Intervista a Roberto
Scarpinato
I pozzi avvelenati. Poteri di mafia e
relativismi di Chiesa
Una intervista al procuratore di
Palermo Roberto Scarpinato, uno dei Pm di Andreotti (prescritto, non assolto,
nonostante la beatificazione seguita al processo), in cui si affrontano temi
cruciali. L’atteggiamento della Chiesa di fronte alla mafia, la mediazione del
sacerdote tra uomo e Dio, l’insufficienza dell’impegno ecclesiale nella lotta
ai poteri criminali. Dai grandi temi della storia della Sicilia (e quindi
d’Italia) al ruolo della religione fino all’attualità di un’antimafia ancora
non sconfitta.
Maria Rita Rendeù - ADISTA
PALERMO. Quale relativismo etico più devastante di quello
che ‘benedice' indifferentemente vittime e carnefici? Quale difesa della vita
più disattesa di quella incapace di stare a fianco della vita calpestata? Quale
futuro di Paese, quale futuro di Chiesa senza la linfa vitale del senso della
giustizia?
Per riflettere su simili questioni, abbiamo scelto di andare
a Palermo. A Palermo: capitale d'Italia, perché qui si è consumato e si consuma
il rovescio della storia del potere nazionale. Perché a Palermo c'è stato il
coraggio del ‘processo al potere', per saper scegliere tra oppressi e
oppressori: in squarci della società civile, nel segno di giudici come
Chinnici, Falcone, Borsellino, nella Procura della Repubblica guidata da Gian
Carlo Caselli.
Uno dei protagonisti della storia di quella Procura è
Roberto Scarpinato, uno dei tre Pubblici Ministeri del processo Andreotti e ora
Procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo.
A lui ci siamo rivolti per ragionare sul potere e i suoi
patti, nonché sul ruolo della Chiesa circa tali patti. E la sua indicazione di
rotta è chiara: costruire democrazia è "tornare ad innamorarsi del destino
degli altri".
Di seguito la nostra intervista al Procuratore aggiunto
Roberto Scarpinato.
ADISTA: Procuratore Scarpinato, giustizia e avvento del
regno dei cieli trovano nell'annuncio evangelico reciproca implicazione: l'uno
senza l'altra è contraddizione in termini. Ciò sembrerebbe implicare che il
cattolicesimo italiano, quanto meno nella percezione pubblica che di esso si ha
ovvero nelle linee pubbliche della sua leadership, dovrebbe identificarsi come
uno dei principali protagonisti di una azione nitida contro la deriva sempre
più evidente dello Stato di Diritto, piagato e piegato dalla perdita della
sovranità democratica a vantaggio di sovranità altre, come quelle della mafia o
della ‘legge' ridotta ad arbitrio, ad et contram personam. Ma al
momento questa forza e nettezza d'azione ci sfugge. Qual è la sua riflessione
al riguardo?
SCARPINATO: Uno dei problemi che più mi ha occupato,
coinvolto, e intrigato in questi lunghi anni di frequentazione degli assassini
e dei loro complici è stato il problema del rapporto con Dio e l'atteggiamento
della Chiesa cattolica. Ho cercato di dare una risposta a una domanda, che non
potevo fare a meno di pormi. E cioè: com'è possibile che vittime e carnefici
siedano nello stesso banco della chiesa e preghino lo stesso Dio? Perché quello
che mi ha colpito nella mia frequentazione dei mafiosi è l'avere constatato che
si tratta in moltissimi casi di cattolici credenti e praticanti, e non c'è
simulazione. Gli esempi sono noti: da Nitto Santapaola che si era fatto perfino
la cappella nel luogo di latitanza a Piero Aglieri che faceva venire un frate
per celebrare messa a tanti altri casi. Come è compatibile il fatto che questi
uomini uccidono, sono mafiosi eppure sono in pace con se stessi e con Dio? La
conclusione a cui sono arrivato è che in realtà non pregano lo stesso Dio,
pregano un Dio diverso. Pregano un Dio diverso perché nella cultura cattolica
il rapporto tra il singolo e Dio è gestito da un mediatore culturale: ciascuna
articolazione sociale esprime dal suo interno un mediatore. E così abbiamo i
sacerdoti della mafia e i sacerdoti dell'antimafia. Abbiamo un padre Puglisi
che viene assassinato perché cerca di strappare i ragazzi del suo quartiere a
un destino di mafia e abbiamo altri sacerdoti i quali non sono immuni dalla
contaminazione della cultura mafiosa e paramafiosa.
Il mafioso ha un rapporto con Dio che non è conflittuale
perché il mediatore con Dio che lui stesso sceglie è espressione della sua
stessa cultura. Vi sono delle chiese che sono piene la domenica del popolo di
mafia, dove ci sono dei sacerdoti che mediano il rapporto con Dio in modo da
eliminare qualsiasi attrito e qualsiasi frizione. Per cui la morale resta
imperniata su quella sessuale e sul dovere di obbedienza. Questo del resto è un
fenomeno universale: anche il dittatore cileno Pinochet, per esempio, crede in
Dio e si sente in pace con se stesso e con Dio perché ha un rapporto con Dio
mediato da vescovi che la pensano come lui. In Cile, così come in altri Paesi
dell'America Latina che hanno subito delle feroci e sanguinose dittature, ci
sono i prelati che la pensano come i dittatori ed altri che stanno dalla parte
delle vittime che sono state trucidate.
E qui arriviamo all'atteggiamento dei vertici della Chiesa
cattolica. Jean Paul Sartre ha scritto che l'etica consiste nello scegliere
("Noi siamo le nostre scelte"). Da questa prospettiva laica si
potrebbe forse dire che la Chiesa cattolica ha avuto un atteggiamento antietico
perché nel corso della sua storia la sua scelta è stata troppo spesso quella di
non scegliere, consentendo così a ciascuno di avere il proprio Dio. E quindi
c'è il Dio dell'aristocrazia, il Dio dell'alta borghesia, della media
borghesia, della piccola borghesia, il Dio dei dittatori, il Dio delle vittime,
il Dio dei mafiosi e il Dio degli antimafiosi. A ciascuno il suo. A ciascuno il
suo Dio, con un vertice cattolico che in qualche modo non sceglie quasi mai, e
in questo suo non scegliere alimenta una sorta di politeismo segreto e moderno,
che consente al Dio degli assassini di convivere con il Dio delle vittime.
