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Gabbie d'acqua e diffidenza
Gabbie d’acqua e diffidenza
Lavoro,
identità e segregazione dei tunisini a Mazara del Vallo
Descritta alternativamente come isola felice dell’integrazione o
“casbah” di misteri e pericoli, la comunità maghrebina di Mazara – la prima a
formarsi in Italia - evidenzia dinamiche tipiche di un’immigrazione “da sud a
sud” sempre più problematica. In questo studio sul campo le interviste ai
protagonisti della comunità raccontano un’economia della pesca basata su
sfruttamento, diffidenza e bisogno reciproco
Pietro Saitta
1. Metodo e oggetto per una ricerca
Le
pagine che seguono raccolgono i primi parziali risultati di una ricerca
condotta a Mazara del Vallo – nell’estremo lembo della Sicilia, a poche
centinaia di chilometri dalla Tunisia – volta a comprendere i modelli
d’insediamento dell’estesa comunità di stranieri qui residente.
Lo
studio è stato condotto con un approccio etnografico/etnometodologico e
utilizzando tecniche di osservazione partecipante.
In
particolare sono state curate le relazioni con la nutrita comunità tunisina
(3.300 individui circa secondo fonti di polizia; 2572 per l’Istat nel 2001) e
quella Rom (articolata in 4 o cinque famiglie allargate, per un totale di 181
individui) presenti nel territorio cittadino.
Le
metodologie impiegate hanno richiesto un’azione di penetrazione all’interno
delle due comunità, che ha spinto i ricercatori coinvolti a minimizzare – per
quanto i fini della ricerca lo rendessero possibile – i contatti con gli
autoctoni. L’operazione è stata facilitata dalla pressoché totale estraneità
degli studiosi al contesto locale. Italiani per nascita e formazione, questi
ultimi non hanno però mai vissuto a Mazara: non hanno cioè mai avuto rapporti
con personaggi locali, collocati in posizioni chiave o anche soltanto residenti
in città.
Tale
estraneità al contesto ha permesso di selezionare gli individui da contattare e
tentare eventualmente di conoscere più approfonditamente ed ha
consentito in qualche modo di privilegiare l’osservazione di certe reti al
posto di altre, per quanto il controllo su questi elementi è limitato dal
rischio che individui e reti si autoselezionino. Difatti, se è in qualche modo
possibile operare una scelta sul primo anello della catena – cioè sul primo
contatto stabilito all’interno di uno spazio sconosciuto – non è possibile
controllare altrettanto bene quelli successivi, che rischiano di essere
“subiti” dal ricercatore. Il processo, con tutti gli intrinseci limiti, è il
medesimo incontrato nei campionamenti condotti con tecnica a valanga (snowball).
Quando
non si sa nulla dell’ambiente (se non alcuni dati inerenti a variabili e
dimensioni di per sé poco attinenti ai fini dello studio) e vi è dunque
necessità di esplorarlo, è una scelta quasi obbligata quella di individuare gli
“informatori”, ossia dei personaggi che introducano gli estranei alla comunità
ospite, presentando loro altri membri del gruppo o fornendo spiegazioni attorno
ad usi e consuetudini dal significato oscuro. Tali figure sono, per così dire,
dei filtri: presentano la realtà così come loro la vedono, introducono in modo
più o meno conscio gli ospiti agli ambienti che preferiscono o che ritengono
più adatti a confermare l’immagine di se stessi e del gruppo che essi hanno
deciso di trasmettere. Gli informatori attuano autonomamente una selezione
degli elementi significativi della realtà: facilitano il compito dello studioso
ma possono altresì provocare delle distorsioni cognitive.
Stando
così le cose il ricercatore deve in qualche modo diffidare dai propri pigmalioni,
raffrontare le informazioni a cui accede con la realtà che percepisce; mettere
continuamente a confronto le parole con i fatti ed anche stabilire contatti
variegati con l’ambiente. Avere più informatori diviene allora una strategia
utile a limitare le distorsioni, perché permette di comprendere quanto di
personale vi sia in una rappresentazione e quanto di collettivo, condiviso e
quindi sociologicamente rilevante sia possibile scorgere nelle parole, nei
discorsi e nei gesti degli individui assurti ad oggetto di studio. Le più
ricorrenti obiezioni alle ricerche qualitative vertono infatti attorno al tema
della loro rappresentatività e pongono in rilievo la scarsa rilevanza numerica
dei soggetti intervistati. E’ stato notato che
mentre le indagini quantitative confrontano l’opinione di centinaia e a volte
migliaia di individui presenti su un territorio e possono a ragione vantare
pretese di universalità e rappresentatività (per quanto difettino normalmente
in capacità di penetrazione e si fermino ad aspetti superficiali
dell’immaginario collettivo), le indagini attuate tramite interviste in
profondità e altre tecniche qualitative contattano un numero nettamente
inferiore di soggetti (ci si ferma a volte ad una decina di interviste) e
possono anche dare immagini molto parziali della realtà.
Proprio
per limitare il rischio di distorsioni, nel corso del presente studio si è
scelto di combinare le interviste in profondità a testimoni privilegiati e a
membri delle comunità straniere mazaresi con un periodo di permanenza
lungo due mesi nel centro storico di Mazara del Vallo – la cosiddetta Casbah
– dove si concentrano in prevalenza gli stranieri. In questo periodo si è
vissuto gomito a gomito con individui di origine tunisina e kosovara (rom),
limitando i contatti con gli italiani allo stretto necessario (comunicazioni
“di servizio”, interviste, rapporti negli esercizi commerciali) e provando,
probabilmente senza potervi mai riuscire davvero, a diventare stranieri .
L’approccio impiegato nello
studio è di tipo “costruzionista” e “riflessivo”.
A tal proposito, qualcuno
potrà ritenere che la figura dell’osservatore entri a volte un po’ troppo nel
testo e che il tono della descrizione sia in certi momenti eccessivamente
narrativo. Queste sono però scelte ben precise, che mirano a rendere conto dei processi
di costruzione delle interazioni e di raccolta delle informazioni. Soprattutto,
il metodo prescelto tende a porre il lettore nella condizione di valutare le
circostanze in cui si è svolta l’osservazione e di giudicare plausibilità,
limiti, generalizzabilità dei risultati conseguiti e delle conclusioni.
Infatti, accompagnare la descrizione con una certa quantità di dettagli (anche
apparentemente secondari), far emergere i pregiudizi e i punti di vista
dell’osservatore (oltre che dell’osservato), riflettere sullo svolgimento delle
interazioni, può aiutare a rendere la ricerca maggiormente “trasparente” e a
mettere in rilievo gli elementi “di disturbo” presenti nella rilevazione.
Questi ultimi, nei resoconti etnografici classici oltre che nella maggior parte
delle ricerche sociologiche di piglio quantitativo, sono spesso sottaciuti
tanto perché manca una riflessione intorno ad essi quanto perché la descrizione
scientifica tradizionale rifugge dai personalismi e predilige un approccio
formalmente “obiettivo”. Proprio tale obiettività, coincidente, secondo i
dettami weberiani e quelli più ortodossi in genere, con la “neutralità” tanto
del ricercatore quanto dello stile espositivo, sarà in quest’articolo
sacrificata in qualche punto, al fine di dar luogo ad una descrizione quanto
più possibile fedele delle relazionali che caratterizzano la ricerca e di
permettere al lettore di rilevare punti di forza e di debolezza delle analisi
esposte.
L’
“estraniazione” e la “presa di distanza” – classicamente
pratiche raccomandate nelle ricerche etnografiche e qualitative in genere
– sono infatti molto difficilmente attuabili, come sa bene chiunque sia disceso
sul campo, e la non menzione nei resoconti “obiettivi” di eventuali elementi di
perturbazione delle modalità di osservazione è probabilmente più il segno
dell’adesione ad uno stile descrittivo che una garanzia della effettiva
riuscita del processo di distanziamento. L’accelerazione nel processo di
differenziazione sociale (la “complessità”, come la si suole definire) e la
diffusione di approcci critici rispetto agli stili etnografici “oggettivi”,
hanno messo in discussione proprio il carattere di oggettività delle
rappresentazioni etnografiche tradizionali e, soprattutto, hanno spinto a
guardare all’osservatore non come ad una distaccata presenza nei contesti in
analisi, ma come ad uno dei molteplici attori in campo. Da
questa nuova coscienza deriva la rinuncia all’ “idea che l’osservatore possa
essere invisibile e onnipotente” e soprattutto a quella che il
ricercatore possa “chiamarsi fuori rispetto a ciò che avviene nel campo
e la sua presenza stimola”.
