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Ianfu - Le 'comfort women' dell'Esercito imperiale giapponese

Le ‘comfort women’ dell’Esercito imperiale giapponese:

una questione irrisolta

 

di Alessia Mazzoni*

 

Introduzione

E’ argomento del presente lavoro la questione delle ianfu, ossia le donne coreane, taiwanesi, filippine, e di altri Paesi occupati dal Giappone che durante la II Guerra Mondiale vennero trattenute in campi di detenzione sotto il controllo dell’Esercito Imperiale giapponese, private dei diritti fondamentali ed obbligate a prostituirsi ai soldati giapponesi.

 

Si tratta di un argomento di interesse storico ma che rimane ancora oggi di drammatica attualità. Si può parlare di interesse storico perché si va ad indagare sulla guerra d’aggressione in Asia, sul disegno del Panasiatismo, sull’imperialismo e l’occupazione da parte del Giappone; mentre si può parlare di attualità perché la questione è ancora irrisolta. Non è stata conclusa all’interno dei Tribunali istituiti nell’immediato dopoguerra, né per mezzo dei Trattati di Pace che sono stati firmati: il problema dell’assunzione di responsabilità da parte del Giappone, continua a dividere all’interno della politica giapponese e sul piano delle relazioni internazionali.

 

La ricerca, basata su fonti bibliografiche[1] e materiale informativo[2], vuole proporre un quadro dei fatti storici avvenuti e ripercorrere il dibattito politico sulla questione, non solo a livello istituzionale, ma anche con riferimento alle varie organizzazioni internazionali e della società civile che si sono mobilitate.

 

La trattazione si compone di tre capitoli. Nel capitolo I - “Il dibattito sulle ianfu e il contesto storico in cui sono avvenuti i fatti” - vi è appunto una breve introduzione ai fatti e al dibattito che si è riaperto dopo quasi mezzo secolo di silenzio, soprattutto come conseguenza della presa di posizione delle vittime, ormai anziane, ma ancora attive e desiderose di ricevere giustizia. Inoltre si inquadra il sistema dei campi di detenzione organizzati, all’interno del contesto storico e culturale del periodo, a partire dalla graduale colonizzazione della Corea e dall’invasione della Manciuria, che segna l’inizio della cosiddetta “Guerra dei quindici anni”, fino all’immediato dopoguerra con l’occupazione alleata in suolo giapponese.

 

Nel capitolo II - “Il sistema delle ianfu: la schiavitù sessuale nell’Esercito giapponese” - si delinea come la costruzione dei ianjo (campi di detenzione per le ianfu) rientrasse nelle politiche militari e fosse voluta espressamente non solo dai dirigenti dell’esercito, ma anche del governo, al fine di evitare la diffusione delle malattie veneree tra i soldati e gli stupri della popolazione civile da parte dell’esercito giapponese. Dopo la nascita dei primi ianjo a Shangai, essi si diffusero capillarmente nei territori progressivamente invasi e occupati dalle truppe giapponesi, coinvolgendo un numero elevatissimo di donne asiatiche. Al fine di specificare l’entità delle violazioni dei diritti fondamentali subite, vengono brevemente descritti la procedura di reclutamento e le condizioni di vita cui queste donne sono state sottoposte.

 

Nel capitolo III - “Una questione irrisolta” - si mettono in risalto le ragioni per le quali la questione non si può dire definitivamente chiusa; inoltre, si ripercorrono le iniziative che negli anni Novanta l’hanno messa al centro del dibattito politico e dell’opinione pubblica, nonostante i ripetuti tentativi di archiviarla per sempre. Si metterà in risalto come a tenere vivo il dibattito, anche se per ragioni opposte, vi siano oltre ai rappresentanti istituzionali due schieramenti di attivisti che vedono contrapporsi le vittime e i loro sostenitori (tra cui anche organismi internazionali) da una parte con gruppi reazionari e revisionisti dell’estrema destra giapponese dall’altra.

 

Infine, vorrei fare una precisazione sulla parola giapponese ianfu, che viene generalmente tradotta in inglese con l’espressione “comfort women”, utilizzata anche nella traduzione italiana. Sono in molti a sottolineare il netto contrasto del significato originale del termine “comfort” che connota i concetti di amore, simpatia, calore e compassione con l’orrore che queste donne sono state costrette a vivere. Ma per quanto l’espressione ianfu sia riconosciuta da molti come non appropriata, rimane comunque la più ampiamente conosciuta e utilizzata e non esiste ad oggi un’alternativa riconosciuta come più accettabile.

 

 

CAPITOLO 1
Il dibattito sulle ianfu e il contesto storico in cui sono avvenuti i fatti  

 

1.1 Il  dibattito sulle ianfu

Tra il 1932 e il 1945 migliaia di donne, chiamate eufemisticamente ianfu, sono state sistematicamente radunate e imprigionate in ianjo, campi di detenzione nei quali venivano ripetutamente stuprate e abusate dal personale militare giapponese. Negli anni che seguirono la sconfitta del Giappone, queste donne hanno vissuto in silenzio con le cicatrici della sofferenza fisica ed emotiva del periodo di schiavitù, che per molte di loro ha significato malattie, sterilità e traumi psicologici.

 

Per loro, né la fine della guerra né la conclusione del periodo postbellico ha posto fine alla sofferenza. Quel silenzio, rafforzato dal potere patriarcale e dalla discriminazione, tanto in Giappone quanto nei loro rispettivi paesi, ha garantito al Giappone quattro decadi di agiata tregua senza che venissero affrontate le responsabilità per i citati crimini di guerra. Ma dopo quasi cinquant’anni di silenzio, queste donne si sono fatte avanti per chiedere giustizia, nonostante il grande rischio personale che correvano.

 

Negli anni Novanta, infatti, quando alcune sopravvissute dei campi di detenzione cominciarono a parlare delle loro traumatiche esperienze, divenne chiaro l’esorbitante prezzo umano che esse hanno pagato. Le loro testimonianze incriminano non solo la condotta dell’esercito giapponese in tempo di guerra, ma anche il continuo rifiuto di pagare nel dopoguerra per quella condotta, porgendo scuse che fossero esaurienti e non ambigue e risarcendo le vittime e i loro familiari. Grazie al loro coraggio e attivismo, le sopravvissute hanno costretto il governo giapponese e l’opinione pubblica in Asia a considerare quel prezzo come un debito che il Giappone deve riconoscere e cercare di estinguere.

 

La sofferenza delle sopravvissute dei ianjo andrebbe ricordata e analizzata al fine di rivedere la versione della storiografia ufficiale nei confronti di quel periodo e di aprire le porte ad una critica più consapevole delle proprie responsabilità con riguardo alle violazioni dei diritti umani commesse. In numerose dichiarazioni pubbliche, le sopravvissute hanno presentato la loro visione di come il Giappone dovrebbe prendersi carico delle proprie responsabilità: richiamano il governo al dovere di investigare e arrivare alla conoscenza della verità sulla sua condotta, riconoscere di aver commesso crimini di guerra, punire i responsabili, fare le proprie scuse, pagare i risarcimenti alle vittime, nonchè educare le nuove generazioni in maniera da evitare che simili crimini possano ripetersi. In pratica si chiede al governo giapponese di sviluppare un’abitudine alla memoria dei crimini commessi e di affidare questa abitudine ai propri cittadini attraverso iniziative di tipo educativo.

 

 

1.2 Il contesto storico in cui sono avvenuti i fatti

La costruzione e gestione dei campi di detenzione, lo sfruttamento, l’abuso, la coercizione e le condizioni di miseria cui queste donne sono state sottoposte, sono un prodotto non solo delle politiche militari in tempo di guerra, come vedremo, ma anche delle politiche  giapponesi di colonizzazione della penisola coreana. Questi orrendi crimini sono stati resi possibili in un contesto storico e in una situazione politica molto particolari. Si tratta infatti di un periodo dai contorni drammatico non solo per la storia dell’Asia dell’est, ma per il mondo intero.

 

Il contesto storico è quello che dalla Grande Depressione successiva alla crisi del 1929, che sfocerà nella II Guerra Mondiale. Nessun evento storico precedente ha raggiunto un tale livello di distruzione, conducendo alla morte di circa cinquanta milioni di persone, di cui almeno la metà civili. La violenza contro la popolazione civile è una scelta volutamente perseguita, imposta con massacri e stermini soprattutto da parte delle potenze dell’Asse, tra cui appunto il Giappone. La situazione politica è quella dei regimi dittatoriali e totalitari. In questo clima e nei decenni precedenti si erano radicati tra i militari giapponesi valori che affiancavano al senso dell’onore riscontrabile in modo estremo nel gyokusai (glorioso auto-annientamento), un disprezzo profondo per i diritti umani.

 

È  con la fine della II Guerra Mondiale, invece, che per la prima volta nei Tribunali internazionali di Norimberga e Tōkyō si inizia a parlare di crimini contro la pace, crimini contro l’umanità e genocidio.

 

 

1.2.1 La colonizzazione della Corea

Subito dopo la Restaurazione Meiji nel 1868, il Giappone cominciò a nutrire l’ambizione di estendere i suoi interessi politici ed economici alla Corea. Riuscendo a concludere un Trattato di Amicizia con questo paese nel febbraio del 1876, il Giappone cominciò a interferire nei suoi affari interni. La dinastia cinese Qing, che da lungo tempo esercitava la sovranità sulla Corea, fu molto infastidita dall’intrusione giapponese. L’antagonismo tra i due stati contendenti sfociò nel 1894 nella guerra sino-giapponese, che con la sconfitta della Cina, portò all’eliminazione dell’influenza cinese sulla Corea.

 

Nel frattempo la Russia aveva esteso la sua presenza in Corea e in Manciuria, costituendo una minaccia per il Giappone. Questa situazione portò a sua volta alla guerra russo- giapponese (settembre 1904- febbraio 1905). Già alla vigilia del conflitto, il Giappone aveva messo a punto la colonizzazione della Corea: nell’agosto del 1904 impose alla Corea la “Prima Convenzione tra Giappone e Corea”, nella quale si forzava la seconda ad accettare l’influenza del primo su due fondamentali funzioni di stato: l’amministrazione delle finanze e gli affari esteri.

 

Nel 1905, con la vittoria del Giappone, britannici e americani accettarono il controllo giapponese sulla Corea e il Giappone poté in questo modo colonizzare apertamente il paese. Fu con la “Seconda Convenzione tra Giappone e Corea” (novembre 1905) che la Corea venne completamente privata di autonomia, negli affari interni come nelle relazioni diplomatiche. Itō Irobumi divenne il primo Generale Residente di Corea, ormai protettorato del Giappone. Nel luglio del 1907, con l’imposizione della “Terza Convenzione”, le funzioni amministrative del Governo coreano passarono sotto il controllo diretto del Generale Residente, ma fu solo con la conclusione del Trattato d’Annessione che la Corea divenne ufficialmente colonia giapponese. Fu stabilito da Ordinanza Imperiale che il Governatore Generale sarebbe stato selezionato tra i generali dell’Esercito Imperiale Giapponese e che questi sarebbe stato direttamente responsabile nei confronti dell’Imperatore.

 

In pratica, la società coreana fu sottoposta a legge marziale. L’intervento giapponese a modifica del sistema catastale vigente portò a conseguenze drastiche, trasformando agricoltori possidenti in poveri contadini senza terra. Dalla fine degli anni Dieci una grande quantità di riso prodotta in Corea venne esportata in Giappone, venendo sottratta al fabbisogno locale. Dalla fine degli anni Venti agli ultimi anni Trenta, la Corea fu inoltre colpita da problemi climatici che impoverirono ulteriormente i contadini. La disoccupazione aumentò sia nelle campagne sia nelle città dove giungevano giovani uomini e donne in cerca di lavoro. Molti coreani furono costretti a migrare verso lo stesso Giappone, ove venivano costretti a sopportare dure condizioni lavorative e discriminazioni razziali. Nonostante i pregiudizi diffusi su di loro tra i giapponesi, il numero di coreani che andarono in Giappone in cerca di lavoro continuò a crescere: se nel 1931 erano 300.000, nel 1938 erano già 700.000. Dal  1930 un milione e trecentomila coreani migrarono verso la Manciuria; molti di loro vennero assunti nel settore della produzione del riso da esportare in Giappone.

 

In questo modo, un enorme numero di contadini maschi lavorava lontano da casa, frequentemente per lunghi periodi. Così anche le giovani donne dovevano ricorrere ai lavori più disparati per sostenere le proprie famiglie contadine e spesso migravano nelle città in cerca di lavoro. Tuttavia anche nelle città c’erano poche opportunità occupazionali per donne della provincia senza istruzione né preparazione specifica. La maggior parte finiva per lavorare nelle fabbriche come manodopera sottopagata, o come cameriera o barista. Molte donne finirono nel giro della prostituzione, costrette dalle difficoltà finanziarie o vendute dalle famiglie stesse. Nel marzo del 1916 il Governatore Generale introdusse in Corea un sistema di licenze per la prostituzione simile a quello esistente in Giappone, il quale portava vantaggi economici agli amministratori giapponesi e ai collaborazionisti coreani. In conseguenza della depressione mondiale della fine degli anni Venti e Trenta che colpì in Corea “l’industria della prostituzione” e delle opportunità nate dall’occupazione giapponese in Manciuria, i proprietari dei bordelli in Corea cominciarono a muoversi verso la regione cinese.[3]

 

 

1.2.2 Il “tennōsei fashizumu” e il nesso con l’imperialismo

L’espressione tennosei fashizumu[4], vale a dire fascismo del sistema imperiale, indica il regime che si costituì tra le due guerre mondiali con la saldatura di interessi del blocco di potere dominante formato dal capitale monopolistico (nella forma degli zaibatsu), dagli alti comandi militari, dalla burocrazia superiore, dai partiti politici conservatori, dalla Camera alta e dalla Corte imperiale. Fu un blocco di potere che occupò gradualmente lo stato dall’interno, con una progressiva azione di soffocamento dei diritti civili e delle già limitate libertà politiche.

