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Documenti > Rapporto
Antonio Mazzeo: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi:
Mentre l’anno volge al termine e si celebra il giorno
internazionale dei diritti umani, associazioni non governative, sindacati,
uffici degli enti locali preposti alla vigilanza dei diritti umani e le grandi
agenzie internazionali presentano i loro rapporti su quanto si è registrato
durante l’anno in Colombia in termini di violazione dei diritti umani e del
diritto internazionale umanitario. Il bilancio è senza dubbio il più drammatico che la storia
colombiana degli ultimi 50 anni abbia conosciuto. Seppur iniziato sotto gli auspici dell’apertura del dialogo di
pace tra il governo e la guerriglia delle Farc, il 2000 ha visto crescere
progressivamente il conflitto armato, che si è esteso a nuove aree del paese. Certamente, nella recrudescenza del conflitto ha pesato la
decisione dell’amministrazione degli Stati Uniti di varare un ingente pacchetto
di aiuti militari per oltre 1.300 milioni di dollari (il cosiddetto “Plan
Colombia”), formalmente per eradicare chimicamente la coca, più realisticamente
per sostenere le forze armate colombiane nelle lotta ai gruppi guerriglieri. Grazie al sostegno finanziario di alcuni importanti gruppi
economici nazionali e delle associazioni dei grandi allevatori, il
paramilitarismo di estrema destra ha potuto accrescere il numero e la brutalità
delle proprie incursioni contro la popolazione. L’anno si conclude con un’interminabile scia di sangue e di
violenze, con una trattativa che si trascina sempre più stanca, con oltre
300.000 di civili che hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni per fuggire
ai massacri degli attori armati, con l’esodo senza precedenti di cittadini che
lasciano la Colombia per rifugiarsi all’estero. La grave crisi socioeconomica
colombiana Mentre una parte della comunità internazionale sembra sempre più
intenzionata a condividere i piani militari e di aggiustamento strutturale del
governo colombiano, la situazione economica è diventata gravissima: il paese è
nel mezzo della sua peggiore recessione dopo il 1931, la domanda interna è
crollata, il settore industriale non regge la competizione con i produttori
emergenti del continente, la fuga di capitali è impetuosa. Secondo i dati
ufficiali dell’istituto nazionale di statistica, nel 1999 gli scambi si sono contratti
del 5,8% e il Prodotto Interno Lordo (Pil) si è ridotto del 4%. Di contro il
debito statale è invece triplicato in cinque anni; attualmente rappresenta il
42,8% del Pil (circa 606 dollari per abitante) e da solo assorbe annualmente
una quota del bilancio statale cinque volte superiore a quella programmata per
il settore degli investimenti produttivi. La disoccupazione ha superato il 20% e aumenta ogni giorno la
povertà e l’indigenza. Nelle maggiori città del paese, i nuovi disoccupati sono
cresciuti durante l’anno di 108.000 unità, mentre nel solo settore delle
piccola e media impresa nel biennio 1999-2000 sono stati eliminati oltre
400.000 posti di lavoro. L’unico settore dove a partire dall’agosto 2000 si
sono evidenziati timidi segnali di miglioramento è quello delle confezioni
tessili (3.500 nuovi occupati); qui però le condizioni lavorative e salariali
sono caratterizzate da un intenso sfruttamento del capitale umano (in
prevalenza femminile). Più di due colombiani su dieci hanno ingressi inferiori alla
‘linea d’indigenza’, cioè a dire: otto milioni di persone non sono in grado di
ottenere l’ingresso economico necessario a coprire il costo degli alimenti base
(“Rapporto sullo sviluppo umano per la Colombia 1998”). Per coloro che accedono
ad un lavoro, il reddito acquisito non garantisce i livelli minimi di
sopravvivenza: il 77% dei lavoratori percepisce appena un salario minimo
(260.000 lire circa), un altro 15% due salari minimi e solo l’8% più di due. In
Colombia si espande a vista d’occhio la precarietà e l’informalità
occupazionale: solo il 7,5% dei lavoratori colombiani è vincolato stabilmente
ad un’impresa o ad un impiego pubblico (rivista “Utopias”, n. 67, agosto 1999,
pag. 9). Come denuncia lo stesso Undp (il Programma delle Nazioni Unite per
lo Sviluppo), la recessione è il risultato più evidente della politica
neoliberista intrapresa a fine anni ‘80 e a cui gli ultimi governi hanno dato
