Inventari di memoria femminista
Il
Coordinamento per l’Autodeterminazione della Donna (CAD) a Catania
di Emma Baeri
Tratto da: “Inventari della Memoria. L’esperienza
del Coordinamento per l’Autodeterminazione della Donna a Catania (1980-1985)”,
a cura di Emma Baeri e Sara Fichera, Fondazione Badaracco, FrancoAngeli, Milano
2001, pagg. 7-54). La prima parte degli Inventari – quella cui il testo si
riferisce - raccoglie volantini, documenti, articoli. Al momento, rimangono
ancora da archiviare poster e fotografie.
Prefazione
L’idea iniziale era semplice, pensata giusto per scongiurare
l’oblio: pubblicare l’inventario di un piccolo archivio, il residuo cartaceo di
cinque anni di storia di un gruppo femminista catanese, il Coordinamento per
l’autodeterminazione della Donna.
Gli anni sono grosso modo quelli che vanno dalla
rivoluzione femminista degli anni Settanta alla svolta che all’inizio del nuovo
decennio vede la stabilizzazione di alcuni suoi esiti politici e l’apertura di
nuove questioni. Parlo dell’aborto e della violenza sessuale soprattutto, ma
anche del movimento per il disarmo nucleare, del rapporto con le istituzioni,
del bisogno di spazi di radicamento e memoria, dei nessi tra rappresentanza e
rappresentazione, tra sessualità e simbolico. Ma questi anni sono anche quelli
dell’approdo di un periodo più lungo, e certamente tormentato, della storia
nazionale, che va dal movimento antiautoritario degli studenti e dagli operai
negli anni Settanta al compromesso storico del PCI nell’area di governo, agli
anni di piombo, all’era dell’egemonia craxiana.
La storia del Coordinamento catanese è un pezzo di
questa trama; storia generale, quindi, come è sempre ovviamente la storia delle
donne, ma con un orizzonte femminista nettamente marcato che merita una messa a
fuoco ravvicinata. Questa vicenda racconta infatti la fantasia e gli scacchi di
un’utopia politica che ancora pensavamo praticabile in quegli anni, oltre il
confine di un decennio che aveva visto il corpo femminile o-sceno, fuori scena,
entrare prepotentemente sulla scena politica stringendo insieme emancipazione e
liberazione, due parole che usavamo per indicare l’eredità delle lotte per
l’uguaglianza e quell’orizzonte nuovo che nasceva dall’aver messo il corpo e la
sessualità al centro dei rapporti tra i sessi, storicamente asimmetrico.
Nella vicenda del Coordinamento queste parole si
presentano entrambe con la medesima urgenza e necessità. Temi apparentemente
disomogenei (sessualità, disarmo, materno, spazi politici, servizi, memoria,
violenza, aborto, solidarietà, lesbismo, istituzioni) compongono un discorso
unico, sostenuto dalla convinzione che autocoscienza e diritti siano parole
chiave fondamentali e inscindibili del nuovo lessico politico delle donne.
Da qui il rifiuto di ogni delega della “questione
femminile”, in quanto ovvia responsabilità storica e politica del sistema
patriarcale e capitalista; da qui pure il prudente interesse con cui in quei
medesimi anni fu accolta dal Coordinamento catanese la svolta del “pensiero
della differenza”, visto che questo riteneva ormai obsoleto, se non addirittura
fuorviante, il rapporto tra uguaglianza e differenza, tra democrazia e libertà
femminile, che a noi tutte stava a cuore, allora.
A riguardo, scorrendo velocemente la carte che qui
raccogliamo, e forse un po’ forzandole, una considerazione preliminare potrebbe
essere questa: che in quel primo lustro degli anni Ottanta si sia come
consumata sulla scienza nazionale l’esperienza politica di due corpi ormai
storici, quello del femminismo degli anni Settanta e quello del Movimento
operaio; corpi entrambi solidali, individuali e collettivi, corpi in carne e
ossa e simbolici, armati di desideri e bisogni quotidiani, argini possibili
alla incombente virtualizzazione dei legami sociali e alla vacuità politologia
che ne avrebbe spiegato la necessità.
Per questo è urgente aprire un grandangolo su
quegli anni, riprendere quelle che oggi più che mai appaiono questioni di
cittadinanza, quasi misura di rilevamento democratico di un nuovo contratto
civile e sociale tra le donne e gli uomini; interrogare quindi le radici e il
percorso di quel processo, che partendo da una rimozione, forse anche da una
paura di quei corpi politicamente situati, approda oggi a forme diverse e
inquietanti di revisionismo storico, del quale siamo tutte e tutti chiamati a
rendere ragione e conto; e cominciare dando forma alle fonti, a partire proprio
dalle più effimere e “grigie”.
Così mi sono accorta che ogni frammento di quella
storia femminista è oggi più che mai prezioso, e non solo per la lunga durata
dei problemi e per la risonanza che la loro conoscenza può produrre sugli
scenari del tempo presente, quanto e soprattutto per il metodo di quel fare.
La nostra prima mossa fu infatti quella di tagliare
il tempo, la sua pretesa continuità costruita su una nozione collettiva e
plurale dei processi storici, introducendovi bruscamente la discontinuità del
tempo di ciascun soggetto, femminile singolare: questo fu l’evento
periodizzante, in senso politico, oggi anche storiografico, del “partire da
sé”, assunzione della responsabilità del proprio dire e fare, del proprio
sguardo su di sé e sul mondo, e parzialità di questo sguardo, che rompeva un
ordine del discorso fondato sull’unicità e sulla neutralità del logos.
All’inizio della ricerca ho sottovalutato questo
taglio, pensando che il mio lavoro fosse quello di dare un ordine ragionevole
all’archivio, descrivendolo minuziosamente in un inventario. Ma non appena
aperti i dodici cartoni che lo contenevano, “ordine” mi è sembrata subito una
parola impropria e ingiusta, e un rovello ha cominciato ad inquietarmi.
Quella carte raccontavano infatti una storia che
aveva risolto il suo rapporto col senso comune della politica, e della cultura
ereditata, non tanto disubbidendone gli assunti, quanto trasgredendoli, facendo
quindi un passo oltre, per muoversi verso la ricerca di un senso nuovo,
differente e imprevisto. Si trattava quindi di mettere a punto un metodo che
non riconducesse la memoria di quegli anni nell’alveo stretto dell’ortodossia
disciplinare, ma che fosse in grado di trovare “nuove parole e nuovi metodi”
per non tradirne le ragioni e le risorse.
Poiché le fonti alle quali abbiamo voluto dare
visibilità, forma e durata, sono quelle di un gruppo che aveva fatto del metodo
del partire da sé il punto di partenza della propria pratica politica, è
accaduto che la coralità di quei molti gesti individuali del cominciare si sia
imposta anche nel momento cruciale della responsabilità della memoria, del
passaggio dalla disperazione dell’oblio alla possibilità della storia, sicché
mai come in questo caso il come ricordare mi è parso strettamente integrato nel
cosa ricordare.
L’idea iniziale è quindi cresciuta attraverso l’uso
di altre parole chiave, “forma” e “cura” soprattutto, fino a conquistare il
plurale del titolo, inventari. Così dare forma e non ordine a un soggetto
collettivo femminista è stato un gesto di nuovo politico, che ha inaugurato
possibilità impreviste; un gesto non naturale, ma artificiale, come già ieri
l’autocoscienza, quel nostro radicale separarci dalla socialità politica
convenzionale che fu il modo scelto, avventuroso e utile, di interrogare le
origini del nostro disagio, e di “mettere in discussione il vissuto”, come
dicevamo allora.
Ben presto infatti la scelta più efficace per avere
cura della memoria del passato è sembrata quella di dare forma a una memoria
del presente, che affiancandosi rispettosamente a quella contenuta
nell’archivio potesse creare un canale di risonanza tra ieri e oggi: reiterare
il partire da sé, misurare la trasmissibilità dell’esperienza politica del
femminismo e la durata di quella nostra presa di coscienza, sono le intuizioni
iniziali. Poi la ricerca ha preso forma in modo quasi necessario, attraverso la
stratificazione di relazioni, di racconti, di punti di vista, di esperienza,
tutte fonti nuove di un percorso “inventato” – trovato – che ha cercato di
fornire risposte a domande molteplici, storiografiche, metodologiche,
politiche, forse anche etiche: come ricostruire questa memoria? Come
trasmetterla? Come tenere insieme responsabilità politica e storiografica? Come
ricostruire l’io-noi del soggetto femminista? Come scriverne?
Le risposte tentate sono il libro stesso, composto
nella sua prima parte da una lunga introduzione storica e metodologica, tanto
faticosa quanto prudente e dubbiosa; poi dal racconto quotidiano delle
risonanze che questa storia e questo metodo hanno prodotto nella giovane
ricercatrice che materialmente ha dato forma all’archivio, Sara Fichera; e
infine dai racconti di alcune protagoniste: cercarle è stato per me un
imperativo etico, e la loro scelta di condividere questa avventura della
memoria, a parziale conferma o smentita di una storia comune, mi ha dato grande
conforto, nel senso proprio di avere aggiunto forza a questa impresa.
Nella seconda parte, dedicata alle fonti “antiche”,
dieci documenti sono stati tirati fuori dall’inventario, il meglio del lavoro
del Coordinamento nei cinque anni della sua vita politica. Di questi documenti è
stata fatta una rilettura nel saggio introduttivo, nel doppio registro della
memoria di ieri e della durata del mutamento oggi, come l’intento di questa
collana prevede.
A finire, 1048 documenti. Ben sistemati in forma
rispettosa e lineare essi compongono l’inventario vero e proprio, espressione
del soggetto produttore e della rete politica nella quale la sua storia si è
mossa; una rete ampia, intrecciata, dalle polarità estreme, che emerge dal mare
apparentemente opaco della letteratura grigia. Ma anche qui, pur nel rispetto
della traccia scelta dalle prime curatrici dell’archivio – alcune donne del
coordinamento sedici anni fa – ciascun documento è stato minuziosamente
descritto utilizzando una sequenza degli ordinatori principali (soggetto,
oggetto, tempo, spazio) giustificata in modo da fornire una lente femminista
alla lettura. Sicché leggere velocemente questo inventario per esteso è come
leggere un piccolo libro nel libro, dove quella storia trasgressiva viene fuori
a grossa trama, e sollecita la scrittura di una storia più accurata ed estesa,
prima che sia troppo tardi.
Strato sopra strato tutti questi inventari della
memoria si sono così avvicinati, fino a comporre un impensato luogo politico di
relazione – questo libro – tra ieri e oggi, tra alcune, con speranza.
E.B.
Catania, marzo 2001
“Noi, utopia delle donne di ieri,
memoria delle donne di domani”
L’8 marzo 1985 il Coordinamento per
l’Autodeterminazione della Donna di Catania apriva il tradizionale corteo
chiamando le donne a manifestare dietro questo slogan. Striscione dopo
striscione, ognuno con sopra impressa la propria data, esso raccontava alla
città il lavoro dei cinque anni trascorsi mettendo insieme due parole, memoria
e utopia, che ne riassumevano il senso.
Il Coordinamento era nato a Catania nell’ottobre
del 1980, in vista della mobilitazione nazionale della maggior parte dei gruppi
femministi e di tutto il movimento democratico a sostegno della legge 194,
approvata nel maggio del 1978 dopo anni di manifestazioni di piazza e di
dibattiti controversi.
Nonostante i difetti che ne avrebbero resa
difficile l’applicazione, questa legge aveva il merito indiscutibile di
affermare a chiare lettere le ragioni prime e ultime dell’autodeterminazione
delle donne nella scelta della maternità. Per questo, e per un diverso sentire
circa la nozione di “diritto d’aborto”, essa fu subito messa a rischio da due
referendum abrogativi promossi paradossalmente da due parti opposte, il Partito
Radicale e il Movimento per la vita, impegnato il primo da sempre sul fronte
della totale depenalizzazione dell’aborto, il secondo, di ispirazione cattolica
integralista, costituitosi per contrastare ogni forma di legalizzazione.
Collocata tra questi estremi, la legge 194 divenne
inevitabilmente lo spartiacque tra due diverse pratiche femministe, lo snodo
politico e teorico tra il femminismo storico[1] e
quello che sarà chiamato “pensiero della differenza”[2],
producendo separazioni interne al Movimento e nuove aggregazioni.
Per tali ragioni, e in un tentativo embrionale di
costruire una periodizzazione interna alla storia del Movimento femminista
italiano, la vicenda del Coordinamento catanese appare emblematica,
collocandosi tutta dentro quel primo quinquennio degli anni Ottanta nei quali
fu definitivamente consumata la pratica dell’autocoscienza e dell’inconscio
(dalle quali il gruppo fu continuamente inquietato), si aprì il dibattito sui
temi proposti dal Sottosopra verde del 1983, e vennero individuati nuovi
terreni di confronto e di scontro nel rapporto tra le donne e le istituzioni, dal
faccia a faccia con gli enti locali per contrattare spazi urbani e politici
alla costruzione di un movimento antagonista sulla questione del disarmo
nucleare.
Incontri previsti
I gruppi che a Catania si raccolgono nel
Coordinamento sono il Movimento di liberazione della donna, l’Unione donne
italiane e l’area mobile e variegata dei Collettivi femministi attivi in città.
A Catania come altrove le ragioni di questo incontro
maturano a caldo, e con realismo politico, nella difficile scelta di far ricorso
a una legge, a quella legge, in quella precisa fase politica della società
italiana, un incontro che produce un evento politico nuovo, come io penso possa
essere definita la nascita di un Movimento femminista delle donne nel quale
confluiranno pratiche e tradizioni storiche e politiche diverse: emancipazionismo,
radicalismo, femminismo.
La drammatica evidenza delle cifre dell’aborto
clandestino, che la 194 aveva consentito di ridurre, il veloce mutamento che
migliaia di donne in piazza avevano prodotto nella coscienza collettiva,
insieme alla consapevolezza di una possibile reversibilità di quella tendenza
politica favorevole, furono le ragioni che indussero queste tre diverse aree
politiche a cercare una mediazione praticabile anche se non ineccepibile sul
piano teorico e simbolico. Esse decisero infatti di sostenere quella forma di
legalizzazione dell’aborto soprattutto perché convinte che la sua completa
depenalizzazione non avrebbe raggiunto “le altre”, tutte le altre, quelle
istruite e consapevoli e quelle che dello Stato conoscevano soltanto il volto
repressivo o indifferente.
Alla vigilia dei referendum, come nel lungo
dibattito che aveva preceduto l’approvazione della legge, la depenalizzazione
sembrava infatti ancora inadatta a dar conto sia del complicato atteggiamento
femminile rispetto all’aborto, sia del rapporto tra donne e istituzioni. Questo
nodo politico, che stringeva insieme critica del laicismo radicale e apertura di
inediti spazi di cittadinanza, fu in quegli anni un ulteriore modo di
atteggiarsi del rapporto tra liberazione ed emancipazione, che la parola
“autodeterminazione” rendeva appieno. Rispetto all’approccio radicale che
pensava alla depenalizzazione come a un preteso diritto civile all’aborto,
l’atteggiamento femminista veniva prima e andava oltre: prima, in quanto
procedeva da un’analisi della sessualità che includeva maternità e aborto nel
grande alveo del desiderio femminile; oltre, perché prefigurava un corpo
impensato delle cittadine, che varcava in carne ed ossa la soglia della polis
liquidando di fatto ogni nozione astratta di cittadinanza. Ma prima e oltre
anche sull’altro fronte, quello del Movimento per la vita e dell’area cattolica
democratica.
La radicale obiezione femminista al metodo e alla
sostanza dell’oltranzismo integralista di quel movimento conviveva infatti con
una critica “viscerale” all’astrattezza del pensiero laico a riguardo, e con la
condivisione di alcuni dubbi di molte donne cattoliche circa la problematicità
dell’aborto nell’esperienza di tutte le donne. Per questo, vent’anni dopo sono
ancora convinta che quella scelta sia stata giusta, sia come esito politico
praticabile di una mediazione simbolica impossibile, quella tra corpo femminile
e legge, sia, e soprattutto, perché il dibattito che precedette e seguì
l’approvazione e l’applicazione della legge fu una vera e propria cerniera di
cittadinanza, in quanto rese espliciti alcuni requisiti irrinunciabili della
presenza delle donne nella polis: i limiti e le risorse del concetto di tutela,
l’indissolubilità del nesso uguaglianza- differenza, la ridefinizione dell’idea
stessa di cittadinanza, plurale perché finalmente fondata su individualità
concrete, eccetera.
Le tre aree politiche solidali in questo progetto
avevano storie diverse e diverse pratiche. L’MLD era nato agli inizi degli anni
‘70 federato al Partito Radicale; ma nel 1978, nel corso del suo V Congresso
nazionale svoltosi a Catania, aveva preso le distanze dal partito padre dal
quale ormai lo separavano analisi completamente diverse proprio sull’aborto e
sull’autonomia politica delle donne: dalla scelta della depenalizzazione,
precedentemente condivisa, a quella della legalizzazione, che avrebbe indotto
l’MLD a stringere rapporti politici sempre più stabili col Movimento femminista,
fino all’approvazione della 194; e successivamente, anche nella battaglia
referendaria, e ancora, in quella per una legge contro la violenza sessuale.
