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L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hovratin - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
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Ilaria Alpi

Proposta alternativa di documento conclusivo dell’indagine della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hovratin

L'immagine è tratta dalla testata del sito www.ilariaalpi.it

 

 

Mauro Bulgarelli

 

 

La Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è stata istituita con deliberazione della Camera dei deputati del 31 luglio 2003 ed è stata costituita il 21 gennaio 2004, con il compito di verificare la dinamica dei fatti, le cause, i motivi nonché il contesto, storico, politico ed economico, che portarono all’omicidio dei due giornalisti. Nello specifico, rientravano nei compiti della Commissione:

 

la verifica delle possibili connessioni tra l’omicidio, i traffici illeciti di armi e di rifiuti tossici e l’azione di cooperazione allo sviluppo condotta dallo Stato italiano in Somalia;

 

l’analisi delle modalità dell’operato delle amministrazioni dello Stato, anche in relazione alle inchieste della magistratura;

 

il riferire alla Camera dei Deputati sull’esito dell’inchiesta.

 

La Commissione è composta da venti deputati nominati dal Presidente della Camera dei deputati in proporzione al numero dei componenti i gruppi parlamentari e in modo da assicurare la presenza di un rappresentante per ciascun gruppo costituito. Questa la composizione:

 

Presidente

Taormina Carlo  (Forza Italia)

Vicepresidenti

 De Brasi Raffaello  (Democratici di sinistra - l'Ulivo)

 Lussana Caterina  (Lega Nord Federazione Padana)
         

Segretari
Ranieli Michele  (Unione Democristiana e Di Centro)
Tuccillo Domenico  (Margherita - DL - L'Ulivo )

Bertucci Maurizio  (Forza Italia)

Bindi Rosy  (Margherita - L'ulivo)

Bulgarelli Mauro  (Gruppo Misto)

Cannella Pietro  (Alleanza Nazionale)

Craxi Bobo  (Gruppo Misto)

Deiana Elettra  (Rifondazione Comunista)

Fragalà Enzo  (Alleanza Nazionale)

Galvagno Giorgio  (Forza Italia)

Lisi Ugo  (Alleanza Nazionale)

Mariani Raffaella  (Democratici Di Sinistra - L'ulivo) 

Motta Carmen  (Democratici Di Sinistra - L'ulivo)

Palma Nitto Francesco  (Forza Italia)

Pinotti Roberta  (Democratici Di Sinistra - L'ulivo)

Pittelli Giancarlo  (Forza Italia)  

Schmidt Giulio  (Forza Italia)

 

Gli on. Giovanni Deodato, Giuseppe Cossiga, Giuseppe Caldarola, Roberto Lavagnini sono usciti dalla Commissione in date diverse perché dimissionari, l’on. Giovanna Bianchi Clerici perché cessata dal mandato.

 

La Commissione ha proceduto alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria (articolo 82 della Costituzione; articolo 3, comma 1, della deliberazione istitutiva).

 

 

 

Introduzione

 

La presente relazione di minoranza, a firma dell’on. Bulgarelli, membro della Commissione fin dalla sua costituzione, rappresenta le posizioni del gruppo dei Verdi, e nasce dalla profonda insoddisfazione, maturata nel corso dell’attività svolta dall’on. Bulgarelli nell’ambito della Commissione, per i metodi e alcune decisioni che hanno caratterizzato l’operato del presidente Taormina. In aperto dissidio con la gestione della Commissione, l’on. Bulgarelli, già  in data 8 febbraio 2005, decise di autosospendersi dalla Commissione stessa, misura da intendersi come atto politico, non essendo essa tecnicamente prevista dal regolamento, tanto che, a tutti gli effetti, l’on. Bulgarelli risulta tuttora membro della Commissione d’inchiesta. Le conclusioni contenute nella relazione finale licenziata dalla Commissione, confermavano e rafforzavano i motivi di dissidio che avevano portato all’autosospensione; esse, a parere dei Verdi, oltre a essere del tutto lacunose, rappresentano una inaccettabile distorsione di alcuni avvenimenti, emersi nel corso del lavoro di indagine della Commissione, centrali per la ricostruzione del movente e della dinamica del duplice omicidio. In tal senso, particolarmente grave appare la denuncia fatta il 21 febbraio 2006, in sede di conferenza stampa, da alcuni deputati dell’opposizione membri della commissione, secondo i quali il Presidente Taormina avrebbe avocato a se la stesura definitiva della relazione finale, espungendo dal testo alcune parti, al fine di motivare, in mancanza di riscontri reali, le conclusioni da lui sostenute. Nell’ambito della medesima conferenza stampa, inoltre, un giornalista del quotidiano “Il Giornale d’Italia” ha sostenuto di avere le prove che perfino la trascrizione di alcune registrazioni delle audizioni sarebbe stata manipolata, omettendo parti significative per le indagini.

 

Infine, la figura umana e professionale di Ilaria Alpi e Miran Hovratin, la loro dedizione alla causa della verità, vengono mortificate dal ritratto che –sempre nella relazione finale - ne fa il presidente Taormina, a parere del quale i due giornalisti si trovavano in Somalia per trascorrere una vacanza e non per fare lavoro di inchiesta. La loro morte, dunque, sarebbe stata del tutto casuale e maturata nel contesto ambientale particolarmente difficile della Somalia di quei giorni. Per i Verdi, tali affermazioni, oltre a contraddire le conclusioni a cui è giunta la stessa magistratura negli anni passati, rappresentano un pericoloso tentativo di azzeramento di numerose evidenze investigative, emerse nel corso del lavoro di indagine della Commissione, che potrebbero invece ricondurre a una delle ipotesi da cui è originata la Commissione stessa: “la possibile connessione tra l’omicidio, i traffici illeciti di armi e di rifiuti tossici e l’azione di cooperazione allo sviluppo condotta dallo Stato italiano in Somalia”. Nel contempo, le conclusioni del Presidente Taormina costituiscono un’offesa alla memoria dei due giornalisti e al dolore dei loro familiari, ai quali i Verdi si sentono particolarmente vicini e rinnovano formalmente l’impegno a perseverare nella ricerca della verità sull’omicidio di Ilaria e Miran.

 

Entrando nel merito delle motivazioni politiche che hanno portato alla stesura della presente relazione, preme sottolineare come il lavoro della Commissione sia stato caratterizzato, fin dagli esordi, da un’estrema parcellizzazione e da un modo di procedere “a compartimenti stagni”: le varie ipotesi investigative di partenza, in altri termini, sono state sempre analizzate nella loro specificità, evitando di metterle in relazione tra loro e di inserirle in un quadro di riferimento complessivo che permettesse di poterle sviluppare compiutamente. Oltre a ciò, una pianificazione organica e un disegno d’insieme a cui fare riferimento sono stati ulteriormente pregiudicati da una programmazione frenetica e improvvisata dei lavori –che ha impedito, tra l’altro, che fossero audite persone che avrebbero potuto fornire un contributo utile alle indagini - e da una vera e propria blindatura che ha interessato alcuni filoni dell’inchiesta e che ha penalizzato in particolare il lavoro dei consulenti, a gran parte dei quali è stato sistematicamente impedito l’accesso agli atti o anche la semplice conoscenza di interi settori d’attività. Ciò ha portato, di fatto, a una quasi totale discrezionalità della presidenza per quanto riguarda l’impostazione dei lavori, gli ambiti da approfondire e le metodologie e procedure da adottare. L’ossessivo ricorso alla secretazione appare inoltre, ad avviso dei Verdi, in palese contrasto con la natura di un organismo parlamentare, la cui attività deve essere sempre caratterizzata da assoluta trasparenza. Al contrario, la presidenza della Commissione ha opposto il segreto a molte richieste provenienti non solo dai consulenti ma dagli stessi parlamentari che ne facevano parte e ha perseverato in questo atteggiamento fino alla conclusione dei lavori, opponendo il diniego anche alla semplice richiesta - avanzata dai Verdi, nella persona dell’on. Bulgarelli - di poter avere una lista in ordine cronologico delle varie audizioni cui si è proceduto nell’ambito dell’attività della Commissione. Va osservato e sottolineato con forza che, in questa sede, la questione della desecretazione degli atti viene posta non soltanto per stigmatizzare l’operato della presidenza sotto il profilo procedurale – va ricordato, ad esempio, che qualora una seduta venga dichiarata "segreta" è fatto obbligo alla Commissione di comunicarne pubblicamente i motivi, obbligo spesso non ottemperato - ma, soprattutto, perché essa concerne l’attendibilità delle stesse conclusioni cui la Commissione è giunta. Come è facilmente comprensibile, infatti, per valutare la credibilità e la pertinenza di moltissime asserzioni, valutazioni e giudizi espressi nella relazione finale di maggioranza, è necessario conoscere nel dettaglio le fonti cui si è attinto, il percorso e il metodo d’indagine seguito, i singoli atti messi in essere dal Presidente o dai consulenti da lui delegati per pervenire all’accertamento della verità. In mancanza di ciò, sulle conclusioni contenute nella relazione finale non può non gravare il sospetto dell’arbitrarietà. Quello che va salvaguardato, in altri termini, è l’operato stesso della Commissione, sulla cui credibilità non possono incidere ombre di alcun genere, soprattutto in considerazione del fatto che essa si è occupata di un duplice, efferato omicidio.

 

Va sottolineato, peraltro, che nel corso dell’attività della Commissione si è verificato un inusuale ricambio di consulenti, determinato dalle numerose dimissioni e dalle revoche d’incarico che hanno riguardato in particolar modo i consulenti indicati dalla minoranza di centro-sinistra, fatto che non può non essere letto quale sintomo di disagio e indice delle difficoltà incontrate durante lo svolgimento dei lavori. Un ricambio di esperti e consulenti che, peraltro, ha influito negativamente sull’efficacia operativa dell’organismo parlamentare nel suo complesso. Inoltre, le dimissioni di alcuni consulenti appaiono frutto di indebite pressioni esercitate dalla presidenza nei loro confronti: è il caso dei due giornalisti del periodico “Famiglia Cristiana” – Luciano Scalettari e Barbara Carazzolo, dimessisi l’8 febbraio 2005 - la cui attività di consulenza in seno alla commissione è stata ostacolata in modo sistematico, o del direttore dell’agenzia “Reporter Associati”, Roberto Di Nunzio, accusato dal Presidente Taormina di deliberata attività di depistaggio e deposto dall’incarico di consulente. Si è perso dunque tempo prezioso per indagare, alla ricerca di “presunte trame”, giornalisti e consulenti. Tempo che si sarebbe potuto molto più proficuamente utilizzare per ascoltare testi utili all’accertamento della verità.

 

La questione dei consulenti rimanda all’esercizio dei poteri conferiti al Presidente. La Commissione, infatti, ha proceduto alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria, secondo quanto previsto dall’articolo 82 della Costituzione, poteri che investono la limitazione delle libertà personali e la possibilità di disporre intercettazioni, perquisizioni, atti di sequestro. In altre parole, essendo la Commissione, nel suo insieme, equiparata nei poteri a un organo di magistratura, è necessario conoscere quali dispositivi di garanzia siano stati predisposti per scongiurare l’esercizio di abusi nei confronti delle libertà personali e quale autorità svolga le funzioni di controllo che, in relazione ai poteri del magistrato, svolge il giudice per le indagini preliminari. Quale organismo, per esempio, ha considerato doverose, ai fini d’indagine, iniziative come la perquisizione disposta presso l’abitazione e il luogo di lavoro del giornalista di Rainews 24 Maurizio Torrealta? Per la Commissione, Torrealta sarebbe stato in possesso di documenti utili al lavoro della stessa, che il giornalista, però, non avrebbe reso disponibili. L’accusa è davvero singolare, considerato che questi era già stato ascoltato, e in maniera particolarmente approfondita, dalla Commissione il 9 marzo 2004 e doveva essere nuovamente audito proprio nei giorni in cui fu effettuata la perquisizione. Non sarebbe stato sufficiente chiedergli di portare, in quella occasione, i documenti ritenuti utili alle indagini? Come non ritenere l’iniziativa del Presidente Taormina un’intimidazione nei confronti del giornalista, che per lungo tempo ha indagato sulla morte dei suoi colleghi?

 

In seguito a quell’episodio, l’on. Bulgarelli prese la decisione di autosospendersi, ritenendo che la perquisizione ai danni di Torrealta costituisse un abuso dei poteri conferiti al Presidente e che non persistessero più le condizioni per poter svolgere serenamente ed efficacemente il proprio lavoro in seno alla Commissione. Non per questo è venuto meno l’impegno dei Verdi a ricercare la verità sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hovratin e questa stessa relazione, che da qui in avanti cercherà di mettere in luce tutte le contraddizioni e i punti lasciati irrisolti dalla Commissione, vuole essere un contributo in tale direzione, specificando tuttavia che al momento attuale, a poche ore, cioè, dalla votazione della relazione finale, non è stato ancora possibile prendere visione di alcune parti di quest’ultima .

 

Auspichiamo, peraltro, che il lavoro di indagine svolto dalla Commissione sia comunque utile alla magistratura e al Parlamento, al quale peraltro chiederemo che sia modificato l’attuale regolamento delle commissioni di inchiesta, che concede margini troppo ampi di discrezionalità all’azione del presidente.

 

 

 

Gli interessi professionali di Ilaria Alpi

 

Dalla relazione di maggioranza si evince che l’attività della giornalista sia stata “prevalentemente interessata al sociale”, quindi poco dedita al giornalismo investigativo e d’inchiesta. Ciò appare come un ritratto incompleto e parziale che, nel caso specifico del suo lavoro in Somalia – va ricordato che vi effettuò ben sette viaggi in meno di un anno e mezzo –, rischia di risultare fuorviante.

 

Al riguardo, va ricordato quanto affermato dal suo direttore dell’epoca, Alessandro Curzi (Tg3), davanti alla Commissione Gallo (pag. 152 - 153 del doc.0404 026): «Più tardi, quando ero già a Telemontecarlo, mi accennò a qualche particolare inchiesta che tentava di seguire. Mi chiese di intercedere con il neo-direttore Giubilo per inviarla nuovamente in Somalia, perché stava cercando di capire da dove arrivassero realmente tutte le armi che aveva sempre visto in mano a quella gente. Gli consigliai di stare molto attenta e di curare soprattutto la sicurezza personale». Curzi aggiunge: «Non mi diede alcun dettaglio circa la provenienza di quelle armi. Mi disse semplicemente che erano moderne, di fabbricazione russa o americana e che arrivavano di continuo».

 

Va inoltre rilevato che la Commissione ha potuto entrare in possesso, attraverso l’archivio dei coniugi Alpi, del materiale rinvenuto successivamente all’uccisione della figlia, nell’abitazione dove viveva. Da tale documentazione si evince chiaramente un interesse specifico di Ilaria al tema dei traffici d’armi, oltre che un interesse a tutto tondo della situazione politica, economica e sociale della Somalia.

 

Ecco il contenuto dei documenti prelevati il 5 aprile 2005 dai due consulenti della Commissione recatisi dai signori Alpi.

 

Fra le carte che i genitori trovano nell’archivio personale della giornalista trovano (doc. 0257 00) un lungo articolo dell’Espresso del 25 luglio 1993 a firma di Roberto Fabiani che ripercorre la storia dei rapporti tra l’Onu, l’Italia, gli americani e la Somalia. Ali Madhi, il Presidente ad interim della Somalia, vi viene descritto “in odore di trafficare droga e sfruttare la prostituzione”. Nell’articolo si parla anche del viaggio a Mogadiscio, avvenuto a dicembre, dell’allora direttore del Sismi Pucci, con 50 mila dollari destinati al generale Aidid. “Qualcun altro”, dice ancora il servizio, “invece andò da Ali Mahdi e confabulò con il suo uomo forte Gilao. Costui è un aguzzino della peggior specie, ex capo dei servizi di Barre. Negoziò con i plenipotenziari italiani che l’Italia avrebbe addestrato la polizia di Ali Mahdi e sollecitò un invito in Italia, dove venne con un aereo del Sismi, fu ospitato al Plaza, e riaccompagnato in Somalia”. Tale episodio riferito dall’Espresso, tra l’altro, potrebbe essere quello al quale hanno accennato in audizione sia il generale Rajola sia il generale Grignolo.

 

In altri articoli trovati a casa di Ilaria si parla di Somalia, di cooperazione, degli sprechi di denaro relativi alla strada Garowe-Bosaso (pag. 64 del doc. 0257 00). C’è inoltre un rapporto (pag. 95), scritto in inglese e datato 17/12/1993, estratto, via internet, dal Department of Commerce, Economics, Statistic Division’s, la cui fonte è il Dipartimento dell’Esercito degli Stati Uniti, nel quale si parla diffusamente delle armi vendute legittimamente dal mondo, e dall’Italia in particolar modo, alla Somalia. Altri articoli rinvenuti tra le cose di Ilaria si riferiscono ai guasti della mala cooperazione e alle armi. A pag. 129, viene anche riportato un volantino datato 4 gennaio 1993, probabilmente scritto da somali (e sul quale Ilaria ha anche realizzato un servizio mandato in onda dal Tg3), in cui ci si scaglia contro la cooperazione e il governo italiano. Ad un certo punto del testo, si scrive: «Decine di migliaia di miliardi sono stati dissipati, sono stati creati interessi colossali intorno a società private (Somalfruit, Gisoma, Shifco), finanziati con miliardi di aiuti italiani e divisi tra la famiglia Barre e quella di Bettino Craxi».

 

Dunque, appare da tale documentazione che Ilaria Alpi sia tutt’altro che disinteressata ai temi dei traffici e della mala cooperazione. Non solo, ma troviamo fra i suoi interessi anche la flotta di pescherecci, donata  dalla cooperazione italiana alla Somalia e poi rimasta nelle mani di Said Omar Mugne, la Shifco, su cui vengono poi ritrovati appunti rimasti alla sua scrivania in Rai e su cui insiste nella sua intervista al cosiddetto Sultano di Bosaso nel corso del suo ultimo viaggio in quella località. Nel corso di questo colloquio, Ilaria Alpi prenderà spunto dal fatto d’attualità – il sequestro in corso di uno dei pescherecci, il Faraax Omar, nelle acque prospicenti Bosaso – per insistere con alcune domande sulla Shifco e sulla possibilità di salire a bordo dell’imbarcazione.

 

 

 

“Il viaggio in Somalia del marzo 1994 e il rientro a Mogadiscio del 20 marzo”

 

 

I.  Il viaggio a Bosaso

 

Primaria importanza rivestiva per la Commissione la ricostruzione delle ragioni del viaggio a Bosaso, degli spostamenti e degli incontri dei due giornalisti. Essendo stati uccisi nell’agguato del 20 marzo 1994, a poche ore dal rientro dalla città di Bosaso, era imprescindibile un’analisi minuziosa di tutto ciò che è avvenuto in quei giorni, al fine di verificare se la ragione dell’omicidio potesse risiedere in ciò che Ilaria e Miran hanno visto nei luoghi dove si sono recati, ovvero nelle interviste effettuate. In prima battuta e per inciso, non si può non rilevare che, al proposito, la Commissione non ha ritenuto doveroso audire i testimoni (mai ascoltati prima da nessuno) rintracciati e intervistati nel corso della spedizione effettuata in Somalia, tra agosto e settembre 2005, dall’On. dei Verdi Mauro Bulgarelli insieme al giornalista di Famiglia Cristiana Luciano Scalettari e alla troupe televisiva dell’Associazione Ilaria Alpi di Riccione, costituita da Francesco Cavalli e Alessandro Rocca.

 

La Commissione si è limitata ad acquisire le trascrizioni delle interviste effettuate all’interprete, a un uomo della scorta e a uno degli autisti che accompagnarono i due giornalisti nei giorni passati a Bosaso. Approfondendo il punto, avrebbe potuto rintracciare altre persone in grado, forse, di fornire importanti ulteriori dettagli circa il lavoro svolto dai due giornalisti: fra queste sono ci sono sicuramente gli altri dipendenti dell’Ong “Africa 70”, che ospitò Ilaria e Miran e alcuni cooperanti di Aicf-Usa con sede a Gardo, con i quali peraltro Ilaria Alpi compare in alcune immagini del girato giunto in Italia, all’indomani dell’assassinio, insieme ai loro bagagli.

 

Testimonianze che sarebbe stato di primaria importanza acquisire, in considerazione del fatto che la stessa Commissione ammette che, nonostante il minuzioso lavoro di ricostruzione, rimane una quasi totale assenza di informazioni riguardo in particolare al viaggio di Ilaria e Miran a Gardo.

 

Risulta infatti ormai acquisito che, giunti a Mogadiscio il 12 marzo ed effettuata una visita a Merka il 13, i due giornalisti trascorrono la mattina del 14 marzo a Jowhar (presso l’ospedale “Italia”) e rientrano anticipatamente rispetto ai colleghi sfruttando un trasporto in elicottero. Arrivati a Bosaso nel pomeriggio del 14 marzo 1994, tenteranno di ripartire per Mogadiscio col volo della mattina del 16 marzo. Avendolo perduto, saranno costretti ad attendere il successivo del 20 marzo. È lecito quindi ritenere che la mattina del 16 marzo Ilaria e Miran abbiano già svolto del lavoro che considerano interessante, al punto da tentare di tornare a Mogadiscio.

 

A tale proposito va ricordato che Ilaria Alpi segna nel suo block notes, prima degli appunti che sembrano legati alla prima intervista realizzata nella città del Puntland, alcune parole che potrebbero indicare i suoi motivi d’interesse di quei giorni: «pesca/strada Bosaso-Garoe/colera Mugne/Munye».

 

Dal girato risulta che in quei due giorni i giornalisti si rechino prima alla sede di “Africa 70”, l’organismo non governativo (Ong) italiano che li ospiterà, poi in ospedale, e quindi al porto, quasi al tramonto. Il giorno successivo, 15 marzo, tornano all’alba al porto, intervistano tale dottor Kamal, e nel pomeriggio realizzano l’intervista al cosiddetto Sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor.

 

Sempre sulla base del girato, al tramonto di quello stesso giorno partono per la città di Gardo, a 120 chilometri da Bosaso, dove non potranno che arrivare a sera inoltrata, come confermerebbero anche le immagini girate in quella cittadina col buio. La notte dovrebbero essere stati ospitati dalla Ong Aicf-Usa (Associazione lotta contro la fame, con sede degli Stati Uniti).

 

La mattina prestissimo, realizzano una breve intervista a un capo-villaggio, poi ai due cooperanti della Ong, riprendendo infine la strada che li riporta a Bosaso. Perderanno il volo del 16 marzo proprio rientrando da Gardo, che si trova lungo la strada Garowe-Bosaso. Durante il tragitto i due giornalisti si fermano anche a fare delle riprese, segno che non temono di perdere l’aereo e non ritengono di essere in ritardo.

 

Nell’ambito delle testimonianze raccolte nella spedizione in Somalia dell’estate 2005, peraltro, era emerso un elemento sicuramente meritevole di approfondimento.

 

Secondo due dei testimoni - l’uomo di scorta utilizzato nei giorni di Bosaso Mohamed Nur Said e il responsabile del personale somalo Muktar Abukar -, i due giornalisti al loro arrivo a Bosaso (il 14 marzo), furono accolti all’aeroporto, oltre che dallo stesso Muktar, anche da un italiano. Il dettaglio è di grande importanza, perché in base alle concordi testimonianze del personale italiano della Ong raccolte in Commissione, tutti gli espatriati di “Africa 70” in quei giorni si trovavano a Gibuti, e sarebbero rientrati solo il 16 marzo a Bosaso. Quindi, se fosse vero quanto dichiarato nelle interviste da Muktar e l’uomo di scorta, chi andò ad accogliere Ilaria e Miran?

 

E se non c’era nessun italiano a Bosaso, sulla base di quale disposizione il personale somalo accolse e ospitò i due giornalisti? Appare poco verosimile che l’abbia fatto senza l’autorizzazione del capo-progetto della Ong ed è presumibile che abbia almeno ottenuto un’autorizzazione via telefono, di cui però non c‘è traccia nelle dichiarazioni. Sul punto andavano senz’altro condotte accurate verifiche, potendo questo particolare rivestire grande rilevanza nella ricostruzione dei movimenti dei giornalisti nei primi due giorni di permanenza nella regione del Puntland.

 

Fra i documenti in possesso della Commissione vi è, fra l’altro, (doc. 0257 000, pag. 134), una lettera di condoglianze, in inglese, mandata agli Alpi il 5 maggio 1994 da Mary Starck – WFP Somalia – c/o WFP Nairobi – PO BOX 44482 – Nairobi. Kenya, nella quale la funzionaria del Programma alimentare mondiale racconta di aver incontrato Ilaria Alpi il 17 marzo a Bosaso, mentre usciva dall’ufficio del World Food Program .

 

Non risulta agli atti che la Commissione l’abbia sentita. Si è audito qualche altro appartenente al Wfp di Bosaso? Si è appurato se c’erano degli italiani nel team dell’agenzia Onu in Puntland?

 

Anche per quanto riguarda Gardo, permangono molti interrogativi: una trasferta faticosa, che costò molto tempo, al punto da far perdere ai giornalisti il volo di ritorno. Quali approfondimenti sono stati effettuati per capire l’interesse giornalistico rivestito dalla città di Gardo? Vi erano persone, luoghi, fatti d’interesse tale da spingere Ilaria e Miran a intraprendere un viaggio che è durato più di un’intera giornata? Avevano forse appreso da qualcuno, nella stessa città di Bosso, che fosse importante recarsi a Gardo?

 

La Commissione non risponde ad alcuno di questi essenziali quesiti.

 

 

 

II. 16-20 marzo: vacanza o lavoro intenso?

 

La ricostruzione di quanto è dato sapere della permanenza a Bosaso dal 16 al 20 marzo, in ogni caso, denota un intenso lavoro da parte dei giornalisti, protrattosi non solo nei primi due giorni, quelli presumibilmente da loro programmati, ma anche nei quattro successivi al volo perduto. Incrociando le immagini del girato (diverse delle quali sono state girate all’alba e al tramonto), gli appunti della giornalista e le testimonianze, si evince che sia Ilaria che Miran si concedono ben poche pause: il 17 marzo, ad esempio, si recano al villaggio di Ufein, lasciando la strada Garowe-Bosaso per inoltrarsi per una quarantina di chilometri di pista. Una trasferta che, per la distanza e la brutta strada, necessita l’intera giornata. Il 18 marzo si prendono una pausa: è il venerdì, giorno di festa per l’Islam nel quale evidentemente sarebbe stato difficile avere la disponibilità degli accompagnatori, del personale di Africa 70 che li aiutava nel lavoro e di interlocutori da intervistare. Infine il 19 marzo lavorano ancora al porto, facendo riprese dell’attività e realizzando alcune interviste.

 

Il 20 marzo ripartono per Mogadiscio, nella mattinata, come testimoniano le riprese realizzate all’aeroporto.

 

Già da quelle testimonianze appare evidente che non si sia trattato di “una vacanza”, come ha dichiarato pubblicamente il Presidente Taormina nelle ultime settimane di lavoro della Commissione, anticipando peraltro i risultati finali del lavoro dell’organismo parlamentare (del quale non esistevano ancora nemmeno le bozze della relazione conclusiva).

 

 

 

III. Bosaso: “turisti per caso” (secondo il Presidente)

 

Riguardo al periodo di permanenza di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Bosaso, il Presidente della Commissione aveva rilevato una notizia d’agenzia lanciata dall’Ansa nel tardo pomeriggio del 20 marzo (alle ore 18,14), nella quale viene riportata una presunta dichiarazione della madre Luciana sul fatto che quella trasferta fosse stata “quasi una vacanza”. Di questa notizia, in audizione, si è assunta la paternità la giornalista dell’Ansa Candida Curzi. La notizia riferiva affermazioni riportate de relato dal direttore dell’epoca di Rai 3, Andrea Giubilo che, nel corso della sua audizione davanti alla Commissione, ne ha dato conferma.

 

Ecco il passaggio in questione dell’agenzia Ansa: «Mamma, sono arrivata a Mogadiscio. Questa volta è stata quasi una vacanza». Questo, secondo Giubilo, avrebbe riferito Ilaria Alpi alla madre.

 

L’episodio ha dato luogo a comunicati stampa del Presidente Taormina, rispetto ai quali hanno espresso fermo dissenso tutti i commissari del centro-sinistra, chiedendo, tra l’altro, di riascoltare Luciana Alpi sul punto.

 

La madre di Ilaria, tramite il legale di fiducia della famiglia, ha smentito categoricamente di aver mai pronunciato frasi del genere, rimandando peraltro a quanto dichiarato, a proposito di quell’ultima telefonata ricevuta dalla figlia, in tutte le sedi giudiziarie e non. La famiglia Alpi ha anche minacciato di denunciare (in effetti è stata poi presentata querela alla Procura di Roma nei confronti del Presidente della Commissione Carlo Taormina in riferimento a quelle ed altre dichiarazioni dello stesso) quanti avessero ad attentare all’onorabilità professionale della memoria della figlia con false affermazioni di quel genere.

 

Nel comunicato della famiglia, per di più, Luciana e Giorgio Alpi ribadiscono quanto già dichiarato ripetutamente in questi dodici anni: che la figlia aveva, viceversa, annunciato di voler chiedere alla Rai di rimanere ancora qualche giorno in Somalia, perché voleva approfondire alcune questioni.

 

Ebbene, il Presidente Taormina e la maggioranza di centro-destra, assumendosi la responsabilità di una grave decisione, hanno respinto la richiesta di audire nuovamente Luciana Alpi.

 

A chiarimento del punto, ecco il testo delle dichiarazioni rese da Luciana e Giorgio Alpi nel corso dell’audizione davanti alla Commissione “Alpi-Hrovatin” l’11 febbraio 2004 (che peraltro ribadisce quanto espresso nelle precedenti occasioni alla magistratura):

 

Luciana Alpi: “Ho avuto l’ultima telefonata da Ilaria due ore prima che la uccidessero: mi telefonò alle 12,30 di domenica 20 marzo per dirmi che era rientrata da Bosaso, che era molto stanca e che avrebbe chiesto alla Rai se le permettessero di rimanere ancora alcuni giorni a Mogadiscio perché voleva vedere come si svolgeva la vita somala senza il Contingente italiano.

 

Giorgio Alpi: “È provato che aveva prenotato un volo per Kisimayo; noi abbiamo il documento a casa”.

 

Luciana Alpi: “Sì, doveva andare in questo posto che è a Sud di Mogadiscio e dove c’è un porto. Allora io le dissi: “Ma dai, per favore, torna”. E lei: “Mamma, scusa, ma intendo chiedere alla Rai se devo rimanere”.

 

Il riferimento di Kisimayo, tra l’altro, è significativo. Nell’ambito dell’interesse di Ilaria Alpi per le navi della flotta Shifco, va ricordato che il porto di questa città sud-occidentale della Somalia era una delle mete regolari (come peraltro risulta da diverse testimonianze, compresa quella di Florindo Mancinelli, dipendente Shifco) di questi pescherecci.

 

La relazione della maggioranza insiste ripetutamente sulla casualità della meta di Bosaso, causalità che viene dedotta dalla disponibilità di voli verso quella città e non verso altre. Fatto salvo che è prassi normale per gli inviati che si muovono in aree a rischio o in zone di guerra cercare di cogliere al meglio e utilizzare le occasioni che capitano per gli spostamenti, anche modificando i programmi originari, va tuttavia sottolineato che vi sono precise testimonianze che indicano la volontà manifestata da Ilaria di recarsi a Bosaso e Kisimayo sin da prima della partenza dall’Italia.

 

Di particolare evidenza è la testimonianza dell’operatore Alberto Calvi (doc. 0003 467, pag. 386, Relazione della Digos di Roma del 4/11/97), secondo il quale uno dei filoni d’inchiesta preferiti dalla collega era il traffico d’armi:

 

«La ricerca delle responsabilità del traffico d'armi era uno dei filoni principali seguiti da Ilaria. In tal proposito chiedemmo una volta a Marocchino di accompagnarci in un aeroporto clandestino sito al Nord di Mogadiscio, nel quale atterravano aerei provenienti da Bosaso, che scaricavano il CHAT, la droga somala. Sapevamo che insieme alla droga potevano essere trasportate anche delle armi. Marocchino ci promise di accompagnarci, poi non se ne fece nulla. Tale filone, però, rimase impresso nella intenzioni giornalistiche di Ilaria. Infatti spesso, nei nostri viaggi, abbiamo tentato di recarci a Bosaso, sempre senza successo» (sottolineatura nostra).

 

Insieme alla Alpi, inoltre, il Calvi ha indicato anche il giornalista Alberizzi come uno che aveva una predilezione particolare per questo tipo di indagine. Dei due l'operatore ha detto:

 

«Sia Ilaria che Alberizzi avevano l'idea di approfondire le notizie sul traffico d'armi. Ricordo che facevano sempre un nome, che però non so riferire. Dicevano che se avessero "incastrato quel tale" avrebbero potuto dare una svolta all'inchiesta».

 

Merita riportare anche la dichiarazione di Rita Del Prete, giornalista e collega di Ilaria Alpi, riguardo a riferimenti della giornalista Rai sulla strada Garowe-Bosaso (doc. 0003 467, pag. 470), resa alla Digos il 6 dicembre 1997:

 

«Con Ilaria abbiamo parlato, a volte, del lavoro che lei faceva in Somalia. Ricordo che non aveva una bella opinione dell'operato della Cooperazione in Somalia. Ricordo anche che a volte, quando rientrava dai suoi viaggi, era disgustata di alcune cose che aveva visto. Ricordo infatti che una volta, nel 1993, mi parlò di una strada, sita nella zona di Garoe, che secondo lei cominciava e finiva nel nulla, e che serviva probabilmente ad occultare delle scorie radioattive. Non mi ha mai riferito però in particolare di indagini che pensasse potessero metterla in pericolo.

 

Ricordo però che, durante l'ultimo periodo dei suoi viaggi, cioè nel 1994 e quando io mi trovavo più frequentemente a Lione, durante i nostri contatti telefonici, Ilaria mi disse che non voleva parlare di lavoro per telefono perché non si fidava delle linee. In tale occasione io la presi anche in giro, pensando che esagerasse».

 

 

 

IV. L’estrema pericolosità di Mogadiscio. Questione contraddittoria

 

Altro elemento di insistenza della relazione di maggioranza è sulla pericolosità estrema della città di Mogadiscio in quei giorni di marzo, dovuta anche al fatto che il Contingente italiano stava ormai lasciando il Paese africano.

 

A questo riguardo, va sottolineato che a fronte delle diverse testimonianze raccolte dalla Commissione sulla situazione di grande pericolo che si correva nella capitale somala in quei giorni, viene tuttavia riferito un episodio che appare in nettissima contraddizione con quelle testimonianze: lo testimoniano i giornalisti Giovanni Porzio e Gabriella Simoni, che riferiscono in audizione di essersi recati nello stesso luogo che diventerà teatro dell’agguato, l’hotel Amana, la stessa mattina del 20 marzo. Senza alcuna scorta.

 

Sarebbe stato tra l’altro opportuno (ma la Commissione non ha ritenuto di doverlo fare) verificare quanti italiani erano presenti a Mogadiscio il 20 marzo 1994 e quanti rifiutarono l’evacuazione sia prima che dopo il duplice omicidio.

 

 

 

V. L’intervista a Abdullahi Mussa Bogor, detto Sultano di Bosaso

 

Particolare importanza riveste, naturalmente, l’intervista effettuata a Bosaso al cosiddetto Sultano (in realtà fratello del Sultano. La persona intervistata, il Bogor detto King Kong, è avvocato e ha svolto funzioni di magistrato e di amministratore locale di un’area nei pressi di Bosaso).

 

Per inciso, riguardo al Bogor (doc. 0043 010, pag. 40), da una nota inviata dal Sismi alla Procura di Roma, si apprende che sia lo stesso Sismi che il Sisde hanno una lunga lista di documenti (che coprono il periodo tra il 1987 al 1994) relativi alle sue note biografiche. Ci si chiede se la Commissione abbia ritenuto di acquisire tale dossier.

 

L’intervista, in questi anni, è stata al centro di molte discussioni e congetture, sia perché si tratta di una conversazione tormentata, durante la quale la telecamera viene spenta e riaccesa due volte, sia per alcune frasi che, nel video, sono incomplete.

 

Ecco la trascrizione della parte dell’intervista al Bogor su cui ci si è tanto soffermati:

 

Ilaria Alpi: «Cambio completamente argomento. Parlo di questo scandalo, di questo proprietario somalo con passaporto italiano che si chiama Mugne, che avrebbe preso queste navi che erano di proprietà dello Stato [somalo] e le avrebbe usate a suo uso privato».

 

Abdullahi interrompe la giornalista: «Lui?».

 

Alpi: «Lui!».

 

Abdullahi: «Lui solo?».

 

Alpi: «Lui con altre persone... Io le chiedo di spiegarmi che cosa è successo».

 

Abdullahi: «Beh, durante il collasso lui era a capo di questa [flotta, ndr] internazionale che si chiama Shifco, ed era una proprietà praticamente di Siad Barre, e lui gli faceva da amministratore. E quando è arrivato il collasso lui si è preso le navi. Ha fatto scendere tutti gli equipaggi somali in Tanzania, a Dar es Salam, e se l’è squagliata con le navi in Italia. Parte di questa proprietà apparteneva a una società italiana. È la società in collusione con Mugne... Mugne non era niente, e non è niente tuttora. È la società che manovra».

 

Alpi: «Sa il nome della società?».

 

Abdullahi: «Il nome... Lo conosce».

 

Alpi: «Io no».

 

Abdullahi: «Comunque lo trova...».

 

Alpi: «Se mi dà una mano lo trovo meglio».

 

Abdullahi: «Deve far ricerche, deve guadagnarsi il pane lei...» (ride).

 

Alpi: «Non mi vuole dare una mano?».

 

Abdullahi: «Non posso... Sa, queste società... hanno dovunque dei lacchè. Comunque in un primo momento loro stavano per arrivare a un accordo con Ali Mahdi, ma quando hanno visto che il collasso ancora allontanava le speranze della nazione, così come mi ha detto Ali Mahdi, hanno tagliato i ponti anche con lui...».

 

Alpi: «Queste navi sono in Italia adesso?».

 

Abdullahi: «La maggior parte del tempo stanno nel nostro mare, sulla costa migiurtina. Adesso le abbiamo qui a Batun».

 

Alpi: «Che cosa è successo, che cosa avete fatto dopo aver preso la nave?».

 

Abdullahi: «L’abbiamo e basta» (sorride) «Perché, ha qualche parente nell’equipaggio?».

 

Alpi: «Sì, ho qualche parente nell’equipaggio...».

 

Abdullahi: «Il capitano, eh? Un tuo capitano?...».

 

Alpi: «Il mio capitano».

 

Abdullahi: «Li teniamo là sulla nave perché il territorio è infestato da colera, come lei sa...».

 

Alpi: «Dov’è la nave? La possiamo vedere?».

 

Abdullahi: «Perché volete vederla? Perché vuole vederla? Lei è del Sismi? Lei prenda l’informazione e basta...».

 

Alpi: «Se non vedo non credo».

 

Abdullahi: «Se non vede non crede?... Usi il satellite!».

 

Alpi: «Non ce l’ho il satellite».

 

Abdullahi: «Lo noleggi, si può fotografare...».

 

A questo punto il filmato viene interrotto.

 

Poi riprende:

 

Abdullahi: «... Venivano da Roma, da Brescia, da Torino, dal regno sabaudo a maggioranza».

 

Alpi: «...E invece non crede che sia importante che si sapesse che c’è questa...».

 

Abdullahi sembra accorgersi che la telecamera è di nuovo accesa. Fa capire che non vuole che si riprenda. Ilaria Alpi fa cenno a Miran Hrovatin di spegnere. «...Tanto non...». Frase monca. La registrazione si interrompe.

 

Poi riprende, ancora una volta.

 

Abdullahi: «...Beh, tanto nessuno ci fa caso... nessuno ci faceva caso e nessuno ci fa caso adesso».

 

Alpi: «No, adesso il nostro sport preferito è quello di fare processi, adesso è diverso, non è come cinque o sei anni fa...».

 

Abdullahi: «L’Italia è rinnovata? Meno male! Mandateci i rinnovatori, così almeno ci crediamo.... Queste navi erano in mare fin dal collasso... Hanno accumulato un capitale della Repubblica. Non sappiamo a chi appartengano. Erano sette navi, adesso ce ne abbiamo una, altre due sono fuggite, le altre erano in arrivo. Perciò non posso dire altro perché abbiamo scarse informazioni. Solo quelle che ci danno... perché attraverso il telefono non si può parlare nei dettagli».

 

Alpi: «Questa cosa è successa qualche mese fa?».

 

Abdullahi: «No, circa 20 giorni».

 

Alpi: «Anche qualche mese fa era stata rapita una nave italiana...».

 

Abdullahi: «Non italiana, ma taiwanese».

 

Alpi: «È italiana?».

 

Abdullahi: «Sulla nostra costa. E non è italiana, è la "Faarax Oomar"... Porta anche il nome di un nostro eroe nazionalista».

 

 

L’intervista si interrompe.

 

 

La relazione di maggioranza, riguardo agli sviluppi che vi furono su questa intervista, scrive che in seguito l’allora giornalista del Tg3 Maurizio Torrealta (oggi caporedattore di Rai News 24) intervistò a sua volta Abdullahi Mussa Bogor, il quale ammise nel corso del colloquio che nelle parti interrotte della videoregistrazione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin si parlava di traffico d’armi.

 

Ecco il testo integrale dell’interrogatorio (ad ogni capoverso, s’intende che il cosiddetto Sultano “a domanda risponde”):

 

«Ho conosciuto Mugne Said Omar nel 1993 alla Conferenza di conciliazione nazionale tenutasi ad Addis Abeba.

 

La Conferenza di riconciliazione interessava le fazioni somale che erano in lotta tra di loro.

 

A detta conferenza io partecipai in rappresentanza della fazione Darod.

 

L’ingegnere Mugne partecipava alla detta Conferenza in rappresentanza della fazione di Hawiye.

 

Alla detta Conferenza, io e il Mugne venimmo presentati reciprocamente da un comune amico nei corridoi della sede delle Nazioni Unite Addis Abeba dove si svolgeva la Conferenza.

 

Poiché le navi della Shifco pescavano nei nostri mari, io gli chiesi perché non richiedesse a noi le licenze di pesca.

 

Non ricordo le parole precise di risposta del Mugne, ma ricordo che, con modi non riguardosi nei miei confronti, mi rispose che non aveva bisogno delle nostre licenze e che comunque il mare è della Somalia.

 

Io intervenni presso il Mugne per dirgli che doveva richiedere le nostre licenze sia in qualità di Sultano delle regioni del nord-est della Somalia, nelle quali rientra Bosaso, e sia perché allora io coordinavo l’attività politica e attività di difesa della zona.

 

Io non replicai e alla Conferenza di Addis Abeba ci lasciammo così.

 

[…]

 

All’inizio del 1994, nel primo trimestre o quadrimestre, le nostre milizie sequestrarono una nave della Shifco, la Faarax Oomar.

 

Sequestrammo, meglio: hanno fermato la Faarax Oomar perché stava pescando senza licenza.

 

L’iniziativa di fermare la nave fu presa dai miliziani, i quali avevano ordine di sequestrare tutte le navi che pescavano senza licenza nelle nostre acque.

 

La nave venne liberata dopo circa un mese perché i miliziani chiesero un compenso alla Shifco, compenso che venne fornito.

 

Penso che i soldi per il riscatto li abbia tirati fuori la Shifco ma non lo so.

 

Io non so a quanto ammontasse il compenso: si trattava di una questione che interessava i miliziani.

 

I miliziani non versavano le somme riscosse alla direzione politica e militare perché tali somme costituivano per essi miliziani il compenso della loro attività, e d’altro canto i miliziani costituiscono un corpo autonomo.

 

Io venni informato del sequestro della nave alcuni giorni dopo da un membro della direzione politica che si trovava a terra a Bosaso e che l’aveva saputo dai miliziani che avevano fermato la nave.

 

Mentre questa nave era sequestrata, dopo due o tre settimane dall’inizio del sequestro, vennero da me questi due giornalisti, una ragazza e il suo operatore.

 

I due mi hanno chiesto di concedere loro una intervista tramite un somalo proprietario di un albergo utilizzato da una organizzazione non governativa italiana.

 

Il somalo che fece da intermediario, tale dottor Kamal, non mi disse la ragione per cui i due giornalisti italiani volevano intervistarmi. In quel periodo molti giornalisti italiani e stranieri venivano a Bosaso con gli aerei Unosom.

 

L’Ong cui ho fatto riferimento si chiamava "Africa 70".

 

Io incontrai i due giornalisti italiani all’hotel Gaa’ite, e tra le molte domande dei due giornalisti vennero fuori i nomi della Shifco e del Mugne.

 

Fu la giornalista a tirare fuori i due nomi chiedendomi se sapessi qualcosa di questa Shifco e del suo manager l’ingegnere Mugne.

 

Io risposi che all’epoca del regime di Siad Barre, il Mugne era il gestore di questa Shifco e che dopo la distruzione dello stato somalo il Mugne se ne era andato con le navi e continuava a essere il manager della Shifco.

 

Non ricordo di preciso cos’altro mi abbia chiesto la giornalista.

 

Rispondendo alla giornalista che Mugne se ne era andato con le navi della Shifco intendevo dire che Mugne se ne era impossessato. Qualche anno prima Ali Mahdi mi aveva detto che Mugne fino a un certo punto, non so dire fino a quale data, rispondeva agli ordini del governo di esso Ali Mahdi ma che poi il Mugne aveva tagliato i ponti con Ali Mahdi.

 

[…]

 

Allorché Mugne mi telefonò, fece riferimento al nostro primo incontro ad Addis Abeba dicendo che era andato male, che gli dispiaceva, che non ci eravamo compresi e che aveva una proposta da farmi e se ero disposto a venire a Sana’a.

 

Io non avevo nulla di meglio da fare e accettai l’invito e venni a Sana’a dove incontrai Mugne. Questi mi disse che i nostri miliziani gli avevano sequestrato due navi e che da informazioni da lui assunte alcuni di essi erano miei parenti, e mi chiese di intervenire, dicendosi preoccupato perché a bordo delle navi vi erano una ventina di europei e un’ottantina di somali.

 

Di fronte a un problema umano, io dissi che visto e sentito cosa potevo fare...

 

Il mattino successivo, io tornai dal Mugne e gli proposi di andare a Djibuti per parlare con alcuni dei miliziani che avevano sequestrato le due navi. Mugne aderì al mio invito ed entrambi ci recammo a Djibuti e io, via radio, chiamai alcuni capi miliziani che conoscevo. Io chiamai questi capi miliziani da Bosaso, e mi diedero i nomi dei sequestratori.

 

Io ho chiamato da Djibuti non da Bosaso; da Djibuti ho chiamato Bosaso e da Bosaso mi hanno dato i nomi dei sequestratori. Via radio mi sono quindi collegato con le navi sequestrate chiedendo dei miliziani di cui mi erano stati dati i nomi da Bosaso. Mi presentai dicendo chi ero e chiesi ai miei due interlocutori di formare una commissione e mandarla a Djibuti... La commissione venne dopo due giorni circa con l’aereo da Bosaso e a Djibuti ci incontrammo i sette componenti la commissione, io e Mugne.

 

Io feci parlare Mugne e i componenti la commissione, ma dopo tre giorni non avevano ancora raggiunto un accordo perché i sequestratori volevano un riscatto e Mugne non intendeva pagarli, quanto meno nell’ammontare richiesto. Alla fine sono intervenuto io e ho stabilito quale era l’importo che doveva essere pagato.

 

Mugne pretendeva di pagare mezzo milione di dollari che aveva con sé in contanti.

 

Li ho visti io i dollari in contanti e li hanno visti anche quelli della commissione.

 

I sequestratori pretendevano un milione e duecentomila dollari e io conciliai per settecentomila dollari.

 

Mugne pagò subito i cinquecentomila dollari che aveva con sé e si stabilì che avrebbe pagato gli altri duecentomila entro sei mesi.

 

Io non so dove Mugne prese questi 500.000 dollari, credo che li prese dalle sue banche.

 

[…]

 

Nell’intervista che ho rilasciato a Ilaria Alpi io affermai che Mugne non è nessuno perché come persona non lo stimiamo tanto.

 

Io non stimavo tanto il Mugne per il comportamento non riguardoso che lui aveva tenuto nei miei confronti a Addis Abeba e perché lui appartiene a una fazione diversa dalla mia per cui è un nemico, più precisamente era un nemico.

 

Parlando con Ilaria Alpi della Cooperazione italiana, ho usato l’espressione "un grosso scandalo" sulla base di quello che avevo letto sui giornali o sentito alla radio, non perché mi risultasse qualcosa di particolare.

 

Io ho detto alla Alpi che il Mugne aveva fatto scendere in Tanzania tutto l’equipaggio somalo e se l’era squagliata con le navi in Italia perché marinai somali originari della nostra Regione, che Mugne aveva fatto scendere dalle navi in Tanzania, ci riferirono che Mugne aveva portato le navi in Italia.

 

Io, sempre parlando con la Alpi, dopo averle detto che Mugne non era nessuno, ho aggiunto la frase "È la società che manovra" per significare che era la fazione cui egli apparteneva che contava, non lui personalmente, a contare era la fazione politica cui lui apparteneva e non lui personalmente.

 

Prendo atto che io immediatamente prima avevo parlato di una società italiana in collusione con Mugne: in effetti Mugne aveva una "joint venture" con una società italiana di Viareggio, secondo quanto è stato scritto sui giornali e sul bollettino ufficiale del governo somalo, per cui con la frase "è la società che manovra" intendevo riferirmi alla società di Viareggio.

 

Io ho affermato che a manovrare era la società di Viareggio e non Mugne per il fatto che in Somalia mancava un governo legale.

 

Non so come si chiami questa società di Viareggio.

 

Io dissi alla giornalista che non potevo darle il nome di questa società perché non volli dirle che non lo sapevo.

 

Mi pare che Ilaria Alpi mi chiese di vedere la nave che era sequestrata e io risposi che non potevo fargliela vedere perché non potevo intromettermi negli affari dei miliziani. Una sola cosa ho chiesto ai miliziani dopo l’intervista di Ilaria: cosa ci fosse dentro la nave. Mi fu risposto che c’erano reti e pesce.

 

Assunsi la suddetta informazione da uno dei comandanti miliziani che erano sulla nave, un certo Iid. Io chiesi la detta informazione al comandante Iid via radio mentre lui era sulla nave mentre era sequestrata. Assunsi tale informazione via radio dopo che Ilaria se ne era andata dall’albergo in cui era avvenuta l’intervista.

 

L’intervista avvenne tra le 5 e le 6 di pomeriggio di un giorno che non ricordo con precisione.

 

Io richiesi l’informazione al comandante Iid la mattina successiva. Io richiesi tale informazione perché, da quel che ricordo, Ilaria mi aveva chiesto se la nave sequestrata trasportasse delle armi.

 

Noi non siamo sicuri se le navi della Shifco abbiano effettuato traffico di armi.

 

Verso il marzo-aprile del 1991 la fazione a cui apparteneva Mugne ha occupato militarmente la città di Chisimaio e i nostri miliziani usciti dalla città vinti ci hanno informato che da una delle navi della Shifco stavano sbarcando materiale militare.

 

I miliziani usciti dalla città di Chisimaio vinti lo dissero a me personalmente e ad altri che da una delle navi della Shifco stavano sbarcando materiale militare.

 

Non posso dire i nomi di chi mi fornì tale informazione, perché l’informazione mi venne fornita attraverso la radio militare della truppa.

 

Io non so come i miliziani che mi fornirono l’informazione sapessero che la nave da cui veniva sbarcato il materiale militare era una nave della Shifco, so che dissero che si trattava di una nave della Shifco. Il giorno dopo noi del comitato di difesa chiedemmo ulteriori informazioni alla stessa radio con cui ci era stata comunicata la notizia il giorno prima e ci fu risposto che la nave stava ancora scaricando del combustibile.

 

In tale occasione noi domandammo nuovamente se la nave da cui era stata sbarcato il materiale militare e da cui si stava scaricando il combustibile fosse una nave della Shifco, e ci fu confermato che si trattava appunto di una nave di tale società.

 

I miliziani non ci dissero che tipo di armi venisse scaricato dalla nave della Shifco.

 

Non so di altri fatti che possano far pensare a un traffico di armi effettuato con le navi della Shifco.

 

I miliziani non ci dissero il nome della nave della Shifco da cui venivano sbarcate le armi.

 

Non ricordo che nel corso dell’intervista la telecamera sia stata a un certo punto spenta mentre io e Ilaria continuavamo a parlare.

 

È vero che a un certo punto dell’intervista io dico "Venivano da Roma, da Brescia, da Torino, dal Regno Sabaudo", ma mi riferivo ai fascisti che vennero nella Migiurtinia nella guerra tra il 1921 e il 1927.

 

Prendo atto del fatto che, secondo quanto lei mi dice, al giornalista Torrealta il quale con riferimento alla frase "Venivano da Roma, da Brescia eccetera" mi manifestava il proprio sospetto che sulla nave sequestrata ci fossero documenti o prove di armi che venivano da quei luoghi e mi domandava se poteva essere così, io risposi che "potrebbe essere così" e non dissi, secondo quanto oggi ho detto a lei che mi riferivo ai fascisti che erano venuti da quei luoghi. Il fatto è che con Ilaria abbiamo parlato di cultura per 10-15 minuti a telecamera spenta, e, quel pomeriggio, dopo che finì l’intervista con Ilaria io chiamai la radio poiché Ilaria mi aveva chiesto se io sapessi che sulla nave sequestrata ci potevano essere delle armi.

 

Prendo atto di non aver risposto alla sua domanda e dichiaro di aver risposto "potrebbe essere così", di fronte al sospetto del Torrealta, perché non ero certo che la nave sequestrata trasportasse armi.

 

Prendo atto che parlando con Torrealta io avrei dovuto escludere che la nave sequestrata trasportasse armi dal momento che mi ero informato dopo l’intervista con Ilaria sulla circostanza se la nave trasportasse armi ricevendone la risposta che la nave trasportava reti e pesci soltanto. Probabilmente mi ero dimenticato di questa risposta allorché io parlai con Torrealta. Tra l’intervista a Torrealta e l’intervista a Ilaria c’era di mezzo almeno un anno.

 

Prendo atto del contrasto che vi è tra la mia dichiarazione alla cui stregua io non so se a un certo punto dell’intervista con Ilaria Alpi la telecamera sia stata spenta e la successiva mia dichiarazione secondo cui io e Ilaria abbiamo parlato a telecamera spenta. Non so quale sia la verità.

 

Per la verità non sono in grado di dire con sicurezza se io chiamai la nave sequestrata per sapere se la stessa contenesse delle armi il pomeriggio stesso in cui rilasciai l’intervista e dopo che Ilaria se ne andò o, invece, il mattino successivo.

 

Dicendo alla Alpi che le navi avevano accumulato un capitale della Repubblica, intendevo dire che la Shifco, in quattro anni, aveva accumulato una risorsa della Somalia perché mancava un governo cui dovesse rendere conto.

 

Ripeto che io non so se le navi della Shifco, oltre all’attività di pesca, svolgessero traffico d’armi.

 

Per mia conoscenza personale non so se le navi della Shifco svolgessero comunque attività illecite, per mia responsabilità le dico che ho appreso dai giornali che svolgevano attività di traffico di armi e di droga.

 

Prendo atto di aver dichiarato al giornalista Torrealta di sapere che la Shifco svolgeva anche, oltre all’attività di pesca, altre attività collaterali e che certe cose non andavano bene. Io ho reso queste dichiarazioni al giornalista Torrealta perché all’epoca in cui le ho rese non andavo d’accordo con Mugne e con la sua fazione e volevo arrecargli un danno sulla stampa, e poi mi riferivo alla notizia dello sbarco di armi nel 1991 di cui ho parlato.

 

Secondo me era lecito anche moralmente, dal momento che io facevo un discorso politico, accusare ingiustamente la Shifco di traffico d’armi».

 

 

L’interrogatorio viene interrotto. Il difensore del Sultano invita il suo assistito a dire la verità.

 

 

«Prendo atto che alla domanda del giornalista su quali fossero queste cose che non andavano bene e che io sapevo, risposi facendo riferimento espresso al traffico d’armi. Ma mi riferivo al traffico di armi e allo sbarco di combustibili dalla nave della Shifco di cui ho già parlato.

 

Prendo atto di aver fatto riferimento al traffico di droga...».

 

 

A questo punto, l’interrogatorio viene nuovamente interrotto e c’è la seguente annotazione:

 

«Si dà atto che a questo punto – sono le 18.40 – l’atto viene sospeso perché il sultano Abdulahi dichiara di voler pregare, cosa che fa nella stanza in cui l’ufficio si trova. Si dà atto che alle ore 19.00 davanti all’ufficio come sopra composto si ripresenta l’indagato e il suo difensore, e che l’avvocato Duale chiede che siano riformulate all’indagato le domande già fattegli in ordine alle dichiarazioni da lui rese al giornalista Torrealta. Il Pm aderisce alla richiesta».

 

 

Abdullahi riprende a rispondere.

 

«Sin dallo sbarco di armi e di carburante di cui ho detto e sino alla data dell’intervista a Torrealta – agosto-settembre 1994 – tutti i somali dicevano che le navi della Shifco facevano traffico di armi e di droga.

 

Tutti i somali dicevano che tutte le navi della Shifco portavano il pesce in Italia e ritornavano in Somalia con le armi.

 

Non si diceva da dove le armi provenissero, si diceva soltanto che le navi tornavano dall’Italia con le armi.

 

Vennero da me personalmente delle persone a dirmi che le navi della Shifco facevano traffico di armi e di droga.

 

Queste persone che vennero a darmi queste notizie erano marinai che avevano lavorato sulla Shifco e venivano da me a darmi queste informazioni e a chiedermi assistenza in qualche cosa.

 

Non posso ricordarmi i nomi di queste persone, si trattava di gente comune.

 

La notizia del traffico di armi con la nave della Shifco mi fu data in diverse occasioni. Questi marinai che mi informavano sul traffico di armi che erano stati sbarcati in Tanzania sia marinai che erano stati sbarcati a Djibuti.

 

Io, nonostante queste notizie, mantengo rapporti col Mugne perché nessun Tribunale lo ha condannato per traffico di armi. Io sono convinto che fosse Mugne ad armare quelli della sua fazione che quando erano in lotta con la nostra fazione arrivavano armati fino ai denti da 400-600 chilometri.

 

Questa guerra tra le fazioni cui apparteneva Mugne e la nostra fazione si verificò nel 1991, 1992 e fino all’inizio del 1993.

 

Poté essere qualche altro ad armare quelli della fazione di Mugne, non posso escluderlo.

 

Io sono convinto però che ad armare le truppe sia stato Mugne perché una persona ricca può dare una fornitura di armi; qui si è trattato di rifornire di armi e di carburanti per i mezzi logistici delle truppe per una guerra che è durata più due anni e che si è conclusa con la conquista di 3/4 della Somalia da parte delle truppe delle fazioni cui apparteneva Mugne e a rifornire di armi e di carburanti per una tale guerra conclusasi vittoriosamente poteva essere solo uno che avesse continue risorse.

 

Nel gruppo delle fazioni a cui apparteneva Mugne non vi era nessun’altra persona che avesse continue risorse come lui. Bisogna però aggiungere che le sue fazioni si autofinanziavano anche attraverso il sequestro delle merci trasportate via terra e che erano destinate alla popolazione delle stesse terre occupate dalle stesse fazioni.

 

Si trattava delle merci che giungevano in Somalia da altre nazioni a titolo di aiuto internazionale, inviate o da organismi internazionali o da stati o da organizzazioni non governative o da persone fisiche.

 

Durante il periodo della guerra fra la mia fazione e quella di Mugne, noi del comitato di difesa ci riunimmo più volte chiedendoci da dove provenissero le armi di cui disponevano le truppe delle fazioni a noi nemiche.

 

[…]

 

Durante le riunioni del comitato di difesa i vari componenti, con l’esclusione dei comandanti delle truppe che non dicevano nulla al riguardo, affermavano tutti che in base alle informazioni loro fornite era Mugne a equipaggiare le truppe.

 

Quando dopo l’intervista di Ilaria Alpi io chiesi via radio ai miliziani che avevano sequestrato la nave se a bordo vi fossero delle armi, non dissi che a riferirmi tale circostanza era stata una giornalista.

 

Non dissi neppure ai detti miliziani che Ilaria voleva visitare la nave. Era stata Ilaria a chiedere a me di poterla visitare.

 

Io appresi dell’uccisione dei due giornalisti italiani dalla radio Bbc i giorni successivi all’assassinio. A Mogadiscio era normale che si uccidessero o si sequestrassero delle persone.

 

Mi sono chiesto nell’immediatezza del fatto e me lo chiedo tuttora perché i due giornalisti siano stati uccisi.

 

Io penso che siano stati uccisi per qualche cosa che avevano scoperto.

Questo qualcosa non era qualcosa che avevano appreso da noi perché sono partiti sani e salvi da Bosaso, ma era qualcosa che avevano appreso a Mogadiscio dove erano rimasti più di un mese prima di venire a Bosaso.

 

[…]

 

Prendo atto di aver dichiarato al giornalista Torrealta, che allorché ho saputo che i due giornalisti erano stati uccisi ho pensato che ciò fosse accaduto a causa della ricerca delle navi. Ciò è possibile, non posso escluderlo. Prendo atto di aver dichiarato al giornalista Torrealta, con riferimento all’assassinio dei due giornalisti, che forse qualcuno aveva segnalato che Ilaria aveva avuto informazioni da noi. Vorrei sentire la registrazione perché qualcuno può aver estrapolato o montato le mie dichiarazioni. Dove si dice una parola, se ne può aggiungere o togliere un’altra. Spontaneamente, Torrealta venne a trovarmi a Bosaso e io gli dissi che l’indomani dovevo partire per l’Europa, lui mi invitò a fermarmi a Djibuti come suo ospite all’hotel Sheraton, io accolsi l’invito e qui egli mi fece un’intervista che durò circa sette ore e proseguì il giorno dopo per altre cinque ore, credo, e io, a conclusione dell’intervista, gli dissi che in coscienza non potevo accusare Mugne di essere il responsabile dell’uccisione dei due giornalisti. Io ho ancora sospetti sul montaggio di quest’intervista.

 

Non so da quale fazione fosse controllata la zona di Mogadiscio in cui sono stati uccisi i due giornalisti italiani.

 

Io non credo che i mandanti dell’assassinio vadano ricercati tra i somali.

 

Escludo che siano stati i somali perché Ilaria è rimasta a Mogadiscio un mese e i somali le volevano bene.

 

Io ho chiesto informazioni a gente venuta da Mogadiscio e ne ho tratto l’opinione che i mandanti siano italiani che erano a Mogadiscio a quell’epoca ma ciò non è confermato.

 

Non posso rispondere alla domanda se io sia personalmente convinto che siano italiani i mandanti dell’assassinio.

 

Allorquando Ilaria mi ha chiesto se con la nave sequestrata si facesse traffico d’armi, io le risposi che mi sarei informato. Io dissi però a Ilaria che tutti dicevano che con le navi si faceva traffico di armi». […]

 

 

Dalla lettura del lungo interrogatorio fatto dal dott. Pititto risulta quindi palese che Abdullahi Mussa Bogor non solo non smentisce quanto dichiarato nell’intervista a Torrealta riguardo al fatto che con Ilaria Alpi il tema trattato fossero le armi, ma in più aggiunge una serie di elementi in relazione alle sue consapevolezze sul coinvolgimento della flotta Shifco nel traffico d’armi.

 

La stessa relazione di maggioranza segnala che, nella audizione del Bogor, del 9 febbraio 2006 (peccato, così in ritardo rispetto al lungo lavoro della Commissione), Abdullahi ammette che la giornalista gli aveva chiesto specificamente se la nave sequestrata trasportasse armi, e aveva manifestato il suo interesse a salire a bordo della stessa.

 

Ma il cosiddetto Sultano fa un’affermazione sconcertante: l’intervista era stata interamente videoregistrata anche nelle parti in cui erano stati trattati i temi della Shifco e del carico di armi che avrebbe potuto essere occultato nella stiva, e aveva avuto una durata di circa tre ore, certamente superiore al registrato che ci è giunto.

 

 

C’è dell’altro. A proposito dell’intervista effettuata da Ilaria Alpi, Abdullahi Mussa viene intervistato dal giornalista televisivo arabo Mohamed Said, autore di una serie di programmi per una televisione araba dedicati al caso Alpi-Hrovatin e al traffico di rifiuti tossici in Somalia (doc. 0322 009, a pag. 5). Dice, tra l’altro:

 

(50:41:30) «Sono in tanti ad aver seppellito delle cose in Somalia, con la complicità di cittadini somali. Imprenditori somali hanno seppellito rifiuti tossici a cominciare da Ras Gamboni. La Somalia è il quarto paese al mondo per l'estensione delle sue coste, dopo la Russia, l'America e il Canada».

 

(51:13:19) «Le coste più estese dell'Africa».

 

(51:36:03) «Sono stati seppelliti, a quanto ho letto in alcune riviste. Ho una copia di Famiglia Cristiana».

 

(52:04:10) «Abbiamo queste informazioni dalla stampa soltanto».

 

(52:35:05) «Tu sei ancora giovane. Queste cose richiedono delle prove, come i contratti firmati, prima di poter dire questo. Altrimenti sono chiacchiere, come quelle che hai fatto sull'uccisione di Ilaria Alpi».

 

(53:04:20) «No. Per quanto riguarda il seppellimento, mi disse che io sapevo chi lo ha fatto, chi ha seppellito i rifiuti tossici» (sottolineatura nostra).

 

 

E ancora (stesso documento, pag. 94):

 

(53:26:15) «Non posso accusare nessuno se non sono in possesso di una prova per la sua condanna, il contratto firmato, i documenti».

 

(53:41:10) «Non posso dire che tizio ha fatto questo e quest'altro senza avere delle prove, altrimenti non potrei affrontarlo dopo».

 

(53:49) «Come si chiama?»

 

(54:20) «Per esempio, se dicessi che Mohammed Said è dietro lo smaltimento, sarebbe una falsità. Ma se dicessi Mohammed Said è dietro lo smaltimento di rifiuti nucleari o industriali in Egitto, e questa è la sua firma sul contratto dell'accordo, questo è necessario per poterlo condannare».

 

 

Occorre notare la rilevanza della frase sottolineata: «Mi disse che io sapevo chi lo ha fatto, chi ha seppellito i rifiuti tossici». Abdullahi, con questa risposta, afferma che Ilaria Alpi nel corso dell’intervista che gli fece, gli ha chiesto notizie in merito al traffico di rifiuti in Somalia. Quindi anche questa parte, se è vero che tutta l’intervista di Ilaria è stata registrata, sarebbe scomparsa.

 

Un altro elemento di cui sarebbe stato importante chiedere conferma ad Abdullahi Mussa è contenuto in un’altra intervista resa allo stesso giornalista Mohammed Said e acquisita dalla Commissione. Risulta che lo stesso Bogor abbia incontrato Giancarlo Marocchino insieme a un avvocato (il suo avvocato, cioè Menicacci? Il Bogor non lo dice) pochi mesi prima rispetto al momento dell’intervista (doc. 0322 009 pag. 6). Ecco il passaggio:

 

(01:03:14:26) «Giancarlo Marocchino, sì, lavorava in Somalia, ma non lo vedo da sei o sette mesi».

 

(01:03:36:02) «Non lo so».

 

(01:03:39:16) «Non lo so. Non sono sicuro, l'ho incontrato una volta per meno di una ventina di minuti, in compagnia di un avocato italiano, amico dell'avvocato… (ndt: la frase in arabo termina a questo punto).

 

 

Abdullahi Mussa Bogor è stato sentito dalla Commissione il 9 febbraio 2006, ossia nell’ultima settimana di lavori prima dello scioglimento delle Camere. Anche in relazione all’importanza di questa audizione, il Presidente Taormina aveva chiesto di poter ottenere una quarta proroga dei lavori, fino ad aprile 2006, e ha vivamente protestato – parlando di ostruzionismo – di fronte al diniego del centro-sinistra in seno alla riunione dei capi-gruppo, che di fatto ha impedito ulteriori dilazioni di tempo.

 

Assume pertanto un certo rilievo osservare la nota del Presidente Taormina all’ambasciata di Helsinki (dove risultava trovarsi il Bogor) per rintracciare il teste: porta la data del 26 ottobre 2005, ovvero quasi due anni dopo l’inizio dei lavori della Commissione e a soli quattro mesi dalla loro conclusione (vedi lettera dell’ambasciata di Helsinki nel Doc. 0381 000).

 

 

Ne riportiamo un passo:

 

 Oggetto: Finlandia. Cittadino somalo Abdullahi Moussa Bogor: Reperimento di ogni utile contatto.

 

Riferimenti. Lettera del Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Mirian Hrovatin n. 2005/0001643/SG-CIV del 26.10.2005.

 

 

 

 

VI. Shifco e Moby Prince

 

Di rilievo è l’episodio specifico riferito da Abdullahi Mussa riguardo le notizie avute dai suoi uomini presenti a Kisimayo circa uno scarico di armi e combustibile effettuato da una nave della flotta Shifco nella primavera del 1991. Sarebbe stato utile approfondire il punto (La Commissione l’ha fatto?), perché è un fatto storicamente accertato che la “21 ottobre II”, nave madre della Shifco, aveva sostato per quasi due mesi nel porto di Livorno (alla compagnia assicurativa risulta ferma per riparazioni e manutenzione) tra la metà di marzo e la metà di maggio del 1991. Ci sono tuttavia testimonianze rese all’autorità giudiziaria in relazione al disastro del “Moby Prince” (avvenuto l’11 aprile 1991), le quali riferiscono tre fatti:

 

- la nave della Shifco, la sera dell’11 aprile 1991, fa rifornimento di carburante;

 

- un peschereccio di colore bianco lungo circa 70 metri viene visto transitare in fiamme nelle adiacenze del porto di Livorno;

 

- la mattina del 12 aprile 1991, la “21 ottobre II” è attraccata a un molo diverso da quello dove si trovava la sera prima.

 

 

Su questo aspetto è stato sentito un dirigente della Shifco, Florindo Mancinelli (verbale del 19 ottobre 2004), nel quale dice, fra l’altro:

 

“In relazione al signor GRIMALDI, se tale è il nome che mi sovviene alla mente, ricordo vagamente un episodio riportato da un giornale a firma dell'interessato e di altri tre giornalisti secondo i quali la 21 Octobaar II, uscita di notte dal porto di Livorno, incrociava altre navi e causava il disastro della Moby Prince. In realtà la 21 Octobaar non poteva muoversi perché aveva le macchine smontate e dal porto non si esce senza rimorchiatori o pilota.

 

 

Inoltre, si riporta l’informativa della Digos di Roma al dottor Franco Ionta della Procura di Roma, a conferma che la 21 Ottobre II era effettivamente a Livorno la sera dell’11 aprile 1991 (doc. 0043 012, pag. 90):

 

La Questura di Livorno ha qui fatto sapere quanto segue:

 

La motonave “21 OKTOOBAR II” il 10.04 ‘91 era effettivamente presente nel Porto di Livorno. La stessa era però non operativa ed era ormeggiata nella banchina “Magnale”, presso il Cantiere Montano, per riparazioni già preventivate alle stive ed ai portelloni. Il Direttore del Cantiere, ORSINI Daniel, nato a ToIone (Francia) il 12-05-‘44, residente a Livorno in via Cecconi n.10, ha informalmente riferito che il 10-04-‘91 gli operai avevano lavorato sulla nave fino alle ore 17,00 lasciando poi le attrezzature sia sulla nave stessa che sulla banchina (trattavasi di cannelli per saldatori collegati ai generatori posti a banchina ed altro materiale). Alle 7.30 dell’11.04.91, i suddetti operai avevano ripreso i lavori sulla motonave trovando la stessa nel medesimo punto di ormeggio e sempre con le attrezzature collegate a terra.

 

La motonave era giunta nel porto di Livorno il 15.03.91, vuota, proveniente da Formia-Gaeta e, dopo una breve sosta in rada, era entrata nel porto raggiungendo la suindicata banchina, da dove risulta essersi spostati soltanto il 17-05-‘91 per raggiungere la banchina “Curvilinea”, ed il 25-05-‘91 per raggiungere la banchina “sgarallino”. La motonave risulta aver lasciato il porto di Livorno il 29.05.91.: vedasi allegati n. 1 e 2).

 

Le navi, menzionate nell’articolo pubblicato su AVVENIMENTI, risultavano, in data 10.04.91, effettivamente presenti alla fonda in rada nel Porto di Livorno.

 

Le suddette navi, noleggiate dagli USA, militarizzate dunque non soggette alle normali operazioni doganali commerciali, erano adibite al trasporto di mezzi, armi e/o munizioni da e per il Golfo Persico, per il noto conflitto con I’Irak. Tale materiale arrivava e/o ripartiva dallo scalo livornese proveniente dalie diverse basi NATO situate in Italia ed in Europa. Si precisa che le navi militarizzate non possiedono manifesto di bordo per la verifica del carico stivato, pertanto le sottoelencate notizie sono state acquisite presso i diversi agenti raccomandatari delle motonavi  del porto di Livorno.

 

M/n "SS Cape Breton" di bandiera U.S.A., risulta arrivata in rada il 19.03.91 dove è rimasta, in attesa di disposizioni dell’armatore fino al 15.04.91, quando è partita alla volta del porto di Telamone. La motonave trasportava un totale di 6.056,5 tonnellate di merce classificata IMCO 1.1 E (razzi con proiettili esplosivi) per la quale I’agente raccomandatario aveva dato avviso alla Prefettura di Livorno (vedasi allegati n. 3, 4, 5 e 18).

 

- M/n "Cape Flattery” di bandiera USA, risulta arrivata in rada il 25.02.91 ed entrata in porto il 26.02.91, ormeggiando presso la Darsena Toscana. Il 28.02.91 ha lasciato l'ormeggio ritornando alla fonda in rada, da dove il 13.06.91 è ripartita. Quella sera però, ormeggiata all'interno del porto, era presente anche la M/n "Cape Farewell" di bandiera U.S.A., arrivata in rada il 22.03.91, con attracco avvenuto il 04.04.91. Detta nave risulta ripartita il 14.04.91. Entrambe le motonavi hanno movimentato, durante la loro sosta in Livorno, materiale militare per conto delle Forze Armate U.S.A. da e per la base NATO di Camp Darby di Tombolo (PI), (vedasi allegati n. 6 e 7),

 

-  M/n "Efdim Junior" di bandiera greca, risulta arrivata in rada il 03.04.91 senza alcun carico a bordo in quanto doveva imbarcare i mezzi militari USA destinati alle interforze militari nel Golfo Persico. Tale attività non è stata compiuta in quanto la suindicata motonave è ripartita il 22.04.91, senza mai essere entrata in porto, alla volta di Talamone, per imbarcare munizioni ed esplosivi. (vedasi allegati n. 8 e 9) 

 

- M/n "Gallant 2" di bandiera panamense, risulta arrivata in rada, il 17.03.91 con uri carico di 833 L/T di munizioni ed e ripartita, senza mai entrare in porto, il 12.06.91 alla volta del porto di Talamone, (vedi allegati n. 10, 11 e 18).

 

 - M/n "Port de Lion" di bandiera francese, risulta arrivata in rada il 06. 04.91, con un carico di semi di mais in bulk, ed è entrata in porto l' 08.04.91 ormeggiando alla calata Silos del Tirreno dove ha scaricato 1170 tonnellate di prodotto. Il 09.04.91, terminate le operazioni di sbarco, è passata sotto altro agente raccomandatario per cui è stata riportata alla fonda in rada ed il 13.04.91 è rientrata in porto prendendo ormeggio alla calata Pisa, da dove il 16.04.91 è partita alla volta del porto di Talamone. (vedasi allegati 12, 13, 14, 15 e 16) .

 

 

La presenza del peschereccio della Shifco a Livorno l’11 aprile ‘91 sarebbe quindi confermata.

 

 

Vi sono invece diverse testimonianze che contraddirebbero il fatto che fosse impossibilitato a navigare a causa delle riparazioni. Ecco alcuni brani del volume di Enrico Fedrighini “Moby Price, un caso ancora aperto” (Edizioni Paoline, 2005), che riporta le testimonianze tratte dagli atti processuali e dalle inchieste amministrative effettuate in relazione al disastro:

 

«Nella primavera del ’91, il porto di Livorno è frequentato dalla nave 21 Oktobar II, la nave numero uno della flotta di pescherecci Shifco […]. Un peschereccio d’altura di colore bianco. Ufficialmente l’imbarcazione approda a Livorno per essere ricoverata in cantiere, per lavori di riparazioni. Però una certa sera, improvvisamente, chiede l’intervento di una delle bettoline che normalmente effettuano rifornimento di carburante alle navi in partenza e, riempiti i serbatoi di nafta – cosa decisamente curiosa per uno scafo ufficialmente destinato a rimanere a secco in officina – abbandona il molo, ricomparendo nel porto la mattina successiva ma in un diverso punto di ormeggio. Tutto questo avviene proprio la sera del 10 aprile ’91.

 

Il timoniere somalo della 21 Oktobar II, licenziato poco dopo l’arrivo della nave a Livorno, parla apertamente di traffici d’armi svolti dal peschereccio. Quali sono gli spostamenti compiuti dalla nave quella sera? Quale missione doveva compiere nelle acque livornesi?»

 

E poco oltre:

 

«Facciamo un passo indietro al momento dell’arrivo in porto dei mezzi militarizzati, carichi di materiale bellico dell’esercito statunitense. È il 15 marzo 1991. Quello stesso giorno, l’agente locale della compagnia assicurativa Lloyd’s di Londra registra, in contemporanea con l’ancoraggio di numerose navi cariche di materiale bellico, l’arrivo della ammiraglia della flotta di pescherecci italo-somala Shifco, la 21 Oktobar II. […] Da un’attenta lettura dei fatti emergono altri elementi particolarmente interessanti. L’elenco fornito dai Lloyd’s, recuperato da Maurizio Torrealta nella sua ricostruzione documentale sull’omicidio di Ilaria Alpi, è interessante perché non si limita a registrare la data d’ingresso e di uscita della nave nel solo porto di Livorno: gli agenti della compagnia londinese registrano la presenza della nave presso ogni scalo, segnalando a catena i movimenti e le tappe della navigazione, in modo da poter ricostruire le rotte seguite.

 

La registrazione delle date d’entrata e uscita dal porto consentono di verificare la durata della permanenza del peschereccio presso un determinato scalo. E a questo proposito emerge un altro elemento interessante.

 

Quello di Livorno è un porto verso il quale la 21 Oktobar II mostra un’attrazione particolare: quando vi approda, fatica ad allontanarsene. Mentre la permanenza presso altri approdi, regolarmente registrata dai Lloyd’s, si limita normalmente a pochi giorni di sosta, lo stazionamento della nave ammiraglia della Shifco nelle acque livornesi si prolunga per diverse settimane, talvolta anche per mesi. A volte, per giustificare la prolungata pemanenza in porto, viene segnalata dal comando della nave la necessità di effettuare riparazioni a bordo del peschereccio; eppure i dati riportati dai registri assicurativi Lloyd’s mostrano inequivocabilmente che, con o senza riparazioni, la durata della permanenza della 21 Oktobar II si mantiene invariabilmente nell’ordine delle diverse settimane. Più a lungo, sempre e comunque, rispetto a qualunque altro porto».