un’accelerazione tagliando gli investimenti nelle politiche sociali. “Gli aggiustamenti macroeconomici hanno avuto
costi sociali e incidenze negative rappresentate dai minori redditi, dal
deterioramento del capitale umano, dalla disoccupazione e dalla maggiore
disuguaglianza” scrive Undp (rapporto del Undp sull’anno 1999). Gli indicatori della disastrosa politica economica sottolineano
la forte distorsione nella ridistribuzione del reddito e delle ricchezze:
secondo il rapporto del ‘Dipartimento nazionale di pianificazione’ (Dnp), nel
1999 il 50% della popolazione ha dovuto ripartirsi il 13,8% del reddito totale
del paese, mentre un 20% ha avuto accesso al 62,4% di esso. Buona parte della
popolazione ha percepito redditi tanto esigui - il 45% nelle aree urbane e
l’80% in quelle rurali – che non ha potuto soddisfare necessità basiche, come
abitazione, salute, istruzione. Le
‘nuove riforme economiche’ hanno accentuato la discriminazione e l’ingiustizia
sociale: i tre principali gruppi economici del paese si appropriano del 36% del
prodotto interno e i maggiori 5 gruppi finanziari controllano il 92% delle
attività del settore. Mentre la distanza tra ricchi e poveri nei paesi del nord
Europa mantiene un rapporto di 6 a 1, in Colombia il rapporto è di 46 a 1. Il
paese si conferma come una delle principali realtà sudamericane che “culturalmente si distingue per non aver
incorporato il valore dell’uguaglianza e dei diritti civili nella sua vita
quotidiana e nella sua organizzazione sociale. Lo stile dello sviluppo seguito,
oltre a mantenere e riprodurre le disuguaglianze tra ricchi e poveri, genera
una rigida segmentazione, aumenta la distanza sociale tra i differenti settori
e rende difficili i meccanismi di mobilità e crescita sociale” (L.
Sarmiento Anzola, “Colombia fin de sieglo: Crisis de hegemonias y
Ecosocialismo”, Bogotà, 1997, pag. 55). Se
si prende come riferimento il cosiddetto “indice di sviluppo umano”
(l’indicatore che ai parametri economici aggrega quelli più prettamente
socioculturali ed ambientali, legati alla qualità della vita e all’accesso ai
servizi), il quadro colombiano assume tinte ancora più fosche. L’ultimo
rapporto mondiale del Undp sottolinea la progressiva retrocessione del paese
sudamericano nel triennio 1997-99. Se la Colombia occupava il posto numero 57
nella classifica sullo ‘sviluppo umano’ nel ’97, i notevoli squilibri interni
hanno posizionato il paese, due anni più tardi, al 68° posto. Il documento
dell’organismo internazionale segnala due problemi che impediscono alla
Colombia di ottenere un maggiore e più equilibrato ‘sviluppo umano’: la
violenza che colpisce in particolare la popolazione maschile tra i 25 e i 50
anni di età (dunque la fase di vita ‘produttiva’) e la disuguaglianza nella
distribuzione delle risorse. L’Undp
aggiunge che in Colombia l’aspettativa di vita degli uomini è inferiore di 6
anni a quella delle donne e che la mancanza di uguaglianza nella distribuzione
delle risorse equivale ad una retrocessione di più di dieci anni nello sviluppo
umano. Persistono, inoltre, grandi differenze sociali tra i dipartimenti del
paese. Regioni come il Chocò, Narino e Caquetà, infatti, se considerate
singolarmente, occuperebbero solo il 174° posto nella classifica mondiale sullo
‘sviluppo umano’. La politica di
aggiustamento strutturale del governo Pastrana
I
miliardi in ‘aiuti’ e ‘prestiti’ concessi in questi ultimi mesi dai maggiori organismi
internazionali (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Banco
interamericano per lo sviluppo), insieme all’ingente pacchetto militare del
‘Plan Colombia’ approvato dal Congresso degli Stati Uniti, sono stati
condizionati a che si completino nel paese le riforme strutturali di mercato. La
lista di queste ‘riforme’ è lunga ed articolata: modifiche sostanziali allo
stato sociale, ‘razionalizzazione’ delle finanze statali con tagli al settore
pubblico e congelamento dei salari, privatizzazione del sistema bancario e
delle maggiori imprese statali, imposizione dell’Iva a numerosi beni e servizi
di prima necessità, il suo innalzamento al 16%, ecc.. Secondo il presidente
Andrés Pastrana, l’obiettivo cardine del Piano nazionale di sviluppo per il 2000
è quello di stimolare la partecipazione dei privati nei settori degli
