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La cooperazione internazionale di fronte alle sfide del cambiamento globale - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
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Cooperazione e globalizzazione

La cooperazione internazionale di fronte alle sfide del cambiamento globale:

assetti, problematiche e nuovi approcci

 

di Matilde Fresa (marzo 2007)

 

Introduzione

I perché di un lavoro di ricerca come quello che qui si sviluppa, sono dettati da un percorso formativo molto particolare, da curiosità intellettuale e da un desiderio d’approfondimento.

Il mio interesse e curiosità per la cooperazione internazionale nascono in un’aula universitaria durante le lezioni di cooperazione allo sviluppo. L’attenzione per lo sviluppo umano, per le potenzialità dell’azione delle Autonomie locali, l’amore e la dedizione espresse dal docente per le metodologie partecipative, per l’importanza del decentramento, per i processi d’empowerment degli “ultimi”, mi hanno spinto a scegliere, come materia di studio, la cooperazione allo sviluppo, ed in particolare la cooperazione decentrata.

Il <<processo di decentramento come crescita d’importanza della territorialità costituisce, d’altra parte una componente di quell’unico processo, multidimensionale e complesso, che trasforma oggi gli scenari nazionali ed internazionali ed occupa la riflessione teorica e gli ambiti decisionali>>. Era di questo che mi dovevo occupare, ma sapevo che il mio percorso non sarebbe stato facile, anche perché la <<tensione globale-locale non si rileva univoca e predeterminata ma tende ad assumere manifestazioni diverse, tra cui si distacca per rilevanza strategica la ricerca delle possibilità e modalità diverse di collegamento>>.[1] I collegamenti, infatti, della cooperazione decentrata, approccio che si complica e s’intreccia con altre dimensioni e prospettive, tra cui la paradiplomacy, mi hanno spinto ad affrontare un connubio di tematiche che mi ha interessato profondamente.

La mia attenzione alla cooperazione si è poi incontrata con i miei interessi per la situazione che attraversa il Sahara Occidentale, trovando luogo d’espressione in una tesi di laurea dal titolo: “L’intreccio tra cooperazione decentrata e paradiplomacy. Il caso della Regione Emilia Romagna e delle sue politiche verso il popolo Saharawi”.[2]

Come risulta dallo stesso titolo, il corpo originario era diviso in due parti. La seconda, dedicata all’approccio della cooperazione decentrata e ne analizzava peculiarità e potenzialità attraverso uno studio di caso - l’intervento della Regione Emilia Romagna e degli enti da essa finanziati verso il popolo saharawi – non viene qui presentata.[3] Per la consultazione della tesi integrale si rimanda al sito www.saharawi.org, nella sezione documenti.

 

Analizzando l’intreccio tra cooperazione allo sviluppo, politica estera e cooperazione alla pace, il lavoro si propone di rispondere a diverse domande: cos’è cambiato nel panorama internazionale? Quali sono le sfide a cui ha dovuto rispondere la cooperazione allo sviluppo? Quali sono le risposte che è riuscita a darsi? E soprattutto, quali sono gli apporti, i contributi materiali, che nuovi approcci possono offrire al dibattito politico e metodologico internazionale?

Il primo capitolo analizza ciò che è cambiato nel panorama internazionale dagli anni novanta in poi e sul nuovo ruolo assunto dagli Stati nazione, che agiscono tra globalizzazione e nuovi modi d’appropriazione del territorio. L’analisi, che si muove tra post-nazionalismo, transnazionalismo e subnazionalismo, s’interroga sulle trasformazioni delle relazioni internazionali. Ma, quale influenza ha avuto ciò sul concetto di diplomazia? I concetti di diplomazia cittadina, two track diplomacy, paradiplomacy e multi track diplomacy sono concetti chiave utilizzati per evidenziare le trasformazioni in corso in tale ambito, con attenzione all’apporto alla pace e alla cooperazione allo sviluppo umano.

Cos’è lo sviluppo umano? Da dove nasce il concetto di sviluppo? Come si evolve? Qual è il nuovo ruolo della società civile nel percorso di ridefinizione della cooperazione allo sviluppo? Il secondo capitolo, concentrandosi sulle sfide poste alla e dalla cooperazione allo sviluppo, cerca di tracciare, analizzando il percorso di crisi di quest’ultima, i nuovi principi al centro del dibattito, quali quello del partenariato, della glocalizzazione, del coordinamento, coerenza ed efficacia delle nuove politiche di sviluppo realizzate nell’ottica della tutela dei diritti umani. Sono evidenziati, inoltre, il valore delle scelte politiche e il ruolo che queste possono avere nella determinazione di nuovi ed importanti scenari di cooperazione così come il rapporto tra cooperazione allo sviluppo e internazionalizzazione economica, attraverso il paradigma della multi track diplomacy.

In un intreccio tra sviluppo locale e co-sviluppo si evidenzia, all’interno del terzo capitolo, l’importanza del valore assunto dalla cooperazione decentrata e dalle sue caratteristiche a livello internazionale. L’innovatività della cooperazione decentrata, definita grazie all’analisi parallela e trasversale con la cooperazione governativa e non governativa, alle difficoltà e le debolezze del suo approccio, sono il fulcro del terzo capitolo. In ultimo, riprendendo il paradigma della multi track diplomacy, il concetto di paradiplomacy e l’approccio decentrato si cerca di delineare raccomandazioni e prospettive d’analisi comuni ad i tre approcci.

Il capitolo quarto punta ad analizzare il ruolo e il valore della cooperazione decentrata in Italia, sia dal punto di vista dell’evoluzione storico/ politico/ istituzionale che delle modalità d’azione, e assetti legislativi, in una prospettiva che va dal basso verso l’alto. Inoltre, si prefigge di analizzare il lento processo di riforma della legge nazionale di cooperazione allo sviluppo, la 49 del 1987, nel contesto complessivo di riforma nazionale del Titolo V della Costituzione italiana.[4]

Per quanto concerne le fonti, fondamentale è stata la consultazione di testi tradizionali, accademici e d’approfondimento su autori quali, Beck, Anderson, Rosenau, Habermas, Strange, Stiglitz ed altri. Indispensabili all’analisi della trasformazione del concetto di diplomazia, sono state le ricerche svolte a Roma presso il Centro Studi Difesa Civile e il CeSPI, Centro Studi di Politica Internazionale, in cui è stato possibile localizzare il testo base per la teoria della paradiplomacy di Adelcoa e Keating “Paradiplomacy in Action. The Foreign Relations of Subnational Governments”, fondamentale per una serie di spunti riflessivi. Più difficile è stata la ricerca dei testi sulla multi track diplomacy. Solo grazie ad un contatto elettronico instaurato con l’Istituto per la Multi Track Diplomacy (IMTD), fondato da Mc Donald e Diamond, padri del paradigma della multi track, è stato possibile ricevere i testi direttamente dagli Stati Uniti d’America. Questi lavori hanno contribuito in maniera fondamentale all’analisi del ruolo svolto da nuovi attori nella cooperazione alla pace. Per i testi, papers e documenti ufficiali sulla cooperazione internazionale e decentrata, sono stati fondamentali i documenti dell’Unione Europea, del MAE e della DGCS e degli autori italiani.

L’opera di rielaborazione è stata, dopo un primo momento di difficoltà derivante dalla mole di testi letti, frutto di un processo di confronto, paragone e contrapposizione d’ipotesi, di tesi e punti di vista diversi. Per la parte sulla cooperazione decentrata, fondamentale è stato il riferimento ai testi di Ianni, Isernia e Stocchiero.[5]

Tutti questi testi hanno permesso di poter concettualizzare e tirare delle conclusione in relazione a temi come la politica estera delle Regioni, la paradiplomacy, la cooperazione decentrata, e di effettuare una serie di riflessioni sul caso analizzato, cercando più che di delineare le linee di separazione tra i settori della politica internazionale, di evidenziarne i ponti di collegamento, le border-linking lines.

 

Ringraziamenti

Ringrazio sentitamente la Prof.ssa Vanna Ianni che mi ha aiutato nella stesura del testo originale, tutte le persone intervistate e che mi hanno aiutato a riflettere su temi importanti ma altrettanto delicati, la mia famiglia che da sempre mi appoggia e mi segue nel mio lavoro e nella mia ricerca e un ringraziamento particolare a Giustino che da sempre mi aiuta nell’essere me stessa e a guardare in faccia la realtà per quello che è.

 

Capitolo 1

Lo scenario internazionale degli anni novanta

Crisi e ridefinizioni

 

I cambiamenti degli anni novanta

È questa un’epoca delle contraddizioni e delle contrapposizioni? Secondo la visione di B. Boutros – Ghali <<siamo entrati in un’era di transizione globale segnata da tendenze singolarmente contraddittorie; le associazioni regionali e continentali e gli Stati stanno sviluppando modalità per approfondire la cooperazione e appianare alcuni dei contenziosi caratteristici delle rivalità sovrane e nazionalistiche. I confini nazionali sono resi indistinti dalle comunicazioni avanzate, dal commercio mondiale e dalle decisioni degli stati di rinunciare ad alcune prerogative sovrane in favore di più ampie associazioni politiche comuni>>. Per molti autori, infatti, uno dei più visibili paradossi è il contrasto tra l’estrema facilità e velocità con la quale i capitali finanziari, le informazioni, le merci, circolano sul pianeta e le barriere che spesso vengono erette tra gli esseri umani. L’inclusione della minoranza, il loro accesso ai beni e alle risorse, caratterizzato spesso dall’eccessività e dallo spreco, implica l’esclusione della maggioranza dal godimento delle stesse possibilità, non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi,[6] pertanto, quella che rimane esclusa è ciò che Murphy Brian indica con la cosiddetta “social majority”.[7]

Secondo la prospettiva di B. Boutros-Ghali espressa nel 1992, nella famosa Agenda per la Pace, si avverte un gran bisogno di collaborazione e cooperazione, attraverso meccanismi collettivi di discussione, su temi più diversi che a livello nazionale sembrano difficilmente gestibili, come il commercio e il diritto internazionale, la sicurezza collettiva, la finanza, il controllo delle armi, lo sviluppo e la tutela dell’ambiente, l’organizzazione di flussi internazionali d’aiuti e le strategie atte alla riduzione della povertà.[8] Forte è la tendenza ad uscire dai confini di pratiche individualiste e isolazioniste, e a cominciare ad operare oltre i confini della sovranità nazionale, all’interno di forum allargati e condivisi. <<Il mondo sta cambiando rapidamente e questi cambiamenti non sono superficiali […]. Essi sono, infatti, capaci di trasformare il panorama mondiale e perciò valori, strutture, e comportamenti […]. Il modo più semplice per descrivere questi cambiamenti è dire che il mondo sta riconoscendo la sua stessa interdipendenza>>.[9]

Dall’altra parte una forte attenzione è posta e va posta sulle differenze culturali e sociali. Forti richieste, non solo di riconoscimento politico d’identità, di libera autodeterminazione ma anche d'intervento della comunità internazionale in nome dei principi generali di diritto internazionale generalmente riconosciuti, provengono da molti angoli della terra. I conflitti sono non più solo statali ma intraregionali, subregionali, interstatali, internazionali e attraversano la comunità internazionale tutta. Quasi ovunque ci sono conglomerati o fazioni etniche, politiche e religiose che lottano contro la repressione e l’oppressione, e spesso per il riconoscimento di un principio ormai teoricamente consolidato, il principio di autodeterminazione dei popoli.

<<L’etichetta ‘fragmegration’, un concetto che giustappone processi di fragmentation e integration in corso all’interno, e tra organizzazioni, comunità, Paesi, e sistemi transnazionali per questo è virtualmente impossibile non trattarli come interattivi e connessi casualmente>>[10]. La percezione che deriva da tutto ciò è un senso di smarrimento, di depersonalizzazione, di rottura che senza dubbio turba, angoscia, inquieta o può essere anche concepito come il famoso attimo da cogliere? Carpe Diem? Questo momento storico, che può essere definito come periodo di crisi, ha messo in discussione certezze, convinzioni e paradigmi consolidati. Crisi? Si, ma nel senso letterale del termine (dal greco krìsis): “separazione, scelta, rottura”, un’accezione quindi sia negativa che positiva.

Neologismi, espressioni prima sconosciute sono stati creati per descrivere questo momento storico. Termini, come globalizzazione, cosmopolitizzazione, cosmopolitismo, glocalismo, transnazionalizzazione, postnazionalismo, terrorismo internazionale, paradiplomacy, multi track diplomacy sono ormai all’ordine del giorno non solo negli ambienti accademici, ma pervadono tutte le realtà, e forse spesso, secondo White se ne fa anche un abuso[11], nel senso che essi non solo vengono usati con leggerezza, ma anche in maniera scorretta. Macrae e Leader[12], anche, ritengono che si abusi o si faccia utilizzo inappropriato di termini considerati in voga in ambito politico, al tal punto da spogliarli del forte ed innovativo valore intrinseco. Termini politici dotati di forte potere di “attrazione”, come partecipazione, sviluppo sostenibile, coerenza rischiano di perdere il loro potenziale.

Tutto ciò però denota un immenso sforzo di delineare una “nuova gran teoria”, una sorta di teoria-container, una nuova grande narrazione, che possa oggettivare e, in ogni caso, cercare di spiegare, capire e razionalizzare ciò che in realtà succede. Nei grandi periodi di trasformazione, si avverte spesso una forte volontà di voler dar forma e definizione a fenomeni ancora informi, in fieri ed evanescenti. Questo senso di trasformazione è avvertito insieme però alle difficoltà di definizione, e per questo tutti gli sforzi, tutte le teorie sembrano incomplete e parziali. Come rileva Finn <<ogni esperto è d’accordo che il sistema è sottoposto a cambiamento, ma nessuno può essere completamente d’accordo su come sarà la nuova realtà>>.[13]

Beck, in realtà, rileva come l’essere cittadini del mondo e, non più solo dello Stato nazione, significa in un certo qual senso abbandonare la <<teoria- prigione dell’identità, della società e della politica territoriale>>.[14] L’invito più grande è, però quello di evitare di scadere nel “cosmopolitismo banale”, vale a dire nella semplificazione dell’esperienza della differenza; non basta, infatti, lasciarsi affascinare dalle differenze, assaporarle, tramite la televisione, ristoranti e mercatini, viaggi turistici, per credere di conoscerle. In un mondo senza confini, il pericolo di cadere in una semplificazione delle differenze e nel cosmopolitismo banale ricorre spesso. Questo rappresenterebbe tra l’altro un duplice errore. Il primo consistente nel non riuscire a cogliere, valorizzare e metabolizzare le differenze ma semplificandole e cogliendone solo l’aspetto superficiale e fenomenico; il secondo consistente nella ripetizione, però al contrario, dell’errore commesso già nella concezione del “nazionalismo banale”. “Definiamo e confermiamo costantemente e inconsapevolmente le nostre identità nazionali ogni volta che siamo impegnati nelle nostre attività ordinarie”.[15]In altre parole, si tratterebbe di una caricatura del cosmopolitismo, che ripete le premesse e gli errori del nazionalismo metodologico. Il cosmopolitismo, in tal modo, non solo non riuscirebbe ad apportare quel nuovo senso di scoperta e d'amore per le differenze, ma finirebbe per dare per scontato, come avvenuto per il nazionalismo banale, l’appartenenza culturale, il legame solidaristico, le specificità culturali e l’integrazione sociale.

Il nazionalismo per Beck ha peccato di presunzione e di superficialità nella definizione del senso di cittadinanza e di solidarietà, in tal modo, ha finito per essere poco consolidato e radicato. Secondo Beck, uno dei pericoli del cosmopolitismo consiste nell’universalismo che afferma la crescente uniformazione, cioè, l’eliminazione delle pluralità come tendenza in atto. Risultato?  Suicidio culturale. Cosmopolitismo invece deve significare il riconoscimento dell’alterità, aldilà dell’equivoco della territorialità e dell’omogeinizzazione. Secondo Beck, è avvenuta una sostituzione tra lo “sguardo nazionale” e lo “sguardo cosmopolita”. Ciò dovrebbe aiutare a capire dal profondo la nostra società, ormai multietnica.

Per Diamond e McDonald questo può rappresentare il momento in cui si afferma il “New World (Dis)Order”, un momento positivo dove l’integrazione e il bisogno di cooperazione porteranno ad un nuovo “Global Village”. Un occasional paper dell’ODI, Overseas Development Institute, del 1993 afferma:“ [….] Nel 1990 le relazioni e la politica internazionale sono state riformulate dalla trasformazione dell’interpretazione di sovranità, sicurezza ed economia di guerra” [16]. John Ikenberry rileva, in un suo saggio del 1996, che “L’ordine mondiale istituito negli anni quaranta è ancora con noi, in molti casi, più forte di prima. La sfida … non è immaginare e costruire un nuovo ordine mondiale ma rivendicare e rinnovare il vecchio […]”[17]. Horold Saunders rileva “Problemi e sempre più problemi si presenteranno alle nazioni al punto che nessuna nazione potrà più affrontali da se. Solo attraverso la cooperazione, la nazione potrà affrontarli adeguatamente. Questo però è vero in parte perchè tali problemi attraversano i confini nazionali, le nazioni sono interdipendenti, e in parte perché ci sono oggi più centri d’influenza, che per l’effetto-mondo multipolare”.[18]

“A partire dagli anni 1990, l’ampiezza e l’intensità della cosmopolitizzazione acquista una nuova qualità e oltrepassa di gran lunga quanto poteva essere osservato agli inizi del secolo. Parallelamente al cosmopolitismo che si diffonde al microlivello del mondo della vita, degli stili di vita e delle istituzioni quotidiane[ …] è in corso un processo di cosmopolitizzazione al macro livello”.[19] James Rosenau in un suo recente studio sostiene che fenomeni di profondo cambiamento oggi pervadono la vita quotidiana dei “cittadini del mondo”. Rivoluzione è la parola chiave. La rivoluzione delle comunicazioni ha facilitato il rapido e spesso simultaneo scambio d’idee, informazioni, immagini tra un continente e l’altro. La rivoluzione nei trasporti ha permesso, non più solo alle elites e ai turisti, ma a lavoratori, immigrati legali ed illegali, studenti ecc. di viaggiare e conoscere il mondo. La rivoluzione organizzativa ha consentito una diffusione e un decentramento dell’autorità e del potere aldilà dei confini tradizionali.

La rivoluzione economica ha ridirezionato flussi di beni, servizi, capitali, ownership tra i paesi. Rosenau evidenzia come nel frattempo il territorio e i confini continuano ad essere importanti, ma sono permeabili e porosi; politica estera e politica interna sembrano separate, ma si sovrappongono costantemente, gli Stati sembrano ormai non essere più i protagonisti indiscussi della scena internazionale, ma continuano, in alcuni ambiti, ad essere più che presenti. I casi storici di genocidio, persecuzioni, massacri e violazione di diritti umani, entrano nelle nostre case attraverso i mass media e sono alla portata di tutti, anche di chi non voleva vedere e/o sapere, ma le organizzazioni umanitarie spesso sembrano immobilizzate o incapaci di agire.

Tutto ciò ha prodotto fenomeni materialmente non quantificabili, ma sicuramente profondi e persino contraddittori, quali: erosione dei confini nazionali, integrazione regionale, proliferazione di networks, rivalutazione di concetti, quali, patria e appartenenza culturale, moltiplicazione di movimenti sociali, trasformazione e spesso indebolimento e dispersione dell’autorità, del potere statale, della sovranità. In questo contesto, si assiste ad una riscoperta ed empowerment della società civile, che come soggetto e non più come oggetto, lavora, pensa, agisce per e con la realtà locale e globale con una coscienza diversa. La società contemporanea, infatti, è come se si barcamenasse tra tendenze dicotomiche, tra il piccolo e il grande, tra il nuovo e il vecchio, tra il locale e il globale cercando di stabilirne un punto d’equilibrio, di goderne i vantaggi e di coglierne le inedite opportunità, esorcizzando i pericoli, temendo sfide e rischi.

Questi “fondamentali cambiamenti sociali hanno creato una nuova gamma di aspettattive per le relazioni internazionali […]. Le forze collanti della globalizzazione e delle trasformazioni hanno creato nuovi punti di forza più efficienti, ma anche più terribili di quanto qualsiasi mondo abbia conosciuto prima, ma insieme con esse nuove forme di potere stanno prendendo vita”[20]. Le opportunità si intrecciano con difficoltà, paure e incertezze. Nell’analisi del nuovo millennio, è come se si fossero scoperti due movimenti simultanei ma contraddittori all’interno delle relazioni e della cooperazione internazionale, l’unità e la diversità, l’integrazione culturale e la preservazione delle differenze, il cosmopolitismo e la difesa dall’omogeneizzazione culturale, che però s’incontrano e si scontrano, armonizzandosi reciprocamente.[21]

Forse proprio il termine più adatto a designare l’attuale momento storico è “transizione”; essa coglie a fondo anche il senso di movimento verso il nuovo che, però è sconosciuto, e quindi incuriosisce e spaventa, ma coglie anche il senso d’attaccamento al vecchio, con cui spesso ci si riconosce, identifica e addirittura ci si reinventa, come più volte evidenzia Beck. Le previsioni all’inizio degli anni novanta erano: la fine del bipolarismo e l’avvento di un mondo unipolare, ma la nuova realtà ha invece dato vita ad un “massive flux[22] di sistemi politici e relazioni intestatali, collaborazioni e accordi formali e non, tra i più diversi soggetti della società civile. Processi quali: democratizzazione, pluripartitismo, votazioni libere e universali sono temi ormai all’ordine del giorno in ogni area geopolitica. La consapevolezza del livello d’integrazione internazionale si riflette anche su concetti quali: potere, violenza, giustizia, terrore, economia, sostenibilità ambientale. La nostra società è, infatti, sia pervasa da un senso di profondo cambiamento, che da un forte senso d’attaccamento al passato, alla storia, alla memoria.

In un panorama caratterizzato sì dall’erosione della governance nazionale, dalla ricerca della global governance, dalla destrutturazione delle economie di scala, dalla proliferazione delle economie informali, dall’integrazione e dalla frammentazione, la cooperazione internazionale ha assunto nuova forza e impeto, facendo di questa congiuntura storica un momento di grande sfida-opportunità, di crescita e invenzione di nuovi modi di espressione e organizzazione, di scelta, di rottura e quindi di crisi[23].

 

La crisi dello Stato nazione: tra postnazionalismo, transnazionalismo e subnazionalismo

“…La grande epoca dello Stato nazione è vicina alla fine… l’emergente ordine postnazionale potrebbe tranquillamente dimostrare di essere non un sistema di unità omogenee (come con il classico sistema di stati-nazione) ma un sistema basato su relazioni tra unità eterogenee (alcuni movimenti sociali, gruppi d’interesse, corpi di professionisti, alcune organizzazioni non governative, alcuni corpi armati di polizia, alcuni corpi giuridici)”[24]. Prima di analizzare l’emergere di concetti, quali post, il trans e il subnazionalismo, bisogna domandarsi, cos’è una nazione? E uno Stato? E uno Stato nazione?

Si legge, generalmente, che <<la nazione è costituita da un insieme di persone che condividono tratti culturali variabili: per lo più lingua, religione, tradizioni>>[25], ma si tratta di una definizione che può risultare ingannevole per la sua semplicità. Le formazioni sociali che si definiscono o che vengono definite “nazioni”, sono comunque caratterizzate da innumerevoli differenze. Ciononostante si può affermare che la nazione identifica una comunità umana caratterizzata da tradizioni storiche, linguistiche, costumi e cultura condivise. Può anche essere “concepita come un gruppo d'uomini unito da un legame naturale e quindi eterno”. Spesso è stata indicata come una sorta di “estensione di persona collettiva”, quindi composta da gruppi con le stesse caratteristiche, quali la lingua, i costumi, la religione ecc., altre volte come “volontà di vivere insieme”[26], “come plebiscito di tutti i giorni”, o come “un’entità ideologica, cioè il riflesso nella mente degli uomini di una situazione di potere”.[27]

Il concetto di nazione si è poi affermato attraverso il diritto all’autodeterminazione democratica, alla cittadinanza di una popolazione inizialmente dispersa, integrata poi culturalmente, attraverso anche il simbolismo culturale, l’appartenenza comune, la solidarietà civica e attraverso rapporti di sincerità e legittimazione reciproca. Martin Ira Glassner scrive: <<la nazione è un gruppo umano. [...] gli studiosi usano generalmente questo termine per indicare un gruppo abbastanza numeroso che condivide uno o più tratti culturali come religione, lingua, istituzioni politiche, valori e tradizioni storico-letterarie. I suoi membri tendono ad identificarsi reciprocamente, a sentirsi più vicini fra loro che agli altri gruppi, hanno un comune senso di appartenenza e sono chiaramente distinguibili dai gruppi che non condividono la stessa cultura>>.[28]

In realtà, molti autori proprio mettendo in risalto la mancanza di “oggettività” dell’esistenza di una tal entità ed evidenziandone il carattere ideologico, costruito, piuttosto che tangibile[29] dubitano di tale definizione.

La nazione per Anderson è <<una comunità politica immaginata, e immaginata come intrinsecamente e contemporaneamente limitata e sovrana. È immaginata in quanto gli abitanti della più piccola nazione non conosceranno mai la maggior parte dei loro compatrioti, né li incontreranno, né ne sentiranno mai parlare, eppure nella mente di ognuno di noi vive l’immagine del loro essere comunità>>. Anderson per avvalorare la sua tesi riporta diversi pareri di studiosi che hanno condiviso e condividono questa visione di nazionalismo, basato sull’invenzione della comunità. Tra i quali compare Seton-Watson, per cui <<tutto quello che posso dire è che una nazione esiste quando un numero significativo di persone all’interno di una comunità si considera come costituente una nazione, o agisce come se ne avesse costituita una>>, ancora cita Gellner, per cui <<Il nazionalismo non è il risveglio delle nazioni all’autoconsapevolezza: piuttosto inventa le nazioni dove esse non esistono>>.[30]

Secondo Anderson, non è vero che il nazionalismo si nasconde dietro l’invenzione e la costruzione, perché in tal modo si affermerebbe l’esistenza di comunità vera contrapposta alla nazione. “In realtà è immaginata ogni comunità più grande di un villaggio primordiale, dove tutti si conoscono (e forse lo è anch’esso)”. Per lei la differenza tra le comunità consiste solo nel modo in cui esse vengono immaginate e si immaginano. La nazione è inoltre immaginata come ‘limitata’, in quanto la più grande, ha comunque dei confini finiti, anche se sotto alcuni punti di vista elastici. Tutte immaginano per se dei confini, “nessuna comunità si immagina confinante con l’umanità”[31]. Inoltre la nazione è immaginata come ‘sovrana’, in quanto il concetto è nato quando illuminismo e rivoluzione stavano distruggendo la legittimità del regno dinastico.

Ed infine la nazione è immaginata come comunità, in quanto malgrado ineguaglianze di fatto, la nazione viene è sempre concepita in termini di profonda fraternità, e spinge gli uomini a credere, lottare e morire anche per un concetto che in fin dei conti è “immaginato” e costruito attraverso strumenti quali, censimenti, mappe, musei, lingue, e soprattutto attraverso la storia.

In relazione invece allo Stato, con la Pace di Wesfalia del 1648 s’istituisce, un sistema rigidamente interstatale, basato sul principio secondo cui ogni Stato è un’entità superiorem non recognoscens. Le comunicazioni e le relazioni internazionali per operare, appunto, aldilà delle frontiere dei rispettivi Stati sovrani devono essere da quest’ultimi debitamente riconosciuti. La creazione e fortificazione degli Stati europei è vissuta sia come ristabilimento dell’unità di una comunità, quindi un’unità prepolitica di una comunanza di destini storici, sia come lo stabilimento della democrazia, del diritto.

Secondo le teorie politiche classiche[32], un ente per essere considerato Stato, deve essere composto d’alcuni elementi essenziali, quali il territorio, una popolazione residente permanente, un governo funzionante, un’economia organizzata, un sistema di circolazione e deve inoltre godere anche di requisiti rientranti nel dominio delle scienze politiche e del diritto internazionale, quali la sovranità sia sulla popolazione che sul territorio, che il riconoscimento di almeno una parte della comunità internazionale[33].

I concetti di Stato e di nazione, all’interno del panorama europeo, sono andati sempre più intrecciandosi, infatti, il rapporto viene di solito descritto come bilaterale e biunivoco. Conditio sine qua non all’esistenza dello Stato nazione? La dell’esistenza stessa di una nazione o un popolo[34] con una comunanza di tradizioni e destino, oppure il senso organizzativo-istituzionale, la base costituente dello Stato nazione, oppure ancora esiste una differenza fondamentale tra il concetto di Stato e quello di nazione: cioè la base territoriale. Lo Stato nazione, nel corso del tempo, si è configurato, in Occidente, come unità, soggetto unico di potere pubblico e di diritto internazionale: i confini della politica, del diritto e dell'economia coincidevano con i suoi confini geografici. In dottrina, il ruolo e l’importanza dello Stato nazione sono stati l’emblema della storia delle relazioni internazionali.

Secondo Habermas l’identificazione tra Stato e nazione ha garantito le condizioni ambientali necessarie per lo sviluppo del sistema capitalistico, e ha costituito l’infrastruttura amministrativa disciplinata secondo lo stato di diritto, ed ha offerto le garanzie necessarie alla formazione di uno spazio per l’agire individuale e collettivo.[35] Gli Stati nazione, legatisi al concetto di democrazia,[36] hanno rappresentato le fondamenta per la costruzione dell’integrazione socio-politca-culturale occidentale. Lo Stato nazione è, pertanto composto, da comunità legate alla stessa discendenza e integrate sia a livello geografico, tramite l’insediamento e i rapporti di vicinato, sia a livello culturale tramite la comunanza della lingua, dei costumi e delle tradizioni a livello politico integrate attraverso un’organizzazione statale, un apparato effettivo ed indipendente di governo, che esercita il suo potere su una comunità territoriale integrata. A partire, tuttavia, dalla fine degli anni settanta, e in maniera sempre più evidente dall’inizio degli anni novanta, questa forma d’istituzionalizzazione basata sullo Stato nazione, è entrata in crisi per effetto della complessificazione del panorama internazionale.

La crisi dello Stato nazione rientra all’interno di un dibattito più ampio e relativo soprattutto ad una diversa concezione di società, definita da Beck mondiale. Secondo Beck, a differenza del passato, si assiste all’emergenza di una società mondiale senza Stato, una società che agisce in più luoghi, aldilà dei confini nazionali; in maniera inclusiva, coinvolgendo tutte le comunità umane, in maniera più efficace per la sua abilità di attrarre l’opinione pubblica, si assiste, pertanto, alla “politicizzazione per mezzo della depoliticizzazione degli Stati”[37].

La decolonizzazione, inoltre, ha visto l’emergere di relazioni non-statali, trasnazionali, soprattutto a causa dell’artificialità dei confini imposti e delle reali lealtà primarie che non si dirigevano all’istituzionalizzazione statale, ma si incentravano su rapporti comunitari ancestrali. Lo Stato nazione si è dimostrato, col tempo, non rappresentare l’unica modalità organizzativa delle comunità. Esistono Stati difficilmente classificabili in quanto ad organizzazione, tra questi Glassner[38] ne rileva diversi: i quasi Stato, tra cui rientra ad esempio Città del Vaticano,[39] oppure gli Stati ribelli, caratterizzati dalla capacità di un gruppo minoritario di occupare e mantenere il controllo su una base territoriale interna allo Stato, esempio lampante è l’OLP, che ha ottenuto una base territoriale nella striscia di Gaza e Gerico.

Da rilevare sono anche le nazioni-non Stato, rappresentate da quelle comunità che vivono in uno o più Stati e che vogliono costituirne uno proprio su un territorio che al momento ne fa parte di un altro, un esempio sono i repubblicani dell’Ulster. Glassner evidenzia anche l’esistenza di territori a status incerto, e come esempio rappresentativo riporta proprio il caso che sarà oggetto d’analisi di questo lavoro, cioè, il Sahara Occidentale. Secondo l’autore, infatti, il Sahara Occidentale, nonostante si sia dotato di una struttura statale, quale la RASD, nonostante abbia visto ribadito il proprio diritto all’autodeterminazione, non può definirsi Stato al 100%, potrà infatti, secondo lui, definirsi tale solo dopo lo svolgimento del referendum.

Il panorama internazionale evidenzia come non solo l’organizzazione delle comunità umane non può essere riconducibile ad un unico modello, ma che anche il concetto classico di Stato nazione ha subito un vero e proprio processo di ridefinizione e crisi. La formula dello Stato nazione, che ha avuto particolare fortuna nel XIX secolo e per buona parte del XX , ha subito nell'ultima parte del secolo un'incisiva erosione, dovuta alla perdita di unità al suo interno (grazie al formarsi di autorità indipendenti, regioni, enti pubblici nazionali, organismi pubblici), e alla perdita di sovranità verso l'esterno (grazie al formarsi di organismi internazionali e sovranazionali detentori di parte del potere pubblico statale).

Da un lavoro dell’UNDP, infatti, si evince, come le forze sopranazionali, nel duplice processo di globalizzazione e regionalizzazione, stanno indebolendo il concetto convenzionale di stato territoriale dall’alto. Infatti, da un lato la globalizzazione ha ridotto il potere dello stato nei propri affari economici e ha eroso la sfera della sovranità nazionale. Dall’altra parte forze che possono essere definite subnazionali, hanno cominciato ad erodere lo stato dal basso, e a sfidare la legittimità politica e a scontrarsi con l’integrità territoriale. Lui, infatti, definisce questo meccanismo come “la dialettica del subnazionalismo e del sovranazionalismo”. Fenomeni complessi come la globalizzazione, determinano l’ampliarsi e l’intensificarsi dei rapporti tra persone, transazioni economiche, movimenti di capitale, informazioni, che sono i nodi, e allo stesso tempo le maglie di una fitta rete.[40]

L’espressione “globalizzazione” evoca “ l’immagine di flussi montanti che scalzano dal basso i controlli di frontiera minacciando di far crollare l’edificio”[41]. Le misure relative alla velocità di circolazione diventano sempre più importanti, segnalando il trasferirsi dei controlli dalla dimensione spaziale a quella temporale. È come se si assistesse alla spazializzazione del tempo e alla temporalizzazione dello spazio. Ovviamente il punto di volta, sempre per Habermas, è guardare a tutti questi cambiamenti non come una sconfitta, ma come una sfida. Tutto ciò che oggi appare come problema, dovrebbe trasformarsi in “agenda politica”. Concetti quali, lo Stato territoriale, nazione, economia nazionale, costituitesi entro le frontiere statali, hanno rappresentato una sorta di costellazione storica in cui il processo democratico ha potuto assumere una configurazione istituzionale più o meno convincente.

Tale costellazione, oggi, è messa fortemente in discussione e le tendenze in atto sono concepite come sfide politiche in quanto si ascrivono nell’ottica abituale dello Stato nazione, infatti per lui, le società moderne sono colpite da processi di denazionalizzazione, e si stanno aprendo verso una società mondiale in movimento costante. Pertanto Beck evidenzia come la società mondiale non statale stia davvero cambiando i rapporti internazionali, non più legati territorialmente e politicamente al concetto di Stato nazione e “cancella l’identità tra distanza spaziale e quella sociale”.[42] Per questo, secondo Beck bisogna distinguere tra “società mondiale come somma di Stati nazionali e società di Stati nazionali, e le società mondiali di attori e spazi transnazionali”.[43]

Habermas con uno spirito critico ed originale prova a supporre le reazioni del “sovrano territoriale”, di fronte a profondi cambiamenti, e ne individua due: di chiusura quindi di difesa, e di apertura quindi attacco. Ciononostante, ritiene tali atteggiamenti né una risposta né una soluzione adeguata. Nell’ottica della costellazione postnazionale crede, infatti, che non si possono indicare strade sicure; anche perché le modalità di rete, di cooperazione, di integrazione funzionale e sociale si sovrappongono e si eludono a vicenda. Per Habermas non bisogna neanche esagerare, nel prevedere la fine della politica, come fanno i post-moderni, che destrutturano completamente la realtà, prevedendo insieme alla dissoluzione e alla disgregazione dello Stato nazione la disgregazione del concetto di politica.

Le sfide/opportunità della globalizzazione possano essere affrontate, solo se si affermano nuove forme di autogoverno democratico. Solo una volontà transnazionale e un senso diffuso di solidarismo, oltre i confini nazionali, potranno cambiare il panorama. Una prima risposta? La democrazia dibattimentale e discorsiva [deliberativ] che, attuata dal basso e senza paletti territoriali, permetta l’accessibilità e la formazione dell’opinione pubblica, attraverso un “processo d’apprendimento” aperto al futuro. Per questo, secondo lui, ci si avvia verso epoca postnazionale. Infatti, non avendo identità etica comune (la società civile mondiale), la politica interna mondiale non può legittimare una procedura statalmente centralizzata e gerarchizzata a livello globale.

Si organizza infatti, in una prospettiva decentrata, non come “politica” centralizzata di un unico stato mondiale, bensì come interazione a più livelli di “politiche” locali, nazionali e soprannazionali. In questo senso la democrazia internazionale si presenta come una rete, come una prospettiva di fiducia, collaborazione e anticipazione normativa, che chiede di essere istituzionalizzata giuridicamente. Per un verso egli sostiene la necessità di anticipare normativamente una “politica interna mondiale”, attuando una chiusura politica all’apertura economica del mercato globale. Per l’altro verso, immagina questa chiusura, non nei termini di un super Stato gerarchico e centralizzato, che definisce dall’alto i livelli subordinati delle decisioni inferiori, bensì nei termini di un federalismo transnazionale che dà voce al pluralismo della società civile.

Analizzando il punto di vista di Beck, il postnazionalismo mette in discussione uno dei più possenti pilastri della rappresentazione della società e della politica. Critica, infatti, la convinzione che la ‘società moderna’ e la ‘politica moderna’ possano esistere solo perché organizzate sulla base dello Stato nazione, critica la concezione di una società, identificata con la società nazionale, territoriale, organizzata in uno stato e circoscritta da confini. Il discorso di Beck parte dalla critica all’assioma di base dello “sguardo nazionale” del “nazionalismo metodologico”, ovvero l’affermazione secondo cui la nazione, lo stato, la società sono le forme sociali e politiche ‘naturali’ del mondo moderno. In quest’ottica è lo Stato nazionale che definisce la società nazionale e non viceversa. La società, in tal modo, è concepita nell’“ottica territoriale, legata a confini, insomma una sorta di teoria container: Stato e società si determinano reciprocamente”[44]. Per questo il nazionalismo metodologico, concepisce la dimensione sociale, quella culturale e quella politica, mediante categorie del tipo ‘o….o’, in altre parole, secondo un ottica esclusivista, che differenza il cittadino dallo straniero, il nazionale dall’internazionale, il dentro dal fuori; mentre l’ottica postnazionale è un’ottica inclusivista e segue la logica del ‘sia….sia’.

Prospettiva postnazionale significa che l’equazione territorialità = sovranità = potere politico = Stato nazionale non regge più. L’aggettivo ‘internazionale’ non deve essere cancellato dal lessico della politica e della scienza politica. Le relazioni tra gli Stati continuano ad essere importanti, ma non più esclusive, non sono più monopolizzabili, e soprattutto, cambiano la loro grammatica, le unità delle relazioni internazionali, i concetti di ‘Stato’ e ‘nazione’, vengono svuotate del loro nucleo perché:

v      nella società globale del rischio non si può più dare una risposta nazionale ai problemi nazionali;

v      i diritti umani sono applicati anche contro gli Stati e sono ‘difesi’ da Stati contro altri Stati;

v      il capitale mobilissimo costringe all’auto potenziamento e all’auto trasformazione del concetto di Stato fissato ad un territorio.

Se lo Stato nazione fondava la propria vita alla “monogamia di luogo”, l’epoca attuale ci porta ad una sorta di “poligamia di luogo”.[45] La pluralizzazione degli attori nelle relazioni internazionali è un punto fondamentale nella prospettiva postnazionale, il capitale globale, le organizzazioni internazionali organizzazioni governative e  non, diventano soggetti attivi in un panorama di meta scontro’. Nel Report della Commissione sulla Global Governance pubblicato dall’ONU, la politica delle organizzazioni sopranazionali non si propone soltanto di gestire la globalizzazione economica, ma intende anche introdurre una nuova etica della democrazia e dei diritti umani globali. Ed ecco che, secondo Beck, la politica estera si orienta alla tutela dei diritti umani, i quali non ubbidiscono più al diritto internazionale e al principio di non ingerenza negli affari interni, e le guerre civili diventano internazionalizzate. Nell’epoca postnazionale i confini più che essere concepiti come barriere diventano dei ponti, dove da strutture cognitive del ‘noi’ come opposto a ‘loro’ diventano dei ‘bridging borders’,[46] trasnazionalismo e subnazionalismo si intrecciano e si sovrappongono continuamente.

Il transnazionalismo[47] rappresenta un’altra manifestazione di questa crisi dello Stato nazione, secondo un’analisi del Centro Studi Difesa Civile[48], può essere, infatti, definito come la dinamica dei ruoli, delle strutture e delle istituzioni alla cui origine ci sono attori diversi dai governi e dalle agenzie intergovernative, in grado di agire e interagire significativamente nello spazio funzionale internazionale in modo più o meno autonomo rispetto ai centri di potere politico di matrice governativa. Tali attori prescindendo dalla statalità e la territorialità agiscono all’interno delle relazioni internazionali.

Gli impulsi al transnazionalismo, con la trasformazione dello stato moderno, si accompagnano strettamente alla pratica della cooperazione organizzata. Quest’ultima, oltre che in funzione di potenziamento e sinergismo delle unità che ne fanno parte, esiste anche per perseguire sul piano internazionale nuovi obiettivi, che si sommano, si aggiungono a quelli delle unità aggregate. I soggetti, i nuovi attori della scena mondiale, grazie alla diversificazione, pluralizzazione e multidimensionalizzazione dei loro campi d’azione e competenze, diventano ‘cause oriented’.[49] Non bisogna però credere che il transnazionalismo organizzato sia, in quanto tale, incompatibile col sistema dei rapporti interstatali, ma è invece incompatibile con il monopolio statalistico della vita delle relazioni internazionali, o comunque con l’assolutismo del sistema della politica. Esistono inoltre dimensioni principali del processo di transnazionalizzazione:

v      Organizzazione, cioè all’esistenza sul piano internazionale d’apparati funzionali permanenti gestiti da volontari e/o funzionari specializzati nella realizzazione delle scelte politiche e di programmi..

v      Mondializzazione, con tale processo ci si riferisce:

1.            sia ad un continuum di ruoli dal quartiere, dalla città fino ai centri decisionali internazionali e quindi ad una diffusione capillare sul piano locale, nazionale, internazionale, radicata, diffusa e operativa su scala globale;

2.            sia al contenuto dei programmi formativi interni ai singoli soggetti transnazionali, come l’educazione alla mondialità, alla cooperazione e collaborazione multiculturale.

v       Specializzazione, con tale termine si fa riferimento alla capacità di rispondere e di tradurre le domande politiche popolari in una rosa di alternative politiche possibili.

v       Politicizzazione, con tale vocabolo si designa il processo di avvicinamento degli attori di carattere transnazionale agli attori più politici per antonomasia, quali governi, agenzie intergovernative, diplomazie.[50]

Riguardo al transnazionalismo, Beck individua come alternativa allo Stato nazione lo Stato transnazionale, caratterizzato dalla non-territorialità, dall’accettazione del concetto di Stato, rivisto però nell’ottica della globalità, della multidimensionalità, e della “rivitalizzazione della politica”, del localismo ed è sostanzialmente diverso dallo Stato nazione soprattutto perché “la globalità diviene in maniera irreversibile il fondamento del pensiero e dell’agire politico”.[51]

In questo panorama di ridefinizione dei ruoli, esiste uno stretto collegamento tra transnazionalismo e subnazionalismo, cioè, la cooperazione transnazionale. Essa rappresenta una risposta alle sfide della globalizzazione, insieme alla complementarietà tra il globale e il locale, e al ruolo delle unità subnazionali. Le Regioni, gli Enti e le strutture subnazionali vanno intese nel duplice senso, come evidenziato da Andrè Lecours,[52]

v      sia nel senso di attori subnazionali che agiscono e formano reti transnazionali;

v      sia nel senso di macro attori a livello più aggregato.

I governi regionali che operano a livello internazionale, non sono un fenomeno nuovo. Ricordiamo l’esempio d’alcune Regioni americane che già dal 1950 avevano rapporti all’estero con altri enti regionali[53]. In realtà dal 1990, l’attività internazionale dei governi regionali ha acquistato nuova prominenza.

In un’ottica più legata alla visione delle comunità e delle società come identità collettiva, il subnazionalismo è definito dall’UNDP come una manifestazione di una certa comunità o identità collettiva diversa dall’identità generale e condivisa dalla cittadinanza di uno Stato costituito. Spesso, questi movimenti possono essere di carattere indipendentista, che più che essere espressione del desiderio di internazionalizzazione e di ampia condivisione di valori e esperienze, sono definiti da Mingus, fenomeni di ‘disobbedienza civile’, di negoziatori economici internazionali. Bisogna però valutare con attenzione il lavoro delle unità subnazionali, non come lavoro solo ed esclusivamente di carattere economico, classificando erroneamente le unità subnazionali come attori di second’ordine, anche perché spesso il lavoro sotteso e nascosto può essere davvero d’aiuto per i processi di collaborazione intergovernativo.

Questo meccanismo di cooperazione subnazionale, in alcuni casi, ha dimostrato che essi hanno un legittimo ruolo nel campo della diplomazia internazionale, anzi della paradiplomacy. Tale concetto sarà al centro dei dibattiti politici e della cooperazione internazionale, a partire sostanzialmente dagli anni novanta. Basti per ora ricordare che il ruolo degli Enti locali, delle Regioni e dei governi subnazionali a livello internazionale è diventato un punto chiave nella politica internazionale. Francisco Adelcoa e Michael Keating,[54] evidenziano l’importanza dei fenomeni del transnazionalismo, postnazionalismo e subnazionalismo, nell’ottica di un approccio post-diplomatico, ritengono infatti che:

1.      Il riconoscimento, il coinvolgimento e la partecipazione delle unità subnazionali negli affari esteri non è una questione transitoria, ma rappresenta un cambiamento nella pratica della diplomazia;

2.      Nel panorama dell’internazionalizzazione e della subnazionalizzazione, possono essere protagonisti potenzialmente dei conflitti non solo Stati rivali, ma anche Regioni e più in generale tutti i soggetti che della scena internazionale;

3.      Esiste la possibilità di gestione di conflitti e la compatibilità tra ruolo degli Stati e delle Regioni in politica estera, dovuta soprattutto ad una maggiore opportunità di cooperazione e di condivisione di ruoli;

4.      La richiesta multiforme e plurale di cambiamento nell’attitudine da parte degli Stati e delle Regioni ha aumentato la capacità di accettazione della nuova realtà di condivisione di poteri e interdipendenza reciproca.

Infine, l’osservazione di Beck[55] evidenzia molto chiaramente il nuovo rapporto che si è ormai instaurato tra autonomia e sovranità. Nel panorama classico del nazionalismo metodologico,[56] questi due termini erano i due membri di un’equazione, quindi tutto ciò che poteva essere dipendenza economica, diversificazione culturale, cooperazione militare, giuridica e tecnologica tra gli Stati era concepita come percorso che avrebbe portato automaticamente alla perdita di entrambe. Oggi, però, se la sovranità è identificata con la capacità di risolvere i problemi, allora l’incremento della cooperazione transnazionale, anche se comporta la perdita d’autonomia costituisce un guadagno reale di sovranità. La capacità dei governi di assicurare standard di vita adeguati, sicurezza sociale e consapevolezza civile, aumenta con la cooperazione inter, trans, sub, extrastatale. La sovranità condivisa accresce la sovranità anziché ridurla. I benefici della condivisione includono la sicurezza e la stabilità, la riduzione delle spese militari e la cooperazione economica e tecnologica. C’è, secondo Beck, un interesse addirittura nazionale alla trans, sub e denazionalizzazione, alla condivisione della sovranità con lo scopo di risolvere i problemi. L’intuizione dei nostri tempi è che la riduzione dell’autonomia nazionale e un aumento della sovranità nazionale non si escludono affatto. I processi descritti fin qui vanno di pari passo con lo spostamento dall’autonomia basata sull’esclusione nazionale alla sovranità basata sull’inclusione transnazionale.

 

La riconcettualizzazione del concetto di diplomazia

Con la crisi dello Stato nazione, anche il concetto di diplomazia ha subito, nel corso del tempo, una profonda trasformazione. Questo sia perché la nazione, come detto, non si identifica più esclusivamente con lo Stato, sia perchè esistono tante altre forme di appropriazione del territorio e della politica. Il concetto di diplomazia è oggi soggetto ad una serie di rivisitazioni e riconcettualizzazioni. Se la politica estera statale ha subito un riorientamento nella sua logica ormai multiattoriale, ridefinendo il confine con la politica interna, e se la diplomazia è stata “l’arte delle relazioni internazionali”, è palese che anche che quest’ultima ha subito un vero e proprio processo di ridefinizione.

Secondo la celebre definizione dell’Oxford English Dictionary <<la diplomazia è la conduzione delle relazioni internazionali attraverso negoziati […] queste relazioni sono regolate e tenute da ambasciatori e inviati” dal “mestiere o l’arte del diplomatico>>.[57] Il termine diplomazia compare per la prima volta nel 1796, ma in realtà la capacità di instaurare relazioni internazionali e non solo di fare da inviato si sviluppa in seguito.[58] Fu solo nel XIX secolo, tuttavia, che la diplomazia fu consacrata come uno degli strumenti supremi di contatto tra gli Stati. L’evoluzione dei rapporti internazionali, della politica estera e della cooperazione interstatale, nel contempo, è stata molto veloce. Per Ostellino, i tre fattori più importanti che hanno determinato l’evoluzione del concetto di diplomazia sono stati:

v      la consapevolezza degli Stati di appartenere ad un complesso sistema internazionale;

v      l’influenza dell’opinione pubblica;

v      lo sviluppo delle comunicazioni.

Ma alla fine del XX secolo la pluralizzazione degli attori sullo scenario internazionale e l’introduzione di aspetti più politici che diplomatici, ha spinto molti autori a parlare di open diplomacy, plurisettoriale con carattere multinazionale. Nel XXI secolo, con la nascita della società civile globale e la moltiplicazione di relazioni informali tra gli Stati e le nazioni, il termine diplomazia si è completamente trasformato[59]. I termini classici quali diplomazia, potere territoriale e cittadinanza nazionale non sono, ormai, più adatti a descrivere la realtà della politica internazionale, nuove modalità di intervento e politiche di ripensamento dominano l’analisi.

Nuovi modi, intrecci e modi di cooperare esistono da tempo, nuovi paradigmi penetrano all’interno dei confini mentali della diplomazia statale, tanto da far parlare d’ordine postdiplomatico,[60] perché consapevole delle nuove e diverse realtà. La riformulazione del concetto di diplomazia parte dalla constatazione che il monopolio della politica estera non è più statale ma plurale e internazionale. Per quanto riguarda la riforma della diplomazia tradizionale si ritiene indispensabile, secondo uno studio del CERFE[61], eliminare o quanto meno affievolire la distanza e la differenza tra le attività diplomatiche, la cooperazione allo sviluppo e il peace building. Un’onda di novità si è, infatti, abbattuta sul fronte attoriale e diplomatico, ridando forza a tutto l’apparato attinente alle relazioni internazionali, includendo nelle attività diplomatiche aspetti appartenenti alla cooperazione socio-economica, promovendo iniziative di capacity building.

La realtà è pertanto nuova e multiforme. Dimensioni innovative della partecipazione, quale quella substatale, multiculturale, plurinazionale trasformano il senso di cittadinanza dando vita ad una nuova cultura politica. La distinzione tra competenze interne e internazionali è sempre meno chiara. Il fenomeno delle voci multiple[62] è il fenomeno della pluralità attoriale colpisce direttamente dall’interno dello stato e all’esterno del sistema internazionale. L’aspetto da rilevare è che “il neologismo paradiplomacy non appare da solo. Deve essere inteso come un altro link di una catena semantica analiticamente senza fine. Deve, quindi essere inteso, insieme, con altri concetti gemelli collegati, ma tuttavia opposti, come ‘micro’ ‘macro’ o protodiplomazia. L’approccio “transnazionale” del fenomeno porta all’“invenzione” analitica di una catena di concetti interrelati, con un continuum semantico, a ciò che è lo stesso, alla decostruzione di un concetto principale, la diplomazia, in una serie di concetti opposti o alternativi. Questo è spinto anche più oltre dall’approccio “postmodernista”, propriamente genealogico, approccio al fenomeno storico complesso della ‘diplomazia’”. In realtà, il concetto che si distaccherà dalla concezione classica e governativa della diplomazia, denominata anche track one, mettendo anche a nudo le difficoltà insite in quest’approccio, sarà quello della cosiddetta diplomazia cittadina, molto più flessibile, messa in atto da gruppi di cittadini attraverso i diversi Paesi.

Questa modalità, meglio conosciuta come track two ha rappresentato un’alternativa, introdotta da Joseph Montville nel 1982, per indicare quei percorsi della diplomazia che si snodavano al di fuori del sistema governativo ufficiale. Essa si riferisce alle attività e ai contatti informali, nongovernativi e non ufficiali, tra cittadini privati o gruppi. Non vuole sostituirsi a quella governativa, ma vuole lavorare parallelamente, ecco perché spesso è definita anche come diplomazia parallela. Grazie alle sue caratteristiche peculiari, quali lo sviluppo di micro-relazioni, l’influenza sull’opinione pubblica, l’instaurazione di processi cooperativi all’interno del privato e dell’economia ha ridato forza ad un approccio multicentrato. Due concetti aiutano a descrivere la reale trasformazione in corso del concetto di diplomazia, quali quello di multi track diplomacy, che incorpora la lezione di Montville e di quello paradiplomacy.

Il sistema della multi track, fondato da Mc Donald e Diamond si basa su un approccio multidisciplinare, che opera attraverso nove track d’azione. Esso parte dalla constatazione che questa composizione non è e non può essere esaustiva, si muovono, infatti, al di sotto e aldilà del sistema, sottesi ed invisibili diversi modi di fare cooperazione. A dimostrazione di ciò, c’è proprio il processo d’evoluzione del sistema della multi track. Partito da un’espansione del track one o governativo e del track two o non governativo così concepiti da Montville nel 1982, subisce un ampliamento nel 1991, da due track se ne inserirono altri cinque, grazie all’inclusione di economia e commercio, privati cittadini e media, fino a giungere alla formulazione attuale della multi track, cioè con la composizione di nove track, a cui cioè sono stati aggiunti ricerca, formazione ed educazione allo sviluppo, ricerca di risorse e fondi economici, religione, attivismo e advocacy. Questo a significare che non tutte le sfumature e modalità di intervento dell’azione sono sempre colte appieno.

Il termine multi-track diplomacy[63] pertanto, intende designare un processo, un sistema di pensiero e di azione internazionale, un sistema cooperativo multiattoriale e multidisciplinare, un living system.[64] Le parti che costituiscono il sistema integrato in questione si trasformano, si adattano alle esigenze e ai cambiamenti del sistema stesso e sono simultaneamente interrelate. Anche perché, così come l’intero sistema si collega a spazi locali, regionali, internazionali, mutando e mutuando le diverse caratteristiche politiche, così il sistema di intervento, modifica, integra e trasforma i suoi strumenti. Il termine che domina il paradigma della multi track è l’interrelazione, la connessione, l’interazione, l’integrazione tra tutti i nove track che compongono il sistema.

Sono collegati l’uno all’altro attraverso il tempo e lo spazio, attraverso la differenza d’età, di genere, attraverso i confini nazionali. Il sistema della multi track non è composto da relazioni ipotetiche e/o potenziali, ma da persone reali che lavorano in diversi settori che inconsapevolmente si influenzano reciprocamente. Se la relazione e la multidisciplinarietà sono le chiavi di comprensione per il sistema della Multi track, la parola chiave per la realizzazione effettiva di un sistema d’azione concertato, è la presa di coscienza del valore di questo stato d’interdipendenza. Una maggiore coscienza, consapevolezza è un grande ed importante passo avanti verso il processo di cambiamento delle politiche. Ovviamente, anche se il sistema della multi track è considerato come un sistema organico e complesso, ognuna delle parti che lo compongono svolge un preciso e differente ruolo nell’ambito dell’intero sistema.

Di quest’ultimo è possibile costruire un quadro logico, una forma grafica che permette di visualizzare sia l’importanza decisiva d’ogni track che, pertanto, occupa una posizione unica e insostituibile all’interno del diagramma, sia l’interconnessione tra i diversi track, collegati grazie al loro punto d’incontro nel centro del diagramma, che l’importanza del sistema di informazione e comunicazione, in quanto meccanismo primario di interscambio reciproco. Questo sistema grafico permette di sottolineare la visione del sistema in quanto sistema pensante. Il sistema nel complesso è anche più grande e articolato delle singole parti; la semplice somma delle forze in azione non rende giustizia al sistema, la sinergia, l’interazione, l’integrazione, la complessità organica sono le sue caratteristiche intrinseche. Insomma, il sistema della multi track è propriamente un approccio multidisciplinare.

Diagramma radiale

Fonte: Diamond L., McDonald J., Multi-Track Diplomacy: a system approach to peace, West Hartford, Kumarian Press, 1996. Il diagramma riprende la forma logica, ma è ricostruito graficamente.

 

I track in questione come già anticipato sono nove e sono:

1.       Governativo-diplomatico, è legato alla formulazione e alla tecnica classica delle relazioni internazionali, cioè, alla diplomazia tradizionale statale, alla classica definizione di politica estera guidata solo dagli stati, dalla logica top-down e bottom-up insieme, (gli incontri avvengono, infatti, sia a livello interstatale e orizzontale sia a livello di consultazione  con gruppi locali, giornalisti, università, quindi verticale). Tale track è particolarmente indicato per le negoziazioni multilaterali perché ufficialmente riconosciuto a livello internazionale. La cooperazione ufficiale, oltre che tramite l’ufficiale strumento degli accordi bilaterali, avviene spesso in seno alle Nazioni Unite. Esso è caratterizzato dal classico intervento statale, dove il potere veicola le relazioni che assumono una forma più prettamente politica, burocratica, formale ed ufficiale.

2.       Non/Governativo e dei liberi professionisti dello sviluppo, già in precedenza accennato, infatti, all’interno del sistema della multi track, si impegna:

v     a ridurre l’intensità o a risolvere il conflitto tra due gruppi o tra due nazioni, migliorando le comunicazioni, la comprensione e le relazioni;

v     ad abbassare la tensione, l’odio, la paura o l’incomprensione umanizzando “il volto del nemico” e creando le condizioni perché le persone facciano esperienza diretta dell’altro;

v     ad influenzare il pensiero e l’azione della diplomazia ufficiale analizzando le opinioni diplomatiche senza pregiudizi, preparando in tal modo il terreno per negoziati più formali. È caratterizzato da un alto numero di attività non ufficiali, non- governative, cittadine. Oggi, non solo a livello locale, ma anche a livello internazionale le ONG hanno assunto un ruolo predominante nella concertazione e dibattito dei temi più diversi, questo perchè l’azione non governativa gode di quelle caratteristiche quali, accountability, ownership, realizzando un senso di diffusa responsabilità all’interno della società civile internazionale.