 

Continua la ricostruzione di Fedrighini:

 

«Quello della primavera 1991 è il primo scalo livornese compiuto dalla 21 Oktobar II e si prolunga per circa due mesi e mezzo, dal 15 marzo al 29 maggio1991. Un periodo di stazionamento particolarmente lungo. […] Eppure, dopo le operazioni di scarico e pulizia la nave non riparte. […] Un giorno, accade un episodio strano, qualcosa di grave per ragioni apparentemente inspiegabili. Il 23 marzo ’91, una settimana dopo l’arrivo a Livorno, Mohamed Samatar viene licenziato in tronco dalla Shifco.

 

Un provvedimento grave, soprattutto considerando che non si tratta di un marinaio qualunque: Samatar è il timoniere della 21 Oktobar II, il pilota più valido ed esperto a bordo, quello con maggiore esperienza di guida lungo le rotte abitualmente percorse dal peschereccio. La versione ufficiale successivamente fornita da Omar Mugne, il proprietario della compagnia italo-somala, per giustificare tale provvedimento, sembra banalizzare l’evento: <<Ha minacciato con un coltello il comandante della nave, Nicola Mandekich>>.

 

Brutta storia, che non lascia tracce. Finché un giorno il timoniere licenziato viene contattato da un giornalista Rai e inizia a parlare…

 

Nel 1994 il giornalista Maurizio Torrealta, attraverso alcuni somali residenti in Italia, riesce a contattare l’ex timoniere della 21 Oktobar II nella zona della stazione Termini di Roma. Samatar è noto ai suoi connazionali con il soprannome di Forchetto per via dei denti davanti separati uno dall’altro, simili alle punte di una forchetta. Il suo racconto si riferisce a fatti avvenuti fino alla primavera ’91, cioè fino al momento del suo sbarco in seguito a un suo atto di ribellione nei confronti del comandante della nave, avvenuto a Livorno pochi giorni prima della tragedia del Moby Prince. Ecco alcune frasi dell’intervista:

 

Torrealta: <<Tu eri imbarcato su una nave, come si chiamava?>>.

 

Samatar: <<La nave si chiamava 21 Ottobre II>>.

 

Torrealta: <<Cosa facevi su quella nave?>>.

 

Samatar: <<Facevo il timoniere>>.

 

Torrealta: <<Quella nave portava pesce in Italia, ma dall’Italia negli altri posti cosa portava?>>.

 

Samatar: <<Portava altra merce, come armi>>.

 

Torrealta: <<Chi hai incontrato sulla nave?>>.

 

Samatar: <<Malavasi il padrone, Mancinelli il suo vice, e Mugne l’amministratore>>.

 

Torrealta: <<Dove sei sbarcato?>>.

 

Samatar: <<A Livorno>>.

 

Torrealta: <<Racconteresti questa storia anche ai magistrati?>>.

 

Samatar: <<Si>>.

 

Dopo quest’intervista, l’ex timoniere viene interrogato nell’ambito dell’inchiesta sulla cooperazione alla quale lavorava il sostituto procuratore Vittorio Paraggio. Di Samatar, così come dell’inchiesta sui traffici italo-somali, si perdono le tracce a partire dalla fine degli anni ’90.

 

Samatar non è l’unico a parlare di pericolosi traffici che coinvolgono, proprio nella primavera del ’91, la compagnia Shifco».

 

 

Infatti, come abbiamo visto, ne parla nel giugno ’96 anche Abdullahi Mussa Bogor al magistrato che si occupa in quel periodo del caso “Alpi-Hrovatin, il dottor Giuseppe Pititto.

 

Continua Fedrighini:

 

«Considerando inverosimile l’eventualità che la 21 Oktobar II sia stata trasferita in cantiere, per i lavori di riparazione, a pieno carico, cioè con le stive ancora colme di prodotti ittici, è ragionevole ritenere che le operazioni di alaggio e ricovero in officina nautica siano avvenute successivamente a quelle di scarico e lavaggio delle stive: dunque, la nave sarebbe dovuta entrare in cantiere per riparazioni a partire dai primi giorni di aprile ’91. In questo modo, ogni tassello sembrerebbe rientrare al suo posto: quindici giorni per eseguire con molta calma le ordinarie operazioni di svuotamento delle stive e di manutenzione delle celle refrigerate, poi circa due mesi (dai primi di aprile al 29 maggio) in cantiere per una serie di lavori di riparazione.

 

E invece non è così, i conti ancora una volta non tornano. Avviene qualcosa che contraddice questa ricostruzione.

 

Qualcosa che accade alcuni giorni dopo: esattamente il 10 aprile 1991.

 

 

Nel corso di una successiva intervista, il pilota di porto ricorda un altro particolare: una comunicazione diretta da parte del comandante della Giglio (ma questa comunicazione non compare nel log delle registrazioni di Livorno Radio), il quale, per acquietare i soccorritori alla ricerca della fantomatica bettolina indicata da Superina, afferma: <<Tranquilli, noi della Giglio non c’entriamo niente, siamo qui in porto per il bunkeraggio alla 21 Oktobar II>>. Operazione assolutamente legittima, essendo la Giglio un’imbarcazione dedicata proprio al rifornimento delle navi. E dal registro dell’avvisatore marittimo risulta che già il 9 aprile la Giglio si era recata presso l’attracco di piazzale Zara, situato esattamente accanto al molo Magnale non operativo. Proprio quello dove si trovava ormeggiata la 21 Oktobar II. […] Ritorniamo al molo Magnale non operativo. Il molo si trova in corrispondenza di piazzale Zara, dove sorgono alcune abitazioni di servizio del personale della Marina. In uno di questi appartamenti, al pian terreno abitano i coniugi Pietro La Fata e Susanna Bonomi. Lui è un ufficiale della Capitaneria di porto, sua moglie diventa testimone al processo Moby Prince per un fatto apparentemente secondario ma che ora, combinando insieme i vari pezzi del puzzle fin qui raccolti, assume ben altro rilievo. Quella sera, come di consuetudine,

 

Nessun movimento è registrato dall’avvisatore presso il molo Magnale. Ed esiste una sola nave lunga 70-80 metri ufficialmente ormeggiata per settimane in quel punto: la 21 Oktobar II. Impossibile confonderla con la Maria Laura: l’enorme nave cisterna si trova attraccata in un punto più distante ed è lunga più del triplo del peschereccio. Dalla testimonianza della signora Bonomi, se ne dovrebbe dedurre che qualcosa avrebbe spinto la 21 Oktobar II ad assentarsi dal proprio punto di ormeggio in un periodo compreso fra le 21:30 del 10 aprile e le 9 del mattino seguente, quando il relitto fumante del Moby Prince viene trainato dai rimorchiatori verso la darsena Petroli.

 

Disporre del giornale di bordo della 21 Oktobar II aiuterebbe molto a capire il ruolo e la missione effettivamente svolta dal peschereccio della Shifco nelle acque livornesi quella sera. Aiuterebbe a fare chiarezza, per evitare di rimanere intrappolati nelle inevitabili suggestioni alimentate dalle testimonianze di chi, durante il processo per il disastro del Moby Prince, ricorda la presenza di un peschereccio bianco, un peschereccio d’altura in difficoltà e in rapida fuga dal luogo in cui è da poco avvenuta la disastrosa collisione».

 

 

Fedrighini riporta anche un brano d’interrogatorio particolarmente interessante:

 

«Felice Manganiello, ufficiale della Capitaneria di porto di Livorno, la sera del 10 aprile si imbarca sul rimorchiatore Tito Neri II. Manganiello riferisce un episodio singolare: una seconda collisione sfiorata di poco, fra il suo rimorchiatore e un peschereccio, proprio all’imboccatura della diga della Vegliaia, dove l’aria era già impregnata di fumo e la visibilità molto scarsa. Ecco la sua testimonianza. <<Sull’imboccatura ci superò la motovedetta 250 e ci passò proprio sotto la prua anche un peschereccio, per miracolo non ci fu un’altra collisione! Ce lo siamo trovato sotto la prua, proprio ci è passato sotto la prua a nemmeno cinque metri!>>.

 

Interviene l’avvocato Giunti: <<Avete dovuto quindi compiere una manovra d’emergenza?>>.

 

Manganiello: <<No, perché…>>.

 

Avvocato: <<È stata una fatalità quindi che non vi siete…>>.

 

Manganiello: <<Sì>>.

 

Avvocato: <<Si ricorda il nome del peschereccio?>>.

 

Manganiello: <<No>>.

 

Avvocato: <<Non lo individuaste?>>.

 

Manganiello: <<Non si vedeva nemmeno>>.

 

Avvocato: <<Non si vedeva perché il peschereccio…>>.

 

Manganiello: <<Non si vedeva il nome>>.

 

Avvocato: <<Ma le luci del peschereccio erano ben visibili?>>.

 

Manganiello: <<L’abbiamo visto quando proprio ci è passato sotto prua, ci ha incrociato, perché il peschereccio era basso, insomma, abbiamo visto solo le luci del peschereccio di sopra>>.

 

A bordo dell’imbarcazione si trovava anche Tito Neri, uno dei titolari dell’omonima società di rimorchiatori, il quale rammenta che <<sull’imboccatura del porto ci è passato un peschereccio davanti alla prora, a 10 metri non di più, ci era comparso all’improvviso da questa scarsissima visibilità, una grossa barriera di fumo. Era un peschereccio di colore bianco, non ricordo altro>>.

 

 

Non è l’unico testimone. Ecco anche le dichiarazioni di Marco Pompilio, ingegnere, direttore di macchina della nave cisterna Agip Abruzzo.

 

«A bordo della petroliera, Pompilio si trova nella saletta tv degli ufficiali assieme al comandante Superina; improvvisamente, avverte una <<grossa vibrazione non usuale>> della nave e osserva, attraverso uno degli oblò, un <<grande bagliore>>.

 

Su ordine del comandante, scende immediatamente in sala macchine mettendo in funzione il motore principale. Poi risale in plancia. Sono trascorsi circa venti minuti dal momento in cui era stata avvertita la <<grossa vibrazione>>. Più precisamente <<un’esplosione>>: così la definisce il capo macchine. <<Venti minuti dopo l’esplosione>>, continua Pompilio, <<mentre mi trovavo sul ponte di comando scorgevo, per pochissimi secondi, verso dritta, a una distanza di 70-100 metri, un’imbarcazione da me ritenuta un peschereccio d’altura, avvolta dalle fiamme che si dirigeva verso centro nave>>.

 

Possibile che un professionista del mare confonda un peschereccio con un traghetto passeggeri? La forma, struttura e dimensioni dei due tipi di imbarcazione sono radicalmente differenti; mediamente, un grande peschereccio d’altura può arrivare a misurare circa 60-70 metri di lunghezza. Il traghetto passeggeri Moby Prince era lungo più del doppio.

 

L’ingegner Pompilio è convinto di quanto ha visto e lo ripete, nei due anni successivi, senza mostrare ripensamenti: <<Ricordo di aver visto provenire perpendicolarmente alla nostra dritta un’imbarcazione in fiamme che al momento avevo ritenuto trattarsi di un grosso peschereccio d’altura, a una distanza di circa cento metri>>.  […] Pompilio ricorda la repentina modifica di rotta effettuata dall’imbarcazione a poche decine di metri di distanza, per evitare la collisione con la petroliera: <<La nave non ci ha urtato, presumo che ci abbia “scapolato” (evitato di un soffio, nda). A quel punto si vedeva che la nave era un’imbarcazione grande, un peschereccio d’altura>>. Pompilio vuole fugare ogni dubbio: <<Escludo di aver dichiarato alla Commissione d’inchiesta ministeriale di aver visto il Moby Prince incastrato nell’Agip Abruzzo; quello che ho visto è quello che ho raccontato poc’anzi>>.

 

 

Sarebbe stato rilevante verificare le indicazioni di Abdullahi Mussa Bogor e quelle dei testimoni del caso Moby Prince per avere un riscontro eventuale alle dichiarazioni dello stesso Abdullahi sulla presenza a Kisimayo di quella nave, nella primavera del 1991.

 

 

 

VII. Un punto debole dell’intera ricostruzione

 

Tutta la ricostruzione effettuata dalla Commissione riguardo ai giorni di Bosaso di Alpi e Hrovatin ha un forte punto debole: quale certezza è stata raggiunta sul fatto che non manchino delle cassette del girato? Il dubbio che una o più cassette siano state sottratte c’è sempre stato e le indagini della Commissione non sono riuscite a fare alcun passo avanti in questa direzione. È evidente che l’incertezza su questo punto cruciale mina l’attendibilità di qualsiasi risultato ricostruttivo.

 

Le dichiarazioni rese in audizione dal Bogor, citate precedentemente, aumentano i dubbi, già esistenti, riguardo al fatto che non tutto il girato dei giornalisti sia giunto nelle mani della magistratura e, quindi, della Commissione.

 

Al riguardo, ci si chiede (dal documento finale non risulta) se la Commissione abbia effettuato una perizia sui nastri originali. Primo, per avere conferma che si tratti davvero degli originali e non di una copia; secondo, per verificare che non ci siano state manomissioni di qualsiasi natura. Ci si chiede, inoltre, se è stata fatta la perizia calligrafica sui fogli del notes che riportavano i time code delle cassette. Queste note, che servono a fare una scaletta, punto per punto, delle riprese effettuate, allo scopo di ritrovare i passaggi di interesse in vista del montaggio del servizio, risultano scritti, in parte, di pugno di Ilaria Alpi e, in parte, da un’altra persona, dopo che le cassette erano giunte in Rai. Sarebbe stato cruciale verificare sia l’integrità degli appunti della giornalista (mancavano, ad esempio, o erano state strappate pagine nel notes?), sia la conferma calligrafica della persona che ha completato i time code. Sia, infine, la distinzione precisa fra la parte di appunti presi dalla Alpi da quelli presi dalla persona che li ha completati in seguito.

 

Anche questo, dal documento finale, non risulta sia stato fatto. Peraltro, riguardo agli esigui appunti presi da Ilaria di cui si è in possesso, c’è da rilevare che l’operatore Alberto Calvi (doc. 0003 467, pag. 499) afferma: ­«Ilaria scriveva molto, prendendo molti appunti […]. Normalmente vergava un blocchetto ogni due giorni».

 

 

 

VIII. L’aereo perduto

 

Com’è ormai assodato, i due giornalisti rientrano a Bosaso troppo tardi per prendere l’aereo Onu che li avrebbe riportati a Mogadiscio il 16 marzo. Perduto il volo, Alpi e Hrovatin, secondo le testimonianze, vanno (o tornano) alla sede  della Ong Africa 70 a Bosaso per chiedere ospitalità per i giorni seguenti, fino al prossimo volo per Mogadiscio.

 

La relazione finale della maggioranza spiega la perdita del volo con l’ipotesi che Ilaria Alpi abbia preso nota in modo sbagliato dell’orario dello stesso prima della partenza da Mogadiscio per Bosaso. Su quali basi? È verosimile che non abbiano fatto alcuna verifica a Bosaso prima di lasciare la città per recarsi a Gardo? Non è da prendere perlomeno in considerazione un’altra ipotesi (dato che non sembra che allo stato vi siano elementi nell’una o nell’altra direzione), cioè che qualcuno abbia fornito ai due giornalisti un’indicazione fuorviante, in base alla quale rientrano da Gardo pensando di essere in tempo a prendere il volo, scoprendo solo all’arrivo che non è così? Il disappunto espresso da Ilaria ai cooperanti di Africa 70 (come risulta dalle loro testimonianze) conferma che i giornalisti volevano assolutamente prendere quel volo, ma non c’è alcuna spiegazione, in base alle stesse testimonianze, della ragione per cui arrivano in ritardo.

 

La Commissione dovrebbe chiarire le ragioni per cui non ha mai realizzato missioni né in territorio somalo né a Bosaso, né a Nairobi, né in altre località (Gibuti, Dubai, etc) – l’unico membro della Commissione che si è recato in Africa e a Dubai risulta essere il consulente Sost. Comm. Antonio Di Marco, da solo o accompagnato da Giancarlo Marocchino – che avrebbero permesso di raccogliere ulteriori elementi e testimonianze in loco. È noto soltanto che a più riprese la stessa Commissione ha tentato di organizzare e ha annunciato la volontà di effettuare tali spedizioni, ma nonostante l’annunciata disponibilità del Governo somalo di transizione, non le ha mai realizzate. Stanti anche i diversi punti oscuri, che la Commissione ha ammesso di avere (non si sa chi accompagna i due giornalisti, né che macchina viene usata, né chi incontrano a Gardo, né perché vi si recano), tale missione in loco sarebbe risultata evidentemente indispensabile.

 

A questo proposito, appare quanto meno singolare l’affermazione contenuta nella relazione di maggioranza, secondo la quale il viaggio effettuato l’estate scorsa da Bulgarelli-Scalettari-Cavalli-Rocca avrebbe riportato solo “deludenti acquisizioni”. Non risulta che la Commissione abbia fatto in proposito alcun tipo di approfondimento (a parte la mera acquisizione dei documenti), nonostante le sollecitazioni in questo senso da parte dei componenti della spedizione. È evidente, peraltro, che l’organismo parlamentare avrebbe avuto mezzi, strumenti, conoscenze e poteri ben diversi da quelli su cui aveva potuto contare la spedizione giornalistica.

 

Non risulta, infine, che sia stato sentito, né cercato, Giuseppe Cammisa, stretto collaboratore di Francesco Cardella nella comunità Saman (la comunità fondata dallo stesso Cardella insieme a Mauro Rostagno, il giornalista ucciso il 26 settembre 1988 in  circostanze mai chiarite, di cui si parlerà più oltre).

 

Cammisa, infatti, a quanto risulta da articoli di stampa e da sue dichiarazioni, nonché dagli atti della Procura di Palermo sul caso Rostagno, asserì di essere stato uno degli ultimi a vedere in vita Ilaria Alpi, in Somalia. Sarebbe stato quanto mai importante chiedere in quali circostanze, dove e perché Cammisa ha potuto incontrare la giornalista.

 

 

 

 

Il rientro di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin da Bosaso a Mogadiscio

 

La relazione finale ammette di non essere riuscita a identificare neanche uno dei passeggeri che viaggiano con i giornalisti. Come mai? L’archivio di Unosom non riportava l’elenco dei passeggeri di quel volo? L’organismo parlamentare ha chiesto quell’elenco alle Nazioni Unite? Gli è stato negato? Non c’è traccia di spiegazioni sul punto.

 

L’identificazione dei passeggeri sarebbe stato un fatto di grande rilevanza. Infatti, uno degli aspetti cruciali di quelle ore (che la Commissione non è stata in grado di chiarire) è quello che avviene all’arrivo all’aeroporto di Mogadiscio nella tarda mattinata del 20 marzo: chi va a prendere Ilaria e Miran e li accompagna al loro albergo, il Sahafi? Cosa spinge i due giornalisti a spostarsi, poco dopo all’hotel Amana?

 

La relazione finale si sofferma a lungo sulle scarne e controverse testimonianze riguardo a questi momenti. L’avv. Menicacci (il legale di fiducia di Giancarlo Marocchino) riferisce che lo stesso Marocchino era a conoscenza del fatto che i due giornalisti vengono prelevati dall’aeroporto da una scorta di 10 uomini armati. Marocchino, nel corso delle sue audizioni, conferma la notizia, ma come riferita da un somalo («un Aber Ghidir») di cui non ricorda l’identità. Lui stesso però aggiunge – e sembra farlo più per deduzione che per conoscenza di fatti precisi – che invece è stata accolta e accompagnata da militari italiani.

 

Dato che sono stati identificati i militari italiani ancora di stanza all’aeroporto, è stata chiesta loro conferma (o smentita) delle notizie riferite da Marocchino? La relazione non ne parla.

 

Il Generale Carmine Fiore, nella sua audizione, riferisce che Ilaria Alpi aveva appuntamento con lui alle ore 18,00 del 20 marzo. Nella relazione non si dice se sia stato chiesto al generale quando e come l’appuntamento è stato fissato: prima di partire per Bosaso? Per telefono? Oppure poche ore prima?

 

 

 

Perché i due giornalisti vanno all’hotel Amana?

 

Il giornalista somalo Alì Mussa, nella sua audizione, sostiene di aver detto alla Alpi, incontrandola all’hotel Sahafi poco prima che lasciasse l’albergo per dirigersi all’Amana (nei pressi del quale, poco dopo, i due giornalisti subiranno l’agguato mortale) che il giornalista dell’Ansa Remigio Benni non era più a Mogadiscio e che quindi era inutile andare all’hotel Amana perché non l’avrebbe trovato.

 

Dai verbali dei suoi interrogatori, risulta che anche Abdi, l’autista di Ilaria e Miran, avesse riferito ai giornalisti della partenza di Benni.

 

Inoltre è stato appurato che né Ilaria Alpi né Miran Hrovatin avevano appuntamenti con gli altri colleghi che alloggiavano all’Amana e che erano tutti già partiti.

 

Perché, allora, i due giornalisti Rai si recano ugualmente all’hotel Amana attraversando l’intera città e la linea verde? Dalle testimonianze raccolte, sembra che l’unica ipotesi possa essere che Ilaria aveva bisogno di usare il telefono satellitare di Benni, che era a disposizione. La Commissione fa sua questa ipotesi anche in assenza di prove. E si continua a non capire perché Ilaria  non ha usato quello del Sahafi.

 

La Commissione non è stata in grado di chiarire la questione.

 

 

 

L’enorme importanza di quell’ultimo viaggio in Somalia

 

Alberto Calvi (l’operatore che più spesso ha accompagnato Ilaria Alpi nei viaggi in Somalia) riferisce conversazioni con la collega prima della partenza per la Somalia, dalle quali risulta che la giornalista caricava di enorme importanza quel viaggio. Il cameraman riporta, in audizione, questa conversazione con Ilaria Alpi, in merito al fatto che la giornalista cercava di convincerlo a partire con lei:

 

«Le ho detto: “Ilaria, tu non puoi portare la gente così; se non trovi nessun altro, richiamami. Alla fine sarei andato, perché lei diceva: “È la storia della mia vita, devo concludere, devo fare, voglio mettere la parola fine”. Ad un certo punto mi ha richiamato e mi ha detto: “Ho parlato con Hrovatin, abbiamo già lavorato insieme in Jugoslavia, è uno che sa il fatto suo».

 

 

L’Importanza attribuita a questo viaggio dalla giornalista non si giustifica con l’attualità che doveva seguire: la fine della missione italiana. Non è azzardato, quindi, ipotizzare che il vero obiettivo della missione per Ilaria Alpi fosse un altro.

 

D’altro canto, vi sono diversi indizi del fatto che la Alpi avesse in corso un’indagine giornalistica parallela, che andava avanti da tempo. Le dichiarazioni di diversi testimoni lo confermano (come vedremo in seguito): l’amica giornalista con cui viveva Rita Del Prete (a cui parla già un anno prima dell’interesse per il traffico di rifiuti e di avere alcune conoscenze al riguardo); il maresciallo Francesco Aloi; il colonnello Franco Carlini; l’amica – membro dell’associazione Ida per l’emancipazione femminile – Faduma Mohamed Mahamud e altri e infine, lo stesso Bogor di Bosaso).

 

 

 

La Settima divisione e Vincenzo Licausi

 

L’audizione di Gianfranco Giusti (uno degli uomini del Sismi di stanza in Somalia in quel periodo) introduce il tema dell’eventuale conoscenza di Ilaria Alpi con il maresciallo del Sismi Vincenzo Licausi.

 

Riguardo a Li Causi (e al collega che è con lui in Somalia, Giulivo Conti), sarebbe stato opportuno innanzitutto che la Commissione chiarisse la sua appartenenza o meno alla Falange Armata, la misteriosa aggregazione interna alla Settima divisione del Sismi, la cui attività oscura e illecita portò, nel 1992-93, l’allora responsabile del Cesis ambasciatore Fulci (la Commissione, ci si chiede fra l’altro, ha ritenuto di doverlo sentire? Dagli atti non risulta) ad aprire un’inchiesta interna e a presentare un esposto alla magistratura. In seguito la Settima divisione del Sismi fu sciolta e i suoi uomini trasferiti ad altre strutture. Ci si chiede innanzitutto se, nel corso dell’audizione (secretata, e quindi inaccessibile) la Commissione abbia ritenuto di chiarire l’appartenenza di Giusti alla Falange Armata, come risulta dall’inchiesta che individuò 22 nominativi tra gli uomini della Settima divisione.

 

Quanto alla questione Alpi-Licausi, gli è stato chiesto qualcosa riguardo la conoscenza fra i due? Il maresciallo Francesco Aloi, nel suo diario reso noto all’epoca delle inchieste sulle presunte violenze dei militari italiani in Somalia durante la missione Ibis, riferisce che non solo Alpi e Licausi si conoscevano, ma che si scambiavano anche informazioni.

 

Appurare questo fatto sarebbe stato di grande importanza. Per diverse ragioni:

 

a) Licausi viene ucciso in circostanze mai chiarite solo quattro mesi prima dei due giornalisti, e le versioni nonché le testimonianze sulla dinamica dell’agguato sono quanto mai contraddittorie;

 

b) L’attività di Vincenzo Licausi risulta quanto mai oscura (come si vedrà più avanti): Licausi apparteneva a Gladio, addestratore, capo del centro Scorpione di Trapani, aveva svolto operazioni delicatissime, talvolta su mandato diretto della Presidenza del Consiglio. E su di lui si era indagato anche in relazione alla Falange Armata;

 

c) Diversi testimoni parlano di conoscenza e scambio di informazioni di Ilaria Alpi con uomini dei servizi, come vedremo in seguito;

 

d) Una delle ipotesi investigative sulla morte di Vincenzo Licausi concerne il fatto che l’agente del Sismi stesse seguendo una pista d’intelligence relativa al traffico d’armi.

 

 

Alla luce di questi elementi, sarebbe stato quanto mai doveroso approfondire il tema. Non risulta che questo sia stato fatto dalla Commissione. Non risulta nemmeno che sia stato dato seguito all’acquisizione dei fascicoli della relativa inchiesta presso le procure di Trapani, Palermo e Roma.

 

Non risulta che sia stato audito l’uomo del Sismi che era con lui nella missione durante la quale Licausi fu ucciso, Giulivo (Ivo) Conti. Non  risulta che siano stati sentiti il medico militare e le infermiere che accolsero Licausi morente. Non risulta che siano stati ascoltati i tre militari italiani che viaggiavano con i due uomini del Sismi nella spedizione che costò la vita all’agente italiano.

 

Non è stato nemmeno sentito, a quanto risulta dagli atti, il tenente colonnello Giuseppe Attanasio. Questo fatto è di particolare rilievo in relazione al fatto che Attanasio, e la circostanza è stata confermata anche dal colonnello Ventaglio e dal generale Fiore, sarebbe stato in grado di arrestare il bandito sospettato dell’omicidio, ma fu fermato proprio dal capocentro del Sismi Giusti, che avrebbe avocato al Sismi ogni attività inerente all’omicidio Licausi.

 

Non risulta nemmeno che la Commissione abbia cercato di chiarire un episodio oscuro emerso nel corso dell’inchiesta sulla morte di Licausi, guidata dal dottor Franco Ionta, della Procura di Roma. Ionta aveva presentato un Ministero competente una richiesta di rogatoria internazionale per giungere all’arresto del presunto (o di uno dei presunti) assassino del maresciallo del Sismi. Ma la richiesta del magistrato non fu autorizzata. Non è mai stato chiarito da chi e perché fu negata la richiesta di rogatoria.

 

Per ciò che concerne l’audizione di Giulivo Conti, se non fosse stata poi realizzata (la forsennata secretazione degli atti non permette di saperlo), il fatto risulterebbe omissivo, in quanto la richiesta era stata formulata da alcuni consulenti della Commissione.

 

Conti, peraltro, accompagnava frequentemente Licausi e viene descritto come l’uomo a lui più vicino nel lavoro svolto in Somalia, quindi il più indicato a cui chiedere di un’eventuale conoscenza di Licausi con Ilaria Alpi.

 

 

 

Ilaria Alpi e Vincenzo  Licausi si conoscevano?

 

Cosa unisce Licausi al caso Alpi a parte la morte avvenuta in Somalia a pochi mesi di distanza? Intanto il diario del maresciallo Aloi, che indica una conoscenza diretta tra i due con scambio di informazioni proprio sui traffici di armi e di rifiuti (e dunque sarebbe stato interessante avere o meno la conferma di questa conoscenza).

 

Poi, il fatto che il maresciallo Licausi è stato capo del Centro Scorpione di Gladio a Trapani, e l’unico rapporto mandato a Roma dal Centro riguardava la Comunità Saman di Mauro Rostagno e Francesco Cardella. Il primo è stato ucciso e il caso è stato archiviato. Ma, come accennato, nelle carte dell’inchiesta figurano alcuni testimoni che affermano che un collaboratore della Comunità Saman e in particolare di Francesco Cardella, Giuseppe Cammisa, era stato in Somalia, e addirittura a Bosaso, proprio nei giorni in cui vi si trovava Ilaria e che l’aveva incontrata. È stato verificato se questa circostanza corrisponde al vero? È importante, anche perché, secondo alcuni testimoni, Rostagno aveva visto e ripreso con la telecamera, in un paio di occasioni, aerei da trasporto militari che atterravano in un vecchio aeroporto in disuso vicino a Trapani dai quali venivano scaricati aiuti umanitari e imbarcate casse di armi. Secondo Rostagno le armi erano destinate alla Somalia. 

 

A proposito della struttura di Gladio, di cui faceva parte Licausi, ecco un passo (doc. 0040 041, pag. 12) dove risulta la disposizione firmata dall’allora Direttore del Sismi Fulvio Martini, il 1° agosto 1990, indirizzata al direttore della 7 Divisione:

 

«DISPONGO che il settore SB (stay behind, ossia Gladio, nda) sia condotto secondo le seguenti direttive: […] il personale delle reti venga gradualmente addestrato a recepire indicatori di attività illegali (eversione, terrorismo, servizi stranieri, droga e criminalità organizzata) nel contesto sociale di appartenenza».

 

 

Ma se queste sono le disposizioni di Martini, ecco invece (doc. 0040 040) le conclusioni della Commissione parlamentare che ha indagato sulla materia:

 

«Il colonnello Piacentini, interrogato a sua volta, indica ambedue le direttrici tra i compiti del Centro, mentre il maresciallo Li Causi, subentrato al t. col. Fornaro nella guida del Centro, si allinea alla posizione di Martini e afferma: «Mi preme sottolineare che la finalità di questa rete era quella di tutelare il territorio nazionale in caso di occupazione nemica. Vero è che è esistita, per come ho appreso dai giornali, una direttiva proposta dal colonnello Piacentini all'Amm. Martini capo del Sismi nel 1987 [...] di impiegare la struttura Gladio nella lotta contro la criminalità organizzata in genere, ma posso affermare nella mia qualità di capo centro di non aver mai ricevuto simili disposizioni e che pertanto non ho mai dispiegato attività in tal senso».

 

L’attività reale del Centro Scorpione resta dunque poco chiara anche per la presenza, tra il materiale in dotazione, di un aereo superleggero di cui non si individua la funzione.

 

«Sulla disponibilità di questo mezzo aereo, il maresciallo Li Causi ha dichiarato di non essere in grado di riferirne lo scopo. È un’affermazione a dir poco paradossale, dal momento che per tre anni egli è stato responsabile del Centro e quindi dell'uso dell'aereo medesimo.

 

 

Ecco quanto dichiarato, infine, dal maresciallo Li Causi nel verbale reso al pm Luca Pistorelli della Procura di Trapani il 28 giugno 1993 (doc. 0040 019):

 

ADR: Non ricordo che Fornaro, durante i due mesi in cui diresse il centro, mi abbia mai dettato relazioni sullo stato della criminalità nel trapanese. Ricordo solo che mi chiese di battergli a macchina una bozza da lui redatta relativa alla comunità SAMAN. Se non vado errato, in questa relazione, si dava conto della personalità del Cardella, del livello dei contributi regionali in forza della regione di provenienza dei tossicodipendenti, dell'utilizzo di una barca a vela per l'attività terapeutica e, più in generale, della struttura della comunità.

 

ADR: Non mi risulta quali fossero le fonti informative di Fornaro, riguardo alla SAMAN, né affrontammo espressamente l'argomento; sapevo, del resto, che Fornaro aveva delle conoscenze in Trapani e, quindi delle informazioni potevano essergli provenute, anche da lì. Ritengo comunque normale che come cittadini e ancor più come appartenenti a un servizio informativo, venendo a conoscenza di un fatto che desse adito a delle possibili condotte illecite, se ne desse conto ai superiori.

 

ADR: Non ricordo quale fosse il fatto specificamente segnalato, con riguardo alla SAMAN; ritengo comunque possibile che Fornaro avesse pensato che all'interno della comunità si svolgesse un qualche traffico di stupefacenti.

 

 

Ecco il curriculum di Vincenzo LI Causi, ricostruito dalla Commissione parlamentare antimafia che ha indagato su Gladio in Sicilia:

 

«ll maresciallo Vincenzo Li Causi era nato a Partanna nel novembre 1952. Entrò nel SID nel 1974, a soli 22 anni e tre anni dopo venne inserito nella struttura Gladio. Non si hanno notizie sulla sua attività nel servizio e nella struttura fino al 1987, anno nel quale egli è chiamato a partecipare nella città di Lima ad una operazione di protezione dal Presidente peruviano Alain Garcia.

 

Scrive a questo proposito il sen. Brutti nella relazione della Commissione Parlamentare antimafia sulla presenza di Gladio in Sicilia: «In base a ciò che sappiamo l'operazione sembra essere stata del tutto clandestina. Essa ha implicato il rapporto con uno Stato estero, al di fuori di ogni protocollo.

 

Con ogni probabilità il Ministro degli Esteri e il Ministro della Difesa ne sono rimasti all'oscuro, così come dev'essere rimasto all'oscuro il Cesis».

 

Il senatore Massimo Brutti afferma inoltre che «l'operazione - a cura della struttura Stay Behind - era stata direttamente ordinata dal presidente del Consiglio Craxi ed era costata un miliardo».

 

Poco tempo dopo la conclusione dell'operazione Lima, il maresciallo Li Causi è inviato in Sicilia dove, dal 1° ottobre 1987 - avendo raggiunto il colonnello Fornaro l'età pensionabile - assume le funzioni di capo centro con il nome di copertura di Maurizio Vicari. Con questo nome egli firmerà rendiconti riepilogativi di gestione spese riservate fino a tutto il mese di novembre 1990, cioè fino allo scioglimento della struttura, avvenuta appunto il 27 di quel mese.

 

L'attività del centro appare non chiara. A quanto risulta, non vengono svolte esercitazioni in ambito S.B. D'altro canto viene negata anche alcuna attività informativa. In seguito a un promemoria del 17 febbraio 1987 a firma dell'allora direttore della VII divisione ten. colonnello Piacentini, gli altri centri avevano scelto ciascuno un ambito informativo (al di là della legittimità di una tale scelta, che certamente non può essere riconosciuta, poiché per questo compito esistono i centri CS); il centro "Ariete" di Udine doveva occuparsi di antiterrorismo; il centro "Libra" di Brescia avrebbe dovuto indagare sul crimine organizzato, e il centro "Pleiadi" di Asti si sarebbe interessato di crimine organizzato e sicurezza industriale.

 

Ebbene, proprio il centro Scorpione, collocato in una delle zone .di più alta densità mafiosa dell'intero territorio nazionale, non è delegato a indagare sulla mafia né - per quello che si sappia - svolge attività di questo tipo.

 

Come è noto, il maresciallo Li Causi ha trovato tragica morte il 12 novembre 1993 nei pressi di Mogadiscio, nel corso della missione ONU in Somalia. Da fonti di stampa risulta che al momento del tragico agguato egli era in compagnia di un altro militare. Al fine di diradare ogni incertezza sulle cause e le modalità della morte, appare di interesse ricostruire i particolari dell'agguato stesso, individuare l'identità dell'altro militare presente e delle altre persone che hanno assistito alla sparatoria; appare soprattutto degno di attenzione conoscere se il Li Causi era a Mogadiscio in missione Sismi o se era stato restituito all'Arma di provenienza e dunque partecipava alla missione come "nonnale" sottufficiale dell'Esercito.

 

Sia Vincenzo Li Causi sia Giulivo Conti (i due uomini del Sismi che si trovano insieme nel corso dell’uscita in cui finiscono vittima dell’agguato che costa la vita a Li Causi) risultano nell’elenco degli appartenenti alla settima divisione che Fulci scioglie. Entrambi vengono spostati dalla VII° alla II° Divisione (doc. 0040 035 e 0040 036)

 

Giulivo Conti, nella sua dichiarazione all’autorità giudiziaria (doc. 0040 026) non dice nemmeno di aver sparato, anzi lo nega (pag. 9). Anche il suo diretto superiore, Gianfranco Giusti, capo centro Sismi a Mogadiscio, dice cose inesatte alla Polizia, come si evince dal verbale del 19 febbraio 1999 (doc. 0031 030) al pm Franco Ionta.

 

«Voglio ancora precisare che i Carabinieri del contingente mi riferirono che le armi del personale di scorta al LI CAUSI e al CONTI non avevano nella circostanza esploso alcun colpo.

 

A.D.R.: parlai subito anche con il CONTI che subito mi riferì dell'aggressione armata ad opera di banditi somali e mi riferì altresì di non aver sparato. Del resto non credo che CONTI fosse armato. Probabilmente invece il LI CAUSI aveva nella disponibilità un'arma lunga del contingente italiano.

 

Prendo atto che dalle indagini svolte dalla Polizia Giudiziaria emerge che sia il LI CAUSI che il CONTI erano armati, e che sia il CONTI che il COLOSIMO ed il POLLARI hanno fatto uso di armi da fuoco per rispondere all'aggressione armata. Al riguardo non posso che confermare quanto già dichiarato alla Polizia Giudiziaria il 30.09.1998 e cioè che a me non risulta una risposta al fuoco dei banditi né da parte del CONTI né da parte dei militari di scorta.

 

Gianfranco Giusti smentisce anche quanto dichiarato dal colonnello Attanasio (che operava nella cellula G2, ossia il servizio d’intelligence della missione Ibis) e dal colonnello Ventaglio, chiaramente riportato nella richiesta di archiviazione del procedimento: 

 

«Nella circostanza i militari non attuarono alcun rastrellamento della zona ove era avvenuto il fatto. Secondo le concordi dichiarazioni del colonnello in quiescenza Carmelo VENTAGLIO e del tenente colonnello Giuseppe ATTANASIO, allora responsabili della cellula G2 (informativa) della Brigata Legnano, infatti, l'uscita degli uomini finalizzata alla cattura dei responsabili dell'omicidio sarebbe stata bloccata a seguito di richiesta fatta dal capo centro SISMI di Mogadiscio, Gianfranco GIUSTI al generale FIORE, comandante del contingente italiano in Somalia.

 

Successivamente i militari italiani avevano localizzato il bandito ed era stata pianificata un'operazione volta alla sua cattura, operazione che non sarebbe stata attuata su richiesta del capo centro SISMI in Somalia Gianfranco GIUSTI (il quale, peraltro, sentito in data 19 febbraio 1999 ha smentito l'emergenza) che avrebbe avocato al SISMI ogni attività inerente l'omicidio LI CAUSI (uno dei membri della missione SISMI in Somalia costituita da un numero ristrettissimo di operatori)» (doc.0031 032, pag 2).

 

Nulla è stato fatto dalla Commissione su questo versante: non è stato sentito, a quanto risulta dalla relazione della maggioranza, Giulivo Conti; non è stata chiesta spiegazione a Giusti delle omissioni davanti all’autorità giudiziaria, pure contestate dal Pm Ionta, non si è nemmeno cercato di chiarire la ragione di tante contraddizioni nelle versioni dei militari che erano insieme a Li Causi al momento dell’agguato.

 

 

 

Le minacce a Ilaria Alpi nella nota Sismi

 

L’agente del Sismi Alfredo Tedesco è l’autore di una nota informativa, inviata al Sismi a Roma (e non al generale Fiore, che non ne fu informato), secondo la quale aveva saputo che Ilaria Alpi aveva subito recenti minacce. Tedesco, nel corso del processo contro Hashi Omar Hassan, era stato interrogato al riguardo, ma non aveva saputo ricostruire adeguatamente la fonte della segnalazione, e soprattutto da chi la fonte l’aveva appreso. È stato chiarito l’episodio?

 

Nel corso di quel procedimento non si era riusciti ad appurare il percorso di quella informativa, e il generale Luca Rajola Pescarini (all’epoca responsabile del Sismi per il Corno d’Africa) aveva rimandato ai responsabili di Roma per i chiarimenti. La Commissione non ha effettivamente appurato la ragione per cui la nota risulta inviata a Roma e la si ritrova cancellata con un tratto di penna e Chi operò quella cancellazione, ne ha appurato perché non ne fu data notizia alla magistratura? Ne fu data notizia alla magistratura (perlomeno all’indomani dell’omicidio, il Sismi aveva il dovere istituzionale di fornire alla Procura tutti gli elementi utili alle indagini)?

 

 

 

Le testimonianze di Giancarlo Marocchino e del suo collaboratore, la fonte B., in merito all’incontro con uno dei killer

 

Giancarlo Marocchino nel corso delle sue audizioni sostiene che, per quel che ha potuto sapere, il commando non intendeva uccidere i due giornalisti ma rapirli. L’intenzione, ribadisce, era di sequestrare «giornalisti, o comunque italiani». È la tesi che poi verrà confermata da alcuni testimoni, in particolare la fonte B. posta sotto protezione in Italia per decisione della stessa Commissione. Tali testimoni, compresa la fonte B., risultano tuttavia essere stretti collaboratori dello stesso Marocchino, risultano da lui individuati (insieme al suo legale Stefano Menicacci), e fatti arrivare in Italia.

 

Marocchino, sempre nelle audizioni, riferisce dell’incontro con uno dei killer dei giornalisti. Ripete quanto aveva dichiarato a Famiglia Cristiana nell’intervista pubblicata nel 1999, e pochi giorni dopo al dottor Franco Ionta nel corso dell’interrogatorio.

 

Risulta, tuttavia, una versione contraddittoria fra quanto riferito da Marocchino a proposito dell’incontro con questo killer del commando e quanto dichiarato invece dalla fonte B.: secondo quest’ultimo, Marocchino non avrebbe mai incontrato il killer. Sarebbe la stessa fonte B. che lo incontra e raccoglie le informazioni: «È probabile, magari, che io gli abbia fatto vedere da lontano uno dei componenti. Però non è mai successo che abbia avuto un appuntamento per un incontro tra Marocchino e uno dei componenti. È probabile che io glielo abbia fatto vedere da lontano», dice nell’audizione del 26 ottobre 2005.

 

Ancora in relazione alle dichiarazioni di Giancarlo Marocchino, va rilevata la lettera che lo stesso invia alla Commissione Gallo (la Commissione ministeriale chiamata a indagare sulle presunte violenze dei militari italiani in Somalia nel corso della missione Ibis), lettera indirizzata ad una serie di giornalisti suoi amici tra cui Carmen La Sorella, dove parla del taccuino che Ilaria Alpi aveva con sé al momento dell’omicidio. In quello scritto Marocchino non cita la macchina fotografica (doc. 0404 021)

 

«Nel frattempo arrivarono Porzio e Gabriella che erano a casa mia e sentendo la comunicazione per radio si sono precipitati sul posto dell'accaduto, presi i corpi, li trasportai sulla mia vettura, raccolsi sul pavimento della loro macchina un block notes, un piccolo registratore e una matita e li consegnai a Porzio e Gabriella».

 

 

 

I testimoni sulla “deviazione” di Alpi e Hrovatin al garage di Marocchino

 

Alcuni testimoni riferiscono del fatto che i due giornalisti poco prima dell’agguato si sarebbero recati nel garage di Giancarlo Marocchino, e sarebbero stati visti uscire dal suo garage. Il primo riferimento a questo particolare è nel rapporto dell’ufficiale della polizia somala Ali Jirow Shermarche (ora deceduto), rapporto datato 15 dicembre 1994, indirizzato al Commissariato di polizia, divisione Unosom, in cui viene scritto:

 

«Si suppone [i due giornalisti, nda] si trovassero presso il Sahafi Hotel nella parte Sud di Mogadiscio quando, improvvisamente, decidono di prendere una macchina, delle persone di scorta e dirigersi verso la parte Nord della capitale, attraversando la linea verde. Prima dell’assassinio, i due giornalisti erano stati visti uscire a bordo della loro macchina da un garage di un cittadino italiano, di nome Giancarlo, situato nella stessa strada, a circa 2 chilometri dalla scena del delitto. Nessuno sa che cosa facessero in quel luogo né chi avessero incontrato in quel garage».

 

 

La stessa cosa è stata riferita da due cittadini somali, processati a Roma per calunnia e poi assolti. I due testimoni sono stati segnalati dall’avvocato Domenico d’Amati alla Commissione.

        

 

Ecco la lettera del legale della famiglia Alpi.

 

Roma, 18 ottobre 2005

 

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 All’Ufficio di Presidenza

della Commissione Parlamentare di Inchiesta

sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

Camera dei Deputati

 

per corriere e via telefax

 

 

 

Oggetto: Sentenza del Tribunale di Roma in data 16 giugno – 4 luglio 2005, pronunciata nei confronti dei cittadini somali Hersi Ali Farah e Fatuma Abdi Haji imputati di false dichiarazioni al P.M. in ordine alle circostanze dell’attacco a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin – ulteriori dichiarazioni rese dai medesimi al P.M. in ordine alla posizione di Giancarlo Marocchino, Ahmed Gilao, Abdullahi Mussa

 

 

 

Segnalo a codesto Ufficio che, con sentenza in data 16 giugno – 4 luglio 2005, che si allega in copia, il Tribunale di Roma ha definito il procedimento penale promosso a carico dei coniugi Hersi Ali Farah e Fatuma Abdi Haji residenti in Modagiscio, imputati :

 

in ordine al reato di cui agli artt. 110, 81 cpv, 371 bis c.p., perché, agendo in concorso tra loro, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, nel corso del procedimento penale nr. 4840/96R pendente innanzi alla procura di Roma per l’omicidio di Ilaria ALPI e Miran HROVATIN, richiesti al P.M. di fornire informazioni ai fini delle indagini, rendevano false dichiarazioni, in particolare l’HERSI affermando, contrariamente al vero di aver assistito all’omicidio e alla rimozione dei cadaveri dal luogo del delitto e fornendo una falsa ricostruzione delle modalità esecutive del delitto:

 

- quanto al numero dei compartecipanti che esplosero colpi di arma da fuoco contro le vittime che indicava in sei, mentre furono soltanto due;

 

- quanto al numero e alla distanza dei colpi sparati contro la ALPI che indicava come numerosi e a distanza ravvicinata di cui uno a contatto, mentre uno soltanto e a non breve distanza fu il colpo di arma da fuoco che colpì la ALPI alla nuca;

 

- quanto alle posizioni occupate dalle vittime indicate come occupanti il sedile posteriore di un veicolo Toyota mentre il Hrovatin occupava il sedile anteriore destro e la Alpi il sedile posteriore del lato destro;

 

- quanto al numero delle persone di scorta che accompagnavano le vittime indicate come due di cui una colpita a morte nel corso della sparatoria mentre vi era un’unica persona di scorta sopravissuta;

 

- quanto all’orario del delitto indicato come le ore 13,30 mentre il delitto avvenne dopo le ore 14,45.

 

La FATUMA affermando, contrariamente al vero, che l’HERSI le aveva detto di avere assistito agli omicidi e così avvalorando le dichiarazioni da quest’ultimo rese.

 

In Roma il 10, 11 e 12 giugno 1996.

 

 

La sentenza reca il seguente dispositivo:

 

Visto l’art. 530 c.p.p., assolve HERSI ALI FARAH dai reati lui ascritti, nella parte in cui avrebbe dichiarato falsamente il numero dei compartecipanti che esplosero colpi di arma da fuoco; il numero e la distanza dei colpi; e l’orario del delitto, perché il fatto non sussiste.

Visti gli artt. 530 c.p.p., 376 c.p.,

 

assolve HERSI ALI FARAH dai reati lui ascritti, nella restante parte contestata perché l’imputato non è punibile per aver ritrattato le sue dichiarazioni nel medesimo procedimento penale in cui ha prestato il suo ufficio.

 

Visto l’art. 530 c.p.p.,

 

assolve FATUMA ABDI HAJI dai reati lei ascritti perché il fatto non sussiste.

 

Prende 30 giorni per il deposito della motivazione”.

 

 

Deve in proposito rilevarsi che nel procedimento penale n. 4840/96R, Hersi Ali Farah e Fatuma Abdi Haji non si erano limitati a rendere al P.M.  Dott. Pititto le affermazioni che poi sono state loro contestate con l’imputazione del reato p. e p. dell’art. 371 bis C.P, ma anche le seguenti altre dichiarazioni – concernenti la posizione di Giancarlo Marocchino, Ahmed Gilao e Abdullahi Mussa – per le quali essi dichiaranti non risultano essere stati sottoposti a processo penale:

 

- dichiarazione resa da Hersi Ali Farah l’11 giugno 1996 alle ore 10,45: “A.D.R. mia moglie aveva avuto una figlia dal suo precedente marito, figlia che io ho adottato. Questa ragazza ha sposato un tenente del servizio di sicurezza somalo del governo di Siad Barre (n.s.s.). Io conoscevo di vista qualcuno degli assassini di Ilaria e ho chiesto al marito di mia figlia, dicendogli che gli assassini erano Abgal, di assumere delle informazioni sull’omicidio. ADR io chiesi a mio genero di assumere informazioni lo stesso giorno in cui l’omicidio avvenne, quando arrivai a casa mia dove mio genero abitava ed era presente. ADR quattro giorni dopo mio genero mi portò all’orfanotrofio 3 di coloro che avevano sparato contro i giornalisti italiani: erano 3 persone parenti di mio genero. ADR i nome di questi 3 li ha mio genero Nasser. ADR mio genero Nasser abita a casa mia e dirige l’orfanotrofio assieme a sua moglie: ed è disposto a testimoniare se lei lo chiama. ADR quando i 3 che avevano sparato vennero all’orfanotrofio in compagnia di mio genero io diedi dei soldi a mio genero dicendogli di andare con quei 3 comprare coat, offrirla a quei 3 e farsi raccontare come erano andate le cose. Mio genero fece come io gli avevo detto, scrisse quello che i 3 gli raccontarono facendoli firmare. ADR queste dichiarazioni dei 3 io le avevo messe assieme ad altri documenti in una borsetta che mi è stata sequestrata dalla Polizia dell’emigrazione keniota quando sono stato arrestato da Nairobi, Domenica sera 1 giugno, cercavo di prendere l’aereo per l’Italia. Quando sono stato liberato per l’intervento dell’Ambasciatore italiano Sabato sera 7 c.m. io ho chiesto la borsa alla polizia dell’immigrazione ma non c’era quello che l’aveva in custodia, e poiché io dovevo prendere l’aereo per l’Italia mi è stato detto dal keniota che ha pagato la cauzione che mi avrebbe mandato la borsetta con Hassan. ADR la cauzione per la liberazione mia e di mia moglie è stata pagata a Nairobi da un parente di mia moglie che sta a Nairobi ed ha la nazionalità del Kenya: si chiama Orlea’ ma mia moglie può dare indicazioni più precise. ADR i 3 che hanno rilasciato le dichiarazioni scritte, che le farà avere Hassan sostanzialmente, hanno dichiarato che il Marocchino aveva dato loro dei soldi, promettendogliene degli altri ad uccisione avvenuta, perché uccidessero Ilaria e Miran. ADR alle 10 di mattina del giorno in cui vennero uccisi, Ilaria e Miran avevano appuntamento al cantiere di Marocchino e pertanto si portarono nel cantiere del Marocchino. ADR tutti e 6 gli assassini, quando Ilaria e Miran alle 10 del mattino andarono nel cantiere del Marocchino si trovavano già nel cantiere del Marocchino perché tutti e 6 lavoravano alle dipendenze del Marocchino e dormivano là dentro. ADR Ilaria e Miran si trattennero nell’ufficio del Marocchino per 3 ore 3 ore e mezza fino all’1.20 o 1.30  dopodichè tutti e 3 uscirono dall’ufficio del Marocchino, andavano verso la macchina dei giornalisti italiani che era parcheggiata all’interno del cantiere del Marocchino e fu a questo punto che, sempre a quel che dichiararono i 3 assassini, il Marocchino indicò Ilaria e Miran come le persone da uccidere, ai suoi uomini che erano già pronti con la macchina per uccidere i due giornalisti … ADR Nasser mi ha detto che Ilaria e Miran erano stati uccisi per questi motivi: Il col. Abdullahi Yussuf un migiurtino, che sta a Bosaso e che è presidente dell’S.S.D.F. (una associazione di tribù nemiche di Siad Barre) aveva dato la licenza di pesca ad una nave, ma con questa nave, invece di fare pesca, venivano trasportate armi, non so da dove né verso dove. Soci di questo traffico di armi erano le seguenti persone: il Bogor di Bosaso Abdullahi Mussa, Marocchino, il Generale della polizia somalo Gilao’ che era dei servizi segreti somali durante la presidenza di Siad Barre, un generale somalo Gas-Gas forse dell’esercito ma non sono sicuro; la moglie di Marocchino a nome Fai; Lul Ahamed Mohamud di cui ho già detto. ADR io non so dove si trovasse questa nave che faceva traffico di armi allorquando Ilaria era a Bosaso. So, per avermelo riferito Nasser, che questa nave faceva traffico di armi a Bosaso e ad Adale dove vendevano le armi a quelli che fanno la guerra. ADR Nasser mi ha detto che Ilaria era andata a Bosaso, aveva visto il Bogor, aveva domandato di questa nave e di questo traffico di armi e che il Bogor ha telefonato a Giancarlo Marocchino e mi ha detto che, mentre uccidevano Ilaria e Miran erano presenti nel cantiere di Marocchino tutti i soci escluso il Bogor. ADR Nasser ha appreso quanto mi ha raccontato e che io le ho riferito dai dipendenti di Marocchino che sono, per la maggior parte, parenti di esso Nasser”.

 

- dichiarazione resa da Hersi Ali Farah l’11 giugno 1996 alle ore 20,40: “…. ADR ho saputo sempre da Nasser che Ilaria aveva un appuntamento con Giancarlo Marocchino alle ore 10,00 del giorno in cui è stata uccisa e si è intrattenuta con lui sino alle 13.20, ora in cui è uscita dal cantiere insieme a Miran Hrovatin subendo quindi l’aggressione che è costata la vita ai due. ADR quello che io ho visto personalmente, dopo essere sceso dall’autovettura di Hassan che se ne è tornato indietro è questo: la Land Rover degli aggressori che faceva il percorso di cui ho detto bar Fiat – collegio – cantiere del Marocchino; giungere il Marocchino con tre mezzi e caricare aiutato dai suoi uomini dalla macchina su cui si trovavano su un’altra macchina; il Toyota dei due giornalisti con le due ruote di destra sul marciapiede. Ho visto inoltre che il giornalista era seduto sul sedile anteriore ed Ilaria era seduta sul sedile posteriore. …ADR è stato Nasser a dirmi che Marocchino, il Bogar e gli altri da me indicati ieri mattina avevano fatto traffico di armi con una nave da pesca; tutto il popolo somalo, anzi molti, dicono che fanno commercio di armi con le navi. ADR io non so con quali navi si facesse il traffico di armi”.

 

- chiarazione resa da Fatuma Abdi Haji il 10 giugno 1996 alle ore 17,45: “ADR Ilaria era venuta diverse volte nel nostro orfanotrofio e dava quaderni, libri ed anche soldi per i ragazzi ed alla fine del ’93 mi ha portato diversi cartoni di panettone: era generosa. ADR quella in cui ci portò i panettoni fu l’ultima volta in cui Ilaria venne all’orfanotrofio. Ed ha girato dei film. L’ultima volta che è venuta in Somalia quando è stata uccisa, non è venuta all’orfanotrofio, forse voleva venire, ma è morta …ADR quando mio marito venendo a casa mi disse che avevano ucciso la nostra amica Ilaria io andai sul posto e vidi il sangue ma non i corpi. ADR io vidi due pozze di sangue in due posti diversi sul marciapiede vicino al fabbricato della cultura francese: una pozza era più grande ed una più piccola, quei somali che stavano lì a vendere sigarette e tè mi dissero che la pozza più grande era quella della femmina, mentre quella più piccola era del maschio. ADR la sera quando tornai a casa dissi a mio genero Nasser che era stato nei servizi di sicurezza ai tempi di Siad Barre di fare accertamenti, perché io volevo sapere chi aveva ucciso Ilaria. ADR quando mio marito venne a casa per darci la notizia che Ilaria era stata uccisa, Nasser ed io eravamo a casa. ADR dopo qualche giorno Nasser mi disse che aveva saputo da uno o da tre degli omicidi con cui aveva mangiato “dell’erba” che gli assassini avevano ricevuto soldi per uccidere questa poveretta. ADR io ho chiesto a Nasser chi avesse pagato i soldi, che interesse avesse e Nasser mi rispose che a pagare i soldi era stato Marocchino. ADR Nasser mi disse che Ilaria faceva indagini e per questo l’hanno ammazzata. ADR non so su cosa “indaginava” Ilaria, forse aveva scoperto qualche errore del Marocchino. ADR dopo un messe è venuto Nasser e mi ha detto che la faccenda su cui Ilaria indaginava era a Bosaso dove c’era una nave con munizioni. Nasser mi disse che in mezzo alla questione, su cui Ilaria indaginava, c’erano tante persone somale ed italiane. ADR Nasser, a proposito di tali persone, mi fece solo i nomi del Marocchino e di un australiano di nome Morris, che è uno che forniva alimentari all’UNOSOM. Si dice che questo Morris sia morto a Kisimaio. ADR Nasser mi disse che volevano ammazzare Ilaria in Bosaso, ma che si era salvata. ADR mio genero mi disse che avevano fatto uccidere Ilaria, Marocchino, il principe di Bosaso, Abdulai Bogor e Ahmed Gilao”.

 

Con riferimento a tali dichiarazioni, non risulta che siano state svolte indagini in ordine a quanto concerne il ruolo attribuito a Giancarlo Marocchino e agli altri personaggi ivi menzionati.

 

Deve rilevarsi, tra l’altro, che le dichiarazioni di Hersi Ali Farah e Fatuma Abdi Haji concordano con quelle di Hussein Mohamed Sadia e di Ali Jirow Sharmarke, già segnalate a codesto Ufficio, sulla circostanza dell’incontro che i due giornalisti avrebbero avuto con Giancarlo Marocchino poco prima di essere uccisi.

 

Si allegano:

- sentenza del Tribunale di Roma in data 16 giugno – 4 luglio 2005;

- relazione di servizio del Maresciallo Michele Lorefice in data 12 giugno 1996;

- verbali di sommarie informazioni rese davanti al P.M. Dott. Giuseppe Pititto da Hersi Ali Farah  rispettivamente in data 10 giugno 1996; 11 giugno 1996 ore 10,45; 11 giugno 1996 ore 20,40;

- verbali di sommarie informazioni rese davanti al P.M. Dott. Giuseppe Pititto da Fatuma Abdi Haji rispettivamente in data 10 giugno 1996 e 12 giugno 1996.

 

Con i migliori saluti.

(Avv. Domenico d’Amati)

 

 

Non risulta che la Commissione abbia ritenuto di dover sentire i due testimoni somali.

 

 

 

La Digos di Udine

 

La Digos di Udine ha collaborato alle indagini della Procura di Roma sul caso Alpi-Hrovatin nel periodo che va dal 21 maggio 1994 all’estate del 1997, attraverso una serie di informative che traggono fondamento dalle notizie ricavate da fonti confidenziali. La trasmissione – in certi periodi frequente e intensa –  si è quasi arrestata con il passaggio di mano dell’inchiesta dal dottor Pititto al dottor Ionta. Tra il 1998 e il 1999, infatti, la Digos invierà solo alcune informazioni relative al cittadino somalo (Hashi Omar Hassan) all’epoca incriminato come membro del commando.

 

A quanto risulta, le fonti confidenziali nel tempo sono state tre: una prima fonte somala da cui nascono le prime due note informative redatte a breve distanza, il 21 e il 23 maggio 1994; una seconda fonte confidenziale, un italiano identificato in audizione dall’agente della Digos Pitussi in tale Mario Zaccolo (indagato, per altro, per traffico d’armi nell’ambito dell’inchiesta di Brindisi riguardo al progetto di traffico internazionale di rifiuti chiamato Urano, progetto che prevedeva, tra l’altro, lo smaltimento di materiale tossico-nocivo e/o radioattivo anche in Somalia) a cui sarebbe da riferire l’informativa del 24 maggio e forse quella del 1 agosto 1994; una seconda fonte somala cui sono riferibili le informative a partire dalla seconda metà del 1995.

 

La seconda fonte somala, che solo in sede di Commissione è stata identificata in tale Mohamud Mahamed Mohamud detto Gargallo, il quale da molti anni vive in Italia e si occupa di import-export di pezzi di ricambio per veicoli, a sua volta aveva raccolto le informazioni attivando propri referenti in Somalia, costituiti da diversi familiari e persone di sua fiducia. Pertanto, le notizie raccolte erano state frutto da una parte delle sue conoscenze dirette e personali, dall’altra di questa rete informativa di cui Gargallo si era potuto avvalere. Proprio attraverso questo sistema era riuscito, nel corso del 1997, a far rintracciare e a far giungere in Italia quattro testimoni oculari del duplice omicidio, di cui si dirà fra breve.

 

La Commissione parlamentare è riuscita ad individuare una soltanto di queste fonti di “primo grado”, tale Omar Diini, il quale – per sua stessa ammissione – aveva collaborato con Gargallo e con la Digos di Udine soltanto in questa fase della raccolta di notizie.

 

La stessa Commissione, quindi, non è riuscita a dare una paternità alle altre informazioni acquisite attraverso i rapporti comunicativi instaurati da Gargallo in Somalia.

 

Quanto all’affermazione, contenuta nella relazione proposta dal Presidente, secondo la quale Gargallo sarebbe da considerare inattendibile per lo stretto contatto con diversi giornalisti, non si può non rilevare che i contatti sono avvenuti prima (quando la fonte non era ancora tale) e dopo (quando le informative di Udine erano terminate da ben cinque anni). Infatti dalla stessa ricostruzione della relazione di maggioranza risulta che i giornalisti Maurizio Torrealta e Luigi Grimaldi erano entrati in contatto con Gargallo ben prima che cominciasse a riversare le sue conoscenze agli agenti della Digos. Lo conferma il fatto che, come risulta dagli atti, è uno degli stessi giornalisti a suggerire l’opportunità di riferire quanto di sua conoscenza alle forze dell’ordine. Quanto ai giornalisti di Famiglia Cristiana, avverrà un unico incontro con Gargallo e alla metà di novembre del 2003, quindi a collaborazione ampiamente cessata con la Digos friulana.

 

Quanto ai contenuti delle informative trasmesse dagli investigatori friulani alla Procura di Roma – sul punto va peraltro sottolineato che la Digos di Udine non aveva delega d’indagine autonoma ma riferiva al magistrato della Procura di Roma titolare dell’inchiesta – vanno a toccare alcuni aspetti diversi della questione: una parte riguarda la dinamica dell’agguato e alcuni dei responsabili materiali; un’altra i presunti mandanti; una terza fornisce informazioni riguardo faccendieri e traffici d’armi in Somalia e fra Italia e Somalia.

 

Riguardo alla dinamica dell’agguato, Gargallo ha riferito di un gruppo di assalitori formato da sette somali, tutti Abgal ma appartenenti a tre etnie diverse: Mohamed Muse, Agun Yare, Celi Omar, ed ha fornito alcuni nomi dei presunti componenti del gruppo.

 

Dalle risultanze della Commissione, si evince tra l’altro che Gargallo «era in possesso di due elenchi di possibili assalitori: uno scritto da lui stesso sulla base delle notizie fornitegli dai suoi referenti in Somalia e un altro fornitogli dalla Digos di Roma (per quanto da lui stesso affermato)». Ci si chiede se la Commissione ha chiarito la ragione di questa doppia lista e le modalità con cui la fonte sarebbe venuta in contatto con la Digos di Roma. Stante la totale riservatezza di cui Gargallo ha goduto in questi anni da parte della Digos di Udine, sarebbe stato importante comprendere come, dove e perché si è realizzato un contatto con gli investigatori romani. Nella relazione non se ne trova spiegazione, né tentativo di approfondimento.

 

Riguardo al somalo condannato per la partecipazione all’omicidio, Hashi Omar Hassan, risulta dalle informative che la fonte si sia attivata solo per chiedere informazioni ai propri referenti nel Paese africano, ma non gli sia mai stato chiesto di indagare sulle sue responsabilità.

 

In riferimento ai presunti mandanti, le informative di Udine presentavano in sintesi, i seguenti elementi:

 

- Informativa del 21 maggio 1994. Si riferisce della flotta Shifco e del suo titolare Mugne come coinvolti in traffici di armi. Mugne, erroneamente indicato come capitano, viene indicato come trafficante d’armi sia a beneficio del precedente dittatore Siad Barre sia a favore di Ali Mahdi. Ilaria Alpi, venuta a conoscenza dei traffici illeciti, si era recata a Bosaso dove aveva verificato la presenza della nave, aveva contattato tale King Kong, al fine di avere notizie sulla Shifco. Rientrata a Mogadiscio, aveva cercato avere ulteriori notizie nella zona sotto il controllo di Ali Mahdi. In conseguenza di ciò, i due giornalisti sarebbero stati eliminati.

 

- Informativa del 23 maggio 1994. Si aggiungono informazioni sulla flotta Shifco e su un suo marinaio, tale Forchetto.

 

- Informativa del 24 maggio 199[1], riconducibile alla fonte italiana: viene precisato che l’omicidio sarebbe avvenuto perché a Bosaso Alpi e Hrovatin avevano filmato una nave carica di armi. Vengono riferiti i nomi di Giancarlo Marocchino e di Guido Garelli, come coinvolti negli stessi traffici. Nella nota c’è anche una singolare puntualizzazione riguardo al fatto che i due gestirebbero una piccola società aerea con sede a Roma in via Fauro.

 

- Nota del 1 agosto 1995. Si forniscono ulteriori informazioni su aspetti già accennati precedentemente e viene indicato per la prima volta il nome di Giorgio Giovannini, indicato come trafficante di armi.

 

- Informative dal 25 giugno 1995 al 20 marzo 1996: si parla dei traffici d’armi di Giorgio Giovannini (definito amico di Craxi e conosciuto da Marocchino) con Siad Barre e in seguito con Ali Mahdi, utilizzando le navi della Shifco. Si indicano Giovannini, Mugne e suo fratello, Said Marino, come coinvolti nell’omicidio. Viene spiegato che gli spostamenti dei due giornalisti erano noti ad Abdullahi Mussa, il “Sultano di Bosaso”, ad Ali Mahdi e a Marocchino, e che a costoro è da imputare la decisione di procedere all’esecuzione. Infine, con indicazioni parzialmente diverse, vengono indicati come mandanti Mugne e Ali Mahdi, mentre Marocchino e Ciliow (Gilao) avrebbero avuto il compito di organizzare il commando. Si fa il nome di Craxi e Pillitteri come legati a questo giro di persone da interessi economici.

 

- Le informative precisano che si sarebbe svolta una vera e propria riunione per prendere la decisione e organizzare l’omicidio. Vengono indicati i nomi di coloro che avrebbero partecipato a questa riunione: Ali Mahdi, il Bogor (il Sultano di Bosaso), Mugne, Marocchino, Gilao e Mohamed Sheik Osman ex ministro delle finanze del Governo di Siad Barre. Sono indicati i nomi di due dei componenti del commando con l’appartenenza al sottoclan, e l’appartenenza clanica di altri componenti.

Viene poi sommariamente descritta la dinamica dell’omicidio, e si riferisce che subito dopo l’agguato Marocchino si sarebbe impossessato di tre fogli strappati dal block notes di Ilaria Alpi.

 

 

Quanto alla prima fonte somala, la Commissione non è stata in grado di rintracciarla.

 

La fonte italiana, come si è già detto indicata in Mario Zaccolo, era persona già coinvolta, come già anticipato, nel “Progetto Urano” ideato e coordinato da Guido Garelli, come risulta dagli atti della Commissione, che è in possesso del fascicolo proveniente dalla Procura di Brindisi. Zaccolo, interrogato dai magistrati, aveva ammesso di aver partecipato all’iniziativa e di aver fatto parte del sottogruppo denominato “Antinea” che avrebbe dovuto occuparsi di procacciare materiale bellico. L’imprenditore friulano si è difeso (come peraltro tutti i numerosi indagati) sostenendo che nulla di quanto descritto nella copiosa documentazione rintracciata dai magistrati su Urano era stato realizzato. Di fatto è noto che, in epoca successiva alle indagini svolte a Brindisi, nel 1992 lo stesso Garelli firmerà insieme a Giancarlo Marocchino e a Ezio Scaglione una «lettera d’intenti riservatissima» nella quale si parla di «sviluppare il Progetto Urano nel Corno d’Africa, per la parte già nota». In qualche forma, quindi, è da presumere che tale colossale progetto di smaltimento di rifiuti-tossici e radioattivi sia in qualche modo proseguito anche dopo le inchieste del 1988 e ‘89 di Brindisi. Pur essendo stato in seguito considerato inattendibile, a detta degli stessi agenti di Udine, in riferimento a notizie su altre vicende, Zaccolo era in effetti potenzialmente in grado di conoscere fatti relativi ai traffici in Somalia. E, d’altro canto, in virtù del suo precedente coinvolgimento nell’inchiesta su Urano, può non essere considerata del tutto disinteressata la sua smentita – come risulta dalla sua audizione – sulla paternità delle notizie riportate dall’informativa di Udine.

 

Riguardo alla seconda fonte somala, Gargallo, come si è anticipato, l’organismo parlamentare ha potuto portare in audizione soltanto uno dei suoi referenti, Omar Hajimunye Diini, che ha trasmesso alcune delle informazioni raccolte a Mogadiscio.

 

Diini, audito il 22 settembre 2004 in Commissione, ha confermato di aver raccolto notizie sul duplice omicidio presso suoi conoscenti. Riguardo all’indicazione dei presunti mandanti (nota dell’agosto ’95) Mugne e Giovannini, afferma: «Non so se l’ho data io. Non seguivo la vicenda con grande attenzione. Raccoglievo informazioni, le passavo e immaginavo che poi chi le riceveva le avrebbe elaborate». Lo stesso dicasi per la riunione preparatoria dell’omicidio: «Esattamente non so. Qualcuno mi ha detto che c’è stata una riunione a casa di Ali Mahdi». Ed ecco quanto sostiene riguardo al movente: «Non ho informazioni concrete, […] ribadisco quelle che penso possano essere state le cause: la giornalista si stava occupando di questioni attinenti alle armi e alla discarica di scorie chimiche».

 

La relazione di maggioranza trae la conclusione che «proprio dalle notizie trasmesse da Udine e confluite nelle indagini sull’omicidio si traggono i maggiori elementi di sospetto nei confronti dell’esistenza e dell’identità degli eventuali mandanti del delitto». Affermazione che, in presenza delle lacune evidenziate nella ricostruzione dell’origine delle notizie e della misconoscenza del ruolo di Zaccolo, appaiono poco supportate dall’evidenza dei riscontri.

 

Va detto per inciso – ma rimandiamo per la trattazione specifica ad altra parte della presente relazione – che il documento proposto dal Presidente denota di non aver collegato e approfondito i diversi risvolti e le diverse figure che collegano, in inchieste giudiziarie diverse, alcuni dei personaggi coinvolti nel Progetto Urano: l’inchiesta di Milano condotta dal Pm Maurizio Romanelli e nata dalle dichiarazioni di Gianpiero Sebri, conteneva diversi elementi riconducibili a questo progetto di smaltimento illecito di rifiuti, ma risulta che la Commissione abbia acquisito solo una ridotta, incompleta e poco esaustiva parte degli atti. Anche l’indagine guidata dal Pm Luciano Tarditi della Procura di Asti conteneva riscontri significativi su traffici di rifiuti messi in atto da alcune delle persone coinvolte dal Progetto Urano: Ezio Scaglione, ad esempio, e Giancarlo Marocchino. I fascicoli dell’inchiesta di Asti sono stati acquisiti solo alla metà di febbraio del 2005.

 

Non si può esimersi dal fare una puntualizzazione riguardo a ciò che la relazione del Presidente definisce “tentativo di depistaggio ai danni della Commissione”.

 

Nella prima metà di aprile 2004, un consulente della Commissione, il Sost. Comm. Antonio Di Marco, viene mandato dal Presidente in “avanscoperta” a Udine per cominciare un’indagine sull’operato della Digos locale. Dell’iniziativa la Commissione non è a conoscenza.

 

Qualche giorno dopo, l’Onorevole Mauro Bulgarelli dei Verdi e due consulenti della Commissione (Carazzolo e Scalettari), considerando prioritario cercare di mettere in diretto contatto con la Commissione la seconda fonte somala della Digos di Udine, propone al Presidente Taormina un incontro (in quella primissima fase riservato) con uno degli agenti della Digos di Udine, Giovanni Pitussi, per vagliarne la disponibilità a creare questo contatto diretto. L’obiettivo è evidentemente quello di permettere alla Commissione di vagliare non solo le conoscenze dirette di Gargallo (si noti che ancora non se ne conosce l’identità; verrà resa pubblica solo nel corso del 2005 dal Presidente Taormina in un’intervista a “Il Giornale d’Italia”), ma anche la riattivazione di quei canali che qualche anno prima avevano permesso alla Digos di Udine di acquisire notizie e far giungere in Italia alcuni testimoni oculari. L’ipotesi di lavoro è di tentare di raggiungere direttamente anche le “fonti sul posto” di Gargallo per vagliarne le dichiarazioni, la riscontrabilità e l’attendibilità.

 

La collaborazione dell’agente di Udine è considerata l’unica via possibile per un contatto rapido con la fonte, non avendo alcuna altra possibilità di rintracciarla direttamente non essendone conosciuta da alcuno l’identità.

 

L’incontro si realizza il 20 maggio 2004. Vi partecipano il Presidente della Commissione Carlo Taormina, l’On. Mauro Bulgarelli, il consulente Luciano Scalettari e l’agente Giovanni Pitussi della Digos udinese.

 

Durante l’incontro emerge la richiesta da parte dell’agente Pitussi di coinvolgere i due colleghi della Digos (Ladislao e Motta-Donadio). Pitussi garantisce che entro un mese o poco più sarà possibile entrare in contatto con la fonte riservata, a condizione di mantenerne tutelata l’identità e di evitare – almeno per una prima fase della collaborazione – un’audizione davanti alla Commissione, per non correre il rischio di fughe di notizie riguardo alla stessa collaborazione in atto da parte della fonte. Per converso, il Presidente Taormina pone il problema che lo stesso Pitussi o uno dei colleghi di Udine siano disponibili a fare base a Roma per poter facilitare la collaborazione e il contatto costante con gli altri agenti della Digos che rimarranno nella città friulana. S’impegna a far partire da subito l’operazione, mandando in tempi brevissimi alcuni consulenti della Commissione a Udine ad acquisire tutta la documentazione, passaggio necessario – dice il Presidente – per avviare la collaborazione. Non risulta che, nel corso del pranzo di lavoro, in nessun momento e in nessun modo l’agente Pitussi abbia chiesto (o imposto come conditio sine qua non) di far parte della Commissione.

 

Non più tardi di quindici giorni dopo, un magistrato e due consulenti vengono inviati a Udine. Si tratta di Silvia Corinaldesi (magistrato), l’ex onorevole Mariangela Gritta Grainer e l’agente di polizia Antonio Di Marco.

 

Il progetto di collaborazione salta perché, viene riferito al Presidente Taormina (come? Attraverso una relazione?), che alla Procura di Udine è in corso un’indagine dalla quale emergerebbero aspetti poco chiari nell’operato della Digos di Udine e che vi sarebbero coinvolti alcuni giornalisti (fra i quali, forse, i consulenti provenienti da Famiglia Cristiana).

 

Verrà accertata in seguito, attraverso la puntuale richiesta di delucidazioni in sede di audizione dei magistrati di Udine Caruso e Buonocore, l’insistenza di un fascicolo del genere (merita solo di passaggio di precisare che in realtà la Procura di Udine aveva doverosamente aperto un fascicolo inerente alcune lettere mandate da tale Luciano Porcari che sosteneva di essere a conoscenza di notizie relative al caso Alpi-Hrovatin; tale Porcari, detenuto, risultava peraltro già esser stato considerato inattendibile in diverse altre sedi giudiziarie, alle quali si era rivolto in forme simili).

 

Da quel momento in poi l’operazione di rintracciare la seconda fonte somala di Udine verrà gestita dal consulente Di Marco.

 

Come risulta dagli atti, questa non chiara sequenza di fatti ha comportato il fatto che la fonte Gargallo è stata rintracciata e portata in Commissione solo nel gennaio 2005, ossia sette mesi dopo. Nelle audizioni, come risulta chiaramente dalla relazione proposta dal Presidente Taormina, la stessa fonte poi non ha confermato una serie di notizie rese a Udine, né è stato possibile rintracciare i suoi riferimenti somali, al di là del già citato Omar Diini, che peraltro ha collaborato con Gargallo solo nella fase finale.

 

Andrebbe certamente chiarito un fatto: fino a metà novembre 2003 (data del già citato incontro con i giornalisti di Famiglia Cristiana) la fonte di Udine aveva confermato le notizie fornite alla fonte di Udine e la pluralità di referenti in Somalia, dichiarando di temere per la propria vita e per quella dei propri familiari nel Paese africano. Dal gennaio 2005 Gargallo – a detta del Presidente – ha invece ritrattato in parte le sue dichiarazioni e non ha più temuto per la propria incolumità e quella dei familiari.

 

Appare inutile, peraltro, entrare nel merito delle valutazioni riportate nella terza parte della relazione proposta dal Presidente, che lo ha condotto a ritenere di dover rinviare gli atti alla magistratura per porre sotto inchiesta il nucleo della Digos: le conclusioni a cui giunge il Presidente sono diretta conseguenza del metodo utilizzato e delle convinzioni pregiudiziali con cui ha affrontato la questione.

 

Merita soltanto osservare che la sua scelta ha ritardato enormemente il contatto con la fonte Gargallo, ma soprattutto ha impedito di riattivare i canali che avrebbero potuto permettere il raggiungimento e la raccolta delle dichiarazioni di testimoni oculari. È singolare notare che lo stesso Presidente, nella sua bozza di relazione, ammette di aver potuto acquisire le testimonianze di testimoni oculari dell’omicidio.

 

 

 

La Procura di Udine

 

La Commissione ha perso molto tempo, decisamente troppo, dietro alle inutili e confuse lettere di Luciano Porcari, condannato a 27 anni di reclusione per l'omicidio della sua ex convivente e già noto alle cronache giornalistiche per aver tentato il dirottamento di un aereo. L'uomo, in svariate lettere mandate a magistrati, poliziotti e giornalisti di mezza Italia,  da anni dichiarava di avere "notizie sensazionali" sulla morte di Ilaria Alpi e, addirittura, il suo "diario".

 

Sarebbe bastata una rapida ricerca su Internet e un brevissimo colloquio con chi aveva già perso tempo con lui in passato, per capire che si trattava di un millantatore.

 

A mettere in sospetto la Commissione, si dice nella relazione della maggioranza, sarebbe stata l'apertura di un fascicolo da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Udine, in seguito all'invio di una lettera ricevuta dalla Digos di Udine il 23/12/2003. Del fascicolo, rubricato come "atti relativi alla nota Digos circa la missiva ricevuta da Porcari Luciano”, erano titolari il procuratore dottor Caruso e l'aggiunto dottor Buonocore. Il fascicolo, a quanto scrive la Commissione, conteneva tre verbali di assunzione di sommarie informazioni testimoniali.

