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Ada Trifirò: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi: I diritti negati delle donne colombiane
Gli effetti della crisi economica, la partecipazione politica, i diritti sessuali e riproduttivi. Prostituzione, industria del sesso e tratta. La “neutralità attiva” di fronte al conflitto.
Introduzione
Essere donna in un contesto culturale fortemente patriarcale e machista, in un paese investito da una grave crisi economica e dilaniato dalla guerra. Essere donna quando l’identità femminile si sostanzia principalmente in riferimento ad un uomo assente: il padre, il marito, il compagno che l’ha abbandonata. Essere donna nei barrios popolari delle grandi città, ove si dice che un giovane ha due sole alternative per vivere: “fare il sicario o la prostituta”. O nelle aree periferiche, ove non esistono le condizioni per la elaborazione di un progetto di vita proprio e gli unici riferimenti rimangono la famiglia o la fuga verso le città o il resto del mondo.
Essere donna in Colombia: dove la vita di migliaia di madri sole è una continua lotta per la sopravvivenza. Dove uomini intrappolati in una realtà che appare senza prospettive di cambiamento riversano sempre maggiore violenza sulle loro mogli, figlie e compagne o fuggono dalle responsabilità familiari. Ove si vive un conflitto che <<ormai non solo uccide ma strappa la vita agli stessi vivi>> (“De-género”, in Alternativa, n.20, dicembre gennaio 1999).
Il 2000 è stato per la Colombia il peggiore in cinquant’anni. L’aggravarsi del conflitto continua a stringere la popolazione in una morsa insostenibile. Solo nei primi 20 giorni del 2001 si sono registrati 20 massacri, che hanno portato a 152 vittime: ossia, una media diaria di 9 morti.
Drastici interventi di matrice neo-liberale in una economia in crisi, inoltre, stanno determinando un drastico incremento della disoccupazione, la perdita del potere di acquisto delle famiglie e una polarizzazione economica sempre più ampia. I rapidi processi di modernizzazione e urbanizzazione che hanno investito le principali città del paese, uniti a fattori come il narcotraffico e la limpieza social, hanno provocato l’emergere di una violenza urbana altrettanto preoccupante.
Guerra, violenza urbana e crisi economica sono responsabili in Colombia di una situazione che investe, condiziona e danneggia in maniera particolare la vita delle donne.
In questo documento si presenta la situazione della donna colombiana da tre prospettive differenti: la posizione nella realtà socio-economica; le piaghe dello sfruttamento sessuale e della tratta di persone; la dichiarazione a favore della “neutralità attiva di fronte al conflitto”.
Por qué cantamos
Si cada hora viene con su muerte si el tiempo es una cueva de ladrones los aires ya no son buenos aires la vida es nada más que un blanco mòvil… Usted preguntará por que cantamos
Si estamos lejos como un horizonte Si allà quedaron àrboles y cielo Si cada noche es siempre alguna ausencia Y cada despertar un desencuentro…
…. Cantamos porque el nino y porque todo y porque algún futuro y porque el pueblo cantamos porque los sobrevivientes y nuestros muertos quieren que cantemos
… Cantamos porque lleve sobre el surco y somos militantes de la vida y porque no podemos ni queremos dejar que la canción se haga ceniza (Mario Benedetti)
Economia, cultura e società
Gli effetti della crisi economica che ha colpito il paese
A partire dai primi anni ’90, la Colombia ha imboccato una fase di recessione economica approdata oggi ad una crisi senza precedenti. Gli effetti sociali principali sono stati: aumento delle fasce di popolazione che vivono in condizioni di povertà, aumento della disoccupazione, polarizzazione economica e crescita della precarietà lavorativa.
La disoccupazione ha gia raggiunto il 20%; la povertà aumenta. Più di due colombiani su dieci hanno ingressi inferiori alla “linea d’indigenza” (rapporto UNDP, United Nation Develompment Programme). Nel 1999 il 50% della popolazione ha dovuto ripartirsi il 13,8% del reddito totale del paese, mentre un 20% ha avuto accesso al 62,4% di esso. Buona parte della popolazione ha percepito redditi tanto esigui - il 45% nelle aree urbane e l’80% in quelle rurali – da non poter soddisfare necessità basiche, come abitazione, salute, istruzione (rapporto del Dipartimento nazionale di pianificazione - DNP). Il 77% dei lavoratori percepisce appena un salario minimo (pari a 280.000 lire circa), un altro 15% due salari minimi e solo l’8% più di due.
La responsabilità di questa situazione va imputata principalmente ad una disastrosa politica neoliberista, che continua ad apportare alla economia del paese consistenti “aggiustamenti strutturali”, secondo di dettami del Fondo monetario internazionale. Lo stesso UNDP denuncia che: <<gli aggiustamenti macroeconomici stanno comportando alti costi sociali e incidenze negative che si estrinsecano innanzitutto in minori redditi, deterioramento del capitale umano, disoccupazione e disuguaglianza in misura crescente>> (Rapporto sull’anno 1999). Mentre la distanza tra ricchi e poveri nei paesi del nord Europa mantiene un rapporto di 6 a 1, in Colombia il rapporto è di 46 a 1.
Secondo i calcoli del UNDP, l’indice di sviluppo umano della Colombia negli ultimi tre anni è retrocesso di 11 punti. Se, infatti, nel 1997 occupava il 57° posto nella classifica mondiale, i recenti squilibri interni posizionano il paese, due anni più tardi, al 68° posto. Il documento dell’organismo internazionale segnala due problemi che impediscono alla Colombia di ottenere un maggiore e più equilibrato “sviluppo umano”: la violenza che colpisce in particolare la popolazione maschile tra i 25 e i 50 anni di età (dunque in età lavorativa) e la disuguaglianza socio-economica. <<La mancanza di uguaglianza nella distribuzione delle risorse - afferma il rapporto – determina già da sola una retrocessione di più di dieci anni nello sviluppo umano>>. Persistono, inoltre, grandi differenze sociali tra i dipartimenti del paese. Regioni come il Chocó, Narino e Caquetá, se considerati singolarmente, occuperebbero solo il 174° posto.
La crisi economica incide pesantemente sulle condizioni del lavoro, determinando l’aumento della economica informale e la perdita delle garanzie minime. Si calcola che attualmente solo il 7,5% dei lavoratori colombiani è vincolato stabilmente ad un’impresa o ad un impiego pubblico (rivista Utopias, n. 67, agosto 1999, pag. 9); il resto è rappresentato da manodopera e professionalità precaria.
Una situazione economica così conformata ha effetti drammatici sulla vita e sulla posizione socio-economica delle donne. Sono, infatti, le prime a perdere il lavoro, ad essere progressivamente spinte verso il settore informale e verso contratti temporanei e senza la garanzia della sicurezza socio-sanitaria, per se stesse e i figli.
Assunzioni senza contratto in piccole e medie imprese manifatturiere, servizio domestico, vendita ambulante e, naturalmente, anche industria del sesso sono al momento le uniche alternative per la stragrande maggioranza della manodopera femminile non qualificata.
Secondo una ricerca realizzata da Profamilia, attualmente le donne che hanno un lavoro sono solo meno della metà della popolazione femminile. Di queste, il 55% è impiegato nel settore dei servizi, il 6% esercita attività manuali non qualificate e solo il 23% attività professionali e tecniche. Secondo la Central Unitaria de Trabajadores (CUT, Centrale unitaria dei lavoratori) in Colombia i salari delle donne sono fino ad un 30% più bassi di quelli degli uomini. Inoltre, a parità di attività svolta e di grado d’istruzione raggiunto, guadagnano in media un 15.2% meno degli uomini. L’apporto non riconosciuto delle donne alla catena alimentare rappresenta il 17% del PIL. Esse sono la minoranza tra i lavoratori con funzione direttiva (22% donne), tra i lavoratori indipendenti con attività regolarmente registrata (34.1%), tra gli impiegati (39.1%). Le più colpite dalla discriminazione salariale risultano essere le contadine (Margarita Pelaís, “Los desafíos de las mujeres colombianas en el contexto del desarrollo” Quaderni del Centro Studi di Genere dell’Università di Antioquia, n.1, novembre 1998).
D’accordo con le ricerche del Cede (Centro di ricerca sullo sviluppo economico) della Universidad de los Andes, le professioniste che lavorano nelle imprese si collocano più facilmente nei settori di contabilità, amministrazione, relazioni industriali, relazioni pubbliche, acquisti, vendite e informatica. È raro incontrarle in pianificazione della produzione, sicurezza o mantenimento. Fra i carichi elevati che riescono a raggiungere: capo di dipartimento, gerente di succursale, assistente, segretaria del presidente e amministratrice (El Colombiano, 30 ottobre 2000). In Colombia quest’anno per la prima volta è stata eletta alla Fecode (Federazione colombiana degli insegnanti) una presidente donna, nonostante il 77.5% dei 300 mila associati sia rappresentato da donne.
Nella sfera riproduttiva, invece, la cura dei figli e della famiglia ricade pienamente sulle donne, che lavorano ogni giorno dalle 2 alle 10 ore più degli uomini.
