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Colombia - Resistenza civile

Una storia di resistenza dalle lotte antischiavili ad oggi

Gli Afrocolombiani

Una storia in Colombia di resistenza dalle lotte antischiavili alla fondazione dei “territori di vita” contro il desplazamiento forzato e la minaccia dei megaprogetti strutturali.

Sradicati dall’Africa per giungere nelle Americhe come forza lavoro schiavile, per gli afrocolombiani della costa pacifica il territorio ha assunto nel corso della storia un ruolo determinante nel processo di ricostituzione sociale.

A partire dalla metá degli anni novanta un nuovo fenomeno colpisce il litorale: il desplazamiento forzato, lo sradicamento, come prodotto della contraddizione tra la proprietá collettiva e progetti di integrazione della regione pacifica al resto del paese e al mercato mondiale.

Un fenomeno che non può non rimandare la memoria collettiva afrocolombiana allo sradicamento originario dall’Africa. Da questo nuovo trauma, da questa nuova minaccia di recisione delle relazioni con la terra nasce il rifiuto della perdita del legame col territorio che genera le nuove esperienze di resistenza civile e la nascita dei Territori di vita, di Pace, di Autodeterminazione.

 

 

Paola Colleoni, maggio 2005

 

 

Sommario

 

Il movimento etnico delle comunitá nere del Pacifico

1) La lotta contro la schiavitù

2) Invisibilità e reinsediamento

3) Gli anni ottanta: nascita del movimento afrocolombiano

4) Le conquiste territoriali e la formulazione del concetto di territorio regione

5) Guerra, titolazione collettiva, desplacement

5.1) Megaprogetti infrastruturali nei territori tradizionali degli afrocolombiani

6) Risposte comunitarie: la resistenza civile

6.1) Il Chocò

Le Comunità di pace

Le comunità di vita e di autodeterminazione

6.2) Il sud del Pacifico

7) Per concludere

 

 

 

 

 

 

 

 

Il movimento etnico delle comunità nere del Pacifico

 

La genesi e lo sviluppo del movimento politico culturale contemporaneo nel Pacifico colombiano e le lotte per il territorio è segnato da tre momenti fondamentali: gli anni ’80, quando il territorio tradizionale degli afrocolombiani comincia ad essere minacciato da un modello di sviluppo e di sfruttamento delle risorse naturali escludente e depredatorio, che riguarda in particolare l’ingresso delle imprese di legname e di palma africana; il riconoscimento formale dell’identità e della territorialità afrocolombiana con la costituzione colombiana del 1991 e l’ottenimento del diritto a territori collettivi a partire dal 1993, che dà impulso alla creazione di consigli comunitari che richiedono la titolazione collettiva; la congiuntura attuale, caratterizzata dal disconoscimento dei diritti acquisiti a causa dell’inclusione dei territori etnici nelle dinamiche del conflitto che attraversa il territorio colombiano e che costituisce in questo momento il fattore di più grande vulnerabilità delle popolazioni afrocolombiana.

 

Associato al conflitto infatti, il desplazamiento forzato di intere comunità afrodiscendenti, ha imposto una radicale trasformazione delle strategie e delle richieste dei movimenti afrocolombiani, caratterizzata in particolare dalla nascita delle comunità in resistenza civile tendente in prima istanza al diritto di permanere nei propri territori, alla protezione del diritto alla vita, a non essere sfollati.

Sono essenzialmente questi i principali fattori che danno conto del processo di costruzione di una politica culturale che fa propria una rivendicazione di carattere etnico e territoriale, una rivendicazione strettamente collegata alla difesa dei territori e della territorialità espressa dalle relazioni tra le comunità locali e l’ambiente.

Certamente gli anni ottanta, e le nuove condizioni di relazione con altri attori, hanno prodotto un passaggio essenziale in cui, l’accumulazione delle relazioni economiche, sociali, simboliche stabilite con il territorio vengono elaborate per la creazione di un movimento politico culturale.

Ma questa accumulazione ha una storia più lunga, a partire dal momento in cui gli schiavi neri cominciarono le prime ribellioni e l’istituzione di “territori liberi”.

 

 

 

1) La lotta contro la schiavitù

 

Gli schiavi africani furono introdotti nella Nuova Granada con l’arrivo dei primi conquistatori e coloni europei. La schiavitù fu per la prima volta legalizzata dalla corona spagnola nel 1510 e la sua evoluzione da schiavitù domestica a schiavitù nelle piantagioni e nelle miniere variò lungo le due coste, pacifica e caraibica in accordo all’evoluzione economica della Colombia nei secoli. Il principale porto di arrivo degli schiavi era quello di Cartagena de las Indias e gli africani provenivano da diversi gruppi etnici e linguistici dell’attuale Congo e Angola.

Durante il periodo coloniale le navi negriere che arrivavano nel porto di Cartagena de las Indias, trasportarono migliaia e migliaia persone provenienti dall’ Africa. Rotti i legami con la propria terra, costretti alla mescolanza etnica dai padroni per evitare l’insorgere di legami solidali, gli schiavi seppero tuttavia ben presto organizzare fughe e sollevamenti.

Se rivolte di schiavi e costituzione di “territori ribelli” furono un fenomeno che caratterizzò tutto il continente americano, per quanto riguarda la specificità colombiana gli schiavi rivoltosi presero il nome di Cimarrones o e i loro insediamenti furono chiamati Palenques.[1]

 

I Palenques furono dunque costituiti da schiavi che fuggivano dalle Reales Minas, dai servizi domestici o direttamente dalla navi negriere, fondando villaggi circondati da piccole fortezze per difendersi dagli attacchi dei soldati bianchi.