 

Per quanto riguarda l'omicidio Alpi-Hrovatin, Porcari affermava che i due giornalisti sarebbero stati uccisi per decisione di un ex generale dei servizi segreti italiani residente in Sudafrica;

 

che sarebbero stati uccisi perché avevano scoperto un traffico di armi gestito da un gruppo di cui lo stesso Porcari avrebbe fatto parte;

 

che anche il colonnello Mario Ferraro del Sismi sarebbe stato ucciso per lo stesso motivo; che Giancarlo Marocchino non avrebbe avuto nessun ruolo e nessuna responsabilità nel duplice omicidio;

 

che Hashi Omar Hassan sarebbe, anche lui, innocente;

 

che Giampiero Sebri avrebbe fornito informazioni false ai giornalisti di Famiglia Cristiana con i quali il Porcari medesimo era stato in contatto tra il 1999 e il 2000.

 

Per capire che Porcari era un millantatore non è stato sufficiente, alla Commissione, audire i due magistrati di Udine una prima volta e nemmeno convocare in audizione il Porcari medesimo. Tanto meno, si è chiesto ai giornalisti di Famiglia Cristiana della loro esperienza con Luciano Porcari. Si è preferito indagare sul rapporto tra i giornalisti e il Porcari, se e quando lo avevano incontrato in carcere, se avevano riportato sul giornale le sue dichiarazioni (circostanza, questa, mai verificatasi). Poi sono stati nuovamente auditi i due magistrati per concludere, nella relazione, che il fascicolo è stato inoltrato per competenza alla Procura di Roma con eccessivo ritardo.

 

Nella relazione, inoltre, è stato messo in evidenza il rapporto tra i giornalisti e il Porcari, ma non c'è cenno sulla circostanza, da loro riferita, che l'avvocato Stefano Menicacci, legale di Giancarlo Marocchino, era in corrispondenza con lui. La Commissione, inoltre, incorre più volte nell'errore di attribuire ai tre giornalisti di Famiglia Cristiana "approfonditi lavori sul caso Alpi sin dall'epoca immediatamente successiva al duplice omicidio" (mentre il pool si costituisce nel gennaio 1998) e un "interesse particolare alle indagini della Digos di Udine e ai suoi informatori "che, invece, hanno costituito solo uno dei tanti aspetti, né il primo né il più importante, del lavoro giornalistico dei cronisti di Famiglia Cristiana».

 

 

 

Marocchino

 

È quanto meno una scelta imprudente, da parte della Commissione,  decidere di poggiare una parte significativa della sua attività intorno alla figura di Giancarlo Marocchino: lui, in collaborazione con il suo avvocato Stefano Menicacci e attraverso il suo ex socio Ahmed Duale, fa venire in Italia la macchina sulla quale furono uccisi Ilaria e Miran (prezzo pagato: 18.200 euro); suoi stretti collaboratori sono i sei testimoni somali (di cui uno messo sotto protezione) che hanno permesso al Presidente di ricostruire la dinamica dei fatti.

 

D’altro canto, come si è visto negli ultimi giorni concitati di lavoro della Commissione del voto della relazione, il Presidente per confezionare una “verità” modellata sulle sue tesi precostituite, si è visto costretto a decurtare con un pesante colpo di forbice, la bozza di relazione che lui stesso aveva fatto distribuire ai Commissari il 20 febbraio 2006, epurando il testo che ha presentato al voto di ampie parti nelle quali la relazione presentava il lavoro svolto sulle piste dei traffici di armi e rifiuti. Ben prima, aveva evitato di prendere in considerazione tanta ampia mole di documentazione riferita proprio agli indizi, alle testimonianze e alle inchieste giudiziarie svolte su queste piste, non prendendo in considerazione documenti di cui la stessa Commissione era in possesso e trascurando di approfondire le verifiche su tanti elementi da sviluppare in queste direzioni.

 

Prima di investire Marocchino del ruolo di “cooperante” (così viene definito dal Presidente) della Commissione, si sarebbe almeno dovuto far chiarezza sulle tante voci, sui tanti elementi, sugli indizi che da molto tempo avvolgono la sua figura e, soprattutto, la sua attività in Somalia. Le carte della Commissione sono piene di segnalazioni su di lui. E se la Commissione scrive nella Relazione che «dalle relazioni e dalle conversazioni telefoniche intercettate (pur non potendosi escludere l'utilizzo di altre utenze rimaste ignote), Marocchino appare come un soggetto prevalentemente dedito al lavoro e agli affari», nella sentenza di archiviazione dell'inchiesta n. 264/99 del 9/12/1999 della Procura di Asti in cui Marocchino era imputato per sottrazione di atti relativi alla sicurezza dello Stato (doc 0282 005) lo stesso giudice rileva che vi sono molte prove (comprese intercettazioni telefoniche tra Marocchino e Roghi) su comportamenti per lo meno discutibili di Marocchino. A pag. 8 del doc 0282 005, che riporta la sentenza, si legge che Marocchino ammette:

 

«- che in una delle telefonate intercettate nella telefonata di cui sopra si riferiva a suoi documenti personali (polizze di carico) da cui risultavano trasporti effettuate da aziende italiane ai vari cantieri somali in cui erano indicate merci diverse da quelle effettivamente trasportate (Mercedes, mobili e marmi pregiati mentre nelle polizze di carico sa parlava di materiale elettrico, legnami, ecc.).

 

- che quando aveva detto che poteva far saltare in aria il Ministero degli affari esteri si riferiva alle polizze di carico e ad altri documenti in suo possesso che dimostrano alcuni episodi di mala-cooperazione (ad es. l'anomalia di alcune spese sostenute per elicotteri, forniture di grano);

 

- che effettivamente il riferimento a "tre uomini" riguarda una visita da parte di tre persone dei servizi segreti italiani che domandavano notizia circa i rapporti tra Ali Madhi ed Aidid in vista della costituzione di una forza di polizia somala organizzata dall'Italia».

 

A pag 9 e 10 della sentenza si legge:

 

«Anche a ritenere che alcuni documenti relativi al Fai o atti dell'ambasciata siano finiti nelle mani dell'imputato non è possibile sostenere che si tratti di documenti di interesse politico dello Stato, posto che gli altri atti in possesso delle autorità preposte e indicate nelle missive in atti (lettere Direzione generale della DGCS) parlano di documenti che perlopiù riguardano l'attività consolare ed alcune note per spostamento personale, cioè atti relativi alla gestione tecnico-amministrativa del Fai che potrebbero anche dimostrare comportamenti illeciti posti in essere da  funzionari pubblici (e quindi essere atti di rilievo dal punto di vista investigativo e giudiziario) ma non necessariamente rivestire natura di atto di natura politica o attinenti alla sicurezza dello Stato».

 

Scrive ancora il giudice:

 

È evidente che un atto del tipo di quelli sopra esemplificati, se reso pubblico, potrebbe avere effetti devastanti ma solo sui singoli funzionari infedeli e non sulle istituzioni in quanto tali (il riferimento a "far cadere il ministero" può infatti interpretarsi solamente in questo senso e cioè di prove di singoli atti illeciti o comunque inopportuni)».

 

E, in effetti, Marocchino sembra godere di buone protezioni. Quando fu espulso dalla Somalia perché accusato dagli americani di trafficare in armi, il Pm Pietro Saviotti della Procura di Roma aprì, come era logico, un’inchiesta.

 

Dal fascicolo che la Commissione ha acquisito risulta che il magistrato aveva avviato indagini in base alle quali si ipotizzavano diversi reati. Oltre a possesso illegale di ingenti quantitativi di armi, anche di alta tecnologia (sistema di puntamento della Selenia ancora imballato, come risulta anche da un’informativa del Sismi), c’è  anche il sospetto di un coinvolgimento nei fatti del 2 luglio, ossia in quella che viene definita la battaglia del Check Point Pasta, perché da una delle sue proprietà erano stati attaccati e uccisi alcuni militari italiani. Marocchino è accusato di favorire, con il suo traffico di armi e di tecnologia militare, la fazione di Aidid e di aver organizzato con il suo socio Ahmed Duale (l’uomo che farà da intermediario per riportare la macchina di Ilaria in Italia insieme a Marocchino) un volo per dieci membri della milizia dello SNA in Iran per addestrarsi sugli SA–7.

 

Mentre l’inchiesta è ancora in corso accadono due fatti singolari: risulta dagli atti che l’allora ambasciatore italiano Scialoja, nel gennaio del 1994, comunica al comandante americano di Unosom, generale Howe, che l’indagine italiana si è conclusa con un’archiviazione per la totale assenza di prove e che Marocchino, per quanto riguarda le autorità italiane, può dunque tornare in Somalia. Infatti, nello stesso mese di gennaio, Marocchino rientra a Mogadiscio. Il secondo fatto riguarda una comunicazione del Ministero degli Esteri indirizzata al dott. Saviotti  che informa il magistrato del fatto che è stato revocato l’ordine di espulsione per Marocchino. La richiesta di archiviazione, in realtà, è dell’aprile del ’94 e viene accolta dal giudice per le indagini preliminari solo a luglio. Questa la motivazione: «Rilevato che allo stato non emergono concreti elementi che possano confermare i sospetti comunicati dall’Unosom; che in tal senso la relazione 9/3/94 allo Stato Maggiore dell’Esercito esclude ogni responsabilità dell’indagato…».

 

Secondo la relazione della maggioranza, «L’attività investigativa è del tutto incompleta: non è affatto chiaro perché il procedimento sia stato chiuso dopo aver ricevuto solo in parte i documenti richiesti, non siano stati sollecitati ed esaminati atti importanti quali i verbali di sequestro delle armi, non siano stati sentiti gli ufficiali italiani che vi hanno proceduto o l’alto ufficiale che aveva reso dichiarazioni sui fatti del 2 luglio 1993, non si sia verificato a quali intercettazioni facesse riferimento il comando Unosom.”

 

Ci si chiede per quale ragione la Commissione non abbia ritenuto di convocare il dottor Saviotti per una audizione di chiarimento.

 

La Commissione non ha nemmeno ritenuto di dover chiedere approfonditi chiarimenti all’ambasciatore Scialoja sul motivo di quella comunicazione, in quel momento priva di qualsiasi giustificazione.

 

Infatti, il Presidente, durante l’audizione dell’ambasciatore, solleva la questione ma Scialoja glissa amabilmente, dando una concisa e confusa risposta. E il Presidente, con grande delicatezza, non insiste.

 

Marocchino, interrogato in proposito, imputa l’espulsione dalla Somalia al fatto di aver toccato interessi economici della società americana Brown and Root, che vedeva in lui – a suo dire – un pericoloso concorrente.

 

C’è da credere a Marocchino? Secondo l’avvocato D’Amati, legale della famiglia Alpi, no. In una lettera inviata alla Commissione l’8 marzo 2005 vengono messi in evidenza alcuni punti:

 

«Ritengo tuttavia opportuno informare codesto Ufficio che nel processo per calunnia a carico di Gianpiero Sebri, in corso davanti al Tribunale di Roma (Sezione II Penale, Giudice Dott. Landi) Giancarlo Marocchino, indicato come teste dal P.M., è stato sottoposto, il 10.02.2005, al controesame della difesa dell'imputato. Il controesame continuerà il 13.4.2005.

 

Dalla trascrizione della registrazione fonografica, che accludo alla presente memoria, risulta, tra l'altro, che Giancarlo Marocchino ha rettificato la denuncia per calunnia presentata nel gennaio 2001 in una parte di significativo rilievo.

 

Invero nella denuncia, per dimostrare l'asserita falsità della dichiarazione del Sebri in ordine ad un incontro svoltosi con lui e Spada a Milano nel 1987, il Marocchino aveva affermato: “È tutto un falso. Io non sono stato mai, e ne fa fede il mio passaporto, in Italia nel periodo 1985 – 1990».

 

In sede di controesame egli ha ora ammesso di essere stato qualche volta in Italia nel predetto periodo ed ha riconosciuto di aver potuto presentare il 28.11.1987 una denuncia di smarrimento di documenti (patente di guida, porto di armi e carta di identità) alla Polstrada di Aosta e il 30.11.1987 una denuncia di smarrimento del passaporto alla Questura di Aosta.

 

Peraltro la presentazione di tali denunce risulta allo scrivente e potrà essere agevolmente verificata da codesto Ufficio.

 

A ciò si aggiunga che Giancarlo Marocchino, dopo aver affermato che la durata del suo soggiorno in Italia nel novembre 1993 (periodo del secondo incontro riferito dal Sebri) è stata di 4 o 5 giorni, ha ammesso che tale durata può essere stata di 10 giorni.

 

Il Marocchino inoltre, dopo avere affermato di non essersi mai occupato di traffici di rifiuti ed in particolare dell'operazione Urano, ha ammesso di aver firmato nel 1992, con Garelli e Scaglione, “un pezzo di carta con su scritto Urano”.

 

Dopo avere negato che tale accordo concernesse traffici di rifiuti tossici, ha riconosciuto di aver detto il contrario in un'intervista rilasciata il 5.6.1999 a Famiglia Cristiana, il cui testo, recante al sua sottoscrizione, gli è stato mostrato; egli ha però precisato che si è trattato di una dichiarazione "contorta".

 

Egli ha anche ammesso di aver parlato di operazioni di trasporto di rifiuti in Somalia con Ezio Scaglione, Franco Giorgi e Claudio Roghi, pur sostenendo che non si trattava di rifiuti tossici.

 

Lo Scaglione deponendo ad Asti ha detto che l'accordo sottoscritto con Marocchino nel giugno 92 concerneva il traffico di rifiuti tossici (doc. 67 allegato alla mia memoria del 17 febbraio 2004). Il Giorgi, deponendo a Torre Annunziata e ad Asti ha, tra l'altro, riferito l'esistenza di stretti rapporti fra il Giancarlo Marocchino e Luca Rajola Pescarini, nonché il coinvolgimento del Marocchino in traffici di rifiuti (docc. 54 e 55 allegati alla mia memoria del 17 febbraio 2004).

 

È emerso inoltre che Giancarlo Marocchino non ha assunto alcuna iniziativa nei confronti di Faduma Aidid, figlia del generale Aidid, la quale ha attribuito a lui, a Rajola e a Mugne la responsabilità dell'eliminazione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, nonché un ruolo di rilievo nei traffici illeciti fra Italia e Somalia».

 

 

La Commissione ha verificato questi fatti? Non risulta agli atti che abbia richiesto la documentazione alla Polstrada e alla Questura di Aosta. Non ha acquisito né approfondito i riscontri ottenuti nel corso delle indagini dal dottor Maurizio Romanelli, titolare dell’inchiesta nata dalle dichiarazioni di Sebri. La presenza in Italia di Marocchino nell’autunno 1987 è un fatto non di poco conto. Infatti Sebri aveva dichiarato che Marocchino faceva parte della sua organizzazione dedita ai traffici illeciti di rifiuti. Aveva aggiunto di aver conosciuto Marocchino in quella occasione, e di averlo poi incontrato di nuovo nel 1993 quando, nel corso di quel colloquio, si era fatto cenno – presente l’allora colonnello del Sismi Luca Rajola Pescarini – di “una giornalista che creava dei problemi” e altri temi di non poca rilevanza. Marocchino aveva negato quegli incontri, sostenendo riguardo al primo che non era in Italia, e che non era passato per Milano in occasione del secondo supposto con Sebri e Rajola. Considerando che Marocchino ha dovuto, in seguito, ammettere di essere passato per Milano nei giorni del secondo incontro (aveva preso l’aereo da Linate), appurare che Marocchino aveva mentito anche in relazione al presunto incontro del ’93 attraverso i documenti della Polstrada e della Questura di Aosta, sarebbe stato di grande rilevanza. Oltre che di aiuto alla giustizia: presso la Procura di Roma è in corso un processo per calunnia che vede imputato Sebri, denunciato proprio da Marocchino e da Rajola.

 

Quanto all’accenno che l’avvocato d’Amati fa a Franco Giorgi, merita evidenziare che Giorgi aveva dichiarato davanti alla Procura di Torre Annunziata che Marocchino e Rajola erano amici, fatto che entrambi negano e che, anche in questo caso, avrebbe rilevanza non solo per l’accertamento della verità nell’ambito dei lavori della Commissione, ma anche nel processo succitato di Roma, dove Marocchino e Rajola sostengono che gli incontri asseriti da Sebri non sarebbero mai potuti avvenire perché non si conoscevano. Non si può non rilevare che nel corso dell’audizione di Franco Giorgi, che davanti alla Commissione ha negato l’evidenza dei suoi precedenti verbali, ha ritrattato totalmente quanto dichiarato a Torre Annuniata e ha accusato pesantemente un sottufficiale dei carabinieri di aver falsificato le sue dichiarazioni, si è scoperto che il testimone, e con lui molti altri, era in stretto contatto, nel periodo precedente all’audizione, proprio con l’avvocato Menicacci, cioè il difensore di fiducia di Marocchino.

 

Eppure dopo la  prima, superficiale audizione di Marocchino, come si legge nella Relazione di maggioranza, il consulente Antonio Di Marco, ufficiale di p.g., propone a Marocchino di «cooperare con la Commissione fornendo indicazioni in suo possesso o reperendo notizie di cui la Commissione aveva necessità».

 

Con l'unica verifica, a quanto pare, di mettere sotto controllo, per alcuni periodi, due utenze telefoniche di Marocchino e, per un anno intero, il cellulare del medesimo consulente. Operazione, quest’ultima, di difficile comprensione, e che avrebbe significato solo a condizione che tutte le utenze telefoniche dei due fossero state messe sotto controllo, e che entrambi non ne fossero a conoscenza.

 

Marocchino collabora attivamente contribuendo a portare in Italia alcuni dei suoi uomini più fidati in qualità di testimoni e consentendo, attraverso il suo ex socio Ahmed Duale, di recuperare la macchina dove sono stati uccisi Ilaria e Miran.

 

Avrebbe perlomeno dovuto ispirare maggior prudenza constatare che le ipotesi avanzate da Marocchino (i due giornalisti sono stati uccisi per un tentativo di sequestro finito male) e dal suo legale, Stefano Menicacci – che tra l’altro è stato audito in veste di testimone nonostante il fatto che fosse stato presente in veste di legale alle audizioni (comprese le parti secretate) del suo assistito – sono state poi ulteriormente confermate dai suoi stretti collaboratori, assurti al ruolo di testimoni avanti la Commissione. Il Presidente Taormina avrebbe dovuto almeno sospettare del fatto che avvenisse un “corto circuito” e che le versioni diventassero puntello reciproco, le une delle altre. Tanto più quando, come ammette la stessa relazione di maggioranza, il racconto di tali testimoni «non ha avuto alcun riscontro esterno».

 

Eppure le carte della Commissione traboccano di informazioni inquietanti, perfino tra quei militari di Unosom che, pure, si sono avvalsi della sua collaborazione. E se il generale Fiore parla assai bene di Marocchino, il tenente colonnello Michele Tunzi, davanti alla Commissione Gallo (doc 0404 026 pag 86) dice:

 

«Marocchino era un tipo piuttosto particolare. Si faceva affidamento sul suo operato solo in situazioni di emergenza, per far leva sulle sue conoscenze. Altrimenti, si preferiva non chiedergli aiuto. Trafficava in tutto e aveva molta disponibilità di uomini armati, mezzi e denaro».

 

E il colonnello Carmelo Ventaglio, sempre alla Commissione Gallo (doc 0404 026 pag 122) dice:

 

«MAROCCHINO era un bandito. Ci risolse però molti problemi, soprattutto dal punto di vista logistico. Era l'unico, infatti, in condizione di trasportare i nostri containers. Diversamente, sulle nostri navi ne sarebbero arrivati soltanto una decima parte.

 

Era molto ricco?

 

Si. Era un uomo molto ricco, trafficava sicuramente in armi».

 

 

Forse, prima di affidarsi alla sua collaborazione, andavano verificate alcune notizie, se non altro per sgombrare il campo dai dubbi.

 

Ci sono, agli atti della Commissione, altre testimonianze, a parte quelle delle informative della Digos di Udine, che accusano Marocchino di essere coinvolto nell’omicidio.

 

Hussein Mohamed Sadia, per esempio (doc 0268 000) dice il 9 marzo del 1997 alla Digos di Roma:

 

«In quei  giorni io ero a casa di Giancarlo MAROCCHINO in quanto ero sua ospite.

 

Il giorno dell'omicidio ricordo che la ALPI arrivò a casa di Giancarlo MAROCCHINO verso le nove di mattina insieme ad un altro giornalista che aveva la telecamera. I due giornalisti intervistarono il MAROCCHINO per alcune ore. Ricordo che il giornalista che era con la ALPI riprendeva le immagini con la telecamera. Finita l'intervista i due giornalisti sono usciti a bordo della loro macchina e subito dopo all’uscita un'altra macchina con a bordo alcuni cittadini somali che sono andati dietro alla macchina di Ilaria ALPI. La macchina di Ilaria ALPI si è diretta verso il mercato e non verso la zona dell'Ambasciata italiana. Dopo circa quindici minuti la macchina che aveva seguito Ilaria ALPI è ritornata presso l'abitazione di Giancarlo MAROCCHINO e uno di quelli che erano a bordo è andato da Giancarlo MAROCCHINO dicendogli che Ilaria Alpi era stata uccisa.

 

E ancora:

 

La sera dell'omicidio, sempre a casa di MAROCCHINO, mentre ero intenta a masticare il Chat insieme alle altre donne, ho sentito gli uomini che parlavano di politica, in particolare DAHIR DAYAX un amico di Giancarlo MAROCCHINO e parente di ALI Madhi che vive a Mogadiscio. ha detto al MAROCCHINO stesso "hai sbagliato a" fare uccidere quei due. MAROCCHINO gli ha quindi risposto "ho fatto bene".

 

Durante i miei vari soggiorni a Mogadiscio ho parlato con MAROCCHINO della morte della giornalista; in particolare io ho chiesto perché l'avesse fatta uccidere e lui mi ha risposto che si era impicciata di cose in cui non doveva immischiarsi. In particolare si era interessata a delle vicende che riguardavano lui e l'allora Ambasciatore italiano in Somalia.

 

A.D.R.; Non so cosa Giancarlo MAROCCHINO abbia detto nel corso dell'intervista rilasciata alla ALPI, ma so che ha fatto recuperare dai suoi uomini le due cassette sulle quali era stata registrata.

 

A.D.R.; Un'altra persona informata delta vicenda è tale MORRIS, che dovrebbe essere un cittadino tedesco, che viveva in Somalia e che non si sa che fine abbia fatto. Altra persona che potrebbe sapere qualche cosa è tale LUUL MOHAMED SHEK CUSMAAN, cittadino somalo che vive a Roma, in via Benedetto Croce nr. 6. telefono rr. 59603640, che all'epoca dei fatti parlò con MAROCCHINO.

 

Non risulta che questi testi siano stati cercati e sentiti dalla Commissione, nonostante una precisa segnalazione in questo senso dell’avvocato Domenico d’Amati, legale della famiglia Alpi.

 

Nelle carte della Commissione risulta una nota della Digos di Roma del 3 febbario 1995 a firma di Marcello Fulvi e indirizzata a Ionta e a De Gasperis dove si legge che una fonte confidenziale di provata attendibilità «ha confidato che mandante dell'omicidio di Ilaria ALPI e dell'operatore Miran HROVATIN sarebbe il noto MAROCCHINO Giancarlo, il quale, coinvolto in un traffico di armi provenienti dall'Italia e dirette alla fazione somala di ALI MAHDI, transitando per l'Iran, avrebbe ordinato l'uccisione della giornalista, la quale sarebbe stata messa al corrente di tale traffico dal Sultano di Bosaso.

 

Il MAROCCHINO, sempre a detta della medesima fonte, sarebbe sposato in Somalia con una donna di nome ALI FAI (FATUMA), appartenente alla tribù ABGAL e parente di ALI MAHDI. Appartenente alla medesima tribù e legata anch'essa da vincolo di parentela con ALI MAHDI sarebbe anche MACCA AMIR MOHAMED, madre del noto Rascid AMADEI definito dalla fonte come persona inattendibile e facilmente corruttibile».

 

Anche su questo punto l’avvocato Domenico d’Amati ha inviato una lettera alla Commissione Alpi-Hrovatin pregando i commissari di andare a fondo della questione. Non risulta che sia stato fatto.

 

E ancora. Non risulta che la Commissione abbia verificato le circostanze presenti in un altro documento agli atti, il nr. 0003 648 pag. 3 e seguenti, dove c’è una lettera dell’ambasciatore italiano a Addis Abeba datata 12/10/1998 nella quale si informa che in ambasciata si è presentato un cittadino somalo, il colonnello Mohamud Hassan Raghe, che sostiene di aver assistito al delitto insieme ad altri due testimoni.

 

Nell’agguato, che però descrive in maniera assai diversa da quella che conosciamo, il colonnello sarebbe rimasto ferito e, infatti, poi viene ricoverato in ospedale. Sempre secondo questa testimonianza, il colonnello avrebbe in seguito fatto alcune indagini scoprendo che la giornalista e l’operatore erano reduci da un viaggio a Bosaso dove avrebbero visto una nave carica di container con scatole di pallottole portate da Mogadiscio Nord. Su un lato dei container ci sarebbe stato scritto il nome Giancarlo. L’SSDF, secondo questo colonnello, avrebbe aiutato Ali Madhi. Ali Madhi avrebbe ordinato l’omicidio dopo che i due giornalisti erano andati a casa di Marocchino e gli avevano raccontato il fatto. Segue poi un elenco di 17 persone, compresi Ali Madhi, il Bogor e Giancarlo che sarebbero coinvolti nell’omicidio.

 

L’uomo ha anche consegnato un attestato del Battaglione San Marco nel quale si sostiene che il colonnello ha collaborato con il Comando del Battaglione ed è degno della massima stima e collaborazione. La firma è G.C. Fabrizio Maltinti. Agli atti ci sono altri documenti e stati di servizio compresa una dichiarazione nella quale si sostiene che l’uomo è un Ufficiale delle Nazioni Unite.

 

Occorreva forse che la Commissione facesse verifiche presso l’ambasciatore che ha raccolto questa testimonianza e presso gli ufficiali che hanno firmato le credenziali. Occorreva verificare l’attendibilità della testimonianza e, in caso contrario, cercare di capire il motivo per cui è stata fatta. Sarebbe stato interessante anche approfondire l’elenco dei nomi allegati.

 

Anche l’operatore Alberto Calvi ha una sua opinione su Giancarlo Marocchino (doc. 0003 467, pag. 498):

 

«Si sospettava tuttavia che un italiano residente in Somalia, tale MAROCCHINO Giancarlo, potesse essere coinvolto in un traffico di armi. Con Ilaria, infatti, stavamo cercando di raccogliere elementi a sostegno di questa ipotesi. Ulteriore filone sul quale io ed Ilaria stavamo lavorando era quello della Cooperazione tra l'Italia e la Somalia. Credo che la collega riponesse in me una certa fiducia, infatti, ogni qualvolta doveva partire alla volta della Somalia, chiedeva esplicitamente che io venissi inviato con lei, a fronte del fatto che io dipendevo e dipendo dalla sede regionale R.A.I, della Sardegna».

 

Continua Calvi:

 

«Voce comune voleva che MAROCCHINO Giancarlo fosse un contatto dei nostri Servizi Segreti. Lo stesso era inserito nel clan Ali Madi. Più volte, per reperire la scorta o cercare i contati nella zona di Ali Madi, ci rivolgevamo a lui. Ritengo che anche i nostri Servizi Segreti operanti in Somalia fossero a conoscenza dei nostri movimenti. Credo che MAROCCHINO sapesse che io ed Ilaria stavamo cercando di raccogliere le prove su traffici di armi attraverso le navi della cooperazione».

 

Un’informativa del Sisde datata 4 agosto 1994 (doc. 0043 010 pag. 118-121) riposta le seguenti informazioni:

 

«La fonte ha inoltre riferito che tale Giorgio GIOVANNINI di Carpi (MO), che potrebbe identificarsi nell’omonimo nato il 24-11-41 a Serramattone (NO), già argomento di precorsa corrispondenza, nel corso delle prime fasi del conflitto, allorché non erano ancora intervenute le Forze ONU, aveva effettuato numerosi viaggi con un "C 130", rifornendo di armi le opposte fazioni di Ali Mahdi e del generale AIDID, senza essere mai stato oggetto di alcuna azione di disturbo da parte di chicchessia.

 

In tale illecito traffico sarebbe anche stato coinvolto tale MAROCCHINO Giancarlo - che potrebbe identificarsi nell’omonimo nato il 24.3.42 a Borgosesio (VC) che avrebbe sfruttato la copertura di operatore del settore della cooperazione per realizzare il traffico d'armi con la Somalia e con altri Paesi del Nord Africa».

 

Riguardo al traffico di rifiuti, Marocchino nega anche quando ci sono intercettazioni telefoniche e testimonianze precise. Ma nei documenti sequestrati dalla Procura di Asti (doc. 0217 051) a casa di Ezio Scaglione (indagato nell’inchiesta) figura, tra l’altro, il seguente documento:

 

 «5 - (cfr allegato n.5) trattasi di lettera fax della MORRIS SUPPLIES SOMALIA (società facente capo a MAROCCHINO Giancarlo) indirizzata al prof  SCAGLIONE Ezio, recante data 19 agosto 1996. Il contenuto della lettera è preciso e tratta di traffico internazionale di rifiuti pericolosi, nonché le forme di pagamento da effettuarsi per tali operazioni di smaltimento di rifiuti tossici.

 

Nella nota la quantità di rifiuti è pari a 5000 tonnellate per i primi 3\4 mesi e le tipologie sono:

 

a - fanghi galvanici;

b - morchie di vernice;

c - terre di fonderia;

d - ceneri da elettro filtro.

 

Il prezzo indicato risulta di 400 lire/kg incluso il trasporto.

 

Il contratto è da effettuarsi entro il 30 agosto 1996 a mezzo contanti in valuta marchi tedeschi in tre soluzioni:

 

1. il 10% del valore della mercé alla firma del contratto;

2. il 40% del valore della mercé alla partenza della nave carica di rifiuti;

3. il 50% del valore della mercé all'inizio dello scarico definitivo della nave».

 

E ancora: interrogato dai carabinieri di Vico Equense il 15/11/1997, Marco Zaganelli, veterinario, responsabile per la Giza di un progetto di cooperazione a Mogadisico, dice (doc 0217 034):

 

«AD.R.- Tra il 1987-1989, ricordo che Giancarlo Marocchino mi chiamò prospettandomi un grosso affare perché era stato contattato da alcuni italiani dei quali mi disse anche il nome ma al momento non mi sovviene, i quali dovevano sbarazzarsi di un carico di containers fermi al porto di Castellammare di Stabia o quello di Gioia Tauro contenente rifiuti tossici o radioattivi e volevano un referente capace di riceverli e sotterrarli in un'area desertica della Somalia. Mi disse che c'era da guadagnare molti soldi se fossi stato in grado di trovare la strada per fare quest'operazione. Io riferii la cosa a Mugne il quale non mi rispose ne in senso negativo né in senso positivo. Dissi però al  Mugne che la cosa mi era stata richiesta da Marocchino. Più volte Marocchino mi domandò se avevo trovato il canale per fare questa operazione ed io gli risposi che pure avendone parlato al Mugne ma non ho avuto risposta ne ho cercato altri canali. Mi risulta che successivamente, questo lo seppi quando ero in Italia, che un carico di materiale radioattivo era stato portato in Somalia ed i contenitori sotterrati in un'area desertica nel nord della Somalia.

 

ADR.- Ribadisco che pure avendomene Marocchino fatto il nome degli italiani o della ditta interessata allo stato non sono in grado di ricordare. Per quanto attiene ai containers ribadisco che Marocchino mi parlò di un carico (svariati containers) già pronto sul porto di Castellammare di Stabia. Ovviamente Marocchino faceva riferimento non al solo carico specifico, ma se avessi trovato il canale si poteva realizzare un vero e proprio business duraturo nel tempo. Si sarebbe poi trattato di operazioni regolari per il governo somalo avesse accettato di destinare un'area per lo smaltimento di tali rifiuti.

 

Anche l’avvocato di Giancarlo Marocchino Stefano Menicacci, nel corso dell’interrogatorio reso durante il processo contro Hashi Omar Hassan (doc 0032 002 pag 67) dice:

 

«Non c'era nulla a fondo di questa accusa, il buon MAROCCHINO se ne andò a NAIROBI, la verità disse: "loro ce l'hanno con me per varie ragioni, primo perché i loro camion saltano in aria, dove portavano le scorie nucleari e cose del genere, i miei no e io...", e mi ha spiegato il perché i suoi non saltavano in aria, perché lui conosceva i capi tribù, gli mollava qualche sacco di farina, conosceva le strade ed era ben visto dalla comunità somala, tant'è vero in questa circostanza tutti i capi tribù hanno mandato delle lettere...»

 

 Marocchino, inoltre, ha sempre negato di conoscere il generale Rajola e di collaborare con gli uomini dei Servizi (a parte qualche fornitura di gasolio e poco più). Però la giornalista Marina Rini, sentita il 15 luglio 2004 da consulenti della Commissione Alpi-Hrovatin, confermava quanto già detto in altre occasioni (doc. 0088 000):  

 

«È falso quanto asserito dal Raiola in ordine alla assenza di rapporti fra gli uomini del SISMI operanti in Moagadiscio e il Marocchino: la giornalista  ha infatti riferito di essere stata testimone diretta di diverse comunicazioni radio intercorse fra gli agenti ed il faccendiere».

 

Riguardo alla presunta appartenenza (o collaborazione) di Marocchino al Sismi, questione che lo stesso ha sempre negato, nonostante diverse testimonianze ne indichino il sospetto, vale la pena di segnalare un episodio reso noto in questi giorni dal giornalista de “Il giornale d’Italia” Giorgio Giorgi.

 

Il cronista, presente in sala stampa di Palazzo San Macuto, dice che nel corso di una delle audizioni di Marocchino davanti alla Commissione “Alpi-Hrovatin”, lo stesso Marocchino si era trovato a riferire di aver sentito di minacce verso i giornalisti italiani presenti a Mogadiscio. Al che, il Presidente gli aveva chiesto che cosa aveva fatto dopo aver recepito queste cose. Marocchino risponde: «Ho informato il sis…», e s’interrompe.

 

Ci sono diverse parole italiane che iniziano con “sis”. Ma fra queste c’è anche Sismi, il servizio segreto militare. Non viene chiesto a Marocchino quale parola stesse per pronunciare.

 

Ma il problema è un altro: nella trascrizione di quell’udienza, l’intera frase di Marocchino è scomparsa. Ossia, è stata cancellata dalla trascrizione. Giorgi s’è procurato la copia integrale dell’audizione registrata da Radio Radicale, nella quale la frase viene perfettamente confermata. È un particolare che dovrà essere chiarito, non solo in riferimento al caso specifico, ma anche più in generale all’intero complesso delle trascrizioni, delle quali deve naturalmente essere garantita l’integrità rispetto alla registrazione. Chi ha il dovere di controllo? Com’è stato possibile che una frase di tale rilevanza sia stata espunta? 

 

Tornando alla documentazione in possesso della Commissione, vi è, tra le carte provenienti dal procedimento di Asti contro Marocchino per furto di documenti dello Stato attinenti alla sicurezza nazionale (doc 0282 005), procedimento archiviato, la seguente. Marocchino fa una particolare ammissione (a pag. 8) :

 

«che effettivamente il riferimento a "tre uomini" (che risulta da una telefonata tra lui e Roghi intercettata ndr) riguarda una visita da parte di tre persone dei servizi segreti italiani che domandavano notizia circa i rapporti tra Ali Madhi ed Aidid in vista della costituzione di una forza di polizia somala organizzata dall'Italia».

 

In una dichiarazione rilasciata alla Digos di Roma il 21 luglio 1999 (doc. 0032 006 pag. 3) proprio da Marocchino si apprende che conosceva il generale Rajola del Sismi:

 

«So che prima dell'arrivo del Contingente in Somalia, da AIDID, sono andati il Generale RAIOLA, l'Avv. DUALE, un Ammiraglio italiano, un Generale ed altri militari per parlamentare l'arrivo del nostro Contingente in Somalia. Io ho accompagnato personalmente questa delegazione dal Generale AIDID ma non ho assistito ai colloqui».

 

Merita di approfondire la figura di Stefano Menicacci, legale di Giancarlo Marocchino. Rispetto alla Commissione, come già detto, Menicacci è stato sentito anche come teste. Ma ha anche svolto un ruolo nel recupero dell’automobile e nel reperimento dei testi/collaboratori di Marocchino, come intermediario, tra Ahmed Duale, Marocchino, il consulente Antonio Di Marco e la Commissione. Il telefono di Stefano Menicacci, da quanto si apprende dalle carte, è stato messo sotto controllo dalla Commissione stessa.

 

Ecco alcune informazioni che la Commissione aveva a disposizione sull’avvocato Stefano Menicacci.

 

Il 27 ottobre 1995 in un verbale della Questura di Roma diretto al dottor Ionta (doc. 3.124 pag. 5) c’è il suo “curriculum vitae”. C’è scritto, tra l’altro:

 

«Nello stesso anno fu arrestato dai Carabinieri di Foligno in esecuzione di un ordine di cattura emesso dalla Procura della Repubblica di Roma per millantato credito e truffa continuata aggravata, per aver chiesto, ed in alcuni casi ottenuto, da detenuti che scontavano gravi condanne, somme di denaro con la promessa che avrebbe fattivamente appoggiato, presso i competenti uffici del Ministero di Grazia e Giustizia, le domande di grazia presentate.

 

Il MENICACCI, sempre a causa della sua condotta, fu sospeso dall'albo degli avvocati dall’1/07/1982 al 30/09/1982…»

 

E ancora:

 

«Tornando al MENICACCI, le dichiarazioni da lui rese in merito al P.M. Dr. Gemma Gualdi circa l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ricalcano le tante ipotesi avanzate dagli organi di stampa, senza peraltro fornire alcun elemento probante».

 

Che dichiarazioni ha reso Menicacci a Gemma Gualdi? La Commissione lo ha verificato?

 

A sua difesa l’avvocato Menicacci manda nel 1998 alla Digos di Roma e a Ionta, queste precisazioni:

 

«Lei riferisce del mio arresto da parte dei Carabinieri di Foligno - avvenuto nel 1979 - in esecuzione di un ordine di cattura della Procura di Roma "per aver chiesto e in alcun caso ottenuto da detenuti che scontavano gravi condanne (dato che esercito la professione di avvocato) somme di denaro con la promessa che avrebbe fattivamente appoggiato presso i competenti uffici del Ministero di Grazia e Giustizia le domande di grazia presentate".

 

Orbene, Lei omette di riferire al Magistrato l'esito di questa accusa, che era del tutto infondata, giacché ciò che feci era nell'ambito di precisi mandati professionali, (che. il Magistrato – errando – pensò fossero inesistenti) tanto che il Procuratore (dott. Santacroce) mi concesse immediata libertà e il giudice istruttore decise per la piena archiviazione;

 

Si appurò che la mia condotta era stata irreprensibile e assolutamente non censurabile».

 

Per capire meglio l’avvocato Menicacci, nel documento 0256 000 agli atti della Commissione ci sono la richiesta e il decreto di archiviazione del procedimento penale n.2566/98 contro Licio Gelli, Stefano Menicacci, Roberto Delle Chiaie, Rosario Cattafi, Filippo Battaglia, Salvatore Riina, Giuseppe e Filippo Graviano, Nitto Santapaola, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Giovanni Di Stefano, Paolo Romeo e Giuseppe Mandalari.

 

Cosa ci faceva l’avvocato Menicacci in compagnia di boss mafiosi, piduisti e personaggi legati all’estrema destra? Uno degli imputati, l’ordinovista Cattafi, era già stato  indagato  anche dall’AG di Messina per traffico internazionale d’armi. Tutti, inoltre, erano stati indagati nell’ambito  dell’inchiesta, denominata “Sistemi criminali”, «per avere, con condotte causali diverse ma convergenti verso l'identico fine, promosso, costituito, organizzato, diretto e/o partecipato ad un 'associazione, promossa e costituita in Palermo anche da esponenti di vertice di Cosa Nostra, ed avente ad oggetto il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell'ordine costituzionale, allo scopo - tra l'altro - di determinare, mediante le predette attività, le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d'Italia, anche al fine di agevolare l'attività dell'associazione mafiosa Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo mafioso ad essa collegate sui territori delle regioni meridionali del paese».

 

Gelli, Menicacci, Delle Ghiaie, Cattafi, Battaglia, Di Stefano e Romeo, anche per:

 

«b) in ordine al reato di cui agli artt. 110 e 416 bis commi 1, 4, e 6 c.p., per avere contribuito al rafforzamento della associazione di tipo mafioso denominata "Cosa Nostra ", nonché al perseguimento degli scopi della stessa, in particolare partecipando alla progettazione ed esecuzione di un programma di eversione dell’ordine costituzionale da attuare anche mediante il compimento di atti di violenza, allo scopo - tra l'altro - di determinare, mediante le predette attività, le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d'Italia, così perseguendo il fine di determinare il rafforzamento ed il definitivo consolidamento del potere criminale di Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo mafioso ad essa collegate sui territori delle regioni meridionali del paese».

 

Risultava, in particolare, che Menicacci Stefano, avvocato di Stefano Delle Chiaie e suo socio nella "Intercontinental Export Company I.E.C. S.r.l.", e Romeo Domenico, pregiudicato per reati comuni, l’8 maggio 1990 avevano fondato la Lega Pugliese, l’11 maggio la Lega Marchigiana, il 13 maggio la Lega Molisana, il 17 maggio la Lega Meridionale o dei-Sud, il 18 maggio la Lega degli Italiani e, sempre nello stesso periodo, avevano fondato la Lega Sarda. E la maggior parte di questi movimenti di nuova formazione avevano eletto la propria sede sociale presso lo studio dell'avv. Menicacci, già sède della "Intercontinental Export Company I.E.C. S.r.l.".

 

Ulteriori risultanze emergevano, poi, dalla minuziosa analisi dei movimenti leghisti meridionali successivamente compiuta dalla Direzione Investigativa Antimafia, anche sulla base della documentazione fornita dal SISDE e dalla Direzione Centrale Polizia di Prevenzione (proveniente dai vari uffici DIGOS), e condensata nelle informative n. 17959/97 del 3/6//1997 e n.3815/98 del 31/V1998 e relativi allegati.

 

Il dato rilevante che emerge da tali accertamenti è che, nello stesso periodo in cui sorsero i movimenti meridionalisti fondati dall'avv. Stefano Menicacci e da personaggi al medesimo legati (per lo più provenienti dalle fila dell'estrema destra), cominciarono a sorgere nelle varie ragioni centrali e meridionali d'Italia una serie di movimenti, tutti, apertamente collegati alla Lega Nord e per lo più fondati da tale Cesare Crosta, e che, in quasi tutti i casi, i movimenti fondati dal Crosta si sono poi fusi con quelli costituiti dall'avv. Menicacci.

 

Ora, a parere del P.M. sono stati acquisiti sufficienti elementi in ordine alle seguenti circostanze:

 

- all'inizio degli anni '90 verme elaborato, in ambienti esterni alle organizzazioni mafiose ma ad esse legati, un nuovo "progetto politico", attribuibile ad ambienti della massoneria e della destra eversiva - in particolare - agli indagati Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie e Stefano Menicacci;

 

- a tal fine, venne messa in atto in quegli anni una complessa attività preparatoria organizzativa, sul terreno politico, di movimenti meridionalisti, finalizzati, alla costituzione di un nuovo soggetto politico meridionalista di riferimento, che doveva fungere da catalizzatore delle spinte secessioniste provenienti dal Meridione;

 

- in epoca successiva, all'interno di Cosa Nostra, si deliberò di adottare una strategia della tensione finalizzata a ristrutturare i "rapporti con la politica", attraverso l'azzeramento dei vecchi referenti politici e la creazione delle condizioni più agevoli per l'affermazione di nuovi soggetti politici che tutelassero più efficacemente gli interessi del sistema criminale;

 

- all'interno di tale strategia venne presa in seria considerazione, almeno nella fase iniziale, e prima della sua attuazione, l'opzione secessionista;

 

«Non sono, tuttavia, sufficienti», scrivono i magistrati, «per sostenere l'accusa in giudizio gli elementi acquisiti in ordine alla correlazione causale fra tali circostanze. Non è, insomma, sufficientemente provato che l'organizzazione mafiosa deliberò di attuare la "strategia della tensione" per agevolare la realizzazione del progetto politico del gruppo Gelli-Delle Chiaie, né che l'organizzazione mafiosa abbia approvato l'attuazione di un piano eversivo-secessionista per effetto di contatti col gruppo Gelli-Delle Chiaie.

 

Ed è infatti ipotizzabile - allo stato degli atti - anche una spiegazione alternativa: e cioè che il "piano eversivo", concepito in ambienti "esterni" a Cosa Nostra, sia stato "prospettato" a Cosa Nostra" al fine di orientarne le azioni criminali, sfruttandone il momento di "crisi" dei rapporti con la politica e che l'organizzazione mafiosa ne abbia anche subito - anche temporaneamente - l'influenza, senza però impegnarsi a pieno titolo nel piano eversivo-secessionista. Peraltro, la verifica di tale ipotesi, e cioè dell'eventuale influenza di "soggetti esterni" sulle determinazioni di Cosa Nostra nella fase iniziale della strategia della tensione attuata nel 1992, esula dallo specifico oggetto del presente procedimento, costituendo invece materia del separato procedimento penale concernete l'omicidio dell'on. Salvo Lima, cui si è già fatto cenno».

 

L’inchiesta, dunque, è stata archiviata ma restano molte ombre (vedi soprattutto la scheda della Dia 3815/98) che avrebbero suggerito, almeno, una maggiore attenzione e una maggiore prudenza nei rapporti con l’avvocato di Giancarlo Marocchino.

 

Soprattutto rispetto ad una nota contenuta nello stesso documento:

 

«Nell'informativa D.I.A. n. 3815/98 del 31/1/1998, sul conto di Menicacci, si riportano le dichiarazioni del collaboratore di giustizia messinese Costa Gaetano che chiamano in causa lo studio dell'aw. Menicacci in un tentativo di "aggiustamento" di un processo per il quale si era interessato il mafioso calabrese Giuseppe Piromalli. E si riferisce di contatti fra il mafioso Luigi Sparacio, durante la sua latitanza, e utenze telefoniche di personaggi vicini a Menicacci e Stefano Delle Chiaie. Nella stessa informativa D.I.A. si fa riferimento anche ai rapporti fra l’avv. Menicacci e Paolo Bellini, personaggio proveniente dalla destra eversiva, coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna e nel '92 in contatto con il mafioso Nino Gioè nell'ambito di una delle c.d. "trattative" che Cosa Nostra avviò durante la stagione stragista, in questo caso utilizzando cercando di utilizzare i contatti che Bellini aveva con i Carabinieri (cfr., in merito, la ricostruzione della vicenda contenuta nella sentenza della Corte d'Assise di Firenze sulle stragi del '93). Richiesta di archiviazione del proc. pen. n.2566/98 R.G.N.R. nei confronti di GELLI Licio+3».

 

C’è di più. Sembra che l’avvocato Menicacci sia “suggeritore” sia di alcune dichiarazioni di testimoni  auditi dalla Commissione. Agli atti c’è una lettera di Guido Garelli del 18 gennaio 2005 (doc. 0395 000 pag. 251) indirizzata all’avvocato Menicacci:

 

«Ti ringrazio, come al solito, della premura con cui mi tieni al corrente dell'evolversi della situazione, ed a questo proposito, ti comunico che ho fatto richiesta di cambiare il Cognome, dell'Aw. Bruno Leuzzi, al posto di Leucci, e spero che sia arrivata la busta in cui ti confermavo il deposito delle querele, che ho rapidamente fatto, come da istruzioni (sottolineatura nostra), il 17 di Dicembre, Venerdì, dello scorso 2004, alle H: 12,30, con il protocollo nr. 02, riferito al Mod, IP1 contro il  Dr. Franco Oliva e Compagnia, mentre quella contro il Dr. Roberto Ferrigno, è stata depositata il successivo lunedì 20 dicembre, sempre dello stesso 2004, alle H:13,30, recante il nr. di Prot 14, riferito anche in questo caso al Registro del solito Mod. IP1…»

 

Franco Oliva e Roberto Ferrigno erano due testimoni a favore dei giornalisti Chiara, Carazzolo e Scalettari nel processo per diffamazione intentato da Giancarlo Marocchino e da Louis Ruzzi, processo vinto dai giornalisti. Nella lettera di Garelli all’avvocato Menicacci si legge ancora:

 

«Come Ti ho già potuto dire, o meglio scrivere, mi sono letto con molta cura, tutto il malloppone, che mi hai con molta cortesia raccolto, e consegnato a Rebibbia, e che tra l'altro ho ritenuto opportuno rilegare ed ordinare secondo un criterio organico, che mi permette di ritrovare tutti i passaggi che eventualmente saranno necessari, come richiamo documentale in fase di escussione Lunedì, 24 di Gennaio, pv, nel Palazzo di Giustizia, immerso nelle Lunghe Albesi, che speriamo essere propizie alla produzione di un poco di reale chiarezza, oltre che di eccellenti vini, che probabilmente conoscerai come il famosissimo Barolo!?»

 

[…] Penso che sia opportuno iniziare una nuova Denuncia Querela per Diffamazione, contro quel bell'imbusto di Aldo Anghessa, in quanto in tutta la corposa quanto lunghissima carriera criminale, io non ho mai avuto una sola intercettazione telefonica, e quindi non si può assolutamente dire che io telefonavo a basi militari italiane, e non avevo di sicuro nessun libero accesso ad installazioni che fossero di stretta pertinenza delle FF.AA. Nazionali, ed infine io non sono mai stato arrestato nel corso di qualsivoglia inchiesta sui traffici nocivi, specie nel 1988, insieme al Dr. Sacchetto, ma per un altro motivo, che sebbene fosse minuto nei suoi termini di reità, si trattava dell'emissione da parte delle Autorità Amministrative, di Casarano e Prefettizie di Lecce, di una carta d'identità, o quanto meno, è solo stata trovata quella, in mio possesso, anche se a me, furono forniti tutti e quattro i documenti risarcibili in quel momento ad un Cittadino Italiano, e quindi l'articolo non fa che dire delle stupidaggini, in più dice che io sono riconducibile ad un Organo di Informazione dello Stato...!?!, cosa che farebbe di me, una specie di confidente, o qualcosa di simile, cosa che nel corso delle udienze di San Macuto, la cosa è stata, credo sufficientemente chiarita!?»

 

[…] Come ben hai avuto modo di vedere, e soprattutto di commentare quando ci siamo trovati a Rebibbia, tutta la vicenda, è stata lo spunto, per mettere giù una serie di novelle, che hanno davvero il sapore dei Racconti d'Appendice, cari ad un certo ambiente, che ben conosciamo!?.

 

Del resto è più che comprensibile che Tu avessi l'interesse a mettere in cattiva luce, o quanto meno dubitativa, sia chi era partecipe al ns. Progetto, o meglio chi Ti scrive adesso, ed anche un poco tutta la questione del Sahara, dato che come difensore di Giancarlo, non era importante l'obiettività, nel suo insieme, visto tra l'altro la serie di stupidaggini, che furono scritte nel corso degli anni, ma giustamente la difesa ad oltranza di certe posizioni?!.»

 

Merita, di passaggio, sottolineare che Guido Garelli è stato detenuto nel carcere romano di Rebibbia solo nel primissimo periodo dopo la sua estradizione dalla Croazia, e prima che i magistrati Romanelli e Tarditi, che lo volevano interrogare il primo a proposito del progetto Urano (nato dalle dichiarazioni di Sebri) e il secondo in relazione all’inchiesta sul traffico di rifiuti in cui erano indagati Marocchino e Ezio Scaglione (e altri), ne chiedessero il trasferimento a Ivrea. Da queste affermazioni quindi, risulterebbe che l’avvocato Menicacci ha potuto incontrare (in che veste?) Garelli, prima dei magistrati.

 

Nei documenti provenienti da Alba, relativi alla querela di Marocchino, Ruzzi e Bizzio ai giornalisti di Famiglia Cristiana, che, lo ricordiamo, sono stati assolti, si legge (doc.0282 002, pag 365) in una nota a firma dell’avvocato Menicaccci:

 

«II tutto in forza di tale pezzo di carta che costituisce un falso sia nella firma di Ali Mahdi  Mohamad sia per la qualifica a stampa attribuita a costui di Presidente della Repubblica di Somalia (carica istituzionale che Ali Mahdi ha ricoperto solo nel 1991 e 1992 e non oltre)».

 

Ad Alba il procedimento si chiude nel maggio 2005. Ma Ali Mahdi nega che la firma apposta sul documento sia autentica solo dopo l’estate dello stesso anno, nel corso dell’audizione alla Commissione Alpi. Come faceva Menicacci a sapere l’8/3/2005 che Ali Madhi avrebbe negato? Considerando che la Commissione stessa ha avuto modo di contestare a Menicacci che troppi dei testimoni somali giunti in Italia per testimoniare sono prima passati per il suo studio, la circostanza avrebbe dovuto essere indagata più a fondo.

 

Nello stesso documento citato, quindi precedente al maggio 2005, ossia 10 mesi prima della fine dei lavori della Commissione, Menicacci afferma (pag 368):

 

«Già dopo un anno di impegno la stampa parlamentare bene informata è in grado di anticipare le conclusioni e cioè:

 

- che la pista del traffico illegale di armi e di rifiuti pericolosi in Somalia è stata abbandonata per assoluta mancanza di riscontri (nessuna delle tante persone ascoltate vi si è riferito)

 

- che la Commissione sta verificando piste diverse, sempre in relazione al duplice omicidio, quale quella del fondamentalismo islamico.

 

È sorprendente notare le doti di preveggenza dell’avvocato, specie alla luce delle conclusioni tratte dal Presidente della Commissione nella sua relazione finale. O meglio, potrebbe essere curioso verificare le tesi sostenute dall’avvocato in sede di audizione e di deposito di documenti (quanto mai copiosi) raffrontandole a quelle sostenute dal Presidente Taormina.

 

 

In una lettera inviata alla Commissione Alpi-Hrovatin dall’avvocato Domenico D’Amati  il 4 marzo 2005 e contenuta nel doc. 0236 000, si legge:

 

«Devo infine rilevare che l'aw. Menicacci, nell'esporre le sue considerazioni sulla attendibilità delle notizie relative alla riunione in cui sarebbe stata decisa l'eliminazione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, non ha fatto alcun riferimento alle dichiarazioni rese in proposito dal cittadino somalo Hashi Omar Dirà, menzionato nella relazione della DIGOS di Roma in data 30.06.2000 (doc. 5 allegato alla mia memoria del 17.2.2004), secondo il quale fra i partecipanti alla riunione vi era Abdul Kadir Mohamed. Quest'ultimo risulta essere direttore del porto di El Maan, appartenente a Giancarlo Marocchino.

 

Il Dirà, querelato per diffamazione dal Mugne, è stato prosciolto dal Tribunale di Roma, con sentenza del 23.12.2004, di cui si attende la motivazione».

 

È sicuramente interesse dell’avvocato Menicacci citare solo gli aspetti che possono giovare al suo assistito, ma tale interesse non poteva certo coincidere con quello della Commissione. Non risulta, peraltro, che siano stati acquisiti dalla Commissione i documenti relativi alla querela di Mugne a Dirà, né che sia stato audito lo stesso Dirà.

 

 

 

Elementi sul traffico dei rifiuti

 

Riprendiamo gli elementi principali del capitolo relativo ai traffici di rifiuti della bozza di relazione distribuita ai Commissari dal Presidente Taormina il 20 febbraio 2006. Bozza che, il 22 febbraio è stata rimaneggiata dallo stesso Presidente della Commissione. Molte di queste parti, quindi, non ci sono più nella relazione finale della maggioranza mandata al voto.

 

La materia dei rifiuti è stata, comunque, spesso posta in strettissima connessione con quella delle armi inizialmente per l'esplicito riferimento a scorie nucleari o radioattive, con l'ovvia possibilità di un utilizzo non civile, e poi per una possibile esistenza di un accordo criminoso per cui le fazioni somale in guerra tra loro accettavano i rifiuti tossici in cambio di armi.

 

Come primo dato deve segnalarsi che la stampa italiana già nel corso del 1992 aveva iniziato a parlare di traffici di rifiuti tossici verso la Somalia; tali notizie erano state riprese anche in una interpellanza parlamentare del 24 giugno 1993 a firma dell'allora senatore Emilio Molinari.

 

Che Ilaria si stesse interessando anche a questo argomento è testimoniato anche dall'audizione del Bogor di Bosaso che ha confermato che Ilaria Alpi, oltre a domande sul traffico di armi e sulla flotta Shifco, gli aveva chiesto notizie anche su questo argomento. Un anno prima della sua morte, come già detto in altra parte di questa relazione, Ilaria aveva parlato di questo e del possibile utilizzo per occultare rifiuti tossici anche alla sua amica Rita Del Prete che lo ha confermato in audizione: "una storia che l'aveva sconvolta, una storia che aveva sentito dire: si costruivano strade che partivano dal nulla e finivano nel nulla, fatte apposta per scavare e mettere detriti tossici".

 

In precedenza, sentita dalla DIGOS di Roma il 18 novembre 1997 aveva precisato: "Ricordo infatti che una volta, nel 1993, mi parlò di una strada, sita nella zona di Garoe, che secondo lei cominciava e finiva nel nulla, e che serviva probabilmente ad occultare delle scorie radioattive. Non mi ha mai riferito però in particolare di indagini che pensasse potessero metterla in pericolo. Ricordo però che, durante l'ultimo periodo dei suoi viaggi, cioè nel 1994 e quando io mi trovavo più frequentemente a Lione, durante i nostri contatti telefonici, Ilaria mi disse che non voleva parlare di lavoro per telefono perché non si fidava delle linee. In tale occasione io la presi anche in giro, pensando che esagerasse".

 

Nel corso del procedimento di primo grado la difesa dell'imputato Hashi Omar Hassan ha chiesto di assumere la testimonianza di Fadouma Mohamed Mamud datrice di lavoro di Hashi, testimone fondamentale per il possibile alibi dell'imputato.

 

La parte della testimonianza pertinente all'oggetto del presente capitolo inerisce la conoscenza diretta, da parte della Fadouma, di Ilaria Alpi.  Fadouma è insegnante di lettere alle scuole medie, è stata anche coordinatrice volontaria della ASIARSI della Croce Rossa Internazionale, figlia di un generale di polizia poi sindaco di Mogadiscio e ha affittato una delle sue ville ad un'agenzia umanitaria.

 

La donna, nell'aula del Tribunale, ha dichiarato di aver conosciuto la giornalista nel dicembre 92, con la quale ha parlato della condizione della donna nell'ufficio di Alì Mahdi, e di averla rivista nel settembre 1993, e poi nel marzo del 1994 all'hotel SAHAFI per incontrare una ragazza somala, Farhia, che la Alpi le aveva chiesto di aiutare. La Alpi le aveva riferito di indagare su un traffico di scorie radioattive scaricate davanti alle coste somale, chiedendole cosa sapesse e come si potesse intervenire: "ILARIA mi aveva dichiarato che seguiva una certa pista, una pista abbastanza pericolosa, mi aveva detto che era una questione delicata, di cui io non dovevo parlare a nessuno, salvo con qualche persona che poteva, che poteva aiutarci, salvo una persona di cui io mi fidavo ciecamente, mi aveva parlato che lei si interessava a certe cose orrende che venivano fatte sulle nostre coste, sulle coste della Somalia, che esattamente, che venivano scaricate sulle nostre coste, sul mare dei rifiuti tossici, cose che noi sapevamo già, io l'avevo dichiarato che era una cosa che noi sapevamo, che tutti i somali sapevamo, ma eravamo impotenti, non potevamo fare niente.

 

Come già per il traffico di armi anche per quello dei rifiuti è costante la presenza di quel gruppo di personaggi trasversali a tutta la vicenda Alpi, a partire da Giancarlo Marocchino, Mugne fino ad arrivare all'allora colonnello Rajola Pescarini, responsabile della Somalia per il Servizio di intelligence militare.

 

Vale la pena ricordare che, tra le annotazioni presenti nel più volte citato block notes rosso di Ilaria Alpi, si legge, tra l'altro: "Pesca / Strada Bosaso-Garoe / Colera / Mugne (corretto in  Munye")2.

 

Proprio questa strada, per una metà della sua lunghezza, fu percorsa da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin nel tardo pomeriggio di martedì 15 marzo 1994, successivamente all'intervista al Bogor, per raggiungere in serata la cittadina di Gardo.

 

Anche per questo motivo assume qui particolare rilievo una vicenda, che coinvolge peraltro Giancarlo Marocchino, relativa al presunto seppellimento di rifiuti tossici lungo quella strada.

 

Il 21 settembre 2003 l'ing. Vittorio Brofferio, ex dirigente della impresa di costruzioni Lodigiani e preposto, dal giugno del 1987 al dicembre del 1988, alla direzione del cantiere per la costruzione della detta strada3, inviò una e-mail ai gestori del sito internet www.ilariaalpi.it4.

 

Riferiva Brofferio, che negli ultimi dieci anni aveva soggiornato quasi sempre all'estero per lavoro e che nel 2003 era rientrato temporaneamente in Italia per un incarico in Lombardia, di aver appreso - attraverso alcuni servizi televisivi - che il caso Alpi era ancora un mistero insoluto e che si parlava, tra le tante piste e vicende, di Giancarlo Marocchino e della strada Garoe-Bosaso con riferimento all'ipotesi di seppellimento di rifiuti tossici lungo il suo percorso.

 

Per tale motivo aveva deciso di segnalare con la e-mail di cui si è detto, e in seguito ai giornalisti di Famiglia Cristiana che lo avevano contattato dopo aver letto la mail, un episodio che lo aveva coinvolto direttamente nel periodo in cui dirigeva i lavori del cantiere: ".... ricordo che in occasione di una sua visita - lui accompagnava personalmente i suoi convogli di camion (Si riferisce a Giancarlo Marocchino che per il consorzio per il quale lavorava Brofferio offriva servizi di trasporto attraverso le proprie maestranze - n.d.r.) mi mostrò un telex, chiedendomi se fossi interessato a quanto il messaggio diceva: ricevere dei container da interrare in zone disabitate lungo la nostra strada, alla sola condizione di non aprirli per controllarne il contenuto. Feci presente a Marocchino che il compito che l'impresa mi aveva assegnato non contemplava altre attività che quelle strettamente collegate alla costruzione e che, oltre a ciò, quanto offerto era comunque contrario ai miei principi di collaborazione a cui sono stato educato. Firmato: ingegner Vittorio Brofferio.

 

 

 

L'inchiesta della Procura di Milano

 

Il dottor Romanelli, della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, ebbe ad istruire  un procedimento penale scaturito dalle dichiarazioni a lui rese, a partire dal 1997, da Giampiero Sebri il quale, anche accusando se stesso, riferì in ordine ad una ramificata organizzazione dedita al traffico internazionale di rifiuti.

 

Sebri dichiara di essere stato l'uomo di fiducia di Luciano Spada, morto nel 1989, uomo vicino ai politici del Partito socialista italiano e in particolar modo di Craxi e Pillitteri, impegnato nel traffico internazionale di rifiuti  insieme a Nicholas Bizzio. In alcuni dei 22 verbali di dichiarazioni rilasciate da Sebri si parla dei trasporti di sostanze tossiche e nocive in Africa, nella Repubblica Dominicana e ad Haiti.

 

Non mancano gli accenni al noto progetto Urano, ideato e promosso da Guido Garelli per lo smaltimento dei rifiuti in aree depresse del Sahara.

 

Il grosso dell'inchiesta, però, aveva riguardato un traffico che stava avvenendo in quel momento con destinazione Mozambico.

 

Ha detto il dottor Romanelli nell'audizione del 11 marzo 2004:

 

"l'investigazione sull'attualità è interessante, perché ...  riguardava un progetto, denominato Progetto Mozambico, che era nel senso dell'esportazione di rifiuti verso l'area di Maputo, in Mozambico, e, al di là dei dati formali, che sembravano attestare la regolarità del progetto, in realtà, da subito, emersero dei profili di illegalità significativi.... dalle intercettazioni emergeva che, in qualche modo, all'inizio si dovessero fare le cose in modo regolare e poi, una volta fatte in modo regolare, poi potesse passare di tutto. E certamente ci sono stati accenni, nella conversazione, a quel "di tutto". Il concetto era chiaro. Ma c'erano anche altri profili che, sicuramente, giustificavano l'investigazione; perché tra i soggetti coinvolti a vario livello, nelle varie società che avrebbero dovuto occuparsi della vicenda complessiva, vi erano soggetti che sono significativi. Ve ne era uno che, perlomeno a livello di forze di polizia, era noto come ex terrorista. .... Alcasar, .... aveva un passato estremamente complicato in varie parti del territorio nazionale ed era noto sicuramente anche come trafficante d'armi;

 

..... in particolare c'è un soggetto, che si chiama Bizzio, che nel corso di uno di questi incontri, in buona sostanza, dice di essere stato ora non ricordo se il primo o l'unico a portare dei rifiuti in territorio desertico. Ricordo addirittura una battuta che mi era rimasta abbastanza impressa, perché era una battuta pesante, di cattiva ironia, nel senso che diceva qualcosa come "tanto lì è il clima che smaltisce tutto", forse proprio facendo riferimento al fatto che potrebbero essere interrati. ..."

 

Sui fatti che si intrecciano con la vicenda Alpi-Hrovatin, il Sebri, già all'inizio della sua collaborazione negli interrogatori del 20 e 23 ottobre 1997, aveva riferito al dott. Romanelli; di aver incontrato il suo referente politico Luciano Spada e Giancarlo Marocchino a Milano alla fine degli anni '80; durante tale incontro Marocchino si sarebbe lamentato dell'esosità di funzionari somali e degli agenti dei servizi segreti italiani, nonché della presenza di una giornalista legata ai servizi, dai quali essa otteneva informazioni in forza di un rapporto intimo con un agente. Sebri si disse convinto che trattarsi di Ilaria Alpi6.

 

Nel corso dell'interrogatorio del 20/10/1997 Sebri dice che una società "mista" dal nome simile a "SOMA FISH", destinataria dei fondi della Cooperazione e nella quale era coinvolto un importante esponente somalo, forse un generale, era in realtà la copertura per un traffico di armi del quale sarebbero stati a conoscenza, pur essendo contrari, Craxi e Pillitteri. E dice di avere conosciuto Giancarlo Marocchino, dietro presentazione di Luciano Spada, nella seconda metà degli anni '80. L'incontro avvenne a Milano, in Piazza Duomo, continuando poi all'interno dell'edificio della Rinascente. Nel corso dello stesso Sebri fu testimone di una discussione fra Marocchino e Spada durante la quale il primo fece un punto della situazione degli affari in Somalia, lamentandosi di alcuni problemi che non riusciva risolvere. In particolare, Marocchino parlò di alcuni funzionari somali destinatari di tangenti, facendo cenno anche ai servizi italiani, i cui agenti erano esosi e incontrollabili. Marocchino si lamentò anche di una giornalista (apostrofandola con parole volgari), "legata ai servizi", in forza di un rapporto intimo con uno degli agenti, dal quale otteneva informazioni e "carte". Circa l'identità di tale giornalista, il Sebri si dichiara convinto, nel corso di questa prima escussione, che si tratti di Ilaria Alpi.

 

Nel verbale del 21/10/ 1997 Sebri approfondisce gli argomenti connessi al traffico di rifiuti e, circa quanto dichiarato nel precedente interrogatorio su Marocchino, conferma integralmente, aggiungendo e sottolineando di avere paura a trattare tali temi.

 

Il pm Romanelli utilizza il Sebri, insieme a un agente sotto copertura, per  intercettare Bizzio, Ruzzi e le altre persone coinvolte nel traffico con il Mozambico e l'inchiesta prosegue principalmente sui traffici in atto in quel momento sul presente.

 

Sebri torna a parlare di Ilaria Alpi nel 2000, in un verbale del 15 maggio dove corregge ed integra quanto affermato sull'incontro con Marocchino nel corso del primo interrogatorio. In particolare:

 

a) gli incontri con Marocchino sono stati due e non uno soltanto (quello già descritto precedentemente);

 

b) il secondo incontro sarebbe avvenuto nell'autunno del 1993, allorquando il Sebri fu contattato da un tale avvocato Maggi di Milano che lo convocava in un parcheggio sito a Milano in zona Arena. Giunto sul posto, Sebri vi trovava il Marocchino in compagnia di due persone ed assisteva ad una discussione fra il 'faccendiere' e uno dei due convenuti, in cui il primo si lamentava di non meglio precisate situazioni somale;

 

c) Sebri non è stato in grado di riferire in ordine al motivo della sua convocazione a tale incontro, precisando tuttavia che a seguito della discussione cui aveva assistito, entrambi, sia Marocchino che l'interlocutore di quest'ultimo (il terzo uomo era rimasto in silenzio) lo avevano invitato a recarsi in Somalia per partecipare alla loro attività.

 

d) Vi sarebbe stato poi un terzo incontro, fra il Sebri e i due uomini suddetti, avvenuto nella primavera del 1994 in Piazza Duomo. Nel corso dello stesso uno dei due (lo stesso interlocutore del Marocchino nell'incontro precedente) era tornato ad invitare il Sebri ad "assumere un ruolo" nell'attività somala aggiungendo, di fronte alle perplessità di quest'ultimo, che il problema della Somalia era stato risolto e che avevano risolto il "problema della giornalista comunista".

 

e) Sebri ha evidenziato di non essere assolutamente disposto a riferire circostanze utili alla identificazione dei due uomini incontrati insieme a Marocchino, affermando di temere per la propria sicurezza.

 

 

Il 1 ottobre 2000 esce, sul numero 39 di Famiglia Cristiana, un'intervista a Serbi che racconta l'intera storia.

 

Nel novembre  del 2000, intervistato da Maurizio Torrealta, Sebri fa per la prima volta il nome di Raiola Pescarini, indicando come tale il soggetto da lui incontrato una volta (nel 1993) insieme a Marocchino e un'altra volta nel 1994, assente Marocchino.

 

Nelle precedenti dichiarazioni rese al PM Romanelli aveva parlato genericamente di due uomini, indicandoli come appartenenti ai servizi segreti ma omettendo di farne il nome, per timore di rischi alla propria persona.

 

Il 10/11/2000, in un verbale alla Digos di Roma, Sebri  corregge ulteriormente alcuni punti della sua esposizione:

 

a) Conferma di aver conosciuto Marocchino tramite Spada e di averlo incontrato a Milano, alla Rinascente, sicuramente prima del 1989; Marocchino si era lamentato di problemi in Somalia, soprattutto con i servizi, il discorso era incentrato sullo smaltimento di rifiuti tossici, Spada lo assicurò che avrebbe risolto il problema tramite il 'testone', riferendosi a Craxi.

 

b) Il secondo e ultimo incontro con Marocchino avvenne tra ottobre e novembre 1993, sempre a Milano in zona Arena; Sebri era stato convocato dall'Avv. Maggi, non presente; erano invece presenti due persone, una delle quali si presentò come il colonnello dell'Esercito Luca Raiola (Sebri dichiara di essere certo del nome in quanto ritrovato nel libro "L'Esecuzione"). Anche in questa occasione Marocchino si lamentava delle difficoltà soprattutto economiche e Raiola lo tranquillizzò. Marocchino però, sempre adirato, disse che c'era "una tr...a di giornalista che stava rompendo i c...i, che aveva i documenti" e che aveva ottenuto informazioni da 'uno del gruppo di Raiola'. Questi però non rispose sul punto, mentre la persona che era con lui disse a Marocchino di smetterla.

 

c) Con Raiola Sebri ebbe poi un altro incontro ad aprile-maggio 1994, sempre presente anche l'altro uomo: in questo caso Raiola gli chiese di andare in Somalia, aggiungendo che "ognuno deve fare il proprio lavoro... chi sgarra viene sistemato, i giornalisti devono fare i giornalisti e non cercare di andare in mezzo a questioni militari...". Di fronte alle titubanze di Sebri,  Raiola disse pure "la giornalista comunista ed i suoi amici sono stati sistemati".

 

Sebri descrive fisicamente Marocchino, Raiola e l'altra persona presente ai colloqui: Sul primo aggiunge che aveva un accento del nord, forse ligure, mentre nelle dichiarazioni rese al PM Romanelli era stato più generico. Su Raiola afferma che è una persona più alta di lui, non meno di un metro e ottanta (mentre lo stesso ha una statura assai inferiore).

 

Sul punto ecco il giudizio del pm Romanelli audito dalla Commissione:

 

"... Questa dichiarazione mi lasciò e mi lascia perplesso, perché, in realtà... Il dichiarante non datava precisamente l'incontro; però forniva una serie di elementi che consentivano la datazione. E la datazione possibile era, a mio modo di vedere, assolutamente incompatibile con un disturbo di Ilaria Alpi in Somalia.... La cosa che inquietò di più è che quando l'indagine era sostanzialmente chiusa ed io avevo, probabilmente, già in qualche modo esternato quanto meno alla polizia giudiziaria che l'avrei chiusa come ho indicato, questo soggetto si ripresentò e modificò la data dell'incontro; meglio: disse che oltre quell'incontro ce ne era stato un altro, o due altri (adesso, presidente, non ricordo con esattezza); che questo secondo sarebbe stato successivo all'omicidio e che in questo secondo si sarebbe detto, da parte di un soggetto di cui non voleva parlare per motivi di sicurezza… Sarebbe stato un soggetto in qualche modo istituzionale, di cui il dichiarante non voleva parlare.... E in quella occasione sarebbe stata fatta la battuta che Ilaria Alpi.... Quello che mi aveva colpito è quello che ho detto in termini negativi, onorevole, cioè proprio il fatto che in un primo momento viene fatta l'indicazione su un incontro e in quell'incontro, che in realtà è databile molto prima, perché è databile 1986-87, ci sarebbe stato il riferimento alla Alpi e questo, francamente, è molto difficile. Secondo me non è vero. Quindi, poi, la correzione successiva è, insomma, una correzione. Poi, per carità, per una correzione ci sono mille ragioni, che possono essere ragioni vere, che quindi fanno essere vera la correzione...."

 

In chiusura va  detto che dopo la pubblicazione dell'articolo di Famiglia Cristiana, in cui compare l'intervista resa da Sebri, Giancarlo Marocchino e  Luigi Ruzzi, hanno querelato il testimone, i giornalisti autori dell'intervista e il direttore del settimanale per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Il procedimento penale si è concluso, in primo grado, nel maggio scorso, con l'assoluzione dei giornalisti e del direttore per l'applicazione della discriminante del diritto di cronaca ma con la condanna di Sebri a due mesi di reclusione e al risarcimento del danno subito dalle parti civili.

 

 

 

La Procura di Asti

 

Un ulteriore filone investigativo sui traffici di rifiuti verso la Somalia è stato sviluppato dalla Procura di Asti.  Anche in questo caso la figura di Giancarlo Marocchino e al centro dell'interesse degli inquirenti.

 

L'avvio da parte di quella Procura di intercettazioni telefoniche e ambientali, a seguito di un primo sviluppo delle indagini nei confronti di Ezio Scaglione, ha infatti evidenziato rapporti di affari fra lo stesso e Giancarlo Marocchino, rapporti nei quali la Procura ha intravisto accordi finalizzati all'importazione di rifiuti pericolosi.

 

In questo caso, il radicamento del procedimento penale ad Asti segue alla denunzia presentata da un imprenditore lombardo operante nel settore rifiuti in Lombardia, il quale, verso la fine del 1996, riferiva di essere stato contattato da un imprenditore veneto, Giancarlo Bellotto operante nello stesso settore, e che quest'ultimo gli aveva presentato poi il Prof. Ezio Scaglione come soggetto che poteva occuparsi dello smaltimento di rifiuti tossico nocivi e comunque pericolosi in Somalia. L'imprenditore, non interessato all'affare, aveva presentato lo Scaglione al suo collega Gambaruto Giusto, titolare della Cofir di Asti.

La locale Procura - su autorizzazione del GIP e con il consenso degli interessati escluso lo Scaglione - predisponeva servizi di intercettazione ambientale al fine di monitorare gli incontri tra questi imprenditori.

 

Durante uno di questi incontri, lo Scaglione, dopo aver precisato di essere stato nominato dal 1992 Console Onorario di Somalia in Italia e quindi di  godere della piena protezione del Presidente Ali Mahdi, riferiva di essere alla ricerca di ingenti quantità di rifiuti tossico nocivi da esportare, scaricare e stoccare in territorio somalo.

 

Nell'incontro successivo, lo Scaglione ribadiva che il dr Roberto Nesi della MIB Project di Livorno avrebbe curato tutte le procedure doganali per l'imbarco e che il "costo grande" dell'operazione sarebbe stato il presidente Ali Mahdi.

 

Per giustificare la mancanza di risposta alle proposte dello Scaglione, fu suggerito dagli investigatori al Gambaruto di manifestare allo Scaglione le proprie perplessità a spingersi avanti nella operazione alla luce di un servizio televisivo trasmesso in quei giorni sulla vicenda di Ilaria Alpi, e sulle vicende di Giancarlo Marocchino. Lo Scaglione dava atto di conoscere e stimare molto il Marocchino e concordava circa la prudenza di Gambaruto affermando che il Presidente Ali Mahdi gli aveva comunicato di fermarsi un attimo in quella operazione.

 

Su tali basi venivano attivate intercettazioni telefoniche sull'utenza di Ezio Scaglione dalle quali si evidenziavano i rapporti che questi intratteneva con Giancarlo Marocchino.

 

A differenza dell'indagine precedente, mancano nell'inchiesta di Asti elementi di immediata riconduzione alla vicenda Alpi-Hrovatin, se non per alcune conversazioni telefoniche intercettate; tra Marocchino e Claudio Roghi, nel corso delle quali il primo vanta consapevolezze sul duplice omicidio, ed altre relative a Faduma Aidid (figlia del noto generale somalo) nel corso delle quali la donna esterna considerazioni o presunte consapevolezze sull'omicidio dei due giornalisti.

 

Nel corso delle indagini sono  state intercettate numerose conversazioni telefoniche indiziarie di un coinvolgimento di Marocchino, insieme ad altri indagati, in un traffico di rifiuti tossici verso la Somalia.

 

Di tali intercettazioni, la Commissione ha preso visione unitamente agli altri documenti acquisiti presso la Procura di Asti. Fra tutte ve ne sono alcune, cui gli inquirenti hanno attribuito grande rilievo, captate fra Marocchino ed il già citato Roghi e, soprattutto, fra Marocchino ed Ezio Scaglione.

 

Secondo la Procura di Asti tali ultimi due personaggi avevano tentato di organizzare un traffico di rifiuti tossici fra il nostro paese e la Somalia, per il quale Scaglione avrebbe procacciato clienti in Italia mentre Marocchino avrebbe assicurato la compiacenza delle autorità locali e dato supporto logistico all'operazione. A sostegno di tale ricostruzione, oltre alle risultanze che in seguito si esporranno, vi sono anche alcune intercettazioni ambientali riportanti i colloqui fra Scaglione e alcuni imprenditori italiani7, ai quali il primo illustrava il progetto di smaltimento dei rifiuti in Somalia, facendo riferimento a Marocchino e alle possibilità offerte dalla prezzolata compiacenza di Ali Mahdi ("... il costo grande dell'operazione...").

 

È in questa chiave interpretativa sono state lette le altre conversazioni intercettate, come ad esempio quelle in cui Roghi raccomandava al Marocchino, in quel momento impegnato nella costruzione del porto nella località somala El Man, di adoperarsi per ottenere una "free zone" nell'ambito dello stesso oppure, in maniera più pregnante, i dialoghi fra Scaglione e Marocchino8, contenuti soprattutto in tre conversazioni dell'estate 1997, inquadrate ed interpretate dagli inquirenti nel contesto illecito di cui si è detto ed emerso ai loro occhi già da un anno a seguito della captazione degli accordi di Scaglione con imprenditori italiani. 