Data la riduzione delle opportunità lavorative, il livello di istruzione raggiunto ricopre un ruolo importante in vista di un inserimento occupazionale e anche questo elemento funziona da fattore discriminante a svantaggio delle donne. Sebbene le ultime due decadi avevano comportato significativi avanzamenti nella loro partecipazione all’istruzione, il peggioramento nell’offerta educativa, in termini quantitativi e qualitativi, sta provocando un brusco incremento della diserzione e dell’abbandono scolastico. Il costo dell’istruzione a carico della popolazione è andato aumentando in termini assoluti e in relazione all’andamento dei salari e un numero sempre maggiore di famiglie non è in grado di garantire l’istruzione ai figli. Secondo il rapporto dell’UNDP, in città le famiglie spendono in media 1\5 del reddito in istruzione. Il 20% più povero della popolazione, vi deve riservare mensilmente il 40% delle spese.
Di fronte ad una recessione economica che torna a colpire il diritto allo studio, è presumibile che siano le bambine le più colpite.
La socializzazione ai ruoli tradizionali
<<In Colombia esiste un quadro giuridico ampio per la protezione dei diritti della donna. Ciò nonostante, la situazione concreta continua ad essere difficile>>, afferma l’Ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani (UNHCHR) in Colombia, nell’ultimo rapporto pubblicato sulla situazione del paese.
La responsabilità principale di questa situazione va imputata senz’altro ad una cultura fortemente patriarcale, che si è mantenuta pressoché immutata negli ultimi decenni, mentre invece aumentavano nel paese il clima di violenza, la perdita di sicurezza sociale e un profondo senso di mancanza di prospettive: tutti fattori che, tra le altre cose, sono stati responsabili di una disgregazione familiare crescente.
Mentre aumenta l’abbandono della famiglia da parte degli uomini (padri, mariti, conviventi) e le donne vengono sempre più lasciate sole nella crescita e nel mantenimento dei figli, le bambine colombiane continuano ad apprendere il loro destino tradizionale di “spose e buone madri”. Educazione e processo di socializzazione enfatizzano la funzione di procreazione a danno di qualsiasi altro aspetto della vita e della valorizzazione della sessualità femminile, che assume una posizione subalterna rispetto a quella maschile.
Negli ultimi cinque anni sono cresciuti drammaticamente il madresolterismo (presenza di famiglie capeggiate da madri sole) e i casi di gravidanze precoci e indesiderate, soprattutto negli strati medio-bassi. Il 17% delle donne giovani colombiane in età compresa tra i 15 e i 19 anni sono già madri. La situazione assume dimensioni ancora più preoccupanti in alcuni dipartimenti, come quello di Antioquia, ove la media sale al 29%. Qui, una giovane su tre è rimasta almeno una volta incinta e il 21% delle adolescenti antioqueñas è già madre.
Profamilia denuncia la deficienza di programmi educativi che permettano di ridurre la maternità indesiderata soprattutto tra le adolescenti. <<Le donne in generale non hanno informazioni sulla pianificazione, e cosa più preoccupante, la maggior parte di esse sconosce la sessualità>>, si afferma in un rapporto pubblicato in dicembre. La subcultura machista e l’assenza di campagne pubbliche informative e preventive stanno rendendo le donne altamente vulnerabili alle malattie a trasmissione sessuale e in particolare all’Aids. In Colombia sono stati registrati quest’anno 12.593 casi, metà dei quali nel dipartimento di Antioquia, dove annualmente si registrano in media 500 nuovi casi. Il 13% della popolazione contagiata è di sesso femminile. <<Ciò che più preoccupa – ha dichiarato l’epidemiologa Angela Marìa Castaneda – è l’incremento dell’infezione nelle donne sposate e con un solo partner sessuale, a causa dell’alto tasso di ricambio di coppie che esiste tra gli uomini>> (El Colombiano, 1 dicembre 2000).
I dati, tuttavia, sono sottostimati se si ipotizza che altre migliaia di persone, pur coscienti di aver potuto contrarre il virus, non si sono sottoposte mai ad esame. Questo atteggiamento è particolarmente diffuso tra le migliaia di donne che esercitano la prostituzione nel paese.
La penalizzazione dell’aborto
La situazione della salute e dei diritti riproduttivi viene complicata ulteriormente dalla penalizzazione assoluta che la legge colombiana fa dell’aborto.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nell’America Latina e Caraibica ogni anno si praticano circa 6 milioni di aborti, di cui il 95% nell’illegalità e con ovvi rischi per la salute della donna. Nel 1997, 6 mila sarebbero le donne morte come conseguenza di complicazioni e molte altre avrebbero riportato conseguenze permanenti.
In Colombia, il rapporto tra nascite e aborti è di uno a uno circa. Si calcola che ogni 100 donne, 26 hanno avuto un aborto almeno una volta nella vita. Secondo stime approssimative prodotte dalle autorità sanitarie colombiane, ogni anno vengono realizzati circa 300.000 aborti clandestini mentre per la Red colombiana de mujeres por los derechos sexuales y reproductivos (Rete colombiana di donne per i diritti sessuali e riproduttivi) la cifra è di 450.000. L’aborto è la seconda causa di morte per le donne in età fertile (El Colombiano, 30 settembre 2000). Inoltre, si calcola che per ogni aborto riportato presso le istituzioni pubbliche, altri 4 casi rimangono totalmente sconosciuti.
Nonostante tutto il contesto latino-caraibico presenti una situazione di generale preoccupazione, solo in due paesi le legge afferma ancora una restrizione totale: uno di questi è la Colombia.
Secondo il nuovo codice penale, che entrerà in vigore nel marzo del 2001 (legge 599 del 2000), l’aborto non è consentito in nessun caso. In nessun caso si prevede l’esenzione dalla pena ma solo un’eventuale attenuazione quando ricorrono determinate circostanze: quando la gravidanza sia stata causata da violenza sessuale o si sia determinata in situazioni di pressione psicologica o in ‘straordinarie condizioni anormali di motivazione; oppure, quando stia mettendo in pericolo la vita della donna. La legge rappresenta persino un passo indietro rispetto al passato, in quanto aumenta l’entità delle pene previste dal precedente codice e introduce il reato di “lesioni personali sul feto”. In contraddizione con un assunto fondamentale di tutte le legislazioni democratiche, secondo cui ciascuno acquista personalità giuridica al momento della nascita, si afferma indirettamente che il “feto” ha una personalità giuridica e diritti superiori a quelli della madre, anche di fronte a rischi seri per la sua vita.
Secondo l’avvocato Dario Arcila (seminario su: “Aborto, un problema di salute pubblica in Colombia”, Centro de estudios en género de la Università di Antioquia, novembre 2000, Medellín, Colombia) l’unico strumento a disposizione per tentare la difesa totale di una donna che ha praticato un aborto è costituito dal ricorso ad un articolo contenuto nelle “condizioni generali”, ove si afferma la “depenalizzazione” totale di qualunque reato commesso in situazione di forza maggiore, ma solo quando non sia stata la stessa vittima a “creare la situazione di pericolo”. In ogni caso, dunque, il giudice potrà attribuire alla imprudenza della donna l’accaduto e non accettare il ricorso a detta norma.
Pur non essendo entrata in vigore la legge, si sono registrati già i primi effetti. Se negli ultimi dieci anni gli aborti erano stati praticati in una situazione di “tolleranza” da parte delle istituzioni, già in pochi mesi sono state emesse le prime sentenze “esemplari”, in applicazione della vecchia legge. <<Una contadina andrà in carcere per avere abortito – scrive Clarita Gómez De Melo, psicoanalista – è una delle colombiane che stanno pagando per due milioni di donne che hanno preso la stessa decisione nell’ultima decade. Una legge ingiusta, avallata da una sentenza della Corte costituzionale incoerente e mal argomentata, appoggiata dalla ipocrisia nazionale, espone la maggioranza delle donne al rischio della vita, e come se non bastasse, del carcere. Mentre le figlie di quelli che hanno fatto la legge e la fanno applicare potranno continuare a ricorrere con tranquillità e sicurezza all’aborto>>, ovviamente in strutture private che operano nella clandestinità o, meglio, all’estero (El Tiempo, 18 luglio 2000).
Un caso eclatante che le organizzazioni di donne hanno posto all’attenzione internazionale è quello di Alba Lucía Rodríguez, una giovane contadina di 23 anni che si trova attualmente in carcere perché accusata di aver ucciso la sua bambina durante il parto non assistito. L’accusa è di omicidio preterintenzionale e la pena inflittale è di ben 42 anni e cinque mesi: una delle condanne più pesanti di tutta la storia processuale colombiana. La legislazione del paese non prevede l’ergastolo e la pena che le è stata attribuita è dell’entità di quelle previste dal codice penale per i reati più gravi.
