Le donne palestinesi nel movimento di liberazione
nazionale
* La presente ricerca costituisce tesi di laurea in Storia
ed Istituzioni del Medio Oriente, Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di
Bologna (a.a. 2001-2002). Titolo originario: “Intifada e donne palestinesi:
1987 e 2001 a confronto”.
Introduzione
Non possiamo separare le voci del sé
dalla ricerca.
Sono intrecciate in una matrice che
ci rende chi siamo. […]
Quando censuriamo i nostri
sentimenti,
mettiamo a tacere le nostre voci.
Se fermiamo le nostre voci, non
possiamo più creare.
Jo Reger
Palestina,
donne, movimento di liberazione, Islam: l’ipotesi iniziale di ricerca
A prescindere dall’intensità e dalla
drammaticità dei recenti sviluppi cui assistiamo nell’evolversi di questo
particolare conflitto mediorientale, la perdurante attualità della “questione
palestinese” richiama nella mia opinione due prospettive tra loro incompatibili,
ma che egualmente identificano nella sua “soluzione” la chiave di volta per la
costruzione di un futuro nel quale siamo tutti coinvolti.
Da una parte, la stabilità del
Medioriente – regione di rilevanza economica e geopolitica vitale per gli interessi
dell’Occidente – viene a dipendere dalla nascita di uno stato palestinese che
estingua definitivamente il contenzioso israelo-palestinese. Dall’altra, per un
vasto settore della cosiddetta “società civile internazionale” la resistenza
del popolo palestinese contro l’occupazione militare israeliana rappresenta la
Stalingrado del Diritto Internazionale: in altre parole, la speranza
nell’esistenza non puramente formale di strumenti internazionali di tutela dei
singoli, dei popoli e degli stati di fronte alle interpretazioni e/o
prevaricazioni del più forte.
La scelta precipua di affrontare lo
studio della partecipazione delle donne palestinesi nel movimento di
liberazione nazionale - indagando la relazione tra genere e nazionalismo, e tra
istanze nazionali ed istanze femministe - è scaturita da una mia generica presa
di coscienza della natura profondamente diversa della seconda intifada rispetto
alla “rivolta delle pietre” esplosa nel 1987: un’insurrezione che colpì a tal
punto l’immaginario collettivo da riuscire a generare in suo sostegno un ampio
movimento di solidarietà internazionale, coinvolgendo in modo irreversibile
anche parte della società israeliana.
All’interesse di giungere ad una
migliore comprensione della “questione palestinese”, si è quindi sovrapposta la
ricerca delle motivazioni che rendevano il presente così radicalmente diverso
rispetto all’esperienza della prima intifada. In quanto donna, uno degli
elementi che più ha attirato la mia attenzione - spingendomi alla riflessione
ed alla ricerca – è stata precisamente la vistosa assenza delle donne
palestinesi dallo spazio pubblico: invero, una delle caratteristiche che
maggiormente avevano contribuito all’originalità, alla sostenibilità, ed al
carattere fondamentalmente pacifico e non violento dell’intifada del 1987.
Debole di fronte alle
(de)costruzioni di significato prodotte e riprodotte dai canali di
comunicazione di massa riguardo ad una realtà – il Medio Oriente – che ancora
conoscevo poco, ed influenzata da una non argomentata percezione dell’Islam
come di un sistema monolitico di valori - sociali, politici ed etici - intrinsecamente
discriminatorio nei confronti delle donne, avevo inizialmente individuato nella
rinascita di un generico “fondamentalismo islamico” la ragione prima dell’allontanamento
delle donne dall’attivismo popolare. L’esperienza delle donne algerine –
respinte entro lo spazio domestico nonostante l’attiva partecipazione alla
lotta di liberazione del proprio paese – costituiva quindi uno dei metri di
giudizio e di paragone che mi apprestavo ad utilizzare nella mia indagine,
aspettandomi di rintracciare nel presente i segnali di una parabola involutiva
che si sarebbe compiuta con l’istituzionalizzazione della disuguaglianza di
genere alla nascita di uno stato palestinese sovrano ed indipendente.
Conformemente all’immagine dipinta
dai media occidentali di un’insurrezione attraversata – se non dominata – da
uno “scontro di civiltà” nel quale le forze religiose islamiche avevano assunto
il controllo della rivolta, l’ipotesi iniziale di ricerca del lavoro che mi
accingevo a svolgere identificava nell’accresciuto sostegno della società
palestinese a movimenti quali Hamas e la Jihad Islamica la principale causa
della depressione dell’attivismo popolare femminile e femminista.
I rischi
incontrati nell’avvicinarmi al (s)oggetto di indagine: tra orientalismo ed
essenzialismo
In breve tempo mi resi conto di
quanto quest’ipotesi costituisse invero un ottimo esempio dell’attenzione squisitamente
orientalista che il mondo occidentale dimostra da sempre verso la “questione
femminile” nel mondo arabo e/o musulmano. Secondo Said (1978), l’Orientalismo è
un sistema di rappresentazioni che (ri)producono rapporti di forza - economici,
politici, militari e culturali - attraverso i quali l’Occidente ha storicamente
esercitato la propria influenza ed il proprio dominio sull’Oriente. In questa
contrapposizione, l’Altro – l’Oriente – è stato investito della valenza di un
“sé” complementare e sotterraneo all’Occidente, contribuendo nel contempo a
rafforzarne la costruzione identitaria.
Come vedremo nel corso del primo
capitolo, nell’immaginario occidentale lo status della donna è stato erto a
discriminante nel giudizio di valore delle “altre culture”, al servizio
di intenti egemonici più o meno velati. Conseguentemente, di fronte
all’invadenza politica, economica e culturale dell’Occidente, nel mondo arabo
e/o musulmano la donna è venuta ad incarnare l’ultimo baluardo di (r)esistenza
dell’autenticità culturale della comunità, ciò che è stato tradotto in un’ampia
serie di restrizioni ai diritti ed alle libertà dell’universo femminile.
Il genuino interesse verso lo studio
di questa materia deve anzitutto confrontarsi con la costruzione essenzialista
della “donna” come di un’entità astorica, passiva, monolitica e
cristallizzata nell’immutabilità di una civiltà “arretrata” – secondo le
concezioni positiviste dell’unilinearità e della monodimensionalità dello
Sviluppo e del Progresso, che sottendono alla politica, all’economia, ed alla
cultura occidentale. Riconoscere invece il ruolo attivo svolto delle
donne non soltanto nel nazionalismo e nelle lotte di liberazione nazionali, ma
anche nel mantenimento delle strutture che ne perpetuano la diseguaglianza, è l’ineludibile
punto di partenza per un’analisi dei meccanismi di esclusione e delle
possibilità di partecipazione delle donne al farsi della cosa pubblica
incentrata sul concetto di differenza. Come rivelatoci nel corso degli
anni ’80 dalla critica delle femministe nere, del “Terzo Mondo” e lesbiche,
considerare la “donna” come un soggetto privo di contraddizioni è una premessa
mistificatoria che a lungo ha nascosto la proiezione omologante del vissuto,
della visione e degli obiettivi di una parte del movimento femminista occidentale.
“Non esiste un singolo, omogeneo corpus di teoria femminista; in secondo luogo,
le divisioni tra i diversi gruppi di donne, così come tra attiviste femministe,
rendono impossibile asserire una comunanza basata sull’appartenenza condivisa
ad una categoria universale di “donna””(Moore, 1994: 79).
Sviluppo e
struttura della ricerca
Nel caso del popolo palestinese –
unito, ed al contempo diviso dall‘esperienza dell‘esilio, della diaspora,
dell’occupazione - questa premessa è un‘esigenza ancora più sentita. È
possibile del resto riscontrare delle linee comuni, e sono quelle che cercherò
di affrontare. D’altro canto, il mio sguardo si rivolgerà in prevalenza
all‘esperienza delle donne dei Territori Occupati - ovviamente, anch’esse unite
e divise lungo molteplici assi di differenza - accennando solo brevemente alla
vita delle donne nei campi profughi ed all’esperienza delle donne palestinesi
che hanno assunto la cittadinanza israeliana nel 1948.
La storia del
coinvolgimento delle donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale è
il tema del secondo capitolo. Inizialmente espressosi in associazioni di
“aiuto” alla popolazione bisognosa, al crescere dell‘oppressione coloniale
inglese e sionista l‘attivismo sociale delle donne è stato gradualmente infuso
di una valenza direttamente politica, congiuntamente al formarsi ed al
cementarsi di un’identità nazionale palestinese. La resistenza all’occupazione
militare israeliana costituisce l’esperienza miliare di questo processo, laddove
ha suscitato nuove forme di partecipazione e di mobilitazione popolare delle
quali le donne sono state ampiamente protagoniste.
Il coinvolgimento nella prima intifada
- il tema del terzo capitolo - si è prevalentemente caratterizzato per
un’estensione della maternità alla sfera pubblica. Le funzioni di protezione,
sostegno e cura ascritte a questo ruolo sono stati i fattori critici che hanno
consentito la lunga durata della mobilitazione dell’intera società palestinese
contro l’occupazione. Lo scontro tra istanze di maggiore partecipazione delle
donne e velleità di restaurazione dell’autorità maschile sulla famiglia e sulla
resistenza condurrà una parte del movimento delle donne verso l’acquisizione di
una genuina coscienza femminista, portando alla luce la relazione non risolta
tra liberazione nazionale e liberazione di genere – il leit motiv di
questa trattazione. Esiste una gerarchia tra istanze nazionali ed istanze
femministe? È possibile lottare contemporaneamente per la liberazione nazionale
e per l’eguaglianza di genere? Democrazia ed eguaglianza possono esistere
laddove la quotidianità dell’occupazione militare ne costituisce la suprema
negazione?
Il quarto capitolo – originariamente
non compreso nel mio progetto – è stato inserito per approfondire gli aspetti
più o meno centrali e/o intenzionali del processo di pace di Oslo che ne hanno
fatto l’imprescindibile chiave di lettura dell’esplosione della nuova
insurrezione palestinese, determinandone ampiamente forme, modalità e grado di
partecipazione popolare. L’analisi dei trattati – che non pretende in alcun
modo di essere esaustiva, esulando dal tema della mia ricerca – si è quindi
concentrata sulle limitazioni territoriali, funzionali ed economiche che hanno
caratterizzato da subito l’esperienza dell’autonomia palestinese, avviata nel
contesto della perdurante dell’occupazione militare. La dipendenza organica
dell’ANP da Israele è qui affrontata sia come uno degli elementi che hanno
impedito il compimento di un processo autonomo e democratico del processo di
state-building palestinese, sia come uno dei fattori critici che hanno portato
all’incapacità strutturale di Oslo di condurre ad una pace sostenibile per
entrambi i popoli.
La diversione di energie di una
parte del movimento delle donne dalla mobilitazione popolare verso attività di lobbying
sullo stato palestinese in fieri costituisce il tema del quinto capitolo. Le
possibilità ed i percorsi di influenza apertisi durante il periodo ad
interim si sono del resto scontrati con i limiti di un approccio top-down
ad una trasformazione profonda della vita, dei valori e della coscienza della
società palestinese. Come si raggiunge l’obiettivo – l’eguaglianza – è parte
integrante dell’obiettivo stesso: la praticabilità e l’efficacia delle riforme
nel suscitare un radicale cambiamento dell’ordine costituito di genere dipende
in massimo grado da un coinvolgimento ampio, democratico e diffuso dell’intera
società.
Infine, il sesto capitolo - per
ovvie ragioni, lasciato aperto - analizza a fondo la natura della seconda
intifada. La militarizzazione di questa nuova insurrezione palestinese -
l’aspetto che ha immediatamente colpito la nostra attenzione - è qui affrontata
sia come una scelta strategica della Resistenza e della leadership dell’ANP,
sia come una delle conseguenze dell’uso eccessivo e sproporzionato della forza
da parte israeliana, che ha stroncato sul nascere ogni tentativo di
riorganizzazione non violenta della società civile palestinese.
Contemporaneamente, l’incessante prosecuzione della costruzione di insediamenti
nei Territori Occupati ci svela l’altro volto della strategia del governo
israeliano durante questa seconda intifada: la politica dei “fatti compiuti”
ambisce a rendere di fatto irreversibile la colonizzazione del territorio,
distruggendo la possibilità dell’esistenza di un futuro stato palestinese sostanzialmente
sovrano. La militarizzazione dello scontro ha del resto marginalizzato non
soltanto le donne – effettivamente, meno protagoniste di questa fase della
resistenza – ma anche vasti strati della popolazione palestinese, organizzata e
non, rimasta virtualmente senza un ruolo attivo nella rivolta: “Non so nemmeno
più come definire me stessa. L‘identità di ciascuno si può definire soltanto
attraverso la propria partecipazione nella lotta popolare. Ed attualmente,
questo non è possibile” (Kuttab, 2001).
Evidentemente, le domande sollevate
nel corso del terzo capitolo non possono ricevere qui una risposta definitiva.
Le strade sono aperte. Tra liberazione nazionale e liberazione di genere ciò
che anzitutto è necessario raggiungere è la democrazia per l’intera società.
Come questo obiettivo sarà raggiunto inciderà profondamente sulla vita delle
donne e degli uomini all’interno del futuro stato palestinese. Per questo ho
scelto di concludere la mia dissertazione con un cenno alle potenzialità
rappresentate dal dialogo tra donne israeliane e donne palestinesi nel
raggiungimento di una pace “giusta” e sostenibile che riconosca il diritto
all’esistenza ed all’organizzazione statuale nazionale di entrambi i popoli.
Emozioni,
soggettività, razionalità: sull’elezione di una metodologia di ricerca
femminista, o sull’incapacità di adottarne un’altra
Come ritornerà nel corso del primo
capitolo, la forza intrinseca delle molteplici costruzioni della diseguaglianza
risiede nell’invisibilità delle strutture che le compongono - interiorizzate a
livello sia individuale che collettivo quali parti costituenti dell’“ordine
naturale delle cose”. La costruzione sociale dell’ineguaglianza sessuale –
fondamento di quasi tutte le culture conosciute – si fonda sulla definizione
del concetto di Maschile e di Femminile come di categorie binarie stanti tra
loro in un rapporto di opposizione diametrale, ove le peculiarità dell’uno
appartengono ad esso ed esso soltanto. Se al Maschile vengono generalmente
associati gli attributi della forza, della razionalità e della capacità di
generare Cultura, di per contro debolezza ed emotività vengono attribuite al
Femminile, associato alla sfera della Natura – ambito dispregiativamente
delimitato per esclusione da tutto ciò che è stato posto sotto l’umano,
scientifico controllo (maschile). “Le opposizioni dicotomiche implicano
invariabilmente relazioni gerarchiche di superiorità ed inferiorità, che si
intersecano con politiche economiche di dominio e subordinazione” (Peterson e
Runyan, 1993: 42).
L’individuazione del punto di vista obiettivo,
razionale e neutrale a partire dal quale giudicare fatti,
esperienze e conoscenze, è parte integrante di questa costruzione. Le contrapposizioni
gerarchiche tra fatto/valore e tra oggetto/soggetto sono invero il prodotto
dell’azione di un soggetto privilegiato (generalmente, maschile) che si assume
“capace di astrarsi dal mondo materiale per interpretarlo [corsivo mio,
N.d.R.] come se “lui” non fosse “sé stesso”, in esso coinvolto. La razionalità
è solo un modo di conoscere piuttosto che l’unico modo di conoscere” (Charles,
1996: 5).
La validità esclusiva del metodo scientifico
è stata (ed è tuttora) perorata in netta contrapposizione rispetto alla
metodologia d’indagine qualitativa - permeata dalla soggettività del
ricercatore. L’imposizione di una dicotomia gerarchica tra obiettività e
soggettività determina una divisione/dissociazione nella “voce del ricercatore”
(Reger, 2001). Al contrario, una delle peculiarità che pertiene alla
metodologia femminista è precisamente la valorizzazione delle emozioni nel
corso dell’indagine, come parte della sfida alle ineguaglianze della società.
Nel corso di questo lungo anno, lo
studio ha suscitato in me una più approfondita presa di coscienza del mio
“essere donna”, stimolando nel contempo la graduale crescita di una
partecipazione diretta e consapevole al sostegno attivo per una “giusta”
soluzione al conflitto israelo-palestinese, palesandomi l’impossibilità di
discernere il piano della mia esperienza e conoscenza soggettiva dall’analisi
dei fatti. “Il “resoconto” non può essere obiettivo. È un prodotto politico, e
la sua costruzione comprende una serie di passi esplicitamente ideologici. In
breve, le rappresentazioni sono interpretazioni. Non possono mai
essere immagini fedelmente riflesse. Piuttosto, utilizzano una intera serie di
meccanismi selettivi, come il dare rilievo, il commentare, il tagliare, il
trascrivere, ed il modulare. A prescindere dal mezzo impiegato – scritto
o visivo - questi meccanismi producono ineludibilmente nuove mutazioni di
significato” (McRobbie, 1982: 51).
Affrontare le emozioni come un
ulteriore aspetto dei dati raccolti significa posizionare il ricercatore ed il
soggetto studiato sullo stesso piano. Sebbene non sia possibile eliminare
completamente l’oggettivismo dalla ricerca sociale, non è del resto plausibile
pensare di risolvere questa contraddizione creando l’illusione che non esistano
relazioni tra il ricercatore e l’oggetto della ricerca: e questo è ancora più
vero nel caso di donne che si propongono di analizzare, e di confrontarsi con
il vissuto di altre donne (Acker, Barry ed Esseveld, 1991).
Secondo Jo Reger (2001: 614)
l’obiettivo della metodologia femminista è “riconoscere noi stessi in quanto
fonti di ricerca, piuttosto che elementi di contaminazione”: la riflessione
deve essere un metodo per combinare soggettività e rigore analitico, “mettendo
in discussione l’elemento di genere della conoscenza”. Nel fare questo, è
necessario lasciare direttamente spazio alle voci autentiche dei soggetti
protagonisti delle “storie” che ci si propone di indagare. Ove possibile, ho
quindi riportato direttamente testimonianze, voci, riflessioni delle donne e
degli uomini palestinesi che ho avuto modo di incontrare sia in Italia, sia
durante il mio breve viaggio nei Territori Occupati Palestinesi nel dicembre
2001. A Gerusalemme Est, ho assistito ad un incontro al quale partecipavano
Zahira Kamal (ministra dell‘ANP per la Cooperazione Internazionale e lo
Sviluppo, ed una delle fondatrici del Working Women’s Committee) e Rema Hammami
(docente dell‘Università di Bir Zeit), che hanno esposto le loro analisi e valutazioni
sulla seconda intifada concentrandosi sulle conseguenze della durissima
repressione israeliana sulla società palestinese. Anche l‘incontro con Azmi
Bishara (deputato palestinese israeliano alla Knesset) si è tenuto a
Gerusalemme Est, ed il suo intervento si è invece concentrato sugli aspetti più
direttamente politici - Camp David, la leadership dell‘ANP, la strategia della
resistenza palestinese in questa seconda intifada. Il 28 dicembre, al termine
di una manifestazione promossa dalla Coalizione delle Donne per la Pace (Coalition
of Women for Peace), ho assistito ad un incontro con numerose donne
israeliane esponenti delle organizzazioni facenti parte della suddetta
coalizione. Tra queste vi era anche Debbie Lerman, appartenente a Bat Shalom -
l’associazione partner del Jerusalem Center for Women nella creazione del
“Jerusalem Link”. A Nablus invece sono riuscita ad intervistare direttamente
alcune attiviste del DFLP e della PWWSD - che riporto nel corso del sesto
capitolo – con le quali abbiamo intavolato una conversazione a più voci, molto
vivace e molto intensa.
D’altro canto, l’impossibilità di
approfondire la conoscenza delle persone incontrate durante il mio viaggio –
così breve, ma anche così denso di incontri e di appuntamenti con esponenti politici
e della società civile sia palestinese sia israeliana – mi ha portato a
rifuggire quelle domande che avrebbero potuto in un qualche modo sembrare
invadenti. “Si prova imbarazzo e persino umiliazione nel forgiare una relazione
con le donne, le ragazze (o gli uomini) che andranno a costituire le fonti
informative del progetto. […] Più precisamente, vi sono modi con i quali
censuriamo domande che possono sembrare importanti per la ricerca, ma che
sentiamo inaccettabilmente invadenti e fastidiose. […] Senza dubbio, l‘essere
donna ci rende sensibili ai disagi ed alle piccole umiliazioni che può
provocare il fare ricerca. A volte ci sembra come di “approfittare delle
disgrazie altrui” (McRobbie, 1982: 55). D’altronde, senza le voci degli uomini
e delle donne protagonisti del farsi quotidiano della propria storia questa
ricerca non avrebbe avuto alcun senso, finendo con l‘assumere la forma e la
sostanza di un resoconto più o meno polveroso, avulso dalla realtà che mi sono
proposta di indagare. Ho scelto quindi di non affrontare tematiche concernenti
le relazioni “private” – la famiglia, la sessualità, le aspirazioni soffocate –
e mi sono invece concentrata sulla “sfera pubblica”, registrando le diverse
opinioni concernenti la valutazione della seconda intifada, le strategie della
resistenza palestinese, i rapporti con la società israeliana. L’aver avuto più
tempo a mia disposizione, sicuramente mi avrebbe consentito di svolgere un
lavoro sul campo molto più approfondito. Nel giugno 2002 ero in procinto di partire
nuovamente per un viaggio nei Territori Occupati, ed avevo già preso numerosi
contatti in loco attraverso l‘Associazione Orlando – da anni impegnata nella cooperazione
internazionale con donne palestinesi ed israeliane – ma il governo israeliano
ha chiuso le frontiere ed ho quindi perso (momentaneamente) l‘opportunità di
approfondire quanto propostomi.
A queste mancanze, ho sopperito con
“testimonianze oculari”, diari, riflessioni ed articoli di riviste e quotidiani
reperiti su internet, anche in virtù dell’esistenza di una fitta rete nazionale
di informazione e scambio circa i numerosi incontri con intellettuali,
esponenti politici, attivisti palestinesi ed israeliani aventi avuto luogo in
Italia in questi ultimi due anni. A Bologna ho assistito a molteplici incontri
organizzati dalle Donne in Nero e dall’associazione Orlando, nell’ambito dei
quali ho avuto modo di registrare le testimonianze e gli interventi di Amneh
Badran (direttrice del Jerusalem Link), Abla Masrujeh (sindacalista
palestinese) ed Edna Zaretsky (Donna in Nero israeliana), che ritorneranno più
volte nel corso della mia trattazione.
Intrecciandosi all’esperienza
diretta e partecipante sul campo – seppur di brevissimo respiro –
l’approfondirsi della conoscenza del soggetto (inteso in senso lato) indagato
mi ha confermato l’esistenza di una relazione consequenziale e dialettica tra
ricerca e coscienza (Stanley e Wise, 1991), laddove i risultati parziali
ottenuti nell‘indagine hanno influenzato la mia coscienza, portandomi a
modificare ipotesi, direttive ed obiettivi di ricerca. Lo studio si è quindi
intrecciato all’attivismo, costituendo l’uno il motore propulsore dell’altro.
Del resto, la scelta stessa del mio percorso di studio è stata profondamente influenzata
dalla convinzione che la conoscenza della/e Storia/e sia uno strumento
indispensabile per il formarsi di una coscienza del sé e del “sé-nel-mondo”,
consentedoci la trasformazione da spettatori passivi a protagonisti attivi del
farsi di una “cosa pubblica”. “Mentre la scienza dominante concepisce le
cose come statiche, dualisticamente astoriche, meccaniche, ed additive,
la scienza femminista – che non ha perso di vista il suo obiettivo politico
– si batte per una nuova visione della società nella quale le cose appaiono
come storiche, contraddittorie, legate l‘una all’altra, in grado di essere
modificate” (Mies, 1991: 63).
Indagare la relazione tra genere,
identità e nazionalismo nel contesto della partecipazione delle donne
palestinesi alla lotta per l’autodeterminazione nazionale mi ha portato a
sviluppare un profondo interesse per le potenzialità delle donne nel riuscire a
superare le costruzioni escludenti ed esclusive inerenti alla natura dello
stato-nazione. Una riflessione ancora accennata, ma che resta fonte di grande
ispirazione per un agire politico che riconosca nella differenza il
punto di partenza per la costruzione di ponti di solidarietà capaci di
attraversare le frontiere dell’incomunicabilità, rifiutando nel profondo la
guerra quale strumento per redimere i conflitti. “Poche attività della gente
comune sono coscientemente politiche. Come alcune cose siano definite politiche
in un tempo e non politiche in un altro, e chi ha il potere di dar loro questa
definizione, sono questioni di carattere basilare” (Joseph, 2001: 34).
Capitolo 1
Donne, identità, genere, nazionalismo
1.1 -
Introduzione: sui “generi”
Negli ultimi anni sono ormai
numerosi gli studi che hanno dimostrato la rilevanza del genere ai fini della comprensione
delle dinamiche sia di cambiamento sociale che di costruzione dello
stato-nazione,
arrivando a svelare quanto le false pretese di scientificità, obiettività e
razionalità accademiche nascondessero invero un approccio sostanzialmente
maschile. Lo stesso processo che ha portato alla demistificazione del
nazionalismo
quale prodotto dell’immaginazione di una “comunità” – presumibilmente
unitaria, omogenea e coesa - che si immagina “nazione” (Anderson, 1983), è
incapace di riconoscere quanto i percorsi di costruzione nazionale – basati
sulla dimensione genealogica, culturale o civica (Yuval-Davis, 1997: 21) -
siano intrinsecamente di genere. “Nonostante l’investimento ideologico dei
nazionalismi nell’idea di unità popolare, le nazioni hanno storicamente
sanzionato l‘istituzionalizzazione della differenza di genere. Nessuna
nazione al mondo prevede un accesso paritario delle donne e degli uomini ai
diritti ed alle risorse dello stato-nazione”(McClintock, 1993: 61).
A differenza del sesso - socialmente
determinato dalla semplificazione dicotomica di differenze biologiche - il genere è una costruzione sociale
che si riferisce a “sistemi contestuali di significato che organizzano le
interazioni tra gruppi e persone, e governano l’accesso al potere ed alle
risorse” (Jacoby, 1999: 516). Le strutture del lavoro, del potere e della
sessualità - culturalmente specifiche - modellano le relazioni di genere
all’interno di ogni società (Connell, 1987, cit. in. Maharaj). “Dato che il
potere viene esercitato attraverso strutture (il potere non esiste al di fuori
dalle strutture attraverso le quali opera), e poiché le strutture agiscono
attraverso di noi, attraverso le nostre pratiche, allora noi siamo [nel
contempo, N.d.R.] gli obiettivi ed i capillari che consentono la diffusione
digressiva del potere” (Maharaj, 1995: 61). L’invisibilità della struttura
gerarchica di genere alla quale siamo immediatamente socializzati al nostro
ingresso nella società, è la ragione che spiega la sua – relativamente – bassa
contestazione: l’interiorizzazione di questa presunta neutralità porta le donne
ad accettare la propria e l’altrui ineguaglianza, conformandosi spesso in modo
inconsapevole alla definizione di femminilità che ci viene imposta (Peterson e
Runyan, 1993). Un’analisi di genere può quindi contribuire a smascherare le
false pretese di universalità e neutralità che stanno alla base
della percezione sociale di un “ordine naturale delle cose”, che è invero il
prodotto dell’interazione storica e contingente di ideologie, interessi e
soggetti particolari, costruiti attorno a variabili di classe,
etnia/nazionalità, cultura, tradizione, religione, etc.
1.2 - La
relazione dialettica tra istanze nazionali e coscienza di genere: le donne
palestinesi
La mia scelta di indagare la
relazione tra istanze nazionali ed istanze di eguaglianza di genere nel
contesto della partecipazione delle donne palestinesi al movimento di liberazione
nazionale è scaturita dalla generica presa di coscienza che a prescindere dal
livello di “sfida” costituito dalle istanze di emancipazione delle donne, le
ideologie nazionaliste hanno storicamente ed immancabilmente teso a
subordinarle al conseguimento degli obiettivi politici nazionali.
Affinché questo fosse possibile è
stato anzitutto necessario tracciare una netta linea di demarcazione tra “i
temi delle donne” - necessariamente parziali e potenzialmente divisori - e le
“necessità nazionali” - neutrali ed universali. Per consentire la costruzione
di un’unità che portasse ad un più rapido ed efficace raggiungimento degli
obiettivi politici condivisi, all’inevitabile gerarchizzazione inerente a
questa costruzione dicotomica è seguito il “congelamento” della complessità e
della stratificazione sociale.
Inizialmente quindi le
organizzazioni separate delle donne – come ad esempio la Palestinian Women’s
Union, e successivamente la General Union of Palestinian Women (cfr.
cap.2) - sono quindi principalmente e/o esclusivamente da intendersi quali
strumenti per ottimizzarne la mobilitazione per gli obiettivi nazionalisti, che
eludevano la messa in discussione dell’ordine costituito della diseguaglianza
di genere ed agivano invero all’interno dei limiti che questo loro consentiva.
Se da un lato l’immagine della donna palestinese in vestito tradizionale che
sorregge un fucile mentre tiene in braccio un bambino trasmette il significato
sacrificale ed eroico della maternità e la pervasività della lotta nella vita
quotidiana del popolo palestinese; dall’altra, la finalità di questa
costruzione trascende il mero tributo al coraggio delle “madri della nazione”,
ed invece è diretta alla virilità ed al valore degli uomini palestinesi –
umiliati al vedere le proprie mogli e madri costrette ad utilizzare le armi al
loro pari (Peteet, 1991).
Talora la magnitudo delle
conseguenze innescate da grandi sconvolgimenti sociali, politici, economici,
può portare ad un superamento - finanche temporaneo - degli assetti di genere
consolidati, suscitando una partecipazione diffusa e capillare dell’intera
società nel perseguimento di un obiettivo comune: nel caso palestinese, ciò si
verifica nel contesto della prima intifada (cfr. cap.3). Come documentato da
Jayawardena (1986:3), la maggioranza dei movimenti femministi del Terzo Mondo
“agirono sullo sfondo di lotte nazionaliste dirette al raggiungimento
dell’indipendenza politica, che affermavano un’identità nazionale e ambivano a
modernizzare la società”. Sarà infatti il tetto posto alla partecipazione delle
donne palestinesi dall’ordine costituito di genere e dai multiformi tentativi
di restaurazione dell’autorità patriarcale all’interno della famiglia a
suscitare in una parte del movimento delle donne una nuova coscienza che le porterà
a lottare simultaneamente per le istanze di eguaglianza di genere e per gli
obiettivi nazionali.
Il riconoscimento dell’esistenza di
una relazione dialettica tra istanze nazionali ed istanze di eguaglianza di
genere costituisce il fulcro dell’indipendenza rivendicata dai femminismi del
“Terzo Mondo” nei confronti dei femminismi “occidentali” - emersi in un
contesto di stati-nazione strutturati - che hanno assunto in generale la
tendenza a rigettare a priori il nazionalismo in quanto ideologia maschile
uniformemente ed intrinsecamente oppressiva nei confronti delle donne.
Il rifiuto dell’identità nazionale
quale fattore rilevante nella costruzione dell’identità femminile e/o
femminista porta a sottovalutare - se non ad ignorare - il ruolo attivo svolto
dalle donne nelle lotte nazionali, facendone altresì coincidere i forti
sentimenti nazionalisti con la comprovata assenza di una autentica
identità femminista che, in quanto tale, si dovrebbe fondare esclusivamente
sull’appartenenza di genere. In un importante intervento del 1989, Yuval-Davis
e Anthias (cit. in Kandiyoti, 2001: 492) individuano le modalità principali
attraverso le quali le donne sono direttamente od indirettamente coinvolte nel
nazionalismo: (1) come riproduttrici biologiche dei membri delle collettività
nazionali; (2) come riproduttrici dei confini dei gruppi etnici/nazionali; (3)
come veicoli di trasmissione culturale ed agenti di riproduzione ideologica;
(4) come significanti simbolici delle differenze nazionali/etniche; (5) come
attive partecipanti nelle lotte nazionali, economiche e militari. Mentre nelle
prime quattro voci la donna figura essenzialmente come un soggetto passivo
reclutato al servizio del mantenimento e della riproduzione della collettività,
l’ultimo punto – di rilevanza fondamentale, ma spesso consapevolmente ignorato
– sottolinea il ruolo attivo che esse ricoprono nella cosiddetta “sfera
pubblica”, e riconosce implicitamente le potenzialità trasformatrici inerenti
alla pratica politica delle donne. Per questo, un importante elemento teorico
del femminismo del “Terzo Mondo” è costituito precisamente dal “tentativo di
elevare la voce delle donne, storicizzandone la vita, contestualizzandone
l’azione e legittimandone le percezioni di esperienza e di lotta” (Jacoby,
1999: 513).
Ai fini dell’analisi dello status e
del ruolo della donna in una data società, insieme al sistema “sesso/genere”
Moghadam (1993) individua almeno altre tre variabili che interagiscono - in
modalità contestualmente e strutturalmente specifiche - nella costruzione della
diseguaglianza sessuale: (1) la posizione di classe, che determina
differenziali di accesso al potere politico e si ripercuote sulla sfera dei
comportamenti ritenuti accettabili dalla società, modellandone le visioni del
“possibile”; (2) la posizione nel sistema economico mondiale ed il grado di
sviluppo economico raggiunto; (3) l’ideologia dello stato – ovvero
l’orientamento del regime e del sistema giuridico, che determina le politiche
sociali, le strategie di sviluppo e la legislazione che forma le opportunità
per le donne.
La consapevolezza della profonda diversità che scaturisce
dall’interazione di questi “sistemi di oppressione trasversali” (Hill-Collins,
1991) porta a rifuggire l’idea di una “sorellanza universale” che unisca le
donne in nome della Liberazione dall’Oppressione – presunzione “guida” del
femminismo occidentale degli anni ‘60-70. La critica avviata sul finire degli
anni ’70 dalle femministe di colore, dei paesi del Terzo Mondo, e lesbiche, ha
portato alla luce l’esclusività inerente alla costruzione dell’identità
femminista allora dominante, ovvero quella di donne bianche, di classe media,
giovani, molto istruite ed eterosessuali (Charles, 1996). La decostruzione
della “Donna” innescata da questa critica ha portato a rivelare “diversi
livelli di coscienza e di identità basati su sesso, razza, e classe, religione,
cultura e linguaggio, storia e sviluppo storico” (Liddle e Rai, 1993: 18).
D’altro canto il pericolo contenuto
in questo approccio è di restare intrappolati in un relativismo estremo, che
potrebbe condurre al nichilismo ed all’apatia: “Se non possiamo riconoscere la
nostra esperienza come la nostra verità, seppur parziale, qualsiasi movimento
verso la prassi è impossibile” (Liddle e Rai, 1993: 21). Riconoscere la
diversità deve essere invece inteso come un primo passo verso la costruzione di
alleanze che consentano l’agire comune verso il raggiungimento di obiettivi
specifici, evitando di considerare l’identità come un fattore immutabile, ma
bensì assumendolo come un concetto fluido, cangiante, soggetto ad un perenne
processo di costruzione e rinegoziazione, all’interno del quale l’individuo
stesso può ricavare dei margini per la propria azione (Yuval-Davis, 1997;
Cockburn, 1998). Questo il presupposto alla base di una politica femminista
efficace che non parta dal “chi siamo” ma bensì dal “cosa vogliamo raggiungere”
(Yuval-Davis, 1997): un approccio che ci consente di attraversare le frontiere
nazionali, etniche, religiose, culturali che proliferano al servizio di questo
nuovo ordine mondiale alla ricerca di spiegazioni eternamente valide –
l’“identità”, la “civiltà”, la “cultura”, la “tradizione” Altra – che
giustifichino le proprie politiche di dominio.
Il diverso sentire delle femministe
ebree israeliane, palestinesi israeliane, e palestinesi “residenti nei
Territori Occupati” testimonia della non univocità della relazione tra
“femminismo” e “nazionalismo”, in quanto ideologie esse stesse attraversate da
una molteplicità di confini, differenze, variabili che ci impediscono una loro
valutazione aprioristica e/o determinista. Per le femministe ebree israeliane
l’identità primaria scaturisce dall’appartenenza di genere, ciò che le spinge a
trascendere – o comunque a non considerare come rilevante – l’identità
nazionale e/o nazionalista (sionista) nella ricerca di un dialogo “trasversale”
con le donne palestinesi (cfr. cap.3). Nel dialogo con le donne israeliane, le
femministe palestinesi provenienti dai Territori Occupati ricercano anzitutto
il riconoscimento e l’assunzione di responsabilità della “controparte” nel
mantenimento delle strutture violente ed oppressive del proprio stato,
auspicando di ottenerne l’appoggio nella lotta per l’autodeterminazione del popolo
palestinese. Infine, per le femministe palestinesi israeliane l’identità
rilevante e primaria è dettata dall’oppressione che vivono in quanto cittadine
di seconda classe.
Nelle parole di Nahla Abdo (cit. in Lentin e Abdo, 2001: 6):
“Il mio femminismo,
anche se antinazionalista, non è mai stato anti-nazionale… L’essere
anti-nazionale mi avrebbe reso indifferente verso il sionismo o verso
l’esclusione ed oppressione razzista/nazionalista israeliana della comunità di
donne e uomini alla quale appartengo. […] L’opprimente ossessione dello stato
ebraico verso la mia identità nazionale - che si è espressa tra le altre cose
nella confisca di terra, nella giudaizzazione delle terre palestinesi,
nell’imprigionamento e nella messa a tacere delle voci di dissenso, nella
distorsione della nostra storia nei libri scolastici, nella negazione ai
cittadini palestinesi di eguale accesso a lavoro, istruzione, politica ed altri
ambiti della sfera pubblica - ha provocato la subordinazione della mia identità
femminista rispetto a quella nazionale”.
Da questa testimonianza emerge in
modo netto la diversa valutazione del nazionalismo che contraddistingue il
femminismo “mediorientale” nei confronti di quello “occidentale”: per Abdo, il
nazionalismo israeliano è oppressivo nei confronti dell’identità palestinese,
mentre invece il nazionalismo palestinese è valutato positivamente, in quanto
considerato emancipatore (Lentin e Abdo, 2001). Secondo Hasso (1998:
442) “le identità nazionali sono salienti per le donne così come per gli
uomini. [...] In definitiva, una valutazione più accurata del coinvolgimento
nazionalista delle donne dovrebbe considerarle simultaneamente come attrici,
simboli, ed autrici - usando, essendo usate da, e costruendo il nazionalismo
nei propri termini”.
In sé quindi, il nazionalismo non è
giusto né sbagliato: esso può servire sia come strumento di dominio ed
oppressione, sia - all’opposto - come forza potenziale di emancipazione di
genere: “invero, un movimento singolo può incarnare entrambi [il bene e il
male, N.d.R.], con fazioni progressive e regressive, ciascuna con la propria
lettura della storia, ciascuna in lotta per creare un’identità nazionale nella
forma prescelta. Tutto ciò che possiamo fare è valutare i numerosi movimenti
che si appellano ad un senso di nazionalità, ponendo loro una varietà di
quesiti. Quanto essenzialista ed escludente è il suo modo di figurare il
“popolo”? Mostra di promettere un’apertura etnica o minaccia una maggiore
chiusura mentre si avvicina al potere? […] Questo movimento nazionale perpetua
un regime di dominio maschile, o prefigura una trasformazione delle relazioni
di genere?” (Cockburn, 1998: 39).
Dopo una breve analisi delle
responsabilità di riproduzione biologica e culturale della nazione attribuite
alle donne, ho scelto quindi di contestualizzare ed approfondire il rapporto
tra costruzioni di genere e nazionalismo passando in rassegna alcuni “casi”
concreti. Nello specifico, tratterò dell’Afghanistan per quanto concerne la rilevanza
dell’immagine della donna nella progettualità sociale e politica durante
periodi di grandi trasformazioni. La “matrice del controllo” risultante
dall’interazione tra costruzioni nazionaliste (sioniste), religiose e
militariste servirà a meglio comprendere la stratificazione e la pluralità
delle responsabilità riproduttive gravanti sulle spalle delle donne israeliane.
Infine utilizzerò la parabola involutiva vissuta dalle donne algerine -
iniziata immediatamente dopo il conseguimento degli obiettivi nazionali - per
trarre alcuni spunti di riflessione sull’esperienza passata del movimento delle
donne palestinesi e per individuare nella comparazione di queste due esperienze
eventuali rischi di “emulazione” della sorte delle “sorelle” algerine.
1.3 - Una
questione di quali/quantità: la riproduzione biologica della nazione
Nella sua presunta esatta
coincidenza tra un popolo, una nazione ed una struttura
organizzativa, lo stato-nazione contiene invero al proprio interno molteplici
confini subnazionali immaginari. Tra questi, centrale nel pensiero occidentale
è la costruzione della divisione dicotomica ed antitetica tra sfera pubblica,
tradizionalmente riservata agli “uomini-cittadini”, e sfera privata,
coincidente con la cura e riproduzione del nucleo familiare, compiti spettanti
alle donne. “La divisione “pubblico/privato” […] è un confine immaginato da uno
stato che immagina il suo popolo” (Joseph, 1997: 88). Atto in sé politico, la
demarcazione di questo confine immaginario e relativo - determinato storicamente e
contestualmente dal concorrere di diverse variabili ed attraversato da
conflitti di genere, razza, etnia, classe, religione - è funzionale e nel
contempo responsabile del perpetuarsi dell’esclusione e della subordinazione
delle donne, e nelle sue diverse configurazioni esprime una comune visione
della gestione del potere e delle risorse che determina a priori gli attori – i
cittadini – che possono legittimamente concorrere nella competizione politica.
Tutti i confini e le categorie sono faglie, teatri di scontro: “La costruzione
di confini concerne la creazione della differenza allo scopo di conferire o
togliere potere” (Joseph, 1997: 75).
La “corretta” riproduzione biologica
e culturale della collettività – una responsabilità quasi sacra, divina (Abdo, 1994: 150) - si traduce in
una vasta rete di norme e comportamenti ritenuti socialmente legittimi e,
conseguentemente, in una serie di tabù e divieti la cui infrazione può arrivare
a giustificare l’omicidio di chi li trasgredisce - come, ad esempio, il delitto d’onore
nella società palestinese. D’altro canto, proprio questa capacità legislativa
dello stato nei confronti della sfera domestica ne inficia l’esistenza stessa
in quanto sfera separata e protetta dall’invadenza del Pubblico. “Lungi da
essere una enclave, la famiglia è vulnerabile nei confronti dello stato
e le politiche sociali che vi afferiscono minano la nozione di sfere separate”
(Moghadam, 1994a: 104). La sfera domestica è invero immaginata e creata dallo
stato per definire attraverso la legislazione i parametri su cui basare le
caratteristiche del nucleo familiare - età minima per il matrimonio, numero
delle spose, diritti di eredità, custodia dei figli, diritti alla riproduzione,
divorzio, etc. – e per veicolare politiche ed ideologie sociali particolari,
che hanno ineludibilmente una forte connotazione di genere. Invero, le leggi di
statuto personale e le politiche demografiche costituiscono gli strumenti
principali al servizio dello stato nel controllo del corpo e della sessualità
della donna. Inoltre la rilevanza del contesto sociale, politico, economico e
religioso nel determinare i confini culturali, legali e politici all’interno
dei quali la riproduzione deve essere correttamente svolta sviliscono il
significato della contrapposizione tra riproduzione “biologica” e “controllata”
(Yuval-Davis, 1997).
Profondamente legate alle tradizioni
culturali e religiose della collettività, le leggi di statuto personale
“tendono ad esercitare un rigido controllo sulle donne – le riproduttrici –
così da consentire alla collettività la prosecuzione della propria riproduzione
entro i confini tradizionalmente definiti” (Yuval-Davis, 1980: 25). Significativamente,
questa materia è spesso lasciata alla giurisdizione esclusiva delle religioni,
e lo ritroveremo anche nel contesto palestinese – seppure con i necessari
distinguo dovuti all’assenza di un’entità statale pienamente sovrana (cfr.
cap.5). D’altro canto, nei casi di compresenza/competizione tra due o più
gruppi etnici o nazionali sullo stesso territorio il gruppo dominante può
scegliere di delegare il controllo della famiglia e della sessualità delle
donne alle autorità laiche o religiose della minoranza, ambendo a raggiungere
un controllo più efficace e capillare della comunità “dominata” attraverso il
rafforzamento dell’autorità patriarcale riconosciuta come legittima: qui
ritroviamo le ragioni della tolleranza dalla potenza occupante verso gli
omicidi d’onore nella società palestinese. L’analisi dello status delle donne
israeliane ci mostrerà del resto come attraverso l’inclusione nel sistema
legale secolare, tali prescrizioni - corredate del proprio intrinseco potere
normativo - assumano il potere coercitivo dello stato, aprendo spazi di
contraddittorietà tra le formali pretese di eguaglianza sessuale sancite nelle
costituzioni e/o leggi fondamentali secolari e le norme discriminanti e
gerarchizzanti contenute nei libri sacri.
La quali/quantificazione della
riproduzione biologica e culturale è l’altro strumento principale utilizzato
dallo stato-nazione per modellare la propria “discendenza”. Le misure adottate
a questo scopo si ripercuotono profondamente sulla qualità della vita delle
donne. Yuval-Davis (1997) distingue tre principali approcci che strutturano le
politiche di “controllo” demografico:
“people as power”: associando
la prosperità e longevità della nazione alla crescita numerica continua della popolazione,
questo approccio tende ad incentivare le nascite (e/o l’immigrazione)
attraverso “ricompense” materiali, morali, e/o simboliche. Soprattutto in
contesti di guerra o di conflittualità latente tra due o più gruppi etnici o
nazionali, la donna viene ad incarnare il confine tra il “sé” e l’“Altro”. In
Libano ad esempio, la divisione dei poteri e delle cariche dello stato è
gestita sulla base di un censimento confessionale e l’endogamia viene incoraggiata per mantenere
le donne – le riproduttrici - all’interno del gruppo religioso di appartenenza:
l’incremento demografico diventa quindi uno strumento di pressione e
competizione politica di importanza vitale (Joseph, 1991);
all’estremo opposto troviamo il
discorso maltusiano, che si fonda sulla presunzione dell’esistenza di una
relazione inversa tra alti tassi di crescita demografica e qualità della vita,
e che quindi individua nella riduzione delle nascite la soluzione ottimale per
ridurre il differenziale tra crescita demografica e disponibilità di risorse.
Adottate prevalentemente nei paesi in via di sviluppo, queste politiche
spaziano da moderati inviti all’autodisciplina, all’incoraggiamento
dell’impiego di contraccettivi a lungo termine rivelatisi enormemente
pericolosi per la salute delle donne (Norplant, Depo-Pravera e Quinacrine),
fino alla realizzazione di vere e proprie campagne di sterilizzazione forzata;
il discorso eugenetico agisce invece
sulla qualità della riproduzione: le misure intrinsecamente razziste
adottate per selezionare il “modello umano ideale” ambiscono ad
incentivare la sopravvivenza di coloro che sono ritenuti “adatti” per origine
e/o classe, “scoraggiando” in modo più o meno violento e diretto (cfr. punto 2)
la riproduzione degli “altri”: i poveri, gli inetti, gli incapaci, i diversi.
Allo stesso tempo, le donne non sono
solo passive ricettrici di questa strutturazione della maternità al servizio
dell’ideologia dominante dello stato-nazione e della riproduzione “indolore”
dello status quo. Invero, la storia ci racconta di come essa sia stata
utilizzata come piattaforma per l’organizzazione in quella stessa sfera
pubblica dalla quale per definizione dovrebbero essere escluse. Ad esempio,
durante il dibattito sull’estensione alle donne del suffragio nell’Argentina
della prima parte del XX secolo, le diverse rivendicazioni delle donne
femministe, anarchiche e riformiste partivano tutte dall’affermazione della
maternità come missione naturale di ciascuna e di tutte le donne, e come sede
della potenzialità del proprio potere sociale (Nari, 2000).