 

La telefonata 253 dell'1 agosto 1997 parte da un inquadramento politico della situazione locale fatta da Marocchino a Scaglione fino a quando quest'ultimo, rimandando a discorsi già fatti, fa riferimento a "quegli altri due problemi". Marocchino comprende e risponde di aver parlato con Ali Mahdi ma di doverlo incontrare con più calma. A tal proposito aggiunge che, allorquando avrò modo di incontrare il Presidente, dovrà presentare il suo progetto come qualcosa di socialmente utile: "Io devo metterla giù qua in modo che, che noi faremo una specie di, di, come posso dire e.... chiamiamolo bruciatore, quello lì per dare energia elettrica alla popolazione e via di seguito, la cosa va impostata in quel modo lì per cui lui  può dimostrare che fa questa cosa qua per dare benessere a.... al paese, per dare energia al paese, dobbiamo metterla su quel là, mica no se no sono guai, va in mano a un giornalista.... Attacca lo .... Niente si attacca subito che stiamo portando bla... bla". Su queste parole Scaglione lo interrompe bruscamente "eh! Ba, ba, stop niente altro per telefono, se è il caso quando mi dici che la cosa è fattibile mi fate una lettera di conferma di quelle che già avevo a mano mia e poi con quella io vi dico esattamente cosa dobbiamo fare".

 

Infine, nella telefonata nr. 58 del 14 agosto 1997, Marocchino riferisce a Scaglione che "sta aspettando che mi arriva di nuovo il capo ... e lì il capo io ho sentito proprio l'altro giorno, non io direttamente, ma il suo uomo di fiducia e ha parlato, abbiamo parlato assieme.... E perché ti spiego è stato chiamato da più di .... Ufficialmente dalla Nazioni Unite .... Che i primi di ottobre , tutti si devono presentare a .... a Bosaso per formare il nuovo Governo". Giancarlo ribadisce che si dovrà attendere ancora alcuni giorni e Scaglione dice "Ho capito, comunque pensi che quel discorso si possa fare perché qui (in Italia) mi chiedono qualcosa e io non so cosa dire". Marocchino lo rassicura "Si io penso che, quando lui c'ha il potere penso che.." e poi continua con un nuovo profilo: "... senti Ezio una cosa volevo dirti....e .... Una operazione tanto per .... Una operazione fatta diciamo tra di noi (secondo gli investigatori starebbe a significare senza il placet formale di Ali Mahdi), in poche parole non so due-tremila furti, roba del genere ... ". Scaglione gli risponde: "Io posso farne anche da ventimila, il tempo di organizzarla ...il problema è che ho bisogno dell'autorizzazione, di qualcuno che firmi, se no non si sposta neanche una paglia qui in Italia".

Marocchino quindi sembra suggerire "giri al .... Giri al .... Eh altri giri" sottintendendo, secondo la Procura, il ricorso ad "altri giri" ovvero ad ambienti corrotti in grado di dare le necessarie autorizzazioni. Tale interpretazione infatti sembra essere confortata dalla risposta secca di Scaglione che si preoccupa di possibili conseguenze giudiziarie: "No, quell'ambito lì guarda, per carità .... Voglio continuare a mangiare a spese mie, capiscimi ...".

 

Va detto che la procura di Asti non si è limitata a raccogliere indizi del traffico di rifiuti, soltanto attraverso le attività tecniche. Ha ricercato anche ulteriori riscontri alle proprie ipotesi investigative attraverso una perquisizione in danno di Ezio Scaglione, all'esito della quale sono stati acquisiti altri elementi di forte interesse.

 

Fra le altre cose, nel corso della perquisizione, veniva rinvenuto l'atto costitutivo della società Italricambi srl con sede in Mogadiscio, creata il 17 marzo 1998, tra Giancarlo Marocchino, Ezio Scaglione e un somalo a nome Mohamed Ali Isse. L'oggetto sociale della società era l'importazione e l'esportazione di tutte le merci consentite dalla legge somala e in particolare l'importazione e la vendita di pezzi di ricambi, mezzi di trasporto, fuoristrada, trattori.

 

Veniva poi rinvenuta una memoria con la quale veniva dato atto che "altri accordi starebbero maturando per l'introduzione in Somalia di residui tossici aggirando ogni problematica ecologica".

 

Ancora, venivano rinvenuti in originale due documenti: il primo redatto in Mogadiscio il 19 agosto 1996 e firmato dal presidente ad interim Ali Mahdi Mohamed con firma autenticata dal notaio, con il quale veniva rilasciata a Ezio Scaglione l'autorizzazione a creare un impianto di stoccaggio per la trasformazione di rifiuti. Pinzata a questo documento veniva rinvenuta fotocopia su carta fax della cartografia dell'area portuale di El Man costruita da Marocchino; il secondo, avente per oggetto l'autorizzazione alla realizzazione di una discarica per lo smaltimento di rifiuti speciali e tossico nocivi, datato il 23 settembre 1996. Con lo stesso il direttore dell'ufficio del presidente - tale Ibrahim Farali Abdi - richiamato il decreto del 19.8.1996, autorizzava9 Scaglione a realizzare e gestire una discarica del tipo "C" per lo smaltimento di rifiuti tossici da situarsi nella zona denominata "EL BARAF"10.

 

Veniva poi sequestrato un fax trasmesso dalla Morris Supplies Somalia (società, secondo quanto poi sarà riferito da Scaglione, facente capo a Marocchino) indirizzato a Scaglione il 19.8.1996 nel quale, richiamato il decreto presidenziale del 19.8.1996, si comunicavano prezzi e condizioni per l'invio di 5000 tonnellate (per i primi tre o quattro mesi) di fanghi galvanici, morchie di vernici, terre di fonderie, ceneri da elettro filtro. Il prezzo era di 400 lire al kg, da regolarsi in marchi tedeschi.

 

A parere della Procura, almeno una spedizione di prodotti pericolosi sarebbe stata portata a termine. Il fatto, ricostruito solo documentalmente e attraverso l'acquisizione di testimonianze, sarebbe avvenuto nel maggio 1997 e vi sarebbero stato coinvolto Giancarlo Marocchino come destinatario, in Somalia, della merce. La merce, sotto la copertura documentale di "prodotti domestici", avrebbe compreso in realtà materiali di ferramenta, fra cui prodotti chimici e vernici a solvente il cui Marocchino, circa i fatti contestatigli, non ha inteso rispondere al P.M.

 

In Commissione ha invece fornito, su tale ultima circoscritta vicenda, la seguente spiegazione: ".... io ero in rapporti con Nesi, uno spedizioniere di Livorno, che ha mandato giù questo contenitore. Era morto il padre di un certo Cipollini, un ragazzo amico di Roghi, che faceva le pizze e non voleva andare a lavorare nella bottega di ferramenta lasciata dal padre; allora, mi ha proposto di inviare tutta questa roba a Mogadiscio per venderla e io ho acconsentito. È stato così riempito un contenitore con gli articoli di questa bottega di ferramenta (tra cui anche vernice) e Nesi si è occupato del trasferimento da Livorno a Mogadiscio, il Meet Project....."11.

 

Scaglione, di converso, già in fase di indagini fu interrogato su tutte le circostanze acquisite e, pur non negando quanto a lui addebitato, ha tuttavia offerto una versione, non priva di qualche contraddizione, tendente a ridimensionare la propria responsabilità a danno di Marocchino.

 

Nell'interrogatorio del 11.12.1998 Scaglione dice: "Il GARELLI ed il MAROCCHINO quando andammo a Milano si conoscevano da circa due o tre settimane, cosi mi disse il MAROCCHINO stesso. Ci trovammo, definita la questione dell'auto che dovevo comprare tutti a Nairobi dal MAROCCHINO che ci aveva preceduto in albergo da qualche giorno all'albergo Hotel 68. Ricordo che il viaggio fu fatto in aereo e la partenza era da Roma credo si fece scalo direttamente a Nairobi. A Nairobi il GARELLI mi prospettò il progetto "URANO". secondo cui avremmo dovuto organizzare l'esportazione transfrontaliera di rifiuti tossico-nocivi . Il progetto era già pronto io aderii e firmai. Firmò anche il MAROCCHINO con me".

 

 "Per quanto riguarda i rifiuti radioattivi e/o nucleari alla mia precisazione il GARELLI mi espose un foglio di carta comune A4 che recava la sezione verticale di una sorta di cilindro in piedi in metallo contenente al suo interno " una camera " in cui avrebbero dovuto essere posti i rifiuti radioattivi e/o nucleari."

 

 "I rapporti con MAROCCHINO riprendono nel 1996 quando questo mi chiama e mi dice che la Somalia aveva raggiunto un poco di stabilità e secondo lui si poteva riavviare il progetto che in allora era stato esaminato da me in Nairobi, preciso che intendo in senso lato e cioè mi riferisco sempre a un progetto di esportazione di rifiuti transfrontaliera."

 

"Preciso che quando io ebbi l'autorizzazione da ALI MAHDI - peraltro inviatami da un amico di MAROCCHINO che giunto in Italia me la imbucò al mio indirizzo - precisai poi con il MAROCCHINO che di rifiuti nucleari e radioattivi non se ne faceva nulla per quanto mi riguardava. Dico ciò perché il MAROCCHINO mi fece la proposta anche in questa occasione di uno smaltimento anche di quel tipo di rifiuti dicendo, che lui stava costruendo un porto a El Maan e che quei rifiuti lui li poteva smaltire cementandoli in cilindri simili a quelli del disegno che GARELLI mi sottopose e che lui poi avrebbe messo in containers con i quali faceva la banchina del porto di El Maan."

 

"Lo Scaglione alla contestazione di telefonate registrate dove parlano lui e il MAROCCHINO relativamente ad "Altri Giri" per lo smaltimento in Somalia di rifiuti precisa che pur non sapendo in cosa e come si concretizzassero questi altri giri, ha rifiutato la richiesta del MAROCCHINO atteso che era evidente che il binomio "Altri Giri" faceva cenno a traffici illegali, anche in considerazioni delle pregresse - ma rifiutate - offerte da parte del MAROCCHINO di smaltimenti di rifiuti nucleari e radioattivi in Somalia."

 

 

Nell'interrogatorio del  15.12.1998 , Scaglione afferma:

 

"Il progetto URANO, firmato in Nairobi diviene lettera morta perché il GARELLI fu ricoverato in ospedale a Torino e poi ci fu l'intervento dei Carabineri di Alessandria che sequestrarono tutto. Conosco il Fortunato MASSITTI, una persona di circa 35-40 anni capelli neri, alto e magro, militare che avevo conosciuto in Somalia a casa di Giancarlo MAROCCHINO in occasione di una cena dove aveva preso parte, mi pare il MASSITTI e un'altro collonello di stanza a Mogadiscio. Non mi dice nulla il nome RAIOLA."

 

Si dà atto che all'indagato vengono fatte ascoltare conversazioni telefoniche n. 253 del 01.08.97, n. 10 del 8.8.97, 58 del 14.8.97 fra SCAGLIONE e MAROCCHINO.

 

"Ricordo le conversazioni e le confermo. Il MAROCCHINO mi diede dei chiarimenti ed io dissi come doveva essere redatta l'autorizzazione per lo smaltimento dei rifiuti tossici in Somalia e gli inviai un fax di come doveva essere rilasciata. Gli accordi con MAROCCHINO Giancarlo per lo smaltimento dei rifiuti tossici in Somalia erano quelli di coinvolgere il presidente ALI MADHI che avrebbe avuto una quota nella società attraverso una terza persona al fine di non farlo figurare. Preciso che fu il MAROCCHINO a dirmi che era necessario coinvolgere il presidente ALI MADHI, anzi lo stesso MAROCCHINO mi disse che era lo stesso presidente che chiedeva di essere coinvolto nell'affare dello smaltimento dei rifiuti tossici in Somalia e che la sua quota, anche se non fu mai detto con precisione, doveva aggirarsi fra il 35 e il 50% come da esperienza da me fatta personalmente su esportazioni di materiali giunti a Mogadiscio. Il MAROCCHINO mi disse che ai capi tribù doveva essere prospettato un progetto di costruzione di un forno inceneritore "bruciatore" che mai sarebbe stato realizzato ma che doveva coprire lo smaltimento dei rifiuti tossici in Somalia e questo escamotage era stato studiato da MAROCCHINO e da Ali Mahdi per nascondere il vero motivo dell'arrivo dei rifiuti tossici in Somalia che in realtà non andavano ad alimentare un inceneritore per produrre energia per la città di Mogadiscio ma dovevano essere scaricati in una zona di terra a nord di Mogadiscio ove era previsto un sito a norma di legge italiana per lo smaltimento dei rifiuti."

 

 "Il documento manoscritto che mi viene posto in visione (allegato n.6 annotazione prot.819/98) lo confermo come appunto scritto in sede di riunione avvenuto in Lignano nel 1996 presenti io, mio padre e il sig. KOPP. Preciso a richiesta che il 10% si riferisce alla percentuale che doveva essere corrisposta per garantire il pagamento a MAROCCHINO e soci e dell'altra parte l'effettivo scarico dei rifiuti. " tempi ecc." indicava i tempi e modi di costituire una società a me intestata che andava ad occuparsi di tale operazione. " come avviene lo scarico " stava a significare di come organizzare da nave a banchina lo scarico dei rifiuti che il MAROCCHINO diceva di aver risolto con lo shetter "tasse e fatture" riferito ai documenti di trasporto e la tassazione che doveva essere applicata. A domanda dico che gli imprenditori che avevo interpellato mi avevano detto che i rifiuti potevano raggiungere la Somalia attraverso la triangolazione e cioè rappresentando documentalmente il viaggio dai porti di Tolone e/o Marsiglia e non dal luogo effettivo di partenza, ma comunque che questa era procedura del tutto regolare. Prendo atto che mi viene fatto osservare che non può ritenersi del tutto regolare una procedura in forza della quale viene rappresentato documentalmente un luogo di partenza di un trasporto di quello effettivo. Io torno a ripetere che tale procedura mi venne dichiarata come lecita e che era usuale. Alla voce " contenuto dei fusti ec..." era un'obiezione che mi fece MAROCCHINO Giancarlo rivendicando il diritto a campione di ispezionare il carico e di rifiutare eventualmente rifiuti non riportati nei documenti di trasporto. Questa osservazione di MAROCCHINO mi fece sorridere perché mi domandavo come lui potesse essere in grado di identificare un tipo di rifiuto piuttosto che un altro e contrapporlo con i documenti di spedizione. Tale sua richiesta avvenne per via telefonica . "altri rifiuti come radioattivi .prezzi una media ..." ciò significava che si potevano smaltire rifiuti radioattivi e preciso che Giancarlo MAROCCHINO in una delle varie conversazioni telefoniche che io ebbi con lui personalmente mi parlò della costruzione di un porto nella zona nord di Mogadiscio in località El Maan sostenendo di potere nella banchina, annegandoli nel cemento, stivare rifiuti radioattivi. Quindi molto probabilmente l'appunto scritto da mio padre si riferisce a questa conversazione e cioè che il MAROCCHINO disse che aveva l'opportunità di smaltire anche rifiuti radioattivi nel costruendo porto di El Maan e lo stesso MAROCCHINO mi rassicurò sostenendo di poter stoccare tali rifiuti con del cemento e delle rocce che andavano a costituire la banchina del porto. Ricordo che la telefonata avvenne sull'utenza di casa un sabato pomeriggio fra l'inverno 1996 e l'inverno 1997. Il MAROCCHINO diceva che i rifiuti radioattivi dovevano essere annegati nel cemento e poi messi a dimora per andare a costituire il nucleo della banchina portuale di El Maan.

 

 

Ovviamente la Commissione ha inteso approfondire la vicenda, quindi sul punto sono stati auditi, tra gli altri, Ezio Scaglione e Giancarlo Marocchino.

 

Così, per quanto riguarda il primo, anche innanzi all'Organo parlamentare ha offerto una versione del proprio ruolo e delle attività indagate assai ridimensionata rispetto a quanto obbiettivamente emerge dagli atti di indagine, sollevando non poche perplessità più volte espresse dal Presidente e dagli altri commissari.

 

Riassumendo in poche righe, Scaglione ha riferito12 di essersi interessato al traffico di rifiuti su attivazione di Giancarlo Marocchino, con i quali riprese i contatti nel 1996 su iniziativa del secondo proprio per tale affare e che a tal fine gli fece ottenere le già citate autorizzazioni di Ali Mahdi. Scaglione ha insistito nel dire che dal suo punto di vista si trattava di attività lecite, alle quali prese ad interessarsi, contattando imprenditori del settore, al mero scopo di esperirsi in tale attività e valutarne la convenienza, fino a quando, subodorando  un retroterra di illiceità nelle proposte che provenivano dalla Somalia, si "chiamò fuori".

 

Una versione, come si diceva, che ha sollevato le perplessità della Commissione, perché stridente innanzitutto con il contenuto delle intercettazioni - che sono state contestate allo Scaglione - il quale, in breve, vi ha posto la difesa che si trattasse di parole alle quali non seguirono i fatti.

 

Più decisa la difesa di Marocchino, chiamato a rispondere non soltanto di quanto era emerso nell'ambito delle intercettazioni, ma anche a seguito delle affermazioni dello Scaglione che, come già detto sopra, in special modo alla Procura della Repubblica di Asti aveva posto l'accento sul ruolo di Marocchino sminuendo il proprio.

 

Marocchino ha quindi evidenziato la scarsa attendibilità di Scaglione: "un ragazzo che sta giocando nelle favole ... lo tenevo alla corda perché è un mezzo stupidino. Se avessi dovuto fare delle operazioni non le avrei mica fatte con quella persona, ...." e ha giustificato la gravità delle affermazioni da quest'ultimo rilasciate al dott. Tarditi con la paura di conseguenze giudiziarie in caso di mancata collaborazione.13

 

Più in generale, nel corso dell'audizione dedicata a questi temi, Marocchino non solo ha negato ogni genere di coinvolgimento nei traffici di rifiuti ma ha anche dichiarato inversomile che gli stessi possano essere stati condotti, almeno nella zona di Mogadiscio, da lui conosciuta: "io vi assicuro, anzi ci metto la mano sul fuoco, che da Mogadiscio a 100 chilometri di distanza non c'è niente. Non sto parlando del nord, perché quella zona non la frequento, stando a millecinquecento chilometri di distanza; quindi, è come se stando Roma parlassi della Sicilia".

 

A suo avviso, quindi, si tratta solo di fantasie di alcuni giornalisti "sono questioni riferite dai giornalisti, che hanno fatto i loro scoop, però nessuno ha mai provato l'arrivo di un fusto di rifiuti tossici".

 

Quanto alle emergenze delle indagini, fra tutte le telefonate intercettate, Marocchino ne ha minimizzato il valore: "Non nego le parole da me pronunciate, sto solo dicendo una cosa. Nel processo di Asti, nel quale è stata disposta l'archiviazione, ci sono delle intercettazioni dalle quali risulta che io magari ero disponibile a portare avanti degli affari, perché sono un uomo di commercio".

 

Alle precise contestazioni ha spiegato che i "due tre mila fusti" da far arrivare con "altri giri" altro non erano che olio usato, che in Somalia poteva essere riutilizzato per autotrazione. Tale evidenza sarebbe stata chiara, a detta di Marocchino, se la Procura non avesse selezionato le intercettazioni escludendone alcune dalle quali sarebbe trasparita la natura lecita del suo operato, intercettazioni che, peraltro non risultano esistenti agli atti della Commissione.

 

In sintesi Marocchino ha riferito alla Commissione di essersi interessato, nei colloqui con Scaglione, all'importazione dell'olio esausto che - come spiegato nella nota che precede - non avrebbe integrato un trasporto illegale di rifiuti in quanto materiale da reimpiegare in Somalia. Circa il tenore delle conversazioni intercettate, allorquando si parla di autorizzazioni da ottenere da Ali Mahdi, Marocchino ha spiegato che si trattava di un ulteriore progetto, che a differenza del primo era nato dalla ideazione di Scaglione: "parlavamo di questo bruciatore che dovevamo fare, anzi che aveva in mente lui. Tutte cose che aveva in mente, ma tutte cose che... un bruciatore per i rifiuti urbani, sia quelli in Somalia, sia quelli che lui doveva mandare giù, se ci davano questa autorizzazione.....un progetto qui in Italia, un progetto per lo smaltimento di rifiuti urbani e si doveva costruire un inceneritore in Somalia. Questo era il progetto che lui aveva in mente di fare, però con l'autorizzazione italiana....". Marocchino aggiunge che la cosa peraltro aveva una ratio, in quanto avrebbe consentito di risolvere l'emergenza dei rifiuti a Mogadiscio, su cui anche l'ONU aveva incontrato difficoltà: "...In quel periodo in Somalia c'erano delle montagne di rifiuti urbani; quindi, veniva giù l'ONU che organizzava e pagava 100 mila dollari a botta per prendere tutti questi rifiuti, pulire la città e levarli; però, questi rifiuti praticamente da destra andavano a sinistra e, dopo un po', ritornavano di nuovo a sinistra e dopo sei mesi c'erano di nuovo i rifiuti. Era un po' il trucco del Balilla: l'ONU veniva giù e faceva queste cose. Allora, noi avevamo pensato ..."

 

La cosa non ebbe seguito in quanto lo Scaglione non riuscì ad ottenere le necessarie autorizzazioni italiane.

 

 

 

La Procura di Torre Annunziata

 

Per completezza d'analisi un seppur breve cenno deve essere fatto alle dichiarazioni di Francesco Elmo raccolte dall'allora comandante della Stazione Carabinieri di Vico Equense, Vincenzo Vacchiano. Questi, che all'epoca agiva su delega della Procura di Torre Annunziata, sentito in Commissione ha spiegato che nella fase iniziale delle indagini da lui condotte14, ebbe a raccogliere le dichiarazioni di Francesco Elmo15, che, a fine dell'anno 1995, poco tempo dopo l'arresto, iniziò "ad ampliare la sfera della sua collaborazione" ai traffici di armi riferendo sia di un traffico riguardante i paesi balcanici gestito da tale Nicolas Oman, personaggio cui sarebbe stato collegato il Giorgi16, sia di traffici verso la Somalia con il trasporto delle stesse a bordo di navi di un personaggio indicato da Elmo come " l'ing. Muni", poi identificato nell'ing. Mugne della Shifco.

 

Il filone di indagine riguardante Mugne è stato esplorato anche dai Carabinieri di Vico Equense nell'ambito dell'inchiesta "cheque to cheque". Il Luogotenente Vacchiano ha riferito al riguardo che, dopo avere acquisito le prime sommarie informazioni da Francesco Elmo, furono sviluppati gli accertamenti, che poi condussero al duplice omicidio Alpi-Hrovatin. Dalle precisazioni di Vacchiano emerge che egli acquisì informazioni dal giornalista Torrealta e dal Capitano Sottili. Con quest'ultimo ebbe modo di incontrarsi a Trieste (ove Sottili era stato trasferito da Gaeta) in occasione di accertamenti svolti a verifica delle dichiarazioni di Francesco Elmo per fatti di riciclaggio. Sottili gli riferì che in precedenza, quando comandava la compagnia di Gaeta, aveva avuto modo di occuparsi di un traffico di armi verso la Somalia a mezzo di navi della Shifco e, in qualche modo, anche dell'omicidio Alpi-Hrovatin, per cui, poi, aveva probabilmente svolto qualche indagine anche a Trieste.

 

Ulteriori accertamenti furono, inoltre, compiuti dal Vacchiano attraverso l'esame degli atti trasmessi in copia alla Procura di Torre Annunziata da quella di Latina, che riguardavano le indagini svolte a Gaeta da Sottili. Comunque, trattandosi di traffici che potevano essere messi in correlazione con l'omicidio Alpi, tutta la documentazione venne trasmessa per gli approfondimenti alla Procura di Roma.

 

Vacchiano ha, quindi, chiarito come nell'indagine fosse stato introdotto anche il riferimento al Colonnello del Sismi Mario Ferraro e al M.llo Vincenzo Li Causi: Francesco Elmo, difatti, sosteneva che in epoca precedente al suo arresto aveva lavorato per i Servizi, chiamando in causa, per questo, anche il Colonnello del Sismi Mario Ferraro, ma tali circostanze non avevano trovato alcun riscontro; sempre Francesco Elmo aveva fatto riferimento, in tale contesto, anche alla persona del Maresciallo Li Causi in relazione ad un "probabile traffico di scorie radioattive verso la Somalia", e che anche per tali fatti l'approfondimento fu rimesso dal Procuratore di Torre Annunziata alla Procura di Roma, competente per le indagini.

 

Peraltro dalle precisazioni fornite dal Luogotenente Vacchiano emerge che né a seguito delle dichiarazioni di Francesco Elmo né a seguito dello sviluppo delle indagini fu accertata l'esistenza di rapporti di conoscenza tra il Colonnello Ferraro e Ilaria Alpi, né - si aggiunge - fu individuato un collegamento tra l'omicidio Alpi, la morte di Ferraro (avvenuta nel 1995) e la morte di Li Causi (ucciso il 12 novembre 1993 in Somalia nei pressi di Balad in Somalia).

 

 

 

Ulteriori accertamenti della Commissione sulla presenza di rifiuti speciali in Somalia

 

Il tema è stato richiesto a tutti coloro i quali, a vario titolo, hanno frequentato la Somalia e, pertanto, sono stati in grado di cogliere qualsivoglia informazione.

 

La prova dichiarativa raccolta, in verità, appare di scarso significato, riducendosi spesso ad una comune percezione di voci correnti; così l'appartenente al Sismi Alfredo Tedesco18, il quale ha dichiarato che "in Somalia si parlava di tutto: si parlava di rifiuti tossici, di armi, di tutto, ma prove concrete che ce ne siano stati, che ce li abbiano messi prima o dopo ...No".

 

Anche il colonnello Fulvio Vezzalini, in merito ai rifiuti, ha dichiarato di averne appreso dell'esistenza "senza alcuna prova di fatto. Ho sentito dire che c'erano delle aree nel nord in cui scavavano delle grosse buche e ci buttavano dentro dei fusti ... attraverso chiacchiere con gente del luogo ... Mi dicevano che nel nord c'era questa attività".

 

Giorgio Cancelliere, geologo e collaboratore della ONG Africa 70 di stanza a Bosaso dal maggio 1993, ha dichiarato di essersi interessato di rifiuti in due occasioni: "il primo caso fu un'indagine di UNEP (è un'agenzia delle Nazioni unite), che compì un'indagine lungo la costa, nella zona della barriera corallina. Fu un'indagine di spettrografia per determinare la presenza di rifiuti tossici. Il secondo caso, che però non riesco ad inquadrare nel tempo, credo del 1996 o del 1997, riguardò un'esplosione in un'area del nord est della Somalia, a 250 chilometri a nord di Irigabo. Questa esplosione fu segnalata da contadini che videro una grande fascia azzurra, udirono una grande esplosione dopo la quale ci fu una moria di animali. Le Nazioni Unite inviarono delle missioni per questo motivo, e ci sono moltissime documentazioni".

 

Diversi giornalisti italiani hanno poi cercato di raccogliere informazioni più dettagliate direttamente sul posto.

 

Come Remigio Benni, corrispondente dell'Ansa, che mentre  si trovava a Nairobi nell'estate del 1992, prese contatto con alcuni gruppi di rappresentanti somali lì presenti: "Uno di questi gruppi, che faceva capo al generale Aidid mi documenta, ad un certo punto, la presenza di un accordo esistente con il governo di Ali Mahdi, in particolare firmato del cosiddetto ministro della sanità del governo provvisorio di Ali Mahdi, per un traffico di rifiuti tossici e nocivi con una società che aveva sede in Svizzera. Era un accordo che prevedeva un compenso di vari milioni di dollari ... e che si sarebbe concluso nel 2011, come durata, questo perché, appunto, avrebbero dovuto trasportare rifiuti tossici e nocivi scaricandoli in Somalia". Ha spiegato inoltre di non sapere la provenienza del trasporto dei rifiuti, pur cercando di approfondire la questione: "cercai dei riscontri presso l'ambasciata Svizzera di Nairobi: trovammo l'indirizzo che era segnato sulla fotocopia di accordo che mi era stata consegnata, però il nome della società era leggermente diverso, sembrava che ci fosse stato un errore di battitura o qualcosa di questo genere. Cercammo di metterci in contatto con questa società, perché con me c'era un altro collega, che era Zamorani, del Giornale nuovo, che era arrivato in quei giorni, ma purtroppo non arrivammo concludere nulla", per la difficile situazione esistente in Somalia.

 

Successivamente nel ricercare contatti per ottenere informazioni, "il governo di Ali Mahdi smentì decisamente che ci fosse mai stato un accordo di questo tipo; gli uomini di Aidid ne parlavano come se non sapessero dove fosse possibile rintracciare dati, anche perché non escluderei che quel documento che mi era stato fornito fosse una sorta di provocazione per creare, da un certo punto di vista, disinformazione e, dall'altro, per tentare di mettere sulla pista qualcuno, però senza dargli elementi concreti perché potesse avere notizie.

 

Ali Madhi di fronte alla necessità di difendersi alle accuse di avere presso parte attiva a tali traffici (la Commissione non ha mancato di chiedere conto di quanto emerso ad Asti), non si è limitato a dichiarare la propria estraneità a tali fatti ovvero la non conoscenza del fenomeno, bensì ha apoditticamente escluso, in maniera categorica, che in Somalia fossero mai approdati rifiuti tossici. Nel corso dell'audizione del 6 settembre 2005,  alla domanda del Presidente che lo invita a riferire su che cosa sa in merito al traffico di rifiuti tossici e radioattivi, Ali Mahdi risponde: "È tutto falso. E non so come si possano dire certe cose in un paese civile come l'Italia. C'è stato uno che ha detto di avermi dato 7 milioni di marchi, mentre non l'ho mai né visto né conosciuto. Com'è possibile, signor presidente, che accadano certe cose in un paese civile come l'Italia?". Ne nega dunque l'esistenza e aggiunge: "Non esiste. Se qualcuno sa dove sono stati messi, sono pronto a portarlo lì e a tirarli fuori, se qualcuno ne sa qualcosa".

 

Poi, in quella del giorno successivo, aggiunge: "Non voglio parlare della strada tra Garoe e Bosaso, perché ciò è riferito ai tempi di Siad Barre; però, sono certo, i somali sanno tutto. I somali hanno fiuto e lo avrebbero visto, se si fosse messo questo materiale sotto le strade, nel paese; non si trova neanche un somalo che parli di questa cosa, mai. Mi accusano di aver preso soldi per i rifiuti che venivano scaricati nei mari  internazionali: che bisogno c'era di un'autorizzazione? Sono mari internazionali! Non possiamo controllare neanche cinquanta chilometri di costa; non abbiamo navi, non abbiamo niente per controllare! Perciò credo che tutto questo sia falso, sia una montatura".

 

Di segno contrario, si diceva, le affermazioni del dr. Yahya Amir, il quale già in una intervista rilasciata al giornalista egiziano Mohamed Said, aveva affermato di avere consapevolezze di prima mano circa i rifiuti nocivi in Somalia: "c'è pure la questione del mare e dei numerosi rifiuti industriali gettati in diverse località lungo le coste della Somalia di cui sono responsabili gli italiani per loro ammissione. Hanno scaricato dei fusti fondo al mare legandoli con catene. Le catene li terranno sul fondale per una trentina o una quarantina di anni. Ma quando gli agenti naturali finiranno per spezzare alcune di queste catene, i fusti torneranno a galla e verranno trascinati fino alla costa dove saranno attaccati dagli agenti atmosferici come i raggi solari, la pioggia, e l'umidità oltre che dalle onde. Questo renderà attivi questi rifiuti industriali ma anche i rifiuti nucleari che si infiltreranno nell'ambiente in quattro o cinque anni, e le radiazioni tossiche avranno effetti negativi su tutta la Somalia, ma pure sull'Oceano Indiano, il Golfo Arabico (Persico) e il Mar Rosso. Pensiamo che hanno seppellito questi fusti in varie località a Mogadiscio. Abbiamo contattato l'ufficio dell'U.N.E.P. (nota del traduttore: Programma ONU per l'Ambiente) a Nairobi che fa capo alla sede principale che si trova a Canada, e quando gli esperti dell'ONU sono venuti per constatare i fatti con le loro apparecchiature per identificare le radiazioni, li abbiamo accompagnati fino ad un luogo che dista duecento chilometri dalla spiaggia. Lì, le loro apparecchiature hanno cominciato a emettere dei "bip"  molto forti e ci dissero che non potevano avvicinarsi ulteriormente perché avrebbe esposto la loro stessa vita al pericolo. Sono stato lì, ho visto di persona questi rifiuti e li ho fotografati, ma io non posso fuggire, questo è il mio paese, dove andare? Gli italiani hanno gettato questi veleni e non so cosa potrò dire domani a miei figli e nipoti, a cosa vanno incontro in futuro a causa dei rifiuti che si trovano in varie località in Somalia, a Mogadiscio, a Bari, e nella mia cittadina nativa. Se uno di questi barili dovesse scoppiare liberando il suo contenuto nell'aria o nell'acqua, provocherebbe un inquinamento che durerà venti forse trenta anni, e che sorte toccherà allora ai miei figli e nipoti? Ci rivolgiamo alla comunità internazionale, esortiamo l'Italia affinché torni qui a riprendersi questi doni lasciati da noi perché (l'Italia) sa esattamente dove si trovano, e perché (l'Italia) ha sfruttato l'assenza di un governo o di un'autorità pubblica in Somalia per negoziare un accordo con alcuni politici. Per questo, l'Italia deve ritirare questi rifiuti perché finiranno per avere effetti su tutti i paesi che si affacciano all'Oceano Indiano...."

 

D'altra parte anche nel corso di una conversazione telefonica intercettata su disposizione della Commissione Yahya, al telefono con l'avv. Duale, ricorda preoccupato che "...Questo veleno ci sta distruggendo, le cisterne che stanno fuori, si stanno (incomprensibile), le Nazioni Unite hanno dichiarato che dopo lo Tsunami, le cisterne sono state scoppiate su alcune parte delle coste somale e che ci sono delle malattie in Warsheikh, per esempio: alcune persone perdono sangue dal naso, altre dalla bocca, agli animali cade la pelle. Durante una riunione a Nairobi, il 23 del mese scorso, alla quale hanno partecipato circa cento paesi è stato confermato che in Somalia vengono portati rifiuti tossici. È stata dichiarata dai ministri che avevano partecipato a quella riunione...."

 

Su tali importanti conoscenze la Commissione ha chiesto conto a Yahya, durante la sua audizione, raccogliendo invero una versione ridimensionata rispetto alle affermazioni categoriche fatte innanzi al giornalista. In questa sede infatti, l'intellettuale somalo ha diffusamente parlato di notizie apprese dalla stampa e da altre fonti documentali, non ulteriormente riscontrabili per motivi di "sicurezza", e solo di fronte alle contestazioni del Presidente che faceva notare come il tenore dell'intervista fosse nei termini della certezza e della constatazione personale, ha aggiunto: "...Quando ho sentito le notizie dai giornali e sono andato lì - è molto vicino alla mia città (circa sedici chilometri) - ho fatto delle fotografie, precisamente 72. Ho mandato le pellicole all'avvocato Duale. Ora mi immagino cosa potrà rispondere lei, presidente, dato che l'avvocato non le ha mandate... Quelli che non ho visto sono i rifiuti buttati a mare vicino alla costa. Abbiamo anche chiesto al Governo italiano di mandare qualcuno per verificare se si tratta realmente di rifiuti tossici. Non sappiamo esattamente cosa siano...".

 

 

La Commissione ha anche preso atto dei risultati di una recente inchiesta condotta, nell'estate 2005 da Francesco Cavalli, Luciano Scalettari, Alessandro Rocca e dall'onorevole Mauro Bulgarelli, i quali hanno effettuato due viaggi in Somalia. Il primo dal 28 luglio al 9 agosto nelle vicinanze di Mogadiscio, a Joar e altre località lungo la costa, il secondo dal 30 agosto al 7 settembre al nord della Somalia verso il Puntland. La missione ed i risultati conseguiti sono stati presentati nel corso di una Conferenza stampa del 21 settembre 2005, nei locali di Montecitorio, dall'on. Bulgarelli, da Scalettari e Cavalli e ampiamente riportati in alcuni servizi apparsi su Famiglia Cristiana a firma di Luciano Scalettari.

 

I viaggi sono stati inoltre descritti in due reportages televisivi andati in onda il 23 settembre 2005 su Rai News24, nel corso di un programma dal titolo "Rifiuti tossici sulla pista di Ilaria, e il 18 ottobre su La 7, in un programma dal titolo "Segreti e bidoni", a firma di Francesco Cavalli, Alessandro Rocca e Silvia Testa.

 

Tra le finalità della missione vi era quella di verificare il rinvenimento di fusti sulle coste della Somalia evidenziati da un rapporto pubblicato dall'UNEP a seguito dello tsunami del dicembre 2004 e la comparsa di particolari patologie tra la popolazione. Altra finalità era di verificare l'esistenza di interramenti sospetti lungo la strada Garoe-Bosaso27.

 

In estrema sintesi, per come emerso dalle audizioni di alcuni dei protagonisti dei viaggi e per la parte che qui interessa, le rilevazioni compiute nel corso del primo viaggio con l'ausilio di un contatore Geiger non avrebbero dato alcun esito positivo, nel senso che non è stato rilevato nulla in termini di materiale radioattivo. Riguardo al secondo viaggio l'utilizzo del magnetometro (strumento che rileva la presenza di materiale ferroso nel sottosuolo) per effettuare rilevazioni lungo la strada Garoe-Bosaso avrebbe dato un risultato negativo. Ma in alcune località limitrofe a questa strada avrebbe dato un risultato positivo, seppure parziale, rilevando la presenza nel sottosuolo di masse ferrose.

 

Di qualche rilievo, di contro, parrebbero essere alcune testimonianze ottenute in loco dalla troupe, per come sono state riferite alla Commissione dagli auditi e fra tutti dal telecineoperatore Alessandro Rocca, il quale ha citato alcune delle notizie ottenute intervistando somali, quali ad esempio " .... Un pescatore che si occupa di pescare le aragoste in immersione ha parlato di bidoni ancorati con delle catene, dietro la barriera corallina. Ce ne ha descritti due o tre: uno aperto, squarciato e gli altri ancorati sul fondo, e via dicendo, simili a quello spiaggiato che abbiamo trovato sulla spiaggia". E poi ancora: " .... un medico ci ha detto che su duecento casi trenta erano riferibili a patologie che lui non aveva mai visto; in particolare, parlava di escoriazioni strane sulla pelle, emorragie interne, difficoltà a camminare", sebbene non fosse possibile stabilire il nesso fra tali patologie e rifiuti tossici, in quanto "lì non hanno strumenti sufficienti per fare delle analisi. Alcuni ci hanno detto che c'erano delle patologie che loro non avevano mai visto prima e, in particolare, rimandavano sempre questi malati all'ospedale di Mogadiscio, perché non sapevano esattamente come agire".

 

La testimonianza più rilevante raccolta dalla spedizione, tuttavia, sembra essere quella di due autisti che in passato avevano lavorato alla Garoe Bosaso: "Ci hanno detto - afferma Rocca - che il materiale arrivava al porto su una chiatta, perché la nave ancorava in rada essendo il fondale del porto troppo basso; veniva caricato il materiale di costruzione per la strada e insieme questi fusti di cui loro hanno parlato, fusti di una ventina di chili. Il materiale poi veniva portato a questo campo base vicino all'aeroporto dove veniva caricato su camion più grandi e poi portato in questi uadi dove veniva interrato. In particolare, in uno di questi uadi ci hanno detto che la buca era gigantesca, nel senso che i camion andavano direttamente dentro e scaricavano alla rinfusa questi fusti, questo materiale misto a bitume di scarto ... ".

 

 

 

 

La Malacooperazione

 

Riportiamo per intero la parte della Relazione proposta dal Presidente Taormina e consegnata ai Commissari il 20 febbraio, prima delle votazioni per gli eventuali emendamenti. Questa Relazione è stata ritirata il 22 febbraio e sostituita con una nuova bozza preparata direttamente dal Presidente.

 

 

Premessa

 

La Commissione aveva, tra l'altro, il compito specifico di accertare la possibile connessione tra l'omicidio ed alcuni argomenti che potevano essere stati oggetto dell'attività giornalistica di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, sul presupposto che la causa della loro uccisione potesse essere la circostanza che essi avevano appreso notizie che alcuni soggetti avevano interesse a mantenere segrete. Tra questi argomenti vi è l'attività di cooperazione dell'Italia con i paesi in via di sviluppo e segnatamente con la Somalia.

 

La ragione di siffatto collegamento risiede nel fatto che sicuramente su questo tema si è appuntato l'interesse della Alpi, sia nel periodo precedente al suo (ultimo) viaggio in Somalia che nel corso di esso: tra i suoi effetti personali, infatti, sono stati rinvenuti due taccuini contenenti appunti, uno trovato nella scrivania della Alpi alla sede RAI di Saxa Rubra ed un altro che la giornalista aveva con sé al momento dell'uccisione e contiene le annotazioni prese durante la permanenza in Somalia nel marzo 1994.

 

È utile riportarle, tali annotazioni.

 

Sul bloc-notes trovato alla RAI si legge:

 

1400 miliardi di lire: dove è finita questa impressionante mole di denaro?

 

Alcune opere come la conceria e il nuovo mattatoio di Mogadiscio sono semplicemente inattivi (sic)

 

E i coinvolgimenti con la Somalia di Barre prima e poi il privilegiare Aly Mahdi. Accuse di Aideed.

 

Adesso le accuse non sono finite: la regione centrale di nuovo fuori degli aiuti

 

Cosa mi può dire del Cefa, di una nave che da quasi un anno doveva partire x la Somalia, che è stata bloccata e alla quale è stato chiesto di scrivere che era coop.

 

una sconfitta. E a Mogadiscio la lotta x il potere è ancora aperta. Una massa di diseredati fa comodo a tutti: sia Ali Mahdi che Aidid hanno i loro buoni motivi x non vedere risolvere il problema. E gli aiuti internazionali seguono le indicazioni dei potenti.

 

 

Sul taccuino dell'ultimo viaggio è annotato:

 

PESCA / STRADA BOSASO-GAROE / COLERA                 MUGNE

                                                                                     MUNYE

 

l'ONU non fa abbastanza.

 

l'ONU tiene tutto l'aiuto x Moga. (2 NGO)

 

1500 km e solo 2 NGO/5regioni

 

ott. 92 => nov. 700 fond.

 

profughi

 

ospedale costruito dal FAI 1931 colonialismo

 

disidratazione acqua antibiotici (incompr.)

 

5 anni fa il porto FAI          le navi arrivano dai paesi arabi circost.

 

sultan BOGOR ABDULLAHI BIMOUSSA

 

GARO

 

Farah Omar - Viareggio

 

150 miliziani al porto

+

1000 sparsi

 

Shipco (società di navigazione)

 

cooperazione + gov. somalo

 

6 navi - 4 sono state consegnate

 

Il porto di Bosaso è il centro economico e finanziario di tutta la regione del nord est della Somalia. Sono la pesca e le tasse portuali i maggiori introiti della città. Ma proprio x questo negli ultimi mesi si è scatenata una specie di pirateria, giustificata all'inizio come lotta alla pesca di frodo

 

* ONU generale _ in Bosaso

 

*  futuro dell'aiuto umanitario ora che è completamente disgiunto da quello militare

 

* acquisto di navi

 

* xché questo caso è particolare

 

Mohammad Abshir Omar (capo del porto)

 

È ricominciata l'esportazione dei capi di bestiame

 

il prezzo era basso

 

pescherecci

 

sfruttano del fatto che non abbiamo amministrazione anche se è atto illegale

 

 

Da questi appunti si evince che l'argomento interessava alquanto la giornalista italiana, soprattutto per le ripercussioni che la presenza o meno di aiuti e finanziamenti e la realizzazione di progetti poteva significare per la popolazione civile, a cui la Alpi era sempre molto attenta. Si ricava da queste note che la giornalista era interessata alla situazione degli aiuti in generale, alle modalità di distribuzione degli stessi e alla possibilità che essi fossero stati utilizzati per arricchimenti illeciti anziché per il loro scopo specifico; ad alcune opere in particolare come il mattatoio, la strada Garoe-Bosaso, il progetto di pesca della Shifco (anche se su questo le notizie annotate sono scarne, e la stessa società è scritta in modo non corretto: forse non sapeva ancora abbastanza?). Peraltro, gli appunti strettamente legati al tema della cooperazione si intersecano con le note relative alla situazione somala generale o particolare e ad altre questioni connesse alle realtà visitate o alle persone intervistate (i due giornalisti a Bosaso, fra l'altro, visitarono la ONG Africa 70 incontrando personale e volontari della cooperazione).

 

Già da questo spaccato si evince che questo tema - a differenza dei due precedentemente trattati, i traffici illeciti di rifiuti e di armi - pur essendo di notevole interesse giornalistico, non appare così "scottante" da giustificare un duplice omicidio. Come gli altri argomenti e anzi molto più di quelli, infatti, il tema della c.d. "malacooperazione" era stato, nel 1994, già ampiamente trattato in molte sedi, comprese quelle giudiziarie, e né dagli appunti lasciati a Roma né da quelli presi nel corso del viaggio possono ricavarsi elementi per ritenere che la Alpi avesse appreso segreti inconfessabili.

 

Tuttavia, la Commissione, adempiendo pienamente al suo incarico, ha approfondito la questione acquisendo documenti e ascoltando sul punto testimoni.

 

Gran parte dei documenti acquisiti su questo tema provengono dall'archivio della Commissione parlamentare di inchiesta sulla cooperazione con i paesi in via di sviluppo, molti di essi erano stati in precedenza acquisiti dalla Procura della Repubblica di Roma e si trovavano agli atti del fascicolo processuale1.

 

 

 

1. La cooperazione italiana in Somalia

 

La Cooperazione allo Sviluppo in favore della Somalia fu voluta dal Parlamento italiano nel 1979. Essa vide l'elargizione di ingenti finanziamenti.

 

La fase più rilevante della politica di cooperazione in Somalia, su cui si sono concentrate molte polemiche e anche le attenzioni della Magistratura, coincide con il decennio 1981-1990, ed in particolare con il quadriennio 1986-1989, durante il quale, anche a seguito dell'istituzione, con la legge 73/85, di un secondo canale per la cooperazione rappresentato dal F.A.I., il volume dei nostri interventi in Somalia (e, più in generale nel Corno d'Africa) è aumentato in modo quasi esponenziale.

 

Nella seconda metà degli anni '80 il finanziamento erogò moltissimo denaro, di cui 1141 miliardi a dono e il resto a credito.

 

La Corte dei Conti ha calcolato questo finanziamento in 1506 miliardi di lire.

 

La cooperazione bilaterale Italia-Somalia si è sostanzialmente interrotta con il precipitare della situazione politica somala e l'esplosione della guerra civile, sia per quel che attiene alle attività ordinarie (sospese fin dall'ottobre 1990), sia per le iniziative più direttamente rivolte alla popolazione (medicina di base e attività agricole), limitandosi ad attività di emergenza tramite ONG ed organismi internazionali nei campi profughi.

 

A partire dall'agosto 1992, e da una più decisa presa di posizione della comunità internazionale, si sono aperti nuovi canali di intervento sia sul piano della mediazione politica, sia su quello umanitario, in cui l'Italia si è inserita.

 

Di fatto, una delle accuse ricorrenti rivolte al Governo italiano era quella di aver mantenuto, quando non incrementato, il sostegno economico e politico a Siad Barre, anche nel momento in cui il Presidente somalo appariva completamente screditato agli occhi non solo dell'opinione pubblica internazionale, ma della stragrande maggioranza del popolo somalo. E che sia stato questo aspetto della politica italiana a provocare l'instaurarsi di un rapporto conflittuale fra la nostra diplomazia (ma non il nostro esercito) e alcune delle fazioni coinvolte nella guerra civile è cosa abbastanza assodata.

 

Volendo specificare meglio la ripartizione dei fondi, si deve evidenziare come dei 1.400 miliardi destinati alla cooperazione italo-somala nel decennio 1981-1990, si constata che più dell'80% è stato destinato alla realizzazione di progetti "fisici" mentre la restante parte in "investimenti non fisici".

 

In particolare, il 49% è andato alla costruzione di grandi infrastrutture (opere di regime), il 21% alla realizzazione di investimenti produttivi concentrati (industrie e aziende agricole super moderne) ad alta intensità di capitale, e solo il 15% circa a investimenti "socio-comunitari" ossia, investimenti in infrastrutture che possano essere considerate a beneficio della popolazione.

 

Gli "investimenti non fisici" - nel campo della formazione, assistenza tecnica, programmi di "institution building", ovvero di costruzione di capacità di decisione, gestione e manutenzione - sono il 13% del totale, e sono costituiti soprattutto dalla cooperazione con l'Università somala.

 

Da una distribuzione così sbilanciata verso l'investimento fisico emerge un primo elemento di possibile critica: a interventi "a tecnologia non idonea e non gestibile dalla Somalia, ovvero per i quali la Somalia non è in grado di provvedere né alla manutenzione, né alla gestione" non ha mai corrisposto una dovuta accentuazione della fase normativa, cosicché le stesse opere realizzate sulla base di valutazioni preliminari corrette hanno spesso finito per naufragare.

 

Di fatto, i limiti complessivi dell'intervento in Somalia riguardano quasi ogni fase della definizione di una politica di cooperazione, e non solo quelle riguardanti il tipo di investimento e della vitalità dell'investimento stesso.

 

Purtroppo che il fallimento della nostra cooperazione sconti un difetto di programmazione e di coordinamento con le iniziative multilaterali e internazionali, oltre a subire pesantemente la logica di interessi particolari, espressi in Italia da aziende, lobbies e gruppi di pressione, che niente avevano a che fare con i bisogni reali della Somalia, viene giustificata attraverso le affermazioni proprio del massimo responsabile della nostra politica di cooperazione: infatti il 9 gennaio 1991, durante una seduta della Commissione Affari Esteri della Camera, l'allora Ministro degli esteri De Michelis dichiarava2:

 

"...l'unica deliberazione importante in materia di cooperazione a favore della Somalia adottata nel periodo successivo all'agosto scorso ha riguardato un'iniziativa, per un impegno complessivo di 30 miliardi, volta a fornire due gruppi elettrogeni alla centrale di Mogadiscio Nord. La ragione vera per la quale abbiamo adottato tale deliberazione, che, ripeto, è l'unico atto importante assunto nella fase successiva allo scorso mese di agosto, consiste nel fatto che la commessa relativa a tale iniziativa riguarda l'Ansaldo. Negli ultimi mesi tutte le forze politiche hanno operato pressioni perché fossero garantite all'Ansaldo tutte le commesse possibili, al fine di evitare una forte crisi occupazionale causata dalle vicende del Golfo."

 

Si riportano infine, a titolo di breve informativa, brevi note su alcuni dei progetti più significativi della nostra cooperazione in Somalia, divisi per tipo di intervento.

 

 

 

Grandi Infrastrutture

 

SILOS-FAI (1986-88): si tratta della fornitura e montaggio di 360 silos in vetroresina. Il progetto ha dato risultati negativi per clamorosi errori tecnici (dalla mancanza di basamenti, con conseguente sprofondamento alle prime piogge, e mancanza di isolamento termico e di strumenti per lo scarico), ma anche per non aver calcolato i modi di gestione dello stoccaggio e le possibilità di trasporto degli aiuti alimentari.

 

STRADA GAROE-BOSASO E PORTO DI BOSASO: Queste due opere, che hanno comportato un costo complessivo di 300 miliardi, sono fra le più controverse per quel che attiene alla utilità, a smentire le accuse secondo cui la strada, che attraversa una regione desertica e sottopopolata, sarebbe servita solo al trasporto delle truppe di Siad Barre sono intervenute, recentemente, valutazioni molto positive da parte delle stesse popolazioni locali. Resta il fatto che il costo medio per chilometro è stato pari a 605 milioni, sproporzionato quindi non solo rispetto alle medie italiane, ma anche rispetto ai costi di altre strade realizzate dalla cooperazione nel Como d'Africa, e che la manutenzione della strada è resa difficile non solo dalla mancanza di processi ad hoc di formazione di personale somalo, ma anche dal fatto che la strada, correndo in territorio pianeggiante, è continuamente danneggiata dall'irregolarità del regime pluviale.

 

FORNITURA DI ENERGIA ELETTRICA PER MOGADISCIO: al di là di vantazioni sul suo esito, rese difficili dal precipitare della situazione interna, pesano come un macigno le affermazioni dell'allora ministro De Michelis sui veri motivi per i quali il finanziamento venne deliberato (v. sopra).

 

OSPEDALI DI CORIOLEY E DI GAROE-BOSASO-ALULA: nessuno di essi è entrato a regime per la evidente discrepanza fra la sofisticazione delle apparecchiature e la mancanza di personale atto a gestirle, come di ogni attività parallela di formazione.

 

 

Progetti Produttivi

 

PROGETTO PESCA OCEANICA: iniziato nel 1979 è passato attraverso vari disastri e insuccessi clamorosi, con i 5 pescherecci e la nave frigorifero. Era previsto un grosso impianto a Brava (la cittadina ove era nato l'ing. Mugne), fu avviato, ma non finito. Allo scopo venne creata la società "Shifco", che dispose il trasferimento dei pescherecci dopo la guerra anti Barre del '90 nelle acque del golfo di Aden, infatti l'ing. Mugne nel frattempo si era trasferito a Saana nello Yemen.

 

Pesa il sospetto che l'intera iniziativa (caratterizzata da errori di progettazione assai gravi, a partire dalla distanza eccessiva fra la terraferma e le zone di pesca, con conseguenti, spropositate spese per la manutenzione in mare dei pescherecci) sia servita soprattutto ad arricchire - senza che ciò comporti necessariamente vantazioni di illiceità - gruppi di privati tanto italiani, quanto somali.

 

AZIENDA ZOOTECNICA DI AFGOI (detta del "cinquantesimo", perché a 50 km. a sud di Mogadiscio, presso il fiume Shebeli). In questo caso, non si può negare che l'azienda abbia funzionato, ma la gestione, teoricamente affidata ad una società mista italo-somala "GISOMA", era di fatto tutta nelle mani dell'azienda italiana GIZA, poi fallita, che era la vera beneficiaria del progetto, attualmente non esiste più nulla, solo un piccolo aeroporto per lo più utilizzato per piccoli traffici.

 

AZIENDA AGRICOLA DI JOHAR E ZUCCHERIFICIO: il progetto, consistente nella riattivazione di azienda già esistente e nella messa a coltura di 1.300 ettari a canna da zucchero, era collegato alla riparazione dello zuccherificio di Johar, ma l'analisi preventiva risultò scadente e irrealistica, comportando una lievitazione dei prezzi tale da indurre all'abbandono del progetto.

 

IMPIANTO DI UREA: uno dei progetti più discussi, in quanto di fatto non è mai entrato a regime, e per più di un motivo, dalla dipendenza, per l'energia necessaria al funzionamento, da una raffineria di Mogadiscio a sua volta legata a dubbie forniture irachene, alla opinabilità delle vantazioni sulle potenzialità di mercato del prodotto stesso.

 

La COSTRUZIONE DI POZZI nella zona Garoe-Bosaso dalla soc. Aquater di Pescara, una delle società dell'AGIP, al servizio di vari villaggi.

 

La COSTRUZIONE DI VASCHE PER L'ABBEVERAGGIO DEL BESTIAME dalla soc. CIRMEC di Roccanigi (TO).

 

La FORNITURA DI UN ELICOTTERO E UN AEREO che non hanno mai volato.

 

La COSTRUZIONE DELLA STRADA AFGOI-MERKA di 105 km. da parte della soc. SALINI di Roma rimasta incompiuta a causa della guerra.

 

Non solo aspetti, per così dire negativi, riguardano alcuni processi di sviluppo diffuso, che hanno invece inciso in modo più sostanziale sulle condizioni di vita della popolazione, per le quali vale la pena di ricordare il caso, forse unico, della nostra cooperazione, ovvero il PROGRAMMA SANITARIO NELLE REGIONI DI HIRAN E GALGADUD. Approvato nel 1983 con uno stanziamento di 14 miliardi da utilizzarsi per la ristrutturazione di tre ospedali, rifinanziato nel 1986 con 33 miliardi, il programma è stato realizzato progressivamente fino ad interessare praticamente rutta la regione con una rete di centri sanitari di villaggio, cliniche rurali, ospedali distrettuali e regionali, prendendo in carico la formazione degli operatori sanitari ai vari livelli.

 

 

 

2. La Fase Giudiziaria

 

Tra il 1992 e la fine del 1993 l'Italia ha vissuto una stagione molto agitata a seguito delle inchieste giudiziarie conosciute in cronaca con il termine di "Mani pulite".

 

Nella circostanza la Procura di Milano era riuscita a far venire alla luce uno dei principali filoni del sistema della corruzione che vedeva coinvolti a vari livelli amministratori pubblici ed imprenditori.

 

In questo quadro, alcune inchieste permisero di far conoscere una realtà nella quale gli ingenti stanziamenti per la Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo erano una parte non trascurabile di tutto il sistema tangentizio italiano.

 

Allo scopo venne interessata anche la Procura di Roma alla quale i p.m. milanesi trasmisero parte degli atti, che alla fine portarono ad istruire processi tanto a Milano come a Roma.

 

Le indagini permisero di scoprire progetti tanto costosi quanto inutili, stanziamenti multimiliardari, ruberie e tangenti, con il contorno di traffici di ogni genere, primo fra tutti, soprattutto per la Somalia, il traffico di armi.

 

In particolare a Roma si svolse il processo istruito dal PM Paraggio n. 4723/93 RGNR nei confronti di Forte, Citaristi Martinez, Lodigiani, Scaroni, relativo proprio alla fatidica strada Garoe - Bosaso e agli appalti ad essa connessi (aggiudicati ai consorzi SACES (Astaldi, Cogefar, Edilter) e LOFEMON (Lodigiani, Fortunato, Montedil).

 

Secondo l'accusa, il sistema corruttivo che ha accompagnato la Cooperazione ha mosso tangenti fino al 35- 40 per cento del fatturato, facendo lievitare i costi al di là di ogni controllo sia da parte italiana quanto da parte somala.

 

Le inchieste svoltesi presso la Procura di Milano (p.m. dott.ssa Gemma Gualdi) e la Procura di Roma (p.m. dott. Vittorio Paraggio), sulle quali si veda più approfonditamente la parte terza della Relazione, non hanno avuto tuttavia esiti positivi: i processi celebrati, che hanno visto imputati politici quali Craxi, Pillitteri, Citaristi, Forte, imprenditori come Lodigiani, dirigenti pubblici come Martinez si sono tutti chiusi con assoluzioni e archiviazioni3.

 

Anche i procedimenti intentati innanzi alla Corte dei Conti hanno visto l'assoluzione degli imputati4.

 

A prescindere dalle conclusioni giudiziarie, merita in questa sede rilevare che di fatto, la gran parte delle indagini al marzo 1994 era già iniziata e aveva ricevuto ampia risonanza sui mass media.

 

In particolare, gli aspetti osservati da Alpi e Hrovatin nel corso dell'ultima missione a Bosaso e legati alla 'malacooperazione' - ovvero la vicenda delle navi Shifco e la strada Garoe-Bosaso - erano già noti da tempo (semmai aspetti di novità potevano trarsi dal collegamento tra queste vicende e, rispettivamente, le ipotesi di traffici di armi e di rifiuti; ma su questo v. i capitoli che precedono...).

 

 

 

3. La Commissione parlamentare di Inchiesta sulla Cooperazione con i Paesi in Via di Sviluppo

 

Una volta emerso il fenomeno, per la sua complessità, per la sua vastità e per il coinvolgimento di delicati rapporti di politica internazionale, il Parlamento italiano, benché fosse alle porte la fine anticipata della legislatura, riuscì a varare la legge 46, del 17 gennaio 1994, istitutiva della Commissione bicamerale di inchiesta sulla Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo.

 

La Commissione parlamentare viene insediata il 3 novembre 1994 e cominciò a operare all'inizio del 1995, cessando tuttavia i suoi lavori con lo scioglimento anticipato delle Camere nel 1996 e dunque chiudendosi senza la votazione di una Relazione finale.

 

Pur non riuscendo completamente nel suo intento, essendo oltretutto la Commissione organo politico prima che giuridico-istituzionale, intendendo con ciò che non avrebbe potuto sottendere ad altre iniziative, la Commissione riuscì a chiarire molto delle vicende legate alla cooperazione e ai fondi che ruotando intorno a questo tema erano stati sprecati.

 

La Commissione Parlamentare ha scritto: " ...ancora una volta non sono stati rispettati alcuni princìpi fondamentali di civiltà giuridica"5 e lo ha evidenziato con profonda amarezza, lamentando la mancanza di adeguati strumenti di controllo, nonché difetti dell'apparato amministrativo per la gestione nell'ambito pubblico.

 

Per meglio comprendere i fatti di cui si occupava, la Commissione, si recò, fra l'altro in missione a Gibuti e in Somalia oltre che in Kenia, dal 29 al 31 gennaio 1996. Nell'occasione, non mancò di approfondire i possibili collegamenti tra l'argomento principale della sua attività e l'omicidio dei giornalisti italiani a Mogadiscio, che si assumeva connesso sia perché avvenuto proprio in uno dei Paesi dove più criticata era l'attività di cooperazione pubblicamente finanziata sia perché attorno agli scandali della cooperazione si concentrava - come detto - attività professionale delle vittime.

 

Delle attività svolte in occasione di quella missione si è tenuto ampiamente conto sia nel corso dei processi che da parte di questa Commissione, soprattutto in relazione alle testimonianze di quelle persone che nel frattempo si erano rese irreperibili.

 

Nel resoconto dei lavori svolti durante la missione, si legge: "Gli sbagli sono stati tanti e molti soldi sono andati nelle mani sbagliate"6, riportando inoltre anche le dichiarazioni rese dal Presidente della Repubblica somalo, ad interim, Ali Mahdi, che affermava di condividere "lo sforzo italiano di far luce sugli errori della Cooperazione, che ci sono stati, e gravi".

 

Di quegli errori si è occupato in modo approfondito il prof. Piero Ugolini, che operò in Somalia dal 1986 al febbraio 1990 quale responsabile dell'unità tecnica di cooperazione presso l'Ambasciata d'Italia a Mogadiscio. Egli nel concludere la sua attività, consegnò all'Ambasciatore e al Direttore Generale della Cooperazione allo Sviluppo una ampia relazione conclusiva con la quale esprimeva varie riserve che rappresentò anche al Ministro e poi con una denuncia penale alla Procura della Repubblica di Roma nel novembre 1992.

 

Nelle sue conclusioni Ugolini lamentava l'applicazione dei criteri di esecuzione dei progetti che avevano portato all'esecuzione delle infrastrutture, definendoli "errori culturali e politici", definendo l'azione dell'Italia estremamente negativa7.

 

Egli inoltre esprimeva rilievi alla cooperazione italiana sia sul piano squisitamente politico che su quello propriamente giuridico-amministrativo, per l'incapacità di soddisfare i bisogni delle popolazioni, la salvaguardia della vita, l'autosufficienza alimentare, la valorizzazione delle risorse, la conservazione del patrimonio, la capacità di dare attuazione a processi di sviluppo endogeno8.

 

Un altro personaggio legato alle vicende della cooperazione in Somalia è il dott. Franco Oliva, sentito l'8 marzo 1995. Egli lavorò a Mogadiscio, come incaricato del Ministero Affari Esteri, Direzione Generale della Cooperazione e Sviluppo, dall'aprile 1986 al maggio 1990 con il ruolo di responsabile amministrativo dei progetti di emergenza. Dal 1987 ha lavorato anche ai progetti del Fai (il Fondo Aiuti Italiani, il cui responsabile era Francesco Forte). È ritornato in Somalia il 10 ottobre 1993, sempre come responsabile amministrativo-contabile dei progetti di emergenza della Cooperazione e il successivo 28 ottobre venne ferito in modo alquanto serio con la recisione dell'arteria femorale. Egli ricondusse il suo ferimento alla sua attività professionale, ritenendo che esso (e soprattutto i successivi interventi in suo soccorso, a suo parere insufficienti) fosse motivato dalle accuse che egli non mancava di muovere a dirigenti e privati in relazione alla gestione degli aiuti della Cooperazione.

 

Il 10 maggio 1994 egli fu sentito anche dalla dott.ssa Gualdi, il p.m. milanese che si occupava all'epoca dei fenomeni illeciti legati ai finanziamenti della cooperazione, nell'occasione ebbe a parlare sia dei meccanismi tecnici di trasferimento dei fondi, sia in riferimento anche ad altri argomenti come il duplice omicidio Alpi-Hrovatin, della società Schifo e della società Sec, senza peraltro fornire utili informazioni se non quelle di corridoio che già all'epoca circolavano.

 

Oliva nelle sue dichiarazioni, soprattutto quelle rese al p.m. romano De Gasperis, ha sempre individuato alcune possibili "piste" legate alla sua attività nella Cooperazione, in particolare sostenendo che "i conflitti che si sono verificati nel breve periodo della sua seconda missione in Somalia, e cioè poco prima di essere ferito, hanno riguardato sempre Giancarlo Marocchino".

 

Ha più volte affermato, infatti, che la Cooperazione aveva utilizzato i servizi logistici di Marocchino, dalle scorte armate al noleggio di automezzi, ai trasporti, ai magazzini, senza che esistesse un documento contrattuale, e che lui si era rifiutato di pagare a Marocchino certe somme perché non gli sembrava che ricorressero le condizioni di legittimità per dar luogo a quei pagamenti.

 

Al riguardo si deve comunque osservare che al momento dell'attentato, Marocchino si trovava in Italia a seguito della famosa espulsione.

 

 

 

4. Le vicende della Shifco

 

La società Shifco fu oggetto di interesse giornalistico anche da parte di Ilaria Alpi. Si tratta di una società che ebbe varie vicende ma sostanzialmente venne utilizzata per la gestione di alcuni pescherecci che il Governo italiano donò alla Somalia per attuare il progetto di sviluppo della pesca oceanica.

 

Attorno a questa vicenda ruotano una serie di interessi, finanziamenti, arricchimenti illeciti, e comunque essa è stata ampiamente osservata: da un lato, infatti, la pesca non costituì mai per la Somalia quell'occasione di ripresa economica che il progetto perseguiva, dall'altro molteplici furono i sospetti che la Shifco ed i suoi gestori, in primo luogo l'Ing. Mugne, si attirarono (dall'anomalia costituita dal fatto che dopo la caduta di Barre un privato si era di fatto appropriato di un bene nazionale, la flotta, al sospetto che le navi trasportassero non, o non solo, pesce ma anche altro, e in particolare armi).

 

La Commissione non ha mancato di approfondire la vicenda, anche perché Mugne, in relazione a questo e al traffico di armi che si assumeva si svolgesse con le sue navi, era stato indicato come uno dei mandanti dell'omicidio Alpi-Hrovatin.

 

In particolare, dai documenti acquisiti si è studiata l'evoluzione societaria e patrimoniale della Shifco, i suoi collegamenti con altre imprese italiane, i soggetti in essa coinvolti e le altre cointeressenze (Nel lavoro sono stati impegnati soprattutto i consulenti ufficiali di pg appartenenti al Nucleo G.d.F.)

 

 

 

1978 - 1987: Prima fase

 

Sulle prime fasi del progetto di pesca oceanica non sappiamo molto e quel poco a nostra conoscenza non è corroborato da documenti ufficiali. Ad ogni modo, una sintesi è offerta da una nota fax della S.E.C. di Renzo Pozzo, diretta all'avvocato Paviotti in data 02.06.1994.

 

Dalla stessa si apprende che:

 

- Il progetto di pesca oceanica somalo prende avvio nel 1978, allorquando l'allora Ministro della Programmazione, Dr. Amed Habib, visitò i cantieri della S.E.C., rimanendone favorevolmente colpito, tanto da formulare, dopo una campagna sperimentale di pesca che ebbe esito positivo, il "Progetto della pesca industriale della Repubblica Somala", il quale comportò immediatamente la stipula di un contratto, proprio con la S.E.C. di Viareggio, per la fornitura di tre navi da pesca;  

 

- le prime tre navi furono costruite e consegnate al Governo Somalo fra il 1981 e il 1982: la "21 Oktoobar" (il 15.07.1981), la "Farax Oomar" (il 30.10.1981) e la "Cusman Geedi Raage" (il 30.09.1982), prese in consegna da una società di diritto somalo, all'uopo costituita, chiamata Somitfish;

 

- nella Somitfish confluì, rilevandone il 50%, una cooperativa italiana di pesca, la Cooperpesca (fra i cui soci figurava Giancarlo Mancinelli), il cui compito era quello di apportare know how alla gestione della pesca;

 

- la cooperazione durò, con risultati positivi, per circa due anni, fino a quando, insorte "incomprensioni mai completamente chiarite" le tre navi furono fermate in zona equatoriale, ove rimasero, senza manutenzione e in progressivo deperimento, fino al 1985. 

 

- Nel 1985 (anno di avvio del F.A.I. e della visita di Craxi e Forte in Somalia), il governo di Siad Barre decise di riprendere l'attività di pesca, chiedendo allo Stato Italiano in finanziamento del ripristino delle tre imbarcazioni già in uso e, successivamente, la fornitura di altre tre navi. I lavori, accordati dall'Italia, furono affidati alla S.E.C., la quale, nel gennaio 1987, riconsegnò le prime tre imbarcazioni (quelle ripristinate).

 

Il periodo 1978 - 1987, che vede come protagonisti la Somitfish somala e la Cooperpesca italiana, nonché la S.E.C., e per il quale non sono disponibili alla Commissione atti ufficiali e documenti che diano riscontri e riferimenti certi ai fatti in narrazione, è rievocato anche nelle dichiarazioni di Omar Mugne, rese al P.M. Pititto nel 1996, e in alcune escussioni in atti eseguite dalla Compagna CC di Gaeta, nell'ambito di una nota indagine sul supposto traffico di armi a mezzo delle imbarcazioni italo-somale.

 

Per quanto attiene Mugne:

 

"II Governo somalo acquisì, in una data che non ricordo, ma intorno al 1982 se non ricordo male, tre navi attraverso la SACE, navi costruite dalla SEC di Viareggio; si trattava, in particolare, delle seguenti navi: MV21 Oktober, MV Farax Oomar, MV Cusman Ghedi Raghe. Queste tre navi, più precisamente, vennero acquistate, attraverso la SACE, non dal Governo somalo esclusivamente, ma dal Governo somalo (Ministero della Pesca) e da una Cooperativa Cooperpesca. ....  la Cooperpesca era costituita da Giancarlo Mancinelli che credo fosse di San Benedetto del Tronto e da altri cittadini tutti di nazionalità italiana. ...La società costituita dal Governo somalo e dalla Cooperpesca si chiamava Somitfish e non so chi avesse la maggioranza, se il Governo somalo o la Cooperpesca. ..... io non ho mai ricoperto alcuna carica nell'ambito della Somitfish."

 

Sempre sulle origini del progetto di pesca, riferisce in maniera diffusa il sig. Florindo Mancinelli (fratello di Giancarlo e presidente della Cooperpesca), innanzi ai Carabinieri di Gaeta, in data 27.06.1994.

 

Secondo la versione di Mancinelli, "padrone marittimo di prima classe" e collaboratore della S.E.C. già dal 1979, fu proprio Renzo Pozzo, che in quel momento stava costruendo le prime tre navi per la Somalia (non precisa la data ma si comprende che si tratta dei primi anni 80) a proporgli di aderire al progetto di gestione della pesca in Somalia che si stava avviando. A tal fine fu adoperata la Cooperpersca Adriatica di Silvi Marina che "era già stata costituita o era in fase di costituzione con me (Florindo) come presidente, come amministratore mio fratello Giancarlo ..." .

 

A rendere ancora più pregnante la posizione del Pozzo, Mancinelli aggiunge che " ... consultatomi con mio fratello accettammo la proposta del Pozzo per costituire la Somit Fish con sede in Mogadiscio e in Silvi Marina. Tale seconda società era costituita dal Ministero della pesca somalo e dalla nostra cooperativa Cooperpesca Adriatica con capitale sociale di un milione di dollari e non versato in contanti così ripartita: il 65% dal Ministero della pesca Somalo, che si occupava di impiantare le prime spese di attracco e 35% da parte nostra conferita per il materiale per pesca...".

 

Più preciso e circostanziato sul punto, ritroviamo Mancinelli nel verbale di S.I.T. esperito da ufficiali di P.G. della Commissione: "....Nello stesso periodo il dr. Pozzo mi propose di entrare in rapporti d'affari con la Somalia e, precisamente di gestire delle navi da pesca. ... A questo punto, il dr. Pozzo, avuta a disposizione la Cooperpesca Adriatica, si mise in contatto con le Autorità somale e avviò il rapporto commerciale senza che noi Cooperpesca Adriatica ci esponessimo direttamente nelle transazioni....".

 

In questo primo periodo compare anche un imprenditore italiano che, come vedremo, parteciperà in maniera attiva alle fasi successive del progetto, Vito Panati, patron della Panapesca e della P.I.A. di Gaeta. Anche lui è stato escusso dalla P.G. di Sottili, alla quale ha tra l'altro dichiarato che: "... nel periodo in cui venne varata la prima nave ... mi fu chiesto da Giancarlo Mancinelli, presidente della Somitfish, di anticipare circa 300 milioni per le spese di armamento della nave ..... Avendo appreso che il Mancinelli era stato indirizzato a me dal dr. Renzo Pozzo ... mi rivolsi al Pozzo direttamente affinché mi garantisse il rischio del finanziamento ....".

 

Ancora una volta il Pozzo che, seppure indirettamente, contribuisce alla materiale attivazione del progetto di pesca. Panati chiarirà di avere recuperato la somma anticipata scalandola dal prezzo del pescato, che ha continuato ad acquistare per circa un anno dall'inizio dell'operazione, fino all'inizio della "crisi" di cui si è detto innanzi, continuando peraltro a finanziare le operazioni di pesca. Panati rivela anche che "la Società di gestione Somit Fish vedeva una partecipazione somala con la Shifco ed una parte italiana rappresentata dai fratelli Mancinelli ed altri cittadini italiani che fungevano da soci operativi ...".

 

Panati chiarisce quindi che l'Ente di Stato somalo Shifco esiste già dai primi anni 80, nascendo di fatto insieme al progetto di pesca oceanica. Il passaggio è determinante, sebbene privo di riscontri agli atti della Commissione, presso la quale i primi documenti sull'Ente somalo datano febbraio 1988.

 

D'altra parte nello stesso senso sono le memorie  di Bernardino Costantino, commissario della M/N "Faarax Omar", versate ai carabinieri di Gaeta. Questi infatti precisa che "Nel 1981, (...) nacque il problema di gestione delle stesse (si riferisce alle prime tre navi consegnate alla Somalia) non potendo il governo somalo nella persona di Siad Barre gestire le citate navi, crearono la società Shifko, Ente di Stato somalo, alla cui responsabilità fu posto l'ingegnere Mugne Omar Said, nato a Brava (Somalia)".

 

Interpolando le ultime due dichiarazioni, pertanto, si desume che la struttura societaria su cui verteva la prima fase del progetto era data dall'ente di stato Shifco, già rappresentato da Mugne, che in nome e per conto del governo Somalo, costituisce la società di diritto somalo Somitfisch insieme alla Cooperpesca adriatica dei fratelli Mancinelli, secondo una ripartizione azionaria di 65% e 35%. Il tutto abbondantemente intermediato e diretto dal costruttore delle tre imbarcazioni: Renzo Pozzo, che individua i Mancinelli (uno dei quali suo dipendente), come partner del governo somalo, e procura il finanziamento per l'avvio delle operazioni di pesca.

 

Si è già detto che il matrimonio Shifco e Cooperpesca non durerà molto, a causa delle "incomprensioni mai completamente chiarite" cui fa cenno la nota S.E.C.. Sul punto appare più preciso Florindo Mancinelli, il quale nel corso della summenzionata escussione spiega che " ... Le campagne durarono ... sino al settembre 1983 quando il ministro della pesca Osman Giama in una riunione infuocata, molto tesa, chiese la restituzione delle nostre azioni della Somit Fish trovando netta opposizione di mio fratello Giancarlo ... A seguito di tale riunione avvenne la rottura tra noi e i somali e le navi furono fermate contro ogni nostro consiglio nel porto di Mogadiscio. Durante il periodo di fermo delle navi le stesse continuavano ad essere seguite non da noi ma dalla SEC .... Nel settembre 1985 a seguito di un incontro della Cooperazione sempre d'accordo con la SEC le tre navi furono ricoverate nel porto di Mombasa .... Nel 1987 le tre navi ripresero il mare ... sotto la gestione della SEC ... La Somitfish era stata sciolta come pure la Cooperpesca, nella gestione delle navi la parte che riguardava la proprietà somala era ora svolta dalla società Shifco con amministratore l'ing. Said Omar Mugne e la gestione tecnica delle navi era svolta dalla SEC che si avvaleva della mia collaborazione e degli altri capitani....".

 

Schematizzando: Nel 1983 si registra la frattura fra somali e cooperpesca (nessun riferimento questa volta a Mugne); dal 1983 al 1985 le navi sono ferme nel porto di Mogadiscio, curate dalla S.E.C.; dal 1985 al 1987 le tre imbarcazioni vengono ripristinate (dalla S.E.C.) e nel 1987 vengono riconsegnate al governo somalo, meglio alla Shifco presieduta da Mugne, e gestite insieme (ovviamente) alla S.E.C.

 

 

 

1987 - 1990: Seconda fase

 

Chiudiamo quindi la prima fase del progetto con l'uscita della Cooperpesca e con il subentro nella gestione delle tre navi da parte della S.E.C.. Secondo quanto dichiarato da Mugne tale passaggio è anteriore al suo ingresso nella vicenda (in vero non esistono in atti documenti suscettibili di smentirlo se non le già menzionate dichiarazioni di Bernardini).

 

Idealmente quindi la seconda fase può aprirsi con l'avvento di Mugne, il quale data l'inizio della sua gestione al 11 maggio 1987:

 

"... io venni nominato direttore generale della Shifco, ente di Stato somalo, con decreto del Presidente Siad Barre nr. 1148/120 dell'11 maggio 1987. È vero che dal decreto 4.11.1989 nr. 73, che Le ho prodotto nell'occasione del mio precedente esame, risulta che io sia stato nominato general manager, cioè direttore generale del progetto Shifco col detto decreto. In realtà il progetto Shifco rientrava tra altri progetti realizzati con l'assistenza del Governo italiano per la cui esecuzione, il Governo somalo aveva costituito un apposito ente di diritto somalo denominato "Enfais", di cui ero direttore generale con poteri però limitati in quanto vi era un presidente con poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione. E perciò, io ero direttore generale di tutti i progetti da realizzare con l'assistenza del Governo italiano, tra essi incluso il progetto Shifco. Con il decreto nr. 73 del 4.11.1989, io, in pratica, venivo confermato general manager per il progetto Shifco e cessavo di esserlo con riferimento agli altri progetti ..."

 

A riscontro di quanto affermato da Mugne, è disponibile agli atti della Commissione la traduzione del citato decreto 73, con il quale in data 14.11.1989 lo stesso veniva nominato "general manager del progetto Shifco". In effetti lo stesso decreto fa riferimento anche al decreto 1148/120 "concernete la direzione e la gestione dei progetti realizzati con l'assistenza del Governo Italiano e la nomina del General Manager dei progetti predetti".