acquedotti e delle reti fognarie; la concessione dell’amministrazione delle
reti viarie; degli aeroporti regionali; delle piccole centrali idroelettriche e
delle reti di distribuzione; dei fiumi, dei canali navigabili e dei porti della
rete fluviale nazionale; così come la prestazione dei servizi di
telecomunicazioni. Il
governo Pastrana punta alla ulteriore flessibilità del mercato del lavoro, alla
riduzione dei salari d’ingresso, a modificare il regime di pagamento del lavoro
nei giorni festivi, ad eliminare gli oneri sociali e i sussidi a favore dei
dipendenti, ad innalzarne l’età pensionistica, ad esonerare gli impresari a
devolvere parte dei profitti all’Istituto Colombiano di Bienestar Familiar,
alle Casse di compensazione imprese-lavoratori e al Sena, l’istituto nazionale
di formazione professionale. Si accelererà altresì il trasferimento alle entità
territoriali e alle comunità degli investimenti nei settori della sanità, dell’educazione
e dei servizi sociali, già di responsabilità statale, nonostante i ¾ dei
municipi non siano in grado, per mancanza di fondi, di finanziare le spese dei
propri apparati burocratici. Intanto, in ossequio alla ricetta del Fondo
monetario, gli investimenti pubblici sono stati ridotti di un 25% e sono stati
licenziati oltre 5.000 impiegati statali, in buona parte del settore educativo,
dell’agricoltura e dei trasporti. All’erosione
del potere di acquisto dei salari e dei diritti contrattuali si è accompagnata
una forte politica repressiva e persecutoria dello Stato e delle grandi imprese
a danno dei dipendenti, fattore che ha costretto l’Oil (Organizzazione
internazionale del lavoro) a sanzionare la Colombia per le continue violazioni
dei diritti sindacali e l’illegittimità di alcune norme del codice del lavoro
fortemente discriminanti in tema di contrattazione collettiva e libertà di
associazione. Intanto, nella totale assenza di protezione statale, sono stati
assassinati negli ultimi dieci anni 2.800 tra dirigenti e attivisti sindacali
(172 nel ’99 e 102 nei primi dieci mesi de 2000), mentre 193 lavoratori sono
stati fatti ‘sparire’ nel nulla (rivista “Cambio”, 31 gennaio 2000). “La
Colombia continua ad essere il paese più pericoloso al mondo per l’esercizio
del diritto fondamentale di associazione sindacale” - denuncia la Escuela
Nacional Sindical, organismo di ricerca e formazione del sindacalismo
indipendente. “La maggioranza delle violazioni ai diritti umani dei
sindacalisti si commettono nei momenti chiave della loro attività
professionale, cioè quando tentano di risolvere i conflitti relativi alla loro
attività sindacale” (rapporto della Scuola Nazionale sindacale di Medellìn,
dicembre 2000). Un conflitto sempre più violento
Il
panorama colombiano è stato scosso nell’ultimo biennio da un crescente
imbarbarimento del conflitto, dall’aumento della violenza politico-sociale e,
in maniera particolare, del numero dei massacri e delle vittime. Secondo i
ricercatori del Cinep e della Commissione intercongregazionale “Justicia y Paz”
di Bogotà, nel 1999 i casi di grave violazione dei diritti umani sono stati
3.430, con una crescita del 76% rispetto a quelli censiti l’anno precedente
(1949 casi). Una tendenza similare si osserva in relazione alle infrazioni al
diritto internazionale umanitario, 3.417 casi nel 1999, contro i 2.419 del ’98.
Per quanto riguarda invece il numero delle vittime della violenza
politico-sociale, si è registrato un aumento del 50%: 2.226 nel ’99 rispetto ai
1.545 assassinii dell’anno precedente. Ad
analoghe conclusioni giungono i rapporti della “Defensoría del Pueblo”
(istituzione statale incaricata delle investigazione e della denuncia alle
autorità giudiziali sulla violazioni ai diritti umani) che registrano una
crescita di quasi il 50% del numero dei massacri (402) e del 36% del numero dei
morti causati da esse (1.836). I
maggiori responsabili di questa nuova ondata di sangue sono indubbiamente i
gruppi paramilitari a cui la Defensorìa del Pueblo attribuisce la commissione
di 152 massacri nel 1999 e il 78% del numero totale delle violazioni ai diritti
umani e al diritto umanitario internazionale. “Nei due anni di governo del presidente Andrés Pastrana – ha
commentato amaramente Amnesty International – i gruppi paramilitari hanno esteso considerevolmente le proprie aree di