I numerosi esempi di donne che si
uniscono nel nome del proprio ruolo convenzionale di madri, sono tutti
espressione di una “coscienza femminile” che non costituisce una sfida
all’ordine di genere della società, ma agisce nei limiti – percepiti come
naturali – che questo loro attribuisce: la cura dei figli, la preservazione
della vita e del nucleo familiare. La politicizzazione della maternità e la sua
trasformazione in valore di resistenza sono al centro dell’esperienza delle Madres
de Plaza de Mayo: “il sentimento intimo ed anonimo della maternità si
trasformò in pubblico insieme alla politicizzazione dei propri obblighi
considerati come naturali: ogni madre deve vegliare sul destino del
proprio figlio. Dalla condizione di donne addomesticate attraverso il
matrimonio, [le Madres de Plaza de Mayo, N.d.R.] affrontarono il terrorismo di
stato, poiché quel ruolo correttamente assegna loro la responsabilità di conservare
la vita”(Bellucci, 2000: 275). Nel Sud Africa dell’apartheid la maternità è
stata impiegata come piattaforma per unire donne di etnia diversa, nel
tentativo di forgiare un’identità nazionale nuova, comprensiva ed inclusiva.
Pur non rappresentando una sfida né al ruolo riproduttivo della donna, né
all’ordine costituito di genere, il desiderio di unirsi rappresentava in sé
un’alternativa alla costruzione di un’identità nazionale basata su confini
etnici, nazionali o di classe (Charles e Hintjens, 1998: 5).
1.4 - La riproduzione culturale
della nazione: la “famiglia immaginata”
“Le rappresentazioni culturali delle
donne e la legislazione concernente il diritto di famiglia ed i diritti delle
donne, riflettono l’importanza del genere nella politica e nell’ideologia […]
Sia che il discorso politico sostenga l’emancipazione delle donne e
l’eguaglianza, sia che esalti la tradizione, la moralità, la famiglia e la
differenza, resta il fatto che le ideologie e le pratiche politiche hanno una
dimensione di genere, e quindi i processi di trasformazione sociale e di
costruzione dello stato implicano cambiamenti nelle relazioni di genere così
come nuove configurazioni di classe e dei diritti di proprietà”(Moghadam, 1993:
95).
Le nazioni spesso sono rappresentate
attraverso l‘utilizzo dell’iconografia familiare e domestica. Parliamo infatti
della “madrepatria” e dei suoi figli, dell’“adozione” della cittadinanza, del
“padre della nazione”: “dato che le aspettative di ruolo di genere nelle
famiglie influenzano pesantemente il farsi della personalità e la divisione dei
compiti, non sorprende che le persone diano significato a fenomeni su ampia
scala quali il nazionalismo attraverso le esperienze di genere della vita
quotidiana, concettualizzando la nazione come una famiglia con un padre od una
madre, comprendendo l‘integrazione di diverse parti della nazione come un
matrimonio, e figurando conflitti persistenti nella nazione come litigi
fraterni. […] In secondo luogo, il nazionalismo tipicamente utilizza cornici di
genere per giustificare la mobilitazione nazionale, le gerarchie, le esclusioni
ed i progetti di unificazione o riconciliazione” (Van Teeffelen, 1996: 315).
La valenza fortemente normativa
della naturale gerarchia patriarcale viene quindi trasposta nella più
vasta sfera dell’organizzazione sociale: “poiché la subordinazione della donna
all’uomo, e del bambino all’adulto, erano considerati fatti naturali, altre
gerarchie potevano essere rappresentate in termini familiari per dare alla
differenza sociale il valore di una categoria della natura [corsivo mio,
N.d.R.]. L’immagine della famiglia fu quindi utilizzata per rappresentare la gerarchia
entro l’unità, come un elemento “organico” del progresso sociale”
(McClintock, 1993: 64).
La produzione culturale “maggioritaria”
rispecchia fedelmente l’ideologia di genere dominante in una data società in un
preciso contesto storico. Nella mitologia nazionalista, mascolinità e
femminilità tendono ad essere differenziate tipicamente sulla base di questa
visione (neo)patriarcale, laddove ritroviamo la “donna-madre-della-nazione”
dedita alla riproduzione degli “uomini-eroi” pronti a sacrificarsi nel nome
della “madre-terra-patria“. Questa costruzione si riscontra anche nei racconti
nazionalisti (degli uomini) palestinesi, che hanno “frequentemente valorizzato
le donne come riproduttrici biologiche della nazione, correlato la terra di
Palestina ai corpi delle donne, e rappresentato l’appropriazione ed occupazione
della Palestina come un abuso sessuale”(Hasso, 1998: 442).
Di fronte a grandi sconvolgimenti
politici, economici, sociali, etc., l’inerzia delle strutture (anche) culturali
che si contrappone al cambiamento dei codici, dei valori e degli assetti di
genere costituiti si palesa sia nella riproduzione dei significati dominanti,
sia nella consapevole omissione di tutto ciò che potrebbe metterli in
discussione. Reagendo con costruzioni simboliche e culturali che non
costituiscono una sfida all’unità organica della società, questa
“impermeabilità” al cambiamento ambisce invero a ricostruirla. Ad esempio,
nella poesia dell‘Intifada dominano le figure dei figli della Palestina, terra
– femminilizzata - di martiri e giovani eroi: “Si è udita una voce, ragazzi,
che chiamava/ (era) la voce del mio paese e diceva “ ragazzi miei / sono
vostra madre, sono la Palestina/ e vi sto chiamando da anni” (cit. in Hudson,
1994: 126). Il tributo riconosciuto alle madri palestinesi in quanto
“procreatrici di combattenti” - atteggiamento condiviso sia dall’ideologia
nazionalista, sia dall’Islam politico - tende a schiacciare e/o nascondere la
partecipazione attiva delle donne alla lotta quotidiana contro l’occupazione
israeliana. Invero, le donne figurano in quanto madri che offrono alla lotta il
proprio ausilio, ma raramente sono in sé protagoniste: “Mia madre gioì/ e
disse: vai ed armati,/ perché noi non fuggiamo dai nostri doveri./
Vuoi i miei bambini? serviti/ Vuoi il mio sangue? qui ce n’è una
parte” (cit. in Hudson, 1994: 127). Come vedremo meglio nel corso
dell’analisi del coinvolgimento delle donne nella prima intifada (cfr. cap.3),
questa costruzione - che costituisce una palese contraddizione e/o negazione
della pratica politica delle donne - risponde a precisi intenti di
restaurazione dell’autorità patriarcale all’interno della società palestinese e
della famiglia - la sua istituzione base.
Nell’imposizione di un‘identità –
nazionale, religiosa, di genere, di classe, etc. – dominante, “la soppressione
della differenza e la costruzione di un “altro” sono elementi critici nell’imposizione
di un’identità nazionale egemonica. Nel caso di Israele […] l’identità araba
venne ad essere costruita come “l’odiato altro” dell’identità nazionale
israeliana, incarnando tutto ciò che non era ebraico” (Pappe, 2001: 6). La
responsabilità per il mantenimento di questo confine passa direttamente sul
corpo delle donne in quanto riproduttrici biologiche e culturali della
collettività. L’evasione dal ruolo prescrittole dall’ideologia nazionale e/o
nazionalista può portare la donna a subire l’ostracismo da parte della propria
comunità: le donne israeliane che manifestano contro l’occupazione ricevono
sputi, insulti, e vengono chiamate “puttane di Arafat” (Sharoni, 1995).
La gerarchizzazione inerente alla
dicotomia tra “Noi” e “l’Altro-da-sé” è stata ampiamente utilizzata
dall’Occidente per dare giudizi di valore sulle altre culture. L’età del
colonialismo ha visto fiorire un’enorme produzione culturale che ambiva a
giustificare l’oppressione delle popolazioni native con la presunta “missione
civilizzatrice dell’uomo bianco”. Soprattutto nel mondo arabo e/o musulmano le
donne sono state oggetto di questa attenzione tipicamente orientalista (Said,
1978). Annelies Moors (1996b) riscontra queste finalità di dominio nella sua
analisi delle rappresentazioni degli abitanti della Palestina durante il
Mandato Britannico contenute nel National Geographic: “Assumendo come tema
centrale la subordinazione di genere delle donne palestinesi, si produceva uno
schema di contrasto con le nozioni occidentali di eguaglianza di genere che
poteva essere utilizzato come uno strumento conveniente per legittimare la
presenza coloniale”. Contemporaneamente, “le rappresentazioni della
“subordinazione della donna altrui” costruiscono una mascolinità americana che
si definisce più civilizzata dell‘”altro” uomo (cioè Arabo Palestinese) nel suo
trattamento delle donne” (Moors, 1996: 306).
1.5 - Tra home
front e battle front: costruzioni nazionali(ste) di genere in guerra
In guerra, la manipolazione delle
identità - nazionali, di genere, etniche, religiose, etc. - e la conseguente
richiesta di fedeltà alla propria comunità si fanno più stringenti.
Generalmente lontane dal campo di battaglia, il coinvolgimento delle donne
passa attraverso il reclutamento delle loro funzioni riproduttive al
servizio dello sforzo bellico. Le guerre si fanno, si giustificano, si
perpetuano nel nome di “Donne-e-bambini (Womenandchildren)” (Enloe,
1990, cit. in Yuval-Davis, 1997). La divisione sessuale del lavoro in tempo di
guerra si fonda sulla rigida distinzione tra “fronte domestico (home front)”
e “fronte di guerra (battle front)”: secondo questa logica, alle donne
spetta il compito di attendere il rientro degli “uomini-soldati”, piangere i
morti, sostituire con nuove vite i caduti in guerra. D’altro canto, la violenza
e l’aggressività scatenate sul campo di battaglia incidono direttamente su
questo assetto, come testimonia ad esempio l’incremento dei casi di violenza
domestica sulle donne e sui bambini registrato nella società israeliana sia durante
la guerra del Golfo, sia nell’immediato dopoguerra (Sharoni, 1995).
L’illusorietà della netta contrapposizione tra fronte di guerra e fronte
domestico si rivela appieno allorché lo spazio fisico della collettività si fa
teatro dello scontro tra le “forze belligeranti”. Nel caso palestinese,
l’incidenza della violenza strutturale, quotidiana e sistemica dell’Occupazione
sul vissuto dell’intera società ha determinato un livello di politicizzazione
della domesticità tale da ispirare la diffusa e massiccia partecipazione delle
donne alla resistenza durante i primi mesi dell’intifada.
La costruzione essenzialista che
contrappone le donne “datrici di vita (life-givers)” agli uomini “latori
di morte (life-takers)” - e, di seguito, le madri ai soldati, le vittime
agli aggressori, i protetti ai protettori, etc. - agisce direttamente sulla
riproduzione della divisione di genere della violenza (Peterson e Runyan,
1993), accentuando ulteriormente il differenziale di potere esistente tra
uomini e donne (Nikolic’-Ristanovic’, 1996). Le responsabilità riproduttive
gravanti sulle spalle delle donne le trasformano nel confine vivente tra il Noi
e l‘Altro, esponendole alla violenza di genere del nemico. Come vedremo,
durante l’esodo palestinese del 1948 (cfr. cap.2), l’esercizio della violenza –
o la sua mera minaccia - sulle donne del gruppo rivale ambisce ad indebolire la
posizione dell‘avversario, colpendolo nelle proprietà a lui più care: l‘onore
della donna, della famiglia, della patria. Il conflitto nella ex Jugoslavia ci
ha mostrato gli orrori dello stupro sistematico di massa impiegato come
strumento di “pulizia etnica”. Lo stupro è una caratteristica endemica - e non
accidentale - della guerra, che viola l’integrità fisica, morale e psicologica
della vittima, suscitandole un senso di estraneità e di alienità nei confronti
della propria comunità. “Il significato sessuale dello stupro in guerra è
marginale ed è utilizzato come mezzo per raggiungere obiettivi che non hanno
nulla a che fare con la sessualità. Lo stupro in tempo di guerra coinvolge tre
parti: l’“uomo-stupratore”, la “donna-vittima”, e
l’“uomo-avversario-di-guerra-dello-stupratore”. La vittima e lo stupratore
dipendono dagli equilibri di potere in un dato periodo di tempo”
(Nikolic’-Ristanovic’, 1996: 197). La vittoria avviene costringendo le donne
del gruppo avversario a portare in grembo il figlio dell’Altro, inficiando la
prosecuzione della “corretta” riproduzione biologica della stirpe del nemico.
Nell‘Argentina della dittatura (1976-83), l’imposizione violenta della
maternità alle donne prigioniere - poi desaparecidas – voleva punirle
per essere evase dalla domesticità, tradendo l’ordine costituito patriarcale e
borghese.: “Così come la dittatura cercò modi specifici di attaccare la donna
in quanto donna, trovò anche una forma specifica di farlo con le generazioni
future: l’appropriazione dei figli. L’effetto immediato fu di conservare le
creature come parte del bottino di guerra. Però nel futuro significava: “noi
restiamo con il vostro seme e lo controlliamo da ora in avanti”. La prigionia
delle madri si prolunga in quella dei figli” (Alvarez, 2000: 88).
L’autocensura a difesa dell’onore
della collettività e come dimostrazione di fedeltà alla nazione – “doveri
patriottici” interiorizzati dalle donne – trascende quelle stesse costruzioni
gerarchiche di valore che abbiamo visto all’opera nella giustificazione di
imprese più o meno velate di (neo)colonizzazione e costituisce un’ulteriore
fonte di pericolo e di stress psicofisico per le donne. La riluttanza esibita
dalle donne kuwaitiane e dalle donne statunitensi nel denunciare
pubblicamente gli stupri subiti durante la guerra del Golfo dimostra che “la
messa a tacere delle donne per preservare l’onore non solo dell’uomo singolo,
ma di un’intera nazione, si rivela parte integrante dei processi di ordine -
sia in tempo di guerra, sia nel dopoguerra – in società così apparentemente
diverse quali il Kuwait e gli Stati Uniti” (Enloe, 1993: 188). Infatti, la
(mala)sorte condivisa da queste donne stride profondamente con gli stereotipi
orientalisti adottati dalla propaganda bellica occidentale nella
contrapposizione tra Civiltà – rappresentata dall’emancipazione della
“donna-soldato” americana – e Barbarie - la donna araba velata, passiva e
succube di una cultura patriarcale “arretrata”, mistificatoriamente dipinta
come “sconfitta” nelle società occidentali del Progresso e della Libertà.
1.6 -
Afghanistan 2001: Cavalieri in duello per la “liberazione” di una, dieci,
centomila donne
Come ci può ampiamente dimostrare la
storia del XX secolo di alcuni paesi ex coloniali - ma non solo – molto spesso
l‘immagine ed il corpo della donna si ritrovano al centro della progettualità
sociale “ideale” dei diversi gruppi (etnici, nazionali, religiosi, etc.) in
competizione per il potere. Assumendo come discriminante la natura dei
cambiamenti concernenti i ruoli ascritti alla donna in una data società - che
riguardano evidentemente la definizione del confine tra “sfera pubblica” e
“sfera privata” - Moghadam (1993) ripercorre i periodi di grande trasformazione
storica, politica e sociale della storia moderna e contemporanea in Europa, in
Asia e nel Medio Oriente, arrivando alla definizione di due modelli base: (1)
il “modello dell’emancipazione delle donne” - ad esempio del quale porta la
rivoluzione Russa del 1917 - che considera il raggiungimento dell’eguaglianza
delle donne inestricabilmente legato al progresso nazionale ed alla
trasformazione sociale; (2) il “modello della donna nella famiglia”, secondo il
quale il mantenimento dell‘identità culturale, dell‘integrità e della coesione
sociale discendono dall’“adeguato” comportamento delle donne, ossia, dalla
corretta riproduzione biologica (fare figli per la patria) e culturale
(trasmissione e mantenimento dei valori dominanti) della collettività.
Paradossalmente, la Rivoluzione Francese - legata nel nostro immaginario alla
vittoria dei Lumi della Ragione sull’oscurantismo dell’ancien régime -
richiama questo secondo modello.
Il recente conflitto in Afghanistan
mostra con chiarezza lampante la valenza dell’immagine della donna nella
creazione, manipolazione e trasmissione di significato. In questo caso,
l’obiettivo - più o meno palese - era la mobilitazione del consenso
dell’opinione pubblica internazionale a favore della sconfinata (nello
spazio e nel tempo) campagna militare statunitense (Enduring Freedom)
contro il Terrorismo.
Ritorniamo per un momento alla
rilevanza del pensiero dicotomico nella strutturazione gerarchica della
società. In un recupero ideale dei valori cavallereschi medievali, il XXI
secolo ha visto l’Afghanistan farsi teatro del duello tra le forze del
Bene e della Civiltà - l’Occidente, ed in primis gli Stati Uniti d’America -
contro le forze del Male e della Barbarie - i Talebani. Al centro della
costruzione del consenso internazionale la propaganda bellica ha posto la
necessità (puramente retorica) della liberazione della
“donna-afghana-col-burqua”: un’entità astorica, decontestualizzata,
essenzialista, e per lo più inesistente prima che la macchina bellica
statunitense ne scoprisse l’elevatissimo potenziale comunicativo e simbolico,
al punto da portare il Dipartimento di Stato a pubblicare un rapporto su “La
Guerra dei Talebani contro le Donne” (Khattak, 2002: 19).
“Il discorso coloniale [e
neocoloniale, N.d.R.] sulla questione femminile esprime ingenuamente e
brutalmente l’importanza del ruolo attribuito alle donne quali depositarie
culturali sia nell’inconscio del colonizzato, sia dei colonizzatori”
(Hélie-Lucas, 1993: 209). Ad esempio, i britannici hanno a lungo
utilizzato le pratiche e le consuetudini discriminatorie vigenti nei confronti
delle donne indiane quale cartina di tornasole per mostrare l’arretratezza
- misurata lungo l’asse positivista, determinista ed unidirezionale dello
“Sviluppo” - della società dominata (Chhachhi, 1991) che solo attraverso
l’illuminata colonizzazione britannica poteva aspirare infine al raggiungimento
della Civiltà: ovvero, la cultura, il modo di produzione, l’etica e la moralità
occidentale. “In un ritorno a questo modo di pensare, il discorso degli Stati
Uniti sulle donne afghane, con la pretesa implicita di conoscere tutte
[corsivo mio, N.d.R.] le donne ed i bambini afghani, raccomandava di
bombardarle allo scopo di liberarle” (Khattak, 2002: 22).
Gli attributi tipicamente maschili
cui viene generalmente associata la guerra - aggressività, brutalità,
distruttività, etc. - necessitano di un contraltare femminile che,
bilanciandoli, rafforzino il senso dell’ineluttabilità di una soluzione
violenta. È in questo contesto che improvvisamente le mogli dei leader politici
- e per esteso, della Patria in pericolo - acquistano una voce ed una
visibilità apparentemente autonome, senza precedenti. Mentre da un lato la
discesa nel campo mediatico delle first ladies dà tono e forma alla
gravità della situazione, dall’altro fornisce il sostegno dell’altra metà del
cielo - la metà naturalmente preposta alla preservazione della vita -
agli uomini che “vanno a fare la guerra”, legittimandone le potenzialità
distruttrici e mortifere da scatenarsi sul campo di battaglia. Nel suo
messaggio presidenziale alla nazione, Laura Bush ha quindi offerto l’appoggio
della “Donna Statunitense” - con le sue implicite aspirazioni di
rappresentatività quantomeno “occidentale” - ad un conflitto geopolitico
camuffato dietro ad uno “scontro di civiltà” (Huntington, 1997) riassumibile
nel differenziale di emancipazione occidentale del quale (non) godevano
le donne afghane. Se “l’oppressione brutale delle donne è un obiettivo centrale
dei terroristi” ed è anche una chiara immagine “del mondo che i terroristi
vorrebbero imporre sul resto di noi” (Laura Bush cit. in Khattak, 2002: 18)
allora il sostegno alla patria in guerra diventa un imperativo morale che
supera – contenendolo - il valore della vita dell’individuo.
D’altronde, quando la nazione va in
guerra i media sono veloci nello schierarsi al suo fianco, proponendosi quale
cassa di risonanza per la produzione (ed omissione) dei significati costruiti
dalla propaganda bellica governativa. Insieme alla comunicazione verbale,
un’efficace decodificazione del linguaggio utilizzato dai canali di
“informazione (?)” di massa non può prescindere dall’analisi dell’incidenza
dell’immagine visiva nella strutturazione del messaggio veicolato. In questo
contesto, ritrarre le giornaliste e le corrispondenti inviate in Pakistan con
un velo che copre loro il capo solo fino a metà acquisisce un significato
preciso, come se lungo quel confine passasse la soglia critica della nuova
bipolarizzazione manichea mondiale. Alla conquista di Kabul, siamo stati bombardati
di immagini di donne liberate che si alzavano il burqua, finalmente libere.
I precedenti di saccheggi e stupri dei soldati dell’Alleanza del Nord -
anzitempo sostenuti da Stati Uniti, Pakistan, Cina, Iran ed Arabia Saudita
nell’ennesimo teatro di confronto periferico tra le superpotenze della Guerra
Fredda - sono scomparsi, così come la memoria del loro primo atto una
volta entrati a Kabul nel 1992: ovvero, la riesumazione dell’obbligatorietà del
velo per le donne - quello stesso velo che in Occidente simboleggia
l’oppressione e la cattività nella quale sono tenute le donne nel mondo arabo
e/o musulmano. I media hanno consapevolmente omesso ogni tentativo di
contestualizzazione e storicizzazione della condizione della
“donna-afghana-ora-senza-burqua” prima che si instaurasse il regime dei
talebani: una storia che a partire dagli anni ’20 ha visto il corpo e la
libertà delle donne farsi teatro di battaglia per lo scontro continuo tra
tradizione ed istanze modernizzatrici (Moghadam, 1992; Centlivres-Demont,
1994). Negli anni ’80 il regime comunista al potere - che aveva costruito il
proprio programma di modernizzazione sociale proprio a partire dall’emancipazione delle
donne - si confrontava precisamente con quelle forze patriarcali della reazione
dipinte oggi come i loro liberatori.
1.7 - Donne
ebree israeliane nella riproduzione della nazione: tra ebraismo ortodosso,
sionismo e militarismo
“Dimenticare […] è un fattore
cruciale nel processo di creazione di una nazione” (Renan, 1990; cit. in
Lentin, 2001: 1): la memoria selettiva, la decostruzione storica, la
reinvenzione e l’oblio sono tutti fattori che ugualmente concorrono alla
formazione della “storia di una nazione” – una storia, per una
nazione. La costruzione del mito di Israele quale “nazione sotto assedio
permanente” è rinforzata “attraverso invocazioni costanti dell’Olocausto e
mediante manipolazioni politiche dei fatti riguardanti le guerre del 1948, 1967
e 1973” (Sharoni, 1994: 131) e gioca un ruolo fondamentale sia nel forgiare
l’identità nazionale di “soldati” dei cittadini ebrei - cristallizzando le
ineguaglianze di genere, etnia, classe ed affiliazione politica - sia nel
giustificare aprioristicamente le politiche militaristiche ed espansionistiche
dello stato. Il “codice di Auschwitz” (Lentin, 2001: 25) viene ampiamente
utilizzato “ogni volta che gli israeliani si sentono minacciati o vogliono
giustificare gli eccessi dell’occupazione”, e si “riaffaccia ogni volta che c’è
bisogno di tutelare la Shoah come legittimazione ideologica dell’esistenza
dello stato” (Lentin, 2001: 9). La moralità è stata subordinata alla
sopravvivenza: la maggioranza degli israeliani si rifiuta di “separare il
destino storico degli ebrei, e la Shoah in particolare, dalla permissività
morale che gli ebrei si sono concessi nel vittimizzare il loro “nemici”
contemporanei [il popolo palestinese, N.d.R.]” (Lentin e Abdo, 2001: 8), e nega
ogni narrativa deviante rispetto alla versione nazional-ufficiale della
memoria. Questa le parole di Edna Zaretsky - pacifista israeliana- che ho
registrato nel corso di un incontro organizzato a Bologna il 22 luglio 2002
dall’associazione Orlando e dalle Donne in Nero:
“Non c’è una storia unica,
non c’è un modo obiettivo per descrivere la realtà. Le persone percepiscono la
realtà attraverso la propria storia di vita modellata da ciò che hanno vissuto,
appreso ed interpretato. E l’esperienza di vita delle persone non è mai
neutrale, è mediata attraverso il linguaggio, la tecnologia, l’interpretazione
dell’individuo, i media. Ed è mediata anche attraverso la nostra memoria, e la
nostra memoria interferisce sulla realtà. Non possiamo sopportare cose troppo
difficili, ed allora dimentichiamo. E la nostra percezione della realtà è
manipolata da tutti gli altri, e specialmente dai leader, dai politici e dagli
insegnanti.
L’Olocausto è
l’esperienza centrale nella vita delle persone. In Israele ci sono molti
sopravvissuti, ed anche la seconda generazione dell’Olocausto è traumatizzata.
Ma persino questa esperienza - che è un’esperienza reale e drammatica - è
manipolata. Dopo la Seconda Guerra Mondiale si disse che eravamo stati “come
agnelli al macello”: mai più. Mai più. Mai più saremo deboli: per sopravvivere
dobbiamo essere forti.
Questo è centrale
nella nostra concezione e nella nostra istruzione; questo è il modo nel quale
dovrebbero essere cresciuti gli uomini fino al loro ingresso nell’esercito. In
Israele tutti percepiscono che “Io devo andare nell’esercito, devo difendere il
mio paese”. E questo è il modo in cui ci viene insegnata la storia. È la storia
di una nazione perseguitata. Percepiamo noi stessi come le vittime finali, e
non ci poniamo mai domande riguardo alla nostra responsabilità in alcuna
relazione, perché noi abbiamo un ruolo già prestabilito: il ruolo della
vittima. Non ci chiediamo mai perché e come ci comportiamo verso gli altri.
Questa sarebbe la questione morale che dovremmo porci, e non domandarci quello
che gli altri fanno a noi, perché spetta a loro chiederselo”.
A causa della coincidenza tra
identità nazionale ed identità religiosa e dello stato di guerra più o meno
latente nel quale si ritrova a vivere il popolo israeliano, le responsabilità
di riproduzione biologica e culturale gravanti sulle spalle delle donne ebree
israeliane sono molteplici e stratificate.
Fin dall’avvio del progetto
d’insediamento sionista la demografia è stata investita di una particolare
rilevanza politica. Gli strumenti impiegati in quella che si è da subito
caratterizzata come una vera e propria competizione demografica tra israeliani e palestinesi, sono stati
sia l’incentivazione dell’immigrazione di ebrei provenienti da ogni parte del
mondo,
sia l’adozione di politiche che incoraggiavano fortemente le nascite. Le misure
previste per aumentare il tasso di crescita della popolazione ebraica dello
stato di Israele tuttora spaziano dall’attribuzione di benefici e remunerazioni
economiche (sussidi e permessi di maternità, e finanche “premi produzione” alle
madri – vere e proprie “eroine” – di numerosa prole), fino all’impiego di deterrenti/ricatti
psicologici che passano attraverso la criminalizzazione dell’aborto che, seppur
tutelato dalla legge, viene concepito come un tradimento nazionale nei
confronti della sopravvivenza della propria “specie”. È degli anni ’80 ad
esempio la proposta di un funzionario del Ministero degli Interni - fortunatamente
fallita - di costringere le donne ebree in procinto di abortire a guardare un
filmato nel quale alle “classiche” immagini di feti morti impiegate dai
movimenti antiabortisti dovevano essere associate immagini di bambini ebrei nei
campi di concentramento nazisti (Yuval-Davis, 1980).
Secondo Abdo e Yuval-Davis (1995:
306), “sin dalla Dichiarazione di Indipendenza di Israele è stato chiaro come
esso non sia mai stato concepito per essere l’espressione politica della
propria società civile, delle persone che risiedono nel suo territorio, o
finanche di tutti i suoi cittadini. Non è mai stato concepito come una
democrazia, ma bensì - secondo la definizione di Yoav Peled (1992) - come una etnorepubblica
[corsivo mio, N.d.R.], lo stato degli ebrei, ovunque si trovino”. Questa
relazione speciale trova la sua massima espressione nella legislazione cardine
dello stato di Israele: (1) la Legge del Ritorno che conferisce automaticamente la
cittadinanza israeliana a tutti gli ebrei nel mondo che ne presentino istanza;
secondo la legislazione religiosa ortodossa ebraica (Jewish Orthodox
Halakhic Law) che informa questo provvedimento, l’appartenenza all’ebraismo
deriva dalla discendenza biologica su linea materna – ovvero, dal sangue – a
prescindere dalla devozione o dalla pratica religiosa individuale; (2) la legge
sul servizio militare
che vincola il pieno godimento dei diritti di cittadinanza fondamentali
allo svolgimento del servizio militare - vietato ad esempio ai palestinesi
israeliani (Yuval-Davis, 1980), la discriminazione dei quali secondo uno studio
dell’ONU sarebbe contenuta quantomeno in 17 leggi dello stato di Israele.
Inoltre, nonostante la Dichiarazione
di Indipendenza del 1948 e la Legge sull’Eguaglianza dei Diritti delle Donne (Women’s
Equal Rights Law) del 1951 pongano l’eguaglianza sessuale a fondamento
della legislazione dello stato, la definizione delle questioni concernenti lo
statuto della persona sono di pertinenza esclusiva dei tribunali confessionali
della religione di appartenenza
(Swirski e Safir, 1991b: 12). La presunzione di uguaglianza implicita nella
partecipazione delle donne ebree all’esercito nazionale trasmette invero un
significato ambiguo: “anzitutto che le donne, almeno simbolicamente, sono
membri eguali della collettività nazionale; ma in secondo - e più importante -
luogo, che tutti i membri della collettività nazionale sono incorporati, almeno
simbolicamente, nell’esercito” (Yuval-Davis, 1997: 98). Lo stato di
mobilitazione permanente al quale sono sottoposti i “cittadini/riservisti”
ebrei, il predominio dell’industria bellica nell’economia nazionale e la quasi
coincidenza tra alte cariche dell’esercito e dello stato, sono tutti fattori che concorrono
ineludibilmente alla militarizzazione della società israeliana che si ripercuote
negativamente anche sul livello di violenza sessuale esercitato in primo luogo
contro le donne (Peterson e Runyan, 1993). Il legame tra sessismo e militarismo
si riflette ad esempio nell’utilizzo di precise espressioni verbali. La parola
“kibush” - la più comunemente utilizzata per indicare l’occupazione
israeliana dei territori palestinesi - viene altresì impiegata per descrivere
la conquista di un obiettivo militare o del cuore di una donna; mentre “baal”
può stare a significare alternativamente “marito”, “proprietario” o “avere un
rapporto sessuale con” (Sharoni, 1994: 127). La militarizzazione della società
ha raggiunto una profondità tale da essere ormai invisibile agli occhi
dei più. “Quando l’uomo se ne va, la donna resta indietro, incaricata di
mantenere la casa e con il chiaro compito di “agire come se”, che significa
agire come se la vita stesse continuando normalmente, come se nulla fosse
successo. Questo costante tentativo di normalizzare l’anormale lascia un segno
preciso sulla società israeliana” (Waintrater, 1991: 117).
Negli ultimi anni sono sorte diverse
organizzazioni femministe israeliane che lottano contro la militarizzazione
della società e che sono parallelamente impegnate nella ricerca di una “giusta”
soluzione al conflitto israelo-palestinese. Tra queste, una delle più
interessanti è “New Profile”, organizzazione di donne e uomini femministe/i che
riconosce il proprio obiettivo di lungo periodo nel “cambiare il Profilo della
società israeliana da una società di guerra e militarizzata ad una comunità
attivamente impegnata nella ricerca della pace nella quale i diritti di tutte
le persone siano egualmente rispettati e promossi, e dove cessi l’occupazione
militare delle terre altrui”.
Come “New Profile”, anche “Women Refuse” - un gruppo di femministe ebree
israeliane - fa parte della “Coalizione delle Donne per una Pace Giusta (Coalition
of Women for a Just Peace)”,
che ricerca attivamente una pace “giusta” con i palestinesi.
Al termine dell’intervento sopra
citato, Edna Zaretsky lesse una parte del manifesto di questa organizzazione,
alla quale appartiene:
Ci rifiutiamo di
essere nemiche e di adempiere ai ruoli che ci si aspetta dalle donne in tempo
di guerra
Ci rifiutiamo di
pagare il prezzo sociale ed economico dell’occupazione
Ci rifiutiamo di
allevare figli per la guerra, la povertà e l’oppressione
Ci rifiutiamo di
obbedire ad istruzioni immorali
Ci rifiutiamo di distogliere
lo sguardo quando altri vi obbediscono
Ci rifiutiamo di
servire gli occupanti
Ci rifiutiamo di
essere ignoranti
Ci rifiutiamo di
essere messe a tacere
1.8 - Donne e
movimenti di liberazione nazionale: Algeria e Palestina a confronto
Molti movimenti di liberazione
nazionale includono l’eguaglianza di genere e la liberazione delle donne nel
proprio programma di cambiamento politico, ed incoraggiano la partecipazione
delle donne alla lotta creando aspettative di libertà, eguaglianza ed equità: è
il caso del Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo (Eritrean People’s
Liberation Front, EPLF), del Fronte di Liberazione del Mozambico (Mozambican
Liberation Front, FRELIMO), ed anche - come vedremo successivamente - della
Palestina. D’altro canto “in quasi tutti i movimenti di liberazione dove le
donne erano attivamente coinvolte, una generale inversione dei loro ruoli
divenne un dato di fatto dopo la liberazione nazionale e l’istituzione dello
stato-nazione” (Abdo, 1994: 150): i bisogni e gli interessi delle donne
scompaiono dall’agenda politica, e la retorica politica fallisce nel dar vita a
programmi reali per l’emancipazione delle donne (Moore, 1988, cit. in Sorensen,
1998).
Nel contesto di un movimento di
liberazione nazionale, le molteplici fratture esistenti - di classe, di genere,
di religione, etc. - tendono ad essere congelate per consentire il coagularsi
dell’intera società intorno agli obiettivi nazionali. Nella migliore delle
ipotesi criticare le relazioni di genere esistenti viene percepita come una
“distrazione” dall’obiettivo “primario” - venendo quindi posticipata al
conseguimento degli obiettivi nazionali - nella peggiore, viene denunciata come
un “tradimento” della presunta comunanza/coincidenza di obiettivi della
collettività. La gerarchizzazione e/o demonizzazione provocata da questa
costruzione di significato può portare allo scatenarsi di un profondo conflitto
interiore:
“È difficile per le
donne arabe sentirsi nazionaliste perché spesso c’è un conflitto tra il
patriarcato e l’imperialismo. Sento che se sono troppo nazionalista mi sto
sottomettendo alla cultura patriarcale, ma se mi alieno dal mio paese allora
sento che mi sto allineando con le forze dell’imperialismo. Questo conflitto di
identità è stato per me un problema centrale e probabilmente anche per molte
donne arabe”.
A questo si aggiunga la
contraddizione di fondo contenuta nelle ideologie di molti movimenti nazionali
e/o nazionalisti i quali mentre ambiscono a realizzare un progetto
modernizzatore per il paese, invocano nel medesimo tempo un recupero delle
autentiche radici culturali della collettività, diluitesi durante il dominio
straniero. Le possibilità di miglioramento dello status delle donne -
potenzialmente beneficiarie dei progetti di modernizzazione - sono quindi
frenate dal richiamo alla tradizione nella ricostruzione/reinvenzione della
nuova identità nazionale, in quanto esse stesse investite della responsabilità
primaria per il mantenimento e la riproduzione dei valori tradizionali e
culturali della collettività (Aull Davies, 1996; Yuval-Davis, 1997).
Il ruolo attivo svolto dalle donne
algerine nella lotta anticoloniale - seppure in qualità prevalentemente
ausiliaria - non le ha invero preservate dal loro sacrificio sull’altare di una
pacificazione sociale imposta dall’alto. Mentre nella prima versione del
documento fondante dell’Algeria indipendente l’organizzazione sociale e
politica del paese veniva definita come “democratica, laica e socialista”,
nella costituzione emanata sul finire dell’estate del 1962 l’Algeria diventa
ufficialmente un paese musulmano. La ricostruzione - e reinvenzione -
dell’identità nazionale passa attraverso la statuizione: 1) della coincidenza
esclusiva tra identità arabo-musulmana ed identità algerina; 2) della
disuguaglianza sessuale promossa a valore connotante della propria identità
contrapposto alla relativa emancipazione femminile che aveva contraddistinto il
dominio coloniale francese - colpevole di avere attentato alla stabilità ed
alla sopravvivenza della società attraverso la “contaminazione” e “perversione”
delle donne algerine (Bouatta Cherifa, 1994). Radhakrishnan (cit. in Sayigh,
1998) ci espone una particolarità del nazionalismo che gli consente di parlare
per i temi delle donne: a livello puramente pragmatico ed esteriore, il
soggetto nazionalista interiorizza i modi epistemologici occidentali; ma a
livello interiore mantiene un’identità tradizionale che non verrà influenzata
dalla natura puramente pragmatica dei cambiamenti esteriori. “La tendenza dei
nazionalismi anticoloniali di costruire un “livello interiore” od una “sfera
interiore” come santuario contro il dominio alieno, si ripercuote sulle donne,
identificate con la casa e con l’autenticità culturale. Come parte dello stesso
processo, l’ideologia di genere è esente dal cambiamento storico, divenendo
parte di una “identità tradizionale” ricostruita e preservata come un fossile
entro un programma nazionalista modernizzante” (Sayigh, 1998). Il processo di
rafforzamento dell’identità nazionale impiega nuovamente un modello manicheo e
dicotomico ove per difendersi dalla minaccia di un nemico esterno monolitico e
potenzialmente distruttivo - l’Occidente - la società rigenerata deve
forgiare un’unità che minimizzi e superi le differenze interne, posticipandone
la risoluzione al momento della sconfitta del Moloch esterno. Criticare
è tradire, porsi al di fuori e contro la legittimità nazionale: le donne che
contestavano il restringimento di spazi e libertà “erano giudicate antirivoluzionarie,
occidentali e quindi minacciose per l’identità arabo-musulmana. In altre
parole, le donne sono state prese tra due serie di legittimità: non possono
servire la loro causa in quanto donne ed allo stesso tempo appartengono alla
nazione per la cui vera esistenza hanno lottato” (Hélie-Lucas, 1993: 211).
Oggi la donna algerina è al centro
del conflitto tra gruppi islamici e laici che tentano di definire e promuovere
posizioni politiche diametralmente opposte ma usando strategie simili. Una di
queste è il controllo dell’accesso delle donne alle risorse od alla conoscenza
attraverso la rigida delimitazione del loro spazio: “Essere uomo nel mezzo del
sommovimento politico dell’Algeria significa esprimere una logica di relazioni
di potere in base alla quale il gruppo dominante, qualunque sia la propria
ideologia politica, può e deve restringere il movimento e le attività delle
donne. [...] Le donne negli spazi pubblici, velate o svelate, muoiono per
l’interpretazione che fanatici laici o religiosi attribuiscono alla loro
presenza ed apparenza”(Slymovics, 1995: 12).
Lo spettro della parabola involutiva
sperimentata dalle donne algerine è stato spesso evocato dalle donne
palestinesi nel timore di subirne la medesima sorte una volta trovatesi di
fronte ad uno stato palestinese autonomo. “A differenza di altri movimenti
nazionalisti (quali l’Iran e l’Algeria) nei quali le donne attiviste furono
marginalizzate immediatamente dopo la rivoluzione, l’unicità del caso
palestinese deriva dal fatto che questo dilemma viene percepito già mentre si
realizza, piuttosto che a seguito degli eventi”(Jacoby, 1999: 511). Del resto,
vi sono molte altre differenze che paiono allontanare questa prospettiva. Una
di queste è senz’altro data dalla lunga storia, autonomia e strutturazione del
movimento delle donne palestinesi di per contro all’attivismo semplice e
destrutturato di quelle algerine, che parteciparono solo a partire dal 1954 -
due anni dopo l’inizio del movimento di liberazione - senza riuscire a
sviluppare organizzazioni autonome rispetto allo stato. Un’altra importante
differenza è data dal grado - o dall’assenza - di sfida che rappresentavano le
istanze delle donne rispetto alle strutture patriarcali della società: mentre
le donne algerine non potevano avanzare richieste femministe perché percepite
come “traditrici” - in quanto espressione del dominio e dell’invadenza
culturale della potenza coloniale - ed egoiste - perché la liberazione
nazionale doveva essere il dovere primo e neutrale di ciascuno -, le
donne palestinesi si sono costruite uno spazio di critica e contestazione
dell’autorità patriarcale autonomo ed esterno rispetto allo stato ed ai
maggiori partiti politici (Khawli, 1994). Ancora, in Palestina la famiglia
stessa si è trasformata in unità politica, e la maternità - nella sua funzione
di politicizzazione primaria e precoce dei figli - è venuta ad assumere un
ruolo nazionale e nazionalista che con lo scoppio dell’intifada si è
successivamente esteso alla sfera pubblica. In Algeria invece, la famiglia e l’Islam
vengono percepiti come un rifugio rispetto all’invadenza culturale coloniale,
ed anche a causa della breve durata della lotta, la famiglia non si tramutò in
un’unità politica: invero, il Fronte di Liberazione Nazionale si sostituì ad
essa, instaurando un nuovo ordine patriarcale entro il movimento. “La struttura
patriarcale rimase, ma fu trasformata nella forma - al di fuori dalla sfera
domestica della famiglia - in un’unità patriarcale nell’arena pubblica”
(Khawli, 1994: 55).
Nei prossimi capitoli procederò
quindi con un’analisi approfondita della partecipazione delle donne palestinesi
al movimento di liberazione nazionale, concentrandomi sulle problematiche
sollevate in questo capitolo e cercando di rintracciare nella comparazione tra
prima e seconda intifada dei segnali che lascino intravedere tracce del futuro
in costruzione per le donne palestinesi e per la società nel suo insieme.
Capitolo 2
Tra liberazione nazionale ed emancipazione di genere
Breve storia del movimento
delle donne palestinesi
2.1 - Introduzione
All’interno di questo capitolo
tenterò di operare una sintesi della storia del movimento delle donne
palestinesi a partire dalle sue origini - che risalgono alla fine del XIX secolo
- fino alla prima intifada, contestualizzandolo all’interno della più ampia
cornice costituita dalla lotta per l’autodeterminazione del popolo palestinese:
una scelta metodologica imprescindibile se si considerano i legami storici di
filiazione tra l’organizzarsi delle donne palestinesi e la lotta nazionale
contro colonialismo, sionismo ed occupazione militare. D’altronde, la scelta di
trattare in un capitolo separato la partecipazione delle donne nella prima
intifada nasce dalla coscienza di quanto l’insurrezione pacifica nei Territori
Occupati iniziata nel 1987 abbia costituito uno spartiacque nella società
palestinese, innescando riflessioni ed una progettualità sociale ancora in
elaborazione tra le mille difficoltà scaturite dal fallimento del processo di
pace iniziato a Madrid nel 1991.
Guerre, sfollamento ed occupazione
hanno portato ad una frammentazione geografica, politica, economica e sociale
del popolo palestinese tale (Taraki, 1998) che non ci consente di “parlare di
una esperienza univoca definibile come “l’esperienza delle donne palestinesi”.
[…] Nondimeno si possono rintracciare alcuni temi di fondo che caratterizzano
questo periodo. Tra questi vi è la normale tensione tra le lotte delle donne e
la lotta di liberazione nazionale” (Abdo, 1995: 142).
Nell’arco di tempo considerato in
questo capitolo assistiamo ad un graduale processo di ampliamento della
partecipazione delle donne nella lotta nazionale, che si connota
prevalentemente per un’estensione della domesticità alla sfera pubblica: “le
tradizionali funzioni domestiche furono mobilitate al servizio della più ampia
comunità ed inserite in un contesto nazionale, mentre i compiti domestici
furono estesi per includere le attività politiche popolari. La domesticità
divenne associata con la lotta e con la militanza” (Peteet, 1986:22). Mentre la
cornice nazionalista fornisce il contesto all’interno del quale l’accresciuta
visibilità e partecipazione delle donne viene ritenuta socialmente accettabile
- in quanto non percepita come una minaccia alla stabilità delle relazioni
familiari - essa costituisce nel medesimo tempo un ostacolo che ritarderà il
processo verso l’acquisizione di una genuina coscienza di genere, che - come
vedremo successivamente - scaturirà proprio dallo scontro tra le istanze di
maggiore partecipazione delle donne e le restrizioni loro imposte dal
conservatorismo della società palestinese.
2.2 - Alle
radici del coinvolgimento delle donne: madri, mogli, figlie e sorelle.
Il formarsi dell’identità nazionale
palestinese è strettamente collegato all’esperienza del sionismo in Palestina,
ed è un processo le cui origini risalgono alla fine del XIX secolo in
coincidenza con i primi insediamenti ebraici. Mayer (1994d: 63) suggerisce che
“insieme all’importanza della condivisione di lingua, religione, tradizioni e
senso di un comune passato, destino e futuro, anche l’attacco alla patria
territoriale o l’antagonismo risultante da contatti con altre persone e culture
(Deutsch, 1953) possono portare allo svilupparsi di sentimenti nazionalisti”.
La perdita e l’alienazione della terra - terra che è fonte di sostentamento,
continuità, senso di appartenenza, identità - sono centrali nello sviluppo
della coscienza nazionale delle donne contadine: “ci sono prove che già dal
1884, quindi ancora prima della nascita di un movimento organizzato di donne in
Palestina, le donne contadine lottassero a fianco dei propri uomini per
resistere ai primi insediamenti sionisti” (Dajani, 1994: 36). D’altro canto le
testimonianze che abbiamo su questo periodo sono scarne e frammentarie. Se da
un lato prima del 1948 le donne palestinesi hanno dato poco spazio alle proprie
esperienze sia individuali che collettive; dall’altro, la storia dei gruppi
sociali ha stentato ad affermarsi in un mondo accademico che a lungo ha
concepito stabilità, reazione e cambiamento come risultati di politiche
ascrivibili direttamente – e pressoché esclusivamente - a calcolate decisioni
imposte dalle classi dirigenti alle “masse” – informi, passive, ininfluenti.
La Dichiarazione Balfour costituisce invero un ottimo esempio di
questo atteggiamento: una dichiarazione formulata da una potenza europea, su
territorio non europeo in totale disprezzo per i suoi abitanti nativi, e
che promette
la terra di Palestina al popolo ebreo disperso in Europa e nel mondo affinché
possa costruirvi una “national home”: non una patria né una nazione, ma
una “home”, una casa, un focolare domestico (Said, 1995). Acclusa al
mandato della Società delle Nazioni che al termine della prima guerra mondiale
attribuisce alla Gran Bretagna il governo della regione, la dichiarazione
provoca una forte accelerazione dell’immigrazione ebraica, suscitando tra la
popolazione araba le prime forme di opposizione nazionalista sia al
colonialismo inglese che al sionismo ebraico. Il coinvolgimento delle donne in
queste proteste è vincolato ad un legame di tipo “patrilineare” che vede le
mogli, le sorelle e le figlie partecipare a fianco degli uomini della famiglia
impegnati nella lotta nazionale. Ad esclusione di alcune associazioni
filantropiche e caritatevoli dedite alla fornitura di servizi di welfare -
attività sociale tenuta rigidamente distinta dal lavoro politico - non esistono
ancora organizzazioni tipicamente, od esclusivamente, femminili.
