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Documenti > Inchiesta
Antonello Mangano: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi:
Sommario Percorso obbligato: Privatizzare ! 3 b) La cultura dell’asterisco. 5 Tabella Completa delle
condanne per pubblicità ingannevoli 7 c) Accordi, posizioni dominanti, cartelli 13 Scheda / I campi elettromagnetici 21 Glossario delle unità di
misura. 22 Telefonia Italia – La mappa
delle proprietà. 27 Storia in sintesi di Olivetti 28 New Managers, old Managers. 30 Il prodigioso CV di Giancarlo
Elia Valori 31 Cardinale: chi ha governato le telecomunicazioni italiane. 35 Il gas esilarante presidiava le strade…. 39 Voi
che avete cantato Sui
trampoli e in ginocchio Per
l’Amazzonia e per la pecunia Per
i longobardi e per i centralisti… De André, La domenica delle salme Premessa. Sul
contesto
Questo testo rappresenta probabilmente
l’unica ricognizione sufficientemente ampia (fatta con spirito critico) sulle
vicende recenti della telefonia italiana e delle telecomunicazioni, affrontando
temi quali la pubblicità ingannevole, il sistema della concorrenza, la mappa
delle proprietà, ed ancora le privatizzazioni, recepite ormai da un decennio
come un dogma che ormai quasi nessuno si permette non solo di criticare ma
quasi neppure di analizzare. Va aggiunto, tanto per contestualizzare ciò
che vedrete nelle pagine successive, che questo lavoro di ricerca nasce al di
fuori di contesti accademici incartapecoriti e ricche ed inutili fondazioni
private. Ne consegue che è incontestabilmente libero da quelle frequenti
omissioni, dalle autocensure e dai servilismi che ormai sono entrati nel DNA
della ricerca ufficiale. Tuttavia, non si può fare a meno di notare
l’incredibile sproporzione di mezzi tra un lavoro basato sul volontariato e nato e cresciuto tra mille
difficoltà e l’abnorme potere e ricchezza che permette a pochi operatori
economici di fare e disfare, licenziare, stravolgere le vite di milioni di
persone e condizionarne pesantemente valori e scelte. In altre parole, dando una qualsiasi opinione
in generale su lavori di ricerca autoprodotti ed in particolare su questo,
sarebbe il caso di premettere la sproporzione, per esempio, tra i 30 miliardi
di euro che vale il gruppo Telecom e le poche migliaia di lire che sono servite
a fare fotocopie, pagare gli scatti per la pubblicazione sul sito, etc. Pure va evidenziato che tra i meriti di
questo lavoro c’è la consultazione di centinaia e centinaia di pagine di
documenti, dalle istruttorie delle Authorities fino ai materiali
sull’elettromagnetismo. Una imponente base di fonti che è servita a disegnare
un quadro relativamente esauriente dei temi trattati. Esiste palesemente un problema di mezzi, di
professionalità, di continuità e qualità della ricerca
alternativa e dell’informazione non schierata e libera. Che di certo non può
cullarsi ed autobeatificarsi nella convinzione di essere migliore
dell’informazione ufficiale, né può ignorare la necessità di organizzarsi,
cercare altre forme espressive, nuovi canali, basi economiche e mezzi. Nuove forme, altri contenuti. Ed
al loro Dio Goloso Non
credere mai De Andrè, Coda di lupo La cultura dell’asterisco* Da Sip a Tim.
“Il telefono è di tutti: telefona, non
conversare”. A metà degli anni ’80, ogni elenco del telefono firmato Sip – Società Italiana per l’esercizio Telefonico -
conteneva questo messaggio di pubblicità progresso, stampato a mezza
pagina e diffuso in tutte le case. Siamo nel periodo in cui il telefono era ancora servizio pubblico
ed il fine era assicurare a tutti la possibilità di comunicare. Da allora
sembra passato un secolo. “Tim autoricarica”, una delle trovate del maggiore
gestore italiano di telefonia mobile, si colloca all’opposto rispetto a quella
logica. Più telefonate ricevi, più puoi farne. Si incentivano in questo modo i
consumi inutili, lo spreco. Da “telefona non conversare” ad “autoricarica” si
completa la rivoluzione copernicana dell’economia italiana, dove le nuove
imprese prima “para-pubbliche” (privatizzate ma con partecipazione statale) o
“private” incentivano il lusso, coltivano il consumismo e riproducono manager
fondamentalisti ed ottusi. Percorso obbligato:
Privatizzare !
Facciamo un passo indietro. Ci hanno spiegato
che: ·
il monopolio è insalubre, ·
le privatizzazioni servono al bene dei consumatori, ·
la concorrenza abbassa i prezzi e migliora la qualità. Vedremo tra breve che nessuna di queste
affermazioni è vera, ma per completezza occorre osservare che Sip ha fatto di
tutto per meritarsi la diffidenza dei consumatori: trucchi, scorrettezze,
mancanza di trasparenza, balzelli, prepotenze da monopolista. E’ anche vero che
una diffusa cultura “consumerista” avrebbe ridotto alla ragione il monopolista
pubblico, mentre spesso poche associazioni dei consumatori si sono trovate
isolate a difendere gli interessi di tutti. Oggi, comunque, questo discorso sembra
superato. Il servizio pubblico delle telecomunicazioni non esiste più. Perché ?
Il Nordamerica, da un lato, e l’Europa occidentale, dall’altro, si sono
organizzati nel “Nafta” e nell’Unione Europea: aree di libero commercio dove
non devono esistere restrizioni alla circolazione di capitali, beni e servizi. Negli Stati Uniti questo non ha implicato gravi ripercussioni
(non così per il Messico…), mentre in Europa ha prodotto la devastazione delle
impalcature socialdemocratiche. Naturalmente, tutto questo è avvenuto senza
alcuna consultazione elettorale, senza che ai cittadini fosse chiesto alcun
parere. Gli stessi governi si sono trovati scavalcati da decisioni già prese.
Oggi, nei paesi “democratici” dell’Unione Europea, un governo che si opponga
alle privatizzazioni è semplicemente inconcepibile. Veniamo subito al punto centrale: per mercato di concorrenza
perfetta si intende essenzialmente un sistema in cui: ·
non vi siano ostacoli all’ingresso di nuove imprese nel mercato; ·
vi sia una perfetta circolazione delle informazioni in maniera da
agevolare la scelta del consumatore; ·
non vi siano rendite di posizione, accordi, posizioni dominanti
tali da pregiudicare la concorrenza. Questo meccanismo virtuoso dovrebbe produrre: ·
un abbassamento delle tariffe; ·
un innalzamento della qualità dei servizi. Nessuno di questi punti ha trovato attuazione
nella realtà… a) Le rendite di
posizione
Si è passati dal monopolio pubblico a quello
privato. Analizziamo la telefonia fissa. In apparenza, esistono varie
compagnie: in realtà esiste un feudatario e vari vassalli. Tutte le compagnie
devono al momento affittare le linee e le centraline di Telecom Italia. Su tutte
le telefonate – fatte con qualsivoglia operatore – Telecom Italia guadagna una
percentuale più o meno alta. In secondo luogo, Telecom possiede un insieme
di conoscenze, professionalità, mezzi che nessun altro operatore può avere.
L’ingresso di nuove imprese nel mercato è possibile solo per chi ha alle spalle
grandi gruppi economici. Andando a vedere la composizione azionaria dei nuovi
operatori si scopre che sono formati da grandi gruppi stranieri delle
telecomunicazioni (British Telecom, Deutsche Telekom, France Telecom,
Telefonica spagnola), da apparati industriali italiani a rilevanza pubblica
(Enel, Eni, Italgas) e dai soliti nomi del privato (Berlusconi, Pirelli,
Benetton). Il gruppo Mannesman – passando alla telefonia
mobile – è oligopolista in Germania, ha acquistato Orange in Gran Bretagna (e
così ha assunto una posizione dominante) mentre in Italia ha posseduto per un
certo periodo il 100% di Omnitel ed Infostrada, poi passati all’inglese
Vodafone. Ad occhi attenti non può sfuggire che poche compagnie
si dividono il mercato europeo. Negli Stati Uniti la situazione è ancora
peggiore, perché il maggiore gestore privato (At&T) si è alleato con
Microsoft, creando una sinergia computer-fibre ottiche che creerà ulteriori
monopoli. Chi è in grado di coprire territori immensi con tecnologie costose ?
Chi di impiantare ripetitori ad ogni angolo e sostenere costi economici ed
ambientali, rintuzzare le proteste delle popolazioni esposte alle radiazioni,
pagare il prezzo delle manutenzioni ? Omnitel è riuscita ad ottenere per prima -
insieme a Tim – la concessione per la telefonia mobile in Italia. Adesso si
appresta a sfruttare la rendita di posizione derivante – per esempio – dai
ripetitori. Wind – terzo gestore ad avere la concessione – ha una rete limitata
né intende ampliarla subito (anche se spera di sfruttare la rete elettrica
dell’Enel) ed al momento utilizza i ripetitori altrui tramite accordi di
“roaming”. Torniamo al discorso fatto prima: per trasmettere dall’“antenna”
altrui l’operatore paga l’affitto a chi si è insediato prima. Che così guadagna
senza fare nulla. Un altro problema che la teoria economica
neoliberista non prende in considerazione sono i limiti fisici del territorio
ed i vincoli sociali. Per espandersi illimitatamente il mercato dovrebbe
insistere sul nulla. Un solo esempio per comprendere: se ogni operatore
impiantasse un ripetitore dove serve, ogni collina sarebbe sormontata da
un’antenna. Ed una volta finite le colline ? E quali conseguenze sulla salute
avrebbe l’immersione dell’Italia in un immenso campo elettromagnetico ? Stesso
discorso per i cavi del telefono. Se ogni nuova compagnia creasse la sua rete
personale, avremmo scavi e lavori ad ogni angolo di strada per un periodo
indefinito. Una tale frazionalizzazione è intollerabile anche dal punto di
vista politico-sociale, perché in particolari casi di emergenza (terremoti,
etc.) è indispensabile sapere “chi gestisce il telefono” e come coordinare le
varie reti. In parole povere, che piaccia o no, le telecomunicazioni sono il classico
settore a rilevanza pubblica. Ci
accorgeremo tra breve quanto può essere pericoloso affidarlo al monopolio
privato della curiosa “banda Olivetti”. b) La cultura
dell’asterisco
Secondo punto: le informazioni devono
circolare liberamente in maniera da permettere al consumatore una scelta
razionale. Si dirà: mai come ora siamo assaliti da una grande mole di
informazioni, su tariffe, profili e menù. In realtà tutto è vanificato dalla
profonda scorrettezza di tutte le campagne pubblicitarie. Più volte l’Antitrust
(Autorità Garante della Concorrenza e del mercato) ha condannato
specifiche campagne, specie quelle della telefonia mobile. Gli esempi potrebbero essere varie decine. Eccone uno che vale
per tutti, terminato nell’agosto 1999 con una condanna su denuncia
dell’associazione di consumatori Adusbef: la campagna tariffa “Italy” di
Omnitel, con l’opzione “Personal 195 Ricaricabile”. Un titolone, sovrastato dalla solita modella sorridente, annuncia
che si pagano 195 lire al minuto. Il titolo è molto grande, ed accanto presenta
un piccolo asterisco. Se è già poco probabile che l’occhio cada su una nota
scritta in piccolo su una pubblicità di giornale, è certo che in pochissimi
noteranno i piccoli caratteri di una videata di uno spot televisivo. Così come è certo che sui cartelloni stradali
quasi nessuno nota l’asterisco, e meno che meno la scritta sottostante in
caratteri microscopici. Chi passa in automobile non può fermarsi a leggere, se
non vuole rischiare la vita o almeno un tamponamento. “È necessario, invece, che le diverse
componenti della tariffa di un servizio di telefonia siano esplicitate nel
messaggio, contestualmente e con eguale evidenza, grafica o sonora, affinché il
consumatore possa fin dal primo contatto pubblicitario disporre degli elementi
essenziali per una immediata percezione della portata economica dell'offerta
pubblicizzata. In tal senso il rimando operato dall'asterisco ad informazioni
supplementari, riportate con carattere ridotto ed ubicate in una parte
periferica del messaggio (non fornite dunque contestualmente all'indicazione
del costo al minuto), che precisano [per esempio] l'esistenza del c.d.
