L’etica della scelta tra mafia e democrazia, tra oppressori
e oppressi
Il politeismo occulto della Chiesa
Come è possibile che vittime
e carnefici, miliardari e poveri, mafiosi e dittatori possano pregare lo stesso
Dio ed essere in pace con sé stessi? In realtà, la Chiesa – da sempre attenta
fino all’ossessione alla morale sessuale – pratica un politeismo occulto che
lascia ad ogni fedele la libertà di costruirsi un Dio su misura. Ciò che
importa alle gerarchie è la presenza mediatica che
favorisce la restaurazione postconciliare ed annulla i dubbi dei fedeli, in un
mondo che di dubbi è ancora pieno…
Roberto Scarpinato
Procuratore aggiunto presso la
Procura della Repubblica di Palermo.
Il testo seguente è la
trascrizione d un intervento tenuto al convegno di Adista
“Legalita', questione morale, cultura della
giustizia: il ruolo del Cattolicesimo italiano" (Roma 24/02/2006).
Per leggere gli altri interventi, http://www.adistaonline.it/index.php?op=numero&id=1624
La morte di mafia, le scelte di vita. Il relativismo umanistico
della democrazia, da difendere come libertà, rispetto e scelta di convivenza
tra diversi. Il relativismo politeista della Chiesa come l’opportunismo di chi
non sceglie, a vantaggio del potere. La criminalità del potere e i silenzi
della Chiesa di fronte all’illegalità di massa delle classi dirigenti che
genera l’illegalità di massa delle classi popolari. La ristrutturazione
oligarchica e verticistica del potere, nella politica
laica e nella Chiesa. La gestione mediatica delle
masse, il popolo gestito demagogicamente dal potere.
Un affresco di temi chiave del nostro tempo. Lo scatto
d’anima che sceglie da che parte stare tra vittime e carnefici.
Il dio dei mafiosi
e dei dittatori
Sino all’età di quarant’anni
circa, il mio rapporto con la religione ed il cattolicesimo è stato quello
tipico dell’italiano medio, cioè assolutamente non problematico. In Italia,
tranne poche minoranze, si è cattolici non per scelta ma per destino culturale.
Si nasce e si muore senza interrogarsi quasi mai sui temi della religione. Si
attraversa un’esistenza scandita dal succedersi di riti battesimi,
matrimoni, comunioni, funerali dei quali si è smarrito il senso.
Riti che in fondo sembrano servire a tenerci compagnia, a
non sentirci soli nella vita.
Ho preso a riflettere su questi temi quando, appunto verso i quarant’anni, ho iniziato a frequentare per motivi
professionali gli assassini. Quando a volte mi chiedono: “chi frequenti”?, io
sono solito rispondere: “frequento assassini e complici di assassini”.
Perché in realtà in questi
ultimi quindici anni è stato molto di più il tempo che ho trascorso con loro, a
interrogarli nelle carceri, a leggere le loro dichiarazioni, ad ascoltare le
intercettazioni delle loro conversazioni, che il tempo che ho passato con i
miei familiari e con le persone normali.
Frequentare gli assassini per me è stato illuminante, perché
è stato come frequentare a lungo la morte, lo scandalo della morte. Mors magistra vitae:
entrare in confidenza con la morte a volte ti consente di entrare in confidenza
con alcuni segreti della vita.
Questa premessa è finalizzata a spiegare come e perché io
abbia iniziato a riflettere su Dio, sulla fede, sull’etica cattolica, sul ruolo
della Chiesa in Italia. Non per un innamoramento intellettuale, ma direi quasi
costretto dalla dura realtà con la quale devo misurarmi ogni giorno, una realtà
che quasi ti afferra per il bavero e ti costringe a porti delle domande e a
darti delle risposte.
La prima volta che nella mia lunga frequentazione degli assassini mi accadde di
dovermi confrontare col problema di Dio fu in occasione dell’interrogatorio di
un collaboratore.
Si chiamava Francesco Marino Mannoia,
era un trafficante internazionale di droga, un killer specializzato. Un mese
dopo che aveva iniziato a collaborare con la giustizia, nell’ottobre dell’89,
la mafia per ritorsione gli assassinò contemporaneamente la madre, la sorella e
la zia.