La nascita, lo sviluppo ideologico e
la richiesta di spazio pubblico da parte delle organizzazioni delle donne sono
direttamente proporzionali all’incidenza della politica e della violenza
britannica e sionista nel vissuto della popolazione (Peteet, 1991; Mayer,
1994a), esperienza che altresì determina un’accelerazione senza precedenti nel
processo di formazione della coscienza nazionalista palestinese.
Istituita nel 1921, l’Unione delle
Donne Palestinesi (Palestine Women’s Union, PWU) rappresenta il primo
tentativo di infondere l’attività sociale e filantropica delle donne con un
valore genuinamente politico, organizzandole contemporaneamente e
parallelamente nelle attività nazionali. La partecipazione è vincolata
all’appartenenza di classe, allorché il benessere economico libera tempo e
spazio per l’attivismo, mentre l’istruzione consente di dialogare con gli
ufficiali mandatari. Non inganni, del resto, l’organizzazione separata delle
donne, perché il sentire che le spinge ad unirsi scaturisce dall’esperienza
dell’oppressione nazionale vissuta in quanto palestinesi: uomini e donne
soggetti al dominio straniero. Il movimento delle donne - da subito laico ed
urbano - sarà profondamente allineato con gli obiettivi ed i temi nazionalisti
(Peteet, 1991).
L’aggravarsi delle conseguenze
legate all’alienazione delle terre ed al forzoso passaggio da una società araba
agricola ad una società ad economia industrializzata dominata dai sionisti,
portano nel 1929 allo scoppio di un nuovo episodio di violenza comunitaria.
Molti sono i palestinesi imprigionati e condannati a morte, molte le case
distrutte e le famiglie condannate all’estrema povertà. Ai funerali, i
“lamenti” delle donne cementano nel dolore l’unità e l’identità nazionale,
acquisendo un significato nazionalista che loro conferirà importanza e
visibilità nella lotta (Mayer, 1994d).
Quello stesso anno tra le 200 e le
300 delegate di associazioni ed organizzazioni di donne convengono a
Gerusalemme per discutere della situazione politica e sociale dando vita al
primo Congresso delle Donne Arabe di Palestina (Arab Women’s Congress of
Palestine), al termine del quale vengono approvate 3 importanti
risoluzioni: 1) la condanna della dichiarazione Balfour; 2) il sostegno al
movimento nazionale per l’indipendenza della Palestina; 3) la necessità di
sostenere l’indipendenza nel commercio e di cessare la vendita di terre ai
sionisti. Si elegge inoltre un comitato esecutivo di 14 membri, e si dà il via
all’istituzione di associazioni di donne in tutte le città palestinesi. Al
termine di una trattativa con il governatore di Gerusalemme concernente
l’opportunità e la modalità di una manifestazione pubblica, le donne infine
sfilano in un corteo di macchine fino al consolato britannico, recandosi
personalmente a presentare il proprio memorandum all’Alto Commissario della
Gran Bretagna in Palestina.
Con l’avanzata del fascismo, del
nazismo e dell’antisemitismo in Europa, le ondate migratorie ebraiche (“aliyoth”)
verso la Palestina si intensificano ulteriormente. Un decennio di proteste
relativamente pacifiche - fatto di appelli, cortei e dimostrazioni - non era
riuscito in alcun modo a modificare la politica di favoreggiamento ed
accoglienza illimitata dei nuovi arrivati sostenuta dalla potenza mandataria
britannica. Di fronte al dominio coloniale ed alla rivoluzione demografica in
atto, nell’aprile del ’36 i palestinesi danno vita ad uno sciopero nazionale
che durerà circa sei mesi, prendendo successivamente le forme di una vera e propria
lotta armata (Peteet, 1991).
In questo contesto, la
partecipazione delle donne è dettata primariamente dall’appartenenza di classe.
L’attacco alla comunità, alla terra e l’intrusione del “nemico” nello spazio
domestico, spingono le donne contadine a partecipare anche direttamente alla
lotta armata. Le attività delle donne dell’élite restano invece sostanzialmente
ausiliarie, ma assumono un nuovo significato politico: nelle campagne
forniscono assistenza medica, insegnano i rudimenti del pronto soccorso,
organizzano raccolte di fondi per assistere le famiglie o per acquistare armi e
munizioni, trasportano messaggi ed armi attraverso i check-point militari;
parallelamente, nelle città continuano le dimostrazioni, le richieste di
sostegno per il boicottaggio, e l’invio di telegrammi di protesta alle autorità
mandatarie (Peteet, 1991). L’emergenza nazionale fornisce quindi la cornice
entro la quale si verifica una prima sfida delle donne all’ordine costituito
della segregazione di genere.
Sconfitta dall’immaturità della
coscienza nazionale palestinese, ancora divisa lungo linee regionali e di
classe, la rivolta - sedata sanguinosamente - determinerà se non altro un
drastico cambiamento di rotta nella politica della Gran Bretagna: il Libro
Bianco
pubblicato nel 1939 sconfessa infatti la dichiarazione Balfour e avanza la
richiesta di portare la “questione palestinese” di fronte alla Società delle
Nazioni.
2.3 - Honour
before land : la diaspora del popolo palestinese
La conclusione della seconda guerra
mondiale - che nella Shoah incarna il terribile apice raggiunto
dall’antisemitismo - segna il punto di svolta decisivo verso la nascita dello
stato di Israele: uno “stato-rifugio”, erto a difesa dell’identità ebraica ove
questa - e solo questa - rappresenta fin dalle origini il criterio necessario e
sufficiente di attribuzione della cittadinanza israeliana. Questo progetto nazionale e
nazionalista viene accolto dalla risoluzione ONU n°181 del 29 Novembre 1947 -
il “Piano di Partizione (Partition Plan)” - allorché stabilisce in Palestina la
nascita di due stati indipendenti - l’uno ebraico e l’altro palestinese - con
Gerusalemme capitale condivisa e con uno statuto internazionale. Bisogna del
resto considerare che al momento della formulazione di suddetta risoluzione -
che assegna circa il 50% del territorio della Palestina mandataria al futuro
stato di Israele - il territorio posseduto direttamente da ebrei e dall’Agenzia
Ebraica non superava l’8% del totale del territorio; inoltre, contro ad una
popolazione stanziale di 1.200.000, gli ebrei insediatisi non raggiungevano le
600.000 unità.
Mentre la Gran Bretagna si prepara
all’evacuazione, scoppia una guerra civile tra palestinesi - che si opponevano
al piano di Partizione dell’ONU - ed ebrei. Le atrocità delle forze armate e
paramilitari ebraiche spingono centinaia di migliaia di palestinesi a fuggire,
abbandonando terre e proprietà, nel timore che le proprie donne - depositarie
dell’onore della famiglia - venissero violate dai soldati. Come vedremo
successivamente, durante la prima intifada i termini di questo rapporto
subiranno un seppur temporaneo rovesciamento: l’urgenza e la pervasività della
lotta vinceranno l’anteposizione dell’onore della famiglia rispetto a quello
nazionale e nell’emergenza la società riuscirà ad accettare la partecipazione
attiva delle donne nella resistenza.
Alla dichiarazione unilaterale di
indipendenza di Israele, il 15 maggio del 1948, i governi arabi della regione
reagiscono dichiarando guerra alla “entità sionista”, spostando il conflitto sul piano
internazionale. L’anno successivo un armistizio segnerà la nascita dello stato
di Israele su un territorio del 21% più esteso rispetto a quello previsto dal
Piano di Partizione del 1947 - che rappresenta pressappoco il 78% del
territorio della ex Palestina mandataria - e l’estensione del governo giordano
sulla Cisgiordania ed egiziano sulla Striscia di Gaza. La perdita della terra,
risorsa primaria di sussistenza, costringe gli oltre 500.000 palestinesi
fuoriusciti - i “profughi del 1948” - a ripararsi presso campi profughi
allestiti dall’UNRWA
(United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near
East; Agenzia ONU per i Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente) o
presso ramificazioni delle proprie famiglie estese nei paesi arabi circostanti.
“Al-Nakbah” (la “catastrofe”)
- così come viene ricordata nella memoria palestinese la nascita dello stato di
Israele - è un’esperienza centrale nel processo di formazione dell’identità
nazionale palestinese. “Gli Arabi della Palestina condividevano lingua,
religione, tradizioni con il resto del mondo arabo […] ma i 50 anni passati li
hanno separati dai propri fratelli e sorelle arabe che non ne hanno condiviso
il destino storico di espropriazione ed espulsione; ed i palestinesi si sono
sentiti abbandonati dagli stati arabi nel 1947, quando i governi e gli eserciti
arabi rifiutarono le richieste palestinesi di sostegno economico e militare”
(Mayer, 1994d: 64).
D’altro canto, espropriazione,
dispersione della comunità, e distruzione dell’unità della famiglia estesa non
sono ancora sufficienti per spingere la maggioranza della popolazione
all’azione politica. Invero, le difficoltà insite nella nuova situazione
riducono drasticamente il numero di donne disponibili per le attività nazionali
- assorbite dalle precarietà e dalle mille necessità di famiglie private
improvvisamente di ogni fonte di sussistenza - e portano alla temporanea
scomparsa di molte delle esistenti istituzioni socio-politiche. Nella ex
Palestina mandataria sopravvive l’Unione delle Donne Arabe Palestinesi (Palestinian
Arab Women’s Union, PAWU; prima: PWU) che cerca di far fronte ai bisogni
della popolazione rifugiata e che nonostante i numerosi ostacoli e le
restrizioni politiche incontrate, riuscirà a ramificarsi anche in Giordania,
Siria ed Egitto.
Con la creazione del Movimento di
Liberazione Nazionale Palestinese (al-Fatah) sul finire degli anni ’50, nella
coscienza del popolo palestinese - disperso e diviso lungo molteplici divisioni
territoriali, politiche e di classe - comincia a delinearsi il processo di
assunzione primaria e diretta della responsabilità della propria liberazione.
Nello specifico, si tratta in questo caso dell’organizzazione di “un piccolo
gruppo di persone istruite, della classe media che vivono nella diaspora, al di
fuori della Palestina. [D’altro canto, N.d.R.] la maggioranza dei palestinesi
semplicemente mantenne in vita i sogni delle proprie case e terre tramandandoli
alla generazione nata dopo il 1948 e nutrendo la memoria collettiva della
perdita” (Mayer, 1994d: 65). Attraverso la partecipazione alle attività di
gruppi nazionalisti arabi o comunisti si assiste ad un nuovo ingresso delle
donne nelle sfera della politica. Questo coinvolgimento mantiene il carattere
ausiliario riscontrato in precedenza, e non si pone quindi in contraddizione
rispetto agli assetti di genere consolidati (Jad, 1990).
Alla nascita dell’Organizzazione per
la Liberazione della Palestina (Palestine Liberation Organization, PLO), fa seguito l’anno successivo la
costituzione dell’Unione Generale delle Donne Palestinesi (General Union of
Palestinian Women, GUPW). Autoproclamatasi rappresentante di tutte le
donne palestinesi, la GUPW si pone come obiettivo primario la loro
mobilitazione per la causa nazionale, ma solleva anche per la prima volta le
istanze di raggiungimento dell’eguaglianza di genere nella vita sociale ed
economica. Sotto la copertura di associazioni caritatevoli, le donne della GUPW
organizzano corsi di alfabetizzazione, di cucito, di pronto soccorso, e fondano
orfanotrofi, ospedali, scuole. Ma se da un lato l’appartenenza all’OLP agevola l’accesso alle risorse nazionali
ed alle posizioni di potere - fornendo una legittimazione ufficiale per
l’attivismo delle donne e per la propria visione di genere -, dall’altro a
questo legame sottende una forte limitazione della propria autonomia e capacità
decisionale, ciò che di fatto sancisce la subalternità della questione
femminile rispetto a quella nazionale. Del resto, anche nei campi profughi - e
soprattutto in Libano - domina la tesi secondo la quale la liberazione delle
donne si sarebbe verificata solo attraverso la loro partecipazione alla lotta
nazionale. Molta attenzione viene rivolta quindi alla formazione della
coscienza nazionalista ed a progetti di tutela della salute delle madri:
“poiché avevano perso la terra sulla quale erano solite lavorare, e dato che al
di fuori delle mura domestiche erano disponibili pochi ruoli per le donne
contadine sfollate, la condizione di esilio non fece che enfatizzare i ruoli
domestici e riproduttivi [delle donne, N.d.R.] ” (Berger Gluck, 1995: 7).
L’allontanamento dalla propria terra non è solo ed in primo luogo la perdita
della “patria”, ma è innanzitutto la perdita dello spazio e delle funzioni che
ivi svolgevano: “la mancanza di spazio quindi ne colpisce negativamente la
produttività, il divertimento, le attività di socializzazione, di sicurezza e
la salute” (Abu-Ghazaleh, 1995: 81). Prima del 1948 i villaggi erano network di
persone che si conoscevano da generazioni, e questo dava alle donne forza e
sicurezza. Vivere in un campo profughi invece ne limita la libertà di
movimento: l’onore delle donne quale unica “proprietà” residua degli uomini
palestinesi, le norme comportamentali vigenti diventano ancora più restrittive,
sfiorando il fanatismo (Berger Gluck, 1995). “Le donne hanno paura a lasciare
le proprie case in caso che i soldati si impossessino dei loro bambini o delle
loro proprietà. Sentono che è più sicuro restare dentro, ciò che si aggiunge
alla loro mancanza di produttività e di attività di svago, contribuendo alla
tensione dentro la/e stanza/e affollata/e della casa. Ai bambini viene proibito
di uscire per paura dei soldati. Le ragazze - percepite come particolarmente a
rischio - ne sono colpite in modo preponderante, e vengono confinate nella casa
finché non si sia loro trovato uno sposo. Anche alle bambine viene proibito di
recarsi a scuola perché non è considerato sicuro. In base ad uno studio
recente, questa situazione sta forzando i genitori a sposare le proprie figlie
ad un’età precoce, ciò che è visto come il modo migliore per tenerle al sicuro
(Manasra, cit. in Abu-Ghazaleh, 1995: 83).
2.4 Il cementarsi dell’identità
nazionale palestinese: l’occupazione militare israeliana
L’occupazione israeliana della Cisgiordania, della Striscia di
Gaza e di Gerusalemme Est e la massiccia ondata di profughi che questa genera
(i “profughi del 1967”) segnano il passo decisivo nella formazione
dell’identità palestinese: “anche se certamente il folklore nazionale, la
lingua, la religione e le tradizioni palestinesi esistevano da generazioni
prima del 1948, l’Occupazione e l’intifada [e la paura dello sfollamento,
N.d.R.] hanno cementato nel sangue il senso di una storia comune dei
Palestinesi, e la percezione della propria differenza dal resto del mondo
arabo”(Mayer, 1994c: 66).
La sconfitta e l’ulteriore perdita
di terra ne acuiscono il senso di perdita, di espulsione e di espropriazione,
fungendo contemporaneamente da catalizzatore per l’emergere di un movimento di
resistenza genuinamente palestinese, svincolato dall’invadente e soffocante
tutela dei paesi arabi. Nel 1969 Yasser Arafat diventa presidente dell’OLP, ed
orienta la propria politica lungo due direttive: lotta armata nei Territori
occupati e “guerriglia mediatica” per portare la “questione palestinese”
all’attenzione della comunità internazionale. Tra il 1967-71 sempre più donne
partecipano a dimostrazioni, sit-in, sabotaggi. Allo stesso tempo proseguono e
si ampliano le attività delle associazioni caritatevoli femminili in
Cisgiordania, che passano dalle tradizionali funzioni di welfare, ad una
maggiore enfasi su istruzione, salute, e training professionale: tra queste, la
più nota è la Società per il Ringiovanimento della Famiglia (Family
Rejuvenation Society), sorta nel 1965 ad al-Bireh. In ogni caso, la
maggioranza delle associazioni - guidate da donne borghesi della città, lontane
anni luce dai bisogni crescenti delle aree rurali - sono ancora legate al
concetto di “relief (soccorso, assistenza)” e non di “self-help
(auto-aiuto)”, e non costituiscono una sfida all’ordine costituito
dell’ineguaglianza di genere.
La depressione economica emerge come
ulteriore fattore nell’intensificazione dei sentimenti nazionalisti tra i
palestinesi. Le politiche di espropriazione e confisca della terra ed il
controllo dell’acqua da parte del governo occupante colpiscono duramente il
sistema socioeconomico palestinese, obbligando ampi settori della popolazione
ad abbandonare il lavoro agricolo per trasformarsi in manodopera migrante verso
Israele, che - grazie alla guerra, all’espansione territoriale ed all’enorme
disponibilità di manodopera a poco prezzo - vede fiorire rapidamente la propria
economia. È qui che nasce il legame di reciproca dipendenza che unisce Israele
ed il popolo palestinese: da un lato i palestinesi si integrano nell’economia
israeliana come manodopera non o semi qualificata; dall’altro, la produzione
crescente delle compagnie israeliane trova nei Territori Occupati un mercato di
sbocco primario ed incontrastato per le proprie merci.
Il pendolarismo quotidiano forzato
cui sono costretti i lavoratori palestinesi (le leggi israeliane ne impediscono
il pernottamento in Israele), le lunghe perquisizioni in entrata ed in uscita
dai check-point militari, le confische di terra, le molestie quotidiane,
gli arresti, i coprifuochi, le punizioni collettive, le discriminazioni ed
umiliazioni quotidiane, la negazione dei diritti, l’invasione dell’alveo
privato con arresti e perquisizioni notturne: la quotidianità dell’Occupazione
costituisce il fattore chiave nella formazione della coscienza nazionale del
popolo palestinese. “Quando una comunità è sotto attacco […] i confini
domestici vengono abbattuti, rivelando il carattere illusorio della
domesticità quale ambito delle relazioni private, familiari, distanti dalle
sfere della politica formale" (Peteet, 1986: 22). Case violate dalle
perquisizioni e dalle “cacce all’uomo”; case distrutte e demolite che lasciano
intere famiglie senza tetto; case che diventano prigioni quando scatta un
coprifuoco o quando un familiare è agli arresti domiciliari: “All’involontario
dischiudersi della casa palestinese all’esercito israeliano ed alle sue
perquisizioni e violenze, anche la casa e la famiglia sono diventati agenti
nella lotta nazionale, aumentando il nazionalismo delle donne palestinesi”
(Mayer, 1994d: 76).
È proprio in questa quotidianità
governata dalla divisione sessuale tradizionale e patriarcale del lavoro che
ritroviamo le radici del diverso sentire nazionalista degli uomini e delle
donne palestinesi: mentre per i primi l’occupante è il soldato che consente -
od arbitrariamente impedisce – di raggiungere il proprio posto di lavoro in
Israele; per le donne l’Occupazione è la presenza costante dei militari nelle
strade del proprio villaggio, nelle case, nella sfera degli affetti. Anche la
sessualità diventa terreno di confronto tra occupante ed occupato: donne fino
ad allora confinate nello spazio domestico sono costrette ad incontrare uomini
- soldati - che chiedono loro le carte d’identità, che le perquisiscono, le
interrogano. “Poiché l’Occupazione ha attaccato la sfera privata, la famiglia e
la vita tradizionale sono state esposte e trasformate, ed elementi importanti
della maternità, della sessualità e delle relazioni familiari si sono traslate
nello spazio pubblico, laddove si sono realizzati i conflitti di potere con
l’occupante. Nell’invasione della sfera privata provocata dall’Occupazione, le
donne ne hanno risentito maggiormente, e quindi la loro coscienza nazionale è
stata influenzata da fattori diversi rispetto a quelli che hanno forgiato la
coscienza nazionale degli uomini” (Mayer, 1994d: 76).
2.5 La
dissoluzione del confine tra sfera privata e sfera pubblica
Nel contesto dell’occupazione la
famiglia palestinese estesa (hamula) - gerarchica, patriarcale e basata su
differenze di genere, età e classe (Abdo, 1994: 152) - ha subito
un’accelerazione del cambiamento tipico cui sono sottoposte le società
tradizionali che intraprendono il percorso della modernizzazione. La gerarchia
tradizionale è stata alterata, la famiglia palestinese si è politicizzata e
tutti i suoi membri, specialmente donne e bambini, sono entrati nella lotta
nazionale attraverso di essa.
Gli uomini, umiliati nei posti di
lavoro ed incapaci di provvedere al sostentamento della propria famiglia, sentono
di aver perduto il controllo su tutti gli aspetti della propria vita. La
rabbia, la frustrazione e le paure latenti vengono quindi dirette contro sé
stessi - introdotte per la prima volta nei Territori Occupati, le droghe si
diffondono al punto da colpire intere famiglie per tossicodipendenza - o contro
i membri più deboli della famiglia, specialmente le donne. “I soldati
israeliani vennero spesso chiamati a spezzare la violenza nella famiglia. Nella
nostra cultura la famiglia è depositaria dell’autostima e della sicurezza. È la
fonte dell’identità […]. Chiedendo ai soldati di intromettersi nella sfera
della famiglia la società stava violando un tabù fondamentale della propria
cultura, che stabilisce che questi problemi devono rimanerne all’interno. Il fatto
che l’invasore fosse anche l’occupante costituiva un’ulteriore fonte di
umiliazione” (Eyad el-Sarraj,
cit. in Sabbagh, 1998c: 175).
Per le donne quindi, all’impatto
diretto dell’occupazione si aggiunge la duplice oppressione costituita
dall’organizzazione patriarcale della società: “Mentre l’Occupazione è la fonte
della frustrazione, la cultura fornisce il canale per sfogare questa rabbia
entro la casa, e durante certe fasi politiche le donne ne diventano le vittime”
(Eyad el-Sarraj, cit. in Sabbagh, 1998c: 175). Anche se alcune donne riescono a
canalizzare positivamente la propria frustrazione attraverso l’impegno attivo
in attività politiche (soprattutto in Cisgiordania) o sociali (a Gaza), la
maggioranza non riesce a superarla e sviluppa sintomi psicosomatici.
Contemporaneamente la quotidiana assenza per lavoro degli uomini dalla
famiglia, gli arresti, le espulsioni - politiche deliberatamente mirate
all’erosione della figura paterna nel tentativo di minare alle fondamenta il
tessuto della società - portano di fatto molte donne a capo delle famiglie
estese, incaricandole di provvedere al mantenimento dei figli.
In questo contesto si assiste alla
politicizzazione del significato della “maternità”, che non significa più
soltanto riprodurre biologicamente le future generazioni di palestinesi -
assicurandone il benessere sociale, psicologico ed economico, e socializzandoli
progressivamente all’eredità culturale di una storia impregnata dall’esperienza
dell’espulsione e dell’espropriazione. Ora essere madri vuol dire anche
politicizzare i bambini ad un’età precoce, sostenerne la lotta nazionale,
difenderli dai soldati israeliani. “Diventando politicamente attive e
mantenendo invariati i propri impegni domestici, le donne palestinesi non hanno
posto una sfida fondamentale alla divisione asimmetrica del lavoro tra uomini e
donne. Il loro attivismo ha infuso il settore domestico di significati politici
ed ha intensificato le relazioni esistenti di condivisione del lavoro tra donne
di diverse generazioni e classi. […] Invero, la mobilitazione della comunità
sprovvista di ideologie e prospettive di eguaglianza di genere potrebbe
istituzionalizzare l’associazione delle donne con il settore domestico,
infondendolo ora con significati nazionali e patriottici” (Peteet, 1986: 24).
Contemporaneamente la necessità di
ottenere un reddito supplementare per il sostentamento della famiglia spinge un
numero crescente di donne ad entrare nel mondo del lavoro, solitamente
nell’ambito dell’insegnamento e dell’assistenza medica: ingresso che sempre più
spesso avviene con l’ausilio di una formazione scolastica che ne incrementa le
possibilità di impiego. In generale, le donne continuano a fornire sicurezza e
cura per la famiglia, ed in questo ricevono il benevolo riconoscimento della
società, ma ci volle molto tempo affinché venisse accettata l’idea che donne
sposate si recassero a lavorare in Israele, separandosi quotidianamente dai
propri figli: “Le donne palestinesi incominciarono sempre più a farsi carico
della definizione del proprio ruolo come membri produttivi della società
palestinese sotto occupazione, sviluppando strade attraverso le quali avrebbero
potuto contribuire alla lotta contro il dominio israeliano”(Dajani, 1994b: 38).
2.6
Liberazione nazionale e liberazione di genere: la nascita dei Comitati delle
donne
Con la nascita dei Comitati delle
Donne (Women’s Committees, in arabo: utor) sul finire degli anni
’70, si assiste ad un cambiamento radicale nell’esperienza e nelle modalità di
organizzazione delle donne. I comitati nascono su iniziativa di un gruppo di
giovani donne istruite e progressiste convinte che solo attraverso il
rafforzamento del ruolo della donna nella lotta nazionale si sarebbe potuto
dispiegare appieno il suo potenziale nella società.
Evitando l’approccio primariamente
od intenzionalmente politico, le attiviste dei comitati si avvicinano
alle donne lavoratrici e contadine nella loro quotidianità, cercando di
coinvolgerle direttamente anche nella gestione e direzione delle sezioni dei
comitati nelle proprie comunità. In questo modo, innescano un processo che
porta al passaggio da un movimento elitario, legato alle classi medio-alte, ad
un movimento popolare infuso di una nuova coscienza di classe. Secondo Peteet
(1991), la mobilitazione delle donne deve essere realizzata per stadi,
superando gradualmente le inibizioni imposte dalla famiglia, dalla comunità,
dalla religione e dalla legge, senza offendere i settori conservatori della
società e conquistando nel medesimo tempo una maggiore fiducia e stima in sé
stesse. Il coinvolgimento nelle attività del comitato - che si scontra sia con
le convenzioni culturali sia con il peso dei doveri domestici che limitano
nello spazio e nel tempo le possibilità di partecipazione delle donne - inizia
generalmente con una visita personale da parte di membri del comitato o
attraverso la fornitura di “servizi”: corsi di alfabetizzazione, asili nido,
servizi sanitari di base, etc. Grazie alla scelta di organizzare solo donne, e
dato che le proprie attività non sono percepite come una sfida alla
segregazione sessuale della società, il comitato riesce ad entrare anche nelle
aree più tradizionali. Generalmente le donne più facili da coinvolgere sono
ragazze nubili, sotto i 25 anni, ma nella maggioranza dei casi il matrimonio -
evento fondamentale nella vita delle donne - le spinge a rientrare nei ruoli
prestabiliti. Proprio per questo motivo la mobilitazione non arreca sostanziali
cambiamenti alla divisione sessuale del lavoro, laddove la domesticità viene
semplicemente infusa di un valore politico e messa al servizio del movimento
nazionale.
I Comitati di Lavoro delle Donne (Women’s
Work Committees, WWC) nascono in Cisgiordania nel 1978 su iniziativa di
alcune giovani attiviste amareggiate dalla farsa delle elezioni municipali del
1976.
Dai risultati di due interviste condotte a Ramallah e al-Bireh, esse scoprono
che moltissime donne non residenti nei centri urbani erano “analfabete, oberate
di lavoro, povere, economicamente dipendenti dagli uomini, inconsapevoli dei
propri diritti legali e completamente assorbite nell’ambito privato della casa,
della cucina, delle pulizie e dei bambini. Il loro fardello era troppo grande
per consentirne l’immediata mobilitazione per attività politiche” (Strum, 1992:
62). Da qui, l’esigenza di “conoscere ed unirsi alle persone reali, la
maggioranza rurale” (Giacaman R., cit. in Strum, 1992: 63): circa il 70% della
popolazione. Il miglioramento dello status politico, economico, sociale e
culturale delle donne diventa la base di una piattaforma che si pone come
obiettivo la liberazione delle donne da ogni sfruttamento, collegando
l’ineguaglianza di genere alle altre forme di sfruttamento, e la liberazione
delle donne alla liberazione nazionale.
Nel corso degli anni ’80 le
differenti posizioni tattiche presenti all’interno dell’OLP rispetto alla
politica nazionale si riversano sul WWC e ne provocano la scissione in quattro
comitati differenti. Sarà proprio questa precisa connotazione politica
dei comitati ad impedire la partecipazione della maggioranza delle donne, che
incontrano l’opposizione della propria famiglia - uno dei motivi che spiega la
(relativamente)
bassa partecipazione nei comitati prima dell’intifada.
Il WWC diventa esplicitamente
affiliato con il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (Democratic
Front for the Liberation of Palestine, DFLP) e cambia il proprio nome in
Federazione Palestinese dei Comitati di Azione delle Donne, (Palestinian
Federation of Women’s Action Committees, PFWAC). La relazione tra
liberazione delle donne e liberazione nazionale è sintetizzata nel seguente
passaggio tratto dal loro programma: la “liberazione della donna palestinese è
legata alla lotta generale per l’indipendenza politica ed il conseguimento dei
diritti legittimi del popolo palestinese […] Questa è una condizione necessaria
per il successivo passaggio alla soluzione radicale del problema delle donne
attraverso stadi di lotta indirizzati alla creazione di una società fondata
sull’eguaglianza”.
L’Unione dei Comitati delle Donne
Lavoratrici Palestinesi (Union of Palestinian Working Women's Commitees,
UPWWC) affiliata con il Partito Comunista Palestinese, muove la propria analisi
dalla triplice oppressione vissuta dalle donne - oppresse in quanto palestinesi
sotto occupazione militare, in quanto donne in una società patriarcale, ed in
quanto lavoratrici salariate. Secondo l’UPWWC la lotta per l’eguaglianza di
genere non deve essere subordinata al raggiungimento degli obiettivi nazionali:
“nella nostra lotta nei Territori Occupati, la UPWWC considera la liberazione
delle donne come parte integrante della lotta per la liberazione nazionale.
Nella nostra visione, le organizzazioni delle donne sono un agente progressivo
di cambiamento nei Territori Occupati”.
L’Unione dei Comitati delle Donne
Palestinesi (Union of Palestinian Women's Committees, UPWC), affiliata
con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Popular Front for
the Liberation of Palestine, PFLP), pone grande enfasi nei discorsi
ufficiali sulla necessità di organizzare donne lavoratrici: “l’oppressione
sociale, politica e di classe subita dalle donne nei Territori Occupati ha reso
necessario per la UPWC elevare lo status sociale delle donne palestinesi nelle
città, nei villaggi e nei campi profughi”.
Infine, il Comitato delle Donne per
il Lavoro Sociale (Women's Committees for Social Work, WCSW) - politicamente
più flessibile degli altri tre comitati, che dichiarano di aderire
all’ideologia marxista-leninista - riflette la posizione di al-Fatah nel
movimento nazionale: incoraggia le donne ad unirsi agli uomini nella lotta
nazionale, mentre organizza attività somiglianti più che altro a quelle di una
società caritatevole, e si concentra nella distribuzione di medicine e vestiti
ai poveri.
Nella lotta per il riconoscimento
del diritto al lavoro, all’istruzione, ed all’equa rappresentazione nei processi
politici di decision-making, i comitati hanno sfidato le tradizioni e le
convenzioni che proibiscono alle donne l’attiva partecipazione alla vita
pubblica. Affinché ciò fosse possibile, hanno operato su tre livelli differenti
(Kuttab, 1993: 75):
a livello nazionale hanno cercato di
elevare la coscienza politica delle donne organizzando letture e gruppi di
lavoro, coinvolgendole contemporaneamente in modo attivo nella lotta nazionale
con marce, dimostrazioni e sit-in per commemorare eventi nazionali e politici;
a livello sociale e culturale hanno
incoraggiato progetti che trasmettessero e perpetuassero l’eredità culturale
palestinese; inoltre hanno organizzato corsi di alfabetizzazione, di istruzione
sanitaria e di formazione professionale insieme a centri sanitari e di
assistenza all’infanzia sia per innalzare lo standard di vita delle famiglie,
sia per aiutare le donne lavoratrici;
a livello economico hanno lottato
insieme ai sindacati per migliorare le condizioni di lavoro ed hanno creato
progetti generatori di reddito per le donne.
“Incoraggiare le donne a farla
finita con una vita dipendente è possibile solo procurando alternative; così i
comitati delle donne tentano di complementare le proprie attività le une con le
altre: l’assistenza per la cura dei bambini consente alle donne di uscire dalle
mura domestiche per frequentare percorsi di valorizzazione personale; le
lezioni di cucito possono fornire alle donne le abilità basilari per lavorare
all’esterno; e l’istruzione sanitaria le aiuta nella capacità di fare
affidamento su sé stesse” (Hiltermann, 1991: 149).
2.7 Il caso
del DFLP: il Fronte delle Donne
Affiliato con il DFLP ma rimastone
relativamente indipendente, le ragioni del successo del PFWAC risiedono nella
sua praticità, flessibilità, e nell’attenzione incentrata sui bisogni
quotidiani delle donne. “Le donne devono assumersi la responsabilità di
organizzarsi da sole. Noi non lo faremo per loro. Devono trovare tra loro una
donna che sappia già leggere, cucire od usare una macchina per la maglieria
abbastanza bene, e persuaderla ad insegnare alle altre. Noi forniremo loro i
libri o le macchine per cucire […]. In cambio, esse devono diffondersi ed
insegnare alle altre donne” (Zahira Kamal, cit. in Hasso, 1998: 446). La natura
di genere di molte di queste abilità e servizi si spiega con l’impegno del
comitato a fornire programmi legati alle richieste, al materiale ed alle
abilità locali.
Le donne attive nel Fronte
Democratico Popolare della Palestina sono molte, sia nella leadership che nella
base, ciò che ha procurato loro la dicitura – intesa in senso dispregiativo –
di “Fronte delle Donne (Women’s Front)”. Hasso (1998) individua due
motivazioni fondamentali che spiegano quella che non è una semplice
coincidenza, ma il risultato di precise scelte realizzate dalla dirigenza:
la strategia di mobilitazione
popolare antimilitarista adottata dal partito è vincolata alla “costruzione di
un’infrastruttura di membri sostenitori ed attivi che dipende dalla
socializzazione e dal coinvolgimento nella vita quotidiana, tipicamente
l’ambito delle donne. Inoltre, i progetti militaristi per definizione escludono
la maggioranza delle donne perché il rischio sociale associato a tale attività
è normalmente più alto per loro che per gli uomini, dato che un attacco al
corpo della donna è spesso visto come una violazione sia dei codici di onore,
sia dell’integrità nazionale” (Hasso, 1998: 454)
l’utilizzo dell’immagine della donna
quale perno di una strategia comunicativa verso l’esterno, laddove la piena partecipazione
della donna nella sfera politica viene mostrata come “prova” di civiltà e/o
modernità, allo scopo di legittimare la causa palestinese al cospetto
dell’opinione pubblica internazionale. Secondo Rosemary Ridd (cit. in Hasso,
1998: 454), durante i conflitti internazionali una società può utilizzare
simbolicamente la partecipazione delle donne “per rappresentare al mondo
esterno la propria determinazione in una lotta pervasiva dove “anche” le donne
ed i bambini svolgono la propria parte”, giustapponendo alla massima potenza
“le nozioni apparentemente conflittuali della donna protetta e della donna
militante”.
La necessità di
dimostrarsi “all’altezza della civilizzazione e modernità richiesta” spingono
il PFWAC e le altre organizzazioni di donne ad evitare di discutere tematiche
di genere interne (il patriarcato, il controllo della sessualità delle donne,
la religione, i matrimoni forzati, ecc.) davanti a platee internazionali - come
invece richiedevano le donne occidentali, che spesso hanno accusato le donne
del “Terzo Mondo” di “distrarre” il movimento portandolo su istanze “non
femministe” quali la liberazione nazionale, il commercio, lo sviluppo economico
internazionale diseguale. Criticare la propria società davanti al mondo spesso
appariva come una legittimazione culturale delle ineguaglianze politiche ed
economiche che essa si trovava a subire: talora riaffiora, anche nei modi e
nelle forme più inaspettate, la concezione positivista della civilizzazione per
stadi, nella quale la “missione civilizzatrice” dell’Occidente riveste un ruolo
imprescindibile e fondamentalmente “progressivo”. Nel caso palestinese, questo
può arrivare a non condannare l’occupazione israeliana, ed a svalorizzare il
diritto all’autodeterminazione palestinese: perciò di fronte alle platee
internazionali le organizzazioni delle donne tendono a conferire priorità alle
istanze nazionali in quanto “palestinesi sotto occupazione”, assumendo le
tematiche di genere come una questione privata, da affrontare all’interno della
propria società.
2.8
Conclusioni
Il nuovo movimento delle donne nato
alla fine degli anni ’70 - del quale vedremo l’evoluzione nel prossimo capitolo
- rappresenta un cambiamento drastico rispetto alle prime forme di attivismo
delle donne: il passaggio da un movimento di ceto medio-alto ad un movimento
popolare dotato di una coscienza di classe ha determinato nuove priorità,
obiettivi e strategie che ora sono prioritariamente dirette al coinvolgimento
attivo delle donne dei villaggi e dei campi profughi. Secondo Zahira Kamal
(1998: 83) i comitati - la spina dorsale del nuovo movimento delle donne -
differiscono sostanzialmente e sotto molteplici aspetti dalle organizzazioni
filantropiche che li avevano preceduti: 1) i programmi uniscono la liberazione
nazionale e la fine dell’occupazione all’eguaglianza di genere, in questo modo
consentendo la mobilitazione e l’organizzazione di massa delle donne; 2) le
strutture capillari di cui si dotano sono in grado di raggiungere ogni città,
villaggio, campo profughi, mentre nel medesimo tempo sviluppano
un’organizzazione nazionale che partecipa a momenti di confronto pubblico con
altri movimenti politici; 3) mantengono un’atmosfera democratica che facilita
la partecipazione attiva delle donne provenienti da ogni settore sociale; 4)
sostengono una genuina coscienza dell’importanza e della necessità di un
movimento femminista; e 5) dedicano maggiore attenzione alla diffusione di
informazioni sui problemi delle donne legati alla salute, al matrimonio,
allo status legale, alla maternità, al lavoro.
Secondo Strum (1992: 67),
“l’obiettivo dei comitati prima dell’intifada era portare le donne ad un
livello di autonomia che avrebbe loro permesso di contribuire in prima persona
alla lotta per la liberazione nazionale. Il coinvolgimento nei comitati era
l’equivalente del coinvolgimento nel movimento di liberazione nazionale. Anche
se nella cornice concettuale dei comitati figurava la subordinazione delle
donne, la loro pratica si basava su un processo a due stadi che posticipava la
liberazione di genere a quella nazionale. Questo ha loro impedito di sfidare
sia il controllo degli uomini sulla vita politica, economica e sociale, sia il
mantenimento della divisione di genere all’interno della famiglia. Si sono
quindi indirizzate verso specifiche “problematiche femminili” - la cura dei
bambini, l’analfabetismo femminile, i diritti legali delle donne - piuttosto
che verso problemi più fondamentali relativi al ruolo della donna ed alle
relazioni economiche tra uomini e donne”.
Anche se la resistenza contro
l’occupazione resta la priorità assoluta, per la prima volta le donne
palestinesi cominciano ad esaminare gli effetti della situazione politica sulla
loro vita di donne, gettando le basi per le future discussioni concernenti la
relazione tra istanze nazionali ed istanze di eguaglianza di genere. Assieme ai
sindacati ed alle altre organizzazioni popolari, i comitati hanno costruito nel
tempo un efficace contrappeso istituzionale all’occupazione militare - che come
vedremo, sarà la chiave della durata e della sostenibilità dell’intifada -
avviando un lungo processo di cambiamento dello status delle donne nella
società palestinese: un cambiamento indirizzato sia verso il raggiungimento
dell’indipendenza economica, sia verso l’acquisizione di una nuova coscienza
dei propri diritti in quanto donne e cittadine.
Capitolo 3
La prima Intifada
3.1 Gli anni ’70-80: la costruzione
dell’infrastruttura istituzionale di resistenza
Gli anni ’70 segnano lo spartiacque
nella storia della resistenza del popolo palestinese. Il convergere tra il boom
demografico della popolazione sotto occupazione, le scarse opportunità di impiego
rappresentate dal lavoro migrante in Israele e le crescenti aspettative di una
generazione appena diplomata dalle neonate istituzioni scolastiche ed
accademiche palestinesi fungono da catalizzatore per una nuova radicalizzazione
sociale, di massa e popolare.
Hiltermann (1991: 10) individua tre
stadi nel passaggio dalla coscienza individuale all’azione collettiva:
la fase iniziale consiste del
superamento individuale del limite rappresentato dalla dipendenza dagli altri,
“perché questo modellerà il senso di ciò che è possibile”. Nel caso delle donne
palestinesi, la necessità economica che le spinge nel mercato del lavoro le
porta a superare le restrizioni tradizionali che le vogliono confinate nella
sfera privata, trasformandone nel contempo la percezione del proprio ruolo:
saranno queste donne ad essere reclutate nei comitati sorti a partire dalla
fine degli anni ’70;
successivamente è necessaria una
leadership organica che informi il passaggio dall’esperienza individuale
dell’oppressione, ad una percezione di gruppo condivisa e strutturata in un’ideologia
coerente. Mentre forniscono servizi concreti ai propri membri, le leadership
locali dei lavoratori migranti, degli studenti, delle donne lavoratrici, etc.,
contestualizzano le esperienze individuali dell’oppressione nel quadro
dell’occupazione militare che opprime l’intera società e di una lotta nazionale
e nazionalista nella quale inserire il programma della propria organizzazione;
i successi a livello internazionale dell’OLP fungono da collante ideologico
che suggella il passaggio dalla coscienza settoriale, di gruppo, ad una
percezione collettiva: dall’obiettivo comune della liberazione nazionale
scaturisce un’alleanza sociale che congela la stratificazione e la complessità
sociale. Nel tentativo di “superare l’illusione che la situazione presente sia
giusta, permanente ed inevitabile” (Hiltermann, 1991: 13), studenti, donne,
sindacati, comitati di soccorso medico organizzano asili nido, corsi di
alfabetizzazione per adulti, puliscono le strade ed i cimiteri, aiutano nella
riparazione delle case (Mishal e Aharoni, 1994: 5), concorrendo alla
costruzione di una “infrastruttura [sociale, economica, politica: N.d.R.]
istituzionale di resistenza all’occupazione militare israeliana” (Hiltermann,
1991: 13), diretta a soppiantare il potere costituito dell’occupante.
Quando nel dicembre del 1987 la
scintilla scoppia a Gaza,
gli “attivisti furono in grado di capitalizzare l’esperienza e la credibilità
accumulate agli occhi delle masse e di utilizzare le proprie organizzazioni,
compresi i sindacati ed i comitati delle donne, per mobilitare ulteriormente la
popolazione e guidare l’insurrezione” (Hiltermann, 1991: 175). “L’Intifada […]
portò con sé un senso di euforia. Per la prima volta dall’inizio
dell’occupazione le persone sentirono che potevano modellare il corso della
storia e controllare il proprio destino” (dr. Eyad el-Sarraj, cit. in Sabbagh,
1998c: 176). In brevissimo tempo la società civile riesce ad organizzarsi
autonomamente in forme di resistenza fino ad allora trascurate dal movimento di
liberazione nazionale palestinese - che aveva invece prediletto l’azione
militare e quella politico-diplomatica - esprimendo un grado di determinazione
popolare e di solidarietà senza precedenti nella storia palestinese (Dajani,
1994b: 42).
Catalizzatori della rivolta furono
gli abitanti dei campi profughi e dei villaggi. Il carattere di classe assunto
nelle fasi iniziali della mobilitazione si riflette anche nella partecipazione
delle donne: mentre nelle città le donne del ceto medio-alto continuano a
centrarsi su attività caritatevoli e di sollievo, nei villaggi e nei campi
profughi esse partecipano attivamente alle dimostrazioni ed alle proteste:
“Queste donne spesso affrontavano gli occupanti in reazione a scontri od a
molestie dirette contro la propria famiglia, i conoscenti, o la comunità. In un
certo senso, le donne rappresentano la linea del fronte che si confronta
quotidianamente con l’occupante” (Kuttab, 1993: 73).
3.2
L’estensione della maternità alla sfera pubblica ed il ruolo dei Women’s
Committees
L’ampiezza della partecipazione
delle donne alla lotta contro l’occupazione israeliana mostra l’intensità del
coinvolgimento e delle spinte di rinnovamento che attraversano la società
palestinese (Dajani, 1994b). È nel contesto dell’emergenza nazionale che per le
donne si verifica la possibilità di uscire dalle mura domestiche per sostenere
attivamente la causa nazionale (Hiltermann, 1991) contribuendo visibilmente
alla difesa della propria comunità. D’altronde, la peculiare ciclicità della
loro mobilitazione le porta a ritrarsi dallo spazio pubblico non appena
superata la crisi che, nel contempo, paralizza molti dei programmi sociali e politici
loro indirizzati, limitando ulteriormente le potenzialità di cambiamento.
Mentre l’emergenza spinge le donne
sulla linea del fronte, la responsabilità di provvedere al sostentamento delle
proprie famiglie impedisce alla maggioranza degli uomini della vecchia
generazione - che in larga misura lavoravano in Israele - di partecipare alla
resistenza. “Le donne dimostrarono nelle strade sfidando l’occupazione e le
norme tradizionali. Salvarono ripetutamente i propri bambini dagli artigli dei
soldati e trovarono i mezzi per sostentare le proprie famiglie durante i
coprifuochi. Esse sono divenute il pilastro della famiglia. Ora i bambini
dell’intifada guardano alle proprie madri come modelli da imitare, e le donne
hanno dimostrato la loro capacità innata di negoziare tra i soldati ed i
giovani, tra i giovani ed i loro padri”(Eyad el-Sarraj, cit. in Sabbagh, 1998c:
178). La diminuzione dell’autorità della figura paterna - risultato di una
politica deliberatamente volta a minare la stabilità della famiglia e della
società - subisce una profonda accelerazione durante la rivolta: i giovani
perdono rispetto per i propri padri che non partecipano alla lotta e che
vengono umiliati dai soldati. “L’apice si raggiunse quando la partecipazione
degli uomini alle dimostrazioni od alle marce in assenza delle donne cominciò a
farsi pericolosa” (Jad, 1990: 266). Dall’inizio fu chiaro quindi, che i giovani
e le donne sarebbero stati protagonisti della resistenza.
La massiccia partecipazione di donne
di ogni età e settore sociale cui si assiste durante i primi tre mesi della
rivolta - caratterizzati da mobilitazioni nazionali di massa ampiamente
spontanee - scaturisce dall’esperienza e dalla legittimazione sociale
accumulate dai comitati durante la loro decennale storia di attivismo ed
organizzazione delle donne palestinesi, ed è stata essenziale nel rafforzamento
del carattere popolare dell’intifada (Augustin, 1993: 23). “Durante
l’Occupazione e soprattutto durante l’Intifada, le donne palestinesi sono state
una forza decisiva per la creazione di strutture “alternative” nella comunità
palestinese. [...] Furono queste strutture che a loro volta contribuirono a
sviluppare la capacità dei palestinesi di controllare e resistere agli abusi
dello stato coloniale israeliano nei Territori Occupati. [...] Tali strutture
della società civile sono fondamentalmente sinonimi di “centri di gravità” sia
tra i resistenti (in questo caso, i palestinesi) che tra gli occupanti (cioè,
Israele). Per i palestinesi, questi centri di gravità denotano le vere
fondamenta della propria unità e resistenza all’occupazione. La loro forza si
basa sull’esistenza di network sociali efficienti cui ricorrere ai fini del
sostegno e della sussistenza” (Dajani, 1994a: 15).