 

La saldatura tra fascismo e imperialismo e tra gli interessi delle varie componenti del blocco di potere dominante, fu mascherata con l’esigenza di difendere l’onore e la gloria del Paese degli dèi e del tennō, l’imperatore, ipostatizzazione del kokutai[5]. In sostanza, l’Imperatore era il fulcro intorno al quale ruotò l’ideologia del fascismo giapponese, ne era il protagonista pseudo-carismatico, in quanto nel suo nome furono imposti la repressione dell’antagonista di classe, l’aggressione imperialista, i sacrifici inflitti alla popolazione per la guerra e per la difesa della “ininterrotta linea di discendenza divina”.

 

Il governo giapponese praticò l’indottrinamento dei suoi sudditi servendosi non solo della scuola, ma anche dei mezzi di comunicazione di massa. I libri di testo furono rivisti e corretti e nacque il Kokutai no hongi (Fondamenti del Regime Nazionale), un libro nel quale si rispolverava la mitologia nazionale e vi si riaffermava la superiorità del Giappone su tutti gli altri paesi grazie alla continuità della sua dinastia. Largo spazio fu dato al discorso sulla “volontà dell’imperatore”, sulle virtù confuciane dell’armonia, della fedeltà al sovrano, dell’amore filiale, nonché di quelle virtù che vanno sotto il nome della medievale “via del guerriero”. Profondamente antioccidentale, il libro si scagliava contro l’individualismo, la democrazia, il comunismo.[6]

 

Rispetto ai regimi totalitari contemporaneamente esistenti in Europa (l’Italia fascista e la Germania nazista), una delle peculiarità che differenziava il Tennōsei fashizumu era il panAjiashugi (panasiatismo). Il panasiatismo[7] velava sotto la demagogia dell’unione di “tutti i popoli e i Paesi dell’Asia sotto la guida del Giappone” le mire espansionistiche sul continente e nei mari del Sud contro “l’egemonia dell’imperialismo bianco”, cioè occidentale.  Teoricamente questa politica appoggiava nel continente asiatico i movimenti di rivolta contro la dominazione occidentale, facendo del Giappone il paladino che avrebbe fermato le potenze coloniali e impedito loro di soggiogare e pervertire il continente asiatico. Nella pratica, si trattava di un politica sostanzialmente imperialista. L’imperialismo giapponese assunse una forma particolare: si fondò infatti  sull’occupazione di territori al fine di garantire sia le materie prime (di cui il Giappone è poverissimo) alle proprie industrie, sia la penetrazione sui mercati, sia gli investimenti dei capitali degli zaibatsu, finanziariamente assai più deboli rispetto ai capitalisti stranieri.

 

 

1.2.3 La guerra totale

Nel settembre del 1931, gli ufficiali dell’armata giapponese del Guangdong fecero saltare un piccolo tratto della linea ferroviaria della Manciuria del Sud, che era posseduta dal Giappone, ne dettero la colpa ai cinesi e con questo pretesto occuparono tutta la Manciuria. Ciò avvenne nonostante il parere contrario del governo e dell’imperatore, i quali cercarono di tenere l’“incidente” sotto controllo, ma si trovarono impotenti. Si diede così avvio a quella che parte della storiografia giapponese indica come “Guerra dei quindici anni”.

 

Ad occupazione avvenuta, in patria accrebbe l’entusiasmo e si creò un’ulteriore spaccatura tra i fautori di un militarismo espansionistico e quelli di un militarismo difensivo. Malgrado l’imperatore sembrasse parteggiare per questi ultimi, il timore che l’esercito non obbedisse al sovrano, minandone l’autorità, impedì che dalla corte e dal governo provenissero ordini diretti a fermare le operazioni militari.

 

Nel 1932, nella regione cinese di nuova conquista, fu fondato lo stato fantoccio del Manchukuo, completamente soggetto alla dominazione giapponese. Nominalmente, il governo era formato da manciuriani e dipendeva da Pu Yi, di fatto su di esso esercitava la supervisione il Governatore generale militare, che era giapponese. I capitali degli zaibatsu fruirono dei vantaggi dell’egemonia giapponese, tanto da sollevare le proteste degli investitori statunitensi e britannici. Lo scontro politico si concluse nel 1933, anno in cui, dopo la condanna dell’invasione da parte della Società delle Nazioni, il governo giapponese decise di uscire dall’organismo internazionale.

 

Dopo l’intervento in Manciuria, la propaganda alimentata dai vertici dell’Esercito e dai nazionalisti, incentrata sulla necessità per il Giappone di garantirsi nuovi territori per l’insediamento dell’eccedenza di popolazione, peraltro ipotetica, ebbe grande presa tra le masse. Si accentuò anche la convinzione che le maggiori Potenze volessero isolare il Giappone e che l’impero dovesse dare una risposta forte. Si rassodò quindi il terreno di cultura ideologica della guerra espansionistica. Per nulla intimoriti dalle critiche straniere, i giapponesi continuarono nel 1933 e ’34 con tutta una serie di “incidenti” minori che li portarono a stabilire il loro controllo sulla parte orientale della Mongolia interna e sulle regioni della Cina settentrionale intorno a Pechino. Dopo questi tentativi di penetrazione, nel luglio del 1937 il Giappone invase la Cina,  dando avvio alla cosiddetta “Guerra dell’Asia Orientale”.

 

Nelle intenzioni del blocco di potere dominante e come proclamato dal Primo ministro Konoe, questa guerra avrebbe dovuto consentire al Giappone di fondare un “Nuovo Ordine dell’Asia Orientale”. Questo espansionismo, fortemente sostenuto dagli alti comandi militari, rispondeva anche agli interessi economici degli zaibatsu, desiderosi di espandere la propria base produttiva. Tale operazione sarebbe stata possibile solo con la formazione di una sorta di “sub-imperialismo” protetto dalle armi. Di fatto, la Guerra dell’Asia Orientale fu concepita come una “guerra totale” che comportò la progressiva ristrutturazione dell’economia in funzione dello sforzo bellico, l’ulteriore stretta autoritaria nel controllo sulla società e la riorganizzazione del sistema politico-partitico.

 

Nel 1940, vi fu la svolta definitiva sul fronte internazionale: il Giappone firmò il Patto tripartito con l’Italia fascista e la Germania nazista (con la quale fin dal 1936 esisteva il Patto anti-Comintern). L’anno successivo, occupò l’Indocina settentrionale, con la connivenza del governo collaborazionista di Vichy. Con l’estensione dell’occupazione della Cina (i giapponesi avevano in mano le maggiori città, i porti principali, le più importanti linee ferroviarie e le zone più fertili e popolate della Cina) il governo di Washington chiese al Giappone garanzie per le Filippine (colonia statunitense) e il ritiro delle truppe dalla Cina. Dopo la firma del Patto di non aggressione con l’Unione Sovietica, l’Esercito imperiale giapponese occupò l’Indocina meridionale. Il “Nuovo Ordine nell’Asia orientale” che era stato annunciato nel 1938, doveva comprendere il Giappone, la Cina e il Manciukuo, ma ora si ampliava fino a divenire il sogno di un’egemonia giapponese sull’intera Asia orientale, mascherato sotto l’eufemistica etichetta di “Sfera di co-prosperità della più grande Asia orientale”.

 

Fino ad allora Washington si era limitato a una politica di proteste verbali e al non riconoscimento delle conquiste che l’aggressione aveva fruttato ai giapponesi sul continente. Ma a questo punto gli Stati Uniti cominciarono a prendere contromisure più concrete e a organizzare la propria macchina bellica. Intrapresero vari provvedimenti commerciali allo scopo di danneggiare il Giappone e quando nel luglio del 1941 quest’ultimo occupò l’Indocina meridionale, Washington assieme a inglesi e olandesi istituì un embargo totale sul petrolio, materia prima essenziale al funzionamento della macchina bellica nipponica. Falliti i tentativi per superare la crisi, l’8 dicembre 1941 gli aerei decollati dalle portaerei giapponesi attaccarono prima della dichiarazione di guerra la base statunitense di Pearl Harbor, nelle Hawaii, con un’azione combinata di forze aree, navali, sottomarine. Con la successiva dichiarazione di guerra della Germania nazista agli Stati Uniti, la guerra divenne mondiale in senso proprio. All’inizio i successi giapponesi parvero inarrestabili: furono occupate le Filippine, la Malesia, le Indie Orientali Olandesi (l’attuale Indonesia), la Nuova Guinea, la Birmania e fu conquistata Singapore, fortezza britannica ritenuta inespugnabile.

 

I sudditi giapponesi, sia militari sia civili, parteciparono attivamente alla guerra, ritenendosi tutti difensori del tennōsei e del kokutai. La propaganda, che puntò sullo sciovinismo, sul comunitarismo e sull’unità della razza giapponese ebbe facile presa, tanto che non si levarono voci di dissenso se si escludono i comunisti fuggiti in Cina nel 1928. Mancò qualsiasi forma di resistenza e le voci di sommesso dissenso di pochi pubblicisti e cineasti furono tacitate con l’invio al fronte dei “criminali del pensiero”. I soldati giapponesi, oltre agli orrori della guerra, affrontarono spesso sacrifici inumani per carenza di rifornimenti, giungendo in alcuni casi al cannibalismo dei commilitoni o, più spesso, dei prigionieri di guerra. Queste atrocità e quelle commesse contro le popolazioni civili sono quasi totalmente dimenticate, anche per l’azione di occultamento che ne fece il tribunale di Tōkyō per i crimini di guerra.

 

Le forze giapponesi combatterono ferocemente, ma a poco a poco esse vennero sopraffatte sia per terra che in mare e nell’aria. Il primo successo degli Alleati si verificò con la battaglia delle Midway, cui seguirono numerose vittorie sulle forze terrestri e navali giapponesi. Tale battaglia segnò la fine del breve predominio giapponese nel Pacifico. Con il peggioramento della situazione bellica, la popolazione fu sottoposta non solo al razionamento dei prodotti tessili e alimentari ma anche alle incursioni aeree e ai bombardamenti. A sostenere lo sforzo per la “guerra totale” furono chiamate ampie fasce di popolazione. Molte donne furono assunte dai servizi pubblici o dalle imprese per sostituire la manodopera maschile inviata al fronte. Inoltre, tra il 1943 e il 1945, gli studenti delle scuole superiori e delle università furono obbligati a prestare la loro opera nelle campagne e nelle fabbriche di armamenti.

 

Le difficili condizioni di vita peggiorarono ulteriormente per la popolazione urbana a partire dall’estate del 1944. Con l’avanzata del fronte alleato iniziarono, infatti, i bombardamenti delle città, il primo dei quali fu subìto da Nagasaki (11 agosto). Non c’è città giapponese che non abbia conosciuto distruzioni da bombardamenti. Dopo la conquista di Iwojima (23 febbraio 1945), Tōkyō il 9-10 marzo subì un’incursione aerea che causò 84.000 morti. L’estensione e il numero degli attacchi aerei alle città sono palesati dagli 8 milioni di senzatetto a seguito dei bombardamenti. Nell’ultimo anno del conflitto, quando la sconfitta del Giappone era ormai certa, il blocco di potere non si diede per vinto e mise in atto ogni mezzo nel vano tentativo di ribaltare la situazione.

 

Centinaia di giovani continuarono a dare la vita nei corpi speciali dei kamikaze[8], i piloti suicidi che si lanciavano con gli aerei contro obiettivi nemici. In Europa il conflitto ebbe termine mentre il Giappone continuò a combattere. Nel giugno del 1945 si ha l’occupazione di Okinawa, caduta completamente nelle mani degli americani dopo una lunga e sanguinosa battaglia nel corso della quale i militari costrinsero la popolazione civile a lanciarsi contro le forze alleate. I bombardamenti atomici di Hiroshima (6 agosto) e di Nagasaki (8 agosto) provocarono 200.000 morti e introdussero gli orrori dell’era atomica.

 

Ottenuta dagli alleati la garanzia di essere lasciato al proprio posto, l’imperatore decise di arrendersi e questa fu la prima importante decisione politica che un imperatore giapponese prendesse fin dai tempi antichi. Hirohito si rivolse per radio ai propri concittadini: nessuno di loro aveva mai sentito la sua voce ma tutti compresero che quelle dignitose parole in giapponese arcaico ponevano fine alla guerra. La guerra finì così il 15 agosto, con la resa incondizionata di Tōkyō. Per la prima volta nella sua storia, un esercito nemico avrebbe calpestato il “sacro suolo dell’Impero”. I giapponesi avrebbero dovuto “sopportare l’insopportabile, tollerare l’intollerabile”.[9]

 

 

1.2.4 L’occupazione

Dopo che il Giappone firmò il documento della resa il 2 settembre del 1945 iniziò l’occupazione, che si protrasse fino all’aprile del 1952. Pur essendo alleata, l’occupazione fu sostanzialmente attuata dagli statunitensi. I paesi occupati dal Giappone durante la Guerra del Pacifico ritornarono sotto la dominazione coloniale o, come nel caso di Taiwan e della Manciuria, furono restituiti alla Repubblica di Cina, mentre la Corea fu occupata dall’Unione Sovietica e dagli Stati Uniti rispettivamente a nord e a sud del 38° parallelo. Il Giappone usciva prostrato dalla “Guerra dei quindici anni”.

