranza si evince che l’attività della giornalista sia stata
“prevalentemente interessata al sociale”, quindi poco dedita al giornalismo
investigativo e d’inchiesta. Ciò appare come un ritratto incompleto e parziale
che, nel caso specifico del suo lavoro in Somalia – va ricordato che vi
effettuò ben sette viaggi in meno di un anno e mezzo –, rischia di risultare
fuorviante.
Al
riguardo, va ricordato quanto affermato dal suo direttore dell’epoca,
Alessandro Curzi (Tg3), davanti alla Commissione Gallo (pag. 152 - 153 del
doc.0404 026): «Più tardi, quando ero già a Telemontecarlo, mi accennò a
qualche particolare inchiesta che tentava di seguire. Mi chiese di intercedere
con il neo-direttore Giubilo per inviarla nuovamente in Somalia, perché stava
cercando di capire da dove arrivassero realmente tutte le armi che aveva sempre
visto in mano a quella gente. Gli consigliai di stare molto attenta e di curare
soprattutto la sicurezza personale». Curzi aggiunge: «Non mi diede alcun
dettaglio circa la provenienza di quelle armi. Mi disse semplicemente che erano
moderne, di fabbricazione russa o americana e che arrivavano di continuo».
Va
inoltre rilevato che la Commissione ha potuto entrare in possesso, attraverso
l’archivio dei coniugi Alpi, del materiale rinvenuto successivamente
all’uccisione della figlia, nell’abitazione dove viveva. Da tale documentazione
si evince chiaramente un interesse specifico di Ilaria al tema dei traffici
d’armi, oltre che un interesse a tutto tondo della situazione politica,
economica e sociale della Somalia.
Ecco il
contenuto dei documenti prelevati il 5 aprile 2005 dai due consulenti della
Commissione recatisi dai signori Alpi.
Fra le
carte che i genitori trovano nell’archivio personale della giornalista trovano
(doc. 0257 00) un lungo articolo dell’Espresso del 25 luglio 1993 a
firma di Roberto Fabiani che ripercorre la storia dei rapporti tra l’Onu,
l’Italia, gli americani e la Somalia. Ali Madhi, il Presidente ad interim della
Somalia, vi viene descritto “in odore di trafficare droga e sfruttare la
prostituzione”. Nell’articolo si parla anche del viaggio a Mogadiscio, avvenuto
a dicembre, dell’allora direttore del Sismi Pucci, con 50 mila dollari
destinati al generale Aidid. “Qualcun altro”, dice ancora il servizio, “invece
andò da Ali Mahdi e confabulò con il suo uomo forte Gilao. Costui è un aguzzino
della peggior specie, ex capo dei servizi di Barre. Negoziò con i
plenipotenziari italiani che l’Italia avrebbe addestrato la polizia di Ali
Mahdi e sollecitò un invito in Italia, dove venne con un aereo del Sismi, fu
ospitato al Plaza, e riaccompagnato in Somalia”. Tale episodio riferito dall’Espresso,
tra l’altro, potrebbe essere quello al quale hanno accennato in audizione sia
il generale Rajola sia il generale Grignolo.
In altri
articoli trovati a casa di Ilaria si parla di Somalia, di cooperazione, degli
sprechi di denaro relativi alla strada Garowe-Bosaso (pag. 64 del doc. 0257
00). C’è inoltre un rapporto (pag. 95), scritto in inglese e datato 17/12/1993,
estratto, via internet, dal Department of Commerce, Economics, Statistic
Division’s, la cui fonte è il Dipartimento dell’Esercito degli Stati Uniti, nel
quale si parla diffusamente delle armi vendute legittimamente dal mondo, e
dall’Italia in particolar modo, alla Somalia. Altri articoli rinvenuti tra le
cose di Ilaria si riferiscono ai guasti della mala cooperazione e alle armi. A
pag. 129, viene anche riportato un volantino datato 4 gennaio 1993,
probabilmente scritto da somali (e sul quale Ilaria ha anche realizzato un
servizio mandato in onda dal Tg3), in cui ci si scaglia contro la cooperazione
e il governo italiano. Ad un certo punto del testo, si scrive: «Decine di
migliaia di miliardi sono stati dissipati, sono stati creati interessi
colossali intorno a società private (Somalfruit, Gisoma, Shifco), finanziati
con miliardi di aiuti italiani e divisi tra la famiglia Barre e quella di
Bettino Craxi».
Dunque,
appare da tale documentazione che Ilaria Alpi sia tutt’altro che disinteressata
ai temi dei traffici e della mala cooperazione. Non solo, ma troviamo fra i
suoi interessi anche la flotta di pescherecci, donata dalla cooperazione
italiana alla Somalia e poi rimasta nelle mani di Said Omar Mugne, la Shifco,
su cui vengono poi ritrovati appunti rimasti alla sua scrivania in Rai e su cui
insiste nella sua intervista al cosiddetto Sultano di Bosaso nel corso del suo
ultimo viaggio in quella località. Nel corso di questo colloquio, Ilaria Alpi
prenderà spunto dal fatto d’attualità – il sequestro in corso di uno dei
pescherecci, il Faraax Omar, nelle acque prospicenti Bosaso – per insistere con
alcune domande sulla Shifco e sulla possibilità di salire a bordo
dell’imbarcazione.
“Il viaggio in Somalia del marzo
1994 e il rientro a Mogadiscio del 20 marzo”
I. Il viaggio a Bosaso
Primaria
importanza rivestiva per la Commissione la ricostruzione delle ragioni del
viaggio a Bosaso, degli spostamenti e degli incontri dei due giornalisti.
Essendo stati uccisi nell’agguato del 20 marzo 1994, a poche ore dal rientro
dalla città di Bosaso, era imprescindibile un’analisi minuziosa di tutto ciò
che è avvenuto in quei giorni, al fine di verificare se la ragione
dell’omicidio potesse risiedere in ciò che Ilaria e Miran hanno visto nei
luoghi dove si sono recati, ovvero nelle interviste effettuate. In prima
battuta e per inciso, non si può non rilevare che, al proposito, la Commissione
non ha ritenuto doveroso audire i testimoni (mai ascoltati prima da nessuno)
rintracciati e intervistati nel corso della spedizione effettuata in Somalia,
tra agosto e settembre 2005, dall’On. dei Verdi Mauro Bulgarelli insieme al
giornalista di Famiglia Cristiana Luciano Scalettari e alla troupe
televisiva dell’Associazione Ilaria Alpi di Riccione, costituita da Francesco
Cavalli e Alessandro Rocca.
La
Commissione si è limitata ad acquisire le trascrizioni delle interviste effettuate
all’interprete, a un uomo della scorta e a uno degli autisti che accompagnarono
i due giornalisti nei giorni passati a Bosaso. Approfondendo il punto, avrebbe
potuto rintracciare altre persone in grado, forse, di fornire importanti
ulteriori dettagli circa il lavoro svolto dai due giornalisti: fra queste sono
ci sono sicuramente gli altri dipendenti dell’Ong “Africa 70”, che ospitò
Ilaria e Miran e alcuni cooperanti di Aicf-Usa con sede a Gardo, con i quali
peraltro Ilaria Alpi compare in alcune immagini del girato giunto in Italia,
all’indomani dell’assassinio, insieme ai loro bagagli.
Testimonianze
che sarebbe stato di primaria importanza acquisire, in considerazione del fatto
che la stessa Commissione ammette che, nonostante il minuzioso lavoro di
ricostruzione, rimane una quasi totale assenza di informazioni riguardo in
particolare al viaggio di Ilaria e Miran a Gardo.
Risulta
infatti ormai acquisito che, giunti a Mogadiscio il 12 marzo ed effettuata una
visita a Merka il 13, i due giornalisti trascorrono la mattina del 14 marzo a
Jowhar (presso l’ospedale “Italia”) e rientrano anticipatamente rispetto ai
colleghi sfruttando un trasporto in elicottero. Arrivati a Bosaso nel
pomeriggio del 14 marzo 1994, tenteranno di ripartire per Mogadiscio col volo
della mattina del 16 marzo. Avendolo perduto, saranno costretti ad attendere il
successivo del 20 marzo. È lecito quindi ritenere che la mattina del 16 marzo
Ilaria e Miran abbiano già svolto del lavoro che considerano interessante, al
punto da tentare di tornare a Mogadiscio.
A tale
proposito va ricordato che Ilaria Alpi segna nel suo block notes, prima degli
appunti che sembrano legati alla prima intervista realizzata nella città del
Puntland, alcune parole che potrebbero indicare i suoi motivi d’interesse di
quei giorni: «pesca/strada Bosaso-Garoe/colera Mugne/Munye».
Dal
girato risulta che in quei due giorni i giornalisti si rechino prima alla sede
di “Africa 70”, l’organismo non governativo (Ong) italiano che li ospiterà, poi
in ospedale, e quindi al porto, quasi al tramonto. Il giorno successivo, 15
marzo, tornano all’alba al porto, intervistano tale dottor Kamal, e nel
pomeriggio realizzano l’intervista al cosiddetto Sultano di Bosaso, Abdullahi
Mussa Bogor.
Sempre
sulla base del girato, al tramonto di quello stesso giorno partono per la città
di Gardo, a 120 chilometri da Bosaso, dove non potranno che arrivare a sera
inoltrata, come confermerebbero anche le immagini girate in quella cittadina
col buio. La notte dovrebbero essere stati ospitati dalla Ong Aicf-Usa
(Associazione lotta contro la fame, con sede degli Stati Uniti).
La
mattina prestissimo, realizzano una breve intervista a un capo-villaggio, poi
ai due cooperanti della Ong, riprendendo infine la strada che li riporta a
Bosaso. Perderanno il volo del 16 marzo proprio rientrando da Gardo, che si
trova lungo la strada Garowe-Bosaso. Durante il tragitto i due giornalisti si
fermano anche a fare delle riprese, segno che non temono di perdere l’aereo e
non ritengono di essere in ritardo.
Nell’ambito
delle testimonianze raccolte nella spedizione in Somalia dell’estate 2005,
peraltro, era emerso un elemento sicuramente meritevole di approfondimento.
Secondo
due dei testimoni - l’uomo di scorta utilizzato nei giorni di Bosaso Mohamed
Nur Said e il responsabile del personale somalo Muktar Abukar -, i due
giornalisti al loro arrivo a Bosaso (il 14 marzo), furono accolti
all’aeroporto, oltre che dallo stesso Muktar, anche da un italiano. Il
dettaglio è di grande importanza, perché in base alle concordi testimonianze
del personale italiano della Ong raccolte in Commissione, tutti gli espatriati
di “Africa 70” in quei giorni si trovavano a Gibuti, e sarebbero rientrati solo
il 16 marzo a Bosaso. Quindi, se fosse vero quanto dichiarato nelle interviste
da Muktar e l’uomo di scorta, chi andò ad accogliere Ilaria e Miran?
E se non
c’era nessun italiano a Bosaso, sulla base di quale disposizione il personale
somalo accolse e ospitò i due giornalisti? Appare poco verosimile che l’abbia
fatto senza l’autorizzazione del capo-progetto della Ong ed è presumibile che
abbia almeno ottenuto un’autorizzazione via telefono, di cui però non c‘è
traccia nelle dichiarazioni. Sul punto andavano senz’altro condotte accurate
verifiche, potendo questo particolare rivestire grande rilevanza nella
ricostruzione dei movimenti dei giornalisti nei primi due giorni di permanenza
nella regione del Puntland.
Fra
i documenti in possesso della Commissione vi è, fra l’altro, (doc. 0257 000,
pag. 134), una lettera di condoglianze, in inglese, mandata agli Alpi il 5
maggio 1994 da Mary Starck – WFP Somalia – c/o WFP Nairobi – PO BOX 44482 –
Nairobi. Kenya, nella quale la funzionaria del Programma alimentare mondiale
racconta di aver incontrato Ilaria Alpi il 17 marzo a Bosaso, mentre usciva
dall’ufficio del World Food Program .
Non
risulta agli atti che la Commissione l’abbia sentita. Si è audito qualche altro
appartenente al Wfp di Bosaso? Si è appurato se c’erano degli italiani nel team
dell’agenzia Onu in Puntland?
Anche per
quanto riguarda Gardo, permangono molti interrogativi: una trasferta faticosa,
che costò molto tempo, al punto da far perdere ai giornalisti il volo di
ritorno. Quali approfondimenti sono stati effettuati per capire l’interesse
giornalistico rivestito dalla città di Gardo? Vi erano persone, luoghi, fatti
d’interesse tale da spingere Ilaria e Miran a intraprendere un viaggio che è
durato più di un’intera giornata? Avevano forse appreso da qualcuno, nella
stessa città di Bosso, che fosse importante recarsi a Gardo?
La
Commissione non risponde ad alcuno di questi essenziali quesiti.
II. 16-20 marzo: vacanza o lavoro intenso?
La
ricostruzione di quanto è dato sapere della permanenza a Bosaso dal 16 al 20
marzo, in ogni caso, denota un intenso lavoro da parte dei giornalisti,
protrattosi non solo nei primi due giorni, quelli presumibilmente da loro
programmati, ma anche nei quattro successivi al volo perduto. Incrociando le
immagini del girato (diverse delle quali sono state girate all’alba e al
tramonto), gli appunti della giornalista e le testimonianze, si evince che sia
Ilaria che Miran si concedono ben poche pause: il 17 marzo, ad esempio, si
recano al villaggio di Ufein, lasciando la strada Garowe-Bosaso per inoltrarsi
per una quarantina di chilometri di pista. Una trasferta che, per la distanza e
la brutta strada, necessita l’intera giornata. Il 18 marzo si prendono una
pausa: è il venerdì, giorno di festa per l’Islam nel quale evidentemente
sarebbe stato difficile avere la disponibilità degli accompagnatori, del
personale di Africa 70 che li aiutava nel lavoro e di interlocutori da
intervistare. Infine il 19 marzo lavorano ancora al porto, facendo riprese
dell’attività e realizzando alcune interviste.
Il 20
marzo ripartono per Mogadiscio, nella mattinata, come testimoniano le riprese
realizzate all’aeroporto.
Già da
quelle testimonianze appare evidente che non si sia trattato di “una vacanza”,
come ha dichiarato pubblicamente il Presidente Taormina nelle ultime settimane
di lavoro della Commissione, anticipando peraltro i risultati finali del lavoro
dell’organismo parlamentare (del quale non esistevano ancora nemmeno le bozze
della relazione conclusiva).
III. Bosaso: “turisti per caso” (secondo il
Presidente)
Riguardo
al periodo di permanenza di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Bosaso, il
Presidente della Commissione aveva rilevato una notizia d’agenzia lanciata
dall’Ansa nel tardo pomeriggio del 20 marzo (alle ore 18,14), nella quale viene
riportata una presunta dichiarazione della madre Luciana sul fatto che quella
trasferta fosse stata “quasi una vacanza”. Di questa notizia, in audizione, si
è assunta la paternità la giornalista dell’Ansa Candida Curzi. La notizia
riferiva affermazioni riportate de relato dal direttore dell’epoca di
Rai 3, Andrea Giubilo che, nel corso della sua audizione davanti alla
Commissione, ne ha dato conferma.
Ecco il
passaggio in questione dell’agenzia Ansa: «Mamma, sono arrivata a Mogadiscio.
Questa volta è stata quasi una vacanza». Questo, secondo Giubilo, avrebbe
riferito Ilaria Alpi alla madre.
L’episodio
ha dato luogo a comunicati stampa del Presidente Taormina, rispetto ai quali
hanno espresso fermo dissenso tutti i commissari del centro-sinistra,
chiedendo, tra l’altro, di riascoltare Luciana Alpi sul punto.
La madre
di Ilaria, tramite il legale di fiducia della famiglia, ha smentito
categoricamente di aver mai pronunciato frasi del genere, rimandando peraltro a
quanto dichiarato, a proposito di quell’ultima telefonata ricevuta dalla
figlia, in tutte le sedi giudiziarie e non. La famiglia Alpi ha anche
minacciato di denunciare (in effetti è stata poi presentata querela alla
Procura di Roma nei confronti del Presidente della Commissione Carlo Taormina
in riferimento a quelle ed altre dichiarazioni dello stesso) quanti avessero ad
attentare all’onorabilità professionale della memoria della figlia con false
affermazioni di quel genere.
Nel
comunicato della famiglia, per di più, Luciana e Giorgio Alpi ribadiscono
quanto già dichiarato ripetutamente in questi dodici anni: che la figlia aveva,
viceversa, annunciato di voler chiedere alla Rai di rimanere ancora qualche
giorno in Somalia, perché voleva approfondire alcune questioni.
Ebbene,
il Presidente Taormina e la maggioranza di centro-destra, assumendosi la
responsabilità di una grave decisione, hanno respinto la richiesta di audire
nuovamente Luciana Alpi.
A
chiarimento del punto, ecco il testo delle dichiarazioni rese da Luciana e
Giorgio Alpi nel corso dell’audizione davanti alla Commissione “Alpi-Hrovatin”
l’11 febbraio 2004 (che peraltro ribadisce quanto espresso nelle precedenti
occasioni alla magistratura):
Luciana
Alpi: “Ho avuto l’ultima telefonata da Ilaria due ore prima che la
uccidessero: mi telefonò alle 12,30 di domenica 20 marzo per dirmi che era
rientrata da Bosaso, che era molto stanca e che avrebbe chiesto alla Rai se le
permettessero di rimanere ancora alcuni giorni a Mogadiscio perché voleva
vedere come si svolgeva la vita somala senza il Contingente italiano”.
Giorgio
Alpi: “È provato che aveva prenotato un volo per Kisimayo; noi abbiamo il
documento a casa”.
Luciana
Alpi: “Sì, doveva andare in questo posto che è a Sud di Mogadiscio e dove
c’è un porto. Allora io le dissi: “Ma dai, per favore, torna”. E lei: “Mamma,
scusa, ma intendo chiedere alla Rai se devo rimanere”.
Il
riferimento di Kisimayo, tra l’altro, è significativo. Nell’ambito
dell’interesse di Ilaria Alpi per le navi della flotta Shifco, va
ricordato che il porto di questa città sud-occidentale della Somalia era una
delle mete regolari (come peraltro risulta da diverse testimonianze, compresa
quella di Florindo Mancinelli, dipendente Shifco) di questi pescherecci.
La
relazione della maggioranza insiste ripetutamente sulla casualità della meta di
Bosaso, causalità che viene dedotta dalla disponibilità di voli verso quella
città e non verso altre. Fatto salvo che è prassi normale per gli inviati che
si muovono in aree a rischio o in zone di guerra cercare di cogliere al meglio
e utilizzare le occasioni che capitano per gli spostamenti, anche modificando i
programmi originari, va tuttavia sottolineato che vi sono precise testimonianze
che indicano la volontà manifestata da Ilaria di recarsi a Bosaso e Kisimayo
sin da prima della partenza dall’Italia.
Di
particolare evidenza è la testimonianza dell’operatore Alberto Calvi (doc. 0003
467, pag. 386, Relazione della Digos di Roma del 4/11/97), secondo il quale uno
dei filoni d’inchiesta preferiti dalla collega era il traffico d’armi:
«La
ricerca delle responsabilità del traffico d'armi era uno dei filoni principali
seguiti da Ilaria. In tal proposito chiedemmo una volta a Marocchino di
accompagnarci in un aeroporto clandestino sito al Nord di Mogadiscio, nel quale
atterravano aerei provenienti da Bosaso, che scaricavano il CHAT, la droga
somala. Sapevamo che insieme alla droga potevano essere trasportate anche delle
armi. Marocchino ci promise di accompagnarci, poi non se ne fece nulla. Tale
filone, però, rimase impresso nella intenzioni giornalistiche di Ilaria. Infatti
spesso, nei nostri viaggi, abbiamo tentato di recarci a Bosaso, sempre senza
successo» (sottolineatura nostra).
Insieme
alla Alpi, inoltre, il Calvi ha indicato anche il giornalista Alberizzi come
uno che aveva una predilezione particolare per questo tipo di indagine. Dei due
l'operatore ha detto:
«Sia
Ilaria che Alberizzi avevano l'idea di approfondire le notizie sul traffico
d'armi. Ricordo che facevano sempre un nome, che però non so riferire. Dicevano
che se avessero "incastrato quel tale" avrebbero potuto dare una
svolta all'inchiesta».
Merita
riportare anche la dichiarazione di Rita Del Prete, giornalista e collega di
Ilaria Alpi, riguardo a riferimenti della giornalista Rai sulla strada
Garowe-Bosaso (doc. 0003 467, pag. 470), resa alla Digos il 6 dicembre 1997:
«Con
Ilaria abbiamo parlato, a volte, del lavoro che lei faceva in Somalia. Ricordo
che non aveva una bella opinione dell'operato della Cooperazione in Somalia.
Ricordo anche che a volte, quando rientrava dai suoi viaggi, era disgustata di
alcune cose che aveva visto. Ricordo infatti che una volta, nel 1993, mi parlò
di una strada, sita nella zona di Garoe, che secondo lei cominciava e finiva
nel nulla, e che serviva probabilmente ad occultare delle scorie radioattive. Non mi ha
mai riferito però in particolare di indagini che pensasse potessero metterla in
pericolo.
Ricordo
però che, durante l'ultimo periodo dei suoi viaggi, cioè nel 1994 e quando io
mi trovavo più frequentemente a Lione, durante i nostri contatti telefonici,
Ilaria mi disse che non voleva parlare di lavoro per telefono perché non si
fidava delle linee. In tale occasione io la presi anche in giro, pensando che
esagerasse».
IV. L’estrema pericolosità di Mogadiscio. Questione
contraddittoria
Altro
elemento di insistenza della relazione di maggioranza è sulla pericolosità
estrema della città di Mogadiscio in quei giorni di marzo, dovuta anche al
fatto che il Contingente italiano stava ormai lasciando il Paese africano.
A questo
riguardo, va sottolineato che a fronte delle diverse testimonianze raccolte dalla
Commissione sulla situazione di grande pericolo che si correva nella capitale
somala in quei giorni, viene tuttavia riferito un episodio che appare in
nettissima contraddizione con quelle testimonianze: lo testimoniano i
giornalisti Giovanni Porzio e Gabriella Simoni, che riferiscono in audizione di
essersi recati nello stesso luogo che diventerà teatro dell’agguato, l’hotel
Amana, la stessa mattina del 20 marzo. Senza alcuna scorta.
Sarebbe
stato tra l’altro opportuno (ma la Commissione non ha ritenuto di doverlo fare)
verificare quanti italiani erano presenti a Mogadiscio il 20 marzo 1994 e
quanti rifiutarono l’evacuazione sia prima che dopo il duplice omicidio.
V. L’intervista a Abdullahi Mussa Bogor, detto
Sultano di Bosaso
Particolare
importanza riveste, naturalmente, l’intervista effettuata a Bosaso al
cosiddetto Sultano (in realtà fratello del Sultano. La persona intervistata, il
Bogor detto King Kong, è avvocato e ha svolto funzioni di magistrato e di
amministratore locale di un’area nei pressi di Bosaso).
Per
inciso, riguardo al Bogor (doc. 0043 010, pag. 40), da una nota inviata dal
Sismi alla Procura di Roma, si apprende che sia lo stesso Sismi che il Sisde
hanno una lunga lista di documenti (che coprono il periodo tra il 1987 al 1994)
relativi alle sue note biografiche. Ci si chiede se la Commissione abbia
ritenuto di acquisire tale dossier.
L’intervista,
in questi anni, è stata al centro di molte discussioni e congetture, sia perché
si tratta di una conversazione tormentata, durante la quale la telecamera viene
spenta e riaccesa due volte, sia per alcune frasi che, nel video, sono
incomplete.
Ecco la
trascrizione della parte dell’intervista al Bogor su cui ci si è tanto
soffermati:
Ilaria
Alpi: «Cambio completamente argomento. Parlo di questo scandalo, di questo
proprietario somalo con passaporto italiano che si chiama Mugne, che avrebbe
preso queste navi che erano di proprietà dello Stato [somalo] e le avrebbe
usate a suo uso privato».
Abdullahi
interrompe la giornalista: «Lui?».
Alpi:
«Lui!».
Abdullahi:
«Lui solo?».
Alpi:
«Lui con altre persone... Io le chiedo di spiegarmi che cosa è successo».
Abdullahi:
«Beh, durante il collasso lui era a capo di questa [flotta, ndr] internazionale
che si chiama Shifco, ed era una proprietà praticamente di Siad Barre, e lui
gli faceva da amministratore. E quando è arrivato il collasso lui si è preso le
navi. Ha fatto scendere tutti gli equipaggi somali in Tanzania, a Dar es Salam,
e se l’è squagliata con le navi in Italia. Parte di questa proprietà
apparteneva a una società italiana. È la società in collusione con Mugne... Mugne non era niente, e non è
niente tuttora. È la società che manovra».
Alpi:
«Sa il nome della società?».
Abdullahi:
«Il nome... Lo conosce».
Alpi:
«Io no».
Abdullahi:
«Comunque lo trova...».
Alpi:
«Se mi dà una mano lo trovo meglio».
Abdullahi:
«Deve far ricerche, deve guadagnarsi il pane lei...» (ride).
Alpi:
«Non mi vuole dare una mano?».
Abdullahi:
«Non posso... Sa, queste società... hanno dovunque dei lacchè. Comunque in un
primo momento loro stavano per arrivare a un accordo con Ali Mahdi, ma quando
hanno visto che il collasso ancora allontanava le speranze della nazione, così
come mi ha detto Ali Mahdi, hanno tagliato i ponti anche con lui...».
Alpi:
«Queste navi sono in Italia adesso?».
Abdullahi:
«La maggior parte del tempo stanno nel nostro mare, sulla costa migiurtina.
Adesso le abbiamo qui a Batun».
Alpi:
«Che cosa è successo, che cosa avete fatto dopo aver preso la nave?».
Abdullahi:
«L’abbiamo e basta» (sorride) «Perché, ha qualche parente nell’equipaggio?».
Alpi:
«Sì, ho qualche parente nell’equipaggio...».
Abdullahi:
«Il capitano, eh? Un tuo capitano?...».
Alpi:
«Il mio capitano».
Abdullahi:
«Li teniamo là sulla nave perché il territorio è infestato da colera, come lei
sa...».
Alpi:
«Dov’è la nave? La possiamo vedere?».
Abdullahi:
«Perché volete vederla? Perché vuole vederla? Lei è del Sismi? Lei prenda
l’informazione e basta...».
Alpi:
«Se non vedo non credo».
Abdullahi:
«Se non vede non crede?... Usi il satellite!».
Alpi:
«Non ce l’ho il satellite».
Abdullahi:
«Lo noleggi, si può fotografare...».
A questo
punto il filmato viene interrotto.
Poi
riprende:
Abdullahi:
«... Venivano da Roma, da Brescia, da Torino, dal regno sabaudo a maggioranza».
Alpi:
«...E invece non crede che sia importante che si sapesse che c’è questa...».
Abdullahi
sembra accorgersi che la telecamera è di nuovo accesa. Fa capire che non vuole
che si riprenda. Ilaria Alpi fa cenno a Miran Hrovatin di spegnere.
«...Tanto non...». Frase monca. La registrazione si interrompe.
Poi
riprende, ancora una volta.
Abdullahi:
«...Beh, tanto nessuno ci fa caso... nessuno ci faceva caso e nessuno ci fa
caso adesso».
Alpi:
«No, adesso il nostro sport preferito è quello di fare processi, adesso è
diverso, non è come cinque o sei anni fa...».
Abdullahi:
«L’Italia è rinnovata? Meno male! Mandateci i rinnovatori, così almeno ci crediamo....
Queste navi erano in mare fin dal collasso... Hanno accumulato un capitale
della Repubblica. Non sappiamo a chi appartengano. Erano sette navi, adesso ce
ne abbiamo una, altre due sono fuggite, le altre erano in arrivo. Perciò non
posso dire altro perché abbiamo scarse informazioni. Solo quelle che ci
danno... perché attraverso il telefono non si può parlare nei dettagli».
Alpi:
«Questa cosa è successa qualche mese fa?».
Abdullahi:
«No, circa 20 giorni».
Alpi:
«Anche qualche mese fa era stata rapita una nave italiana...».
Abdullahi:
«Non italiana, ma taiwanese».
Alpi:
«È italiana?».
Abdullahi:
«Sulla nostra costa. E non è italiana, è la "Faarax Oomar"... Porta
anche il nome di un nostro eroe nazionalista».
L’intervista
si interrompe.
La
relazione di maggioranza, riguardo agli sviluppi che vi furono su questa
intervista, scrive che in seguito l’allora giornalista del Tg3 Maurizio
Torrealta (oggi caporedattore di Rai News 24) intervistò a sua volta Abdullahi
Mussa Bogor, il quale ammise nel corso del colloquio che nelle parti interrotte
della videoregistrazione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin si parlava di traffico
d’armi.
Ecco il
testo integrale dell’interrogatorio (ad ogni capoverso, s’intende che il
cosiddetto Sultano “a domanda risponde”):
«Ho
conosciuto Mugne Said Omar nel 1993 alla Conferenza di conciliazione nazionale
tenutasi ad Addis Abeba.
La
Conferenza di riconciliazione interessava le fazioni somale che erano in lotta
tra di loro.
A
detta conferenza io partecipai in rappresentanza della fazione Darod.
L’ingegnere
Mugne partecipava alla detta Conferenza in rappresentanza della fazione di
Hawiye.
Alla
detta Conferenza, io e il Mugne venimmo presentati reciprocamente da un comune
amico nei corridoi della sede delle Nazioni Unite Addis Abeba dove si svolgeva
la Conferenza.
Poiché
le navi della Shifco pescavano nei nostri mari, io gli chiesi perché non
richiedesse a noi le licenze di pesca.
Non
ricordo le parole precise di risposta del Mugne, ma ricordo che, con modi non
riguardosi nei miei confronti, mi rispose che non aveva bisogno delle nostre
licenze e che comunque il mare è della Somalia.
Io
intervenni presso il Mugne per dirgli che doveva richiedere le nostre licenze
sia in qualità di Sultano delle regioni del nord-est della Somalia, nelle quali
rientra Bosaso, e sia perché allora io coordinavo l’attività politica e attività
di difesa della zona.
Io non
replicai e alla Conferenza di Addis Abeba ci lasciammo così.
[…]
All’inizio
del 1994, nel primo trimestre o quadrimestre, le nostre milizie sequestrarono
una nave della Shifco, la Faarax Oomar.
Sequestrammo,
meglio: hanno fermato la Faarax Oomar perché stava pescando senza licenza.
L’iniziativa
di fermare la nave fu presa dai miliziani, i quali avevano ordine di
sequestrare tutte le navi che pescavano senza licenza nelle nostre acque.
La
nave venne liberata dopo circa un mese perché i miliziani chiesero un compenso
alla Shifco, compenso che venne fornito.
Penso
che i soldi per il riscatto li abbia tirati fuori la Shifco ma non lo so.
Io non
so a quanto ammontasse il compenso: si trattava di una questione che
interessava i miliziani.
I
miliziani non versavano le somme riscosse alla direzione politica e militare
perché tali somme costituivano per essi miliziani il compenso della loro
attività, e d’altro canto i miliziani costituiscono un corpo autonomo.
Io
venni informato del sequestro della nave alcuni giorni dopo da un membro della
direzione politica che si trovava a terra a Bosaso e che l’aveva saputo dai
miliziani che avevano fermato la nave.
Mentre
questa nave era sequestrata, dopo due o tre settimane dall’inizio del sequestro,
vennero da me questi due giornalisti, una ragazza e il suo operatore.
I due
mi hanno chiesto di concedere loro una intervista tramite un somalo
proprietario di un albergo utilizzato da una organizzazione non governativa
italiana.
Il
somalo che fece da intermediario, tale dottor Kamal, non mi disse la ragione
per cui i due giornalisti italiani volevano intervistarmi. In quel periodo
molti giornalisti italiani e stranieri venivano a Bosaso con gli aerei Unosom.
L’Ong
cui ho fatto riferimento si chiamava "Africa 70".
Io
incontrai i due giornalisti italiani all’hotel Gaa’ite, e tra le molte domande
dei due giornalisti vennero fuori i nomi della Shifco e del Mugne.
Fu la
giornalista a tirare fuori i due nomi chiedendomi se sapessi qualcosa di questa
Shifco e del suo manager l’ingegnere Mugne.
Io
risposi che all’epoca del regime di Siad Barre, il Mugne era il gestore di
questa Shifco e che dopo la distruzione dello stato somalo il Mugne se ne era
andato con le navi e continuava a essere il manager della Shifco.
Non
ricordo di preciso cos’altro mi abbia chiesto la giornalista.
Rispondendo
alla giornalista che Mugne se ne era andato con le navi della Shifco intendevo
dire che Mugne se ne era impossessato. Qualche anno prima Ali Mahdi mi aveva
detto che Mugne fino a un certo punto, non so dire fino a quale data,
rispondeva agli ordini del governo di esso Ali Mahdi ma che poi il Mugne aveva
tagliato i ponti con Ali Mahdi.
[…]
Allorché
Mugne mi telefonò, fece riferimento al nostro primo incontro ad Addis Abeba
dicendo che era andato male, che gli dispiaceva, che non ci eravamo compresi e
che aveva una proposta da farmi e se ero disposto a venire a Sana’a.
Io non
avevo nulla di meglio da fare e accettai l’invito e venni a Sana’a dove
incontrai Mugne. Questi mi disse che i nostri miliziani gli avevano sequestrato
due navi e che da informazioni da lui assunte alcuni di essi erano miei
parenti, e mi chiese di intervenire, dicendosi preoccupato perché a bordo delle
navi vi erano una ventina di europei e un’ottantina di somali.
Di
fronte a un problema umano, io dissi che visto e sentito cosa potevo fare...
Il
mattino successivo, io tornai dal Mugne e gli proposi di andare a Djibuti per
parlare con alcuni dei miliziani che avevano sequestrato le due navi. Mugne
aderì al mio invito ed entrambi ci recammo a Djibuti e io, via radio, chiamai
alcuni capi miliziani che conoscevo. Io chiamai questi capi miliziani da
Bosaso, e mi diedero i nomi dei sequestratori.
Io ho
chiamato da Djibuti non da Bosaso; da Djibuti ho chiamato Bosaso e da Bosaso mi
hanno dato i nomi dei sequestratori. Via radio mi sono quindi collegato con le
navi sequestrate chiedendo dei miliziani di cui mi erano stati dati i nomi da
Bosaso. Mi presentai dicendo chi ero e chiesi ai miei due interlocutori di
formare una commissione e mandarla a Djibuti... La commissione venne dopo due
giorni circa con l’aereo da Bosaso e a Djibuti ci incontrammo i sette componenti
la commissione, io e Mugne.
Io
feci parlare Mugne e i componenti la commissione, ma dopo tre giorni non
avevano ancora raggiunto un accordo perché i sequestratori volevano un riscatto
e Mugne non intendeva pagarli, quanto meno nell’ammontare richiesto. Alla fine
sono intervenuto io e ho stabilito quale era l’importo che doveva essere pagato.
Mugne
pretendeva di pagare mezzo milione di dollari che aveva con sé in contanti.
Li ho
visti io i dollari in contanti e li hanno visti anche quelli della commissione.
I
sequestratori pretendevano un milione e duecentomila dollari e io conciliai per
settecentomila dollari.
Mugne
pagò subito i cinquecentomila dollari che aveva con sé e si stabilì che avrebbe
pagato gli altri duecentomila entro sei mesi.
Io non
so dove Mugne prese questi 500.000 dollari, credo che li prese dalle sue
banche.
[…]
Nell’intervista
che ho rilasciato a Ilaria Alpi io affermai che Mugne non è nessuno perché come
persona non lo stimiamo tanto.
Io non
stimavo tanto il Mugne per il comportamento non riguardoso che lui aveva tenuto
nei miei confronti a Addis Abeba e perché lui appartiene a una fazione diversa
dalla mia per cui è un nemico, più precisamente era un nemico.
Parlando
con Ilaria Alpi della Cooperazione italiana, ho usato l’espressione "un
grosso scandalo" sulla base di quello che avevo letto sui giornali o
sentito alla radio, non perché mi risultasse qualcosa di particolare.
Io ho
detto alla Alpi che il Mugne aveva fatto scendere in Tanzania tutto
l’equipaggio somalo e se l’era squagliata con le navi in Italia perché marinai
somali originari della nostra Regione, che Mugne aveva fatto scendere dalle
navi in Tanzania, ci riferirono che Mugne aveva portato le navi in Italia.
Io,
sempre parlando con la Alpi, dopo averle detto che Mugne non era nessuno, ho
aggiunto la frase "È la società che manovra" per significare che era
la fazione cui egli apparteneva che contava, non lui personalmente, a contare
era la fazione politica cui lui apparteneva e non lui personalmente.
Prendo
atto che io immediatamente prima avevo parlato di una società italiana in
collusione con Mugne: in effetti Mugne aveva una "joint venture" con
una società italiana di Viareggio, secondo quanto è stato scritto sui giornali
e sul bollettino ufficiale del governo somalo, per cui con la frase "è la
società che manovra" intendevo riferirmi alla società di Viareggio.
Io ho
affermato che a manovrare era la società di Viareggio e non Mugne per il fatto
che in Somalia mancava un governo legale.
Non so
come si chiami questa società di Viareggio.
Io
dissi alla giornalista che non potevo darle il nome di questa società perché
non volli dirle che non lo sapevo.
Mi
pare che Ilaria Alpi mi chiese di vedere la nave che era sequestrata e io
risposi che non potevo fargliela vedere perché non potevo intromettermi negli
affari dei miliziani. Una sola cosa ho chiesto ai miliziani dopo l’intervista
di Ilaria: cosa ci fosse dentro la nave. Mi fu risposto che c’erano reti e
pesce.
Assunsi
la suddetta informazione da uno dei comandanti miliziani che erano sulla nave, un certo Iid. Io
chiesi la detta informazione al comandante Iid via radio mentre lui era sulla
nave mentre era sequestrata. Assunsi tale informazione via radio dopo che
Ilaria se ne era andata dall’albergo in cui era avvenuta l’intervista.
L’intervista
avvenne tra le 5 e le 6 di pomeriggio di un giorno che non ricordo con precisione.
Io
richiesi l’informazione al comandante Iid la mattina successiva. Io richiesi
tale informazione perché, da quel che ricordo, Ilaria mi aveva chiesto se la
nave sequestrata trasportasse delle armi.
Noi
non siamo sicuri se le navi della Shifco abbiano effettuato traffico di armi.
Verso
il marzo-aprile del 1991 la fazione a cui apparteneva Mugne ha occupato
militarmente la città di Chisimaio e i nostri miliziani usciti dalla città
vinti ci hanno informato che da una delle navi della Shifco stavano sbarcando
materiale militare.
I
miliziani usciti dalla città di Chisimaio vinti lo dissero a me personalmente e
ad altri che da una delle navi della Shifco stavano sbarcando materiale
militare.
Non
posso dire i nomi di chi mi fornì tale informazione, perché l’informazione mi
venne fornita attraverso la radio militare della truppa.
Io non
so come i miliziani che mi fornirono l’informazione sapessero che la nave da
cui veniva sbarcato il materiale militare era una nave della Shifco, so che dissero
che si trattava di una nave della Shifco. Il giorno dopo noi del comitato di
difesa chiedemmo ulteriori informazioni alla stessa radio con cui ci era stata
comunicata la notizia il giorno prima e ci fu risposto che la nave stava ancora
scaricando del combustibile.
In
tale occasione noi domandammo nuovamente se la nave da cui era stata sbarcato
il materiale militare e da cui si stava scaricando il combustibile fosse una
nave della Shifco, e ci fu confermato che si trattava appunto di una nave di tale società.
I
miliziani non ci dissero che tipo di armi venisse scaricato dalla nave della
Shifco.
Non so
di altri fatti che possano far pensare a un traffico di armi effettuato con le
navi della Shifco.
I
miliziani non ci dissero il nome della nave della Shifco da cui venivano
sbarcate le armi.
Non
ricordo che nel corso dell’intervista la telecamera sia stata a un certo punto
spenta mentre io e Ilaria continuavamo a parlare.
È vero
che a un certo punto dell’intervista io dico "Venivano da Roma, da Brescia,
da Torino, dal Regno Sabaudo", ma mi riferivo ai fascisti che vennero
nella Migiurtinia nella guerra tra il 1921 e il 1927.
Prendo
atto del fatto che, secondo quanto lei mi dice, al giornalista Torrealta il
quale con riferimento alla frase "Venivano da Roma, da Brescia
eccetera" mi manifestava il proprio sospetto che sulla nave sequestrata ci
fossero documenti
o prove di armi che venivano da quei luoghi e mi domandava se poteva essere
così, io risposi che "potrebbe essere così" e non dissi, secondo quanto
oggi ho detto a lei che mi riferivo ai fascisti che erano venuti da quei
luoghi. Il fatto è che con Ilaria abbiamo parlato di cultura per 10-15 minuti a
telecamera spenta, e, quel pomeriggio, dopo che finì l’intervista con Ilaria io
chiamai la radio poiché Ilaria mi aveva chiesto se io sapessi che sulla nave
sequestrata ci potevano essere delle armi.
Prendo
atto di non aver risposto alla sua domanda e dichiaro di aver risposto
"potrebbe essere così", di fronte al sospetto del Torrealta, perché
non ero certo che la nave sequestrata trasportasse armi.
Prendo
atto che parlando con Torrealta io avrei dovuto escludere che la nave
sequestrata trasportasse armi dal momento che mi ero informato dopo
l’intervista con Ilaria sulla circostanza se la nave trasportasse armi ricevendone
la risposta che la nave trasportava reti e pesci soltanto. Probabilmente mi ero
dimenticato di questa risposta allorché io parlai con Torrealta. Tra
l’intervista a Torrealta
e l’intervista a Ilaria c’era di mezzo almeno un anno.
Prendo
atto del contrasto che vi è tra la mia dichiarazione alla cui stregua io non so
se a un certo punto dell’intervista con Ilaria Alpi la telecamera sia stata
spenta e la successiva mia dichiarazione secondo cui io e Ilaria abbiamo
parlato a telecamera spenta. Non so quale sia la verità.
Per la
verità non sono in grado di dire con sicurezza se io chiamai la nave
sequestrata per sapere se la stessa contenesse delle armi il pomeriggio stesso
in cui rilasciai l’intervista e dopo che Ilaria se ne andò o, invece, il
mattino successivo.
Dicendo
alla Alpi che le navi avevano accumulato un capitale della Repubblica,
intendevo dire che la Shifco, in quattro anni, aveva accumulato una risorsa
della Somalia perché mancava un governo cui dovesse rendere conto.
Ripeto
che io non so se le navi della Shifco, oltre all’attività di pesca, svolgessero
traffico d’armi.
Per
mia conoscenza personale non so se le navi della Shifco svolgessero comunque
attività illecite, per mia responsabilità le dico che ho appreso dai giornali
che svolgevano attività di traffico di armi e di droga.
Prendo
atto di aver dichiarato al giornalista Torrealta di sapere che la Shifco
svolgeva anche, oltre all’attività di pesca, altre attività collaterali e che
certe cose non andavano bene. Io ho reso queste dichiarazioni al giornalista Torrealta
perché all’epoca in cui le ho rese non andavo d’accordo con Mugne e con la sua
fazione e volevo arrecargli un danno sulla stampa, e poi mi riferivo alla
notizia dello sbarco di armi nel 1991 di cui ho parlato.
Secondo
me era lecito anche moralmente, dal momento che io facevo un discorso politico,
accusare ingiustamente la Shifco di traffico d’armi».
L’interrogatorio
viene interrotto. Il difensore del Sultano invita il suo assistito a dire la
verità.
«Prendo
atto che alla domanda del giornalista su quali fossero queste cose che non
andavano bene e che io sapevo, risposi facendo riferimento espresso al traffico
d’armi. Ma mi riferivo al traffico di armi e allo sbarco di combustibili dalla
nave della Shifco di cui ho già parlato.
Prendo
atto di aver fatto riferimento al traffico di droga...».
A questo
punto, l’interrogatorio viene nuovamente interrotto e c’è la seguente
annotazione:
«Si dà
atto che a questo punto – sono le 18.40 – l’atto viene sospeso perché il
sultano Abdulahi dichiara di voler pregare, cosa che fa nella stanza in cui
l’ufficio si trova. Si dà atto che alle ore 19.00 davanti all’ufficio come
sopra composto si ripresenta l’indagato e il suo difensore, e che l’avvocato
Duale chiede che siano riformulate all’indagato le domande già fattegli in
ordine alle dichiarazioni da lui rese al giornalista Torrealta. Il Pm aderisce
alla richiesta».
Abdullahi
riprende a rispondere.
«Sin
dallo sbarco di armi e di carburante di cui ho detto e sino alla data
dell’intervista a Torrealta – agosto-settembre 1994 – tutti i somali dicevano
che le navi della Shifco facevano traffico di armi e di droga.
Tutti
i somali dicevano che tutte le navi della Shifco portavano il pesce in Italia e ritornavano in
Somalia con le armi.
Non si
diceva da dove le armi provenissero, si diceva soltanto che le navi tornavano
dall’Italia con le armi.
Vennero
da me personalmente delle persone a dirmi che le navi della Shifco facevano
traffico di armi e di droga.
Queste
persone che vennero a darmi queste notizie erano marinai che avevano lavorato
sulla Shifco e venivano da me a darmi queste informazioni e a chiedermi
assistenza in qualche cosa.
Non
posso ricordarmi i nomi di queste persone, si trattava di gente comune.
La
notizia del traffico di armi con la nave della Shifco mi fu data in diverse
occasioni. Questi marinai che mi informavano sul traffico di armi che erano
stati sbarcati in Tanzania sia marinai che erano stati sbarcati a Djibuti.
Io,
nonostante queste notizie, mantengo rapporti col Mugne perché nessun Tribunale
lo ha condannato per traffico di armi. Io sono convinto che fosse Mugne ad
armare quelli della sua fazione che quando erano in lotta con la nostra fazione arrivavano
armati fino ai denti da 400-600 chilometri.
Questa
guerra tra le fazioni cui apparteneva Mugne e la nostra fazione si verificò nel
1991, 1992 e fino all’inizio del 1993.
Poté
essere qualche altro ad armare quelli della fazione di Mugne, non posso
escluderlo.
Io
sono convinto però che ad armare le truppe sia stato Mugne perché una persona
ricca può dare una fornitura di armi; qui si è trattato di rifornire di armi e
di carburanti per i mezzi logistici delle truppe per una guerra che è durata
più due anni e che si è conclusa con la conquista di 3/4 della Somalia da parte
delle truppe delle fazioni cui apparteneva Mugne e a rifornire di armi e di
carburanti per una tale guerra conclusasi vittoriosamente poteva essere solo
uno che avesse continue risorse.
Nel
gruppo delle fazioni a cui apparteneva Mugne non vi era nessun’altra persona
che avesse continue risorse come lui. Bisogna però aggiungere che le sue
fazioni si autofinanziavano anche attraverso il sequestro delle merci trasportate via terra e che
erano destinate alla popolazione delle stesse terre occupate dalle stesse
fazioni.
Si
trattava delle merci che giungevano in Somalia da altre nazioni a titolo di
aiuto internazionale, inviate o da organismi internazionali o da stati o da
organizzazioni non governative o da persone fisiche.
Durante
il periodo della guerra fra la mia fazione e quella di Mugne, noi del comitato
di difesa ci riunimmo più volte chiedendoci da dove provenissero le armi di cui
disponevano le truppe delle fazioni a noi nemiche.
[…]
Durante
le riunioni del comitato di difesa i vari componenti, con l’esclusione dei
comandanti delle truppe che non dicevano nulla al riguardo, affermavano tutti
che in base alle informazioni loro fornite era Mugne a equipaggiare le truppe.
Quando
dopo l’intervista di Ilaria Alpi io chiesi via radio ai miliziani che avevano
sequestrato la nave se a bordo vi fossero delle armi, non dissi che a riferirmi
tale circostanza era stata una giornalista.
Non
dissi neppure ai detti miliziani che Ilaria voleva visitare la nave. Era stata
Ilaria a chiedere a me di poterla visitare.
Io
appresi dell’uccisione dei due giornalisti italiani dalla radio Bbc i giorni
successivi all’assassinio. A Mogadiscio era normale che si uccidessero o si
sequestrassero delle persone.
Mi
sono chiesto nell’immediatezza del fatto e me lo chiedo tuttora perché i due
giornalisti siano stati uccisi.
Io
penso che siano stati uccisi per qualche cosa che avevano scoperto.
Questo
qualcosa non era qualcosa che avevano appreso da noi perché sono partiti sani e
salvi da Bosaso, ma era qualcosa che avevano appreso a Mogadiscio dove erano
rimasti più di un mese prima di venire a Bosaso.
[…]
Prendo
atto di aver dichiarato al giornalista Torrealta, che allorché ho saputo che i due giornalisti erano
stati uccisi ho pensato che ciò fosse accaduto a causa della ricerca delle
navi. Ciò è possibile, non posso escluderlo. Prendo atto di aver dichiarato al
giornalista Torrealta, con riferimento all’assassinio dei due giornalisti, che
forse qualcuno aveva segnalato che Ilaria aveva avuto informazioni da noi.
Vorrei sentire la registrazione perché qualcuno può aver estrapolato o montato
le mie dichiarazioni. Dove si dice una parola, se ne può aggiungere o togliere
un’altra. Spontaneamente, Torrealta venne a trovarmi a Bosaso e io gli dissi
che l’indomani dovevo partire per l’Europa, lui mi invitò a fermarmi a Djibuti
come suo ospite all’hotel Sheraton, io accolsi l’invito e qui egli mi fece
un’intervista che durò circa sette ore e proseguì il giorno dopo per
altre cinque ore, credo, e io, a conclusione dell’intervista, gli dissi che in
coscienza non potevo accusare Mugne di essere il responsabile dell’uccisione
dei due giornalisti. Io ho ancora sospetti sul montaggio di quest’intervista.
Non so
da quale fazione fosse controllata la zona di Mogadiscio in cui sono stati
uccisi i due giornalisti italiani.
Io non
credo che i mandanti dell’assassinio vadano ricercati tra i somali.
Escludo
che siano stati i somali perché Ilaria è rimasta a Mogadiscio un mese e i
somali le volevano bene.
Io ho
chiesto informazioni a gente venuta da Mogadiscio e ne ho tratto l’opinione che
i mandanti siano italiani che erano a Mogadiscio a quell’epoca ma ciò non è
confermato.
Non
posso rispondere alla domanda se io sia personalmente convinto che siano
italiani i mandanti dell’assassinio.
Allorquando
Ilaria mi ha chiesto se con la nave sequestrata si facesse traffico d’armi, io le risposi che mi
sarei informato. Io dissi però a Ilaria che tutti dicevano che con le navi si
faceva traffico di armi». […]
Dalla
lettura del lungo interrogatorio fatto dal dott. Pititto risulta quindi palese
che Abdullahi Mussa Bogor non solo non smentisce quanto dichiarato
nell’intervista a Torrealta riguardo al fatto che con Ilaria Alpi il tema
trattato fossero le armi, ma in più aggiunge una serie di elementi in relazione
alle sue consapevolezze sul coinvolgimento della flotta Shifco nel traffico
d’armi.
La
stessa relazione di maggioranza segnala che, nella audizione del Bogor, del 9
febbraio 2006 (peccato, così in ritardo rispetto al lungo lavoro della
Commissione), Abdullahi ammette che la giornalista gli aveva chiesto
specificamente se la nave sequestrata trasportasse armi, e aveva manifestato il
suo interesse a salire a bordo della stessa.
Ma il
cosiddetto Sultano fa un’affermazione sconcertante: l’intervista era stata
interamente videoregistrata anche nelle parti in cui erano stati trattati i
temi della Shifco e del carico di armi che avrebbe potuto essere occultato
nella stiva, e aveva avuto una durata di circa tre ore, certamente superiore al
registrato che ci è giunto.
C’è
dell’altro. A proposito dell’intervista effettuata da Ilaria Alpi, Abdullahi
Mussa viene intervistato dal giornalista televisivo arabo Mohamed Said, autore
di una serie di programmi per una televisione araba dedicati al caso
Alpi-Hrovatin e al traffico di rifiuti tossici in Somalia (doc. 0322 009, a
pag. 5). Dice, tra l’altro:
(50:41:30)
«Sono in tanti ad aver seppellito delle cose in Somalia, con la complicità di
cittadini somali. Imprenditori somali hanno seppellito rifiuti tossici a
cominciare da Ras Gamboni. La Somalia è il quarto paese al mondo per
l'estensione delle sue coste, dopo la Russia, l'America e il Canada».
(51:13:19)
«Le coste più estese dell'Africa».
(51:36:03)
«Sono stati seppelliti, a quanto ho letto in alcune riviste. Ho una copia di
Famiglia Cristiana».
(52:04:10)
«Abbiamo queste informazioni dalla stampa soltanto».
(52:35:05)
«Tu sei ancora giovane. Queste cose richiedono delle prove, come i contratti
firmati, prima di poter dire questo. Altrimenti sono chiacchiere, come quelle
che hai fatto sull'uccisione di Ilaria Alpi».
(53:04:20)
«No. Per quanto riguarda il seppellimento, mi disse che io sapevo chi lo ha
fatto, chi ha seppellito i rifiuti tossici» (sottolineatura nostra).
E ancora
(stesso documento, pag. 94):
(53:26:15)
«Non posso accusare nessuno se non sono in possesso di una prova per la sua
condanna, il contratto firmato, i documenti».
(53:41:10)
«Non posso dire che tizio ha fatto questo e quest'altro senza avere delle
prove, altrimenti non potrei affrontarlo dopo».
(53:49)
«Come si chiama?»
(54:20)
«Per esempio, se dicessi che Mohammed Said è dietro lo smaltimento, sarebbe una
falsità. Ma se dicessi Mohammed Said è dietro lo smaltimento di rifiuti
nucleari o industriali in Egitto, e questa è la sua firma sul contratto
dell'accordo, questo è necessario per poterlo condannare».
Occorre
notare la rilevanza della frase sottolineata: «Mi disse che io sapevo chi lo ha
fatto, chi ha seppellito i rifiuti tossici». Abdullahi, con questa risposta,
afferma che Ilaria Alpi nel corso dell’intervista che gli fece, gli ha chiesto
notizie in merito al traffico di rifiuti in Somalia. Quindi anche questa parte,
se è vero che tutta l’intervista di Ilaria è stata registrata, sarebbe
scomparsa.
Un altro
elemento di cui sarebbe stato importante chiedere conferma ad Abdullahi Mussa è
contenuto in un’altra intervista resa allo stesso giornalista Mohammed Said e
acquisita dalla Commissione. Risulta che lo stesso Bogor abbia incontrato
Giancarlo Marocchino insieme a un avvocato (il suo avvocato, cioè Menicacci? Il
Bogor non lo dice) pochi mesi prima rispetto al momento dell’intervista (doc.
0322 009 pag. 6). Ecco il passaggio:
(01:03:14:26)
«Giancarlo Marocchino, sì, lavorava in Somalia, ma non lo vedo da sei o sette
mesi».
(01:03:36:02)
«Non lo so».
(01:03:39:16)
«Non lo so. Non sono sicuro, l'ho incontrato una volta per meno di una ventina
di minuti, in compagnia di un avocato italiano, amico dell'avvocato… (ndt: la
frase in arabo termina a questo punto).
Abdullahi
Mussa Bogor è stato sentito dalla Commissione il 9 febbraio 2006, ossia
nell’ultima settimana di lavori prima dello scioglimento delle Camere. Anche in
relazione all’importanza di questa audizione, il Presidente Taormina aveva
chiesto di poter ottenere una quarta proroga dei lavori, fino ad aprile 2006, e
ha vivamente protestato – parlando di ostruzionismo – di fronte al diniego del
centro-sinistra in seno alla riunione dei capi-gruppo, che di fatto ha impedito
ulteriori dilazioni di tempo.
Assume
pertanto un certo rilievo osservare la nota del Presidente Taormina
all’ambasciata di Helsinki (dove risultava trovarsi il Bogor) per rintracciare
il teste: porta la data del 26 ottobre 2005, ovvero quasi due anni dopo
l’inizio dei lavori della Commissione e a soli quattro mesi dalla loro
conclusione (vedi lettera dell’ambasciata di Helsinki nel Doc. 0381 000).
Ne
riportiamo un passo:
Oggetto:
Finlandia.
Cittadino somalo Abdullahi Moussa Bogor: Reperimento di ogni utile contatto.
Riferimenti.
Lettera del
Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria
Alpi e Mirian Hrovatin n. 2005/0001643/SG-CIV del 26.10.2005.
VI. Shifco e Moby Prince
Di
rilievo è l’episodio specifico riferito da Abdullahi Mussa riguardo le notizie avute
dai suoi uomini presenti a Kisimayo circa uno scarico di armi e combustibile
effettuato da una nave della flotta Shifco nella primavera del 1991. Sarebbe
stato utile approfondire il punto (La Commissione l’ha fatto?), perché è un
fatto storicamente accertato che la “21 ottobre II”, nave madre della Shifco,
aveva sostato per quasi due mesi nel porto di Livorno (alla compagnia
assicurativa risulta ferma per riparazioni e manutenzione) tra la metà di marzo
e la metà di maggio del 1991. Ci sono tuttavia testimonianze rese all’autorità
giudiziaria in relazione al disastro del “Moby Prince” (avvenuto l’11 aprile
1991), le quali riferiscono tre fatti:
- la nave
della Shifco, la sera dell’11 aprile 1991, fa rifornimento di carburante;
- un
peschereccio di colore bianco lungo circa 70 metri viene visto transitare in
fiamme nelle adiacenze del porto di Livorno;
- la
mattina del 12 aprile 1991, la “21 ottobre II” è attraccata a un molo diverso
da quello dove si trovava la sera prima.
Su questo
aspetto è stato sentito un dirigente della Shifco, Florindo Mancinelli (verbale
del 19 ottobre 2004), nel quale dice, fra l’altro:
“In relazione al signor GRIMALDI, se tale è il nome che
mi sovviene alla mente, ricordo vagamente un episodio riportato da un giornale
a firma dell'interessato e di altri tre giornalisti secondo i quali la 21
Octobaar II, uscita di notte dal porto di Livorno, incrociava altre navi e
causava il disastro della Moby Prince. In realtà la 21 Octobaar non poteva
muoversi perché aveva le macchine smontate e dal porto non si esce senza
rimorchiatori o pilota.
Inoltre,
si riporta l’informativa della Digos di Roma al dottor Franco Ionta della
Procura di Roma, a conferma che la 21 Ottobre II era effettivamente a Livorno
la sera dell’11 aprile 1991 (doc. 0043 012,
pag. 90):
La Questura di Livorno ha qui fatto sapere quanto segue:
La motonave “21 OKTOOBAR II” il 10.04 ‘91 era
effettivamente presente nel Porto di Livorno. La stessa era però non operativa
ed era ormeggiata nella banchina “Magnale”, presso il Cantiere Montano, per
riparazioni già preventivate alle stive ed ai portelloni. Il Direttore del
Cantiere, ORSINI Daniel, nato a ToIone (Francia) il 12-05-‘44, residente a
Livorno in via Cecconi n.10, ha informalmente riferito che il 10-04-‘91 gli operai
avevano lavorato sulla nave fino alle ore 17,00 lasciando poi le attrezzature
sia sulla nave stessa che sulla banchina (trattavasi di cannelli per saldatori
collegati ai generatori posti a banchina ed altro materiale). Alle 7.30
dell’11.04.91, i suddetti operai avevano ripreso i lavori sulla motonave
trovando la stessa nel medesimo punto di ormeggio e sempre con le attrezzature
collegate a terra.
La motonave era giunta nel porto di Livorno il 15.03.91,
vuota, proveniente da Formia-Gaeta e, dopo una breve sosta in rada, era entrata
nel porto raggiungendo la suindicata banchina, da dove risulta essersi spostati
soltanto il 17-05-‘91 per raggiungere la banchina “Curvilinea”, ed il 25-05-‘91
per raggiungere la banchina “sgarallino”. La motonave risulta aver lasciato il
porto di Livorno il 29.05.91.: vedasi allegati n. 1 e 2).
Le navi, menzionate nell’articolo pubblicato su
AVVENIMENTI, risultavano, in data 10.04.91, effettivamente presenti alla fonda
in rada nel Porto di Livorno.
Le suddette navi, noleggiate dagli USA, militarizzate
dunque non soggette alle normali operazioni doganali commerciali, erano adibite
al trasporto di mezzi, armi e/o munizioni da e per il Golfo Persico, per il
noto conflitto con I’Irak. Tale materiale arrivava e/o ripartiva dallo scalo
livornese proveniente dalie diverse basi NATO situate in Italia ed in Europa.
Si precisa che le navi militarizzate non possiedono manifesto di bordo per la
verifica del carico stivato, pertanto le sottoelencate notizie sono state
acquisite presso i diversi agenti raccomandatari delle motonavi del porto di
Livorno.
- M/n "SS Cape Breton" di
bandiera U.S.A., risulta arrivata in rada il 19.03.91 dove è rimasta, in attesa
di disposizioni dell’armatore fino al 15.04.91, quando è partita alla volta del
porto di Telamone. La motonave trasportava un totale di 6.056,5 tonnellate di
merce classificata IMCO 1.1 E (razzi con proiettili esplosivi) per la quale
I’agente raccomandatario aveva dato avviso alla Prefettura di Livorno (vedasi
allegati n. 3, 4, 5 e 18).
- M/n "Cape Flattery” di bandiera USA,
risulta arrivata in rada il 25.02.91 ed entrata in porto il 26.02.91,
ormeggiando presso la Darsena Toscana. Il 28.02.91 ha lasciato l'ormeggio
ritornando alla fonda in rada, da dove il 13.06.91 è ripartita. Quella sera
però, ormeggiata all'interno del porto, era presente anche la M/n "Cape
Farewell" di bandiera U.S.A., arrivata in rada il 22.03.91, con
attracco avvenuto il 04.04.91. Detta nave risulta ripartita il 14.04.91.
Entrambe le motonavi hanno movimentato, durante la loro sosta in Livorno,
materiale militare per conto delle Forze Armate U.S.A. da e per la base NATO di
Camp Darby di Tombolo (PI), (vedasi allegati n. 6 e 7),
- M/n "Efdim Junior" di bandiera
greca, risulta arrivata in rada il 03.04.91 senza alcun carico a bordo in
quanto doveva imbarcare i mezzi militari USA destinati alle interforze
militari nel Golfo Persico. Tale attività non è stata compiuta in quanto la
suindicata motonave è ripartita il 22.04.91, senza mai essere entrata in porto,
alla volta di Talamone, per imbarcare munizioni ed esplosivi. (vedasi allegati
n. 8 e 9)
- M/n "Gallant 2" di bandiera
panamense, risulta arrivata in rada, il 17.03.91 con uri carico di 833 L/T di
munizioni ed e ripartita, senza mai entrare in porto, il 12.06.91 alla volta
del porto di Talamone, (vedi allegati n. 10, 11 e 18).
- M/n "Port de Lion" di bandiera
francese, risulta arrivata in rada il 06. 04.91, con un carico di semi di mais
in bulk, ed è entrata in porto l' 08.04.91 ormeggiando alla calata Silos del
Tirreno dove ha scaricato 1170 tonnellate di prodotto. Il 09.04.91, terminate
le operazioni di sbarco, è passata sotto altro agente raccomandatario per cui è
stata riportata alla fonda in rada ed il 13.04.91 è rientrata in porto
prendendo ormeggio alla calata Pisa, da dove il 16.04.91 è partita alla volta
del porto di Talamone. (vedasi allegati 12, 13, 14, 15 e 16) .
La
presenza del peschereccio della Shifco a Livorno l’11 aprile ‘91 sarebbe quindi
confermata.
Vi sono
invece diverse testimonianze che contraddirebbero il fatto che fosse
impossibilitato a navigare a causa delle riparazioni. Ecco alcuni brani del
volume di Enrico Fedrighini “Moby Price, un caso ancora aperto” (Edizioni
Paoline, 2005), che riporta le testimonianze tratte dagli atti processuali e
dalle inchieste amministrative effettuate in relazione al disastro:
«Nella
primavera del ’91, il porto di Livorno è frequentato dalla nave 21 Oktobar II,
la nave numero uno della flotta di pescherecci Shifco […]. Un peschereccio
d’altura di colore bianco. Ufficialmente l’imbarcazione approda a Livorno per
essere ricoverata in cantiere, per lavori di riparazioni. Però una certa sera,
improvvisamente, chiede l’intervento di una delle bettoline che normalmente
effettuano rifornimento di carburante alle navi in partenza e, riempiti i
serbatoi di nafta – cosa decisamente curiosa per uno scafo ufficialmente
destinato a rimanere a secco in officina – abbandona il molo, ricomparendo nel
porto la mattina successiva ma in un diverso punto di ormeggio. Tutto questo
avviene proprio la sera del 10 aprile ’91.
Il
timoniere somalo della 21 Oktobar II, licenziato poco dopo l’arrivo della nave
a Livorno, parla apertamente di traffici d’armi svolti dal peschereccio. Quali
sono gli spostamenti compiuti dalla nave quella sera? Quale missione doveva
compiere nelle acque livornesi?»
E poco
oltre:
«Facciamo
un passo indietro al momento dell’arrivo in porto dei mezzi militarizzati,
carichi di materiale bellico dell’esercito statunitense. È il 15 marzo 1991.
Quello stesso giorno, l’agente locale della compagnia assicurativa Lloyd’s di
Londra registra, in contemporanea con l’ancoraggio di numerose navi cariche di
materiale bellico, l’arrivo della ammiraglia della flotta di pescherecci
italo-somala Shifco, la 21 Oktobar II. […] Da un’attenta lettura dei fatti
emergono altri elementi particolarmente interessanti. L’elenco fornito dai
Lloyd’s, recuperato da Maurizio Torrealta nella sua ricostruzione documentale
sull’omicidio di Ilaria Alpi, è interessante perché non si limita a registrare
la data d’ingresso e di uscita della nave nel solo porto di Livorno: gli agenti
della compagnia londinese registrano la presenza della nave presso ogni scalo,
segnalando a catena i movimenti e le tappe della navigazione, in modo da poter
ricostruire le rotte seguite.
La
registrazione delle date d’entrata e uscita dal porto consentono di verificare
la durata della permanenza del peschereccio presso un determinato scalo. E a
questo proposito emerge un altro elemento interessante.
Quello
di Livorno è un porto verso il quale la 21 Oktobar II mostra un’attrazione
particolare: quando vi approda, fatica ad allontanarsene. Mentre la permanenza
presso altri approdi, regolarmente registrata dai Lloyd’s, si limita
normalmente a pochi giorni di sosta, lo stazionamento della nave ammiraglia
della Shifco nelle acque livornesi si prolunga per diverse settimane, talvolta
anche per mesi. A volte, per giustificare la prolungata pemanenza in porto,
viene segnalata dal comando della nave la necessità di effettuare riparazioni a
bordo del peschereccio; eppure i dati riportati dai registri assicurativi
Lloyd’s mostrano inequivocabilmente che, con o senza riparazioni, la durata della permanenza
della 21 Oktobar II si mantiene invariabilmente nell’ordine delle diverse
settimane. Più a lungo, sempre e comunque, rispetto a qualunque altro porto».
Continua
la ricostruzione di Fedrighini:
«Quello
della primavera 1991 è il primo scalo livornese compiuto dalla 21 Oktobar II e
si prolunga per circa due mesi e mezzo, dal 15 marzo al 29 maggio1991. Un
periodo di stazionamento particolarmente lungo. […] Eppure, dopo le operazioni
di scarico e pulizia la nave non riparte. […] Un giorno, accade un episodio
strano, qualcosa di grave per ragioni apparentemente inspiegabili. Il 23 marzo
’91, una settimana dopo l’arrivo a Livorno, Mohamed Samatar viene licenziato in
tronco dalla Shifco.
