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Banda della Magliana e Ortigia
La banda della Magliana e l’“operazione Ortigia”
Alla fine degli anni ’70, appartenenti a Cosa
Nostra e al gruppo criminale noto col nome di “banda della Magliana”, tentarono
di mettere le mani sui progettati lavori per il centro storico e il porto di Siracusa.
Un’operazione speculativa che, a differenza di quelle avviate in Sardegna e
altrove, non ebbe esito.
Giuseppe Palermo
Le relazioni fra il mondo della politica e
il sottobosco affaristico-criminale che in Sicilia spesso promuove, oggi come
in passato, i grandi progetti dell’edilizia e dei lavori pubblici, sfuggono per
lo più all’attenzione dei cittadini. I politici, al solito, esibiscono le loro
“grandi opere” come occasioni di riscatto e di progresso, e se ne gloriano
dinanzi agli elettori. Solo più tardi, e di rado, capita di scoprire che
diversi di quei progetti non erano che speculazioni utili solo a chi le faceva,
o addirittura occasioni per il riciclaggio di denaro di provenienza illecita.
Tutto questo sfugge. Si tende ad ammettere, al massimo, l’intervento della
criminalità nella fase esecutiva degli appalti o dei subappalti, con il
sottinteso che anche qui, in fondo, c’è poco da fare e che con quella realtà
“bisogna convivere”.
La verità è un’altra. Le lobbies conoscono
benissimo i meccanismi dei finanziamenti, li manovrano e modellano su misura
dei loro interessi, predispongono i progetti sulla base di questi e solo allora
li propongono o impongono, belli e pronti, ai politici di turno. Il più delle
volte i capitali di provenienza illecita che confluiscono in queste operazioni
seguono percorsi sotterranei e invisibili. È importante perciò che, volendo
contrastare queste degenerazioni, non solo si presti attenzione alla fase di
pubblica evidenza degli appalti, ma si eserciti un capillare controllo, a monte,
dei finanziatori e dei loro collegamenti, mentre al legislatore s’impone una
riforma del diritto societario che preveda una maggiore trasparenza ed un
inasprimento drastico delle sanzioni penali. Purtroppo, e non a caso, la
tendenza oggi è quella opposta.
In questo articolo cercherò di tracciare,
per sommi capi, la storia di una vicenda finora ignorata: il tentativo
congiunto della mafia, della cosiddetta banda della Magliana e di imprenditori
legati ad esse, di mettere le mani, alla fine degli anni ‘70, sulla
ristrutturazione di Ortigia e sui lavori per il porto turistico di Siracusa. Mi
sono servito esclusivamente di materiale edito e sono consapevole che il quadro
che ne viene fuori è lontano dall’essere completo. Esso tuttavia potrà essere
integrato, ed eventualmente corretto, sulla scorta di nuovi documenti o delle
testimonianze di qualcuno degli attori della vicenda.
Carboni e le coste
sarde
Il principale dei protagonisti non è
siciliano. Si tratta di Flavio Carboni, l’uomo d’affari di Sassari coinvolto
nella scomparsa del presidente del Banco Ambrosiano Calvi e nel 2003 rinviato a
giudizio, assieme ad alcuni mafiosi, per il suo omicidio. Un appunto del Sisde
del 1982 ne dà questo ritratto: “Elemento assai scaltro, intraprendente, affarista
ed opportunista, capace di ricorrere a qualsiasi espediente pur di trarre
vantaggi morali, economici e finanziari. Ben introdotto nel sottobosco
politico-economico, non tralascia occasione di sfruttare a proprio vantaggio
qualsiasi amicizia o situazione anche di compromesso, ricorrendo se necessario
ad ambienti equivoci, delinquenziali e truffaldini. Cinico e calcolatore,
risulta impegnato in diverse attività che lo vedono al centro di speculazioni
spesso poco chiare e pulite”[1].
Emigrato a Roma nel 1955, dopo qualche anno di servizio al Ministero della P.
I., Carboni fece ritorno in Sardegna per darsi, con l’appoggio delle sue nuove
conoscenze, ad una frenetica attività speculativa, caratterizzata – si legge in
un altro appunto del Sisde – “da emissione di assegni a vuoto, truffa e
corruzione”. Questo, secondo la stessa fonte, il suo metodo: “Dopo aver
individuato le aree ritenute interessanti contattava i proprietari mediante ‘mediatori’
di sua fiducia. Raggiunto l’accordo, stilava con le parti il relativo
compromesso ed emetteva a titolo di caparra assegni post-datati, nella quasi
totalità risultati poi a vuoto. Immediatamente dopo il compromesso, presentava
ai competenti comuni progetti di lottizzazione che, evidentemente con
compiacenza non disinteressata, venivano approvati anche con indice di edificabilità
superiore a quello previsto. Fatto ciò, anziché stipulare l’atto pubblico per
acquisire la piena proprietà, depositava presso le competenti conservatorie
immobiliari ‘citazioni giudiziarie’ per adempiere agli obblighi sanciti con i
compromessi. Riusciva così non solo a costringere i proprietari a concludere
gli affari a prezzi inferiori, giacché gli assegni risultavano a vuoto, ma
anche ad evadere il fisco eliminando un passaggio intermedio della proprietà”[2].
A finanziare quel vorticoso giro d’affari
non erano le banche, ma esclusivamente dei privati: dapprima personaggi romani
legati al giro dell’usura e della malavita, in un secondo tempo figure più
note, come Silvio Berlusconi e infine, a partire dal 1981, Roberto Calvi, “l’uomo
dalle uova d’oro”, secondo una definizione del suo segretario Emilio
Pellicani[3]. Il
fiduciario di Berlusconi nella maggior parte di quelle operazioni era Romano Comincioli,
compagno di scuola e stretto collaboratore di quest’ultimo, attualmente
senatore[4]. In
una delle sue deposizioni Pellicani ha così descritto i termini dell’accordo: “il
Carboni era l’uomo che doveva cercare i terreni e Silvio Berlusconi era quello
che doveva finanziare l’operazione”, la proprietà doveva essere divisa per
un 45% al Carboni, per un 45% al Berlusconi e per un 10% al Comincioli, che
avrebbe dovuto fungere da ago della bilancia; al momento dell’inizio delle
costruzioni il Carboni avrebbe provveduto a restituire la metà del prezzo
pagato dei terreni. I finanziamenti del gruppo Berlusconi si sarebbero così
susseguiti in più tranches, per un ammontare complessivo di 21 miliardi,
fino alla metà del 1981[5]. In
questo modo – riferisce ancora Pellicani – alla fine del 1980, “tra acquisti
effettuati e preliminari per accaparramento, il Carboni ed il Comincioli e il
Berlusconi avevano proceduto ad acquisire nelle zone Olbia Sud e Olbia Nord
circa 1000 ettari di terreno”[6], in
un tratto di costa allora quasi vergine.
La corruzione è indicata da più parti come
parte integrante di questo sistema: secondo l’appunto del Sisde sopra citato,
per esempio, il Carboni avrebbe versato la somma di un miliardo al sindaco di
Olbia perché facesse pressioni su uno dei proprietari per fargli concludere la
trattativa e si adoperasse per far aumentare l’indice di edificabilità[7].
La vasta rete di conoscenze e protezioni politiche del Carboni gli fu
evidentemente di grande aiuto (si veda, per un’illustrazione dal vivo di quel
suo lavoro, la trascrizione, rimastaci per caso, di una sua conversazione con un
non identificato “onorevole” [vedi riquadro sotto n.d.r.]. Non
c’interessa adesso seguire nei dettagli le tappe della sua opera in Sardegna
(cosa che un giorno andrà pur fatta, con attenzione e rigore). La premessa era
tuttavia necessaria per capire la natura dei rapporti del Carboni con l’ambiente
romano dei suoi primi finanziatori, divenuti in parecchie circostanze anche
suoi soci in affari.
I progetti per la
lottizzazione di Olbia
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La conversazione, registrata, si svolge
fra più persone, fra cui Carboni, evidentemente davanti ad una mappa
topografica
CARBONI (mostrando la carta): …questo
è Capo Ceraso, una zona molto bella. Qui c’è l’Isola Bianca… il golfo di
Olbia… questo si chiama Ciarlo (?), anche questa è una zona molto bella…
Molto più grande di Porto Cervo, circa cinque volte più grande. Vi è la
possibilità di tremila posti barca, quando Porto Cervo ne ha la possibilità
soltanto di 7-800, mentre Punta Ala ha 500 posti barca… Oltre un milione e
mezzo di metri cubi per un investimento di 250 miliardi di lire… Gruppo berlusconinano…
Verranno costruite case… come per occupare il territorio…
Golfo di Cugnana, molto più ambizioso
come progetto… questo è appunto Cugnana, qui vi è Prato Verde e questo è
Porto Rotondo (sempre indicando la cartina)… e queste sono le aree che
abbiamo comprato, circa 7000 ettari… Golfo di Cugnana dove sono tutte quelle
paludi… qui c’è la peschiera, qui c’è un porto con delle case… terreni
demaniali… Verrebbero creati dei terrapieni… Ogni casa avrebbe un posto barca
come se fosse il garage… Questo investimento supera come impegno l’altro:
sono circa 400 miliardi di lire… Cinque anni… (…).