"scatto alla risposta", di una "quota mensile aggiuntiva
rispetto al canone" per beneficiare della tariffa al minuto ridotta, nonché
la circostanza che il prezzo forfettario mensile deve considerarsi aggiuntivo
rispetto al canone, è da ritenersi inidoneo ad evitare l'effetto confusorio
ingenerato dal messaggio relativamente al prezzo del servizio”, afferma
reiteratamente l’Autorità Antitrust in occasione delle condanne alle compagnie
telefoniche. In altre parole, la maggior parte dei
consumatori leggeranno il titolone ma non le note richiamate dall’asterisco. Si
tratta di una pratica abituale. Per comprendere le dimensioni della truffa,
leggiamo con attenzione cosa è scritto a caratteri microscopici. In questo modo scopriremo che in realtà la
telefonata costa: ·
167 lire di scatto alla risposta; ·
Iva 20 % sullo scatto alla risposta (33,4 lire); ·
scatto di 167 lire ogni 51,3 secondi; ·
Iva 20 % su ogni scatto (33,4 lire). In dettaglio, le scritte a caratteri
microscopici ci dicono che “Personal 195 Ricaricabile ti fa scegliere quando
parlare a 195* lire al minuto (+ Iva) fra 5 diverse soluzioni: mattina,
mezzogiorno, pomeriggio, sera, city. Inoltre puoi parlare a 195* lire al minuto
tutti i giorni dalle 22.00 alle 8.00 e per tutto il giorno sabato, domenica e
festivi. Per tutte le altre chiamate nazionali la tariffa ordinaria è di sole
990* lire al minuto (+Iva)”. L'asterisco apposto al numero "195"
rimanda alla seguente dicitura, posta a fondo pagina e a caratteri più piccoli:
“Costo indicativo in lire delle chiamate nazionali per minuto di conversazione.
Il sistema di conteggio applicato è a scatti. Per ogni telefonata vengono addebitate
200 lire (IVA inclusa) alla risposta, comprensive dei primi 3 secondi di
conversazione. Per i secondi successivi ogni scatto ha un costo di 200 lire
(IVA inclusa) e una durata di 51,3 secondi per la tariffa ridotta e di 10,1
secondi per la tariffa ordinaria. Può essere scelta una sola fascia per volta.”
Di seguito, la nota 1 reca la dicitura “é possibile cambiare la fascia o la
città prescelta in qualsiasi momento al costo di 10.000 lire (IVA inclusa)
[...]". Infine, la nota 2 specifica, in riferimento alla ‘Fascia City’,
quali chiamate vengano considerate "chiamate locali". Nella parte inferiore del tabellare viene,
inoltre, indicato che “Personal 195 Ricaricabile ti fa scegliere quando parlare
a 195 lire al minuto (più IVA) fra 5 diverse soluzioni [...] specificando che
“Per tutte le altre chiamate nazionali la tariffa ordinaria è di sole 990
lire”. Il nostro consumatore – attratto dalla modella e dal titolone
[“Personal 195 Ricaricabile® – Solo 195* lire al minuto (più IVA)”] - credeva
di spendere 195 lire per 60 secondi ed invece nelle tasche della Omnitel ne
sono già finite 600 ! “Il prezzo delle telefonate indicato nei
messaggi è pari a lire 195 al minuto più I.V.A., mentre, in realtà, per
i primi 53 secondi di conversazione si pagano lire 600”, annota l’Adusbef.
E continua così: “la denominazione ‘Personal
195’ induce erroneamente a ritenere che il prezzo di un minuto di telefonata
sia pari a lire 195, o che comunque rimandi a un'indicazione tariffaria lineare
quando invece è a scatti; che i messaggi denunciati affermano che ‘Personal 195
Ricaricabile’ di Omnitel sarebbe la prima ricaricabile che dà la possibilità di
scegliere una fascia oraria spendendo di meno, mentre in realtà esistono altre
opzioni tariffarie legate alla fascia oraria prescelta; che i messaggi
pubblicizzano la possibilità di cambiare fascia di preferenza quando lo si
voglia, omettendo di specificare che per tale cambiamento sono dovute lire
10.000 e che la nuova opzione sarà attiva solo dopo uno o due giorni; che non è
possibile effettuare telefonate all'estero nell'ambito del servizio
pubblicizzato”. L’istruttoria dell’Antitrust prende in
considerazione anche le telepromozioni, segnalando quella particolarmente
grottesca “andata in onda sull'emittente Raiuno durante la trasmissione del Festival
della Canzone Italiana di Sanremo in data 23 febbraio 1999. Nel corso del
dialogo tra il presentatore Fabio Fazio e il cantante ‘Pupo’, vengono
illustrate le caratteristiche del servizio "Personal 195
Ricaricabile". In particolare, Pupo afferma: "Una notizia bomba! E'
nata Personal 195 Ricaricabile di Omnitel, e con cinque diverse fasce tra cui
scegliere quando telefonare a sole 195 lire al minuto". Fazio risponde:
"Omnitel infatti ha inventato Personal 195 Ricaricabile, che è la prima ricaricabile
di Omnitel fatta su misura per te". La privatizzazione e la concorrenza avrebbero
dovuto permettere al consumatore di scegliere: ma come si fa a valutare
l’opzione più conveniente se le tariffe non sono confrontabili ? Alcune sono a
scatti, altre a tempo. Alcune a base provinciale, altre prevedono sconti se si
chiama un cellulare dello stesso operatore. Chi ha lo scatto alla risposta, chi
no. Alcuni scatti durano 50 secondi, altri 60. Ci sono tariffe che scattano
alle 7,30 ed altre che si attivano mezzora dopo. Un confronto reale per capire quale costa
meno è del tutto improponibile. Qualche regola è comunque utile: calcolare
sempre la conversazione sui due minuti e non sul singolo minuto, in maniera da
contare gli scatti alla risposta; tenere in attenta considerazione l’Iva e
verificare se si calcola solo sulla conversazione od anche sullo scatto alla
risposta; fare attenzione a clausole e trucchi vari (promozioni, condizioni
particolari, limitazioni). Tabella Completa delle condanne per pubblicità ingannevoli
inflitte alle compagnie telefoniche
dall’autorità garante della concorrenza e del mercato
c) Accordi,
posizioni dominanti, cartelli
Quanto detto finora dovrebbe aver chiarito
che il concetto di posizione dominate è condizione normale in un mercato di
oligopolio. Così come sono normali le rendite di posizione. Ovviamente, le
imprese possono anche accordarsi tra loro e spartirsi il mercato, anziché
danneggiarsi a vicenda con la concorrenza. A questo punto apriamo una parentesi: gli economisti
sono tra le categorie più frustrate a causa di ripetuti fallimenti, previsioni
errate, errori in serie. Oggi sono divisi in tre grandi categorie: ·
i ragionieri, coloro che hanno rinunciato a grandi teorizzazioni
e si limitano a raccogliere statistiche, numeri, percentuali; ·
i fondamentalisti, in genere di scuola liberista, che ignorano
smentite e fallimenti, errori e catastrofi e proseguono indefessi applicando
con noncuranza le loro teorie. Se ne trovano in abbondanza presso la Banca
Mondiale, il WTO o la Confindustria. Sono consiglieri di vari governi. Sono un
cancro per questo pianeta; ·
i minimalisti, che hanno rinunciato alle tradizionali
teorizzazioni e preso atto dei fallimenti; utilizzano spesso “attrezzi” presi
in prestito da altre discipline. Proprio quest’ultima categoria ha provato a
spiegare il meccanismo della concorrenza utilizzando la teoria dei giochi, che
è uno strumento dei sociologi. La premessa è la seguente: la teoria che spiega
il mercato di concorrenza perfetta non è valida anche solo perché il mercato di
concorrenza perfetta non esiste (ne abbiamo visto un esempio al punto a). Per varie ragioni, oggi il mercato di gran lunga prevalente è
quello oligopolistico, in cui pochi operatori si dividono il mercato. Ora, non
esiste una sola teoria che sia in grado di spiegare in maniera soddisfacente
come si forma il prezzo in situazione di oligopolio. Per cui, sempre più economisti ricorrono a
spiegazioni non tradizionali e minimaliste, che hanno un grande pregio e un
grosso difetto. Il limite è che danno spiegazioni parziali e
limitate. Considerando che l’economia aveva l’ambizione di spiegare le leggi
universali del comportamento umano, si tratta di un salto non da poco. Il
vantaggio è che queste teorie spiegano poco ma sono verosimili, mentre i
teoremi del liberismo hanno l’ambizione di spiegare tutto ma non valgono a
nulla. Detto
questo, vediamo il caso specifico. La teoria dei giochi analizza il
comportamento di due o più giocatori, verifica i loro obiettivi e studia le
strategie che essi mettono in campo per raggiungerli. Un gioco può essere a somma zero se uno dei
contendenti vince e l’altro perde. Può essere a somma positiva se – per così
dire – ci si può spartire la posta. Le aziende, insomma, possono già fare
questa prima fondamentale scelta. Per spiegare cosa accade ci si riferisce al
dilemma del prigioniero. Per capirci, si tratta della situazione descritta da
Sciascia nel Giorno della civetta. Due criminali vengono portati al
commissariato e messi in due stanze diverse. Il commissario entra in una stanza
e dice: il tuo complice ha confessato. A questo punto il prigioniero pensa: ·
se l’affermazione del commissario è vera, mi conviene confessare:
ma così entrambi avremo il massimo della pena; ·
se l’affermazione del commissario è vera, ed io non confesso, il
mio complice avrà una pena mite ed io il massimo; ·
se l’affermazione del commissario è falsa, ed io confesso, io
avrò una pena mite ed il mio complice avrà il massimo; ·
se l’affermazione del commissario è falsa, ed io non confesso, ce
la caveremo tutti e due. Due imprese, poniamo per esempio Tim ed
Omnitel, ragionano in maniera analoga. Se io abbasso i prezzi, e il mio
concorrente li tiene fermi, ci posso guadagnare. Ma se li abbassiamo entrambi,
perdiamo tutti e due. E così via. E’ naturale che quasi sempre il timore
produce prezzi invariati, unitamente ad altri elementi (pressioni sindacali,
timori ed aspettative, analisi di mercato). Ma attenzione: per gli oligopolisti c’è
sempre un’altra strada aperta: trasformare il gioco a somma zero in gioco
cooperativo. In parole povere: mettersi d’accordo e spartirsi la torta a danno
dei consumatori. Del resto numerose indagini dell’Antitrust
hanno evidenziato la tendenza della grandi aziende a formare cartelli:
discografia, distribuzione del carburante, pay-tv, assicurazioni…. Per rimanere al settore cellulari, a gennaio
del 1999 l’Antitrust avviava un’istruttoria su Tim e Omnitel insospettita dalla
decisione presa in contemporanea dalle due società, che improvvisamente
applicavano tariffe identiche. L’Authority ipotizzava “intese lesive
della concorrenza”, cioè un accordo per la creazione di un cartello basato su
servizi similari e prezzi uguali, al fine di danneggiare gli altri operatori e
spartirsi il mercato. Letizia per voi
Cartomanti, maghi, imbroglioni, truffatori e
gli immancabili telefoni a luci rosse, il cui rapporto con la Telecom va
liquidato con la fulminante battuta di Beppe Grillo che ormai risale a molti
anni fa: sarebbe come se le Ferrovie affittassero le carrozze alle prostitute
riscuotendo una percentuale degli incassi. Le compagnie telefoniche sembrano non preoccuparsi
dell’imbarazzante connubio: non solo situazioni equivoche ma anche servizi di
dubbia professionalità, spesso sul confine pericoloso della truffa. In più, talvolta
neppure Telecom è in grado di risalire agli autori dell’illecito e meno che mai
il consumatore ingannato. Della questione si è occupata anche
l’autorità Antitrust in un caso che riassumo per la sua esemplarità. Nell’adunanza del 25 gennaio 96 veniva
decretata l’ingannevolezza dei “messaggi pubblicitari apparsi sul mensile
‘Sirio’ del luglio 1995 riguardanti servizi telefonici Audiotel: 1) 144.11.6196 dal titolo "Letizia per
voi"; 3) 144.11.4695, dal titolo "Lotto!”. “Nei messaggi non viene fornita alcuna
indicazione circa la ragione sociale e l'indirizzo della società che gestisce
il servizio o del suo titolare (anche per consentire eventuali reclami); il
secondo messaggio non fornisce, inoltre, alcuna indicazione circa il costo
della telefonata. Nel corso dell’istruttoria Telecom è stata
contattata per fornire importanti spiegazioni in merito, ed ha tra le altre
cose affermato che “per quanto concerne i codici "144" la Telecom
assegna un certo numero di codici ad un Centro Servizi, il quale provvede, a
sua volta, sotto la propria responsabilità, ad assegnare le singole numerazioni
Audiotel ai vari fornitori di servizi. Di conseguenza, la società Telecom, in
virtù di tale meccanismo, non può conoscere gli estremi identificativi dei
singoli fornitori di servizi "144", i quali mutano molto
rapidamente”. “I messaggi in questione” afferma l’Antitrust, “pubblicizzano
servizi telefonici Audiotel (144), i quali comportano un notevole onere
economico a carico del consumatore (trattandosi della tariffa più elevata, pari
a lire 2.540 per ogni minuto di conversazione, a cui bisogna aggiungere l'Iva). Il messaggio dal titolo "Letizia per voi", contiene
l'indicazione dei costi del servizio, ma non riporta alcuna precisazione circa
l'identità e la sede dell'operatore interessato. Pertanto, l'omessa indicazione
dell'operatore pubblicitario si traduce in un elemento di ingannevolezza di
questo messaggio. Il messaggio dal titolo "Lotto!", risulta, infine,
ingannevole […], in quanto omette di fornire ai consumatori indicazioni
rilevanti sia per quanto concerne il costo del servizio, sia per quanto
concerne l'identità dell'operatore pubblicitario”. Queste le considerazioni finali: “Può osservarsi che le esigenze di mettere in chiara evidenza il
costo dei servizi telefonici "144" e l'operatore interessato derivano
proprio dalla particolare natura di tali servizi, i quali sono fruibili
dall'utente in maniera diretta attraverso la propria linea telefonica, in
assenza di alcun rapporto contrattuale con il gestore del servizio stesso, e
sono assoggettati ad una modalità di pagamento automatica attraverso la normale
bolletta telefonica (senza, peraltro, particolare evidenza). Per quanto concerne, inoltre, l'indicazione dell'operatore
pubblicitario interessato e della relativa sede (al quale il consumatore
potrebbe rivolgersi, ad esempio, per eventuali reclami), l'importanza di
individuare esattamente la società che gestisce i servizi telefonici
"144" pubblicizzati emerge con maggiore evidenza alla luce di una
prassi molto diffusa, evidenziata nella stessa comunicazione del 17 novembre
1995 trasmessa dalla società Telecom Spa, in virtù della quale il centro
servizi che ha stipulato il contratto per la concessione delle linee con la
società Telecom rivende tali linee ad altri operatori dei quali è difficile
rintracciare l'identità. Dalla citata risposta fornita dalla società Telecom emerge che
non è d'altronde possibile per l'utente, in assenza di altre indicazioni,
risalire dal numero "144" pubblicizzato alla società che gestisce
tale servizio telefonico, in quanto non risultano azionabili strumenti di
ricerca, quali i servizi forniti attraverso i numeri 12 e 1412”. I campi
elettromagnetici
Il dibattito scientifico è spesso
condizionato da materialissimi interessi, e quando questi sono cospicui è
difficile attendersi risultati che non siano controversi. Il caso
dell’inquinamento elettromagnetico dovuto ad antenne e ripetitori è esemplare.
