MOBILE Il sito per cellulari e la nuova App per Android CORSIHTML5, eBook, Multimedia. Online e in aula Novità! Servizi per l'editoria digitale
 .
LIBRERIA ››
Anacleto
Anacleto
0 €
Pacifisti. Ecco dove siamo Luca Kocci
Pacifisti. Ecco dove siamo
4.5 €
Gli africani salveranno Rosarno. Seconda edizione Antonello Mangano
Gli africani salveranno Rosarno. Seconda edizione
8 €, spese di spedizione incluse
Sì alla lupara, no al cous cous Antonello Mangano
Sì alla lupara, no al cous cous
8 €, spese di spedizione incluse
L’enigma di Attilio Manca Joan Queralt
L’enigma di Attilio Manca
13 €, spese di spedizione incluse
Quell’africana  che non parla neanche bene l’italiano Alberto Mossino
Quell’africana che non parla neanche bene l’italiano
10 €, spese di spedizione incluse
Nuovo! Le inchieste di terrelibere.org > Gli africani salveranno Rosarno - A3. Il vanto d'Italia - Shock economy all`italiana
RSSRSS Chi siamo Archivio Autori Corsi Campagne Mailing list Contatti
Fotostorie Video Infografiche Podcast Casa editrice Libreria Catalogo libri/eBook Presentazioni Recensioni
L'antimafia degli anni Ottanta e Novanta - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
Documenti > Saggio
Gabriella Scolaro:   Scheda biografica  |  Scrivi all'autore  |  Tutti i documenti di questo autore
InteragisciSegnala ad un amico    Organizza un incontro   
Condividi
  
           
Interviste a Testimoni privilegiati dell'associazionismo antimafia degli anni Ottanta e Novanta

Interviste a testimoni privilegiati dell'associazionismo antimafia degli anni Ottanta e Novanta

Sommario

GIOVANNA TERRANOVA - Presidentessa dell'Associazione donne siciliane per la lotta contro la mafia

ELVIRA ROSA - Componente del consiglio direttivo dell'Associazione donne siciliane per la lotta contro la mafia

ANTONIA CASCIO -  Componente del consiglio direttivo dell'Associazione donne siciliane per la lotta contro la mafia.

ANNA PUGLISI -  Socia fondatrice del Centro Studi e Documentazione “Giuseppe Impastato”

BEATRICE MONROY - Comitato dei Lenzuoli

AUGUSTO CAVADI - Membro del consiglio direttivo del Centro sociale San Francesco Saverio

NINO LO BELLO - Coordinatore di “Palermo Anno Uno”

TANO GRASSO - Socio fondatore dell'ACIO di Capo d’Orlando

PADRE SALVATORE RESCA -  Socio fondatore dell'Associazione Città Insieme

ASAEC - Associazione Antiestorsione Catanese

 

 

GIOVANNA TERRANOVA - Presidentessa dell'Associazione donne siciliane per la lotta contro la mafia

 

 

Palermo, 9 settembre 1993

 

 (L'Associazione donne siciliane per la lotta contro la mafia è stata la prima associazione antimafia a nascere in Sicilia)

Giovanna Terranova : ...Sa cosa esisteva, per essere proprio sinceri, c'era il Centro Impastato, da pochissimo, che però non è un'associazione antimafia, è un centro di documentazione, quello solo c'era, poi come movimenti antimafiosi non ce n'erano. Tutti i giornalisti francesi, americani si domandavano ma come mai le donne? Proprio le donne! Le siciliane c'è il preconcetto, il pregiudizio che siano donne ammantate di nero, e invece proprio le donne sono quelle che si ribellano per prime contro la mafia! E' un fatto storico, secondo me importante.

D. Perché avete sentito la necessità di fondare quest’associazione?

R. Ma è nata così, abbiamo cominciato a riunirci fra di noi, allora veramente eravamo tantissime, molte di più di ora devo dire, e di vari percorsi politici, venivano da tutte le parti, democristiani, liberali, ecc. ecc. ci riunivamo e discutevamo... ancora non eravamo associazione mi pare, quando noi abbiamo chiesto... di costituirci parte civile nel processo ...un certo processo SPATOLA/INZERILLO, allora uno dei più grossi processi di mafia e droga ...

D. In che anno è stato?

R. Nell'81 o nell'82, un po’ sulla falsa riga delle costituzioni di parte civile delle donne in Italia per i processi di violenza carnale, ancora qua era un gesto che non si era compiuto, noi al 99% sapevamo che la nostra richiesta sarebbe stata respinta, però l'abbiamo chiesta lo stesso, perché abbiamo detto vale l'esempio, vale il gesto, come gesto di rottura, è una cosa importante, chiedere la costituzione di parte civile in un processo di mafia e droga, dove noi ci sentiamo parte lesa.

D. C'era qualcuna di voi direttamente interessata in questo processo?

R. Assolutamente no, appunto questa è stata invece la cosa importante, siccome è la prima volta che c'è un grosso processo di mafia e droga, noi donne siciliane riteniamo di poter chiedere la costituzione di parte civile.

D. Qual è stata la scintilla che vi ha fatto muovere?

R. Sono venuti dei politici e ci hanno chiesto la nostra firma per una sottoscrizione delle "Donne siciliane e calabresi contro la mafia", proprio da là è nata la cosa.

D. Infatti, c'è anche in Calabria un'associazione di donne contro la mafia

R. Perfettamente, "Donne siciliane e calabresi contro la mafia", le prime a firmare, a sottoscrivere questo documento, che era un appello al Presidente Pertini, siamo state Rita Bartoli Costa ed io, seguirono le altre firme e si raccolsero, circa da 30 a 50 mila firme, moltissime.

D. Tutte di donne?

R. Sì sì, solo di donne, di donne, era un appello delle donne siciliane e calabresi al Presidente della Repubblica Pertini perché ci desse una mano di aiuto, perché centrasse questo problema, per sensibilizzarlo nei confronti di questo fenomeno che più criminale non poteva essere; questo è stato il primo documento. Quando abbiamo avuto la raccolta di tutte le firme, con questo appello siamo andate a Roma, alcune di noi delegate, c'eravamo Rita Bartoli Costa ed io, credo, come vedove della mafia, perché io non ho colore politico, poi c'era una liberale, e poi c'era una socialista ed una del PC e donne che rappresentavano un po’ tutti i partiti e anche dei movimenti, siamo state ricevute in Quirinale dal Presidente Pertini, e là abbiamo chiesto, appunto, perché si guardasse al problema mafia nel Sud che era dallo Stato completamente trascurato e abbandonato, e abbiamo chiesto pure una commissione speciale, che si costituisse una speciale commissione di controllo sulla mafia.

D. Questo nel 1980?

R. (Guarda gli articoli di giornale che ha conservato sulla storia dell'Associazione), "LE VEDOVE DELLA MAFIA RICEVUTE DA PERTINI", aprile 1981

D. Le donne dell'appello erano tutte donne che erano state colpite negli affetti dalla mafia?

R. No no, no no, tengo moltissimo a dire che di vedove eravamo soltanto Rita Costa ed io, di vedove, perché poi per un pezzo si chiamò l'associazione delle vedove, cosa che mi faceva andare in bestia, perché che c'entra le vedove, le vedove eravamo due, contro 90 donne di tutta Palermo, donne politiche, sindacaliste, casalinghe, studentesse, donne di tutte le specie, di vedove proprio non c'era niente, il comitato delle vedove sarebbe stato fatto da 4 persone allora, perché grazie a Dio non è che poi eravamo 2000 eh, si qua c'è stato l'eccidio, ma insomma non è che poi eravamo tante, quindi è assurdo chiamarlo il comitato delle vedove e invece si chiamò per lungo tempo l'associazione delle vedove. Allora noi nell'81 abbiamo fatto questo primo passo, diciamo così delegazione di donne, quindi già eravamo una decina, era già un gruppo ... ah! Dimenticavo la cosa più importante, quando noi siamo andate da Pertini, abbiamo chiesto soprattutto ... che si facesse più rapido l'iter dell'allora proposta di legge Rognoni-La Torre, e noi proprio la nostra richiesta principale era stata quella di fare sì che l'iter della pratica fosse accelerato.

D. Nell'81, prima dell'omicidio dello stesso Pio La Torre

R. Certamente, noi abbiamo fatto questa richiesta, che fosse accelerato l'iter della proposta di legge Rognoni-La Torre, volevamo che fosse funzionante al più presto.  Cosa che avvenne subito dopo il delitto Dalla Chiesa ... si è varata immediatamente, nel giro di un mese, diventò legge la proposta di legge Rognoni-La Torre; ecco e quello è stato proprio l'embrione della nostra Associazione, il fatto che noi avevamo fatto delle richieste, che insieme c'eravamo riunite alcune donne per andare da Pertini a chiedere questo acceleramento della proposta di legge. Avevamo imboccato la strada giusta e quindi al nostro ritorno abbiamo detto "Mi pare il caso che continuiamo su questa strada, che abbiamo visto giusto finora, abbiamo imboccato sempre la strada giusta, abbiamo fatto la richiesta della costituzione di parte civile per un processo, abbiamo fatto questa richiesta a Pertini, le nostre proposte finora sono state quelle giuste", allora, insieme, abbiamo deciso di costituirci e quella che all'inizio non fu associazione, ma fu soltanto comitato, il comitato, come lei sa, ha di diverso dall'associazione il fatto che è temporaneo, non è una cosa duratura, siamo state comitato per qualche mese e poi siamo andate dal notaio a fare l'atto costitutivo, a firmare.

D. Perché avete sentito la necessità di costituire un'associazione di sole donne? Come mai solo donne, è una critica che vi sarà stata mossa.

R. No critica non ci è stata mai mossa, ci è stata sempre sorpresa, perché siccome, appunto c'eravamo delle vedove, 3 o 4 vedove c'erano, avevano un po’ l'idea che la donna siciliana, ancora lo stereotipo della donna siciliana era quella che stava chiusa in casa, l'uomo era attivo, l'uomo usciva, ma la donna in genere stava a casa, ecco questa domanda, con grande sorpresa del giornalista soprattutto quello americano, quello tedesco, proprio dice "Come mai le donne?", poi quello giapponese, io sono stata pure in Giappone, e per i giapponesi era qualche cosa di incredibile che ci potessero essere delle donne che, tra l'altro più di 10 anni fa, avessero avuto questa idea di potersi ribellare alla mafia quando ancora nessuno ci aveva pensato ecco.

D. Ma perché solo donne?

R. Perché solo donne abbiamo cominciato a riunirci fra di noi, forse perché c'erano delle vedove, e non erano vedovi ma erano vedove quelle che erano rimaste, forse perché ... io non lo so, eravamo delle donne, le dicevo, è partita un po’ dalla sottoscrizione che abbiamo fatto, quindi l'idea è venuta forse... siccome le firme erano tutte di donne, poi tutte donne ci siamo ritrovate, fra di noi, perché quando abbiamo sottoscritto questo appello a Pertini eravamo solo donne, perché la richiesta da parte dei partiti era firma di donne (...) secondo me perché le donne sono una forza fresca, spontanea, una forza nuova.

D. Senza sovrastrutture

R. Senza le sovrastrutture che hanno gli uomini, e infatti noi abbiamo sentito di farlo, questo è un fatto, è un dato di fatto questo, forse perché fra di noi c'erano quelle colpite profondamente nei sentimenti proprio più profondi, forse è stato questo, e allora la donna ha un senso di ribellione più forte di quello che può avere un uomo ... perché guardi, io le voglio dire una cosa, che nella storia della mafia, ai tempi di mio marito già due, tre donne che avevano parlato, ma erano solo donne, c'erano, ma erano due, tre donne che avevano parlato, ed erano la vedova Ciuni, Serafina Battaglia, e non mi ricordo se ce ne era un’ altra, ma queste due donne avevano parlato.

D. Perché erano state colpite negli affetti

R. Perché erano state colpite, perché Serafina Battaglia, apparteneva ad una famiglia mafiosa, le avevano ucciso il marito, però per lei era scontato o quasi, forse, insomma non ...era messo nel conto, secondo me perché sapeva che il marito faceva questo mestiere e quindi questo mestiere al 90% comporta ... questo tipo di morte, invece le uccisero il figlio, poi, 18-20enne, e questo lei non l'ho accettò, perché secondo lei il figlio non faceva neanche ancora parte dell'associazione mafiosa, e allora veramente ebbe un moto di ribellione fortissimo, e si presentò lei a mio marito per dire che lei non aveva fiducia nella giustizia terrena, ma solo in quella divina, però aveva fiducia nel giudice Cesare Terranova, e con lui parlò e parlò moltissimo e mio marito diceva che aveva detto tantissime cose importanti che poi riferì ancora, ripeté a Catanzaro quando l'istruttoria di mio marito andò a finire come processo a Catanzaro. Serafina Battaglia fu interrogata, parlò, com’è finita? Che le dettero la semi infermità mentale, perché una donna che parla e che dice tante cose, tante verità e che svela tanti segreti dell'associazione mafiosa, non può essere altro che pazza, o almeno semi inferma mentale, quindi fu bollata con la semi infermità mentale e la sua testimonianza non è valsa a niente e il processo si chiuse con uno scandalo perché furono quasi tutti messi fuori, quando mio marito aveva fatto, già come antesignano di Falcone, aveva fatto un processo che allora fece un grandissimo scalpore di 114 imputati.

D. Il processo di Catanzaro?

R. Quello che, sì, che poi andò a finire a Catanzaro, 114 erano ... questi 114, o quasi tutti, io me li sono rivisti quando sono andata al maxiprocesso, erano tutti dietro le gabbie, quindi mio marito aveva trovato le persone giuste, da mettere dentro voglio dire, giuste in questo senso, insomma non aveva fatto una sbavatura l'istruttoria di mio marito, però a Catanzaro era finita così, come finivano allora quasi tutti i processi di mafia...

D. Avete trovato ostacoli durante le varie fasi attraversate per la costituzione della vostra associazione?

R. Più che ostacoli, è l'indifferenza che abbiamo trovato, insomma un po’ di apatia, un po’ di indifferenza fra la gente ... la nostra richiesta ad esempio di associarsi è caduta spesso nel vuoto, un po’ per quella mentalità, correntissima purtroppo, soprattutto in Sicilia ed a Palermo in particolare, "Facciamoci i fatti nostri, sono fatti loro", ecco io ... quello che ho sentito più che altro, dopo la morte di mio marito, più che altro questo distacco dal problema, "Non è problema mio, a me non interessa, vorrei farmi i fatti miei" ecco, non hanno capito l'importanza di un impegno sociale, che se questa società, se questa stessa società si fosse ribellata e avesse partecipato, come oggi fa, 30 anni fa, non saremmo arrivati a questo punto, certamente non ci saremmo arrivati, perché il movimento parte sempre dalla società civile, secondo me, io do molta importanza e molta responsabilità alla società civile e la società civile palermitana, ed io di quella posso parlare, è stata assolutamente indifferente.

D. Quando si alzava una voce, veniva subito zittita

R. Sì, l'isolamento in questi casi equivale a condanna a morte, o si è in gruppo, o si è in tanti o si è condannati a morte, in questo Paese, ecco perché oggi è importante la formazione di tantissime associazioni, anche se sono piccole associazioni ... io do molta importanza alla reazione della società civile, che non c'è stata, proprio, qua c'è stato un "Facciamoci i fatti nostri" oppure quando c'era il delitto sentirsi dire, cosa da fare accapponare la pelle, per una che l'ha subito sulla propria persona, "Questi sono fatti loro", come se il magistrato o il poliziotto, fossero già, soltanto per il loro mestiere, dovevano fare questa fine, o per avere fatto quello che avevano fatto, tipo mio marito non facendosi i fatti loro ma facendo invece il loro dovere, perché non facevano altro che il loro dovere, "Fatti loro", questa era la peggiore epigrafe che si potesse mettere sulla tomba dei nostri morti, "Fatti loro", sono fatti di ognuno di noi tutto quello che accade, finalmente oggi lo hanno capito, con le stragi, hanno capito che l'uccisione di ognuno di questi uomini è un fatto che ci riguarda personalmente, anche se noi questo uomo ucciso non lo avevamo mai visto nella nostra vita, ma è un fatto che offende tutta la società civile, e non soltanto me che sono vedova ma tutta la società civile, tutte le istituzioni sono state decapitate e la società civile è stata privata degli uomini migliori che avesse, quindi è una perdita enorme. Se lei mi parla di ostacoli, io più che ostacoli, che è peggio forse di un ostacolo, ho trovato questo.

D. Mi riferivo, più specificatamente, agli ostacoli incontrati durante la costituzione dell'associazione

R. No, non ricordo ... no, penso proprio di no. Naturalmente ci può essere stato, soprattutto all'inizio, adesso ci siamo abituati, "Ma chi te lo fa fare, ma perché non resti a casa tua, ma perché ti esponi ..." o perché ti esponi per il pericolo o perché ti esponi per esibizionismo, per protagonismo ecco, perché chi si muove, in questa città ... pure Falcone era protagonista, e pure mio marito era protagonista, perché chiunque opera e fa qualche cosa naturalmente viene additato, viene segnalato, diventa un personaggio popolare e allora è protagonista, è malato di protagonismo, anche noi ci potevamo muovere per andare in televisione, che era l'ultimo nostro pensiero, ma l'idea poteva essere quella, ecco, qualche critica da questo punto di vista, si, l'ho ricevuta io, personalmente, "Ma lo fai per andare in televisione...", veramente lo faccio perché l'impegno è molto importante secondo me e, fra l'altro, penso che noi abbiamo dato l'esempio di quello che può essere un’associazione contro il fenomeno mafioso.

D. Quali sono gli scopi che si propone l'associazione?

R. l'associazione è un movimento di opinione e non ha né mezzi né strumenti per fare altre cose. Sensibilizzare le coscienze e quindi lavorare sulla società civile giorno per giorno, quotidianamente, perché questo si può fare in famiglia, si può fare a scuola, si può fare nel posto di lavoro, si può fare ovunque, ovunque, sensibilizzare le coscienze, diffondere la cultura antimafiosa, che invece abbiamo vissuto sempre con una mentalità e una cultura mafiosa, diciamo di mafiosità non mafiosa, perché per carità non voglio accusare tutti di mafia, perché non lo sono, anzi la maggior parte, naturalmente, della società non lo è, ma questa acquiescenza, questo consenso, diciamo, c'è stato fino a qualche anno fa, parlo di 15, 20 anni fa (...) questo è stato il nostro compito, quello di sensibilizzare le coscienze, e essere molto attente, sempre, questo lo abbiamo fatto, quotidianamente, agli avvenimenti del giorno, a quello che succedeva, che si verificava al Palazzo di Giustizia, non so, per esempio, quando si cominciò a vedere la minaccia di uno smantellamento del pool antimafia, noi prima, molto prima che si facesse, abbiamo fatto un sit-in davanti al Palazzo di Giustizia, ecco sempre attenzione a quanto si verificava nel campo giuridico, sociale, a Palermo.

D. Mi parla della sua esperienza in Giappone?

R. Ho avuto prima un incontro qua, con un gruppo di 35 avvocati penalisti giapponesi, preoccupatissimi della invadenza della Yacuza, la loro mafia, volevano proprio organizzarsi in associazione, allora hanno chiesto prima un incontro con me personalmente, a quello sono andata io sola, come presidente dell'Associazione, per chiarire le idee, per avere dei suggerimenti, di come si costituisce, come si organizza, perché là in Giappone ancora contro la mafia, contro la loro Yacuza non c'è nulla completamente, non c'è nessuno che si sia mai mosso, e avevamo avuto un incontro qua, a Villa Igea, io con questi 35 avvocati, i quali mi hanno fatto mille domande, hanno voluto sapere tante cose, alla fine di questo incontro mi hanno chiesto se potevano avere il piacere, sa come sono i giapponesi, molto, molto formali, estremamente cortesi, se potevano avere il piacere e l'onore di avermi in Giappone, io ho accettato, sono stata 15 giorni in Giappone e ho fatto un ciclo di conferenze in tre città: Tokio, Osaka e Sapporo, e credo a quello che ho capito, da quello che mi diceva la guida, che era la prima volta che in ognuna di queste città si facesse una manifestazione anti-Yacuza, la prima volta.

D. C'eravate solo voi dell'associazione donne contro la mafia?

R. C'ero io sola, sono andata con Elvira Rosa che mi ha accompagnato, ma proprio l'invito era a me fatto.

D. Quindi era solo lei a tenere la conferenza

R. Sì sì, io sola, io sola, io mi mettevo là e poi c'era quello che mi traduceva, e infatti durava un'ora, un'ora e mezza, perché con loro dovevo fare tutta un po’ la storia di quello che noi ormai qua in Italia sappiamo a memoria, per loro era una cosa nuova, ovviamente, quindi ho fatto un po’ la storia ... avevo circa duemila spettatori ogni volta, cioè una cosa imponentissima, e l'ho visto che loro erano un po’ preoccupati dal fatto che io avevo intorno a me sette poliziotti, sette! E non mi potevo muovere di un metro se non avevo i poliziotti intorno.

D. Si era mai impegnata prima in altre associazioni?

R. No, non ero impegnata in associazioni, non avevo alle spalle una storia politica.

D. Qual è stato il motivo che l'ha spinta ad impegnarsi nell’associazione?

R. E per me è stato importantissimo, per me è stato un impegno per il tributo pagato da mio marito. Un voler continuare, e ci sono state delle spinte che lei sa, che le ho raccontato, proprio delle spinte materiali, quelle che mi hanno fatto uscire dal privato, ci sono state proprio delle spinte immediate, e che poi, naturalmente, maturando io e crescendo capivo, mi sono resa conto dell'importanza, che quello che, per me era valido ... questo impegno, perché dovevo farlo, dovevo farlo personalmente per omaggio a mio marito, alla memoria di mio marito, personalmente ecco, e invece poi mi rendevo conto che era un impegno sociale importantissimo, affinché questo non avvenisse più, cercare di, per quello che potevamo fare nel nostro piccolo, con le nostre minime possibilità, perché noi siamo autotassate e quindi economicamente non nuotiamo nell'oro per niente, non abbiamo mezzi e strumenti, nessuna di noi, noi non possiamo fare grandi cose, ma quel poco che si può fare io ho sentito di doverlo fare, anche perché non si può dopo una prova di questo genere, nella vita di una donna che la cambia letteralmente, che la sconvolge, la vita, e non si può continuare a fare quello che si era fatto prima, io ero stata soltanto la moglie di un uomo importante, vivevo nella sua ombra, mi interessavo al suo lavoro, questo e ...non voglio dire che io ho abbandonato la mia vita sociale perché avevo i miei amici e ho continuato a frequentarli, però capivo che non quello solo potevo più fare

D. Dalle istituzioni religiose avete avuto aiuto per le vostre battaglie?

R. No, abbiamo contatti personali, per esempio con padre Lillo Scordato che lavora all'Albergheria, cioè una zona di Palermo delle più depresse, e lui ci lavora moltissimo proprio dedica la sua vita e ai bambini e ai ragazzi, e noi abbiamo anche collaborato, per un periodo, con lui, siamo andate spesso in Albergheria, abbiamo fatto il nostro lavoro e anche noi siamo state in questa zona ma ecco a livello personale, non la Chiesa ufficiale, dalla Chiesa ufficiale non abbiamo avuto mai nessun riconoscimento (...) c'è padre Turturro, per esempio, che ci ha chiamato più volte per andare ... per le sue manifestazioni sì, questo sì, ma sempre ripeto non dalla Chiesa ufficiale.

D. Con la scuola che rapporto avete avuto? Le istituzioni scolastiche vi hanno aiutato, oppure anche da parte loro indifferenza?

R. A metà e metà. C'erano delle scuole impegnatissime, io sono stata chiamata per esempio non lo so, a Vittoria, a una scuola di Vittoria, a una scuola di Taormina, a una scuola di Livorno, sono andata a Livorno, e ho incontrato dei ragazzi di liceo, quindi dei ragazzi grandi ma preparatissimi, con domande pertinentissime, è stato un incontro fra i più belli questo che ho avuto e fra i primi e fra i più belli, e poi anche qua, sì ci sono le scuole le quali invece non ti chiedono questo tipo di incontro e anche perché so che la legge 51, la famosa legge 51, è stata applicata così, non so se al 50%.

D. Ha notato una maggiore sensibilizzazione negli ultimi anni?

R. Sì Sì però sono, sempre, in proporzione, sono poche le scuole ... dovrebbero essere molto più impegnate le scuole.

D. Anche fra la gente ha notato una maggiore sensibilità?

R. Sì, sì

D. Non c’è più quell’indifferenza di cui parlava prima?

R. Non c'è più , non c'è più

D. Secondo Lei con quali mezzi e attraverso quali cambiamenti può, finalmente, essere debellato il fenomeno mafioso?

R. Io sono dell'opinione che non si può delegare la magistratura e dare tutto il compito soltanto, restringerlo soltanto alle forze repressive, forze dell'ordine e magistratura, loro hanno un compito importantissimo, ma non è da loro soltanto che deve venire questa repressione perché è un concorso, dovrebbe essere il concorso di tutti ecco, come insegna il commerciante che si ribella, come la società civile che partecipa, e che nel suo piccolo quotidiano non viva più di compromessi, proprio cambiando il tipo di mentalità, di cultura e quindi è un lavoro lento, ma è un lavoro che va fatto e, secondo me, tutte queste cose riunite insieme possono ... non è soltanto un "E' la magistratura che deve fare tutto", oggi sono tutti molto più vicini ai magistrati, almeno quelli che sappiamo che lottano alla mafia, io so dell'isolamento invece che aveva mio marito, guardi che sono passati soltanto 14 anni ma è come se ne fossero passati 50, dal cambiamento enorme che c’è stato.