3.      Economia e commercio. È un settore molto meno abituato degli altri a operare nel campo della cooperazione, perché orientato al profitto, ma nel corso dell’ultimo decennio azioni di sensibilizzazione verso il rispetto dell’ambiente, verso la povertà endemica sono state messe in atto[65]. L’economia è ormai intrecciata con la politica ed un’azione asetticamente economica è difficilmente realizzabile.

4.      Privati cittadini. È più comunemente conosciuto col nome di diplomazia cittadina, è composta da contatti non ufficiali e informali tra i membri di due nazioni  o di due gruppi contrapposti che desiderano sviluppare delle strategie comuni, influenzare l’opinione pubblica, organizzare  risorse umane e materiali con modalità tali che li potrebbero aiutare a risolvere il conflitto. Visite tra cittadini, concerti rock, gemellaggi tra città, scambi culturali, progetti comuni di ricerca, affidi a distanza e aiuti umanitari sono azioni tipiche della diplomazia popolare. Tale approccio si è caratterizzato per la forte enfasi posta sul multiculturalismo e l’empowerment.

5.      Ricerca, formazione ed educazione allo sviluppo. Questo aspetto è davvero fondamentale perché genera sia consapevolezza nelle realtà locali, che coscienza dei processi di trasformazione sociale in situazioni conflittuali per un’educazione alla pace; inoltre, contribuisce attraverso think tank, analisi, ricerche, programma di studi, a stimolare intellettualmente la cooperazione allo sviluppo è, infatti, spesso definito “il cervello del sistema”.[66]

6.      Attivismo e advocacy. Corrisponde all’attivismo generale dei movimenti sociali e politici di massa, di studenti. Si caratterizza per la sua natura transnazionale. Basa la sua azione su proteste, educazione, advocacy, organizzazione di eventi, supporto ad azioni internazionali.

7.      Religione. Agisce soprattutto attraverso comunità fedeli locali, e tramite il richiamo a principi morali generali, quali la pace, il rispetto del prossimo e la tutela dei diritti umani, è guidato da spirito d’amore, passione e compassione per il prossimo ed è per questo transnazionale. È caratterizzato da un forte impeto spirituale, idealista ed etico.

8.      Ricerca di risorse e fondi economici. Questo è il supporto finanziario alle attività di cooperazione, agisce attraverso patrocini, contribuiti, sponsor per il finanziamento di progetti e programmi d’azione che possono influenzare non solo la cittadinanza ma anche i policy makers. A tale scopo fondazioni e istituzioni sono nate per la promozione dell’educazione e della partenership allo sviluppo.

9.      Comunicazione, Media e informazione; tale settore attraverso i rapporti di informazioni recenti e in evoluzione, attraverso programmi educativi, e attraverso la comunicazione virtuale, permettono sia alle diverse comunità di sviluppare un senso radicato e cosciente dei problemi internazionali, che ai vari track di essere in collegamento e in relazione stretta tra di loro. Occasional papers, newsletter, rapporti pubblicati da enti diversi sono oggi a portata di mano e accessibili a tutti e rappresentano un ottimo strumento d’aggiornamento e metabolizzazione dei cambiamenti. Ha, quindi, sia una funzione orizzontale, interna alla società, che trasversale all’interno dello stesso sistema della multi track

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Fonte: Diamond L., McDonald J., Multi-Track Diplomacy: a system approach to peace, West Hartford, Kumarian Press, 1996.

Fondamentalmente ciò di cui si occupa la multi track, come rappresentato graficamente del diagramma, è la messa in atto d’azioni e quindi politiche allo sviluppo, advocacy e peacemaking; la realizzazione di forme d’educazione allo sviluppo, attraverso metodi informali e learning-by-doing, e attraverso la ricerca e lo studio in sia in senso generico che in relazione solo alla cooperazione internazionale. Questi strumenti o campi di analisi e ricerca, tendono ad influenzare ed ad avere come target , sia l’opinione pubblica, decision makers, e  società civile in generale.

Intanto, il nuovo ordine multidiplomatico, paradiplomatico, non può non guardare a tre importanti fattori concatenati quali l’arena economica, culturale e politica. La paradiplomacy è, infatti, parte integrante di un diffuso universo delle relazioni internazionali, nel quale gli stati non sono più gli unici attori. Diverse Regioni operano attraverso e insieme con industrie, movimenti sociali, trade unions, e organizzazioni transnazionali come Greenpeace e Oxfam. “Questo universo è complesso, frammentato e destrutturato”.[67]

Il lavoro della paradiplomazia avviene a diversi livelli, primo dei quali è il livello economico e funzionale, dove collaborazione e competizione s’intrecciano fortemente. Il secondo è il livello statale, dove politiche di cooperazione si radicano e si scontrano. Il terzo è quello del lavoro politico regionale dove la collaborazione transfrontaliera e transnazionale si rafforza. La paradiplomazia è comunque una sorta di laboratorio sperimentale dove strategie e politiche regionali e locali si incrociano con un alto livello di partecipazione della società civile e del settore privato, motivo per il quale spesso va incontro a errori, difficoltà e ripensamenti. È in ogni modo un nuovo punto d’incontro tra dimensione regionale e dimensione nazionale, tra affari domestici e internazionali, tra dimensione politica e dimensione economica. Secondo la visione paradiplomatica, i due principali attori di cooperazione non tradizionali, sono attori non-governamental (NGO) e non-central governaments (NCG), dove però quest’ultimi giocano un ruolo fondamentale. Hoching non parla solo paradiplomacy ma anche di protodiplomacy, e di diplomazia plurinazionale, dove appunto non solo i settori una volta di esclusiva competenza statale ma anche gli attori si compenetrano e si accavallano.

Il concetto di diplomazia plurinazionale si ispira al concetto di diplomazia a ‘doppio livello’,[68] dove si intrecciano politiche di governi e di diversi attori, sotto forma sia formale che informale. Si parla anche di diplomazia multilaterale, cioè, di una realtà di partecipazione multipla. Le ripercussioni di questo approccio sono sia istituzionali, formali che socio-politiche. Il nuovo termine paradiplomazia rappresenta un approccio nuovo per il riconoscimento della molteplicità, per alcuni autori esso va considerato come un transparadigma, cioè un paradigma che attraversa ed include diverse trasformazioni e/o denominazioni della diplomazia. Il concetto di paradiplomacy sembra complicarsi, ma l’importante è stare attenti al significato che si attribuisce ai prefissi.

Se si assegna al termine ‘para’ il significato di contrapposizione e opposizione, il concetto di paradiplomacy acquista quel senso di sovversione che non si vuole attribuirgli. Essa si colloca nel difficile complesso dentro/fuori, decentramento/centralizzazione, emergendo come un processo dialettico all’interno dell’intero sistema della cooperazione allo sviluppo.[69] Per esempio, Der Derian intende per paradiplomacy “ogni tipologia d’azione internazionale di carattere non governativo messa in atto da attori non statali, includendo in ciò, corporazioni transnazionali, organizzazioni internazionali del lavoro, comunità religiose, organizzazioni non governative, lobbies internazionali, i mass media, i movimenti artistici transculturali, associazioni scientifiche, individui organizzati”,[70] che possono secondo questa definizione essere considerati agenti diplomatici, per la loro effettiva opera di mediazione tra realtà reciprocamente estranee e aliene, come società civile organizzazioni internazionali, artisti e politici, diplomatici, scienziati e opinione pubblica.

Ma il ruolo della paradiplomazia non è così anticonformista, non vuole essere anti-diplomacy o diplomazia sovversiva,[71] e poi non necessariamente l’attività diplomatica centrale e quella decentrata sono in competizione o conflitto. Lo Stato inteso in senso monolitico è ormai rimpiazzato da un più sofisticata, complessa, continuamente in definizione e essenzialmente pluralistica natura del sistema politico contemporaneo. Le modalità d’azione sono molto diverse perché dipendono dalle esigenze locali, ma la paradiplomacy, come nuovo strumento di dialogo essere molto utile nella ridefinizione e nella riduzione delle tensioni etniche; può essere importante strumento di concertazione e di costruzione di fiducia e confidence nella dimensione della sicurezza internazionale, e infine sul nuovo valore che essa ha assunto nel processo di cooperazione, costruzione di dialogo e luogo di mediazione per le istanze regionali.[72]

Tutte queste motivazioni sono anche sintomo del bisogno di ripensare i metodi convenzionali della diplomazia nel complesso. Le disquisizioni sul termine paradiplomazia, sono tante e diverse. “La politica estera è ormai localizzata. La crescita dell’interesse e delle attività internazionali a livello locale è soggetta a diverse interpretazioni. Per alcuni rappresenta un alto e desiderabile livello di democratizzazione dei processi politici esteri, è come se fosse un’opportunità di ristrutturazione dell’ordine internazionale verso obiettivi più giusti e pacifici. Per altri però la localizzazione è una pericolosa deroga alla coerenza della politica estera, dando così la possibilità ad altri paesi ed anche ad attori non statali di trarre profitto dalle divisioni interne e dal cattivo coordinamento degli interventi”[73]. In realtà, come già detto in precedenza, la distinzione tra politica estera e politica interna è ormai difficile da sostenere, così come le distinzioni tra politica, cooperazione, diplomazia internazionale, e negoziazioni economiche, finanziarie e commerciali, diventano ardue e sono da porre su nuove basi.

 

 

 

 

 

 

 

Paradiplomacy: bisogno di ripensare i metodi convenzionali della diplomazia nel complesso

Diagramma circolare

Fonte d’ispirazione: Aldecoa F. e Keating M., Paradiplomacy in Action. The Foreign Relations of Subnational Governments, Londres, Frank Cases, 1999.

 

Per Hocking[74] non ha neanche più senso parlare di paradiplomazia, dato che gli attori NCG sono collocati in un complesso milieu diplomatico, dove rapporti domestici ed esteri si accavallano, non esistono segmenti separati d’intervento, attori, relazioni cambiano e mutano in modi diversi nel corso del tempo. Voler attribuire agli NCG il ruolo di portatori di una nuova forma di diplomazia, sarebbe alquanto astorico, vista la velocità e la complessità di cambiamenti a cui è sottoposto la politica internazionale. Il motivo principale, per cui la paradiplomacy avrebbe perso il suo significato, è l’imperativo della cooperazione  tra livelli centrali e subnazionali. Hocking preme, infatti, per l’utilizzo del termine ‘diplomazia multilaterale’ o ‘catalitica’, per cui i soggetti NGC sono anch’essi soggetti politici in quanto governativi, e uscendo ormai dalle logiche dicotomiche centrale-non centrale, gli attori dei governi locali sono attori internazionali nel pieno senso del termine. Ciò che è sicuro è che il processo di trasformazione del concetto di diplomazia, del rapporto tra politica ed economia, tra internazionalizzazione economica e sviluppo locale ha spinto diversi autori a cercare paradigmi e diciture alternative per indicare un unico concetto, la trasformazione delle categorie politiche di pensiero e d’azione.

 

La paradiplomacy in action: attori, motivi, opportunità, strategie e limiti[75]

La paradiplomacy contribuisce in maniera sostanziale al dibattito sulla ridefinizione del concetto di diplomazia, in particolare, sul rinnovato ruolo delle Autonomie locali, o NCG[76] (Non Central Government), designando proprio l’attività e l’impegno internazionale di quest’ultimi nell’ambito della politica internazionale. La paradiplomacy, com’evidenziato in precedenza, rappresenta una nuova importante dimensione sia nell’ambito del regionalismo che delle relazioni internazionali, sottolinea e rafforza l’obsolescenza della distinzione tra politica estera e politica interna, tra temi di carattere nazionale e regionale, che anche se sono separati si sovrappongono e si influenzano reciprocamente. Tale approccio ha, infatti, ristrutturato la visione di politica estera, di politica territoriale insieme al ruolo degli attori. A differenza della diplomazia convenzionale, tradizionale e statale, non andando alla ricerca di rapporti internazionali strategici nell’ottica di un unico interesse nazionale, la paradiplomacy persegue obiettivi molto più legati agli interessi specifici del territorio e alle comunità locali; essa non è guidata da logiche predeterminate o strategiche, ma da logiche flessibili e variabili, soprattutto di natura politica.

Come evidenziato, il termine paradiplomacy, coniato durante gli anni ottanta[77] e affermatosi prepotentemente durante gli anni novanta, è stato considerato da parte della dottrina come un nuovo, diverso e innovativo modo di fare politica estera. Dall’altra, invece, come un’attività diplomatica di second’ordine e d’importanza secondaria, come una chiara imitazione della diplomazia reale.[78] Il punto chiave che porta gli NCG ad essere attori internazionali è dovuto al fatto che i criteri per la definizione di quest’ultimi non sta più nelle caratteristiche tradizionali associate allo stato, come il territorio, la sovranità, la popolazione, il riconoscimento, ma alla capacità di operare nell’ambito della politica estera e della cooperazione allo sviluppo.

Ad un livello di analisi più ampio, la paradiplomacy è frutto della stretta interconnessione tra fenomeni quali globalizzazione e politica territoriale. La politica internazionale attuata degli Enti locali e subnazionali, è sempre stata etichettata come ‘low policy’, e differenziata dalla ‘high policy’ rappresentata di solito dalla agenda della sicurezza militare e nazionale. Il punto è che il concetto di ‘high policy’ è stato ridefinito e con esso quello di ‘sicurezza’. Secondo Hocking, nel concetto di ‘high policy’ oggi rientrano temi quali le politiche sociali, ambientali, sanitarie, educative,[79] mentre secondo Lecours la differenza tra high e low politics si è affievolita dopo la fine della guerra fredda, a causa dell’instaurarsi di rapporti più fluidi e molto meno gerarchici.[80] Anche il concetto di sicurezza è stato ridefinito, la sicurezza oggi assume il significato di sicurezza umana, è, infatti, da dissociare dalla nozione tradizionale di sicurezza nazionale, ed è da proiettare su un piano globale dove governi regionali e locali hanno un’altissima responsabilità.

L’impegno e il coinvolgimento dei governi locali e regionali nello scenario della politica estera è sicuramente molteplice e ciò che è diversità, come sottolinea Hoching, spesso è accompagnata da disaccordo.[81] Ad ogni modo la complessità delle reti non può più essere semplificata e riportata solo al lavoro delle istituzioni nazionali. Uno dei cambiamenti chiave fondamentale per una giusta comprensione del lavoro degli NCG, è l’erosione della consequenzialità nella gestione delle politiche di sviluppo, in favore della molteplicità e della differenziazione. È infatti pericoloso presentare gli interessi regionali come chiaramente come unidirezionali così come è pericoloso presentare così quelli nazionali.

Il problema statale è stato quello di aver accordato maggior peso ed enfasi alla competitività nazionale, in qualità di ente complessivo e organico nell’arena internazionale, piuttosto che a quello di fare da bilancia tra i vari interessi regionali, subregionali, locali, questo vuoto è stato riempito dai governi subnazionali. Questo declino del ruolo di mediatore dello Stato ha esposto le Regioni più direttamente agli effetti dell’internazionalizzazione economica e della globalizzazione, ed essendo un fenomeno generalizzato e non limitato ad un unico Paese, ha rafforzato la loro capacità di cogliere le opportunità congiunte, di operare all’estero e di dar vita a collaborazioni transnazionali. Ciò è inoltre coinciso con l’emergenza del nuovo pensiero economico, del nuovo processo di sviluppo locale, dei movimenti transnazionali, della formazione della società civile globale.

Le agende subnazionali, infatti, sono frutto di pressioni provenienti dalle istituzioni internazionali, dagli attori economici, dai governi nazionali, dalla realtà locale. Il tema del coordinamento ha pertanto assunto una centralità fondamentale nei dibattiti teorici e nella realizzazione pratica delle politiche. Mentre, in passato il coordinamento era un principio caro al rapporto tra politica interna e politica estera, sfatato il mito di questa distinzione, il coordinamento è tutto focalizzato sulla formulazione dei vari livelli di politiche internazionali. Di conseguenza il crescente bisogno di un effettivo e strutturato processo di comunicazione tra governi centrali e non, attraverso l’allocazione di funzioni e responsabilità diventa un tema centrale nel rapporto tra NCG e all’interno della realtà glocale in cui operano.

Solo abbandonando le classiche preoccupazioni relative al concetto di politica estera, si può comprendere il valore, la complessità di una politica multifocale e multiattoriale, caratterizzata da dipendenza, relazioni conflittuali, riconoscimento reciproco del bisogno di instaurare rapporti, reti e strategie di collegamento. Il punto di forza, oltre alle intrinseche qualità degli attori in questione, è anche la diversità di cui sono caratterizzati. Infatti, il significato ad essa attribuito è molto dibattuto e pertanto si pongono due questioni di fondo; la prima riguarda la vaghezza del termine e del significato a cui essa rimanda; la seconda riguarda il disaccordo in materia sul tipo e sul ruolo degli  gli attori coinvolti. Il problema degli attori parte dalla definizione. Di solito, nella definizione di natura, partecipazione, e qualità degli attori, in quanto agenti internazionalmente, sono stati fatti alcuni errori che hanno confuso e complicato l’analisi, per esempio:

v     L’agire internazionalmente è stato spesso ritenuto condizione necessaria e sufficiente nella definizione di soggetto internazionale. In realtà le politiche devono essere dettate da particolari valori e scopi, pertanto l’agire generico a livello internazionale è condizione necessaria ma non sufficiente;

v     Caratteristiche quali territorialità e sovranità, insieme comunque a tutti i parametri classici attinenti ai soggetti di diritto internazionale, sembravano davvero gli aspetti caratterizzanti gli attori;

v     Confusione è destata anche da alcune visioni definite iper-globaliste, secondo cui lo Stato sta scomparendo in favore della definizione di un’economia globale, la quale necessità della mobilità dei capitali, tecnologia, informazione;

v     A queste si aggiunge la visione per cui i NCG sono semplicemente una delle tante manifestazioni di proliferazione  di interessi trasversali però occasionali e restrittivi;

Tali confusioni concettuali a lungo termine non hanno però negato l’opportunità di esaminare la presenza e i luoghi dell’agire extranazionale degli attori non statali.[82] Il processo d’internazionalizzazione degli NCG troppo spesso è stato isolato dal contesto globale d’analisi, attribuendo in tal modo all’attività internazionale dei NCG, motivi superficiali, definendo e separando attori statali da quelli non statali piuttosto che fare un unico, certo difficile e multicomposito, quadro d’analisi, approfondendo e apprezzando le loro singole caratteristiche intrinseche e le loro capacità collaborative.

L’analisi delle qualità degli NCG in quanto attori della politica mondiale, deve infatti uscire da una visione separatista, discontinua e esclusiva. <<Se è il caso in cui, come ha suggerito Rosenau, ci troviamo di fronte ad una sempre più ampia "frontiera", dove la politica interna ed estera formano una rete senza giunzioni in cui diverse "sfere di autorità"  si scontrano l'una con l'altra per (ottenere) il vantaggio, allora gli NCG possono, in virtù della (o "in forza del" o " grazie al ")  loro attorialità (essere attori) essere visti come garanti dei margini di questo spazio territorialmente immaginato e tuttavia parzialmente deterritorializzato (Rosenau 1997)>>.[83] L’internazionalizzazione degli NCG, da una parte rende visibile una dimensione di problemi comuni, come la difficoltà dell’eliminazione di confini disciplinari, dall’altra essa porta alla consapevolezza delle molteplicità, della pluralizzazione dell’universo degli attori della politica internazionale. Pertanto i criteri alternativi a quelli tradizionali per la definizione di “actorness”, sono:

v                         motivazioni ed intenti;

v                         estensione e direzione dell’impegno;

v                         strutture e risorse;

v                         livelli di partecipazione;

v                        strategie.

Lo scopo di questa analisi multifocale, rappresentata anche graficamente, è di contribuire allo sviluppo di un dibattito costruttivo su chi sono gli attori della politica estera.

Diagramma radiale

Fonte d’ispirazione: Aldecoa F. e Keating M., Paradiplomacy in Action. The Foreign Relations of Subnational Governments, Londres, Frank Cases, 1999.

 

Ma chi sono gli attori, che ruolo hanno? Bisogna includere Regioni, città, nazioni senza Stato, gruppi etnici e anche una grande varietà di interessi settoriali e politici? Il riferimento ideale a cui i massimi esponenti di quest’approccio rinviano sono gli attori subnazionali, riferendosi con ciò ad autorità pubbliche a livello regionale, aldilà dell’attributo della sovranità statale, nella piena consapevolezza che questi non sono attori tradizionali e Stati sovrani. Per questo il riferimento agli attori riguarda sempre gli NCG o, con significato omologo, le Regioni.

Tali attori, costituiscono aldilà della politica ufficiale, un’importante asse per l’arena della politica internazionale, sia nell’area della sicurezza, sia nell’ambito della risoluzione dei conflitti. Il discorso complessivo parte, in ogni caso, dalla consapevolezza che, accanto alla nuova impostazione paradiplomatica, dei governi subnazionali quindi, esiste non solo una realtà multidiplomatica dovuta alla pluralizzazione degli attori non afferenti solo ai governi locali, ma anche alla società civile, alle imprese, alle associazioni, ed anche una visione postdiplomatica, dove l’esclusività della rappresentanza e dell’instaurazione di rapporti, relazioni e cooperazioni internazionali, non è più solo di competenza statale, diplomatica ed ufficiale.[84]

In dottrina, non c’è un vero e proprio accordo sul significato e sul ruolo della complessa paradiplomacy, anzi è da sottolineare la particolare visione di Lecours, il quale ritiene che gli NCG non siano attori “naturali”[85] della politica estera e che il loro ruolo non è dato per scontato. La loro caratteristica è la mancanza di legittimità, di strumenti e di ambienti favorevoli alla loro affettiva attività extrastatale, sia in ambito internazionale, abituato ad accogliere e a lavorare con attori sovrani, sia in ambito nazionale, dove lo Stato nazione vuole continuare a mantenere alcune prerogative. Inoltre per l’autore in questione, gli NCG, in fin dei conti, rientrano nella prospettiva del nazionalismo, rafforzandola, sia dal punto di vista culturale, sottolineando il senso di distinzione di una comunità regionale rispetto ad un'altra, sia dal punto di vista ideologico, dato che spesso gli attori regionali di maggior successo nella scena internazionali, sono quelli che fanno riferimento a radici ideologiche, linguistiche , religiose.[86] Pertanto Lecours ritiene che spesso le Regioni adottino dei “discorsi quasi statali”. Ma sicuramente c’è una ricorrenza di temi che partono, in ogni modo, dalla constatazione d’alcune realtà:

v      L’impegno delle unità subnazionali per la cooperazione internazionale e per la politica estera non rappresenta un argomento in transizione o in voga, ma rappresenta un cambiamento nella pratica diplomatica;

v      I cambiamenti nell’organizzazione di rapporti tra Regioni, tra Stati e unità subnazionali all’interno e all’esterno di territori statali rappresentano dei veri e propri processi “working-in-progress” e “learning process”;

v      I rapporti tra governi centrali e governi subnazionali, sono sicuramente luogo di contrasto, come sottolinea Lecours “Gli Stati raramente danno il benvenuto all’idea che le Regioni “vadano all’estero”, infatti tendono ad opporsi vigorosamente”[87] ma tali contrasti non sono necessariamente irrisolvibili o incompatibili, anzi si prospettano nuove e multiple opportunità per la divisione di ruoli nell’ottica cooperativista;

v      I conflitti e le rivalità tra Stati e tra Regioni si spostano su un piano paritario di concorrenza, d’armonizzazione, parallelismo e coordinamento delle competenze.

Particolare attenzione merita il territorio che è il fattore chiave per il rapporto tra politica, società, mercato e azione collettiva. La politica guida opportunità, risorse, reti, motivi e modalità d’azione. Le motivazioni classiche degli NCG ad operare e istaurare rapporti in quanto soggetti internazionali all’estero sono di tre tipi:

v      Economiche, le Regioni non solo vanno in cerca di cooperazioni, d’utili investimenti, ma propongono se stesse come destinazioni turistiche, luoghi di investimento e collaborazioni. Rapporti economici sono messi in atto da tutte le tipologie di attori medi, piccoli e grandi (in realtà sono le piccole e medie dimensioni che dominano). Gli attori sono molteplici e misti, sono sia attori privati, pubblici con lo stesso interesse territoriale o economico.

v      Culturali, le Regioni spesso vanno alla ricerca di partner con affinità linguistiche, di costumi, d’usanze, tradizioni e storia, soprattutto quando lo Stato in cui si trovano è “antipatico”, cioè, non condivide con esse particolari caratteristiche di cui sopra.

v      Politiche, alcune Regioni vanno alla ricerca di un riconoscimento maggiore di quello “regionale”, ma come attori indipendenti ed è questo un classico atteggiamento avverso o comunque contrario al processo di nation building, o di “immaginazione delle comunità”[88]. Infatti, anche per Regioni senza intenzioni indipendentiste, l’arena internazionale è un’ottima piattaforma, per l’interna e allo stesso tempo transnazionale, costruzione del “Region-building”,[89] utile anche alla proiezione internazionale dei suoi dirigenti politici.

Per quanto riguarda quindi gli intenti e motivi dell’azione, essi sono il prodotto di complesse forze interne e forze esterne, cioè, del processo di costruzione di Region  building e delle richieste del sistema internazionale. Per capire i motivi dell’agire internazionale, non solo, bisogna guardare ai due aspetti appena citati, ma bisogna anche valutarli in maniera interrelata, e non come forme di protagonismo “part-time”.[90]

Gli NCG possono essere attori propositivi e “iniziatori”di politiche[91] alla ricerca del raggiungimento d’obiettivi oltre il quadro delle politiche nazionali. Possono agire in qualità di canali, attraverso cui altri attori, come le NGO, possono usare il luogo di riferimento come base per strategie globali; possono diventare targets di attività internazionali, dove politiche e attività ed attori locali si influenzano reciprocamente. Un primo motivo dell’azione è di carattere economico, la spinta alla promozione commerciale, e agli investimenti rappresenta comunque un importante fattore, sia per il forte intreccio tra pubblico e privato, sia per la nuova e forte vocazione per gli NCG ad essere ‘nodi di vantaggi competitivi’[92], non solo dal punto di vista prettamente remunerativo, ma per altri vantaggi indiretti dovuti al commercio internazionalizzato.

La seconda forte motivazione all’internazionalizzazione dei NCG sta nella crescente natura fluida degli ambienti politici, e nello sviluppo di capacità d’intervento attraverso una molteplicità di canali ad una serie di livelli. Le opportunità delle Regioni, o delle unità subnazionali di ergersi ad attori internazionali, sono offerte anche da organismi transnazionali e/o organizzazioni internazionali, (per l’Unione Europea si parla di Europa delle Regioni[93]), anche se spesso gli stati dominano la scena politica. Molto comuni sono links e partenership tra i governi subnazionali per la molteplicità dei motivi che lega alcuni territori,[94] oppure per  rapporti tra gruppi di regioni con interessi settoriali o geografici.

Per quanto riguarda invece l’estensione - significativa per conoscere il grado di presenza e attività internazionale - e la direzione - fondamentale per comprendere le opportunità e il tipo di influenza - dell’impegno degli NCG, ci sono una serie di fattori e condizioni che influenzano l’estensione dell’impegno come le risorse burocratiche, la posizione geografica, la posizione in altri organismi sopranazionali, il livello di asimmetria interna agli stati nazione e il potere da quest’ultimi attribuito agli NCG. La dimensione della continuità[95] dell’impegno e si riflette sul tipo di strutture dedite alla cooperazione, sulle procedure nazionali e internazionali attraverso cui le iniziative locali sono canalizzate.

L’impegno degli NCG non è più di carattere eccezionale, episodico e sporadico, ma si caratterizza per il passaggio dalle politiche ad hoc basate su analisi puntuali e razionali a politiche strategiche e glocali. Mentre, essendo target e canali d’agende politiche, in senso esteso e fluido, gli NCG, sono diventati oggetto di politiche multinazionali messe in atto da ONG. Riguardo temi e issues più vasti come al tutela dei diritti umani e dell’ambiente, gli NCG fungono da catalizzatori nello scatenare, incrementare e sviluppare reazioni in altri soggetti magari precedentemente poco interessati e sensibilizzati. Un’altra prospettiva sull’estensione dell’impegno degli NCG consiste nel loro rinnovato ruolo per la global governance, in cui svolgono un importante ruolo non solo nella gestione e nella risposta alle domandi locali ma fanno anche da tramite per le istanze internazionali.

Le risorse, per l’approccio paradiplomatico, e per lo sviluppo umano in generale, non sono misurate meramente in termini monetari. Gli NCG possono possedere l’esperienza e il saper fare burocratico, ma una cattiva gestione può pregiudicare la riuscita delle politiche. Il problema, ma anche il punto di forza, degli NCG sta nel “sovereignity bound” e sovereignity free”, si parla pertanto di ‘status d’ambiguità’.[96] Essi dividono la loro sovranità con il governo centrale all’interno delle arene internazionali, ma essendo inserite nell’organizzazione statale, influenzano anche le politiche nazionali nel contesto internazionale.

Per questo “il vecchio bivalente scambio tra Stato e Regioni, con lo Stato mediatore nelle relazioni delle Regioni con il mercato globale, ha dato vita ad un più complesso set di relazioni, nel quale le Regioni operano dentro lo Stato, ma anche all’interno di regimi transnazionali e dell’economia globale”.[97] Gli NCG posseggono, pertanto, delle risorse inedite, non utilizzabili o facilmente reperibili dai governi nazionali. Essi possiedono, infatti, un alto livello di legittimità in quanto diretti rappresentanti ed esperti conoscitori delle realtà locali, e pertanto hanno maggiore titolo di rappresentanza, anche se difetto di legittimità. Inoltre spesso le regioni utilizzano il loro peso politico per mobilizzare risorse umane ed economiche[98].

Per quanto riguarda invece i livelli di partecipazione degli NCG a causa del loro ‘status di ambiguità’ si inseriscono in una varietà di network nella quale operano attivamente. Le reti cui si fa riferimento sono sia di carattere subnazionale, governativo, intergovernativo, transgovernativo e transnazionale, dove interazione e dipendenza si intrecciano fortemente. Inoltre, bisogna sottolineare che se la riuscita di politiche di carattere decentrato messe in atto dagli NCG sono in stretta dipendenza con la riuscita di politiche non governative, nazionali, e internazionale è il caso di arguire che anche le politiche centrali, governative e nazionali dipendono dal rapporto che quest’ultime instaurano con altre categorie d’attori tra cui vi sono senza dubbio gli NCG.

Ciò non basta, è importante evidenziare anche il livello nel quale riescono ad operare e a sviluppare strategie attraversanti i confini artificiali. Secondo Lecours, l’organizzazione territoriale, l’impianto istituzionale, la struttura costituzionale e i contenuti, i focus della politica estera nazionale, sono condizioni strutturali per il successo o meno di politica estera regionale.[99] I network governativi e intergovernativi sono sicuramente un’importante arena per gli NCG, anche perché, nel caso di scarse risorse, sono un ottima fonte da cui attingere per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Ma la porosità delle agende e delle arene, insieme alla complessità del carattere attoriale degli NCG, significa comprendere l’importanza anche di altri canali, ed è per questo che si parla di ‘multilevel governance’[100].

Per quanto riguarda invece le strategie, non esistono strategie predeterminate per il motivo che si diceva all’inizio, cioè, a causa del carattere innovativo della paradiplomacy, pertanto si cercherà di indicare solo le linee direttrici della logica d’azione. Gli NCG, essendo inseriti in reti complesse, possono attuare davvero molteplici tipi di azioni. Da un lato si parla di strategie di mediazione, usando, cioè, canali d’influenza che permettono agli NCG un accesso ai processi politici nazionali. Dall’altro ci sono strategie primarie [101]in cui, gli NCG usano le loro risorse proprie per azioni di carattere internazionale, stabilizzando in tal modo anche la loro presenza nell’arena globale. Di solito si utilizza la seconda strategia, quando gli interessi locali o regionali non sono abbastanza rappresentati nelle politiche nazionali, pertanto l’uso di lobby e network per stabilire sinergie diventa la regola.

Nel valutare il lavoro degli NCG, bisogna prendere in considerazione sia l’aspetto politico, che quello più letterale. È chiaro che l’azione di molti NCG attraversa e modifica il valore politico e simbolico delle frontiere imposte dalla concezione tradizionale di politica estera. In senso più letterale, gli NCG operano al di là delle frontiere, per collegare la loro attività internazionale con altri attori di carattere regionale e locale. Le Regioni, città, località sviluppano legami e mappe strategiche per rafforzare la loro posizione nell’economia globale. Senza dubbio il lavoro degli enti subnazionali è costruttivo, ma la paradiplomacy è un fenomeno piuttosto recente e soggetto, quindi, ad errori e problemi dove costi e i benefici ad essa attribuibili, sono controversi. Immensi sforzi pratici sono stati fatti per bilanciare la cooperazione e la collaborazione interregionale insieme alla competizione territoriale, economica, alla tutela dei confini e al controllo centrale. La paradiplomacy non vuole trasformare l’organizzazione statale, tranne in quei casi dove già esiste un tessuto poco coeso e tendente alla disgregazione sociale.[102]

Bisogna, infatti, distinguere, secondo Keating[103], tra Regioni che operano all’estero non solo con un’ottica identitaria distintiva da quella nazionale a cui appartengono ma anche con l’intenzione di portare avanti un processo parallelo di nation building, da quelle Regioni che operano all’estero solo con obiettivi funzionali e mirati alla cooperazione allo sviluppo. Nel panorama internazionale il fatto che molti issues non possano essere risolti senza uno spirito collaborativo, ha, infatti, rappresentato sia un’importante sfida che un’ottima opportunità per l’instaurazione di reti e partenariati tra NCG.

Esistono, però, all’interno dell’approccio della paradiplomazia alcuni limiti e difficoltà che devono essere analizzati. A partire dal 1960 particolare attenzione fu posta solo sull’agire generico internazionale delle Regioni, fu, però, solo nel 1990, che Michelmann e Soldatos[104] pubblicarono un libro relativo all’opera multilaterale delle Regioni, inserite però in sistemi federali[105].

Fu solo con Michael Keating che il tema dell’instaurazione di relazioni internazionali, transnazionali e interregionali delle ‘nazioni senza Stato’ si prospettò sulla scena internazionale, pertanto la paradiplomacy fu considerata spesso come una sfida e una minaccia per l’ordine statale. Come noto, con il termine paradiplomacy, adesso s’intendono questioni specifiche relative a tematiche economiche o culturali, ma il quadro d’analisi si è maggiormente complicato, quando fu Keating a sottolineare che quando e se ad agire a livello internazionale erano le Regioni con un’identità regionale diversa da quella nazionale, la paradiplomacy era diretta all’autopromozione di queste Regioni in cerca di legittimazione degli interessi “nazionalistici”. [106]

Primo e più grande paradosso dell’approccio paradiplomatico, infatti, consiste nella difficoltà del territorio di liberarsi dai costrutti del nazionalismo. Lecours, ritiene, infatti, che l’internazionalizzazione degli NCG rappresenta un modo e uno strumento per il consolidamento del nazionalismo, l’attività internazionale degli NCG spesso è più che altro simbolica[107], questo perché è impregnata di parametri ideologici e culturali cari al nazionalismo. Il fenomeno della paradiplomazia va, infatti, incontro ad una serie di questioni molto più delicate e più complesse, radicate non tanto nella pratica della stessa ma proprio nella definizione e nei motivi che la animano.

All’estero la paradiplomacy si manifesta con la firma d’accordi di partenariato, con la partecipazione a meeting internazionali degli NCG. Il punto chiave è che tutto ciò ha trasformato non solo la concezione della politica estera, ma anche della cooperazione allo sviluppo e della politica globale, che sono mutate nell’ottica del pluralismo, della diversificazione, della multiformità. A livello nazionale, inoltre, si assiste ad una forte spinta al decentramento e a livello globale alla pluralizzazione degli attori. Gli attori in questione, non sono ONG, associazioni di donne, gruppi di pressione, università, ma i governi subnazionali.

Essi si distinguono per il loro forte legame con la gestione del territorio, prerogativa esclusiva degli Stati nazionali, e possono quindi contare sulle forze sociali territoriali e su fenomeni di fiducia e accountability. Per questo a differenza degli altri attori il fenomeno della paradiplomacy pone il problema della sovranità nazionale e dell’unità e dell’immagine politica estera. Il fenomeno dell’internazionalizzazione e della transnazionalizzazione delle Autonomie locali è una questione delicata che se avviene in Paesi dove esiste un alto livello di decentramento e di rappresentanza degli interessi regionali, essa non rappresenta un problema ma sicuramente un punto di forza. Viceversa nei Paesi dove non si avverte un senso diffuso di rappresentanza e forte è spirito di indipendenza, dove marcati e storicamente radicati[108] sono le spinte alla disgregazione, allora la paradiplomacy diventa come dice Hocking,[109] pericolosa per lo Stato.

Una delle più grandi questioni attinenti la paradiplomacy consiste nel fatto che i governi subnazionali che hanno avuto maggior successo sono quelli dove è molto forte il sentimento nazionalista. Il nazionalismo si presenta attraverso tre processi che sono, secondo Lecours, strettamente collegati alla paradiplomacy. Il primo consiste nella “costruzione e consolidamento dell’identità”. Se il nazionalismo (come evidenzia Anderson[110]) inventa le comunità instaurando confini simbolici tra i gruppi, la paradiplomacy secondo questa visione si farebbe portatrice di istanze culturali, politiche e sociali diverse da quelle nazionali, incrementando il processo definito dall’autore di “Region-building”.

Il secondo processo problematico di cui la paradiplomacy si fa portatrice consta nell’“articolazione di interessi regionali”. Tale processo poggia su una doppia dimensione, quella culturale, che enfatizza le differenze, e quella ideologica, di carattere politico-religioso. “I governi regionali operano sulla scena internazionale adottando discorsi statali”.[111]

Il terzo elemento del processo nazionalista è “la mobilitazione della politica-territoriale”, cioè, il rafforzamento di conflitti di potere tra i gruppi. La paradiplomacy può realizzare le sue potenzialità solo nel momento in cui sono soddisfatte una serie di caratteristiche funzionali. La prima riguarda il livello di autonomia posseduto dal governo subregionale, la seconda riguarda l’appalto istituzionale, legislativo e costituzionale, la terza riguarda gli obiettivi della politica estera nazionale. Per Lecours l’effettiva realizzazione della paradiplomacy avviene quando le Regioni in questione sono davvero attraversate da movimenti nazionalisti e sono inserite in una struttura sopranazionale d’ascolto e un sistema statale aperto e plurale.

Di fronte a queste difficoltà Aguirre[112] ha evidenziato la posizione di Hocking che sottolineava come al termine paradiplomacy venivano attribuiti significati diversi, a partire dall’inedito valore della localizzazione delle relazioni internazionali, della democratizzazione dei processi sociali, e da un’inedita opportunità di pace e giustizia internazionale, fino alla pericolosità di politiche nazionali parallele, incoerenti, all’occasione di profittabilità per attori statali e non statali di situazioni di divisioni interne, alla contraddizione delle forze della localizzazione e della globalizzazione.

Da questa analisi, pertanto, si rileva come la paradiplomacy sia davvero ricca di difficoltà, complessità e di grosse potenzialità. Una sottovalutazione del valore degli NCG a livello internazionale, non solo sarebbe una perdita, nell’ottica del cosviluppo e dello sviluppo umano decentrato, di ricchezza della diversità e della multidimensionalità dell’analisi ma sarebbe anche una forte perdita a livello di strategie d’azione.

 

Il ruolo della multi track diplomacy nel conflict transformation

La ridefinizione del concetto di diplomazia, non solo ha condotto all’affermazione di nuovi paradigmi che tentano di spiegare nuove forme e modalità d’azione a livello internazionale, ma ha portato anche ad introdurre, nell’agenda degli attori non statali, tematiche di tradizionale competenza statale, come la pace e la risoluzione dei conflitti. Le nuove modalità d’azione a livello internazionale, come il sistema della multi track diplomacy, non potevano non occuparsi dello sviluppo umano e di cooperazione alla pace.

Tale riflessione è stata influenzata non solo dalla mission che gli attori non statali, che operano nell’ottica del dialogo e della cooperazione, si sono attribuiti, ma anche dalla realtà in cui essi si trovano ad operare. Secondo Van Tongeren,[113] essa è stata influenzata da tre precise constatazioni, che sembrano banali e scontate, ma che fino al 1990 non erano state considerate più di tanto: (1) i conflitti mortali non sono inevitabili, (2) il bisogno di prevenire i conflitti è di un’urgenza crescente, (3) prevenire i conflitti mortali è possibile.

Il sistema della multi track diplomacy si prefigge infatti lo scopo principale di operare con i suoi molteplici strumenti, all’interno del sistema internazionale, per il peace building, per la promozione della coesistenza e della riconciliazione. Il ruolo delle comunità locali, degli educatori, delle reti internazionali, dei missionari che lavorano per costruire la pace, si rileva sempre più decisivo. A dimostrazione dell’importanza della promozione della pace, non c’è solo la realtà dei fatti, ma anche la promozione della stessa all’interno delle organizzazioni e dei forum internazionali. Le Nazioni Unite, infatti, il cui compito principale è la promozione della pace e della convivenza pacifica tra i popoli, dal 1990 hanno attivato dibattiti, discussioni e proposte per la costruzione della pace[114]. Dal 2000 tale consapevolezza si fa più profonda:

v      Il 2000 è proclamato l’Anno per la Cultura della Pace;

v      Il decennio 2000-2010 è proclamato Decennio Internazionale per una Cultura di Pace e Non-Violenza per i Bambini del Mondo;

v      Si richiede una Dichiarazione e un Programma d’Azione per una Cultura di Pace[115].

Le proposte e le iniziative di pace sono molteplici e sempre più numerose, i movimenti per la democrazia, per il rispetto dei diritti umani, della solidarietà internazionale, dell’eguaglianza di genere attraversano trasversalmente i dibattiti sulla pace. Quest’ultima non è più intesa come assenza della guerra, ma come “dinamica, partecipativa, processo a lungo termine, basato su valori universali e sulla pratica quotidiana a tutti i livelli”.[116] È per questo che la pace non va intesa come un processo estraneo alle dinamiche sociali o come qualcosa su cui gli Stati si accordano, insomma come un deus ex machina, non va solo difesa o pretesa, ma costruita attraverso una partecipazione attiva, multiforme e profonda di un’intera società civile globale.

Con la fine della guerra fredda è stato l’UNESCO, tra i primi a lanciare “Il Programma per la Cultura della Pace”. In questo programma si afferma che la pace significa, non tanto e non solo, riconciliazione e ricostruzione delle società afflitte da conflitti, ma significa prevenzione della violenza, educazione alla pace e alla non -violenza[117]. L’ascolto, il dialogo, l’approccio cooperativo e il conflict transformation sono approcci innovativi importanti che seguono il principio per cui la responsabilità della guerra e dello scoppio dei conflitti non è da attribuire solo agli Stati, ma alla cittadinanza tutta. All’Assemblea del Millennio del 2000 è stato firmato un documento con 100 milioni di sottoscrizioni, in cui si afferma che la pace si costruisce nella vita quotidiana, e che la responsabilità non va attribuita alle istituzioni, ai governi, ma all’uomo, attore centrale, protagonista di questo processo di costruzione continuo.

Nell’analisi dei conflitti, il sistema della multi track diplomacy ha introdotto molti cambiamenti ed in particolare un concetto nuovo, diverso dal conflict resolution e dal peace building, quale quello del conflict transformation. Notter e Diamond[118] evidenziano come il concetto di conflict resolution non solo è abusato, ma che è utilizzato in maniera confusa; esso invece “analizza le psicodinamiche del conflitto politico e lavora per scoprire una soluzione non-violenta, costruttiva ed eventualmente soddisfacente per le parti in conflitto per appianare le dispute davvero complesse, durevoli, etniche e settarie”[119]. L’IMTD (Istituto per la Multi Track Diplomacy)[120], nell’analizzare i concetti classici del peace building, del peace keeping e del peace making, evidenzia che:

                                                                       Peace-

 

Advocacy                                                        -keeping: riduzione dei conflitti e della       

                                                                                     violenza

 

Azione                                                            -making: risoluzione dei conflitti specifici

 

 

Educazione                                                  -building: trasformazione dei sistemi in  

                                                                                   modo che i conflitti diventino

                                                                                   meno probabili

Fonte: Diamond L., McDonald J., Multi-Track Diplomacy: a system approach to peace, West Hartford, Kumarian Press, 1996, p. 16.

 

La constatazione di base da cui parte il conflict transformation, è che non sono i conflitti a dover essere risolti, ma che una trasformazione del sistema in cui si manifestano deve avvenire. Questo indica un cambiamento semantico, cioè, non si cerca più di risolvere le conseguenze della guerra, guardando agli effetti, cercando di limitare i danni, ma si va alla ricerca delle cause. Lederlach, come Notter e Diamond, preferisce usare il termine conflict transformation, piuttosto che quello di conflict resolution, proprio perché il termine risoluzione sembra far riferimento alla ricerca della fine di un processo, mentre il processo di pace è un lungo e tortuoso cammino.[121]

Tre fondamentali processi di peace building devono intervenire nel sistema:[122] politico, strutturale e sociale. Il processo di peace building politico riguarda la prima fase del processo di pace, in pratica, l’accordo tra governi. Esso deve avvenire in modo chiaro e coinciso, con la realizzazione di attività costruttive e discorsive. Il peace building strutturale parte dalla constatazione che “un accordo di pace firmato non crea pace”[123], essa si costruisce attraverso programmi di sviluppo, rafforzamento della democrazia e della governance.

Il peace building sociale è invece più lento e complicato perché riguarda relazioni umane. Lo scopo della multi track diplomacy consiste proprio nel rafforzamento del peace building sociale, essa in quanto sistema, tende a sottolineare le componenti interrelate e quindi ad avere un vera e propria base teorica articolata, dotata di principi che guidano l’azione quali la capacità d’ingresso in situazioni conflittuali, il coinvolgimento e la partecipazione degli altri partner, gli approcci al lavoro e gli obiettivi principali. La multi track si compone, pertanto, in relazione al conflict transformation, di diversi principi che si organizzano in quattro fondamentali categorie  e dodici sottoprincipi:

 

Organigramma

 

Fonte d’ispirazione: Notter J., Diamond L., Track two Diplomacy, non governamental strategies  for peace, USIA Electronic Journals, Vol. 1, No. 19,  1996.

 

In questa sede si ritiene appropriato limitarsi ad analizzare i principi chiave cui punta la multi track nella trasformazione dei conflitti, soprattutto, quindi, il coinvolgimento dei partner e degli obiettivi.[124] Per quanto riguarda il primo, cioè, il principio di coinvolgimento dei partner, risulta fondamentale il processo di instaurazione di relazioni, tra individui, tra istituzioni, tra NGO e tra tutti i soggetti della società civile. Per poter attuare una politica di coinvolgimento non basta costruire delle relazioni tra le parti in conflitto; esse, infatti, devono essere guidate e devono potersi poggiare su principi di fiducia e rispetto reciproco.[125] La fiducia, non construendosi da un giorno all’altro, ha bisogno di un impegno a lungo termine, della presenza costante sul campo, e dell’ascolto reciproco.[126] Inoltre, questo rapporto deve essere davvero profondo e completo, pertanto, oltre alla fiducia, si basa sull’engagement, sull’impegno concreto. Solo in tal modo è possibile che si instauri un dialogo di partenariato,[127] di reciprocità, di cosviluppo capace di mettere in moto reali processi di trasformazione sociale. Solo mediante un partenariato sociale ed umano, è possibile, quindi, instaurare rapporti di confronto collaborativo all’interno dei gruppi sociali.[128]

A proposito degli obiettivi, i tre assi portanti sono rappresentati da: responsabilità, empowerment e trasformazione. Per quanto riguarda il principio della responsabilità, aspetto fondamentale per una ridefinizione degli approcci allo sviluppo,[129] esso si inserisce in quelli che sono i processi più ampi di capacity e istitutional building. La responsabilizzazione riguarda tutti, non solo, quindi, quelle che di solito vengono definite vittime del conflitto. In relazione, invece, all’empowerment, altro principio chiave di tutte le ultime politiche di sviluppo, il discorso ruota tutto intorno ai processi d’appropriazione di sfide e d’opportunità locali e del sistema più in generale: attraverso processi di partnership e la responsabilizzazione è possibile trasferire potere alle popolazioni coinvolte in un conflitto.

La trasformazione del sistema è poi l’obiettivo finale che impone delle scelte metodologiche, quali la formazione, l’informazione e la comunicazione che devono permettere una conoscenza delle reali possibilità di trasformazione dei conflitti. E’ proprio al concetto di trasformazione, come mezzo e fine, che punta la multi track diplomacy, una trasformazione di credenze, valori, atteggiamenti e strutture, punta, cioè, a ciò che è stato definito da Chambers come “Le inversioni delle propensioni”.[130] È da rilevare che a questo processo di collaborazione sono chiamati a partecipare tutti, solo attraverso processi di dialogo “il momento della trasformazione è un potente strumento d’insegnamento”.[131]

Ovviamente tali principi sono flessibili e malleabili e devono essere adattati al contesto in cui agiscono. In questo panorama complesso il compito della multi track è provare ad instaurare un processo di conflict transformation, e gli strumenti a disposizione dei track sono:

v      il conflict intervention, attraverso cioè le missioni in loco, che facciano vera formazione;

v      il peace building;

v      il “Sistem Development Activities”

Per quanto riguarda il conflict intervention, il sistema della multi track cerca di intervenire attraverso tre categorie flessibili, che sono il “bridge building”, il “capacity building” e l’”istitution building”.[132] Il compito principale del “bridge building”, è quello di mettere insieme tutte le parti in conflitto per creare un sistema di mutua comprensione, costruita attraverso il dialogo e i programmi di costruzione della comunità. Il suo ruolo consiste nella costruzione di ponti di comunicazione sia tra le diverse comunità che all’interno della stessa. L’esempio riportato dagli autori è quello della costruzione di dialogo e l’instaurazione di relazioni tra le comunità cipriote, tra quella greca e quella turca. Il “capacity building” pone l’accento sull’instaurazione di relazioni, inizio di un processo molto più ampio.

Il primo scopo del “capacity building” è lo sviluppo di capacità per la risoluzione del conflitto grazie ad un gruppo locale di peacebuilders, e mira a creare processi di pace all’interno del tessuto sociale, grazie alla creazione di “infrastrutture umane”,[133] come esempio riporta sempre il caso cipriota[134]. Per quanto riguarda poi l’“istitution building” è chiaro che senza un supporto istituzionale il processo di pacificazione, e poi di sviluppo in generale, sarebbe un po’ difficile. Il compito primario è quello di intavolare iniziative, portate avanti dalle comunità locali, per sostenere la creazione di istituzioni durevoli nel tempo, attraverso programmi di collaborazione con la società civile, le università, ecc. Gli esempi riportati sono quelli della Liberia[135]e di Cipro[136]. Qui il peace building sociale e quello strutturale si sovrappongono e spingono per un cambiamento all’interno della società e per un maggior livello di legittimità.

L’ultimo aspetto è quello del “Sistem Development Activities”, che si basa sulla circolarità dell’approccio della multi track, il cui scopo è quello di rafforzare tutti i track, al di là del primo e del secondo che sono abbastanza stabilizzati all’interno delle relazioni internazionali, bisogna, infatti, non solo rafforzarli singolarmente ma anche nel loro essere integrati ed interdipendenti, in base al principio della complessità.

Lederlach evidenzia che troppo spesso il riduzionismo tendente alla ricerca di soluzioni fisse e veloci, applicato a situazioni complesse e durevoli, non si è concentrato più di tanto sulla “comprensione del peace building come processo-struttura”, cioè come una struttura sociale fondamentale su cui costruire un processo di dialogo, comprensione e partenariato, che resta pur sempre un processo lento e non un dato né un risultato. Esistono, però, dai gap che lo impediscono, perché “l’inabilità o l’insufficienza nelle nostre strutture concettuali e pratiche indeboliscono la nostra capacità di sostenere un processo desiderato”.[137]

I gap individuati sono quelli dell’interdipendenza, della giustizia e del processo- struttura. Le relazioni, il cuore del peace building, sono affette dal gap nell’interdipendenza. Per interdipendenza si intende una capacità orizzontale di lavorare con la controparte, attraverso la negoziazione, il dialogo, la mediazione. Il problema è che le relazioni vengono instaurate solo orizzontalmente , cioè tra le persone con le persone, tra i leader con i leader. Il gap dell’interdipendenza consiste nella carenza di capacità nell’instaurazione di relazioni verticali, cioè tra tutti i diversi livelli attoriali presenti nella realtà conflittuale. Nelle relazioni orizzontali, sicuramente importanti, viene a mancare la profondità, la diversità del dialogo, il confronto, il dibattito. Un modo per colmare questo gap non solo consiste nell’incoraggiare relazioni verticali, ma anche nell’integrare relazioni orizzontali e verticali, per cercare di riempire i vuoti e le divisioni interne alla società. Le relazioni verticali e orizzontali non solo devono integrarsi, ma muoversi in tandem.

Per quanto invece riguarda invece il gap della giustizia, esso è comunque relazionato al problema della violenza nei conflitti. Lo stato della violenza nei conflitti si muove dalla fase latente a quella diretta. La violenza è percepita, il più delle volte, come un problema di ingiustizia e di non controllo sociale. Esistono, infatti, in relazione alla percezione delle diverse forme di ingiustizia, diversi tipi di violenza. La più visibile delle quali, è quella della violenza diretta su cui la giustizia riesce ad intervenire più facilmente e più direttamente, e quella della violenza strutturale[138], una forma più nascosta, implicita e che colpisce in maniera subdola un po’ tutti gli ambiti, economico, sociale, politico. La violenza strutturale è sicuramente più difficile da debellare, sia perché meno palese e sia perché più radicata all’interno della società. Il problema, o meglio il gap, consiste nel fatto che gli accordi di pace sono sempre attenti alla riduzione della violenza diretta e non quella strutturale, che permane. Pertanto il processo di pace, per essere tale deve cercare di colmare questo gap e puntare alla riduzione della violenza strutturale. Infatti, Lederlach rileva che tutti gli sforzi sono fatti “per ridurre la violenza diretta piuttosto che trasformare la violenza strutturale”.

Per quanto riguarda il gap definito del processo-struttura, l’autore sottolinea come l’accordo troppo spesso è considerato come il punto d’arrivo dei processi di pace, quando poi esso non è altro “l’apertura di una porta dentro un intero e nuovo labirinto di stanze che ci invitano a continuare nel processo di redefinizione delle nostre relazioni”. Invece esso deve essere considerato come processo-struttura su cui basare la costruzione di un nuovo ambiente socio-politico, una costruzione che deve avvenire su una struttura solida, ma che deve essere graduale e processuale. Gli ampi sforzi della multi track diplomacy, così come quelli della paradiplomacy, in generale, evidenziano l’importanza ma anche la necessità di adeguare i mezzi, le teorie, l’analisi ai fini di un reale processo di sviluppo umano.

 

 

Capitolo 2

Le nuove sfide della cooperazione internazionale

La trasformazione del concetto di sviluppo

Gli anni novanta costituiscono, dunque, un momento storico molto particolare, frutto di lenti e profondi cambiamenti. I concetti di sviluppo e società civile sono forse tra i più rilevanti ed influenti in questo processo, soprattutto per ciò che interessa la cooperazione e la politica internazionale. Il valore che oggi ha assunto il concetto di sviluppo umano, sostenibile e partecipativo, intrecciandosi con il nuovo ruolo giocato dalla società civile, non può essere colto se non si analizza il percorso logico e processuale a cui è stato sottoposto nel corso del tempo. Proprio la trasformazione nel tempo del concetto di sviluppo e del significato ad esso attribuito, infatti, è stata sia causa che effetto di questa nuova concezione del ruolo della società civile. Essa ha contribuito ad incrementare studi e ricerche sulle teorie e le politiche di sviluppo. La logica alla base del concetto di sviluppo ha subito trasformazioni graduali ma sostanziali.

 

Il concetto nasce, con accezioni sociologiche, in opposizione al termine “sottosviluppo” negli anni postbellici, sotto l’influenza delle opportunità offerte dalla ricostruzione europea e il fervore ideologico di quegli anni.[139] Il termine sarà accettato universalmente come chiave di volta della modernità e come via certa, e forse anche unica, per il miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità. Ad esso, infatti, sarà automaticamente associato il concetto di progresso, sicuro e lineare. La definizione di sottosviluppo, quantificato attraverso parametri soprattutto economici, quali reddito pro-capite e livello medio di consumi, misurava la distanza tra ricchi e poveri e il rimedio universalmente applicabile era composto da industrializzazione, tecnologia e crescita economica. Il 20 gennaio 1949, H.S. Truman, durante il famoso discorso d’insediamento alla presidenza degli Stati Uniti, riconobbe l’esistenza di squilibri tra i Paesi e la necessità di individuare e “rendere disponibili i benefici dei perfezionamenti tecnologici e del progresso industriale per il miglioramento e la crescita delle aree sottosviluppate”. In realtà, il termine “sottosviluppo” era già apparso in precedenza nel 1942 in un articolo di Wilfred Benson (ex membro dell’ILO- International Labour Organization) dedicato al progresso economico delle aree sottosviluppate.

La soluzione, quindi, al sotto-sviluppo? Tecnologia, progresso e crescita economica. Una ricetta unica ed universale. Secondo tale visione, il concetto fu quindi identificato con la crescita economica, la quale a sua volta assunse una connotazione di innovazione e inevitabilità, ma ebbe anche il compito umanitario e universale della riduzione delle disuguaglianze. Sulla scia del paradigma della modernizzazione,[140] “le ricette economiche” proponevano un modello di sviluppo graduale e fasico,[141] centrato sulla fiducia nel progresso razionale, unidirezionale, unifattoriale, lineare e garantito dall’industrializzazione.

Per questo, il processo di sviluppo era una faticosa strada in salita, già percorsa dai paesi sviluppati. Bisognava solo seguire le indicazioni e aspettare che i paesi ancora sottosviluppati raggiungessero quelli già industrializzati; la differenza tra questi ultimi e i primi era, infatti, solo di gradi. In realtà, però negli anni cinquanta, la Commissione economica per l’America Latina (CEPAL), dirette da Raùl Prebish, sottolineò come i rapporti e gli scambi internazionali fossero fortemente asimmetrici. Ciò condusse alla nascita della teoria della dipendenza, secondo la quale sviluppo e sottosviluppo sono due facce della stessa medaglia: l’uno alimenta l’altro e sancisce le dinamiche del paradigma centro-periferia:<<il centro produce la periferia e la produce secondo un processo unidirezionale>>.[142]

Stante la visione critica dell’evoluzione del concetto di sviluppo, sarà solo negli anni ‘70 che l’omologa Commissione economica per l’Europa, diretta da Gunnar Myrdal, chiarirà quanto le economie centrali si fossero arricchite proprio grazie a questo scambio centro-periferia. Sempre secondo Memoli, le correnti di pensiero che nacquero da questa valutazione, furono sia di carattere rivoluzionario che riformista. Le prime prevedevano come unica alternativa al sottosviluppo la distruzione del sistema capitalista; le seconde si basavano, appunto, sulla logica riformista da applicare all’interno dei sistemi economici.