Alba Lucía aveva nascosto alla famiglia la sua gravidanza e quando venne il momento del parto si trovava sola in casa. La bambina si strozzò sul nascere, avvolta dal cordone ombelicale; ma lei fu accusata di averla strangolata. La gravità della condanna appare priva di giustificazioni legali. La Red colombiana de mujeres por los derechos sexuales y reproductivos, insieme alla avvocata che si sta occupando della difesa, ha prodotto un dossier che proverebbe irregolarità commesse dalle autorità di polizia e giudiziali nelle fasi investigative e processuali e ha inoltrato la richiesta di analisi del caso al Tribunale interamericano dei diritti umani. <<Devo avvertire che in nessun altro caso sono stati commessi tanti errori, arbitrarietà e irregolarità come questi, i quali evidenziano la chiara misoginia della Giurisdizione penale>>, scrive la avvocata nella domanda di ricorso in Cassazione.
La Red ha appoggiato la difesa di Alba Lucía ed ha realizzato un lavoro di solidarietà, denuncia e divulgazione del caso davanti alla società colombiana con la campagna Por el derecho al derecho: Alba Lucía libre, soprattutto nella città di Medellín, ove è lei detenuta.
Va detto, tuttavia, che la questione aborto ha sempre rappresentato un aspetto di grande divisione nel panorama della società civile femminile. La Red, nata come coordinamento di singole e ong, con l’obiettivo di promuovere i diritti sessuali e riproduttivi e in maniera particolare la depenalizzazione dell’aborto nella legislazione colombiana, non ha ricevuto adesione e ampio appoggio dal tutto il movimento delle donne. <<Se non siamo riuscite a ottenere una legge diversa – afferma Aracelly Berrio della sezionale di Medellín (in una intervista a me concessa, luglio 2000) – è perché non abbiamo fatto fronte comune nemmeno all’interno del mondo laico e non abbiamo potuto vincere la posizione retrograda della Chiesa colombiana>>.
La piaga irrisolta della violenza intrafamiliare
Alle situazioni di violenza politica e sociale, come origine di situazioni di vulnerabilità femminile, si deve aggiungere una violenza familiare strutturale che ha come principale vittime donne e minori. Afferma l’Ufficio dell’UNHCHR: <<Il problema della violenza domestica e sessuale contro la donna si è mantenuto su livelli allarmanti, nonostante un gran numero di fatti siano stati denunciati. Gli sforzi dello stato si sono limitati all’aumento delle sanzioni per i reati contro la libertà sessuale e la dignità umana però non ha sviluppato iniziative per superare l’impunità nell’amministrazione della giustizia>>.
Le cifre sulla violenza coniugale sono gravissime. Un’inchiesta dell’Istituto statale Profamilia rivela che più del 50% delle donne colombiane che vivono in coppia sono vittime di violenze da parte del partner. Il 45% ha confermato di essere di norma colpita fisicamente dal proprio compagno (in un’analoga inchiesta condotta nel 1995 la percentuale era del 20%), mentre un 11% di donne hanno dichiarato di essere state violentate dal marito, compagno o convivente. In termini numerici significa che più di due milioni e mezzo di donne vengono picchiate e più di seicentomila violentate dal loro partner. Al primo posto nelle statistiche della violenza si collocherebbe – secondo la stessa fonte – la città di Medellín: il 61% delle donne intervistate ha dichiarato di avere subito violenza, mentre i casi di stupro sono maggiori all’interno della famiglia che all’esterno di essa (El Colombiano, 22 ottobre 2000). La prima causa di morte violenta per le donne in età compresa tra 15 e 44 anni è l’omicidio da parte del marito, compagno, convivente.
Secondo i dati dell’Istituto nazionale di medicina legale, tra il 1990 e il 1998, il rapporto tra uomini e donne maltrattate/i in famiglia fu di circa 8.4 a 1.6. Nel 70% dei casi di donne vittime di violenza registrati, l’aggressore risulta il coniuge o compagno. Nel 1998%, il 95% delle vittime di violenza coniugale sono state donne, con una incidenza maggiore nelle età comprese tra 25 e 34 anni.
Altrettanto drammatiche sono le cifre della violenza esercitata sulla popolazione minorile. Il numero di bambini e bambine vittime di violenza sessuale è aumentato tra il 1996 e il 1998 del 600%. Secondo l’Instituto colombiano de Bienestar familiar (ICBF) ogni giorno si commettono 14 abusi sessuali su minori. La Procuradoría General de la Nación, afferma che il 60% dei bambini subiscono maltrattamenti in famiglia. Tra le forme di violenza tutte le possibili: aggressione fisica, abuso e molestia sessuale, intimidazione, sfruttamento del lavoro, tratta delle donne, prostituzione forzata, mutilazione genitale, ecc.
La violenza contro le donne e i bambini causa seri effetti nello sviluppo fisico e psichico della persona. In molti casi è all’origine di traumi psicologici, depressione, lesioni fisiche, suicidio. Gli effetti della violenza non si limitano all’ambito affettivo e relazionale: le donne maltrattate soffrono di riduzione del rendimento intellettuale, di autostima e autonomia. Ciò che più viene danneggiato è la loro capacità decisionale. I minori spesso reagiscono fuggendo di casa e andando ad ingrossare la cintura di miseria nelle città, dove diventano un bersaglio dei trafficanti.
Partecipazione politica
Se la posizione della donne è di grave svantaggio in tutti i settori della vita sociale ed economica del paese, ancora più gravi risultano i dati della partecipazione alla vita pubblica e alla gestione delle istituzioni.
Già alle porte del terzo millennio, quando nel 1991 si elaborò la nuova costituzione colombiana, non si riservò alle donne una adeguata partecipazione nell’assemblea costituente: solo quattro su un totale di settanta membri.
Pur essendo il 51% dell’elettorato, la presenza delle donne nella rappresentanza centrale negli ultimi vent’anni è stata inferiore al 10%. Solo con le ultime elezioni politiche del 1997, le donne hanno raggiunto il 13.3% dei seggi in Senato e il 13.9% nella Camera. Attualmente, il 25% dei ministeri è capeggiato da donne. Maggiore, invece, la partecipazione nelle istituzioni locali e in maniera particolare nelle organizzazioni comunitarie (giunte di azione comunali, organizzazioni locali, comitati di partecipazione comunitaria, associazioni di genitori, madri comunitarie).
Come denunciato dalla organizzazioni di donne, il governo non ha tenuto fede agli impegni presi nel 1995 a Pechino, e lo dimostra chiaramente il rapporto presentato a New York nel giugno scorso: necessariamente generico dal momento che non era possibile riportare nessun dato concreto che attestasse un minimo avanzamento.
Unica novità positiva è data dalla approvazione della cosiddetta “legge delle quote”. Approvata proprio nel 2000, la legge vuole dare applicazione concreta del principio costituzionale espresso negli articoli 13, 40 e 43, di garanzia <<per una adeguata ed effettiva partecipazione delle donne nei livelli decisionali dei diversi settori e organi del potere pubblico>>.
La legge sancisce la riserva di almeno il 30% dei carichi di ciascun livello della amministrazione pubblica a donne; inoltre, ribadisce l’obbligo che hanno i diversi rami dell’esecutivo e le autorità locali a promuoverne la posizione in tutte le istanze decisionali della società civile e a garantire uguali opportunità lavorative nonché vigilare sulla effettiva applicazione del principio di uguaglianza di remunerazione.
Alle legge si affida soprattutto il compito di dare un impulso in vista della promozione del cambiamento culturale necessario a raggiungere una equilibrata partecipazione. Tuttavia, durante le elezioni amministrative tenutesi il 29 ottobre 2000, non si sono registrati nei risultati cambiamenti significativi rispetto al passato.
Prostituzione, tratta di persona, industria del sesso
La piaga dello sfruttamento sessuale
Una delle forme più evidenti di marginalità cui donne adulte e minori vengono spinte dal contesto colombiano è rappresentata dalla prostituzione in patria o dalla fuga all’estero verso forme di sfruttamento e violenza più o meno gravi. Negli ultimi 5 anni il numero di donne che esercitano la prostituzione in Colombia è aumentato vertiginosamente ma non solo: il fenomeno ha assunto caratteristiche nuove e più complesse.
Tradizionalmente, come in altri paesi, la prostituzione si divideva in due grossi blocchi: da una parte le cosiddette callejeras (prostitute della strada): ossia le “passeggiatrici” o quelle che si ritrovano nei bar di certi settori della città. Dall’altra, le case di appuntamento, di livello più o meno elevato. Adesso si aggiungono in misura sempre crescente altre realtà, come le case di massaggio e i locali notturni di streap tease; le offerte delle agenzie turistiche per fine settimana nelle città costiere, le offerte di sesso a pagamento via internet.
Nelle principali città del paese la dimensione della prostituzione e dell’industria del sesso è diventata spaventosa.
La cause che spingono sempre più donne verso la prostituzione sono diverse a secondo del settore nel quale si inseriscono e vanno dalla discriminazione economica, al madresolterismo, alla violenza familiare, l’emarginazione affettiva, la sensazione di mancanza di prospettive in un paese in guerra. Dietro la prostituzione si collocano condizioni di diseguaglianza sociale, difficoltà di accesso al lavoro in condizioni degne e giuste, mancanza di protezione e assistenza minime ai settori sociali svantaggiati, enormi ostacoli alla soddisfazione delle necessità basiche. Ma non solo.