Cimarronismo era invece il nome dato all’atto di ribellione, e cimarrón era il nero che fuggiva per andare a fare parte di un Palenque nella selva.

Questo tipo di resistenza nera cominciò agli inizi del 1500, insieme alla schiavitù, e si produsse fino alla fine della colonia.[2]

Il primo obiettivo delle rivolte fu la ricerca e la riconquista di Luogo e di un senso del Luogo, per ricostruire sulle montagne e nelle profondità delle foreste territori liberi in cui riorganizzare un proprio modello di vita e cultura nel mezzo del regime coloniale spagnolo.

I Palenques furono infatti la realizzazione di un progetto di libertà. A partire da questi i cimarrones si organizzarono per ricreare nuove forme di vita, nuovi tipi linguistici, risultato dalla mescolanza tribale. Si trattava di vere e proprie repubbliche indipendenti che possedevano propria autorità e organizzazione e che lavoravano per la conservazione e la ricreazione di lingua, religione, musica, balli.

La memoria collettiva di molte comunità afrocolombiane oggigiorno rinviano la loro fondazione al cimarronismo[3],e la riflessione sulla propria identità etnica affonda le sue radici nell’esperienza collettiva delle schiavitù, delle rivolte, della fondazione di propri territori. Come ha segnalato Jaime Arocha,[4] intellettuale del movimento nero, la storia del cimarronismo è la pietra angolare della Storia afrocolombiana tracciata dal movimento negro, perchè permette di ricondursi ad una tradizione di lotta.

 

 

 

2) Invisibilità e reinsediamento

 

Il sistema schiavista, basato sopratutto sulla produzione di oro nelle miniere fluviali del Pacifico entrò in crisi a causa del cimarronismo, dell’indipendenza ottenuta dai creoli americani e delle pressioni dell’Inghilterra che, dopo essersi arricchita con la tratta dei neri, ha ora bisogno i manodopera “libera” nel crescente processo di industrializzazione.

 Nel 1812 Cartagena proibì l’importazione degli schiavi e nel 1816 si proibì la schiavitù in Antioquia. Simón Bolivar promise di abolire la schiavitù in tutto il paese e il congresso di Angustura del 1819 stabilì l’obiettivo della emancipazione totale dei neri. Tuttavia la schiavitù continuò a perdurare fino al primo gennaio 1852. In realtà nella pratica la schiavitù dei neri sparì in forma graduale, mentre le condizioni di diseguaglianza permasero per un altro secolo e mezzo. Infatti gli schiavi liberati ottennero una libertà senza nessuna garanzia politica, economica, sociale o territoriale.[5]

 

Ciò nonostante le comunità nere cominciarono un difficile processo di colonizzazione dei profondi e selvaggi territori del Pacifico. Nel Pacifico le comunità nere iniziarono ad occupare in forma di villaggi dispersi le varie conche fluviali della fitta foresta pluviale di questa regione tropicale.

 

I discendenti degli schiavi cercavano ora terre dove vivere in libertà. Cominciarono ad intraprendere lunghi viaggi di esplorazione e di ricerca mentre, come segnala William Willa, popolavano fiumi e spiagge con esseri ereditati degli antenati.

Il popolamento del territorio seguiva la logica del fiume. Fino a quel momento il territorio era abitato ancestralmente dagli indigeni Emberas e in questo modo la dinamica di occupazione del territorio da parte della popolazione indigena e nera diede luogo a un sistema di convivenza e di scambio. Gli indigeni furono una preziosa fonte di conoscenza e di apprendimento delle risorse forestali. Le terre alte, cioè la parte settentrionale dei fiumi erano generalmente popolate dagli indigeni, quelle basse da famiglie disperse afrocolombiane. Le attività produttive principali per la sussistenza degli afrocolombiani consistevano nell’agricoltura, la caccia, la pesca, la raccolta e occasionalmente l’estrazione mineraria. Le valli fluviali erano percorse alla ricerca di proteine animali, piante medicinali e rituali, materiali per la costruzione di strumenti di lavoro.

L’acquatico diventa lo spazio essenziale delle comunità nere. Lo spazio del fiume fu il substrato fondamentale della ricostruzione sociale: le storie dei fiumi cominciavano a ricostruire la memoria collettiva della popolazione nera, mentre contemporaneamente rinascevano le musiche e le danze, i riti dei morti, le reti di parentela e le forme di governo proprio. È in questo modo che le comunità nere del Pacifico hanno sviluppato un complesso sistema di pratiche e di rappresentazioni del proprio ambiente che ha reso possibile la sua appropriazione.

A partite dalla relazione con i fiumi e con i boschi queste comunità si sono appropriate del territorio, significandolo culturalmente attraverso un sistema di rappresentazioni collettive e da queste relazioni è nata una territorialità particolare e un’identità intimamente legata alla connessione con questo riconquistato spazio acquatico.

 

Per lungo tempo l’organizzazione sociale privilegiata lungo i fiumi seguì la logica del gruppo familiare. Negli anni cinquanta del secolo scorso tuttavia, le famiglie nere che vivevano disperse cominciavano a dare vita a nuove forme di insediamento: le aldee, cioè piccoli villaggi in relazione all’aumento della popolazione e alla pressione sulle risorse naturali disponibili.

 

Fino agli anni cinquanta il processo di occupazione del territorio del Pacifico si diede comunque in una situazione di totale indifferenza da parte dello Stato: la regione pacifica era la regione “negra”, aveva una caratterizzazione di segregazione economico sociale. Il Pacifico è stato infatti considerato un litorale recondito per molto tempo, marginalmente integrato al resto del paese: dopo il periodo coloniale e l’auge delle miniere, nel Chocó si era sviluppata un tipo di economia ancora di tipo estrattivista, ma economicamente marginale. Si trattava di estrazione di caucciù e di legname.