D. Anche Falcone era stato isolato

R. Era stato isolato, ma non era no la solitudine di mio marito che era proprio trascurato, negletto, non c'era.

 

 

 

 

 

 


ELVIRA ROSA - Componente del consiglio direttivo dell'Associazione donne siciliane per la lotta contro la mafia

 

 

Palermo, 20 settembre e 13 ottobre 1993

 

D. Quando è nata la vostra associazione?

R. Intorno agli anni '80.

D. Perché avete deciso di fondarla?

R. Per esprimere piena solidarietà alle vedove dei numerosi delitti eccellenti di quegli anni, e anche alle vedove di ambienti mafiosi.

D. Perché avete avvertito la necessità di costituire un'associazione di sole donne?

R. Perché abbiamo capito che in Sicilia le donne, per essere veramente libere, dovevano innanzi tutto liberarsi da un grossissimo ostacolo, la mafia, la quale impedisce la piena realizzazione della libertà e dei diritti della persona, la mafia è una esasperazione dei principi maschilisti della società; solo un'associazione di donne poteva esprimere una reale solidarietà affettiva ad altre donne; perché a morire erano gli uomini e quindi a restare erano le donne, ed io all'inizio ho voluto mettere in chiaro che anche le donne provenienti da ambienti mafiosi avevano bisogno della nostra solidarietà; gli uomini fanno spesso le cose per protagonismo, le donne perché le sentono veramente.

D. Avete ricevuto critiche per questa vostra scelta?

R. Sì, abbiamo ricevuto critiche, perché non capivano proprio la necessità delle donne di liberarsi dalla mafia per poter realizzare a pieno i propri diritti e perché ancora non si capiva l'urgenza di sviluppare una cultura antimafiosa.

D. Cosa rispondete a chi vi accusa di essere un'associazione che esclude l'impegno degli uomini in una lotta che riguarda l'intera società?

R. Gli uomini possono impegnarsi in altre associazioni miste, alcune di noi, ad esempio, fanno parte anche di altre associazioni di tipo misto e anche con queste associazioni combattono la mafia, ma in modo diverso.

D. Potrebbe raccontarmi le varie fasi e gli ostacoli incontrati per la sua costituzione?

R. All'inizio era un comitato che riuniva le parti femminili di varie associazioni (partiti, Acli, sindacati), si raccolsero 30.000 firme per una petizione da inviare al presidente Pertini e al presidente della Comunità Europea Simone Veil. C'è prima la lettera a Pertini, poi c'è l'appello a Pertini, che è più preciso, rispetto alla lettera, e poi quello a Simone Veil è praticamente lo stesso. Ci si riunì, per esprimere solidarietà, attorno alle vedove Costa, Terranova, Giaccone, Mancuso, Lo Sardo, Valarioti. Nell'82 il Comitato chiese la costituzione di parte civile al processo Spatola-Inzerillo. Venne respinta. Era molto difficile riuscire a muoversi perché ognuno, siccome era in anche rappresentanza di un'associazione o di un partito, perché c'erano anche donne dei partiti, è chiaro che, per un verso non si sentiva libera di esprimere il proprio parere, perché non parlava a titolo personale, ma si sentiva legata comunque a posizioni prese dall'associazione, o dal partito di appartenenza, che potevano non essere perfettamente in sintonia con le decisioni che invece prendeva il Comitato Promotore, e quindi c'era chi sapeva già di posizioni prese dai partiti ecc. e quindi faceva uno sforzo per adattare le decisioni del Comitato alle decisioni prese dal proprio partito, ora considera, per esempio, quale poteva essere la consonanza non della singola presente lì delle Acli o della singola presente lì del PC, ma di quella che pensava di rappresentare, che riteneva di essere presente in quanto rappresentava le Acli, e quella che riteneva di essere presente in quanto rappresentava le donne del PC, su tutta una serie di prese di posizione è chiaro che era difficilissimo trovare un accordo che magari queste due persone che parlavano fuori dal loro ruolo avrebbero, dico non sempre, ma avrebbero potuto concordare, ma che loro stesse erano prigioniere, a volte, di prese di posizione, o comunque sapevano che se tu convincevi quella che era lì comunque lei doveva andare a convincere altre, non rappresentava se stessa, quindi aveva un ruolo che comunque non era un ruolo perfettamente libero, (...). A quei tempi le differenze tra associazioni e partiti erano molto più forti, poi ci fu il periodo del secondo referendum sull'aborto, che fu proprio scatenante, come fatto di rottura, per noi, perché poi si inserirono altre cose, cioè l'unità sulla mafia era difficile ottenerla quando si partiva da certi pregiudizi, e da presupposti di posizioni diversificate, e poi c'era anche il fatto che ognuno, è vero, che cercava pure di dire, di acquistare un ruolo prioritario in base, spesso, al ruolo prioritario che aveva nella lotta alla mafia il proprio partito, per cui certe volte, le donne del PC hanno peccato un poco, pure, di presunzione, non voglio dare la colpa a loro del fallimento, però, dico, c'erano per esempio le donne del PC che un po’ di presunzione peccavano all'inizio, perché sapevano di avere alle spalle una tradizione, e invece altre che si sentivano quasi imbavagliate dalla posizione dei loro partiti, perché certo, le Acli che era DC, quella delle Acli che era, in fondo DC e votava DC, in una riunione nostra si chiudeva a difesa, o lo stesso per la repubblicana, cioè c'erano profonde contraddizioni, quindi per questo poi si decise di costituire un'Associazione; in modo che ognuna parlasse a titolo personale; così nell'84 venne costituita l'associazione delle donne contro la mafia. Venivamo accusate di voler fare politica, in quanto, in maggioranza, eravamo di sinistra.

D. Quali sono gli scopi che si propone l'associazione?

R. Diffondere una cultura antimafiosa; quando ci siamo costituite è stato molto difficile fare accettare l'idea che ci fosse una mafiosità diffusa, ora si parla spesso e con facilità di cultura mafiosa, ma in quegli anni siamo state forse noi le prime a parlarne, così come degli intrecci tra mafia e politica; esercitare una funzione di stimolo e controllo presso le autorità statali e scolastiche.

D. Quali sono gli strumenti che essa usa per il perseguimento dei suoi obiettivi?

R. Gli strumenti variano a seconda degli scopi e delle attività: incontri nelle scuole, sostegno alle donne che si costituiscono parte civile, corsi sui diritti, nei quartieri a rischio, all'interno dei centri sociali (San Saverio); ognuna offre le proprie capacità; gli strumenti sono quelli che la situazione richiede.

D. Quali sono le sue attività?

R. Nei primi anni '80 abbiamo anche chiesto la costituzione di parte civile nei processi per stupro che si tenevano in Italia, in quanto eravamo contro ogni forma di violenza; domanda di costituzione di parte civile nel processo Spatola-Inzerillo e nel processo Chinnici, tutte e due respinte; nel processo in cui Maria Benigno si costituì parte civile noi le abbiamo dato sostegno morale, siamo andate al processo (...) abbiamo organizzato dei corsi sui diritti civili all'Albergheria, all'interno del Centro Sociale, cercavamo di tirar fuori le donne, almeno per un paio d'ore alla settimana, dai problemi quotidiani e da un ambiente pesante, insegnando loro anche semplicemente come compilare un modello, come richiedere un certificato. Le donne che vi partecipavano avevano, in qualche modo, già attuato una scelta di libertà; parlavamo loro di mafia in maniera indiretta, come negazione di diritti, educandole ad esercitare e pretendere i propri diritti. In occasione del maxiprocesso, assieme al Centro Impastato, lanciammo una sottoscrizione in favore delle vittime della mafia, questi soldi sono stati dati direttamente, noi abbiamo raccolto pochissimo, perché contemporaneamente alla sottoscrizione aperta da noi, fu aperta la sottoscrizione del quotidiano “La Repubblica” ... effettivamente furono CGIL CISL e UIL a lanciare la sottoscrizione attraverso La Repubblica.

D. Quindi la vostra fu un'altra sottoscrizione. Cosa avete fatto con i soldi raccolti?

R. Noi li abbiamo dati direttamente, perché non è che avevamo un comitato, era l'Associazione che raccoglieva, a noi mi pare che ci arrivarono, potrei sbagliarmi, ma ci arrivarono una ventina di milioni, non di più, e li abbiamo dati a Vita Rugnetta, Michela Buscemi e Piera Lo Verso, e a Maria Benigno, ... noi li abbiamo raccolti proprio per i familiari delle vittime della mafia, anche perché allora, già c'era la legge regionale che dava i contributi ai familiari delle vittime dello Stato, quindi allora restavano scoperti, rispetto ai fondi regionali, restavano scoperti proprio Vita Rugnetta, Michela Buscemi e la Lo Verso (che non erano familiari di vittime che avevano servito lo Stato) ... per noi i soldi erano destinati proprio ad aiutare tutte le vittime della mafia, tutte quelle che avevano bisogno per il difensore.

D. Quali obiettivi la vostra associazione ha già raggiunto?

R. La costituzione di un fondo nazionale per le vittime della mafia, il fondo serve sia per aiutare quelle che si costituiscono parte civile, sia per dare proprio un aiuto materiale, anche a chi non si costituisce parte civile, o a chi non può, evidentemente costituirsi parte civile, o a chi non vuole per vari motivi, cioè è un fondo nazionale per tutte le vittime della mafia che li aiuti soprattutto dal punto di vista economico.

D. Per potersi iscrivere alla vostra associazione, bisogna avere determinati requisiti?

R. Requisiti morali, che non si appartenga a famiglie mafiose, o che, se vi si appartiene, se ne sia rifiutato in pieno i principi; possono farne parte anche donne italiane ma come sostenitrici (contributo in denaro) o aderenti, in quanto, altrimenti, come socie ordinarie, bloccherebbero i lavori dell'assemblea.

D. Quante socie contava alla sua nascita? E adesso? In quale anno avete registrato maggiori adesioni?

R. Alla nascita dell'Associazione circa 60 (nell'84), l'anno scorso (1992) circa 120, molte non rinnovano la tessera, quest’anno, ad esempio, solo 50 l'hanno rinnovata, quindi spesso diventa difficile stabilire il numero delle tessere per ogni anno; durante le manifestazioni spesso si registrano numerose adesioni e tesseramenti, ma, levato il primitivo entusiasmo, tutto finisce là; spesso diventa difficile riunire le socie: si spediscono 250 lettere e si presentano all'assemblea pochissime socie (5, 6); l'anno scorso abbiamo aggiornato lo statuto per rispettare le normative vigenti e per far rientrare l'Associazione nella recente legge sul volontariato; il vecchio statuto non era così dettagliato come quello attuale e non vi era distinzione tra socie ordinarie e sostenitrici, inoltre non era previsto il requisito della presentazione da parte di 2 socie per potersi iscrivere all'Associazione.

D. Potrebbe fornirmi informazioni relative all’età, titolo di studio e professione, prevalenti nella vostra associazione?

R. Varie, ma in prevalenza laureate, insegnanti, di età media (40 anni), che precedentemente si sono già impegnate nel sociale, nei partiti, soprattutto di sinistra e nei sindacati; non mancano le casalinghe e le giovani, ma sono in netta minoranza, inoltre vi sono coloro che sono state colpite, dalla mafia, negli affetti sia come vedove di Stato, sia come donne provenienti da ambienti mafiosi che hanno rinnegato, quindi hanno deciso di impegnarsi soprattutto per questo, invece le altre donne, non colpite hanno deciso d'impegnarsi per una loro maturazione culturale, un loro percorso ideale.

D. Lei perché ha deciso di far parte di questa associazione?

R. Il mio impegno contro la mafia è un po’ il frutto delle mie esperienze passate, del mio vissuto e percorso individuale. Impegnata fin da ragazza nei movimenti femminili, di liberazione della donna, e nel sindacato, ho visto come uno sviluppo naturale del mio percorso culturale, del mio impegno nel sociale, il far parte di una associazione di donne che lottano per rimuovere uno dei principali ostacoli frapposti in Sicilia allo sviluppo e dispiegamento della propria personalità, alla realizzazione delle proprie aspirazioni e al pieno godimento dei propri diritti. Le donne in Sicilia, per raggiungere finalmente la parità, una effettiva emancipazione e per esplicare liberamente e serenamente i propri ruoli all'interno della società, devono lottare contro un nemico in più rispetto alle donne del resto del mondo. La sconfitta della mafia è il primo e imprescindibile passo verso una piena realizzazione dei principi democratici e quindi di una società migliore.

D. La vostra associazione è vicina, anche solo idealmente, a qualche formazione politica?

R. No, non chiediamo tessere di partito alle socie.

D. Siete state appoggiate dalle autorità, statali, ecclesiastiche e scolastiche?

R. Il nostro rapporto con queste singole istituzioni dipende dai vari momenti, dalle richieste che facciamo e, soprattutto, dalle persone con le quali abbiamo a che fare (...) Abbiamo scritto un po’ a tutte le scuole palermitane, ma poche ci hanno risposto, molte scuole del nord sì invece; atteggiamento mutato in meglio negli ultimi anni; abbiamo sempre rifiutato i finanziamenti regionali e statali istituzionali, non li abbiamo mai chiesti, noi abbiamo chiesto sempre finanziamenti non all'Associazione, ma all'iniziativa (...) Non si può generalizzare, quindi, dicendo che dalle autorità (statali, ecclesiastiche e scolastiche), abbiamo avuto ostacoli o appoggi; abbiamo avuto buoni rapporti con singoli preti.

D. Qual è l'atteggiamento dei vostri concittadini? Come reagiscono alle vostre iniziative? E’ mutato nel tempo?

R. La gente dimostrava interesse, anche prima, ma ora partecipa di più, ho paura, però, che agiscano sotto l'onda emotiva delle stragi; noi, l'anno scorso abbiamo avuto molti nuovi tesseramenti, ma poi poche hanno rinnovato la tessera; durante le nostre iniziative molte firmano, ma tutto finisce là; anche tra di noi, ad impegnarci veramente siamo in poche.

D. Si sono formati nuclei di questa associazione in altre città?

R. Oltre che a Capo d'Orlando un tentativo si sta facendo a Catania, dove abbiamo fatto delle tessere come aderenti, ed ad Agrigento, si dovrebbero costituire come nuclei ma non è detto; in passato si era tentato a Trapani ma è fallito, ed a Gela, ma è diventata un'associazione completamente autonoma da Palermo, mista ed in prevalenza di giovani.

D. Quale può e deve essere, secondo lei, il contributo specifico delle donne alla lotta contro la mafia?

R. Il contributo delle donne può essere altissimo, perché le donne fanno da tramite a qualunque forma di cultura, per le professioni che esse svolgono, per il ruolo che ancora esse svolgono nella società, e, inoltre, nel bene e nel male, sono e saranno sempre, madri e possono trasmettere sia la buona come la cattiva cultura.

D. Con quali mezzi ed attraverso quali cambiamenti pensa che possa essere debellato il fenomeno "mafia"?

R. Non c'è una ricetta, bisogna lavorare dal punto di vista culturale, informando i giovani sul fenomeno mafioso, facendo capire loro che la mafia blocca l'economia, il funzionamento del Comune; muovendosi e aiutando tutte quelle realtà del territorio che agiscono per creare dei cittadini: cioè gente che rifiuta i ricatti, le sopraffazioni, non correre il rischio di essere fagocitati nella mafia; opera di controllo del funzionamento della cosa pubblica, questo è quello che può fare il singolo cittadino, poi naturalmente la magistratura deve fare il suo mestiere, lo Stato da solo non ce la può fare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANTONIA CASCIO -  Componente del consiglio direttivo dell'Associazione donne siciliane per la lotta contro la mafia.

 

 

Palermo 20 e 28 Settembre 1993

 

D. Perché avete costituito una associazione di sole donne?

R. Perché a morire erano gli uomini ed a restare, quindi, le donne; perché associazioni miste ce ne erano tante (partiti, sindacati, Acli); ed io direi anche per una nostra specificità perché pensavamo, eravamo, siamo convinte, che proprio nell'universo femminile ci fosse un desiderio, una capacità, anche molto forte, di fare questa lotta alla mafia e che non andava taciuta, che non andava messa da parte, quindi anche la scelta di dare la voce, per esempio, alle donne che da sole non ce la facevano, cosa che probabilmente sarebbe stata difficile all'interno di un partito o di un sindacato.

D. Potrebbe raccontarmi le varie fasi attraversate e gli ostacoli incontrati per la sua costituzione?

R. Visto che il Comitato Promotore, per la raccolta delle firme, aveva avuto successo, abbiamo deciso di continuare. Ci siamo costituite in associazione nell'84, perché ci avevano detto che per poterci costituire parte civile (al processo Chinnici) dovevamo essere costituite in associazione, così, nottetempo, abbiamo firmato l'atto costitutivo dal notaio, per potere, nei termini prescritti, chiedere la costituzione di parte civile al processo Chinnici, che si svolse a Caltanissetta nell'84, ma fu ugualmente respinta in quanto non avevamo avuto danni materiali, come, invece, il comune di Palermo, che poté costituirsi parte civile in quanto aveva avuto 2 auto danneggiate in seguito allo scoppio dell'autobomba. Per quanto riguarda gli ostacoli si poteva parlare o di indifferenza, soprattutto, qualche volta anche ostilità, ma fondamentalmente indifferenza, anche nella richiesta alle scuole, per esempio.

D. Quali sono gli scopi che si propone l'associazione?

R. Organizzare la promozione proprio di una coscienza antimafia, soprattutto attraverso il lavoro con i giovani e il lavoro con le donne, individuando, anche suggerendo agli enti preposti, delle iniziative anche istituzionali per sostenere chi si volesse impegnare nella lotta alla mafia; nello statuto prevediamo tante cose in realtà.

D. Quali sono i mezzi, gli strumenti, che essa usa per il perseguimento dei suoi obiettivi?

R. Il lavoro con le scuole, contatti con i centri sociali dove ce lo chiedono, e poi questi convegni, proprio per trovare anche spazi di dibattiti un po’ più allargati, coinvolgendo le scuole, il sindacato, le donne in generale.

D. Quali sono le sue attività?

R. Abbiamo organizzato 2 grossi convegni: uno nell'88, la mattina il corteo con i sindacati, pomeriggio incontro con Nilde Jotti; l'altro con le donne dell'Anpi, qua a Palermo, il 6 e 7 marzo 1991, c'è stato la mattina un corteo, poi un incontro con le scuole, ai ragazzi era stato dato il questionario sulla resistenza e sulla mafia, per verificare cosa sapessero, se conoscevano i nomi, soprattutto di figure femminili che si erano distinte, e poi il pomeriggio, invece, una tavola rotonda alla Sala Gialla, all'Assemblea Regionale, in cui donne dell'Anpi, donne dell'Associazione, le donne palermitane discutevano su quali strumenti del passato e del presente potevano essere utilizzati, e quali invece strumenti nuovi, nella battaglia contro la mafia (...) Nell''86, in occasione del maxiprocesso, insieme al Centro Impastato abbiamo deciso, invece di vedere rifiutata la nostra costituzione di parte civile al processo, di istituire un fondo a favore delle donne che potevano costituirsi parte civile. Ci fu una spaccatura sia al nostro interno e sia tra le varie associazioni, perché alcune di noi volevano indirizzare i soldi soltanto alle vittime dei servitori dello Stato, altre, come me, anche a coloro che si erano costituite parte civile, ma non erano parenti di servitori dello Stato. Alcune associazioni e partiti aderirono al Comitato per il Monumento, che raccoglieva fondi per erigere un monumento alle vittime della mafia. Alcune di noi, in seguito a questi disaccordi, uscirono dall'Associazione (...) Noi decidemmo che i soldi li raccoglievamo solo per le donne che erano state escluse dalla prima sottoscrizione, in quanto non vedove o parenti di vittime servitori dello Stato, (...) noi abbiamo pagato gli avvocati, di queste donne ed abbiamo dato i soldi a queste donne... poi ci fu pure il Comune che pagò la parcella agli avvocati.

D. Quali obiettivi la vostra associazione ha già raggiunto?

R. In un primo momento verrebbe di rispondere nessuno, ma, secondo me, il fatto che ancora continuino ad uccidere oggi, padre Puglisi, come hanno ucciso nel '79 Terranova è, paradossalmente, una cosa positiva: ... io che la mafia uccide per debolezza io non ci credo proprio, io continuo a pensare che la mafia è ancora forte ... io dico che è ancora forte la mafia, però, se nel '79 hanno cominciato con Terranova ed ancora oggi hanno ammazzato padre Puglisi, vuol dire che gente che si oppone alla mafia ce n'é stata ed continua ad esserci, anzi oggi ce n'è di più di prima, tant'è che ammazzano, perché se no non ammazzerebbero, se non ci fossero persone che si contrappongono; ... certo ci sono ormai degli equilibri che evidentemente si sono rotti, vuoi perchè qualche donna, anche per disperazione, ha parlato, vuoi perché c'è qualche prete che si oppone, quindi forse, dico, anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo seminato qualche piccola ...

D. Quanti soci contava alla nascita la vostra associazione?

R. Circa 120.

D. In quale anno avete registrato maggiori adesioni?

R. Nel periodo del maxiprocesso.

D. Lei perché ha deciso di far parte di questa associazione?

R. Perché indignata dall'ondata paurosa di delitti eccellenti, di uomini che combattevano la mafia; per solidarietà alle vedove, per una mia profonda convinzione morale, ideale; la stampa tendeva a mettere in luce soltanto l'impegno delle vedove, che avevano deciso d'impegnarsi soltanto per essere state colpite negli affetti; io l'ho fatto per i miei ideali. Spesso i giornalisti riportavano ciò che avevo detto io loro, nelle interviste, sotto il nome di Giovanna Terranova.

D. Ha partecipato in passato a qualche altra associazione, anche politica, o movimento?

R. Quando studiavo a Roma ero impegnata nei Comitati di Quartiere, prima ancora che questi diventassero obbligatori per legge, e nell'Università; tornata a Palermo mi sono impegnata nella CGIL.

D. La vostra associazione è vicina, anche solo idealmente, a qualche formazione politica?

R. Ufficialmente no, ma di fatto è vicina al PDS o comunque alla sinistra.

D. Siete stati appoggiati o ostacolati dalle autorità, statali, scolastiche ed ecclesiastiche?

R. E' capitato che abbiamo spedito delle lettere di richieste, di sollecito, alla Regione, alla Chiesa ed a delle scuole, senza avere neanche risposta. La Chiesa non ci ha ostacolato ma neanche appoggiato; abbiamo scritto a molte scuole, chiedendo di poter tenere delle conferenze e molte non ci hanno nemmeno risposto. Il sindaco Orlando ci faceva tante promesse che poi non manteneva. (...) allo Sperone c'era una struttura costruita come centro sociale, che era stata completamente abbandonata, e allora in accordo con un gruppo del quartiere abbiamo organizzato lì dentro una manifestazione, con delle bambine che hanno fatto uno spettacolo di danza, noi come Associazione abbiamo proiettato un documentario che era stato girato proprio sull'Associazione, e sono venute Bianca Guidetti Serra, ed Ada Becchi Collidà, che sono 2 donne molto impegnate in politica, ... abbiamo invitato queste due donne che facevano parte, se non ricordo male, della Commissione nazionale antimafia, c'era anche un motivo preciso, in quel momento, per cui le abbiamo invitate, e Orlando ci doveva fare pulire i locali, mandare i fiori, le piante, le sedie, doveva venire lui, era un modo per dire ai cittadini questo è un centro sociale, avete il diritto di chiedere che vi venga sistemato, pulito, e che voi lo dobbiate utilizzare per i vostri figli e per le attività che si possono fare in un quartiere, era questo il messaggio, cioè di dire questi centri non devono essere abbandonati in questo modo, queste strutture ci sono, bisogna ristrutturarle, aggiustarle e farle funzionare, e vi facciamo vedere due cose, due tre cose che si possono fare dentro un centro sociale, quindi era un modo per portare questo messaggio ... e Orlando diceva "Ma perché le bimbette non le facciamo ballare a piazza Niscemi", e noi gli abbiamo spiegato che le bimbette vivevano allo Sperone, e che era giusto che la città si spostasse ed andasse allo Sperone, visto che allo Sperone non si fa mai niente e c'è il deserto, perché appunto, al solito, le cose si devono fare sempre dove ci andiamo gli amici e i figli degli amici a vederle.

D. Qual è l'atteggiamento dei vostri concittadini, come reagiscono alle vostre iniziative? E’ mutato nel tempo?

R. Erano interessati, ma con l'idea della delega "Brave, continuate così, fate bene", ma alla fine loro non s'impegnano, non denunciano (es. dei commercianti che hanno negato di pagare il pizzo, usando la scusa delle omonimie); ora la gente partecipa di più alle manifestazioni, ma ho paura che sia spinta più dall'emozione per le stragi, che non da una radicata presa di coscienza, e che nei fatti continuino a non collaborare con la giustizia; una volta i grandi delitti non destavano grande emozione tra la gente, con le stragi, invece, tutti si sono sentiti personalmente colpiti, anche, forse, per la grande crudeltà usata; ora la gente si organizza e fa qualche cosa, qualche manifestazione.