ADISTA: Eppure in altre stagioni ecclesiali si tentò la formazione
alla responsabilità della scelta. In particolare la cosiddetta scelta religiosa
in qualche modo tentò di emancipare la Chiesa italiana dall'indistinta e coatta
unità politica dei cattolici: una scelta di laicità che si sostanziava di
questioni politiche e culturali perché, per esempio, significava fra l'altro
contestare quella tacita situazione per cui qualsiasi consenso elettorale era
accettato in nome dell'anticomunismo. Di fatto però quell'unità politica
confessionale fu travolta solo più tardi dagli eventi nazionali ed
internazionali, perché una scelta diversa rimase minoritaria nell'humus
cattolico: il massimo fu teorizzare la autonomia della scelta, ma lo scatto
morale nell'attuarla rimase impastoiato in quelle mille prudenze che prepararono
il terreno alla normalizzazione inevitabile…
SCARPINATO: Mah, io direi che il nodo fondamentale resta il
rapporto della Chiesa col potere.
È lì il punto. È dai tempi dell'imperatore Costantino che
c'è questo patto col potere. E come diceva Fabrizio De André non ci sono poteri
buoni.
Lo spazio tra Dio e l'uomo è stato spesso sequestrato dal
potere, nel corso della storia. Ed è uno spazio di cui è difficile
riappropriarsi. Questo potere può essere normalizzatore, può essere repressivo,
può essere un potere di una astuzia millenaria che consente a ciascuno di avere
il suo Dio: una forma di relativismo etico all'interno della Chiesa cattolica
che può consentire di convivere con il delitto, con la violenza, con la mafia.
In una intercettazione abbiamo captato una conversazione di
una moglie di un capomafia; a questa donna un altro mafioso comunicava che
tizio, pure appartenente a Cosa Nostra, era entrato in una profonda crisi e che
forse c'era il pericolo che iniziasse a collaborare. E la moglie del mafioso
commentò: lui se si deve pentire si deve pentire dinanzi a Dio e non dinanzi
agli uomini.
Cioè, sostanzialmente: lui si deve affidare al mediatore
culturale, che evita l'assunzione di responsabilità nei confronti degli altri.
Ed è questo il nodo fondamentale. Quando vedo a Palermo vivere e operare
sacerdoti e frati che sono contaminati dalla cultura paramafiosa, sacerdoti e
frati dell'antimafia e quelli della cosiddetta "palude", e non c'è
una scelta netta da parte di chi sta in alto, resto molto perplesso. Perché
questa diventa una scelta politica: una scelta di perpetuazione di una
Chiesa-potere, che per perpetuarsi non sceglie, e raccoglie consenso da tutti.
Mi pare che non si possa da una parte agitare l'icona di Padre Puglisi, come
simbolo di tutta la Chiesa, e dall'altro non operare nella quotidianità delle
scelte che mettano dinanzi alle loro contraddizioni i preti culturalmente
vicini al sentire mafioso.
Questo riguarda anche tutti i cattolici credenti, perché qui
nessuno si è mai sentito in colpa, nessuno: né la borghesia mafiosa, né i
mafiosi. Ma se non esiste il senso di colpa, e non esiste perché non c'è mai
stata contraddizione, allora direi che c'è qualcosa che non ha funzionato e
continua a non funzionare nell'ambito della Chiesa cattolica.
ADISTA: Di solito invece l'obiezione che viene rivolta ad
Adista da molti cattolici, preti e no, che non ne vogliono sentir parlare di
criticare le gerarchie, è proprio quella di voler continuare una lotta sociale
più importante della contestazione ‘interna'. Pare di capire che lei invece
ritenga che la critica intraecclesiale sarebbe essenziale proprio ai fini della
lotta sociale contro certi poteri illeciti.
SCARPINATO: La mancanza di una
critica intraecclesiale è qualche cosa che secondo me comporta un'ulteriore
assunzione di responsabilità. C'è l'impegno sul territorio, ma questo impegno
troppo spesso non si coniuga anche con una critica nei confronti delle
gerarchie superiori, per dire: ma perché voi non scegliete? Questa obbedienza
consente di perpetuare delle ambiguità all'interno della Chiesa. È una mancanza
forte, perché questo è un Paese in cui chiunque critica la Chiesa cattolica
viene subito accusato di anticlericalismo, e viene delegittimato con questa
accusa. Se invece la critica militante venisse dall'interno della stessa Chiesa
cattolica avremmo forse un risultato diverso.
Pensiamo alla politica dei santi: far santo o beato qualcuno
che non è stato estraneo alla cultura fascista e contemporaneamente qualcuno
che, all'opposto, si è battuto contro quella stessa cultura, mi pare sia
un'ulteriore modo di fare politica attraverso la religione, di subordinare la
religione al realismo politico.
A mio parere sino a quando all'interno del mondo del
cattolicesimo non crescerà un forte fermento critico, continuerà il rischio di
una deriva sotterranea della Chiesa cattolica che può farle perdere
progressivamente terreno e che non può essere risolta con i media, cioè con i 5
minuti di Vaticano ogni giorno al telegiornale e con le grandi manifestazioni
di massa.
ADISTA: Va anche detto che la Chiesa cattolica è
considerata la principale, se non l'unica, agenzia di formazione etica, a
fronte di una laicità svuotata di senso perché ridotta a stanca procedura.