Mi trovai a interrogarlo qualche giorno dopo. Era
distratto. A un certo punto mi disse: “signor giudice, mia madre, mia sorella,
mia zia non vengono più ad abitare i miei sogni. Non si fanno sognare da me. E
io so perché: Dio mi punisce. Mi punisce perché io ho tradito”.
Il caso volle che qualche tempo dopo mi trovai a interrogare un altro mafioso,
divenuto pure collaboratore, che era stato uno dei componenti del commando che
aveva partecipato all’omicidio della madre, della sorella e della zia di Marino
Mannoia.
Era un giovane distinto, componente del gruppo di fuoco ai
diretti comandi della cupola di Cosa nostra. Questo ragazzo mi disse che lui
aveva ricevuto un’educazione cattolica e che tutti i giorni, sin da quando era
bambino, la sera diceva le preghiere. E recitava le preghiere anche quando
tornava a casa dopo avere eseguito degli omicidi.
La cosa cominciava a complicarsi. Ma una spiegazione mi
sembrò arrivare da un altro mafioso, si chiamava Mutolo,
anche lui trafficante di droga, anche lui con una cinquantina di omicidi sulle
spalle. Una volta andai a interrogarlo con la mia segretaria. E lui aveva un
atteggiamento diverso.
Poco prima di iniziare il racconto dell’esecuzione
dell’omicidio si rivolgeva alla mia segretaria e esordiva: “chiedo scusa,
signora…”, dopodiché raccontava. Quando finì questo interrogatorio, io stavo
riordinando le mie carte, lui d’improvviso si rivolse alla mia segretaria e le
disse: “signora, mi dica una cosa, ma se lo Stato italiano entrasse in guerra
con uno Stato straniero, ad esempio la Jugoslavia, e un soldato italiano
uccidesse cento, mille nemici, lei lo considererebbe un assassino, o un eroe di
guerra?”.
La mia segretaria rimase perplessa, lui non le diede
neanche il tempo di rispondere perché aggiunse: “ecco, vede? Io mi sentivo come
il soldato di uno Stato. Non mi interessava affatto il giudizio del popolo
italiano. Come a un italiano che è in guerra con la Jugoslavia non interessa il
giudizio del popolo jugoslavo. A me interessava il giudizio del mio popolo, e
io mi sentivo in pace con la mia coscienza e con Dio”.
Potrei citare tanti casi analoghi, che sono noti alla
stampa, come quello di un famoso capomafia, Aglieri,
che durante la latitanza riceveva un frate che celebrava messa; così come
potrei raccontare le tante esperienze di perquisizioni, eseguite subito dopo
arresti di latitanti e la mia sorpresa nel vedere queste abitazioni le cui
pareti erano quasi tappezzate da immagini religiose.
La questione per me si complica ulteriormente quando
comincia la stagione degli assassini con il colletto bianco. Mi riferisco alla
mafia borghese, alla mafia bianca. Cioè quelli che non sparano in prima
persona, ma che proteggono gli assassini, li aiutano a evitare le condanne,
fanno con loro affari lucrosi, e a volte chiedono agli specialisti della
violenza materiale di eliminare qualche ostacolo che si trova lungo la strada e
che non può essere eliminato per vie incruente. Il loro motto è: “Dio sa che
sono loro che vogliono farsi ammazzare”. Mi è capitato di sentirlo più volte
nel corso delle intercettazioni. E così mi accadde di conoscere anche questi
sepolcri imbiancati, questi esponenti della borghesia mafiosa.
Ricordo uno dei più rinomati medici di Palermo, che
diventò collaboratore e confessò di essere un capomafia. Lui frequentava la
Chiesa e mi raccontava che suo zio, che pure era un capomafia, si recava a
pregare sulle tombe di coloro che “era stato costretto ad abbattere”.
E poi venne la stagione degli uomini politici. Uomini
politici potenti, importantissimi, anche di rilievo nazionale. E quale la
sorpresa nel dovere constatare che questi uomini politici che avevano
l’abitudine di recarsi ogni mattina a messa, negli intervalli di tempo
partecipavano a summit con capimafia in occasione dei quali si decideva
l’omicidio di altri uomini politici!