Tra elettrodotti, antenne tv, propagatori di segnale ed impianti vari il
territorio italiano è stato ammantato in pochi anni da un immenso campo
elettromagnetico che ormai risparmia pochi fazzoletti di territorio. E nel
prossimo futuro si annunciano nuovi impianti, in coincidenza con l’arrivo di
nuovi operatori, ed antenne sempre più potenti che dovranno propagare i segnali
dei video-telefoni. Se il dibattito scientifico sulla
pericolosità delle onde elettromagnetiche è ancora lontano da risultati sicuri,
è però certo un metaforico effetto inquinante sugli organi d’informazione. Un buon esempio ce lo fornisce l’opuscolo
"Elettromagnetismo. Le risposte della scienza", diffuso in allegato
al supplemento "D" del quotidiano "La Repubblica" del 27
luglio 1999. Il depliant è stato esaminato dall’Autorità
Antitrust su denuncia della FederConsumatori e successivamente condannato come
pubblicità ingannevole perché sotto la confortevole patina delle “affermazioni
scientifiche” cercava di dimostrare la totale innocuità per la salute dei
consumatori dei campi elettromagnetici generati dagli apparecchi radiomobili,
un tema più che controverso all’interno della comunità dei ricercatori. “Gli scienziati di tutto il mondo sono
concordi nel ritenere che le onde, anche quelle emesse dagli impianti
radiomobili, non producono effetti dannosi per la salute”, si legge invece
nell’inserto. “Gli standard tecnici internazionali, secondo i quali sono
costruiti i telefonini mobili e le stazioni radio base, non consentono che
questi provochino alcun riscaldamento significativo (Organizzazione Mondiale
della Sanità)”. “I sistemi radiomobili utilizzano livelli di potenza così bassi
da indurre un riscaldamento trascurabile rispetto alle normali variazioni di
temperatura cui è soggetto il corpo umano (ad es. nel caso di pratica di uno
sport o anche di semplice esposizione al sole)”. “Quest'ultima affermazione”, dice
FederConsumatori, “risulta fuorviante, in quanto si paragona l'innalzamento
della temperatura del corpo umano in alcune esemplificazioni riportate, con
l'aumento termico meramente interno del corpo dovuto alle radiazioni elettromagnetiche,
non spiegando che contro le prime il corpo innesca delle adeguate reazioni
mentre rimane indifeso nel secondo caso”. L’ottimismo di Tim è facile da mettere in discussione: l'Agenzia
per la Protezione dell'Ambiente Americana (EPA) – per fare qualche esempio - è
giunta alla conclusione che le radiazioni emesse dai telefoni radiomobili
(oltre che da forni a microonde, ripetitori tv, schermi televisivi,
videoterminali, linee elettriche a bassa e alta tensione, motori elettrici,
ferri da stiro, ecc.) sono una possibile, anche se non provata, causa di
cancro. Il legislatore nazionale attraverso il
Decreto n. 381/1998, nonché in prospettiva attraverso la legge quadro, ha
fissato determinati limiti all'elettrosmog generato da antenne e ripetitori di
cellulari, radio e tv. Anche il legislatore comunitario è recentemente
intervenuto con un'apposita raccomandazione riguardante le limitazioni
all'esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici. In altre parole Tim presentava in maniera
tranquillizzante e tendenziosa temi controversi, su cui il legislatore
nazionale e comunitario ha preferito applicare il “principio di precauzione”
rispetto ai rischi per la salute; ed il comportamento di Tim appare tanto più
grave perché nella memoria difensiva si afferma che gli stampati avevano fine
“informativo” e non pubblicitario.
Negli Stati Uniti, un paese considerato
all’avanguardia per la protezione della salute dei consumatori, il 18 giugno
del 1999 il biologo Robert Liburdy è stato condannato per frode scientifica in
seguito ad un’azione promossa dal National Institute of Health secondo cui lo
scienziato avrebbe distorto i dati in modo da dimostrare una correlazione
diretta tra elettromagnetismo e cancro. In Italia, poche settimane più tardi, il 6
agosto, l’allora ministro dell’ambiente Edo Ronchi inviava a tutti i presidenti
delle Regioni ed agli esercenti di elettrodotti una circolare – dunque un documento
ufficiale del Governo italiano – che prescriveva limiti rigidi per le
radiazioni elettromagnetiche in prossimità delle scuole. La circolare si basava sulla documentazione
fornita dall’Istituto superiore di sanità (ISS) che – pur negando una “documentata
causalità” – ipotizzava un nesso tra linee ad alta tensione e leucemia
infantile. La questione periodicamente si ripropone da
molti anni. Il cuore del tema è la pericolosità delle radiazioni non ionizzanti
per un tempo prolungato di esposizione. C’è un certo accordo sul fatto che
all’aumentare del tempo di esposizione si incrementano i pericoli. E’ sulla
base di questa considerazione che alla fine del 1999 la Procura di Venezia
avviava un’indagine per omicidio colposo e lesioni contro l’Enel in base a
numerosi casi di leucemia che hanno colpito in Veneto e Lombardia persone con
una comune caratteristica: abitavano nei pressi di tralicci dell’alta tensione,
di conseguenza erano perennemente esposti alle radiazioni. Le storie si somigliano tutte: dall’emicrania
a cadute di peli e capelli fino a vite stroncate da tumori e leucemie. Dopo
aver avviato l’inchiesta, il magistrato Casson lancia un appello pubblico
chiedendo segnalazioni di patologie correlate all’elettromagnetismo. In qualche
mese sulle scrivanie della Procura si accumulano ottomila cartelle cliniche,
una simile all’altra. Ed occorre ricordare un fondamentale principio di
diritto, sancito nel 1986 dalla procura lucchese di Pietrasanta in occasione di
un procedimento per un elettrodotto inquinante, secondo il quale l’onere della
prova spetta all’ente chiamato in causa e non al soggetto attore. In altre
parole, è compito di Enel, Telecom, Radio Vaticana e compagnia dimostrare che i
rispettivi impianti non generano danno. Non di associazioni e cittadini
denuncianti. La situazione più grave è certamente quella di Roma, dove si contano oltre 700
antenne per la telefonia mobile, i trasmettitori delle emittenti nazionali, le
mega-antenne Rai e gli impianti di Radio Vaticana. Le lotte contro queste impressionanti
concentrazioni di elettromagnetismo durano da molti anni e sono sostenute da
numerosi comitati spontanei, spesso genitori i cui figli vanno a scuola nei
pressi di tralicci o antenne, condomini il cui proprietario arrotonda
affittando il terrazzo ad operatori di telefonia cellullare, e così via. Rimanendo a Roma, la scuola media Leopardi,
per esempio, era circondata da sedici antenne radio-tv. Contro il limite di
legge di 6 v/m, ne venivano registrati nel 1990 40 e nel ’98 13,5. Questi
valori caratterizzano la zona di Montemario, formalmente una zona verde
protetta, nei fatti una delle aree con le peggiori concentrazioni di
radiazioni.
La correlazione tra elettromagnetismo e
malattie mortali era stata già ipotizzata negli Usa alla fine degli anni ’70:
da allora le ricerche sono state numerose ma hanno dati risultati
contraddittori, virando spesso verso la più comoda ipotesi della
predisposizione genetica. Un ufficio delle Nazioni Unite, sul tema, ha però
affermato il “principio cautelativo” secondo cui in attesa di risultati
definitivi è opportuno comunque adottare provvedimenti che vadano verso la
prevenzione. A partire dal giugno 2000 il comune di
Catania ha dato vita al progetto “Cassiopea” finalizzato al monitoraggio
costante e su tutto il territorio cittadino delle emissioni dai campi
elettromagnetici, in modo da “fornire un database scientificamente valido sui
livelli di esposizione, da parte della popolazione, ai campi elettromagnetici,
per rispondere alla costante richiesta di informazione da parte dei cittadini e
per costruire una base di confronto finalizzata alla corretta valutazione delle
problematiche derivanti dalle emissioni radioelettriche”. Va specificato che il monitoraggio riguarda
le emissioni degli apparecchi e non delle antenne/ripetitori. L’iniziativa ha un grande pregio ed un
notevole difetto: è la prima attività al mondo nel suo genere promossa da un
ente pubblico ma viene condotta in collaborazione, oltre che con l’università e
la Wavetek Wandel Goltermann, anche con Omnitel. I dati sono rilevati 24 su 24 da 15
postazioni sparse su tutto il territorio comunale e poste in prossimità di
luoghi ad alto transito ed all’interno di edifici pubblici e privati dove si
possano verificare prolungate permanenze. I risultati vengono diffusi da vari
mass media, tra cui il sito ufficiale del comune.
I tralicci dell’Enel sono un altro gravissimo
problema, di vecchia data perdipiù. All’inizio del 2001 il ministero
dell’Ambiente presentava i dati di un monitoraggio sui luoghi destinati ai
bambini (asili, parchi,…) ma di fatto abusivamente occupati da una pioggia
elettromagnetica che supera il limite di 0,2 microtesla, l'obiettivo di qualità
per la prevenzione del rischio elettrosmog. Secondo i risultati sono 464 i siti
fuorilegge, secondo l’elenco incompleto stilato con le risposte dei Comuni (i
risultati sono però incompleti perché solo un terzo degli enti ha risposto). Killer Radio
“Radio vaticana supera i limiti di emissioni
elettromagnetiche imposti dalla Legge italiana
- In tutta l'area di Cesano, di Roma, Anguillara, Osteria nuova e Roma
nord, attorno alle 58 antenne rotanti di Radio Vaticana aumentano di anno in
anno le malattie tumorali e neuroendocrine nella popolazione. Cessi l’illegalità e si rispetti il diritto
alla salute. Facciamo un appello alla solidarietà di ognuno perché chieda con
noi allo Stato italiano e al sindaco del comune di Roma di compiere tutti gli
atti di ufficio da loro dovuti nei confronti di Radio vaticana e dello stato Vaticano”.
Firmato Domenico Ciardulli, responsabile
Tribunale per i Diritti del Malato ospedale San Filippo Neri. Nel giugno del 2000 viene diffuso via
Internet l’ennesimo appello contro le antenne assassine di Radio Vaticana. Ma
già da tempo il dramma è segnalato. Solo nel febbraio del 2001 il ministro
dell’Ambiente si decide ad intervenire, suscitando peraltro la sorpresa del
Vaticano, la presa di distanza e le reazioni contraddittorie del governo del
centrosinistra, una serie di incontri e di riunioni, dimissioni minacciate da
un governo con pochi giorni di vita, effettuate e poi rientrate, secondo uno
stile di sceneggiata all’italiana che conferma per l’ennesima volta che leggi
di questo Paese non valgono per tutti tantomeno per il Vaticano. Eppure la battaglia contro le emissioni
vaticane ha ormai molti anni ed è ricchissima la documentazione sugli effetti
criminali delle radiazioni. Fenomeni da film dell’orrore (citofoni da cui si
può sentire la messa, treni che si fermano,…) e malattie spesso mortali. Nella primavera del 2001 l'Agenzia di sanità
pubblica del Lazio pubblica un rapporto dal titolo “Mortalità per leucemia
nella popolazione adulta ed incidenza di leucemia infantile a Cesano, Olgiata,
La Storta, Osteria Nuova, Santa Maria di Galeria, Anguillara e Formello”, cioè
le zone più vicine alle antenne. Il risultato è il seguente: “I bambini che
vivono vicino alle antenne di Radio Vaticana, a nord della capitale, rischiano
di ammalarsi di leucemia fino a sei volte di più dei loro coetanei di Roma città.