Un
provvedimento grave, soprattutto considerando che non si tratta di un marinaio
qualunque: Samatar è il timoniere della 21 Oktobar II, il pilota più valido ed
esperto a bordo, quello con maggiore esperienza di guida lungo le rotte
abitualmente percorse dal peschereccio. La versione ufficiale successivamente
fornita da Omar Mugne, il proprietario della compagnia italo-somala, per
giustificare tale provvedimento, sembra banalizzare l’evento: <<Ha
minacciato con un coltello il comandante della nave, Nicola Mandekich>>.
Brutta
storia, che non lascia tracce. Finché un giorno il timoniere licenziato viene
contattato da un giornalista Rai e inizia a parlare…
Nel
1994 il giornalista Maurizio Torrealta, attraverso alcuni somali residenti in
Italia, riesce a contattare l’ex timoniere della 21 Oktobar II nella zona della
stazione Termini di Roma. Samatar è noto ai suoi connazionali con il soprannome
di Forchetto per via dei denti davanti separati uno dall’altro, simili alle
punte di una forchetta. Il suo racconto si riferisce a fatti avvenuti fino alla
primavera ’91, cioè fino al momento del suo sbarco in seguito a un suo atto di
ribellione nei confronti del comandante della nave, avvenuto a Livorno pochi
giorni prima della tragedia del Moby Prince. Ecco alcune frasi dell’intervista:
Torrealta:
<<Tu eri imbarcato su una nave, come si chiamava?>>.
Samatar:
<<La nave si chiamava 21 Ottobre II>>.
Torrealta:
<<Cosa facevi su quella nave?>>.
Samatar:
<<Facevo il timoniere>>.
Torrealta:
<<Quella nave portava pesce in Italia, ma dall’Italia negli altri posti
cosa portava?>>.
Samatar:
<<Portava altra merce, come armi>>.
Torrealta:
<<Chi hai incontrato sulla nave?>>.
Samatar:
<<Malavasi il padrone, Mancinelli il suo vice, e Mugne
l’amministratore>>.
Torrealta:
<<Dove sei sbarcato?>>.
Samatar:
<<A Livorno>>.
Torrealta:
<<Racconteresti questa storia anche ai magistrati?>>.
Samatar:
<<Si>>.
Dopo
quest’intervista, l’ex timoniere viene interrogato nell’ambito dell’inchiesta
sulla cooperazione alla quale lavorava il sostituto procuratore Vittorio
Paraggio. Di Samatar, così come dell’inchiesta sui traffici italo-somali, si
perdono le tracce a partire dalla fine degli anni ’90.
Samatar
non è l’unico a parlare di pericolosi traffici che coinvolgono, proprio nella
primavera del ’91, la compagnia Shifco».
Infatti,
come abbiamo visto, ne parla nel giugno ’96 anche Abdullahi Mussa Bogor al
magistrato che si occupa in quel periodo del caso “Alpi-Hrovatin, il dottor
Giuseppe Pititto.
Continua
Fedrighini:
«Considerando
inverosimile l’eventualità che la 21 Oktobar II sia stata trasferita in
cantiere, per i lavori di riparazione, a pieno carico, cioè con le stive ancora
colme di prodotti ittici, è ragionevole ritenere che le operazioni di alaggio e
ricovero in officina nautica siano avvenute successivamente a quelle di scarico
e lavaggio delle stive: dunque, la nave sarebbe dovuta entrare in cantiere per
riparazioni a partire dai primi giorni di aprile ’91. In questo modo, ogni
tassello sembrerebbe rientrare al suo posto: quindici giorni per eseguire con
molta calma le ordinarie operazioni di svuotamento delle stive e di
manutenzione delle celle refrigerate, poi circa due mesi (dai primi di aprile
al 29 maggio) in cantiere per una serie di lavori di riparazione.
E
invece non è così, i conti ancora una volta non tornano. Avviene qualcosa che
contraddice questa ricostruzione.
Qualcosa
che accade alcuni giorni dopo: esattamente il 10 aprile 1991.
Nel corso
di una successiva intervista, il pilota di porto ricorda un altro particolare:
una comunicazione diretta da parte del comandante della Giglio (ma questa
comunicazione non compare nel log delle registrazioni di Livorno Radio), il
quale, per acquietare i soccorritori alla ricerca della fantomatica bettolina
indicata da Superina, afferma: <<Tranquilli, noi della Giglio non
c’entriamo niente, siamo qui in porto per il bunkeraggio alla 21 Oktobar
II>>. Operazione assolutamente legittima, essendo la Giglio
un’imbarcazione dedicata proprio al rifornimento delle navi. E dal registro
dell’avvisatore marittimo risulta che già il 9 aprile la Giglio si era recata
presso l’attracco di piazzale Zara, situato esattamente accanto al molo Magnale
non operativo. Proprio quello dove si trovava ormeggiata la 21 Oktobar II. […]
Ritorniamo al molo Magnale non operativo. Il molo si trova in corrispondenza di
piazzale Zara, dove sorgono alcune abitazioni di servizio del personale della
Marina. In uno di questi appartamenti, al pian terreno abitano i coniugi Pietro
La Fata e Susanna Bonomi. Lui è un ufficiale della Capitaneria di porto, sua
moglie diventa testimone al processo Moby Prince per un fatto apparentemente
secondario ma che ora, combinando insieme i vari pezzi del puzzle fin qui
raccolti, assume ben altro rilievo. Quella sera, come di consuetudine,
Nessun
movimento è registrato dall’avvisatore presso il molo Magnale. Ed esiste una
sola nave lunga 70-80 metri ufficialmente ormeggiata per settimane in quel
punto: la 21 Oktobar II. Impossibile confonderla con la Maria Laura: l’enorme
nave cisterna si trova attraccata in un punto più distante ed è lunga più del
triplo del peschereccio. Dalla testimonianza della signora Bonomi, se ne
dovrebbe dedurre che qualcosa avrebbe spinto la 21 Oktobar II ad assentarsi dal
proprio punto di ormeggio in un periodo compreso fra le 21:30 del 10 aprile e
le 9 del mattino seguente, quando il relitto fumante del Moby Prince viene
trainato dai rimorchiatori verso la darsena Petroli.
Disporre
del giornale di bordo della 21 Oktobar II aiuterebbe molto a capire il ruolo e
la missione effettivamente svolta dal peschereccio della Shifco nelle acque
livornesi quella sera. Aiuterebbe a fare chiarezza, per evitare di rimanere intrappolati
nelle inevitabili suggestioni alimentate dalle testimonianze di chi, durante il
processo per il disastro del Moby Prince, ricorda la presenza di un
peschereccio bianco, un peschereccio d’altura in difficoltà e in rapida fuga
dal luogo in cui è da poco avvenuta la disastrosa collisione».
Fedrighini
riporta anche un brano d’interrogatorio particolarmente interessante:
«Felice
Manganiello, ufficiale della Capitaneria di porto di Livorno, la sera del 10
aprile si imbarca sul rimorchiatore Tito Neri II. Manganiello riferisce un
episodio singolare: una seconda collisione sfiorata di poco, fra il suo
rimorchiatore e un peschereccio, proprio all’imboccatura della diga della Vegliaia, dove
l’aria era già impregnata di fumo e la visibilità molto scarsa. Ecco la sua
testimonianza. <<Sull’imboccatura ci superò la motovedetta 250 e ci passò
proprio sotto la prua anche un peschereccio, per miracolo non ci fu un’altra
collisione! Ce lo siamo trovato sotto la prua, proprio ci è passato sotto la
prua a nemmeno cinque metri!>>.
Interviene
l’avvocato Giunti: <<Avete dovuto quindi compiere una manovra
d’emergenza?>>.
Manganiello:
<<No, perché…>>.
Avvocato:
<<È stata una fatalità quindi che non vi siete…>>.
Manganiello:
<<Sì>>.
Avvocato:
<<Si ricorda il nome del peschereccio?>>.
Manganiello:
<<No>>.
Avvocato:
<<Non lo individuaste?>>.
Manganiello:
<<Non si vedeva nemmeno>>.
Avvocato:
<<Non si vedeva perché il peschereccio…>>.
Manganiello:
<<Non si vedeva il nome>>.
Avvocato:
<<Ma le luci del peschereccio erano ben visibili?>>.
Manganiello:
<<L’abbiamo visto quando proprio ci è passato sotto prua, ci ha
incrociato, perché il peschereccio era basso, insomma, abbiamo visto solo le
luci del peschereccio di sopra>>.
A
bordo dell’imbarcazione si trovava anche Tito Neri, uno dei titolari
dell’omonima società di rimorchiatori, il quale rammenta che
<<sull’imboccatura del porto ci è passato un peschereccio davanti alla prora, a 10 metri
non di più, ci era comparso all’improvviso da questa scarsissima visibilità,
una grossa barriera di fumo. Era un peschereccio di colore bianco, non ricordo
altro>>.
Non è
l’unico testimone. Ecco anche le dichiarazioni di Marco Pompilio, ingegnere,
direttore di macchina della nave cisterna Agip Abruzzo.
«A
bordo della petroliera, Pompilio si trova nella saletta tv degli ufficiali
assieme al comandante Superina; improvvisamente, avverte una <<grossa
vibrazione non usuale>> della nave e osserva, attraverso uno degli oblò,
un <<grande bagliore>>.
Su
ordine del comandante, scende immediatamente in sala macchine mettendo in
funzione il motore principale. Poi risale in plancia. Sono trascorsi circa
venti minuti dal momento in cui era stata avvertita la <<grossa
vibrazione>>. Più precisamente <<un’esplosione>>: così la
definisce il capo macchine. <<Venti minuti dopo l’esplosione>>,
continua Pompilio, <<mentre mi trovavo sul ponte di comando scorgevo, per
pochissimi secondi, verso dritta, a una distanza di 70-100 metri,
un’imbarcazione da me ritenuta un peschereccio d’altura, avvolta dalle fiamme
che si dirigeva verso centro nave>>.
Possibile
che un professionista del mare confonda un peschereccio con un traghetto
passeggeri? La forma, struttura e dimensioni dei due tipi di imbarcazione sono
radicalmente differenti; mediamente, un grande peschereccio d’altura può
arrivare a misurare circa 60-70 metri di lunghezza. Il traghetto passeggeri
Moby Prince era lungo più del doppio.
L’ingegner
Pompilio è convinto di quanto ha visto e lo ripete, nei due anni successivi,
senza mostrare ripensamenti: <<Ricordo di aver visto provenire
perpendicolarmente alla nostra dritta un’imbarcazione in fiamme che al momento
avevo ritenuto trattarsi di un grosso peschereccio d’altura, a una distanza di
circa cento metri>>. […] Pompilio ricorda la repentina modifica di rotta
effettuata dall’imbarcazione a poche decine di metri di distanza, per evitare
la collisione con la petroliera: <<La nave non ci ha urtato, presumo che
ci abbia “scapolato” (evitato di un soffio, nda). A quel punto si vedeva che la
nave era un’imbarcazione grande, un peschereccio d’altura>>. Pompilio
vuole fugare ogni dubbio: <<Escludo di aver dichiarato alla Commissione
d’inchiesta ministeriale di aver visto il Moby Prince incastrato nell’Agip
Abruzzo; quello che ho visto è quello che ho raccontato poc’anzi>>.
Sarebbe
stato rilevante verificare le indicazioni di Abdullahi Mussa Bogor e quelle dei
testimoni del caso Moby Prince per avere un riscontro eventuale alle
dichiarazioni dello stesso Abdullahi sulla presenza a Kisimayo di quella nave,
nella primavera del 1991.
VII. Un punto debole dell’intera ricostruzione
Tutta la
ricostruzione effettuata dalla Commissione riguardo ai giorni di Bosaso di Alpi
e Hrovatin ha un forte punto debole: quale certezza è stata raggiunta sul fatto
che non manchino delle cassette del girato? Il dubbio che una o più cassette
siano state sottratte c’è sempre stato e le indagini della Commissione non sono
riuscite a fare alcun passo avanti in questa direzione. È evidente che
l’incertezza su questo punto cruciale mina l’attendibilità di qualsiasi
risultato ricostruttivo.
Le
dichiarazioni rese in audizione dal Bogor, citate precedentemente, aumentano i
dubbi, già esistenti, riguardo al fatto che non tutto il girato dei giornalisti
sia giunto nelle mani della magistratura e, quindi, della Commissione.
Al
riguardo, ci si chiede (dal documento finale non risulta) se la Commissione abbia
effettuato una perizia sui nastri originali. Primo, per avere conferma che si
tratti davvero degli originali e non di una copia; secondo, per verificare che
non ci siano state manomissioni di qualsiasi natura. Ci si chiede, inoltre, se
è stata fatta la perizia calligrafica sui fogli del notes che riportavano i
time code delle cassette. Queste note, che servono a fare una scaletta, punto
per punto, delle riprese effettuate, allo scopo di ritrovare i passaggi di
interesse in vista del montaggio del servizio, risultano scritti, in parte, di
pugno di Ilaria Alpi e, in parte, da un’altra persona, dopo che le cassette
erano giunte in Rai. Sarebbe stato cruciale verificare sia l’integrità degli
appunti della giornalista (mancavano, ad esempio, o erano state strappate
pagine nel notes?), sia la conferma calligrafica della persona che ha
completato i time code. Sia, infine, la distinzione precisa fra la parte di
appunti presi dalla Alpi da quelli presi dalla persona che li ha completati in
seguito.
Anche
questo, dal documento finale, non risulta sia stato fatto. Peraltro, riguardo
agli esigui appunti presi da Ilaria di cui si è in possesso, c’è da rilevare
che l’operatore Alberto Calvi (doc. 0003 467, pag. 499) afferma: «Ilaria
scriveva molto, prendendo molti appunti […]. Normalmente vergava un blocchetto
ogni due giorni».
VIII. L’aereo perduto
Com’è
ormai assodato, i due giornalisti rientrano a Bosaso troppo tardi per prendere
l’aereo Onu che li avrebbe riportati a Mogadiscio il 16 marzo. Perduto il volo,
Alpi e Hrovatin, secondo le testimonianze, vanno (o tornano) alla sede della Ong
Africa 70 a Bosaso per chiedere ospitalità per i giorni seguenti, fino al
prossimo volo per Mogadiscio.
La
relazione finale della maggioranza spiega la perdita del volo con l’ipotesi che
Ilaria Alpi abbia preso nota in modo sbagliato dell’orario dello stesso prima
della partenza da Mogadiscio per Bosaso. Su quali basi? È verosimile che non
abbiano fatto alcuna verifica a Bosaso prima di lasciare la città per recarsi a
Gardo? Non è da prendere perlomeno in considerazione un’altra ipotesi (dato che
non sembra che allo stato vi siano elementi nell’una o nell’altra direzione),
cioè che qualcuno abbia fornito ai due giornalisti un’indicazione fuorviante,
in base alla quale rientrano da Gardo pensando di essere in tempo a prendere il
volo, scoprendo solo all’arrivo che non è così? Il disappunto espresso da
Ilaria ai cooperanti di Africa 70 (come risulta dalle loro testimonianze)
conferma che i giornalisti volevano assolutamente prendere quel volo, ma non
c’è alcuna spiegazione, in base alle stesse testimonianze, della ragione per
cui arrivano in ritardo.
La
Commissione dovrebbe chiarire le ragioni per cui non ha mai realizzato missioni
né in territorio somalo né a Bosaso, né a Nairobi, né in altre località
(Gibuti, Dubai, etc) – l’unico membro della Commissione che si è recato in
Africa e a Dubai risulta essere il consulente Sost. Comm. Antonio Di Marco, da
solo o accompagnato da Giancarlo Marocchino – che avrebbero permesso di
raccogliere ulteriori elementi e testimonianze in loco. È noto soltanto che a
più riprese la stessa Commissione ha tentato di organizzare e ha annunciato la
volontà di effettuare tali spedizioni, ma nonostante l’annunciata disponibilità
del Governo somalo di transizione, non le ha mai realizzate. Stanti anche i
diversi punti oscuri, che la Commissione ha ammesso di avere (non si sa chi
accompagna i due giornalisti, né che macchina viene usata, né chi incontrano a
Gardo, né perché vi si recano), tale missione in loco sarebbe risultata
evidentemente indispensabile.
A questo
proposito, appare quanto meno singolare l’affermazione contenuta nella
relazione di maggioranza, secondo la quale il viaggio effettuato l’estate
scorsa da Bulgarelli-Scalettari-Cavalli-Rocca avrebbe riportato solo “deludenti
acquisizioni”. Non risulta che la Commissione abbia fatto in proposito alcun
tipo di approfondimento (a parte la mera acquisizione dei documenti),
nonostante le sollecitazioni in questo senso da parte dei componenti della
spedizione. È evidente, peraltro, che l’organismo parlamentare avrebbe avuto
mezzi, strumenti, conoscenze e poteri ben diversi da quelli su cui aveva potuto
contare la spedizione giornalistica.
Non
risulta, infine, che sia stato sentito, né cercato, Giuseppe Cammisa, stretto
collaboratore di Francesco Cardella nella comunità Saman (la comunità fondata
dallo stesso Cardella insieme a Mauro Rostagno, il giornalista ucciso il 26
settembre 1988 in circostanze mai chiarite, di cui si parlerà più oltre).
Cammisa,
infatti, a quanto risulta da articoli di stampa e da sue dichiarazioni, nonché
dagli atti della Procura di Palermo sul caso Rostagno, asserì di essere stato
uno degli ultimi a vedere in vita Ilaria Alpi, in Somalia. Sarebbe stato quanto
mai importante chiedere in quali circostanze, dove e perché Cammisa ha potuto
incontrare la giornalista.
Il rientro di Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin da Bosaso a Mogadiscio
La
relazione finale ammette di non essere riuscita a identificare neanche uno dei
passeggeri che viaggiano con i giornalisti. Come mai? L’archivio di Unosom non
riportava l’elenco dei passeggeri di quel volo? L’organismo parlamentare ha
chiesto quell’elenco alle Nazioni Unite? Gli è stato negato? Non c’è traccia di
spiegazioni sul punto.
L’identificazione
dei passeggeri sarebbe stato un fatto di grande rilevanza. Infatti, uno degli
aspetti cruciali di quelle ore (che la Commissione non è stata in grado di
chiarire) è quello che avviene all’arrivo all’aeroporto di Mogadiscio nella
tarda mattinata del 20 marzo: chi va a prendere Ilaria e Miran e li accompagna
al loro albergo, il Sahafi? Cosa spinge i due giornalisti a spostarsi, poco
dopo all’hotel Amana?
La
relazione finale si sofferma a lungo sulle scarne e controverse testimonianze
riguardo a questi momenti. L’avv. Menicacci (il legale di fiducia di Giancarlo
Marocchino) riferisce che lo stesso Marocchino era a conoscenza del fatto che i
due giornalisti vengono prelevati dall’aeroporto da una scorta di 10 uomini
armati. Marocchino, nel corso delle sue audizioni, conferma la notizia, ma come
riferita da un somalo («un Aber Ghidir») di cui non ricorda l’identità. Lui
stesso però aggiunge – e sembra farlo più per deduzione che per conoscenza di
fatti precisi – che invece è stata accolta e accompagnata da militari italiani.
Dato che
sono stati identificati i militari italiani ancora di stanza all’aeroporto, è
stata chiesta loro conferma (o smentita) delle notizie riferite da Marocchino?
La relazione non ne parla.
Il
Generale Carmine Fiore, nella sua audizione, riferisce che Ilaria Alpi aveva
appuntamento con lui alle ore 18,00 del 20 marzo. Nella relazione non si dice
se sia stato chiesto al generale quando e come l’appuntamento è stato fissato:
prima di partire per Bosaso? Per telefono? Oppure poche ore prima?
Perché i due giornalisti vanno all’hotel Amana?
Il
giornalista somalo Alì Mussa, nella sua audizione, sostiene di aver detto alla
Alpi, incontrandola all’hotel Sahafi poco prima che lasciasse l’albergo per
dirigersi all’Amana (nei pressi del quale, poco dopo, i due giornalisti
subiranno l’agguato mortale) che il giornalista dell’Ansa Remigio Benni non era
più a Mogadiscio e che quindi era inutile andare all’hotel Amana perché non
l’avrebbe trovato.
Dai
verbali dei suoi interrogatori, risulta che anche Abdi, l’autista di Ilaria e
Miran, avesse riferito ai giornalisti della partenza di Benni.
Inoltre è
stato appurato che né Ilaria Alpi né Miran Hrovatin avevano appuntamenti con
gli altri colleghi che alloggiavano all’Amana e che erano tutti già partiti.
Perché,
allora, i due giornalisti Rai si recano ugualmente all’hotel Amana
attraversando l’intera città e la linea verde? Dalle testimonianze raccolte,
sembra che l’unica ipotesi possa essere che Ilaria aveva bisogno di usare il
telefono satellitare di Benni, che era a disposizione. La Commissione fa sua
questa ipotesi anche in assenza di prove. E si continua a non capire perché
Ilaria non ha usato quello del Sahafi.
La
Commissione non è stata in grado di chiarire la questione.
L’enorme importanza di quell’ultimo viaggio in
Somalia
Alberto
Calvi (l’operatore che più spesso ha accompagnato Ilaria Alpi nei viaggi in
Somalia) riferisce conversazioni con la collega prima della partenza per la
Somalia, dalle quali risulta che la giornalista caricava di enorme importanza
quel viaggio. Il cameraman riporta, in audizione, questa conversazione con
Ilaria Alpi, in merito al fatto che la giornalista cercava di convincerlo a
partire con lei:
«Le ho
detto: “Ilaria, tu non puoi portare la gente così; se non trovi nessun altro,
richiamami. Alla fine sarei andato, perché lei diceva: “È la storia della mia
vita, devo concludere, devo fare, voglio mettere la parola fine”. Ad un certo
punto mi ha richiamato e mi ha detto: “Ho parlato con Hrovatin, abbiamo già
lavorato insieme in Jugoslavia, è uno che sa il fatto suo».
L’Importanza
attribuita a questo viaggio dalla giornalista non si giustifica con l’attualità
che doveva seguire: la fine della missione italiana. Non è azzardato, quindi,
ipotizzare che il vero obiettivo della missione per Ilaria Alpi fosse un altro.
D’altro
canto, vi sono diversi indizi del fatto che la Alpi avesse in corso un’indagine
giornalistica parallela, che andava avanti da tempo. Le dichiarazioni di
diversi testimoni lo confermano (come vedremo in seguito): l’amica giornalista
con cui viveva Rita Del Prete (a cui parla già un anno prima dell’interesse per
il traffico di rifiuti e di avere alcune conoscenze al riguardo); il
maresciallo Francesco Aloi; il colonnello Franco Carlini; l’amica – membro
dell’associazione Ida per l’emancipazione femminile – Faduma Mohamed Mahamud e
altri e infine, lo stesso Bogor di Bosaso).
La Settima divisione e Vincenzo Licausi
L’audizione
di Gianfranco Giusti (uno degli uomini del Sismi di stanza in Somalia in quel
periodo) introduce il tema dell’eventuale conoscenza di Ilaria Alpi con il
maresciallo del Sismi Vincenzo Licausi.
Riguardo
a Li Causi (e al collega che è con lui in Somalia, Giulivo Conti), sarebbe
stato opportuno innanzitutto che la Commissione chiarisse la sua appartenenza o
meno alla Falange Armata, la misteriosa aggregazione interna alla Settima
divisione del Sismi, la cui attività oscura e illecita portò, nel 1992-93,
l’allora responsabile del Cesis ambasciatore Fulci (la Commissione, ci si
chiede fra l’altro, ha ritenuto di doverlo sentire? Dagli atti non risulta) ad
aprire un’inchiesta interna e a presentare un esposto alla magistratura. In
seguito la Settima divisione del Sismi fu sciolta e i suoi uomini trasferiti ad
altre strutture. Ci si chiede innanzitutto se, nel corso dell’audizione
(secretata, e quindi inaccessibile) la Commissione abbia ritenuto di chiarire
l’appartenenza di Giusti alla Falange Armata, come risulta dall’inchiesta che
individuò 22 nominativi tra gli uomini della Settima divisione.
Quanto
alla questione Alpi-Licausi, gli è stato chiesto qualcosa riguardo la
conoscenza fra i due? Il maresciallo Francesco Aloi, nel suo diario reso noto
all’epoca delle inchieste sulle presunte violenze dei militari italiani in
Somalia durante la missione Ibis, riferisce che non solo Alpi e Licausi si
conoscevano, ma che si scambiavano anche informazioni.
Appurare
questo fatto sarebbe stato di grande importanza. Per diverse ragioni:
a) Licausi
viene ucciso in circostanze mai chiarite solo quattro mesi prima dei due
giornalisti, e le versioni nonché le testimonianze sulla dinamica dell’agguato
sono quanto mai contraddittorie;
b) L’attività
di Vincenzo Licausi risulta quanto mai oscura (come si vedrà più avanti):
Licausi apparteneva a Gladio, addestratore, capo del centro Scorpione di
Trapani, aveva svolto operazioni delicatissime, talvolta su mandato diretto
della Presidenza del Consiglio. E su di lui si era indagato anche in relazione
alla Falange Armata;
c) Diversi
testimoni parlano di conoscenza e scambio di informazioni di Ilaria Alpi con
uomini dei servizi, come vedremo in seguito;
d) Una
delle ipotesi investigative sulla morte di Vincenzo Licausi concerne il fatto
che l’agente del Sismi stesse seguendo una pista d’intelligence relativa al
traffico d’armi.
Alla luce
di questi elementi, sarebbe stato quanto mai doveroso approfondire il tema. Non
risulta che questo sia stato fatto dalla Commissione. Non risulta nemmeno che
sia stato dato seguito all’acquisizione dei fascicoli della relativa inchiesta
presso le procure di Trapani, Palermo e Roma.
Non
risulta che sia stato audito l’uomo del Sismi che era con lui nella missione durante
la quale Licausi fu ucciso, Giulivo (Ivo) Conti. Non risulta che siano stati
sentiti il medico militare e le infermiere che accolsero Licausi morente. Non
risulta che siano stati ascoltati i tre militari italiani che viaggiavano con i
due uomini del Sismi nella spedizione che costò la vita all’agente italiano.
Non è
stato nemmeno sentito, a quanto risulta dagli atti, il tenente colonnello
Giuseppe Attanasio. Questo fatto è di particolare rilievo in relazione al fatto
che Attanasio, e la circostanza è stata confermata anche dal colonnello
Ventaglio e dal generale Fiore, sarebbe stato in grado di arrestare il bandito
sospettato dell’omicidio, ma fu fermato proprio dal capocentro del Sismi
Giusti, che avrebbe avocato al Sismi ogni attività inerente all’omicidio
Licausi.
Non
risulta nemmeno che la Commissione abbia cercato di chiarire un episodio oscuro
emerso nel corso dell’inchiesta sulla morte di Licausi, guidata dal dottor
Franco Ionta, della Procura di Roma. Ionta aveva presentato un Ministero competente
una richiesta di rogatoria internazionale per giungere all’arresto del presunto
(o di uno dei presunti) assassino del maresciallo del Sismi. Ma la richiesta
del magistrato non fu autorizzata. Non è mai stato chiarito da chi e perché fu
negata la richiesta di rogatoria.
Per ciò
che concerne l’audizione di Giulivo Conti, se non fosse stata poi realizzata
(la forsennata secretazione degli atti non permette di saperlo), il fatto
risulterebbe omissivo, in quanto la richiesta era stata formulata da alcuni
consulenti della Commissione.
Conti,
peraltro, accompagnava frequentemente Licausi e viene descritto come l’uomo a
lui più vicino nel lavoro svolto in Somalia, quindi il più indicato a cui
chiedere di un’eventuale conoscenza di Licausi con Ilaria Alpi.
Ilaria Alpi e Vincenzo Licausi si conoscevano?
Cosa
unisce Licausi al caso Alpi a parte la morte avvenuta in Somalia a pochi mesi
di distanza? Intanto il diario del maresciallo Aloi, che indica una conoscenza
diretta tra i due con scambio di informazioni proprio sui traffici di armi e di
rifiuti (e dunque sarebbe stato interessante avere o meno la conferma di questa
conoscenza).
Poi, il
fatto che il maresciallo Licausi è stato capo del Centro Scorpione di Gladio a
Trapani, e l’unico rapporto mandato a Roma dal Centro riguardava la Comunità
Saman di Mauro Rostagno e Francesco Cardella. Il primo è stato ucciso e il caso
è stato archiviato. Ma, come accennato, nelle carte dell’inchiesta figurano
alcuni testimoni che affermano che un collaboratore della Comunità Saman e in
particolare di Francesco Cardella, Giuseppe Cammisa, era stato in Somalia, e
addirittura a Bosaso, proprio nei giorni in cui vi si trovava Ilaria e che
l’aveva incontrata. È stato verificato se questa circostanza corrisponde al
vero? È importante, anche perché, secondo alcuni testimoni, Rostagno aveva
visto e ripreso con la telecamera, in un paio di occasioni, aerei da trasporto
militari che atterravano in un vecchio aeroporto in disuso vicino a Trapani dai
quali venivano scaricati aiuti umanitari e imbarcate casse di armi. Secondo
Rostagno le armi erano destinate alla Somalia.
A
proposito della struttura di Gladio, di cui faceva parte Licausi, ecco un passo
(doc. 0040 041, pag. 12) dove risulta la disposizione firmata dall’allora Direttore
del Sismi Fulvio Martini, il 1° agosto 1990, indirizzata al direttore della 7
Divisione:
«DISPONGO
che il settore SB (stay behind, ossia Gladio, nda) sia condotto secondo le
seguenti direttive: […] il personale delle reti venga gradualmente addestrato a
recepire indicatori di attività illegali (eversione, terrorismo, servizi
stranieri, droga e criminalità organizzata) nel contesto sociale di
appartenenza».
Ma
se queste sono le disposizioni di Martini, ecco invece (doc. 0040 040) le
conclusioni della Commissione parlamentare che ha indagato sulla materia:
«Il
colonnello Piacentini, interrogato a sua volta, indica ambedue le direttrici
tra i compiti del Centro, mentre il maresciallo Li Causi, subentrato al t. col.
Fornaro nella guida del Centro, si allinea alla posizione di Martini e afferma:
«Mi preme sottolineare che la finalità di questa rete era quella di tutelare il
territorio nazionale in caso di occupazione nemica. Vero è che è esistita, per
come ho appreso dai giornali, una direttiva proposta dal colonnello Piacentini
all'Amm. Martini capo del Sismi nel 1987 [...] di impiegare la struttura Gladio
nella lotta contro la criminalità organizzata in genere, ma posso affermare
nella mia qualità di capo centro di non aver mai ricevuto simili disposizioni e
che pertanto non ho mai dispiegato attività in tal senso».
L’attività
reale del Centro Scorpione resta dunque poco chiara anche per la presenza, tra
il materiale in dotazione, di un aereo superleggero di cui non si individua la
funzione.
«Sulla
disponibilità di questo mezzo aereo, il maresciallo Li Causi ha dichiarato di
non essere in grado di riferirne lo scopo. È un’affermazione a dir poco
paradossale, dal momento che per tre anni egli è stato responsabile del Centro
e quindi dell'uso dell'aereo medesimo.
Ecco
quanto dichiarato, infine, dal maresciallo Li Causi nel verbale reso al pm Luca
Pistorelli della Procura di Trapani il 28 giugno 1993 (doc. 0040 019):
ADR:
Non ricordo che Fornaro, durante i due mesi in cui diresse il centro, mi abbia
mai dettato relazioni sullo stato della criminalità nel trapanese. Ricordo solo
che mi chiese di battergli a macchina una bozza da lui redatta relativa alla
comunità SAMAN. Se non vado errato, in questa relazione, si dava conto della
personalità del Cardella, del livello dei contributi regionali in forza della
regione di provenienza dei tossicodipendenti, dell'utilizzo di una barca a vela
per l'attività terapeutica e, più in generale, della struttura della comunità.
ADR:
Non mi risulta quali fossero le fonti informative di Fornaro, riguardo alla
SAMAN, né affrontammo espressamente l'argomento; sapevo, del resto, che Fornaro
aveva delle conoscenze in Trapani e, quindi delle informazioni potevano
essergli provenute, anche da lì. Ritengo comunque normale che come cittadini e
ancor più come appartenenti a un servizio informativo, venendo a conoscenza di un fatto che
desse adito a delle possibili condotte illecite, se ne desse conto ai
superiori.
ADR:
Non ricordo quale fosse il fatto specificamente segnalato, con riguardo alla
SAMAN; ritengo comunque possibile che Fornaro avesse pensato che all'interno
della comunità si svolgesse un qualche traffico di stupefacenti.
Ecco il
curriculum di Vincenzo LI Causi, ricostruito dalla Commissione parlamentare
antimafia che ha indagato su Gladio in Sicilia:
«ll
maresciallo Vincenzo Li Causi era nato a Partanna nel novembre 1952. Entrò nel
SID nel 1974, a soli 22 anni e tre anni dopo venne inserito nella struttura
Gladio. Non si hanno notizie sulla sua attività nel servizio e nella struttura
fino al 1987, anno nel quale egli è chiamato a partecipare nella città di Lima
ad una operazione di protezione dal Presidente peruviano Alain Garcia.
Scrive
a questo proposito il sen. Brutti nella relazione della Commissione
Parlamentare antimafia sulla presenza di Gladio in Sicilia: «In base a ciò che
sappiamo l'operazione sembra essere stata del tutto clandestina. Essa ha
implicato il rapporto con uno Stato estero, al di fuori di ogni protocollo.
Con
ogni probabilità il Ministro degli Esteri e il Ministro della Difesa ne sono
rimasti all'oscuro, così come dev'essere rimasto all'oscuro il Cesis».
Il
senatore Massimo Brutti afferma inoltre che «l'operazione - a cura della
struttura Stay Behind - era stata direttamente ordinata dal presidente del
Consiglio Craxi ed era costata un miliardo».
Poco
tempo dopo la conclusione dell'operazione Lima, il maresciallo Li Causi è
inviato in Sicilia dove, dal 1° ottobre 1987 - avendo raggiunto il colonnello
Fornaro l'età pensionabile - assume le funzioni di capo centro con il nome di
copertura di Maurizio Vicari. Con questo nome egli firmerà rendiconti
riepilogativi di gestione spese riservate fino a tutto il mese di novembre
1990, cioè fino allo scioglimento della struttura, avvenuta appunto il 27 di quel
mese.
L'attività
del centro appare non chiara. A quanto risulta, non vengono svolte
esercitazioni in ambito S.B. D'altro canto viene negata anche alcuna attività
informativa. In seguito a un promemoria del 17 febbraio 1987 a firma
dell'allora direttore della VII divisione ten. colonnello Piacentini, gli altri
centri avevano scelto ciascuno un ambito informativo (al di là della
legittimità di una tale scelta, che certamente non può essere riconosciuta,
poiché per questo compito esistono i centri CS); il centro "Ariete"
di Udine doveva occuparsi di antiterrorismo; il centro "Libra" di
Brescia avrebbe dovuto indagare sul crimine organizzato, e il centro
"Pleiadi" di Asti si sarebbe interessato di crimine organizzato e
sicurezza industriale.
Ebbene,
proprio il centro Scorpione, collocato in una delle zone .di più alta densità
mafiosa dell'intero territorio nazionale, non è delegato a indagare sulla mafia
né - per quello che si sappia - svolge attività di questo tipo.
Come è
noto, il maresciallo Li Causi ha trovato tragica morte il 12 novembre 1993 nei
pressi di Mogadiscio, nel corso della missione ONU in Somalia. Da fonti di
stampa risulta che al momento del tragico agguato egli era in compagnia di un
altro militare. Al fine di diradare ogni incertezza sulle cause e le modalità
della morte, appare di interesse ricostruire i particolari dell'agguato stesso,
individuare l'identità dell'altro militare presente e delle altre persone che
hanno assistito alla sparatoria; appare soprattutto degno di attenzione conoscere
se il Li Causi era a Mogadiscio in missione Sismi o se era stato restituito
all'Arma di provenienza e dunque partecipava alla missione come
"nonnale" sottufficiale dell'Esercito.
Sia
Vincenzo Li Causi sia Giulivo Conti (i due uomini del Sismi che si trovano
insieme nel corso dell’uscita in cui finiscono vittima dell’agguato che costa
la vita a Li Causi) risultano nell’elenco degli appartenenti alla settima
divisione che Fulci scioglie. Entrambi vengono spostati dalla VII° alla II°
Divisione (doc. 0040 035 e 0040 036)
Giulivo
Conti, nella sua dichiarazione all’autorità giudiziaria (doc. 0040 026) non
dice nemmeno di aver sparato, anzi lo nega (pag. 9). Anche il suo diretto
superiore, Gianfranco Giusti, capo centro Sismi a Mogadiscio, dice cose
inesatte alla Polizia, come si evince dal verbale del 19 febbraio 1999 (doc.
0031 030) al pm Franco Ionta.
«Voglio ancora precisare che i Carabinieri del
contingente mi riferirono che le armi del personale di scorta al LI CAUSI e al
CONTI non avevano nella circostanza esploso alcun colpo.
A.D.R.: parlai subito anche con il CONTI che subito mi
riferì dell'aggressione armata ad opera di banditi somali e mi riferì altresì
di non aver sparato. Del resto non credo che CONTI fosse armato. Probabilmente
invece il LI CAUSI aveva nella disponibilità un'arma lunga del contingente
italiano.
Prendo atto che dalle indagini svolte dalla Polizia
Giudiziaria emerge che sia il LI CAUSI che il CONTI erano armati, e che sia il
CONTI che il COLOSIMO ed il POLLARI hanno fatto uso di armi da fuoco per
rispondere all'aggressione armata. Al riguardo non posso che confermare
quanto già dichiarato alla Polizia Giudiziaria il 30.09.1998 e cioè che a me
non risulta una risposta al fuoco dei banditi né da parte del CONTI né da parte
dei militari di scorta.
Gianfranco
Giusti smentisce anche quanto dichiarato dal colonnello Attanasio (che operava
nella cellula G2, ossia il servizio d’intelligence della missione Ibis) e dal
colonnello Ventaglio, chiaramente riportato nella richiesta di archiviazione
del procedimento:
«Nella circostanza i militari non attuarono alcun
rastrellamento della zona ove era avvenuto il fatto. Secondo le concordi
dichiarazioni del colonnello in quiescenza Carmelo VENTAGLIO e del tenente
colonnello Giuseppe ATTANASIO, allora responsabili della cellula G2
(informativa) della Brigata Legnano, infatti, l'uscita degli uomini finalizzata
alla cattura dei responsabili dell'omicidio sarebbe stata bloccata a seguito di
richiesta fatta dal capo centro SISMI di Mogadiscio, Gianfranco GIUSTI al
generale FIORE, comandante del contingente italiano in Somalia.
Successivamente i militari italiani avevano localizzato
il bandito ed era stata pianificata un'operazione volta alla sua cattura,
operazione che non sarebbe stata attuata su richiesta del capo centro SISMI in
Somalia Gianfranco GIUSTI (il quale, peraltro, sentito in data 19 febbraio 1999
ha smentito l'emergenza) che avrebbe avocato al SISMI ogni attività inerente
l'omicidio LI CAUSI (uno dei membri della missione SISMI in Somalia costituita
da un numero ristrettissimo di operatori)» (doc.0031 032, pag 2).
Nulla è
stato fatto dalla Commissione su questo versante: non è stato sentito, a quanto
risulta dalla relazione della maggioranza, Giulivo Conti; non è stata chiesta
spiegazione a Giusti delle omissioni davanti all’autorità giudiziaria, pure
contestate dal Pm Ionta, non si è nemmeno cercato di chiarire la ragione di
tante contraddizioni nelle versioni dei militari che erano insieme a Li Causi
al momento dell’agguato.
Le minacce a Ilaria Alpi nella nota Sismi
L’agente
del Sismi Alfredo Tedesco è l’autore di una nota informativa, inviata al Sismi
a Roma (e non al generale Fiore, che non ne fu informato), secondo la quale
aveva saputo che Ilaria Alpi aveva subito recenti minacce. Tedesco, nel corso
del processo contro Hashi Omar Hassan, era stato interrogato al riguardo, ma
non aveva saputo ricostruire adeguatamente la fonte della segnalazione, e
soprattutto da chi la fonte l’aveva appreso. È stato chiarito l’episodio?
Nel corso
di quel procedimento non si era riusciti ad appurare il percorso di quella
informativa, e il generale Luca Rajola Pescarini (all’epoca responsabile del
Sismi per il Corno d’Africa) aveva rimandato ai responsabili di Roma per i
chiarimenti. La Commissione non ha effettivamente appurato la ragione per cui
la nota risulta inviata a Roma e la si ritrova cancellata con un tratto di
penna e Chi operò quella cancellazione, ne ha appurato perché non ne fu data
notizia alla magistratura? Ne fu data notizia alla magistratura (perlomeno
all’indomani dell’omicidio, il Sismi aveva il dovere istituzionale di fornire
alla Procura tutti gli elementi utili alle indagini)?
Le testimonianze di Giancarlo Marocchino e del suo
collaboratore, la fonte B., in merito all’incontro con uno dei killer
Giancarlo
Marocchino nel corso delle sue audizioni sostiene che, per quel che ha potuto
sapere, il commando non intendeva uccidere i due giornalisti ma rapirli.
L’intenzione, ribadisce, era di sequestrare «giornalisti, o comunque italiani».
È la tesi che poi verrà confermata da alcuni testimoni, in particolare la fonte
B. posta sotto protezione in Italia per decisione della stessa Commissione.
Tali testimoni, compresa la fonte B., risultano tuttavia essere stretti
collaboratori dello stesso Marocchino, risultano da lui individuati (insieme al
suo legale Stefano Menicacci), e fatti arrivare in Italia.
Marocchino,
sempre nelle audizioni, riferisce dell’incontro con uno dei killer dei
giornalisti. Ripete quanto aveva dichiarato a Famiglia Cristiana
nell’intervista pubblicata nel 1999, e pochi giorni dopo al dottor Franco Ionta
nel corso dell’interrogatorio.
Risulta,
tuttavia, una versione contraddittoria fra quanto riferito da Marocchino a
proposito dell’incontro con questo killer del commando e quanto dichiarato
invece dalla fonte B.: secondo quest’ultimo, Marocchino non avrebbe mai
incontrato il killer. Sarebbe la stessa fonte B. che lo incontra e raccoglie le
informazioni: «È probabile, magari, che io gli abbia fatto vedere da lontano uno
dei componenti. Però non è mai successo che abbia avuto un appuntamento per un
incontro tra Marocchino e uno dei componenti. È probabile che io glielo abbia
fatto vedere da lontano», dice nell’audizione del 26 ottobre 2005.
Ancora in
relazione alle dichiarazioni di Giancarlo Marocchino, va rilevata la lettera
che lo stesso invia alla Commissione Gallo (la Commissione ministeriale
chiamata a indagare sulle presunte violenze dei militari italiani in Somalia
nel corso della missione Ibis), lettera indirizzata ad una serie di giornalisti
suoi amici tra cui Carmen La Sorella, dove parla del taccuino che Ilaria Alpi
aveva con sé al momento dell’omicidio. In quello scritto Marocchino non cita la
macchina fotografica (doc. 0404 021)
«Nel
frattempo arrivarono Porzio e Gabriella che erano a casa mia e sentendo la
comunicazione per radio si sono precipitati sul posto dell'accaduto, presi i
corpi, li trasportai sulla mia vettura, raccolsi sul pavimento della loro
macchina un block notes, un piccolo registratore e una matita e li consegnai a
Porzio e Gabriella».
I testimoni sulla “deviazione” di Alpi e Hrovatin
al garage di Marocchino
Alcuni
testimoni riferiscono del fatto che i due giornalisti poco prima dell’agguato
si sarebbero recati nel garage di Giancarlo Marocchino, e sarebbero stati visti
uscire dal suo garage. Il primo riferimento a questo particolare è nel rapporto
dell’ufficiale della polizia somala Ali Jirow Shermarche (ora deceduto),
rapporto datato 15 dicembre 1994, indirizzato al Commissariato di polizia,
divisione Unosom, in cui viene scritto:
«Si
suppone [i due giornalisti, nda] si trovassero presso il Sahafi Hotel nella
parte Sud di Mogadiscio quando, improvvisamente, decidono di prendere una
macchina, delle persone di scorta e dirigersi verso la parte Nord della
capitale, attraversando la linea verde. Prima dell’assassinio, i due
giornalisti erano stati visti uscire a bordo della loro macchina da un garage
di un cittadino italiano, di nome Giancarlo, situato nella stessa strada, a
circa 2 chilometri dalla scena del delitto. Nessuno sa che cosa facessero in
quel luogo né chi avessero incontrato in quel garage».
La stessa
cosa è stata riferita da due cittadini somali, processati a Roma per calunnia e
poi assolti. I due testimoni sono stati segnalati dall’avvocato Domenico
d’Amati alla Commissione.
Ecco la
lettera del legale della famiglia Alpi.
Roma, 18 ottobre 2005
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All’Ufficio
di Presidenza
della
Commissione Parlamentare di Inchiesta
sulla
morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
Camera
dei Deputati
per
corriere e via telefax
Oggetto: Sentenza
del Tribunale di Roma in data 16 giugno – 4 luglio 2005, pronunciata nei
confronti dei cittadini somali Hersi Ali Farah e Fatuma Abdi Haji imputati di
false dichiarazioni al P.M. in ordine alle circostanze dell’attacco a Ilaria
Alpi e Miran Hrovatin – ulteriori dichiarazioni rese dai medesimi al P.M. in
ordine alla posizione di Giancarlo Marocchino, Ahmed Gilao, Abdullahi Mussa
Segnalo a
codesto Ufficio che, con sentenza in data 16 giugno – 4 luglio 2005, che si
allega in copia, il Tribunale di Roma ha definito il procedimento penale
promosso a carico dei coniugi Hersi Ali Farah e Fatuma Abdi Haji residenti in
Modagiscio, imputati :
“in
ordine al reato di cui agli artt. 110, 81 cpv, 371 bis c.p., perché, agendo in
concorso tra loro, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, nel
corso del procedimento penale nr. 4840/96R pendente innanzi alla procura di
Roma per l’omicidio di Ilaria ALPI e Miran HROVATIN, richiesti al P.M. di
fornire informazioni ai fini delle indagini, rendevano false dichiarazioni, in
particolare l’HERSI affermando, contrariamente al vero di aver assistito
all’omicidio e alla rimozione dei cadaveri dal luogo del delitto e fornendo una
falsa ricostruzione delle modalità esecutive del delitto:
- quanto
al numero dei compartecipanti che esplosero colpi di arma da fuoco contro le
vittime che indicava in sei, mentre furono soltanto due;
- quanto
al numero e alla distanza dei colpi sparati contro la ALPI che indicava come numerosi e a
distanza ravvicinata di cui uno a contatto, mentre uno soltanto e a non breve
distanza fu il colpo di arma da fuoco che colpì la ALPI alla nuca;
- quanto
alle posizioni occupate dalle vittime indicate come occupanti il sedile
posteriore di un veicolo Toyota mentre il Hrovatin occupava il sedile anteriore
destro e la
Alpi il
sedile posteriore del lato destro;
- quanto
al numero delle persone di scorta che accompagnavano le vittime indicate come
due di cui una colpita a morte nel corso della sparatoria mentre vi era
un’unica persona di scorta sopravissuta;
- quanto
all’orario del delitto indicato come le ore 13,30 mentre il delitto avvenne
dopo le ore 14,45.
La
FATUMA affermando, contrariamente al vero, che l’HERSI le aveva detto di avere
assistito agli omicidi e così avvalorando le dichiarazioni da quest’ultimo
rese.
In
Roma il 10, 11 e 12 giugno 1996”.
La
sentenza reca il seguente dispositivo:
“Visto
l’art. 530 c.p.p., assolve HERSI ALI FARAH dai reati lui ascritti, nella parte
in cui avrebbe dichiarato falsamente il numero dei compartecipanti che
esplosero colpi di arma da fuoco; il numero e la distanza dei colpi; e l’orario
del delitto, perché il fatto non sussiste.
Visti
gli artt. 530 c.p.p., 376 c.p.,
assolve
HERSI ALI FARAH dai reati lui ascritti, nella restante parte contestata perché
l’imputato non è punibile per aver ritrattato le sue dichiarazioni nel medesimo
procedimento penale in cui ha prestato il suo ufficio.
Visto
l’art. 530 c.p.p.,
assolve
FATUMA ABDI HAJI dai reati lei ascritti perché il fatto non sussiste.
Prende
30 giorni per il deposito della motivazione”.
Deve in
proposito rilevarsi che nel procedimento penale n. 4840/96R, Hersi Ali Farah e
Fatuma Abdi Haji non si erano limitati a rendere al P.M. Dott. Pititto le
affermazioni che poi sono state loro contestate con l’imputazione del reato p.
e p. dell’art. 371 bis C.P, ma anche le seguenti altre dichiarazioni –
concernenti la posizione di Giancarlo Marocchino, Ahmed Gilao e Abdullahi Mussa
– per le quali essi dichiaranti non risultano essere stati sottoposti a
processo penale:
- dichiarazione
resa da Hersi Ali Farah l’11 giugno 1996 alle ore 10,45: “A.D.R. mia moglie
aveva avuto una figlia dal suo precedente marito, figlia che io ho adottato.
Questa ragazza ha sposato un tenente del servizio di sicurezza somalo del
governo di Siad Barre (n.s.s.). Io conoscevo di vista qualcuno degli assassini
di Ilaria e ho chiesto al marito di mia figlia, dicendogli che gli assassini
erano Abgal, di assumere delle informazioni sull’omicidio. ADR io chiesi a mio
genero di assumere informazioni lo stesso giorno in cui l’omicidio avvenne,
quando arrivai a casa mia dove mio genero abitava ed era presente. ADR quattro
giorni dopo mio genero mi portò all’orfanotrofio 3 di coloro che avevano
sparato contro i giornalisti italiani: erano 3 persone parenti di mio genero.
ADR i nome di questi 3 li ha mio genero Nasser. ADR mio genero Nasser abita a
casa mia e dirige l’orfanotrofio assieme a sua moglie: ed è disposto a
testimoniare se lei lo chiama. ADR quando i 3 che avevano sparato vennero
all’orfanotrofio in compagnia di mio genero io diedi dei soldi a mio genero
dicendogli di andare con quei 3 comprare coat, offrirla a quei 3 e farsi raccontare
come erano andate le cose. Mio genero fece come io gli avevo detto, scrisse
quello che i 3 gli raccontarono facendoli firmare. ADR queste dichiarazioni dei
3 io le avevo messe assieme ad altri documenti in una borsetta che mi è stata
sequestrata dalla Polizia dell’emigrazione keniota quando sono stato arrestato
da Nairobi, Domenica sera 1 giugno, cercavo di prendere l’aereo per l’Italia.
Quando sono stato liberato per l’intervento dell’Ambasciatore italiano Sabato
sera 7 c.m. io ho chiesto la borsa alla polizia dell’immigrazione ma non c’era
quello che l’aveva in custodia, e poiché io dovevo prendere l’aereo per
l’Italia mi è stato detto dal keniota che ha pagato la cauzione che mi avrebbe
mandato la borsetta con Hassan. ADR la cauzione per la liberazione mia e di mia
moglie è stata pagata a Nairobi da un parente di mia moglie che sta a Nairobi
ed ha la nazionalità del Kenya: si chiama Orlea’ ma mia moglie può dare
indicazioni più precise. ADR i 3 che hanno rilasciato le dichiarazioni scritte,
che le farà avere Hassan sostanzialmente, hanno dichiarato che il Marocchino
aveva dato loro dei soldi, promettendogliene degli altri ad uccisione avvenuta,
perché uccidessero Ilaria e Miran. ADR alle 10 di mattina del giorno in cui
vennero uccisi, Ilaria e Miran avevano appuntamento al cantiere di Marocchino e
pertanto si portarono nel cantiere del Marocchino. ADR tutti e 6 gli assassini,
quando Ilaria e Miran alle 10 del mattino andarono nel cantiere del Marocchino
si trovavano già nel cantiere del Marocchino perché tutti e 6 lavoravano alle
dipendenze del Marocchino e dormivano là dentro. ADR Ilaria e Miran si
trattennero nell’ufficio del Marocchino per 3 ore 3 ore e mezza fino all’1.20 o
1.30 dopodichè tutti e 3 uscirono dall’ufficio del Marocchino, andavano verso
la macchina dei giornalisti italiani che era parcheggiata all’interno del
cantiere del Marocchino e fu a questo punto che, sempre a quel che dichiararono
i 3 assassini, il Marocchino indicò Ilaria e Miran come le persone da uccidere,
ai suoi uomini che erano già pronti con la macchina per uccidere i due
giornalisti … ADR Nasser mi ha detto che Ilaria e Miran erano stati uccisi per
questi motivi: Il col. Abdullahi Yussuf un migiurtino, che sta a Bosaso e che è
presidente dell’S.S.D.F. (una associazione di tribù nemiche di Siad Barre)
aveva dato la licenza di pesca ad una nave, ma con questa nave, invece di fare
pesca, venivano trasportate armi, non so da dove né verso dove. Soci di questo
traffico di armi erano le seguenti persone: il Bogor di Bosaso Abdullahi Mussa,
Marocchino, il Generale della polizia somalo Gilao’ che era dei servizi segreti
somali durante la presidenza di Siad Barre, un generale somalo Gas-Gas forse
dell’esercito ma non sono sicuro; la moglie di Marocchino a nome Fai; Lul
Ahamed Mohamud di cui ho già detto. ADR io non so dove si trovasse questa nave
che faceva traffico di armi allorquando Ilaria era a Bosaso. So, per avermelo
riferito Nasser, che questa nave faceva traffico di armi a Bosaso e ad Adale
dove vendevano le armi a quelli che fanno la guerra. ADR Nasser mi ha detto che
Ilaria era andata a Bosaso, aveva visto il Bogor, aveva domandato di questa
nave e di questo traffico di armi e che il Bogor ha telefonato a Giancarlo
Marocchino e mi ha detto che, mentre uccidevano Ilaria e Miran erano presenti
nel cantiere di Marocchino tutti i soci escluso il Bogor. ADR Nasser ha appreso
quanto mi ha raccontato e che io le ho riferito dai dipendenti di Marocchino
che sono, per la maggior parte, parenti di esso Nasser”.
- dichiarazione
resa da Hersi Ali Farah l’11 giugno 1996 alle ore 20,40: “…. ADR ho saputo
sempre da Nasser che Ilaria aveva un appuntamento con Giancarlo Marocchino alle
ore 10,00 del giorno in cui è stata uccisa e si è intrattenuta con lui sino
alle 13.20, ora in cui è uscita dal cantiere insieme a Miran Hrovatin subendo
quindi l’aggressione che è costata la vita ai due. ADR quello che io ho visto
personalmente, dopo essere sceso dall’autovettura di Hassan che se ne è tornato
indietro è questo: la Land Rover degli aggressori che faceva il percorso di cui ho detto bar Fiat –
collegio – cantiere del Marocchino; giungere il Marocchino con tre mezzi e
caricare aiutato dai suoi uomini dalla macchina su cui si trovavano su un’altra
macchina; il Toyota dei due giornalisti con le due ruote di destra sul
marciapiede. Ho visto inoltre che il giornalista era seduto sul sedile
anteriore ed Ilaria era seduta sul sedile posteriore. …ADR è stato Nasser a
dirmi che Marocchino, il Bogar e gli altri da me indicati ieri mattina avevano
fatto traffico di armi con una nave da pesca; tutto il popolo somalo, anzi
molti, dicono che fanno commercio di armi con le navi. ADR io non so con quali
navi si facesse il traffico di armi”.
- chiarazione
resa da Fatuma Abdi Haji il 10 giugno 1996 alle ore 17,45: “ADR Ilaria era
venuta diverse volte nel nostro orfanotrofio e dava quaderni, libri ed anche
soldi per i ragazzi ed alla fine del ’93 mi ha portato diversi cartoni di
panettone: era generosa. ADR quella in cui ci portò i panettoni fu l’ultima
volta in cui Ilaria venne all’orfanotrofio. Ed ha girato dei film. L’ultima
volta che è venuta in Somalia quando è stata uccisa, non è venuta
all’orfanotrofio, forse voleva venire, ma è morta …ADR quando mio marito
venendo a casa mi disse che avevano ucciso la nostra amica Ilaria io andai sul
posto e vidi il sangue ma non i corpi. ADR io vidi due pozze di sangue in due
posti diversi sul marciapiede vicino al fabbricato della cultura francese: una
pozza era più grande ed una più piccola, quei somali che stavano lì a vendere
sigarette e tè mi dissero che la pozza più grande era quella della femmina,
mentre quella più piccola era del maschio. ADR la sera quando tornai a casa
dissi a mio genero Nasser che era stato nei servizi di sicurezza ai tempi di
Siad Barre di fare accertamenti, perché io volevo sapere chi aveva ucciso
Ilaria. ADR quando mio marito venne a casa per darci la notizia che Ilaria era
stata uccisa, Nasser ed io eravamo a casa. ADR dopo qualche giorno Nasser mi
disse che aveva saputo da uno o da tre degli omicidi con cui aveva mangiato
“dell’erba” che gli assassini avevano ricevuto soldi per uccidere questa
poveretta. ADR io ho chiesto a Nasser chi avesse pagato i soldi, che interesse
avesse e Nasser mi rispose che a pagare i soldi era stato Marocchino. ADR Nasser
mi disse che Ilaria faceva indagini e per questo l’hanno ammazzata. ADR non so
su cosa “indaginava” Ilaria, forse aveva scoperto qualche errore del
Marocchino. ADR dopo un messe è venuto Nasser e mi ha detto che la faccenda su
cui Ilaria indaginava era a Bosaso dove c’era una nave con munizioni. Nasser mi
disse che in mezzo alla questione, su cui Ilaria indaginava, c’erano tante
persone somale ed italiane. ADR Nasser, a proposito di tali persone, mi fece
solo i nomi del Marocchino e di un australiano di nome Morris, che è uno che
forniva alimentari all’UNOSOM. Si dice che questo Morris sia morto a Kisimaio.
ADR Nasser mi disse che volevano ammazzare Ilaria in Bosaso, ma che si era
salvata. ADR mio genero mi disse che avevano fatto uccidere Ilaria, Marocchino,
il principe di Bosaso, Abdulai Bogor e Ahmed Gilao”.
Con
riferimento a tali dichiarazioni, non risulta che siano state svolte indagini
in ordine a quanto concerne il ruolo attribuito a Giancarlo Marocchino e agli
altri personaggi ivi menzionati.
Deve
rilevarsi, tra l’altro, che le dichiarazioni di Hersi Ali Farah e Fatuma Abdi
Haji concordano con quelle di Hussein Mohamed Sadia e di Ali Jirow Sharmarke,
già segnalate a codesto Ufficio, sulla circostanza dell’incontro che i due
giornalisti avrebbero avuto con Giancarlo Marocchino poco prima di essere
uccisi.
Si
allegano:
- sentenza
del Tribunale di Roma in data 16 giugno – 4 luglio 2005;
- relazione
di servizio del Maresciallo Michele Lorefice in data 12 giugno 1996;
- verbali
di sommarie informazioni rese davanti al P.M. Dott. Giuseppe Pititto da Hersi
Ali Farah rispettivamente in data 10 giugno 1996; 11 giugno 1996 ore 10,45; 11
giugno 1996 ore 20,40;
- verbali
di sommarie informazioni rese davanti al P.M. Dott. Giuseppe Pititto da Fatuma
Abdi Haji rispettivamente in data 10 giugno 1996 e 12 giugno 1996.
Con i
migliori saluti.
(Avv. Domenico d’Amati)
Non
risulta che la Commissione abbia ritenuto di dover sentire i due testimoni
somali.
La Digos di Udine
La Digos
di Udine ha collaborato alle indagini della Procura di Roma sul caso
Alpi-Hrovatin nel periodo che va dal 21 maggio 1994 all’estate del 1997,
attraverso una serie di informative che traggono fondamento dalle notizie
ricavate da fonti confidenziali. La trasmissione – in certi periodi frequente e
intensa – si è quasi arrestata con il passaggio di mano dell’inchiesta dal
dottor Pititto al dottor Ionta. Tra il 1998 e il 1999, infatti, la Digos
invierà solo alcune informazioni relative al cittadino somalo (Hashi Omar
Hassan) all’epoca incriminato come membro del commando.
A quanto
risulta, le fonti confidenziali nel tempo sono state tre: una prima fonte
somala da cui nascono le prime due note informative redatte a breve distanza,
il 21 e il 23 maggio 1994; una seconda fonte confidenziale, un italiano
identificato in audizione dall’agente della Digos Pitussi in tale Mario Zaccolo
(indagato, per altro, per traffico d’armi nell’ambito dell’inchiesta di
Brindisi riguardo al progetto di traffico internazionale di rifiuti chiamato
Urano, progetto che prevedeva, tra l’altro, lo smaltimento di materiale
tossico-nocivo e/o radioattivo anche in Somalia) a cui sarebbe da riferire
l’informativa del 24 maggio e forse quella del 1 agosto 1994; una seconda fonte
somala cui sono riferibili le informative a partire dalla seconda metà del
1995.
La
seconda fonte somala, che solo in sede di Commissione è stata identificata in
tale Mohamud Mahamed Mohamud detto Gargallo, il quale da molti anni vive in
Italia e si occupa di import-export di pezzi di ricambio per veicoli, a sua
volta aveva raccolto le informazioni attivando propri referenti in Somalia,
costituiti da diversi familiari e persone di sua fiducia. Pertanto, le notizie
raccolte erano state frutto da una parte delle sue conoscenze dirette e
personali, dall’altra di questa rete informativa di cui Gargallo si era potuto
avvalere. Proprio attraverso questo sistema era riuscito, nel corso del 1997, a
far rintracciare e a far giungere in Italia quattro testimoni oculari del
duplice omicidio, di cui si dirà fra breve.
La
Commissione parlamentare è riuscita ad individuare una soltanto di queste fonti
di “primo grado”, tale Omar Diini, il quale – per sua stessa ammissione – aveva
collaborato con Gargallo e con la Digos di Udine soltanto in questa fase della
raccolta di notizie.
La stessa
Commissione, quindi, non è riuscita a dare una paternità alle altre
informazioni acquisite attraverso i rapporti comunicativi instaurati da
Gargallo in Somalia.
Quanto
all’affermazione, contenuta nella relazione proposta dal Presidente, secondo la
quale Gargallo sarebbe da considerare inattendibile per lo stretto contatto con
diversi giornalisti, non si può non rilevare che i contatti sono avvenuti prima
(quando la fonte non era ancora tale) e dopo (quando le informative di Udine
erano terminate da ben cinque anni). Infatti dalla stessa ricostruzione della
relazione di maggioranza risulta che i giornalisti Maurizio Torrealta e Luigi
Grimaldi erano entrati in contatto con Gargallo ben prima che cominciasse a
riversare le sue conoscenze agli agenti della Digos. Lo conferma il fatto che,
come risulta dagli atti, è uno degli stessi giornalisti a suggerire
l’opportunità di riferire quanto di sua conoscenza alle forze dell’ordine.
Quanto ai giornalisti di Famiglia Cristiana, avverrà un unico incontro
con Gargallo e alla metà di novembre del 2003, quindi a collaborazione
ampiamente cessata con la Digos friulana.
Quanto ai
contenuti delle informative trasmesse dagli investigatori friulani alla Procura
di Roma – sul punto va peraltro sottolineato che la Digos di Udine non aveva
delega d’indagine autonoma ma riferiva al magistrato della Procura di Roma
titolare dell’inchiesta – vanno a toccare alcuni aspetti diversi della
questione: una parte riguarda la dinamica dell’agguato e alcuni dei responsabili
materiali; un’altra i presunti mandanti; una terza fornisce informazioni
riguardo faccendieri e traffici d’armi in Somalia e fra Italia e Somalia.
Riguardo
alla dinamica dell’agguato, Gargallo ha riferito di un gruppo di assalitori
formato da sette somali, tutti Abgal ma appartenenti a tre etnie diverse:
Mohamed Muse, Agun Yare, Celi Omar, ed ha fornito alcuni nomi dei presunti
componenti del gruppo.
Dalle
risultanze della Commissione, si evince tra l’altro che Gargallo «era in
possesso di due elenchi di possibili assalitori: uno scritto da lui stesso
sulla base delle notizie fornitegli dai suoi referenti in Somalia e un altro
fornitogli dalla Digos di Roma (per quanto da lui stesso affermato)». Ci si
chiede se la Commissione ha chiarito la ragione di questa doppia lista e le
modalità con cui la fonte sarebbe venuta in contatto con la Digos di Roma.
Stante la totale riservatezza di cui Gargallo ha goduto in questi anni da parte
della Digos di Udine, sarebbe stato importante comprendere come, dove e perché
si è realizzato un contatto con gli investigatori romani. Nella relazione non
se ne trova spiegazione, né tentativo di approfondimento.
Riguardo
al somalo condannato per la partecipazione all’omicidio, Hashi Omar Hassan,
risulta dalle informative che la fonte si sia attivata solo per chiedere
informazioni ai propri referenti nel Paese africano, ma non gli sia mai stato
chiesto di indagare sulle sue responsabilità.
In
riferimento ai presunti mandanti, le informative di Udine presentavano in sintesi,
i seguenti elementi:
- Informativa
del 21 maggio 1994. Si riferisce della flotta Shifco e del suo titolare Mugne
come coinvolti in traffici di armi. Mugne, erroneamente indicato come capitano,
viene indicato come trafficante d’armi sia a beneficio del precedente dittatore
Siad Barre sia a favore di Ali Mahdi. Ilaria Alpi, venuta a conoscenza dei
traffici illeciti, si era recata a Bosaso dove aveva verificato la presenza
della nave, aveva contattato tale King Kong, al fine di avere notizie sulla
Shifco. Rientrata a Mogadiscio, aveva cercato avere ulteriori notizie nella
zona sotto il controllo di Ali Mahdi. In conseguenza di ciò, i due
giornalisti sarebbero stati eliminati.
- Informativa
del 23 maggio 1994. Si aggiungono informazioni sulla flotta Shifco e su un suo
marinaio, tale Forchetto.
- Informativa
del 24 maggio 199[1], riconducibile alla
fonte italiana: viene precisato che l’omicidio sarebbe avvenuto perché a Bosaso
Alpi e Hrovatin avevano filmato una nave carica di armi. Vengono riferiti i
nomi di Giancarlo Marocchino e di Guido Garelli, come coinvolti negli stessi
traffici. Nella nota c’è anche una singolare puntualizzazione riguardo al fatto
che i due gestirebbero una piccola società aerea con sede a Roma in via Fauro.
- Nota
del 1 agosto 1995. Si forniscono ulteriori informazioni su aspetti già
accennati precedentemente e viene indicato per la prima volta il nome di
Giorgio Giovannini, indicato come trafficante di armi.
-
Informative dal 25 giugno 1995 al 20 marzo 1996: si parla dei traffici d’armi
di Giorgio Giovannini (definito amico di Craxi e conosciuto da Marocchino) con
Siad Barre e in seguito con Ali Mahdi, utilizzando le navi della Shifco. Si
indicano Giovannini, Mugne e suo fratello, Said Marino, come coinvolti
nell’omicidio. Viene spiegato che gli spostamenti dei due giornalisti erano
noti ad Abdullahi Mussa, il “Sultano di Bosaso”, ad Ali Mahdi e a Marocchino, e
che a costoro è da imputare la decisione di procedere all’esecuzione. Infine,
con indicazioni parzialmente diverse, vengono indicati come mandanti Mugne e
Ali Mahdi, mentre Marocchino e Ciliow (Gilao) avrebbero avuto il compito di
organizzare il commando. Si fa il nome di Craxi e Pillitteri come legati a
questo giro di persone da interessi economici.
- Le
informative precisano che si sarebbe svolta una vera e propria riunione per
prendere la decisione e organizzare l’omicidio. Vengono indicati i nomi di
coloro che avrebbero partecipato a questa riunione: Ali Mahdi, il Bogor (il
Sultano di Bosaso), Mugne, Marocchino, Gilao e Mohamed Sheik Osman ex ministro
delle finanze del Governo di Siad Barre. Sono indicati i nomi di due dei
componenti del commando con l’appartenenza al sottoclan, e l’appartenenza
clanica di altri componenti.