A questo punto sono stato costretto a pormi una domanda: ma come è possibile
che carnefici e vittime preghino lo stesso Dio e che ciascuno di loro sia in
pace con sé stesso? Ma poi ho chiesto a me stesso: ma di che cosa mi sto
meravigliando?
A volte le cose sono davanti
al nostro sguardo, ma noi siamo ciechi e non abbiamo occhi per vederle. Il
mondo è pieno di assassini, ben più feroci di quelli da me conosciuti nella mia
esperienza palermitana, che credono in Dio, sono cattolici praticanti, sono in
pace con sé stessi e che muoiono nel proprio letto, convinti di avere bene
operato, confermati in tale convinzione da preti e vescovi che mai li hanno
criticati in vita e li hanno benedetti in morte.
Basterà qualche esempio: che dire del dittatore Pinochet, il quale ha sempre dichiarato di essere un buon
cattolico, di essere in pace con sé stesso e con Dio, e di aver operato per il
bene della patria?
E che dire dei generali argentini, che condannarono a
morte migliaia e migliaia di giovani? Nel corso di alcuni processi alcuni di
questi militari per esibire la loro patente di cattolicità raccontarono come
loro avessero seguito le indicazioni del clero. E i giudici chiesero: in che
senso? E i militari spiegarono: uno dei modi che veniva praticato per uccidere
i dissidenti, per esempio i giovani che venivano prelevati all’uscita dalla
scuola, era il cosiddetto vuelo. Si prendevano
questi giovani, si caricavano su un aereo e poi si buttavano giù nell’Atlantico.
Ma alcuni alti prelati ci dissero - aggiunsero gli stessi militari - che questo
era anticristiano, non si potevano buttare giù queste persone così. Ci
consigliarono di narcotizzarle, e noi le narcotizzammo.
Ma attenzione, il problema dei dittatori latinoamericani
non può essere minimizzato, ridimensionandolo alla follia morale di alcune
persone particolarmente efferate. Perché la storia insegna che le giunte
militari argentine, brasiliane e cilene furono il braccio armato di borghesie
latino americane che non hanno esitato a fare ricorso al genocidio di massa per
difendere il sistema di privilegi che veniva messo in pericolo dalle
rivendicazioni popolari. Borghesie di milioni di cattolici, praticanti, che
ancora oggi considerano Pinochet, Videla
e gli altri militari degli eroi della Patria: per questo motivo non è stato
possibile processarli prima ed è difficile processarli oggi, perché processare
loro è come processare un’intera parte della società latino americana.
Dunque, ritornando alle mie
ben più modeste frequentazioni con gli assassini, di che cosa mi meravigliavo?!
Il quesito iniziale, ovvero
com’è possibile che vittime e carnefici preghino lo stesso Dio e siano in pace
con sé stessi, non riguardava più soltanto Palermo e la realtà mafiosa, ma si
dilatava nello spazio e nel tempo diventando universale. Ed è un quesito che
almeno per me esigeva una risposta.
Il politeismo occulto della Chiesa e
l’elemosina della corruzione
La risposta che ho tentato di darmi è questa: in realtà
vittime e carnefici non pregano lo stesso Dio. Pregano un Dio diverso.
Questo miracolo della moltiplicazione di Dio, della
coesistenza di più Dio nella stessa Chiesa, avviene grazie al fatto che nella
Chiesa Cattolica il rapporto tra Dio e il fedele è gestito da un mediatore
culturale: un sacerdote, un prelato. Ogni strato sociale, ogni segmento della
società, ogni tribù sociale esprime dal proprio interno culturale, sociale, il
proprio mediatore culturale con Dio, che dunque è portatore della stessa
cultura, della stessa visione della vita dell’ambiente che lo ha espresso.
Esiste così un Dio dei
potenti, e un Dio degli impotenti. Un Dio dei mafiosi, e un Dio degli
antimafiosi. Un Dio dei dittatori, e un Dio degli oppressi. Così in America
Latina esistono prelati che siedono alla stessa mensa di dittatori genocidi e
ne condividono le scelte, e quelli invece che stanno dalla parte degli
oppressi, come monsignor Romero, e che si sono fatti
ammazzare per tutelare le ragioni degli oppressi.