 

Nel 1959 qualcosa muta improvvisamente nel Pacifico: l’impronta territoriale che la popolazione nera aveva dato alle conche fluviali dei fiumi Atrato, Truandó, del fiume Cauca e dei loro affluenti viene cancellata quando lo stato colombiano, con la legge 2a dichiarava tutte le terre basse del Pacifico territori Baldíos cioè “terre di nessuno” verso cui stimolare processi di colonizzazione e di sfruttamento forestale.

Questa legge fu soprattutto sfruttata dalle compagnie di legname che poterono in questo modo consolidare la propria presenza ottenendo licenze e impossessandosi di territori occupati dalla popolazione nera. Le imprese cominciano ad entrare nei territori, a scavare canali, a prosciugare intere aree che dunque diventavano idonee allo sviluppo dell’allevamento, e delle bananeras.

Parallelamente lo scoppio della sanguinosa guerra civile tra liberali e conservatori iniziata nel 1948 accentuò le ondate di coloni profughi da altre zone del paese che cercavano a loro volta nuovi spazi di insediamento. 

 

 

 

 

3) Gli anni ottanta: nascita del movimento afrocolombiano

 

A partire dagli anni ottanta le comunità nere rivierasche del Pacifico danno vita ad un processo di costruzione di una politica culturale che fa propria una rivendicazione di carattere etnico e territoriale, in cui gli afrocolombiani diventano protagonisti di un processo di etnogenesi e di rivendicazione della propria identità culturale. Una rivendicazione strettamente collegata alla difesa dei territori e della territorialità espressa dalle relazioni tra le comunità locali e l’ambiente, che culminerà negli anni novanta con il riconoscimento costituzionale dell’identità nera e del diritto ad un territorio protetto dalla legge.

 

E’ in questo contesto che gli afrocolombiani cominciano a formulare una nuova concezione di territorio imposta dalle nuove condizioni. Dal concetto di territorio collettivo senza limite al concetto di territorio demarcato che afferisce a comunità specifiche. Comincia cioè un’opera di demarcazione e di difesa delle zone di insediamento.

Il movimento nero è affiancato in questo periodo da Ong, dalla chiesa cattolica, e questi attori insieme sviluppano un lavoro silenzioso lungo i fiumi delle zone rivierasche rurali del Pacifico.

La prima organizzazione che nasce con lo scopo di raggruppare comunità è la ACIA Asociación Campesina Integral del Atrato che raggruppava 35 comunità. La ACIA fu un passo fondamentale anche per lo stabilirsi di relazioni tra le comunità afrocolombiane e lo Stato centrale.

Sull’esempio della Acia nacquero altre organizzazioni contadine come la Asociación Campesina del Bajo San Juan (ACADESAN), la Asociación Campesina del Alto San Juan (ASOCASAN) e la Organización Campesina del Baudó (ACABA). Si trattava di organizzazioni contadine e di base eminentemente, che cominciavano tuttavia ad elaborare discorsi sulle rivendicazioni territoriali come garanzia di sopravvivenza culturale.

Fu la ACIA che nel 1987 firmò il primo accordo con CODHECHOCO, il quale prevedeva un Piano di gestione Integrale basato sulla conoscenza e sulle pratiche locali delle comunità in un’area di 600.000 ettari. Questo fu un accordo fondamentale perché può essere considerato l’antecedente delle proposte di gestione del territorio sulla base di un programma di conservazione di interesse etnico.

L’Acia produsse cioè con questo accordo una riflessione sull’etnicità e sul diritto delle comunità nere a sopravvivere come cultura dentro un territorio.

Era la nascita di un movimento politico culturale che articola nozione di identità a quella di diritti territoriali.

 

 

 

4) Le conquiste territoriali e la formulazione del concetto di territorio regione

 

Il 1991 fu un momento storico fondamentale, in cui il governo colombiano per la prima volta si orientava verso una costituzione che riconosceva la multietnicità e la multiculturalità della nazione. Anche alle comunità nere del Pacifico giunge la chiamata per la partecipazione all’assemblea costituente.

Dalla costituzione del 91 il movimento nero riesce ad ottenere l’articolo transitorio 55 che esprime il coronamento delle rivendicazioni territoriali del movimento di base contadino nato lungo i fiumi: il diritto alla proprietà collettiva per le popolazioni nere che abitano i fiumi della conca del Pacifico e il diritto ad una normativa speciale che permettesse lo sviluppo della propria cultura.

L’ottenimento dell’articolo transitorio 55 diede forte impulso alla nascita di un progetto politico unitario che tentava di superare la frammentazione delle comunità nere. Si formano organizzazioni lungo tutti i fiumi del Pacifico e nacquero i primi incontri di rappresentanti di tutta la regione.

Ma soprattutto il processo costituzionale pose una domanda fondamentale a cui lo Stato da una parte e dall’altra il movimento nero devono rispondere: l’estensione del diritto alla titolazione collettiva ai neri, sulla base del modello dei resguardos[6] indigeni richiede la definizione di cosa fosse l’identità nera.

La risposta a questa domanda, è il riferimento alle pratiche culturali sostenibili dell’uso del territorio delle comunità nere, come risulta chiaro nelle formulazioni della legge definitiva numero 70 del 1993, legge che stabilì il procedimento per la titolazione collettiva di più di 4.5 milioni di ettari di territorio ai consigli comunitari delle comunità nere. Certamente, da parte dello Stato, il riconoscimento delle comunità nere come “guardiane della biodiversità” dipese dall’auge dei discorsi sullo sviluppo sostenibile e dell’irruzione del biologico a livello globale a seguito della cumbre di Rio de Janeiro sullo sviluppo sostenibile. A questo proposito, oltre la legge 70, venne proposta l’applicazione dell’Agenda 21 con un piano di sviluppo sostenibile per il Pacifico, alla cui elaborazione partecipano anche le comunità nere.