Pertanto,
anche al fine di valutare l’”attendibilità” del lavoro etnografico, e cioè per
misurare la consistenza dei risultati ottenuti tramite certe procedure osservative,
è opportuno che il resoconto si faccia “riflessivo”. Infatti è “attraverso la
minuta descrizione della relazione osservativa, della forma assunta nei diversi
luoghi della cultura in studio dal rapporto osservatore—osservato e
dell’evoluzione nel tempo di questa relazione che l’etnografo ha modo di
fondare l’obiettività della propria rappresentazione dell’oggetto”,
così come il lettore di valutare l’adeguatezza di questo giudizio.
L’osservazione
condotta a Mazara del Vallo aveva come obiettivo quello di analizzare gli
aspetti di integrazione e conflitto connessi alla presenza di una comunità tunisina
relativamente stabilizzata e quindi in grado di fungere da polo d’attrazione
per i newcomers, a partire dalla frequenza e profondità dei rapporti che
uniscono cittadini stranieri e nazionali. Nel corso dello studio sono state
indagate le aree del lavoro, della devianza, del tempo libero, della cultura e
della religiosità, guardando sempre alla reciprocità delle rappresentazioni e
privilegiando il punto di vista degli stranieri (in quanto quello degli
autoctoni coincideva più facilmente con la prospettiva all’interno della quale
i ricercatori hanno vissuto e risultava perciò più facilmente conoscibile,
almeno nei tratti principali).
Nelle pagine che seguono incentreremo le nostre riflessioni sulla prima
delle dimensioni elencate. Il lavoro, infatti, è tra le attività umane più
cariche di connotati simbolici ed è un crocevia di relazioni, pratiche e
significati di notevole portata euristica. Esso è il luogo in cui si incontrano
persone e saperi, atteggiamenti reciproci e aspettative individuali. Nella
nostra prospettiva, gli ambienti di lavoro “plurali” –
quelli cioè in cui gruppi etnici lavorano insieme, senza per questo dar
necessariamente luogo a compenetrazioni e scambi profondi – sono
osservatori privilegiati dei processi culturali, sia quando danno luogo a
integrazione che quando determinano separazione e reciproca esclusione. Nel
percorso di ricerca che proponiamo, i numeri, la distribuzione dei lavoratori e
quant’altro afferisce alla statistica in senso lato non rappresenteranno
oggetto precipuo di studio. Piuttosto ci si occuperà del lavoro come spazio di
relazione. Di luogo, cioè, dove gli attori sociali stanno a contatto, si
conoscono e ri-conoscono reciprocamente, trasmettendosi saperi, esperienze e dando
vita a codici comunicativi, continuando tuttavia ad operare in un
ambiente socialmente, economicamente, giuridicamente strutturato e
pre-determinato.
Per la società italiana, raccontano gli studi classici, il lavoro è
sempre meno un ambito espressivo e sempre più strumentale.
Nell’industria, oltre che nell’edilizia, nell’agricoltura, nella pesca e da un
po’ anche nel lavoro autonomo, trovano collocazione molti degli immigrati
che affollano il mercato nazionale del lavoro. Tra questi settori, soprattutto
quello industriale è stato nella storia recente il luogo per eccellenza della
mobilitazione, dell’ammodernamento culturale, della socializzazione a pratiche
e valori innovativi nel portato ideologico. Molte di queste funzioni non sono
più assolte, né dalla fabbrica né da molti dei lavori vecchi e nuovi. Lavorare
all’interno di un luogo non genera comunemente né identificazioni con la
struttura né sentimenti d’affezione. Similmente l’identità rurale, per
ricordare un altro elemento portante della cultura nazionale, non esiste quasi
più, almeno in rapporto agli italiani. È però possibile che altre funzioni –
malgrado i frequenti casi di esclusione – il “lavoro” continui a
esercitarle, anche se non per i medesimi soggetti dei tempi trascorsi. Capita
infatti che malgrado la disaffezione comune nei luoghi di lavoro i nuovi venuti
– sarebbe a dire gli immigrati – conoscano l’Italia e le si presentino.
Ancora, accade che gli operai locali insegnino loro il significato che
conferiscono alla propria attività e gli stranieri lo apprendano insieme
ad altre cose. Ad esempio imparano come lavorare, come interagire con gli
ospiti, come diventare cittadini, come affermare i diritti. Inoltre il lavoro
resta una dimensione fondamentale della cultura di vaste aree di questo Paese e
solo in presenza di esso molti sono disposti a concedere credito e
riconoscimento ai vicini. Non a caso, i più diffusi sentimenti di avversione
nei confronti degli stranieri sono rivolti verso specifiche etnie, quelle che
nel sentire comune sono meno disposti alla fatica e al lavoro. Raramente ci si
lamenta ad esempio dei filippini, mentre si è molto poco indulgenti con gli
albanesi. I primi sono considerati lavoratori
notoriamente affidabili e indefessi, i secondi individui pigri e violenti. In
entrambi i casi l’elemento di discrimine è quello che si ritiene essere la
differente propensione al lavoro delle due etnie. Chi lavora, nel sentire
comune, è “integrabile”; chi non lo fa, è “diverso” e temibile.
Questa è insomma una società che, con tutti i limiti e le eccezioni, si
fonda sul lavoro. Lo si ammetta o meno, in modo “convenzionale” o
“post-convenzionale”, per usare la felice formula di Habermas, le identità individuali ruotano
attorno ad esso. Non si può con facilità essere persona senza essere
impegnati nella produzione di beni materiali o immateriali.
Se è vero che il rapporto di ciascuno con i mezzi di sussistenza è uno degli
oggetti di cui si compone presso gli italiani il giudizio sociale sul valore
degli individui (ed eventualmente delle comunità straniere), è allora
plausibile che esso acquisisca una centralità anche nel sistema valoriale dei
migranti, rimpiazzando altre tradizionali dimensioni (l’appartenenza etnica, la
parentela, ecc.) e divenendo magari parte essenziale dei processi di stigmatizzazione
“interna” (quelli adoperati dalle comunità etniche per definire i devianti e i
reprobi al proprio interno).
Per tutte
queste ragioni, indagando tale ambito ci aspettiamo di poter ricavare qualche
informazione in più tanto sulle dinamiche in corso nel rapporto tra le culture
tunisine e italiana, quanto sullo sviluppo di nuove identità collettive, dopo
circa trent’anni di contatto all’interno di un’area urbana – quella mazarese –
che è tra i luoghi storici di avvio del processo d’insediamento e diffusione
dell’immigrazione in Italia.
