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Il PUD ha vinto le elezioni - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
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Cronaca di Pontopoli, dove il PUD ha vinto le elezioni

 

Il miraggio del Ponte domina quelle che non sono semplici consultazioni amministrative, ma una lotta ad esclusione per la sistemazione, per una prospettiva durevole – o comunque non effimera - di reddito e lavoro.

Un'armata Brancaleone di tremila messinesi si è inserita nelle liste. Intorno a loro un vasto sottobosco di mediatori, galoppini, leccapiedi, arrampicatori. Partiti e partitini di tutte le tipologie. Lo schieramento, l’ideale, l’ideologia contano meno di una sedia libera, hanno meno importanza di un posto vacante. Ci si accomoda dove è rimasto posto.

Una campagna elettorale iniziata con anticipo inusitato, botteghe e negozi in centro e periferia affittati ed adattati a sede di rappresentanza dei candidati. Ogni spazio disponibile è stato preso in prestito ed adattato alla meglio con un paio di sedie di plastica, un tavolino, manifesti qua e là.

Nei luoghi strategici del centro, le balconate addobbate da striscioni all'americana per i candidati a sindaco ci confermano che siamo di fronte ad elezioni fuori dal comune.

Risorse mai viste spese per la consultazione più importante della storia della città, che mostra il suo lato più sregolato, e per certi aspetti, tutta la sua disperazione.

Una giungla di manifesti e volantini attaccati ovunque, senza regole, senza rispetto di nulla. I bigliettini elettorali distribuiti nei luoghi di lavoro, nei luoghi di ritrovo, lasciati sugli autobus o consegnati brevi manu.

Una febbre elettorale che ha fatto la gioia dei tipografi e la disperazione dei netturbini. Un mare di soldi spesi nella speranza di ottenere un posto in prima fila in quella che si vede come la Grande Spartizione, i miliardi in arrivo per il Ponte.

 

Attenzione. Quando leggete Ponte, non pensate al manufatto da modellino, agli esempi virtuali mostrati tante volte con le simulazioni al computer. Meno che mai alla fattibilità, all'utilità effettiva dell'Opera.

A Pontopoli, quando si dice Ponte si pensa a: cantieri, studi di fattibilità, commesse, ingegneri, parcelle, movimento terra, tangenti sugli appalti, pizzo sul movimento terra, ricorsi, avvocati, parcelle, interventi ulteriori, subappalti.

E così via all'infinito. Se e quando il Ponte sarà completato, non è al momento un problema. Al limite, sarebbe meglio che non fosse mai completato.

Se per opere semplici come uno stadio, sono stati capaci di tenere in vita dodici anni di cantiere (non ancora chiuso, i lavori continuano), per il mega-ponte sarà facile creare un pozzo senza fondo.

Professionisti, mafiosi, imprenditori, sciacalli, mediatori, manovali: ognuno dal suo punto di vista spera e crede che una fetta della grande torta potrà essere sua.

Il politico, in questa ottica, e’ il distributore delle porzioni.

'Nchianari, cioè, volgarmente, "salire", cioè essere eletti, diventa fondamentale.

Creare una clientela, prima e poi dopo le consultazioni. Avere in mano, un portafoglio, anche limitato. Distribuire e gestire consensi, denari. Gestire destini, prospettive e percorsi di vita, redditi.

 La formazione delle famiglie, le vite quotidiane. I matrimoni o le rate dell’utilitaria, i figli, la seconda casa in riva al mare o i salti mortali per il muto della prima.

Un’area urbana di 250 mila persone. Una provincia che sta pure peggio e guarda al capoluogo. Più la parte della Calabria che fa riferimento alle vicende messinesi. Una metropoli dello Stretto.

 

 

 

Il concorso per le circoscrizionali

 

Persino i candidati ai consigli di quartiere non hanno badato al portafoglio. Manifesti con tanto di fotografia, alla stessa maniera dei candidati più importanti. Anche loro mirano alla spartizione del Ponte ?

Più prosaicamente, allo stipendio da 2 milioni/mese per cinque anni che in città è un miraggio. Duecento posti circa di (non) lavoro, cioè stipendi assicurati.

Tabella del calcolo costi/benefici: nella prima colonna, l’investimento in campagna elettorale, nella seconda un ritorno come reddito sicuro, un contratto a tempo determinato che nessuna azienda o ente è in grado di assicurare.