Fra l’una e l’altra dovremmo superare
i 700 miliardi ed i tre milioni e mezzo circa di metri cubi. È una città,
proprio una città. Qui abbiamo circa 700 ettari e qui altri 750 (indicando
evidentemente la cartina)… Capocaccia… Il comune… Il commissario dell’Efim
(?)… è una città lagunare.
Comunque tutto il comune di Olbia lo
dà proprio (il progetto) e si presenta compatto. Ed ho (con me) tutta la
popolazione. Io ho questo vanto, onorevole; io ho la popolazione di Olbia con
me… Guardano a me come uno che porta lavoro. Io sono sostenutissimo
dall’intera popolazione, democristiani, socialisti, comunisti, tutti. E non
ho mai promesso una cosa ad Olbia che non abbia mantenuto… (evidentemente
indicando sempre la cartina) qui c’è la Costa Smeralda e qui siamo noi; una a
sud e una a nord.
Con questa iniziativa daremo lavoro
ad Olbia ed ai paesi vicini per quindici anni e forse di più…
Quindi c’è una possibilità, una
iniziativa (che, così come la trattano… gente che se ne infischia…) che è
organizzato in modo stupendo. Non esiste una cosa più bella… in Italia. È
Tutta una iniziativa a carattere alberghiero, il che significa… Mercoledì
Olbia dà il suo bene placito ufficiale a tutta questa iniziativa,
favorevolissimi tutti. Comunque io non ho nessuno (contrario)… Sanno
benissimo che sono democristiano…
[Atti parlamentari, IX legisl.,
doc. XXIII, n° 2-quater/3/XXI, pp. 375, 379-80]
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La “banda della Magliana”
Quella di “banda della Magliana” è una
definizione di comodo, non particolarmente precisa, attribuita solo più tardi a
quel particolare giro di persone. La riduzione della sua attività a semplice
fatto criminale, e addirittura di criminalità spicciola e senza finalità
associative, è inaccettabile e palesemente interessata (si pensi solo
all’inapplicabilità, in questa ipotesi, della normativa antimafia in materia di
confisca dei beni). Al contrario, secondo un magistrato che se n’è occupato a
lungo, la “banda della Magliana” è un mondo in cui s’agitano “politicanti
grossi e piccoli, esperti in malefatte finanziarie, inventori di trucchi
atipici, filibustieri d’ogni risma e colore, usurai, contrabbandieri, mafiosi, agenti
segreti veri e soi disants, pistoleri di borgata e prostitute di lusso,
massoni coperti e scoperti, in sonno e all’orecchio (…), prelati
assorbiti più dagli affari che dal loro santo ministero, accomunati tutti dal
disprezzo delle regole, dal crescente disinteresse per i valori collettivi, da
un rabbioso privilegiare l’affermazione individuale e di gruppo, al punto da
considerare le norme un impaccio e da trattare chi le difenda un nemico da
sconfiggere o da corrompere”[8].
La pericolosità sociale del gruppo è stata
messa in luce in termini ancora più drastici da un altro magistrato, pubblico
ministero nel processo per la strage di Bologna: “Siamo di fronte ad una
struttura criminale alla quale gli ‘input criminali’, le coperture, le
collusioni tra criminalità, economia e politica, forniscono potenzialità
vastissime d’intervento. È un luogo, la banda della Magliana, in cui
l’Antistato consuma tutto il suo potenziale eversivo per divenire, attraverso
una serie di passaggi intermedi, di apporti operativi e ideativi, ‘istituzione’,
‘sistema’ che s’arroga il diritto di eliminare le sue variabili impazzite e di
proteggere quanti operano all’interno delle proprie finalità”[9].
Anche questo giudice insiste sull’inaccettabilità dei tentativi di ridurre
quella struttura a semplice fatto criminale[10].
La sua peculiarità risiedeva, secondo un
terzo magistrato, proprio “nell’essere un punto di convergenza, uno snodo
tra l’attività delinquenziale più brutale e la successiva indispensabile
sistemazione finanziaria degli enormi introiti dell’organizzazione. Come pure
emergeva la caratteristica di essere un punto di riferimento per le varie
associazioni criminose, cui sembra essere in grado di fornire ogni tipo di
facilitazione, dall’assistenza alla sistemazione e di sostanziale controllo di
tutte le altre forme associate criminali”[11].
Personaggio chiave dell’organizzazione era
Domenico Balducci, detto “Mimmo er cravattaro”, il più noto fra gli usurai di
Campo dei Fiori e principale fra gli investitori dei proventi non solo della
banda, ma anche di Cosa Nostra (i suoi rapporti con Pippo Calò, da lui
conosciuto all’Ucciardone, datavano dagli anni ‘50[12]
e si fecero sempre più intensi, spaziando dal riciclaggio di capitali alla
speculazione edilizia, fino ad attività più scopertamente criminali, come la
gestione dei sequestri di persona)[13]. Non
è questa la sede per fare la storia del Balducci, che meriterebbe un’intera
monografia, da strozzino di borgata a imprenditore d’assalto, sino alla sua
latitanza dopo che, nel maggio 1978, vennero trovati sul cadavere di Giuseppe
Di Cristina (il boss di Riesi ucciso dai corleonesi) assegni a sua firma, e
infine alla sua morte sempre per mano della mafia nel 1981. A presentare il Balducci
al Carboni, secondo Pellicani, fu un altro usuraio, Danilo Sbarra, anch’egli
attivo nel campo dell’edilizia e protagonista a sua volta di alcune fra le
maggiori operazioni speculative a Roma (da ricordare fra queste l’assalto all’Appia
antica, reso celebre dalle pagine di Antonio Cederna).
Balducci e Sbarra erano soci nell’impresa
“Delta Costruzioni”, che in Sardegna, assieme ad altre, edificava un grande
complesso immobiliare a Porto Rotondo, su terreni del Carboni. Calò, Faldetta e
Balducci, fra l’altro, erano soci occulti della società Mediterranea, amministrata
dal mafioso Bellino (a sua volta intestatario fittizio per conto di altri
mafiosi), che cedette alla Turiment, sempre in Sardegna, immobili per circa
dieci miliardi. Sappiamo che per i suoi traffici Calò spesso utilizzava come
copertura proprio le imprese edilizie di Sbarra[14].
Nelle attività sarde di Carboni, a loro
volta, investivano anche altri personaggi della banda[15].
Era nota e assai apprezzata infatti, nell’ambiente, l’abilità del Carboni nel
procurarsi “licenze impossibili”[16].
Nella prima metà degli anni ‘80, a seguito di fatti eclatanti quali lo scandalo
P2 e la morte di Roberto Calvi, l’attenzione degli inquirenti si concentrò per
qualche tempo sulle società per azioni attive in Sardegna nelle quali, accanto
a Carboni, erano coinvolti a diverso titolo e più o meno palesemente i
personaggi di spicco della banda della Magliana e i loro partners siciliani.
Come è stato più tardi denunciato, però, le indagini non si estesero, e non si
colse allora (o non si volle cogliere) l’assurdità insita nel voler credere che
progetti imprenditoriali di tale portata fossero condotti nello stesso tempo,
nello stesso luogo e su terreni di identica provenienza (per esempio a Porto
Rotondo) da un’imprenditoria sedicente “sana” e da imprese mafiose senza che
tra di loro sussistessero collusioni e complicità[17].
Elenchi dettagliati di queste società –
una delle quali, la So.F.Int., interessata direttamente all’operazione di cui
ci occupiamo, si trovano nei rapporti predisposti dal Sisde nel 1982, sulla
base di indagini della Guardia di Finanza, poi agli atti della Commissione P2[18].
Una ricostruzione dei loro intrecci non è stata più tentata fino alle indagini
degli anni ‘90 collegate con il processo per l’omicidio Balducci[19].
La So.F.Int. sarà anche al centro dell’operazione finanziaria relativa al
“salvataggio” del Gruppo Caltagirone e allo scandalo Italcasse, vero e proprio
crocevia fra economia legale e imprenditoria mafiosa; e sarà anche al centro
delle attenzioni del giornalista Pecorelli, che se ne occuperà ancora negli
ultimi giorni di vita[20]. Le
testimonianze sui cospicui investimenti della mafia e di personaggi della banda
della Magliana in Sardegna attraverso Carboni e Calò sono numerose e concordi[21].