dominio territoriale, ottenendole a forza di sistematiche atrocità contro la
popolazione civile. E contrariamente di quanto afferma il Governo, le
connessioni tra l’esercito e le ‘autotodefensas’ non solo continuano ad essere
mantenute, ma si sono rafforzate ed allargate” (quotidiano “El colombiano”,
4 ottobre 2000). Ancora
peggiore lo scenario di guerra che si intravede per il nuovo millennio. Una
decina di giorni dopo l’approvazione del ‘Plan Colombia’, la Defensorìa del
Pueblo ha presentato alla stampa il rapporto sui diritti umani per il periodo
gennaio-giugno 2.000, registrando “con
dolore e indignazione che questo è il semestre in cui si è verificato il
maggior numero di massacri dell’ultimo decennio in Colombia”. Secondo
l’organizzazione governativa, sono stati censiti in questo periodo 235 massacri
e 1.073 vittime, con una media di 6 morti al giorno. “Le azioni commesse contro civili indifesi – si legge nel rapporto -
sono state realizzate nella maggior parte
dei casi dai gruppi paramilitari, responsabili già di 93 massacri (il 39% del
totale)”. Trentotto sarebbero invece le stragi compiute da “organizzazioni
armate non identificate”, mentre ai gruppi della guerriglia sono stati
attribuiti 31 massacri (il 13,2%). Oltre 12.900 gli omicidi eseguiti nello
stesso semestre a cui si aggiungono 160 attacchi armati contro villaggi e
cittadine della Colombia. Secondo
il Codhes (Consultorìa para los Derechos Humanos y el Desplazamiento), il 2000
passerà alla storia come il peggiore anno del conflitto armato in termini di
crisi umanitaria e numero di ‘desplazados’. Oltre 300.000 persone infatti
avrebbero abbandonato i luoghi d’origine a seguito delle incursioni armate,
portando a 2.100.000 il numero di cittadini colombiani ‘desplazados’ negli
ultimi quindici anni. Tra
le violazioni e i trattamenti inumani maggiormente praticati in Colombia ci
sono ancora i sequestri. La ‘Fundación País Libre’ riporta che nel 1999, oltre
1.600 cittadini colombiani sono stati rapiti “nella maggior parte dei casi dai differenti gruppi della guerriglia”.
Per il Codhes, nei soli primi dieci mesi del
2000 i sequestri hanno raggiunto quota 2.965, mentre le ‘sparizioni
forzate’ sono state 432. La specificità di Antioquia e dell’area
metropolitana di Medellìn Stato
e società civile concordano nell’indicare il dipartimento di Antioquia come
quello dove continua a verificarsi il maggior numero di violazioni dei diritti
umani (594 casi accertati nel ’99), e del diritto internazionale umanitario
(674). Nel dipartimento si susseguono quotidianamente massacri, omicidi
selettivi, sequestri e ‘desplazamientos’ massivi. Il 2000 è stato certamente
l’anno peggiore anche per il dipartimento e per tutta l’area metropolitana di
Medellìn. Il rapporto presentato dall’IPC (Instituto Popular de Capacitaciòn)
di Medellìn sulla condizione dei diritti umani nella regione, denuncia come
quest’anno si sia registrato un ulteriore incremento del numero delle
violazioni. Solo nel primo semestre in Antioquia si sono avuti 3.729 omicidi
(2.568 nella sola area della Valle del Aburrà), quando in tutto il 1999 si
erano registrate 6.064 morti violente nel dipartimento, di cui 4.763 nell’area
metropolitana. In
relazione ai massacri, l’IPC ha registrato nel periodo compreso tra il gennaio
1997 e il giugno 2000, 213 massacri con 1.265 vittime, 189 delle quali nel
primo semestre di quest’anno, in 36 omicidi collettivi. Rispetto
alle violazioni contro la libertà, l’IPC ha documentato in Antioquia 345 casi
di sequestro e sparizione forzata nei primi sei mesi del 2000. 129 casi sono
stati attribuiti ai gruppi guerriglieri dell’Eln, 98 ai paramilitari delle Auc
(‘Autodefensas Unidas de Colombia’), 68 alle Farc e 56 alla delinquenza comune. In
riferimento al ‘desplazamiento’ forzato, il rapporto dell’IPC segnala come
negli ultimi tre anni dalle differenti regioni del dipartimento siano state
espulse 149.218 persone, mentre il capoluogo Medellìn si è convertito nella
principale città di ricezione, con oltre 30.000 desplazados rifugiatisi in 43 ‘asentamientos’,
molti dei quali privi dei più elementari servizi sociosanitari ed educativi. In
termini di indice di sviluppo umano, nonostante i segnali di ripresa economica
registratisi nel dipartimento, Antioquia mantiene un ritardo con la media nazionale.