Anche per gli adulti si può parlare di incidenza superiore allo standard
romano, il rischio di mortalità per leucemia diminuisce man mano che ci si
allontana dagli impianti”. Il dossier prodotto dalla Regione prende in
esame la popolazione da 0 a 14 anni tra il 1987 e il 1999, e confronta i casi
di leucemia infantile registrati a Roma città con quelli diagnosticati nelle
zone a ridosso di Radio Vaticana. A complicare la situazione, c'è un potente
impianto radar installato di recente dalla Marina Militare a Santa Rosa, a due
chilometri dall'emittente cattolica.
Per i bambini che abitano fra zero e due
chilometri dalle antenne il rischio di ammalarsi è 6.06 volte più alto rispetto
a Roma. Per chi vive tra i due e i quattro chilometri il pericolo aumenta di
2.3 volte. Nella fascia tra i quattro e i sei chilometri, l'incidenza è di 1.88
maggiore. Nessun caso di leucemia infantile è stato registrato fra i sei e i
dieci chilometri. Infine gli adulti. L'analisi della mortalità per leucemia tra
il 1987 e il 1998 conferma per gli uomini “un significativo decremento” con
l'aumentare della distanza da Radio Vaticana. Nessuna associazione di questo
tipo è stata invece osservata per le donne. Il Vaticano si è sempre difeso dalle accuse
inalberando il principio dell’extraterritorialità. I legali di Radio Vaticana
hanno anche annunciato il rifiuto degli imputati di presenziare alle udienze
decise dal procuratore Gianfranco Amendola contro l'emittente cattolica più
potente del mondo, accusata di inquinamento elettromagnetico. La “Santa Sede” non riconosce la
giurisdizione italiana e si appella ai principio dell'extraterritorialità
sancito dai Patti Lateranensi. Sul tema, il governo italiano in parte ha già
risposto, anche se in modo abbastanza contraddittorio. Il ministro
dell'Ambiente Willer Bordon conferma “l'impegno per contrastare in tutti i modi
la posizione della Santa Sede”. Il sottosegretario alle Comunicazioni Vincenzo
Vita chiede che la commissione congiunta Italia - Vaticano passi subito alle
misurazioni dei campi elettromagnetici. Ma il ministero degli Esteri, con una
nota dello scorso anno inviata al pm Amendola, riconosceva al Vaticano il
principio dell'extraterritorialità. Il magistrato ribatte però che la regola “non
è applicabile a questa situazione: la non ingerenza riguarda gli affari interni
della Santa Sede, non un'attività materiale che può provocare pericolo
all'esterno ed ai cittadini italiani”. La questione in realtà è semplice: i valori
delle emissioni sono tre volte sopra la norma. Di conseguenza le antenne vanno
come minimo trasferite. Le conseguenze delle radiazioni vengono sopportate in
territorio italiano dunque l’extraterritoralità non è applicabile. I dati, registrano nel giardino di casa
Scalzi (nei pressi delle antenne) valori di 14.9 volt a metro e di 18 volt per
metro. Accanto al monitoraggio della commissione bilaterale, nei giorni 27 e 28
aprile scorsi, il Wwf ha provveduto a compiere le sue misurazioni con una
strumentazione omologata. “Trenta sforamenti su 80 misurazioni”, racconta Guido
Santonocito per l'associazione. “Dentro le abitazioni abbiamo registrato valori
come 24.66 volt per metro o addirittura di 34 volt per metro”. Nel corso di un’assemblea dell’aprile 2001 il
portavoce del comitato "Bambini senza onde", Paolo Aquilanti, ha
esibito una circolare firmata dal comandante della Scuola di Fanteria di
Cesano, datata 6 novembre 1996 e intitolata “inquinamento elettromagnetico”.
“E' vietato a chiunque di permanere sul terrazzo condominiale delle palazzine
48 e 49 per più di 60 minuti”, si legge nel documento. Il ministro dell’ambiente Bordon, che nella
primavera del 2001 sembra l’unico membro del governo a volersi impegnare
seriamente sulla vicenda, rileva che “l’esecutivo ha l'obbligo di applicare la
legge, altrimenti saremmo di fronte ad un'omissione d'atti d'ufficio,
perseguibile penalmente”. Si stabilisce il termine fatidico del 30
aprile, che però passa invano tra le minacce di Bordon e la presunzione immensa
dei responsabili vaticani. Dopo ulteriori vertici e riunioni viene fissato il
nuovo termine del 31 agosto 2001. La razza corsara
Due pezzi di carta, due riquadri di giornale
apparsi sulle maggiori testate, due pubblicità malfatte per decidere i destini
della telefonia italiana. Aprile 1999: assemblea degli azionisti di Telecom
Italia. “Più valore agli azionisti con il piano industriale di Telecom Italia”,
promette il gruppo che detiene il pacchetto di maggioranza; e conclude:
“Telecom Italia vale molto di più di quanto propone Olivetti. Venite ad
esprimere il vostro voto alla prossima assemblea. Siamo lavorando per tutti gli
azionisti. Conservate il 100% del potenziale di credito. Non cedetelo ad
Olivetti-Tecnost”. Dall’altra parte c’è Roberto Colaninno, che
ha acquisito la disastrata Olivetti e da febbraio ‘99 si presenta con una
Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio (OPAS) all’assalto tramite la
finanziaria del gruppo, Tecnost, appunto. “Tre ottime ragioni per votare No”, dice
Olivetti. “Venticinque tra le maggiori banche del mondo hanno condiviso il
nostro Piano, aderendo alla richiesta di finanziare l’offerta per 43.500
miliardi di lire”. Questa è appunto una delle accuse rivolte a
Colaninno, che sarebbe molto esperto di operazioni finanziarie ma poco di
strategie industriali e che appunto sarebbe stato finanziato da istituti di
credito esteri con il fine di sottrarre al controllo nazionale le
telecomunicazioni italiane. La conclusione del programma Olivetti dice:
“Votando No potrete partecipare ad un evento che aprirà un varco all’Italia che
crede in un mercato libero e competitivo”. Ma davvero andrà a finire in questo modo ?
L’OPAS di Colaninno, completata in maggio e perfezionata nel giugno 1999, ha
ottenuto l’adesione del 52,12% del capitale ordinario di Telecom Italia. Il
valore dell'operazione, tra i più elevati a livello europeo e mondiale, è stato
di 31,5 miliardi di euro, corrisposti agli azionisti di Telecom Italia aderenti
all'offerta parte in contanti, parte in obbligazioni e azioni Tecnost. Dopo la
vittoria Olivetti è diventata un’azienda con un giro d’affari (esercizio 2000)
di 30,1 miliardi di euro e con oltre 120.000 dipendenti a fine 2000. Del resto i manager degli anni precedenti
hanno con la loro disastrosa gestione favorito l’avventura Colaninno:
segnaliamo per esempio le continue ipotesi di ridimensionamento del personale,
gli accordi internazionali fatti e dismessi subito dopo, i continui cambiamenti
nell’individuazione del “settore strategico”, i progetti per il piano Socrate
(cablaggio città) e Fido (cellulare da città) cancellati, poi ripresi, poi aboliti,
e infine ancora ripresi nel piano industriale del 1998. Tutto questo non basta però per spiegare la
più incredibile vicenda economica mai avvenuta in Europa. Come è potuto
accadere che le telecomunicazioni italiane, settore strategico del nuovo millennio,
siano finite all’improvviso e nel giro di un mese scarso nelle mani del
ragionier Colaninno da Mantova, fino ad allora illustre sconosciuto del
panorama economico italiano ? E come è stato possibile che il ragioniere
abbia acquisito d’un colpo il controllo di un’azienda da 100mila miliardi
sborsandone di tasca propria appena 45 ? In realtà l’assalto alla Telecom è stata
un’operazione studiata nel tempo e coperta finanziariamente da alcuni tra i
maggiori istituti di credito al mondo e politicamente dalla coppia D’Alema –
Bersani. Col risultato di consegnare ad un paio di grandi speculatori
internazionali le telecomunicazioni italiane. Primo protagonista: DLJ, una banca d’affari
statunitense numero uno nel settore delle telecomunicazioni, è il primo dei
soggetti della vicenda. Venticinque sedi in tutto il mondo, 8mila dipendenti,
sede centrale a New York. Manager incaricato per l’affare Telecom, Jim
Cantwell. Secondo protagonista: Lehman Brothers, sede
centrale a Londra, lunghi rapporti con l’Olivetti di De Benedetti ed un
incaricato speciale per la questione Telecom, Vittorio Pignatti. “All’inizio dell’ottobre ‘98, gli analisti
del settore telecomunicazioni della DLJ cominciarono a mettere gli occhi sul
‘caso Telecom’. E chiamarono il loro rappresentante in Italia, il finanziere
Francesco Micheli, per avere maggiori dettagli. Un dossier analogo, frattanto, veniva aperto
anche dall'altra parte dell'Atlantico negli uffici londinesi della Lehman.
L'interesse verso l'azienda italiana, allora guidata da Gian Mario Rossignolo,
aveva tre buoni motivi. Primo: quello delle telecomunicazioni è uno
dei business mondiali più interessanti. Secondo: dopo la privatizzazione la Telecom
aveva un azionariato fragile, con un ‘nocciolo’ duro, imperniato sull'Ifil
degli Agnelli, capace di controllare appena l'8 per cento. Che per di più
appariva divaricato al suo interno. Terzo: il management dell'azienda era ancor
più diviso e irresoluto. La Telecom era dunque una ottima preda potenziale:
ricca e indifesa. Era però necessario un partner italiano, la società guida
dell'operazione”. I requisiti del “conquistatore” erano
essenzialmente tre: una grossa credibilità presso gli istituti di credito,
40mila miliardi di lire da mettere sul piatto ed uno spirito avventuriero senza
pari. La Lehman, memore degli affari precedenti,
individuò in Carlo De Benedetti un possibile candidato. L’ingegnere possedeva
forse il terzo requisito ma certo non gli altri due, perché la lunga lista
delle sue disavventure gli aveva compromesso la fiducia delle banche
internazionali. Parallelamente, Colaninno da semplice manager
stava diventando padrone assoluto di Olivetti scalzando proprio l’ingegnere. La Antonveneta e la Chase Manhattan gli
avevano messo a disposizione 500 miliardi con i quali la Bell, società con sede
formale in Lussemburgo, comprò l’8% delle azioni Olivetti. Il 3 novembre del
’99 - al termine di una complessa operazione durata 16 mesi - Colaninno era il
nuovo padrone di Ivrea senza uscire troppe lire dal portafoglio. Questa operazione era una prima prova
generale, una versione in miniatura di quella che poi sarebbe stata la scalata
Telecom: ma era già più che sufficiente per mostrare a chi di competenza che
Colaninno i requisiti di cui sopra li possedeva o era in grado di acquistarli in
breve tempo.
Lehman e DJL ognuna per i fatti propri
contattarono Colaninno e gli illustrarono il loro piano: fase uno usare
Olivetti per conquistare Telecom; svendere Olivetti ai tedeschi; fase due:
cedere pezzi pregiati come Tim; far cadere i costi sugli azionisti Telecom;
ritrovarsi con un mucchio di soldi (la fase due come sappiamo subì poi delle
varianti su pressione politica del governo di centro-sinistra, perché implicava
in prima istanza 35mila licenziamenti e in seconda terremoti sociali di difficile
prevedibilità). Inoltre, con la cessione di Infostrada e
Omnitel prima ai tedeschi della Mannesman e poi agli inglesi della Vodafone
Olivetti sarebbe rimasta una scatola ricca ma vuota; e Colaninno sarebbe
rimasto per sempre il cavallo di Troia che permise agli stranieri di
vampirizzare e fare a pezzi le telecomunicazioni italiane. Di conseguenza, arrivarono le varianti:
primo, i piani delle due banche d’affari divennero uno solo, mettendo insieme
le rispettive forze. Secondo, Olivetti avrebbe gestito Telecom. Colaninno si
trovava di fronte ad un bivio: vincendo sarebbe diventato l’uomo più importante
dell’economia nazionale; perdendo, sarebbe stato un uomo rovinato sommerso da
debiti a molti zeri. Occorrevano a questo punto “soltanto” 25
miliardi di dollari. Colaninno chiede in giro, fa le sue verifiche, incassa da
signore il rifiuto della Citibank e prende con soddisfazione il sì della Chase,
che era stata già dietro la sua scalata all’Olivetti e che ostentava fiducia
senza condizioni: i soldi sarebbero stati pronti in qualsiasi momento, col
semplice preavviso di una settimana. All’inizio del 2000 il piano era pronto grazie al lavoro delle
banche e ad un piccolo esercito di
consulenti tra i quali merita una segnalazione il finanziere Ferdinando
Mach di Palmstein, legato a Bettino Craxi, coinvolto nelle inchieste della
magistratura e – gli va riconosciuto – tra i massimi esperti di finanza
spericolata. “Dei 5 mila miliardi di aumento di capitale previsti per la
Olivetti, la Bell (che nel frattempo era salita al 15 per cento) deve sborsarne
750. Colaninno è presente nella Bell tramite la Fingruppo a cui fa capo il 40
per cento della società lussemburghese. Ma possiede solo il 15 per cento della
Fingruppo. Quindi deve tirare fuori il 15 per cento del 40 per cento di 750
miliardi: 45 appunto. Del resto non c'è da stupirsi: Colaninno è padrone della
Olivetti possedendone appena lo 0,9 per cento”. In termini più lineari, il ragioniere mantovano aveva ben
imparato il gioco delle scatole cinesi,
“un gioco in cui De Benedetti era stato maestro negli anni Ottanta”. Sulla carta tutto era semplice e niente impossibile. Ma la realtà
non è un tavolo da gioco, e gli allegri piani fin qui esposti rischiavano di
mandare a gambe all’aria il Paese intero, facendogli perdere ogni residua
credibilità ed innescando reazioni a catena a partire dai mostruosi tagli
occupazionali previsti. Colaninno si reca dal ministro dell’Industria Bersani, tessera
Ds, e lo informa delle sue intenzioni. Alla fine dell’incontro si decide di non
toccare assolutamente Tim e di dare all’operazione la sacra benedizione di
Mediobanca. D’Alema saluta come “coraggiosa” l’operazione Colaninno e la
contrappone alla presenza in Telecom di “lor signori che vogliono comandare con
lo 0,6 per cento”, con esplicito riferimento agli Agnelli. Le alleanze politico-finanziare coagulano contro Colaninno un
vasto fronte che va da Prodi a Berlusconi fino ovviamente agli Agnelli che fino
a quel momento con circa 360 miliardi erano azionisti di riferimento di Telecom
e che intravedono non solo la perdita dell’affare delle telecomunicazioni ma la
definitiva uscita di scena ad opera di nuovi rampanti manager che usano metodi
a loro poco familiari.