 

Quando i giapponesi accettarono la resa incondizionata, il Presidente americano Truman nominò capo del Comando Supremo delle Potenze Alleate (Scap) il generale Douglas MacArthur, affidandogli l’obiettivo, fissato dalla Conferenza di Postdam (luglio 1945) di democratizzare e smilitarizzare il Giappone. L’azione dello Scap fu assai dinamica fino al giugno del 1946, per perdere poi progressivamente d’incisività, sia a causa delle resistenze sotterranee da parte del governo giapponese nell’attuazione delle disposizioni di MacArthur, sia perché dopo meno di due anni dall’inizio dell’occupazione, Washington riconsiderò le scelte politiche  verso il Giappone.

 

Paradigmatica, in questo senso, fu tutta la vicenda della “giustizia dei vincitori” che fu attuata sia con l’applicazione di epurazioni sia con la costituzione del Tribunale Militare Internazionale per l’Estremo Oriente (IMTFE), generalmente chiamato Tribunale di Tōkyō. Per quanto attiene alle epurazioni, inizialmente i soggetti individuati furono oltre 200.000 dei quali il 90% militari. Tuttavia, ben presto, su insistenza di Yoshida Shigeru, leader indiscusso negli anni della ricostruzione, furono istituite Commissioni per la revisione delle sanzioni agli epurati, un gran numero dei quali fu riabilitato. La rete della “giustizia dei vincitori” verso i criminali di guerra ebbe maglie assai larghe.

 

Il Tribunale di Tōkyō, omologo del Tribunale di Norimberga per i crimini nazisti, fu istituito dagli Alleati il 3 maggio 1946 e operò per una durata di due anni e mezzo. Tale Tribunale fu chiamato a giudicare i crimini della “classe A”, cioè quelli contro la pace, di cui dovettero rispondere alti ufficiali e politici istigatori della guerra o con responsabilità ultima per crimini di guerra commessi da loro subalterni: in pratica i principali capi d’accusa riguardarono la condotta della guerra d’aggressione. Dei ventotto “criminali contro la pace” due morirono prima della conclusione del processo, uno venne dichiarato insano di mente, sette furono condannati a morte e diciotto a pene detentive di varia durata. Inoltre, in diverse città dell’Asia e a Yokohama furono istituiti Tribunali per giudicare i crimini di “classe B”, crimini di guerra convenzionali, commessi da militari in battaglia o contro civili di popoli nemici e di “classe C”, crimini contro l’umanità, definiti come “l’uccisione, lo sterminio, la riduzione in schiavitù, la deportazione e altri atti inumani commessi contro la popolazione civile, prima o durante la guerra, così come le persecuzioni politiche o razziali”.[10]

 

Nel caso giapponese, la distinzione fra crimini di classe B e C non fu chiara. I Tribunali giudicarono, dall’ottobre del 1945 all’aprile del 1951, 5397 giapponesi, oltre ai collaborazionisti taiwanesi (173) e coreani (148). Complessivamente, i tribunali per le classi B e C comminarono 984 condanne a morte, 475 ergastoli e 2.944 pene detentive. Tuttavia, i tribunali evitarono di considerare alcuni crimini commessi dai giapponesi nei territori occupati. Infatti, per volontà degli Stati Uniti, non furono prese in considerazione le prove di alcuni fatti gravissimi. In primo luogo, del “massacro di Nanchino” perpetrato nel 1937 dall’Esercito giapponese contro la popolazione civile (il numero delle vittime è di 200-300.000), barbaramente uccisa, stuprata, torturata e percossa. Inoltre, fu nascosta la documentazione degli esperimenti su cavie umane dell’Unità 731, un gruppo di medici e biologi dell’Esercito giapponese che in un campo di prigionia in Manciuria fece ricerche per la costruzione di armi chimiche e biologiche. Infine, fu occultata tutta la vicenda delle migliaia di ianfu, obbligate a prostituirsi ai soldati giapponesi.[11]

 

Il silenzio su questi fatti avvenne nonostante gli americani fossero venuti a conoscenza del sistema delle ianfu già da prima della fine della guerra, come dimostra il rapporto intitolato Amenities in the Japanese Armed Forces,[12] nel quale venne dettagliatamente spiegato come fossero organizzati i “postriboli” militari. Gli americani interrogarono alcune ianfu e ne rimpatriarono molte, ma non dimostrarono l’intenzione di voler intentare azioni legali contro i giapponesi per lo sfruttamento sessuale di queste donne asiatiche. Le Forze Alleate non ritennero la questione delle ianfu un crimine di guerra senza precedenti e un caso che violasse gravemente il diritto internazionale.

 

In soli due casi membri dell’Esercito giapponese vennero processati  all’interno dei tribunali per i crimini di guerra di classe B e C per il crimine di costrizione alla prostituzione. In un caso si trattava di 35 ragazze olandesi che in Indonesia vennero obbligate a lavorare nei postriboli militari per circa due mesi. Nell’altro caso le vittime erano abitanti dell’isola di Guam, ma anche questa volta si trattava di donne occidentali e i processi si tennero come rivalsa degli Alleati per l’affronto subito ad opera dei giapponesi.

 

Alcuni storici sottolineano “l’assenza dell’Asia”[13] al Tribunale di Tōkyō. Probabilmente la questione delle ianfu fu ignorata proprio per il fatto che la grande maggioranza delle donne vittime della schiavitù sessuale fossero asiatiche e quindi né donne bianche né civili delle nazioni alleate. Un’altra ragione, può essere la percezione delle donne comune tra i soldati e più o meno universale nell’ideologia militare, indipendentemente dalla nazionalità. In questi contesti le donne sono viste come moralmente obbligate ad offrire cortesie ai soldati, che stanno combattendo e rischiando la vita per difendere la propria gente e nazione.

 

Il Trattato di Pace con il Giappone fu firmato a San Francisco il giorno 8 settembre del 1951 ed entrò in vigore nell’aprile del 1952. Tale trattato conteneva i diritti degli alleati nei confronti del Giappone, riconosceva la sovranità dello Stato giapponese e la fine dell’occupazione. Anche in questa occasione venne mostrato decisamente poco interesse riguardo alla giustizia per i popoli asiatici vittime della guerra di aggressione giapponese. Al tempo del trattato di pace gli Stati Uniti avevano insistito che il Giappone firmasse un trattato con la Cina nazionalista di Taiwan in conformità con la posizione americana sulle due Cine. Ambedue le Cine, tuttavia, decisero di rinunciare a ricevere delle riparazioni dal Giappone, dato che si erano già impossessate degli enormi investimenti giapponesi fatti sui loro territori.

 

Il Giappone firmò il suo primo accordo per le riparazioni nel 1954 con la Birmania, al quale nei cinque anni successivi fecero seguito accordi analoghi con le Filippine, l’Indonesia e il Vietnam del Sud. L’ultimo accordo, che fu anche il più importante, non fu firmato che nel 1965, e fu l’accordo di “normalizzazione” con la Corea del Sud.

 

 

CAPITOLO 2
Il sistema delle ianfu: la schiavitù sessuale nell’Esercito imperiale giapponese

 

2.1 L’inizio dello stabilimento dei ianjo

Il sistema delle ianfu arruolate’ negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso come schiave sessuali, è stato definito “il più grande ed elaborato sistema di traffico di donne nella storia dell’umanità”[14]. Si trattò di una forma militarizzata di prostituzione forzata e di sfruttamento femminile la cui dimensione sbalordì per il numero delle persone coinvolte, l’internazionalità del sistema, la capillarità dell’organizzazione militare preposta al procacciamento delle vittime, la durata del tempo in cui fu operante e l’ampiezza dell’area e dei paesi che interessò.

 

Di preciso non si sa ancora quando l’esercito imperiale abbia istituito il primo ianjo (campo di detenzione per le ianfu) ad uso esclusivo di soldati e ufficiali. Questo perché numerosi documenti ufficiali sono stati distrutti immediatamente dopo la resa annunciata nell’agosto del 1945, ma anche perché molti documenti militari ufficiali contenuti nella Biblioteca di ricerca dell’Agenzia giapponese per la Difesa sono ancora classificati come non disponibili per indagine pubblica, mentre tutti i documenti redatti dalla Polizia durante la Guerra dell’Asia orientale sono ancora sigillati. Nonostante ciò, è pur disponibile un limitato numero di documenti che consentono di individuare in parte responsabilità e vicende che furono all’origine dell’istituzione del sistema dei ianjo. L’analisi di questi documenti suggerisce che il primo ianjo sia stato istituito dal comando della Marina Imperiale a Shangai nel 1932, in seguito all’episodio che viene ricordato come il “Primo incidente di Shangai”, che diede all’armata giapponese il pretesto per invadere la Manciuria. In un rapporto del consolato generale di Shangai del 1938, che si riferisce all’episodio, si legge:[15]

                                                                                                  

Non appena l’incidente di Shangai ebbe luogo, alcuni ufficiali delle nostre forze armate qui accantonate hanno istituito un ianjo a uso della Marina col fine di assicurare momenti di ricreazione per i propri uomini.

 

Lo stesso rapporto ci informa che nel 1936 c’erano a Shangai dieci ianjo con 131 ianfu, di cui 102 giapponesi e 29 coreane: di questi ianjo, sette erano precluse ai civili e tre operavano sotto la copertura di “ristoranti giapponesi”. Ogni tre giorni le donne erano sottoposte a visita medica da parte di una commissione composta da un medico specializzato nella cura delle malattie veneree, da un ufficiale di marina e da un funzionario del consolato generale.

 

Nel marzo del 1932, seguendo l’esempio della marina, anche lo Stato Maggiore dell’esercito giapponese autorizzò l’istituzione di ianjo a uso esclusivo di ufficiali e soldati. A richiederlo fu inizialmente il generale Oakmura Yasuji, vicecapo di Stato Maggiore dell’Armata di Shangai. Nelle sue memorie si fa riferimento a una formale richiesta al governatore di Nagasaki perché venisse inviato in Cina un determinato numero di prostitute che avrebbero dovuto servire soltanto l’esercito. Nagasaki era infatti una città tradizionalmente luogo di concentramento e di partenza delle karayukisan.[16] All’inizio lo Stato Maggiore dell’esercito mirò ad “arruolare” unicamente donne giapponesi.

 

Un documento dell’aprile 1933 della 14ma Brigata mista di Fanteria dell’Armata del Guangdong conferma l'istituzione nel nord-est della Cina durante l’aprile del 1933 di un centro di “Facilitazioni igieniche per la prevenzione di epidemie”. In questo centro alloggiavano trentacinque donne coreane e tre donne giapponesi, sottoposte ad esami medici condotti dagli ufficiali medici militari. Il documento informa anche della distribuzione di due preservativi a ogni soldato della brigata, delle relative istruzioni per l’uso e dei consigli sui necessari lavaggi chimici prima del rientro in camerata. Per quanto nel documento la parola “ianjo” non venga usata, non ci sono dubbi che si trattasse proprio di un campo di detenzione per ianfu.

 

I postriboli locali cinesi vennero invece proibiti ai soldati giapponesi, per il sospetto di un alto tasso di malattie veneree diffuso tra le prostitute che vi lavoravano. Dopo il 1933 tutti i reparti di stanza in Cina chiesero di poter disporre di ianjo solo per militari, ma non essendo stato possibile reperire in numero sufficiente le donne di cui era stata fatta richiesta, lo Stato Maggiore dispose che i reparti potessero servirsi anche di postriboli civili, a condizione che le prostitute fossero sottoposte a preventive e regolari ispezioni sanitarie da parte di ufficiali medici militari.

 

Inizialmente le donne al servizio della Marina erano per la gran parte prostitute giapponesi, ma successivamente si cominciarono ad “arruolare” soprattutto donne coreane residenti in Giappone. Nell’isola di Kyūshū, infatti, si erano trasferiti in cerca di lavoro e di fortuna molti cittadini coreani, caduti in miseria in patria dopo l’annessione del paese al Giappone (1910).

 

 

2.2 L’istituzione capillare del sistema delle ianfu

Nonostante sembri che un certo numero di ianjo fosse stato istituito già all’inizio degli anni Trenta a Shangai e nel nord est della Cina, fu dopo il massacro di Nanchino nel 1937 che si assistette ad un rapido incremento della loro diffusione. Lo Stato Maggiore dell’esercito di stanza in Cina riconobbe subito il problema degli stupri di massa commessi dai propri soldati. Di fatto, l’11 dicembre del 1937 istruì i comandanti di ciascun contingente militare affinché istituissero dei ianjo al fine di evitare ulteriori casi di stupro. Anche il generale Okabe Naozaburō, capo di Stato Maggiore dell’Armata del nord, contribuì alla diffusione del sistema delle ianfu, considerandolo l’unico modo per prevenire i sentimenti anti-giapponesi dei civili. Al riguardo scrisse:[17]

 

Secondo diverse informazioni, le ragioni dei sentimenti anti-giapponesi sono direttamente collegabili agli atti di stupro commessi dai nostri uomini in varie parti del paese… Lo stupro non è solo faccenda di legge criminale… esso è contro la pubblica pace e l’ordine, danneggia le attività strategiche delle nostre forze armate e crea seri problemi alla nostra nazione. Bisogna sradicare simili atti.

 

Parallelamente cresceva il numero delle donne impegnate contro la loro volontà: il fenomeno interessava ormai soprattutto donne coreane, ma anche cinesi.