Similmente l’UDI. Nata durante la Resistenza dai
Gruppi di Difesa della Donna, questa associazione si era impegnata nel corso
degli anni ‘50 e ‘60 in innumerevoli battaglie per l’affermazione dei diritti
delle lavoratrici madri, nel solco della tradizione egualitaria ed emancipazionista.
A partire degli anni ‘70, la vistosa e inquietante presenza femminista sulla
scena politica aveva indotto l’UDI a discutere con crescente interesse della
maternità non solo come diritto sociale, ma come parte integrante della
sessualità femminile, un prendere a cuore la differenza che l’avrebbe
allontanata progressivamente dallo storico sodalizio col PCI e col PSI. In
occasione della tormentata vicenda della legge 194 sarà infatti la certezza
dell’assoluta indiscutibilità dell’autodeterminazione delle donne nella scelta
della maternità a spingere l’UDI verso il Movimento femminista, una scelta
rivelatasi alla fine molto di più che un’alleanza occasionale: nel 1982
infatti, sull’onda di un ricchissimo dibattito interno, l’associazione
approderà al proprio autoscioglimento nel Movimento nel corso dell’XI
congresso.
La terza componente del Coordinamento catanese fu
quella genericamente indicata come “l’area dei collettivi femministi”. Distinti
l’uno dall’altro, tendenzialmente instabili, formati spesso da poche donne, i
gruppi che si riconoscevano in quest’area avevano tutti una radice comune,
quella di essere senza storia né capi, senza padri né fratelli (forse con
qualche madre imprevista emergente dal mare tempestoso della sorellanza), e di
essere impegnati in pratiche politiche “a partire da sé”, l’autocoscienza
soprattutto.
La consistenza numerica di quest’area è ormai
difficile da vagliare, proprio per la mobilità estrema delle aggregazioni, una
caratteristica verosimilmente non solo catanese. Soltanto di uno, del
collettivo “Differenza donna”, c’è memoria nelle carte del nostro archivio, ma
solo perché tutte le donne che ne facevano parte si impegnarono nel
Coordinamento pur continuando a fare autocoscienza; degli altri si è perduta
ogni traccia.
Mi sono chiesta se di questa perdita sia stata in
parte responsabile la forma di partecipazione al gruppo che alla fine era
prevalsa. Si era deciso infatti che in quel luogo politico nuovo ci saremmo
state a titolo individuale, tagliando corto con tutte le questioni che si
erano aperte soprattutto nell’UDI e nell’MLD in seguito alle scelte di alcune,
e alle riserve di altre, su quel particolare modo di intendere il femminismo,
tra dentro e fuori, come avremmo detto più tardi: dentro, nei collettivi, a
fare autocoscienza; fuori, e non solo in piazza, a gestire il conflitto con le
istituzioni (e questa delle contraddizioni aperte dal femminismo dentro le
associazioni, è una storia ancora tutta da scrivere).
Partecipare al Coordinamento singolarmente
significò quindi sperimentare una inusitata autonomia senza tradimento rispetto
alle appartenenze originarie, risolvere in parte alcune difficoltà interne e,
insieme, rendere visibile e ad affermare quella pratica del partire da sé e del
rifiuto della delega e rappresentanza che del femminismo era il fondamento;
anche se le appartenenze primarie restarono acquattate sul fondo, pronte a
riemergere assieme ad altre alla prima difficoltà, come puntualmente accadde.
In ogni modo, fu forse proprio questa scelta
“individualista” a produrre al momento dello scioglimento del Coordinamento la
dispersione di tutte le donne non associate altrove, e a complicare il ritorno
delle altre nelle associazioni di provenienza. Credo sia stata questa
l’esperienza delle udine, nonostante esse sentissero un grande senso di
appartenenza alla loro associazione (ma la metamorfosi del loro corpo politico
dopo l’XI Congresso fu di non lieve ingombro); più semplice l’esperienza di
quelle che cercarono un nuovo inizio, forti di un dissenso consumato con il
Coordinamento e di nuovi progetti da intraprendere; nessuna notizia di quelle
che se ne andarono ognuna per la propria strada, scomparendo nel grande mare
della crisi del Movimento: ogni tanto ne incontro qualcuna, e sento come un’eco
lontana, che quasi non risuona.
La storia nascosta
Fin qui, un frammento di storia “oggettiva”. Poi ci
sono, ovviamente, gli inizi di ciascuna, con la forma che ogni memoria modella;
sicché non sempre le parole coincidono, né le consonanze significano
condivisione: rappresentare le diversità è la sola risposta. Dirò quindi del
mio inizio.
Può essere stata la simpatia, o forse solo la
capacità di ridere insieme, di quelle due che un giorno si telefonano, si incontrano
e si scambiano l’idea. Così è stato quella mattina di ottobre del 1980, quando
Agata Ruscica, che era una militante attivissima del Movimento di liberazione
della donna, reduce da un viaggio a Roma e fresca di nuove notizie, mi
telefonò: aveva delle cose urgenti da dirmi.
Ci incontrammo all’angolo tra via Etnea e viale XX
settembre, nel tardo pomeriggio, ricordo. Da oltre cinque anni io facevo parte
del Collettivo femminista “Differenza donna”, orgoglioso luogo politico
impegnato a fare autocoscienza, che tuttavia aveva scelto di scendere in piazza
a sostegno dell’autodeterminazione. Lì, in via Santa Maddalena 59, nei venerdì
aperti alle “altre” avevo incontrato spesso Agata, allora studentessa nella
Facoltà di Scienze politiche, la stessa in cui io ero contrattista di storia
moderna. Mi disse che a Roma avevano costituito un Coordinamento per
l’autodeterminazione, e che noi a Catania potevamo fare lo stesso; ne aveva già
discusso col suo gruppo e pensava di coinvolgere anche l’UDI.
Da quel nostro primo incontro altri ne nacquero,
alcune donne dell’UDI si unirono al progetto, e poi via via donne di diversa
provenienza politica. La forza trainante dell’evento nuovo e l’incombente
rischio referendario indussero le mie compagne del collettivo “Differenza
donna” a entrare tutte nel Coordinamento, seppure all'inizio con qualche
perplessità visto che il nuovo gruppo si era dato precisi obiettivi esterni, la
difesa della 194 prima di tutto, escludendo scientemente l’autocoscienza.
Così ricordo, e subito questa assunzione di
responsabilità personale, questo sguardo soggettivo su una storia individuale e
collettiva insieme, apre questioni di metodo nuove quanto le parole che le
raccontano, grata io a Virginia Woolf che nel 1936 si rifiutò di spendere le
sue tre ghinee per una causa non segnata da questa novità di parole e metodi.
Molti anni dopo, quando Annarita Buttafuoco mi
propose di lavorare a un inventario dell’archivio del Coordinamento catanese,
nel quadro di una ricerca nazionale sulle fonti della storia delle donne nel
Novecento finanziata dal Ministero dell’Università, rimasi stupita ed
entusiasta insieme.
Mai avrei pensato di avere così a portata di mano,
nel mio garage, fonti preziose e degne di memoria storica. Ancora troppo vicine
le sentivo, e troppo lontane insieme: vicine, perché dentro la mia scena
quotidiana (aprire la saracinesca e chiuderla, vederle apparire tra sedie e
oggetti familiari dismessi, lasciarmele alle spalle assieme a tutto quel
disordine); lontane invece, da una compiuta sedimentazione della memoria, e per
questo ancora immature per entrare a far parte di un progetto storiografico di
rilevanza nazionale. Mi sentivo piuttosto responsabile della loro conservazione
e custodia, con un’ansia crescente per quello che talvolta appariva alla mia
coscienza, e forse, chissà, anche agli occhi delle mie compagne, quasi una
forma di privatizzazione, di appropriazione indebita; al contrario, e a mia
difesa, sapevo che nelle traversie che avevano accompagnato la fine del nostro
gruppo, io mi ero semplicemente prestata a ospitare temporaneamente quegli
scatoloni, in attesa di tempi migliori, che sarebbero, e sono, arrivati.
Le carte erano là, e ogni volta il mio sguardo
spiava ansioso tagliacarte voraci e ragni operosi. Il trascorrere degli anni le
aveva rivestite di una polvere tangibile, che prima o poi avrei tolto, pensavo;
ma era il progressivo impolverarsi nella mia mente degli eventi di cui esse
erano testimoni a preoccuparmi maggiormente, quasi che quei documenti fossero
nati in un altrove da me sempre più lontano, il femminismo catanese, il nostro,
quello condiviso (poiché il mio ancora mi pulsava dentro).
Annarita di colpo mi rimetteva in gioco, come altre
volte aveva fatto, sempre col suo viso luminoso e ridente, con la sua
affettuosa severità. Il suo fiuto storiografico aveva puntato quei materiali,
dei quali più volte le avevo parlato trasmettendole la mia preoccupazione sulla
loro sorte; e al momento opportuno, con la creatività progettuale e la passione
femminista che mai l’abbandonavano, mi investì all’istante di una
responsabilità storiografica di cui subito colsi la pesantezza, per molte
ragioni: perché io non sono una storica del femminismo, perché ho avuto e ho
una gran paura nel porre mano a una storia ancora segnata da ferite vistose,
perché un progetto del genere non poteva essere portato avanti in orgogliosa
solitudine. Tuttavia, come già in altre occasioni, la sensazione che le
richieste di Annarita fossero soprattutto delle offerte, dei doni insperati da
accogliere con entusiasmo, mi prese immediatamente. Ricordare questo,
ricordarla oggi, ricordarla qui, ora che lei non c’è più a sorridere e a richiamare,
rinnova affetto, simpatia, gratitudine.
Subito dopo quella proposta l’incontro con Sara Fichera,
una giovane architetta di Acireale, ha mosso il gioco.
Ci eravamo incontrate in un contesto didattico
tradizionale: la sua richiesta di bibliografia e di consigli per la tesi, la
mia immediata disponibilità, e alla fine, la mia correlazione (laurea in
architettura, Politecnico di Milano, marzo 1996). Durante quel lungo e
appassionato parlare di spazi urbani e luoghi politici del Movimento femminista
a Catania è maturata una relazione inusitata, per la quale io ho sentito ben
presto che il piacere di raccontare quella storia mia e nostra, di trasmettere
eventi e forme del Movimento, si arricchiva di un gusto nuovo e imprevedibile,
quello di ereditare la passione di Sara di ascoltare e di ricevere, il suo
sguardo avido, critico e affettuoso insieme, su di me insegnante e sulla mia
storia di femminista.
È stato come se il mio racconto si dilatasse in
avanti, arricchendosi di nuove possibilità; come se l’attenzione e la voglia di
sapere che Sara esprimeva dalla testa ai piedi mi consentissero un più saldo e
fruttuoso radicamento nella mia storia. La sequenza convenzionale della
trasmissione si disordinava di continuo in quel parlare, e io avvertivo che un
peso fino a quel momento portato inconsapevolmente si faceva sempre più
leggero: era il peso di possedere un patrimonio non trasmesso, e per questo
greve e in qualche modo disperato.
Pensavo: non c’è trasmissione senza trasgressione,
senza la previsione di quel passo oltre, oltre il confine definito da chi vuole
trasmettere qualcosa della propria esperienza; pensavo ancora che questo è il
solo modo per dare forma civile al confronto tra individui, all’inevitabile
conflitto tra generazioni. E così via. Mi sono quindi messa in una posizione di
ascolto, di cura, di mitezza, verso quella alterità individuale e generazionale
cui il parlare di Sara dava letteralmente corpo, il corpo del desiderio di sé
che l’idea stessa di poter trasgredire il mio discorso produceva. Strada
facendo anche il mio desiderio si è liberato, sottratto a quella sorta di maternage
obbligatorio che spesso connota i rapporti asimmetrici, nel doppio senso della
cura oblativa e dell’autorevolezza prescrittiva. Le nostre diversità - età, cultura,
esperienza - una volta aperto il canale della possibile trasgressione
reciproca, si sono sintonizzate e sono diventate una insperata opportunità di
ricerca e una fonte di mutua gratificazione.
Ancora una volta, e non più con le mie figlie
carnali, ho rivissuto la necessità di ripensare il materno, di cercare le
parole e i metodi per sottrarre l’esperienza della maternità all’oscura deriva biologista
e alla dissipazione dei suoi significati. Consentire l’andare senza
abbandonare, il tornare senza fagocitare, il tradire “tradendo”, spostando,
muovendo, è stato come ripassare una lezione appresa trenta anni addietro, al
tempo di quelle prove delle gravidanze e delle maternità che furono il mio
primo radicale corpo a corpo con l’altra, uno spazio individuale e relazionale
insieme in cui mi sembrò che potesse prendere forma un’idea di democrazia
impensata, possibile, femminile.
Nuove parole
La consapevolezza di non avere una lingua ha
sovente dato voce, tra donne, a cose e modi che la lingua tace perché non sa
dire, o che non ritiene utile dire. Una sorta di indicenza delle cose delle
donne, tradizionalmente segnate da indecenza, e l’assonanza torna ancora una
volta a svelare più di quanto, paradossalmente, il senso comune non ri-veli.
Nell’inevitabile e persistente uso di procedimenti
logici (eredità paterna), mi capita sempre più spesso di dare piena legittimità
“scientifica” a un procedere per immagini, analogico, che gioca coi suoni, coi
colori delle parole, una sorta di manierismo ritrovato in qualche misura
autorizzato dal femminismo, dove la centralità del corpo è stata così chiara da
fugare ogni sospetto di preziosità. È questo il segno esteriore di una lotta
linguistica epocale, dura e duratura, per restituire alle parole i corpi che le
dicono; un esito politico degli anni ’70 nei quali la pregnanza dell’evento
linguistico fu contestuale alla nascita dei gruppi di autocoscienza e alla
rappresentazione di quel corto circuito tra parole e gesti, tra oralità e
scrittura di cui “pratica politica” fu la parola chiave.
Oggi mi pongo questa domanda: può questa pratica
essere memorizzata senza registrare le assonanze che rotolano giù da quei
nostri corpi in cerchio e nelle piazze? Se c’era ieri una ridondanza, una
pregnanza del discorso (“l’utero è mio”, grido blasfemo e gesto vulvare, un
evento di pancia, per la prima volta nella storia noi, così nude e spudorate) possiamo
accontentarci semplicemente di descriverla, o dobbiamo cercare altre forme di
risonanza, politiche in qualche modo?
“Dicono – che una parola muore – quando la si
pronuncia. Io dico che annuncia - la sua nascita – allora”, scriveva Emily Dickinson
a metà dell’Ottocento, lei che aveva scoperto il valore salvifico delle parole
e, insieme, il loro potere terrifico di perdizione.
Partire da sé fu “messa in gioco” del vissuto
attraverso le parole, in cerca (ma ancora non lo sapevamo) di una strada che desse
valore alla nostra esperienza femminile. Oggi, più consapevoli di ieri, e
certamente meno ignoranti di noi stesse, dare forma a un archivio del
femminismo può richiamare prepotentemente sulla scena della ricerca forme di alfabetizzazione
primaria del desiderio, il gioco che il tempo avvia sulle parole, per esempio.
Con questo spirito ho aperto le scatole di cartone
dell’archivio, chiedendomi se le parole chiave che frettolosamente avevamo incollate
su ogni dorso fossero pronunciabili ora come allora, se l’area semantica e
politica di riferimento coincidesse con quella di una donna di circa sessant’anni,
io, e della mia giovane amica trentenne, Sara.
Penso infatti che per dare forma ad un archivio
femminista occorra, contestualmente, riprendere quelle parole chiave e
rileggerle, cercando anche il modo di incorporare in esso le tappe
dell’incontro tra quelle che a tal lavoro si ingegnano, sempre ricordando che
trenta anni fa qualcosa di radicale è accaduto, che il taglio non va ricucito,
pena la ricaduta nell’irrilevanza politica, culturale, simbolica di quegli
eventi e della pretesa di preservarli dall’oblio. Intendo dire che se ci sono
state – e ci sono state - pratiche politiche che hanno consentito la pensabilità
di un archivio femminista, esse non possono che riprodursi in qualche forma nel
momento della sistemazione di quel medesimo archivio, oggi, altrimenti esso
potrebbe non dire della nostra storia nel momento stesso in cui pretende di
dirla.
Registrare il mutamento semantico di alcune parole
nell’uso politico fattone dal Movimento femminista, tra ieri e oggi, è stato
pertanto il turbamento ricorrente di questa ricerca: cosa significa
separatismo, oggi? La parola “collettivo” è forse obsoleta? Abbinare la parola
“donna” a salute, lavoro, disarmo, cultura, istituzioni, produce oggi lo stesso
senso di ieri? Il “personale” è ancora politico? E quali sono i suoi attributi?
Cosa significa oggi “privato”? Il luogo della privatizzazione selvaggia dei
bisogni, la forma storica della reclusione domestica che priva le donne di una
piena presenza pubblica, o uno spazio interno, e per ciò stesso interiore, da
aprire anche agli uomini con “politiche di pari opportunità”? Eccetera. Domande
cui altre risponderanno, spero.
Quanto a me, sono partita da due parole, scelte non
a caso, visto che un archivio di per sé condensa qualcosa che è già accaduto,
con la pretesa di renderlo fruibile: “vissuto” ed “esperienza” quindi, perché
dal vissuto il Movimento è partito, dall’analisi e dalla destrutturazione del
vissuto, come dicevamo nel femminese di quegli anni.