La nuova Olivetti continua a controllare
Omnitel, e dopo il vittorioso assalto a Telecom si trova a creare un gigantesco
monopolio privato nelle telecomunicazioni ed in particolare nella telefonia
mobile di cui deve in fretta liberarsi tramite il rapporto di conguaglio delle
azioni, ovvero contorti e complessi meccanismi di scambio tra azioni
Olivetti/Telecom che per alcuni mesi generano confusione nell’economia italiana
ed in Borsa. Ma alla fine il gruppo Olivetti ha creato uno
dei maggiori monopoli al mondo, schematizzabile come segue: ·
Telecom Italia Wireline Services, uno dei maggiori operatori
mondiali nei servizi di telefonia fissa e traffico dati, opera con un'offerta
di prodotti e servizi voce e dati per utenti privati e business. ·
TIM, società quotata presso la Borsa Italiana, opera nei servizi
di telefonia mobile ed è leader sul mercato italiano con 21,6 milioni di
clienti a fine 2000; i clienti esteri che fanno capo a società controllate o
partecipate sono 23,4 milioni. ·
Telespazio offre una completa gamma di sistemi e servizi
satellitari. ·
Seat Pagine Gialle, società quotata presso la Borsa Italiana;
dopo aver incorporato per fusione (novembre 2000) Tin.it, Internet Service
Provider di Telecom Italia, e aver acquisito diverse partecipazioni in società
italiane ed estere, Seat dispone di competenze e attività lungo tutta la catena
del valore di Internet. Nel 2001 Seat entra nel mondo della televisione tramite
l’acquisizione di TMC-Telemontecarlo. ·
All’estero il Gruppo Telecom Italia ha un’attiva presenza
attraverso società partecipate e joint-venture che gestiscono servizi di
telecomunicazione fissa e mobile in diversi mercati, soprattutto in Europa
(Spagna, Francia, Austria, Grecia, Turchia, ecc.), nel bacino del Mediterraneo
e in Sud America (Argentina, Brasile, Cile, ecc.). Nelle Tecnologie dell'Informazione e
Comunicazione il gruppo Olivetti è presente attraverso: ·
Olivetti Tecnost, la società direttamente controllata che
raccoglie la tradizione industriale di Olivetti; la sua offerta comprende
prodotti per l'ufficio, periferiche per la comunicazione e trattamento
immagine, soluzioni innovative per Internet e per la Domotica. Olivetti Tecnost
(in precedenza denominata Olivetti Lexikon) controlla Tecnost Sistemi, attiva
nei prodotti e sistemi informatici specializzati per l'automazione dei servizi
e dei giochi. ·
Webegg, società controllata pariteticamente da Olivetti e dal
Gruppo Telecom Italia, offre consulenza e soluzioni di Intranet, Internet e
Extranet per le aziende; nell’ambito del gruppo Webegg opera TeleAp, attiva nel
settore delle soluzioni per i Call Center (Customer Relationship Management). ·
I.T. Telecom Italia, società che Telecom Italia ha costituito nel
luglio 2000 per raggruppare tutte le sue aziende e attività informatiche, tra
cui Finsiel, leader in Italia e ai primi posti in Europa nel mercato dei
servizi informatici, Telesoft e Sodalia, attive nel software per le
telecomunicazioni e nei servizi informatici, Netsiel, che gestisce in
outsourcing i sistemi informatici di Telecom Italia e di altre società. Il Gruppo Olivetti è presente anche in altre
aree di attività attraverso: ·
Telecom Italia Lab, business unit di Telecom Italia per l’innovazione
e lo sviluppo, nel cui ambito operano lo CSELT, centro studi focalizzato sulla
ricerca avanzata in vari campi delle telecomunicazioni e delle tecnologie
dell'informazione, e l’Interaction Design Institute di Ivrea, struttura per la
formazione di alto livello nell’innovazione dei servizi di comunicazione. ·
Stream, controllata al 50% da Telecom Italia, gestisce la seconda
piattaforma di televisione digitale a pagamento, via cavo e via satellite, sul
mercato italiano, in via di fusione con Telepiù, controllata dai francesi di
Canal +. ·
Lottomatica, partecipata per il 25,5% da Sogei (Gruppo Finsiel) e
per il 19,5% da Olivetti, opera nella gestione e automazione dei giochi con
applicazione di tecnologie avanzate. ·
Olivetti Multiservices, totalmente controllata da Olivetti, è
attiva nella gestione degli immobili con un’ampia offerta di servizi integrati.
Storia in sintesi di
Olivetti
Un abisso separa le figure umane e culturali, ma anche politiche,
di Adriano Olivetti e Roberto Colaninno, l’inizio e la fine di Olivetti, due
figure realmente antitetiche. Novanta anni di storia di Olivetti sono anche
uno spaccato di rilievo per capire le fasi che questo Paese ha attraversato. Partiamo dunque dal principio: il 29 ottobre
1908 Camillo Olivetti costituisce a Ivrea la Ing. C. Olivetti & C. S.p.A.,
"prima fabbrica italiana di macchine per scrivere". I dipendenti sono
20 e le strutture produttive consistono in una officina di 500 mq., che
consente nei primi anni volumi dell'ordine delle 20 macchine alla settimana. La
prima macchina per scrivere è la M1, presentata nel 1911 alla Esposizione
Universale di Torino. Negli anni successivi l'Azienda cresce
rapidamente ampliando e diversificando l'offerta e sviluppando la presenza
commerciale in Europa e nel mondo. Vengono lanciati nuovi modelli di macchine
per scrivere (fra cui le prime portatili), e poi telescriventi, calcolatrici,
mobili e attrezzature per ufficio. Le macchine per scrivere e le calcolatrici
vengono anche sviluppate in versione elettrica. Si avviano attività nel campo
delle macchine a controllo numerico. Nuovi stabilimenti produttivi si aprono in
Italia e, a partire dal 1930, anche all'estero. L'organizzazione commerciale,
già ampiamente articolata in Italia, si estende al di fuori dei confini
nazionali in Europa, Africa, Medio Oriente, America Latina. Un contributo fondamentale alla rapida
espansione della Società viene dato da Adriano Olivetti, figlio di Camillo, che
diventa Direttore Generale nel 1933 e le imprime uno stile e una cultura che
faranno di Olivetti un esempio unico nella storia industriale italiana ed
europea. Adriano mostra grande attenzione verso lo
sviluppo della tecnologia, l'innovazione, la qualità dei prodotti; accentua
l'attenzione verso i mercati internazionali; cura il design industriale; ma
soprattutto affronta con grande sensibilità le problematiche sociali del lavoro
e del rapporto tra azienda e territorio, dando vita a strutture importanti
quali ad esempio le “Edizioni di Comunità” dedicate in particolare alla
sociologia industriale ed alla ricerca sul territorio. Si tratta di un esempio unico mai seguito
dagli industriali italiani che al contrario tenderanno a chiudersi al loro
interno contrapponendosi frontalmente ai sindacati ed alle tematiche del
lavoro. Sotto la guida di Adriano, gli Anni 50
segnano una fase di crescita straordinaria. Olivetti afferma una leadership
incontrastata nella tecnologia meccanica dei prodotti per ufficio: il prodotto
simbolo è la calcolatrice Divisumma 24, di cui nel 1967 sarà prodotto il milionesimo
esemplare. Allo sviluppo di strutture commerciali e
produttive all'estero si aggiunge nel 1959 l'acquisizione della Underwood,
grande impresa americana di macchine per scrivere. Inoltre, l'Olivetti compie
in quegli anni la prima importante svolta della sua storia investendo con
grande tempestività nella emergente tecnologia elettronica. Frutto di questi
investimenti è l'introduzione nel 1959 del primo calcolatore elettronico
sviluppato in Italia, l'Elea 9003. La morte di Adriano Olivetti nel 1960 ed una
serie di difficoltà finanziarie costringono successivamente Olivetti a cedere
la Divisione Elettronica. Continua però l'impegno nel settore, che conduce
l'Azienda a presentare nel 1965 un calcolatore da tavolo molto innovativo,
programmabile con schede magnetiche, il P101. Questo prodotto è da molti
considerato l'antenato del Personal Computer. Gli Anni 70 segnano una svolta importante per
la Olivetti. Nelle attività di produzione sono introdotti modelli di
organizzazione del lavoro molto innovativi; allo stesso tempo si punta con
decisione sull'elettronica con ingenti investimenti per l'acquisizione delle
nuove tecnologie e per la riconversione del personale. La transizione
all'elettronica è onerosa e l'Olivetti arriva alla fine del decennio in una situazione
di grave difficoltà finanziaria. Nel 1978 Carlo De Benedetti investe
nell'Azienda assumendone la responsabilità operativa. Il completamento del
processo di riconversione all'elettronica, lo sviluppo accelerato di nuovi
prodotti e il risanamento finanziario attuato attraverso successive
ricapitalizzazioni dell'Azienda e il miglioramento dell'efficienza gestionale,
pongono le premesse per un nuovo ciclo di sviluppo. Tra i prodotti più significativi che vengono
lanciati in questi anni vi sono la prima macchina per scrivere elettronica (Et
101 nel 1978) e il primo personal computer (M20 nel 1982), cui seguirà due anni
più tardi il modello M24. Con questi e con altri prodotti e servizi si
consolida una nuova importante svolta della Olivetti, verso l'informatica. Nei corso degli Anni 80 Olivetti accelera il
processo di crescita ricorrendo a numerose acquisizioni, intese e alleanze
internazionali, oltre che a operazioni di venture capital. Tra le alleanze più
significative vi è quella con l'americana AT&T siglata sul finire del 1983.