Pensiamo alla democrazia o alla giustizia intese come rispetto delle regole. Il
problema è il senso, la memoria storica che determinate regole hanno dentro di
sé. L'eguaglianza, la libertà non sono il bon ton borghese del politicamente
corretto, sono frutto di storie di sangue, di lotte di liberazione che hanno intessuto
insieme Stato di diritto e riscatto sociale, pagate a caro prezzo da tutti i
‘sanculotti', metaforicamente, del mondo. Se la laicità non ha più il coraggio
e l'orgoglio delle proprie radici (radici anche evangeliche, non va
dimenticato), se la sinistra non ha più il coraggio di testimoniare la forza,
il pensiero forte che sono dietro a una procedura democratica, la Chiesa ha
buon gioco nel presentarsi come la riserva etica che fa pensare alle ‘cose
grandi', no?
SCARPINATO: Sono d'accordo. Mi viene
in mente un testo di Henry Miller, l'autore del "Tropico del
capricorno", che è la "Lettera aperta ai surrealisti". In questa
lettera, Henry Miller scriveva: quando i simboli che connettono l'uomo
all'universo perdono la loro capacità di significare la vita, tutti gli uomini
diventano fratelli dalla cintola in giù. Cioè: quando le culture muoiono o si
avviano al tramonto e quindi perdono la loro capacità di significare la vita,
ritorna il dominio degli istinti. È un processo inverso a quello della
sublimazione, è la desublimazione. Forse viviamo in una fase storica in cui
alcune culture stanno esaurendo il loro ciclo vitale. Questo per un processo
lunghissimo che probabilmente dura già da due secoli. Come diceva il poeta
Hölderlin, gli dei che occupavano il cielo sono andati via e non sono arrivati
i nuovi, nel frattempo c'è il vuoto. Se così fosse, la crisi della politica
sarebbe la crisi delle culture. La cultura marxista, la cultura di sinistra, la
cultura cattolica, la cultura liberale sono probabilmente culture che non fanno
più i conti con la realtà e con l'evoluzione dei rapporti sociali, e che quindi
cominciano a perdere la capacità di significare la vita.
ADISTA: E quindi inevitabilmente c'è l'approdo verso chi
comunque almeno proclama questa vita?
SCARPINATO: Bisogna capire che c'è un bisogno di comunione,
c'è un bisogno di padre, ci sono tanti bisogni che non trovano più risposta
nella laicità e che quindi inevitabilmente confluiscono verso un determinato
alveo, ma non è detto che quei bisogni ricevano una risposta che sazi.
C'è una ricerca di senso profondo, ma non mi pare ci siano i
presupposti perché al posto delle vecchie culture che stanno morendo sorga una
nuova cultura. La mia convinzione è che se il cattolicesimo non farà una
profonda opera di rigenerazione probabilmente, lentamente, comincerà ad
estinguersi. C'è la crisi delle vocazioni, l'indifferenza di un certo mondo
giovanile, l'allontanamento di significative quote del mondo femminile: fatti
che non si possono rimuovere, significano che probabilmente non si riesce più a
riscaldare il cuore delle persone. E bisogna chiedersi perché.
Sciascia distingueva tra la letteratura di parole e la
letteratura di fatti. Mi viene da dire: ci sono religioni di parole e religioni
di fatti. A Palermo, fino a quando non vedremo una scelta di forte coerenza
come l'hanno fatta altri (qui ci sono molte persone che si sono fatte ammazzare
per una scelta di coerenza tra i propri principi e la propria vita), fino a
quando la Chiesa cattolica non denuncerà in modo costante ed inequivocabile - e
non solo a seguito di gravi emergenze delittuose - che certi comportamenti non
sono compatibili col Vangelo, fino a quando le chiese si riempiranno di
borghesia mafiosa che se ne ritorna a casa tranquilla, potremo dire che c'è
qualcosa che continua a non funzionare nei fatti.
ADISTA: A proposito di parole e di fatti. Durante il
processo che lo ha visto indagato per partecipazione ad associazione mafiosa,
Andreotti è stato più che confortato e difeso dai vertici ecclesiastici, che
senza aspettare la sentenza lo hanno di fatto proclamato innocente con la forza
dei segni e delle parole (le lettere del papa, il fare quadrato intorno a lui
di determinati cardinali, l'accoglienza festosa ad ogni solennità vaticana cui
era invitato). La Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d'Appello,
che ha dichiarato estinto per prescrizione il reato di associazione per
delinquere semplice commesso fino al 1980. E quindi ha confermato, tanto per
citare il caso più sconvolgente, che Andreotti incontrò i mandanti
dell'assassinio di Mattarella, nella consapevolezza da parte di questi "di
non correre il rischio di essere denunciati", e che ci fu da parte del
senatore a vita "una vera e propria partecipazione alla associazione
mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo". Lei tutto questo come lo
ha percepito? È stata soltanto una ingerenza morale, diciamo, o si è tradotto
in forme che hanno in qualche modo influenzato l'esito del processo?
SCARPINATO: Per dire se ha influenzato l'esito del processo
bisognerebbe entrare nella testa oppure nell'anima dei giudici, e questo non mi
permetto di farlo. Certo, mi ricordo che uno degli avvocati di Andreotti nel
corso della requisitoria finale si rivolse ai giudici e disse: ma voi come
potete immaginare che quest'uomo abbia commesso i fatti di cui è accusato se
persino il papa lo ha abbracciato e lo ha benedetto? E, senza dubbio, quella
benedizione, quell'abbraccio furono un momento di delegittimazione forte del
processo che si stava svolgendo a Palermo. Mi viene in mente, per associazione
di idee, l'atteggiamento che invece la Chiesa cattolica ha avuto nei confronti
dei collaboratori di giustizia. È stato un atteggiamento assolutamente
sintonico con quello di tutta la cultura italiana: di un rigetto totale. Una
volta un collaboratore mi disse: ma mi spiega perché se arrestano Riina, se
arrestano Aglieri, c'è la fila dei preti che vogliono andare a convertirli e
quando qualcuno di noi inizia a collaborare non c'è nessuno? Quando viene
arrestato un capomafia, c'è subito il tentativo di parlare con il capomafia
forse perché la sua possibile conversione viene vissuta come un segno della
potenza di Dio. Invece, tutti i collaboratori che hanno dovuto subire un trauma
profondissimo di isolamento non hanno quasi mai avuto questo conforto, non
solo, ma sono stati demonizzati da alcune riviste cattoliche autorevoli,
indicati quasi come infami.