Scrivo questa parola e sento il suono delle voci di
alcune donne del mio collettivo, le più aggiornate, tra Freud e Lacan; e sento
anche il fastidio per quel parlare farraginoso, ideologico, inevitabile, del
quale pure ci riempivamo la bocca voluttuosamente.
“Vissuto”: cosa intendevamo ieri? come lo
ripensiamo oggi? cosa conteneva? La nostra carne, mi viene subito da dire, un
corpo lavorato da secoli di oppressione, la sua liberazione, molto dolore, e
una gioia incontenibile: questo ricordo. Oggi, a ripensare la parola, lo scarto
del tempo, tempo della coscienza soprattutto, mi suggerisce altri significati.
Penso: destino naturale, finito, passato, necessità, rigidità, autoritario,
ordine patriarcale, sostantivi e aggettivi in rapida sequenza, assonanze,
analogie.
Non uso più questa parola. L’ho usata in I Lumi e
il cerchio come parola datata, e fonte intoccabile del lessico femminista degli
anni ’70. Oggi dico sempre “esperienza”. Sembrano sinonimi, ma lo scarto è
grande, semantico, politico. Infatti, man mano che la pratica
dell'autocoscienza liberava il vissuto dal peso dell'oppressione, ed emergeva
la gioia che dicevo, segno chiaro dell'evento lieto della soggettività
femminile, la parola “esperienza” faceva capolino nel lessico politico e
storiografico.
“Esperienza”: parola femminile, soggettiva,
pregnante di significati e assonanze. Ho chiesto assonanze in giro, giocando
con donne e uomini amici: esperienza-speranza, esperienza-presenza,
esperienza-convivenza, mi hanno risposto; esperienza-gravidanza (una vera
fissazione!), aggiungo io.
È legittimo questo procedere? Si può provare.
Speranza, presenza, convivenza, gravidanza, dicono del tempo che passa, di
un’origine che diventa presente e futuro, della mobilità e durata
dell’esperienza femminile, della sua apertura all’imprevisto, della sua
modificabilità nella storia, quindi. Una parola, “esperienza”, che vale una
categoria storiografica, una parola maieutica, aperta ai tempi, dai tempi,
della politica e della storia: un presente continuo, questa nostra esperienza.
Quello che questa parola segnala è quindi l’uscita
da un destino naturale, la continua possibilità di modificare il vissuto nella
stretta interazione tra natura e cultura, tra biologia e politica, tra
antropologia e storia. Una parola d’attrito, carica di energia; infatti, messe
una accanto all’altra, le parole “vissuto” ed “ esperienza” sembrano segnalare
una torsione diversa e simultanea nel tempo della vita di una donna: il vissuto
è già compiuto, è rivolto al passato; l’esperienza è invece ancora aperta sul
presente e sul futuro. Entrambe le parole sono figlie del tempo, entrambe
dipanano il filo tra memoria e storia.
Più a fondo: l’azzeramento del tempo storico che il
“partire da sé” ha introdotto nella coscienza storiografica di noi storiche
femministe, apre con la chiave di queste due parole la stanza di un tempo
imprevisto, la stanza interiore del tempo di sé, il tempo della liberazione,
che invade il tempo di quella “stanza per sé”, il tempo dell’emancipazione,
drammaticamente a rischio ad ogni vento di destra; tempi che narrano la storia
di una donna tra oppressione e libertà, esperienze intrecciate; tempi che
tra-passano la storia, entrambi, al punto che il mutamento semantico da vissuto
a esperienza segnala un mutamento nella autorappresentazione del tempo, della
vita e della storia, uno scambio di favori tra pratica politica e metodo
storiografico, da non trascurare.
Nella vicenda che questo libro raccoglie, il
racconto e la rappresentazione della mia esperienza individuale e generazionale
non hanno voluto avere una esemplarità prescrittiva, unidirezionale, quasi
l’ennesima riproposizione di un modello storiografico ed esistenziale utile ma
rischioso, quello delle donne illustri. Sara ed io ci siamo riconosciute
reciprocamente illustri, nel senso etimologico dell’aver fatto, innanzitutto,
luce in noi stesse, e di essere state utili l’una all’altra in questo fare. Io
ho lasciato il mio vissuto alle spalle, lei da canto, contente entrambe di
confrontare le nostre esperienze mentre rispettosamente mettevamo mano alle
carte di quella storia collettiva.
Nuovi metodi
“Partire da sé” è quindi la prima grande questione
metodologica. Basta dire: “Questo è il mio punto di vista, che nasce dalla mia
esperienza, di cui sono responsabile”, per delegittimare con la forza
dell’evidenza la pretesa oggettività del sapere.
Non è facile raccontare una storia della quale si è
state protagoniste, seppure nella fase preliminare della cura delle fonti, e
del primo tentativo di rileggerne alcune.
Stretta tra una ravvicinata partecipazione emotiva
e una necessaria distanza storiografica, dovevo trovare una misura tra me e me
stessa, tra me e le altre, tra me e i fatti, che consentisse all’evento storico
di aver luogo in modo che non venisse occultata né la mia parte in questa
storia né quella delle altre, noi tutte protagoniste.
Alle origini di questa storia “partire da sé” fu la
frase di tutte e di ciascuna: pronunciata nella scena corale di una presa di
parola individuale, essa è stata, in estrema sintesi, l’evento epocale,
periodizzante in senso epistemologico e storiografico, del femminismo. Così
tagliavamo il tempo, che ricominciava con noi, e disconoscevamo per ciò stesso
ogni forma di delega e di rappresentanza.
“Ogni donna è avanguardia di se stessa”,
aggiungevamo infatti. E qui subito, poiché la scrittura della storia coincide con
la responsabilità di chi ne definisce le rilevanze, interpreta i fatti e ne
scrive, mi si è parato davanti il muro di come raccontare quei fatti, vista
l’idea di avanguardia implicita nel gesto storiografico, non foss’altro che per
quel guardare indietro che caratterizza il mestiere della storica, dello
storico: come coniugarla col diniego femminista di quella medesima idea? Per
far transitare quelle carte dalla storia di cui erano fonti alla storiografia
di cui io ero responsabile dovevo registrare il movimento che solo avrebbe dato
agli eventi in esse racchiusi il premio di una qualche forma di memoria, e lo
scampato pericolo dell’oblio: dovevo pensare l’inventario di un archivio.
Strada facendo mi sono convinta che il femminismo
può essere raccontato e rappresentato solo rendendo visibili e rimettendo in
gioco le sue pratiche, anche quando si pone mano a una prima sistemazione alla
sua memoria. Per questo, e in particolare, mi sono chiesta in qual conto tenere
il rapporto tra durata e mutamento nella ricerca che avevo da fare, visto che
esso assume una configurazione del tutto peculiare nella storia del femminismo,
dove il taglio del partire da sé e il continuo sconfinamento tra pubblico e
privato implicito nell’assioma “il personale è politico” fanno sì che in essa
il tempo sia continuamente inaugurato, in quanto tempo della coscienza di sé, e
lo spazio biografico di ciascuna sia continuamente mobile tra le due sfere. Mi
è parso a riguardo più utile leggere questa storia stringendo insieme le due
parole, cercando la durata del mutamento, la sua reiterazione nel tempo
presente, quasi inventando i modi per darle forma politica e per raccontarla.
Nel momento in cui il Movimento femminista catanese
– la sua forma cartacea - usciva fuori dal mio garage per infilarsi nell’imbuto
stretto della memoria, e per di più con una pretesa storiografica
all’orizzonte, correva il rischio di trovarsi imbrigliato nelle regole
codificate della sistemazione delle fonti, della loro archiviazione e inventariazione
secondo criteri razionali certamente funzionali alla futura ricostruzione della
sua storia, ma forse inadatti a darne autentica testimonianza. Una domanda mi
girava in testa: il corpo, quel corpo politico custodito nel garage, era morto
e sepolto, o era ancora carico di energia vitale? Se ogni gesto storiografico è
una nuova opportunità di vita, quale vita avrei io potuto offrire a quel corpo
eterodosso senza tradire la passione trasgressiva che esso aveva espresso negli
anni andati e ancora impigliata in quelle carte, come dar voce alle ragioni
stesse della sua nascita, l’evento rivoluzionario del soggetto politico ed
epistemologico femminile e femminista? Volevo evitare alla mia e nostra storia
una sorte ingiusta e impropria, e questo mi impegnava nella ricerca di nuovi
metodi. Ho scelto pertanto di guardare contemporaneamente al mutamento (mio,
nostro, del femminismo), senza il quale nessuna storia avrebbe luogo, e alla
durata di quella pratica metodologica che sola avrebbe potuto riattivare quel
mutamento.
Ho tentato quindi di far nascere e di rappresentare
un continuum tra pratica e metodo che desse conto contemporaneamente del
femminismo come movimento storico, già avvenuto, nei diversi modi del suo fare
politica ieri- autocoscienza, pratica dell’inconscio, politica del
dentro-fuori, relazione duale– nei suoi contesti e in alcune sue vicende, e del
femminismo come movimento politico ancora oggi vitale, la cui risonanza e
rilevanza parla in questo circuito della memoria in cui io, Sara e alcune altre
siamo tutte in qualche modo vincolate nell’impresa di dare a quelle carte
femministe un corpo di memoria visibile, ancora una volta un corpo politico.
Insomma, nel difficile tema del rapporto tra politica e storia, ho cercato
strade per schivare sia il rischio di un perverso uso politico della storia,
sia, poiché si tratta del femminismo, la pietrificazione storiografica di
quella rivoluzione. Penso che l’incompiutezza della liberazione delle donne,
della nostra liberazione, solleciti di continuo invenzioni sui generis e ne
giustifichi l’eterodossia, che sta in questo caso nella pretesa di ricondurre
la nostra ricerca alla pratica femminista affermandone al contempo la natura
storiografica.
La memoria dei corpi
Dietro la costruzione dell’inventario si nascondeva
una domanda preliminare: come ricordare, come storicizzare i nostri corpi, le
relazioni tra loro, i contesti di queste relazioni? La percezione di questi
corpi ieri è la medesima che noi ne abbiamo oggi?
Mi veniva sempre in mente una parola, “contesto”, e
subito una domanda: quale fu il contesto storico del femminismo storico? Non è
un gioco di parole; al contrario, dall’aggettivo “storico” nascevano subito
questioni inevitabili. Se con-testo implica una relazione tra ciò di cui si
parla, o meglio tra chi parla e il suo sfondo, cosa cambia nel discorso
storiografico se testo e contesto, soggetto e trama, parola e corpo tendono a
coincidere, come nella pratica femminista?
Negli anni ’70, nella vicenda del femminismo
italiano, la relazione contestuale è stata multiforme e complicata, sì da
comporre uno scenario a piani sovrapposti e intrecciati che rende di difficile
lettura la storia di quell’evento. Cerco di individuarne alcuni probabili nodi,
rinviando ad altri momenti e ad altre competenze una riflessione più
approfondita e puntuale.
Il primo contesto potrebbe essere in apparenza il
più scontato, quello del rapporto con i partiti della Sinistra: il Movimento
femminista italiano, per quanto se ne vogliano collocare le origini nel
movimento radicale nord americano, ha un legame conflittualmente stabile con la
Nuova Sinistra dapprima e con la Sinistra storica più tardi. E questo non solo
perché il patto tra fratelli e sorelle che aveva sancito il movimento
antiautoritario degli anni Sessanta si infrange all’emergere della
contraddizione di sesso, per l’infinito tedio e la rabbia insopportabile che
attanagliano gli ”angeli del ciclostile”, ma perché passo dopo passo, esso
incrocia le storie intestine di formazioni politiche come Lotta Continua,
Avanguardia Operaia, Democrazia Proletaria e i diversi partiti marxisti
leninisti, fino alla loro mutazione genetica o alla loro dissoluzione. Più tardi
un travaglio analogo, seppure in forme meno radicali e risolutive, avrebbe
attraversato il Partito Comunista e il Partito Socialista. Tutto ciò senza
nulla togliere a quella vasta area di donne “senza casa”, che diede la forza
necessaria all’autonomia del Movimento femminista, prima e dopo il ’68.
A complicare questo quadro emerge un secondo contesto,
quello che prese forma tra noi e le altre donne, dentro e fuori i partiti,
dentro e fuori i gruppi, quel rapporto con “le altre” che fu il tormento
irrisolto degli anni successivi, nonostante siano state tentate diverse
strategie, dall’affidamento all’ennesima riproposizione del rapporto
dentro-fuori, la cui ultima reincarnazione fu il “vota donna” dei tardi anni
Ottanta.
Accanto a questi due “tradizionali” contesti
politici, e in attrito con essi, ce n’è un altro, meno visibile ma più
essenziale, quello definito dal nostro corpo, il corpo autocosciente del
soggetto femminista, quel percorrerlo da bordo a bordo, dal cuore alla pelle,
nel continuo scambio delle parti tra soggetto parlante e oggetto parlato messo
in scena dalle pratiche politiche degli anni Settanta e oltre.
Gli anni Ottanta registrano, in tempi di poco
sfasati, il crollo di tutti questi contesti, abitati dai corpi politici dei
fratelli, dei padri e delle sorelle. Da questa tragedia familiare si salverà
fortunosamente la madre, già emersa in carne e ossa nei collettivi, e
resuscitata simbolicamente dal femminismo della differenza.
Da una parte, nel cuore della Sinistra storica si
faceva strada in quegli anni una nuova tendenza, quella rincorsa verso una
legittimazione “al centro” che avrebbe avuto come inevitabile controcanto
l’induzione surrettizzia della normalità del revisionismo storico, in vista di
una compiuta riconciliazione nazionale. Cos’era questo se non l’esito
prevedibile e voluto dell’esecuzione sacrificale del corpo della classe
operaia, corpo politico e sociale collettivo, ma anche corpo simbolico,
tradizionalmente solidale, materialisticamente ancorato ai bisogni e al diritto
alla giustizia?
Da un’altra parte, nel cuore del femminismo storico
prendeva voce un bisogno di trascendenza disancorato dalla dura legge
dell’immanenza dei corpi, di cui la riformulazione dell’idea stessa di
desiderio era espressione: desiderio di libertà femminile, simbolica. Parlare
di coincidenza è certamente una forzatura, ma ci fu in quegli anni, mi apre,
una singolare contiguità di alcuni segmenti politici nei percorsi e nella
scelte della Sinistra storica e del femminismo della differenza, come più tardi
sarebbe stato chiamato. Ci fu infatti in entrambi l’esigenza di recidere il
legame storico e teorico con le origini, che fosse il corpo della classe e del
sesso, sempre corpi erano, e la loro evaporazione trascinerà con sé,
inevitabilmente, quell’appassionato dibattito su bisogni e desideri, e sul loro
inscindibile nesso, che vent’anni di lotte operaie, studentesche, femministe,
avevano mostrato essere il solo confine materialisticamente opponibile al
potere capitalistico e patriarcale. L’irruzione della vita quotidiana sulla
scena politica istituzionale era stata infatti lo scandalo di quegli anni,
scandalo di corpi femminili soprattutto, corpi che chiedevano, insieme,
giustizia e libertà. Mi chiedo quanto l’attuale galleggiamento politologico dei
discorsi nell’agorà, quanto questa nuova inquietante polarità tra progressiva virtualizzazione
dei corpi e progressiva durezza del dominio su di essi, non racconti il gran
finale di una storia iniziata venti anni addietro, da riprendere in mano:
studiare gli anni Ottanta, e le biografie delle donne (e degli uomini) di
quella generazione politica.
Mentre stavamo a ragionare sulla crisi del
femminismo storico maturava attorno a noi, e forse anche un po’ dentro,
inconsapevolmente, il nuovo ordine craxiano, quel pezzo di storia dell’Italia
repubblicana, storia del tempo presente, caratterizzata per quanto concerne le
donne e i rapporti tra i sessi dalla costruzione di modelli di genere “fuori di
sé”, esasperatamente manageriali, competitivi, paritari, economicisti; la donna
in carriera e il manager rampante sono le figure di spicco nelle strade urbane
e multimediali di quegli anni, quasi una fuga inconsapevole da quel sé centrato
sui corpi del desiderio che aveva riempito i luoghi politici degli anni
precedenti: nessi da individuare, forzature da evitare.
Eppure, come non cogliere tra le righe del lessico
del “Sottosopra” verde del 1983, una certa assonanza col clima di quegli anni?
Curiosamente infatti, a rileggere quel testo importante, che affermava a chiare
lettere la necessità di uscire dalle secche del femminismo dei
conflitti/diritti (quello che aveva portato all’approvazione della legge 194
sull’autodeterminazione della maternità e che aveva raccolto le firme per
presentare una proposta di legge contro la violenza sessuale), si colgono
parole inusitate alle nostre orecchie di allora: relazione significativa duale,
dispari perché modulata sulla relazione madre/figlia, e sulla messa a punto di
una voglia di vincere nei commerci sociali attraverso la conquista di un agio
visibile, di cui l’affidamento, imprevedibile parola feudale, era strumento e
fine. La tradizione egualitaria, che il femminismo storico aveva più o meno
esplicitamente mutuato dalle sue origini libertarie – la sorellanza tra uguali
– veniva liquidata assieme al suo retroterra teorico e alle sue risorse
politiche, non ultima quella legata al nesso tra femminismo e democrazia, che
veniva d’un colpo cancellato dalla riflessione politica di quella parte del
Movimento.