Gli effetti del rapido processo di modernizzazione attraversati dalla società colombiana negli ultimi due decenni hanno determinato l’emergere di una cultura consumistica diffusa che determina il sovradimensionamento dei “bisogni basici” e il ricorso a qualunque strumento per assicurarsene la soddisfazione. I messaggi provenienti dal mondo occidentale, la cultura del narcotraffico e del guadagno facile hanno portato alla diffusione di stereotipi che ripongono in alcune caratteristiche esteriori e nel possesso di determinati oggetti materiali la definizione dell’identità. “Non esistono donne brutte ma solo donne povere”, si suole affermare in Colombia. Perché è un obbligazione per una donna essere bella e se ha denaro ci riesce senz’altro: al limite anche facendo ricorso alla chirurgia estetica, per la quale in realtà i colombiani, donne e uomini, spendono cifre impressionanti.
Per questo tra le migliaia che esercitano la prostituzione si incontrano donne che hanno subito drammatiche storie di violenza, madri capofamiglia che non trovano altre forme per mantenere i figli ma anche ragazze e donne di classe media, studentesse dei collegi e delle università che esercitano la prostituzione saltuariamente per poter acquistare i beni cui aspirano: abiti alla moda, profumi, gioielli, telefono cellulare, macchina, viaggi. <<In un paese in guerra e incamminato per una grave crisi economica la vita sembra sempre più vuota e gli oggetti simbolo di una realtà diversa, quella dei paesi ricchi, delle ragazze statunitensi ed europee, ricoprono una importanza sempre maggiore>> (Trafico de mujeres en Colombia, Fundación Esperanza).
Come si accennava, un fenomeno emerso nell’ultimo decennio è caratterizzata dalla “vendita di servizi sessuali” via Internet e di cui sono attrici e vittime prevalentemente giovani studentesse universitarie o laureate. <<Sono ragazze di estrazione sociale medio-alta. Accompagnano saltuariamente colombiani ricchi o uomini stranieri in cambio di denaro o regali. Fanno una doppia vita: tra lo studio, la famiglia e magari anche il fidanzato da una parte e un’esistenza occulta, dall’altra. Prostituirsi saltuariamente, nei fine settimana o durante le vacanze, all’insaputa della famiglia, offre loro una soluzione immediata al soddisfacimento dei bisogni di beni di consumo. E’ un fenomeno poco studiato e che non sappiamo come attaccare>>, afferma Margarita Pelaís (in una intervista a me concessa, giugno 2000), direttrice del Centro de estudios en Género de la Universidad de Antioquia.
Una grande preoccupazione va espressa, ovviamente, non tanto per l’incremento numerico del fenomeno, quanto per il fatto che questo avvenga in una situazione caratterizzata da mancanza di garanzie in termini di diritti, sicurezza e protezione sociale. La doppia morale che caratterizza la cultura colombiana, come quella di altri paesi, da una parte alimenta la domanda di sesso a pagamento; dall’altra, porta a considerare la prostituzione come una piaga e a relegare le donne che la esercitano tra gli indesiderabili. Per questa ragione, gli effetti di una scelta di fronte alla quale sempre più donne colombiane si trovano è devastante: iniziare a prostituirsi significa assumere nel proprio corpo e nella propria esistenza privata e sociale una “colpa”, che mai sarà cancellata. Significa essere esposta più di molte altre donne a violenza fisica e psicologica: la violenza della strada e quella dei clienti. Significa essere esposta a gravi minacce per la salute, come si è affermato già parlando dell’AIDS. Significa essere condannata al ripudio della famiglia, della collettività e un giorno, forse, degli stessi figli.
In Colombia ancora non esistono significative esperienze di autorganizzazione di donne prostitute né le organizzazioni di donne esistenti hanno dedicato parte delle proprie attività alla battaglia per la affermazione dei diritti e della dignità di cui sono portatrici.
A Medellín (ove chi scrive sta seguendo un progetto di attenzione a donne che esercitano la prostituzione finanziato dal municipio di Medellín, dal Ministero degli Affari Eteri italiano e dalla ong Pro.D.C.S. di Roma) il numero totale di donne che esercita la prostituzione pare raggiungere le 20/25 mila, sebbene non tutte la esercitino costantemente ma come forma alternativa e saltuaria di integrazione del reddito familiare.
Nei livelli più bassi è un lavoro per la sopravvivenza nel quale si guadagna non più di cinque /otto mila lire a prestazione. Le donne che fanno parte di questo settore generalmente provengono da famiglie disgregate e molte di loro hanno alle spalle grosse storie di violenza, anche sessuale. Chi guadagna di più tra le callejeras (da dieci a quindici mila lira) sono le minori, molte delle quali fanno uso di sacol (colla), bazuco, marijuana.
Nelle case di appuntamento e massaggio, nei locali notturni o nelle reti che si sviluppano in ambienti scolastici e universitari il guadagno è molto maggiore: quindici, venti ma anche cinquanta mila lire.
Ugualmente preoccupante appare la diversificazione che si sta presentando anche nella composizione delle domanda. Le vecchie stratificazioni sociali che indirizzavano gli uomini di classe bassa verso le callejeras e gli uomini di classe medio-alta verso case di appuntamento, più o meno eleganti, sono adesso sostituiti da altri scenari. L’identità maschile appare fortemente in crisi di fronte al senso di impotenza di non poter esercitare il minimo controllo sulla propria esistenza privata e sociale. Vivono in città barbaramente violente ed escludenti, senza sicurezza e possibilità di dare sicurezza; o fuggono dalle zone rurali, da quella terra che rappresenta storia, tradizioni e identità. Tra uomini e donne distanze e incomunicabilità si intensificano e tante coppie, schiacciate dentro una realtà senza prospettive, sono spinte a cercare sempre fonti immediate di emozioni.
Un fenomeno degli ultimi anni, per esempio, è la domanda di adolescenti e persino bambine da parte di uomini adulti, professionisti seri e con famiglia. Recentemente, inoltre, stanno andando di moda in città i cosiddetti “locali dallo show di mezzanotte”: frequentati da single ma anche normali coppie che dopo aver ballato e bevuto tutta la sera, a mezzanotte assistono ad una scena di sesso dal vivo, nel centro della pista da ballo. Difficile non riconoscere in questi fenomeni gli effetti culturali di 3 decenni di storia in una città assediata dalla violenza.
A Medellín la media annuale dei morti per omicidio è di 4.374. Negli ultimi dieci anni sono state assassinate 41.556 persone delle quali l’87,52% per arma da fuoco. Le zone nordorientale e centrorientale di Medellín sono gli scenari dove si è presentato il numero più alto di morte violente e sono anche i quartieri di provenienza della maggior parte delle donne che esercitano la prostituzione. Le autorità stimano in 8.600-9.000 i giovani affiliati alle bande che esercitano il monopolio della violenza nei barrios della città.
L’esercizio della prostituzione si incrementa nella popolazione adulta ma anche tra i minori: bambini e bambine. Secondo le autorità, sarebbero 35.000 i minori coinvolti nella prostituzione in Colombia, mentre organizzazioni non governative che lavorano sul campo riportano la cifra di 50.000 mila.
Secondo l’ICBF, ogni anno 20 mila minori vengono abbandonati e il 70% di loro finiscono nelle maglie della prostituzione. <<Stiamo assistendo ad una grave retrocessione nel tema - afferma il direttore dell’ICBF – secondo un rapporto del Centro di ricerca criminologica della Polizia nel 1998 venivano denunciati a Bogotá 284 casi, mentre nel 1999 la cifra appare quadruplicata (Cambio, 8 maggio 2000, pg 54). Secondo il questo funzionario, fino a pochi anni fa la prostituzione veniva esercitata prevalentemente da parte di bambini maltrattati, abbandonati o appartenenti a classi sociali basse e senza opportunità di studio; ora si registra, invece, come per la popolazione adulta, una crescente tendenza all’ingresso da parte di minori appartenenti a classi medio-alte.
Mentre i bambini del “livello più basso” guadagnano da cinque a ventimila lire a incontro, i minori di livello più elevato possono guadagnare fino a 600 mila lire a notte. Nel primo caso è più usuale che gli stessi minori gestiscano liberamente la loro attività, sebbene possa accadere che debbano sottostare alle imposizioni di bande che controllano il territorio. Nel secondo caso, invece, è più rilevante la presenza di organizzazioni criminali, costituite appositamente per le gestione della tratta interna e internazionale di persona. Per il Departamento administrativo de seguridad (DAS) e per l’INTERPOL, <<la prostituzione infantile è gestita per buona parte da un’industria che muove milioni di dollari e che coinvolge reti internazionali poderose>> (Cambio, cit.). Un minore di età viene obbligato ad avere una media di 15 relazioni sessuali al giorno per un guadagno di cinquanta mila lire per ciascuna. Per una bambina vergine si può arrivare a pagare un milione o più. Figura il caso di una chirurga arrestata a Bogotá nel 1997, mentre praticava la ricostruzione dell’imene di una minore che era stata venduta per 5 milioni.