 

Nel maggio del 1938, le forze giapponesi occuparono la zona dello Xuzhou. Il Wuhan e il Guangdong finirono anch’esse nelle mani dei giapponesi nell’ottobre di quell’anno. Il numero delle truppe giapponesi di stanza in Cina, escludendo il Manchukuo, era costituito a quel tempo da circa 700.000 uomini. Quando la guerra sino-giapponese arrivò ad un punto morto, questi soldati furono obbligati a rimanere nei territori occupati per un lungo periodo. I leader militari considerarono che mettere a disposizione dei soldati il “servizio” delle ianfu sarebbe stato un modo per fornire ai propri uomini un po’ di svago, in modo da compensare la durezza e la lunga durata degli incarichi di servizio. Di conseguenza, il numero di ianjo, così come quello delle ianfu, crebbe rapidamente nella maggior parte delle aree occupate.

 

Da un documento del capo dell’Ufficio Medico del Ministero della Guerra datato settembre 1942, risulta che in quell’anno vi erano in esercizio più di 400 ianjo: cento nella Cina settentrionale, centoquaranta nella Cina centrale, quaranta in quella meridionale, cento nel sud-est asiatico, dieci nell’area del Pacifico e dieci nel sud di Sakhalin.

 

 

2.3 A quale scopo vennero istituiti i ianjo

Furono molti i motivi per i quali l’Esercito giapponese decise che i ianjo erano necessari. Come si è già accennato, i leader dell’esercito giapponese erano molto preoccupati per gli stupri di donne civili perpetrati dalle loro truppe, non tanto perché interessati alla sofferenza di queste donne, quanto per ragioni strategiche. Essi ritenevano che l’antagonismo da parte dei civili dei territori occupati nei loro confronti fosse esacerbato da comportamenti del genere. Erano quindi convinti che la pronta messa a disposizione di donne per le forze armate avrebbe ridotto l’incidenza della violenza sui civili.

 

I leader dell’esercito sostenevano anche che le malattie veneree minacciassero di interferire sulla forza dei propri uomini e quindi sulla loro capacità di combattere. Temevano che la diffusione di queste malattie avrebbe potuto potenzialmente creare problemi di salute pubblica enormi dopo il ritorno in patria a guerra finita. Pertanto i dirigenti dell’esercito credevano che un sistema regolato come quello dei ianjo avrebbe permesso loro di munirsi di misure sanitarie efficaci e preventive. Le misure che essi impiegarono furono scrupolose se non completamente efficaci. Le donne “arruolate” erano per la maggior parte giovani e nubili, quindi con maggiore probabilità sane. Ufficiali medici militari controllavano regolarmente lo stato di salute delle ianfu per assicurarsi che non avessero contratto malattie veneree; i controlli venivano effettuati settimanalmente oppure ogni dieci giorni. Dall’altra parte, ai soldati venivano forniti istruzioni precise per la salvaguardia della loro salute.

 

L’istituzione di questi campi di detenzione a uso esclusivo dei militari e degli ufficiali giapponesi avrebbe evitato che si ripetessero episodi come quelli accaduti nella spedizione siberiana del 1918-1922, durante la quale si era registrata una lunghissima serie di stupri e di saccheggi e si erano contati migliaia di casi di contagio di malattie veneree. Il generale Okamura aveva vissuto in prima persona le vicissitudini di quella spedizione e ne aveva costatato sul campo i risultati devastanti. Per questa ragione, riteneva che l’istituzione generalizzata di ianjo avrebbe vinto la resistenza delle popolazioni locali, liberate dalla paura di aggressioni sessuali e di stupri, ma soprattutto avrebbe escluso la possibilità di diffusione delle malattie. Questa preoccupazione, del resto, era condivisa da tutto lo Stato Maggiore. Il tenente generale, Okabe Naozaburō, che aveva già giocato un ruolo importante nell’istituzione di ianjo a Shangai, diede successivamente istruzioni ai comandanti sotto la sua autorità perché ne istituissero anche nella Cina settentrionale. Il 14 marzo del 1932 Okabe scriveva sul suo diario:[18]

 

Ultimamente ho sentito parlare di storie scandalose di nostri soldati che se ne vanno in giro a stuprare la popolazione civile. Prevenire gli atti di stupro è difficile ora che i combattimenti sono meno frequenti. Pertanto ritengo che lo stabilimento di particolari facilitazioni che risolvano le necessità sessuali dei nostri uomini debba essere accolto come cosa buono e debba essere incoraggiato. In considerazione delle esigenze sessuali dei nostri uomini, abbiamo deciso di promuovere alcune misure, dando incarico al tenente colonnello Nogami Toshinori, che ne è il responsabile, di occuparsene.

 

Il seguente documento, intitolato “Misure per migliorare la disciplina militare sulla base dell’esperienza dell’incidente cinese” indica in maniera eloquente quali finalità avesse per il Ministro della Guerra il sistema delle ianfu. Il documento fu distribuito come “materiale educativo” a tutte le unità dell’esercito dal Ministro della Guerra il 19 settembre del 1940:[19]

 

[Da quando la Guerra sino-giapponese è iniziata], nonostante i brillanti successi ottenuti in guerra i nostri soldati hanno commesso vari crimini come saccheggi, stupri, incendi, uccisione di prigionieri e altro, contrari all’essenza dei principi dell’Esercito Imperiale. È quindi deplorevole che una condotta del genere abbia creato un senso di avversione sia in Giappone che all’estero, rendendo più difficile il raggiungimento dello scopo della nostra guerra santa… avendo osservato le circostanze nelle quali i crimini e i reati sono stati commessi, è possibile riconoscere che la maggior parte di questi sono avvenuti immediatamente dopo le azioni di combattimento… È necessario adoperarsi per creare un buon ambiente nelle zone di combattimento, prestare un’attenzione considerevole ai servizi per lo svago, sollevare e controllare i sentimenti violenti che le truppe manifestano… In particolare, gli effetti psicologici che i soldati ricevono nei ianjo sono immediati e profondi, perciò si ritiene che il miglioramento del morale delle truppe, il mantenimento della disciplina, la prevenzione dei crimini e delle malattie veneree, dipendano dalla supervisione soddisfacente di questi.

 

Per quanto riguarda le precauzioni contro la diffusione delle malattie veneree, si può dire che il sistema delle ianfu non riuscì a prevenirle del tutto, anche se ridusse la loro incidenza. Lo stesso generale Okamura, riflettendo sull’invasione del Wuhan nel 1938, ammise che il suo stesso piano fu un fallimento, dichiarando che casuali violenze sessuali accadevano a dispetto del fatto che le forze giapponesi avessero gruppi di ianfu con loro.

 

 

2.4 Tre tipi di ianjo

I campi di detenzione nei quali erano rinchiuse queste donne, si possono differenziare in base a tre categorie, ciascuna con caratteristiche specifiche:

1) ianjo permanenti, situati nelle grandi città come Shangai, Nanchino, Tianjin e Pechino, in prossimità delle grandi basi di rifornimento;

2) ianjo “mobili”, che si spostavano al seguito di grandi unità come le divisioni, i reggimenti o le brigate;

3) ianjo  temporanei, istituiti dai comandi delle piccole unità e che operavano sulla linea del fronte.

I ianjo del primo e secondo tipo, anche se sotto il controllo militare, erano nella maggior parte dei casi gestiti essenzialmente da privati e solo raramente organizzati direttamente dalle forze militari. La maggioranza dei ianjo del terzo tipo si ritiene venisse invece gestita direttamente da ciascuna unità.

 

Il grado di coercizione pare fosse differente e direttamente riconducibile alla categoria del ianjo: era altissimo e brutale in quelle del terzo tipo, tra l’altro il più diffuso. All’interno di questi ianjo i soldati agivano al di fuori del controllo dei comandi generali. Dal momento che per queste truppe era difficoltoso avere accesso alle ianfu coreane o giapponesi, molte donne abitanti del luogo venivano costrette a prostituirsi anche sotto la minaccia delle armi. Quando iniziò la Guerra dell’Asia orientale, la presenza di questi tre tipi di ianjo si estese geograficamente; la categoria dominante dipendeva zona per zona dalla situazione locale.

 

 

2.5 La nazionalità e il numero delle ianfu

Le ianfu venivano considerate come “rifornimenti militari”, ma i documenti importanti a riguardo vennero nascosti o distrutti nei mesi precedenti la resa del Giappone e con la fine della guerra. Non è quindi possibile stabilire con esattezza quante donne siano passate dai ianjo. La stima più precisa va dalle 80.000 alle 100.000 donne e si basa sul fatto che nel luglio del 1941 c’erano 800.000 uomini accasermati ai confini fra la Cina e la Russia. Il generale Umezu Yoshijirō aveva previsto di “arruolare” 20.000 donne coreane, secondo la proporzione di una donna ogni quaranta soldati. Poichè gli uomini impegnati in Cina e nel sud-est asiatico superarono i tre milioni e mezzo, è facile dedurre che le ianfu non siano state meno di 90.000. Di queste donne, si pensa che circa l’80 per cento fossero coreane, ma molte venivano anche da Taiwan, Cina, Filippine, Indonesia, Vietnam e Malaysia.

 

Nella prima fase l’esercito imperiale si servì principalmente di prostitute giapponesi ‘assunte’ fra le karayukisan. Con l’ampliarsi del conflitto e del fronte divenne sempre più difficile ‘arruolare’ unicamente donne giapponesi. Fu deciso allora di reclutare anche coreane. Inizialmente venivano scelte fra quelle che vivevano nell’isola di Kyūshū, provenienti da famiglie di contadini poveri; successivamente, il reclutamento fu esteso a tutta la Corea. Oltretutto, la depressione economica che investì la penisola coreana alla fine degli anni Trenta contribuì all’emigrazione di molti proprietari di postriboli e prostitute verso la Cina. Le donne coreane venivano considerate dai giapponesi come quelle culturalmente più vicine a loro, oltre a essere in grado di comprendere la loro lingua, a causa della colonizzazione. Anche le donne cinesi vennero ‘arruolate’ dalle truppe degli invasori giapponesi e rinchiuse nei ianjo, in particolare in seguito al massacro di Nanchino.

 

Il passaggio dallo sfruttamento delle donne giapponesi a quelle coreane fu significativo soprattutto per i ianjo del primo gruppo. Nei ianjo della seconda e terza categoria, invece, le donne coreane e cinesi erano la quasi totalità, ma a seconda dell’area occupata vennero “arruolate” anche filippine, indonesiane, olandesi. Il fatto che venivano richieste invariabilmente donne da tutti i paesi asiatici potrebbe apparire particolarmente strano, dato che i giapponesi erano noti per il loro razzismo nei confronti delle altre nazioni dell’area. Ma sono gli stessi pregiudizi razziali a fornire parte della risposta a questa apparente incongruenza; queste donne asiatiche, infatti, pur non essendo considerate all’altezza dei giapponesi, erano pero’ adatte al ruolo di ianfu.

 

Le prostitute giapponesi che servirono i militari all’estero durante la guerra, invece, furono in posizioni differenti da quelle delle ianfu. Esse lavoravano soprattutto nei ianjo riservati agli ufficiali di altro rango e sperimentarono condizioni migliori rispetto alle altre ianfu asiatiche. Al di là delle difficoltà che presentava il reclutamento delle donne giapponesi, i leader dell’esercito del Giappone preferivano evitare che le proprie donne finissero per ricoprire quel ruolo. Le donne giapponesi avevano la missione di generare e allevare dei bravi bambini giapponesi, che sarebbero cresciuti per diventare fedeli sudditi dell’Imperatore.

 

 

2.6 Metodi di reclutamento

Le tecniche utilizzate per reclutare le giovani donne si possono ricondurre a due principali: la prima consisteva nel coinvolgere loro malgrado i capi civili locali, cui i comandanti giapponesi facevano formale richiesta di fornire un determinato numero di donne, minacciando in caso di rifiuto di distruggere interi villaggi. Di fronte alle minacce i capi locali si imponevano con la forza sulle proprie concittadine, mandate quasi sempre al sacrificio per salvare il resto dei membri della comunità e il villaggio.

 

Con la seconda tecnica, l’incarico di procurare le donne veniva affidato ad agenti di fiducia dello Stato Maggiore. Solitamente questi agenti erano proprietari di bordelli giapponesi o gestori collaborazionisti: ricevuto l’incarico essi  venivano mandati di persona in Corea, Taiwan, Giappone o delegavano il compito a sub-agenti locali. Questi individui cercavano e reclutavano le donne che ritenevano adatte, con l’aiuto della kempeitai, la polizia militare giapponese di stanza nei territori occupati, nonché delle forze di polizia locali, che in Corea e Taiwan erano sotto il controllo del governo coloniale.