Della democrazia si rilevava soprattutto
l’inadeguatezza storica e simbolica a dare conto della libertà femminile,
scambiando in tal modo la sua origine difettosa per una malattia incurabile,
trascurando così il fecondo contagio femminile dell’emancipazione: duecento
anni di lotte per l’istruzione, il lavoro, il voto, pur nei loro esiti
contraddittori; un diniego paradossale, visto che nello stesso momento si
parlava di vincere l’agio nei commerci sociali.
Ancora non mi convince la necessità di quella
recisione del nesso emancipazione-liberazione, come lo chiamavamo allora,
uguaglianza-differenza, come lo avremmo chiamato più tardi. Quali le ragioni
teoriche di questa impossibile convivenza tra la disparità madri-figlie e la
tensione egualitaria della sorellanza? Perché non prevedere insieme l’una e
l’altra inventando una nuova geometria simbolica che incrociasse genealogie
verticali con generazioni in cerchio? Nasciamo donne, possiamo diventare madri,
possiamo scegliere di non diventarlo, ma individue relazionali sempre siamo.
Questo sarebbe stato vero agio, parlare “alto” e proprio per questo, poter
agire “basso”. Oggi lo so e lo dico: voglio spudoratamente tutto, perché tutto
mi serve, a me, a noi, alle altre, alle figlie, ai figli. Lo dico quietamente,
voglio il pane e le rose, giustizia e libertà insieme. Come Olympe de Gouges ducento
anni fa, che vedeva nella libertà di parola uno strumento contro il diniego di
paternità, e non disdegnava tutela per le donne, affermando che essa non
colmava una loro pretesa mancanza, quasi un difetto di nascita, ma era,
civilmente, nell’interesse di tutta la nazione.
Così accadde che il “partire da sé”, gesto
inaugurale della pratica femminista, mutasse radicalmente le sue risorse
euristiche e politiche, perché dietro l’apparente continuità della forma il
“sé” aveva perduto i confini di una corporeità autocosciente, il suo intimo
legame politico tra corpo e mente, rischiando di galleggiare su una progressiva
smemoratezza, impoverito, in-significante, di nuovo barbaro.
Ancora oggi mi interrogo e mi tormento: quale
misura nel rapporto tra autorità e potere se la madre ignora il governo della
simbiosi tra sé e l’altro da sé che la gravidanza inscena? Quale rapporto tra
maternità e materno se il corpo delle piccole madri torna ad essere solo
biologico e non più “corpo politico”, biostorico? Se la trascendenza si mangia
l’immanenza, se la filosofia è nemica della storia, se il simbolico esclude la
sessualità, insomma se i corpi sono di nuovo osceni, fuori scena, quale
visibilità politica è mai possibile, quale storia di donne e di uomini? Non a
caso oggi il revisionismo storico riesce a creare panico fin dentro le case
democratiche, e non si sanno più trovare argomenti teoricamente e politicamente
fondati per distinguere soggettività da soggettivismo, per sostenere le ragioni
della valorizzazione del soggetto, della sua capacità critica rispetto alle
narrazioni egemoniche del potere, a fronte di un particolarismo storiografico
che in nome di una storia “oggettiva” nutre localismi identitari escludenti e
immaginari storiografici onnipotenti.
Eppure di quella svolta ricordo la sensazione di
sollievo, appena velata da un timore sotterraneo, quell’aria di libertà nuova
che, certo inconsapevolmente, circolava con le sue parole storiche del
liberismo proprietario, non ancora così vistosamente predatorio; esse volevano
finalmente lasciarsi alle spalle il corpo oppresso, arrabbiato, necessario e
per questo vitale, degli anni trascorsi, progettando un agio seducente, una
comodità del pensiero tanto appetibile quanto faticosa, era stata la fatica di
quei nostri corpi. Insomma, di questi una parte del femminismo storico non voleva
più parlare, sembrando necessario definire il desiderio femminile non in
termini di sessualità ma di simbolico, persuase in molte che la trascendenza garantisse
durata, stabilità e visibilità a quel desiderio più di quanto non sapesse fare
la barbara incursione dei corpi femminili negli assetti disciplinari e
disciplinati della politica, della cultura, della società tutta.
Continuo a pensare che fu un vero peccato recidere
il legame tra dentro e fuori, far arretrare il lavoro sulla sessualità fatto
negli anni Settanta, fino al punto di farlo cadere in un buco nero dal quale
non sarebbe più riemerso; né mi sembra che quella svolta abbia risolto la
frattura tra pratica nei collettivi, spostamenti simbolici, e mutamento
sociale, come il “Sottosopra verde” prometteva: come poteva l’ordine simbolico
patriarcale inciampare sui nostri corpi se questi non erano più visibile
neanche a noi stesse? Sono inoltre persuasa che tutto ciò abbia inciso sulla
difficoltà di trasmettere l’esperienza femminista alle giovani donne, proprio
perché quel pensiero pretendeva riconoscimento e fidelitas senza prevedere
trasgressioni, né tanto meno tradimenti, nel senso che ho detto prima: vorrei
sbagliarmi.
Insisto: il perdurare di questo problema mi
preoccupa, perché va oltre, credo, al nodo tuttora irrisolto dei rapporti tra
storia e filosofia nell’orizzonte teorico di uno sguardo femminista sulla
conoscenza. Oggi che i corpi sono velocemente virtualizzati dalla comunicazione
in rete, temo una progressiva dissipazione dell’idea stessa della storia, un
problema secondario se solo trovassimo i modi per dare conto del divario
crescente tra l’immanenza dei corpi, che pure resistono all’omologazione, e la globalizzazione
invasiva dei significati, se solo la politica e la storia riprendessero in mano
la costruzione civile di nuove analisi, di nuove opzioni.
Molto abbiamo fatto: appena ieri, un ieri che
ancora dura, il Movimento femminista raccontava, racconta, una storia plurale,
ricca di diversità per fortuna non ancora omologate. Sul finire del decennio
Settanta matura infatti un insistente bisogno di conoscenza e di memoria che
favorisce la nascita di molti luoghi politici, tutti più o meno segnati
dall’urgenza di lasciare tracce della memoria del femminismo, di schivare la
dannazione carsica della nostra storia: il Centro Virginia Woolf e “DWF” a
Roma, il Centro studi storici per il Movimento di liberazione delle donne in
Italia a Milano, il Centro di documentazione delle donne a Bologna, il Centro
“Mara Meoni” a Siena, e innumerevoli altri centri aperti in molte città
italiane, dicono di questa urgenza; la stessa la Libreria delle donne, che
nasce a Milano nel 1975, accoglie contraddittoriamente le ragioni della storia,
evidenti nella definizione dei modelli di sessualità imposti – come è scritto
sul manifesto pubblicato in occasione dell’apertura della sede in via Dogana –
e quelle del loro successivo diniego, che parte dall’opzione simbolica dell’83
e dura fino ad oggi (anche se la rivista “via Dogana” registra qua e là qualche
passione storiografica).
Più avanti, lungo tutto il decennio Ottanta, il
bisogno di far durare il mutamento prende corpo in esperienze importanti, che
propongono altre letture politiche delle rilevanze femminili e femministe.
Penso a “Orsaminore” e a “Reti”, riviste diversamente impegnate sul rapporto
tra femminismo e Sinistra, a “Fluttuaria”, che riapre il dibattito
sull’autonomia dell’esperienza femminile, ma soprattutto a “Lapis”, alla
tenacia con la quale questa rivista ha continuato il lavoro dei gruppi di autocoscienza
e di pratica dell’inconscio scavando a fondo sulle origini del desiderio, sulla
dualità maschio-femmina, sulla vicenda pre-istorica della sessualità, sul
rapporto tra corpo, oralità e scrittura; penso alla esemplare durata di “DWF”,
che ripetutamente ha fatto i conti con se stessa e col Movimento; penso alla
Società italiana delle storiche e all’irrobustirsi della coscienza critica del
passato, dei problemi relativi alla costruzione di una tradizione di studi
femministi e ai modi della loro trasmissione alle giovani generazioni, che è
stato ed è il grande lavoro della Scuola estiva di storia e cultura delle donne
a Pontignano, e della Commissione didattica della Società; penso, ma siamo già
agli inizi degli anni Novanta, alla nascita degli Archivi riuniti delle donne,
a Milano, nel cuore dell’Unione femminile nazionale.
Non vorrei essere schematica, ma riguardando le
date e gli eventi mi sembra che il passaggio dal cosiddetto femminismo storico
al cosiddetto femminismo della differenza sia stato segnato, da un lato, da una
discontinuità che si è espressa in una opzione filosofica sostanzialmente storiofobica,
che ha letto la storia soprattutto come luogo della reiterazione
dell’oppressione femminile: da qui la scelta di ricercare e costruire
genealogie di donne forti, esemplari, illustri, abili a reggere il filo di una
libertà femminile simbolica, e per ciò stesso metastorica; dall’altro, dalla
continuità di un furibondo bisogno di memoria e di storia, di ciascuna e di
tutte, una storiofilia che ha ripreso criticamente il filo del discorso avviato
dalle streghe, tornate in piazza negli anni Settanta, ripartendo da quei
corpi, dai conflitti di genere da essi modellati, dai soggetti che ne hanno
rivoltato i significati.
Sarà questa la via dell’elaborazione di nuove
categorie storiografiche, che consentiranno alla ricerca storica e alla
politica delle donne di uscire dalla stretta interpretativa del dilemma tra
l’oppressione di molte e la libertà di alcune; e sarà ancora una volta “esperienza”
la parola chiave di questo mutamento; soprattutto la tensione feconda,
l’attrito, tra esperienza dei corpi e imposizione dei modelli, nel passato e
nel presente, un materialismo femminista che ha voluto ricondurre alla
corporeità e ai suoi “diritti” la misura dell’agire storiografico e politico.
Alcune protagoniste
Non è stata un’idea immediata, né spontanea, quella
di chiamare le altre, alcune altre, a condividere in qualche misura la nostra
riflessione.
Ero impegnata con Sara in questo lavoro a quattro
mani, che sembrava bastarmi. Poi, a un certo punto ho sentito che non volevo,
né potevo, essere sola nel riprendere in mano questa storia. Sola rispetto alle
molte che eravamo state, ma soprattutto rispetto a quelle con le quali la
condivisione era stata a mia memoria più stretta, nelle intese e nei conflitti,
comunque. È stato quindi necessario, vitale, ineludibile, chiamare alcune a testimoniare
la loro esperienza e memoria di una storia di cui tutte eravamo state
protagoniste, accettando per ciò stesso il rischio del loro giudizio sul mio
modo di ricordarla e di raccontarla. Prima fra tutte, le tenaci e disincantate
compagne del Gruppo del venerdì: Ada, Cilli, Fulvia, Maria, Rita, Tania; poi
alcune altre.
Certo, e ovviamente, anche qui c’è di mezzo un potere,
il potere di scegliere tra molte possibili fonti quella a mio avviso più ricche
ed eloquenti, e non perché le altre non avrebbero potuto esserlo, ma perché la
mia urgenza delle voci di alcune era più pressante. Perché loro e non altre,
ancora mi chiedo, pur sapendo che comunque non avrei potuto raggiungerle tutte;
forse perché non lo desideravo nemmeno, consapevole, e per questo in parte
assolta da me stessa, di quell’ineludibile movimento della soggettività che
genera il desiderio di una storia, la propria, la mia, necessaria premessa al
desiderio della storia collettiva: per questo dire “io” e dire “noi” mi ha reso
insieme contenta e paurosa, determinata e incerta. Credo pure che questo faccia
parte dei rischi del mestiere, senza infingimenti infine e con una gratitudine
politica e umana che fa, forse, la differenza rispetto al tradizionale potere
di chi scrive di storia definendone fonti e rilevanze.
Solo alcune ho cercato quindi, e so per certo che
senza la loro testimonianza, senza il conforto delle loro intelligenze, senza
la diversità delle loro storie, dei loro approdi, delle loro memorie, questo
libro non avrebbe avuto senso, e la storia del Coordinamento sarebbe rimasta
acquattata nella memoria individuale di ciascuna, più o meno vivida o
scolorita, o sarebbe nata deforme.
Le ho cercate quindi, e loro sono riemerse, alcune
dal fondo di questi anni di lontananza; altre, ancora vicine, da una inconsapevole
assuefazione alla smemoratezza di quella storia. Ma la scelta non è stata così
arbitraria come può apparire: tutte hanno avuto un ruolo di primo piano in
questa storia corale, di cui la loro testimonianza compone trama e ordito. Con
loro ho condiviso il vincolo di appartenenza a una generazione politica fatto
sia di legami personali sia dell’impegno appassionato nel vivere una storia per
molti versi straordinaria quale è stata quella del Movimento femminista.
Mi incuriosiva e mi premeva fare con loro il passo
delicato e necessario da quella straordinarietà a rischio di oblio alla ordinaria
compostezza della storia. Responsabilità per questo, ma anche timore e
curiosità. Timore per l’inevitabile riesumazione di uno dei nodi politici
cruciali e irrisolti di quegli anni, la questione della delega data e presa, del
potere della parola e della scrittura. Ho cercato di non ripetere gli errori
del passato; avevo, ho, bisogno di non sbagliare, di condividere, di aprire
spazi di interlocuzione tra noi, quelli che a volte erano mancati allora, di
fissare lo sguardo sulle cicatrici infiammate, laddove ce ne fossero ancora.
Curiosità nel raccogliere la memoria delle mie compagne: cosa, come avrebbero
ricordato? Piacere di aver offerto loro un’occasione personale, politica,
pubblica, di riflessione e di recupero di pezzi della propria storia. E un gran
senso di libertà quando la loro memoria divergeva dalla mia: godere
curiosamente più delle smentite che delle conferme, sentirmi per questo più
leggera, meno responsabile degli errori, contenta piuttosto se coincideva la
memoria dei piaceri.
Non è stato facile trovare il modo giusto per dare
voce a questo noi, plurale e individuale insieme. Avrei potuto procedere a
interviste di profondità, attingendo a piene mani a quella ricchezza della
memoria estemporanea che questo metodo produce. Ho preferito proporre alle mie
compagne una traccia che avesse parti comuni, in qualche misura confrontabili,
e parti specifiche, legate al particolare interesse e impegno politico di
ciascuna nella storia del gruppo, così come io lo ricordavo. Speravo che
questa traccia potesse dissolversi in un racconto libero ma riflessivo, dando
forma a storie di diverso tono e lunghezza, che lasciassero emergere i modi –
le urgenze e le reticenze - di ciascuna. Così è avvenuto, mi sembra. Questa
traccia, nel mettere una distanza tra noi, ha infatti consentito di dar voce
alla consapevolezza del presente e, nel medesimo tempo, al diritto di ciascuna
di riflettere sulla propria storia e di cavarne il suo personale piacere della
memoria, riconciliata o conflittuale che fosse.
So bene che l’aver dato tempo alla memoria di
organizzarsi ha significato perdere veridicità, e questa è certamente una
perdita storiografica; ma era la durata del mutamento a starmi più a cuore, la
continuità di quella presa di coscienza da ciascuna riconosciuta, e
riconoscibile reciprocamente tra noi. Insomma, nel mare ribollente e magmatico
della mia e nostra storia di quegli anni la traccia di riflessione è servita a
schivare i risucchi di una memoria urgente, laddove l’intervista diretta, vista
la condivisione passata di quelle esperienze passate, avrebbe accorciato la
distanza tra me e loro fin quasi alla confusione o alla identificazione delle
memorie, tentandone a loro trappole involontarie e tentando me a forzare o a
interpretare. Con la traccia ho invece evitato di precipitare senza argini
nella memoria delle altre, affidando la mia empatia nei loro confronti semplicemente
alla necessità di chiamarle a condividere lo spazio di questo libro e alla
prontezza della risposta, che mi è sembrata segno chiaro di un loro desiderio
di ricordare, di riprendere in mano il filo di questa nostra storia, comunque. È
il testo quindi che dice o non dice se una storia condivisa ha avuto luogo e ha
lasciato tracce importanti nelle nostre vite: un finale a sorpresa per tutte, quasi
che questo libro sia diventato esso stesso un luogo politico dove memorie
divise e a volte divergenti si sono incontrate, certe dell’incontro, non
necessariamente dell’accordo.
Ho voluto attribuire a questa opportunità un valore
politico aggiunto, perché qui non si tratta semplicemente di ricordare fatti
accaduti di una certa rilevanza collettiva, ma della memoria storica del
femminismo, che è inscindibile da quella del proprio femminismo, dell’origine e
della durata di quella liberazione che è, spero, ancora nel conto del tempo
presente di tutte noi. L’immagine che è emersa alla fine (poiché ho letto i
loro testi quando il mio era pressoché finito) mi è parsa confortante, proprio
perché in tutte noi la difformità della memoria verosimilmente convive con un
affettuoso riconoscimento dell’importanza di quella storia comune, con un
palpabile sentimento di reciproca riconoscenza, e con la sensazione di un ricco
guadagno residuale.