 

Esiste poi anche una dichiarazione di nomina, a firma del presidente dell'Enfais - Prof. Abdirisaq Osman Hassan - di Mugne a procuratore speciale del detto ente per il recupero delle quote azionarie Somitfish già in possesso della Cooperpesca. L'atto è datato 6 novembre 1988 e dallo stesso si desume che a quella data Mugne è già "Direttore Generale dell'Enfais e responsabile diretto dell'attività del progetto della pesca esercitata dalla ex Somitfish".

 

Non vi è dubbio quindi che Mugne ha iniziato ad interessarsi al progetto di pesca non più tardi del 1987, divenendo però "general manager" di Shifco solo nel 1989. Tuttavia agli atti della Commissione esistono documenti che individuano Mugne a capo di Shifco già nel 1988. D'altra parte è lo stesso ingegnere somalo che, narrando a Pititto le iniziative assunte a seguito del suo ingresso nel progetto, si qualifica direttore generale dell'ente in ordine  a vicende avvenute prime del 1989.

 

È il caso del recupero delle quote di Somitfish già appartenute a Cooperpesca e alla liquidazione della società mista, avvenuta 28 maggio 1988. Infatti Mugne dichiara:

 

" ... nominato che fui direttore generale, io chiesi al Tribunale di Mogadiscio di convocare l'assemblea straordinaria dei soci. Inviai l'avviso ai fratelli Mancinelli ed anche alla SEC nella persona di Pozzo...."

 

" ... inviai l'avviso anche alla SEC, perché in qualche modo c'entrava nella Somitfish. All'assemblea parteciparono, per la SEC, una persona inviata da Pozzo con delega, per il Governo somalo partecipammo io e funzionari del Ministero della pesca, mentre nessuno si presentò per i fratelli Mancinelli. .."

 

" ..non ricordo perchè io, quale direttore generale della Shifco, invitai all'assemblea straordinaria della Somitfish anche Pozzo della Sec...."

 

Mugne glissa sulla presenza di Pozzo all'assemblea Somitfish: la ragione per la quale la SEC fu presente, a seguito di doveroso invito da parte di Mugne è infatti data dal fatto che la società di Viareggio all'epoca era titolare delle quote appartenute alla Cooperpesca (il 35% del capitale sociale pari a  1 milione di dollari = 350.000 dollari), come lo stesso Mugne dichiara: 

 

" ... Quando io venni nominato direttore generale, la Somitfish non c'era più perchè i soci della Cooperpesca si erano tirati fuori per contrasti con il Ministero della Pesca e le tre navi erano ancora intestate alla Somitfish e le azioni della società erano nelle mani della SEC ....io non so se e cosa la Cooperpesca abbia avuto per rinunciare ai suoi diritti nella società ....  non so perché le azioni della Somitfish fossero in mano della SEC.... "

 

E ancora:

 

" ...io no so dirLe perchè, allorché io venni nominato direttore generale della Shifco con decreto del presidente Siad Barre, le azioni della Somitfish fossero nelle mani della Sec. Quel che posso dirLe è che tali azioni sono ancora nelle mani della Sec. ... io non ricordo di aver ricevuto un fax di Renzo Pozzo avente ad oggetto .... le azioni della Cooperpesca..... non so a chi siano andate a finire le azioni della Somitfish che aveva la Cooperpesca allorché la stessa se ne uscì dalla società. Se tali azioni finirono nelle mani della Sec, è possibile che Cooperpesca gliele abbia trasferite. Le azioni che finirono nelle mani della Sec erano, infatti, quelle di proprietà della Cooperpesca, perchè le azioni di proprietà del Governo somalo rimasero di sua proprietà...."

 

Il passaggio delle azioni da Cooperpesca a Pozzo è meglio ancora documentato da una dichiarazione in carta bollata di quest'ultimo, con la quale si chiarisce che " ... nell'ambito del mandato conferitogli dal Governo Somalo di pagare per suo conto i debiti esteri della Somitfish, giusto l'art.9 dell'accordo di gestione congiunta tra il Governo Somalo e SEC stesso, in data 11.02.1987 (S.E.C.) ha fatto acquistare da Joint Venture s.r.l., sua controllata, per conto e nell'interesse del Governo Somalo, la quota azionaria del 35 % della Somit Fish da Cooperpesca Adriatica....". La nota precisa che la quota azionaria è custodita da S.E.C. per conto e nell'interesse del Governo Somalo e promette di far consegnare al Governo Somalo la summenzionata quota azionaria appena saranno eseguite e superate le formalità valutarie- bancarie per cui la medesima quota azionaria è vincolata.

 

Quindi le quote di Cooperpesca, del valore nominale di 350.000 dollari, passano per compravendita dalla cooperativa ad una controllata di S.E.C., che acquista su disposizione di quest'ultima, la quale a sua volta  dispone nell'interesse e d'accordo con il governo Somalo, il quale pare essere il destinatario finale di quel valore. Si segnala così quantomeno la stranezza di due punti:

 

a) perché, se il possesso delle azioni da parte di S.E.C. è stato voluto dal Governo Somalo, Mugne dichiara di non esserne al corrente?

 

b) perché S.E.C. (che è una impresa privata) si accolla di fatto l'onere di tale acquisto?

 

A margine si segnala poi un'altra discrasia: Se le azioni di Somitfish sono passate da Cooperpesca a Joint venture s.p.a., parrebbe corretto che alla assemblea straordinaria di liquidazione intervenisse Joint Venture, mentre dalla procura di firma datata 5.4.1988 (ALL. 09), si desume che Renzo Pozzo delega all'intervento un tale Bertoccetti Fausto , "nella sua (di Pozzo) qualità di Amministratore unico della Joint Fishing Company s.r.l."....

 

Tornando alla questione relativa alle quote Somitfish, agli atti della Commissione sono disponibili due telex, di cui uno datato 13 febbraio 1988 e l'altro privo di data ma comunque prodotto nello stesso anno, trasmessi da Renzo Pozzo all'Ente di Stato Shifco di Mogadiscio, all'attenzione di Mugne. I due documenti ci permettono di comprendere come l'acquisto delle quote da Cooperpesca (dal valore nominale di 350.000 dollari) da parte di S.E.C. sia stato fatto ad esclusivo vantaggio del Governo Somalo. Il telex del 13 febbraio 1988 (anteriore alla assemblea di liquidazione della Somitfish indetta da Mugne, alla quale - Mugne non ricorda il motivo - interviene un uomo di Pozzo, recita infatti testualmente:

 

".. La Cooperpesca ha versato a suo tempo per la Somalia circa 350.000 USD. Ciò richiede che se vengono restituite le azioni in Italia devono rientrare USD 350.000. Ovviamente dalla Somalia non si vuole far uscire USD 350.000. Per superare questo punto occorre che le azioni abbiano un valore zero. Per fare questo è sufficiente che Somitfish abbatta il suo capitale sociale con le perdite accumulate fino ad oggi. Esibendo in Italia il documento che certifica questa operazione la Banca d'Italia restituirà, su nostra disposizione, le azioni senza pretendere null'altro...."

 

Il telex poi chiosa: " .. Spero di essere stato chiaro e di essere considerato da te come il leale associato che sono ...".

 

Insomma, l'intera questione delle quote Somitfish ed il coinvolgimento della S.E.C. non potevano non essere al corrente di Mugne, il quale, tuttavia, come si è visto, sull'argomento sorvola decisamente, fino a dichiarare " ...io non so dirLe perchè, allorché io venni nominato direttore generale della Shifco con decreto del presidente Siad Barre, le azioni della Somitfish fossero nelle mani della Sec.  Quel che posso dirLe è che tali azioni sono ancora nelle mani della Sec. ... io non ricordo di aver ricevuto un fax di Renzo Pozzo avente ad oggetto .... le azioni della Cooperpesca ..." (!).

 

Non vi è traccia di contestazioni sul punto da parte del P.M. Pititto. Appare pertanto opportuno che su tali discrasie vengano richiesti chiarimenti.

 

Torniamo alla storia del progetto di pesca, attraverso le parole di Mancinelli: " ... Nel 1987 le tre navi ripresero il mare reinsediando le campagne di pesca sotto la gestione della SEC. ... La Somitfish era stata sciolta come pure la Cooperpesca, nella gestione delle navi la parte che riguardava la proprietà somala era ora svolta dalla società Shifco con amministratore l'ing. Mugne e la gestione tecnica delle navi era svolta dalla SEC che si avvaleva della mia collaborazione e degli altri capitani...". 

 

La "società Shifco" di cui parla Mancinelli, verosimilmente è l'ente di stato di cui abbiamo parlato: per quanto disponibile agli atti della Commissione infatti, bisognerà attendere il 1990 e la fuoriuscita della SEC, per la costituzione di una società di diritto privato con il nome di Shifco (la Shifco Malit di cui si dirà appresso). Comunque, il triennio 1987 - 1989 vede la ripresa dell'attività di pesca, a mezzo delle tre imbarcazioni costruite all'inizio degli anni 80, secondo il collaudato schema di compartecipazione somalia - italia: al posto di Cooperpesca vi è ora la SEC, il governo Somalo, attraverso l'ente Shifco, è rappresentato da Mugne.

 

Sul punto concorda sostanzialmente Mugne il quale tra l'altro dichiara che "... ancora prima che io venissi nominato direttore generale, era stata costituita una società di gestione delle tre navi con la partecipazione del Ministero della Pesca e della SEC, il cui atto costitutivo fu firmato dal Ministro della pesca e dal dr. Renzo Pozzo per la SEC..." e ancora "...la società di gestione delle tre navi originariamente acquistate dal Governo somalo, che si costituì tra la SEC ed il Ministero della Pesca somalo, era regolamentata nel senso che la SEC anticipava tutti i costi di gestione ed in cambio avrebbe fatto proprio il 49 o il 50 per cento del profitto ..." e infine "....quando io venni nominato direttore generale, la gestione delle tre navi che erano state di proprietà della Somitfish e che era stata affidata, secondo quanto ho detto, ad una società di gestione composta dal Ministero della Pesca somalo e dalla SEC, continuò a rimanere affidata, nell'ambito del progetto Shifco, alla stessa società di gestione in cui però presi io il posto del Ministero della Pesca somalo...."

 

Di contro si registra un sostanziale silenzio da parte della Società di Pozzo che, nella richiamata nota riepilogativa, afferma "...Il Governo Somalo affidò la nuova gestione ad una società interamente somala, la Shifco, alla cui presidenza e direzione generale fu nominato l'ing. Mugne...."

 

Anche Panati ricorda il periodo di gestione della SEC: " ... la SEC del dr. Pozzo in questa seconda attivazione delle navi gestiva direttamente le unità della società Shifco che ne era proprietaria ..." e prosegue descrivendo la fase del distacco dalla gestione da parte di SEC, causato proprio da un suo intervento su Mugne, dopo avere scoperto casualmente un eccesso di prelievo sui fatturati da parte di Pozzo, circostanza che indusse l'ingegnere somalo ad intervenire su Siad Barre per allontanare la società di Viareggio. Anche Mugne descrive negli stessi termini la vicenda: "... dopo la mia nomina a direttore generale, la SEC rimase nella nella società di gestione per un breve periodo, sei mesi - un anno; ciò per contrasti gestionali tra la SEC e me, perché la SEC pretendeva di gestire a modo suo ... Io riuscii a far uscire la SEC dalla società di gestione in questo modo: ne parlai con il presidente Siad Barre e questi fece intendere al Pozzo che se la SEC voleva continuare a lavorare con la Somalia doveva uscirsene dalla società di gestione ... alla SEC interessava costruire per conto del Governo italiano altre tre navi di cui già si parlava come da destinare alla Somalia in dono ...".

 

Non vi è precisione sui tempi, comunque, con buona approssimazione, è possibile schematizzare la seconda fase come segue: Nel 1987 viene riavviato il progetto di pesca oceanico attraverso le tre navi ripristinate dalla SEC e da questa gestite direttamente con lo stesso ruolo che fu della Cooperpesca. Nello stesso periodo (al più tardi nel febbraio 1988) Mugne diviene l'interlocutore somalo del progetto e dopo un breve periodo, che dura almeno fino al 1989, si impone per l'uscita della SEC dal progetto.  

 

Negli stessi anni, tuttavia, vengono costruite presso i cantieri di Viareggio le altre tre imbarcazioni, finanziate dalla Cooperazione Italiana; continua la nota SEC: "... Il Governo Somalo, incoraggiato da questo successo, chiese al Dipartimento della Cooperazione il completamento del programma originario ed alla SEC fu affidata la costruzione di altri due pescherecci e della nave appoggio, che entrarono in esercizio tra il 1989 e il 1990....".  Sul punto è discorde Mugne, che pone la consegna delle nuove tre imbarcazioni, la 21 Oktober II, la 21 Oktober III e la 21 Oktober IV, fra il 1990 e il 1991.

 

Quindi, all'inizio degli anni '90 la flotta Shifco conta sei imbarcazioni, di cui una, la 21 Oktober II, equipaggiato con frigoriferi e idonea a fare la spola fra l'Italia e la Somalia. La SEC è fuori dal programma e Mugne ha bisogno di un nuovo partner italiano. Inizia così la terza fase del progetto di pesca oceanica.  

 

 

 

1990 - 1994: Terza fase

 

Nota SEC: ".. Con il completamento della flotta l'attività della Società di Pesca Somala fu ulteriormente ampliata e per raggiungere i mercati europei venne offerta una partecipazione al Gruppo Italiano Malavasi ..."

 

Dichiarazioni di Mugne: "... alla SEC subentrò, nei primi mesi del 1990 una società di reggio Emilia denominata Malit s.r.l. i cui soci io non so chi fossero. La società di gestione costituita dalla Malit s.r.l. e dal Ministero della pesca somalo prese il nome di Shifco Malit, una s.r.l. di cui io venni nominato presidente, mentre amministratore delegato venne nominato il signor Paolo Malavasi..."

 

Ed è proprio dalla terza fase, con la costituzione della Shifco Malit srl, che compaiono i primi documenti ufficiali agli atti della Commissione. A partire dall'atto di costituzione della società e del suo statuto, stipulato il primo innanzi ad un notaio di Mogadiscio, in data 8 gennaio 1990. Dall'atto si apprende che:

 

- La Shifco Malit s.rl. è una società di diritto somalo con sede in Mogadiscio;

 

- Ha un capitale sociale di 500 milioni di lire, rappresentato da 500.000 quote del valore nominale di Lire 1000 cadauna, ripartite fra i due soci bel modo seguente:

 

* 245.000 quote alla società Shifco, rappresentata da Mugne;

 

* 255.000 quote alla Società Malavasi srl, rappresentata da Paolo Malavasi;

 

- l'oggetto sociale è " ..la gestione, nelle acque territoriali della R.D.S. dell'industria della pesca anche mediante la conduzione di battelli  e pescherecci di proprietà del Governo della R.D.S. e/o di terzi, ivi compresi la gestione e manutenzione della flotta navale a disposizione e del personale alla stessa occorrente, i noli marittimi, il commercio di importazione ed esportazione di prodotti ittici freschi, conservati, congelati e surgelati, nonché la loro conservazione, lavorazione, trasformazione e distribuzione....".

 

 

Quasi in contemporanea con la nascita della partnership dei Malavasi, il 30 luglio 1990, viene costituita in Italia una nuova società: La Shifco Malit Italiana - Shifma s.r.l.. Anche in questo caso disponiamo dell'atto costituivo e dello statuto (ALL. 12), e apprendiamo che:

 

- la Shifma srl ha sede in Milano alla via Senato 20;

 

- ha capitale sociale di lire 20 milioni, suddiviso in quote, di cui:

 

* quote per 9.800.000 alla società Malit s.r.l., rappresentata da Paolo Malavasi;

 

* quote per 10.200.000 alla società Shifco Malit s.r.l. rappresentata da Mugne; 

 

- come oggetto sociale ripete quello della controllante somala: "...l'industria della pesca anche mediante conduzione e gestione di battelli e pescherecci di proprietà del Governo della RDS e/o di terzi, ivi compresi la gestione e manutenzione della flotta navale a disposizione e del personale alla stessa occorrente, i noli marittimi, il commercio di importazione ed esportazione di prodotti ittici freschi, conservati, congelati e surgelati, nonché la loro conservazione, lavorazione, trasformazione e distribuzione,,," .

 

Della compagine italiana si dirà appresso.

 

Anche l'avventura con il gruppo Malavasi non dura molto, appena un anno e mezzo. Secondo la testimonianza di Mugne, a determinare l'ennesimo divorzio con una società italiana, fu questa volta la guerra civile e il rovesciamento di Siad Barre e del suo entourage (di cui lo stesso Mugne si dichiara parte), che determino, all'inizio del 1991, la fuga dell'ingegnere dalla Somalia e l'inizio, da parte dei Malavasi, di una crescente difficoltà di gestione della Shifco Malit che, nel tempo, portò il gruppo italiano all'accumulo di pesanti perdite di gestione per le quali anticipava le relative spese per conto di un governo somalo ormai difficilmente solvibile. Fu così, continua a raccontare Mugne, che "si organizzò una riunione a Reggio Emilia tra il nuovo ministro della pesca del governo provvisorio Ali Mahdi ... con la partecipazione di alcuni funzionari del Ministero e Malavasi.... Si decise di invitare pure me che nel frattempo mi ero trasferito in Italia ...."  Nel  corso di quella riunione, riferisce Mugne, questi si dichiarò disposto a risolvere la questione (Malavasi pretendeva di essere liquidato delle somme anticipate, per circa due milioni di dollari)  a patto che gli si "...lasciasse la libertà di scegliere il socio della società di gestione ..." .

 

Evidentemente il giudizio negativo su Pozzo, che poco tempo prima aveva determinato l'intervento di Mugne su Siad Barre, affinché fosse allontanato, era nel corso di quell'anno e mezzo mutato se il nuovo socio che Mugne aveva in mente quando pose tale condizione era proprio la SEC di Viareggio.

 

Circa il subentro della SEC alla Malit srl, Mugne riferisce che lo stesso avvenne dopo che la prima si ebbe accollato l'onere di saldare la seconda per i crediti che vantava nei confronti del Governo Somalo. Ad ogni modo, a partire da questa data, cambia lo schema di cooperazione fra Shifco e le aziende italiane: alla partecipazione azionaria si preferisce d'ora in poi il negozio giuridico del Mandato. È proprio sotto tale forma che il 12 giugno 1991 la Shifco Malit rappresentata da Mugne, nella sua qualità di Presidente del consiglio d'amministrazione, (non è noto che fine abbia fatto Malavasi, che pure era socio di maggioranza) conferisce alla SEC il compito di "... provvedere a quanto necessario allo sviluppo delle attività di pesca, con facoltà di acquistare, in nome e per conto della mandante beni e servizi, provvedere alle normali operazioni di gestione contabile, amministrative e commerciali, provvedere al pagamento dei fornitori con mezzi forniti dalla mandante, provvedere alla vendita sui mercati del pescato secondo modalità preventivamente concordate con la Shifco Malit srl stessa, attuando tutte le formalità di incasso relative ..", prevedendo quale corrispettivo un compenso nella misura del 5% sui ricavi. Il mandato aveva durata di 10 anni.

 

A formalizzare la posizione di Mugne e la sua potestà contrattuale anche sotto il nuovo governo Ali Mahdi, esiste agli atti della Commissione anche una traduzione della lettera di nomina di Mugne a Presidente della società Shifco Malit, firmata da Ali Mahdi e datata 13 giugno 1991 (un giorno dopo il conferimento del mandato alla SEC...).

 

Circa la gestione SEC Mugne ricorda quindi che la stessa durerà fino al 8 giugno 1993, allorquando ".. a Nicosia, la SEC si ritirò dichiarandosi disposta a pagare la sua parte di debiti che la società di gestione aveva nei confronti dei fornitori (di gasolio, di materiale da pesca ecc...)..." ponendo a motivo del ritiro la perdita di interesse della SEC per una gestione che, anche a causa di atti di pirateria, diventava sempre meno proficua. Inoltre Mugne parla anche di rapporti con il governo somalo che si erano incrinati a seguito di un ricorso della SEC presso il tribunale di Lucca, esperito circa sei mesi dopo l'adesione al mandato, con il quale la società di Viareggio chiedeva il sequestro conservativo della 21 Oktober II assumendo di essere creditrice verso quel governo per il prezzo della costruzione di tre imbarcazioni.  

 

Le dichiarazioni di Mugne anche in questo caso sollevano alcune perplessità: quale doveva essere la "parte di debiti" della SEC se questa non partecipava alla gestione nella forma societaria, bensì quale semplice mandataria (né vi è traccia nel mandato agli atti della Commissione di accordi specifici in caso di perdite ..)?

 

È presente agli atti della Commissione, la revoca di Mandato datata 28 febbraio 1993 decisa in maniera concorde fra i due contraenti, rimandano ad una "scrittura a parte" con la quale sono stati (quindi anteriormente al 28.02.1993) regolati i reciproci rapporti.

 

Né la nota SEC datata 11 giugno 1993, con la quale la SEC informa il Ministero degli Affari Esteri italiano della revoca al mandato parla degli accordi economici sottostanti. La nota chiarisce tuttavia che "...la revoca, anticipataci fin dal mese di febbraio, è stata firmata il giorno 8 giugno 1993 in Limassol - Cipro ed ivi autenticata nella firma del presidente della Shifco Malit srl Ing. Omar Mugne..". In effetti, esaminando i timbri posti in calcio alla revoca di mandato (datata 28 febbraio 1993), assai poco leggibili, si intravedono le date del 8 e del 9 giugno 1993, sotto certificazioni di pubblici ufficiali locali.

 

Per quale motivo si attendono più di tre mesi per dare esecuzione ad una revoca che è operativa dal 28 febbraio 1993?

 

Sul punto va registrato che proprio a Cipro e proprio il giorno 8 giugno 1993 si tiene l'Assemblea straordinaria della Shifco Malit srl per la messa in liquidazione della stessa, del verbale della quale disponiamo. Presiede l'assemblea Mugne, mentre funge da segretario Renzo Pozzo (si sconosce il titolo, non avendo documentazione in ordine al subentro dello stesso nella compagine societaria, così come non si hanno dati in ordine all'uscita del socio di maggioranza originario, la s.r.l. di Malavasi). Il Presidente comunque consta la presenza di tutti i soci, rimandando al foglio presenze di cui non abbiamo copia. Nel corso dell'assemblea, quindi, si dà atto che su istanza della Shifco (qui forse da intendersi la controllante) ".. si è provveduto alla risoluzione consensuale del contratto di affitto di navi sottoscritto in data 25.10.1990 in Reggio Emilia ..." e che pertanto "... si ravvisa l'opportunità di mettere in liquidazione la società Shifco Malit...".

 

A seguire vi è un passaggio che aiuta a comprendere l'interrogativo posto sopra: formalmente cancellato a mezzo di righe orizzontali e timbro, è infatti ancora leggibile che "...Inoltre la gestione delle navi di fatto passata sotto la responsabilità della Panapesca fin dal 28.2.93 è oggi formalmente concessa dalla Shifco alla Panapesca..." .

 

Il verbale annota poi che il bilancio finale di liquidazione porta una perdita pari al capitale sociale e aggiunge che "...si rende opportuno sottoscrivere con la SEC un contratto che contempli la cessione alla predetta società di tutti i crediti vantati dalla Shifco Malit srl contro assunzione da parte della stessa SEC di tutti i debiti sociali nonché di rinunzia relativamente ai finanziamenti accessori erogati..." e chiosa dichiarando la messa in liquidazione della Shifco Malit srl.

 

Disponiamo di copia del contratto cui si è appena fatto riferimento, redatto nella forma della scrittura privata e registrato a Cipro in data 8 giugno 1993. Dallo stesso apprendiamo, in confutazione a quanto asserito da Mugne, che "i reciproci rapporti" fra SEC e Schifo Malit erano dati dall'esposizione della seconda verso la prima per quasi 4 miliardi di lire (1.917.150.850 lire per accollamento di un finanziamento a vantaggio della società somala e 1.957.215.755 per prestazioni di salvataggio, rimorchio ed assistenza tecnica effettuate a favore delle MM/NN 21 Oktoobar I e II). Apprendiamo quindi che gli stessi vengono "regolati" attraverso la compensazione fra tali debiti e i crediti vantati dalla Shifco Malit nei confronti di " ...Assicurazioni varie per avarie e sinistri ..." che con il contratto vengono ceduti pro soluto alla SEC.

 

Si è visto come  alla base dello scioglimento della Shifco Malit è posta, nel verbale di assemblea straordinaria, la risoluzione del contratto di affitto di navi che, in effetti, fa venire meno la regione d'esistere della società di gestione. Disponiamo di una copia di quest'atto che, sebbene privo in intestazione del gruppo data (è evidentemente un prestampato in cui è predisposto l'anno 1993 e il luogo Viareggio (!!!)), assume data certa dai timbri di validazione anche qui apposti dalle autorità di Cipro in data 9 giugno 1993.

 

Disponiamo anche di una copia (anche questa priva di indicazioni sulla data e sul luogo, oltre all'anno 1993) di conferimento del mandato alla società P.I.A. di Gaeta, riconducibile come noto a Vito Panati, rappresentata nell'atto da una certa Paola Bonora, nella sua qualità di legale rappresentante. Il conferimento ricalca quello già predisposto nel 1991 per la SEC, con la differenza che questa volta il compenso riconosciuto alla mandataria è pari al 30% degli utili (e non il 5% del fatturato come per la SEC). Degno di nota è il fatto che il documento pone, quale termine del rapporto negoziale ".. la gestione amatoriale ed in affitto delle navi da pesca somale e la commercializzazione del pescato ...". Un ritorno al passato, insomma, con l'adozione dello schema già utilizzato per Somit Fish e Shifco Malit.

 

Non è possibile ancora a data certa l'inizio del rapporto con Panati (il quale tuttavia, quale finanziatore e acquirente del pescato, come si ricorderà, è presente nella vicenda fin dal suo inizio), sebbene lo stesso sia sicuramente anteriore al 29 giugno 1993 (data di autentica della firma della Bonora) e al 13 luglio 1993 (data di autentica della firma di Mugne), come desumibile dalle dichiarazione poste a calce del documento.

 

Gli eventi cui abbiamo appena assistito sono singolarmente vicini alla "squalifica" di Mugne dalle sue cariche in Shifco, avvenuta in data 30 giugno 1993, come da documenti in possesso della Commissione. Va registrato ad onor del vero che l'autenticità degli stessi è stata negata nel corso della audizione innanzi a questa Commissione, da Ali Mahdi, che non riconosce come sua la firma posta in calce alla lettera indirizzata alla ambasciata italiana, con al quale si " .. squalifica ufficialmente e revoca il potere di gestione consegnato da questo governo al signor Mugne Said Omar, e nomina a tutti gli effetti di rappresentanza per la gestione della menzionata flotta, davanti alle Autorità italiane ed internazionali, al signor capitano di lungo corso Mohamud Hussein Moghe..." .

 

D'altra parte, quando Mugne viene ascoltato da Pititto nel 1996 (che è l'atto più recente a nostra disposizione), la partnership con Panati è ancora esistente: Mugne si dichiara ancora dipendente Shifco: ".... Io percepisco dalla Shifco uno stipendio di 7 mila dollari al mese più rimborso spese ...." precisando che "....poichè la Shifco è sempre in perdita e Panati deve anticipare le spese di gestione, Panati come anticipa lo stipendio per i marinai lo anticipa anche per me...".

 

Nessuna parola quindi sulla "squalifica" di Ali Mahdi (negata peraltro dallo stesso ex Presidente, lasciando aperto quindi l'interrogativo, tutt'altro che di secondo piano, circa le ragioni alla base della produzione di quel documento).

 

Tornando al subentro di Panati a Pozzo, è interessante anche quanto il primo ha dichiarato ai Carabinieri di Gaeta: "... Tale intervento commerciale di Pozzo durò fino al 1993, quando dopo numerose offerte e pressioni dovute all'entrata in crisi del cantiere, mi convinse ad assumere la gestione delle navi, senza però che io accettassi di acquisire le azioni della Shifco Malit...". Ci troviamo dunque dinanzi all'ennesima dichiarazione che vuole che sia Pozzo il reale demiurgo delle vicende del progetto di pesca, in negazione a quanto riferisce Mugne sullo stesso punto, che non cita affatto la intermediazione di Pozzo nella individuazione di Panati e dichiara: "... io conferii il mandato di gestione a Panati perché lui acquistava il pesce somalo dal 1982 ed io lo conoscevo come persona onesta..." .

 

Infine, sempre innanzi ai Carabinieri di Gaeta ha deposto il responsabile amministrativo di Shifco, tale Augusto Spina, il quale ricostruisce la storia della società somala, narrando i vari spostamenti di sede (in Italia) conseguenti ai ripetuti riassetti societari e commerciali della società: "....da metà dicembre 1989 a metà aprile 1991 la gestione è stata condotta presso gli uffici della Malit srl di Reggio Emilia, di cui non conosco l'indirizzo. Successivamente, fino al 31.5.1993, tale gestione è stata condotta presso gli uffici della SEC di Viareggio, Via dei pescatori 56. A decorrere dal 1 giugno 1993, la gestione è stata condotta presso gli uffici della PIA di Gaeta...".

 

Anche Florindo Mancinelli innanzi ai consulenti della Commissione conferma gli spostamenti delle sedi di Shifco Malit in coerenza con i vari avvicendamenti societari: " ... (I Malavasi) li conoscevo tutti. Il rapporto con la famiglia risale ai tempi in cui io lavoravo per conto della Shifco a Ca del Bosco di Sotto (RE), trasferitici da Viareggio (ovvero dagli uffici SEC).  A Cà del Bosco di sotto aveva sede la Shifco Malit i cui soci erano la Shifco e la famiglia Malavasi...."

 

Per concludere, si segnalano agli atti della Commissione, una serie di telex in lingua inglese, muniti di traduzione in lingua italiana, provenienti da UNOSOM II e diretti ai comandanti delle imbarcazioni della flotta Shifco. Dall'esame degli stessi, prodotti nell'estate 1993, si apprende che a metà 1993 UNOSOM tenta di sostituirsi allo Stato Somalo anche nella gestione della flotta di pescherecci. A tal fine viene prodotta una lettera di intenti con PIA Spa, con la quale ci si impegna a stipulare "..entro e non oltre il 30 settembre 1993, un contratto di joint venture riguardante l'attività della pesca ..." a patto che UNOSOM fornisca "... entro e non oltre 20 giorni .... prova che ha il potere di rappresentare i proprietari delle summenzionate navi somale ..." (ovvero il governo della RDS). Nelle more vengono dettate disposizioni ai comandanti delle navi, in quel momento in navigazione. Tutto decade e la questione diviene tamen non esset, come si desume dal telex datato 7 ottobre 1993, diretto anche a Mugne, con il quale UNOSOM informa di non essere in grado di " ... dare la prova che ha il potere di rappresentare i proprietari della flotta Shifco ...".

 

 

 

Sviluppo della Schifco Malit Italiana - Schifma

 

Si è visto come, a margine dell'accordo con Malavasi, viene creata in Italia una società ad hoc, la Shifma, con l'intenzione, si ritiene, di disporre di una struttura di diritto italiano che rappresentasse nel nostro Paese le attività di Shifco, la quale, si ricorda, è sempre stata sedente in Somalia.

 

Nulla quaestio sulla scelta operata dal duo Mugne - Malavasi, vale la pena tuttavia in questa sede analizzare lo sviluppo della società italiana, poiché il fatto che Shifma fosse l'unica persona giuridica italiana costituita sotto l'insegna di Shifco ha generato molti equivoci presso gli inquirenti chiamati a riferire sulle vicende giudiziarie di Shifco Malit: interrogando le banche dati, infatti, si ottengono unicamente le risultanze relative alla partecipata italiana che, come vedremo, a seguito del divorzio con Malavasi, prenderà una strada sua propria e del tutto sganciata dalla controllante.

 

La Digos di Roma, delegata da Ionta ad esperire indagini sul conto della Shifco, produce una nota informativa in cui scrive che "...La Shifco, compiutamente denominata "Shifco Malit Italiana Shifma srl" era in origine una società di diritto somalo, detenuta per il 49% dal governo somalo tramite la società Shifco Somali Higo Seas Fishing ed il 51% dal gruppo Malavasi di Bologna ...".

 

Nel Passaggio appena citato si cela appunto l'equivoco di cui si è parlato: abbiamo infatti ben visto che Shifma non è affatto una evoluzione di Shifco Malit, né tantomeno di Shifco, è bensì una compagine del tutto autonoma le cui quote ben possono essere cedute a terzi.

 

Alla luce di questo chiarimento va quindi letto il successivo decorso della vita di questa società, che il 07.07.1992 viene amministrata da un certo Gianluca Solci, un giovane di appena 27 anni, che il 15 aprile 1994 ne trasferisce la sede, dall'originaria Via del Senato in Milano, a Roma, in un condominio di Via Tuscolana (una sede fittizia come dimostreranno gli accertamenti effettuati sul posto dalla Digos di Roma, che tuttavia rileveranno nello stesso palazzo uno studio commercialista che riceve corrispondenza di altre società riconducibili al Solci). Il 3 ottobre 1994, infine, la società viene messa in liquidazione, amministratore straordinario lo stesso Solci, dopo essere stata nuovamente trasferita nel comune di Arsoli, alle porte dell'Abruzzo.

 

Con il trasferimento a Roma, la società cambia denominazione  in "Shifco  Italiana s.r.l." sancendo così anche formalmente la separazione da Malit srl, e muta il proprio oggetto sociale in "...acquisto di macchinari e impianti per l'elaborazione di dati, ecc.." scomparendo ogni riferimento alla pesca e alla gestione della flotta somala.

 

Fra le società che la Digos apprende avere sede nell'anonimo condominio di via Tuscolana vi è, tra le altre, anche la Blindo srl. Tanto si evidenzia in quanto sia Shifco Italiana che Blindo (anche essa amministrata a partire dal 29.4.1994 da Solci), insieme a diverse altre società, saranno oggetto di approfondimenti investigativi da parte della Procura di Milano, nell'ambito del p.p. nr. 4463/95 a carico di Alessandro Benedetti + altri, a seguito di una indagine per bancarotta sulla "Magnetofoni Castelli".

 

La consulenza tecnica affidata al perito della Procura, tale Giandomenico Bellavia, ha evidenziato forti legami fra il Benedetti e il Solci, che pare essere uno dei prestanomi cui, nell'ipotesi di quella A.G., l'indagato si serviva per controllare in via mediata diverse società, fra cui la stessa Shifco.

 

In allegato alla perizia presentata dal Bellavia è anche presente uno schema riepilogativo dell'evoluzione della compagine sociale di Shifco Italiana, (All. 25) che pare assai prezioso per tracciare la pur breve storia della stessa, fin dall'inizio. Esaminandolo, apprendiamo che:

 

- dal 30.7.1990 al 15.9.1990 la Shifco malit Italiana srl è suddisiva in ragione del 49% a Malit e 51% a Shifco Malit;

 

- dal 15.9.1990 al 7.7.1992 è suddivisa in ragione del 32,835% a Malit e 67,165 a una certa Ersilia Serra, nata a S.Giovanni in Persicelo (BO) il 23.12.1946;

 

- dal 7.7.1992 come si è già visto subentra il Solci che detiene il 90% delle quote, mentre il restante 10% è in mano a tale Antonio Massimo Baldassarre, nato a Milano il 23.12.1946.

 

Otteniamo così un dato che ci mancava: alla fine del rapporto Malavasi - Mugne viene regolarizzata anche la posizione della società italiana con l'uscita totale della parte somala e con il subentro di una signora emiliana che detiene il pacchetto di maggioranza. L'ingresso di Solci (Benedetti?), quindi, è soltanto sui due soggetti italiani (Malavasi e Serra) e a distanza di due anni dall'uscita di Mugne, il quale pertanto non è detto che sia a conoscenza di tale sviluppo9.

 

 

 

 

5. La questione dei documenti in possesso di Marocchino

 

Nel corso di uno dei colloqui telefonici (intercettati) tra il consulente della Commissione Di Marco e Giancarlo Marocchino, precisamente in data 6 luglio 2005, quest'ultimo ha fatto riferimento alla disponibilità da parte sua di documentazione dal contenuto particolarmente delicato, relativa alle attività di apparati istituzionali in Somalia (potrebbe trattarsi dei documenti cui si fa cenno nelle telefonate registrate nel corso dell'inchiesta di Asti) e la conoscenza di circostanze di particolare interesse per le indagini della Commissione (armi e rifiuti).

 

In ordine alla possibile natura dei documenti ancora in possesso di Marocchino, va evidenziato che lo stesso ha subito, nel 1998, un procedimento penale ad Asti (conclusosi alla fine del 1999) proprio con l'accusa di aver sottratto, nel marzo 1994 e nel novembre 1995, atti e documenti riservati dell'Ambasciata italiana in Mogadiscio e del FAI, conservati presso la predetta Ambasciata.

 

Il procedimento - scaturito dalla registrazione di conversazioni telefoniche tra Marocchino e Claudio Roghi, entrambi indagati dalla medesima Procura per altri fatti relativi a traffici di rifiuti e riciclaggio - si è concluso con una sentenza del GUP di Asti di non luogo a procedere perché il fatto non sussiste.

 

Di seguito un passo significativo della sentenza resa in data 9.12.1999 nel procedimento n. 296/98 RGNR: "...venivano registrate alcune conversazioni tra Marocchino Giancarlo e Roghi Claudio in cui il primo riferiva di essere in possesso di documenti che l'ambasciata italiana in Mogadiscio gli aveva affidato in custodia in uno dei suoi magazzini quando vennero compiute le operazioni di evacuazione della ambasciata (tel. 228 del 20.12.1997 in cui Marocchino testualmente dice "quando qui è nato il problema che è stato l'evacuazione dell'Ambasciata... tutti i documenti dell'Ambasciata li hanno messi dentro in certe casse e nelle casse e mi hanno dato tutta la roba dell'ambasciata e della Cooperazione Italiana da mettere... in magazzino ... che poi quando loro venivano giù... si ritiravano tutta la roba.... Mi segui...". Nella medesima conversazione il Marocchino, nel riferire il contenuto di un colloquio da lui avuto con "tre uomini" che chiedevano notizie su tali documenti, aggiunge di aver loro detto che tutto era andato distrutto nell'incendio ma che in realtà "è bruciato tutto e una parte di roba sono ancora nei contenitori, perché i contenitori sono lì... sono incasinati... c'è mobilio, c'è roba... bo... allora loro mi vanno io... noi qua... qui c'è dei problemi... allora diciamo che te..., che tutta la roba è bruciata e buonanotte suonatore... in realtà... sì qualcosa è stato bruciato ma tanta roba io ce l'ho ancora in mano... allora abbiamo in mano della roba che... salta Ministero degli esteri, salata., salta Cooperazione Italiana., salta tutta la Madonna., in più .. manco a farla apposta., in più quando sono stati... l'evacuazione dei militari in porto .. e tutti i dossier e tutto quanto in porto... destino buono un contenitore è... non si il perché... non è stato imbarcato... e me l'hanno dato in consegna. Quando l'ho aperto era un archivio ... viaggiante... c'era un arsenale anche lì di documenti").

 

Dopo aver detto che tali documenti contengono "cose scottanti", che potrebbe "far saltare il ministero degli esteri", che si tratta di "dossier" ovvero di "un arsenale di documenti..." che potrebbero essere utilizzate per esercitare pressioni sui governanti locali (infatti nella citata conversazione n. 228, Marocchino Giancarlo dice "le tireremo fuori quando arriva il nuovo governo, vediamo..., e vedrai quanta gente... che li rimando indietro quando scendono dall'aereo, li faccio di nuovo risalire e li mando di nuovo indietro.., io questa soddisfazione..., io volevo solo questa soddisfazione.."), il Marocchino aggiunge di avere intenzione di pubblicare un libro autobiografico in cui riferire i fatti importanti della sua avventurosa vita (tra cui proprio le vicende in tema di cooperazione italiana in Somalia e l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin) e che i documenti di cui sopra possono servirgli a dimostrare la verità di quanto da lui scritto nel libro nel caso in cui qualcuno lo definisse bugiardo".

 

In particolare, il giudice evidenziava nella sentenza che, pur nella evidenza delle frasi intercettate (che non lasciavano dubbi sul fatto che Marocchino sosteneva di possedere ancora carte "scottanti"), non vi era prova sufficiente a sostenere che i documenti in possesso dell'imputato fossero quelli, riservati, dell'Ambasciata e del FAI e fossero quindi da qualificare come concernenti l'interesse politico dello Stato. Ciò in quanto esistevano i verbali dei Carabinieri circa la presa in consegna del materiale dell'Ambasciata al momento dell'evacuazione, esistevano documenti del Ministero che dimostravano che la documentazione del FAI era stata trasferita in Italia sin dal dicembre 1993, non c'erano prove che archivi FAI fossero andati smarriti e pertanto anche a ritenere che alcuni documenti fossero finiti nelle mani dell'imputato, non era possibile sostenere che si trattasse di documenti di interesse politico dello Stato (si noti che Marocchino aveva dichiarato che i documenti di cui parlava nella telefonata erano suoi personali, di tipo commerciale, da cui risultavano trasporti effettuati da aziende italiane a cantieri somali in cui erano indicate merci diverse da quelle effettivamente trasportate: mercedes, mobili e marmi pregiati al posto di materiale edilizio, elettrico, ecc.).

 

Sul punto va rilevato che nonostante le ripetute richieste da parte di Di Marco (si vedano le telefonate del 11 luglio, 12 luglio, 1 agosto, 31 agosto, ecc.) Marocchino non ha più consegnato i documenti di cui ha parlato, spiegando che essi si trovano nella sua abitazione di Mogadiscio e che deve trovare il modo per farli giungere in Italia.

 

Deve inoltre notarsi che il 13 luglio Marocchino ha incontrato Di Marco e gli ha esibito un faldone contenente fatture emesse per lavori eseguiti in Somalia negli anni 1993-1994, rappresentando che si trattava dei documenti che gli erano stati mandati da Mogadiscio e a cui faceva cenno in una telefonata, ma che non erano quelli da lui richiesti e utili per la Commissione. Sollecitato dal consulente, Marocchino ha poi dato il consenso all'acquisizione dalle carte utili per le attività investigative in particolare, Marocchino fa spesso riferimento al suo difficile rapporto con gli americani al tempo di Unosom, rilevando come all'epoca assai significativo era il ruolo della Brown & Root, agenzia che si occupava di molti settori (è quella che si è occupata di ospitare i cadaveri dei giornalisti essendo fornita di una 'morgue'), all'apparenza società privata ma in realtà legata ai servizi di sicurezza americani, con un'importanza decisiva negli affari economici che si svolgevano a Mogadiscio e in Somalia in generale. Il contrasto di Marocchino nasceva dal fatto che spesso le sue offerte erano assai più convenienti perché il guadagno previsto era assai inferiore di quello che la Brown & Root perseguiva e ciò gli procurò l'antipatia degli americani (lui riconduce a questo anche l'accusa che gli venne rivolta di traffico di armi).

 

 

 

6. L'informativa del M.llo Vacchiano

 

Anche la Procura di Torre Annunziata, attraverso l'inchiesta denominata "cheque to cheque" condotta dal maresciallo Vacchiano, comandante della Stazione dei CC e ciò gli procurò l'antipatia degli americani (lui riconduce a questo anche l'accusa che gli venne rivolta di traffico di armi).

 

Nella sua voluminosa informativa generale, Vacchiano ripercorre alcune vicende connesse all'uccisione dei due giornalisti italiani, partendo dal periodo che va dal 1988 in avanti, che vede coinvolti sia esponenti politici come Craxi, Pillitteri e lo stesso Presidente somalo Barre e soprattutto l'onnipresente Omar Mugne.

 

Vacchiano parte dall'assunto che la cooperazione italo-somala non era altro che lo strumento attraverso il quale sia gli italiani che i somali accumulavano tangenti per costituire fondi neri con i quali trafficare in armi e si spinge tirare in ballo personaggi come Cardella, Cammisa e più in generale le attività connesse alla comunità "Saman" di Trapani, coinvolgendo contemporaneamente i servizi segreti che avvallerebbero le forniture segrete di armi alle fazioni somale in lotta, Gladio e non meglio specificati "centri non ufficiali di intelligence e unità per interventi speciali".

 

Vacchiano cita numerosi personaggi italiani tra i quali Marocchino, Giovannini, Miragliotta e Zaganelli i quali secondo le sue ipotesi, avvalendosi delle loro conoscenze, acquisite "nel contesto dei servizi di sicurezza dei due paesi", avevano sviluppato una loro autonoma attività di traffico di armi, chiaramente non si poteva dimenticare del già menzionato Mugne al quale dedica addirittura un'intero paragrafo.

 

Avvalendosi delle dichiarazioni del collaborante di giustizia Elmo Francesco, Vacchiano arriva ad indicare Omar Said Mugne come un "trafficante di armi di livello internazionale", legando le attività illecite di quest'ultimo alla cooperazione italiana e ad esponenti del P.S.I.. Poi dai sospetti che coinvolgevano Mancinelli - faccendiere che prima di morire, rilasciò dichiarazioni relative al ruolo di alcune aziende, imprenditori e politici che in Somalia che attraverso i fondi della cooperazioni si erano arricchite - entra in gioco un personaggio sempre presente quando si tratta di servizi deviati, Aldo Anghessa.

 

Vacchiano cerca di ripercorrere nella sua informativa il periodo che va dalla fine degli anni '80 alla fine degli anni '90, connettendo la Schifo, il declino del potere di Siad Barre e l'esigenza di ottenere nuove forniture di armi, che, assicurate da esponenti del P.S.I., viaggiavano per l'appunto tramite i pescherecci della Schifo. Caduto Barre, Mugne avrebbe legato con i nuovi padroni della Somalia, ovvero Ali Mahdi e Aidid, trasportando per loro grosse partite di armi che poi avrebbe distribuito tanto all'uno quanto all'altro signore della guerra.

 

Si parla poi del sultano di Bosaso (quell'Abdullai Yussuf che alza il tiro sequestrando con le sue milizie i pescherecci che violerebbero, i diritti di pesca dei migiurtini, mentre di fatto attuerebbero il traffico di armi), di Giancarlo Marocchino (segnalato "come trafficante d'armi di una certa rilevanza", che "fornì armamenti ad entrambe le fazioni, ma in particolare a quella di Aidid"), e del fatto che "nel corso dell'indagine che la giornalista Ilaria Alpi" stava conducendo in Somalia, si era imbattuta negli scandali legati alla cooperazione, al traffico di armi, al ruolo ricoperto dal Mugne e dalla Schifo (scrive infatti che appare singolare "constatare che sull'unico taccuino rinvenuto sul corpo di Ilaria Alpi compariva una specifica interrogazione circa l'utilizzo di 1400 miliardi che risultavano stanziati dalla cooperazione", quindi conclude che pare assolutamente plausibile attribuire al Mugne l'organizzazione e la preparazione del delitto, d'altronde "fonti somale e italiane ad altissimo livello...lo indicano come mandante dell'omicidio"),

 

Il M.llo Vacchiano si dilunga molto, nella sua indagine, su aspetti specificamente legati al caso Alpi, pur essendo quella indagine a lui completamente preclusa, sia per motivi di competenza (il delitto avvenuto all'estero è di competenza della procura di Roma) sia perché all'epoca pendeva a Roma, dinanzi ad altro magistrato il procedimento espressamente dedicato al duplice omicidio.

 

Va qui precisato che nessuno degli assunti da lui esposti nell'informativa trovò conforto in elelementi probatori di rilievo, tanto che il procedimento venne del tutto archiviato

 

 

Note:

 

1 Il doc. n. 3.151 di questa  Commissione contiene molti dei citati atti: relazioni, documenti, statistiche, progetti, ecc.

 

2 Doc.3.151 pag. 67.

 

3 Doc.132.0 "Sentenza di assoluzione della Corte d'Appello di Roma nel proc. contro Martinez, Citaristi, Forte e Lodigiani".

 

4 doc.75.0 "Sentenza d'appello di assoluzione della Corte dei Conti contro il sen.Forte per il progetto Garoe-Bosaso, pronunciata il 26 marzo 2001.

 

5 Doc.203.9 pag. 19.

 

6 doc.4.22 pag. 14.

 

7 doc.203.9 pag. 71.

 

8 "Ci si potrebbe soffermare sui metodi di acquisto e allevamento del bestiame, dei contratti convenuti con i contadini somali, si acquista bestiame sottocosto dai nomadi e lo si rivende incamerandone il plusvalore che va tutto all'azienda italiana proprietaria dell'allevamento ecc... Del fatto che il FAI finanzia un'azienda che impiega il lavoro coatto (moderna forma di schiavitù) incentivando nei fatti la guerra civile somala, la soc. "Shifco" dell'ing. Mugne che inizia la sua attività con la gestione dei pescherecci e della nave frigo alla quale non vengono montati inizialmente i containers frigo ecc..."

 

9 Sul settimanale "L'Espresso" in data 30.06.2005 compare il seguente articolo, riferito alle indagini effettuate dalla Procura di Milano:

Dalle navi somale ai servizi francesi

Tra le società che secondo la Procura sono riferibili ad Alessandro Benedetti, ce ne sono un paio dalla storia curiosa. La Shifco Srl, usata per una triangolazione miliardaria dal gruppo Emmeci nel 1992, era stata fondata nel 1990 nell'ambito della cooperazione italo-somala. La Shifco

diventa famosa dopo la morte di Ilaria Alpi perché la giornalista del Tg3 fu uccisa nel '94, proprio dopo avere fatto un'intervista al porto di Bosaso sui traffici effettuati con le navi comprate dalla Shifco. "Bosaso, Mugne, Shifco, 1.400 miliardi (fondi Fai) di lire...dove è finita questa impressionante mole di denaro?", c'era scritto su un appunto trovato sulla sua scrivania dopo l'uccisione a Mogadiscio. "La Shifco coinvolta nelle vicende del gruppo Emmeci non c'entra nulla con la Somalia", spiega Benedetti. Effettivamente, dopo l'ingresso nella galassia Emmeci nel 1992, la Shifco non si occupò più di navi né di Somalia. Interessante anche il profilo della Company for Commerce in Europe, amministrata da Benedetti insieme a un tale Malik Zegdudi, definito dal perito Bellavia un "combattente libanese" mentre per Benedetti "era un algerino, figlio di Sherif Zegdudi, presidente dei combattenti musulmani in Francia, fregiato della legion d'onore". Nell'interrogatorio Benedetti aggiungeva che Zegdudi senior aveva lavorato per i servizi francesi.

 

 

 

 

 

Traffico d’armi

 

 

Riportiamo ampie parti della bozza di relazione finale distribuita ai Commissari in data 20 febbraio 2006 dal Presidente Taormina e da lui sostituita nella relazione finale da un testo diverso.

 

 

La connessione  tra l’omicidio ed il traffico di armi

 

 

Premessa

 

Sia la sentenza di primo grado[2] che quella di appello (con cui la Corte d’assise è pervenuta alla condanna di Hashi Omar Hassan) mettono in evidenza come negli interessi giornalistici della Alpi e di Hrovatin e nei risultati del viaggio a Bosaso vadano ricercate le motivazioni del duplice omicidio.

 

Su tale punto si sofferma in particolare la sentenza di appello[3], che insiste sulla non causalità del viaggio a Bosaso (programmato dalla Alpi prima della partenza dall’Italia) in ragione delle indagini che aveva intenzione di effettuare per approfondire temi legati al traffico di armi, all’intreccio con la mala cooperazione e il traffico di rifiuti tossici, nonché sui successivi approfondimenti effettuati a Bosaso dalla Alpi e da Hrovatin in merito al sequestro della nave della Faraax Omar, al tentativo di salire a bordo della nave per intervistare l’equipaggio e i sequestratori, ai carichi trasportati dalla nave in sequestro e dalle altre navi della Shifco, alla ricerca di riscontri agli ipotizzati traffici illeciti, ai contenuti dell’intervista al sultano di Bosaso e agli argomenti ivi trattati, alle domande poste al capitano del porto e al responsabile Unosom di Bosaso .

 

La successiva sentenza di Assise d’appello[4], conseguente alla pronunzia della Cassazione (che confermando l’affermazione di responsabilità e la condanna di Hashi Omar Hassan per il duplice omicidio, invitava a una nuova pronunzia sulla aggravante della premeditazione), espungeva dall’accertamento processuale la certezza del mandato omicidiario conferito ad Hashi Omar Hassan e indicava come temi di approfondimento da effettuarsi in altra sede quelli del movente e degli eventuali mandanti.[5]

 

La sentenza in questione ha posto una serie di interrogativi, relativi alle minacce che potevano aver subito in Bosaso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, emergenti da un appunto del Sismi, agli ipotizzati (e non provati in sede processuale) coinvolgimenti di numerosi soggetti, al contesto e alle motivazioni in cui l’omicidio poteva essere maturato, non senza omettere di porre l’accento sul lavoro svolto dai due giornalisti a Bosaso.

 

Su queste basi si è mossa la Commissione, svolgendo numerosi accertamenti ed approfondimenti.

 

 

 

Analisi dei filmati relativi all’ultimo viaggio in Somalia

 

Innanzitutto la Commissione ha recuperato ed esaminato i filmati relativi all’ultimo viaggio in Somalia per ricercare elementi di possibile sviluppo dell’inchiesta.

 

Restano peraltro gli interrogativi se i filmati recuperati siano tutti quelli effettivamente girati da Hrovatin, non essendo stato possibile recuperare i block notes con l’indicazione dei time-code dei servizi, pur annotati dai due giornalisti.

 

Sul punto – che viene trattato in altra parte della relazione - si richiamano le testimonianze di Giovanni  Porzio e Gabriella Simoni.

 

Va subito chiarito che l’esame dei filmati ha consentito alla Commissione alcune ricostruzioni cronologiche basate sull’esame dei filmati, tenendo conto anche di dati documentali acquisiti, quali le ricevute delle telefonate da Bosaso, messe a disposizione della famiglia e la lettera dell’aprile 1994 di Valentino Casamenti a Massimo Loche, e dei ricordi dei testi in grado di riferire elementi utili sul soggiorno dei due giornalisti a Bosaso.

 

È stato così possibile stabilire che il filmato del 15 marzo 1994 testimonia che quella mattina al porto di Bosaso Hrovatin, prima dell’incontro con il Bogor, riprese l’attività di carico e scarico di merci con una lunga carrellata sulle navi e sulla banchina e con la Alpi intervistò il dott. Kamal; nel pomeriggio del medesimo giorno si colloca l’intervista ad Abdullahi Moussa Bogor, il cd Sultano di Bosaso, nel corso della quale, tra i vari temi, il Bogor affronta – sollecitato dalla Alpi – la questione Omar Mugne, che dopo la caduta del regime di Siad Barre si era appropriato dei pescherecci ricevuti dalla cooperazione, mostrando un certo fastidio quando la Alpi pone domande sulla nave della Shifco sequestrata al largo di Bosaso, sui marinai italiani che sono a bordo, sulla società italiana che gestisce la flotta.

 

Il filmato si interrompe due volte e la non consequenzialità dei discorsi e i brandelli di conversazione che ne derivano hanno dato adito all’ipotesi  investigativa che il sultano potesse aver chiesto di non registrare quanto dichiarato sul tema del traffico di armi. Ipotesi dallo stesso Bogor avvalorata nel corso dell’intervista rilasciata a Gibuti al giornalista Torrealta nell’ottobre 1994[6] e successivamente nelle dichiarazioni rese al PM  dott. Pititto, nel giugno 1996. Ipotesi ancora ripercorsa dalla Commissione che è riuscita ad ottenere la presenza in Italia del “sultano” nel febbraio 2006 e ad assumerne direttamente le dichiarazioni.

 

Rinviando ad altro punto della relazione è qui opportuno anticipare che il Sultano, dinanzi alla Commissione, ha analizzato i contenuti dell’intervista rilasciata a Ilaria Alpi, accreditando la tesi che la registrazione dell’incontro in possesso della Commissione non fosse quella integrale, per essersi egli soffermato a parlare con i due giornalisti di traffici di armi a telecamera accesa – cosa che non sembra emerge dal filmato in atti - e per essere durata la registrazione due o tre ore.

 

Ai fini della presente trattazione è d’uopo qui sottolineare come gli interessi giornalistici di Ilaria Alpi, descritti dai testi auditi dalla Commissione e risultanti dalle pregresse conoscenze professionali della Alpi trovino, quindi, riscontro nell’esame dei filmati che la Commissione è riuscita a recuperare e nelle dichiarazioni assunte in audizione.

 

L’ulteriore esame dei filmati ha consentito alla Commissione di verificare che effettivamente Ilaria Alpi e Miran Hrovatin diretti a Gardo, a metà strada fra Garoe e Bosaso, hanno percorso la strada costruita con i fondi della cooperazione italiana, il cui interesse era stato richiamato telefonicamente alla Alpi da Alberizzi prima della partenza da Mogadiscio per Bosaso (cfr testimonianza Alberizzi)[7] .

 

La Commissione non ha potuto ricostruire tutti i movimenti dei due giornalisti nei giorni 14 e 15 marzo, per stabilire se i fimati rispecchino effettivamente tutto il girato nelle zone di Garoe e Gardo (da cui Ilaria e Miran dissero di provenire) ma è comunque in grado di affermare che il mercoledì 16 marzo Ilaria e Miran persero il volo da Bosaso a Mogadiscio e  si sono trovati in condizione di dover prolungare il soggiorno in Bosaso in attesa del primo volo utile per il rientro a Mogadscio (quello di domenica 20 marzo). A seguito di questo inconveniente, chiesero ed ottennero ospitalità alla ONG Africa 70, i cui componenti stavano rientrando proprio il 16 marzo da Gibuti dopo essere stati obbligati ad allontanarsi da quella  sede dalle autorità locali per oltre due mesi.

 

Ed è significativo che Africa 70 sia proprio la ONG il cui nome era annotato nell’agenda di Ilaria Alpi, con l’ulteriore indicazione Bosaso, in data precedente alla partenza dall’Italia per Mogadiscio, come è stato  accertato in giudizio a seguito della produzione del documento nel corso del processo contro Hashi Omar Hassan dal difensore di parte civile, della famiglia Alpi, avv.Guido Calvi.

 

La ricostruzione dei giorni trascorsi a Bosaso da questo momento si arricchisce di ulteriori dati: la lettera di Valentino Casamenti a Massimo Loche dell’aprile 1994[8] (in cui si riepilogano i movimenti, gli incontri, i tentativi della Alpi di assumere informazioni anche presso Unosom di Bosaso sulla nave sequestrata oggetto – tra i vari temi - dell’intervista al Sultano)[9], i ricordi dei cooperanti, i filmati recuperati.

 

È possibile quindi stabilire che prima di rientrare a Mogadiscio i due giornalisti sono tornati al porto dove Hrovatin ha ripreso ancora le attività di carico e scarico di merci (cemento, riso, farina, fusti), poi, prima di filmare un lungo giro al mercato, la Alpi ha intervistato il Capitano del Porto, Mohamad Abshir Omar, e il rappresentante Unosom, Dardo Scilovic.

 

Il primo, che è anche capo dell’SSDF, afferma che i sequestri delle navi e le richieste di pagamento di riscatto sono legittimi e costituiscono una sorta di tassazione delle licenze di pesca e anche Scilovic sembra in qualche modo giustificare questo sistema di pedaggi forzosi[10].

 

 

 

Gli interessi professionali della Alpi sul traffico di armi ed il sequestro delle navi

 

In secondo luogo la commissione ha ricercato ogni elemento utile sui pregressi interessi professionali della Alpi e su quali potessero essere le ragioni del viaggio a Bosaso e dell’interesse ai sequestri delle navi e al traffico di armi.

 

Sono stati pertanto, visionati i filmati recuperati presso la RAI delle precedenti missioni in Somalia, ben sette, di regola insieme all’operatore Alberto Calvi.[11]

 

Dai filmati emerge un’attività professionale volta a testimoniare la complessa realtà di un paese travagliato dalla guerra civile e da miseria e fame nel quale le forze internazionali, ivi comprese quelle italiane, cercano di riportare la pace con l’operazione Restore Hope, avviata nel dicembre 1992: le incursioni americane alla ricerca del generale Aidid e le minacce di questi ad italiani e forze ONU, la presenza del fondamentalismo islamico e le attività delle Ong islamiche in Somalia, i progetti delle Ong internazionali scolastici, familiari, sanitari a favore degli orfani e delle donne, le difficoltà operative derivanti da cultura e religione[12].

 

Gli interessi di Ilaria Alpi sono così testimoniati dai servizi giornalistici, ma a questi si affiancano i progetti su cui Ilaria stava lavorando da tempo, senza ancora tradurli in interviste o resoconti, che sono riferiti da coloro con cui la giornalista aveva rapporti professionali.

 

L’analisi complessiva dei filmati ha, quindi, messo in rilievo la discordanza tra l’effettiva attività di cronaca della Alpi ed il quadro professionale prospettato da alcuni suoi colleghi, di persona interessata prevalentemente al “sociale”[13], mentre trovano pieno riscontro le testimonianze di Calvi, il quale pone sempre in evidenza l’approccio ‘politico’ dei servizi e l’interesse per alcuni temi quali il traffico di armi e droga e la malacooperazione.

 

I filmati, infatti, dimostrano un impegno critico costante della giornalista, determinata, a quanto testimonia Alberto Calvi, a “non fare da grancassa a nessuno”, in particolare ai contingenti italiano ed americano, nel rispetto della linea editoriale del Tg3[14].  

 

 

 

Dati documentali e fonti testimoniali

 

La Commissione ha ricercato elementi, attraverso dati documentali e fonti testimoniali, per stabilire quali potessero essere gli interessi giornalistici di Ilaria e Miran nell’ultima missione e se vi fosse un interesse specifico per  Bosaso.

 

In questa ottica sono stati auditi dalla Commissione numerosi giornalisti; peraltro si ritiene qui di sintetizzare le dichiarazioni di alcuni di coloro con cui Ilaria ha intrattenuto maggiori rapporti di collaborazione professionale.

 

Non è stato possibile fare un analogo approfondimento per Miran Hrovatin, in ragione del fatto che la tragica missione del marzo 1994 era per Hrovatin la prima esperienza in Somalia.

 

Il giornalista Sandro Curzi, già direttore del TG3, ha riferito[15] delle conversazioni che ebbe con la Alpi prima dell’ultimo tragico viaggio; era molto contenta di questa ulteriore occasione di lavoro in Somalia anche perché era particolarmente interessata ad approfondire alcune tematiche legate alla cooperazione italiana; “Aveva la sensazione che ci fossero delle questioni ed era molto indecisa se vi fosse un collegamento tra il traffico di armi e la cooperazione. Parlava di una sorta di intreccio tra tutte queste cose.”[16]

 

Le dichiarazioni di Sandro Curzi alla Commissione Alpi sono in linea con con quanto dal medesimo dichiarato alla Commissione Gallo[17] e al processo di I grado contro Hashi Omar Hassan.

 

Ma non solo. Alessandro Curzi ha precisato che sicuramente il problema del traffico di armi era un argomento ben noto nell’ambiente della redazione del TG3, tanto che: “Brescia è stato a lungo al centro dell'attenzione dei giornalisti per il traffico di armi. Con il TG3 proponemmo un primo ed unico servizio su questo problema, ma la cosa non ebbe seguito. Questo avvenne durante il periodo in cui partì l'inchiesta su un traffico di armi del Sost. Proc. Palermo, della Procura di Venezia. Il Magistrato fu il primo, già nel 1983 - 1984 ad occuparsi del traffico di armi, ma fu prontamente "messo da parte".[18]

 

Infine, in relazione all’intervista al Sultano di Bosaso Curzi ha commentato che, pur non conoscendo il reale motivo: “Conoscendola, non condivido l'ipotesi di una intervista casuale fatta al sultano. Un'intervista, come quella fatta al sultano, non è un lavoro casuale”.[19]

 

Ancora più marcata risulta essere la posizione assunta sul punto dall’operatore Alberto Calvi[20], il quale, tra l’altro, aveva condiviso pregresse esperienze lavorative con la Alpi in Somalia e che ha riferito del progetto di Ilaria di andare a Bosaso quando stava organizzando il viaggio del marzo 1994[21].

 

Al riguardo appare opportuno ricordare che l’operatore Calvi ha riferito che: “La cosa sulla quale Ilaria ha sempre cercato delle prove era il traffico di armi e di droga” affermando che questa e una sua personale consapevolezza “perché non abbiamo fatto altro.[22] Ha inoltre aggiunto che in tale settore d’interesse Ilaria seguiva, quale possibile pista, quella dell’utilizzo delle navi Shifco ed il ruolo di Mugne e Giancarlo Marocchino[23].

 

Sempre in Commissione Calvi ha aggiunto che lui e Ilaria avevano un rapporto molto stretto con il giornalista del “Corriere della Sera”, Alberizzi “è una cosa che succede normalmente; inoltre, lavorando lui per la carta stampata e noi per la televisione, non eravamo neanche in concorrenza diretta, perché noi le cose dobbiamo darle per primi, rispetto alle televisioni. …. . Molti dei filoni, dei nomi che ho sentito, tra cui Mugne, Bosaso, Shifco, li ho sentiti fare da Alberizzi in conversazioni fatte con Ilaria.”

 

In precedenza, alla Commissione Gallo, in riferimento ai pregressi viaggi in Somalia, Alberto Calvi aveva chiarito quale fosse all’epoca la linea editoriale della loro testata giornalistica e come questa influisse sulle tematiche da affrontare[24].

 

Dello stesso tenore risultano le dichiarazioni rese da Massimo Loche[25], capo redattore del TG3, secondo cui le presunte attività illecite delle navi Shifco era patrimonio comune di tutti i giornalisti che si recavano in Somalia, compresa ovviamente Ilaria Alpi.[26]

 

Anche in precedenza il giornalista aveva dichiarato di essere a conoscenza che ci fossero delle navi che trafficassero in armi” e questo problema era di particolare interesse per la Alpi.[27]

 

Sempre innanzi alla Commissione Gallo i giornalisti Marina Rini, Gabriella Simoni e Giovanni Porzio, pur escludendo che la Alpi stesse indagando su presunti traffici di armi, ammettevano univocamente che “Sin dal 1993 tutti i giornalisti erano a conoscenza di questo traffico” (Marina Rini[28]); “In Somalia tutti i giornalisti si sono occupati della Shifko e del sequestro delle navi” (Gabriella Simoni[29]); “Per quanto riguarda il traffico delle armi, visto che se ne parlava, ho effettuato anch'io delle indagini” (Giovanni Porzio[30]).

 

In questa stessa linea si pone la deposizione di Massimo Alberizzi alla Commissione[31], il quale peraltro – a precisa domanda del Presidente (Lei ha dichiarato – esattamente nel 1995 – di non ritenere che Ilaria avesse “acquisito elementi importanti e nuovi sul traffico di armi”, deducendo che questa sarebbe la ragione per la quale non potrebbe identificarsi il traffico e la conoscenza sul traffico di armi come causa dell’omicidio. Sulla base di cosa ha fatto questa affermazione?) ha risposto che la sua ipotesi era ancorata alla supposizione “ se Ilaria avesse saputo, me lo avrebbe immediatamente detto.”

 

Peraltro lo stesso Alberizzi ha puntualmente riferito che Ilaria Alpi aveva partecipato con lui ad una intervista fatta alla moglie di Ali Mahdi Nourta, volta ad acquisire elementi su traffici di armi interessanti la Somalia facendo riferimento non solo alle attività di Giorgio Giovannini, ma anche a trasporti fatti con navi e alla provenienza russa delle armi[32].

 

 

 

Le notizie acquisite dai servizi

 

La Commissione ha  analizzato i documenti che riguardano il periodo che precede il duplice omicidio e che appare opportuno qui in parte riportare, per quanto riguarda alcuni spunti relativi all’inchiesta svolta:

 

3/5/1990 Centro SISDE Pescara: trasmette un appunto relativo a Corneli Francesco ed al coniuge Lozzi Lucia, interessati a vario titolo in diverse società, Mancinelli Florindo, e del noto fratello, Mancinelli Giancarlo, con interessi, tra l’altro, in Somalia nella società Somali - Italian Fishing Co. (SomitFish co.) con sede a Mogadiscio, con presidente Sidali Abdulle Barre, rappresentante del Governo Somalo.[33]

 

29/3/1991 Centro SISDE Livorno: richiesta di asilo politico di 14 cittadini somali alla questura di Livorno. Segue elenco nomi. Si tratta di marittimi imbarcati sulla motonave “21 Oktobar II” battente bandiera somala già ormeggiata nel porto di Livorno proveniente da Gaeta, che hanno dichiarato di non voler tornare nel proprio paese per la situazione politica ivi esistente.[34]    

 

3/2/1993 SISDE: Cittadino somalo Isse Ugas Abdulle… segnalato dal SISMI quale elemento pericoloso dedito al traffico d'armi. Dall'esame di alcuni documenti in possesso dello straniero, reperiti dal SISMI, è emerso un tentativo di acquisire un ingente quantitativo di materiali d'armamento, vettovaglie e medicinali vari da destinare al "Somali National Front", per proseguire la guerriglia in atto nel Paese africano.…Il soggetto - dall’elenco di utenze chiamate in Italia allegato all’appunto - risulta aver contattato, tra gli altri, Mugne Said Omar.[35]        

 

2/3/1993 Centro SISDE Pescara: trasmette un appunto relativo ad articoli stampa pubblicati su i quotidiani "Il Centro" di Pescara e "Il Tempo d'Abruzzo" rispettivamente del 24 e del 25 Febbraio 1993, relativi a Mancinelli Giancarlo, nato a Silvi (TE) il 21 Maggio 1941, e le Società "Somali Italian Fisching Co.”, “Cooperativa Pesca Adriatica arl”, “SEC Società Esercizio Cantieri SpA”, ivi citate, sono state oggetto di interesse.[36]

 

30/3/1993 Centro SISDE: trasmette un appunto con allegato un articolo di stampa titolato "Questo mitra sa di tonno" apparso in data 28 Febbraio 1993 sul settimanale Espresso.[37]

 

18.05.93 SISMI 2^ Divisione: telex circa: “… esponente somalo presente in Addis Abeba … ha riferito … Ali Madhi avrebbe segnalato  … l’esistenza di un traffico di armi dalla Somalia allo Yemen utilizzando piccole imbarcazioni …tale Mugne … della società Shifco … starebbe finanziando i capi di varie fazioni …sostegno finanziario da Ali Mahdi a  gen. Aidid.[38]

 

7/2/1994 Centro SISDE Roma 1: Nell'approssimarsi del ritiro dei contingenti UNOSOM dalla Somalia, a Mogadiscio la tensione è molto alta: la popolazione vive nell'angoscia di ciò che avverrà all'indomani del 31 Marzo 1994. I fuorilegge hanno tirato fuori, senza timore, le loro armi.[39]

 

14/2/1994 Centro SISDE Roma 1: Seg.f.n.RMl.34570/59 del 7/2/1994. Nel breve periodo di tempo che resta ai contingenti multinazionali dell'ONU per la partenza dalla Somalia, si rinfocolano le ostilità tribali e, nel crescendo delle rivendicazioni territoriali seguite anche da scontri militari, si registra un aumento dell'attività di bande di fuorilegge che vanno a caccia di tutto ciò che dispongono le organizzazioni umanitarie, da tempo presenti in Somalia.[40]

 

7.03.94 SISMI 2^ Divisione: Nota circa il sequestro del M/P Faarax Omar con a bordo comandante Fanesi Nazzareno, direttore di macchina Delli Passeri Franco e nostromo Sperduto Marco … [41]

 

 

 

Le vicende note agli ambienti giornalistici italiani

 

Il Centro Sisde di Pescara Pescara, il 30 Marzo 1993[42] evidenziava un “articolo stampa titolato "Questo mitra sa di tonno" apparso in data 28 Febbraio 1993 sul settimanale l’Espresso. “Le indagini cui si riferiscono gli organi di stampa sono condotte dalla Procura della Repubblica di Teramo ed il relativo fascicolo processuale è stato trasmesso - unitamente al memoriale - alla Procura della Repubblica di Milano dove è stato affidato alla Dott.ssa Gualdi del pool di Tangentopoli. In relazione a quanto precede, si è appreso occasionalmente che il memoriale conterrebbe denunce su attività illecite commesse dall'ex Sindaco di Milano Paolo Pillitteri, da alcuni dirigenti di aziende italiane e da Siaad Barre nell'ambito della assegnazione di appalti in Somalia. Mancinelli - che avrebbe avuto funzione di intermediario - avrebbe dovuto percepire provvigioni di circa 1500 milioni delle quali ne avrebbe intascati solo 50. Le ditte aggiudicatrici dei lavori avrebbero versato tangenti per il 15% sul totale ed alcune di esse avrebbero pagato a Siaad Barre importo in armi”.[43]

 

Un mese prima sul settimanale "Il Mondo" era apparso analogo articolo in cui si illustrava una inchiesta della Procura di Milano relativa a queste navi, e di tangenti per la loro costruzione pagate non in denaro ma direttamente in armi.[44]

 

 

 

L’inchiesta presso la Procura di Milano

 

Il sostituto Procuratore di Milano Gemma Gualdi nell’audizione del 13 giugno 1995 innanzi alla Commissione cooperazione[45], ha spiegato che l’inchiesta presso la Procura di Milano conseguiva a una sentenza del Tribunale civile di Milano.[46]

 

Nella inchiesta, attraverso vari passaggi di indagine, la Procura era giunta all’esame delle attività della SEC cioè l’azienda che ha costruito, e per un certo periodo anche gestito, le navi alle quali si erano interessati Alpi e Hrovatin; in tale ambito era emersa la figura di Giancarlo Mancinelli[47].

 

Parallelamente l’inchiesta si era sviluppata sulle attività della Giza S.p.A., su cui si riferirà nella parte relativa alla cooperazione, ma che appare strettamente connessa con la vicenda dei pescherecci Shifco[48].

 

Nella medesima indagine la Procura di Milano acquisisce testimonianze, da parte di persone abitualmente residenti a Mogadiscio delle quali non è stato possibile verificarne l’attendibilità, secondo cui “la Camera di commercio italo-somala e in particolare Craxi e Pillitteri facessero scambio di armi come contropartita della fornitura di opere, servizi o costruzioni o quant'altro ancora in quel territorio”. 

 

Sempre la dott.ssa Gualdi riferisce di aver raccolto le dichiarazioni di alcuni marinai imbarcati sui pescherecci Shifco, “i quali riferiscono di strani passaggi che avvenivano la notte durante i viaggi delle navi-frigo. Essi specificano di essere stati imbarcati sulla nave «21 ottobre II», di proprietà della società italo-somala Shifco che ha una delle sue due sedi a Milano. I marinai riferiscono in particolare, si potrà leggerlo dai verbali, della notte e del luogo in cui la nave si è fermata, dell'altra nave che ad essa si è avvicinata, nave senza scritte né insegne, e della piccola barchina che ha accostato la nave-frigo ed ha cominciato un lungo trasbordo di casse di legno della lunghezza approssimativamente (è il servizio militare prestato dagli uomini di casa che me lo fa ritenere) di un fucile. Queste casse recavano la scritta CCCP. Forse si trattava di armi datate. Sono queste le dichiarazioni che ho raccolto delle quali non mi si chieda la verosimiglianza e l'attendibilità. Mi limito a riferire un particolare che nasce dagli atti istruttori”.

 

 

 

Le dichiarazioni acquisite dalla Commissione

 

La Commissione ha particolarmente approfondito, mediante numerose audizioni, la tematica del traffico di armi in Somalia.

 

Lo stesso ex Presidente ad interim Ali Mahdi, ha sostenuto essere particolarmente agevole il procacciamento delle armi in Mogadiscio visto il considerevole quantitativo giunto negli anni precedenti al deposto regime di Siad Barre[49].

 

L’avv. Douglas Duale ha rappresentato alla Commissione[50] quanto viene comunemente sostenuto in Somalia circa il coinvolgimento dei pescherecci Shifco nel trasporto delle armi durante il periodo di Siad Barre[51]; ha aggiunto che, successivamente alla caduta di tale regime, il traffico di armi è continuato con le medesime modalità: “dopo Siad Barre lì è diventato il mercato di tutti, presidente, anche dai paesi dell’Est sono venute armi, che sono state importate anche dalle navi della Shifco, come ha dichiarato il mio assistito, sultano di Bosaso”. Tali armi provenivano soprattutto dall’est europeo[52].

 

L’avvocato Duale ha quindi espresso il convincimento che il duplice omicidio potesse essere collegato alle vicende dei traffici illeciti anche perché non aveva le caratteristiche di un omicidio casuale[53].

 

Utili informazioni sulla figura di Mugne e sul suo ruolo nel periodo del regime di Siad Barre, sono state riferite in Commissione anche dal generale Gilao della polizia somala[54].

 

Il Generale Gilao ha altresì dichiarato che tra i trafficanti italiani di armi gli era noto in Somalia Giorgio Giovannini e che entrambi i clan avevano ricevuto armi da lui[55].

 

Il ruolo di trafficante di armi svolto da Giovannini è stato confermato anche da un altro alto ufficiale della polizia somala, il generale Hosman Omar Wehelie detto “gas gas”[56].

 

Anche ai servizi italiani di intelligence pervenivano informazioni in ordine a tale traffico di armi; il generale Cesare Pucci[57], direttore del SISMI dal mese di agosto del 1992 al mese di luglio 1994, ha affermato di ricordare le notizie intorno all'utilizzazione delle colonne umanitarie per il traffico di armi, con particolare riferimento alle navi della cooperazione. In particolare ha dichiarato che tali informazioni gli erano state fornite da Rajola Pescarini, il quale gli aveva anche riferito che “il traffico delle armi veniva da Bosaso, dall'Arabia Saudita alla Somalia del Nord, e poi probabilmente giungeva al sud, probabilmente anche con i famosi pescherecci. Non avevamo altre notizie oltre a queste”.

 

Con riferimento ad un telex della seconda divisione del Sismi del 18 maggio 1993, con cui si segnalava di aver appreso, da esponente somalo presente in Addis Abeba, che Ali Mahdi avrebbe segnalato l’esistenza di un traffico di armi dalla Somalia allo Yemen, utilizzando piccole imbarcazioni e che tale Mugne della società Shifco starebbe finanziando i capi di varie fazioni, spostando il suo sostegno finanziario da Ali Mahdi al generale Aidid, il generale Pucci ha dichiarato di ricordare “questi fatti e ricordo che dovevamo attivare delle ricerche più precise”.

 

Tuttavia, contrariamente a quanto sostenuto dai suoi collaboratori, il generale Pucci ha fornito indicazioni del tutto nuove, relativamente al traffico di armi, affermando che “da quando ho preso il Sismi, non c’era più possibilità di fare traffici leciti con la Somalia”.

 

Nel prosieguo ha specificato che “il traffico di armi verso la Somalia è molto ridotto; si tratta soprattutto di munizioni e armi portatili ... La situazione in Somalia, per quanto riguarda le armi, era duplice: innanzitutto, c’era una enorme dovizia di armi in tutto il paese, per il fatto che durante il dominio di Siad Barre c’era stata la guerra contro l’Etiopia. Ora non ricordo esattamente quale zona fosse contesa nel conflitto tra i due paesi comunque Siad Barre, in quel momento, era supportato dall’Unione sovietica e ha avuto e ricevuto rifornimenti cospicui in armi. Successivamente, c’è stato un afflusso di armi - ma prima che arrivassimo noi in Somalia -, un afflusso notevole soprattutto quando, con la caduta del muro di Berlino, si è liberata la disponibilità di armi dei paesi del Patto di Varsavia. Ciò ha fatto sì che la disponibilità complessiva di armi fosse superiore alle necessità e alle esigenze, per cui il traffico di armi non era significativo, da questo punto di vista. Rimaneva significativo il traffico di munizioni, che però veniva fatto a piccolo cabotaggio, in partenza dai porti dell’Arabia Saudita. A questo proposito devo dire che siccome noi abbiamo rinunciato – parlo come Sismi, d’accordo con il ministro della difesa – ad effettuare azioni di intelligence al di fuori delle esigenze di difesa del contingente in termini diretti (e non indiretti), in realtà non abbiamo mai indagato nelle zone dove questo traffico si svolgeva. Tra l’altro, mi risulta che anche gli americani tenevano più o meno lo stesso atteggiamento. In altri termini, non si è fatta un’azione di contrasto al sistema di rifornimento delle armi perché ritenuto non significativo e soprattutto perché ritenuto non fattibile”.