Il tasso di omicidi è di 109 ogni centomila abitanti, contro il valore medio
nazionale di 59; la speranza di vita alla nascita nel dipartimento è di appena
68 anni (due in meno rispetto alla media colombiana); i processi di
sfruttamento intensivo delle risorse ambientali sono tra i più elevati del
continente (il tasso annuale della deforestazione in Antioquia è del 4%, contro
una media continentale dell’1,2%) (Rapporto speciale della Camera di Commercio
di Medellìn, agosto- settembre 2000). Sono
molteplici le cause dell’escalation della violenza in Antioquia e nell’area
metropolitana di Medellìn, tuttavia un impulso determinante è venuto dalla
stessa pianificazione di programmi di ‘sviluppo economico’ altamente
escludenti, squilibrati e dal forte impatto socioambientale. I megaprogetti
(bacini carboniferi, tunnel e corridoi autostradali, centrali idroelettriche,
aree portuali e zone franche, perfino un canale che congiunga l’Atlantico al
Pacifico in alternativa a quello di Panama), non hanno coinvolto le comunità
locali e sono integrati nella visione di ‘globalizzazione neoliberale’ delle
classi dirigenti. Come spiegato dall’Instituto Popular de Capacitaciòn di
Medellìn, “mentre si espande la regione
metropolitana attraverso i megaprogetti per generare condizioni
infrastrutturali nelle nuove condizioni di competizione globale e attraverso il
capitale straniero, si fanno più profonde l’espulsione permanente della
popolazione nativa da estese zone rurali e le condizioni di povertà e miseria
tanto nelle campagne che nel capoluogo” (“Antioquia: fine di millennio:
terminerà la crisi del diritto internazionale umanitario?”, dell’IPC, 1999). Le
immense risorse del dipartimento dimostrano di esercitare una forte attrazione
del capitale internazionale, nonostante l’intensità della violenza e il numero
impressionante di sequestri a danno del personale straniero. Nel 1999, mentre
in Colombia gli investimenti stranieri sono diminuiti del 6% rispetto all’anno
precedente, in Antioquia essi sono quasi triplicati, passando dai 54,6 dollari
per abitante del ’98, ai 147,5 del ’99. Alcune imprese italiane partecipano
alla progettazione e alla realizzazione delle opere infrastrutturali con un
alto impatto socioambientale: il tunnel d’Occidente della rete viaria
Aburrà-Rìo Cauca (oltre 250 miliardi d’investimenti) è in fase di realizzazione
da parte del consorzio temporale italo-colombiano Impregilo-Minciviles, mentre
i lavori iniziali per la diga di ‘Porce II’ nell’oriente antioqueno sono stati
realizzati dal consorzio italiano Astaldi-C.M.C.-Federici-Racchi-Topco. Le
aree di Antioquia dove s’incontrano le fonti naturali, idriche ed energetiche e
le terre più fertili coincidono in modo sorprendente con quelle dove più intenso
e violento si è fatto lo scenario del conflitto colombiano e dove si è esteso
il controllo dei gruppi paramilitari. Come sottolinea lo stesso Undp (rapporto
1998), “la presenza dei gruppi
paramilitari è maggiore nei municipi dove si hanno maggiori indici di
disuguaglianza o concentrazione della ricchezza e dove la presenza del sistema
giudiziario è scarsa”. I massacri in particolare delle ‘Autodefensas Unidas
de Colombia’, l’organizzazione paramilitare più attiva nel dipartimento di
Antioquia, sono stati pianificati per strappare alle guerriglie il controllo
dei corridoi strategici interoceanici dove si registrano imponenti attività
economiche e attraverso i quali si realizzano gli scambi di stupefacenti ed
armi. La città di Medellìn e la nuova conflittualità urbana
Il
recente rapporto sui diritti umani in Antioquia dell’IPC segnala un dato
allarmante per Medellìn: mentre nella città gli omicidi si erano ridotti
progressivamente dal 1991 al 1998, negli ultimi due anni sono tornati a
crescere: 3.258 sono stati i morti nel 1999, 1.553 quelli dei primi sei mesi
del 2000 (rapporto presentato alla stampa dalla organizzazione, dicembre 2000).
“I conflitti violenti acquisiscono
maggiore complessità – commenta l’IPC – per
l’irruzione di nuovi attori armati, il rafforzamento di quelli esistenti o la
realizzazione di nuove alleanze tra essi”. La
media annuale dei morti per omicidio a Medellìn ha già raggiunto nel periodo
1991-2000 quota 4.374, il che significa che nell’ultimo decennio sono state
assassinate in città 41.556 persone delle quali l’87,52% per arma da fuoco.