ADISTA: Beh, i collaboratori, le ‘intercettazioni', sono
metodi giudiziari che non piacciono a certi vertici anche cattolici, pensiamo
ai pronunciamenti sul caso Fazio…
SCARPINATO: Già, mi ricordo di aver letto che la moglie di
Fazio ha dichiarato a un giornale che loro rispondevano solo dinanzi a Dio…
ADISTA: Ah, anche loro?!
SCARPINATO: Sì, ma tornando a noi… il dramma di questo Paese
è, a mio parere, che tutto questo fa parte della normalità italiana (vizi
privati e pubbliche virtù, la doppia morale). Quando si cita ‘il fine
giustifica i mezzi' come un'invenzione di Machiavelli secondo me si erra,
perché il machiavellismo non l'ha inventato la cultura laica, l'ha inventato il
cattolicesimo. Ma quale fine può essere più alto di quello di salvare l'anima?
Per questo fine va bene qualsiasi mezzo: dal rogo al patto con il potere.
ADISTA: C'è comunque un popolo cattolico che crede
sinceramente che un altro mondo, e anche un'altra Italia, è possibile. La
Chiesa italiana sta andando verso il Convegno nazionale di tutte le Chiese
locali (Verona, ottobre 2006). Come la Chiesa-istituzione dovrebbe secondo lei
indicare la priorità formativa di una cultura della giustizia? Un certo Gesù
Cristo ha detto: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei
farisei non entrerete nel regno dei cieli (primo grande attacco all'idea solo
procedurale della giustizia!). La Chiesa che si richiama a questo Gesù Cristo
quali segni dovrebbe dare?
SCARPINATO: Gesù Cristo fu ucciso democraticamente dal
potere. È mia opinione che alcuni vertici della Chiesa cattolica si siano
spesso trovati in imbarazzo ad affrontare certi nodi problematici del tema
della giustizia perché in Italia questo tema coinvolge inevitabilmente la
responsabilità della classe dirigente. La storia degli italiani è una storia
anomala rispetto a quella degli altri Paesi europei, perché è una storia
profondamente segnata, attraversata dalla criminalità di alcuni settori della
classe dirigente. Una criminalità che si è declinata in vari modi. Tangentopoli
non è iniziata negli anni ‘80-‘90 del ventesimo secolo, lo scandalo della Banca
Romana è della fine del secolo scorso, e tutti gli scandali dell'Italia
umbertina furono espressione della corruzione sistemica del tempo, corruzione
che attraversando il primo ed il secondo dopoguerra, si ricongiunge in una
linea di ininterrotta continuità a quella dell'ultima Tangentopoli degli anni
‘80-‘90.
Il terrorismo stragista della destra eversiva coperto dai
servizi segreti è stato un altro modo in cui si è declinata la criminalità di
alcuni settori della classe dirigente. Anche la mafia, come comprese Leonardo
Franchetti nella sua memorabile inchiesta sulla mafia dopo l'Unità d'Italia, è
stata e resta in parte una declinazione della criminalità di settori della
classe dirigente: dall'omicidio politico mafioso di Emanuele Notarbartolo alla
fine del diciannovesimo secolo, alla strage politico-mafiosa di Portella delle
Ginestre nell'immediato secondo dopoguerra, agli omicidi di decine e decine di
sindacalisti del movimento contadino, alla decapitazione dei vertici
istituzionali riformisti e dell'opposizione politica nella prima metà degli
anni Ottanta (omicidio del segretario provinciale della Dc Michele Reina, del
presidente della Regione Piersanti Mattarella, del prefetto Carlo Alberto Dalla
Chiesa, dell'on. Pio La Torre), agli omicidi di giornalisti che indagavano
sulle trame di potere (De Mauro, Fava ed altri), dei magistrati e poliziotti
che avevano osato alzare il livello delle indagini sui potenti intoccabili (per
esempio Rocco Chinnici, capo dell'Ufficio Istruzione di Palermo ed il capo della
squadra mobile Ninni Cassarà) e via via sino alla stragismo dei primi anni
Novanta, sono tutti capitoli di una storia cruenta del potere che si è
inestricabilmente intrecciata con la storia con la S maiuscola. Tutti coloro
che hanno cercato di cambiare le cose sono stati falcidiati con il
coinvolgimento di settori di una borghesia che non ha esitato a ricorrere
all'omicidio e alla strage per perpetuare il proprio potere e difendere i
propri privilegi. E in tutto questo c'è un altro aspetto: per un verso abbiamo
una criminalità della classe dirigente che in tutte le sue diverse declinazioni
ha segnato la storia del Paese e, per altro verso, la composizione sociale
delle carceri italiane dall'unità d'Italia ad oggi è rimasta pressoché
immutata.
In carcere oggi come ieri come l'altro ieri finiscono quasi
esclusivamente soltanto gli "ultimi" e questo avviene nonostante sia
cambiata la forma-Stato: la monarchia, il fascismo, la prima, la seconda
Repubblica. Pur nel mutamento della forma dello Stato e delle maggioranze
politiche la giustizia di classe è rimasta una costante che ha sempre garantito
la quasi totale impunità della classe dirigente.
Allora confrontarsi con il tema della giustizia in Italia
implica a mio parere anche la responsabilità di prendere a volte posizione
contro alcune deviazioni criminali di settori della nostra classe dirigente. Mi
pare illuminante al riguardo la vigile indifferenza sul tema della corruzione,
forma criminale che drenando le risorse pubbliche destinate allo sviluppo ed
allo stato sociale alimenta la povertà, il degrado e ruba il futuro alle
giovani generazioni.