 

In base a varie testimonianze, tra cui quelle di ex ianfu coreane, gli agenti erano soliti ricorrere a metodi tutt’altro che legali, tra cui l’inganno, l’intimidazione, la violenza e addirittura il rapimento. Il fatto è certificato anche da un documento del Ministero della Guerra del 4 marzo 1938, intitolato “Questioni relative al reclutamento delle donne e degli impiegati nei ianjo. In esso si stabilisce, al fine di mantenere la dignità dell’esercito e in collaborazione con la kempeitai, di scegliere gli agenti giusti poiché “a causa della scelta sbagliata, alcuni agenti sono finiti sotto indagine e arrestati dalla polizia per i metodi illegali di reclutamento e addirittura per reato di rapimento”.[20]

 

Sempre secondo testimonianze di ex ianfu coreane, era abbastanza comune che 40-50 giovani donne e ragazze venissero ‘reclutate’ in una volta. L’espediente più comunemente usato in Corea era la falsa promessa di un impiego in Giappone o negli altri territori occupati, come contadine, assistenti infermiere, lavandaie, aiutanti in cucina. Nei giorni in cui alloggiavano nelle locande in attesa di essere portate fuori dalla Corea, venivano trattate relativamente bene. Veniva loro dato cibo e non venivano costrette a lavorare, ma la loro libertà fisica era limitata. Esse non venivano costrette ad esercitare il lavoro per il quale erano state reclutate fino a quando non venivano portate nei ianjo e cominciavano a subire gli stupri dei militari giapponesi. Con questo meccanismo vennero coinvolte molte donne provenienti dalle zone rurali della Corea, dal momento che gli agenti intuirono che era relativamente più facile convincere le figlie delle povere famiglie di contadini. Anche a Taiwan la tattica più comunemente utilizzata era la falsa promessa di un impiego all’estero. In Cina e nelle Filippine, invece, in molti casi erano le truppe giapponesi medesime ad assicurarsi direttamente le ianfu. I loro metodi erano crudeli e includevano sequestri, stupri e reclusione allo scopo dello sfruttamento sessuale.

 

 

2.7 Il trasferimento delle ianfu

Non ci sono dubbi sul fatto che il Ministro della Guerra fosse direttamente coinvolto nel trasporto delle ianfu nelle zone di guerra, dal momento che era impossibile salire su qualsiasi nave militare giapponese senza un permesso ufficiale. Da documenti e testimonianze risulta chiaro che le ianfu venissero trasportate con navi militari da carico che partivano dal Giappone e dalla Corea per giungere in diversi luoghi della regione dell’Asia-Pacifico. Per i trasferimenti dalla Corea alla Cina o interni alla Cina stessa venivano usate le ferrovie controllate dall’esercito giapponese. Nei posti in cui il servizio della ferrovia non era disponibile, venivano forniti camion militari. In casi speciali, le donne venivano fatte volare sugli aerei militari e portate fin sul fronte di guerra. Ad ogni modo il Ministero della Guerra necessitava della collaborazione di altre organizzazioni governative, come il Ministero degli Affari Interni e i governi generali di Corea e Taiwan, allo scopo di facilitare il reclutamento e il trasporto delle ianfu.

 

Inizialmente le ianfu sottostavano alle stesse norme in vigore per l’espatrio dei civili. Dovevano, cioè, ottenere il passaporto secondo le norme prescritte dal Ministero degli Interni e da quello degli Affari Esteri. Dal gennaio 1942, però, Tōgō Shigenori, ministro degli Affari Esteri, dispose che viaggiassero con documenti militari senza bisogno di passaporto. In altre parole, lo spostamento delle ianfu passò sotto il controllo del Ministro della Guerra Tanaka Ryūkichi, mentre il Ministro degli Affari Esteri perdette il suo potere amministrativo. La norma facilitò i trasporti e i trasferimenti, ma impedisce oggi di accertare il numero esatto delle donne che furono coinvolte nel fenomeno.

 

 

2.8 La vita nei ianjo

Quando le ragazze si rendevano conto della reale natura del lavoro, generalmente si rifiutavano di lavorare come ianfu. Alcune chiedevano ai direttori dei ianjo di essere rimandate a casa quando scoprivano che l’impiego che era stato loro promesso era falso. In genere i dirigenti le informavano che prima doveva essere ripagato il denaro versato ai loro genitori e, quando non era avvenuto nessun pagamento anticipato, chiedevano che venissero ripagati i costi del trasporto dalla loro casa alla località del ianjo e il costo giornaliero dei pasti e dei vestiti, maggiorati degli interessi. Quando queste donne realizzavano che erano intrappolate in un “sistema a contratto”, era troppo tardi per fare marcia indietro. Nonostante ciò, alcune donne ancora cercavano di rifiutarsi di diventare schiave sessuali. Alla loro resistenza veniva opposta la forza, spesso attraverso la tortura, al fine di ottenere il loro consenso; molte di loro vennero mutilate o uccise.

 

Hotel, ristoranti di notevoli dimensioni, grandi case di civili, venivano espropriate e utilizzate come postriboli militari. Se infrastrutture del genere non erano disponibili nei pressi dei campi militari, come accadeva in alcune regioni, edifici scolastici e templi erano convertiti a tale fine. In alcuni casi, venivano invece utilizzate tende militari o parti delle caserme dell’esercito. I ianjo erano solitamente divisi in tante piccole stanze. Nei bagni venivano forniti prodotti disinfettanti. Alle ianfu veniva dato ordine di lavare le proprie parti intime in seguito ad ogni rapporto sessuale.

 

Un severo regolamento disciplinava le tariffe, gli orari di lavoro, il tempo a disposizione per ciascun soldato, le condizioni sanitarie, i controlli regolari per le malattie veneree. Orari differenti per usufruire del servizio venivano assegnati ai differenti gradi dei militari. Gli ufficiali potevano fare visita ai ianjo ogni volta che volevano, ma agli ufficiali senza incarico e agli uomini arruolati era concesso recarsi ai ianjo soltanto una volta alla settimana, nel giorno di riposo. La maggior parte dei ianjo era chiusa soltanto una volta al mese, concedendo un giorno di riposo mensile alle ianfu.

 

Ciascuna ianfu si prostituiva ad un massimo di dieci uomini nei giorni normali, mentre il numero poteva aumentare bruscamente subito prima o dopo le operazioni di combattimento. In quei giorni, ogni donna era obbligata a prostituirsi a trenta o quaranta uomini al giorno. Il tempo a disposizione per ogni uomo era regolato in trenta minuti, ma nei periodi più affollati a ciascun soldato veniva concesso solo qualche minuto. In queste circostanze, non c’era tempo perché le ianfu adempissero alla regola di lavarsi “ogni volta”. E non c’è dubbio che un così estremo abuso sessuale provocasse considerevoli dolori fisici e problemi di salute a molte di loro. Nonostante il regolamento ufficiale prevedesse che a chi si rifiutava di utilizzare il preservativo sarebbe stato proibito avere rapporti con le ianfu, molti uomini obbligavano le donne a prostituirsi senza di esso. Alle donne trovate in stato di gravidanza, un ufficiale medico praticava l’aborto.

 

Sebbene le tariffe per accedere al servizio fornito nei ianjo variasse secondo quanto stabilito da ciascun quartiere generale, i prezzi differivano generalmente di poco da struttura a struttura. Il costo era stabilito con riguardo al grado dei militari. Ai direttori dei ianjo le autorità militari davano istruzioni riguardanti “l’accordo salariale” per le loro “dipendenti”. Ad esempio, in accordo con il regolamento stabilito dal quartier generale dell’armata di stanza nel distretto di Manila nel febbraio del 1943, metà della tariffa doveva essere pagata alle ianfu e l’altra metà al direttore. Le spese per vitto e alloggio delle ianfu dovevano essere sostenute dal dirigente, mentre quelle per i vestiti, le acconciature e i cosmetici ricadevano sulle ianfu stesse. Molte ex ianfu testimoniano di aver ricevuto piccoli pagamenti dai propri direttori ma che i soldi di cui disponevano consistevano prevalentemente dalle mance occasionali dei “clienti”. Ad ogni modo, molte di queste donne perdettero tutti i propri risparmi depositati negli uffici postali giapponesi con la fine della guerra o perché perdettero il proprio libretto di risparmio o perché le somme risparmiate erano in Gumpyō, la moneta militare giapponese, che con la fine della guerra divenne totalmente priva di valore. Di conseguenza, la maggior parte delle ianfu si ritrovò senza un soldo.

 

Oltre alle difficoltà finanziarie, le ianfu erano costantemente esposte alla violenza da parte dei loro “clienti”, soldati e ufficiali, in particolare quando questi erano ubriachi. Pare infatti che i problemi causati dai soldati ubriachi nei ianjo furono abbastanza frequenti verso la fine della guerra, quando il morale scese in conseguenza dell’evidenza dell’imminente sconfitta del Giappone. Ad ogni modo, gli uomini ubriachi non erano gli unici ad essere violenti. Alcuni uomini, per quanto sobri, erano violenti allo stesso modo. Molte ianfu venivano maltrattate dai loro stessi direttori. I direttori le picchiavano per punirle di non aver raggiunto la loro quota giornaliera di biglietti, o per aver contratto malattie veneree o per essersi ammalate e non poter quindi prostituirsi per lungo tempo. Molte donne considerarono l’idea di scappare dai ianjo, ma invariabilmente non avevano idea né di dove si trovassero esattamente né di come potessero riuscire a trovare la via di casa, considerando anche che spesso non erano in grado di parlare la lingua locale. Persino le poche che riuscirono a scappare, vennero prontamente arrestate dalla polizia militare.

 

Fu naturale che alcune donne finirono col fare uso di narcotici per scampare al dolore fisico e psicologico che le affliggeva. Altre non poterono sopportare di vivere come “schiave sessuali” e arrivarono al suicidio. Senza contare che molte donne, soprattutto quelle che venivano mandate vicino ai campi di combattimento, morirono perché direttamente coinvolte in azioni di guerra. Quando la guerra finì, la maggior parte delle ianfu venne semplicemente abbandonata dai giapponesi. Alcune vennero salvate dalle Forze Alleate e rimpatriate, ma molte dovettero arrangiarsi da sole per compiere il lungo viaggio di ritorno verso casa. Ci furono anche donne che decisero di non ritornare a casa perché si sentivano indelebilmente segnate dal dramma del quale erano state vittime. Non incontrarono più i propri famigliari e amici e preferirono stabilirsi in un paese straniero nel quale sopravvivere come cittadine di seconda classe.

 

 

2.9 Le responsabilità

Furono gli ufficiali di stato maggiore dell’esercito a rilasciare ordini di istituire i ianjo e gli ufficiali delle unità subordinate a pianificarle e metterle in funzione. Tutti costoro erano senza dubbio gli ufficiali militari di alto rango, e alcuni di loro erano anche membri del governo. In pratica, il sistema delle ianfu fu creato e sviluppato come un piano ben definito dai dirigenti di alto grado dell’esercito giapponese. Durante la Guerra dell’Asia orientale le forze imperiali giapponesi stanziarono cinque armate oltremare, l’Armata di Corea, l’Armata di Taiwan, l’Armata del Guangdon, l’Armata di Spedizione in Cina, l’Armata del Sud. Queste truppe erano sotto la supervisione del Ministro della Guerra  e del Capo di Stato Maggiore, a loro volta subordinati all’Imperatore.

 

Ogni armata entrò in guerra su ordine dell’Imperatore. Questi aveva il diritto supremo di dare ordini all’esercito, sebbene di fatto il Capo di Stato Maggiore era responsabile delle strategie di guerra e delle operazioni militari mentre il Ministro della Guerra era responsabile dell’amministrazione dell’esercito. Per quanto concerneva il sistema delle ianfu, il gruppo dirigente di ciascuna armata aveva la responsabilità della loro gestione e, se necessario, il Ministro delle Guerra dava istruzioni ai quartieri generali di ciascuna armata. All’interno del Ministero della Guerra, non esisteva una particolare sezione che avesse il compito di amministrare il sistema delle ianfu. Di volta in volta l’ufficio preposto dava le istruzioni a ciascun esercito secondo le varie necessità. Quindi ad esempio, rispetto alle ianfu, l’Ufficio dell’Amministrazione Militare dava istruzioni riguardanti la disciplina dei militari e il morale delle truppe, mentre l’Ufficio Medico era responsabile dei provvedimenti riguardanti la prevenzione delle malattie veneree e le questioni sanitarie. Se fino al bombardamento di Pearl Harbor nel dicembre del 1941, il corpo principalmente responsabile era quindi il quartiere generale di ciascuna armata, in seguito invece il Ministro della Guerra smise di giocare un ruolo secondario e di sua iniziativa cominciò ad implementare le politiche per promuovere l’istituzione di ianjo e per controllare il trasferimento delle ianfu nelle regioni del Pacifico.

 

 

CAPITOLO 3

Una questione irrisolta

 

3.1 Il legame storico

Il legame storico del Giappone con il periodo degli anni Trenta e i primi anni Quaranta continua ad influenzare la politica contemporanea del paese. Il problema di come i politici debbano agire rispetto al comportamento tenuto durante la guerra ha spesso diviso la politica giapponese: tentativi di scuse da parte di politici liberali sollevano le proteste dei politici più conservatori, che tendono ad equipararle con la mancanza di rispetto per le anime dei militari giapponesi morti in servizio fino al 1945.

 

 

3.2 L’emergere della questione

Nel maggio del 1990, in coincidenza con la visita in Giappone del Primo Ministro coreano Roh Tewoo, alcune donne coreane rilasciarono una dichiarazione congiunta in cui si chiedevano scuse e risarcimenti per i “Teishintai” o “corpi volontari”[21]. In quegli anni, i corpi volontari e le ianfu venivano considerati due aspetti di un un’unica questione nella Corea del Sud. Il Governo giapponese, comunque, non riconobbe alcuna partecipazione dello Stato o dell’Esercito. Il 6 giugno il governo fece la seguente dichiarazione:[22]

 

Per quanto riguarda le ianfu risulta che le persone trattate in quel modo sono state reclutate da operatori civili che seguivano l’esercito. Date le condizioni attuali consideriamo impossibile per noi indagare e fare delle dichiarazioni definitive per quanto concerne questa pratica.