E in Sicilia c’è un padre Puglisi,
ci sono sacerdoti come Nino Fasullo, pochi devo dire,
e ci sono sacerdoti che invece condividono la cultura mafiosa, che celebrano
messa in chiese affollate dal popolo di mafia e dalla borghesia mafiosa.
E poi ci sono i sacerdoti della cosiddetta palude, cioè quelli che non stanno
né dalla parte della mafia, né dalla parte dell’antimafia, né con la destra, né
con la sinistra, né col centro, ma che stanno solo dalla propria parte.
Ciascuno sceglie liberamente la propria Chiesa e il
proprio Dio. Molto democraticamente.
Ci troviamo dinanzi ad un politeismo segreto ed occulto. Questo politeismo è
segreto per l’occhio del mondo, ma è conosciuto dalle gerarchie ecclesiastiche
che, tranne qualche eccezione, evitano accuratamente di scegliere e lasciano
che i vari Dio convivano l’uno accanto all’altro.
A volte mi viene in
mente la metafora del banco del casinò, che non perde mai perché punta su tutti
i numeri: sul rosso e sul nero, e anche sullo zero. Questo non scegliere è
possibile anche perché tranne poche eccezioni la predicazione evangelica ha
un taglio generalista che consente a chiunque un
approccio non problematico.
La predicazione nelle chiese, tranne delle eccezioni, è
incentrata sul valore della famiglia, sulla morale sessuale, e su generici
appelli alla solidarietà, all’amore per il prossimo, alla cosiddetta etica
dell’intenzione, e a una carità comoda perché si traduce nella cultura
dell’elemosina. Così la signora bene della borghesia mafiosa, paramafiosa ed
affarista, che con i soldi delle tangenti del marito compra borse griffate Vuitton a tremila euro l’una mentre ottocento metri più
sotto, nei quartieri popolari degradati c’è gente che non riesce a mettere
insieme il pranzo con la cena, si sente tanto buona perché regala vestiti dismessi griffati, probabilmente per fare posto ad altri
acquisti, perché la sera organizza le serate della Croce rossa per raccogliere
fondi, e perché ha adottato dei bambini all’estero versando 50 euro. La stessa
signora non si sente assolutamente in colpa poi se non versa i contributi per
la collaboratrice domestica.
I mariti, che evadono il fisco, che fanno soldi con la
corruzione e con mille altri metodi illeciti, appropriandosi a man bassa di
soldi pubblici destinati agli ospedali, alle scuole, destinati a strappare a un
destino di mafia migliaia di persone, ascoltano le omelie domenicali che
predicano l’amore per il prossimo con serena coscienza, compiacendosi della
propria bontà per avere staccato un assegno di ventimila euro per la
parrocchia, additati dal prete celebrante ai fedeli come esempio di buona
cristianità.
Poiché la realtà supera sempre l’immaginazione, vorrei
raccontare un episodio emerso nel corso di un processo durante tangentopoli.
Un famoso uomo politico, già Ministro della Prima Repubblica, deve operarsi per
un grave problema cardiaco: deve recarsi negli Stati Uniti e non si sa se
questa operazione molto difficile andrà bene o male. Quindi fa un voto alla
Madonna: se l’operazione andrà bene regalerà alla parrocchia cento milioni di
vecchie lire. L’operazione va bene. Il politico ritorna, chiama un imprenditore
e gli dice che deve dare cento milioni alla parrocchia. L’imprenditore obietta:
“ma perché glieli devo dare io?”. “Scusa - replica il politico - tu mi
devi dare cento milioni di tangente? Invece di darli a me, li dai alla
parrocchia, perché ho fatto un voto”. L’elemosina finanziata con i soldi della
corruzione, da buon cattolico.
La cultura dell’elemosina non costa nulla! E perpetua le
catene della schiavitù economica e della sottomissione ai potenti. La cultura
dell’elemosina lascia le cose come stanno, si traduce in una acquiescenza
all’esistente, in una complicità con l’ingiustizia sociale.