Viene poi
sommariamente descritta la dinamica dell’omicidio, e si riferisce che subito
dopo l’agguato Marocchino si sarebbe impossessato di tre fogli strappati dal
block notes di Ilaria Alpi.
Quanto
alla prima fonte somala, la Commissione non è stata in grado di rintracciarla.
La fonte
italiana, come si è già detto indicata in Mario Zaccolo, era persona già
coinvolta, come già anticipato, nel “Progetto Urano” ideato e coordinato da
Guido Garelli, come risulta dagli atti della Commissione, che è in possesso del
fascicolo proveniente dalla Procura di Brindisi. Zaccolo, interrogato dai
magistrati, aveva ammesso di aver partecipato all’iniziativa e di aver fatto
parte del sottogruppo denominato “Antinea” che avrebbe dovuto occuparsi di
procacciare materiale bellico. L’imprenditore friulano si è difeso (come peraltro
tutti i numerosi indagati) sostenendo che nulla di quanto descritto nella
copiosa documentazione rintracciata dai magistrati su Urano era stato
realizzato. Di fatto è noto che, in epoca successiva alle indagini svolte a
Brindisi, nel 1992 lo stesso Garelli firmerà insieme a Giancarlo Marocchino e a
Ezio Scaglione una «lettera d’intenti riservatissima» nella quale si parla di
«sviluppare il Progetto Urano nel Corno d’Africa, per la parte già nota». In
qualche forma, quindi, è da presumere che tale colossale progetto di
smaltimento di rifiuti-tossici e radioattivi sia in qualche modo proseguito
anche dopo le inchieste del 1988 e ‘89 di Brindisi. Pur essendo stato in
seguito considerato inattendibile, a detta degli stessi agenti di Udine, in
riferimento a notizie su altre vicende, Zaccolo era in effetti potenzialmente
in grado di conoscere fatti relativi ai traffici in Somalia. E, d’altro canto,
in virtù del suo precedente coinvolgimento nell’inchiesta su Urano, può non
essere considerata del tutto disinteressata la sua smentita – come risulta
dalla sua audizione – sulla paternità delle notizie riportate dall’informativa
di Udine.
Riguardo
alla seconda fonte somala, Gargallo, come si è anticipato, l’organismo
parlamentare ha potuto portare in audizione soltanto uno dei suoi referenti,
Omar Hajimunye Diini, che ha trasmesso alcune delle informazioni raccolte a
Mogadiscio.
Diini,
audito il 22 settembre 2004 in Commissione, ha confermato di aver raccolto
notizie sul duplice omicidio presso suoi conoscenti. Riguardo all’indicazione
dei presunti mandanti (nota dell’agosto ’95) Mugne e Giovannini, afferma: «Non
so se l’ho data io. Non seguivo la vicenda con grande attenzione. Raccoglievo
informazioni, le passavo e immaginavo che poi chi le riceveva le avrebbe elaborate».
Lo stesso dicasi per la riunione preparatoria dell’omicidio: «Esattamente
non so. Qualcuno mi ha detto che c’è stata una riunione a casa di Ali Mahdi».
Ed ecco quanto sostiene riguardo al movente: «Non ho informazioni concrete,
[…] ribadisco quelle che penso possano essere state le cause: la giornalista si
stava occupando di questioni attinenti alle armi e alla discarica di scorie
chimiche».
La
relazione di maggioranza trae la conclusione che «proprio dalle notizie
trasmesse da Udine e confluite nelle indagini sull’omicidio si traggono i
maggiori elementi di sospetto nei confronti dell’esistenza e dell’identità
degli eventuali mandanti del delitto». Affermazione che, in presenza delle
lacune evidenziate nella ricostruzione dell’origine delle notizie e della
misconoscenza del ruolo di Zaccolo, appaiono poco supportate dall’evidenza dei
riscontri.
Va detto
per inciso – ma rimandiamo per la trattazione specifica ad altra parte della
presente relazione – che il documento proposto dal Presidente denota di non
aver collegato e approfondito i diversi risvolti e le diverse figure che
collegano, in inchieste giudiziarie diverse, alcuni dei personaggi coinvolti
nel Progetto Urano: l’inchiesta di Milano condotta dal Pm Maurizio Romanelli e
nata dalle dichiarazioni di Gianpiero Sebri, conteneva diversi elementi
riconducibili a questo progetto di smaltimento illecito di rifiuti, ma risulta
che la Commissione abbia acquisito solo una ridotta, incompleta e poco
esaustiva parte degli atti. Anche l’indagine guidata dal Pm Luciano Tarditi
della Procura di Asti conteneva riscontri significativi su traffici di rifiuti
messi in atto da alcune delle persone coinvolte dal Progetto Urano: Ezio
Scaglione, ad esempio, e Giancarlo Marocchino. I fascicoli dell’inchiesta di Asti
sono stati acquisiti solo alla metà di febbraio del 2005.
Non si
può esimersi dal fare una puntualizzazione riguardo a ciò che la relazione del
Presidente definisce “tentativo di depistaggio ai danni della Commissione”.
Nella
prima metà di aprile 2004, un consulente della Commissione, il Sost. Comm.
Antonio Di Marco, viene mandato dal Presidente in “avanscoperta” a Udine per
cominciare un’indagine sull’operato della Digos locale. Dell’iniziativa la
Commissione non è a conoscenza.
Qualche
giorno dopo, l’Onorevole Mauro Bulgarelli dei Verdi e due consulenti della
Commissione (Carazzolo e Scalettari), considerando prioritario cercare di
mettere in diretto contatto con la Commissione la seconda fonte somala della
Digos di Udine, propone al Presidente Taormina un incontro (in quella
primissima fase riservato) con uno degli agenti della Digos di Udine, Giovanni
Pitussi, per vagliarne la disponibilità a creare questo contatto diretto.
L’obiettivo è evidentemente quello di permettere alla Commissione di vagliare
non solo le conoscenze dirette di Gargallo (si noti che ancora non se ne
conosce l’identità; verrà resa pubblica solo nel corso del 2005 dal Presidente
Taormina in un’intervista a “Il Giornale d’Italia”), ma anche la riattivazione
di quei canali che qualche anno prima avevano permesso alla Digos di Udine di
acquisire notizie e far giungere in Italia alcuni testimoni oculari. L’ipotesi
di lavoro è di tentare di raggiungere direttamente anche le “fonti sul posto”
di Gargallo per vagliarne le dichiarazioni, la riscontrabilità e
l’attendibilità.
La
collaborazione dell’agente di Udine è considerata l’unica via possibile per un
contatto rapido con la fonte, non avendo alcuna altra possibilità di
rintracciarla direttamente non essendone conosciuta da alcuno l’identità.
L’incontro
si realizza il 20 maggio 2004. Vi partecipano il Presidente della Commissione
Carlo Taormina, l’On. Mauro Bulgarelli, il consulente Luciano Scalettari e
l’agente Giovanni Pitussi della Digos udinese.
Durante
l’incontro emerge la richiesta da parte dell’agente Pitussi di coinvolgere i
due colleghi della Digos (Ladislao e Motta-Donadio). Pitussi garantisce che
entro un mese o poco più sarà possibile entrare in contatto con la fonte
riservata, a condizione di mantenerne tutelata l’identità e di evitare – almeno
per una prima fase della collaborazione – un’audizione davanti alla
Commissione, per non correre il rischio di fughe di notizie riguardo alla
stessa collaborazione in atto da parte della fonte. Per converso, il Presidente
Taormina pone il problema che lo stesso Pitussi o uno dei colleghi di Udine
siano disponibili a fare base a Roma per poter facilitare la collaborazione e
il contatto costante con gli altri agenti della Digos che rimarranno nella
città friulana. S’impegna a far partire da subito l’operazione, mandando in
tempi brevissimi alcuni consulenti della Commissione a Udine ad acquisire tutta
la documentazione, passaggio necessario – dice il Presidente – per avviare la
collaborazione. Non risulta che, nel corso del pranzo di lavoro, in nessun
momento e in nessun modo l’agente Pitussi abbia chiesto (o imposto come
conditio sine qua non) di far parte della Commissione.
Non più
tardi di quindici giorni dopo, un magistrato e due consulenti vengono inviati a
Udine. Si tratta di Silvia Corinaldesi (magistrato), l’ex onorevole Mariangela
Gritta Grainer e l’agente di polizia Antonio Di Marco.
Il
progetto di collaborazione salta perché, viene riferito al Presidente Taormina
(come? Attraverso una relazione?), che alla Procura di Udine è in corso
un’indagine dalla quale emergerebbero aspetti poco chiari nell’operato della
Digos di Udine e che vi sarebbero coinvolti alcuni giornalisti (fra i quali,
forse, i consulenti provenienti da Famiglia Cristiana).
Verrà
accertata in seguito, attraverso la puntuale richiesta di delucidazioni in sede
di audizione dei magistrati di Udine Caruso e Buonocore, l’insistenza di un
fascicolo del genere (merita solo di passaggio di precisare che in realtà la
Procura di Udine aveva doverosamente aperto un fascicolo inerente alcune
lettere mandate da tale Luciano Porcari che sosteneva di essere a conoscenza di
notizie relative al caso Alpi-Hrovatin; tale Porcari, detenuto, risultava
peraltro già esser stato considerato inattendibile in diverse altre sedi
giudiziarie, alle quali si era rivolto in forme simili).
Da quel
momento in poi l’operazione di rintracciare la seconda fonte somala di Udine
verrà gestita dal consulente Di Marco.
Come
risulta dagli atti, questa non chiara sequenza di fatti ha comportato il fatto
che la fonte Gargallo è stata rintracciata e portata in Commissione solo nel
gennaio 2005, ossia sette mesi dopo. Nelle audizioni, come risulta chiaramente
dalla relazione proposta dal Presidente Taormina, la stessa fonte poi non ha
confermato una serie di notizie rese a Udine, né è stato possibile rintracciare
i suoi riferimenti somali, al di là del già citato Omar Diini, che peraltro ha
collaborato con Gargallo solo nella fase finale.
Andrebbe
certamente chiarito un fatto: fino a metà novembre 2003 (data del già citato
incontro con i giornalisti di Famiglia Cristiana) la fonte di Udine
aveva confermato le notizie fornite alla fonte di Udine e la pluralità di
referenti in Somalia, dichiarando di temere per la propria vita e per quella
dei propri familiari nel Paese africano. Dal gennaio 2005 Gargallo – a detta
del Presidente – ha invece ritrattato in parte le sue dichiarazioni e non ha
più temuto per la propria incolumità e quella dei familiari.
Appare
inutile, peraltro, entrare nel merito delle valutazioni riportate nella terza
parte della relazione proposta dal Presidente, che lo ha condotto a ritenere di
dover rinviare gli atti alla magistratura per porre sotto inchiesta il nucleo
della Digos: le conclusioni a cui giunge il Presidente sono diretta conseguenza
del metodo utilizzato e delle convinzioni pregiudiziali con cui ha affrontato
la questione.
Merita
soltanto osservare che la sua scelta ha ritardato enormemente il contatto con
la fonte Gargallo, ma soprattutto ha impedito di riattivare i canali che
avrebbero potuto permettere il raggiungimento e la raccolta delle dichiarazioni
di testimoni oculari. È singolare notare che lo stesso Presidente, nella sua
bozza di relazione, ammette di aver potuto acquisire le testimonianze di
testimoni oculari dell’omicidio.
La Procura di Udine
La Commissione
ha perso molto tempo, decisamente troppo, dietro alle inutili e confuse lettere
di Luciano Porcari, condannato a 27 anni di reclusione per l'omicidio della sua
ex convivente e già noto alle cronache giornalistiche per aver tentato il
dirottamento di un aereo. L'uomo, in svariate lettere mandate a magistrati,
poliziotti e giornalisti di mezza Italia, da anni dichiarava di avere
"notizie sensazionali" sulla morte di Ilaria Alpi e, addirittura, il suo
"diario".
Sarebbe
bastata una rapida ricerca su Internet e un brevissimo colloquio con chi aveva
già perso tempo con lui in passato, per capire che si trattava di un
millantatore.
A mettere
in sospetto la Commissione, si dice nella relazione della maggioranza, sarebbe
stata l'apertura di un fascicolo da parte della Procura della Repubblica presso
il Tribunale di Udine, in seguito all'invio di una lettera ricevuta dalla Digos
di Udine il 23/12/2003. Del fascicolo, rubricato come "atti relativi alla
nota Digos circa la missiva ricevuta da Porcari Luciano”, erano titolari il
procuratore dottor Caruso e l'aggiunto dottor Buonocore. Il fascicolo, a quanto
scrive la Commissione, conteneva tre verbali di assunzione di sommarie
informazioni testimoniali.
Per
quanto riguarda l'omicidio Alpi-Hrovatin, Porcari affermava che i due
giornalisti sarebbero stati uccisi per decisione di un ex generale dei servizi
segreti italiani residente in Sudafrica;
che
sarebbero stati uccisi perché avevano scoperto un traffico di armi gestito da
un gruppo di cui lo stesso Porcari avrebbe fatto parte;
che anche
il colonnello Mario Ferraro del Sismi sarebbe stato ucciso per lo stesso
motivo; che Giancarlo Marocchino non avrebbe avuto nessun ruolo e nessuna
responsabilità nel duplice omicidio;
che Hashi
Omar Hassan sarebbe, anche lui, innocente;
che
Giampiero Sebri avrebbe fornito informazioni false ai giornalisti di Famiglia
Cristiana con i quali il Porcari medesimo era stato in contatto tra il 1999
e il 2000.
Per
capire che Porcari era un millantatore non è stato sufficiente, alla
Commissione, audire i due magistrati di Udine una prima volta e nemmeno
convocare in audizione il Porcari medesimo. Tanto meno, si è chiesto ai
giornalisti di Famiglia Cristiana della loro esperienza con Luciano
Porcari. Si è preferito indagare sul rapporto tra i giornalisti e il Porcari,
se e quando lo avevano incontrato in carcere, se avevano riportato sul giornale
le sue dichiarazioni (circostanza, questa, mai verificatasi). Poi sono stati
nuovamente auditi i due magistrati per concludere, nella relazione, che il
fascicolo è stato inoltrato per competenza alla Procura di Roma con eccessivo
ritardo.
Nella
relazione, inoltre, è stato messo in evidenza il rapporto tra i giornalisti e
il Porcari, ma non c'è cenno sulla circostanza, da loro riferita, che
l'avvocato Stefano Menicacci, legale di Giancarlo Marocchino, era in
corrispondenza con lui. La Commissione, inoltre, incorre più volte nell'errore
di attribuire ai tre giornalisti di Famiglia Cristiana "approfonditi
lavori sul caso Alpi sin dall'epoca immediatamente successiva al duplice
omicidio" (mentre il pool si costituisce nel gennaio 1998) e un
"interesse particolare alle indagini della Digos di Udine e ai suoi
informatori "che, invece, hanno costituito solo uno dei tanti aspetti, né
il primo né il più importante, del lavoro giornalistico dei cronisti di Famiglia
Cristiana».
Marocchino
È quanto
meno una scelta imprudente, da parte della Commissione, decidere di poggiare
una parte significativa della sua attività intorno alla figura di Giancarlo
Marocchino: lui, in collaborazione con il suo avvocato Stefano Menicacci e
attraverso il suo ex socio Ahmed Duale, fa venire in Italia la macchina sulla
quale furono uccisi Ilaria e Miran (prezzo pagato: 18.200 euro); suoi stretti
collaboratori sono i sei testimoni somali (di cui uno messo sotto protezione)
che hanno permesso al Presidente di ricostruire la dinamica dei fatti.
D’altro
canto, come si è visto negli ultimi giorni concitati di lavoro della
Commissione del voto della relazione, il Presidente per confezionare una
“verità” modellata sulle sue tesi precostituite, si è visto costretto a
decurtare con un pesante colpo di forbice, la bozza di relazione che lui stesso
aveva fatto distribuire ai Commissari il 20 febbraio 2006, epurando il testo
che ha presentato al voto di ampie parti nelle quali la relazione presentava il
lavoro svolto sulle piste dei traffici di armi e rifiuti. Ben prima, aveva
evitato di prendere in considerazione tanta ampia mole di documentazione
riferita proprio agli indizi, alle testimonianze e alle inchieste giudiziarie
svolte su queste piste, non prendendo in considerazione documenti di cui la
stessa Commissione era in possesso e trascurando di approfondire le verifiche
su tanti elementi da sviluppare in queste direzioni.
Prima di
investire Marocchino del ruolo di “cooperante” (così viene definito dal
Presidente) della Commissione, si sarebbe almeno dovuto far chiarezza sulle
tante voci, sui tanti elementi, sugli indizi che da molto tempo avvolgono la
sua figura e, soprattutto, la sua attività in Somalia. Le carte della
Commissione sono piene di segnalazioni su di lui. E se la Commissione scrive
nella Relazione che «dalle relazioni e dalle conversazioni telefoniche
intercettate (pur non potendosi escludere l'utilizzo di altre utenze rimaste
ignote), Marocchino appare come un soggetto prevalentemente dedito al lavoro e
agli affari», nella sentenza di archiviazione dell'inchiesta n. 264/99 del
9/12/1999 della Procura di Asti in cui Marocchino era imputato per sottrazione
di atti relativi alla sicurezza dello Stato (doc 0282 005) lo stesso giudice
rileva che vi sono molte prove (comprese intercettazioni telefoniche tra
Marocchino e Roghi) su comportamenti per lo meno discutibili di Marocchino. A
pag. 8 del doc 0282 005, che riporta la sentenza, si legge che Marocchino
ammette:
«- che
in una delle telefonate intercettate nella telefonata di cui sopra si riferiva
a suoi documenti personali (polizze di carico) da cui risultavano trasporti
effettuate da aziende italiane ai vari cantieri somali in cui erano indicate
merci diverse da quelle effettivamente trasportate (Mercedes, mobili e marmi
pregiati mentre nelle polizze di carico sa parlava di materiale elettrico,
legnami, ecc.).
- che
quando aveva detto che poteva far saltare in aria il Ministero degli affari
esteri si riferiva alle polizze di carico e ad altri documenti in suo possesso
che dimostrano alcuni episodi di mala-cooperazione (ad es. l'anomalia di alcune
spese sostenute per elicotteri, forniture di grano);
- che
effettivamente il riferimento a "tre uomini" riguarda una visita da
parte di tre persone dei servizi segreti italiani che domandavano notizia circa
i rapporti tra Ali Madhi ed Aidid in vista della costituzione di una forza di
polizia somala organizzata dall'Italia».
A pag 9 e
10 della sentenza si legge:
«Anche
a ritenere che alcuni documenti relativi al Fai o atti dell'ambasciata siano
finiti nelle mani dell'imputato non è possibile sostenere che si tratti di
documenti di interesse politico dello Stato, posto che gli altri atti in
possesso delle autorità preposte e indicate nelle missive in atti (lettere
Direzione generale della DGCS) parlano di documenti che perlopiù riguardano
l'attività consolare ed alcune note per spostamento personale, cioè atti
relativi alla gestione tecnico-amministrativa del Fai che potrebbero anche
dimostrare comportamenti illeciti posti in essere da funzionari pubblici (e
quindi essere atti di rilievo dal punto di vista investigativo e giudiziario)
ma non necessariamente rivestire natura di atto di natura politica o attinenti
alla sicurezza dello Stato».
Scrive
ancora il giudice:
È
evidente che un atto del tipo di quelli sopra esemplificati, se reso pubblico,
potrebbe avere effetti devastanti ma solo sui singoli funzionari infedeli e non
sulle istituzioni in quanto tali (il riferimento a "far cadere il
ministero" può infatti interpretarsi solamente in questo senso e cioè di
prove di singoli atti illeciti o comunque inopportuni)».
E, in
effetti, Marocchino sembra godere di buone protezioni. Quando fu espulso dalla
Somalia perché accusato dagli americani di trafficare in armi, il Pm Pietro
Saviotti della Procura di Roma aprì, come era logico, un’inchiesta.
Dal
fascicolo che la Commissione ha acquisito risulta che il magistrato aveva
avviato indagini in base alle quali si ipotizzavano diversi reati. Oltre a
possesso illegale di ingenti quantitativi di armi, anche di alta tecnologia
(sistema di puntamento della Selenia ancora imballato, come risulta anche da
un’informativa del Sismi), c’è anche il sospetto di un coinvolgimento nei
fatti del 2 luglio, ossia in quella che viene definita la battaglia del Check
Point Pasta, perché da una delle sue proprietà erano stati attaccati e uccisi
alcuni militari italiani. Marocchino è accusato di favorire, con il suo
traffico di armi e di tecnologia militare, la fazione di Aidid e di aver
organizzato con il suo socio Ahmed Duale (l’uomo che farà da intermediario per
riportare la macchina di Ilaria in Italia insieme a Marocchino) un volo per
dieci membri della milizia dello SNA in Iran per addestrarsi sugli SA–7.
Mentre
l’inchiesta è ancora in corso accadono due fatti singolari: risulta dagli atti
che l’allora ambasciatore italiano Scialoja, nel gennaio del 1994, comunica al
comandante americano di Unosom, generale Howe, che l’indagine italiana si è
conclusa con un’archiviazione per la totale assenza di prove e che Marocchino,
per quanto riguarda le autorità italiane, può dunque tornare in Somalia.
Infatti, nello stesso mese di gennaio, Marocchino rientra a Mogadiscio. Il
secondo fatto riguarda una comunicazione del Ministero degli Esteri indirizzata
al dott. Saviotti che informa il magistrato del fatto che è stato revocato
l’ordine di espulsione per Marocchino. La richiesta di archiviazione, in
realtà, è dell’aprile del ’94 e viene accolta dal giudice per le indagini
preliminari solo a luglio. Questa la motivazione: «Rilevato che allo stato
non emergono concreti elementi che possano confermare i sospetti comunicati
dall’Unosom; che in tal senso la relazione 9/3/94 allo Stato Maggiore
dell’Esercito esclude ogni responsabilità dell’indagato…».
Secondo
la relazione della maggioranza, «L’attività investigativa è del tutto
incompleta: non è affatto chiaro perché il procedimento sia stato chiuso dopo
aver ricevuto solo in parte i documenti richiesti, non siano stati sollecitati
ed esaminati atti importanti quali i verbali di sequestro delle armi, non siano
stati sentiti gli ufficiali italiani che vi hanno proceduto o l’alto ufficiale
che aveva reso dichiarazioni sui fatti del 2 luglio 1993, non si sia verificato
a quali intercettazioni facesse riferimento il comando Unosom.”
Ci si
chiede per quale ragione la Commissione non abbia ritenuto di convocare il
dottor Saviotti per una audizione di chiarimento.
La
Commissione non ha nemmeno ritenuto di dover chiedere approfonditi chiarimenti
all’ambasciatore Scialoja sul motivo di quella comunicazione, in quel momento
priva di qualsiasi giustificazione.
Infatti,
il Presidente, durante l’audizione dell’ambasciatore, solleva la questione ma
Scialoja glissa amabilmente, dando una concisa e confusa risposta. E il
Presidente, con grande delicatezza, non insiste.
Marocchino,
interrogato in proposito, imputa l’espulsione dalla Somalia al fatto di aver
toccato interessi economici della società americana Brown and Root, che vedeva
in lui – a suo dire – un pericoloso concorrente.
C’è da
credere a Marocchino? Secondo l’avvocato D’Amati, legale della famiglia Alpi,
no. In una lettera inviata alla Commissione l’8 marzo 2005 vengono messi in
evidenza alcuni punti:
«Ritengo tuttavia opportuno informare codesto Ufficio
che nel processo per calunnia a carico di Gianpiero Sebri, in corso davanti al
Tribunale di Roma (Sezione II Penale, Giudice Dott. Landi) Giancarlo
Marocchino, indicato come teste dal P.M., è stato sottoposto, il 10.02.2005, al
controesame della difesa dell'imputato. Il controesame continuerà il 13.4.2005.
Dalla trascrizione della registrazione fonografica, che
accludo alla presente memoria, risulta, tra l'altro, che Giancarlo Marocchino
ha rettificato la denuncia per calunnia presentata nel gennaio 2001 in una
parte di significativo rilievo.
Invero nella denuncia, per dimostrare l'asserita falsità
della dichiarazione del Sebri in ordine ad un incontro svoltosi con lui e Spada
a Milano nel 1987, il Marocchino aveva affermato: “È tutto un falso. Io non
sono stato mai, e ne fa fede il mio passaporto, in Italia nel periodo 1985 –
1990».
In sede di controesame egli ha ora ammesso di essere
stato qualche volta in Italia nel predetto periodo ed ha riconosciuto di aver
potuto presentare il 28.11.1987 una denuncia di smarrimento di documenti
(patente di guida, porto di armi e carta di identità) alla Polstrada di Aosta e
il 30.11.1987 una denuncia di smarrimento del passaporto alla Questura di
Aosta.
Peraltro la presentazione di tali denunce risulta allo
scrivente e potrà essere agevolmente verificata da codesto Ufficio.
A ciò si aggiunga che Giancarlo Marocchino, dopo aver
affermato che la durata del suo soggiorno in Italia nel novembre 1993 (periodo
del secondo incontro riferito dal Sebri) è stata di 4 o 5 giorni, ha ammesso
che tale durata può essere stata di 10 giorni.
Il Marocchino inoltre, dopo avere affermato di non
essersi mai occupato di traffici di rifiuti ed in particolare dell'operazione
Urano, ha ammesso di aver firmato nel 1992, con Garelli e Scaglione, “un pezzo
di carta con su scritto Urano”.
Dopo avere negato che tale accordo concernesse traffici
di rifiuti tossici, ha riconosciuto di aver detto il contrario in un'intervista
rilasciata il 5.6.1999 a Famiglia Cristiana, il cui testo, recante al sua
sottoscrizione, gli è stato mostrato; egli ha però precisato che si è trattato
di una dichiarazione "contorta".
Egli ha anche ammesso di aver parlato di operazioni di
trasporto di rifiuti in Somalia con Ezio Scaglione, Franco Giorgi e Claudio
Roghi, pur sostenendo che non si trattava di rifiuti tossici.
Lo Scaglione deponendo ad Asti ha detto che l'accordo
sottoscritto con Marocchino nel giugno 92 concerneva il traffico di rifiuti
tossici (doc. 67 allegato alla mia memoria del 17 febbraio 2004). Il Giorgi,
deponendo a Torre Annunziata e ad Asti ha, tra l'altro, riferito l'esistenza di
stretti rapporti fra il Giancarlo Marocchino e Luca Rajola Pescarini, nonché il
coinvolgimento del Marocchino in traffici di rifiuti (docc. 54 e 55 allegati
alla mia memoria del 17 febbraio 2004).
È emerso inoltre che Giancarlo Marocchino non ha assunto
alcuna iniziativa nei confronti di Faduma Aidid, figlia del generale Aidid, la
quale ha attribuito a lui, a Rajola e a Mugne la responsabilità
dell'eliminazione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, nonché un ruolo di rilievo
nei traffici illeciti fra Italia e Somalia».
La Commissione ha verificato questi fatti? Non risulta
agli atti che abbia richiesto la documentazione alla Polstrada e alla Questura
di Aosta. Non ha acquisito né approfondito i riscontri ottenuti nel corso delle
indagini dal dottor Maurizio Romanelli, titolare dell’inchiesta nata dalle
dichiarazioni di Sebri. La presenza in Italia di Marocchino nell’autunno 1987 è
un fatto non di poco conto. Infatti Sebri aveva dichiarato che Marocchino
faceva parte della sua organizzazione dedita ai traffici illeciti di rifiuti.
Aveva aggiunto di aver conosciuto Marocchino in quella occasione, e di averlo
poi incontrato di nuovo nel 1993 quando, nel corso di quel colloquio, si era
fatto cenno – presente l’allora colonnello del Sismi Luca Rajola Pescarini – di
“una giornalista che creava dei problemi” e altri temi di non poca rilevanza.
Marocchino aveva negato quegli incontri, sostenendo riguardo al primo che non
era in Italia, e che non era passato per Milano in occasione del secondo
supposto con Sebri e Rajola. Considerando che Marocchino ha dovuto, in seguito,
ammettere di essere passato per Milano nei giorni del secondo incontro (aveva
preso l’aereo da Linate), appurare che Marocchino aveva mentito anche in
relazione al presunto incontro del ’93 attraverso i documenti della Polstrada e
della Questura di Aosta, sarebbe stato di grande rilevanza. Oltre che di aiuto
alla giustizia: presso la Procura di Roma è in corso un processo per calunnia
che vede imputato Sebri, denunciato proprio da Marocchino e da Rajola.
Quanto all’accenno che l’avvocato d’Amati fa a Franco
Giorgi, merita evidenziare che Giorgi aveva dichiarato davanti alla Procura di
Torre Annunziata che Marocchino e Rajola erano amici, fatto che entrambi negano
e che, anche in questo caso, avrebbe rilevanza non solo per l’accertamento
della verità nell’ambito dei lavori della Commissione, ma anche nel processo
succitato di Roma, dove Marocchino e Rajola sostengono che gli incontri
asseriti da Sebri non sarebbero mai potuti avvenire perché non si conoscevano.
Non si può non rilevare che nel corso dell’audizione di Franco Giorgi, che
davanti alla Commissione ha negato l’evidenza dei suoi precedenti verbali, ha
ritrattato totalmente quanto dichiarato a Torre Annuniata e ha accusato
pesantemente un sottufficiale dei carabinieri di aver falsificato le sue dichiarazioni,
si è scoperto che il testimone, e con lui molti altri, era in stretto contatto,
nel periodo precedente all’audizione, proprio con l’avvocato Menicacci, cioè il
difensore di fiducia di Marocchino.
Eppure
dopo la prima, superficiale audizione di Marocchino, come si legge nella
Relazione di maggioranza, il consulente Antonio Di Marco, ufficiale di p.g.,
propone a Marocchino di «cooperare con la Commissione fornendo indicazioni
in suo possesso o reperendo notizie di cui la Commissione aveva necessità».
Con
l'unica verifica, a quanto pare, di mettere sotto controllo, per alcuni
periodi, due utenze telefoniche di Marocchino e, per un anno intero, il
cellulare del medesimo consulente. Operazione, quest’ultima, di difficile
comprensione, e che avrebbe significato solo a condizione che tutte le utenze
telefoniche dei due fossero state messe sotto controllo, e che entrambi non ne
fossero a conoscenza.
Marocchino
collabora attivamente contribuendo a portare in Italia alcuni dei suoi uomini
più fidati in qualità di testimoni e consentendo, attraverso il suo ex socio
Ahmed Duale, di recuperare la macchina dove sono stati uccisi Ilaria e Miran.
Avrebbe
perlomeno dovuto ispirare maggior prudenza constatare che le ipotesi avanzate
da Marocchino (i due giornalisti sono stati uccisi per un tentativo di
sequestro finito male) e dal suo legale, Stefano Menicacci – che tra l’altro è
stato audito in veste di testimone nonostante il fatto che fosse stato presente
in veste di legale alle audizioni (comprese le parti secretate) del suo
assistito – sono state poi ulteriormente confermate dai suoi stretti
collaboratori, assurti al ruolo di testimoni avanti la Commissione. Il
Presidente Taormina avrebbe dovuto almeno sospettare del fatto che avvenisse un
“corto circuito” e che le versioni diventassero puntello reciproco, le une
delle altre. Tanto più quando, come ammette la stessa relazione di maggioranza,
il racconto di tali testimoni «non ha avuto alcun riscontro esterno».
Eppure le
carte della Commissione traboccano di informazioni inquietanti, perfino tra
quei militari di Unosom che, pure, si sono avvalsi della sua collaborazione. E
se il generale Fiore parla assai bene di Marocchino, il tenente colonnello
Michele Tunzi, davanti alla Commissione Gallo (doc 0404 026 pag 86) dice:
«Marocchino
era un tipo piuttosto particolare. Si faceva affidamento sul suo operato solo
in situazioni di emergenza, per far leva sulle sue conoscenze. Altrimenti, si
preferiva non chiedergli aiuto. Trafficava in tutto e aveva molta disponibilità
di uomini armati, mezzi e denaro».
E il
colonnello Carmelo Ventaglio, sempre alla Commissione Gallo (doc 0404 026 pag
122) dice:
«MAROCCHINO
era un bandito. Ci risolse però molti problemi, soprattutto dal punto di vista
logistico. Era l'unico, infatti, in condizione di trasportare i nostri
containers. Diversamente, sulle nostri navi ne sarebbero arrivati soltanto una
decima parte.
Era
molto ricco?
Si.
Era un uomo molto ricco, trafficava sicuramente in armi».
Forse,
prima di affidarsi alla sua collaborazione, andavano verificate alcune notizie,
se non altro per sgombrare il campo dai dubbi.
Ci sono,
agli atti della Commissione, altre testimonianze, a parte quelle delle informative
della Digos di Udine, che accusano Marocchino di essere coinvolto nell’omicidio.
Hussein
Mohamed Sadia, per esempio (doc 0268 000) dice il 9 marzo del 1997 alla Digos
di Roma:
«In
quei giorni io ero a casa di Giancarlo MAROCCHINO in quanto ero sua ospite.
Il
giorno dell'omicidio ricordo che la ALPI arrivò a casa di Giancarlo MAROCCHINO
verso le nove di mattina insieme ad un altro giornalista che aveva la
telecamera. I due giornalisti intervistarono il MAROCCHINO per alcune ore.
Ricordo che il giornalista che era con la ALPI riprendeva le immagini con la
telecamera. Finita l'intervista i due giornalisti sono usciti a bordo della
loro macchina e subito dopo all’uscita un'altra macchina con a bordo alcuni
cittadini somali che sono andati dietro alla macchina di Ilaria ALPI. La
macchina di Ilaria ALPI si è diretta verso il mercato e non verso la zona
dell'Ambasciata italiana. Dopo circa quindici minuti la macchina che aveva
seguito Ilaria ALPI è ritornata presso l'abitazione di Giancarlo MAROCCHINO e uno di quelli che erano a
bordo è andato da Giancarlo MAROCCHINO dicendogli che Ilaria Alpi era stata
uccisa.
E ancora:
La
sera dell'omicidio, sempre a casa di MAROCCHINO, mentre ero intenta a masticare
il Chat insieme alle altre donne, ho sentito gli uomini che parlavano di
politica, in particolare DAHIR DAYAX un amico di Giancarlo MAROCCHINO e parente
di ALI Madhi che vive a Mogadiscio. ha detto al MAROCCHINO stesso "hai
sbagliato a" fare uccidere quei due. MAROCCHINO gli ha quindi risposto
"ho fatto bene".
Durante
i miei vari soggiorni a Mogadiscio ho parlato con MAROCCHINO della morte della
giornalista; in particolare io ho chiesto perché l'avesse fatta uccidere e lui mi ha risposto
che si era impicciata di cose in cui non doveva immischiarsi. In particolare si
era interessata a delle vicende che riguardavano lui e l'allora Ambasciatore
italiano in Somalia.
A.D.R.;
Non so cosa Giancarlo MAROCCHINO abbia detto nel corso dell'intervista
rilasciata alla ALPI, ma so che ha fatto recuperare dai suoi uomini le due
cassette sulle quali era stata registrata.
A.D.R.;
Un'altra persona informata delta vicenda è tale MORRIS, che dovrebbe essere un
cittadino tedesco, che viveva in Somalia e che non si sa che fine abbia fatto.
Altra persona che potrebbe sapere qualche cosa è tale LUUL MOHAMED SHEK
CUSMAAN, cittadino somalo che vive a Roma, in via Benedetto Croce nr. 6.
telefono rr. 59603640, che all'epoca dei fatti parlò con MAROCCHINO.
Non
risulta che questi testi siano stati cercati e sentiti dalla Commissione,
nonostante una precisa segnalazione in questo senso dell’avvocato Domenico d’Amati,
legale della famiglia Alpi.
Nelle carte della Commissione risulta una nota della
Digos di Roma del 3 febbario 1995 a firma di Marcello Fulvi e indirizzata a
Ionta e a De Gasperis dove si legge che una fonte confidenziale di provata
attendibilità «ha confidato che mandante dell'omicidio di Ilaria ALPI e
dell'operatore Miran HROVATIN sarebbe il noto MAROCCHINO Giancarlo, il quale,
coinvolto in un traffico di armi provenienti dall'Italia e dirette alla fazione
somala di ALI MAHDI, transitando per l'Iran, avrebbe ordinato l'uccisione della
giornalista, la quale sarebbe stata messa al corrente di tale traffico dal
Sultano di Bosaso.
Il MAROCCHINO, sempre a detta della medesima fonte,
sarebbe sposato in Somalia con una donna di nome ALI FAI (FATUMA), appartenente
alla tribù ABGAL e parente di ALI MAHDI. Appartenente alla medesima tribù e
legata anch'essa da vincolo di parentela con ALI MAHDI sarebbe anche MACCA AMIR
MOHAMED, madre del noto Rascid AMADEI definito dalla fonte come persona
inattendibile e facilmente corruttibile».
Anche su questo punto l’avvocato Domenico d’Amati ha
inviato una lettera alla Commissione Alpi-Hrovatin pregando i commissari di
andare a fondo della questione. Non risulta che sia stato fatto.
E ancora.
Non risulta che la Commissione abbia verificato le circostanze presenti in un
altro documento agli atti, il nr. 0003 648 pag. 3 e seguenti, dove c’è una
lettera dell’ambasciatore italiano a Addis Abeba datata 12/10/1998 nella quale
si informa che in ambasciata si è presentato un cittadino somalo, il colonnello
Mohamud Hassan Raghe, che sostiene di aver assistito al delitto insieme ad
altri due testimoni.
Nell’agguato,
che però descrive in maniera assai diversa da quella che conosciamo, il
colonnello sarebbe rimasto ferito e, infatti, poi viene ricoverato in ospedale.
Sempre secondo questa testimonianza, il colonnello avrebbe in seguito fatto
alcune indagini scoprendo che la giornalista e l’operatore erano reduci da un
viaggio a Bosaso dove avrebbero visto una nave carica di container con scatole
di pallottole portate da Mogadiscio Nord. Su un lato dei container ci sarebbe
stato scritto il nome Giancarlo. L’SSDF, secondo questo colonnello, avrebbe
aiutato Ali Madhi. Ali Madhi avrebbe ordinato l’omicidio dopo che i due
giornalisti erano andati a casa di Marocchino e gli avevano raccontato il
fatto. Segue poi un elenco di 17 persone, compresi Ali Madhi, il Bogor e
Giancarlo che sarebbero coinvolti nell’omicidio.
L’uomo ha
anche consegnato un attestato del Battaglione San Marco nel quale si sostiene
che il colonnello ha collaborato con il Comando del Battaglione ed è degno
della massima stima e collaborazione. La firma è G.C. Fabrizio Maltinti. Agli
atti ci sono altri documenti e stati di servizio compresa una dichiarazione
nella quale si sostiene che l’uomo è un Ufficiale delle Nazioni Unite.
Occorreva
forse che la Commissione facesse verifiche presso l’ambasciatore che ha
raccolto questa testimonianza e presso gli ufficiali che hanno firmato le
credenziali. Occorreva verificare l’attendibilità della testimonianza e, in
caso contrario, cercare di capire il motivo per cui è stata fatta. Sarebbe
stato interessante anche approfondire l’elenco dei nomi allegati.
Anche
l’operatore Alberto Calvi ha una sua opinione su Giancarlo Marocchino (doc.
0003 467, pag. 498):
«Si
sospettava tuttavia che un italiano residente in Somalia, tale MAROCCHINO
Giancarlo, potesse essere coinvolto in un traffico di armi. Con Ilaria,
infatti, stavamo cercando di raccogliere elementi a sostegno di questa ipotesi.
Ulteriore filone sul quale io ed Ilaria stavamo lavorando era quello della
Cooperazione tra l'Italia e la Somalia. Credo che la collega riponesse in me
una certa fiducia, infatti, ogni qualvolta doveva partire alla volta della
Somalia, chiedeva esplicitamente che io venissi inviato con lei, a fronte del
fatto che io dipendevo e dipendo dalla sede regionale R.A.I, della Sardegna».
Continua
Calvi:
«Voce
comune voleva che MAROCCHINO Giancarlo fosse un contatto dei nostri Servizi
Segreti. Lo stesso era inserito nel clan Ali Madi. Più volte, per reperire la
scorta o cercare i contati nella zona di Ali Madi, ci rivolgevamo a lui.
Ritengo che anche i nostri Servizi Segreti operanti in Somalia fossero a
conoscenza dei nostri movimenti. Credo che MAROCCHINO sapesse che io ed Ilaria
stavamo cercando di raccogliere le prove su traffici di armi attraverso le navi
della cooperazione».
Un’informativa del Sisde datata 4 agosto 1994 (doc. 0043
010 pag. 118-121) riposta le seguenti informazioni:
«La fonte ha inoltre riferito che tale Giorgio
GIOVANNINI di Carpi (MO), che potrebbe identificarsi nell’omonimo nato il
24-11-41 a Serramattone (NO), già argomento di precorsa corrispondenza, nel
corso delle prime fasi del conflitto, allorché non erano ancora intervenute le
Forze ONU, aveva effettuato numerosi viaggi con un "C 130",
rifornendo di armi le opposte fazioni di Ali Mahdi e del generale AIDID, senza
essere mai stato oggetto di alcuna azione di disturbo da parte di chicchessia.
In tale illecito traffico sarebbe anche stato coinvolto
tale MAROCCHINO Giancarlo - che potrebbe identificarsi nell’omonimo nato il
24.3.42 a Borgosesio (VC) che avrebbe sfruttato la copertura di operatore del
settore della cooperazione per realizzare il traffico d'armi con la Somalia e
con altri Paesi del Nord Africa».
Riguardo
al traffico di rifiuti, Marocchino nega anche quando ci sono intercettazioni
telefoniche e testimonianze precise. Ma nei documenti sequestrati dalla Procura
di Asti (doc. 0217 051) a casa di Ezio Scaglione (indagato nell’inchiesta)
figura, tra l’altro, il seguente documento:
«5 - (cfr allegato n.5) trattasi di lettera fax della
MORRIS SUPPLIES SOMALIA (società facente capo a MAROCCHINO Giancarlo)
indirizzata al prof SCAGLIONE Ezio, recante data 19 agosto 1996. Il contenuto della
lettera è preciso e tratta di traffico internazionale di rifiuti pericolosi,
nonché le forme di pagamento da effettuarsi per tali operazioni di smaltimento
di rifiuti tossici.
Nella nota la quantità di rifiuti è pari a 5000
tonnellate per i primi 3\4 mesi e le tipologie sono:
a - fanghi galvanici;
b - morchie di vernice;
c - terre di fonderia;
d - ceneri da elettro filtro.
Il prezzo indicato risulta di 400 lire/kg incluso il
trasporto.
Il contratto è da effettuarsi entro il 30 agosto 1996 a
mezzo contanti in valuta marchi tedeschi in tre soluzioni:
1. il 10% del valore della mercé alla firma del
contratto;
2. il 40% del valore della mercé alla partenza della
nave carica di rifiuti;
3. il 50% del valore della mercé all'inizio dello
scarico definitivo della nave».
E ancora: interrogato dai carabinieri di Vico Equense il
15/11/1997, Marco Zaganelli, veterinario, responsabile per la Giza di un
progetto di cooperazione a Mogadisico, dice (doc 0217 034):
«AD.R.- Tra il 1987-1989, ricordo che Giancarlo
Marocchino mi chiamò prospettandomi un grosso affare perché era stato
contattato da alcuni italiani dei quali mi disse anche il nome ma al momento
non mi sovviene, i quali dovevano sbarazzarsi di un carico di containers fermi
al porto di Castellammare di Stabia o quello di Gioia Tauro contenente rifiuti
tossici o radioattivi e volevano un referente capace di riceverli e sotterrarli
in un'area desertica della Somalia. Mi disse che c'era da guadagnare molti
soldi se fossi stato in grado di trovare la strada per fare quest'operazione.
Io riferii la cosa a Mugne il quale non mi rispose ne in senso negativo né in
senso positivo. Dissi però al Mugne che la cosa mi era stata richiesta da
Marocchino. Più volte Marocchino mi domandò se avevo trovato il
canale per fare questa operazione ed io gli risposi che pure avendone parlato
al Mugne ma non ho avuto risposta ne ho cercato altri canali. Mi risulta che
successivamente, questo lo seppi quando ero in Italia, che un carico di
materiale radioattivo era stato portato in Somalia ed i contenitori sotterrati
in un'area desertica nel nord della Somalia.
ADR.- Ribadisco che pure avendomene Marocchino fatto il
nome degli italiani o della ditta interessata allo stato non sono in grado di
ricordare. Per quanto attiene ai containers ribadisco che Marocchino mi parlò
di un carico (svariati containers) già pronto sul porto di Castellammare di
Stabia. Ovviamente Marocchino faceva riferimento non al solo carico specifico,
ma se avessi trovato il canale si poteva realizzare un vero e proprio business
duraturo nel tempo. Si sarebbe poi trattato di operazioni regolari per il
governo somalo avesse accettato di destinare un'area per lo smaltimento di tali
rifiuti.
Anche
l’avvocato di Giancarlo Marocchino Stefano Menicacci, nel corso dell’interrogatorio
reso durante il processo contro Hashi Omar Hassan (doc 0032 002 pag 67) dice:
«Non c'era nulla a fondo di questa accusa, il buon
MAROCCHINO se ne andò a NAIROBI, la verità disse: "loro ce l'hanno con me
per varie ragioni, primo perché i loro camion saltano in aria, dove portavano
le scorie nucleari e cose del genere, i miei no e io...", e mi ha spiegato
il perché i suoi non saltavano in aria, perché lui conosceva i capi tribù, gli
mollava qualche sacco di farina, conosceva le strade ed era ben visto dalla
comunità somala, tant'è vero in questa circostanza tutti i capi tribù hanno
mandato delle lettere...»
Marocchino,
inoltre, ha sempre negato di conoscere il generale Rajola e di collaborare con
gli uomini dei Servizi (a parte qualche fornitura di gasolio e poco più). Però
la giornalista Marina Rini, sentita il 15 luglio 2004 da consulenti della
Commissione Alpi-Hrovatin, confermava quanto già detto in altre occasioni (doc.
0088 000):
«È falso quanto asserito dal Raiola in ordine alla assenza
di rapporti fra gli uomini del SISMI operanti in Moagadiscio e il Marocchino:
la giornalista ha infatti riferito di essere stata testimone diretta di
diverse comunicazioni radio intercorse fra gli agenti ed il faccendiere».
Riguardo alla presunta appartenenza (o collaborazione)
di Marocchino al Sismi, questione che lo stesso ha sempre negato, nonostante
diverse testimonianze ne indichino il sospetto, vale la pena di segnalare un
episodio reso noto in questi giorni dal giornalista de “Il giornale d’Italia”
Giorgio Giorgi.
Il cronista, presente in sala stampa di Palazzo San
Macuto, dice che nel corso di una delle audizioni di Marocchino davanti alla
Commissione “Alpi-Hrovatin”, lo stesso Marocchino si era trovato a riferire di
aver sentito di minacce verso i giornalisti italiani presenti a Mogadiscio. Al
che, il Presidente gli aveva chiesto che cosa aveva fatto dopo aver recepito
queste cose. Marocchino risponde: «Ho informato il sis…», e s’interrompe.
Ci sono diverse parole italiane che iniziano con “sis”.
Ma fra queste c’è anche Sismi, il servizio segreto militare. Non viene chiesto
a Marocchino quale parola stesse per pronunciare.
Ma il problema è un altro: nella trascrizione di
quell’udienza, l’intera frase di Marocchino è scomparsa. Ossia, è stata
cancellata dalla trascrizione. Giorgi s’è procurato la copia integrale
dell’audizione registrata da Radio Radicale, nella quale la frase viene
perfettamente confermata. È un particolare che dovrà essere chiarito, non solo
in riferimento al caso specifico, ma anche più in generale all’intero complesso
delle trascrizioni, delle quali deve naturalmente essere garantita l’integrità
rispetto alla registrazione. Chi ha il dovere di controllo? Com’è stato
possibile che una frase di tale rilevanza sia stata espunta?
Tornando
alla documentazione in possesso della Commissione, vi è, tra le carte
provenienti dal procedimento di Asti contro Marocchino per furto di documenti
dello Stato attinenti alla sicurezza nazionale (doc 0282 005), procedimento
archiviato, la seguente. Marocchino fa una particolare ammissione (a pag. 8) :
«che
effettivamente il riferimento a "tre uomini" (che risulta da una
telefonata tra lui e Roghi intercettata ndr) riguarda una visita da parte di
tre persone dei servizi segreti italiani che domandavano notizia circa i
rapporti tra Ali Madhi ed Aidid in vista della costituzione di una forza di
polizia somala organizzata dall'Italia».
In una dichiarazione rilasciata alla Digos di Roma il 21
luglio 1999 (doc. 0032 006 pag. 3) proprio da Marocchino si apprende che
conosceva il generale Rajola del Sismi:
«So che prima dell'arrivo del Contingente in Somalia, da
AIDID, sono andati il Generale RAIOLA, l'Avv. DUALE, un Ammiraglio italiano, un
Generale ed altri militari per parlamentare l'arrivo del nostro Contingente in
Somalia. Io ho accompagnato personalmente questa delegazione dal Generale AIDID
ma non ho assistito ai colloqui».
Merita di approfondire la figura di Stefano Menicacci,
legale di Giancarlo Marocchino. Rispetto alla Commissione, come già detto,
Menicacci è stato sentito anche come teste. Ma ha anche svolto un ruolo nel
recupero dell’automobile e nel reperimento dei testi/collaboratori di
Marocchino, come intermediario, tra Ahmed Duale, Marocchino, il consulente
Antonio Di Marco e la Commissione. Il telefono di Stefano Menicacci, da quanto
si apprende dalle carte, è stato messo sotto controllo dalla Commissione
stessa.
Ecco alcune informazioni che la Commissione aveva a
disposizione sull’avvocato Stefano Menicacci.
Il 27
ottobre 1995 in un verbale della Questura di Roma diretto al dottor Ionta (doc.
3.124 pag. 5) c’è il suo “curriculum vitae”. C’è scritto, tra l’altro:
«Nello
stesso anno fu arrestato dai Carabinieri di Foligno in esecuzione di un ordine
di cattura emesso dalla Procura della Repubblica di Roma per millantato credito
e truffa continuata aggravata, per aver chiesto, ed in alcuni casi ottenuto, da
detenuti che scontavano gravi condanne, somme di denaro con la promessa che
avrebbe fattivamente appoggiato, presso i competenti uffici del Ministero di
Grazia e Giustizia, le domande di grazia presentate.
Il
MENICACCI, sempre a causa della sua condotta, fu sospeso dall'albo degli
avvocati dall’1/07/1982 al 30/09/1982…»
E ancora:
«Tornando
al MENICACCI, le dichiarazioni da lui rese in merito al P.M. Dr. Gemma Gualdi
circa l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ricalcano le tante ipotesi
avanzate dagli organi di stampa, senza peraltro fornire alcun elemento
probante».
Che
dichiarazioni ha reso Menicacci a Gemma Gualdi? La Commissione lo ha
verificato?
A sua
difesa l’avvocato Menicacci manda nel 1998 alla Digos di Roma e a Ionta, queste
precisazioni:
«Lei riferisce del mio arresto da parte dei Carabinieri
di Foligno - avvenuto nel 1979 - in esecuzione di un ordine di cattura della
Procura di Roma "per aver chiesto e in alcun caso ottenuto da detenuti che
scontavano gravi condanne (dato che esercito la professione di avvocato) somme
di denaro con la promessa che avrebbe fattivamente appoggiato presso i
competenti uffici del Ministero di Grazia e Giustizia le domande di grazia
presentate".
Orbene, Lei omette di riferire al Magistrato l'esito di
questa accusa, che era del tutto infondata, giacché ciò che feci era
nell'ambito di precisi mandati professionali, (che. il Magistrato – errando –
pensò fossero inesistenti) tanto che il Procuratore (dott. Santacroce) mi
concesse immediata libertà e il giudice istruttore decise per la piena
archiviazione;
Si appurò che la mia condotta era stata irreprensibile e
assolutamente non censurabile».
Per
capire meglio l’avvocato Menicacci, nel documento 0256 000 agli atti della
Commissione ci sono la richiesta e il decreto di archiviazione del procedimento
penale n.2566/98 contro Licio Gelli, Stefano Menicacci, Roberto Delle Chiaie,
Rosario Cattafi, Filippo Battaglia, Salvatore Riina, Giuseppe e Filippo
Graviano, Nitto Santapaola, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Giovanni Di Stefano,
Paolo Romeo e Giuseppe Mandalari.
Cosa ci
faceva l’avvocato Menicacci in compagnia di boss mafiosi, piduisti e personaggi
legati all’estrema destra? Uno degli imputati, l’ordinovista Cattafi, era già
stato indagato anche dall’AG di Messina per traffico internazionale d’armi.
Tutti, inoltre, erano stati indagati nell’ambito dell’inchiesta, denominata
“Sistemi criminali”, «per avere, con
condotte causali diverse ma convergenti verso l'identico fine, promosso,
costituito, organizzato, diretto e/o partecipato ad un 'associazione, promossa
e costituita in Palermo anche da esponenti di vertice di Cosa Nostra, ed avente
ad oggetto il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell'ordine
costituzionale, allo scopo - tra l'altro - di determinare, mediante le predette
attività, le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre
regioni meridionali dal resto d'Italia, anche al fine di agevolare l'attività
dell'associazione mafiosa Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo mafioso
ad essa collegate sui territori delle regioni meridionali del paese».
Gelli, Menicacci, Delle Ghiaie, Cattafi, Battaglia, Di
Stefano e Romeo, anche per:
«b) in ordine al reato di cui agli artt. 110 e 416 bis
commi 1, 4, e 6 c.p., per avere contribuito al rafforzamento della associazione
di tipo mafioso denominata "Cosa Nostra ", nonché al perseguimento
degli scopi della stessa, in particolare partecipando alla progettazione ed
esecuzione di un programma di eversione dell’ordine costituzionale da attuare
anche mediante il compimento di atti di violenza, allo scopo - tra l'altro - di
determinare, mediante le predette attività, le condizioni per la secessione
politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d'Italia, così
perseguendo il fine di determinare il rafforzamento ed il definitivo
consolidamento del potere criminale di Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo
mafioso ad essa collegate sui territori delle regioni meridionali del paese».
Risultava, in particolare, che Menicacci Stefano,
avvocato di Stefano Delle Chiaie e suo socio nella "Intercontinental
Export Company I.E.C. S.r.l.", e Romeo Domenico, pregiudicato per
reati comuni, l’8 maggio 1990 avevano fondato la Lega Pugliese, l’11
maggio la Lega Marchigiana, il 13 maggio la Lega Molisana, il 17
maggio la Lega Meridionale o dei-Sud, il 18 maggio la Lega
degli Italiani e, sempre nello stesso periodo, avevano fondato la Lega
Sarda. E la maggior parte di questi movimenti di nuova formazione
avevano eletto la propria sede sociale presso lo studio dell'avv. Menicacci,
già sède della "Intercontinental Export Company I.E.C. S.r.l.".
Ulteriori risultanze emergevano, poi, dalla minuziosa
analisi dei movimenti leghisti meridionali successivamente compiuta dalla
Direzione Investigativa Antimafia, anche sulla base della documentazione
fornita dal SISDE e dalla Direzione Centrale Polizia di Prevenzione
(proveniente dai vari uffici DIGOS), e condensata nelle informative n. 17959/97
del 3/6//1997 e n.3815/98 del 31/V1998 e relativi allegati.
Il dato rilevante che emerge da tali accertamenti è che,
nello stesso periodo in cui sorsero i movimenti meridionalisti fondati dall'avv.
Stefano Menicacci e da personaggi al medesimo legati (per lo più provenienti
dalle fila dell'estrema destra), cominciarono a sorgere nelle varie ragioni
centrali e meridionali d'Italia una serie di movimenti, tutti, apertamente
collegati alla Lega Nord e per lo più fondati da tale Cesare Crosta, e che, in
quasi tutti i casi, i movimenti fondati dal Crosta si sono poi fusi con quelli
costituiti dall'avv. Menicacci.
Ora, a parere del P.M. sono stati acquisiti sufficienti
elementi in ordine alle seguenti circostanze:
- all'inizio degli anni '90 verme elaborato, in ambienti
esterni alle organizzazioni mafiose ma ad esse legati, un nuovo "progetto
politico", attribuibile ad ambienti della massoneria e della destra
eversiva - in particolare - agli indagati Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie e
Stefano Menicacci;
- a tal fine, venne messa in atto in quegli anni una
complessa attività preparatoria organizzativa, sul terreno politico, di
movimenti meridionalisti, finalizzati, alla costituzione di un nuovo soggetto
politico meridionalista di riferimento, che doveva fungere da catalizzatore
delle spinte secessioniste provenienti dal Meridione;
- in epoca successiva, all'interno di Cosa Nostra, si
deliberò di adottare una strategia della tensione finalizzata a ristrutturare i
"rapporti con la politica", attraverso l'azzeramento dei vecchi
referenti politici e la creazione delle condizioni più agevoli per
l'affermazione di nuovi soggetti politici che tutelassero più efficacemente gli
interessi del sistema criminale;
- all'interno di tale strategia venne presa in seria
considerazione, almeno nella fase iniziale, e prima della sua attuazione,
l'opzione secessionista;
«Non sono, tuttavia, sufficienti», scrivono
i magistrati, «per sostenere l'accusa in giudizio gli elementi acquisiti in
ordine alla correlazione causale fra tali circostanze. Non è, insomma,
sufficientemente provato che l'organizzazione mafiosa deliberò di attuare la
"strategia della tensione" per agevolare la realizzazione del
progetto politico del gruppo Gelli-Delle Chiaie, né che l'organizzazione
mafiosa abbia approvato l'attuazione di un piano eversivo-secessionista per
effetto di contatti col gruppo Gelli-Delle Chiaie.
Ed è infatti ipotizzabile - allo stato degli atti -
anche una spiegazione alternativa: e cioè che il "piano eversivo",
concepito in ambienti "esterni" a Cosa Nostra, sia stato
"prospettato" a Cosa Nostra" al fine di orientarne le azioni
criminali, sfruttandone il momento di "crisi" dei rapporti con la
politica e che l'organizzazione mafiosa ne abbia anche subito - anche
temporaneamente - l'influenza, senza però impegnarsi a pieno titolo nel piano
eversivo-secessionista. Peraltro, la verifica di tale ipotesi, e cioè
dell'eventuale influenza di "soggetti esterni" sulle determinazioni
di Cosa Nostra nella fase iniziale della strategia della tensione attuata nel
1992, esula dallo specifico oggetto del presente procedimento, costituendo
invece materia del separato procedimento penale concernete l'omicidio dell'on.
Salvo Lima, cui si è già fatto cenno».
L’inchiesta,
dunque, è stata archiviata ma restano molte ombre (vedi soprattutto la scheda
della Dia 3815/98) che avrebbero suggerito, almeno, una maggiore attenzione e
una maggiore prudenza nei rapporti con l’avvocato di Giancarlo Marocchino.
Soprattutto
rispetto ad una nota contenuta nello stesso documento:
«Nell'informativa D.I.A. n. 3815/98 del 31/1/1998, sul
conto di Menicacci, si riportano le dichiarazioni del collaboratore di
giustizia messinese Costa Gaetano che chiamano in causa lo studio dell'aw.
Menicacci in un tentativo di "aggiustamento" di un processo per il
quale si era interessato il mafioso calabrese Giuseppe Piromalli. E si
riferisce di contatti fra il mafioso Luigi Sparacio, durante la sua latitanza,
e utenze telefoniche di personaggi vicini a Menicacci e Stefano Delle Chiaie.
Nella stessa informativa D.I.A. si fa riferimento anche ai rapporti fra l’avv.
Menicacci e Paolo Bellini, personaggio proveniente dalla destra eversiva,
coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna e nel '92 in contatto con il
mafioso Nino Gioè nell'ambito di una delle c.d. "trattative" che Cosa
Nostra avviò durante la stagione stragista, in questo caso utilizzando cercando
di utilizzare i contatti che Bellini aveva con i Carabinieri (cfr., in merito,
la ricostruzione della vicenda contenuta nella sentenza della Corte d'Assise di
Firenze sulle stragi del '93). Richiesta di archiviazione del proc. pen.
n.2566/98 R.G.N.R. nei confronti di GELLI Licio+3».
C’è di
più. Sembra che l’avvocato Menicacci sia “suggeritore” sia di alcune
dichiarazioni di testimoni auditi dalla Commissione. Agli atti c’è una lettera
di Guido Garelli del 18 gennaio 2005 (doc. 0395 000 pag. 251) indirizzata
all’avvocato Menicacci:
«Ti
ringrazio, come al solito, della premura con cui mi tieni al corrente
dell'evolversi della situazione, ed a questo proposito, ti comunico che ho
fatto richiesta di cambiare il Cognome, dell'Aw. Bruno Leuzzi, al posto di
Leucci, e spero che sia arrivata la busta in cui ti confermavo il deposito delle
querele, che ho rapidamente fatto, come da istruzioni (sottolineatura nostra), il 17
di Dicembre, Venerdì, dello scorso 2004, alle H: 12,30, con il protocollo nr.
02, riferito al Mod, IP1 contro il Dr. Franco Oliva e Compagnia, mentre quella
contro il Dr. Roberto Ferrigno, è stata depositata il successivo lunedì 20
dicembre, sempre dello stesso 2004, alle H:13,30, recante il nr. di Prot 14,
riferito anche in questo caso al Registro del solito Mod. IP1…»
Franco
Oliva e Roberto Ferrigno erano due testimoni a favore dei giornalisti Chiara,
Carazzolo e Scalettari nel processo per diffamazione intentato da Giancarlo
Marocchino e da Louis Ruzzi, processo vinto dai giornalisti. Nella lettera di
Garelli all’avvocato Menicacci si legge ancora:
«Come
Ti ho già potuto dire, o meglio scrivere, mi sono letto con molta cura, tutto
il malloppone, che mi hai con molta cortesia raccolto, e consegnato a Rebibbia,
e che tra l'altro ho ritenuto opportuno rilegare ed ordinare secondo un
criterio organico, che mi permette di ritrovare tutti i passaggi che
eventualmente saranno necessari, come richiamo documentale in fase di
escussione Lunedì, 24 di Gennaio, pv, nel Palazzo di Giustizia, immerso nelle
Lunghe Albesi, che speriamo essere propizie alla produzione di un poco di reale
chiarezza, oltre che di eccellenti vini, che probabilmente conoscerai come il
famosissimo Barolo!?»
[…]
Penso che sia opportuno iniziare una nuova Denuncia Querela per Diffamazione,
contro quel bell'imbusto di Aldo Anghessa, in quanto in tutta la corposa quanto
lunghissima carriera criminale, io non ho mai avuto una sola intercettazione
telefonica, e quindi non si può assolutamente dire che io telefonavo a basi
militari italiane, e non avevo di sicuro nessun libero accesso ad installazioni
che fossero di stretta pertinenza delle FF.AA. Nazionali, ed infine io non sono
mai stato arrestato nel corso di qualsivoglia inchiesta sui traffici nocivi,
specie nel 1988, insieme al Dr. Sacchetto, ma per un altro motivo, che sebbene
fosse minuto nei suoi termini di reità, si trattava dell'emissione da parte
delle Autorità Amministrative, di Casarano e Prefettizie di Lecce, di una carta
d'identità, o quanto meno, è solo stata trovata quella, in mio possesso, anche
se a me, furono forniti tutti e quattro i documenti risarcibili in quel momento
ad un Cittadino Italiano, e quindi l'articolo non fa che dire delle
stupidaggini, in più dice che io sono riconducibile ad un Organo di
Informazione dello Stato...!?!, cosa che farebbe di me, una specie di
confidente, o qualcosa di simile, cosa che nel corso delle udienze di San
Macuto, la cosa è stata, credo sufficientemente chiarita!?»
[…]
Come ben hai avuto modo di vedere, e soprattutto di commentare quando ci siamo
trovati a Rebibbia, tutta la vicenda, è stata lo spunto, per mettere giù una
serie di novelle, che hanno davvero il sapore dei Racconti d'Appendice, cari ad
un certo ambiente, che ben conosciamo!?.
Del
resto è più che comprensibile che Tu avessi l'interesse a mettere in cattiva
luce, o quanto meno dubitativa, sia chi era partecipe al ns. Progetto, o meglio
chi Ti scrive adesso, ed anche un poco tutta la questione del Sahara, dato che
come difensore di Giancarlo, non era importante l'obiettività, nel suo insieme,
visto tra l'altro la serie di stupidaggini, che furono scritte nel corso degli
anni, ma giustamente la difesa ad oltranza di certe posizioni?!.»
Merita,
di passaggio, sottolineare che Guido Garelli è stato detenuto nel carcere
romano di Rebibbia solo nel primissimo periodo dopo la sua estradizione dalla
Croazia, e prima che i magistrati Romanelli e Tarditi, che lo volevano
interrogare il primo a proposito del progetto Urano (nato dalle dichiarazioni
di Sebri) e il secondo in relazione all’inchiesta sul traffico di rifiuti in
cui erano indagati Marocchino e Ezio Scaglione (e altri), ne chiedessero il
trasferimento a Ivrea. Da queste affermazioni quindi, risulterebbe che
l’avvocato Menicacci ha potuto incontrare (in che veste?) Garelli, prima dei
magistrati.
Nei
documenti provenienti da Alba, relativi alla querela di Marocchino, Ruzzi e
Bizzio ai giornalisti di Famiglia Cristiana, che, lo ricordiamo, sono
stati assolti, si legge (doc.0282 002, pag 365) in una nota a firma
dell’avvocato Menicaccci:
«II tutto
in forza di tale pezzo di carta che costituisce un falso sia nella firma
di Ali Mahdi Mohamad sia per la qualifica a stampa attribuita a costui di
Presidente della Repubblica di Somalia (carica istituzionale che Ali Mahdi ha
ricoperto solo nel 1991 e 1992 e non oltre)».
Ad Alba
il procedimento si chiude nel maggio 2005. Ma Ali Mahdi nega che la firma
apposta sul documento sia autentica solo dopo l’estate dello stesso anno, nel
corso dell’audizione alla Commissione Alpi. Come faceva Menicacci a sapere
l’8/3/2005 che Ali Madhi avrebbe negato? Considerando che la Commissione stessa
ha avuto modo di contestare a Menicacci che troppi dei testimoni somali giunti
in Italia per testimoniare sono prima passati per il suo studio, la circostanza
avrebbe dovuto essere indagata più a fondo.
Nello
stesso documento citato, quindi precedente al maggio 2005, ossia 10 mesi prima
della fine dei lavori della Commissione, Menicacci afferma (pag 368):
«Già
dopo un anno di impegno la stampa parlamentare bene informata è in grado di
anticipare le conclusioni e cioè:
- che
la pista del traffico illegale di armi e di rifiuti pericolosi in Somalia è
stata abbandonata per assoluta mancanza di riscontri (nessuna delle tante
persone ascoltate vi si è riferito)
- che
la Commissione sta verificando piste diverse, sempre in relazione al duplice
omicidio, quale quella del fondamentalismo islamico.
È
sorprendente notare le doti di preveggenza dell’avvocato, specie alla luce
delle conclusioni tratte dal Presidente della Commissione nella sua relazione
finale. O meglio, potrebbe essere curioso verificare le tesi sostenute
dall’avvocato in sede di audizione e di deposito di documenti (quanto mai
copiosi) raffrontandole a quelle sostenute dal Presidente Taormina.