E’ importante sottolineare che il movimento nero fu capace di inserirsi all’interno del dibattito sullo sviluppo sostenibile, proponedo un modello diverso da quello che Enrique Leff chiama “globalocentrico” in cui cioè sono attori di sistema a gestire le risorse. Piuttosto, i cardini della politica culturale del movimento nero stabiliscono aspetti centrali che ruotano intorno al concetto di Identità, Territorio, Autonomia, Sviluppo proprio e Partecipazione. Cioè, le organizzazioni costruiscono un’idea di sostenibilità cha parte da una prospettiva etnico-culturale dello sviluppo. Le comunità nere eleborarono un concetto di territorio–regione in cui la territorialità complessiva della regione pacifica si fonda nell’esercizio collettivo di pratiche culturali esercitate sul territorio.

 

La concezione di sostenibilità del movimento afrocolombiano si impernia sul riconoscimento del legame integrale tra territorio e cultura, legame che include la biodiversità e le conoscenze ad essa associate. L’autonomia nel progettare il proprio sviluppo, sulla base della territorialità, implica cioé il rispetto della cultura e dei territori, mentre la sopravvivenza culturale delle comunità nere diventa inseparabile dall’integrità del territorio, che deve essere amministrato attraverso un diritto proprio, il controllo sulle risorse, di piani di etnosviluppo, la proprietà collettiva.

È a questo punto che il movimento afrocolombiano del Pacifico diventa un movimento di re-esistenza nel senso che si basa su un identità ricostruita in un campo di relazioni di potere stabilite tra i processi di riorganizzazione dello spazio sotto la logica delle forze economiche e la difesa della propria territorialità che ora si impone come elemento esplicito di metariflessione.

 

 

 

5) Guerra, titolazione collettiva, desplacement

 

A partire dal 1997, proprio mentre i meccanismi di protezione costituzionale e il processo di titolazione collettiva stavano avanzando con la proliferazione dei consigli comunitari, il Pacifico si trasforma da zona che aveva avuto un ruolo marginale nelle dinamiche del conflitto armato, ad uno dei territori di maggiore espulsione della popolazione nera. Uno dei più grandi sfollamenti che abbia mai conosciuto il paese avviene tra il novembre 1996 e il febbraio 1997 nella zona del Basso Atrato. Un’operazione congiunta tra esercito e paramilitari, il cui obiettivo formale doveva essere la guerriglia, produce, dopo un’interminabile lista di violenze, lo sfollamento di 20.000 persone, quasi tutte afrocolombiane. Nel marzo 1997, quando le comunità del fiume Truandó e Cacarica avevano ottenuto più di 70.000 ettari di titoli collettivi, la maggior parte della popolazione era stata sfollata e alcuni leader assassinati.

A partire dal 1998 nel Medio Atrato, mentre a 45.000 contadini raggruppati in 120 consigli comunitari membri dell’ACIA vengono assegnati 800.000 ettari di terra, comincia a registrarsi una sequenza di intimidazioni, blocchi economici, sfollamenti e assassinii selettivi da parte di gruppi militari e paramilitari.

Lo stesso accade in altri casi, come nell’Alto Atrato con lo sfollamento dei contadini della OPOCA, nell’Alto San Juan di campesinos di Santa Cecilia, Playa de Oro e Tapón (municipio de Tadó), e nei casi di desplacement di Juradó. Poi, il desplazamiento di 4.000 campesinos del Alto Baudó, dieci giorni dopo che lo Stato aveva deciso di assegnare la titolazione collettiva di 700 mila ettari alla popolazione afrodiscendente.

Anche se il Chocó è la zona più colpita, altre aree del Pacifico registrano gli stessi episodi, come per esempio l’area rurale di Buenaventura nel sud, che comincia a presentare casi di sfollamento e dove nel 1999 i paramilitari annunciano ed eseguono un attacco sulla popolazione civile che provoca il desplazamiento di 20 mila campesinos, senza nessuna risposta statale.[7]

In sintesi, dal 1996 il diritto alla vita delle comunità nere ha registrato casi di gravi violazioni, tra queste esecuzioni extragiudiziali, assassini selettivi, sparizioni, torture, massacri, sradicamento coatto dalle terre. Il Pacifico da litorale recondito e relativamente estraneo alle dinamiche del conflitto armato viene così configurandosi come una delle aree di maggiore espulsione di popolazione. Secondo i dati ufficiali della Red de Solidaridad Social,[8] nell’anno 2000 il trenta per cento della popolazione sfollata era afrocolombiana.

 

 

 

5.1) Megaprogetti infrastrutturali nei territori tradizionali degli afrocolombiani

 

Abbiamo detto che l’articolo 70 del 1993 riconosceva sostanzialmente le rivendicazioni del movimento campesino rivierasco delle comunità del Pacifico e che l’emanazione di questa legge fu allo stesso tempo un approdo del movimento contadino nero e un moltiplicatore della sua capacità organizzativa e delle richieste di titolazione collettiva.

Tuttavia, la violenza che implicò in seguito lo svuotamento delle norme giuridiche ha a che vedere con la contraddizione tra il riconoscimento formale dell’identità e della territorialità nera e i piani di sviluppo progettati per la regione, i grandi impresari di legname, i palmicoltori, e le imprese agroindustriali in generale, che continuavano ad essere presenti nella regione.