D. Quale può e deve essere, secondo lei, il contributo specifico delle donne alla lotta contro la mafia?

R. Io direi, anche a partire dai luoghi in cui noi donne siamo presenti, la nostra sensibilità rispetto al problema della mafia, che si è vista, appunto, anche nella scelta delle donne che si sono costituite parte civile, non è che lo hanno fatto dopo che gli hanno ammazzato tutti quanti, o dopo che hanno tentato di vendicarsi, cioè se pigli Buscetta o altri pentiti prima hanno ammazzato, poi quando hanno visto che probabilmente il carcere era più sicuro che fuori dal carcere, si sono pentiti ed hanno fatto queste scelte, le donne quando si sono avvicinate alla giustizia, quando hanno denunciato, lo hanno fatto proprio per un bisogno loro, anche di giustizia, senza ottenere in cambio ne sconti di pena, ne niente, quindi io credo che il nostro primo contributo sia proprio questo, un desiderio che probabilmente per le donne è più forte, anche di giustizia, un desiderio di solidarietà, anche; direi che è proprio una sensibilità diversa che hanno le donne, nella lettura anche di certe situazioni, una maggiore sensibilità, un diverso approfondimento.

D. Qual è l'importanza ed il ruolo che le donne hanno all'interno di Cosa Nostra?

R. Così come nel resto della società, all'interno della mafia ci sono donne che contano molto e donne che non contano, esse non possono, soltanto, essere affiliate a Cosa Nostra, spesso le mogli provengono, anch'esse da famiglie mafiose, non partecipano passivamente ma attivamente all'interno di Cosa Nostra; all'interno di Cosa Nostra gli uomini parlano per avere uno sconto di pena, le donne per brama di giustizia, e ne ricevono tanti danni. Sinceramente non so più se, potendo tornare indietro, rilancerei quegli appelli che ho lanciato alle donne vittime della mafia, affinché si costituissero parte civile, perché considerando quello che hanno ottenuto! I figli di Piera Lo Verso sono stati arrestati per droga, fallimento delle loro attività economiche per l'isolamento in cui caddero; il Comune diede loro 3 milioni.

D. Con quali mezzi e attraverso quali cambiamenti pensa che possa essere definitivamente debellato il fenomeno mafioso?

R. Secondo me intanto perseverando in questo tipo di scelte, nel senso che si continui ad intensificare, secondo me, il lavoro delle scuole, ma non tanto delegando alla singola testimonianza, come hanno fatto, non so invitando Giovanna Terranova, invitando Carmine Mancuso e qualche altro, a fare gli incontri con gli studenti, secondo me anche è importante che gli insegnanti acquistino loro stessi una coscienza antimafiosa e che abbiano proprio anche una formazione loro, che gli permetta di affrontare con cognizione questi argomenti, i ragazzi escono dalle scuole superiori e dal liceo senza sapere niente della storia moderna, e la storia moderna, ormai, è fatta anche da questo, non è che possiamo non parlare, quindi lavorando molto secondo me nelle scuole, che è il posto dove ci sono i ragazzi, e da lì cominci, facendo in parte un discorso specifico di mafia, però dando, gli insegnanti stessi, gli adulti anche un esempio proprio di onestà, di trasparenza, di comportamento, perché dico, nel nostro piccolo, che ne so io non ho mai comprato, per dire, sigarette di contrabbando, neanche quando fumavo, per un discorso di scelta, cioè se io so, certo a Palermo è un po’ difficile, però di quei locali, di quei cinema di cui si sa dichiaratamente che sono attività losche, per esempio, noi per scelta non ci andiamo (...) e quindi io direi, sicuramente, dico questo discorso dell'informazione e anche proprio della pratica di una coscienza antimafiosa, io dico che anche gli strumenti che finora sono stati praticati, a partire dal Comitato delle Lenzuola, noi dell'Associazione, altre attività, io credo che si debbano continuare, perché appunto, sono degli strumenti che in alcuni momenti servono, il fatto di essere in molti, di occupare le piazze, le strade, io credo che serva anche, per fare vedere che in fondo siamo in tanti a pensare che bisogna lottare contro la mafia, credo che gli enti locali, il comune, le amministrazioni ... sicuramente servono anche questi momenti in cui si dà visibilità, si dà e ci si dà visibilità, cioè si dimostra che la gente c'è, vuole scendere in piazza, e non ne può più di quello che succede a Palermo, e questo sicuramente, ecco l'impegno delle istituzioni non si possono limitare a scendere la Commissione antimafia ogni tanto a Palermo, a fare l'elenco delle case, delle scuole affittate ad agenzie prestanome ecc., bisogna che ci sia veramente un impegno da parte di chi decide, perché noi, diciamo, noi possiamo dare le idee, ma non è poi che abbiamo il potere, non è che possiamo ... non abbiamo soldi, non abbiamo strumenti, infatti la mafia ammazza, sicuramente, secondo me, quando chi sa ha anche il potere, perché Falcone è stato ammazzato perché sapeva e perché, per il posto che occupava, poteva, ogni tanto ci chiedono Umberto Santino a lui com'è che non lo ammazzano, Umberto è un archivio dell'antimafia, però non è che ha potere.

D. Ma neanche Padre Puglisi aveva potere

R. Secondo me il discorso di Padre Puglisi, (...) lui ha detto "Io ai mafiosi lavoro non ce ne do", allora lui ha avuto il potere di decidere questa cosa per la sua parrocchia, ma è stato uno che lo ha detto ad alta voce, perché faceva questa scelta, e quindi poteva diventare il primo di una lunga serie.

D. Come Libero Grassi

R. Libero Grassi era il primo dei commercianti, quindi, onde evitare che si creassero tanti Liberi Grassi, giustamente hanno bloccato sul nascere, quindi dico, per noi delle associazioni, dei movimenti antimafia, sostenere queste iniziative dei preti nei quartieri ecc. credo che sia un altro strumento che bisognerebbe incentivare, non fare passare in secondo piano, e comunque per questo ci vuole anche un impegno, proprio, delle amministrazioni locali, che devono interessarsi a questi centri sociali, devono aprire strutture, anche centri di aggregazione, perché quello che manca a Palermo questo è, mancano centri di aggregazione, luoghi nuovi dove i ragazzi si possono vedere, dove si possono incontrare, dove possono conoscere anche altri modelli alternativi di comportamento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANNA PUGLISI -  Socia fondatrice del Centro Studi e Documentazione “Giuseppe Impastato”

 

 

Palermo, 28 settembre 1993

 

D. Il Centro è nato nel 1977, quindi prima dell'uccisione di Giuseppe Impastato

R. Sì, sì, il Centro, appunto, è nato dalla volontà di Umberto (Santino), mia e di altri, che avevamo, un po’ quasi tutti, una storia comune, cioè avevamo lavorato nei partiti, noi due, per esempio, ed altri, nel PDUD, prima Manifesto e poi PDUP, qualcuno nel PC ma altri nei partiti all'estrema sinistra diciamo, che erano nati dal '68, e ad un certo punto avevamo esaurito la nostra volontà di lavoro dentro un partito politico che sempre castra, diciamo, il partito politico ha certe logiche che ad un certo punto sono asfissianti, e quindi avevamo deciso, una volta usciti, chi prima chi dopo, da questi partiti, abbiamo deciso di non andarcene a casa e di costruire un'aggregazione che servisse come un punto di riferimento per la ricerca sulla realtà siciliana e la mafia, e un punto di riferimento per la divulgazione di certe idee e per un tentativo appunto, di cominciare a fare un' antimafia più fondata su un'analisi precisa e puntuale, e abbiamo cominciato subito con un convegno su Portella Della Ginestra, con storici, è venuto Vittorio Foa, sono venuti storici come Anna Rossi Doria, Gallerano e altri, è stato un momento molto importante.

D. Peppino Impastato faceva parte di questo Centro?

R. No, Peppino Impastato non faceva parte del nostro centro, Peppino Impastato ha un'altra... ha una storia diciamo parallela alla nostra, lui ha fatto più... è stato più vicino a Lotta Continua anzi c'è stato un periodo in cui il Manifesto veniva considerato il partito dei borghesi, da parte di questi di Lotta Continua che non... insomma siamo stati abbastanza lontani, Peppino ha fatto per il Manifesto la campagna elettorale del '72, e allora si sono conosciuti... Umberto lo ha conosciuto. Questa è un po’ la storia della sinistra, non solo qui ma dovunque, e avevamo... si dice, gli stessi ideali però eravamo disuniti al massimo, e quindi un'esperienza così importante come quella di Peppino per esempio, era pochissimo conosciuta nell'ambiente di sinistra, in alcuni ambienti, per esempio come il nostro, perché lui aveva un'altra storia. Noi, insieme al Centro avevamo costituito a Palermo una libreria, si chiamava "Cento fiori", che poi è stata chiusa subito nell'80, e lui veniva nella libreria. Quando è stato ucciso, nel '78, noi siamo andati pur, appunto, non conoscendolo bene, non conoscendo bene la sua esperienza, siamo andati perché abbiamo ritenuto di dovere dare subito testimonianza contro i mafiosi che l'avevano ucciso, e subito quella sera che siamo andati lì, quando abbiamo saputo della sua uccisione. Peppino è stato ucciso una settimana prima delle elezioni comunali a Cinisi, per cui aveva fatto, insieme ai compagni, una lista chiamata "Democrazia Proletaria", però lui non faceva parte di Democrazia Proletaria, che del resto era ancora soltanto una lista, anche a Palermo, ... e c'erano molte probabilità che sarebbe stato eletto, e infatti, dopo (la morte) è stato eletto! Cioè a Cinisi quella lista... Peppino ha avuto il massimo dei voti ... poi è entrato al posto suo, ovviamente, il primo dei non eletti ma insomma lui sarebbe stato eletto.

D. Quindi, simbolicamente, è stato votato

R. Simbolicamente è stato votato ed è stato eletto al consiglio comunale, quindi i mafiosi lo hanno ucciso per tutto quello che aveva fatto prima e perché volevano assolutamente evitare che lui entrasse al consiglio comunale, quindi si era in campagna elettorale, e sono venuti pure alcuni deputati di Democrazia Proletaria, lì i compagni di Cinisi... era previsto proprio per quel giorno un comizio che doveva fare Peppino, per quando è stato ucciso, e allora i compagni di Cinisi hanno chiesto ad Umberto di fare il comizio, e Umberto, subito, ha cominciato a fare un comizio facendo i nomi, ha cominciato a fare i nomi, ha detto che il mandante dell'assassinio era Badalamenti, che Peppino parlava e operava contro i mafiosi di Cinisi e i mafiosi di Cinisi avevano un nome e un cognome, ed erano i responsabili della sua morte, ha gridato contro le finestre chiuse di Cinisi, perché ovviamente di gente di Cinisi non ce n'era molta, e da allora siamo ritornati lì e abbiamo lavorato insieme ai compagni che hanno raccolto i resti di Peppino, perché i carabinieri e la polizia volevano chiudere tutto facendo credere che fosse un terrorista che stava mettendo una bomba, e invece i compagni hanno trovato le mani di Peppino, questo vuol dire che lui non aveva la bomba in mano ma gliel'avevano messa sotto il petto, e quindi... ci siamo rivolti a Del Cappio che era un medico legale molto importante, che ha fatto appunto la perizia sui resti, ed ha detto che non poteva assolutamente essere uno che stava mettendo la bomba visto quali erano i resti che si erano trovati, e quindi abbiamo fatto tutto il lavoro con i compagni, abbiamo fatto noi, scritto noi le denunce da portare alla magistratura, siamo stati ovviamente accanto alla signora Impastato e a Giovanni, che subito si sono messi... Giovanni Impastato già lavorava con Peppino, il fratello di Peppino... hanno chiuso la casa ai parenti mafiosi, che volevano che si stessero zitti no, gli mandavano a dire di stare zitti, la signora, appunto, ha fatto le sue denunce alla magistratura, e noi abbiamo fatto tutto... tutto il lavoro di denuncia, e andando lì a fare altri comizi e poi costruendo la manifestazione nazionale contro la mafia che abbiamo fatto ad un anno... nel '79, manifestazione nazionale che è stata la prima, perché non c'erano state manifestazioni nazionali contro la mafia neanche dopo Portella Della Ginestra, cioè la mafia non era  considerato un problema nazionale, era soltanto considerato, da parte dello Stato, ma anche da parte dei partiti politici, anche della sinistra, come un problema soltanto nostro, di cui dovevamo preoccuparci noi.

D. Chi partecipò a questa manifestazione?

R. La manifestazione noi l'abbiamo... io e Umberto specialmente, l'abbiamo costruita veramente andando in posti dove sapevamo che c'erano realtà di lotta contro la mafia, per esempio siamo andati in Calabria, siamo andati a Gioiosa Jonica, dove c'erano comunità di cristiani che lottavano contro la mafia di là, contro don Stilo, il famoso prete mafioso, siamo andati a Milano, siamo andati a Napoli, a Roma, e sono venuti compagni di tutta l'Italia, certo non moltissimi perché, ripeto, non era sentito come un problema nazionale, e quelli che sono venuti, sono venuti più perché... per ricordare Peppino che veramente convinti di dovere fare una lotta antimafia, e perché il problema è stato considerato... è cominciato ad entrare nella mente che non era un problema nostro, che doveva essere affrontato in modo globale dopo la morte di Dalla Chiesa, prima non... e quindi, ripeto, ci siamo scontrati subito con una realtà di lotta contro la mafia, cioè il Centro, che era nato come un centro di documentazione è diventato subito un... centro di lotta anche contro la mafia... diciamo sul territorio, e subito anche un centro di di informazione, perché abbiamo cominciato subito a lavorare nelle scuole, perché nell'80, dopo l'uccisione di Terranova la regione siciliana ha fatto la legge 51 per le scuole e noi abbiamo mandato le lettere ai presidi, abbiamo proposto di intervenire nelle scuole, a fare seminari, a fare dibattiti, a portare le mostre fotografiche che intanto avevamo fatto sulla mafia.

D. Come reagivano i presidi?

R. All'inizio a rispondere sono stati pochissimi, ma questa è una realtà contro cui ci siamo scontrati non soltanto noi del Centro, ma anche, per esempio, l'associazione delle donne quando è nata, anche loro hanno fatto lettere, le risposte sono state proprio pochissime, perché, veramente, non si sentiva, o c'era, appunto, ancora l'idea "Ognuno deve farsi i fatti propri", non si capiva che bisognava... cioè per arrivare finalmente ad un coscienza, se ci si è arrivati, a capire che bisogna parlarne, e che bisogna fare capire che è anche il nostro comportamento quotidiano che porta a determinate situazioni, questo... ci sono voluti i cadaveri fino a qui, cioè c'è voluta la montagna di cadaveri, io sto parlando del '79 '80, avevano già incominciato ad ammazzare giudici, e avevano ammazzato Terranova, Costa, avevano ammazzato Mattarella, Boris Giuliano, quindi persone... però c'è voluta veramente la montagna di cadaveri, perché finalmente la gente, qualcuno... riuscisse a capire che almeno per le manifestazioni deve scendere in piazza.

D. In qualche modo è stato il delitto Dalla Chiesa a scuotere un po’ le coscienze?

R. Prima il delitto Dalla Chiesa per una faccenda di carattere nazionale, cioè allora incominciarono i titoli sui giornali, grossi, cioè cominciarono gli articoli sui giornali che però ebbero la punta più alta per Dalla Chiesa. Poi l'anno dopo è stato ucciso Rocco Chinnici e non c'è stata questa risonanza come per Dalla Chiesa, ... e da allora nelle scuole qualche professore ha cominciato ad insistere per fare questi programmi, che però erano sempre delle cose molto... superficiali, cioè quello che chiedevano i professori era che gli esperti, che degli esperti, che andassero lì a fare la conferenza, magari ci chiedevano di portare la mostra fotografica, che era una cosa che colpiva, e basta, quello che tentavamo di fare passare noi era un'altra idea, un altro modo di fare antimafia, cioè noi chiedevamo che invece i professori fossero loro a fare un certo, ad impostare in un certo modo la didattica, cioè non l'antimafia fatta una volta tanto, una volta all'anno con una conferenza, perché questo non serviva a niente, noi abbiamo constatato centinaia di volte che non serve a niente. Noi abbiamo sempre tentato di fare capire ai professori che invece dovevano seguire altri criteri, dovevano essere loro intanto durante la lezione, non in modo episodico, specialmente, ovviamente, i professori di materie letterarie, dovevano introdurre determinate idee e fare studiare determinate cose piuttosto che altre, cioè... e creare appunto fare dei seminarietti quindi con un discorso più compiuto, ...forse in qualche scuola alcuni professori hanno incominciato a farlo questo, cioè c'è una realtà un po’ diversa rispetto a quella di 15 anni fa, 10 anni fa, però è sempre tutto molto limitato ed esiguo rispetto alla necessità.

D. Quindi lei non nota grossi cambiamenti rispetto agli anni passati?

R. Dei cambiamenti sì, perché, ripeto, la montagna dei cadaveri è ormai... troppo evidente e non solo questo, ma insomma la gente ha cominciato a capire che... questa realtà lede la nostra libertà, lede il nostro vivere civile e, quindi, per la manifestazione c'è qualche persona in più, qualche persona in più diciamo, che un certo numero c'è, però per lavorare giorno per giorno, a lavorare giorno per giorno siamo sempre in pochi, l'altro giorno ci dicevano che a Brancaccio si sono presentati, dopo la morte di Puglisi, un certo numero di gente che dice che vuole fare il volontariato però, dicevano "E' un numero che ormai, per le nostre esigenze è spropositato", perché ovviamente sono delle realtà molto difficili, di bambini per esempio ce ne sono pochi che vanno lì al Centro. L'esperienza del Centro San Saverio insegna che all'inizio dell'anno c'è sempre un certo numero di persone che dicono che vogliono lavorare, poi, quando queste persone cominciano a vedere quali sono i problemi, quali sono le difficoltà, ecc. questi diventano sempre molto molto pochi.

D. Il Centro San Saverio è un centro laico?

R. E' legato alla Chiesa di San Saverio, che non è una parrocchia, non è la parrocchia dell'Albergheria, ed è legato, insomma è nato per la volontà di di un prete, di Cosimo Scordato, che prima aveva fatto... era a Casteldaccia, lui è di Bagheria, aveva fatto lì un comitato contro la mafia, nei primi anni '80, però il gruppo che lavora con Cosimo Scordato è un gruppo assolutamente aconfessionale, cioè ci sono credenti, ci son credenti anomali e ci sono non credenti, che lavorano.

D. Il Centro Impastato ha raggiunto qualche obiettivo che si era posto?

R. Beh sì di obiettivi, di cose, ne abbiamo fatte, intanto abbiamo portato a compimento una serie di ricerche che, appunto, ci eravamo proposti di fare, sì, soltanto che non abbiamo trovato grossi editori, così come non abbiamo finanziamenti, perché vogliamo essere... non abbiamo finanziamenti perché siamo assolutamente al di fuori di logiche spartitorie, i finanziamenti che la regione siciliana dà ai centri culturali invece sono dentro queste logiche, cioè logiche spartitorie tra partiti, (...) così il fatto di non essere vicini a certi ambienti dell'editoria ecc. ha fatto sì che le nostre ricerche, che eppure hanno avuto recensioni importanti, perché sono le uniche ricerche sul campo, le uniche ricerche empiriche che ci sono sulla mafia, non hanno raggiunto questo pubblico, come tante altre... libri e libretti, pubblicazioni che per ora hanno invaso il mercato, comunque sono cose, appunto, che volevamo fare, ricerche che volevamo fare e le abbiamo fatte, la vicenda di Peppino Impastato, anche quella, anche se non siamo riusciti a fare incriminare Badalamenti, però c'è la sentenza che Peppino è stato ucciso dalla mafia per la sua lotta di 15 anni.

D. Quanti soci contava, alla nascita, il Centro Impastato?

R. Il Centro è nato nel '77 ed eravamo un buon numero, però era un... non un centro... non eravamo andati dal notaio allora, era un centro così, informale, poi l'abbiamo costituita come associazione nell'80 e l'abbiamo dedicata a Peppino Impastato, quindi allora, nel '77, eravamo un buon numero, una trentina c'era attorno al Centro e alla cooperativa "Cento Fiori"; poi come soci fondatori del Centro siamo stati mi pare 10 o 12, non ricordo bene, però a questi si sono aggregati subito altri, devo dire che ora non siamo molti, perché non è un'associazione di massa la nostra, noi chiediamo che chi si scrive al Centro dia un contributo anche minimo, sia in denaro appunto, perché è autofinanziato, sia in lavoro, noi chiediamo appunto che si faccia qualche cosa che ci si inserisca o nella ricerca oppure nel lavoro... e quindi fino ad ora abbiamo avuto 2 tipi di soci: il socio ordinario, che è quello che segue più il lavoro del Centro; e il socio aderente, che invece è una figura che... riguarda specialmente i soci che non stanno a Palermo e che quindi non possono fare il lavoro... proprio, non possono essere più... così... vicini al Centro, sono soci che danno una quota e ricevono le nostre pubblicazioni, ora abbiamo pensato di fare un'altro tipo di socio, diciamo un'altra figura, un amico del centro che... sia, insomma una figura di non proprio di socio, una persona che sia interessata a quello che facciamo, e dia un piccolo contributo...

D. Si può ricostruire un tipo sociale del vostro associato, come età, titolo di studio, professione, sesso...

R. Beh, siamo di una certa età per la maggior parte, fino ad ora siamo stati tutti non giovanissimi, e sì, come titolo di studio... medio alto... una laurea...

D. Siete stati appoggiati o ostacolati dalle autorità statali?

R. Ignorati (ride), dallo Stato assolutamente nessuna... ripeto, finanziamenti non ne abbiamo avuto da nessuno, abbiamo avuto soltanto dal Comune di Palermo un piccolo finanziamento per la ricerca sull'omicidio a Palermo e provincia, oltre questo c'è stato pochissimo, contributi minimi per la biblioteca quando c'è stato un periodo che la biblioteca era aperta al pubblico, ma abbiamo visto che i contributi che ci davano erano assolutamente irrisori, non avevamo assolutamente la possibilità di pagare lo stipendio, neanche lontanamente, di pagare lo stipendio a qualcuno, e quindi abbiamo dovuto chiuderlo al pubblico, ora riceviamo solamente per appuntamento.

D. Avete ricevuto sostegno da parte della Chiesa?

R. No, non c'è nessun... noi abbiamo rapporto con credenti, ma che lavorano nel sociale, come questi del Centro San Saverio, con alcuni sacerdoti ma solo perché hanno un determinato modo di comportarsi, hanno determinati interessi, ... qualcuno di noi crede, qualcuno no.

D. Mi riferivo al sostegno da parte delle istituzioni ecclesiastiche

R. No no, le istituzioni non hanno sostenuto mai il Centro.

D. E per quanto riguarda la scuola?

R. La scuola... da qualche anno, per moltissimi anni c'è stato quel tipo di comportamento, da qualche anno, c'è qualche professore che tenta di fare cose diverse e appunto con questi professori noi collaboriamo, insomma quando si vuole introdurre un modo diverso di fare un discorso antimafia, noi siamo d'accordo, e c'è qualcuno che ha incominciato a fare qualcosa di diverso e quindi collaboriamo, insomma con chi ha la volontà di non rimanere soltanto in superficie noi collaboriamo.

D. Quindi notate un cambiamento

R. Sì, un po’ sì.

D. Come è stato e come è ora l'atteggiamento dei palermitani di fronte alle vostre iniziative?

R. Mah! E' molto difficile... il problema è che spesso tutto rimane a livello di emozione, emozione nell'antimafia, emozione nella politica, e per cui siamo... abbiamo avuto manifestazioni grosse, il 23 maggio c'è stata quella grossissima manifestazione... però, per quanto riguarda il lavoro effettivo, eravamo pochissimi e siamo pochissimi, continuiamo ad essere pochissimi, il nostro discorso è difficile, questo discorso di passare dall'emozione al lavoro di ogni giorno, a fatti concreti, è un discorso difficile e che la gente non si vuole... per cui c'è la delega al giudice, la delega ai poliziotti, la delega a chi è così folle di volersi impegnare giorno per giorno, e allora il nostro lavoro non è che sia un lavoro... che attiri molto, appunto, un discorso sul... un tipo di ricerca... non superficiale come invece è spesso fatto nelle pubblicazioni che ci sono e che vanno per la maggiore.

 

D. Come avete visto, vissuto, l'esperienza dell'ACIO di Capo d’Orlando?

R. Una cosa importante, perché riteniamo che sia un movimento importante e basato anche sugli interessi, che è una cosa importante, come era quello dei contadini nel dopoguerra, che lottavano contro la mafia, ed erano lotte di massa, per avere la riforma agraria, e questo tentativo di aggregare sulla base d'interessi concreti contro la mafia è una cosa molto importante, e poi è molto importante che ci sia stata questa grossa risposta da parte dei commercianti, ovviamente non si può non fare il paragone con quello che c'è a Palermo, per esempio, dove invece Libero Grassi è stato lasciato solo, e dove i commercianti che pagano il pizzo hanno negato di farlo, dove, appunto, la mafia è... ché a Capo D'Orlando la mafia è molto giovane, e qui la mafia è radicata, c'è una sudditanza assolutamente, alla mafia, assolutamente diffusa, e quindi.

D. Perché è fallito, secondo lei, il primo coordinamento antimafia?

R. Per ragioni... per logiche di partito, ha avuto una vita stentatissima... era un coordinamento di associazioni però, purtroppo dietro le associazioni poi manovravano i partiti, la democrazia cristiana dietro le Acli, il partito comunista dietro ad Arci, alla Fgc ecc., e succedeva che dopo... era il periodo di Martellucci, del sindaco Martellucci, e dopo che si facevano delle riunioni piuttosto... con discussioni piuttosto agitate per fare dei documenti contro l'amministrazione, cose precise, che erano successe, magari, ecc., si riusciva a fare passare, all'interno dell'assemblea del Coordinamento documenti in cui si facevano anche i nomi precisi degli amministratori, poi succedeva che magari c'era la telefonata del dirigente delle Acli, che telefonava al dirigente del partito comunista, per tentare di di bloccare la cosa, e la bloccavano, perché ovviamente loro avevano maggiori poteri che non le associazioni, che erano al di fuori di queste logiche, e queste cose sono successe diverse volte...