Nel periodo che c’interessa la
collaborazione di Carboni con Berlusconi è ancora all’inizio e, come vedremo,
non ci sarà nessun finanziamento da parte del suo gruppo nell’affare siciliano.
Vi fu però, da parte del Comincioli, la copertura di alcuni effetti cambiari
del Carboni. Pellicani precisò che “la firma di Comincioli sulle cambiali
rilasciate ai siciliani fu posta esclusivamente al fine di garantire il buon
fine dei titoli. Il Comincioli non ha ricavato alcun profitto da questa
operazione”[22]. I
finanziatori di Carboni erano quindi ancora i “romani” e l’uomo di Berlusconi
si limitò – con loro come con altri – a farsi da garante della restituzione
delle somme. Non era, comunque, un aiuto da poco: sempre secondo Pellicani, “dalla
fine del 1969-70” il Balducci prestava danaro ad usura al Carboni, a tassi
mensili del 10-15 %[23]. Il
denaro così “lavato”, come sappiamo, proveniva dal traffico di stupefacenti, da
rapine, sequestri ed altre attività criminali. Solo a metà del 1981, al termine
di una lite giudiziaria, va datato l’ingresso di Comincioli nella So.F.Int., al
50% con il Carboni, e si fecero più stretti i rapporti coi vari Faldetta, Di
Gesù, Sansone e con lo stesso Calò, che vi gravitavano intorno[24].
L’operazione “Ortigia”
Verso la fine del 1977 o l’inizio del 1978
– racconta Pellicani – “il Carboni
viene avvicinato nuovamente dal Balducci, il quale gli prospetta un’operazione
politico-economica in Sicilia, e cioè precisamente a Siracusa per il
risanamento del Centro Storico di Ortigia e la costruzione del nuovo porto di
Siracusa”[25] (nel suo interrogatorio davanti al tribunale,
Pellicani preciserà che l’operazione ebbe inizio nel febbraio-marzo del 1978)[26].
Il Balducci, secondo la sua testimonianza, “gli presentò un gruppo di
siciliani (i quali poi vennero definiti mafiosi dallo stesso Carboni) che
dovevano entrare nel pool delle aziende per la ristrutturazione del
porto di Siracusa e del centro storico di Ortigia. Per questa operazione
Carboni, sempre attraverso il Balducci, poi direttamente e poi con la
collaborazione del Diotallevi, ebbe un finanziamento di circa 450 milioni. Ma
di questi 450 milioni, in realtà il Carboni ne incassò solamente 300 perché la
rimanenza fu intascata dal Balducci Domenico: un’operazione che fu concordata
allora, politicamente, con l’onorevole Foti, che era presidente di un ente di
cui non ricordo il nome e che faceva capo ad un ente di ricostruzione per la
Sicilia. So che fu fatto uno studio, addirittura fu creata anche una società,
la Neapolis; poi le cose non andarono in porto e Carboni dovette restituire,
anche attraverso minacce, i soldi ricevuti: e da 300 milioni che ebbe ne
dovette restituire 680, con gli interessi e cose varie”, attraverso assegni
e cambiali[27].
Pellicani preciserà poi che per quella
società Neapolis, la quale avrebbe dovuto essere “metà pubblica e metà
privata”, fu approntato uno studio, ma che non venne effettivamente
costituita[28]. Lo
studio – dirà altrove – “venne a costare circa 400-500 milioni e furono poi
tutti sulle spalle di Carboni perché lui dovette successivamente restituire la
somma”, anticipatagli dai “siciliani”[29].
Oltre che con l’on. Foti, il Carboni
avrebbe avuto contatti con gli on. Nicita e Reina[30].
Il riferimento a quest’ultimo è interessante: dalla testimonianza del
collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo davanti alla Commissione antimafia
sappiamo che il politico palermitano, vicino a Salvo Lima, era la persona a cui
normalmente ci si rivolgeva (“a cui interessavano questi discorsi”) in
materia di edilizia e di autorizzazioni a livello regionale[31]:
un anno dopo (9 marzo 1979) come sappiamo Reina sarà ucciso dalla mafia.
Dinanzi alla Commissione P2 Carboni
ricorderà anche i suoi viaggi a Siracusa e i suoi incontri con l’on. Foti e il
sindaco di Siracusa (che allora era Concetto Rizza)[32],
e, appunto, con l’on. Nicita.
Quando Carboni “si rese conto del fatto
che l’operazione ‘Siracusa’ non aveva possibilità di successo, per una serie di
difficoltà sia di ordine politico che di ordine tecnico, perché la Regione
Siciliana non concretizzò l’iniziativa”, lo fece presente ai “siciliani”, i
quali “a quel punto chiesero la restituzione delle somme versate”.
Carboni, a corto di liquido, si limitò ad emettere delle cambiali per l’importo
di 700 milioni, garantite come abbiamo detto dal Comincioli, il collaboratore
di Berlusconi che abbiamo già incontrato. Fu allora – riferisce altrove
Pellicani – che “nacque una discussione fra il Carboni e i siciliani in
ordine alla somma di 150 milioni che era stata incassata dal Balducci; Carboni
affermava di non essere tenuto a pagarla, mentre i siciliani pretendevano che
fosse lui ad onorare il debito”: in quella occasione Carboni sarebbe stato
preso a pugni da uno dei siciliani[33].
Secondo una ricostruzione successiva, fu
proprio l’“operazione Siracusa”, ed in particolare l’episodio della mancata
restituzione della somma anticipata dai mafiosi, a segnare “l’inizio della
fine” per il Balducci, nel frattempo costretto alla latitanza e quindi
ucciso (16 ottobre 1981)[34].
La mafia a Roma
Ma chi erano i “siciliani”? Su Pippo Calò
(o Mario Aglialoro, come allora si faceva chiamare) e sul suo ruolo di primo
piano come rappresentante di Cosa Nostra a Roma siamo assai bene informati, a
partire dalle testimonianze di Tommaso Buscetta, che gli era padrino.
Contrariamente a quanto da lui stesso affermato, i rapporti del Carboni con il
Calò erano intensi e già vecchi di anni. Secondo la testimonianza della
segretaria della So.F.Int., Anna Pacetti, “Mario (da identificarsi nel Calò)
portava frequentemente negli uffici della società, alla quale Carboni era
interessato sin dal 1973, ingenti quantitativi di denaro contante”[35].
Qualche parola è il caso di spendere su
Luigi Faldetta, costruttore vicino al clan Spatola-Inzerillo, socio e
prestanome di Calò in attività edili anche a Palermo e già all’epoca nel mirino
degli inquirenti per il riciclaggio nella sua attività dei proventi del
traffico della droga[36].
Carboni dice di averlo conosciuto in Sardegna dove gestiva la società di
costruzioni “La Mediterranea”, ma di averlo visto “in tutto due o tre volte”[37].
Più utile, ancora una volta, la testimonianza di Pellicani, che parla anche di
incontri con Balducci e i “siciliani” (Calò, Faldetta, Di Gesù e altri) sia
negli uffici della So.F.Int. per studiare il progetto Ortigia che in un
ristorante[38].
Quanto a Lorenzo Di Gesù, del mandamento di Caccamo, braccio destro di Calò, è
da segnalare la recente testimonianza del collaboratore Antonino Giuffrè, che
gli era assai legato, e che racconta degli enormi flussi di denaro provenienti
dalle attività di Cosa Nostra (per lo più dal traffico di stupefacenti) che, a
partire dalla fine degli anni ‘60 o l’inizio dei ‘70 confluì verso Calò a Roma
e il Banco Ambrosiano di Calvi[39].
Un altro dei “siciliani” menzionati da
Pellicani è un costruttore di nome Sansone, che questi non ricorda se catanese
o palermitano (si tratta certo di Gaetano Sansone, l’imprenditore palermitano
al quale e al fratello Giuseppe nel 1995 furono confiscati beni per 112
miliardi, perché considerati prestanome di Totò Riina, nonché proprietari della
villa dove questi fu arrestato)[40].
Questo stesso Sansone più tardi si rivolse al Pellicani per un certificato
d’iscrizione della sua impresa ai pubblici registri in occasione di un
interrogatorio cui fu sottoposto a Roma da Giovanni Falcone[41].
Di intensi rapporti d’affari del Calò con “certi Di Noto e Sansone,
esponenti della cosca Spatola-Inzerillo”, siamo informati da altri atti
processuali[42].