Per i comitati appartenenti alla
sinistra palestinese (PFWAC, UPWWC, UPWC) - che insieme ad un considerevole
aumento delle attiviste si trovano a dover affrontare la sfida rappresentata da
un drastico aumento quantitativo e qualitativo delle attività da svolgere - le
crescenti esigenze dettate dall’ampiezza della partecipazione popolare portano
ad una riorganizzazione strutturale, basata sulla responsabilizzazione dei
comitati locali e sulla decentralizzazione della capacità decisionale: riforme
che progressivamente determinano un coinvolgimento a sfere sempre più elevate
di donne che non avevano ricevuto formazione universitaria, né erano di origine
borghese (Augustin, 1993: 24). Contemporaneamente, le considerazioni partitiche
che prima dell’intifada presiedevano alle strategie di mobilitazione - quando i
servizi prestati dal comitato erano veicolo di trasmissione di una particolare
ideologia politica - vengono abbandonate.
La portata della mobilitazione
popolare e della (s)proporzionale repressione israeliana, unite alla coscienza
di trovarsi di fronte ad uno sforzo prolungato, spingono gli insorti ad
organizzarsi. Sono i comitati delle donne a fornire il modello per la creazione
di comitati popolari che localmente si incaricano di rispondere alle esigenze
quotidiane della popolazione, al punto che agli inizi della rivolta “il lavoro
dei comitati delle donne e dei comitati popolari divenne indistinguibile”
(Hiltermann, 1991: 194; Sharoni, 1995: 73). I comitati agricoli, di stoccaggio
del cibo, sanitari, scolastici, di difesa che sorgono in ogni villaggio, in
ogni quartiere, fungono da meccanismo di mobilitazione e preservazione della
comunità (Sharoni, 1995) e riescono a sopravvivere alla messa al bando
decretata da Israele nell’estate del 1988 (Salibi, 1993).
Nella nuova gestione dell’economia
di sussistenza palestinese, le donne si sono rese protagoniste della creazione
di progetti generatori di reddito e di piccole cooperative sorte in risposta
all’appello al boicottaggio dei prodotti israeliani ed all’aumento della
produzione locale e domestica lanciato dal Comando Nazionale Unificato
dell’Intifada
(Unified National Leadership of the Uprising, UNLU) all’inizio del 1988.
Ogni cooperativa si specializza nella produzione di un prodotto relativamente
semplice (succhi di frutta, marmellate, merci in scatola, ed anche vestiti,
ricami), mentre la vendita avviene mediante gli uffici del comitato o
attraverso mercanti che in esso si identificano. La flessibilità dell’orario di
lavoro e la struttura egalitaria agevolano la partecipazione delle donne.
Se per i comitati a sfondo
socialista le cooperative sono un mezzo per liberare socialmente ed
economicamente le donne, per il WCSW - legato ad al-Fatah - si tratta
fondamentalmente di una forma di volontariato: il comitato fornisce il
materiale e spiega cosa fare; le donne lavorano in casa e successivamente è il
comitato stesso che vende il prodotto, decidendone la destinazione del ricavato
(Augustin, 1993). A prescindere dal simbolismo nazionale di questi progetti -
prodotti palestinesi contro prodotti israeliani - il ritorno economico non è
tale da stimolare le donne a ricoprire un ruolo più attivo e visibile nella
vita della propria comunità (Hiltermann, 1991). Invero, il numero delle
cooperative rimane limitato. Più frequentemente le donne lavorano in casa,
isolandosi ulteriormente dal mondo esterno e caricandosi di lavori domestici
aggiuntivi (Abdo, 1994). “Anche se queste attività rivoluzionarono l’economia
della famiglia estesa trasformandola in uno strumento politico per esercitare
la capacità di mantenersi tenaci ed inflessibili [di fronte alla repressione, N.d.R.], il
ruolo tradizionale delle donne e la divisione tradizionale del lavoro non ne
furono toccati. Inoltre queste attività si trasformano in un fardello ed in una
responsabilità aggiuntiva per le donne e ne mantennero persino la dipendenza
economica dalla famiglia dato che i comitati delle donne non trasformarono
questo lavoro in impiego salariato. Quindi le donne non ricoprirono un ruolo
attivo nell’economia nazionale, restando marginali” (Kuttab, 1993: 76). La
stessa valutazione dell’esperienza delle cooperative ci viene data da Jad
(1990: 263): “Creare una cooperativa di produzione di donne nelle campagne non
porta automaticamente a cambiamenti nella divisione del lavoro di genere, e
neanche ad una rivalutazione positiva del lavoro delle donne da parte degli
uomini”.
Mentre da un lato la clandestinità
fa riaffiorare le appartenenze partitiche, l’esigenza di unire il movimento
delle donne intorno alle istanze sociali ed agli obiettivi della lotta popolare
nazionale suscita nei comitati l’urgenza di “trasformare la propria
infrastruttura di resistenza all’occupazione israeliana alla luce del proprio
possibile ruolo da ricoprirsi nel futuro stato palestinese” (Augustin, 1993: 27). La necessità di
istituire un organismo di coordinamento proviene quindi sia da considerazioni
interne al movimento, sia dalle sollecitazioni di alcune organizzazioni
internazionali - soprattutto ONG femministe, in particolare delle neonate
organizzazioni pacifiste delle donne israeliane, analogamente in procinto di
coordinarsi in un network
(Augustin, 1993: 27). All’inizio del 1989 nasce l'Alto Consiglio delle Donne (Higher
Women's Council, HCW poi: Unified Women’s Council, Consiglio
Unificato delle Donne) ma da questo organismo non scaturisce l’unificazione
formale dei quattro comitati, che resteranno invece vincolati e/o subordinati
alle decisioni prese dalla leadership (maschile) dei partiti politici di
affiliazione. Questa incapacità di svincolarsi dall’invadente tutela dei propri
partiti impedì alle donne indipendenti di partecipare al Consiglio,
contraddicendone l’autenticità della propria pretesa di rappresentare la
maggioranza delle donne palestinesi che - invero - non apparteneva ad alcun
partito.
3.3 Land before honour: donne
e uomini contro l’occupazione
Come accennato nel secondo capitolo,
durante la prima intifada si assiste ad un ribaltamento sostanziale - anche se
temporaneo - nella gerarchia di valori vigente all’interno della società
palestinese. Abbiamo già visto quanto la difesa dell’onore delle donne della
propria famiglia sia stato un fattore determinante nell’esodo palestinese
provocato dalla guerra del 1947-48 - uno per tutti, il massacro di Deyr Yasin,
villaggio palestinese non belligerante attaccato dall’Irgun e dalla Banda Stern dove “giovani ragazze e donne furono
stuprate e macellate; donne incinta furono trovate sventrate” (Peteet, 1991:
59). Con l’intifada, il concetto ed il significato di “onore” subiscono una
profonda trasformazione, che si riflette in un superamento della soglia di
accettabilità del comportamento delle donne.
Nelle cultura araba la famiglia
tradizionale è considerata un’unione al centro di attività economiche e
sociali, basata sulla cooperazione e sulla dedizione di ciascuno dei propri
membri, organizzati in una struttura gerarchica informata dal sesso e dall’età
dell’individuo. L’onore della famiglia è legato alla sessualità della donna,
che deve essere controllata e protetta dall’uomo - a lei superiore a livello
fisico, mentale e sociale. La preservazione della virtù femminile è ciò che
dirige ed influenza le reazioni sociali verso ogni comportamento delle (o
contro le) donne (Shalhoub Kevorkian, 1999). Questa subordinazione è stata
tradotta in codici legali e culturali: infrangere le norme di controllo sociale
e sessuale che presiedono alla propria esistenza può in ultima istanza costare
alla donna la propria stessa vita (Shalhoub Kevorkian, 1993), così come
dimostrano i numerosi casi di donne uccise dai propri parenti maschi perché
avevano arrecato “vergogna” alla propria famiglia e/o comunità. “La verginità di una donna è proprietà
degli uomini che la circondano: inizialmente è del padre, più tardi è un dono
per il marito, una dote virtuale al momento del matrimonio. In questo contesto,
l’onore (‘ard) della donna è una merce custodita da un network di membri
della famiglia e della comunità. Esternamente questo avviene attraverso il
controllo del comportamento e del codice di abbigliamento della donna;
internamente, mantenendone l’imene intatto” (Ruggi, 1998: 13). Una donna
“contaminata” da stupro o da abuso sessuale viene isolata, ostracizzata, se non
uccisa dalla propria famiglia (Strum, 1998), a prescindere dall’appartenenza
etnica o nazionale dell’offensore: “il valore culturale che la società
palestinese attribuisce alla purezza delle donne, alla verginità, ed all’onore
della famiglia, incrementa la fragilità e la vulnerabilità femminile e consente
al sistema patriarcale di opprimere ulteriormente le donne” (Shalhoub
Kevorkian, 1993: 167).
In una situazione di guerra, la
minaccia di violenze sessuali si trasforma in arma politica: in riferimento
all’esperienza delle donne palestinesi dei campi profughi del Libano, Julie
Peteet (1991: 37) afferma che a partire dalla guerra civile in Libano, le donne
ed i bambini palestinesi sono divenuti un preciso target della violenza
israeliana sia per seminare il panico nella comunità - provocando un esodo
della popolazione verso i paesi arabi confinanti - sia per demoralizzare gli
uomini, lontani dalle famiglie in quanto recatisi sul fronte di guerra. I
risultati di uno studio sulla psicologia delle adolescenti palestinesi
residenti nei campi profughi rivelano che la paura più frequentemente
menzionata è quella di “Iskat”, ovvero il timore di essere “drogate,
imbavagliate, assalite fisicamente e stuprate da soldati [israeliani, N.d.R.]
che tentano di infangarne l’onore, spezzarne la determinazione politica ed
ottenere informazioni sulle attività di genitori ed amici” (Shalhoub Kevorkian,
1993: 173). La violazione dell’integrità personale per mano di un nemico che
sfrutta i codici culturali tradizionali per i propri propositi politici - come
ad esempio l’arresto e la tenuta in ostaggio di donne parenti di un ricercato
per spingerlo a consegnarsi - costituisce una seria minaccia al benessere
psicofisico delle adolescenti, che si sentono trasformate in oggetti sessuali.
La partecipazione di massa delle
donne alla rivolta provoca un aumento drammatico delle detenute nelle carceri
israeliane. Mentre i casi di stupro durante gli interrogatori sono
relativamente pochi, minacce, insulti e molestie a sfondo sessuale sono
riportate frequentemente. La sessualità delle donne è spesso portata al centro
dell’interrogatorio, ad esempio “accusandole di essere prostitute o di essere
incinta al momento dell’incarcerazione, per spingere le famiglie a
disconoscerle” (Mayer, 1994d: 79). In un rapporto del 1990, l’Organizzazione
delle Donne per i Prigionieri Politici (Women’s Organization for Political
Prisoners, WOFPP)
riporta sia delle diffuse accuse di molestie sessuali, percosse e torture
aventi avuto luogo durante gli interrogatori delle donne palestinesi detenute
di “sicurezza”, sia dei metodi con i quali sono state loro estorte confessioni
e dichiarazioni, comparandolo ai metodi impiegati dalle stesse forze di
sicurezza durante gli interrogatori di detenute ebree israeliane (Thornhill,
1993: 186). Mentre con le donne palestinesi gli inquisitori impiegano prevalentemente
il potere “persuasivo” della violenza e dell’abuso fisico, con le donne
israeliane essi puntano invece sulla manipolazione psicologica. Una delle
tattiche adottate era il “tranello del senso di colpa (guilt-tripping)”
politico: “La prima volta fui interrogata nel mezzo della notte da un uomo che
mi urlava dell’Olocausto, dicendomi che io ed i miei amici eravamo dei
“traditori”” (Ronnie Ben Efrat, cit. in Thornhill, 1993: 201).
Ma è proprio di fronte a questa
crisi nazionale, che richiede la partecipazione di tutti e di ciascuno, che la
società supera temporaneamente i canoni di comportamento e di controllo sociale
concernenti le donne. “Sempre più spesso la preservazione dell’onore nazionale
viene anteposta al mantenimento dell’onore personale, ovvero, dell’integrità
sessuale delle donne. Le donne che subiscono molestie sessuali non ne sono più
ritenute responsabili se l’aggressore è un soldato nemico, un inquisitore od un
collaborazionista” (WOFPP, 1993: 188). La minaccia dello stupro politico non costituisce
un deterrente sufficiente a limitare la partecipazione delle donne, come
dimostra la reazione positiva della società al reinserimento delle ex detenute.
Invero, per le donne l’esperienza del carcere ha una funzione “formativa”, e
costituisce un rito di iniziazione che segna il passaggio dal ruolo domestico -
corrispondente allo stadio “infantile” - a quello nazionale, corrispondente
alla fase “adulta” (Sayigh, 1981) caratterizzato da un più alto grado di
determinazione e “sentire” nazionalista (Mayer, 1994d).
D’altronde, questi cambiamenti non
riescono a raggiungere la sfera culturale, laddove le donne figurano ancora
prevalentemente come le madri coraggiose che sostengono a livello emotivo gli
eroi - uomini: loro figli - ertisi in difesa della terra (femminilizzata) di
Palestina. Questo affiora in modo evidente nella produzione poetica che prende
forma durante la prima intifada, che tende a sviluppare una visione organica
della società, unita nella responsabilità verso la propria terra: “Nelle canzoni,
la ripetuta descrizione della terra come di una relazione vivente e la
reiterazione di valori di parentela normativi, aiutano a creare un’atmosfera
sociale nella quale il ribelle non è alienato dalla famiglia e dalla società,
ma [rischiando la vita, sfidando l’occupante, N.d.R.] adempie ai propri doveri
verso di loro”. Secondo Hudson (1994), il lancio delle pietre e gli scontri dei
giovani ribelli (shabab) con i soldati israeliani fungono sia da rito di
passaggio verso l’età adulta, sia da prova/esibizione della propria
mascolinità: “Lanciare una pietra significa essere “uno degli shabab”; colpire
una macchina israeliana significa diventare un eroe; essere arrestato e non
confessare significa essere un uomo” (Daoud Kuttab, cit. in Hudson, 1994: 131).
Nei racconti e nella poesia, le donne continuano a figurare pressoché
esclusivamente quali passive ricettrici dell’azione degli uomini e sono
ritratte con i tipici attributi della femminilità, glorificati (i lunghi
capelli, la voce, le ciglia, ecc.). Di fatto, “i poeti cercano di mostrare il
lato debole e timoroso delle donne, enfatizzando nel contempo la temerarietà
degli uomini” (Abu-Ghazaleh, 1998: 99) e mantenendosi fedeli alle tradizionali
costruzioni di genere nonostante la palese contraddizione della pratica
politica delle donne.
3.4 La
restaurazione dell’ordine patriarcale: il fondamentalismo islamico come
alternativa politica al nazionalismo laico
All’iniziale grande partecipazione delle
donne - concretizzatasi fondamentalmente in un’estensione dei confini della
domesticità alla cosiddetta “sfera pubblica” - si oppone ben presto il ritorno
della società agli assetti di genere precedenti, associati alla stabilità ed
alla preservazione della comunità (Sharoni, 1995). In alcune aree dei Territori
Occupati questo riflusso assume la forma di un rinato vigore del
fondamentalismo islamico, espressione del tentativo di restaurazione
dell’autorità patriarcale in una società scossa alle fondamenta nella propria
istituzione cardine, la famiglia.
Alla base del forte radicamento del
Mujama
nelle aree dei Territori Occupati più povere e marginalizzate - quali ad
esempio la Striscia di Gaza
- troviamo l’ideologia riformista di questa organizzazione, che tende
inizialmente ad anteporre l’attività sociale alla lotta diretta contro
l’occupazione israeliana (Milton-Edwards, 1996). Attraverso la costruzione di
un’ampia infrastruttura di servizi per l’istruzione ed il welfare (ospedali,
scuole, moschee, impianti sportivi), il movimento islamico riesce a
conquistarsi una legittimità ed una popolarità indiscutibili, che a partire dal
secondo decennio di occupazione andranno a costituire il capitale umano sul
quale costruire un’alternativa politica al nazionalismo laico dominante.
Tipicamente, l’attenzione volta alla
figura femminile - comportamento, abbigliamento, libertà di movimento, etc. -
diventa la manifestazione più visibile dell’efficacia del messaggio politico
islamico in Palestina. La donna viene ad incarnare l’essenza dell’identità
islamica perduta a cui la società deve ritornare per vincere Israele (Dajani,
1994b), abbandonando la contaminazione occidentale (westoxication) per la riconquista di valori e pratiche
autentiche. In generale, la famiglia patriarcale ed il controllo delle
donne sono centrali nella costruzione fondamentalista dell’ordine sociale
(Moghadam, 1993; Yuval-Davis, 1997): durante fasi di transizione, le relazioni
di genere divengono un terreno dialettico di confronto tra tradizione e
rinnovamento, ed il fondamentalismo viene a rappresentare un’istanza di difesa
e preservazione sociale di una parte della popolazione - quella maschile - che
si sente minacciata dal cambiamento e tenta di restaurare una forma di autorità
entro la propria casa (Sabbagh, 1998c; Hammer, 2000).
La campagna per la reimposizione
forzata del “hijab”
alle donne lanciata da Hamas
a partire dal febbraio del 1988, costituisce indirettamente un attacco alla
leadership nazionalista alla guida della rivolta. Hammami (1991a) mostra come
prima dell’intifada l’utilizzo dell’hijab costituisse fondamentalmente un
veicolo di comunicazione libero e fluido dell’identità - di classe, religiosa,
geografica, anagrafica - della donna che l’indossava. Il processo di
reinvenzione della tradizione comincia sul finire degli anni ’70: “il Mujama (ora
Hamas) dotò l’hijab di nuovi significati di pietà religiosa ed affiliazione
politica. Le donne che entravano nel movimento iniziarono a portare lunghi
soprabiti di taglio maschile molto semplici, noti come vestiti shari'a,
che di fatto non hanno precedenti nell’abbigliamento palestinese indigeno.
Quello che nelle intenzioni doveva rappresentare il ritorno ad una tradizione
islamica più autentica, è nei fatti una “tradizione inventata” sia nella forma
che nel significato. In questo caso l'hijab è fondamentalmente uno strumento di
oppressione, con l’obiettivo di disciplinare i corpi delle donne a scopi
politici. La forma stessa è direttamente connessa ad una ideologia reazionaria
sul ruolo delle donne nella società e ad un movimento che cerca di mettere in
pratica questa ideologia” (Hammami, 1991a).
Il carattere violento assunto
nell’arco di pochi mesi dalla campagna di Hamas contro le donne accusate di
comportarsi e vestirsi pubblicamente in modo “immodesto” è tale, che a Gaza
neppure le attiviste più coraggiose osavano uscire in strada senza coprirsi il
capo (Augustin, 1993). Costretta sulla difensiva, ed incapace - o comunque non
ragionevolmente convinta dell’opportunità - di contrastare un movimento che si
presentava come un ritorno alle radici culturali autentiche della società
palestinese, la leadership laica e nazionalista si profonde nel tentativo di
“nazionalizzare” l’hijab, elevato a simbolo dell’impegno politico delle donne
nell’intifada, utilizzato come segno di rispetto per i martiri o come forma di
lotta culturale e di affermazione del patrimonio nazionalista. D’altronde,
questa strategia si rivela insufficiente nel “sospingere” le donne ad
un’adesione “indolore” alle nuove prescrizioni comportamentali. In questo
contesto si ricorse infine a motivazioni più concrete per convincere le donne
ad indossare l’hijab: dalla non provata insinuazione che esso le proteggesse
dai soldati, fino all’argomento più onesto, ovvero la sua efficacia nel
preservarle dagli attacchi dei giovani religiosi. “A questo punto risulta
chiaro che questo “hijab dell’intifada” non è un simbolo di modestia,
rispetto, nazionalismo, né risponde agli imperativi dell’attivismo, bensì
rappresenta il potere dei gruppi religiosi che vogliono imporsi attaccando il
laicismo ed il nazionalismo nei loro punti più vulnerabili: le questioni che
riguardano la liberazione delle donne” (Hammami, 1991a). È evidente che lo
scopo dell’imposizione dell’hijab nell’intifada non riguarda un credo religioso
ma le pratiche del potere politico: “fino ad ora la questione non verte sul
vestito delle donne, ma su quale movimento stia per assumere la guida della
lotta nazionale”(Hammami, 1991b: 36) .
Del resto, un’analisi dei comunicati
dell’UNLU (Hiltermann, 1991; Strum, 1992) rivela quanto la stessa leadership
nazionalista mostrasse non soltanto “una evidente indifferenza per i temi delle
donne ed il loro ruolo nella rivolta”, elogiandole quasi esclusivamente per la
capacità di mantenersi risolute nelle difficoltà (steadfast) e per la
protezione simbolica della rivolta,
“ma anche un atteggiamento […] profondamente tradizionale, patriarcale e
condiscendente” (Hiltermann, 1998: 47), menzionandole quasi esclusivamente in
relazione ad altri (le mogli, madri, sorelle “di”), oppure raggruppandole
nell’anonimo soggetto collettivo dei “sofferenti” insieme a bambini ed anziani.
L’UNLU aspetterà più di un anno prima di criticare in un suo comunicato (il
numero 43) la campagna violenta lanciata da Hamas, ed anche l’HCW esiterà di
fronte agli incidenti, stante la necessità di non aprire un secondo fronte
interno che avrebbe distolto energie dalla lotta primaria, quella contro
l’occupazione militare.
Approfittando di quella che Hammami
definisce la “cultura della modestia dell’intifada” alle donne viene imposto di abbandonare
le attività pubbliche e di riesumare i ruoli tradizionali di mogli e madri,
lasciando agli uomini la conduzione della lotta contro Israele. A Gaza le donne
rientrano velocemente nel ruolo delle “oppresse”, rinunciando ai diritti di
partecipazione appena ottenuti (Sabbagh, 1998c: 180). L’incremento dei casi di
ansia e di depressione registrati tra le donne, dimostra come questo riflusso non
sia stato privo di conseguenze.
Ilham Abu Ghazaleh (1998: 109)
sottolinea una delle contraddizioni fondamentali che ostacolano l’emancipazione
delle donne palestinesi nei Territori Occupati: mentre da un lato la famiglia
estesa è l’istituzione patriarcale per eccellenza, d’altra parte è su di essa
che si regge il sistema di protezione dell’individuo altrimenti fornito dallo
stato, consentendone la partecipazione nell’intifada: “Si può quindi immaginare
come una seria sfida al paradigma centrale sul quale poggia il patriarcato
potrebbe attualmente stracciare il tessuto della società. Conseguentemente,
l’occupazione costituisce un fattore ritardante nella liberazione globale delle
donne”.
3.5 Ogni
confine è un atto politico: l’emergere di una coscienza femminista
Il timore che il futuro stato
palestinese le avrebbe poste di fronte allo stesso destino subito dalle donne
algerine, stimola la crescita di una nuova coscienza di genere tra le donne
palestinesi dei Territori Occupati (Dajani, 1994b: 46). Le differenze storiche,
istituzionali, sociali e politiche tra la partecipazione delle donne in questi
due movimenti di liberazione (cfr. cap.1.8) paiono allontanare una prospettiva
involutiva nel caso delle donne palestinesi (Khawli, 1994), ma questa
consapevolezza non è sufficiente a superare la paura del ritorno forzato entro
le mura domestiche. “Molti studi sulle società del Terzo Mondo hanno
evidenziato come lo spazio, la voce e le possibilità di rappresentanza delle
donne siano maggiori nel contesto delle lotte di indipendenza nazionale, ma
quando il potere è istituzionalizzato e centralizzato in un sistema politico
formale generalmente chiamato “stato”, questa voce si indebolisce e le donne
perdono spazio ed influenza nella vita politica” (Kuttab, 2001). “Non saremo
un’altra Algeria “ diventa un grido di raduno tra le attiviste dei Territori
Occupati.
Il cambiamento nella natura del
coinvolgimento delle donne nella resistenza all’occupazione si manifesta anche
nel graduale riflusso verso la tradizionale divisione sessuale del lavoro e del
potere che si verifica nei comitati popolari, come dimostra la quasi totale
assenza delle donne dai comitati di difesa - dai quali sarebbe in futuro uscito
l’esercito popolare che avrebbe occupato un importante ruolo nel
decision-making politico. Nonostante l’orientamento progressista e la struttura
democratica e decentralizzata, queste organizzazioni “furono usate
prevalentemente per massimizzare il numero di persone organizzate piuttosto che
come strumenti di cambiamento sociale” e col tempo “il ruolo delle donne nei
comitati popolari divenne un’estensione di ciò che era stato tradizionalmente
nella società: insegnare e fornire servizi”(Jad, 1990: 260).
Secondo Kaplan (cit. in Peteet,
1991: 71) la coscienza femminile è “la coscienza dei propri diritti entro
[corsivo mio, N.d.R.] la divisione del lavoro e l’ideologia dominanti”: diritti
profondamente interiorizzati dalle donne, percepiti come facenti parte
dell’ordine naturale delle cose - la cura dei figli e della casa - e che quindi
non costituiscono una sfida agli assetti di genere costituiti. A volte la
coscienza femminile può assumere un valore ed un significato rivoluzionario: a
questo riguardo è emblematico il coinvolgimento iniziale delle donne
nell’intifada, che avviene in reazione alla minaccia rappresentata dalla
repressione israeliana alla sopravvivenza della comunità. La coscienza
femminista è invece “la coscienza della propria posizione subordinata entro un
sistema culturale e di potere e l’articolazione di una prospettiva
specificamente femminile del processo sociale” (Peteet, 1991: 71). Talora
l’attivismo suscitato dalla coscienza femminile - in questo caso, lo scontro
diretto e quotidiano dell’intera società palestinese contro l’occupazione - può
condurre all’emergere di tensioni ed alla messa in discussione delle forme interne
di dominio. La contraddizione tra la coscienza nazionale delle donne ed i
limiti strutturali che ne ostacolano la piena partecipazione alla lotta, segna
il punto di svolta verso l’acquisizione di una coscienza femminista delle donne
palestinesi.
Secondo Kuttab (1993), insieme alla
forza acquisita da movimenti sociali e politici fondamentalisti e reazionari,
il declino della partecipazione delle donne nella seconda fase dell’intifada
scaturisce da una molteplicità di fattori, tra cui: (a) l’assenza di un
programma che avrebbe dovuto tentare il consolidamento e
l’istituzionalizzazione dei ruoli e degli obiettivi politici delle donne:
l’accettazione della necessità della partecipazione delle donne non è
stata accompagnata da un’eguale coscienza del bisogno oggettivo di liberazione
sociale, impedendo lo sviluppo del movimento; (b) l’incapacità del movimento e
dei comitati delle donne di comprendere la relazione dialettica tra lotta di
liberazione nazionale e lotta sociale, restando intrappolati nella gerarchia di
priorità imposte dal movimento nazionale; e (c) il declino delle attività dei
comitati a causa della repressione israeliana.
La coscienza che dalla piena
partecipazione alla lotta nazionale non discendeva automaticamente il
superamento degli ostacoli che marginalizzavano politicamente le donne spinge i
circoli progressisti ed il movimento ad aprire discussioni su come integrare le
istanze di eguaglianza di genere nell’agenda del movimento nazionale. A Gaza ed
in Cisgiordania nascono centri per la ricerca, la formazione, la consulenza -
il Centro delle Donne (Women's Affairs Center) a Nablus, il Centro di
Studi delle Donne (Women’s Studies Center, WSC) ed i Comitati di Studio
delle Donne (Women's Studies Committees a Gerusalemme; e molti altri
ancora - che offrono spazi e strumenti per esplorare la relazione tra
liberazione nazionale ed emancipazione delle donne, cercando simultaneamente di
sviluppare un’agenda politica femminista che rispondesse ai bisogni concreti
delle donne palestinesi. Attività e progetti si basano sulla comune
consapevolezza che affinché le donne palestinesi possano affrancarsi dalla
triplice oppressione - nazionale, di genere e di classe - che subiscono
quotidianamente è necessario trasformare le concezioni dominanti di femminilità
e mascolinità: ciò che presuppone una riformulazione e/o l’abbattimento del
confine immaginario che separa i cosiddetti “temi delle donne” - la salute
delle donne, la violenza sulle donne, i diritti alla riproduzione - dai temi
nazionali. Scindere queste tematiche dalle più ampie questioni politiche e
sociali alle quali sono in realtà intimamente connesse è invero funzionale al
perdurare dell’esclusione delle donne dalle posizioni di potere politico e
sociale che gli uomini ambiscono a conservare per sé. “Da lungo tempo [invece,
N.d.R.] c’è consenso entro il movimento delle donne palestinesi che tutti
i temi sono temi delle donne. Ogni tema delle donne è scaturito ed è stato
modellato dal tessuto sociale e politico della società palestinese durante
l’occupazione militare israeliana e quindi è legato al più ampio contesto
politico” (Sharoni, 1995: 79). Comincia a farsi strada la consapevolezza che
liberazione nazionale e liberazione delle donne non possono essere distinte.
Nelle parole di Hanan Mikhail Ashrawi (cit. in Zalatimo, 1998: 186) “un
conflitto rimandato è un conflitto perso. Non c’è un conflitto primario ed uno
secondario, ogni tema sociale deve essere trattato simultaneamente a quelli
nazionali”.
3.6 Tra
nazionalismi e femminismi: l’avvio del dialogo trasversale tra
donne israeliane e palestinesi
L’intifada contribuisce in modo
determinante al risveglio della coscienza pacifista delle donne israeliane -
assopitasi dopo l’iniziativa pioneristica del gruppo “Donne Contro l’Invasione
del Libano” (Women Against the Invasion of Lebanon; poi: Donne Contro
l’Occupazione, Women Against the Occupation, SHANI,) - spingendole ad uscire
dal ruolo primario di madri, mogli e sorelle di soldati prescrittole
dalle costruzioni nazionaliste del proprio stato. Irrompendo sulla scena
pubblica, gruppi pacifisti esclusivamente femminili (ed in larga misura
femministi) scelgono di confrontarsi con il conflitto israelo-palestinese - il
tema per eccellenza della politica maschile - e dirigono le proprie attività
verso due obiettivi: (1) mobilitare l’opinione pubblica israeliana ed
internazionale contro l’occupazione e (2) costruire ponti di solidarietà con le
donne palestinesi dei Territori Occupati.
L’ampia partecipazione delle donne
israeliane nella lotta per la pace è stata spiegata sia con fattori
essenzialisti/universalisti - le presunte inclinazioni morali e pacifiste
inerenti alla maternità - sia con fattori strutturali/culturali specifici, che
concorrono a determinarne l’esclusione dalla “sfera pubblica”. Il disvelarsi
della centralità dell’esercito e della “sicurezza” nel discorso politico
nazionale, e della profonda commistione tra stato e religiosità ebraica
ortodossa
(cfr. cap.1.7) hanno portato alcune donne ebree israeliane ad una critica
femminista della vita nazionale - dominata e costruita intorno al concetto di
mascolinità (Shadmi, 2000). Secondo Yuval-Davis (1980: 26) “la speranza che gli
oppressori si rendano conto dei propri limiti diventerà una speranza realistica
soltanto quando gli oppressi entreranno in lotta contro la loro stessa
oppressione”. Nelle parole di Hanan Mikhail Ashrawi (cit. in Zalatimo, 1998:
191), “è la stessa mentalità maschilista e militarista che opprime le donne in
Israele ed opprime l’intero popolo palestinese. […] Noi donne dovremmo essere
le prime a comprendere la negazione del diritto altrui all’autodeterminazione perché
noi, in quanto donne, ne viviamo la negazione globale”. Non è possibile
scindere la questione politica da quella sociale: tutti i temi sono “temi delle
donne”, ed inversamente, tutti i “temi delle donne” sono temi politici
fondamentali (Sharoni, 1995).
La brutale repressione esercitata
sulla popolazione palestinese dall’esercito israeliano concorre ad una radicale
messa in discussione della sua presunta moralità - una critica che coinvolge
necessariamente la natura stessa dello stato di Israele, laddove l’esercito è
il veicolo prioritario di costruzione della cittadinanza. Parallelamente cresce
una forma di empatia verso le donne palestinesi dei Territori Occupati, “il cui
proprio home front era diventato il battle front per loro [le
donne israeliane, N.d.R.] e per i loro figli” (Abdo e Yuval-Davis, 1995: 314).
Del resto, la violenza impiegata dall’esercito nei Territori Occupati si
ripercuote direttamente sulla qualità della vita delle donne israeliane: “un
soldato che presta servizio in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza ed
apprende che è lecito utilizzare la violenza contro le altre persone, molto
probabilmente porterà con sé quella violenza al suo ritorno nella propria
comunità”(Rachel Ostrowitz, cit. in Sharoni, 1995: 120).
L’argomento prescelto per la
presente ricerca non mi consente di trattare in modo adeguato la storia del
coinvolgimento delle donne israeliane nel movimento per la pace, per la quale sarebbe necessaria una
profondità che non mi è stata possibile raggiungere per evidenti limiti
spaziali e temporali. Nondimeno, ritengo importante soffermarmi sull’esperienza
del movimento delle Donne in Nero (Women in Black), che rappresenta
sotto molteplici punti di vista un fondamentale distacco dai modi classici di
fare ed intendere la politica.
Le Donne in Nero nascono su
iniziativa di alcune donne ebree israeliane della sinistra radicale che a
partire dal gennaio 1988, adottano una forma di protesta silenziosa nel quale
il corpo della donna costituisce nel medesimo tempo veicolo e messaggio, mezzo
e fine: le donne scrivono e parlano attraverso i propri corpi, che “esibiscono”
nel centro delle città. Vestite di nero - colore erto a simbolo della tragedia
del popolo israeliano e del popolo palestinese, dell’umanità trasversale
nel dolore - durante le “veglie” le donne indossano cartelli in arabo, inglese
ed ebraico che invocano la cessazione dell’occupazione israeliana dei Territori
Palestinesi: un messaggio unico, semplice e diretto, capace di radunare intorno
a sé donne provenienti dalle più svariate esperienze di vita (Pope, 1993),
riuscendo invero ad attirare ad Haifa, Acco e Nazareth la presenza di alcune
donne palestinesi israeliane. Le veglie sono un evento regolare, costante e
diffuso. Nell’arco di un paio di anni se ne arrivano a contare circa 30, che
hanno luogo ogni venerdì, alla medesima ora, e nel medesimo luogo. La risposta
della strada - che assume talora toni violenti: minacce, sputi, accuse di
“tradimento” - riflette la diffusa concezione di quello che è il “giusto posto”
delle donne nella società israeliana (la casa, la cucina, il letto), dei ruoli
sociali loro “riservati” (madri, mogli, amanti), e dei metodi considerati
leciti per ricondurvi le “irregolari”: l’oppressione, la violenza, la rigida
separazione tra privato e pubblico (Shadmi, 2000). “Utilizzando i propri corpi
nelle strade e collegando la subordinazione delle donne all’occupazione
politica, le Donne in Nero ascrissero un significato concreto allo slogan “il
personale è politico”, svelando l’illusorietà della separazione tra sfera
pubblica e privata (Shadmi, 2000: 25) e palesando l’intima connessione
esistente tra l’occupazione israeliana di terre straniere e l’occupazione
maschile del corpo della donna, e quindi tra militarismo, nazionalismo,
colonialismo ed identità femminile così come intesa dal discorso sociale
dominante.
Questa consapevolezza spinge le
femministe ebree israeliane a ricercare un dialogo con le donne palestinesi residenti
sia nei Territori Occupati, sia in Israele. “Le donne israeliane e palestinesi
sono legate l’una all’altra dai ruoli loro assegnati, ma nel contempo ne sono
anche polarizzate. Sono legate dalla loro marginalizzazione, così come
dall’importanza che rivestono nel mantenimento del progetto nazionalista dei
rispettivi popoli. Le costruzioni etnico-culturali che definiscono le loro
identità sono state create [corsivo mio, N.d.R.] dagli uomini al
servizio dello stato-nazione” (Young, 1992: 70): invero, la storia delle
popolazioni indigene della Palestina storica conferma l’esistenza di legami
trasversali tra donne appartenenti a diverse comunità ed identità (Young,
1992).
In un conflitto dove l’identità
reciproca - il “Noi” e l’“Altro” - si costruisce e si rafforza sulla base di un
rapporto di opposizione diametralmente antitetica, il corpo femminile
acquisisce una centralità che nello stesso tempo costringe la donna al ruolo
fisso, immutabile e paralizzante di riproduttrice biologica e culturale della propria
collettività (Yuval-Davis, 1980; Yuval-Davis, 1997). Per questo, l’instaurarsi
di un dialogo “im-mediato” tra donne ebree israeliane e palestinesi costituisce
una sfida radicale alla polarizzazione identitaria che subiscono - ma alla cui
produzione altresì partecipano in modo più o meno consapevole - in quanto
donne.
L’esperienza del dialogo
“trasversale” prende ufficialmente il via con la conferenza internazionale di
pace convocata a Bruxelles nel maggio 1989 dal Centro per l’Ebraismo Umanistico
Laico (Centre for Secular Humanistic Judaism), intitolata “Diamo una
possibilità alla pace - La parola alle donne (Give Peace a Chance -
Women Speak Out)”. Circa sessanta donne provenienti da Israele, dai
Territori Occupati, dal Nord America e dall’Europa si incontrano in una cornice
che per la prima volta include rappresentanti (donne) dell’OLP ed israeliani
per discutere del conflitto e delle sue possibili soluzioni. La parola alle
donne perché “hanno mostrato meno interesse per la politica e sono meno imprigionate
da concetti ideologici e barriere psicologiche, [e quindi, N.d.R.] potrebbero
essere più pronte ad ascoltarsi ed a parlarsi l’un l’altra senza pregiudizi”
(Simone Susskind, presidentessa del suddetto centro, cit. in Young, 1992: 53).
Nei quattro giorni della Conferenza, donne ebree e palestinesi esplorano una
quantità di temi relativi alle loro identità ed ideologie politiche,
evidenziando la natura tipicamente femminile del legame tra questioni politiche
ed esperienza personale. Nelle parole di Balla Abzug (cit. in Pope, 1993: 182)
- una femminista statunitense che partecipò ai lavori - “il nostro ruolo non è
imitare la politica maschile, ma cambiare la natura del potere [corsivo
mio, N.d.R.]. Dobbiamo esplorare le profondità delle nostre differenze […] allo
scopo di giungere a punti in comune”. Al termine della conferenza le
partecipanti stilano un documento dove affermano il proprio impegno per una
risoluzione pacifica del conflitto basata sul riconoscimento dei diritti di
tutti i popoli della regione a vivere in dignità e sicurezza, del diritto del
popolo palestinese all’autodeterminazione a fianco di Israele, e del diritto di
tutte le parti di scegliere i propri legittimi rappresentanti (Sharoni, 1995):
un obiettivo che la politica maschile riuscirà a raggiungere solo nel settembre
1993 con la dichiarazione di mutuo riconoscimento tra Israele e OLP.
Paradossalmente, proprio il
riconoscimento della legittimità del nazionalismo dell’Altro(a) - sia nella
forma del sionismo che dell’autodeterminazione palestinese - rappresenta una crescita
di consapevolezza degli interessi reciproci (Pope, 1993): una constatazione che
ci riconduce alla sostanziale differenza che contrappone femminismo occidentale
e femminismo del cosiddetto “Terzo Mondo”. La rilevanza del nazionalismo nella
vita delle donne e la necessità del riconoscimento della legittimità delle
reciproche aspirazioni nazionali emerge con chiarezza da questi stralci tratti
da un dialogo (cit. in: Mayer, 1994c: 24) tra Naomi Chazan - deputata israeliana
alla Knesset e Donna in Nero - e Mariam Mar’i - palestinese israeliana,
Direttrice Generale dell’Organizzazione delle Donne di Akka (Organization
for Akka Women):
Chazan: […]
L’Occupazione ci ha reso schiavi perché ha legato il destino di Israele al destino
dei Palestinesi, e credo ci sia voluto virtualmente un quarto di secolo per
realizzare quanto le nostri sorti siano ormai intrecciate.
Mar’i: Siamo diventati
gemelli.
Chazan: Si, siamo
diventati gemelli. Ed il punto è che gli israeliani non possono essere
realmente ebrei israeliani ed Israele non può essere realmente uno stato
indipendente, perché l’Occupazione ci ha reso dipendenti da ciò che accade nei
Territori Occupati. Se esiste una sola ragione - totalmente egoista dal punto
di vista israeliano - per la quale l’Occupazione deve cessare, è che altrimenti
non ci libereremo mai da questa situazione. Mai. Questo è il motivo per il
quale sostengo che stiamo affrontando la nostra seconda decolonizzazione. La
colonizzazione del nostro popolo è avvenuta per mano nostra: noi ci siamo
colonizzati nel 1967.
D’altronde, la profondità politica
mostrata in questo incontro non riflette significativamente il format assunto
dai numerosi incontri tra femministe ebree israeliane e palestinesi che hanno
avuto luogo durante i primi due anni dell’intifada. Le donne palestinesi si
aspettavano che le discussioni avrebbero portato la “controparte” ad una
assunzione di responsabilità per il proprio coinvolgimento nelle strutture e
nelle politiche del governo israeliano, ed al conseguente riconoscimento della
disparità di potere e privilegi implicita nella relazione tra occupato ed
occupante. Nell’opinione delle donne palestinesi, questa consapevolezza avrebbe
dovuto portare le donne israeliane sia ad un lavoro concreto di solidarietà con
i palestinesi dei Territori Occupati, sia a mobilitare sostegni contro
l’Occupazione all’interno della propria società. D’altro canto, per le donne
israeliane gli incontri assumevano un valore sociale piuttosto che
politico. Trascendendo le differenze culturali, politiche e storiche che
avrebbero fatto emergere le conflittualità latenti, centravano le discussioni
sulle esperienze condivise in quanto donne, stabilendo connessioni personali
basate sul principio del dialogo tra eguali (Young, 1992; Sharoni, 1995) e
tralasciando consapevolmente il problema dell’ineguaglianza strutturale che
vede l’oppressione nazionale delle donne palestinesi quale diretta emanazione
dell’identità nazionale e/o nazionalista (sionista) israeliana. Invero, questa
presunzione di uguaglianza e di universalità dell’esperienza della “donna” ha
portato i gruppi di dialogo ad enfatizzare le somiglianze, eludendo
un’esplorazione delle identità e delle differenze tra/entro le parti (Sharoni,
1995: 140) che avrebbe invece potuto condurle ad un’alleanza basata sul
riconoscimento - e non sulla soppressione - della differenza. “Allo scopo di
costruire e mantenere in essere alleanze con le donne ebree israeliane, le
ineguaglianze nel potere e nei privilegi radicate nel più ampio contesto
sociopolitico del conflitto israelo-palestinese devono essere prese in
considerazione ed affrontate. In altre parole, le esperienze di oppressione non
possono essere riconciliate semplicemente attraverso processi interpersonali
che si centrano primariamente su come le donne si trattano individualmente l’un
l’altra in un ambiente artificialmente controllato quali i gruppi di dialogo di
donne” (Young, 1992: 60).
La crisi del Golfo rappresenta la
prima grande sfida sia per il dialogo avviato tra le donne israeliane e
palestinesi, sia - più in generale - per il variegato spettro di partiti ed
organizzazioni facenti parte del movimento pacifista israeliano. La nuova
guerra e le reciproche reazioni all’emergenza nazionale fanno riaffiorare
l’antagonismo latente nelle rispettive identità nazionali, conducendo ad una
nuova, radicale polarizzazione tra le due società. Nell’immediato dopoguerra il
Women’s Studies Center di Gerusalemme sviluppa un progetto di ricerca sugli
effetti della Guerra del Golfo sulle donne palestinesi dei Territori Occupati,
e nel luglio del 1991 organizza una conferenza sulla violenza domestica contro
le donne - tema che da questo momento entra di diritto nell’agenda del
movimento. Anche per le donne israeliane la guerra del Golfo si rivela essere
un momento decisivo nella presa di coscienza del legame innato tra militarismo,
sessismo e violenza sulle donne, e conseguentemente del legame tra la violenza
dell’occupazione sulle donne palestinesi e la propria oppressione di donne all’interno
di una nazione di soldati (Sharoni, 1995). Mentre i rapporti del WOFPP
denunciano come la violenza dell’esercito israeliano sulle donne palestinesi
assumeva immancabilmente forme sessuali (Strum 1992; Young 1992; Thornill,
1993; Cockburn, 1998), la violenza domestica all’interno della società
israeliana registrava valori crescenti durante il periodo nel quale gli uomini,
frustrati, erano costretti “a sedersi passivamente in casa mentre altri
uomini, in altri eserciti, esultavano nella rappresaglia militare” (Sharoni,
1992: 459, cit. in Cockburn, 1998: 128).
“Se le identità di genere si formano
in tali processi violenti, allora la relazione di genere deve essere un tema politico
[corsivo mio, N.d.R.] chiave. E se una società militarizzata è un disastro sia
per le donne della comunità degli oppressori, sia per le donne della comunità
oppressa, un’alleanza tra le donne potrà essere d’aiuto per entrambi i gruppi”
(Cockburn, 1998: 128). Proprio da questa consapevolezza, nel 1994 nasce il “Jerusalem
Link”: una organizzazione formata dal Centro delle Donne di Gerusalemme (Jerusalem
Center for Women, JCW) - un centro di donne palestinesi situato a
Gerusalemme Est - e Bat Shalom,
un’organizzazione di donne israeliane locata a Gerusalemme Ovest. L’obiettivo è
lavorare congiuntamente - o parallelamente - per il raggiungimento della pace
sulla base di una visione comune
nella quale le donne sono chiamate a svolgere un ruolo attivo fondamentale. Il
seguente intervento di Amneh Badran, presidentessa del Jerusalem Link - che ho
avuto modo di ascoltare nell’ambito di un incontro tenutosi presso la Facoltà
di Scienze Politiche di Bologna il 16 maggio 2002 - espone con chiarezza le
molteplici difficoltà incontrate lungo questo percorso “trasversale”:
“Da parte palestinese,
svolgere progetti insieme agli israeliani significa che sarai etichettata come
qualcuno che lavora per normalizzare l’occupazione. E sarai accusata di essere
politicamente ignorante. In più, sarai accusata di farlo perché può essere un
buon affare per la tua ONG (che non è vero nel nostro caso: dato che abbiamo un
programma politico molto specifico, le persone esitano a darci dei soldi!). Da
parte israeliana, le donne che lavorano con noi sono talora chiamate
“traditrici” dalla loro stessa comunità. Inoltre, come donne palestinesi
abbiamo un’altra difficoltà di cui tenere conto, ovvero che stiamo lavorando in
una società patriarcale che è contro di noi. E dobbiamo affrontare un altro
problema interno, legato al fatto che le donne di ambo le parti che partecipano
al Link sono affiliate a diversi partiti politici. Ciò significa che non sono
sufficientemente libere di esprimere le proprie posizioni politiche, dovendo
quasi sempre fare riferimento ai propri partiti. Questo è principalmente il
problema delle israeliane, perché ciò che noi vogliamo ci è chiaro, non lo
invece ciò che i partiti israeliani sono pronti a darci”.
La devozione ad una soluzione basata
sul dialogo e sulla negoziazione è ciò che rende unica questa organizzazione.
D’altro canto, “le difficoltà di raggiungere compromessi, specialmente
quando si affrontano temi come quello dei rifugiati, hanno lasciato spazio a
sfiducia e mancanza di trasparenza” (Amneh Badran, ibidem). Nelle parole di
Rula,
attivista dell’Associazione delle Donne Palestinesi per lo Sviluppo (Palestininan
Working Women Society for Development, PWWSD) che ho incontrato a Nablus
nel dicembre 2001:
“Io sono una di coloro
che era solita avere dialoghi politici con gli israeliani, specialmente con le
donne. Il problema è che in pratica ogni volta, quando parliamo schiettamente o
chiediamo azioni pratiche su temi concreti come gli insediamenti, i rifugiati,
e molti altri, crediamo che loro [gli israeliani, N.d.R.] abbiano una posizione
molto, molto debole. Per questo il popolo palestinese in generale, e le donne
palestinesi in particolare, sono frustrate per il ruolo del movimento per la
pace in Israele […] Penso che sia importante dialogare, ma se non si discute di
cose pratiche, non servirà a nulla, sarà solo sedersi e discutere”.