Un video pornografico “fatto in casa” viene venduto all’estero da cinque mila dollari in su, mentre il minore viene premiato con cinque mila pesos, un pasto e un regalino (Cambio, cit., pg.55), come rivela una ricerca del DAS realizzata su un campione di tre mila persone, di cui mille bambini.
Una investigazione conclusa dalla Defensoría del pueblo a Cartagena, principale città turistica del paese, ha rivelato che due mila bambini esercitavamo la prostituzione. Inoltre, sono state scoperte agenzie turistiche nazionali e straniere che offrivano pacchetti comprensivi di biglietto aereo, hotel a cinque stelle, pasti e “bambini” (Cambio, cit., pg. 55).
Donne e bambine comprate
Poveri, privi di alternative e senza potere, donne e bambini del sud del mondo o dei paesi cosiddetti “emergenti” sono le vittime principali della tratta di persone, che negli ultimi decenni ha assunto dimensioni preoccupanti come conseguenza della tolleranza che continua ad accompagnarlo e degli effetti della globalizzazione economica. Lo squilibrio nella crescita economica internazionale e la diffusione della povertà e della disoccupazione in aree sempre più ampie del pianeta, aggravando la condizione di vulnerabilità delle donne, le spinge a migliaia a partire dal proprio paese di origine. In alcune aree sono senz’altro le situazioni di conflitto i fattori determinanti.
Quasi la metà dei migranti a livello mondiale oggi sono donne. Tuttavia, il mercato del lavoro continua ad offrire maggiori opportunità di inserimento alla popolazione maschile.
La Colombia occupa il secondo posto in America Latina (dopo il Brasile) per “esportazione di donne”. Migliaia di colombiane ogni anno sono vittime di trafficanti senza scrupoli. Finiscono per esercitare la prostituzione o per essere inserite nei vari settori dell’economia informale, in maniera particolare nei servizi domestici; oppure, vengono vendute a “mariti-padroni” molto più vecchi di loro. In alcuni casi, vengono ingannate e tenute all’oscuro sul tipo di attività che dovranno svolgere nel luogo di destinazione. Generalmente, però, fanno una scelta consapevole, condizionata dalla coscienza di non poter accedere ad altri canali di emigrazione. Partono con un debito medio di 8 milioni di lire, che aumenta a tassi vertiginosi e contribuisce ad aggravare la posizione di schiavitù cui sono soggette.
La loro comune aspirazione è data dal desiderio di scappare verso una presunta prosperità e verso le attrattive realtà nordamericane o europee. In alcuni casi sono le stesse famiglie a spingere le donne verso le rotte del traffico: “Invece di prostituirti qui va all’estero che guadagni di più”.
Tra gennaio e settembre del 2000, 225.165 colombiani sono usciti legalmente dal paese e non hanno più fatto ritorno: nel 48.6% dei casi si trattava di donne.
Nel caso dell’America Latina, la tratta delle donne risale all’epoca della conquista spagnola, quando le donne indigene venivano utilizzate come “bottino di guerra”, rapite agli spagnoli come prova e segno della vittoria militare. Nel XX secolo, il fenomeno ha raggiunto dimensioni consistenti a partire dagli anni ’40. Alla fine di questa decade, il governo coloniale olandese dell’isola caraibica di Curazao (al tempo colonia olandese) istituì il postribolo denominato Campo Alegre, oggi Le Mirage, che aveva come obiettivo <<attendere alle necessità sessuali di uomini soli: marinai olandesi, militari degli Stati Uniti e operai emigranti delle multinazionali>>. Con l’obiettivo di “preservare l’onore e la virtù delle donne del posto”, si permetteva di lavorarvi soltanto a donne straniere, che ricevevano un permesso di soggiorno di tre mesi. Le prime donne che vi giunsero provenivano da Cuba e dal Venezuela; in seguito cominciarono ad arrivare anche dalla Repubblica Dominicana e dalla Colombia. Da lì, il fenomeno si estese ad altri territori olandesi del Caribe, come Aruba, Saint Marten e Suriname. Molte di queste realtà si convertirono per migliaia di donne in luogo di “iniziazione” e ponte di transito verso l’Europa, specialmente l’Olanda.
L’esperienza di Le Mirage fu decisiva per l’America Latina, perché mise in moto processi da cui si originò a partire dagli anni ’60 e ’70 un movimento migratorio sempre più consistente verso altre regioni del mondo. Recenti rapporti dell’INTERPOL documentano spostamenti di donne latino-americane risalenti a quel periodo verso Porto Rico e da qui ai paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente.
A partire dagli anni ‘80 si incrementano notevolmente le “esportazioni” di donne, in prevalenza colombiane, verso l’Europa Occidentale. Oggi i principali paesi europei di destinazione: Olanda, Spagna, Germania, Grecia, Italia e Svizzera. Negli ultimi anni si rileva un movimento verso paesi asiatici come Hong Kong, Singapore, Tailandia, Corea e naturalmente Giappone, primo paese “recettore” al mondo.
Come afferma la Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM), la tratta di persona rappresenta in questo momento il terzo più redditizio dopo quello di armi e droga. I paesi caratterizzati da governi e sistemi giudiziali deboli, lacerati da ampie brecce tra poveri e ricchi o colpiti da una progressiva perdita di valori e punti di riferimento collettivi sono ovviamente i più colpiti: facile terreno per lo sviluppo di gruppi criminali locali e per l’ingresso di gruppi internazionali.
I metodi che i trafficanti utilizzano per reclutare le donne sono diversi. Un primo sistema è rappresentato dalla diffusione di avvisi “codificati” sui periodici regionali e nazionali. Generalmente gli avvisi offrono occasioni di lavoro e di studio all’estero, con in più l’assicurazione che il proponente si farà carico del conseguimento del visto e dei documenti necessari all’ingresso nel paese di destinazione. L’elemento di richiamo più utilizzato è, ovviamente, l’opportunità di cambiare vita e di conseguire alti guadagni in poco tempo. Un’altra categoria di annunci ingannatori è quella proveniente da “presunte” agenzie matrimoniali con uomini stranieri. Altro metodo di reclutamento abbastanza diffuso è l’avvicinamento in strada, discoteca o all’università, da parte di estranei o semplici conoscenti; ma non solo. Sono numerosi i casi nei quali la proposta viene da amici di famiglia o persone “di ottima reputazione” nel quartiere, il che genera una atmosfera di fiducia e non consente subito alla vittima di sospettare l’inganno.
Generalmente le donne vengono informate del carattere di lavoro poche ore prima di partire dal paese, in aeroporto, in aereo o appena arrivate al luogo di destinazione. Tra le donne “ingannate”, però, sono poche quelle che non hanno mai avuto sospetti prima. Stando all’esperienza della ong Fundación Esperanza di Bogotá, la maggioranza delle donne colombiane quando parte sa che sarà costretta a prostituirsi; tuttavia, nessuna di loro ha la reale consapevolezza delle condizioni di sfruttamento e violenza alle quali sarà sottoposta, delle richieste che dovrà subire dai clienti e dei vincoli che i trafficanti sapranno esperire per relegarla in una sorta di “prigione” dalla quale l’uscita è possibile solo alle condizioni stabilite.
Metodi di reclutamento ancora più estremi sono, anche in Colombia, il rapimento e il sequestro, che tuttavia vengono utilizzati più a livello interno che nell’ambito internazionale.
Sul versante giuridico, nella legislazione colombiana si utilizza per la prima volta il termine di “traffico di persone” nel 1997, quando entrò in vigore la legge 360 che inserisce i delitti contro “la libertà sessuale e la dignità umana” nel codice penale. Già dalla denominazione, emerge che il bene giuridicamente protetto fuoriesce dalla tradizionale concezione moralista (il pudore sessuale) per fare invece riferimento alla vittima come soggetto di principi e valori nei quali riposa lo stato sociale di diritto.
La legge riforma l’articolo 308 del codice che, per la materializzazione del delitto di “induzione alla prostituzione”, richiedeva che le vittima fosse una persona “onesta”. Con la nuova legge, si cerca di impedire che in sede processuale si entri in considerazioni di tipo moralistico sulla vittima che abbiano l’effetto di condizionare l’entità della pena. Allo stesso modo viene soppresso l’articolo 307 che prevedeva l’estinzione della pena nel caso in cui l’attore del reato avesse contratto matrimonio con la vittima. Il reato sessuale viene considerato come una violazione della dignità di cui ogni essere umano e cittadino colombiano è investito e nella legge trovano posto concetti come quello del rispetto e della protezione della libertà sessuale della donna come parte essenziale del diritto al libero sviluppo della sua personalità.
Nonostante gli avanzamenti in sede teorica, la legge, nelle sanzioni stabilite e negli strumenti di lotta che introduce, è incompleta e gravemente inadeguata alla dimensione che il fenomeno ha assunto.