La configurazione del sottosviluppo come qualcosa da contenere attraverso la modernizzazione, sarà fortemente messa in discussione dal modello dello scambio ineguale, elaborato da Arghiri Emmanuel e Samir Amin tra il 1968 e il 1973. Tale concetto fu fortemente ripreso da Immanuel Wallerstein; per lui, infatti, “lo scambio ineguale è quello scambio per cui le merci si spostavano da una zona all’altra in modo tale che l’area con il bene meno “scarso” “vendeva” i suoi beni all’altra area a un prezzo che incarnava un input (costo) effettivo superiore a quello di un bene dello stesso prezzo che si muoveva nella direzione opposta”.[143] Ciò rappresenterà la base della Teoria dei Sistemi Mondo, che rivaluta il concetto di centro-periferia, introducendo il concetto di semi-periferia.[144]

Il concetto di sviluppo, però, oltre ad aver dato vita ad una serie di teorie, ha determinato anche la necessità della misurazione del livello dello stesso. Le teorie convenzionali del paradigma neoclassico tenevano conto solo delle variabili economiche e utilizzavano come parametro di interpretazione delle realtà depresse il reddito pro-capite, la quantità di spesa per consumi e altri metodi di carattere tecnico- economico. Per Memoli, di fronte all’incompletezza e alla parzialità della valutazione e conoscenza delle diverse realtà, si avvertì la necessità di rivolgere l’attenzione verso altri fenomeni, non quantificabili e difficili da reperire, quali il grado d’istruzione, la disponibilità di servizi sanitari e sociali, un’alimentazione adeguata, un’abitazione, l’esistenza di istituzioni efficienti e stabili di governo e dell’economia. Si ripose quindi l’attenzione sulla qualità di vita e si sottolineò come la disponibilità quantitativa di risorse non fosse di per sé sufficiente a promuovere lo sviluppo, condizione che invece andava ricercata nel miglioramento del capitale umano, come soddisfazione di quei bisogni primari e non, per accrescere le capacità di mobilitare capacità umane, morali, civili e professionali. Si comincia a parlare quindi di sviluppo endogeno e autopropulsivo.

L’esigenza di indicare lo sviluppo in modo differente dagli anni precedenti, nasce proprio dall’unanime constatazione che lo sviluppo a basso contenuto umano è una grave minaccia per la convivenza pacifica e per il futuro dell’umanità.[145] Di Magliano evidenzia come il miglioramento delle condizioni di vita, inizialmente inteso come riscatto dalla povertà, rappresenta la premessa per accrescere la partecipazione delle popolazioni al processo di sviluppo.[146] In un lavoro dell’ILO del 1976, si rileva che i bisogni essenziali riguardano due categorie, le necessità minime familiari e i servizi forniti e utilizzati dalla collettività nel suo insieme.

Importante però è, secondo una visione dello sviluppo appartenente a Sen, porre l’accento sulla specificazione dei bisogni umani e dei bisogni cosiddetti essenziali, in cui elementi riguardanti il benessere immateriale - come l’autodeterminazione dell’individuo, la libertà politica, la sicurezza, la partecipazione attiva ai processi decisionali - devono essere presi in considerazione. Secondo Sen, infatti, gli individui devono essere posti in condizione di disporre di diritti politici, economici e sociali tali da accedere ad una libera soddisfazione dei bisogni essenziali e in ciò la società deve poter garantire un titolo valido per l’acquisizione dei bisogni essenziali. Per Sen, lo sviluppo è la storia del superamento delle illibertà, come la miseria, la deprivazione sociale sistemica, l’intolleranza, l’autoritarismo.[147]

È quindi un vero e proprio capovolgimento della logica tradizionale di sviluppo che assegnava alle autorità di governo il compito di disegnare una strategia di sviluppo dall’alto (top-down) per indurre l’individuo e la società nel suo insieme a contribuire ad azioni complessive di sviluppo che provengano dal basso (bottom-up). Per lui invece la libertà umana è un fine ed un mezzo insieme per lo sviluppo. Sen inoltre rompe la relazione univoca tra prosperità economica e condizioni politiche, sociali e culturali; la crescita economica è solo un mezzo, un punto intermedio e non un fine. Sen evidenzia la fondamentale distinzione che vi è tra capacitazione - che rappresenta l’abilità al conseguimento - e funzionamento, che “riguarda ciò che una persona può desiderare di fare o di essere, in quanto gli da valore” ed è quindi collegato alle realizzazioni. I nessi empirici tra libertà come valori generali e un insieme di valori specifici quali le libertà strumentali, non solo rappresentano un importante approccio metodologico, ma sono l’importante presupposto per l’efficacia e la realizzazione di politiche di sviluppo appropriate.

L’interconnessione tra libertà politiche, infrastrutture economiche, occasioni sociali, garanzie di trasparenza e sicurezza protettiva permette di individuare le possibilità di varie e diverse vie allo sviluppo. Lo sviluppo, in quanto “processo d’espansione delle libertà reali di cui godono gli esseri umani”,[148] rivela così di essere una combinazione complessa e non predeterminata di processi distinti e non un’espansione lineare ed equilibrata di grandezze omogenee, come quando riportato alla crescita del reddito reale.[149]  La partecipazione degli attori locali diviene il fulcro di un nuovo approccio che parte dalla società civile, ma deve in ogni caso essere coadiuvata dalle autorità locali, che rafforzano, appoggiano e supportano l’ownership nel processo di sviluppo.

Meccanismi quali “spillover” (esternalità positive) e effetti del “learning by doing”, hanno permesso di qualificare lo sviluppo locale ed endogeno e autopropulsivo in termini economici molto positivi. Ecco che non esiste più un modello di sviluppo univoco e generalizzabile a tutte le situazioni, come volevano i classici tradizionali, ma tanti diversi approcci, tanti cammini, percorsi, coincidenze e situazioni atte a valorizzare le risorse locali. Lo sviluppo diventa un processo aperto problematico, contraddittorio e diversificato. In ciò va sottolineato anche il ruolo degli indicatori. Gli indicatori di carattere solo ed esclusivamente economico non riescono ad offrire un quadro ben strutturato delle più complesse realtà, motivo per cui a indicatori economici vanno affiancati fattori extra-economici.

Sarà grazie all’indice dello sviluppo umano (HDI, Human Developmet Index) elaborato dall’UNDP nel 1990, che parametri relativi alla qualità della vita entreranno a far parte di valori determinanti il livello di sviluppo. Tale indice ha suscitato molte critiche ma anche molti consensi. L’indice è formato da tre componenti-chiave, due di carattere sociale ed uno economico: la longevità, il livello di istruzione e il reddito. I rapporti del 1991 e del 1992 sullo sviluppo umano propongono indici atti a misurare la dimensione politica dello sviluppo; inoltre, nel 1995 viene introdotto l’indice di sviluppo di genere, che segue come parametri l’HDI, ma sulla base delle disparità correnti tra uomini e donne. Nel 1997 viene, invece, introdotto lo HPI, (Human Poverty Index), che si articola in due grandi indici, HPI -1 e lo HPI -2, relativi alla misurazione dell’estensione della povertà nei paesi industrializzati e nei Paesi sottosviluppati. Nel 2003, il Center for Global Development e il Foreign Policy propongono il nuovo Commitment to Development Index/CDI (indice di impegno per lo sviluppo). L’indice analizza sei diversi settori: l’aiuto, il commercio, l’ambiente, gli investimenti, le migrazioni e il peacekeeping, sommando aspetti quantitativi e qualitativi, con il proposito di cogliere le complessità, le interrelazioni tra componenti dello sviluppo.[150]

Realtà diverse non possono essere misurate con gli stessi parametri, così come le “soluzioni” non possono essere universalizzate, e per poter seguire un processo di sviluppo adeguato, bisogna cogliere le differenze tra le molteplici situazioni e soprattutto conoscere le realtà locali per quello che effettivamente sono. Questi indici, come tutti gli indici attenti alle variabili politiche-sociali, sulla stregua del pensiero di Sen, cercano di delineare un quadro più completo ed esaustivo della situazione che si va ad analizzare; si guarda allo sviluppo come ad un processo a più dimensioni, dove la tutela dei diritti umani e la democrazia divengono un aspetto centrale dei nuovi approcci e delle politiche di cooperazione. Al centro dei dibattiti il concetto di sviluppo assume sostanzialmente tre diverse ma fondamentali ed interconnesse connotazioni: umano, sostenibile e partecipativo.[151]

Il primo Rapporto sullo Sviluppo Umano dell’UNDP del 1990 definisce lo sviluppo umano “come il processo di ampliamento dell’arco delle opportunità sia economiche che politiche” e rappresenta un momento fondamentale nelle ridefinizione di tale concetto, integrandovi le diverse dimensioni della condizione umana. Il concetto di sviluppo umano pone al proprio centro l’uomo come fine in sé. Il Rapporto sullo sviluppo umano n. 5, infatti, afferma che “è bene ricordare l’ammonimento di Immanuel Kant a trattare l’umanità come un fine, mai come un mezzo. La qualità della vita è un fine.

Lo sviluppo diventa ora lo sviluppo della persona umana, sviluppo quindi delle libertà che permettono di determinare liberamente bisogni e capacità; l’uomo diventa il soggetto dello sviluppo e non più l’oggetto, come aveva affermato Sen. Ciascuno deve essere libero di scegliere lo stile di vita che più ritiene adatto, sia come individuo che come società, due dimensioni dell’identità umana costantemente in interazione e in tensione. I mezzi attraverso cui poter esercitare una libera capacitazione sono le libertà strumentali, tra le quali spicca l’esercizio della libertà politica e in tutto ciò la democrazia, assume un’importanza fondamentale.

Per Joseph il concetto di democrazia è da intendersi non come sistema complessivo di governo, il quale deve essere liberamente determinato, ma nel senso di diffondere, distribuire, decentralizzare il potere. Il senso da attribuirsi quindi al concetto consiste proprio nel collegamento tra le due parole componenti il termine: “cratos” e “demos”, “[…] distribuire, cedere potere reale (cratos) nelle mani delle persone (demos)”.[152] Per questo si parla di Democracy for Development, perché “noi possiamo concludere che democrazia e sviluppo sono inseparabili”. Risulta quindi modificata la visione stessa di benessere e di valutazione della qualità della vita, entrambi non ricondotte più solo alla disponibilità immediata di beni materiali ma colte in relazione alla capacità individuale di utilizzare beni per esplicare ed esercitare funzioni. Infatti, gli anni novanta, come gli anni ottanta, hanno visto svilupparsi un intenso dibattito sulla nozione di capacità.

Per Amartya Sen, “la capacità è la dimostrazione della libertà di una persona di scegliere tra diversi modi di vivere”. Inoltre, la povertà è “incapacitazione”, vale a dire impossibilità di scelta, ed in questo lo sviluppo, come nuova accezione di sviluppo umano, deve permettere all’uomo di affermare le proprie capacità, e quindi offrirgli la possibilità di scelta tra diversi stili di vita. “[…] Lo sviluppo deve cominciare nel senso di persona: sviluppo non riguarda le cose che tu vedi […] riguarda il modo in cui qualcuno sta sviluppando il suo pensiero”.[153] Dal punto di vista dello sviluppo sostenibile, concetto che nasce negli anni ‘60, ma dagli anni ’80 riscuote sempre maggiore interesse, l’accento è inizialmente posto sulla relazione che intercorre tra ambiente e sviluppo e solo successivamente tra ambiente e sviluppo inter e intra generazionale.

Il concetto di sostenibilità ambientale nasce in contrasto con la visione di sviluppo di breve periodo, che per sua stessa natura è orientato al massimo sfruttamento delle risorse. La crescita economica rapida e disordinata, l’elevato consumo di energia, di beni e risorse disponibili, determina la preoccupazione che lo sviluppo economico possa determinare anche un collasso ambientale.[154] Il concetto di sviluppo sostenibile non si limita solo a considerare i rapporti tra crescita economica e ambiente, ma analizza anche il problema ambientale nei PVS, dove vi sono non solo situazioni di iniqua distribuzione delle risorse, ma anche realtà colpite da una drammatica povertà. Secondo l’autore, tale duplice condizione di precarietà spesso porta a relegare in secondo piano la tutela delle risorse naturali nel tempo a favore della realizzazione di risultati tangibili in termini di miglioramento delle condizioni economico–sociali e spesso in favore della sopravvivenza stessa.

L’obiettivo dei processi di sviluppo si è quindi spostato dalla crescita economica e del reddito reale al miglioramento della qualità della vita, intesa come miglioramento delle condizioni sociali generali, da perseguire nel rispetto dei valori culturali delle popolazioni interessate. In altre parole lo sviluppo deve riuscire a garantire l’equità intra e intergenerazionale. Il concetto di sviluppo così inteso, diversamente da quello di crescita economica, offre un’interpretazione esaustiva di un processo che tiene conto delle necessità sociali, istituzionali, politiche ed economiche. L’equità intergenerazionale, infatti, implica che lo sviluppo possa essere considerato sostenibile solo se i cambiamenti che esso produce non comportano un peggioramento delle qualità della vita delle generazioni future.

Il concetto di sviluppo partecipativo, inoltre, sarà uno dei concetti che maggiormente influenzerà le teorie dello sviluppo e le politiche di cooperazione allo sviluppo. Grazie ai cambiamenti di fine secolo si avverte una sorta di rinascita, di stimolo, di richiami che si alzano dal basso, una sorta di “Sturm und Drung”, di entusiasmo, di voglia di partecipare da parte della società civile. È come se ci fosse stata, secondo Joseph, una maggiore domanda di spazi pubblici, di riappropriazione di qualcosa che non è altro che un bene comune, una richiesta di empowerment che a sua volta ha determinato un senso maggiore e diffuso di ownership.[155]

 

Sul nuovo ruolo della società civile

Secondo Alison Van Rooy,[156] il termine società civile non è un termine nuovo; il suo utilizzo risale a tempi davvero remoti, soprattutto nel campo politico-filosofico (autori come Cicerone, Locke, Hume, Paine, Hegel, Gramsci lo hanno incluso nel proprio pensiero), ed ha assunto significati diversi e disparati.[157] Secondo la sua analisi, il concetto di società civile ha attratto dottrine popolustiche, con sfondo comunista o capitalista, nonché dottrine economiche, che l’hanno etichettata come terzo settore, incontro tra Stato e mercato. Tuttavia, oggi la società civile ha un ruolo di fondamentale importanza che deve essere ben definito. Essa è composta di soggetti molteplici e differenziati che hanno anche ottenuto un riconoscimento diffuso, quali organizzazioni non governative, gruppi di base, sindacati, cooperative, centri di studio e ricerca, autorità locali.

Qualsiasi “voce” del coro della società civile si analizzi, qualsiasi attore si tenga in considerazione, bisogna appunto analizzarlo come una tra le tante voci, solo come una punta dell’iceberg.[158] Possiamo, ad esempio, usare la definizione che ne da Jan Aart Scholte, ossia considerarla come l’insieme della cittadinanza organizzata formalmente e informalmente in associazioni, gruppi e forum, con il fine di contribuire materialmente e moralmente alla vita comune e collettiva, per proporre e anche contestare politiche sociali ed economiche con e contro altri cittadini, governi e stato.[159] Infatti, i cittadini appartenenti a diversi Stati possono oggi comunicare ed organizzarsi anche se a migliaia di chilometri di distanza, e ciò ha portato ad una condivisione dei problemi locali che risultano globalizzati, e quindi ad una coscienza cittadina diffusa, tanto che spesso si parla di cittadinanza globale.

Secondo Murphy a ciò bisogna aggiungere anche una sorta di abdicazione o ritiro dello stato dal suo antico ruolo dedicato al sociale, al welfare, e ciò ha portato ad una sorta di welfarizzazione della società civile, la quale non solo si è trovata a contatto spesso con gli stessi problemi, ma a doverli anche risolvere.[160] Ecco che una maggiore responsabilizzazione della società civile, insieme ad una più profonda consapevolezza dei problemi, ha portato intere comunità o fette della società civile a creare forum di discussione, arene e agorà di dibattito e confronto, a livello municipale, regionale, nazionale, internazionale e oggi transnazionale. Ecco che il tema della cooperazione internazionale diventa il fulcro del discorso; ecco che strategie concordate di mutuo supporto, contro la violenza e per la pace, per le opportunità sociali ed economiche, per la governance democratica, per i diritti umani, sono elaborate a tutti i livelli.

Secondo White,[161] il termine “società civile” può essere usato in modo scorretto o abusato, per questo bisogna evitare di cadere in errori passati, o comunque in trappole logiche ampiamente discusse da Fowler in uno dei suoi più recenti lavori.[162] La difficoltà di definizione di ciò che è effettivamente la società civile, come evidenziato da Bobbio, consiste nel fatto che la complessità si trova inscritta nella stessa filologia del termine “civile”, che rimanda a “civitas”, assumendo il significato di società “politica” ma anche a “civilitas” ossia società “civilizzata”.[163] L’importante è evitare di considerare il termine “società civile” con un significato:

a)     Esclusivo piuttosto che inclusivo, infatti, spesso si pensa al concetto come qualcosa di formale, ignorando così tutte le configurazioni sociali e le modalità di interrelazione tra cittadini, stato e reti locali e familiari.

b)     Urbano piuttosto che rurale, bisogna porre attenzione, quando lo si vuole “esportare” in contesti diversi e disomogenei.

c)     Sinonimo di civiltà nel senso di educazione. Spesso si dice che non tutti i gruppi facenti parte della società civile sono appunto civili nel loro comportamento. Voler dividere con una sottile linea rossa i comportamenti, le abitudini “civili” da quelle “incivili”, significa esercitare giudizi di valore.

d)     Idilliaco, di comprensione perpetua e reciproca, addossando e localizzando tutte le forze creatrici di povertà, esclusione e ingiustizia solo ed esclusivamente in ambiti di tipo governativo, statale, commerciale, economico e di mercato. Relazioni di potere, gruppi d’interesse giacciono e si perpetuano anche all’interno della società civile, e spesso, possono anche addirittura impedire la riduzione della povertà, equità, inclusione, giustizia ed altri obiettivi dello sviluppo sociale stesso.[164]

Intrecciando l’analisi di Fowler con quella di White, quest’ultima evidenzia come la società civile è essenzialmente politica nel suo significato e questo nelle politiche di sviluppo deve essere preso in considerazione. Le arene civiche contengono le radici del potere e possono anche esser usate per perpetuare le differenze. Insomma per un nuovo concetto di sviluppo, il termine società civile richiede una profonda comprensione del suo significato proprio. Negli ultimi trent’anni, la richiesta di partecipazione è diventata un coro di voci sempre più forte e ciò può essere riportato, secondo Fowler, a tre motivi fondamentali. Il primo riguarda una sorta di disincanto e sfiducia verso quegli atteggiamenti riconducibili al paradigma “top-down”; il secondo è attinente alla maggiore consapevolezza d’alcuni problemi che hanno una dimensione sia locale che globale, soprattutto problemi riconducibili all’aumento della povertà e al degrado ambientale; il terzo riguarda la rapida globalizzazione del mondo dell’economia e conseguentemente le politiche di deregulation e la privatizzazione.

Per Murphy, invece, <<La rinascita delle organizzazioni popolari e la mobilizzazione di comunità d’interessi in campagne di dissenso e resistenza, nonché il proporsi di ciò che è stato indicato con il termine di “società civile” è da addebitarsi maggiormente al processo di globalizzazione e di intensa localizzazione>>, come concetti generici che hanno un po’ stravolto i cittadini, sia come singoli che nella loro risposta organizzata al cambiamento delle realtà locali, nazionali ed internazionali.[165] Le manifestazioni avvengono sia a livello locale e ristretto che a livello globale, grazie soprattutto al “campaign” che attraverso network di associazioni e ONG, riesce a dar voce ed eco, facendo opera di sensibilizzazione su una serie di problematiche come mai in passato.[166]

Movimenti sociali di tutti i tipi - No-Global, pacifisti, ambientalisti, femministi, gruppi di  sensibilizzazione sui diritti umani, le etnie, le minoranze - hanno valicato i confini nazionali e attraversato trasversalmente tutte le società. Secondo la visione di Scholte, esistono per esempio almeno tre tipi, in termini di valori, d’atteggiamenti: quello conformista che non fa altro che rinforzare le norme esistenti; quello riformista, che desidera correggere i regimi esistenti dall’interno e quello trasformista che si impegna per un ampio cambiamento dell’ordine sociale. Parlare però di globalizzazione della società civile è troppo facile e semplicistico. In realtà bisognerebbe parlare più di una profonda sfida per il mondo contemporaneo.[167]

Murphy pone l’accento su tutti quei luoghi della terra che sembrano essere dimenticati dalla globalizzazione eppure hanno dato vita, e allo stesso tempo sono stati coinvolti, in un nuovo impeto dei movimenti sociali. Quello a cui spesso si assiste è l’amplificazione della localizzazione, attraverso processi d’azioni concertate a livello appunto locale, nazionale e internazionale. Il focus, resta spesso particolaristico e specifico; e la forza della comunità e l’impatto delle strategie e delle campagne di sensibilizzazione sono spesso locali e particolari, perché appunto ricadono sulle persone e sulle comunità.

Questo è spesso il significato e l’importanza del nuovo risorgimento della società civile. Tale concetto è così importante che ha indotto molti governi sia ad occuparsi di cooperazione internazionale, sia a sentirsi attaccati sul versante della sovranità nazionale. Hanno quindi cominciato a sentire la pressione e gli effetti delle diverse e incidenti azioni concertate messe in atto dalla società civile. È opportuno, però, riflettere anche sul concetto di “partecipazione della società civile” di cui spesso se ne fa un uso scorretto, un abuso, tanto da scadere spesso nella retorica. Per questo occorre essere cauti nell’utilizzare termini quali, “good governance”, “people-centred”, “sviluppo locale”, perché spesso dietro il termine “partecipazione” si nascondono interessi; non bisogna dimenticare, infatti, che la “società civile” resta un processo dinamico di carattere politico.

<<La condivisione e la collaborazione attraverso la partecipazione non significa necessariamente condivisione del potere, anche perché secondo White, ciò che comincia come issue politico è spesso tradotto in problema tecnico […]. Incorporazione più che esclusione è spesso il migliore mezzo di controllo>>.[168] In questo saggio, il concetto di partecipazione è analizzato in tutte le sue componenti con particolare spirito critico. <<Se la partecipazione sta a significare più una facciata di buone intenzioni, è vitale distinguere più chiaramente quali sono gli interessi in questione. Questo aiuterà a mostrare, ciò che molti avevano già sospettato: che nonostante l’uso delle stesse parole, il significato ad esse attribuito può essere molto diverso>>. White identifica tre categorie molto interessanti su cui bisogna riporre attenzione, ma a monte della riflessione bisogna rispondere a due importanti domande: la prima riguarda i soggetti: chi partecipa? Come e in che termini? La seconda riguarda i modi e i livelli di partecipazione. Il diretto coinvolgimento delle persone a livello locale, non è abbastanza, ciò che conta è la partecipazione delle comunità locali a livello di management e decision making.

Chiarite queste due questioni fondamentali, bisogna secondo il suo punto di vista, tenere in considerazione le tre caratteristiche, a cui ho già accennato, quali: le forme, le dinamiche e le funzioni della partecipazione. In base agli interessi predominanti (top-down o bottom–up) e quindi alle forme e alle funzioni che la partecipazione assume, si riesce a determinare, almeno a livello analitico, il tipo di politica attuata. Lei riesce a costruire una tabella esplicativa molto utile, anche se rileva come nella realtà e nella pratica, gli usi e (gli abusi) della partecipazione sono molto vari e variabili e, quindi, difficili da catalogare.

 

Form

Top-down

Bottom-up

Function

Nominal

Legitimation

Inclusion

Display

Instrumental

Efficiency

Cost

Means

Rapresentative

Sustainability

Leverage

Voice

Trasformative

Empowerment

Empowerment

Means/End

Fonte: White S.C., Depoliticising development: the use and abuses of participation,

Development in Practice, vol. 6, n. 1, 1996, pp. 6-15.

 

Tutte queste variabili, ovviamente portano a risultati diversi ma, comunque, riguardano processi partecipativi; perciò spesso è più importante il “come” piuttosto che il risultato, anzi spesso i mezzi sono il vero fine. Anche perché lo stesso processo non è un qualcosa di statico, definito e definitivo, ma essendo un qualcosa di indefinito e dinamico, è il sito stesso di conflitto e dibattiti. Come afferma White, “la partecipazione è il luogo di conflitti” e per questo non può rifuggire dalle limitazioni di questo processo che derivano appunto dalle relazioni di potere diffuse nella società”, anche perché “il potere è coinvolto nella definizione degli interessi stessi”.

Ricapitolando il pensiero di White, tre importanti passi sono fondamentali nella definizione della “non-politica della partecipazione”. Il primo è il riconoscimento della partecipazione come concetto politico, il secondo è l’analisi degli interessi coinvolti e spesso presentati come collettivi, il terzo è il riconoscimento della partecipazione e della non-partecipazione, e la differenza che intercorre tra le due. Partecipazione e non-partecipazione possono riprodurre esclusione, subordinazione, ma la rimessa in discussione dei rapporti sociali e di potere aiuta nel processo di sviluppo, appunto, umano. Per questo è un processo conflittuale, White conclude con una riflessione che merita di essere citata in originale: <<the absence of conflict in many supposedly “partecipatory” programmes is something that should raise our suspicion>>.[169]

Secondo Fowler, in realtà il ruolo della società civile è diventato fondamentale anche per lo sviluppo della comunità internazionale come concetto aggregato e quindi ad un livello già più globale. Al vertice di Copenhagen del 1995 sullo sviluppo sociale, il tema del coinvolgimento della società civile è stato uno dei punti cardine, e tutto questo processo di partecipazione/ empowerment nei processi di sviluppo ha portato anche Van Rooy, che si è occupata di stilare un documento nel 1998 di tipo comparativo,[170] ad identificare una varietà d’aspettative relative allo sviluppo. Per rafforzare lo sviluppo, inter alia bisognerebbe secondo Van Rooy:

v      Distribuire direttamente servizi ai più poveri

v      Costruire capitale sociale

v      Promuovere l’equità, attraverso l’attivismo, per spalmare su tutta la popolazione i vantaggi del benessere nazionale e i benefici della crescita

v      Rimpiazzare l’aiuto statale;

Incoraggiare la democrazia attraverso:

v      Il rafforzamento delle funzioni civiche, grazie all’appoggio di gruppi d’interesse e a soggetti attivi localmente

v      La diffusione a tappeto del potere, come sorta d’antidoto al potere statale

v      Il rafforzamento o la creazione delle istituzioni democratiche

v      L’incoraggiamento della cultura della democrazia

Altre funzioni includono:

v      Il supporto del senso di “amicizia”

v      La promozione del mercato libero ed equo attraverso il rafforzamento del settore civile privato.

In realtà, tutte queste funzioni sono sia molto importanti, interdipendenti ma nello stesso tempo contraddittorie.[171] Questo processo di partecipazione- coinvolgimento- empowerment della società civile, e quindi di pluralizzazione dei soggetti, ha visto l’emersione di tante forme diverse di organizzazione nuove e non, congiuntamente con la crisi dello Stato nazione. Secondo Finn, infatti, tutto ciò ha portato ad una rivalutazione anche delle relazioni internazionali (<<ogni sviluppo nelle relazioni internazionali può essere collegato ad alcuni eventi successi in passato, ma mai prima d’oggi così tanto era cambiato, cosi velocemente e ad un livello globale così esteso>>) e allo stesso tempo ad una rivalutazione del concetto di diplomazia. Il contatto tra gli Stati, quindi, non avviene più solo ed esclusivamente a livello centrale e governativo, ma anche e forse soprattutto, a livello trasversale, grazie a persone, idee, mezzi di comunicazioni, forum, associazioni studentesche, un mondo che possiamo definire sommerso ma molto in fermento. <<In senso ampio, la diplomazia, tuttavia, è stata trasformata dalla tecnologia che lavora collegando il mondo in modo molto stretto, fisicamente, elettronicamente e culturalmente>>.[172]

Per questo gli anni novanta insieme a tutte le trasformazioni, hanno portato con sé un cambiamento vero e proprio nel concetto di diplomazia e conseguentemente delle relazioni internazionali. Anche in quest’ambito, nuove teorie sono state inventate per cercare di oggettivare un mondo in movimento e in continua trasformazione, esse hanno cercato di colmare il gap tra la visione di Huntington “The Clash of Civilizations” e quella di Fukuyama con la sua “The End of History”, ma forse più che colmare il gap hanno cercato di superarlo e hanno forse cercato, come suggeriva Darendorf, di “quadrare il cerchio”. Come afferma Finn, <<non ci sarà nessuna epifania globale, nessuna caduta nell’anarchia, ma la natura della diplomazia deve adattarsi al nuovo sistema, con alcune nuove regole e con alcuni nuovi giocatori>>.[173] Per poter giocare bene, basta conoscere le regole del gioco.

La cooperazione allo sviluppo e il glocalismo

Sfide, difficoltà, crisi, trasformazioni ma anche nuove opportunità segnano il panorama della cooperazione allo sviluppo all’inizio degli anni novanta. Politiche di riorientamento e di ripensamento attraversano lo scenario internazionale della cooperazione. Lotta alla povertà, aiuto umanitario, tutela dei diritti umani e dei beni pubblici globali, tangibili e intangibili, sviluppo umano, diventano imperativi per la cooperazione allo sviluppo.

Ciò nasce anche dal senso di “cooperation fatigue” che s’insinua nei vari ambiti della cooperazione internazionale.[174] Da uno studio effettuato dall’UNDP nel 1998, infatti, si rileva una sorta di diffusa perdita di credibilità dell’aiuto allo sviluppo, un diffuso senso di scetticismo che attraversa l’opinione pubblica circa l’efficacia dell’aiuto e il settore della cooperazione internazionale in generale, dovuto alla corruzione e al dispendio inefficace di risorse. Il rapporto rileva anche una migliore e maggiore predisposizione dei giovani verso la cooperazione allo sviluppo e un senso diffuso di maggiore affidamento e “fiducia” verso il sistema multilaterale in generale e quello delle Nazioni Unite in particolare.[175]

Tale consapevolezza non è insita solo nell’opinione pubblica e nella società civile, ma anche nei discorsi e nelle agende delle organizzazioni internazionali, delle ONG, dei singoli, delle associazioni, dei sindacati, dei partiti. Sono emblematiche a tal proposito le osservazioni di Boutrous Ghali: <<[…] la pace, nel suo significato più ampio, non può essere raggiunta solamente dal sistema delle Nazioni Unite o dai governi. Le organizzazioni non governative, le istituzioni accademiche, i parlamentari, le imprese e le comunità professionali, i mezzi di comunicazione e il pubblico in generale devono essere tutti coinvolti […]. Ora è tempo, per le sue nazioni e i suoi popoli (delle Nazioni Unite), e per gli uomini e le donne che le servono, di cogliere il momento nell’interesse del futuro>>.[176] <<Raggruppamenti non ufficiali e movimenti creano ora reti che aiutano ad orientare la direzione di politiche di sviluppo e a fornire risultati pratici. Per aver successo la costruzione del consenso politico deve comprendere tutti>>.[177] Questa voglia di partecipazione proveniente dalla società civile si incrocerà con l’appello lanciato dalle organizzazioni internazionali governative e non. <<Nasce dunque l’esigenza di adeguare le forme della cooperazione alla crescente domanda di partecipazione degli attori sociali delle realtà locali>>.[178]

<<Nascono un interesse e una disponibilità inediti per il dialogo tra le tipologie associative, che muovono in direzione del superamento di vecchi parallelismi e radicate compartimentalizzazioni. Le ONG tendono a spostare parte delle proprie attività al nord, mentre associazionismo da sempre attivo sul territorio nazionale tende, in modo crescente, a canalizzare parte della propria solidarietà verso l’ambito internazionale […]. Forme nuove di mobilitarsi nelle emergenze ma anche nella lunga durata dello sviluppo, azioni legate all’impegno dei singoli, di gruppi, dei singoli di gruppi a volte estremamente fluidi, di associazioni professionali e imprenditoriali, di ONG con maggiore o minore livello di formalità, configurano un legame mobile tra società del nord e del sud del mondo, la cui consistenza appare molte volte difficile da determinare ma le cui potenzialità si rivelano fin dall’inizio notevoli>>.[179]

Nel panorama attuale della cooperazione internazionale - che è sicuramente caratterizzato da un ampio numero di difficoltà, ma anche da alcuni segni positivi - si insidia una prospettiva diversa, caratterizzata da un forte bilanciamento tra la dimensione globale e locale. Per Maxwell ed Engel, <<La cooperazione allo sviluppo europea è stata sottoposta a cambiamenti significativi a partire dal 1990. Il processo di trasformazione è ancora in corso, con molti dei suoi più grossi benefici ancora da raggiungere. Eppure una nuova ondata di cambiamenti è all’orizzonte, guidata da una combinazione di fattori interni ed esterni>>.[180]

Il partenariato rappresenta uno tra i più importanti principi d’azione all’interno del panorama della cooperazione internazionale all’alba degli anni novanta. A tal proposito, un documento dell’OECD/DAC del 1996, non solo rafforza principi e obiettivi fatti propri dalle conferenze delle Nazioni Unite, di cui si parlerà a breve, ma sottolinea proprio  l’importanza e il valore innovativo del processo di partenariato.[181] Il testo si focalizza anche sul concetto di sviluppo umano, in quanto “people-centred development”, e si richiama, infatti, ad un concetto di “partenariato più efficiente” che stabilisce tempi e modalità d’azione.

Scadenza principale resta il 2015 sia per la riduzione del 50% della percentuale di persone che vivono in condizioni d’estrema povertà, sia per l’accesso ad un’educazione di base per la totalità della popolazione mondiale; sia per la riduzione di due terzi del tasso di mortalità infantile, sia per la partecipazione paritaria delle bambine all’educazione primaria, sia per la riduzione del tasso di mortalità dei neonati e dei bambini con meno di cinque anni, sia per la riduzione dei tre quarti del tasso di mortalità materna, sia per l’accesso ai metodi di pianificazione familiare per tutti gli individui in età di procreare e ai servizi sanitari, sia per capovolgere le tendenze odierne allo spreco di risorse ambientali, mentre il 2005 è la deadline per l’adozione di una strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile.

Tali impegni s’inquadrano nella nuova visione per cui <<In passato gli sforzi dell’aiuto implicavano quasi sempre una collaborazione con le autorità centrali. Oggi lavoriamo con partner sempre più numerosi per soddisfare le esigenze di maggiore efficienza. Siamo in presenza di sistemi politici più pluralisti e decentrati, e l’importanza di un settore privato dinamico non è più da dimostrare, del coinvolgimento delle popolazioni locali e della partecipazione della società civile non è più da dimostrare>>.[182]

Come da Ianni evidenziato, questa nuova visione di partenariato si caratterizza per una nuova diversa e più responsabile definizione di ruoli, che si sposta verso gli attori locali, quali associazioni, attori economici, società civile, comunità locali ecc, distaccandosi, in un certo qual senso, dagli attori esterni al contesto. Questo sia per incrementare un maggiore processo di empowerment della società civile, sia per rafforzare le capacità locali nella gestione dei processi di sviluppo. Gli obiettivi evidenziati dal documento dell’OECD/DAC del 1996 si muovono su tre assi, quali la sostenibilità ambientale, lo sviluppo sociale e il benessere economico. L’impegno, l’attenzione e la maggiore sensibilizzazione della società civile verso l’esistenza di conflitti, povertà, deprivazione generalizzata e violazione dei diritti umani insieme ad un più forte di responsabilità sociale, accountability e ownership hanno favorito un radicamento del concetto di cosviluppo all’interno dell’intera società civile che si muove in una sorta di spazio glocale e che è diventata, per questo, globale.

Processi di forte riflessione e affermazione di principi, valori e obiettivi attraversano anche il sistema delle Nazioni Unite, attraverso le conferenze internazionali che puntelleranno tutto il decennio del 2000, metteranno a confronto paesi e visioni, a partire soprattutto dagli anni novanta:

v      La conferenza su ambiente e sviluppo di Rio de Janerio del 1992, in cui si afferma il riconoscimento dell’ambiente come bene pubblico globale e propone il partenariato come strumento di sostenibilità, in cui le comunità indigene, uomini, donne e bambini sono chiamate a rafforzare. Il programma di azione adottato è la famosa Agenda 21, che tenta di costituire processi fondamentali per la concertazione tra soggetti della società civile e istituzionali.[183]

v      La conferenza mondiale sui diritti umani, tenutasi a Vienna nel 1993,[184] in cui si riconosce l’importanza delle istituzioni ai fini della democrazia e della partecipazione, raccomanda inoltre un empowerment della società civile plurale ed invoca una partecipazione diffusa nella tutela e difesa dei diritti umani.

v      La conferenza internazionale su popolazione e sviluppo, svoltasi a Il Cairo nel 1994 che oltre ad analizzare lo stato della popolazione, riconosce l’importanza delle organizzazioni non governative e invita tutti ad inglobarle nei processi decisionali.[185]

v      La conferenza mondiale sullo sviluppo sociale, svoltasi a Copenaghen nel 1995, nella quale vengono enucleati i dieci punti d’impegno delle politiche nazionali e internazionali nel sostegno allo sviluppo sociale:

  1. Creazione di condizioni economiche, politiche e sociali, culturali e giuridiche, che permettano la realizzazione dello sviluppo sociale;
  2. Sradicamento della povertà;
  3. Promozione dell’obiettivo di piena occupazione;
  4. Integrazione sociale;
  5. Pieno rispetto della dignità umana, realizzazione dell’uguaglianza e l’equità tra donne e uomini;
  6. Promozione e realizzazione dell’accesso universale ed equo all’istruzione di qualità;
  7. Accelerazione dello sviluppo economico, sociale e umano, dell’Africa e dei Paesi meno sviluppati;
  8. Inclusione all’interno dei programmi di aggiustamento strutturale degli obiettivi dello sviluppo sociale;
  9. Aumento e utilizzo più efficiente delle risorse assegnate allo sviluppo sociale;
  10.  Miglioramento e rafforzamento del quadro della cooperazione internazionale, nello spirito del partenariato.

In questa conferenza, che in questa sede è, insieme con quella del Millennio, quella più interessa, evidenzia il ruolo del partenariato con la società civile, riconoscendo il ruolo di quest’ultima nella lotta alla povertà, nella promozione del benessere e della tutela dei diritti umani, promuovendo l’appoggio allo sviluppo delle sue capacità. Il programma d’azione, in quella sede stabilito, mira alla formazione, alla definizione di quadri normativi, alla creazione di reti per facilitare la sua partecipazione nella definizione di politiche di sviluppo. In tale ambito si evidenzia notevolmente il ruolo della cooperazione tra organizzazioni non governative con lo Stato e con le autorità locali.[186]

v      La quarta conferenza mondiale sulla donna, svoltasi a Pechino nel 1995, evidenzia e promuove il ruolo della società civile nella creazione di un clima favorevole alla promozione dell’uguaglianza della donna;

v      La seconda conferenza mondiale di Istanbul del 1996 sugli insediamenti umani, Habitat II, sottolinea soprattutto il ruolo incisivo delle comunità locali nella promozione del processo di sviluppo;[187]

v      Il vertice mondiale dell’alimentazione, svoltosi a Roma nel 1996, oltre a denunciare lo stato del mondo, evidenzia anch’essa il valore della stretta collaborazione tra attori della società civile e governi;[188]

v      La conferenza mondiale del millennio svoltasi a New York nel settembre del 2000, che oltre a riassumere i contenuti delle conferenze precedenti, fissa principi e obiettivi dello sviluppo da conseguire entro lassi di tempo ben precisi.[189] I principi, più importanti a cui s’ispira la dichiarazione del Millennio, sono quelli dell’uguaglianza, del rispetto per la natura, della tolleranza, della solidarietà, della responsabilità condivisa, della libertà, mentre per quanto riguarda gli obiettivi, essi sono guidati da valori condivisi quali, diritti umani, democrazia e buon governo, ma il vero nucleo sono della dichiarazione del Millennio sono gli otto Millennium Development Goals, quali:

1.      “L’eliminazione della povertà estrema e della fame: dimezzando la percentuale di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno nonché coloro che soffrono la fame;

2.      Il raggiungimento dell’istruzione elementare universale: assicurando che tutti i bambini completino il ciclo degli studi elementari;

3.      La promozione dell’uguaglianza dei sessi e il conferimento di potere e responsabilità  alle donne: eliminando, preferibilmente entro il 2005, e a tutti i livelli entro il 2015, la disparità di genere nell’istruzione elementare e secondaria;

4.       La diminuzione della mortalità infantile: riducendo di due terzi il tasso di mortalità fra i bambini al di sotto dei cinque anni d’età;

5.      Il miglioramento della salute materna: diminuendo di tre quarti il tasso di mortalità materna;

6.       La lotta all’HIV/AIDS , alle altre malattie tra cui la malaria: fermando o cominciando ad invertire la tendenza alla diffusione dell’HIV/AIDS, della malaria e di altre importanti malattie;

7.      Il raggiungimento di una maggiore sostenibilità ambientale:

  • integrando i principi dello sviluppo sostenibile nelle politiche e nei programmi nazionali;
  • invertendo la tendenza al depauperamento delle risorse naturali;
  • dimezzando la percentuale di persone che non hanno accesso all’acqua potabile;

8.      Lo sviluppo di una partnership globale per lo sviluppo:

  • Sviluppando ulteriormente un sistema finanziario e commerciale aperto, basato su delle regole e sia prevedibile e non discriminatorio. Questo obiettivo prevede inoltre un impegno a favore del buon governo, dello sviluppo e della diminuzione della povertà a livello nazionale e internazionale;
  • Occupandosi delle particolari esigenze dei paesi meno sviluppati. Questo obiettivo prevede l’adozione d’esenzioni doganali e l’eliminazione delle quote per le loro esportazioni; l’incremento degli interventi per la riduzione del debito estero dei paesi poveri fortemente indebitati; la cancellazione del debito ufficiale bilaterale; una assistenza allo sviluppo più generosa per i paesi impegnati nella riduzione della povertà;
  • Facendo fronte alle speciali necessità dei paesi in via di sviluppo privi di sbocchi sul mare e degli stati in via di sviluppo delle piccole isole;
  • Affrontando esaurientemente ed efficacemente i problemi del debito dei paesi in via di sviluppo, mediante l’adozione di misure nazionali ed internazionali che rendano il debito sostenibile nel lungo periodo;
  • Creando, in collaborazione con le imprese farmaceutiche, che i medicinali essenziali siano accessibili a basso costo nei Paesi in via di sviluppo;
  • Rendendo disponibili, in collaborazione con il settore privato, i benefici delle nuove tecnologie dell’ informazione e delle comunicazioni”.[190]

Nella Dichiarazione del Millennio, quindi, ben otto obiettivi di sviluppo sono stati fissati, con tanti sotto-obiettivi, ma quello che in questa sede ci interessa maggiormente è l’ottavo, cioè, quello relativo all’instaurazione di partnership globale per lo sviluppo, obiettivo particolare sia perché è l’unico che non si rivolge solo ed esclusivamente ai PVS, (cosa che accade invece per gli altri sette) e che richiede un impegno da parte di tutti i paesi, proprio dell’ottica di co-sviluppo e partenariato di cui si fa portatore, e sia perché è anche l’unico al quale non è stata assegnata una scadenza temporale; questo sia perché la realizzazione di politiche e partnership è un processo a lungo termine e necessita di tempi che non possono e non devono essere in alcun modo affrettati o forzati, sia perché sarebbe stato impossibile e utopistico pensare di fissare una sorta di “deadline” per il processo di partenariato, che è visto come importante momento e mezzo di confronto nella costruzione di collaborazioni e cooperazioni a lungo termine. 

In questa prospettiva spesso definita “glocale”,[191] si avvia un processo di ridefinizione sociale, politico e progettuale d’azione e insieme di pensiero e di idee.[192] Da alcuni studiosi è stata evidenziata <<La creazione di un sistema internazionale – parallelo e complementare a quello esistente – rappresentato da un mosaico di città basato sul bilanciamento di identità, culture ed interessi e non meramente sul bilanciamento del potere degli stati-nazione>>.[193] Bisogna, però, non solo definire con attenzione, i prerequisiti, i valori, attori d’azione della cooperazione globale allo sviluppo ma anche prendere le distanze da un ampia di definizioni ambigue e fallaci.[194] Per questo il riferimento all’interdipendenza tra comunità locali (localismo) o alla creazione di partenariati o networks orizzontali, non deve essere confuso con il multilocalismo.

Il mondo della cooperazione allo sviluppo si muove attraverso un’ampia gamma di diversi attori che agiscono sia a livello internazionale che a livello locale in maniera interconnessa e in reti, spesso con l’obiettivo di creare dei ponti tra il nord e il sud, processi partenariato come  evidenziato dall’OECD. C’è una vera e propria galassia di grandi e piccoli attori che condividono, nella prospettiva della cooperazione allo sviluppo e alla pace, varie forme di azione allo sviluppo umano, culturale, politico economico. Diversi attori hanno adottato un’agenda particolarmente innovativa peace-oriented e people-centered.

Le ONG di sviluppo, gli attori economici globali, le organizzazioni internazionali, gli enti locali, le associazioni, i tavoli, i forum di discussione, gli individui, le associazioni di donne, università, ITC, comitati cittadini, media, sindacati, la società civile nel complesso è il nuovo punto di forza della cooperazione. L’obiettivo primario dello sviluppo umano può essere raggiunto solo grazie al contributo di attori realmente impegnati, coscienti ed esperti conoscitori della realtà in cui vanno ad operare. L’impegno nella cooperazione internazionale delle istituzioni municipali, delle comunità religiose, delle associazioni locali, delle imprese economiche, delle ONG, delle amministrazioni e dei gruppi di enti privati e pubblici, e dei cosiddetti CBOs (Civil Body Organization), potrà contribuire all’instaurazione di concreti processi di partenariato.

In questo modo si inventa un laboratorio sociale per un reciproco riconoscimento ed una collaborazione strategica. Il potenziale della cooperazione allo sviluppo è enorme. La ricerca di un forte link tra i vari benefici della dimensione globale – in termini di tecnologia, informazioni ed economia – e  la dimensione locale, possono con il tempo stabilire un sistema bottom-up per la governance della globalizzazione. Nel contesto poi della governance municipale, i governi locali possono diventare i “direttori d’orchestra”, e parlare, essendo capaci di armonizzare diversi attori e bisogni, con realtà urbane, unendosi in reti transnazionali e partenariati, dare cioè un contributo concreto per la governance globale.[195] I settori per cui e su si lavora sono tra i più diversi, come, la riforma della diplomazia tradizionale, pace e sviluppo; sviluppo e educazione allo sviluppo umano; governance a livello municipale; risorse del managment; empowerment della società civile e democratizzazione; ristrutturazione dei fondi e delle risorse pubbliche; riorientamento dei meccanismi finanziari, specializzazione dei settori innovativi come l’ITC.

Nell’ambito dei dibattiti interni alla cooperazione internazionale si è assistito a forti stimoli al ripensamento e al riorientamento delle politiche di sviluppo. Tra queste vi è anche la relazione intercorrente tra pace e sviluppo. Ciò parte dalla critica alla visione dicotomica e non-integrata tra cooperazione allo sviluppo e cooperazione alla pace. Tale biforcazione è stata uno dei punti deboli della cooperazione internazionale. Politiche di sintesi (sviluppo plus pace) devono essere messe in atto, dimostrando in tal modo di superare gli ostacoli alla realizzazione di politiche di sviluppo a lungo termine, dando con ciò nuovi inputs. Un’opera diffusa di Campaign a livello internazionale, regionale, nazionale, locale; la promozione dei cosiddetti fondi misti;[196] la struttura finanziaria e la disponibilità di informazioni economiche, la realizzazione di politiche per lo sviluppo umano, accordi di carattere decentrato, sono solo alcuni tra gli strumenti-obiettivi in campo.

Processi di valutazione d’errori passati, di ripensamento hanno attraversato molti settori e tematiche della cooperazione allo sviluppo. Un grave errore, ad esempio, è consistito nel tener separate e considerare compartimenti stagni le politiche e i programmi di cooperazione allo sviluppo e le iniziative peace-oriented. Si rileva l’importanza degli attori locali, infatti, spesso in passato il non coinvolgimento di attori locali ha determinato il fallimento di politiche, progetti e programmi, cosa avvenuta anche per piani o strategie di pace e ripacificazione. L’importanza di questi attori non è più solo a livello locale; essi, infatti, hanno sviluppato una forte capacità d’interazione e spesso di influenza all’interno di agenzie internazionali, corporazioni statali in arene globali.

Ne deriva la rivalutazione della ripercussione delle guerre sulla povertà. E’ un circolo vizioso, la guerra incide come fattore determinante delle realtà di povertà, proliferazione di conflitti e diffusione della violenza. Tali processi prima ridotti a dimensione locale oggi hanno risonanza globale e toccano l’intera comunità mondiale. Ciò è avvenuto anche per concetto di peace building, che non può essere concepito più secondo un’ottica settoriale, ma va considerato come un’asse centrale per ogni strategia di sviluppo. La riconcettualizzazione è avvenuta anche per il circolo virtuoso tra stabilità, riduzione della povertà e sviluppo che se realizzato a lungo termine può spezzare il circolo vizioso di povertà, guerra e conflitti.

Il ruolo delle città, centri molto innovativi sia a livello culturale, intellettuale, economico, è rivalutato come luogo in cui l’emergente società civile è più forte e dove le relazioni tra governi e amministrazioni locali sono più strette. Si ricerca una più integrata e pluralistica governance della globalizzazione. All’interno del processo decisionale globale, si assiste ad una sorta di doppio movimento tra godimento dei benefici e vantaggi della globalizzazione a livello locale e lo sviluppo e l’empowerment delle stesse. L’uso della scienza-conoscenza globale, informazione, comunicazione e formazione è considerato ora come strumento per la creazione di un circuito promotore di fruttuose relazioni tra attori diversi.

In questo panorama, diventano fondamentali parametri come l’efficienza calcolata in base all’accesso alle risorse finanziarie e alla reale fruizione delle iniziative e all’impatto che esse hanno sulla realtà locale; l’effettività calcolata in base alla realizzazione di progetti per anno, ai risultati di carattere processuale, e processi di buon governo; la rilevanza, valutata in base all’abilità nell’attrarre l’attenzione dei maggiori attori della cooperazione internazionale e nell’interesse di ripetizione delle iniziative realizzate; l’impatto delle politiche, misurate in base agli effetti reali tangibili e intangibili.

Tutti questi parametri puntano a processi d’accountability e ownership, per tentare di realizzare, a partire da un livello discorsivo fino a giungere alla effettiva realizzazione di politiche di sviluppo, una trasformazione, un ribaltamento dell’ottica da cui si non solo si guarda la realtà ma si agisce concretamente, cercando cioè di posizionare nell’agende politiche di tutti gli attori della cooperazione allo sviluppo, il concetto di “Putting the Last First”.[197]

 

I principi al centro del dibattito: coordinamento, coerenza ed efficacia

In una dimensione multiattoriale e pluridimensionale, le parole all’ordine del giorno nei forum internazionali sono: coordinamento, coerenza, efficacia, pertinenza delle politiche di sviluppo. Non solo per un’esigenza di riuscita delle politiche stesse ma anche per ridare forza e nuovo impulso alla cooperazione allo sviluppo, la quale nella prima metà degli anni novanta subì una forte perdita di credibilità, dovuta alla crisi in cui versavano la politiche di cooperazione. È, infatti, in atto “un processo più ampio e profondo di mutamento che coinvolge gli attori, le problematiche e le forze dell’azione”.[198]

Il significato di “coerenza” nell’ambito della politica e della cooperazione internazionale,[199] così come altri termini politici affascinanti, quali partecipazione e sviluppo sostenibile, rischiano di perdere il loro significato.[200] Esiste, infatti, una vasta gamma di diversi sensi da attribuire al concetto di “coerenza”: tra aiuti e politica estera (coerenza politica), tra diversi attori che si occupano di aiuti umanitari (coordinamento dell’aiuto) e tra aiuti e politiche di sviluppo. Comune al dibattito, è l’abbattimento della compartimentalizzazione delle dimensioni concettuali, istituzionali e di budget per accrescere la coerenza dei risultati.

L’errata considerazione della coerenza come risultato e non come processo è stato uno tra i più gravi errori.[201] Di per se stessa, la coerenza è un valore neutro e può essere giusto quanto sbagliato, dare per scontata e legittima una politica coerente per giusta, sarebbe un intoppo logico; glissare sul chi sta definendo e sul come si stiano stabilendo i contenuti delle politiche di cooperazione potrebbe essere pericoloso. Bisogna immergersi in una sorta di politica dell’equilibrio e di coordinamento, la quale a fronte della cooperazione internazionale multifocale, non può non tener conto di una serie di realtà:

v      La realtà dell’arena politica, come frutto del coordinamento tra strategie di advocacy a livello nazionale e internazionale;

v      La realtà della self-governance, come frutto del coordinamento tra leadership strategiche e partecipazione diffusa e radicata;

v      La realtà della mobilitazione della società civile, come frutto del coordinamento tra strategie politiche di massa e approcci locali e politiche decentrate;

v      La realtà delle strategie di cooperazione, come frutto di coordinamento tra approcci di confronto/scontro e collaborativi e cooperativi,

v      La prospettiva della cooperazione internazionale, come frutto di coordinamento tra gli obiettivi a breve termine del campaign e il valore costruttivo e costitutivo a lungo termine che esso possiede.[202]

Queste politiche di coordinamento, sono ottimi strumenti di promozione dell’effettività e della pratica della trasparenza, Josè Antonio Alonso rileva però davvero tante difficoltà nell’attuazione di coerenti politiche multilaterali, prima tra tutte l’asimmetria tra i livelli di effettiva integrazione ed efficienza delle organizzazioni internazionali.[203] Nel contempo, però, politiche autonome non hanno più tanto senso in un mondo dove regna ormai un’interdipendenza circolare, <<nessuno è libero dall’effetto-contagio[…]. Questo coordinamento richiede un sistema istituzionale multilaterale con una reale capacità di sviluppo di dialogo e di gestione coordinata delle politiche>>.[204]

Coordinamento, effettività e coerenza nelle politiche di cooperazione, non solo, sono desiderabili, ma oggetto d’obblighi e riforme, anche perché la politica dell’incoerenza potrebbe intaccare l’implementazione e l’effettività delle politiche di sviluppo, producendo reazioni avverse e la messa in discussione della legittimità dei governi nella realizzazione delle stesse.[205]

Nell’ottica di una nuova politica internazionale maggiormente coordinata, Alonso analizza il valore attuale del multilateralismo, passando attraverso tre categorie, definendolo come “una proposta per il futuro” che generi coordinamento, advocacy e accountability.[206] Esso lavora contro l’inerzia istituzionale, contro la gerarchia internazionale, e la prerogativa delle competenze statali, per la garanzia di una gestione più democratica e inclusiva delle politiche, quindi per l’efficacia, per il coinvolgimento dal basso e a livello locale delle comunità, quindi, per la pertinenza; per un’agenda multidimensionale e multiattoriale, quindi, per i principi di coerenza e coordinamento. È possibile costruire schema logico del nuovo multilateralismo, che lotta per le forze motrici e contro gli ostacoli, indicati rispettivamente sulla destra e sulla sinistra dell’organigramma.[207]           

Organigramma

 

(Fonte: Alonso A. J., Globalization, civil society and the multilateral system, Development in Practice, vol. 10, n 3&4,  2000, pp. 348-360. Si avverte che lo schema logico è stato ridisegnato graficamente, ma i contenuti dello schema logico sono inalterati)

Il paradosso maggiormente evidenziato, tanto da Alonso quanto da Macrae e Leader, è che la complessità dei governi moderni, dovuta soprattutto alla partecipazione a corpi e organismi internazionali, come la succitata Unione Europea, rende particolarmente difficile l’attuazione di ciò che è definito, in linee generali, coerenza. A tal proposito governi e istituzioni internazionali stanno cercando di sviluppare nuovi metodi per la gestione di questa complessità, in particolare attraverso nuovi meccanismi interdipartimentali e coordinamenti inter-agenzie.[208] Passando, quindi, ad un’analisi delle attuali istituzioni internazionali quali l’Unione Europea, le Nazioni Unite, i governi nazionali, regionali, subregionali, optano, anelano e lavorano per attuare politiche coerenti, effettive, efficaci e coordinate tra loro.

Sulla scia dei dibattiti interni all’Unione Europea,[209] il tema del coordinamento e della coerenza sta diventando uno degli orizzonti più importanti da raggiungere e al più presto possibile. Dal punto di vista della cooperazione UE-ACP,[210] i principi fondamentali che guidano le politiche sono:

v      Eguaglianza tra partner e “ownership” di strategie di sviluppo. Infatti, in linea di principio gli Stati ACP determinano autonomamente lo sviluppo delle proprie società ed economie.

v      Partecipazione. A parte i governi centrali considerati partner principali, il partenariato è aperto ad altri attori (per esempio la società civile in generale, il settore privato, i governi locali).

v      Dialogo e obblighi reciproci. Le parti coinvolte hanno assunto obblighi reciproci tra i quali il rispetto dei diritti umani. Ciò è monitorato attraverso il processo dialogico.

v      Differenziazione e regionalizzazione. Gli accordi di cooperazione variano a seconda dei partner e del proprio livello di sviluppo, i propri bisogni, performance, e strategie di sviluppo a lungo termine.[211]

La domanda a cui cercano di rispondere Macrae e Leader è “cosa rende una politica coerente?” La risposta consiste nel coordinamento delle politiche d’aiuto umanitario con la politica estera. Bisogna, cioè, in questo modo, priorizzare, riconciliare i numerosi e concorrenti obiettivi politici, in un’ottica di riforma istituzionale di responsabilità generalizzata. Coerenza e coordinamento devono essere un modus operandi a livello programmatico e istituzionale, ma devono anche essere promossi a livello delle politiche settoriali, cioè tra aiuti, commercio e politica estera. L’analisi dei due autori si concentra anche sul ruolo della coerenza all’interno del sistema delle Nazioni Unite,[212] sottolineano infatti come l’ONU nello scorso decennio abbia impiegato molte forze nella definizione di una agenda della coerenza, in diversi campi, tra i quali anche quello della sicurezza.[213]

Le riforme nell’ottica del processo del lavoro di integrazione interdipartimentale partite nel 1997 sono però rimaste confinate all’ambito dello scambio delle informazioni e non si sono estese alla completa realizzazione di programmi comuni. Dal punto di vista della politica internazionale, inoltre, quest’ultima sembra essere guidata più da politiche dipartimentali e umanitarie che da una coordinata e coerente politica concertata. L’analisi di Macrae e Leader si conclude con l’amara constatazione che il modello della coerenza promesso agli inizi degli anni novanta dalle grandi istituzioni internazionali, soprattutto nel rinnovo delle politiche di sviluppo e di aiuti soprattutto nei PVS, è rimasta abbastanza disattesa. In realtà secondo quest’analisi, l’aspetto umanitario dell’intervento ha subito profondi cambiamenti e strutturali e concettuali, mentre quello politico meno. Ma l’aspetto positivo è che la convergenza delle politiche di sviluppo e di aiuti umanitari, ha mobilitato le iniziative nell’ottica del coordinamento e della coerenza. Troppo spesso si è fatta un’interpretazione banale, superficiale e confusa della coerenza, considerandola come:

v      la semplice delega delle responsabilità per una analisi e gestione delle politiche dalla sfera diplomatica alla sfera dell’azione umanitaria.

v      In assenza di strumenti effettivi, l’accrescimento degli interessi all’interno dei circoli diplomatici nell’uso d’assetti umanitari come parte di strategie politiche. Tali strategie, non solo compromettono i principi umanitari, ma anche i risultati a livello politico diverrebbero davvero discutibili.

v      L’accrescimento della sovrapposizione e della confusione tra le condizioni tecniche necessarie per un’effettiva responsabilità e accountability dell’azione umanitaria e la condizionalità politica sull’assistenza umanitaria, (ciò anche perché situazioni possono essere percepite in modo diverso secondo la particolare relazione tra il donatore e il beneficiario degli aiuti).

v      Un semplice accrescimento dello scambio di informazioni, ma una mancanza di chiara leadership e sufficiente capacità di trasferire le forti analisi politiche in comuni progetti di sviluppo.[214]

 

 

 

 

 

La questione del rapporto tra interventi umanitari e politiche di sviluppo

La chiave d’interpretazione per la difficoltà di realizzare politiche coerenti ed efficaci e di coordinare le politiche d’aiuti umanitari alle politiche a livello internazionale (vedi l’ONU), è, se vogliamo, la risposta al quesito di Macrae e Leader “cosa rende le politiche coerenti?”: l’errata interpretazione dicotomica e convenzionale del rapporto tra humanitarianism, inteso nel senso di realizzazione d’aiuti ed intervento umanitario, e development, inteso nel senso di politiche di sviluppo.[215] <<La distinzione è ormai vecchia. Ed è inoltre controproducente, infatti, essa implica che dette attività rappresentino diverse professioni con diversi valori. Troppo a lungo l’uso di questi due termini ha dato vita ad una terribile tendenza al dualismo […] che ha generato la pericolosa idea che intervento umanitario e politiche di sviluppo siano radicalmente diversi nei loro obiettivi e scopi morali>>.[216]

L’etica dell’intervento umanitario, e dello humanitarianism in generale, è stata stereotipata come una sorta di “progetto temporaneo e  moralmente miope”, pieno di limiti e creato nell’ottica dell’urgenza, dell’emergenza e di bisogni meramente fisici e che dovrebbe quindi abdicare in favore dello sviluppo, individuato come processo di grande trasformazione e empowerment sociale. Perpetuando questa distinzione tra valori umanitari e di sviluppo, si apriva la questione di paragone, confronto, scelta e quindi giudizio di valore tra i due.