Scrivere, infine: come? Impossibile trascrivere
quelle parole e pratiche senza ucciderne il senso. La scrittura corrente può
tuttavia segnalarne la difformità rispetto al comune sentire, della politica,
della storia. Per cominciare, chi parla chi? Ho scelto un io narrante
pendolare, un io/noi che vuole sciogliere artificiosamente quel nodo del
soggetto, individuale e collettivo insieme, che fu della grammatica politica
del femminismo. Uno stratagemma, un tentativo, un modo di allertare su questa
storia a rischio, ma la scelta è forse meno artificiosa di quello che appare,
visto che io faccio parte di quel noi, e senza quel noi avrei parlato in un
altro modo, o non avrei parlato affatto. Anacoluti ricorrenti quindi, e tempi
verbali che inevitabilmente si alternano segnalando la discontinuità interna a quella
esperienza e alla sua memoria: l’imperfetto della narrazione incrocia il
presente di un mutamento ancora in corso, mentre il passato remoto fissa gli
eventi epici e il congiuntivo concorda col condizionale e tempi dell’utopia,
che il futuro ancora rende possibili.
A Catania
Nel Coordinamento catanese non ci fu lì per lì
questione tra femminismo storico e femminismo della differenza.
In una Catania ancora alle prese con
amministrazioni locali veterodemocristiane e clientelari, e in presenza di mali
endemici (disoccupazione storica, servizi scadenti o inesistenti, disparità
sociali vistose, presenza forte di culture clericali e fasciste), il lessico di
quel “Sottosopra” ci apparve all’inizio tanto affascinante e liberatorio quanto
inusuale e forse un po’ fuori luogo, letteralmente, raggiungendoci mentre
eravamo ancora calate nella questione del disarmo; esso arrivò alle nostre
orecchie come attutito, in una sorta di deriva provinciale nella quale più
tardi esso sarebbe stato variamente interpretato. Anche qui, memoria divisa, credo.
Ancora nell’83, la politica duttile, anche se
scivolosa e rischiosa, del dentro-fuori restava la ragione prima e unica della
nascita del Coordinamento, mentre la politica delle relazioni duali significative
, che puntava soprattutto sugli spostamenti dell’ordine simbolico dominante,
sembrava poco utile a raggiungere i nostri obiettivi. Successivamente non fu
più così, anche se quel tanto di leggerezza che la lontananza dal centro del
dibattito consentiva rese la convivenza pacifica, soprattutto nei primi anni.
Poi quei semi fiorirono e nuovi gruppi si formarono sulla proposta milanese. Ma
siamo ormai alla fine della storia del Coordinamento, nel 1985. Due anni prima,
all’uscita di quel “Sottosopra”, noi eravamo impegnate fino al collo a
inventare giorno dopo giorno questa politica del dentro-fuori, disprezzata
dalla maggioranza delle femministe, ma forma geniale della politica, come
continuo a pensare.
Di quella ricerca e di quello che ne cavammo, ho un
ricordo positivo perché riuscimmo a tenere insieme strategicamente la continua
rimessa in discussione dei ruoli sessuali, la loro asimmetria, con l’incalzante
rapporto tra il movimento delle donne e le istituzioni locali e nazionali,
nell’urgenza di verificare nella sfera pubblica quello che nella sfera privata
era ormai chiaro. In quegli anni abbiamo imparato a “camminare sul crinale”, a
usare “quell’andatura incerta che chiamano esperienza”, come aveva scritto un
secolo prima Emily Dickinson, rischiando continuamente di cadere di qua o di là
nel tentativo di mettere insieme temi e lotte apparentemente distanti: l’aborto
e il disarmo, la sessualità e la casa delle donne, la violenza e il materno.
Ma cademmo comunque. Se nel 1983 la fascinazione
del pensiero della differenza colpì un po’ tutte, ben presto i percorsi
precedenti a quell’evento presero voce in ciascuna di noi, con le inevitabili
modulazioni diverse. Chi aveva fatto autocoscienza resistette alla seduzione
della madre simbolica, forse per averne sofferto gli abbracci insidiosi; chi
aveva alle spalle una formazione laica temette l’alone sacrale di quel
pensiero; chi cercava certezze vi si tuffò dentro voltando pagina, con
l’entusiasmo dei nuovi amori; chi attraversò il Coordinamento poco sostandovi
fu sfiorata solo di striscio dal tormento che seguì a quell’impatto, forse per
sua fortuna, forse perdendo un’occasione. Io che, come una volta mi disse
affettuosamente Lea Melandri, avevo “un problema col materno”, rimasi a metà
strada, affascinata e preoccupata insieme da quell’ordine certo, che dava
ragione e torto, contemporaneamente, alle mie maternità, dove certezze, dubbi,
trasgressione, enfasi, corporeità, fatica, avventura e gioco cercavano parole
nuove per dirsi, ma erano talmente intrecciati da rendere impossibile e
indesiderabile qualsiasi forma di disciplinamento.
Nuove pratiche
Dare un nome alla pratica politica del
Coordinamento fu facile, almeno per alcune di noi: eravamo dentro, nel
collettivo, a fare autocoscienza e a sperimentarne gli scacchi, muovemmo un
passo verso fuori. Questo già avevamo fatto per far approvare la legge 194,
questo avremmo continuato a fare per salvarla. Ma dietro il medesimo movimento
qualcosa era mutato.
Mentre solo pochi anni prima il rapporto con le
istituzioni si presentava come il movimento delle “donne in piazza contro”,
adesso c’era in quel nostro fare un andare oltre l’antagonismo sociale, c’era
la prefigurazione di una società non più fondata sulla disubbidienza (io sono
contro la tua legge) bensì sulla trasgressione (io mi muovo verso un’altra
legge). Non avremmo potuto concepire tale passo se ci fossimo impegnate sui
referendum, che erano stati l’occasione della nascita del Coordinamento, solo
dicendo “votate due NO”: volevamo fare anche altro.
Fu così che nel 1981 ci chiedemmo quale 8 marzo
avremmo voluto “festeggiare” e scrivemmo un volantino (IAC, XII c2, 856) in cui
i due No contro l’aborto clandestino si saldavano con la memoria storica delle
donne bruciate negli Stati Uniti tanti anni prima. Formulammo per conto loro le
domande che facevamo a noi stesse: “Quale era il ruolo domestico di quelle
donne? Quale il loro rapporto con l’uomo (padre, fratello, marito)? Quale il
rapporto con i figli, se li avevano? Quali opportunità avevano di scegliere o
di rifiutare la maternità? Quale la loro sessualità? Quanti aborti e in quali
condizioni? Avevano una opinione sui fatti della politica, e quale? Cosa
leggevano, se leggevano? O forse non sapevano leggere? COSA PENSAVANO DI SE
STESSE?”.
C’era in queste domande un bisogno ancora ingenuo
di mettere insieme storia e politica in una continuità di interrogativi che raccontavano
la fatica, loro e nostra, di quella lunga emancipazione e di quella incompiuta
liberazione; una fatica grande, che sollecitava una “rabbia incontenibile”, per
noi e per loro; sicché quella pagina rosa si riempì di tutti i No che
accompagnavano la nostra vita quotidiana, fino ad allungare nel futuro questa
obiezione radicale al patriarcato, da cui l’invito finale, quel rinnovare la
fiducia nel potere salvifico della politica che era di quegli anni, e del
movimento delle donne in particolare: ”Non perdiamoci di vista. Incontratevi e
parlate. Incontriamoci e parliamo” .
Responsabili e puntuali, nel maggio di quello
stesso anno, proprio alle soglie dei referendum organizzammo un seminario su
Sessualità, maternità, contraccezione, aborto: oltre la 194. Era questo il
primo “oltre” nell’orizzonte del nostro muoverci tra dentro e fuori (altri ne
sarebbero seguiti): oltre la stretta normativa di quella legge, tanto
necessaria quanto insopportabile, la sessualità femminile tornava al centro
della nostra pratica politica, una ricerca cominciata, interrotta, ripresa, che
in quel seminario rimetteva a fuoco questioni che restano importanti, e in gran
parte irrisolte, credo.
Nel documento dattiloscritto che concluse i lavori
di uno dei gruppi in cui ci eravamo divise (IAC, III g, 309) il cuore del
discorso girava intorno al rapporto tra desiderio e piacere, toccando un punto
caldo del dibattito femminista di quegli anni: sessualità clitoridea o vaginale?
C’era in giro una nuova mitologia, quella della sessualità diffusa, che
rischiava di rimuovere l’orgasmo femminile.
Ricordo la tensione e l’attenzione di quel
seminario, la testarda voglia di ricercare la calma del pensiero a dispetto dei
tempi della militanza frenetica imposta dal clima referendario, convinte noi
che “i tempi delle donne sono i tempi che le donne si danno”, come recitava il
titolo di uno scritto di Annalisa Usai e Lidia Ravera su “Ombre rosse”, che
ebbe un grande successo tra noi. Ricordo quel porta a porta che pure facemmo
prima e dopo il seminario, setacciando centro storico e quartieri popolari,
raccogliendo la speranza e la preoccupazione di molte donne, il controcanto di
quella nostra ricerca, un ricercare nuovo, in cui soggetto e oggetto
confluivano in una voglia pulsante di liberazione come mai più l’ho sentita.
Chissà se quelle due giovani donne che Fulvia ed io
incontrammo in via Garibaldi, quelle due che con mano avida ci chiesero il
volantino ripetendo: ”Nun ni vulemu addevi, nun ni vulemu” (“non ne vogliamo
bambini, non ne vogliamo”) sapevano di sessualità come noi, che c’eravamo date
il tempo di capire? Allora eravamo sicure che il nesso c’era, che tra la mano
che offriva e quella che quasi pretendeva passava una corrente di comprensione
e di simpatia che era segno tangibile di quell’oltre ricercato.
Poi c’erano “gli altri”. Nella lettera ai partiti,
ai sindacati e alle istituzioni locali che il Coordinamento scrive subito dopo
la vittoria dei due NO all’abrogazione della 194 (IAC, III g, 315), l’analisi
dell’esito referendario si estendeva a tutti i quesiti proposti, perché era
necessario e urgente, soprattutto, sottolineare il segno conservatore che il NO
all’abrogazione di ergastolo e porto d’armi aveva impresso alla “vittoria delle
donne”; era questa una coincidenza niente affatto trascurabile, che
sollecitava una discussione allargata, ancora una volta mettendo noi insieme
parole apparentemente distanti: aborto, salute, lavoro, casa della donna,
parto, ricerca scientifica, le prime battute di quella che diventerà
successivamente una vera e propria vertenza col Comune di Catania.
Nel frattempo mettevano i missili a Comiso, e
cominciava un grande movimento per la pace, nel quale dapprima stemmo tutte e
tutti insieme, fino a quando tra le crepe del pacifismo universale non emersero
i corpi concreti e differenti delle donne e degli uomini.
Comiso
Rapidamente la questione del disarmo unilaterale
occupò il cuore del nostro lavoro politico. Dalle manifestazioni miste dell’ottobre
1981 all’8 marzo internazionale dell’83, che avrebbe chiamato a Catania e a Comiso
migliaia di donne da tutto il mondo, si costruisce una rete di relazioni estesa
che ha i suoi punti forti in Comiso, Seneca Falls e Greenham Common. Ricordo
una sera di quei mesi convulsi: squilla il telefono e una voce calda,
determinata, sconosciuta, mi informa che sarebbe presto partita una marcia
pacifista Milano- Comiso e che alcune donne milanesi avevano sottoscritto un
appello di solidarietà: era Elvira Badaracco.
Nell’ottobre 1981 il Coordinamento partecipa al
movimento pacifista misto con una riflessione ricchissima sui rapporti tra
nucleare e violenza, tra violenza della guerra e violenza degli stupri, sulla
differenza tra pace e disarmo, sulla maternità e il materno. Questo documento,
grazie ad Anna Vio che lo tradusse in inglese e in francese e lo portò a un
incontro internazionale ad Amsterdam, farà il giro del mondo percorrendo i
mille fili della ragnatela pacifista, diventando quello straordinario strumento
di dibattito e di aggregazione il cui esito politico sarà proprio l’8 marzo
internazionale a Comiso, nel 1983.
Contro il nucleare, e oltre (se è possibile pensare
“oltre”, noi vogliamo pensarlo) (IAC, IX b, 626), si apre con una domanda di
cui quell’oltre ribadito era la risposta implicita: può esistere un modo
femminile di parlare di guerra e di pace? Certamente, ma oltre, oltre il
patriarcato. Per questo il nesso emancipazione-liberazione e la qualità della
vita sono le parole chiave che dicono di questa possibilità. In quegli anni
infatti, nel definire i contenuti della qualità della vita, noi abbiamo
fortemente creduto di avere dei diritti: la tradizione egualitaria e solidarista,
assieme alle prime suggestioni ecologiste, sono in quegli aggettivi e
sostantivi che finalmente davano corpi, di donne e di uomini, a quella qualità:
”per tutto ciò la pace è necessaria”. Ma quale pace? La critica di una nozione
astratta di pace è posta al centro di una riflessione che tocca tutti i temi
cari al femminismo di quegli anni; questa cosiddetta pace occulta l’oppressione
e nega i diritti di autodeterminazione dei popoli, e delle donne in
particolare, confermando sempre e soltanto i diritti cosiddetti umani,
attribuiti agli uomini in astratto e ai maschi bianchi e occidentali in
concreto.
Col senno di poi, e alla luce della sconfitta del
pacifismo unilateralista di quegli anni, mi chiedo ancora oggi come mai quel
movimento misto, come allora lo chiamavamo, non abbia nemmeno pensato di
potere, di dovere mettere alla prova quei diritti dando ad essi i corpi
concreti delle donne, assenti storicamente e simbolicamente nella costruzione
della polis. Sarebbe apparso subito chiaro che per uscire dalle strettoie di
una democrazia impossibile occorreva, occorre, ripensare il rapporto tra
diritti individuali e cultura della cura, tra diritti di cittadinanza e legame
sociale, pena l’abbandono di questi temi ai nuovi cantori delle libertà
proprietarie e ai fanatici dei diritti dell’embrione.
Ma questo era verosimilmente un limite congenito
alle possibilità del pacifismo, e forse pure delle strutture profonde del
sistema democratico. Per questo il No alla guerra coincideva e coincide con il
Sì alla liberazione delle donne: c’era, c’è, in questa antitesi, la
rappresentazione del rapporto necessario tra il perdurare di forme residuali e
impazzite del sistema patriarcale e la crisi delle democrazie moderne, visto
che la loro incapacità a dar conto di una convivenza civile si fonda infatti
oggi verosimilmente sull’intreccio aggrovigliato e violento di razza, sesso,
etnie, religioni, nell’orizzonte politico di una globalizzazione apparentemente
incorporea.
Nella lucida denuncia del nesso tra violenza della
guerra e violenza degli stupri, tra sfera pubblica e sfera privata dell’aggressione,
noi prefiguravamo la tragedia odierna degli stupri etnici, mentre il linguaggio
stesso si faceva radice e racconto del tortuoso strutturarsi del dominio tra i
sessi: “aggressione, conquista, possesso, controllo, di una donna o di un
territorio, fa lo stesso”. Era una critica radicale, perché infine è il corpo
femminile nella sua storica inermia a fare la differenza e a farsi metafora di
tutte le altre condizioni di fragilità umana - l’infanzia la vecchiaia la
malattia la povertà gli animali l’aria il mare la terra - anche rispetto ai
corpi gentili dei compagni pacifisti; i quali, pur rivestendosi di non
violenza, continuavano a rimuovere quell’altra faccia della violenza, quella
privata del rapporto tra i sessi che fondava tutte le altre.
La questione dell’aborto, la critica dei modelli di
femminilità ereditati, e per questo, ma rovesciandone il senso, l’ostentazione
di uno spazio tradizionale, “lo spazio delle donne e dei bambini” come luogo
politico di enunciazione, ruotano attorno a due imprevisti teorici: il recupero
di un’idea di avanguardia, estranea al movimento femminista (“ci sentiamo
piuttosto all’avanguardia di un movimento di lotta per la pace che è lotta per
l’autodeterminazione”), inevitabile conseguenza, forse, di uno sguardo troppo
orientato verso l’esterno, e la possibilità di sospendere la maternità come
estrema risposta politica al patriarcato, in quanto “di fronte a scelte così
innaturali perché credere ancora nella naturalezza della maternità”?
Inizia con questo documento un modo di comunicare
già sperimentato dal Coordinamento catanese e sempre riproposto negli anni
successivi, quello di mettere insieme tutti gli argomenti del discorso
femminista, intrecciandoli e ricomponendoli senza gerarchie, mai separando gli
obiettivi. Nel nostro camminare sul crinale, tra la continua esigenza di fare
autocoscienza e la necessità di dare voce al rapporto tra dentro e fuori,
tessevamo una rete fitta di nodi, che voleva trattenere e insieme lasciar
fluire all’esterno una riflessione ardita e complicata, in cui i desideri di
ciascuna si legavano di continuo con le speranze collettive di cambiamento.
Violenza sessuale, militare, istituzionale
Nell’ottobre del 1978 il Movimento di liberazione
della donna tiene a Catania il suo V Congresso Nazionale, una tappa
fondamentale nella vita di questa associazione. Contemporaneamente l’MLD si
interroga sulla violenza sessuale, un male endemico del patriarcato, anche alla
luce del lavoro fatto dai numerosi centri antiviolenza aperti in tutta Italia, nei
quali era stata accumulata una grande esperienza politica a contatto con la
violenza quotidiana subita dalle donne. In questo clima, il delitto del Circeo
(1975), e più tardi, l’assalto fascista alle donne del Collettivo romano delle
casalinghe durante una trasmissione alla sede di Radio Donna, avevano dato una spinta
decisiva alla riflessione femminista sulla violenza sessuale e sessuata,
culminata nell’occupazione del Palazzo del Governo Vecchio da parte dell’MLD, e
nella messa a punto di una proposta di legge di iniziativa popolare, una “legge
delle donne”, come impropriamente sarà chiamata. La costituzione di un Comitato
promotore da parte di molti gruppi del Movimento e la raccolta delle firme in
tutta Italia inaugureranno a partire dal ‘79 la lunghissima e dibattuta vicenda
di questa legge.