L’articolo 311 modificato del codice penale stabilisce le pene per coloro che esercitano tratta di persona: <<Colui che promuova, induca, costringa o faciliti l’ingresso o l’uscita dal paese di una persona perché eserciti la prostituzione, incorrerà in prigione da 2 a 6 anni e in una multa equivalente da 50 a 500 volte il valore del salario minimo legale mensile vigente>>.
La limitatezza della norma è disarmante. Non fa riferimento alla tratta interna e a quella realizzato nel territorio nazionale con fini internazionali; ignora la tratta per fini diversi dalla prostituzione (lavoro domestico, matrimoni servili, traffico di organi, connessioni con il narcotraffico) e le pratiche schiaviste, alla stessa maniera che lo sfruttamento al quale sono sottoposte le vittime di questo reato; appena un riferimento, inoltre, va alla tratta dei minori. Non vengono presi in considerazione i numerosi attori che in diversi modi intervengono nel reato (reclutatori, intermediari, sfruttatori, taglieggiatori, ecc.) né le condotte circostanziali che sottendono alla esecuzione del traffico, come: il trattenimento forzoso di persone, la violazione sessuale, la falsificazione dei documenti e la ritenzione illegittima degli stessi, la costrizione alla firma di ‘titoli–valore’ garantiti sui beni delle donne o delle loro famiglie.
Nel caso colombiano, se la tratta delle donne venisse considerato un delitto contro la libertà personale, le pene sarebbero circa sei, sette volte più alte di quelle stabilite.
Sul versante della protezione della vittima, le legge 360 introduce nell’articolo 311 il comma 15 - “Diritti delle vittime dei reati contro la libertà sessuale e la dignità umana”; senza però definire garanzie concrete affinché le vittime siano messe in condizione di denunciare e garantite dopo la denuncia: la capacità di intimidazione dei trafficanti non può che risultare incontrastata.
Ma la più grossa debolezza della legge è quello relazionata alle pene previste: da 2 a 6 anni, che permette al condannato senza precedenti giudiziari di godere della libertà condizionale (art. 397 del Codice di Procedura Penale) e del beneficio della condanna condizionale (art.68 Codice Penale). Nella stragrande maggioranza dei casi, dunque, la norma è completamente innocua.
In effetti, se si prende in esame i procedimenti giudiziari condotti a partire dalla entrata in vigore della legge, numerosi risultano i casi conclusi, dopo dolorose denunce e lunghe indagini, con sentenze che hanno consentito l’impunità parziale o totale degli accusati, significando una ulteriore violazione dei diritti delle vittime. Se dalla legislazione si passa alle politiche e ai provvedimenti di repressione e prevenzione, l’impressione di “blando e limitato intervento” non cambia.
La stessa legge 360 ha dettato le regole per la costituzione a livello giudiziario di unità specializzate di investigazione sui reati contro la libertà sessuale. La Polizia Nazionale ha creato un gruppo specifico per investigazioni ad hoc. Il Ministero delle Relazioni Estere coordina un ‘Comitato di assistenza al colombiano all’estero’ incaricato di programmare interventi concreti. Nel 1997 è stato costituito il “Comitato interistituzionale per la lotta contro il traffico delle donne, delle bambine e dei bambini”, che raggruppa 14 istituzioni governative. A fronte della creazione di strumenti istituzionali nuovi, tuttavia, non si sono registrati avanzamenti concreti nella lotta ad un fenomeno che continua a proliferare.
La storia delle donne colombiane “trafficate” è uno dei pezzi più trascurati della perenne crisi di legalità che caratterizza la Colombia. È specchio di un percorso storico, di una situazione politico-economica, di una cultura. È l’effetto della considerazione secondaria che sempre ricevono da parte delle istituzioni le questioni che riguardano le donne e la sfera della sessualità e di una grave mancanza di giustizia sociale.
Le ragioni che spingono le donne ad accettare una delle più orribili forme di sfruttamento sono più o meno le stesse che spingono ad entrare nelle prostituzione. Ovviamente, con la importante differenza che l’esercizio della prostituzione non toglierebbe dignità alla donna se avvenisse in condizioni di sicurezza e garanzia per i suoi diritti, mentre l’atto della tratta rappresenta già una violazione dei diritti della donna coinvolta. Davanti all’inesistenza di condizioni di vita degne, qualunque proposta risulta attraente e la vittima non ha la possibilità di fermarsi ad indagare sulle conseguenza dalla sua scelta. Prendendo in considerazione l’offerta, l’unica cosa che conta è che la sua situazione e quella della sua famiglia in termini economici possa cambiare.
La “neutralità attiva” di fronte al conflitto
L’evoluzione del conflitto armato
Da cinquant’anni la Colombia fronteggia una situazione di guerra “a bassa intensità” che è andata via via aggravandosi, coinvolgendo settori sempre più ampi della popolazione.
I politologi fanno risalire le origini di questa situazione alla maniera nella quale si pose fine alla più sanguinosa guerra civile che la storia del paese abbia conosciuto, la cosiddetta Violencia, che provocò 200.000 morti. Nel 1957, dopo dieci anni di esiti alterni, i due principali partiti, il Liberale e il Conservatore, in lotta da oltre cento anni, firmano il Frente Nacional.
Rimasto in vigore formalmente fino alla nuova costituzione del 1991, l’accordo prevedeva l’alternanza al governo dei due partiti, escludendo così dalla gestione politica qualunque altra formazione. Il risultato fu la persecuzione degli altri gruppi politici fattore che determinò la confluenza di alcuni settori della sinistra nei gruppi guerriglieri. Per salvaguardare l’ordine costituito, lo stato rispose promuovendo e appoggiando la costituzione di “squadre civili di autodifesa” destinate ad annientare l’insurrezione armata e a proteggere gli interessi economici delle classi dirigenti e dei gruppi di potere “più o meno lecito”: allevatori, proprietari terrieri, leader politici dei partiti tradizionali, smeraldieri, settori delle forze armate, cui si aggiunsero negli anni ottanta i narcotrafficanti. Da detti gruppi di autodifesa sorgono le attuali formazioni paramilitari, che operano con l’appoggio di alcuni settori di stato e forze armate e sono oggi responsabili di oltre il 70% delle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario.
Il conflitto armato tra guerriglia e paramilitari, concentrato generalmente nelle aree rurali, si è andato ampliando e complicando negli anni con l’apparire di fenomeni nuovi come il narcotraffico e l’emergere di interessi economici, nazionali e internazionali, allo sfruttamento delle risorse del territorio e alla realizzazione di megaprogetti infrastrutturali.
Negli ultimi due anni ciascuno degli attori armati ha accelerato la strategia di conquista e controllo del territorio, allargando il conflitto ad aree sempre più ampie. Il bilancio della violenza nell’anno 2000 è senza dubbio il più drammatico che la recente storia colombiana abbia conosciuto. Secondo i ricercatori del CINEP e della Commissione intercongregazionale Justicia y Paz di Bogotá, nel 1999 i casi di grave violazione dei diritti umani sono stati 3.430, con una crescita del 76% rispetto a quelli censiti l’anno precedente (1949 casi). Una tendenza similare si osserva in relazione alle infrazioni al diritto internazionale umanitario, 3.417 casi nel 1999, contro i 2.419 del ’98. Ad analoghe conclusioni giungono i rapporti della Defensoría del Pueblo [istituzione statale incaricata delle investigazione e della denuncia alle autorità giudiziali sulla violazioni ai diritti umani; N.d.A.] che registrano una crescita di quasi il 50% del numero dei massacri (402) e del 36% del numero dei morti causati da esse (1.836).
In questa corsa al posizionamento territoriale, cui sono interessate soprattutto le aree economicamente strategiche del paese, la popolazione civile viene sempre più investita da un conflitto che intenzionalmente non rispetta i più elementari diritti umani. Durante gli anni ‘90, decine di migliaia di famiglie contadine sono state costrette a lasciare case, terre e villaggi divenute terreno di scontro. Alla fine del 2000, secondo la CODHES (Consultoría para los derechos humanos y el desplazamiento) di Bogotá, nel paese si contavano più di 2.100.000 desplazados (rifugiati interni) e la cifra aumenta ogni giorno (vedi il sito web: www.codhes).
Le conseguenze del desplazamiento sono molteplici per le vittime: abbandono dell’universo territoriale ed economico e conseguente perdita della stabilità emozionale; perdita di garanzie presenti e di prospettive rispetto al futuro; fragilità dei legami e dei rapporti intrafamiliari; insorgenza di modalità di gestione della vita quotidiana improntate alla violenza. Le donne sono quelle che più soffrono le conseguenze della guerra. Come in tutte le popolazioni “in fuga” del mondo, anche in Colombia il maggior numero di desplazados è costituito da donne e bambini (il 53%). Ancora secondo la CODHES il 32% delle famiglie interessate dal fenomeno sono capeggiati da donne, con una media di 4 figli a carico. A questi vanno aggiunti i nuclei in cui, nonostante la presenza di un uomo (marito, compagno, padre, suocero), effettivamente è la donna l’unica a lavorare e a provvedere al mantenimento della famiglia (gestione femminile non evidente).