Quanto alle interviste in profondità – ispirandoci in parte al metodo
impiegato dai ricercatori dell’IRES del Friuli-Venezia Giulia per uno studio
sui percorsi d’integrazione familiare nella provincia d’Udine (2000, 10-18) –
abbiamo ritenuto opportuno impiegare tracce flessibili che mi
consentissero di approfondire liberamente eventuali temi imprevisti che
avrebbero potuto emergere nel corso dei colloqui, ma che ci permettessero anche
di focalizzare vincoli e opportunità in modo “cronologico” e
“descrittivo”, secondo il seguente schema:
|
FASI
|
ELEMENTI DESCRITTIVI
|
|
PRIMA DELLA
PARTENZA
|
Condizioni di partenza (cultura locale,
caratteristiche socio-anagrafiche personali, valutazione del vissuto in
patria)
|
|
PARTENZA DAL PROPRIO
PAESE
|
L’iniziativa/ Il progetto migratorio/ Il
periodo storico e personale/ Il viaggio
|
|
ARRIVO IN PAESE
STRANIERO
|
Primo paese d’approdo/ Spostamenti/ Ostacoli
incontrati
|
|
PERCORSI D’INTEGRAZIONE
|
Percorsi lavorativi, abitativi, sociali
|
|
PRESENTE
|
Situazione odierna/ Valutazione del percorso
compiuto
|
|
FUTURO
|
Prospettive e intenzioni
|
Alla suddetta descrizione temporale
vanno aggiunti i “nodi tematici” – cioè le aree critiche che a rigor di logica
compongono qualsiasi processo personale d’integrazione – e gli “elementi
descrittivi” che li accompagnano:
|
NODI TEMATICI PRINCIPALI
|
ELEMENTI DESCRITTIVI
|
|
CONOSCENZE
DI BASE
|
Conoscenze
linguistiche/ Culturali/ Geografiche/ Apparato istituzionale e legale
|
|
LAVORO
|
Ricerca
del lavoro/ Inserimento lavorativo/ mantenimento del posto di lavoro/
transito attraverso i mercati regolari del lavoro e della devianza
|
|
CASA
|
Ricerca
dell’alloggio e suo mantenimento
|
|
FAMIGLIA
|
Rapporti
di coppia/ Cura/ Tutela ed istruzione dei figli
|
|
SERVIZI
E DIRITTI
|
Sanitari/
Socio-assistenziali/ Aspetti giuridico-amministrativi/ Sindacalizzazione/
Ideologie
|
|
RETI
|
Con
connazionali/ Con altre etnie/ Con italiani
|
Quanto alle interviste, quelle condotte ammontano in totale a 52 e sono
state rivolte, secondo la ripartizione che segue, a:
- 31 stranieri (occupati, inoccupati, disoccupati), di
età compresa tra i 16 e i 50 anni;
- 9 italiani (marinai, armatori, esercenti);
- 12 testimoni privilegiati (rappresentanti delle
istituzioni e del volontariato).
1.1 L’evoluzione del
fenomeno migratorio a Mazara del Vallo
In un saggio di alcuni anni fa, dedicato al caso di Mazara del Vallo,
Cusumano notava che “soltanto l’appannarsi della nostra identità culturale e la
rimozione della nostra memoria storica possono indurci a identificare i
lavoratori tunisini in Sicilia nella categoria paradigmatica degli stranieri.
In realtà, nella prospettiva storica e antropologica, questa immigrazione
nordafricana si configura come un <<ritorno>>”.
Dunque, gli interscambi di popolazione sono sempre esistiti e sono stati
anche bilaterali, come testimonia la presenza di individui e imprese italiane
nel territorio dirimpettaio della Tunisia. Tuttavia il fenomeno migratorio
nelle sue forme attuali – di migrazioni “da lavoro” – è iniziato ad apparire e a
configurarsi come tale sul finire degli anni ’60.
In quel periodo la pressione demografica in Tunisia e la lenta crescita
del mercato del lavoro locale da una parte e la riduzione della manodopera
italiana sui pescherecci dall’altra, si erano combinate tra loro in modo tale
da determinare dei flussi vantaggiosi per entrambi i paesi coinvolti nello
scambio. Raccontano i testimoni – per lo più armatori e anziani pescatori – che
un ruolo non secondario nell’innescare questi movimenti dalla Tunisia in
direzione di Mazara del Vallo lo interpretò un armatore di nome Giacalone.
Questi – cogliendo i primi segni della disaffezione dei suoi
concittadini nei confronti delle attività di pesca e sfruttando i molti
contatti con la Tunisia che gli derivavano dalle relazioni d’affari lì
intessute – promosse l’arrivo dei primi marinai nordafricani, sottraendoli al
mercato locale della pesca con la promessa di condizioni lavorative e salariali
migliori. In breve, per via di un efficace passaparola e di un effettivo
bisogno di manodopera andato radicalizzandosi nel corso degli anni – non solo
nel settore della pesca, ma anche in quello agricolo – il numero di
lavoratori tunisini presenti nell’area andò crescendo rapidamente e
regolarmente.
Tra l’altro, all’espansione delle presenze straniere sul territorio non
erano estranee le politiche migratorie e l’assenza di visti e permessi di
soggiorno (erano infatti anni di “apertura” e scarsa custodia dei confini). Per entrare in Italia era sufficiente
che gli aspiranti lavoratori giungessero alla frontiera muniti di una modica
somma di denaro con cui dimostrare una capacità minima di sostentamento per il
tempo di soggiorno previsto. Un impiego, un contratto di lavoro e la successiva
familiarità con l’ambiente (cittadini e forze dell’ordine) assicuravano infine
ai migranti, in quella stagione ormai lontana, la possibilità di una permanenza
più serena nel territorio italiano. Probabilmente deriva da tali modalità del
processo di reclutamento la relativa omogeneità nella provenienza di un numero
rilevante di stranieri, originari in gran parte delle città o delle province
circostanti le zone di mare, come Mahdia , La Chebba , Sfax.
Città di provenienza degli immigrati di Mazara del
Vallo
|
PROVENIENZA
|
UOMINI
|
DONNE
|
TOTALE
|
|
Mahdia
|
557
|
248
|
905
|
|
Mazara del Vallo
|
266
|
286
|
552
|
|
La Chebba
|
200
|
148
|
348
|
|
Sfax
|
87
|
50
|
137
|
|
Sousse
|
60
|
52
|
112
|
|
Tunisi
|
55
|
22
|
77
|
|
Altro
|
/
|
/
|
695
|
Fonte L. Asaro, 2001
Non esistono dati ufficiali sulla presenza dei tunisini nella stagione
che va dai primi anni del loro insediamento sino agli anni ’90. L’Istat, infatti,
ha iniziato a rilevare la presenza degli stranieri in Italia solo a partire dal
1993 e i dati provenienti da altre fonti (gli uffici stranieri delle questure)
sono inattendibili e incompleti, oltre che molto difficilmente ordinabili.
Tuttavia una ricerca condotta nel 1982 dal Centro Regionale Immigrati Siciliani
(Cris) nel territorio mazarese, stimava rispettivamente in 123 e in 1028 i
nuclei familiari e gli individui di origine tunisina presenti quell’anno in
città.
Venendo ai giorni nostri e stando ai dati ufficiali, nell’anno 2001 gli
stranieri di origine tunisina residenti a Mazara ammonterebbero a 2572 (il 5,1%
del totale della popolazione).
Gradualmente, alle presenze tunisine sono andate sommandosi nel corso
degli anni quelle di altre etnie, tra le quali spiccano quelle provenienti
dalle aree dell’ex-Jugoslavia (rom) e del Marocco, sia pure con proporzioni
assolutamente incomparabili rispetto a quelle dei primi venuti. Attualmente
l’incidenza dei cittadini ex-jugoslavi (in ordine, il secondo gruppo straniero
per presenze) sulla popolazione complessiva, comparata a quella dei tunisini è
minima, assestandosi nel momento di massima concentrazione – sarebbe a dire nel
2001 - attorno ai 181 individui (lo 0,3% del totale della popolazione). I
marocchini, infine, sono il terzo gruppo e sono attestati nell’anno considerato
intorno alle 51 presenze (lo 0,1% del totale della popolazione).
L’interscambio tra marocchini e tunisini, come mostrano le osservazioni
da noi condotte, è totale. Le due etnie sono indistinguibili, oltre che somaticamente,
anche culturalmente. L’appartenenza alla “casa comune” rappresentata dal Maghreb
e la condivisione di importanti elementi identitari come la lingua, la fede
religiosa e lo status socio-economico tendono a ridurre le differenze sino ad
annullarle, come emerge chiaramente dalle interviste condotte in loco.
Culturalmente, ancor prima che statisticamente, quella marocchina è pertanto
una presenza “invisibile”, che si confonde con quella predominante dei
tunisini. Certo, in altri ambiti tali gruppi
hanno costituito relazioni conflittuali legate all’elevata concorrenza in
diversi settori del mercato del lavoro. Nel nostro caso, lo “schiacciamento”
della componente marocchina sembra connettersi nettamente alla sua ridotta
componente numerica.