<<Il lavoro umanitario è di breve termine e relativo solo all’emergenza? Il lavoro delle politiche di sviluppo è a lungo termine? Uno è apolitico e l’altro è politico?>>.[217] La risposta che Slim dà è che entrambi riguardano la vita umana, entrambi sono impegni a breve a lungo termine, entrambi sono politici nel senso di essere concepiti in relazione allo sviluppo umano, il valore fondamentale in cui si legano e collegano, humanitarianism e development, è il rispetto della dignità umana  e l’eguaglianza essenziale tra esseri umani. È proprio nei diritti umani che si può dissolvere il controproducente dualismo tra politiche di sviluppo e interventi umanitari, ed è proprio in questo senso che - se gli interventi umanitari e di emergenza e se gli aiuti si basano sul rispetto e sulla promozione dei diritti umani - non possono essere altro che politiche di sviluppo umano.

<<Lo sviluppo dei diritti umani, il cui valore fondamentale è la dignità umana basata su eguaglianza individuale, libertà personale, giustizia economica e sociale, accomuna humanitarianism and development e mostra e dimostra che i fini ultimi e gli scopi primari sono gli stessi. La (ri)scoperta negli anni novanta che humanitarianism e development si basano entrambi sulla promozione e sullo sviluppo dei diritti umani deve sradicare la fuorviante dicotomia tra i due, e mettere a tacere tutti quei dibattiti che sottolineavano la differenza tra aiuti e sviluppo […]>>.[218]

Il discorso sugli aiuti ha subito una profonda evoluzione, a partire dalla collocazione strategica/economica/politica che ha avuto negli anni sessanta e settanta, durante cioè la guerra fredda, passando negli anni ottanta attraverso una forte riconvergenza tra politica e aiuti, considerati utili strumenti per una pacifica risoluzione dei conflitti. In “Un’agenda per la pace” che gli aiuti vengono inquadrati come <<parte di un più comprensiva e strategia multisfaccettata per la riduzione dei conflitti di attraverso strategie politiche, militari, ambientali ed economiche>>.[219] Per questo gli autori parlano di riunificazione tra aiuti e politica negli anni ottanta.

È in quest’ottica che s’introduce il concetto di new humanitarism, una sorta di nuovo paradigma che vorrebbe riconciliare e far convergere temi politici, di sviluppo in conformità a coordinamento, coerenza ed efficacia. In realtà, gli autori propongono questo nuovo paradigma i cui elementi principali sono:[220]

v      Il riconoscimento dei rischi che l’aiuto potrebbe portare sia danni che benefici;

v      Uno spostamento della concezione dell’aiuto umanitario basato sui bisogni ad un aiuto umanitario basato sui diritti;

v      Un senso di humanitarism attivo che guarda a coloro i cui diritti umani e la cui possibilità di capacitazione vengono impedite;

v      Una valutazione adeguata del ruolo degli aiuti umanitari in ambito di risoluzione dei conflitti e di peace building, ciò implica un’applicazione del principio di condizionalità.[221]

A tal riguardo il rapporto Assessing Aid del 1998 della Banca mondiale è di ottimo aiuto sia per quanto riguarda il concetto di selettività dell’aiuto sia  per quanto riguarda il rapporto tra l’efficacia dell’aiuto e la presenza di politiche economiche funzionali e di un ambiente istituzionale favorevole.[222] Un “good policy enviroment” è la conditio sine qua non, il criterio di selezione, per la destinazione di aiuti verso un paese, cioè un ambiente già avviato alle politiche di riforma e di buone istituzioni, in cui la fungibilità dell’aiuto (cioè la probabilità che le sue risorse siano indirettamente utilizzate per altri scopi) è meno probabile. Nonostante ciò afferma comunque che bisogna continuare a prestare aiuti ai paesi con maggiore difficoltà. Come rileva Ianni, <<un rapporto diretto e stretto tra selettività, adattabilità dell’aiuto, come capacità di adeguamento ai diversi contesti è posto alla base dell’efficienza delle prestazioni e della sostenibilità dei processi di sviluppo>>.[223]

Ed è con la ridefinizione del principio di condizionalità, grazie ad Assessing Aid e al new humanitarism che è lanciato nel 1999 il new, new humanitarism,[224] dove il termine accountability ritrova slancio e dove l’uso della condizionalità viene rimpiazzata dal selective engagement, caratterizzato più che altro da condizioni politiche. L’incontro tra l’intervento umanitario e le politiche di sviluppo deve poter trovare, creare il necessario spazio politico. Nel paradigma del new, new humanitarianism il valore dell’effettività ritrova slancio. Questo per due motivi, il primo perchè la distinzione tra le varie condizioni tecniche richieste per la realizzazione effettiva delle politiche di sviluppo non può essere chiaramente e nettamente divisa dalle condizioni politiche; e secondo perché gli attori della cooperazione internazionale che si occupano di aiuti umanitari - ufficiali e non - devono essere chiari nelle definizione degli spazi politici e del tipo di politiche.

In passato la mancanza di chiarezza politica ha, infatti, condotto non solo alla proliferazione di agenzie di aiuti, di sviluppo, e interventi disseminati e scoordinati ma anche al fallimento dello scopo delle politiche umanitarie. Azioni e interventi umanitari sono politiche di sviluppo, il passaggio logico indispensabile è una corretta interazione tra i due attraverso un buon, chiaro e limpido coordinamento di compiti e azioni.[225] La dicotomia tra aiuti e sviluppo è stata anche e soprattutto rafforzata della differenza posta tra diritto internazionale e diritti umani.[226] A tal riguardo si è espresso anche Beck, che dà sicuramente un’impostazione più critica, ritenendo tale rapporto come il quinto dilemma tra i sette che lui analizza.[227] <<Il diritto internazionale che ha la precedenza sui diritti umani, rimasto in vigore durante la prima modernità, cioè, nell’era dello stato nazione, è stato sostituito dal principio cosmopolitico della seconda modernità, per il quale i diritti umani hanno la precedenza sul diritto internazionale>>.[228]

<<Sulla scia del nuovo linguaggio della globalizzazione etica, i diritti di sovranità della modernità postnazionale vengono svuotati di contenuto ed esposti all’intervento della “responsabilità globale”>>.[229] La cooperazione internazionale ha un importante ruolo nello sviluppo di tre dimensioni pratiche dei diritti umani. In primo luogo, i diritti umani tendono ad essere un punto importante nella costruzione e nel consolidamento della consapevolezza, della realtà. In secondo luogo, i diritti umani tendono ad essere una sorta di barometro di valutazione e misurazione delle relazioni sociali e dei rapporti di potere interni ad essa. Ultimo e più importante, è il valore che la lotta per il consolidamento dei diritti umani attribuisce all’affermazione e la tutela degli stessi.[230]

Due ultime riflessioni sono d’obbligo. La prima riguarda l’impatto delle politiche di sviluppo a livello micro e a livello macro, in riferimento al coordinamento tra i due piani d’analisi. La seconda riguarda i possibili scenari futuri della cooperazione internazionale, dovuti all’intreccio tra coordinamento, coerenza e lotta alla povertà. Negli anni ottanta si rileva che i risultati positivi osservabili a livello micro, a livello di singoli progetti di sviluppo, spesso non sembrano coincidere con il quadro di valutazione a livello macro che guarda più che altro alle relazioni tra aiuto e impianto macroeconomico. Alla fine del decennio, l’affermarsi di una visione multidimensionale di sviluppo a livello micro e una valutazione relativa agli aspetti politico istituzionali piuttosto che a quelli esclusivamente economici rendono giustizia ad un quadro di integrazione e coordinamento che guarda con occhio glocale ai cambiamenti, attribuendo priorità di valutazione non più solo ai risultati ma ai processi.[231] La differenza tra gli interventi umanitari e le politiche di sviluppo, azioni d’emergenza e progetti a lungo termine, è cancellata o almeno riconcettualizzata alla luce dello sviluppo umano e del valore dei diritti e delle libertà all’individuo attribuibili.[232]

Per quanto riguarda i possibili scenari della cooperazione internazionale, per Maxwell ed Engel, essi non sono né predicibili, né stabili, né unidirezionali, né tanto meno assicurati.[233] Bisogna, invece, parlare di diversificazione delle prospettive. Tali prospettive, nel dibattito europeo, si basano sul principio denominato CCC (coerenza, coordinamento e complementarietà) e sull’impegno per la lotta alla povertà.[234] Tali principi sono di forte attualità in ambito europeo, ma possono essere estesi, per principio, anche al panorama generale della cooperazione internazionale. I quattro scenari alternativi proposti da Maxwell ed Engel possono essere caratterizzati da:

v      Integrazione, situato in alto a destra, cioè, da un grande spirito di coordinamento e coerenza nella realizzazione di politiche estere e impegno per la riduzione della povertà.

v      Compartimentalizzazione, in basso a destra, dove un grande impegno per la riduzione della povertà è però combinato con un minore livello di coordinamento e di coerenza tra le varie altre politiche, si assiste, infatti, alla proliferazione d’accordi bilaterali ad hoc.

v      Segmentazione o regressione, dove il livello d’integrazione e coordinamento è molto alto ma l’impegno per la riduzione di povertà è basso e sporadico.

v      Individualizzazione o separazione, dove il livello di coerenza, coordinamento e impegno verso strategie di sviluppo per la riduzione della povertà, è basso e la lobby regna insieme alle pressioni geo-politiche-economiche.

Maggiore coerenza

 

 

 

Maggiore attenzione per la povertà

 

 

 

Minore attenzione per la povertà

 

 

Segmentazione o Regressione in diversi accordi globali

 

 

Integrazione in accordi globali supportati dall’Onu

 

 

 

 

 

Individualizzazione o separazione in pressioni di carattere bilaterale

 

 

Minore coerenza

 

 

Compartimentalizzazione in accordi internazionali ad hoc

 

Fonte: Maxwell S., Engel P.,  European Development Cooperation to 2010  (ECDPM Discussion Paper No. 48/ODI Working Paper 219). Maastricht: ECDPM/ODI, 2003 e Grimm S, What scenario for the future?, ODI, OEDI, 2004.

 

La definizione delle agende politiche d’intervento rappresenta, quindi, un importante momento per la promozione dei parametri quali coordinamento, coerenza ed efficacia, dove grazie all’impegno delle politiche di sviluppo umano e di promozione dei diritti umani, la separazione tra politiche di emergenza e di sviluppo, tra humanitarianism and development cade inesorabilmente. <<La relazione tra aiuti umanitari e azione politica è sempre stata ambigua>>,[235] ma sciogliendo quest’ambiguità nella chiara e limpida definizione d’agende politiche concertate, coordinate, coerenti. Se si parla di new humantitarism, new, new multilateralism, se gli scenari di cooperazione si sono moltiplicati, significa che davvero qualcosa è e sta cambiando.

 

La cooperazione allo sviluppo: tra internazionalizzazione economica e multi track diplomacy

 

La cooperazione allo sviluppo nel corso dell’ultimo decennio ha subito dei cambiamenti sostanziali, sia dal punto di vista attoriale che settoriale, intrecciandosi in modo nuovo con l’internazionalizzazione economica e con le modalità d’azione della nascente multi track diplomacy.[236] È bene evidenziare che, nonostante si parli approfonditamente di internazionalizzazione economica, essa rientra in un più ampio processo di ridefinizione che vede economia, politica e politiche di sviluppo distinguersi e al tempo stesso intrecciarsi e sovrapporsi costantemente. Il loro rapporto si è internazionalizzato, transnazionalizzato, acquisendo aspetti inediti. L’interdipendenza e la stretta relazione tra azioni economiche, politiche e sociali non possono essere ignorate. Parlare esclusivamente d’economia, come settore a sé stante, non avrebbe senso.

Susan Strange evidenzia che la cooperazione allo sviluppo e l’internazionalizzazione economica non possono essere comprese o analizzate compiutamente senza considerare il commercio internazionale, così come commercio e management non possono essere compresi appieno senza prestare attenzione alla politica internazionale ed interna e alla cooperazione allo sviluppo.[237] Ed altri autori, a parte lei, sottolineano come la storia della politica e della cooperazione allo sviluppo è collegata a quella dell’economia globale.

Non vi è, quindi, modo d’eludere l’imperativo della multidisciplinarietà per comprendere i cambiamenti e i risultati dell’economia politica internazionale. Bisogna, invece, orientarsi verso un approccio integrato, sia pure con la consapevolezza che i risultati sono destinati ad essere imperfetti. La tesi di base è che nell’attuale contesto di internazionalizzazione economica vanno riconsiderati i quesiti fondamentali su politica e potere. Come già detto in precedenza, i processi di transnazionalizzazione hanno trasformato e indebolito il controllo statale e l’esclusività dell’azione statale in ambito internazionale. <<Gli esperti della politica economica internazionale e delle relazioni internazionali in maniera sempre crescente accettano che un processo di cambiamento strutturale sta trasformando l’economia politica globale, rendendo le concezioni stato-centriche westphaliane del sistema internazionale obsolete>>.[238]

In tal modo la distanza tra le politiche di sviluppo e le politiche di cooperazione allo sviluppo si accorcia e si modifica costantemente. Una diffusione del potere all’interno non solo della cooperazione allo sviluppo, ma anche nell’ambito della politica economica ed estera, trasforma profondamente lo scenario. Le capacità dei mercati e attori non-statali di influire sui processi politici ed economici sono in crescendo. La globalizzazione finanziaria mina la capacità degli Stati di controllare le loro stesse economie o di perseguire strategie autonome, per cui la responsabilità del governo del sistema economico mondiale ricade su diversi attori, governi, istituzioni, comunità.

Su questa diffusione del potere si è interrogato anche, per esempio, Beck che vede in questo periodo storico di internazionalizzazione economica, “la terza ondata” che sta minando la territorialità storica: territorialità e produzione non sono, cioè, più legate assieme.[239] Le nuove possibilità offerte dall’economia aggiungono per lui una frattura qualitativa, rispetto ad un mondo che pensa in termini di dicotomia nazionale/internazionale, e spesso non ancora in termini transnazionali. Secondo lui, infatti, la conseguenza decisiva è che nello spazio interno delle modalità nazionali e locali di fare affari avviene una trasformazione fondamentale delle opzioni e delle situazioni di scelta.

Le decisioni sottostanno all’influenza delle possibilità e delle competizioni globali. Ciò, secondo la sua ottica, comporta un cambio di paradigma della produzione territoriale non orientata più verso un mercato locale o nazionale, ma alle diverse forme di de-territorializzazione di produzione per il mercato mondiale. Il mercato è transnazionale, di conseguenza l’internazionalizzazione dell’economia non si limita più a realizzare flussi di merci e capitali, ma include anche l’internazionalizzazione dei quadri di riferimento delle decisioni politiche. La visione statistica del mondo, basata sulle economie nazionali e sul semplice scambio internazionale tra esse, sta perdendo di significato o comunque sta perdendo la sua validità informativa. Il commercio, da internazionale si sta trasformando in commercio intra-aziendale, nel quale nulla è acquistato o venduto ma i prodotti sono mandati avanti e dietro all’interno di un’azienda che opera a livello transnazionale.[240]

Esiste, però una visione scettica dell’internazionalizzazione dell’economia galoppante che considera la situazione economica attuale come niente di nuovo nonostante sia caratterizzata dallo sviluppo del commercio mondiale, della produzione globale, della mobilità di capitali e delle migrazioni internazionale. La congiuntura storica economica attuale, corrisponde, secondo questo punto di vista, più o meno alla situazione raggiunta prima della prima guerra mondiale, sicuramente con un livello più basso e con l’esclusione di molti più paesi rispetto ad oggi.

Beck sente l’esigenza di distinguere tra internazionalizzazione dell’economia e globalizzazione dell’economia, proprio per evitare confusioni di questo tipo.[241] L’internazionalizzazione dell’economia era, difatti, relativa ai crescenti intrecci economici che si concentravano prima, come ora, sui grandi blocchi economici continentali: Europa, Asia, America. L’internazionalizzazione che travalica i confini ha, quindi, i suoi chiari confini. L’intensificazione degli intrecci economici è in questo caso non globale ma intracontinentale. Mentre la globalizzazione dell’economia, è caratterizzata dall’uscita dai confini e da un’accelerazione costante del processo in questione. In primo luogo, questo significa che i processi economici sono stati e sono deterritorializzati, le distanze geografiche come confini concorrenziali naturali tra luoghi di produzione perdono significato. È inoltre intrecciata all’agire politico. Le condizioni dei mercati globalizzati sono importanti quanto l’enorme accelerazione di tutti i processi di trasformazione politica, economica e sociale.

Anche l’analisi di Strange è focalizzata sul concetto di potere e di politica. In particolare cerca di rispondere alla domanda generica di “chi ottiene cosa”, che deve essere misurato in base all’influenza esercitata sui risultati socio-politici piuttosto che in base al mero possesso di capacità o di controllo delle istituzioni, che oramai, secondo lei, si è spostato dagli Stati al mercato. Nell’ambito del mercato analizza ampiamente il ruolo delle multinazionali, termine che ritiene fuorviante[242] e delle TNC esistenti già da tempo, sottolineando il fatto che il passaggio dagli Stati al mercato ha reso le TNC attori politici e che, nel rapporto tra TNC e mercato, non siano le imprese ad essere diventate multinazionali ma il mercato stesso. Dato che l’economia svolge oggi un importante ruolo politico, Strange si focalizza sul ruolo delle TNC, analizzando quattro ipotesi di ragionamento:

1.      Le TNC hanno finito per svolgere un ruolo significativo nel determinare chi ottiene cosa nel sistema politico mondiale.

2.      Nell’ultimo decennio le TNC sono state più attive degli Stati e di alcune organizzazioni umanitarie nel distribuire ricchezza dai paesi industrializzati a quelli più poveri e in via di sviluppo. Per lei, infatti, investimenti e commercio hanno creato molti nuovi posti di lavoro e hanno contribuito ad elevare standard di vita individuali più dei programmi ufficiali di aiuti. Si sono anche sentite agenti di sviluppo.

3.      Le TNC hanno finito per sottrarre ai governi il ruolo dominante nella risoluzione dei conflitti di interessi.

4.      In ambito fiscale, le imprese hanno eluso sempre più tassazione dei profitti aziendali da parte dei governi.

Per questo Strange ritiene che tre importanti variabili abbiano maggiormente determinato l’internazionalizzazione dell’economia - tecnologia, mercati e politica – e <<non prenderle in considerazione tutte e tre significa soffrire di una seria miopia intellettuale>>. Ma il problema che si pone è: chi si occuperà di sicurezza, disoccupazione, perequazione socio-economica, investimenti, ecc? La risposta è difficile, ma il tempo sarà un elemento essenziale per la ristabilizzazione dell’equilibrio.

Strange, inoltre, sottolinea un problema che lei definisce “di Pinocchio” e che è più direttamente legato all’individuo immerso in questo ampio panorama intrecciato dell’internazionalizzazione economica. La metafora di Pinocchio serve ad esprimere il senso di legame, relazione, appartenenza. Lei ritiene che i fili che tengono legati ognuno di noi allo Stato nazione siano simili ai fili che sostenevano Pinocchio, burattino di forze che non poteva né controllare né influenzare. <<Il suo problema non era più che il suo naso si allungava nel momento in cui diceva bugie. Egli aveva già imparato che le bugie erano un errore. Il suo problema, al momento di trasformarsi magicamente da burattino di legno a ragazzo in carne ed ossa, fu in definitiva la mancanza dei fili che lo avevano guidato. Pinocchio doveva distinguere autonomamente cosa fare, l’autorità di quali soggetti rispettare e quale altra autorità sfidare o ostacolare. […] In un mondo di autorità molteplice e diffusa ognuno di noi condivide il problema di Pinocchio; le nostre coscienze individuali sono la nostra sola e unica guida>>.[243]

A testimonianza dell’intreccio politico-economico nell’ambito della politica e della cooperazione internazionale, il nuovo paradigma della multi track diplomacy, formulato da Diamond e McDonald, cerca di spiegare il processo di definizione dell’intero panorama delle relazioni internazionali del ventunesimo secolo, caratterizzato non più e non tanto da strumenti di carattere tradizionale, ma da altri fortemente interdipendenti ed innovativi, tra cui quello di carattere economico.[244]

Il ruolo della politica, all’interno del processo di internazionalizzazione economica, è quindi determinante e ciò si evince anche dell’approccio della multi track. È da rilevare, infatti, che il terzo track “Business, o Peacemaking attraverso Commercio” e l’ottavo track “Funding, or Peacemaking through Providing Resource”, sono inseriti in un sistema complessivo d’analisi. Il ruolo dell’economia, pertanto, è importante sia in sé sia - e soprattutto - in relazione alla cooperazione e alla politica internazionale. L’analisi interna alla multi track diplomacy, non si fissa solo sul ruolo dell’economia in quanto tale, che persegue quindi l’accumulazione del profitto, ma anche e soprattutto sulla creazione di relazioni e canali nell’ottica della cooperazione. Il processo di internazionalizzazione economica non deve essere dato, pertanto, per scontato in qualità di fattore-collante a livello internazionale, ma deve rispettare delle caratteristiche fondamentali per poter avere un influsso positivo e costruttivo anche a livello politico internazionale:

v      Deve essere positivo e fruttuoso per tutte la parti coinvolte nel processo economico-socio-politico.

v      Non deve rappresentare un elemento, un fenomeno isolato ma parte integrata e integrante di una struttura sociale e politica nella vita internazionale in senso ampio.

v      Deve essere portato avanti con coscienza sociale, ambientale e politica, per essere una forza effettiva di cambiamento positivo sia nel sistema transnazionale sia nel government thinking

v      Bisogna che, già a partire dagli operatori economici, il riconoscimento e la consapevolezza del ruolo dell’economia in quanto strumento di pace sociale diffusa, si radichi e si affermi costantemente.

Per quanto riguarda il campo d’azione, la comunità economica internazionale agisce all’interno della cooperazione attraverso un ampio spettro di organizzazioni. Esse vanno, stante l’analisi di Diamond e McDonald, da corporazioni multinazionali, a singoli imprenditori, piccole compagnie, associazioni commerciali, le cui attività supportano azioni di pace, progetti di educazione, che sfruttano e usano il commercio come strumento di politica e cooperazione internazionale. Di solito la business community è tradizionalmente conservativa, orientata al profitto e alla competizione, ma esiste un sempre più folto gruppo di attori economici coscienti socialmente, orientati allo sviluppo e alla cooperazione. Spesso però, alcuni attori economici transnazionali sono anche incoscienti del loro ruolo di collante, di costruttori di ponti e dialoghi, di coscientizzazione di persone, zone, paesi e settori. La business community ha contribuito allo sviluppo di una realtà cooperativistica anche solo offrendo opportunità di andare a scuola, di ricevere borse di studio, di cogliere opportunità di viaggio, e <<quando reti complesse di cooperazione transnazionale esistono, le politiche governative non possono influire più di tanto, ma solo esserne contagiate>>.[245]

Diamond e McDonald, esprimono chiaramente il rapporto che c’è non solo tra cooperazione internazionale e internazionalizzazione economica, ma anche tra internazionalizzazione economica e pace. Il dialogo, l’utilizzo intelligente delle risorse del commercio per attività pacifiche e di contatto nonché per la costruzione di un senso diffuso di democratizzazione sono strumenti di cui l’economia va sempre più appropriandosi. La business community può avere un importante ruolo, anche e soprattutto nell’instaurazione di un peaceful link tra le persone. Infatti, il track relativo all’economia, come tutti gli altri track, è chiamato ad indirizzare i suoi processi interni, così come le sue attività esterne, verso la comunità tutta. Deve cioè dotarsi di una responsabilità morale. Le sfide del ventunesimo secolo richiedono alla business community di rivedere assunti e procedure d’azione. Bisogna creare, secondo il punto di vista dei due autori, nuove forme ibride e metodi profondamente innovativi per il raggiungimento di partenariati economici e politici.

Flessibilità, creatività e cooperazione devono essere i nuovi i motori della internazionalizzazione economica a lungo termine. Quest’ultima sta diventando un importante e critico fattore nel panorama della cooperazione internazionale. C’è, però, un bisogno diffuso di incrementare la coscienza e la consapevolezza all’interno stesso della comunità economica circa il critico ruolo che essa può giocare nel campo della politica e della cooperazione allo sviluppo e alla pace. Il tutto influenza, infatti, la vita delle singole persone attraverso informazioni economiche, sociali e politiche. Per Diamond e McDonald l’internazionalizzazione economica può aprire le porte alla cooperazione tra pubblico e privato, tra economico e sociale, tra commerciale e politico, per creare un mutuo rispetto generalizzato e un’integrazione profonda.

Ovviamente bisogna anche analizzare i lati negativi, “gli oppositori della globalizzazione economica”, e “its discontents”.[246] La business community può anche instaurare rapporti di dipendenza e subordinazione che possono sfociare in vero e proprio sfruttamento, ma il paradigma dello sviluppo umano ha dimostrato che gli investimenti sul capitale umano sono i più importanti a lungo termine.

Beck sottolinea il ruolo che l’internazionalizzazione economica ha assunto nell’ambito della cooperazione internazionale; parla infatti di “potere transnazionale di ritiro”. L’internazionalizzazione economica è una narrazione sul potere, come affermato anche da Strange. Cioè mercati finanziari, flussi di capitali e investimenti sono solo strumenti attraverso cui agisce il rapporto tra potere economico e potere politico. Il potere economico si basa esattamente sull’opposto di ciò da cui deriva il potere politico territoriale, che agiva attraverso la conquista e l’occupazione territoriale. <<Il potere dello Stato non è messo in pericolo dalla conquista, […] dall’imperialismo, bensì dal non–imperialismo, non dall’invasione, bensì dalla ritirata degli investitori, […] dalla non conquista. Gli Stati dell’economia dell’offerta non desiderano altro che l’invasione da parte degli investitori; non temono altro che la loro ritirata>>.[247] La cosa peggiore insita in questo paradosso è che <<il potere di ritiro non richiede approvazione né può essere sanzionato>> ed è forse proprio questo il nuovo paradosso di Pinocchio, cosa che all’interno dell’equilibrio e dell’armonia della cooperazione allo sviluppo può creare problemi di sbandamento e di perdita di punti di riferimento.

L’aspetto rilevante di quest’analisi è che il potere politico non è più solo potere di conquista. Assume ed ingloba tutti quegli aspetti relativi allo sviluppo umano, alla pace sociale e alla cooperazione internazionale e all’internazionalizzazione economica, che cercano e instaurano rapporti di partenariato e di collaborazione, trasversale e non, ufficiale e non, politici ed economici, insieme. Il rapporto tra cooperazione allo sviluppo e internazionalizzazione economica non solo è stato dibattuto da parte degli esperti, ma anche all’interno dei grandi forum politici ed economici internazionali, pertanto si ritiene indispensabile realizzare una panoramica internazionale.

A partire soprattutto dal Vertice di Copenaghen del marzo del 1995, si conferma la centralità della nuova visione di co-sviluppo.[248] Tale Conferenza riflette sul valore dell’interdipendenza economica, sulla globalità, sulla processualità e pluralità dei soggetti dello sviluppo e quindi sulla multidimensionalità dell’azione.[249] Si è evidenziato in tale sede che le politiche di sviluppo sociali ed economiche a loro volta si intrecciano strettamente con le politiche di cooperazione allo sviluppo.[250] Per questa ragione, la cooperazione non può più essere rilegata ad uno degli ambiti della politica estera ma, grazie alla visione di co-sviluppo, diventa protagonista anche della politica interna e internazionale.[251]

Anche l’UNCTAD, ad esempio, ha evidenziato durante la 9° Conferenza svoltasi a Midrand in Sud America, il ruolo fondamentale che svolge la cooperazione allo sviluppo. A Midrand è stato stretto un partenariato tra l’UNCTAD e parte della società civile per realizzare un lavoro di stretta collaborazione tra gli attori della cooperazione allo sviluppo e quelli economici.[252] In sintesi, la visione dell’UNCTAD riguarda il nuovo ruolo che la cooperazione allo sviluppo deve svolgere in diversi ambiti, sia quello economico tradizionale, che quello più innovativo, come il settore degli investimenti.

Bisogna aggiungere a ciò il valore della cooperazione multilaterale, secondo Page consistente soprattutto anche nei negoziati economici. Fin quando le trattative erano di carattere bilaterale, esse erano regolate da rapporti di potere e concessioni via via unilaterali. Oggi esse si sono sviluppate e trasformate, includendo aeree geopolitiche prima escluse, come i PVS. Secondo una visione più pessimistica, anche nell’ambito dei negoziati multilaterali i risultati dipendono solo dalla bilancia del potere politico-economico. Ma stante le ultime ricerche in materia, i PVS stanno giocando un ruolo centrale nei forum internazionali, mettendo in gioco tutte le loro risorse. Dall’Uruguay Round (1986-1994), il coinvolgimento e la cooperazione tra e con i PVS nell’ambito dell’internazionalizzazione economica si è approfondita molto. A Seattle e a Doha, non solo molti argomenti interessanti per i PVS sono stati analizzati (quali sussidi all’esportazione, settore agricolo, diritti di proprietà sui brevetti) ma sono stati inseriti nell’agenda anche nuovi argomenti, quali investimenti, importanza delle strutture per il commercio e loro ruolo ai fini dello sviluppo umano. A Doha, con la creazione di un working group sulle relazioni intercorrenti tra commercio, debito e finanza, si affermò che i PVS sono un attore indispensabile all’interno di ogni contrattazione, concetto riaffermato a Monterrey nel 2002.

Ma bisogna anche guardare l’altra faccia della medaglia analizzata in modo molto analitico e critico da Joseph Stiglitz, per cui le istituzioni globali hanno fatto tante promesse che però non sono state mantenute. E non solo. Istituzioni come FMI e BM hanno provocato in alcuni casi più danni che benefici e il progresso dei PVS non ne ha tratto vantaggi. Stiglitz ritiene che, per quanto riguarda i diritti di proprietà intellettuale <<[…] migliaia di persone, di fatto, sarebbero state costrette a morte perché né governi né singoli individui nei paesi in via di sviluppo potevano più permettersi di acquistare i farmaci ai prezzi richiesti>>.[253] Per lui l’internazionalizzazione economica non è né buona né cattiva, dipende dal “governo”, dalla politica della stessa.[254] Il suo punto di vista rileva che l’internazionalizzazione economica si politicizza e si impregna di quello che è il nuovo paradigma dello sviluppo umano. Stiglitz è molto critico e scettico ma anche molto speranzoso “verso una globalizzazione dal volto umano”, che tenta con i suoi strumenti, politici ed economici, di attuarla.

 

Il panorama economico internazionale, non solo, si fa intangibile, transnazionale, multidimensionale, pluriattoriale e s’intreccia con il concetto di cooperazione internazionale, ma anche il fronte della cooperazione interstatale e multilaterale si pluralizza, si diversifica e guarda all’economia né come un settore separato né come l’unica motivazione dell’agire internazionale, ma come uno dei tanti track attraverso cui si può cooperare.

 

 

Capitolo 3

La cooperazione decentrata, una risposta alle domande

di cambiamento?

 

La cooperazione decentrata: una risposta alle sfide della cooperazione internazionale

Di fronte alle sfide della cooperazione internazionale, al moltiplicarsi di forme di conflitto, alla complessificazione del panorama internazionale, alle contraddizioni dell’internazionalizzazione economica ma a fronte dell’emergenza e della rinascita di inedite forme di partecipazione, del connubio tra organizzazioni globali e locali, del nuovo ruolo assunto dalle Autonomie locali, dell’intreccio tra diversi track e modalità di intervento organici ed interconnessi, indicati con il termine di “Sistem Approach”[255], si cercano di individuare risposte alternative, e una di queste proviene dalla cooperazione decentrata.

Tali fenomeni secondo Hocking descrivono <<il riconoscimento della relazione tra le forze coerenti e frammentarie, le quali costituiscono una “dialettica locale-globale”, dove gli enti locali danno forza alle strutture globali, le quali, a loro volta, inseriscono gli eventi locali in un “continuum interattivo”. […]. Il locale non è l’antitesi del globale, ma è esso stesso una dimensione del processo di globalizzazione così come gruppi o individui cercano di sfruttare i legami tra le arene politiche e usare le regioni e le località come rotta d’influenza>>.[256]

Nuovi approcci all’interno della cooperazione internazionale cercano di rispondere alle sfide del cambiamento. Tra questi spicca quello della cooperazione decentrata allo sviluppo, nata dall’incontro tra il rinnovato stimolo alla partecipazione e il paradigma dello sviluppo locale. La cooperazione decentrata rappresenta non solo una risposta alternativa alle abituali forme di cooperazione internazionale, ma anche una forma d’espressione pluralizzata della politica estera. La cooperazione decentrata, pertanto, si colloca aldilà delle distinzioni:

v      Tra governativo e non governativo[257], che in passato ha rappresentato motivo d’attrito e ha scatenato antagonismo tra politiche e progetti;

v      Tra pubblico e privato, tra il mondo della solidarietà e quello dell’imprenditoria, tra amministrazioni locali e il mondo del no profit;

v      Tra governi centrali e locali, dove la concorrenza per le competenze ha creato attriti[258];

v      Tra orizzontale e verticale, le relazioni tra attori di uno stesso livello amministrativo si intrecciano con quelle di diversi livelli;

v      Tra locale, nazionale, internazionale, il radicamento nel locale è accompagnato dalla ricerca di un collegamento alle politiche nazionali e a quelle internazionali;

Tale approccio mira all’interazione di una molteplicità di soggetti istituzionali, sociali ed economici e tende a valorizzare, e non ad annullare, le diversità, sulla base di un rapporto di partnership complesso, radicato nel territorio e costruito intorno all’asse nord-sud. De Rita e Bonomi, evidenziano che il paradigma dello sviluppo locale, affermatosi pian piano nel corso degli anni ottanta, ha portato alla ribalta il ruolo della comunità locale, della centralità del livello intermedio di azione, della valorizzazione delle specificità locali e delle appartenenze, della poliarchia, del primato del territorio. <<La politica non può chiudersi nelle sue dinamiche interne, deve saper dar senso logico e sintassi al policentrismo dei soggetti, dei processi e dei poteri>>.[259] Il desiderio di ampliamento dello spazio pubblico ben oltre lo spazio statale, insieme alla condivisione e la moltiplicazione dei fini e delle responsabilità sociali, riescono ad evitare, secondo gli studiosi in questione, sussidiarietà e paternalismo, andando invece incontro a dinamiche globali infinite. Ciò permette, secondo Claudio Donerà:[260]

v      La crescente proiezione internazionale dei sistemi locali, sia a livello politico che economico, dove “gli investimenti sulla conoscenza” sono da perseguire a tutti i livelli della catena del valore sociale.

v      Un proficuo rapporto tra le specificità locali e le reti transnazionali. Solo se la valorizzazione delle risorse distintive del locale diventa la condizione per sostenere la presenza nella dimensione transnazionale, il rapporto succitato potrà essere considerato efficace. Ovviamente il rapporto non è di carattere esportativo, ma trasformativo e integrativo.

v      La cooperazione tra imprese e agenzie locali, in modo da massimizzare lo scambio d’informazioni, conoscenza, valori e ciò permette anche di trasformare la diversità locale in valore economico.

v      Una rivalutazione del concetto di scelta, ciò significa che l’appartenenza territoriale diventa oggetto di consapevoli attenzioni e strategie su come rafforzarla, qualificarla e non darla più per scontata. Con la dimensione della scelta si allarga anche la dimensione relazionale – cognitiva.

v      Uno sviluppo del sistema di protezione sociale, che, nel frattempo, diventa anche motivo di sviluppo d’iniziative locali.

In definitiva, secondo Donegà, il dinamismo delle società locali si nutre d’iniziative che tendono a ricostituire un ambiente a partire dalle peculiarità e dalla ricchezza d’ogni territorio. Queste combinano dimensioni sociali, economiche, con la preoccupazione della crescita della coesione della sfera pubblica con quella privata, le tecnologie di comunicazione sofisticate con i saperi contestuali. La loro ricchezza risiede esattamente in questa misura che si adatta in ogni paese a dinamiche e formule diverse. Ma la rilevanza di questo approccio di rivalutazione/ trasformazione del locale sta nella ricerca di complementarietà, di forme di cooperazione che non si esauriscono sul territorio, ma che si traslano su un piano sovra, intra, translocale e sopranazionale. Ed è proprio in questa circostanza di rivalutazione del locale che la visione dell’approccio della cooperazione decentrata si insinua, perché i suoi sforzi sono tesi:

v      a legare le politiche di sviluppo al territorio, garantendo la sostenibilità attraverso processi di sussidiarietà;

v      ad attivare processi e politiche di sviluppo ancorate al territorio, rafforzando il ruolo della società civile, grazie ad attori afferenti alla sfera economica, istituzionale, sociale, locale, nazionale e internazionale;

v      a rafforzare le forme, le modalità e i tempi di intervento della dimensione partecipativa, sostenendo processi di pacificazione e democratizzazione in diverse aree geopolitiche, attraverso modalità flessibili, meno conflittuali tra governi centrali, e locali, tra attori territorialmente e internazionalmente collegati da tematiche di sviluppo umano.[261]

È proprio da questa piattaforma di lancio, anche e soprattutto nell’ottica del co-sviluppo del rapporto nord-sud, che nasce la logica della cooperazione decentrata. Secondo il documento del 2000 del MAE-DGCS “La cooperazione decentrata allo sviluppo, Linee di indirizzo e modalità attuative” è, infatti, riconosciuta in ambito internazionale, con particolare riferimento alle strategie di lotta alla povertà, la rilevanza acquisita dalla cooperazione allo sviluppo attuata sotto forma di partenariato tra amministrazioni locali e società civile organizzata del Nord e del Sud del mondo.[262] La riflessione sulla cooperazione decentrata affonda le sue radici negli anni ottanta,[263] ma è solo nel 1990 che si afferma incontrastato il suo potenziale implicito, il che è testimoniato dal fatto che a livello internazionale ci sono stati una serie di inputs che hanno segnato la trasformazione e poi l’affermazione della cooperazione decentrata:[264]

a) Nel 1992 era sottolineato il ruolo dei governi locali all’interno di processi di sviluppo sostenibile,[265] ciò in sede della conferenza di Rio (Agenda XXI).

b) Sempre nel 1992, durante la conferenza di Berlino, è stata stilata la carta relativa alle attività di cooperazione allo sviluppo delle autonomie locali e della società civile.

c) Nel 1993, a seguito del “Congress of Local and Regional Authoties” promosso dal Consiglio d’Europa, veniva stilata la European Urban Charter, che affrontava il tema della collaborazione tra città per uno sviluppo sostenibile dentro e fuori il territorio europeo.

d) Nel 1995, con la Dichiarazione della Conferenza di Barcellona, si sanciva il principio di partenariato e di collaborazione tra istituzioni regionali e locali con la società civile tra nord e sud. Inoltre con la Valencia Charter si sancivano nuove forme di cooperazione tra realtà locali europee ed extraeuropee.

e) Sempre nel 1995 l’OCSE-DAC affrontava, nel documento “Participatory Development and Good Governance”, l’argomento della partecipazione degli attori locali quale fattore fondamentale nei processi di sviluppo.

f) Nel 1996 la Commissione Europea nel documento “Comunicazione sulla cooperazione decentrata” sanciva, insieme con un documento del giugno dello stesso anno, il ruolo primario delle autorità locali e della società civile. Principio poi ampiamente ripreso da “Habitat Agenda” della II Conferenza delle Nazioni Unite sugli insediamenti umani ad Istanbul.

g) Nel 1997 nella Dichiarazione finale del 33° Congresso mondiale dell’Unione delle Autorità locali a Mauritius, sanciva gli stessi principi.

h) Nel 1998 la Banca Mondiale avviava una serie d’incontri in cui veniva ripetutamente sancito il valore del decentramento nel processo di sviluppo.

i) Nel 1999 si sono svolti vari incontri per l’approfondimento della “World Charter of Local Government”.

Tutti questi incontri internazionali costituiscono un contributo programmatico e contenutistico per definizione della cooperazione decentrata.

Ma cos’è la cooperazione decentrata? Come può essere definito questo approccio? Il citato documento del MAE-DGCS si riferisce ad essa come a quell’azione di cooperazione <<svolta dalle autonomie locali italiane, singolarmente o in consorzio tra loro, anche con il concorso delle espressioni della società civile organizzata del territorio di relativa competenza amministrativa, attuata in rapporto di partenariato prioritariamente con omologhe istituzioni dei PVS favorendo la partecipazione attiva delle diverse componenti rappresentative della società civile dei paesi partner nel processo decisionale finalizzato allo sviluppo sostenibile del loro territorio>>.

Ed è proprio nell’ultimo decennio, come evidenzia il MAE, che si è radicata la consapevolezza del ruolo che le Autorità locali hanno, non solo nella gestione di buon governo della propria realtà locale e del proprio territorio dando al termine “accountability” e “ownership” il valore che ad essi spetta, ma anche nell’instaurazione di processi di cooperazione tra soggetti territoriali a livello internazionale. Secondo la visione del documento ”La cooperazione decentrata nei programmi di sviluppo umano”, stilato nel 1999 dall’UNOPS Roma, OMS-ECEH Roma, MAE – DGCS, OICS, ANCI e altri è compito ed interesse degli Enti locali inserirsi in quest’ottica di richiesta e domanda di partecipazione ed essere quindi punto di riferimento per gli attori sociali ed economici del proprio territorio e di altri a livello extranazionale. La cooperazione decentrata, è definita, infatti, come <<il collegamento tra le comunità locali organizzate dei Paesi in via di sviluppo o in transizione e dei paesi industrializzati, nell’ambito di accordi di cooperazione bilaterali o multilaterali (programmi-quadro). Quando ha lo scopo di promuovere lo sviluppo locale integrato e l’attuazione dei principi e dei metodi della Carta di Copenaghen, si chiama cooperazione decentrata allo sviluppo umano>>.[266]

Un aspetto importante messo in evidenza in tale documento è che con il termine “cooperazione decentrata” s’indica un approccio che è assolutamente in via di definizione e su cui è ancora aperto un dibattito. È però proprio questo uno dei suoi maggiori pregi, cioè, il lasciare aperti innovativi sentieri da percorrere nel campo della solidarietà e della cooperazione allo sviluppo. Secondo questa visione però la definizione di cooperazione decentrata dovrebbe essere riservata a <<nuove modalità di partenariato territoriale, imperniate su accordi-quadro tra territori che cooperano, coinvolgendo in un impegno organico e prolungato tutti gli attori delle rispettive comunità locali, e di partenariato tematico, basate sulla creazione di reti tra soggetti del nord e del sud accomunati dall’interesse per una stessa problematica>>.[267]

Ovviamente all’interno di questa definizione si sono inseriti altri contenuti quali l’emergenza, la solidarietà, lo scambio di interessi reciproci, ma anche diverse modalità che vanno dalla rete, al gemellaggio, al rapporto bilaterale, al coinvolgimento multiplo di Enti locali, Regioni, Stati nazionali, organizzazioni internazionali. A tal proposito, questo documento evidenzia quelli che sono gli attori della cooperazione decentrata e rileva che ognuno di loro ha un ruolo preciso e lo svolge in collegamento sia con gli interlocutori locali che nazionali e internazionali.

v      Particolari richieste sulla base dei principi dello sviluppo umano e locale provengono dai governi nazionali.

v      I governi dei paesi donatori d’accordo con quelli interessatati contribuiscono all’instaurazione di un ambiente favorevole alla realizzazione di piani di cooperazione decentrata.

v      Le Organizzazioni delle Nazioni Unite, d’intesa con i governi interessati, contribuiscono alla creazione di uno spazio istituzionale e di sicurezza per la realizzazione di politiche decentrate allo sviluppo umano.

v      Gli Enti locali e le Regioni interessate sono i veri partner politici dei Governi, mettendo a disposizione le risorse locali disponibili e di propria competenza, assicurando il coordinamento delle realtà locali, cofinanziando le attività di cooperazione decentrata.

v      La società civile, sulla base della propria appartenenza territoriale, regionale, comunale, provinciale, cantonale e via dicendo, organizza il principale soggetto operativo della cooperazione decentrata, cioè, Comitati, Tavoli, o gruppi di lavoro locali.

v      Le ONG di cooperazione internazionale già presenti localmente partecipano alla pianificazione degli interventi, mettendo a disposizione la loro esperienza e la loro capacità organizzativa e gestionale, realizzano e costituiscono gruppi di lavoro locali, Comitati o Forum.

v      Le ONG locali partecipano sia alla pianificazione e alla realizzazione degli interventi operativi che alle discussioni e alle decisioni prese nei tavoli di lavoro.

Invece, volendo far riferimento al documento del Consiglio dei Ministri d'Europa del 1996, dal titolo “Implementation of decentralized cooperation Council Conclusion”, gli attori della cooperazione allo sviluppo lì identificati sono: i gruppi rurali, le cooperative, le ONG, le Autorità locali, i gruppi di industriali, di professionisti e di commercianti, le istituzioni dedite all’istruzione, le associazioni di lavoratori, le associazioni per la difesa dei diritti umani e ogni altro tipo di associazione capace di contribuire allo sviluppo del suo Paese.

A tal proposito Ianni sottolinea che <<La logica che la contraddistingue […] è fondamentalmente pluriattoriale e si richiama a quei principi di partecipazione empowerment, partenariato, ownership, cosviluppo, posti dalla comunità internazionale alla base della nuova visione dello sviluppo umano>>.[268] Sempre per quanto riguarda gli attori, un importante documento della Commissione Europea, evidenzia che gli attori della cooperazione decentrata sono: le Autonomie locali, o comunque gli enti con un livello di autonomia adeguato, associazioni locali e gruppi, entità che servono la comunità, come i medici, entità di promozione dello sviluppo, quali ONG, istituti di ricerca, networks ed entità federative, come sindacati, associazioni per la tutela dei diritti umani, settori privati di carattere informale. Questi attori non costituiscono realtà a se stanti, ma sono legate da principi di collaborazione e sussidiarietà.[269]

Per quanto riguarda, invece le modalità di intervento della cooperazione decentrata, esse sono variabili secondo gli enti che la promuovono. A tal proposito, è rilevante inquadrare in questa ottica l’importanza attribuita nell’ambito della cooperazione delle Nazioni Unite alla concertazione e coordinamento tra i diversi attori a livello micro, intermedio e macro. La cooperazione decentrata opera, infatti, anche attraverso programmi di sviluppo umano a livello locale, i PDHL[270] (sulla base della sigla spagnola, portoghese o francese), e sono il maggiore incontro tra organizzazioni internazionali (UNOPS, PNUD, ILO, OMS) e luogo di coordinamento e organizzazione.

Le metodologie d’azione, che non rappresentano modalità di intervento applicabili indistintamente e dall’alto, presentano le seguenti caratteristiche fondamentali:

v      Locale, cioè, relative ad aree circoscritte e circostanziate, corrispondenti al decentramento politico-amministrativo della zona o Paese in questione. Le zone in cui si interviene devono essere di dimensioni medie ed intermedie, piccole al tal punto di gestire efficacemente il lavoro ma grandi da permettere un brain storming ideale di risorse, come regioni, dipartimenti, ecc.

v      Integrata, cioè realizzata in maniera consociata su diversi aspetti della cooperazione internazionale, quali diritti umani, sviluppo sostenibile, salute ecc.

v      Decentrata, cioè basata su meccanismi di decentramento e delle informazioni, dei processi decisionali, delle attività e dei finanziamenti.

v      Collegata, cioè, realizzata a livello locale ma anche a livello nazionale, permettendo in tal modo un appoggio reale alle politiche di sviluppo locale, internazionale, per far in modo di mettere in contatto sul serio le realtà locali con quelle globali;

v      Partecipata, in modo da consentire a tutti gli interessati di prendere parte, non solo alla realizzazione delle iniziative ma anche al processo decisionale;

v      Ecosostenibile, cioè promuovendo azioni durevoli nel tempo, utilizzando le risorse valorizzandole senza distruggerle o precludendo l’utilizzo almeno pari alle altre generazioni future;

o        Duratura, cioè, promuove azioni, non solo in grado di autoriprodursi nel tempo, ma che sul piano economico-organizzativo potrebbero avere un follow up.

o        Qualitativa, e questa è quella più diretta allo sviluppo umano, cioè, realizza iniziative in grado non solo di migliorare le condizioni economiche ma anche le relazioni umane, innalzando il livello di soddisfazione dei bisogni di salute educazione, salute e rispetto dei diritti umani.

Nel descrivere le possibili modalità di attuazione della cooperazione decentrata il Rapporto della Commissione delle Comunità Europee al Consiglio del 1996 utilizza un’altra griglia d’analisi:

v      “integratrice”, che opera orizzontalmente e a livello di reti, inglobando “collettività locali, attori economici, ambienti accademici”;

v      “a vocazione partecipativa”, che focalizza la sua attenzione sulla partecipazione della società civile;

v      “a vocazione sostitutiva”, che si occupa di fare da tramite per mezzo degli attori decentrati, quando modalità di sostegno economico ufficiale sono sospese;[271]

Altre metodologie (quali quelli individuate da Ianni: territoriale, orizzontale e di sostegno)  e modelli (Stocchiero) verranno analizzati nel capitolo successivo, dedicato allo specifico del caso italiano.

Proprio perché la cooperazione decentrata è orientata al pluralismo e all’innovazione, le modalità d’azione sono molteplici, anzi è proprio grazie a queste che essa si arricchisce e si pluralizza. La modalità flessibile, adattabile, ha pertanto contribuito ad attribuire al concetto di partenariato un ruolo preponderante e a ridurre la distinzione tra interventi micro e macro, dando maggiore forza al concetto di rete, dialogo e concertazione, attivando processi di decentramento partecipato, dove Tavoli, forum, consorzi, conferenze sono ottimi strumenti. Le domande poste dal paradigma dello sviluppo locale e le grandi sfide della cooperazione internazionale hanno trovato risposta, anche se non l’unica, nella cooperazione decentrata, dove <<il governo locale può assumere un ruolo di primo piano nel facilitare processi atti a promuovere la fiducia all’interno e tra le comunità, processi nella forma di un pluralismo amministrativo (managed pluralism)[…]>>.[272]

 

 

Continuità e rotture con la cooperazione governativa e non governativa

La cooperazione decentrata nasce e si afferma per le sue caratteristiche innovative rispetto agli approcci classici della cooperazione internazionale attuata dagli Stati nazione e quella non governativa attuata dalle ONG, locali e di cooperazione internazionale.[273]

L’approccio decentrato, come delineato in precedenza, è ormai riconosciuto in ambito internazionale, nel quadro delle strategie più idonee di lotta della povertà, per la rilevanza acquisita dall’azione di cooperazione allo sviluppo attuata in forma di partenariato fra soggetti omologhi delle realtà e amministrazioni locali e della società civile organizzata dei paesi, sia del Nord e che del Sud del mondo. Si è dunque sviluppata e consolidata a livello internazionale, soprattutto nel corso dell’attuale decennio, la consapevolezza dell’importanza del ruolo giocato dalle realtà subnazionali e dagli Enti locali nei processi di valorizzazione, di governance del proprio territorio e del valore dell’apporto d’esperienze di omologhe realtà locali.

Tale consapevolezza è stata favorita dalla diffusione della globalizzazione che ha evidenziato tanto le dirette relazioni esistenti tra fenomeni internazionali e situazioni locali, quanto la progressiva perdita di capacità di governo degli Stati nazionali. La peculiarità della cooperazione attuata dalle Autonomie locali, volta a promuovere l’incontro fra comunità locali e PVS e a coinvolgere le diverse componenti della società civile per un confronto e per la soluzione dei problemi dello sviluppo individuati di comune accordo, consente di riconoscere in essa uno degli approcci più idonei per la crescita dei principi democratici.

L’approccio governativo classico non può essere però qui né sottovalutato né dimenticato. L’apporto degli aiuti internazionali nel corso degli ultimi decenni è migliorato dal punto di vista qualitativo. Van Rooy evidenzia come pratiche e priorità per tutto il settore dell’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) si siano trasformate in positivo.[274] I punti chiave riguardano il fatto che l’aiuto legato (tied aid) nel corso degli ultimi vent’anni è diminuito sia nell’ammontare quantitativo che nel tipo di aiuto legato. L’APS guarda a nuovi standard di valutazione dei donatori bilaterali e multilaterali, all’impatto potenziale dei progetti sullo sviluppo e all’analisi di genere. La cooperazione governativa per decenni ha rappresentato un’importante e spesso unica forma di cooperazione, ma spesso gli Stati nazione, agendo sotto l’egida della politica del potere e delle relazioni geopolitiche, hanno operato per motivi di carattere economico-politico-sociale nell’ottica delle negoziazioni internazionali, degli accordi, della mediazione e dell’intervento nelle crisi. Restando pertanto, comunque, legati ad interessi nazionali, hanno spesso finito per scegliere una delle parti in conflitto.[275]

Il mondo della cooperazione governativa, caratterizzata da aspetti politici e burocratici, spesso ha avuto il limite di non riuscire a mirare e a conoscere precisamente le realtà locali, ma si è spesso orientata alla “real politik” e sulle tematiche più legate alla sicurezza internazionale. Caratterizzata da rigidità, esclusività, elitarismo e potenziale abuso di potere, spesso non è stata in grado di instaurare processi di accountability. Puntando più alla ricerca di soluzioni su questioni internazionali, con strumenti quali, accordi politici ed economici, ha spesso tralasciato l’aspetto processuale e durevole, necessario per la costruzione di processi di pace e di sviluppo sostenibile ed umano.

Questa consapevolezza oggi si è diffusa e radicata in molti Paesi, all’interno delle organizzazioni regionali ed anche all’interno delle Nazioni Unite.[276] Il mondo della cooperazione governativa è, però, caratterizzato da alcuni vantaggi, quali la possibilità di poter esercitare, all’interno di situazioni conflittuali, un’importante pressione per la conciliazione, la possibilità d’accesso e partecipazione diretta al processo politico degli accordi e negoziazioni; il collegamento a politiche non governative, per garantire un’effettiva implementazione degli accordi e fungere, quindi da supervisore e controllore degli impegni presi dalle parti in causa. Spesso, però, gli Stati sono formati ed informati da una logica Stato-centrica della politica del potere e perdono di vista gli obiettivi chiave della cooperazione internazionale a cui, però, la cooperazione decentrata ha mirato dritto, quali fattibilità, rilevanza e praticità.

I limiti che essa ha cercato di superare e che spesso caratterizzavano le politiche governative sono:[277]

v      il centralismo, fenomeno caratterizzato dalla presa di decisioni in modo centrale nonostante fossero indirizzata ad aree diverse da quella geostrategicamente dominante;

v      il verticismo, caratterizzato dalla logica top down, cioè dal rapporto verticale  e rigido nella relazione con enti e comunità substatali o comunque inserite in una gerarchia di livello inferiore;

v      il decisionismo, caratterizzato dalla presa di decisioni in maniera autoritaria e unilaterale nonostante esse potessero riguardare un ampia gamma di attori coinvolti in maniera diretta e indiretta;

v      il settorialismo, caratterizzato dalla compartimentalizzazione di temi, teorie, pratiche e studi che ha causato non solo poco coordinamento, dispendio di risorse, e ripetizioni di progetti, ma ha anche creato, come spesso ha evidenziato Chambers, distorsioni nella preparazione degli esperti;

v      l’assistenzialismo, caratterizzato da visione pietistica che sostiene e rafforza la subordinazione, la soggezione, l’assuefazione e l’inoperosità e la passività degli oggetti della cooperazione.[278]

La cooperazione decentrata, con i suoi limiti a livello di risorse e di esperienza, si è ripromessa di superare tali limiti rispondendo con approcci caratterizzati dal:

v      decentramento nella partecipazione al processo decisionale, con incidenza e rilevanza locale verso le politiche centrali;

v      processo bottom up costruito attraverso la discussione, il dibattito e il confronto, attuando allo stesso tempo processi di informazione decisionale;

v      diffusionismo e concertazione delle decisioni, coinvolgendo tutti attraverso processi di ascolto, comprensione e azione;

v      integrazione e interazione tra settori e attori della cooperazione allo sviluppo per generare ciò di cui si è parlato in precedenza, cioè coordinamento, coerenza ed efficacia;

v      ownership e accountability, attraverso processi di appropriazione di politiche di sviluppo, azioni concertate e coordinate tra tutti i soggetti attivi, partecipi e coinvolti nel processo di trasformazione della realtà locale.[279]

L’abilità delle Autonomie locali di rapportarsi in forma diretta con le tematiche delle realtà locali dei PVS, apportando anche il "know-how" di tutte le entità economiche, sociali, culturali e scientifiche del proprio territorio, costituisce dunque un elemento caratterizzante per la cooperazione decentrata, a differenza di quella centrale, che è per sua natura intergovernativa è quindi caratterizzata da una serie di obbligazioni normative e procedurali e meno idonea all’instaurazione di tale rapporto.