ADISTA: Eppure la Chiesa si è pronunciata contro la mafia
al suo più alto livello…
SCARPINATO: A parte poche autorevoli eccezioni (il monito
del cardinale Pappalardo dopo l'omicidio Dalla Chiesa e poi l'anatema lanciato
da Giovanni Paolo II contro la mafia ad Agrigento dopo l'omicidio del giudice
Livatino), la Chiesa cattolica è stata troppo a lungo una grande assente sul
terreno della giustizia e della lotta contro la mafia. Vorrei ricordare, a
titolo di esempio, l'atteggiamento del card. Ruffini dopo la guerra: meglio la
mafia che il comunismo. Perché il mondo mafioso non metteva in discussione il
potere della Chiesa, il comunismo era alternativo. Molti vertici della Chiesa
cattolica, tranne rare e sporadiche eccezioni di cui si è detto, hanno quasi
sempre taciuto dinanzi agli abusi ed alle deviazioni anticristiane della
borghesia mafiosa e paramafiosa. Si è spesso avallata la cultura dell'elemosina
e del favore, una cultura che perpetua la dipendenza dalle catene del potere
invece di contribuire a far crescere la cultura alternativa dei diritti che
garantisce un vero statuto della cittadinanza ed emancipa il singolo dalla
dipendenza coatta dal potere restituendogli dignità e libertà.
ADISTA: Quindi secondo lei resta vanificata anche la
formazione cattolica al senso di uno Stato democratico inteso come Bene Comune,
Cosa Pubblica? E la formazione alla legalità di una legge uguale per tutti è
solo una velleità ingenua?
SCARPINATO: La Chiesa ha la struttura ordinamentale di una
monarchia assoluta, basata sulla gerarchia e sull'obbedienza.
Il mio punto di vista è il punto di vista di un laico, io
credo che non si possa fare un discorso di liberazione degli altri se
l'istituzione che lo fa non si nutre di una profonda ed autentica democrazia
interna. Mi pare vi sia una contraddizione in termini. C'è una grossa questione
femminile, una grossa questione democratica all'interno della Chiesa. Queste
due questioni irrisolte secondo me rischiano di condannare la Chiesa cattolica
ad affidare sempre più la propria sopravvivenza e la propria presa
sull'immaginario collettivo a strategie mediatiche con una progressiva perdita
di sostanza spirituale.
Naturalmente, i bisogni sono bisogni: c'è una ricerca
profonda di senso da parte di tanti che guardano alla Chiesa, però mi pare che
ci sia una inadeguatezza nella risposta.
A proposito del rapporto tra Chiesa e democrazia, ricordo un
bellissimo saggio del teologo Alberto Maggi ("Un Dio che serve gli
uomini" pubblicato sulla rivista cattolica Segno), il quale spiega che
Gesù fu ucciso proprio perché il suo insegnamento poneva le basi per una
democratizzazione della società che poteva destabilizzare l'ordine esistente.
Il suo programma di liberazione dell'uomo proponeva infatti
una immagine di Dio che comportava un profondo cambiamento non soltanto nel
rapporto dell'uomo verso Dio, ma anche nel rapporto tra gli uomini, inaugurando
una nuova relazione nella quale viene esclusa qualunque forma di dominio: se
Dio non domina, ma serve, nessuno può più dominare gli altri e tantomeno può
farlo in nome di Dio. Ciò, osserva Maggi, causa l'allarme negli ambienti del
potere politico e religioso dove il concetto di libertà era completamente
sconosciuto, e dominio e potere venivano esercitati e legittimati dalla
religione.
Sviluppando il discorso di Maggi, direi che l'alleanza di
Cesare e Caifa (simboli di un potere politico e religioso alleati nell'uccidere
i semi di libertà e di democrazia insiti nel messaggio evangelico) è rimasta
una costante nella storia, riproponendosi sotto svariate forme nei secoli
seguenti.
Infatti quando verso il terzo secolo il messaggio cristiano
riprende vigore nel collasso di potere e di senso dell'impero romano,
l'imperatore Costantino ed i suoi successori trasformano il cristianesimo in
religione di Stato. In tal modo si appropriano di quel messaggio snaturandolo
ed utilizzando una grande forza catartica per la costruzione di un nuovo
dominio sugli uomini che avevano invece sperato di essere liberati attraverso
di essa. Ciò è accaduto in Occidente ma anche in Oriente. In India, per
esempio, la casta dei brahmini neutralizzò le valenze di libertà e di
democrazia insite nell'"eresia" buddhista, incorporando quel
messaggio nell'induismo tradizionale e ponendolo, dopo averlo snaturato, al
servizio della perpetuazione della società castale indiana. Dovunque nel mondo
il potere si intromette nello spazio tra Dio e l'uomo e tenta di
appropriarsene.
Lo scrittore inglese cattolico Chesterton ha scritto che il
cristianesimo è fallito perché nessuno ha mai provato ad applicarlo. Dio ha
cominciato a morire nel momento in cui istituzioni antidemocratiche ed
illiberali, per meglio rafforzare il loro prestigio e potere, si sono
presentate alla gente sotto il suo nome e per secoli hanno detto: noi parliamo
a nome di Dio, siamo i suoi servi e rappresentanti, dunque ci è dovuta
obbedienza perché obbedendo a noi in realtà obbedite a lui: chi ci contesta e
ci critica, commette peccato di superbia e di blasfemia.
La grande rivoluzione del cristianesimo non fu compiuta che
a parole. In pratica, quel Dio che stava finalmente sollevandosi dalla terra al
cielo fu catturato a mezza via e cacciato dentro un mucchio di istituzioni e di
simboli: dalle spade dei conquistatori alle cappe dei re, alle mitrie dei
vescovi.
Per concludere sul punto, il discorso, a mio parere,
andrebbe dunque ripreso dallo stesso punto in cui fu interrotto con la duplice
uccisione di Gesù: prima fisica e poi culturale.
ADISTA: E allora aggiriamo l'argomento dall'altro lato,
quello del potere. La storia del nostro Paese vede una democrazia costantemente
interrotta o esautorata dai poteri mafiosi e occulti. Ma le culture politiche
del nostro Paese non sono mai riuscite nei fatti ad elevare la lotta alla mafia
al livello di questione politica nazionale e prioritaria. Nell'immaginario
collettivo si pensa ancora alla criminalità organizzata come a qualcosa di
separato dal consesso civile. Quale patto di potere invece rischiamo di non
vedere oggi come ‘strutturale', come ‘sistema' criminale?