D. Quindi quanto è durato?

R. E' durato 2 anni, '84 fine '85 (...) si è disciolto, quando si è aperto il maxiprocesso, alcuni di quelli che avevano avuto la responsabilità nel fallimento del primo Coordinamento antimafia, hanno deciso di costituirsi come associazione, chiamandola coordinamento antimafia, "Associazione Coordinamento Antimafia", questa risale all'apertura del maxiprocesso, è stata fatta la notte prima dell'apertura del maxiprocesso per chiedere la costituzione di parte civile all'indomani.

D. Ed è stata accettata?

R. No, non c'era la possibilità, però questo Coordinamento non è un coordinamento, è un'associazione che ha sfruttato quel nome,

D. Attualmente quanti soci conta il Centro Impastato?

R. Siamo, suppergiù, siamo una quindicina di soci ordinari, poi ci sono credo altrettanti soci aderenti, anche negli Stati Uniti li abbiamo, gli Schneider, per esempio sono soci del Centro.

 

 

 

 

 

BEATRICE MONROY - Comitato dei Lenzuoli

 

 

Palermo, 28 settembre 1993

 

D. il vostro è un gruppo informale?

R. Sì, sì, noi siamo rimasti un gruppo informale senza... non esiste né una costituzione legale né una sede, siamo delle famiglie che fanno delle azioni simboliche, tutto qua.

D. Non avete intenzione di costituirvi legalmente?

R. No.

D. Avete trovato ostacoli per la costituzione del vostro gruppo?

R. No, no anzi, noi avevamo questo simbolo molto forte, del lenzuolo, e abbiamo avuto anzi molto... una rinomanza molto più grande di quello che noi siamo, perché nella realtà noi siamo un piccolissimo gruppo.

D. Secondo lei a cosa è dovuta questa rinomanza?

R. Che il simbolo era molto forte, cioè che ha bucato il sistema mediale e quindi questa cosa ha conquistato, diciamo, e il lenzuolo è diventato un simbolo, perché il lenzuolo... è una cosa che segna la disponibilità alla lotta e alla resistenza di ciascuna famiglia, quindi è una cosa che, in qualche modo, colpisce profondamente la società civile, anzi siamo stati molto osannati, molto di più di quello che noi siamo, ecco, cioè noi facciamo delle azioni simboliche, però non è che facciamo delle cose... per esempio non interveniamo nei quartieri.

D. Quindi voi, oltre ad esporre questo simbolo di protesta, cosa fate?

R. Facciamo delle azioni simboliche, facciamo delle cose, per esempio abbiamo fatto questi "Consigli Scomodi", che hanno avuto pure un grande successo, abbiamo fatto degli spot televisivi, poi... diciamo facciamo un'azione di propaganda, ecco, non di intervento specifico, e soprattutto puntiamo al fatto che siamo di fronte alla resistenza ad un regime, quindi dobbiamo costruire la resistenza della popolazione, che è una resistenza che si costruisce casa per casa e con piccoli atti quotidiani, nel proprio posto di lavoro, nella propria vita di quartiere, ecco non facciamo delle grandi azioni, facciamo delle azioni minute, poi portiamo questi lenzuoli, esponiamo i lenzuoli alle finestre, che sono già tutti atti molto dirompenti rispetto alla struttura e alla città di Palermo, che è una città abituata ad essere chiusa in questo regime.

D. Cosa rispondete a chi vi critica dicendo che il lenzuolo non basta?

R. "Sotto il lenzuolo niente"

D. Ecco, che ci vogliono atti più concreti...

R. Ma ci vogliono... è vero che ci vogliono atti più concreti, cioè il lenzuolo non può essere il simbolo della lotta antimafia, il lenzuolo è un segno, un segno del fatto che le famiglie, a Palermo, diciamo la gente, i palermitani si ribellano a questo dominio, ma non è che un segno, è chiaro che poi ci vogliono atti concreti, cioè io sono d'accordo col fatto che... il lenzuolo non può diventare il simbolo di una lotta facile, perché la lotta non è facile, è molto dura ed è molto sanguinaria e cruenta, e quindi si deve rispondere alla guerra... si risponde duramente.

D. Oltre ai lenzuoli, avete altri strumenti per portare avanti la vostra lotta?

R. Abbiamo questi "Nove consigli scomodi", e poi questi lenzuolini, ma, soprattutto, il nostro strumento è la quotidianità cioè il fatto che ognuno di noi, nel quotidiano, insegna a rispettare, rispettando... si comporta da cittadino.

D. In sintesi, il vostro scopo è quello di diffondere una cultura antimafiosa

R. Sì.

D. Il comitato dei lenzuoli può vantare già qualche successo?

R. Sì sì

D. Vi siete posto qualche obiettivo che già avete raggiunto?

R. Gli obiettivi sono quelli che hanno tutti, è chiaro che quando hanno preso Toto Riina è stata una bella vittoria, però anche una bella sconfitta che hanno ammazzato padre Puglisi, cioè è uno stato di guerra, non è che c'è una... per me sono vittorie ogni volta che veniamo chiamati a far delle cose, cioè che la coscienza civile aumenta, quelle sono le vittorie.

D. Quanti siete?

R. Saremo una ventina

D. All'inizio quanti eravate?

R. 14, più o meno gli stessi.

D. In cosa un comitato differisce da un'associazione?

R. Perché non è un'associazione legale, è un comitato, un gruppo di persone che si riuniscono a casa, ogni volta gira a casa di qualcuno di noi e quindi è una struttura libera.

D. Ho letto che si è costituito un nucleo del Comitato dei Lenzuoli a Fiumefreddo...

R. Sì, sì anche a Bologna c'è un Comitato dei Lenzuoli, ma non è che è un partito il Comitato dei Lenzuoli, quindi non è che esistono delle sezioni distaccate, esistono delle persone che hanno preso questo nome perché è un nome simbolico.

D. Lei come mai ha deciso di far parte di questo gruppo?

R. Perché eravamo un gruppo di amici ed abbiamo deciso insieme di costruirlo.

D. In passato aveva già partecipato a qualche altro movimento o associazione?

R. Sì, io vengo dalla sinistra

D. Avete ricevuto appoggio dalle autorità statali, scolastiche ed ecclesiastiche?

R. Come tutte queste strutture, cioè da una parte ci sono degli appoggi, ci sono delle persone che sono svelte a capire che queste strutture sono interessanti e importanti, e delle altre persone no, perché ci vedono come movimentisti, come gente che sta nelle strade per far casino, cioè questa spaccatura che c'è nello Stato è una spaccatura che c'è a tutti i livelli, quindi ci sono persone che ci appoggiano, giudici, magistrati, politici, e altri che non ci sopportano.

D. Le scuole già vi hanno chiamato?

R. Sì, delle volte ci chiamano a Palermo, appunto dei dibattiti... facciamo tanti dibattiti.

D. I palermitani come reagiscono alle vostre iniziative?

R. ...Il 19 luglio c'è stata la manifestazione per ricordare Borsellino, che è passata in mezzo ai quartieri, dove si passava, nei quartieri popolari, la gente esponeva le lenzuola.

D. Da quando siete nati, è cambiato questo atteggiamento?

R. Moltissimo, ma non è merito nostro, è merito del fatto che... cioè quando è stato ucciso Giovanni Falcone c'è stato un cambiamento radicale, a Palermo, quello è stato, a mio parere, nei confronti della loro presa sulla città, un errore gravissimo, la morte di Giovanni Falcone, perché la società civile ha incominciato a capire, e quindi queste strutture che sono nate, tra cui anche noi, sono nate anche in seguito al fatto che... c'è stato uno scollamento radicale dalla mafia, e quindi vengono bloccati, cioè è chiaro che noi, con il nostro gesto... è un gesto che si porta via, fra l'altro, gesti analoghi, cioè non è che i lenzuoli li mettiamo solo noi alle finestre, appunto noi siamo 20, invece se voi venite in città tra il 19 e il 23 di ogni mese, le lenzuola sono moltissime.

D. E vanno aumentando?

S. Sì

D. Secondo lei, l'esperienza dell'ACIO di Capo d'Orlando ha, in qualche modo, influito sulla nascita di così tante associazioni dopo le stragi?

R. Certo, quella è una... sono i padri fondatori, la loro forza e il loro coraggio, mettendo il fatto che è una realtà ben diversa, cioè quella è una realtà... diciamo un paese in cui è più controllabile quel tipo di mafia che c'è, qui la situazione è chiaro che è molto più dura molto più difficile, però certo Tano Grasso e l'ACIO sono dei maestri, secondo me, quello che hanno fatto loro è stato un esempio per tutti, una lezione, un modo di fare per tutti quanti.

D. Quale deve essere il contributo specifico degli intellettuali alla lotta contro la mafia?

R. Gli intellettuali devono... agiscono, io penso che la mafia, che si basa chiaramente su una potenza economica enorme, e quindi è soprattutto una potenza economica, tiene in trappola dei posti anche sulla base del fatto che la cultura è molto simile, cioè io credo che noi palermitani siamo fratelli sia di Riina che di Falcone, cioè questa cultura è dentro di noi, questo brodo di culture, e il ruolo degli intellettuali è rompere questo fronte, rompere questo fronte di connivenze, di omertà e di cultura simile, cioè costruire i valori morali di un mondo diverso, aiutare la gente a costruire questi valori morali, e poi, nel proprio specifico, usarli rispetto ai propri strumenti mediali che si usano, sia la televisione ecc., gli intellettuali hanno accesso ad una serie di strumenti che possono aiutare la gente.

D. Fino ad ora, gli intellettuali hanno svolto bene il loro compito?

R. In Sicilia? No, perché gli intellettuali sono stati conniventi.

D. Ed ora nota un cambiamento?

R. Sì, sì, molto forte, adesso in parte, in una parte non sono più conniventi, una parte sì, questa vicenda in corso sul teatro Biondo è un esempio, cioè pochissima gente si è schierata con Vincenzo Consolo, che è un intellettuale maestro che ha detto che dentro il teatro Biondo c'è la mafia, e pochissimi intellettuali si sono schierati con lui.

D. C'è chi teme che il movimento antimafia nato dopo le stragi sia troppo frutto dell'emotività e che alla fine vada scemando, portando a pochi fatti concreti, lei cosa ne pensa?

R. C'è una parte, io non so se lei ha intervistato questi gruppi che lavorano nei quartieri, cioè questi che lavorano nei quartieri sono il fondamento del movimento antimafia, ed è nata a Palermo una struttura che unisce 50 comitati di base, si chiama "Palermo anno uno", questa struttura non solo sta avanzando ma sta riuscendo... sta trovando una sede, si sta informatizzando, cioè c'è una... un dilagare di strutture all'interno di quartieri, è chiaro che il problema è che questo è il movimento, come tutte le strutture, per il movimento il rischio è che non si leghi alla politica, e qua noi siamo sotto elezioni, bisogna vedere quello che succede.

D. Si teme questa strumentalizzazione?

R. Si teme la strumentalizzazione da un lato e dall'altro lato il pericolo è anche che... che si spacchino, che il fronte si spacchi, che non si riesca a creare una struttura di apertura democratica, insomma non è facile.

D. Anche all'interno del movimento antimafia, a volte si notano critiche tra le varie associazioni...

R. Va bene, ma quello è ovvio, questa è la città dei veleni, non bisogna dimenticarlo, i veleni sono dovunque.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AUGUSTO CAVADI - Membro del consiglio direttivo del Centro sociale San Francesco Saverio

 

 

Palermo, 12 ottobre 1993

 

D. Può parlarmi, dell'importante contributo che dà il Centro San Saverio alla lotta contro la mafia?

R. Su questo punto, noi riteniamo di fare un lavoro che non è esauriente, è soltanto un piccolo frammento all'interno di un movimento più vasto, per cui, a Palermo ci sono gruppi che danno o un contributo più a livello di studio, che non è il nostro caso, o anche di progettazione politica globale, e non è neppure il nostro caso, noialtri siamo un pochettino specializzati, per così dire, nel tentativo di riconquistare il territorio, a livello... riprendere, diciamo restituire il territorio ai cittadini, o meglio spingere i cittadini a riacquistare essi stessi una sovranità sul territorio che hanno perduto, perché ormai è in mano, palesemente o velatamente, al potere mafioso...

D. Che attività ha svolto, e svolge, il Centro in questo senso?

R. Mah! Guarda, attività specifiche, noi non ne facciamo, contro la mafia, perché siamo convinti che tutto quello che facciamo ha una valenza oggettivamente antimafiosa, e siamo convinti anche che in questo quartiere sarebbe inutile, anzi controproducente, etichettare come antimafiose determinate attività, cioè noi, di fatto, abbiamo cercato, cerchiamo, quali sono i modelli di comportamento mafiosi, quali sono i valori della pedagogia mafiosa e, nei fatti, cerchiamo di educare, noi stessi e gli altri, a modelli di comportamento e a stili di vita che siano alternativi a quelli mafiosi, ogni tanto ci sono stati degli episodi clou, ci sono dei momenti particolarmente cruciali, non so, quando è morto Borsellino abbiamo fatto il giro del quartiere con il megafono, chiedendo alle persone di prendere posizione, o applaudire ed esporre un lenzuolo.

D. Come hanno reagito?

R. Insomma diciamo fifty-fifty, noi non siamo stati né demoralizzati del tutto, né entusiasti, soprattutto perché i ragazzi, gli adolescenti, sui 16, 17 anni si avvicinavano "Ma a noi che ce ne frega se hanno ammazzato Borsellino e Falcone, a noi non erano loro che ci danno il lavoro", quindi... mentre abbiamo avuto anche delle sorprese in positivo da parte di persone... oppure non so, 3 settimane fa hanno scippato una persona prima della messa, allora alla fine della messa abbiamo fatto il giro del quartiere collettivamente, sempre col megafono, con gli striscioni scandendo "Chi fa lo scippatore perde tutto il suo onore", per dire che noi come comunità, nel primo caso come Centro Sociale, nel secondo caso come Comunità cristiana, perché le due cose non sono identiche insomma, abbiamo detto che non ci stavamo, che non accettavamo...  e quindi abbiamo fatto questo giro del quartiere per indicare che noi non eravamo d'accordo con lo stile degli scippatori. Ma questi sono episodi clou, particolari, perché riteniamo che, se per caso dovessimo farcela la nostra dovrebbe essere una battaglia a lunga distanza, nei periodi lunghi.

D. Quindi, tutta la vostra attività si pone, alla fine, come attività antimafia...

R. Anche se non soltanto come attività antimafia, ma ha una sua valenza antimafiosa.

D. Quali sono le attività che, sinora, sono riuscite a coinvolgere meglio?

R. Io, appunto, ti posso dire quelle che sono state più riuscite, che poi abbiamo avuto una ricaduta antimafiosa insomma ... lo spazio donne, questo lavoro con le donne del quartiere sui 30, 40 anni, le mamme di famiglia.

D. Quando hanno fatto un seminario le donne dell'Associazione Donne Contro la Mafia?

R. Sì, e poi anche qualche successo, piccolissimo, microscopico, con i ragazzi del quartiere che hanno pendenza penale con il Malaspina e che ci sono stati affidati.

D. Mi parla di alcuni, più significativi, successi?

R. Appunto, forse la cosa più significativa, finora, è stata riuscire ad avviare questa trattoria "Il Vicoletto", che dà lavoro a 5 persone ormai da 4 anni, perché è un piccolo esempio di che cosa possa significare trovare un lavoro pulito che non venga dato come favore dalla mafia.

D. Questa trattoria si trova proprio qua all'Albergheria?

R. E' proprio... uscendo dalla Chiesa, sulla sinistra c'è un vicoletto e là c'è la trattoria.

D. Rispetto a quando è nato il Centro, che miglioramenti avete notato in questo quartiere?

R. Mah! Le persone del quartiere dicono che adesso ci sono molto meno drogati, per esempio, che sono diminuiti un po’ gli scippi, soprattutto quelli da parte dei bambini, però non sono statistiche scientifiche, sono così impressioni.

D. L'atteggiamento della gente è cambiato, in qualche modo?

R. Bah! Noi ci proponevamo, diciamo, due tappe, vincere la diffidenza iniziale, e poi, come seconda tappa, coinvolgere loro in un atteggiamento di protagonismo attivo. Purtroppo, possiamo dire di avere realizzato soltanto la prima parte, dopo 8 anni, cioè di aver fatto cadere, in molti, la diffidenza, ma non siamo riusciti, onestamente, a coinvolgerli attivamente, diciamo che ci siamo fermati a questa fase e faticosamente stiamo cercando di coinvolgere, finora possiamo dire che, sì e no, siamo riusciti a coinvolgere una decina di persone in tutto il quartiere

D. Comunque è già importante

R. Sì, è importantissimo ma rispetto a quello che vogliamo fare è soltanto l'inizio

D. Da quanto tempo esistete?

R. Dal 1986...

D. Quali sono stati gli ostacoli maggiori che avete incontrato per far nascere questo Centro?

R. Mah! Gli ostacoli maggiori forse sono stati il reperimento dei locali, perché abbiamo dovuto prima occupare abusivamente questi locali dell'Opera Pia, poi resistere ai tentativi di sfratto, e poi finalmente arrivare ad un contratto regolare solo perché è intervenuto il Prefetto e perché c'era anche un clima politico favorevole a questa presenza nei quartieri.

D. Ed altri ostacoli?

R. No, perché per ora io non sono sicuro che, come dire, la mafia abbia individuato con esattezza diciamo, i pericoli che possono venire da questo tipo di lavoro nel sociale, quindi noi abbiamo soltanto qualche momento di tensione quando ci scontriamo con situazioni particolari, ma, globalmente, la gente del quartiere, anche nelle sue, diciamo, forme, anche nelle sue espressioni meno pulite, viene più colpito da quello che di positivo si fa per la gente che non dai potenziali pericoli di cambiamento di mentalità nelle nuove generazioni, quindi non possiamo dire di avere avuto problemi specifici insomma.

D. Dunque lei pensa che venga sottovalutata, da parte della mafia, l'importanza di questi centri?

R. Sì, infatti io attualmente mi sono fatto la convinzione, anche per i contatti che ho con alcune persone di Brancaccio, che l'uccisione di Padre Puglisi, a differenza di quello che si dice nei mass media, non sia tanto un omicidio simbolico, per colpire una determinata area, perché se fosse stato, principalmente, questo si sarebbero dovuti colpire, prima di Puglisi, tanti altri obiettivi molto più significativi. Io credo che là c'è stato uno scontro preciso con alcuni interessi, nel territorio, nel quartiere, e quindi questo sia stato il motivo determinante nell'uccisione di Puglisi.

D. Si riferisce alla storia dell'appalto dei lavori della Chiesa?

R. Quello dell'appalto non regge neppure. A quanto pare, dalle denunzie che lui ed i suoi ragazzi... comunque gli adulti che facevano parte del comitato intercondominiale, avevano denunciato la presenza di alcuni abusivi che spacciavano droga e sigarette in alcuni locali che potevano essere acquisiti per uso sociale.

D. Allora non è stato ucciso solo in quanto simbolo

R. No, io credo che... è chiaro che certo ci sono delle ragioni remote, cioè il contesto è cambiato, e si approfitta dell'occasione per mandare un segnale anche in questa direzione, ma, personalmente, mi pare strano dire che è tutto frutto di una...

D. Durante il vostro lavoro, quali sono gli ostacoli principali che incontrate?

R. Mah! Possiamo dire che l'ostacolo principale è dato dall'indifferenza della gente, dalla incapacità di autoorganizzarsi, dal volere che altri facciano per loro, quindi il nostro meccanismo, che vorrebbe essere che siano loro a lavorare con il nostro aiuto, non scatta, non funziona.

D. Per aderire al Centro, bisogna avere determinati requisiti?

R. No, è aperto a tutti i cittadini, purché facciano questo breve corso di formazione, sono 4 incontri che facciamo a distanza di una settimana ciascuno, in modo d'avere un mese di tempo per conoscerci, per riflettere, e poi chi vuole si può iscrivere

D. Alla nascita quanti aderenti contava il vostro centro?

R. Alla nascita ce ne erano una quindicina

D. E adesso?

R. Adesso, in forme diverse, siamo un'ottantina di persone.

D. Ci sono diverse modalità di partecipazione?

R. Mah! Noi non diamo molta importanza a questo aspetto burocratico, diciamo che, grosso modo, ci sono i soci effettivi, che sono quelli che lavorano, gli operatori, poi abbiamo un comitato popolare di autofinanziamento, che è fatto anche da gente che sta fuori da Palermo, fuori dalla Sicilia o fuori dall'Italia, che manda una quota per sostenere economicamente il lavoro ...

D. Siete cresciuti di molto rispetto alla costituzione?

R. Eh, in 6 anni.

D. In quale anno avete registrato le maggiori adesioni?

R. Non glielo so dire, qua c'è un continuo via vai, insomma quello che le posso dire è che adesso, questo flusso, per fortuna si è un po’ regolarizzato, nel senso che abbiamo meno persone che si avvicinano, e meno persone che se ne vanno, mentre prima, anche per via del fatto che noi non facevamo come selezione, come filtro, neppure questi corsi di formazione, e allora andava a finire che la gente se ne andava facilmente.

D. Potrebbe fornirmi informazioni relative alla età, sesso, titolo di studio... prevalenti nella vostra associazione?

R. Stiamo riuscendo a coinvolgere persone di ogni ceto sociale e di ogni età, dai bambini agli anziani, comunque, chiaramente il gruppo dirigente è fatto, così, da persone che apparteniamo alla media borghesia intellettuale.

D. Quindi laureati

R. Sì, il gruppo dirigente è questo, professori, medici, preti, purtroppo, perché vorremmo invece...

D. Per quanto riguarda il sesso? Non c'è, ad esempio, una netta prevalenza di donne?

R. No, no.

D. Com’è stato e com'è il vostro rapporto con le istituzioni scolastiche, ecclesiastiche, e statali?

R. Mah, a livello di istituzioni centrali c'è indifferenza o, addirittura in qualche caso, forme di... diciamo di ostilità.

D. Perché ostilità?

R. Mah ostilità perché, insomma, soprattutto da parte dei responsabili amministrativi, si guarda con sospetto a queste forme di emancipazione popolare e democratica, queste forme di riscatto popolare che, prima o poi si traducono in un venir meno del voto clientelare. Se invece parliamo delle istituzioni... non so il Provveditorato, le altre scuole, i gruppi cattolici, le parrocchie, siamo riusciti a fare delle cose molto belle, cioè lavoriamo in sinergia nel quartiere, abbiamo anche un osservatorio contro la dispersione scolastica, in cui ci ritroviamo un po’ rappresentanti sia delle istituzioni, che del volontariato, e cerchiamo di lavorare in maniera convergente.

D. Ed il Comune vi ha mai aiutato?

R. Mah, c'è stata qualche fase, molti anni fa, di collaborazione con la prima giunta Orlando, poi, già con la seconda giunta Orlando, visto che noi non accettavamo forme di collateralismo, siamo stati... diciamo già posati dalla seconda giunta Orlando.

D. E con le istituzioni ecclesiastiche?

R. Pappalardo ci ignora totalmente, salvo a citarci quando arrivano giornalisti da fuori e deve dire che a Palermo ci sono dei preti impegnati nei quartieri.

D. Lei perché ha deciso di impegnarsi in questo Centro?

 R. Certamente una dose di incoscienza diciamo patologica (ride), comunque c'è in me sia una motivazione etica, cioè l'idea che avendo avuto dalla vita una certa possibilità d'istruzione e una certa possibilità anche di serenità economica, non mi sembra giusto non tentare di condividere queste risorse con chi non ha né istruzione, né possibilità economiche, e poi c'è anche, in alcuni di noi, per esempio in me, anche una motivazione religiosa perché essendo cristiani, riteniamo che la fede nel Dio amore deve diventare, in qualche modo, testimonianza visibile, ... qua sperimento più concretamente l'iterazione con la gente del quartiere, cioè noi siamo convinti, e stiamo sperimentando che qui non si viene soltanto per dare ma anche per ricevere e che questa esperienza forse sta facendo più bene a noi che al quartiere.

D. Secondo lei, quale può e deve essere il contributo specifico dei centri sociali alla lotta contro la mafia?

R. Mah, un po’ quello che dico nel libretto "Liberarsi dal dominio mafioso", quindi creare delle forme di aggregazione democratica, lavorare per una cultura alternativa a quella mafiosa, sul piano pedagogico, provare ad attivare forme di autofinanziamento pulito, insomma dare alla gente la sensazione fisica che si può vivere in una maniera non autoritaria ma democratica, non maschilista ma paritaria, cioè realizzare delle forme di convivenza e di aggregazione che sono esattamente il contrario di quella che è stata la cultura mafiosa.