Sappiamo poi che all’epoca del sequestro
Moro il Carboni, che “stava lavorando in Sicilia nel settore immobiliare”
ed “era in rapporti di affari con elementi locali”[43],
avrebbe effettuato almeno due viaggi a Palermo in un tentativo fallito di
mediazione con la mafia per la liberazione dello statista (Moro, si ricordi, fu
rapito il 16 marzo 1978, nelle stesse settimane in cui aveva luogo l’operazione
di cui parliamo)[44].
Carboni aveva anche costituito delle società attive a Palermo, alcuni soci
delle quali erano in odore di mafia[45].
I viaggi di Carboni
Volendo riassumere, non ci sono dubbi che
personaggi facenti parte di “Cosa Nostra” tentarono di inserirsi nelle due
grosse operazioni allora all’ordine del giorno a Siracusa: la ristrutturazione
del centro storico e il progetto sul porto, e che il tentativo riguardò sia la
progettazione (che fu effettivamente iniziata e per la quale vennero anticipati
dei capitali), sia – in prospettiva – la stessa esecuzione, tramite i
“costruttori” facenti parte del gruppo (Faldetta, Sansone). La domanda che
immediatamente si pone (e che, a suo tempo, si posero anche gli inquirenti)
riguarda la natura e la misura del coinvolgimento del Carboni da un lato e dei
politici siciliani dall’altro in un affare finanziato e gestito per intero
dalla mafia.
Un certo interesse riveste, in proposito,
il confronto che Carboni e Pellicani sostennero nel 1983 dinanzi alla Commissione
P2 proprio su questo punto. Agli inquirenti interessava accertare se fra il
Carboni e le sue attività imprenditoriali o speculative e i personaggi che
abbiamo nominato, i quali già risultavano appartenere a Cosa Nostra, esistesse
un legame diretto. La risposta data allora da Carboni fu che i suoi unici
rapporti erano stati quelli con gli usurai romani e che ignorava del tutto con
chi costoro a loro volta avessero a che fare[46].
Interrogato specificamente sulla questione di Siracusa, Carboni contraddisse
Pellicani: non Balducci gli avrebbe prospettato l’affare di Siracusa, ma tale
Ugo Benedetti gli avrebbe presentato “l’onorevole Foti ex sindaco di
Siracusa perché io mi occupassi – e poi in seguito mi presentò anche
l’onorevole Nicitta [sic, così anche in seguito], se non vado
errato o un nome del genere (...) perché io mi occupassi della
restaurazione del centro storico di Siracusa e più volte fui presentato quindi
da Ugo De Benedetti [recte Benedetti] a questa… Lavorava
nel mio ufficio, così, saltuariamente. Lì mi fu fatta questa proposta. Non vedo
il nesso di Balducci con questa presentazione (...). Non so però la connessione tra l’onorevole Foti…
poi era un lavoro che vidi che non andava avanti, non si poteva, ci rimisi un
po’ di danaro per fare preparare un piccolo progetto per questa parte che
doveva essere assegnata a noi di lavori e basta; ma finì lì, dopo alcuni viaggi
finì lì, cadde da sé una di queste proposte. Quindi, l’origine non è Balducci-Siracusa,
ma Benedetti-Foti, Foti-Nicitta-Siracusa. Parlai anche con il sindaco di
Siracusa, feci una decina di viaggi, dieci o anche quindici viaggi alla volta
di Catania e poi di Siracusa, pensando di fare un buon affare, cosa che non
feci, né buono né cattivo”[47].
La smentita di Pellicani è puntuale: gli
effetti e gli assegni di cui parla Carboni “vengono dati dopo che lui ha
preso i soldi, tanto è vero che la transazione fatta con questo Faldetta e da
altri, Di Gesù, viene fatta da Diotallevi”, altro usuraio romano,
subentrato a Balducci, perché questi “è già in stato di disgrazia con questi
signori”. Pellicani è esplicito: “...l’operazione nasce da Balducci nel
senso che è Balducci a dire che si stanno facendo dei progetti per la
ristrutturazione del centro storico di Siracusa, Ortigia e del porto; solo
allora il Carboni investe il Benedetti nel cercargli elementi politici per
portare avanti il discorso, per cui questi signori [i “siciliani” di Roma, n.
d. r.] sono riconosciuti mafiosi. Carboni sa che sono mafiosi perché Balducci
in precedenza aveva ceduto una parte dell’Isola Rossa, cosa che non venne
sostituita con altri contratti, con altre situazioni. Tanto è vero che 20
milioni di questi assegni circolari che vengono dati a pagamento, cioè a
finanziamento di questa operazione politica vanno dati dal Balducci a un certo
Sottile e Deledda di Olbia e vengono poi chiamati dalla magistratura perché
sono soldi provenienti da Di Cristina per cui sanno benissimo… Carboni sa
benissimo che sono mafiosi per cui non può negare questo. E poi nel momento che
deve restituire, viene minacciato, tanto è vero che credo che abbia ricevuto un
pugno a villa Aurelia”. Pellicani rievoca poi l’incontro in un ristorante
di Roma, presenti lui, il Carboni, “Mario” (Pippo Calò) e il Balducci, dove si
parlò “dell’operazione politica che il Carboni stava effettuando in Sardegna
[recte Sicilia] con Foti, Nicitta [sic] ed altri”[48].
Di fronte alla contestazione il Carboni
non poté più negare che l’affare facesse capo al Balducci, ma insistette nel
dire che quelle sue conoscenze siciliane per lui erano usurai “come tutti
gli altri”, e che di mafia non sapeva niente: anche l’incontro al
ristorante sarebbe stato casuale[49].
Inutile dire che Carboni, interessato a
minimizzare i suoi rapporti con quei personaggi, in questa come in altre
circostanze non appare credibile (e la Commissione se ne renderà subito conto).
Per altro la sua versione è contraddetta in parte da quella da lui stesso resa
una decina d’anni dopo: “A cavallo tra il 1978 e il 1979, Ugo Benedetti, già
mio collaboratore, mi propose degli affari in quel di Siracusa… Ugo Benedetti,
il quale conosceva molto bene l’allora sindaco di Siracusa, Luigi Foti, mi
presentò a costui, il quale, in occasione di un primo incontro nella sua città,
mi propose d’interessarmi alla realizzazione in loco di un porticciolo
turistico… Oltre che la realizzazione del porticciolo turistico, nel corso
delle successive frequentazioni, il Foti mi propose anche la ristrutturazione
del centro storico di Ortigia. Com’è intuibile, si trattava d’iniziative
particolarmente impegnative, le quali richiedevano un’accurata programmazione,
un notevole impegno progettuale e l’investimento di cospicui mezzi finanziari… Tramite
il Balducci, dunque, ottenni un prestito dal «sig. Mario» [Pippo Calò]
(...), personaggio che godeva fama di facoltoso e affermato imprenditore,
uomo di squisita cortesia [!], di pochissime parole (...) –
nonché l’indicazione di imprenditori siculi, che mi premurai di
segnalare al sindaco [sic] Foti, il quale ottenne sul loro conto
rassicuranti informazioni. Il prestito erogatomi dal «sig. Mario» si aggirava
su alcune centinaia di milioni, mi sembra circa 500”, da lui restituiti per
intero con gli interessi tramite il Balducci[50].
Lasciamo da parte le imprecisioni, talora
spassose che si ritrovano nella nuova deposizione (come il cenno alla “squisita
cortesia” del Calò, il quale per avere indietro i soldi – a detta di
Pellicani – lo prese a pugni!) o il particolare della restituzione del prestito
attraverso il Balducci, che allora sappiamo essere latitante. Quel che a noi
interessa è che adesso, a differenza di venti anni prima, il Carboni è
costretto ad ammettere di conoscere il Calò sin da prima che gli fosse proposto
l’affare siracusano, e di aver ottenuto da lui, “tramite il Balducci”,
sia il prestito che l’indicazione degli “imprenditori siculi” suoi
amici, i quali solo allora, pertanto, sarebbero stati segnalati da lui agli
amministratori siracusani: che è, più o meno, quanto gli aveva contestato
Pellicani nel 1983.
Merita da ultimo esaminare anche la
testimonianza resa nel 1999 da Pellicani: l’affare Siracusa sarebbe consistito
nella “ricostruzione della piana di Ortigia più il porto cui avevano dato
incarico a Flavio Carboni di fare dei progetti e di venire giù, questo venne
fatto da parte di un certo Ugo Benedetti e da un certo on. Foti che allora poi
siccome Foti doveva fare una campagna elettorale fu finanziato da questi
siciliani a cui Balducci aveva fatto riferimento. Perché non è che Balducci
diceva che si chiamavano Di Gesù, Sansone o co..., li chiamava così, ‘i siciliani’”.