Già dal 1980, il presidente Virgilio Barco aveva inaugurato, l’idea dell’ “Era Internazionale del Pacifico”: la regione sarebbe dovuta divenire il fattore decisivo di integrazione nazionale al mercato globale della Conca del Pacifico, attraverso la realizzazione di una serie di megaprogetti viari, energetici, di sfruttamento della biodiversità e di progetti agroindustriali.

Quando la Costituzione viene emanata, riconoscendo sul piano giuridico diritti alle popolazioni nere, le pressioni delle politiche di apertura economica in Colombia ripongono al centro dell’attenzione il Pacifico come “Migliore angolo d’America” e in relazione a questo scenario sono stati disegnati diversi progetti infrastrutturali dentro un piano più generale noto come Plan Pacífico (DNP 1992). Fra questi, il  canale interoceanico lungo i bacini fluviali Atrato-Truandó[9] e la strada Panamericana, che dovrebbe collegare il Tapón del Darién[10] con Panamà. Megaprogetti che a livello continentale sono stati più recentemente inseriti nell’ambito del programma di integrazione infrastrutturale noto come IIRSA.[11]

Parallelamente, nel corso degli anni novanta, emerge un nuovo interesse per le risorse genetiche della regione, ed in particolare per le sue potenzialità farmaceutiche (Escobar A. 1997) e le sue potenzialità agroforestali, che sono state stimate nell’ambito del progetto di investigazione Progetto Biopacífico (GEF/PNUD 1993). Anche il progetto dell’Agenda Pacífico XXI, a cui partecipano i consigli comunitari delle comunità nere, ad un’attenta lettura rivela che, pur mettendo l’enfasi sulla conservazione della biodiversità e della partecipazione delle comunità, ha come priorità l’integrazione infrastrutturale della regione e l’estensione di coltivazioni di palma africana per la “riforestazione”.

 

In sostanza si tratta di in congiunto di piani che, pur sottolineando aspetti diversi, creano l’immagine di uno spazio economico irriducibile ed incompatibile con l’idea di territorio regione, luogo dell’autonomia dei gruppi etnici e dei loro territori collettivi.

La Carta Costituzionale vigente dal 1991, conferisce ai popoli indigeni ed alle minoranze etniche il riconoscimento di diritti con una retorica normativa senza paragoni, e la legge n. 70 del 1993 che indicava le popolazioni nere come le guardiane della biodoversità nella pratica è incapace di garantire la realizzazione degli stessi. In sostanza con le parole di Mauricio García Villegas, ci troviamo di fronte ad un modello di efficacia simbolica del diritto che consiste in una sua promulgazione senza applicazione minima.”[12] 

Questo dispositivo risponde ad una logica che consiste nel fatto che attraverso la comunicazione o la produzione di discorsi legali, come risposta alle domande sociali di sicurezza, giustizia sociale e partecipazione, si occultano relazioni di potere che agiscono in modo sotterraneo ma non inefficace nello stabilimento di un ordinamento territoriale in Colombia sempre più orientato alla riorganizzazione dello spazio e allo sradicamento delle comunità rurali, in ragione delle logiche produttive neoliberali.

Il desplazamiento delle comunità dai territori legalmente riconosciuti ad opera di gruppi paramilitari deve essere letto come una strategia che nasce dalla contraddizione tra spazio economico e territorialità della popolazione insediata, una strategia di riorganizzazione dello spazio e di ristrutturazione delle relazioni locali specifiche delle popolazioni insediate.

 

Per esempio, i consigli comunitari del fiume Cacarica, Jiguamiandó, Cuvaradó hanno reiteratamente denunciato che dopo lo sfollamento i territori collettivi sono stati invasi dalle coltivazioni di palma africana, così come nel sud Pacifico, a Tumaco, mentre in Cauca si espande la canna da zucchero. Nel Basso Atrato lo sfollamento è coinciso con l’area disegnata per il canale interoceanico. Fatto ancor più grave, le comunità hanno denunciato che le attività economiche illegali avvengono con la protezione dei paramilitari e la connivenza dei militari.[13]

 

 

 

6) Risposte comunitarie: la resistenza civile

 

Le incursioni paramilitari, il desplacement, la violazione costante dei diritti territoriali, sono diventati per il movimento afrocolombiano il problema più rilevante rispetto al quale molte comunità hanno cercato di reagire iniziando un processo da loro stessi denominato di resistenza civile. Questo approccio, che si basa sulla autoprotezione, nasce anche in risposta alle inefficaci misure disposte dallo Stato colombiano, il quale ha costituito un sistema di prevenzione al desplacement attraverso la legge 387 del 1997. In particolare l’articolo 14 determina una serie di misure preventive come il sistema delle “alertas tempranas”.[14]

  Questo sistema però non ha funzionato, neanche nei casi in cui le comunità avessero denunciato con mesi di anticipo il rischio di desplacement sotto la pressione di attori armati, in special modo paramilitari.

 

Questa nuova fase della lotta delle comunità nere si basa dunque sulla necessità di trovare in modo autonomo nuove  forme di organizzazione che permettano la permanenza nei territori collettivi, il ritorno ed il reinsediamento dopo lo sfollamento forzato.

Si sono così autodenominate comunità in resistenza civile contro la guerra quelle che hanno rifiutato di abbandonare il proprio luogo di origine o che, a partire dalle città dove erano stati costretti a trovare rifugio dopo le violenze che imposero lo sfollamento hanno organizzato il ritorno ai propri territori collettivi.

Nell’attualità esistono varie di queste comunità nella zona del Pacifico che sono supportate da organizzazioni internazionali, dalla chiesa, da organizzazioni non governative colombiane.