La cultura dei diritti e della legalità invece è scomoda,
perché costringe a prendere concretamente posizione dinanzi ai potenti della
Terra, quelli che occupano i vertici della piramide sociale, e che sono
responsabili della ingiustizia sociale, della povertà e del degrado metropolitano,
un moloch che costringe milioni di persone a
sopravvivere in quartieri dormitorio che sono delle vere e proprie discariche
sociali e dove a volte l’economia dell’illegalità (il contrabbando di tabacchi,
la prostituzione, lo spaccio di stupefacenti) diventa un’economia della
sussistenza.
Tantissimi trascorrono la
propria esistenza in un continuo pendolarismo tra
queste discariche sociali a cielo aperto e le carceri, altre discariche sociali
al chiuso, assolutamente inumane ed anticristiane perché i detenuti sono
costretti a vivere in celle sovraffollate, destinate a tre o quattro persone e
dove si è invece costretti a stiparsi a volte anche in dodici, in condizioni di
assoluta promiscuità.
Quali sono state, tranne
poche eccezioni, le risposte delle gerarchie ecclesiastiche a tutto ciò?
Silenzio dinanzi alla corruzione sistemica, grave peccato contro la solidarietà
sociale. Silenzio dinanzi alla borghesia mafiosa e paramafiosa. Silenzio
dinanzi all’illegalità di massa delle classi dirigenti che genera l’illegalità
di massa delle classi popolari. Generici appelli ad una solidarietà che si
traduce in una elemosina praticata con entusiasmo da queste stesse classi
dirigenti: col denaro pubblico.
Chiesa e
democrazia: due relativismi di segno opposto
Questo segreto ed occulto politeismo della Chiesa
Cattolica produce a mio avviso un altro fenomeno segreto: il relativismo etico
della Chiesa Cattolica. L’accusa che in questi tempi viene rivolta alla cultura
laica è quella di una deriva relativistica dei valori. E qui bisogna chiarire.
La democrazia si fonda sulla libertà di coscienza di tutti i cittadini. E su
questo si basa la sua superiorità rispetto ad altri regimi politici. La libertà
di coscienza determina il pluralismo culturale e il pluralismo dei valori.
Il relativismo dei valori quindi non significa nichilismo,
disprezzo per i valori, ma al contrario il rispetto per i valori degli altri.
Le istituzioni pubbliche sono il luogo nel quale i diversi relativismi si
confrontano in modo trasparente. Per decidere quale relativismo deve prevalere
su un altro, si adotta il principio della maggioranza. Ma per evitare che il
principio della maggioranza si trasformi nella dittatura della maggioranza, e
che quindi il relativismo della maggioranza diventi assolutismo, lo Stato
democratico dei diritti prevede il frazionamento dei poteri, il loro reciproco
bilanciamento e una serie di garanzie per le minoranze.
La democrazia può essere quindi orgogliosa del proprio
relativismo. Il relativismo della Chiesa Cattolica invece a mio parere è
occulto ed è tenuto segreto. Ed infatti mentre da un lato i vertici
ecclesiastici rivendicano di essere depositari di una verità senza se e senza
ma (nel campo di un’etica che si incentra oggi come ieri soprattutto sul
terreno della gestione della sessualità, e su temi quali l’aborto, la
fecondazione assistita, la contraccezione), e proprio sulla base di questa
verità assoluta tentano di condizionare la legislazione statale, dall’altro
lato, nelle chiese e nelle parrocchie di tutto il mondo Dio, la verità e
l’etica cattolica si relativizzano, quasi balcanizzandosi.
Perché sui temi che riguardano la quotidiana fatica del
vivere, il dolore del vivere causato dalla prepotenza e dalle ingiustizie
sociali, a ciascuno è dato di scegliere il proprio Dio, e quindi la propria
etica. Questo relativismo etico produce a mio parere una vera e propria scristianizzazione, una diserzione del cristianesimo. In
tante, in troppe chiese, per milioni di fedeli, Dio parla per bocca di preti
che frequentano senza problemi i salotti della borghesia corrotta e di quella
mafiosa o le stanze del potere dei dittatori, e che riducono Dio a guardiano
dei comportamenti da tenersi in camera da letto.