La cooperazione decentrata, però, ha tratto dalla cooperazione governativa, non solo gli spunti per la revisione di limiti insiti in tale approccio, ma è stata in grado di instaurare rapporti di forte collaborazione con essa. La sua abilità nel convogliare azioni di cooperazione allo sviluppo qualificate verso, con e su presenze sociali, culturali, scientifiche, economiche e finanziarie del proprio territorio è, infatti, confermata dalle esperienze già maturate in tal senso. Gli Enti locali sono diventati uno tra i partner preferenziali della cooperazione governativa, soprattutto all’interno di politiche anche economiche, volte a promuovere, attraverso l’instaurazione di partenariati per lo sviluppo con le realtà locali del paese beneficiario, sia la creazione di ambienti favorevoli alla crescita di forme associative e cooperative di micro, piccole e medie imprese; sia la promozione di sistemi creditizi equi e sostenibili; sia alla creazione di centri di formazione professionale e specialistica.

La cooperazione governativa ha, talvolta, permesso la proliferazione di progetti scoordinati, non a lungo periodo, progetti che hanno dato vita alle famose cattedrali nel deserto, non solo dal punto di vista dell’inutilità strutturale ma anche funzionale. Pertanto, la cooperazione decentrata si è maggiormente focalizzata, come sottolinea un recente documento della Commissione Europea, su una serie di metodologie e criteri d’azione che sono anche diventati i fini delle politiche di cooperazione,[280] quali:

v      Il criterio della rilevanza relaziona problemi reali, potenziali e il programma degli obiettivi. L’analisi della rilevanza si snoda tra rilevanza generale, politica, sociale e temporale, cioè mette in relazione la politica con la “appropiateness” degli obiettivi, con le linee guida, con le politiche governative, con gli interessi dei soggetti sociali e con la durata del piano d’azione.

v      Il criterio della fattibilità può essere soddisfatto solo se, nell’attuazione delle politiche decentrate allo sviluppo, si valutano caratteristiche quali: “la consistenza interna della struttura logica” per verificare se l’intervento è realistico, consistente e sufficiente; “l’organizzazione e la gestione dei programmi”,“il metodo di intervento”, “costi e risorse”;

v      Il criterio della praticità consiste sia nella sua rilevanza esterna a livello nazionale, locale, settoriale, verticale, orizzontale, e intersettoriale, sia nella effettiva attivazione di processi di ownership, sia nella fattibilità tecnica e sociale, sia nella gestione del processo di sviluppo, dal punto di vista istituzionale, finanziario, ambientale e culturale.

L’UNOPS e altri ritengono che, a differenza della cooperazione tradizionale e governativa, la cooperazione decentrata <<riconosce uguale dignità e responsabilità alle due comunità partner, mirando a promuovere cambiamenti in entrambe>>.[281] La cooperazione decentrata, cioè, si inserisce perfettamente tra la concezione di sviluppo umano e quella di co-sviluppo, mira a responsabilizzare e sensibilizzare le comunità del nord e a ridurre la fame, la povertà e l’analfabetismo nelle comunità del sud. Con questa concezione sarebbe particolarmente d’accordo Julius Nyerere, leader e presidente della Tanzania, che racconta di un episodio risalente a trenta anni fa, in cui Leslie Kirkley di Oxfam gli domandò quale migliore contributo poteva ricevere dall’organizzazione di cui lui era referente, e la sua risposta fu: <<Prendi ogni penny che ti eri proposto di spendere in Tanzania e spendilo nel Regno Unito per spiegare ai tuoi concittadini la natura e le cause della povertà>>.[282] Già vigeva la logica del co-sviluppo.

Per quanto riguarda, invece, la cooperazione non governativa, essa è sempre stata davvero importante ed ha contribuito in maniera sostanziale alla ridefinizione delle politiche tradizionali di cooperazione allo sviluppo. Ha subito una serie di evoluzioni, ma è sempre stata caratterizzata da:(1) l’intermediazione tra i diversi livelli della cooperazione allo sviluppo (locale, nazionale e internazionale) e tra i diversi attori; (2) la valorizzazione delle diversità del corpo sociale; (3) la catalizzazione di potenzialità nascoste, grazie alle sue caratteristiche di malleabilità, fluidità ed adeguamento; (4) la mobilitazione di risorse umane locali; (5) la catalizzazione e la sensibilizzazione dei processi sociali di solidarietà.[283]

Inoltre a partire soprattutto dal 1995, in concomitanza con il vertice sullo sviluppo sociale di Copenaghen, le ONG hanno assunto nuovo impeto ed è emersa una nuova definizione di cooperazione non governativa, dovuta all’opera di ridefinizione delle loro strategie d’azione, capacità e competenze, alla loro crescita quantitativa e all’instaurazione di rapporti con le organizzazioni internazionali.[284] Le ONG sono definite, pertanto, di sviluppo (NGDO- Non Governamental Development Organization) perché spesso impegnate nello sviluppo a lungo termine e perché lavorano con i CSO (Civil Society Organizations) e con i CBO (Civil Body Organization).[285]

A sottolineare questi due aspetti è Fowler, il quale evidenzia che le ONG sono da distinguere dalla società civile nel complesso, ma che, come detto altrove, sono solo “la punta dell’iceberg”. Parlare di ONG adesso, così come si presentano nell’ambiente della cooperazione, significherebbe perdere la maggior parte degli spunti utili alla riflessione sulle cesure e le continuità con la cooperazione decentrata. Per ONG <<possiamo definire le organizzazioni di cooperazione internazionale che agiscono nel e dal nord come organizzazioni no-profit, che sono economicamente indipendenti da finanziamenti ufficiali, che hanno un forte supporto popolare e che emergono dagli sforzi del settore privato per migliorare le condizioni di vita dei gruppi più poveri nel sud ed aumentare la loro partecipazione politica e sociale; mentre, contemporaneamente, promuovendo la consapevolezza dei loro concittadini circa le cause e la natura del loro (e sempre più il nostro) impoverimento, e sfidando quelle autorità pubbliche e private le cui decisioni, stanno ostacolando l’instaurazione di una società globale nella quale i diritti umani sono rispettati>>.[286]

In generale, come sottolinea de Senillosa, le ONG stanno scalando la vetta della loro reputazione, dopo un periodo di perdita di credibilità, come canali affidabili nell’ottica dello sviluppo sociale, per l’alto livello di partecipazione della società civile, per i rapporti collaborativi tra ONG del nord e quelle del sud, per l’acquisizione di abilità, preparazione ed esperienza, grazie a nuove forme d’azione, quali quelli del campaign e della sensibilizzazione internazionale. Rappresentano oggi uno dei più importanti attori nel campo della cooperazione allo sviluppo, agiscono lavorando su politiche di pressione sul settore pubblico e privato nel processo decisionale, contando su una base sociale davvero vasta, operando per apportare innovazioni e alternative ideologiche e valoriali, focalizzandosi su politiche di advocacy per il comportamento delle comunità locali e internazionali verso la tutela dei diritti umani.

Le ONG del nord, ma anche quelle del sud, si sono evolute e hanno seguito un processo di sviluppo caratterizzato da quattro fasi o meglio generazioni, mentre adesso ci stiamo avviando, secondo de Senillosa, verso la quinta generazione di ONG, certo non con poche problematiche. La tabella che segue sarà utile per evidenziare sia il processo d’evoluzione interno al mondo non-governativo sia i principi che esso condivide con quello della cooperazione decentrata.[287]

Orientamento

nel sud (S) e nord (N)

Prima

Welfarista(S)

Fundraising

(N)

Seconda

Sviluppo Locale (S)

Diffusione di sensibilizzazione e consapevolezza (N)

Terza

Partnership (S)

Critica (N)

Quarta

Empowerment (S)

Pressione politica (N)

Anno di riferimento

1945

1960

1973

1982

Interesse dominante

Emergenza assistenziale

Sviluppo (Nord come modello di sviluppo; credito al effetto trickle-down)

Sviluppo come processo politico autopropulsivo e self-reliant

Sviluppo deve essere socialmente perequato, ecologicamente sostenibile a livello sia locale che globale. Analisi di genere ed empowerment dei gruppi esclusi.

Definizione del problema

Mancanza di beni e servizi

Mancanza di risorse economiche e tecnologiche. Non soddisfazione dei bisogni primari. Sottosviluppo e neo-colonialismo.

Limitazioni istituzionali, di politiche nazionali e internazionali. Ruolo delle elites locali e dei gruppi economici transnazionali.

Limitazioni locali, nazionali e internazionali. Non-sviluppo al sud., Mal-sviluppo al nord. Povertà come diniego di diritti umani di base.

Tempi d’intervento

Immediato

Per tutta la durata del progetto

Indefinito, a lungo termine

Futuro indefinito

Scopi

Individuali o aggregati

Comunità o persone

Regionale o nazionale

Nazionale e globale

Attori principali

ONG donatrici

ONG di sviluppo nel nord e nel sud, grassroots groups e comunità beneficiaria.

Tutte le istituzioni pubbliche e private comprese nel sistema

Reti di persone formali ed informali  e organizzazioni a livello locale e internazionale

Relazioni tra NGDO tra il nord e il sud

 

Nessuna

Trasferimento di risorse economiche e altro

ONG di sviluppo dal funding alla partnership

Azioni concertate e supporto reciproco, decentramento

Educazione allo sviluppo

Fame infantile

Iniziative della comunità di carattere self-help

Politiche ed istituzioni come ostacolo allo sviluppo locale autopropulsivo

Comunità planetaria. Interdipendenza sociale, economica, politica, ecologica

Strategie politiche

Nessuna

Diffusione della consapevolezza delle condizioni di vita nel sud in ambiti pubblici generici. Conflitti emergenti tra il fund-raising capacity

Fase di protesta, diretta agli interessi e alle organizzazioni che lavorano per alleviare la povertà al sud. Denuncia della fame termini di scambio ineguali. Lobbing per l’attribuzione dell’0.7 del PIL all’aiuto allo sviluppo

Fase di protesta più proposta. Denuncia e azione: pressione politica, mobilizzazione pubblica, alleanze strategiche, aumento dell’uso delle telecomunicazioni: incoraggiamento e sostegno per la ricerca

Fonte de Selliosa I., A new age of social movements: a fifth generation of non-governmental development organisations in the making?, Development in Practice, vol. 8, no. 1, 1998.

 

La cooperazione non governativa, pertanto, nel corso del tempo si è sempre più avvicinata a principi quali reti, partnership, sviluppo locale, internazionale ed interdipendenza intersettoriale. Essi sono diventati un importante punto di collegamento con la cooperazione decentrata. La cooperazione non governativa è, infatti, stata sottoposta ad una serie di critiche sull’approccio metodologico, progettuale, a pioggia e non sostenibile. Essa ha sottoposto, pertanto, tendenzialmente, la propria metodologia ad una serie di ripensamenti e reimpostazioni che la stanno spingendo verso una nuova generazione, la quinta.

Come evidenzia de Senillosa, il percorso non è lineare ma contorto, difficile, ricco di sfide, di trasformazioni e di tensione, che, come rilevato in precedenza, non vuol significare esclusivamente fallimento ma opportunità di reimpostazione e ridefinizione delle modalità d’azione. Un esempio è proprio il Campaign che attua un’opera di sensibilizzazione transnazionale e partenariale.[288] Tutto ciò dimostra ed avvalora la tesi per cui nel mondo della cooperazione non governativa ancora molti altri cambiamenti devono intervenire affinché possa davvero operare al massimo delle sue potenzialità.

De Senillosa evidenzia vari steps necessari al cambiamento, tra i quali la diminuzione in termini assoluti di fondi privati e pubblici, per ridurre il rischio della cooptazione e la manipolazione da parte delle autorità e per evitare di diventare meri strumenti sussidiari. Le campagne di fund-raising devono essere meno sensazionali e i fondi raccolti non devono essere canalizzate nel mercato ma per processi di sviluppo umano. Le ONG devono incrementare i rapporti di collaborazione tra loro, soprattutto tra ONG di sviluppo e di emergenza, tra ONG medie e piccole, devono essere maggiormente impegnate nello sradicamento della povertà, devono essere in grado di bilanciare la crescita economica con lo sviluppo, devono svolgere l’importante ruolo di sensibilizzazione, di educazione allo sviluppo, di diffusione della consapevolezza delle reali condizioni di povertà del sud nei loro paesi e tra i loro concittadini, seguendo il consiglio di Julius Nyerere. Devono saper instaurare rapporti con le istituzioni accademiche locali che promuovono la cultura, devono essere in grado di rendere fruibile il livello di avanzamento delle telecomunicazioni, diffondendo informazioni, idee e organizzando tavoli di discussione. Devono applicare, ed è questo il legame più stretto con la cooperazione decentrata, il principio della sussidiarietà e del decentramento, devono condividere le proprie abilità, esperienze e capacità con gli altri attori della cooperazione allo sviluppo, quali Enti locali e organizzazioni internazionali e Stati. In ultimo de Senillosa evidenzia che devono diventare portatori di istanze politiche per attuare processi di empowerment e ownership e accountability.[289]

Uno dei limiti delle organizzazioni non governative, come sottolinea Power Grant, consiste nel fatto che spesso si sono focalizzate più sulla autopreservazione che sul rinnovo, anche se, come si evince dalla tabella, ci sono stati cambiamenti piuttosto fondamentali.[290] Inoltre, né l’approccio governativo né quello non governativo deve essere denigrato, l’importante è compiere sempre una giusta analisi dei vantaggi e degli svantaggi d’entrambi gli approcci.

 

Struttura

Vantaggi

Svantaggi

 

Piramidale

Dinamico, veloce ad agire, può parlare direttamente con le autorità, può mobilitare persone, aiuta a raggiungere l’apice dei livelli politici

Le persone possono sentire una perdita d’identità, un rafforzamento della società civile grassroots non può ottenere attenzione, pericolo di parlare “per” piuttosto che facilitare gli altri a parlare

 

A ruota

Maggiore interdipendenza a livello di grassroots, ottimo per lo scambio di informazioni, centri di specializzazioni

Difficoltà di dimostrare un fronte unito o una comune identità, lenti processi di cambiamento, le campagne possono perdere opportunità per veloci cambiamenti in pratica

Fonte: Chapman J., Fisher T., The effectiveness of NGOs campaining: lessons from practice, Development in Practice, vol. 10, n. 2,  2000, p. 158. La tabella è stata ripresa solo parzialmente per ciò che interessa qui in questa sede, cioè l’approccio  a piramide e a ruota. Gli autori fanno anche riferimento all’approccio a web, che in questa sede non è più di tanto rilevante.

 

A questo punto è d’uopo sottolineare due aspetti apparentemente contraddittori che riguardano i rapporti tra le varie modalità di cooperazione allo sviluppo. Il primo riguarda la necessità di collaborazione tra le diverse modalità di cooperazione, governativa, non governativa e decentrata; il secondo riguarda la necessità di tenere ben distinte le caratteristiche innovative dell’approccio decentrato.

È indubbio che il compito istituzionale affidato agli attori, anzi co-attori, della cooperazione allo sviluppo quali Enti locali, governi nazionali, ONG, consiste nel lavorare insieme puntando <<al sostegno delle “policies” di decentramento politico e amministrativo, alla promozione dei processi di democrazia partecipativa, al sostegno delle politiche di tutela delle fasce di popolazione a maggior rischio e delle minoranze, al sostegno delle politiche di tutela del patrimonio ambientale e culturale; alla pianificazione e gestione dei servizi al territorio>>.[291]

 Aldilà delle differenze insite nei tre approcci fin qui illustrati, il principio della cooperazione e della collaborazione, oltre a rappresentare la mission delle loro strategie d’azione, guida sempre più i loro rapporti, che, apportando contribuiti diversi al processo di ridefinizione delle politiche di cooperazione allo sviluppo, si intersecano e si influenzano a vicenda, rappresentando, spesso, l’uno per l’altro, momento di riflessione e di critica costruttiva in relazione a punti di forza e debolezze.

Nonostante ciò, si ribadisce che <<la denominazione di cooperazione decentrata dovrebbe essere riservata a nuove modalità di partenariato territoriale imperniate su accordi-quadro tra territori che cooperano coinvolgendo in un impegno organico e prolungato tutti gli attori delle rispettive comunità locali, e di partenariato tematico, basate sulla creazione di reti tra soggetti del nord e del sud accomunati dall’interesse per una stessa problematica>>.[292]

Per concludere, si riporta una tabella stilata dalla Commissione Europea, dove sono rappresentati schematicamente le differenze tra gli approcci tradizionali e la cooperazione decentrata.[293]

 

Approcci tradizionali

Cooperazione decentrata

Tipi di stakeholders

Beneficiari e gruppi target, generalmente considerati isolatamente (coinvolgimento passivo)

- Coinvolgimento attivo di diversi tipi di stakeholders (self-reliance)

Approccio

- Il progetto come struttura di riferimento

- Serie di attività di durata limitata basate su obiettivi, risorse e budget predeterminato

- Processo come struttura di riferimento

- Approccio di programmi

- Processo interattivo, pianificazione ed implementazione mobile

Livello

Progetto limitato ad un livello (micro)

- Richiesta di interconnessione e consistenza a diversi livelli (micro, intermedio e macro

Identificazione/valutazione

- Approccio top-down

- Identificazione da parte del governo centrale o dallo staff di assistenza tecnico

- Sviluppare responsabilità negli stakeholders locali

- Processi di dialoghi e di consultazione

Implementazione e gestione

- Gestione centralizzata

- Creazione di strutture di gestione ad hoc

- Delega di responsabilità, comprese responsabilità fiscali, ad agenzie decentrate

- Uso di istituzioni locali

Staff per l’assistenza tecnica e altri intermediari

- Spesso ruolo dominante dell’assistenza tecnica o confronto in ogni fase del progetto

- Diretto coinvolgimento delle capacità locali

- Ridefinizione del ruolo dell’assistenza tecnica

- Intermediari come fornitori di servizi

Strumenti

-Considerazioni e valutazioni

-Analisi costi-benefici

- Studi inclusivi, analisi istituzionale, meccanismi di consultazione e dialogo, ecc.

Valutazione

- Priorità a controlli anteriori

- Valutazione dell’effettività sul livello di spesa, sulla disponibilità delle risorse e su scadenze  di incontri

- Obiettivi quantitativi (raggiungimenti materiali)

- Orientata ai risultati (verifica delle sequenze)

- Importanza di obiettivi qualitativi (dialogo, supporto alle organizzazioni di stakeholders) 

- Unione di monitoraggio e valutazione

Fonte: Commissione Europea, DG Development, DEV/1424/2000-EN, Bruxells, gennaio 2000, p. 31

 

Problematiche e debolezze dell’approccio decentrato

Avendo definito la cooperazione decentrata come un approccio multidimensionale, complesso e nuovo, avendo sottolineato il carattere laboratoriale della stessa, avendo optato per la realizzazione di metodologie d’azione caratterizzate dal partenariato, dalle reti, dai dialoghi e avendo puntato a realizzare una capacità di risposta alle esigenze in ambito territoriale o settoriale, in favore delle comunità locali per la formazione consapevole delle risposte di sviluppo sostenibile del proprio territorio e di quello dei territori partner, le difficoltà che tale approccio si ritrova ad affrontare lungo il suo cammino sono davvero molteplici, motivo per il quale processi di definizione e ridefinizione sono continuamente in atto. Non bisogna dimenticare, per esempio, che le linee guida della stessa - come sottolinea un importante documento della Commissione Europea - consistono in:

1. Un attivo impegno e coinvolgimento di tutti i vari gruppi di stakeholders, (trasferendo loro responsabilità).

2. Ricercare consultazione e complementarietà tra gli stakeholders, attraverso il dialogo e la concertazione a livello internazionale, nazionale e locale, con i rispettivi diversi attori.

3. Gestione e managment decentrato, attraverso una gestione partecipata secondo il principio della sussidiarietà.

4. Introdurre un approccio processuale, cioè stabilire un continuum tra tutte le varie fasi dei processi di sviluppo, attraverso dialogo, realizzazione, valutazione.

5. Attribuendo priorità al capacity building e allo sviluppo istituzionale, nell’ottica dei network e delle partnership.[294]

Processi così a lungo termine non possono non destare problematiche che si presentano a diversi livelli. Il lavoro della commissione Europea prima citato, ne individua vari che attraversano tutto il processo. [295]

v       Programmazione e identificazione

v       Apprezzamento e valutazione

v       Finanziamento

v       Implementazione, monitoraggio e valutazione

 

v      Programmazione e identificazione

Per quanto riguarda le principali problematiche, esse sono relative soprattutto agli stakeholders, sia per il coinvolgimento dell’ampio numero degli stessi, sia per la scarsa consapevolezza dello scenario in cui vanno ad operare, con l’assenza di un ampio processo di consultazione. Spesso i tempi si prolungano e diffonde un senso di diffidenza nel delegare e decentralizzare le responsabilità e anche (soprattutto) le risorse economiche. Inoltre molti stakeholders hanno difficoltà a relazionarsi ad un nuovo processo basato su partenariato e interdipendenza.

v        Apprezzamento e valutazione

Nella fase di valutazione, a causa della complessità e della maggiore apertura del processo di definizione dei soggetti, delle modalità e delle cause, spesso bisogna fare una sorta di selezione tra i diversi stakeholders, in base alle loro capacità e ruoli. Si assiste inoltre ad una vera e propria proliferazione di interessi diversi e quindi potenzialmente confliggenti. Altro problema è, poi, la mancanza di strumenti ed adeguati meccanismi sia per trovare “misure pilota” che “misure per delegare (finanziariamente) la  gestione e il managment”. Inoltre, grande è la difficoltà di bilanciare obiettivi tangibili con quelli più intangibili come quelli istituzionali.

v      Finanziamento

Tale punto riguarda soprattutto le difficoltà insite nella “novità”. Non esistono, infatti, modelli consolidati o istruzioni per la formulazione di accordi finanziari cui fare riferimento. C’è una sorta di riluttanza nell’uso di approcci finanziari perchè fino ad oggi “inutilizzati”.

v        Implementazione, monitoraggio e valutazione

Questa è la fase, insieme a quella iniziale, che riscontra maggiori difficoltà, primo perché i vari stakeholders non sono abituati alle nuove procedure, secondo perché le procedure ordinarie sono inappropriate e terzo perché le esperienze pregresse sono diverse da paese a paese, tanto più da località a località. La deficienza sta pure nella difficoltà di usare criteri quantitativi insieme a quelli qualitativi, nella valutazione e nel monitoraggio di azioni di cooperazione decentrata. Tale difficoltà è inoltre associata a quella della mancanza di esperienza nella partecipazione della valutazione.

Pertanto da quest’analisi si rileva chiaramente che problemi gestionali e di definizione delle politiche insieme a quelli valutativi e di monitoraggio rendono difficile l’implementazione della cooperazione decentrata. Anche perché, come evidenziato nel documento del MAE del 2000, <<Il processo di decentramento in atto nella maggioranza dei PVS e dei paesi in via di transizione cui si è fatto cenno, benché ormai riconosciuto fattore fondamentale di crescita democratica e, dunque, di sviluppo, è tuttavia notevolmente ostacolato dalla scarsa capacità istituzionale dei governi locali, dall’insufficiente mobilizzazione delle risorse interne a ciò dedicate e dal limitato accesso ai finanziamenti internazionali a lungo termine necessari per i relativi programmi di investimento, pur registrandosi ora a questo proposito e in via generale un’inversione di tendenza in relazione ai nuovi orientamenti degli organismi internazionali e dei Paesi donatori>>.[296]

Altro problema è quello della coerenza e del coordinamento, non solo tra gli attori della cooperazione decentrata, già di per sé molteplici, ma anche tra le varie politiche, magari parallele o trasversali.[297] Le difficoltà spesso sorgono perché non c’è né una vera e propria chiarezza di ciò in cui consiste la cooperazione decentrata, né tanto meno dei principi o obiettivi che la guidano. Questo o a causa di un’erronea valutazione dell’approccio decentrato come approccio microprogettuale, o per la mancanza di una base solida di carattere istituzionale, o per la carenza interna al sistema informativo, o anche per l’assenza di esperienza consolidata, non solo nel saper “fare” ma anche nel saper “pensare” decentrato.

La cooperazione decentrata, ponendosi come risposta alle sfide della cooperazione internazionale, spesso deve scontarne anche gli errori e le deficienze. Una di queste consiste nella difficoltà delle Autonomie locali di entrare a far parte di ciò che è definito il processo di peace building e di gestione dei conflitti.[298] Come risposta a ciò la cooperazione decentrata, come ponte e collegamento partenariale tra le città rafforza quella che è la “diplomazia cittadina”. Se da un lato le difficoltà pesano sulle spalle delle Autonomie locali, dall’altra le forze si stringono e si galvanizzano intorno alle città e alle Autonomie locali. Perché le città? Perché sono un ottimo nocciolo duro all’interno di un tessuto connettivo che è il territorio. Le città si pongono, infatti, nonostante tutte le difficoltà che si rilevano nell’ambito del peace building e del conflict prevention, come un ponte, un nodo di una rete d’iniziative a sostegno della pace. Nella costruzione di reti tra città, la cooperazione decentrata mobilita una serie di risorse che non sono apportate dall’esterno, ma risvegliate e provenienti dal tessuto socio-territoriale locale.[299]

Ianni nel suo ultimo libro evidenzia, a proposito della cooperazione decentrata, diversi ordini di problematiche e questioni ancora aperte. Tra queste, particolare rilevanza è da attribuire alle metodologie d’azione. Il principio del partenariato, nonostante rappresenti un importante mezzo di interrelazione e cosviluppo, deve comunque rispettare una serie di caratteristiche, <<un partenariato non può basarsi su disponibilità puntuali e dichiarazioni di buona volontà ma richiede accordi precisi su valori, agende, azioni impegno di lunga durata, cofinanziamento, responsabilità mutue, trasparenza e partecipazione in un quadro di fiducia reciproca>>.[300] Ianni sottolinea, inoltre, due importanti aspetti. Il primo consistente nel collocare la cooperazione decentrata come anello di congiuntura tra la cooperazione allo sviluppo e le politiche di sviluppo, nell’ottica di un maggiore riconoscimento dell’interdipendenza dell’azione per lo sviluppo. La seconda relativa ad una corretta concezione della stessa non nell’ottica del “progetto” ma in quella del “processo”. Questi due aspetti rappresentano due importanti potenzialità offerte dall’approccio decentrato a livello internazionale, ma allo stesso tempo due grandi problematiche che, se non concepite correttamente, possono determinare non poche distorsioni nell’agire.

Un’ultima riflessione pratica, a prescindere dai dibattiti teorici, può cercare di rispondere a tutte le domande, dubbi, problematiche e difficoltà, una riflessione che tra l’altro ha anche aperto questo lavoro. E cioè che la distinzione classica tra politiche di sviluppo e di cooperazione, tra sviluppo ed emergenza tende a dissolversi. Tutto quello che nella pratica, così come nella teoria, va alla ricerca forzata di una spiegazione univoca, lineare e avulsa da problematiche sarà segnato dal fallimento, mentre tutto ciò che andrà incontro alle novità, alle frammentazioni e molto spesso alle contraddizioni, sarà ricchezza d’analisi.

 

Prospettive e raccomandazioni

Come si evince da questa prima parte dell’analisi, i cambiamenti in atto sono molteplici e si muovono su traiettorie diverse. La cooperazione decentrata, la paradiplomacy, il sistema della multi track diplomacy, sono approcci nuovi e da scoprire e hanno davvero delle potenzialità altissime in molti campi: della cooperazione internazionale, del conflict transformation, della politica estera.

Nel contempo il panorama internazionale si va complicando; popoli e nazioni senza Stato vanno alla ricerca del riconoscimento internazionale; le società si separano dallo Stato, si distaccano radicandosi nel tessuto sociale locale e traslandosi su un piano di azione globale concertata. In questo nuovo ambito d’analisi si colloca la cooperazione internazionale allo sviluppo che coglie opportunità e sfide e cerca, attraverso risposte innovative, di liberarsi degli errori delle politiche governative e internazionali, non sostenibili e poco attente allo sviluppo umano. Di fronte una realtà del genere gli approcci fin qui analizzati tentano, in maniera diversa, di essere strumenti alternativi d’analisi e d’azione.

Le caratteristiche della cooperazione decentrata definite da Ianni come <<la risposta più articolata ai problemi che fanno da sfondo al riconoscimento della società civile come attore di sviluppo>>[301], le peculiarità della paradiplomacy definita come un “opportunity structure”[302], e la definizione del sistema della multi track come “…una strategia effettiva che aiuta a risolvere i conflitti etnici”[303] e non solo, aprono nuovi cammini. Però, benché, tali approcci sembrino essere una buona risposta alle crisi della cooperazione allo sviluppo, bisogna comunque badare alle realtà in cui si instaurano certi processi di decentramento. L’ambiente favorevole, il desiderio di rinnovamento, il sostegno istituzionale, la possibilità di attingere a fonti di informazione ed anche economiche diverse e maggiori di quelli locali, sono variabili importanti nell’implementazione degli approcci su citati.

Importanti raccomandazioni sono state fatte da Diamond e Mc Donald. In realtà, queste sono rivolte a coloro che operano nel sistema della multi track diplomacy, quindi con esplicito riferimento ai singoli track. Ma, a questo stadio dell’analisi, possono essere indirizzate a tutti gli operatori della cooperazione e della politica internazionale. Esse incoraggiano a lavorare:

v      Tenendo presente tutti gli altri attori della cooperazione internazionale, Enti locali, governi subnazionali, associazioni, ONG di sviluppo, ONG locali, comunità religiose, popoli alla ricerca di autodeterminazione, gruppi di pressione, business community. La presa di coscienza della multiattorialità della cooperazione internazionale, non deve essere superficiale ma radicata e consapevole del grado di interdipendenza e interrelazione tra le parti.

v      Costruendo relazioni, reti, networks, partenariati, gemellaggi, coalizioni. Tale lavoro deve partire dai gruppi di solito marginalizzati, antagonisti, esclusi. Il principio dell’interdipendenza di cui parlava Lederlach deve guidare i rapporti, interdipendenza, cioè, non solo tra esperti dello stesso settore ma tra settori, un’interdipendenza orizzontale e verticale insieme.[304]

v      Lavorando con i conflitti interni al sistema, abbattendo principi di competizione, di elitismo, gli stereotipi, lavorando nell’ottica della collaborazione e della valorizzazione delle differenze.

v      Sviluppando approcci interdisciplinari, basati sulla partnership, attraverso nuove forme di condivisione del potere, lavorando nell’ottica sia individuale, sia intrasettoriale che intersettoriale.

v      Creando nuove risorse, attraverso il coordinamento, la ricerca e allo stesso tempo la messa a disposizione di risorse umane ed economiche, collaborando con la business community, per l’instaurazione di rapporti innovativi.

v      Condividendo esperienza e conoscenza, creando forum di discussione, lavorando sulla pratica e sulla teoria insieme.

v      Creando centri di ricerca, istituzioni, piattaforme di collaborazione, per la proliferazione di centri che lavorino per la diffusione dello sviluppo umano, per un approccio interdisciplinare e multietnico.

v      Lavorando per legittimare il campo dello sviluppo umano, per la tutela dei diritti umani, per la diffusione dei dibattiti politici, per il decentramento delle decisioni, per rafforzare il processo di conflict transformation.

v      Cercando un modo per lavorare nel miglior modo possibile con gli altri e con noi stessi.

v      Facendo assumere a tutte le parti in conflitto le dovute responsabilità nelle conseguenze delle operazioni di sviluppo. Tale responsabilità deve essere anche assunta e trasferita su tutti i soggetti della società civile.

v      Realizzando trasformazioni nel concetto di potere, nel cambiamento, nella trasformazione della membership globale, devono essere cioè costruite occasioni di empowerment e di trasferimento di potere.

In realtà ciò per cui la cooperazione decentrata allo sviluppo umano, la paradiplomacy, la diplomazia cittadina e l’intero sistema della multi track diplomacy hanno lavorato e continuano a lavorare sono quei fattori di cui parlava Fowler all’inizio di questo nuovo secolo:

Diagramma circolareB

 

Fonte d’ispirazione: Fowler A., Civil Society, NGDOs and Social Development : Changing  the Rules of The Game, UNIRISD, occasional paper 1, Geneva 2000

 

Dove il fattore T innova la vecchia logica di legittimità esclusiva nazionale, ponendo lo Stato nazione almeno su una posizione di tolleranza rispetto alle diverse forme dell’agire sociale; il fattore C invece concerne la vita civile, all’attivismo generalizzato della società civile, che si presenta in maniera formale e informale; il fattore P invece riguarda un’importante issues, in pratica, quello della povertà e dell’esclusione, fattore per cui tutte le politiche si impegnano a combatterla o quanto meno a studiare e conoscere le cause profonde; il fattore G invece è relativo alla Governance, la quale è improntata e lavora per un più diffuso processo di democratizzazione, per l’inclusione sociale e per la partecipazione locale e globale; il fattore R, invece è relativo sia all’ampio processo di riforma in corso, sia all’attuale richiesta di riforma basata sul trasferimento di responsabilità dai governi ai cittadini e agli attori non tradizionalmente statali. Il fattore D sta ad indicare il processo di decentramento, con delega agli Enti locali d’autorità e management; il fattore A designa, invece, la politica degli aiuti, i quali devono essere caratterizzati dalla qualità, da una buona performance e dal partenariato tra attori economici, sociali e decentrati.

Fattori variabili, raccomandazioni, prospettive d’analisi e di processi differenziati sviluppo si influenzano a vicenda ed interagiscono in un quadro d’analisi internazionale diverso, più ampio e in movimento.

 

 

Capitolo 4

Le peculiarità della cooperazione allo sviluppo in Italia

L’evoluzione della cooperazione allo sviluppo in Italia

L’analisi delle tendenze evolutive della cooperazione allo sviluppo può evidenziare l’esistenza di un “caso italiano”, vale a dire di un processo che, pur configurandosi nel contesto storico e teorico generale, possiede delle peculiarità che lo caratterizzano. Sebbene possa essere considerato come “uno dei rari casi di innovazione nell’azione pubblica”,[305] la cooperazione italiana presenta, nel contempo, profili contraddittori. La difficoltà di trovare posizioni univoche sul piano internazionale ha persino condotto a parlare in dottrina dell’inesistenza di una politica estera italiana.[306] Attenuando la portata di quest’osservazione, non può in ogni caso negarsi che le politiche di cooperazione rappresentino un’illustrazione indicativa d’incertezze e tensioni. Esse, infatti, si sono sviluppate attraverso un percorso storico-politico particolare.

Per semplificare l’analisi, si seguirà lo schema d’Isernia, il quale suddivide l’evoluzione della politica di cooperazione italiana in cinque fasi:[307]

v      1° - fase della non politica (19650 - 1971)

v      2° - fase di gestazione (1971 - 1979)

v      3° - fase di politicizzazione (1979 - 1987)

v      4° - fase d’istituzionalizzazione (1987 - inizi 1990)

v      5° - fase di crisi (prima metà ‘90) e “fase di lento e diseguale riorientamento”(seconda metà anni ’90 fino ad oggi).

Dal punto di vista istituzionale, all’interno della fase della “non politica” (1950-1971) comincia a delinearsi una linea di indirizzo, però <<sino al 1971, […], non si può parlare di una vera a propria politica di cooperazione allo sviluppo>>.[308] Non esistendo un sistema centralizzato e specializzato in materia, l’autorità era condivisa tra diverse istituzioni e uffici, al centro delle quali vi era il MAE (Ministero degli Affari Esteri) ed accanto ad esso il Ministero del tesoro, il Ministero della pubblica istruzione, la Banca d’Italia e il Ministero della difesa.[309]

Nonostante vi fossero motivazioni per la realizzazione di politiche di cooperazione allo sviluppo, quali: l’esistenza di un passato coloniale, consolidato soprattutto attraverso il protettorato italiano in Somalia durato 10 anni;[310] le istanze e le richieste indirette a livello internazionale (ONU e DAC), a fronte della partecipazione italiana alla risoluzione n.72 del 1962 che dichiarava gli anni 60-70, “decennio per lo sviluppo”;[311] la pressione del volontariato cattolico e sociale, soprattutto dalla “legge Pedini” n.1.033 in poi[312] e l’interesse economico dei gruppi imprenditoriali emergenti,[313] l’ambiente politico, però, restò sostanzialmente indifferente ed inerme. Ciò è dimostrato dall’atteggiamento del MAE che considera costantemente la cooperazione allo sviluppo solo dal punto di vista tecnico separandola da quella finanziaria.[314]

Solo alla fine degli anni ’60, a fronte dei risultati delle politiche del decennio dello sviluppo che rivelano le inefficienze dell’impegno italiano,[315] e dello sviluppo di un ampio dibattito sulla regolamentazione del volontariato civile,[316] della scadenza delle due leggi regolanti la cooperazione tecnica nel 1971, si giunge all’approvazione il 1° dicembre del 1971 della legge n. 1222 dal titolo “Cooperazione tecnica con i paesi in via di sviluppo”. Partendo dalla consapevolezza dell’eccessiva frammentazione legislativa della materia,[317] tale legge affida al MAE, ed in particolare ad una “Sezione nell’ambito di una direzione”, la competenza in materia di cooperazione allo sviluppo. Tale scelta è però “frutto di un compromesso tra posizioni divergenti”,[318] e in particolare tra quelle della burocrazia ministeriale, che ribadivano la centralità del MAE e quelle delle organizzazioni di volontariato sostenute da politici, che propendevano per un Agenzia esterna al MAE.[319]

La volontà di non separare la fase decisionale da quella esecutiva e la lontananza e l’estraneità del modello “Agenzia” al sistema amministrativo pubblico italiano, furono le motivazioni vincenti che fecero optare per il MAE.[320] Fu, pertanto, istituito un Servizio autonomo, con competenze tecniche, rapidità procedurale ed efficienza, più aperto verso la società civile, grazie all’istituzione di un comitato consultivo misto.[321] “La fase della non politica” conserva una concezione della cooperazione allo sviluppo ancora in chiave tecnica,[322] si sviluppa all’interno di compromessi politici tra partiti[323] e la natura multicefala della gestione della cooperazione,[324] ma apre le porte all’esigenza di coordinamento tra cooperazione tecnica ed economica nazionale e quella internazionale, tra pubblico e privato.[325] Risalta, però, la difesa da parte del MAE di una sua posizione centrale, evitando la sottrazione e l’invasione nelle proprie competenze.

 

2° e 3° fase: gestazione e politicizzazione

Nel 1979 si apre la 2° fase, la cosiddetta “fase di gestazione”(1971 - 1979) che, secondo Alessandrini, può essere divisa in due sottofasi:

v      La sottofase della “fondazione della politica di cooperazione” (1971-1974);

v      La sottofase del “dibattito critico” (1975 – 1979).

La prima è caratterizzata dalla nascita dell’Ipalmo (1971), istituto che si occupa dei problemi relativi allo sviluppo, in cui si ritrovano tutti i sostenitori dell’Agenzia, gli esperti e i politici interessati alla cooperazione allo sviluppo.[326] A fronte della lentezza del Servizio in precedenza creato,[327] della complessità burocratica, del peggioramento quantitativo dell’APS bilaterale a favore di quello multilaterale[328], del basso livello di interesse del MAE per la cooperazione allo sviluppo, ci si rende conto che è necessario un ripensamento delle politiche, ed è per questo che si passa alla fase successiva, definita “del dibattito critico”. Tale dibattito è guidato sostanzialmente da due proposte.[329]

La prima, d’origine governativa e ministeriale (disegno di legge amministrativo n. 445, del 1976), propendeva per il mantenimento dell’organizzazione istituzionale o comunque per la realizzazione di modifiche minime, in relazione ad esempio alle previsioni di spesa. L’altra proveniente dall’Ipalmo (proposta Salvi et alii n. 240, del 1976) propendeva per l’ampliamento della concezione di cooperazione allo sviluppo, di natura quindi non più solo tecnica, ma finanziaria, multilaterale e bilaterale e prevedeva l’istituzione di un’Agenzia all’interno del MAE.[330] Solo nel 1977, dopo un anno di lavoro di un Comitato ristretto, si arrivò ad un testo unificato, che portò all’istituzione di un Dipartimento unico gestore della cooperazione tecnica e finanziaria all’interno del MAE,[331] con a disposizione un budget di 300 miliardi di lire. È da rilevare che questo testo unificato dovrà aspettare ben due anni prima di essere approvato, ciò avverrà, infatti, solo il 18 gennaio del 1979.

La 3° fase, detta “di politicizzazione” (1979 - 1987), ritenuta da Isernia come “la più vivace e rilevante”, si apre con la legge n. 38 del 1979 dal titolo, “Cooperazione dell’Italia con i Paesi in Via di Sviluppo”. In linea con il passato, si riafferma la centralità del ruolo di coordinamento del MAE, il collegamento implicito tra politica di cooperazione e politica estera, il mantenimento del comitato consultivo e quello direzionale,[332] la distinzione della gestione tra fondi bilaterali e multilaterali. La novità consiste nell’ampliamento della definizione della cooperazione allo sviluppo, che da assistenza tecnica passa ad essere intesa di vera e propria cooperazione allo sviluppo. Questa vive, però, un rapporto conflittuale interno tra “politica altruistica”, basata sui principi di solidarietà enfatizzati a livello internazionale (ONU), e “politica egoistica”,[333] guidata dalle relazioni economiche internazionali. Nata dal compromesso tra i sostenitori dell’Agenzia e coloro che volevano mantenere le competenze del MAE, è la creazione di un Dipartimento per la cooperazione allo sviluppo, equipollente ad una Direzione generale. Vengono, inoltre, istituiti due fondi bilaterali, cioè il “Fondo speciale per la cooperazione allo sviluppo” e il “Fondo rotativo dei crediti d’aiuto”[334].

Questa fase fondamentale, può essere divisa anch’essa in tre sottofasi:

v      “la politicizzazione del tema” (1979 – 1983);

v      “la creazione del FAI” (1984 – 1985);

v      “L’azione del Fondo Aiuti Italiano e l’approvazione della legge n. 49” (1985 - 1987)[335]

La lentezza di funzionamento della legge 38/79, i conflitti burocratici tra le strutture,[336] il cattivo funzionamento del CIPES,[337] i problemi di coordinamento interministeriale[338], il sotto-dimensionamento quantitativo e qualitativo del personale del Dipartimento, apre la 1° sottofase.

In questo contesto, viene lanciata una campagna dal partito radicale incentrata sul problema della fame nel mondo. La campagna puntò in un primo momento ad attirare l’attenzione sul tema, in un secondo, alle proposte ed, in un terzo, più alle critiche. Lanciata da Marco Pannella, che prendendo spunto nel 1979 da un rapporto dell’UNICEF che prevedeva la morte di 17 milioni di bambini per mal e denutrizione, richiamò l’attenzione dell’opinione pubblica sulle tematiche della cooperazione allo sviluppo. I punti centrali della campagna di Pannella erano sia di carattere giuridico, in relazione al rispetto dell’Italia sia delle leggi vigenti che degli impegni contratti a livello internazionale per ridurre la fame nel mondo, che di carattere politico.[339] La campagna venne condotta attraverso digiuni, marce, dibattiti in parlamento.

È anche grazie alla strategia adottata nella realizzazione dalla campagna di sensibilizzazione che Pannella riesce a suscitare a livello nazionale la prima riunione del CIPES (1979) e lo stanziamento di 200 miliardi di lire entro il 1980 (per raggiungere la media DAC dello 0,34% del PNL); mentre a livello internazionale l’elezione di tre rappresentanti radicali al Parlamento europeo, la presenza italiana alla conferenza del 1979 dell’UNCTAD, al vertice di Venezia del 1980, all’assemblea delle Nazioni Unite, a Ottawa (luglio 1981) e a Parigi (settembre 1981). La semplificazione del tema, la tangibilità della questione della fame nel mondo, l’affermazione della natura politica del problema, la possibilità di valutazione immediata del risultato dell’azione, il collegamento immediato tra il problema, salvare tre milioni di vite umane, e la soluzione finanziaria prospettata, 4.000 miliardi di lire, l’urgenza e la necessità della tempestività dell’intervento e “l’uso della pressione internazionale”[340] furono i punti di forza e di successo della campagna. In sede d’Unione, viene, infatti, approvata la risoluzione che impegna i paesi membri dell’UE a raggiungere una quota di APS pari allo 0,7% del PNL; viene inoltre istituita dai radicali l’associazione “Food and Disarmament” e viene stilato il “Manifesto dei Premi Nobel” firmato da 53 Premi Nobel nel giugno del 1981, contenente un appello all’impegno di lotta contro la fame nel mondo.[341]

La fase di proposta mirava all’effettiva realizzazione dell’aumento dei fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo e alla raccolta di firme per presentare una proposta di legge d’iniziativa popolare dal titolo “Contro lo Sterminio per la fame e per una conseguente nuova organica politica di sviluppo”.[342] Il prolungamento in Parlamento del dibattito fino al 1983, porterà i radicali ad attuare una dura critica nei confronti della politica di cooperazione allo sviluppo italiana, anche a fronte dei ritardi d’attuazione della legge n. 38 del 1979. Pertanto, si giungerà alla 2° sottofase detta “la creazione del Fai” (1984 – 1985), caratterizzata dall’aumento della sensibilità dell’opinione pubblica sul tema della fame nel mondo e delle potenziali risorse disponibili.

Tra le varie proposte, quella presentata in Parlamento da Piccoli, ispirata alle iniziative di Pannella e volta a salvare entro 12 mesi 3 milioni di vite umane, grazie alla creazione di un Alto commissario per gli interventi straordinari contro lo sterminio per la fame, all’interno del MAE, capace di attivare grandi interventi (come accordi internazionali con organizzazioni intere alle Nazioni Unite) e reclutare personale (con contratti a tempo determinato), sottoposto al controllo politico del MAE sulle attività, grazie ad un comitato parlamentare d’indirizzo per gli interventi straordinari contro lo sterminio della fame.[343]

Per il partito comunista invece bisognava migliorare la legge 38 del 1979, accorpando l’intervento straordinario a quello ordinario,[344] vista la natura strutturale delle cause della fame.[345] A queste proposte se n’affiancarono anche delle altre (in particolare la proposta del MSI, dei repubblicani e dei liberali), a dimostrazione del fermento politico del momento. Il governo decise di affrontare il problema in due momenti. In relazione all’intervento emergenziale, nominava un commissario straordinario,[346] e istituiva un Servizio speciale nell’ambito del MAE alle dirette dipendenze del commissario e lo stanziamento di 1.500 miliardi di lire da spendere in 3 anni;[347] mentre rimandava la decisione in materia di riforma della cooperazione allo sviluppo.

Veniva così emanata l’8 marzo del 1985 la legge n. 73 dal titolo “Realizzazione di programmi integrati plurisettoriali in una o più aree sottosviluppate caratterizzate da emergenza endemica e da alti tassi di mortalità”, che prevedeva la nomina di un sottosegretario di stato per gli affari esteri con l’attribuzione di poteri straordinari esercitati con il supporto del FAI (Fondo Aiuti Italiani). Con questa legge si istituiva, infatti, un Fondo finanziario destinato all’aiuto italiano ai paesi in via di sviluppo, gestito dal MAE, attraverso un organismo ad hoc che realizzava provvedimenti d’urgenza ed emergenza. Il lavoro del FAI, guidato da motivazioni di carattere emergenziale, e agendo nell’ottica del breve periodo, ha destinato i fondi sulla base dell’urgenza delle necessità dell’intervento. Si assistette, pertanto, all’aumento del volume di spesa, fissata a 1.900 miliardi di lire in un periodo di 18 mesi.[348]

Il FAI è passato alla storia soprattutto per le sue modalità di impiego (a pioggia e poco trasparenti) dei fondi messi a disposizione.[349] Pertanto <<i dirigenti del FAI incaricarono il Centro di studi e piani economici, (con convenzione del 1986), di studiare e proporre un sistema di permanente valutazione dei programmi del FAI e di informare il pubblico in generale e gli operatori del FAI in particolare sugli esiti di detti programmi>>.[350] Numerose sono state le critiche rivolte alla sua gestione, sostenute anche da un’indagine parlamentare. Fanciullacci, per esempio, partendo dalla valutazione dell’aiuto italiano in Somalia (1981-1990) critica profondamente l’operato del FAI, che, oltre ad essere caratterizzato da una serie di debolezze tipiche della gestione all’italiana, <<in cui si realizzano strade o altre opere che risultano assolutamente dannose […], ma attraverso la cui gestione si alimentano e mantengono interessi illegittimi>>, si distingue per una serie di “peccati capitali”, determinanti il fallimento di questa istituzione, quali:[351]

v      Bisogni di base e tipo d’investimento. Il FAI non equilibrando investimenti di sviluppo sociale a quelli economici, trascurò completamente i bisogni di base, quali sanità, istruzione, servizi, istituzioni.

v      Vitalità. Il Fondo produsse progetti non sostenibili, “privi di qualsiasi fondamento logico, dei “cadaveri, nel senso progetti morti, senza sviluppo”.

v      Istitutional building. Non attivando un processo di creazione e/o rafforzamento di competenze e capacità istituzionali locali, l’intervento del FAI non produsse né sviluppo né ownership, ma producendo oggetti, finì col deteriorare le istituzioni locali, arricchendo pochi imprenditori italiani.

v      Programmazione. Gli interventi del FAI furono guidati da logiche scoordinate e incoerenti tra loro, logiche in cui mancava un minimo di programmazione. Ciò non solo determinò un fallimento delle iniziative italiane, ma nonostante l’Italia “copriva il 46% del totale dell’APS”, questa carenza programmatica non determinò una sua posizione centrale tra i vari donatori.

v      Interlocutori ed interessi. L’Italia, non solo ha instaurato solo con la controparte governativa un dialogo diretto, ignorando gli altri attori del territorio, ma anche a livello nazionale ha subito le pressioni di una lobby economico-industriale, per nulla interessata allo sviluppo umano, alimentando corruzione e insostenibilità.

Nella fase successiva, 1985 - 1987, si rilevarono non solo le difficoltà e la lentezza del processo di riforma dell’assetto complessivo della cooperazione allo sviluppo, dovuto alla separazione del dibattito sulla riforma della legge n. 38 da quello per la lotta contro la fame nel mondo, ma anche la notevole varietà di posizioni politiche, la mancanza di un disegno di legge governativo, il calo di interesse per il tema e l’assenza dell’azione del partito radicale all’interno del dibattito. Solo nel 1987, grazie ad un comitato ristretto, si giunse all’approvazione della legge n. 49 del 1987, sia perché la legge n. 73 era ormai scaduta da tempo, sia perché le pressioni del partito comunista di riconduzione dell’intervento straordinario all’interno dell’intervento ordinario si facevano sempre più forti, sia per le forti critiche mosse all’esperienza del FAI.[352] L’approvazione della legge 49/87 nasce proprio e soprattutto dal bisogno di ricondurre l’esperienza del FAI all’interno del Dipartimento.

 

Istituzionalizzazione e crisi della cooperazione

Tutte queste critiche e ripensamenti porteranno alla 4° fase - “di istituzionalizzazione” (1987 - inizi 1990) - che si apre con l’approvazione della legge n. 49 del 26 febbraio del 1987, definita “il male minore”.[353] La legge n. 49 del 1987, legge che regola attualmente la cooperazione allo sviluppo in Italia, ha ampliato la definizione della cooperazione allo sviluppo, includendo obiettivi sociali, politici ed umanitari. L’articolo 1 definisce la cooperazione allo sviluppo come <<parte integrante della politica estera dell'Italia e persegue obiettivi di solidarietà tra i popoli e di piena realizzazione dei diritti fondamentali dell'uomo, ispirandosi ai principi sanciti dalle Nazioni Unite e dalle convenzioni CEE-ACP. Essa è finalizzata al soddisfacimento dei bisogni primari e in primo luogo alla salvaguardia della vita umana, alla autosufficienza alimentare, alla valorizzazione delle risorse umane, alla conservazione del patrimonio ambientale, all'attuazione e al consolidamento dei processi di sviluppo endogeno e alla crescita economica, sociale e culturale dei paesi in via di sviluppo>>.[354] La legge si concentra, come rileva Isernia, sul ricevente, selezionato in base al livello di povertà, al tipo di politiche da esso attuate e al soddisfacimento di alcuni criteri, punta inoltre all’impegno a lungo termine e alla concentrazione geografica dell’aiuto.

Essa istituisce la DGCS (Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo) che concentra in sé le competenze e le responsabilità del vecchio Dipartimento previsto dalla legge 38/79 e del FAI previsto dalla legge 73/85. Gode di ampi poteri decisionali, con controlli di ragioneria, ed è composta da personale diplomatico, dipendente da altre amministrazioni ed esperti. In particolare si occupa della <<istruzione delle questioni bilaterali e multilaterali attinenti alla politica di cooperazione allo sviluppo e all'espletamento, in via diretta o indiretta, delle attività necessarie alla realizzazione dei programmi e delle iniziative bilaterali finanziate con le risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo>>.[355] Inoltre, prevede l’istituzione di alcuni Comitati che mostreranno di non essere in grado di aiutare né nel coordinamento, né nella coerenza delle strategie d’azione, né nell’individuazione di una mission definita, e questo anche per l’esistenza al loro interno di discrepanze e di differenti logiche politiche, organizzative ed amministrative.[356]

Questa legge, infatti, istituisce un Comitato interministeriale per la cooperazione allo sviluppo (CICS), presieduto dal Ministro degli affari esteri e composto dai Ministri del tesoro, del bilancio e del commercio estero. Esso delibera le iniziative, monitora lo stato d’attuazione e i risultati della cooperazione allo sviluppo, approva, su presentazione del Ministro degli affari esteri, la relazione annuale sulla dell’anno finanziario passato.[357] Tale legge istituisce anche il Comitato consultivo per la cooperazione allo sviluppo, composto, sulla falsariga della legge 38/79 da un numero elevato di esponenti del mondo della cooperazione con particolare attenzione alla rappresentanza plurima di esperti, settori e sessi.[358] Tra gli altri, sono membri, il direttore generale della DGCS e il direttore generale per gli affari economici del MAE, mentre la presidenza è affidata al Ministro degli affari esteri o dal Sottosegretario delegato.[359] Inoltre è istituita una Commissione per le organizzazioni non governative,[360] presieduta dal direttore generale della DGCS, in cui siedono sia rappresentanti del MAE, delle ONG, delle confederazioni sindacali che esperti. <<Tale Commissione esprime pareri obbligatori anche sulle revoche di idoneità, sulle qualificazioni professionali o di mestiere e sulle modalità di selezione, formazione e perfezionamento tecnico-professionale dei volontari e degli altri cooperanti impiegati dalle organizzazioni non governative>>.[361]

Per quanto riguarda le competenze bilaterali e multilaterali, esse risultano divise tra il Ministero del tesoro e il MAE, dal punto di vista non solo politico, ma anche finanziario. Infatti, i fondi multilaterali internazionali e di partecipazione al capitale di banche sono gestiti, durante la fase negoziale/amministrativa dal Ministero del tesoro e durante la fase politica dal MAE. Invece, i contributi volontari e delle organizzazioni internazionali, sempre di carattere multilaterale, proposti dalla DGCS, sono autorizzati dal CICS. In relazione ai fondi bilaterali, il “Fondo speciale per la cooperazione allo sviluppo” è gestito dalla DGCS mentre è titolare del “Fondo rotativo dei crediti d’aiuto” il Ministero del tesoro ed è gestito dal Mediocredito centrale.

L’assetto istituzionale previsto per la cooperazione allo sviluppo nel 1987 è rimasto più o meno inalterato, e ciò rappresenta uno dei tanti motivi che porteranno la cooperazione italiana ad affrontare la 5° fase. Essa, in un primo momento, vive una fase “di crisi” vera a propria (dal 1990 alla prima metà degli anni novanta), ma nella seconda metà del decennio, vive un processo di riorientamento e ripensamento orizzontale e verticale di strategie e metodologie di azione. Meccanismi di maggiore trasparenza e controllo istituzionale si confrontano con la richiesta di maggiore concertazione delle strategie politiche.[362]

La cooperazione allo sviluppo italiana è caratterizzata da un modello non tanto strategico ma piuttosto anarchico o pattumiera, come definito da Isernia; in altre parole, da un modello nato dall’incontro tra causalità e intenzionalità. Fino al 1995 circa, conflittualità e paradossi hanno caratterizzato lo scenario. forti contrasti hanno guidato il dibattito. Disaccordi sulle modalità d’azione e politiche hanno caratterizzato la dialettica interna ai partiti, scontri sulla differente rilevanza attribuita e da attribuire agli argomenti hanno creato fazioni e contrapposizioni, tecnicismo legislativo e organizzativo hanno allontanato da rilevanti questioni più prettamente politiche. Le opere di ridefinizione dell’assetto legislativo, più che semplificare ed essere funzionali all’opera di cooperazione allo sviluppo, furono strumenti di “complessificazione”. Alle conflittualità si aggiungono i paradossi. Di fronte le pressioni nazionali e internazionali, richiedenti un maggiore impegno della politica italiana per la cooperazione allo sviluppo, l’Italia ha risposto intensificando azioni, interventi e risorse, nonostante la manchevole dotazione di strumenti giuridici e di strutture politiche.

Questa fase di forte crisi, relativa alla prima metà degli anni novanta, riguarda anche l’andamento dell’APS, che si riduce decisamente.[363] Tra il 1986 e il 1989 l’APS ha raggiunto il suo massimo livello: lo 0,42% del PIL. Nella prima metà degli anni novanta si registrato una sensibile diminuzione: dallo 0,31%, nel 1994 l’aiuto italiano è disceso allo 0,27%. Nella seconda metà degli anni novanta la tendenza negativa si è accentuata e l'aiuto è passato allo 0,11% nel 1997. Per il triennio 1999-2001, l’APS si è aggirato intorno allo 0,15% del PIL. Sebbene il Governo e il Parlamento italiano continuino a dichiarare di voler aumentare progressivamente l'APS fino a raggiungere la media dei paesi donatori del DAC-OCSE (circa lo 0,22-0,23%), non esiste nessuna politica concreta, anche se è da rilevare che nel 2002 esso era pari allo 0,20%.[364]

Paesi

1989

1990

1991

1992

1993

1994

1995

Canada

0,50

0,44

0,44

0,46

0,45

0,43

0,42

Francia

0,54

0,65

0,62

0,63

0,63

0,64

0,55

Germania

0,41

0,42

0,40

0,39

0,36

0,34

0,31

Italia

0,42

0,31

0,30

0,34

0,31

0,27

0,14

Giappone

0,30

0,31

0,32

0,30

0,27

0,29

0,28

Regno Unito

0,31

0,27

0,32

0,31

0,31

0,31

0,29

Stati Uniti d’America

0,15

0,21 

0,20

0,20

0,16

0,14

0,10

 

Paesi

1996

1997

1998

1999

2000

2001

2002

Canada

0,32

0,34

0,29

0,28

0,25

0,22

0,28

Francia

0,48

0,45 

0,41

0,39

0,32

0,32

0,38

Germania

0,33

0,28 

0,26

0,26

0,27

0,27

0,27

Italia

0,20

0,11

0,20

0,15

0,13

0,15

0,20

Giappone

0,20

0,22 

0,28

0,35

0,28

0,23

0,23

Regno Unito

0,27

0,26 

0,27

0,23

0,32

0,32

0,31

Stati Uniti d’America

0,12

0,09

0,10

0,10

0,10

0,11

0,13

Fonte: MAE-DGCS, Relazione annuale della politica di cooperazione allo sviluppo nel 2000 e Rete dell’APS (aiuto pubblico allo sviluppo), dai Pasei DAC verso I PVS e le Organizzazioni Multilaterali. (www.oecd.org), 2003.