L’avvio del processo di pace smorza
almeno temporaneamente le attività del campo pacifista israeliano, portando ad
un ulteriore allentamento delle iniziative congiunte tra donne israeliane e
palestinesi, attività che come in parte vedremo, riemergeranno con una nuova
linfa nel contesto della seconda intifada.
3.7 Dalla
guerra del Golfo al processo di pace: la svalutazione dell’attivismo popolare
Allo scoppio della guerra del Golfo
l’insurrezione del popolo palestinese - entrata ormai nel suo terzo anno di vita
- si trova in una situazione di stallo. “La chiave del dilemma risiede nella
routinizzazione degli aspetti quotidiani della rivolta (incentrati sugli
scioperi commerciali e sugli scontri in strada con l’esercito) che non possono
né elevarsi ad una campagna di disobbedienza civile totale che porti ad un
completo distacco dal governo israeliano, né trasformarsi in un’iniziativa
politica che impegni il nemico su termini favorevoli ai palestinesi” (Tamari,
cit. in Giacaman e Johnson, 1998: 217). In questa fase il ruolo dei comitati
delle donne diventa minimo nel migliore dei casi; nelle città, nei villaggi e
nei campi profughi il network di sostegno ritorna ad essere quello tradizionale
- la famiglia, il parentado, il vicinato. “Per molte persone il matrimonio ed
il precoce arrivo di bambini erano visti come un modo per tenere giovani uomini
e donne lontani dalle attività politiche che potessero provocarne
l’incarcerazione - e la susseguente difficoltà a sposarsi -, l’invalidità
permanente, o la morte degli uomini” (Strum, 1998: 72). Riaffiorano il vecchio
concetto di “onore” e di “vergogna”: le ex carcerate tornano ad essere
discriminate, ed incontrano serie difficoltà sia ad ottenere un lavoro, sia a
sposarsi. Indubbiamente l’allontanamento strategico dalla mobilitazione
popolare di massa non violenta
per l’adozione di forme militari o per l’esercizio di atti individuali di
violenza - attività primariamente, anche se non esclusivamente, maschili - ha
influito in modo determinante sulla diminuzione del coinvolgimento delle donne
nella resistenza. Questo trend - che sostituisce progressivamente il diffuso
protagonismo popolare con un’arena nella quale la maggioranza degli attori si
trasforma in spettatori - si intensifica ulteriormente all’approssimarsi della
Guerra del Golfo, che esplode nel 1991.
Le conseguenze del conflitto sulla
società palestinese sono drammatiche:
a livello economico, più di 200.000
palestinesi immigrati per lavoro in Kuwait sono costretti a scappare,
vanificando una delle maggiori fonti di reddito per le famiglie e per le
istituzioni palestinesi. Contemporaneamente, Israele comincia il rapido
processo di sostituzione dei lavoratori palestinesi impiegati a basso costo
nella propria economia con le centinaia di migliaia di immigrati ebrei russi in
fuga dal crollo dell’Unione Sovietica, che andranno poi a costituire la
maggioranza degli abitanti delle nuove colonie israeliane edificate nei Territori Occupati;
a livello politico, l’OLP subisce un
crollo di popolarità internazionale a causa della condotta ambigua tenuta da
Yasser Arafat nei confronti della crisi e verso Saddam Hussein: un grave
contraccolpo alle potenzialità negoziali dei palestinesi nel processo di pace
che sarebbe partito di lì a poco, risultato delle grandi conquiste in termini
di appoggio internazionale ottenute dal popolo palestinese nei tre anni di
lotta non violenta dell’intifada;
a livello sociale, le condizioni di
vita della società palestinese subiscono un ulteriore deterioramento: con
l’attacco statunitense all’Iraq, Israele impone un coprifuoco totale sui
Territori Occupati, che in alcune zone dura oltre 50 giorni. Questo comporta
l’interruzione di tutti i circuiti di sostegno costituiti dalle famiglie
estese, dalle comunità, dalle associazioni volontarie e quindi ovviamente anche
dai comitati e dai centri delle donne. Impossibilitate ad uscire dalle case ed
a proseguire il proprio lavoro sociale e politico, le donne sono forzate a (ri)diventare
madri e mogli a tempo pieno (Sharoni, 1995: 83).
La consapevolezza
dell’imprescindibilità di una soluzione politica spinge infine Israele al
tavolo delle trattative. Alla conferenza di Madrid del 1991 - che segna
l’inizio del processo di pace, il tema del prossimo capitolo - la delegazione
palestinese viene “nascosta” all’interno di quella giordana, così come
richiesto dalla controparte israeliana che tra le sue fila annoverava ancora
chi non aveva abbandonato l’idea della Giordania quale “patria alternativa” per
il popolo palestinese residente nei Territori Occupati (Ashrawi, 1995).
A partire da questo momento la lotta
nazionale si sposta quasi interamente dal piano popolare a quello della
diplomazia internazionale, svilendo il potenziale ed il significato politico
dell’attivismo diretto e diffuso di cui le donne palestinesi erano state
protagoniste (Sharoni, 1995). Alle trattative partecipano solo tre donne -
Zahira Kamal, Hanan Mikhail Ashrawi, Suad Ameri - e comunque non in quanto
portatrici di una visione di genere. Inoltre, la stessa dirigenza palestinese
non nasconde la sfiducia dell’OLP verso i negoziati in corso: Hanan Ashrawi
racconta come alla vigilia della conferenza di pace, “scoprimmo che l’OLP non
aveva una chiara strategia per i negoziati, men che meno obiettivi definiti.
Faruq al-Kaddumi (Abu-Lutof), capo del dipartimento politico dell’OLP, ci disse
che avevano composto la delegazione a caso poiché, dato che l’OLP non
partecipava ufficialmente, poco importava chi ne facesse parte”.
La frustrazione e la confusione
vissuta dalle attiviste di fronte alla propria marginalizzazione scaturisce
dalla constatazione che il processo di pace aveva interrotto circa due anni di
discussioni e progetti dei comitati e dei centri delle donne - unitisi in una
“Task Force on Women” nel tentativo di formulare un programma politico e
sociale condiviso. A questo punto, alcune attiviste sentono che l’unico modo
per mantenere in vita un’agenda delle donne è legarla al processo di pace
ufficiale: attraverso una forte attività di pressione sulla leadership
palestinese, riescono ad ottenere un comitato tecnico - il Comitato Tecnico per
le Questioni delle Donne (Women's Affairs Technical Committee, WATC) -
al pari di quelli stabiliti per elaborare le politiche e le cornici di azione
per la futura autorità palestinese in materia di istruzione, occupazione,
salute. A differenza di questi però, il WATC non viene finanziato dal budget
regolare, ma principalmente da donatori esteri: una scelta che ha una precisa
valenza politica.
Il legame tra WATC, attivismo
popolare e centri delle donne si intensifica con il progressivo disvelarsi
della realtà di un processo di pace che pareva configurarsi in miseria e misure
oppressive crescenti per il popolo palestinese. La firma della Dichiarazione di
Principi ad Oslo nel settembre 1993 - risultato di un processo negoziale
segreto diretto tra OLP ed Israele - coglie di sorpresa la società palestinese,
sollevando critiche sulla democraticità e legittimità di un processo negoziale
svoltosi tenendo all’oscuro la base costituente della propria autorità.
L’immagine di Bill Clinton che veglia sorridente sulla stretta di mano tra
Arafat e Rabin sembra convincere il mondo intero che odi e rancori “antichi”
siano in via di risoluzione, che indietro non si possa tornare. Nove anni dopo
lo scenario che abbiamo di fronte è completamente diverso. Per molti,
inaspettato.
3.8 Conclusioni
Per il percorso di crescita delle
donne palestinesi, l’Intifada ha un valore duplice, ed ambiguo: “Fu questa
esperienza che istituzionalizzò la partecipazione delle donne nella lotta
nazionale; e fu la reazione contro il loro attivismo che aiutò la
cristallizzazione delle agende sociali delle donne” (Dajani, 1994b: 41). In
un’analisi sulla partecipazione delle donne palestinesi al movimento nazionale
antecedente allo scoppio dell’intifada, Peteet (1986: 24) sosteneva che “la
partecipazione attiva nella politica nazionale potrebbe [corsivo mio,
N.d.R.] iniziare il processo di sfida a quelle strutture ed ideologie
patriarcali che confermano e legittimano l’assegnazione delle donne al settore
domestico e l’esclusione degli uomini da essa, ma non assicura né una
trasformazione permanente né, in ogni caso, di ampia portata”.
Secondo Zahira Kamal (1998: 87-88)
“mentre la partecipazione delle donne nella rivolta ha evocato molta
ammirazione e rispetto pubblico, nessun cambiamento sociale fondamentale ha
avuto luogo nella società palestinese. La posizione sociale delle donne è infatti
rimasta inalterata nonostante la loro partecipazione alla lotta nazionale”. Ciò
è stato possibile poiché non esisteva ancora un movimento femminista reale ed
efficace. Per questo, l’enfasi sul coinvolgimento delle donne nella lotta
nazionale si è verificato a spese di ogni loro altro lavoro, e necessità.
Sabbagh (1998a: 4) sottolinea un
ulteriore aspetto che ha impedito un cambiamento sostanziale e sostenibile
delle relazioni di genere nel nome di una maggiore eguaglianza sessuale: “anche
se le donne hanno sconfinato contro i simboli della dominazione patriarcale con
la benedizione della società, veniva loro simultaneamente richiesto di non
mettere in discussione fino alla fine dell’occupazione il paradigma patriarcale
centrale, ossia, il potere che hanno gli uomini sulla vita delle donne”.
L’occupazione costituisce quindi complessivamente un fattore ritardante del
processo di emancipazione di genere delle donne palestinesi (Abu-Ghazaleh,
1998): essendo la famiglia la spina dorsale che consentiva la sostenibilità
dell’Intifada, una seria e profonda messa in discussione di questa istituzione
avrebbe rischiato di minare le fondamenta che garantivano la coesione del
tessuto sociale.
La - relativa - stabilità che
promettevano gli accordi di Oslo nel 1993 aprono una nuova fase per il
movimento delle donne: nell’attesa dell’istituzione del promesso stato
palestinese autonomo ed indipendente, le donne sentono di avere tempi, spazi e
risorse per influire sulle scelte politiche fondamentali del nuovo stato, e scelgono
quindi di concentrare le proprie energie in attività di studio, ricerca e
lobbying in materia legislativa: questo il tema del quinto capitolo, che
tratterò non prima di aver tentato brevemente una rivisitazione critica degli
accordi di Oslo (e successivi) alla luce degli ultimi, drammatici risvolti del
conflitto israelo-palestinese.
Capitolo 4
Dagli accordi di Oslo alla seconda Intifada:
Cronaca di un fallimento annunciato?
Il progetto originario della ricerca
inseriva le tappe del processo di pace all’interno dei capitoli che seguono e
che trattano specificatamente: (1) della diversione di attenzione del movimento
delle donne dall’azione popolare all’attività di lobbying di genere
sull’Autorità Nazionale Palestinese, in fase di edificazione istituzionale; (2)
dell’analisi della seconda intifada e delle conseguenze della violenza e della
militarizzazione del conflitto sulla società, sia a livello psicologico sia a
livello di condizioni di vita; (3) della comparazione del ruolo svolto dalle
donne palestinesi nella seconda intifada rispetto alla prima; e (4) delle
prospettive di pace che possono aprirsi attraverso il dialogo diretto tra la
società civile palestinese ed israeliana - ed in primo luogo, tra le donne che
lo hanno storicamente iniziato.
Procedendo nello studio e nella
ricerca del materiale, ho fatto mia la convinzione che lo scoppio della seconda
intifada sia l’esito diretto - e sotto numerosi aspetti, prevedibile e
calcolabile - della realtà che si è venuta a creare nei Territori Occupati
Palestinesi a partire dagli accordi di Oslo del 1993. Per questo ho deciso di
affrontare separatamente il percorso delle trattative ufficiali, dando ampio
respiro alle analisi di coloro che identificano nella condizione di
esasperazione e frustrazione del popolo palestinese - defraudato del valore
autentico della parola “pace” per la versione aggressiva di una pacificazione e
normalizzazione condotta a colpi di “fatti compiuti” - la vera ragione della
riesplosione su ampia scala della rivolta.
4.1 Terra in cambio di pace: ma quanta
terra, per quale pace?
Se da un lato possiamo considerare
l’avvio del processo di pace come l’esito diretto della forza e della popolarità
internazionale raggiunte dall’intifada; dall’altro, il sostegno di Arafat a
Saddam Hussein durante la guerra del Golfo ha notevolmente indebolito la
posizione palestinese al tavolo negoziale cosponsorizzato da USA e URSS. Le numerose precondizioni poste dagli
israeliani per la propria partecipazione prevedevano infatti che la delegazione
palestinese venisse “nascosta” entro quella giordana; che non contenesse personalità
direttamente legate all’OLP, né residenti di Gerusalemme od esponenti della diaspora; e che nelle
trattative non si facesse riferimento alcuno allo “status definitivo” dei
Territori Occupati – ovvero, che non si trattasse del ritiro dell’esercito
israeliano (Said, 1993).
Annunciata a Gerusalemme nel
settembre da James Baker
insieme alla controparte sovietica, la Conferenza di Madrid dà il via - il 3
novembre 1991 - alle prime negoziazioni bilaterali tra Israele ed i paesi arabi
confinanti. Le molteplici difficoltà formali e sostanziali incontrate durante
le trattative
portano presto ad una stagnazione dei negoziati in corso a Washington. La svolta
giunge con l’elezione del laburista Yitzhak Rabin alla carica di primo ministro
israeliano, il 23 giugno 1992. Rabin acconsente infatti all’avvio in Norvegia
di un canale di negoziazione segreto, parallelo e diretto con l’OLP, che dopo
mesi di trattative sfocia nell’accordo di mutuo riconoscimento tra OLP e
Israele, e tra OLP e la comunità internazionale (il 9-10 settembre); succeduto
il 13 settembre 1993 dalla firma a Washington della Dichiarazione di Principi
israelo-palestinese (Declaration of Principles, DoP).
Il trattato si fonda sul mutuo
riconoscimento del principio - non scritto - di “terra in cambio di pace”, e
sulla previsione di una risoluzione graduale e congiunta dei problemi,
procedendo dal semplice al complesso, dando modo alle parti di instaurare tra
loro un rapporto di fiducia e collaborazione reciproca. Gli accordi (noti come
“Oslo I”) assomigliano ad una “cornice vuota che i protagonisti si ripromettono
di riempire progressivamente per mezzo di accordi successivi” (Rouleau, 2000: 7),
e non prevedono alcun impegno da parte israeliana sui principali punti del
contenzioso, le cosiddette “red lines”: (a) le frontiere della futura
“entità” palestinese: ancora, infatti, non si parla di un vero e proprio
“stato”; (b) il futuro delle colonie d’insediamento ebraiche; (c) la sorte dei
rifugiati palestinesi;
(d) la ripartizione delle risorse idriche; ed (e) lo statuto di Gerusalemme.
A posteriori, nello stesso preambolo alla DoP possiamo intravedere alcune
delle ambiguità e difficoltà che il percorso appena iniziato avrebbe in seguito
comportato - anche se non erano necessariamente in grado di predirle. Israele e
OLP “riconoscono i loro reciproci diritti legittimi e politici, operano allo
scopo di vivere in un clima di coesistenza pacifica, di rispetto e di sicurezza
reciproca ed intendono instaurare una pace giusta, durevole e globale nonché
una riconciliazione storica”. Mentre per Israele la “pace” deve anzitutto essere
globale - in modo da estinguere definitivamente il contenzioso con i
palestinesi e con il mondo arabo nel suo insieme -, per i palestinesi deve
essere imprescindibilmente giusta. I “diritti” sono legittimi per
Israele - che in questo modo incassa la riconferma ufficiale dalla controparte della
legittimità del proprio stato - mentre per i palestinesi essi sono anzitutto politici:
la cessazione dell’occupazione israeliana e la nascita di uno stato palestinese
indipendente e sovrano (Cypel, 2000: 8).
Seppur dietro assicurazione che
tutto era negoziabile (persino lo statuto di Gerusalemme, da sempre considerato
fuori discussione), alla rinuncia di Arafat all’uso della violenza e del
terrorismo quali mezzi cui ricorrere nella lotta per l’autodeterminazione
nazionale del proprio popolo, Israele risponde con un riconoscimento puramente
formale dell’OLP quale legittimo rappresentante del popolo palestinese,
conferendo alla futura Autorità Nazionale Palestinese un’autonomia limitata su porzioni
di territorio, e riuscendo infine ad eludere qualsiasi riferimento alla
violenza esercitata sistematicamente dal proprio esercito contro i palestinesi
ancora sotto amministrazione militare. Nell’opinione di Edward Said, gli
accordi di Oslo sono la “Versailles palestinese” (Said, 1993: 251).
La DoP istituisce un periodo di 5
anni che dovrà concludersi con i negoziati sullo status finale delle “red
lines” poc’anzi individuate e con la nascita di uno Stato Palestinese sovrano,
legittimo ed indipendente. Durante questa fase transitoria, si fissano le tappe
per un ritiro graduale delle truppe di occupazione israeliana da aree
progressivamente più consistenti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza,
ed un loro simultaneo passaggio giurisdizionale al governo di un’Autorità
Nazionale Palestinese (ANP) istituita dal trattato insieme ad un Consiglio
dotato di poteri legislativi. Le elezioni per questi due organi di autogoverno
si terranno - come previsto - il 20 gennaio 1996: Arafat sarà investito della
carica di Presidente dell’Autorità, ed al-Fatah - il suo partito - otterrà
circa i due terzi dei seggi del Consiglio Nazionale Palestinese.
La firma il 4 maggio 1994
dell’accordo del Cairo - che prevedeva il ritiro dell’esercito israeliano dalla
città di Gerico e dal 60% della Striscia di Gaza (accordo noto come “Gaza e
Gerico first”) - ed il rientro di Arafat a Gaza il 1 luglio successivo
segnano l’avvio dell’esperimento dell’autonomia palestinese. L’accordo di Taba
(“Oslo II”) del 28 settembre 1995 organizza un ulteriore ritiro delle truppe
israeliane dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza. Definisce inoltre i
poteri riconosciuti all’Autorità Nazionale Palestinese sul territorio evacuato,
(vivi)sezionandolo in zone “A”, “B” e “C” in base alla tipologia di poteri
conferitile, o - rovesciando - in base alle forme di controllo mantenute da
Israele. Nella zona A (meno del 4% della Cisgiordania, e circa il 60% della
Striscia di Gaza) all’ANP viene riconosciuta piena sovranità civile e militare;
nella zona B (meno del 27% della Cisgiordania) il controllo militare viene
esercitato congiuntamente con le forze israeliane; la zona C (circa il 70%
della Cisgiordania, e pressappoco il 30% della Striscia di Gaza) permane invece
integralmente sotto amministrazione militare israeliana (Rabbani, 1996).
La frammentazione del territorio e
la conseguente dispersione geografica della giurisdizione dell’Autorità
Palestinese rendono arduo l’esercizio di una genuina - seppur limitata -
sovranità. Il controllo unilaterale dei confini ed il sistema dei permessi di
sicurezza richiesti ai numerosi check-point militari israeliani - che
disciplinano la circolazione di persone, merci e fattori di produzione da, per
e tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza - consentono di fatto ad Israele di
imporre discrezionalmente il “blocco” dei Territori (ancora) Occupati. Secondo
Sara Roy (economista statunitense) ed Adel Samara (economista palestinese) la
frequente chiusura dei Territori è la causa primaria dell’aumento della
dipendenza economica palestinese da Israele: “nella visione israeliana, sia
prima che dopo Oslo, i Territori devono in buona sostanza fungere da area
depressa attigua ad Israele, capace da una parte di assorbirne l’export e
dall’altra di garantire una manodopera a basso costo indispensabile per favorire lo sviluppo
economico israeliano” (cit. in Giovannangeli, 2001: 147).
4.2
L’erosione della fiducia reciproca: la “sicurezza” (di Israele) in cambio di una
pace
A posteriori, possiamo considerare
l’uccisione di Yitzhak Rabin per mano di un giovane estremista ebreo durante un
raduno per la pace a Tel Aviv come l’inizio della fine del percorso avviato ad
Oslo - percorso che cominciava a dare segni della propria incapacità di
traghettare la società israeliana verso l’agognato traguardo della “sicurezza”,
cruciale ai fini del mantenimento del consenso al processo di pace. Nell’immediato
succede Shimon Peres, ex ministro degli Esteri e co-ricettore del premio Nobel
per la Pace insieme al defunto Rabin e ad Arafat. Ma alla funesta decisione di
lanciare un’azione militare contro il Libano - che il 18 aprile provoca la
morte di 98 civili nel campo profughi di Cana gestito dall’UNRWA -, si uniscono
gli effetti devastanti della campagna di attentati terroristici lanciati da
Hamas in territorio israeliano tra il febbraio ed il marzo del 1996. Alle
elezioni anticipate convocate per il maggio successivo per il rinnovo della
Knesset
e per l’elezione diretta del premier, la candidatura del laburista Peres viene
affossata dalla vittoria di Benjamin Netanyahu, esponente della coalizione
avversaria.
A partire da questo momento, il
processo di pace si avvia inesorabilmente verso una china che i successivi
trattati - che prevedono ulteriori parziali ritiri dell’esercito israeliano dai
Territori Occupati - non potranno fermare. Alla firma del protocollo per il nuovo
dispiegamento di forze in Hebron (14 gennaio 1997) succede a breve l’avvio
della costruzione di un nuovo insediamento ebraico (Har Homa) a Gerusalemme
Est. Il Wye River Memorandum (23 ottobre 1998) - che promette all’ANP un
ulteriore 13% della Cisgiordania (1% sotto piena sovranità palestinese e 12%
sotto sovranità congiunta con Israele) in cambio di una svolta repressiva
interna contro i movimenti palestinesi ostili alla pace - viene sospeso poche
settimane dopo la ratifica. È necessario sottolineare come con quest’ultimo
trattato Israele sia riuscito a sostituire il principio condiviso di “terra in
cambio di pace” contenuto nella DoP (ovvero, sulla base delle risoluzioni ONU
242 e 338),
con il principio di “sicurezza in cambio di pace”. Questo significa che Israele
definirà il territorio da cui ritirarsi sulla base di ciò che riterrà essere in
linea con la propria sicurezza (Farsakh, 2001: 47): i Territori Palestinesi non
sono quindi più “occupati” ma “contesi”.
L’incapacità palestinese di
rispondere alle sempre maggiori garanzie di sicurezza richieste da Israele, e
la convinzione israeliana che si dovesse cedere il meno possibile prima di
affrontare i colloqui sullo status finale, condannano gli accordi ad una rinegoziazione
perpetua e ad una rapida erosione della fiducia reciproca.
Da parte israeliana, la crisi si
manifesta una volta di più nel ricorso ad elezioni anticipate, che il 17 maggio
1999 - pochi giorni dopo la scadenza prevista per il periodo ad interim (4
maggio 1999)
- portano alla ribalta il generale Ehud Barak, candidato laburista.
Il trattato di Sharm el-Sheik (4
settembre 1999) ridefinisce il calendario per l’applicazione del Wye River
Memorandum - che stabiliva le successive tappe del ritiro dell’esercito
israeliano dai Territori Occupati - e prevede la conclusione di un accordo
sullo status finale entro il 13 settembre 2000. In realtà, nessuno dei
successivi round di negoziati (Camp David: luglio 2000; Sharm el-Sheikh:
ottobre 2000; Taba: gennaio 2001) riuscirà in questo intento. Di nuovo, la
reazione israeliana all’impasse sarà il ricorso alle urne: nel febbraio 2001
Ariel Sharon, uomo forte del Likud, ne uscirà vincitore con il 60% delle
preferenze e con un chiaro mandato di soffocare la nuova insurrezione
palestinese esplosa nel settembre 2000: compito assunto congiuntamente ai
laburisti di Peres - di nuovo, al ministero degli Esteri - che accettano di
entrare nel governo di unità nazionale tuttora in carica.
4.3 La
normalizzazione dell’occupazione sotto mentite spoglie: la “matrice del
controllo”
Prima di procedere con l’analisi
della seconda intifada, è necessario tentare di comprendere le cause alla radice
del fallimento di questi ultimi negoziati o - meglio - quali, a monte, siano
stati i vizi di fondo dell’intero processo di pace inauguratosi ad Oslo.
Nell’opinione di Daniel Amit -
docente presso l’Università Ebraica di Gerusalemme - le ragioni del fallimento
risiedono nell’assenza nella DoP di due principi fondamentali: (1) la legalità:
Oslo legittima la presenza dei coloni, configurando una palese violazione della
Convenzione di Ginevra;
(2) la protezione delle vittime: la massima priorità degli accordi è garantire
la sicurezza dello stato ebraico, e questo compito viene delegato alle forze di
polizia palestinesi (Amit, 2002: 33).
Alcuni dati economici potranno
aiutarci nella comprensione della realtà creata da Oslo. Tra il 1994 ed il 1996 il reddito lordo
palestinese pro capite è calato più del 17% e nel 1996 la disoccupazione è
schizzata ad oltre il 28%. Nel 1998 la percentuale di coloro che vivevano in
povertà (ovvero, con un reddito giornaliero inferiore a 2,1$) era del 37,2% a
Gaza e del 15,4% in Cisgiordania. Il Protocollo sulle Relazioni Economiche
firmato a Parigi nel 1994 ha conferito all’ANP il controllo sulle risorse umane
e sulle decisioni di investimento, ma non sulla terra, né sulle risorse
idriche. “L’intero successo dell’accordo era basato sull’infondata supposizione
che Israele non cambierà lo status quo nel periodo ad interim e che coopererà e
coordinerà le politiche economiche con i palestinesi” (Farsakh, 2001: 45). Tra
il 1994 e 1999 la comunità internazionale ha stanziato circa 3,4 miliardi di
dollari per un totale di 2,8 milioni di palestinesi. Tra il 1995 ed il 1997 il
commercio tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza è caduto di oltre il 40%.
“L’implementazione di Oslo ha semplicemente confermato il potere di Israele, ed
enfatizzato la sua capacità di imporre continuamente il proprio controllo
territoriale sulla Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza, spesso a detrimento
della crescita e della continuità economica” (Farsakh, 2001: 46).
A sette anni dalla firma degli
accordi, la colonizzazione del territorio è continuata incessantemente sotto i
governi Rabin, Netanyahu e Barak, sostenendo un ritmo di crescita annuale del
10% (più alto della crescita in territorio israeliano): al settembre 2000 sono
stati complessivamente costruiti 30 nuovi insediamenti e 90.000 unità abitative
a Gerusalemme Est; il numero dei coloni - che usufruiscono di cospicui
incentivi governativi (tagli alle tasse, sussidi per acqua e per l’agricoltura,
concessione di prestiti vantaggiosi per acquistare terre e per edificare case,
istruzione gratuita, accesso preferenziale agli impieghi pubblici, etc.) - è
duplicato.
La bantustanizzazione del territorio è proseguita con la costruzione di 340.8
km
di grandi autostrade e circonvallazioni a servizio esclusivo dei coloni e sotto
controllo militare israeliano (le “by-pass roads”). Secondo Halper (2002a: 61), “la strategia insediativa e
la strutturazione del controllo [israeliana, N.d.R.] sono finalizzate a creare
una massiccia e irreversibile presenza israeliana, quale “situazione di fatto”
in grado di spostare in favore di Israele l’esito di qualsiasi negoziato prima
ancora che questo cominci”. In quest’ottica, il processo di Oslo non è che un
altro stadio del nishul,
ovvero del processo di displacement (spostamento/sostituzione) - in atto
sin dai primi insediamenti sionisti all’inizio del XX secolo - a danno della
popolazione nativa residente nella ex Palestina mandataria: processo che si è
storicamente espresso non soltanto con la perdita di terre e proprietà, ma
anche attraverso la negazione e la pronta sostituzione delle rivendicazioni,
della narrazione e dell’identità palestinese con quelle del gruppo dominante. “Il primo obiettivo del nishul
non è lo spostamento fisico, ma la “normalizzazione” della situazione di displacement,
in modo che sia impossibile ripristinare o anche solo rievocare la realtà
preesistente. Trasformando il displacement in uno status quo
largamente accettato e persino banale, il processo che lo ha creato ed i suoi
effetti smettono di essere visibili; essi diventano un non-problema, deviando
efficacemente le richieste di risarcimento dei “fuori posto” [ovvero, dei
profughi palestinesi, sia interni che esterni, N.d.R.]” (Halper, 2002a: 48-49).
Secondo Said il fallimento dei negoziati di Camp
David del luglio 2000 era già inscritto nel DNA di Oslo, che aveva
sostanzialmente archiviato le importanti risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di
sicurezza dell’ONU che stabiliscono che la terra ottenuta da Israele con la
guerra del 1967 deve essere restituita in cambio della pace. “Per questo, dopo
il fallimento del vertice di Camp David nel luglio scorso, è stato molto più
facile sostenere - come hanno fatto il presidente statunitense Clinton e il
premier israeliano Barak - che i responsabili dell’impasse erano i palestinesi
e non gli israeliani, ancorati alla posizione che i territori del 1967 non
devono essere restituiti”.
Nell’immediato, nessun partecipante
statunitense o israeliano ha fornito un resoconto pubblico su ciò che realmente
è accaduto a Camp David; l’unica testimonianza pervenutaci (ovviamente
destinata all’opinione pubblica palestinese) è stata quella di Akram Haniyye,
membro della delegazione palestinese e direttore del quotidiano Al Ayyam.
Haniyye sostiene che: (1) il fallimento sulla questione dei rifugiati è stato
totale, Barak ha “rifiutato recisamente” di riconoscere “una qualsiasi
responsabilità israeliana”; (2) Israele ha proposto di annettere dal 10 al
13,5% della Cisgiordania mentre gli Usa proponevano il 9%: “richieste che erano
state gonfiate per essere ulteriormente presentate come generose concessioni”;
(3) per quanto concerne Gerusalemme, le proposte sul tavolo miravano a
mantenere la sovranità israeliana sulla Città vecchia e sulla maggioranza dei
villaggi circostanti, offrendo ai palestinesi una semplice “tutela” sullo Haram
al-Sharif oppure una capitale che non fosse Gerusalemme Est (Haniyye, cit. in
Cypel, 2000).
Successivamente, sono stati molti i
giornalisti che hanno riportato quanto accaduto. Nell’articolo La truffa di
Camp David, la giornalista israeliana Tanya Reinhart spiega come ai
palestinesi sia stata di fatto offerta la sovranità soltanto sul 50% di una
Cisgiordania suddivisa in zone separate; del restante 50%, il 10% doveva essere
annesso da Israele, mentre il 40% doveva restare ancora “in discussione”. Secondo Henry Siegman, il fallimento di Camp David nasce
dall’erosione della fiducia tra le parti dovuta in larga misura alla politica
ambigua tenuta da Barak durante i suoi due anni di governo, nei quali la
colonizzazione del territorio palestinese è proseguita “ad un ritmo più
sostenuto di quello tenuto durante il governo di Netanyahu”. A Camp David, Barak ha formulato le
sue proposte senza consultare in via preliminare Arafat, ed all’arroganza della
propria posizione - “prendere o lasciare” - ha aggiunto la proposta
provocatoria di costruire una sinagoga sull’Haram al-Sharif, a fianco della
moschea al-Aqsa (Siegman, 2001).
Sia Uri Avnery (2002) che Azmi Bishara puntano il dito contro la strategia
negoziale utilizzata da Barak nei confronti di Arafat e della delegazione
palestinese: un gioco a somma zero dal quale Israele sarebbe sempre e comunque
uscito vincitore, e che - alla luce degli sviluppi successivi - è carico di
responsabilità per la successiva deriva a destra del proprio elettorato.
Ponendo Arafat di fronte a condizioni di massima inaccettabili - la rinuncia a
Gerusalemme, all’evacuazione degli insediamenti ed all’integrità dei confini
dei Territori Occupati - Barak si riservava invero una vittoria assicurata: la
storica firma di un accordo globale e definitivo con il popolo palestinese, o
la pubblica dimostrazione dell’incapacità della controparte di accettare il
prezzo del Compromesso. Al rientro in patria a “mani vuote”, il generale Barak
- leader del partito laburista, ed ufficiale militare di lunga carriera
- si è presentato al cospetto dell’opinione pubblica israeliana ed
internazionale sostenendo di aver offerto ai palestinesi tutto ciò che essi
volevano. Rifiutando, Arafat aveva infine dimostrato di non essere realmente
pronto alla pace: quindi, Israele non aveva più una controparte negoziale
credibile.
D’altronde, “se Arafat avesse
accettato quell’accordo, non soltanto avrebbe legittimato l’occupazione, che è
illegale secondo il diritto internazionale, ma avrebbe anche avallato lo
screditamento dell’intero sistema del diritto umanitario internazionale sancito
dalla Quarta Convenzione di Ginevra” (Abu-Dayyeh Shamas, 2002: 40). “L’idea
diffusa che a Taba, Barak abbia fatto una “offerta generosa” e che Arafat abbia
perso un’opportunità storica si basa su un falso assunto secondo cui territorio
equivale a sovranità. […] Infatti Israele ha bisogno solo del 5-7% - l’area
occupata complessivamente dagli insediamenti e dalle circonvallazioni - per
controllare completamente lo Stato palestinese ed impedirne qualsiasi sviluppo.
I palestinesi potrebbero ricevere il 93% (o più) di Cisgiordania, Gaza e
Gerusalemme Est, e ancora non avrebbero ottenuto i prerequisiti per
l’autodeterminazione: continuità territoriale, autosufficienza economica ed
autentica sovranità. Avendo spostato il nostro sguardo dal territorio al
controllo, vediamo che significato ha quel 5-15% dei Territori Occupati che
Israele tenterà di mantenere in qualsiasi accordo politico” (Halper, 2002a:
65).
Lo stesso copione verrà riutilizzato
anche nel successivo round negoziale svoltosi nell’ottobre 2000 a Sharm
el-Sheikh, durante le prime settimane dallo scoppio della seconda intifada: di
nuovo, alla “generosità senza precedenti di Barak” si oppone “l’ostinato
rifiuto di Arafat” (Avnery, 2002). Neppure a Taba (gennaio 2001) - l’ultimo
tavolo “presieduto” dal presidente statunitense Bill Clinton, e con un Barak
dimissionario in attesa dell’esito delle nuove elezioni israeliane per la
carica di primo ministro - si riuscirà a raggiungere un compromesso finale.
Miguel Moratinos (cit. in Avnery, 2002) - diplomatico spagnolo emissario
dell’Unione Europea per la Pace in Medio Oriente presente a Taba, anche se non
ha partecipato direttamente ai colloqui - ha successivamente pubblicato un
lungo e dettagliato resoconto dell’accaduto. Secondo Moratinos, a Taba le
posizioni delle parti si erano ormai molto avvicinate, e le fratture
persistenti erano quantitative piuttosto che qualitative: fu invece Barak -
trovatosi di fronte al vero prezzo della pace - ad ordinare ai propri
negoziatori di interrompere i colloqui.
Incapace di traghettare Israele
verso la pace, Barak sarà quindi affondato alle urne dal generale Ariel Sharon,
investito di un esplicito mandato di risolvere con la forza ciò che anni di
falliti negoziati non erano riusciti a raggiungere.
Capitolo 5
Dalla mobilitazione popolare al policy-making:
lobbying di genere sull’Autorità nazionale
palestinese
5.1
Introduzione
Le ripercussioni degli accordi di
Oslo (e successivi) sulla società palestinese sono tali da costituire
indubbiamente uno spartiacque nella comprensione e nella valutazione dei
movimenti e delle organizzazioni trovatesi ad operare in questo mutato contesto,
che al suo orizzonte - relativamente prossimo - scorgeva la nascita di uno
stato palestinese indipendente e sovrano.
L’istituzione dell’Autorità
Nazionale Palestinese provoca una profonda spaccatura tra le forze che avevano
lottato insieme durante la prima intifada. Il nuovo spettro politico viene così
a ridefinirsi in base alla posizione assunta verso gli accordi di pace, e -
necessariamente - verso la leadership che li aveva firmati. La valutazione del
“Gaza e Gerico first” quale ennesima strategia israeliana per legittimare il
controllo permanente delle terre palestinesi porta le forze della sinistra
palestinese (PFLP e DFLP) e le organizzazioni politiche islamiche (Hamas e
Jihad Islamica) ad una temporanea convergenza.
Scegliendo di fuoriuscire dal WATC e
di stringersi nel blocco d’opposizione insieme alle forze islamiche -
accantonando nella contingenza le radicali divergenze sul carattere del futuro
stato e sulle concezioni di femminilità e mascolinità che da sempre li
separavano - le donne appartenenti alla sinistra dell’OLP confermano una volta
di più la priorità data agli obiettivi nazionali rispetto all’agenda delle
donne.
D’altronde, il dischiudersi delle
possibilità di influenzare la legislazione dello stato palestinese in fieri durante
il periodo ad interim spinge una parte del movimento delle donne a dirigere le
proprie energie sul piano della lotta politica istituzionale. Una decisione che
- insieme ad altri fattori che evidenzierò nel corso della mia trattazione -
concorrerà alla chiusura dell’esperienza di partecipazione popolare,
democratica e diffusa innescata dalla prima intifada.
5.2 Partecipazione diffusa contro
centralismo: l’ambiguità strutturale dell’ANP
A partire dalle associazioni
caritatevoli e filantropiche dedite al soccorso della popolazione bisognosa -
predominanti almeno fino agli anni ’60 - l’organizzarsi della società civile si
è successivamente caratterizzato sia per una forte espansione qualitativa e
quantitativa della gamma di attività svolte, sia per una transizione verso un
coinvolgimento popolare sempre più ampio e diffuso, inserito all’interno della
cornice nazionalista. Di questa fase, la mobilitazione capillare della società
cui abbiamo assistito nei primi due anni dell’intifada ha rappresentato il
culmine irripetibile.
Per la prima volta, con la nascita
dell’ANP il variegato spettro delle Organizzazioni della società civile (OSC)
sorte nei Territori occupati durante i decenni di occupazione militare
israeliane si trova a doversi confrontare con le priorità, la cultura politica
e lo stile di governo di un referente “semi-istituzionale” le cui potenzialità
sono profondamente influenzate dalle limitazioni poste alla propria sovranità
dagli accordi di pace. La fase attuale - caratterizzata da una profonda
smobilitazione popolare - è ulteriormente contraddistinta da un salto
qualitativo in senso maggiormente professionale nella fornitura di servizi da
parte delle OSC, e da un parallelo fiorire di organizzazioni islamiche
impegnate nell’offerta di servizi di welfare (Hammami, Hilal e Tamari, 2001).
Il difficile rapporto instauratosi
tra ANP ed organizzazioni della società civile è legato alle particolari
condizioni nelle quali si è costruito il movimento di liberazione palestinese.
In particolare, scaturisce dalla scissione tra leadership nazionale ufficiale -
gli “esterni”, rientrati in virtù degli accordi di pace - e leadership
“interna”, emersa genuinamente e democraticamente nel contesto della lotta
diretta e quotidiana all’occupazione che si è articolata attraverso la
costruzione di quella infrastruttura istituzionale di resistenza (Hiltermann:
1991) che ha consentito la lunga durata e la sostenibilità dell’intifada.
L’organizzarsi sociale e politico in risposta ai bisogni concreti della
popolazione dei Territori Occupati, viene investito dal basso di una
particolare valenza e rappresentatività democratica e nazionalista, ciò che
qualificava questa esperienza di fronte alle numerose organizzazioni, unioni, e
sindacati costruite e dirette dalla leadership dell’OLP in esilio come
strumenti di mobilitazione settoriale per il raggiungimento degli obiettivi
nazionali. Ciò significa che molte OSC “hanno avuto una lunga esperienza
nell’adempimento di funzioni politiche - a volte, più direttamente come estensioni
di fazioni politiche, altre volte più indirettamente come impersonificazioni
di uno stato assente. Tale dualità […] è stata potenzialmente causa di
molti degli attuali conflitti tra le OSC e l’ANP” (Hammami, Hilal e Tamari,
2001: 23).
Mantenendone intatta la struttura
verticale e verticista, l’ANP è subentrata all’OLP nella direzione delle
organizzazioni da questa create, configurando una coincidenza pericolosamente
autoritaria tra stato e società civile, laddove i confini “interni” dello stato
- che dovrebbero definirne e delimitarne il raggio d’azione - tendono a
dissolversi sotto l’ombrello soffocante delle organizzazioni “statali” della
“società civile”. La tensione che sottende a questo rapporto nasce quindi dallo
scontro tra le istanze ed i metodi centralizzatori della leadership nazionale,
e le esperienze a partecipazione diffusa e democratica rivendicate dalle OSC -
che le qualificano di fronte all’autoritarismo che da subito contraddistingue
lo stile di governo dell’ANP.
La “sicurezza” di Israele elevata a
precondizione discriminante per il proseguimento delle negoziazioni, il compito
primo dell’ANP è diventato il controllo dell’opposizione interna al processo di
pace. La forte espansione del settore pubblico cui assistiamo è quindi
prevalentemente legata al proliferare delle variegate forze di polizia
palestinesi. Il rapporto polizia/civili tra i più alti del mondo, ha portato
alcuni analisti a sostenere che i servizi di sicurezza “monopolizzano l’intero
spazio pubblico” (Bishara, 1998, cit. in Jad; Johnson e Giacaman, 2000: 139).
Conseguentemente, la priorità assegnata al mantenimento dell’ordine interno - a
detrimento del rispetto dei principi di democrazia e di supremazia della legge
- ha finito per conferire naturalmente agli uomini una postazione
privilegiata e difficilmente contestabile nella struttura gerarchica di potere.
Nel difficile tentativo di
bilanciare tra spinte centrifughe e sfide alla propria autorità, i criteri di
assunzione adottati dall’ANP si sono immediatamente caratterizzati come
fortemente clientelari. La reinvenzione della famiglia tradizionale palestinese
(hamula) come base di un network politico di tipo feudale - basato sullo
scambio di fedeltà ed obbedienza contro l’accesso alle risorse del potere -
traspone nello spazio pubblico relazioni e strutture sociali tradizionali. Il
primato degli uomini nella sfera privata si ricalca nelle nuove istituzioni,
dando vita ad una forma di (neo)patriarcato legittimato sia dalla legge che dalla
tradizione, e rinforzato attraverso istituzioni religiose, scolastiche,
politiche, e della comunicazione (Jamal, 2001). Assumendo la famiglia quale
unità base della società e dell’appartenenza alla comunità politica, la
titolarità dei diritti civili e politici viene a dipendere dallo status della
persona all’interno della famiglia, in un tipico processo di mascolinizzazione
della cittadinanza. Il ritorno in auge delle leggi consuetudinarie che
accompagna questo sviluppo costituisce una potenziale minaccia per lo status ed
il ruolo delle donne nel futuro stato palestinese, facendo riaffiorare lo
spettro di sanzioni illegali quali l’omicidio d’onore (Abdo, 1999).
Proprio nell’attenzione rivolta alle
istanze di democrazia ed ai diritti di cittadinanza da parte delle OSC -
attenzione che non esclude, ma comprende la lotta per i diritti nazionali nel
contesto del perdurare dell’Occupazione - risiede una delle maggiori fonti di
attrito con l’ANP: “Invero, un focus sulle istanze interne legate ai diritti
umani è stato criticato, e talora punito, dall’Autorità Palestinese come
sabotatore della causa nazionale ed asservito ai poteri occidentali imperiali.
In questo clima e sotto queste condizioni, il movimento delle donne ha il
difficile compito di costruire un’agenda delle donne che affronti sia il
problema della democratizzazione sia l’occupazione” (Jad; Johnson, e Giacaman,
2000: 140).
5.3 Tra
mobilitazione popolare e lobbying: le nuove strade del movimento delle donne
La popolarità riconosciuta al
movimento delle donne per il contributo dato alla lotta nazionale contro
l’occupazione costituisce un importante punto di partenza per comprenderne la
scelta di concentrarsi nel policy-making. D’altro canto, l’atteggiamento
assunto nei confronti dell’ANP ed il contenuto delle istanze di riforma
presentate contribuiranno all’acuirsi delle differenze tra ed entro le diverse
organizzazioni femminili e femministe. A questo riguardo, Jamal (2001)
individua tre scuole principali: (1) la scuola tradizionalista, affiliata con i
movimenti islamici, che accetta la Shari’a come base legale dello statuto
personale e codice morale regolante la vita familiare e che si pone all’esterno
ed in contrapposizione rispetto alle altre organizzazioni; (2) la scuola
riformista, che cerca di promuovere pari opportunità per le donne nel contesto
di una più ampia redistribuzione delle risorse, da realizzare attraverso un
cambiamento politico ed economico graduale all’interno delle istituzioni
esistenti; (3) la scuola femminista, che individua nell’esistente struttura
sociopolitica di genere l’ostacolo primo al raggiungimento dell’uguaglianza, e
si pone in maniera fortemente critica rispetto alle politiche economiche e
sociali adottate dall’ANP - dettate da Banca Mondiale e Fondo Monetario
Internazionale: nella loro visione, un equo sviluppo economico è il complemento
necessario di un processo di liberazione nazionale e di democratizzazione
basati su eguaglianza, giustizia sociale, e supremazia della legge.
Contrapponendo un approccio basato
sulle potenzialità delle strutture nel generare cambiamento, ad un altro che si
concentra sulle medesime possibilità accordate agli attori sociali, Abdo (1999)
distingue tra: (a) la scuola femminista strutturale, che sottolinea il ruolo
oggettivo delle forze politiche e socioeconomiche organizzate dallo stato nel
plasmare lo status delle donne, e per la quale conseguentemente l’obiettivo
primario diventa ampliare e migliorare la rappresentanza delle donne nelle
istituzioni; (b) l’approccio che valorizza la potenzialità della donna in
quanto soggetto capace di portare cambiamenti al livello istituzionale e
strutturale. All’interno di questa seconda scuola di pensiero, l’autrice
distingue tra “interne” - ex attiviste femministe inseritesi nelle strutture
dell’ANP che sottolineano le potenzialità di riforma dall’interno (le
cosiddette “femocrats”) - ed “esterne”, ovvero attiviste convinte della
necessità di lavorare fuori e contro l’apparato dello stato - inerentemente
patriarcale - per la costruzione di una forte società civile quale unica strada
percorribile per il raggiungimento di un’eguaglianza autentica e sostanziale.