Come in altre città italiane, anche a Catania si
costituisce un comitato locale. Manifestazioni di piazza, cortei,
partecipazione ai processi per stupro, dibattiti nelle scuole e
all’Università, apertura di un Centro antiviolenza, raccolta delle firme, sono
le forme assunte dalla mobilitazione delle donne, che volantini, rassegne
stampa e ritagli sparsi testimoniano, una presenza forte sulla scena urbana catanese,
che la stampa locale registra con attenzione: il 14 ottobre di quell’anno essa
dà notizia dell’esistenza di un Centro antiviolenza alloggiato a Palazzo Valle,
nel centro storico, aperto tutti i mercoledì e i sabati, dalle ore 17 alle 20.
Ma, dopo l’apertura e il primo impegno, la possibilità di dare continuità a questa
esperienza trasformando il Centro in una Casa per le donne picchiate è in quei
mesi affidata alla disponibilità del Comune, che non appare per niente
interessato. Da lì a poco infatti il Centro avrebbe chiuso i battenti, anche se
il dibattito su questi temi continuerà, alimentato dalle inesauribili vicende
parlamentari della proposta di legge. Di questa esperienza sono rimaste poche
carte, faticosamente recuperate, e la memoria di alcune, da raccogliere.
Non a caso, e quasi a sfidare la damnatio memoriae
ricorrente nella storia delle donne, la prima preoccupazione del documento
rituale del Coordinamento per l’8 marzo del 1982 (IAC, XI d. 1, 903) è quella
di riassumere la storia dell’anno precedente, per non perderla, per
riguardarla, per continuarla. Subito, già nel titolo, parole che richiamano gli
impegni del gruppo: violenza sessuale, pace e disarmo nucleare, casa della
donna, ancora una volta tutto insieme. Poi un salto, perché l’urgenza di
affermare la continuità politica del gruppo si accompagna a una precisazione
“teorica” a quel punto evidentemente necessaria: il rapporto tra emancipazione
e liberazione, tra la pretesa dei diritti e l’affermazione dei desideri. Ribadirlo
serviva ancora, assieme a un chiarimento: la distinzione tra “specifico donna”
(uno dei tanti modi in cui allora nominavamo la sessualità) e “condizione
femminile” ( che indicava soprattutto l’oppressione domestica, aggravata dalla
mancanza di servizi sociali).
Sentivamo spesso di dover spiegare la nostra
politica, forse anche a noi stesse, perché essa correva continuamente il
rischio di essere fraintesa, ricondotta a una tradizionale lotta per i servizi
sociali o a uno astratto rivendicazionismo libertario. Per noi invece la
politica del dentro-fuori aveva una sua chiarezza teorica e mai avremmo
accettato di far coincidere la nostra pratica o col dentro o col fuori. Per
questo, e forse anche per quella vocazione pedagogica verso “le altre” che
caratterizzò il femminismo a partire dalla seconda metà degli anni Settanta,
volemmo chiarire che la prima espressione indicava il soggetto della pratica
politica femminista, la seconda l’esito storico “oggettivo” del patriarcato, di
cui la società tutta doveva farsi responsabile.
Più avanti, nel medesimo documento, la parità fa
capolino tra le righe. Parola inconsueta in quegli anni, noi la usammo in un
modo che più tardi non si sarebbe ripetuto, indicando con essa curiosamente sia
il rifiuto della tutela, restituita ai teorizzatori dell’uguaglianza astratta,
sia la necessaria integrazione tra uguaglianza e differenza, che può aver luogo
solo concretamente, nel quotidiano intreccio dei bisogni e dei desideri delle
donne in carne ed ossa, qui ed ora, nelle cose fatte e da farsi.
Forse perché convinte di questo uso libero della
parola “parità” fin nei suoi più imprevedibili significati, forse perché
impegnate a spiegare un modo di fare politica a volte difficile da capire in
certe sue volute contaminazioni, non tutte prevedibili o condivisibili, forse
per entrambe le cose, quell’anno decidemmo di esporci all’opinione pubblica
cittadina in una forma tanto spudorata quanto enigmatica. Alla fine di quel
nostro documento si leggeva infatti questo messaggio: ”Solidarietà per
Sebastiana e Carmela. Non siete sole, le donne di Catania hanno capito”.
Chi erano Sebastiana e Carmela? E cosa avevano
capito le donne di Catania per essere solidali con loro? Esse erano,
semplicemente, due assassine, due amiche che avevano vendicato la violenza
sessuale subita dalla figlia di una di loro da parte del proprio padre (o zio,
non ricordo bene) uccidendo il violentatore: l’agguato, il delitto e
l’abbandono del corpo morto nell’atrio della questura, la propria immediata
consegna alla legge, furono i gesti fulminei di una vendetta arcaica che ci
stupì non senza compiacimento, come tutte avremmo più tardi ammesso.
Saranno ancora in galera, Sebastiana e Carmela? Spero
di no. Di quei giorni ricordo che nel clima acceso del dibattito in Parlamento,
nelle lungaggini e nell’oscenità delle argomentazioni degli uomini politici, il
loro gesto sbrigativo e furioso ci sembrò che rendesse a noi tutte giustizia
più equa rispetto a quel reato dispari consumato da sempre sulle donne; ci
sembrò che la giustizia privata delle madri desse conto della nostra e della
loro rabbia dolorosa per quella bambina più e meglio di quanto in quel momento
non lo facessero duecento anni di democrazia garantista, visto che in
Parlamento si metteva ancora in scena l’ennesima rappresentazione di una
controversia per noi indecente, se la violenza sessuale offendesse la morale o
la persona.
Quel volantino fece scandalo, e non solo nel senso
comune. Ricordo che venne a intervistarci da Roma Gabriella Lapasini della
redazione di “Noi donne”, turbata e perplessa davanti a un nostro preteso giustizialismo,
forse pensando di trovarsi di fronte a un’orda di femministe in cultura di
mafia. Non credo che le nostre ragioni l’avessero convinta, né so se oggi le
riproporremmo uguali. Resta il fatto che tutte le volte in cui nel corso di
laboratori sulla violenza sessuale ho evocato il fantasma dell’immaginario
femminile ereditato (prima di procedere alla necessaria produzione di una
immaginazione di giustizia), la dichiarata e furiosa truculenta delle pene
proposte dalle corsiste mi hanno fatto sempre pensare a Sebastiana e Carmela, a
quel loro rendersi e rendere giustizia fuori legge, barbaramente, così come
barbaro e fuori legge è lo stupro, e l’aver tenuto le donne artatamente e
protervamente fuori dalla polis.
Il tempo ritrovato
Il dibattito aperto dalla presentazione della
proposta di legge di iniziativa popolare sulla violenza sessuale aveva trovato
a Catania coincidenza e risonanza soprattutto nel nesso guerra-violenza. La
riflessione sul nucleare iniziata l’anno precedente continuava, con l’aggiunta
di elementi scaturiti dal dibattito nazionale sulla violenza: “ogni donna è una
persona”, dicevamo.
A rileggere l’enfasi con la quale facevamo questa
affermazione mi viene da pensare oggi che forse essa celava sotto sotto un
desiderio di neutralità riposante; come se la reificazione del corpo femminile
nel reato di violenza sancisse in qualche modo una differenza ancora una volta
naturale, ascrivibile alla ferinità dei rapporti tra i sessi piuttosto che ai
modelli culturali dominanti, all’onore in nome e per conto di lui piuttosto che
alla dignità in nome e per conto di lei, una naturalità della violenza alla
quale volevamo sottrarci facendo ricorso al meglio della tradizione politica
maschile. Per questo col senno di poi mi sembra che in quella frase abbia
trovato estremo rifugio l’idea storica, settecentesca, dell’universalità dei
diritti umani, che il Movimento scelse di far propria in anni di ribadita
differenza; non so quanto opportunamente visto che i risultati furono, e sono,
notoriamente magri. Ma c’era forse in questa scelta una presa di posizione,
ancora non del tutto consapevole, rispetto al dilemma in essa implicito, che
toccava il cuore della cittadinanza femminile: la persona è anche donna (i
soggetti sono due e differenti) o anche la donna è persona (la persona è un
neutro di cui la donna sarebbe una specificazione). In quegli anni e in quella
scena preferimmo dirci persone.
Anche qui, come sempre per noi, le parole amavano
contaminare il discorso. Alla condivisione di questa parola d’ordine nazionale
noi di Catania aggiungemmo infatti una ulteriore riflessione sulla pace, poiché
“la pace può essere violenza se non scopre le radici della violenza, le
denuncia e le distrugge”. E subito tutti i temi si precipitarono nel testo:
critica del dibattito sulla legge in Parlamento, e contestuale apertura di una
vertenza generale col Comune di Catania, costruita punto per punto sin dalla
vittoria dei due No. Tale vertenza, che cercava di mettere a fuoco i bisogni
urgenti e i desideri riposti delle donne catanesi alla luce di una più precisa
idea di cittadinanza, come noi allora la intendevamo, aveva al centro la
richiesta di una Casa della donna. Reiterata a varie successive
amministrazioni, nel susseguirsi esasperante di incontri, riunioni, sit-in, questa
richiesta inevasa condusse a una riflessione pessimistica sul rapporto tra le
donne e le istituzioni, di cui il nulla di fatto fu il sigillo.
Un passo indietro. Anni di vagabondaggio da una
sede all’altra ci avevano rese impazienti. Ospitit dapprima dell’UDI, a sua
volta ospite del Sindacato inquilini in via XX Settembre, nella zona elegante
della città, eravamo transitate successivamente per la sede di Democrazia
Proletaria, in via Sant’Orsola, nel cuore del centro storico. Infine, nelle
more dell’affidamento di uno spazio da parte del Comune (la vicenda della casa
di via dottore fu l’apice della beffa, come l’archivio racconta), approdammo a piazza
Spirito Santo 4. Qui, al confine tra il vecchio centro sventrato dalle
speculazioni edilizie degli anni ’60 e il cuore della città ottocentesca (dove
un vecchio chiosco di bibite, residuo di una Catania di fine secolo vivace di affari
e di passioni politiche sembrava vigilare come sentinella di guardia), qui noi,
che confini ne varcavamo di continuo a rischio di scivoloni, affittammo un
piccolo super attico avventuroso, verso il quale ci arrampicavamo certe di
trovare il gusto della parola in punta di lingua, occhi ridenti quasi sempre,
lacrime ancora rare, litigate ancora feconde, cuscinoni accoglienti per terra,
un freddo quasi da poter affettare, il grigio morbido degli intonaci catabasi
oltre i balconi, e un calore che non era solo del thè, in quelle due stanze
tutte per noi.
Dopo la scala centrale del palazzo, una scaletta di
legno ci obbligava a salire una per una, sfiorando coi fianchi le pareti, che
ci piacque tappezzare con tutti i cartelli delle nostre manifestazioni, in
ordine cronologico: un modo per ripassare ad ogni ascesa la nostra storia, un
vero e proprio percorso promemoria e i cartelli li abbiamo tutti conservati,
pronti a rinascere in un futuro inventario).
Ma il piacere della visibilità e del pubblico
riconoscimento, la certezza della nostra utilità sociale e politica che ancora
ci animava, era per noi in quegli anni obiettivo più ambito di quel piccolo
paradiso pagato di tasca nostra. Quindi, vertenza con Comune.
L’8 marzo 1982 è il momento cruciale di questo
faccia a faccia. Questi i punti della vertenza:
- richiesta di uno spazio autogestito da adibire a
Casa della donna;
- impegno del Comune sulla effettiva applicazione
della legge 194 e inchiesta sulle condizioni del parto negli ospedali
cittadini;
- apertura di consultori e asili nido;
- dichiarazione del territorio catanese come “zona
non nucleare”;
- impegno politico per la riconversione delle
industrie belliche, per la riduzione delle spese militari e per l’aumento delle
spese sociali;
- impegno politico per sostenere la legge sulla
violenza sessuale in discussione in Parlamento, nella versione proposta dal
Movimento femminista;
- impegno politico per la promozione della ricerca
scientifica sulla contraccezione maschile e di corsi di informazione sessuale
nelle scuole e nei consultori;
- impegno politico per la costituzione di una
Commissione d’inchiesta sulla condizione delle donne nelle carceri italiane.
Il bilancio di questo rapporto fallimentare viene
fatto nell’ottobre del 1982, nel corso del Seminario Le donne, il tempo
ritrovato e le istituzioni.
Ancora una volta, per le donne del Coordinamento la
riflessione e la comunicazione vanno di pari passo con l’azione politica. Nel
documento che conclude il seminario (IAC, VII e, 482), sono indicati alcuni
punti di non ritorno nel rapporto tra le donne e le istituzioni: pratica politica
come critica della politica; denuncia del silenzio istituzionale
dell’opposizione democratica; necessità del conflitto; individuazione del cuore
dell’attacco al patriarcato: la famiglia. Per questo “ogni atto politico
prodotto dal movimento delle donne deve portare il segno della critica della famiglia
come istituzione, e dei ruoli che in essa si cristallizzano: altra cosa è la
famiglia degli affetti”. Così chiudemmo unilateralmente la vertenza.
Da quel momento in poi il Coordinamento avrebbe
concentrato il suo impegno su violenza e disarmo, in particolare sul nesso tra
violenza militare e violenza sessuale, già reso esplicito nel documento dell’8
marzo 1982.
Successivamente, l’8 marzo 1983, il circuito
internazionale di comunicazione politica cresciuto in quegli anni porterà
migliaia di donne provenienti da tutto il mondo a Comiso, a manifestare davanti
alla base NATO sotto lo slogan coniato dal Coordinamento catanese “Donne e
disarmo: una parola in più”, mentre l’aula consiliare del Comune di Catania
verrà occupata simbolicamente, per sottolineare la continuità, nella storia
delle donne, tra pace e guerra, tra diritti politici, civili e sociali, tutti i
giorni.
La nuvola e l’onda
Fin dal documento dell’81 il tema del disarmo aveva
impegnato la nostra riflessione. Due anni dopo, nel documento per Comiso, la
nostra distanza dal senso comune dell’8 marzo la scrivemmo già nel titolo: “Le
mimose? No grazie, preferiamo il futuro” (IAC, IX f, 666). Anche qui, mettere
insieme era la nostra più grande preoccupazione: insieme pubblico e privato,
grande e piccolo, astratto e concreto, responsabilità e delega.
Il Movimento catanese scelse di rappresentare il
disarmo, e di autorappresentarsi, inventando un’immagine nuova, l’onda: se “la
pace è una nuvola ferma nel cielo, il disarmo è un’onda lunga nel mare pulito”;
e anche sul manifesto di quell’8 marzo, sotto un grande simbolo femminista che
teneva al suo interno i capi di una ragnatela, simbolo internazionale del
movimento femminista pacifista per il disarmo unilaterale, si muoveva l’onda
lunga del femminismo, quella che collegava Greenham Common, Seneca Falls e Comiso,
inarrestabile.
Lo stereotipo dominante sulla bontà naturale delle
donne, che le renderebbe istintivamente pacifiste, ci faceva molto arrabbiare;
per questo proponemmo quelle due immagini distinte. Ci sentivamo forti e
furiose, per niente pacificate. La domanda che ci ponevamo era questa: come mai
la forza maschile si declina nell’impotenza della violenza e quella femminile
nel coraggio della non violenza? Ci sembrava che ancora una volta le risposte
andassero cercate alle radici del rapporto tra i sessi, in quel sogno di onnipotenza
e in quel rifiuto del limite che aveva accompagnato l’evoluzione psichica dei
maschi. Per questo, e fuor di dubbio, il rimedio storico contro il militarismo
gerarchico era l’autodeterminazione delle donne, e a questa contrapposizione
primaria aggiungemmo una sequela di contro e di per che scrivemmo sul
documento, quasi uno specchietto riassuntivo, un pro memoria della pratica
politica di quegli anni.
Ci furono azioni non violente, manifestazioni,
blocchi, e anche arresti, sull’onda lunga di quell’8 marzo internazionale a Comiso:
12 pacifiste arrestate, e un anno dopo il processo. Poi la sordina fu messa, e
il movimento prese altre vie, verso altri “luoghi difficili”, nei quali la
radice antimilitarista di Comiso avrebbe incrociato i temi dell’ecofemminismo,
della transculturalità, della critica alla globalizzazione, attraversando il
conflitto in Medio Oriente e nei Balcani, con una tappa a Pechino, per un bilancio
e oltre.
Il desiderio certo
L’auspicato disarmo nucleare, collante estremo ed
esterno delle nostre multiformi diversità, non coincise col disarmo delle
contraddizioni interne al Coordinamento.