Più interessante è il caso dei rom. Per quanto la loro incidenza sia da
un punto di vista strettamente statistico molto poco rilevante, essi patiscono
una visibilità e una stigmatizzazione rilevante; pari, se non superiore, a
quella sperimentata dai tunisini. Gli “slavi”, come vengono soprannominati,
sono nella considerazione delle popolazioni italiane e tunisine (per i vecchi
di entrambe le provenienze più spesso che per i giovani) all’ultimo posto nella
neanche troppo tacita gerarchia delle etnie. Ma tale dato non stupisce perché a
Mazara, come quasi ovunque in Italia, essi incarnano fobie ataviche, radicate
nella cultura autoctona. Il loro affollamento all’interno di pochi scalcinati
quartieri, la fama di mendicanti e ladri che li accompagna, l’ inveterata
abitudine ad esibire monili d’oro e macchine di grosse dimensioni (ancorché
vecchie e acquistate di seconda mano) fa sì che il “peso” sociale e simbolico
assegnato loro dagli italiani e da molti tunisini ecceda di molto quello delle
statistiche.
Com’è possibile vedere dai dati presentati nella tabella sopra, l’apice
nel numero degli stranieri residenti nel territorio mazarese è stato raggiunto
nel 1995, quando secondo le schede Istat erano presenti nel territorio
cittadino 3295 individui di origine non italiana. La rilevazione dell’anno
successivo mostra però un drastico ridimensionamento di questa presenza (- 700
unità). I controlli effettuati quell’anno sulle residenze effettive e sui
“doppioni” concernenti i permessi di soggiorno – correlati alla sanatoria del
1996 – hanno infatti mostrato che il peso dei tunisini sul totale della
popolazione straniera era stato sovrastimato. Conseguentemente, in seguito alla
“pulizia” degli archivi, nel periodo in analisi il numero dei soggetti
appartenenti a questo gruppo è passato da 3050 a 2360 (tabb. 3 e 4), mentre
quello degli “slavi” e dei marocchini è rimasto pressoché invariato.
A partire da questa data – la prima in cui sia possibile rinvenire dati
ufficiali “attendibili”– si è assistito ad un incremento
costante, ma limitato, delle presenze.
Negli anni che vanno dal 1997 al 2001 il numero dei tunisini
regolarmente residenti ha conosciuto un incremento di 212 unità.
Circa la distribuzione di genere, leggendo i dati si nota come
l’immigrazione tunisina veda una prevalenza degli uomini, con un
divario costante tra i sessi, attestato attorno alle 500 unità (il rapporto è
nel 2001 di 1,5 uomini per ciascuna donna). Questo è valido a maggior ragione
per il gruppo dei marocchini, costituito in massima parte da uomini (nel loro
caso, il rapporto è di 7,5 uomini per donna). Lievemente più equilibrato
rispetto ai tunisini è il rapporto numerico tra sessi nel caso dei rom (tab. 8)
(1,2 uomini per donna), imputabile alla differente tipologia dei progetti
migratori. La loro infatti non è una immigrazione da lavoro in senso stretto ed
è, anzi, più spesso “da fuga”, considerato il fatto che molti hanno richiesto
lo status di rifugiato. Le diverse motivazioni che sottostanno alla migrazione
e la differente struttura sociale – fondata più che per i maghrebini su rigidi
vincoli clanici e familiari – fa dunque sì che i nuclei familiari rom si
spostino integralmente, con frequenza superiore a quanto accada con altre
etnie. Il gruppo che si compone maggiormente di individui soli è pertanto
quello marocchini. Nel caso dei tunisini e dei rom, inoltre, la valenza
euristica derivante dalle proporzioni del differenziale di genere e della
presenza di individui soli, è mitigata dalla presenza di
minori. L’immigrazione mazarese, per lo meno nel caso delle due
principali etnie, si distingue infatti per essere una immigrazione
prevalentemente di tipo familiare (oltre 400 i nuclei presenti in città) e di
lunga durata (a dispetto delle dichiarazioni ricorrenti tra gli stranieri).
A tal proposito, è evidente la specificità di questa esperienza rispetto
agli altri contesti migratori italiani: è infatti visibile a occhio nudo la
presenza di giovani di seconda generazione (circa 550 i tunisini nati nella
città siciliana e lì residenti), molti dei quali vicini all’età riproduttiva.
Ciò pone evidentemente il problema delle seconde e terze generazioni, che
meriterebbe uno specifico approfondimento per le questioni che solleva,
all’interno di un contesto che sembra tendere alla marginalizzazione di questa
sua tutt’altro che irrilevante componente, tanto dal punto di vista
dell’inserimento lavorativo (un destino comunque condiviso con tanti autoctoni)
che del sostegno scolastico e formativo.
2. Le ragioni di un viaggio
Emigrare in Sicilia non è una scelta che si presti ad essere
interpretata con categorie interamente razionali. Probabilmente poche
migrazioni lo sono interamente. Spaccati di irrazionalità, aspetti
oscuri che sfuggono ai paradigmi del calcolo e alla logica ferrea dell’homo oeconomicus
sono presenti in ogni percorso migratorio. Scegliere di spostarsi da sud a sud,
però, è una scelta già a prima vista meno razionale di altre. Il sud insulare è
certamente un sud “relativo”: come dire, più sviluppato e carico di opportunità
delle aree contigue nordafricane. Ma è pur sempre un’area arretrata, con una
gamma ridotta di attività in cui impegnarsi e, soprattutto, con una inveterata
abitudine al lavoro “in nero” e all’illegalità. Trasferirsi in Sicilia è una
scelta che rischia di ampliare, anziché ridurre, la soggezione ai rischi e alle
incertezze.
Nelle attività di pesca, ad esempio, il lavoro è tanto e mal pagato.
Nelle campagne il lavoro è forse un po’ meno faticoso, ma è peggio retribuito e
soprattutto quasi mai in regola. Lo stesso si può dire dell’edilizia e, in
qualche misura, dei servizi. Bar e ristoranti regolarizzano i rapporti, ma più
spesso in relazione alla visibilità del lavoratore. Un banconista avrà più
possibilità di essere regolarizzato rispetto ad un lavapiatti, ma in entrambi i
casi gli stipendi corrisponderanno ai minimi sindacali (nel caso di
un’assunzione irregolare, abbondantemente meno), con tutto quel che ne deriva
in termini di capacità d’acquisto e di risparmio. Un lavoratore “fatto e
finito” – sarebbe a dire esperto – ha buone probabilità di essere assunto con
un contratto di formazione lavoro e altrettante buone chance di essere
licenziato allo scadere del rapporto, per vedersi magari offrire dallo stesso
datore di lavoro la possibilità di continuare a lavorare in nero.
Chi lavora permanentemente o anche occasionalmente con un padrone, in
certi casi anche da un discreto numero di anni, e ha bisogno di un regolare
contratto per poter rinnovare il permesso di soggiorno, può facilmente sentirsi
avanzare la proposta di acquistarlo.
Ancora, non tanto la letteratura scientifica su Mazara, quanto i
discorsi ufficiali delle amministrazioni e i resoconti giornalistici, tendono a
negare la criticità delle condizioni di vita dei migranti, i salari bassi, la
conflittualità latente con gli autoctoni, la segregazione di buona parte degli
stranieri all’interno di un quartiere pieno di alloggi fatiscenti (la casbah),
la pressoché totale assenza di politiche sociale per l’inclusione,
l’insufficienza e l’estemporaneità dei programmi di sostegno scolastico,
l’impatto problematico della scuola elementare tunisina, il ritardo degli
studenti stranieri, il ruolo suppletivo dell’amministrazione svolto dalle
associazioni cattoliche di volontariato, la diffusione di scambi occulti riguardanti
i permessi di soggiorno e qualsivoglia certificato necessario per le
regolarizzazioni, l’assenza di sportelli informativi per gli stranieri, il disimpiego
dei mediatori culturali.
L’elenco dei rischi che l’emigrazione in Sicilia comporta potrebbe
continuare ancora a lungo. Che cosa, allora, induce da oltre 30 anni
generazioni di tunisini a trasferirsi a Mazara? È possibile che il
“passaparola” non esista? Che coloro che si sostituiscono ai più vecchi
migranti ignorino la situazione e che nessuno abbia mai raccontato loro la
verità? Che questa meta sia preferibile alle “terra promesse” del nord-est e
dell’Italia centrale? Soprattutto, è possibile affrontare il tema delle
migrazioni con le classiche categorie push-pull che da Lee in poi hanno
caratterizzato tante analisi sugli esodi dalle periferie del mondo verso i
paesi sviluppati?