La caratteristica comune di queste esperienze è l’obiettivo di proteggere il diritto all’autodeterminazione e alla vita dei suoi integranti, attraverso una strategia di non violenza attiva contro gli attori armati, inclusa la forza pubblica, come strumento di protezione delle comunità. Dichiararsi società civile senza armi è un modo per tentare di opporsi al teorema costruito dalle forze militari, regolari o irregolari che tende ad assimilare il movimento sociale nero alla guerriglia legittimando così tutte le violenze che la popolazione ha subito.

Alcune di queste iniziative comunitarie pongono l’enfasi sulla resistenza civile come difesa alla violenza strutturale, altre enfatizzano la loro resistenza contro il modello neoliberale e i progetti megastrutturali, agroindustriali che si stanno promuovendo nei territori disconoscendo la titolarità collettiva di questi ultimi. Bisogna comunque sottolineare che l’esperienza delle comunità di resistenza delle comunità nere del Pacifico è un fenomeno che, per l’estensione e la magnitudo del fenomeno della violenza e del desplacement in Colombia, si iscrive in un più ampio movimento di realtà indigene e contadine che in varie parti del paese promuovono simili esperienze di resistenza civile. Con queste, le comunità in resistenza afrocolombiane condividono l’obiettivo di difesa di modi di vita e di appropriazione locale specifico del territorio.

In questo contesto dunque le comunità afrodiscendenti hanno costituito nuove forme di comunità, processi di resistenza civile che nascono in risposta alla destrutturazione sociale e al trauma del desplazamiento e della violenza, attraverso forme autonome di organizzazione e di autovalorizzazione dei propri referenti culturali e territoriali.

Bisogna inoltre sottolineare che il carattere etnico delle organizzazioni costituisce un importante fattore di coesione, quello che ha reso possibile una risposta organizzata di resistenza di fronte all’acutizzazione del conflitto.

 

 

 

6.1) Il Chocó

 

La regione del Chocó è quella che conta sul maggior numero di esperienze di resistenza civile essendo stata teatro di uno dei più grandi sfollamenti di massa che abbia mai conosciuto nessuna altra parte del paese, tra quelli che i mezzi di informazione hanno dato a conoscenza, tra il 1996 e il 1997. Nel 1996 i paramilitari avevano cominciato a penetrare nella regione, creando blocchi economici e intimidazione contro la popolazione civile nera. A dicembre cominciò l’Operazione Genesis, un’azione congiunta tra militari e paramilitari con fini controinsorgenti che tuttavia provocò la fuga di ventimila persone dal Basso Atrato, dalle conche di Salaquí, Cuvaradó, Domindogó, Truandó, Juguamiandó, Cacarica, tutte zone appartenenti al Municipio di Riosucio. Sfollata dai territori collettivi, la popolazione afrocolombiana fu costretta a disperdersi nelle zone urbane di Turbo, Quibdó, Mutatá, Bocas del Atrato, Pavarandó, Medellín, Bogotá, Cartagena, Barranquilla, mentre altri trovarono rifugio a Panama.

 

Al processo di espulsione-deterritorializzazione seguiva la conversione dell’uso del territorio in moduli di monocolture e processi di deforestazione dei territori etnici (Justicia y Paz 2003) ad opera in particolare della impresa di legname Maderas del Darién e della agroindustria di palma africana Urapalma.

Questa situazione si è data dentro un quadro caratterizzato dall’assenza di politiche governative capaci di supportare le comunità sfollate e intervenire a favore delle loro ripetute denuncie di progressiva deforestazione dei territori e di imposizione, da parte di gruppi armati irregolari, della semina di palma africana.

 Dopo vari mesi di sradicamento, in alberghi umanitari nelle zone urbane, alcuni tra gli sfollati cominciarono un processo di ritorno organizzato.

 

 

 

Le Comunità di pace

 

La popolazione nera di Pavaradó, dopo un difficile lavoro di sensibilizzazione attraverso seminari ed incontri tra la popolazione sfollata, aiutata tuttavia dall’organizzazione preesistente dei consigli comunitari, creò cinque commissioni per facilitare il processo di ritorno. Queste commissioni lavorarono per la riattivazione dell’economia contadina, nella diffusione del processo delle comunità a scala nazionale e internazionale. Nell’ottobre 97 un totale di 49 comunità si dichiararono “Comunità di Pace di San Francisco Asís”, esigendo allo Stato e agli attori armati rispetto per il processo di ritorno. Sull’esempio di questa prima comunità si organizzarono anche le comunità di Curvaradó, la Comunidad de Paz de Natividad de María, e le otto comunità della conca di Salaquí come Nuestra Señora del Carmen.

Le comunità iniziarono immediatamente un processo di negoziazione con lo Stato attraverso l’istituzione di una commissione, anche in presenza di rappresentanti dell’Alto Commissariato per i diritti umani. I punti per la negoziazione furono la garanzia per la titolazione collettiva, il ritorno ai luoghi di espulsione e la sicurezza delle comunità.

Le comunità di pace elaborarono il concetto di neutralità dagli attori armati, rifiutando quella dell’allora governatore di Antioquia e attuale presidente, Uribe Vélez, il quale aveva proposto un concetto di collaborazione con la forza militare, come informanti contro la guerriglia.

 

 

 

Le Comunità di vita e di autodeterminazione

 

I  membri della Conca del fiume Cacarica si organizzarono invece in CAVIDA (Comunità di Autodeterminazione e Dignità del Basso Atrato). Il Cacarica, secondo quanto affermano i leader della comunità, è una espressione di Resistenza Civile Popolare Alternativa e un Progetto di Vita comunitario.