Perché meravigliarsi dunque se nel corso del maxi
processo, durante un confronto il capo di Cosa nostra, Salvatore Riina, rivolgendosi a Buscetta
l’accusò di essere immorale, perché Buscetta era un fimminaro che frequentava le donne. Riina era sincero, perché per lui la morale era la morale
sessuale, tout court. E perché meravigliarsi, se nel corso di
un’intercettazione mi è capitato di ascoltare un dialogo di questo genere: un
mafioso che si reca precipitosamente a casa della moglie di un capomafia
latitante e le comunica la propria preoccupazione perché tizio, pure mafioso, è
entrato in una profonda crisi interiore e c’è pericolo che collabori.
Commento della moglie del mafioso: “se lui si deve
pentire, si deve pentire dinanzi a Dio, e non dinanzi agli uomini, rovinando
così dei padri di famiglia”. Ecco l’etica dell’intenzione, la dissociazione fra
la morale del pulpito e la morale del confessionale.
Questo non scegliere, alla base del relativismo di molte
gerarchie cattoliche - naturalmente ci sono sempre delle eccezioni illuminanti
- non sempre è praticabile. A volte la realtà ha costretto le gerarchie
cattoliche a scegliere. Ma la lezione della storia dimostra che non sempre
questa scelta è stata a favore degli ultimi e degli oppressi, i quali sono
stati abbandonati al loro destino. In occasione di un viaggio di lavoro a
Buenos Aires, ho incontrato le cosiddette madri coraggio che da tanti anni
protestano sfilando in silenzio dinanzi ai palazzi del potere, per chiedere
giustizia per i loro cari.
Mi capitò poi di leggere su una rivista la lettera di una
di queste madri. Era il tempo in cui la Spagna chiedeva l’estradizione di Pinochet per processarlo. Il Vaticano espresse la propria
contrarietà. Ho conservato questa lettera, di cui voglio leggere un brano:
“Lui, il Papa, che avrebbe dovuto alzare una parola quando c’era la violenza,
la disperazione, la strage nelle nostre famiglie, lui che avrebbe dovuto
generare tutta la reazione internazionale perché sapeva cosa stava accadendo,
lui ha taciuto, abbandonandoci nelle mani degli assassini e dei torturatori.
Solo noi sudamericani sappiamo bene che cosa è la curia argentina, cilena,
sudamericana.
Ed ora che dopo tanti tentativi, tante speranze, pensavamo
che si cominciasse finalmente ad ottenere qualche risposta internazionale alla
nostra storia, al nostro dolore, ancora intatto, lui, finalmente dopo tanto
silenzio, parla. Ma parla per sottrarre alla giustizia il capo dei nostri
assassini, per dire no ad una condanna per i delitti aberranti, terribili che
ci porteremo addosso per tutta la vita”.
È vero, in America Latina c’è
stato anche monsignor Romero il quale è stato ucciso
perché difendeva le ragioni dei campesinos. Ma
mi pare che le gerarchie cattoliche non abbiano scelto monsignor Romero, se è vero, come è vero, che tutta la teologia della
liberazione è stata messa a tacere. Che tutte le cattedre sono state chiuse, e
se è vero come è vero che la beatificazione di monsignor Romero
è rimasta bloccata per sette anni, mentre altre procedono molto velocemente (il
risultato è che dai venti ai quaranta milioni di latino americani hanno
abbandonato la Chiesa cattolica).
Il populismo mediatico delle oligarchie
Ma chi decide queste ed altre scelte? O chi decide le non
scelte? Forse il popolo cattolico? Certamente no. E
qui veniamo al nodo cruciale del rapporto tra democrazia e Chiesa. Credo che
siamo tutti d’accordo su un punto (me ne sono convinto ancor di più leggendo
proprio le riviste cattoliche): chiusa la breve parentesi conciliare, si è
assistito ad una rivincita delle burocrazie dei vertici vaticani.