I manifesti sono incredibili. Facce impresentabili, slogan improbabili. Tanta monotonia, la facciona, il simbolo del partito, qualche frase fatta, la maggior parte non sforza la fantasia e ritiene che la combinazione del proprio nome e dei tratti somatici bastino a convincere l'elettore medio.

 Primo premio per il manifesto meno credibile (o più efficace, a seconda del target di riferimento) e' il candidato di AN Salvatore Ticonosco, il quale, non contento del cognome da caratterista, ha giocato con uno slogan classico da prima repubblica (delle banane): l'amico di sempre.

 

Gli amici sono il cancro della città. Si scrive amicizia si legge clientela. Il PUD si fonda indubitabilmente sulle clientele, gli scambi, i favori. Il PUD è il partito degli amici.

Non ha mai smesso di funzionare, ha cambiato ovviamente vesti e simboli, uomini e facce ma non aggettivi, espressioni, sorrisi.

Oggi si ripropone e dice: è finito il tempo delle casse esangui, delle inchieste giudiziarie, del lavoro bloccato. Ora si sblocca tutto. Arriva l'Ecomostro che risolve tutto.

Gli effetti collaterali non spaventano: non è difficile prevedere cemento e devastazione, sangue e faide, corruzione ed un ulteriore decadimento civile. La città trasformata in cantiere, la distruzione di uno dei paesaggi più belli del mondo.

Sempre che il fiume di soldi arrivi davvero, perché‚ qui stiamo solamente raccontando gli effetti del miraggio, le mosse preventive per l'accaparramento teorico, le grandi manovre ‘in vista di...'.

Se già un miraggio ha generato questa corsa frenetica, cosa succederà all’arrivo dei primi fondi ?

 

 

 

Le classi sociali: descamisados contro “garantidos”

 

Pontopoli è una città  che unisce i valori di riferimento della piccola borghesia (attenzione spasmodica alle apparenze, ai giudizi altrui, agli status symbol, all’esibizione del tenore di vita, etc.) con una situazione socioeconomica disperata. L’euro è davvero la sua valuta ideale, una moneta da ricchi in mano ai poveri.

Zero attività  produttive, le mani di pochi su tutte le attività  economiche, le insegne dei negozi che appaiono e scompaiono alla velocità della luce, la morsa stritolante di racket ed usura.

 

La disoccupazione tocca livelli altissimi, poche le strade a disposizione. Pattiri ’ppi ‘ssupra (cioè emigrare in settentrione) è la prima opzione, ed in tanti stanno già  partendo.

I migliori, al solito, cioè quelli più intraprendenti, quelli che non si lasciano prendere in giro né credono ai miraggi, quelli che comunque non avrebbero votato PUD.

 

Gli altri aspettano:

 

1) Va bene un posticino da trimestrale al Policlinico, basta distribuire un po' di cartoncini elettorali. Sono stato alla sede del partito, mi hanno detto che nonc’èproblema.

 

2) C'e' forse quel concorso alla Provincia, sì, è vero, sono solo otto posti, ma non si sa mai, con gli appoggi giusti... Ancora il bando non è uscito, vediamo, un amico mio lavora lì, mi farà sapere…

 

3) C'è un progetto di assistenza agli anziani, oppure c’è la gestione di quel parcheggio; dai, inventiamoci qualcosa tipo scavare buche e poi riempirle: l'assessorato potrà dare i fondi o assegnare l’appalto, vediamo, creiamo una cooperativa, l'amico di sempre non si scorderà di noi.

 

4) Per ora faccio il corso di formazione professionale, sono 700 ore per diventare esperti in tecniche di intaglio diamanti con l’uso del computer, mi danno un attestato e soprattutto un euro l’ora, meglio di niente poi si vedrà. L’anno scorso ho fatto il corso di web business call center, per l’anno prossimo è già uscito il bando di esperto in gestione dei caselli autostradali…

 

E così si va avanti, speranze illusioni, tradimenti, ripicche.

Gli articolisti – i cosiddetti lavori socialmente utili - vanno avanti da anni tra illusioni e adattamenti. Ormai hanno sui 45 anni, non 20, non 30, ormai hanno ascoltato di tutto: sarete regolarizzati, adesso no, poi vediamo; costituirete delle società miste, vediamo il da farsi; per ora restate come siete.

Gli anni passano, la stanchezza le delusioni, i problemi di tutti i giorni si sommano all'assenza di un diritto chiaro riconosciuto, una parola definitiva, un nero su bianco che indichi una prestazione di lavoro ordinaria. Li hanno messi a fare di tutto: gli insegnanti, i giardinieri, i bigliettai sui bus.