In particolar modo, ammettendo che dietro il velo di apparente
insensatezza di questa scelta si celi al contrario una strategia razionale, è
possibile ricondurre il tutto a metri di valutazione puramente economici? Il
basso costo degli affitti e della vita possono bastare a spiegare quella che,
malgrado le rappresentazioni ottimiste delle istituzioni e dei giornali, si
presenta per una quota rilevante di tunisini (e rom e marocchini) come una vita
dall’intensa precarietà e marginalità, un vero e proprio “atto di resistenza”?
Se alle perversioni sul fronte del lavoro precedentemente elencate, si
aggiungono le lacune del piano istituzionale, è presto delineato un quadro che
riduce molto gli spazi per una visione improntata alla razionalità economica.
Come vedremo meglio più avanti, lo scambio tra tunisini e italiani è a Mazara
del Vallo impari. Cosa dunque interviene nello spiegare questa ostinazione a
restare (e ad arrivare)?
Dando per valida questa prospettiva, il nostro
sguardo ai processi d’insediamento dei tunisini (e in qualche modo di tutti gli
altri stranieri) a Mazara del Vallo si complicava. Non era più possibile
guardare al processo in atto solo in termini di lavoro, di bisogno, di fuga da
condizioni insopportabili. Innanzitutto – come accade per molti dei paesi in
via di sviluppo – la Tunisia non è una terra martoriata dalla fame. Al
contrario, è uno spazio che ha conosciuto una grande accelerazione negli ultimi
decenni e tende ad avvicinarsi molto a quelli che potremmo definire i modelli
europei di modernità. La vicinanza con l’Italia, i contatti con la Francia, il partneriato
con imprese europee hanno segnato molto il volto della Tunisia e modificato,
specie nelle aree urbane, gli stili di vita e le aspettative personali. Nelle
aree rurali rimangono certamente alcune sacche di tradizionalismo, nella
duplice accezione di persistenza di modi vetusti di produzione e di resistenza
culturale alla modernizzazione.
Però è il Paese che ha:
a) il
reddito pro-capite più alto tra quelli dell’area maghrebina;
b) un
tasso di crescita attestato attorno al 4,7%;
c) ha più
ampliato i settori produttivi, affiancando a quelli tradizionali (tessili,
alimentari, calzaturiero, conciario) la componentistica per auto, elettronica e
chimica.
Certamente, ha un tasso di disoccupazione che ruota
intorno al 15% e un reddito medio annuo pro-capite di solo 2000 dollari. Però,
analogamente a quel che accade nel meridione d’Italia, ha una organizzazione
sociale che vede nella famiglia il principale ammortizzatore e, soprattutto, ha
un costo della vita nettamente inferiore a quello dei principali paesi europei.
Di più, è un paese che ha investito moltissimo nella formazione e
nell’istruzione, rendendola obbligatoria, gratuita dai 6 ai 15 anni, e
raggiungendo un livello di alfabetizzazione pari all’incirca alla totalità
della popolazione (le sacche di analfabetismo riguardano soprattutto le donne
delle aree rurali). Senza contare le università e i centri di formazione
professionale, che licenziano ogni anno un numero elevato di studenti e
professionisti (36.000 soltanto i tecnici).
Pertanto, quando parliamo della Tunisia e dei flussi che da essa si diramano in
direzione dell’Europa e anche di Mazara, non possiamo fare riferimento a
motivazioni meramente economiche o alla miseria. Queste hanno senz’altro un
peso – pure forte nel caso di certe biografie – ma non sono le uniche. Forse –
al fine di non di non sottovalutare l’importanza di queste ragioni – è più
corretto dire con Massey che:
la
maggioranza delle persone dislocate nel corso della crescita economica non si è
trasferita nella speranza di conseguire un reddito complessivo nel corso della
vita più alto attraverso l’insediamento in un altro paese (per quanto alcuni lo
abbiano fatto). Piuttosto le famiglie che lottano per gestire le impressionanti
trasformazioni delle prime fasi dello sviluppo economico utilizzano le
migrazioni internazionali dei propri membri come strumenti di gestione dei
principali fallimenti del mercato che minacciano il loro benessere (…) Dato che
il mercato assicurativo nazionale è rudimentale e gli ammortizzatori sociali
resi disponibili dai governi sono limitati o inesistenti, le famiglie non
possono proteggersi adeguatamente dalle minacce al proprio benessere che
derivano dalla disoccupazione o sottoccupazione. L’impossibilità di accedere
agli ammortizzatori sociali costituisce così un incentivo per le famiglie ad autoassicurarsi
mandando uno o più membri a lavorare all’estero. Distribuendo i propri membri
su diversi mercati del lavoro in diverse regioni geografiche – rurali, urbane,
estere – una famiglia è in grado di diversificare il suo portafoglio
occupazionale riducendo i rischi per il proprio reddito. Ciò almeno sin quando
le condizioni dei diversi mercati del lavoro nei quali sono presenti membri
della stessa famiglia sono correlate inversamente o solo debolmente (…) Le
famiglie rurali, man mano che fanno ingresso nel mondo sconosciuto della
produzione per il mercato piuttosto che per l’autoconsumo, risultano
vulnerabili rispetto ai disastri economici che potrebbero accadere se tali
metodi fallissero. Data la mancanza di assicurazioni e di un mercato per le
operazioni a termine, ciò costituisce un ulteriore incentivo per autoassicurarsi
contro i rischi attraverso le migrazioni internazionali. Qualora un raccolto
fallisca o i prezzi di mercato precipitino inaspettatamente, le famiglie che
hanno almeno un membro impiegato all’estero non finiranno in rovina”.
A partire da ciò che si diceva innanzi a proposito d’istruzione, mutamento
delle aspettative, modernizzazione delle strutture economiche delle aree di
origine e – naturalmente – dalle riflessioni di Massey, crediamo sia possibile
iniziare l’analisi delle specificità mazaresi e/o delle analogie che tale
contesto presenta con altre esperienze migratorie descritte dalla letteratura
internazionale.
Nella cittadina siciliana, i soggetti giunti dalla vicina Tunisia presentano
caratteristiche variegate, non eccessivamente omogenee tra loro. Per quanto
molti provengano dalle principali città di mare o da aree contigue, non tutti
possiedono una tradizione familiare o personale legata alla pesca. Si ha anzi
l’impressione che solo una netta minoranza abbia avuto questo genere di
esperienze lavorative. Per la maggior parte, anzi, i nostri
intervistati provengono da famiglie impegnate in altro tipo di attività: rurali,
artigianali, commerciali. Una ulteriore variabile – a nostro avviso, di grande
capacità esplicativa – riguarda il livello d’istruzione. Secondo una ricerca
condotta localmente nel 1999 su un campione di 673 individui – composto da
uomini e donne coniugati/e e singoli/e – sarebbero in possesso del diploma
superiore il 51% delle individui non sposati (presumibilmente i più giovani) e,
rispettivamente, il 37% e 29% degli uomini e delle donne che hanno contratto
matrimonio.
Il livello d’istruzione degli
immigrati a Mazara del Vallo
|
|
CONIUGATI
|
S I N G O L I
|
|
LIVELLO
D’ISTRUZIONE
|
UOMINI
|
DONNE
|
UOMINI
|
DONNE
|
|
Elementare
|
60%
|
70%
|
46%
|
50%
|
|
Secondaria
|
37%
|
29%
|
51%
|
51%
|
|
Professionale
|
1%
|
0%
|
1%
|
0%
|
|
Universitaria
|
2%
|
1%
|
2%
|
0%
|
Fonte: M.
Piazza, V. Bello, 1999
Il profilo dell’immigrato tunisino a Mazara è perciò
mediamente colto, specie quando non è coniugato. Il fatto che a un livello di
istruzione superiore corrisponda la condizione di singolo più frequentemente
che quella di coniugato, induce a pensare che il significato attribuito
all’atto di emigrare abbia valenze differenti, specie se s’incrocia questo dato
con le dichiarazioni degli intervistati riguardo le ragioni del loro viaggio.