 

Quanto ai vari tentativi d’intesa tra il Governo italiano e le due fazioni in lotta, a proposito del traffico di armi, il generale Pucci ha dichiarato che “non c’era nessuna tolleranza. C’era, caso mai, il fatto che non eravamo presenti nella zona con delle strutture …  non c’eravamo. Non eravamo presenti nella zona dove si svolgevano ... Ma fu deciso così anche dal punto di vista politico”.

 

Alla domanda se esisteva un’intesa a disinteressarsi del fenomeno, l’interessato ha dichiarato che “non c’è stata nessuna intesa in questo senso. E dirò di più … che sapevamo il fenomeno, lo tenevamo sotto controllo”, senza però intervenire preventivamente. Si faceva quindi, al pari di altri servizi d’intelligence, “una sorta di monitoraggio, però non si faceva neanche il monitoraggio, questo lo voglio sottolineare. Il servizio non ha avuto nessuno nella zona; di conseguenza, avevamo queste indicazioni ma non potevamo accertare se erano rispondenti alla realtà. In termini molto poveri, avevamo limitato l’accesso solo alla Somalia. Tra l’altro, non c’era neanche consentito di operare nelle zone, ad esempio, di Bosaso e via dicendo, dal punto di vista internazionale, in quanto esulavano dalla nostra zona d’interesse. Sì, potevamo farlo, questo è chiaro, però non lo abbiamo fatto proprio scientemente perché non ritenevamo opportuno allargare l’orizzonte …(dal punto di vista) politico ed anche organizzativo, perché significava allargare un discorso; avevamo già abbastanza problemi”.

 

Alla richiesta di ulteriori spiegazioni, il generale Pucci ha precisato, talvolta in maniera anche confusa, che “il traffico d’armi, quando viene segnalato in quella maniera, è generico” e quindi non è stata fatta alcuna attività di verifica perché “non avevamo nessuno da mandare in zona”, anche perché venne ritenuto preminente la difesa del contingente perché “era molto importante! Non avevamo possibilità di fare altre cose. Avremmo dovuto allargare l’orizzonte in una maniera che ci avrebbe messo in difficoltà da tutte le parti ... Seguivamo attentamente le cose ma per quanto riguarda gli interventi, bisogna vedere che tipo di interventi si pensa di fare”.

 

Per quanto riguarda le informazioni in possesso del Sismi in merito al traffico con le navi della Shifco, il generale ha spiegato che l’attività del Servizio si limitava a “tenerli sotto controllo; nello stesso tempo, non potevamo mandare gente a vedere; o meglio, gente a vedere potevamo mandarla ma non potevamo intervenire ... (anche se non c’era) nessun ordine di quel tipo (di chiudere gli occhi). Ma neanche noi volevamo chiudere gli occhi, tant’è vero che seguivamo le cose. Soltanto che si seguiva il problema senza avere possibilità di intervento pratico sul problema stesso ... Il traffico si svolgeva in zone che erano fuori dal nostro controllo ... Abbiamo operato nel senso di tenerli sotto controllo, anche perché l’afflusso di queste armi, e via dicendo, non era significativo dal punto di vista quantitativo, come dicevo.

 

Alla richiesta di spiegazioni rispetto al fatto accertato che in effetti il traffico d’armi c’era e che nessuno lo ha mai perseguito, il generale Pucci ha dichiarato che “a questo una risposta non posso darla”.

 

Tornando alla figura di Giorgio Giovannini, indicato da Nurta, moglie di Ali Mahdi, dal generale Gilao e dal colonnello “gas gas” quale trafficante di armi, deve aggiungersi che la Commissione ha raccolto copiosa documentazione a sostegno di tale tesi.

 

Tanto il SISDE[58] quanto il SISMI[59] segnalano, con numerose note, il Giovannini quale imprenditore a vario titolo coinvolto in traffici di armi, fornitura di armi alla Somalia fin dal periodo di Siad Barre (con movimenti attraverso la Libia, Malta, ed altri stati africani del mediterraneo).

 

Il Sisde sottolinea un rapporto specifico con Omar Mugne e il di lui fratello, l’ammiraglio Said Marino, per la organizzazione di tali traffici.

 

Deve aggiungersi che, rispetto alle dichiarazioni rese da “gas gas” secondo cui Giovannini contrattava la vendita di armi con il generale Osman Anagel, una indiretta conferma perviene dallo stesso Giovannini il quale ha ammesso in Commissione[60] di aver accompagnato a Belgrado il suo amico Generale Osman Anagel, che doveva acquistare in Jugoslavia del munizionamento per l'Esercito somalo in più occasioni anche se, a suo dire, con mere funzioni di interprete.

 

Giovannini, peraltro, indicato quale trafficante anche dalla fonte di Udine poi rivelatasi, risulta indicato anche come possibile mandante dell’omicidio Alpi-Hrovatin.

 

 

 

 

Il Soggiorno a Bosaso: le attività; l’incontro con il Sultano di Bosaso e la vicenda dei traffici di armi

 

 

Il ruolo e la figura del c.d. sultano di Bosaso

 

Abdulahi Musse Yusuf è noto, agli atti del processo e nel copioso materiale giornalistico raccolto come sultano di Bosaso, anche se, come si dirà, tale “carica” è contestata e, secondo alcuni, apparterrebbe al fratello. Negli atti del Sisde viene spesso indicato come Ismail Bogor; altre volte – anche per refusi conseguenti ad una imprecisa traslitterazione fonetica – viene indicato come Abdullahi (o Abdullay) Hagi Musse ovvero Abdullahi Mussa Iusuf. È conosciuto anche con il soprannome di “Bogor” o “King Kong”.[61]

 

 

 

Il Fronte di salvezza democratica, la posizione del “sultano”, i rapporti con Mugne e la questione Africa 70

 

Nel 1994 il Somali Salvation Democratic Front può definirsi un’organizzazione “politico-militare” nata come opposizione al governo di Siad Barre. Di essa nel 1994 chairman è il Gen. Mohamed Abshir, appoggiato dal subclan di Garoe. Il numero due è il Col. Abdullahi Yusuf. Loro rappresentante a  Bosaso è il Gen. Alì Ismail Mohamed.

 

Questa leadership veniva fortemente contestata dai clan della regione Bari, di cui Bosaso è capoluogo, dal suo Governatore, Ibrahim Omar Musse e dal sedicente Sultano, detto King.

 

Yusuf Bari Bari, responsabile all’epoca della SSDF in Italia, ha precisato[62] che la persona che è stata intervistata da Ilaria Alpi, un magistrato noto con il nome di King, non è in realtà il vero Bogor, sultano, di Bosaso. La carica infatti spetterebbe di diritto al suo fratello maggiore.

 

L’SSDF è l’autorità politica di Bosaso nel periodo ’93-94 ma a dicembre 93, all’approssimarsi delle elezioni regionali e distrettuali (inizio marzo ’94), inizia uno scontro per l’affermazione della leadership tra diverse fazioni; il cd “sultano” fu messo a capo dell’amministrazione della Migiurtinia, il quale si avvaleva dei miliziani della zona, che costituirono un primo embrione di Polizia, ma che facevano ancora riferimento al Fronte.

 

Giorgio Cancellere, che nel 1994 cooperava con Africa 70, ha tracciato un quadro della situazione di Bosaso, che appare significativo riportare[63].

 

Nel 1993 il Ministero degli Affari Esteri, Ufficio Emergenza della DGCS, chiese a 7 ONG italiane di individuare delle aree e degli interventi da effettuare in favore della popolazione somala in seguito alla guerra civile. Gli interventi dovevano riferirsi principalmente a riabilitazione e ripristino di servizi di base, quali strutture sanitarie, veterinarie, pozzi, scuole[64].

 

La ONG Africa 70 identificò il suo intervento nell’area di Bosaso[65]. Nel momento della preparazione del progetto, fu contattata da Yusuf Mohamed Ismail, detto Bari Bari, rappresentante in Italia del Somali Salvation Democratic Front (SSDF), che  fu coinvolto nel progetto come profondo conoscitore dell’area e dei contatti locali, necessari ad attivare l’intervento di Africa 70 a Bosaso.

 

Yusuf  fu impegnato fin dall’inizio delle attività a Bosaso, avvenuta con una missione[66] nel maggio 1993 per preparare la logistica di appoggio e avere i primi contatti con le autorità locali, principalmente formati da “elders”, anziani della comunità.

 

L’avvio del progetto avvenne nell’agosto del 1993 con l’arrivo a Bosaso del dott. Fregonara, direttore del progetto Africa 70, per iniziare le attività.

 

Yusuf Bari Bari svolgeva un’attività di collegamento tra Africa 70 e le realtà del territorio, viveva negli stessi locali affittati da Africa 70 in Bosaso presso il “compound” del dott Kamal, localizzato nel centro di Bosaso.

 

Dall’inizio del dicembre 1993 la situazione nell’area di Bosaso è andata progressivamente peggiorando, in concomitanza ad un forte scontro in atto presso il SSDF dovuto all’avvicinarsi delle elezioni distrettuali e regionali sancite dal Congresso di Addis Abeba.

 

Come si è accennato in precedenza la leadership del Gen Mohamed Abshir fu fortemente contestata dai clan della Regione Bari, di cui Bosaso è il capoluogo. In particolare la contestazione proveniva dai clan degli Osman Mohamud, residente nell’area di Gardo, Afun e Bender Beyla (la costa nord ovest) e dal subclan Ali Saleban, residente nell’area di Kandala (costa nord Ovest).

 

Nella stessa Bosaso il Governatore Ibrahim Omar Musse e il sultano Bogor Abdullahi (King) erano schierati apertamente contro la leadership del SSDF, debolmente rappresentata in città dal Gen. Ali Ismail Mohamed, dello stesso clan del Col. Abdullahi Yusuf.

 

Le prime schermaglie di un conflitto di leadership avvengono nel dicembre 1993 con l’arrivo degli aiuti del Senatore Bersani nel porto di Bosaso. La nave, che trasportava gli alimenti ed arrivata il 27 novembre 1993, determinò immediatamente una grande confusione: il materiale venne scaricato solo dopo due giorni e distribuito nei magazzini di Bosaso solo l’8 dicembre 1993 a seguito dei contrasti tra la leadership del SSDF e la comunità di Bosaso sulla destinazione degli aiuti alimentari.

 

Africa 70 e LVIA, due ONG italiane, incontrarono tali difficoltà che, per motivi di sicurezza, parte del personale lasciò Bosaso per Gibouti verso la metà di Dicembre 1993.

 

In tale clima, il 29 Dicembre 1993, il Colonnello Ali Ismail Mohamed intimò ad Africa 70 di andarsene da Bosaso in quanto accusata di appoggiare la pesca clandestina che alcune navi al largo di Bosaso stavano effettuando, tra cui navi italiane.

 

A questo punto il Fronte del SSDF si è spaccò in due, con il Gen Mohamed Abshir in completo disaccordo con la decisione del Col Ismail.

 

La questione riguarda, in particolare, un accordo stipulato tra SSDF e la Federpesca Italiana per la pesca nelle acque della Regione Bari, accordo portato avanti da Yusuf Mohamed Ismail, detto Bari Bari, in nome della leadrship del SSDF (Gen Abshir e Col Yusuf).

 

L’accordo fu stipulato in base alla legge sullo sfruttamento marino (UN, Montayo Bay, Jamaica 1982) e in base alla Convenzione di Lomè. Di questo accordo non erano stati informati i rappresentanti di Bosaso che si sentirono ingiustamente pretermessi.

 

Con una lettera indirizzata ad Africa 70 del 8 gennaio 1994, Yusuf ammise di essere stato il principale interlocutore con la Federpesca Italiana per raggiungere l’accordo di pesca, confermato dal Generale Mohamed Abshir, in quel periodo Chairman del SSDF[67].

 

Le autorità di Bosaso colsero, quindi, l’occasione per coinvolgere Africa 70 che era stata appoggiata dallo stesso Bari Bari nell’aprire l’intervento a Bosaso.

 

La richiesta di espulsione venne, però, immediatamente sospesa dagli stessi artefici della lettera ma si è scatenò un forte contrasto all’interno della comunità di Bosaso, sui diritti della pesca e sulla leadership del SSDF.

 

In questo clima politico molto acceso il Generale Ismail, il Governatore di Bosaso e gli elders coinvolsero nuovamente Africa 70, quale unica ONG di cooperazione presente nell’area per riscatenare una polemica, che determinò, il 19 gennaio 1994, la lettera di espulsione di Africa 70 dando allo staff internazionale tempo fino al 5 marzo 1994 per terminare gli interventi in corso.

 

Nella suddetta lettera non si faceva più alcuna menzione al problema della pesca ma le accuse erano di un generico malcontento delle attività di Africa 70 a Bosaso. In realtà era il tentativo di trovare un compromesso con le parti firmatarie del primo ordine di espulsione non rompendo così equilibri interni delicatissimi, lanciando però nello stesso momento un messaggio chiaro alla leadership del SSDF che in quel momento appoggiava in blocco la presenza della cooperazione italiana nell’area.

 

A fine gennaio 1994, in un clima reso incandescente dalle discussione interne, dal risentimento per l’accordo della pesca siglato dalla leadership SSDF, dalla continua pesca illegale nel Golfo di Aden (nel 1993 3 navi pakistane ed una coreana furono catturate dalle milizie del SSDF), da una epidemia di colera a Bosaso scoppiata alla fine di gennaio 94, Africa 70 si determinò a lasciare Bosaso.

 

Il 28 gennaio 1994, l’Ambasciatore Italiano in Somalia Scialoia[68] accompagnato da due funzionari dell’Ambasciata Italiana a Mogadiscio, visitò Bosaso ed incontrò le Autorità per protestare del trattamento inflitto ad Africa 70. La visita fu accompagnata dal rappresentante di UNOSOM a Bosaso, Darko Silovic. In quel periodo anche giornalisti stranieri intervenirono sulla questione.[69]

 

Nel frattempo Africa 70 aveva richiesto a Yusuf Bari Bari di allontanarsi dal compound per distendere la situazione intorno allo staff italiano. Bari Bari, che, dopo gli eventi della fine dicembre 1993, aveva confermato il suo coinvolgimento nell’accordo con Federpesca Italiana, come da una  lettera  dell’8 gennaio 1994, lasciò la ONG.

 

Il 22 febbraio 1994 gran parte dello staff italiano lasciò Bosaso per rientrare a Djibouti presso la sede di COOPI (Cooperazione Internazionale, ONG di Milano): al 26 febbraio 1994 l’evacuazione fu completata e rimase presso la sede di Bosaso solo il logista somalo Muktar.

 

Sentito dalla Commissione[70] Yusuf Bari Bari ha ricordato sia la questione che nacque a seguito dell’arrivo in porto delle derrate alimentari della cooperazione italiana (In quel caso c’è stato un malinteso perché qualcuno aveva detto che erano solo per alcune regioni e non per altre) sia la questione sorta quando vi fu “l’emissione delle licenze di pesca” con l’accordo siglato con la Federpesca. Yusuf ricorda che nei confronti di Africa 70 le accuse furono per la questione della pesca di frodo, “di spionaggio direi proprio di no, almeno che io sappia. Di pesca, per quanto riguarda appunto il primo periodo in cui avevamo rilasciato le licenze, sì, perché pensavano che per la mia presenza nel compound in qualche modo c’entrassero anche loro. … . Da parte del fronte lo si vedeva come un fatto politico, visto che oltretutto eravamo in un periodo di transizione, in cui al nostro interno si stavano delineando due leadership che si contendevano la guida del fronte: il generale Abshir ed il colonnello Abdullah Yusuf.”

 

Yusuf ha confermato la rilevanza politica dell’accordo siglato[71].

 

La Commissione ha cercato di approfondire i rapporti intercorrenti tra il Sultano di Bosaso, l’ing. Mugne e il Fronte, ma sotto tale profilo Yusuf si è trincerato in atteggiamenti di chiusura. Quando il Presidente gli ha chiesto Lei lo sa che il sultano di Bosaso chiese anche le royalties alla Shifco di Mugne? Se non lo sa, glielo diciamo noi”, Yusuf ha risposto: “Guardi, se vuol saperla tutta, a livello nazionale, a seconda di chi gli ha fatto comodo politicamente, Mugne ha concesso…non so se chiamarle royalties o in altro modo”.

 

All’incalzare delle domande Yusuf ha sostenuto che il sultano di Bosaso mirava ad assumere la guida del Fronte.[72]

 

Alla contestazione del Presidente “si dà il caso che Mugne significhi Shifco, che Shifco  significhi pescherecci e che i pescherecci significhino SSDF ed accordi con la società Meridionalpesca di Bari e con la Federpesca italiana”, Yusuf  ha risposto: “Le posso dire che Mugne non fu per niente contento dell’accordo raggiunto tra la SSDF e la Meridionalpesca […] Lo so per il fatto che mi erano giunte delle segnalazioni molto forti e precise Vi era anche la questione del compenso del “controllore”: non ricordo come si chiami tecnicamente questa figura; era una persona che a bordo verificava che effettivamente il quantitativo del pescato fosse quello previsto”.

 

Con la partenza di Africa 70 a Bosaso non rimase alcuna agenzia internazionale di cooperazione. Rimasero solo UNOSOM e UNICEF. 

 

La situazione, già tesa, si aggravò con l’inizio del ritiro di UNOSOM dalla Somalia, che comportò il movimento di molte bande armate da Mogadiscio, alcune delle quali risalgono verso il Nord della Somalia[73].

 

Africa 70 aveva già abbandonato Bosaso quando, il 26 febbraio 1994, il Sultano di Bosaso, a nome degli elders della città, inviò una lettera alla ONG in cui dichiarava che la comunità aveva deciso di cancellare l’ordine di evacuazione consigliando di rientrare a Bosaso dopo il 5 marzo 1994, data entro la quale si dovevano svolgere le elezioni distrettuali e regionali.

 

Fino a metà  marzo, il personale della ONG Africa 70 continuò comunque a rimanere a Gibuti, in attesa di poter riorganizzare il ritorno in sede.

 

 

 

La vicenda relativa al sequestro della nave Farax Omar

 

Nel periodo di assenza da Bosaso della ONG, avvenne al largo del mare di Bosaso il sequestro del motopesca “Faarax Omar” della Schifco. Dai documenti in atti risulta, difatti, che il sequestro fu realizzato alle ore 07.00 del 3 marzo 1994 ad opera di guerriglieri migiurtini.

 

Said Omar Mugne, in occasione delle s.i.t. rese in data 6 giugno 1996 al Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma dr. Giuseppe Pititto, ha dichiarato circa il pagamento del riscatto: “…I sequestratori pretendevano i soldi in dollari ed in contanti ed a bordo della nave. Io informai per iscritto l'assicurazione "Le Generali" chiedendole di pagare il riscatto con l'impegno da parte mia a restituire la somma se la nave non fosse stata liberata. "Le Generali" accreditò la somma del riscatto presso la banca Indosues Mar Rouge di Djibuti, io prelevai la somma in contanti ed in dollari e tale somma fu portata dall'avvocato Regis in compagnia di due presidenti di altrettante organizzazioni politiche sulla nave ai sequestratori che liberarono così la nave. […] il prezzo del riscatto fu tra i 500 ed i 700 mila dollari e venne pagato perciò dalle assicurazione "Le Generali".[74]

 

Sentito in relazione al sequestro della nave Faarax Omar il Capitano Nazzareno Fanesi[75] ha spiegato che i miliziani si servirono per l’abbordaggio di un’altra nave anch’essa catturata, trasferendo a bordo armi da impiegare per altri sequestri: “Fummo catturati da una nave cinese che a sua volta era stata catturata dai somali […]. I somali vennero a bordo e ci dissero che non potevamo pescare in acque somale […]. Ci dissero che operavano per il governo della Migiurtinia. […] Ci fecero andare a Capo Guarda Fui e loro imbarcarono delle armi loro e mi fecero fare guardacoste”. (p. 11) “Le armi servivano per poter sequestrare altre navi perché questo era il loro compito: sequestrata la nave cinese hanno sequestrato me, e poi a me mi fecero sequestrare altre navi”. In particolare furono imbarcati a ridosso di Guardia Fui un mortaio, una mitragliatrice e un cannoncino che servivano per catturare altre navi”.

 

Fanesi ha ribadito ai consulenti della Commissione Alpi, il 26 ottobre 2004, la stessa versione dei fatti: “eravamo in acque somale allorché fummo incrociati da altra nave che cominciò a sparare nella nostra direzione. Fummo quindi contattati via radio, invitati a filare l'ancora e fermare le macchine. La nave bianca cinese da pesca quindi ci abbordò. 15/20 persone armate salirono a bordo. Dissero di essere dello S.S.D.F., c'era un loro comandante in seconda che si chiamava Abdullahi, mentre il comandante era tale Joar. Dissero che non potevamo pescare in acque migiurtine, ancorché battessimo bandiera somala. Ci guidarono fino a Capo Guarda Foi, dove gettammo le ancore. Fui minacciato da Abdullahi personalmente. Cercarono inutilmente di indurmi a catturare le altre navi Shifco che però erano già da me state informate della cattura della Faarax Omar. A capo Guarda Foi imbarcammo, di notte, una radio e armamento vario. Da questo momento facemmo pattugliamento della costa al fine di procedere ad altre catture, nella fattispecie tre navi pachistane sequestrate a sud di Ras Afun. Io a mezzo di Monaco (Montecarlo) radio mettevo in contatto Abdullahi con l'ing.Mugne, di cui avevo il numero di telefono, numero di telefono trascritto sul giornale di bordo reperibile sulla nave. Dopo aver pattugliato la zona ad est di Bosaso, ci recammo quindi nei pressi del porto di Bosaso medesima poiché personale UNOSOM doveva essere imbarcato al fine di verificare se a bordo della Faraax Omar c'erano dei cadaveri conseguenza della cattura. Tale asserto mi fu riferito dal miliziano Joar. Rimanemmo ancorati fuori del porto di Bosaso sino alla data del nostro rilascio, avvenuto a seguito di pagamento di riscatto effettuato forse da due persone di Mugne venute a bordo della nave. Ricordo che i due del gruppo di Mugne si chiamassero Moalin e altro nome che mi sfugge. Forse furono pagati 450.000 dollari USA per il riscatto. Non seppi più nulla della commissione UNOSOM che doveva ispezionarci.”

 

 

 

La restituzione della nave. Modalità di pagamento del riscatto: l’intervento dell’assicurazione

 

La Faraax Omar è stata lasciata libera il 13.4.1994, alle ore 16.00, dopo il pagamento di un riscatto inizialmente fissato in 600.000 dollari. La somma pagata è stata liquidata dalla Assicurazioni Generali tramite il broker Garuffi di Genova.[76]

 

La somma effettivamente pagata per il riscatto è stata di 450.000 dollari.[77]

 

Stessa notizia (pagamento di un riscatto di 450.000 dollari) viene confermata a s.i.t. da Fanesi Nazzareno, ex comandante di navi oceaniche.[78]

 

 

 

L’intervento dell’Ambasciatore Scialoja

 

L’Ambasciatore Scialoja ha spiegato alla Commissione[79] di essere venuto a conoscenza del sequestro della Faraax Omar, di avere anche pensato ad un intervento per liberare gli italiani imbarati sulla nave, ma di aver dovuto desistere poiché il Ministero lo invitò a farlo: la Shifco non volle un intervento istituzionale, si disse in grado di risolvere da sola il problema: “Posso dire una cosa interessante per la Commissione: quando venne sequestrato il peschereccio, qualche giorno prima dell’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, l’ammiraglio Calamai, comandante della flotta italiana, ad un certo momento mi aveva proposto di andare a Bosaso – e io ci sono andato …con l’aereo per vedere che cosa era accaduto a questo peschereccio. Io pensavo … che si sia trattato semplicemente della solita questione delle royalty, però ad un certo momento, dopo aver parlato al Ministero di questa possibile spedizione di ricerca e di indagine sull’episodio, dal Ministero ebbi per telefono l’istruzione di lasciar perdere perché tanto gli armatori italiani … . della Shifco avevano detto che non era necessario intervenire perché il problema era stato risolto. Io credo che Ilaria Alpi si sia mossa, sia andata a Bosaso proprio per questo episodio del peschereccio.”[80]

 

E in merito alla vicenda dei sequestri dei pescherecci della Shifco, Scialoia ha aggiunto: “Ci sono stati due sequestri di pescherecci della Shifco: uno, parecchi mesi prima dell’episodio di Ilaria Alpi, di un peschereccio il cui comandante e qualche membro dell’equipaggio erano italiani e furono portati da Bosaso all’interno e detenuti. A quell’epoca io non ero in Somalia né immaginavo che ci sarei andato, ma ricordo che avevo seguito la vicenda anche perché mi sono sempre interessato della Somalia. Il ministero se ne occupò e credo che mandò in missione quello che allora era il console onorario d’Italia a Gibuti. Si trattò certamente – sul secondo episodio si possono avere dubbi – di un litigio tra le due fazioni che si contendevano il controllo della Migiurtinia, …che facevano pagare delle royalty – diciamo così – per permettere ai pescherecci di pescare al largo delle coste della Migiurtinia.”

 

 

 

Eventuali altri interventi per la liberazione della nave

 

La Commissione ha cercato di chiarire se Yusuf fosse intervenuto presso Mugne per trattare il riscatto e quali fossero i reali accordi esistenti tra le parti interessate.

 

Ha, pertanto, chiesto a Yusuf se ebbe a incontrare in corso di sequestro Mugne. Yusuf ha dichiarato che nel 1994, prima della morte di Ilaria Alpi, Mugne lo andò a cercare in albergo a Gibuti.[81]

 

Non è stato possibile, però, chiarire la vera ragione dell’incontro, poichè  Yussuf ha ostinatamente sostenuto che si trattò di un incontro per un saluto e del tutto inaspettato.

 

Mugne, da parte sua, sentito il 27 settembre 2005 dalla Commissione a Sana’a ha negato che l’incontro fosse avvenuto.[82]

 

Richiesto, poi, dal Presidente di spiegare dove si trovasse all’epoca del sequestro della Faarax Omar, Yusuf ha risposto “Mi sembra che all'epoca del sequestro mi trovavo ad Aden o Sana'a”.[83]

 

Peraltro, in modo del tutto contraddittorio, lo stesso Mugne ha indicato in Gibuti il luogo in cui vennero svolte le trattative per il rilascio della nave e ove egli ebbe a incontrare i sequestratori.[84]

 

A questo punto a Commissione ha invitato Mugne a spiegare dove si trovasse il giorno dell’omicidio e Mugne ha risposto: “Con esattezza non saprei dire se ero a Gibuti o qua (Sana’a). Come lei sa, in quel periodo noi avevamo sequestrato nelle acque di Bosaso... ed io mi adoperavo esclusivamente affinché si potessero liberare questi italiani, aggiungendo di avere appreso dell'uccisione dei due giornalisti “dopo tanto tempo, quando si cominciò a spargere la voce che noi eravamo coinvolti, oppure mandanti, oppure queste cose qua. Avevo un fratello in Italia.”

 

L’accertamento di dove si trovasse effettivamente Mugne renderebbe possibile sgombrare il campo da un ipotizzato incontro dell’ing. Mugne con Ilaria Alpi nei giorni precedenti l’omicidio.

 

 

 

Il presunto incontro tra Mugne ed Ilaria Alpi prima dell’omicidio

 

Nel corso dell’udienza del 24 marzo 1999 il giornalista Fausto Biloslavo ha dichiarato di aver conosciuto Ilaria Alpi a Mogadiscio nel 1993, ove sono stati assieme per almeno tre settimane, e di averla probabilmente rivista occasionalmente in periodi successivi a Roma.

 

Dopo aver riferito di un lavoro giornalistico fatto insieme alla Alpi sul tema del fondamentalismo islamico, ha riferito un episodio da lui appreso nel 1997 nello Yemen.

 

Biloslavo ha riferito di avere incontrato nello Yemen Omar Mugne.. “all’Ambasciata Italiana, perché e... abbastanza usualmente si recava in Ambasciata ... ovviamente quando insomma capii che era lui e mi presentai come Giornalista, potete immaginare insomma che non era molto felice, però in una maniera o nell’altra si convinse a darmi un appuntamento ... mi diede un appuntamento in un hotel al centro di Sana’ che è l’“Hotel Sheba” era 28 agosto ... ‘97, e ci incontrammo quindi a questo “Hotel Sheba”, tra l’altro... ovviamente parlammo del caso... del caso Alpi e lui mi propose tutta... mi promise una serie di documenti più o meno scottanti come il verbale di interrogatorio completo, secondo lui non... tagliato del Sultano di Bosaso e... ad altre cose di questo genere, parlò fumosamente  di coinvolgimenti, di servizi, di politici, poi in realtà a onor del vero, però promise di farmi contattare da un... suo Avvocato in Italia, ma questo non accadde assolutamente. E... fu curioso che il mio sistema per contattare Mugne era attraverso il telefonista dell’Ambasciata Italiana che si chiamava Jabar (come da pronuncia), anche questo insomma mi colpì abbastanza, comunque io lo contattavo attraverso il telefonista dell’Ambasciata Italiana ... quello che mi disse abbastanza fumosamente, senza appunto portare niente di concreto ... parlò addirittura di una lettera riservata in cui un collega Torrealta del “TG3”, prometteva regalie al Sultano di Bosaso per e... accusare come mandante Mugne, insomma tutta una serie di accuse assolutamente poi infondate, perché appunto non... questi documenti non li tira mai fuori, e neanche mai mi contattò”.

 

Mugne tenne a sottolineare che tra lui e la Alpi non vi erano rapporti ed era del tutto estraneo al duplice omicidio “chiaramente lui mi ha detto che non c’entra niente, che non sa niente, eccetera, eccetera, eccetera, ma che anzi appunto è un complotto praticamente contro di lui”.

 

Biloslavo ha quindi riferito di avere incontrato, sempre nello Yemen, Sherif Heinarouss, un somalo fuggito come tanti dalla guerra in Somalia, che faceva la guida turistica e parlava italiano.

 

In particolare, girando fra le diverse agenzie di viaggio[85], aveva incontrato un cittadino somalo che lavorava come guida presso uno dei più famosi travel agent dello Yemen[86], il quale avendo scoperto che lui era italiano gli disse: “guarda tu sei un giornalista italiano, questo è un mio amico, gli parlo io, secondo me ha qualcosa di interessante da dirti” eccetera, però era molto molto impaurito”. Quindi “incontrai ... questa persona vidi subito che era molto intimorito da ... qualcosa, cercai appunto di prendere appunti, lui mi disse invece subito “no no, per favore metti via il bloc-notes, nessuna registrazione, niente” eccetera e mi raccontò invece una storia interessante di cui purtroppo poi però appunto, soprattutto per la sua paura, non ebbi mai riscontro ... materiale, mi disse che Ilaria in realtà si incontrò anche con Mugne e... durante, appunto, il suo ultimo viaggio in Somalia. Lui ... non mi parlò esattamente di un’intervista, ma... di un incontro a colazione, cioè poteva essere un pranzo, una cena, insomma un incontro così, abbastanza ami... amichevole. Questo incontro che non era una vera e propria intervista, almeno da quello che ... che mi disse questa persona ...  questo incontro fu filmato da... più che dallo stesso Mugne, dagli uomini di Mugne... mi spiegò con una di quelle telecamerine, insomma portatili, tipo Video-8, insomma VHS ... Comunque fu filmato ... e queste cassette secondo ... una conoscente di questa persona che ... faceva la donna delle pulizie, insomma la donna di servizio nella casa di Mugne ... queste cassette si trovavano a casa di Mugne, e lui le teneva sotto chiave, mi sembra addirittura in  una cassaforte, ovviamente Mugne smentì con me questa notizia, e io ho... cercai di convincere... di sapere qualcosa di più, di convincere questo somalo, che era tra l’altro un lontano parente del Generale Haidid, ... ma ... non mi disse gran che di più, perché era molto intimorito”.

 

A specifiche domande, l’interessato riferisce che “parlai solo con Sherif. Solo ed esclusivamente, quindi l’unica fonte che ho è lui ... il quale riferì che la donna di servizio gli riferì, ovviamente a lui, che aveva visto queste benedette cassette che erano appunto non professionali ... nello studio ... di Mugne, in questa sua casa a Sana’ nello Yemen e... e Sherif era assolutamente convinto che queste cassette erano appunto le registrazioni di questo ipotetico”.

 

Quindi Biloslavo ha spiegato che aveva riportato il convincimento che  il somalo poteva aver appreso dell’incontro tra la Alpi e Mugne mediante suoi parenti appartenenti allo stesso clan di Aidid “secondo me, cosa che lui ha, come dire, ha evidentemente cercato in qualche maniera di coprire, qualcuno penso del suo clan, cioè di quello di Haidid…non mi parlò molto chiaramente, io appunto insistetti, allora, mi feci raccontare la storia della sua famiglia, se non vado errato, sua... sua madre era stre... imparentata in maniera abbastanza stretta, adesso non ricordo che grado di parentela era, con il Generale Haidid… basai su questo il fatto che le informazioni sulla certezza di incontro era dovuto non alla donna delle pulizie, ma al.....clan Haidid.

 

Mi disse che ha avuto conferma dalla donna delle pulizie, per essere più precisi, perché la donna delle pulizie avrebbe visto queste cassette, dopo di che mi disse che lui sapeva ... anche perché sostenevano che c’era scritto qualcosa su queste cassette, che adesso io... adesso esattamente non ricordo ... mi disse: “ma c’era anche scritto sopra qualcosa”, ripeto non mi ricordo esattamente cosa, però mi disse: “c’era scritto sopra qualcosa”, ... per cui lui appunto fece questo collegamento.”.

 

Ancora più in particolare, egli ha dichiarato che “basai su questo il fatto che le informazioni sulla certezza di incontro era dovuto non alla donna delle pulizie, ma al ... clan Haidid. Invece per quanto riguarda le cassette, lui si riferì espressamente alla donna delle pulizie”.

 

Va osservato, in proposito, che analoga informazione era stata fornita, sempre dal medesimo somalo, a Tony Fontana, giornalista de L’Unità, alla signora Eleonora Bellini, operatrice turistica nello Yemen, e la circostanza era stata successivamente confermata telefonicamente anche ai genitori di Ilaria Alpi.

 

Infatti, nel corso della medesima udienza del 24 marzo 1999, il signor Giorgio Alpi, presente in aula, a fronte delle dichiarazioni rese da Fausto Biloslavo, ha chiesto ed ottenuto di rendere spontanee dichiarazioni, ed ha affermato che “ai primi di novembre, una amica di Ilaria, che è un Tour-Operator Bellini Eleonora ... ci ha fatto sapere che in un viaggio turistico nello Yemen, mentre era a tavola con un certo Livadiotti ... ha presentato un ragazzo ... Sherif Heinarouss il quale avrebbe detto davanti a tutti che e... lui sapeva che Ilaria aveva fatto un’intervista a Mugne a Bosaso, non solo, ma che c’era una cassetta e che avrebbe fatto di tutto per entrarne in possesso”.

 

Ha spiegato il dottor Alpi che, dopo l’iniziale titubanza nonostante l’amicizia con Eleonora Bellini, tramite la stessa erano riusciti ad trovare i numeri telefonici del ragazzo somalo a San’à e allora “io ho telefonato personalmente e dopo molto... una ricerca molto faticosa sono riuscito a mettermi in contatto con questo ragazzo, il quale parla molto bene l’italiano e mi ha assicurato che questa notizia era vera, ma che lui aveva una paura tremenda, perché Mugne era un uomo molto pericoloso, mi ha confermato, dice: “io tenterò di averla questa cassetta, una strada potrebbe essere, che conosco”.

 

Il dottor Alpi, proseguendo il racconto, ha riferito che il giovane aveva detto “ho una donna in servizio che va in casa di Mugne a vedere se riusciamo a recuperarla”, e io gli ho detto: “guarda con mia moglie siamo disposti a pagarti il viaggio, l’alloggio a Roma, vieni a Roma, così potrai testimoniare davanti al Giudice”. E lui ci disse che era molto difficile e che forse dovendosi recare a La Mecca per... sue ragioni religiose, e avrebbe cercato di deviare il viaggio e di venire a Roma, poi non l’abbiamo più sentito”.

 

Eleonora Bellini, nel corso dell’udienza del 13 maggio 1999, ha preliminarmente dichiarato di aver conosciuto Ilaria Alpi a Il Cairo, in Egitto nel 1986, di avere stretto amicizia con lei  e di averla sentita telefonicamente nel marzo 1994 ..

 

Sul punto, nel confermare la circostanza riferita dal dott. Alpi, la Bellini ha in sintesi dichiarato di conoscere “Scherif Aidarus (o simile), ed è ... una persona che io conosco da anni ... nel lavoro è sempre presente con questa agenzia che si chiama “Universal Travel ... parlando del più e del meno mi ricordo, eravamo lì sul mare di Hodeida mi disse questa cosa parlando di Ilaria, mi disse che lui era a conoscenza del fatto che c’era una cassetta registrata, dove era stata registrata un’intervista che Ilaria fece a Mugne ... lui non sapeva dei dettagli, mi disse che si trattava di un’intervista che Ilaria aveva fatto a Mugne, questo me lo ricordo bene ... mi disse che c’era la possibilità di prenderla lì in Somalia insomma, però non... non mi disse dei dettagli, mi ricordo che quando gli chiesi mi disse che comunque sua madre era molto informata circa queste cose, comunque la mamma di Scherif nonché la famiglia sua lì in Somalia”.

 

….Scherif parte praticamente del team delle guide che... accompagna questi gruppi e per un caso insomma, abbiamo... parlando del più e del meno mi ricordo, eravamo lì sul mare di Hodeida mi disse questa cosa parlando di Ilaria, mi disse che lui era a conoscenza del fatto che c’era una cassetta registrata, dove era stata registrata un’intervista che Ilaria fece a Mugne, e... io gli dissi: “ma tu come fai a sapere una cosa del genere” e lui mi disse: “perché mia madre è del clan di Alì Mahdi e noi nella famiglia lì in Somalia sappiamo di questa cosa,” e mi disse che Mugne appunto abitava a Saana e che era praticamente abitava in una zona così molto protetta ed era praticamente molto poco accessibile.

 

…., mi disse che si trattava di un’intervista che Ilaria aveva fatto a Mugne, questo me lo ricordo bene, insomma ma non... non mi parlò di dettagli mi disse che c’era la possibilità di prenderla lì in Somalia insomma, però non... non mi disse dei dettagli, mi ricordo che quando gli chiesi mi disse che comunque sua madre era molto informata circa queste cose, comunque la mamma di Scherif nonché la famiglia sua lì in Somalia... ...che comunque lui vive a Saana, vive nello Yemen e si reca in Somalia periodicamente per incontrare sua madre.

 

 

 

La percezione della  situazione in Bosaso del personale di Africa 70

 

Tutto il personale di Africa 70, nel periodo 93-94, è stato individuato nominativamente e per i periodi di permanenza dal dott Cancelliere[87].

 

Alcuni esponenti di Africa 70 – già in parte esaminati nella fase delle indagini sul duplice omicidio e in dibattimento – sono stati direttamente auditi dalla Commissione.

 

Il dott. Cancelliere e anche  altri cooperanti presso Africa 70 hanno riportato un quadro della situazione di Bosaso che rispecchia un periodo di forti tensioni.

 

Parlando del ruolo di Yusuf il dott. Cancelliere ha riferito alla Commissione che il suo ruolo era significativo “in quanto mantenere buoni contatti…è importantissimo; sapere chi incontrare era altrettanto importante, perché non era facile entrare in Somalia. Quando noi entrammo nel 1993 era appena finita la guerra a Bosaso tra integralisti e la gente del luogo; anzi, nel maggio 1993 sparavano ancora. Non era molto facile capire quali fossero le autorità dall’altra parte…. In sostanza, costituiva una garanzia, e soprattutto rappresentava il generale Mohamed Abshir, che allora era il chairman del SSDF.”[88]

 

Cancelliere ha, quindi aggiunto, che la sicurezza a Bosaso era difficilissima “nel senso che noi giravamo soltanto con scorte armate, anche per uscire in città.”

 

A richiesta del Presidente di chiarire se uscendo senza scorta si rischiava l’aggressione, o si trattava di un problema economico, nel senso che occorreva pagare le scorte e quindi, se non venivano pagate, l’aggressione avveniva per questo, il dott. Cancelliere ha risposto “ … forse questo è diventato di moda dopo; nel 1993, quando siamo arrivati, le scorte servivano veramente per evitare possibili rapimenti.  ….Le scorte le dava il dottor Kamal, che era l’affittuario della casa.”

 

Il dott. Luigi Simeone, idrogeologo, impegnato nel progetto Migiurtinia dal settembre 93 al maggio 94, sentito dalla Digos di Roma[89] in epoca non lontana dai fatti ha riferito che a Bosaso vi erano condizioni di sicurezza da rispettare: veniva impiegata una scorta armata di somali ingaggiata da Africa 70 per tutti gli spostamenti che dovessero essere effettuati; lo stesso Yusuf Bari Bari, che si dichiarava rappresentante del SSDF e collaborava con Africa 70, era armato di pistola; e era facile trovare “armi in giro, anche al mercato”.

 

In audizione tenutasi dinanzi alla Commissione Alpi, Simeone ha aggiunto che egli evitava di andare al porto di Bosaso perché era pericoloso per la presenza di bande di somali armati.[90]

 

Simeone ha inoltre ricordato[91] che vi furono gravi ragioni di tensione in Bosaso a causa dell’invio di derrate alimentari da parte del CEFA (Centro europeo Formazione agronomica) e che i cooperanti di Africa 70 furono costretti a scaricare le merci dalla nave e poi “costretti a consegnare le derrate a dei presunti emissari” del Sultano di Bosaso. A questo episodio seguì la richiesta di lasciare Bosaso, con un primo avviso dell’ultimatum pervenuto via radio da parte dell’ufficio Unosom guidato da Silovic Darko. Le accuse nei confronti di Africa 70 erano, a quanto ricordava, di favoreggiamento di pesca di frodo, spionaggio, e implicazione in due dirottamenti di aerei privati di collegamento con Gibuti.

 

Le vicende, in questione, sono state ulteriormente approfondite dal dott. Cancelliere nel corso della sua audizione[92], laddove nel riferire delle contestazioni fatte ad Africa 70 dall’autorità locale di Bosaso, ha ricordato di avere avuto un incontro con gli elder: “La situazione non era tranquilla per niente; noi eravamo praticamente dentro la casa della municipalità, attorniata da una manifestazione di gente, che accusava a Africa 70 “non più della pesca, sicuramente ma di non aver fatto alcune cose nei progetti, l’ospedale, l’acqua; era accusata di non aver adempiuto…”

 

Enrico Fregonara, responsabile del progetto Africa 70, ha riferito alla Commissione[93] che le condizioni di sicurezza erano difficili e richiedevano il ricorso a scorte negli spostamenti. Nel mese di marzo 1994 era rientrato a Bosaso, con gli altri cooperanti di Africa 70, luogo che avevano dovuto  abbandonare “perché avevamo ricevuto – su, a Dinsor - minacce da parte delle autorità locali e ci avevano invitato, per la nostra sicurezza, ad allontanarci…. Questo succedeva a fine febbraio, se ben ricordo. Pertanto, dopo una visita del delegato Scialoja da Mogadiscio, come capo progetto mi accordai con lui per evacuare tutto il personale su Gibuti e parte – chi voleva – su Nairobi. Io e il logista dovevamo rimanere a Bosaso per vedere di salvare il salvabile della situazione e, comunque, per cercare di non perdere almeno le attrezzature, i beni in carico al progetto. Per cui svolgemmo questo incarico, consegnammo quello che potevamo all’ufficio di rappresentanza delle Nazioni Unite – Unosom di Bosaso e partimmo, perché purtroppo obbligati a partire, lasciando che Unosom trattasse il rientro.

 

 “ .. C'erano due fazioni in quel momento all'interno di Bosaso e nella regione dove operavamo, che si stavano disputando - credo - la predominanza l'una con l'altra. Siccome noi stavamo operando più con una che con l'altra, da lì arrivò la prima minaccia: attenzione, abbiate un occhio di cortesia anche per noi, perché esistiamo….poi, venne fuori la famosa lettera delle navi, in seconda battuta…. si trattava di pescherecci che pescavano di frodo nelle acque somale….perché una fazione diceva che l'Italia, in generale, stava appoggiando questo tipo di attività. Dopo quindici giorni, chiesero scusa per quello che avevano detto e ci fecero rientrare. Ma, lo ripeto, per me era solo una questione fra queste due fazioni che poi appartenevano alla stessa parte politica - e armata - che però volevano la predominanza.”

 

Sul punto anche Alexander Braunmuhl (capo progetto per la GTZ, la cooperazione tedesca a Gardo) audito dalla Commissione con un collegamento telefonico da Nairobi[94] ha riferito che quando i cooperanti di Africa 70 dovettero rifugiarsi a Gibuti erano “sotto pressione e, forse, ricattati. Per questa ragione, avevano lasciato il personale locale. Circa le ragioni, non ricordo: il fatto stesso che tutti gli italiani non potessero muoversi da Gibuti o quanto meno non recarsi a Bosaso – fatto che avveniva spesso in Somalia - poteva portare a ritenere che dovesse trattarsi di un’intimidazione se non addirittura di una minaccia….  Lo scenario a quei tempi in Somalia era molto difficile….  SSDF sta per Somalia Salvation Democratic Front. Nel 1994 era in corso una lotta per il potere tra il generale Mohamed Abshir e l’attuale Presidente della Somalia Abdullahi Yusuf…. I loro congressiavvenivano di settimana in settimana, proprio a Gardo.”

 

 

 

Sui traffici di armi

 

Peraltro nessuno ad Africa 70 è stato in grado di riferire se il Fronte, il sultano di Bosaso, le navi della Shifco o Mugne fossero implicati nei traffici di armi, trattandosi di fatti e di persone che esulavano dalle loro conoscenze.

 

Le uniche circostanze che essi conoscevano. Quindi, alla domanda del Presidente : …. i traffici d'armi non esistevano in Somalia?, Fregonara ha risposto “ esistevano di sicuro[95].

 

Anche la dottoressa Morin, è qui opportuno ricordarlo, nel febbraio del 1995, sentita dalla Digos di Roma[96] ( rapporto del febbraio 1995 in atti) ebbe modo di rappresentare che qualche settimana dopo l’agguato (contro Alpi e Hrovatin) il veterinario Vittorio Gagnolati ebbe a parlarle circa una vendita di armi allo Yemen nella regione della Migiurtinia.

        

 

 

Il rientro a Bosaso di Africa 70. L’incontro con Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

 

Il personale di Africa 70, ha accertato Casamenti, rientrò a Bosaso il mercoledì 16 marzo 1994.

 

La data del rientro a Bosaso è stata ricostruita confusamente, in audizione. Peraltro la situazione non era facile, anche viaggiare in aereo non era semplice, i voli spesso saltavano o non erano puntuali[97] e il personale di Africa 70 era appena rientrato da un’evacuazione e la situazione non era facile.[98]

 

Tuttavia la Commissione può pervenire ad alcune certezze, alla luce della  lettera che Valentino Casamenti trasmise a Massimo Loche nell’aprile 1994, fissando sinteticamente, ma efficacemente alcuni momenti chiave del soggiorno di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Bosaso. È opportuno, quindi, riportare il testo integrale del documento, redatto a breve distanza e, quindi, con una memoria chiara delle vicende.

 

 

“Forlì Aprile 1994

 

Gent.mo Sig. Loche

 

Spero stia bene, come lo spero per la sua famiglia... Mi chiamo Casamenti Valentino sono un esperto che lavora da tre mesi per “Africa 70” precedentemente per molti anni con “Coop. Italiana”.

 

Negli ultimi mesi sono stato trasferito a Bosaso Nord Est Somalia da Mogadiscio dove ero arrivato a ottobre 1992.

 

Mercoledì 16 marzo sono rientrato a Bosaso con un volo UNOSOM partito da Gibuti, lo stesso che avrebbero dovuto prendere Ilaria e Miran se non avessero avuto degli imprevisti. Lo stesso giorno in mattinata è venuta presso la sede di “Africa 70” in cui ci siamo nuovamente incontrati, dico nuovamente perché la nostra conoscenza risale al dicembre 92 e in seguito in altre occasioni a Mogadiscio dove era nata una bellissima amicizia. Nel pomeriggio di mercoledì 16 Ilaria si è recata alla sede di UNOSOM per partecipare ad un meeting – credo riguardante il colera e per telefonare alla vostra redazione. Il giovedì mattina molto presto, siamo partiti per visitare alcuni centri di salute, da noi aperti e in particolare a Ufeim a circa tre ore da Bosaso, dove ha registrato un breve servizio e ne ha approfittato per filmare il villaggio in generale. Siamo rientrati verso le 15,30, Ilaria decise di riposare un poco e dopo siamo andati a visitare un laboratorio veterinario da noi ristrutturato a Bosaso. Ilaria e Miran sono andati molte volte a UNOSOM WFP per cercare un volo di rientro a Mogadiscio ma inutilmente, poi si sono tranquillizzati quando hanno saputo che la RAI effettuava uno sciopero per alcuni giorni.

 

La sera ci siamo sempre ritrovati a cena con molta allegria e Miran ha scattato molte fotografie. (ndr queste foto sono state ritrovate?)

 

Ad Ilaria avevo promesso che avrebbe mangiato aragoste, ma con molto dispiacere non ho potuto mantenere la promessa a causa del mare eccessivamente mosso.

 

Il venerdì essendo festa siamo stati in spiaggia fino alle 13,00 e nel pomeriggio Ilaria e Miran hanno lavorato in casa.

 

Il sabato 19 Ilaria ha preso la macchina che noi gli abbiamo messo a disposizione e si è recata alcune volte presso la sede UNOSOM dove sperava di incontrare qualcuno che le desse informazioni sugli italiani sequestrati sulle navi da pesca, ma credo che il risultato fosse stato deludente.

 

Per quanto riguarda i giorni precedenti al mio arrivo a Bosaso, ho saputo dettomi da lei che era andata a Gardo per un servizio e al porto e all’ospedale di Bosaso ed aveva avuto un incontro con il sultano King di Bosaso.

 

Volevo molto bene a Ilaria, ora mi manca Valentino Casamenti.

 

 

Rientrati a Bosaso per rimettere in piedi Africa 70 dopo l’espulsione, Casamenti, Fregonara e Morin ebbero, quindi, modo di incontrare presso il compound di Africa 70 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che chiesero ospitalità.

 

 

Si possono, quindi, fissare i seguenti punti:

 

Ilaria e Miran arrivarono ad Africa 70 il 16 marzo 1994;

 

A quella data Ilaria e Miran avevano già intervistato il sultano di Bosaso;

 

Ilaria e Miran dissero di essere già stati a Garoe e Gardo (Fregonara ricorda che spiegarono che erano andati per vedere la situazione della Somalia, oltre a quella di Mogadiscio, cioè a vedere anche quello che succedeva al di fuori della capitale);

 

spiegarono che avevano perso l’aereo per rientrare a Mogadiscio (la Morin ricorda che l’orario la partenza dell’aereo era sbagliato);

 

Ilaria e Miran erano molto contrariati dell’inconveniente e volevano rientrare a Mogadiscio al più presto: andarono spesso presso l’Unosom senza successo;

 

Ilaria pregò Fregonara di trovare subito una soluzione alternativa per consentire loro il rientro senza dovere aspettare il volo da Bosaso a Mogadiscio previsto per la domenica 20 marzo;[99]

 

Fregonara si interessò per facilitarli, ma senza successo: purtroppo l’unico aereo che fu possibile prenotare per Mogadiscio fu quello del 20 marzo;

 

sia Ilaria che Hrovatin parlavano di un servizio che Ilaria doveva trasmettere alla Rai con il satellite, che era stato già prenotato;[100]

 

che Ilaria chiese la macchina per recarsi alla sede Unosom di Bosaso e che telefonò, a quanto disse, alla Rai;

 

che disse di sentirsi sollevata dal fatto di avere appreso che vi era uno sciopero della Rai;

 

nel pomeriggio di venerdì 18 Ilaria e Miran “lavorarono” presso Africa 70 (lettera Casamenti);

 

nei giorni in cui restarono (ad Africa 70 – n.d.r.) montarono degli articoli tramite la telecamera con le note che avevano preso[101].” ( v. in particolare Fregonara 29.4.2004)

 

la loro presenza fu comunicata da Fregonara ad Unosom di Bosaso secondo un accordo che avevano con Unosom per motivi di sicurezza;[102]

 

Ilaria andò alcune volte presso la sede UNOSOM per avere informazioni sugli italiani sequestrati sulle navi da pesca, con un risultato che  Casamenti ritiene essere stato deludente;

 

la partenza da Bosaso  per Mogadiscio avvenne intorno alle 10 del mattino di domenica 20 marzo.

 

 

Molte circostanze sono, quindi, chiarite, ma qualche zona d’ombra resta, soprattutto per i giorni precedenti all’arrivo ad Africa 70.

 

I testi sul punto non sono stati in grado di fornire notizie utili e perché non conoscevano ciò che era accaduto prima del 15 e perché durante il comune soggiorno ad Africa 70 erano particolarmente impegnati a rimettere in moto la struttura.

 

Tutti i testi escussi ricordano che non fu approfondito alcun discorso sulle attività in corso da parte dei giornalisti, che essi erano riservati sul loro lavoro e che, d’altra parte, nessuno pose loro domande imbarazzanti, sia perché mancava la confidenza sia perché ciascuno era preso dai propri impegni[103].

 

Ciò premesso, va detto che anche l’esame dei filmati che è stato possibile recuperare conferma il dato incontestato che l’intervista al sultano di Bosaso avvenne prima del 16 marzo, con elevata probabilità il giorno 15.

 

Secondo quanto dichiarato dal “sultano” (al Pm dott. Pititto nell’interrogatorio a Sana’a nei giorni 7/8 giugno 1996) tramite per l’intervista fu il dott. Kamal e l’incontro si svolse nel pomeriggio presso l’hotel Gaaite dove il sultano alloggiava e dove – egli ha dichiarato alla Commissione nella recente audizione di febbraio, alloggiavano anche i due giornalisti.

 

E in effetti in quello stesso giorno Ilaria e Miran avevano intervistato al porto di Bosaso anche il dott. Kamal, medico e proprietario del compound che ospitava Africa 70 e si occupava delle scorte per i cooperanti.[104]

 

 

 

Le ricerche dei giornalisti a Bosso. Le notizie apprese in sede istituzionale

 

La gravità della situazione esistente a Mogadiscio, dove, in un clima di crescenti disordini, il contingente italiano stava abbandonando la Somalia, ha sicuramente ostacolato la percezione dell’instabilità e del pericolo che i due giornalisti potessero correre in zona di Bosaso.

 

Fregonara ha confermato alla Commissione che nessuno si mise in contatto con Africa 70 per chiedere loro notizie durante il soggiorno a Bosaso. Risulta, tuttavia, che la presenza della Alpi e di Hrovatin a Bosaso era nota all’ufficio Unosom e che qualche informazione pervenne a Mogadiscio. Lo hanno testimoniato alla Commissione numerosi testi (Carmen La Sorella, Luigi Cantone, il Generale Fiore, Orsini etc) e i dispacci del Sismi dimostra che un interessamento dei servizi vi fu.

 

Tuttavia sono gli stessi documenti acquisiti e le risposte fornite dai testi a far sorgere il legittimo dubbio che a Bosaso accadde qualcosa che non è stato possibile ricostruire.

 

Non possono, difatti, ignorarsi alcuni dispacci, che pertanto vengono di seguito riportati in ordine cronologico:

 

18.03.94 Sismi “Con riserva di ulteriori notizie si comunica che due giornalisti, tra cui la Alpi, attesi per il 16 marzo a Bosaso non hanno ancora segnalato il loro arrivo alla sede UNOSOM di Mogadiscio. Sono in corso ricerche per stabilire le cause del ritardo”;[105]

 

18.03.94 Sismi 2^ Divisione: Si è appreso che la Alpi recatasi a Bosaso con l’operatore per effettuare un servizio ha preso contatto con la sede UNOSOM di Mogadiscio. La stessa ha preannunciato il suo rientro a Mogadischio per domani con volo UNOSOM;[106]

 

21.3.1994 Appunto manoscritto (Nota autografa di Tedesco da Mogadiscio) 2^ Divisione 3 sez. che ritrasmette le notizie sulla Somalia con note del 21.3.94 dirette alla Divisione 3^. In esse nulla viene trascritto in ordine a quanto contenuto circa l’omicidio (vedi nr.17943/312/05.3 e …/312/05.3(2672) “Fonte normalmente attendibile riferisce che l’attentato alla giornalista sia da attribuire a gruppi di fondamentalisti e sarebbe stato mirato alla persona. Le cause dell’uccisione di Liliana Alpi e del suo operatore sarebbe da attribuire a un servizio iniziato alcuni giorni fa a Bosaso e continuato a Mogadiscio, sul crescente fenomeno del fondamentalismo islamico in Somalia. La giornalista italiana avrebbe ricevuto minacce di morte a Bosaso anche il giorno 16 u.s.. Secondo alcuni testimoni somali l’attentato sarebbe stato eseguito da un commando ben addestrato e secondo quanto riferito l’azione era stata pianificata in precedenza. (tutta questa parte appare sbarrata).[107]

 

Nota prot. 18006/312/05.3 datata 21.3.1994: “…In base a talune testimonianze, gli aggressori…(il riferimento è all’omicidio) sarebbero stati in totale dieci: di cui otto di etnia Murosade e due Abgal probabilmente pagati da un gruppo fondamentalista per compiere l’assassinio. I due giornalisti erano rientrati da Bosaso dove si erano recati per un servizio sul problema del fondamentalismo islamico locale. In detta località sarebbero stati oggetto di minacce … omissis…viene ipotizzata la matrice islamica dell’attentato e prospettata l’ipotesi che l’azione non avesse come obiettivo specifico gli italiani ma era diretta ad ostacolare iniziative tese a realizzare servizi sul fondamentalismo islamico.”[108]

 

Nota del 22 marzo 1994, a firma dell’ambasciatore Sessa – “(…) Ilaria Alpi, nel corso di un recentissimo viaggio a Bosaso, sarebbe stata trattenuta per breve tempo da esponenti di una fazione locale. Si fa riserva di ulteriori informazioni al riguardo”[109].

 

Nell’audizione del 13 gennaio 2005 Alfredo Tedesco – l’estensore dell’appunto manoscritto a cui si è fatto sopra riferimento – alle domande postegli dal Presidente, ha fornito al riguardo spiegazioni tutt’altro che plausibili, rispondendo che nel corso di una riunione con l’Ambasciatore Scialoia (in altre dichiarazioni da lui collocata il giorno 18) apprese la circostanza da giornalisti, ma non ricordando quasi nulla in proposito[110].

 

A questo punto il Presidente ha rappresentato a Tedesco ulteriori elementi documentali, (Le leggo l’informativa indirizzata al Ministero della giustizia, al Ministero dell’interno e, per conoscenza, alla Direzione …  Affari politici. …. “Per opportuna informazione degli uffici in indirizzo, nonché per gli eventuali seguiti di competenza” – la lettera è del 22 marzo 1994, a firma dell’ambasciatore Sessa – “(…) Ilaria Alpi, nel corso di un recentissimo viaggio a Bosaso, sarebbe stata trattenuta per breve tempo da esponenti di una fazione locale. Si fa riserva di ulteriori informazioni al riguardo”) rispetto ai quali Tedesco ha risposto di aver “saputo di questo fatto in un secondo tempo”, senza peraltro aggiungere elementi significativi.[111]

 

 

Le spiegazioni di Tedesco non solo non sono puntuali ed esaurienti, ma contrastano con le testimonianze acquisite dalla Commissione. Nessuno dei giornalisti ha mai dichiarato di conoscere circostanze relative a minacce che la Alpi avrebbe subito a Bosaso.

 

 

 

Il Block Notes della Alpi

 

La pagina del riguardante il Sultano annota solamente:

 

Sultan Bogor Abdullahi Bimoussa

 

Garo

 

- Farah Omar - Viareggio

 

150 miliziani al porto

 

  +

 

1000 sparsi

 

 

Sullo stesso taccuino, in una pagina precedente, subito dopo l’intervista al dottor Kamal realizzata al mattino dello stesso 15 marzo, la Alpi annota:

 

l’Onu non fa abbastanza…. tiene tutto l’aiuto per Moga…..

 

…ott. 92 nov - 700 fond.

      

         profughi

 

ospedale costruito dal Fai

 

  /1931/ colonialismo

        

    disidratazione…

 

 

 

Il contenuto dell’intervista

 

La registrazione dell’incontro inizia parlando del periodo coloniale e della memoria “discreta” che è rimasta degli italiani, anche se adesso sono lontani, a Mogadiscio e “hanno fatto poco o niente”, per la regione.

 

Alla domanda di Ilaria sul “perché dopo che il Fai aveva costruito l’ospedale, una strada” gli italiani non hanno proseguito la loro opera[112] il Sultano replica che “questo era l’interesse dei governanti di allora, nostri e vostri”, e ironizza sul “grosso scandalo” in corso in Italia, cui accenna la Alpi.

 

Relativamente all’intervento delle Nazioni Unite il Sultano replica che si sono visti solo dei funzionari, che ci sarebbe bisogno di tutto ma nell’area operano solo due Ong, Medecins sans Frontières e Africa 70.

 

L’attenzione internazionale, prosegue, si è concentrata su Mogadiscio perché “la massoneria mondiale ha bisogno delle cose brutali, che accadono a Mogadiscio mentre “fino a 800 km da qua siamo in pace”, se si eccettua l’episodio in cui sono morti alcune centinaia di fondamentalisti ed è stata semidistrutta la città di Kalkaia[113],

 

Relativamente alla prossima Conferenza di Nairobi, il Sultano spera in un accordo che porti alla costituzione di “una specie di Federazione”, poiché la maggior parte dei leaders sono disponibili “al massimo alle autonomie regionali”, guidata da chi verrà designato da un Parlamento democraticamente eletto, teoricamente nel 1995.

 

A questo punto[114] dell’intervista Ilaria cambia completamente argomento e chiede “di questo scandalo, di questo proprietario somalo con passaporto italiano che si chiama Mugne, che avrebbe preso queste navi che erano di proprietà dello stato e le avrebbe usate a uso privato”.

 

Il Sultano risponde raccontando la storia della flotta, di “proprietà praticamente di Siad Barre”, e di Mugne che dopo il collasso “ha fatto scendere tutti gli equipaggi somali in Tanzania, Dar es Salam, e se l’è squagliata con le navi in Italia”. Accenna anche ad una società italiana “in collusione con Mugne…. che manovra” ma invita Ilaria a cercarsi da sola il nome, perché “queste società hanno dovunque dei lacchè”.

 

Relativamente al sequestro della Faraax Omar il Sultano risponde “teniamo là la nave perché il territorio è infestato dalla colera” e ironizza molto sull’interessamento di Ilaria, “hai qualche parente nell’equipaggio?... lei viene dal Sismi?”, invitandola a noleggiare un satellite se vuole vedere la nave.

 

A questo punto l’intervista si interrompe per riprendere sulla ormai famosa frase pronunciata dal Sultano “…..venivano da Roma, da Brescia, da Torino, da tutto, dal Regno Sabaudo a maggioranza”.

 

Le sollecitazioni di Ilaria, a denunciare “lo scandalo”, visto che “adesso il nostro sport è di fare i processi” provocano ancora una volta, ironiche allusioni da parte del Sultano -“Ah, Italia è rinnovata! Meno male. Beh mandateci i rinnovatori, così almeno ci crediamo”- il quale torna sul tema delle navi Shifco, su cui dichiara di avere scarse informazioni, “erano 7 navi. Adesso l’abbiamo una. Tre, due altre sono fuggite, le altre erano in arrivo”.

 

Dopo la precisazione che la Faraax Omar è stata rapita solo 20 giorni prima, mentre quella sequestrata “qualche mese fa” era taiwanese, l’intervista si conclude al time code 31’05” della cassetta Betacam che, dopo pochi fotogrammi, termina definitivamente.

 

 

 

L’interruzione dell’intervista

 

L’8 giugno 1996 il Sultano aveva dichiarato al pubblico ministero dott. Pititto di aver parlato con Alpi per 10/15 minuti a telecamera spenta “di cultura”, precisando che con la frase “…venivano da Roma… mi riferivo ai fascisti che vennero nella Migiurtinia nella guerra tra il 1921 e il 1927”. In realtà va ricordato che il tema del periodo coloniale era stato già trattato all’inizio dell’intervista e che sembra non esserci alcun legame tra questa affermazione e le poche frasi successive, tutte riferite nuovamente al tema delle navi, di quelle Shifco in particolare, e dei sequestri. 

 

Nel corso dell’audizione del febbraio 2006 ha sostenuto, invece, che egli intendeva riferirsi alle “basi” delle società proprietarie delle navi che giungevano al porto di Bosaso, aggiungendo che dell’argomento del traffico di armi effettuato tramite le navi aveva parlato in altro momento dell’intervista, con registrazione audiovisiva; ha aggiunto che la Alpi, la quale aveva posto specifiche domande in proposito, sembrava essere era già a conoscenza del sequestro in atto della nave Shifco, come se si fosse procurata (forse a Mogadiscio?) documentazione in proposito; il modo di porgere le domande tendevano a fargli ammettere la sua partecipazione al sequestro. La giornalista, poi, gli aveva chiesto specificamente se la nave in sequestro trasportasse armi e aveva manifestato il suo interesse a salire a bordo della stessa.

 

Soggiungeva che egli era stato informato da alcuni politici di Mogadiscio che le navi in questione effettuavano trasporti di armi.

 

Ha riferito inoltre che aveva raccolto informazioni circa il trasporto di droga da parte delle navi Shifco.   

 

Gli sono state quindi contestate dal Presidente le dichiarazioni rese al PM di Roma dott. Pititto, insistendosi innanzitutto su quelle contenute nella prima parte dell’interrogatorio che risultava non conforme al tenore delle dichiarazioni rese alla Commissione e, successivamente, su quelle verbalizzate nella seconda parte dell’atto, dopo l’esortazione del suo difensore (l’avv. Douglas Duale, presente all’interrogatorio e anche nella recente audizione) a dire la verità.

 

Il sultano ha dichiarato di confermare tutto l’interrogatorio all’epoca reso, nelle diverse fasi, e su specifica richiesta, ha ribadito che dinanzi alla Commissione aveva riferito la verità.

 

Il “sultano” ha precisato, quindi, che l’intervista era stata interamente videoregistrata anche nelle parti in cui erano stati trattati i temi della Shifco e del carico di armi che avrebbe potuto essere occultato nella nave in sequestro, ed aveva avuto una durata di circa 3 ore, certamente, comunque, superiore al registrato in possesso della Commissione.

 

 

L’intervista di Maurizio Torrealta al Sultano ed al pirata Joar

 

Per completezza ricostruttiva deve ricordarsi che il Sultano venne intervistato dal giornalista Maurizio Torrealta in Gibuti nei giorni 19-20 ottobre 1994.

 

Il giornalista, che depositò, il 28 ottobre 1994, nelle mani dott. Ionta una cassetta VHS contenente l’intervista andata in onda, rilasciò nell’occasione dichiarazioni sul suo operato affermando, tra l’altro, che “prima dell'intervista l'Abdullay si mostrò preoccupato per la sua incolumità ove avesse parlato. Ciononostante si decise all'intervista.”[115]

 

Anche innanzi a questa Commissione il giornalista Torrealta ha confermato l’episodio: “Io ritornai ad incontrare il sultano di Bosaso, lo incontrai a Gibuti ed egli mi confermò… Intanto, iniziò l’intervista dicendo “se racconto quello che so, sono un uomo morto” e la cosa un po’ mi impressionò; poi mi confermò che queste navi facevano questi traffici (lo aveva saputo da gente che aveva lavorato lì), me li descrisse e io mandai in onda questo servizio[116].

 

In epoca successiva il Sultano ebbe modo di lamentare la parzialità di quanto trasmesso, chiedendo di essere ascoltato dalla Commissione cooperazione[117].

 

Anche nel corso dell’interrogatorio reso al dott. Pititto il 7 e l’8 giugno 1996 a Sanaa ebbe ad esprimere riserve sul conto dell’operato del giornalista[118].

 

Nella recente audizione innanzi a questa Commissione ha accusato il giornalista Torrealta di avergli offerto denaro in cambio di dichiarazioni compiacenti.

 

Nel dicembre 1995, Torrealta raggiunse Bosaso dove intervistò il capo dei miliziani che nel 1994 avevano sequestrato la Faraax Omar, Siad Abdullahi Johar o Jamar [119]

 

Anche in questo caso il materiale depositato contiene solo il breve servizio montato, mentre non è stato reperibile il materiale girato.

 

Alla domanda di Torrealta su cosa abbia “scoperto parlando con il capitano della nave (sequestrata), Johar rispose di aver saputo che “il Sisde o qualcosa del genere... che svolgeva operazioni di intelligence insieme all’…ex ministro delle finanze somalo, trafficavano in armi…”.

 

 

Johar dichiarò inoltre:

 

di aver saputo del tentativo di Ilaria Alpi di avere notizie sulla nave sequestrata dal capitano Fanesi, pochi giorni dopo l’omicidio,

 

che Fanesi gli riferì “che qualcuno di quel gruppo (Sisde etc) sapeva la verità e che erano stati uccisi perché non si sapesse la realtà.. del traffico di armi portate dal gruppo italiano”,

 

che “i giornalisti stavano indagando…di una spedizione del ’92 a Aidid a Merca da Gaeta”,

 

che Fanesi aveva paura a parlarne “perché era in pensione….e aveva paura che quel gruppo gli facesse qualcosa..”,

 

che a loro arrivarono 300mila dollari di riscatto ma che “gli italiani ne hanno sborsati 670.000”.

 

 

Anche a seguito di tale intervista non mancarono le reazioni da parte del Sultano[120] e dell’SSDF[121].

 

 

 

Le vicende processuali relative al Sultano e ad Omar Said Mugne: rinvio

 

In questa parte della relazione si è inteso analizzare il contesto in cui è potuto maturare l’omicidio evidenziando innanzitutto l’obiettiva esistenza di traffici di armi e munizioni in Somalia e verso la Somalia. Si sono altresì esaminati gli elementi dai quali poter desumere una conoscenza ed un interesse del fenomeno da parte della giornalista Alpi. Per quanto attiene, invece, le ipotesi di responsabilità personali di singoli soggetti a vario titolo coinvolti nel traffico di armi quali possibili mandanti dell’omicidio Alpi-Hrovatin, si rinvia integralmente al capitolo 8, parte I della presente relazione.

 

 

 

Marocchino ed il traffico di armi

 

Come è stato riferito nella prima parte della presente relazione, Giancarlo Marocchino viene indicato da più fonti informative della DIGOS di Udine e dei Servizi di sicurezza quale soggetto implicato in traffico di armi e, da questa sua supposta attività, quale possibile mandante dell’omicidio Alpi – Hrovatin.

 

In questo paragrafo verrà esaminato solo il primo aspetto, rinviando nuovamente al capitolo 8, parte I ogni valutazione di connessione con l’omicidio.

 

 

 

L’espulsione dalla Somalia e l’inchiesta della Procura di Roma

 

Il 1 ottobre 1993 Marocchino venne espulso dalla Somalia per disposizione dell'UNOSOM (all’epoca rappresentante Speciale in Somalia del Segretario Generale delle Nazioni Unite era l’Ammiraglio Howe) perché sospettato di traffico di armi ed altre attività illecite, in particolare di aver fornito armi e tecnologia militare alla fazione del Gen. Aidid.

 

Le principali evidenze a sostegno di tale decisione vengono così riassunte: in data 31 gennaio 1993 militari italiani avrebbero operato il sequestro di armi in un grosso deposito segreto del Marocchino; nel marzo 1993 i militari italiani avrebbero sequestrato altre armi nella sua disponibilità, tra cui un pezzo di artiglieria anti aerea e 1000 metri di filo esplosivo detonante; il 2 luglio 1993 l’abitazione di Marocchino sarebbe stata utilizzata come base di tiro e punto di riarmo contro le forze italiane (nell’evento hanno trovato la morte tre militari italiani e numerosi altri militari rimasero feriti)[122]; avrebbe poi organizzato con il suo socio Ahmed Duale un volo per 10 membri della milizia dello SNA in Iran per addestrarsi sugli SA-7[123].

 

Sull’episodio è stato aperto dalla Procura della Repubblica di Roma, PM dott. Saviotti, il fascicolo N. 15148/93 R per il reato di detenzione, porto, trasporto e cessione di armi in Somalia nel 1993[124].

 

Già nell’ambito di tale procedimento, Marocchino ebbe ad affermare che le armi erano necessarie per la difesa delle sue proprietà, poiché i carichi che trattava venivano spesso depredati. Ha riferito di aver richiesto con lettera al colonnello Cantone l’autorizzazione ad avere una parte di guardiani armati per difendere i suoi magazzini, allegando un elenco dei nomi delle guardie e quello delle armi in dotazione, spiegando a voce che altre armi (carcasse di mitragliatrici) e munizioni le custodiva nel magazzino in un container. Inoltre avrebbe comunicato ai militari italiani il trasferimento dei suoi magazzini da una zona all’altra della città (verso la parte controllata da Ali Mahdi) per evitare l’utilizzo abusivo degli stessi. Ha aggiunto di aver saputo (da funzionari dell’ambasciata forse di Nairobi) che l’ambasciata italiana in Somalia aveva trasmesso una nota all’ambasciata italiana a Nairobi dove si diceva che Marocchino stava caricando una nave di armi per la Somalia e che se egli fosse rientrato in Somalia l’ambasciata non era più in grado di garantire la sua incolumità.

 

Il provvedimento UNOSOM di espulsione venne revocato in data 18 gennaio 1994 e dopo alcuni mesi trascorsi a Nairobi, a fine gennaio 1994 Marocchino fece rientro a Mogadiscio.

 

Il procedimento penale innanzi all’Autorità giudiziaria romana si concluse con decreto di archiviazione in data 17 luglio 1995 a seguito di conforme richiesta del Pubblico Ministero datata 14 aprile 1994[125], a conclusione di una attività investigativa del tutto incompleta: non è infatti chiaro perché il procedimento sia stato chiuso dopo aver ricevuto solo in parte i documenti richiesti[126], non siano stati sollecitati ed esaminati atti importanti quali i verbali di sequestro delle armi, non siano stati sentiti gli ufficiali italiani che vi hanno proceduto o l’alto ufficiale che aveva reso dichiarazioni sui fatti del 2 luglio 1993, non si sia verificato a quali intercettazioni facesse riferimento il comando UNOSOM.

 

In buona sostanza l’archiviazione viene a fondarsi essenzialmente sulle indicazioni fornite dal generale Giampiero Rossi, primo comandante della missione Italfor Ibis I fino al 4 marzo 1993, a cui erano succeduti i generali Loi e Fiore, in un appunto richiesto e trasmesso allo Stato Maggiore il 9 marzo 1994[127]. Il generale Rossi ricostruisce il primo degli episodi rammentando che “Nel corso di una operazione di rastrellamento condotta dai reparti della B. "Folgore" a Mogadiscio-Nord il 31 gennaio 1993 è stata requisita una consistente quantità di armi e munizioni dai depositi appartenenti alla S.I.T.T. Corporation del Marocchino, fra cui alcuni mortai leggeri e medi, con relative bombe, alcuni dei quali, in verità, obsoleti e di dubbia possibilità di funzionamento.

 

In tale circostanza il Marocchino ha giustificato il possesso di tali armi con la necessità di difendere le sue attività commerciali dal banditismo che in quel periodo dilagava in tutta la Somalia, il che risulta perfettamente plausibile”.

 

La Commissione ha potuto riscontrare documentalmente tale episodio sulla base del “Diario degli Avvenimenti – operazione Ibis (1992-1994)”[128] approntato sulla base delle comunicazioni (verbali e/o con messaggio) del Comando del Contingente Italiano in Somalia (Italfor Ibis) all'Ufficio Operazioni dello SME. Relativamente alla suddetta operazione del 31 gennaio 1993 si legge: “si è svolta l'Operazione "Mangusta 3" (rastrellamento di un caseggiato e della zona di mercato "Argentina", siti nella periferia nord ovest di Mogadiscio), condotta da 2 D.O. del 9° btg. d'ass. par. "Col Moschin" rinforzati da personale del 186° rgt. par. "Folgore", 1 pi. g. gua., e 2 eie. A-129 del gr. sqd. eie. Italhely Ibis.

 

L'operazione ha consentito il sequestro di 5 pistole, 120 fucili di vario tipo, 7 mitragliatrici (3 da 12,7 mm e 4 da 14,2 mm), 1 mitragliatrice e/a da 20 mm, 2 canne per mitragliatrice e/a da 23 mm, 8 mortai  (6 da 60 mm e 2 da 81 mm), 1 lanciamissili Milan, 50 cartocci proietto per cn. sr. da 75 mm, 8 casse di bombe da mortaio da 82 mm, 28 razzi per RPG-7,10.000 colpi cai. 7,62 e ricambi per armi varie”.[129]

 

In relazione alla secondo rastrellamento, sempre il generale Rossi – che invero aveva già lasciato il comando il 3 marzo per cui, su tale episodio e su quello successivo, riferisce quanto “appreso da un colloquio avuto con il Gen. Bruno Loi” – espone quanto segue: “Un'altra operazione di rastrellamento finalizzata a requisire armi dai depositi della citata ditta è stata condotta il 19 giugno 1993. Tale operazione ha consentito il sequestro di alcune armi leggere e relativo munizionamento che ha provocato una vivace protesta da parte del Marocchino che asseriva che le armi sequestrate appartenevano al personale alle sue dipendenze, preposto alla difesa delle sue proprietà ed attività commerciali.

 

L’unico riscontro documentale sulle attività di rastrellamento effettuate il 19 giugno 1993 è dato, ancora una volta, dal “diario degli avvenimenti”: “sequestro, da parte del rgpt. "Bravo", di 3 fucili, 2 missili Milan, 1 cartoccio proietto da 106 mm, 364 cartucce e/a da 20 mm, 100 spolette per bombe da mortaio, 1 canna per cannone da 30 mm e 300 cartucce di vario calibro presso un posto di controllo in Mogadiscio. Il succitato materiale è stato, successivamente, consegnato alle locali autorità di Polizia somala[130].

 

In ordine, poi al presunto coinvolgimenti del Marocchino negli scontri al check point “pasta” del 2 luglio 1993 il generale Rossi scrive: “Per quanto riguarda gli avvenimenti del 2 luglio 1994 che hanno causato l'uccisione di tre militari italiani, risulta improbabile che la residenza del Marocchino fosse stata impiegata come base di fuoco da alcuni cecchini somali durante l'attacco condotto contro le Forze italiane, in quanto la stessa è dislocata a notevole distanza dal luogo dove si sono svolti gli incidenti.