Nei prodotti per ufficio l'offerta Olivetti
si estende: accanto ai prodotti per la scrittura elettronica e il calcolo, si
producono stampanti, facsimile, registratori di cassa, fotocopiatrici e
accessori. All'inizio degli Anni 90, intuito il forte
potenziale di sviluppo delle telecomunicazioni, l'Olivetti costituisce insieme
ad altri investitori (fra cui alcuni dei maggiori operatori mondiali di
telecomunicazioni) la Società Omnitel, con l'obiettivo di operare nella telefonia
mobile. Omnitel diventa operativa a fine 1995 dopo l'acquisizione della
relativa licenza. Secondo le stesse linee strategiche, nel 1995 viene creata
Infostrada per operare nella telefonia fissa. Si tratta di due operazioni
destinate, nel giro di pochi anni, a cambiare il volto della Olivetti. Nella prima metà degli anni '90
l'intensificarsi della competizione globale, la caduta dei prezzi e dei margini
in tutta l'industria informatica mondiale, la debolezza del mercato europeo, e
in particolare di quello italiano, spingono Olivetti a una lunga e onerosa
ristrutturazione delle attività. A partire dal settembre 1996, in un momento
particolarmente difficile per l'Azienda, Olivetti intraprende sotto la guida di
Roberto Colaninno un processo di profonda trasformazione, che conduce a una
sempre più decisa focalizzazione sulle Telecomunicazioni e alla
razionalizzazione delle attività informatiche. Questa trasformazione passa attraverso la
definizione di nuove “alleanze” nelle telecomunicazioni, in particolare con il
gruppo tedesco Mannesmann (1997), e la cessione delle attività nei personal
computer (1997) e nei sistemi e servizi (1998). In questo modo il Gruppo limita
ad alcune aree specifiche la sua presenza nell'informatica (prodotti per
ufficio; sistemi specializzati; servizi informatici per il mercato italiano). Risanata la situazione economico-finanziaria,
Roberto Colaninno opera per consolidare la struttura azionaria di controllo di
Olivetti. A febbraio '99 – come sappiamo - Olivetti e la controllata Tecnost
annunciano l'intenzione di lanciare un'Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio
(OPAS) sulla totalità delle azioni ordinarie di Telecom Italia. L'operazione si conclude in giugno con
l'acquisizione di oltre il 52% del capitale ordinario di Telecom Italia per un
controvalore di 31,5 miliardi di Euro. Allo stesso tempo, Olivetti provvede
alla cessione, richiesta dalle norme sulla concorrenza, delle sue
partecipazioni in Omnitel e Infostrada a Mannesmann. Si compie così l’ennesima e forse più
importante trasformazione della Olivetti, che diviene il principale gruppo
italiano operante nelle telecomunicazioni, con un giro d'affari di oltre 28,2
milioni di euro e circa 130 mila dipendenti che probabilmente non hanno neppure
chiaro per chi lavorano e se repentinamente cambieranno ancora padrone. Ancora
Colaninno ? Il ministero del Tesoro ? O le banche estere che hanno finanziato
l’OPAS ? Una sola cosa è certa. Tra Adriano Olivetti e Roberto Colaninno c’è un
abisso umano e culturale. New Managers, old Managers
Se il “capitalismo delle famiglie” all’italiana è terminato, da
cosa è stato sostituito ? Vediamo a titolo di esempio i profili di due
importanti “manager” – probabilmente la figura chiave dell’economia
contemporanea – delle telecomunicazioni italiane: Roberto Colaninno uomo forte
di Olivetti-Telecom e Giancarlo Elia Valori di Blu-Benetton. Amministratore Delegato di Olivetti dal
settembre 1996, Roberto Colaninno (nato a Mantova nel 1943) dal giugno 1999 è
anche Presidente e Amministratore Delegato di Telecom Italia. Colaninno ha dovuto gestire una difficile
situazione, dovuta alla crisi dell’informatica italiana (Olivetti si era
appoggiata soprattutto alle commesse pubbliche, ma al confronto coi concorrenti
statunitensi non regge). Per il nuovo dirigente occorre prima risanare
finanziariamente l’azienda quindi virare decisamente dall’informatica alla
telefonia. Infostrada ed Omnitel sono le più rapide ad ottenere le licenze e di
conseguenza si affermano come i primi operatori alternativi a Telecom. “La carriera di Roberto Colaninno è
cominciata nel 1969 quando, dopo un primo periodo di attività in campo fiscale
e contabile, contemporanea agli studi universitari di Economia e Commercio,
Colaninno entra come Direttore Amministrativo alla Fiaam, azienda italiana di
componentistica auto, di cui viene nominato tre anni dopo Amministratore
Delegato e alla quale dà grande impulso proiettandola anche sui mercati esteri.
Nel 1981 fonda a Mantova la società Sogefi,
operante nella componentistica auto, e ne guida il processo di espansione
attraverso una strategia di globalizzazione e di alleanze internazionali fino a
farne uno dei principali gruppi italiani del settore con 1.000 miliardi di
fatturato e circa 30 impianti industriali in oltre 20 Paesi. E’ Consigliere di Amministrazione della Banca
Agricola Mantovana e di Mediobanca. Dal 1997 è membro del Consiglio Direttivo di
Confindustria. E’ membro della Giunta Direttiva di Federmeccanica, membro del
Consiglio Direttivo di Assolombarda e del Consiglio Generale e della Giunta
Direttiva di Assonime. Nel giugno 2000 Roberto Colaninno è stato nominato
Cavaliere del Lavoro dal Presidente della Repubblica. È membro della European Roundtable of
Industrialists, l'associazione che raccoglie una quarantina dei responsabili
dei maggiori gruppi industriali privati europei, che si riunisce periodicamente
per esaminare i temi di maggiore rilevanza economico-industriale e formulare
proposte e raccomandazioni agli organi di governo europei. Giancarlo Elia Valori, 63 anni, è transitato
dagli incarichi di Stato alla galassia Benetton. Cossiga gli ha appuntato sul petto la medaglia di Cavaliere di
Gran Croce, Mitterand la Legion d’onore. Nato nei pressi di Venezia nel ’40,
doppia laurea in Scienze Politiche ed Economia e Commercio, inizia la sua
carriera nel ’64 al ministero del Bilancio, quindi nella Rai di Bernabei come
responsabile degli accordi internazionali, poi tre anni al Fondo monetario
internazionale. Dal ’75 entra come manager della società
Italstrade-gruppo IRI, e all’inizio degli anni ’80 è vice presidente della SME,
mega-carrozzone dell’alimentare di Stato. Dal 1987 entra nel consiglio di
amministrazione dei Supermercati GS e dal 1995 – governo Dini - presiede
Autostrade Spa, la più grande rete autostradale del mondo, con i suoi 3 mila
chilometri d’asfalto, 3.200 miliardi di fatturato, 426 di utili. Nel 1997 i supermercati GS vengono acquistati
dalla multinazionale di Ponzano Veneto in società con Del Vecchio (Luxottica)
ed Elia Valori viene nominato presidente onorario. Il rapporto si consolida con
l’acquisizione di Benetton del gruppo Autostrade. Elia Valori diventa manager
di Blu, la società telefonica del gruppo Autostrade.
A fianco di questo sfolgorante curriculum se
ne può scriverne un altro di cui essere un po’ meno orgogliosi. Il 15 marzo
1983 Elia Valori depone di fronte alla Commissione parlamentare di inchiesta
sulla P2 dopo che il suo nome è stato rinvenuto tra gli elenchi di Castiglion
Fibocchi. Dopo un esordio piuttosto scontato (“mi sono dimesso e non ho più
pagato le quote associative dopo aver capito che Gelli era un trafficante e la
P2 un’associazione di potere”), Elia Valori racconta di essere stato amico
personale di Peron e di averlo presentato a Gelli. L’amicizia con Gelli si trasformerà in
seguito in un dualismo insanabile e nella rottura-espulsione dalla P2. Ma prima
dello scontro la collaborazione era stata piuttosto stretta. Tra gli amici piduisti, per sua stessa
ammissione Mino Pecorelli e per dati oggettivi Ortolani, con cui entrò in
società insieme a Gelli nell’“Agenzia per lo sviluppo economico” che
formalmente si occupava di import export di carni (la commissione parlamentare
sospettò invece di traffici d’armi).
L’aspetto forse più interessante non riguarda
le vicende italiane ma le numerose relazioni internazionali di Elia Valori,
favorite dall’appartenenza massonica non solo alla “deviata” P2 ma anche alla
loggia ufficiale di Palazzo Giustiniani, la Romagnosi del Grande Oriente cui si
era iscritto ad appena 25 anni: ne fu però espulso con rituale processo
massonico perché troppo vicino al Vaticano (del resto non poteva essere
altrimenti, Elia Valori è un democristiano doc, fu anche candidato nel ’66 alle
comunali di Roma, e proprio la candidatura senza avvisare i fratelli sarebbe
stata la causa formale del processo di loggia: “in realtà”, dirà Elia Valori,
“non accettarono la mia linea del dialogo tra cattolicesimo e massoneria”). Un capitolo a parte della vita-romanzo di
Elia Valori è quello che potremmo intitolare “Servizi segreti & affari”. Nel 1972, in Rai, Valori conosce Nicola
Falde, ufficiale del Sid a quell’epoca di fatto infiltrato nella Rai: “Cominciò
allora la nostra frequentazione e la sua richiesta di giudizi su varie
persone”, ammetterà Valori molti anni dopo, nel 1996, davanti al giudice
Rosario Priore che indagava sulla strage di Ustica. Valori diventa insomma fonte di Falde dentro
la Rai, arricchisce i suoi contatti con l’estero (Cina, Corea, Romania, ma
anche Stati Uniti, Canada, America Latina...) e si spiana la carriera dentro le
aziende di Stato. Nel 1976, ad appena 36 anni, è vicedirettore
generale di Italstrade. “Avevo già realizzato”, dice a Priore, “che i servizi potevano avere un ruolo incisivo circa
l’apertura economico-commerciale verso i mercati esteri, in particolar modo
verso Libia, Iran, Algeria, Arabia Saudita e Turchia. Così nacque il mio
contatto con Santovito”. Giuseppe Santovito all’epoca è comandante del
Comiliter di Roma e in seguito diventerà direttore del Sismi, il servizio
segreto militare. È iscritto alla P2, così come Nicola Falde. “Conoscendo i rapporti
che il Servizio aveva all’epoca con tutto il mondo arabo – specie con Arabia
Saudita e Libia – io chiesi al generale Santovito di tenere presente,
nell’ambito della legalità e degli interessi dello Stato, la società
dell’Italstrade, società a capitale Iri, per eventuali lavori da compiere in
quei Paesi. Per questa ragione”, dichiara ancora Valori a Priore, “vedevo di
tanto in tanto il generale Santovito e qualche volta lo sentivo per via
telefonica. Sono stato, ma raramente, presso il suo ufficio in via XX Settembre
e più di sovente presso la sua abitazione in via Flaminia”. In
questo contesto Santovito, diventato capo del Sismi, nel 1978 presenta a Valori
due libici che lo possono aiutare a ottenere commesse nei Paesi arabi. In quegli anni, spiega Valori, Italstrade
puntava a realizzare ponti e strade in Libia e la diga di Karakaya in Turchia.
Ma evidentemente i due libici avevano in corso affari anche più pericolosi,
perché uno dei due viene trovato morto,
nel 1980, a Milano. “Lessi dai giornali che era morto. Certamente non di morte
naturale”, dichiara Valori a verbale. A partire dal ruolo in Rai, Elia Valori
intreccia relazioni con la Romania (nell’‘80 firma per l’Iri un accordo per una
centrale nucleare, più tardi cura per le edizioni Sugarco vicine al Psi l’opera
omnia di Ceausescu), con la Cina, ma anche con la Corea del Nord del dittatore
Kim Il Sung e consolida i rapporti con l’Argentina di Peron, il paese con cui
aveva intessuto relazioni fin da quando il fratello maggiore, Leo, ex partigiano
bianco, mandato da Enrico Mattei dal 1948 a rappresentare l’Eni, lo aveva
introdotto negli ambienti del governo di Buenos Aires. Quando Peron nel 1973 torna in Argentina da
trionfatore, sull’aereo che lo porta da Madrid a Buenos Aires, insieme ai notabili
peronisti, alla moglie Isabelita e al cadavere di Evita trafugato dal cimitero
di Milano, ci sono due italiani: Licio Gelli e Giancarlo Elia Valori. Dopo la disavventura piduista viene
“congelato” all’Iri e riabilitato nell’87 con la nomina di direttore dei
Supermercati Giesse e quindi la carriera nella Sme, di cui diverrà presidente.
Superata senza affanni la stagione delle inchieste sulla corruzione, a partire
dagli anni ’90 partono le privatizzazioni. La Sme è spezzata in due. La
Cirio-Bertolli-De Rica va ad una sconosciuta finanziaria nelle mani di un
finanziere, Saverio Lamiranda, che compra e subito rivende il latte a Sergio
Cragnotti – presidente della squadra di calcio della Lazio - e l’olio
all’Unilever. Due tra i maggiori “carrozzoni” gestiti da
Elia Valori (Gs, Autostrade) finiscono nel giro di sei anni nelle mani del
veneto Benetton, che col romano Caltagirone padrone del Messaggero s’impossessa
dell’azionariato della società Autostrade. E’ la fine della carriera del tipico manager
di Stato ? L’esatto contrario come abbiamo visto. Presidente onorario dei
Supermercati, presidente di Autostrade spa ed in più manager di Blu. Da
gestore del monopolio democristiano a gestore del monopolio privato. Come
prima, meglio di prima. Le Concentrazioni
Ma che fine ha fatto Omnntel ? Viene assalita
dai principali operatori europei, prima i tedeschi della Mannesman, poi
prendono il sopravvento gli inglesi della Vodafone. Successivamente si fa avanti per l’acquisto
Wind, controllata da Enel e dalle compagnie telefoniche francesi e tedesche.