SCARPINATO: La situazione è molto grave. Intanto
chiediamoci: perché la mafia uccide? Perché deve superare un ostacolo che non
si può superare in modo incruento. Infatti i mafiosi dicono: Dio sa che è lui
che ha voluto farsi uccidere. Si tenta sempre di trovare una soluzione
pacifica. Quando non si riesce a trovare una soluzione incruenta, alla fine si
uccide. Il presidente Mattarella hanno tentato di convincerlo in tutti i modi e
siccome non ci sono riusciti alla fine l'hanno ucciso.
Se non ci sono ostacoli, non si uccide. Diciamo che questo è
un periodo storico in cui non si uccide. I centri di potere e di spesa sono
stati occupati attraverso procedure democratiche. Se ci sono dei soggetti
scomodi non c'è necessità di ucciderli perché possono essere estromessi in modo
incruento: certi magistrati antimafia, certi giornalisti, certi amministratori
si emarginano, si silenziano, si mandano via.
Quindi la violenza si è trasferita dalle strade all'interno
di alcuni apparati, ed è diventata una violenza strutturale. Oggi non c'è
spazio per la critica, non c'è spazio per culture plurali, quindi non c'è
bisogno di uccidere. Se si devono fare i soldi si fanno in modo incruento. Il
caso della clinica Aiello è molto interessante: ormai i soldi per gli appalti
pubblici non ci sono più e quindi i soldi si trovano in quei settori della
spesa sociale che sono irriducibili, la sanità per esempio, che non a caso è la
più grossa voce di bilancio sia della Sicilia che della Calabria. E quindi oggi
il modo con cui si fanno i soldi, per esempio, è quello di smantellare la
sanità pubblica e di trasferire le risorse in quella privata. La Sicilia ha il
più alto numero di convenzioni di tutta Italia, circa 2.000 convenzioni, e il
caso Aiello è la punta dell'iceberg. Lì si annidano anche gli interessi della
borghesia mafiosa, di una certa politica, c'è anche Provenzano: ciascuno ha la
sua fetta di torta. È un momento storico in cui, come dire, si è tornati alle
origini, perché se noi pensiamo agli anni ‘70 e ‘80, ma chi erano i mafiosi che
contavano? Erano, ad esempio, i cugini Salvo, uomini emblema della borghesia
mafiosa. I Salvo sono diventati miliardari grazie al fatto che tutti i
finanziamenti pubblici per l'agricoltura venivano accaparrati da loro. Tramite
i loro referenti politici avevano le informazioni prima e quindi facevano le
domande, e il 90% dei finanziamenti pubblici andava a loro. E così per la
concessione di aggi spropositati per le esattorie. Quando qualcuno ostacolava i
loro interessi, i Salvo, come è emerso in alcuni processi, chiedevano di
toglierlo di mezzo agli specialisti della violenza materiale, cioè i componenti
della mafia militare, come è accaduto con il giudice Rocco Chinnici, capo
dell'Ufficio Istruzione di Palermo. È questa la borghesia mafiosa: è la storia
della violenza di tanti colletti bianchi, di tanti sepolcri imbiancati. Il
decennio corleonese, che nell'immaginario collettivo viene proiettato come la
storia della mafia tout court, non è tutta la storia della mafia, è piuttosto
una parentesi patologica durata dagli inizi degli anni ‘80 agli inizi degli
anni ‘90. In tale periodo i corleonesi, i cosiddetti ‘viddani', hanno rotto il
rapporto preesistente con la borghesia mafiosa, che in precedenza aveva sempre
avuto un ruolo egemonico, mai messo in discussione dai componenti della mafia
militare e popolare. Il famoso Gaetano Badalamenti riassumeva tale ruolo di
subalternità ripetendo: "non si può fare la guerra allo Stato",
intendendo per Stato i vertici della classe dirigente che occupava lo Stato.
Conclusa quella parentesi temporale, se noi vediamo i nomi di alcuni dei
protagonisti della storia mafiosa di oggi, ci accorgiamo che si assiste ad un
ritorno dell'egemonia della borghesia mafiosa e paramafiosa. Il capo di uno dei
mandamenti più importanti di Palermo, il mandamento di Brancaccio che comprende
100.000 abitanti, era sino a pochi mesi fa un noto medico, il dottor
Guttadauro, il cui salotto era frequentato di giorno dalla borghesia
palermitana (politici, amministratori, imprenditori) e di sera dai killer. E
borghesi sono il dottore Cinà, il dottore Pennino, e tanti altri meno famosi i
quali oggi probabilmente sono impegnati a fare i soldi come si faceva ai vecchi
tempi.
ADISTA: Perché ‘oggi'?
SCARPINATO: Perché oggi non c'è bisogno di uccidere.
L'omicidio politico-mafioso, come quello di Fortugno avvenuto recentemente in
Calabria, è divenuto un fatto eccezionale motivato dall'esigenza di superare un
"anomalo" punto di resistenza.
Se pensiamo che abbiamo un presidente della Regione
processato per favoreggiamento alla mafia, e che abbiamo un nutrito gruppo di
esponenti del partito del governo regionale incriminati per mafia, e se
facciamo una ricognizione dei colletti bianchi che sono in qualche modo
indagati per mafia, ci rendiamo conto che abbiamo un problema grave che è un
problema non giudiziario ma politico, perché questo mondo è arrivato al potere
attraverso legittime procedure democratiche. È questo il punto. Del resto, che
il consenso sia spontaneo è dimostrato da quello che è successo in questi anni:
sono state elette persone che avevano subito condanne, a volte definitive, i
cui rapporti con certi uomini sono notori. Il dottore Guttadauro, il capo del
mandamento di Brancaccio, era appena uscito dalla galera dove aveva espiato una
condanna per mafia, quindi quelli che lo andavano a trovare sapevano bene con
chi parlavano, ma nel suo salotto c'era il fior fiore della borghesia
cittadina, e in questa tessera, in questa microstoria c'è la macrostoria. Sto
leggendo un libro intitolato "democrazia mafiosa", sembra un
paradosso ma in parte è così. In proposito si possono ricavare interessanti
spunti di riflessione dall'esperienza di quei Comuni che vengono sciolti per
mafia. Infatti la procedura di scioglimento di una amministrazione comunale per
mafia non parte dal presupposto che il processo elettorale sia stato alterato
dalla mafia. No, si ritiene che le elezioni si siano svolte democraticamente,
ma che, ciononostante, quella collettività abbia espresso una rappresentanza
politico mafiosa. Per tale motivo si opera il commissariamento statale
dell'amministrazione comunale per un certo periodo. Scaduto tale periodo il
commissariamento viene rinnovato se si ritiene che quella collettività non ha
ancora raggiunto una maturità civile tale da esprimere una rappresentanza non
mafiosa.