Il peso degli aiuti internazionali che a partire da Oslo cominciano a
piovere sulle ONG palestinesi rappresenta un ulteriore elemento necessario alla
comprensione del nuovo panorama organizzativo che va costituendosi. Il
potenziale di ricatto insito nel meccanismo di finanziamento - condizionato al sostegno
accordato agli accordi di pace - si rivela un criterio di selezione naturale
che influisce non solo sulla sopravvivenza di alcune organizzazioni, ma anche e
soprattutto sull’agenda stessa delle più adatte, dando vita a vistosi squilibri
nell’allocazione delle risorse a causa della preferenza dei donatori
internazionali per i progetti di training e workshop. “Come altrove nel mondo,
gli aiuti internazionali sono un’arma a doppio taglio che il movimento delle
donne deve brandire attentamente, particolarmente alla luce del fatto che ha
perso una parte della propria base popolare nell’era di smobilitazione della
resistenza nazionalista” (Jad; Johnson e Giacaman, 2000: 141). La forte
crescita di centri gestiti da accademiche e professioniste indipendenti che si
occupano dell’educazione politica e giuridica delle donne e dello studio di
politiche di genere, coincide con una diversione di energia dalla mobilitazione
popolare. Seppur dotatesi di strumenti e risorse per la realizzazione di
iniziative di riforma legale, questa trasformazione le ha depotenziate sia dal
punto di vista della capacità di rappresentare e mobilitare donne provenienti
dai differenti strati sociali, sia nella forza ed incisività garantite
dall’attribuzione di una genuina valenza nazionalista alle proprie attività
(Johnson, Kuttab, 2001). “Nella loro urgente ricerca di una strategia efficace
per la nuova era, le donne attiviste palestinesi si sono appigliate, forse
troppo velocemente, su concetti sviluppati altrove: molta enfasi è stata messa
sugli incontri delle donne e sul bisogno di “gender training”[…], incoraggiata
anche dalle priorità di finanziamento delle agenzie di aiuti internazionali: ma
quali sono i benefici a lungo termine nel formare individui alla sensibilità
per le questioni di genere e per i diritti umani se non sono impegnati a fare o
portare avanti politiche [concrete, N.d.R.] e soprattutto se questo costo va a
detrimento di altre importanti funzioni delle ONG?” (Abdo, 1999: 48).
Non bisogna dimenticare infatti che
seppur nel contesto di un graduale ritiro dell’esercito israeliano e di
trasferimento di sovranità all’ANP, le reali condizioni di vita della
popolazione non sono sostanzialmente migliorate, e che solo con la chiusura
delle trattative sullo status finale e con la nascita di uno stato palestinese
sovrano, la lotta per l’indipendenza e per il raggiungimento di una genuina
democrazia potrà considerarsi conclusa. Fattori entrambi sottovalutati
nell’adozione quasi esclusiva da parte del movimento di strategie “post-indipendenza”
- richieste di riforme legali, di maggiore rappresentatività delle donne nei
ministeri, dell’applicazione del principio di non discriminazione nelle
pratiche di governo, etc. Le conseguenze della prematura smobilitazione e
depoliticizzazione popolare si paleseranno, qualche anno più tardi, nel
drammatico calo di partecipazione e coinvolgimento delle donne - ma anche della
società nel suo più vasto insieme - nel contesto della seconda intifada.
D’altronde si tratta di una scelta
che nasce anche dagli ostacoli - contingenti e strutturali - incontrati nel
corso della lotta per il miglioramento dello status della donna: difficoltà
legate non solo al conservatorismo della società ed al sostegno popolare di cui
gode il movimento islamico, ma anche alla mancanza di attenzione mostrata dalla
PA verso le questioni di genere ed alla sua fragilità sia di fronte alla
società civile che nei confronti di Israele (Abdo, 1999). La storia ci dimostra
quanto in certi stadi economici o storici i ruoli delle donne siano andati ben
oltre l’esclusiva sfera domestica. D’altro canto, una volta
istituzionalizzatosi il potere tende a relegare le donne ai margini dello
spettro politico, escludendole dalle cariche principali legate alla vita
pubblica od al sistema sociale in generale. L’esistenza di una correlazione
negativa tra presenza delle donne e posizione ricoperta nelle strutture pubbliche viene
confermata da uno studio condotto dal Women’s Studies Center sulla composizione
dello staff di sei ministeri dell’ANP: alla crescita del compito istituzionale
da svolgere, la presenza femminile cala vistosamente (cit. in Jamal, 2001:
261). Le tematiche di genere sono presenti nel policy making a livello
ministeriale e settoriale grazie all’esistenza sia di una Unità di
Pianificazione di Genere nel ministero della Pianificazione e della
Cooperazione Internazionale guidato da Zahira Kamal, sia di Unità di Genere in
circa dieci ministeri, ma non sono riusciti ad incidere significativamente sulle
politiche governative (Jad, Johnson e Giacaman, 2000). Del resto -
paradossalmente - proprio la marginalizzazione delle donne dalla leadership
nazionale consentirà loro di mantenere una posizione più indipendente e critica
rispetto alle scelte dell’Autorità.
Tra le prime iniziative dirette ad
influenzare lo sviluppo della legislazione del futuro stato palestinese
troviamo nel 1994 il progetto congiunto del Women’s Affairs Technical Committee
(WATC) e della General Union of Palestinian Women (GUPW) di creare una Carta
dei Diritti delle Donne (la “Women’s Charter”), sulla base delle disposizioni
di uguaglianza contenute nella dichiarazione di indipendenza palestinese nel
1988, nella carta dell’ONU e nella Dichiarazione Universale dei Diritti
dell’Uomo. L’iniziativa acquista un significato ancora maggiore allorché si
consideri la profonda diversità delle due organizzazioni coinvolte. La GUPW è
un’organizzazione creata e da sempre diretta dall’OLP, ed in quanto tale ha
immancabilmente teso a privilegiare il raggiungimento degli obiettivi nazionali
rispetto a quelli legati all’emancipazione di genere. Sin dalla propria nascita
come comitato specializzato durante il processo di Madrid, il WATC ha invece
sostenuto che “la liberazione della patria non può essere raggiunta se metà
della comunità subisce rigide discriminazioni”, scegliendo di concentrarsi su attività
rivolte alla crescita della coscienza pubblica riguardo alle profonde
diseguaglianze di genere esistenti nel campo dell’istruzione, del lavoro, della
famiglia, delle condizioni di vita, etc.
Per evitare di ingaggiare una
battaglia aperta con la leadership nazionale, la Carta - che affermava i
diritti nazionali, politici, sociali ed economici delle donne - viene comunque
formulata all’interno del discorso nazionalista: all’origine della
discriminazione strutturale contro le donne vengono poste l’esperienza
coloniale rinforzata da tradizioni pregiudizievoli, sorvolando quanto meno
sulle responsabilità del movimento nazionale nel loro mantenimento.
Nata come risposta critica alla
prima bozza della futura Legge Fondamentale (Basic Law) che non
conteneva disposizioni per l’eguaglianza di genere - successivamente
inclusa dopo una discussione sostenuta con l’estensore del documento - la Carta non divenne in
seguito oggetto di campagne per una più ampia ratifica. In questo, ha molto
influito l’incapacità di coordinamento mostrata dai comitati delle donne,
divisi dalla politica nazionale e da una differente valutazione circa le
priorità da affrontare in un contesto di assenza diffusa e generalizzata di
diritti. Lo stesso disegno di legge fondamentale/costituzionale dovrà comunque
affrontare un lungo percorso prima di incontrare la ratifica del presidente
dell’Autorità Nazionale Palestinese: presentato per la prima volta il 10
luglio 1997 all’Assemblea parlamentare (eletta il 29/1/96) la definitiva
approvazione è arrivata soltanto il 29 maggio 2002, in circostanze tutt’altro
che “genuine”.
Seppur riuscendo ad ottenere
l’abolizione di alcune norme discriminatorie - ad esempio, delle leggi che
imponevano la presenza di un uomo durante l’esame di guida, o che ne richiedevano
la firma sulla richiesta di passaporto della donna - l’incidenza dell’agenda di
genere sulla politica nazionale rimane limitata, come dimostra ad esempio il
fallimento della proposta di inserire una soglia (il 30%) di rappresentanza
minima delle donne nel Consiglio Legislativo Palestinese, e - più in generale -
l’atteggiamento tenuto dall’ANP verso le istanze di riforma in senso
progressista della legge sullo statuto personale.
5.4 Lo status
delle donne palestinesi durante il mandato dell’ANP
Utilizzando la Convenzione
sull’Eliminazione di tutte le Forme di Discriminazione Contro le Donne (Convention
on the Elimination of all Forms of Discrimination Against Women, CEDAW) come
parametro per la valutazione del gap di genere che separa le donne palestinesi
dal raggiungimento di un’eguaglianza formale e sostanziale a livello
istituzionale, sociale, politico, economico, culturale, etc. il Centro delle
Donne per la Consulenza e l’Aiuto Legale (Women’s Centre for Legal Aid and
Counselling, WCLAC)
ha stilato un rapporto che indaga sotto molteplici aspetti lo status delle
donne risiedenti sotto il mandato dell’ANP. Prima di procedere con l’analisi dei
dati raccolti, è necessario sottolineare che seppur non legalmente tenuta a
ratificare alcuno strumento internazionale in ambito di diritti umani, l’ANP si
è unilateralmente impegnata a sottostarvi: il rispetto e l’implementazione delle norme
contenute nella CEDAW sono quindi state assunte liberamente e consapevolmente
in sede internazionale dalla stessa ANP.
Al primo punto del rapporto troviamo
il tema della violenza sulle donne. La riservatezza culturale che circonda gli
“affari di famiglia” nella tradizione palestinese impedisce una quantificazione
verosimile dell’incidenza di crimini quali delitti d’onore, incesto, stupro,
etc. nella società. I risultati preliminari di un progetto di ricerca lanciato
nel 1999 dal Gaza Community Mental Health Program (GCMHP) mostrano ad esempio che la
violenza contro le donne è “dilagante” nella striscia di Gaza (cit. in
Alexander, 2002). La metà delle intervistate è vittima della violenza domestica
perché non svolge i compiti tradizionali - cucinare, pulire o curare il proprio
aspetto - in un modo ritenuto soddisfacente dal marito. A questo si aggiungano
le difficoltà del vivere sotto lo stesso tetto all’interno di una famiglia
estesa, allorché le suocere alzano le mani contro le mogli dei propri figli.
Altri abusi, infine, includono pesanti insulti, abuso sessuale e stupro
maritale.
A causa della mancanza di dati
statistici attendibili, l’analisi si è incentrata sull’aspetto qualitativo
piuttosto che quantitativo, affrontando la discriminazione sul piano della
cornice legale esistente. Qui, troviamo che lo stupro è ancora concepito come
un crimine contro la morale e l’etica pubblica (e non contro
l’individuo) e che l’aborto è consentito solo nel caso in cui il parto
costituisca una minaccia alla salute fisica della madre, di fatto escludendo la
possibilità di effettuarlo quando ad esserne minacciata è la salute psicologica
della donna - ad esempio, nel caso di gravidanza imposta dalla violenza di
uno stupro o di un incesto. La vulnerabilità delle donne si rispecchia
nell’assenza di una legislazione che tratti adeguatamente della loro
protezione, mancanza resa ancora più grave date le attitudini patriarcali
prevalenti nella società e nel sistema giudiziario palestinese.
Lo stato dei diritti civili e
politici delle donne è stato valutato sulla base dei risultati delle prime
elezioni politiche tenutesi il 20 gennaio 1996 per la scelta del Consiglio
Legislativo Palestinese e per il Presidente dell’ANP. Il numero delle donne che
si sono effettivamente recate alle urne è stato significativamente più basso
rispetto al totale delle donne aventi diritto, ciò che ha portato molti
osservatori a sostenere l’esistenza di restrizioni ed ostacoli che hanno
impedito il libero esercizio del diritto di voto. L’adozione del sistema
elettorale maggioritario semplice, ha penalizzato i partiti non appartenenti
alla struttura dell’Autorità Palestinese - marginalizzati a causa
dell’opposizione agli accordi di pace - mentre ha enormemente favorito
al-Fatah, che rispetto alle forze della sinistra (PFLP, DFLP, Partito
Comunista) presenta uno scarsissimo tasso di rappresentatività femminile nelle
posizioni di livello medio/alto. Delle 28 donne candidate all’elezione del PLC,
soltanto cinque sono riuscite ad ottenere il seggio (corrispondente al 6% del
totale dei seggi assegnati).
L’istruzione femminile continua ad
essere sfavorita rispetto a quella maschile, ciò che si riflette sia in un
livello di alfabetizzazione significativamente più basso (77% contro il 91,5%
per gli uomini), sia in un tasso di abbandono scolastico che è direttamente
proporzionale all’aumentare del grado di istruzione: mentre alla scuola
primaria si iscrive il 90,9% delle bambine palestinesi, nelle scuole secondarie
questa percentuale è già calata al 63,7%. Lo stesso andamento si riscontra
nell’insegnamento: nelle scuole materne, le maestre rappresentano il 99,8% sul
totale del corpo docente; percentuale che si dimezza nelle scuole elementari
(48,96%) e che si abbassa fino al 12, 26% nelle università. La preferenza
attribuita all’istruzione maschile si riscontra anche nell’iconografia dei
libri scolastici adottati nell’insegnamento: le immagini della madre che cucina
mentre il padre lavora, o della madre che stira - aiutata dalla figlia femmina
- mentre il padre legge il giornale ed il figlio maschio gioca in cortile,
tendono a socializzare i bambini alla divisione tradizionale di genere,
rinforzandola.
Per quanto concerne il mondo del
lavoro, nel periodo 1996-99 la percentuale delle donne che svolgono un
impiego salariato sul totale della forza lavoro palestinese è passata dal 13,5%
all’11,6%, permanendo d’altronde sostanziali disparità retributive a parità di
mansioni svolte: in Cisgiordania, le donne ricevono uno stipendio inferiore del
33,8% rispetto a quello degli uomini; a Gaza, il gap è “solo” del 18,7%. Il
tasso di disoccupazione è direttamente proporzionale al grado di istruzione
conseguito: la fascia più colpita è costituita dalle donne con un’età compresa
tra i 25 ed i 44 anni e che hanno compiuto 13 o più anni di studio, mentre è al
suo minimo tra le donne analfabete.
La struttura del mercato riflette le
tradizionali divisioni di genere in base alle quali le donne devono occuparsi
prevalentemente dei compiti legati alla casa ed alla cura dei figli. Dell’11,4%
di donne impiegate nel settore manifatturiero, il 99% lo è nel tessile e nel
cucito. Il 5% delle donne lavora nel settore dell’istruzione e nel settore
impiegatizio, mentre il 20% è impiegato nel settore dei servizi sociali ed alla
salute. D’altronde, poiché la popolazione palestinese risiede ancora
prevalentemente in aree rurali (60%) e dipende completamente o parzialmente dal
lavoro agricolo, il principale settore d’impiego femminile resta quello
agricolo (34,1% delle donne lavoratrici in Cisgiordania; 9,3% a Gaza).
La maggioranza delle mansioni svolte
dalle donne - allevare i bambini, lavare, cucinare, raccogliere i frutti della
terra, mungere gli animali, procurare l’acqua per l’uso domestico, etc. -
continua comunque a non ricevere alcuna retribuzione. Alle mansioni rientranti
nel cosiddetto “settore economico informale” - che incidono notevolmente sugli
standard di vita e di consumo delle famiglie - non viene attribuito un valore
economico: conseguentemente, alle donne che in maggioranza sono “impiegate” in
questo settore, vengono negati sia i diritti economici e legali che dovrebbero
scaturirne, sia la soddisfazione morale della valorizzazione del proprio
contributo. Anche il problema della femminilizzazione della povertà rimanda
all’importanza rivestita dall’adozione di un approccio di genere nelle
prospettiva di realizzare politiche economiche e sociali efficaci. Lo status
delle famiglie mantenute e guidate da donne (9,5%) è quantitativamente e
qualitativamente peggiore rispetto a quelle guidate da uomini: tra le prime, il
tasso di povertà è del 36% (contro il 22% degli uomini); di queste, il 73%
soffre di estrema povertà (contro il 63%), e non è quindi capace di soddisfare
i bisogni primari.
A conclusione di questa veloce
carrellata, vorrei riportare i risultati di un’inchiesta condotta tra il
1994-95 che si poneva come obiettivo di verificare l’impatto della
modernizzazione sui modelli di comportamento vigenti all’interno delle famiglie
palestinesi residenti nei Territori Occupati (Huntington, Fronk, Chadwick,
2001). Dei risultati attesi dai ricercatori - ovvero, l’esistenza di una
correlazione positiva tra grado di istruzione, partecipazione politica,
partecipazione al mercato del lavoro salariato e ruoli familiari meno
tradizionali - nessuno è stato confermato. Inoltre, l’unica variabile ipotizzata
come correlata negativamente al livello di emancipazione femminile - la
religione - non risulta essere significativa ai fini di questa valutazione, in
quanto i ruoli ricoperti dalle donne credenti e laiche all’interno delle rispettive
famiglie tendono a coincidere. L’apparentemente scarsa influenza di questi
processi di cambiamento sui modelli di comportamento della società non ci deve
del resto spingere verso un relativismo e/o determinismo culturale pericoloso e
deformante. Resta comunque la cautela con la quale è necessario trattare il
tema del raggiungimento dell’eguaglianza di genere per non incorrere
nell’imposizione aprioristica ed orientalistica di canoni occidentali
positivisti che tendono a considerare la “diversità” un sinonimo di
“arretratezza” nel contesto dell’unico sviluppo considerato possibile, che ad
ogni fenomeno tende a far corrispondere una ed una sola possibile risposta
“moderna”.
5.5 Fare o non fare
figli per la nazione: tra politiche demografiche e diritti delle donne
L’importanza dell’adozione di un approccio
di genere di più ampio respiro a livello di programmazione ed implementazione
politica si riscontra ad esempio nel quadro delle politiche demografiche, la
cui analisi è rilevante non soltanto ai fini della comprensione dei ruoli
ascritti alle donne, ma anche e soprattutto per discernere le conseguenze che
portano nel vissuto quotidiano della società nel suo insieme.
Il nazionalismo palestinese ha
sempre considerato la crescita demografica alla stregua di un’arma da impiegare
nella lotta di liberazione: in quest’ottica, “fare figli” assurge a funzione
prima e qualificante della donna, e le madri dei martiri caduti nella
resistenza diventano la spina dorsale della nazione (Young, 1994: 190). L’alto
tributo e valore riconosciuti alla “Madre” quale ricompensa per i sacrifici e
per la devozione dimostrate nell’adempimento del proprio “dovere nazionale”,
costituiscono invero “un modo di glorificarne l’ineguaglianza, ed uno strumento
per limitare l’autodeterminazione delle donne attraverso il controllo dei loro
corpi” (Janice Raymond, 1993, cit. in Young, 1994: 190). D’altro canto,
piuttosto che con gli incentivi materiali e morali, l’alto tasso di fertilità
delle donne palestinesi meglio si spiega con l’assenza di sicurezza a livello
sociale, politico ed economico, allorché i figli sono considerati come una
risorsa fondamentale per la sopravvivenza, la sicurezza e la prosperità della
famiglia.
La “pianificazione familiare” come
politica che verte intorno al diritto di “scelta consapevole” della donna fa il
suo primo ingresso nei Territori Occupati sul finire degli anni ’70, con
l’istituzione delle prime strutture sanitarie preventive organizzate dalla
neonata Unione dei Comitati Palestinesi di Soccorso Medico (Union of
Palestinian Medical Relief Committees, UPMRC) - e successivamente, dal
Progetto per la Salute delle Donne (Women’s Health Project) - che si
concentrano altresì nella fornitura di servizi pre/post nascite, ginecologia,
screening del cancro, ed istruzione sanitaria.
Lo stesso orientamento in tema di
servizi alla salute e pianificazione familiare verrà adottato anche dall’UNRWA,
ma le ragioni di questa scelta risiedono altrove, e sono legate alle
preoccupazioni per l’eccessivo incremento demografico in una situazione
politica, sociale, ed economica estremamente disagiata. Questa politica - con
un orientamento talora esplicitamente “antinatalist” - è tuttora adottata e
sostenuta da alcune agenzie internazionali che operano in Palestina.
L’importanza di un approccio di genere nella lotta alla povertà - che non è
sinonimo di lotta all’incremento demografico - si manifesta appieno allorché si
consideri l’efficacia di politiche di prevenzione e contraccezione nel breve o,
alternativamente, nel medio/lungo termine.
Identificando nella
sovrappopolazione
la causa prima e diretta del deterioramento delle condizioni di vita della
popolazione, l’esclusiva adozione di politiche contraccettive può - nel breve
periodo - risultare efficace nel determinare un calo nelle nascite. D’altro
canto, le vere ragioni dell’alto tasso di natalità risiedono altrove, e si
chiamano povertà, ineguaglianza ed insicurezza: nelle parole di un rapporto
della Banca Mondiale relativo ai paesi dell’Africa subsahariana, “a meno che lo
status legale delle donne non venga rinforzato, [esse, N.d.R.] vorranno ampie
famiglie quale assicurazione contro l’incertezza del futuro. Le leggi devono
essere rinforzate allo scopo di garantire il diritto della donna ad acquistare,
possedere e disporre di proprietà, e per proteggerle dalla discriminazione.
Anche le leggi tradizionali e le pratiche che inibiscono i diritti e le
opportunità delle donne devono essere affrontate” (Scribner, 1995, cit. in Jad;
Johnson e Giacaman, 2000: 156). Nel caso palestinese, è necessario altresì
rilevare l’importanza di alcuni indicatori particolarmente significativi. L’età
media di una sposa al momento del matrimonio è di 18,7 anni (per i ragazzi, è
23,7), e la maggioranza delle donne sopravvive al partner, dovendo infine
dipendere dai figli per il proprio sostentamento. Nel 1998, il 99% degli
anziani non “alloggiava” in case di riposo e l’84% dei bambini non frequentava
l’asilo nido (cit. in Azzouni Mahshi, 1998a), ciò che evidenzia ulteriormente
il carico di lavoro gravante sulle spalle delle donne nella mancanza pressoché
totale di strutture sociali e sanitarie di base adeguate.
Nell’assenza di un tale sistema di
sicurezza, e nel perdurare dell’instabilità politica ed economica provocate dall’occupazione
militare israeliana, è presumibile quindi che il tasso di fertilità delle donne
non potrà scendere significativamente. Soltanto una politica che integri la
voce delle donne al livello di decision-making, ponendo al proprio centro il
rispetto e la tutela dei loro diritti e della loro salute, è suscettibile di
una reale efficacia (Jad, Johnson e Giacaman, 2000).
5.6 The Model
Parliament: la lotta per i diritti di cittadinanza
Non considerando lo stato come
un’istituzione inerentemente patriarcale, ma bensì come il centro di una rete
di relazioni politiche e di potere dove il patriarcato è sia costruito che
contestato (Connel, 1987, cit. in Jamal, 2001), la strategia per il
raggiungimento dell’eguaglianza di genere deve essere diretta alla modifica dei
valori socioculturali egemonici nel sistema istituzionale. In questo contesto
rientra la lotta delle donne per il riconoscimento dei diritti di cittadinanza
- diritti oggetto di un continuo processo di ridefinizione in quanto
influenzati da una molteplicità di fattori, tutti aventi significative
dimensioni di genere: dalle ideologie nazionaliste, ai modelli di
partecipazione politica, alle variazioni contingenti delle relazioni sociali,
politiche ed economiche in un dato periodo storico.
Nel caso palestinese, i limiti posti
alla capacità giuridica dell’Autorità Nazionale Palestinese durante il periodo
ad interim costituiscono un elemento imprescindibile ai fini della comprensione
delle sue potenzialità di avviare e/o plasmare liberamente ed autonomamente la
propria concezione di “cittadinanza” (Jad; Johnson e Giacaman, 2000). D’altro
canto, questa fase rappresenta per il movimento delle donne un’opportunità
unica di aprirsi percorsi di influenza all’interno delle istituzioni in fieri.
Le discussioni pubbliche concernenti lo svolgimento più o meno libero e
democratico delle prime elezioni palestinesi dalla nascita dell’ANP (1996),
costituiscono l’occasione per portare il dibattito sulla futura legislazione
dello stato in uno spazio più aperto e democratico.
In questo contesto, prende forma il
progetto “Il Parlamento-Ombra: Donne e Legislazione (The Model
Parliament: Women and Legislation)” (MP): un luogo pubblico di confronto tra
realtà politiche e sociali differenti diretto alla revisione critica da un
punto di vista di genere del diritto penale, civile e dello statuto della
persona, finalizzato alla redazione di raccomandazioni ed emendamenti da
indirizzare al legislatore.
È rilevante sottolineare la precisa
fase istituzionale durante la quale prende avvio questa esperienza,
caratterizzata dal manifestarsi di una conflittualità di competenze tra il
potere esecutivo ed il potere legislativo: nello specifico, ci troviamo di fronte
al rifiuto del presidente Arafat di ratificare la Basic Law dopo l’approvazione
in terza lettura da parte del Consiglio Legislativo Palestinese. Il Model
Parliament offre quindi al pubblico la possibilità di impegnarsi in una genuina
esperienza democratica, in questo modo esercitando pressioni sulla leadership
dell’ANP.
Alla luce delle ricerche condotte
durante numerosi workshop regionali preparatori, il Model Parliament si
riunisce per la prima volta nel 1998. La discussione si basa sul dossier originale
dell’avvocato Asma Khader - esperta legale ed attivista palestinese per i
diritti umani. L’applicazione del principio di eguaglianza nelle aree governate
dall’autorità civile non suscita particolari opposizioni durante il dibattito
(ad eccezione dei provvedimenti penali concernenti l’adulterio), ma il consenso
è invece molto più difficile da raggiungere al momento della discussione sulla
materia dello statuto della persona (Labadi, Johnson, Hammami e Welchman,
2002), discussione che uscirà dallo spazio del Parlamento - le cui sedute
finali si terranno prima a Ramallah, e poi a Gaza - ripercuotendosi
direttamente sull’intera società palestinese.
A prescindere dalle significative
differenze esistenti in questa materia nel mondo arabo e/o musulmano - dovute
sia all’incorporazione di tradizioni locali, sia all’uso politico della
religione (Moghadam, 1994b) - alla base della legislazione concernente lo
status personale ritroviamo sempre due tipi di “contratti”: (1) il contratto
“paterno” con il quale il padre si assicura il controllo sui parenti minori -
gruppo nel quale rientra ogni donna della famiglia a prescindere dall’età
anagrafica; (2) il contratto “coniugale”, che privilegia i diritti sessuali
dell’uomo sulla donna (Jaber, 1997). Erta di fronte all’invadenza culturale,
politica ed economica del (neo)colonialismo occidentale, la preservazione della
Shari’a quale fonte prima d’ispirazione per la legislazione dello stato
concernente lo statuto della persona e della famiglia ha finito per assumere un
forte valore identitario, e quindi politico (Hammami, Hilal e Tamari, 2001).
Per questo, nonostante non esista “una legge di statuto personale islamica
unitaria, e vi siano [invece, N.d.R.] significative differenze teologiche,
legali, istituzionali, culturali e sociologiche tra ed entro la comunità
musulmane, le leggi di statuto personale sono rimaste pressappoco l’unico
aspetto della Shari’a che in molti paesi islamici ha resistito con successo alla
sostituzione ad opera di una legge civile moderna e laica”(Jamal, 2001: 269).
Nei Territori Occupati, la
legislazione che disciplina lo statuto della persona è estremamente complessa e
variegata. Le donne musulmane sono infatti soggette in Cisgiordania alla
Jordanian Personal Status Law (JPSL) del 1976, mentre nella Striscia di Gaza i
tribunali religiosi applicano la Law of Family Rights (LFR) egiziana del 1954.
Le donne cristiane sono invece sottoposte alle leggi stabilite dalle rispettive
chiese di appartenenza (greca ortodossa, cattolica romana, copta, etc.).
D’altro canto, a prescindere dalle molteplici differenze sostanziali e formali
esistenti in questi sistemi di diritto, ciascuno di essi contiene invero norme
esplicitamente discriminatorie per le donne.
La discussione di questa materia
all’interno del Model Parliament vede la contrapposizione tra il modello di
famiglia e relazioni di genere basato sulla Shari’a, ed informato alla
complementarità di ruoli tra uomo e donna, ad una radicale istanza di riforma
che invoca l’adozione di una legge civile di cittadinanza moderna fondata
sull’eguaglianza - piuttosto che sull’equivalenza - di diritti e doveri: una
richiesta ancora più impellente alla luce dal riferimento della Basic Law alla
Shari’a quale principale fonte di legislazione del futuro stato palestinese.
Nello specifico, queste le principali posizioni evidenziatesi nel corso del
dibattimento, che ricalcano nella forma e nel contenuto le correnti di pensiero
presenti in molti altri paesi musulmani (Hélie Lucas, 1993; Hélie Lucas, 1994):
la posizione delle donne islamiche,
che richiede l’applicazione integrale, subitanea e non mediata della Shari’a.
In quanto legge di Dio e quindi preclusa all’intervento umano, non sussiste né
lo spazio né una reale necessità di modificarla; occorre bensì incoraggiare la
società ad aderire più profondamente al modello di relazioni umane ivi
descritto: “l’armonia di genere percepita nel Corano [risalente all’Arabia del
diciassettesimo secolo, N.d.R.] è utilizzata per ricostruire un modello
autentico di relazioni complementari tra uomini e donne nella contemporaneità”
(Jacoby, 1999: 518). Se i diritti individuali derivano dall’adempimento dei
ruoli sociali prescritti, allora per le donne islamiche “la casa” […] è il
luogo etico dal quale affermare la propria identità nazionale”(Jacoby,
1999: 518);
la posizione delle donne islamiche
femministe, che riconosce la legislazione nei paesi musulmani quale prodotto
contingente dell’interpretazione ed interazione tra le diverse scuole di
giurisprudenza islamica. Zainab al-Ma’adi (1992, cit. in Bahlul, 1998)
introduce a questo scopo una distinzione tra ciò che è “santo/sacro” e ciò che
è “culturale”. Nel primo gruppo rientra tutto ciò che non lascia spazio ad
interpretazioni od a divergenze di opinione in quanto stabilito dal Corano.
Ogni altra disposizione o norma che non ne sia emanazione diretta rientra
invece nell’ambito della “cultura” e può essere modificata: questa la
giustificazione teologica invocata dalle femministe islamiche nella richiesta
di una riforma basata su una reinterpretazione dell’Islam alla luce di agende
progressiste femministe indigene;
infine le donne laiche chiedono
l’introduzione di un codice civile applicabile in modo aconfessionale, che
seppur tutelando la libertà di culto, la mantenga nell’ambito della sfera
privata: nelle parole di Randa Siniora, del Centro al-Haq (La Giustizia)
“credo che l’alternativa debba essere una legge civile di tipo laico, che
conviva con la legge religiosa ma che abbia un potere superiore in caso di divergenza.
[…] È necessario che impariamo a capire che la discriminazione contro la donna
nella casa è come quella attuata dall’occupante” (cit. in Salih, 1993: 53-54).
Le rivendicazioni si basano sulla richiesta di applicazione delle norme che
prescrivono l’eguaglianza di genere contenute sia nella dichiarazione di
indipendenza palestinese, sia nella CEDAW, convenzione firmata dall’OLP nel
1979.
Per comprendere appieno la magnitudo
delle conseguenze innescate da questa discussione, dobbiamo considerare sia la
grande popolarità di cui godono le formazioni politiche islamiche all’interno
della società palestinese, sia la politica adottata nei loro confronti
dall’ANP.
I fallimenti e le contraddizioni di
Oslo - insieme al timore di ulteriori concessioni sullo status finale - hanno
notevolmente indebolito la valenza del nazionalismo quale collante ideologico
tra leadership e popolazione palestinese nei Territori Occupati (Labadi;
Johnson; Hammami e Welchman, 2002). Di fronte al vuoto lasciato da un’ideologia
nazionalista incapace di conseguire gli obiettivi promessi, l’Islam rappresenta
una fonte di legittimazione alternativa, credibile ed efficace. In una serie di
interviste condotte durante il 1995/96, Hammer (2000) evidenzia quanto il
seguito politico di cui gode il movimento islamico nei Territori Occupati si
fondi su di un’ampia accettazione culturale della società palestinese nei
confronti dell’Islam, sulla quale si sono andate ad innestare sia le importanti
attività svolte nel campo del sociale, sia le attività più direttamente
politiche, che ricevono una valutazione molto positiva. “I movimenti islamici,
specialmente Hamas, sono riusciti a diventare uno degli attori accettati sulla
scena politica, ma non sono percepiti come un movimento religioso. E non sono
neppure percepiti come una seria minaccia alla libertà delle donne, come spesso
viene descritto dai media occidentali” (Hammer, 2000: 318).
Dopo Oslo, le organizzazioni
islamiche hanno posto la preservazione della Shari’a alla base delle proprie
relazioni con l’ANP, e di fronte al pericolo rappresentato dall’alternativa
secolare incarnata dal movimento femminista hanno creato organizzazioni di
donne islamiche quali la Al-Hoda Women’s Society, fondata nel 1997, e la
Al-Khansa Islamic Association, costituitasi nel febbraio del 1998. La campagna
di delegittimazione delle attività del Model Parliament montata dagli islamici
e dai giuristi religiosi si inserisce quindi all’interno di una cornice
politica più vasta. Secondo Hilal (2002, cit. in Labari, Johnson, Hammami e
Welchman, 2002) a partire dall’implementazione degli accordi di pace “sia
l’Islam politico che l’ANP hanno tentato di manipolare religiosità popolare,
solidarietà ed affiliazioni “tradizionali” nel contesto di una lotta per
dominare la sfera pubblica”.
La campagna di diffamazione -
diretta non solo alla legge di statuto personale, ma in generale alle riforme
del codice penale che interferiscono nel controllo maschile della sessualità,
della moralità e della famiglia - comincia con l’ampia diffusione di un
pamphlet intitolato “La donna araba e la cospirazione delle donne laiche”, nel
quale il movimento delle donne viene dipinto come strumento della cospirazione
occidentale il cui obiettivo è la distruzione della famiglia islamica e degli autentici
valori sociali e religiosi palestinesi. Più specificamente, chi appartiene al
movimento delle donne - insieme ai membri della sinistra e delle correnti
laiche - è additato come “ipocrita (in arabo: munafiquun): un soggetto
pericoloso, in quanto “apparentemente parte del tessuto sociale ma in realtà
votato alla sua distruzione dall’interno” (Labari, Johnson, Hammami e Welchman,
2002). La richiesta di depenalizzazione dell’adulterio - da considerarsi
esclusivamente come un motivo di divorzio - viene strumentalmente impiegata per
accusare gli avversari politici di voler provocare il crollo etico e morale
della società sull’esempio dell’Occidente. Come dimostra l’assenza di
riferimenti giurisprudenziali dal proprio discorso, il target prioritario di
questo violento attacco è la coscienza pubblica della moralità (Hammami, Hilal
e Tamari, 2001). Nell’ergersi a protettori dei valori autentici della società
palestinese, gli islamici ambiscono infatti ad ampliare le basi del proprio
seguito: l’attacco al movimento delle donne costituisce invero una cortina di
fumo dietro alla quale si nasconde l’intenzione di colpire l’Autorità Nazionale
Palestinese, complice di questa cospirazione immorale (Labadi, Johnson, Hammami
e Welchman, 2002).
Fu lo stesso movimento delle donne
il primo soggetto ad ergersi in difesa del Model Parliament, trasformandolo in
uno spazio pubblico di articolazione e confronto tra le diverse concezioni sul
futuro carattere dello stato e della società palestinese, esponendone le
conflittualità latenti. “Il discorso femminista che dominava il Model
Parliament sfidò l’immagine tradizionale femminile, carica di simbolismo, e che
significa stabilità, fertilità e continuità. Mirava a cambiare l’intero ordine
sociale di genere e cercò di coniugare il discorso dell’“identità nazionale”
con un discorso di differenza e pluralità” (Jamal, 2001: 268).
La reazione dell’ANP è dettata dalla
politica interna di contenimento adottata nei confronti di Hamas: “mentre la
PA, sotto pressione di Israele, impiega tattiche dure contro Hamas, rispetto
alle politiche interne tende in parte a rappacificarsi con gli islamici
mostrando di non “cedere” alle richieste delle donne” (Abdo, 1999: 49). Il
timore di alienarsi i sentimenti religiosi conservatori della popolazione,
rafforzando l’opposizione islamica, fa sì che l’ANP rappresenti un “alleato
scomodo del movimento delle donne” (Jad, Johnson e Giacaman, 2000: 140).
D’altronde, la virulenza dell’attacco posto alla libertà di pensiero e di
parola costringe l’Autorità a reagire in difesa del Model Parliament,
inizialmente su una base puramente pragmatica, poi successivamente inserendone
l’azione riformatrice all’interno della cornice nazionalista, sostenendo che la
Shari’a necessitava di modifiche in quanto contenente norme ereditate dai
precedenti governi occupanti: quindi, straniere.
Alla sessione finale del parlamento
- tenutasi a Gaza - i numerosi esponenti politici invitati (compresi esponenti
della Jihad Islamica, ma non di Hamas) manifestarono la propria “solidarietà” alle
attività del parlamento, sostenendo l’importanza del contributo delle donne
nella lotta nazionale e riaffermando il valore della libertà di pensiero e di
espressione. D’altronde, nessuna delle raccomandazioni comuni elaborate durante
il dibattimento - innalzare l’età legale per il matrimonio a 18 anni, proibire
la poligamia, etc. - venne inclusa nella dichiarazione finale del parlamento,
che enfatizzava invece il carattere nazionalista e democratico venutosi a
creare nel forum. La dichiarazione termina con gli slogan “Continueremo la
nostra lotta per la democrazia. Sì alla libertà di espressione. No alla
repressione del pensiero. Il nostro slogan è: l’Eguaglianza è il nostro cammino
verso la Rinascita ed il Progresso”.
5.7
Conclusioni
Le difficoltà incontrate in questa
fase dalle istanze di riforma avanzate dal movimento delle donne non sono del
resto esclusivamente ascrivibili a fattori esterni, siano essi il
conservatorismo della società palestinese, il sostegno politico crescente verso
i partiti islamici, o l’ambigua posizione assunta dall’ANP verso una riforma in
senso laico della legislazione dello stato palestinese in fieri.
In questo, molto ha pesato sia la
debolezza del movimento, “intrappolato in un labirinto ove più ampio è lo scopo
della lotta per l’eguaglianza di genere, più forte è la sua frammentazione
interna” (Jamal, 2001: 258), sia l’incapacità di una mera implementazione
dall’alto di leggi portatrici di un così ampio valore sociale, politico,
economico e culturale di produrre cambiamenti permanenti quando non
accompagnati da profonde trasformazioni nella coscienza popolare.
Del resto, non bisogna dimenticare
di considerare anche la resistenza delle donne stesse verso quelle che sono
percepite come sfide legali alle pratiche culturali (Berger Gluck, 1995).
Secondo un sondaggio
condotto da un istituto palestinese in Cisgiordania ed a Gerusalemme Est,
mentre ad un livello “astratto” il 63% delle intervistate crede che raggiungere
l’eguaglianza sessuale sia compito di tutta la società ed il 73,9% (contro il
21,8%) sostiene che le tradizioni siano l’ostacolo al progresso delle donne,
soltanto il 46,5% (contro il 27,4%) rivendica la partecipazione delle
organizzazioni delle donne nella formulazione di politiche e leggi quali quelle
concernenti la famiglia: una percentuale che quasi coincide con quella di
coloro che chiedono l’introduzione di una legge di statuto personale civile
(42,3%), e che è appena superata dal gruppo che invece non la ritiene necessaria
in quanto la Shari’a è considerata sufficiente (43,1%). Se consideriamo che il
sondaggio non ha coinvolto le donne residenti nella Striscia di Gaza - l’area
notoriamente più conservatrice e religiosa - possiamo ipotizzare quanto
l’interiorizzazione delle tradizioni e della subordinazione femminile
costituisca ancora uno dei maggiori ostacoli che si frappongono al cambiamento
del loro status sociale e legale.
Dopo l’esperienza del Model
Parliament, alcune organizzazioni di donne che vi avevano partecipato si sono
riunite in una nuova cornice allo scopo di elaborare una legge di famiglia
sulla base della quale riavviare un processo di lobbying sia sul Consiglio
Legislativo Palestinese (Palestinian Legislative Council, PLC) sia sui
principali partiti politici palestinesi. L’atteggiamento conciliante tra le
diverse posizioni che abbiamo visto dibattere nel Parlamento, è ben illustrato
dal richiamo contenuto in un documento preparatorio (febbraio 2000) “alle sacre
scritture, convenzioni e dichiarazioni dei diritti umani” per chiedere il
rispetto della dignità umana e del principio di non discriminazione sessuale
(Labari, Johnson; Hammami e Welchman, 2002). Il discorso nazionalista è
nuovamente utilizzato come fonte di legittimazione per le proprie istanze di
riforma: per essere tale, uno stato genuinamente democratico deve
necessariamente fondarsi sull’esistenza di relazioni democratiche all’interno
della famiglia. Nel documento, i principi guida da assumersi nella
“rifondazione” sia della società che della famiglia palestinese, sono quindi:
(a) adozione del principio di eguaglianza e di non discriminazione in tutti gli
ambiti della vita pubblica e privata; (b) supremazia della legge, separazione
dei poteri ed indipendenza del potere giudiziario; (c) piena ed equa
partecipazione di marito e moglie alla vita familiare.
Del resto, come dimostrato - ma non
solo - dall’esperienza del Model Parliament, una politica che ambisca ad
incidere significativamente sui modelli di relazione e comportamento di una
data società non può prescindere da un coinvolgimento ampio, diffuso e
democratico di vasti settori della popolazione anche nella fase di
progettazione politica, evitando il pericolo di una deriva elitaria che
rischierebbe di inficiarne l’efficacia. Diversità, pluralismo e
multidimensionalità strategica sono quindi elementi che devono essere
valorizzati nella costruzione di alleanze che - inserendo l’agenda di genere
nel contesto della più ampia battaglia per i diritti di cittadinanza - si
pongano come obiettivo il raggiungimento di una eguaglianza sostanziale
all’interno di uno stato genuinamente democratico (Labadi; Johnson; Hammami e
Welchman, 2002).
Come vedremo, la crisi che si aprirà
con l’esplodere della seconda intifada - il tema del prossimo capitolo - congelerà
almeno temporaneamente le attività di lobbying sull’Autorità Nazionale
Palestinese, lasciando spazio ad una nuova rimessa in discussione di obiettivi,
priorità, metodi e strategie utilizzati dal movimento delle donne nel
perseguimento degli obiettivi di eguaglianza durante la fase ad interim.
Capitolo 6
L’Intifada di Oslo
“L’Intifada
è un atteggiamento vitale di fronte ad Israele.
È un modo
di pensare, una forma di vivere.
Ma soprattutto
è l’opposto di soccombere ed essere vinti.
È una
sfida a tutto, ad accettare l’assedio,
le
confische di terra,
le
restrizioni alla libertà di movimento”.
Hanan
Ashrawi
6.1
Introduzione
Sebbene sia ancora l’Occupazione la
causa profonda alla base della nuova insurrezione del popolo palestinese -
prontamente denominata dai media “intifada al-Aqsa” per la sua apparentemente
diretta filiazione dalla passeggiata di Ariel Sharon sulla spianata delle moschee
- è alle ripercussioni dei 7 anni di processo di pace sul vissuto quotidiano
della popolazione dei Territori Occupati che dobbiamo guardare se vogliamo
comprenderla appieno. “Le persone hanno cominciato a realizzare che questa è
Oslo - che la frammentazione dei territori occupati e le frustrazioni
quotidiane come la disoccupazione, le [peggiorate, N.d.R.] condizioni
economiche, il maggior numero di insediamenti, etc., tutte queste cose hanno
iniziato a diventare più visibili alle persone comuni come
manifestazioni di Oslo”(Kuttab, 2001).
Anche secondo Hammami e Tamari
(2001) alla base dell’insurrezione c’è il tradimento dello “spirito di Oslo”:
“l’accordo originario che il ritiro dalla grande maggioranza dei territori
occupati si sarebbe completato durante il periodo transitorio come
prerequisito per le trattative sullo status finale [delle “red lines”, N.d.R.],
era stato ora trasformato nel ritiro condizionato [corsivi miei, N.d.R.]
ad ulteriori concessioni palestinesi in questi ambiti” (Hammami e Tamari,
2001: 4). Come accennato nel quarto capitolo, il principio “terra in cambio di
pace” contenuto nella DoP del 1993, è stato gradualmente soppiantato da
“sicurezza in cambio di pace” (Farsakh, 2001). Disconoscendo le risoluzioni ONU
242 e 338
- che chiamano al ritiro di Israele entro i confini precedenti al 1967 -
l’adozione di questo principio trasforma i Territori Occupati in territori contesi,
che saranno restituiti soltanto nella misura in cui non mettano a rischio la
“sicurezza” di Israele.
In quest’ottica, la visita blindata
alla spianata delle moschee
di Ariel Sharon - ritenuto responsabile dai palestinesi del massacro avvenuto
nel campo profughi di Sabra e Chatila in Libano nel 1982 - non è che la scintilla che infiamma
una rivolta ormai da tempo nell’aria, e che per la prima volta arriva a
coinvolgere direttamente anche i cittadini palestinesi di Israele,
evidenziando i problemi non risolti della loro piena integrazione civica
all’interno dello stato ebraico.
6.2 L’unità si spezza: le
responsabilità dall’ANP
Rispetto all’intifada del 1987 - ove
nell’assenza di un’autorità centrale, la mobilitazione popolare all’interno dei
Territori Occupati si era strutturata attraverso le organizzazioni della società
civile - la seconda intifada esplode in un contesto caratterizzato da una fase
di depoliticizzazione e smobilitazione generale dovuta in larga misura alla
cultura politica ed allo stile di governo assunti dall’Autorità Nazionale
Palestinese.
La centralizzazione del processo
decisionale - esasperata dallo stile personalista ed autocratico del presidente
Yasser Arafat - insieme all’imposizione della leadership “esterna” su quella
maturata democraticamente all’interno dei Territori Occupati durante i decenni
di occupazione israeliana, hanno infatti provocato un profondo riflusso
nell’attivismo popolare. Contemporaneamente, in ottemperanza agli obblighi
stabiliti dagli accordi di pace, il governo dell’ANP si è prevalentemente
caratterizzato - ed a livello internazionale è stato maggiormente valutato ed
apprezzato - per l’efficacia repressiva del dissenso interno nei confronti di
Oslo. A prescindere dai legami formali sanciti dagli accordi, la realtà della
dipendenza economica da Israele ha stimolato la crescita di un network di
interessi tra il complesso “militare-commerciale” vicino all’ANP, ed i
funzionari israeliani - tenuti ad assicurare alle imprese pubbliche palestinesi
un monopolio sulle importazioni dei beni primari. “In breve, l’ambiguità di base
dello statuto di autonomia condanna l’ANP al compito impossibile di lottare per
gli obiettivi nazionali collaborando simultaneamente con l’occupante” (Picadou,
2001). Priva di una reale sovranità territoriale, e dotata soltanto di una
limitata autonomia funzionale, l’intrinseca debolezza dell’ANP si è quindi
palesata in una politica incostante, selettiva e discrezionale di arresti e
carcerazioni di massa, effettuati sulla base delle richieste di “sicurezza”
avanzate dalla propria controparte negoziale. Questo comportamento ha provocato
enormi divisioni in seno alla società palestinese, che sono state abilmente
sfruttate dall’opposizione islamica e soprattutto da Hamas, il gruppo più
colpito dalla repressione interna ma anche l’unico ad avere conservato una cospicua
base popolare.
Allo stesso tempo, il prevalere -
qualificante - delle funzioni di polizia nella quotidianità di governo dell’ANP
non ne ha intaccato significativamente l’eredità simbolica di custode e
rappresentante della lotta di liberazione nazionale trasmessale dall’OLP. “Per
reagire a questa contraddizioni, [l’ANP] ha adottato un “populismo autoritario”
che trascura la rilevanza di specifici gruppi di interesse e di pressione a
favore del “popolo”, indefinito, senza ruolo nella formazione dell’opinione e
della decisione politica” (Johnson e Kuttab, 2001: 25), svalutando e
depotenziando ulteriormente l’attivismo popolare - percepito come una diretta
minaccia alla propria autorità.