Sono le zone nordorientale e centrorientale di Medellìn gli scenari dove si è
presentato il numero più alto di morte violente. Queste zone coincidono con la
presenza del maggior numero di bande armate, 309 secondo il rapporto dell’IPC,
dei gruppi paramilitari e dei nuclei delle guerriglie che cercano di acquisire
il controllo territoriale, “controllo che
implica l’estorsione sugli abitanti, i trasportatori e i piccoli commercianti,
così come il dominio sul commercio di stupefacenti e la lotta per il
riconoscimento sociale dei gruppi armati tra le comunità”. Le autorità
stimano in 8.600-9.000 i giovani affiliati alle bande che esercitano il
monopolio della violenza nei barrios di Medellìn. Il dato viene interpretato da
differenti settori della società civile, come un’implicita conferma del
fallimento dei programmi implementati per prevenire il disagio giovanile, in
particolare quello denominato di ‘Convivencia Ciudadana’, grazie ad un prestito
del Banco Interamericano de Desarrollo per 15 milioni di dollari e a cui è
mancata la contropartita per 10 milioni di dollari da parte del Municipio di
Medellìn. Oltre
alla drammatica escalation della violenza urbana, la popolazione di Medellìn si
è vista colpire nei propri diritti economico-sociali. “Durante i tre anni dell’amministrazione di Juan Gòmez Martìnez” -
ha denunciato la Corporaciòn Regiòn di Medellìn (l’altra maggiore associazione
dei diritti umani della città – si è
presentato un deterioramento accelerato dei diritti economici, sociali e
culturali della popolazione e in particolare delle condizioni sociali e della
qualità della vita dei settori più vulnerabili della popolazione”. Secondo
la Corporazione la disoccupazione è cresciuta di 5 punti (attualmente i
disoccupati a Medellìn sarebbero 295.000 con un indice del 21,2%), mentre sono
cresciuti i tagli alle spese sociali per “destinare
la spesa pubblica a favore degli interessi dei settori privilegiati della città”.
Sotto accusa sono finiti in particolare i programmi infrastrutturali come il
tunnel Medellìn-Rionegro per l’aeroporto, i tunnel d’Oriente e Valle Aburrà-Rìo
Cauca e le opere relative alla realizzazione di Ciudad Botero. Per questi
progetti sono stati destinati fondi per centinaia di miliardi, mentre si sono
registrate drastiche riduzioni alla copertura educativa e sanitaria
(Corporaciòn Regiòn, “Estado de los derechos econòmicos, sociales y culturales
en Medellìn”, dicembre 2000). I
dati forniti dalle stesse autorità municipali (dalla Segreteria
dell’educazione) confermano implicitamente le accuse. A Medellìn, per ogni 100
bambini in età scolare ce ne sono 15 a cui non è garantito il diritto
all’educazione. Secondo i dati della Secretarìa de Educaciòn de Antioquia, la
popolazione descolarizzata tra i 5 e i 17 anni è di 71.250 minori.
Nell’educazione primaria, il 14,63% dei bambini tra i 6 e gli 11 anni sono
rimasti fuori dal sistema scolare (32.608 persone); nell’educazione basica
secondaria, un altro 15,8% di giovani in età compresa tra i 12 e i 15 anni non
tiene il diritto all’accesso ad un’aula (24.709 minori). Ancora peggiore la
situazione nell’educazione media-superiore (ciclo 10 ed 11), dove oltre il 20%
dei giovani non trova posti disponibili nelle istituzioni educative pubbliche o
private (12.514 giovani tra i 16 e i 17
anni). “Un altro dei maggiori ostacoli che ha
impedito all’autorità locale di conseguire un miglioramento nell’offerta
educativa” – aggiunge Corporaciòn Regiòn – è derivato dall’impulso alla privatizzazione del servizio educativo
realizzato negli ultimi anni” (pagina 3 del documento). Dei 1.020 istituti
educativi esistenti in città, il 53% (536 collegi) sono strutture private e
solo il 43% sono pubblici. La sproporzione a favore dell’offerta privata appare
ancora più ingiustificata se si considera che nel resto del dipartimento di
Antioquia, la percentuale dei collegi privati è solo il 10% del totale. La
qualità dell’offerta educativa è inoltre bassa e scarsamente attrattiva, specie
per i giovani con difficoltà di apprendimento o con problematiche psicosociali.
La diserzione è del 6,64% nella basica primaria e del 6,47% nella secondaria.