Mentre la politica tra dentro e fuori si
afflosciava, tra noi implodevano tutte le dualità millenarie che puntualmente
si ripresentavano a dividerci, a dispetto di una sorellanza che ormai appariva
obsoleta: la polemica etero-lesbica, quella tra corporeità e parola, tra figlie
del padre e figlie della madre, tra movimentiste e sindacalizzate, e via
dicendo.
Camminare sul crinale aveva avuto l’esito
paradossale di privarci sia delle risorse femministe del “dentro”, sia degli
strumenti pragmatici del “fuori”. Sperimentavamo in quei giorni l’imprevedibile
barbarie di ritorno che spesso abita molti luoghi di donne, come da quel
momento in avanti sarebbe stato sempre più chiaro. Un malessere crescente, che
una pratica femminista avrebbe forse tentato di analizzare, impregnava le
nostra relazioni, che pure si nutrivano ancora di quella piacevolezza dello
stare tra donne che è il sapore squisito del separatismo.
Se avessimo deciso di fare definitivamente un passo
verso fuori (ma non eravamo nate per questo), avremmo saputo forse pronunciare
a voce alta il nome di quel malessere, che era “potere”, né più né meno, tra
più e meno, tra noi, potere che subdolamente pretendeva il corpo rotondo di una
donna, tanto più difficile da analizzare quanto più quelle forme apparivamo
materne. Parlo di me, soprattutto, ma quella trappola fu azionata da tutte, e
tutte ci facemmo male, credo, per quell’impossibilità, che fu politica e
collettiva, di trovare le famose nuove parole e i nuovi metodi per tirarcene
fuori.
Quella ferita ancora mi fa male, e questo libro ne
è in parte testimone, nella sua struttura, nel suo travagliato farsi, fin nella
sua scrittura. Ma una lezione l’avevo imparata, quasi una parabola: so adesso
quanto ingannevole possa essere affidare solo ai corpi, anche e soprattutto a
corpi femminili, la risoluzione delle controversie, dei conflitti di potere,
fidandoci della nostra pretesa naturale propensione alle relazioni. Certo,
tendenzialmente siamo più orientate al buon senso, per atavica delega della
cura, e forse la comune potenzialità materna da qualche parte in tutte si
esprime, ma il passaggio dal dire al fare è ancora una volta politico, e non
può sottrarsi al vaglio di una pratica condivisa, alla responsabilità
dell’onere della prova: la “verifica di identità” dell’autocoscienza, lo svelamento
del rapporto tra sessualità e potere. Non così, e per motivi opposti, nei
luoghi tradizionali e nei luoghi femministi, dove il potere si vede, o se ne
parla. Sicché tutte le volte che entro in un “luogo di donne”, sapere che il
senso comune del potere prima o poi entra dalla finestra se viene lasciato
fuori dalla porta mi rende più intelligente, e cerco sempre di modi per
spogliare la regina madre; e adesso so pure che in questo spogliarello si
misura la forza euristica, e politica, del partire da sé.
Non a caso la proposta milanese dell’affidamento fu
pensata in quei medesimi anni, proprio nel tentativo di dare forma simbolica
nuova al problema del potere tra donne. Un passaggio già accennato, che qui
richiamo perché si colloca nel clima di quei nostri gironi a Catania. In quel
momento il modo proposto dal “Sottosopra verde”, quell’apprestare soluzioni
certe poco interrogando le cause del conflitto, non sembrò infatti a noi un
nuovo metodo, quello che andavamo cercando. I sentimenti duri che tra noi
correvano ci sembravano comporre uno scenario più complicato di quanto quella
semplificazione volesse far intendere, e la pratica della disparità tra donne
troppo schematica per dar conto dell’intricato intreccio di maschile e
femminile, di padri e madri, di fantasmi di sorellanza che emergevano a
chiedere conto dell’uguaglianza tradita, di disparità dolorose, infantili e in
addomesticabili perché liberamente fuori da qualsiasi idea di domesticità, di
stratificazioni esistenziali sconvolte da terremoti interiori d’alto grado, insomma
da noi com’eravamo allora. Quella pacificazione del campo come regole certe e
obbedienze rigide all’insegna di una necessaria trascendenza femminile ci raggiunse
di striscio, e per quel poco ci trovò perplesse. Dopo ci saremmo separate,
anche su questo.
In quei mesi convulsi dopo Comiso la formazione di
gruppi di riflessione sembrò la via più giusta per dar voce alle nostre
diversità, una scelta non facile e per niente indolore: materno, lesbismo,
donne e salute, e ancora pace e disarmo, questi temi ricordo. Così, armate
delle solite speranze, affrontammo l’otto marzo 1984.
Quell’anno la parola d’ordine nazionale era “Le
donne con le donne possono2, una frase che a mia memoria piacque molto a tutte,
perché ci faceva sentire forti, più forti dei dubbi che ci attraversavano la
mente.
Nel documento rituale[3],
come sempre il già fatto si intrecciava al da farsi, con una preoccupazione di
lasciare traccia sempre più esplicita e insistente. Mai come in questo testo
infatti le citazioni dei nostri documenti precedenti si succedono una dopo
l’altra, virgolette continuamente aperte e chiuse sul passato a fare un collage
di nuove affermazioni, e di propositi futuri, nella convinzione che “cercarci,
unirci, trasgredire è ormai per noi l’unica possibilità di strappare le
maschere deformanti e soffocanti”. “Maschere”: avevo dimenticato questa immagine,
quest’idea di trasgressione legata al gesto dello svelamento, ancora noi
convinte che una verità nuda e certa vi fosse sotto, quella dei nostri visi
veri, sotto il cerone e il fard del patriarcato. Pochi mesi ancora, e avremmo
scoperto da sole che sotto c’erano altre maschere, e poi altre ancora, così
stratificate da indurre molte a sottrarsi alla fatica di togliersele, almeno in
quel luogo (poiché ancora speravamo che il gesto ci avrebbe fatto vivere
meglio, testimoniando per noi e tra noi, e fors’anche per le altre e gli altri,
il potere salvifico del femminismo).
Più avanti nel testo appaiono parole chiave, e
grandi preoccupazioni sulla nostra inadeguatezza sociale, un tormento
strisciante e continuo, quasi un sottotesto nella pratica politica di quegli
anni.
Avremmo coniato una moneta d’oro puro, dicevamo, ma
non aveva corso legale, forse perché con quell’idea di legalità non avevamo mai
voluto fare i conti; essa non era spendibile quindi, visto che “le cose in cui
crediamo, i modi che ci esprimono, sono gli stessi che la società ci rimanda come
limiti, insufficienze, colpe”. Lo scacco di Comiso e quello del rapporto con le
istituzioni ancora ci bruciavano, e la scelta di fare gruppi di interesse, se
da una parte ci dava fiato, dall’altra era verosimilmente un ripiego, perché
frantumava quella libera complessità, quel singolare e civile disordine che era
la sostanza della nostra pratica negli anni trascorsi. Per questo il documento
proponeva pensieri arditi, come una summa estrema, ancora sperando di poterli
usare, di poterli rendere visibili e comunicare, alle altre, agli altri. Soprattutto:
rifiuto della competitività come rifiuto della sopraffazione e come valorizzazione
della diversità; conoscenza come rifiuto della specializzazione e orgoglio
della frammentarietà, contro tutte le dualità ereditate; materialità
dell’esperienza corporea, da non sublimare, eccetera.
Alla fine del testo, un occhiello: la nostra
adesione alla manifestazione indetta dalle studentesse, da molte figlie di
tutte noi. Fummo felici e contente quel giorno, e certe di aver passato il
testimone, di fronte a quello striscione azzurro sul quale molti colori
componevano una scritta promettente: “Usciamo da casa per fare un mondo nuovo”.
C’era in questa frase una sintesi felice di emancipazione e liberazione – come
il mio occhio di vecchia femminista lesse – per quell’idea del far tardi
uscendo da casa, giusto perché impegnate a fare un mondo nuovo: un’ottima scusa
per tutte loro, che avevano l’età delle mie figlie, anch’esse a sgolarsi là in
mezzo; ed io, che pure le guardavo con orgoglio, non ne potevo più di quella
faticosa contrattazione di libertà e responsabilità, tutti i santi giorni (anche
se in quel momento sembrava che quei volti sorridenti e accaldati fossero la
prova lampante delle proprietà salutari del femminismo). Poi crebbero, e si sarebbe
parlato di “femminismo diffuso”.
Alcune di noi sapevano che la dissipazione della forza
rivoluzionaria delle donne era altre volte accaduta – le nostre antenate della
rivoluzione francese, le suffragiste – ed era quindi ancora nel conto di una
memoria storica che ciclicamente si inabissava nell’oblio, e per questo ci
tremava il cuore, nonostante quei visi.
Del gruppo che chiamammo “Demetra”, nel quale si
riunirono alcune madri inquiete e appassionate in cerca di nuovi significati del
materno radicati nell’esperienza della maternità, ci sono tracce consistenti
nell’archivio: scritti informali e pubblici, e frammenti di una nostra
organizzata quell’otto marzo al fine di mettere insieme immagini impensate di
quel “riattraversamento del materno”, come allora dicevamo, che tanto ci stava
a cuore: volevamo lasciare tracce, e volevano essere viste in quel nostro fare,
prima che ancora una volta ci dividessero tra menti sublimi e corpi muti.
Dopo il solito gran parlare appassionato chiamammo
accanto a noi anche le nostre figlie, a rappresentare coi loro corpi
adolescenti, e noi con loro in vortici d’abbracci (le foto luminose di Mira!),
un passaggio d’esperienza che sentivamo radicato nella carne eppure raccontato
dalla storia, sempre sperando che le tracce di quei gesti amorosi per sempre
sarebbero rimasti segno di un passaggio di coscienza e di pensiero,
rispettosamente e teneramente.
Più tardi, su “nd”, supplemento a “Noi donne” del
maggio 1984, pubblicammo una pagina autogestita (IAC, VI, e, 445). Sotto il
titolo Generazione tra donne. Frammenti di immagini sul materno cercammo di
raccontare con un linguaggio che oggi mi appare enfatico esperienze che ancora
mi appaiono autentiche, come erano: il corpo materno stretto tra solitudine e
libertà, il potere della vita e della morte, lo scacco dell’emancipazione delle
figlie, la differenza della differenza, come chiamammo la condizione di madre
di un figlio maschio, l'eccesso della gravidanza, che disordina la percezione
dello spazio e del tempo; e infine quel titolo, che era una verifica e una
speranza insieme: esso diceva che il generare non era soltanto un evento
biologico, verticale, ma soprattutto un evento rivoluzionario dell’ordine
simbolico dominante, a patto che non si separasse questo da quello, e che il
ripensamento avesse luogo a partire dalla corporeità, in una relazione politica
tra donne, circolare: generazione tra donne, produzione di nuovi significati
non solo sul materno, ma anche e soprattutto, a partire da esso. Così per me,
così ancora per me, così in quel testo chiaramente scritto, mi pare. La memoria
delle altre è coincidente? È divergente? Come ha lavorato il tempo su quella
storia comune? Domande che continuo a ripropormi, inevitabili, inevase,
necessarie.
Degli altri gruppi ci sono scarse tracce nell’archivio,
perché scrivere non era la cosa che preferivamo. Qualche notizia, forse memorie
individuali e altre carte sparse in giro, da recuperare.
A ripensarci, e confrontando le date, fu proprio su
questo nodo maternità-materno-lesbismo che si ebbe la prima grande crisi del Coordinamento.
Ricordo la violenza con la quale alcune di noi, madri e non madri, accusarono
altre di noi, che madri e non madri anch’esse erano, di avere subìto nel corpo
una colonizzazione maschile per aver accettato la gravidanza, o solo per aver
pensato possibile accettarla; ricordo il conflitto insanabile tra un materno
ripensato a partire dall’esperienza della maternità e un materno pensato
esclusivamente come generazione di rapporti politici e di cura tra donne
adulte, in un paradossale diniego della propria storia di figlie. In quella
circostanza l’irriducibilità delle donne lesbiche a qualsiasi forma di dialogo
con le donne eterosessuali, e viceversa, fu assoluta. Ma c’era evidentemente
dell’altro, desideri divergenti che ci separavano senza rimedio in una sorta di
fisiologia dei corpi politici che aveva prodotto intolleranze ormai
inguaribili: alcune se ne andarono, dando vita a “Le Papesse”, e il cerchio del
grande gruppo cominciò a restringersi.
Verosimilmente, la maternità e il materno erano
state solo le micce di una esplosione che covava da tempo. Quando essa accadde
lì per lì ci sentimmo tutte più libere e leggere, tanto lacerante e sterile era
stato il conflitto. Ben presto però l’abbandono delle lesbiche ci apparve nella
sua verità più vera, come il segno vistoso di una nostra incapacità politica, perché
non riuscimmo a trovare una mediazione che ci consentisse di governare il
rapporto tra differenza delle donne e diversità tra le donne, che fosse in
grado di salvare il gruppo, le lotte, le risate, le litigate.
I corpi della memoria
Quando l’8 marzo 1985 decidemmo di sfilare per le
strade cittadine esibendo uno dopo l’altro in ordine cronologico gli striscioni
che avevano segnato emblematicamente le battaglie del Coordinamento nel corso
dei suoi cinque anni di esistenza politica, in testa Noi utopia delle donne di
ieri, memoria delle donne di domani, ancora non sapevamo che da lì a pochi mesi
la sede di Piazza Spirito Santo 4 sarebbe stata chiusa definitivamente, e gli
striscioni, assieme alle carte e ai libri, sarebbero stati messi a dormire per
lunghi anni in un garage privato. Ma non c’era altro da fare.
Eppure nel documento rituale (IAC, XI c 7, 882),
quasi un commento a quel gesto orgoglioso - voler mostrare a una città stupita
la nostra inusitata signoria sul tempo, sul tempo effimero del movimento, sul
tempo ritrovato della nostra storia individuale e su un tempo storico non più
estraneo – si inseguivano parole ancora felicemente dissonanti, in un
linguaggio contaminato che voleva segnalare il taglio avvenuto e irreversibile
nelle nostre vite e nel cuore del patriarcato: non saremmo più tornate
indietro.
Lì, in quegli striscioni ordinati in fila e in quel
discorso volutamente disordinato, si sanava la ferita originaria tra mente e
corpo, perché utopia e memoria, parole enfatiche della tradizione politica e
storica, acquistavano un’enfasi nuova, quotidiana. Scritte con scrittura
infantile, messe a mo’ di cornice tutto intorno al testo vero e proprio, si
rincorrevano frasi insolite, perché utopia era anche “avere insieme tutte le
età della vita… stravolgere i luoghi comuni… dare valore ad ogni vissuto di
donna… allungare una mano e trovarne un’altra” e così via; mentre memoria era
“un’impronta sul mio corpo… nostalgia di futuro… profumo di glicine a dicembre…
una catena di corpi di donna attraverso la storia… memoria è oggi, tra un
minuto e un altro”.
Ancora una volta tutto si teneva: legge 194,
critica dei ruoli, affermazione dei diritti, e una parola insolita a far da
colla, “gioco”, come gioco di parole, come il giocare altrui sulla nostra pelle,
come gioco politico interrotto da riprendere; gioco nella grafica del documento
e in quella ellissi del titolo, che chiudeva per aprire su una nuova
possibilità politica (“abbiamo costruito un Centro di documentazione”). Questo
progetto ci avrebbe fatte forti del nostro passato, ci avrebbe consentito di
far incontrare la memoria del suffragismo con quella nostalgia del futuro che
dopo i missili a Comiso tutte sentivamo nella pancia.
Così i nostri corpi raccontavano i cinque anni
trascorsi portandone a spasso per le vie di Catania la memoria giovane,
pensando al corpo del Centro che volevamo far nascere - una nuova utopia - del
quale già prefiguravamo la forma. Tra il marzo e l’ottobre di quell’anno
infatti, alcune di noi si misero di buona lena a riordinare le carte del
Coordinamento, ancora sperando che una Casa della donna, per anni chiesta al
Comune, potesse dignitosamente accoglierle.
Pensavamo a una crisi di crescenza più che alla
fine del gruppo. E forse c’era in questo pensare una parte di verità, se con
quel gesto nasceva l’evento politico che oggi comincia a respirare da solo, il
necessario transito dalla memoria dei corpi ai corpi della memoria, di cui l’archivio
e il suo inventario sono espressione. Ma non solo per questo.
Il Gruppo del Venerdì
Da lì a pochi mesi, sempre per sperimentare
pratiche che tenessero insieme corpi e parole, un altro pezzo del Coordinamento
si staccava dando vita a un gruppo nuovo, “Le Lune”. La fine del vecchio gruppo
sembrava ormai inevitabile, ma fu evitata.
Alcune irriducibili si strinsero in un cerchio più
piccolo in cerca di ragioni più grandi. Dopo tanti giochi di parole si
chiamarono, ci chiamammo, nel modo un po’ banale del giorno del nostro incontro
settimanale, contente che nella scelta del giorno più comodo fosse proprio
toccato a Venere il privilegio di indicare il piacere e la bellezza di quel
nostro residuale, disincantato, modo di stare insieme.
Iniziava, iniziammo, quell’altro pezzo della nostra
storia oscurando la lampada alla finestra: le viandanti, le altre che se ne erano
andate, più niente avrebbero potuto aspettarsi da noi (così orgogliose ci
negammo), che per noi stesse soltanto cominciammo a parlare di felicità.