 

Anche la composizione dell’APS è variata nel corso del tempo, i trasferimenti pubblici alla fine degli anni ottanta risultavano caratterizzati dalla netta prevalenza dell’aiuto bilaterale, mentre agli inizi degli anni novanta si riscontra un drastico calo dei fondi, con una prevalenza del canale multilaterale e multibilaterale.[365] Il canale multilaterale è cresciuto in paragone con quello bilaterale dell’APS totale, la proporzione è di 70:30 nel 1998[366], e di 75: 25 nel 2000. Tale andamento riproduce quello del periodo 1974-1982, in cui la quota di APS multilaterale era di gran lunga superiore a quella bilaterale[367]. Sebbene la "vocazione" multilaterale sia stata una caratteristica peculiare della cooperazione italiana, lo sproporzionalità è davvero forte. La drastica riduzione dell’APS italiano è dovuta maggiormente alla riduzione del canale bilaterale, a causa di un impegno nella cooperazione incerto e prematuro negli anni settanta, screditato e poco affidabile nella prima metà degli anni novanta.

Oggi l’assetto della cooperazione italiana, codificato nella legge 49 del 1987, attraversa una fase di riorientamento e redefinizione delle politiche stesse. È, infatti, in atto un’ampia opera di messa in discussione degli assetti legislativi e istituzionali nazionali e regionali. Questa fase, ancora bloccata per quanto riguarda la definizione di un nuovo assetto legislativo, è caratterizzata dall’emergere di un fermento locale, multiattoriale nazionale ed internazionale e transnazionale. Le Autonomie locali si pongono come risposta alla crisi degli anni novanta, impostando azioni di cooperazione a rete, partenariali, nell’ottica del cosviluppo e dell’appropriazione del territorio, ridando nuovo impulso alla politica di cooperazione italiana.

L’assetto italiano della cooperazione allo sviluppo nelle sue diverse fasi storico-politiche, è stato, quindi, caratterizzato da una serie di fattori particolari: la sua natura istituzionale e amministrativa frammentata e frammentaria, l’eccessiva divisione delle competenze, l’assenza di un ente coordinante e trainante, come unico punto di riferimento, l’incapacità della DGCS di omologare le diverse strutture amministrative, differenti per tradizioni e mission, la mancanza di percorsi di valutazioni dei risultati e dei processi, l’impegno altalenante, coincidente spesso con le tornate elettorali, delle fazioni politiche per motivi elettorali, la caratteristica a fare il “passo più grande della gamba”, cioè a non commisurare e adeguare le scelte alle reali disponibilità, gli strumenti agli obiettivi, l’inefficienza e la lentezza della burocrazia e della macchina statale.

Tutto ciò ha aperto le porte ad una nuova fase della politica di cooperazione allo sviluppo, che imparando dagli errori del passato, e facendo della differenza e del territorio il valore portante, vede nelle Autonomie locali come interpreti di questa profonda trasformazione. <<Significativamente, alla fine degli anni novanta, in Italia, i principi che guidano la riqualificazione dell’intervento pubblico nel Mezzogiorno: 1. decentramento di responsabilità/  2. partenariato economico e sociale/ 3. internazionalizzazione, evidenziano il riconoscimento della continuità sempre maggiore che avvicina politiche nazionali di sviluppo e politiche a favore dello sviluppo del sud e dell’est del mondo>>. Ianni evidenzia come, la ridefinizione di azioni, di “forme organizzative e operative”, di creazione <<di sinergie tra politiche e risorse”, “cominciano a trovare risposte di rilievo proprio all’interno della cooperazione decentrata>>.[368]

 

L’approccio decentrato: modalità, assetti legislativi ed organizzativi, politiche

Le Autonomie locali italiane oggi si collocano all’interno di un dibattito molto ampio. Lo sviluppo locale a livello internazionale, il proliferare delle iniziative europee, la crescita delle competenze delle Autorità e delle comunità locali, dei ceti imprenditoriali locali di micro e di macro impresa con slancio internazionale, l’emergere di una società civile attenta alla democrazia e allo sviluppo partecipativo, insieme a nuove istituzioni locali, internazionali, ed europee, imprimono al dibattito sulla cooperazione allo sviluppo italiana una marcia in più.[369]

L’approccio decentrato <<[…] mira all’interazione tra una molteplicità di soggetti istituzionali, sociali ed economici, di cui tende a valorizzare e non ad annullare le diversità, sulla base di un rapporto di partnership complesso, radicato nel territorio e costruito intorno all’asse nord-sud. La cooperazione decentrata estende, in modo del tutto inedito, i soggetti […]>>,[370] sia per la ristrutturazione e la perdita della centralità dello Stato nazione, sia perché le Autonomie locali si presentano sulla scena internazionale come “nuove e legittime portatrici d’istanze ed interessi territoriali”.[371] L’approccio decentrato italiano, si differenzia e si distingue per una serie di caratteristiche, “il cui asse portante è il territorio”.[372]

In questo dibattito si colloca il nuovo ruolo delle Autonomie locali, che si presenta non in maniera standardizzata, unica, ed applicabile ad ogni realtà ma variabile e multiforme, <<non esiste una politica di cooperazione decentrata delle Autonomie locali italiane ma diverse e differenti politiche>>.[373] Esse, infatti, non solo dipendono dalle specificità del tessuto sociale/territoriale italiano, che comunque ha sempre giocato un ruolo fondamentale all’interno della politica della cooperazione italiana, ma anche delle modalità interne all’approccio decentrato.[374]

Nonostante non vi siano caratteristiche standardizzate e predefinite interne all’approccio decentrato applicabili alle diverse realtà locali e regionali, Ianni e Stocchiero, si occupano di delinearne le caratteristiche, individuando l’una modalità flessibili, e l’altro, modelli. Ianni partendo da un approccio metodologico attento alle peculiarità, individua alcune modalità fondamentali alla comprensione dell’approccio decentrato, partendo dall’analisi fattuale e dei criteri d’azione, tre modalità principali:

v      Territoriale, che fa del territorio e del rapporto tra le autorità locali e gli attori socio-economici della società civile, il proprio punto di riferimento, la cui manifestazione più articolata è il partenariato e la cooperazione tra comunità del nord e del sud del mondo, inserite in un programma quadro.

v      Orizzontale, che si basa su forme di cooperazione a rete e partenariato e interrelazioni tra due o più attori omologhi del nord e del sud del mondo, quali Autorità locali, università ed associazioni.

v      Di sostegno, caratterizzata dal cofinanziamento di attori presenti sul territorio, Enti locali, ONG, con spiccato accento sulla partecipazione diffusa e il richiamo all’advocacy.

Ianni, nell’individuare le metodologie d’azione della cooperazione allo sviluppo, evidenzia come l’approccio italiano sia particolarmente caratterizzato da decentramento e attenzione al territorio e da un “policentrismo istituzionale”. <<Il decentramento si manifesta come un processo complesso che attiva un riordinamento verticale e al tempo stesso orizzontale delle istituzioni e degli attori, orientato sia a trasferire funzioni e risorse dal centro verso le autonomie locali sia a riorganizzare e ridefinire ruoli e responsabilità sul territorio>>, mentre, <<Individua il territorio come spazio geografico e relazionale, di conflitto ma anche di possibile negoziato ed azione comune, di partenariato diffuso tra soggetti diversi- pubblici privati, economici, sociali e culturali- che in esso incidono>>. Ianni evidenzia, inoltre, come i legami e le reti non siano costruite solo sul territorio di appartenenza, valorizzando in tal modo le peculiarità di cui si forgia, ma sono proiettate su uno scenario transnazionale, che si intreccia con quello locale sulla base di strategie d’azione comuni, <<in una visione di partenariato che somma insieme dimensione territoriale e interterritoriale[…]>>.[375]

Stocchiero, invece, più che modalità e strategie d’azione, individua diversi modelli, all’interno della cooperazione decentrata italiana:

v      Aperto, in cui il ruolo dell’Ente locale non ha un potere di indirizzo vincolante, in cui non si presentano limiti d’azione, né geografici, né tematici, né di interesse regionale, ciò per favorire la partecipazione di un’ampia gamma di soggetti all’interno del tessuto sociale.

v      Integrato, in cui il ruolo della regione è rilevante perché vincola una importante quota di risorse verso iniziative di interesse regionale e perché fissa i criteri di orientamento dei soggetti verso priorità tematiche e/o geografiche.

A queste due modalità, Stocchiero ne ha aggiunte altre due:[376]

v      Sistemico, in cui le iniziative regionali sono realizzate da “enti convenzionati” e si focalizzano su pochi Paesi, inoltre le iniziative tentano di realizzare percorsi formativi capaci di promuovere processi di cosviluppo.

v      Non Governativo, in cui le previsioni di finanziamento privilegiano le organizzazioni non governative, come protagoniste soprattutto dal punto di vista operativo ed esecutivo.

La cooperazione decentrata, nonostante attribuisca alle Autonomie locali italiane “un ruolo propositivo ed attuativo” nell’azione di cooperazione allo sviluppo, sembra non riuscire a decollare a causa dell’impasse dell’assetto legislativo nazionale in cui si trova ad operare. Ianni rileva che all’interno del processo di riforma di uno Stato, “arretrato e moderno insieme”[377], processi pur se lenti, lavorano nell’ottica del decentramento. Sebbene il processo di riforma abbia compiuto molti passi a partire soprattutto dal 1990, essa non ha, però, ancora trovato attuazione. Ianni rileva che molte questioni restano aperte sia nel rapporto tra Regioni ed Enti locali che tra Autonomie locali e Stato centrale.

Di fronte ad una situazione di stallo a livello legislativo nazionale e centrale, si assiste però ad un proliferare d’iniziative a livello regionale, nazionale, europeo e internazionale che contribuiscono a delineare l’assetto istituzionale italiano della cooperazione decentrata. Oggi a circa 16 anni dalla legge 49/87, la maggioranza delle Regioni ha sentito la necessità di dotarsi di una propria legislazione in materia di cooperazione allo sviluppo, non solo per rafforzare l’impegno e la piattaforma di lavoro della Regione stessa, ma anche per coordinare il lavoro dei diversi Enti locali interni al proprio territorio e per coordinarsi con la cooperazione governativa e internazionale. Alcune Regioni, quali Liguria, Toscana, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Lazio si sono dotate di una di legge di seconda generazione, caratterizzata da alcuni elementi peculiari, quali:

v      introduzione di un programma pluriennale

v      estensione del ruolo della Regione a distinti ambiti: attività dirette, appoggio alle attività promosse dai soggetti pubblici e privati del territorio, e coordinamento delle stesse

v      creazione di sedi di incontro periodiche, aperte e pubbliche, con finalità di verifica delle attività svolte e di ricognizione e valorizzazione delle risorse, anche latenti, presenti sul proprio territorio. In alcuni casi, tali sedi consultive includono il concorso alla programmazione futura

v      attenzione per l’emigrazione regionale e le potenzialità di apporto che da essa possono derivare per iniziative di cooperazione allo sviluppo[378]

Il processo vede alcune Regioni accelerare il loro processo di riforma, dovuto anche alle innovazioni introdotte dalla riforma costituzionale del Titolo V attuato poi con la legge del 2003 n. 131, ad esempio, Marche ed Emilia Romagna si sono dotate ormai di leggi di terza generazione. Ma tale processo vede anche altre Regioni, come la Campania, la Sicilia e la Calabria,[379] ancora alle prese con la definizione delle proprie leggi. Di seguito una tabella riassuntiva dell’assetto legislativo delle Regioni italiane:

 

Regione

Leggi regionali

Titolo della legge

Abruzzo

n. 63, aprile 1995

 

 

“Modifiche ed integrazioni alla L.R. 14.12  1989 riguardante lo svolgimento di attività di cooperazione allo sviluppo nei paesi in via di sviluppo”

 

n. 105, dicembre 1989

 “Svolgimento di attività di cooperazione nei paesi in via di sviluppo  da parte della Regione Abruzzo”

Basilicata

n. 26, maggio 1996

 

 

“Interventi regionali per la pace e la cooperazione tra i popoli”

 

n. 12, gennaio 1995

“Costituzione di un fondo di solidarietà per interventi umanitari a favore di popolazioni di paesi in via di sviluppo”

Provincia Autonoma di Bolzano

n. 5, marzo 1991

“Cooperazione allo sviluppo”

Calabria

In via di definizione

 

Campania

In via di definizione

 

Emilia Romagna

n. 12 , giugno 2002

Interventi regionali per la cooperazione con i Paesi in via di sviluppo e i paesi in via di transizione, la solidarietà internazionale e la promozione di una cultura di pace”

 

n. 5, aprile 1996

 

 

“Interventi a favore di popolazioni colpite da calamità, conflitti armati, situazioni di denutrizione e carenze igienico sanitarie”

 

n. 4, febbraio 1994

 

 

“Iniziative per la valorizzazione dei principi della pace, della cultura multietnica e della solidarietà”

 

n. 18, marzo 1990

 

 

 

“Partecipazione della Regione Emilia-Romagna ai programmi statali di cooperazione con i Paesi in Via di Sviluppo”

Friuli Venezia Giulia

n. 19, ottobre 2000

 

 

 

“Interventi per la promozione, a livello regionale e locale, delle attività di cooperazione allo sviluppo e partenariato internazionale “

 

n. 56, dicembre 1993

 

“Iniziative regionali di promozione e sostegno delle attività di solidarietà internazionale”

 

n. 15, giugno 1987

“Interventi regionali per la promozione di una cultura di pace e di cooperazione tra i popoli”

Lazio

n. 19, aprile 2000

 

 

“Iniziative regionali per la cooperazione allo sviluppo, per la collaborazione e la solidarietà internazionale”

 

n. 30, luglio 1991

“Disposizioni ed interventi regionali in materia di cooperazione internazionale con i Paesi in Via di Sviluppo”

Liguria

n. 28, agosto 1998

“Interventi regionali per la pace e la cooperazione allo sviluppo”

Lombardia

n. 20, giugno 1989

“La Lombarda per la Pace e la Cooperazione tra i Popoli”

Marche

n. 9, giugno 2002

“Attività regionali per la promozione dei diritti umani, della cultura di pace, della cooperazione allo sviluppo e della solidarietà internazionale”

 

n. 36, giugno 1997

 

“Utilizzazione per iniziative internazionali di carattere umanitario e di cooperazione dei beni mobili inutilizzabili delle aziende USL ospedaliere”

 

n. 60, settembre 1995

 

“Interventi umanitari della Regione a favore delle popolazioni colpite da eventi straordinari diversi dalle calamità naturali”

 

n. 38, aprile 1990

“Partecipazione della Regione alle attività di cooperazione allo sviluppo”

Molise

n. 23, ottobre 1997

“Norme in materia di cooperazione allo sviluppo”

Piemonte

n. 67, agosto 1995

“Interventi regionali per la promozione di una cultura ed educazione di pace, per la cooperazione e la solidarietà internazionale”

Puglia [380]

n. 11, agosto 1993

“Cooperazione della Regione Puglia con i Paesi in via di Sviluppo”

Sardegna

n. 19, aprile 1996

“Norme in materia di cooperazione con i Paesi in Via di Sviluppo e di collaborazione internazionale”

Sicilia

In via di definizione

 

Toscana

n. 17, marzo 1999

“Interventi per la promozione dell’attività di cooperazione e partenariato internazionale”

Trentino-Alto Adige

n. 11, maggio1993

“Interventi a favore di popolazioni di stati extracomunitari colpiti da eventi bellici, calamitosi o in condizioni di particolari difficoltà economiche sociali”

Provincia Autonoma di Trento

n. 14, aprile 1993

 

 

 

Modificazioni alle leggi provinciali 17 marzo 1998, n10 sulla cooperazione per lo sviluppo, 28 aprile 1986, n. 13 sull’emigrazione, e febbraio 1992, n. 8 sul volontariato, nonché disposizioni sugli interventi di emergenza

 

n. 10, marzo 1998

“Sostegno alla cooperazione allo sviluppo”

Umbria

n. 26, ottobre 1999

“Interventi regionali per la promozione della cooperazione internazionale allo sviluppo e della solidarietà tra i popoli”

Valle d’Aosta

n. 44, luglio 1990

“Interventi Regionali di Cooperazione e Solidarietà con i Paesi in Via di Sviluppo”

Veneto

n. 55, dicembre 1999

 

“Interventi regionali per la promozione per la promozione dei diritti umani, la cultura di pace, la cooperazione allo sviluppo e la solidarietà”

 

n. 30, marzo 1988

“Interventi regionali per la promozione di una cultura di pace”

Fonte: Ianni V., Toigo M., L’impegno della Regione Marche per la solidarietà e la cooperazione internazionale: 1996-2001, Regione Marche, Movimondo, 2001.

 

L’assetto legislativo regionale italiano viaggia, quindi, a diverse velocità, e le differenze si riscontrano anche nella disciplina delle materie regionali. Alcune Regioni, ed esempio, si sono dotate di una legge unica per tutti e tre i settori portanti della cooperazione decentrata: attività di cooperazione e solidarietà internazionale, interventi umanitari in situazioni di emergenza, iniziative di educazione, sensibilizzazione alla cultura della Pace.[381] Anche la cooperazione internazionale a livello sanitario è variabile, infatti, ci sono alcune Regioni, come la Toscana, l’Emilia Romagna, e la Lombardia, che disciplinano tale materia annualmente con delibere annuali:

 

Regioni/Province Autonome

Cooperazione

Emergenza

Cultura della Pace

Cooperazione Sanitaria

Abruzzo

 

 

LR 105/89

modificata dalla 63/95

 

 

 

LR 98/90

 

 

 

 

 

Basilicata

 

 

LR 54/96

modificata dalla 54/96

 

 

 

LR 26/96

 

 

 

 

 

Calabria

 

 

 

 

Campania

 

 

 

 

Emilia Romagna

LR 12/02

LR 12/02

LR 12/02

Delibere annuali

Friuli Venezia Giulia

LR 19/00

LR 56/93

LR 15/87

 

Lazio

LR 19/00

LR 19/00

LR 19/00

 

Liguria

LR 28/98

LR 28/98

LR 28/98

 

Lombardia

LR 20/98

LR 20/89

LR 20/89

LR 502/97; 44/97

Marche

LR 9/02

LR 9/02

LR 9/02

 

Molise

LR 23/97

LR 23/97

 

 

Piemonte

LR 67/95

LR 67/95

LR 67/95

 

Puglia

LR (11/93)

 

 

 

Sardegna

LR 19/96

 

 

 

Sicilia

 

 

 

 

Toscana

LR 17/99

LR 17/99

LR/17/99

Delibere singole

Trentino Alto-Adige

LR 5/96

LR 11/93

LR 5/96

 

Umbria

LR 26/99

LR 26/99

 

 

Valle d’Aosta

LR 44/90

 

 

 

Veneto

LR 55/99

LR 55/99

LR 55/99

 

Provincia di Bolzano

LP 5/91

LP 5/91

 

LR 55/99

Provincia di Trento

LP 10/88

LP 14/93

LP 11/91

 

Fonte: Pedicini V., Pomicino M., Stocchiero A., Il caso Italiano: la mobilitazione del sistema territoriale per la cooperazione decentrata da Mazzoli A., Zupi M. (a cura di), Finanza locale per lo sviluppo del Sud del Mondo, alcune esperienze innovative in Europa, UCODEP, 2004.

 

Inoltre le Regioni si sono quasi tutte dotate d’uffici o servizi ad hoc, inseriti nelle Presidenza di Giunta o alle dipendenze degli assessorati. Compito delle Regioni è occuparsi del coordinamento, della promozione, dell’attuazione e del sostegno finanziario ai soggetti territoriali. Stabiliscono, inoltre, i soggetti ammissibili alla richiesta dei fondi regionali e, spesso, le priorità geografiche e/o settoriali. Istituiscono anche molte modalità di concertazione, negli ultimi anni è emersa una modalità, quali i Tavoli Paese che possono avere anche carattere tematico. Questi ultimi sono attivi in Emilia Romagna, in Toscana e nella Provincia Autonoma di Trento.

Il valore del lavoro svolto e del contributo che questo strumento può offrire alla cooperazione decentrata è ancora alquanto indefinito, sia per la caratteristica della novità, sia perché non esistono pareri concordi in dottrina, pertanto solo il tempo potrà dimostrare la convenienza dell’utilizzo di questo strumento, in relazione soprattutto ai risultati. Altra caratteristica fondamentale consiste nel fatto che le Regioni si sono dotate di assetti istituzionali capaci di proiettarle su un piano internazionale. Esistono infatti: strutture dedite alla gestione dei “rapporti internazionali con gli Stati, con gli enti omologhi esteri, con le istituzioni dell’Unione Europea e con le organizzazioni internazionali”;[382] strutture per la programmazione e il coordinamento sia per le politiche regionali di internazionalizzazione che per la cooperazione allo sviluppo;[383] uffici di rappresentanza regionale a Bruxelles,[384] con il compito di assicurare una diretta rappresentanza della Regione in ambito comunitario; “le antenne regionali nel mondo”,[385] per la promozione culturale, sostegno alle imprese e agli investimenti e rappresentano in ogni caso degli importanti punti operativi e di riferimento. Strutture, quindi di rappresentanza e di collaborazione rappresentano oggi un aspetto fondamentale dell’assetto istituzionale.

A livello nazionale, infatti, gli Enti locali si sono davvero attivati e gli strumenti di collaborazione sono davvero molteplici. È da rilevare l’importanza dell’OICS, (Osservatorio Interregionale sulla Cooperazione allo sviluppo) che vanta la presenza di tutte le Regioni e delle due Province autonome di Trento e Bolzano.[386] L’OICS, nato nel settembre del 1991, si propone di “stimolare l’attività di cooperazione di Regioni, Province autonome” , “promuovere ricerche”, “elaborare dati”, “organizzare convegni”, ma soprattutto si “propone come struttura di riferimento, elaborazione e progettazione delle attività di cooperazione allo sviluppo”[387] l’ANCI e l’UPI, riconosciuti in quanto soggetti fondamentali delle cooperazione decentrata dall’articolo 19 comma 1 della legge n. 68 del 1993, sono interpreti nazionali fondamentali all’interno del panorama della cooperazione decentrata italiana.

L’ANCI, associazione dei Comuni italiani, e l’UPI, Unione delle Province italiane, si prefiggono di valorizzare, seppur in maniera diversa, il lavoro delle Autonomie locali. Decisive per la cooperazione decentrata italiana sono le diverse forme associative che vedono le Autonomie locali confrontarsi e collaborare; da rilevare è l’importanza del coordinamento degli “Enti locali per la pace”, nato nel 1991 “dall’Assemblea nazionale degli Enti locali denuclearizzati” si propone di implementare un maggiore dialogo tra popoli e culture. Da evidenziare è anche l’emergere nel corso del tempo di altri organismi di concertazione sui temi della pace e del decentramento, come il Forum permanente per lo sviluppo umano e la lotta contro l’esclusione sociale, il Forum permanente del terso settore, il Consorzio italiano di solidarietà, le Ambasciate della democrazia locale, il Forum delle città per la cooperazione decentrata, tutti forum ed enti che riescono a mettere insieme gli sforzi e i contributi di due importanti attori all’interno del processo di riorientamento delle politiche italiane di cooperazione allo sviluppo e in particolare della cooperazione decentrata: la società civile e le Autonomie locali.

Inoltre, in funzione di raccordo e coordinamento tra e con le Regioni, è da rilevare l’importanza del MAE e dell’Assemblea delle ONG italiane.[388] Sempre a livello nazionale, a partire dagli anni novanta si è instaurato un cosiddetto “Sistema delle Conferenze”, composto essenzialmente da tre Conferenze. Le prime due rappresentano un luogo di confronto solo tra Regioni e sono quella dei presidenti delle Regioni e delle Province Autonome; mentre la terza è la Conferenza Stato-Regioni, “terreno di confronto con il governo e la Conferenza Unificata, luogo di confronto con il governo e le Autonomie locali, attraverso le loro organizzazioni rappresentative (ANCI, UPI E UNCEM)”.[389]

Importante è anche la Conferenza Stato-città, per il confronto tra governo e Autonomie locali, mentre per il confronto nazionale tra gli Enti locali è stata istituita, nel giugno del 2002 presso la segreteria generale del MAE, l’Unità per le Regioni. Tale struttura prende le mosse da una precedente, ma si differenzia dalla stessa, dedita solo al coordinamento tra le Regioni, perché punta alla concertazione tra l’attività estera delle Regioni e le iniziative del MAE. Questa Unità per le Regioni svolge funzioni di carattere informativo e di collegamento, attraverso l’istituzione di due importanti strutture: un focal point, con sede sia all’interno delle varie direzioni del MAE che delle Regioni, e una banca dati, che raccoglie sia le iniziative del MAE che delle Regioni.

Altri strumenti innovativi, che aiutano a completare il quadro istituzionale, si insidiano nel panorama nazionale, come la “stipula di convenzioni e accordi quadro sui progetti”, un esempio concreto è “l’Accordo Quadro tra la DGCS e L’ANCI”. In quest’accordo, risalente al 2001, entrambe le parti non solo si impegnano ad informare, sensibilizzare ed aggiornare i Comuni sul tema della cooperazione decentrata, ma anche a cofinanziare le iniziative.[390] Altro importante strumento è “l’Accordo – Quadro tra la DGCS e l’UPI” che punta alla sensibilizzazione del tema della cooperazione decentrata delle Province italiane con i PVS. Ancora, esiste oggi la possibilità di stipulare “Accordi su specifici progetti” regionali, un esempio è proprio un progetto per i minori con handicap fisici in Bosnia-Erzegovina tra la Regione Emilia Romagna e la Regione Marche con il MAE[391] e la possibilità di stabilire degli “Accordi Quadro di Programma” utili all’instaurazione di rapporti di collaborazione diretti tra la DGCS e le singole Regioni. È da menzionare un accordo particolare tra il Lazio e la DGCS, che a differenza dei singoli accordi delle Regioni, è “finalizzato a concordare un programma” che i due enti svolgeranno insieme e in partenariato.

Gli assetti istituzionali italiani non possono oggi essere compresi senza uno sguardo alle potenzialità delle iniziative europee in cui essi sono inseriti. Le Regioni italiane possono partecipare a programmi ed istituzioni europee di concertazione, tra le quali spiccano la CPRM (Conferenza delle Regioni Periferiche e Marittime), la CCRE (Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa) che costituisce la sezione europea di IULA e l’ARE (Associazione delle Regioni d’Europa). Queste Conferenze si collocano su un piano più operativo e lavorano per promuovere “la cooperazione interregionale in ambito comunitario”.[392] Esiste, inoltre, un importante organismo, il CdR (Comitato delle Regioni), che oltre ad essere l’organo di maggior rilievo nella rappresentanza presso l’Unione degli interessi regionali, è parte integrante del sistema comunitario e contemporaneamente portavoce essenziale degli interessi delle comunità locali.[393] A tutto ciò si intrecciano a livello europeo, altri tipi di cooperazione interregionale portati avanti da alcune associazioni interregionali, quali “Alpe Adria”, “Quattro Motori d’Europa” e “Arge Alp”.[394] Da rilevare è anche il CPLRE (Congresso dei Poteri Locali e Regionali d’Europa) nato nel 1994 e organo consultivo del Consiglio d’Europa.

L’Unione Europea offre oggi, anche dal punto di vista finanziario e non solo istituzionale, grandi opportunità per le Regioni. Esistono, infatti, due tipi di strumenti finanziari a loro disposizione, in altre parole, gli strumenti di bilancio, composti da quattro Fondi strutturali, quali il FERS (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, il primo risale al 1975), il FSE (Fondo Sociale Europeo), il FEOGA (Fondo Europeo Agricolo di Orientamento e Garanzia) e il SFOP (Strumento Finanziario di Orientamento alla Pesca); e gli strumenti di prestito, come la BEI (Banca Europea degli Investimenti) e il FEI (Fondo Europeo per gli Investimenti). Questi due blocchi di strumenti rappresentano i principali meccanismi dell’Unione Europea per il riequilibrio regionale.

A loro volta, i Fondi Strutturali si dividono in tre categorie: le iniziative nazionali a cui sono dedicate nel periodo 2000-2006 il 90% dei Fondi. I programmi d’Iniziativa Comunitaria (PIC), a cui, per lo stesso periodo, si è attribuito il 5,35% dei Fondi, e le azioni innovative, a cui per il periodo 2000-2006 va lo 0,65 dei Fondi. A loro volta i PIC si dividono in: INTERREG, dedicato alla cooperazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale; LEADER, per lo sviluppo rurale; URBAN, per lo sviluppo urbano e EQUAL, per la cooperazione transnazionale e la lotta alla discriminazione generica sul lavoro. La partecipazione delle Regioni italiane a questi programmi e fondi è davvero molto alta.[395] 

I fondi del programma INTERREG non hanno l’obiettivo di cooperazione allo sviluppo con i PVS, ma quello di una maggiore cooperazione tra le Regioni europee, quindi rappresentano anche un importante momento di confronto intracontinentale. Di fronte alla molteplicità[396] dei programmi europei, si stanno attuando anche politiche di coordinamento tra i diversi programmi. Ad esempio, è stato lanciato un programma (Wider Europe) nel 2003, nell’ottica di una nuova politica della prossimità e di coordinamento tra i diversi programmi (nella fattispecie tra il MEDA e il CARDS), che dovrebbe attuarsi nel 2007. Inoltre, come rilava Ianni, <<Un indicatore del tutto impreciso in quanto a portata generale ma significativo di una tendenza è offerto dalla partecipazione, nel 2001, di ben 65 città italiane al programma URB-AL, con un impegno esteso in molti casi a più di una delle sue 8 reti tematiche. […]. I dati relativi alla partecipazione dei Comuni italiani al programma Asia-Urbs, confermano tale tendenza>>.[397]

Esistono, altresì, sempre a livello europeo, programmi settoriali a cui le Regioni italiane possono partecipare. Essi riguardano i settori più diversi, tra i quali la cultura, la ricerca, l’ambiente lo sviluppo. Tali programmi vengono pubblicati sulla GUCE, cioè la Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea e la partecipazione regionale avviene attraverso bandi. L’aspetto rilevante è che gli Enti locali interessati ad una problematica possono entrare direttamente in contatto con le istituzioni comunitarie, divise ovviamente per settore di competenza.[398] Rilevante è il dato economico, per il periodo di programmazione 2000-2006, l’Italia ha usufruito di 28.484 euro, seconda solo alla Germania (43.087), a fronte di un’intera Europa[399] per un totale complessivo di 183.564 euro.

Altro aspetto, indispensabile alla comprensione dell’assetto istituzionale italiano, sono le reti a livello internazionale. Nel momento in cui le Autonomie locali italiane usufruiscono di modalità di finanziamento internazionale, quindi multibilaterali e bilaterali, s’instaurano nuovi meccanismi di coordinamento che plasmano la realtà istituzionale. Grazie al canale multibilaterale, sono stati instaurati importanti rapporti di collaborazione internazionali, un esempio è rappresentato proprio dai PDHL,[400] nell’ambito dei quali, grazie ad un “strategia quadro di cooperazione internazionale”, l’Italia ha contribuito alla realizzazione di PDHL in Tunisia, Bosnia-Erzegovina, Sudafrica, Mozambico, Angola, Repubblica Dominicana, Cuba e America Centrale.[401]

I PDHL oltre ad essere importanti per la creazione di azioni di cosviluppo, hanno anche permesso alle diverse realtà italiane di confrontarsi attraverso diversi Coordinamenti Regionali, Comitati locali, divenuti importanti luoghi d’incontro tra pubblico e privato, e più in generale tre tutte le istanze territoriali interessate. I Comitati locali, presenti nel nord e nel sud del mondo, <<si istituiscono su iniziativa degli Enti locali o di uno o più soggetti della società civile (associazioni o individui) con lo scopo di partecipare, con un proprio specifico piano d’azione, ad un programma quadro di sviluppo umano>>.[402]

Essi si occupano, generalmente, di cinque campi d’azione, quali: “diritti umani, decentramento e democrazia[…]”, “assetto del territorio, protezione dell’ambiente ed infrastrutture […]”, “sviluppo economico equilibrato[…]”, “salute e politiche sociali[…]”, “educazione di base e formazione professionale”.[403] Oltre ai Comitati, particolare rilevanza assumono le ADEL (Agenzie di sviluppo economico locale), che promuovendo capacità imprenditoriali sostenibile e a medio e lungo periodo, attivano processi di autodeterminazione locale e di decentramento.

Oggi, la cooperazione italiana sta realizzando, insieme all’UNOPS (United Nations Office for Projects Service), il PASARP (Program of Activities in Support of the Albanian Refugee Population) in Albania e il City to City in Serbia.[404] In relazione invece ai programmi di carattere multilaterale è in atto il “Programma Italia-FAO di cooperazione decentrata”, realizzato da FAO e DGCS, in cui quest’ultima gioca un ruolo di collegamento tra FAO ed Enti locali italiani. Lo scopo è quello di realizzare partenariati tra città, comunità locali del sud, progetti di sicurezza alimentare. In questo programma, la FAO ha la responsabilità generale del programma, ed opera attraverso un “comitato direttivo”, “un gruppo di lavoro tecnico” e un una “equipe DGCS/MAE-FAO congiunta di valutazione”.

Infine, da un punto di vista economico, è da rilevare che le Regioni italiane solo nel 2002 hanno stanziato per la cooperazione allo sviluppo 32.523.318 di euro, mentre nel 2003 hanno destinato 33.474.077 euro, queste cifre rivelano un alto impegno della cooperazione decentrata italiana, ma esso risulta ancora più chiaro se si paragonano le cifre dell’ultimo biennio a quelle del 1999 e del 2000. In quegli anni ammontavano a 15 milioni di euro, la cifra, e quindi, l’impegno è più che raddoppiato.[405] Le Regioni che hanno destinato la maggior parte del loro PIL alla cooperazione allo sviluppo non sono neanche le più ricche. Tra le Regioni con un più alto ammontare di quote destinato alla cooperazione allo sviluppo, vanno segnalate, la Regione Emilia Romagna, la Toscana, la Lombardia, la Provincia Autonoma di Trento, il Piemonte, il Trentino Alto Adige, la Provincia Autonoma di Bolzano e anche Veneto, Lazio, Sicilia e Sardegna.

Di seguito i valori percentuali rispetto al proprio bilancio previsionale.

 

Regioni/Province Autonome

% destinata a cooperazione

Trentino Alto-Adige

0,4

Provincia di Trento

0, 07

Emilia Romagna, Bolzano

0,05

Toscana

0,03

Sardegna

0,02

Abruzzo, Piemonte, Umbria, Valle d’Aosta, Veneto

0,01

Sicilia

0,009

Lombardia

0,002

Basilicata

0,006

Friuli Venezia Giulia, Lazio

0,004

Liguria, Marche

0,003

Fonte: Pedicini V., Pomicino M., Stocchiero A., Il caso Italiano: la mobilitazione del sistema territoriale per la cooperazione decentrata da Mazzoli A., Zupi M. (a cura di), Finanza locale per lo sviluppo del Sud del Mondo, alcune esperienze innovative in Europa, UCODEP, 2004.

 

Inoltre, volendo delineare, per zone geografiche la destinazione delle politiche della cooperazione italiana allo sviluppo, ed in particolare dell’approccio decentrato delle Autonomie locali, è possibile costruire una tabella esplicativa:

 

Area Balcanica

Paesi ex Jugoslavia (Croazia, Bosnia - Erzegovina, Serbia -    Montenegro, Macedonia, Slovenia); Albania e zona europea sudorientale (Bulgaria e Romania)

Area Mediterranea

In particolare Territori Palestinesi, Tunisia e Marocco

Africa Subsahariana

Tra cui Corno d’Africa, Mozambico e Africa Occidentale

America Latina

In particolare Brasile ed Argentina

Fonte: Pedicini V., Pomicino M., Stocchiero A., op. cit.

 

Nonostante vi sia questo fermento all’interno delle comunità locali e più in particolare delle Autonomie locali, nonché un pullulare di iniziative a livello europeo, si è di fronte ad una congiuntura storico-politico-legislativa nazionale molto delicata. Esiste, infatti, da un lato il “Sistema Italia” operativo ed attivo a livello locale, regionale ed europeo e un assetto legislativo nazionale che non rispecchia la realtà dei fatti o che non riesce ad adeguarsi allo scenario internazionale. Gli sforzi in direzione di una riforma sono tanti, ma il ritardo e la lentezza con cui si sta protraendo la riforma dell’attuale legge che regola la cooperazione allo sviluppo, cioè, quella 49/87, ha portato il legislatore nazionale di fronte l’impellente necessità di occuparsi sia della riforma della legislazione della cooperazione allo sviluppo che di quella del titolo V della costituzione italiana.

 

Prospettive e questioni aperte

A fronte del complesso panorama in precedenza descritto, molte sono le questioni, i punti interrogativi, le difficoltà intrinseche di un approccio nuovo, complesso nella definizione, nella metodologia e nell’azione. Le problematiche attraversano questioni politiche, legislative, strategiche. Il valore e la riuscita del lavoro degli Enti locali, preziosa fonte di vitalità, dipende molto dagli assetti legislativi non solo regionali ma anche da quelli nazionali in cui sono inseriti. Il quadro nazionale italiano è in via di ridefinizione, di riforma e di trasformazione e in questa sede non può certamente essere trascurato. È infatti fondamentale per una comprensione globale delle azioni di cooperazione allo sviluppo.

Il processo di riforma, resosi indispensabile di fronte alla realtà regionali delle Autonomie locali italiane inserite in un contesto internazionale e macro regionale, come l’UE, ha avuto un duplice risultato. La legislazione nazionale, rispondendo alle domande degli Enti locali, ha in primo luogo interpretato le istanze e l’evoluzione della politica della cooperazione decentrata italiana, ma, in secondo luogo, ha messo in moto un processo di forte decentramento che non è stata in grado di gestire, ha acceso un fuoco che non è stata in grado di domare.

Il processo di riforma dell’assetto legislativo italiano che guida la cooperazione allo sviluppo si è mosso molto lentamente. Uno dei primi e più importanti passi verso la riforma della legge n. 49 del 1987 è stato rappresentato dall’art. 19 della legge n. 68 del 1993 dal titolo “Disposizioni urgenti in materia di finanza derivata e di contabilità pubblica”.[406] Essa, infatti, al comma 1 dell’art. 19, oltre a riconoscere all’ANCI e all’UPI la legittimità “a stipulare apposite convenzioni che prevedano lo stanziamento globale da utilizzare per iniziative di cooperazione da attuarsi anche da parte di singoli associati”.[407] Stabilisce, al secondo comma, che le Province e i Comuni possono destinare al massimo lo <<0,80% della somma dei primi tre capitoli delle entrate correnti dei propri bilanci di previsione, per sostenere programmi di cooperazione allo sviluppo ed interventi di solidarietà internazionale>>.[408] Questo ha significato un protagonismo diretto degli Enti locali minori.[409]

Il dibattito suscitato sul tema della cooperazione decentrata tra la DGCS e le Autonomie locali sulla necessità di ridefinizione dell’attività di cooperazione decentrata porterà solo nel 2000, grazie al citato documento del MAE-DGCS “Linee di indirizzo sulla cooperazione decentrata”, ad un processo sia di definizione concreta della cooperazione decentrata e durante la legislatura 1996-2000, anche alla presentazione di un testo di riforma, in cui, sancendo l’importanza delle Autonomie locali, si ribadiva:

v      Sia il principio di “partenariato tra soggetti pubblici e privati ed organizzazioni della società civile del territorio italiano e dei Paesi cooperanti”, quale valore costante e portante per la cooperazione italiana;

v      Sia la soggettività di Regioni, Province Autonome, Province e Comuni e dei loro consorzi ed associazioni all’interno della cooperazione decentrata, definiti “soggetti italiani della cooperazione” al pari del Governo e delle organizzazioni non governative;

v      Sia la funzione di promozione degli “interventi di cooperazione allo sviluppo, di solidarietà internazionale” e di interscambio a livello decentrato, favorendo la partecipazione dei soggetti attivi all’interno del tessuto socio-territoriale, e ribadendo comunque “l’eventuale funzione di enti esecutori di iniziative, anche di emergenza, interamente finanziate dalla cooperazione governativa”.

All’interno di questo processo di riforma, è da rilevare anche la proposta d’istituzione di fori di consultazione organica fra i soggetti della cooperazione governativa, non governativa e decentrata, sia in fase d’ideazione del documento di programmazione triennale della cooperazione governativa, sia in fase operativa dell’azione di cooperazione. Il processo di riforma degli assetti legislativi nazionali, non solo ha proceduto con lentezza ma risulta tuttora incompleto e bloccato. Tale processo ha subito nel tempo accelerazioni e rallentamenti, attivandosi solo parzialmente ed episodicamente, per esempio con la legge n. 84 del 2001 dal titolo “Disposizioni per la partecipazione italiana alla stabilizzazione, alla ricostruzione e allo sviluppo dei paesi nell’area balcanica”. Tale legge sancisce il ruolo e il valore della cooperazione decentrata all’interno di processi di sviluppo e di ricostruzione.[410] Ciò determinò anche un grande processo di confronto tra MAE, Ministero delle Attività produttive e le Autonomie locali, ma a livello pratico non segnò significativi passi avanti.[411]

Il momento successivo, che avrà come oggetto il ruolo degli Enti locali, è la riforma referendaria del Titolo V della costituzione entrato in vigore l’8 novembre del 2001 con legge costituzionale n. 3/2001.[412] Come evidenzia Marco Olivetti,[413] le motivazioni che hanno spinto per la riforma del Titolo V sono da ravvisare sia nella chiara internazionalizzazione delle problematiche che necessitano oggi di una concertazione decisionale più ampia, sia nel nuovo ruolo assunto dalle Autonomie locali, nell’ambito della politica internazionale. Nella riforma del Titolo V particolare rilevanza, ai fini di quest’analisi, assumono gli articoli 117 e 119. Infatti, Olivetti rileva che l’articolo 117 sembra introdurre una caratteristica tipica dello Stato federale.

A differenza del passato, oggi quest’articolo disciplina ed elenca le materie di competenza statale e lascia alle Regioni la gestione di tutte le altre materie non espressamente enucleate. Esso, oltre a ribadire il principio chiave della cooperazione italiana, cioè che lo Stato esercita competenza esclusiva in materia di politica estera e rapporti internazionali (art. 117 comma 2), sancisce la legittimità costituzionale delle regioni in materia di “rapporti internazionali e con l’Unione Europea”, anche se continua a rappresentare materia di competenza concorrente con lo Stato (art. 117, comma 3).

Sempre l’articolo 117 al comma 5 introduce un’altra importante innovazione, cioè la legittimità costituzionale delle Regioni nel conseguimento di accordi nelle materie di competenza esclusiva e prettamente regionale sia nelle materie di competenza concorrente con lo Stato. Quest’articolo sembra molto progressista, ma bisogna tenere in considerazione il fatto che da questa potestà restano escluse le materie di competenza statale, tra le quali rientrano le attività di politica estera. Inoltre l’articolo 117 al comma 9, dichiara che “nelle materie di sua competenza, la Regione può concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad un altro Stato, nei casi e con le forme disciplinati dalla legge dello Stato”.

In realtà, l’interpretazione di questo comma è davvero controversa, però si può affermare, secondo Olivetti, che <<nella determinazione dei “principi fondamentali” in materia di “rapporti internazionali delle Regioni”, la legge statale potrà regolare - limitandosi appunto a stabilire principi, lasciando quindi uno spazio autonomo di scelta alla legislazione regionale - le attività internazionali delle Regioni che non si traducano in atti bilaterali, suscettibili di far insorgere diritti, doveri e obblighi per la Regione e una controparte estera, ma che si limitino ad attività di studio e informazione, alla partecipazione a convegni, a contatti di reciproca conoscenza, o alla promozione all’estero di interessi economici e culturali della regione […]>>.[414] La portata innovativa del comma 9 dell’articolo 117, come d’altronde del comma 5, risulta sicuramente attenuata.

Questa tesi si è rafforzata dal fatto che la stipulazione da parte delle Regioni d’accordi e d’intese, sempre e solo nelle materie di loro competenza regionale esclusiva e concorrente, non ha legittimità assoluta, nonostante sia essa adesso prevista da una norma costituzionale, ma è legittima solo quando attuata “nei casi e nelle forme” disciplinate dalla legge ordinaria. Tale articolo inoltre non precisa se gli accordi e le intese stipulati dalle Regioni debbano o possano rappresentare un obbligo anche per lo Stato, al tal punto, quindi, da poter essere equiparati a trattati internazionali.

Infatti, il testo facendo la differenza solo dal punto di vista della controparte contraente, Stato o enti interni ad un altro Stato, non specifica la valenza di tali accordi, pertanto quest’ultima sarà sancita solo grazie alla legislazione di attuazione, con decisione ad hoc circa la valenza dell’accordo regionale.[415] In questo caso il margine di discrezionalità statale è ovviamente molto forte. Importante è, inoltre, l’articolo 119, il quale prevede l’autonomia finanziaria non soltanto per le Regioni, ma anche per i Comuni, le Province e le Città Metropolitane; il primo comma sancisce, infatti, “l’autonomia di entrata e di spesa” e il secondo comma riconosce “la possibilità per gli Enti locali di stabilire propri tributi ed entrate”.[416]

Dal punto di vista finanziario, quindi, sembra essere stabilita una grande ad ampia libertà anche per gli Enti locali minori. La legislazione in materia è molto controversa, sfalsata e non uniforme dal punto di vista finanziario e legislativo, e cela molti limiti impliciti che poi sono stati affermati chiaramente con la legge chiamata a dare attuazione alla riforma del Titolo V. La legge n. 131 del 5 giugno 2003, conosciuta come legge “La Loggia”, relativa sempre al ruolo delle Autonomie locali all’interno dei rapporti internazionali, sembra porsi, secondo Andrea Ciuffi, sostanzialmente in linea con il passato. Essa, infatti, prevede un forte controllo sulle relazioni estere delle Regioni, sia in maniera preventiva che successiva all’accordo o intesa. La novità di questa legge consiste nella “possibilità per le Regioni di vedersi conferire da parte dello Stato i pieni poteri di firmare un accordo con uno Stato estero (articolo 6, comma 3)>>.[417]

Ora, nonostante la portata innovativa di questa legge, bisogna anche guardare ai limiti posti a questa potestà di firma di un accordo con uno Stato, infatti:

1. Gli accordi possono riguardare solo materie d’esclusiva competenza regionale, quindi né materie di natura concorrente né tanto meno esclusiva dello Stato.

2. Gli accordi devono riguardare aspetti tecnico-amministrativi o di programmazione. La conclusione d’intese con un ente interno ad un altro Stato deve essere, inoltre, comunicata prima della firma alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e al MAE, e l’ipotetica intesa deve riguardare solo materie atte a “favorire il loro sviluppo economico, sociale e culturale nonché a realizzare attività di mero rilievo internazionale”.[418]

3. Gli accordi devono rispettare i vincoli comunitari e internazionali, le linee della politica estera italiana e i principi fondamentali delle leggi statali e ordinarie.

4. Le trattative in corso devono essere comunicate alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e al MAE, il quale indicherà “principi e criteri”[419] e conferirà il potere di firma. In tal modo gli organismi succitati si attribuiscono il diritto di stabilire l’opportunità di un accordo o intesa, opportunità, che come si evidenzia in dottrina, non può essere di altra natura se non politica.

Tutti questi sistemi di garanzia e di controllo in realtà rivelano la vera natura della legge, la quale ribadisce il principio per cui <<il dialogo Stato Regioni in materia di attività internazionale è ancora prigioniero della visione tradizionale del diritto internazionale che riconosce solo il rapporto tra Stati, definendo un’immagine della realtà delle relazioni internazionali soggettivamente esclusiva, e quindi incompleta e fallace>>.[420]

Le problematiche e i punti di debolezza non si rilevano solo a livello legislativo. Essi sono anche legati non tanto all’approccio generale della cooperazione decentrata, che, come dimostrato, si è visto riconoscere una rilevanza internazionale generalizzata all’interno delle politiche di sviluppo ed un riconoscimento in quasi tutti i forum internazionali, quanto alle diverse modalità d’azione, che forse sarebbe meglio e più corretto indicare come modalità di speriment-azione.

Ianni, oltre ad evidenziare le problematiche relative al partenariato, individua una serie di altre questioni aperte, che necessitano d’attenzione:[421]

A) “questioni di chiarezza e operatività dei principi, delle metodologie, delle procedure e di mainstreaming, cioè, d’istituzionalizzazione della cooperazione decentrata come modalità d’intervento non marginale negli assetti della cooperazione allo sviluppo”.

A. 1) tali problematiche insieme, alle “metodologie e bisogno di assicurare la loro coerenza con i principi della partecipazione e dell’ownership, ciò comporta un impegno della cooperazione decentrata nella rilettura di strumenti quali il quadro logico e la gestione del ciclo del progetto, sia per quanto riguarda la loro struttura che l’uso che se ne fa”, rappresentano tanto un’occasione quanto una potenzialità.

A. 2) “creazione di meccanismi chiamati a funzionare come spazi di incontro, raccordo, collegamento e coordinamento, territoriali e non[…]”. Tra i meccanismi di raccordo, forum, tavoli e reti, sono delle forme importanti, ma comunque spesso “indeboliti, molte volte, dalla ridotta capacità di gestione delle differenze, dalla poca chiarezza dei ruoli dei diversi attori, dalla scarsa definizione della agenda di lavoro, dalla persistente confusione tra dimensioni politicorappresentativa e dimensione tecnicogestionale”. L’esperienza dei comitati si è dimostrata diversa a seconda della natura degli stessi. Se cittadina, la discontinuità, la carenza di elaborazione di strategie coerenti e a lungo periodo ne hanno caratterizzato il lavoro, se programmatica, il legame col territorio, si è rivelato, positivamente, decisivo.

A. 3) “[…], la debole attenzione per gli aspetti gestionali, così come per il momento valutativo, ripropone per gli interventi della cooperazione decentrata quanto già avanzato rispetto alle azione delle ONG, e cioè l’urgenza, da una parte di impegnarsi nell’individuazione di indicatori in grado di cogliere gli aspetti non tangibile e relazionali dei processi di sviluppo, e dall’altra di adottare metodi e procedure rispondenti ad una visione di processo e non semplicemente di progetto, gli unici in grado di conferire al monitoraggio e alla valutazione il carattere non di controllo esterno ma di occasione di apprendimento[…]”.

B) “La capacità di rispondere alla sfida […]: la ricerca della coerenza, cioè, di percorsi tali da stabilire rapporti non strumentali ma convergenti tra le scelte che orientano la cooperazione decentrata allo sviluppo e quelle che guidano i processi di internazionalizzazione economica e di paradiplomazia”.[422]

B. 1) In relazione al punto sopra annunciato, Ianni evidenzia come i problemi della cooperazione decentrata siano circoscritti soprattutto alla “pertinenza e all’efficacia dell’approccio e delle strategie di sviluppo prescelte: coerenza, coordinamento, operatività, mainstreaming, rapporto con le sfere della politica e dell’economia” che devono porsi in rapporto d’interrelazione e compatibilità.

C. 1) In ultimo le problematiche di fondo sono quelle legate all’approccio partecipativo “in primo luogo la non ancora sufficiente definizione delle procedure relative al momento di dialogo politico e dei meccanismi di gestione dei conflitti e di articolazione del consenso”.

Nonostante questi punti, Ianni evidenzia come la cooperazione decentrata è un laboratorio importante, è rappresenta una fondamentale risposta alle sfide della cooperazione allo sviluppo.

Stocchiero rileva come i punti di debolezza siano sostanzialmente quattro. Il primo, e anche il più importante (grave?), è legato proprio alla difficoltà dell’impegno e della vitalità degli Enti locali d’inquadrarsi, inserirsi all’interno degli assetti legislativi nazionali anche e soprattutto a causa dell’incompleto processo di riforma prima analizzato. Il secondo è relativo invece alle effettive capacità degli amministratori locali. Il livello di know how e di capacity building spesso non solo è basso sul piano locale, ma anche sul piano delle esperienze e delle abilità di dialogo con le comunità locali del sud, di comprensione e instaurazione di partenariato nell’ottica dello sviluppo reciproco, del cosviluppo. Un terzo punto di debolezza consiste nella cattiva interpretazione delle caratteristiche intrinseche del glocalismo che investono la cooperazione decentrata. Può, infatti, rischiare di scadere nel localismo, caratterizzato dalla semplice distribuzione di fondi, e dalla diffusione microprogetti. Altro problema è la resilienza e/o opposizione che associazioni, ONG hanno nei confronti degli Enti locali. Questi ultimi non suscitano spesso fiducia, sia per il loro carattere governativo sia per la continua alternanza tra fazioni politiche e personaggi all’interno delle Giunte. Quarto problema è ravvisato nella scarsezza di coordinamento con gli organismi istituzionali centrali che guidano la cooperazione allo sviluppo, quali MAE e DGCS. Per un approccio che rileva diverse difficoltà è importante anche sottolinearne i suoi punti di forza.

La forza del locale internazionalizzato, del partenariato, della democratizzazione, del rapporto diretto con le istituzioni comunitarie, della flessibilità insita nei processi di conoscenza e comprensione delle forze locali, del dialogo tra nord e sud che sembrano parlare lo stesso linguaggio grazie alla condivisione di problematiche, della voce del settore privato, sono oggi dei punti fondamentali, trainanti e motori nell’ottica dello sviluppo umano. I problemi non si annidano tanto nei punti di debolezza e i punti di forza non si insinuano nelle caratteristiche teoriche dell’approccio decentrato, ma essi si controbilanciano, si contrastano e fanno di quest’approccio una strada da esplorare nell’ottica della critica e della messa in discussione di certezze.

Se la cooperazione decentrata lascia aperte molte questioni, sicuramente ne chiude una: quella di una crisi definitiva delle politiche di cooperazione allo sviluppo e dell’inesistenza di approcci alternativi alle teorie classiche dello sviluppo, <<costituisce la risposta più articolata ai problemi che accompagnano e fanno da sfondo al riconoscimento della società civile come attore di sviluppo […] integra anche governi locali ed attori economici […]>>.[423] La crisi, come si è detto altrove in questo lavoro, è un punto di rottura, un momento di ridefinizione delle scelte, e questa congiuntura storica rappresenta un momento ormai maturo per la riforma dell’agenda nazionale alla luce delle realtà internazionali e locali.

<<La tradizionale gestione della politica estera (government) va oggi integrata con l’abilità di governare il sistema di relazioni poste in essere dei diversi soggetti con proiezione internazionale (governance), a partire proprio dagli enti regionali e locali. Ed è proprio dal modo in cui verranno gestiti questi rapporti che si misurerà nel prossimo futuro la capacità del governo di sostenere al meglio il nostro sistema paese>>.[424]

 

 

Conclusioni:

Dove finisce il limite della cooperazione allo sviluppo, e in questo caso quella della cooperazione decentrata, e comincia quello della politica estera? C’è un limite netto tra le due? La zona grigia che le separa può essere considerata come l’area di potenziale espressione delle istanze subnazionali? I fatti dimostrano che tale zona grigia oltre ad essere zona d’indefinitezza politica è anche luogo fondamentale per la proliferazione di rapporti partenariali di solidarietà, sostegno e realizzazione di politiche di sviluppo umano.

In un mondo dove la differenza tra la cooperazione a lungo termine è stata più volte invocata in nome dello sviluppo umano sostenibile al posto degli interventi a pioggia, o a breve termine, tutto sembra complicarsi. Ciò ha determinato rapporti solidi, consolidati e per molti aspetti paradiplomatici. La legge 49 del 1987 sancisce che “La cooperazione alo sviluppo è parte integrante della politica estera”. Oggi, però, i soggetti che materialmente si occupano di politica estera sono cambiati, sono sfumati, sono diversi dagli Stati nazione, e attualmente le Autonomie locali rappresentano un’importante potenzialità nella trasformazione dei conflitti e della cooperazione alla pace.

In uno scenario dove la tutela dei diritti umani, e a maggior ragione, quelli di diritto cogente, rappresenta una priorità assoluta della comunità internazionale, i confini tra ciò che è legittimo, legale, ufficiale, ufficioso, restano, ma sicuramente sono porosi, deboli e penetrabili.

Nel contesto della cooperazione decentrata dove gli Enti locali sono diventati, in un certo qual senso, il contenitore territoriale–istituzionale delle istanze socio-politiche, la loro posizione è certamente più visibile e suscettibile a disappunti. Ma perché la cooperazione internazionale, nella veste politica estera, deve essere concepita come una materia di conflitto tra governi locali e governo nazionale? Oggi se la diplomazia portata avanti dagli Enti locali si chiama diplomazia parallela ci sarà un motivo. Essa non vuole confliggere, contrapporsi, competere o sostituirsi alla diplomazia ufficiale e governativa. Le politiche vogliono essere un contributo, un’aggiunta, vogliono costituire un apporto innovativo e costruttivo nell’opera di cooperazione decentrata allo sviluppo umano, nella sue molteplici vesti di cooperazione internazionale e politica estera.

Che la cooperazione decentrata si sia posta, concettualmente, e negli studi degli esperti della cooperazione allo sviluppo, tra il governativo e il non governativo, tra le relazioni verticali e orizzontali, cercando in un certo qual senso di colmare il gap dell’interdipendenza evidenziato da Leaderlach, ciò ha significato, anche nell’agire, un porsi sulla linea mediana, tra cooperazione allo sviluppo e paradiplomacy. La cooperazione decentrata italiana si dispone anche nella pratica in una zona grigia, soggetta ad accuse, mozioni, ricorsi, indefinitezza, ma che può davvero essere utile e foriera di novità nell’ambito del panorama internazionale.

Risulta chiaro che all’alba degli anni novanta, processi complessi attraversano lo scenario internazionale. Gli Stati nazionali, protagonisti indiscussi, fino a pochi decenni fa, della scena nazionale ed internazionale, cominciano a vedere messo in discussione il proprio ruolo. Sfide provenienti dall’alto e dal basso ridefiniscono il loro profilo. Il fenomeno della globalizzazione, attraversando e superando i confini nazionali, attribuisce alla sfera della non-statalità un’importanza crescente. Facendo della prossimità sociale, del confronto virtuale, dell’internazionalizzazione economica e dell’informazione trasnazionale, i suoi principi cardine, esso obbliga gli Stati a riformulare le loro politiche, a rivedere strategie e modalità d’azione.

Nel contempo, sfide provenienti dal basso, rappresentate da nuove forme di appropriazione della politica e del territorio, operano ugualmente per una continua rielaborazione degli assetti socio-politico-istituzionali nazionali. Autonomie locali, con un inedito protagonismo internazionale, si fanno portavoce d’istanze socio territoriali, di rapporti e politiche estere inedite. Emergono, inoltre, nuove forme d’organizzazione politica delle comunità umane, per dirla alla Glassner, nazioni non Stato, quasi Stati, Stati ribelli, obbligano la politica e la diplomazia internazionale e rivedere le proprie forme di espressione.