 

Le questioni riguardanti le scuse ufficiali, il ristabilimento della reputazione delle donne coinvolte e il loro risarcimento sono rimaste irrisolte negli ultimi cinquanta anni proprio per il fatto che il Governo giapponese ha mantenuto sempre tale posizione. È ben noto che il Governo distrusse sistematicamente documenti ufficiali alla fine della guerra e questo ha reso possibile sostenere la tesi che non ci sono prove della partecipazione giapponese a questi fatti. Le donne coreane, tuttavia, non si lasciarono fermare da una tale negazione della realtà storica  e presentarono nuovamente una dichiarazione congiunta in cui si chiedeva al Giappone di diventare una “nazione democratica con una moralità di verità”. Le richieste ivi contenute sono che:

1. il Governo giapponese riconosca il fatto che (l’esercito) ha forzato le donne coreane ad accompagnare le truppe in qualità di ianfu;

2. il Governo giapponese faccia una dichiarazione ufficiale di scuse in riferimento a questa pratica;

3. il Governo giapponese riveli tutti gli atti brutali commessi (dal Governo o dall’Esercito);

4. venga eretto un monumento alle vittime;

5. le sopravvissute o i loro famigliari vengano risarciti;

6. al fine di prevenire il ripetersi di questi sbagli, i fatti vengano insegnati come parte della storia.[23]

Con il supporto di membri dell’organizzazione “Consiglio Coreano per le donne arruolate come schiave sessuali militari dal Giappone”, nel dicembre del 1991 tre anziane donne coreane hanno intentato una causa alla Corte del Distretto di Tōkyō, chiedendo al governo giapponese scuse ufficiali e un risarcimento per i crimini commessi contro di loro durante la Guerra dell’Asia orientale. La confluenza dell’attivismo delle vittime con i nuovi schieramenti politici in Giappone e in altre nazioni asiatiche, nonché la raffica di anniversari, portò negli anni Novanta il governo Giapponese a tentare di concludere una volta per tutte l’accusa che il Giappone non si sia scusato in modo appropriato con i vicini per l’imperialismo e le aggressioni in tempo di guerra. Ma più che risolvere la questione delle responsabilità giapponesi, le scuse proferite dai governi hanno avuto l’effetto di istigare violente opposizioni all’interno e grandi sospetti all’estero.

Un succedersi di ministri negli anni ha fatto dichiarazioni pubbliche favorevoli ad alcune azioni del Giappone durante la guerra, spesso citando la spinta creata dalle campagne militari a sbarazzarsi del dominio coloniale europeo in Asia. Un esempio è il Ministro della Giustizia Nagano Shigeto, dell’amministrazione Hata (aprile-giugno 1994), che pur essendo stato obbligato a dimettersi per aver dichiarato che egli “pensa che il massacro di Nanchino sia una montatura”, ha successivamente affermato che “le ianfu erano prostitute autorizzate del tempo, per cui non possiamo guardare quella pratica con gli occhi di oggi e non possiamo definirla come disprezzo per le donne o discriminazione razziale nei confronti dei coreani”.[24] Pur avendo in molti casi questi ministri pagato il prezzo di tali dichiarazioni, nonché suscitato reazioni di  sdegno e indignazione in Cina, Corea del Sud e negli altri paesi, episodi del genere continuano a ripetersi con una certa regolarità.

 

 

3.3 La pubblicazione dei documenti e un primo tentativo di scuse

L’11 gennaio 1992 vennero pubblicati i documenti attestanti il fatto che l’Esercito giapponese ha pianificato, costruito e utilizzato i ianjo. Prima della pubblicazione il governo giapponese si rifiutava di riconoscere il coinvolgimento ufficiale dell’Esercito, sostenendo che i ianjo fossero stati gestiti esclusivamente da civili proprietari di bordelli e che le donne fossero state reclutate da agenti privati. Il governo non considerò neanche le testimonianze di sopravvissuti che raccontano di rapimenti, coercizioni e spostamenti forzati ad opera di personale militare giapponese, in quanto non corroborate e quindi prova insufficiente della partecipazione dell’esercito.

 

Solo a seguito della pubblicazione dei documenti su uno dei principali quotidiani giapponesi, l’Asahi Shimbun, l’allora Segretario di Stato Kato Koichi riconobbe pubblicamente il 12 gennaio 1992 il coinvolgimento dell’Esercito nell’organizzazione dei campi di detenzione. Il giorno seguente annunciò che si stava discutendo di porgere delle scuse. Il giorno 17 il Primo Ministro Miyazawa Kiichi, in visita in Corea, si scusò con le sopravvissute coreane ad un incontro dei maggiori leader coreani e giapponesi. Dopo questa dichiarazione, il governo condusse una limitata indagine sui documenti ufficiali e tenne delle udienze con alcune ex ianfu sud coreane. Il 4 agosto del 1993 il Governo annunciò i risultati della sua inchiesta. Ciò che il Governo riconobbe sono i seguenti fatti:

1. L’Esercito giapponese era “direttamente o indirettamente coinvolto” nella costituzione e gestione di ianjo e nel trasferimento delle ianfu.

2. Per quanto riguarda il “reclutamento” delle ianfu, in molti casi furono reclutate contro la loro volontà, attraverso inganno, coercizione, etc” e “alle volte personale amministrativo/ militare prese parte direttamente al reclutamento”.

3. “Vissero nei ianjo in situazioni di miseria e sopraffazione”.

4. Il reclutamento, il trasferimento e il controllo delle ianfu nate nella penisola coreana venivano “generalmente condotti contro la loro volontà attraverso inganno, coercizione etc”.

5. La questione delle ianfu dell’esercito è “un atto, compiuto con il coinvolgimento delle autorità militari del tempo, che ha gravemente ferito l’onore e la dignità di molte donne”.

6. “Il governo del Giappone vuole cogliere ancora una volta l’occasione per estendere le proprie scuse e il proprio rammarico” alle ex ianfu.[25]

Ci sono punti della dichiarazione che appaiono problematici, ad esempio quando si dice che i ianjo funzionavano “in risposta alla richiesta delle autorità militari del tempo” o che il “reclutamento” delle ianfu era condotto “principalmente da agenti privati che agivano per conto delle richieste dei militari”. La partecipazione dell’esercito nella costruzione e gestione dei ianjo, così come gli spostamenti delle ianfu è in questo modo data per “indiretta” in alcuni casi. In breve, la dichiarazione lascia spazio ad un’interpretazione che assegna a uomini d’affari civili il ruolo di “reclutatori” ed effettivi operatori del sistema dei ianjo. Eppure, lo stesso giorno in un documento rilasciato dall’ufficio del Ministero degli Affari Esteri “Sul Problema delle ianfu del Periodo di Guerra”, veniva dichiarato che:[26]

 

risulta chiaro, ad ogni modo, che nelle aree di guerra queste donne erano obbligate ad andare con i militari sotto costante controllo dell’esercito ed erano private della libertà e costrette a vivere in condizioni di miseria.

 

È evidente come il tono di questa affermazione sia abbastanza differente dalla dichiarazione ufficiale del governo, che non chiarisce quale sia il soggetto responsabile della coercizione, se lo stato/esercito o operatori privati.

 

Un secondo punto problematico consiste nel fatto che la dichiarazione enfatizza la prevalenza delle donne nate nella penisola coreana o di etnia coreana all’interno di quelle obbligate a divenire ianfu, senza alcun riferimento alle donne di origine cinese, taiwanese, del sud-est asiatico o delle isole del Pacifico. Di fatto, il Governo giapponese ha tenuto delle udienze soltanto con un gruppo di ex ianfu coreane. Per quanto sia chiaro che le donne coreane rappresentarono un’ampia maggioranza tra le ianfu, un’indagine sulla questione non può iniziare e terminare con un così ristretto numero di udienze. Inoltre, mentre la dichiarazione ammette che “gravi ferite [sono state inflitte] all’onore e alla dignità di numerose donne”, la risposta del governo non va oltre un’offerta di “sentite scuse (owabi) e rammarico”.[27] Quello che ci si aspettava che la dichiarazione dicesse riguardo alla questione è se questa pratica abbia violato il diritto internazionale e se il governo abbia commesso un crimine di guerra e contro l’umanità.

 

La dichiarazione del governo lasciò quindi molti dubbi. In pratica, l’ammissione di coinvolgimento da parte del governo rimase ambigua con riguardo al ruolo degli operatori civili nei bordelli e degli adescatori. Inoltre, le scuse offerte dal governo giapponese furono dirette solo alle donne coreane e non ci fu nessun tentativo di indirizzarle anche alle altre donne asiatiche. Infine, il governo ribadì che non era tenuto a pagare risarcimenti alle vittime per i crimini commessi perché tutte le richieste di riparazioni erano state sospese col Trattato di Pace di San Francisco e con i successivi accordi bilaterali (nel caso della Corea l’Accordo tra Giappone e Corea del 1965). Sebbene si può dire che il Governo giapponese si sia ufficialmente scusato, di fatto esso non ha cambiato la sua presa di posizione secondo la quale non possono essere forniti risarcimenti individuali e il diritto di richiedere risarcimenti da parte di una nazione ad un’altra nazione su un piano di parità è già stato esaurito.

 

La risposta del governo avrebbe dovuto includere una spiegazione approfondita della verità,  riconoscimento e scuse per i crimini commessi, i risarcimenti e una bozza di provvedimenti da prendere per evitare il ripetersi di questi crimini, ma in tutto questo ha mancato. L’ambiguità e le mezze misure in risposta alle richieste delle sopravvissute fece infuriare non solo i sostenitori delle sopravvissute, ma anche gli attivisti “contro le scuse” che smentirono ogni obbligo da parte dei giapponesi di scusarsi per risarcire le donne rese schiave.

 

 

3.4 Un passo indietro: l’accordo tra Giappone e Corea del 1965

La Corea non trasse vantaggio dalla clausola di risarcimento dell’articolo 14 del Trattato di Pace del 1951 che conteneva i diritti degli alleati nei confronti del Giappone. Questo perché non fu ritenuta in grado di imporre le riparazioni in quanto non membro delle Forze Alleate. Nel Trattato di Pace venne così stipulato che le richieste della Corea sarebbero state soggette a negoziazioni separate con il Giappone, negoziazioni che si conclusero con la firma dell’Accordo del 1965. Tale accordo stabilì la ripresa delle relazioni diplomatiche tra i due paesi e garantì il diritto della Corea di avanzare richieste di riparazione al Giappone.

 

Durante le negoziazioni che portarono a questo accordo, due furono i problemi riguardanti le richieste coreane: le condizioni e l’ammontare delle richieste. La politica dei leader giapponesi fu quella di venire incontro all’ammontare delle richieste senza ammettere alcuna colpa. È così che i pagamenti fatti alla Corea sono stati considerati “assistenza economica” e non “riparazioni di guerra”. Il trattato, invece, non chiarì i diritti individuali delle vittime coreane di intraprendere azioni legali contro il Giappone. Richieste recenti da parte di vittime coreane dell’occupazione giapponese vengono messe in relazione con l’articolo 2 comma 1 dell’Accordo del 1965, nel quale si legge:[28]

 

si conferma che i problemi riguardanti le proprietà, i diritti e gli interessi dei due Stati e della loro popolazione e riguardanti le rivendicazioni degli individui, sono sistemati per sempre.

 

Esso quindi stabilisce in parte che tutte le richieste tra le due nazioni sono state completamente soddisfatte. Di fatto, il Giappone ha fatto affidamento sull’articolo 2 comma 1 dell’Accordo per rifiutare qualsiasi richiesta nei propri confronti, comprese quelle delle ex ianfu. In realtà un’altra interpretazione del suddetto articolo 2 comma 1 ritiene che esso faccia riferimento soltanto alle richieste tra i due governi, non alle richieste individuali delle vittime. Infatti l’Accordo è più un compromesso politico tra i due governi che un documento che risolva le dispute e stabilisca le richieste di risarcimento per l’illegale occupazione.

 

 

3.5 Le scuse degli altri Primi Ministri

I Primi Ministri Hosokawa e Murayama hanno invece espresso con dichiarazioni personali il rammarico per quanto successo fino al 1945 andando ben oltre quanto detto dai loro predecessori, benché a detta dei critici anche loro si siano guardati dal presentare delle scuse complete.

 

Il 9 agosto del 1993 salì al governo una nuova coalizione formata da otto partiti, dalla quale rimanevano fuori il Partito Comunista e il Partito Liberaldemocratico, il cui predominio, dopo quasi 38 anni di governo continuo, veniva interrotto. Il primo ministro Hosokawa Morihiro, uno dei politici più significativi e popolari degli anni Novanta, si scusò per la “guerra d’aggressione”, che definì una “guerra sbagliata” e fu per questo attaccato dai politici conservatori del Partito Liberaldemocratico.