 

Tale giudizio di improbabilità si basa però su di un assunto palesemente erroneo: lo stesso Giancarlo Marocchino ha rappresentato alla Commissione che proprio in prossimità del check point “pasta” egli possedeva dei magazzini custoditi da uomini armati; Marocchino, peraltro, fu costretto ad abbandonare la zona sud di Mogadiscio proprio perché impedì ai propri uomini di intervenire con le armi:  “Il 2 luglio 1993. Secondo me, è stata un’operazione americana contro gli italiani…Gli americani hanno obbligato a fare un grosso rastrellamento nel quartiere principale in cui c’era tutta la fazione di Aidid, però davanti al contingente italiano c’era tutta la milizia di Ali Mahd. Quando la milizia di Ali Mahdi è entrata dentro questo quartiere, dato che sapevano che dietro c’erano gli italiani che facevano da tamponamento, non hanno guardato tanto per il sottile, hanno cominciato ad uccidere e a fare quello che hanno fatto. Di lì c’è stata una grossa reazione popolare contro questi miliziani di Ali Mahdi, ma logicamente anche contro gli italiani. In questi quartieri ci sono tutte strade non asfaltate, gli italiani non sapevano cosa fare, hanno chiesto aiuto agli americani e dalle dieci e mezza, quando hanno chiesto aiuto, gli americani sono arrivati con gli elicotteri alle cinque e mezza o alle sei del pomeriggio. Poteva essere una grossa carneficina.

 

Io ho subito una grossa conseguenza da questo check point Pasta, perché lì avevo i vecchi magazzini all’interno dei quali avevo degli uomini armati. È venuto da me il capo della mia milizia a dirmi: “Giancarlo, i nostri uomini vogliono combattere contro gli italiani; vieni subito in garage e vedi che cosa puoi fare”. Da casa mia – dove abitavo prima – al garage c’erano ottocento metri di stradicciole. Sono arrivato al garage, ho parlato con questi ragazzi ed ho detto: “Questa è una guerra in cui noi non c’entriamo. Se questi ammazzano la vostra gente io non posso dirvi: non combattete. Però se lo fate per me, se credete, non entriamo in questo problema”. Difatti nessuno dei miei uomini ha sparato un colpo, nessun uomo dei miei ha sparato un colpo.

 

La sera alle dieci e mezza sono arrivati il mio socio, che era nipote di Aidid, e Aidid a casa mia e mi hanno detto: “Giancarlo, da adesso te ne devi andare da questa casa, perché qui ci sono oltre trecento morti somali e tu hai dato ordine ai tuoi uomini di non combattere. […] Noi non ti possiamo dare la sicurezza. Prendi tutti gli italiani che sono lì e stasera vai al nord […]”.[131]

 

A margine del procedimento penale a cui si è fatto finora riferimento, quale ulteriore anomalia, deve ricordarsi che in data 22 dicembre 1993 – in epoca cioè anteriore alla formale conclusione delle indagini – l’ambasciatore Scialoia scrisse al MAE spiegando, tra l’altro, di aver rappresentato al quartiere generale di Unosom 2 l’aspettativa della delegazione italiana che Marocchino fosse autorizzato a rientrare in Somalia; nella lettera Scialoja comunicava l’avvenuta archiviazione da parte della Magistratura italiana delle accuse a carico di Marocchino per inesistenza delle prove necessarie all’avvio di un procedimento giudiziario e diceva che per le autorità italiane il Marocchino era libero di rientrare a Mogadiscio.

 

Sentito sul punto dalla Commissione, l’ambasciatore Scialoja si è giustificato asserendo essersi trattato di un errore e comunque di aver ricevuto informalmente la notizia della conclusione delle indagini dal Ministero degli Esteri[132].

 

La Commissione ha comunque cercato di approfondire tali episodi.

 

L’ambasciatore Scialoja[133] ha ricordato l’episodio del primo sequestro di armi: “durante il periodo in cui il comandante del contingente militare italiano era non Bruno Loi ma il generale Rossi, se non erro, i militari del contingente italiano fecero un’ispezione in un campo-deposito di Marocchino; Rossi non l’ho mai incontrato (Scialoja raggiunge la Somalia nell’agosto del 1993, quando il comando militare era stato già assunto dal generale Loi – n.d.r.) e non so se questa ispezione sia stata svolta su iniziativa del contingente italiano oppure su richiesta della Nazioni Unite o degli americani e per quale motivo, ma tra il materiale di Marocchino furono trovate anche delle armi integrate, anche dei RPG7, se non sbaglio, altre armi di varia natura e, fatto che mi colpì e che ricordo bene, un quantitativo non trascurabile di miccia detonante. La miccia detonante non è quella lenta, è una miccia che detona alla velocità di 6 chilometri al secondo e che viene usata in genere quando si vogliono far esplodere varie cariche esplosive contemporaneamente. Questo materiale gli venne ovviamente sequestrato, ma questo è tutto quello che so”.

 

[…] L’ispezione ed il reperimento delle armi nel campo-deposito di Marocchino sono avvenuti vari mesi prima del mio arrivo e non so se abbiano dato luogo ad un’inchiesta. Immagino di sì, ma non lo so. Era un fatto a conoscenza di tutti”.

 

L’ambasciatore ebbe numerosi contatti con l’ammiraglio Howe, il quale si limitò a riferirgli generiche informazioni sui motivi dell’arresto ed espulsione del Marocchino senza mai fornire vere e proprie prove. “Uno dei motivi per cui l'ammiraglio Howe mi disse che avevano arrestato Marocchino era il trasporto di armi. Non forniva armi ad Aidid - da quello che mi venne detto - ma trasportava armi dal porto d'imbarco della costa somala per Aidid. Non ho notizie precise. Posso solamente presumere che, se trasportava delle armi, lo faceva con i mezzi presi dalla cooperazione. Era l'unico ad averne. La Somalia è sempre stata una rovina nel campo dei trasporti”.

 

Marocchino, sentito più volte dalla Commissione su tale vicenda, ha ammesso di possedere diverse armi, ma ad uso esclusivo dei suoi uomini che dovevano garantire la sicurezza; le armi, a suo dire, erano facilmente reperibili sul mercato. Disponeva sostanzialmente di armi leggere, mentre alcuni mortai, peraltro obsoleti, pur essendo custoditi in prossimità dei suoi magazzini, non erano suoi[134].

 

Proprio quest’ultimo materiale bellico obsoleto, contenuto in un container, fu sequestrato dai militari italiani, pochi giorni prima del suo arresto ed espulsione[135].

 

La perquisizione a cui si è testè fatto riferimento presenta più di un’anomalia. Viene effettuata qualche giorno dopo i noti episodi del check point “pasta”, nei giorni in cui il contingente americano aveva in corso operazioni tese a catturare Aidid e comunque a ridurne il potenziale militare.

 

Secondo quanto riferisce lo stesso Marocchino tale perquisizione fu, per così dire, annunciata il giorno prima: “La mattina viene da me un certo comandante della Folgore, Caruso[136], e mi dice: “Giancarlo, gli americani ti vogliono bombardare il garage”. Io mi metto a ridere e dico: “Che lo bombardino, tanto c’è solo la vostra roba, roba della cooperazione, tutta roba vostra”. “No, dobbiamo fare un accordo. Noi veniamo l’indomani, verrà anche il generale Loi, e ti facciamo una perquisizione in tutto il garage, così ci leviamo questo problema”. Difatti, l’indomani sono venuti, c’erano gli elicotteri americani sopra il mio garage che controllavano che gli italiani fossero venuti nel mio garage a controllarmi. Hanno controllato il mio garage. Io non avevo armi. Loi mi dice: “Devi tirare fuori un po’ di armi”[137].

 

Poiché armi non vi erano armi nel proprio magazzino, Marocchino asserisce di aver consegnato un contenitore nella disponibilità della fazione di Aidid: “Io nel mio garage armi non ne avevo. Lui mi ha chiesto delle armi, mi ha chiesto se c’erano delle armi. Io gli ho detto che nel garage non c’erano armi, però fuori dal garage – io ho le fotografie di fronte al mio magazzino – c’è un contenitore di armi, ma armi vecchie, che non servono, che non sono le mie. “Queste armi sono della fazione di Aidid. Se la fazione te le vuole dare, le prendete; se la fazione non le vuole dare, io me ne lavo le mani”. A quel punto c’è stato un accordo. Notate bene che il contenitore era al di là del mio magazzino, non dentro il mio magazzino. Io ho messo la mia gru, ho preso questo contenitore e l’ho caricato sul camion dei militari. Difatti Loi – Loi è ancora qua – mi ha detto: “Ma che cos’è questa roba? È tutta roba vecchia, del novecento”. “La roba è quella lì. Se ti interessa, è quella. Qui non ce n’è altra”. E hanno preso quello che hanno preso. Ci sarà un verbale; non so cosa hanno scritto sul verbale... Io ho salvato i miei magazzini[138].

 

La versione dell’episodio riferita in Commissione dal generale Loi è radicalmente diversa; il rastrellamento viene ricostruito in termini tutt’altro che amichevoli[139]: “Mi giungeva voce che lui avesse un deposito di armi; siccome aveva un deposito di container piuttosto esteso, su cinque piani, un bel giorno ho organizzato un’operazione di rastrellamento nel deposito di Marocchino. Mi sono presentato cinturato ed ho detto: “Adesso, signor Marocchino, mi tiri fuori tutte le armi che ha, sennò le butto giù tutto, anzi me lo butta giù lei, perché ha i mezzi per farlo, e mi apre tutti i container e mi fa vedere cosa c’è dentro”. “Ma non ho niente, comandante”. “Allora cominci a tirare giù quello e mi faccia vedere”. “Va bene, va bene”, e mi dà un container intero pieno di armi. Non erano armi eccezionali, era per lo più ferraglia e roba vecchia. Io mi sono accontentato.

 

Durante l’operazione Marocchino conferì con alcuni somali[140].

 

Non si comprende, però, se doveva trattarsi di operazione di rastrellamento sulla base – evidentemente – di informazioni o richieste da parte del contingente americano, per quale motivo non si sia provveduto ad effettuare una perquisizione integrale dei magazzini del Marocchino e ci sia limitati a raccogliere quanto spontaneamente consegnato; sul punto le giustificazioni rassegnate dal generale Loi non appaiono affatto convincenti[141].

 

Passando, poi, al successivo episodio dell’arresto ed espulsione dalla Somalia, Marocchino dapprima riferisce di essere stato convocato, due giorni prima, dal colonnello Cantone presso l’ambasciata italiana, dove lo attendevano alti ufficiali americani che desideravano parlare con lui; ivi giunto gli chiesero varie informazioni sul conto di Aidid.[142]

 

Dopo due giorni Marocchino viene nuovamente convocato presso l’ambasciata americana, con la scusa di un lavoro da affidagli per conto della società Brown Root, e di lì a poco viene arrestato: “Andiamo a questa riunione e, finita la riunione, mi dicono. “Di là ci sono dei problemi, esci da questa porta”. Come sono uscito, c’era una pianta: saltano giù dalla pianta questi rambo, con i mitra, mi prendono, mi incatenano, mi buttano su un Land Cruiser e mi portano in una specie di prigione. Mi tengono lì due ore, poi arriva una commissione, tra cui un ufficiale italiano che faceva da interprete, e cominciano a farmi delle domande”.

 

Gli americani volevano informazioni su presunti traffici di armi da parte del contingente italiano a favore della fazione di Aidid: “mi chiedono cosa c’era nei contenitori del contingente italiano che io scaricavo al porto e trasportavo fino a Balad - dove avevo anche costruito una pista per l’atterraggio degli elicotteri, in cemento -, se c’erano armi e se queste armi andavano a Aidid. Io mi sono messo a ridere e gli ho detto: ”Ma siete matti? Io faccio il trasporto per il contingente italiano, con la presenza anche di militari nel convoglio (perché la sicurezza non era solo garantita dai miei militari ma anche dai militari italiani), e poi i contenitori sono piombati: io che ne so se dentro ci sono armi o no?”[143].

 

Più di recente Marocchino ha rassegnato una sua ricostruzione sull’effettivo motivo della sua espulsione, legata, a suo dire, ad interessi economici della società americana Brown and Root. Rispondendo al Presidente ha precisato: “Gli americani mi hanno mandato via a ottobre. Lei sa perché mi hanno mandato via? Perché c’era una società americana, la Brown and Root, gestita da ex generali ed ex colonnelli, che svolgeva lavori per l’Unosom ed io ho portato via loro il lavoro, perché lavoravo direttamente. Quando sono stati evacuati gli italiani, la società Brown and Root ha ottenuto l'appalto, con un contratto di un milione e 300 mila dollari. Con gli italiani, invece, io avevo fatto un preventivo di 270 mila dollari. Alla fine, io sono tornato in Italia ed essi hanno ottenuto la fornitura per un milione e 300 mila dollari. Successivamente, ci sono ritornato con le scuse dell'ammiraglio Howe - non so se abbiate la lettera - ed ho ricominciato a lavorare con loro[144].

 

 

 

L’omicidio Rostagno ed i supposti collegamenti con il caso Alpi-Hrovatin

 

La Commissione, al fine di non tralasciare alcun accertamento, ha financo approfondito la vicenda relativa all’omicidio di Mauro Ristagno, da alcuni testimoni, come si dirà appresso, connesso all’omicidio Alpi-Hrovatin per il tramite della supposta conoscenza da parte di Ilaria Alpi del maresciallo Li Causi.

 

Rostagno, sociologo, ex leader di Lotta Continua, giornalista e fondatore della comunità Saman, venne ucciso la sera del 26 settembre 1988, nella campagna di Lenzi (Trapani) mentre si trovava in macchina con Monica Serra, un’ex tossicodipendente ospite della comunità da lui fondata con Chicca Roveri e Francesco Cardella[145].  

 

Nell’aprile del 2005 la DDA di Palermo ha avanzato richiesta di archiviazione (tuttora pendente innanzi al GIP Viola). Precedentemente era stata archiviata l’indagine sulla cosiddetta “pista interna” alla comunità Saman[146] e sulla cosiddetta “pista mafiosa”[147].

 

Sulla pista del traffico d’armi con la Somalia e di un collegamento con l’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non sarebbe emerso nulla di concreto. 

 

Questa Commissione ha acquisito presso il Tribunale di Palermo (tramite i suoi consulenti nell’aprile del 2004)[148] nell’ambito del procedimento  relativo all’omicidio di Mauro Rostagno gli atti processuali di maggiore interesse investigativo. Da tali atti emerge in sintesi:[149] 

 

• Le indagini sull’omicidio di Mauro Rostagno condotte inizialmente (prima di essere trasmesse alla DDA di Palermo) dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Trapani, istruite dal Procuratore Garofalo, si soffermarono particolarmente sulla c.d. "pista interna" alla comunità Saman, di cui il Mauro Rostagno ed il Francesco Cordella erano fondatori e responsabili.

 

• Le investigazioni (per la parte che qui ci interessa) hanno consentito di ipotizzare che il Rostagno, nel mentre si trovava appartato in automobile con una signora, nei pressi di una area aereoportuale apparentemente dismessa (vicino Trapani), avesse avuto modo di notare, casualmente, la effettuazione di attività, condotte da militari italiani, inerenti il traffico di armi, mediante utilizzo di aerei. Tornato sul posto con una telecamera, il Rostagno avrebbe effettuato la ripresa filmica di tale attività (trasbordo di casse di viveri da aerei militari e caricamento di casse d'armi).

 

• Risulta da verbali dichiarativi, di cui si è acquista copia, che alcuni testimoni ebbero a confermare all'A.G. di Trapani il possesso, in capo al Rostagno, di una videocassetta, di cui aveva effettuato la duplicazione in maniera riservata, che il medesimo portava sempre con sé.

 

• Le indagini hanno altresì consentito di focalizzare la ipotesi investigativa per la quale il Cardella, per il tramite della Comunità Saman, fosse coinvolto in vari traffici illeciti, tra cui quello di armi e droga. Da qui il profilarsi in capo al Cardella di un movente, prima favoreggiatore e poi omicidiario, atteso che il medesimo sarebbe venuto a conoscenza della captazione filmica effettuata dal Rostagno, e della sua intenzione di fare scoppiare uno scandalo.[150]

 

• Le investigazioni condotte dalla Procura di Trapani si sono soffermate sul ruolo del maresciallo Li Causi, militare addetto al Centro Scorpione di Trapani. (La vicenda Li Causi merita di essere accennata per i possibili collegamenti con omicidio Rostagno e vicenda Alpi.) Il Centro Scorpione, secondo le risultanze investigative, costituiva una struttura militare "coperta" di "Gladio". L' ipotizzato coinvolgimento di militari italiani, in Trapani, nel traffico illecito di armi, avrebbe reso il maresciallo Li Causi detentore di rilevanti segreti.

 

 

La Procura di Trapani ha acquisito le dichiarazioni di Francesco Elmo, personaggio peraltro rivelatosi inattendibile in varie sedi giudiziarie[151].

 

Dal complesso delle investigazioni condotte dal P.M. di Trapani, emergerebbe quanto segue: Elmo asseritamene “collaboratore esterno" di strutture "parallele" del SISMI[152] dichiarava di avere conosciuto il maresciallo Li Causi, che come detto, per tre anni aveva diretto il centro Scorpione di Trapani (ultimo centro Gladio). Elmo avrebbe appreso altresì che il maresciallo Li Causi sarebbe stato inviato in Somalia per interrompere traffici illeciti di armi e droga.

 

Sempre secondo Elmo, il maresciallo Li Causi avrebbe scoperto che gran parte dei militari presenti in Somalia era appartenuta a Gladio, e che era in atto un grosso traffico d' armi e stupefacenti. Tale illecito traffico sarebbe stato effettuato con navi della cooperazione ed anche con due navi nella disponibilità di Francesco Cardella. Il maresciallo Li Causi sarebbe diventato buon amico di Ilaria Alpi, alla quale avrebbe confidenzialmente rivelato notizie ad alta valenza. Le navi in uso alla comunità Saman si recarono in Somalia, dove il Cardella aveva intenzione di aprire un ospedale. Tale Cammisa, detto Jupiter, uomo di fiducia del Cardella, si sarebbe trovato in Bosaso, con una nave della Saman, nei giorni in cui erano presenti anche Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, poco prima della loro morte. Il Cammisa avrebbe incontrato Ilaria Alpi. Sul punto rilevano taluni verbali testimoniali.  

 

Per quanto concerne dunque il possibile collegamento tra l’omicidio di Mauro Rostagno e la giornalista Ilaria Alpi gli aspetti rilevanti sono:

 

La scoperta da parte di Rostagno dell’atterraggio nell'aeroporto abbandonato di Kinisia di un aereo militare da cui aveva visto scaricare casse contenenti armi.

 

La presenza di Giuseppe Cammisa, uomo di fiducia del Cardella, in Bosaso, con una nave della Saman, nei giorni in cui erano presenti anche Ilaria Alpi e Mira Hrovatin, poco prima della loro morte. (La Comunità Saman - in particolare Cardella - aveva acquistato, due piccole navi militari, dalla Marina svedese, ufficialmente dovevano trasportare aiuti nel Corno d'Africa).

 

L’analisi degli atti giudiziari ha permesso di accertare che, al di là della suggestività della tesi legata a supposte conoscenze tra le persone coinvolte (Cammisa-Alpi-Li Causi) ed al comune riferimento alla Somalia ed in particolare a Bosaso, a prescindere dalla veridicità degli elementi sopraccitati, non emerge alcun legame tra i due atti criminosi[153].

 

 

 

Ulteriori elementi su Omar Said Mugne e la Shifco

 

È noto che Ilaria Alpi si stava interessando alla flotta Shifco e al suo amministratore, Omar Said Mugne. Nel suo ufficio è stato ritrovato un appunto al riguardo, ed è noto l’interessamento alla nave Shifco sotto sequestro a Bosaso nei giorni in cui Alpi e Hrovatin vi giungono. Durante l’intervista al sultano di Bosaso, Ilaria Alpi pone diverse domande su Mugne e insiste per ottenere di poter salire sulla nave sequestrata da un gruppo di pirati (la Faraax Omar della flotta Shifco).

 

Alla luce delle rivelazioni di Abdullahi Mussa Bogor, tra le quali c’è la conferma del fatto che Ilaria Alpi abbia posto domande precise e insistite sull’utilizzo dei pescherecci della Shifco per trafficare materiale bellico e sul suo sospetto che la nave sotto sequestro avesse a bordo armi, merita di approfondire alcuni aspetti della figura di Omar Said Mugne e di quella flotta, donata pochi anni prima dalla Cooperazione italiana.

 

Said Omar Mugne, nato nel 1945 da una famiglia benestante di Brava, viene giovanissimo in Italia con una borsa di studio della Comunità Europea per laurearsi in ingegneria idraulica a Bologna. Dopo la laurea si impiega subito presso la Cooperativa di costruzioni Edilter di Bologna (che negli anni seguenti opererà con appalti della Cooperazione italiana anche in Somalia).

 

Ritorna nel Paese africano nel 1983, proprio per gestire un nuovo appalto a Mogadiscio della Edilter: la ristrutturazione delle fognature della capitale.

 

In breve, con l’aiuto delle entrature costruite presso politici italiani di primo piano dell’area socialista sia di Mugne che del fratello Siad Marina (ammiraglio e segretario particolare del generale Samantar – ministro della Difesa di Siad Barre) nonché dalla cugina Lul (moglie del ministro degli Esteri dell’epoca Abdurrahman Buolq Buloq) diviene in breve il braccio destro dello stesso ministro degli Esteri, che era anche l’incaricato dei progetti di cooperazione con l’Italia. Non solo. Otterrà una sorta di mandato dello stesso Presidente Siad Barre a trattare in suo nome presso i più alti vertici italiani.

 

Attraverso l’amicizia con l’on. Franco Piro, poi, Mugne riesce ad avere presto un rapporto diretto e cordiale con lo stesso on. Bettino Craxi.

 

Secondo Pietro Petrucci (vedasi il volume “Mogadiscio”, edito da Eri-Rai nel 1993), Mugne già nel 1986 era un «influente consigliere dei servizi segreti somali e di quelli italiani» (Cfr. “Mogadiscio”, pag 106).

 

A questo proposito la Commissione ha acquisito (doc. 0083 002) una sorta di curriculum di Mugne che contiene anche un accenno al fratello Said Marino.

 

«Il "braccio operativo" del Ministro Gama Barre risulterebbe essere l'ingegnere Mugne Said Omar laureatosi in ingegneria idraulica all'Università di Bologna nel 1978.

 

Negli anni ottanta l'ingegnere si dedica a tempo pieno ad intessere rapporti diretti e fiduciari fra i dirigenti somali e determinati ambienti politici italiani al fine di evitare che il "fiume" di miliardi che la cooperazione italiana riversa sulla Somalia possa arrestarsi per l'insipienza dei governanti somali e per la tenace resistenza offerta dagli alti burocrati della Farnesina a progetti discutibili.

 

Un fratello di Mugne, Siad Marina, è segretario particolare del Generale Ali Samantar, allora Vice Presidente della Repubblica e Ministro della Difesa. Entrato nelle grazie del Generale Samantar, Mugne ne usa ampliamente il nome e l'influenza per accreditarsi in molti ambienti italiani, compresi quelli militari.

 

La cugina di Mugne, Lul, è la seconda moglie di Abdurahman Gama Barre, fratellastro del Presidente, Ministro degli Esteri e di fatto, numero due del regime: di quest'ultimo Mugne guadagna la piena fiducia.

 

Uno dei migliori amici dell'ingegnere, fin dai tempi dell'università, è il deputato socialista Franco Piro che gli consente di entrare in familiarità con gli esponenti di spicco del PSI.

 

Fino al 1986 Mugne non riveste comunque alcun incarico ufficiale nell'amministrazione somala. In quell'anno, previe intese tra il Ministro degli Esteri Gama Barre ed il sottosegretario Forte, viene creato, nell'ambito del ministero degli Esteri somalo, un ente autonomo destinato a gestire i rapporti con le imprese italiane i cui lavori sono finanziati in Somalia dal FAI (Fondo aiuti italiani).

 

L'ente in questione assume la denominazione di Enfais (Ente fondo aiuti italiani in Somalia): ne è presidente tale Abdirizak Osman, detto Jurile, mentre direttore generale è l'ing. Mugne».

 

Nello stesso 1986 inizia l’imponente intervento della Cooperazione, noto come Fondo Aiuti Italiani, gestito dal senatore Francesco Forte. E Mugne in quegli anni continua ad essere uno dei principali interlocutori della Cooperazione italiana e del Fai in Somalia. Come direttore dell’Enfais, Mugne si trova a gestire in via esclusiva il settore della pesca, mentre nel contempo ricopre anche altri ruoli, come quello di dirigenza del consorzio Gisoma, di diritto somalo, nato dal radicamento nel Paese africano della società Giza di Reggio Emilia.

 

È fra il 1986 e il 1990 che Mugne si trova a gestire anche il dono della Cooperazione italiana alla Somalia della flottiglia di pescherecci (cinque, oltre alla nave madre “21 Oktobar II”) che poi verrà denominata Shifco.

 

I pescherecci donati dalla Cooperazione inizialmente erano tre, in epoca immediatamente precedente al progetto Fai. L’operazione di cooperazione però risultava economicamente deficitaria, per l’impossibilità di esportare il pesce con pescherecci troppo piccoli e inadatti. Così Mugne ottiene che il Fai potenzi la flottiglia, donando altri tre pescherecci, di cui uno di grande dimensione, la 21 Oktobaar II, dotata di celle frigorifere adeguate e in grado di portare il pescato fino ai porti europei.

 

Fra il 1990 e il 1991 la guerra civile mette in crisi il regime del dittatore Siad Barre, che presto fugge lasciando il Paese. La Somalia è nel caos della guerra civile, ma Mugne riesce a “mettere al sicuro” i pescherecci della Shifco. Ne prende allora possesso e ne rimarrà gestore e proprietario in tutti gli anni seguenti.

 

Riguardo alle intricate e poco chiare vicende delle navi Shifco c’è un’ampia trattazione negli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Cooperazione.

 

Tra l’altro, vi è, agli atti della Procura di Roma (confluiti nell’archivio della Commissione sulla Cooperazione), un esposto-denuncia di Piero Ugolini e alcune relazioni e testimonianze di Franco Oliva.

 

Tra le diverse “anomalie” riscontrate dai nostri funzionari della Cooperazione c’è anche una serie di rilievi strutturali sull’attrezzatura e l’equipaggiamento delle navi, per cui veniva messa in dubbio la stessa funzionalità come pescherecci.

 

Riguardo agli scenari di corruzione e malacooperazione di quegli anni tra Italia e Somalia e ai coinvolgimenti di Mugne è d’interesse la testimonianza di Francesco Corneli. Corneli, insieme a Giancarlo Mancinelli (ora deceduto) avevano testimoniato sia davanti alla dott.ssa Gemma Gualdi e al dott. Antonio Di Pietro della Procura di Milano, sia davanti al dott. Fortuna della Procura di Torre Annunziata.

 

Entrambi avevano riferito (Mancinelli – già gravemente malato – anche attraverso un memoriale) del sistema di corruzione e tangenti che caratterizzava gli ultimi anni Ottanta riguardo ai progetti di cooperazione, ma avevano anche fatto dichiarazioni d’interesse riguardo ai traffici d’armi fra Italia e Somalia.

 

In particolare Corneli (che, per inciso, non risulta essere stato sentito dalla Commissione “Alpi-Hrovatin”) indica in Omar Said Mugne il responsabile di alcuni dei traffici di materiale bellico fatto giungere in Somalia (con i suoi pescherecci) dall’Est europeo, tramite l’Italia.

 

Sarebbe stato interessante, per la Commissione, audire anche l’on. Antonio Di Pietro, il quale in un suo intervento sul settimanale “Oggi” aveva scritto di conoscere bene tale Mugne «per essermi occupato di lui durante l’inchiesta Mani Pulite», perché nell’ultima fase della sua attività in magistratura, aveva aperto un filone investigativo riguardante traffici internazionali illegali di rifiuti e scorie. Nell’ambito di queste indagini aveva individuato conti e transazioni bancarie estero su estero, a pagamento degli smaltimenti, nei quali era, fra gli altri, coinvolto Mugne.

 

Purtroppo, la Commissione non ha ritenuto di dover sentire Di Pietro, nonostante il fatto che fosse stato formalmente segnalato da alcuni consulenti.

 

Va ricordato, peraltro, che nel verbale – già citato – della Digos di Roma del 3 febbario 1995 a firma di Marcello Fulvi e indirizzata ai dott. Ionta e De Gasperis si trovano le dichiarazioni confidenziali di una fonte riservata, considerata «di provata attendibilità».

 

La fonte «ha confidato che mandante dell'omicidio di Ilaria Alpi e dell'operatore Miran HROVATIN sarebbe il noto Marocchino Giancarlo, il quale, coinvolto in un trafficò di armi provenienti dall'Italia e dirette alla fazione somala di Ali Mahdi, transitando per l'Iran, avrebbe ordinato l'uccisione della giornalista, la quale sarebbe stata messa al corrente di tale traffico dal Sultano di Bosaso» (sottolineatura nostra, nda).

 

Va sottolineato che negli atti non c’è traccia di alcun approfondimento successivo, né da parte della Digos né della Procura di Roma, sulle dichiarazioni di tale fonte.

 

E va sottolineato che la Commissione, che pure era in possesso di questi atti fin dalla prima metà del 2004, non ha svolto alcun tipo di accertamento al riguardo.

 

Tra l’altro su questo punto l’avvocato Domenico D’Amati ha inviato una lettera alla Commissione Alpi-Hrovatin pregando i commissari di andare a fondo della questione.

 

Analogamente avrebbe meritato approfondimento le note del Sisde (dell’8 giugno 1994 e del 9 dicembre 1994) che, a loro volta indicano una «fonte confidenziale ritenuta attendibile» avrebbe indicato alcuni nominativi come presunti mandanti e organizzatori del duplice omicidio.

 

Delle note parla un appunto della Digos di Roma.

 

La fonte Sisde avrebbe indicato come mandanti Said Omar Mugne, Osman Mohamed Sheikh, Abukar Mohamed Alì, Mohamed Samantar, e indica come mediatori fra i mandanti e gli esecutori Giancarlo Marocchino e Elio Sommavilla. Va detto che nella stessa relazione alla Procura, la Digos di Roma scrive di non essere stata in grado di ottenere ulteriori riscontri su tali indicazioni.

 

Su questo la Commissione ha cercato di individuare la fonte confidenziale, ma il Sisde ha opposto ripetutamente il rifiuto a rivelarne l’identità in base all’articolo 203 del codice di procedura penale.

 

Si trovano, inoltre, ampie informazioni su Mugne e sul suo presunto coinvolgimento nei traffici d’armi e nell’omicidio Alpi-Hrovatin in una ampia relazione inviata dal questore di Udine Baldi al Ministero dell’Interno – Dipartimento della P.S. – Direzione centrale della polizia di prevenzione.

 

Quanto alle informative dei servizi segreti italiani, alleghiamo la nota riassuntiva datata 10 novembre 1997, tra le quali si fa riferimento alla informativa in data maggio-giugno 1993, nella quale il Sismi segnala il sospetto di un traffico d’armi messo in atto dalla Shifco e da Mugne. Nella stessa nota, si fa riferimento ad altre informative datate maggio-giugno 1994, giugno 1994 e novembre 1994, tutte indicanti Mugne, o i suoi pescherecci, come coinvolti in traffici d’armi. In una di esse si fa riferimento a fonte fiduciaria che indicherebbe non nel fondamentalismo islamico ma nei traffici «dei pescherecci italo-somali» la ragione dell’uccisione di Alpi-Hrovatin.

 

Il 3 settembre 1997 il Sisde, a firma del direttore del servizio, il prefetto Vittorio Stelo, invia al Cesis una relazione nella quale ribadisce quanto emerso dai documenti «originati dallo stesso servizio, nonché da altri Enti (Sismi, Guardia di Finanza)» concernenti traffici di armi in territorio somalo: oltre a informative riguardanti il coinvolgimento di Marocchino e di Giorgio Giovannini, il Direttore Stelo indica in Mugne e nei pescherecci “Somalfish” (il nome della flotta prima di diventare Shifco, ndr) i responsabili di un traffico d’armi verso il territorio somalo avvenuto nel maggio 1994.

 

Ricordiamo che anche nell’interrogatorio sostenuto davanti al dottor Giuseppe Pititto (agli atti della Commissione) – come già riferito – lo stesso Sultano di Bosaso riferisce un episodio nel quale i miliziani della sua fazione, appena sconfitti a Chisimayo, riferivano che una nave della Shifco stava scaricando nel porto della città materiale bellico e carburante, nel marzo-aprile 1991.

 

 

Su Mugne, la Shifco e il traffico di armi  si trovano molte informazioni anche nelle carte  delle inchieste sulla cooperazione. Questo, per esempio, è un verbale del  giornalista Vincenzo Di Frenna al pm Gemma Gualdi. (Doc 0083 018 pag. 129 e seguenti):

 

«Anzi, ora che ricordo il fatto, sfogliando fra i miei documenti, posso precisare che si trattava di affermazioni a me fatte da tal Paolo Murri, dell'omonima ditta edilizia, che si era occupato della costruzione di dighe, strade ed aeroporti e che so aver lavorato per anni in Somalia.

 

Ricordo in particolare che costui mi ha riferito di aver avuto a lungo rapporti con la Somitfish. Il Murri mi ha sostanzialmente riferito che l'Italia avrebbe fornito armi ai guerriglieri somali attraverso società di comodo e faccendieri legati ai nostri servizi segreti.

 

Con riferimento alla Somitfish, personale dipendente dell'Ufficio Tecnico per la Cooperazione mi aveva pure riferito degli svariati miliardi cui si riferiva lo stanziamento complessivo del programma, collegato ad un contratto a trattativa privata per lo sviluppo della pesca oceanica in Somalia. Ho poi personalmente accertato che dietro tale società c'era Siad Omar Mugne, intimo collaboratore di Siad Barre, nonché tal Giancarlo Mancinelli, che agiva quale intermediario per affari in Somalia.

 

Nei confronti di quest'ultimo ricordo pure che, come riferitomi da personale dell'Ufficio Tecnico per la Cooperazione, dagli atti in possesso del Sostituto Procuratore di Roma Dott. Paraggio era emerso che Mancinelli avrebbe consegnato una valigetta contenente 900 milioni destinati all'onorevole Paolo Pillitteri, in qualità di presidente della Camera di Commercio Italo-Somala.

 

Sempre da personale dipendente dall'Ufficio Tecnico per la Cooperazione del Ministero degli Esteri ho anche appreso che dietro i progetti finalizzati alla pesca oceanica dei tonni, si nascondeva in realtà un traffico di valuta che serviva ai somali per acquistare clandestinamente mitra e fucili».

 

 

Ed ecco una dichiarazione rilasciata da Paolo Murri al pm Gemma Gualdi il 5 maggio 1994  (doc. 0043 013, pag. 500):

 

“Mugne peraltro ho sempre cercato di tenerlo a distanza non ritenendolo una persona affidabile, perché era una persona che agiva con modalità non corrette e che aveva per le mani moltissimi affari. Per la precisione, per quanto ne possa sapere, il F.A.I. e la Cooperazione lo utilizzavano come una persona che tenesse i rapporti con gli italiani e i personaggi somali».

 

A proposito di traffico di armi, Murri nello stesso verbale aggiunge:

 

«Mi si chiede se abbia mai avuto notizie relative alla fornitura di armi ai guerriglieri somali attraverso personaggi o imprese italiane. Posso dire di averne sentito parlare dal mio pilota Eros Bertini, che ora lavora in Madagascar. Ricordo in particolare che mi riferiva di un certo Giorgio Giovannini di Carpi, come di una persona implicata nel trasporto di munizioni. Io peraltro non ho mai avuto alcuna certezza al riguardo».

 

Quanto al fatto che Mugne fosse un uomo influente e potente, può essere significativo riportare quanto dichiara l’ingegner Keller, dirigente della Lodigiani, in un interrogatorio reso il 4 aprile 1993 alla Procura di Roma, al Pm Paraggio (doc. 0083 016, pag. 6), audito anche dalla Commissione “Alpi-Hrovatin” per un confronto con l’ing. Brofferio. Dice:

 

«Ho conosciuto poi un somalo, ing. Mugne, di cui non conosco il nome, che si dichiarava essere il coordinatore per conto del Governo Barre degli aiuti Italiani e che mi riferiva di soggiornare spesso a Roma presso l'Ambasciata Somala. Dall'ing. Mugne ho ricevuto pressanti richieste di rivolgermi per l'import-export a delle cooperative che a suo dire erano riconducibili al Presidente Barre.

 

Tale richiesta era certamente connessa a dei vantaggi economici anche perché avrebbe comportato per noi una maggiore spesa rispetto ai prezzi che ci praticava la società di import-export di cui ci servivamo. Tale ultima ragione ha determinato la mia ferma opposizione e resistenza alle richieste del Mugne. Nei suoi discorsi il Mugne dava anche ad intendere di conoscere bene gli ambienti della Cooperazione Italiana e di essere in grado di conoscere in anticipo le iniziative che venivano esaminate e programmate».

 

 

In una relazione sulla Cooperazione del Gruppo parlamentare alla Camera della Sinistra indipendente del 1991 (doc. 0008 012 pag. 37 e 44) si parla di Mugne nei seguenti termini:

 

«La gestione è stata affidata ad una società mista il cui partner italiano è appunto la Giza S.p.A., mentre partner somalo è l'Ing. Mugne (personaggio equivoco che ha beneficiato in vario modo degli aiuti FAI e già venuto alla ribalta delle cronache italiane).

 

Tanto per il mattatoio quanto per la conceria l'eminenza grigia somala che ha fatto incontrare gli interessi italiani a quelli somali è l'ubiquo ing. Mugne».

 

E ancora, ecco (doc. 0083 007, pag. 53), nell’ambito dell’inchiesta del Pm Paraggio) come ne parla l’amministratore delegato di Techint Paolo Scaroni:

 

«Successivamente si concentrò sugli interventi relativi alla Pesca a Brava (che era la sua città) per i quali non cessò di intervenire presso i nostri incaricati per tenersi informato dello sviluppo della commessa».

[…]

 

(pag 54) «Gli unici pagamenti da noi effettuati a fronte di questi contratti sono quelli da me già dichiarati nei miei interrogatori del 26.02.1993 e del 10.05.1993 e cioè i versamenti impostici dall'On. Vincenzo Balzamo e da Mugne».

 

Inoltre, (doc. 0083 005, pag. 133), dal verbale di Giuseppe Argentesi:

 

«Dopo un certo periodo l'ing. Mugne ricontatta l'Edilter proponendosi quale consulente per alcuni mercati ai paesi dei Medio Oriente (Yemen etc..). In questo ambito dopo che l'Edilter ebbe vinto il primo lavoro in Somalia Mugne aiutò il suo accreditamento presso le autorità somale. Nella fase ai acquisizione dei lavoro non mi consta che Mugne abbia aiutato l’Edilter  dato che la richiesta ci venne direttamente dall’ing. Astaldi».

 

Ancora dal verbale dell’ing. Scaroni  (doc. 0043 013, pag. 548)

 

«Ho approfondito il ruolo di Mugne nell'ambito del FAI parlandone con l'ing. Agostino Castiglioni, condirettore generale di Techint, che tenne i rapporti con lui per conto della nostra azienda. Mugne era una persona di carattere chiuso, introverso, molto nervoso, quasi nevrotico. Si diceva che avesse fatto l'università di ingegneria a Bologna e che si fosse anche laureato. In Italia aveva un recapito presso la Edilter (società delle cooperative rosse) dove era quasi sempre reperibile quando era in Italia.

 

Mugne si interessò delle nostre attività sin dall'inizio come rappresentante ufficiale del Governo Somalo. Scriveva memorandum all'On. Forte e a noi, che rappresentavano i desiderata del Governo Somalo sui vari argomenti in discussione, quali qualifiche dei fornitori, modi di operare in Somalia, scelte e precedenza delle varie attività che il FAI finanziava. Questi suoi interventi erano indirizzati talora all'On. Francesco Forte (che di solito li girava a noi) e talora direttamente alla Techint. In qualche caso riguardavano l'accettabilità del personale da noi destinato alla commessa, soprattutto in Somalia. In un paio di casi fummo costretti a sostituire nostri funzionari perché non erano in simpatia al Mugne, probabilmente a causa di un'insufficiente deferenza nei suoi confronti.

 

Quando l'ing. Agostino Castiglioni, dirigente Techint, si recò nel dicembre 1985 a Mogadiscio Mugne fu sempre presente anche in tutti i contatti formali avendo l'aria di chi rappresentava le volontà' del Governo. Dava l'impressione di essere temuto dagli altri somali. Da qui l'idea che c'eravamo fatti che in qualche modo avesse a che fare con i servizi segreti.

 

Doveva avere rapporti col gruppo milanese di supporto alla Somalia organizzato dall'On. Paolo Pillitteri, ma comunque noi non fummo mai coinvolti con questo gruppo milanese. La sua attività principale si svolse (con continue interruzioni, perché andava avanti e indietro dalla Somalia), fino all'estate 1986 quando cominciò a funzionare l'Enfais, Ente di programmazione somala capeggiata dal prof. Abdrizak ). Si trattò comunque del periodo cruciale delle scelte dei contrattisti, nel quale però Mugne non fu molto determinante, in quanto il suo ruolo consisteva più nel porre veti che nel proporre affidamenti.

 

In proposito aveva due idee fisse che continuava a ripetere:

 

- Non voleva lavorassero in Somalia le società impiegate dal FAI in Etiopia;

 

- Voleva fosse lasciata fuori dagli incarichi del FAI per quanto possibile la Fiat, con la quale il Governo Somalo aveva avuto cattive esperienze.

 

Mugne insistette naturalmente perché lavorasse in Somalia l'Edilter (SACES di Bologna) a rappresentanza delle cooperative rosse.

 

Dopo l'estate 1986 Mugne si vide meno, ma non scomparì di scena. Più o meno tutte le volte che furono effettuati viaggi formali a Mogadiscio Mugne compariva a fianco di Abdirizak che doveva, qualche volta mostrando un certo disagio, sopportarlo.

 

Successivamente si concentrò sugli interventi relativi alla Pesca a Brava (che era la sua città) per i quali non cessò di intervenire presso i nostri incaricati per tenersi informato dello sviluppo della commessa».

 

 

Ecco un episodio significativo ancorché aneddotico riferito in un articolo dell’Europeo del 22 aprile 1988, a firma di Adriano Botta (doc. 0083 002, pag. 90) tutto dedicato a Mugne:

 

«Negli aeroporti Mugne è ospite fisso delle sale riservate. Quando non utilizza jet privati, viaggia (ovviamente in prima classe) sui voli fra Roma e Mogadiscio con una frequenza impressionante. La sera di venerdì 29 gennaio, per esempio, Mugne era sullo stesso aereo su cui viaggiava il giornalista dell'Espresso Roberto Fabiani. Dotato di un visto d'ingresso in Somalia, Fabiani contava di assistere al processo del primo febbraio contro sei oppositori politici di Siad Barre. «Scoperto» da Mugne, Fabiani si sentì prima sconsigliare l'impresa, poi si sentì spiegare che quel visto doveva essere stato un errore. Irritato, Fabiani disse a quel «signor Mugne» di tornarsene in prima classe. L'indomani mattina, com'è noto, Fabiani fu prelevato in aeroporto dai servizi di sicurezza somali che lo trattennero in stato di fermo fino a domenica sera reimbarcandolo d'ufficio sul volo per Roma. Una soffiata così tempestiva ai somali non poteva che averla data l'ingegner Mugne confermando le voci secondo le quali, sulla scia dei grandi 'faccendieri’, egli viene tenuto, in grande considerazione anche dai servizi segreti, sia italiani sia somali».

 

 

Bernardino Costantini (doc. 0383 000, pag. 111), contabile della Shifco, dice il 9 maggio 1997 al maresciallo Vacchiano :

 

«Quando stavo giù in Somalia sia il Mugne sia il fratello effettuavano frequenti viaggi per la Libia ove avevano, e credo abbiano ancora, buoni rapporti con il colonnello Gheddafi. Ho domandato spesso al personale somalo il perché dei loro continui viaggi in Liano e loro mi hanno sempre detto che andavano in Libano a rifornirsi di armi per la Somalia che facevano entrare nel loro Stato dal Sudan. In modo particolare i somali indicavano come il principale trafficante di armi il fratello di Mugne».

 

 

Nelle carte dell’inchiesta sulla mala-cooperazione c’è questo significativo interrogatorio del dottor Giovanni Tripodi del Fai del 17/03/1993:

 

«Mi o stato chiesto di tal Mugne. Il dirigente Techint Ing. Agostino Castiglioni mi ha precisato che trattavasi del rappresentante del Governo Somalo In Italia per quanto riguardava 11 FAI negli anni 85-86 fino a quando fu sostituito da tal Aboirizak. Mugne era ritenuto uomo del Servizi Segreti Somali, legatissimo all'allora Ministro degli Esteri Jama Barre. Mugne ci Impose di passare attraverso di lui per l'affitto del nostri uffici di Mogadiscio destinati all'attività che svolgevamo In Somalia per 11 FAI. In effetti affittammo gli uffici di proprietà di tale Mohamed Nur Lui, segnalata dal Mugne, versando circa 25 milioni/anno In Somalia ed altri 35 milioni/anno su di un conto della stessa presso la BNP 51, avenue Kleber Parigi (c/c n. 64909). Ciò per 11 periodo 86-89. Per di più, Mugne pretese da Agostino Castiglioni 2 "regali natalizi" di circa 5 milioni ciascuno In cambio del suoi servizi In Somalia. In effetti Mugne ci aiutò quando un nostro dipendente ebbe un Incidente automobilistico a Mogadiscio con conseguenze mortali per un somalo ed ebbe problemi con la polizia somala».

 

 

Ancora in una annotazione del febbraio 1995 della Digos di Udine (doc 0043 012 pag 52) si legge che Mugne:

 

«Dal gennaio del 1982 risulta titolare della ditta individuale "Mugne Said Omar", con sede presse l'indirizzo di sua residenza, che opera come procacciatore d'affari per l'acquisizione di lavori edili, stradali ed affini, servita dall'utenza telefonica 051/233667, intestata a Said Abdalla Asha, nata a Mogadiscio il 21.07.69 immune da pregiudizi agli atti della Questura di Bologna.

 

Si rappresenta inoltre che, tra i documenti presentati da quest'ultimo nel 1991 alla succitata Questura, al fine di ottenere il ricongiungimento familiare, vi erano:

 

a) dichiarazione su carta intestata della ditta "GIZA Spa", datata 20.06.1991, nella quale tale Malavasi Ennio, nato a Quattro Castella (RE) il 17.01.1924, in qualità, di presidente del Consiglio di Amministrazione della suindicata ditta, la cui sede si era di recente trasferita da Parma a Bologna in via Della Zecca nr.l, nonché in quella di consigliere delegato della società mista "GISOMA Spa", sedente a Mogadiscio, dichiarava che l'Ing. Mugne rivestiva la carica ci Presidente del Consiglio di quest’ultima.

 

b) attestazione su carta intestata della "Società Esercizio Cantieri Spa" (S.E.C. Spa), con sede in L.go Toniolo nr. 10 di Roma, datata 11.07.1991, in cui tale dott. Pozzo Renzo, identificato per l'omonimo, nato il 30.04.1936 a Udine, residente a Roma in via Luigi Gherzi nr.9, asseritamente legale rappresentante della "Shifco - Malit S.r.l.", costituita a Mogadiscio, dichiarava che il Mugne rivestiva, dall'1.6.91, la carica di presidente della "Shifco", ditta che avrebbe avuto sede dapprima a Viareggio (LU) ed attualmente a Gaeta, Lungomare Caboto n.13, presso la ditta "P.I.A." (Prodotti Ittici Alimentari SpA).

 

 

Quelle che seguono sono (doc. 0043 011) alcune note tratte da un elenco di documenti, dal titolo “Riepilogo contenuto atti trasmessi dal Sismi con nota del 19/12/1994”, dove compaiono spesso di nomi di Mugne, Marocchino e Shifco. Colpisce il documento n. 23:

 

«23) Nota Centro S.I.S.M.I. Bologna circa l'esito delle informazioni su Mugne richiedente cittadinanza italiana - (parere favorevole del Servizio)».

 

25) Fax dal Centro C.S. di Milano di acquisizione notizia da fonte somala in cui si riferisce un possibile traffico di armi con uomini d'affari di Kiev (Ucraina) per conto del Generale Aidid. Tale trasporto sarebbe avvenuto anche con l'aiuto di imbarcazioni italiane facenti capo ad un cittadino somalo naturalizzato italiano tale Munye.

 

29) Nota del Ministero dell'Interno circa informazioni sulla permanenza in territorio italiano e attività illecita compiuta dal Mugne e dal Marocchino Giancarlo (traffico d'armi). Si segnala che il mezzo adibito per tale traffico sarebbe un peschereccio battente bandiera somala denominato Shi.F.Co.

 

26) Fax dal Centro C.S. di Milano di acquisizione di notizie da fonte somala la quale riferisce di traffici illeciti di armi e droga da parte del Mugne utilizzando quale paravento i pescherecci delle società a lui legate; tali notizie non sono suffragate da elementi di verifica.

 

61) Nota 8A Divisione - notizie su Mugne quale procuratore speciale della Sri ME.TRA e liquidatore della predetta società.

 

67) Nota SISMI - notizie sul soggiorno dell'ambasciatore somalo Yussuf Ali Osman, l'addetto militare somalo Mohamed Hassan Hussein e Mugne Omar presso l'albergo "Astoria" di Reggio Emilia».

 

 

Quest’ultimo documento, del 1991, è particolarmente curioso visto che si riferisce (pag. 62) ad una presenza contestuale nell’Albergo Astoria di Reggio Emilia, di Mugne, dell’addetto militare somalo e anche di Giorgio Giovannini, più volte definito “noto trafficante di armi”, dagli stessi servizi segreti.

 

«Fonte confidenziale ha riferito che:

 

- l'Ambasciatore Somalo Yussuf Ali Osman,

 

- l'addetto Militare somalo, Mohamed Hassan Hussein,

 

- tale Mugne Omar,

 

hanno soggiornato presso l'albergo "Astoria", di Reggio Emilia, nei giorni 6 e 7 aprile c.a. con partenza il giorno 8 aprile, copia del registro delle persone alloggiate e relative telefonate in allegato 1.

 

Per il momento non si è avuta notizia dell'incontro dei somali con il Giovannini Giorgio».

 

 

Ai servizi risulta anche un rapporto tra Francesco Corneli, ex socio dei fratelli Mancinelli, amico del siriano Zubaidi, sospettato di traffico di armi, per un certo periodo titolare di una società che gestiva rifiuti tossici e molto presente nelle informative del Sismi. In una di queste si accenna ad un rapporto con la Shifco. (doc. 0043 011, pag. 115):

 

«II Corneli, infine, ha ricoperto incarichi presso la "Shifco-Sometfish Somali Italian Fishing Co." avente sede in  Mogadiscio-Waddada Gjube-P.O. Box 1124, telex 757 Sometfish Mog, tel. 207254, che è identificabile nella Shifco menzionata nel punto 2».

 

 

In un’altra informativa del Sismi (doc. 0043 010, pag. 42), si legge questo ritratto di Mugne:

 

«Sarebbe ritenuto dedito a traffici di qualsiasi genere tra l'Europa ed il corno d'Africa, nonché sospettato, in particolare, di aver impiegato il proprio naviglio per il trasporto di una consistente partita di armi (costituita da artiglieria leggera e semovente, fucili Kalashnikov ed altro), acquistata a Kiev (Ucraina) da tale Osman Ato, somalo naturalizzato statunitense e residente a Mogadiscio, per conto del Gen Aidid. Le armi sarebbero giunte in Somalia, nel porto di Merca, in data 6.5.1994».

 

 

Ecco il testo onviato dalla fonte (Pag. 61, doc. 0043 010) il 25/05/94:

 

«La Fonte riferisce che:

 

Osman Ato, somalo naturalizzato statunitense, residente a Mogadiscio, nell'aprile 1994 si sarebbe recato a Kiev (Ucraina) per conto del generale Aidid ed avrebbe incontrato uomini d'affari locali per trattare l'acquisto di una consistente partita di armi costituita da artiglieria leggera e semovente, fucili kalashnikov ed altro.

 

Le armi sarebbero giunte in Somalia via mare il 6 maggio 1994, nel porto di Merca.

 

In previsione di ciò e per non avere intralci durante lo sbarco, alla fine di marzo 1994 il gen. Aidid avrebbe scatenato un attacco contro i miliziani del “S.S.N.M.” (South Somali National Movement) di Abdi Warzahe, che presidiavano la zona del porto e con i quali pure preesistevano buoni rapporti, estromettendoli.

 

Nell'ambito di alcune fazioni avversarie del gen. Aidid si sarebbe creato il convincimento che il naviglio occorso e forse anche parte del carico sarebbero stati forniti da trafficanti italiani.

 

Sospetti in tal senso verrebbero nutriti in particolare su un somalo naturalizzato italiano a nome Munye il quale:

 

- Risiederebbe a Bologna, ove si sarebbe anche laureato in Ingegneria negli anni '70/'80;

 

- Sarebbe ritenuto dedito a traffici di qualsiasi genere tra l'Europa ed il Corno d'Africa;

 

- In Somalia disporrebbe di cinque pescherecci per la pesca di alto mare, in grado di raggiungere qualsiasi porto africano, asiatico e del vecchio continente.

 

Detti natanti sarebbero appartenuti in precedenza ad un ente italo-somalo di cui Munye sarebbe stato il responsabile prima della rivoluzione interna in Somalia».

 

 

Nel documento 0043 010 (pag. 139) c’è anche un’informativa del Sismi datata 26/09/1994. Si legge:

 

«Da tali ambienti kenioti sarebbero emerse notizie secondo le quali le motivazioni che avrebbero determinato l'uccisione in Somalia nella scorsa primavera della giornalista della Rai Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin, andrebbero ricercate nei citati traffici di armi. Le due vittime infatti avrebbero indagato ed individuato un importante filone riguardante l'attività illecita in contesto e cercato di approfondire le loro conoscenze. La loro uccisione infatti sarebbe stata una vera e propria esecuzione effettuata con il classico colpo d'arma da fuoco sparato a bruciapelo».

 

 

Può risultare interessante anche la lettera inviata da Massimo Alberizzi a Rita Del Prete, la giornalista amica di Ilaria (doc. 0008 06, pag. 1):

 

«Tutta la Somalia è piena di “reperti” della Cooperazione italiana e il nord (e Ilaria è stata uccisa proprio al ritorno da un viaggio nelle zone settentrionali del Paese) in particolare presenta due o tre spunti notevoli per un'inchiesta. Prima di tutto la strada Garoe-Bosaso, poi la vicenda della perforazione di una quarantina di pozzi, parecchi dei quali mai realizzati, infine la storia dei pescherecci che incrociano nelle pescosissime acque della Migiurtinia, opere finanziate dal Fai (il Fondo Aiuti Italiani), un'agenzia creata nel 1985 e affidata a Francesco Forte, e dalla Cooperazione italiana. Naturalmente aveva raccolto qualcosa anche sul traffico d'armi.

 

A proposito della strada viene alla luce uno strano episodio: nel 1987 la Techint, società con al vertice Gianfelice Rocca e Paolo Scaroni (cugino di Margherita Boniver), cui è affidato l'iter realizzativo, viene accusata di gravi illeciti da Davide Cafiero, uno dei suoi dirigenti a Mogadiscio. Dice Cafiero in una causa di lavoro: “Mi hanno licenziato perché rifiutavo di firmare false attestazioni di avanzamento lavori necessarie per conseguire indebiti pagamenti da parte del Ministero degli Esteri”. La Techint immediatamente chiude la causa civile tacitando Cafiero con 55 milioni. Anche la querela contro il Corriere per un articolo sulla storia viene ritirata. Ma a Mogadiscio sostengono che quanto denunciato da Cafiero era la prassi.

 

Altra vicenda parallela e contemporanea è quella sulla quarantina di pozzi d'acqua da realizzare nelle regioni del Bari (capitale Bosaso) e del Sanag (ora Somaliland, capitale Erigavo), affette da siccità endemica e mortalità per fame. I somali avevano fornito un bel po' di documenti (“Li hanno anche i giudici di Monza”, dissero) dai quali emerge una storia singolare di truffe e raggiri.

 

Il 31 ottobre 1985 e il 29 gennaio 1986 il Fai affida, anche in questo caso, alla Techint il compito di ingegneria e direzione lavori per la realizzazione dei pozzi: opere per quasi 22 miliardi. La Techint, quale, sostanzialmente, concessionaria del Fai, non può, per legge, appaltare i lavori a una sua controllata. Quindi in accordo con il suo socio d'affari Giuseppe Pisante, li affida (con contratto del 9 luglio 86) all’Aquater spa (gruppo Eni), con l'intesa che quest’ultima ne subappalti il 50 per cento ad Ecologia spa (azionisti di riferimento Marcellino Gavio, sotto inchiesta per le tangenti Itinera, e Gabriele Cagliari, poi presidente dell’Eni, tramite la Fimo).

 

Durante il periodo dei lavori il figlio di Siad Barre, generale Masla Mohammed Siad, accusato più volte di girare il mondo in cerca di forniture d'armi, viene in Italia, ospite del presidente del gruppo Acqua, Giuseppe Pisante. Da notare che a libro paga di Pisante è risultato anche l'ingegner Renato De Leonardis, l'uomo che ha tenuto a battesimo il cannone navale da 76/62 dell'Oto Melara.

 

Poco per dire che ci fosse sotto un traffico d'armi, come deboli elementi su commerci proibiti compaiono indagando tra i famosi pescherecci regalati alla Somalia dalla Cooperazione italiana. Solo voci non confermate. Su quest'ultima vicenda emergono però operazioni finanziarie quantomeno spregiudicate, dimostrate da copiosa documentazione. Come il telex che spiega come si fanno a sottrarre 350.000 dollari alla Banca d'Italia.

 

Negli anni '80 il ministero degli esteri italiano incarica la Società Esercizio Cantieri (Sec) di Viareggio di costruire alcuni pescherecci d'alto mare da donare alla Somalia. Appena pronti i primi tre vengono regalati al governo di Mogadiscio che li “gira”, in cambio di 350.000 dollari alla Cooperpesca.

 

Nel febbraio 1988 Mogadiscio chiede di avere restituite le azioni Cooperpesca ma per questo dovrebbe versare i 350.000 dollari ricevuti in passato. Renzo Pozzo, presidente della Sec, scrive all'ingegner Mugne Said Omar, direttore della Shifco di Mogadiscio (la società di Stato proprietaria delle imbarcazioni) questo esauriente telex: “Ecco ciò che è necessario perché la restituzione delle azioni sia fatta dalla banca agente. La Cooperpesca ha versato a suo tempo per la Somalia 350.000 dollari. Ciò richiede che se vengono restituite le azioni, in Italia devono rientrare 350.000 dollari. Ovviamente dalla Somalia non si vuole far uscire 350.00 dollari. Per superare questo punto occorre che le azioni abbiano un valore zero. Per fare questo è sufficiente che Somitfish (la società somala che dovrebbe sborsare i 350.000 dollari n.d.r.) abbatta il suo capitale sociale con, le perdite accumulate fino ad oggi. Esibendo in Italia il documento che certifica questa operazione la Banca d'Italia restituirà, su nostra disposizione, le azioni senza pretendere null'altro”.

 

Operazione che lo stesso Pozzo, come dimostra un'abbondante documentazione scovata a Mogadiscio, concluderà positivamente qualche mese più tardi.

 

E sui trafficanti d'armi? Tante voci, interviste, nomi, ma pochi riscontri oggettivi. Tranne uno, certo: la presenza tra Nairobi e Mogadiscio di Guido Garelli (conosciuto anche con altri nomi). Garelli è noto ai giudici di varie procure italiane, nonché ai nostri servizi segreti, per essere implicato in traffici d'armi e nel famoso “Progetto Urano”, che prevedeva scambi di rifiuti tossici da stoccare nel Sahara, in cambio di forniture di armamenti».

 

 

Non si può dire che indizi, elementi, spunti d’indagine mancassero alla Commissione per porre in primo piano, nelle indagini, la figura di Mugne e l’intreccio di interessi fra la gestione dei progetti di Cooperazione, gli interessi economici, i sospetti di utilizzi illeciti della flotta Shifco e, non ultimo, la singolare doppia veste di Mugne: da un lato responsabile somalo politico e amministrativo (tratta con l’Italia su mandato diretto di Siad Barre e nel contempo è direttore generale dell’Enfais), e dall’altro il ruolo in cooperative italiane con appalti in Somalia (con la Giza e con l’Edilter). Particolare interesse avrebbe dovuto avere la strada Garowe-Bosaso che, oltre ai tanti sospetti di cui s’è parlato negli anni, vede – come dato obiettivo – Mugne coinvolto nel doppio ruolo di controllore e controllato.

 

Gli elementi che la spedizione Bulgarelli-Cavalli-Rocca-Scalettari dell’estate 2005 avevano trovato proprio su quella strada e proprio sull’ipotesi di uno smaltimento di rifiuti ad opera di dipendenti del consorzio Saces, nel quale era inserita l’Edilter, avrebbe dovuto suscitare quanto meno un notevole interesse per verificare e riscontrare gli elementi presentati dai membri della spedizione alla stessa Commissione (interesse invece ampiamente dimostrato dalla Commissione sul ciclo dei rifiuti presieduta dall’On, Paolo Russo. 

 

 

 

Note sull’integrazione inviata a firma della consulente Corinaldesi

 

Il 22 febbraio 2006 è stato distribuito dal Presidente Carlo Taormina, nella tarda mattinata, un fascicolo che conteneva la II parte della sua relazione a sostituzione della versione precedente del 20 febbraio 2006, unitamente a una lettera d’accompagnamento e a 16 pagine intitolate “Integrazioni predisposte dalla dott.ssa Silvia Corinaldesi”.

 

Nella lettera accompagnatoria, il Presidente, lamentando di non aver potuto ottenere ulteriori proroghe (dopo averne già ottenute tre dalla Camera dei Deputati!), dichiara che «non si è potuto esprimere, sul piano della architettura della relazione, non solo al meglio, ma non è stato possibile mettere in luce o valorizzare l’importanza dei nostri lavori e dei risultati conseguiti».

 

Per questa ragione, aggiunge ancora il Presidente, «mi sono dovuto confrontare con l’esigenza di un forte rimaneggiamento» della bozza precedente (ricevuta dai Commissari il giorno 20 febbraio).

 

Contrariamente a quanto scritto nel prosieguo della lettera dal Presidente, che dice di aver voluto rendere più agevole la lettura e più coerente l’impianto, la nuova versione – della sola II parte inviata, la terza è stata resa disponibile solo nella sera del 22 febbraio, a meno di 24 ore dalla seduta plenaria per la discussione e il voto – risulta in realtà rimaneggiata nei contenuti, da cui sono state eliminate parti relative al lavoro della Commissione (peraltro, come rilevato nella presente relazione, già svolto con pesanti lacune e numerose carenze di approfondimenti) sui versanti dei traffici di armi e rifiuti e sulla gestione dei fondi di cooperazione.

 

Alla fine dello scritto, il Presidente Taormina aggiunge che «l’esigenza di revisione» che l’ha impegnato «notte e giorno», non gli ha consentito «ancora di redigere le proposte di conclusione».

 

La lettera, protocollata col numero 4465 è datata 21 febbraio 2006. Si può osservare, solo di passaggio, che il Presidente non ha rispettato i tempi che lui stesso aveva fissato, che ricordiamo: consegna della bozza completa della relazione entro il 19 febbraio, presentazione degli emendamenti entro la mattina del 22 febbraio, discussione e voto della relazione finale fissata alle ore 15,00 del 23 febbraio. Ma a fronte dei ritardi con cui ha consegnato il materiale, il Presidente non ha ritenuto di dover spostare anche i tempi di presentazione degli emendamenti né quelli del voto finale. È evidente la volontà di non dare tempo agli altri 19 membri della Commissione di poter valutare, seppure nello spazio ridottissimo di 3 giorni, il testo proposto dalla Presidenza. E a nulla vale, in proposito, la lamentazione sulla mancata quarta proroga dei lavori: va ricordato che la Commissione “Alpi-Hrovatin” nata per operare con una durata di otto mesi complessivi (sei per l’attività d’indagine e due per le conclusioni), ha lavorato invece dal 21 gennaio 2004 al 23 febbraio 2006, per una durata complessiva di 25 mesi.

 

Non si può non rilevare la grave carenza di gestione dei lavori che ha ridotto il Presidente a tentare un rimaneggiamento, usiamo il suo termine, in sole 48 ore e a meno di due giorni dal voto finale.

 

 

Può allora essere considerato frutto della perdita di controllo della situazione il testo giunto ad integrazione della relazione e a firma della consulente Corinaldesi.

 

Tale testo presenta una grande quantità di imprecisioni, ricostruzioni suggestive e non suffragate dai riscontri avuti in Commissione e affermazioni indebite, in quanto per la gran parte esulano dagli scopi istituzionali dell’organismo parlamentare.

 

Si deve pertanto ritenere che il lavoro «notte e giorno» abbia portato a errori umanamente comprensibili vista l’improba fatica sopportata dal Presidente e dai pochi consulenti di fiducia messi al lavoro. Errori comprensibili ma inaccettabili dal punto di vista dei doveri istituzionali.

 

Il testo redatto dalla consulente magistrato tocca alcuni temi del tutto eterogenei, né si comprende, allo stato, in quali parti della relazione finale dovrebbero confluire, né che cosa dovrebbero integrare.

 

Il primo è inerente il ruolo del giornalismo d’inchiesta. Appare palese, dal mandato parlamentare derivante dalla delibera istitutiva della Commissione, che non rientra fra i compiti della Commissione “Alpi-Hrovatin” esprimere giudizi su come va fatto o non fatto il giornalismo investigativo, men che meno da parte di chi fa un altro mestiere. Risultano pertanto incomprensibili, oltre che indebite, le valutazioni che la consulente esprime sui giornalisti di diverse testate che vengono ingiustificatamente presi di mira. O meglio, giustificatamente nella misura in cui il Presidente aveva bisogno di un puntello alla propria tesi del “complotto giornalistico” per sostenere il quale, evidentemente, la bozza di relazione del 20 febbraio non era adeguata.

 

Proprio in virtù del fatto che tali valutazioni sull’espressione giornalistica esulano totalmente dal mandato della Commissione, si ritiene che non si debba nemmeno entrare nel merito se non per sottolineare che si tratta di un testo impreciso e capzioso, che presenta giudizi privi di fondamento. Frutto della fretta e della stanchezza, non può che essere così, dato che gli elementi fattuali riportati presentano numerose e significative imprecisioni, nonostante la Commissione fosse in possesso degli elementi  di cui tratta il testo, evidentemente non controllati né verificati.

 

Quanto alle altre due parti, la prima elenca una serie di “incongruenze”, a dire della consulente, dell’ambasciatore italiano Cassini, riguardo alle sue dichiarazioni in audizione. Considerando che le audizioni di Cassini si sono svolte nel 2004, non si comprende la ragione per cui vengano “scoperte” a poche ore dal voto finale. Sembra, questa, una strumentale esigenza politica che si comprende alla luce dell’intervista pubblicata dal Presidente Taormina la stessa mattina del 22 febbraio sul quotidiano “Il Giornale”. Nell’intervista Taormina utilizza le iniziative dell’ambasciatore Cassini (sulle quali peraltro non entriamo nel merito in queste righe) per portare un attacco tutto elettoralistico all’attuale sindaco di Roma Walter Veltroni, attacco però che si riferisce all’epoca in cui Veltroni era Vicepresidente del Consiglio. Le pagine dell’Integrazione sono arrivate ai deputati membri della Commissione nelle stesse ore della diffusione del quotidiano. Vale quanto detto in riferimento alla prima parte: nella bozza del 20 febbraio non c’erano, evidentemente, gli elementi sufficienti a sostenere le tesi conclusive del Presidente.

 

Un terzo capitoletto, dedicato alla Shifco e al suo titolare Mugne, sembra essere stato scritto allo scopo di “bilanciare” la parte della bozza di relazione in cui copiosamente venivano puntualmente enumerati gli indizi, le testimonianze i documenti in possesso della Commissione che – pur non approfonditi con adeguati sviluppi investigativi nel corso dei lavori, erano tuttavia stati sintetizzati doverosamente nella bozza del 20 febbraio. Ecco che il Presidente Taormina s’impegna da un lato a “tagliare” questa parte della relazione e ad aggiungervi una sorta di tesi difensiva della flotta Shifco, allo scopo di ribadire “ad bundantiam” che i traffici d’armi non c’entrano. Un testo che per di più giunge all’indomani delle importanti rivelazioni (su cui abbiamo riferito in altra parte della presente relazione) di Abdullahi Musse Bogor, detto Sultano di Bosaso, che ha introdotto, proprio nel penultimo giorno di lavoro della Commissione, elementi inediti:

 

-  Ilaria Alpi gli aveva posto insistite domande sui traffici d’armi

 

- gli aveva chiesto notizie sul fatto che i pescherecci della Shifco (compreso quello seuqestrato in quel momento a Bosaso) potessero essere utilizzati anche per il trasporto di armi

 

- gli ha posto domande sullo smaltimento di rifiuti in Somalia.

 

- l’intervista – durata circa tre ore – era stata tutta video registrata e le uniche interruzioni sarebbero state dovute all’esigenza tecnica dell’operatore di cambiare cassetta (affermazione che confermerebbe quanto in questi anni si era sospettato: cioè che sia stata sottratta una parte del girato di Hrovatin allo scopo di occultare una parte del lavoro dei due giornalisti, così come è accaduto per almeno due dei block notes di Ilaria Alpi)

 

 

Un’ultima parte del testo scritto dalla consulente riguarda una integrazione alle dichiarazioni rese dal generale Luca Rajola Pescarini del Sismi in relazione al rilievo fattogli nel corso della sua audizione sulla sua partecipazione alla società Sorecom Interconair. Anche in relazione a questa aggiunta, visto che l’audizione si è svolta all’inizio del 2005, si può spiegare la svista con la difficoltà organizzativa della Presidenza che ha portato a sviste e dimenticanze considerate dal Presidente tanto rilevanti da dovervi porre rimedio all’ultimo momento.



 

[2] La sentenza di I grado: “Tra gli elementi che sembrano provare che il viaggio di Ilaria Alpi a Bosaso fosse stato previsto ancora prima della partenza per la Somalia e che comunque Bosaso rappresentasse per lei una zona di interesse, la Corte indica l’annotazione «Africa 70 - Bosaso» contenuta nella agenda della Alpi nei giorni precedenti il viaggio, le deposizioni di Massimo Loche (la Alpi durante la preparazione del viaggio gli aveva manifestato l’intenzione di recarsi a Bosaso (udienza del 26 febbraio), di Carmen Lasorella, la quale ha riferito della intenzione di Ilaria, incontrata a Mogadiscio, di andare a Chisimaio e a Bosaso, ma senza dire che vi erano motivi particolari, al punto che chiese anche ad altri colleghi di accompagnarla (v. udienza del 24 marzo, ff. 53-55), di Gianandrea Caiani, che ha ricordato che la Alpi gli aveva parlato della sua idea di recarsi a Bosaso (udienza del 30 marzo,) e di Roberto Balducci, il quale ha riferito che con la Alpi, prima della sua partenza, avevano individuato la zona di Bosaso come una zona giornalisticamente interessante (udienza del 2 giugno 1998).”

Anche in relazione alla diversa percezione di Alberizzi (telefonicamente la Alpi lo aveva informato della sua decisione di andare a Chisimaio, utilizzando un volo dell'ONU; ma il giorno successivo gli aveva comunicato che il volo era stato annullato e che ve ne era un altro per Bosaso) la Corte evidenzia che lo stesso Alberizzi ricorda di averle “allora suggerito che avrebbe potuto verificare alcuni scandali legati alla cooperazione, quale quello di alcuni pozzi, e l'aveva informata anche che a Bosaso vi erano dei pescherecci sequestrati (udienza del 23 marzo).”

Soffermandosi sulle attività di inchiesta giornalistica svolte a Bosaso, la Corte ha evidenziato come  fosse “certo .., comunque, che la Alpi utilizzò i giorni della sua permanenza a Bosaso per svolgere la sua attività di giornalista e che, in particolare, andò a vedere i pozzi di cui le aveva parlato Alberizzi, si interessò del sequestro di una nave della Shifco, cercando di prendere contatti con i marinai italiani a bordo, e intervistò il sultano di Bosaso (v. Casamenti, udienza del 24 marzo; Morin,..  udienza 8 aprile).  

 Infine, dopo avere spiegato le ragioni per cui non riteneva di affermare la colpevolezza dell’imputato Hashi  Omar Hassan, la Corte esternava il sospetto che per le modalità stesse della individuazione del colpevole  si fosse voluto fornire un capro espiatorio, in un contesto in cui non si poteva escludere - quanto al movente del duplice omicidio - che esso fosse stato determinato da ciò che Ilaria Alpi aveva scoperto in Somalia ed in particolare a Bosaso nella sua attività di giornalista professionista.

[3] La sentenza di secondo grado: la Corte “valutati da un lato gli interessi professionali della Alpi, le sue usuali modalità di lavoro, la competenza tecnica del Hrovatin, e dall'altro la situazione particolare della Somalia all'atto della partenza del contingente italiano” ha evidenziato come “dovesse ritenersi senz'altro verosimile che la giornalista e l'operatore non avessero limitato il loro interessamento alle questioni attinenti al ritiro del contingente italiano italiani od ai compiti delle forze UNOSOM, ma si fossero occupati della generale situazione della Somalia all'esito dell'intervento dei militari italiani nonché dei risvolti sociali e di quant'altro avesse una qualche connessione con fatti ed avvenimenti che in quel momento o in tempi di poco precedenti avevano suscitato allarme od un qualche interesse (per es. traffici di armi o di rifiuti tossici).”  In tale ottica la Corte ha puntualizzato la non casualità dei viaggio a Bosaso, argomentando che  l'annullamento del volo aereo per Chisimaio (cfr.deposizione in udienza di Massimo Alberizzi).. non poteva qualificare il viaggio come una sorta di scelta residuale non prevista, trattandosi piuttosto di una mera modifica dell’originario programma di visite in luoghi (diversi da Mogadiscio) ritenuti di interesse dalla giornalista, programma che prevedeva sia pure in tempi diversi un viaggio a Bosaso oltre che a Chisimaio.

A conforto la Corte richiamava la significativa annotazione "Africa 90 - Bosaso" contenuta nell'agenda della Alpi, nonché le deposizioni di Massimo Loche, di Carmen Lasorella, di Gianandrea Gaiani e di Roberto Balducci, che avevano tutti concordemente riferito dell'intendimento loro espresso da Ilaria Alpi di volersi recare (oltre che a Chisimaio e Badoa) anche a Bosaso, individuata quale zona giornalisticamente interessante.

…Proprio la particolare situazione di Bosaso, quale descritta dall'Alberizzi, in particolare l'essere Bosaso zona socialmente interessante in quanto solo lambita dalla guerra e poco coinvolta dall'operato delle truppe UNOSOM nonché interessata dalle varie attività connesse con la cooperazione e la ricostruzione e dagli scandali collegati, rende del tutto plausibile l'interessamento della giornalista per tale località e quindi una sua preventivata decisione di colà recarsi. Ebbene proprio l'interessamento nutrito da Ilaria Alpi verso siffatto tipo di questioni non può non essere tenuto presente al fine di chiarire ragioni e modalità della sua morte e di quella dell'operatore professionista che la ha accompagnata nel viaggio in Somalia.  

Il problema del movente dei duplice omicidio…. va infatti esaminato e valutato - ad avviso di questa Corte - tenendo presenti gli interessi giornalistici di Ilaria Alpi, gli intendimenti perseguiti da quest'ultima e dal Hrovatin nello svolgimento della loro attività, la situazione politico-sociale-militare della Somalia al momento della commissione dei delitti, nonché soprattutto - per la valenza oggettiva del dato - delle modalità dell'agguato portato nei confronti delle due vittime dello stesso.  

.. La notorietà della giornalista, la conoscenza diffusa delle sue attività e dei suoi ultimi movimenti in Bosaso in ragione dei contatti avuti (con la detta Faduma appartenente al clan Abgal inquadrato nella fazione di Ali Mahdi; con il sultano dei Bosaso appartenente alla fazione dei Migiurtini ed alleato con Ali Mahdi; con il responsabile UNOSOM a Bosaso che aveva tentato di mettere in comunicazione la Alpi con uno dei marinai italiani della nave Shifco sequestrata; con i responsabili della organizzazione non governativa "Africa 70"; ..l'imminenza dei servizio della Alpi relativo a quanto visto ed appreso a Bosaso (la cui trasmissione tramite l'antenna satellitare dell'albergo era prevista per la giornata del 20/3/94), l'allarme suscitato in chi era coinvolto a qualsiasi titolo nei traffici illeciti ed il timore nutrito per la divulgazione delle notizie apprese dalla Alpi, la conseguente necessità di evitare siffatta divulgazione sono le ulteriori circostanze che hanno segnato irreparabilmente il destino di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin e costituiscono –ragionevolmente - le prime l'antefatto nonché le ultime due il movente dei delitti per i quali è processo. 

[4] Nella sentenza di Assise d’appello, pronunziata dopo il rinvio della Cassazione, la Corte di assise di Appello sottolineava a sua volta che i due giornalisti “si stabilirono a Mogadiscio nell'hotel Sahafi, nella parte sud della città.. in quanto la Alpi ..non voleva restare confinata in zone militarmente protette ma giornalisticamente prive di interesse: ella, secondo quanto confidato ai suoi colleghi e dirigenti in RAI sia prima di partire che durante la sua permanenza in Somalia, voleva non soltanto riferire sulle ultime fasi dell'intervento UNOSOM, ma anche approfondire le condizioni sociali di quel paese, devastato da lotte intestine fra "clan" rivali, e riferire sui rapporti delle forze di intervento con la popolazione locale, divenuti sempre più difficili, tanto che la sede dell'ex ambasciata italiana era stata di recente attaccata da "ribelli" e si temevano ulteriori attacchi. Era, inoltre, certamente suo specifico intendimento occuparsi, dal punto di vista giornalistico, dei ventilati traffici illeciti (all'epoca si parlava di armi) tra ambienti italiani e somali, e della "sparizione" dei fondi della "Cooperazione" ("ben 1400 miliardi” dei quali soltanto "briciole" si erano tradotti in effettivi aiuti alla popolazione ed alle strutture locali, secondo un appunto autografo trovato in un cassetto della sua scrivania in RAI… “Nel quadro dei sopra descritti interessi professionali” Ilaria Alpi e Miran Hrovatin “si erano recati nella città portuale di Bosaso a circa millecinquecento chilometri da Mogadiscio: città decentrata, in un certo senso lontana dalla guerra, interessata più dalle vicende della "Cooperazione" - con i connessi scandali finanziari - che dall'intervento militare dell'UNOSOM. Tra l'altro Faduma Mohamed Mamoud (cui Hashi Omar Hassan faceva da autista), che la Alpi aveva incontrato a Mogadiscio presso l'hotel Sahafi, prima della partenza per Bosaso “le aveva parlato di un traffico di rifiuti tossici sbarcati a Bosaso e gettati a mare lungo le coste della Somalia, e la giornalista le aveva accennato alla sua idea di recarsi a Bosaso per approfondire la questione”. In Bosaso i due svolsero un'intensa attività di inchiesta giornalistica: si informarono sui pozzi in relazione ai quali si parlava di non meglio precisati scandali finanziari, si interessarsi del sequestro di una nave della società Shifco facente capo all'ing. Mugne Said Omar, con a bordo dei marinai italiani (una delle navi da pesca regalate dall'Italia alla Somalia, e si diceva spesso "sequestrate" a scopo di riscatto; o forse utilizzate per trasporti clandestini), ed intervistarono il locale sultano Abdullah Mussan Bogor, detto "King", di "clan" migiurtino, presumibilmente coinvolto nelle suddette questioni. È risultato in proposito che la Alpi parlò al telefono col suo caporedattore in RAI Massimo Loche dicendo che sarebbe rientrata a Mogadiscio… e che "aveva in mazzo qualcosa di grosso roba che scotta, cose importanti", del cui contenuto però non fece alcun cenno, "per motivi di sicurezza". Proprio per il pomeriggio del giorno 20 erano previsti un primo servizio della Alpi sulla trasferta a Bosaso - da trasmettersi mediante la sua antenna satellitare montata nel suo stesso albergo - e la partenza dei due giornalisti per l'Italia (alle ore 18, con trasferimento in elicottero dall'aeroporto di Mogadiscio alla nave Garibaldi).  …… 

La Corte ha evidenziato come e secondo il SISMI (relazione sulla nota del 21 marzo 1994 del teste Alfredo Tedesco), l'attentato venisse riferito al fondamentalismo islamico e, soprattutto, fosse "mirato alla persona" dopo che - come si apprenderà successivamente - i due italiani erano stati minacciati anche a Bosaso… ( segue)

[5] Evidenziando come, nella specie, mancasse la prova di una consapevole partecipazione dell'imputato ad un ipotetico piano: ben poco si sa degli eventuali mandanti, e nulla dei rapporti tra costoro e l'Hashi Omar Hassan.