L’operazione, di particolare complessità, va a rilento per le indagini
dell’Antitrust che vorrebbe impedire o comunque controllare la formazione
dell’ennesimo gigantesco monopolio. In estrema sintesi, dal dualismo tra capitalismo
di stato e capitalismo delle grandi famiglie torinesi/milanesi si è passati ad
una giungla dove operano ·
grandi multinazionali europee ed americane delle
telecomunicazioni ·
aziende a partecipazione pubblica (golden share) europee ·
istituti finanziari internazionali che manovrano
finanzieri-avventurieri. Pochissimi gruppi controllano tutto, ma non
solo: è spaventosa la tendenza alla concentrazione. Ma il mercato concorrenziale dov’è ? Ed i
vantaggi per piccoli risparmiatori e consumatori ? E perché nessuno chiede
conto del fatto che molto spesso scalate e speculazioni sono finanziate col
denaro del piccolo risparmio se non con le tasse dei cittadini: cosa sarebbe
Wind senza le bollette Enel ? Cosa Telecom senza il canone ? Ogni contraddizione prima o poi viene a
galla. Esempio classico è la scalata del megagruppo “Telecom – Olivetti -Tin.it
- Seat Pagine Gialle” a Telemontecarlo controllata da Cecchi Gori, a sua volta
monopolista della distribuzione cinematografica. Una indagine dell’Antitrust ed una successiva
del Tar rallentano l’operazione a causa dello scontro di due diverse tesi: da
un lato si sostiene che per legge Telecom non può acquistare un canale
televisivo nazionale in quanto detentrice di una concessione pubblica,
testimoniata dal canone in bolletta. In altre parole Telecom non si limita a
vendere un servizio – come può fare ad esempio Infostrada – che si è liberi o
meno di acquistare ma gestisce una concessione pubblica: il canone si deve
pagare per forza a prescindere dal volume dei consumi. Telecom ribadisce di non avere più
un’ingombrante “concessione”, ma una meno impegnativa “licenza”: questo
cambiamento di titolo, a suo giudizio, farebbe cadere il divieto di legge
all’acquisto di Tmc. L’Autorità Antitrust, però, ha scelto un sano approccio sostanziale al problema:
aldilà dei titoli, cioè, Telecom è ancora monopolista di fatto nel mercato dei
telefoni. Di conseguenza: o Telecom cancella il canone
oppure rinuncia a TMC. Ma se Telecom cancella il canone, con quali soldi
effettuerà la manutenzione delle centinaia di migliaia di chilometri di cavi
telefonici che assicurano le comunicazioni non solo tra privati ma tra
istituzioni, aziende, ospedali, sistemi di trasporto, scuole, etc. ? Siamo tornati alla contraddizione iniziale:
non è possibile gestire con criteri privatistici – magari improvvisati –
settori a rilevanza pubblica. In più, la vicenda Telecom/TMC è stata
caratterizzata dalla classica sceneggiata all’italiana: l’opposizione ha
giustamente accusato il governo di ignorare la legge antitrust (peraltro la
stessa richiamata sempre contro Berlusconi !) per favorire il senatore Cecchi
Gori, esponente dell’Ulivo/PPI. Il 25 aprile 2001 giunge notizia dell’accordo
tra Telepiù (gruppo Canal Plus) e Stream (Gruppo Telecom Italia). Da circa due
anni l’Antitrust aveva insistentemente raccomandato alle due aziende di
adottare il decoder unico per non costringere i consumatori ad un doppio
acquisto. Le due società sembrano andare verso
l’accordo, ma non per il decoder bensì per la fusione delle due società
confermando che è più agevole creare monopoli che favorire i consumatori con
banali accorgimenti. In questo modo la tv digitale e satellitare italiana (con
rilevanti questioni correlate come ad
esempio i diritti televisivi di calcio e Formula 1) diventerà un affare dei
francesi. In questo contesto, non bisogna sottovalutare
l’importanza di una efficace e diffusa cultura consumerista: per esempio negli
Stati Uniti il tema dell’interconnesione tra sistema operativo e browser ha
portato al processo contro Bill Gates, perché è stato a tutti chiaro il
tentativo di imporre in maniera scorretta un monopolio. Ma in Italia nessuno si
è mai posto il problema, per esempio, dei cd-rom per l’accesso gratuito ad
Internet che comprendono soltanto Internet Explorer, come se fosse l’unico
sistema possibile e non implicasse importanti questioni: monopolio, privacy,
sicurezza, libertà del consumatore. Cardinale: chi ha
governato le telecomunicazioni italiane
Mussomeli, paese della provincia di
Caltanissetta, è stranamente uno dei centri di questa storia. Cosa c’entra con
le telecomunicazioni ? C’entra, in quanto luogo natale di colui che nonostante
la caduta di due governi [D’Alema uno e due] è stato ininterrottamente ministro
del settore strategicamente più importante dell’economia moderna fino alla
presidenza Amato. Salvatore Cardinale, ministro delle
Comunicazioni, e' infatti nato a Mussomeli, in provincia di Caltanissetta, il
20 giugno 1948, e' laureato in Giurisprudenza, ha esercitato la professione
forense presso la Corte d'Appello nissena e ha iniziato la vita politica nel
Movimento giovanile della Democrazia cristiana. Sindaco di Mussomeli e
segretario provinciale Dc di Caltanissetta, l'esordio alla Camera e' nella XI
legislatura, quella che copre l'arco di tempo tra l'87 ed il '94, sempre nelle
fila della Dc. Segretario del Gruppo scudocrociato a
Montecitorio dal '92 al '94, Cardinale e' stato consigliere politico del
ministro del Lavoro e della Previdenza sociale nella X e XI legislatura. Quindi
la straordinaria carriera da ministro. Eppure nel 1993 Cardinale aveva deciso di
lasciare: “Basta, non faccio più politica”. Iniziò a privilegiare gli affari
personali e la vita privata, acquistando la riserva di caccia "La
Mappa", famosa essenzialmente per essere la più bella della Sicilia,
proprio al centro dell’isola, nei pressi di Mussomeli; e per essere stato il
luogo di ritrovo e di diporto dei boss del nisseno. Cardinale aveva alle spalle una vita da
democristiano: prima con Donat Cattin, poi all’ombra di Calogero Mannino. La
sua carriera inizia veramente nel 1983, quando conquista la poltrona di sindaco
di Mussomeli. L’anno successivo è segretario provinciale Dc di Caltanissetta.
Nel 1987 la prima volta in Parlamento, poi il bis nel ’92. E qui inizia la crisi. Le stragi che
sconvolgono la Sicilia; i processi piccoli e grandi; il crollo della balena
bianca siciliana che travolge Lillo Mannino. Cardinale medita l’addio. Non sa che lo aspetta un radioso futuro da
ministro, in omaggio alla regola - vigente nella seconda metà degli anni ’90 -
che vedrà figure di primo piano occupate a difendersi in tribunale e i loro
rincalzi proiettati a far carriera con ascese rapidissime. Cardinale tenta il salto in Parlamento. Col
CCD, è il primo dei non eletti nel ’96 nella sua circoscrizione, ma Clemente
Mastella sceglie Napoli e Cardinale ritorna a Roma. Quando il CCD si divide in due, alcuni di qua
altri di là, Cardinale intuisce da che parte andare e segue Cossiga nell’UDR. A differenza dell’ex presidente sardo, Cardinale
non ama il protagonismo, e vive la sua permanenza al Ministero senza grandi
scossoni. L’unico momento difficile glielo regala la procura di Catania,
quando, nell’aprile del ’98, ordina gli arresti di due uomini chiave del suo
partito: Stefano Cusumano, sottosegretario al Bilancio e al Tesoro con delega
al credito nel “D’Alema I” e Salvatore Castiglione, assessore all’Industria
alla regione siciliana nella giunta presieduta da un altro DS, Capodicasa. DS al timone e uomini UDR in manette.
Coincidenze tra Roma e Palermo. Il fatto è grave per due motivi: intanto è la
prima volta nella storia della Repubblica che un esponente del governo viene
arrestato. Non era accaduto neanche nei momenti peggiori del potere
democristiano. In secondo luogo le accuse – ancora da
confermare - sono pesanti: tre appalti miliardari (secondo lotto dell’Ospedale
Garibaldi di Catania, complesso edilizio del Tavoliere di Catania, Palasport
dello Zen di Palermo) sarebbero stati gestiti da uomini politici e pubblici
amministratori in accordo con esponenti di Cosa Nostra. Formalmente, i politici sono stati accusati
di concorso esterno in associazione mafiosa e concorso in turbativa d’asta
aggravata al fine di favorire associazioni mafiose. Cose da democristiani. Incrostazioni del
passato, da rimuovere in fretta, si è detto. Immediatamente, il Consiglio dei
ministri, su proposta del presidente Massimo D’Alema, disponeva, d’intesa con
il ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, la revoca delle deleghe
attribuite a Cusumano. In realtà, secondo le accuse dei magistrati,
il ruolo centrale nella vicenda lo avrebbe assunto Pino Firrarello, "il
nuovo Lima" secondo le carte dei giudici. Ex sindaco di Bronte, senatore
della Repubblica già membro della Commissione antimafia e uomo forte dell’Udr,
oltre che suocero di Castiglione, Firrarello sarebbe stato il perno tra
imprenditore e mafiosi per l’assegnazione degli appalti. La questione non è
ancora chiarita, anche perché il Senato negò l’autorizzazione a procedere per
Firrarello ed il procedimento giudiziario non è ancora concluso. Dopo la prima nomina, in molti hanno mostrato
stupore nel trovare l’uomo di Mannino sulla poltrona delle Telecomunicazioni,
un ministero che oggi ha assunto uno straordinario rilievo. Si parla di una fortuna passeggera, di
accordi, spartizioni che vanno e vengono. Ma il “cacciatore” di Mussomeli, anni
dopo e dopo aver visto tanti suoi colleghi saltare, è ancora lì e nelle
consultazioni del 2001 viene ripescato al proporzionale e torna a Montecitorio.
Telekom Italia –
Serbia
Sono sicuramente pochi – ammesso che ne
esistano - i governi che possono vantare questo singolare primato, e cioè
quello di aver fatto lucrosi affari (con contorno di tangenti) col governo di
un Paese che appena 15 mesi dopo avrebbero contribuito a demolire con le bombe. Eppure il governo italiano è riuscito ad
ottenere questo record che nessuno invidierà mai, almeno stando a quanto
rivelato dal quotidiano “Repubblica” nel febbraio del 2001. Nel giugno ’97 Telecom Italia acquistò
il 29 % di Telekom Serbia, nell’ambito di un affare in cui Ote -
ente greco dei telefoni – prese un altro 20%. Grazie a questo contratto il presidente (lo
stesso che un anno più tardi diventerà all’improvviso un odioso despota)
Slobodan Milosevic – dopo aver apposto sul contratto il sigillo del segreto di
Stato - riuscì ad incassare 1500 miliardi di lire, a riempire le sue misere
casse e con buona probabilità a rinforzare la sua immagine al punto da vincere
le elezioni di settembre. Ipoteticamente, quei soldi furono utili anche per
finanziare il dislocamento dell’esercito in Kosovo. Il promemoria del contratto indicava che Telecom avrebbe dovuto
versare circa 701 milioni di marchi alla PTT, azienda serba proprietaria di
Telekom, tramite la Stet, ormai divenuta società finanziaria. I greci avrebbero
dovuto versare 543 milioni. Nella realtà, rispetto a quelle cifre, sono spariti
31 milioni e mezzo (di marchi), accreditati sui conti della banca Paribas
di Francoforte e della Barclays di Londra, diventati tangenti e finiti
nelle tasche dei mediatori dell’affare. Uno di questi sarebbe il conte torinese
Gianni Vitali, che secondo il Wall Street Journal arricchì il suo conto
corrente con una “provvigione” da 960 mila marchi. Del resto il prezzo pattuito
è palesemente gonfiato rispetto al valore della rete serba ed al numero degli
abbonati. La vicenda sarebbe stata condotta da Douglas
Hard, ex ministro degli esteri del Regno Unito, e dall’amministratore delegato
di Stet Tomaso Tommasi di Vignano. Lo scandalo è stato grave per molti motivi,
morali, se questi hanno possono avere ancora un peso, e politici, perché
comunque l’Italia ha condotto un grosso affare in violazione dell’embargo
imposto dagli Usa ed ha nei fatti fornito un consistente e decisivo aiuto al
nemico numero uno del proprio principale alleato. Il giorno successivo alla pubblicazione
dell’articolo le reazioni scomposte dei soggetti chiamati in causa riflettevano
la gravità della vicenda. Tutti erano all’oscuro di tutto. Unico responsabile:
Vignano, accusato dalla Procura di Torino di false comunicazioni sociali e
corruzione. Ignaro Guido Rossi, presidente di Stet, che non conosceva “i
particolari del contratto”. All’oscuro di tutto il ministro del Tesoro,
Carlo Azeglio Ciampi (all’epoca il Tesoro era azionista di maggioranza Telecom
e Stet), così come il presidente del Consiglio Prodi. Non sa niente Piero Fassino, che in quel periodo era
sottosegretario agli Esteri e che avrà il cattivo gusto di candidarsi nel 2001
come vicepremier dell’Ulivo. Ma il ministro Dini ? Prima accusa la Cia di
aver fornito i documenti a “Repubblica” per screditarlo e punire le sue
posizioni negoziali con Belgrado, poi smentisce (a lungo rimarrà alta la
tensione con gli Usa). Il governo preciserà in seguito che l’acquisto del
famoso 29% fu effettuato da Stet International Netherlands (SIN),
società di diritto olandese controllata da Stet International spa, a sua
volta sotto il controllo di Stet Società Finanziaria Telefonica,
all’epoca di proprietà del Ministero del Tesoro ed in seguito fusa con Telecom,
così come dal luglio 2000 SIN sarà posseduta al 100% da Telecom Italia,
acquisendo così tutte le società estere che svolgono attività di telefonia
fissa o mista fisso-mobile e semplificando la precedente struttura con
l'eliminazione della holding Stet International Spa.