Si confrontino questi stralci d’intervista:
1°
P.
P. Quanti anni ha lei?
A. 32 anni.
P. Di dov’e?
A. Della Tunisia, di una città
di mare, Mahdia. Città di mare…infatti è 15 anni che faccio il marinaio. 12
che lo faccio a Mazara. Da quando ho 18 anni…Poi, sono
sposato da 12 anni e ho tre figli…
P. Era già sposato prima di venire
in Italia?
A. Sì, da poco.
P. Che lavoro faceva prima?
A. Prima, l’artigiano…
P. Che scuola ha fatto?
A. Sino alla seconda superiore.
P. P. La sua famiglia che faceva?
A.. Papà e mamma
sono agricoltori, non c’entravano niente con la pesca. Avevo uno zio che mi ha
portato alla pesca. Di tutta la famiglia non c’è nessuno che va a mare…solo mio
zio (…) La pesca in Tunisia tempo fa - ora non lo so – era la
stessa pesca che qui. Solo che qui c’è il pesce congelato, che costa più caro,
e per un marinaio è meglio, piglia di più…Lì invece il pesce era fresco, e se
piglia poco il marinaio piglia di meno.
(A., 32, coniugato, istruzione media-inferiore, pescatore)
2°
P. Di
dove sei?
A. Sono
tunisino. Vengo da una grande città e sto qui a Mazara.
P.
Quanti anni hai?
A. 41
P. Da
quanto stai in Italia?
A. Dall’88.
Sono 14 anni…
P. Cosa
hai fatto sino a 27 anni in Tunisia?
A. Niente!
Mi sono sposato in Tunisia, ho fatto i bambini…
P. Sì,
ma come li mantenevi?
A. E’
come facevo…buscavo un po’ di pane, meglio di niente…
P. Sì,
ma che facevi…?
A. Stavo
bene in Tunisia. Facevo il meccanico. 16 anni ho fatto il meccanico in Tunisia
e tre in Libia.
P. Che
studi hai fatto?
A. Le
elementari…
P. Sei
andato a subito a lavorare?
A. A 14
anni…
P. Che lavori
facevi da piccolo?
A. Niente, lavoravo con un
meccanico…Per 5 anni ho imparato il mestiere e poi ho aperto un’officina in
Tunisia,
piccola piccola. Poi verso l’86 c’era la possibilità che chi aveva un mestiere
poteva andare in Libia…Ho lavorato tre anni in Libia, bene bene bene, come
meccanico.
P. La
tua famiglia stava in Tunisia?
A. Sì!…Poi
nell’88 mi sono stancato di quel lavoro, che c’era il capo. Mi serviva un
lavoro libero. Solo lavoro bene. Sono tornato in Tunisia. E qui che dovevo
fare? Allora sono andato in Italia…
(A., 41, licenza
elementare, ambulante, coniugato)
3°
P. Quanti anni hai?
F. 36.
P. Che anno era quando sei venuto?
F. 1991. Avevo 26 anni.
P. Che scuola hai fatto?
F. Come si dice? Le superiori…
P. Che facevi prima di venire in Italia?
F. Prima di arrivare in Italia,
stavo benissimo in Tunisia. Facevo l’agente assicurativo, stavo bene, il
direttore dell’assicurazione era un
amico, c’era lavoro, c’è tutte cose… Però ero un po’ giovane e cercavo
altre mentalità, altre culture…non
so, altre genti...e per questo sono venuto qua. Soltanto per vedere…non
so…per cercare un futuro più meglio,
questo…Allora sono venuto qua e…Un anno tira l’altro, un anno tira
l’altro e sono passati 12 anni…
P. Cos’era della mentalità tunisina che non ti
piaceva?
F. No, non è la mentalità
tunisina. La Tunisia, sai, era come la Svizzera del mondo arabo. Siamo aperti,
abbiamo una mentalità aperta, non
siamo chiusi come gli altri…Però io cerco sempre – l’essere umano cerca
sempre – una cosa più meglio di
quella che lui vive. E allora prima di venire qua cerco, non so, un futuro
meglio, altre mentalità, altre
culture…fare altre amicizie. Perché ho conosciuto tanti italiani in Tunisia,
no?
E parlano bene dell’Italia e anche
altri immigrati tunisini che sono qui parlano bene dell’Italia, che c’è la
democrazia, eccetera. In Tunisia c’è
la democrazia, c’è tutte cose, però è meglio cercare un’altra mentalità,
non lo so, frequentare altre
genti…E’ questo!
P. Quindi si parlava bene dell’Italia in Tunisia…
F. Si parlava…parlano bene
dell’Italia perché abbiamo…ci sono anche tanti italiani che vivono in Tunisia
in
questo momento! Tutti gli immigrati che
vivono in Italia, quando arrivano al paese in estate, parlano bene
dell’Italia. Che tutte cose stanno
bene…
P. Secondo la tua esperienza, questi racconti erano
esagerati o hai trovato l’Italia all’altezza delle tue
aspettative?
F. Ehh, ci sono chi, i vecchi per
esempio, che parlano la realtà. Ci sono chi non parlano la realtà, però loro
si sentono non lo so…lavorano qui un
anno duro, duro, duro per fare un mese al paese di divertimento e tutte
cose. Questo è…Però può darsi che
loro soffrono qua, non lo so, però sono venuto qua e ho visto come si
vive qui, con queste leggi di qui di
là, si soffre, si soffre…
P. Non eri sposato quando sei veuto,
giusto?
F. Noo! Neanche ora…Abbiamo tre
figli, ma conviviamo.
(F., 36, istruzione media-superiore, lavoratore saltuario, con figli)
4°
P.
Quanti anni hai?
H. 33
P. Da
dove vieni?
H. Io
diciamo che abito in Tunisia a Monastir, però sono nato in un piccolo villaggio
lì vicino.
P. I
tuoi che fanno?
H. Mio
padre è commerciante: ha un piccolo negozio di alimentari. Invece mia madre è
casalinga.
P.
Precedentemente mi hai raccontato di aver fatto l’alberghiero e di averlo fatto
anche perché volevi
andare
via. Ti sentivi “chiuso” nel negozio di tuo padre?
H. Non
nel negozio, ma nel mio paese…
P. Vuoi
dire che eri troppo anticonformista rispetto alla cerchia dei tuoi amici, delle
tue conoscenze…?
H. No,
no, proprio tutto il popolo che non mi piace.Tutto il popolo è molto sotto
stress, non ha libertà di
vita…
P. Ma
non tutti scelgono di andarsene…
H. Prima
ti conoscono, nel senso che cerchi piaceri, di mangiare, di sesso…Una volta che
lì…diciamo che
hai quello e vivi per quello. Nel senso che si vive di quello, ma c’è anche
altre cose. C’è il parlare, c’è la mente…La persona è divisa in tre
parti: mentale, fisica e sentimentale. Se manca una cosa, non stai più bene.
P. Come
hai scoperto questa tua “tripartizione”?
H. Perché
ho sempre avuto quella idea di essere tre cose: mentali, emotive e fisiche.
P. Ma
l’hai scoperta presto, chessò, da bambino…?
H. Sinceramente,
non da bambino. Con lo studio.
P. A
che età hai deciso che te ne volevi andare?
H. Perché non riuscivo più…mi sentivo un morto! Un morto vivo! La tua
essenza è morta, ma il tuo corpo è vivo. C’è il fisico, ma sei un fantasma.
P. Che
facevi da ragazzo, a parte lo studio?
H. Giocavo
a calcio, andavo in piscina…
P. I
tuoi avevano una campagna…
H. Sì.
Poi ci siamo spostati in una grande città, c’è turisti e tutto. Allora lì ho
detto la via per scappare…devo
studiare
turismo, così conosco stranieri…Allora ho fatto la scuola alberghiera, ho
conosciuto gente…
P. I
tuoi amici sono partiti anche loro?
H. Sono
tutti partiti! E poi loro sono in Francia, Germania, Svizzera. Perché per loro
l’Italia è l’ultima
scelta.
Nel senso che tu se vieni in Italia come straniero, diciamo, kaput!