Anche la zona del Cacarica è stata una zona di sfollamento di massa. A seguito dell’abbandono delle terre, gli sfollati hanno dato inizio alla resistenza in luoghi relativamente vicini a quelli di espulsione, come ad esempio le città di Quidbó, Turbo, dove furono costretti a soggiornare in “Alberghi Umanitari” per diversi mesi. Iniziarono così negoziati con lo Stato colombiano per far ritorno alle loro terre, mentre si trovavano nella situazione di desplazamiento a Turbo.

 Il risultato dei negoziati fu la decisione di circa 1500 persone di ricreare due villaggi: Esperanza en Dios e Nueva Vida. I loro abitanti, per la continua pressione e persecuzione delle forze militari-paramilitari che operano nella regione, hanno potuto finora usufruire soltanto di 24 dei 103.000 ettari che appartengono loro per titoli collettivi di terra (legge 70 del 1997 per le comunità nere) e hanno dovuto tendere una RETE DELLA VITA (rete in filo di ferro) intorno ai nuovi asentamientos, per contraddistinguersi come popolazione civile, per garantire a sé stessi la sicurezza che lo Stato non ha prestato e per impedire l’ingerenza di qualsiasi attore armato.

Il processo di Cavida, come l’esperienza gemella delle comunità di Jiguamiandó, anch’esse organizzate in comunità di resistenza, hanno deciso di non definirsi comunità di pace ma come comunità di autodeterminazione, vita e dignità, perché affermano “noi non siamo, diciamo così, neutrali, come un essere inetto al punto che chiunque, e la guerra stessa possa decidere di fare o disfare la comunità. Siamo soggetti della storia: noi la facciamo, non sono altri che possono definirla.”

Il progetto di vita in Cacarica e Jiguamiandó si fonda su cinque punti: la Verità che identificano con il color giallo; la Libertà, con il color rosso; la Giustizia, con il color azzurro; la Solidarietà con il color verde e la Fratellanza con il color caffè. Questi sono i colori della resistenza afrocolombiana di quelle valli fluviali.

            

 

 

La resistenza di ACIA

 

Anche nel Medio Atrato, area corrispondente alla Acia, il cui titolo di proprietà collettiva fu concesso nel 1997, ha preso il via un processo di difesa territoriale in risposta allo sfollamento. Il lavoro di questa organizzazione, appoggiata da Ong internazionali e dalla chiesa è stato quello di creare meccanismi affinché le comunità riescano a resistere di fronte alle minacce di sfollamento dichiarandosi popolazione civile.

La Acia usa lo strumento di denunce pubbliche, per sottolineare gli aspetti della violenza che colpiscono i diritti territoriali ed etnici nella zona.

Una strategia adottata da Acia è la ricerca di accompagnamento sul campo di membri della chiesa e di organizzazioni non governative, come deterrente all’ingresso degli attori armati nelle comunità. Anche se sono riusciti a contenere il desplacement, l’Acia ha denunciato la limitazione di movimento e i blocchi economici a cui le comunità sono sottomesse a causa della militarizzazione della zona.

 

 

6.2) Il sud del Pacifico

 

Anche nel caso del sud della regione del Pacifico corrispondente al dipartimento del Valle e del Nariño, nella regione del Naya esistono comunità che hanno deciso di non uscire dai territori e di dichiararsi comunità in resistenza.

E’ in corso anche l’elaborazione di una proposta di resistenza da parte del PCN, Proceso de Comunidades Negras, organizzazione che esercita la sua influenza in zona. Si tratta dell’idea di creare “territori di protezione” in modo che la gente desplazada o quella su cui pesa un pericolo imminente di espulsione possa trovare aree che, con l’appoggio internazionale diventino spazi nei quali le comunità possano ricostituire processi di socialità e di produzione e continuare il loro processo di appropriazione della identità etnica e territoriale. Tra le strategie è inclusa la negoziazione con gli attori armati affinché rispettino i territori di protezione.

Nel Pacifico caucano si stanno sviluppando azioni preventive in zone che potrebbero essere colpite dallo sfollamento. Anche in questo caso è fondamentale l’elemento delle rivendicazioni territoriali e il carattere delle comunità etniche come fattore di coesione.

 

 

 

7) Per concludere

 

A partire dalla metà degli anni novanta un nuovo fenomeno colpisce il litorale del Pacifico: il desplazamiento, lo sradicamento, come prodotto della contraddizione tra la proprietá collettiva e i progetti di integrazione della regione pacifica al resto del paese e al mercato mondiale. Un fenomeno che non puó non rimandare la memoria collettiva afrocolombiana al desplacement originario dall’Africa. Da questo nuovo trauma, da questa nuova minaccia di recisione delle relazioni con la terra nasce il rifiuto della perdita del legame col territorio che genera le nuove esperienze di resistenza civile.

Esperienze che meritano senza dubbio più attenzione perché mostrano in modo drammatico le contraddizioni che nascono dallo scontro tra uno spazio economico che tende all’uniformità e territori che esprimono una radicale politica della differenza.

Dopo quattro anni dalla fondazione delle comunitá di resistenza, e a sette anni dall’Operazione Genesis, le comunità afrocolombiane in resistenza civile e le organizzazioni che le accompagnano denunciano che nel Pacifico si sta realizzando un processo di deterritorializzazione e di riterritorializzazione, in cui il progetto agroindustriale si apre inesorabilmente il cammino in condizioni di “sicurezza privata”, soprattutto nelle zone dove sono stati disegnati quei megaprogetti strutturali di cui abbiamo parlato. Sono state denunciate la vendita e il disboscamento illegale delle terre collettive, la semina di palma, la canalizzazione illegale per renderne possibile la coltivazione.