Pellicani non sa spiegare perché esattamente l’affare non sia giunto a
conclusione: “non lo so, so che si recò [Carboni, n.d.r.] diverse
volte a Siracusa e a Palermo, poi crede… credo che non ebbe proseguo per colpa
dell’on. Foti o per colpa dell’autorità del luogo. È un’operazione che ci fu
portata da Ugo Benedetti attraverso l’on. Foti”[51].
Sebbene quest’ultima frase (pronunciata
incidentalmente a distanza di venti anni) sembri contraddirlo, è la prima,
circostanziata, versione di Pellicani – poi confermata, in parte, dallo stesso
Carboni – ad essere di gran lunga più verosimile: sono Calò e i “siciliani”
(quelli di Roma) che, attraverso il Balducci, propongono l’affare a Carboni, il
quale a sua volta si dà da fare attraverso i suoi canali (Benedetti) per
contattare gli amministratori siciliani, e non questi ultimi a cercare lui
attraverso Benedetti[52].
Sappiamo che questi, che allora lavorava per la So.F.Int., già collaboratore
degli on. Rumor e Colombo, era ben introdotto in Vaticano e in ambienti
democristiani[53].
La prima versione data da Carboni (che,
fra l’altro, presupporrebbe implicitamente una sorta d’intesa iniziale fra i
politici di Siracusa e i mafiosi) ci sembra pertanto da escludere, per più di
una ragione. Del resto la prassi corrente allora – e anche dopo – in Sicilia
era che fossero le imprese a “proporre” i progetti ai politici (i famosi
“piazzisti” di opere pubbliche così efficacemente denunciati a suo tempo da Domenico Rizzo
e da Pio La Torre)[54], e
non viceversa.
Quanto all’attenzione della mafia per il
risanamento dei centri storici, senza bisogno di rievocare le recenti e più
note rivelazioni di Siino, Cancemi e altri circa i progetti della Fininvest su “Palermo
sdirupata”, per usare la colorita definizione del “ministro dei Lavori Pubblici
della mafia”[55],
merita piuttosto ricordare, perché quasi coevo con i fatti che c’interessano,
il memorabile colloquio fra Pippo Calò e Tommaso Buscetta nel 1981, quando il
primo cercò di convincere il suo padrino a rimanere in Sicilia proprio con
questo argomento: “Ma se tu rimani qua c’è una fortuna. Si devono fare i
quattro quartieri a Palermo”[56].
Il centro storico
Ma qual è la storia dei due progetti siracusani
che tanto interessarono Cosa Nostra, e, soprattutto, per quali ragioni questi
fallirono?
Sappiamo che verso la fine del 1977 erano
stati stanziati i primi fondi della legge speciale per Ortigia, votata
nell’aprile 1976 su proposta dell’on. Nicita, che ne fu relatore[57].
Si trattava inizialmente di quattro miliardi e 450 milioni, accreditati al
Comune, parte dei quali però da riservare alla redazione del piano
particolareggiato. Una delle idee, per altro ampiamente condivise dalle forze
politiche, era quella di destinare gran parte della somma restante ad
interventi di edilizia popolare nella stessa Ortigia secondo la normativa della
legge 167, in modo da evitare l’espulsione degli abitanti dal centro storico[58].
I problemi e le divergenze nacquero al
momento di definire le modalità dell’intervento. Secondo una prima impostazione,
esso avrebbe dovuto aver luogo rifacendo per intero le abitazioni, sia pure “nella
stessa volumetria e con il rispetto delle facciate esistenti”[59].
Intanto si erano definiti i termini e le modalità dell’impegno di spesa: a
marzo del 1978 si parlava ormai di tre miliardi della legge speciale e di due e
mezzo della legge 12 per la costruzione degli alloggi popolari (i tre miliardi
erano stati assegnati al Comune con delibera della Giunta regionale, “in
deroga alle norme vigenti”, per la realizzazione “dei programmi
costruttivi occorrenti alle temporanee esigenze di alloggio dei nuclei
familiari soggetti a sgombero per consentire il recupero o il risanamento del
patrimonio edilizio esistente”). I lavori si sarebbero dovuti appaltare
entro il 30 giugno di quell’anno[60]. A
questi termini perentori ostavano evidentemente, se si desiderava che gli
interventi ricadessero all’interno del centro storico, l’impossibilità di
pianificarli in mancanza di un piano particolareggiato nonché, come vedremo, le
stesse prescrizioni della legge speciale.
Svariate riunioni furono indette a
Siracusa per risolvere la questione, e si giunse in un primo tempo alla
conclusione che la cosa fosse possibile[61]. Non
tardarono però a farsi sentire le perplessità e gli allarmi: “Italia Nostra”,
in particolare, manifestò il timore che certe “aberranti interpretazioni”
non consentissero quel recupero dell’esistente che era alla base del
provvedimento[62]. Era
stato chiesto, intanto, il parere della commissione ex art. 4 della stessa
legge, presieduta dalla dott.sa Paola Pelagatti, la quale allora reggeva la Soprintendenza[63],
e la commissione, divergendo dalle conclusioni cui era pervenuta la Giunta,
diede parere negativo[64]. In
una delibera adottata dal Comune si tentò di rinviare la scelta, non indicando
alcuna area specifica per l’intervento, dentro o fuori il centro storico, salvo
poi invitare le ditte, nella gara di appalto, a presentare due distinti
progetti, uno per Ortigia e l’altro per la periferia. Era soprattutto la Dc ad
insistere perché i fondi venissero utilizzati nel centro storico[65],
ma dubbi, sia di carattere legale che pratico, sulla possibilità di realizzare
le case-parcheggio in Ortigia erano ormai avanzati da più parti[66].
Nuove febbrili consultazioni ebbero luogo
allora con l’assessorato regionale. Ci fu anche un viaggio a Palermo
dell’assessore Aiello “per chiedere lumi su Ortigia”, ma l’assessorato,
prima verbalmente[67], poi
con una lettera pervenuta in Comune il 12 maggio, prendendo atto del parere
della commissione e della Soprintendenza, negò la possibilità d’interventi sul
tessuto antico che non fossero di consolidamento e restauro ed autorizzò la
costruzione delle case-parcheggio fuori di Ortigia (sulla stampa veniva
indicata l’area di S. Panagia): le delibere della giunta dovevano tuttavia
essere ratificate dal Consiglio comunale e i tempi erano ormai strettissimi
(dieci giorni), pena la perdita del finanziamento. Il sindaco espresse il suo
rammarico per l’impossibilità di utilizzarlo nel centro storico[68].
In quelle stesse settimane, per altro, si era aperta la crisi al Comune di
Siracusa, formalizzata il 31 maggio, e per gli autori dei progetti venne meno,
anche sul versante istituzionale, la possibilità di concludere l’operazione,
già fermata comunque dal veto della Regione.
Del tutto aderente alla realtà, perciò, la
ricordata affermazione di Pellicani, che addebitò il fallimento a difficoltà “sia
di ordine politico che di ordine tecnico, perché la Regione Siciliana non
concretizzò l’iniziativa”. E non è un caso che Carboni, per concludere
l’affare, oltre che a Siracusa si sia recato a Palermo, e forse non è nemmeno
un caso (ma dei retroscena di questo delitto si sa davvero poco) che il suo
interlocutore, Michele Reina, non molto tempo dopo, abbia condiviso la sorte di
Piersanti Mattarella, per non aver potuto o voluto piegarsi alle imposizioni
mafiose.
Quanto alle difficoltà “tecniche”, va reso
omaggio a coloro che le sollevarono e, così facendo, fermarono l’operazione:
“Italia Nostra” e il suo segretario Michele Patti, il prof. Santi Luigi
Agnello, e – soprattutto – la dottoressa Paola Pelagatti, alla quale si deve il
provvedimento decisivo. Certo nessuno di loro allora immaginava che, non
facendo altro che il proprio dovere, stava contribuendo a sventare una
pericolosa operazione criminale.
Il porto
Più complessa la questione dei lavori per il porto di
Siracusa: dai cenni che ne abbiamo, dove si parla genericamente di
“ristrutturazione”, non è dato individuare immediatamente a quale intervento,
dei diversi allora ventilati, si faccia riferimento. Non mancavano allora, più
generalmente, lagnanze sull’insufficienza dell’intero bacino, ma questo del
radioso futuro, prima commerciale e poi turistico, del porto è motivo agitato
velleitariamente per decenni a Siracusa, fino ai giorni nostri, e non ci dice
niente di particolare[69].