Il fondo, con ogni probabilità, lo hanno toccato mettendoli alla rilevazione delle statistiche di fruizione dei mezzi di servizio urbano, cioè a contare la gente sugli autobus.

Dopo qualche mese, anche in funzione delle esangui casse dell’azienda trasporto e della loro dignità personale, li hanno trasformati in bigliettai.

 

Il problema di fondo è che a Pontopoli tutto si dice a mezze frasi e sottintesi. Spesso le espressioni facciali sostituiscono o precedono le delibere, e comunque ne hanno lo stesso valore. I segnali, la comunicazione non verbale, hanno nei rapporti commerciali e di lavoro lo stesso valore dei contratti in carta da bollo.

Delusioni, fraintendimenti, inganni, menzogne sono il pane quotidiano per la città che ancora – contadinescamente - diffida della carta scritta.

Il contratto di lavoro è sconosciuto per la gran parte di lavori dipendenti. La tredicesima è una elemosina in poche banconote. Le ferie un capriccio del "titolare". Tanta gente ignora l'esatto significato del termine contributo previdenziale ed ha imparato che l'orario di lavoro e' un concetto elastico e flessibile, parente stretto della tirannide.

 

 

 

Il fondo nero

 

Una situazione del genere sta generando un pessimismo cosmico che diventa sciatteria, incapacità  di progettare e andare avanti, sfiducia reciproca e sospetto che dietro tutto ci sia un "imbroglio", un inganno, una trappola tesa o peggio un doppio interesse.

Lo stesso blocco sociale che ha trasformato l’Università in uno stipendificio, una slot-machine gigante da gestire con le mediazioni e gli scambi clientelari (metodo messinese) o con i colpi di lupara (metodo reggino) oggi rilancia e dice: noi siamo l’unico modello, l’unico che ha funzionato ed ha creato redditi, posti fissi. Comunque soldi. Gli altri vi hanno dato solo chiacchiere, una tipologia che non riempie la pancia.

Messina precaria e sommersa sogna una scrivania, un ufficio statale, la busta paga le cui cifre corrispondono alle banconote che ti mettono in tasca (nel privato è una rarità), le ferie, la possibilità di andare in malattia.

Una parte sogna di far parte di quel nucleo di privilegiati che occupano gli uffici pubblici, per la gran parte inefficienti e parassitari, e guardano con rabbia ed invidia a quei pochi per cui fa poca differenza tra pausa caffè e orario di lavoro, tra ferie e malattia, tra lavoro e lettura del quotidiano. Quelli che possono permettersi di sbattere il telefono in faccia e continuare una amabile conversazione interrotta da un utente inviperito dai disservizi (acqua, strade, trasporto pubblico, assistenza).

Muri scrostati, il calendario fermo al mese precedente, mucchi di carte ed ancora carte, il monitor eternamente fermo sul solitario di Windows non sono più i segni di uno scenario da abbattere e curare con vaccini di efficienza e City Manager ma l’eldorado del posto sicuro da conquistare.

 

 

 

Albachiara, la notte eterna di Pontopoli

 

Dovendo descrivere economia, società e meccanismi dell’agglomerato urbano che sta trasformandosi in Pontopoli, sarebbero utili tabelle e quadri riassuntivi, dati statistici e grandi file di percentuali.

In mancanza, prendiamo il racconto di una delle operazioni della Direzione Distrettuale Antimafia, eccezionalmente indicata per spiegare e chiarire molte cose.

L’hanno chiamata “operazione Albachiara”, perché gli arresti sono stati condotti al sorgere del sole, da un piccolo esercito di 300 poliziotti che ha arrestato una cinquantina di persone presidiando per molte ore il quartiere Santa Lucia, nella zona sud.

Un pezzo di cronaca direbbe che il “clan Spartà è stato sgominato”.

Un saggio di criminologia mostrerebbe uno spaccato – impressionante – dell’economia della città. Le attività della mafia sono ampie e diversificate.

1)           Estorsioni. Non solo la richiesta del pizzo, ma sempre più spesso l’imposizione di personale o la richiesta di partecipazione nelle attività.

2)           Gestione delle scommesse sulle corse clandestine di cavalli e sul combattimenti dei cani.

3)           Traffico di droga, in collegamento con la criminalità campana.

4)           Gestione di imprese edili più piccole attività (palestre, etc).

5)           Recupero merce rubata.