P.
Quando sei venuto la prima volta in Italia?
H. Io
la prima volta sono arrivato nell’88.
P.
Quanto tempo l’hai fatto?
H. Per
qualche mese. Poi pian piano mi sono inserito…Lì ho capito una cosa. Lì ho
iniziato a
studiare.
Nel ’90…Io già quando avevo intenzione di uscire dal mio paese non era per i
soldi. Era
per
studiare, perconoscere, per la conoscenza…Allora ho iniziato. Cioè, uno non va
a chiedere le
cose
alla gente. Io sono uscito dal mio paese che non sapevo nulla. Mi sono messo a
comperare libri
e a
studiare. Pian piano mi sono fatto la mia filosofia…e in Italia ho scoperto gli
arabi! Diciamo
che lì
è il problema: che io di me stesso,della mia gente, non conoscevo niente…ho
scoperto tutto
qua.
L’Italia mi ha insegnato chi sono io.
P. Cioè
l’Italia ti ha dato una identità?
H. Sì,
l’Italia mi ha dato l’identità.
P. Com’è
che a un certo punto hai deciso di venire a Mazara?
H. Perché
io ho voluto staccare per vivere in Tunisia. Diciamo che ho fatto 7-8 tentativi
di andare in
Tunisia,
però sai che in Italia se lasci è difficile ritornare qui. Sono sempre stato
costretto a tornare
qua…L’ultima
volta sono arrivato qui a dicembre, faceva freddo a Torino e ormai avevo perso
tutto,
perché ho detto questa è l’ultima volta…forse che non torno più in Italia,
capisci? Il destino
ha
voluto che visto che ero costretto, ho una sorella qua…il solo posto dove
potevo trovare da
dormire
era qua e sono venuto qua. Poi ho trovato questa occasione [lavorare in un bar
del centro a
Mazara,
N.d.A.] e sono rimasto…
P. Come
lo vivi questo posto?
H. Cioè,
questo, diciamo…io seguo sempre…se devo arrivare ad un accordo lo divido sempre
in tre-
quattro
parti. Diciamo io non devo stare qua: questo è il primo passo, perché sono a
casa di mia
sorella,
perché il lavoro mi dà i soldi…
P. Ti
soddisfa lo stipendio che percepisci a Mazara?
H. No, no…non
riesci a vivere. Perché a me piace avere la mia casa, la mia macchina, i
libri…Qui
non
posso fare niente, solo andare da mia sorella, i suoi figli, suo marito…Non sei
libero, non puoi
tornare
a una certa ora, non puoi fumare, non puoi bere…Questo è giusto perché è
casa loro. Io
volevo
quando sono arrivato, volevo fare così, però non bastano i soldi. E allora sono
costretto…
(H., 31, istr. professianale,
barista, celibe)
I quattro brani – oltre a
confermare quanto si diceva prima a proposito dell’assenza di tradizioni
familiari legate al mare – mostrano in modo abbastanza evidente le differenti
valenze assunte dalla scelta migratoria, tanto in relazione al grado di
istruzione che allo stato civile. I protagonisti del primo e del secondo brano
sono scarsamente istruiti, avevano moglie e figli a carico già in giovane età e
il pragmatismo, più di qualsiasi altra cosa, sembra aver guidato la loro scelta
di lasciare la Tunisia. Quell’immagine impiegata da A. nel corso della seconda
intervista, “mi buscavo il pane”, peraltro ricorrente nei suoi discorsi, rende
molto bene l’idea e gli obiettivi di questi uomini nel momento di intraprendere
il viaggio. Nessuna particolare elaborazione accompagna il loro racconto,
asciutto come si addice alla narrazione di vicende che nelle rappresentazioni
di chi li ha vissuti sono autoevidenti e non necessitano dunque di spiegazioni.
Nel loro caso, la scelta di partire appare come la meccanica reazione ad uno
stimolo rappresentato dalla insufficienza di salari e di opportunità atte a
mantenere la famiglia.
Invece a spingere F. e, a
maggior ragione, H. verso l’impresa è altro: una sorta di irrequietezza
esistenziale che vede nell’atto di andare non solo l’occasione per migliorare
la propria situazione economica, ma anche e soprattutto il pretesto per uscire
da una situazione da loro giudicata provinciale, culturalmente ristretta o
semplicemente insoddisfacente. Per il secondo, l’esperienza migratoria risulta
addirittura indispensabile per “collocarsi”, ossia trovare una identità
personale e una appartenenza culturale (quella al mondo arabo).
La provenienza geografica,
in questo anelito verso la conoscenza di nuove realtà e nuovi modi di pensare,
lungi dall’essere la principale variabile in campo, gioca comunque un ruolo
fondamentale nella loro decisione. H., nella prima principale tappa della sua
vita, quella che lo conduce a Monastir, entra in contatto con la realtà dei
turisti. Subisce una sorta di “socializzazione anticipata” e mette a punto
quegli strumenti che a suo avviso gli permetteranno di uscire dall’angusta
realtà di provenienza. Sceglie di frequentare la scuola alberghiera, di
acquisire una professionalità spendibile pressoché ovunque. La sua quindi è una
strategia migratoria, che prescinde dalle motivazioni economiche in senso
stretto e si delinea molto presto, durante l’adolescenza.
F. – anche se nello stralcio
non lo dice – proviene invece da Tunisi, il centro metropolitano della Tunisia.
Lo spazio è moderno, oltre che sovraffollato. Economia e turismo rappresentano
la vera anima della città. Ad angustiarlo, al contrario di quanto accade ad H.,
non è la ristrettezza mentale e culturale dell’ambiente circostante. Tunisi,
infatti, non è un sobborgo ed è come una qualsiasi capitale moderna. Piuttosto
è giovane e irrequieto, come accade spesso di essere in quella fase della vita.
F. introduce il riferimento all’età quasi a giustificare la sua volontà
di conoscere e la “follia” che si impadronisce di lui inducendolo a lasciare un
lavoro quasi certo, come quello di assicuratore, per andare verso l’incognito.
Una storia che ha elementi
analoghi – “di evasione” – ma a cui non restano comunque estranee motivazioni
economiche (anzi, il contrario) è quella che ci apprestiamo ad analizzare,
narrataci da M., 37 anni. Il racconto è lungo e articolato, e meriterebbe di
essere riportata per intero. Nell’impossibilità di farlo lo riassumeremo in
parte.
M. proviene da una famiglia povera, dedita
all’agricoltura e alla pastorizia. Ha lasciato la scuola molto presto, per
andare ad aiutare i genitori con le bestie e i raccolti. È il più piccolo a
casa. I fratelli, ormai adulti, hanno aperto piccole imprese e dato vita a
qualche commercio. Uno di loro lo prende a lavorare con sé. Si tratta di
fabbricare jeans, intagliare i tessuti con macchine antiquate e addirittura
forbici. Il racconto di questa stagione della sua vita è abbastanza crudo.
Narra di dita diventate nere a forza di tagliare, di cronica mancanza di soldi:
“Io
piccolo non arrivo neanche al tavolo, ma devi premere con la mano che non tiene
la forbice sul tessuto: così mi è venuto un dolore al fianco, mi ha rotto una
costola…Però pensavo ai soldi e dopo un anno li ho chiesti a mio fratello e lui
mi ha detto 3500 dinari al giorno. All’altro ragazzo dava circa il doppio
perché dice che tagliare tagliamo uguale, però per cucire io lavoro la metà, ci
metto il doppio del tempo. E ci siamo litigati”.
(M., 37,
lavoratore saltuario, coniugato)
Lascia l’azienda del
fratello e diventa socio di un amico in una impresa economica abbastanza
strampalata. Perde i soldi investiti e si dà di conseguenza al commercio: vende
scarpe nei mercati. In questa stagione un disturbo che l’accompagnava già da
anni si accentua: è un miscuglio di depressione, cefalea e insonnia. Sta
iniziando a perdere fiducia in se stesso, e quel che è peggio, la forza.
5°
P. Quando vendevi, quant’era lunga
la tua giornata?