Ci troviamo dinanzi a forme di democrazia mafiosa. E il
paradosso è che lo Stato in quel caso è ‘antidemocratico' perché impedisce alla
collettività locale di scegliersi la rappresentanza che vuole. Allora questo
discorso potremmo estenderlo, cum grano salis, dai Consigli comunali ai
Consigli regionali e via via.
ADISTA: Torna il problema della democrazia che non è solo
una procedura, né una somma aritmetica di voti…
SCARPINATO: La democrazia è nelle culture di base. Quando i
pozzi sono inquinati, c'è poco da fare. E lì bisogna chiedersi perché questi
pozzi sono inquinati. Leonardo Sciascia andò via dall'Italia formulando una
diagnosi di irredimibilità del Paese, di irredimibilità delle sue culture vere
che non sono mai state né la cultura illuminista, né la cultura marxista, né la
cultura liberale: tutte culture di importazione, dalla Francia, dalla Germania,
dall'Inghilterra. Le vere culture italiane di base sono state quelle
millenarie: la cultura cattolica, la cultura del familismo amorale, la cultura
del machiavellismo, e del cortigiano. Il cattolicesimo, che per secoli è stato
la principale agenzia di formazione culturale del Paese, ha contribuito a
costruire questa identità. C'è da chiedersi cosa fare. Certo, abbiamo poi
eroici esempi di persone all'interno del mondo cattolico che vivono con
grandissima tensione etica, ma non mi pare che costituiscano la regola.
ADISTA: Appelliamoci alla consueta risorsa del pessimismo
della ragione unito all'ottimismo della volontà. Forse non resta che continuare
a chiedere che riflessioni simili continuino ad avere diritto di cittadinanza,
nei centri di formazione culturale e nei media, per quanto ‘consentito'. Forse
non resta che tenacemente lavorare perché divenga prioritaria la formazione
alla capacità di saper individuare nella mafia il rovescio della storia del
potere, almeno a livello di consapevolezza, almeno a livello di riflessione
culturale.
In che situazione si trova la Procura di Palermo rispetto
alla forza e lungimiranza dell'azione antimafia? Come sono valorizzate le
competenze umane e professionali forgiatesi attraverso la storia della Procura
guidata da Caselli? E sulla vicenda della DNA e della legge studiata appositamente
contro Caselli perché non divenisse Procuratore nazionale antimafia vuole
aggiungere qualcosa?
SCARPINATO: Preferisco non rispondere a questa domanda.
ADISTA: Di che si occupa adesso?
SCARPINATO: Di criminalità economica, fino a quando mi sarà
consentito.
ADISTA: Quindi si occupa di mafia…
SCARPINATO: Sì, io mi occupo di mafia nel senso che oggi a
mio parere i modi per fare i soldi veri non sono più quelli classici del pizzo
e delle estorsioni che continuano ad essere praticati dalla mafia popolare,
quella che compone l'apparato organizzativo interno di Cosa Nostra. Le élite
mafiose e la borghesia paramafiosa ed affaristica hanno riscoperto il modo di
fare i soldi in maniera silenziosa ed incruenta con le combine politiche e la
criminalità economica che sono molto difficili da perseguire.
I soldi si fanno nei tanti modi astuti in cui i colletti
bianchi sono maestri. Vedo per esempio la 488, che è una legge che finanzia
iniziative imprenditoriali, che è uno dei buchi neri della finanza nazionale,
perché una buona parte di questi finanziamenti sono finiti agli amici degli
amici o a truffatori, i quali non hanno creato posti di lavoro, non hanno
creato imprenditorialità. Vedo il buco nero dei fondi della sanità, che
sappiamo che vanno a finire a finanziare le cliniche degli amici degli amici.
Vedo i grandi affari nel settore dello smaltimento dei rifiuti, etc. Mentre
invece ancora nell'immaginario collettivo quando si parla di mafia scatta
l'icona di Riina e di Provenzano. Per mesi e per anni si è parlato della
prostata di Provenzano, come ho scritto in un articolo a proposito di
Provenzano usato come una delle tante "armi di distrazione di massa",
mentre i soldi si facevano in tutt'altro modo. E questa è una scelta
politico-culturale, perché è chiaro che si vuole avallare l'idea che la mafia
sia solo la mafia della droga, la mafia delle estorsioni, e che il resto non
abbia a che fare con essa.
ADISTA: Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo
Borsellino, Ninni Cassarà, Roberto Antiochia, ed anche Placido Rizzotto,
Peppino Impastato, Pio La Torre, Accursio Miraglia…. E ancora, e ancora…
vengono alla mente senza ordine cronologico, tutti però legati dal ferreo
‘ordine' logico che li ha uccisi. Il cuore trema solo a nominarli, come ciò che
non va nominato invano. Eppure osiamo dire che Li sentiamo davvero fratelli e
martiri di una fede che va al di là di ogni credo particolare perché è la fede
nella vita, nella giustizia, nella tenera bellezza dei sentimenti del cuore.
Eppure sono praticamente ignorati, anche dalla ‘agiografia' ecclesiale, che
magari preferisce fare martiri gli imputati di mafia e non già le vittime di
mafia.