In
una lettera inviata alla Commissione Alpi-Hrovatin dall’avvocato Domenico D’Amati
il 4 marzo 2005 e contenuta nel doc. 0236 000, si legge:
«Devo infine rilevare che l'aw. Menicacci, nell'esporre
le sue considerazioni sulla attendibilità delle notizie relative alla riunione
in cui sarebbe stata decisa l'eliminazione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, non
ha fatto alcun riferimento alle dichiarazioni rese in proposito dal cittadino
somalo Hashi Omar Dirà, menzionato nella relazione della DIGOS di Roma in data
30.06.2000 (doc. 5 allegato alla mia memoria del 17.2.2004), secondo il quale
fra i partecipanti alla riunione vi era Abdul Kadir Mohamed. Quest'ultimo
risulta essere direttore del porto di El Maan, appartenente a Giancarlo
Marocchino.
Il Dirà, querelato per diffamazione dal Mugne, è stato
prosciolto dal Tribunale di Roma, con sentenza del 23.12.2004, di cui si
attende la motivazione».
È sicuramente interesse dell’avvocato Menicacci citare
solo gli aspetti che possono giovare al suo assistito, ma tale interesse non
poteva certo coincidere con quello della Commissione. Non risulta, peraltro,
che siano stati acquisiti dalla Commissione i documenti relativi alla querela
di Mugne a Dirà, né che sia stato audito lo stesso Dirà.
Elementi sul traffico dei rifiuti
Riprendiamo
gli elementi principali del capitolo relativo ai traffici di rifiuti della
bozza di relazione distribuita ai Commissari dal Presidente Taormina il 20
febbraio 2006. Bozza che, il 22 febbraio è stata rimaneggiata dallo stesso
Presidente della Commissione. Molte di queste parti, quindi, non ci sono più
nella relazione finale della maggioranza mandata al voto.
La
materia dei rifiuti è stata, comunque, spesso posta in strettissima connessione
con quella delle armi inizialmente per l'esplicito riferimento a scorie
nucleari o radioattive, con l'ovvia possibilità di un utilizzo non civile, e
poi per una possibile esistenza di un accordo criminoso per cui le fazioni
somale in guerra tra loro accettavano i rifiuti tossici in cambio di armi.
Come
primo dato deve segnalarsi che la stampa italiana già nel corso del 1992 aveva
iniziato a parlare di traffici di rifiuti tossici verso la Somalia; tali
notizie erano state riprese anche in una interpellanza parlamentare del 24
giugno 1993 a firma dell'allora senatore Emilio Molinari.
Che
Ilaria si stesse interessando anche a questo argomento è testimoniato anche
dall'audizione del Bogor di Bosaso che ha confermato che Ilaria Alpi, oltre a
domande sul traffico di armi e sulla flotta Shifco, gli aveva chiesto notizie
anche su questo argomento. Un anno prima della sua morte, come già detto in
altra parte di questa relazione, Ilaria aveva parlato di questo e del possibile
utilizzo per occultare rifiuti tossici anche alla sua amica Rita Del Prete che
lo ha confermato in audizione: "una storia che l'aveva sconvolta, una
storia che aveva sentito dire: si costruivano strade che partivano dal nulla e
finivano nel nulla, fatte apposta per scavare e mettere detriti tossici".
In
precedenza, sentita dalla DIGOS di Roma il 18 novembre 1997 aveva precisato:
"Ricordo infatti che una volta, nel 1993, mi parlò di una strada, sita
nella zona di Garoe, che secondo lei cominciava e finiva nel nulla, e che
serviva probabilmente ad occultare delle scorie radioattive. Non mi ha mai
riferito però in particolare di indagini che pensasse potessero metterla in pericolo.
Ricordo però che, durante l'ultimo periodo dei suoi viaggi, cioè nel 1994 e
quando io mi trovavo più frequentemente a Lione, durante i nostri contatti
telefonici, Ilaria mi disse che non voleva parlare di lavoro per telefono
perché non si fidava delle linee. In tale occasione io la presi anche in giro,
pensando che esagerasse".
Nel corso
del procedimento di primo grado la difesa dell'imputato Hashi Omar Hassan ha
chiesto di assumere la testimonianza di Fadouma Mohamed Mamud datrice di lavoro
di Hashi, testimone fondamentale per il possibile alibi dell'imputato.
La parte
della testimonianza pertinente all'oggetto del presente capitolo inerisce la
conoscenza diretta, da parte della Fadouma, di Ilaria Alpi. Fadouma è insegnante
di lettere alle scuole medie, è stata anche coordinatrice volontaria della
ASIARSI della Croce Rossa Internazionale, figlia di un generale di polizia poi
sindaco di Mogadiscio e ha affittato una delle sue ville ad un'agenzia
umanitaria.
La donna,
nell'aula del Tribunale, ha dichiarato di aver conosciuto la giornalista nel
dicembre 92, con la quale ha parlato della condizione della donna nell'ufficio
di Alì Mahdi, e di averla rivista nel settembre 1993, e poi nel marzo del 1994
all'hotel SAHAFI per incontrare una ragazza somala, Farhia, che la Alpi le
aveva chiesto di aiutare. La Alpi le aveva riferito di indagare su un traffico
di scorie radioattive scaricate davanti alle coste somale, chiedendole cosa
sapesse e come si potesse intervenire: "ILARIA mi aveva dichiarato che
seguiva una certa pista, una pista abbastanza pericolosa, mi aveva detto che
era una questione delicata, di cui io non dovevo parlare a nessuno, salvo con
qualche persona che poteva, che poteva aiutarci, salvo una persona di cui io mi
fidavo ciecamente, mi aveva parlato che lei si interessava a certe cose orrende
che venivano fatte sulle nostre coste, sulle coste della Somalia, che
esattamente, che venivano scaricate sulle nostre coste, sul mare dei rifiuti
tossici, cose che noi sapevamo già, io l'avevo dichiarato che era una cosa che
noi sapevamo, che tutti i somali sapevamo, ma eravamo impotenti, non potevamo
fare niente.
Come già
per il traffico di armi anche per quello dei rifiuti è costante la presenza di
quel gruppo di personaggi trasversali a tutta la vicenda Alpi, a partire da
Giancarlo Marocchino, Mugne fino ad arrivare all'allora colonnello Rajola
Pescarini, responsabile della Somalia per il Servizio di intelligence militare.
Vale la
pena ricordare che, tra le annotazioni presenti nel più volte citato block
notes rosso di Ilaria Alpi, si legge, tra l'altro: "Pesca / Strada Bosaso-Garoe
/ Colera / Mugne (corretto in Munye")2.
Proprio
questa strada, per una metà della sua lunghezza, fu percorsa da Ilaria Alpi e
Miran Hrovatin nel tardo pomeriggio di martedì 15 marzo 1994, successivamente
all'intervista al Bogor, per raggiungere in serata la cittadina di Gardo.
Anche per
questo motivo assume qui particolare rilievo una vicenda, che coinvolge
peraltro Giancarlo Marocchino, relativa al presunto seppellimento di rifiuti
tossici lungo quella strada.
Il 21
settembre 2003 l'ing. Vittorio Brofferio, ex dirigente della impresa di
costruzioni Lodigiani e preposto, dal giugno del 1987 al dicembre del 1988,
alla direzione del cantiere per la costruzione della detta strada3, inviò una
e-mail ai gestori del sito internet www.ilariaalpi.it4.
Riferiva
Brofferio, che negli ultimi dieci anni aveva soggiornato quasi sempre
all'estero per lavoro e che nel 2003 era rientrato temporaneamente in Italia
per un incarico in Lombardia, di aver appreso - attraverso alcuni servizi
televisivi - che il caso Alpi era ancora un mistero insoluto e che si parlava,
tra le tante piste e vicende, di Giancarlo Marocchino e della strada
Garoe-Bosaso con riferimento all'ipotesi di seppellimento di rifiuti tossici
lungo il suo percorso.
Per tale
motivo aveva deciso di segnalare con la e-mail di cui si è detto, e in seguito
ai giornalisti di Famiglia Cristiana che lo avevano contattato dopo aver
letto la mail, un episodio che lo aveva coinvolto direttamente nel periodo in
cui dirigeva i lavori del cantiere: ".... ricordo che in occasione di
una sua visita - lui accompagnava personalmente i suoi convogli di camion (Si
riferisce a Giancarlo Marocchino che per il consorzio per il quale lavorava
Brofferio offriva servizi di trasporto attraverso le proprie maestranze -
n.d.r.) mi mostrò un telex, chiedendomi se fossi interessato a quanto il
messaggio diceva: ricevere dei container da interrare in zone disabitate lungo
la nostra strada, alla sola condizione di non aprirli per controllarne il
contenuto. Feci presente a Marocchino che il compito che l'impresa mi aveva
assegnato non contemplava altre attività che quelle strettamente collegate alla
costruzione e che, oltre a ciò, quanto offerto era comunque contrario ai miei
principi di collaborazione a cui sono stato educato. Firmato: ingegner
Vittorio Brofferio.
L'inchiesta della Procura di Milano
Il dottor
Romanelli, della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, ebbe ad istruire
un procedimento penale scaturito dalle dichiarazioni a lui rese, a partire dal
1997, da Giampiero Sebri il quale, anche accusando se stesso, riferì in ordine
ad una ramificata organizzazione dedita al traffico internazionale di rifiuti.
Sebri
dichiara di essere stato l'uomo di fiducia di Luciano Spada, morto nel 1989,
uomo vicino ai politici del Partito socialista italiano e in particolar modo di
Craxi e Pillitteri, impegnato nel traffico internazionale di rifiuti insieme a
Nicholas Bizzio. In alcuni dei 22 verbali di dichiarazioni rilasciate da Sebri
si parla dei trasporti di sostanze tossiche e nocive in Africa, nella
Repubblica Dominicana e ad Haiti.
Non
mancano gli accenni al noto progetto Urano, ideato e promosso da Guido Garelli
per lo smaltimento dei rifiuti in aree depresse del Sahara.
Il grosso
dell'inchiesta, però, aveva riguardato un traffico che stava avvenendo in quel
momento con destinazione Mozambico.
Ha detto
il dottor Romanelli nell'audizione del 11 marzo 2004:
"l'investigazione
sull'attualità è interessante, perché ... riguardava un progetto, denominato
Progetto Mozambico, che era nel senso dell'esportazione di rifiuti verso l'area
di Maputo, in Mozambico, e, al di là dei dati formali, che sembravano attestare
la regolarità del progetto, in realtà, da subito, emersero dei profili di
illegalità significativi.... dalle intercettazioni emergeva che, in qualche
modo, all'inizio si dovessero fare le cose in modo regolare e poi, una volta
fatte in modo regolare, poi potesse passare di tutto. E certamente ci sono
stati accenni, nella conversazione, a quel "di tutto". Il concetto
era chiaro. Ma c'erano anche altri profili che, sicuramente, giustificavano
l'investigazione; perché tra i soggetti coinvolti a vario livello, nelle varie
società che avrebbero dovuto occuparsi della vicenda complessiva, vi erano
soggetti che sono significativi. Ve ne era uno che, perlomeno a livello di
forze di polizia, era noto come ex terrorista. .... Alcasar, .... aveva un
passato estremamente complicato in varie parti del territorio nazionale ed era
noto sicuramente anche come trafficante d'armi;
.....
in particolare c'è un soggetto, che si chiama Bizzio, che nel corso di uno di
questi incontri, in buona sostanza, dice di essere stato ora non ricordo se il
primo o l'unico a portare dei rifiuti in territorio desertico. Ricordo
addirittura una battuta che mi era rimasta abbastanza impressa, perché era una
battuta pesante, di cattiva ironia, nel senso che diceva qualcosa come
"tanto lì è il clima che smaltisce tutto", forse proprio facendo
riferimento al fatto che potrebbero essere interrati. ..."
Sui fatti
che si intrecciano con la vicenda Alpi-Hrovatin, il Sebri, già all'inizio della
sua collaborazione negli interrogatori del 20 e 23 ottobre 1997, aveva riferito
al dott. Romanelli; di aver incontrato il suo referente politico Luciano Spada
e Giancarlo Marocchino a Milano alla fine degli anni '80; durante tale incontro
Marocchino si sarebbe lamentato dell'esosità di funzionari somali e degli
agenti dei servizi segreti italiani, nonché della presenza di una giornalista
legata ai servizi, dai quali essa otteneva informazioni in forza di un rapporto
intimo con un agente. Sebri si disse convinto che trattarsi di Ilaria Alpi6.
Nel corso
dell'interrogatorio del 20/10/1997 Sebri dice che una società "mista"
dal nome simile a "SOMA FISH", destinataria dei fondi della
Cooperazione e nella quale era coinvolto un importante esponente somalo, forse
un generale, era in realtà la copertura per un traffico di armi del quale
sarebbero stati a conoscenza, pur essendo contrari, Craxi e Pillitteri. E dice
di avere conosciuto Giancarlo Marocchino, dietro presentazione di Luciano
Spada, nella seconda metà degli anni '80. L'incontro avvenne a Milano, in
Piazza Duomo, continuando poi all'interno dell'edificio della Rinascente. Nel
corso dello stesso Sebri fu testimone di una discussione fra Marocchino e Spada
durante la quale il primo fece un punto della situazione degli affari in
Somalia, lamentandosi di alcuni problemi che non riusciva risolvere. In
particolare, Marocchino parlò di alcuni funzionari somali destinatari di
tangenti, facendo cenno anche ai servizi italiani, i cui agenti erano esosi e
incontrollabili. Marocchino si lamentò anche di una giornalista (apostrofandola
con parole volgari), "legata ai servizi", in forza di un rapporto
intimo con uno degli agenti, dal quale otteneva informazioni e
"carte". Circa l'identità di tale giornalista, il Sebri si dichiara
convinto, nel corso di questa prima escussione, che si tratti di Ilaria Alpi.
Nel
verbale del 21/10/ 1997 Sebri approfondisce gli argomenti connessi al traffico
di rifiuti e, circa quanto dichiarato nel precedente interrogatorio su
Marocchino, conferma integralmente, aggiungendo e sottolineando di avere paura
a trattare tali temi.
Il pm
Romanelli utilizza il Sebri, insieme a un agente sotto copertura, per
intercettare Bizzio, Ruzzi e le altre persone coinvolte nel traffico con il
Mozambico e l'inchiesta prosegue principalmente sui traffici in atto in quel
momento sul presente.
Sebri
torna a parlare di Ilaria Alpi nel 2000, in un verbale del 15 maggio dove corregge
ed integra quanto affermato sull'incontro con Marocchino nel corso del primo
interrogatorio. In particolare:
a) gli
incontri con Marocchino sono stati due e non uno soltanto (quello già descritto
precedentemente);
b) il
secondo incontro sarebbe avvenuto nell'autunno del 1993, allorquando il Sebri
fu contattato da un tale avvocato Maggi di Milano che lo convocava in un
parcheggio sito a Milano in zona Arena. Giunto sul posto, Sebri vi trovava il
Marocchino in compagnia di due persone ed assisteva ad una discussione fra il
'faccendiere' e uno dei due convenuti, in cui il primo si lamentava di non
meglio precisate situazioni somale;
c) Sebri
non è stato in grado di riferire in ordine al motivo della sua convocazione a
tale incontro, precisando tuttavia che a seguito della discussione cui aveva
assistito, entrambi, sia Marocchino che l'interlocutore di quest'ultimo (il
terzo uomo era rimasto in silenzio) lo avevano invitato a recarsi in Somalia
per partecipare alla loro attività.
d) Vi
sarebbe stato poi un terzo incontro, fra il Sebri e i due uomini suddetti,
avvenuto nella primavera del 1994 in Piazza Duomo. Nel corso dello stesso uno
dei due (lo stesso interlocutore del Marocchino nell'incontro precedente) era
tornato ad invitare il Sebri ad "assumere un ruolo" nell'attività
somala aggiungendo, di fronte alle perplessità di quest'ultimo, che il problema
della Somalia era stato risolto e che avevano risolto il "problema della
giornalista comunista".
e) Sebri
ha evidenziato di non essere assolutamente disposto a riferire circostanze
utili alla identificazione dei due uomini incontrati insieme a Marocchino,
affermando di temere per la propria sicurezza.
Il 1
ottobre 2000 esce, sul numero 39 di Famiglia Cristiana, un'intervista a
Serbi che racconta l'intera storia.
Nel
novembre del 2000, intervistato da Maurizio Torrealta, Sebri fa per la prima
volta il nome di Raiola Pescarini, indicando come tale il soggetto da lui
incontrato una volta (nel 1993) insieme a Marocchino e un'altra volta nel 1994,
assente Marocchino.
Nelle
precedenti dichiarazioni rese al PM Romanelli aveva parlato genericamente di
due uomini, indicandoli come appartenenti ai servizi segreti ma omettendo di
farne il nome, per timore di rischi alla propria persona.
Il
10/11/2000, in un verbale alla Digos di Roma, Sebri corregge ulteriormente
alcuni punti della sua esposizione:
a)
Conferma di aver conosciuto Marocchino tramite Spada e di averlo incontrato a
Milano, alla Rinascente, sicuramente prima del 1989; Marocchino si era
lamentato di problemi in Somalia, soprattutto con i servizi, il discorso era
incentrato sullo smaltimento di rifiuti tossici, Spada lo assicurò che avrebbe
risolto il problema tramite il 'testone', riferendosi a Craxi.
b) Il
secondo e ultimo incontro con Marocchino avvenne tra ottobre e novembre 1993,
sempre a Milano in zona Arena; Sebri era stato convocato dall'Avv. Maggi, non
presente; erano invece presenti due persone, una delle quali si presentò come
il colonnello dell'Esercito Luca Raiola (Sebri dichiara di essere certo del
nome in quanto ritrovato nel libro "L'Esecuzione"). Anche in questa
occasione Marocchino si lamentava delle difficoltà soprattutto economiche e
Raiola lo tranquillizzò. Marocchino però, sempre adirato, disse che c'era
"una tr...a di giornalista che stava rompendo i c...i, che aveva i
documenti" e che aveva ottenuto informazioni da 'uno del gruppo di
Raiola'. Questi però non rispose sul punto, mentre la persona che era con lui
disse a Marocchino di smetterla.
c) Con
Raiola Sebri ebbe poi un altro incontro ad aprile-maggio 1994, sempre presente
anche l'altro uomo: in questo caso Raiola gli chiese di andare in Somalia,
aggiungendo che "ognuno deve fare il proprio lavoro... chi sgarra viene
sistemato, i giornalisti devono fare i giornalisti e non cercare di andare in
mezzo a questioni militari...". Di fronte alle titubanze di Sebri, Raiola
disse pure "la giornalista comunista ed i suoi amici sono stati
sistemati".
Sebri
descrive fisicamente Marocchino, Raiola e l'altra persona presente ai colloqui:
Sul primo aggiunge che aveva un accento del nord, forse ligure, mentre nelle
dichiarazioni rese al PM Romanelli era stato più generico. Su Raiola afferma
che è una persona più alta di lui, non meno di un metro e ottanta (mentre lo
stesso ha una statura assai inferiore).
Sul punto
ecco il giudizio del pm Romanelli audito dalla Commissione:
"...
Questa dichiarazione mi lasciò e mi lascia perplesso, perché, in realtà...
Il dichiarante non datava precisamente l'incontro; però forniva una serie di
elementi che consentivano la datazione. E la datazione possibile era, a mio
modo di vedere, assolutamente incompatibile con un disturbo di Ilaria Alpi in
Somalia.... La cosa che inquietò di più è che quando l'indagine era
sostanzialmente chiusa ed io avevo, probabilmente, già in qualche modo
esternato quanto meno alla polizia giudiziaria che l'avrei chiusa come ho
indicato, questo soggetto si ripresentò e modificò la data dell'incontro;
meglio: disse che oltre quell'incontro ce ne era stato un altro, o due altri
(adesso, presidente, non ricordo con esattezza); che questo secondo sarebbe
stato successivo all'omicidio e che in questo secondo si sarebbe detto, da
parte di un soggetto di cui non voleva parlare per motivi di sicurezza… Sarebbe
stato un soggetto in qualche modo istituzionale, di cui il dichiarante non
voleva parlare.... E in quella occasione sarebbe stata fatta la battuta che
Ilaria Alpi.... Quello che mi aveva colpito è quello che ho detto in termini
negativi, onorevole, cioè proprio il fatto che in un primo momento viene fatta
l'indicazione su un incontro e in quell'incontro, che in realtà è databile
molto prima, perché è databile 1986-87, ci sarebbe stato il riferimento alla
Alpi e questo, francamente, è molto difficile. Secondo me non è vero. Quindi,
poi, la correzione successiva è, insomma, una correzione. Poi, per carità, per
una correzione ci sono mille ragioni, che possono essere ragioni vere, che
quindi fanno essere vera la correzione...."
In
chiusura va detto che dopo la pubblicazione dell'articolo di Famiglia
Cristiana, in cui compare l'intervista resa da Sebri, Giancarlo Marocchino
e Luigi Ruzzi, hanno querelato il testimone, i giornalisti autori
dell'intervista e il direttore del settimanale per il reato di diffamazione a
mezzo stampa. Il procedimento penale si è concluso, in primo grado, nel maggio
scorso, con l'assoluzione dei giornalisti e del direttore per l'applicazione
della discriminante del diritto di cronaca ma con la condanna di Sebri a due
mesi di reclusione e al risarcimento del danno subito dalle parti civili.
La Procura di Asti
Un
ulteriore filone investigativo sui traffici di rifiuti verso la Somalia è stato
sviluppato dalla Procura di Asti. Anche in questo caso la figura di Giancarlo
Marocchino e al centro dell'interesse degli inquirenti.
L'avvio
da parte di quella Procura di intercettazioni telefoniche e ambientali, a
seguito di un primo sviluppo delle indagini nei confronti di Ezio Scaglione, ha
infatti evidenziato rapporti di affari fra lo stesso e Giancarlo Marocchino,
rapporti nei quali la Procura ha intravisto accordi finalizzati
all'importazione di rifiuti pericolosi.
In questo
caso, il radicamento del procedimento penale ad Asti segue alla denunzia presentata
da un imprenditore lombardo operante nel settore rifiuti in Lombardia, il
quale, verso la fine del 1996, riferiva di essere stato contattato da un
imprenditore veneto, Giancarlo Bellotto operante nello stesso settore, e che
quest'ultimo gli aveva presentato poi il Prof. Ezio Scaglione come soggetto che
poteva occuparsi dello smaltimento di rifiuti tossico nocivi e comunque
pericolosi in Somalia. L'imprenditore, non interessato all'affare, aveva
presentato lo Scaglione al suo collega Gambaruto Giusto, titolare della Cofir
di Asti.
La locale
Procura - su autorizzazione del GIP e con il consenso degli interessati escluso
lo Scaglione - predisponeva servizi di intercettazione ambientale al fine di
monitorare gli incontri tra questi imprenditori.
Durante
uno di questi incontri, lo Scaglione, dopo aver precisato di essere stato
nominato dal 1992 Console Onorario di Somalia in Italia e quindi di godere
della piena protezione del Presidente Ali Mahdi, riferiva di essere alla
ricerca di ingenti quantità di rifiuti tossico nocivi da esportare, scaricare e
stoccare in territorio somalo.
Nell'incontro
successivo, lo Scaglione ribadiva che il dr Roberto Nesi della MIB Project di
Livorno avrebbe curato tutte le procedure doganali per l'imbarco e che il
"costo grande" dell'operazione sarebbe stato il presidente Ali Mahdi.
Per
giustificare la mancanza di risposta alle proposte dello Scaglione, fu
suggerito dagli investigatori al Gambaruto di manifestare allo Scaglione le
proprie perplessità a spingersi avanti nella operazione alla luce di un
servizio televisivo trasmesso in quei giorni sulla vicenda di Ilaria Alpi, e
sulle vicende di Giancarlo Marocchino. Lo Scaglione dava atto di conoscere e
stimare molto il Marocchino e concordava circa la prudenza di Gambaruto affermando
che il Presidente Ali Mahdi gli aveva comunicato di fermarsi un attimo in
quella operazione.
Su tali
basi venivano attivate intercettazioni telefoniche sull'utenza di Ezio Scaglione
dalle quali si evidenziavano i rapporti che questi intratteneva con Giancarlo
Marocchino.
A
differenza dell'indagine precedente, mancano nell'inchiesta di Asti elementi di
immediata riconduzione alla vicenda Alpi-Hrovatin, se non per alcune
conversazioni telefoniche intercettate; tra Marocchino e Claudio Roghi, nel corso
delle quali il primo vanta consapevolezze sul duplice omicidio, ed altre
relative a Faduma Aidid (figlia del noto generale somalo) nel corso delle quali
la donna esterna considerazioni o presunte consapevolezze sull'omicidio dei due
giornalisti.
Nel corso
delle indagini sono state intercettate numerose conversazioni telefoniche
indiziarie di un coinvolgimento di Marocchino, insieme ad altri indagati, in un
traffico di rifiuti tossici verso la Somalia.
Di tali
intercettazioni, la Commissione ha preso visione unitamente agli altri
documenti acquisiti presso la Procura di Asti. Fra tutte ve ne sono alcune, cui
gli inquirenti hanno attribuito grande rilievo, captate fra Marocchino ed il
già citato Roghi e, soprattutto, fra Marocchino ed Ezio Scaglione.
Secondo
la Procura di Asti tali ultimi due personaggi avevano tentato di organizzare un
traffico di rifiuti tossici fra il nostro paese e la Somalia, per il quale
Scaglione avrebbe procacciato clienti in Italia mentre Marocchino avrebbe
assicurato la compiacenza delle autorità locali e dato supporto logistico
all'operazione. A sostegno di tale ricostruzione, oltre alle risultanze che in
seguito si esporranno, vi sono anche alcune intercettazioni ambientali
riportanti i colloqui fra Scaglione e alcuni imprenditori italiani7, ai quali
il primo illustrava il progetto di smaltimento dei rifiuti in Somalia, facendo
riferimento a Marocchino e alle possibilità offerte dalla prezzolata
compiacenza di Ali Mahdi ("... il costo grande dell'operazione...").
È in
questa chiave interpretativa sono state lette le altre conversazioni
intercettate, come ad esempio quelle in cui Roghi raccomandava al Marocchino,
in quel momento impegnato nella costruzione del porto nella località somala El
Man, di adoperarsi per ottenere una "free zone" nell'ambito dello
stesso oppure, in maniera più pregnante, i dialoghi fra Scaglione e
Marocchino8, contenuti soprattutto in tre conversazioni dell'estate 1997,
inquadrate ed interpretate dagli inquirenti nel contesto illecito di cui si è
detto ed emerso ai loro occhi già da un anno a seguito della captazione degli
accordi di Scaglione con imprenditori italiani.
La
telefonata 253 dell'1 agosto 1997 parte da un inquadramento politico della
situazione locale fatta da Marocchino a Scaglione fino a quando quest'ultimo,
rimandando a discorsi già fatti, fa riferimento a "quegli altri due
problemi". Marocchino comprende e risponde di aver parlato con Ali Mahdi
ma di doverlo incontrare con più calma. A tal proposito aggiunge che,
allorquando avrò modo di incontrare il Presidente, dovrà presentare il suo
progetto come qualcosa di socialmente utile: "Io devo metterla giù qua
in modo che, che noi faremo una specie di, di, come posso dire e....
chiamiamolo bruciatore, quello lì per dare energia elettrica alla popolazione e
via di seguito, la cosa va impostata in quel modo lì per cui lui può
dimostrare che fa questa cosa qua per dare benessere a.... al paese, per dare
energia al paese, dobbiamo metterla su quel là, mica no se no sono guai, va in
mano a un giornalista.... Attacca lo .... Niente si attacca subito che stiamo
portando bla... bla". Su queste parole Scaglione lo interrompe bruscamente
"eh! Ba, ba, stop niente altro per telefono, se è il caso quando mi dici
che la cosa è fattibile mi fate una lettera di conferma di quelle che già avevo
a mano mia e poi con quella io vi dico esattamente cosa dobbiamo fare".
Infine,
nella telefonata nr. 58 del 14 agosto 1997, Marocchino riferisce a Scaglione
che "sta aspettando che mi arriva di nuovo il capo ... e lì il capo io
ho sentito proprio l'altro giorno, non io direttamente, ma il suo uomo di
fiducia e ha parlato, abbiamo parlato assieme.... E perché ti spiego è stato
chiamato da più di .... Ufficialmente dalla Nazioni Unite .... Che i primi di
ottobre , tutti si devono presentare a .... a Bosaso per formare il nuovo
Governo". Giancarlo ribadisce che si dovrà attendere ancora alcuni
giorni e Scaglione dice "Ho capito, comunque pensi che quel discorso si
possa fare perché qui (in Italia) mi chiedono qualcosa e io non so cosa dire".
Marocchino lo rassicura "Si io penso che, quando lui c'ha il potere
penso che.." e poi continua con un nuovo profilo: "... senti Ezio una
cosa volevo dirti....e .... Una operazione tanto per .... Una operazione fatta
diciamo tra di noi (secondo gli investigatori starebbe a significare senza il
placet formale di Ali Mahdi), in poche parole non so due-tremila furti, roba
del genere ... ". Scaglione gli risponde: "Io posso farne
anche da ventimila, il tempo di organizzarla ...il problema è che ho bisogno
dell'autorizzazione, di qualcuno che firmi, se no non si sposta neanche una
paglia qui in Italia".
Marocchino
quindi sembra suggerire "giri al .... Giri al .... Eh altri giri"
sottintendendo, secondo la Procura, il ricorso ad "altri giri" ovvero
ad ambienti corrotti in grado di dare le necessarie autorizzazioni. Tale
interpretazione infatti sembra essere confortata dalla risposta secca di
Scaglione che si preoccupa di possibili conseguenze giudiziarie: "No,
quell'ambito lì guarda, per carità .... Voglio continuare a mangiare a spese
mie, capiscimi ...".
Va detto
che la procura di Asti non si è limitata a raccogliere indizi del traffico di
rifiuti, soltanto attraverso le attività tecniche. Ha ricercato anche ulteriori
riscontri alle proprie ipotesi investigative attraverso una perquisizione in
danno di Ezio Scaglione, all'esito della quale sono stati acquisiti altri
elementi di forte interesse.
Fra le
altre cose, nel corso della perquisizione, veniva rinvenuto l'atto costitutivo
della società Italricambi srl con sede in Mogadiscio, creata il 17 marzo 1998,
tra Giancarlo Marocchino, Ezio Scaglione e un somalo a nome Mohamed Ali Isse.
L'oggetto sociale della società era l'importazione e l'esportazione di tutte le
merci consentite dalla legge somala e in particolare l'importazione e la
vendita di pezzi di ricambi, mezzi di trasporto, fuoristrada, trattori.
Veniva
poi rinvenuta una memoria con la quale veniva dato atto che "altri accordi
starebbero maturando per l'introduzione in Somalia di residui tossici aggirando
ogni problematica ecologica".
Ancora,
venivano rinvenuti in originale due documenti: il primo redatto in Mogadiscio
il 19 agosto 1996 e firmato dal presidente ad interim Ali Mahdi Mohamed con
firma autenticata dal notaio, con il quale veniva rilasciata a Ezio Scaglione
l'autorizzazione a creare un impianto di stoccaggio per la trasformazione di
rifiuti. Pinzata a questo documento veniva rinvenuta fotocopia su carta fax
della cartografia dell'area portuale di El Man costruita da Marocchino; il
secondo, avente per oggetto l'autorizzazione alla realizzazione di una
discarica per lo smaltimento di rifiuti speciali e tossico nocivi, datato il 23
settembre 1996. Con lo stesso il direttore dell'ufficio del presidente - tale
Ibrahim Farali Abdi - richiamato il decreto del 19.8.1996, autorizzava9
Scaglione a realizzare e gestire una discarica del tipo "C" per lo
smaltimento di rifiuti tossici da situarsi nella zona denominata "EL
BARAF"10.
Veniva
poi sequestrato un fax trasmesso dalla Morris Supplies Somalia (società,
secondo quanto poi sarà riferito da Scaglione, facente capo a Marocchino)
indirizzato a Scaglione il 19.8.1996 nel quale, richiamato il decreto
presidenziale del 19.8.1996, si comunicavano prezzi e condizioni per l'invio di
5000 tonnellate (per i primi tre o quattro mesi) di fanghi galvanici, morchie
di vernici, terre di fonderie, ceneri da elettro filtro. Il prezzo era di 400
lire al kg, da regolarsi in marchi tedeschi.
A parere
della Procura, almeno una spedizione di prodotti pericolosi sarebbe stata
portata a termine. Il fatto, ricostruito solo documentalmente e attraverso
l'acquisizione di testimonianze, sarebbe avvenuto nel maggio 1997 e vi
sarebbero stato coinvolto Giancarlo Marocchino come destinatario, in Somalia,
della merce. La merce, sotto la copertura documentale di "prodotti
domestici", avrebbe compreso in realtà materiali di ferramenta, fra cui
prodotti chimici e vernici a solvente il cui Marocchino, circa i fatti
contestatigli, non ha inteso rispondere al P.M.
In Commissione
ha invece fornito, su tale ultima circoscritta vicenda, la seguente
spiegazione: ".... io ero in rapporti con Nesi, uno spedizioniere di
Livorno, che ha mandato giù questo contenitore. Era morto il padre di un certo
Cipollini, un ragazzo amico di Roghi, che faceva le pizze e non voleva andare a
lavorare nella bottega di ferramenta lasciata dal padre; allora, mi ha proposto
di inviare tutta questa roba a Mogadiscio per venderla e io ho acconsentito. È stato
così riempito un contenitore con gli articoli di questa bottega di ferramenta
(tra cui anche vernice) e Nesi si è occupato del trasferimento da Livorno a
Mogadiscio, il Meet Project....."11.
Scaglione,
di converso, già in fase di indagini fu interrogato su tutte le circostanze
acquisite e, pur non negando quanto a lui addebitato, ha tuttavia offerto una
versione, non priva di qualche contraddizione, tendente a ridimensionare la
propria responsabilità a danno di Marocchino.
Nell'interrogatorio
del 11.12.1998 Scaglione dice: "Il GARELLI ed il MAROCCHINO quando
andammo a Milano si conoscevano da circa due o tre settimane, cosi mi disse il
MAROCCHINO stesso. Ci trovammo, definita la questione dell'auto che dovevo
comprare tutti a Nairobi dal MAROCCHINO che ci aveva preceduto in albergo da
qualche giorno all'albergo Hotel 68. Ricordo che il viaggio fu fatto in aereo e
la partenza era da Roma credo si fece scalo direttamente a Nairobi. A Nairobi
il GARELLI mi prospettò il progetto "URANO". secondo cui avremmo
dovuto organizzare l'esportazione transfrontaliera di rifiuti tossico-nocivi .
Il progetto era già pronto io aderii e firmai. Firmò anche il MAROCCHINO con
me".
"Per
quanto riguarda i rifiuti radioattivi e/o nucleari alla mia precisazione il
GARELLI mi espose un foglio di carta comune A4 che recava la sezione verticale
di una sorta di cilindro in piedi in metallo contenente al suo interno "
una camera " in cui avrebbero dovuto essere posti i rifiuti radioattivi
e/o nucleari."
"I
rapporti con MAROCCHINO riprendono nel 1996 quando questo mi chiama e mi dice
che la Somalia aveva raggiunto un poco di stabilità e secondo lui si poteva
riavviare il progetto che in allora era stato esaminato da me in Nairobi,
preciso che intendo in senso lato e cioè mi riferisco sempre a un progetto di
esportazione di rifiuti transfrontaliera."
"Preciso
che quando io ebbi l'autorizzazione da ALI MAHDI - peraltro inviatami da un
amico di MAROCCHINO che giunto in Italia me la imbucò al mio indirizzo -
precisai poi con il MAROCCHINO che di rifiuti nucleari e radioattivi non se ne
faceva nulla per quanto mi riguardava. Dico ciò perché il MAROCCHINO mi fece la
proposta anche in questa occasione di uno smaltimento anche di quel tipo di
rifiuti dicendo, che lui stava costruendo un porto a El Maan e che quei rifiuti
lui li poteva smaltire cementandoli in cilindri simili a quelli del disegno che
GARELLI mi sottopose e che lui poi avrebbe messo in containers con i quali
faceva la banchina del porto di El Maan."
"Lo
Scaglione alla contestazione di telefonate registrate dove parlano lui e il
MAROCCHINO relativamente ad "Altri Giri" per lo smaltimento in Somalia
di rifiuti precisa che pur non sapendo in cosa e come si concretizzassero
questi altri giri, ha rifiutato la richiesta del MAROCCHINO atteso che era
evidente che il binomio "Altri Giri" faceva cenno a traffici
illegali, anche in considerazioni delle pregresse - ma rifiutate - offerte da
parte del MAROCCHINO di smaltimenti di rifiuti nucleari e radioattivi in Somalia."
Nell'interrogatorio
del 15.12.1998 , Scaglione afferma:
"Il
progetto URANO, firmato in Nairobi diviene lettera morta perché il GARELLI fu
ricoverato in ospedale a Torino e poi ci fu l'intervento dei Carabineri di
Alessandria che sequestrarono tutto. Conosco il Fortunato MASSITTI, una persona
di circa 35-40 anni capelli neri, alto e magro, militare che avevo conosciuto
in Somalia a casa di Giancarlo MAROCCHINO in occasione di una cena dove aveva
preso parte, mi pare il MASSITTI e un'altro collonello di stanza a Mogadiscio.
Non mi dice nulla il nome RAIOLA."
Si dà
atto che all'indagato vengono fatte ascoltare conversazioni telefoniche n. 253
del 01.08.97, n. 10 del 8.8.97, 58 del 14.8.97 fra SCAGLIONE e MAROCCHINO.
"Ricordo
le conversazioni e le confermo. Il MAROCCHINO mi diede dei chiarimenti ed io
dissi come doveva essere redatta l'autorizzazione per lo smaltimento dei
rifiuti tossici in Somalia e gli inviai un fax di come doveva essere
rilasciata. Gli accordi con MAROCCHINO Giancarlo per lo smaltimento dei rifiuti
tossici in Somalia erano quelli di coinvolgere il presidente ALI MADHI che
avrebbe avuto una quota nella società attraverso una terza persona al fine di
non farlo figurare. Preciso che fu il MAROCCHINO a dirmi che era necessario
coinvolgere il presidente ALI MADHI, anzi lo stesso MAROCCHINO mi disse che era
lo stesso presidente che chiedeva di essere coinvolto nell'affare dello
smaltimento dei rifiuti tossici in Somalia e che la sua quota, anche se non fu
mai detto con precisione, doveva aggirarsi fra il 35 e il 50% come da
esperienza da me fatta personalmente su esportazioni di materiali giunti a
Mogadiscio. Il MAROCCHINO mi disse che ai capi tribù doveva essere prospettato
un progetto di costruzione di un forno inceneritore "bruciatore" che
mai sarebbe stato realizzato ma che doveva coprire lo smaltimento dei rifiuti
tossici in Somalia e questo escamotage era stato studiato da MAROCCHINO e da
Ali Mahdi per nascondere il vero motivo dell'arrivo dei rifiuti tossici in Somalia
che in realtà non andavano ad alimentare un inceneritore per produrre energia
per la città di Mogadiscio ma dovevano essere scaricati in una zona di terra a
nord di Mogadiscio ove era previsto un sito a norma di legge italiana per lo
smaltimento dei rifiuti."
"Il
documento manoscritto che mi viene posto in visione (allegato n.6 annotazione
prot.819/98) lo confermo come appunto scritto in sede di riunione avvenuto in Lignano
nel 1996 presenti io, mio padre e il sig. KOPP. Preciso a richiesta che il 10%
si riferisce alla percentuale che doveva essere corrisposta per garantire il
pagamento a MAROCCHINO e soci e dell'altra parte l'effettivo scarico dei
rifiuti. " tempi ecc." indicava i tempi e modi di costituire una
società a me intestata che andava ad occuparsi di tale operazione. " come
avviene lo scarico " stava a significare di come organizzare da nave a
banchina lo scarico dei rifiuti che il MAROCCHINO diceva di aver risolto con lo
shetter "tasse e fatture" riferito ai documenti di trasporto e la
tassazione che doveva essere applicata. A domanda dico che gli imprenditori che
avevo interpellato mi avevano detto che i rifiuti potevano raggiungere la Somalia
attraverso la triangolazione e cioè rappresentando documentalmente il viaggio
dai porti di Tolone e/o Marsiglia e non dal luogo effettivo di partenza, ma
comunque che questa era procedura del tutto regolare. Prendo atto che mi viene
fatto osservare che non può ritenersi del tutto regolare una procedura in forza
della quale viene rappresentato documentalmente un luogo di partenza di un
trasporto di quello effettivo. Io torno a ripetere che tale procedura mi venne
dichiarata come lecita e che era usuale. Alla voce " contenuto dei fusti
ec..." era un'obiezione che mi fece MAROCCHINO Giancarlo rivendicando il
diritto a campione di ispezionare il carico e di rifiutare eventualmente rifiuti
non riportati nei documenti di trasporto. Questa osservazione di MAROCCHINO mi
fece sorridere perché mi domandavo come lui potesse essere in grado di
identificare un tipo di rifiuto piuttosto che un altro e contrapporlo con i
documenti di spedizione. Tale sua richiesta avvenne per via telefonica .
"altri rifiuti come radioattivi .prezzi una media ..." ciò
significava che si potevano smaltire rifiuti radioattivi e preciso che
Giancarlo MAROCCHINO in una delle varie conversazioni telefoniche che io ebbi
con lui personalmente mi parlò della costruzione di un porto nella zona nord di
Mogadiscio in località El Maan sostenendo di potere nella banchina, annegandoli
nel cemento, stivare rifiuti radioattivi. Quindi molto probabilmente l'appunto
scritto da mio padre si riferisce a questa conversazione e cioè che il
MAROCCHINO disse che aveva l'opportunità di smaltire anche rifiuti radioattivi
nel costruendo porto di El Maan e lo stesso MAROCCHINO mi rassicurò sostenendo
di poter stoccare tali rifiuti con del cemento e delle rocce che andavano a
costituire la banchina del porto. Ricordo che la telefonata avvenne sull'utenza
di casa un sabato pomeriggio fra l'inverno 1996 e l'inverno 1997. Il MAROCCHINO
diceva che i rifiuti radioattivi dovevano essere annegati nel cemento e poi
messi a dimora per andare a costituire il nucleo della banchina portuale di El
Maan.
Ovviamente
la Commissione ha inteso approfondire la vicenda, quindi sul punto sono stati
auditi, tra gli altri, Ezio Scaglione e Giancarlo Marocchino.
Così, per
quanto riguarda il primo, anche innanzi all'Organo parlamentare ha offerto una
versione del proprio ruolo e delle attività indagate assai ridimensionata
rispetto a quanto obbiettivamente emerge dagli atti di indagine, sollevando non
poche perplessità più volte espresse dal Presidente e dagli altri commissari.
Riassumendo
in poche righe, Scaglione ha riferito12 di essersi interessato al traffico di
rifiuti su attivazione di Giancarlo Marocchino, con i quali riprese i contatti
nel 1996 su iniziativa del secondo proprio per tale affare e che a tal fine gli
fece ottenere le già citate autorizzazioni di Ali Mahdi. Scaglione ha insistito
nel dire che dal suo punto di vista si trattava di attività lecite, alle quali
prese ad interessarsi, contattando imprenditori del settore, al mero scopo di
esperirsi in tale attività e valutarne la convenienza, fino a quando,
subodorando un retroterra di illiceità nelle proposte che provenivano dalla
Somalia, si "chiamò fuori".
Una
versione, come si diceva, che ha sollevato le perplessità della Commissione,
perché stridente innanzitutto con il contenuto delle intercettazioni - che sono
state contestate allo Scaglione - il quale, in breve, vi ha posto la difesa che
si trattasse di parole alle quali non seguirono i fatti.
Più decisa
la difesa di Marocchino, chiamato a rispondere non soltanto di quanto era
emerso nell'ambito delle intercettazioni, ma anche a seguito delle affermazioni
dello Scaglione che, come già detto sopra, in special modo alla Procura della
Repubblica di Asti aveva posto l'accento sul ruolo di Marocchino sminuendo il
proprio.
Marocchino
ha quindi evidenziato la scarsa attendibilità di Scaglione: "un ragazzo
che sta giocando nelle favole ... lo tenevo alla corda perché è un mezzo
stupidino. Se avessi dovuto fare delle operazioni non le avrei mica fatte con
quella persona, ...." e ha giustificato la gravità delle affermazioni
da quest'ultimo rilasciate al dott. Tarditi con la paura di conseguenze
giudiziarie in caso di mancata collaborazione.13
Più in
generale, nel corso dell'audizione dedicata a questi temi, Marocchino non solo
ha negato ogni genere di coinvolgimento nei traffici di rifiuti ma ha anche
dichiarato inversomile che gli stessi possano essere stati condotti, almeno
nella zona di Mogadiscio, da lui conosciuta: "io vi assicuro, anzi ci
metto la mano sul fuoco, che da Mogadiscio a 100 chilometri di distanza non c'è
niente. Non sto parlando del nord, perché quella zona non la frequento, stando
a millecinquecento chilometri di distanza; quindi, è come se stando Roma
parlassi della Sicilia".
A suo
avviso, quindi, si tratta solo di fantasie di alcuni giornalisti "sono
questioni riferite dai giornalisti, che hanno fatto i loro scoop, però nessuno
ha mai provato l'arrivo di un fusto di rifiuti tossici".
Quanto
alle emergenze delle indagini, fra tutte le telefonate intercettate, Marocchino
ne ha minimizzato il valore: "Non nego le parole da me pronunciate, sto
solo dicendo una cosa. Nel processo di Asti, nel quale è stata disposta
l'archiviazione, ci sono delle intercettazioni dalle quali risulta che io
magari ero disponibile a portare avanti degli affari, perché sono un uomo di
commercio".
Alle
precise contestazioni ha spiegato che i "due tre mila fusti" da far
arrivare con "altri giri" altro non erano che olio usato, che in
Somalia poteva essere riutilizzato per autotrazione. Tale evidenza sarebbe
stata chiara, a detta di Marocchino, se la Procura non avesse selezionato le
intercettazioni escludendone alcune dalle quali sarebbe trasparita la natura
lecita del suo operato, intercettazioni che, peraltro non risultano esistenti
agli atti della Commissione.
In
sintesi Marocchino ha riferito alla Commissione di essersi interessato, nei
colloqui con Scaglione, all'importazione dell'olio esausto che - come spiegato
nella nota che precede - non avrebbe integrato un trasporto illegale di rifiuti
in quanto materiale da reimpiegare in Somalia. Circa il tenore delle
conversazioni intercettate, allorquando si parla di autorizzazioni da ottenere
da Ali Mahdi, Marocchino ha spiegato che si trattava di un ulteriore progetto,
che a differenza del primo era nato dalla ideazione di Scaglione: "parlavamo
di questo bruciatore che dovevamo fare, anzi che aveva in mente lui. Tutte cose
che aveva in mente, ma tutte cose che... un bruciatore per i rifiuti urbani,
sia quelli in Somalia, sia quelli che lui doveva mandare giù, se ci davano
questa autorizzazione.....un progetto qui in Italia, un progetto per lo
smaltimento di rifiuti urbani e si doveva costruire un inceneritore in Somalia.
Questo era il progetto che lui aveva in mente di fare, però con
l'autorizzazione italiana....". Marocchino aggiunge che la cosa
peraltro aveva una ratio, in quanto avrebbe consentito di risolvere l'emergenza
dei rifiuti a Mogadiscio, su cui anche l'ONU aveva incontrato difficoltà:
"...In quel periodo in Somalia c'erano delle montagne di rifiuti
urbani; quindi, veniva giù l'ONU che organizzava e pagava 100 mila dollari a
botta per prendere tutti questi rifiuti, pulire la città e levarli; però,
questi rifiuti praticamente da destra andavano a sinistra e, dopo un po',
ritornavano di nuovo a sinistra e dopo sei mesi c'erano di nuovo i rifiuti. Era
un po' il trucco del Balilla: l'ONU veniva giù e faceva queste cose. Allora,
noi avevamo pensato ..."
La cosa
non ebbe seguito in quanto lo Scaglione non riuscì ad ottenere le necessarie
autorizzazioni italiane.
La Procura di Torre Annunziata
Per
completezza d'analisi un seppur breve cenno deve essere fatto alle
dichiarazioni di Francesco Elmo raccolte dall'allora comandante della Stazione
Carabinieri di Vico Equense, Vincenzo Vacchiano. Questi, che all'epoca agiva su
delega della Procura di Torre Annunziata, sentito in Commissione ha spiegato
che nella fase iniziale delle indagini da lui condotte14, ebbe a raccogliere le
dichiarazioni di Francesco Elmo15, che, a fine dell'anno 1995, poco tempo dopo
l'arresto, iniziò "ad ampliare la sfera della sua collaborazione" ai
traffici di armi riferendo sia di un traffico riguardante i paesi balcanici
gestito da tale Nicolas Oman, personaggio cui sarebbe stato collegato il
Giorgi16, sia di traffici verso la Somalia con il trasporto delle stesse a
bordo di navi di un personaggio indicato da Elmo come " l'ing. Muni",
poi identificato nell'ing. Mugne della Shifco.
Il filone
di indagine riguardante Mugne è stato esplorato anche dai Carabinieri di Vico
Equense nell'ambito dell'inchiesta "cheque to cheque". Il
Luogotenente Vacchiano ha riferito al riguardo che, dopo avere acquisito le
prime sommarie informazioni da Francesco Elmo, furono sviluppati gli
accertamenti, che poi condussero al duplice omicidio Alpi-Hrovatin. Dalle
precisazioni di Vacchiano emerge che egli acquisì informazioni dal giornalista
Torrealta e dal Capitano Sottili. Con quest'ultimo ebbe modo di incontrarsi a Trieste
(ove Sottili era stato trasferito da Gaeta) in occasione di accertamenti svolti
a verifica delle dichiarazioni di Francesco Elmo per fatti di riciclaggio.
Sottili gli riferì che in precedenza, quando comandava la compagnia di Gaeta,
aveva avuto modo di occuparsi di un traffico di armi verso la Somalia a mezzo
di navi della Shifco e, in qualche modo, anche dell'omicidio Alpi-Hrovatin, per
cui, poi, aveva probabilmente svolto qualche indagine anche a Trieste.
Ulteriori
accertamenti furono, inoltre, compiuti dal Vacchiano attraverso l'esame degli
atti trasmessi in copia alla Procura di Torre Annunziata da quella di Latina,
che riguardavano le indagini svolte a Gaeta da Sottili. Comunque, trattandosi
di traffici che potevano essere messi in correlazione con l'omicidio Alpi,
tutta la documentazione venne trasmessa per gli approfondimenti alla Procura di
Roma.
Vacchiano
ha, quindi, chiarito come nell'indagine fosse stato introdotto anche il
riferimento al Colonnello del Sismi Mario Ferraro e al M.llo Vincenzo Li Causi:
Francesco Elmo, difatti, sosteneva che in epoca precedente al suo arresto aveva
lavorato per i Servizi, chiamando in causa, per questo, anche il Colonnello del
Sismi Mario Ferraro, ma tali circostanze non avevano trovato alcun riscontro;
sempre Francesco Elmo aveva fatto riferimento, in tale contesto, anche alla
persona del Maresciallo Li Causi in relazione ad un "probabile traffico di
scorie radioattive verso la Somalia", e che anche per tali fatti
l'approfondimento fu rimesso dal Procuratore di Torre Annunziata alla Procura
di Roma, competente per le indagini.
Peraltro
dalle precisazioni fornite dal Luogotenente Vacchiano emerge che né a seguito
delle dichiarazioni di Francesco Elmo né a seguito dello sviluppo delle
indagini fu accertata l'esistenza di rapporti di conoscenza tra il Colonnello
Ferraro e Ilaria Alpi, né - si aggiunge - fu individuato un collegamento tra
l'omicidio Alpi, la morte di Ferraro (avvenuta nel 1995) e la morte di Li Causi
(ucciso il 12 novembre 1993 in Somalia nei pressi di Balad in Somalia).
Ulteriori accertamenti della Commissione sulla
presenza di rifiuti speciali in Somalia
Il tema è
stato richiesto a tutti coloro i quali, a vario titolo, hanno frequentato la
Somalia e, pertanto, sono stati in grado di cogliere qualsivoglia informazione.
La prova
dichiarativa raccolta, in verità, appare di scarso significato, riducendosi
spesso ad una comune percezione di voci correnti; così l'appartenente al Sismi
Alfredo Tedesco18, il quale ha dichiarato che "in Somalia si parlava di
tutto: si parlava di rifiuti tossici, di armi, di tutto, ma prove concrete che
ce ne siano stati, che ce li abbiano messi prima o dopo ...No".
Anche il
colonnello Fulvio Vezzalini, in merito ai rifiuti, ha dichiarato di averne
appreso dell'esistenza "senza alcuna prova di fatto. Ho sentito dire
che c'erano delle aree nel nord in cui scavavano delle grosse buche e ci
buttavano dentro dei fusti ... attraverso chiacchiere con gente del luogo ...
Mi dicevano che nel nord c'era questa attività".
Giorgio
Cancelliere, geologo e collaboratore della ONG Africa 70 di stanza a Bosaso dal
maggio 1993, ha dichiarato di essersi interessato di rifiuti in due occasioni:
"il primo caso fu un'indagine di UNEP (è un'agenzia delle Nazioni
unite), che compì un'indagine lungo la costa, nella zona della barriera
corallina. Fu un'indagine di spettrografia per determinare la presenza di
rifiuti tossici. Il secondo caso, che però non riesco ad inquadrare nel tempo,
credo del 1996 o del 1997, riguardò un'esplosione in un'area del nord est della
Somalia, a 250 chilometri a nord di Irigabo. Questa esplosione fu segnalata da
contadini che videro una grande fascia azzurra, udirono una grande esplosione
dopo la quale ci fu una moria di animali. Le Nazioni Unite inviarono delle missioni
per questo motivo, e ci sono moltissime documentazioni".
Diversi
giornalisti italiani hanno poi cercato di raccogliere informazioni più
dettagliate direttamente sul posto.
Come
Remigio Benni, corrispondente dell'Ansa, che mentre si trovava a Nairobi
nell'estate del 1992, prese contatto con alcuni gruppi di rappresentanti somali
lì presenti: "Uno di questi gruppi, che faceva capo al generale Aidid
mi documenta, ad un certo punto, la presenza di un accordo esistente con il
governo di Ali Mahdi, in particolare firmato del cosiddetto ministro della
sanità del governo provvisorio di Ali Mahdi, per un traffico di rifiuti tossici
e nocivi con una società che aveva sede in Svizzera. Era un accordo che
prevedeva un compenso di vari milioni di dollari ... e che si sarebbe concluso
nel 2011, come durata, questo perché, appunto, avrebbero dovuto trasportare
rifiuti tossici e nocivi scaricandoli in Somalia". Ha spiegato inoltre di
non sapere la provenienza del trasporto dei rifiuti, pur cercando di approfondire
la questione: "cercai dei riscontri presso l'ambasciata Svizzera di
Nairobi: trovammo l'indirizzo che era segnato sulla fotocopia di accordo che mi
era stata consegnata, però il nome della società era leggermente diverso,
sembrava che ci fosse stato un errore di battitura o qualcosa di questo genere.
Cercammo di metterci in contatto con questa società, perché con me c'era un
altro collega, che era Zamorani, del Giornale nuovo, che era arrivato in quei
giorni, ma purtroppo non arrivammo concludere nulla", per la difficile
situazione esistente in Somalia.
Successivamente
nel ricercare contatti per ottenere informazioni, "il governo di Ali Mahdi
smentì decisamente che ci fosse mai stato un accordo di questo tipo; gli uomini
di Aidid ne parlavano come se non sapessero dove fosse possibile rintracciare
dati, anche perché non escluderei che quel documento che mi era stato fornito
fosse una sorta di provocazione per creare, da un certo punto di vista,
disinformazione e, dall'altro, per tentare di mettere sulla pista qualcuno,
però senza dargli elementi concreti perché potesse avere notizie.
Ali Madhi
di fronte alla necessità di difendersi alle accuse di avere presso parte attiva
a tali traffici (la Commissione non ha mancato di chiedere conto di quanto
emerso ad Asti), non si è limitato a dichiarare la propria estraneità a tali
fatti ovvero la non conoscenza del fenomeno, bensì ha apoditticamente escluso,
in maniera categorica, che in Somalia fossero mai approdati rifiuti tossici.
Nel corso dell'audizione del 6 settembre 2005, alla domanda del Presidente che
lo invita a riferire su che cosa sa in merito al traffico di rifiuti tossici e
radioattivi, Ali Mahdi risponde: "È tutto falso. E non so come si
possano dire certe cose in un paese civile come l'Italia. C'è stato uno che ha
detto di avermi dato 7 milioni di marchi, mentre non l'ho mai né visto né
conosciuto. Com'è possibile, signor presidente, che accadano certe cose in un
paese civile come l'Italia?". Ne nega dunque l'esistenza e aggiunge:
"Non esiste. Se qualcuno sa dove sono stati messi, sono pronto a portarlo
lì e a tirarli fuori, se qualcuno ne sa qualcosa".
Poi, in
quella del giorno successivo, aggiunge: "Non voglio parlare della
strada tra Garoe e Bosaso, perché ciò è riferito ai tempi di Siad Barre; però, sono
certo, i somali sanno tutto. I somali hanno fiuto e lo avrebbero visto, se si
fosse messo questo materiale sotto le strade, nel paese; non si trova neanche
un somalo che parli di questa cosa, mai. Mi accusano di aver preso soldi per i
rifiuti che venivano scaricati nei mari internazionali: che bisogno c'era di
un'autorizzazione? Sono mari internazionali! Non possiamo controllare neanche
cinquanta chilometri di costa; non abbiamo navi, non abbiamo niente per
controllare! Perciò credo che tutto questo sia falso, sia una montatura".
Di segno
contrario, si diceva, le affermazioni del dr. Yahya Amir, il quale già in una
intervista rilasciata al giornalista egiziano Mohamed Said, aveva affermato di
avere consapevolezze di prima mano circa i rifiuti nocivi in Somalia: "c'è
pure la questione del mare e dei numerosi rifiuti industriali gettati in
diverse località lungo le coste della Somalia di cui sono responsabili gli
italiani per loro ammissione. Hanno scaricato dei fusti fondo al mare legandoli
con catene. Le catene li terranno sul fondale per una trentina o una quarantina
di anni. Ma quando gli agenti naturali finiranno per spezzare alcune di queste
catene, i fusti torneranno a galla e verranno trascinati fino alla costa dove
saranno attaccati dagli agenti atmosferici come i raggi solari, la pioggia, e
l'umidità oltre che dalle onde. Questo renderà attivi questi rifiuti
industriali ma anche i rifiuti nucleari che si infiltreranno nell'ambiente in
quattro o cinque anni, e le radiazioni tossiche avranno effetti negativi su
tutta la Somalia, ma pure sull'Oceano Indiano, il Golfo Arabico (Persico) e il
Mar Rosso. Pensiamo che hanno seppellito questi fusti in varie località a
Mogadiscio. Abbiamo contattato l'ufficio dell'U.N.E.P. (nota del traduttore:
Programma ONU per l'Ambiente) a Nairobi che fa capo alla sede principale che si
trova a Canada, e quando gli esperti dell'ONU sono venuti per constatare i
fatti con le loro apparecchiature per identificare le radiazioni, li abbiamo
accompagnati fino ad un luogo che dista duecento chilometri dalla spiaggia. Lì,
le loro apparecchiature hanno cominciato a emettere dei "bip" molto
forti e ci dissero che non potevano avvicinarsi ulteriormente perché avrebbe
esposto la loro stessa vita al pericolo. Sono stato lì, ho visto di persona
questi rifiuti e li ho fotografati, ma io non posso fuggire, questo è il mio
paese, dove andare? Gli italiani hanno gettato questi veleni e non so cosa
potrò dire domani a miei figli e nipoti, a cosa vanno incontro in futuro a
causa dei rifiuti che si trovano in varie località in Somalia, a Mogadiscio, a
Bari, e nella mia cittadina nativa. Se uno di questi barili dovesse scoppiare
liberando il suo contenuto nell'aria o nell'acqua, provocherebbe un
inquinamento che durerà venti forse trenta anni, e che sorte toccherà allora ai
miei figli e nipoti? Ci rivolgiamo alla comunità internazionale, esortiamo
l'Italia affinché torni qui a riprendersi questi doni lasciati da noi perché
(l'Italia) sa esattamente dove si trovano, e perché (l'Italia) ha sfruttato
l'assenza di un governo o di un'autorità pubblica in Somalia per negoziare un
accordo con alcuni politici. Per questo, l'Italia deve ritirare questi rifiuti
perché finiranno per avere effetti su tutti i paesi che si affacciano
all'Oceano Indiano...."
D'altra
parte anche nel corso di una conversazione telefonica intercettata su disposizione
della Commissione Yahya, al telefono con l'avv. Duale, ricorda preoccupato che
"...Questo veleno ci sta distruggendo, le cisterne che stanno fuori, si
stanno (incomprensibile), le Nazioni Unite hanno dichiarato che dopo lo
Tsunami, le cisterne sono state scoppiate su alcune parte delle coste somale e
che ci sono delle malattie in Warsheikh, per esempio: alcune persone perdono
sangue dal naso, altre dalla bocca, agli animali cade la pelle. Durante una
riunione a Nairobi, il 23 del mese scorso, alla quale hanno partecipato circa
cento paesi è stato confermato che in Somalia vengono portati rifiuti tossici. È
stata dichiarata dai ministri che avevano partecipato a quella riunione...."
Su tali
importanti conoscenze la Commissione ha chiesto conto a Yahya, durante la sua
audizione, raccogliendo invero una versione ridimensionata rispetto alle
affermazioni categoriche fatte innanzi al giornalista. In questa sede infatti,
l'intellettuale somalo ha diffusamente parlato di notizie apprese dalla stampa
e da altre fonti documentali, non ulteriormente riscontrabili per motivi di
"sicurezza", e solo di fronte alle contestazioni del Presidente che
faceva notare come il tenore dell'intervista fosse nei termini della certezza e
della constatazione personale, ha aggiunto: "...Quando ho sentito le
notizie dai giornali e sono andato lì - è molto vicino alla mia città (circa
sedici chilometri) - ho fatto delle fotografie, precisamente 72. Ho mandato le
pellicole all'avvocato Duale. Ora mi immagino cosa potrà rispondere lei,
presidente, dato che l'avvocato non le ha mandate... Quelli che non ho visto
sono i rifiuti buttati a mare vicino alla costa. Abbiamo anche chiesto al
Governo italiano di mandare qualcuno per verificare se si tratta realmente di
rifiuti tossici. Non sappiamo esattamente cosa siano...".
La
Commissione ha anche preso atto dei risultati di una recente inchiesta
condotta, nell'estate 2005 da Francesco Cavalli, Luciano Scalettari, Alessandro
Rocca e dall'onorevole Mauro Bulgarelli, i quali hanno effettuato due viaggi in
Somalia. Il primo dal 28 luglio al 9 agosto nelle vicinanze di Mogadiscio, a
Joar e altre località lungo la costa, il secondo dal 30 agosto al 7 settembre
al nord della Somalia verso il Puntland. La missione ed i risultati conseguiti
sono stati presentati nel corso di una Conferenza stampa del 21 settembre 2005,
nei locali di Montecitorio, dall'on. Bulgarelli, da Scalettari e Cavalli e
ampiamente riportati in alcuni servizi apparsi su Famiglia Cristiana a
firma di Luciano Scalettari.
I viaggi
sono stati inoltre descritti in due reportages televisivi andati in onda il 23
settembre 2005 su Rai News24, nel corso di un programma dal titolo
"Rifiuti tossici sulla pista di Ilaria, e il 18 ottobre su La 7, in un
programma dal titolo "Segreti e bidoni", a firma di Francesco
Cavalli, Alessandro Rocca e Silvia Testa.
Tra le
finalità della missione vi era quella di verificare il rinvenimento di fusti
sulle coste della Somalia evidenziati da un rapporto pubblicato dall'UNEP a
seguito dello tsunami del dicembre 2004 e la comparsa di particolari patologie
tra la popolazione. Altra finalità era di verificare l'esistenza di
interramenti sospetti lungo la strada Garoe-Bosaso27.
In
estrema sintesi, per come emerso dalle audizioni di alcuni dei protagonisti dei
viaggi e per la parte che qui interessa, le rilevazioni compiute nel corso del
primo viaggio con l'ausilio di un contatore Geiger non avrebbero dato alcun
esito positivo, nel senso che non è stato rilevato nulla in termini di
materiale radioattivo. Riguardo al secondo viaggio l'utilizzo del magnetometro
(strumento che rileva la presenza di materiale ferroso nel sottosuolo) per
effettuare rilevazioni lungo la strada Garoe-Bosaso avrebbe dato un risultato
negativo. Ma in alcune località limitrofe a questa strada avrebbe dato un
risultato positivo, seppure parziale, rilevando la presenza nel sottosuolo di
masse ferrose.
Di
qualche rilievo, di contro, parrebbero essere alcune testimonianze ottenute in
loco dalla troupe, per come sono state riferite alla Commissione dagli auditi e
fra tutti dal telecineoperatore Alessandro Rocca, il quale ha citato alcune
delle notizie ottenute intervistando somali, quali ad esempio " .... Un
pescatore che si occupa di pescare le aragoste in immersione ha parlato di
bidoni ancorati con delle catene, dietro la barriera corallina. Ce ne ha
descritti due o tre: uno aperto, squarciato e gli altri ancorati sul fondo, e
via dicendo, simili a quello spiaggiato che abbiamo trovato sulla
spiaggia". E poi ancora: " .... un medico ci ha detto che su
duecento casi trenta erano riferibili a patologie che lui non aveva mai visto;
in particolare, parlava di escoriazioni strane sulla pelle, emorragie interne,
difficoltà a camminare", sebbene non fosse possibile stabilire il nesso
fra tali patologie e rifiuti tossici, in quanto "lì non hanno strumenti
sufficienti per fare delle analisi. Alcuni ci hanno detto che c'erano delle
patologie che loro non avevano mai visto prima e, in particolare, rimandavano
sempre questi malati all'ospedale di Mogadiscio, perché non sapevano
esattamente come agire".
La
testimonianza più rilevante raccolta dalla spedizione, tuttavia, sembra essere
quella di due autisti che in passato avevano lavorato alla Garoe Bosaso: "Ci
hanno detto - afferma Rocca - che il materiale arrivava al porto su una
chiatta, perché la nave ancorava in rada essendo il fondale del porto troppo
basso; veniva caricato il materiale di costruzione per la strada e insieme
questi fusti di cui loro hanno parlato, fusti di una ventina di chili. Il
materiale poi veniva portato a questo campo base vicino all'aeroporto dove
veniva caricato su camion più grandi e poi portato in questi uadi dove veniva
interrato. In particolare, in uno di questi uadi ci hanno detto che la buca era
gigantesca, nel senso che i camion andavano direttamente dentro e scaricavano
alla rinfusa questi fusti, questo materiale misto a bitume di scarto ...
".
La Malacooperazione
Riportiamo
per intero la parte della Relazione proposta dal Presidente Taormina e
consegnata ai Commissari il 20 febbraio, prima delle votazioni per gli
eventuali emendamenti. Questa Relazione è stata ritirata il 22 febbraio e
sostituita con una nuova bozza preparata direttamente dal Presidente.
Premessa
La
Commissione aveva, tra l'altro, il compito specifico di accertare la possibile
connessione tra l'omicidio ed alcuni argomenti che potevano essere stati
oggetto dell'attività giornalistica di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, sul
presupposto che la causa della loro uccisione potesse essere la circostanza che
essi avevano appreso notizie che alcuni soggetti avevano interesse a mantenere
segrete. Tra questi argomenti vi è l'attività di cooperazione dell'Italia con i
paesi in via di sviluppo e segnatamente con la Somalia.