 

Alle dimissioni annunciate da Hosokawa nell’aprile del 1994, seguirono le nove settimane del governo del Primo Ministro Hata, che fu a sua volta sostituito dal socialista Murayama Tomiichi, a capo dal giugno del 1994 al gennaio del 1996 di una coalizione di governo che vide il Partito Socialista al fianco del Partito Liberaldemocratico e del Sakigake[29]. Murayama riuscì a far approvare dal Parlamento il 9 giugno 1995 una risoluzione che esprimesse il rammarico e le scuse per la condotta del Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale. Il documento, per quanto indebolito dal fatto che i membri del Shinshintō[30] abbiano deciso in blocco di non partecipare alla votazione e per quanto contenga toni molto meno schietti e consoni di quanto avrebbe desiderato il Primo Ministro, ebbe un certo valore simbolico. Il 15 agosto 1995, il Primo Ministro Murayama, in una dichiarazione ufficiale disse:

 

[Il Giappone] portò grandi danni e sofferenze alle popolazioni di molte nazioni e in particolare alle nazioni dell’Asia, attraverso colonialismo e aggressioni.[31]

 

Nel corso delle visita ufficiale nelle Filippine, in Vietnam, in Malaysia e a Singapore, Murayama offrì le scuse del Giappone per la condotta bellica, affrontando anche il delicato tema delle ianfu. Il Primo Ministro si impegnò inoltre a varare misure di risarcimento e successivamente programmò la stesura di un documento ufficiale di scuse alle vittime del reclutamento forzato, da inviare a ciascuna di esse, assieme ad una somma in denaro proveniente da un apposito fondo che sarebbe stato istituito l’anno successivo. Tuttavia, al fine di mantenere la versione ufficiale giapponese secondo cui il programma di risarcimento non poteva avere una sanzione ufficiale, esso venne creato, come vedremo più avanti, nella forma di fondo privato, evitando così un coinvolgimento diretto del governo.[32]

 

Nello stesso anno fu annunciato che i libri di testo da adottare nelle scuole medie e superiori giapponesi, entro il 1997 avrebbero dovuto includere cenni sulle ianfu. In risposta a questo provvedimento, un gruppo di parlamentari del Partito Liberaldemocratico finanziò la pubblicazione di un libro in cui venivano presentate le argomentazioni che giustificano la “Grande Guerra dell’Asia Orientale” e contestate le verità storiche e i resoconti dei crimini commessi dalle forze militari giapponesi, come ad esempio il massacro di Nanchino. Gruppi revisionisti affermarono che esistono solo piccole prove storiche di molti dei crimini di guerra attribuiti al Giappone e che il Giappone non dovrebbe quindi scusarsi.

 

Una ‘lettera di scuse’ (owabi) venne presentata in nome del Primo Ministro Hashimoto Ryōtarō (salito al potere nel gennaio del 1996) e resa pubblica il 14 agosto. L’espressione owabi in giapponese denota un tipo di scuse leggermente più importante di un ‘mi scusi’ detto quando uno si scontra con qualcun altro in metropolitana. Ma è un’espressione con svariate possibilità di interpretazione che possono variare da un leggero senso di sentirsi spiacenti ad un serio riconoscimento di aver sbagliato e di dover proferire delle scuse shazai. Comunque il governo giapponese non ha riconosciuto alcun crimine, quindi l’owabi del Primo Ministro può solo essere interpretata come qualcosa di banale. Un ulteriore deplorevole punto è che la lettera, spedita non a spese dello Stato ma con i soldi del Fondo per le Donne Asiatiche, è chiaramente identificata come un’espressione dei “miei (del Primo Ministro) sentimenti personali”. L’utilizzo di tale locuzione suona come un tentativo di sminuire l’impressione che la lettera sia un owabi offerta da Hashimoto in qualità di Primo Ministro.

 

 

3.6 I resoconti internazionali

Nei resoconti del Rapporto Speciale Radhika Comaraswamy (presentato dalla Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite il 4 gennaio del 1996) e del Rapporto Speciale Gay J. McDougall (presentato dalla Sotto-Commissione sulla Prevenzione della Discriminazione e Protezione delle Minoranze delle Nazioni Unite il 22 giugno del 1998), il sistema delle ianfu fu riconosciuto come un sistema di sfruttamento sessuale militare e fu confermata la necessità da parte del governo giapponese di punire i responsabili e risarcire le vittime. Il governo giapponese, però, si rifiutò di accettare queste raccomandazioni. Durante la preparazione del resoconto Coomaraswamy e dopo la sua sottomissione, emersero due movimenti di attivisti, uno formato dalle vittime che chiedono un risarcimento al governo giapponese e quanti le appoggiano e l’altro che si oppone alle loro richieste.

 

 

3.7 I  movimenti di attivisti

3.7.1 Le vittime e i loro sostenitori

Quanti si battono affinché il governo giapponese porga scuse ufficiali e risarcisca le ex ianfu, fondarono nel 1993 il Centro Giapponese per la Ricerca e la Documentazione sulle Responsabilità di Guerra del Giappone e cominciarono a pubblicare un giornale, dal titolo “Ricerca sulle Responsabilità di Guerra. Questo centro ha scoperto documenti storici, intervistato le vittime e formulato proposte per risolvere la questione. Il gruppo femminile con sede in Giappone “Violenza Contro le Donne in un Contesto di Guerra” (VAWW-NET), ha invece organizzato un tribunale internazionale per i crimini di guerra e la violenza contro le donne in guerra che si è tenuto a Tōkyō nel 2000, e il cui slogan è ‘Dignità e Giustizia per le ianfu!’.

 

Anche un gruppo civico che si prodiga per la creazione di una commissione d’inchiesta sui danni di guerra è stato molto attivo e il 30 settembre del 1998 ha coordinato la fondazione della Lega dei Membri della Dieta per la Promulgazione di una Legge d’Inchiesta per una Pace Duratura (Kōkyō heiwa no tame ni shinsō kyōmeihō no seiritsu wo mezasu giin renmei), con l’unico scopo di costituire una commissione d’inchiesta. La Lega raggruppa membri dei partiti Liberaldemocratico, Liberale, Comunista e Socialista. Nell’aprile del 1999 la lega aveva 110 membri.

 

Nell’ottobre del 1998, il Presidente della Corea del Sud Kim Dae-jung accettò le scuse del governo giapponese per avere inflitto terribili sofferenze ai coreani durante il periodo coloniale e promise di non sollevare nuovamente altre questioni riguardanti il periodo coloniale. Ma le ianfu coreane, raggruppate nel “Consiglio coreano per le donne arruolate come schiave sessuali militari dal Giappone”, hanno proseguito con le loro proteste, azioni legali e attività, insistendo affinché il governo giapponese riconosca ufficialmente i crimini di guerra commessi e paghi loro un risarcimento direttamente con fondi pubblici. Le manifestazioni delle ex comfort women, accompagnate da coloro che si interessano alla loro causa, iniziarono l’8 gennaio del 1992 di fronte all’Ambasciata Giapponese a Seoul. Da allora si ripetono ogni mercoledì pomeriggio perchè le donne continuano a chiedere al governo giapponese giustizia per quanto successo. Rifiutandosi di cedere ad altri il compito di raccontare le loro esperienze e fare le proprie richieste, le sopravvissute hanno sventato il pericolo che il governo coreano tentasse di interpretare la questione delle responsabilità di guerra del Giappone come ampiamente risolta e di indirizzare l’attenzione dei cittadini verso la visione illusoria di un futuro prospero basato su una congeniale collaborazione con il paese vicino.

 

 

3.7.2 I movimenti d’opposizione

Subito dopo che queste donne cominciarono a farsi sentire, gli attacchi alla veridicità delle loro testimonianze esplosero in Giappone, non solo da parte dei gruppi estremisti di destra ma anche da parte dei ministeri del governo e delle università. Gli attivisti “contro le scuse” si rifiutano di riconoscere che le ianfu erano state vittime di violenze sessuali o coercizioni. Essi hanno tentato di minimizzare la coercizione all’interno del sistema dei campi di detenzione in diversi modi: sostenendo che le ianfu erano prostitute che per scelta andavano al servizio delle truppe giapponesi, insistendo col dire che l’esercito non utilizzava la forza nel reclutarle, affermando che, laddove ci fosse stata coercizione, era ad opera di adescatori civili e operatori di bordelli e che il modo in cui venivano trattate non violava il diritto internazionale del tempo.

 

In alcuni casi gli attivisti ‘contro le scuse’ arrivarono a dire che l’esercito giapponese trattava le ianfu ‘coscienziosamente’. Questi gruppi negano i crimini commessi sulla base del fatto che non esistono documenti scritti che provino che la polizia o il personale militare giapponese abbiano utilizzato la forza. In assenza di documenti scritti che forniscano prove inconfutabili, i giapponesi non sarebbero secondo loro obbligati ad accettare le richieste delle sopravvissute.

 

Nel 1996, l’allora Ministro della Giustizia Okuno Seisuke dichiarò ai giornalisti che le ianfu erano semplicemente prostitute che lavoravano in tempo di guerra, benché avesse ammesso pubblicamente di aver personalmente partecipato all’incenerimento di documenti governativi giapponesi prima dell’arrivo delle forze d’occupazione militari. L’insistenza con cui si pretende che le testimonianze delle ex ianfu vengano corroborate da documenti scritti mentre anche i pochi documenti esistenti rimangono ancora inaccessibili, dimostra chiaramente come la resistenza degli attivisti ‘contro le scuse’ stiano tentando di far tacere le vittime prima che la loro versione storica mini quella più comoda che essi vogliono difendere.

 

All’interno di questo movimento d’opposizione si possono individuare tre posizioni. La prima é quella del governo giapponese, sostenuto da un gruppo di studiosi guidati dal Professore dell’Università di Tōkyō Wada Haruki che hanno fondato nel giugno del 1995 il Fondo per le Donne Asiatiche. Il 15 agosto di quell’anno, per il cinquantesimo anniversario della sconfitta del Giappone, il Fondo invitò i cittadini a fare delle donazioni. Questo esempio di cooperazione tra “mainstream” conservatore, socialdemocratici e studiosi progressisti è stata resa possibile dall’esistenza della coalizione di governo del Primo Ministro Murayama Tomiichi. Il fondo raggiunse i 480 milioni di yen (circa 3.555.000 di euro),[33] con l’intento di sborsare come risarcimento a ciascuna delle ex ianfu 2 milioni di yen (circa 14.800 eruro). In aggiunta a questi soldi raccolti pubblicamente, il fondo avrebbe distribuito anche beni e servizi sanitari in milioni di yen (circa 25.000 euro per ogni ex ianfu sud coreana e taiwanese e circa 10.000 euro per ogni ex ianfu filippina) finanziati dal governo giapponese.

 

Questi tentativi di risarcire le ex ianfu finì col fare infuriare le vittime e i loro sostenitori così come i governi sud coreano e taiwanese. Ma in accordo con il Fondo per le Donne Asiatiche, che tra l’altro non ha discusso con i governi della Corea del Nord o della Cina, più di un centinaio di ex ianfu hanno accettato il denaro. È probabile che molte di queste donne fossero filippine e che avessero poche speranze di ricevere qualsiasi forma di aiuto da parte del proprio governo. Ci sono diverse ragioni per cui gli sforzi del Fondo per le Donne Asiatiche provocarono una protesta del genere. Primo, il governo giapponese continua a negare qualsiasi responsabilità legale e si rifiuta di risarcire direttamente le vittime. Il sospetto è che, al fine di mantenere la sua posizione ufficiale ed evitare di ricevere pressioni dalla Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, il governo abbia deciso di fare affidamento su questi vaghi mezzi per “risolvere” il problema. Il governo giapponese dà il suo contributo ai fondi, ma questi fondi non sono riparazioni. I pagamenti delle riparazioni sono ricavati dal denaro accumulato attraverso le donazioni di cittadini privati. In questo modo il governo è in grado di mantenere la sua posizione di non sborsare neanche uno yen, pur riconoscendo di avere qualche ‘responsabilità morale’. Tale riconoscimento è però semplicemente il rovescio della sua insistenza nel sostenere di non avere responsabilità legali. Questo significa che il livello di responsabilità che il governo giapponese riconosce è decisamente basso.

 

La seconda posizione che emerse nei dibattiti giapponesi sulla questione delle ianfu sostiene che il governo giapponese si sia scusato troppo. Un gruppo che propugnò questa visione divenne attivo sulla scia della pubblicazione del resoconto Coomaraswamy. Il catalizzatore della sua formazione fu l’annuncio nel giugno del 1996 che tutti i nuovi libri di testo per la scuola media e superiore approvati dal Ministro dell’Istruzione (la cui adozione fu prevista per il 1997) includevano la descrizione del sistema delle ianfu. Tali descrizioni, peraltro, consistono di una o due righe di testo e sono nell’ordine di “le donne venivano costrette ad accompagnare l’esercito come ianfu ed erano trattate in modo orribile”. In pratica sono talmente semplici che addirittura non comprendono una spiegazione di cosa fossero le ianfu.

 

Tuttavia, per alcuni educatori, storici e insegnanti delle scuole medie e superiori queste ‘descrizioni’ disonorano la storia delle loro genti e portano le persone a perdere l’orgoglio nazionale. Pertanto diedero inizio ad un movimento il cui obiettivo è ottenere che le descrizioni vengano rimosse dai libri di testo di storia. Questo movimento, comunque, non è stato in grado di alterare la posizione del governo, che insiste nel riconoscere la responsabilità “morale”, e tantomeno di indurre il governo a rimuovere le descrizioni. In conseguenza di ciò questo gruppo fondò un’organizzazione chiamata la Società Giapponese per la Riforma dei Testi Scolastici di Storia (Atarashii rekishi kyōkasho wo tsukurukai). La società, insieme a politici conservatori locali e a organizzazioni religiose, diede inizio ad un movimento molto attivo per cercare di creare una “storia dei giapponesi” che incoraggi “la fiducia in se stessi in quanto giapponesi”.

 

Dal 1995 un nuovo gruppo, formato da parlamentari dell’ala destra del Partito Liberaldemocratico e del Partito della Nuova Frontiera (Shinshintō) cominciò ad opporsi alla “Risoluzione di scuse” della Dieta riguardante l’invasione dell’Asia e il risarcimento delle vittime della guerra. Questo gruppo d’influenza cominciò a farsi sentire nel 1996 e si estese anche a cittadini non appartenenti all’ala destra. Nel periodo immediatamente successivo la fine della Guerra Fredda, il nazionalismo ha acquisito potere in molti paesi. In Giappone, questo gruppo è stato il precursore di tale tendenza.