Ai bambini è inoltre negato il diritto ad uno sviluppo equilibrato e alla
salute. Secondo uno studio dell’Università di Antioquia la denutrizione
generale dei bambini in età scolare di Medellìn è passata dal 31% del 1989 al
44% del 1998. Tra i bambini minori di 5 anni invece, il 9% soffre di
denutrizione cronica o ritardo nella crescita. Il tasso di mortalità tra i
bambini è ancora del 12 per mille, comunque più basso del valore medio
nazionale attestatosi al 21 per mille (68 per mille se riferito alla
popolazione di strato 1 e 2). Tuttavia un grido d’allarme è stato recentemente
lanciato dalla ‘Sociedad de Neonatologìa’: in Antioquia nel 1998 sarebbero
morti 1.764 bambini con meno di un anno di età, 434 dei quali a Medellìn. Le
principali cause sarebbero i forti tagli alla spesa sanitaria e la conseguente
scarsa attenzione medica a favore dei prematuri. Da
più settori è stata denunciata altresì la politica di non accoglienza dei
‘desplazados’ da parte dell’amministrazione comunale. Sostenendo che gli
‘asentamientos’ realizzati dagli sfollati sarebbero ubicati in zone ad alto
rischio, il Dipartimento di Planeaciòn ha negato la concessione delle licenze
perché essi possano essere collegati con i servizi basici e l’acquedotto,
impedendo nei fatti ad oltre 80.000 desplazados l’accesso a questi
indispensabili servizi. Agli ‘asentamientos’, la Secretarìa de Desarrollo
Comunitario ha ripetutamente negato il riconoscimento giuridico necessario a
che essi si possano organizzare in ‘Junta de Acciòn Comunale’ ed intraprendere
formali trattative con l’ente locale per l’accesso ai servizi sociali. Limpieza social e i nuovi
progetti urbanistici delle metropoli colombiane Parallelamente
all’espansione del conflitto e della violenza politica, le città colombiane
sono state duramente colpite da una nuova ondata di atti criminali ed omicidi
selettivi contro appartenenti alle fasce più deboli e marginalizzate della
società (indigenti, bambini di strada, piccoli spacciatori e tossicodipendenti,
prostitute, omosessuali). Il fenomeno, noto con il termine di “limpieza
social”, nonostante la scarsa attenzione che gli è dedicato da organi di stampa
e dalle autorità di pubblica sicurezza, è uno delle maggiori conseguenze del
grave conflitto sociale in atto e delle politiche altamente discriminanti ed
escludenti dei ceti economici e politici dominanti. Nell’ultimo
decennio, sono stati censiti in Colombia 2376 crimini commessi dai gruppi della
cosiddetta ‘limpieza social’, di cui 521 solo negli ultimi quattro anni. Le
città maggiormente colpite sono quelle al centro di notevoli mutazioni
urbanistiche (Bogotà e Medellìn) o quelle attorno cui ruotano evidenti
interessi economici legati a programmi d’incentivazione turistica o di
sfruttamento delle risorse naturali (le maggiori città della costa atlantica o
i dipartimenti interni di Caldas, Narino, Risaralda e Tolima). Nella
capitale colombiana, ad esempio, è stato avviato un vasto programma di
‘recupero del centro’ che prevede di trasformare il quartiere del Cartucho,
dove attualmente vivono oltre cinquemila indigenti e numerose famiglie di
venditori ambulanti, nel cosiddetto ‘Parco del terzo millennio’, attorno al
quale dovrebbero sorgere grattacieli, centri commerciali e parcheggi. Oltre ad
una vasta campagna stampa tendente a criminalizzare gli abitanti del Cartucho e
ad una serie di provocazioni delle forze dell'ordine che hanno tentato di
sgomberare con la forza i fatiscenti edifici, il quartiere è stato vittima
delle azioni criminali e delle intimidazioni della ‘limpieza social’. Decine di
persone senza tetto, tra cui alcuni minori, sono stati assassinati. Una lunga
serie di omicidi contro lavoratrici sessuali si è verificata nei mesi di luglio
ed agosto del 1999, contestualmente alla presentazione del nuovo Piano di
ordinamento territoriale, che prevede il trasferimento della ‘zona rossa’ alla
periferia di Bogotà. Ventidue le vittime identificate; le autorità hanno confermato
di aver raccolto testimonianze sulla partecipazione agli omicidi di vari
poliziotti che si sarebbero fatti passare come clienti. Ancora
più drammatica la situazione vissuta nell’area metropolitana del capoluogo di
Antioquia, dove è quotidiana l’esecuzione di giovani e piccoli delinquenti, e
dove nell’ultimo biennio sono stati assassinati decine di indigenti o
lavoratori informali. Generalmente le vittime sono state finite con un colpo di
grazia sparato alla tempia, ma talvolta sono state utilizzate le granate
lanciate da auto in corsa. Le operazioni dei gruppi di ‘limpieza social’ hanno
tentato di minare i ‘patti di pace e di non aggressione tra le bande giovanili’
promossi dall’Ufficio per la pace e la convivenza di Medellìn, eliminando
platealmente i leader delle bande o gli animatori dei programmi di convivenza. Anche