6)           Prestiti ad usura.

7)           Gestione di attività legate al club di calcio del Messina.

8)           Gestione di attività legate ai concerti nel Palasport.

9)           Servizio di pulizia al Policlinico.

 

 

Particolarmente interessanti gli ultimi tre punti.

I clan avrebbero “esercitato la gestione di fatto della selezione del personale al posto delle imprese aggiudicatarie dei servizi, impiegato agli ingressi dello stadio “Celeste” per le partite del FC Messina, relativi alla “stagione calcistica 2001 - 2002”.

Stesso discorso in occasione di alcuni spettacoli svolti al “Palasanfilippo”, con il pizzo imposto agli organizzatori di alcuni spettacoli e concerti (a proposito, il palasport di Messina è grande ed adatto ai concerti importanti, ma la stagione è veramente ridotta al minimo. Grazie ad una mafia che nega anche la cultura).

 

Tra le conversazioni intercettate, uno degli arrestati fa riferimento ad un pacchetto di voti di cui avrebbe disposto in una passata consultazione elettorale.

Il procuratore della Repubblica Croce ha definito l’operazione “uno spaccato allucinante: un territorio in mano a una gang di personaggi che lo sfruttavano economicamente”.

“La cosca esercitava un controllo rigoroso sul territorio e s'avvaleva di rapporti accreditati con la criminalità calabrese”.

Prove generali di Pontopoli, dove vincerà il PUD, il partito del cemento armato e delle strette di mano.

 

 

 

Un anno fa. Quattro note di cronaca per la vera mega-opera

 

La questione Ponte sullo Stretto è oggetto di dotte disquisizioni ingegneristiche che tralasciano o mettono in secondo piano l'elemento antropologico e sociologico. In quale contesto socio economico e culturale si vogliono aprire i cantieri ? In che tipo di background sociale sarà inscritto il progetto Ponte ? A partire da quattro piccole notizie di cronaca – risalenti all’estate del 2002 - un breve ritratto di una comunità apatica, criminaloide, indifferente. Da ricostruire prima ed al di là di qualunque cantiere e senza alcun gigante di cemento. La vera mega – opera è la ricostruzione di una comunità che non esiste più e che sta mutandosi in un corrotto enorme cantiere.

 

Notizia di cronaca del 6 luglio: il sindaco autorizza i cittadini a non pagare la bolletta dell’acqua. Troppi disservizi.

I pagamenti sono semplicemente sospesi. L’acqua non arriva nelle case e come se non bastasse gli impiegati sono cafoni con chi protesta. Di conseguenza non saranno per il momento richieste le multe ai morosi. Un premio ai furbi ? No: il livello dei servizi dell’Azienda dell’acqua è talmente basso da non giustificare il pagamento di un corrispettivo. E poi c’è la crisi idrica, che riguarda tutta la Sicilia.

Leggendo le dichiarazioni dell'azienda acquedotto, è divertente capire il modello di ragionamento che contrasta con l'evidente realtà fatta di rubinetti a secco: il fatto non è preoccupante considerando che la maggior parte dei messinesi hanno un serbatoio, che si “ricarica” nelle ore di erogazione del servizio. Facendo economia è possibile usufruire dell'acqua nell'arco della giornata. Chi non ha proprio acqua è solo chi abita nelle zone collinari, “in alto”, e non dispone di serbatoio...

 

 

Notizia di cronaca del 4 luglio: sarà aperto a breve il processo per turbativa d'asta nei confronti di sei imprenditori. Avrebbero “inquinato” l'appalto per la ristrutturazione del padiglione A del Policlinico.

Si tratterebbe dell'appalto per il quale sarebbero nati i contrasti tra il professor Giuseppe Longo, ritenuto vicino al boss della 'ndrangheta Morabito, ed il professor Matteo Bottari, assassinato la sera del 15 gennaio 1998 con un colpo di fucile caricato coi pallettoni che di solito si usano per cacciare il cinghiale in Aspromonte.

Da allora le indagini non hanno potuto dimostrare niente: né che Longo avesse ordinato l'agguato per gelosie e lotte di potere; né che l'oggetto del contendere fosse un reparto del Padiglione A; né altro con l'eccezione – appunto – che l'appalto in questione era irregolare. Ed anche questo, tra l'altro, non è una certezza assoluta.

Nel frattempo l'omicidio Bottari è stato letteralmente sepolto, insabbiato nella memoria della città. Non una lapide, né un mazzo di fiori, nel luogo dell'omicidio. Non una commemorazione per il 15 di gennaio.