La storia postconciliare sembra riconnettersi con assoluta
continuità alla storia preconciliare. Alcuni parlano
del canto del cigno del cattolicesimo medioevale. Siamo ritornati alla
restaurazione di una monarchia assoluta che concentra tutto il potere
all’interno della Chiesa in un ristrettissimo vertice. Tra questo vertice e il
popolo di base non esiste una vera corrente, una vera osmosi. Esiste una
frattura fra questa realtà di base e i vertici, che sembrano sempre più autoreferenziali.
Mi pare che all’interno della Chiesa Cattolica si stia
vivendo una vicenda analoga e parallela a quella che travaglia la storia del
potere della laicità. Cioè una ristrutturazione oligarchica e verticistica del potere ed una gestione mediatica
delle masse. A questi vertici sembra che il rapporto reale con la base non
interessi. Il rapporto con la base invece di nutrirsi di una corrente
ascensionale, di un continuo dibattito, sembra essere gestito mediante i media.
Un cattolicesimo sempre più ridotto a immagine mediatica, a miracolismo, a sceneggiati
televisivi sulla vita dei santi. Vari minuti di Vaticano ogni giorno in Tv:
dovrebbe far riflettere che i media di regime, che hanno silenziato chiunque si
sia rivelato scomodo per il potere, che hanno censurato l’informazione sui
fatti, che ignorano completamente le esperienze di base del popolo cattolico,
invece fanno da megafono ai vertici vaticani.
Mi viene in mente una frase
che una volta lessi: il vero nemico del cristianesimo non è stato Diocleziano,
è stato Costantino. Gesù è stato ucciso democraticamente dal potere politico e
religioso. Il processo a Gesù è emblematico: il popolo sceglie Barabba. Il
popolo gestito demagogicamente dal potere. Gesù viene ucciso fisicamente dal
potere ecclesiastico e politico e poi viene ucciso culturalmente dal costantinismo che lo fa diventare instrumentum regni.
La scelta
E allora il problema è quello di spezzare questo rapporto
perverso tra fede e potere. Spezzare questo rapporto significa restituire la
voce di Dio e di Cristo agli uomini perché nel corso della storia lo spazio tra
l’uomo e Dio è stato troppo a lungo sequestrato dal potere. Credo che ciò sia
compito soprattutto dei credenti.
E credo che i credenti per assolvere a questo compito debbano
solo essere coerenti con l’insegnamento di Cristo, recuperare l’insegnamento
antipotere di Cristo. A me pare che il nocciolo del messaggio di Gesù sia
proprio la sfida ai potenti, affinché prendano atto della loro complicità nella
sofferenza degli uomini.
Solo i poveri sono innocenti, disse, solo i miserabili
sono senza peccato, solo chi non ha pane è senza colpa. E a proposito del
dovere di scegliere, io credo che l’etica laica e l’etica cristiana coincidano.
Sartre disse: l’etica consiste nello scegliere, noi
siamo le nostre scelte.
E Gesù nel Vangelo (Luca, 12, 51) dice: voi pensate che io
sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto divisione.
Quale divisione? La divisione di chi sceglie. E sceglie di stare dalla parte
degli ultimi e degli oppressi. Una scelta che si traduce nella carità attiva,
per la cultura dei diritti, per la liberazione dalle catene del bisogno, una
scelta che condannò Gesù a morte e che sempre nel corso della storia ha
condannato a morte chi ha osato schierarsi contro il potere.
La lezione di Cristo dunque a me sembra esattamente
opposta a quella curiale della non scelta o della scelta a favore del potere. A
volte quando a Palermo mi capita di partecipare a cerimonie funebri, per
commemorare le vittime di tanti omicidi mafiosi, mi guardo intorno e chiedo a
me stesso: chissà quanti assassini, quanti sepolcri imbiancati ci sono qui, in
questa Chiesa, accanto a me, in pace con sé stessi e con Dio.
In quei momenti chiudo gli occhi; e mi piace immaginare
che un giorno qualcuno scriva sulle facciate di tutte le chiese di Palermo la
stessa frase che un grande vescovo brasiliano scrisse sulla facciata della sua
cattedrale: il mondo si divide tra oppressori e oppressi.
Tu, cristiano, che stai per entrare, da che parte stai?