a Medellìn non sono mancate le aggressioni e gli omicidi contro prostitute e
tossicodipendenti. Nel quartiere a luci rosse di Guayaquil, nel gennaio ’99,
una donna ed un cliente sono stati uccisi dall’esplosione di una granata. Nelle
celle frigorifero del cimitero di Medellìn dei cosiddetti “NN”, i morti di cui
non è stato possibile riconoscerne l’identità, nei primi sei mesi di quest’anno
sono giunti i cadaveri di 187 vittime assassinate con colpi d’arma da fuoco o a
coltellate. La maggioranza di essi erano senza tetto o uomini e donne dediti
alla prostituzione o al consumo di alcool e basuco. A Medellìn sono forti le
spinte per ‘ripulire’ da ‘indesiderati’ una città che marcia freneticamente
verso modelli di ‘sviluppo’ nordamericani, ma che ha raggiunto il triste record
di nove omicidi al giorno, con un valore di 248 omicidi per ogni 100.000
abitanti, il più alto di tutto il continente americano. Il
centro storico del capoluogo antioqueno, come Bogotà, è al centro di un piano
di trasformazione urbanistica, denominato ‘Ciudad Botero’, che accanto alla
realizzazione del nuovo museo che raccoglie alcune opere dell’artista Fernando
Botero, vede la demolizione degli edifici storici per lasciar posto a
grattacieli, alberghi e centri commerciali. La popolazione che risiede ed opera
nel centro urbano (oltre 250 commercianti regolari e un incalcolabile numero di
lavoratori informali, ambulanti, lavoratrici sessuali ed indigenti), è stata
colpita due volte dal programma dell’amministrazione: oltre a dovere
abbandonare l’area senza che siano state identificate valide alternative per
una riubicazione, sono stati determinati tagli per centinaia di milioni di lire
ai programmi di promozione sociale a favore delle categorie svantaggiate. La
riduzione al budget finanziario della Secretarìa de Bienestar Social per il
2000, è stato di 6.317 milioni di pesos, quasi il 20% del suo valore
complessivo. Tra i programmi più duramente colpiti quello del ‘Centro dìa’, per
l’accoglienza dei ‘minori di strada’. Il
conflitto sociale generato con ‘Ciudad Botero’ potrebbe essere ‘risolto’ con
una nuova spirale di violenza urbana. Intimidazioni ed aggressioni da parte di
agenti di polizia o gruppi armati sono già stati denunciati da indigenti e
donne prostitute che operano nei quartieri del centro. Da più parti si denuncia
il tentativo di espellere con la forza la popolazione ‘indesiderata’. Una
politica che in passato è stata fallimentare e violenta. Quando nel 1993 si avviò
una ‘campagna cittadina’ per trasformare il volto di Medellìn in concomitanza
con le opere di realizzazione della ‘metropolitana’, una decina di prostitute
furono assassinate da un gruppo di ‘limpieza’ in cui operavano alcuni agenti di
polizia. “La città che cerca di negare la
povertà e di occultare qualsiasi manifestazione di dissenso e di disobbedienza
alle decisioni ufficiali” - commenta Corporaciòn Regiòn - “può farlo solo a costo di immense operazioni
e retate nei luoghi d’incontro e di socializzazione di questi settori sociali
‘differenti’. Si spiegano così i quotidiani soprusi a cui sono sottoposti i
giovani e i rockettari nel Parque del Periodista, la comunità afrocolombiana
nel Parque de San Antonio o le lavoratrici sessuali nel settore della Veracruz”.
Quadro 1: principali indicatori socioeconomici
Þ
Speranza media di vita alla nascita: 70 anni Þ
Speranza di vita alla nascita delle donne: 74,5 anni Þ Speranza di vita alla
nascita per gli uomini: 67,6 anni Þ Tasso di alfabetizzazione
degli adulti: 91,2% Þ Popolazione senza
accesso all’acqua potabile: 15% Þ Popolazione senza
accesso a servizi sanitari: 13% Þ Bambini minori di 5
anni con peso insufficiente: 8% Þ Percentuale del
reddito per il 20% della popolazione più povera: 3% Þ Percentuale del
reddito del 20% della popolazione più ricca: 60,9% Þ Limite nazionale
della povertà: 17,7% Þ Percentuale della
popolazione con un dollaro diario di reddito: 11% Þ Bambini di un anno
vaccinati contro il morbillo: 75% Þ Bambini di un anno
vaccinati contro la tubercolosi: 82% Þ Casi di tubercolosi
per ogni centomila abitanti: 21,7 Þ Casi di paludismo per
ogni centomila abitanti: 451,8 Þ Persone che vivono
con l’Aids (sino a 49 anni di età): 72.000
Þ Medici ogni centomila
abitanti: 105 Þ Infermieri ogni
centomila abitanti: 49. Fonte:
(Pnud- DPN. Rapporto sullo sviiluppo umano per la Colombia, 2000. Nle
settimanale “Tiempos del Mundo”, 16 novembre 2000, pag. 8). Presunti responsabili di violazioni
dei diritti umani in Colombia
(Primo semestre 2000)
Fonte: Defensorìa del Pueblo, agosto 2000.
Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo, "Il collasso del diritto umanitario", terrelibere.org, 27 febbraio 2001, http://www.terrelibere.org/doc/il-collasso-del-diritto-umanitario |