Va anzitutto ricordato che il piano regolatore
adottato dal comune nel 1970 prevedeva, alle Saline, un porto turistico, e che
in tal senso era stato addirittura redatto un piano particolareggiato. Va altresì
precisato che quella previsione – dovuta a un progettista come Cabianca quanto
mai sensibile alle questioni ambientali – era anteriore ai vincoli che solo più
tardi sarebbero sopraggiunti sulle zone umide. È proprio negli anni di cui ci
occupiamo che tale previsione, come vedremo, comincerà ad essere messa in
discussione.
Nell’estate del 1977, a seguito di un convegno al Lions,
venne avanzata la proposta di un approdo turistico alla Marina, che avrebbe
comportato una spesa assai inferiore (“un centinaio di milioni”) e tempi
di realizzazione più rapidi[70]. Fu
anche precisato che il progetto dell’“approdo” non era in contrasto con la
previsione del “porto” ai Pantanelli, la cui realizzazione (“il porto dei
sogni”) per intanto si sarebbe potuta rinviare[71].
Il progetto, redatto dall’ingegnere romano Sergio Pitteri, incaricato l’anno
precedente dalla Camera di Commercio, fu presentato l’8 maggio 1978, alla
presenza dell’assessore regionale al turismo Carlo Giuliano, dell’on. Nicita,
del sindaco e di altre autorità[72]. Per
la sua gestione si sarebbe fatto ricorso ad una “azienda speciale”[73].
Alla fine di settembre il progetto, modificato, fu
presentato di nuovo. Il costo previsto non era più di un centinaio o di poche
centinaia di milioni, ma “intorno al miliardo e 400 milioni”; anche la
sua ubicazione era stata modificata: non più alla Marina, ma a sud della
Capitaneria, all’altezza del lungomare Alfeo, mentre, quanto alle dimensioni,
si prevedeva, fra l’altro, un molo di protezione esterno della lunghezza di ben
250 metri, realizzato su pali, nonché nuovi accessi da terra, sia dalla Marina
che dal lungomare[74]. Il
30 settembre, un giorno dopo la presentazione di questo progetto l’assessore
regionale al turismo Giuliano (socialista), annunciò lo stanziamento di tre
miliardi, sempre da destinare al porto turistico. Ci si chiese, sulla stampa,
se si trattasse del medesimo progetto della Camera di Commercio[75],
e fu chiaro ben presto (“il sospetto diventa amara realtà”) che invece i
progetti “erano proprio due”: questo secondo – così almeno si intese
allora – da localizzare alle Saline. La duplicazione, che il giornalista non
senza ragione definì “avvilente”[76],
ebbe conferma da una nota dell’assessorato regionale al turismo di qualche
giorno dopo, dove si precisò che la competenza per la programmazione degli
interventi era della Regione e si comunicò che il progetto redatto da un
privato professionista su incarico della Camera di Commercio era stato
trasmesso per le opportune valutazioni all’Ufficio del Genio Civile[77].
L’episodio, da un lato, sembrerebbe rientrare nel
novero delle liti fra democristiani e socialisti allora consuete in città, ma
forse questa volta è indicativo di qualcos’altro. A complicare la vicenda sta
il fatto che la previsione del porto turistico alle Saline, presente nel piano
regolatore, era però in contrasto con quelle di altri organi regionali, i
quali, in coerenza con le sopraggiunte convenzioni internazionali, destinavano
l’area a riserva naturale. Ciò fu fatto subito notare, con una nota alla stampa,
dal presidente dell’Ente Fauna Siciliana Bruno Ragonese (la cui opera per la tutela dell’area
si rivelerà non meno preziosa di quella, assai più nota, svolta per Vendicari)[78],
e da esponenti del mondo accademico, come il prof. Bruno Massa[79].
Ma non era finita. Gli appetiti si erano ormai
scatenati, ed ecco, proprio negli stessi giorni, fu presentato un terzo
progetto, stavolta dovuto a un gruppo privato “a capitale misto, italiano ed
estero”[80].
Anch’esso localizzato alle Saline, l’importo dichiarato, inizialmente, era
stato di sette miliardi[81]. Ma,
secondo il solito crescendo, la cifra salì ben presto a 35 miliardi, per
quattromila posti letto, oltre a mille posti barca, piscine, campi da tennis ed
altre attrezzature, nonché 500 unità lavorative permanenti. Il progetto, dovuto
all’arch. Marcello D’Olivo, era presentato come alternativo al precedente,
quello dei tre miliardi finanziati dalla Regione: rinunciarvi “in tempi in
cui la crisi è galoppante” – disse nel presentarlo il deputato regionale
Giuseppe Lo Curzio – avrebbe comportato per la città “un danno
incalcolabile”[82].
Non sappiamo chi fossero quei privati, e da dove
provenissero quegli enormi capitali. Nemmeno allora la cosa era chiara, e la
questione fu sollevata ancora una volta da Ragonese: “Il porto turistico
previsto dal PRG adottato nel 1970 è una struttura pubblica e come tale non può
essere realizzato con fondi privati, né tanto meno essere da privati
progettato. È questo il motivo per cui il progetto D’Olivo commissionato da non
meglio specificati (e non certo chiari) gruppi privati (non abbiamo ben capito
se l’on. Lo Curzio stia riesumando quel progetto o ne proponga un altro) fu
accantonato dal Comune, e non è stato”, come era stato scritto, “‘immobilizzato
dalla burocrazia comunale’”. Il progetto – fa notare Ragonese – era già
stato fermato sia a livello comunale che regionale: “A questo punto diviene
quasi certezza il sospetto (…) che dietro (e trentacinque miliardi sono
tanti) ci sia solo un grosso tentativo di speculazione da parte di privati”[83].
Dove sono da rimarcare, accanto alle perplessità sulla situazione già allora
confusa, le lungimiranti osservazioni sulla natura poco chiara dei
finanziatori. Ragonese per altro era stato coinvolto in una situazione assai
simile a proposito dei progetti speculativi, non meno oscuri, da lui avversati
e sconfitti a Vendicari[84].
Intanto dei progetti (che adesso erano tre) tornò a
occuparsi la Commissione Ortigia, presieduta dalla dottoressa Pelagatti. La
commissione – riferisce la stampa – chiese all’Assessorato al Turismo gli
elaborati del progetto da realizzarsi con i tre miliardi, ora localizzato
presso la Fonte Aretusa, per valutarne l’impatto sull’isola[85].
Contro il progetto delle Saline, poi, alla nota dell’Ente Fauna fece seguito
una di “Italia Nostra”, che ne mise in rilievo l’illegittimità e la difformità
dagli indirizzi regionali e nazionali[86]. Da
registrare ancora, sul finire dell’anno, un intervento dell’Assonautica a
favore dell’approdo alla Fonte Aretusa, considerato complementare rispetto al
progetto delle Saline, ma di assai più rapida attuazione[87]
e un intervento illustrativo dell’architetto D’Olivo, responsabile del progetto
delle Saline (il cui importo era lievitato intanto a 45 miliardi per 4000 posti
letto del villaggio, i posti di lavoro fissi a 600-700, gli operai impiegati
nei due anni previsti per la realizzazione a 1200!). Il progettista, che aveva
lavorato soprattutto “con i governi” (Siria, Algeria, Yemen, Guinea,
Congo, Camerun, Nigeria “e, naturalmente, in Italia, dove ha progettato la
prima ‘città turistica’ a Legnano Pineta, con 25.000 posti letto, nonché i
primi impianti turistici del Gargano”) si presentava adesso come
“fiduciario” dei tre gruppi interessati alla costruzione, al finanziamento e
alla gestione del complesso, e non mancava di esporre le sue idee circa
un’architettura “inserita nell’ambiente, non nascosta nell’ambiente”[88].
Non è questa la sede per scendere nei dettagli di quell’iniziativa
(del tutto illegittima, come già allora fu denunciato), e narrare a costo di
quali sforzi, poi, sia stata sventata. Verrebbe anche da sorridere, se non accadesse
di sentir ripetere in tempi recenti, pressappoco con le stesse parole, e il
plauso degli amministratori-sponsor, gli identici discorsi mirabolanti a
proposito di altri megavillaggi fuorilegge, ma sempre, naturalmente, rispettosi
dell’ambiente”. Non è nemmeno il caso di ricordare come, nei decenni
successivi fino ai nostri giorni, senza nessuna autonoma progettualità ma quasi
sempre sotto l’input di cordate affaristico-imprenditoriali, talora in
concorrenza fra loro, i diversi programmi d’interventi nel Porto Grande e nel
Porto Piccolo si siano susseguiti e accavallati confusamente, intralciandosi a
vicenda.
Il caso più noto è quello del nuovo progetto di porto
turistico previsto nel Porto Piccolo negli anni ‘90, per il quale erano
previsti interventi per 60 miliardi. Quel che ne venne fuori fu solo un molo a
pennello, costruito in violazione delle norme sulla valutazione d’impatto
ambientale (la direttiva europea era già operante): forse non tutti sanno che
quel manufatto, risultato d’intralcio alla navigazione, ha fatto delle vittime.