Le donne desplazadas nel 76% dei casi sono vedove o sono state abbandonate dal marito dopo la fuga dal villaggio (A. Delgado, “Mujer, principal víctima del desplazamiento”, in Caja de Herramientas, n. 2, febbraio 2000, pag. 21). Nelle grandi città, nelle periferie delle quali generalmente trovano rifugio i desplazados, trattandosi di manodopera non qualificata, è più facile per le donne ottenere una fonte di reddito: soprattutto nei servizi domestici ma anche nell’esercizio della prostituzione.
Lo sradicamento dalla terra e da una vita che definiva l’identità maschile, nel caso de contadino desplazado provoca una lacerazione dell’universo simbolico che spinge gli uomini verso condotte aggressive o addirittura violente. Ricerche realizzate da psicologici e sociologi colombiani sulla vita in situazioni precarie e provvisorie (vedi, in particolare la ricerca realizzata dalla Università di Antioquia negli insediamenti provvisori delle popolazioni danneggiate dal terremoto del 1999 nella zona cafetera) hanno dimostrato come aumentino i casi di violenza intrafamiliare e in particolare di violenza sessuale su donne e bambine nonché le gravidanze precoci.
Quando la pace è donna: l’udienza pubblica di maggio al tavolo delle negoziazioni nel Caguán
Perché siamo più di metà della popolazione colombiana e perché non vogliamo più partorire figli che siano destinati alla guerra, per questo abbiamo il diritto di decidere sul destino del paese. (Maria Cano)
Un fase importante nella storia del conflitto colombiano si è aperta nel 1999, quando il governo firmò un accordo per iniziare dialoghi di pace con la principale guerriglia del paese: le FARC – Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia.
L’avvio dei dialoghi di pace ha generato una nuova fase di fiducia in tutto il paese, che però adesso sembra essersi esaurita nella nuova ondata di pessimismo seguita alla decisione comunicata due mesi fa dalle FARC di bloccare il processo. Pur avendo fatto importanti concessioni (come quella di una zona di distensione sotto controllo del gruppo guerrigliero) e mostrato al mondo fermezza nella volontà di giungere alla pacificazione nazionale, infatti, il governo, ha tenuto un atteggiamento contraddittorio durante tutto l’anno, continuando parallelamente a sostenere i gruppi paramilitari che spingevano verso lo scontro totale, provocando l’accelerazione del conflitto. Inoltre, ha concertato con gli Stati Uniti un piano di aiuti al paese che si dichiara contro le coltivazioni illecite ma che di fatto mira ad annientare le guerriglie. Di fronte a queste contraddizioni le FARC hanno bloccato nel mese di novembre le trattative, che si avviano solo ora alla ripresa (gennaio 2001).
Come è facile immaginarsi, il processo di pace è stato gestito quasi esclusivamente da uomini. Quando nel 1998 venne costituito il Consejo Nacional de Paz con rappresentanti degli organi istituzionali centrali e locali, del mondo dell’impresa e della società civile, su sessantadue membri, solo sei sono state le donne designate. Il Consejo è stato incaricato di appoggiare le due parti (stato e FARC) nella definizione delle procedure attraverso le quali negoziare la fine delle ostilità. Sono state definite un’agenda comune in 12 punti (relativi alla vita politica, sociale ed economica del paese) e la conformazione di due organi: la Mesa Nacional de Negociación (Tavolo nazionale di negoziazione), unica istanza con poteri decisionali, formata da 10 persone: cinque membri del governo, tre delle FARC e due relatori della società civile; il Comité temático, organismo dipendente dalla Mesa, che ha un ruolo di ponte tra questa e il paese. Il Comité dovrebbe essere formato da dieci membri del governo e dieci delle FARC, ma attualmente esse sono rappresentate solo da 7 componenti.
Entrambi gli organi erano costituiti inizialmente da soli uomini. Donne parlamentari e intellettuali, femministe, rappresentanti della società civile hanno condotto una battaglia che ha consentito di guadagnare solo l’inserimento di una donna nel Comité temático ma non nel tavolo. Successivamente anche le FARC hanno nominato una donna in propria rappresentanza nel Comité, Mariana Paéz.
Dietro le quinte dei dialoghi e degli avvenimenti politici “di sesso maschile” che riempivano le pagina dei giornali e le edizioni dei telegiornali, le associazioni femminili del paese hanno sostenuto questa unica donna, Ana Teresa Bernal, che <<si è assunta una doppia missione: da una parte rappresentare il consiglio nazionale di pace e le organizzazioni della società civile che la compongono e, simultaneamente, rendere visibile in questo spazio l’assenza delle donne e affermare la necessità di dare voce in sedi tanto a ciò di cui esse hanno bisogno, a ciò che sognano e propongono per il paese>> (Magdala Velásquez, Cuando la paz es femenina, in Caja de herramientas, luglio 2000).
Alcune intellettuali, come Magdala Velásquez, femminista, docente universitaria e rappresentante della società civile antioqueña nel Consejo nacional, durante il primo anno di conversazioni hanno riportato periodicamente alle associazioni di diversi distretti del paese i contenuti e i progressi di questa battaglia.
Intellettuali, accademiche e organizzazioni del movimento sociale femminile hanno affermato durante tutto l’anno 2000 la necessità di arrivare ad una pace che sia di tutto il paese e che sia anche delle donne. <<La scarsa presenza femminile nei luoghi decisionali rispetto alla negoziazione politica del conflitto armato e l’assenza di una prospettiva di genere nell’analisi della realtà sociale, economica, politica, storica e culturale del paese, tanto negli spazi propri dello Stato e della insorgenza quanto della società civile, costituiscono un segnale di allerta per chi ha la speranza che il processo si mantenga, si qualifichi, sia sostenibile e produca i cambiamenti che la popolazione aspetta e richiede>> (Magdala Velásquez, ibidem).
In segno di protesta contro la esclusione clamorosa che è stata compiuta e come atto simbolico di partecipazione femminile di fronte agli storici avvenimenti, donne di tutto il paese hanno chiesto al tavolo di pace una “audizione pubblica delle donne di Colombia”, che si è tenuta in maggio dell’anno passato a San Vincente del Caguán, centro della “zona di distensione”.
Settecento donne provenienti da tutto il paese hanno portato sul tavolo del “Comité temático” un documento che conteneva la visione delle donne sulla loro stessa condizione e su temi scottanti come quello del lavoro, del modello economico, del “Plan Colombia”. All’iniziativa ha partecipato una vera rappresentanza trasversale: insegnanti della scuola e della università, sindacaliste, leader di quartiere, leader etniche, casalinghe, contadine, imprenditrici, familiari di vittime, desplazadas, attiviste dei diritti umani. Sono arrivate nel Caguán con decine autobus, due aerei chiesti al governo e un volo charter finanziato da donne imprenditrici, gruppi universitari e organizzazioni non governative. Mentre un gruppo ristretto analizzava la proposta nel Comité, le altre centinaia convenute nella piazza di San Vincente dipingevano, cantavano, tessevano e rappresentavano i messaggi che erano venute a lasciare in consegna.
Dopo questa primo episodio, altri gruppi minori di donne provenienti da diversi luoghi del paese hanno continuato a chiedere audizioni pubbliche. Nonostante nessuna di esse abbia ricevuto spazio adeguato nei mezzi di comunicazione, si tratta sicuramente di iniziative fondamentali in vista della aggregazione e la conquista di spazi pubblici che consentano loro di avere voce in capitolo nel necessario processo di pacificazione, di ricerca della giustizia ed elaborazione della memoria di cui la Colombia ha bisogno.
Un elemento di fragilità del processo, tuttavia, è dato attualmente dal rifiuto che le organizzazioni delle donne hanno espresso rispetto alla possibilità di relazionarsi con le donne guerrigliere, in nome della scelta pacifica che ha caratterizzato e continua a caratterizzare le loro iniziative. La possibilità di promuovere anche un incontro con le guerrigliere nonché di esprimere tra i punti del documento la richiesta che dalle due parti venga presa in maggiore considerazione la presenza femminile è stata scartata, infatti, per via delle divisioni che portava nel mondo dell’associazionismo.
Le donne rappresentano circa il 40 % dei componenti delle truppe delle FARC: microcosmi che riproducono fedelmente, anzi in forma ancora più esasperata, la struttura patriarcale e maschilista di ordinamento della società colombiana. In una intervista rilasciata allo scrittore colombiano Alfredo Molano, Melisa, una donna guerrigliera, racconta le forme di discriminazione e di prevaricazione, anche sessuale, che tante donne guerrigliere sono costrette a subire in nome di un cameratismo che non riconosce la parità (Alfredo Molano, Trochas y fusiles, Bogotá 1999).