Causa e conseguenza di questo processo di rielaborazione di ruoli e scenari, è un ampio processo di riorientamento della diplomazia. Forme plurali, molteplici e diverse di contatto tra gruppi umani s’impongono nel panorama internazionale. La cooperazione alla pace, allo sviluppo, e la politica estera s’intrecciano costantemente, ridefinendo teorie e pratiche, in maniera fluida e mobile. La cooperazione alla pace, tematica all’ordine del giorno in tutti i forum nazionali ed internazionali, sfida e arricchisce problematiche e riflessioni inerenti la cooperazione allo sviluppo. La multi track diplomacy, approccio sistemico alla pace, diventa un paradigma centrale per la redefinizione di ruoli, soggetti, modalità e strategie d’azione nella cooperazione e nella politica internazionale, che opera per la risoluzione, o meglio per la trasformazione dei conflitti. Nel contempo, a rielaborare contenuti e forme della diplomazia statale, è la paradiplomacy. Modalità nuova d’approccio ai problemi della politica internazionale, ridefinisce il ruolo delle Autonomie locali o NCG. Esse diventano partner nella creazione di rapporti interregionali, catalizzatori d’interessi areali e settoriali all’interno della politica e delle relazioni internazionali. In questa dimensione processuale e paradiplomatica, il territorio assume un’importanza decisiva anche nel rapporto con la cooperazione decentrata.

Il territorio diventa la chiave di risposta e d’interpretazione delle trasformazioni in atto, e la cooperazione decentrata, in quanto approccio innovativo di valorizzazione e rappresentanza delle istanze dello stesso, si pone come risposta alla crisi in cui versano le politiche di cooperazione allo sviluppo, certamente non in maniera univoca e definita, ma aperta e soggetta a diverse interpretazioni, creando, attraverso il territorio, nuovi rapporti che vanno dal locale a transnazionale.

La cooperazione decentrata intercettando le richieste dei soggetti locali, di enti privati, del settore commerciale ed economico, di università, rivela il protagonismo inedito del territorio e delle Autonomie locali. Esse non solo cercano di interpretare e coordinare politiche e strategie d’azione, ma si fanno portavoce, a livello internazionale, delle istanze locali, nell’ottica del cosviluppo e del partenariato internazionale per lo sviluppo locale. Le parole d’ordine nell’approccio decentrato sono e restano, infatti, il partenariato che cerca di collegare comunità del nord e del sud del mondo, lo sviluppo attraverso lo scambio reciproco d’esperienze e abilità, il coordinamento e la coerenza delle politiche attuate, la costruzione di un dialogo e di un rapporto di fiducia reciproco. Nonostante la centralità di questi principi, non sempre essi trovano attuazione all’interno delle politiche nazionali ed internazionali, questo sia per la novità che caratterizza l’approccio decentrato sia per la capacità d’influenza delle scelte locali. Ciò, però, non sminuisce il valore e le potenzialità di quest’approccio, anzi ne valorizza lo sforzo di riorientamento delle politiche e delle strategie d’azione. Il collegamento internazionale, nazionale, locale sembra, quindi, trovare il proprio luogo privilegiato d’espressione nella cooperazione decentrata.

L’analisi del ruolo che in essa svolgono le Autonomie locali, pone una duplice difficoltà d’analisi. La prima relativa alla loro definizione e collocazione nell’ambito del panorama complesso della cooperazione allo sviluppo, e la seconda relativa alla comprensione e alla valutazione concreta del peso di quest’ultima nell’ambito più generale. Esse si trovano in quella zona indefinita, sfumata che è il confine tra cooperazione decentrata, paradiplomacy e internazionalizzazione economica. Le Autonomie locali, in particolare, spesso rivestono il ruolo di soggetti attivi nell’ambito della politica estera. Questa circostanza ha fatto parlare di politica estera degli Enti subregionali e delle città.

Ma in uno scenario dove gli Stati, nonostante vivano un’epoca d’erosione delle proprie competenze e di crisi della centralità del proprio ruolo, difendono la loro competenza esclusiva sulla definizione delle linee politiche estere, come si collocano le politiche realizzate dalle Autonomie locali? In Italia, il processo, anche se lento, di ridefinizione delle competenze dello Stato e Regioni, da un lato incoraggia l’emergere, il fiorire e il proliferare di vari rapporti esteri regionali, dall’altro impone limiti, condizioni e parametri da rispettare nell’agire internazionale delle stesse, sia per una questione di competenza storica sulla materia, sia per un’esigenza d’uniformità e coerenza nella rappresentanza all’estero degli interessi e della politica nazionale. Ciò a cui si assiste è un passaggio dal termine singolare “politica” al plurale “politiche” e la pluralizzazione non avviene solo dal punto di vista terminologico. D’altra parte la capacità delle Autonomie locali di lavorare in rete sul territorio, e a livello globale, di farsi portavoce di istanze diverse, multiformi non può e non sa più rispondere alle logiche unidirezionali di una vecchia cooperazione allo sviluppo.

Ma allora nell’intreccio tra cooperazione decentrata e paradiplomacy, in particolare, qual è la logica che domina? In quale dimensione si muovono le Autonomie locali, in quella della cooperazione decentrata, della paradiplomacy, della politica estera o, ancora, della cooperazione alla pace? Voler definire e inquadrare a tutti costi un movimento in pieno sviluppo ed in corso significa mortificarne e sminuirne l’importanza e ciò rappresenterebbe, tra l’altro, un errore metodologico.

Le linee divisorie ombreggiate e sfumate si frappongono tra tutte queste dimensioni, gli angoli, gli spigoli si levigano tra loro; tali zone, come conferma il caso qui in analisi, sono, spesso il luogo di potenziale fioritura di modalità alternative, attente al rispetto dei diritti umani, alla partecipazione, alla differenza, e al cosviluppo. A dimostrazione dell’importanza del nuovo ruolo delle Autonomie locali, due eventi recenti meritano di essere menzionati, come spunti di riflessioni. Il primo riguarda la scorsa celebrazione della festa della Repubblica, trasmessa in televisione in diretta dalla capitale.

Il 2 giugno 2004 hanno sfilato in una processione fastosa, non solo le classiche istituzioni nazionali, tra bandiere sventolate, oltre a quella delle forze dell’ordine e quella italiana. C’erano anche quelle delle singole Regioni italiane, in rappresentanza del territorio. Avvenimento inedito. Per la prima volta, le Autonomie locali, sono state rappresentate una alla volta, come simbolo di contributo multiforme, particolare, come manifestazione di un’Italia dalle tante voci, importanti. Anche se quest’iniziativa ha valore simbolico, rivela una realtà in evoluzione.

L’altro evento, di portata internazionale, internazionale riguarda l’organizzazione del Congresso Fondatore di una nuova organizzazione mondiale, lo UCLG United Cities and Local Governments, nata dalla fusione nel gennaio 2004 dell’International Union of Local Autorities (IULA), e del World Federation of United Cities (WFUC), United Towns Organisations (UTO) and Metropolis, è da oggi il principale partner delle Nazioni Unite, rappresentante gli Enti locali, a dimostrazione dell’importanza del nuovo e sempre più importante ruolo dalle Autonomie locali nella cooperazione alla pace e allo sviluppo che nella politica internazionale. La cooperazione e la politica, il decentramento e paradiplomacy manifestano il loro intreccio anche nei più importanti forum internazionali. Ogni esclusivismo sulla politica estera, a livello nazionale, sembra pertanto poco in linea con le ultime evoluzioni della politica e della cooperazione internazionale, che con essa si mescolano.

Il Congresso, svoltosi a Parigi dal 2 al 5 Maggio del 2004 e organizzato in sessioni, ha visto affluire 3000 partecipanti da 80 Paesi. Le tematiche affrontate nel congresso riguardavano il valore dei “diritti umani all’interno delle comunità locali e delle città”, “l’importanza dello sviluppo locale sostenibile nell’era globale”, il “decentramento e la democrazia locale”, “il partenariato”, “la cooperazione e la diplomazia”, come strumento per la risoluzione dei conflitti e del “capacity building”, temi che con molti limiti, si è tentato di affrontare. Dall’incrocio tra dibattiti, iniziative, riflessioni, che si muovono dal piano locale, nazionale e poi internazionale, nuovi percorsi e strategie d’azione tracciano nuovi molteplici cammini, in attesa solo di essere scoperti, rivalutati e valorizzati. Questi cammini vedono come protagonisti gli Enti locali, agenti, operatori e promotori di politiche di pace, plurali e decentrate.

Possiamo concludere e sostenere alcune tesi e giungere ad importanti conclusioni.

-          La cooperazione decentrata rappresenta, a livello internazionale, un approccio nuovo e multiattoriale, un vero e proprio laboratorio di sperimentazione, non ancora completamente consolidato a livello istituzionale e di mainstreaming ma ricco di potenzialità rilevanti. Non è né un modello d’azione predeterminato, nè un dispositivo, né uno strumento, un mezzo come tanti, attraverso cui realizzare politiche di sviluppo. Essa rappresenta un nuovo approccio in via di definizione, che punta alla realizzazione di politiche attente al decentramento, alla democrazia, al territorio.

-          In Italia, le Autonomie locali tendono sempre più a rivestire un’importanza maggiore nei processi di sviluppo. La cooperazione decentrata italiana ha assunto un carattere eminentemente territoriale. Il caso della Regione Emilia Romagna[425] mostra, inoltre, la nascita di partenariati interterritoriali all’interno dello stesso nord, che contribuiscono alla realizzazione di politiche di sviluppo umano sostenibile; un esempio è costituito dal suo rapporto partenariale tra la Regione Emilia Romagna e la Regione Marche per i progetti in Bosnia-Erzegovina e in Albania. In un contesto di riforma del rapporto tra Stato e Autonomie locali, come quello italiano, l’approccio decentrato si rivela un processo ancora in definizione, foriero di rivelanti trasformazioni ma anche di tensioni sia nei rapporti reciproci che nella gestione autonoma delle proprie rispettive competenze. Nell’ambito della riforma costituzionale del Titolo V, ed in particolare nell’articolo 117, comma 2, lettera a) la politica estera resta d’esclusiva competenza statale, ma le Autonomie locali possono instaurare non più solo attività di mero rilievo internazionale, come già prospettato nella seconda metà degli anni novanta, ma veri e propri rapporti internazionali, materia di competenza concorrente. Se in teoria tale distinzione risulta chiara, nella pratica, l’entrata delle Autonomie locali nei rapporti internazionali è oggetto di tensioni e il passo che separa la cooperazione allo sviluppo dalla politica estera è sempre più breve.

-          La cooperazione allo sviluppo e anche la cooperazione decentrata italiana, rivelano la presenza di motivazioni sia economiche che geostrategiche. Diverse attività di cooperazione allo sviluppo sono guidate da politiche d’internazionalizzazione economica. Il caso delle politiche della Regione Emilia Romagna rivela, infatti, l’impegno della stessa anche sul fronte della promozione commerciale internazionale, soprattutto all’interno dell’Unione Europea e del Nord America. Il caso qui in analisi dimostra, però, che:

v      l’internazionalizzazione economica non è né l’unica logica informatrice della cooperazione decentrata, né tanto meno, molte volte, la prevalente. Le Regioni si occupano di Paesi afflitti da povertà, malattie endemiche e conflitti per contribuire allo sviluppo umano di queste popolazioni.

v      le motivazioni all’agire internazionale possono anche essere esclusivamente politiche e solidaristiche, per la promozione della pace e dell’empowerment degli ultimi.

-          L’approccio della  cooperazione decentrata e alla paradiplomacy, caratterizzato dalla modalità territoriale, conferma la presenza di un’analoga scelta a livello di tutta la cooperazione decentrata italiana:

v      “costruzione e consolidamento dell’identità”, cogliendo le istanze del tessuto socio-territoriale;

v      “articolazione degli interessi regionali”, non solo sul territorio locale ma anche articolando e sistematizzando gli interventi nei territori interessati;

v      “mobilitazione della politica territoriale”, riuscendo ad esprimere le istanze non solo solidaristiche ma anche politiche del territorio, che da impulsi sparsi e scoordinati sono diventanti importanti pezzi di un puzzle territoriale, articolato e pluriattoriale.

-          La cooperazione decentrata opera, in taluni casi, come un vero e proprio strumento di pace. La multi track diplomacy ha evidenziato come la cooperazione allo sviluppo debba puntare alla trasformazione dei conflitti e all’instaurazione di dialoghi di pace a livello internazionale, attraverso tutti i canali possibili, tra cui rientrano decisamente, e con rinnovato valore, le Autonomie locali. La cooperazione decentrata, oltre ad essere luogo d’espressione di politiche subnazionali e interregionali, definite in questa sede di natura paradiplomatica, può diventare un catalizzatore per i processi di pace.

-          La cooperazione decentrata e i rapporti internazionali delle Autonomie locali non si pongono necessariamente in una posizione di subordinazione o di conflittualità con le politiche statali. Il lavoro delle Autonomie locali può rappresentare un importante e decisivo contributo, sia alla cooperazione allo sviluppo governativa che alla diplomazia ufficiale, e, in quanto momento d’interazione tra i soggetti tutti della cooperazione allo sviluppo, anche con gli Stati nazione. La cooperazione decentrata cerca di contribuire in maniera positiva alla costruzione d’un dialogo tra le parti e all’instaurazione di canali di pace, non contrapponendosi né sostituendosi alle politiche governative.

-          La cooperazione decentrata, nella sua espressione più politica ed intrecciata con la paradiplomacy, dimostra, inoltre, di essere:

v      un approccio diverso e innovativo, un modo nuovo di fare sia cooperazione allo sviluppo che politica estera e non un’attività di second’ordine e di “low politics”; bensì un incrocio, un laboratorio sperimentale nell’ottica del decentramento e del locale transnazionale.

v      un campo caratterizzato, ancor più nel contesto italiano di riassetto e riforma legislativa, da uno “status d’ambiguità”, dove aspetti di “soveregnity free” e “soveregnity bound” nazional-regionali si scontrano e si incrociano, determinando un ibrido in via di definizione, in cui si manifestano sia tensioni e contrasti tra i diversi livelli della politica nazionale, sia convergenze foriere di innovazioni e contributi inediti, proprio come nel caso qui analizzato;

v      un importante luogo simbolico in cui non solo il “government”, grazie al lavoro internazionale delle Autonomie locali, si è territoralizzato e si appropriato, attraverso il suo approccio bottom up, del tessuto sociale organizzato, in cui non solo la “governance” si è espressa attraverso importanti attori della società civile, ma che si colloca all’interno di quel fiorente processo di “multilevel governance” che vede le Autonomie locali instaurare, in base al principio del decentramento, su base interterritoriale, rapporti transnazionali di grande apporto socio-politico, paralleli, aggiuntivi e innovativi a quelli governativi.

In conclusione e in generale, l’intreccio tra la cooperazione decentrata e la paradiplomacy rivela di essere un mix di potenzialità e tensioni sottese ed esplicite, nascoste e palesi, che nonostante sia in fase di ridefinizione, rappresenta un innovativo e promettente “working-in-progress” e “learning process”.

 

Siglario e abbreviazioni

ACLI                            Associazioni Cattoliche Lavoratori Italiani

ACNUR                       Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati

ACP                            Africa Caraibi e Pacifico       

ADL                            Agenzie di Sviluppo Economico Locale

AFAPREDESA                       Associazione dei Familiari dei Prigionieri e degli Scomparsi Saharawi

AFMF                          Associazione Forlivese Malattie del Fegato

ANCI                           Associazione Nazionale dei Comuni Italiani

ANPAS                                   Azienda Nazionale Pubbliche Assistenze

ANSPS                                   Associazione Nazionale di Solidarietà al Popolo Saharawi

APS                            Aiuto Pubblico allo Sviluppo

ARCI                           Associazione Ricreativa Culturale Italiana

ARE                            Assemblea delle Regioni d’Europa

AUSL                          Azienda Unità Sanitaria Locale

BEI                              Banca Europea degli Investimenti 

BIRDHSO                   Bureau for the Respect of Human Rights in Western Sahara

BM                              Banca Mondiale

BSC                            Bicommunal Steering Committee

BUR                            Bollettino Ufficiale Regionale

CADSES                    Central Adriatic Danubian South-Eastern European Space

CARDS                      Community Assistance for Recostruction, Development and  Stabilisation      

CBOs                          Civil Body Organizations

CCILS                         Cooperativa per l´inserimento lavorativo e sociale

CCRE                         Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa

CDI                             Commitment to Development Index

CdR                            Comitato delle Regioni

CEE                            Comunità Economica Europea

CEPAL                                   Commissione economica per l’America Latina

CERFE                                  Centro di Ricerca e Documentazione Febbraio ‘74

CeSPI                         Centro Studi di Politica Internazionale

CESTAS                     Centro di Educazione Sanitaria e Tecnologie Appropriate Sanitarie

CGD-FP                     Center for Global Development and Foreign Policy

CGIL                           Confederazione Generale Italiana Sindacati del Lavoro

CI-CR                         Comitato Internazionale della Croce Rossa

CICS                           Comitato interministeriale per la cooperazione allo sviluppo

CIPE                           Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica

CIPES                        Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica Sociale

CISP                           Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli

COCIS                                   Coordinamento delle Organizzazioni non governative per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo

CNR                           Centro Nazionale Ricerche

COSPE                                  Cooperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti

CPLRE                                   Congresso dei Poteri Locali e Regionali d’Europa

CPRPM                                  Conferenza delle Regioni Periferiche e Marittime

CSDC                         Centro Studi Difesa Civile

CSO                           Civil Society Organizations

DAC                            Development Assistence Committee

DCD                           Development Cooperation Directorate

DG                              Direzione Generale

DGCS                         Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo

EADI                            European Association of Development Research and Training Institute

ECDPM                      European Centre fro Development Policy Management

ECHO                         European Commission’s Humanitarian Office

ERIS                           European Regional Information Society Association

EUROSTEP               European Solidarity Towards Equal Participation of People

FAI                              Fondo Aiuti Italiano

FAO                            Food and Agricoltural Organization

FEI                              Fondo Europeo per gli Investimenti

FEOGA                                  Fondo Europeo Agricolo di Orientamento e Garanzia

FERS                         Fondo Europeo di Sviluppo Regionale

FESU                          Forum Europeo per la sicurezza urbana

FIOTO                        Federazione italiana operatori tecnica ortopedica

FMI                              Fondo Monetario Internazionale

FSE                            Fondo Sociale Europeo

FVG                            Forum Veritè et Giustice

GU                              Gazzetta Ufficiale

GUCE                         Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea

GVC                            Gruppo di Volontariato Civile

HDI                              Human Development Index

HPI                              Human Poverty Index

ICE                             Istituto Commercio Estero

ICS                             Italian Consortium of Solidarity

ILO                              International Labour Organization

IMTD                           Istituto per la Multi Track Diplomacy

ITC                              International Union of Local Authorities

MAE                            Ministero degli Affari Esteri

MEDA                         Mesures d’Accompagnement Techniques at Financierès

MEDOC                      Mediterraneo Occidentale

MEDOCC                   Mediterraneo Occidentale

MINURSO                   Missione Internazionale delle Nazione Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale

MLRS                         Mezza Luna Rossa Saharawi

MPDL                         Movimento per la Pace e il Disarmo e la Libertà

MSF                            Médecins Sans Frontières

NAFTA                                    North American Free Trade Agreements

NCG                           Non Central Governaments

NGDOs                      Non Governamental Development Organizations

NGO                           Non Governamental Organization

OCSE                         Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico

ODI                             Overseas Development Institute

OECD                        Organization fro Economic Co-operation and Development

OICS                          Osservatorio Interregionale per la Cooperazione allo Sviluppo

OLP                            Organizzazione per la Liberazione della Palestina

OMS                           Organizzazione Mondiale della Sanità

ONLUS                                   Organizzazione Non Lucrativa e di Utilità Sociale

ONG                           Organizzazioni Non Governative

ONU                           Organizzazione delle Nazioni Unite

OSA                            Organizzazione degli Stati Americani

OUA                            Organizzazione Unione Africana

PAM                            Programma Alimentare Mondiale

PASARP                     Program of Activities in Support of the Albanian Refugee Population

PDHL                          Programa de Desarrollo Humano a nivel local

PIC                             Programmi d’Iniziativa Comunitaria

PNUD                          Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo

PNL                            Prodotto Nazionale Lordo

POR                           Programma Operativo Regionale

PTM                            Paz y Tercer Mundo

PVS                            Paesi in Via di Sviluppo

RASD                         Repubblica Araba Saharawi Democratica

SFOP                         Strumento Finanziario di Orientamento alla Pesca

SIOI                            Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale

SSSE                         Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo

SUN                            Seconda Università degli Studi di Napoli

TNC                            TransNational Companies

UA                               Unione Africana

UCLG                         United Cities and Local Governments

UCODEP                   Unità e Cooperazione per lo Sviluppo dei popoli

UE                              Unione Europea

UGS                            Unione dei Giuristi Saharawi

UNCTAD                    United Nations Conference for Trade Agreements and Development

UNDP                         United Nation Development Programme

UNESCO                    United Nation Educational, Scientific and Cultural Organization

UNICEF                      United Nation International Children Emergency Fund

UNIRISD                     United Nations Research Institute for Social Development

UNOPS                      United Nation Office for Projects Service

UPI                              Unione Province Italiane

UTO                            United Towns Organisations

WFUC                        World Federation of United Cities

 

Bibliografia

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[1] Ianni V., Toigo M., L’impegno della Regione Marche per la solidarietà e la cooperazione internazionale: 1996-2001, Regione Marche, Movimondo, 2001, p. 9.

[2] Tesi di Laurea in Cooperazione allo sviluppo, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, Facoltà di Scienze Politiche, Corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche, anno accademico 2003-2004.

[3] La scelta della Regione Emilia Romagna è nata, invece, dal desiderio di analizzare il lavoro e l’impegno di un’Autonomia locale che si esprimesse, oltre la solidarietà, anche da un punto di vista politico. Il Tavolo Paese per il popolo saharawi – istituito presso la Regione - raccoglie e coordina il lavoro di tutti i soggetti del territorio interessati alla causa ma opera anche missioni in loco, invita i Ministri della RASD, e si prefigge di fare opera di pace, anche dal punto di vista politico e dello sviluppo umano. Mi sembrava, quindi, che l’ottica in cui lavorava la Regione andasse alla ricerca di quel qualcosa in più, quel qualcosa in più a cui ero giunta e di cui andavo alla ricerca, cioè di contributo politico alla risoluzione del conflitto. La Regione Emilia Romagna offriva uno spunto di riflessione concreto, oltre che teorico, sull’intreccio esistente tra cooperazione decentrata e paradiplomacy. Questo lavoro, in maniera prima implicita e poi sempre più esplicita, si domanda “Dove vogliono arrivare le Autonomie locali?”. Esse si fanno portavoce in alcune situazioni, non solo d’istanze politiche territoriali all’interno del territorio nazionale, ma anche di una vera e propria politica estera, di un’opera diplomatica parallela e apportatrice di contributi rilevanti e singolari, che no vuole contrastare o sostituirsi a quella nazionale, ma integrarla e contribuire ad essa positivamente. Al riguardo offriva spunto il fatto che la legge regionale dell’Emilia Romagna è stata impugnata dallo Stato davanti alla Corte Costituzionale, perché sospetta d’incostituzionalità. La Regione avrebbe, secondo questa tesi, legiferato su una materia d’esclusiva competenza statale, cioè, la politica estera. Questa circostanza ha quindi offerto la possibilità di riflettere anche sulla riforma costituzionale del Titolo V, che riconosce un maggiore potere estero delle Regioni.

[4] Oggi oggetto di particolare attenzione da parte del Ministero degli Affari Esteri, DGCS.

[5] Si avverte che le traduzioni sono d’esclusiva responsabilità dell’autrice quando i testi non disponibili nella loro versione in italiano.

[6] Grzybowski C., We NGOs: a controversial way of being and acting, Development in Practice, vol. 10, n. 3&4, pp. 436-444, 2000, p. 438.

[7] Murphy B. K., International NGOs and the challenge of modernity, Development in Practice, vol. 10, n. 3&4, 2000, p 342. Con il termine “maggioranza sociale” intende designare quella grossa fetta della popolazione mondiale che non ha un adeguato accesso a beni e risorse, che è appunto la maggioranza assoluta della popolazione.

[8] Boutros-Ghali B., op.cit, p. 11.

[9] Diamond L., McDonald J., op. cit., p. 23.

[10] Rosenau J. N., op.cit. Si ritiene più adatto non tradurre il termine fragmegration perché neologismo e invenzione dell’autore, ma anche perché in italiano non renderebbe il significato allo stesso modo, di conseguenza si ritiene anche più adatto non tradurre le due parole che la compongono, cioè fragmentation and integration.

[11] White S. C., Depoliticising development: the use and abuses of participation, Development in Practice, vol. 6, n. 1, pp. 6-15, 1996.

[12] Macrae J., Leader N.,  Shifting  sands: The search for “coherence” between political and humanitarian responses to complex emergencies, HPG Report 8, August 2000, Humanitarian Policy Group, ODI, Overseas Development Institute, London, 2000.

[13] Finn E., op. cit.

[14] Beck U., op. cit. L’autore ritiene che si stiano affermando alcuni nuovi principi quali, il principio dell’esperienza di crisi della società mondiale, che cancella distinzioni e confini tra interno ed esterno, noi e gli altri, il nazionale e l’internazionale; il principio del riconoscimento delle differenze della società mondiale, con una spiccata curiosità per l’alterità; il principio di cambiamento di prospettiva, e a tal proposito introduce il concetto dello sguardo cosmopolita, il principio d’invivibilità di una società senza confini, che porta ad innalzarne di nuovi e il principio della mescolanza delle culture locali, nazionali, etniche e cosmopolite.

[15] Citato in Beck U., op cit.

[16] Page S., Developing Countries: Victims or Partecipants, The Changing Role in International Nagotiations, Occasional Paper, Globalisation and Poverty Programme, ODI, Overseas Development Institute, London, 2003, p. 11.

[17] Citato in Beck U., op.cit. Vedi p. 79.

[18] Diamond L., McDonald J, op. cit., p. 23.

[19] Beck U., La società cosmopolita: prospettive dell’epoca postnazionale, Bologna, Il Mulino, 2003, p. 177.

[20] Finn E., International relation in a changing world. A new diplomacy?,  Journal of International Affairs, vol. 5, n. 2, 2000.

[21] Diamond L., McDonald J., Multi-Track Diplomacy: a system approach to peace, West Hartford, Kumarian Press, 1996.

[22] Diamond L., McDonald J, ibidem, p. 132.                                                                          

[23] Il termine crisi è utilizzato nell’accezione letterale del termine, nel senso di rottura, cambiamento dai risvolti sia positivi che negativi, come già utilizzato in precedenza.

[24] Citato in Rosenau J. N., op.cit., da Arjun Appadurai, Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization, Minneapolis: University of Minnesota Press, 1996, pp. 19- 23.

[25] Cfr. Glassner M. I., Manuale di geografia politica, Milano, Franco Angeli, 1997.

[26] Ibidem.

[27] Russolillo F., Concezioni correnti di Nazioni, Dizionario di Politica, N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, Edizioni UTET, TEA, 1997.

[28] Cfr. Glassner M. I., op.cit.

[29] È da notare, tuttavia, che Glassner, nel rilevare come non esista un numero minimo di componenti affinché il gruppo possa essere considerato una nazione, afferma anche “Forse il fattore critico è se il gruppo in questione si considera esso stesso una nazione”; cfr. Glassner M. I. op. cit., p. 58.

[30] Anderson B., Comunità immaginate: origini e fortuna dei nazionlismi, Roma, Manifestolibri, 2003. Il termine ‘immaginate’ è scelto con molto scrupolo, infatti, si ritiene più appropriato di “inventate”, perché questo termine implica spesso che comunità inventate siano comunque false, si ritiene anche più appropriato di “immaginarie”, perché suggerisce un senso di irrealtà e di fantasticheria rispetto invece all’uso più concreto di “immaginate”, come sforzo umano.

[31] Anderson B, op. cit., p. 30.

[32] Glassner M. I., Manuale di Geografia Politica, Franco Angeli, 1997, p. 55.

[33] Un altro dibattito riguarda inoltre il valore di tale riconoscimento, cioè, se esso sia costitutivo o dichiarativo. Non essendo questa la sede adatta per un’adeguata analisi dello Stato nazionale, per un approfondimento adeguato si rimanda a Glassner M. I.B., op.cit., Conforti, Le Nazioni Unite, sesta edizione, CEDAM, 2000.

[34] “La parola “nazione”, da “natus”, nato, è d’origine latina, i greci invece per indicare concetti affini usarono termini come ethnos, phylon, genos, geneà (popolo, razza, stirpe, tribù), “ethnos” individuava i diversi popoli “barbari”, che i romani chiamarono “nationes”, loro invece si definirono “civitas” o “populus”, da http://www.paratge.it/valadas/nazion01.htm.

[35] Habermas J., Cittadinanza e Identità Nazionale, Micro-Mega, pp. 123- 146, 1998. Seguendo sempre il pensiero di Habermas tale istituzionalizzazione statal-nazionale del processo democratico classico può essere analizzata da quattro punti di vista diversi, amministrativo e fiscale, territoriale dotato di sovranità, nazionale e democratico, di diritto e sociale. Dal punto di vista amministrativo, che va visto sotto il profilo del diritto positivo e, quindi funzionale, il diritto non è solo strumento organizzativo, ma scherma la società privatizzandola dalle intromissioni dello Stato; la separazione quindi tra sfera politica e sfera economica, rende possibile l’esclusività delle competenze nell’amministrazione pubblica, ma rende, lo stato fiscale, dipendente dalle risorse del traffico economico liberato dalla sfera privata. La combinazione della limitazione sociale/territoriale della comunità politica circoscrive l’ambito della validità dell’ordinamento giuridico dello Stato, e avvalora il senso di cittadinanza. Dal principio di territorialità risultano separati tra loro le relazioni internazionali da un lato, e l’ambito della sovranità nazionale dall’altro: politica estera e politica interna; la sovranità dello stato si fonda sul diritto al reciproco riconoscimento  dell’integrità delle frontiere statali. Habermas J., La costellazione postnazionale: mercato globale, nazioni e democrazia, Milano, Feltrinelli, 2002, p. 37.

[36] Insieme alla democrazia, dalla richiesta e dialettica d’eguaglianza giuridica e fattuale, deriva poi lo stato sociale, cioè, la richiesta di eliminazione di ogni svantaggio o discriminazione sistemica, che impedisca ai membri dei gruppi sottoprivilegiati di fare uso effettivo dei diritti formali egualmente distribuiti,  L’interventismo dello stato sociale, si giustifica già in base agli stessi diritti fondamentali. Ibidem.

[37] Beck U., Che cos’è la globalizzazione, Roma, Carocci editore, 1999, p. 125. Vedi p. 127.

[38] Glassner M. I. , op.cit.

[39] L’autore, infatti, dubita sulla possibilità di definire Stato un territorio di 44 ettari con una popolazione pari a 800 abitanti, di cui solo la metà ha la cittadinanza vaticana.

[40] Per una visione complessa del concetto di rete si faccia riferimento alla visione di Roger Brunet citata in Boggio F., De Matteis G., Geografia dello sviluppo, Diversità e disuguaglianze nel rapporto Nord- Sud, UTET Libreria, 2002, p. 53, per cui “il termine rete indicava originariamente uno strumento usato per trattenere tra le maglie una risorsa che si muoveva perpendicolarmente rispetto alla rete stessa. La metafora è stata ora trasposta e rappresenta ciò che permette la circolazione ‘lungo’ dei fili e attraverso i nodi […]. Permane, senza dubbio, parte della metafora originaria […]. La rete permette quindi, da un lato la comunicazione fra i nodi, dall’altro ‘l’irrigazione’ della superficie che copre”.

[41] Habermas J., op.cit.

[42] Beck U., La società cosmopolita: prospettive dell’epoca postnazionale, Bologna, Il Mulino, 2003, p. 130.

[43] Ibidem.

[44]Ibidem.

[45] Ibidem.

[46] Mingus M. S., Transnationalism and Subnational Paradiplomacy: Is this Perforeted Sovregnity or Are Democracy and Civil Society Just Across Borders?, Anchorage, Alaska, 2003.

[47] Per l’analisi del concetto di transnazionalismo si seguirà una pubblicazione del Centro Studi Difesa Civile, CSDC, in cui sono inseriti diversi argomenti e di cui non si hanno informazioni precise purtroppo.

[48] Centro Studi Difesa Civile, CSDC, via Salaria, Roma.

[49] Indicativamente su settori quali: pace, disarmo, diritti umani, sviluppo economico e sociale, ambiente, lavoro, rifugiati.

[50] Sarà proprio questa politicizzazione la base della teoria della paradiplomacy o la multi track diplomacy, che vedrà attori non statali, o, comunque, non a livello centrale, porsi come uno degli interlocutori nel campo della cooperazione internazionale.

[51] Ibidem, pp. 134 e 134. Il glocalismo sarà analizzato in seguito, basti per ora dire che tale fenomeno realizza un collegamento tra la dimensione globale e quella locale, nell’ottica dell’integrazione.

[52] Lecours A., When Region Go Abroad: Globalization, Nationalism and Federalism, Concordia Univerisity, 2002

[53] Certamente non è questa la sede adeguata per parlare in modo esteso del ruolo che gli Enti decentrati a livello nazionale e internazionale hanno avuto in passato, Lecours riporta molti esempi, come la regione del Quèbec nel 1960 in Canada, la Regione Basca nel 1936 e 1939 in Spagna, e poi analizza anche in modo preciso il caso della Vallonia in Belgio, per un maggiore approfondimento sul tema si veda Aldecoa F. e Keating M., Paradiplomacy in Action. The Foreign Relations of Subnational Governments, Londres, Frank Cases, 1999.

 

[54]Aldecoa F. e Keating M., Paradiplomacy in Action. The Foreign Relations of Subnational Governments, Londres, Frank Cases, 1999.

[55] Beck U., op.cit., p. 239.

[56] Di questo paradigma beckiano se n’è gia parlato ampiamente, ricordiamo, però, qui la definizione che Beck ha, a questo paradigma, attribuito “Concezione della società e della politica centrata sullo stato nazionale, sia nella prassi sia nella scienza politica”, ibidem, p. 268.

[57] Ostellino P., La diplomazia, in Bobbio N., Matteucci N., Pasquino G.,  Dizionario di politica, TEA, dizionari UTET, Milano 2000, p. 303.

[58] Ibidem.

[59] Ibidem.

[60] Tale circostanza è sottolineata da Aguirre I., all’interno del lavoro Aldecoa F. e Keating M., Paradiplomacy in Action. The Foreign Relations of Subnational Governments, Londres, Frank Cases, 1999.

[61] CERFE, Glocal Forum, Think Tank on Glocalization, Glocalization, Research Study and policy raccomandations, Roma, 2003.

[62] Ibidem, p. 96, corsivo presente nel testo.

[63] In questa sede ciò che interessa è analizzare il sistema complessivo della multi track e sottolineare l’interrelazione e l’interdipendenza che esiste tra essi. Per ora si rimanda a Diamond L., McDonald J., Multi-Track Diplomacy: a system approach to peace, West Hartford, Kumarian Press, 1996.

[64]Ibidem, p. 1.

[65] Per un’analisi sull’internazionalizzazione economica si veda il capitolo 2.

[66] Diamond L., McDonald J, op. cit., p. 74.

 

[67] Aldecoa F. e Keating M., op.cit., p. 6.

[68] Ibidem.

[69] Quest’ultima è la visione di Soldatos e Duchacek analizzata all’interno di Aldecoa F. e Keating, op.cit.

[70] Analizzato in ibidem, vedi p. 193.

[71] Per gli autori in questione, una comprensione della diplomazia in quanto estraniamento o mediazione, è sia pericolosa che riduttiva.

[72] Aldecoa F. e Keating, op.cit.,  pp. 40 – 45.

[73] Per un confronto, ibidem, p. 199.

[74] Ibidem.

[75] Il richiamo a questa frase è tratto da Aldecoa F. e Keating M., Paradiplomacy in Action. The Foreign Relations of Subnational Governments, Londres, Frank Cases, 1999, da cui prende spunto questo paragrafo.

[76] Si userà il termine in inglese per lasciare inalterata la sigla NCG.

[77] Per Lecours i governi regionali operano aldilà dei confine nazionali già dalla seconda metà degli anni cinquanta. Egli porta ad esempio l’attività internazionale degli stati americani meridionali per motivi d’esportazione e d’investimenti. Riporta anche l’esempio del primo governo basco (1936-1939) che inviò delegazioni, diplomatici per instaurare rapporti con altri interlocutori, per un approfondimento si veda Lecours A., When  Region Go Abroad: Globalization, Nationalism and Federalism, Concordia Univerisity, 2002.

[78] Questi due sensi sono analizzati sia in Lecours A., op.cit,  sia Aldecoa F. e Keating M., op.cit.

[79] Il concetto di differenzianzione tra ‘high policy’ e ‘low policy’ è tratto da Hocking B., Patrolling the ‘Frontier’: Globalization, Localization and the actorness of Non-Central Governments, tratto da Aldecoa F. e Keating M, op. cit., pp. 17-36, ma è evidenziato anche da Lecours A., op. cit.

[80] Lecours A., op. cit.

[81] Aldecoa F. e Keating M, op. cit., pp. 17-36.

[82] Aldecoa F. e Keating M., op. cit.

[83] Ibidem, p. 17.

[84] Ibidem.

[85] Lecours A., op. cit., p. 4.

[86] L’autore riporta il caso dei Fiamminghi che sottolineano la loro appartenenza religiosa della comunità al movimento cristiano democratico, e il caso del Quebec che porta avanti una politica legata alle trade-unions. Ibidem.

[87] Lecours A., op. cit., p. 6.

[88] Secondo Anderson, lo Stato nazione se ha avuto successo lo deve alla sua capacità di inventare una nazione, costruendo tradizione, memoria collettiva e storia.

[89] Aldecoa F. e Keating M, op.cit., p. 5.

[90] Il termine, riferito alla sottovalutazione dell’azione internazione degli attori subnazionale, è usato da Hocking B. in Aldecoa F. e Keating M., op. cit., p. 22.

[91] La classificazione del ruolo degli NCG, in quanto iniziatori, canali e target dell’azione internazionale è tratta da Hocking, ibidem, corsivo nel testo.

[92] Questa terminologia è usata da Hocking, ibidem.

[93] In realtà al termine di ‘Europa delle Regioni’ sono stati attribuiti tre diversi significati:

a)Una in cui gli Stati nazione lasciano libero spazio alle nuove forze territoriali, nelle quali unità economiche o culturali esistono aldilà degli Stati e sono anche attori principali;

b)Una concezione più limitata che vede le regioni come “terzo livello”, cioè, attribuisce loro un riconoscimento ma sono comunque inglobate in politiche statali.

c)Una concezione più debole, dove l’Europa è importante per la sua dimensione della politica, della collaborazione e della consultazione regionale è da sviluppare e approfondire.

Non avendo riscosso molto successo si è preferito parlare di “Europa delle culture”.

[94] Esiste, infatti, un Council of Local Authorities and Regional of Europe, un Congress of Local and Regional Europe, e l’Assemblea delle Regioni d’Europa (ARE). Su questo aspetto si guardi successivamente, capitolo quarto. Oppure l’INTERREG, il NAFTA. Per un approfondimento sugli organismi regionali si veda Aldecoa F. e Keating M., op.cit.

[95] Anche per quanto riguarda l’utilizzo del termine continuità e targets e canali, il riferimento è ad Hocking, op.cit.,  p. 26.

[96] Aldecoa F. e Keating M., op. cit., p. 28.

[97] Ibidem.

[98] Nel testo già citato riporta il caso degli indipendentisti baschi e dell’Irlanda del Nord, anche nell’Europa centrale si fa spesso richiamo all’identità politica di gruppi sparsi e diffusi in nome di un’unica regione che richiede l’indipendenza. Ibidem.

[99] Lecours A., op.cit.

[100] Di Multilevel Governance parla Hocking B., op.cit., p. 30. Essa “poggia sulla capacità delle Regioni di sfruttare le opportunità offerte dai networks- governativi, intergovernativi e sopranazionali- nei quali sono collocate”. Il concetto è ripreso da molti autori i quali vedono nella nuova capacità da parte di Enti locali, governi subnazionali, istituzioni internazionali, associazioni, ONG non solo di partecipare alle decisioni internazionali, ma anche di attuare strategie d’azione, da soli e in partenariato. Pertanto, attraverso la concertazione e la divisione del lavoro tra diversi livelli della “politica internazionale” si realizza una vera e propria governance informale, ma di fondamentale contributo al government del world order.

[101] Strategie di mediazione e primarie sono una classificazione di Hocking, op.cit., p. 30.

[102] Gli esempi più comuni sono la Regione del Quebec in Canada e la Regione basca in Spagna.

[103] Keating M., Regions and International Affairs: Motives, Opportunities end Strategies, pp. 1-16, tratto da Aldecoa F. e Keating M, op.cit.

[104] Questi due autori sono considerati quali i padri fondatori e vengono citati un po’ in tutti i paper e i siti dedicati all’analisi della paradiplomacy. Per un riscontro si veda Morcillo Laiz A., Transnationalism and Regionalism  Mobilization in the European Union. A comparative study, University of Sheffild, 2001, Lecours A. When Region Go Abroad: Globalization, Nationalism and Federalism, Concordia Univerisity, 2002, Aldecoa F. e Keating M., Paradiplomacy in Action. The Foreign Relations of Subnational Governments, Londres, Frank Cases, 1999.

[105] I casi più analizzati riguardano però nazioni come la Germania, il Belgio, il Canada, la Spagna.

[106] Morzillo Laiz evidenzia in particolare due problematiche fondamentali, la prima riguarda le Regioni che appartengono ad organismi sopranazionali, considerate ormai enti distaccati dallo stato e soprattutto dal monopolio della politica estera, la seconda riguarda solo particolari tipi di Regioni considerate pericolose per il monopolio statale cioè quelle con una forte agenda di carattere nazionalista. Anche secondo Lecours, dietro il fenomeno della paradiplomacy si nasconde il nazionalismo. Ed è proprio questa la difficoltà maggiore e il più grosso paradosso riguardante la paradiplomacy, cioè che le Regioni agiscono a livello internazionale, liberandosi in tal modo del fardello statale, ma, contemporaneamente vestono i panni della nazione.

Morcillo Laiz Á., op.cit.

[107] La paradiplomacy, essendo strumento di politica estera è utilizzata dai leader regionali con intenzioni indipendentiste, secondo Lecours, per motivi di propaganda politica e personale.

[108] Vedi il caso del popolo Basco, Vallone, e Saharawi. Esistono molti altri esempi per questo si rimanda a Morcillo A. op.cit., e Lecours A., op.cit., e a Aldecoa F. e Keating M., op.cit.

[109] Aguirre I., Making sense of Paradiplomacy? An intertextual Enquiry about a Concept in Search of Definition, da Aldecoa F. e Keating M., op.cit., p. 199.

[110] Anderson B., Comunità immaginate: origini e fortuna dei nazionlismi, Roma, Manifestolibri, 2003.

[111] Lecours A, op. cit., p. 4.

[112] Aguirre I., Making sense of Paradiplomacy?An intertextual Enquiry about a Concept in Search of Definition, da Aldecoa F. e Keating M., op.cit., p. 199.

[113] Van Tongeren P. I., Ispiring Stories of Peace Building, People Building Peace 35 Inspiring Stories from Around the World, European Platform for Conflict Prevention and Trasformation, Utrecht, The Netherlands, 1999, p. 13.

[114] Boutros-Ghali B., Un’Agenda per la pace, United Nation department of Public Information, New York, 1992. In questo testo, si attribuisce al ruolo della diplomazia preventiva e al lavoro della comunità un’importanza fondamentale per il sostegno alla pace.

[115] Tali iniziative saranno tutte relative alle tematiche della cultura di pace. Vedi Mayor F., Towarsds a New Culture of Peace and Non-Violence, People Building Peace 35 Inspiring Stories from Around the World, European Platform for Conflict Prevention and Trasformation, Utrecht, The Netherlands; pp. 21-24, 1999.

[116] Mayor F., op. cit. p. 23.

[117] Il lavoro di Mahatma Ghandi, Martin Luther King Jr., e da un certo numero di organizzazioni hanno evidenziato che il processo di pace è dinamico, attivo e positivo.

[118] Notter J., Diamond L., Building peace and transforming conflict: multi-track diplomacy in practice, Occasional Paper n. 7, Washington, Istitute for Multi Track Diplomacy, (IMTD), 1996.

[119] McDonald J. W., Bendahmane Jr. and Diane B., Conflict resolution: track two diplomacy, Washington, Istitute for Multi Track Diplomacy, (IMTD), 1995.

[120] L’Istituto è un’organizzazione no-profit incorporata nel distretto di Washington. Fondato nel 1992 da McDonald e Diamond, nasce sulla premessa che il processo di peace making e di pece building è un processo plurale e multilaterale. L’IMTD è impegnato nella risoluzione nonviolenta di conflitti etnici, regionali attraverso processi di formazione, educazione e comunicazione. Il suo scopo è quello di promuovere un approccio sistemico al peacebuilding per facilitare la trasformazione dei conflitti sociali fortemente radicati nel tessuto sociale. La maggior parte dei documenti relativi al sistema della multi track diplomacy.

[121] Per un approfondimento del tema si veda anche Assefa H., The Meaning of Reconciliation,  People Building Peace 35 Inspiring Stories from Around the World, European Platform for Conflict Prevention and Trasformation, Utrecht, The Netherlands, 1999, pp. 37-45, che analizza tutti i tipi di meccanismi atti alla soluzione dei conflitti. Partendo dall’analisi del livello della partecipazione tra le parti, ed evidenzia come a differenza di tutti gli altri sistemi, quali il conflict suppression, il conflict management, il conflict resolution, il conflict prevention e trasformation, si basino soprattutto su strumenti quali la riconciliazione, la mediazione e la negoziazione tra le parti in causa, operano non solo per la fine del conflitto ma anche per la costruzione della pace durevole.

[122] Il concetto di peace building cui fa riferimento Notter nasce un po’ in contrasto con quello annunciato nell’Agenda per la pace di Boutros-Ghali, nel quale si parla di un unico continuum tra diplomazia preventiva (che cerca di fermare l’escalation del conflitto) al peace making (cerca di riportare le parti in conflitto intorno a un tavolo di discussione prima dell’inasprimento del conflitto), al peace keeping (che cerca di contenere la violenza), al post-conflict peace building (che cerca di ricostruire i danni del conflitto).

[123] Notter J., Diamond L., op.cit, p. 4.

[124] Ciò non perché si ritengano scontati o poco interessanti i principi d’ingresso o degli approcci al lavoro, ma perché partenariato e obiettivi riguardano maggiormente i temi analizzati dalla cooperazione allo sviluppo e alla pace, in generale e in questo lavoro.

[125] Per analizzare il ruolo della fiducia nel processo di risoluzione di conflitti vedasi Notter James, Trust and Conflict Trasformation, Occasional Paper n°5, Washington, Istitute for Multi Track Diplomacy (IMTD), 1995.

[126] Come insegnava Chambers, solo tramite l’ascolto i processi sociali e di partenariato sono costruiti naturalmente e non imposti dall’esterno, per un approfondimento si veda: Chambers R., sviluppo rurale: mettere gli ultimi al primo posto, Portogruaro, Associazione culturale Giovanni Lorenzin, Collana le radici, 1996.

[127] Per il concetto di partenariato si veda OECD/DAC, Shaping the 21st Century: The Contribution of Development Co-Operation, 1996, Ianni V. , La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, approcci teorici e forme d’azione, L’Harmattan Italia, Collana “Logiche Sociali”, 2004.

[128] Come si è evidenziato altrove, l’interdipendenza complessa porta alla valutazione che oggi, nessuno da solo, neanche gli Stati nazione, è in grado di realizzare un processo di conflict trasfromation per una questione di capacità, competenze e abilità. Inoltre, non bisogna, inoltre, dimenticare che il principio del partenariato non guida solo l’azione esterna della multi track, ma anche le relazioni interne  ai vari track, che se presi singolarmente non potrebbero mai avere una reale portata innovativa.

[129] Vedi l’approccio della cooperazione decentrata che fa della diffusione e del decentramento della responsabilità il suo fulcro di pensiero, vedi la paradiplomacy, che impegna i singoli enti locali e enti subnazionali nella politica estera prendendosi, ognuno di essi, la responsabilità delle loro azioni, gemellaggi e attività di politica estera.

[130] Chambers R., op. cit.

[131] Notter J., Diamond L, op.cit., p. 14.

[132] Per un approfondimento e un riscontro si veda Notter J., Diamond L., op.cit., pp. 15-21.

[133] Ibidem.

[134] Dopo l’instaurazione di processi di bridge building, si è passato all’instaurazione di gruppi di lavoro e consorzi. Nel 1995 L’IMTD ha portato avanti un processo di formazione di formatori per circa 30 turchi e 30 greci ciprioti. Questo con l’intento di portare avanti processi di responsabilizzazione, ownership e accountability. Ibidem.

[135] In Liberia, paese afflitto dalla guerra civile (1990-1995) si provò ad instaurare nel 1994 un’iniziativa liberiana per la pace e la risoluzione del conflitto, LIPCORE, tale strumento rappresentò un’utile piattaforma da cui cominciare a coordinare una serie di iniziative, basate sul dialogo e la formazione. Ibidem.

[136] La problematica di Cipro è stata affrontata anche dal punto dell’istituzione, creando un centro di pace all’interno della comunità greco-cipriota. Nel 1992 l’iniziativa si rafforzò creando la BSC (bicommunal Steering Committee). Tale progetto raggiunse un alto livello di istituzionalizzazione con la creazione della UN-controlled Buffer Zone. Il BSC fu preso come punto di riferimento e rappresentò un’importante tappa nel lavoro di peace building. Ibidem.

[137] Lederlach J.P., Justpeace, People Building Peace 35 Inspiring Stories from Around the World, European Platform for Conflict Prevention and Trasformation, Utrecht, The Netherlands, 1999, pp. 21-35.

[138] L’autore nel parlare di violenza strutturale fa riferimento a Galtung da cui prende in prestito il nome, si veda Lederlach J.P., op.cit., p. 32.

[139] Boggio F., De Matteis G., (a cura di ), Geografia dello sviluppo, Diversità e disuguaglianze nel rapporto Nord- Sud, UTET Libreria, 2002.

[140] In realtà non è possibile qui analizzare nel profondo il paradigma della modernizzazione, basti però sottolineare che con il  paradigma della modernizzazione, quest’ultima viene intesa come un fenomeno complesso di ampio respiro e multidimensionale, che si verifica con tempi diversi in tutti i settori di tutte le società. I due temi fondamentali che emergono sono, da un lato, il tentativo dell’uomo di controllare la natura e di assoggettarla ai suoi bisogni, dall’altro, lo sforzo perenne di ampliare l’ambito delle scelte personali.

[141] Rostow sottolinea come tutti i paesi possono giungere all’era dell’elevato consumo di massa (ultima fase e apice dello sviluppo economico, attraversando però un percorso precostituito e valido per tutti, passando attraverso varie fasi cioè quella delle precondizioni del decollo, il decollo, la via della maturità in ultimo l’era dell’elevato consumo di massa).

[142] I maggiori esponenti della teoria della dipendenza, o dependencia, sono A.G. Frank, F. Cardoso, E. Faletto. Tali autori cercano di spiegare l’arretratezza dei Paesi dell’America Latina nei confronti dei paesi più industrialmente avanzati. Ibidem.

[143] Wallerstein I., Capitalismo storico e civiltà capitalistica, Asterios, Trieste, 2000, p. 29.

[144] La Teoria dei Sistemi Mondo, è una teoria molto articolata di cui non si può parlare in maniera estesa in questa sede, basti però dire che tale teoria parte dall’analisi dell’evoluzione dei sistemi-mondo, che a loro volta possono essere di due tipi, impero mondiale e economia mondo. Analizza inoltre il moderno sistema mondo, che è dotato di grande stabilità grazie al moderno sistema interstatale e dalla doppia ideologia di liberalismo e scientismo. Nell’ottica del centro, periferia e  semiperiferia, ci sono dei meccanismi di mobilità dalla periferia al centro e viceversa, quali Seizing the chance, Promotion by invitation, e Self-reliance, cioè sviluppo autocentrato (Samir Amin). Per la Teoria dei Sistemi mondo, si veda I. Wallerstein, op.cit.

[145] UNOPS Roma, OMS-ECEH Roma, MAE – DGCS, OICS, ANCI e altri, La cooperazione decentrata nei programmi di sviluppo umano, Roma, 1999.

[146] Di Magliano R. P., Povertà e Sviluppo, teorie ed esperienze a confronto, Edizioni SEAM, 2000.

[147] Sen A., Lo sviluppo è libertà, Milano, Mondadori, 2000.

[148] Ibidem, p. 41.

[149] Ianni V. , La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, approcci teorici e forme d’azione, L’Harmattan Italia, Collana “Logiche Sociali”, 2004.

 

[150] Roodman D., The Commitment to Development Index 2004 Edition, Center for Global Development, 2004.

[151] Ianni V., La cooperazione decentrata allo sviluppo umano, Torino, Rosenberg & Sellier, 1999.

[152] Jaime J. A, NGOs: fragmented dreams, Development in Practice, vol. 10, n. 3&4, 2000, p. 395.

[153] Questa frase è riportata su Kaplan A., Capacity Building: shifting the paradigms of practice, Development in Practice, vol. 10, n. 3&4, 2000, p. 517, ed appartiene ad un rural fieldworker.

[154] Di Magliano R. P, op.cit.

[155] Jaime J. A, op.cit., p. 392.

[156] Van Rooy A., Good News! You may be out of a job: reflections on the past and future 50 years for Northern NGOs, Development in Practice, vol. 10, n. 3&4, 2000, pp. 300-318.

[157] Non è possibile in questa sede ripercorrere il processo storico-filosofico del concetto di società civile per motivi di spazio e anche perché qui l’analisi è focalizzata sul ruolo attuale, nell’ambito del processo di sviluppo partecipativo, che essa ha assunto. Pertanto si rimanda a Ianni V., La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, approcci teorici e forme d’azione, op. cit., in particolare al paragrafo dal titolo “Cenni sulla storia del concetto” op.cit., pp. 14-18.

[158] Il riferimento alla metafora della punta dell’iceberg è tratta da Fowler A., Civil Society, NGDOs and Social Development: Changing the Rules of The Game, UNIRISD, occasional paper 1, Geneva 2000. Egli osserva che spesso le organizzazioni non governative vengono totalmente identificate con la società civile, e per lui questo è un errore grave, perché le ONG non sono altro che una delle tante forme organizzate di espressione della società civile, ritengo quindi che questa visione possa essere estesa anche ad altri soggetti della società civile, che andrebbero in questo modo identificati non come protagonisti unici ed esclusivi ma come voci coordinate o meno in un panorama multicomposito.

[159] Scholte J. A., Civil Society and Democracy in Global Governance, Global Governance, n. 8, 2000, p.  283.

[160] Murphy B. K., International NGOs and the challenge of modernity, Development in Practice, vol. 10, n. 3&4, 2000, pp. 330-347.

[161] White S. C., Depoliticising development: the use and abuses of participation, Development in Practice,  vol. 6, n. 1, 1996, pp. 6-15.

[162] Fowler A., Civil Society, NGDOs and Social Development : Changing the Rules of The Game, UNIRISD, occasional paper 1, Geneva 2000.

[163] Ianni V.,  La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, approcci teorici e forme d’azione, op. cit..

[164] Fowler A., op.cit..

[165] Murphy B. K., op.cit., p. 337.

[166] Per il concetto di Campaign, si veda Chapman J., Fisher T., The effectiveness of NGOs campaining: lessons from practice, Development in Practice, vol.10, no.2, 2000, pp. 151-165 e Leipold G., Campaigning: a fashion or the best way to change the global agenda?, Development in Practice, vol. 10, n. 3&4, 2000, pp.453-460.

[167] Murphy B.K., op.cit., p. 338.

[168] White S. C., op. cit.

[169] Ibidem, pag. 15.

[170] Van Rooy A., Civil Society and Aid Industry, Earthscan, London, 1998, documento citato in Fowler A., Civil Society, NGDOs and Social Development: Changing the Rules of The Game, UNIRISD, occasional paper n.1, Geneva 2000, p. 7.

[171] Per questa parte ma anche per un’analisi completa del ruolo della società civile e in particolare delle NGDOs, si veda Fowler A., op.cit., p. 8 oppure Ianni V., La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, approcci teorici e forme d’azione, op.cit..

[172] Finn E., International Relation in a changing world. A new diplomacy?, Journal of International Affairs, vol. 5, n. 2, 2000.

[173] Ibidem.

[174] Il termine cooperation fatigue prende spunto dal termine aid fatigue molto usato all’inizio degli anni novanta per segnalare la stanchezza dell’aiuto.

[175] Ianni V, Toigo M., op. cit..

[176] Boutros-Ghali B., Un’Agenda per la pace, United Nation department of Public Information, New York, 1992.

[177] Boutrous Ghali B. da “Agenda per lo sviluppo”, 1994 citato in Ianni V., La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, approcci teorici e forme d’azione, op. cit..

[178] UNOPS Roma, OMS-ECEH Roma, MAE – DGCS, OICS, ANCI e altri, La cooperazione decentrata nei programmi di sviluppo umano, Roma, 1999.

[179] Ianni V., La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, approcci teorici e forme d’azione, op.cit., p. 142.

[180] Maxwell. S.,  Engel P.,  European Development Cooperation to 2010. ECDPM Discussion Paper No. 48/ODI Working Paper 219. Maastricht : ECDPM/ODI, 2003, p. 1.

[181] OECD/DAC, Shaping the 21st Century: The Contribution of Development Co-Operation, 1996.

[182] OECD/DAC, op.cit, p. 13.

[183] Vedasi in relazione al ruolo degli enti locali in tale processo ONU, Agenda 21 Local authorities' initiatives in support of Agenda 21, 1992.

[184] Vedasi Cassese A., I diritti umani nel mondo contemporaneo, Editori Laterza, Bari, 2000 e anche Conforti B., Le Nazioni Unite, sesta edizione, CEDAM, Padova, 2000.

[185] Per la conferenza internazionale su popolazione e sviluppo svoltasi a Il Cairo nel 1994, vedasi a tal proposito Boggio F., De Matteis G, Geografia dello sviluppo, Diversità e disuguaglianze nel rapporto Nord- Sud, UTET Libreria, 2002.

[186] Per la conferenza mondiale sullo sviluppo sociale svoltasi a Copenaghen nel 1995, si veda UNOPS Roma, OMS-ECEH Roma, MAE – DGCS, OICS, ANCI e altri, La cooperazione decentrata nei programmi di sviluppo umano, Roma, 1999. Inoltre, i citati testi di Ianni V.

[187] Per la quarta conferenza mondiale sulla donna, svoltasi Pechino e per la seconda conferenza mondiale di Istanbul del 1996 sugli insediamenti umani vedasi F. Boggio, G. De Matteis, op.cit.

[188] Per il vertice sull’alimentazione del 1996 svoltosi a Roma, per una visione puntuale dei documenti si rimanda a www.onu.org.