La gestione clientelare e corrotta
del potere, ha ulteriormente contribuito al progressivo scollamento tra
rappresentanti e rappresentati, rimettendo in gioco quella variabile di classe
che avevamo invece visto “congelata” durante la prima intifada:
“Come si può costruire
l’unità quando si sta promuovendo una élite particolare concedendole privilegi
e benefici, e quando gli interessi di classe stanno determinando lo stesso
programma nazionale?[…] La PA è corrotta, ed ha posto un tetto alle istanze
nazionali. Vengono prevalentemente dalla diaspora, ed arrivando hanno imposto
su di noi il loro stile di vita. Questo è il motivo per il quale c’è un ampio
differenziale di classe: è sia un classismo economico sia un classismo di
interesse” (Kuttab, 2001: 2).
6.3 Da attori a spettatori:
l’espropriazione della partecipazione popolare
Alle numerose fratture di ordine
politico, strategico, di classe, etc, createsi in seno alla società - che hanno
spezzato l’unità di intenti che aveva ispirato la lunga resistenza del popolo
palestinese durante la prima intifada - è necessario aggiungere le difficoltà
causate dalla mancanza di una direzione univoca e chiara da parte della
leadership nazionale. Nelle parole di Islah Jad:
“Partecipai
attivamente alla prima rivolta ed ho udito molte persone dire che questa sarà
l’insurrezione che ci libererà. […] Pensavo quindi che le abilità e
l’esperienza acquisite nel mobilitare sostegno da tutto il mondo sarebbero
state aumentate, più organizzate e sistematiche rispetto alla prima rivolta.
[…] Nulla di tutto ciò si è verificato, ed invece ho visto il caos. […] Ho
sentito che assumevamo il ruolo di un pubblico passivo, mentre gli uomini
armati diventavano gli attori principali.[…] Forse ciò avrebbe potuto essere
minimizzato se fossimo stati più organizzati, se avessimo partecipato al farsi
delle decisioni, se fossimo stati trattati come cittadini e non come “clienti”.
L’unica strada per avvicinarci ai nostri obiettivi di libertà ed indipendenza è
cambiare. Per sconfiggere i nostri occupanti, dobbiamo acquisire più forza come
popolo” (Jad, 2002).
Seppur non sia quindi possibile
ascrivere direttamente l’esplosione dell’intifada ad una scelta consapevole e
strategica della leadership nazionale - anche a causa dell’ambiguità del ruolo
stesso ricoperto dall’ANP: simbolo della causa palestinese ma
contemporaneamente interlocutore quasi-istituzionale nel processo di pace - è
indubbio che essa sia stata consciamente utilizzata per premere sui negoziati
in corso, allo scopo di giungere rapidamente ad un accordo sullo status finale.
Come sottolineato in precedenza in
riferimento al preambolo contenuto nella DoP (cfr. cap.4.1), allo scoppio della
rivolta le diverse concezioni di “pace” sostenute dalle parti negoziali
rivelano appieno la loro incapacità di portare ad un compromesso sostenibile
per entrambi. Di fronte alla durissima repressione israeliana,
il raggiungimento di un accordo “globale” in tempi rapidi si rivela
radicalmente in antitesi rispetto alla richiesta palestinese di una pace
“giusta”.
Proprio questa consapevolezza -
apparentemente non condivisa dalla classe dirigente nazionale palestinese - si
rivela fonte di attrito con i leader della rivolta, che vedono l’intifada non
tanto come uno strumento di pressione per ritornare alle trattative sulla base
di una riedizione più o meno “camuffata” degli accordi di Oslo, ma come un
mezzo per liberare la terra e realizzare i propri diritti nazionali attraverso
la cessazione dell’occupazione israeliana. “Uno dei risultati della prima
intifada fu di dimostrare la futilità di una soluzione militare. Questo fu il
risultato della capacità della popolazione palestinese di continuare a
resistere sotto il peso enorme delle punizioni collettive e delle misure
controinsurrezionali impiegate contro di loro. […] Mentre tutti i segnali
suggeriscono che essa è pronta a sopportarlo ancora, e la leadership fa
affidamento sulla sua capacità di farlo, la differenza significativa è che
questa volta la popolazione è meno propensa a lasciare mano libera alla
leadership nell’investire il risultato di questa seconda intifada in un modo
che ripeta il dilemma di Oslo” (Hammami e Tamari, 2001: 20): in questo
contesto, “un’ampia partecipazione è in conflitto con gli interessi dell’élite
al governo” (Johnson e Kuttab, 2001: 30).
Del resto, anche le forme assunte
dalla resistenza differiscono radicalmente da quelle adottate durante la prima,
pacifica intifada. Come in parte abbiamo già visto, il genere è un principio
organizzativo proprio sia della repressione israeliana sia, parimenti, della
resistenza palestinese - caratterizzata in questa nuova insurrezione da un
elevato livello di militarizzazione che si ripercuote direttamente su grado,
modalità e tipologia di partecipazione popolare. “A parte le imponenti marce a
lume di candela ed i cortei funebri dentro alle città, la maggioranza della
popolazione è stata lasciata virtualmente senza alcun ruolo attivo nella
rivolta. Chiaramente questa non è una scelta, ma la conseguenza del fatto che
le strutture politiche che avevano reso l’organizzazione dal basso il punto di
maggior forza della prima intifada - almeno, nei primi anni - non esistono più”
(Hammami, Tamari, 2001: 14).
La scelta della maggior parte del
movimento delle donne di concentrarsi sul policy making durante il periodo ad
interim lo ha portato inevitabilmente ad allontanarsi dalla propria base
popolare, ciò che ha contribuito a coglierlo impreparato allo scoppio
dell’intifada. A questo hanno del resto concorso non soltanto il tentativo di
cooptazione dell’ANP - che ha cercato di dirigerlo su attività che non hanno
mai rappresentato una reale sfida ai valori ed alle strutture egemoniche che
essa incarnava - ma anche il livello di burocratizzazione richiesto dalle
agenzie di aiuto internazionale per rispettare i criteri di “trasparenza” e
“flessibilità”, posti come vincoli per accedere ai finanziamenti in un contesto
di pluralità di soggetti in competizione per l’allocazione di risorse scarse.
La depoliticizzazione prematura del movimento e della sua base popolare hanno
avuto come diretta conseguenza la latitanza della presenza organizzata delle
donne e della società civile in questa nuova intifada.
“Se vogliamo davvero
integrare il genere nella nostra analisi, allora scegliamo quei temi che
possono mobilitare attorno a sé donne popolari. Uno degli argomenti
principali di cui potremmo discutere è quello dei rifugiati e delle donne
rifugiate. […] Ora, se sei capace di promuovere un’agenda per mobilitare le
donne attorno ad alcune di queste istanze, e di protestare, diciamo, contro l’UNRWA
e le sue politiche - quella è una reale intifada. Ma di che stiamo parlando
[invece, N.d.R.]? Si parla di maggiore rappresentazione delle donne nel PLC che
è già paralizzato, e di violenza domestica. […] Questa è depoliticizzazione.
Non stanno [parla esplicitamente del WATC, N.d.R.] parlando di confini, o di
rifugiati, o di molti altri temi, quali temi nazionali da una prospettiva di
genere. Stanno cercando di separare i temi delle donne dall’arena politica e
nazionale. […] Questo [invece, N.d.R.] è ciò che abbiamo pensato come istituto
- di integrare organicamente i temi delle donne ed i temi nazionali. Non puoi
scindere le problematiche più serie della tua nazione” (Kuttab, 2001: 3).
La preferenza accordata alla lotta
armata - ispirata anche dalla vittoria se non altro di logoramento della
guerriglia libanese degli Hezbollah sull’esercito israeliano, costretto nel
maggio 2000 a ritirarsi dal sud del Libano occupato nel 1982 - è frutto sia
dell’uso eccessivo e sproporzionato della forza da parte israeliana nella
repressione della rivolta, sia della nuova collocazione geografica degli
scontri, che incide direttamente sulla partecipazione delle donne. Questa
militarizzazione ha del resto fornito ad Israele la giustificazione necessaria
e sufficiente per il massiccio dispiegamento del proprio arsenale militare
contro la popolazione inerme. Dopo l’attentato terroristico dell’11 settembre
negli Stati Uniti, questa repressione ha assunto proporzioni ancora più
devastanti:
al settembre 2002 - quindi dopo due anni di intifada - i morti palestinesi sono
quasi 2000, di cui l’83% è costituito da civili. Le stime parlano di oltre
40.000 feriti, i disabili permanenti sono circa 2.500.
Mentre nella prima intifada
l’occupazione militare era fisicamente nel vissuto quotidiano di ogni membro
della comunità, nella seconda - almeno fino al marzo 2002 - l’esercito
israeliano staziona al di fuori delle città autonome palestinesi: teatro degli
scontri diventano quindi i check-point che regolano ingresso ed uscita dalla
zona A verso le aree a controllo militare congiunto o esclusivo israeliano
(rispettivamente, la zona B e la zona C). A questo riguardo, ho avuto modo di
raccogliere le testimonianze di Rima e Sahar, appartenenti al Fronte Democratico per
la Liberazione della Palestina (DFLP) nel corso di un’intervista realizzata a
Nablus nel dicembre del 2001. Alla mia domanda se “nella vostra opinione, le
donne oggi sono meno coinvolte nella lotta nazionale?”, queste sono state
le risposte che ho ricevuto:
Rima: Sì, possiamo considerarlo
così, ma ci sono molte ragioni dietro a questo. Questa intifada è armata e la
situazione è diversa rispetto alla prima intifada. L’occupazione israeliana è
attorno alle città, abbiamo le aree A, B, C. Nella prima intifada l’occupazione
era dentro alle città, nei villaggi, nelle strade. Così, tutte le persone
lottavano contro di essa, incluse le donne; gli scontri tra il popolo ed i
militari erano quotidiani e diretti. Ma ora, a causa di Oslo e della divisione
in A, B, C, non è più così. Adesso, dato che è attorno alle città - molto
lontano dal centro - le donne non possono recarsi ai check-point a lanciare le
pietre od altro, ma noi, donne, lavoriamo in molti campi per sostenere il
carattere democratico e popolare dell’intifada. Vogliamo che sia una lotta
popolare, dei cittadini, e democratica.
Sahar: Sicuramente il
ruolo delle donne in questa intifada è diverso a causa di molte condizioni e
problematiche. La situazione del movimento nazionale palestinese è differente.
Nella prima intifada era più popolare, era un movimento di massa di donne e di
uomini. Secondo me, le ragioni risiedono nei 7 anni antecedenti all’inizio di
questa intifada, gli anni dei negoziati, che per diverse ragioni hanno inciso
negativamente sul movimento popolare in Palestina. Il popolo palestinese era
diviso sulle soluzioni, sui negoziati. Talora, molte organizzazioni, ONG e
partiti hanno modificato il programma del movimento di massa in base alla loro
propria opinione sulla soluzione. Non erano uniti contro l’occupazione come
durante la prima intifada. Questa era la situazione del movimento delle donne e
del movimento nazionale all’inizio dell’intifada. Mese dopo mese la
partecipazione del popolo si è modificata rispetto a quella durante la prima
intifada.
L’assenza del contesto comunitario
ed il restringimento del “campo di battaglia” - e degli attori che in esso si
muovono - hanno contribuito molto alla militarizzazione della resistenza
palestinese, uno sviluppo che è suscettibile di apportare gravi conseguenze in
futuro sulla società palestinese:
“La violenza è la
maggiore attività oggigiorno. È altamente incoraggiata da ciascuno perché
dimostra la sua idoneità e la sua efficacia nel combattere l’uso eccessivo di
violenza del nostro nemico. Come può un giovane uomo differenziare tra
l’interazione con un nemico e l’interazione al livello sociale? Come possiamo
mantenere un discorso così ambiguo, incoraggiando la violenza contro il nostro
nemico nazionale e simultaneamente squalificandola come pratica per risolvere i
conflitti sociali?”.
In questo contesto le donne hanno
limitate possibilità di partecipare. Mentre nella prima intifada la
sostenibilità della rivolta si era costruita sulla forza delle strutture e
dell’esperienza maturata dai comitati delle donne nel loro decennale attivismo
comunitario, il carattere violento assunto da questa nuova intifada
contribuisce alla loro marginalizzazione:
“Recentemente, notiamo
che ci sono sempre più donne negli scontri, sia studentesse, che donne dei
villaggi. Ma questa è una mera ombra di ciò che facevano nella precedente
intifada. Questa non è una Intifada popolare. Si svolge in luoghi ove le donne
dei campi profughi non possono arrivare, ove le donne dei villaggi non sono
presenti. La posizione geografica degli scontri fa una grande differenza, non è
che le donne non vogliono lottare” (Kuttab, 2001: 2).
È significativo rilevare - ma con le
dovute cautele, trovandoci soltanto all’inizio di una possibile “nuova fase”
nell’intifada, entrata nel suo terzo anno di vita - quanto la ri-occupazione
dei Territori Palestinesi iniziata nel marzo del 2002 e non ancora cessata
abbia suscitato un più ampio coinvolgimento della popolazione nella resistenza.
L’invasione dello spazio della comunità ha di nuovo riportato la lotta come
dimensione quotidiana nel vissuto di tutti e di ciascuno dei suoi membri.
Queste le parole di Moustapha Barghouti, presidente dell’UPMRC, da sempre uno
dei maggiori avvocati del ritorno dell’intifada alle forme di disobbedienza
civile e resistenza passiva che avevano contraddistinto la lotta del popolo
palestinese durante la prima intifada:
“Siamo all’inizio di
una fase nuova che, mi auguro, in breve tempo porterà all’Intifada popolare che
non solo io, ma tanti palestinesi auspicano da tempo. Qualcuno rimarrà meravigliato dalle
mie parole eppure stiamo vivendo una fase esaltante nonostante le tante
difficoltà. Qui a Ramallah ma anche in altre città abbiamo visto sorgere
comitati popolari, scuole autogestite, comitati di base sganciati dai partiti,
che hanno il compito di aggirare le difficoltà create dal coprifuoco israeliano
e di coinvolgere in modo continuo la popolazione nella lotta contro
l’occupazione. Ogni giorno inoltre vediamo manifestazioni contro il coprifuoco
che stanno mettendo in difficoltà l’esercito israeliano. La gente ha capito che
in questa situazione qualsiasi espressione di vita rappresenta una sfida
all’occupazione […] Ho sempre sostenuto che la disobbedienza civile, la
resistenza passiva, le manifestazioni popolari possono dare ai palestinesi
risultati che nessuna arma può garantire. L’Intifada popolare deve far capire
alla nostra gente che esiste una alternativa alla lotta armata che oggi a molti
appare come l’unica risposta alla brutale aggressione israeliana”.
La stessa opinione la riscontriamo
in queste parole di Hanan Ashrawi tratte da un’intervista avvenuta nell’aprile
del 2001, pochi mesi dopo l’esplosione dell’intifada: ciò che dimostra quanto
la preoccupazione per il carattere militare assunto dalla resistenza
palestinese in questi mesi fosse fin dall’inizio condivisa da molti esponenti
della società civile:
“Le manifestazioni
pacifiche e popolari sono l’arma più efficace per combattere l’occupazione
israeliana. Non voglio pormi sullo stesso livello degli occupanti. Se lottassi
con le armi finirei per farlo. Inoltre, con la strada armata non abbiamo nessuna
possibilità di vincere; loro possiedono più armi e sono più potenti. […]
Possiamo solo vincere con la resistenza umana e morale. La nostra arma migliore
sono la forza delle nostre convinzioni umane. […] È necessario disarmare
moralmente Israele”.
6.4 La costruzione simmetrica dello
scontro: il ruolo dei media
Nell’opinione di molti analisti, la
rappresentazione del conflitto in corso come di una guerra tra due stati
sovrani è determinante nel consentire l’impunità di Israele a fronte
dell’impiego sistematico, sproporzionato, ed eccessivo della forza contro la
popolazione palestinese. Questa simmetria puramente virtuale cela
consapevolmente il fatto che l’ANP non è uno stato sovrano, ma un’istituzione di
autogoverno a sovranità territoriale e funzionale limitata, priva di un
regolare esercito, e dotata esclusivamente di “forze di sicurezza” incaricate
del mantenimento dell’ordine interno alla “zona A”: territorio che prima dello
scoppio dell’attuale intifada ammontava complessivamente al 17,2% della
Cisgiordania ed all’85% della Striscia di Gaza (Farsakh, 2001: 47). Secondo
Azmi Bishara,
la confusione introdotta da Oslo tra “processo di pace” e “processo di
decolonizzazione” - ove le tappe previste per il graduale ritiro dell’esercito
israeliano dai Territori Occupati non sono state rispettate - sta alla base
della percezione della maggioranza dell’opinione pubblica internazionale
dell’intifada “non come un’insurrezione popolare, ma come la rottura di un
accordo, non come una lotta contro l’occupazione ma come la rottura
dell’impegno palestinese per la sicurezza di Israele. Questa è la prima volta
che io abbia mai sentito nella storia - nella storia moderna, ovviamente - che
un popolo sotto occupazione sia tenuto a garantire la sicurezza
dell’occupante”.
Nella costruzione di questa
asimmetria, i media ricoprono ovviamente un ruolo determinante. Senza voler in
questo contesto trattare del problema della “veri(dici)tà” e della “neutralità”
dell’informazione, ed accantonando le molteplici questioni relative alle
modalità di selezione in entrata ed in uscita di ciò che diventerà, o meno,
Notizia - questioni fondamentali, ma che mi porterebbero ad allontanarmi troppo
dagli obiettivi di questo lavoro - vorrei concentrarmi soltanto sulle
problematiche sollevate dalla “forma” - visiva, orale, scritta - assunta dalla
comunicazione nella costruzione e trasmissione di un messaggio.
Nella sua indagine sulle rappresentazioni
degli abitanti della Palestina mandataria contenute nel National Geographic
Magazine, Moors (2001) evidenzia la rilevanza della contestualizzazione e della
strutturazione dell’immagine nel suggerire “letture privilegiate”, che
organizzino l’azione interpretativa del “soggetto-spettatore”, limitandola. “ È
vero che il pubblico reale non segue necessariamente tali “letture
privilegiate” e che potrebbe utilizzare una serie di modi per resistere,
sovvertirle e modificarle. Ma per impegnarsi concretamente in letture
sovversive ed interpretazioni controegemoniche, deve avere la possibilità di
accedere a modi alternativi di comprensione” (Moors, 2001: 15). Il potere di
“raccontare” - insieme al complementare potere di “omettere” - consente di far
coincidere la propria versione come l’unica possibile, come la “realtà/verità”.
Una semplice analisi del linguaggio adottato nella rappresentazione del
conflitto palestinese rivela quanto dietro all’impiego preferenziale od
esclusivo di particolari terminologie e perifrasi si celino precisi intenti
narrativi diretti a sfavorire e/o impedire letture alternative. Ai Territori
Occupati ci si riferisce quindi come ai “Territori”. Le colonie diventano semplici
“quartieri ebraici” che in quanto tali non costituiscono con la loro mera
esistenza una palese violazione del diritto internazionale. Le azioni militari israeliane sono
sempre una “risposta” a qualcosa, anche quando colpiscono per primi, nel qual
caso si tratta di una risposta ad una percepita minaccia alla propria sicurezza
(Whitaker, 2001). L’assassinio di attivisti o di semplici civili palestinesi è
una “uccisione mirata”, mentre l’uccisione di un israeliano è sempre chiamata
col suo nome - omicidio, assassinio. I bombardamenti indiscriminati delle
città palestinesi sono azioni militari “chirurgiche” dirette esclusivamente
contro alle postazioni dei terroristi, senza colpire - se non per un errore
fatale - la popolazione civile. I familiari degli attentatori suicidi
(“kamikaze”) sono colpevoli in quanto uniti all’attentatore da vincoli di
sangue, e quindi possono essere legittimamente processati ed espulsi dai
Territori Occupati. Dietro alla giustapposizione della figura del “primo
ministro israeliano” a quella del “raiss palestinese”, si nasconde un preciso
intento di contrapporre la legittimità di un governo occidentale in quanto
democratico e democratico in quanto occidentale, a tutto ciò che nel nuovo
ordine mondiale - costruito lungo gli assi monolitici ed imperativi della
propria “civiltà” di appartenenza - connota negativamente il mondo arabo:
autocrazia, dispotismo, illegittimità, ambiguità, falsità. Un recente servizio
televisivo
sulla morte del terrorista palestinese Abu Nidal - il primo, secondo la
giornalista che lo riportava, ad aver tentato il dirottamento di un aereo di
linea contro ad un obiettivo “civile” - si è concluso con la sovrapposizione
delle immagini dell’attentato terroristico dell’11 settembre e dello schianto
del primo aereo contro le Twin Towers alle testuali parole “obiettivo che è
stato raggiunto 16 anni dopo”, creando un collegamento inesistente e
colpevolmente mistificante tra causa palestinese e terrorismo internazionale.
“Specialmente in tempi in cui il potere politico è contestato, le immagini sono
ben lontane dall’essere innocenti. Producendo particolari forme di conoscenza e
specifiche tipologie di sentimenti, le rappresentazioni sono non solo
costituite da asimmetrie di potere, ma partecipano anche alla loro produzione.
Nel generare sentimenti di vicinanza ed empatia con alcuni, e di distanza e
avversione verso altri, particolari modi di vedere diventano normalizzati, si
crea l’illusione dell’evidenza, e determinate posizioni politiche diventano
naturalizzate” (Moors, 2001: 15). La reinvenzione di un’alterità stringente e
costruita come immutabile chiama a schierarsi con la propria “civiltà” di
appartenenza, in una semplificazione che taccia ogni rappresentazione non
confacente agli interessi delle forze egemoniche: per questo, le seppur poche
iniziative pacifiche e non violente organizzate dalla società civile
palestinese durante i due anni di intifada sono state ampiamente passate sotto
silenzio, mentre grande risalto è stato dato al ruolo ed alle azioni delle
formazioni più estremiste e soprattutto a quelle islamiche.
Riconoscendo il ruolo fondamentale
dei media nella creazione e riproduzione di significato, Edward Said individua
proprio nella mancanza di una strategia “palestinese” per la comunicazione di
massa uno dei maggiori ostacoli al riconoscimento della legittimità della lotta
palestinese per l’autodeterminazione: “Dato che non resistiamo o contestiamo
queste terribili distorsioni in un qualsiasi modo significativo con immagini e
messaggi nostri, stiamo perdendo migliaia di vite e di acri di terra senza
turbare la coscienza di nessuno”.
6.5 La
strategia israeliana durante la seconda intifada
L’adozione da parte di Israele della
cosiddetta “dottrina Powell” - che prescrive l’impiego della forza massiccia in
risposta ad ogni tipologia di minaccia percepita - sembra determinata a “portare i
palestinesi ad una disperazione tale da spingerli a capitolare per disperazione
e ad accettare ciò che Israele è disposto ad offrire loro, ovvero, una specie
di piccolissimo stato che in regime di apartheid resti sotto il controllo
totale israeliano” (Munoz, 2001). Secondo Halper (2002a) la strategia
israeliana è diretta a realizzare ciò che ha compiuto all’interno delle proprie
frontiere, ovvero, una “occupazione consenziente”. L’11 settembre è del resto
riuscito in ciò che il diritto internazionale non ha mai potuto: la nascita di
uno stato palestinese indipendente è diventata una discriminante fondamentale
per la costruzione di alleanze nel mondo arabo in vista della prossima guerra
all’Iraq, nel contesto dell’in(de)finita campagna militare mondiale
statunitense “Libertà duratura (Enduring Freedom)”. Per questo, Israele
potrebbe “concedere” ai palestinesi uno stato - presumibilmente, smilitarizzato
- ma mantenendo il possesso od il controllo di elementi chiave per la propria
sicurezza e per il controllo del territorio (insediamenti strategici, by-pass
roads, falde acquifere, spazio aereo), o dotati di particolari significati
storici e/o religiosi (Hebron, il Monte del Tempio, Gerusalemme Est, etc.). “In
altre parole, l’indipendenza palestinese è inglobata in una più ampia nozione
di “Terra di Israele”. [...] La questione è allora come uno Stato palestinese
potrà “adeguatamente” situarsi all’interno della più vasta “Terra di Israele” che
lo comprende” (Halper, 2002a: 46). La cruenta “ri-occupazione” delle maggiori
città palestinesi della Cisgiordania iniziata nel marzo 2002 e denominata
“Operazione Scudo Difensivo (Defence Shield Operation)” ha di fatto
annullato la divisione in aree A, B, C, lasciando prevedibilmente posto ad una
matrice di controllo territoriale ancora più stringente, ed irreversibile.
Contemporaneamente, Israele ha avviato un piano di “separazione” unilaterale
che include la costruzione di una “zona cuscinetto” all’interno dei Territori
Occupati - corrispondente all’incirca al 15% del territorio della Cisgiordania
- cinta di muri, barricate, trincee, recinzioni, bunker, video camere di
sorveglianza e valichi di sicurezza (Halper, 2002b).
Di fronte alla nullificazione del
processo di pace - i cui accordi paiono non vincolare in alcun modo la potenza
occupante - ed alla distruzione sistematica delle infrastrutture politiche,
sociali, economiche e culturali palestinesi, l’esistenza dell’ANP diventa essa
stessa ostaggio del volere di Israele, che la ritiene paradossalmente
responsabile dell’incapacità di rispondere alle proprie esigenze di sicurezza,
dal rispetto delle quali viene a dipendere la ripresa di un qualsivoglia
negoziato. La richiesta di riformare l’ANP - esigenza sentita fortemente in
primo luogo dai palestinesi stessi - è un elegante eufemismo che, unito
agli sforzi di delegittimare internazionalmente la figura di Arafat dopo averlo
umiliato di fronte al proprio popolo con il confino forzato a Ramallah,
cela la volontà di sostituire l’attuale leadership palestinese con una classe
dirigente più “compiacente”. “Abbiamo un sistema giudiziario con tre giudici
(appartenenti a tre differenti zone) che non possono nemmeno incontrarsi. […]Il
modo in cui chiedono le riforme si può paragonare alla richiesta di nuotare in
una pozza priva di acqua”.
La prevedibile reazione dei palestinesi a fronte di questo attacco alle proprie
istituzioni democraticamente elette, è stata di ricompattarsi attorno all’ANP,
quella “stessa Autorità la cui sopravvivenza e le cui decisioni egoistiche
reattive/difensive stanno contribuendo all’ulteriore deprivazione e sofferenza
del popolo palestinese”
(Ashrawi, 2002).
L’evidente incapacità politica della
leadership di raggiungere l’indipendenza, o quantomeno di fermare la
repressione israeliana attraverso negoziati diplomatici, hanno portato una
parte dei palestinesi a sostenere un’escalation militare che ha assunto le
forme sia di attacchi ai coloni ed agli insediamenti all’interno dei Territori
Occupati, sia di attentati terroristici e suicidi contro civili in Israele. Il
sostegno per queste azioni cresce all’aumentare della repressione militare: se
nel 1994 la percentuale dei palestinesi che sostenevano gli attentati suicidi
contro civili israeliani era del 18%, nel febbraio 2001 - al termine del
mandato di Barak - era salita al 53%, e poche settimane dopo l’avvento di
Sharon al governo aveva raggiunto il 75%. Del resto, il sostegno per la ripresa
dei negoziati si è sempre mantenuto su livelli molto alti, abbassandosi
significativamente soltanto dopo l’avvento del governo di unità nazionale
Likud-Labour e, successivamente, come conseguenza della profonda sfiducia
provocata dal lancio nel marzo 2002 dell’offensiva militare israeliana che ha
portato ad una durissima ri-occupazione delle (ex) città autonome palestinesi.
Questa breve analisi evidenzia quanto l’appoggio alle azioni violente
scaturisca dal sentimento di impotenza, rabbia e frustrazione in un contesto
politico e militare dove Israele ha una superiorità schiacciante ed un
controllo assoluto sulla vita dei palestinesi, sentimento che accomuna giovani
laici e religiosi, ragazzi e ragazze. A questo riguardo, sempre a Nablus, ho
avuto modo di porre delle domande a Rula - dottoressa dell’UPMRC, e Nehad
- attivista della Palestinian Working Women’s Society for Development (PWWSD).
La discussione sulla valutazione degli attacchi suicidi si è subito fatta molto
accesa anche tra le donne che ci circondavano - seppure non fossi in grado di
percepire quanto dicessero dato che le conversazioni tra loro avvenivano in
lingua araba - e nonostante la diversità delle opinioni emerse, da entrambe le
testimonianze emerge con chiarezza la responsabilità della violenza quotidiana e
sistematica dell’occupante sulla popolazione inerme nel “forgiare” l’identità
dell’attentatore suicida. La drammaticità della testimonianza di Rula - che usa
parole molto forti, quasi gridate - assume un’intensità ancora maggiore
allorché si consideri che la sua professione la porta quotidianamente a
contatto con la sofferenza della propria gente, una sofferenza che si va ad
innestare sulle preoccupazioni di una madre incapace di proteggere i propri
figli e la propria famiglia dalla violenza e dall’umiliazione perpetua.
Rula.: Utilizzano [gli
israeliani, N.d.R.] due sistemi per giudicare le stesse azioni: l’una viene
giudicata “terrorista”, l’altra è una “ritorsione”. In verità, le nostre misure
sono una ritorsione per l’umiliazione dell’occupazione israeliana. Immagina di
stare ad un check-point. Un giovane soldato che mi umilia, un soldato che ha la
stessa età di mio figlio che mi sputa o mi insulta, e non mi lascia passare, ed
umilia le altre persone - le mie persone, il mio popolo - di fronte a me. A volte
penso che li vorrei uccidere, che devo fare qualcosa. E ti immagini se un
adolescente, che sente le cose diversamente, vede sua madre umiliata di fronte
a lui, suo padre o suo fratello umiliati di fronte a lui. Così credo che sia
facile comprendere perché questi ragazzi vanno a farsi esplodere a Nethanya.
Noi pensiamo che quando gli israeliani cesseranno l’occupazione, tutto finirà.
È una questione molto semplice.
Nehad: Abbiamo diversi
punti di vista su questo problema. Certamente penso che noi palestinesi siamo
contro l’uccisione di civili dovunque, non soltanto in Palestina. Ma il
problema è che dobbiamo distinguere tra il mio diritto in quanto palestinese di
resistere contro l’occupazione, e la violenza. Dobbiamo separare la violenza
dalla lotta e dalla resistenza. Penso che tutte le azioni - e specialmente
quelle che sono state prese sia a livello individuale che da un fronte politico
- sono una sorta di riflesso di ciò che è stata adottata come misura brutale
contro i palestinesi. A nessuno piace uccidersi, nessuno vuole spargimenti di
sangue. Il fatto è che quando gli israeliani impiegano tali misure oppressive
contro il popolo palestinese, danno l’opportunità a codeste persone di andarsi
ad “esprimere”, e la colpa di questo è da ricercare nella politica di Israele,
che crea un tale odio tra le persone. Dal mio punto di vista credo che dovremmo
concentrarci sulle azioni popolari dell’intifada, perché quando la prima
intifada divenne un’intifada militare, fu la sua fine. Anche oggi dovremmo
concentrarci costantemente sulle discussioni sul come riportare l’intifada alla
sua base popolare, perché senza questo perderemo la nostra possibilità di
palestinesi di continuare a lottare su una base popolare contro gli israeliani.
Ma anche se non riusciamo a convincere chi compie queste azioni a smettere -
perché credono che sia un modo di lottare - noi come palestinesi continuiamo a
condannare l’uccisione di civili. Ma che possiamo dire quando le persone vedono
ciò che compiono gli israeliani contro i nostri civili?
Il grande scalpore suscitato nel
gennaio 2002 dalla rivelazione che il terrorista suicida che si era fatto
esplodere nella centralissima Jaffa Road di Gerusalemme Ovest era in realtà
un’attentatrice - Wafa Idris, una giovane volontaria della Mezza Luna Rossa -
sposta l’attenzione dalla questione centrale, che non è il sesso biologico
dell’attentatore, ma sono le condizioni materiali, psicologiche ed ideologiche
che spingono ragazzi e ragazze a suicidarsi, assumendo fisicamente la forma di
un’arma al servizio della causa nazionale. Secondo il dottor Eyad el Sarraj,
direttore e fondatore del Gaza Community Mental Health Programme (GCMHP) di
Gaza, “le persone che stanno commettendo attentati suicidi in questa intifada
sono i bambini della prima intifada - persone che sono state profondamente
traumatizzate da bambini. Così, crescendo, la loro propria identità si è fusa
con l’identità nazionale dell’umiliazione e della sconfitta e [con il loro
gesto, N.d.R.] vendicano quella sconfitta sia a livello personale, sia a
livello nazionale”.
La deumanizzazione del sé -
trasformatosi in ordigno esplosivo - e delle proprie vittime - sconosciute,
solo quantificabili -, insieme all’innescarsi di una drammatica quanto apparentemente
inarrestabile escalation di violenza, sono fenomeni che incidono profondamente
sulla polarizzazione identitaria (e quindi politica) che vivono ambo le
società, allontanando almeno temporaneamente le possibilità di soluzioni
negoziate del conflitto. L’equivalenza “palestinesi = terroristi” ignora e
schiaccia il forte movimento d’opinione di intellettuali, accademici e politici
palestinesi che da tempo hanno condannato e chiesto la cessazione degli
attacchi suicidi
- non soltanto perché errati politicamente ma soprattutto perché portatori dei
germi della deumanizzazione reciproca. Inoltre, impedisce nella società
israeliana il coagularsi di una efficace opposizione alla propria “politica” di
“guerra” - agitando permanentemente lo spauracchio degli attentati
terroristici. Nel contempo, delegittima a livello internazionale la resistenza
palestinese, additandola indistintamente come “terrorista” - con tutto ciò che
questa definizione potrebbe comportare e/o consentire nel nuovo contesto
mondiale di licenziosità accordato ai metodi, agli strumenti ed alle
giustificazioni impiegate nella “guerra al terrorismo”.
6.6 Preservare la comunità: donne
palestinesi nell’emergenza quotidiana e sistemica
L’Occupazione è violenza ordinaria e
sistemica contro alla popolazione civile, ai suoi valori, alla sua storia, alla
concezione collettiva del “sé”. La demolizione delle case, la distruzione dei
campi coltivati, lo sradicamento degli olivi sono tutte misure che - a prescindere
dal dato puramente economico - colpiscono direttamente l’identità, il senso
d’appartenenza e di continuità dell’individuo e della società nel suo insieme.
L’autorità di definire i limiti del “consentito” costituisce l’essenza del
potere dominante, che impiega la violenza allo scopo di preservare lo status
quo in termini di potere, valori e priorità, lasciando ogni individuo alla
mercé delle sue interpretazioni: “una voce incorporea da un altoparlante
distorcente su un gigantesco carro armato o jeep militare, è la fonte di
“autorità” e di comando che definisce i limiti della tua dimensione spaziale e
temporale” (Ashrawi, 2002). L’arbitrarietà che sottende alle “punizioni
collettive” adottate nei confronti di una comunità in risposta ad un qualsiasi atto
di resistenza - civile o militare, offensivo o difensivo - ambisce a
paralizzare il popolo palestinese nell’obbedienza e nell’acquiescenza,
impedendolo nello svolgimento delle attività più elementari, che vengono
indistintamente e totalmente a dipendere dal volere della forza occupante. La
quotidianità è perennemente sfidata dall’incertezza ed imprevedibilità, e la
percezione di sé dell’individuo - privato della capacità di agire e di reagire
- ne viene minata in profondità.
Immagina di non avere
elettricità, né acqua, né un telefono funzionante, ed il cibo scarseggia. Prova
ad immaginarlo per un secondo. Poi prova ad immaginare che i soldati bussino
alla tua porta. Non hai scelta se non aprirla, anche se il tuo unico desiderio
è di risparmiare ai tuoi bambini questa terribile esperienza: uomini stranieri
vestiti con le uniformi di un esercito straniero, che urlano in una lingua
straniera e ti puntano armi enormi mentre irrompono nell’unico rifugio sicuro
pensavi ti fosse rimasto, la tua propria casa. Ordinano a te ed alla tua
famiglia di rimanere in una stanza sola mentre usano la vostra cucina, dormono
sul vostro divano o addirittura nel vostro letto, e poi lasciano la loro
sporcizia nella vostra doccia. Prima di andarsene, distruggono alcune foto di famiglia,
spezzano il tavolo ed alcune sedie e, sulla loro strada verso l’uscita,
potrebbero anche rubarti il cellulare nuovo di zecca, i risparmi, il computer e
la macchina fotografica. Questo è fatto senza alcun intento o ragione, vogliono
solo essere sicuri che tu abbia notato che sono stati qui - nella tua casa,
violando la sfera più intima e personale ed umiliando la tua dignità umana”.
Il pericolo delle ripercussioni di
questa violenza organizzata, sistemica e perpetua sulla società, è che “i
comportamenti sviluppati in risposta alla minaccia politica esterna siano
interiorizzati e finiscano per radicarsi nei sistemi di valori e nella cultura
locale”,
distruggendo i circuiti di solidarietà e le reti di auto-aiuto sviluppate per
rispondere ad uno stato di emergenza pressoché permanente. All’implosione
sociale concorre ulteriormente la strategia israeliana di infiltrare spie e
collaboratori nel tessuto sociale: il clima di sospetto, il senso di isolamento
e di impotenza annichiliscono l’individuo, inibendone la capacità di unirsi
agli altri per reagire collettivamente. L’esecuzione dei
collaborazionisti - specialmente se “pubblica” - è un modo di sublimare ed
esorcizzare la paura infiltratasi fin nella sfera più intima degli affetti,
arrivando a trascendere il rispetto di norme e valori altrimenti indiscutibili.
Un esempio per tutti, l’esecuzione filmata e trasmessa in televisione di una
giovane madre di tre figli piccoli, Ikhlas Kouli, avvenuta il 24 agosto 2002 a
Tulkarem, in Cisgiordania.
Lo stesso linciaggio di due militari israeliani ad opera di una moltitudine,
avvenuto a Ramallah il 12 ottobre 2000 - le cui immagini truculente hanno fatto
il giro del mondo - può essere citato come esempio della profonda
interiorizzazione della violenza quale mezzo estremo per l’affermazione del sé,
sia pure individuale che collettivo, in contrapposizione all’Altro.
In questo contesto, le donne sono
tre volte vittime: in quanto palestinesi, in quanto donne, ed in quanto donne
all’interno di una società patriarcale e conservatrice che loro attribuisce i
compiti di preservazione e cura del nucleo familiare. Andandosi ad innestare su
ruoli e compiti consuetudinari - determinandone un peggioramento
fondamentalmente qualitativo piuttosto che quantitativo - la specificità della
sofferenza delle donne palestinesi nell’attuale situazione politica risulta
difficile da documentare.
A prescindere dagli effetti
indiscriminati della dura e spropositata repressione impiegata da Israele
contro la popolazione civile palestinese, la violenza dell’occupante ha un
preciso risvolto di genere. La frequente chiusura dei Territori ha ostacolato e/o
impedito a donne incinta di raggiungere le strutture sanitarie delle quali
necessitavano, imponendo loro di partorire ai check-point o provocando la morte
del nascituro per la mancanza di un’assistenza qualificata. Ai check-point le donne subiscono le
molestie dei soldati precisamente in quanto donne, ciò che ha immediatamente
provocato serie restrizioni alla loro mobilità Y.Zaidah, residente di Bir Zeit,
racconta come ad un check-point a nord di Ramallah i soldati israeliani abbiano
forzato gli uomini a raggrupparsi in due colonne sulla base della loro età
anagrafica. Mentre ne controllavano i documenti d’identità, un altro soldato
suddivideva le donne in attesa in altri due gruppi sulla base della loro
apparenza fisica: una colonna per le donne “belle”, una per le donne “brutte”.
Durante la “ri-occupazione” dei Territori Occupati, “non solo l’esercito
israeliano ha occupato la maggioranza delle radio e stazioni televisive locali,
ma ha usato almeno una di queste ultime, WATAN, per mandare in onda film
pornografici”,
in un chiaro intento di colpire i codici culturali della vittima - il popolo
palestinese - per fiaccarne la resistenza.
Le madri sono direttamente colpite
nella propria funzione di protezione e cura dei figli:
Uno dei
soldati venne molto vicino a me ed improvvisamente mi prese il bambino dalle
braccia. Abdullah ha solo 7 mesi, ed il soldato lo teneva in una mano e lo alzava
- ero terrorizzata al pensiero che lo lasciasse cadere. I soldati mi dissero
che avrebbero tenuto il bambino mentre andavo a casa a prendere la mia carta
d’identità, ma mi rifiutai. Sentii che avevo perso il mio bambino per sempre e
cominciai ad urlare e piangere. Così fece Abdullah. Il soldato continuava a
chiedermi se mi faceva paura ed io gli dicevo di sì. Insistevano che me ne
andassi a casa a prendere i miei documenti, ma dissi loro che non mi sarei mai
allontanata di un passo dal mio bambino”.
Una delle iniziative più
significative adottate dal movimento delle donne durante i primi mesi
dell’intifada, è stata di contrastare le accuse di noncuranza rivolte alle madri
palestinesi, colpevoli di lasciare i propri figli liberi di recarsi nei luoghi
di scontro con l’esercito israeliano, esponendoli consapevolmente e strumentalmente
a rischio di morte, da utilizzare eventualmente per la positiva
“ricaduta mediatica”. “Questi bambini - ci spiegano - non hanno voglia di
vivere. Le loro madri - ci viene suggerito - non provano sentimenti
materni. Riflettiamo bene al non detto che sottintende tali affermazioni: se le
donne palestinesi non provano affetto per i loro figli, allora i palestinesi
non sono veramente esseri umani. […] Questo tipo di conclusioni riporta alla
mente ciò che i bianchi razzisti sudafricani pensavano dei neri, ciò che gli
invasori europei del continente americano e dell’Australia pensavano degli autoctoni
e degli aborigeni, ed il modo in cui i nazisti percepivano gli ebrei” (El
Sarraj, 2000). Di fronte a questo attacco, il WATC si è visto costretto ad
organizzare una conferenza stampa - il 4 novembre 2000 - nella quale la
presenza e la testimonianza di tre madri di bambini uccisi dall’esercito
israeliano, doveva servire a dimostrare che le madri palestinesi non erano
diverse dalle madri altrove nel mondo.
Lo spostamento della responsabilità
dai soldati che sparano alle loro vittime - i bambini, colpevoli di
essersi trovati nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, a compiere
un’azione sbagliata - è un altro esempio della violenza psicologica utilizzata
da Israele per scoraggiare ogni forma di resistenza e contestazione al proprio
dominio. Questo intento mistificatore viene svelato in una lettera aperta del
WATC indirizzata alla regina di Svezia, le cui parole ad un meeting a New York
erano state usate dalla propaganda israeliana nella costruzione dell’immagine delle
“madri palestinesi scellerate”. “I nostri bambini non sono inviati alle “linee
del fronte”, i punti di pericolo e degli scontri sono tutti attorno a loro,
vicino alle loro case e scuole. Per la maggioranza dei nostri bambini, le
strade della comunità sono i loro campi di gioco. Non possiamo proteggerli
all’interno di strutture sicure per giocare o per studiare, che possiamo
[invece, N.d.R.] solo sognare. Notiamo inoltre che è l’esercito israeliano che
viene nelle terre palestinesi per scontrarsi con i nostri bambini, e non il
contrario” (da WATC, 2000, cit. in Johnson e Kuttab, 2001: 38).
La forte pressione psicologica cui
sono sottoposte in questo contesto le madri palestinesi si comprende ancora
meglio allorché si consideri l’elevato grado di politicizzazione attribuito al
ruolo riproduttivo della donna in quanto “madre dei combattenti”, rivelando
appieno quanto il genere costituisca un principio organizzativo fondamentale
della resistenza palestinese (Johnson e Kuttab, 2001). La glorificazione del concetto
di “martirio” impedisce alle madri - simbolo di resistenza - di piangere
pubblicamente la morte del figlio: loro spetta invece di “ululare” nei
festeggiamenti, “compito” che molte di loro assolvono in stato di shock,
isteria o collasso totale.
Il dr. Eyad el Sarraj nota il
profondo cambiamento dell’attitudine della società verso la violenza e la
resistenza all’occupazione nei giochi di strada dei bambini palestinesi. Soliti
in passato giocare ad una specie di “guardie e ladri”, all’identificazione con
i lanciatori di pietre palestinesi i bambini preferivano sempre la parte del
soldato israeliano, potente in quanto armato di pistola o fucile. Oggi, questo
gioco è completamente scomparso. “Il simbolo del potere è il martire. Se oggi
chiedi ad un bambino di Gaza cosa vuole diventare quando cresce, non dice che
vuole essere un dottore, o un soldato o un ingegnere. Dice che vuole essere un
martire”.
I giovani hanno bisogno di essere rispettati, vogliono uno status entro la
propria società. Oggi il martire è glorificato, ha il potere di vendicarsi nel
nome delle vittime, è un simbolo della lotta per la libertà. E tutto ciò ha a
che fare con la demolizione della figura paterna, incapace di proteggere i
propri figli che diventano così più militanti, più violenti. “Le persone sono
il prodotto del loro ambiente. I bambini che hanno visto così tanta inumanità -
fondamentalmente, le politiche di occupazione israeliana - inevitabilmente
reagiranno con risposte inumane. Questo è realmente il modo per comprendere gli
attentati suicidi […] che sono solo i sintomi della reazione a questo processo
cronico e sistematico di umiliazione delle persone allo scopo di distruggerne
la speranza e la dignità”.
Le donne, che sulle proprie spalle
portano la responsabilità per il benessere e lo sviluppo delle proprie famiglie
e comunità, sono particolarmente colpite dalla distruzione dei servizi sociali
che avvengono durante la guerra (Sorensen, 1998).
Un sondaggio condotto dal
Development Studies Programme, rivela chiaramente quanto il maggior
sostegno delle donne ad Hamas in questa particolare fase politica nasca da
motivazioni “opportunistiche” e contingenti - la forte dipendenza dalle
infrastrutture di sostegno e di cura che questa organizzazione gestisce nella
società - piuttosto che da motivazioni politiche.
Investite della quotidianità di
un’emergenza pressoché permanente, le funzioni tradizionalmente svolte dalla
donna si rivestono dell’urgenza dettata dall’imprevedibilità e dalla precarietà
del presente. La paura di essere attaccati dai coloni degli insediamenti
circostanti comporta che i compiti domestici siano conclusi prima del tramonto,
per non lasciare filtrare la luce artificiale attraverso le finestre, dato che
di notte renderebbe gli abitanti della casa facilmente individuabili. Il
frequente spostamento di residenza - per timore dei bombardamenti od a causa delle
distruzione della propria casa - comporta un difficile adattamento materiale e
psicologico a condizioni di vita temporanee e precarie. Reperire di che
sostentare la famiglia durante i lunghi periodi di coprifuoco si trasforma in
una missione dall’esito incerto quanto decisivo. Secondo uno studio della US
Agency for International Development (USAID) e della John Hopkins University,
la crisi determinata della recente rioccupazione dei Territori ha portato il
livello di malnutrizione cronica ed acuta tra i bambini palestinesi sotto i 5
anni a livelli disastrosi.
Lo stesso studio ha rilevato che “i fattori che colpiscono il pericoloso
aumento della malnutrizione sono direttamente collegati ai blocchi stradali,
alle chiusure ed ai coprifuochi imposti da Israele ed alla terribile situazione
economica nei Territori Occupati Palestinesi”. Anche secondo il dr. Moustapha
Barghouti - fondatore dell’UPMRC - il fattore responsabile della crisi “è
l’assedio imposto da Israele e la chiusura cui i palestinesi sono sottoposti. I
palestinesi sono impossibilitati a recarsi al lavoro, e così non possono
comprare il cibo. I blocchi militari ed i check-point isolano le aree palestinesi
l’una dall’altra così che le merci non possono viaggiare. […] Il problema è
l’accesso al lavoro ed al cibo”.