La
ragione di siffatto collegamento risiede nel fatto che sicuramente su questo
tema si è appuntato l'interesse della Alpi, sia nel periodo precedente al suo
(ultimo) viaggio in Somalia che nel corso di esso: tra i suoi effetti
personali, infatti, sono stati rinvenuti due taccuini contenenti appunti, uno
trovato nella scrivania della Alpi alla sede RAI di Saxa Rubra ed un altro che
la giornalista aveva con sé al momento dell'uccisione e contiene le annotazioni
prese durante la permanenza in Somalia nel marzo 1994.
È utile
riportarle, tali annotazioni.
Sul
bloc-notes trovato alla RAI si legge:
1400
miliardi di lire: dove è finita questa impressionante mole di denaro?
Alcune
opere come la conceria e il nuovo mattatoio di Mogadiscio sono semplicemente
inattivi (sic)
E i
coinvolgimenti con la Somalia di Barre prima e poi il privilegiare Aly Mahdi.
Accuse di Aideed.
Adesso le
accuse non sono finite: la regione centrale di nuovo fuori degli aiuti
Cosa mi
può dire del Cefa, di una nave che da quasi un anno doveva partire x la
Somalia, che è stata bloccata e alla quale è stato chiesto di scrivere che era
coop.
una
sconfitta. E a Mogadiscio la lotta x il potere è ancora aperta. Una massa di
diseredati fa comodo a tutti: sia Ali Mahdi che Aidid hanno i loro buoni motivi
x non vedere risolvere il problema. E gli aiuti internazionali seguono le
indicazioni dei potenti.
Sul
taccuino dell'ultimo viaggio è annotato:
PESCA /
STRADA BOSASO-GAROE / COLERA MUGNE
MUNYE
l'ONU non
fa abbastanza.
l'ONU
tiene tutto l'aiuto x Moga. (2 NGO)
1500 km e
solo 2 NGO/5regioni
ott. 92
=> nov. 700 fond.
profughi
ospedale
costruito dal FAI 1931 colonialismo
disidratazione
acqua antibiotici (incompr.)
5 anni fa
il porto FAI le navi arrivano dai paesi arabi circost.
sultan
BOGOR ABDULLAHI BIMOUSSA
GARO
Farah
Omar - Viareggio
150
miliziani al porto
+
1000
sparsi
Shipco
(società di navigazione)
cooperazione
+ gov. somalo
6 navi -
4 sono state consegnate
Il porto
di Bosaso è il centro economico e finanziario di tutta la regione del nord est
della Somalia. Sono la pesca e le tasse portuali i maggiori introiti della
città. Ma proprio x questo negli ultimi mesi si è scatenata una specie di
pirateria, giustificata all'inizio come lotta alla pesca di frodo
* ONU
generale _ in Bosaso
* futuro
dell'aiuto umanitario ora che è completamente disgiunto da quello militare
*
acquisto di navi
* xché
questo caso è particolare
Mohammad
Abshir Omar (capo del porto)
È ricominciata
l'esportazione dei capi di bestiame
il prezzo
era basso
pescherecci
sfruttano
del fatto che non abbiamo amministrazione anche se è atto illegale
Da questi
appunti si evince che l'argomento interessava alquanto la giornalista italiana,
soprattutto per le ripercussioni che la presenza o meno di aiuti e
finanziamenti e la realizzazione di progetti poteva significare per la
popolazione civile, a cui la Alpi era sempre molto attenta. Si ricava da queste
note che la giornalista era interessata alla situazione degli aiuti in
generale, alle modalità di distribuzione degli stessi e alla possibilità che
essi fossero stati utilizzati per arricchimenti illeciti anziché per il loro
scopo specifico; ad alcune opere in particolare come il mattatoio, la strada
Garoe-Bosaso, il progetto di pesca della Shifco (anche se su questo le notizie
annotate sono scarne, e la stessa società è scritta in modo non corretto: forse
non sapeva ancora abbastanza?). Peraltro, gli appunti strettamente legati al
tema della cooperazione si intersecano con le note relative alla situazione
somala generale o particolare e ad altre questioni connesse alle realtà
visitate o alle persone intervistate (i due giornalisti a Bosaso, fra l'altro,
visitarono la ONG Africa 70 incontrando personale e volontari della
cooperazione).
Già da
questo spaccato si evince che questo tema - a differenza dei due
precedentemente trattati, i traffici illeciti di rifiuti e di armi - pur
essendo di notevole interesse giornalistico, non appare così
"scottante" da giustificare un duplice omicidio. Come gli altri
argomenti e anzi molto più di quelli, infatti, il tema della c.d.
"malacooperazione" era stato, nel 1994, già ampiamente trattato in
molte sedi, comprese quelle giudiziarie, e né dagli appunti lasciati a Roma né
da quelli presi nel corso del viaggio possono ricavarsi elementi per ritenere
che la Alpi avesse appreso segreti inconfessabili.
Tuttavia,
la Commissione, adempiendo pienamente al suo incarico, ha approfondito la
questione acquisendo documenti e ascoltando sul punto testimoni.
Gran
parte dei documenti acquisiti su questo tema provengono dall'archivio della
Commissione parlamentare di inchiesta sulla cooperazione con i paesi in via di
sviluppo, molti di essi erano stati in precedenza acquisiti dalla Procura della
Repubblica di Roma e si trovavano agli atti del fascicolo processuale1.
1. La cooperazione italiana in Somalia
La
Cooperazione allo Sviluppo in favore della Somalia fu voluta dal Parlamento
italiano nel 1979. Essa vide l'elargizione di ingenti finanziamenti.
La fase
più rilevante della politica di cooperazione in Somalia, su cui si sono
concentrate molte polemiche e anche le attenzioni della Magistratura, coincide
con il decennio 1981-1990, ed in particolare con il quadriennio 1986-1989,
durante il quale, anche a seguito dell'istituzione, con la legge 73/85, di un
secondo canale per la cooperazione rappresentato dal F.A.I., il volume dei
nostri interventi in Somalia (e, più in generale nel Corno d'Africa) è
aumentato in modo quasi esponenziale.
Nella
seconda metà degli anni '80 il finanziamento erogò moltissimo denaro, di cui
1141 miliardi a dono e il resto a credito.
La Corte
dei Conti ha calcolato questo finanziamento in 1506 miliardi di lire.
La
cooperazione bilaterale Italia-Somalia si è sostanzialmente interrotta con il
precipitare della situazione politica somala e l'esplosione della guerra
civile, sia per quel che attiene alle attività ordinarie (sospese fin
dall'ottobre 1990), sia per le iniziative più direttamente rivolte alla
popolazione (medicina di base e attività agricole), limitandosi ad attività di
emergenza tramite ONG ed organismi internazionali nei campi profughi.
A partire
dall'agosto 1992, e da una più decisa presa di posizione della comunità
internazionale, si sono aperti nuovi canali di intervento sia sul piano della
mediazione politica, sia su quello umanitario, in cui l'Italia si è inserita.
Di fatto,
una delle accuse ricorrenti rivolte al Governo italiano era quella di aver
mantenuto, quando non incrementato, il sostegno economico e politico a Siad
Barre, anche nel momento in cui il Presidente somalo appariva completamente
screditato agli occhi non solo dell'opinione pubblica internazionale, ma della
stragrande maggioranza del popolo somalo. E che sia stato questo aspetto della
politica italiana a provocare l'instaurarsi di un rapporto conflittuale fra la
nostra diplomazia (ma non il nostro esercito) e alcune delle fazioni coinvolte
nella guerra civile è cosa abbastanza assodata.
Volendo
specificare meglio la ripartizione dei fondi, si deve evidenziare come dei
1.400 miliardi destinati alla cooperazione italo-somala nel decennio 1981-1990,
si constata che più dell'80% è stato destinato alla realizzazione di progetti
"fisici" mentre la restante parte in "investimenti non fisici".
In
particolare, il 49% è andato alla costruzione di grandi infrastrutture (opere
di regime), il 21% alla realizzazione di investimenti produttivi concentrati
(industrie e aziende agricole super moderne) ad alta intensità di capitale, e
solo il 15% circa a investimenti "socio-comunitari" ossia,
investimenti in infrastrutture che possano essere considerate a beneficio della
popolazione.
Gli
"investimenti non fisici" - nel campo della formazione, assistenza
tecnica, programmi di "institution building", ovvero di costruzione
di capacità di decisione, gestione e manutenzione - sono il 13% del totale, e
sono costituiti soprattutto dalla cooperazione con l'Università somala.
Da una
distribuzione così sbilanciata verso l'investimento fisico emerge un primo elemento
di possibile critica: a interventi "a tecnologia non idonea e non
gestibile dalla Somalia, ovvero per i quali la Somalia non è in grado di
provvedere né alla manutenzione, né alla gestione" non ha mai corrisposto
una dovuta accentuazione della fase normativa, cosicché le stesse opere
realizzate sulla base di valutazioni preliminari corrette hanno spesso finito
per naufragare.
Di fatto,
i limiti complessivi dell'intervento in Somalia riguardano quasi ogni fase
della definizione di una politica di cooperazione, e non solo quelle
riguardanti il tipo di investimento e della vitalità dell'investimento stesso.
Purtroppo
che il fallimento della nostra cooperazione sconti un difetto di programmazione
e di coordinamento con le iniziative multilaterali e internazionali, oltre a
subire pesantemente la logica di interessi particolari, espressi in Italia da
aziende, lobbies e gruppi di pressione, che niente avevano a che fare con i
bisogni reali della Somalia, viene giustificata attraverso le affermazioni
proprio del massimo responsabile della nostra politica di cooperazione: infatti
il 9 gennaio 1991, durante una seduta della Commissione Affari Esteri della
Camera, l'allora Ministro degli esteri De Michelis dichiarava2:
"...l'unica
deliberazione importante in materia di cooperazione a favore della Somalia
adottata nel periodo successivo all'agosto scorso ha riguardato un'iniziativa,
per un impegno complessivo di 30 miliardi, volta a fornire due gruppi
elettrogeni alla centrale di Mogadiscio Nord. La ragione vera per la quale
abbiamo adottato tale deliberazione, che, ripeto, è l'unico atto importante
assunto nella fase successiva allo scorso mese di agosto, consiste nel fatto
che la commessa relativa a tale iniziativa riguarda l'Ansaldo. Negli ultimi
mesi tutte le forze politiche hanno operato pressioni perché fossero garantite
all'Ansaldo tutte le commesse possibili, al fine di evitare una forte crisi
occupazionale causata dalle vicende del Golfo."
Si
riportano infine, a titolo di breve informativa, brevi note su alcuni dei
progetti più significativi della nostra cooperazione in Somalia, divisi per
tipo di intervento.
Grandi
Infrastrutture
SILOS-FAI
(1986-88): si tratta della fornitura e montaggio di 360 silos in vetroresina.
Il progetto ha dato risultati negativi per clamorosi errori tecnici (dalla
mancanza di basamenti, con conseguente sprofondamento alle prime piogge, e
mancanza di isolamento termico e di strumenti per lo scarico), ma anche per non
aver calcolato i modi di gestione dello stoccaggio e le possibilità di
trasporto degli aiuti alimentari.
STRADA GAROE-BOSASO
E PORTO DI BOSASO: Queste due opere, che hanno comportato un costo complessivo
di 300 miliardi, sono fra le più controverse per quel che attiene alla utilità,
a smentire le accuse secondo cui la strada, che attraversa una regione
desertica e sottopopolata, sarebbe servita solo al trasporto delle truppe di
Siad Barre sono intervenute, recentemente, valutazioni molto positive da parte
delle stesse popolazioni locali. Resta il fatto che il costo medio per
chilometro è stato pari a 605 milioni, sproporzionato quindi non solo rispetto
alle medie italiane, ma anche rispetto ai costi di altre strade realizzate
dalla cooperazione nel Como d'Africa, e che la manutenzione della strada è resa
difficile non solo dalla mancanza di processi ad hoc di formazione di personale
somalo, ma anche dal fatto che la strada, correndo in territorio pianeggiante,
è continuamente danneggiata dall'irregolarità del regime pluviale.
FORNITURA
DI ENERGIA ELETTRICA PER MOGADISCIO: al di là di vantazioni sul suo esito, rese
difficili dal precipitare della situazione interna, pesano come un macigno le
affermazioni dell'allora ministro De Michelis sui veri motivi per i quali il
finanziamento venne deliberato (v. sopra).
OSPEDALI
DI CORIOLEY E DI GAROE-BOSASO-ALULA: nessuno di essi è entrato a regime per la
evidente discrepanza fra la sofisticazione delle apparecchiature e la mancanza
di personale atto a gestirle, come di ogni attività parallela di formazione.
Progetti
Produttivi
PROGETTO
PESCA OCEANICA: iniziato nel 1979 è passato attraverso vari disastri e
insuccessi clamorosi, con i 5 pescherecci e la nave frigorifero. Era previsto
un grosso impianto a Brava (la cittadina ove era nato l'ing. Mugne), fu
avviato, ma non finito. Allo scopo venne creata la società "Shifco",
che dispose il trasferimento dei pescherecci dopo la guerra anti Barre del '90
nelle acque del golfo di Aden, infatti l'ing. Mugne nel frattempo si era
trasferito a Saana nello Yemen.
Pesa il
sospetto che l'intera iniziativa (caratterizzata da errori di progettazione
assai gravi, a partire dalla distanza eccessiva fra la terraferma e le zone di
pesca, con conseguenti, spropositate spese per la manutenzione in mare dei
pescherecci) sia servita soprattutto ad arricchire - senza che ciò comporti
necessariamente vantazioni di illiceità - gruppi di privati tanto italiani,
quanto somali.
AZIENDA
ZOOTECNICA DI AFGOI (detta del "cinquantesimo", perché a 50 km. a sud
di Mogadiscio, presso il fiume Shebeli). In questo caso, non si può negare che
l'azienda abbia funzionato, ma la gestione, teoricamente affidata ad una
società mista italo-somala "GISOMA", era di fatto tutta nelle mani
dell'azienda italiana GIZA, poi fallita, che era la vera beneficiaria del progetto,
attualmente non esiste più nulla, solo un piccolo aeroporto per lo più
utilizzato per piccoli traffici.
AZIENDA
AGRICOLA DI JOHAR E ZUCCHERIFICIO: il progetto, consistente nella riattivazione
di azienda già esistente e nella messa a coltura di 1.300 ettari a canna da
zucchero, era collegato alla riparazione dello zuccherificio di Johar, ma
l'analisi preventiva risultò scadente e irrealistica, comportando una
lievitazione dei prezzi tale da indurre all'abbandono del progetto.
IMPIANTO
DI UREA: uno dei progetti più discussi, in quanto di fatto non è mai entrato a
regime, e per più di un motivo, dalla dipendenza, per l'energia necessaria al
funzionamento, da una raffineria di Mogadiscio a sua volta legata a dubbie
forniture irachene, alla opinabilità delle vantazioni sulle potenzialità di
mercato del prodotto stesso.
La
COSTRUZIONE DI POZZI nella zona Garoe-Bosaso dalla soc. Aquater di Pescara, una
delle società dell'AGIP, al servizio di vari villaggi.
La
COSTRUZIONE DI VASCHE PER L'ABBEVERAGGIO DEL BESTIAME dalla soc. CIRMEC di
Roccanigi (TO).
La
FORNITURA DI UN ELICOTTERO E UN AEREO che non hanno mai volato.
La
COSTRUZIONE DELLA STRADA AFGOI-MERKA di 105 km. da parte della soc. SALINI di
Roma rimasta incompiuta a causa della guerra.
Non solo
aspetti, per così dire negativi, riguardano alcuni processi di sviluppo
diffuso, che hanno invece inciso in modo più sostanziale sulle condizioni di
vita della popolazione, per le quali vale la pena di ricordare il caso, forse
unico, della nostra cooperazione, ovvero il PROGRAMMA SANITARIO NELLE REGIONI
DI HIRAN E GALGADUD. Approvato nel 1983 con uno stanziamento di 14 miliardi da
utilizzarsi per la ristrutturazione di tre ospedali, rifinanziato nel 1986 con
33 miliardi, il programma è stato realizzato progressivamente fino ad
interessare praticamente rutta la regione con una rete di centri sanitari di
villaggio, cliniche rurali, ospedali distrettuali e regionali, prendendo in
carico la formazione degli operatori sanitari ai vari livelli.
2. La Fase Giudiziaria
Tra il 1992
e la fine del 1993 l'Italia ha vissuto una stagione molto agitata a seguito
delle inchieste giudiziarie conosciute in cronaca con il termine di "Mani
pulite".
Nella
circostanza la Procura di Milano era riuscita a far venire alla luce uno dei
principali filoni del sistema della corruzione che vedeva coinvolti a vari
livelli amministratori pubblici ed imprenditori.
In questo
quadro, alcune inchieste permisero di far conoscere una realtà nella quale gli
ingenti stanziamenti per la Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo erano
una parte non trascurabile di tutto il sistema tangentizio italiano.
Allo
scopo venne interessata anche la Procura di Roma alla quale i p.m. milanesi
trasmisero parte degli atti, che alla fine portarono ad istruire processi tanto
a Milano come a Roma.
Le
indagini permisero di scoprire progetti tanto costosi quanto inutili,
stanziamenti multimiliardari, ruberie e tangenti, con il contorno di traffici
di ogni genere, primo fra tutti, soprattutto per la Somalia, il traffico di
armi.
In
particolare a Roma si svolse il processo istruito dal PM Paraggio n. 4723/93
RGNR nei confronti di Forte, Citaristi Martinez, Lodigiani, Scaroni, relativo
proprio alla fatidica strada Garoe - Bosaso e agli appalti ad essa connessi
(aggiudicati ai consorzi SACES (Astaldi, Cogefar, Edilter) e LOFEMON
(Lodigiani, Fortunato, Montedil).
Secondo
l'accusa, il sistema corruttivo che ha accompagnato la Cooperazione ha mosso
tangenti fino al 35- 40 per cento del fatturato, facendo lievitare i costi al
di là di ogni controllo sia da parte italiana quanto da parte somala.
Le
inchieste svoltesi presso la Procura di Milano (p.m. dott.ssa Gemma Gualdi) e
la Procura di Roma (p.m. dott. Vittorio Paraggio), sulle quali si veda più
approfonditamente la parte terza della Relazione, non hanno avuto tuttavia
esiti positivi: i processi celebrati, che hanno visto imputati politici quali
Craxi, Pillitteri, Citaristi, Forte, imprenditori come Lodigiani, dirigenti
pubblici come Martinez si sono tutti chiusi con assoluzioni e archiviazioni3.
Anche i
procedimenti intentati innanzi alla Corte dei Conti hanno visto l'assoluzione
degli imputati4.
A
prescindere dalle conclusioni giudiziarie, merita in questa sede rilevare che
di fatto, la gran parte delle indagini al marzo 1994 era già iniziata e aveva
ricevuto ampia risonanza sui mass media.
In
particolare, gli aspetti osservati da Alpi e Hrovatin nel corso dell'ultima
missione a Bosaso e legati alla 'malacooperazione' - ovvero la vicenda delle
navi Shifco e la strada Garoe-Bosaso - erano già noti da tempo (semmai aspetti
di novità potevano trarsi dal collegamento tra queste vicende e,
rispettivamente, le ipotesi di traffici di armi e di rifiuti; ma su questo v. i
capitoli che precedono...).
3. La Commissione parlamentare di Inchiesta sulla Cooperazione
con i Paesi in Via di Sviluppo
Una volta
emerso il fenomeno, per la sua complessità, per la sua vastità e per il
coinvolgimento di delicati rapporti di politica internazionale, il Parlamento
italiano, benché fosse alle porte la fine anticipata della legislatura, riuscì
a varare la legge 46, del 17 gennaio 1994, istitutiva della Commissione
bicamerale di inchiesta sulla Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo.
La
Commissione parlamentare viene insediata il 3 novembre 1994 e cominciò a
operare all'inizio del 1995, cessando tuttavia i suoi lavori con lo
scioglimento anticipato delle Camere nel 1996 e dunque chiudendosi senza la
votazione di una Relazione finale.
Pur non
riuscendo completamente nel suo intento, essendo oltretutto la Commissione
organo politico prima che giuridico-istituzionale, intendendo con ciò che non
avrebbe potuto sottendere ad altre iniziative, la Commissione riuscì a chiarire
molto delle vicende legate alla cooperazione e ai fondi che ruotando intorno a
questo tema erano stati sprecati.
La
Commissione Parlamentare ha scritto: " ...ancora una volta non sono stati
rispettati alcuni princìpi fondamentali di civiltà giuridica"5 e lo ha
evidenziato con profonda amarezza, lamentando la mancanza di adeguati strumenti
di controllo, nonché difetti dell'apparato amministrativo per la gestione
nell'ambito pubblico.
Per
meglio comprendere i fatti di cui si occupava, la Commissione, si recò, fra
l'altro in missione a Gibuti e in Somalia oltre che in Kenia, dal 29 al 31 gennaio
1996. Nell'occasione, non mancò di approfondire i possibili collegamenti tra
l'argomento principale della sua attività e l'omicidio dei giornalisti italiani
a Mogadiscio, che si assumeva connesso sia perché avvenuto proprio in uno dei
Paesi dove più criticata era l'attività di cooperazione pubblicamente
finanziata sia perché attorno agli scandali della cooperazione si concentrava -
come detto - attività professionale delle vittime.
Delle
attività svolte in occasione di quella missione si è tenuto ampiamente conto
sia nel corso dei processi che da parte di questa Commissione, soprattutto in
relazione alle testimonianze di quelle persone che nel frattempo si erano rese
irreperibili.
Nel
resoconto dei lavori svolti durante la missione, si legge: "Gli sbagli
sono stati tanti e molti soldi sono andati nelle mani sbagliate"6,
riportando inoltre anche le dichiarazioni rese dal Presidente della Repubblica
somalo, ad interim, Ali Mahdi, che affermava di condividere "lo sforzo
italiano di far luce sugli errori della Cooperazione, che ci sono stati, e
gravi".
Di quegli
errori si è occupato in modo approfondito il prof. Piero Ugolini, che operò in
Somalia dal 1986 al febbraio 1990 quale responsabile dell'unità tecnica di
cooperazione presso l'Ambasciata d'Italia a Mogadiscio. Egli nel concludere la
sua attività, consegnò all'Ambasciatore e al Direttore Generale della
Cooperazione allo Sviluppo una ampia relazione conclusiva con la quale
esprimeva varie riserve che rappresentò anche al Ministro e poi con una denuncia
penale alla Procura della Repubblica di Roma nel novembre 1992.
Nelle sue
conclusioni Ugolini lamentava l'applicazione dei criteri di esecuzione dei
progetti che avevano portato all'esecuzione delle infrastrutture, definendoli
"errori culturali e politici", definendo l'azione dell'Italia
estremamente negativa7.
Egli
inoltre esprimeva rilievi alla cooperazione italiana sia sul piano
squisitamente politico che su quello propriamente giuridico-amministrativo, per
l'incapacità di soddisfare i bisogni delle popolazioni, la salvaguardia della
vita, l'autosufficienza alimentare, la valorizzazione delle risorse, la
conservazione del patrimonio, la capacità di dare attuazione a processi di
sviluppo endogeno8.
Un altro
personaggio legato alle vicende della cooperazione in Somalia è il dott. Franco
Oliva, sentito l'8 marzo 1995. Egli lavorò a Mogadiscio, come incaricato del
Ministero Affari Esteri, Direzione Generale della Cooperazione e Sviluppo,
dall'aprile 1986 al maggio 1990 con il ruolo di responsabile amministrativo dei
progetti di emergenza. Dal 1987 ha lavorato anche ai progetti del Fai (il Fondo
Aiuti Italiani, il cui responsabile era Francesco Forte). È ritornato in
Somalia il 10 ottobre 1993, sempre come responsabile amministrativo-contabile
dei progetti di emergenza della Cooperazione e il successivo 28 ottobre venne
ferito in modo alquanto serio con la recisione dell'arteria femorale. Egli
ricondusse il suo ferimento alla sua attività professionale, ritenendo che esso
(e soprattutto i successivi interventi in suo soccorso, a suo parere
insufficienti) fosse motivato dalle accuse che egli non mancava di muovere a
dirigenti e privati in relazione alla gestione degli aiuti della Cooperazione.
Il 10
maggio 1994 egli fu sentito anche dalla dott.ssa Gualdi, il p.m. milanese che
si occupava all'epoca dei fenomeni illeciti legati ai finanziamenti della
cooperazione, nell'occasione ebbe a parlare sia dei meccanismi tecnici di
trasferimento dei fondi, sia in riferimento anche ad altri argomenti come il
duplice omicidio Alpi-Hrovatin, della società Schifo e della società Sec, senza
peraltro fornire utili informazioni se non quelle di corridoio che già
all'epoca circolavano.
Oliva
nelle sue dichiarazioni, soprattutto quelle rese al p.m. romano De Gasperis, ha
sempre individuato alcune possibili "piste" legate alla sua attività
nella Cooperazione, in particolare sostenendo che "i conflitti che si sono
verificati nel breve periodo della sua seconda missione in Somalia, e cioè poco
prima di essere ferito, hanno riguardato sempre Giancarlo Marocchino".
Ha più
volte affermato, infatti, che la Cooperazione aveva utilizzato i servizi
logistici di Marocchino, dalle scorte armate al noleggio di automezzi, ai
trasporti, ai magazzini, senza che esistesse un documento contrattuale, e che
lui si era rifiutato di pagare a Marocchino certe somme perché non gli sembrava
che ricorressero le condizioni di legittimità per dar luogo a quei pagamenti.
Al
riguardo si deve comunque osservare che al momento dell'attentato, Marocchino
si trovava in Italia a seguito della famosa espulsione.
4. Le vicende della Shifco
La
società Shifco fu oggetto di interesse giornalistico anche da parte di Ilaria
Alpi. Si tratta di una società che ebbe varie vicende ma sostanzialmente venne
utilizzata per la gestione di alcuni pescherecci che il Governo italiano donò
alla Somalia per attuare il progetto di sviluppo della pesca oceanica.
Attorno a
questa vicenda ruotano una serie di interessi, finanziamenti, arricchimenti
illeciti, e comunque essa è stata ampiamente osservata: da un lato, infatti, la
pesca non costituì mai per la Somalia quell'occasione di ripresa economica che
il progetto perseguiva, dall'altro molteplici furono i sospetti che la Shifco
ed i suoi gestori, in primo luogo l'Ing. Mugne, si attirarono (dall'anomalia
costituita dal fatto che dopo la caduta di Barre un privato si era di fatto
appropriato di un bene nazionale, la flotta, al sospetto che le navi
trasportassero non, o non solo, pesce ma anche altro, e in particolare armi).
La Commissione
non ha mancato di approfondire la vicenda, anche perché Mugne, in relazione a
questo e al traffico di armi che si assumeva si svolgesse con le sue navi, era
stato indicato come uno dei mandanti dell'omicidio Alpi-Hrovatin.
In
particolare, dai documenti acquisiti si è studiata l'evoluzione societaria e
patrimoniale della Shifco, i suoi collegamenti con altre imprese italiane, i
soggetti in essa coinvolti e le altre cointeressenze (Nel lavoro sono stati
impegnati soprattutto i consulenti ufficiali di pg appartenenti al Nucleo
G.d.F.)
1978 -
1987: Prima fase
Sulle
prime fasi del progetto di pesca oceanica non sappiamo molto e quel poco a
nostra conoscenza non è corroborato da documenti ufficiali. Ad ogni modo, una
sintesi è offerta da una nota fax della S.E.C. di Renzo Pozzo, diretta
all'avvocato Paviotti in data 02.06.1994.
Dalla
stessa si apprende che:
- Il
progetto di pesca oceanica somalo prende avvio nel 1978, allorquando l'allora
Ministro della Programmazione, Dr. Amed Habib, visitò i cantieri della S.E.C.,
rimanendone favorevolmente colpito, tanto da formulare, dopo una campagna
sperimentale di pesca che ebbe esito positivo, il "Progetto della pesca
industriale della Repubblica Somala", il quale comportò immediatamente la
stipula di un contratto, proprio con la S.E.C. di Viareggio, per la fornitura
di tre navi da pesca;
- le
prime tre navi furono costruite e consegnate al Governo Somalo fra il 1981 e il
1982: la "21 Oktoobar" (il 15.07.1981), la "Farax Oomar"
(il 30.10.1981) e la "Cusman Geedi Raage" (il 30.09.1982), prese in
consegna da una società di diritto somalo, all'uopo costituita, chiamata Somitfish;
- nella Somitfish
confluì, rilevandone il 50%, una cooperativa italiana di pesca, la Cooperpesca
(fra i cui soci figurava Giancarlo Mancinelli), il cui compito era quello di
apportare know how alla gestione della pesca;
- la
cooperazione durò, con risultati positivi, per circa due anni, fino a quando,
insorte "incomprensioni mai completamente chiarite" le tre navi
furono fermate in zona equatoriale, ove rimasero, senza manutenzione e in
progressivo deperimento, fino al 1985.
- Nel
1985 (anno di avvio del F.A.I. e della visita di Craxi e Forte in Somalia), il
governo di Siad Barre decise di riprendere l'attività di pesca, chiedendo allo
Stato Italiano in finanziamento del ripristino delle tre imbarcazioni già in
uso e, successivamente, la fornitura di altre tre navi. I lavori, accordati
dall'Italia, furono affidati alla S.E.C., la quale, nel gennaio 1987,
riconsegnò le prime tre imbarcazioni (quelle ripristinate).
Il
periodo 1978 - 1987, che vede come protagonisti la Somitfish somala e la
Cooperpesca italiana, nonché la S.E.C., e per il quale non sono disponibili
alla Commissione atti ufficiali e documenti che diano riscontri e riferimenti
certi ai fatti in narrazione, è rievocato anche nelle dichiarazioni di Omar
Mugne, rese al P.M. Pititto nel 1996, e in alcune escussioni in atti eseguite
dalla Compagna CC di Gaeta, nell'ambito di una nota indagine sul supposto
traffico di armi a mezzo delle imbarcazioni italo-somale.
Per
quanto attiene Mugne:
"II
Governo somalo acquisì, in una data che non ricordo, ma intorno al 1982 se non
ricordo male, tre navi attraverso la SACE, navi costruite dalla SEC di
Viareggio; si trattava, in particolare, delle seguenti navi: MV21 Oktober, MV Farax
Oomar, MV Cusman Ghedi Raghe. Queste tre navi, più precisamente, vennero
acquistate, attraverso la SACE, non dal Governo somalo esclusivamente, ma dal
Governo somalo (Ministero della Pesca) e da una Cooperativa Cooperpesca. ....
la Cooperpesca era costituita da Giancarlo Mancinelli che credo fosse di San
Benedetto del Tronto e da altri cittadini tutti di nazionalità italiana. ...La
società costituita dal Governo somalo e dalla Cooperpesca si chiamava Somitfish
e non so chi avesse la maggioranza, se il Governo somalo o la Cooperpesca.
..... io non ho mai ricoperto alcuna carica nell'ambito della Somitfish."
Sempre
sulle origini del progetto di pesca, riferisce in maniera diffusa il sig.
Florindo Mancinelli (fratello di Giancarlo e presidente della Cooperpesca),
innanzi ai Carabinieri di Gaeta, in data 27.06.1994.
Secondo
la versione di Mancinelli, "padrone marittimo di prima classe" e
collaboratore della S.E.C. già dal 1979, fu proprio Renzo Pozzo, che in quel momento
stava costruendo le prime tre navi per la Somalia (non precisa la data ma si
comprende che si tratta dei primi anni 80) a proporgli di aderire al progetto
di gestione della pesca in Somalia che si stava avviando. A tal fine fu
adoperata la Cooperpersca Adriatica di Silvi Marina che "era già stata
costituita o era in fase di costituzione con me (Florindo) come presidente,
come amministratore mio fratello Giancarlo ..." .
A rendere
ancora più pregnante la posizione del Pozzo, Mancinelli aggiunge che " ...
consultatomi con mio fratello accettammo la proposta del Pozzo per costituire
la Somit Fish con sede in Mogadiscio e in Silvi Marina. Tale seconda società
era costituita dal Ministero della pesca somalo e dalla nostra cooperativa
Cooperpesca Adriatica con capitale sociale di un milione di dollari e non
versato in contanti così ripartita: il 65% dal Ministero della pesca Somalo,
che si occupava di impiantare le prime spese di attracco e 35% da parte nostra
conferita per il materiale per pesca...".
Più preciso
e circostanziato sul punto, ritroviamo Mancinelli nel verbale di S.I.T.
esperito da ufficiali di P.G. della Commissione: "....Nello stesso periodo
il dr. Pozzo mi propose di entrare in rapporti d'affari con la Somalia e,
precisamente di gestire delle navi da pesca. ... A questo punto, il dr. Pozzo,
avuta a disposizione la Cooperpesca Adriatica, si mise in contatto con le
Autorità somale e avviò il rapporto commerciale senza che noi Cooperpesca
Adriatica ci esponessimo direttamente nelle transazioni....".
In questo
primo periodo compare anche un imprenditore italiano che, come vedremo,
parteciperà in maniera attiva alle fasi successive del progetto, Vito Panati,
patron della Panapesca e della P.I.A. di Gaeta. Anche lui è stato escusso dalla
P.G. di Sottili, alla quale ha tra l'altro dichiarato che: "... nel
periodo in cui venne varata la prima nave ... mi fu chiesto da Giancarlo
Mancinelli, presidente della Somitfish, di anticipare circa 300 milioni per le
spese di armamento della nave ..... Avendo appreso che il Mancinelli era stato
indirizzato a me dal dr. Renzo Pozzo ... mi rivolsi al Pozzo direttamente
affinché mi garantisse il rischio del finanziamento ....".
Ancora
una volta il Pozzo che, seppure indirettamente, contribuisce alla materiale
attivazione del progetto di pesca. Panati chiarirà di avere recuperato la somma
anticipata scalandola dal prezzo del pescato, che ha continuato ad acquistare
per circa un anno dall'inizio dell'operazione, fino all'inizio della
"crisi" di cui si è detto innanzi, continuando peraltro a finanziare
le operazioni di pesca. Panati rivela anche che "la Società di gestione
Somit Fish vedeva una partecipazione somala con la Shifco ed una parte italiana
rappresentata dai fratelli Mancinelli ed altri cittadini italiani che fungevano
da soci operativi ...".
Panati
chiarisce quindi che l'Ente di Stato somalo Shifco esiste già dai primi anni
80, nascendo di fatto insieme al progetto di pesca oceanica. Il passaggio è
determinante, sebbene privo di riscontri agli atti della Commissione, presso la
quale i primi documenti sull'Ente somalo datano febbraio 1988.
D'altra
parte nello stesso senso sono le memorie di Bernardino Costantino, commissario
della M/N "Faarax Omar", versate ai carabinieri di Gaeta. Questi
infatti precisa che "Nel 1981, (...) nacque il problema di gestione delle
stesse (si riferisce alle prime tre navi consegnate alla Somalia) non potendo
il governo somalo nella persona di Siad Barre gestire le citate navi, crearono
la società Shifko, Ente di Stato somalo, alla cui responsabilità fu posto
l'ingegnere Mugne Omar Said, nato a Brava (Somalia)".
Interpolando
le ultime due dichiarazioni, pertanto, si desume che la struttura societaria su
cui verteva la prima fase del progetto era data dall'ente di stato Shifco, già
rappresentato da Mugne, che in nome e per conto del governo Somalo, costituisce
la società di diritto somalo Somitfisch insieme alla Cooperpesca adriatica dei
fratelli Mancinelli, secondo una ripartizione azionaria di 65% e 35%. Il tutto
abbondantemente intermediato e diretto dal costruttore delle tre imbarcazioni:
Renzo Pozzo, che individua i Mancinelli (uno dei quali suo dipendente), come
partner del governo somalo, e procura il finanziamento per l'avvio delle
operazioni di pesca.
Si è già
detto che il matrimonio Shifco e Cooperpesca non durerà molto, a causa delle
"incomprensioni mai completamente chiarite" cui fa cenno la nota
S.E.C.. Sul punto appare più preciso Florindo Mancinelli, il quale nel corso
della summenzionata escussione spiega che " ... Le campagne durarono ...
sino al settembre 1983 quando il ministro della pesca Osman Giama in una
riunione infuocata, molto tesa, chiese la restituzione delle nostre azioni
della Somit Fish trovando netta opposizione di mio fratello Giancarlo ... A
seguito di tale riunione avvenne la rottura tra noi e i somali e le navi furono
fermate contro ogni nostro consiglio nel porto di Mogadiscio. Durante il
periodo di fermo delle navi le stesse continuavano ad essere seguite non da noi
ma dalla SEC .... Nel settembre 1985 a seguito di un incontro della
Cooperazione sempre d'accordo con la SEC le tre navi furono ricoverate nel
porto di Mombasa .... Nel 1987 le tre navi ripresero il mare ... sotto la
gestione della SEC ... La Somitfish era stata sciolta come pure la Cooperpesca,
nella gestione delle navi la parte che riguardava la proprietà somala era ora
svolta dalla società Shifco con amministratore l'ing. Said Omar Mugne e la
gestione tecnica delle navi era svolta dalla SEC che si avvaleva della mia
collaborazione e degli altri capitani....".
Schematizzando:
Nel 1983 si registra la frattura fra somali e cooperpesca (nessun riferimento
questa volta a Mugne); dal 1983 al 1985 le navi sono ferme nel porto di
Mogadiscio, curate dalla S.E.C.; dal 1985 al 1987 le tre imbarcazioni vengono
ripristinate (dalla S.E.C.) e nel 1987 vengono riconsegnate al governo somalo,
meglio alla Shifco presieduta da Mugne, e gestite insieme (ovviamente) alla
S.E.C.
1987 -
1990: Seconda fase
Chiudiamo
quindi la prima fase del progetto con l'uscita della Cooperpesca e con il
subentro nella gestione delle tre navi da parte della S.E.C.. Secondo quanto
dichiarato da Mugne tale passaggio è anteriore al suo ingresso nella vicenda
(in vero non esistono in atti documenti suscettibili di smentirlo se non le già
menzionate dichiarazioni di Bernardini).
Idealmente
quindi la seconda fase può aprirsi con l'avvento di Mugne, il quale data
l'inizio della sua gestione al 11 maggio 1987:
"...
io venni nominato direttore generale della Shifco, ente di Stato somalo, con
decreto del Presidente Siad Barre nr. 1148/120 dell'11 maggio 1987. È vero che
dal decreto 4.11.1989 nr. 73, che Le ho prodotto nell'occasione del mio
precedente esame, risulta che io sia stato nominato general manager, cioè
direttore generale del progetto Shifco col detto decreto. In realtà il progetto
Shifco rientrava tra altri progetti realizzati con l'assistenza del Governo
italiano per la cui esecuzione, il Governo somalo aveva costituito un apposito
ente di diritto somalo denominato "Enfais", di cui ero direttore
generale con poteri però limitati in quanto vi era un presidente con poteri di
ordinaria e straordinaria amministrazione. E perciò, io ero direttore generale
di tutti i progetti da realizzare con l'assistenza del Governo italiano, tra
essi incluso il progetto Shifco. Con il decreto nr. 73 del 4.11.1989, io, in
pratica, venivo confermato general manager per il progetto Shifco e cessavo di
esserlo con riferimento agli altri progetti ..."
A
riscontro di quanto affermato da Mugne, è disponibile agli atti della
Commissione la traduzione del citato decreto 73, con il quale in data
14.11.1989 lo stesso veniva nominato "general manager del progetto
Shifco". In effetti lo stesso decreto fa riferimento anche al decreto
1148/120 "concernete la direzione e la gestione dei progetti realizzati
con l'assistenza del Governo Italiano e la nomina del General Manager dei
progetti predetti".
Esiste
poi anche una dichiarazione di nomina, a firma del presidente dell'Enfais -
Prof. Abdirisaq Osman Hassan - di Mugne a procuratore speciale del detto ente
per il recupero delle quote azionarie Somitfish già in possesso della
Cooperpesca. L'atto è datato 6 novembre 1988 e dallo stesso si desume che a
quella data Mugne è già "Direttore Generale dell'Enfais e responsabile
diretto dell'attività del progetto della pesca esercitata dalla ex
Somitfish".
Non vi è
dubbio quindi che Mugne ha iniziato ad interessarsi al progetto di pesca non
più tardi del 1987, divenendo però "general manager" di Shifco solo
nel 1989. Tuttavia agli atti della Commissione esistono documenti che
individuano Mugne a capo di Shifco già nel 1988. D'altra parte è lo stesso
ingegnere somalo che, narrando a Pititto le iniziative assunte a seguito del
suo ingresso nel progetto, si qualifica direttore generale dell'ente in ordine
a vicende avvenute prime del 1989.
È il caso
del recupero delle quote di Somitfish già appartenute a Cooperpesca e alla
liquidazione della società mista, avvenuta 28 maggio 1988. Infatti Mugne
dichiara:
"
... nominato che fui direttore generale, io chiesi al Tribunale di Mogadiscio
di convocare l'assemblea straordinaria dei soci. Inviai l'avviso ai fratelli
Mancinelli ed anche alla SEC nella persona di Pozzo...."
"
... inviai l'avviso anche alla SEC, perché in qualche modo c'entrava nella Somitfish.
All'assemblea parteciparono, per la SEC, una persona inviata da Pozzo con
delega, per il Governo somalo partecipammo io e funzionari del Ministero della
pesca, mentre nessuno si presentò per i fratelli Mancinelli. .."
" ..non
ricordo perchè io, quale direttore generale della Shifco, invitai all'assemblea
straordinaria della Somitfish anche Pozzo della Sec...."
Mugne
glissa sulla presenza di Pozzo all'assemblea Somitfish: la ragione per la quale
la SEC fu presente, a seguito di doveroso invito da parte di Mugne è infatti
data dal fatto che la società di Viareggio all'epoca era titolare delle quote
appartenute alla Cooperpesca (il 35% del capitale sociale pari a 1 milione di
dollari = 350.000 dollari), come lo stesso Mugne dichiara:
"
... Quando io venni nominato direttore generale, la Somitfish non c'era più
perchè i soci della Cooperpesca si erano tirati fuori per contrasti con il
Ministero della Pesca e le tre navi erano ancora intestate alla Somitfish e le
azioni della società erano nelle mani della SEC ....io non so se e cosa la
Cooperpesca abbia avuto per rinunciare ai suoi diritti nella società .... non
so perché le azioni della Somitfish fossero in mano della SEC.... "
E ancora:
"
...io no so dirLe perchè, allorché io venni nominato direttore generale della
Shifco con decreto del presidente Siad Barre, le azioni della Somitfish fossero
nelle mani della Sec. Quel che posso dirLe è che tali azioni sono ancora nelle
mani della Sec. ... io non ricordo di aver ricevuto un fax di Renzo Pozzo
avente ad oggetto .... le azioni della Cooperpesca..... non so a chi siano
andate a finire le azioni della Somitfish che aveva la Cooperpesca allorché la
stessa se ne uscì dalla società. Se tali azioni finirono nelle mani della Sec, è
possibile che Cooperpesca gliele abbia trasferite. Le azioni che finirono nelle
mani della Sec erano, infatti, quelle di proprietà della Cooperpesca, perchè le
azioni di proprietà del Governo somalo rimasero di sua proprietà...."
Il
passaggio delle azioni da Cooperpesca a Pozzo è meglio ancora documentato da
una dichiarazione in carta bollata di quest'ultimo, con la quale si chiarisce
che " ... nell'ambito del mandato conferitogli dal Governo Somalo di
pagare per suo conto i debiti esteri della Somitfish, giusto l'art.9
dell'accordo di gestione congiunta tra il Governo Somalo e SEC stesso, in data
11.02.1987 (S.E.C.) ha fatto acquistare da Joint Venture s.r.l., sua
controllata, per conto e nell'interesse del Governo Somalo, la quota azionaria
del 35 % della Somit Fish da Cooperpesca Adriatica....". La nota precisa
che la quota azionaria è custodita da S.E.C. per conto e nell'interesse del
Governo Somalo e promette di far consegnare al Governo Somalo la summenzionata
quota azionaria appena saranno eseguite e superate le formalità valutarie-
bancarie per cui la medesima quota azionaria è vincolata.
Quindi le
quote di Cooperpesca, del valore nominale di 350.000 dollari, passano per
compravendita dalla cooperativa ad una controllata di S.E.C., che acquista su
disposizione di quest'ultima, la quale a sua volta dispone nell'interesse e
d'accordo con il governo Somalo, il quale pare essere il destinatario finale di
quel valore. Si segnala così quantomeno la stranezza di due punti:
a)
perché, se il possesso delle azioni da parte di S.E.C. è stato voluto dal
Governo Somalo, Mugne dichiara di non esserne al corrente?
b) perché
S.E.C. (che è una impresa privata) si accolla di fatto l'onere di tale
acquisto?
A margine
si segnala poi un'altra discrasia: Se le azioni di Somitfish sono passate da
Cooperpesca a Joint venture s.p.a., parrebbe corretto che alla assemblea
straordinaria di liquidazione intervenisse Joint Venture, mentre dalla procura
di firma datata 5.4.1988 (ALL. 09), si desume che Renzo Pozzo delega all'intervento
un tale Bertoccetti Fausto , "nella sua (di Pozzo) qualità di
Amministratore unico della Joint Fishing Company s.r.l."....
Tornando
alla questione relativa alle quote Somitfish, agli atti della Commissione sono
disponibili due telex, di cui uno datato 13 febbraio 1988 e l'altro privo di
data ma comunque prodotto nello stesso anno, trasmessi da Renzo Pozzo all'Ente
di Stato Shifco di Mogadiscio, all'attenzione di Mugne. I due documenti ci
permettono di comprendere come l'acquisto delle quote da Cooperpesca (dal
valore nominale di 350.000 dollari) da parte di S.E.C. sia stato fatto ad
esclusivo vantaggio del Governo Somalo. Il telex del 13 febbraio 1988
(anteriore alla assemblea di liquidazione della Somitfish indetta da Mugne,
alla quale - Mugne non ricorda il motivo - interviene un uomo di Pozzo, recita
infatti testualmente:
"..
La Cooperpesca ha versato a suo tempo per la Somalia circa 350.000 USD. Ciò
richiede che se vengono restituite le azioni in Italia devono rientrare USD
350.000. Ovviamente dalla Somalia non si vuole far uscire USD 350.000. Per
superare questo punto occorre che le azioni abbiano un valore zero. Per fare
questo è sufficiente che Somitfish abbatta il suo capitale sociale con le
perdite accumulate fino ad oggi. Esibendo in Italia il documento che certifica
questa operazione la Banca d'Italia restituirà, su nostra disposizione, le
azioni senza pretendere null'altro...."
Il telex
poi chiosa: " .. Spero di essere stato chiaro e di essere considerato da
te come il leale associato che sono ...".
Insomma,
l'intera questione delle quote Somitfish ed il coinvolgimento della S.E.C. non
potevano non essere al corrente di Mugne, il quale, tuttavia, come si è visto,
sull'argomento sorvola decisamente, fino a dichiarare " ...io non so dirLe
perchè, allorché io venni nominato direttore generale della Shifco con decreto
del presidente Siad Barre, le azioni della Somitfish fossero nelle mani della
Sec. Quel che posso dirLe è che tali azioni sono ancora nelle mani della Sec.
... io non ricordo di aver ricevuto un fax di Renzo Pozzo avente ad oggetto
.... le azioni della Cooperpesca ..." (!).
Non vi è
traccia di contestazioni sul punto da parte del P.M. Pititto. Appare pertanto
opportuno che su tali discrasie vengano richiesti chiarimenti.
Torniamo
alla storia del progetto di pesca, attraverso le parole di Mancinelli: "
... Nel 1987 le tre navi ripresero il mare reinsediando le campagne di pesca
sotto la gestione della SEC. ... La Somitfish era stata sciolta come pure la
Cooperpesca, nella gestione delle navi la parte che riguardava la proprietà
somala era ora svolta dalla società Shifco con amministratore l'ing. Mugne e la
gestione tecnica delle navi era svolta dalla SEC che si avvaleva della mia
collaborazione e degli altri capitani...".
La
"società Shifco" di cui parla Mancinelli, verosimilmente è l'ente di
stato di cui abbiamo parlato: per quanto disponibile agli atti della
Commissione infatti, bisognerà attendere il 1990 e la fuoriuscita della SEC,
per la costituzione di una società di diritto privato con il nome di Shifco (la
Shifco Malit di cui si dirà appresso). Comunque, il triennio 1987 - 1989 vede
la ripresa dell'attività di pesca, a mezzo delle tre imbarcazioni costruite
all'inizio degli anni 80, secondo il collaudato schema di compartecipazione
somalia - italia: al posto di Cooperpesca vi è ora la SEC, il governo Somalo,
attraverso l'ente Shifco, è rappresentato da Mugne.
Sul punto
concorda sostanzialmente Mugne il quale tra l'altro dichiara che "...
ancora prima che io venissi nominato direttore generale, era stata costituita
una società di gestione delle tre navi con la partecipazione del Ministero
della Pesca e della SEC, il cui atto costitutivo fu firmato dal Ministro della
pesca e dal dr. Renzo Pozzo per la SEC..." e ancora "...la società di
gestione delle tre navi originariamente acquistate dal Governo somalo, che si
costituì tra la SEC ed il Ministero della Pesca somalo, era regolamentata nel
senso che la SEC anticipava tutti i costi di gestione ed in cambio avrebbe
fatto proprio il 49 o il 50 per cento del profitto ..." e infine "....quando
io venni nominato direttore generale, la gestione delle tre navi che erano
state di proprietà della Somitfish e che era stata affidata, secondo quanto ho
detto, ad una società di gestione composta dal Ministero della Pesca somalo e
dalla SEC, continuò a rimanere affidata, nell'ambito del progetto Shifco, alla
stessa società di gestione in cui però presi io il posto del Ministero della
Pesca somalo...."
Di contro
si registra un sostanziale silenzio da parte della Società di Pozzo che, nella
richiamata nota riepilogativa, afferma "...Il Governo Somalo affidò la
nuova gestione ad una società interamente somala, la Shifco, alla cui
presidenza e direzione generale fu nominato l'ing. Mugne...."
Anche
Panati ricorda il periodo di gestione della SEC: " ... la SEC del dr.
Pozzo in questa seconda attivazione delle navi gestiva direttamente le unità
della società Shifco che ne era proprietaria ..." e prosegue descrivendo
la fase del distacco dalla gestione da parte di SEC, causato proprio da un suo
intervento su Mugne, dopo avere scoperto casualmente un eccesso di prelievo sui
fatturati da parte di Pozzo, circostanza che indusse l'ingegnere somalo ad
intervenire su Siad Barre per allontanare la società di Viareggio. Anche Mugne
descrive negli stessi termini la vicenda: "... dopo la mia nomina a
direttore generale, la SEC rimase nella nella società di gestione per un breve
periodo, sei mesi - un anno; ciò per contrasti gestionali tra la SEC e me, perché
la SEC pretendeva di gestire a modo suo ... Io riuscii a far uscire la SEC
dalla società di gestione in questo modo: ne parlai con il presidente Siad
Barre e questi fece intendere al Pozzo che se la SEC voleva continuare a
lavorare con la Somalia doveva uscirsene dalla società di gestione ... alla SEC
interessava costruire per conto del Governo italiano altre tre navi di cui già
si parlava come da destinare alla Somalia in dono ...".
Non vi è
precisione sui tempi, comunque, con buona approssimazione, è possibile
schematizzare la seconda fase come segue: Nel 1987 viene riavviato il progetto
di pesca oceanico attraverso le tre navi ripristinate dalla SEC e da questa
gestite direttamente con lo stesso ruolo che fu della Cooperpesca. Nello stesso
periodo (al più tardi nel febbraio 1988) Mugne diviene l'interlocutore somalo
del progetto e dopo un breve periodo, che dura almeno fino al 1989, si impone
per l'uscita della SEC dal progetto.
Negli
stessi anni, tuttavia, vengono costruite presso i cantieri di Viareggio le
altre tre imbarcazioni, finanziate dalla Cooperazione Italiana; continua la
nota SEC: "... Il Governo Somalo, incoraggiato da questo successo, chiese
al Dipartimento della Cooperazione il completamento del programma originario ed
alla SEC fu affidata la costruzione di altri due pescherecci e della nave
appoggio, che entrarono in esercizio tra il 1989 e il 1990....". Sul
punto è discorde Mugne, che pone la consegna delle nuove tre imbarcazioni, la
21 Oktober II, la 21 Oktober III e la 21 Oktober IV, fra il 1990 e il 1991.
Quindi,
all'inizio degli anni '90 la flotta Shifco conta sei imbarcazioni, di cui una,
la 21 Oktober II, equipaggiato con frigoriferi e idonea a fare la spola fra
l'Italia e la Somalia. La SEC è fuori dal programma e Mugne ha bisogno di un
nuovo partner italiano. Inizia così la terza fase del progetto di pesca
oceanica.
1990 -
1994: Terza fase
Nota SEC:
".. Con il completamento della flotta l'attività della Società di Pesca
Somala fu ulteriormente ampliata e per raggiungere i mercati europei venne
offerta una partecipazione al Gruppo Italiano Malavasi ..."
Dichiarazioni
di Mugne: "... alla SEC subentrò, nei primi mesi del 1990 una società di
reggio Emilia denominata Malit s.r.l. i cui soci io non so chi fossero. La
società di gestione costituita dalla Malit s.r.l. e dal Ministero della pesca
somalo prese il nome di Shifco Malit, una s.r.l. di cui io venni nominato
presidente, mentre amministratore delegato venne nominato il signor Paolo
Malavasi..."
Ed è
proprio dalla terza fase, con la costituzione della Shifco Malit srl, che
compaiono i primi documenti ufficiali agli atti della Commissione. A partire
dall'atto di costituzione della società e del suo statuto, stipulato il primo
innanzi ad un notaio di Mogadiscio, in data 8 gennaio 1990. Dall'atto si
apprende che:
- La
Shifco Malit s.rl. è una società di diritto somalo con sede in Mogadiscio;
- Ha un
capitale sociale di 500 milioni di lire, rappresentato da 500.000 quote del
valore nominale di Lire 1000 cadauna, ripartite fra i due soci bel modo
seguente:
* 245.000
quote alla società Shifco, rappresentata da Mugne;
* 255.000
quote alla Società Malavasi srl, rappresentata da Paolo Malavasi;
-
l'oggetto sociale è " ..la gestione, nelle acque territoriali della R.D.S.
dell'industria della pesca anche mediante la conduzione di battelli e
pescherecci di proprietà del Governo della R.D.S. e/o di terzi, ivi compresi la
gestione e manutenzione della flotta navale a disposizione e del personale alla
stessa occorrente, i noli marittimi, il commercio di importazione ed
esportazione di prodotti ittici freschi, conservati, congelati e surgelati,
nonché la loro conservazione, lavorazione, trasformazione e
distribuzione....".
Quasi in
contemporanea con la nascita della partnership dei Malavasi, il 30 luglio 1990,
viene costituita in Italia una nuova società: La Shifco Malit Italiana - Shifma
s.r.l.. Anche in questo caso disponiamo dell'atto costituivo e dello statuto
(ALL. 12), e apprendiamo che:
- la Shifma
srl ha sede in Milano alla via Senato 20;
- ha
capitale sociale di lire 20 milioni, suddiviso in quote, di cui:
* quote
per 9.800.000 alla società Malit s.r.l., rappresentata da Paolo Malavasi;
* quote
per 10.200.000 alla società Shifco Malit s.r.l. rappresentata da Mugne;
- come
oggetto sociale ripete quello della controllante somala: "...l'industria
della pesca anche mediante conduzione e gestione di battelli e pescherecci di
proprietà del Governo della RDS e/o di terzi, ivi compresi la gestione e
manutenzione della flotta navale a disposizione e del personale alla stessa
occorrente, i noli marittimi, il commercio di importazione ed esportazione di
prodotti ittici freschi, conservati, congelati e surgelati, nonché la loro
conservazione, lavorazione, trasformazione e distribuzione,,," .
Della
compagine italiana si dirà appresso.
Anche
l'avventura con il gruppo Malavasi non dura molto, appena un anno e mezzo.
Secondo la testimonianza di Mugne, a determinare l'ennesimo divorzio con una
società italiana, fu questa volta la guerra civile e il rovesciamento di Siad
Barre e del suo entourage (di cui lo stesso Mugne si dichiara parte), che
determino, all'inizio del 1991, la fuga dell'ingegnere dalla Somalia e
l'inizio, da parte dei Malavasi, di una crescente difficoltà di gestione della
Shifco Malit che, nel tempo, portò il gruppo italiano all'accumulo di pesanti
perdite di gestione per le quali anticipava le relative spese per conto di un
governo somalo ormai difficilmente solvibile. Fu così, continua a raccontare
Mugne, che "si organizzò una riunione a Reggio Emilia tra il nuovo
ministro della pesca del governo provvisorio Ali Mahdi ... con la
partecipazione di alcuni funzionari del Ministero e Malavasi.... Si decise di
invitare pure me che nel frattempo mi ero trasferito in Italia ...." Nel
corso di quella riunione, riferisce Mugne, questi si dichiarò disposto a
risolvere la questione (Malavasi pretendeva di essere liquidato delle somme
anticipate, per circa due milioni di dollari) a patto che gli si
"...lasciasse la libertà di scegliere il socio della società di gestione
..." .
Evidentemente
il giudizio negativo su Pozzo, che poco tempo prima aveva determinato
l'intervento di Mugne su Siad Barre, affinché fosse allontanato, era nel corso
di quell'anno e mezzo mutato se il nuovo socio che Mugne aveva in mente quando
pose tale condizione era proprio la SEC di Viareggio.
Circa il
subentro della SEC alla Malit srl, Mugne riferisce che lo stesso avvenne dopo
che la prima si ebbe accollato l'onere di saldare la seconda per i crediti che
vantava nei confronti del Governo Somalo. Ad ogni modo, a partire da questa
data, cambia lo schema di cooperazione fra Shifco e le aziende italiane: alla
partecipazione azionaria si preferisce d'ora in poi il negozio giuridico del Mandato.
È proprio sotto tale forma che il 12 giugno 1991 la Shifco Malit rappresentata
da Mugne, nella sua qualità di Presidente del consiglio d'amministrazione, (non
è noto che fine abbia fatto Malavasi, che pure era socio di maggioranza)
conferisce alla SEC il compito di "... provvedere a quanto necessario allo
sviluppo delle attività di pesca, con facoltà di acquistare, in nome e per
conto della mandante beni e servizi, provvedere alle normali operazioni di
gestione contabile, amministrative e commerciali, provvedere al pagamento dei
fornitori con mezzi forniti dalla mandante, provvedere alla vendita sui mercati
del pescato secondo modalità preventivamente concordate con la Shifco Malit srl
stessa, attuando tutte le formalità di incasso relative ..", prevedendo
quale corrispettivo un compenso nella misura del 5% sui ricavi. Il mandato
aveva durata di 10 anni.
A
formalizzare la posizione di Mugne e la sua potestà contrattuale anche sotto il
nuovo governo Ali Mahdi, esiste agli atti della Commissione anche una
traduzione della lettera di nomina di Mugne a Presidente della società Shifco
Malit, firmata da Ali Mahdi e datata 13 giugno 1991 (un giorno dopo il
conferimento del mandato alla SEC...).
Circa la
gestione SEC Mugne ricorda quindi che la stessa durerà fino al 8 giugno 1993,
allorquando ".. a Nicosia, la SEC si ritirò dichiarandosi disposta a
pagare la sua parte di debiti che la società di gestione aveva nei confronti
dei fornitori (di gasolio, di materiale da pesca ecc...)..." ponendo a
motivo del ritiro la perdita di interesse della SEC per una gestione che, anche
a causa di atti di pirateria, diventava sempre meno proficua. Inoltre Mugne
parla anche di rapporti con il governo somalo che si erano incrinati a seguito
di un ricorso della SEC presso il tribunale di Lucca, esperito circa sei mesi
dopo l'adesione al mandato, con il quale la società di Viareggio chiedeva il
sequestro conservativo della 21 Oktober II assumendo di essere creditrice verso
quel governo per il prezzo della costruzione di tre imbarcazioni.
Le dichiarazioni
di Mugne anche in questo caso sollevano alcune perplessità: quale doveva essere
la "parte di debiti" della SEC se questa non partecipava alla
gestione nella forma societaria, bensì quale semplice mandataria (né vi è
traccia nel mandato agli atti della Commissione di accordi specifici in caso di
perdite ..)?
È presente
agli atti della Commissione, la revoca di Mandato datata 28 febbraio 1993
decisa in maniera concorde fra i due contraenti, rimandano ad una
"scrittura a parte" con la quale sono stati (quindi anteriormente al
28.02.1993) regolati i reciproci rapporti.
Né la
nota SEC datata 11 giugno 1993, con la quale la SEC informa il Ministero degli
Affari Esteri italiano della revoca al mandato parla degli accordi economici
sottostanti. La nota chiarisce tuttavia che "...la revoca, anticipataci
fin dal mese di febbraio, è stata firmata il giorno 8 giugno 1993 in Limassol -
Cipro ed ivi autenticata nella firma del presidente della Shifco Malit srl Ing.
Omar Mugne..". In effetti, esaminando i timbri posti in calcio alla revoca
di mandato (datata 28 febbraio 1993), assai poco leggibili, si intravedono le
date del 8 e del 9 giugno 1993, sotto certificazioni di pubblici ufficiali
locali.
Per quale
motivo si attendono più di tre mesi per dare esecuzione ad una revoca che è
operativa dal 28 febbraio 1993?
Sul punto
va registrato che proprio a Cipro e proprio il giorno 8 giugno 1993 si tiene
l'Assemblea straordinaria della Shifco Malit srl per la messa in liquidazione
della stessa, del verbale della quale disponiamo. Presiede l'assemblea Mugne,
mentre funge da segretario Renzo Pozzo (si sconosce il titolo, non avendo
documentazione in ordine al subentro dello stesso nella compagine societaria,
così come non si hanno dati in ordine all'uscita del socio di maggioranza
originario, la s.r.l. di Malavasi). Il Presidente comunque consta la presenza
di tutti i soci, rimandando al foglio presenze di cui non abbiamo copia. Nel
corso dell'assemblea, quindi, si dà atto che su istanza della Shifco (qui forse
da intendersi la controllante) ".. si è provveduto alla risoluzione
consensuale del contratto di affitto di navi sottoscritto in data 25.10.1990 in
Reggio Emilia ..." e che pertanto "... si ravvisa l'opportunità di
mettere in liquidazione la società Shifco Malit...".
A seguire
vi è un passaggio che aiuta a comprendere l'interrogativo posto sopra:
formalmente cancellato a mezzo di righe orizzontali e timbro, è infatti ancora
leggibile che "...Inoltre la gestione delle navi di fatto passata sotto la
responsabilità della Panapesca fin dal 28.2.93 è oggi formalmente concessa
dalla Shifco alla Panapesca..." .
Il
verbale annota poi che il bilancio finale di liquidazione porta una perdita
pari al capitale sociale e aggiunge che "...si rende opportuno
sottoscrivere con la SEC un contratto che contempli la cessione alla predetta
società di tutti i crediti vantati dalla Shifco Malit srl contro assunzione da
parte della stessa SEC di tutti i debiti sociali nonché di rinunzia
relativamente ai finanziamenti accessori erogati..." e chiosa dichiarando
la messa in liquidazione della Shifco Malit srl.
Disponiamo
di copia del contratto cui si è appena fatto riferimento, redatto nella forma
della scrittura privata e registrato a Cipro in data 8 giugno 1993. Dallo
stesso apprendiamo, in confutazione a quanto asserito da Mugne, che "i
reciproci rapporti" fra SEC e Schifo Malit erano dati dall'esposizione
della seconda verso la prima per quasi 4 miliardi di lire (1.917.150.850 lire
per accollamento di un finanziamento a vantaggio della società somala e
1.957.215.755 per prestazioni di salvataggio, rimorchio ed assistenza tecnica
effettuate a favore delle MM/NN 21 Oktoobar I e II). Apprendiamo quindi che gli
stessi vengono "regolati" attraverso la compensazione fra tali debiti
e i crediti vantati dalla Shifco Malit nei confronti di " ...Assicurazioni
varie per avarie e sinistri ..." che con il contratto vengono ceduti pro
soluto alla SEC.
Si è
visto come alla base dello scioglimento della Shifco Malit è posta, nel
verbale di assemblea straordinaria, la risoluzione del contratto di affitto di
navi che, in effetti, fa venire meno la regione d'esistere della società di
gestione. Disponiamo di una copia di quest'atto che, sebbene privo in
intestazione del gruppo data (è evidentemente un prestampato in cui è
predisposto l'anno 1993 e il luogo Viareggio (!!!)), assume data certa dai
timbri di validazione anche qui apposti dalle autorità di Cipro in data 9
giugno 1993.
Disponiamo
anche di una copia (anche questa priva di indicazioni sulla data e sul luogo,
oltre all'anno 1993) di conferimento del mandato alla società P.I.A. di Gaeta,
riconducibile come noto a Vito Panati, rappresentata nell'atto da una certa
Paola Bonora, nella sua qualità di legale rappresentante. Il conferimento
ricalca quello già predisposto nel 1991 per la SEC, con la differenza che
questa volta il compenso riconosciuto alla mandataria è pari al 30% degli utili
(e non il 5% del fatturato come per la SEC). Degno di nota è il fatto che il
documento pone, quale termine del rapporto negoziale ".. la gestione
amatoriale ed in affitto delle navi da pesca somale e la commercializzazione
del pescato ...". Un ritorno al passato, insomma, con l'adozione dello
schema già utilizzato per Somit Fish e Shifco Malit.
Non è
possibile ancora a data certa l'inizio del rapporto con Panati (il quale
tuttavia, quale finanziatore e acquirente del pescato, come si ricorderà, è
presente nella vicenda fin dal suo inizio), sebbene lo stesso sia sicuramente
anteriore al 29 giugno 1993 (data di autentica della firma della Bonora) e al
13 luglio 1993 (data di autentica della firma di Mugne), come desumibile dalle
dichiarazione poste a calce del documento.
Gli
eventi cui abbiamo appena assistito sono singolarmente vicini alla
"squalifica" di Mugne dalle sue cariche in Shifco, avvenuta in data
30 giugno 1993, come da documenti in possesso della Commissione. Va registrato
ad onor del vero che l'autenticità degli stessi è stata negata nel corso della
audizione innanzi a questa Commissione, da Ali Mahdi, che non riconosce come
sua la firma posta in calce alla lettera indirizzata alla ambasciata italiana,
con al quale si " .. squalifica ufficialmente e revoca il potere di
gestione consegnato da questo governo al signor Mugne Said Omar, e nomina a
tutti gli effetti di rappresentanza per la gestione della menzionata flotta,
davanti alle Autorità italiane ed internazionali, al signor capitano di lungo
corso Mohamud Hussein Moghe..." .
D'altra
parte, quando Mugne viene ascoltato da Pititto nel 1996 (che è l'atto più
recente a nostra disposizione), la partnership con Panati è ancora esistente:
Mugne si dichiara ancora dipendente Shifco: ".... Io percepisco dalla Shifco
uno stipendio di 7 mila dollari al mese più rimborso spese ...." precisando
che "....poichè la Shifco è sempre in perdita e Panati deve anticipare le
spese di gestione, Panati come anticipa lo stipendio per i marinai lo anticipa
anche per me...".
Nessuna
parola quindi sulla "squalifica" di Ali Mahdi (negata peraltro dallo
stesso ex Presidente, lasciando aperto quindi l'interrogativo, tutt'altro che
di secondo piano, circa le ragioni alla base della produzione di quel
documento).
Tornando
al subentro di Panati a Pozzo, è interessante anche quanto il primo ha
dichiarato ai Carabinieri di Gaeta: "... Tale intervento commerciale di
Pozzo durò fino al 1993, quando dopo numerose offerte e pressioni dovute
all'entrata in crisi del cantiere, mi convinse ad assumere la gestione delle
navi, senza però che io accettassi di acquisire le azioni della Shifco Malit...".