Né tantomeno una riflessione seria sul ruolo dell'Università, non tanto su quello criminale – sarebbe chiedere troppo – ma almeno sul significato socio-economico e culturale di questa istituzione.

L’università che sforna futuri disoccupati presuntuosetti ed ignorantissimi ed incamera precari e parassiti alla caccia di una scrivania ed una sedia dove trascorrere la vita sbadigliando.

Se questa è l’unica industria della città… Malata come un tessuto economico fatto di fallimenti veri e falsi, di passaggi di proprietà “lubrificati” dal sistema delle estorsioni e dell’usura, di disoccupati con gli occhi bassi e la rassegnazione permanente.

Di sottoccupati e precari dissolti negli incontri a braccetto con l’amico che conta, nelle promesse a mezza bocca, nella terrificante assenza di qualunque documento scritto – un accordo, un contratto, una busta paga - che certifichi (nel senso di: renda certo) un rapporto di lavoro, una promessa, una situazione sempre evanescente e temporanea.

 

Notizia di cronaca del 4 luglio: alle 12 e 15, in pieno giorno, un sicario seminascosto spara all’improvviso e ferisce al fianco un pregiudicato.

E’ accaduto nella piazzetta polverosa di un rione popolare ? All’incrocio assolato di una strada di periferia ? No. E’ accaduto in mezzo ai box del principale mercato della città. Le dodici e un quarto. Un mare di gente ad acquistare pesci freschi e pomodori. Tutti “target” possibili della traiettoria della pallottola. Un secondo dopo, tutti fuori, senza panico, con rassegnazione. Le saracinesche degli altri box che si abbassano per l’ovvia chiusura anticipata.

La vittima, che si chiama Bonaffini e cura il servizio di autotrasporto per conto di alcuni operatori dell’ortofrutta, viene portato con una pallottola conficcata nel fianco al vicino Policlinico, reparto chirurgia. Un doppio intervento per tirare fuori il proiettile, perché era andato a finire vicino alla colonna vertebrale.

Fine. Titoli di coda del western urbano. Domani di nuovo a fare la spesa, coi commenti di sempre. “Il prezzemolo è sempre più caro. Non sapevano che inventarsi ‘ccu sti euri. Oramai non si capisce più niente”.

 

 

Notizia di cronaca del 3 luglio: la procura della Repubblica affida ad un gruppo di periti l'analisi del progetto del “nuovo” stadio. I periti arrivano alla conclusione che il progetto presentava già in origine talmente tanti difetti da non potersi considerare neanche esecutivo.

Per considerarsi esecutivo mancavano infatti buona parte delle indagini geognostiche, una serie di studi che all'epoca furono richiesti a corredo del progetto, ma che non potevano esserci a meno di trovare qualcuno in grado di dimostrare che si può edificare uno stadio sull'argilla.

La vicenda dura da undici anni, a partire dalla progettazione dell’ingegnere Rodriquez, monopolista in quel periodo dei lavori del comune, uno che “non c’è pobblema”, tutto si risolve, salvo che il cantiere è lì da un decennio, ed i messinesi lo stadio non lo vedono ancora e invece guardano con rabbia alla dirimpettaia Reggio che può sfoggiare il suo stadio ristrutturato direttamente in serie A.

Quali i “difetti” della progettazione ? Due essenzialmente, uno tecnico ed uno ambientale. Quello ambientale è che la zona è a totale controllo mafioso, il cuore della criminalità della zona sud. Ipotesi uno: tutto era previsto e concordato fin dall’inizio (protezione, subappalti, mazzette…).

Ipotesi due: è stata una scelta sbagliata, fatta con superficialità.

Ipotesi tre: alla mafia lo stadio, il cantiere, gli appalti non interessano.

Ognuno scelga l’ipotesi che ritiene più credibile.

Secondo errore tecnico. Lo stadio è stato costruito sulle sabbie mobili. In altre parole, il sito in cui sono state costruite le tribune ed il terreno è una collina argillosa. La costruzione di una delle tribune presuppone lo sbancamento di metà collina. La dispettosa combinazione tra la natura dell’argilla e la forza di gravità fa sì che mezza collina propenda pericolosamente verso la tribuna. Se piovesse tre giorni di fila, lo stadio sarebbe sepolto dal fango.