[189] A tal riguardo vedasi General Assembly (resolution adopted by), United Nations Millennium Declaration, A/RES/55/2, 2000; UNDP, Summary Human Development Report 2003 - Millennium Development Goals: A compact among nations to end Human poverty, New York 2003; Nazioni Unite, Obiettivi di sviluppo del Millennio, Dipartimento per l’Informazione Pubblica delle Nazioni Unite, Roma, 2002.

 

[190] Tutte queste informazioni sono tratte da Nazioni Unite, Obiettivi di sviluppo del Millennio, Dipartimento per l’Informazione Pubblica delle Nazioni Unite, Roma, 2002.

[191] Vedasi CERFE, Glocal Forum, Think Tank on Glocalization, Glocalization, Research Study and policy raccomandations, Roma, 2003. Questo lavoro nasce da un team permanente, un vero e proprio laboratorio di ricerca, una stanza operativa che si occupa di approfondire e studiare il fenomeno della glocalizzazione e della cooperazione decentrata alla luce delle sfide del nuovo secolo. Questo lavoro, di cui sopra nasce da una stretta collaborazione tra il CERFE, l’Istituto della Banca Mondiale e il Glocal Forum, iniziata nel 2002 e che continua in modo molto operativo anche oggi.

[192] Tale concetto fu coniato da Roland Robertson in un suo libro del 1995, egli adattò il termine “glocalizzazione” di carattere economico per descrivere il modo attraverso cui la compressione spazio-temporale unisce le località e non solo l’interpolarizzazione del globale. Secondo l’autore traiettorie multiple di contatto ricercano relazioni pan-localistiche per sviluppare e stabilire all’esterno, moderni canali di connessione, collegamento e interrelazione.

[193] CERFE, Glocal Forum, Think Tank on Glocalization, op.cit.

[194] Per esempio si parla spesso di prospettiva glocale e i teorici del mercato utilizzano appunto il termine “glocalizzazione” per enfatizzare la globalizzazione dei prodotti o dei servizi, sottolineando che vi è maggiore probabilità di successo quando quest’ ultimi si adattano specificatamente alla cultura e ai gusti locali.

[195] CERFE, Glocal Forum, Think Tank on Glocalization, Glocalization, Research Study and policy raccomandations, Roma, 2003, p. 29.

[196] I fondi misti sono, cioè, composti da quote pubbliche e private per sviluppare strutture sia legali, che istituzionali e amministrative.

[197] Chambers R., Lo sviluppo rurale: mettere gli ultimi al primo posto, Portogruaro, Associazione culturale Giovanni Lorenzin, Collana le radici, 1996.

[198] Ianni V., Ianni V., La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, approcci teorici e forme d’azione, op. cit., p. 72.

[199] Macrae J., Leader N.,  Shifting sands: The search for “coherence” between political and humanitarian responses to complex emergencies, HPG Report 8, August 2000, Humanitarian Policy Group, ODI, Overseas Development Institute, London, 2000.

[200] Su questa visione caratterizzata da un abuso in ambito politico tale da far perdere il forte valore dei termini in questione concorda anche White S. C., Depoliticising development: the use and abuses of participation, Development in Practice, vol. 6, n. 1, 1996, pp. 6-15.

[201] Macrae J. and Leader N., op.cit.

[202] Nelson P., Heroism and ambiguity: NGOs advocacy in international policy, Development in Practice, vol. 10, n. 3&4, 2000, pp. 478-490.

[203] Alonso A. J., Globalization, civil society and the multilateral system, Development in Practice, vol. 10, n 3&4, 2000, pp. 348-360.

[204] Alonso A. J, op. cit., p. 352.

[205] Macrae J.,  Leader N., op.cit.

[206] Le categorie cui fa riferimento Alonso sono quelle di Robert Cox (1992), cioè il multilateralismo egemonico relativo al periodo del bipolarismo e quindi della guerra fredda, il multilateralismo diffuso, relativo agli anni ottanta, con l’emergenza di nuove potenze e del Sud del mondo e in ultimo sul nuovo multilateralismo sui cui ci si soffermerà in quest’analisi. Per una visione d’insieme vedasi, Alonso A. J., op.cit.

[207] Si ritiene più appropriato lasciare i termini driving e delayng introdotti per l’efficacia del senso.

[208] Nel caso dell’Unione Europea le basi per la coerenza sono anche più forti. Macrae e Leader sottolineano come dal Trattato di Maastricht, l’UE ha per obbligo statutario il raggiungimento di una politica coerente tra stati membri e tra i diversi dipartimenti all’interno della Commissione.

[209] L’Unione Europea è uno tra gli organismi dotatosi via via di meccanismi sempre più sottili di cooperazione, in relazione alle politiche di sviluppo con i PVS.

[210] L’accordo di partenariato ACP-EU è un accordo commerciale e di aiuto concluso tra 77 paesi  ACP (Africa, Caraibi, Pacifico) e l’Unione  Europea (la Comunità e i 15 paesi membri dell’UE prima della data del 1 maggio ). Esso fu siglato nel giugno del 2000 a Cotonou (Benin) e più comunemente conosciuta con il nome di “Accordo di Cotonou”, non essendo questa la sede per un’analisi approfondita del rapporto UE-ACP, si rimanda a ECDPM. 2001. Cotonou Infokit: Participating in Programming (9). Maastricht: ECDPM; ECDPM. 2001. Cotonou Infokit: Opportunities and Challenges (8). Maastricht: ECDPM; ECDPM. 2001. Cotonou Infokit: Organising to Participate (12). Maastricht: ECDPM; ECDPM. 2001. Cotonou Infokit: Towards a Stronger Political Partnership (18). Maastricht: ECDPM; ECDPM. 2001. Cotonou Infokit: Political Dialogue (19). Maastricht: ECDPM; ECDPM. 2001. Cotonou Infokit: Essential and Fundamental Elements (20). Maastricht: ECDPM; ECDPM. 2001. Cotonou Infokit: Performance Based Partnership (21). Maastricht: ECDPM, Grimm S., What scenario for the future?, ODI,OEDI, 2004, Grimm S., International Development and Foreign Policy, ODI,OEDI, 2004.

[211] Questi parametri sono tratti da ECDPM. 2001. Cotonou Infokit: The Cotonou Agreement at a Glance (2). Maastricht: ECDPM.

[212] Non ci si può dilungare su quest’aspetto per motivi di spazio, ma si ritiene utile fare un accenno al valore che i termini coerenza e coordinamento hanno assunto nel corso del tempo all’interno di una struttura così articolata come le Nazioni Unite.

[213] Secondo i due autori, l’ONU ha avuto l’arduo compito di dover sempre bilanciare le sue funzioni (come organizzazione di compromesso tra i governi) e il suo ruolo centrale nella difesa dei diritti umani. La tensione tra il ruolo politico ed umanitario allo stesso tempo è diventato sempre più pronunciato. Inoltre le funzioni burocratiche hanno anche impedito la piena realizzazione della visione integrazionista.

[214] Macrae J.,  Leader  N., op.cit.

[215] Si utilizzerà spesso nel testo i due termini, questo perché hanno un significato più estensivo, col termine humanitarianism, infatti, sono inclusi correntemente sia aiuti umanitari, che intervento umanitario che progetti a breve termine di carattere emergenziale e umanitario; lo stesso con il termine development, con esso, infatti , è possibile designare sia progetti i sviluppo, che politiche di sviluppo a lungo termine a prescindere dall’attore e il soggetto in questione. Si ritiene pertanto preferibile usare la dicitura in inglese per una questione di flessibilità ed estensività del concetto in questione.

[216] Slim H., Dissolving the difference between humanitarism and development: the mixing of a rights-based solution, Development in Practice, vol. 10, n. 3&4, 2000, pp. 491-494.

[217] Ibidem.

[218] Ibidem, pp. 493-494.

[219] Citato in Macrae J. e Leader N., Shifting sands: The search for “coherence” between political and humanitarian responses to complex emergencies, HPG Report 8, August 2000, Humanitarian Policy Group, ODI, Overseas Development Institute, London, 2000.

[220] Citato in Macrae J., Leader N., op.cit.

[221] Il principio di condizionalità, fu adottato all’inizio degli anni novanta specialmente dalla Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale per sostenere le politiche di aggiustamento strutturale e di stabilizzazione economica. Successivamente acquista una nota molto più politica legata ai processi di democratizzazione e di tutela dei diritti umani, si parla infatti di sia di condizionalità economiche, politiche e poi democratiche, per un approfondimento vedasi Ianni V., La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, approcci teorici e forme d’azione, op. cit.. Di Magliano R. P., Povertà e Sviluppo, teorie ed esperienze a confronto, Edizioni SEAM, 2000.

[222] World Bank, Assessing Aid: what works, what doesn’t and why, World Bank Policy Research Paper, Washington, 1998.

[223] Ianni V., La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, approcci teorici e forme d’azione, op. cit., p. 69. In realtà la Ianni rileva come quest’analisi, sicuramente importante al tal punto da rappresentare una svolta all’interno della comunità internazionale, evidenzia dei limiti nell’analisi svolta all’interno di Assessing Aid, tra i quali la relatività delle conclusioni, l’unilateralità del punto di vista e via dicendo. Per un maggiore approfondimento, ibidem, p. 72.

[224]  Macrae J. e Leader N., op.cit.

[225] Ibidem.

[226] Slim H., op.cit.

[227] Beck U., La società cosmopolita: prospettive dell’epoca postnazionale, Bologna, Il Mulino, 2003. I sette dilemmi che individua Beck in relazione all’epoca postnazionale sono: il potere transnazionale di ritiro, il dilemma della sovranità, la trasformazione del politico, il governare al di là dello stato nazione, l’etica cosmopolitica come politica di potenza, (qui in oggetto), la dialettica della globalizzazione culturale e il manifesto cosmopolita. Molti di questi dilemmi sono stati analizzati nel corso del lavoro.

[228] Beck U., op. cit., p. 156.

[229] Ibidem, p. 79. Beck analizza anche i pericoli a cui è possibile andare incontro grazie a questa responsabilità globale, quali “umanitarismo militare”, “monopolio mondiale della moralità”, “crociate democratiche”. A questa corrente di pensiero che guarda soprattutto con diffidenza e scetticismo ad una sorta di ciò che è definita universalizzazione dei diritti umani si associano molti autori, sociologici e politologi. Si veda Latouche S., L’occidentalizzazione del mondo, Saggio sul significato, la portata e i limiti dell’uniformazione planetaria, Bollati Bolinghieri, Torino, 1999.  In questa sede, non è possibile dilungarsi sul ruolo e il valore della promozione dei diritti umani, analizzato solo in relazione alla cooperazione internazionale e all’importante ruolo di catena di legame tra aiuti e politiche e progetti di sviluppo. Per un approfondimento del ruolo generico della promozione, tutela e rispetto dei diritti umani, ma anche per una visione più critica dell’argomento si rimanda a Beck U., op. cit..

[230] Grzybowski C., We NGOs: a controversial way of being and acting, Development in Practice, vol. 10, n. 3&4, 2000, pp. 436-444.

[231] Ianni V., La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, approcci teorici e forme d’azione, op. cit. p. 67.

[232] Slim H., op.cit.

[233] Per questa parte si veda Grimm S., What’s scenario for the future? ODI, OEDI, 2004, e Maxwell. S., P. Engel. European Development Cooperation to 2010, ECDPM Discussion Paper No. 48/ODI Working Paper 219, Maastricht: ECDPM/ODI, 2003.

[234] Maxwell. S., Engel P., European Development Cooperation to 2010. ECDPM Discussion Paper No. 48/ODI Working Paper 219. Maastricht: ECDPM/ODI, 2003.

 

[235] Macrae J., Leader N.,  Shifting sands: The search for “coherence” between political and humanitarian responses to complex emergencies, HPG Report 8, August 2000, Humanitarian Policy Group, ODI, Overseas Development Institute, London, 2000, p.3. da una citazione di De Milano J., Former Director MSF-Holland, 1998.

[236] Diamond L., McDonald J., Multi-Track Diplomacy: a system approach to peace, West Hartford, Kumarian Press, 1996. Diamond L., Multi Track Diplomacy in the 21 century, Building Peace 35 Inspiring Stories from Around the World”, European Platform for Conflict Prevention and Trasformation, Utrecht, The Netherlands, 1999,  pp. 77-88.

[237] Strange S., Chi governa l’economia mondiale? Crisi dello stato e dispersione del potere, Il Mulino, Bologna, 1998.

[238] Baker A., The G-7 as a Global “Ginger Group: Plurilateralism and Four Dimensional Diplomacy, Global Governance, 6, 2000, pp. 165-189.

[239] Beck U., op. cit, p. 212.

[240] Stando alle stime di Beck tra il 40% e il 60% del commercio internazionale è ora non-commercio-intra-aziendale, ibidem.

[241] Beck U, op. cit, p. 80.

[242] Riportando la citazione di Hu (1995) ritiene che “multinazionale è una definizione errata e che in realtà le TNC sono solo imprese nazionali che operano in un mercato mondiale”.

[243] Strange S., op.cit., pp. 267 e 285.

[244] Diamond L., McDonald J., Multi-Track Diplomacy: a system approach to peace, West Hartford, Kumarian Press, 1996. Diamond L., Multi Track Diplomacy in the 21 century, Building Peace 35 Inspiring Stories from Around the World”, European Platform for Conflict Prevention and Trasformation, Utrecht, The Netherlands, 1999, pp. 77-88.

[245] Diamond L., McDonald J, op.cit., p. 54.

[246] Questi due termini sono mutuati da Stiglitz pertanto si veda Stiglitz J. E., La globalizzazione ei suoi oppositori, Giorgio Einaudi editore, 2002.

[247] Beck U., op.cit, p. 215.

[248] Si tratta di un momento significativo, in quanto ha permesso per la prima volta a tutti i governi del mondo di accordarsi per garantire il soddisfacimento dei bisogni umani in modo equilibrato e sostenibile. È infatti nata la piattaforma di sviluppo umano mondiale per gli anni futuri, sintetizzata nella “Dichiarazione e Programma d’Azione” o “Carta di Copenaghen”. Ovviamente sono molto diffuse le difficoltà connesse, soprattutto politiche, di potere ed economiche. Per un approfondimento si veda UNOPS Roma, OMS-ECEH Roma, MAE – DGCS, OICS, ANCI e altri, La cooperazione decentrata nei programmi di sviluppo umano, Roma, 1999.

[249] Pasca R., Zupi M., La natura mulitidimensionale del concetto di sviluppo, Politica Internazionale n. 3, 1999, p. 139.

[250]Ricupero R., La filosofia dell’UNCTAD, Politica Internazionale n. 7, 1998, a cui si associa Strange S, Beck, ed altri. Page S., Developing Countries: Victims or Partecipants, The Changing Role in International Nagotiations, Occasional Paper, Globalisation and Poverty Programme, ODI, Overseas Development Institute, London, 2003.

[251] Ianni V., La cooperazione decentrata allo sviluppo umano, Torino, Rosenberg & Sellier, 1999.

[252] In tale ambito è stato anche possibile delineare una sorta di raggruppamenti di atteggiamenti in tre gruppi di paesi: 1) nel primo gruppo i paesi caratterizzati da sindromi difensive nel circuito  di internazionalizzazione per proteggere occupazione, livello di reddito, ecc; 2) nel secondo gruppo, paesi caratterizzati da crescita rapida sostenuta dalle esportazioni e che, a loro volta, sviluppano gli investimenti diretti nei mercati internazionali; 3) nel terzo, i paesi a crescita lenta e stagnante, la più grande maggioranza del totale, che hanno finora mancato i benefici della globalizzazione e dell’internazionalizzazione economica. Per un confronto Ricupero R., ibidem.

[253] Stiglitz J. E., La globalizzazione ei suoi oppositori, Giorgio Einaudi editore, 2002, p. 7.

[254] Può essere corretta e può essere gestita in modo giusto ed equo, dando voce a tutti i soggetti coinvolti, creando un economia non solo più sostenibile, ma anche più equamente distribuita. Le istituzioni economiche internazionali, il FMI e la BM non sono “cattive” ma mal gestite. Infatti ripete costantemente che il cambiamento più sostanziale, necessario per far funzionare la globalizzazione nel modo dovuto, sta nel cambiamento del governo di queste istituzioni. Ibidem, p. 230.

[255] Diamond L., McDonald J., Multi-Track Diplomacy: a system approach to peace, West Hartford, Kumarian Press, 1996.

[256] Ibidem, p. 19.

[257] Quest’aspetto sarà trattato approfonditamente nel corso di questo terzo capitolo.

[258] Lecours A., When Region Go Abroad: Globalization, Nationalism and Federalism, Concordia Univerisity, 2002; Aldecoa F. e Keating M., Paradiplomacy in Action. The Foreign Relations of Subnational Governments, Londres, Frank Cases, 1999.

[259] De Rita G., Bonomi A., Manifesto per lo sviluppo locale. Dall’ azione di comunità ai Patti territoriali. Bollati Bolinghieri, Torino, 1999, p. 37, corsivo presente nel testo originale.

[260] Ibidem, p. 204.

[261] Ianni V., La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, approcci teorici e forme d’azione, op. cit..

[262] MAE-DGCS, La cooperazione decentrata allo sviluppo, Linee di indirizzo e modalità attuative, Roma, 2000.

[263] È, infatti, del 1985 la “Charte Europèenne de l’Autonomie Locale” in cui viene sancito il diritto delle comunità locali elette democraticamente ad instaurare processi di cooperazione con autorità omologhe di altri paesi, mentre data 1989 l’inserimento di tale argomento nella materia di cooperazione dell’Unione Europea.

[264] Cfr. MAE-DGCS, op.cit.

[265] A proposito di sviluppo sostenibile, si veda UNOPS Roma, OMS-ECEH Roma, MAE – DGCS, OICS, ANCI e altri, La cooperazione decentrata nei programmi di sviluppo umano, Roma, 1999, che ne fornisce la seguente definizione: <<Lo sviluppo è il processo sociale attraverso cui le comunità umane organizzate cercano di dare risposta ai propri bisogni. Esso si qualifica come umano se ha come obiettivo la soddisfazione equilibrata dei diversi bisogni di tutte le persone, e come sostenibile se la soddisfazione d’oggi non pregiudica quella di domani>>.

[266] UNOPS Roma, OMS-ECEH Roma, MAE – DGCS, OICS, ANCI e altri, La cooperazione decentrata nei programmi di sviluppo umano, Roma, 1999.

[267] Ibidem, p. 6.

[268] Ianni V., La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, approcci teorici e forme d’azione, op.cit., p. 145.

[269] Commissione Europea, DG Development, DEV/1424/2000-EN, Brussels, gennaio 2000.

[270] Per un’analisi sui PDHL, si rimanda a UNOPS Roma, OMS-ECEH Roma, MAE – DGCS, OICS, ANCI e altri, La cooperazione decentrata nei programmi di sviluppo umano, Roma, 1999 e anche, Ianni V., La cooperazione decentrata allo sviluppo umano, Torino, Rosenberg & Sellier, 1999. Vedasi anche capitolo 4.

[271] Ianni V., ibidem.

[272] Stocchiero A., La cooperazione decentrata delle regioni italiane e i partenariati internazionali per lo sviluppo locale, Cespi e UNOPS, Roma, 2001,  p. 8, Corsivo presente nel testo originale.

[273] La differenza tra ONG locali e di sviluppo è sottolineata da UNOPS Roma, OMS-ECEH Roma, MAE – DGCS, OICS, ANCI e altri, La cooperazione decentrata nei programmi di sviluppo umano, Roma, 1999, e vengono dagli enti in questione così definiti alla p. 13 del testo su citato, le ONG di cooperazione internazionale “già presenti localmente partecipano alla pianificazione degli interventi, alla loro realizzazione e alla costituzione dei Comitati o gruppo di lavoro locali, a disposizione dei quali mettono la loro esperienza e la loro capacità di gestione”, mentre “le ONG locali partecipano sia alla pianificazione e alla realizzazione degli interventi, che alla costituzione dei Comitati o dei gruppi di lavoro locali”.

[274] Van Rooy A., Past and future of Northern NGOs, Development in Practice, Vol. 10, n. 3&4, p. 309.

[275] L’intervento, infatti, ha natura politica e ha come primi interlocutore i governi e non le persone, perciò spesso accentua le fratture piuttosto che attenuarle.

[276] Per quanto riguarda gli Stati, gli esempi da Havermas riportati sono relativi al Canada (che nel 1996 dichiarò  che avrebbe aumentato gli investimenti nel peace building), la Gran Bretagna (sempre nel 1996 decise di percorrere una strada alternativa alla diplomazia tradizionale, includendo con ciò il tema del conflict prevention), la Germania (nel 1998 espresse il suo rinnovato impegno per il conflict prevention e per il peace building), l’Olanda, la Svezia e la Norvegia. Per quanto riguarda le organizzazioni regionali, lo stesso autore riporta l’esempio dell’OUA. Parla soprattutto del Meccanismo per la Risoluzione e Gestione della Prevenzione dei conflitti adottato nel 1990, dell’OSA, del cosiddetto Meccanismo di Santiago, e dell’OCSE, tutte queste organizzazioni nel corso del tempo si sono dotate di meccanismi e politiche atte al conflict prevention e al peace building. (Si veda Havermans J., Power for Peace, Building Peace 35 Inspiring Stories from Around the World, European Platform for Conflict Prevention and Trasformation. Utrecht, The Netherlands, 1999, pp. 134-138). Diverso discorso vale invece per le Nazioni Unite. Esse nascono con lo scopo di promuovere la pace e il dialogo tra i popoli, ma dal 1990 vi è stata una vera e propria ridefinizione della missione di pace. Dal 1992 con Un’agenda per la pace si è proprio inteso rafforzare il numero e la qualità del peacemaking e del peace building. (Per un riscontro si veda Havermans, op.cit., e Boutros-Ghali B., Un’Agenda per la pace, United Nation department of Public Information, New York, 1992).

[277] I limiti cui si farà riferimento sono tratti da UNOPS Roma, OMS-ECEH Roma, MAE – DGCS, OICS, ANCI e altri, op.cit., e sono riportati in corsivo perché presente nel testo.

[278] Il termine oggetto è usato di proposito per sottolineare il senso di passività insito in alcune visioni e quindi politiche di sviluppo.

[279] Le risposte della cooperazione decentrata ai limiti della cooperazione governativa traggono spunto da UNOPS Roma, OMS-ECEH Roma, MAE – DGCS, OICS, ANCI e altri, ed il corsivo è dell’autrice per sottolineare il cambiamento di prospettiva.

[280] Commissione Europea, DG Development, DEV/1424/2000-EN, Brussels, gennaio 2000.

[281] UNOPS Roma, OMS-ECEH Roma, MAE – DGCS, OICS, ANCI e altri, op.cit., p. 6.

[282] Tale frase è citata in de Selliosa I., A new age of social movements: a fifth generation of non-governmental development organisations in the making?, Development in Practice, vol. 8, n. 1, 1998, p. 47 ed è tratta da un libro di Herris dal titolo Harris and Poulton del 1988.

[283] Ianni V., La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, approcci teorici e forme d’azione, op. cit., p. 125.

[284] Per un approfondimento sulla trasformazione in atto del ruolo delle ONG, vedasi Ianni V., op.cit.

[285] Fowler evidenzia con molta chiarezza le differenze che vi sono tra ONG, CBO e CSO, e ritiene che spesso le generalizzazioni possono confondere le idee e lasciare incomprese le specificità sociali.

[286]  Tale citazione è tratta da de Selliosa Ignacio, A new age of social movements: a fifth generation of non-governmental development organisations in the making?, Development in Practice, vol. 8, n. 1, 1998, p. 43.

[287] Tale classificazione non si focalizza sul carattere di stadi separati, ma vuole solo sottolineare il processo, il continuum delle trasformazioni che le ONG hanno vissuto. Il riferimento è tratto da de Selliosa I., A new age of social movements: a fifth generation of non-governmental development organisations in the making?, Development in Practice, vol. 8, n. 1, 1998, pp. 40-53, il quale prende spunto dalla classificazione di Korten del 1990.

 

[288] Su questo tema si rimanda a Chapman J., Fisher T., The effectiveness of NGOs campaining: lessons from practice, Development in Practice, vol. 10, n. 2, 2000, p. 158.

[289] Per uno studio puntuale sul termine accountability si veda Ianni. V., op.cit, e Fowler A., Civil Society, NGDOs and Social Development: Changing the Rules of The Game, UNIRISD, occasional paper 1, Geneva 2000.

[290] Power G., Maury M., Maury S., Operationalising bottom-up learing in international NGOs, barriers and alternatives, Development in Practice, vol. 12, n. 3&4, 2000, pp. 272-279.

[291] Vedi MAE-DGCS, La cooperazione decentrata allo sviluppo, Linee di indirizzo e modalità attuative, Roma, 2000.

[292] UNOPS Roma, OMS-ECEH Roma, MAE – DGCS, OICS, ANCI e altri, La cooperazione decentrata nei programmi di sviluppo umano, Roma, 1999.

[293] Commissione Europea, DG Development, DEV/1424/2000-EN, Brussels, gennaio 2000, p. 31.

 

[294] Commissione Europea, DG Development, DEV/1424/2000-EN, Brussels, gennaio 2000. Detti principi sono tratti da European Commission, DG Development, op.cit., p. 3. Corsivo presente nel testo.

[295] Ibidem, pp. 3-6.

[296] MAE-DGCS, La cooperazione decentrata allo sviluppo, Linee di indirizzo e modalità attuative, Roma, 2000.

[297] Nel testo dell’UNOPS Roma, OMS-ECEH Roma, MAE – DGCS, OICS, ANCI e altri, La cooperazione decentrata nei programmi di sviluppo umano, Roma, 1999, si rileva che spesso anche strumenti tradizionali come gemellaggi e cooperazione orizzontale in base alle tematiche (quindi progettuale e più adducibile alla cooperazione non governativa), vengono attribuiti ed inseriti nel complesso della cooperazione decentrata. Pertanto bisogna fare attenzione alla definizione in questione già di per se complessa per evitare confusioni e misunderstanding.

[298] Su questo punto convergono molti autori, i quali da un lato riscontrano le difficoltà degli enti locali di entrare a far parte del conflict management e dall’altro evidenziano le potenzialità della cooperazione decentrata, della paradiplomacy e, in una forma più articolata, del paradigma della multi track diplomacy, vedi Ianni V. ed altri autori citati prima.

[299] CERFE, Glocal Forum, Think Tank on Glocalization, Glocalization, Research Study and policy raccomandations, Roma, 2003.

[300] Ianni V. , La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, approcci teorici e forme d’azione, op. cit., p. 153.

[301] Ibidem, p. 157.

[302] Keating M., Regions, and International Affairs, Motives, Opportunities and Stategies , in Aldecoa F. e Keating M., Paradiplomacy in Action. The Foreign Relations of Subnational Governments, Londres, Frank Cases, 1999, p. 6.

[303] Montville J., da Diamond L., McDonald J., Multi-Track Diplomacy: a system approach to peace, West Hartford, Kumarian Press, 1996, copertina.

[304] Lederlach J.P., Justpeace, People Building Peace 35 Inspiring Stories from Around the World, European Platform for Conflict Prevention and Trasformation, Utrecht, The Netherlands, 1999, pp. 21-35.

[305] Isernia P., La cooperazione allo sviluppo,Bologna, Il Mulino, 1995, p. 17. Il testo è stato un contributo fondamentale per la realizzazione di questo paragrafo.

[306] Nel testo precedentemente citato Allum e Cassese parlano di “un paese senza governo”, per un confronto, ibidem.

[307] Il nome delle fasi è ripreso dal testo di Isernia. Tranne per l’ultima, rielaborata per evidenziare l’evoluzione della stessa nel corso degli anni novanta.

[308] Ibidem, p. 76.

[309] Anche la gestione dell’APS bilaterale è frazionata tra diversi uffici, non vi è, infatti, ancora un assetto legislativo ordinato e sistematico. Sul punto ibidem, p. 76.

[310] La Somalia rappresenta secondo Isernia la principale motivazione italiana per l’instaurazione di politiche di sviluppo. La Somalia era infatti stata sotto amministrazione fiduciaria italiana per 10 anni, fino alla cessazione nel 1960. La Somalia sarà motivo di legislazione in ambito di cooperazione allo sviluppo italiana, infatti, nel 1967, fu creata l’unica legge che regolava l’invio di personale, la formazione, la fornitura di mezzi, cioè la legge n 1.376. Inoltre l’Italia investirà 59 miliardi tra sostegno al pareggio del bilancio somalo e aiuti, tra il 1961 e il 1971. Sul Punto ibidem, p. 78.

[311] L’Italia, infatti, “si vede costretta a fare qualcosa”. Pertanto il 26 ottobre 1962, il parlamento vara la legge 1.594, sulla collaborazione tecnica bilaterale con i PVS e stanzia 1 miliardo di lire. In seguito stanzia 1,5 miliardi di lire con la legge n. 380 del 1968. Quindi l’Italia, nonostante mantenga all’impegno di devolvere l’1% del PNL, si muove in un’ottica minimalista varando altre due leggi n. 2 del 1968 (che regola l’invio di insegnanti) e la n. 168 del 1969 (regola l’invio di personale italiano ospedaliero). Ibidem.

[312] Con la legge succitata, è riconosciuta la possibilità di effettuare il servizio di assistenza tecnica nei PVS per due anni, in sostituzione del servizio militare. Ciò, insieme alle richieste delle missioni religiose, delle strutture diocesiane e delle parrocchie, fa acquistare al volontariato civile sia una grande rilevanza nazionale che internazionale, per un riscontro ibidem.

[313] È, infatti, solo in questo periodo che le imprese italiane cominciano ad investire nei PVS, infatti, la prima legge (legge n. 131) che regola tale materia risale al 1967. Questo perché, fino a questo momento, le attenzioni erano, comunque, rivolte verso mercati americani ed europei. Ibidem.

[314] Questo separazione, secondo Isernia è spiegabile con due motivazioni, la prima riguarda la questione già citata dell’impegno dell’Italia nelle Nazioni Unite. L’Italia tenendo separati i due campi, poteva giustificare l’impegno dei privati e del trasferimento tecnico, come contributi al decennio dello sviluppo. La seconda invece era relativa alla questione politica e sociale di migliore e naturale predisposizione italiana per l’assistenza tecnica rispetto agli investimenti finanziari, che oltre ad essere non storicamente abituata ad operare nel settore degli investimenti, lo riteneva di competenza europea.

[315] Nel 1969 esce il rapporto Peason, partendo dalle critiche dei risultati delle politiche, evidenzia la necessità di stanziare in futuro maggiori fondi e trasferimenti per i PVS, ibidem, p. 80.

[316] Infatti, essendo collegata all’alternativa del servizio militare, escludeva sostanzialmente tutti coloro che non erano chiamati ad effettuarlo, come le donne, inoltre regolava in maniera difforme i trattamenti economici, di sicurezza sociale e assicurativi, per gli esperti e i volontari, a discapito di questi ultimi.

[317] Era, infatti, spezzettata in sei diverse leggi che regolamentavano diversi aspetti tutti però inerenti alla cooperazione allo sviluppo.

[318] Ibidem p. 82.

[319] Pedini (governo) si faceva portavoce di coloro che volevano istituire un “Agenzia” autonoma e indipendente dal MAE , in grado di effettuare attività di studio, di invio di aiuti, di analisi e realizzazione di programmi e progetti .Come, evidenzia Isernia, la proposta dell’adozione dell’Agenzia anche all’interno dei suoi sostenitori non godeva dell’unanimità né tanto meno del convincimento radicato, riporta infatti a tal riguardo la posizione di Salvi, che nonostante fosse stato catturato dall’idea dell’Agenzia, in un secondo momento a causa della reale capacità organizzative, istituzionali ed operativi, si ricrede.

[320] La scelta “più logica”, ma forse anche la più facile, fu quella di consegnare nelle mani del MAE la competenza per la cooperazione allo sviluppo e di affidarla, però, ad una Sezione nell’ambito di una Direzione. Anche questa scelta fu il frutto del compromesso tra la posizione che vedeva nella creazione di una direzione ad hoc, un ulteriore conferimento d’importanza ad un settore in fase di sviluppo e un ulteriore attribuzione di competenze ad un organo, il MAE già troppo centrale, ma non prevedere alcun tipo di modifica avrebbe significato riconfermare la posizione minimalista e deludere le aspettative di riforma.

[321] Questo comitato è presieduto dal Ministro degli Affari esteri, è articolato in sottocomitati e sezioni speciali. Esso ha funzioni di proposte e di indirizzo, infatti collabora per gli indirizzi di coordinamento delle iniziative, formula proposte per programmi di cooperazione tecnica, collabora per iniziative di studio e conoscenza dei problemi relativi alla cooperazione. Ibidem, p. 88

[322] Ciò si rileva già dal titolo della legge: “Cooperazione tecnica con i paesi in via di sviluppo”, inoltre la cooperazione finanziaria resta separata e disciplinata alla legge 131 del 1967 e dalla legge 227 del 1977, per un confronto, ibidem.

[323] La legge 1222 ebbe il merito di riavvicinare molte fazioni politiche per una convergenza sul tema della politica estera. Infatti, questa fu una grande occasione di superamento delle fratture tra democristiani e comunisti. Per un approfondimento si veda ibidem, p. 86.

[324] Infatti la cooperazione tecnica resta affidata al MAE, la cooperazione finanziaria viene regolata dalla legge sui crediti all’esportazione, la cooperazione multilaterale è affidata al Ministero del Tesoro, insieme alla Direzione generale agli affari economici del MAE, mentre la cooperazione bilaterale è affidata unicamente al MAE.

[325] Si procede anche alla sistematizzazione della legge relativa al personale di servizio per il volontariato civile e la cooperazione tecnica. È inoltre istituito un comitato direzionale, con funzioni operative, finanziarie (sia per la ripartizione che per la concessione di fondi).

[326] In particolare è da rilevare che nel 1974 l’istituto si occuperà di stilare un rapporto con tutti gli argomenti a favore dell’istituzione di un’agenzia per la cooperazione allo sviluppo e da una proposta di legge che sarà poi ripresa solo nel 1976.

[327] Esso risultava composto da poco più di 20 persone dedite soprattutto a compiti di finanziamento.

[328] Di cui l’80% è composto da contributi obbligatori, mentre il 60% delle risorse bilaterali sarà destinato all’assistenza tecnica.

[329] Isernia rileva che la scadenza della copertura finanziaria quinquennale prevista dalla legge 1222, l’emanazione di due leggi, la n. 195 del 1975 e la legge n 601 del 1976, furono comunque forze motrici nell’ottica della riforma.

[330] Tale Agenzia era così organizzata: presieduta dal sottosegretario di stato delegato dal Ministro, la gestione operativa era affidata ad un Consiglio direttivo, nel quale risedeva un direttore generale del MAE, come vicepresidente delle strutture, un segretario generale, nominato dal ministro degli affari esteri, rappresentanti del parlamento e delle amministrazioni interessate. L’indirizzo politico era affidato ad un comitato consultivo allargato e a rappresentanti del parlamento e dell’Agenzia.

[331] Al MAE fu inoltre anche affidata la Presidenza del CIPES quando quest’ultimo si riuniva per discutere di cooperazione allo sviluppo La presidenza, infatti, era contesa tra MAE e Ministero del bilancio. Ad averla vinta fu il MAE. L’obiettivo del CIPES era quello di coordinare la cooperazione tecnica, con quella economica nazionale e con quella delle organizzazioni internazionali.

[332] Il comitato consultivo perde i poteri di operatività, il numero dei suoi membri passa da 33 a 36, tra cui le Regioni e la Banca d’Italia. Si istituisce una sezione speciale all’interno del comitato consultivo composta da 11 membri con obbligo di espressione di pareri obbligatori su tutte le attività. Il comitato direzionale assicura il coordinamento di tutte le attività del MAE con quelle della cooperazione allo sviluppo. Inoltre, possiede forti capacità gestionali, tra cui l’approvazione di convenzioni e l’indirizzo delle attività del dipartimento.

[333] Tali termini sono utilizzati da Isernia per sottolineare non solo la conflittualità potenziale dei due principi ma anche il fatto che questa circostanza non fosse stata presa in considerazione in quel periodo.

[334] Il primo, gestito dal Dipartimento con autonomia amministrativa e contabile. Il secondo, gestito dal Ministero del tesoro, che concede e firma i decreti, mentre l’ente proponente resta, comunque, il MAE. La gestione dei fondi multilaterali è organizzata invece in maniera diversa a seconda della natura dei fondi. Per i fondi di partecipazione al capitale di banche e internazionali la competenza negoziale era attribuita al Ministero del tesoro, mentre quella politica al MAE. Per i contributi volontari ad organizzazioni internazionali, la competenza proponente spetta al MAE/Dipartimento, anche se ad autorizzare il contributo è il CIPES. Vedi Isernia, p. 95.

[335] Le sottofasi sono riprese da Isernia.

[336] Infatti, le strutture vecchie non erano più abilitate ad operare e quelle nuove non erano del tutto definite o addirittura non entrate mai in funzione.

[337] Il ruolo propulsivo e di coordinamento del CIPES non ha mai funzionato, al tal punto che Isernia lo definisce “latitante” (vedi p. 97). Inoltre, evidenzia come la prima riunione del CIPES si sia tenuta direttamente nel 1979 adottando un aumento dell’APS in rapporto al PNL fino allo 0,7% entro il 1990, l’aumento della quota di aiuto bilaterali, la concentrazione degli aiuti geograficamente e settorialmente.

[338] I problemi sorgono tra MAE, Ministero del bilancio e la programmazione economica, il Ministero del tesoro e per il commercio estero, ibidem.

[339] L’Italia, infatti, con la risoluzione 2626 delle Nazioni Unite si era impegnata a versare lo 0,7% del PNL ai PVS sotto forma di APS, aveva partecipato alla conferenza tenutasi a Roma e dal 1974 entro dieci anni si era impegnata a ridurre, se non distruggere, la fame nel mondo. Secondo questo gruppo, infatti, il problema della fame aveva natura politica, cioè, vi era indifferenza e carenza di impegno e volontà politica nel raggiungere l’obiettivo della riduzione della fame nel mondo. La fame del mondo non doveva essere interpretata come un problema economico ma politico.

[340] Ibidem, p. 102.

[341] Il manifesto è stato firmato inizialmente da 53 premi nobel a cui se ne aggiungeranno altri 28. Pannella in tale manifesto denuncia la natura politica dell’olocausto della fame ed impegna i governi a preparare dei piani d’azione concreti per questa battaglia contro la fame, ibidem.

[342] Tale proposta di legge fu sostenuta da oltre 1.300 sindaci e 50.000 cittadini firmatari. Si prevedeva una spesa di 3.500 miliardi per salvare almeno 3 milioni di persone entro il 1982.

[343] Il controllo contabile era fuori dal bilancio. Si stanziavano così 4.000 miliardi di lire da spendere in 12 mesi, di cui il 45% (1.800 miliardi) era da prelevare da varie fonti (quali il fondo di rotazione della cooperazione del Dipartimento e il fondo rotativo del Ministero del tesoro per i crediti d’aiuto). Isernia P., ibidem, p. 110.

[344] Tale proposta prevedeva lo stanziamento di 2.500 miliardi di lire nel 1984, di cui 500 da devolvere per la lotta alla fame.

[345] Per i radicali invece bisognava affrontare immediatamente le situazioni più urgenti, con una struttura capace di intervenire in situazioni “intollerabili”, soprattutto visto l’intervento carente ed inefficiente del Dipartimento.

[346] Esso veniva nominato con decreto del presidente del consiglio, su proposta del Ministro degli affari esteri, con compiti plurisettoriali. La permanenza della carica del commissario era a tempo, cioè, al massimo fino al 31 dicembre 1987, se prima non fosse intervenuta una legge organica di riforma della cooperazione allo sviluppo.

[347] Infine fu il governo a decidere che i poteri straordinari erano attribuiti al MAE e delegati da quest’ultimo ad un sottosegretario di Stato. Si riconfermava, inoltre, la creazione di un Servizio speciale all’interno del MAE e competente per gli interventi straordinari. Lo stanziamento era pari a 1.900 miliardi di lire.

[348] Tale legge è da interpretare come una legge che autorizzava ad interventi straordinari anche al di fuori dei 29 paesi individuati e caratterizzati da situazioni di emergenza endemica. Veniva istituito un sottosegretario che godeva di un ampio margine di discrezionalità, responsabilità politica e funzioni di controllo.

[349] Per esempio non si è fatta chiarezza fino al 2004 circa gli investimenti effettuati in Somalia “Giudici di ultimo grado hanno riformato la condanna inflitta al Sottosegretario del Ministero degli Esteri per l’erogazione di fondi  finalizzati alla costruzione di una imponente infrastruttura in Somalia (tratto stradale di 450 KM), realizzata in termini e modalità tecnologicamente più avanzate rispetto a quelle previste dal Fondo Alimentare (FAI), al quale risultava necessaria (ed in tali termini è prevista la realizzazione di infrastrutture per il trasporto umanitario di derrate alimentari e la relativa dotazione finanziaria servente) una strada semplicemente “sterrata”, inoltre L’esito del procedimento ha condotto all’assoluzione dell’appellante sulla base della considerazione che il pubblico agente si era avvalso non solo dei fondi e delle progettualità connesse al FAI ma, anche in base ad accordi diplomatici (Craxi-Barre), atti autoritativi conseguenti, attribuzioni e dotazioni del Dipartimento della Cooperazione, per cui l’opera infrastrutturale rispondeva ad un complesso spettri di fini ed iniziative. Ne è risultato l’accertamento del rispetto di un vincolo di scopo definito in base a più determinazioni cogenti e afferenti a più poste di bilancio. Vedi http://www.diritto.it/articoli/amministrativo/venturini1.html.

[350] Per un confronto, vedi http://www.planningstudies.org/ricerche/pro-fai.htm.

[351] Fanciullacci D., Corno d’africa: Quale Cooperazione?, da Rhi-Sausi J.L. (a cura di), La crisi della cooperazione italiana, Rapporto CeSPI sull’aiuto pubblico allo sviluppo, Centro Studi di Politica Internazionale, Edizione Associate, editrice internazionale, 1994, p. 122-128.

[352] In particolare la stesura di due rapporti molto critici e l’opera d’indagine conoscitiva avviata nel 1983 e conclusasi solo nel 1990.

[353]Ibidem, p. 119.

[354] Il testo prosegue in tal modo: <<la cooperazione allo sviluppo deve essere altresì finalizzata al miglioramento della condizione femminile e dell'infanzia ed al sostegno della promozione della donna. Essa comprende le iniziative pubbliche e private, impostate e attuate nei modi previsti dalla presente legge e collocate prioritariamente nell'ambito di programmi plurisettoriali concordati in appositi incontri intergovernativi con i paesi beneficiari su base pluriennale e secondo criteri di concentrazione geografica. Rientrano nella cooperazione allo sviluppo gli interventi straordinari destinati a fronteggiare casi di calamità e situazioni di denutrizione e di carenze igienico-sanitarie che minacciano la sopravvivenza di popolazioni. Gli stanziamenti per la cooperazione allo sviluppo non possono essere utilizzati, direttamente o indirettamente, per finanziare attività di carattere militare>>, Legge 26 Febbraio 1987. N. 49, “Nuova disciplina della cooperazione dell'Italia con i Paesi in via di sviluppo”, art. 1.

[355] Ibidem art. 10.

[356] Per altre riflessioni sulla problematiche poste dai comitati all’interno della cooperazione decentrata italian si veda capitolo quarto, paragrafo terzo.

[357] <<Il CICS è stato soppresso a seguito dell’entrata in vigore della Legge n. 537/1993. Le competenze del disciolto CICS sono state trasferite al CIPE per quanto riguarda le funzioni di indirizzo generale, quali la definizione degli indirizzi programmatici e delle priorità geografiche, al Ministero degli Affari Esteri per quanto attiene alle altre funzioni>>; ibidem, art. 3.

[358] “[…] a) nove esperti designati dalle amministrazioni dello Stato, e uno dall'Istituto agronomico d’Oltremare di Firenze; b) uno designato dal Consiglio nazionale delle ricerche; c) uno designato dal Consiglio universitario nazionale; d) tre designati dalla Commissione interregionale […], in rappresentanza delle regioni; e) dieci designati da istituzioni ed enti operanti nel campo della cooperazione allo sviluppo in ragione di metà per il settore pubblico e metà per quello privato, assicurando in ogni caso un’adeguata rappresentanza rispettivamente alle aziende pubbliche, alle grandi, medie e piccole aziende e alle organizzazioni maggiormente rappresentative del movimento cooperativo; f) cinque designati dalle organizzazioni non governative di volontariato e non, idonee ai sensi della presente legge; g) tre designati dalle confederazioni sindacali maggiormente rappresentative.. […] deve essere assicurata un’adeguata rappresentanza di personalità femminili di riconosciuta esperienza nel campo della cooperazione e della conoscenza della condizione delle donne dei Paesi in via di sviluppo 3. Sono membri di diritto del Comitato Consultivo, il Direttore generale per la cooperazione allo sviluppo ed il Direttore generale degli affari economici del Ministero degli affari esteri. 4. Possono essere di volta in volta invitati a partecipare alle riunioni del Comitato consultivo eminenti personalità del mondo professionale, scientifico ed economico, nonché rappresentanti di enti e istituzioni nazionali e internazionali e personalità interessate alla tematica della cooperazione allo sviluppo. 5. I membri del Comitato Consultivo sono nominati per quattro anni. 6. Il Comitato Consultivo si riunisce in seduta plenaria almeno quattro volte. […]”. Per un riscontro e approfondimento si veda

http://www.regione.sicilia.it/presidenza/uscs/documenti/norme%20nazionali/legge_49_87.doc.

[359] Inoltre all’art. 8 dichiara che “Il Comitato consultivo per la cooperazione allo sviluppo è stato soppresso a seguito dell’entrata in vigore della Legge n. 537/1993. Ibidem, art. 8.

[360] All’articolo 8 comma 10., della legge 49/87 prevedeva l’istituzione di una <<apposita Commissione per le organizzazioni non governative, presieduta dal Direttore generale della Direzione per la Cooperazione allo Sviluppo e composta da altri sette membri designati dal Ministro degli affari esteri, di cui tre scelti tra i rappresentanti delle organizzazioni stesse, due tra quelli delle confederazioni sindacali e due tra i rappresentanti di cui alla lettera a) del comma 1, esprime i pareri obbligatori previsti agli articoli 28, comma 1, 29, commi 1 e 3, 31, comma 3. Essa inoltre collabora con la Direzione Generale nelle questioni attinenti alle organizzazioni non governative, alla loro attività ed ai cooperanti e volontari da esse impiegati>>. Essendo stato soppresso e abrogato l’intero articolo 8, la Commissione per le organizzazioni non governative è stata soppressa con legge n. 573/1993.

[361] Art. 28.

[362] Ianni V, Toigo M., op. cit.

[363] La valutazione dell’impegno assunto dai Paesi donatori per l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo va sempre relazionata al PNL. Infatti, non è detto che un paese che destini una percentuale bassa in termini relativi all’Aiuto allo Sviluppo, lo faccia anche in termini assoluti.

Basti considerare la posizione statunitense che nel 2002 nonostante abbia destinato lo 0,13 del PNL all’APS posizionandosi all’ultimo posto nella lista, è il maggiore donatore a livello monetario, con una cifra pari al 13.290 euro, la più alta in assoluto. Pertanto la relazione tra reddito reale nazionale e percentuale di APS risulta determinante nelle analisi.

[364] Inoltre, notevole è l’incremento dalla parte dell’APS che non corrisponde strettamente alla cooperazione allo sviluppo. In particolare, la riduzione del debito estero dei paesi più poveri ha guadagnato di importanza nella politica italiana allo sviluppo.

[365] La cooperazione si suddivide, secondo i partner, in bilaterale, multilaterale e multibilaterale: nel primo caso, l’aiuto è concesso direttamente dai governi dei paesi donatori al Paese beneficiario e può assumere tanto la forma del dono, quanto quella del prestito, nel caso della cooperazione multilaterale si tratta di contributi messi a disposizione dei paesi del Terzo Mondo da parte di Organizzazioni Internazionali collegate all’ONU, all’OCSE e alla CEE, mentre in quella multibilaterale l’intervento è deciso e finanziato dai due paesi interessati ma l’esecuzione resta invece affidata ad un’agenzia specializzata ( FAO, IFAD…).

[366] Se si include la cooperazione multi-bilaterale e bilaterale, anche se amministrati da organizzazioni internazionali, la questa proporzione cresce.

[367] Ianni V., Toigo M., op. cit., p. 11.

 

[368] Ibidem, p. 10.

[369] Pedicini V, Pomicino M., Stocchiero A., Il caso Italiano: la mobilitazione del sistema territoriale per la cooperazione decentrata da Mazzoli A., Zupi M. (a cura di), Finanza locale per lo sviluppo del Sud del Mondo, alcune esperienze innovative in Europa, UCODEP, 2004, p. 44.

[370] Ianni V., La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, approcci teorici e forme d’azione, op. cit. p. 145.

[371] Pedicini V, Pomicino M., Stocchiero A, op.cit.

[372] Ianni V., op.cit., p. 146.

[373] Stocchiero A., La cooperazione decentrata delle regioni italiane e i partenariati internazionali per lo sviluppo locale, Cespi e UNOPS, Roma, 2001.

[374] De Rita G., Bonomi A., Manifesto per lo sviluppo locale. Dall’ azione di comunità ai Patti territoriali. Bollati Bolinghieri, Torino, 1999.

[375] Ianni V, Toigo M., op. cit., p. 9.

[376] Rhi-Sausi, J .L, Zupi M. e Claudio B., op. cit.

[377] Ianni V., Toigo M.,op. cit.

[378] Questi punti sono ripresi integralmente da Ianni V., Toigo M., op.cit.

[379] La Regione Campania sta discutendo tre disegni di legge, uno proveniente da un comitato di ONG, Università e altri enti territoriali, su proposta del Presidente di Regione. Due di natura politico-partitica, provenienti dal Consiglio. Essa ad oggi possiede un programma pluriennale unico di cooperazione internazionale, di internazionalizzazione delle imprese, per partenariati internazionali e cooperazione allo sviluppo. Sul punto Pedicini V., Pomicino M., Stocchiero A., op.cit., p. 44. La Sicilia grazie ad un Ufficio Regionale svolge attività di promozione e di sostegno per la cooperazione con i PVS, possiede un capitolo di bilancio dedicato alla cooperazione allo sviluppo e stanzia dei fondi che poi mette al bando, nonostante ciò non si è dotata ancora di una legge. La Regione Calabria nel 2003 stava ancora discutendo un disegno di legge proposto nel 2001.

[380] Nel 2004 è stata approvata lo schema di una nuova legge, però, non è ancora entrata in vigore. Cfr. Pedicini V., Pomicino M., Stocchiero A., op.cit., p. 46.

[381] Ibidem.

[382] Tali aspetti sono inseriti di solito nelle strutture della Presidenza o all’estero grazie ad uffici regionali. Alfieri A. (a cura di), La politica estera delle regioni, società editrice Il Mulino, aprile 2004, p. 57.

[383] Tali aspetti di solito sono di competenza del Presidente di Giunta attraverso la delega ad assessorati con l’appoggio di servizi o direzioni.

[384] Le Regioni sono autorizzate dal d.P.R. 31 marzo 1994 a tenere rapporti con gli organi delle istituzioni comunitarie e dalla sentenza n. 425 del 1995 a inviare una propria delegazione a Bruxelles. Sulla modalità di gestione, in autonomia o con altre regioni e per un approfondimento solo sul tema si veda ibidem, p. 62-67.

[385] Ibidem, p. 67. È emblematico il caso lombardo, che conta 25 punti operativi, sparsi un po’ ovunque. Altro esempio è il caso della Regione Campania che ha aperto una sede a New York, o della Regione Emilia Romagna, Puglia e Lombardia che dispongono di punti operativi soprattutto nei Balcani per la realizzazione di progetti di cooperazione.

[386] Rhi-Sausi, J .L, Zupi M. e Claudio B., op.cit., pg, p. 37.

[387] I riferimenti virgolettati sono tratti da Ianni V., La cooperazione decentrata allo sviluppo umano, Torino, Rosenberg & Sellier, 1999.

[388] Per un’analisi precisa delle funzioni dell’OICS si veda Ciuffi A., Il rapporto fra le Regioni e il Governo centrale, da Alfieri A. (a cura di), La politica estera delle regioni, società editrice Il Mulino, aprile 2004.

[389] Alfieri A. (a cura di), op.cit., p. 83. La Conferenza Unificata è la somma della Conferenza Stato-Regioni e la Conferenza Stato città.

[390] In particolare il testo riporta il progetto Solaria, un progetto basato su formazione d’aula, sul territorio e in rete per la promozione dell’approccio decentrato nei Comuni italiani. Altro esempio è il “Programma di Sviluppo e consolidamento delle capacità degli Enti locali in sud-est Europa”, per un confronto ibidem.

[391] Altri progetti menzionati nel testo in analisi sono: quello della Regione Friuli Venezia Giulia, del Governo italiano e Croato, attraverso una convezione tra la DGCS e la Regione, tale progetto riguarda la ricostruzione dell’area Danubiana. Altro progetto è tra la Regione Toscana e il MAE per il programma di rete “I governi locali motori dello sviluppo-Ricostruire i ponti del dialogo nel sud est europeo”, ancora quello tra Regione Abruzzo e MAE in Giordania, e il progetto della Provincia di Trento con il MAE per un progetto in Somalia.

[392] Per un confronto Alfieri A. (a cura di), op.cit., p. 128.

[393] Il CdR è oggi composto da 222 membri e 222 supplenti, per un’analisi specifica delle sue funzioni si veda ibidem.

[394] Ibidem, p. 131.

[395] Per una visione Regione per Regione del livello di partecipazione e dei programmi scelti dalle singole realtà italiane, si veda la parte finale del libro succitato, in cui ci sono delle schede riassuntive.

[396] Nel testo di Pedicini V., Pomicino M., Stocchiero A., op.cit., sono indicate altre modalità di finanziamento quali ASIA-URBS, MED-URBS, LIFE, ECOD, ARCHI-MED, aiuto ai gemellaggi, sostegno alla democrazia, per un confronto.

[397] Ianni V., Toigo M. , L’impegno della Regione Marche per la solidarietà e la cooperazione internazionale: 1996-2001, Regione Marche, Movimondo, 2001, p. 14.

[398] Per esempio di natura, ambiente e paesi terzi se ne occupa la DG Ambiente per LIFE, di cultura la DG cultura ecc. Per una visione più approfondita dei programmi settoriali si veda Pedicini V., Pomicino M., Stocchiero A., op.cit.

[399] I dati si riferiscono all’Europa dei 15 Paesi, cioè, prima dell’allargamento del 1 maggio 2004.

[400] Dei PDHL già se ne è parlato nel capitolo terzo, pertanto ad esso si rimanda. Basti però in questa sede ricordare che sono programmi elaborati dall’UNDP e dall’UNOPS per la realizzazione degli obiettivi di sviluppo del Vertice di Copenaghen del 1995 sullo sviluppo sociale.

[401] Pedicini V., Pomicino M., Stocchiero A., op.cit.

[402] Ianni V., La cooperazione decentrata allo sviluppo umano, Torino, Rosenberg & Sellier, 1999, p. 158.

[403] Ibidem.

[404] Per un’analisi dei PDHL, vedasi ibidem, pp. 183-210.

[405] Ibidem, pp. 49-49.

[406] Rhi-Sausi J. L, Stocchiero A., (a cura di), Modelli della Cooperazione decentrata delle Regioni e la Politica di prossimità nel Mediterraneo e nei Balcani, Centro Studi di Politica Internazionale (CeSPI), Roma, 1998, p. 37.

[407] Citato in ibidem e tratto da CeSPI, OICS, Cooperazione decentrata e processi di internazionalizzazione Economica e Territoriale – Manuale di formazione, CD-Rom, Roma, 2001.

[408] Gazzetta Ufficiale-serie generale- n. 14 del 19 gennaio 1993.

[409] Anche se ad oggi la quota media che essi dispongono per azioni di cooperazione allo sviluppo è pari allo 0,3. Di fronte a questa situazione di stallo nel periodo 2002-2003 è stata lanciata una Campagna nazionale “Bi…lanciamo la cooperazione” promossa da molti soggetti della cooperazione decentrata, tra cui ARCI, COCIS, ACLI, Manitese, Movimondo, OICS ed altri puntava alla sensibilizzazione degli Enti locali italiani sul finanziamento di progetti di cooperazione e sulle problematiche della solidarietà internazionale. Per un approfondimento di veda  Pedicini V., Pomicino M., Stocchiero A., Il caso Italiano: la mobilitazione del sistema territoriale per la cooperazione decentrata da Mazzoli A., Zupi M. (a cura di), Finanza locale per lo sviluppo del Sud del Mondo, alcune esperienze innovative in Europa, UCODEP, 2004, p. 33.

[410] Le risorse stanziate erano pari a 10 milioni di euro e andavano spesi però entro il 2003.

[411] Come si evidenzia in Pedicini V., Pomicino M., Stocchiero A., op.cit, a cui si rimanda, molti dei fondi stanziati per il co-finanziamento di progetti delle Autonomie locali, nella primavera del 2003, non se ne aveva ancora usufruito.

[412] Tale riforma parte comunque dalla formulazione dalle leggi n. 59 e 127 del 1997, meglio conosciute come le leggi Bassanini, nelle quali il principio di sussidiarietà guida i rapporti tra stato e regioni.

[413] Olivetti M., Il potere estero delle Regioni, da Alfieri A. (a cura di), La politica estera delle regioni, società editrice Il Mulino, aprile 2004.

[414] Ibidem, p. 32.

[415] Per un’analisi giurisprudenziale della materia si veda ibidem, pp. 33-41.

[416] Pedicini V., Pomicino M., Stocchiero A., op.cit, p. 36.

[417] Ciuffi A., Il rapporto fra le Regioni e il Governo centrale, da Alfieri A. (a cura di), La politica estera delle regioni, società editrice Il Mulino, aprile 2004, p. 79.

[418] Pedicini V., Pomicino M., Stocchiero A., op.cit., p. 35.

[419] Ciuffi A., op.cit., p. 79.

[420] Ibidem, p. 80.

[421] Ianni V., La cooperazione decentrata allo sviluppo umano, Torino, Rosenberg & Sellier, 1999, Ianni V., La società civile nella cooperazione internazionale allo sviluppo, approcci teorici e forme d’azione, L’Harmattan Italia, Collana “Logiche Sociali”, 2004, p. 152-157.

[422] Ibidem. p. 156.

[423] Ianni V., op. cit., p. 157.

[424] Alfieri A. (a cura di), op.cit., p. 238, corsivo presente nel testo.

[425] Si è già detto in principio che lo studio di caso realizzato nell’ambito della ricerca era dedicato all’esempio della Regione Emilia Romagna e in particolare del “Tavolo Paese per il popolo saharawi”  istituito presso la stessa. È da questo studio che derivano le principali conclusioni sugli scenari che apre la cooperazione decentrata.

Formato per la citazione:
Matilde Fresa, "La cooperazione internazionale di fronte alle sfide del cambiamento globale", terrelibere.org, 04 aprile 2007, http://www.terrelibere.org/doc/la-cooperazione-internazionale-di-fronte-alle-sfide-del-cambiamento-globale