Ci troviamo dunque dinanzi all'ennesima dichiarazione che vuole che sia Pozzo
il reale demiurgo delle vicende del progetto di pesca, in negazione a quanto
riferisce Mugne sullo stesso punto, che non cita affatto la intermediazione di
Pozzo nella individuazione di Panati e dichiara: "... io conferii il
mandato di gestione a Panati perché lui acquistava il pesce somalo dal 1982 ed
io lo conoscevo come persona onesta..." .
Infine,
sempre innanzi ai Carabinieri di Gaeta ha deposto il responsabile amministrativo
di Shifco, tale Augusto Spina, il quale ricostruisce la storia della società
somala, narrando i vari spostamenti di sede (in Italia) conseguenti ai ripetuti
riassetti societari e commerciali della società: "....da metà dicembre
1989 a metà aprile 1991 la gestione è stata condotta presso gli uffici della Malit
srl di Reggio Emilia, di cui non conosco l'indirizzo. Successivamente, fino al
31.5.1993, tale gestione è stata condotta presso gli uffici della SEC di
Viareggio, Via dei pescatori 56. A decorrere dal 1 giugno 1993, la gestione è
stata condotta presso gli uffici della PIA di Gaeta...".
Anche
Florindo Mancinelli innanzi ai consulenti della Commissione conferma gli
spostamenti delle sedi di Shifco Malit in coerenza con i vari avvicendamenti
societari: " ... (I Malavasi) li conoscevo tutti. Il rapporto con la
famiglia risale ai tempi in cui io lavoravo per conto della Shifco a Ca del
Bosco di Sotto (RE), trasferitici da Viareggio (ovvero dagli uffici SEC). A Cà
del Bosco di sotto aveva sede la Shifco Malit i cui soci erano la Shifco e la
famiglia Malavasi...."
Per
concludere, si segnalano agli atti della Commissione, una serie di telex in
lingua inglese, muniti di traduzione in lingua italiana, provenienti da UNOSOM
II e diretti ai comandanti delle imbarcazioni della flotta Shifco. Dall'esame
degli stessi, prodotti nell'estate 1993, si apprende che a metà 1993 UNOSOM
tenta di sostituirsi allo Stato Somalo anche nella gestione della flotta di
pescherecci. A tal fine viene prodotta una lettera di intenti con PIA Spa, con
la quale ci si impegna a stipulare "..entro e non oltre il 30 settembre
1993, un contratto di joint venture riguardante l'attività della pesca
..." a patto che UNOSOM fornisca "... entro e non oltre 20 giorni
.... prova che ha il potere di rappresentare i proprietari delle summenzionate
navi somale ..." (ovvero il governo della RDS). Nelle more vengono dettate
disposizioni ai comandanti delle navi, in quel momento in navigazione. Tutto
decade e la questione diviene tamen non esset, come si desume dal telex
datato 7 ottobre 1993, diretto anche a Mugne, con il quale UNOSOM informa di
non essere in grado di " ... dare la prova che ha il potere di
rappresentare i proprietari della flotta Shifco ...".
Sviluppo
della Schifco Malit Italiana - Schifma
Si è
visto come, a margine dell'accordo con Malavasi, viene creata in Italia una
società ad hoc, la Shifma, con l'intenzione, si ritiene, di disporre di una
struttura di diritto italiano che rappresentasse nel nostro Paese le attività
di Shifco, la quale, si ricorda, è sempre stata sedente in Somalia.
Nulla
quaestio sulla scelta operata dal duo Mugne - Malavasi, vale la pena tuttavia
in questa sede analizzare lo sviluppo della società italiana, poiché il fatto
che Shifma fosse l'unica persona giuridica italiana costituita sotto l'insegna
di Shifco ha generato molti equivoci presso gli inquirenti chiamati a riferire
sulle vicende giudiziarie di Shifco Malit: interrogando le banche dati,
infatti, si ottengono unicamente le risultanze relative alla partecipata
italiana che, come vedremo, a seguito del divorzio con Malavasi, prenderà una
strada sua propria e del tutto sganciata dalla controllante.
La Digos
di Roma, delegata da Ionta ad esperire indagini sul conto della Shifco, produce
una nota informativa in cui scrive che "...La Shifco, compiutamente
denominata "Shifco Malit Italiana Shifma srl" era in origine una
società di diritto somalo, detenuta per il 49% dal governo somalo tramite la
società Shifco Somali Higo Seas Fishing ed il 51% dal gruppo Malavasi di
Bologna ...".
Nel
Passaggio appena citato si cela appunto l'equivoco di cui si è parlato: abbiamo
infatti ben visto che Shifma non è affatto una evoluzione di Shifco Malit, né
tantomeno di Shifco, è bensì una compagine del tutto autonoma le cui quote ben
possono essere cedute a terzi.
Alla luce
di questo chiarimento va quindi letto il successivo decorso della vita di
questa società, che il 07.07.1992 viene amministrata da un certo Gianluca Solci,
un giovane di appena 27 anni, che il 15 aprile 1994 ne trasferisce la sede,
dall'originaria Via del Senato in Milano, a Roma, in un condominio di Via
Tuscolana (una sede fittizia come dimostreranno gli accertamenti effettuati sul
posto dalla Digos di Roma, che tuttavia rileveranno nello stesso palazzo uno
studio commercialista che riceve corrispondenza di altre società riconducibili
al Solci). Il 3 ottobre 1994, infine, la società viene messa in liquidazione,
amministratore straordinario lo stesso Solci, dopo essere stata nuovamente
trasferita nel comune di Arsoli, alle porte dell'Abruzzo.
Con il
trasferimento a Roma, la società cambia denominazione in "Shifco
Italiana s.r.l." sancendo così anche formalmente la separazione da Malit
srl, e muta il proprio oggetto sociale in "...acquisto di macchinari e
impianti per l'elaborazione di dati, ecc.." scomparendo ogni riferimento
alla pesca e alla gestione della flotta somala.
Fra le
società che la Digos apprende avere sede nell'anonimo condominio di via
Tuscolana vi è, tra le altre, anche la Blindo srl. Tanto si evidenzia in quanto
sia Shifco Italiana che Blindo (anche essa amministrata a partire dal 29.4.1994
da Solci), insieme a diverse altre società, saranno oggetto di approfondimenti
investigativi da parte della Procura di Milano, nell'ambito del p.p. nr.
4463/95 a carico di Alessandro Benedetti + altri, a seguito di una indagine per
bancarotta sulla "Magnetofoni Castelli".
La
consulenza tecnica affidata al perito della Procura, tale Giandomenico
Bellavia, ha evidenziato forti legami fra il Benedetti e il Solci, che pare
essere uno dei prestanomi cui, nell'ipotesi di quella A.G., l'indagato si
serviva per controllare in via mediata diverse società, fra cui la stessa Shifco.
In
allegato alla perizia presentata dal Bellavia è anche presente uno schema
riepilogativo dell'evoluzione della compagine sociale di Shifco Italiana, (All.
25) che pare assai prezioso per tracciare la pur breve storia della stessa, fin
dall'inizio. Esaminandolo, apprendiamo che:
- dal
30.7.1990 al 15.9.1990 la Shifco malit Italiana srl è suddisiva in ragione del
49% a Malit e 51% a Shifco Malit;
- dal
15.9.1990 al 7.7.1992 è suddivisa in ragione del 32,835% a Malit e 67,165 a una
certa Ersilia Serra, nata a S.Giovanni in Persicelo (BO) il 23.12.1946;
- dal
7.7.1992 come si è già visto subentra il Solci che detiene il 90% delle quote,
mentre il restante 10% è in mano a tale Antonio Massimo Baldassarre, nato a
Milano il 23.12.1946.
Otteniamo
così un dato che ci mancava: alla fine del rapporto Malavasi - Mugne viene
regolarizzata anche la posizione della società italiana con l'uscita totale
della parte somala e con il subentro di una signora emiliana che detiene il
pacchetto di maggioranza. L'ingresso di Solci (Benedetti?), quindi, è soltanto
sui due soggetti italiani (Malavasi e Serra) e a distanza di due anni
dall'uscita di Mugne, il quale pertanto non è detto che sia a conoscenza di
tale sviluppo9.
5. La questione dei documenti in possesso di
Marocchino
Nel corso
di uno dei colloqui telefonici (intercettati) tra il consulente della
Commissione Di Marco e Giancarlo Marocchino, precisamente in data 6 luglio
2005, quest'ultimo ha fatto riferimento alla disponibilità da parte sua di
documentazione dal contenuto particolarmente delicato, relativa alle attività
di apparati istituzionali in Somalia (potrebbe trattarsi dei documenti cui si
fa cenno nelle telefonate registrate nel corso dell'inchiesta di Asti) e la
conoscenza di circostanze di particolare interesse per le indagini della
Commissione (armi e rifiuti).
In ordine
alla possibile natura dei documenti ancora in possesso di Marocchino, va
evidenziato che lo stesso ha subito, nel 1998, un procedimento penale ad Asti
(conclusosi alla fine del 1999) proprio con l'accusa di aver sottratto, nel
marzo 1994 e nel novembre 1995, atti e documenti riservati dell'Ambasciata
italiana in Mogadiscio e del FAI, conservati presso la predetta Ambasciata.
Il
procedimento - scaturito dalla registrazione di conversazioni telefoniche tra
Marocchino e Claudio Roghi, entrambi indagati dalla medesima Procura per altri fatti
relativi a traffici di rifiuti e riciclaggio - si è concluso con una sentenza
del GUP di Asti di non luogo a procedere perché il fatto non sussiste.
Di
seguito un passo significativo della sentenza resa in data 9.12.1999 nel procedimento
n. 296/98 RGNR: "...venivano registrate alcune conversazioni tra
Marocchino Giancarlo e Roghi Claudio in cui il primo riferiva di essere in
possesso di documenti che l'ambasciata italiana in Mogadiscio gli aveva
affidato in custodia in uno dei suoi magazzini quando vennero compiute le
operazioni di evacuazione della ambasciata (tel. 228 del 20.12.1997 in cui
Marocchino testualmente dice "quando qui è nato il problema che è stato
l'evacuazione dell'Ambasciata... tutti i documenti dell'Ambasciata li hanno
messi dentro in certe casse e nelle casse e mi hanno dato tutta la roba
dell'ambasciata e della Cooperazione Italiana da mettere... in magazzino ...
che poi quando loro venivano giù... si ritiravano tutta la roba.... Mi
segui...". Nella medesima conversazione il Marocchino, nel riferire il
contenuto di un colloquio da lui avuto con "tre uomini" che
chiedevano notizie su tali documenti, aggiunge di aver loro detto che tutto era
andato distrutto nell'incendio ma che in realtà "è bruciato tutto e una
parte di roba sono ancora nei contenitori, perché i contenitori sono lì... sono
incasinati... c'è mobilio, c'è roba... bo... allora loro mi vanno io... noi
qua... qui c'è dei problemi... allora diciamo che te..., che tutta la roba è
bruciata e buonanotte suonatore... in realtà... sì qualcosa è stato bruciato ma
tanta roba io ce l'ho ancora in mano... allora abbiamo in mano della roba
che... salta Ministero degli esteri, salata., salta Cooperazione Italiana.,
salta tutta la Madonna., in più .. manco a farla apposta., in più quando sono
stati... l'evacuazione dei militari in porto .. e tutti i dossier e tutto
quanto in porto... destino buono un contenitore è... non si il perché... non è
stato imbarcato... e me l'hanno dato in consegna. Quando l'ho aperto era un archivio
... viaggiante... c'era un arsenale anche lì di documenti").
Dopo aver
detto che tali documenti contengono "cose scottanti", che potrebbe
"far saltare il ministero degli esteri", che si tratta di
"dossier" ovvero di "un arsenale di documenti..." che
potrebbero essere utilizzate per esercitare pressioni sui governanti locali
(infatti nella citata conversazione n. 228, Marocchino Giancarlo dice "le
tireremo fuori quando arriva il nuovo governo, vediamo..., e vedrai quanta
gente... che li rimando indietro quando scendono dall'aereo, li faccio di nuovo
risalire e li mando di nuovo indietro.., io questa soddisfazione..., io volevo
solo questa soddisfazione.."), il Marocchino aggiunge di avere intenzione
di pubblicare un libro autobiografico in cui riferire i fatti importanti della
sua avventurosa vita (tra cui proprio le vicende in tema di cooperazione
italiana in Somalia e l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin) e che i
documenti di cui sopra possono servirgli a dimostrare la verità di quanto da lui
scritto nel libro nel caso in cui qualcuno lo definisse bugiardo".
In
particolare, il giudice evidenziava nella sentenza che, pur nella evidenza
delle frasi intercettate (che non lasciavano dubbi sul fatto che Marocchino
sosteneva di possedere ancora carte "scottanti"), non vi era prova
sufficiente a sostenere che i documenti in possesso dell'imputato fossero
quelli, riservati, dell'Ambasciata e del FAI e fossero quindi da qualificare
come concernenti l'interesse politico dello Stato. Ciò in quanto esistevano i
verbali dei Carabinieri circa la presa in consegna del materiale dell'Ambasciata
al momento dell'evacuazione, esistevano documenti del Ministero che
dimostravano che la documentazione del FAI era stata trasferita in Italia sin
dal dicembre 1993, non c'erano prove che archivi FAI fossero andati smarriti e
pertanto anche a ritenere che alcuni documenti fossero finiti nelle mani
dell'imputato, non era possibile sostenere che si trattasse di documenti di
interesse politico dello Stato (si noti che Marocchino aveva dichiarato che i
documenti di cui parlava nella telefonata erano suoi personali, di tipo
commerciale, da cui risultavano trasporti effettuati da aziende italiane a
cantieri somali in cui erano indicate merci diverse da quelle effettivamente trasportate:
mercedes, mobili e marmi pregiati al posto di materiale edilizio, elettrico,
ecc.).
Sul punto
va rilevato che nonostante le ripetute richieste da parte di Di Marco (si
vedano le telefonate del 11 luglio, 12 luglio, 1 agosto, 31 agosto, ecc.) Marocchino
non ha più consegnato i documenti di cui ha parlato, spiegando che essi si
trovano nella sua abitazione di Mogadiscio e che deve trovare il modo per farli
giungere in Italia.
Deve
inoltre notarsi che il 13 luglio Marocchino ha incontrato Di Marco e gli ha
esibito un faldone contenente fatture emesse per lavori eseguiti in Somalia
negli anni 1993-1994, rappresentando che si trattava dei documenti che gli
erano stati mandati da Mogadiscio e a cui faceva cenno in una telefonata, ma
che non erano quelli da lui richiesti e utili per la Commissione. Sollecitato
dal consulente, Marocchino ha poi dato il consenso all'acquisizione dalle carte
utili per le attività investigative in particolare, Marocchino fa spesso
riferimento al suo difficile rapporto con gli americani al tempo di Unosom,
rilevando come all'epoca assai significativo era il ruolo della Brown &
Root, agenzia che si occupava di molti settori (è quella che si è occupata di
ospitare i cadaveri dei giornalisti essendo fornita di una 'morgue'), all'apparenza
società privata ma in realtà legata ai servizi di sicurezza americani, con
un'importanza decisiva negli affari economici che si svolgevano a Mogadiscio e
in Somalia in generale. Il contrasto di Marocchino nasceva dal fatto che spesso
le sue offerte erano assai più convenienti perché il guadagno previsto era
assai inferiore di quello che la Brown & Root perseguiva e ciò gli procurò
l'antipatia degli americani (lui riconduce a questo anche l'accusa che gli
venne rivolta di traffico di armi).
6. L'informativa del M.llo Vacchiano
Anche la
Procura di Torre Annunziata, attraverso l'inchiesta denominata "cheque to
cheque" condotta dal maresciallo Vacchiano, comandante della Stazione dei
CC e ciò gli procurò l'antipatia degli americani (lui riconduce a questo anche
l'accusa che gli venne rivolta di traffico di armi).
Nella sua
voluminosa informativa generale, Vacchiano ripercorre alcune vicende connesse
all'uccisione dei due giornalisti italiani, partendo dal periodo che va dal
1988 in avanti, che vede coinvolti sia esponenti politici come Craxi,
Pillitteri e lo stesso Presidente somalo Barre e soprattutto l'onnipresente
Omar Mugne.
Vacchiano
parte dall'assunto che la cooperazione italo-somala non era altro che lo
strumento attraverso il quale sia gli italiani che i somali accumulavano
tangenti per costituire fondi neri con i quali trafficare in armi e si spinge
tirare in ballo personaggi come Cardella, Cammisa e più in generale le attività
connesse alla comunità "Saman" di Trapani, coinvolgendo contemporaneamente
i servizi segreti che avvallerebbero le forniture segrete di armi alle fazioni
somale in lotta, Gladio e non meglio specificati "centri non ufficiali di
intelligence e unità per interventi speciali".
Vacchiano
cita numerosi personaggi italiani tra i quali Marocchino, Giovannini,
Miragliotta e Zaganelli i quali secondo le sue ipotesi, avvalendosi delle loro
conoscenze, acquisite "nel contesto dei servizi di sicurezza dei due
paesi", avevano sviluppato una loro autonoma attività di traffico di armi,
chiaramente non si poteva dimenticare del già menzionato Mugne al quale dedica
addirittura un'intero paragrafo.
Avvalendosi
delle dichiarazioni del collaborante di giustizia Elmo Francesco, Vacchiano
arriva ad indicare Omar Said Mugne come un "trafficante di armi di livello
internazionale", legando le attività illecite di quest'ultimo alla
cooperazione italiana e ad esponenti del P.S.I.. Poi dai sospetti che
coinvolgevano Mancinelli - faccendiere che prima di morire, rilasciò
dichiarazioni relative al ruolo di alcune aziende, imprenditori e politici che
in Somalia che attraverso i fondi della cooperazioni si erano arricchite - entra
in gioco un personaggio sempre presente quando si tratta di servizi deviati,
Aldo Anghessa.
Vacchiano
cerca di ripercorrere nella sua informativa il periodo che va dalla fine degli
anni '80 alla fine degli anni '90, connettendo la Schifo, il declino del potere
di Siad Barre e l'esigenza di ottenere nuove forniture di armi, che, assicurate
da esponenti del P.S.I., viaggiavano per l'appunto tramite i pescherecci della
Schifo. Caduto Barre, Mugne avrebbe legato con i nuovi padroni della Somalia,
ovvero Ali Mahdi e Aidid, trasportando per loro grosse partite di armi che poi
avrebbe distribuito tanto all'uno quanto all'altro signore della guerra.
Si parla
poi del sultano di Bosaso (quell'Abdullai Yussuf che alza il tiro sequestrando
con le sue milizie i pescherecci che violerebbero, i diritti di pesca dei
migiurtini, mentre di fatto attuerebbero il traffico di armi), di Giancarlo Marocchino
(segnalato "come trafficante d'armi di una certa rilevanza", che
"fornì armamenti ad entrambe le fazioni, ma in particolare a quella di
Aidid"), e del fatto che "nel corso dell'indagine che la giornalista
Ilaria Alpi" stava conducendo in Somalia, si era imbattuta negli scandali
legati alla cooperazione, al traffico di armi, al ruolo ricoperto dal Mugne e
dalla Schifo (scrive infatti che appare singolare "constatare che
sull'unico taccuino rinvenuto sul corpo di Ilaria Alpi compariva una specifica interrogazione
circa l'utilizzo di 1400 miliardi che risultavano stanziati dalla
cooperazione", quindi conclude che pare assolutamente plausibile
attribuire al Mugne l'organizzazione e la preparazione del delitto, d'altronde
"fonti somale e italiane ad altissimo livello...lo indicano come mandante
dell'omicidio"),
Il M.llo
Vacchiano si dilunga molto, nella sua indagine, su aspetti specificamente
legati al caso Alpi, pur essendo quella indagine a lui completamente preclusa,
sia per motivi di competenza (il delitto avvenuto all'estero è di competenza
della procura di Roma) sia perché all'epoca pendeva a Roma, dinanzi ad altro
magistrato il procedimento espressamente dedicato al duplice omicidio.
Va qui
precisato che nessuno degli assunti da lui esposti nell'informativa trovò
conforto in elelementi probatori di rilievo, tanto che il procedimento venne
del tutto archiviato
Note:
1 Il doc.
n. 3.151 di questa Commissione contiene molti dei citati atti: relazioni,
documenti, statistiche, progetti, ecc.
2 Doc.3.151
pag. 67.
3
Doc.132.0 "Sentenza di assoluzione della Corte d'Appello di Roma nel proc.
contro Martinez, Citaristi, Forte e Lodigiani".
4 doc.75.0
"Sentenza d'appello di assoluzione della Corte dei Conti contro il
sen.Forte per il progetto Garoe-Bosaso, pronunciata il 26 marzo 2001.
5
Doc.203.9 pag. 19.
6 doc.4.22
pag. 14.
7
doc.203.9 pag. 71.
8 "Ci
si potrebbe soffermare sui metodi di acquisto e allevamento del bestiame, dei
contratti convenuti con i contadini somali, si acquista bestiame sottocosto dai
nomadi e lo si rivende incamerandone il plusvalore che va tutto all'azienda
italiana proprietaria dell'allevamento ecc... Del fatto che il FAI finanzia
un'azienda che impiega il lavoro coatto (moderna forma di schiavitù)
incentivando nei fatti la guerra civile somala, la soc. "Shifco"
dell'ing. Mugne che inizia la sua attività con la gestione dei pescherecci e
della nave frigo alla quale non vengono montati inizialmente i containers frigo
ecc..."
9 Sul
settimanale "L'Espresso" in data 30.06.2005 compare il seguente
articolo, riferito alle indagini effettuate dalla Procura di Milano:
Dalle navi
somale ai servizi francesi
Tra le
società che secondo la Procura sono riferibili ad Alessandro Benedetti, ce ne
sono un paio dalla storia curiosa. La Shifco Srl, usata per una triangolazione
miliardaria dal gruppo Emmeci nel 1992, era stata fondata nel 1990 nell'ambito
della cooperazione italo-somala. La Shifco
diventa
famosa dopo la morte di Ilaria Alpi perché la giornalista del Tg3 fu uccisa nel
'94, proprio dopo avere fatto un'intervista al porto di Bosaso sui traffici
effettuati con le navi comprate dalla Shifco. "Bosaso, Mugne, Shifco,
1.400 miliardi (fondi Fai) di lire...dove è finita questa impressionante mole
di denaro?", c'era scritto su un appunto trovato sulla sua scrivania dopo
l'uccisione a Mogadiscio. "La Shifco coinvolta nelle vicende del gruppo
Emmeci non c'entra nulla con la Somalia", spiega Benedetti.
Effettivamente, dopo l'ingresso nella galassia Emmeci nel 1992, la Shifco non
si occupò più di navi né di Somalia. Interessante anche il profilo della
Company for Commerce in Europe, amministrata da Benedetti insieme a un tale
Malik Zegdudi, definito dal perito Bellavia un "combattente libanese"
mentre per Benedetti "era un algerino, figlio di Sherif Zegdudi,
presidente dei combattenti musulmani in Francia, fregiato della legion
d'onore". Nell'interrogatorio Benedetti aggiungeva che Zegdudi senior
aveva lavorato per i servizi francesi.
Traffico d’armi
Riportiamo
ampie parti della bozza di relazione finale distribuita ai Commissari in data
20 febbraio 2006 dal Presidente Taormina e da lui sostituita nella relazione
finale da un testo diverso.
La connessione tra
l’omicidio ed il traffico di armi
Premessa
Sia la
sentenza di primo grado che quella di appello (con cui la
Corte d’assise è pervenuta alla condanna di Hashi Omar Hassan) mettono in
evidenza come negli interessi giornalistici della Alpi e di Hrovatin e nei
risultati del viaggio a Bosaso vadano ricercate le motivazioni del duplice omicidio.
Su tale
punto si sofferma in particolare la sentenza di appello, che insiste sulla non causalità
del viaggio a Bosaso (programmato dalla Alpi prima della partenza dall’Italia)
in ragione delle indagini che aveva intenzione di effettuare per approfondire
temi legati al traffico di armi, all’intreccio con la mala cooperazione e il
traffico di rifiuti tossici, nonché sui successivi approfondimenti effettuati a
Bosaso dalla Alpi e da Hrovatin in merito al sequestro della nave della Faraax
Omar, al tentativo di salire a bordo della nave per intervistare l’equipaggio e
i sequestratori, ai carichi trasportati dalla nave in sequestro e dalle altre
navi della Shifco, alla ricerca di riscontri agli ipotizzati traffici illeciti,
ai contenuti dell’intervista al sultano di Bosaso e agli argomenti ivi
trattati, alle domande poste al capitano del porto e al responsabile Unosom di
Bosaso .
La
successiva sentenza di Assise d’appello, conseguente alla pronunzia della
Cassazione (che confermando l’affermazione di responsabilità e la condanna di
Hashi Omar Hassan per il duplice omicidio, invitava a una nuova pronunzia sulla
aggravante della premeditazione), espungeva dall’accertamento processuale la
certezza del mandato omicidiario conferito ad Hashi Omar Hassan e indicava come
temi di approfondimento da effettuarsi in altra sede quelli del movente e degli
eventuali mandanti.
La
sentenza in questione ha posto una serie di interrogativi, relativi alle
minacce che potevano aver subito in Bosaso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, emergenti
da un appunto del Sismi, agli ipotizzati (e non provati in sede processuale)
coinvolgimenti di numerosi soggetti, al contesto e alle motivazioni in cui
l’omicidio poteva essere maturato, non senza omettere di porre l’accento sul
lavoro svolto dai due giornalisti a Bosaso.
Su queste
basi si è mossa la Commissione, svolgendo numerosi accertamenti ed
approfondimenti.
Analisi dei filmati relativi all’ultimo viaggio in
Somalia
Innanzitutto
la Commissione ha recuperato ed esaminato i filmati relativi all’ultimo viaggio
in Somalia per ricercare elementi di possibile sviluppo dell’inchiesta.
Restano
peraltro gli interrogativi se i filmati recuperati siano tutti quelli
effettivamente girati da Hrovatin, non essendo stato possibile recuperare i
block notes con l’indicazione dei time-code dei servizi, pur annotati dai due
giornalisti.
Sul punto
– che viene trattato in altra parte della relazione - si richiamano le
testimonianze di Giovanni Porzio e Gabriella Simoni.
Va subito
chiarito che l’esame dei filmati ha consentito alla Commissione alcune
ricostruzioni cronologiche basate sull’esame dei filmati, tenendo conto anche
di dati documentali acquisiti, quali le ricevute delle telefonate da Bosaso,
messe a disposizione della famiglia e la lettera dell’aprile 1994 di Valentino
Casamenti a Massimo Loche, e dei ricordi dei testi in grado di riferire
elementi utili sul soggiorno dei due giornalisti a Bosaso.
È stato
così possibile stabilire che il filmato del 15 marzo 1994 testimonia che quella
mattina al porto di Bosaso Hrovatin, prima dell’incontro con il Bogor, riprese
l’attività di carico e scarico di merci con una lunga carrellata sulle navi e
sulla banchina e con la Alpi intervistò il dott. Kamal; nel pomeriggio del
medesimo giorno si colloca l’intervista ad Abdullahi Moussa Bogor, il cd
Sultano di Bosaso, nel corso della quale, tra i vari temi, il Bogor affronta –
sollecitato dalla Alpi – la questione Omar Mugne, che dopo la caduta del regime
di Siad Barre si era appropriato dei pescherecci ricevuti dalla cooperazione,
mostrando un certo fastidio quando la Alpi pone domande sulla nave della Shifco
sequestrata al largo di Bosaso, sui marinai italiani che sono a bordo, sulla
società italiana che gestisce la flotta.
Il
filmato si interrompe due volte e la non consequenzialità dei discorsi e i
brandelli di conversazione che ne derivano hanno dato adito all’ipotesi
investigativa che il sultano potesse aver chiesto di non registrare quanto
dichiarato sul tema del traffico di armi. Ipotesi dallo stesso Bogor avvalorata
nel corso dell’intervista rilasciata a Gibuti al giornalista Torrealta
nell’ottobre 1994 e successivamente nelle
dichiarazioni rese al PM dott. Pititto, nel giugno 1996. Ipotesi ancora
ripercorsa dalla Commissione che è riuscita ad ottenere la presenza in Italia
del “sultano” nel febbraio 2006 e ad assumerne direttamente le dichiarazioni.
Rinviando
ad altro punto della relazione è qui opportuno anticipare che il Sultano,
dinanzi alla Commissione, ha analizzato i contenuti dell’intervista rilasciata
a Ilaria Alpi, accreditando la tesi che la registrazione dell’incontro in
possesso della Commissione non fosse quella integrale, per essersi egli
soffermato a parlare con i due giornalisti di traffici di armi a telecamera
accesa – cosa che non sembra emerge dal filmato in atti - e per essere durata
la registrazione due o tre ore.
Ai fini
della presente trattazione è d’uopo qui sottolineare come gli interessi
giornalistici di Ilaria Alpi, descritti dai testi auditi dalla Commissione e
risultanti dalle pregresse conoscenze professionali della Alpi trovino, quindi,
riscontro nell’esame dei filmati che la Commissione è riuscita a recuperare e
nelle dichiarazioni assunte in audizione.
L’ulteriore
esame dei filmati ha consentito alla Commissione di verificare che
effettivamente Ilaria Alpi e Miran Hrovatin diretti a Gardo, a metà strada fra Garoe
e Bosaso, hanno percorso la strada costruita con i fondi della cooperazione
italiana, il cui interesse era stato richiamato telefonicamente alla
Alpi da Alberizzi prima della partenza da Mogadiscio per Bosaso (cfr
testimonianza Alberizzi) .
La
Commissione non ha potuto ricostruire tutti i movimenti dei due giornalisti nei
giorni 14 e 15 marzo, per stabilire se i fimati rispecchino effettivamente
tutto il girato nelle zone di Garoe e Gardo (da cui Ilaria e Miran dissero di
provenire) ma è comunque in grado di affermare che il mercoledì 16 marzo Ilaria
e Miran persero il volo da Bosaso a Mogadiscio e si sono trovati in condizione
di dover prolungare il soggiorno in Bosaso in attesa del primo volo utile per
il rientro a Mogadscio (quello di domenica 20 marzo). A seguito di questo
inconveniente, chiesero ed ottennero ospitalità alla ONG Africa 70, i cui
componenti stavano rientrando proprio il 16 marzo da Gibuti dopo essere stati
obbligati ad allontanarsi da quella sede dalle autorità locali per oltre due
mesi.
Ed è
significativo che Africa 70 sia proprio la ONG il cui nome era annotato nell’agenda
di Ilaria Alpi, con l’ulteriore indicazione Bosaso, in data precedente alla
partenza dall’Italia per Mogadiscio, come è stato accertato in giudizio a
seguito della produzione del documento nel corso del processo contro Hashi Omar
Hassan dal difensore di parte civile, della famiglia Alpi, avv.Guido Calvi.
La ricostruzione
dei giorni trascorsi a Bosaso da questo momento si arricchisce di ulteriori
dati: la lettera di Valentino Casamenti a Massimo Loche dell’aprile 1994 (in cui si riepilogano i
movimenti, gli incontri, i tentativi della Alpi di assumere informazioni anche
presso Unosom di Bosaso sulla nave sequestrata oggetto – tra i vari temi - dell’intervista
al Sultano), i ricordi dei cooperanti, i
filmati recuperati.
È
possibile quindi stabilire che prima di rientrare a Mogadiscio i due
giornalisti sono tornati al porto dove Hrovatin ha ripreso ancora le attività
di carico e scarico di merci (cemento, riso, farina, fusti), poi, prima di
filmare un lungo giro al mercato, la Alpi ha intervistato il Capitano del
Porto, Mohamad Abshir Omar, e il rappresentante Unosom, Dardo Scilovic.
Il primo,
che è anche capo dell’SSDF, afferma che i sequestri delle navi e le richieste
di pagamento di riscatto sono legittimi e costituiscono una sorta di tassazione
delle licenze di pesca e anche Scilovic sembra in qualche modo giustificare
questo sistema di pedaggi forzosi.
Gli interessi
professionali della Alpi sul traffico di armi ed il sequestro delle navi
In
secondo luogo la commissione ha ricercato ogni elemento utile sui pregressi
interessi professionali della Alpi e su quali potessero essere le ragioni del
viaggio a Bosaso e dell’interesse ai sequestri delle navi e al traffico di
armi.
Sono
stati pertanto, visionati i filmati recuperati presso la RAI delle precedenti
missioni in Somalia, ben sette, di regola insieme all’operatore Alberto Calvi.
Dai
filmati emerge un’attività professionale volta a testimoniare la complessa
realtà di un paese travagliato dalla guerra civile e da miseria e fame nel
quale le forze internazionali, ivi comprese quelle italiane, cercano di riportare
la pace con l’operazione Restore Hope, avviata nel dicembre 1992: le incursioni
americane alla ricerca del generale Aidid e le minacce di questi ad italiani e
forze ONU, la presenza del fondamentalismo islamico e le attività delle Ong
islamiche in Somalia, i progetti delle Ong internazionali scolastici,
familiari, sanitari a favore degli orfani e delle donne, le difficoltà
operative derivanti da cultura e religione.
Gli
interessi di Ilaria Alpi sono così testimoniati dai servizi giornalistici, ma a
questi si affiancano i progetti su cui Ilaria stava lavorando da tempo, senza
ancora tradurli in interviste o resoconti, che sono riferiti da coloro con cui
la giornalista aveva rapporti professionali.
L’analisi
complessiva dei filmati ha, quindi, messo in rilievo la discordanza tra
l’effettiva attività di cronaca della Alpi ed il quadro professionale
prospettato da alcuni suoi colleghi, di persona interessata prevalentemente al
“sociale”, mentre trovano pieno riscontro
le testimonianze di Calvi, il quale pone sempre in evidenza l’approccio
‘politico’ dei servizi e l’interesse per alcuni temi quali il traffico di armi
e droga e la malacooperazione.
I
filmati, infatti, dimostrano un impegno critico costante della giornalista,
determinata, a quanto testimonia Alberto Calvi, a “non fare da grancassa a
nessuno”, in particolare ai contingenti italiano ed americano, nel rispetto
della linea editoriale del Tg3.
Dati documentali e
fonti testimoniali
La
Commissione ha ricercato elementi, attraverso dati documentali e fonti
testimoniali, per stabilire quali potessero essere gli interessi giornalistici
di Ilaria e Miran nell’ultima missione e se vi fosse un interesse specifico
per Bosaso.
In questa
ottica sono stati auditi dalla Commissione numerosi giornalisti; peraltro si
ritiene qui di sintetizzare le dichiarazioni di alcuni di coloro con cui Ilaria
ha intrattenuto maggiori rapporti di collaborazione professionale.
Non è
stato possibile fare un analogo approfondimento per Miran Hrovatin, in ragione
del fatto che la tragica missione del marzo 1994 era per Hrovatin la prima
esperienza in Somalia.
Il
giornalista Sandro Curzi, già direttore del TG3, ha riferito delle conversazioni che ebbe con
la Alpi prima dell’ultimo tragico viaggio; era molto contenta di questa
ulteriore occasione di lavoro in Somalia anche perché era particolarmente
interessata ad approfondire alcune tematiche legate alla cooperazione italiana;
“Aveva la sensazione che ci fossero delle questioni ed era molto indecisa se
vi fosse un collegamento tra il traffico di armi e la cooperazione. Parlava di
una sorta di intreccio tra tutte queste cose.”
Le
dichiarazioni di Sandro Curzi alla Commissione Alpi sono in linea con con
quanto dal medesimo dichiarato alla Commissione Gallo e al processo di I grado contro
Hashi Omar Hassan.
Ma non
solo. Alessandro Curzi ha precisato che sicuramente il problema del traffico di
armi era un argomento ben noto nell’ambiente della redazione del TG3, tanto
che: “Brescia è stato a lungo al centro dell'attenzione dei giornalisti per
il traffico di armi. Con il TG3 proponemmo un primo ed unico servizio su questo
problema, ma la cosa non ebbe seguito. Questo avvenne durante il periodo in cui
partì l'inchiesta su un traffico di armi del Sost. Proc. Palermo, della Procura
di Venezia. Il Magistrato fu il primo, già nel 1983 - 1984 ad occuparsi del
traffico di armi, ma fu prontamente "messo da parte".
Infine,
in relazione all’intervista al Sultano di Bosaso Curzi ha commentato che, pur
non conoscendo il reale motivo: “Conoscendola, non condivido l'ipotesi di
una intervista casuale fatta al sultano. Un'intervista, come quella fatta al
sultano, non è un lavoro casuale”.
Ancora
più marcata risulta essere la posizione assunta sul punto dall’operatore
Alberto Calvi, il quale, tra l’altro, aveva
condiviso pregresse esperienze lavorative con la Alpi in Somalia e che ha
riferito del progetto di Ilaria di andare a Bosaso quando stava organizzando il
viaggio del marzo 1994.
Al
riguardo appare opportuno ricordare che l’operatore Calvi ha riferito che: “La cosa sulla quale Ilaria ha sempre cercato
delle prove era il traffico di armi e di droga” affermando che questa e una sua personale
consapevolezza “perché non abbiamo fatto altro”. Ha inoltre
aggiunto che in tale settore d’interesse Ilaria seguiva, quale possibile pista,
quella dell’utilizzo delle navi Shifco ed il ruolo di Mugne e Giancarlo
Marocchino.
Sempre in
Commissione Calvi ha aggiunto che lui e Ilaria avevano un rapporto molto stretto con il giornalista del “Corriere
della Sera”, Alberizzi “è una cosa che succede normalmente; inoltre,
lavorando lui per la carta stampata e noi per la televisione, non eravamo
neanche in concorrenza diretta, perché noi le cose dobbiamo darle per primi,
rispetto alle televisioni. …. . Molti dei filoni, dei nomi che ho sentito, tra
cui Mugne, Bosaso, Shifco, li ho sentiti fare da Alberizzi in conversazioni
fatte con Ilaria.”
In
precedenza, alla Commissione Gallo, in riferimento ai pregressi viaggi in
Somalia, Alberto Calvi aveva chiarito quale fosse all’epoca la linea editoriale
della loro testata giornalistica e come questa influisse sulle tematiche da
affrontare.
Dello
stesso tenore risultano le dichiarazioni rese da Massimo Loche, capo redattore del TG3, secondo
cui le presunte attività illecite delle navi Shifco era patrimonio comune di
tutti i giornalisti che si recavano in Somalia, compresa ovviamente Ilaria
Alpi.
Anche in
precedenza il giornalista aveva dichiarato di essere a conoscenza che ci
fossero delle navi che trafficassero in armi” e questo problema era di
particolare interesse per la Alpi.
Sempre
innanzi alla Commissione Gallo i giornalisti Marina Rini, Gabriella Simoni e
Giovanni Porzio, pur escludendo che la Alpi stesse indagando su presunti
traffici di armi, ammettevano univocamente che “Sin dal 1993 tutti i
giornalisti erano a conoscenza di questo traffico” (Marina Rini); “In Somalia tutti i
giornalisti si sono occupati della Shifko e del sequestro delle navi”
(Gabriella Simoni); “Per quanto riguarda il
traffico delle armi, visto che se ne parlava, ho effettuato anch'io delle
indagini” (Giovanni Porzio).
In questa
stessa linea si pone la deposizione di Massimo Alberizzi alla Commissione, il quale peraltro – a precisa
domanda del Presidente (Lei ha dichiarato – esattamente nel 1995 – di non
ritenere che Ilaria avesse “acquisito elementi importanti e nuovi sul traffico
di armi”, deducendo che questa sarebbe la ragione per la quale non potrebbe
identificarsi il traffico e la conoscenza sul traffico di armi come causa
dell’omicidio. Sulla base di cosa ha fatto questa affermazione?) ha
risposto che la sua ipotesi era ancorata alla supposizione “ se Ilaria
avesse saputo, me lo avrebbe immediatamente detto.”
Peraltro
lo stesso Alberizzi ha puntualmente riferito che Ilaria Alpi aveva partecipato
con lui ad una intervista fatta alla moglie di Ali Mahdi Nourta, volta ad
acquisire elementi su traffici di armi interessanti la Somalia facendo
riferimento non solo alle attività di Giorgio Giovannini, ma anche a trasporti fatti
con navi e alla provenienza russa delle armi.
Le notizie acquisite
dai servizi
La
Commissione ha analizzato i documenti che riguardano il periodo che precede il
duplice omicidio e che appare opportuno qui in parte riportare, per quanto
riguarda alcuni spunti relativi all’inchiesta svolta:
3/5/1990
Centro SISDE Pescara: trasmette un appunto relativo a Corneli Francesco ed al
coniuge Lozzi Lucia, interessati a vario titolo in diverse società, Mancinelli
Florindo, e del noto fratello, Mancinelli Giancarlo, con interessi,
tra l’altro, in Somalia nella società Somali - Italian Fishing Co. (SomitFish
co.) con sede a Mogadiscio, con presidente Sidali Abdulle Barre, rappresentante
del Governo Somalo.
29/3/1991
Centro SISDE Livorno: richiesta di asilo politico di 14 cittadini somali alla
questura di Livorno. Segue elenco nomi. Si tratta di marittimi imbarcati sulla motonave
“21 Oktobar II” battente bandiera somala già ormeggiata nel porto di
Livorno proveniente da Gaeta, che hanno dichiarato di non voler tornare nel
proprio paese per la situazione politica ivi esistente.
3/2/1993
SISDE: Cittadino somalo Isse Ugas Abdulle… segnalato dal SISMI quale elemento
pericoloso dedito al traffico d'armi. Dall'esame di alcuni documenti in
possesso dello straniero, reperiti dal SISMI, è emerso un tentativo di
acquisire un ingente quantitativo di materiali d'armamento, vettovaglie e
medicinali vari da destinare al "Somali National Front", per
proseguire la guerriglia in atto nel Paese africano.…Il soggetto - dall’elenco
di utenze chiamate in Italia allegato all’appunto - risulta aver contattato,
tra gli altri, Mugne Said Omar.
2/3/1993
Centro SISDE Pescara: trasmette un appunto relativo ad articoli stampa
pubblicati su i quotidiani "Il Centro" di Pescara e "Il Tempo
d'Abruzzo" rispettivamente del 24 e del 25 Febbraio 1993, relativi a Mancinelli
Giancarlo, nato a Silvi (TE) il 21 Maggio 1941, e le Società "Somali
Italian Fisching Co.”, “Cooperativa Pesca Adriatica arl”, “SEC Società
Esercizio Cantieri SpA”, ivi citate, sono state oggetto di interesse.
30/3/1993
Centro SISDE: trasmette un appunto con allegato un articolo di stampa titolato
"Questo mitra sa di tonno" apparso in data 28 Febbraio 1993 sul
settimanale Espresso.
18.05.93
SISMI 2^ Divisione: telex circa: “… esponente somalo presente in Addis Abeba …
ha riferito … Ali Madhi avrebbe segnalato … l’esistenza di un traffico di armi
dalla Somalia allo Yemen utilizzando piccole imbarcazioni …tale Mugne
… della società Shifco … starebbe finanziando i capi di varie fazioni …sostegno
finanziario da Ali Mahdi a gen. Aidid.
7/2/1994
Centro SISDE Roma 1: Nell'approssimarsi del ritiro dei contingenti UNOSOM
dalla Somalia, a Mogadiscio la tensione è molto alta: la popolazione vive
nell'angoscia di ciò che avverrà all'indomani del 31 Marzo 1994. I
fuorilegge hanno tirato fuori, senza timore, le loro armi.
14/2/1994
Centro SISDE Roma 1: Seg.f.n.RMl.34570/59 del 7/2/1994. Nel breve periodo di
tempo che resta ai contingenti multinazionali dell'ONU per la partenza dalla
Somalia, si rinfocolano le ostilità tribali e, nel crescendo delle
rivendicazioni territoriali seguite anche da scontri militari, si registra un
aumento dell'attività di bande di fuorilegge che vanno a caccia
di tutto ciò che dispongono le organizzazioni umanitarie, da tempo presenti in
Somalia.
7.03.94 SISMI
2^ Divisione: Nota circa il sequestro del M/P Faarax Omar con a bordo
comandante Fanesi Nazzareno, direttore di macchina Delli Passeri Franco e
nostromo Sperduto Marco …
Le vicende note agli ambienti
giornalistici italiani
Il Centro
Sisde di Pescara Pescara, il 30 Marzo 1993 evidenziava un “articolo stampa
titolato "Questo mitra sa di tonno" apparso in data 28
Febbraio 1993 sul settimanale l’Espresso. “Le indagini cui si
riferiscono gli organi di stampa sono condotte dalla Procura della Repubblica
di Teramo ed il relativo fascicolo processuale è stato trasmesso -
unitamente al memoriale - alla Procura della Repubblica di Milano dove è stato
affidato alla Dott.ssa Gualdi del pool di Tangentopoli. In relazione a quanto
precede, si è appreso occasionalmente che il memoriale conterrebbe denunce
su attività illecite commesse dall'ex Sindaco di Milano Paolo Pillitteri,
da alcuni dirigenti di aziende italiane e da Siaad Barre
nell'ambito della assegnazione di appalti in Somalia. Mancinelli -
che avrebbe avuto funzione di intermediario - avrebbe dovuto percepire provvigioni
di circa 1500 milioni delle quali ne avrebbe intascati solo 50. Le ditte
aggiudicatrici dei lavori avrebbero versato tangenti per il 15% sul totale
ed alcune di esse avrebbero pagato a Siaad Barre importo in armi”.
Un mese
prima sul settimanale "Il Mondo" era apparso analogo articolo
in cui si illustrava una inchiesta della Procura di Milano relativa a queste
navi, e di tangenti per la loro costruzione pagate non in denaro ma
direttamente in armi.
L’inchiesta presso la
Procura di Milano
Il
sostituto Procuratore di Milano Gemma Gualdi nell’audizione del 13 giugno 1995
innanzi alla Commissione cooperazione, ha spiegato che l’inchiesta
presso la Procura di Milano conseguiva a una sentenza del Tribunale civile di
Milano.
Nella
inchiesta, attraverso vari passaggi di indagine, la Procura era giunta
all’esame delle attività della SEC cioè l’azienda che ha costruito, e per un
certo periodo anche gestito, le navi alle quali si erano interessati Alpi e
Hrovatin; in tale ambito era emersa la figura di Giancarlo Mancinelli.
Parallelamente
l’inchiesta si era sviluppata sulle attività della Giza S.p.A., su cui si riferirà nella parte relativa
alla cooperazione, ma che appare strettamente connessa con la vicenda dei
pescherecci Shifco.
Nella
medesima indagine la Procura di Milano acquisisce testimonianze, da parte di
persone abitualmente residenti a Mogadiscio delle quali non è stato possibile
verificarne l’attendibilità, secondo cui “la Camera di commercio
italo-somala e in particolare Craxi e Pillitteri facessero scambio di armi
come contropartita della fornitura di opere, servizi o costruzioni o
quant'altro ancora in quel territorio”.
Sempre la
dott.ssa Gualdi riferisce di aver raccolto le dichiarazioni di alcuni
marinai imbarcati sui pescherecci Shifco, “i quali riferiscono di
strani passaggi che avvenivano la notte durante i viaggi delle navi-frigo.
Essi specificano di essere stati imbarcati sulla nave «21 ottobre II», di
proprietà della società italo-somala Shifco che ha una delle sue due sedi
a Milano. I marinai riferiscono in particolare, si potrà leggerlo dai
verbali, della notte e del luogo in cui la nave si è fermata, dell'altra
nave che ad essa si è avvicinata, nave senza scritte né insegne, e della
piccola barchina che ha accostato la nave-frigo ed ha cominciato un lungo
trasbordo di casse di legno della lunghezza approssimativamente (è il
servizio militare prestato dagli uomini di casa che me lo fa ritenere) di
un fucile. Queste casse recavano la scritta CCCP. Forse si trattava di
armi datate. Sono queste le dichiarazioni che ho raccolto delle quali non
mi si chieda la verosimiglianza e l'attendibilità. Mi limito a riferire un
particolare che nasce dagli atti istruttori”.
Le dichiarazioni acquisite
dalla Commissione
La
Commissione ha particolarmente approfondito, mediante numerose audizioni, la
tematica del traffico di armi in Somalia.
Lo stesso
ex Presidente ad interim Ali Mahdi, ha sostenuto essere particolarmente agevole
il procacciamento delle armi in Mogadiscio visto il considerevole quantitativo
giunto negli anni precedenti al deposto regime di Siad Barre.
L’avv.
Douglas Duale ha rappresentato alla Commissione quanto viene comunemente
sostenuto in Somalia circa il coinvolgimento dei pescherecci Shifco nel
trasporto delle armi durante il periodo di Siad Barre; ha aggiunto che, successivamente
alla caduta di tale regime, il traffico di armi è continuato con le medesime
modalità: “dopo Siad Barre lì è diventato il mercato di tutti, presidente,
anche dai paesi dell’Est sono venute armi, che sono state importate anche dalle
navi della Shifco, come ha dichiarato il mio assistito, sultano di Bosaso”.
Tali armi provenivano soprattutto dall’est europeo.
L’avvocato
Duale ha quindi espresso il convincimento che il duplice omicidio potesse
essere collegato alle vicende dei traffici illeciti anche perché non aveva le
caratteristiche di un omicidio casuale.
Utili
informazioni sulla figura di Mugne e sul suo ruolo nel periodo del regime di
Siad Barre, sono state riferite in Commissione anche dal generale Gilao della
polizia somala.
Il
Generale Gilao ha altresì dichiarato che tra i trafficanti italiani di armi gli
era noto in Somalia Giorgio Giovannini e che entrambi i clan avevano ricevuto
armi da lui.
Il ruolo
di trafficante di armi svolto da Giovannini è stato confermato anche da un
altro alto ufficiale della polizia somala, il generale Hosman Omar Wehelie
detto “gas gas”.
Anche ai
servizi italiani di intelligence pervenivano informazioni in ordine a
tale traffico di armi; il generale Cesare Pucci, direttore del SISMI dal mese di
agosto del 1992 al mese di luglio 1994, ha affermato di ricordare le notizie
intorno all'utilizzazione delle colonne umanitarie per il traffico di armi, con
particolare riferimento alle navi della cooperazione. In particolare ha
dichiarato che tali informazioni gli erano state fornite da Rajola Pescarini,
il quale gli aveva anche riferito che “il traffico delle armi veniva da
Bosaso, dall'Arabia Saudita alla Somalia del Nord, e poi probabilmente giungeva
al sud, probabilmente anche con i famosi pescherecci. Non avevamo altre notizie
oltre a queste”.
Con
riferimento ad un telex della seconda divisione del Sismi del 18 maggio 1993,
con cui si segnalava di aver appreso, da esponente somalo presente in Addis
Abeba, che Ali Mahdi avrebbe segnalato l’esistenza di un traffico di armi dalla
Somalia allo Yemen, utilizzando piccole imbarcazioni e che tale Mugne della
società Shifco starebbe finanziando i capi di varie fazioni, spostando il suo
sostegno finanziario da Ali Mahdi al generale Aidid, il generale Pucci ha
dichiarato di ricordare “questi fatti e ricordo che dovevamo attivare delle
ricerche più precise”.
Tuttavia,
contrariamente a quanto sostenuto dai suoi collaboratori, il generale Pucci ha
fornito indicazioni del tutto nuove, relativamente al traffico di armi,
affermando che “da quando ho preso il Sismi, non c’era più possibilità di
fare traffici leciti con la Somalia”.
Nel
prosieguo ha specificato che “il traffico di armi verso la Somalia è molto
ridotto; si tratta soprattutto di munizioni e armi portatili ... La situazione
in Somalia, per quanto riguarda le armi, era duplice: innanzitutto, c’era una
enorme dovizia di armi in tutto il paese, per il fatto che durante il dominio
di Siad Barre c’era stata la guerra contro l’Etiopia. Ora non ricordo
esattamente quale zona fosse contesa nel conflitto tra i due paesi comunque
Siad Barre, in quel momento, era supportato dall’Unione sovietica e ha avuto e
ricevuto rifornimenti cospicui in armi. Successivamente, c’è stato un afflusso
di armi - ma prima che arrivassimo noi in Somalia -, un afflusso notevole
soprattutto quando, con la caduta del muro di Berlino, si è liberata la
disponibilità di armi dei paesi del Patto di Varsavia. Ciò ha fatto sì che la
disponibilità complessiva di armi fosse superiore alle necessità e alle
esigenze, per cui il traffico di armi non era significativo, da questo punto di
vista. Rimaneva significativo il traffico di munizioni, che però veniva fatto a
piccolo cabotaggio, in partenza dai porti dell’Arabia Saudita. A questo
proposito devo dire che siccome noi abbiamo rinunciato – parlo come Sismi,
d’accordo con il ministro della difesa – ad effettuare azioni di intelligence
al di fuori delle esigenze di difesa del contingente in termini diretti (e non
indiretti), in realtà non abbiamo mai indagato nelle zone dove questo traffico
si svolgeva. Tra l’altro, mi risulta che anche gli americani tenevano più o
meno lo stesso atteggiamento. In altri termini, non si è fatta un’azione di
contrasto al sistema di rifornimento delle armi perché ritenuto non
significativo e soprattutto perché ritenuto non fattibile”.
Quanto ai
vari tentativi d’intesa tra il Governo italiano e le due fazioni in lotta, a
proposito del traffico di armi, il generale Pucci ha dichiarato che “non
c’era nessuna tolleranza. C’era, caso mai, il fatto che non eravamo presenti
nella zona con delle strutture … non c’eravamo. Non eravamo presenti nella
zona dove si svolgevano ... Ma fu deciso così anche dal punto di vista politico”.
Alla
domanda se esisteva un’intesa a disinteressarsi del fenomeno, l’interessato ha
dichiarato che “non c’è stata nessuna intesa in questo senso. E dirò di più
… che sapevamo il fenomeno, lo tenevamo sotto controllo”, senza però
intervenire preventivamente. Si faceva quindi, al pari di altri servizi
d’intelligence, “una sorta di monitoraggio, però non si faceva neanche il
monitoraggio, questo lo voglio sottolineare. Il servizio non ha avuto nessuno
nella zona; di conseguenza, avevamo queste indicazioni ma non potevamo
accertare se erano rispondenti alla realtà. In termini molto poveri, avevamo
limitato l’accesso solo alla Somalia. Tra l’altro, non c’era neanche consentito
di operare nelle zone, ad esempio, di Bosaso e via dicendo, dal punto di vista
internazionale, in quanto esulavano dalla nostra zona d’interesse. Sì, potevamo
farlo, questo è chiaro, però non lo abbiamo fatto proprio scientemente perché
non ritenevamo opportuno allargare l’orizzonte …(dal punto di vista)
politico ed anche organizzativo, perché significava allargare un discorso;
avevamo già abbastanza problemi”.
Alla
richiesta di ulteriori spiegazioni, il generale Pucci ha precisato, talvolta in
maniera anche confusa, che “il traffico d’armi, quando viene segnalato in
quella maniera, è generico” e quindi non è stata fatta alcuna attività di
verifica perché “non avevamo nessuno da mandare in zona”, anche perché
venne ritenuto preminente la difesa del contingente perché “era molto
importante! Non avevamo possibilità di fare altre cose. Avremmo dovuto
allargare l’orizzonte in una maniera che ci avrebbe messo in difficoltà da
tutte le parti ... Seguivamo attentamente le cose ma per quanto riguarda
gli interventi, bisogna vedere che tipo di interventi si pensa di fare”.
Per
quanto riguarda le informazioni in possesso del Sismi in merito al traffico con
le navi della Shifco, il generale ha spiegato che l’attività del Servizio si
limitava a “tenerli sotto controllo; nello stesso tempo, non potevamo
mandare gente a vedere; o meglio, gente a vedere potevamo mandarla ma non
potevamo intervenire ... (anche se non c’era) nessun ordine di quel tipo
(di chiudere gli occhi). Ma neanche noi volevamo chiudere gli occhi, tant’è
vero che seguivamo le cose. Soltanto che si seguiva il problema senza avere
possibilità di intervento pratico sul problema stesso ... Il traffico si
svolgeva in zone che erano fuori dal nostro controllo ... Abbiamo operato nel
senso di tenerli sotto controllo, anche perché l’afflusso di queste armi, e via
dicendo, non era significativo dal punto di vista quantitativo, come dicevo.
Alla
richiesta di spiegazioni rispetto al fatto accertato che in effetti il traffico
d’armi c’era e che nessuno lo ha mai perseguito, il generale Pucci ha
dichiarato che “a questo una risposta non posso darla”.
Tornando
alla figura di Giorgio Giovannini, indicato da Nurta, moglie di Ali Mahdi, dal
generale Gilao e dal colonnello “gas gas” quale trafficante di armi, deve
aggiungersi che la Commissione ha raccolto copiosa documentazione a sostegno di
tale tesi.
Tanto il
SISDE quanto il SISMI segnalano, con numerose note, il
Giovannini quale imprenditore a vario titolo coinvolto in traffici di armi,
fornitura di armi alla Somalia fin dal periodo di Siad Barre (con movimenti
attraverso la Libia, Malta, ed altri stati africani del mediterraneo).
Il Sisde
sottolinea un rapporto specifico con Omar Mugne e il di lui fratello,
l’ammiraglio Said Marino, per la organizzazione di tali traffici.
Deve
aggiungersi che, rispetto alle dichiarazioni rese da “gas gas” secondo cui
Giovannini contrattava la vendita di armi con il generale Osman Anagel, una
indiretta conferma perviene dallo stesso Giovannini il quale ha ammesso in
Commissione di aver accompagnato a Belgrado
il suo amico Generale Osman Anagel, che doveva acquistare in Jugoslavia del
munizionamento per l'Esercito somalo in più occasioni anche se, a suo dire, con
mere funzioni di interprete.
Giovannini,
peraltro, indicato quale trafficante anche dalla fonte di Udine poi rivelatasi,
risulta indicato anche come possibile mandante dell’omicidio Alpi-Hrovatin.
Il Soggiorno a Bosaso: le
attività; l’incontro con il Sultano di Bosaso e la vicenda dei traffici di armi
Il ruolo e la figura del c.d. sultano di Bosaso
Abdulahi
Musse Yusuf è noto, agli atti del processo e nel copioso materiale
giornalistico raccolto come sultano di Bosaso, anche se, come si dirà, tale
“carica” è contestata e, secondo alcuni, apparterrebbe al fratello. Negli atti
del Sisde viene spesso indicato come Ismail Bogor; altre volte – anche per
refusi conseguenti ad una imprecisa traslitterazione fonetica – viene indicato
come Abdullahi (o Abdullay) Hagi Musse ovvero Abdullahi Mussa Iusuf. È conosciuto
anche con il soprannome di “Bogor” o “King Kong”.
Il Fronte di salvezza democratica, la posizione del
“sultano”, i rapporti con Mugne e la questione Africa 70
Nel 1994
il Somali Salvation Democratic Front può definirsi un’organizzazione “politico-militare”
nata come opposizione al governo di Siad Barre. Di essa nel 1994 chairman è il
Gen. Mohamed Abshir, appoggiato dal subclan di Garoe. Il numero due è il Col.
Abdullahi Yusuf. Loro rappresentante a Bosaso è il Gen. Alì Ismail Mohamed.
Questa
leadership veniva fortemente contestata dai clan della regione Bari, di cui
Bosaso è capoluogo, dal suo Governatore, Ibrahim Omar Musse e dal sedicente
Sultano, detto King.
Yusuf
Bari Bari, responsabile all’epoca della SSDF in Italia, ha precisato
che la persona che è stata intervistata da Ilaria Alpi, un magistrato noto con
il nome di King, non è in realtà il vero Bogor, sultano, di Bosaso. La carica
infatti spetterebbe di diritto al suo fratello maggiore.
L’SSDF è
l’autorità politica di Bosaso nel periodo ’93-94 ma a dicembre 93,
all’approssimarsi delle elezioni regionali e distrettuali (inizio marzo ’94),
inizia uno scontro per l’affermazione della leadership tra diverse fazioni; il cd
“sultano” fu messo a capo dell’amministrazione della Migiurtinia, il quale si
avvaleva dei miliziani della zona, che costituirono un primo embrione di
Polizia, ma che facevano ancora riferimento al Fronte.
Giorgio
Cancellere, che nel 1994 cooperava con Africa 70, ha tracciato un quadro della
situazione di Bosaso, che appare significativo riportare.
Nel 1993
il Ministero degli Affari Esteri, Ufficio Emergenza della DGCS, chiese a 7 ONG
italiane di individuare delle aree e degli interventi da effettuare in favore
della popolazione somala in seguito alla guerra civile. Gli interventi dovevano
riferirsi principalmente a riabilitazione e ripristino di servizi di base,
quali strutture sanitarie, veterinarie, pozzi, scuole.
La ONG
Africa 70 identificò il suo intervento nell’area di Bosaso.
Nel momento della preparazione del progetto, fu contattata da Yusuf Mohamed
Ismail, detto Bari Bari, rappresentante in Italia del Somali Salvation
Democratic Front (SSDF), che fu coinvolto nel progetto come profondo
conoscitore dell’area e dei contatti locali, necessari ad attivare l’intervento
di Africa 70 a Bosaso.
Yusuf fu
impegnato fin dall’inizio delle attività a Bosaso, avvenuta con una missione
nel maggio 1993 per preparare la logistica di appoggio e avere i primi contatti
con le autorità locali, principalmente formati da “elders”, anziani
della comunità.
L’avvio del
progetto avvenne nell’agosto del 1993 con l’arrivo a Bosaso del dott. Fregonara,
direttore del progetto Africa 70, per iniziare le attività.
Yusuf Bari
Bari svolgeva un’attività di collegamento tra Africa 70 e le realtà del
territorio, viveva negli stessi locali affittati da Africa 70 in Bosaso presso
il “compound” del dott Kamal, localizzato nel centro di Bosaso.
Dall’inizio
del dicembre 1993 la situazione nell’area di Bosaso è andata progressivamente
peggiorando, in concomitanza ad un forte scontro in atto presso il SSDF dovuto
all’avvicinarsi delle elezioni distrettuali e regionali sancite dal Congresso
di Addis Abeba.
Come si è
accennato in precedenza la leadership del Gen Mohamed Abshir fu fortemente contestata
dai clan della Regione Bari, di cui Bosaso è il capoluogo. In particolare la
contestazione proveniva dai clan degli Osman Mohamud, residente nell’area di
Gardo, Afun e Bender Beyla (la costa nord ovest) e dal subclan Ali Saleban,
residente nell’area di Kandala (costa nord Ovest).
Nella
stessa Bosaso il Governatore Ibrahim Omar Musse e il sultano Bogor Abdullahi
(King) erano schierati apertamente contro la leadership del SSDF, debolmente
rappresentata in città dal Gen. Ali Ismail Mohamed, dello stesso clan del Col.
Abdullahi Yusuf.
Le prime
schermaglie di un conflitto di leadership avvengono nel dicembre 1993 con
l’arrivo degli aiuti del Senatore Bersani nel porto di Bosaso. La nave, che
trasportava gli alimenti ed arrivata il 27 novembre 1993, determinò
immediatamente una grande confusione: il materiale venne scaricato solo dopo
due giorni e distribuito nei magazzini di Bosaso solo l’8 dicembre 1993 a
seguito dei contrasti tra la leadership del SSDF e la comunità di Bosaso sulla
destinazione degli aiuti alimentari.
Africa 70
e LVIA, due ONG italiane, incontrarono tali difficoltà che, per motivi di
sicurezza, parte del personale lasciò Bosaso per Gibouti verso la metà di
Dicembre 1993.
In tale
clima, il 29 Dicembre 1993, il Colonnello Ali Ismail Mohamed intimò ad Africa
70 di andarsene da Bosaso in quanto accusata di appoggiare la pesca clandestina
che alcune navi al largo di Bosaso stavano effettuando, tra cui navi italiane.
A questo
punto il Fronte del SSDF si è spaccò in due, con il Gen Mohamed Abshir in
completo disaccordo con la decisione del Col Ismail.
La
questione riguarda, in particolare, un accordo stipulato tra SSDF e la
Federpesca Italiana per la pesca nelle acque della Regione Bari, accordo
portato avanti da Yusuf Mohamed Ismail, detto Bari Bari, in nome della
leadrship del SSDF (Gen Abshir e Col Yusuf).
L’accordo
fu stipulato in base alla legge sullo sfruttamento marino (UN, Montayo Bay,
Jamaica 1982) e in base alla Convenzione di Lomè. Di questo accordo non erano
stati informati i rappresentanti di Bosaso che si sentirono ingiustamente
pretermessi.
Con una
lettera indirizzata ad Africa 70 del 8 gennaio 1994, Yusuf ammise di essere
stato il principale interlocutore con la Federpesca Italiana per raggiungere
l’accordo di pesca, confermato dal Generale Mohamed Abshir, in quel periodo
Chairman del SSDF.
Le
autorità di Bosaso colsero, quindi, l’occasione per coinvolgere Africa 70 che
era stata appoggiata dallo stesso Bari Bari nell’aprire l’intervento a Bosaso.
La
richiesta di espulsione venne, però, immediatamente sospesa dagli stessi
artefici della lettera ma si è scatenò un forte contrasto all’interno della
comunità di Bosaso, sui diritti della pesca e sulla leadership del SSDF.
In questo
clima politico molto acceso il Generale Ismail, il Governatore di Bosaso e gli elders
coinvolsero nuovamente Africa 70, quale unica ONG di cooperazione presente
nell’area per riscatenare una polemica, che determinò, il 19 gennaio 1994, la
lettera di espulsione di Africa 70 dando allo staff internazionale tempo fino
al 5 marzo 1994 per terminare gli interventi in corso.
Nella
suddetta lettera non si faceva più alcuna menzione al problema della pesca ma
le accuse erano di un generico malcontento delle attività di Africa 70 a
Bosaso. In realtà era il tentativo di trovare un compromesso con le parti
firmatarie del primo ordine di espulsione non rompendo così equilibri interni
delicatissimi, lanciando però nello stesso momento un messaggio chiaro alla
leadership del SSDF che in quel momento appoggiava in blocco la presenza della
cooperazione italiana nell’area.
A fine
gennaio 1994, in un clima reso incandescente dalle discussione interne, dal
risentimento per l’accordo della pesca siglato dalla leadership SSDF, dalla
continua pesca illegale nel Golfo di Aden (nel 1993 3 navi pakistane ed una
coreana furono catturate dalle milizie del SSDF), da una epidemia di colera a
Bosaso scoppiata alla fine di gennaio 94, Africa 70 si determinò a lasciare
Bosaso.
Il 28
gennaio 1994,
l’Ambasciatore Italiano in Somalia Scialoia
accompagnato da due funzionari dell’Ambasciata Italiana a Mogadiscio, visitò
Bosaso ed incontrò le Autorità per protestare del trattamento inflitto ad
Africa 70. La visita fu accompagnata dal rappresentante di UNOSOM a Bosaso,
Darko Silovic. In quel periodo anche giornalisti stranieri intervenirono sulla
questione.
Nel
frattempo Africa 70 aveva richiesto a Yusuf Bari Bari di allontanarsi dal compound
per distendere la situazione intorno allo staff italiano. Bari Bari, che, dopo
gli eventi della fine dicembre 1993, aveva confermato il suo coinvolgimento
nell’accordo con Federpesca Italiana, come da una lettera dell’8 gennaio
1994, lasciò la ONG.
Il 22
febbraio 1994 gran parte dello staff italiano lasciò Bosaso per rientrare a
Djibouti presso la sede di COOPI (Cooperazione Internazionale, ONG di Milano):
al 26 febbraio 1994 l’evacuazione fu completata e rimase presso la sede
di Bosaso solo il logista somalo Muktar.
Sentito
dalla Commissione
Yusuf Bari Bari ha ricordato sia la questione che nacque a seguito dell’arrivo
in porto delle derrate alimentari della cooperazione italiana (In quel caso c’è stato un malinteso perché qualcuno
aveva detto che erano solo per alcune regioni e non per altre) sia la
questione sorta quando vi fu “l’emissione delle licenze di pesca” con
l’accordo siglato con la Federpesca. Yusuf ricorda che nei confronti di Africa
70 le accuse furono per la questione della pesca di frodo, “di spionaggio
direi proprio di no, almeno che io sappia. Di pesca, per quanto riguarda appunto
il primo periodo in cui avevamo rilasciato le licenze, sì, perché pensavano che
per la mia presenza nel compound in qualche modo c’entrassero anche loro. … .