Tuttavia il vecchio tarlo della responsabilità
politica rodeva ancora, visto che pochi mesi dopo, nel giugno 1986, proponevamo
alle altre, a tutte le altre, a quelle che se ne erano andate e a quelle che
non erano mai entrate, alcune riflessioni che volevano continuare dall’inizio,
abbandonando tutte le questioni del “fuori” e riprendendo in mano le questioni
del “dentro” che giacevano al fondo di ciascuna di noi, irrisolte: riparlammo
di sessualità.
L’ambiguo desiderio
Fu questo il nome di quel Seminario, e su questa ambiguità
ci giocammo tutte le certezze del passato, andando al fondo delle inquietudini
aperte dalla irrisolta controversia etero-lesbica giù giù fino alla critica
della centralità amorosa nelle nostre vite.
Il bisogno di questo decentramento nasceva dalla
disillusione per i molti “oltre” pensati e mai raggiunti, sicché scegliemmo,
dopo anni di speranze riposte nell’utopia del cambiamento collettivo, di fare
un passo a lato per trovare una misura realistica del nostro sguardo su noi
stesse: pensavamo di nuovo che il mondo potesse attendere, perché “ i tempi
delle donne sono i tempi che le donne si danno”, e l’utopia, come avevamo
scritto, o era lì tra noi, o non c’era per niente. E noi, dove eravamo?
Certamente non eravamo più là dove gli uomini ci avevano collocate e dove
speravano ancora di trovarci; eravamo mobili ed eccentriche, e così volevamo
durare. E gli uomini, dove li avevamo collocati? Quale era il residuo erotico
del femminismo nei nostri rapporti con loro? E con le donne?
Ricordo una stanza affollata: moltissime, accosciate
e in piedi, al “Centro Voltaire” in piazza Manganelli. Ricordo un dibattito
acceso, e la sensazione di aver fatto buoni propositi per l’avvenire. Anche se
il clima era ormai mutato osammo, seppure con timore, porre ancora una volta la
nostra sessualità al centro della scena politica cittadina, ignare che sarebbe
stata l’ultima volta.
Da quel giorno non ci siamo più interrogate
esplicitamente sulla nostra fedeltà a quei pensieri, preferendo scambiarci
sguardi rispettosamente obliqui sulle nostre vite complicate, un acquisto di
pudore che è andato di pari passo con la perdita di quella spudoratezza sulla
quale avevamo scommesso le sorti del nuovo gruppo; certo ancora pensiamo che il
personale è politico, ma è più difficile dirlo, ancora più difficile farlo.
Dall’archivio all’inventario
L’archivio di un gruppo femminista è il corpo
ereditato di un soggetto politico collettivo, che ne ha abbozzato la forma
memorabile. La compilazione dell’inventario di quell’archivio è verosimilmente
il corpo finito, ri-finito di quell’abbozzo di memoria.
Le questioni che si pongono in questo transito sono
quindi sostanzialmente politiche: c’è continuità o discontinuità tra l’esito
delle pratiche di ieri e quello delle pratiche di oggi? Dura, e come, il
mutamento? Quale può essere oggi la forma politica di questo transito?
Tra ieri e oggi, scansione elementare del tempo
storico, si aprono pertanto e subito questioni di metodo, specie se l’oggetto
della ricerca e la storica si qualificano col medesimo aggettivo: femminista.
Può accadere infatti, e forse dovrebbe, che ogni rilettura del passato, di quel
passato, muova nuovi significati nel presente reiterando l'acquisto di
consapevolezza che fu già dell'evento studiato.
Questa nuova occasione si presenta in prima battuta
a chi lavora alle fonti, alla sistemazione degli archivi, alla costruzione dei
topografici. Qui la conservazione della memoria del femminismo si divarica da
quella storia delle donne e della storia tout court. E ciò perché la radicalità
di quel taglio politico ed epistemologico nel tessuto della politica e della
storia non può essere politicamente ignorato al momento dell’archiviazione e
dell’inventariazione di quella medesima storia. Insisto: il nuovo inizio che il
partire dal sé inaugura ogni volta che una donna prende la parola riapre di continuo
la questione, prefigurando scenari nei quali gli strumenti ereditati sono
temprati, o accantonati, sulla base di nuove esigenze.
Per questo, e senza voler avere la pretesa di
definire un modello unico e generalizzabile di conservazione di questo tipo di
materiali, ma alla luce dei problemi che mi si sono presentati nel corso della
ricerca, penso che documenti, volantini, corrispondenza, parole chiave, foto,
manifesti del femminismo debbano essere guardati in un doppio contesto, quello
originario e intricato dell’evento politico, e quello, politico e storiografico
insieme, della rilettura dell’evento al fine della sua conservazione.
Questo lavoro si complica se a rileggere quella
storia è un gruppo, lo stesso che la visse, o un altro; occorrerà in questo
caso dare spazio alle relazioni interne, registrarne la voce, tradurre il fatto
in nuova occasione di consapevolezza, segnalare in qualche modo questo
passaggio di mano come un gesto politicamente rilevante, e quindi anch’esso degno
di memoria, si da rendere leggibile ai posteri la stratigrafia di quei
documenti.
Questo lavoro si complica ulteriormente se il passato
prende forma attraverso una relazione di reciprocità, quella che si muove tra
esperienza degli eventi agiti ed esperienza dell’ereditarli. È questo il
passaggio più delicato, perché carico di aspettative: nel rapporto tra la cura
della memoria e la sua trasmissibilità nasce infatti una relazione inusitata
che tocca il cuore stesso del legame tra generazioni, una relazione della quale
occorre definire confini e spazi di tradizione, di trasgressione e di
tradimento assolutamente necessari, perché vitali.
È stata questa consapevolezza a orientare il mio
sguardo sulle fonti, che mi è sembrato parlassero ancora a voce così alta da
rendere la loro archiviazione un problema politico oltre che tecnico e
storiografico. Ridare alle fonti la loro voce nel contesto della relazione tra
due donne che le ascoltano e le riascoltano ha significato per me e Sara rimettere
in gioco il femminismo, una pratica politica della risonanza che ci ha
puntualmente modificate, come già ieri accadeva nei collettivi: anche e
soprattutto in questo caso, poter misurare la durata del mutamento.
Non so quanto questo problema sia stato posto in
altre esperienze analoghe, e se esso sia stato affrontato negli archivi oggi
esistenti. Io ho cercato di non eluderlo, perché penso che la sua insufficiente
messa a fuoco abbia in parte ostacolato la nascita di archivi “eloquenti” del Movimento
femminista, non a caso ancora affastellati, ove esistenti, o forse “fermi”
rispetto alle loro potenzialità politiche di movimento. Penso questo perché nel
1985 noi ci arenammo su questo scoglio: la difficoltà di costruire un topografico
sufficientemente stabile nacque infatti per noi dalle questioni aperte da ogni
documento che ci passava per le mani, questioni politiche che avremmo voluto
affrontare e registrare, incorporandole nell’archivio stesso, poiché affrontare
il problema della memoria significava fare, ancora una volta, politica. Per questo
alla fine ci arrendemmo, avendo ormai poco fiato per fare nuovi progetti. Così
l’archivio rimase grossolanamente sistemato in cartoni.
I problemi nostri ieri mi si sono ripresentati tutti
oggi; per questo sono convinta che la nascita degli archivi del femminismo sia
una ricerca, una invenzione a volte, ovvero un trovare per essa il senso
attuale, “a partire da sé”, di materiali prodotti da altre, alcuni decenni
addietro, sempre “a partire da sé”. La lettura di questa doppia relazione,
oggi, e tra oggi e ieri, è quindi un percorso metodologico e politico insieme,
che nel suo praticarsi conferma la fecondità ermeneutica ed euristica del
femminismo.
Per tali ragioni, se l’archivio contiene la storia
del Coordinamento catanese, abbiamo voluto che tutto il libro componesse con la
sua stessa struttura un inventario plurale, a più voci, inventari quindi, che
segnalassero la reiterazione e la moltiplicazione del partire da sé, inducendo per
ciò stesso a una lettura stratigrafica del mutamento prodotto dal femminismo,
che ancora verosimilmente dura; inventari dove il mio scritto, quello di Sara,
e quelli di altre protagoniste, lasciano intravedere nello scarto delle molte
diversità vecchie e nuove trame di relazioni, incontri possibili; poi i
documenti, in cui il “noi” forte di quegli anni parla a chiare lettere; infine
l’inventario vero e proprio, che diligentemente descrive quelle carte
impolverate, in cui Sara ha fatto circolare aria fresca.
È questo il nuovo contesto politico nel quale quella
memoria appena abbozzata e deperibile ha ricevuto forma stabile, ed è diventata
fonte di una storia in qualche modo ancora in movimento.
Rispettare e inventare
La ricostruzione della storia del Coodinamento catanese,
nella minuta ritessitura degli eventi e dei nodi politici, non è compito di
questa ricerca. Essa si è preoccupata piuttosto di rendere accessibile le carte
conservate nel suo archivio, di tentare una lettura attuale di quelle più significative,
e di rendere visibile la durata del mutamento da esse prodotte; tutto ciò
partendo dal presupposto che il soggetto produttore fosse un soggetto
politicamente omogeneo, se non nella sua composizione, certamente nelle sue scelte
politiche. Tra queste, fuori di dubbio condivisa e consapevole fu la scelta di
consegnare ai posteri la propria memoria dandole una forma grosso modo
ordinata; e certamente quel primo rudimentale lavoro d’archivio non fu vano, se
esso ha consentito oggi la riscoperta di un tesoro di memoria dal quale questo
lavoro ha preso le mosse.
L’idea di partenza è stata quindi quella di dare
forma più che ordine a quel corpus omogeneo di carte, in considerazione delle
sue caratteristiche politiche e strutturali; forma perché espressione cartacea
di un corpo politico, il Coordinamento per l’Autodeterminazione, laddove dare
ordine avrebbe significato piegare quella forma iniziale di autorappresentazione
a misure in qualche modo disciplinanti, privando per ciò stesso l’archivio
della possibilità di essere visto così come il gruppo produttore lo aveva pensato.
Una volta riconosciuta piena soggettività politica
al Coordinamento si trattava di trarre dalle carte stesse suggerimenti per
costruire una griglia interpretativa che consentisse all’archivio di parlare
“femminista” attraverso il suo inventario, ma anche di non farci soggetti
passivi di questo evento imprigionandoci in una ortodossia tecnica che ci
avrebbe tutte ammutolite, me, Sara e le altre. Abbiamo quindi pensato di
mantenere l’ordine formale scelto dalle prime curatrici dell’archivio - dodici
scatole a busta con dodici titoli da loro imposti sul dorso - ma anche di
assumerci la responsabilità di una piccola audacia, quella di segnare il campo
della memoria collettiva con alcune nostre tracce del tempo presente, quindi
le mie parole, quelle di Sara e delle altre: un inventario nostri generis.
Naturalmente la carte parlano da sole, ma noi
abbiamo rafforzato la loro voce descrivendole attraverso una gerarchia di
rilevanze interna a ciascun documento al fine di dare a soggetto, oggetto,
tempo e spazio una sequenza conforme al modo in cui il Movimento femminista ha
praticato la soggettività, ha dato forma a pratiche e temi del suo impegno,
ripensandone il tempo e lo spazio.
Per questo per ciascun documento è stato messo
innanzi tutto in evidenza il soggetto produttore della fonte, e ciò perché, se
la storia delle donne e le sue categorie interpretative tendono a ricondurre
soprattutto ai soggetti i fatti storici, in quanto espressioni della loro
esperienza, a maggior ragione tale imputazione di soggettività va sottolineata
se il soggetto in questione è un gruppo femminista. Di questo gruppo l’archivio
racconta la vicenda politica, sia come storia delle parole e degli atti dal
medesimo detti e compiuti, sia come storia delle relazioni intrattenute con
altri gruppi politici di cui l’archivio conserva le carte a vario titolo e in
diversi tempi acquisite.
Subito dopo è stato indicato l’oggetto, ovvero il
titolo del documento, per consentire l’immediata relazione tra il chi e il cosa,
per avvicinare quanto più possibile soggetto e oggetto, quanto di più affine a
quella nozione di “pratica politica” che nel femminismo stringe in un sol gesto
il pensare e il fare. Questa argomentazione può apparire una forzatura, e forse
in parte lo è; ma essa dà conto di una ricerca che ha ritenuto politicamente e storiograficamente
opportuno far parlare queste carte in assonanza col tempo della loro produzione,
anche solo attraverso la segnalazione di un percorso da oggi a ieri e da ieri a
oggi, la cui continuità è stata interrotta dal nostro partire da noi, come ieri
era già accaduto.
Il tempo, quindi, è il passaggio successivo. Qui mi
è parso che solo la cronologia tradizionale, con la sua sequenza temporale
continua, riuscisse a rendere immediatamente leggibili nello loro durata, e
rispetto ai contesti di riferimento, parole ed eventi che di fatto
introducevano una discontinuità epocale nel senso comune della politica e della
storia, in quanto attribuivano una forza quasi salvifica a quel “partire da sé”
che tagliava corto con tutte le possibili continuità. Tenere insieme la
discontinuità del tempo politico con la necessaria continuità della sua
registrazione in un inventario è un fragile equilibrismo metodologico che va
tuttavia segnalato. Anche qui, non si tratta di sostituire certezze con altre
certezze, am di forzare il limite della disciplina stabilendo una misura nuova,
mobile, comoda e sincera, volutamente in-disciplinata, che usa liberamente
l’eredità pensando oltre.
Più semplice la questione dello spazio, quando esso
viene inteso in senso geografico. La sua forza nella definizione del documento
mi è parsa relativamente secondaria, per quella singolare geopolitica del
femminismo che accomunando centro e periferia in pratiche condivise, svelava
l’universalità della “condizione femminile” e il suo controcanto, anch’esso
universale, della liberazione dal patriarcato: che abitassimo al nord o al sud,
nostra patria era il mondo intero, questo sentivamo (e certamente l’esistenza
di un collettivo di “lotta femminista” a Gela, a partire dal 1971, conferma
questo assunto). Resterebbe tuttavia da fare un lavoro di rete, unendo i punti
di quel percorso intrecciato per ricostruire la trama delle relazioni informali
che il tam tam femminista riusciva a creare con stupefacente celerità al
momento convenuto. Era questo uno spazio tanto estemporaneo quanto stabile,
perché previsto, fatto dalla continua migrazione delle singole e dei gruppi da
un capo all’altro del “territorio femminista”, come testimonia la quantità di
volantini che trovavamo nelle tasche e nelle borse ad ogni ritorno: il nostro
archivio ne è pieno.
Attorno a questi quattro punti fermi sono stati
collocati altri elementi di identificazione per ogni singolo documento: la
tipologia, il tipo di scrittura, il numero di copie e di pagine, la completezza
o meno, se originale o copia, una datazione ipotetica in assenza di data certa,
e tutte le notazioni utili a farne una fonte riconoscibile, dotata di quanti
più attributi possibili, sì da darle un’immagine più precisa nel mare spesso
opaco e informe della letteratura grigia.
In questo spazio frammentario si è insinuata qua e
là la voce di Sara. Le avevo suggerito sin dall’inizio di registrare ogni
dubbio, ogni pensiero, ogni suggestione che dalla lettura di quelle carte fosse
emersa; sicché alla fine alcuni dei suoi dubbi hanno trovato spazio nella
schedatura minuta dei documenti, mentre le sue note in margine, i suoi pensieri
di giovane studiosa, di architetta femminista archivista imprevista, sono
diventati un patrimonio prezioso recuperato nel volume come Pensieri di
giornata, una sorta di diario di bordo di una navigazione a vista di cui il
nostro rapporto è stato terra di confine e di sconfinamento insieme.
Forse questa scelta poco ortodossa renderà più
difficile il lavoro di chi studierà in futuro queste carte, ma sono certa che
lo renderà anche più fruttuoso, consentendo di leggervi i segni della nostra
inquietudine, che abbiamo voluto memorizzare nella speranza che possa generare
nuove risorse politiche.
I 12 cartoni
Lo spoglio e l’inventariazione di tutte le carte ha
messo in luce la sostanziale conformità tra la loro collocazione nelle scatole
originarie e i temi affrontati dal Coordinamento nel corso dei suoi cinque anni
di vita. Ciascuna scatola ha mantenuto l’intestazione originaria, quella ad essa
attribuita nel 1985, poco prima dello scioglimento dell’associazione.
Il fondo si compone di 1048 documenti. I titoli,
gli anni di riferimento, e la ripartizione dei documenti hanno la sequenza che
segue:
I. Violenza sessuale, 1975-85; II. Separatismo- Femminismo,
1972-84; III. Aborto, 1975-84; IV. Donna e lavoro, 1976-83; V. Lesbismo,
1970-85; VI. Donna e salute, 1974-85; VII. Donna- Politica- Istituzioni, 1975-84;
VIII. Donna e cultura, 1975-86; IX. Donna e disarmo, 1980-84; X. Donna e
disarmo, 1981-84; XI. Collettivo “Differenza donna”- “Guarda che pacchia!”,-
Otto marzo- Casa della donna, 1975-1985; XII. Corrispondenza, comunicati,
1976-1984.
Guardare queste carte, e noi con loro, come un
corpo aperto, mobile, vivente, piuttosto che come un corpo chiuso, fermo,
custodito, è la scommessa di questo libro: lavori, e speranze, in corso.
Catania, settembre 2000