Errare è umano, dicono i responsabili. Ed ha errato il progettista, così come chi gli ha concesso di dare il via ad una assurda telenovela. Chi passasse da Messina e prendesse l’autostrada può fermarsi un attimo all’altezza dello svincolo “San Filippo” e scattare una foto ricordo. “Saluti dallo stadio costruito sulle sabbie mobili”.

 

***

 

 

Una premessa: queste notizie sono state prese dal quotidiano locale, più o meno casualmente. Non sono state scelte e selezionate tra le peggiori, ma prese come le prime quattro più significative.

Il quotidiano locale è tutto fuorché un foglio di opposizione, è espressione dei potentati locali, è in rete con i gruppi di potere nazionali che controllano quasi tutta l'informazione locale su carta e parte di alcuni settori chiave dell'economia italiana.

Il quotidiano locale riporta bene che vada la secca cronaca, salvo qualche reticenza, non fa nulla di più. Mai quadri riassuntivi, inchieste, viste d'insieme. E in questo però non è certo l'unico.

Se volessimo fare un quadro d'insieme ci sarebbe da avere i brividi: da cosa cominciamo ? Dalle tante opere incompiute o nemmeno iniziate, lo stadio, la metroferrrovia, gli svincoli autostradali, il palazzo della cultura, i progetti per Capo Peloro, la punta della Sicilia ?

Dalla lista di attentati estorsivi o di pura intimidazione, sistematici, a scandire come un fastidioso tic-tac la vita cittadina: le automobili incendiate, le saracinesche annerite, i negozi che saltano. Ed il lavoro da formiche degli estortori e degli usurai, a poco a poco, senza fretta, si appropriano giorno dopo giorno di un pezzo dell'economia della città, un lavorìo sotterraneo segnalato dal vertiginoso ricambio di insegne e dal lavoro frenetico – l'unico con tali caratteristiche in tutta l'area urbana – di imbianchini e vetrai che rinnovano l'arredamento di un locale passato di mano.

Meglio fermarsi, del resto: a chi importa di tutto questo nella città indifferente ? Fiato sprecato, tempo perso. La città è placida, sonnolenta, silenziosa. Ed in questo perenne ed assordante silenzio vuole continuare a vivere.

La mia provocatoria conclusione derivata dalla lettura delle quattro notizie - simbolo è la seguente: gli ingegneri, gli ambientalisti, i sindacalisti, i politici ed i politicanti, gli esperti (maledetto il paese che ha bisogno degli esperti) potrebbero a mio parere leggere queste notizie di cronaca e mettere dei punti di sospensione a tutte le loro analisi.

Mettiamola dal punto di vista del paradosso: può nascere la più grande opera ingegneristica mai costruita dall’Uomo in un ambiente sottosviluppato culturalmente, economicamente, politicamente e soprattutto umanamente ?

Il Ponte è concepibile nella città indifferente ? Nella città improduttiva, mafiosa al 100%, ed in più mediocre, piccolo borghese, ignorantissima ?

Tutto il resto viene dopo. Dopo aver risposto a tale quesito, discutiamo pure del rischio sismico, del sistema delle infrastrutture, delle ricadute occupazionali, delle infiltrazioni mafiose. Tutte questioni peraltro giù chiuse in partenza, visto che nessuno ha dato risposte serie alle questioni poste, e l'allora presidente della Società Stretto di Messina rispondeva alle domande sulla presenza mafiosa con l'indimendicabile battuta “se la mafia è in grado di costruire il ponte benvenuta la mafia”, trasmessa dalla Rai in prima serata a tutti gli italiani, compresi quelli che sul tema nutrissero ancora dubbi. (A seguito delle polemiche del giorno dopo, lo stesso personaggio ribatteva: “Ma quanto siete noiosi”).

Ovviamente, la questione non si riduce al Ponte. Riguarda tutta l'area dello Stretto, ricca di potenzialità inespresse – come dicono i politici all'approssimarsi della campagna elettorale, che con ogni probabilità non saranno espresse mai.

Bisognerebbe ricostruire dal punto di vista umano, culturale ed economico una comunità sottosviluppata, una tra le realtà peggiori del Sud.

Devastata, scoraggiata, furba e timorosa, disillusa, patologicamente pessimista.

Ed oggi ancorata con disperazione al miraggio della poltrona che assicura il posto.

 

 

 

 

 

 

 

 






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Formato per la citazione:
Antonello Mangano, "Il PUD ha vinto le elezioni", terrelibere.org, 10 maggio 2003, http://www.terrelibere.org/doc/il-pud-ha-vinto-le-elezioni