Da parte del fronte lo si vedeva come un fatto politico, visto che oltretutto
eravamo in un periodo di transizione, in cui al nostro interno si stavano
delineando due leadership che si contendevano la guida del fronte: il generale
Abshir ed il colonnello Abdullah Yusuf.”
Yusuf ha
confermato la rilevanza politica dell’accordo siglato.
La Commissione
ha cercato di approfondire i rapporti intercorrenti tra il Sultano di Bosaso,
l’ing. Mugne e il Fronte, ma sotto tale profilo Yusuf si è trincerato in
atteggiamenti di chiusura. Quando il Presidente gli ha chiesto Lei lo sa che
il sultano di Bosaso chiese anche le royalties alla Shifco di Mugne? Se non lo
sa, glielo diciamo noi”, Yusuf ha risposto: “Guardi, se vuol saperla tutta, a
livello nazionale, a seconda di chi gli ha fatto comodo politicamente, Mugne ha
concesso…non so se chiamarle royalties o in altro modo”.
All’incalzare
delle domande Yusuf ha sostenuto che il sultano di Bosaso mirava ad assumere la
guida del Fronte.
Alla
contestazione del Presidente “si dà il caso che Mugne significhi Shifco, che
Shifco significhi pescherecci e che i pescherecci significhino SSDF ed accordi
con la società Meridionalpesca di Bari e con la Federpesca italiana”,
Yusuf ha risposto: “Le posso dire che Mugne non fu per niente contento
dell’accordo raggiunto tra la SSDF e la Meridionalpesca […] Lo so per il fatto
che mi erano giunte delle segnalazioni molto forti e precise Vi era anche la
questione del compenso del “controllore”: non ricordo come si chiami
tecnicamente questa figura; era una persona che a bordo verificava che
effettivamente il quantitativo del pescato fosse quello previsto”.
Con la
partenza di Africa 70 a Bosaso non rimase alcuna agenzia internazionale di
cooperazione. Rimasero solo UNOSOM e UNICEF.
La
situazione, già tesa, si aggravò con l’inizio del ritiro di UNOSOM dalla
Somalia, che comportò il movimento di molte bande armate da Mogadiscio, alcune
delle quali risalgono verso il Nord della Somalia.
Africa 70
aveva già abbandonato Bosaso quando, il 26 febbraio 1994, il Sultano di
Bosaso, a nome degli elders della città, inviò una lettera alla ONG in cui
dichiarava che la comunità aveva deciso di cancellare l’ordine di evacuazione
consigliando di rientrare a Bosaso dopo il 5 marzo 1994, data entro la quale si
dovevano svolgere le elezioni distrettuali e regionali.
Fino a
metà marzo, il personale della ONG Africa 70 continuò comunque a rimanere a
Gibuti, in attesa di poter riorganizzare il ritorno in sede.
La vicenda relativa al sequestro della nave Farax
Omar
Nel
periodo di assenza da Bosaso della ONG, avvenne al largo del mare di Bosaso il
sequestro del motopesca “Faarax Omar” della Schifco. Dai documenti in atti
risulta, difatti, che il sequestro fu realizzato alle ore 07.00 del 3 marzo
1994 ad opera di guerriglieri migiurtini.
Said Omar
Mugne, in occasione delle s.i.t. rese in data 6 giugno 1996 al Sostituto
Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma dr. Giuseppe Pititto,
ha dichiarato circa il pagamento del riscatto: “…I sequestratori
pretendevano i soldi in dollari ed in contanti ed a bordo della nave. Io
informai per iscritto l'assicurazione "Le Generali" chiedendole di
pagare il riscatto con l'impegno da parte mia a restituire la somma se la nave
non fosse stata liberata. "Le Generali" accreditò la somma del
riscatto presso la banca Indosues Mar Rouge di Djibuti, io prelevai la somma in
contanti ed in dollari e tale somma fu portata dall'avvocato Regis in compagnia
di due presidenti di altrettante organizzazioni politiche sulla nave ai sequestratori
che liberarono così la nave. […] il prezzo del riscatto fu tra i 500 ed i 700
mila dollari e venne pagato perciò dalle assicurazione "Le Generali".
Sentito
in relazione al sequestro della nave Faarax Omar il Capitano Nazzareno
Fanesi ha spiegato che i miliziani si
servirono per l’abbordaggio di un’altra nave anch’essa catturata, trasferendo a
bordo armi da impiegare per altri sequestri: “Fummo catturati da una nave
cinese che a sua volta era stata catturata dai somali […]. I somali vennero a
bordo e ci dissero che non potevamo pescare in acque somale […]. Ci dissero che
operavano per il governo della Migiurtinia. […] Ci fecero andare a Capo Guarda
Fui e loro imbarcarono delle armi loro e mi fecero fare guardacoste”. (p. 11)
“Le armi servivano per poter sequestrare altre navi perché questo era il loro
compito: sequestrata la nave cinese hanno sequestrato me, e poi a me mi fecero
sequestrare altre navi”. In particolare furono imbarcati a ridosso di Guardia
Fui un mortaio, una mitragliatrice e un cannoncino che servivano per catturare
altre navi”.
Fanesi ha
ribadito ai consulenti della Commissione Alpi, il 26 ottobre 2004, la stessa versione
dei fatti: “eravamo in acque somale allorché fummo incrociati da altra nave
che cominciò a sparare nella nostra direzione. Fummo quindi contattati via
radio, invitati a filare l'ancora e fermare le macchine. La nave bianca cinese
da pesca quindi ci abbordò. 15/20 persone armate salirono a bordo. Dissero di
essere dello S.S.D.F., c'era un loro comandante in seconda che si chiamava
Abdullahi, mentre il comandante era tale Joar. Dissero che non potevamo pescare
in acque migiurtine, ancorché battessimo bandiera somala. Ci guidarono fino a
Capo Guarda Foi, dove gettammo le ancore. Fui minacciato da Abdullahi
personalmente. Cercarono inutilmente di indurmi a catturare le altre navi
Shifco che però erano già da me state informate della cattura della Faarax
Omar. A capo Guarda Foi imbarcammo, di notte, una radio e armamento vario.
Da questo momento facemmo pattugliamento della costa al fine di procedere ad
altre catture, nella fattispecie tre navi pachistane sequestrate a sud di Ras
Afun. Io a mezzo di Monaco (Montecarlo) radio mettevo in contatto Abdullahi con
l'ing.Mugne, di cui avevo il numero di telefono, numero di telefono trascritto
sul giornale di bordo reperibile sulla nave. Dopo aver pattugliato la zona ad
est di Bosaso, ci recammo quindi nei pressi del porto di Bosaso medesima poiché
personale UNOSOM doveva essere imbarcato al fine di verificare se a bordo della
Faraax Omar c'erano dei cadaveri conseguenza della cattura. Tale asserto mi fu
riferito dal miliziano Joar. Rimanemmo ancorati fuori del porto di Bosaso sino
alla data del nostro rilascio, avvenuto a seguito di pagamento di riscatto
effettuato forse da due persone di Mugne venute a bordo della nave. Ricordo che
i due del gruppo di Mugne si chiamassero Moalin e altro nome che mi sfugge.
Forse furono pagati 450.000 dollari USA per il riscatto. Non seppi più nulla
della commissione UNOSOM che doveva ispezionarci.”
La restituzione della nave. Modalità di pagamento
del riscatto: l’intervento
dell’assicurazione
La Faraax
Omar è stata lasciata libera il 13.4.1994, alle ore 16.00, dopo il
pagamento di un riscatto inizialmente fissato in 600.000 dollari. La somma
pagata è stata liquidata dalla Assicurazioni Generali tramite il broker Garuffi
di Genova.
La somma
effettivamente pagata per il riscatto è stata di 450.000 dollari.
Stessa
notizia (pagamento di un riscatto di 450.000 dollari) viene confermata a s.i.t.
da Fanesi Nazzareno, ex comandante di navi oceaniche.
L’intervento dell’Ambasciatore
Scialoja
L’Ambasciatore
Scialoja ha spiegato alla Commissione di essere venuto a conoscenza del
sequestro della Faraax Omar, di avere anche pensato ad un intervento per
liberare gli italiani imbarati sulla nave, ma di aver dovuto desistere poiché
il Ministero lo invitò a farlo: la Shifco non volle un intervento
istituzionale, si disse in grado di risolvere da sola il problema: “Posso
dire una cosa interessante per la Commissione: quando venne sequestrato il
peschereccio, qualche giorno prima dell’assassinio di Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin, l’ammiraglio Calamai, comandante della flotta italiana, ad un certo
momento mi aveva proposto di andare a Bosaso – e io ci sono andato …con l’aereo
per vedere che cosa era accaduto a questo peschereccio. Io pensavo … che si sia
trattato semplicemente della solita questione delle royalty, però ad un certo
momento, dopo aver parlato al Ministero di questa possibile spedizione di
ricerca e di indagine sull’episodio, dal Ministero ebbi per telefono
l’istruzione di lasciar perdere perché tanto gli armatori italiani … . della
Shifco avevano detto che non era necessario intervenire perché il problema era
stato risolto. Io credo che Ilaria Alpi si sia mossa, sia andata a Bosaso
proprio per questo episodio del peschereccio.”
E in merito
alla vicenda dei sequestri dei pescherecci della Shifco, Scialoia ha aggiunto:
“Ci sono stati due sequestri di pescherecci della Shifco: uno, parecchi mesi
prima dell’episodio di Ilaria Alpi, di un peschereccio il cui comandante e qualche
membro dell’equipaggio erano italiani e furono portati da Bosaso all’interno e
detenuti. A quell’epoca io non ero in Somalia né immaginavo che ci sarei
andato, ma ricordo che avevo seguito la vicenda anche perché mi sono sempre
interessato della Somalia. Il ministero se ne occupò e credo che mandò in
missione quello che allora era il console onorario d’Italia a Gibuti. Si trattò
certamente – sul secondo episodio si possono avere dubbi – di un litigio
tra le due fazioni che si contendevano il controllo della Migiurtinia, …che
facevano pagare delle royalty – diciamo così – per permettere ai pescherecci di
pescare al largo delle coste della Migiurtinia.”
Eventuali altri
interventi per la liberazione della nave
La
Commissione ha cercato di chiarire se Yusuf fosse intervenuto presso Mugne per
trattare il riscatto e quali fossero i reali accordi esistenti tra le parti
interessate.
Ha,
pertanto, chiesto a Yusuf se ebbe a incontrare in corso di sequestro Mugne.
Yusuf ha dichiarato che nel 1994, prima della morte di Ilaria Alpi, Mugne lo
andò a cercare in albergo a Gibuti.
Non è
stato possibile, però, chiarire la vera ragione dell’incontro, poichè Yussuf
ha ostinatamente sostenuto che si trattò di un incontro per un saluto e del
tutto inaspettato.
Mugne, da
parte sua, sentito il 27 settembre 2005 dalla Commissione a Sana’a ha negato
che l’incontro fosse avvenuto.
Richiesto,
poi, dal Presidente di spiegare dove si trovasse all’epoca del sequestro della
Faarax Omar, Yusuf ha risposto “Mi sembra che all'epoca del sequestro mi
trovavo ad Aden o Sana'a”.
Peraltro,
in modo del tutto contraddittorio, lo stesso Mugne ha indicato in Gibuti il
luogo in cui vennero svolte le trattative per il rilascio della nave e ove egli
ebbe a incontrare i sequestratori.
A questo
punto a Commissione ha invitato Mugne a spiegare dove si trovasse il giorno
dell’omicidio e Mugne ha risposto: “Con esattezza non saprei dire se ero a
Gibuti o qua (Sana’a). Come lei sa, in quel periodo noi avevamo sequestrato
nelle acque di Bosaso... ed io mi adoperavo esclusivamente affinché si
potessero liberare questi italiani, aggiungendo di avere appreso
dell'uccisione dei due giornalisti “dopo tanto tempo, quando si cominciò a
spargere la voce che noi eravamo coinvolti, oppure mandanti, oppure queste cose
qua. Avevo un fratello in Italia.”
L’accertamento
di dove si trovasse effettivamente Mugne renderebbe possibile sgombrare il
campo da un ipotizzato incontro dell’ing. Mugne con Ilaria Alpi nei giorni
precedenti l’omicidio.
Il presunto incontro tra Mugne ed Ilaria Alpi prima
dell’omicidio
Nel corso
dell’udienza del 24 marzo 1999 il giornalista Fausto Biloslavo ha dichiarato di
aver conosciuto Ilaria Alpi a Mogadiscio nel 1993, ove sono stati assieme per
almeno tre settimane, e di averla probabilmente rivista occasionalmente in
periodi successivi a Roma.
Dopo aver
riferito di un lavoro giornalistico fatto insieme alla Alpi sul tema del
fondamentalismo islamico, ha riferito un episodio da lui appreso nel 1997 nello
Yemen.
Biloslavo
ha riferito di avere incontrato nello Yemen Omar Mugne.. “all’Ambasciata
Italiana, perché e... abbastanza usualmente si recava in Ambasciata ...
ovviamente quando insomma capii che era lui e mi presentai come Giornalista,
potete immaginare insomma che non era molto felice, però in una maniera o
nell’altra si convinse a darmi un appuntamento ... mi diede un appuntamento in
un hotel al centro di Sana’ che è l’“Hotel Sheba” era 28 agosto ... ‘97, e
ci incontrammo quindi a questo “Hotel Sheba”, tra l’altro... ovviamente
parlammo del caso... del caso Alpi e lui mi propose tutta... mi promise una
serie di documenti più o meno scottanti come il verbale di interrogatorio
completo, secondo lui non... tagliato del Sultano di Bosaso e... ad altre cose
di questo genere, parlò fumosamente di coinvolgimenti, di servizi, di
politici, poi in realtà a onor del vero, però promise di farmi contattare da
un... suo Avvocato in Italia, ma questo non accadde assolutamente. E... fu
curioso che il mio sistema per contattare Mugne era attraverso il telefonista
dell’Ambasciata Italiana che si chiamava Jabar (come da pronuncia), anche
questo insomma mi colpì abbastanza, comunque io lo contattavo attraverso il
telefonista dell’Ambasciata Italiana ... quello che mi disse abbastanza
fumosamente, senza appunto portare niente di concreto ... parlò addirittura di
una lettera riservata in cui un collega Torrealta del “TG3”, prometteva regalie
al Sultano di Bosaso per e... accusare come mandante Mugne, insomma tutta una
serie di accuse assolutamente poi infondate, perché appunto non... questi
documenti non li tira mai fuori, e neanche mai mi contattò”.
Mugne
tenne a sottolineare che tra lui e la Alpi non vi erano rapporti ed era del
tutto estraneo al duplice omicidio “chiaramente lui mi ha detto che non c’entra
niente, che non sa niente, eccetera, eccetera, eccetera, ma che anzi appunto è
un complotto praticamente contro di lui”.
Biloslavo
ha quindi riferito di avere incontrato, sempre nello Yemen, Sherif Heinarouss,
un somalo fuggito come tanti dalla guerra in Somalia, che faceva la guida
turistica e parlava italiano.
In
particolare, girando fra le diverse agenzie di viaggio, aveva incontrato un cittadino
somalo che lavorava come guida presso uno dei più famosi travel agent
dello Yemen, il quale avendo scoperto che lui
era italiano gli disse: “guarda tu sei un giornalista italiano, questo è un
mio amico, gli parlo io, secondo me ha qualcosa di interessante da dirti”
eccetera, però era molto molto impaurito”. Quindi “incontrai ... questa
persona vidi subito che era molto intimorito da ... qualcosa, cercai appunto di
prendere appunti, lui mi disse invece subito “no no, per favore metti via il
bloc-notes, nessuna registrazione, niente” eccetera e mi raccontò invece una
storia interessante di cui purtroppo poi però appunto, soprattutto per la sua
paura, non ebbi mai riscontro ... materiale, mi disse che Ilaria in realtà
si incontrò anche con Mugne e... durante, appunto, il suo ultimo viaggio in Somalia.
Lui ... non mi parlò esattamente di un’intervista, ma... di un incontro a
colazione, cioè poteva essere un pranzo, una cena, insomma un incontro così,
abbastanza ami... amichevole. Questo incontro che non era una vera e propria
intervista, almeno da quello che ... che mi disse questa persona ... questo
incontro fu filmato da... più che dallo stesso Mugne, dagli uomini di Mugne...
mi spiegò con una di quelle telecamerine, insomma portatili, tipo Video-8,
insomma VHS ... Comunque fu filmato ... e queste cassette secondo ... una
conoscente di questa persona che ... faceva la donna delle pulizie, insomma la
donna di servizio nella casa di Mugne ... queste cassette si trovavano a casa
di Mugne, e lui le teneva sotto chiave, mi sembra addirittura in una
cassaforte, ovviamente Mugne smentì con me questa notizia, e io ho...
cercai di convincere... di sapere qualcosa di più, di convincere questo somalo,
che era tra l’altro un lontano parente del Generale Haidid, ... ma ... non mi
disse gran che di più, perché era molto intimorito”.
A
specifiche domande, l’interessato riferisce che “parlai solo con Sherif.
Solo ed esclusivamente, quindi l’unica fonte che ho è lui ... il quale riferì
che la donna di servizio gli riferì, ovviamente a lui, che aveva visto queste
benedette cassette che erano appunto non professionali ... nello studio ... di
Mugne, in questa sua casa a Sana’ nello Yemen e... e Sherif era assolutamente
convinto che queste cassette erano appunto le registrazioni di questo ipotetico”.
Quindi
Biloslavo ha spiegato che aveva riportato il convincimento che il somalo
poteva aver appreso dell’incontro tra la Alpi e Mugne mediante suoi parenti
appartenenti allo stesso clan di Aidid “secondo me, cosa che lui ha, come
dire, ha evidentemente cercato in qualche maniera di coprire, qualcuno penso
del suo clan, cioè di quello di Haidid…non mi parlò molto chiaramente, io
appunto insistetti, allora, mi feci raccontare la storia della sua famiglia, se
non vado errato, sua... sua madre era stre... imparentata in maniera abbastanza
stretta, adesso non ricordo che grado di parentela era, con il Generale Haidid…
basai su questo il fatto che le informazioni sulla certezza di incontro era
dovuto non alla donna delle pulizie, ma al.....clan Haidid.
Mi
disse che ha avuto conferma dalla donna delle pulizie, per essere più precisi,
perché la donna delle pulizie avrebbe visto queste cassette, dopo di che mi
disse che lui sapeva ... anche perché sostenevano che c’era scritto qualcosa su
queste cassette, che adesso io... adesso esattamente non ricordo ... mi disse:
“ma c’era anche scritto sopra qualcosa”, ripeto non mi ricordo esattamente
cosa, però mi disse: “c’era scritto sopra qualcosa”, ... per cui lui appunto
fece questo collegamento.”.
Ancora
più in particolare, egli ha dichiarato che “basai su questo il fatto che le
informazioni sulla certezza di incontro era dovuto non alla donna delle
pulizie, ma al ... clan Haidid. Invece per quanto riguarda le cassette, lui si
riferì espressamente alla donna delle pulizie”.
Va
osservato, in proposito, che analoga informazione era stata fornita, sempre dal
medesimo somalo, a Tony Fontana, giornalista de L’Unità, alla signora Eleonora Bellini,
operatrice turistica nello Yemen, e la circostanza era stata successivamente
confermata telefonicamente anche ai genitori di Ilaria Alpi.
Infatti,
nel corso della medesima udienza del 24 marzo 1999, il signor Giorgio Alpi,
presente in aula, a fronte delle dichiarazioni rese da Fausto Biloslavo, ha
chiesto ed ottenuto di rendere spontanee dichiarazioni, ed ha affermato che “ai
primi di novembre, una amica di Ilaria, che è un Tour-Operator Bellini Eleonora
... ci ha fatto sapere che in un viaggio turistico nello Yemen, mentre era a
tavola con un certo Livadiotti ... ha presentato un ragazzo ... Sherif Heinarouss
il quale avrebbe detto davanti a tutti che e... lui sapeva che Ilaria aveva
fatto un’intervista a Mugne a Bosaso, non solo, ma che c’era una cassetta e che
avrebbe fatto di tutto per entrarne in possesso”.
Ha
spiegato il dottor Alpi che, dopo l’iniziale titubanza nonostante l’amicizia
con Eleonora Bellini, tramite la stessa erano riusciti ad trovare i numeri
telefonici del ragazzo somalo a San’à e allora “io ho telefonato
personalmente e dopo molto... una ricerca molto faticosa sono riuscito a
mettermi in contatto con questo ragazzo, il quale parla molto bene l’italiano e
mi ha assicurato che questa notizia era vera, ma che lui aveva una paura
tremenda, perché Mugne era un uomo molto pericoloso, mi ha confermato, dice:
“io tenterò di averla questa cassetta, una strada potrebbe essere, che conosco”.
Il dottor
Alpi, proseguendo il racconto, ha riferito che il giovane aveva detto “ho
una donna in servizio che va in casa di Mugne a vedere se riusciamo a
recuperarla”, e io gli ho detto: “guarda con mia moglie siamo disposti a
pagarti il viaggio, l’alloggio a Roma, vieni a Roma, così potrai testimoniare
davanti al Giudice”. E lui ci disse che era molto difficile e che forse
dovendosi recare a La Mecca per... sue ragioni religiose, e avrebbe cercato di
deviare il viaggio e di venire a Roma, poi non l’abbiamo più sentito”.
Eleonora
Bellini, nel corso dell’udienza del 13 maggio 1999, ha preliminarmente
dichiarato di aver conosciuto Ilaria Alpi a Il Cairo, in Egitto nel 1986, di
avere stretto amicizia con lei e di averla sentita telefonicamente nel marzo
1994 ..
Sul
punto, nel confermare la circostanza riferita dal dott. Alpi, la Bellini ha in
sintesi dichiarato di conoscere “Scherif Aidarus (o simile), ed è ... una
persona che io conosco da anni ... nel lavoro è sempre presente con questa
agenzia che si chiama “Universal Travel ... parlando del più e del meno mi
ricordo, eravamo lì sul mare di Hodeida mi disse questa cosa parlando di Ilaria,
mi disse che lui era a conoscenza del fatto che c’era una cassetta registrata,
dove era stata registrata un’intervista che Ilaria fece a Mugne ... lui non
sapeva dei dettagli, mi disse che si trattava di un’intervista che Ilaria aveva
fatto a Mugne, questo me lo ricordo bene ... mi disse che c’era la possibilità
di prenderla lì in Somalia insomma, però non... non mi disse dei dettagli, mi
ricordo che quando gli chiesi mi disse che comunque sua madre era molto
informata circa queste cose, comunque la mamma di Scherif nonché la famiglia
sua lì in Somalia”.
….Scherif
parte praticamente del team delle guide che... accompagna questi gruppi e per
un caso insomma, abbiamo... parlando del più e del meno mi ricordo, eravamo lì
sul mare di Hodeida mi disse questa cosa parlando di Ilaria, mi disse che lui
era a conoscenza del fatto che c’era una cassetta registrata, dove era stata
registrata un’intervista che Ilaria fece a Mugne, e... io gli dissi: “ma tu
come fai a sapere una cosa del genere” e lui mi disse: “perché mia madre è del
clan di Alì Mahdi e noi nella famiglia lì in Somalia sappiamo di questa cosa,”
e mi disse che Mugne appunto abitava a Saana e che era praticamente abitava in
una zona così molto protetta ed era praticamente molto poco accessibile.
…., mi
disse che si trattava di un’intervista che Ilaria aveva fatto a Mugne, questo
me lo ricordo bene, insomma ma non... non mi parlò di dettagli mi disse che
c’era la possibilità di prenderla lì in Somalia insomma, però non... non mi
disse dei dettagli, mi ricordo che quando gli chiesi mi disse che comunque sua
madre era molto informata circa queste cose, comunque la mamma di Scherif
nonché la famiglia sua lì in Somalia... ...che comunque lui vive a Saana, vive
nello Yemen e si reca in Somalia periodicamente per incontrare sua madre.
La percezione della
situazione in Bosaso del personale di Africa 70
Tutto il
personale di Africa 70, nel periodo 93-94, è stato individuato nominativamente
e per i periodi di permanenza dal dott Cancelliere.
Alcuni
esponenti di Africa 70 – già in parte esaminati nella fase delle indagini sul
duplice omicidio e in dibattimento – sono stati direttamente auditi dalla
Commissione.
Il dott.
Cancelliere e anche altri cooperanti presso Africa 70 hanno riportato un quadro
della situazione di Bosaso che rispecchia un periodo di forti tensioni.
Parlando
del ruolo di Yusuf il dott. Cancelliere ha riferito alla Commissione che il suo
ruolo era significativo “in quanto mantenere buoni contatti…è
importantissimo; sapere chi incontrare era altrettanto importante, perché non
era facile entrare in Somalia. Quando noi entrammo nel 1993 era appena finita
la guerra a Bosaso tra integralisti e la gente del luogo; anzi, nel maggio 1993
sparavano ancora. Non era molto facile capire quali fossero le autorità
dall’altra parte…. In sostanza, costituiva una garanzia, e soprattutto
rappresentava il generale Mohamed Abshir, che allora era il chairman del SSDF.”
Cancelliere
ha, quindi aggiunto, che la sicurezza a Bosaso era difficilissima “nel senso
che noi giravamo soltanto con scorte armate, anche per uscire in città.”
A
richiesta del Presidente di chiarire se uscendo senza scorta si rischiava
l’aggressione, o si trattava di un problema economico, nel senso che occorreva
pagare le scorte e quindi, se non venivano pagate, l’aggressione avveniva per
questo, il dott. Cancelliere ha risposto “ … forse questo è diventato di moda
dopo; nel 1993, quando siamo arrivati, le scorte servivano veramente per
evitare possibili rapimenti. ….Le scorte le dava il dottor Kamal, che
era l’affittuario della casa.”
Il dott.
Luigi Simeone, idrogeologo, impegnato nel progetto Migiurtinia dal settembre 93
al maggio 94, sentito dalla Digos di Roma in epoca non lontana dai fatti ha
riferito che a Bosaso vi erano condizioni di sicurezza da rispettare: veniva
impiegata una scorta armata di somali ingaggiata da Africa 70 per tutti gli
spostamenti che dovessero essere effettuati; lo stesso Yusuf Bari Bari, che si
dichiarava rappresentante del SSDF e collaborava con Africa 70, era armato di
pistola; e era facile trovare “armi in giro, anche al mercato”.
In
audizione tenutasi dinanzi alla Commissione Alpi, Simeone ha aggiunto che egli evitava
di andare al porto di Bosaso perché era pericoloso per la presenza di bande di
somali armati.
Simeone
ha inoltre ricordato che vi furono gravi ragioni di
tensione in Bosaso a causa dell’invio di derrate alimentari da parte del CEFA
(Centro europeo Formazione agronomica) e che i cooperanti di Africa 70 furono
costretti a scaricare le merci dalla nave e poi “costretti a consegnare le
derrate a dei presunti emissari” del Sultano di Bosaso. A questo episodio
seguì la richiesta di lasciare Bosaso, con un primo avviso dell’ultimatum
pervenuto via radio da parte dell’ufficio Unosom guidato da Silovic Darko. Le
accuse nei confronti di Africa 70 erano, a quanto ricordava, di favoreggiamento
di pesca di frodo, spionaggio, e implicazione in due dirottamenti di aerei
privati di collegamento con Gibuti.
Le
vicende, in questione, sono state ulteriormente approfondite dal dott.
Cancelliere nel corso della sua audizione, laddove nel riferire delle
contestazioni fatte ad Africa 70 dall’autorità locale di Bosaso, ha ricordato
di avere avuto un incontro con gli elder: “La situazione non era
tranquilla per niente; noi eravamo praticamente dentro la casa della
municipalità, attorniata da una manifestazione di gente, che accusava a Africa
70 “non più della pesca, sicuramente ma di non aver fatto alcune cose nei
progetti, l’ospedale, l’acqua; era accusata di non aver adempiuto…”
Enrico
Fregonara, responsabile del progetto Africa 70, ha riferito alla Commissione che le condizioni di sicurezza
erano difficili e richiedevano il ricorso a scorte negli spostamenti. Nel mese
di marzo 1994 era rientrato a Bosaso, con gli altri cooperanti di Africa 70,
luogo che avevano dovuto abbandonare “perché avevamo ricevuto – su, a
Dinsor - minacce da parte delle autorità locali e ci avevano invitato,
per la nostra sicurezza, ad allontanarci…. Questo succedeva a fine febbraio, se
ben ricordo. Pertanto, dopo una visita del delegato Scialoja da Mogadiscio,
come capo progetto mi accordai con lui per evacuare tutto il personale su
Gibuti e parte – chi voleva – su Nairobi. Io e il logista dovevamo rimanere a
Bosaso per vedere di salvare il salvabile della situazione e, comunque, per
cercare di non perdere almeno le attrezzature, i beni in carico al progetto. Per
cui svolgemmo questo incarico, consegnammo quello che potevamo all’ufficio di
rappresentanza delle Nazioni Unite – Unosom di Bosaso e partimmo, perché
purtroppo obbligati a partire, lasciando che Unosom trattasse il rientro.
“ .. C'erano
due fazioni in quel momento all'interno di Bosaso e nella regione dove
operavamo, che si stavano disputando - credo - la predominanza l'una con
l'altra. Siccome noi stavamo operando più con una che con l'altra, da lì arrivò
la prima minaccia: attenzione, abbiate un occhio di cortesia anche per noi,
perché esistiamo….poi, venne fuori la famosa lettera delle navi, in seconda
battuta…. si trattava di pescherecci che pescavano di frodo nelle acque
somale….perché una fazione diceva che l'Italia, in generale, stava appoggiando
questo tipo di attività. Dopo quindici giorni, chiesero scusa per quello che
avevano detto e ci fecero rientrare. Ma, lo ripeto, per me era solo una
questione fra queste due fazioni che poi appartenevano alla stessa parte
politica - e armata - che però volevano la predominanza.”
Sul punto
anche Alexander Braunmuhl (capo progetto per la GTZ, la cooperazione tedesca a
Gardo) audito dalla Commissione con un collegamento telefonico da Nairobi ha riferito che quando i cooperanti di Africa 70 dovettero rifugiarsi
a Gibuti erano “sotto
pressione e, forse, ricattati. Per questa ragione,
avevano lasciato il
personale locale.
Circa le ragioni,
non ricordo: il
fatto stesso che
tutti gli italiani
non potessero muoversi
da Gibuti o quanto meno non recarsi
a Bosaso – fatto che avveniva spesso in Somalia - poteva portare a ritenere che dovesse trattarsi
di un’intimidazione se non addirittura di una minaccia….
Lo scenario a quei tempi
in Somalia era molto
difficile…. SSDF sta per Somalia
Salvation Democratic Front. Nel 1994
era in corso una
lotta per il potere
tra il generale
Mohamed Abshir e l’attuale Presidente della Somalia Abdullahi Yusuf…. I loro congressi … avvenivano di settimana in settimana, proprio
a Gardo.”
Sui traffici di armi
Peraltro
nessuno ad Africa 70 è stato in grado di riferire se il Fronte, il sultano di
Bosaso, le navi della Shifco o Mugne fossero implicati nei traffici di armi,
trattandosi di fatti e di persone che esulavano dalle loro conoscenze.
Le uniche
circostanze che essi conoscevano. Quindi, alla domanda del Presidente : …. i
traffici d'armi non esistevano in Somalia?, Fregonara ha risposto “ esistevano
di sicuro”.
Anche la
dottoressa Morin, è qui opportuno ricordarlo, nel febbraio del 1995, sentita
dalla Digos di Roma ( rapporto del febbraio 1995 in
atti) ebbe modo di rappresentare che qualche settimana dopo l’agguato (contro
Alpi e Hrovatin) il veterinario Vittorio Gagnolati ebbe a parlarle circa una
vendita di armi allo Yemen nella regione della Migiurtinia.
Il
rientro a Bosaso di Africa 70. L’incontro con Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
Il
personale di Africa 70, ha accertato Casamenti, rientrò a Bosaso il mercoledì
16 marzo 1994.
La data
del rientro a Bosaso è stata ricostruita confusamente, in audizione. Peraltro
la situazione non era facile, anche viaggiare in aereo non era semplice, i voli
spesso saltavano o non erano puntuali e il personale di Africa 70 era
appena rientrato da un’evacuazione e la situazione non era facile.
Tuttavia
la Commissione può pervenire ad alcune certezze, alla luce della lettera che Valentino
Casamenti trasmise a Massimo Loche nell’aprile 1994, fissando sinteticamente,
ma efficacemente alcuni momenti chiave del soggiorno di Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin a Bosaso. È opportuno, quindi, riportare il testo integrale del
documento, redatto a breve distanza e, quindi, con una memoria chiara delle
vicende.
“Forlì
Aprile 1994
Gent.mo
Sig. Loche
Spero
stia bene, come lo spero per la sua famiglia... Mi chiamo Casamenti Valentino
sono un esperto che lavora da tre mesi per “Africa 70” precedentemente per
molti anni con “Coop. Italiana”.
Negli
ultimi mesi sono stato trasferito a Bosaso Nord Est Somalia da Mogadiscio dove
ero arrivato a ottobre 1992.
Mercoledì
16 marzo
sono rientrato a Bosaso con un volo UNOSOM partito da Gibuti, lo stesso che
avrebbero dovuto prendere Ilaria e Miran se non avessero avuto degli
imprevisti. Lo stesso giorno in mattinata è venuta presso la sede di “Africa
70” in cui ci siamo nuovamente incontrati, dico nuovamente perché la nostra
conoscenza risale al dicembre 92 e in seguito in altre occasioni a Mogadiscio
dove era nata una bellissima amicizia. Nel pomeriggio di mercoledì 16
Ilaria si è recata alla sede di UNOSOM per partecipare ad un meeting – credo
riguardante il colera e per telefonare alla vostra redazione. Il giovedì
mattina molto presto, siamo partiti per visitare alcuni centri di salute,
da noi aperti e in particolare a Ufeim a circa tre ore da Bosaso, dove ha
registrato un breve servizio e ne ha approfittato per filmare il villaggio in
generale. Siamo rientrati verso le 15,30, Ilaria decise di riposare un poco e
dopo siamo andati a visitare un laboratorio veterinario da noi ristrutturato a
Bosaso. Ilaria e Miran sono andati molte volte a UNOSOM WFP per cercare un
volo di rientro a Mogadiscio ma inutilmente, poi si sono tranquillizzati
quando hanno saputo che la RAI effettuava uno sciopero per alcuni giorni.
La
sera ci siamo sempre ritrovati a cena con molta allegria e Miran ha scattato
molte fotografie. (ndr queste foto sono state ritrovate?)
Ad
Ilaria avevo promesso che avrebbe mangiato aragoste, ma con molto dispiacere
non ho potuto mantenere la promessa a causa del mare eccessivamente mosso.
Il
venerdì essendo festa siamo stati in spiaggia fino alle 13,00 e nel pomeriggio
Ilaria e Miran hanno lavorato in casa.
Il
sabato 19 Ilaria ha preso la macchina che noi gli abbiamo messo a disposizione
e si è recata alcune volte presso la sede UNOSOM dove sperava di incontrare
qualcuno che le desse informazioni sugli italiani sequestrati sulle navi da
pesca, ma credo che il risultato fosse stato deludente.
Per
quanto riguarda i giorni precedenti al mio arrivo a Bosaso, ho saputo dettomi
da lei che
era andata a Gardo per un servizio e al porto e all’ospedale di Bosaso ed aveva
avuto un incontro con il sultano King di Bosaso.
Volevo
molto bene a Ilaria, ora mi manca Valentino Casamenti.
Rientrati
a Bosaso per rimettere in piedi Africa 70 dopo l’espulsione, Casamenti, Fregonara
e Morin ebbero, quindi, modo di incontrare presso il compound di Africa 70
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che chiesero ospitalità.
Si possono,
quindi, fissare i seguenti punti:
Ilaria e
Miran arrivarono ad Africa 70 il 16 marzo 1994;
A quella
data Ilaria e Miran avevano già intervistato il sultano di Bosaso;
Ilaria e
Miran dissero di essere già stati a Garoe e Gardo (Fregonara ricorda che
spiegarono che erano andati per vedere la situazione della Somalia, oltre a
quella di Mogadiscio, cioè a vedere anche quello che succedeva al di fuori
della capitale);
spiegarono
che avevano perso l’aereo per rientrare a Mogadiscio (la Morin ricorda che
l’orario la partenza dell’aereo era sbagliato);
Ilaria e
Miran erano molto contrariati dell’inconveniente e volevano rientrare a
Mogadiscio al più presto: andarono spesso presso l’Unosom senza successo;
Ilaria
pregò Fregonara di trovare subito una soluzione alternativa per consentire loro
il rientro senza dovere aspettare il volo da Bosaso a Mogadiscio previsto per
la domenica 20 marzo;
Fregonara
si interessò per facilitarli, ma senza successo: purtroppo l’unico aereo che fu
possibile prenotare per Mogadiscio fu quello del 20 marzo;
sia
Ilaria che Hrovatin parlavano di un servizio che Ilaria doveva trasmettere alla
Rai con il satellite, che era stato già prenotato;
che
Ilaria chiese la macchina per recarsi alla sede Unosom di Bosaso e che telefonò,
a quanto disse, alla Rai;
che disse
di sentirsi sollevata dal fatto di avere appreso che vi era uno sciopero della
Rai;
nel
pomeriggio di venerdì 18 Ilaria e Miran “lavorarono” presso Africa 70 (lettera
Casamenti);
“nei
giorni in cui restarono (ad Africa 70 – n.d.r.) montarono degli articoli
tramite la telecamera con le note che avevano preso”.” ( v. in particolare Fregonara
29.4.2004)
la loro
presenza fu comunicata da Fregonara ad Unosom di Bosaso secondo un accordo che
avevano con Unosom per motivi di sicurezza;
Ilaria andò
alcune volte presso la sede UNOSOM per avere informazioni sugli italiani
sequestrati sulle navi da pesca, con un risultato che Casamenti ritiene essere
stato deludente;
la
partenza da Bosaso per Mogadiscio avvenne intorno alle 10 del mattino di
domenica 20 marzo.
Molte
circostanze sono, quindi, chiarite, ma qualche zona d’ombra resta, soprattutto
per i giorni precedenti all’arrivo ad Africa 70.
I testi
sul punto non sono stati in grado di fornire notizie utili e perché non
conoscevano ciò che era accaduto prima del 15 e perché durante il comune
soggiorno ad Africa 70 erano particolarmente impegnati a rimettere in moto la
struttura.
Tutti i
testi escussi ricordano che non fu approfondito alcun discorso sulle attività
in corso da parte dei giornalisti, che essi erano riservati sul loro lavoro e
che, d’altra parte, nessuno pose loro domande imbarazzanti, sia perché mancava
la confidenza sia perché ciascuno era preso dai propri impegni.
Ciò premesso,
va detto che anche l’esame dei filmati che è stato possibile recuperare
conferma il dato incontestato che l’intervista al sultano di Bosaso avvenne
prima del 16 marzo, con elevata probabilità il giorno 15.
Secondo
quanto dichiarato dal “sultano” (al Pm dott. Pititto nell’interrogatorio a
Sana’a nei giorni 7/8 giugno 1996) tramite per l’intervista fu il dott. Kamal e
l’incontro si svolse nel pomeriggio presso l’hotel Gaaite dove il sultano alloggiava
e dove – egli ha dichiarato alla Commissione nella recente audizione di
febbraio, alloggiavano anche i due giornalisti.
E in
effetti in quello stesso giorno Ilaria e Miran avevano intervistato al porto di
Bosaso anche il dott. Kamal, medico e proprietario del compound che
ospitava Africa 70 e si occupava delle scorte per i cooperanti.
Le
ricerche dei giornalisti a Bosso. Le notizie apprese in sede istituzionale
La
gravità della situazione esistente a Mogadiscio, dove, in un clima di crescenti
disordini, il contingente italiano stava abbandonando la Somalia, ha
sicuramente ostacolato la percezione dell’instabilità e del pericolo che i due
giornalisti potessero correre in zona di Bosaso.
Fregonara
ha confermato alla Commissione che nessuno si mise in contatto con Africa 70
per chiedere loro notizie durante il soggiorno a Bosaso. Risulta, tuttavia, che
la presenza della Alpi e di Hrovatin a Bosaso era nota all’ufficio Unosom e che
qualche informazione pervenne a Mogadiscio. Lo hanno testimoniato alla
Commissione numerosi testi (Carmen La Sorella, Luigi Cantone, il Generale
Fiore, Orsini etc) e i dispacci del Sismi dimostra che un interessamento dei
servizi vi fu.
Tuttavia
sono gli stessi documenti acquisiti e le risposte fornite dai testi a far
sorgere il legittimo dubbio che a Bosaso accadde qualcosa che non è stato
possibile ricostruire.
Non
possono, difatti, ignorarsi alcuni dispacci, che pertanto vengono di seguito
riportati in ordine cronologico:
18.03.94 Sismi “Con riserva di ulteriori notizie
si comunica che due giornalisti, tra cui la Alpi, attesi per il 16 marzo a
Bosaso non hanno ancora segnalato il loro arrivo alla sede UNOSOM di
Mogadiscio. Sono in corso ricerche per stabilire le cause del ritardo”;
18.03.94 Sismi 2^ Divisione: Si è appreso
che la Alpi recatasi a Bosaso con l’operatore per effettuare un servizio
ha preso contatto con la sede UNOSOM di Mogadiscio. La stessa ha preannunciato
il suo rientro a Mogadischio per domani con volo UNOSOM;
21.3.1994
Appunto manoscritto
(Nota autografa di Tedesco da Mogadiscio) 2^ Divisione 3 sez. che ritrasmette
le notizie sulla Somalia con note del 21.3.94 dirette alla Divisione 3^. In
esse nulla viene trascritto in ordine a quanto contenuto circa l’omicidio (vedi
nr.17943/312/05.3 e …/312/05.3(2672) “Fonte normalmente attendibile riferisce
che l’attentato alla giornalista sia da attribuire a gruppi di fondamentalisti
e sarebbe stato mirato alla persona. Le cause dell’uccisione di Liliana Alpi e
del suo operatore sarebbe da attribuire a un servizio iniziato alcuni giorni fa
a Bosaso e continuato a Mogadiscio, sul crescente fenomeno del fondamentalismo
islamico in Somalia. La giornalista italiana avrebbe ricevuto minacce di
morte a Bosaso anche il giorno 16 u.s.. Secondo alcuni testimoni somali
l’attentato sarebbe stato eseguito da un commando ben addestrato e secondo
quanto riferito l’azione era stata pianificata in precedenza. (tutta questa
parte appare sbarrata).
Nota
prot. 18006/312/05.3 datata 21.3.1994: “…In base a talune testimonianze, gli aggressori…(il
riferimento è all’omicidio) sarebbero stati in totale dieci: di cui otto di
etnia Murosade e due Abgal probabilmente pagati da un gruppo fondamentalista
per compiere l’assassinio. I due giornalisti erano rientrati da Bosaso
dove si erano recati per un servizio sul problema del fondamentalismo islamico
locale. In detta località sarebbero stati oggetto di minacce …
omissis…viene ipotizzata la matrice islamica dell’attentato e prospettata
l’ipotesi che l’azione non avesse come obiettivo specifico gli italiani ma era
diretta ad ostacolare iniziative tese a realizzare servizi sul fondamentalismo
islamico.”
Nota
del 22 marzo 1994, a firma dell’ambasciatore Sessa – “(…) Ilaria Alpi, nel
corso di un recentissimo viaggio a Bosaso, sarebbe stata trattenuta per breve
tempo da esponenti di una fazione locale. Si fa riserva di ulteriori
informazioni al riguardo”.
Nell’audizione
del 13 gennaio 2005 Alfredo Tedesco – l’estensore dell’appunto manoscritto a
cui si è fatto sopra riferimento – alle domande postegli dal Presidente, ha
fornito al riguardo spiegazioni tutt’altro che plausibili, rispondendo che nel
corso di una riunione con l’Ambasciatore Scialoia (in altre dichiarazioni da
lui collocata il giorno 18) apprese la circostanza da giornalisti, ma non
ricordando quasi nulla in proposito.
A questo
punto il Presidente ha rappresentato a Tedesco ulteriori elementi documentali,
(Le leggo l’informativa indirizzata al Ministero della giustizia, al
Ministero dell’interno e, per conoscenza, alla Direzione … Affari politici. ….
“Per opportuna informazione degli uffici in indirizzo, nonché per gli eventuali
seguiti di competenza” – la lettera è del 22 marzo 1994, a firma
dell’ambasciatore Sessa – “(…) Ilaria Alpi, nel corso di un recentissimo
viaggio a Bosaso, sarebbe stata trattenuta per breve tempo da esponenti di una
fazione locale. Si fa riserva di ulteriori informazioni al riguardo”)
rispetto ai quali Tedesco ha risposto di aver “saputo di questo fatto in un
secondo tempo”, senza peraltro aggiungere elementi significativi.
Le
spiegazioni di Tedesco non solo non sono puntuali ed esaurienti, ma contrastano
con le testimonianze acquisite dalla Commissione. Nessuno dei giornalisti ha
mai dichiarato di conoscere circostanze relative a minacce che la Alpi avrebbe
subito a Bosaso.
Il Block Notes della Alpi
La pagina
del riguardante il Sultano annota solamente:
“Sultan
Bogor Abdullahi Bimoussa
Garo
-
Farah Omar - Viareggio
150
miliziani al porto
+
1000
sparsi”
Sullo
stesso taccuino, in una pagina precedente, subito dopo l’intervista al dottor
Kamal realizzata al mattino dello stesso 15 marzo, la Alpi annota:
“l’Onu
non fa abbastanza…. tiene tutto l’aiuto per Moga…..
…ott. 92
nov - 700 fond.
profughi
ospedale
costruito dal Fai
/1931/ colonialismo
disidratazione…”
Il contenuto dell’intervista
La
registrazione dell’incontro inizia parlando del periodo coloniale e
della memoria “discreta” che è rimasta degli italiani, anche se adesso sono
lontani, a Mogadiscio e “hanno fatto poco o niente”, per la regione.
Alla
domanda di Ilaria sul “perché dopo che il Fai aveva costruito l’ospedale, una
strada” gli italiani non hanno proseguito la loro opera
il Sultano replica che “questo era l’interesse dei governanti di allora, nostri
e vostri”, e ironizza sul “grosso scandalo” in corso in Italia, cui
accenna la Alpi.
Relativamente
all’intervento delle Nazioni Unite il Sultano replica che si sono visti
solo dei funzionari, che ci sarebbe bisogno di tutto ma nell’area operano solo
due Ong, Medecins sans Frontières e Africa 70.
L’attenzione
internazionale, prosegue, si è concentrata su Mogadiscio perché “la massoneria
mondiale ha bisogno delle cose brutali, che accadono a Mogadiscio mentre “fino
a 800 km da qua siamo in pace”, se si eccettua l’episodio in cui sono morti
alcune centinaia di fondamentalisti ed è stata semidistrutta la città di
Kalkaia,
Relativamente
alla prossima Conferenza di Nairobi, il Sultano spera in un accordo che
porti alla costituzione di “una specie di Federazione”, poiché la maggior parte
dei leaders sono disponibili “al massimo alle autonomie regionali”, guidata da
chi verrà designato da un Parlamento democraticamente eletto, teoricamente nel
1995.
A questo
punto
dell’intervista Ilaria cambia completamente argomento e chiede “di questo
scandalo, di questo proprietario somalo con passaporto italiano che si chiama
Mugne, che avrebbe preso queste navi che erano di proprietà dello stato e
le avrebbe usate a uso privato”.
Il
Sultano risponde raccontando la storia della flotta, di “proprietà praticamente
di Siad Barre”, e di Mugne che dopo il collasso “ha fatto scendere tutti gli
equipaggi somali in Tanzania, Dar es Salam, e se l’è squagliata con le navi in
Italia”. Accenna anche ad una società italiana “in collusione con Mugne…. che
manovra” ma invita Ilaria a cercarsi da sola il nome, perché “queste società
hanno dovunque dei lacchè”.
Relativamente
al sequestro della Faraax Omar il Sultano risponde “teniamo là la nave
perché il territorio è infestato dalla colera” e ironizza molto
sull’interessamento di Ilaria, “hai qualche parente nell’equipaggio?... lei
viene dal Sismi?”, invitandola a noleggiare un satellite se vuole vedere la
nave.
A questo
punto l’intervista si interrompe per riprendere sulla ormai famosa frase
pronunciata dal Sultano “…..venivano da Roma, da Brescia, da Torino, da
tutto, dal Regno Sabaudo a maggioranza”.
Le
sollecitazioni di Ilaria, a denunciare “lo scandalo”, visto che “adesso il
nostro sport è di fare i processi” provocano ancora una volta, ironiche
allusioni da parte del Sultano -“Ah, Italia è rinnovata! Meno male. Beh
mandateci i rinnovatori, così almeno ci crediamo”- il quale torna sul tema
delle navi Shifco, su cui dichiara di avere scarse informazioni, “erano 7 navi.
Adesso l’abbiamo una. Tre, due altre sono fuggite, le altre erano in arrivo”.
Dopo la
precisazione che la Faraax Omar è stata rapita solo 20 giorni prima, mentre
quella sequestrata “qualche mese fa” era taiwanese, l’intervista si conclude al
time code 31’05” della cassetta Betacam che, dopo pochi fotogrammi, termina
definitivamente.
L’interruzione dell’intervista
L’8
giugno 1996 il Sultano aveva dichiarato al pubblico ministero dott. Pititto di
aver parlato con Alpi per 10/15 minuti a telecamera spenta “di cultura”,
precisando che con la frase “…venivano da Roma… mi riferivo ai fascisti che
vennero nella Migiurtinia nella guerra tra il 1921 e il 1927”. In realtà va
ricordato che il tema del periodo coloniale era stato già trattato all’inizio
dell’intervista e che sembra non esserci alcun legame tra questa affermazione e
le poche frasi successive, tutte riferite nuovamente al tema delle navi, di
quelle Shifco in particolare, e dei sequestri.
Nel corso
dell’audizione del febbraio 2006 ha sostenuto, invece, che egli intendeva
riferirsi alle “basi” delle società proprietarie delle navi che giungevano al
porto di Bosaso, aggiungendo che dell’argomento del traffico di armi effettuato
tramite le navi aveva parlato in altro momento dell’intervista, con registrazione
audiovisiva; ha aggiunto che la Alpi, la quale aveva posto specifiche domande
in proposito, sembrava essere era già a conoscenza del sequestro in atto della
nave Shifco, come se si fosse procurata (forse a Mogadiscio?) documentazione in
proposito; il modo di porgere le domande tendevano a fargli ammettere la sua
partecipazione al sequestro. La giornalista, poi, gli aveva chiesto specificamente
se la nave in sequestro trasportasse armi e aveva manifestato il suo interesse
a salire a bordo della stessa.
Soggiungeva
che egli era stato informato da alcuni politici di Mogadiscio che le navi in
questione effettuavano trasporti di armi.
Ha
riferito inoltre che aveva raccolto informazioni circa il trasporto di droga da
parte delle navi Shifco.
Gli sono
state quindi contestate dal Presidente le dichiarazioni rese al PM di Roma
dott. Pititto, insistendosi innanzitutto su quelle contenute nella prima parte
dell’interrogatorio che risultava non conforme al tenore delle dichiarazioni
rese alla Commissione e, successivamente, su quelle verbalizzate nella seconda
parte dell’atto, dopo l’esortazione del suo difensore (l’avv. Douglas Duale,
presente all’interrogatorio e anche nella recente audizione) a dire la verità.
Il
sultano ha dichiarato di confermare tutto l’interrogatorio all’epoca reso,
nelle diverse fasi, e su specifica richiesta, ha ribadito che dinanzi alla
Commissione aveva riferito la verità.
Il
“sultano” ha precisato, quindi, che l’intervista era stata interamente
videoregistrata anche nelle parti in cui erano stati trattati i temi della Shifco
e del carico di armi che avrebbe potuto essere occultato nella nave in
sequestro, ed aveva avuto una durata di circa 3 ore, certamente, comunque,
superiore al registrato in possesso della Commissione.
L’intervista di
Maurizio Torrealta al Sultano
ed al pirata Joar
Per
completezza ricostruttiva deve ricordarsi che il Sultano venne intervistato dal
giornalista Maurizio Torrealta in Gibuti nei giorni 19-20 ottobre 1994.
Il
giornalista, che depositò, il 28 ottobre 1994, nelle mani dott. Ionta una
cassetta VHS contenente l’intervista andata in onda, rilasciò nell’occasione
dichiarazioni sul suo operato affermando, tra l’altro, che “prima
dell'intervista l'Abdullay si mostrò preoccupato per la sua incolumità ove
avesse parlato. Ciononostante si decise all'intervista.”
Anche
innanzi a questa Commissione il giornalista Torrealta ha confermato l’episodio:
“Io ritornai ad incontrare il sultano di Bosaso, lo incontrai a Gibuti ed
egli mi confermò… Intanto, iniziò l’intervista dicendo “se racconto quello che
so, sono un uomo morto” e la cosa un po’ mi impressionò; poi mi confermò che
queste navi facevano questi traffici (lo aveva saputo da gente che aveva
lavorato lì), me li descrisse e io mandai in onda questo servizio”.
In epoca
successiva il Sultano ebbe modo di lamentare la parzialità di quanto trasmesso,
chiedendo di essere ascoltato dalla Commissione cooperazione.
Anche nel
corso dell’interrogatorio reso al dott. Pititto il 7 e l’8 giugno 1996 a Sanaa
ebbe ad esprimere riserve sul conto dell’operato del giornalista.
Nella
recente audizione innanzi a questa Commissione ha accusato il giornalista
Torrealta di avergli offerto denaro in cambio di dichiarazioni compiacenti.
Nel
dicembre 1995, Torrealta raggiunse Bosaso dove intervistò il capo dei miliziani
che nel 1994 avevano sequestrato la Faraax Omar, Siad Abdullahi Johar o Jamar
Anche in
questo caso il materiale depositato contiene solo il breve servizio montato,
mentre non è stato reperibile il materiale girato.
Alla
domanda di Torrealta su cosa abbia “scoperto parlando con il capitano della
nave (sequestrata), Johar rispose di aver saputo che “il Sisde o qualcosa
del genere... che svolgeva operazioni di intelligence insieme all’…ex ministro
delle finanze somalo, trafficavano in armi…”.
Johar
dichiarò inoltre:
di aver
saputo del tentativo di Ilaria Alpi di avere notizie sulla nave sequestrata dal
capitano Fanesi, pochi giorni dopo l’omicidio,
che
Fanesi gli riferì “che qualcuno di quel gruppo (Sisde etc) sapeva la verità
e che erano stati uccisi perché non si sapesse la realtà.. del traffico di armi
portate dal gruppo italiano”,
che “i
giornalisti stavano indagando…di una spedizione del ’92 a Aidid a Merca da
Gaeta”,
che
Fanesi aveva paura a parlarne “perché era in pensione….e aveva paura che
quel gruppo gli facesse qualcosa..”,
che a
loro arrivarono 300mila dollari di riscatto ma che “gli italiani ne hanno
sborsati 670.000”.
Anche a
seguito di tale intervista non mancarono le reazioni da parte del Sultano
e dell’SSDF.
Le vicende processuali relative al Sultano e ad Omar Said Mugne: rinvio
In questa
parte della relazione si è inteso analizzare il contesto in cui è potuto
maturare l’omicidio evidenziando innanzitutto l’obiettiva esistenza di traffici
di armi e munizioni in Somalia e verso la Somalia. Si sono altresì esaminati
gli elementi dai quali poter desumere una conoscenza ed un interesse del
fenomeno da parte della giornalista Alpi. Per quanto attiene, invece, le
ipotesi di responsabilità personali di singoli soggetti a vario titolo
coinvolti nel traffico di armi quali possibili mandanti dell’omicidio
Alpi-Hrovatin, si rinvia integralmente al capitolo 8, parte I della presente
relazione.
Marocchino ed il traffico di armi
Come è
stato riferito nella prima parte della presente relazione, Giancarlo Marocchino
viene indicato da più fonti informative della DIGOS di Udine e dei Servizi di
sicurezza quale soggetto implicato in traffico di armi e, da questa sua
supposta attività, quale possibile mandante dell’omicidio Alpi – Hrovatin.
In questo
paragrafo verrà esaminato solo il primo aspetto, rinviando nuovamente al
capitolo 8, parte I ogni valutazione di connessione con l’omicidio.
L’espulsione dalla Somalia e l’inchiesta della
Procura di Roma
Il 1
ottobre 1993 Marocchino venne espulso dalla Somalia per disposizione
dell'UNOSOM (all’epoca rappresentante Speciale in Somalia del Segretario
Generale delle Nazioni Unite era l’Ammiraglio Howe) perché sospettato di
traffico di armi ed altre attività illecite, in particolare di aver fornito
armi e tecnologia militare alla fazione del Gen. Aidid.
Le
principali evidenze a sostegno di tale decisione vengono così riassunte: in
data 31 gennaio 1993 militari italiani avrebbero operato il sequestro di armi
in un grosso deposito segreto del Marocchino; nel marzo 1993 i militari
italiani avrebbero sequestrato altre armi nella sua disponibilità, tra cui un
pezzo di artiglieria anti aerea e 1000 metri di filo esplosivo detonante; il 2
luglio 1993 l’abitazione di Marocchino sarebbe stata utilizzata come base di
tiro e punto di riarmo contro le forze italiane (nell’evento hanno trovato la
morte tre militari italiani e numerosi altri militari rimasero feriti);
avrebbe poi organizzato con il suo socio Ahmed Duale un volo per 10 membri
della milizia dello SNA in Iran per addestrarsi sugli SA-7.
Sull’episodio
è stato aperto dalla Procura della Repubblica di Roma, PM dott. Saviotti, il
fascicolo N. 15148/93 R per il reato di detenzione, porto, trasporto e cessione
di armi in Somalia nel 1993.
Già
nell’ambito di tale procedimento, Marocchino ebbe ad affermare che le armi
erano necessarie per la difesa delle sue proprietà, poiché i carichi che
trattava venivano spesso depredati. Ha riferito di aver richiesto con lettera
al colonnello Cantone l’autorizzazione ad avere una parte di guardiani armati
per difendere i suoi magazzini, allegando un elenco dei nomi delle guardie e
quello delle armi in dotazione, spiegando a voce che altre armi (carcasse di
mitragliatrici) e munizioni le custodiva nel magazzino in un container. Inoltre
avrebbe comunicato ai militari italiani il trasferimento dei suoi magazzini da
una zona all’altra della città (verso la parte controllata da Ali Mahdi) per
evitare l’utilizzo abusivo degli stessi. Ha aggiunto di aver saputo (da
funzionari dell’ambasciata forse di Nairobi) che l’ambasciata italiana in
Somalia aveva trasmesso una nota all’ambasciata italiana a Nairobi dove si
diceva che Marocchino stava caricando una nave di armi per la Somalia e che se
egli fosse rientrato in Somalia l’ambasciata non era più in grado di garantire
la sua incolumità.
Il
provvedimento UNOSOM di espulsione venne revocato in data 18 gennaio 1994 e
dopo alcuni mesi trascorsi a Nairobi, a fine gennaio 1994 Marocchino fece
rientro a Mogadiscio.
Il
procedimento penale innanzi all’Autorità giudiziaria romana si concluse con
decreto di archiviazione in data 17 luglio 1995 a seguito di conforme richiesta
del Pubblico Ministero datata 14 aprile 1994, a
conclusione di una attività investigativa del tutto incompleta: non è infatti
chiaro perché il procedimento sia stato chiuso dopo aver ricevuto solo in parte
i documenti richiesti,
non siano stati sollecitati ed esaminati atti importanti quali i verbali di
sequestro delle armi, non siano stati sentiti gli ufficiali italiani che vi
hanno proceduto o l’alto ufficiale che aveva reso dichiarazioni sui fatti del 2
luglio 1993, non si sia verificato a quali intercettazioni facesse riferimento
il comando UNOSOM.
In buona
sostanza l’archiviazione viene a fondarsi essenzialmente sulle indicazioni
fornite dal generale Giampiero Rossi, primo comandante della missione Italfor Ibis
I fino al 4 marzo 1993, a cui erano succeduti i generali Loi e Fiore, in un
appunto richiesto e trasmesso allo Stato Maggiore il 9 marzo 1994.
Il generale Rossi ricostruisce il primo degli episodi rammentando che “Nel
corso di una operazione di rastrellamento condotta dai reparti della B.
"Folgore" a Mogadiscio-Nord il 31 gennaio 1993 è stata requisita una
consistente quantità di armi e munizioni dai depositi appartenenti alla
S.I.T.T. Corporation del Marocchino, fra cui alcuni mortai leggeri e medi, con
relative bombe, alcuni dei quali, in verità, obsoleti e di dubbia possibilità
di funzionamento.
In
tale circostanza il Marocchino ha giustificato il possesso di tali armi con la
necessità di difendere le sue attività commerciali dal banditismo che in quel
periodo dilagava in tutta la Somalia, il che risulta perfettamente plausibile”.
La
Commissione ha potuto riscontrare documentalmente tale episodio sulla base del
“Diario degli Avvenimenti – operazione Ibis (1992-1994)”
approntato sulla base delle comunicazioni (verbali e/o con messaggio) del
Comando del Contingente Italiano in Somalia (Italfor Ibis) all'Ufficio Operazioni
dello SME. Relativamente alla suddetta operazione del 31 gennaio 1993 si legge:
“si è svolta l'Operazione "Mangusta 3" (rastrellamento di un
caseggiato e della zona di mercato "Argentina", siti nella periferia
nord ovest di Mogadiscio), condotta da 2 D.O. del 9° btg. d'ass. par. "Col
Moschin" rinforzati da personale del 186° rgt. par. "Folgore", 1
pi. g. gua., e 2 eie. A-129 del gr. sqd. eie. Italhely Ibis.
L'operazione
ha consentito il sequestro di 5 pistole, 120 fucili di vario tipo, 7 mitragliatrici
(3 da 12,7 mm e 4 da 14,2 mm), 1 mitragliatrice e/a da 20 mm, 2 canne per
mitragliatrice e/a da 23 mm, 8 mortai (6 da 60 mm e 2 da 81 mm), 1
lanciamissili Milan, 50 cartocci proietto per cn. sr. da 75 mm, 8 casse di
bombe da mortaio da 82 mm, 28 razzi per RPG-7,10.000 colpi cai. 7,62 e ricambi
per armi varie”.
In
relazione alla secondo rastrellamento, sempre il generale Rossi – che invero
aveva già lasciato il comando il 3 marzo per cui, su tale episodio e su quello
successivo, riferisce quanto “appreso da un colloquio avuto con il Gen.
Bruno Loi” – espone quanto segue: “Un'altra operazione di rastrellamento
finalizzata a requisire armi dai depositi della citata ditta è stata condotta
il 19 giugno 1993. Tale operazione ha consentito il sequestro di alcune armi
leggere e relativo munizionamento che ha provocato una vivace protesta da parte
del Marocchino che asseriva che le armi sequestrate appartenevano al personale
alle sue dipendenze, preposto alla difesa delle sue proprietà ed attività
commerciali.
L’unico
riscontro documentale sulle attività di rastrellamento effettuate il 19 giugno
1993 è dato, ancora una volta, dal “diario degli avvenimenti”: “sequestro,
da parte del rgpt. "Bravo", di 3 fucili, 2 missili Milan, 1 cartoccio
proietto da 106 mm, 364 cartucce e/a da 20 mm, 100 spolette per bombe da
mortaio, 1 canna per cannone da 30 mm e 300 cartucce di vario calibro presso un
posto di controllo in Mogadiscio. Il succitato materiale è stato,
successivamente, consegnato alle locali autorità di Polizia somala”.
In
ordine, poi al presunto coinvolgimenti del Marocchino negli scontri al check
point “pasta” del 2 luglio 1993 il generale Rossi scrive: “Per quanto
riguarda gli avvenimenti del 2 luglio 1994 che hanno causato l'uccisione di tre
militari italiani, risulta improbabile che la residenza del Marocchino fosse
stata impiegata come base di fuoco da alcuni cecchini somali durante l'attacco
condotto contro le Forze italiane, in quanto la stessa è dislocata a notevole
distanza dal luogo dove si sono svolti gli incidenti”.
Tale
giudizio di improbabilità si basa però su di un assunto palesemente erroneo: lo
stesso Giancarlo Marocchino ha rappresentato alla Commissione che proprio in
prossimità del check point “pasta” egli possedeva dei magazzini custoditi
da uomini armati; Marocchino, peraltro, fu costretto ad abbandonare la zona sud
di Mogadiscio proprio perché impedì ai propri uomini di intervenire con le
armi: “Il 2 luglio 1993. Secondo me, è stata un’operazione americana contro
gli italiani…Gli americani hanno obbligato a fare un grosso rastrellamento nel
quartiere principale in cui c’era tutta la fazione di Aidid, però davanti al
contingente italiano c’era tutta la milizia di Ali Mahd. Quando la milizia di
Ali Mahdi è entrata dentro questo quartiere, dato che sapevano che dietro
c’erano gli italiani che facevano da tamponamento, non hanno guardato tanto per
il sottile, hanno cominciato ad uccidere e a fare quello che hanno fatto. Di lì
c’è stata una grossa reazione popolare contro questi miliziani di Ali Mahdi, ma
logicamente anche contro gli italiani. In questi quartieri ci sono tutte strade
non asfaltate, gli italiani non sapevano cosa fare, hanno chiesto aiuto agli
americani e dalle dieci e mezza, quando hanno chiesto aiuto, gli americani sono
arrivati con gli elicotteri alle cinque e mezza o alle sei del pomeriggio.
Poteva essere una grossa carneficina.
Io ho
subito una grossa conseguenza da questo check point Pasta, perché lì avevo i
vecchi magazzini all’interno dei quali avevo degli uomini armati. È venuto da
me il capo della mia milizia a dirmi: “Giancarlo, i nostri uomini vogliono
combattere contro gli italiani; vieni subito in garage e vedi che cosa puoi
fare”. Da casa mia – dove abitavo prima – al garage c’erano ottocento metri di
stradicciole. Sono arrivato al garage, ho parlato con questi ragazzi ed ho
detto: “Questa è una guerra in cui noi non c’entriamo. Se questi ammazzano la
vostra gente io non posso dirvi: non combattete. Però se lo fate per me, se
credete, non entriamo in questo problema”. Difatti nessuno dei miei uomini ha
sparato un colpo, nessun uomo dei miei ha sparato un colpo.
La
sera alle dieci e mezza sono arrivati il mio socio, che era nipote di Aidid, e
Aidid a casa mia e mi hanno detto: “Giancarlo, da adesso te ne devi andare da
questa casa, perché qui ci sono oltre trecento morti somali e tu hai dato
ordine ai tuoi uomini di non combattere. […] Noi non ti possiamo dare la
sicurezza. Prendi tutti gli italiani che sono lì e stasera vai al nord […]”.
A margine
del procedimento penale a cui si è fatto finora riferimento, quale ulteriore
anomalia, deve ricordarsi che in data 22 dicembre 1993 – in epoca cioè
anteriore alla formale conclusione delle indagini – l’ambasciatore Scialoia
scrisse al MAE spiegando, tra l’altro, di aver rappresentato al quartiere
generale di Unosom 2 l’aspettativa della delegazione italiana che Marocchino
fosse autorizzato a rientrare in Somalia; nella lettera Scialoja comunicava
l’avvenuta archiviazione da parte della Magistratura italiana delle accuse a
carico di Marocchino per inesistenza delle prove necessarie all’avvio di un
procedimento giudiziario e diceva che per le autorità italiane il Marocchino
era libero di rientrare a Mogadiscio.