D. La Chiesa, invece, che contributo può dare?

R. Mah, dovrebbe liberarsi dagli atteggiamenti mafiosi dal suo interno, democratizzare le sue forme di organizzazione interna e farsi finalmente attenta a quello che avviene fuori dalle mura del tempio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NINO LO BELLO - Coordinatore di “Palermo Anno Uno”

 

 

Palermo, 18 Novembre 1993

 

D. Come e quando è nato, Palermo Anno Uno?

R. Questo cartello di associazioni, sono circa 57 associazioni, di volontariato... nasce nel 1992, dopo la strage di Capaci, quindi il 23 giugno 1992 c'è la prima catena umana a Palermo, una serie di associazioni di volontariato, in maniera, diciamo, così, molto spontanea, comincia a lavorare, a fare collegamento tra le associazioni, e si fa la prima catena umana, insieme con Associazione per la pace, il Comitato dei Lenzuoli, e altre associazioni, diciamo anche più storicamente collocate, tipo l'ARCI ecc., anche associazioni più piccole. Si comincia questa strada comune che sfocia in una... presa di coscienza generale che non si poteva più continuare a lavorare in maniera separata, ogni associazione nel proprio ambito, ma che con... il sacrificio di Falcone e poi, dopo, il 19 luglio, di Borsellino ecc., si dovesse lavorare assieme, perché il primo obiettivo, da parte dei cittadini palermitani, attraverso le associazioni di volontariato era quello di riappropriarsi del territorio, quindi il primo slogan, il primo punto programmatico è: cosa noi dovessimo fare a Palermo per riappropriarci del territorio, rispetto al controllo mafioso di Palermo... allora che cosa succede? Succede che, nella sostanza, il numero delle associazioni che aderisce al cartello aumenta, e si arrivano ad azioni che non sono più solo in memoria di Falcone e Borsellino ecc., della scorta, ma cominciano a diventare momento di riflessione in città, cioè come i cittadini, possono diventare essi stessi... sentirsi Stato, Falcone aveva fatto il discorso che uno dei problemi, culturalmente, che caratterizzava l'approccio mafioso della gente, era quello di sentirsi famiglia, clan, il fatto che si coltivasse più l’attenzione a questo tipo di organizzazione che non allo Stato in quanto tale. Allora comincia ad esserci una coscienza che uscendo dalla famiglia, dal clan, dal gruppo di potere, dal gruppo partitico-politico di consenso, (dove, naturalmente, ognuno di noi aveva la sua mappa di amici, protezioni, amici, uffici ecc.) i cittadini potevano sentirsi far parte dello Stato e cominciare quella che noi chiamiamo "La Rivoluzione della Legalità", della richiesta di legalità. Si arriva al 21 Novembre del '92 con la prima azione simbolica emblematica delle associazioni, che è quella di fare un'azione estremamente pratica, che riguardava la circonvallazione di Palermo. Il 21 Novembre, i cittadini delle associazioni, insieme con i ragazzi delle scuole, con i rappresentanti di quartiere, e cose di questo genere, dicono che noi, società civile, dato che questa amministrazione non riesce a risolvere fisicamente il problema di finire la costruzione della circonvallazione, noi cittadini apriamo un cantiere di lavoro, simbolico, per il ripristino della circonvallazione. Allora, rispetto ad una situazione che sembrava assolutamente ferma, perduta, non si sapeva più di chi era la competenza ecc., si fa questa cosa. Simbolicamente si levano le erbacce, si mettono (il pietrischetto)... tutte azioni simboliche, si erano fatte interviste che si contestava lo Stato (e noi ci sentivamo Stato) dopo circa una settimana, 10 giorni, i lavori riprendono, naturalmente con nostra grandissima soddisfazione (...). Arriva il '93 ... e ogni mese si fanno momenti di riflessione, si fa l'appoggio ai magistrati... e si arriva al 23 maggio del 1993, quest'anno, e naturalmente, per noi è un anno importante perché è il primo anno e noi lo chiamiamo, “Palermo Anno Uno”, ecco la sigla da dove viene, questo momento è importante perché noi cominciamo a parlare in termini estremamente concreti del territorio, cioè coinvolgiamo tutte le scuole, coinvolgiamo le parrocchie, coinvolgiamo i singoli cittadini, tutti i luoghi di aggregazione, ecc. ecc., e si arriva al 23 maggio, alla manifestazione dei 100.000, manifestazione che, naturalmente, segna, un poco, dal punto di vista squisitamente organizzativo diciamo, il porsi come struttura vera e propria, il cartello, perché all'indomani del 23 maggio le associazioni si dicono, proprio, aderenti al cartello che si chiama, ormai, Palermo Anno Uno.

A questo punto si comincia a dire, soprattutto ai media (perché i media sono stati sempre poco sensibili, pensavano che noi facessimo solo la manifestazione), allora diciamo "Le manifestazioni che facciamo, sì, sono di ricordo, ma servono per fare in modo di svegliare le altre persone", sopratutto dei quartieri più degradati, del centro storico ed i quartieri limitrofi, Romagnolo, Arenella, Brancaccio, e cose di questo genere, il CEP, lo ZEN ecc., ecc., per fare in modo che anche queste persone dove lì il controllo mafioso è molto più spinto, molto più evidente, si facesse in modo che anche queste persone, nelle scuole, nelle parrocchie, nelle singole associazioni, anche singoli individui, si svegliassero e lavorassero assieme, quindi prima di tutto, il primo segno più importante è il collegamento, collegare le varie realtà. Perché? Ma perché la mafia ci aveva portato ad “ognuno nella propria casa”, che non si parlava nemmeno con il vicino, perché si aveva tra la paura e il timore, di parlare con il vicino, il muro di gomma, perché chi sa quello chi può essere ecc. ecc., e quindi ci si comincia a parlare, lo stesso fatto del mettere i lenzuoli ai balconi, è una dichiarazione di fronte agli altri, ovviamente, di presa di posizione in città.

Si arriva al 19 luglio e, per Borsellino, si sceglie di manifestare al Borgo Vecchio, nel centro storico, il grande risultato fu che tutte le persone, il popolino, i commercianti, i singoli individui ecc.,  chi abbassava la saracinesca, o chi metteva il lenzuolo al balcone, al passaggio ecc., e quindi noi vediamo che non è solo la borghesia sensibile che è attenta a queste cose, ma anche la gente dei quartieri, ... e quindi questo fu uno stimolo ulteriore, perché ci fece un po’ capire che non eravamo solo noi delle associazioni, ma anche la gente, del popolo, dei quartieri, ecc., era molto sensibile a questo. Dopo il 19 luglio, dicemmo che non era più il caso di continuare a fare manifestazioni per i morti, ma che al contrario gli anniversari potevano servirci per stimolo, come appuntamenti precisi per comunicare quale erano le riappropriazioni che noi facevamo del territorio. E’ questo ora il senso del lavoro che stiamo facendo a Palermo Anno Uno, qual è il senso? Il senso di darci dei progetti concreti, emblematici, per Palermo, in modo tale che attraverso questi progetti si ottengono 3 cose: 1) le associazioni lavorano assieme; 2) si coinvolgono i gruppi, le singole persone dei singoli quartieri; 3) ti dà il segno che a Palermo si può cambiare e i volontari, le associazioni, la gente comune, può riuscire a sbloccare certe situazioni, ed abbiamo diversi esempi su questo. Il primo progetto è l'apertura del plesso scolastico allo Zen 2... dove c'è la costruzione di una scuola elementare, di una scuola media e di una scuola materna, è un progetto della Regione per circa 10 miliardi, che la Regione cerca di portare a compimento, ma ci sono tutta una serie di grandissime difficoltà, soprattutto di carattere burocratico, e allora cerchiamo di organizzare una conferenza di servizi tra tutte le persone interessate, dal Prefetto, il Provveditore, il Commissario straordinario, il rappresentante della Regione, il Presidente della Regione, il Comitato di quartiere ecc. Allora noi facciamo due lavori: primo, cerchiamo di collegare le singole associazioni dello Zen che lavorano ognuno per i fatti loro, in modo tale da fare una pressione estremamente più forte, associazioni di quartiere, laboratorio Zen Insieme, gli Scout, un circolo di sport, la stessa scuola, la parrocchia ecc., e cerchiamo, in diverse riunioni di farli colloquiare insieme, cosa non facile, tra parentesi. Cominciamo a fare, all'interno dello Zen, manifestazioni e pressioni presso la Regione, che, pressata, attiva e velocizza il suo iter burocratico ecc... intanto, insieme con le associazioni, si attivano le mamme, o i genitori in generale, che ovviamente vogliono che questa scuola sia aperta per portarci i loro bambini, nei vari 3 gradi di scolarità, in modo tale che: 1) i bambini non vadano al secondo turno; 2) che è la cosa per loro più importante, che li possano mandare a scuola, e loro possono andare a lavorare, e non essere legati, soprattutto le mamme, con i bambini a casa, e questa cosa, naturalmente, diventa estremamente importante. Viene Luciano Violante, si fanno delle riunioni, ecc., si arriva finalmente, malgrado con un mese di ritardo, alla consegna del plesso scolastico da parte della Regione, che era costruttrice, al Comune, (...) e finalmente si arriva, quasi un mese fa, all'apertura della scuola. Allora Palermo Anno Uno è riuscito, insieme agli altri a far riaprire una scuola allo Zen; (...) una volta aperta la scuola lo scopo è finito ma è rimasta tutta una serie di valori, valori di solidarietà, valori di lavoro assieme, persone che magari erano assolutamente, nel passato, non molto solidali tra di loro ecc., e anche l'aver coinvolto le mamme, la gente del quartiere, a richiedere i loro diritti, quindi questa coscientizzazione... è questo è un primo passo. Parallelamente a questo, noi abbiamo attivato altri progetti, che sono: la costruzione di un centro sociale alla Magione, c'è un gruppo di lavoro che sta contattando il parroco, va a vedere se ci sono locali per fare questo centro sociale alla Magione, insieme con le associazioni di quartiere, associazione Mandamento Tribunali, che già hanno lavorato nel quartiere, per la rinascita del centro storico; poi abbiamo avuto il gruppo di lavoro di appoggio ai magistrati, Caselli... e compagni, i quali hanno detto che, nella sostanza si trovavano... a disagio, hanno chiesto il nostro aiuto... in modo tale che si aumentasse il numero dei GIP a Palermo, dato che le pratiche erano tantissime e non ce la facevano, e ché, naturalmente tutti vogliamo che i processi siano fatti in tempi brevi e che, soprattutto, i giudici abbiano gli strumenti fisici, lavorativi, per poter... perché è inutile dire che facciamo antimafia se poi i giudici non c'hanno gli strumenti ecc., e quindi questo è un altro discorso. Poi c’è un gruppo di lavoro che ha fatto una festa bellissima a Villa Trabia, cioè si è costituito un comitato di cittadini che lavora per fare in modo che una villa che abbiamo al centro di Palermo, molto grande, molto bella ecc., venga realmente messa in condizioni di poter funzionare dignitosamente, per accogliere le famiglie, i bambini... allora a questo punto non abbiamo fatto solo la protesta, ma abbiamo detto "Noi riattiviamo la villa", allora, c'è una fontana che non funziona, ci abbiamo messo l'acqua, le papere ecc., ed ora c'è questa vasca che funziona, i bambini hanno fatto i banchettini dove hanno messo insieme i loro giocattoli, hanno fatto scambio di giocattoli, un gruppo di anziani dell'Albergheria, del centro San Saverio, è venuto lì, ha fatto un piccolo concerto di canzoni antiche, ha cantato... c'è stato un concertino degli Armonici, di un gruppo musicale, poi ci sono state tutta una serie di cose che sono durate tutta la mattinata... per dire che nell'assenza dell'amministrazione i cittadini avevano la capacità di organizzare e far funzionare una villa come è doveroso fare, infatti, in un recente articolo su Avvenimenti, Riccardo Orioles dice che, avendo saputo queste cose, "Palermo si avvia a diventare una delle città più autogestite d'Italia", proprio perché i cittadini, ormai, vedendo che non c'è amministrazione pratica, amministrazione che consiste nel fare funzionare la qualsiasi, gli autobus, l'immondizia, l'acqua, il vivere, l'organizzare il traffico, le cose più normali... e allora ci stiamo autogestendo quasi tutto... (...)

Intanto, e questo è il discorso importante, al di là dei progetti, ci vediamo ogni 15 giorni, proprio al Centro Sociale San Saverio, e cerchiamo di organizzare l'ufficio. Cosa significa l'ufficio? Fornire alle associazioni una serie di servizi: elenco delle associazioni, i referenti dove possono andare, a chi possono rivolgersi, a seconda delle attività che devono fare, quello che si chiama una specie di collegamento, che non è solo collegamento in quanto tale, ma una serie fisica di servizi, per esempio, un gruppo di genitori all'Arenella occupa la scuola materna che era in predicato di chiudere, allora noi li appoggiamo e finalmente la scuola non si chiude più, ecco, allora, un riferimento all'Arenella, è estremamente importante perché l'Arenella è una zona dove c'è un controllo della mafia molto preciso; (...) ci avviamo a diventare un cartello di associazioni che diventa difensore civico della città e controllo dell'amministrazione in quanto tale. Il nostro obiettivo molto preciso che significa non solo controllo del territorio ma controllo dell'amministrazione che controlla il territorio. Quindi questa è un poco la sintesi molto veloce delle cose che abbiamo fatto. Naturalmente questa è una storia, ma non si possono raccontare né i sentimenti né le emozioni, ovviamente, francamente come ti faccio a raccontare quando abbiamo fatto... ecco, quando c'è stata la morte di padre Puglisi, l'adesione e l'aiuto al centro sociale Padre Nostro, la partecipazione alle manifestazioni, come si fa a raccontare... la manifestazione alla quale, insieme con i ragazzi delle scuole, ecc., noi, dicevamo “No alla mafia, No al controllo mafioso... Buttiamoli in galera” ecc., vedevi a Brancaccio, mica altre parti, dove, insomma, c'è un radicamento piuttosto fermo, tutta la gente che, tipo un palazzo, pieno di lenzuoli, cioè la gente aveva voglia...

D. A Brancaccio?

R. A Brancaccio, capisci? Queste cose... si devono assolutamente vivere!

D. Quanti centri sociali sono nati a Palermo?

R. Quelli funzionanti, 4, 5 ... il cartello è formato invece da circa quasi 60 associazioni, ci sono associazioni che lavorano per l'ambiente, per il verde in generale, per i diritti, per il centro storico, e cose di questo genere ... ...

D. Che ostacoli avete incontrato per la costituzione di questo cartello?

R. L'ostacolo prioritario è che questo cartello, siccome non voleva schierarsi con partiti politici, avere cappelli politici, inizialmente si è autogestito nella maniera più totale possibile, per il 23 maggio siamo andati avanti con le fotocopie, nessuno ci ha dato mai niente, una lira, capisci, una lira! Nemmeno un manifesto, niente.

D. Ma non li avete richiesti voi?

R. No, no, non solo non li abbiamo richiesti, non ce li hanno dati proprio, capisci, ma non solo a livello di Comune, istituzionale, dove noi non chiedevamo assolutamente niente, ma nemmeno, capisci, i partiti, qualsiasi partito, buono, piccolo o grande che sia ecc., e siamo andati avanti perché il cartello delle associazioni non si schierava con i partiti, si schierava con la gente, con le persone, con le esigenze, e quindi se doveva dire una cosa non c'erano gli amici partiti o i nemici partiti, era abbastanza trasversale, poi le difficoltà che abbiamo avuto è che quando il cartello è diventato "appetibile", perché appunto, facevamo... ecco, dopo i 100.000 del 23 maggio, ovviamente, al contrario, tutte le forze partitiche partecipavano, volevano partecipare, perché volevano strumentalizzare il cartello, fortunatamente, siccome abbiamo preso questa linea dei progetti concreti, sui progetti concreti c'è poco da discutere... teorie, ideologie, o cose di questo genere, se tu devi aprire la scuola dello Zen, devi aprire la scuola dello Zen, tutti i compagni di strada sono ben accetti, ma è questo l'obiettivo, cioè su questo, naturalmente, i partiti non si sono trovati a loro agio, anzi non ci potevano quagliare niente e quindi non si sono più presentati, questo è stato un grosso pericolo, (...) ma poi il pericolo, il pericolo più subdolo e continuo è questa città, questa città che stanca, questa città che... su cui ogni giorno c'è una cosa diversa, uno dovrebbe andare dietro ad ogni cosa, realmente, e non ce la facciamo, non ce la possiamo fare, sicuramente, perché ogni momento c'è una cosa su cui dovremmo fare manifestazioni, dovremmo fare presenze, proteste, pressioni, o cose di questo genere, ecco perché abbiamo scelto delle cose significative.

D. Durante le vostre attività, sono sempre questi gli ostacoli che incontrate?

R. Sì, essenzialmente questi. Al contrario, invece, c'è stata un'educazione comune, l'ascoltare l'altro... tra le associazioni, cioè nelle riunioni man mano si... creava un clima più familiare delle solite riunioni, fumose, confusionarie, anche molto spesso stancanti perché prima c'era molta conflittualità... ti ripeto, sulle cose concrete c'è più da agire e poco da sbizzarrirsi, e quindi questo è stato, un poco, lo stile... quindi abbiamo e stiamo continuando in questo modo, abbiamo raccolto i soldi ed abbiamo comprato un computer, abbiamo fatto l'ufficio...

D. Come è organizzato, strutturato, Palermo Anno Uno?

R. E' organizzato con una segreteria che è una segreteria tecnica, che lavora proprio all'organizzazione delle riunioni, ai contatti ecc., dopo ci sono una serie di capi referenti, settore scuola, settore parrocchie, settore associazioni società civile...

D. Anche i singoli possono aderire a Palermo Anno Uno?

 R. Certo, certo, possono aderire, perchè noi dobbiamo in una... fisica cartina di Palermo, andiamo a colmare dove ci sono carenze, cerchiamo di trovare dei punti di appoggio, ecco il discorso del controllo del territorio, e quindi questa è un poco la nostra ottica.

D. Anche voi vi siete divisi per famiglie!

R. No, ma infatti noi scherzosamente diciamo, tanto per prenderci in giro, perché è giusto che ogni tanto... che in realtà noi stiamo rifacendo il discorso di controllo mafioso, dove al posto dei capi decina ci sono le associazioni, e i referenti... però tutte le decisioni, di carattere, chiamiamolo, squisitamente... politico, nel senso di prese di posizione ufficiale, si fanno in maniera assembleare, non esiste un direttivo.

D. Sono i capi referenti ad organizzare le varie attività?

R. I capi referenti, naturalmente si lavora sempre in maniera assembleare, perché nella riunione si porta la discussione, il progetto, o la manifestazione, o la cosa che si deve fare, e poi l'organizzazione, è proprio un'organizzazione... operativa, cerchiamo di essere quanto più capillari possibile.

D. Quindi le decisioni vengono prese in assemblea

R. E le cose operative, pratiche, si fanno in segreteria, l'abbiamo fatto perché non si poteva ogni volta... discutere, anche le minime cose.

D. Quante associazioni, gruppi, riunivate all'inizio?

R. Una trentina, ora siamo 57, quasi 60...

D. A Palermo Anno Uno hanno aderito anche associazioni che non nascono come associazioni antimafia...

R. Certo, certo, l'Associazione Palermitana per la Pace, io faccio parte dell'Associazione Palermitana per la pace, faceva altre robe prima... la guerra del golfo, l'educazione contro la violenza, e cose di questo genere... però vedi, la cosa importante è che tutte queste associazioni, io ti faccio l'esempio dell'Associazione per la Pace, fare pace a Palermo significa lavorare per i diritti e contro la violenza, e quindi contro la mafia... il discorso dell'ambiente, il discorso della distruzione del territorio, del cemento... la scuola, ecco, il comune denominatore, poi, è la lotta contro la mafia.

D. Il vostro è un coordinamento di fatto o lo avete già costituito formalmente?

R. No, no, e né intendiamo formalizzare, perché è assolutamente inutile, Palermo Anno Uno non è un'associazione, è proprio un servizio a tutte le associazioni.

D. In cosa Palermo Anno Uno differisce dal primo Coordinamento Antimafia, che si è tentato di costituire a metà degli anni Ottanta?

R. Io non lo so, non vorrei fare dei paragoni, sai, perché la storia è diversa, perché? Ma perché non si può paragonare una struttura nata dopo le stragi Falcone e Borsellino ad una cosa precedente, diceva qualcuno "Noi cresciamo con i funerali", forse è così, forse è così, però lo spirito che ha animato le persone dopo queste cose non si può assolutamente paragonare con... quello di prima.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TANO GRASSO - Socio fondatore dell'ACIO di Capo d’Orlando

 

 

Capo d'Orlando, 5 Dicembre 1993

 

D. Può parlarmi dei primissimi tentativi di costituire l'ACIO?

R. Ci fu un primo tentativo che fallì, secondo me, perché si era svolto in una data ravvicinata alla scadenza delle elezioni amministrative del 1990, e, quindi, qualcuno dell'establishment politico e delle categorie professionali di Capo d'Orlando, temeva che un associazione sarebbe stata una variabile incontrollabile, e si adoperò per fare abortire il tentativo, il primo tentativo fallisce... ... solo questo fu il tentativo, che si fece nel '90, dopo l'attentato alla pasticceria Pullella e i colpi di pistola contro Marotta, poi quell'iniziativa riparte nel mese di ottobre del '90, quando dopo avviene questo fatidico incontro fra me e Ciccio Signorino, allora la prima riunione...

D. Quindi la prima scintilla si è avuta con questo incontro?

R. Questo incontro fra me e Ciccio Signorino davanti il mio negozio, poi la sera la riunione... padre Totino, tutti gli altri, e poi via via...

D. Oltre che per opporsi al racket, si era già pensato di costituire un'associazione di commercianti per altri motivi?

R. Sì, già io avevo preso, nell'estate, un'iniziativa soprattutto legata ai commercianti del settore abbigliamento, avevamo fatto alcune riunioni, un gruppo di commercianti, del settore dell'abbigliamento e calzature.

D. Nell'estate del 1990?

R. Sì, non era legata al racket, era legata ad una esigenza di un'organizzazione di categoria in generale, però, quando poi si parte a ottobre, novembre del '90, si parte con la connotazione chiara, ed esplicita dell'obiettivo del racket, anche se nello statuto non è stato messo, perché nello statuto è stata messa una formulazione più generale a difesa degli interessi degli operatori economici, ma l'impronta iniziale è stata questa. Io ricordo, quando abbiamo fatto la prima riunione di presentazione "Questa è una associazione antiracket, che nasce con queste finalità, poi ci sono altre finalità, ma la finalità primaria è questa". Perché doveva essere questa la finalità primaria? Perché intanto vi erano state, o si stavano verificando i fatti nei confronti di Sarino Damiano, di Signorino, di Scaffidi, di Faranda, e quindi l'associazione doveva nascere, doveva essere lo strumento di tutela, di copertura, di sicurezza, per queste persone.

D. Quando è stato steso lo statuto nella forma attuale?

R. Nella prima riunione, prima di andare dal notaio, quello è uno statuto banale, uno statuto tipo, banalissimo, senza grandi pretese, del resto nessuno pensava... anche nel nome ACIO, Associazione dei Commercianti Orlandini, nessuno avrebbe potuto mai immaginare, cosa sarebbe diventato l'ACIO, e il ruolo nazionale che questa associazione avrebbe avuto, per cui lo statuto è uno statuto tipo.

D. Se non si fosse presentato questo grave problema dell'estorsione probabilmente l'ACIO non sarebbe nata...

R. No, si sarebbe fatta l'associazione di categoria, probabilmente, si sarebbe occupata, dei problemi del commercio, dei problemi della qualità del commercio, della promozione del commercio...

D. Perché, vista l'esistenza di altre associazioni come la Confcommercio, la Confesercenti, c'è stata la necessità di costituire l'ACIO?

R. Per due motivi. Il primo motivo, immediato, che a noi era chiaro, ed era il fatto che le altre associazioni di categoria, in particolare una, solo la Confcommercio esisteva a Capo d'Orlando, erano associazioni morte, dal punto di vista della organizzazione delle categorie professionali, erano associazioni morte, cioè che non esercitavano alcuna attività di tutela, e di sostegno dei commercianti, e, quindi, intanto, questo fatto, e quindi questa scelta implica, chiaramente, una sfiducia nei confronti di queste associazioni. Il secondo motivo, ma questo con il senno del poi, e che io indico sempre negli altri comuni dove vado, è che per affrontare un problema di questo tipo, quale il problema del racket, il modello ideale, è quello di un'associazione sul modello di Capo d'Orlando, cioè non le associazioni burocratizzate, o burocratiche, come può essere la Confcommercio, o le altre associazioni di categoria, quindi con le loro gerarchie, con i loro filtri di mediazione, ma l'associazione diretta di base, da parte degli imprenditori, proprio un'associazione di base degli imprenditori, perché questo? Perché quando si tratta, non bisogna mai dimenticarlo questo, quando si tratta di opporsi al racket, il commerciante che decide di fare questa scelta, mette in gioco la propria sicurezza, anche la propria vita, e quindi deve avere uno strumento che sia lui stesso a gestirlo, in prima persona, e di cui lui stesso si debba fidare, di cui lui stesso avverta che può fidarsi, quindi sono comitati, come dire, autogestiti, ecco questo deve essere, gestiti direttamente dagli imprenditori, anche perché, continuando sempre sul problema, quando si affronta un problema come il racket, su cui c'è tutto questo discorso, non è possibile delegare, delegare ad altri perché, ripeto, tu giochi la tua pelle e, giustamente, te la vuoi vedere tu... non puoi delegare ad altri, questo è un punto cruciale per capire il significato delle associazioni antiracket, cioè che non sono associazioni antimafia come le altre, hanno questa caratteristica, siccome affrontano un problema, questo problema, può essere contrastato solo se il commerciante rischia, se il commerciante denunzia, se il commerciante collabora con le forze dell'ordine, per tutti questi motivi, deve vedere coinvolti direttamente i commercianti.