Il progetto del Porto Piccolo del ‘90 a sua volta, travolto dalla sua stessa
megalomania, entrò in collisione con l’altro memorabile progetto del tunnel
sottomarino, e la conclusione, fra denuncie e processi, fu il fallimento di
entrambi. Ma questa, appunto, è un’altra storia.
Quel che a noi adesso interesserebbe stabilire è
invece quale dei tre progetti del Porto Grande vada riferito a Carboni e all’operazione
“Ortigia”. C’è motivo di ritenere che si tratti del primo, quello della Camera
di Commercio, sia per ragioni di cronologia, sia perché i contatti avuti da
Carboni, a Roma e in Sicilia, erano con democristiani e non con socialisti e a
anche perché a Roma fu redatto il progetto, giunto, secondo quanto ci dicono
sia Carboni che Pellicani, a un certo grado di definizione. E infine perché
Carboni parla (e non c’è ragione in questo caso di dubitare della sua testimonianza)
di un “piccolo progetto”. Tutto fa pensare – la questione andrebbe però
approfondita – che il suo fallimento vada attribuito, ancora una volta, a
difficoltà sia tecniche che politiche, ovvero alle prescrizioni degli organi di
tutela ed all’accavallarsi con altre iniziative ancora più ambiziose.
Conclusioni
Nel cercare di delineare un primo abbozzo
di questa vicenda non c’è, da parte nostra, alcun intento polemico, ma solo lo
sforzo di giungere, se pur in ritardo, alla verità. Ciò non toglie che qualche
insegnamento, esso pure tardivo, sia dato trarne. Il primo è che la stessa
buona fede, che non c’è necessità di mettere in dubbio, di taluni dei politici
coinvolti dà a vedere quanto pericolosamente la criminalità economica riesca a
penetrare la politica. Non c’è nessuna ragione per escludere, ancora una volta
fatte salve le buone intenzioni, che ciò non accada anche oggi. Ciò deve
renderci, tutti, particolarmente vigilanti.
Il secondo insegnamento è che il tentativo
del 1978, ritenuto inizialmente fattibile, non fallì per caso, ma, come viene
spiegato, per ragioni “politiche e tecniche”. In altre parole solo
perché qualche funzionario fece, pianamente, il proprio dovere, e disse di no
quando era tenuto a farlo, e perché qualche politico (a Palermo o a Siracusa)
ne dovette tener conto. Pare poco, e invece è tutto.
Un altro insegnamento è che i presunti
“intralci burocratici”, da sempre chiamati in causa dagli affaristi e dai
politici loro amici, altro non sono, molte volte, che garanzie di legalità.
Mentre scrivo Flavio Carboni è in attesa
di giudizio per l’omicidio di Roberto Calvi e il suo finanziatore Pippo Calò è
in carcere per strage e per una dozzina di omicidi. Ma il maggiore beneficiario
delle sue speculazioni è Presidente del Consiglio, mentre uno dei suoi politici
di riferimento in Sardegna è ministro degli Interni.
E anche ciò deve farci riflettere.
L’inchiesta è stata pubblicata su
“L’Altra Campana” (Siracusa), II, 1-4 (Gennaio-Dicembre 2004) [Marzo 2006].
[1] Commissione
d’inchiesta sulla loggia massonica P2, in Atti Parlamentari, IX legisl.,
doc. XXIII [d’ora in poi: Atti Comm. P2], n° 2-quater/7/IX,
p. 34.
[3]
Audizione di E. Pellicani, Atti Comm. P2, n° 2-ter/9, p. 331.
[4]
Notizie su di lui e la sua attività in Sardegna, anche successiva, in L. Cortina,
“Avvenimenti”, 15 giu. 1994, 1° feb. 1995; A. Roccuzzo, “Micromega”, 1/95, pp.
92-106; M. Guarino, L’orgia del potere, Bari 2005, pp. 183-204.
[5] Dossier
Dell’Utri, Milano 2005, p. 320 (deposizione del 1999).
[6] E.
Pellicani, Memoriale difensivo consegnato al giudice Drigani il 9 dic. 1982,
in Atti Comm. P2, n° 2-quater/3/X, p. 544. Pellicani
preciserà altrove che i rapporti con il Comincioli datavano dal 1973 (Dossier
Dell’Utri, cit. p. 322).
[7] Atti
Comm. P2, n° 2-quater/7/IX, p. 91. Per altri dettagli cf., di
Pellicani, il memoriale cit., p. 549 (cambi di destinazione delle aree);
l’audizione davanti alla Commissione P2, Atti Comm. P2, n° 2-ter/9,
pp. 368 (dazioni a sindaci e assessori), 374 (id., a politici e
funzionari della Regione), 352 (tentativo di sollecitare una legislazione sul
turismo favorevole alle speculazioni), e, ultimamente, la deposizione al
processo Dell’Utri (1999), dove si parla di un viaggio di tutta la giunta a
Milano con l’aereo di Berlusconi, di “pranzi e varie cose” (Dossier Dell’Utri,
cit., p. 320). Nel complesso Pellicani valuterà in 7 miliardi il “costo
politico”, stabilito con Berlusconi, dell’operazione Olbia (audizione cit.,
Atti Comm. P2, n° 2-ter/9, p. 387).
[8] O. Lupacchini,
Banda della Magliana, a c. di A. Pucci, Roma 2004, p. 86.
[9] L.
Mancuso, La banda della Magliana, in La malaitalia, a c. di D. Camarrone,
Palermo 1991, p. 49.
[10] Ivi,
e anche in Lupacchini, cit., p. 168.
[11]
Requisitoria del p. m. D. Sica, Roma, 4 giu. 1985, nel proc. pen. n° 2549/82,
cit. in La strage, a c. di G. De Lutiis, Roma 1986, pp. 360-61.
[12] Lupacchini,
cit., p. 179.
[13]
Testimonianza di T. Buscetta (16 nov. 1992), in Commissione parlamentare di
inchiesta sul fenomeno della mafia [Resoconti stenografici], A.
P., XI legisl., [d’ora in poi: Atti Comm. antimafia], p. 383.
[14] A. Galasso,
La mafia politica, Milano 1993, p. 110; S. Provvisionato, Segreti di
mafia, Roma-Bari 1994, p. 174; sentenza Corte d’Assise di Firenze, 25 feb.
1989 (strage “Rapido 904”), cit. in G. Flamini, La banda della Magliana,
Milano 2002 2, pp. 200-2; appunto Sisde 1° set 1982, in Atti Comm.
P2, n° 2-quater/7/IX/, p. 264 (dove come amministratore è indicato
Luigi Faldetta).
[15]
Sentenza Corte d’Assise di Bologna, 9 giu. 2000 (processo bis Italicus e
stazione di Bologna), testim. di F. Lucioli e F. Abbatino, in Flamini, cit., p.
197.
[16]
Istruttoria di D. Sica, depositata al trib. di Roma nel mag. 1985 (testim. di L.
Merluzzi), cit. in M. Teodori, P2: la controstoria, Milano 1986, p. 220.
Analoghe testimonianze in G. Galli, Affari di stato, Milano 1991, p.
247.
[17] Lupacchini,
cit., pp. 118-19, 172, con un interessante riferimento a recenti di indagini
della D.I.A. di Padova sul riciclaggio in aree lontane di quegli stessi
capitali in iniziative immobiliari e turistico-alberghiere.
[18] N° 2-quater/7/IX,
pp. 36-38, 48-51, 101-5, 176-79, 182-89, 259-69.
[19] Si
veda specialmente l’ordinanza di rinvio a giudizio del dr. Lupacchini, trib. di
Roma, 13 ago. 1994, cit. in G. Bianconi, Ragazzi di malavita; Milano
2004, pp. 146-48. Cf. anche Dossier Dell’Utri, cit., pp. 334-38.
[20] F. Pecorelli-R.
Sommella, I veleni di OP, Milano 1995, p. 306; R. Di Giovacchino, Il
libro nero della prima repubblica, Roma 20052, pp. 76-77, 251.
[21]
Cf. per tutte Dossier Dell’Utri, cit., pp. 303-15, 331. E anche la testimonianza
di Gaspare Mutolo: “Ho sentito dire, quando ci fu il discorso di Calvi, che
con Flavio Carboni c’erano i siciliani che avevano investito diversi miliardi
in Sardegna” (Atti Comm. antimafia, cit., p. 1301); “Per la
Sardegna lo so sicuramente... si diceva che dovevano fare villaggi, complessi
alberghieri” (ivi, p. 1319, e cf. anche p. 1323).