Sentito
sul punto dalla Commissione, l’ambasciatore Scialoja si è giustificato
asserendo essersi trattato di un errore e comunque di aver ricevuto
informalmente la notizia della conclusione delle indagini dal Ministero degli
Esteri.
La
Commissione ha comunque cercato di approfondire tali episodi.
L’ambasciatore
Scialoja ha
ricordato l’episodio del primo sequestro di armi: “durante il periodo in cui
il comandante del contingente militare italiano era non Bruno Loi ma il
generale Rossi, se non erro, i militari del contingente italiano fecero
un’ispezione in un campo-deposito di Marocchino; Rossi non l’ho mai incontrato (Scialoja
raggiunge la Somalia nell’agosto del 1993, quando il comando militare era stato
già assunto dal generale Loi – n.d.r.) e non so se questa ispezione sia
stata svolta su iniziativa del contingente italiano oppure su richiesta della
Nazioni Unite o degli americani e per quale motivo, ma tra il materiale di
Marocchino furono trovate anche delle armi integrate, anche dei RPG7, se non
sbaglio, altre armi di varia natura e, fatto che mi colpì e che ricordo bene,
un quantitativo non trascurabile di miccia detonante. La miccia detonante non è
quella lenta, è una miccia che detona alla velocità di 6 chilometri al secondo
e che viene usata in genere quando si vogliono far esplodere varie cariche
esplosive contemporaneamente. Questo materiale gli venne ovviamente
sequestrato, ma questo è tutto quello che so”.
[…] L’ispezione
ed il reperimento delle armi nel campo-deposito di Marocchino sono avvenuti
vari mesi prima del mio arrivo e non so se abbiano dato luogo ad un’inchiesta.
Immagino di sì, ma non lo so. Era un fatto a conoscenza di tutti”.
L’ambasciatore
ebbe numerosi contatti con l’ammiraglio Howe, il quale si limitò a riferirgli
generiche informazioni sui motivi dell’arresto ed espulsione del Marocchino
senza mai fornire vere e proprie prove. “Uno dei motivi per cui l'ammiraglio
Howe mi disse che avevano arrestato Marocchino era il trasporto di armi. Non
forniva armi ad Aidid - da quello che mi venne detto - ma trasportava armi dal
porto d'imbarco della costa somala per Aidid. Non ho notizie precise. Posso
solamente presumere che, se trasportava delle armi, lo faceva con i mezzi presi
dalla cooperazione. Era l'unico ad averne. La Somalia è sempre stata una rovina
nel campo dei trasporti”.
Marocchino,
sentito più volte dalla Commissione su tale vicenda, ha ammesso di possedere
diverse armi, ma ad uso esclusivo dei suoi uomini che dovevano garantire la
sicurezza; le armi, a suo dire, erano facilmente reperibili sul mercato.
Disponeva sostanzialmente di armi leggere, mentre alcuni mortai, peraltro
obsoleti, pur essendo custoditi in prossimità dei suoi magazzini, non erano
suoi.
Proprio
quest’ultimo materiale bellico obsoleto, contenuto in un container, fu
sequestrato dai militari italiani, pochi giorni prima del suo arresto ed
espulsione.
La
perquisizione a cui si è testè fatto riferimento presenta più di un’anomalia.
Viene effettuata qualche giorno dopo i noti episodi del check point “pasta”,
nei giorni in cui il contingente americano aveva in corso operazioni tese a
catturare Aidid e comunque a ridurne il potenziale militare.
Secondo
quanto riferisce lo stesso Marocchino tale perquisizione fu, per così dire,
annunciata il giorno prima: “La mattina viene da me un certo comandante
della Folgore, Caruso,
e mi dice: “Giancarlo, gli americani ti vogliono bombardare il garage”. Io mi
metto a ridere e dico: “Che lo bombardino, tanto c’è solo la vostra roba, roba
della cooperazione, tutta roba vostra”. “No, dobbiamo fare un accordo. Noi
veniamo l’indomani, verrà anche il generale Loi, e ti facciamo una
perquisizione in tutto il garage, così ci leviamo questo problema”. Difatti,
l’indomani sono venuti, c’erano gli elicotteri americani sopra il mio garage
che controllavano che gli italiani fossero venuti nel mio garage a
controllarmi. Hanno controllato il mio garage. Io non avevo armi. Loi mi dice:
“Devi tirare fuori un po’ di armi”.
Poiché
armi non vi erano armi nel proprio magazzino, Marocchino asserisce di aver
consegnato un contenitore nella disponibilità della fazione di Aidid: “Io
nel mio garage armi non ne avevo. Lui mi ha chiesto delle armi, mi ha chiesto
se c’erano delle armi. Io gli ho detto che nel garage non c’erano armi, però
fuori dal garage – io ho le fotografie di fronte al mio magazzino – c’è un
contenitore di armi, ma armi vecchie, che non servono, che non sono le mie.
“Queste armi sono della fazione di Aidid. Se la fazione te le vuole dare, le
prendete; se la fazione non le vuole dare, io me ne lavo le mani”. A quel punto
c’è stato un accordo. Notate bene che il contenitore era al di là del mio
magazzino, non dentro il mio magazzino. Io ho messo la mia gru, ho preso questo
contenitore e l’ho caricato sul camion dei militari. Difatti Loi – Loi è ancora
qua – mi ha detto: “Ma che cos’è questa roba? È tutta roba vecchia, del
novecento”. “La roba è quella lì. Se ti interessa, è quella. Qui non ce n’è
altra”. E hanno preso quello che hanno preso. Ci sarà un verbale; non so cosa
hanno scritto sul verbale... Io ho salvato i miei magazzini.
La
versione dell’episodio riferita in Commissione dal generale Loi è radicalmente
diversa; il rastrellamento viene ricostruito in termini tutt’altro che
amichevoli: “Mi
giungeva voce che lui avesse un deposito di armi; siccome aveva un deposito di
container piuttosto esteso, su cinque piani, un bel giorno ho organizzato
un’operazione di rastrellamento nel deposito di Marocchino. Mi sono presentato
cinturato ed ho detto: “Adesso, signor Marocchino, mi tiri fuori tutte le armi
che ha, sennò le butto giù tutto, anzi me lo butta giù lei, perché ha i mezzi
per farlo, e mi apre tutti i container e mi fa vedere cosa c’è dentro”. “Ma non
ho niente, comandante”. “Allora cominci a tirare giù quello e mi faccia
vedere”. “Va bene, va bene”, e mi dà un container intero pieno di armi. Non
erano armi eccezionali, era per lo più ferraglia e roba vecchia. Io mi sono
accontentato.
Durante
l’operazione Marocchino conferì con alcuni somali.
Non si
comprende, però, se doveva trattarsi di operazione di rastrellamento sulla base
– evidentemente – di informazioni o richieste da parte del contingente
americano, per quale motivo non si sia provveduto ad effettuare una
perquisizione integrale dei magazzini del Marocchino e ci sia limitati a
raccogliere quanto spontaneamente consegnato; sul punto le giustificazioni
rassegnate dal generale Loi non appaiono affatto convincenti.
Passando,
poi, al successivo episodio dell’arresto ed espulsione dalla Somalia,
Marocchino dapprima riferisce di essere stato convocato, due giorni prima, dal
colonnello Cantone presso l’ambasciata italiana, dove lo attendevano alti
ufficiali americani che desideravano parlare con lui; ivi giunto gli chiesero
varie informazioni sul conto di Aidid.
Dopo due
giorni Marocchino viene nuovamente convocato presso l’ambasciata americana, con
la scusa di un lavoro da affidagli per conto della società Brown Root, e di lì
a poco viene arrestato: “Andiamo a questa riunione e, finita la riunione, mi
dicono. “Di là ci sono dei problemi, esci da questa porta”. Come sono uscito,
c’era una pianta: saltano giù dalla pianta questi rambo, con i mitra, mi
prendono, mi incatenano, mi buttano su un Land Cruiser e mi portano in una
specie di prigione. Mi tengono lì due ore, poi arriva una commissione, tra cui
un ufficiale italiano che faceva da interprete, e cominciano a farmi delle
domande”.
Gli
americani volevano informazioni su presunti traffici di armi da parte del
contingente italiano a favore della fazione di Aidid: “mi chiedono cosa
c’era nei contenitori del contingente italiano che io scaricavo al porto e
trasportavo fino a Balad - dove avevo anche costruito una pista per
l’atterraggio degli elicotteri, in cemento -, se c’erano armi e se queste armi
andavano a Aidid. Io mi sono messo a ridere e gli ho detto: ”Ma siete matti? Io
faccio il trasporto per il contingente italiano, con la presenza anche di
militari nel convoglio (perché la sicurezza non era solo garantita dai miei
militari ma anche dai militari italiani), e poi i contenitori sono piombati: io
che ne so se dentro ci sono armi o no?”.
Più di
recente Marocchino ha rassegnato una sua ricostruzione sull’effettivo motivo
della sua espulsione, legata, a suo dire, ad interessi economici della società
americana Brown and Root. Rispondendo al Presidente ha precisato: “Gli americani mi hanno mandato via
a ottobre. Lei
sa perché mi hanno mandato via? Perché c’era una
società americana, la Brown and
Root, gestita da ex
generali ed ex colonnelli, che svolgeva lavori per
l’Unosom ed io ho portato
via loro il lavoro, perché lavoravo
direttamente. Quando
sono stati evacuati gli italiani, la società
Brown and Root ha ottenuto l'appalto, con un contratto
di un milione
e 300 mila dollari. Con gli
italiani, invece,
io avevo fatto un preventivo di 270 mila dollari. Alla fine, io sono tornato in Italia ed essi hanno ottenuto la fornitura
per un milione e
300 mila dollari. Successivamente, ci sono ritornato con le scuse dell'ammiraglio Howe - non so
se abbiate la lettera
- ed ho ricominciato a lavorare con loro”.
L’omicidio Rostagno
ed i supposti collegamenti con il caso Alpi-Hrovatin
La
Commissione, al fine di non tralasciare alcun accertamento, ha financo
approfondito la vicenda relativa all’omicidio di Mauro Ristagno, da alcuni
testimoni, come si dirà appresso, connesso all’omicidio Alpi-Hrovatin per il
tramite della supposta conoscenza da parte di Ilaria Alpi del maresciallo Li
Causi.
Rostagno,
sociologo, ex leader di Lotta Continua, giornalista e fondatore della comunità
Saman, venne ucciso la sera del 26 settembre 1988, nella campagna di Lenzi
(Trapani) mentre si trovava in macchina con Monica Serra, un’ex
tossicodipendente ospite della comunità da lui fondata con Chicca Roveri e
Francesco Cardella.
Nell’aprile
del 2005 la DDA di Palermo ha avanzato richiesta di archiviazione (tuttora pendente
innanzi al GIP Viola). Precedentemente era stata archiviata l’indagine sulla
cosiddetta “pista interna” alla comunità Saman
e sulla cosiddetta “pista mafiosa”.
Sulla
pista del traffico d’armi con la Somalia e di un collegamento con l’uccisione di
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non sarebbe emerso nulla di concreto.
Questa
Commissione ha acquisito presso il Tribunale di Palermo (tramite i suoi
consulenti nell’aprile del 2004)
nell’ambito del procedimento relativo all’omicidio di Mauro Rostagno gli atti
processuali di maggiore interesse investigativo. Da tali atti emerge in
sintesi:
• Le
indagini sull’omicidio di Mauro Rostagno condotte inizialmente (prima di essere
trasmesse alla DDA di Palermo) dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale
di Trapani, istruite dal Procuratore Garofalo, si soffermarono particolarmente
sulla c.d. "pista interna" alla comunità Saman, di cui il
Mauro Rostagno ed il Francesco Cordella erano fondatori e responsabili.
• Le
investigazioni (per la parte che qui ci interessa) hanno consentito di
ipotizzare che il Rostagno, nel mentre si trovava appartato in automobile con
una signora, nei pressi di una area aereoportuale apparentemente dismessa
(vicino Trapani), avesse avuto modo di notare, casualmente, la effettuazione di
attività, condotte da militari italiani, inerenti il traffico di armi, mediante
utilizzo di aerei. Tornato sul posto con una telecamera, il Rostagno avrebbe
effettuato la ripresa filmica di tale attività (trasbordo di casse di viveri da
aerei militari e caricamento di casse d'armi).
• Risulta
da verbali dichiarativi, di cui si è acquista copia, che alcuni testimoni
ebbero a confermare all'A.G. di Trapani il possesso, in capo al Rostagno, di
una videocassetta, di cui aveva effettuato la duplicazione in maniera
riservata, che il medesimo portava sempre con sé.
• Le
indagini hanno altresì consentito di focalizzare la ipotesi investigativa per
la quale il Cardella, per il tramite della Comunità Saman, fosse coinvolto in
vari traffici illeciti, tra cui quello di armi e droga. Da qui il profilarsi in
capo al Cardella di un movente, prima favoreggiatore e poi omicidiario, atteso
che il medesimo sarebbe venuto a conoscenza della captazione filmica effettuata
dal Rostagno, e della sua intenzione di fare scoppiare uno scandalo.
• Le
investigazioni condotte dalla Procura di Trapani si sono soffermate sul ruolo
del maresciallo Li Causi, militare addetto al Centro Scorpione di Trapani. (La
vicenda Li Causi merita di essere accennata per i possibili collegamenti con
omicidio Rostagno e vicenda Alpi.) Il Centro Scorpione, secondo le risultanze
investigative, costituiva una struttura militare "coperta" di
"Gladio". L' ipotizzato coinvolgimento di militari italiani, in
Trapani, nel traffico illecito di armi, avrebbe reso il maresciallo Li Causi
detentore di rilevanti segreti.
La
Procura di Trapani ha acquisito le dichiarazioni di Francesco Elmo, personaggio
peraltro rivelatosi inattendibile in varie sedi giudiziarie.
Dal
complesso delle investigazioni condotte dal P.M. di Trapani, emergerebbe quanto
segue: Elmo asseritamene “collaboratore esterno" di strutture
"parallele" del SISMI
dichiarava di avere conosciuto il maresciallo Li Causi, che come detto, per tre
anni aveva diretto il centro Scorpione di Trapani (ultimo centro Gladio). Elmo
avrebbe appreso altresì che il maresciallo Li Causi sarebbe stato inviato in
Somalia per interrompere traffici illeciti di armi e droga.
Sempre
secondo Elmo, il maresciallo Li Causi avrebbe scoperto che gran parte dei
militari presenti in Somalia era appartenuta a Gladio, e che era in atto un
grosso traffico d' armi e stupefacenti. Tale illecito traffico sarebbe stato
effettuato con navi della cooperazione ed anche con due navi nella
disponibilità di Francesco Cardella. Il maresciallo Li Causi sarebbe diventato
buon amico di Ilaria Alpi, alla quale avrebbe confidenzialmente rivelato
notizie ad alta valenza. Le navi in uso alla comunità Saman si recarono in
Somalia, dove il Cardella aveva intenzione di aprire un ospedale. Tale Cammisa,
detto Jupiter, uomo di fiducia del Cardella, si sarebbe trovato in
Bosaso, con una nave della Saman, nei giorni in cui erano presenti anche Ilaria
Alpi e Miran Hrovatin, poco prima della loro morte. Il Cammisa avrebbe
incontrato Ilaria Alpi. Sul punto rilevano taluni verbali testimoniali.
Per
quanto concerne dunque il possibile collegamento tra l’omicidio di Mauro
Rostagno e la giornalista Ilaria Alpi gli aspetti rilevanti sono:
La
scoperta da parte di Rostagno dell’atterraggio nell'aeroporto abbandonato di
Kinisia di un aereo militare da cui aveva visto scaricare casse contenenti
armi.
La
presenza di Giuseppe Cammisa, uomo di fiducia del Cardella, in Bosaso, con una
nave della Saman, nei giorni in cui erano presenti anche Ilaria Alpi e Mira Hrovatin,
poco prima della loro morte. (La Comunità Saman - in particolare Cardella -
aveva acquistato, due piccole navi militari, dalla Marina svedese,
ufficialmente dovevano trasportare aiuti nel Corno d'Africa).
L’analisi
degli atti giudiziari ha permesso di accertare che, al di là della suggestività
della tesi legata a supposte conoscenze tra le persone coinvolte
(Cammisa-Alpi-Li Causi) ed al comune riferimento alla Somalia ed in particolare
a Bosaso, a prescindere dalla veridicità degli elementi sopraccitati, non
emerge alcun legame tra i due atti criminosi.
Ulteriori elementi su Omar Said Mugne e la Shifco
È noto
che Ilaria Alpi si stava interessando alla flotta Shifco e al suo
amministratore, Omar Said Mugne. Nel suo ufficio è stato ritrovato un appunto
al riguardo, ed è noto l’interessamento alla nave Shifco sotto sequestro a
Bosaso nei giorni in cui Alpi e Hrovatin vi giungono. Durante l’intervista al
sultano di Bosaso, Ilaria Alpi pone diverse domande su Mugne e insiste per
ottenere di poter salire sulla nave sequestrata da un gruppo di pirati (la
Faraax Omar della flotta Shifco).
Alla luce
delle rivelazioni di Abdullahi Mussa Bogor, tra le quali c’è la conferma del
fatto che Ilaria Alpi abbia posto domande precise e insistite sull’utilizzo dei
pescherecci della Shifco per trafficare materiale bellico e sul suo sospetto
che la nave sotto sequestro avesse a bordo armi, merita di approfondire alcuni
aspetti della figura di Omar Said Mugne e di quella flotta, donata pochi anni
prima dalla Cooperazione italiana.
Said Omar
Mugne, nato nel 1945 da una famiglia benestante di Brava, viene giovanissimo in
Italia con una borsa di studio della Comunità Europea per laurearsi in
ingegneria idraulica a Bologna. Dopo la laurea si impiega subito presso la Cooperativa
di costruzioni Edilter di Bologna (che negli anni seguenti opererà con appalti
della Cooperazione italiana anche in Somalia).
Ritorna
nel Paese africano nel 1983, proprio per gestire un nuovo appalto a Mogadiscio
della Edilter: la ristrutturazione delle fognature della capitale.
In breve,
con l’aiuto delle entrature costruite presso politici italiani di primo piano
dell’area socialista sia di Mugne che del fratello Siad Marina (ammiraglio e
segretario particolare del generale Samantar – ministro della Difesa di Siad
Barre) nonché dalla cugina Lul (moglie del ministro degli Esteri dell’epoca
Abdurrahman Buolq Buloq) diviene in breve il braccio destro dello stesso
ministro degli Esteri, che era anche l’incaricato dei progetti di cooperazione
con l’Italia. Non solo. Otterrà una sorta di mandato dello stesso Presidente
Siad Barre a trattare in suo nome presso i più alti vertici italiani.
Attraverso
l’amicizia con l’on. Franco Piro, poi, Mugne riesce ad avere presto un rapporto
diretto e cordiale con lo stesso on. Bettino Craxi.
Secondo
Pietro Petrucci (vedasi il volume “Mogadiscio”, edito da Eri-Rai nel 1993),
Mugne già nel 1986 era un «influente consigliere dei servizi segreti somali e
di quelli italiani» (Cfr. “Mogadiscio”, pag 106).
A questo
proposito la Commissione ha acquisito (doc. 0083 002) una sorta di curriculum
di Mugne che contiene anche un accenno al fratello Said Marino.
«Il
"braccio operativo" del Ministro Gama Barre risulterebbe essere
l'ingegnere Mugne Said Omar laureatosi in ingegneria idraulica all'Università
di Bologna nel 1978.
Negli
anni ottanta l'ingegnere si dedica a tempo pieno ad intessere rapporti diretti
e fiduciari fra i dirigenti somali e determinati ambienti politici italiani al
fine di evitare che il "fiume" di miliardi che la cooperazione
italiana riversa sulla Somalia possa arrestarsi per l'insipienza dei governanti
somali e per la tenace resistenza offerta dagli alti burocrati della Farnesina
a progetti discutibili.
Un
fratello di Mugne, Siad Marina, è segretario particolare del Generale Ali
Samantar, allora Vice Presidente della Repubblica e Ministro della Difesa.
Entrato nelle grazie del Generale Samantar, Mugne ne usa ampliamente il nome e
l'influenza per accreditarsi in molti ambienti italiani, compresi quelli militari.
La
cugina di Mugne, Lul, è la seconda moglie di Abdurahman Gama Barre,
fratellastro del Presidente, Ministro degli Esteri e di fatto, numero due del
regime: di quest'ultimo Mugne guadagna la piena fiducia.
Uno
dei migliori amici dell'ingegnere, fin dai tempi dell'università, è il deputato
socialista Franco Piro che gli consente di entrare in familiarità con gli
esponenti di spicco del PSI.
Fino
al 1986 Mugne non riveste comunque alcun incarico ufficiale
nell'amministrazione somala. In quell'anno, previe intese tra il Ministro degli
Esteri Gama Barre ed il sottosegretario Forte, viene creato, nell'ambito del
ministero degli Esteri somalo, un ente autonomo destinato a gestire i rapporti
con le imprese italiane i cui lavori sono finanziati in Somalia dal FAI (Fondo
aiuti italiani).
L'ente
in questione assume la denominazione di Enfais (Ente fondo aiuti italiani in
Somalia): ne è presidente tale Abdirizak Osman, detto Jurile, mentre direttore
generale è l'ing. Mugne».
Nello
stesso 1986 inizia l’imponente intervento della Cooperazione, noto come Fondo
Aiuti Italiani, gestito dal senatore Francesco Forte. E Mugne in quegli anni
continua ad essere uno dei principali interlocutori della Cooperazione italiana
e del Fai in Somalia. Come direttore dell’Enfais, Mugne si trova a gestire in
via esclusiva il settore della pesca, mentre nel contempo ricopre anche altri
ruoli, come quello di dirigenza del consorzio Gisoma, di diritto somalo, nato
dal radicamento nel Paese africano della società Giza di Reggio Emilia.
È fra il
1986 e il 1990 che Mugne si trova a gestire anche il dono della Cooperazione
italiana alla Somalia della flottiglia di pescherecci (cinque, oltre alla nave
madre “21 Oktobar II”) che poi verrà denominata Shifco.
I
pescherecci donati dalla Cooperazione inizialmente erano tre, in epoca
immediatamente precedente al progetto Fai. L’operazione di cooperazione però
risultava economicamente deficitaria, per l’impossibilità di esportare il pesce
con pescherecci troppo piccoli e inadatti. Così Mugne ottiene che il Fai
potenzi la flottiglia, donando altri tre pescherecci, di cui uno di grande
dimensione, la 21 Oktobaar II, dotata di celle frigorifere adeguate e in grado
di portare il pescato fino ai porti europei.
Fra il
1990 e il 1991 la guerra civile mette in crisi il regime del dittatore Siad
Barre, che presto fugge lasciando il Paese. La Somalia è nel caos della guerra
civile, ma Mugne riesce a “mettere al sicuro” i pescherecci della Shifco. Ne
prende allora possesso e ne rimarrà gestore e proprietario in tutti gli anni
seguenti.
Riguardo
alle intricate e poco chiare vicende delle navi Shifco c’è un’ampia trattazione
negli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Cooperazione.
Tra
l’altro, vi è, agli atti della Procura di Roma (confluiti nell’archivio della
Commissione sulla Cooperazione), un esposto-denuncia di Piero Ugolini e alcune
relazioni e testimonianze di Franco Oliva.
Tra le
diverse “anomalie” riscontrate dai nostri funzionari della Cooperazione c’è
anche una serie di rilievi strutturali sull’attrezzatura e l’equipaggiamento
delle navi, per cui veniva messa in dubbio la stessa funzionalità come
pescherecci.
Riguardo
agli scenari di corruzione e malacooperazione di quegli anni tra Italia e
Somalia e ai coinvolgimenti di Mugne è d’interesse la testimonianza di
Francesco Corneli. Corneli, insieme a Giancarlo Mancinelli (ora deceduto)
avevano testimoniato sia davanti alla dott.ssa Gemma Gualdi e al dott. Antonio
Di Pietro della Procura di Milano, sia davanti al dott. Fortuna della Procura
di Torre Annunziata.
Entrambi
avevano riferito (Mancinelli – già gravemente malato – anche attraverso un
memoriale) del sistema di corruzione e tangenti che caratterizzava gli ultimi
anni Ottanta riguardo ai progetti di cooperazione, ma avevano anche fatto
dichiarazioni d’interesse riguardo ai traffici d’armi fra Italia e Somalia.
In
particolare Corneli (che, per inciso, non risulta essere stato sentito dalla
Commissione “Alpi-Hrovatin”) indica in Omar Said Mugne il responsabile di
alcuni dei traffici di materiale bellico fatto giungere in Somalia (con i suoi
pescherecci) dall’Est europeo, tramite l’Italia.
Sarebbe
stato interessante, per la Commissione, audire anche l’on. Antonio Di Pietro,
il quale in un suo intervento sul settimanale “Oggi” aveva scritto di conoscere
bene tale Mugne «per essermi occupato di lui durante l’inchiesta Mani Pulite»,
perché nell’ultima fase della sua attività in magistratura, aveva aperto un
filone investigativo riguardante traffici internazionali illegali di rifiuti e
scorie. Nell’ambito di queste indagini aveva individuato conti e transazioni
bancarie estero su estero, a pagamento degli smaltimenti, nei quali era, fra
gli altri, coinvolto Mugne.
Purtroppo,
la Commissione non ha ritenuto di dover sentire Di Pietro, nonostante il fatto
che fosse stato formalmente segnalato da alcuni consulenti.
Va
ricordato, peraltro, che nel verbale – già citato – della Digos di Roma del 3 febbario 1995 a firma di Marcello Fulvi e
indirizzata ai dott. Ionta e De Gasperis si trovano le dichiarazioni
confidenziali di una fonte riservata, considerata «di provata attendibilità».
La fonte «ha confidato che mandante dell'omicidio di
Ilaria Alpi e dell'operatore Miran HROVATIN sarebbe il noto Marocchino
Giancarlo, il quale, coinvolto in un trafficò di armi provenienti dall'Italia e
dirette alla fazione somala di Ali Mahdi, transitando per l'Iran, avrebbe
ordinato l'uccisione della giornalista, la quale sarebbe stata messa al
corrente di tale traffico dal Sultano di Bosaso» (sottolineatura
nostra, nda).
Va sottolineato che negli atti non c’è traccia di alcun
approfondimento successivo, né da parte della Digos né della Procura di Roma,
sulle dichiarazioni di tale fonte.
E va sottolineato che la Commissione, che pure era in
possesso di questi atti fin dalla prima metà del 2004, non ha svolto alcun tipo
di accertamento al riguardo.
Tra l’altro su questo punto l’avvocato Domenico D’Amati
ha inviato una lettera alla Commissione Alpi-Hrovatin pregando i commissari di
andare a fondo della questione.
Analogamente
avrebbe meritato approfondimento le note del Sisde (dell’8 giugno 1994 e del 9
dicembre 1994) che, a loro volta indicano una «fonte confidenziale ritenuta
attendibile» avrebbe indicato alcuni nominativi come presunti mandanti e
organizzatori del duplice omicidio.
Delle
note parla un appunto della Digos di Roma.
La fonte
Sisde avrebbe indicato come mandanti Said Omar Mugne, Osman Mohamed Sheikh,
Abukar Mohamed Alì, Mohamed Samantar, e indica come mediatori fra i mandanti e
gli esecutori Giancarlo Marocchino e Elio Sommavilla. Va detto che nella stessa
relazione alla Procura, la Digos di Roma scrive di non essere stata in grado di
ottenere ulteriori riscontri su tali indicazioni.
Su questo
la Commissione ha cercato di individuare la fonte confidenziale, ma il Sisde ha
opposto ripetutamente il rifiuto a rivelarne l’identità in base all’articolo
203 del codice di procedura penale.
Si
trovano, inoltre, ampie informazioni su Mugne e sul suo presunto coinvolgimento
nei traffici d’armi e nell’omicidio Alpi-Hrovatin in una ampia relazione
inviata dal questore di Udine Baldi al Ministero dell’Interno – Dipartimento
della P.S. – Direzione centrale della polizia di prevenzione.
Quanto
alle informative dei servizi segreti italiani, alleghiamo la nota riassuntiva
datata 10 novembre 1997, tra le quali si fa riferimento alla informativa in
data maggio-giugno 1993, nella quale il Sismi segnala il sospetto di un
traffico d’armi messo in atto dalla Shifco e da Mugne. Nella stessa nota, si fa
riferimento ad altre informative datate maggio-giugno 1994, giugno 1994 e
novembre 1994, tutte indicanti Mugne, o i suoi pescherecci, come coinvolti in
traffici d’armi. In una di esse si fa riferimento a fonte fiduciaria che
indicherebbe non nel fondamentalismo islamico ma nei traffici «dei pescherecci
italo-somali» la ragione dell’uccisione di Alpi-Hrovatin.
Il 3
settembre 1997 il Sisde, a firma del direttore del servizio, il prefetto
Vittorio Stelo, invia al Cesis una relazione nella quale ribadisce quanto
emerso dai documenti «originati dallo stesso servizio, nonché da altri Enti
(Sismi, Guardia di Finanza)» concernenti traffici di armi in territorio somalo:
oltre a informative riguardanti il coinvolgimento di Marocchino e di Giorgio
Giovannini, il Direttore Stelo indica in Mugne e nei pescherecci “Somalfish”
(il nome della flotta prima di diventare Shifco, ndr) i responsabili di un
traffico d’armi verso il territorio somalo avvenuto nel maggio 1994.
Ricordiamo
che anche nell’interrogatorio sostenuto davanti al dottor Giuseppe Pititto
(agli atti della Commissione) – come già riferito – lo stesso Sultano di Bosaso
riferisce un episodio nel quale i miliziani della sua fazione, appena sconfitti
a Chisimayo, riferivano che una nave della Shifco stava scaricando nel porto della
città materiale bellico e carburante, nel marzo-aprile 1991.
Su
Mugne, la Shifco e il traffico di armi si trovano molte informazioni anche
nelle carte delle inchieste sulla cooperazione. Questo, per esempio, è un
verbale del giornalista Vincenzo Di Frenna al pm Gemma Gualdi. (Doc 0083 018
pag. 129 e seguenti):
«Anzi, ora che ricordo il fatto, sfogliando fra i miei
documenti, posso precisare che si trattava di affermazioni a me fatte da tal Paolo
Murri, dell'omonima ditta edilizia, che si era occupato della costruzione di
dighe, strade ed aeroporti e che so aver lavorato per anni in Somalia.
Ricordo in particolare che costui mi ha riferito di aver
avuto a lungo rapporti con la Somitfish. Il Murri mi ha sostanzialmente
riferito che l'Italia avrebbe fornito armi ai guerriglieri somali attraverso
società di comodo e faccendieri legati ai nostri servizi segreti.
Con riferimento alla Somitfish, personale dipendente
dell'Ufficio Tecnico per la Cooperazione mi aveva pure riferito degli svariati
miliardi cui si riferiva lo stanziamento complessivo del programma, collegato
ad un contratto a trattativa privata per lo sviluppo della pesca oceanica in
Somalia. Ho poi personalmente accertato che dietro tale società c'era Siad Omar
Mugne, intimo collaboratore di Siad Barre, nonché tal Giancarlo Mancinelli, che
agiva quale intermediario per affari in Somalia.
Nei confronti di quest'ultimo ricordo pure che, come
riferitomi da personale dell'Ufficio Tecnico per la Cooperazione, dagli atti in
possesso del Sostituto Procuratore di Roma Dott. Paraggio era emerso che Mancinelli
avrebbe consegnato una valigetta contenente 900 milioni destinati all'onorevole
Paolo Pillitteri, in qualità di presidente della Camera di Commercio
Italo-Somala.
Sempre da personale dipendente dall'Ufficio Tecnico per
la Cooperazione del Ministero degli Esteri ho anche appreso che dietro i
progetti finalizzati alla pesca oceanica dei tonni, si nascondeva in realtà un
traffico di valuta che serviva ai somali per acquistare clandestinamente mitra
e fucili».
Ed
ecco una dichiarazione rilasciata da Paolo Murri al pm Gemma Gualdi il 5 maggio
1994 (doc. 0043 013, pag. 500):
“Mugne peraltro ho sempre cercato di tenerlo a distanza
non ritenendolo una persona affidabile, perché era una persona che agiva con
modalità non corrette e che aveva per le mani moltissimi affari. Per la
precisione, per quanto ne possa sapere, il F.A.I. e la Cooperazione lo
utilizzavano come una persona che tenesse i rapporti con gli italiani e i
personaggi somali».
A proposito di traffico di armi, Murri nello stesso
verbale aggiunge:
«Mi si chiede se abbia mai avuto notizie relative alla
fornitura di armi ai guerriglieri somali attraverso personaggi o imprese
italiane. Posso dire di averne sentito parlare dal mio pilota Eros Bertini,
che ora lavora in Madagascar. Ricordo in particolare che mi riferiva di un
certo Giorgio Giovannini di Carpi, come di una persona implicata nel
trasporto di munizioni. Io peraltro non ho mai avuto alcuna certezza al
riguardo».
Quanto al fatto che Mugne fosse un uomo influente e
potente, può essere significativo riportare quanto dichiara l’ingegner Keller,
dirigente della Lodigiani, in un interrogatorio reso il 4 aprile 1993 alla
Procura di Roma, al Pm Paraggio (doc. 0083 016, pag. 6), audito anche dalla
Commissione “Alpi-Hrovatin” per un confronto con l’ing. Brofferio. Dice:
«Ho conosciuto poi un somalo, ing. Mugne, di cui non
conosco il nome, che si dichiarava essere il coordinatore per conto del Governo
Barre degli aiuti Italiani e che mi riferiva di soggiornare spesso a Roma
presso l'Ambasciata Somala. Dall'ing. Mugne ho ricevuto pressanti richieste di
rivolgermi per l'import-export a delle cooperative che a suo dire erano
riconducibili al Presidente Barre.
Tale richiesta era certamente connessa a dei vantaggi
economici anche perché avrebbe comportato per noi una maggiore spesa rispetto
ai prezzi che ci praticava la società di import-export di cui ci servivamo.
Tale ultima ragione ha determinato la mia ferma opposizione e resistenza alle
richieste del Mugne. Nei suoi discorsi il Mugne dava anche ad intendere di
conoscere bene gli ambienti della Cooperazione Italiana e di essere in grado di
conoscere in anticipo le iniziative che venivano esaminate e programmate».
In una relazione sulla Cooperazione del Gruppo
parlamentare alla Camera della Sinistra indipendente del 1991 (doc. 0008 012
pag. 37 e 44) si parla di Mugne nei seguenti termini:
«La gestione è stata affidata ad una società mista il
cui partner italiano è appunto la Giza S.p.A., mentre partner somalo è l'Ing.
Mugne (personaggio equivoco che ha beneficiato in vario modo degli aiuti FAI e
già venuto alla ribalta delle cronache italiane).
Tanto per il mattatoio quanto per la conceria l'eminenza
grigia somala che ha fatto incontrare gli interessi italiani a quelli somali è
l'ubiquo ing. Mugne».
E ancora,
ecco (doc. 0083 007, pag. 53), nell’ambito dell’inchiesta del Pm Paraggio) come
ne parla l’amministratore delegato di Techint Paolo Scaroni:
«Successivamente
si concentrò sugli interventi relativi alla Pesca a Brava (che era la sua
città) per i quali non cessò di intervenire presso i nostri incaricati per
tenersi informato dello sviluppo della commessa».
[…]
(pag 54) «Gli
unici pagamenti da noi effettuati a fronte di questi contratti sono quelli da
me già dichiarati nei miei interrogatori del 26.02.1993 e del 10.05.1993 e cioè
i versamenti impostici dall'On. Vincenzo Balzamo e da Mugne».
Inoltre,
(doc. 0083 005, pag. 133), dal verbale di Giuseppe Argentesi:
«Dopo
un certo periodo l'ing. Mugne ricontatta l'Edilter proponendosi quale
consulente per alcuni mercati ai paesi dei Medio Oriente (Yemen etc..). In
questo ambito dopo che l'Edilter ebbe vinto il primo lavoro in Somalia Mugne
aiutò il suo accreditamento presso le autorità somale. Nella fase ai
acquisizione dei lavoro non mi consta che Mugne abbia aiutato l’Edilter dato
che la richiesta ci venne direttamente dall’ing. Astaldi».
Ancora
dal verbale dell’ing. Scaroni (doc. 0043 013, pag. 548)
«Ho approfondito il ruolo di Mugne nell'ambito del FAI
parlandone con l'ing. Agostino Castiglioni, condirettore generale di Techint,
che tenne i rapporti con lui per conto della nostra azienda. Mugne era una
persona di carattere chiuso, introverso, molto nervoso, quasi nevrotico. Si
diceva che avesse fatto l'università di ingegneria a Bologna e che si fosse
anche laureato. In Italia aveva un recapito presso la Edilter (società delle
cooperative rosse) dove era quasi sempre reperibile quando era in Italia.
Mugne si interessò delle nostre attività sin dall'inizio
come rappresentante ufficiale del Governo Somalo. Scriveva memorandum all'On. Forte
e a noi, che rappresentavano i desiderata del Governo Somalo sui vari argomenti
in discussione, quali qualifiche dei fornitori, modi di operare in Somalia,
scelte e precedenza delle varie attività che il FAI finanziava. Questi suoi
interventi erano indirizzati talora all'On. Francesco Forte (che di solito li
girava a noi) e talora direttamente alla Techint. In qualche caso riguardavano
l'accettabilità del personale da noi destinato alla commessa, soprattutto in
Somalia. In un paio di casi fummo costretti a sostituire nostri funzionari
perché non erano in simpatia al Mugne, probabilmente a causa di
un'insufficiente deferenza nei suoi confronti.
Quando l'ing. Agostino Castiglioni, dirigente Techint,
si recò nel dicembre 1985 a Mogadiscio Mugne fu sempre presente anche in tutti
i contatti formali avendo l'aria di chi rappresentava le volontà' del Governo.
Dava l'impressione di essere temuto dagli altri somali. Da qui l'idea che
c'eravamo fatti che in qualche modo avesse a che fare con i servizi segreti.
Doveva avere rapporti col gruppo milanese di supporto
alla Somalia organizzato dall'On. Paolo Pillitteri, ma comunque noi non fummo
mai coinvolti con questo gruppo milanese. La sua attività principale si svolse
(con continue interruzioni, perché andava avanti e indietro dalla Somalia),
fino all'estate 1986 quando cominciò a funzionare l'Enfais, Ente di
programmazione somala capeggiata dal prof. Abdrizak ). Si trattò comunque del
periodo cruciale delle scelte dei contrattisti, nel quale però Mugne non fu
molto determinante, in quanto il suo ruolo consisteva più nel porre veti che
nel proporre affidamenti.
In proposito aveva due idee fisse che continuava a
ripetere:
- Non voleva lavorassero in Somalia le società impiegate
dal FAI in Etiopia;
- Voleva fosse lasciata fuori dagli incarichi del FAI
per quanto possibile la Fiat, con la quale il Governo Somalo aveva avuto
cattive esperienze.
Mugne insistette naturalmente perché lavorasse in
Somalia l'Edilter (SACES di Bologna) a rappresentanza delle cooperative rosse.
Dopo l'estate 1986 Mugne si vide meno, ma non scomparì
di scena. Più o meno tutte le volte che furono effettuati viaggi formali a
Mogadiscio Mugne compariva a fianco di Abdirizak che doveva, qualche volta
mostrando un certo disagio, sopportarlo.
Successivamente si concentrò sugli interventi relativi
alla Pesca a Brava (che era la sua città) per i quali non cessò di intervenire
presso i nostri incaricati per tenersi informato dello sviluppo della
commessa».
Ecco un
episodio significativo ancorché aneddotico riferito in un articolo dell’Europeo
del 22 aprile 1988, a firma di Adriano Botta (doc. 0083 002, pag. 90) tutto
dedicato a Mugne:
«Negli
aeroporti Mugne è ospite fisso delle sale riservate. Quando non utilizza jet
privati, viaggia (ovviamente in prima classe) sui voli fra Roma e Mogadiscio
con una frequenza impressionante. La sera di venerdì 29 gennaio, per esempio,
Mugne era sullo stesso aereo su cui viaggiava il giornalista dell'Espresso
Roberto Fabiani. Dotato di un visto d'ingresso in Somalia, Fabiani contava di
assistere al processo del primo febbraio contro sei oppositori politici di Siad
Barre. «Scoperto» da Mugne, Fabiani si sentì prima sconsigliare l'impresa, poi
si sentì spiegare che quel visto doveva essere stato un errore. Irritato,
Fabiani disse a quel «signor Mugne» di tornarsene in prima classe. L'indomani
mattina, com'è noto, Fabiani fu prelevato in aeroporto dai servizi di sicurezza
somali che lo trattennero in stato di fermo fino a domenica sera reimbarcandolo
d'ufficio sul volo per Roma. Una soffiata così tempestiva ai somali non poteva
che averla data l'ingegner Mugne confermando le voci secondo le quali, sulla
scia dei grandi 'faccendieri’, egli viene tenuto, in grande considerazione
anche dai servizi segreti, sia italiani sia somali».
Bernardino
Costantini (doc. 0383 000, pag. 111), contabile della Shifco, dice il 9 maggio
1997 al maresciallo Vacchiano :
«Quando
stavo giù in Somalia sia il Mugne sia il fratello effettuavano frequenti viaggi
per la Libia ove avevano, e credo abbiano ancora, buoni rapporti con il
colonnello Gheddafi. Ho domandato spesso al personale somalo il perché dei loro
continui viaggi in Liano e loro mi hanno sempre detto che andavano in Libano a
rifornirsi di armi per la Somalia che facevano entrare nel loro Stato dal
Sudan. In modo particolare i somali indicavano come il principale trafficante
di armi il fratello di Mugne».
Nelle carte dell’inchiesta sulla mala-cooperazione c’è
questo significativo interrogatorio del dottor Giovanni Tripodi del Fai del
17/03/1993:
«Mi o stato chiesto di tal Mugne. Il dirigente Techint
Ing. Agostino Castiglioni mi ha precisato che trattavasi del rappresentante del
Governo Somalo In Italia per quanto riguardava 11 FAI negli anni 85-86 fino a
quando fu sostituito da tal Aboirizak. Mugne era ritenuto uomo del Servizi
Segreti Somali, legatissimo all'allora Ministro degli Esteri Jama Barre. Mugne
ci Impose di passare attraverso di lui per l'affitto del nostri uffici di
Mogadiscio destinati all'attività che svolgevamo In Somalia per 11 FAI. In
effetti affittammo gli uffici di proprietà di tale Mohamed Nur Lui, segnalata
dal Mugne, versando circa 25 milioni/anno In Somalia ed altri 35 milioni/anno
su di un conto della stessa presso la BNP 51, avenue Kleber Parigi (c/c n.
64909). Ciò per 11 periodo 86-89. Per di più, Mugne pretese da Agostino Castiglioni
2 "regali natalizi" di circa 5 milioni ciascuno In cambio del suoi
servizi In Somalia. In effetti Mugne ci aiutò quando un nostro dipendente ebbe
un Incidente automobilistico a Mogadiscio con conseguenze mortali per un somalo
ed ebbe problemi con la polizia somala».
Ancora
in una annotazione del febbraio 1995 della Digos di Udine (doc 0043 012 pag 52)
si legge che Mugne:
«Dal gennaio del 1982 risulta titolare della ditta
individuale "Mugne Said Omar", con sede presse l'indirizzo di sua
residenza, che opera come procacciatore d'affari per l'acquisizione di lavori
edili, stradali ed affini, servita dall'utenza telefonica 051/233667, intestata
a Said Abdalla Asha, nata a Mogadiscio il 21.07.69 immune da pregiudizi agli
atti della Questura di Bologna.
Si rappresenta inoltre che, tra i documenti presentati
da quest'ultimo nel 1991 alla succitata Questura, al fine di ottenere il
ricongiungimento familiare, vi erano:
a) dichiarazione su carta intestata della ditta
"GIZA Spa", datata 20.06.1991, nella quale tale Malavasi Ennio, nato
a Quattro Castella (RE) il 17.01.1924, in qualità, di presidente del Consiglio
di Amministrazione della suindicata ditta, la cui sede si era di recente
trasferita da Parma a Bologna in via Della Zecca nr.l, nonché in quella di consigliere
delegato della società mista "GISOMA Spa", sedente a Mogadiscio,
dichiarava che l'Ing. Mugne rivestiva la carica ci Presidente del Consiglio di
quest’ultima.
b) attestazione su carta intestata della "Società
Esercizio Cantieri Spa" (S.E.C. Spa), con sede in L.go Toniolo nr. 10 di
Roma, datata 11.07.1991, in cui tale dott. Pozzo Renzo, identificato per
l'omonimo, nato il 30.04.1936 a Udine, residente a Roma in via Luigi Gherzi
nr.9, asseritamente legale rappresentante della "Shifco - Malit
S.r.l.", costituita a Mogadiscio, dichiarava che il Mugne rivestiva,
dall'1.6.91, la carica di presidente della "Shifco", ditta che
avrebbe avuto sede dapprima a Viareggio (LU) ed attualmente a Gaeta, Lungomare
Caboto n.13, presso la ditta "P.I.A." (Prodotti Ittici Alimentari
SpA).
Quelle
che seguono sono (doc. 0043 011) alcune note tratte da un elenco di documenti,
dal titolo “Riepilogo contenuto atti trasmessi dal Sismi con nota del
19/12/1994”, dove compaiono spesso di nomi di Mugne, Marocchino e Shifco.
Colpisce il documento n. 23:
«23) Nota Centro S.I.S.M.I. Bologna circa l'esito delle
informazioni su Mugne richiedente cittadinanza italiana - (parere favorevole
del Servizio)».
25) Fax dal Centro C.S. di Milano di acquisizione
notizia da fonte somala in cui si riferisce un possibile traffico di armi con
uomini d'affari di Kiev (Ucraina) per conto del Generale Aidid. Tale trasporto
sarebbe avvenuto anche con l'aiuto di imbarcazioni italiane facenti capo ad un
cittadino somalo naturalizzato italiano tale Munye.
29) Nota del Ministero dell'Interno circa informazioni
sulla permanenza in territorio italiano e attività illecita compiuta dal Mugne
e dal Marocchino Giancarlo (traffico d'armi). Si segnala che il mezzo adibito
per tale traffico sarebbe un peschereccio battente bandiera somala denominato Shi.F.Co.
26) Fax dal Centro C.S. di Milano di acquisizione di
notizie da fonte somala la quale riferisce di traffici illeciti di armi e droga
da parte del Mugne utilizzando quale paravento i pescherecci delle società a
lui legate; tali notizie non sono suffragate da elementi di verifica.
61) Nota 8A Divisione - notizie su Mugne quale
procuratore speciale della Sri ME.TRA e liquidatore della predetta società.
67) Nota SISMI - notizie sul soggiorno dell'ambasciatore
somalo Yussuf Ali Osman, l'addetto militare somalo Mohamed Hassan Hussein e Mugne
Omar presso l'albergo "Astoria" di Reggio Emilia».
Quest’ultimo documento, del 1991, è particolarmente
curioso visto che si riferisce (pag. 62) ad una presenza contestuale
nell’Albergo Astoria di Reggio Emilia, di Mugne, dell’addetto militare somalo e
anche di Giorgio Giovannini, più volte definito “noto trafficante di armi”,
dagli stessi servizi segreti.
«Fonte confidenziale ha riferito che:
- l'Ambasciatore Somalo Yussuf Ali Osman,
- l'addetto Militare somalo, Mohamed Hassan Hussein,
- tale Mugne Omar,
hanno soggiornato presso l'albergo "Astoria",
di Reggio Emilia, nei giorni 6 e 7 aprile c.a. con partenza il giorno 8 aprile,
copia del registro delle persone alloggiate e relative telefonate in allegato
1.
Per il momento non si è avuta notizia dell'incontro dei
somali con il Giovannini Giorgio».
Ai
servizi risulta anche un rapporto tra Francesco Corneli, ex socio dei fratelli
Mancinelli, amico del siriano Zubaidi, sospettato di traffico di armi, per un
certo periodo titolare di una società che gestiva rifiuti tossici e molto
presente nelle informative del Sismi. In una di queste si accenna ad un
rapporto con la Shifco. (doc. 0043 011, pag. 115):
«II Corneli, infine, ha ricoperto incarichi presso la
"Shifco-Sometfish Somali Italian Fishing Co." avente sede in
Mogadiscio-Waddada Gjube-P.O. Box 1124, telex 757 Sometfish Mog, tel. 207254,
che è identificabile nella Shifco menzionata nel punto 2».
In
un’altra informativa del Sismi (doc. 0043 010, pag. 42), si legge questo
ritratto di Mugne:
«Sarebbe ritenuto dedito a traffici di qualsiasi genere
tra l'Europa ed il corno d'Africa, nonché sospettato, in particolare, di aver
impiegato il proprio naviglio per il trasporto di una consistente partita di
armi (costituita da artiglieria leggera e semovente, fucili Kalashnikov ed
altro), acquistata a Kiev (Ucraina) da tale Osman Ato, somalo naturalizzato
statunitense e residente a Mogadiscio, per conto del Gen Aidid. Le armi
sarebbero giunte in Somalia, nel porto di Merca, in data 6.5.1994».
Ecco il testo onviato dalla fonte (Pag. 61, doc. 0043
010) il 25/05/94:
«La Fonte riferisce che:
Osman Ato, somalo naturalizzato statunitense, residente
a Mogadiscio, nell'aprile 1994 si sarebbe recato a Kiev (Ucraina) per conto del
generale Aidid ed avrebbe incontrato uomini d'affari locali per trattare
l'acquisto di una consistente partita di armi costituita da artiglieria leggera
e semovente, fucili kalashnikov ed altro.
Le armi sarebbero giunte in Somalia via mare il 6 maggio
1994, nel porto di Merca.
In previsione di ciò e per non avere intralci durante lo
sbarco, alla fine di marzo 1994 il gen. Aidid avrebbe scatenato un attacco
contro i miliziani del “S.S.N.M.” (South Somali National Movement) di Abdi
Warzahe, che presidiavano la zona del porto e con i quali pure preesistevano
buoni rapporti, estromettendoli.
Nell'ambito di alcune fazioni avversarie del gen. Aidid
si sarebbe creato il convincimento che il naviglio occorso e forse anche parte
del carico sarebbero stati forniti da trafficanti italiani.
Sospetti in tal senso verrebbero nutriti in particolare
su un somalo naturalizzato italiano a nome Munye il quale:
- Risiederebbe a Bologna, ove si sarebbe anche laureato
in Ingegneria negli anni '70/'80;
- Sarebbe ritenuto dedito a traffici di qualsiasi genere
tra l'Europa ed il Corno d'Africa;
- In Somalia disporrebbe di cinque pescherecci per la
pesca di alto mare, in grado di raggiungere qualsiasi porto africano, asiatico
e del vecchio continente.
Detti natanti sarebbero appartenuti in precedenza ad un
ente italo-somalo di cui Munye sarebbe stato il responsabile prima della
rivoluzione interna in Somalia».
Nel
documento 0043 010 (pag. 139) c’è anche un’informativa del Sismi datata
26/09/1994. Si legge:
«Da tali ambienti kenioti sarebbero emerse notizie
secondo le quali le motivazioni che avrebbero determinato l'uccisione in
Somalia nella scorsa primavera della giornalista della Rai Ilaria Alpi e
dell'operatore Miran Hrovatin, andrebbero ricercate nei citati traffici di
armi. Le due vittime infatti avrebbero indagato ed individuato un importante
filone riguardante l'attività illecita in contesto e cercato di approfondire le
loro conoscenze. La loro uccisione infatti sarebbe stata una vera e propria
esecuzione effettuata con il classico colpo d'arma da fuoco sparato a bruciapelo».
Può
risultare interessante anche la lettera inviata da Massimo Alberizzi a Rita Del
Prete, la giornalista amica di Ilaria (doc. 0008 06, pag. 1):
«Tutta la Somalia è piena di “reperti” della
Cooperazione italiana e il nord (e Ilaria è stata uccisa proprio al ritorno da
un viaggio nelle zone settentrionali del Paese) in particolare presenta due o
tre spunti notevoli per un'inchiesta. Prima di tutto la strada Garoe-Bosaso,
poi la vicenda della perforazione di una quarantina di pozzi, parecchi dei
quali mai realizzati, infine la storia dei pescherecci che incrociano nelle
pescosissime acque della Migiurtinia, opere finanziate dal Fai (il Fondo Aiuti
Italiani), un'agenzia creata nel 1985 e affidata a Francesco Forte, e dalla
Cooperazione italiana. Naturalmente aveva raccolto qualcosa anche sul traffico
d'armi.
A proposito della strada viene alla luce uno strano
episodio: nel 1987 la Techint, società con al vertice Gianfelice Rocca e Paolo
Scaroni (cugino di Margherita Boniver), cui è affidato l'iter realizzativo,
viene accusata di gravi illeciti da Davide Cafiero, uno dei suoi dirigenti a
Mogadiscio. Dice Cafiero in una causa di lavoro: “Mi hanno licenziato perché
rifiutavo di firmare false attestazioni di avanzamento lavori necessarie per
conseguire indebiti pagamenti da parte del Ministero degli Esteri”. La
Techint immediatamente chiude la causa civile tacitando Cafiero con 55 milioni.
Anche la querela contro il Corriere per un articolo sulla storia viene
ritirata. Ma a Mogadiscio sostengono che quanto denunciato da Cafiero era la
prassi.
Altra vicenda parallela e contemporanea è quella sulla
quarantina di pozzi d'acqua da realizzare nelle regioni del Bari (capitale
Bosaso) e del Sanag (ora Somaliland, capitale Erigavo), affette da siccità
endemica e mortalità per fame. I somali avevano fornito un bel po' di documenti
(“Li hanno anche i giudici di Monza”, dissero) dai quali emerge una storia
singolare di truffe e raggiri.
Il 31 ottobre 1985 e il 29 gennaio 1986 il Fai affida,
anche in questo caso, alla Techint il compito di ingegneria e direzione lavori
per la realizzazione dei pozzi: opere per quasi 22 miliardi. La Techint, quale,
sostanzialmente, concessionaria del Fai, non può, per legge, appaltare i lavori
a una sua controllata. Quindi in accordo con il suo socio d'affari Giuseppe
Pisante, li affida (con contratto del 9 luglio 86) all’Aquater spa (gruppo
Eni), con l'intesa che quest’ultima ne subappalti il 50 per cento ad Ecologia
spa (azionisti di riferimento Marcellino Gavio, sotto inchiesta per le
tangenti Itinera, e Gabriele Cagliari, poi presidente dell’Eni, tramite la
Fimo).
Durante il periodo dei lavori il figlio di Siad Barre,
generale Masla Mohammed Siad, accusato più volte di girare il mondo in cerca di
forniture d'armi, viene in Italia, ospite del presidente del gruppo Acqua,
Giuseppe Pisante. Da notare che a libro paga di Pisante è risultato anche
l'ingegner Renato De Leonardis, l'uomo che ha tenuto a battesimo il cannone
navale da 76/62 dell'Oto Melara.
Poco per dire che ci fosse sotto un traffico d'armi,
come deboli elementi su commerci proibiti compaiono indagando tra i famosi
pescherecci regalati alla Somalia dalla Cooperazione italiana. Solo voci non
confermate. Su quest'ultima vicenda emergono però operazioni finanziarie quantomeno
spregiudicate, dimostrate da copiosa documentazione. Come il telex che spiega
come si fanno a sottrarre 350.000 dollari alla Banca d'Italia.
Negli anni '80 il ministero degli esteri italiano
incarica la Società Esercizio Cantieri (Sec) di Viareggio di costruire alcuni
pescherecci d'alto mare da donare alla Somalia. Appena pronti i primi tre
vengono regalati al governo di Mogadiscio che li “gira”, in cambio di 350.000
dollari alla Cooperpesca.
Nel febbraio 1988 Mogadiscio chiede di avere restituite
le azioni Cooperpesca ma per questo dovrebbe versare i 350.000 dollari ricevuti
in passato. Renzo Pozzo, presidente della Sec, scrive all'ingegner Mugne Said
Omar, direttore della Shifco di Mogadiscio (la società di Stato proprietaria
delle imbarcazioni) questo esauriente telex: “Ecco ciò che è necessario perché
la restituzione delle azioni sia fatta dalla banca agente. La Cooperpesca ha
versato a suo tempo per la Somalia 350.000 dollari. Ciò richiede che se vengono
restituite le azioni, in Italia devono rientrare 350.000 dollari. Ovviamente
dalla Somalia non si vuole far uscire 350.00 dollari. Per superare questo punto
occorre che le azioni abbiano un valore zero. Per fare questo è sufficiente
che Somitfish (la società somala che dovrebbe sborsare i 350.000 dollari
n.d.r.) abbatta il suo capitale sociale con, le perdite accumulate fino ad
oggi. Esibendo in Italia il documento che certifica questa operazione la Banca
d'Italia restituirà, su nostra disposizione, le azioni senza pretendere
null'altro”.
Operazione che lo stesso Pozzo, come dimostra
un'abbondante documentazione scovata a Mogadiscio, concluderà positivamente
qualche mese più tardi.
E sui trafficanti d'armi? Tante voci, interviste, nomi,
ma pochi riscontri oggettivi. Tranne uno, certo: la presenza tra Nairobi e
Mogadiscio di Guido Garelli (conosciuto anche con altri nomi). Garelli è noto
ai giudici di varie procure italiane, nonché ai nostri servizi segreti, per
essere implicato in traffici d'armi e nel famoso “Progetto Urano”, che
prevedeva scambi di rifiuti tossici da stoccare nel Sahara, in cambio di
forniture di armamenti».
Non si
può dire che indizi, elementi, spunti d’indagine mancassero alla Commissione
per porre in primo piano, nelle indagini, la figura di Mugne e l’intreccio di
interessi fra la gestione dei progetti di Cooperazione, gli interessi
economici, i sospetti di utilizzi illeciti della flotta Shifco e, non ultimo,
la singolare doppia veste di Mugne: da un lato responsabile somalo politico e
amministrativo (tratta con l’Italia su mandato diretto di Siad Barre e nel
contempo è direttore generale dell’Enfais), e dall’altro il ruolo in
cooperative italiane con appalti in Somalia (con la Giza e con l’Edilter).
Particolare interesse avrebbe dovuto avere la strada Garowe-Bosaso che, oltre ai
tanti sospetti di cui s’è parlato negli anni, vede – come dato obiettivo –
Mugne coinvolto nel doppio ruolo di controllore e controllato.
Gli
elementi che la spedizione Bulgarelli-Cavalli-Rocca-Scalettari dell’estate 2005
avevano trovato proprio su quella strada e proprio sull’ipotesi di uno
smaltimento di rifiuti ad opera di dipendenti del consorzio Saces, nel quale
era inserita l’Edilter, avrebbe dovuto suscitare quanto meno un notevole
interesse per verificare e riscontrare gli elementi presentati dai membri della
spedizione alla stessa Commissione (interesse invece ampiamente dimostrato
dalla Commissione sul ciclo dei rifiuti presieduta dall’On, Paolo Russo.
Note sull’integrazione inviata a firma della
consulente Corinaldesi
Il 22
febbraio 2006 è stato distribuito dal Presidente Carlo Taormina, nella tarda
mattinata, un fascicolo che conteneva la II parte della sua relazione a
sostituzione della versione precedente del 20 febbraio 2006, unitamente a una
lettera d’accompagnamento e a 16 pagine intitolate “Integrazioni predisposte
dalla dott.ssa Silvia Corinaldesi”.
Nella
lettera accompagnatoria, il Presidente, lamentando di non aver potuto ottenere
ulteriori proroghe (dopo averne già ottenute tre dalla Camera dei Deputati!),
dichiara che «non si è potuto esprimere, sul piano della architettura della
relazione, non solo al meglio, ma non è stato possibile mettere in luce o
valorizzare l’importanza dei nostri lavori e dei risultati conseguiti».
Per
questa ragione, aggiunge ancora il Presidente, «mi sono dovuto confrontare con
l’esigenza di un forte rimaneggiamento» della bozza precedente (ricevuta dai
Commissari il giorno 20 febbraio).
Contrariamente
a quanto scritto nel prosieguo della lettera dal Presidente, che dice di aver
voluto rendere più agevole la lettura e più coerente l’impianto, la nuova
versione – della sola II parte inviata, la terza è stata resa disponibile solo
nella sera del 22 febbraio, a meno di 24 ore dalla seduta plenaria per la
discussione e il voto – risulta in realtà rimaneggiata nei contenuti, da cui
sono state eliminate parti relative al lavoro della Commissione (peraltro, come
rilevato nella presente relazione, già svolto con pesanti lacune e numerose
carenze di approfondimenti) sui versanti dei traffici di armi e rifiuti e sulla
gestione dei fondi di cooperazione.
Alla fine
dello scritto, il Presidente Taormina aggiunge che «l’esigenza di revisione»
che l’ha impegnato «notte e giorno», non gli ha consentito «ancora di redigere
le proposte di conclusione».
La
lettera, protocollata col numero 4465 è datata 21 febbraio 2006. Si può
osservare, solo di passaggio, che il Presidente non ha rispettato i tempi che
lui stesso aveva fissato, che ricordiamo: consegna della bozza completa della
relazione entro il 19 febbraio, presentazione degli emendamenti entro la
mattina del 22 febbraio, discussione e voto della relazione finale fissata alle
ore 15,00 del 23 febbraio. Ma a fronte dei ritardi con cui ha consegnato il
materiale, il Presidente non ha ritenuto di dover spostare anche i tempi di
presentazione degli emendamenti né quelli del voto finale. È evidente la
volontà di non dare tempo agli altri 19 membri della Commissione di poter
valutare, seppure nello spazio ridottissimo di 3 giorni, il testo proposto
dalla Presidenza. E a nulla vale, in proposito, la lamentazione sulla mancata
quarta proroga dei lavori: va ricordato che la Commissione “Alpi-Hrovatin” nata
per operare con una durata di otto mesi complessivi (sei per l’attività
d’indagine e due per le conclusioni), ha lavorato invece dal 21 gennaio 2004 al
23 febbraio 2006, per una durata complessiva di 25 mesi.
Non si
può non rilevare la grave carenza di gestione dei lavori che ha ridotto il
Presidente a tentare un rimaneggiamento, usiamo il suo termine, in sole 48 ore
e a meno di due giorni dal voto finale.
Può
allora essere considerato frutto della perdita di controllo della situazione il
testo giunto ad integrazione della relazione e a firma della consulente
Corinaldesi.
Tale
testo presenta una grande quantità di imprecisioni, ricostruzioni suggestive e
non suffragate dai riscontri avuti in Commissione e affermazioni indebite, in
quanto per la gran parte esulano dagli scopi istituzionali dell’organismo
parlamentare.
Si deve
pertanto ritenere che il lavoro «notte e giorno» abbia portato a errori
umanamente comprensibili vista l’improba fatica sopportata dal Presidente e dai
pochi consulenti di fiducia messi al lavoro. Errori comprensibili ma
inaccettabili dal punto di vista dei doveri istituzionali.
Il testo
redatto dalla consulente magistrato tocca alcuni temi del tutto eterogenei, né
si comprende, allo stato, in quali parti della relazione finale dovrebbero
confluire, né che cosa dovrebbero integrare.
Il primo
è inerente il ruolo del giornalismo d’inchiesta. Appare palese, dal mandato
parlamentare derivante dalla delibera istitutiva della Commissione, che non
rientra fra i compiti della Commissione “Alpi-Hrovatin” esprimere giudizi su
come va fatto o non fatto il giornalismo investigativo, men che meno da parte
di chi fa un altro mestiere. Risultano pertanto incomprensibili, oltre che
indebite, le valutazioni che la consulente esprime sui giornalisti di diverse
testate che vengono ingiustificatamente presi di mira. O meglio,
giustificatamente nella misura in cui il Presidente aveva bisogno di un
puntello alla propria tesi del “complotto giornalistico” per sostenere il
quale, evidentemente, la bozza di relazione del 20 febbraio non era adeguata.
Proprio
in virtù del fatto che tali valutazioni sull’espressione giornalistica esulano
totalmente dal mandato della Commissione, si ritiene che non si debba nemmeno
entrare nel merito se non per sottolineare che si tratta di un testo impreciso
e capzioso, che presenta giudizi privi di fondamento. Frutto della fretta e
della stanchezza, non può che essere così, dato che gli elementi fattuali
riportati presentano numerose e significative imprecisioni, nonostante la
Commissione fosse in possesso degli elementi di cui tratta il testo,
evidentemente non controllati né verificati.
Quanto
alle altre due parti, la prima elenca una serie di “incongruenze”, a dire della
consulente, dell’ambasciatore italiano Cassini, riguardo alle sue dichiarazioni
in audizione. Considerando che le audizioni di Cassini si sono svolte nel 2004,
non si comprende la ragione per cui vengano “scoperte” a poche ore dal voto
finale. Sembra, questa, una strumentale esigenza politica che si comprende alla
luce dell’intervista pubblicata dal Presidente Taormina la stessa mattina del
22 febbraio sul quotidiano “Il Giornale”. Nell’intervista Taormina utilizza le
iniziative dell’ambasciatore Cassini (sulle quali peraltro non entriamo nel
merito in queste righe) per portare un attacco tutto elettoralistico
all’attuale sindaco di Roma Walter Veltroni, attacco però che si riferisce
all’epoca in cui Veltroni era Vicepresidente del Consiglio. Le pagine
dell’Integrazione sono arrivate ai deputati membri della Commissione nelle
stesse ore della diffusione del quotidiano. Vale quanto detto in riferimento
alla prima parte: nella bozza del 20 febbraio non c’erano, evidentemente, gli
elementi sufficienti a sostenere le tesi conclusive del Presidente.
Un terzo
capitoletto, dedicato alla Shifco e al suo titolare Mugne, sembra essere stato
scritto allo scopo di “bilanciare” la parte della bozza di relazione in cui
copiosamente venivano puntualmente enumerati gli indizi, le testimonianze i
documenti in possesso della Commissione che – pur non approfonditi con adeguati
sviluppi investigativi nel corso dei lavori, erano tuttavia stati sintetizzati
doverosamente nella bozza del 20 febbraio. Ecco che il Presidente Taormina
s’impegna da un lato a “tagliare” questa parte della relazione e ad aggiungervi
una sorta di tesi difensiva della flotta Shifco, allo scopo di ribadire “ad
bundantiam” che i traffici d’armi non c’entrano. Un testo che per di più giunge
all’indomani delle importanti rivelazioni (su cui abbiamo riferito in altra
parte della presente relazione) di Abdullahi Musse Bogor, detto Sultano di
Bosaso, che ha introdotto, proprio nel penultimo giorno di lavoro della
Commissione, elementi inediti:
- Ilaria
Alpi gli aveva posto insistite domande sui traffici d’armi
- gli
aveva chiesto notizie sul fatto che i pescherecci della Shifco (compreso quello
seuqestrato in quel momento a Bosaso) potessero essere utilizzati anche per il
trasporto di armi
- gli ha
posto domande sullo smaltimento di rifiuti in Somalia.
- l’intervista
– durata circa tre ore – era stata tutta video registrata e le uniche
interruzioni sarebbero state dovute all’esigenza tecnica dell’operatore di
cambiare cassetta (affermazione che confermerebbe quanto in questi anni si era
sospettato: cioè che sia stata sottratta una parte del girato di Hrovatin allo
scopo di occultare una parte del lavoro dei due giornalisti, così come è accaduto
per almeno due dei block notes di Ilaria Alpi)
Un’ultima
parte del testo scritto dalla consulente riguarda una integrazione alle
dichiarazioni rese dal generale Luca Rajola Pescarini del Sismi in relazione al
rilievo fattogli nel corso della sua audizione sulla sua partecipazione alla
società Sorecom Interconair. Anche in relazione a questa aggiunta, visto che
l’audizione si è svolta all’inizio del 2005, si può spiegare la svista con la
difficoltà organizzativa della Presidenza che ha portato a sviste e
dimenticanze considerate dal Presidente tanto rilevanti da dovervi porre
rimedio all’ultimo momento.