D. Quali sono stati gli ostacoli principali che avete incontrato per la costituzione dell'ACIO?

R. Quelli, gli stessi che avevano impedito la nascita dell'associazione in una prima fase.

D. Quelli politici?

R. Quelli politici, un atteggiamento di grande ostilità, da parte di quasi tutte le componenti politiche, di Capo d'Orlando, dell'establishment, usiamo questo termine, dell'establishment politico di Capo d'Orlando, i quali temevano, ed avevano ragione a temerlo, con il senno del poi, che questa esperienza potesse diventare una variabile incontrollabile per i loro giochi e per il sistema di potere di Capo d'Orlando, infatti l'ACIO ha fatto saltare quel sistema di potere.

 

D. Anche le forze di opposizione si opponevano a questa associazione?

R. Ma c'era un atteggiamento di... da parte delle forze di opposizione c'era magari, un atteggiamento di diffidenza, di freddezza, perché, chiaramente l'ACIO rimetteva tutto in discussione, come lo ha rimesso tutto in discussione.

D. Come si riuscirono, poi, a superare questi ostacoli?

R. Il passaggio cruciale fu il 29 Agosto del 1991, cioè quando si ha la percezione diretta del rischio che si correva: uccidono Libero Grassi, viene data la scorta a me, in quel momento la percezione, sia della classe politica, ma soprattutto a livello dell'opinione pubblica, diventa, la percezione del pericolo diventa forte, e allora scatta un meccanismo di solidarietà attorno a noi, non scatta automaticamente, io ricordo, racconto nel libro, questo incontro che vado a fare con il Sindaco a casa, quando lo vado a cercare, cioè ad un certo punto si capisce che non si poteva più continuare noi a fare le cose ed il sindaco ad averlo nemico, bisognava rompere questa situazione e la data di svolta fu il 29 Agosto, dopo quell'omicidio, di svolta anche rispetto all'opinione pubblica, la quale opinione pubblica guardava a questa esperienza nostra come ad una esperienza corporativa, anch'essa con diffidenza, c'era una diffidenza generale, cioè nel senso è un'associazione di commercianti che si difendono il loro interesse, cioè la dimensione generale, della battaglia non fu compresa subito, la dimensione generale qual era, che tu nel momento in cui lottavi gli estorsori non salvaguardavi solo gli interessi tuoi di commerciante, ma salvaguardavi gli interessi generali di una comunità, liberavi la comunità di Capo d'Orlando dalla violenza mafiosa, questo è il punto.

D. E questo venne percepito chiaramente?

R. Venne percepito dopo il 29 Agosto, fu chiara la percezione.

D. Io percepivo un po’ di ostilità nei confronti dell'ACIO, da parte dell'opinione pubblica, in quanto la si accusava di offuscare il buon nome della cittadina, e quindi di danneggiare il turismo...

R. Sì certo, c'erano tutte queste... io questa cosa non la scrivo nel libro, ma la scrive Totò Costantino, con Totò Costantino abbiamo scritto la prima parte del libro, l'abbiamo scritta insieme, ed io racconto allora, perché l'ho scritta a caldo, prima del 29 Agosto l'avevamo scritta, sai c'era questo clima di diffidenza "Eh, distruggerete l'immagine di Capo d'Orlando, il buon nome...", e invece abbiamo salvato una comunità.

D. Per quanto riguarda gli ostacoli politici relativi alla costituzione, come mai nel febbraio del '90 non si riuscirono a superare e nell'ottobre invece si?

R. Forse le elezioni amministrative erano passate...

D. Forse anche perché era aumentato il numero degli attentati

R. Poi il pericolo aumentava...

D. Quali ostacoli incontra l'ACIO durante la sua attività?

R. Ormai bisogna distinguere due cose, bisogna distinguere un pezzo che appartiene alla storia, quello del processo che si è concluso a giugno, in Cassazione, e perciò ormai appartiene alla storia, il problema di oggi dell'ACIO è che, esaurita una fase processuale, liberato, sostanzialmente un territorio, cosa deve essere l'ACIO? E questo è il problema, è chiaro che, tu capisci, il pericolo qual è? I pericoli sono due, da un lato la cristallizzazione in un museo, quindi l'ACIO diventa qualcosa da mettere in un museo, da ammirare e da osservare, dall'altro lato l'ACIO diventa un associazione di categoria. No, deve trovare una soluzione di equilibrio, allora non si cristallizza e né diventa una volgare associazione di categoria se riesce a promuovere, ed è quello che si sta facendo andando in giro per l'Italia a fare nascere altre associazioni, a mantenere vivo questo interesse, e ad essere lo strumento di una maturazione di tutta la comunità, questo patrimonio e questa esperienza deve appartenere a tutti, deve fare crescere, elevare, le coscienze civili dei cittadini di Capo d'Orlando.

D. Oltre l'importante condanna degli estorsori, quali altri risultati ha già ottenuto l'ACIO?

R. E ti pare poco? Il problema della sicurezza, il problema della sicurezza, quando tu ce l'hai, la sicurezza non riesci ad apprezzarla, cioè la sicurezza è uno dei beni, come molti dei beni immateriali, che quando tu ce l'hai non la riesci ad apprezzare, come la libertà, siamo uomini liberi di esprimere il nostro pensiero, non la riusciamo ad apprezzare, ma se ci ricordassimo che durante il fascismo chi esprimeva il proprio pensiero andava in galera, allora tu l'apprezzi, voglio dire aver ridato sicurezza a questa comunità non è stata una cosa secondaria, cioè Capo d'Orlando poteva diventare come Barcellona, nell'arco di TAC! Di un tempo minimo, come Messina, come Messina dove tutto è avvenuto, a Messina, nell'arco di 10 anni, aver dato sicurezza a questa comunità è stata una cosa importante.

D. Quindi, all'inizio eravate 7, poi quando si è costituita l'associazione eravate 27...

R. Poi arriviamo, al primo colpo, siamo arrivati a 100 e poi a 150

D. Quando ci sono state le maggiori iscrizioni?

R. Mah, il salto decisivo avviene dopo il 29 Agosto, che si arriva a 150, però già prima, fino a quel momento eravamo arrivati a un centinaio.

D. Si sono mantenute queste adesioni?

R. No, alcune, adesso sono venute meno.

D. Com’è stato il vostro rapporto con la Chiesa e con la Scuola?

R. La scuola, nella fase storica dell'ACIO ha dato un contributo decisivo, cioè nel senso che gli studenti, più della scuola, gli studenti, hanno contribuito in maniera determinante a rompere quel clima di diffidenza che nell'opinione pubblica circondava l'ACIO, gli studenti furono un elemento decisivo, io non potrò mai dimenticare quella famosa manifestazione che fu fatta... che si concluse davanti all'ACIO, durante il processo, ...fu una cosa di grande forza.

D. E per quanto riguarda la Chiesa?

R. Mah, il rapporto qui è stato oscillante, nel senso che ci fu questa grande delusione che abbiamo avuto, quando venne trasferito padre Totino, e venne trasferito nel momento cruciale, nel momento in cui iniziava il processo, il processo di Patti, poi, per fortuna, con monsignor Casella abbiamo recuperato un solido rapporto, però un poco di... di delusione fu provata in noi... e anche la Chiesa oggi continua a essere, come dire, un punto di riferimento solido, per la nostra esperienza, dal punto di vista morale, dal punto di vista... anche pratico.

D. Qual è l'origine della mafia dei Nebrodi? E’ un mafia che proviene dai pascoli?

R. Sì, su questo non c'è dubbio, cioè nasce in una contingenza economica che chiude alcune valvole economiche, legate sempre ai grandi contributi, alle condizioni di maggiore difficoltà e di maggiore controllo sull'elargizione di denaro pubblico, nasce come una mafia dei pascoli, all'inizio, però riesce ad evolversi in tempi rapidissimi. Allora che succede, ad un certo punto, però, questa mafia tortoriciana si evolve con una rapidità impressionante verso una vera e propria mafia moderna, il salto di qualità avviene in due direzioni, da un lato il rapporto con Barcellona, e dall'altro lato il rapporto con Palermo.

D. Pensavo che avesse più che altro legami con Catania

R. Tramite Barcellona c'è Catania ma dall'altro lato anche con Palermo, ...e oggi possiamo dire, con certezza, che la mafia di Tortorici era inserita dentro Cosa Nostra, sono processualmente accertati dei rapporti con palermitani, nel nostro processo, io accenno a qualche cosa da questo punto di vista, e credo che uscirà ancora più materiale da questo punto di vista.

D. A quando può farsi risalire la nascita...

R. Questo salto di qualità avviene negli ultimi 10 anni.

D. E la nascita a quando può farsi risalire?

R. ... nel dopoguerra, ma il salto di qualità avviene negli ultimi 10 anni con le estorsioni alle grosse imprese edilizie, con l'attività estorsiva nei confronti di queste grosse imprese, ecco lì avviene il salto.

D. Quindi questa mafia iniziò con l'abigeato...

R. Sì.

D. Quante associazioni antiracket sono nate in Sicilia?

R. Mi pare che sono una ventina.

D. E' stato costituito un Coordinamento regionale?

R. Sì, da molto tempo, dal '92, dal giugno del '92.

D. E' formalmente organizzato, strutturato?

R. No, ci si incontra... si fa il punto...

D. Dunque il Coordinamento consiste in questi incontri mensili, non c'è una struttura?

R. No, guai, non la abbiamo voluta fare la struttura per evitare di diventare come la Confcommercio, come la Confesercenti, cioè una struttura burocratica, siccome parliamo di un problema rispetto al quale, se c'è burocrazia il problema non esiste più, non lo puoi più affrontare, allora bisogna fare questa scelta.

D. Il coordinamento consiste in questo, che vi riunite...

R. Sì, prendiamo posizioni comuni...

D. che ostacoli incontra il movimento antiracket in Sicilia?

R. Che non c'è nella Sicilia occidentale, cioè nelle province dove il fenomeno estorsivo ha più antiche radici ed è più storico, dov’è più radicato, dove è più da tanto tempo che si paga, dove più il pizzo è un fatto normale, e sono le province di Palermo, di Trapani e di Agrigento, lì c'è grande difficoltà, le associazioni nascono nella Sicilia orientale.

D. Nella Sicilia occidentale non ce n'è nessuna?

R. No, c'è questa esperienza di Palermo, di SOS Impresa Palermo, mah.. basta.

D. Può darmi qualche informazione su SOS impresa?

R. Io sono il presidente nazionale per ora.

D. Quindi SOS impresa non esiste solo a Palermo

R. No c'è un rete nazionale però è una cosa... ha il limite di essere un'associazione promossa da una associazione di categoria, che è la Confesercenti, serve per promuovere, per accordo, per consulenza...

D. Si può definire un'associazione antiracket?

R. Di promozione, sì, di coordinamento antiracket..., ma le vere associazioni antiracket sono quelle tipo l'ACIO.

D. SOS impresa promuove iniziative come il numero verde...

R. Sì, queste cose qua.

D. Quante denuncie antiracket si contano a Palermo?

R. Poche.., niente.., a Palermo ci sono commercianti che vengono denunciati, che sono in giudizio per non aver collaborato con le forze dell'ordine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PADRE SALVATORE RESCA -  Socio fondatore dell'Associazione Città Insieme

 

 

Catania, 21 Dicembre 1993

 

D. Quando è nata Città Insieme?

R. Questo movimento è nato nell'87, ed è nato... l'input preciso della nascita del movimento è venuto una sera in cui un gruppo di persone qui della parrocchia, perché c'è una parrocchia vicino, poi su questo le darò delle precise... notizie, per distinguere bene il ruolo della parrocchia dal ruolo del movimento, che sono due cose diverse, abbiamo invitato Nando Dalla Chiesa, anzi, proprio da Palermo, mi ricordo che noi avevamo dei contatti con Città per l'Uomo di Palermo, per presentarci il suo libro "La Palude e la Città", è venuto Nando Dalla Chiesa, abbiamo fatto un bellissimo dibattito, c'erano circa 150, 200 persone, lei conosce benissimo la sua definizione di città civile che è a metà fra la società criminale e la società politica, è quell’enorme cumulo di vizi e di virtù che bisogna stimolare, tutta quella definizione che lui sociologicamente, evidentemente dà, fatto questo discorso poi siamo andati a cena con Nando Dalla Chiesa, e poi ci siamo ritrovati proprio qui sulla piazzetta, per essere proprio, dal punto di vista storico precisi, e abbiamo detto "Che facciamo per questa città?", era una città in... che era a quei tempi in mano ai comitati d'affare in maniera totale, una città in cui c'era stato l'omicidio di Pippo Fava e non si sapeva nulla, una città la quale era ridotta in una maniera gravissima, come anche adesso del resto, dalle amministrazioni che c'erano state e si erano susseguite almeno dall'80 in poi, i quartieri periferici degradati, tutto quello che, evidentemente si può evincere dall'analisi di una città come Catania, che poi è molto simile, per altri versi, anche alle città del Sud, abbiamo detto "Vediamoci ogni mercoledì, qualche cosa nascerà", e allora da quel momento in poi ci siamo cominciati a vedere mercoledì per mercoledì e il nostro obiettivo era semplicissimo, guardare la città, guardare i bisogni della città, sensibilizzare i cittadini ad aprire gli occhi sui bisogni della città, vedere perché questi bisogni non erano esauditi, vedere perché questi servizi, questa vivibilità non c'era, e andare a cercare le colpe di questa situazione, le colpe di questa situazione, evidentemente, risalgono a chi? Agli amministratori, specialmente agli amministratori di quel periodo, i quali tutto avevano in testa se non che di fare l'interesse della città, e facevano i loro affari, e questo noi lo sappiamo in una maniera assolutamente evidente ... Guardare la città, guardare i bisogni della città e quindi andare a cercare la causa di queste disfunzioni, la causa di queste disfunzioni, evidentemente era l'amministrazione, e quindi creare un rapporto dialettico con l'amministrazione, che a quei tempi era un rapporto certamente conflittuale, perché noi cercavamo di vedere quali leggi c'erano a monte e per quali motivi queste leggi non venivano applicate per venire incontro alle varie situazioni negative che c'erano in città. Ed è cominciato così questo lavoro che come gamma comprende da un lato la sensibilizzazione dei cittadini ad interessarsi della loro città, a partecipare, quindi il concetto di partecipazione, non come clientelismo, come assistenzialismo, come interesse diretto, interesse diretto ai problemi e alla possibilità di risolvere questi problemi, e quindi il confronto con gli amministratori, il confronto con gli amministratori che si svolgeva, ed ha continuato a svolgersi in un doppio modo, intanto partecipando in una maniera diretta, c'è stato un periodo in cui partecipavamo in massa, adesso partecipiamo con dei rappresentanti, al consiglio comunale, per vedere di mettere, veramente, le mani all'interno della macchina amministrativa, quindi partecipazione al consiglio comunale, studio di delibere, studio dei bilanci della città ecc.

D. Come il COCIPA a Palermo

R. Sì, qualcosa del genere, anzi qui stava nascendo qualcosa di quel genere lì che poi non è nata per le situazioni amministrative che si sono create dopo, e poi anche il confronto, che continua ancora adesso, e questo in maniera abbastanza puntuale e precisa, tra amministrazione e cittadini, cioè chiamare l'amministratore, l'assessore o il sindaco o il funzionario o chiunque sia, a rendere conto davanti ai cittadini della sua amministrazione, in assemblee con una tematica precisa, la quale affronta, volta per volta, questo tipo di discorso, questo è stato un po’ il punto di partenza che, evidentemente, poi si è allargato in una rosa di iniziative varie, che tendevano, in ogni caso, a sensibilizzare sempre di più la città e a farla partecipare, una delle cose che ricordo, ... il corso di formazione politica per i giovani ... e poi tante altre iniziative sulla stampa, sull'informazione a Catania, noi abbiamo anche un giornale (Città Insieme), e quindi siamo andati avanti in questo tipo di situazione, questa è l'esperienza, volevo dirle che l'esperienza è nata in questo terreno, di questa parrocchia, che è una parrocchia un poco anomala, perché era una parrocchia che già da parecchio tempo si interessava di problemi sociali, specialmente su 2 settori: il settore della mafia, e il settore anche della pace e degli armamenti, lei ricorderà che intorno agli anni 1987-89 c'era tutto il problema dei missili di Comiso ecc., quindi l'ambiente della parrocchia era un ambiente assolutamente sensibilizzato a queste situazioni qui, e quindi la nascita di questa nuova sensibilità, di interessarsi direttamente per la città, ha trovato un terreno molto favorevole su cui poi, evidentemente si è sviluppata, però il movimento Città Insieme non si identifica con la comunità parrocchiale, è un movimento che vuole essere laico, pesca, evidentemente, anche qui... perché il parroco, io non sono il parroco, ci concede l'uso di questi ambienti, ma non si identifica assolutamente con la comunità parrocchiale, anzi può capitare che la comunità, in quanto tale, pigli una posizione, rispetto a determinati argomenti, e Città Insieme, con un suo direttivo e con una sua linea politica, ne pigli tranquillamente un'altra, quindi non si identifica

D. Quindi è un'associazione aconfessionale

R. Quindi è aconfessionale e laico, questo discorso qui bisogna assolutamente... anche se ci sono io in mezzo, come tanti altri, noi non siamo dei cattolici che facciamo politica, siamo dei cittadini, in cui ci sono dei cattolici, dei marxisti, dei liberali... siamo aggregati qui perché siamo nati qui, evidentemente ognuno porta all'interno della sua esperienza questo retroterra suo, culturale, queste motivazioni, ognuno va a cercare le motivazioni secondo il retroterra che è maturato nella propria esperienza umana o nella propria esperienza politica, però, concretamente, non c'è assolutamente uno stampo, noi non abbiamo nessun rapporto con la gerarchia ecclesiastica, con... anzi le dirò, così con molta franchezza, che per certe nostre prese di posizione che riguardano in maniera particolare i rapporti fra la Chiesa e la mafia, o meglio ancora, il fatto che la Chiesa in generale abbia goduto di protezioni dal punto di vista economico, dal potere politico in Sicilia, che è rappresentato in massima parte dalla Democrazia Cristiana, c'ha portato su posizioni molto critiche dal punto di vista del giudizio che noi diamo sugli interventi che la Chiesa ha fatto nel passato, ora un po’ di meno, ma non troppo di meno, e tutto... come dire, questo establishment, questo discorso politico-mafioso, e quindi io personalmente, e anche il movimento, abbiamo avuto dei contrasti perché non abbiamo approvato né il silenzio né la morbidezza con la quale la gerarchia ecclesiastica ha spesso affrontato il problema della mafia, che a nostro parere la prima cosa che la Chiesa dovrebbe fare sarebbe quella di rifiutare, anche per la prossima visita del Papa, che ci sarà, qualunque tipo di contributo, perché, in questo momento i canali attraverso cui passa il denaro, anche ancora, sono ancora denari sporchi, e sono canali sporchi non sono canali puliti, quindi questo le fa capire, in maniera molto immediata, questa... come dire... distinzione netta e precisa tra la parrocchia in quanto tale e il movimento di società civile in quanto tale, volevo dirle che una delle cose più interessanti, dal punto di vista della strutturazione, che è nata molto bene all'inizio, poi ha avuto un momento di pausa a metà, ed è rinata invece ancora adesso, è la strutturazione in commissioni di studio per particolari problemi, per esempio, adesso è inutile parlare del passato, parliamo del presente, abbiamo una commissione quartieri, per esempio, la quale si interessa delle problematiche dei vari quartieri specialmente di quei quartieri a rischio, abbandonati, non so... humus di delinquenza minorile ecc., e noi andiamo nei vari quartieri non tanto a portare una colonizzazione politica quanto a far suscitare, a suscitare nell'ambiente del quartiere delle persone che piglino la responsabilità della loro partecipazione, per esempio abbiamo fatto ultimissimamente un incontro nel quartiere Trappeto Nord che è uno dei quartieri di Catania più degradati, ce ne sarà un altro a San Giovanni Galermo se non mi sbaglio, stasera per esempio, c'è anche un'altra commissione che sta affrontando in maniera particolare il problema dei minori a Catania, con un progetto minori, che noi abbiamo elaborato l'anno scorso in vista delle elezioni comunali, è la seconda riunione che fanno insieme a tutti i rappresentanti degli enti responsabili di ciò che potrebbe essere un progetto minori, e stasera alle sette si riuniscono ancora una volta per mettere a punto determinate strategie operative per portare avanti e stimolare, evidentemente, la USL il Prefetto, il Sindaco, l'amministrazione, il Provveditorato...

D. Quali sono i principali mezzi, strumenti che usate per perseguire i vostri obiettivi?

R. I mezzi sono: la stampa quando la stampa ci ospita, non sempre; i mass media quando i mass media ci ospitano, con le televisioni abbiamo un rapporto più, come dire... liscio che con la stampa, perché la stampa è "La Sicilia", l'unico giornale che c'è, perciò a secondo delle posizioni politiche che trova, però abbiamo avuto qualche contrasto però tutto sommato si convive; poi abbiamo le assemblee del mercoledì; abbiamo il giornale che stampiamo e quando capita facciamo anche delle manifestazioni e dei volantinaggi, in particolari momenti, o per portare a conoscenza dell'opinione pubblica delle cose, per esempio, l'ultimo che c'è stato qualche giorno fa, è stato un volantinaggio di appoggio ai magistrati del pool catanese, che finalmente che si sono svegliati, che si sono mossi, e quindi sembra che si muove, e allora questi magistrati, poveretti, è inutile lasciarli assolutamente soli cerchiamo... oppure qualche manifestazione nel momento in cui avviene qualche fatto eclatante che bisogna sottolineare o che bisogna spingere, per esempio, i fatti che sono capitati qui di fronte, abusivismo edilizio, in cui dobbiamo dire purtroppo che abbiamo perso la causa, perché abbiamo fatto questo tipo di pressione ma il giudice ha dato ragione agli abusivi derubricando il reato di abusivismo dal punto di vista penale e passandolo sul piano amministrativo, quindi, praticamente, gli hanno fatto pagare la multa ma stanno costruendo abusivamente dove il piano regolatore diceva che doveva esserci una piazza ... e questi sono i mezzi con cui evidentemente ci mettiamo in contatto, ripeto, volantinaggi, manifestazioni, televisioni private, radio private, giornale e assemblee, le assemblee sono generalmente ogni mercoledì, ne salta qualcuna qualche volta, e in cui si affrontano o temi che riguardano la città o c'è questo confronto con gli amministratori, per esempio un altro dei temi che abbiamo affrontato 2 mercoledì fa insieme a due giudici Caponcello e Lima, ed a un avvocato, abbiamo affrontato il problema del colpo di spugna del Parlamento, perché evidentemente la sensibilizzazione politica nei riguardi dei cittadini non la facciamo solamente su argomenti che riguardano la problematica cittadina ma anche su argomenti di indole generale che, evidentemente poi sono afferenti ai problemi che noi trattiamo qua nella città stessa.

D. Mi racconta qualche attività particolare che avete portato avanti... ad esempio, ho letto della vostra battaglia contro l'occupazione abusiva del luogo pubblico che sta qui di fronte, da parte della concessionaria d'auto di Nitto Santapaola.

R. Quella è diventata, come dire... mitica

D. E' finita bene per voi?

R. Sì, è finita bene nel senso che la Pam Car che probabilmente apparteneva al clan Santapaola, è andata via per le nostre proteste, è finita bene nel senso che poi l'amministrazione comunale ha appaltato alla ditta Mirenna il verde pubblico spendendo 1 miliardo e 200 milioni, è finita male nel senso che ancora i lavori non sono finiti, ci hanno fatto una colata di cemento quindi noi abbiamo protestato a lungo contro questo discorso, abbiamo fatto delle assemblee qui con i progettisti, abbiamo fatto cambiare il progetto, ora sembra che con l'amministrazione Bianco appena finiscono le vacanze di Natale dovrebbero ricominciare i lavori per metterlo a posto, insomma questa è una battaglia che non finisce mai, ecco questa è stata una delle cose più... 5 anni che ci siamo sopra non siamo riusciti ancora a sbloccare, evidentemente non siamo anche riusciti perché le amministrazioni del passato erano più sorde di quella che c'è ora, ora una certa collaborazione, una collaborazione che non è esente da critiche evidentemente, perché noi abbiamo anche con questa stessa amministrazione che, a dire il vero, abbiamo appoggiato, non è che è una collaborazione acritica, una collaborazione fatta ad occhi chiusi, è una collaborazione che nel momento in cui c'è qualche cosa che non ci sta bene noi siamo assolutamente pronti a dire "No, questa situazione non va, dobbiamo assolutamente cambiare registro", nei limiti in cui riusciamo, evidentemente, a farci sentire e a farci... però ci sentono, tutto sommato hanno anche un certo quale interesse a non farsene dire quattro, quindi questo ci aiuta da questo punto di vista.

D. Quali attività sono riuscite a coinvolgere meglio?

R. Mah, cosa possiamo dire... le assemblee coinvolgono molto, le assemblee.

D. Le assemblee sono aperte solo ai soci?

R. Le assemblee no, la struttura è questa, noi abbiamo dei soci, e questi soci eleggono una volta l'anno, che dura un anno in carica, il direttivo, formato da 15 elementi, però le assemblee dei soci si fa una volta l'anno per questo motivo, poi tutte le attività, comprese quelle del direttivo, sono aperte, cioè non esistono attività chiuse, tutte le attività, l'unica attività chiusa è l'assemblea annuale dei soci che sono quelli che pagano, evidentemente, una quota annuale, mi pare che sia 50.000 lire, e che si riuniscono per eleggere il direttivo, chiunque può partecipare, basta che si tesseri, ma tutte le altre attività tutte, sono attività aperte, sia il direttivo, che lo facciamo ogni domenica alle 19, sia le assemblee, che sono assolutamente aperte a qualunque... chiunque venga può entrare.