 

[6] Torrealta nelle numerose testimonianze all’Ag e in audizione alla Commissione; v. poi verbale delle dichiarazioni rese al PM dott. Pititto.

[7] Ilaria Alpi ha intervistato anche un giovane maestro, che parla con orgoglio della scuola che ha fondato ma anche della preoccupazione di ritrovarsi senza alunni data la crescente presenza di organizzazioni islamiche che ne stanno aprendo altre.

 

[8] Acquisita l’11 maggio 2004 dalla Commissione presso la segretaria di redazione esteri del Tg3.

[9] La lettera ha consentito anche di correggere la collocazione temporale del volo mancato, sino ad allora erroneamente collocato al 18 marzo anziché al 16. In più Enrico Fragonara ha riferito che gli aerei non volavano di venerdì per motivi connessi al culto.

[10] Allegato 3A acquisizione Rai 11.5.04, doc. 59.6

[11] La prima missione di giornalista in Somalia svolta da Ilaria Alpi è riconducibile alla vigilia del Natale 1992, quando con l’operatore Alberto Calvi, la Alpi raggiunse l’inviato del TG3 Giuseppe Buonavolontà, cui darà il cambio fino al 10 gennaio 1993 (v. sul punto Bonavolontà audizione del ….). Nel corso del 1993 la Alpi è tornata in Somalia a fine aprile-maggio con l’operatore Renato Amico (esaminato nel corso del processo contro Hashi Omar Hassan ), ancora, nel medesimo anno, a metà giugno con l’operatore Marco Silenzi (sentito in dibattimento all’udienza 12.5.99), e poi ancora tre volte, in luglio-agosto, settembre e dicembre 1993, sempre con l’operatore Alberto Calvi

[12] Allegati 3 B, D, E, F, acquisizione RAI TG3 del 11.5.04. In particolare B1: il timore di Mana, figlia dell’ultimo sultano di Merca, per i fondamentalisti islamici che hanno occupato il porto di Mogadiscio.

[13] Massimo Loche, all’epoca suo capo redattore esteri la descrive come una giornalista che “inseguiva non gli scoop, ma le storie” audizione 16.3.04. Massimo Alberizzi……..e a proposito della Somalia l’operatore Alberto Calvi ha ricordato che “la cosa sulla quale Ilaria ha sempre cercato delle prove era il traffico di armi e di droga”.

[14] SIT Alberto Calvi 27-28.4.05

[15] Audizione del 9 marzo 2004.

[16]Ilaria Alpi non era una cronista qualsiasi; il suo interesse non era soltanto quello di andare a vedere il ritiro delle truppe e quello che accadeva. PRESIDENTE. Forse era l’ultimo dei suoi pensieri. SANDRO CURZI. Assolutamente l’ultimo dei suoi pensieri. Per questo mi telefonò prima e mi disse “Sono riuscita ad ottenere di tornare un’altra volta.” La scusa era il ritiro delle truppe. PRESIDENTE. L’altra volta che cosa aveva accertato? SANDRO CURZI. Lei stava lavorando da tempo sulla cooperazione e lo sviluppo. Si interessava molto di quello che stava avvenendo. Tenga conto che anche un nostro collega del TG3 era stato in Somalia per alcuni mesi per tenere un corso nel quadro della cooperazione e sviluppo, nell’ambito del quale c’erano delle iniziative di educazione. Lui insegnava all’università e teneva corsi per i somali, tanto che ebbe un distacco di alcuni mesi dalla RAI. Eravamo tutti un po’ interessati. PRESIDENTE. Che cosa le raccontò Ilaria della precedente esperienza? SANDRO CURZI. Era convinta che ci fossero delle cose molto importanti. PRESIDENTE. Quindi tornava per il problema della cooperazione? SANDRO CURZI. Sì, dentro di sé e ne ha anche parlato con me. Probabilmente non lo aveva detto al nuovo direttore. PRESIDENTE. Quindi è una circostanza di fatto che Ilaria Alpi abbia riferito a Sandro Curzi che la volta precedente si era recata in Somalia ed era stata attratta dalla sua curiosità e attenzione per la cooperazione per il modo in cui veniva gestita in Somalia? SANDRO CURZI. Esattamente. PRESIDENTE. E che questa era la ragione per la quale voleva tornare in Somalia, al di là della partenza delle truppe. SANDRO CURZI. Esattamente. Aveva la sensazione che ci fossero delle questioni ed era molto indecisa se vi fosse un collegamento tra il traffico di armi e la cooperazione. Parlava di una sorta di intreccio tra tutte queste cose. Quindi anche il tentativo fatto in quell’intervista famosa era in quella direzione e non riguardava certamente il ritiro delle truppe.”

[17] Dichiarazioni alla Commissione Gallo (Documento 3.474 - Audizione del 15 ottobre 1997): “quando ero già a Telemontecarlo, mi accennò, a qualche particolare inchiesta che tentava di seguire. Mi chiese di intercedere con il neo - direttore Giubilo per inviarla nuovamente in Somalia, perché stava cercando di capire da dove arrivassero realmente tutte le armi che aveva sempre visto in mano a quella gente ... Non mi diede alcun dettaglio circa la provenienza di quelle armi. Mi disse semplicemente che erano moderne, di fabbricazione russa o americana e che arrivavano di continuo. Sicuramente in quel periodo stava lavorando su questo particolare aspetto della situazione somala ... Ilaria è sempre stata una ragazza riservata. Al contrario degli altri giornalisti che si sarebbero vantati di quanto avessero scoperto, - la ragazza preferiva rimanere in disparte, presentare il servizio documentato, ma rimanere defilata, quasi nell'anonimato ... Ilaria non mi ha mai accennato ad episodi di violenza. Mi ha sempre detto che si stava occupando di questa grossa storia di traffico di armi e mi chiese addirittura di affiancargli un bravo giornalista di Telemontecarlo, per poterla aiutare. Non avendo i mezzi necessari, mi trovai costretto a negargli tale aiuto”.

[18] idem

[19] idem

[20] Documento 3.474 - Audizione del 15 ottobre 1997

[21] Audizione dell’1.2.2004: “Ad un certo punto lei mi disse: non troviamo operatori, non vuole partire nessuno. Io ho detto: non me la sento perché in queste condizioni non si può lavorare. Poi mi ha detto che voleva andare a Bosaso ed io le ho detto: non l’abbiamo fatta prima questa cosa, la fai adesso con l’esercito in fuga? PRESIDENTE. Del viaggio a Bosaso le ha mai parlato, della volontà di andare a Bosaso? ALBERTO CALVI. Sì, me lo aveva detto. PRESIDENTE. Prima di partire? ALBERTO CALVI. Sì, prima di partire. PRESIDENTE. Quindi, le disse che voleva andare a Bosaso. ALBERTO CALVI. Ed io le ho detto: non ci siamo andati in tre anni, ci vuoi andare proprio adesso?

[22] Audizione dell’1.2.2004: “Ilaria, come lei ha ricordato e come ho cercato di ricordare, non è stata in Somalia un giorno, ma vi è stata per 150 giorni. In questi 150 giorni è sempre stata in un posto, ha parlato con delle persone, è stata identificata come amica di alcuni e nemica di altri. … lei era una giornalista che non tendeva a mettersi in prima fila, a dire “siamo qua”, anzi i suoi servizi erano sempre molto soft, ma le cose che diceva andavano a pestare i piedi e davano fastidio. Su questo abbiamo sempre avuto delle pressioni. Ilaria non è giornalista che è andata in Somalia una volta e, come una cretina, si è fatta sparare per strada, ….era una signora giornalista, che ha fatto il suo lavoro, sputando sangue per tre anni!  PRESIDENTE accetto il suo sfogo, ma la pregherei, per la utilità che noi andiamo ricercando per questo nostro lavoro, di non fare fughe in avanti, se non quando le sarà chiesto.Tornando alla mia domanda, lei ha riferito che Ilaria le ha detto: è la storia della mia vita. Quale storia della sua vita, se glielo ha detto? ALBERTO CALVI. Nel corso del lavoro quotidiano noi facciamo sempre riunioni con il capo servizio e, quindi, siamo sempre pressati nelle nostre telefonate rispetto alla cronaca. Quindi, possiamo anche prevedere di fare un certo servizio e poi quel giorno succede un imprevisto e si va a fare un’altra cosa. Questo non vuol dire che la nostra giornata sia finita, perché noi per tutta la giornata comunque abbiamo dei contatti e pensiamo di costruire una storia, un racconto, un’inchiesta o una cosa che va a buon fine in qualche maniera. La cosa sulla quale Ilaria ha sempre cercato delle prove era il traffico di armi e di droga. PRESIDENTE. Questo le risulta personalmente? ALBERTO CALVI. Mi risulta personalmente, perché non abbiamo fatto altro.”

[23] ALBERTO CALVI. Sì. Inoltre, come motore, c’erano gli scandali della cooperazione, ma nell’ultima fase – siamo già nel 1993 – gli scandali che dovevano succedere erano già successi tutti. Quindi, nel 1993 e nel 1994, per quello che doveva accadere rispetto ad un certo establishment della cosiddetta prima Repubblica, era già successo tutto.Tutto quello che lei aveva raccolto voleva portarlo a sintesi, perché alla fine il suo lavoro, quello che c’è, porta ad una conclusione, cioè che tutte le operazioni che sono state fatte dall’Italia, dalla cooperazione alle operazioni militari, sono state un fallimento. PRESIDENTE. E servivano ad altro? ALBERTO CALVI. Certamente. Erano coperture di cose che probabilmente continuano ad andare avanti anche adesso. PRESIDENTE. Su questo sono d’accordo con lei. Stavolta faccio io una fuga in avanti, poi ci torniamo. Rispetto a questi interessi investigativi di Ilaria – armi e droga – le navi Shifco le dicono niente o vi dicevano qualcosa o Ilaria improvvisamente le ha detto che dicevano qualcosa?  ALBERTO CALVI. Era una delle piste. PRESIDENTE. Perché Ilaria praticamente queste indagini le faceva insieme a lei? ALBERTO CALVI. Noi vivevamo insieme 24 ore al giorno, mangiando quello che si trovava; può capire quali condizioni fossero. PRESIDENTE. Shifco le dice qualcosa? ALBERTO CALVI. Shifco, Mugne, Marocchino erano tre nomi sui quali lavoravamo sempre, chiaramente consapevoli di essere in terra ostile e di non poter fare certe cose perché dovevamo comunque mandare avanti il lavoro ordinario di tutti i giorni: questo è il punto.

[24]Il nostro lavoro per il TG3 non è stato un lavoro di propaganda istituzionale ... mentre noi del TG3 cercavamo di dare le medesime notizie, ma viste con un'altra ottica. Abbiamo sempre cercato di mostrare come il popolo somalo, e soprattutto le donne, stava vivendo quel delicato momento storico ... e anche per tale motivo “Prendemmo la decisione di spostarci al Sahafi”... i nostri servizi di quel tempo per il TG3, ad esaminarli con attenzione, non riguardavano l'operazione italiana in Somalia; avevamo invece un chiaro taglio anti-americano, esaltavano l'inutilità dell'operazione "Restore Hope" in genere: prova ne sia che in tre anni 28.000 uomini, non riuscirono a rendere sicuri 4 Km. di strada”.

Spiegando meglio la linea operativa imposta dalla redazione, nel corso dell’audizione è emerso che sebbene da un lato “La linea che il direttore del TG3 ci consigliò di seguire, fu proprio quella sociale”, era anche vero dall’altro che “Oltre a fornire al TG3 notizie sul tessuto e sulla vita sociale della popolazione somala era naturalmente nostro dovere reperire anche notizie su eventuali violenze, maltratti o soprusi; traffico di armi e quant'altro avesse potuto interessare l'opinione pubblica ... È prassi per qualsiasi giornalista indagare in un paese in guerra come la Somalia sul traffico di armi e droga, ovvero sulle attività illécite della Cooperazione …”

Chiesto di quanto a sua conoscenza sullo specifico argomento, Calvi ha dichiarato che: “Non mi risulta che gli italiani fossero coinvolti in un traffico di armi. L'evidenza invece era di segno opposto e cioè che gli Italiani espletassero posti di blocco per sequestrare le armi ai somali. Indubbiamente i due signori della guerra trafficavano in armi ... Per quanto ne sappia, un'inchiesta sul traffico di armi venne svolta da tutti i giornalisti che operavano sul territorio somalo. Del resto una inchiesta sul traffico di armi penso fosse dovuta in un paese, come la Somalia, dove ne giravamo moltissime nonostante i molteplici rastrellamenti operati dai militari dei vari contingenti”.

[25] Audizione dell’11 marzo 2004.

[26]Chiunque si occupasse di Somalia conosceva il problema e se ne occupava; a Mogadiscio se ne parlava largamente. Negli ambienti dei giornalisti che si occupavano di Somalia, era uno degli argomenti più discussi perché era un mistero cosa facessero queste navi: si diceva che facessero traffico d’armi, ma non si avevano elementi di prova, quindi il buon giornalista li cercava. PRESIDENTE. Possiamo dare per certo, almeno per quelle che sono le sue consapevolezze, che in relazione ai precedenti viaggi di Ilaria Alpi in Somalia, la giornalista aveva acquisito informazioni sulle navi Shifco e sul traffico di armi, però si trattava soltanto di notizie che Ilaria Alpi ha comunicato a lei e intendeva approfondire. È corretto? MASSIMO LOCHE. È corretto. PRESIDENTE. Il viaggio che si sarebbe concluso con l’uccisione aveva due finalità esplicitate in comitato di redazione, cioè il contingente italiano e l’accertamento di come stessero le cose a Bosaso. Esatto? MASSIMO LOCHE. Sì. E cosa restava della Somalia alla fine di quel lungo periodo.”

[27] Documento 3.474 - Audizione del 30 settembre 1997 innanzi alla Commissione Gallo: “Sicuramente era intenzione di Ilaria verificare determinate informazioni che aveva raccolto nei suoi viaggi precedenti. Infatti, mi disse molto chiaramente che sarebbe andata sia a Sud che a Nord della Somalia. In verità, mi confidò che era sua intenzione fermarsi lo stretto necessario a Mogadiscio e visitare più a lungo il Nord della Somalia perché non era mai stata in quelle regioni. Quando fu in Somalia, fece dapprima un viaggio organizzato dall'Esercito nel Sud del Paese e poi andò a Nord, a Bosaso. In particolare Ilaria considerava molto importante la famosa questione delle navi della Shifco, questione che non aveva nulla di misterioso per chi si occupava della Somalia. Qualsiasi giornalista ben preparato sul problema somalo può confermare che tali navi erano implicate nel traffico di armi. Il problema era che non si sapeva quali fossero i porti da cui partivano, cosa trasportassero e dove andassero con precisione. Ilaria aveva intenzione di trovare le risposte a tali domande ... In effetti era intenzione di Ilaria svolgere le indagini del caso visitando il Paese e, prima del rientro, trasmettere i risultati del suo lavoro ... Ilaria mi disse che era arrivata a Bosaso, che aveva trovato delle cose molto interessati ... Disse ancora che aveva delle nuove informazioni e del materiale di ottima qualità. Non ho dubbi nell'affermare che era particolarmente contenta dell'intervista fatta al Sultano di Bosaso anche se allora non ne accennò. In effetti, l'intervista si è dimostrata inedita: il Sultano racconta delle cose in modo piuttosto allusivo, quasi con linguaggio mafioso, ma fornisce delle informazioni sui traffici ... È possibile, inoltre, che lei avesse ulteriori informazioni, forse più particolareggiate e di maggiore interesse, ma le tenesse riservate, per ovvie ragioni di sicurezza, per poterle rendere pubbliche una volta arrivata in Italia ... Quello che posso dedurre dalle sue due brevissime telefonate e che Ilaria avesse trovato testimonianze del traffico di armi in Somalia ad opera di alcune navi peschereccio ... indubbiamente le novità di cui mi ha parlato Ilaria durante le sue telefonate da Mogadiscio, sono senz'altro connesse all'intervista fatta al Sultano di Bosaso e a quella, meno famosa, ma ugualmente interessate, fatta al Capitano di Porto di Bosaso. Questi parlava in modo molto più prudente rispetto al Sultano, ma comunque ha riferito degli strani viaggi fatti da quei pescherecci. Penso che il servizio giornalistico composto da queste due interviste e commentato da Ilaria avrebbe potuto dissipare molti dubbi sul traffico di armi in Somalia. Credo che Ilaria quando parlava di questi traffici si riferisse esclusivamente a vicende somale, vicende tra somali, che non avevano nulla a che fare con il contingente italiano”.

[28] Documento 3.474 - Audizione del 24 settembre 1997.

[29] Documento 3.474 - Audizione del 16 ottobre 1997.

[30] Documento 3.474 - Audizione del 16 ottobre 1997.

[31] Audizione del 15 settembre 2004.

[32] PRESIDENTE. Lei intervistò la moglie di Ali Mahdi, in qualche circostanza? MASSIMO ALBERIZZI. Sì. PRESIDENTE. Insieme ad Ilaria o da solo? MASSIMO ALBERIZZI. C’era anche Ilaria. chiese il riserbo. PRESIDENTE. E parlò di armi. MASSIMO ALBERIZZI. Sì. PRESIDENTE. In che senso? MASSIMO ALBERIZZI. Raccontò come alcuni trafficanti italiani rifornivano di armi le fazioni somale. PRESIDENTE. Le fazioni somale di Aidid o anche la loro? MASSIMO ALBERIZZI. Lei parlò anche di Ali Mahdi. Parlò soprattutto di Aidid, perché era il nemico di Ali Mahdi, però il signore di cui parlò era anche amico di Ali Mahdi. PRESIDENTE. Quindi si parlava del traffico di armi alle fazioni somale, armi provenienti dall’Italia. MASSIMO ALBERIZZI. Le armi, non so; il trafficante, sì. PRESIDENTE. Era italiano. E chi era? MASSIMO ALBERIZZI. Giovanni Giovannin.i

[33] Doc. 108.9 pag. 1-9.

[34] Doc. 108.12.

[35] Doc. 108.12.

[36] Doc. 108.9.

[37] Doc.108.9.

[38] Doc. 43.11.

[39] Doc.108.13.

[40] Doc.108.13.

[41] Doc. 102.3 .

[42] Doc.108.003.

[43] Chi è Giancarlo Mancinelli, e perché dice di aver consegnato nelle mani di Paolo Piliitteri una valigetta contenente 900 milioni come provvigione sugli affari della Somalfish, compagnia somala per la pesca oceanica? La storia sta scritta in un esposto-memoria di Mancinelli alla procura di Teramo e nei verbali di tre deposizioni da lui rese al sostituto procuratore Donatella Salari. Al Senato, Mancinelli è stato ascoltato da Emilio Molinari dei Verdi per la commissione Esteri e Carmine Mancuso della Rete per la commissione Giustizia. ... Vedremo, personaggi e canali finanziari di questa storia di tonni e aragoste da drenare al largo delle coste somale finiscono per svolgere un ruolo chiave nell'organizzazione del colossale affare da 1.400 miliardi che è stato l'aiuto italiano alla Somalia. Dai tonni alle armi. È il 1982 quando la Farnesina vara il Programma di sviluppo della pesca oceanica, stanzia 110 miliardi della Cooperazione e acquista dalla Sec di Viareggio (Società esercizio cantieri) tre pescherecci attrezzati di tutto punto. Rappresentano, con altre tre navi più una di appoggio, il patrimonio della Somalfish, società mista italo-somala... Ma il vero padre-padrone della Somalfish si chiama Said Omar Mugne, ingegnere, somalo "bravano", cioè di origine portoghese, intimo amico di Siad Barre, al quale Mugne risponde direttamente, scavalcando ministeri ed enti competenti. E quando Barre, nel gennaio '91, è costretto alla fuga, Ornar Arte, primo ministro del nuovo presidente provvisorio Ali Mandi, «nomina invano Mugne direttore generale del ministero della Marina, per indurlo a tornare a Mogadiscio”. Così racconta Mohamed Aden, ex ministro somalo della Sanità, della Cultura e dell'Istruzione, incarcerato da Barre dall'82 all'88. ora esule. «Perché? Vede, in genere sono i governi dei paesi produttori di armi a prestare a un governo i soldi per acquistarle; ma negli ultimi anni del potere di Barre, sempre più dittatoriale, e a maggior ragione dopo la sua caduta, quelle linee di credito ufficiali si erano interrotte. Gli acquisti di materiale bellico da parte della Somalia sono continuati, anche in Italia, da almeno tre diverse imprese. Con che soldi? Mi risulta che in larga parte provenissero, in valuta pregiata, proprio dalla Somalfish». Com'è diventato cosi importante, Said Ornar Mugne?”

[44] Nella grande abbuffata di partiti e uomini politici dell’ultimo decennio, una portata è stata particolarmente succulenta: quella dei finanziamenti e degli aiuti ai Paesi del Terzo mondo e dei traffici di armi con i Paesi sottosviluppati. I protagonisti sono gli stessi che da oltre due anni animano le cronache di Tangentopoli. Dalle confessioni di un testimone finora sconosciuto: Francesco Corneli … emerge un quadro inquietante della corruzione internazionale e dei legami tra potenti italiani e somali. … Davanti al pubblico ministero Gemma Gualdi, titolare dell’inchiesta sul traffico di armi con i regimi che si sono succeduti in Somalia, Corneli ha fatto nomi eccellenti: da Paolo Pillitteri, ex sindaco di Milano, a Bettino Craxi, … «Ricordo che mi è stato riferito in più occasioni che Siad Barre richiedeva tangenti da parte del rappresentante italiano Bearzi, parte in denaro, avendo necessità di valuta estera, e parte direttamente in armi. Barre pretendeva a saldo dei propri "crediti" a titolo di tangente, per il valore del 50%, tale tipo di pagamento». In particolare Corneli riferisce di avere sentito una frase che suona così: «Non solo Bearzi e chi gli sta dietro guadagnano ricche tangenti sugli affari in Somalia, ma guadagnano pure sulle armi. A Barre infatti il prezzo delle armi glielo fanno loro stimandolo il doppio e ci guadagnano ogni volta la metà del prezzo... Cambia poi argomento. E spunta il nome di … Pozzo, l’imprenditore principe per la costruzione e la vendita in tutto il mondo di grosse imbarcazioni da pesca. …In Somalia per la Sec si trattava di occuparsi di un’area di investimenti tradizionalmente riservata al Partito socialista. Corneli cita a questo proposito l’esempio di un appalto per tre pescherecci in Somalia: un primo stanziamento ottenuto dalla Dipco, la Direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo dei Paesi del Terzo mondo cui faceva capo il corrispondente dipartimento presso il ministero degli Esteri, per la costruzione e fornitura dei pescherecci; un secondo per modifiche al progetto, visto che i natanti non stavano a galla, un terzo per armare i pescherecci, un quarto finanziamento in vista della manutenzione resasi necessaria a causa dei disaccordi fra somali e italiani. «Per questo quarto finanziamento», prosegue Corneli, «furono concessi svariati miliardi a titolo di riparazione, nonostante si trattasse di barche nuove di pacca e appena fornite». Dulcis in fundo un quinto finanziamento: «Questa volta finalizzato ad attrezzare gli impianti a terra e a fornire ai somali le tecnologie necessarie per imparare a servirsene»… Corollario di un piatto tanto ricco, frutto di un accordo corruttivo, un episodio dai toni accesi e dai tratti persino violenti svoltosi nella piazzola di parcheggio dell’aeroporto di Linate a Milano. Una litigata fra Mancinelli (altra persona coinvolta), scomparso nel 1991, Bearzi, Pozzo e Corneli. «Ricordo che Mancinelli», racconta Corneli al magistrato, «chiedeva dove fossero finiti i soldi promessi per la sua mediazione. Ma Pozzo gli assicurava di aver già sborsato quanto pattuito”.

[45] Doc. n.

[46] Il Tribunale si era pronunziato sull’inammissibilità della richiesta in una «…controversia instaurata da alcuni cittadini somali, tali Ali Hasci Dorre e Farah Aidid, contro alcuni cittadini italiani: Pietro Bearzi, Paolo Pillitteri e Bettino Craxi... Nel 1978 sarebbe stata costituita una associazione non meglio definita denominata Camera di commercio italo-somala, il cui presidente era il dottor Paolo Pillitteri e il segretario generale Pietro Bearzi... Si sosteneva che tra il gruppo somalo e la controparte italiana – fra cui Pillitteri e Craxi – era stata raggiunta una sorta di gentleman agreement in forza al quale le provvigioni e le mediazioni sarebbero spettate [ai due somali] nella misura del 10 per cento sugli importi degli affari portati a conclusione... e comunque sarebbero state spartite in eguale misura tra controparte somala e controparte italiana... In particolare i somali si lagnavano di aver avuto promesse di denaro e di non averne in realtà intascato se non in minima parte...”

[47] Riferisce la Gualdi: “Mancinelli è un personaggio che ha compiuto molti lavori in Somalia, che ha funto da intermediario, a mo' di Bearzi per intenderci, in Somalia, il quale un giorno scopre di essere irrimediabilmente ammalato di un brutto male e che i giorni che gli rimangono sono pochi. Egli decide che non solo i somali non hanno mai ricevuto integralmente il denaro che era loro stato promesso ma neppure lui, neppure lui che in quel momento era malato e stava morendo, e credo che si sia tolto veramente qualche sassolino dalla scarpa. Non solo si è recato inizialmente presso la procura della Repubblica di Teramo e quant'altro, ma addirittura ha partecipato a delle audizioni in Senato su invito dei senatori del Gruppo dei verdi, audizioni registrate, nelle quali egli ha preso a raccontare quello che era capitato a lui, alla sua persona, nei suoi rapporti con determinati personaggi, nelle sue vicende collegate agli affari compiuti in Somalia. Anche lui, come detto, si lagnava per il fatto di non aver mai visto le provvigioni che erano state pattuite a suo vantaggio per l'intermediazione negli affari”

[48] Sempre secondo la dott.ssa Gualdi: Mancinelli dice: "Con la Giza ebbi un gentleman agreement. Divenni operativo con la promessa di una ricompensa pari all’1,5 per cento di valore dell’affare”...

La Giza provvede alla costruzione di un centro agrozootecnico di Afgoi destinato all’allevamento e alla macellazione del bestiame da destinare alla esportazione... per il progetto operativo del centro viene costituita una società autopartoritasi con rappresentanze somale: la Gizoma...

La vicenda della Giza, peraltro, appare strettamente legata al capitolo relativo alla Società Esercizio Cantieri (Sec) e alla vicenda dei vari pescherecci...

Viene riferito che il valore complessivo dell’affare relativo alla fornitura delle prime tre navi era approssimativamente di 30 miliardi mentre quello riferito alle seconde tre navi ammontava a circa 60 milioni di dollari Usa; in realtà il costo dei materiali e delle tecnologie utilizzate e concretamente fornite non superava – viene detto – un terzo della somma effettivamente erogata. Pertanto i due terzi del finanziamento sarebbero serviti per altre esigenze...

Viene dunque chiesto all’amministratore delegato della Sec se mai qualcuno gli abbia fatto strane e impensabili richieste di denaro in relazione alla intermediazione di affari per la stipula di questa convenzione e i relativi atti aggiuntivi. Renzo Pozzo riferisce che effettivamente ciò è stranamente accaduto e in particolare riferisce che sarebbe intervenuto proprio presso di lui Mancinelli, il quale gli avrebbe chiesto del denaro che inopinatamente [il Pozzo] gli avrebbe consegnato... solo una novantina di milioni in cambio di un atteggiamento più morbido verso la Sec. Viene detto infatti che quel versamento era stato causato dall’opera diffamatoria che in territorio somalo Mancinelli asseritamente andava svolgendo, opera diffamatoria che gravemente aveva preoccupato la Società Esercizio Cantieri [la quale] per tacitare il calunniatore aveva consegnato a lui la somma di 90 milioni”.

[49] Audizione 6 settembre 2005.

[50] Audizione 2 marzo 2004.

[51] DOUGLAS DUALE. Questo io… Se lei mi chiede quello che so, è quello che dicono tutti. PRESIDENTE. Che dicono tutti in Italia o in Somalia? DOUGLAS DUALE. In Somalia. PRESIDENTE. Che dicono? DOUGLAS DUALE. In Somalia dicono che la Shifco era coinvolta in un periodo… che importava armi in Somalia. PRESIDENTE. Ma all’epoca di Siad Barre? DOUGLAS DUALE. Siad Barre. PRESIDENTE. Quindi, diceva: fino a… DOUGLAS DUALE. Credo, fino al 1992…. . PRESIDENTE. Fino al 1992

[52] “Quello che risulta a me circa l’importazione di armi, il traffico di armi, è che la Somalia non poteva essere mai un porto di passaggio, perché l’importazione di armi, come dicevo prima, durante il regime di Siad Barre, riguardava armi destinate direttamente al regime, che era in difficoltà, in quando naturalmente doveva combattere contro i ribelli Successivamente, con la caduta di Siad Barre, ogni famiglia si era organizzata per avere armi. Queste armi potevano venire e potevano essere destinate a Bosaso, a Mogadiscio, a Merca, a Kisimayo, a seconda del gruppo etnico che le aveva richieste. Quindi, erano i fondi che provenivano direttamente dalla Somalia, che passavano attraverso l’Europa, ma il grosso delle armi veniva dai paesi dell’est. Con questo non voglio dire che si possa escludere che le armi potessero anche venire dall’Italia, però quello che io ho saputo e che sapevo – indirettamente, naturalmente – dai somali è che queste armi venivano da questi paesi, perché costavano di meno. MAURO BULGARELLI. Però, il sultano si occupava, ovviamente, di queste cose ed era a conoscenza diretta di queste cose, sia delle armi…del traffico di armi che si svolgeva nella sua area o del traffico dei rifiuti. Immagino che, come il Presidente, durante il periodo di Siad Barre, tutti quanti… DOUGLAS DUALE. No, onorevole, va chiarita una cosa. Durante il periodo di Siad Barre, il sultano era in carcere, in quanto era uno degli oppositori del regime. Se parliamo del periodo dopo Siad Barre, rispetto alle armi – che, naturalmente, entravano in Somalia – il sultano ha ammesso che ne era a conoscenza. Addirittura, ha dichiarato che anche loro ne hanno ricevute”.

[53] “PRESIDENTE. Lei dice : “perché dovevano essere uccisi”. Perché dovevano essere uccisi? Se sa qualcosa, ce lo dica. Qual è la ragione per la quale dovevano essere uccisi? DOUGLAS DUALE. Io dico la ragione che dicono i somali, cioè che dovevano essere eliminati perché avevano scoperto quello che certamente per i somali era noto […] PRESIDENTE. Cioè? DOUGLAS DUALE. Il traffico di armi e di rifiuti, ma che per lei non era noto. PRESIDENTE. Cioè una cosa che facevano tutti, ma che risultava importante … DOUGLAS DUALE. Certamente, era importante dal punto di vista giornalistico. Ma era una cosa che i somali sapevano. […] DOUGLAS DUALE. Mezz’ora prima nello stesso luogo erano presenti altri due giornalisti italiani, senza scorta, e si dice che questi due giornalisti – credo che fossero la Simoni e l’altro, giornalisti di Panorama, credo – sono andati là e che alloggiavano a casa di Marocchino. Sono andati là mezz’ora prima, senza armi, con una sola macchina. Quindi, non diciamo che in Somalia … Io faccio l’avvocato, ma non lo faccio adesso per … Questi sono stati uccisi, secondo me e secondo i somali, perché dovevano essere uccisi, ma non perché dovevano rubare chissà che cosa. No, assolutamente, questa è tutta una storia che non regge.”

[54] Audizione del 14 dicembre 2005: PRESIDENTE. Ha conosciuto Omar Mugne? AHMED JILAO ADDO. Sì. PRESIDENTE. Chi era Mugne? AHMED JILAO ADDO. Dovete chiederlo al partito socialista italiano. PRESIDENTE. Lei lo ha conosciuto Omar Mugne? AHMED JILAO ADDO. Io lo conosco. PRESIDENTE. Come lo  ha conosciuto? Che tipo di rapporti ha avuto con Mugne? AHMED JILAO ADDO. Lui era immischiato nel caso FAI, non so se voi lo ricordate? PRESIDENTE. La cosiddetta malacooperazione. AHMED JILAO ADDO. Sì. PRESIDENTE. E che faceva? Impicci? AHMED JILAO ADDO. All’epoca comandavano i socialisti, quindi non posso dire molte cose perché non sono stato al centro della questione non essendo un politico, ma un personaggio laterale. PRESIDENTE. Stiamo sempre parlando del periodo di Siad Barre? AHMED JILAO ADDO. Sì. PRESIDENTE. Quindi, sostanzialmente, era uno che faceva ciò che voleva? AHMED JILAO ADDO. Sì, era un affarista. PRESIDENTE. Siad Barre gli permetteva di fare ciò che voleva? AHMED JILAO ADDO. Sì.”

[55] PRESIDENTE. Giorgio Giovannini? AHMED JILAO ADDO. Lo sentivo prima, perché lui era un contrabbandiere di armi. PRESIDENTE. E che faceva in Somalia? AHMED JILAO ADDO. Qualche volta, quando c'erano Ali Mahdi e Aidid (all’epoca loro) lui - non so, dalla Cecoslovacchia, non so da dove -  ha portato armi. PRESIDENTE. E voi avete seguito queste cose oppure era normale che portassero le armi? AHMED JILAO ADDO. Io per chi lavoravo? PRESIDENTE. Per Ali Mahdi. AHMED JILAO ADDO. Ali Mahdi non intende neanche cosa vuol dire intelligence. PRESIDENTE. Ali Mahdi? AHMED JILAO ADDO. Non intende. PRESIDENTE. Non è un problema di intelligence. Le chiedo se, avendo saputo che qualcuno trafficata armi in Somalia, avete fatto qualche cosa. AHMED JILAO ADDO. No, no. PRESIDENTE. Era normale fare contrabbando di armi? AHMED JILAO ADDO. È normale, quando un paese in guerra, è normale, e uno le deve trovare dove le può trovare…

[56] Audizione del 2 dicembre 2005: “PRESIDENTE. Ha mai sentito nominare Giorgio Giovannini? HOSMAN OMAR WEHELIE. Quello morto? PRESIDENTE. Non lo so se è morto, è un trafficante di armi. HOSMAN OMAR WEHELIE. Sì, lo conosco. PRESIDENTE. Dove lo ha conosciuto? Come, quando e perché? Quali affari ci ha  fatto insieme? HOSMAN OMAR WEHELIE. Se la domanda è posta così, non so se posso rispondere. PRESIDENTE. Quando l’ha conosciuto? HOSMAN OMAR WEHELIE. L’ho conosciuto a Mogadiscio. PRESIDENTE. Che faceva a Mogadiscio? HOSMAN OMAR WEHELIE. Traffico di armi. PRESIDENTE. Con chi faceva il traffico di armi? HOSMAN OMAR WEHELIE. Con il Governo somalo. PRESIDENTE. Quando, al tempo di Siad Barre o dopo? HOSMAN OMAR WEHELIE. Sto dicendo con Siad Barre. PRESIDENTE. Portava le armi dall'Italia? HOSMAN OMAR WEHELIE. No, erano armi russe.  PRESIDENTE. Lei sa se queste armi, per andare in Somalia, passavano per l'Italia? HOSMAN OMAR WEHELIE. Venivano direttamente dalla Jugoslavia a Mogadiscio. PRESIDENTE. Lei si interessava di questi problemi per Siad Barre? HOSMAN OMAR WEHELIE. Non potevo farlo perché l’amico di Giorgio Giovannini era il mio comandante. PRESIDENTE. Chi era? HOSMAN OMAR WEHELIE. Il generale Osman Anaghel.”

[57] Audizione del 9 marzo 2005.

[58] Doc.108.9 pag 177 e seguenti.

[59] Doc. 108.3.

[60] Audizione 30 maggio 2005.

[61] Secondo notizie tratte da un appunto SISMI a cura della III Divisione risulta di etnia Darod, clan Migiurtino, sottoclan Osman Mohamud, membro del comitato difesa civile - Fronte Democratico Salvezza della Somalia (FDSS – meglio noto con l’acronimo anglofono SSDF), dal 1985 Presidente del Comitato Nazionale per gli appalti e le forniture nel Governo di Siad Barre, nel periodo 1986 - 1990 Direttore Generale degli Affari Giudiziari; dal 1991 Vice Presidente dell'Amministrazione Provinciale della Migiurtinia; dal novembre 1993 Capo delegazione del FDSS alla Conferenza di Addis Abeba, relativa agli aiuti umanitari per la Somalia (doc. 102.004 p. 181)

[62] Audizione del

[63] Audizione del

[64] La  ricostruzione è stata efficacemente effettuata dal dott. Giorgio Casamenti, già Vice-presidente dell’ONG Africa 70, sulla base del proprio vissuto e su ricerche negli archivi di Africa 70, che peraltro non ha consentito di trovare tracce documentali sulla permanenza a Bosaso dei due giornalisti. L’attenzione è stata incentrata sui mesi che precedono la visita di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Bosaso nel marzo 1994 e il clima politico nel quale è avvenuta tale visita.

[65] Contratto MAE del 26.3.93.

[66] composta dal Dott. Enrico Fregonara, da Yusuf e dal dott. Cancelliere.

[67] Come emerge dall’audizione di Yusuf Bari Bari (audizione del 6 maggio 2004), questi parallelamente al lavoro di supporto ad Africa 70, Yussuf provvide, per conto del Presidente del Fronte SSDF, ad una regolamentazione della pesca attraverso il rilascio di licenze che impedissero la pesca di frodo. A seguito di un’intesa raggiunta con la Federpesca, le società italiane che aspiravano ad ottenere delle licenze di pesca si dovevano rivolgere, pertanto, al Fronte (SSDF), che avviò il progetto, rilasciando licenze di pesca alla società Meridionalpesca, con sede in Bari.

[68] Mario Scialoja (audizione del 23.11.2004): “Quando era a Mogadiscio, un giorno andai a Bosaso con un G222 dell’aeronautica militare per cercare di risolvere un problema di Africa 70, che era tartassata dall’autorità che in quel momento governava Bosaso, che dipendeva da un certo generale Mohamed Hashi Moussa (fonetico), che io conoscevo bene perché negli anni sessanta era a capo della polizia ….Andai a Bosaso dalla mattina alla sera per questo problema”.

Yusuf Bari Bari (audizione del 6 maggio 2004): PRESIDENTE. Lei conosce l’ambasciatore Scialoja? MOHAMED ISMAIL YUSUF. Lo conobbi in quell’occasione.

[69] Cfr. articolo allegato alla relazione del dott. Cancelliere.

[70] Audizione del 6 maggio 2004

[71] “PRESIDENTE. Chi ha firmato questa lettera d’intenti, il sultano di Bosaso? MOHAMED ISMAIL YUSUF. No, assolutamente. Il sultano di Bosaso con quell’accordo non c’entrava nulla. PRESIDENTE. Di voi chi l’ha firmata, lei? MOHAMED ISMAIL YUSUF. No, l’ha firmata l’allora capo del Fronte….il generale Abshir. PRESIDENTE. Quindi, era una cosa importante, una cosa grossa. Se il capo del Fronte è sceso in campo in prima persona vuol dire che era una cosa importante, altrimenti avrebbe mandato qualche suo rappresentante. MOHAMED ISMAIL YUSUF. Nel momento in cui si è voluto dare un segnale di cambiamento rispetto al passato, per quanto riguarda  la limitazione o, quanto meno, un nuovo trend per risolvere il problema della pesca di frodo, ovviamente …”

[72]PRESIDENTE. Ma il sultano di Bosaso a nome di chi le chiedeva le royalties? A nome mio? A nome suo? A nome di SSDF? A nome di chi? MOHAMED ISMAIL YUSUF. Né a nome mio, né a nome di SSDF. PRESIDENTE. A suo proprio nome, allora! Quindi, era diventato a sua volta un capo clan, si era fatto un clan nel clan: dobbiamo dire questo. […] MOHAMED ISMAIL YUSUF. Non è un mistero che lo stesso cosiddetto sultano di Bosaso abbia mirato alla guida del Fronte.

[73] Cfr. relazione Cancelliere – doc.

[74] Doc. 3.257, pag.14

[75] Udienza del 9 maggio 2001 dinanzi al Tribunale di Pistoia nel processo per diffamazione a carico di Maurizio Torrealta e Gasperini – doc. n.

[76] Dichiarazioni rese a s.i.t. da Costantini Bernardino, contabile della Shifco, ai CC di Gaeta - doc. 291.4, Pag. 300-301.

[77] Dichiarazioni rese a s.i.t. da Spina Augusto, dirigente della Shifco, ai CC di Gaeta - doc. 291.4, pag. 304.

[78] Doc. 104.14, Pag. 5.

[79] Audizione del 23 novembre 2004.

[80] Fiore nell’audizione del 27 ottobre 2005: “. ….mi riferisco all’episodio di Bosaso, tanto per comprenderci. Alle ore 18,10 del giorno 7 marzo il tenente colonnello Bergagnini - che, ahimè, non c’è più -, un ufficiale che lavorava presso il comando Unosom, riferisce al mio capoufficio operazioni: “L’ambasciatore italiano riferisce che oggi è stato sequestrato dai somali un peschereccio” (che si chiamava Farah Omar) “con tre italiani a bordo: il comandante, il direttore di macchina e il nostromo”. Ovviamente, dopo questo sequestro effettuato a Bosaso abbiamo cominciato a pensare che l’ambasciatore ci potesse chiedere un aiuto per superare la situazione, laddove la stessa non si dimostrasse sbloccabile pacificamente….. Per andare a svolgere un’operazione di forza, per così dire, bisognava portare della gente ad una distanza di 1.000 chilometri. Tra l’altro, gli elicotteri non avevano sufficiente autonomia e il carburante, lo ricordo, serve per portare a termine le operazioni e anche per tornare indietro. Per cui, avevamo pensato di utilizzare una fregata e una nave da sbarco con tre o quattro elicotteri a bordo, naturalmente potendo contare su sufficiente personale. In questo modo, ci potevamo avvicinare a questa nave a bordo della quale era stato collocato il capitano sequestrato e, attraverso una attività di deterrenza o, se necessario, con un colpo di mano liberare il soggetto. Comunque, tutto questo progetto non è stato mai attuato perché negli ultimi giorni l’ambasciatore ci comunicò che le trattative per il rilascio di questa persona erano a buon punto poiché sarebbe stato pagato il sequestro, quindi il problema per noi poteva considerarsi chiuso.”

[81]MOHAMED ISMAIL YUSUF… probabilmente era già a Gibuti. PRESIDENTE. Vi siete incontrati casualmente anche quella volta oppure è venuto a trovarla? MOHAMED ISMAIL YUSUF. Ero in albergo e mi venne a trovare lì. PRESIDENTE. Quindi, sapeva che lei stava lì. Non è stata occasionale questa volta; è venuto là per salutare …  MOHAMED ISMAIL YUSUF. Non l’ho cercato io”

[82] PRESIDENTE. Secondo una nostra informazione, Beri Beri, che in essa viene indicato come filointegralista, avrebbe avuto un incontro con lei a Gibuti nel 1994, poco prima della morte di Ilaria Alpi. Lei si ricorda di questo incontro? OMAR SAID MUGNE. Assolutamente, ripeto, perché non correva buon sangue tra me e Beri Beri. PRESIDENTE. Quindi non le risulta questo incontro? OMAR SAID MUGNE. No, assolutamente. PRESIDENTE. Né che lei sarebbe andato in albergo a salutare Beri Beri a Gibuti? OMAR SAID MUGNE. Assolutamente. PRESIDENTE. Quindi è falsa questa informazione. OMAR SAID MUGNE. È falsa. PRESIDENTE. Nel 1994, poco prima dell’uccisione di Ilaria Alpi. OMAR SAID MUGNE. È falsa.  PRESIDENTE. Lei, in quel torno di tempo, non ebbe mai altra ragione di incontrare Beri Beri? Ad esempio, ricorda di averlo incontrato a Bosaso? OMAR SAID MUGNE. Come ho detto, presidente, non sono mai andato in Somalia, mai, e nessuno può dimostrare questa cosa.

[83] PRESIDENTE. Come seppe di questo sequestro? Chi glielo comunicò? OMAR SAID MUGNE. Mi hanno telefonato. Il comandante stesso ha telefonato via Roma radio, perché in quel momento non c'erano satellitari. Per esserne sicuri, potete controllare. PRESIDENTE. Chi era il comandante della nave? OMAR SAID MUGNE. Fanesi.

[84] PRESIDENTE. Durante il sequestro lei cercò di prendere contatto, o addirittura fu Fanesi che le comunicò che era stato compiuto il sequestro. Durante il sequestro, ha avuto ulteriori contatti con Fanesi? OMAR SAID MUGNE. Sì, sì. PRESIDENTE. Con Fanesi  personalmente o con altre persone dell’equipaggio? OMAR SAID MUGNE. Con Fanesi personalmente, ma anche con i pirati stessi. PRESIDENTE. Come vi tenevate in contatto? OMAR SAID MUGNE. In contatto via Roma radio. Loro parlavano via Roma radio. PRESIDENTE. Ho capito. E attraverso questi contatti voi concordaste il riscatto di cui abbiamo parlato prima? OMAR SAID MUGNE. No, questi  vennero a Gibuti. PRESIDENTE. Da voi. OMAR SAID MUGNE. Siccome sono coraggiosi, vennero a Gibuti. I nomi non li ricordo, ma le facce me le ricordo benissimo.

[85] Nel contesto della sua ricerca per i rapitori dei turisti italiani sempre nello Yemen, che era in realtà la ragione per cui si era recato in quel paese.

[86] Tale Marco Livadiotti.

[87] Dr Enrico Fregonara, capo progetto, dal 15.5.93 al 30.5 93, dal 3.8.93 al 2.5.93, dal 11.5.93 al 3.1.94.

Mario Casadio, logista dal 2.8.93 al 30.9.93.

Florence Anne Morin, veterinaria dal 8.8.93 al 7.5.94.

Gabriela Colombano, ostetrica dal 20.8.93 al 20.7.94.

Alda Rossini, contabile a Djibouti dal 20.8.93 al 19.4.04, dal 5.5.94 al 30.7.94.

Luigi Simeone, idrogeologo dal 10.9.93 al 7.5.94.

Valentino Casamenti, logista dal 2.12.93 al 11.8.94.

Atilio Seci, tecnico motori dal 10.11.93 al 12.12.93.

Saverio Frazzoli, agronomo dal 9.1.94 al 23.1.94.

Giorgio Cancelliere, Vice Presidente dal 15.5.93 al 30.5.93, dal 12.9.93 al 21.9.93, dal 9.1.94 al                 Patrizia Visini, amministratore Djibouti dal 9.1.94 al 23.1.94.

 

[88] Audizione del l’11 maggio 2004.

[89] V. informativa Digos del 13 febbraio 1995, acquisita dalla Commissione.

[90] Audizione del

[91] V. relazione Digos già citata.

[92] Audizione del l’11 maggio 2004.

[93] Audizione del  29 aprile 2004.

[94] Audizione dell’1 dicembre 2005.

[95] Audizione del 29 aprile 2004: “PRESIDENTE. Allora, non ne aveva mai sentito parlare? ENRICO FREGONARA. Dei traffici d'armi? Che le armi venissero in mano a queste fazioni, certo che lo si sapeva, però da dove, come e perché, nessuno lo sapeva.  PRESIDENTE. Io non le ho chiesto questo. Le ho detto se aveva mai sentito parlare di traffici di armi. ENRICO FREGONARA. Mi scusi, certo.

[96] Doc.

[97] In quel periodo, peraltro, ha  spiegato Cancelliere molti voli da Djibouti erano interrotti con Bosaso e le  linee aeree utilizzate più frequentemente erano:

- UNOSOM, domenica da Djibouti a Bosaso e sabato da Bosaso a Djibouti

- UNICEF, ogni martedì e sabato

- Linee private Puntavia e Dallo da Djibouti su Bosaso o Gardo (200 Km a sud di Bosaso).

[98] V. sul punto audizione e relazioni del dott. Cancelliere.

[99] Audizione di Enrico Fregonara del 29 aprile 2004: “Sì, perché Ilaria disse “Il primo aereo disponibile lo voglio prendere”. Da quello che ho capito – poi ci siamo anche parlati – la sua presenza a Bosaso non era stata programmata, lei doveva rientrare. Infatti, cercammo anche di trovare un altro passaggio tramite un volo piccolo, dell’UNICEF, però ci dissero che non si sarebbe fermato a Bosaso quella settimana, in quanto c’erano problemi. Allora, aspettammo il C-130”.

[100] V. in particolare Morin.

[101] Audizione di Enrico Fregonara del 29 aprile 2004: ELETTRA DEIANA. Quindi, lei non sa quali persone abbia incontrato a Gardo. Dunque non ci può dire nulla di questo. Lei è sicuro che venissero da Gardo?  ENRICO FREGONARA. Così ci dissero, e mi pare anche che nei giorni in cui restarono con noi montarono degli articoli tramite la telecamera con le note che avevano preso. Parlavano di Gardo e di Garoe.

[102] Sul punto Fregonara in audizione.

[103] PRESIDENTE. Ha mai espresso, ad esempio, valutazioni sulla Somalia, sul lavoro che stava facendo, sui suoi interessi? VALENTINO CASAMENTI. Non c’era un’amicizia tale che si mettesse a parlare di lavoro con me.

Recentemente Alexander Braunmuhl (audizione 1.12.2005) ricordando alla Commissione il suo incontro con Ilaria Alpi avvenuto (forse il 19 marzo) presso Africa 70 e dando atto che egli conosceva personalmente il sultano di Bosaso ( L'ho incontrato una volta; penso di aver aiutato suo figlio, che era paralizzato) ha fornito la sua percezione dei fatti  ….“mi risulta, come ricordavo, che Ilaria Alpi sia stata corretta e cauta verso uno sconosciuto, vale a dire il sottoscritto. Non mi rivelò grandi segreti e, probabilmente, non mi parlò nemmeno del sultano. PRESIDENTE. Lei ha detto che non le rivelò grandi segreti: e segreti piccoli? ALEXANDER BRAUNMUHL. No, non rivelò alcunché. Penso faccia parte del suo lavoro. PRESIDENTE. Le aveva detto di essersi recata dal sultano di Bosaso e di averlo intervistato? ALEXANDER BRAUNMUHL. Non posso dire di .  La risposta è negativa”.

Sulla riservatezza professionale di Ilaria Alpi v. anche le dichiarazioni della giornalista Rita Del Prete, l’amica con cui Ilaria condivideva l’appartamento a Sacrofano che alla domanda del Presidente “Lei dice che intendeva concludere dei lavori in Somalia. Diceva così perché partiva dal presupposto che questi lavori li aveva cominciati nei viaggi precedenti?” ha risposto “non mi ha detto espressamente “Vado a fare questa cosa”, anche perché era molto discreta professionalmente…. anche per telefono era discreta. Io la sentivo per telefono e qualche volta ci scherzavo sopra “Non c’è niente da nascondere; perché bisogna stare attenti?” ..   Ed io pensavo fosse un po’ esagerata”.

[104] Nel corso delle riprese al porto una voce fuori campo chiede ai giornalisti, in italiano, se sono della Rai.

 

[105] Doc. 102.3 vol. 1.

[106] Doc. 102.3 vol. 1.

[107] Doc. 4.137.

[110] Tedesco ha riferito di aver appreso dagli altri giornalisti che “Ilaria mancava ed era andata a Bosaso” e che era stata minacciata; “PRESIDENTE. E per quanto riguarda la minaccia? ALFREDO TEDESCO. Sempre in questo contesto, i suoi colleghi hanno detto che non la sentivano da tre o quattro giorni e che l’ultima volta che l’avevano sentita, Ilaria aveva detto che aveva avuto delle minacce. PRESIDENTE. Chi l’aveva minacciata? ALFREDO TEDESCO. Non so. PRESIDENTE. Ha sentito parlare di un “sequestro” di cui Ilaria Alpi sarebbe stata vittima, sempre a Bosaso? ALFREDO TEDESCO. L’ho sentito, ma dopo. PRESIDENTE. C’è una sua nota del 21 marzo, il giorno dopo l’uccisione di Ilaria, in cui scrive – poi lo cancella, non si capisce perché… ALFREDO TEDESCO. Io? PRESIDENTE. Non so chi lo abbia cancellato. ALFREDO TEDESCO. Io non l’ho cancellato. PRESIDENTE. Finalmente sappiamo che lei non l’ha cancellato. Il dispaccio è del seguente tenore: “La giornalista italiana avrebbe ricevuto minacce di morte anche a Bosaso il giorno 16 ultimo scorso”. ALFREDO TEDESCO. Era andata a Bosaso. PRESIDENTE. Questa è la notizia che lei riferisce indicando il “16 ultimo scorso” come giorno in cui avrebbe ricevuto la minaccia di cui viene a conoscenza il 18, il giorno della concentrazione dei giornalisti. Poi c’è una lettera. ALFREDO TEDESCO. Come ho già detto, non ricordo le date precise. PRESIDENTE. Lei scrive il 21, riferisce la minaccia al 16… ALFREDO TEDESCO. Per quanto riguarda le date, si può fare affidamento sui documenti ma non sulla mia memoria.

[111] PRESIDENTE. Che notizie ha avuto intorno a questo sequestro? ALFREDO TEDESCO. Non lo sapevo. PRESIDENTE. Però sapeva che in quel periodo c’era stato il sequestro della nave Schifco. ALFREDO TEDESCO. Sì. PRESIDENTE. Ha mai accertato o ha avuto motivo di ritenere che ci potesse essere un collegamento tra queste minacce rivolte ad Ilaria Alpi e la vicenda dei pescherecci Schifco? ALFREDO TEDESCO. No. PRESIDENTE. A proposito di questi pescherecci lei sa che vi è una fiorente letteratura soprattutto sulla loro anomala utilizzazione non tanto per la pesca e per il trasporto del pescato, quanto per il traffico di armi. Che cosa può dire sui risultati delle operazioni di intelligence su questo punto? ALFREDO TEDESCO. Non mi sento di escludere che il peschereccio che andava nello Yemen a caricare il pescato al ritorno portasse anche una cassetta di munizioni. Penso che non trasportasse mezzi blindati, però per un paese in guerra il munizionamento è oro ed è possibile che ciò sia avvenuto, ma non ne ho le prove; se le avessi avute lo avrei scritto. PRESIDENTE. Noi abbiamo appreso dal generale Rajola che in quel periodo c’erano rapporti ufficiali e legali tra Italia e Somalia per la fornitura di armi, come c’erano rapporti ufficiali, che avrebbero dovuto essere anche legali, sul secondo settore, quello cioè della cooperazione nelle attività economiche. Sappiamo che questi due momenti di forte interesse (armi e cooperazione) legavano sul piano della liceità il Governo italiano e quello somalo (non so se vi fosse un vero e proprio governo). Quando parliamo delle Schifco come delle navi della cooperazione utilizzate anche ad altri fini, lo facciamo con riferimento ad attività illegali. La notizia che questi pescherecci, con riferimento a forniture italiane, possano essere stati utilizzati per il traffico di armi, è fantasiosa? ALFREDO TEDESCO. Conoscendo la situazione in Somalia in quel periodo, posso non escludere che sia accaduto”.

[112] Vedi la pagina sopraccitata del taccuino riferita al dottor Kamal intervistato al mattino.

[113] Il riferimento è a quanto annotato nel taccuino di Alpi (intervista a Kamal) e riferito in audizione da Rino Cervone (….).

[114] T.c.

[115] Doc. 43.002 p. 7.

[116] Audizione del ….

[117] L’11 agosto 1995 il Sultano scrive alla Commissione, att.ne dott. Laurenzano e dott. Briaco, in relazione all’intervista del marzo 1994 e alle deduzioni, giornalistiche e giudiziarie, che ne sono conseguite, chiedendo di essere ascoltato, poiché:

- “..quei brani sono stati sempre estrapolati dal contesto in modo che suonassero nella misura del possibile un’accusa  nei confronti di qualcuno…”

- “più di un giornalista italiano mi ha contattato.. per avere chiarimenti…che…non sono serviti a stabilire la verità dei fatti..”

- “..Panorama si è spinto fino a dipingermi come un trafficante di droga..”

Il Sultano non verrà però ascoltato dalla Commissione, in quanto assente in entrambe le  missioni in Africa.

[118] Nel corso di tale interrogatorio ribadì:

- di avere incontrato il giornalista a Bosaso ed avere concordato con lui un appuntamento a Gibuti, essendo in partenza per l’Europa;

- di essere stato suo ospite allo Sheraton di Gibuti;

- che la registrazione è durata complessivamente 12 ore, 7 il primo giorno e 5 il giorno successivo;

- di avere “sospetti sul montaggio di quest’intervista… perché qualcuno può avere estrapolato o montato le mie dichiarazioni”;

- di non avere escluso la presenza di armi a bordo della nave sequestrata che Alpi avrebbe voluto visitare, in ragione del suo contrasto con Mugne e con la sua fazione.

In una lettera consegnata a Pititto il 7 giugno stesso il Sultano scrisse che “Torrealta… affermò tra l’altro che molti giornalisti….devono cominciare a difendersi a vicenda ricorrendo a qualsiasi stratagemma che li assicuri il loro obiettivo” e che “il giornalista ..in altra occasione si è spinto ..a  chiedermi una collaborazione conducibile alla colpevolezza della Shifco in cambio di favori non ben precisati..”.

[119] Trascrizione integrale al doc. 120.21, relativo al processo per diffamazione di Pistoia.

[120] Immediatamente dopo la messa in onda di tale intervista, il Sultano inviò all’Ansa un comunicato stampa (10 dicembre 1995) in cui dichiarava che:

- Torrealta “accompagnato da un italo-somalo di nome ….Mohamed Hagi Ambar, si è recato a Bosaso, i quali facevano seguito alla Commissione ...Cooperazione”, ha intervistato “un certo Gioaar”

- Gioaar “ha dichiarato che la flotta Shifco fa il traffico d’armi,

- se ciò fosse vero la flotta, “unico assetto…funzionante.. non avrebbe avuto nessun permesso di pesca nelle acque della Nostra Regione..”,

“le forze..capeggiate da elementi come Gioaar..non vogliono vedere in Migiurtinia stabilità e un’autorità

legale”,

- “d’oltre un anno il giornalista….sta speculando sui Mass-Media e stampa Italiana tendente a darmi un ruolo nelle circostanze dell’uccisione di Ilaria Alpi…facendo mostrare interviste speculativamente montate e falsificate”.

[121] Lo stesso 10 dicembre anche il vicepresidente dell’Ssdf, Yassin Al Farah Artan trasmise all’Ansa una dichiarazione relativa al viaggio a Bosaso di Torrealta, che era stato suo ospite per tre giorni dal 4 al 7 dicembre 1995, insieme “all’operatore Massimo e Mohamed Osman Shermarke, detto (Hagi Ambarre).

Al Farah dichiarò inoltre che in sua presenza erano stati intervistati:

- il generale Mohamed Abshir, Presidente dell’SSDF (NB. Si tratta del Capitano del Porto intervistato dalla Alpi il 19 marzo 1994), il quale ha dichiarato di non sapere nulla della morte di Ilaria;

- Gioaar Abdullhai, “che dichiarò la sua responsabilità nel sequestro della nave Farah Omar e che la nave nel momento della cattura…era zeppo di pesce”.

“Nella seconda domanda aggirata di Torrealta, se nella nave ci fossero armi, (Gioaar) rispose che questo non è vero”. Pertanto quanto riportato nel servizio del Tg3 e riportato dal Corriere della Sera il 10/12/95  costituisce “una fantasia giornalistica”.

Al Farah chiese anche che venga riportata quanto dichiarato nell’intervista dal  generale Mohamed Abshir, totalmente ignorato dal Corsera, che ha preferito pubblicare la “risposta manipolata” di Gioaar.

[122] Nel giornale delle operazioni gli eventi del 2 luglio 1993 (meglio noti sono come quelli riferiti al c.d. check point “pasta”) sono così riassunti (doc. 4.95 p. 106):

- “Operazione "Canguro 11" (rastrellamento tra i posti.di sbarramento "Ferro" e "Pasta" nella zona nord di Mogadiscio), da parte del rgpt. "Alfa", del rgpt. "Bravo" e del 9° btg. d'ass. par. "Col Moschin" per un totale di 89 U., 84 SU. e 366 Tr. oltre a 400 poliziotti somali, con l'impiego di 11 AR/76, 40 VM/90,6 ACM, 9 autoblindo 6614,4 autoblindo Centauro, 13 VCC e 8 carri armati M-60. Durante la fase finale dell'azione si sono improvvisamente formati numerosi assembramenti di folla, con manifestazioni di dissenso accompagnate da fitte sassaiole contro i militari italiani, che hanno sparato colpi in aria ed hanno lanciato artifizi esplosivi a scopo dimostrativo.

I reparti di Italflor, per evitare di aprire il fuoco indiscriminatamente con le armi pesanti contro le donne ed i bambini somali che, lanciando sassi, precedevano i guerriglieri armati che  continuavano a fare fuoco sui militari italiani, sono stati costretti ad iniziare un movimento di ripiegamento, seguiti dal personale a presidio del posto di sbarramento "Pasta". Detto movimento era reso difficile da barricate nel frattempo erette dai dimostranti lungo i principali itinerari, dai lati dei quali venivano esplosi numerosi colpi di armi portatili, controcarro e di mortai contro i reparti di Italflor. II ripiegamento, condotto sotto il fuoco nemico ed effettuato con il sostegno di elicotteri italiani e USA (QRF), si concludeva alle ore 1500 circa. Nella circostanza si sono avute le seguenti perdite: a. personale deceduto (totale: 3) [..]

[123] Le accuse formulate da UNOSOM sono riassunte nel memorandum inviato il 4 ottobre 1993 all’allora ambasciatore Scialoja (doc. 107.1 p. 25 nella traduzioni italiana); tra gli elementi raccolti si evidenziano, tra l’altro, le seguenti circostanze:

a) il 31 gennaio 1993, unità italiane hanno sequestrato un grosso deposito segreto d'armi nell'abitazione di Marochino. Si trattava di armi che Marochino aveva venduto alla milìzia di Aidid. Le forze italiane dovrebbero avere dei verbali riguardanti il sequestro;

[…]

e) nel marzo 1993, le forze italiane hanno perquisito la proprietà di Marochino ed hanno sequestrato un grosso deposito segreto di armi. Oltre a questo hanno sequestrato un pezzo d'artiglierìa anti-area e 1.000 metri di filo esplosivo detonante. Le forze italiane dovrebbero avere i verbali riguardanti questo sequestro;

f) il 2 luglio l'abitazione di Marochino è stata utilizzata come base di tiro e punto di riarmo contro le forze italiane. Gli italiani stavano iniziando una retata per il sequestro di armi in quella proprietà quando, secondo quanto riferito da un alto ufficiale italiano, si sono trovati a dover fronteggiare una forte resistenza armata da parte della milizia dell'SNA. Secondo quanto riferito da testimoni oculari, gli italiani si sono trovati per la prima volta a fronteggiare la resistenza mentre rallentavano per iniziare a sterzare su una strada lastricata che conduceva alla proprietà di Marochino. Si è formata una grossa folla che ha preso a sassate il convoglio dando l'allarme. Il convoglio si è fermato ed ha iniziato a subire i colpi dei miliziani di Aidid da posizioni fisse, alcune delle quali erano situate nella proprietà di Marochino. Sebbene questo non coinvolga direttamente Marochino, il fatto che la sua proprietà sia stata usata dalla milizia come posizione di combattimento contro le truppe italiane e che Marochino abbia continuato ad usare la proprietà dopo l'assassinio dei soldati italiani nelle vicinanze della sua proprietà senza subire alcuna minaccia da parte della milizia dimostra che egli era a conoscenza dell'intenzione di quest'ultima di utilizzare la sua proprietà o per lo meno, con un voltafaccia, abbia permesso che gli italiani venissero uccisi dalla milizia dell'SNA. Il fatto che abbia continuato ad usare la proprietà situata entro il territorio controllato dalla milizia senza timore alcuno di venir da questa attaccato dimostra che è in qualche modo complice dell'uccisione dei soldati avvenuta il 2 luglio. Sembra mostrare un totale sprezzo ed una totale mancanza di considerazione per l'incolumità dei suoi connazionali;

[…]

h) la prova più evidente contro Marochino è la conversazione telefonica di un alto membro dello staff militare del signore della guerra Aidid che afferma che un volo per 10 membri della milizia della SNA, diretto in Iran per effettuare addestramento SA-7, fu organizzato da Ahmed/Duale con l'assistenza di Marochino”.

[124] Agli atti: doc. 107.0, 107.1, 107.2 segreti.

[125] Il PM dott. Saviotti richiese l’archiviazione con la seguente motivazione “rilevato che allo stato non emergono concreti elementi che possano confermare i sospetti comunicati dall’Unosom; che in tal senso la relazione 9/3/94 allo Stato Maggiore dell’Esercito esclude ogni responsabilità dell’indagato

[126] La cui necessità era stata peraltro apprezzata tanto da richiedere per iscritto l’invio di atti e poi raccogliere, l’8/2/1994 le dichiarazioni dell’ammiraglio Battelli, Capo di Gabinetto del Ministero della Difesa a chiarimento della lettera del 2/2/94 con la quale il Ministro della Difesa aveva risposto alla nota del PM del 14/1/94, avendo ritenuto incompleta la documentazione inviata. Né può essere ritenuta soddisfacente l’ulteriore risposta del 12/3/94 mancando una sufficiente specificazione sulle armi sequestrate e sui militari intervenuti.

[127] Doc.107.1 p. 75. Il generale così conclude la sua esposizione: “in sintesi, per quanto a mia conoscenza e per quanto affermato dal Gen. Loi, non esiste alcuna prova che coinvolga il Sig. Marocchino in traffico d'armi o che consenta di attribuire allo stesso una parte di responsabilità negli avvenimenti del 2 luglio 1993 che hanno provocato l'uccisione dei tre militari italiani”.

[128] Doc. 4.95 pg. 39 e sg.

[129] Doc. 4.95 pg. 54.

[130] Doc. 4.95 pg. 99.

[131] Audizione del 9 novembre 2004.

[132] Audizione del 23 novembre 2004: PRESIDENTE. Ambasciatore, il problema è questo: siccome la richiesta di archiviazione viene formulata dal pubblico ministero, dottor Saviotti, in data 14 aprile 1994, e l'archiviazione come provvedimento viene emessa in data 17 giugno 1995, lei il 22 dicembre 1993 non poteva saperlo. MARIO SCIALOJA. Sì, non potevo saperlo. PRESIDENTE. E allora come ha fatto a dirlo? MARIO SCIALOJA. Guardi, può esserci una confusione, nel senso che Marocchino, già in precedenza, era stato oggetto di attenzioni da parte delle autorità giudiziarie in Italia, forse anche precedentemente al 1993. Perciò, quella mia nota può riferirsi al fatto che erano stati archiviati questi procedimenti giudiziari iniziati a suo carico, ma per fatti del tutto indipendenti dal traffico di armi. Comunque, è una cosa che io appresi per le vie brevi, e non ricevetti alcuna comunicazione dal Ministero degli esteri. Marocchino aveva già avuto guai giudiziari in Italia, anche prima dell'operazione Unosom 2. […] MARIO SCIALOJA. Ebbi la notizia dalla segreteria generale, però, siccome Marocchino era già stato denunciato ed era stato iniziato un procedimento nei suoi confronti per altri eventi di cui ignoro la natura, ben prima dell'operazione Unosom, probabilmente c'è stato un equivoco. Infatti è stato effettivamente prosciolto. Io sapevo che era stato prosciolto da questi procedimenti in corso in Italia, ma evidentemente non si trattava… PRESIDENTE. Marocchino era stato espulso dalla Somalia in quanto trafficante di armi a favore di Aidid, e per il fatto che gli americani non tolleravano questa cosa. Il tema in discussione era questo. Quando lei scrive questa lettera non è che si riferisce ad altri tipi di procedimenti o di iniziative… MARIO SCIALOJA. Però, vi può essere stata una confusione. PRESIDENTE. È un po’ difficile che si sia configurata una confusione in quel momento. Probabilmente, qualcuno le ha fatto un'anticipazione… infatti, poi possono passare quattro mesi. Se un pubblico ministero le dice che archivierà, e magari glielo dice subito, poi se lo può dimenticare e farlo dopo quattro mesi. È assolutamente normale. Lei ebbe rapporti con la magistratura romana, italiana, su questo problema, su questa vicenda dell'arresto di Marocchino? MARIO SCIALOJA. Assolutamente no. Ebbi le notizie dalla segreteria generale del Ministero quando c'era l'ambasciatore Ferdinando Sanleo. 

[133] Audizione del 23 novembre 2004.

[134] Audizione del 9 novembre 2004: “PRESIDENTE. Ma a lei come sono arrivate le armi? GIANCARLO MAROCCHINO. Erano sul mercato: c’era chi vendeva il bazooka e chi vendeva… PRESIDENTE. Anche armi più importanti? GIANCARLO MAROCCHINO. No. Per lo più bazooka e fucili a ripetizione. PRESIDENTE. Lei ha detto che aveva anche carri armati. GIANCARLO MAROCCHINO. No, non l’ho mai detto. PRESIDENTE. Che armi aveva? GIANCARLO MAROCCHINO. Avevamo tutti delle Toyota land cruiser sulle quali c’era una mitragliatrice. Queste sono le armi che esistono ancora adesso e sono sempre esistite. I carri armati li aveva la fazione di Aidid quando ha combattuto contro… PRESIDENTE. Mortai? GIANCARLO MAROCCHINO. Sì, mortai ce n’erano. PRESIDENTE. E lei dove li prendeva? GIANCARLO MAROCCHINO. Non mi servivano. PRESIDENTE. A noi risulta dalle dichiarazioni che abbiamo raccolto che aveva dei mortai. GIANCARLO MAROCCHINO. Erano mortai fuori uso che non appartenevano a me; si trovavano nel garage di fianco… se vuole, poi le racconto la vicenda. Io avevo solo armi di difesa”. […] GIANCARLO MAROCCHINO. I militari, quando sono arrivati, hanno preso tutte le armi pesanti. PRESIDENTE. I militari americani e italiani? GIANCARLO MAROCCHINO. Sì. Mi hanno chiamato e c’è stata una riunione con l’ONU e con i contingenti militari americano e italiano, che mi hanno rilasciato dei permessi che indicavano il numero degli uomini e il numero dei fucili a ripetizione; tutti i miei uomini avevano un tesserino con sopra il numero del fucile e le impronte. Mi avevano rilasciato questi permessi per la difesa dei magazzini dove c’era tutto questo materiale.

[135] Audizione del 27 ottobre 2005: CARMEN MOTTA. Il generale Loi ci ha riferito che lei gli consegnò un container. Il generale gli chiese cosa contenessero? Ci vuole dire qual era il loro contenuto? GIANCARLO MAROCCHINO. Sì, c’era della vecchia artiglieria che non funzionava, armi non utilizzabili. CARMEN MOTTA. Come mai teneva queste armi inutili? GIANCARLO MAROCCHINO. Quando mi hanno perquisito il magazzino, con gli americani in elicottero che controllavano che gli italiani facessero la perquisizione al mio magazzino, ad un certo momento ci siamo messi d’accordo di far concentrare l’attenzione su queste armi inutilizzabili, che poi abbiamo riposto in questo container. CARMEN MOTTA. Mi sembra di ricordare che Loi avesse detto che non era il solo? GIANCARLO MAROCCHINO. No, sicuro come l’oro. Era un contenitore, con dentro un po’ di robetta, e non era roba mia. Ho fatto una sorta di accordo con i capi della zona, gente di Aidid, per levarci questo problema di torno. CARMEN MOTTA. Queste armi non più utilizzabili erano state sequestrate? GIANCARLO MAROCCHINO. No, sono state soltanto messe dentro questo contenitore. CARMEN MOTTA. Perché non servivano? GIANCARLO MAROCCHINO. Perché erano vecchie. CARMEN MOTTA. Da dove provenivano? GIANCARLO MAROCCHINO. Era roba vecchia proveniente dai russi, ce n’era a bizzeffe, tanti la buttavano via, mentre loro li tenevano per prendere pezzi di ricambio. CARMEN MOTTA. Quindi si trattava di armi date ad Aidid? GIANCARLO MAROCCHINO. Sì, erano armi che aveva in consegna il gruppo di Aidid, anche perché noi eravamo nella sua zona. Difatti, questo contenitore, all’uscita dell’Unosom, rappresentava uno di quei 14-17 contenitori che la stessa Unosom ha ridato di nuovo ad Ali Mahdi. Al riguardo, c’è stata una polemica perché quando hanno ripreso il contenitore, prendendo visione della roba che conteneva, hanno detto: “Guarda, questi bastardi, ci hanno dato di nuovo la roba vecchia”.

[136] Il capitano Caruso, in realtà comandante di distaccamenti operativi del Col Moschin, è deceduto.

[137] Audizione del 9 novembre 2004.

[138] idem

[139] Audizione del 6 ottobre 2005.

[140]BRUNO LOI. No, quando gli ho detto: “Allora tiri giù, ha detto: “Va bene, mi lasci un momento, devo parlare con i miei”, perché lui era sotto ricatto evidentemente, ritengo. PRESIDENTE. Ricatto di chi? BRUNO LOI. Dei somali. PRESIDENTE. Di Aidid o di Ali Mahdi? BRUNO LOI. Non so di chi dei due. PRESIDENTE. Di uno dei due o di tutti e due? BRUNO LOI. Di tutti e due probabilmente. Quindi, ha dovuto parlare con loro ed alla fine mi ha consegnato questo container. Io mi sono ritenuto soddisfatto e gli ho fatto capire che “non c’era trippa per gatti”.

[141] “PRESIDENTE. E gli altri contenitori? BRUNO LOI. Io non ho indagato oltre, anche perché in fin dei conti erano voci che mi erano giunte. PRESIDENTE. Era una voce confermata, però. BRUNO LOI. Sì, però mi ritenevo soddisfatto. PRESIDENTE. Io non capisco questa soddisfazione, quando uno sa che ce ne sono altri quattro. BRUNO LOI. Ce ne erano cento di container, era un deposito di container, però lui trafficava in tutto. PRESIDENTE. Quindi, chissà che cosa c’era là dentro. BRUNO LOI. Io non ritenevo di avere un mandato particolare per accanirmi”.

[142] idem: “Due giorni prima che gli americani mi arrestassero (il colonnello Cantone – n.d.r.) mi ha chiamato e mi ha detto: “Puoi venire all’ambasciata italiana, perché ci sono dei colonnelli, dei generali intelligence americani che ti vogliono parlare”. “Cosa vogliono da me?”. “”Ti vogliono parlare. Se vuoi venire, vieni. Se non vuoi venire…”. “Vengo, che problema c’è?”. Vado alla ambasciata italiana, dove era il comando dei nostri militari; in una specie di gazebo lì fuori c’erano un generale, due colonnelli e roba del genere e due somali americani che facevano da traduttori; mi hanno chiesto tante cose e, tra le tante, mi hanno chiesto, secondo la mia opinione, dove avevano sbagliato. Io gli ho risposto che loro avevano preso neri per neri, per loro erano tutti neri, ma lì c’erano neri e neri; se non si conoscono le varie tribù, le varie etnie, non si possono affrontare certe questioni. “E perché?”; “Voi cercate Aidid e i vostri informatori sono questi somali”. “No, noi siamo americani”; “Sì, tu sei americano perché hai la divisa, ma la tua nascita è somala. Di che razza sei?”. Neanche a farlo apposta, erano dello stesso clan di Aidid; per cui io gli ho detto “Come fa questo, che ha il papà e lo zio ancora in Somalia, a dire agli americani dove è Aidid?” e di lì c’è stata una specie di… PRESIDENTE. Frattura. GIANCARLO MAROCCHINO. …di frattura.

[143] Idem.

[144] Audizione del 20 ottobre 2005.

[145] L’indagine, originariamente diretta, dal settembre del 1995 ai primi mesi del 1997 dal dott. Gianfranco Garofano, Procuratore della Repubblica di Trapani, nel 1997 vientne trasmessa per competenza alla DDA di Palermo, pubblico Ministero dott. Antonio Ingoia a seguito di alcune dichiarazioni di "pentiti", in particolare di tale Sinacori, che indicarono nella "pista mafìosa" (le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia attribuivano ad alcuni esponenti di vertice di Cosa Nostra di Trapani la responsabilità dell’omicidio) la causale dell'omicidio Ristagno.

[146] Doc. 30.5 – Nel novembre del 1998 viene avanzata richiesta di archiviazione dalla DDA di Palermo nei confronti di Francesco Cardella, Giuseppe Cammisa, Luciano Marrocco, Giacomo Bonanno, Massimo Oldrini, Vincenzo Giuseppe Rallo, Elisabetta Roveri, Monica Serra.  

[147] Doc. 30.2 – Nel maggio del 2003 viene avanzata dalla DDA di Palermo richiesta di archiviazione nei confronti di Vincenzo Virga, Francesco Messina Denaro e Francesco Bulgarella.

[148] La delegazione di consulenti che si è recata nei giorni dal 6 all'8 aprile 2004 presso la procura della Repubblica di Palermo, al fine di selezionare ed eventualmente riprodurre gli atti del processo Rostagno, era composta da Antonio Sangermano, Angelo Casto e Barbara Carazzolo.

[149] Doc. 47 Seg.

[150] Le risultanze investigative acquisite dal dott. Garofalo sono sintetizzate nella richiesta per l'applicazione di misure cautelari nei confronti del Cardella, più altri.

[151] V. al riguardo le dichiarazioni rese alla Commissione dal dott. Fortuna, gia P.M presso il Tribunale di Torre Annunziata. Sul punto si rinvia alla parte III della presente relazione dove si analizzeranno, tra l’altra le modalità investigative dell’allora comandante della Stazione dei Carabinieri Vico Equense e la gestione dei dichiaranti tra cui proprio Francesco Elmo.

[152] A suo dire aveva stretto rapporti con il colonnello Ferraro, morto per presumibile causa suicidaria in Roma.

[153] Si richiama la nota scritta del dott. Ingoia acquisita dalla Commissione.

Formato per la citazione:
Mauro Bulgarelli, "L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hovratin", terrelibere.org, 24 marzo 2006, http://www.terrelibere.org/doc/lomicidio-di-ilaria-alpi-e-miran-hovratin