All’interno del percorso reale di risoluzione del conflitto che propugnano e di una pianificazione che tenga conto della prospettiva di genere, ovviamente le organizzazioni delle donne dovranno prendere una posizione che non sia quella di decisa distanza. Sarà indispensabile individuare quali possibilità, tempi e modalità dare ad una relazione che non può essere evitata, proprio in nome della sorellanza che è uno dei punti cardine dei loro manifesti ideali e delle battaglie che continuano a condurre con coraggio e impegno.
La Ruta Pacífica de las Mujeres e la marcia della vita
Non vogliamo più che le vita continui a sfuggirci ogni minuto dalle mani; questa vita che partoriamo con dolore e amore, che “tessiamo” e costruiamo con coraggio e fatica, in questo affanno permanente di dare vita alla vita. Non vogliamo continuare a veder cadere i nostri figli e le nostre figlie per mano dell’orrore della guerra che costa sempre più vite alla nostra regione e al paese intero… Ieri, oggi, domani, la nostra scommessa è per la vita, nonostante la dura realtà! (Organización Femenina Popular, Barrancabermeja)
Un’esperienza importante in tema di aggregazione femminile nella lotta per la pace è data dalla Ruta Pacífica de las mujeres de Colombia. Costituita nel 1995, come coordinamento tra organizzazioni di donne che hanno scelto di dichiarare la “neutralità attiva” di fronte al conflitto. E’ organizzata nei principali dipartimenti del paese ed ha una forte base associativa soprattutto nel distretto di Antioquia e nella città di Medellín. Nei suoi cinque anni di esistenza si è unita alle organizzazioni che lottano in difesa dei diritti umani, denunciando le violazioni sistematiche dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale nel paese. Ogni anno, inoltre, nella ricorrenza del giorno internazionale della violenza contro le donne (25 novembre) ha organizzato una marcia simbolica di donne in nero contro la guerra. Di volta in volta è stata scelta come meta una città che rappresentava un’area fortemente vulnerabile del conflitto.
La Ruta unisce organizzazioni e singole donne nell’affermazione della necessità di promuovere una pace costruita non sul perdono e sulla cancellazione della storia ma sul “recupero della memoria” e sulla riparazione per le vittime.
Nel 2000, le donne della Ruta Pacífica si sono unite alla commemorazione annuale della Organización femenina popular (OFP), viaggiando verso Barrancabermeja, città martire della Colombia.
Importante porto fluviale nel cuore del fiume Magdalena e porta d’ingresso verso il dipartimento di Antioquia, la città di Barrancabermeja è sede delle maggiori raffinerie e di un oleodotto di proprietà della compagnia nazionale Ecopetrol. Il municipio vanta una lunga tradizione di lotte popolari. Allo scoppio della Violencia nel 1948, sindacalisti, socialisti e comunisti conquistano il controllo della città ed insediano un soviet operaio, poi represso nel sangue dall’esercito.
Tra i lavoratori di Barrancabermeja è fortemente organizzata l’associazione sindacale del comparto petrolifero che negli anni ’80 ha ottenuto importanti vittorie salariali. E’ qui che negli ultimi otto anni si è combattuto uno dei capitoli più sanguinosi della ‘guerra sucia’ colombiana contro le organizzazioni della sinistra e della società civile, alimentata dai legami tra esercito e paramilitari, sotto la copertura di una rete segreta di spionaggio, la “Red 07”, i cui agenti si sono formati nella “School of Americas” di Panama. Solo nello scorso anno sono state assassinate nella città più di 350 persone: il periodo natalizio e l’inizio del nuovo anno è stato il più terribile nella sua storia di sangue e violazione dei diritti umani.
Il numero della rivista Mujer popular della OFP preparato per l’evento di novembre pubblica la lista delle donne uccise nella città da gennaio a ottobre dell’anno: sono 45; la maggior parte di loro, 34, vittima di omicidi selettivi. Le altre morte nel corso di massacri, attacchi a civili, attentati. Erano attiviste, contadine desplazadas, funzionarie pubbliche ma non solo. Erano anche mogli, fidanzate, compagne dell’avversario che si voleva colpire. Perché a Barrancabermeja - ma anche nel resto della Colombia – le donne sono vittima di violenza anche solo per via del loro legame affettivo con poliziotti, guerriglieri, paramiliatari, difensori dei diritti umani. <<Per le giovani barranqueñe amare non è una scelta, ma un atto che le può trasformare in obiettivo militare>>, (Alternativa, n.20, 1999, pag. 17).
La OFP è stata fondata 29 anni da donne popolari; oggi ha circa 1.500 componenti, che a loro volta fanno parte di 43 gruppi di quartiere, villaggi e località della regione. I suoi progetti sono orientati alla promozione della posizione delle donne nelle dinamiche socio-politche della regione e al miglioramento delle loro qualità di vita. Per via del significativo lavoro che hanno svolto in tema di educazione al rispetto dei diritti umani, numerose leader sono state perseguite e costrette alla fuga o uccise nel corso degli anni.
Oggi la OFP offre alle donne della regione tre case di accoglienza, una scuola di formazione e di promozione delle attività economiche femminili, un fondo di credito rotatorio, programmi di promozione della salute e per la gioventù. Da 4 anni, inoltre, organizza in occasione del 25 novembre il “Bazar delle donne per la vita”, che quest’anno era intitolato alla “sorellanza” tra donne.
All’interno della Ruta pacífica o individualmente, il 22, 23 e 24 novembre 2000 si sono date appuntamento a Barrancabermeja circa cinque mila donne di tutto il paese. Erano rappresentate decine di organizzazioni non governative impegnate nel tema dei diritti umani, dei diritti delle donne e dei lavoratori e fra esse alcune organizzazioni internazionali. 140 erano le artigiane della regione che hanno esposto i loro prodotti nella fiera, ove parte degli stand era dedicata alla memoria delle vittime. Esposte decine di foto di civili caduti negli ultimi decenni sotto il fuoco dei gruppi armati: giornalisti, attivisti politici, sindacalisti, insegnanti e in particolare rappresentanti della ong Credhos, il Comitato regionale per la difesa dei diritti umani.
“Volti-simbolo” di un passato e di un presente che alcuni soggetti vorrebbero cancellare, fiori, cibo e musica allegra: tutti presenti nella notte della “veglia della vita”. In un paese che ha imparato ad accettare la morte con rassegnazione, senza dimenticare la gioia di vivere, si balla e si fa festa per commemorare il dolore e la sofferenza di un conflitto che non smette di insanguinare le città, le strade, la terra e i fiumi di Colombia. <<Perché qui i morti li buttano nel fiume Magdalena – scrive Paquita – ma prima gli strappano le budella, perché non galleggino. Così che non riusciamo più a trovarli>> (Mujer Popular, novembre-dicembre 2000).
Allegato (Testo del volantino distribuito durante la marcia)
Donne in Nero Contro la guerra
Noi siamo donne che, in nero e in silenzio, manifestano il loro ‘no’ alla guerra e alla violenza in un atto pubblico, tutti gli ultimi martedì di ogni mese, in diverse regioni e città del paese.
Ci aggiungiamo solidali con le pacifiste israeliane, palestinesi, nordamericane, yugoslave, italiane, le quali tutte, in nero, in silenzio e pubblicamente si oppongono alle guerre e all'armamentismo dai propri rispettivi paesi.
Le donne si vestono di nero per la morte dei loro cari. Noi donne colombiane ci mettiamo in nero in segno di lutto per tutte le vittime conosciute e sconosciute del conflitto armato, incluso il conflitto urbano; siamo vestite di nero per protestare contro le politiche e la pratiche di tutto gli eserciti, i cui argomenti sono la forza e la violenza.
Il silenzio lo abbiamo scelto perché gli orrori della guerra sono innominabili, perché ci rifiutiamo di dire parole superflue che ci impediscano di riflettere sui noi stesse e gli altri. Scegliamo il silenzio di fronte a tanti mezzi di comunicazione che presentano la notizia del dolore della guerra, come fatti sensazionali.
Così, il colore nero che vestiamo e il silenzio che osserviamo, rendono visibile il nostro ripudio di tutte le guerre e la nostra ferma intenzione di promuovere e dare impulso ad azioni e valori della non-violenza, della solidarietà e della difesa della vita degna.
Questo è un atto di ribellione contro la guerra, il patriarcato e quelli che detengono il potere della forza e della barbarie.
Noi, donne della Organización Femenina Popular del Magdaleno Medio e della Ruta pacífica de las mujeres vogliamo che in Colombia ritornino la vita e la morte come fatti naturali, in scenari vitali ove uomini e donne possano esercitare propri diritti di cittadinanza, lavorare, amare.
La vita è un diritto indispensabile per poter esercitare gli altri diritti, per questo noi ripetiamo, vestite di nero, in silenzio, portando fiori e farfalle gialli: Vogliamo vivere senza violenza !
Formato per la citazione:
Ada Trifirò, "I diritti negati delle donne colombiane", terrelibere.org, 01 aprile 2001, http://www.terrelibere.org/doc/i-diritti-negati-delle-donne-colombiane |