D. Quindi è aperta a tutti i cittadini

R. Sì, tutti i cittadini possono assolutamente... anzi noi ne facciamo propaganda, cioè sul giornale, sul quotidiano, ogni mercoledì c'è il città flash in cui spunta il titolo, l'argomento dell'assemblea, il dibattito, i personaggi presenti ecc., quindi, quando si può, poi facciamo anche un resoconto sullo stesso giornale, o sul nostro giornale, di quello che è avvenuto, quindi sono assolutamente aperte.

D. Che ostacoli avete incontrato per costituire questa associazione e nello svolgere la vostra attività?

R. Mah, l'ostacolo, gli ostacoli sono 2, fondamentalmente, il primo ostacolo è la, come dire, l'insensibilità politica dei catanesi, che, se lei viene da Palermo, è una città dal punto di vista politico molto più addormentata.

D. Catania?

R. Eh sì, esistono i soliti gruppetti, i soliti gruppuscoli che fanno parte della sinistra, della vecchia sinistra, che non è che riesca ad aggregare moltissima gente, tanto per dirle, qui l'unica occasione in cui siamo riusciti ad aggregare dalle mille alle duemila persone fu quando è morto Falcone, mentre a Palermo si è mossa la città.

D. Non più di mille, duemila persone?

R. Sì, non più di mille, duemila, cerchiamo di essere chiari e precisi, nella maniera più assoluta, cioè il catanese, a mio parere, è ancora molto individualista, molto sfiduciato, e d'altra parte è spiegabile questo discorso qui perché, evidentemente, 50 anni 0 40 anni 0 30 anni o quanto vogliamo, di malgoverno hanno creato quella acquiescenza, dal punto di vista della coscienza politica, ed anche hanno creato quel farsi strada per i propri interessi attraverso i propri canali, io insomma le mie cose personali me li risolvo da me, perché, evidentemente poi il politico era interessato da questo punto di vista, quindi creare, stimolare la partecipazione dei cittadini, questa è una cosa molto... ... il secondo ostacolo è questo, l'impatto con i partiti, perché i partiti, volta per volta, hanno tentato di fagocitare il movimento.

D. Strumentalizzarlo

R. Strumentalizzarlo, fagocitarlo, farlo rientrare all'interno dei loro schemi, per cui, volta per volta, noi siamo stati, come dire... identificati, prima con il PDS, poi coi Verdi, poi con Bianco ecc., mentre invece noi, a parte il fatto che all'interno del movimento lasciamo la pienissima libertà di decidere e di avere scelte politiche completamente diverse, anche se, dobbiamo dire, onestamente, che ci collochiamo in un'area progressista, per dire, un'area di sinistra, questo è ovvio, perché altrimenti questo discorso qui non avrebbe assolutamente... non esistono movimenti di società civile di centro o di destra, se esistono sono falsi movimenti di società civile che hanno un'etichetta che sono comitati elettorali... però, una volta fatto un pezzo di cammino, noi ci siamo poi rivoltati contro questo discorso qui, perché non ci interessava né il partito né l'ideologia né altro, ci interessava, invece, fare funzionare, in maniera molto semplice e diretta e concreta, determinate strutture, questo ci interessa, quindi, dai partiti abbiamo avuto ostacoli terribili, ... da parte, diciamo così, dell'opposizione, una ostilità totale, da parte dell'opposizione a noi, quindi da parte dei partiti di governo, da parte invece degli altri partiti questo tentativo, volta per volta, di farci diventare collaterali, evidentemente non era difficile accorgersene e quindi i fatti poi dimostrano, a posteriori, che il nostro discorso non è assolutamente un discorso partitico, anche se è possibile, volta per volta, fare un pezzo di cammino per una iniziativa particolare, ecco questo è il discorso.

D. Qual è la realtà sociale di questo quartiere?

R. Questo è un tipo di quartiere molto composito, perché abbiamo per un buon 50% una classe media, e poi abbiamo delle sacche in cui c'è una situazione di, a livello sociale, più bassa, però il movimento non è nato per il quartiere, il movimento è nato per la città, tanto è vero che noi ce ne andiamo nei quartieri periferici, non so se mi spiego, quindi non è tanto il discorso dei problemi solo del quartiere, infatti anche "Città Insieme", ecco la stessa parola lo dice, è un discorso che riguarda l'amministrazione globale della città, quindi al di là dei bisogni del quartiere che, tutto sommato, troppi non ne ha, evidentemente, messi in raffronto e in rapporto con i bisogni assolutamente terribili di altri quartieri, tanto è vero che noi abbiamo più rapporti con i consigli di quartiere e con le realtà dei quartieri degradati, tipo villaggio Dusmet dove abbiamo lavorato, tipo Trappeto Nord, San Giovanni Galermo, dove stiamo incominciando a lavorare, che con questo quartiere qui, anzi le dirò, molto spesso la gente che viene a Città Insieme non è del quartiere, come la gente che viene in chiesa qui non è del quartiere, perché questo quartiere è il tipico quartiere addormentato catanese, in cui la gente si fa gli affarucci suoi e non vuole assolutamente... anzi noi siamo una spina nel fianco, da questo punto di vista, non per nulla molto spesso, i muri della Chiesa sono imbrattati da scritte neofasciste ... non per nulla, questo è sintomatico da questo punto di vista.

D. Come è meglio definire Città Insieme: una comunità, un'associazione, un centro sociale?

R. No, no, nemmeno, non è una comunità perché non è una comunità ecclesiale, come un’associazione, un movimento di società civile, io dico movimento perché c'è un nucleo di persone, che non siamo molti eh! I soci saranno una cinquantina, quelli che ci muoviamo siamo una ventina, venticinque, però questo nucleo qui riesce a fare da volano, aggregando, volta per volta, tante altre persone, su iniziative concrete, l'iniziativa può essere una manifestazione, può essere un volantinaggio, può essere un'assemblea, può essere un'azione di forza fatta per impedire che avvenga un sopruso, come quella volta della Pam Car ecc. ecc., quindi è un nucleo di persone che individua dei problemi, e evidentemente più occhi ci sono più problemi si individuano, che poi aggrega, volta per volta, su questi problemi, tutti quei cittadini che vogliono, quindi noi abbiamo un mucchio di simpatizzanti, che magari li vediamo una volta e poi per mesi non li vediamo più, poi li rivediamo la prossima volta quando c'è un altro tipo di... di situazione.

D. Quanti eravate all'inizio?

R. I soci fondatori sono 11.

D. Quindi da 11 siete arrivati ora a 50?

R. Sì, sì, ma dico, quelli che si lavora, io sono molto concreto, io credo che quelli che lavoriamo in continuazione proprio, che programmiamo l'attività, non superiamo i 20, 25, però questo volano aggrega, di volta in volta, moltissime persone, a seconda delle iniziative che ci sono.

D. La gente che aderisce a questa associazione ha delle caratteristiche in comune, non so, si nota, ad esempio, una prevalenza di gente laureata...

R. La più varia, la più varia, abbiamo non so... quello che fa il ferroviere, lui che fa l'operaio, abbiamo il laureato, abbiamo il docente universitario, abbiamo il piccolo imprenditore, abbiamo l'impiegato, abbiamo il professore, abbiamo l'insegnante, insomma la composizione sociologica è la più varia possibile, abbiamo la casalinga, il pensionato, abbiamo i ragazzi, che fanno un gruppo a parte, cioè Città Insieme Giovani è con una attività che è legata al movimento, ma che è autonoma dal punto di vista delle iniziative...

D. Chi governava la città cercava di ostacolarvi o vi era, magari, indifferente?

R. No, il governo della città eravamo noi ad ostacolarlo, perché tutte le giunte che ci sono state prima erano giunte assolutamente basate sul clientelismo e sull'affarismo, quindi noi abbiamo fatto di tutto per farle cadere.

D. E loro, quindi, vi ostacolavano?

R. Sì, ci ostacolavano nel senso che, evidentemente, come dire... non ci guardavano di buon occhio, ostacolare cosa potevano farci? Perché noi le nostre attività le facevamo lo stesso, anzi direi che avevamo più grinta, più grinta, però, debbo dire che anche gli amministratori delle altre giunte, non so... il Sindaco Giusso, oppure il Sindaco Lo Presti, oppure il Sindaco... il sindaco che è venuto subito dopo Bianco... il famoso avvocato di Catania,  insomma i sindaci che ci sono stati, evidentemente, venivano, qui a parlare, ecco, lo cercavano il confronto, così anche gli assessori, venivano a parlare, evidentemente il discorso era molto più conflittuale di adesso, adesso c'è un discorso che è meno conflittuale, perché? Perché gli assessori che sono stati messi lì, sono stati scelti attraverso la nostra precisa collaborazione, c'è addirittura tra gli assessori uno che ha lavorato come un disgraziato a Città Insieme, che è Antonio Guarnaccia, per dirne una ecco, evidentemente, se ci fosse qualche cosa che non ci piace, anche in un assessore che è venuto fuori da Città Insieme, noi saremmo i primi a dirgli "Senti non ci piace quello che stai facendo cerchiamo di cambiare direzione".

D. E le istituzioni ecclesiastiche, vi hanno appoggiato o ostacolato?

R. Ma io direi ufficialmente né l'uno né l'altro.

D. Ignorato?

R. Ignorato, e penso che l'ignorare da parte dell'autorità ecclesiastica sia un ostacolare, un po’ perché già la Parrocchia in quanto tale, per certe sue dimensioni ecclesiologiche, non è ben vista dalla Curia qui, e poi il movimento in quanto tale, ecco io le dirò, mai dalla bocca del Vescovo, dall'87 al '93 quanti anni sono? 6 anni è uscita mezza parola di presa d'atto, non dico di approvazione, di presa d'atto di questa situazione qui, ripeto questo probabilmente è dovuto al fatto del nostro e del mio, in particolare, atteggiamento critico nei riguardi dei comportamenti che la Chiesa ha instaurato nei riguardi del fenomeno mafioso in generale, che è un comportamento, a mio parere, l'ho detto in pubblico 1000 volte c'è stata anche una grossissima polemica sul giornale "Prospettive", che è il giornale della Curia catanese, quindi molto così... e quindi questo tipo di conflitto... ora, forse si sono mantenuti nel silenzio per evitare di condannare da un lato e per evitare di approvare dall'altro, quindi c'è una ignoranza reciproca ... ... io ho incontrato parecchie volte il Vescovo, così in situazioni... a scuola perché io insegno, "Oh come stai?”, ma mai mezza parola...

D. Come se ignorasse tutto quello che lei...

R. Assolutamente, nella maniera più assoluta, come se non esistesse nulla, no, ma dico, non ci... non ci duole più di tanto, insomma, non stiamo lì a cercare... noi abbiamo sempre denunciato il sonno della Chiesa catanese e dei preti catanesi.

D. Quindi la Chiesa catanese non ha fatto assolutamente niente...

R. Assolutamente, no, no, la Chiesa catanese ha alcuni preti di frontiera che stanno nei quartieri a rischio, e che ci stanno purtroppo, cercando anche lì di fare del bene attraverso il vecchio sistema che è clientelare, cioè non esiste, da parte di questi preti, una sensibilizzazione della gente perché si ribelli e cerchi i propri diritti, esiste una grande fatica, poveretti, e di questo io glie ne do perfettamente atto, per cercare, fino a qualche tempo fa, quando era possibile, ora non è più possibile, dagli onorevoli vari, ecco, contributi per risolvere i problemi, ma, però, se tu risolvi il problema attraverso il contributo di un politico che è sporco risolvi il problema, ma, contemporaneamente, tieni in sella il politico sporco, questo è quello che non si capisce, ...quindi il discorso non è tanto avere il contributo per fare del bene, è creare quelle condizioni strutturali, all'interno dei quartieri, perché non vi sia più bisogno dei contributi, ecco, questo è il discorso, ciò non toglie che bisogna venire anche incontro alle esigenze come dire... immediate, ma questo come tattica, non come strategia, quello che io rimprovero alla Chiesa catanese è la mancanza di una strategia, non so se mi spiego...

D. Per concludere, secondo lei che ruolo può avere la Chiesa nella lotta contro la mafia?

R. Beh la Chiesa nella lotta contro la mafia può avere un ruolo molto preciso, io, per esempio, in questi giorni dico con tutto quello che sta capitando, mafia, tangentopoli ecc., io non vedo assolutamente degli atteggiamenti recisi dalla Chiesa, la Chiesa dovrebbe mettersi ad urlare, ecco, perché non lo fa? A livello nazionale non lo fa, secondo me, perché c'è lo IOR, cioè la Chiesa in certe cose è implicata in questo discorso, la Chiesa perché è stata zitta nei riguardi della mafia? Dicendo delle bellissime parole in teoria ma facendo pochi fatti, perché, purtroppo, in questo sistema, forse in buona fede, è stata collusa, perché tutti i contributi che sono venuti alle opere ecclesiastiche son venuti attraverso la Democrazia Cristiana che era collusa con la mafia, quindi la chiesa, forse in buona fede ripeto, per evitare di farsi esaurire queste fonti di finanziamento è stata zitta, ecco, la Chiesa dovrebbe oggi, a mio parere, fare un gesto profetico cioè rinunziare, per un po’ di tempo a qualunque provento, anche se si riduce alla povertà totale evitando qualunque collusione attraverso il potere politico, fin quando il potere politico, almeno, non si purifichi, questo gesto profetico la Chiesa non lo fa, basta vedere i soldi che saranno stanziati per la prossima visita del Papa a Catania, e noi abbiamo urlato ancora, dicendo che questi soldi vengano spesi almeno per qualche cosa di duraturo non per qualche cosa di effimero che ad un certo punto, quando se ne va è finito, e poi c'è un altro grosso problema, che io le accenno semplicemente e ci vorrebbe molto tempo per parlare, manca assolutamente la coscienza, nelle comunità ecclesiali, della creazione della mentalità politica dei fedeli che non vuol dire farli votare per un partito come abbiamo sempre fatto, ma quello di dire "Gioia mia, se tu sei cristiano, tu ti devi interessare di quello che ti capita attorno, non devi fare i tuoi interessi", questa dimensione è assente completamente dalla pastorale ecclesiale

D.  Non crede lei in un possibile rinnovamento?

R. Ah sì, per carità, io a questo possibile rinnovamento ci credo, altrimenti non continuerei a lavorare, ... io spero che ci sia un rinnovamento, che d'altra parte in certi preti più sensibili c'è, e il caso di padre Puglisi di Palermo, e i preti di Palermo, alcuni ci sono, ma la realtà delle varie parrocchie è una realtà devozionale, sacramentale, rutinaria, che non crea assolutamente delle teste che sappiano pensare, nei cristiani, e che, specialmente si sappiano compromettere, perché i primi a non compromettersi sono i preti, io farei una cosa: chiuderei le Chiese tre anni e manderei tutti i preti in un corso di rieducazione, e poi li rimanderei nelle Chiese un'altra volta, questo servirebbe a due cose stupende, la prima il rinnovamento mentale dei parrini, il secondo il fatto che la gente si disabitua a tutte quelle pratiche religiose che non hanno nessun senso o perché non hanno nessun impatto nella vita, ... ecco, allora forse si potrebbe tentare di ricominciare, tre anni è il minimo, 5, 10, 15, 20, ecco, cambiare faccia alla religione, perché la religione non ha assolutamente nessun impatto con la realtà, così come è vissuta, va bene? E' semplicemente una maniera per gratificarsi e una maniera per fare delle pratiche devozionali che poi non hanno un risvolto concreto nella trasformazione della realtà, ma Gesù Cristo è nautra cosa!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ASAEC - Associazione Antiestorsione Catanese

 

 

Catania 18 Gennaio 1994

 

D. Quando è nata l'ASAEC?

LINDA: L'ASAEC, come idea, è nata subito dopo la costituzione dell’ACIO di Capo d'Orlando, perché la signora Nucci una sera mi ha telefonato e mi ha detto "Senti Linda, ma visto che questi commercianti di Capo d'Orlando si stanno riunendo per lottare contro l'estorsione, che ne diresti di invitarli, li facciamo venire e vediamo che ci dicono, perché sarebbe bello fare una associazione anche a Catania", abbiamo telefonato e loro sono venuti, Tano, Schifano, tutto il gruppo, erano circa 7.

D. Questo è accaduto prima del processo di Patti agli estortori?

LINDA: Prima del processo, subito dopo la costituzione, mi pare è stata in giugno...  noi come costituzione l'abbiamo fatta a novembre del '91, però noi, come idea l'abbiamo avuta prima.

ADRIANA: Ed io ricordo che si è inaugurata a settembre e già ci riunivamo in associazione, e ci riunivamo, le prime sere, a Città Insieme.

 LINDA: Perché io e Pia Giulia facciamo parte di Città Insieme, e quindi noi ci conoscevamo perché facevamo già parte di quel gruppo, e da lì è sorta questa idea, abbiamo invitato alcune persone a venire, ed abbiamo proposta questa cosa, poi a settembre si è costituita, perché tra l'idea e la costituzione passa un tempo, non è che immediatamente uno va dal notaio quando ancora non sa che vuole fare, ecco questo è stato il lasso di tempo, estate '91 - autunno '91.

D. Quindi il vostro gruppo si è costituito prima dell'omicidio di Libero Grassi?

ADRIANA: Sì, Sì prima, praticamente, mentre ci stavamo costituendo per fare questa associazione... saranno stati 2 giorni prima... 2 giorni dopo, che noi ci siamo costituiti in associazione, vi è stata la morte di Libero Grassi, infatti abbiamo fatto un telegramma alla famiglia, ed abbiamo detto che il nostro desiderio era di aggiungere il nome del marito alla nostra intestazione, e loro ci hanno dato il benestare, era morto da 2 giorni, 3 giorni, qualcosa del genere, da pochissimo tempo...

LINDA: Infatti la nostra è Associazione Anti Estorsione Catanese Libero Grassi.

D. Quindi voi nascete esclusivamente come associazione anti estorsione? Non vi ponete altri obiettivi?

R. No, no

LINDA: Poi, quest'anno, invece, in occasione dell'assemblea straordinaria, durante la quale noi, tutti gli anni, invitiamo tutti i soci a partecipare, abbiamo proposto di allargare il nostro statuto all'usura e alla concussione, perché ci siamo resi conto che l'estorsione non avviene mai da sola, e quindi c'è sempre, comunque, una forma di usura, una forma di concussione, cioè queste cose sono strettamente legate fra loro, e difatti l'abbiamo proposto in assemblea, è stato accettato, e quindi adesso noi... non siamo ancora stati riconosciuti come associazione dal punto di vista giuridico dallo Stato, perché ci sono alcune associazioni che vengono riconosciute dallo Stato, noi abbiamo fatto tutte le domande, tutte le richieste... il riconoscimento giuridico serve per tante ragioni ma, soprattutto, a noi serve per la costituzione di parte civile durante i processi, perché può capitare che qualcuno opponga questa pregiudiziale, dicendo che non ci si può costituire parte civile se non si ha il riconoscimento giuridico da parte dello Stato, per cui, siccome noi non abbiamo nessun motivo di non fare una richiesta specifica, a parte che poi l'associazione riconosciuta dallo Stato ha anche determinate prerogative, ha determinate facilitazioni che è giusto che noi abbiamo, e poi a noi serve adesso anche per ricevere i fondi, perché siccome recentemente è stata approvata una legge dallo Stato, che consente agli associati di vari tipi di associazioni, di commercianti e di associazioni antiracket, legalmente riconosciute di accedere ai fondi che lo Stato ha messo da parte, metterà da parte per aiutare coloro che hanno ricevuto un danno reale da un problema di questo tipo, allora è giusto che si possa...

D. Quindi nel mese di settembre avete formalmente costituito l’associazione dal notaio...

PIA GIULIA: A settembre... perché poi abbiamo avuto una serie di incontri, perché volevamo costituirci già in un certo numero, naturalmente c'erano sempre molte resistenze, non so se gliene avete parlato delle resistenze di quelle sere, il presidente dei commercialisti catanesi, la Confcommercio... diceva sì ci stiamo ma non... sono quelle realtà sempre scomode, perché vanno un pochino contro l'ordine che almeno 2 anni fa era assolutamente costituito, era un sistema, purtroppo, cioè si andava a scombinare delle situazioni...

LINDA: E' che noi non avevamo pregiudizi nei confronti di nessuno, quindi così come abbiamo invitato alcuni imprenditori, abbiamo anche invitato i rappresentanti delle associazioni dei commercianti già esistenti, da parte di alcuni abbiamo avuto un immediato riscontro, da parte di altri, invece la storia è un po’...

PIA GIULIA: Si può dire anche molto chiaramente, debbo dire che un immediato riscontro ci è stato dato dalla Confesercenti locale, la Confesercenti di Catania è stata la prima a essere assolutamente disponibile su questo argomento, rinunciando, in un certo senso, a fare l'SOS Impresa, che lei sa che, invece è a Palermo, a Palermo non esiste un'associazione antiracket, esiste l'SOS Impresa che non è altro che il responsabile della Confesercenti palermitana, io ho visto sempre è solo lui, perché un imprenditore di Palermo non lo abbiamo mai visto noi...

LINDA: Ed infatti questo è il lato negativo di una cosa che ha un'etichetta politica, perché l'etichetta politica frena lo slancio dell'imprenditore, noi, siccome non abbiamo nessuna etichetta, di nessun tipo, e allora, probabilmente, la gente si è anche fidata di più...

PIA GIULIA: Probabilmente, anzi sicuramente. Praticamente avevamo tutti questi incontri, poi venne l'estate di mezzo, come lei può immaginare, tutto si rallentò, a fine agosto ci fu l'uccisione di Libero Grassi, ed io ricevetti una telefonata dell'avvocato Scuderi ... ... che è tra i nostri soci fondatori, il quale disse "Signora, cam'ha fari! Ormai bisogna per forza costituirsi, anche se il tempo non è... se non abbiamo le adesioni che volevamo avere, però una risposta, almeno qui a Catania, dobbiamo darla a un omicidio così efferato", naturalmente ci trovammo tutti quanti d'accordo e ci trovammo proprio i primissimi di settembre... ci ritrovammo là ed eravamo una trentina... una quindicina, una ventina di persone...

ADRIANA: 17 eravamo

PIA GIULIA: Ah 17, una riunione in cui abbiamo scritto...

ADRIANA: Che abbiamo messo i nomi, abbiamo firmato...

PIA GIULIA: Ognuno di noi ha firmato, c'era uno statuto, abbiamo firmato questo statuto, ed è stato fatto proprio nello studio di questo avvocato... dopo di che siamo andati avanti, cerchiamo sempre di allargarci...

ADRIANA: Eravamo 17, perché abbiamo fatto un po’ di ilarità su questo numero...

ADALGISA: Una cosa, pure, è che siamo tutte vicine, Linda è qua, qua più sotto c'è Margherita ed io...

D. Come mai questo avvocato, visto che è un libero professionista, e non un commerciante, ha preso a cuore questa iniziativa?

PIA GIULIA: Perchè è del fronte progressista, questo professionista, diciamo è una persona vicina a questi argomenti...

D. Aveva ricevuto delle minacce estorsive?

R. No, ma voglio dire, politicamente è motivato... ... naturalmente c'era molta preoccupazione in ognuno di noi, di esporsi, soprattutto quelli che avevano... diciamo un negozio, una vetrina da potere fare saltare in aria, allora la primissima risoluzione è stata quella che tre professionisti presenti, si sono dichiarati nostri portavoce, per cui quando abbiamo fatto la conferenza stampa, hanno parlato questi portavoce, erano professionisti, erano 2 avvocati, e un commercialista, ed abbiamo organizzato, scenograficamente, la prima conferenza stampa, in una maniera simpatica, cioè facendo al contrario, cioè abbiamo fatto mettere i giornalisti dietro un tavolo, e tutti gli altri, cioè chi si costituiva in associazione, che eravamo una trentina di persone, una quarantina, come ascolto, e i nostri 3 portavoce davanti, e sono loro che hanno parlato, ed è stata, devo dire, scenograficamente mi è piaciuta, perché in un certo senso non si è esposto nessuno di noi, poi a poco poco... poco a poco abbiamo preso un po’ di coraggio e un po’ tutti, a giro, siamo andati... e all'inizio, all'inizio, per circa 2 o 3 anni, abbiamo evitato di... eleggere un rappresentante ufficiale, il benedetto... st'accidente di presidente che, purtroppo (ride), sono io, appunto per non identificare in una persona la persona da colpire, perché nessuno di noi ha voglia di andare in giro scortato né tanto meno di essere oggetto di minacce, anche fra le cose più leggere ... (all'inizio eravamo) 17, ma poi eravamo... quando abbiamo fatto la conferenza stampa, dopo neanche un mese, eravamo una cinquantina, dopo di che, tra le persone molto motivate, oltre che perché avevano subito il problema, ma anche politicamente, io non voglio dire politicamente come schieramento politico, perché pensavano che fosse un discorso da portare avanti...

D. Quindi non eravate tutte persone che avevano ricevuto minacce?

R. No, no, no

LINDA: Per esempio io, no, mai ho ricevuto... non ho mai avuto un problema di questo tipo...

D. Quindi lei lo ha fatto per solidarietà ...

R. Ma perché mi è sembrato una causa giusta, perché è una causa giusta, per noi è l'unico modo che possiamo avere per iniziare una vera lotta contro questo...