E comunque, perché sentiamo ormai come retoriche le
celebrazioni ufficiali che dovrebbero ricordarli? Perché sentiamo che non c'è
memoria là dove è venuta meno la volontà politica di raccogliere il testimone
della speranza che loro sì hanno testimoniato fino a dare la vita?
SCARPINATO: Per questo io parlo di avvelenamento dei pozzi,
i pozzi sono inquinati…
ADISTA: Eppure una domanda sorge spontanea: ci sono
persone che hanno fatto di questi nomi, che hanno fatto della storia di Palermo
il loro dolore ma anche la loro speranza di convivenza umana. Ci sono persone,
cattoliche e no, che a prescindere dalle varie oligarchie e gerarchie, non solo
ecclesiali, vogliono fare memoria e continuare a sedimentare democrazia, quella
non mafiosa e consapevole dell'afflato umano di giustizia che la storia della
democrazia ha dentro di sé. Che si sente di dire loro? Viviamo ognuno nel
proprio isolamento oppure possiamo ancora sperare, procedendo sui cento e cento
passi di lotte come quella di Libera perché la legge sulla confisca e il
riutilizzo sociale dei beni mafiosi non venga esautorata, o perché in Sicilia
ci sia Rita Borsellino presidente della Regione?
SCARPINATO: Quello che posso dire è questo. In questi anni
la scena pubblica è stata occupata dal conflitto tra il centrodestra e il
centrosinistra. In realtà secondo me è stata combattuta anche un'altra guerra,
la guerra di tutta la nomenklatura politica di centrodestra e di centrosinistra
contro il tentativo della società civile di riprendersi la politica dal basso.
Questo tentativo è stato frustrato in mille modi: mediante
la demonizzazione dei cosiddetti movimenti presentati come pericolose forme di
antipolitica e di deriva qualunquista, mediante il silenzio mediatico sulle
manifestazioni spontanee e di base, mediante l'emarginazione politica di alcuni
leader espressi dalla società civile o la loro cooptazione nell'oligarchia
partitica. La società civile è stata mortificata ed invitata a starsene a casa
delegando la politica ai "professionisti". Il caso della Borsellino
nelle primarie in Sicilia è molto interessante perché costituisce l'ennesimo
tentativo della società civile di riprendersi la politica dal basso, senza
subire passivamente i diktat dei vertici dei partiti e dei loro accordi
segreti. Credo che questa sia l'unica strada per tentare di rigenerare la
politica, perché non mi pare vi siano soluzioni all'interno di oligarchie di
partito portatrici di una visione economicista ed autoreferenziale della
realtà, sia a destra che a sinistra. Vi sono alcune tendenze molto interessanti
che indicano un possibile percorso collettivo per restituire un'anima ed un
cuore ad una politica ormai ridotta a pura tecnica di gestione del potere.
L'esperienza delle Primarie dell'Unione, per esempio, può
essere indicativa: 4 milioni e mezzo di persone che vanno a votare indicano
questa voglia di partecipazione ed una direzione da seguire.
Questi concittadini hanno fatto comprendere che il vero
rinnovamento ha un cuore antico: la riscoperta della partecipazione come
momento di costruzione istituzionale, così come previsto dagli artt. 3 e 49
della Costituzione. Quei cittadini, come è stato osservato, non volevano e non
vogliono formare un nuovo partito: chiedono un nuovo modo di costruire i
partiti, hanno rivelato una via per democratizzare la democrazia. Si tratta
allora di potenziare istituzionalmente un nuovo modo di essere della cittadinanza
attiva mediante la valorizzazione ed estensione di alcuni strumenti di
democrazia diretta già esistenti e la creazione di nuovi.
Alcuni costituzionalisti si muovono già in questa direzione.
Mi riferisco, per esempio, oltre alla istituzionalizzazione del metodo delle
primarie, anche all'apertura del Parlamento alla società civile mediante
l'estensione del referendum confermativo, oggi previsto solo per le leggi di
revisione costituzionale, anche alle leggi formalmente ordinarie ma dense di
sostanza costituzionale, quali, ad esempio, le leggi elettorali, la disciplina
delle comunicazioni di massa, l'ordinamento della magistratura, e delle
autorità indipendenti, etc. Si potrebbe anche progettare uno snellimento degli
istituti della legge di iniziativa popolare e della petizione popolare mediante
la creazione di un mediatore parlamentare sul modello europeo per canalizzare
le proposte e le petizioni nelle complesse procedure parlamentari. Sono solo
progetti, idee, certo è che qualcosa bisogna pur fare per restituire dignità
alla politica.
A questo proposito credo non si debba dimenticare la grande
lezione greca: i greci capirono per primi che l'infelicità dell'individuo non
nasceva dai capricci degli dei o dai demoni, ma era figlia dell'infelicità
della polis. Se non si cura la polis non si può curare l'infelicità delle
persone. Per i greci occuparsi della politica era l'attività più alta che
potesse esistere. E invece per noi - non parliamo poi in Sicilia - la politica
è diventata fortemente connotata di negatività, oppure arida attività delegata
ad alcuni professionisti. Forse è venuto il momento di ritornare alle origini
della politica e riappropriarcene. Il che significa uscire fuori dal recinto
del proprio piccolo io, dei propri egoismi particolari e tornare ad innamorarsi
del destino degli altri nella consapevolezza che non esistono soluzioni
individuali. Occorre invertire la rotta perché oggi tutto sembra andare nella
direzione opposta. Pensiamo alla nuova legge elettorale proporzionale, che
consente alle gerarchie di partito di indicare i candidati e che priva le
rappresentanze elettorali del loro rapporto con la base: la democrazia così
diventa la competi-zione tra élite, con la società civile che sta a guardare
chi vince e chi perde. In realtà poi i cittadini che non fanno parte di alcuna
lobby, di alcuna catena clientelare, perdono sempre perché restano privi di un
vero statuto di cittadinanza. La storia rischia così di tornare a ripetersi
come eterna circolare storia degli abusi di minoranze organizzate ai danni di
maggioranza disorganizzate.