Il governo ha ammesso che l’acquisizione fu comunicata il 6
giugno del ’97 al Consiglio d’amministrazione della Stet come semplice
informativa, che non fu inviata al Tesoro, quasi insomma che l’operazione fosse
stata generalmente considerata una sorta di “ordinaria amministrazione”, una
delle tante partecipazioni di Telecom nelle compagnie telefoniche di mezzo
mondo. Secondo l’allora vicepremier serbo Korac il
nostro ministero degli Esteri avrebbe volutamente appoggiato Milosevic – arrivando
secondo alcuni a salvarlo dalla bancarotta – mentre Dini ha negato questo
particolare affermando di avere appreso del fatto a contratto firmato; ha
quindi smentito di aver convinto Milosevic a ritardare la firma del contratto
di una settimana per evitare un incrocio imbarazzante con Madeline Albright,
segretaria agli Esteri di Clinton in visita in quel periodo a Belgrado; ha
smentito ancora le ipotesi di collegamento tra gli interessi economici della
moglie Donatella Zingone in Serbia, l’affare Telekom e la politica estera del
governo; e infine dice di essere stato anche lui “all’oscuro” di ogni cosa
prima di leggere i giornali. Interrogato dai giudici di Torino, Vignano
dichiara di “non aver mai parlato personalmente dell’affare con Dini, e in
questo senso lui dice il vero, ma di essere anche certo che il ministero degli
Esteri come struttura era certamente al corrente dell’operazione”. Una lettera dell’ambasciatore italiano a
Belgrado datata 13 febbraio 97 – 4 mesi prima della firma definitiva – e indirizzata
a Dini e Fassino parlava in realtà dell’affare e soprattutto giudicava
l’operazione rischiosa sotto l’aspetto politico e fallimentare dal punto di
vista economico. Il lavoro
Gli allegri protagonisti degli spot dei
cellulari non hanno certo il tempo di chiedersi cosa succede tra call centers e
catene di montaggio dei telefonini. Nel 1998 un documento diffuso via Internet
dai lavoratori bolognesi di Tim offriva uno spaccato dall’interno su questa
situazione. Le situazioni peggiori si trovano all’interno dei customer
services, i servizi di cura del cliente che in genere consistono in ore di
lavoro al telefono a rispondere ad ogni genere di richiesta posti davanti a
videoterminali che raramente sono predisposti per ridurre i danni di una
prolungata permanenza [radiazioni, stress, patologia oculari]. I ritmi di
lavoro prevedono una media di una chiamata ogni 3 minuti, e lo straordinario è
la norma. Il criterio forse peggiore è quello della
produttività del gruppo, che prevede premi ai responsabili in caso di
incrementi. La logica del gruppo e della competizione scatena spesso dinamiche
da “lotta per la sopravvivenza”. E’ sempre più frequente la pratica di
esternalizzare a ditte esterne particolari fasi della produzione oppure
divergere su terzi quote di chiamate in momenti di particolare intensità
[festività, etc.]. In questo modo i costi vengono abbattuti e si evita di
regolarizzare dei posti di lavoro precari. Il tutto è stato reso sostanzialmente legale
da c.d. Pacchetto Treu, uno dei provvedimenti dei governi di centrosinistra che
hanno sancito la precarietà del rapporto di lavoro e di fatto l’impossibilità
di una seria organizzazione sindacale. “Lavoravo al call center anche 16 ore di
fila” si legge in una testimonianza raccolta dal Corriere della Sera del primo
maggio 2001. “Con una pausa pranzo di soli 10 minuti. Il tutto per una paga
oraria di 10 mila lire lorde. In Calabria il lavoro c’era, ma solo in nero e
con paghe irrisorie e per questo sono venuta al Nord con mio marito. Lui ha
trovato posto in una carrozzeria, ma io dovevo collaborare al bilancio
familiare anche se mi mancavano solo due esami a Giurisprudenza”. Dopo la
gravidanza un nuovo lavoro, sempre come collaborazione coordinata e
continuativa, contratti da rinnovare mensilmente e salari ridicoli. “Cinque
giorni la settimana dalla 15 alle 23 come data entry, con un capo alle
spalle che controllava che non andassi sotto le cento lettere per ora.
Considerando anche le 11 mila lire lorde ora, ho resistito un mese. Ora ho
trovato un altro lavoro, tramite un’agenzia di lavoro temporaneo: part time
all’help desk per bloccare i bancomat in caso di furto”. Alla fine del 2000 Telecom lancia la campagna
“Cerchiamo 400 volti nuovi”, una imponente operazione pubblicitaria su
manifesti stradali, giornali e siti internet. In un Paese affamato di lavoro
serve forse una gigantesca campagna mediatica per assumere la miseria di 400
persone, una goccia nell’oceano di disoccupazione ? Se si pensa che ogni atto nel mondo economico
odierno è azione di propaganda nei confronti di investitori e speculatori di
borsa, oltre che operazione “d’immagine”, c’è da ipotizzare che Telecom abbia
voluto passare per “azienda che assume”, a dispetto della conferenza stampa
tenuta da Colaninno all’indomani della sua OPA vincente che annunciava con una
certa naturalezza un “dimensionamento” del personale dell’azienda, riduzioni
dei costi pari a 4500 miliardi di lire in tre anni, prepensionamenti ed infine
13.000 tagli, esuberi, licenziamenti. Nella stessa occasione Colaninno annunciava
la dismissione di due società “non strategiche”, “Italtel”, già detenuta in
accordo con la tedesca “Siemens”, e “Sirti”, subito opzionata da una cordata
comprendente la “21, investimenti” di Benetton. Misteriosi i motivi della
cessione, se si pensa che nel '99 “Sirti” aveva concluso con 76,6 miliardi di
utili e che la gestione delle arterie delle comunicazioni, i cavi in parole
povere, rappresenta un settore chiave che probabilmente è stato finora
l’elemento fondamentale di Telecom ed ha rappresentato un insuperabile
vantaggio sui concorrenti. La tesi – ormai piuttosto comune – secondo
cui conta più la forma finanziaria che la sostanza produttiva è
confermata nel febbraio 2001 da una articolata e contorta operazione Telecom di
“conversione volontaria a pagamento delle azioni di risparmio in un numero
equivalente di azioni ordinarie e una successiva operazione di buyback, ossia
di riacquisto di proprie azioni ordinarie fino a un massimo del 10 per cento
del capitale”. L'offerta pubblica di acquisto è proposta,
una volta completata la conversione delle azioni di risparmio in ordinarie, ad
un prezzo pari al corso di Borsa in prossimità dell'operazione, maggiorato del
15 per cento e comunque non inferiore a 17,5 euro per azione ordinaria,
godimento primo gennaio 2001. In termini più accessibili, “Colanninno
compra Colaninno”, cioè converte le proprie azioni riacquistandole e
guadagnandoci, valorizzando il titolo in borsa e perdipiù riducendo
l'indebitamento finanziario netto di Olivetti e delle sue società finanziarie
direttamente controllate di un importo minimo di circa 4,3 - 5,1 miliardi di
euro determinando anche il miglioramento del merito di credito di Olivetti e di
Telecom. E’
opportuno paragonare la traballante situazione italiana ad esempio con quella
tedesca dove Deutsche Telekom rimane un colosso delle telecomunicazioni
mondiali, T-On Line è il secondo Internet provider europeo per numero di
abbonamenti ed il controllo sull’azienda – tramite golden share - rimane allo Stato. A maggio del 2001 il presidente degli Stati
Uniti presentava un nuovo piano energetico a base di riduzione dei consumi e
riorganizzazione del sistema per fronteggiare la gravissima crisi che appena
cinque mesi prima aveva lasciato la California al buio. Due le cause probabili
della situazione: l’uso smodato di risorse non rinnovabili e gli sfaceli del
mercato selvaggio dove tante piccole società non riescono ad ottimizzare la
produzione in relazione alla domanda. La situazione italiana rischia di diventare
analoga, se si pensa alle dismissioni delle centrali Enel ed “all’evidente
squilibrio che caratterizza il sistema italiano di produzione dell’energia elettrica. L’incidenza delle centrali
alimentate a petrolio sul totale di quelle attive in Italia è pari al 50%,
contro percentuali che vanno dal 9% della Spagna al 2% della Francia e della
Gran Bretagna o all’1% della Germania. Questo significa che a fronte di un
rincaro del prezzo del greggio pari al 400%,
mentre nel resto d’Europa gli effetti si sentono solo dal benzinaio in
Italia, invece, a pagare le conseguenze sono soprattutto le aziende industriali
alle prese con un costo dell’energia insostenibile” (Letta, Ministro
dell’Industria, intervista a Repubblica del 28 gennaio 2001). Il gas esilarante
presidiava le strade….
Brevi considerazioni conclusive La
domenica delle salme Non
si udirono fucilate Il
gas esilarante Presidiava
le strade... De André, La domenica delle salme I versi di De Andrè,
scritti con capacità profetiche nel 1990, rappresentano bene cosa sta
accadendo. Mentre l’Italietta sciocca e consumista gioca e si diverte tra nuove
suonerie, squilli e messaggini, sono pochi a prendersi cura dei gravissimi
problemi che in sintesi abbiamo provato ad esaminare finora. Schematicamente: ·
questioni di carattere democratico (monopoli, trust, controllo
delle fonti e degli strumenti di comunicazione, consumismo senza freni, cultura
dello spreco, induzione sistematica di falsi bisogni); ·
sociale (tariffe, pubblicità ingannevoli, truffe ai danni di un consumatore
sempre meno tutelato); ·
di salute pubblica (elettrosmog, inquinamento); ·
culturali (l’inganno e la truffa come normali strumenti di
attività economica e comunicazione); ·
sindacali (precariato, contoterzismo, delocalizzazione ed
esternalizzazione,…). Più che il capitalista padre-padrone, oggi i
soggetti dominanti sembrano essere manager che operano in maniera cieca per
massimizzare il profitto ma anche per l’autoconservazione di sé stessi e
l’espansione del valore finanziario delle aziende: una macchina che cammina
senza controllo e spesso lascia sul terreno le sue vittime. In realtà le aziende – anche quelle di
dimensioni imponenti – sembrano oggi piccole imbarcazioni in balia delle grandi
ondate speculative che hanno consegnato le telecomunicazioni italiane ad un
paio di banche americane con una operazione degna di una repubblica delle
banane o di un paese sotto giogo neocoloniale. Per non pensare alla condizione dei
lavoratori che talvolta non hanno chiaro neppure per chi lavorano, né quanto durerà
il padrone di turno né se li aspetta un futuro da disoccupati vittime
dell’ennesima operazione di downsizing. Pensiamo ai lavoratori di Omnitel che nel
giro di qualche anno sono passati da De Benedetti a Colaninno, quindi ai
tedeschi di Mannesman, poi agli inglesi di Vodafone ed ancora potrebbero essere
acquisiti da Enel/Wind. Pensiamo in che condizioni possano lavorare,
se già hanno la fortuna di non appartenere ad un ramo gestito in outsourcing
perché non fanno parte del core business e sono marginali rispetto
alla mission aziendale, e non sanno se quello che c’è oggi ci sarà anche
domani. Negli ultimi anni sono stati imposti una serie di dogmi, basati
su un liberismo ottocentesco ridicolo e dannoso. Per imporre un dogma occorre
negare la legittimità di ogni critica al dogma. Uno strumento finalizzato allo
scopo è stato l’insulto costante ed il disprezzo per l’ideologia, ed in
tanti per non essere fuori moda, fuori collana editoriale o esclusi dai salotti
che contano hanno deciso di ripudiare l’ideologia con il triviale entusiasmo
dei conversos. Ed il risultato ultimo è stato che oggi ad essere fuori
corso non sono soltanto più le ideologie ma anche le idee. Il problema di fondo, la matrice di tutte le
questioni, può essere individuato in quel minuscolo segno grafico che le
compagnie telefoniche inebriate dalla concorrenza hanno iniziato ad usare in
maniera smodata e che è loro costato già parecchie condanne. Quell’asterisco sta ad indicare il disprezzo
dell’intelligenza del consumatore, una odiosa abitudine all’inganno e la chiara
intenzione di usare mezzi fraudolenti per raggiungere il fine. Ecco perché
quell’asterisco rappresenta una vera e propria cultura, generatrice in
ultima istanza di quell’immondezzaio che in estrema sintesi ed in modo parziale
ho provato a raccontare in queste pagine. Fonti principali:
·
Telecom Italia, Elettromagnetismo: per
saperne di più, Roma 2001. ·
Repubblica,
Corriere della Sera, Il
manifesto, La Sicilia, La lettera
finanziaria, Panorama, Diario. ·
www.olivetti.it,
www.telecomitalia.it, Who’s who in Italy, www.agcm.it, www.comune.ct.it ![]()
Formato per la citazione:
Antonello Mangano, "La cultura dell'asterisco - Dossier Telefonia Italia", terrelibere.org, 10 giugno 2001, http://www.terrelibere.org/doc/la-cultura-dellasterisco---dossier-telefonia-italia |
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