PIA GIULIA: Ma perché voglio dire la cosa semplicissima, quasi banale, però deflagrante, è stata questa idea geniale di Tano Grasso o dei commercianti, di mettersi in tanti a combattere un problema, in modo che uno è facilmente, diciamo, intimidibile, mentre 20, 30, 40, 50, 100, un'associazione, soprattutto se non ha una persona che si espone sempre...

D. Quindi, già dopo un mese eravate 50, e poi, via via, quanti siete diventati?

R. Mah, ora saremo un 300 circa, ma non sono molti, se lei pensa in una città come Catania.

LINDA: In proporzione ad un piccolo centro siamo pochissimi.

PIA GIULIA: Siamo pochi, però il catanese, come forse il siciliano in generale, le pulsioni sociali sono poco sentite, se hai il problema vieni, se non ce l'hai difficilmente, e poi la cosa anche noiosa è che in fondo siamo sempre... saremo una ventina che effettivamente... gli stessi che ci vediamo.

D. Ma è anche vero che la vostra è l'unica associazione antiracket nata finora in Sicilia in una grande città

R. Questo sì, questo qui senz'altro, devo dire, indubbiamente, certo è un segnale bello per la Sicilia, è sempre troppo poco per quello che vorremmo noi, ma effettivamente sì, è l'unica grande città, a Messina non c'è, a Palermo non c'è, a Siracusa non c'è neanche, sì, sì è vero ... devo dire da allora abbiamo lavorato abbastanza bene ... perché poi, ecco, un'altra cosa su cui abbiamo molto insistito noi, è stata l'idea di un coordinamento di queste varie associazioni.

D. Si è riusciti a costituire un Coordinamento regionale? Com’è strutturato?

LINDA:  Ma non è stato costituito dal punto di vista legale, dal punto di vista formale (pratico), perché noi formalmente ci riuniamo, di volta in volta, nella sede legale di una delle associazioni e discutiamo i problemi comuni da portare avanti nei confronti delle istituzioni, soprattutto a Roma, adesso si parla, invece, di una associazione nazionale, l'associazione nazionale dovrebbe avere come presidente Tano Grasso, che per altro, secondo noi, gli spetta proprio di diritto, e su questo non ci sono discussioni, e difatti noi su questo in questi giorni stiamo discutendo...

D. A livello nazionale, invece, si vuole costituire una associazione formale, con un proprio statuto ecc., non in maniera informale come quella siciliana...

R. Sì, sì, non in maniera informale, anche perché sarebbe una sovrapposizione inutile, se ce n'è uno nazionale ci va bene lo stesso, l'importante noi... ecco, forse probabilmente la forza della nostra associazione è data proprio dal fatto che noi non ci poniamo i problemi relativi ma quelli importanti, i problemi veri per i quali abbiamo costituito la nostra associazione, quindi se noi vogliamo portare avanti un discorso, andare da... dal ministro tal dei tali, o dal presidente tal dei tali, a chiedere le cose, è meglio essere in tanti, i rappresentanti, piuttosto che 2, 3, poi che sia un coordinamento, che ci sia un'associazione nazionale, che ci sia il pinco pallino della situazione, non ci poniamo, non vogliamo mettere il cappello su nessuna cosa, ci va bene che lo facciano anche altri, l'importante è che qualcuno lo faccia

ADALGISA: E poi, secondo me, il bello della nostra associazione è che non sono soltanto commercianti, ci sono tanti professionisti tra i quali commercialisti, avvocati, c'è un ingegnere, c'è anche un veterinario, ci sono medici, per questo è bello...

PIA GIULIA: E' aperta alle casalinghe, agli studenti...

ADALGISA: E poi la cosa più bella è che chi ha dei problemi già è incoraggiato... ... poi è molto selettiva... non che, per carità non si fa la selezione, si è capitato proprio un gruppo, veramente, di persone molto qualificate, per cui anche in televisione tutti quanti hanno possibilità di... di dire la loro esperienza di dare dei consigli, poi quando succede qualcosa del genere, queste persone che vengono dai paesi, che telefonano, si mettono in contatto con uno qualsiasi, allora 3, 4...

LINDA: Si sentono molto confortati, arrivano sconvolti e disperati, poi alla fine se ne vanno molto confortati, perché la solidarietà in questi casi è importantissima ... gente che ha ricevuto minacce e non sa cosa fare, non sa a chi rivolgersi, non sa dove sbattersi la testa, e poi, invece, ... arrivano le telefonate, si va lì si aiuta, si vede di che cosa hanno bisogno, se vogliono parlare...

ADALGISA: Si va dai carabinieri ...

D. La vostra attività in cosa consiste?

LINDA: Noi abbiamo degli avvocati, ai quali potersi rivolgere, una linea preferenziale con la questura, una linea preferenziale con i carabinieri, è sempre la persona che decide con chi e quando vuole poi sporgere la propria denuncia, certamente la nostra funzione è quella di convincerli a denunciare, perché altro modo non c'è, però a volte capita che, ed è capitato ultimamente, poco tempo fa, che uno va a denunziare alla stazione di polizia tal dei tali e non ha alcun aiuto, viceversa se accompagnato da noi... il carabiniere già si mette sull'attenti e decide di dare il proprio aiuto vero, è un po’ anche di stimolo nei confronti delle istituzioni.

ADALGISA: Le istituzioni, per esempio molti comuni ci sono dei sindaci che sono... che non ne vogliono sapere niente, invece ci sono dei sindaci giovani che vogliono assistere, aiutare...

LINDA: Ma noi facciamo un grosso lavoro nelle scuole, abbiamo fatto un concorso, ora comunque continuiamo ad andare sempre nelle scuole, parlare con i ragazzi, con i professori, è un tenere alto questo problema, perché non bisogna abbassare la guardia.

D. Quindi il commerciante vi telefona, voi lo aiutate a fare la denuncia, e dopo cosa succede?

PIA GIULIA: Poi, se si prende l'estorsore, noi ci costituiamo parte civile insieme a lui al processo.

D. Chi denuncia entra a far parte della vostra associazione?

R. Certo, certo, cioè noi ci costituiamo parte civile se lui diventa nostro socio, perché ha un senso, se no non ha senso.

D. Avete avuto diverse esperienze?

R. Sì;

GIANNI: Diciamo che 3 ne abbiamo avute, almeno...

LINDA: Più di 3

ADALGISA: Anche il Comune ora si costituisce parte civile.

PIA GIULIA: Sì, noi abbiamo fatto sì che... noi abbiamo lavorato anche a livello istituzionale, siamo andati al Comune, parlando con il Sindaco, e abbiamo, in un certo senso, convinto la Giunta ad approvare il fatto di costituzione di parte civile del Comune ai processi per estorsione.

D. Questo con la nuova Giunta?

R. No, no, devo dire anche prima, anche con quella precedente.

LINDA: No, no, anche quella precedente, il Sindaco precedente è stato quello che per primo ha chiesto la costituzione di parte civile, che poi non è stata accettata, ma lui comunque...

PIA GIULIA: Questo qui fu... nel '92 è stato, nel '92 è stato

D. Chi era questo Sindaco?

R. Lo Presti, socialdemocratico.

D. Mi raccontate la vostra prima esperienza in un processo?

PIA GIULIA: La prima esperienza, noi non c'hanno accettato perché... c'eravamo costituiti dal notaio dopo i fatti...

D. Le minacce?

R. No le minacce, quella è stata un'estorsione di quelle classiche.

D. Dopo gli attentati?

R. Sì, sì... perciò la nostra costituzione non è stata accettata, e da quel processo, fu il primo processo Panarello, era un commerciante, un nostro socio, un commerciante di carta, da questa denuncia venne fuori un bailamme, perché andarono in galera 14 persone, tra cui un ex assessore comunale, classicamente democristiano, che è molto conosciuto a Catania perché ha un'agenzia per insegnare a guidare la macchina, una scuola guida, e poi venne fuori, anche, fu tirato in questo... una figura che sembrava marginale, ed era quella di un tale fioraio, Samperi, che poi il figlio parlò ed è uno dei pentiti importantissimi per cui è stato nominato Andò e compagnia bella, da questa storia banale...

LINDA: E' nata la tangentopoli catanese, da questo processo, perché poi questo processo è stato, per noi, un fallimento, perché in realtà le pene non sono state adeguate, perché i grossi... inquisiti si sono pentiti, anche l'assessore è diventato un collaboratore di giustizia, per cui poi alla fine... ma da un altro punto di vista per la città è stato fondamentale, ma non c'è dubbio...

PIA GIULIA: Meglio, perché non ci interessa a noi che uno stia in galera tanti anni, ci interessa che venga scardinato il sistema, praticamente, purtroppo è un sistema...

D. Quando è stato il primo processo?

R. Nel '92, tra il '92 e il '93... abbracciò entrambi gli anni

D. Potreste raccontarmi come si arrivò a questo primo processo? Il periodo di tempo che va dalla vostra costituzione al processo...

R. Questo qua, sì, immediatamente...

D. Il commerciante che denunciò gli estortori era un vostro socio?

R. No, questo è diventato un nostro socio... perché doveva costituirsi parte civile...

GIANNI: Divenne, noi lo spalleggiammo, aveva titubanze, timori...

LINDA RUSSO: Gli abbiamo consigliato l'avvocato...

D. Anche negli altri 2 processi erano singoli commercianti ad aver denunziato? Non, quindi, come al processo di Patti in cui i commercianti erano diversi...

R. No, no, singolarmente

LINDA: La prima volta in cui siamo stati riconosciuti, invece, per la costituzione di parte civile, è stato il processo Nardi, un giovane gioielliere il quale riceve la visita degli estortori nella gioielleria, chiude automaticamente le porte e dice loro "Ma sono finiti i tempi della violenza, la dobbiamo smettere, voi siete pazzi, io adesso blocco le porte e chiamo la polizia", ha bloccato le porte e ha fatto il numero della polizia, ed è passato un lasso di tempo durante il quale quelli, evidentemente, erano lì davanti a guardarlo, ad un certo punto succede che uno dei due mette la mano in tasca, lui credendo che stesse per uscire un arma, gli dice "E va bene, ammazzami, così tu mi ammazzi, vai per tutta la vita in galera anziché prendere 4 anni, però sicuramente non esci più dalla galera", quello invece tira fuori 400.000 lire, ne dà 200 al suo amico perché gli dice "In carcere ti serviranno", quindi lui arriva dai carabinieri, li arrestano, e questo processo si è risolto in 2 sedute, cioè in 2 udienze questi sono stati... c'è stata la costituzione di parte civile anche del comune di Catania, è stata accettata sia quella del comune di Catania che la nostra costituzione, questi 2 sono stati tutti e 2 incriminati, arrestati.

D. Quando è stato questo processo Nardi?

R. Ultimamente il mese scorso, nel '93, fine '93...

D. Ed è stata la prima volta che è stata accettata la vostra costituzione di parte civile?

R. Sì... ora invece giorno 27 abbiamo un altro processo...

D. Sarebbe il quarto?

R. E sarebbe il quarto, e chiederemo, nuovamente, la costituzione...

D. Mi parlate del  secondo processo...

R. Il secondo processo era una persona che aveva denunciato nell'86, perché il suo taglieggiamento era iniziato nell'86, questo signore è andato anche al Maurizio Costanzo Show.

D. Come si chiama?

R. Castorina, il suo caso è un caso emblematico, perché questo signore praticamente, non si ritrovò più neanche nel suo negozio, perché questi estortori prima gli chiedevano il pizzo, poi aumentavano la tangente, poi gli prestarono i soldi, poi si fecero intestare il negozio, poi gli diedero una pedatina e lo mandarono via, e lui è rimasto in mezzo alla strada ... però noi non ci siamo potuti costituire perché questo era un processo già iniziato, quindi non potevamo chiedere la costituzione...

D. Gli estortori sono stati condannati?

R. Poi sono stati condannati, noi lo abbiamo aiutato economicamente, perché quel poverino era... gli abbiamo pagato anche le bollette della luce e del telefono, gli abbiamo pagato l'avvocato, siamo andati in Cassazione ... c'è stato il processo in Appello e in Cassazione, e poi sono stati condannati.

D. Mi parlate degli ostacoli che avete incontrato sin dall'inizio nella vostra attività?

PIA GIULIA: Gli ostacoli sono stati soprattutto... le altre associazioni di commercianti, come la Confcommercio, ad es., oppure L’ Associazione Industriale, per loro siamo un grumo in un occhio, perché queste associazioni, a prescindere dal fatto che appartengono ad una certa area politica, il fatto che ci sia questo tipo di movimento da parte nostra, che ancora non riescono ad inquadrarci, perché ovviamente tra i nostri associati, o le persone che da principio facevano i portavoce, c'erano persone di area progressista, ché se no non lo facevano il portavoce, uno era questo (Scuderi), l'altro era l'avvocato Guarnera della Rete, voglio dire persone di un area più... come possiamo dire...

GIANNI: D'azione, moderna, diciamo, d'azione moderna...

PIA GIULIA: Ecco, d'azione moderna, mentre lei sa benissimo che Confcommercio, Associazione Industriali, sono di area governativa... governativa a quell'epoca senz'altro, ovviamente... molti, purtroppo, a Catania, molti anche grossi personaggi, anche grosse famiglie imprenditoriali, ora, negli ultimi anni, si sono dovuti... mettere, in un certo senso, un po’ allineati con alcuni gruppi malavitosi, mi spiego? Cioè, alcuni gruppi imprenditoriali... sono stati costretti, giocoforza, per continuare la loro maniera di andare avanti, a scendere a patti... c'è chi ce l'ha impiegati, alcuni, c'è chi deve fare i trasporti con determinate ditte, comprare determinati prodotti in un certo posto, e così, però, diciamo i suoi affari continuano ad andare avanti, però, lei capisce, che questo tipo di... compromissione, ecco, non gli fa vedere di buon occhio dei rompiscatole come noi...

GIANNI: Tutto sommato hanno trovato una pax.

D. Certo, voi rompete un equilibrio...

PIA GIULIA: Ecco, benissimo, è questo il discorso effettivamente di fondo...

GIANNI: Infatti non siamo riusciti ad attrarre, tutti i grossi gruppi, e non ci riusciremo, lo sappiamo...

D. Qual é  l'atteggiamento dei vostri concittadini, come reagiscono alle vostre iniziative?

ADRIANA: Ci ignorano, la gente comune ci ignora, la cittadinanza ci ignora, Catania è una città difficile...

PIA GIULIA: Catania non è una città... motivata, ecco...

GIANNI: Diciamo che c'è quella parte sensibile della città che ascolta, viene ai convegni, viene alle nostre riunioni ecc., abbiamo avuto un grosso successo con un convegno, che abbiamo fatto un paio di mesi fa, presentando le leggi antiracket, quella nazionale e quella regionale, eravamo terrorizzati perché pensavamo che non venisse nessuno, viceversa, stranamente, in quella circostanza c'è stata un'affluenza, un'attenzione da parte della cittadinanza, però al di là di questo fenomeno, di questo fatto, diciamo, per il resto la nostra voce si va disperdendo...

ADRIANA: Perché non ha creato una continuità, quel discorso di interesse, della presentazione della legge, poi non abbiamo avuto un afflusso di gente interessata...

GIANNI: Quello che abbiamo notato, che è successo, diciamo, allo scadere del secondo anno, ora nel terzo, è che chi ha bisogno però ci telefona...

D. Prima non avevano a chi rivolgersi...

R. Ecco, prima non avevano a chi rivolgersi, oggi chi ha bisogno ci cerca, per fortuna, debbo dire che sono casi isolati, sai chi ci cerca? Chi ha l'impatto per la prima volta, la prima richiesta, chi invece convive da anni con il fenomeno, pagando la piccola tangente di accomodamento, le 200, le 300, le 500...

PIA GIULIA: Continua a pagare per il quieto vivere...

GIANNI: Molti di questi, ovviamente li conosciamo, sono anche amici nostri, imprenditori ecc., gli abbiamo parlato, gli abbiamo detto "Ma a tia cu tu fa fari?", "Ma iu sugnu tranquillu, a mia cu mi ci porta, spasciari 'na cosa, avi 5 anni, ecc., ca cu chissi ci dugnu 200 mila lire, 300 mila lire..."

PIA GIULIA: Non c'è nessunissimo senso sociale, né lungimiranza, nel catanese, nessuna sensibilità, sotto questo punto di vista...

GIANNI: Cioè i vecchi equilibri non li sposti, non li sposti i vecchi equilibri, manco morto, cioè il nuovo che sente parlare di questa associazione, di questa cosa, di questa storia, soprattutto i giovani, sono più interessati.

D. Non c'è stato neanche un caso di imprenditore, che prima pagava, e da quando esiste la vostra associazione ha deciso di non pagare più?

R. No, non possiamo dire, diciamo che il Castorina, in un certo senso è uno di questi, però il Castorina pagava prima, insomma...

ADRIANA: E' un caso un po’ abnorme quello di Castorima...

PIA GIULIA: No devo dire, io ho preso un appuntamento con uno che pagava tranquillamente, però cosa è successo, quando è che vengono da noi quando, perché lei sa benissimo che anche gli estortori fanno aggiornamenti di prezzi, allora praticamente al momento dell'aggiornamento qualcheduno dice "No ora basta, ora mi siddiai"...

GIANNI: Sì, ma anche perché sa che c'è questa nuova realtà, diciamo, ci vuole qualche cambiamento importante che leda un pochino quelli che sono gli interessi particolari, personali, dell'orticello, altrimenti, cioè il fatto sociale che il fenomeno è grave, che il fenomeno è devastante, che il fenomeno è veramente una calamità, non viene preso in considerazione, come fatto culturale diciamo.

 

 

 

 

 

 

 

STORIA PERSONALE, LEGATA AL RACKET DELLE ESTORSIONI, DI UNA SOCIA DELL'ASAEC.

 

Mio marito si occupava di pubblicità, e avevamo una piccola impresa nel paese (in provincia di Catania), così niente di eclatante, ed a un certo punto cominciarono le telefonate di estorsione a cui si rifiutò di aderire, perché poi era milanese per cui queste cose non le capiva, però dopo l'estorsione si rivolse ai carabinieri, tutte ste cose, erano altri tempi perché io sto parlando di 5 anni fa, e si è trovato nell'isolamento totale, ecco perché l'associazione può aiutare tanto queste persone così, in difficoltà...

D. Neanche dai carabinieri ha avuto aiuto?

R. No, cioè aiuto relativo perché ad un certo punto hanno messo il telefono sotto controllo, i carabinieri locali non avevano un'esperienza... cioè, già questi, il nucleo di Catania e già più perfezionato, allora non c'era questa... diciamo questa rete che si occupava di... o se c'era ne sconoscevamo l'esistenza, cioè lui non sapeva a chi rivolgersi, oltre ai carabinieri, allora telefono sotto controllo, tutte queste cose, non è valso a niente perché non è successo niente, praticamente, tant'è che l'allora maresciallo gli disse "Lei ce l'ha una pistola? Bene la usi", e quindi lui si è trovato nell'isolamento totale e... e niente, aveva deciso di non pagare, poi, dopo un anno, abbiamo avuto una bomba che ha distrutto, praticamente questa show room che avevamo. Ad un certo punto hanno incominciato anche a minacciare la famiglia, ci telefonavano alle 2 di notte, poi noi avevamo questa ragazza che scendeva giù a Catania, a scuola, e loro sapevano gli orari... insomma da quel punto di vista lui non ha più resistito e ha incominciato a pagare...

D. Quindi, la loro, era una richiesta di pizzo, mensile...

R. Sì, certo, notevole, perché insomma sproporzionata per l'attività che avevamo e tutte queste cose.

D. Quindi l'esercizio era stato distrutto...

R. Sì era stato distrutto però c'era una piccola assicurazione, insomma, comunque, aveva ripreso a lavorare, perché non era un negozio, era uno show room, quindi un'esposizione, comunque il danno c'è stato, ...niente ha incominciato a pagare. Naturalmente le richieste poi aumentano, poi si sa come sono queste cose... io sconoscevo tutta la storia, praticamente, perché lui aveva detto che tutto era andato a posto, tutto era andato a posto, e invece poi si vede che le richieste sono state notevoli, come poi abbiamo appurato dalla ricostruzione dei fatti, poi subentra l'usura, la solita trafila, fino a quando lui non ce l'ha fatta più... e si è suicidato 3 anni fa con la... l'abbiamo trovato in garage, si è suicidato con la macchina... ecco perché... comunque poi la storia certo non è finita là, perché questi delinquenti poi si presentarono, insomma le solite cose...

D. Si sono ripresentati per richiedere il pizzo?

R. Eh, in un certo senso, comunque poi tutto è stato sistemato, ci sono stati gli avvocati... comunque la nostra esperienza è quella, non è che pagando si risolve il problema, no assolutamente, non si risolve, perché mio marito era arrivato al punto che gli avevano proposto di lavorare per loro, e quindi a questo lui decisamente si è rifiutato... ma poi, naturalmente avrà avuto anche i suoi problemi di... la mente è un filo di capello, se solo ne avesse discusso, come si sono risolti dopo i problemi si sarebbero risolti prima, però decisamente era gente di malaffare con cui... poi si rimane intrappolati in tutto questo contesto, per cui non riesci ad uscirne più, perché è il famoso discorso o ti ammazzano o ti ammazzi o lavori per loro e muori a poco a poco, ecco, quindi...

D. Tutto questo è successo nel '91, quindi... voi dell'ACIO non avevate sentito parlare?

R. No, no, ... ... d'altra parte ora è subentrata questa mentalità, infatti anche quelli che si rivolgono alla nostra associazione, e vengono veramente aiutati, cioè è un altro lo spirito, a quel tempo ci si rivolgeva all'amico, cioè l'amico che aveva avuto l'esperienza, che comunque, nella realtà che viviamo, aveva risolto questa esperienza con... pagando oppure... cioè è un tessuto che è difficile... almeno in questi paesini etnei non credo che ancora, infatti, come associazione, non facciamo presa, abbiamo fatto presa qui a Catania così, però sai nei paesini sei conosciuto, è una cosa un po’ più difficile...

D. I 300 soci dell'ASAEC sono tutti catanesi?

R. Sono credo tutti catanesi, però qualcuno dalla provincia... per esempio ieri abbiamo avuto anche un'adesione da Troina, insomma, arriva qualcuno dalle province limitrofe, e certo noi tendiamo anche a fondare... diciamo delle associazioni nei paesi più distanti...

D. E di questi 300 non tutti hanno ricevuto minacce... alcune sono adesioni di solidarietà...

R. Sì, qualcuna sì

D. Qualcuna? Quindi la maggioranza ha ricevuto minacce...

R. La maggioranza credo che abbia ricevuto minacce, gli altri qualcuno è simpatizzante ... ... io, vabbé, sento il problema anche perché operiamo anche nell'ambito della scuola, abbiamo fatto un concorso, l'anno scorso, è stato un concorso che ha avuto un successo enorme a livello scolastico, abbiamo fatto il giro delle scuole, poi è stato dato un tema che è stato affrontato sia a livello di elaborato scritto, sia a livello grafico, pittorico, poi anche a livello di spot pubblicitari, un grosso lavoro.

D. Aperto a quali scuole?

R. Alle scuole medie, hanno aderito, poi c'è stata una commissione, ci sono stati dei premi, ed abbiamo raccolto tutti questi elaborati e abbiamo una mostra itinerante, praticamente, dove ci viene richiesta noi la portiamo, questo è un progetto su cui noi puntiamo, lavorare con le scuole, cioè formare proprio la coscienza, ora abbiamo cominciato, quest'anno, a fare il giro, sempre delle scuole medie, perché riteniamo, insomma, che è da lì che parte... l'elementare è giusto parlarne, però alla media già comincia ad essere un discorso più... ... abbiamo fatto noi delle commissioni che operano nei vari settori, nel campo scolastico puntiamo molto.

D. E le altre commissioni di che cosa si occupano?

R. Le altre commissioni... chi si occupa dei quartieri, chi si occupa delle pubbliche relazioni con le istituzioni, insomma ci siamo un pochino... è un lavoro molto costruttivo che stiamo facendo... ... comunque di denunce guarda che adesso la gente denunzia ...noi di telefonate ne riceviamo parecchie, come associazione, per cui... cioè anche noi ci muoviamo, perché ad un certo punto, contattiamo... ecco la persona non viene lasciata nell'isolamento, come avveniva un tempo... perché il fatto stesso anche che li seguiamo, anche come solidarietà, quando c'è il processo, non si sentono più soli, buttati allo sbaraglio, ecco, questa è una cosa molto importante, credo che sia la cosa che è mancata a mio marito.

D. La solidarietà

R. Sì, cioè non ha trovato... intanto non ha trovato la strada giusta e poi le persone giuste, non ha trovato... ... è gente troppo organizzata per potere... cioè non è mettendo il telefono sotto controllo che... adesso hanno delle tecniche operative che in effetti fanno arrivare alla... cioè catturano l'estortore, e manco mio marito era sprovveduto così, però si è trovato solo con delle cose più grosse di lui... per cui poi sai i consigli degli altri "Ma paiassi, ca, da,", però devo dire che per un anno ha resistito, infatti abbiamo avuto la bomba, non è che... poi loro ti entrano in casa, a quel punto come amici, ecco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Formato per la citazione:
Gabriella Scolaro, "L'antimafia degli anni Ottanta e Novanta", terrelibere.org, 16 febbraio 2008, http://www.terrelibere.org/doc/lantimafia-degli-anni-ottanta-e-novanta