 

Le risposte reazionarie da parte di politici, accademici e gruppi di attivisti giapponesi spinsero le vittime e i loro sostenitori, in Giappone come nel resto dell’Asia, a rinnovare la loro determinazione ad ottenere un inequivocabile riconoscimento dei crimini di guerra giapponesi e un risarcimento ufficiale.

 

 

3.8 Le azioni legali

Il 27 aprile del 1998 è stata trasmessa la decisione del Tribunale della Prefettura di Yamaguchi per la causa intentata da tre ex ianfu coreane. Secondo la Corte, i membri della Dieta giapponese, specialmente da quando il Governo nell’agosto del 1993 ha pubblicato il commento informale del Segretario di Stato e ha riconosciuto la “responsabilità morale”, hanno la responsabilità legale di formulare una legge che provveda al risarcimento, ma non hanno ancora adempiuto al compito. Così il tribunale ha ordinato che vengano assegnati a ciascuna delle donne 300.000 yen (circa euro 2.200) per il risarcimento. Questa decisione fu una pietra miliare, rendendo evidente come i membri della Dieta abbiano la responsabilità di formulare una legge di risarcimento. Ma sia le vittime che il governo non furono soddisfatti della decisione del Tribunale. Il Governo fece ricorso in appello per cercare di evitare di pagare, mentre le vittime ricorsero in appello rivendicando di non essere state risarcite in modo appropriato.

Il 9 ottobre del 1998 il Tribunale del Distretto di Tōkyō, riguardo ad una causa intentata da quarantacinque ex ianfu filippine, stabilì che gli attori non avevano il diritto di richiedere un risarcimento per danni e respinsero la loro accusa senza riconoscere i danni subiti. La decisione in una causa intentata da ex detenute olandesi nei campi di internamento, che comprendeva tra gli attori una ex ianfu, fu trasmessa il 30 novembre del 1998. Tale dichiarazione riconosceva  che esse avessero subito abusi ma respinse la richiesta di risarcimento sulla base del fatto che non c’erano leggi internazionali che prevedano la richiesta di risarcimento da parte di individui.

 

Così le possibilità che i Tribunali giapponesi prendano decisioni che rischiarino la strada delle riparazioni diminuiscono. La schiacciante maggioranza dei membri della Dieta è dell’opinione che il Giappone non abbia problemi per quanto riguarda le responsabilità di guerra o che quei problemi siano già stati risolti. Se la Lega dei Membri della Dieta per la Promulgazione di una Legge d’Inchiesta per una Pace Duratura fosse in grado di far passare una legge d’inchiesta sulla responsabilità di guerra del Giappone, compresa la questione delle ianfu, sicuramente questo avrebbe un grande impatto sulla risoluzione del problema.

 

 

3.9 Il Tribunale internazionale per crimini di guerra sulla schiavitù sessuale militare

Il Giappone è tenuto sotto pressione per questa questione anche dalla comunità internazionale. Dal 7 al 12 dicembre del 2000 si è tenuto a Tōkyō il Tribunale Internazionale delle Donne per i Crimini di Guerra sulla Schiavitù Sessuale Militare, organizzato dall’Organizzazione Non Governativa con sede in Giappone “Violenza Contro le Donne in un Contesto di Guerra” e da cittadini delle sei nazioni vittime: Corea del Sud, Corea del Nord, Filippine, Taiwan, Indonesia e Cina. Il momento più saliente del Tribunale è stato quando il Giudice Capo Gabrielle Kirk MacDonald, un’americana già Presidente del Tribunale Jugoslavo per i Crimini di Guerra, rappresentando altri tre giudici, dichiarò l’Imperatore Hirohito colpevole, dicendo:

 

Hirohito era a conoscenza o avrebbe dovuto essere a conoscenza della struttura del sistema dei ianjo, ma non intraprese alcuna azione in risposta.[34]

 

Così l’Imperatore fu accusato di avere commesso crimini contro l’umanità durante la guerra e fu denunciato come criminale di guerra al Tribunale. Seguirono le testimonianze delle donne stesse e molte di loro raccontarono di come riuscirono a venire fuori da un lungo silenzio. Furono ispirate da una donna della Corea del Sud, Kim Hak Soon, che fu la prima testimone pubblica. Il movimento fu lodato da molti esperti perché cercava giustizia per le ex ianfu come pioniere dell’intero movimento, nel tentativo di considerare la schiavitù sessuale e lo stupro in tempo di guerra all’interno del contesto del diritto internazionale.

 

Il Giappone dovrebbe essere punito per il suo crimine, ma quale motivazione si può portare ora per il processo, dopo più di mezzo secolo? Sarebbe un processo senza accusati, un processo farsa. Questo perché le Forze Alleate, specialmente gli Stati Uniti, scelsero di non usare il loro potere legale per processare il Giappone per questo crimine immediatamente dopo la guerra. Il principale scopo del processo sarebbe stato mostrare l’importanza di ottenere giustizia per le vittime, sebbene in ritardo e giudicare i crimini sessuali del periodo di guerra.

 

 

Conclusioni

È ovvio che il Giappone è in definitiva responsabile di offrire le proprie riparazioni per i crimini commessi. Per questo non verrà completamente prosciolto dagli obblighi nei confronti del diritto internazionale fino a quando non ammetterà la propria responsabilità legale, pagherà risarcimenti ufficiali e intenterà un’azione legale nei confronti dei colpevoli. Il paese ha sì fatto qualche tentativo di scuse, ma mai accompagnato dal riconoscimento ufficiale che quanto è stato fatto a queste donne ha costituito crimine contro l’umanità e crimine di guerra.

 

La proposta di legge presentata nell’ottobre del 2000 a favore delle ianfu da parte di una coalizione formata dal Partito Democratico, dal Partito Comunista e dal Partito Socialdemocratico è successivamente scomparsa a dicembre, mentre le forze Nazionaliste stanno di nuovo acquistando forza.

 

Oltre alle ragioni citate per la mancata risoluzione della questione, una questione rilevante è il fatto che i governi dei paesi asiatici che hanno visto le proprie donne rese schiave sessuali all’interno dei ianjo negli anni della II Guerra mondiale non hanno adeguatamente appoggiato le richieste delle ex ianfu. Di fronte all’attivismo di queste donne, che con grande coraggio continuano a mobilitarsi e portare avanti iniziative allo scopo di ricevere finalmente giustizia, i governi hanno mancato di agire attraverso le vie diplomatiche e istituzionali per far valere i diritti delle ex ianfu. Si tratta indubbiamente di una scelta consapevole, ritenendo più agevole archiviare la questione controversa delle responsabilità del Giappone in tempo di guerra e sacrificare le ragioni di questi gruppi di donne, con l’auspicio di facilitare l’instaurazione di rapporti di collaborazione con il Giappone che portino a benefici concreti.

 

Al di là di queste considerazioni, appare evidente che continuando per questa strada, il Giappone sembra più che altro attirare verso di sé i giudizi negativi della comunità internazionale. Se invece decidesse di risolvere una volta per tutte la questione delle ianfu dell’Esercito Imperiale giapponese attraverso il pieno riconoscimento delle proprie responsabilità legali, potrebbe finalmente sciogliere lo scomodo legame storico che lo attanaglia e guardare con più serenità al proprio passato.

 

*[Il presente lavoro è stato realizzato come tesi di laurea presso l’Universitá degli Studi di Milano, Corso di laurea in Mediazione Linguistica e Culturale (presso Facoltà di Scienze Politiche e Facoltà di Lettere e Filosofia), durante l’anno accademico 2003-2004. Il titolo originario della tesi è: “La questione irrisolta delle ‘Ianfu’, le ‘comfort women’ dell’esercito imperiale giapponese”].

 

 

Bibliografia

 

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http://www.japantoday.com (6/10/2004)

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http://www.twotigers.org/(2/9/2004)



[1] Testi di storia giapponese scritti da studiosi italiani (Caroli Rosa e Gatti Francesco) e statunitensi (Halliday John e Reischauer Edwin), ma soprattutto  lavori di due storici giapponesi tradotti in inglese, Tanaka Yuki e Yoshimi Yoshiaki, che nella loro carriera si sono dedicati in modo particolare al Giappone degli anni Trenta e Quaranta e alla guerra d’aggressione in Asia.

[2] Fonti e informazioni reperite nel sito web di una organizzazione di donne coreane (www.twotigers.com); articoli di giornale o relazioni reperiti su internet.

[3] Sulla colonizzazione della Corea si veda: Tanaka Yuki, Japan’s Comfort Women. Sexual slavery and prostitution during World War II and the US occupation, Routledge, New York, 2002, cap. secondo.

[4] Sul Tennosei Fashizumu si veda: Caroli Rosa, Gatti Francesco, Storia del Giappone, Editori Laterza, Roma, 2004, cap. ottavo. e Beonio Brocchieri Paolo, Nishikawa Ichiro et alii, Capire il Giappone, Franco Angeli s.r.l., Milano, 1999, cap. quattordicesimo.

[5] Concetto vago e controverso che indica l’entità nazionale, usato per definire la presunta essenza originale e unica del Giappone e dello stato giapponese.

[6] Si veda: Reischauer Edwin O., Storia del Giappone, RCS libri, Milano, 1998.

[7] Si veda: Caroli Rosa, Gatti Francesco, Storia del Giappone, Editori Laterza, Roma, 2004, cap. ottavo.

[8] Dal nome del “vento divino” che nel 1281 aveva salvato il Giappone dai mongoli.

[9] Si veda: Caroli Rosa, Gatti Francesco, Storia del Giappone, Editori Laterza, Roma, 2004, cap. ottavo.

[10]Yoshimi Yoshiaki, Comfort Women. Sexual Slavery in the Japanese Military during World War II, Columbia University Press, New York, 2000 p. 162.

[11] Caroli Rosa, Gatti Francesco, Storia del Giappone, Editori Laterza, Roma, 2004 cap. nono.

[12] Tanaka Yuki, Japan’s Comfort Women. Sexual slavery and prostitution during World War II and the US occupation, Routledge, New York, 2002, p.84.

[13] Tanaka Yuki, Japan’s Comfort Women. Sexual slavery and prostitution during World War II and the US occupation, Routledge, New York, 2002, p.87.

[14] G. Hicks, The Comfort Women: Japan’s brutal Regime of Enforced Prostitution in The Second World War, W.W. Norton, New York, 1955, p. 16.

[15] Yoshimi Yoshiaki, Comfort Women. Sexual Slavery in the Japanese Military during World War II, Columbia University Press, New York, 2000, p. 44.

[16] Giovani donne giapponesi vendute come prostitute e spedite in diverse città della Cina, del sud-est asiatico e della Russia a partire dall’apertura del paese all’occidente, nel 1866.

[17]Tanaka Yuki, Japan’s Comfort Women. Sexual slavery and prostitution during World War II and the US occupation, Routledge, New York, 2002, p.16.

[18] Tanaka Yuki, Japan’s Comfort Women. Sexual slavery and prostitution during World War II and the US occupation, Routledge, New York, 2002, p.10.

[19] Tanaka Yuki, Japan’s Comfort Women. Sexual slavery and prostitution during World War II and the US occupation, Routledge, New York, 2002, p. 24.

[20] Tanaka Yuki, Japan’s Comfort Women. Sexual slavery and prostitution during World War II and the US occupation, Routledge, New York, 2002, p. 23.

[21] Non meno di 700.000 uomini e donne coreani vennero deportati durante la II Guerra Mondiale in Giappone e nelle isole del sud del Pacifico e costretti al lavoro forzato; tra le donne, molte vennero costrette a prestare servizio nei ianjo.

[22] Yoshimi Yoshiaki, Comfort Women. Sexual Slavery in the Japanese Military during World War II, Columbia University Press, New York, 2000, p. 34.

[23]Yoshimi Yoshiaki, Comfort Women. Sexual Slavery in the Japanese Military during World War II, Columbia University Press, New York, 2000, p.33.

[24] Yoshimi Yoshiaki, Comfort Women. Sexual Slavery in the Japanese Military during World War II, Columbia University Press, New York, 2000, p. 38.

[25] Yoshimi Yoshiaki, Comfort Women. Sexual Slavery in the Japanese Military during World War II, Columbia University Press, New York, 2000, p.36.

[26] Yoshimi Yoshiaki, Comfort Women. Sexual Slavery in the Japanese Military during World War II, Columbia University Press, New York, 2000, p.37.

[27] Yoshimi Yoshiaki, Comfort Women. Sexual Slavery in the Japanese Military during World War II, Columbia University Press, New York, 2000, p.37.

[29] Nuovo Partito Annunciatore, nato nel 1993

[30] Partito della Nuova frontiera, formato nel 1994 da nove partiti e raggruppamenti.

[31] Stockwin J.A.A, Governing Japan: divided Politics in a Major Economy, Blackwell Publishers Inc, Malden, 1999, p. 89.

[32] Beonio Brocchieri Paolo, Nishikawa Ichiro et alii, Capire il Giappone, Franco Angeli s.r.l., Milano, 1999, p. 364.

[33] Calcolato sulla base di un tasso di cambio di: 1 euro = 135 Yen.

Formato per la citazione:
Alessia Mazzoni, "Le 'comfort women' dell'Esercito imperiale giapponese", terrelibere.org, 16 gennaio 2005, http://www.terrelibere.org/doc/le-comfort-women-dellesercito-imperiale-giapponese