[22]
Interrogatorio di Pellicani da parte del giudice Imposimato (Trib. di Roma,
1982), Atti Comm. P2, n° 2-quater/3/XXII, p. 320. Queste cambiali
con girata del Comincioli sono fra quelle della società Elbis – 829 milioni,
emesse fra il novembre 1979 e l’aprile del 1980 – poi rinvenute presso un
notaio romano (nota della D.I.A. del 7 mag. 1998, cf. Dossier Dell’Utri,
cit., pp. 307, 333-34).
[23] Memoriale,
cit., Atti Comm. P2, n° 2-quater/3/X, p. 524.
[24] M.
A. Calabrò, Le mani della mafia, Roma 1991, p. 126, e cf. Dossier
Dell’Utri, cit., pp. 315 sgg.
[25] Memoriale,
cit., Atti Comm. P2, n° 2-quater/3/X, p. 536.
[26]
Interrogatorio Imposimato, cit., Atti Comm. P2, n° 2-quater/3/XXII,
p. 316.
[27]
Audizione cit., ivi, n° 2-ter/9, pp. 319-20 e cf. anche la testimonianza
dell’altro collaboratore di Carboni G. Silipigni, Trib. Roma (1983), ivi, n° 2-quater/3/XXII,
p. 287-88, il quale ricorda che il Carboni “andò in Sicilia un paio di volte
prima di ricevere il denaro” e asserisce di avergli consigliato di saldare
il debito con sollecitudine, “trattandosi di gente che non scherzava”.
[28] Atti
Comm. P2, n° 2-ter/9, p. 324.
[29]
Deposizione del 3 mag. 1999, Dossier Dell’Utri, cit., p. 326.
[30] Atti
Comm. P2, n° 2-ter/9, p. 330.
[31] Atti
Comm. antimafia, cit., p. 1292.
[32] Atti
Comm. P2, n° 2-ter/9, p. 677.
[33]
Interrogatorio Imposimato, cit., Atti Comm. P2, n° 2-quater/3/XXII,
p. 319 [e anche n° 2-quater/7/XXII, p. 116]. Cf. inoltre Dossier
Dell’Utri, cit., p. 323.
[34] Lupacchini,
cit., pp. 130-33. E cf. anche Flamini, cit., pp. 87, 171-72.
[35] Dossier
Dell’Utri, cit., p. 330.
[36] M. Andreoli,
articolo s. n. t., Atti Comm. P2, n° 2-quater/7/IX, p. 162; Dossier
Dell’Utri, cit., pp. 304, 310. Faldetta nel 1984 diverrà collaboratore e
rilascerà a Giovanni Falcone importanti dichiarazioni, che andrebbero rilette
con attenzione (cf. S. Turone, Partiti e mafia dalla P2 alla droga, Roma-Bari
1985, pp. 102-4; Lupacchini, cit., pp. 118, 172).
[37]
Audizione cit., Atti Comm. P2, n° 2-ter/9, p. 535.
[38] Dossier
Dell’Utri, cit., pp. 321 e 328.
[39] F. Pinotti,
Poteri forti, Milano 2005, p. 46.
[40] Mafie
e antimafia, a c. di L. Violante, Roma-Bari 1996, p. 257.
[41] Dossier
Dell’Utri, cit., p. 322.
[42]
Sentenza Corte d’Assise di Firenze, 25 feb. 1989 (strage “Rapido 904”), in
Flamini, cit., p. 201, la quale rinvia ad atti relativi all’omicidio Balducci.
[43]
Interrogatorio B. Cazora da parte del giudice Imposimato, Atti Comm. P2,
n° 2-quater/3/XXII, p. 297.
[44]
Interrogatorio G. Messina, ivi, p. 299.
[45]
Elenco particolareggiato di queste e delle società in cui avevano parte quei
personaggi in un appunto del Sisde, 22 lug. 1982, Atti Comm. P2, n° 2-quater/7/IX,
pp. 101-7.
[46] Atti
Comm. P2, n° 2-ter/9, pp. 588-89.
[50]
Dichiarazioni rese al dr. Lupacchini l’11 giugno 1993, riprodotte parzialmente
in I banchieri di Dio, a c. di M. Almerighi, Roma 2002, p. 102 e (altri
brani), in Dossier Dell’Utri, cit., p. 329.
[52] La
versione data da Carboni è accolta anche nella ricostruzione, per il resto
assai attenta, di Lupacchini, cit., pp. 130-31, che si basa sulle dichiarazioni
resegli da Carboni nel corso dell’istruttoria da lui svolta a partire dal 1990.
Da queste dipende anche Flamini, cit., pp. 39-40.
[53] Lupacchini,
loc. cit.
[54] D.
Rizzo, La pista degli appalti, Palermo 2001, p. 20; Id., Pio La Torre,
Soveria Mannelli 2003, pp. 227-32.
[55] S. Cancemi,
Riina mi fece i nomi di…, a c. di G. Bongiovanni, Bolsena 2002, pp. 75,
103-4, e cf., fra i tanti, A. Bolzoni-G. D’Avanzo, “Repubblica”, 20 e 21 mar.
1994; M. Gambino, “Avvenimenti”, 30 mar. 1994.
[56] Atti
Comm. antimafia, cit., p. 381.
[57] Cf.
S. L. Agnello-C. V. Giuliano, I guasti di Siracusa, Siracusa 2001, pp.
85-89, 97-102.
[58] Si
veda p. es. l’incontro della delegazione di “Italia Nostra” con l’on. Nicita,
“Il Diario”e “La Sicilia”, 3 nov. 1977.
[59] “Il Diario”,
17 dic. 1977.
[60] “La
Domenica”, 19 mar. 1978.
[61] “Il Diario”,
28, 29 e 30 mar. 1978; “La Sicilia”, 29 mar. 1978.
[62] “Il Diario”,
2 apr. 1978; “La Sicilia”, 1° e 2 apr. 1978.
[63] “Il Diario”,
30 mar. e 1° apr. 1978.
[64] “La
Sicilia”, 6 apr. 1978.
[66] Per
esempio dai socialisti, cf. “La Sicilia”, 11 apr. 1978.
[68] “Il Diario”,
13 mag. 1978; “La Sicilia”, 14 mag. 1978.
[69]
Cf. p. es. L. R[omano], I fondali del porto sempre più insufficienti,
ivi, 1° feb. 1978: “Una volta eravamo abituati a vedere, almeno una volta
ogni paio d’anni, una draga che lavorava a lungo nel porto, in tutte le zone.
Ora abbiamo avuto il piacere di vedere, un paio di anni addietro, una draga del
secolo scorso dare una leccatina nel canale centrale. Poi si sfasciò…”.
[70] “La
Sicilia”, 2 lug. 1977; “La Domenica”, 3 lug. 1977.
[71] P.
es. “La Sicilia”, 3 nov. 1977, dove si parla di “poche centinaia di milioni”.
[73] “La
Domenica”, 22 mag. 1977, dove si può leggere la relazione dell’ing. Pitteri.
Questi per altro non esclude né la soluzione delle Saline né quella del Porto
Piccolo, ma ne rinvia nel tempo l’attuazione.
[74] “La
Sicilia”, 3 ott. 1978.
[78] “Il Diario”,
12 ott. 1978; “La Sicilia”, 26 ott. 1978.
[79] Si
veda una sua lettera al sindaco Brancati, “Il Diario”, 25 ott. 1978.
[80] “La
Sicilia”, 27 ott. 1978.
[81] “Il Diario”,
31 ott. 1978.
[82] “La
Sicilia”, 27 ott. 1978.
[83] “Diario”,
31 ott. 1978.
[84] Si
veda la sua rievocazione in questo giornale, I, 4 (ott.-dic. 2003), pp. 1, 8.
[85] “La
Sicilia”, 31 ott. 1978. I tre progetti questa volta sono individuati
rispettivamente al Foro Italico (Marina), alla Fonte Aretusa e alle Saline. A
testimonianza di quanto la materia fosse ingarbugliata, in precedenza invece il
progetto della Fonte Aretusa era stato presentato come una rimodulazione del
primo, mentre il secondo e il terzo erano stati localizzati alle Saline.
[87] “Diario”,
5 nov. 1978; “La Sicilia”, 8 nov. 1978: al che il giornalista (Pino Filippelli)
osservava come effettivamente l’alternativa ci fosse, fra questo, finanziato
dall’Assessorato Regionale al Turismo, e l’altro progetto della Camera di
Commercio.
Formato per la citazione:
Giuseppe Palermo, "La banda della Magliana e l’'operazione Ortigia'", terrelibere.org, 13 maggio 2006, http://www.terrelibere.org/doc/la-banda-della-magliana-e-loperazione-ortigia
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