Nella forzosa latitanza delle
strutture sociali e sanitarie di base - o nell’impossibilità di accedervi - la
cura dei feriti e dei disabili permanenti grava completamente sulle spalle
delle donne. Dai risultati di un rapporto sulle condizioni materiali,
psicologiche ed ambientali dei componenti delle famiglie palestinesi durante il
lungo coprifuoco
imposto dalla recente ri-occupazione dei Territori Palestinesi Occupati,
risulta che solo il 7% non ha riportato problemi di salute mentale; chi
soffriva di problemi fisici cronici ha presumibilmente subito un peggioramento
a causa dell’impossibilità di accedere alle strutture sanitarie.
Secondo Rita Giacaman:
Sta cominciando ad
essere chiaro che il livello di trauma che ha subito la popolazione è molto più
elevato di quanto atteso. Nessuno realmente conosce l’entità del problema oggi,
né le sue conseguenze sul futuro stato di salute della popolazione, e
specialmente dei bambini. […] E mentre continuiamo a fare elenchi di
sottogruppi tra la popolazione bisognosa di aiuto, emerge una semplice
realizzazione: sembra come se un’intera nazione necessitasse di assistenza
post-traumatica”.
Assicurare il benessere psicofisico
dei bambini
- che soffrono di insonnia, ansia, urinano di notte, perdono i capelli, etc -
richiede uno stato di abnegazione tale da spingere le madri ad interiorizzare e
reprimere le proprie paure,
ciò che costituisce un’ulteriore fonte di stress psicologico:
Quando vado a casa,
spesso sento che ho le mani legate, non ho l’energia di svolgere le attività
domestiche o di curare i bambini come ero abituata a fare prima. Ma so che i
miei bambini hanno bisogno di me e devo preparare i pasti e sistemare le loro
cose - se non fosse per questo, non farei nulla. È questo divino istinto
materno che mi libera dalle briglie - mi sento prigioniera della paura e della
sofferenza”.
6.7 Generi in crisi: la
disintegrazione del tessuto sociale?
Unite alle forme assunte dalla
resistenza palestinese nella seconda intifada, l’uso, la forma, ed il livello
della repressione israeliana hanno generato (o portato alla luce) tre
differenti ed interrelate crisi nelle costruzioni e nelle relazioni di genere
all’interno della famiglia palestinese - la crisi dell’identità maschile,
dell’identità paterna e di quella materna - la cui profondità è tale da minarne
l’esistenza stessa in quanto base della società (Johnson e Kuttab, 2001).
Questi fenomeni scaturiscono dal mancato raggiungimento degli obiettivi
nazionali sia sul piano politico - la nascita di uno stato palestinese
indipendente - sia sul piano economico e sociale - la sovranità economica ed
una democrazia sostanziale. Gli effetti umilianti dell’apartheid venutosi ad
instaurare di fatto nei Territori Occupati a partire da Oslo, hanno
svalorizzato la lunga esperienza di resistenza popolare pacifica e non violenta
vissuta durante la prima intifada, innescando nel contempo una profonda
sfiducia sia verso le negoziazioni diplomatiche di alto profilo - lontane dalle
reali istanze popolari - sia verso la stessa Autorità Nazionale Palestinese,
che le ha condotte in modo quasi autoreferenziale. Anche la crescita del
militarismo può essere assunta come uno dei riflessi della crisi di fiducia
della società nelle proprie istituzioni, e verso la possibilità di giungere ad
una pace “giusta” sulla base dei negoziati in corso - che, seppur nelle loro
piattaforme più avanzate, non sono mai arrivati a garantire il rispetto delle
risoluzioni ONU che richiedono, tra le altre cose, il ritiro dell’esercito
israeliano entro i confini precedenti alla guerra del 1967.
In questa situazione, è
molto difficile per me parlare di pace alle persone che mi stanno attorno, non
perché non la vogliono, ma perché non la possono sentire, non la possono vedere
attorno a sé. Non si può chiedere a qualcuno di dire “d’accordo, io sostengo la
pace” quando tutto ciò che vede intorno a sé è la realizzazione della pace [di
Oslo, N.d.R.], ovvero, bombardamenti ed omicidi”.
Abbiamo già visto come la crisi
nella mascolinità sia direttamente legata all’Occupazione, all’umiliazione
quotidiana degli uomini costretti all’obbedienza in cambio di un lavoro col
quale mantenere la propria famiglia, all’impotenza di fronte alla violazione
della sfera intima degli affetti.
L’alto tasso di disoccupazione
provocato dalla chiusura dei Territori e l’imposizione di lunghi periodi di
coprifuoco, si ripercuotono direttamente sulla qualità della vita delle donne
palestinesi. “I dati empirici raccolti indicano che la vita delle donne è stata
colpita negativamente dall’improvvisa e costante presenza degli uomini,
frustrati dagli eventi, costretti a restare in casa, impotenti ed indifesi.
Analogamente, l’interdizione sentita dagli uomini durante questi eventi e la
frustrazione per l’incapacità sia di rispondere all’aggressione che subiscono,
sia di proteggere le proprie famiglie, potrebbe avere influenzato le relazioni
sociali entro la famiglia, specialmente per quanto concerne lo stato
psicologico e la fiducia in sé degli uomini”. L’inversione di ruoli che porta le
donne ad uscire dalla domesticità per recarsi a cercare lavoro spinge molti
uomini - frustrati dalla propria impotenza - ad utilizzare mezzi violenti per
riaffermare il controllo sulla famiglia: “siamo fermamente convinte che la
violenza politica provocherà un aumento sia della violenza domestica, sia di
violazioni di lungo periodo contro le donne”. A questo si aggiunga il peso della
cultura tradizionale palestinese che forza le donne ad autocensurarsi nel
timore di essere incolpate di egoismo di fronte all’emergenza nazionale che
vive la società intera:
Sono abbastanza sicura
che la violenza è [ora, N.d.R.] praticata più frequentemente nella sfera
domestica, dato che moltissime case sono state demolite e di conseguenza
numerose famiglie si sono dovute trasferire nella casa dei genitori. Un altro
problema è dato dall’aumento degli uomini disoccupati, specialmente tra le
famiglie povere. […] Per di più, dato che il discorso nazionalista è quello
prevalente, nessuna donna può alzare la propria voce per denunciare gli abusi -
sessuali, ma non solo - che affronta”.
La crisi della paternità e della
maternità sono tra loro interconnesse, e scaturiscono dall’incapacità di
assolvere in modo adeguato alla funzione di protezione ascritta al ruolo di
“genitore”. La “disintegrazione forzata della famiglia” - risultato delle
premature scomparse, degli arresti, del clima di sospetto che si infiltra fin
nella sfera più intima delle relazioni umane - porta i bambini a sviluppare un
senso di sfiducia verso i propri genitori, incapaci di proteggerli.
Il filmato che mostra l’omicidio di
Mohammed Durra e del suo giovane padre mentre tenta inutilmente di ripararlo
dagli spari dei carri armati israeliani, rappresenta il fallimento
dell’autorità e della protezione paterna di fronte all’aggressione
dell’occupante. L’immagine del giovanissimo Fares Odeh che lancia una pietra
contro un enorme carro armato - un’altra delle immagini simbolo di questa
seconda intifada per i palestinesi - costituisce una sfida all’impotenza ed
all’incapacità dei propri padri di resistere efficacemente all’occupazione.
Simultaneamente, nella sua vulnerabilità mostra anche il fallimento e la
fragilità delle speranze di indipendenza nazionale incarnate dalla generazione
dei “ragazzi delle pietre” della prima intifada (Johnson e Kuttab, 2001).
L’immagine della bambina timida e sorridente immortalata durante la prima
intifada dalla fotografia di Tano d’Amico è stata soppiantata, nel marzo del
2002, dall’immagine di una bella e giovane ragazza - la stessa, 15 anni dopo -
scattata qualche mese prima di farsi esplodere in un attentato suicida in
Israele.
L’estensione della protezione materna
allo spazio pubblico che aveva connotato l’attivismo informale delle donne
nella prima intifada, si rivela oggi quasi completamente inadeguata, e denota
una meno visibile “crisi di maternità”. Se, come nota Ruddick, le pratiche
materne sono governate dai “tre interessi di protezione, crescita ed
accettazione del bambino (Ruddick, 1997: 589)”, questi interessi possono essere
in dolorosa contraddizione, dato che la protezione entra in conflitto con la
crescita (la comprensione e la partecipazione politica) e più precisamente con
l’accettazione, quando lo “stato” e la società - od un particolare gruppo
sociale - onorano la resistenza a livelli insostenibili” (Johnson, Kuttab,
2001: 37-38).
6.8 Tra
istanze nazionali ed eguaglianza di genere: anzitutto, democrazia per tutta la
società
La violenta repressione scatenatasi
con l’avvento di Sharon al governo, ha portato ad un enorme arretramento delle
richieste palestinesi al livello delle trattative, che in prima istanza
chiedono ora la protezione del proprio popolo sulla base della Quarta
Convenzione di Ginevra del 1949. Lo stato di emergenza pressoché permanente
provocato dalla violenta repressione e dalle punizioni collettive adottate da
Israele rende estremamente difficile ogni sforzo di riorganizzazione della
società civile. Queste le parole di Amal Khreishe - attivista della Palestinian Working
Women Society for Development (PWWSD):
Prima del coprifuoco
usavamo il telefono per chiamare le donne dei villaggi occupati per organizzare
le attività e per cercare di dare coraggio alle persone. Le donne organizzavano
attività sociali o azioni di protesta contro l’occupazione. Ci siamo
organizzate in un network utilizzando i media ed internet per tenere i contatti
tra le donne e la comunità. Sarei in contatto con le persone se avessi
l’elettricità. Adesso non è possibile incontrarci come associazione perché i
soldati ci sparano addosso. Quando c’è la sospensione del coprifuoco per 3, 4
ore ci riversiamo nelle strade per comprare il pane ed il cibo per i bambini, e
riusciamo ad organizzare marce contro l’occupazione. Non è facile. […] Come
donne abbiamo imparato a parlare dell’occupazione e della lotta contro
l’occupazione. Abbiamo imparato che dobbiamo affrontare le questioni sociali e
della liberazione. Stiamo cercando di stimolare un dibattito sulla questione
dell’equità all’interno della società ma a causa dell’occupazione le donne
devono sopportare condizioni estremamente pesanti. Nel dibattito che cerchiamo
di stimolare cambiano ovviamente le priorità e questo danneggia il cammino del
popolo palestinese verso la democrazia […] Quello che voglio come donna e come
cittadina è avere dei confini, potermi spostare ”.
Le organizzazioni non governative
con un profilo più istituzionale - quali ad esempio il WATC ed il WCLAC -
continuano le proprie attività di studio, ricerca e di denuncia delle
violazioni commesse contro le donne, cercando di integrare le istanze di
miglioramento sociale all’interno della più ampia lotta nazionale: “la nostra
esperienza e l’esperienza di altre donne in situazioni di conflitto è che le
istanze di genere non devono essere rimandate, e devono essere integrate nella
lotta per la liberazione nazionale. Mentre il conflitto prosegue, generazioni
di donne palestinesi crescono ed è necessario che le loro priorità di genere
siano prese in considerazione. I violatori dei loro diritti civili e politici,
così come dei loro diritti economici, sociali e culturali devono essere
identificati e sfidati”.
Condivido pienamente
il discorso che sostiene che dobbiamo centrare i nostri sforzi nel far cessare
l’occupazione. Comunque, dobbiamo ricordare che mentre alcuni di noi lanciano pietre
contro l’occupante, le relazioni sociali basate sulle relazioni di potere
continuano ad avere un impatto sulle persone più vulnerabili.
Del resto, in questa fase la
priorità assoluta è conferita all’agenda nazionale ed al raggiungimento di una
pace “giusta” sulla base delle risoluzioni ONU 242 e 338, rifiutando di
ritornare al primo stadio dei negoziati. La testimonianza di Nehad - attivista
della PWWSD - esprime con chiarezza questa posizione. La sua ferma risposta di
fronte alla mia - piuttosto ingenua - domanda su quale posto trovassero
attualmente nella sua esperienza di donna le istanze di eguaglianza sociale,
dimostra con chiarezza il prevalere dell’identità nazionale e della lotta
contro l’occupazione su ogni altra preoccupazione.
Nehad: Penso che
questa intifada sia completamente diversa dalla prima, per molte ragioni che
sono già state menzionate. Credo che uno dei motivi principali sia che nella
prima non esisteva l’Autorità Palestinese. Da quando è arrivata, abbiamo
entrambe le agende: l’agenda politica - o nazionale - e l’agenda sociale. Ma è
molto chiaro per noi donne palestinesi, che la priorità è l’agenda nazionale.
Siamo ancora sotto occupazione e stiamo lottando contro l’occupazione, noi e l’ANP
insieme. L’ANP è venuta anche per l’agenda sociale, e non solo per le donne, ma
per tutti, dato che cerchiamo tutti di costruire una società civile palestinese
democratica, e le donne sono parte di questa lotta da lunghissimo tempo.
Certamente ci sono molte cose sulle quali stiamo lavorando insieme, ed anche
molte cose sulle quali cerchiamo di fare pressione. Specialmente riguardo alle
istanze nazionali, abbiamo davvero una buona coalizione con le ONG e con l’ANP.
È positivo che abbiamo diversi punti di vista su ciò che sta succedendo, ma c’è
una sorta di unità tra tutte le persone sul piano formale ed informale che
cerchiamo di inserire nell’agenda nazionale. Pensiamo che abbiamo una comune
esperienza di palestinesi - nonostante vi siano persone che non credono in
queste attività comuni o coalizioni. Almeno, noi cerchiamo di metterlo sempre
in pratica. […] Un giorno riusciremo ad ottenere i nostri diritti, e
continueremo a lottare per implementare le risoluzioni dell’ONU, perché
nonostante questo tetro presente crediamo fermamente nella nostra lotta. A
prescindere dalle misure brutali che potranno prendere [gli israeliani,
N.d.R.], la nostra lotta non si fermerà. Del resto, con il governo Sharon non
abbiamo un’agenda politica, c’è solo quella della “sicurezza”. Per questo non
crediamo che durante questo regime avremo un qualsiasi tipo di negoziato o di
azioni pacifiche. […] Come palestinesi ci rifiutiamo di ritornare al primo
stadio dei negoziati, che significa nove anni fa. Quando iniziò questo processo,
come palestinesi decidemmo che dovevamo darci una possibilità, e che dovevamo
dare all’altra parte una possibilità, ma quando arrivammo a quello che possiamo
chiamare “il momento della verità”, abbiamo scoperto che Israele ha sempre
rimandato tutto all’ultimo momento. È evidente che vogliamo liberarci
dell’occupazione, non c’è più tempo di ritornare al primo stadio dei negoziati,
dobbiamo discutere direttamente di come implementare le risoluzioni dell’ONU.
Per questo abbiamo bisogno della protezione internazionale a livello popolare.
La tensione tra istanze nazionali ed
istanze femministe - che abbiamo visto attraversare tutto il secolo di storia
del movimento delle donne palestinesi - riemerge ancora una volta sotto le sembianze
di un’apparente inconciliabilità tra lotta sociale e lotta contro l’occupazione
israeliana. Nonostante vi siano organizzazioni della società civile che
sostengono la necessità di portare avanti contemporaneamente istanze
democratiche e lotta di liberazione nazionale, questa corrente è ancora
minoritaria, soprattutto a causa della brutale aggressione israeliana che
spinge all’isolamento, alla disperazione ed all’atomizzazione sociale. In base
all’ultimo sondaggio realizzato dal Development Studies Program,
il 42% degli intervistati è a favore di un sistema politico “democratico e
pluralista”, ma la stessa percentuale auspica al contrario la realizzazione di
un sistema politico islamico - opinione che è più forte tra i giovani, che sono
anche i maggiori oppositori alla partecipazione delle donne alle elezioni -
fissate, momentaneamente, per il gennaio 2003. L’analisi dei risultati delle
interviste rivela quanto sia ancora forte il dislivello nella percezione dell’eguaglianza
dei diritti di cittadinanza delle donne. Mentre l’alta percentuale di
intervistati che sarebbe disposta a votare per una donna come deputata nel PLC
(il 71%) parrebbe indicare una significativa controtendenza rispetto a questa
constatazione, questa percentuale si abbassa notevolmente quando la carica da
ricoprire è più elevata e “potente” (solo il 54% sarebbe disposto ad eleggere
una donna alla presidenza, contro il 43% che vi si oppone nettamente) o quando
potrebbe avere un’incidenza diretta sulla quotidianità degli intervistati (solo
il 57% voterebbe una donna nei consigli locali, contro il 40% che non sarebbe
disposto a farlo).
In un contesto di assenza diffusa e
generalizzata dei più elementari diritti alla vita, la lotta delle donne per le
proprie istanze di miglioramento diventa difficile da portare avanti. Ciò che
manca nella relazione tra femminismo, democrazia e nazionalismo, è la
democrazia per tutta la società (Johnson e Kuttab, 2001: 40): ancora una volta,
concordo con l’opinione di Abu-Ghazaleh (1998), che identifica nell’occupazione
israeliana l’ostacolo primo al conseguimento di una reale eguaglianza per le
donne palestinesi.
In queste ultime settimane,
la popolazione palestinese è scesa nelle strade violando il coprifuoco imposto
dall’esercito israeliano, manifestando contro l’occupazione e contro
l’imprigionamento di Arafat. Nella mia personale convinzione, ci ritroviamo di
fronte alla possibilità di un salto qualitativo nella lotta del popolo
palestinese, capace di riportare la partecipazione e la direzione dell’intifada
nelle mani della società intera, ricostruendo quell’unità e quella solidarietà
che durante la prima intifada avevano consentito di “disarmare moralmente
Israele” e di ottenere l’appoggio dell’opinione pubblica internazionale. In
questa lotta, le donne potranno probabilmente riconquistare quello spazio e
quella visibilità che avevano fatto del loro organizzarsi sociale e politico la
vera spina dorsale della rivolta. Unirsi nella lotta comune per una società
palestinese democratica, contraddistinta dall’eguaglianza, dalla giustizia
sociale e dal primato della legge, consentirà forse di riconciliare nuovamente
istanze nazionali ed istanze sociali.
Conclusioni
L’inerzia delle
strutture, le potenzialità per il cambiamento:
tra determinismo ed empowerment
Nell’ambito di questa ricerca, ho
cercato di analizzare in profondità la partecipazione delle donne palestinesi
al movimento di liberazione nazionale, contestualizzandolo all’interno della
più ampia cornice del conflitto israelo-palestinese. Indagare la relazione
dialettica esistente tra istanze nazionali ed istanze femministe mi ha portato
quindi a concentrarmi sia sul ruolo attivo da esse svolto, sia sulle funzioni
che si sono trovate più o meno consapevolmente a svolgere in qualità di
riproduttrici biologiche e culturali dell’immaginata nazione
palestinese: “immaginata” non soltanto nell’accezione di Anderson (1983), ma
anche in quanto priva della corrispondente organizzazione statuale
territorialmente e funzionalmente sovrana cui aspira.
Il riflusso verificatosi nella
partecipazione delle donne durante la prima intifada, l’incapacità di giungere
ad una modifica a in senso egualitario della legislazione afferente allo statuto
della persona ed ai diritti di cittadinanza, la marginalizzazione e la
sofferenza specifica delle donne palestinesi durante questa seconda intifada,
sono tutti elementi che ci riconducono alle difficoltà inerenti ad ogni
processo che si proponga di realizzare una radicale trasformazione delle
molteplici strutture della diseguaglianza che appartengono ad una data società
- siano esse di genere, di classe, di nazionalità, od altro ancora. Questo è
ancora più vero nel contesto palestinese, laddove il perdurare dell’occupazione
militare israeliana rappresenta la negazione globale dei diritti
all’autodeterminazione (intesa in senso lato) del popolo palestinese.
D’altro canto, la forza delle
strutture che organizzano l’allocazione del potere e delle risorse in una data
società - modellandone i caratteri e le visioni del “possibile” e del
“consentito” - è storicamente determinata dall’interazione di molteplici
sistemi di oppressione: quindi, è suscettibile al cambiamento. “È questa
vulnerabilità delle strutture alla prassi che ci qualifica come agenti della
storia. Così come le strutture vengono modificate dalle pratiche umane, così si
modificano le esperienze e le opzioni che queste strutture emergenti generano,
mutano i “limiti e le pressioni” culturali che vincolano le pratiche delle
persone, cambia il senso comune” (Connell, 1987: 95, cit. in Maharaj, 1995:
52). Svincolarsi da un approccio determinista che vede nella riproduzione dello
status quo l’unico risultato possibile delle strutture sociali ed istituzionali
esistenti significa riconoscere che si tratta “semplicemente di un risultato
empirico possibile. Ma è un risultato importante, e la pratica ciclica
che lo produce è ciò che si intende per “istituzione”. In questo senso
“l’istituzionalizzazione” è la creazione di condizioni che rendono la pratica
ciclica probabile [corsivi miei, N.d.R.]” (Maharaj, 1995: 52).
L’incertezza e l’imprevedibilità
consentite dall’adozione di questo approccio ci permettono di valorizzare la
capacità degli uomini e delle donne - in quanto protagonisti del farsi della
propria storia - di operare un cambiamento, di innovare, di trasformare. Come
già sottolineato in precedenza, le modalità adottate nel raggiungimento degli
obiettivi che ci si propone - siano essi l’indipendenza nazionale,
l’eguaglianza di genere, la democrazia, etc. - incidono profondamente sul
risultato ottenuto. Costituiscono essi stessi, invero, uno dei risultati.
Perciò, anche l’assetto di genere che assumerà la società palestinese nel
proprio futuro stato indipendente - esito che al momento della stesura di
queste conclusioni, è tutt’altro che certo - sarà in gran parte determinato dal
come questo obiettivo nazionale sarà raggiunto: se attraverso
l’imposizione dall’alto di un “accordo di pace” costruito attorno ad un tavolo
più o meno improvvisato e/o rappresentativo; se mediante una prova di forza
“risolutiva” di una delle due parti sull’altra; oppure se attraverso una
mobilitazione popolare democratica e diffusa nella quale donne e uomini avranno
pari dignità, libertà ed opportunità.
La
risoluzione del conflitto israelo-palestinese: un approccio possibile
Il superamento della barriera
psicologica che contrappone il “sé” - individuale e collettivo - all’“Altro” e l’instaurarsi
di un clima di fiducia tra le parti rappresentano i principali ostacoli
incontrati dai processi di conflict resolution (Ury, 2000).
Secondo Ilan Pappe,
il reciproco riconoscimento del proprio coinvolgimento nella sofferenza
dell’Altro è profondamente traumatico. Da parte israeliana, “questa forma di
consapevolezza, che riconosce l’ingiustizia inerente alla morte ed allo
spostamento/sostituzione [displacement, N.d.R.] degli abitanti nativi
della terra, non soltanto mette in discussione i miti fondanti dello stato di
Israele ed il suo motto “uno stato senza popolo per un popolo senza stato”, ma
solleva anche una quantità di questioni etiche con significative ripercussioni
sul futuro dello stato […] e sulla psiche degli ebrei israeliani. Significa
riconoscere che essi sono diventati l’immagine riflessa del proprio peggiore
incubo”. D’altro canto, “la riluttanza palestinese nel riconoscere appieno
l’Olocausto e la sua importanza nella formazione della psiche degli ebrei
israeliani scaturisce dalla paura di compartecipare al dolore dell’altro, dopo
anni passati a demonizzarlo e denigrarlo dipingendo sé stessi quali sue
vittime” (Pappe, 2001: 7). Per Edward Said (1998: 266), “è necessario stabilire
un legame tra ciò che è accaduto agli ebrei durante la seconda guerra mondiale
e la catastrofe che ha colpito i palestinesi. […] Nessuno dei due eventi è
simile all’altro. Allo stesso modo, nessuno dei due può giustificare la
violenza di oggi. Infine, né l’uno né l’altro debbono venire minimizzati. […]
Ma a meno di stabilire una connessione tale per cui si consideri la tragedia
ebraica come l’evento direttamente responsabile della catastrofe palestinese
attraverso qualcosa che chiameremo “necessità” (anziché pura volontà), non
potremo coesistere come due comunità segnate da sofferenze che le rendono
separate e tra loro non comunicanti. Il fallimento di Oslo è stato pianificare,
in termini di separazione, una divisione oggettiva di popolazioni in entità
individuali ma diseguali, anziché riuscire a cogliere il fatto che il solo modo
per elevarsi oltre quell’infinito andirivieni di violenza e disumanizzazione
consiste nell’accettare l’universalità e l’integrità dell’esperienza
dell’altro, e cominciare a progettare una vita comune, insieme”.
La profondità del dolore e della
sofferenza vissuta dal popolo palestinese e dal popolo israeliano,
l’incomunicabilità, la disumanizzazione reciproca coinvolta nell’attribuzione
integrale delle colpe e delle responsabilità all’Altro, sono tutti fattori che
concorrono a mettere seriamente in discussione la possibilità di estinguere
questo decennale conflitto - in via globale, definitiva ed esaustiva -
attraverso la mera ratifica di un qualsiasi accordo di pace. D’altronde, “nella
risoluzione dei conflitti, l’obiettivo non è trovare una soluzione per ogni
singola istanza, ma accrescere, elevare e massimizzare le possibilità di
raggiungere un accordo favorevole date le condizioni che si affrontano. […] La
parola chiave è “trasformare”. […] La sfida è se sia possibile costruire un
contenitore, un sistema, una cultura, una pace, una relazione, una partnership
od un qualsiasi meccanismo in grado di gestire i conflitti trasformandoli da
una forma distruttiva – come la violenza, la repressione e l’occupazione – ad
una forma centrata sull’impiego di mezzi democratici, di negoziazione e di
azione non-violenta” (Ury, 2000).
Ciò che il relatore di questo
seminario ignora - od ha scelto di ignorare - è che questo contenitore, questa
cultura, esistono, ed appartengono ad un approccio femminista alla risoluzione
dei conflitti. Un altro degli obiettivi che mi ero preposta nel fare ricerca
era di indagare il contributo originale portato in questo particolare conflitto
mediorientale dalle donne - alcune, donne - nelle modalità del “fare
politica”. Per questo ho scelto di “concludere” questa dissertazione con un
cenno al dialogo ed alla pratica trasversale che unisce donne israeliane e
palestinesi nella ricerca di una soluzione “giusta” e non-violenta ad un conflitto
che loro ascrive la riproduzione biologica e culturale della costruzione
reciprocamente escludente del “Noi” e dell’“altro-da-sé”.
L’esperienza di dialogo
“trasversale” che come abbiamo visto (cfr. cap.3.6) unisce nel Jerusalem Link
donne israeliane e palestinesi residenti sia in Israele, sia nei Territori
Occupati, rappresenta una sfida radicale alla “costruzione dell’Altro come il
polo negativo del sé” (Pappe, 2001: 6). Ogni donna porta con sé il “radicamento
(rooting)” nella propria esperienza ed identità, ma prova a
“muoversi in direzione dell’altro (shifting)” per dialogare con donne
che hanno un’appartenenza ed un’identità differente, umanizzandole, e
riconoscendo quanto pluralità e differenza afferiscano sia al proprio che
all’Altro gruppo. Questo “trasversalismo” si distingue sia dall’universalismo -
che nella costruzione di un’omogeneità forzata e fittizia tende a sopprimere la
differenza - sia dal relativismo estremo, che non riconosce la possibilità di
conciliazione tra posizioni soggettive radicate in vissuti unici, irripetibili,
ed incomprensibili dall’esterno. “Il raggrupparsi in modo trasversale non
dovrebbe avvenire con tutti i membri dell’altro gruppo, ma solo con coloro che
nel proprio diverso rooting, condividono valori ed obiettivi compatibili
con i propri” (Yuval-Davis, 1997: 130).
Abbiamo visto quanto la presenza
delle donne nel corso delle trattative di pace tra palestinesi ed israeliani
sia stata minima, e comunque legata esclusivamente alle singole personalità,
svincolata dall’adozione di un approccio di genere alle questioni inserite
nell’agenda del tavolo negoziale. Le donne - che sono generalmente le più
colpite dalla distruzione portata dalla guerra, in quanto incaricate della
riproduzione e del mantenimento del benessere del nucleo familiare - sono
invero più portate degli uomini a riconoscere l’esistenza di un legame tra
“fronte domestico” e “fronte di guerra”. Questa consapevolezza può essere
utilizzata attivamente nella ricerca di una pace possibile (Sorensen, 1998) che
non sia basata sull’adozione di un modello “pro/contro”, “vincente/perdente”,
ma dove la “pace” sia il risultato di un costante processo dialettico di
negoziazione tra pari. “Gli approcci femministi alla risoluzione del
conflitto valorizzano al massimo la preservazione, il miglioramento della vita,
ed il mantenimento di relazioni reciproche vitali e migliorative. Quindi, la
non violenza è un elemento cruciale nelle strategie di pace femministe”
(Reardon, 1996: 214-215).
Le parole di Amneh Badran, presidentessa
del Jerusalem Link - che ho registrato nell’ambito di un incontro tenutosi a
Bologna il 16 maggio 2002 su iniziativa delle Donne in Nero - ci espongono il
significato ed il valore dell’applicazione sul campo di un approccio “win-win
(vincitore/vincitore)”: un metodo di risoluzione dei conflitti nel quale la
massima priorità è conferita al mantenimento di relazioni umane costruttive,
che rifiuta l’impiego di criteri di valore quali “vittoria/sconfitta”, e che
anela alla giustizia ed alla riconciliazione.
Le difficoltà di
raggiungere dei compromessi […] hanno lasciato posto alla sfiducia ed alla
mancanza di trasparenza. Personalmente, credo che dobbiamo concentrarci su ciò
su cui concordiamo, lasciando momentaneamente da parte i motivi fonte di
disaccordo, sui quali dovremo continuare costantemente a lavorare, ma evitando
di bloccare il nostro lavoro finché non si sia raggiunto un accordo su tutti i
punti. […] Crediamo che non esista una soluzione militare, e che le uniche
strade percorribili siano il dialogo, i negoziati, e l’adozione di mezzi
pacifici. […] Il governo israeliano non riuscirà ad imporsi su di un’intera
nazione che sta cercando la propria liberazione. I gruppi armati palestinesi
non sconfiggeranno l‘esercito israeliano. Ciò che resta, è il buon senso.
Le possibilità che l’adozione di
questo approccio rappresentano per la graduale risoluzione del conflitto
israelo-palestinese sono una strada aperta di fronte al vicolo cieco costituito
da un’escalation di repressione e di violenza sempre più vorticosa. Lascerò le
conclusioni di questa dissertazione - che costituisce il punto di vista
evidentemente approssimativo, contingente, e personale di una donna occidentale
- alle parole di Terry Greenblatt, direttrice di Bat Shalom (la controparte
israeliana del Jerusalem Center for Women) tratte da un discorso rivolto al
Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Le potenzialità inerenti all‘esperienza di
dialogo trasversale tra le donne del Jerusalem Link - appartenenti ad identità
nazionali(ste) costruite come “nemiche” - e la capacità di questa pratica politica
di portare ad una soluzione negoziale basata sul rispetto, sulla legittimità e
sulla dignità reciproca sono tuttora questioni aperte: da investigare, ma forse
- soprattutto - da praticare.
Avete bisogno di noi,
perché se lo scopo è non solo l’assenza della guerra, ma la creazione di una
pace sostenibile attraverso cambiamenti sociali radicali, noi siamo
indispensabili per tutto ciò che riguarda la sicurezza pubblica.
Avete bisogno di noi
perché le guerre non si combattono più sui campi di battaglia. Ci avete portato
la guerra in casa. Molti più civili che soldati sono stati uccisi in questo e
in altri conflitti nel mondo. Le guerre si conducono ora sulle soglie di casa e
nei nostri salotti e nelle nostre dimore sacre e nelle nostre cerimonie
religiose, e le donne hanno un interesse enorme nel preservare le famiglie e le
comunità.
[…] Avete bisogno di
noi perché continuiamo a sostenere i diritti umani e la santità della vita come
valori fondamentali. Sfortunatamente, oggi, questi valori sono troppo
facilmente trascurati come fossero ostacoli a politiche di sicurezza o come
incongruenti rispetto alle aspirazioni di liberazione nazionali.
Avete bisogno di noi
perché abbiamo sviluppato un processo socio-politico che porta avanti un
dialogo autentico e produttivo, anche se la violenza cresce ed entrambe le
parti continuano a terrorizzarsi a vicenda. La caratteristica esperienza di
vita di donne ci dà la competenza per due cose. Un tipo di intelligenza
veramente speciale, l’intelligenza sociale, ed un coraggio unico, il coraggio
sociale. Abbiamo sviluppato il coraggio di attraversare le barriere della
differenza disegnate tra noi, che sono anche le barriere disegnate nelle nostre
menti. L’intelligenza di farlo pacificamente, senza pistole o bombe, e di farlo
in modo produttivo. E soprattutto, stiamo imparato a spostare (shift) le nostre
posizioni, muovendoci le une verso le altre, senza sradicare le nostre radici
(rooting). Anche quando ci troveremo ad essere donne la cui esistenza e storia
ci porranno le une contro le altre, noi discuteremo, non spareremo.
Avete bisogno di noi
perché noi donne vogliamo sederci insieme dallo stesso lato del tavolo e insieme
analizzare la nostra complessa storia comune, con l’impegno e l’intenzione di
non smettere finché - con rispetto e reciprocamente - potremo risollevarci
insieme e cominciare la nostra nuova storia e realizzare il nostro comune
destino”.
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“Anche la divisione
pubblico/privato, centrale alle formule classiche occidentali di cittadinanza e
di stato-nazione, è costruita come una impresa immaginaria. […] Quindi, non
solo il contesto, la porosità e la forma che assume variano da stato a stato e
di epoca in epoca, ma queste configurazioni sono imposte dalle istituzioni e
dalle forze in competizione con ed entro i progetti di costruzione statale”
(Joseph, 1997: 73).
“Come lo stesso Nobile Corano, le
donne hanno la funzione di allevare e formare veri uomini. Se le nazioni
venissero private di donne coraggiose che ne allevino i veri uomini, esse
declinerebbero e crollerebbero” (ayatollah Khomeini, tratto da un discorso
tenuto il 6 marzo 1979, cit. in Moghadam, 1993: 173).
Nonostante l’esodo del 1948 e del
1967, in 50 anni la popolazione palestinese residente nella Palestina
mandataria è triplicata, passando da 1,36 milioni nel 1948 a circa 4 milioni
nel 1999 (compresi gli arabi israeliani). Israele conta 4,78 milioni di ebrei,
corrispondenti al 54% del totale della popolazione di Israele-Palestina
(ovvero, circa 8 milioni). Ma la crescita crescita demografica della
popolazione ebraica in Israele (il tasso di fertilità è di 2,6 figli per
donna), è 3-4 volte inferiore a quella dei palestinesi (circa 6 figli per donna
nei Territori Occupati e 4,2 in Israele). Di questo passo, i palestinesi
saranno la maggioranza tra il 2007 ed il 2013 (The population challenge
in: Le Monde Diplomatique www.monde-diplomatique.fr/focus/mideast/israel-5-1-5-en)
La legge del ritorno stabilisce che
chiunque abbia madre ebrea (non essendosi dichiarato membro di altra religione)
o si sia convertito al giudaismo, è un potenziale cittadino dello stato
ebraico; status che gli sarà riconosciuto automaticamente con l’immigrazione
(Swirski e Safir, 1991b: 8).
In realtà, nel caso delle donne
ebree, solo matrimonio e divorzio sono di dominio esclusivo dei tribunali
rabbinici (non sono infatti previsti matrimoni civili né interreligiosi),
mentre per musulmani, cristiani e drusi la giurisdizione religiosa ricopre
tutti gli aspetti concernenti lo statuto della persona. Questo significa ad
esempio che mentre nei casi di custodia dei figli, di diritti sulle proprietà
comuni, etc., gli ebrei possono scegliere a quale tribunale rivolgersi;
cristiani, musulmani e drusi possono appellarsi esclusivamente a quelli
religiosi, ciò che configura una palese discriminazione su base confessionale
(Yuval-Davis, 1980; Swirski e Safir, 1991a).
È difficile sapere esattamente
quante donne appartenessero ai comitati prima dell’intifada, perché a causa dei
ripetuti raid dell’esercito israeliano (Israel Defence Force, IDF)
alcuni comitati locali avevano smesso di tenere i registri degli iscritti già
dal 1985, quando comincia la politica del “Pugno d’acciaio (Iron Fist policy)”
di Israele nei Territori Occupati: “secondo alcuni studiosi palestinesi, alla
fine del 1987 vi appartenevano probabilmente solo il 2-3% delle donne della
Cisgiordania; una percentuale stimata nel 10% usufruiva dei loro servizi, e
circa il 15-20% era coinvolta con loro a vario titolo ” (Strum, 1992: 66)
I delitti d’onore sono manifestazioni
di un’eredità culturale patriarcale che impone alle donne un comportamento
sociale la cui infrazione conferisce all’uomo pertinente il diritto a
“disciplinarle” per ripristinare l’onore della famiglia. Secondo l’UNICEF più
di due terzi degli omicidi commessi nel 1999 nei Territori Occupati sono stati
delitti d’onore (cit. in Ruggi, 1998).
La Women’s Organizations for
Women Political Prisoners (WOFPP) è un’organizzazione di donne ebree
israeliane nata subito dopo lo scoppio dell’intifada allo scopo di denunciare
le molestie subite dalle detenute politiche palestinesi nelle carceri
israeliane. Alle attività di documentazione e denuncia pubblica, si aggiungono
presto visite di solidarietà e di sostegno, per provvedere alle molteplici
necessità delle detenute. Sintomaticamente, le appartenenti alla WOFPP sono
state spesso chiamate “amanti degli arabi” dai secondini israeliani: le
attività di solidarietà con i palestinesi sono percepite come un tradimento dell’identità
nazionale israeliana.
Il Mujama (Congresso Islamico)
nasce nel 1973 a Gaza su iniziativa dello sceicco Ahmed Yassin e propugna il
ritorno al codice morale e sociale derivato dalla propria interpretazione
dell’Islam. La diffusione e l’espansione dell’Islam come movimento politico nei
Territori Occupati, sono fenomeni profondamente legati alla politica israeliana
di “divide et impera”: il movimento islamico rappresenta un’alternativa
all’appello laico e nazionalista dell’OLP tra i palestinesi dell’interno.
Sull’Islam politico in Palestina: Milton-Edwards Islamic Politics in
Palestine, 1996 (op. cit.); Mishal e Aharoni The Palestinian Hamas:
Vision, Violence and Coexistence, 2000 (op. cit.)
Sottosviluppata economicamente e di
minore importanza geopolitica, la Striscia di Gaza è il paese con la maggiore
densità di popolazione al mondo, formata per più del 70% da rifugiati. La sua
popolazione sente di essere stata marginalizzata economicamente e politicamente
dalla leadership palestinese: “nell’assenza di una soluzione politica a queste
difficoltà, si forma uno stato di sconforto (ihbat) che costituisce
terreno fertile per un movimento religioso” (Abdo, 1994: 165).
Ai residenti di Gerusalemme viene
proibita la partecipazione in quanto Israele ha proclamato “Gerusalemme,
completa ed unita, capitale di Israele” (Basic Law proclaiming Jerusalem the
capital of Israel, 30/07/1980, www.monde-diplomatique.fr/focus/mideast/question-3-1-1)
e quindi nega la possibilità dell’esistenza di un soggetto politico “altro”
(ovvero, il popolo palestinese) al suo interno.
Israele è sempre stato fermo nel
rifiuto di riconoscere la propria responsabilità storica e di accettare il principio
del rimpatrio dei profughi, e gli accordi di Oslo omettono ogni riferimento
alla UNGA Resolution 194 (III) dell’11 dicembre 1948 che ne chiede il rientro
ed un risarcimento per i danni morali e materiali loro provocati (www.monde_diplomatique.fr/focus/mideast/reso194-en).
I profughi palestinesi registrati all’UNRWA sono 3.737.494, sparsi tra
Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza. Nel mondo, sono circa 5,5
milioni (www.monde-diplomatique.fr/focus/mideast/question-3-3-en).
“Il Governo dello Stato di Israele e l’OLP (nella
delegazione giordano-palestinese alla conferenza di pace per il Medio Oriente)
(la “Delegazione Palestinese”), rappresentante del popolo palestinese,
concordano sulla necessità di porre un termine a decenni di scontri e di
conflitto, di riconoscere i propri reciproci diritti legittimi e politici, di
impegnarsi a vivere in pacifica coesistenza e reciproca dignità e sicurezza, e
di raggiungere una pace giusta, durevole e globale attraverso il processo
politico concordato” (www.monde-diplo.com/focus/mideast/declaration93-en).
Nel 1974 il Consiglio Nazionale
Palestinese (PNC) accettò non solo il riconoscimento del principio di
partizione della Palestina storica e quindi la legittimità dell’esistenza di
uno stato ebraico in Palestina (Baruch Kimmerling, 2001, cit. in Amit, 2002),
ma anche la sovranità su un territorio di gran lunga inferiore rispetto a
quello stabilito dalla UNGA Resolution 181 (II) del 29 novembre 1947 (il “Partition
Plan”). L’OLP acconsentirà in seguito alla nascita di un movimento politico -
il Fronte Nazionale Palestinese - che comincerà a lavorare per la creazione di
due stati: posizione ufficializzata durante la XIX sessione del PNC tenutasi ad
Algeri tra il 12 ed il 15 novembre 1988.
Tra il 1993 ed il 1996, la chiusura
dei Territori è stata imposta per 342 giorni a Gaza e per 291 in Cisgiordania.
Rispetto al 1992, il peso dell’export nella formazione del PIL è sceso dall’11
al 6% (Giovannangeli, 2001).
Su una forza lavoro complessiva di
706.000 unità, il 22% si reca quotidianamente per lavoro in Israele, ove riceve
una retribuzione giornaliera di 27$, contro ai 31,5$ minimi previsti dalla
legislazione israeliana (Giovannangeli: 2001).
Dei circa 400.000 coloni presenti
nei Territori Occupati, la metà si trova in Cisgiordania; 180.000 risiedono a
Gerusalemme Est; 17.000 sono nel Golan; e 6.500 a Gaza (www.monde-diplomatique.fr/focus/mideast/question-3-2-en).
A Gaza la situazione è particolarmente grave: su una superficie complessiva di
360 km2, 6.500 coloni occupano un’area corrispondente al 42% del territorio,
mentre sul restante 58% vivono circa 1.2 milioni di palestinesi; il
consumo di acqua pro capite dei coloni è di 1000 metri cubi, rispetto ai 172
dei palestinesi (Mater, 1996, cit. in: Palestinian Centre for Human Rights,
2001, op. cit.).
Sul delitto d’onore rimando al
cap.3.3, nota n.49.
Secondo il rapporto del WCLAC (www.wclac.org/cedawengeditedfinal.htm)
seppur rappresentando il 13% del personale impiegato all’interno della Pubblica
Amministrazione – percentuale già di per sé molto bassa – solo il 3% delle
donne riveste incarichi di alto livello.
In base alla DoP, l’Autorità
Nazionale Palestinese, insieme al Consiglio Legislativo, ha la capacità di
promulgare una Legge Fondamentale (Basic Law). Le proposte si scontrano
ripetutamente con i ritardi e le resistenze del presidente Arafat, configurando
un conflitto tra potere legislativo ed esecutivo, ma palesando nel contempo le
difficoltà strutturali inerenti all’esercizio di una genuina sovranità in un
periodo transitorio dove forma politica ed orientamento dello stato non sono
chiari.
Nella sua prima indagine nazionale,
l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese (Palestinian Central Bureau of
Statistics, PCBS) ha riscontrato in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza
rispettivamente un tasso di fertilità del 5.61 e del 7.44; ed un tasso di
crescita del 5.61 e del 6.12 (cit. in Azzouni Mahshi, 1998a). Resi pubblici, i
risultati vengono presentati come una “bomba ad orologeria” dagli effetti potenzialmente
drammatici su sviluppo, progresso sociale ed economico, stabilità.
Il ruolo della donna nella società
islamica è caratterizzato da un’evidente contraddizione: mentre da un lato le
si richiede di svolgere le funzioni di madre, moglie e “casalinga” - che la
portano ad una esistenza quasi monodimensionale all’interno dello spazio domestico
- dall’altro, proprio la sua centralità nella famiglia rappresenta un’immensa
fonte d’attrazione per i partiti islamici - soprattutto in Palestina - che
ambiscono a conquistarne il seguito politico. Paradossalmente, rivendicando
l’istruzione per le donne affinché siano sufficientemente “qualificate” per
crescere ed educare i figli nel modo “corretto”, dischiudono loro
simultaneamente l’opportunità di occupare quello stesso spazio pubblico dal
quale ne prescrivono l’esclusione (Hammer, 2000: 300).
In base al sondaggio #48 condotto tra il 30 marzo ed
il 1° aprile 2000 dal Palestinian Center for Policy and Survey Research,
risulta che il 53% degli intervistati descrive le proprie condizioni economiche
come peggiori rispetto a prima dell’inizio processo pace
(www.pcpsr.org/survey/cprspolls/2000/poll48a.html).
Si riferisce al Women’s Studies Program di Bir Zeit,
un programma nato nel 1993 per fornire insegnamento, formazione, ricerca e
programmi di assistenza a livello comunitario finalizzati alla redazione di
politiche che promuovano l’eguaglianza di genere. Include la ricerca
“Palestinian Women in society” sullo status delle donne valutando il materiale
esistente da una prospettiva di genere (www.birzeit.edu/ourvoice/society/sept/lisa1998.html).
I risultati di un sondaggio condotto dal Program on
International Policy Attitudes (PIPA) dell’Università del Maryland nell’agosto
del 2002 e rilasciati da Search for Common Ground (la ONG sulla prevenzione e
risoluzione dei conflitti più grande del mondo), rilevano che il 62% dei
palestinesi sostiene sia necessario un nuovo approccio in questa intifada; una
percentuale tra il 73 ed il 92% approva l’uso di vari metodi non violenti
(boicottaggio, disobbedienza civile di massa, etc.). Tra gli israeliani
intervistati, il 78% crede che i palestinesi abbiano il diritto legittimo di
ricercare uno stato palestinese, purché con mezzi non violenti. (http://www.alternativenews.org/display.php?id=2231)
La dottrina ufficiale israeliana
consente “il pieno utilizzo di armi contro chiunque metta in pericolo le vite e
specialmente a chiunque spari alle nostre forze od agli israeliani” (Daniel Reisner,
consulente legale militare israeliano, FT, Oct. 6; cit. in Chomsky: Al-aqsa
intifada (www.zmag.org/meastwatch/alaqsa.htm)
Palestine Monitor A nation
under curfew: Palestinians are deprived of freedom of movement, freedom to
work, and the right to education and health care, Information Update,
10/07/2002 (www.palestinemonitor.org/updates/a_nation_under_curfew.htm).
Secondo uno studio del GCMHP sugli effetti su donne
e bambini dei bombardamenti israeliani, c’è una relazione direttamente
proporzionale tra la salute mentale delle madri e quella dei loro figli (http://www.gcmhp.net/File_files/StudyAqsaJuly72k1.html)
WCLAC Annual Report 2000
(www.wclac.org/paper/2000.zip).
Ilan Pappe è stato a lungo un professore
di Scienza Politica ed il Direttore del Dipartimento delle Relazioni
internazionali dell’Università di Haifa. Recentemente è stato costretto alle
dimissioni per le posizioni sostenute nell’ambito del conflitto
israelo-palestinese (A message from Ilan Pappe; subject: The
expulsion of Ilan Pappe, 12/05/2002
http://acs2aucegypt.edu/pipermail/faculty/pal/2002/May000062.html).