Secondo quanto denunciano le comunità, continuano a verificarsi pressioni e minacce contro la popolazione da parte dei gruppi paramilitari affinché si dedichino alla semina di coca e alla coltivazione di palma.

La condizione di libera mobilità delle comunità è estremamente compromessa a causa della militarizzazione dei territori e la creazione di una base (para) militare a La Balsa, che rende difficile gli spostamenti per le attivitá commerciali minime verso le città vicine.

Un altro fenomeno preoccupante ripetutamente denunciato nei territori dove è avvenuto il desplazamiento è il ripopolamento forzato, sotto la protezione dei gruppi paramilitari, con l’insediamento di contadini provenienti da altre zone e che sono stati cooptati in attività produttive come quelle di palma africana e coca.

 Contemporaneamente Fedepalma, i Ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura hanno approvato nel 2002 un progetto di semina di 20 mila ettari di palma varietà Ekona e Ekona X Lame nei dipartimenti del Chocó e di Antioquia. A beneficiare in modo particolare del progetto sarebbero le due grandi compagnie Urapalma e Asopalma, per la produzione di 35.000 tonnellate di olio in cinque anni.

Questa iniziativa ha contato sull’appoggio anche del Banco Agrario, di Finagro e del Fondo per gli Investimenti per la Pace, del governo di Antioquia.

Invece, non si è realizzato nessun processo di consulta alle comunità etniche e si è disconosciuto ogni tipo di normative, a partire da quella basica del riconoscimento della proprietà collettiva della terra.

I gruppi paramilitari che operano nella regione sono serviti ai fini di questo progetto per il quale la proprietà collettiva della terra rappresenta evidentemente un ostacolo.

In questo modo la situazione del Pacifico mostra chiaramente come oggi, per leggere adeguatamente la strategia paramilitare, non possiamo piú limitarci a identificarne la parte militare-repressiva, ma occorre collocarla dentro un quadro piú ampio, che include strategie economiche e di controllo sociale.

Le comunità in resistenza civile del Chocó, continuano invece il difficile processo di mantenersi nel territorio grazie alla rete di organizzazioni di solidarietà che aiutano nel lavoro di diffusione delle notizie.

La resistenza civile diventa contemporaneamente un incessante lavoro per la difesa dell’identità etnica, dell’appropriazione del territorio, dei propri progetti di Vita locali specifici.

La resistenza civile continua ad esercitarsi in una dimensione di protezione di valori quali la vita, la cultura, l’autonomia e l’autodeterminazione, di fronte al disconoscimento dei diritti acquisiti e alle azioni/omissioni di uno Stato che non ha saputo fornire risposte alla popolazione afroamericana sfollata violentemente. I territori di Vita, le Comunità di Pace, i territori di Allegria, le Zone Umanitarie, sono tutte espressioni di una nuova lotta estrema che rimanda tuttavia al nucleo centrale del movimento afrocolombiano del Pacifico: la riappropriazione sociale del territorio, che ha generato nel corso di tutta la storia afrocolombiana manifestazioni di resistenza culturale dentro strategie comunitarie di autogestione del proprio patrimonio storico di risorse naturali e culturali.



[1] Perchè circondati da palizzate.

[2] Aquiles Escalante: El Palenque de San Basilio.Universidad del Atlántico, Barranquilla, 1950.

[3] Francisco U. Zuluaga R.: “Los ‘Hombres Históricos’  del Patía o los héroes del tiempo encantado”, en Geografía Humana de Colombia – Los Afrocolombianos. Instituto Colombiano de Cultura Hispánica, Bogotá, 1998.

[4] Arocha, Jaime e Friedeman, Nina S.: Un siglo de investigaciones sociales, Bogotá. 1984

[5] Hermer Tovar: De una chispa se prende la hoguera. Universidad Nacional.

[6] Riserve con legislazione speciale.

[7] Desplazamiento forzado interno, violaciones al derecho internacional humanitario y situación de personas afrocolombianas en las carceles. Bogotá 2002.

[8] Desplazamiento inducido por el conflicto armado en comunidades afrocolombianas, enero 2000 – junio 2001. Red de Solidaridad Social.

[9] Il Canale interoceanico Atrato-Truandó, fu elaborato già negli anni trenta dal Congresso statunitense e dall’allora presidente Eisenhower ed era noto come ”variante 25” tra le 30 possibilità che si contemplavano per la costruzione di un canale interoceanico in mesoamerica, prima che si decidesse definitivamente per la costruzione del canale di Panama.

[10] Meglio nota come Gap Darién, cioé una zona di foresta pluviale impenetrabile che costituisce l’ostacolo dell’integrazione infrastrutturale.

[11] Promossa dal CAF (Corporación Andina de Fomento), dal BID (Banco Interamericano de Desarrollo) e da FONPLATA (Fondo Financiero para el Desarrollo de la Cuenca del Plata), il Piano d’azione dell’IIRSA (Integrazione Infrastrutturale dell’America del sud) è stato approvato dalla riunione dei ministri dei trasporti dell’energia e delle telecomunicazioni latinoamericani nel 2000 a Montevideo.

[12] García Villegas, M. 1993. La eficacia simbólica del derecho. Examen de situaciones colombianas, Bogotá: Ediciones Uniandes.

[13] A los Humanos del mundos, www.justiciaypazcolombia.

[14] Allerte tempestive in caso di minacce degli attori armati.

Formato per la citazione:
Paola Colleoni, "Gli afrocolombiani", terrelibere.org, 20 maggio 2005, http://www.terrelibere.org/doc/gli-afrocolombiani