M. Ti muovi alle 3 perché devi
arrivare presto al mercato. In Tunisia non è come qui con il numero…con il nome
e il posto assegnato, devi arrivare prima ed è pahm pahm! Una lotta! Poi finivo
alle 2 o 3 del pomeriggio. Non è faticoso, è l’insonnia il problema… Questa
malattia mi ha rovinato la vita!
P. Avevi 25 anni?
M. Sì, e comincio a pensare che
io me ne vado, forse a Italia la vita è più facile, li medici sono più bravi…
P. Perché pensavi prima di tutto ai
medici? Era così grave questo tuo disturbo?
M. Sì quello, cefalea tremenda, dolori in testa. Non
dico…sono arrivato quasi alla morte. Sì. E’ rimasta solo l’Italia. Con i pochi
soldi, via, prima che l’Italia chiudesse le frontiere. Anzi nel ’90 ha cominciato
a chiudere. Sono entrato. Come un cieco non so dove andare. Sofferenze, dormire
in campagna…
P. Aspetta! Quindi tu decidi di
partire… e i tuoi che fanno?
M. Uuuuh! Dicono no! Il padre. E mi ricordo che quando dico
a lui che io non lavoro più con te lui ha detto: <<Te ne vai di casa! Tu
sei diventato un uomo e io non posso sopportarti. Sei un fallito>> Ma non
voleva che andassi in Italia. Io l’ho sentita forte questa cosa, vattene,
perché sono spaventato: non sono riuscito a lavorare, non sono riuscito a
guadagnare, come faccio a mangiare, a abitare? Lui dice così, ma non è vero che
vuole buttarmi fuori. Lui dice così perché io faccia coraggio. Lui non capisce
che ero io molto malato, molto malato. Perché io non riesco più a lavorare dopo
quello che mi è successo, non sopporto più la fatica, non dormo più. Invece che
lui mi aiuta a trovare il difetto, che io ce l’ho questa malattia, o mi da i
soldi per andare dai medici, mi dice di andarmene fuori. Tutto crollato addosso.
Allora decido di partire perché se no impazzisco e non mi piace che gli altri
mi vedono diventare pazzo. Perché col dolore in testa io sto pensando che sto
perdendo…la malattia mentale. Io pago, 20 dinari, tutti i medici mi dicono che
sto bene, come qua, allora io penso che ho una malattia mentale. Allora
impazzisco fuori meglio di qua, dove tutti in quartiere cominciano a ridere
quando io comincio a…
(M. 37, istr. elementare, lavoratore saltuario, coniugato)
Incomunicabilità,
incomprensione, mancanza di risorse e “malattia” diventano nel caso di M. i
fattori di spinta. Non sono degli elementi culturali in senso stretto a
determinare questa frattura tra lui e il suo ambiente. Non si tratta – in altri
termini – di un senso d’inadeguatezza imputabile alla razionalizzazione di un
“altrove”, all’anelito verso nuovi mondi e altre culture, come nel caso di F. e
di H. (stralci 3 e 4). Piuttosto si tratta una combinazione di questi
elementi – ed altri ancora – che tuttavia non affiorano alla coscienza come nei
casi già visti. F. ed H., nel momento in cui maturano la loro volontà di
andare, si sentono estranei. Avvertono in qualche modo che la cultura dentro
cui sono cresciuti non è in grado di
offrire risposte alle loro aspirazioni. La rifiutano. Per M. è differente: è
lui che non si considera adeguato al proprio microcosmo. La sensazione che
tutti in quartiere comincino a ridere al suo passaggio, il senso di fallimento
nella vita (esplicitato apertamente in altri passaggi dell’intervista), la
“malattia” e la relativa impossibilità di spiegarla, lo inducono ad andare.
Anche in questo caso, i soldi e la povertà sembrerebbero essere tra le ragioni
del viaggio, ma non la causa.
2.1 Le ragioni per stare
Avevamo iniziato col notare che Mazara
è un ambiente tutt’altro che facile per i migranti: addirittura inospitale.
Quasi tutti i personaggi presentati sinora, con l’eccezione di A. (stralcio 1)
e H. (stralcio 4), non svolgono attività stabili. Né l’ex meccanico del secondo
brano (che ormai quasi completamente cieco, gira con una misera carretta simile
a una culla per le strade di Mazara ), né F. (che giorno per giorno raccatta
lavori da giardiniere, imbianchino, bracciante), né M. (che, analogamente,
s’inventa quotidianamente il lavoro) possiedono un mestiere.
L’elenco di immigrati che
vivono così, se mai dovessimo produrne uno, sarebbe vastissimo. E per la
verità, neanche A. e H. sono molto soddisfatti di ciò che fanno. Il primo
perché il lavoro è duro e – come spiegheremo meglio nei prossimi
paragrafi – lo tiene lontano da casa per 25 giorni al mese, rendendogli un ben
misero salario (800 euro circa). Il secondo – in modo non dissimile – perché si
sente sprecato nel posto dove lavora ed è anche mal pagato. Ospite – come si ricorderà
– della sorella sposata, H. non può andar via dalla casa di costei. Se lo
facesse, non ci sarebbe spazio per vivere e risparmiare. In Italia, come dice
lui stesso, “ho conosciuto la vita. Anch’io voglio poter uscire…Vivere oltre
che lavorare! Prendere quattro soldi va bene se fai casa-lavoro, ma anch’io ho
diritto ad altro”. Allora sopporta una vita che è piena di limitazioni (“Qui
non posso fare niente, solo andare da mia sorella, i suoi figli, suo marito…Non
sei libero, non puoi tornare a una certa ora, non puoi fumare, non puoi bere,
leggere un libro sino a tardi”), pur di risparmiare una somma che gli
permetta di andare via. Mazara è per lui un momento di pausa, in attesa del
rilancio personale.
Quando abbiamo incontrato
H., erano i primi giorni di primavera: attendeva l’estate per andare nella
riviera romagnola. Lì, i più lauti guadagni gli avrebbero probabilmente
permesso di accrescere ulteriormente i suoi risparmi e tentare di raggiungere
la sua vera meta: Torino, la grande città. Vi aveva già vissuto, ma afflitto
dalla nostalgia di casa ad un certo punto aveva lasciato tutto – ossia il
lavoro in un lussuoso hotel del centro e qualche amicizia – per la Tunisia.
Aveva creduto di farcela – di non dover mai più tornare in Italia – ma si era
sbagliato. Per ragioni che non abbiamo mai davvero approfondito, ma che avevano
probabilmente a che fare da una parte col lavoro e dall’altra con la sua
“diversità”, era ritornato. A Torino, però, dato che tutto era ormai perso (“In
Italia, se lasci è difficile tornare”), non credeva fosse conveniente
tornare immediatamente. Così non gli era rimasto altro che andare dalla
sorella.
Questa fase della biografia
di H. fornisce il pretesto per introdurre alcuni tasselli al mosaico delle
motivazioni che inducono un così alto numero di immigrati a restare in quella
sorta di deserto delle opportunità rappresentato da Mazara del Vallo. Il primo
– che è abbastanza evidente e non necessita di particolari dimostrazioni – è
costituito delle reti. La comune provenienza di un gran
numero di migranti dalle medesime città e il trasferimento di interi quartieri
– sarebbe a dire di individui che erano vicini di casa già in Tunisia – nel
territorio di Mazara (ma si potrebbe dire della casbah), fa sì che si
possa contare su vincoli relazionali molto stretti e addirittura di tipo
familiare. La diffusione di forme solidali – quasi assenti in molti altri
contesti più “opulenti” - fa sì che a Mazara i tunisini
possano quasi sempre contare sull’aiuto di qualcuno.
I.
– dalla cui intervista estrapoleremo qualche stralcio – ci spiega questo molto
chiaramente. Ma per comprendere a fondo il suo racconto occorre fornire prima
qualche spiegazione. Mentre ci raccontava di episodi accaduti in Sicilia in una
certa fase della sua vita, I. prese a parlare di Mahdia per spiegarci quanto la
odiava. Restammo sorpresi, come se avessimo frainteso per tutto quel tempo i
suoi discorsi, e glielo dicemmo.
6°
I. (…) ero arrivato ad odiare il paese dove ero nato [Mahdia],
perché non si facevano mai gli affari loro e pian piano un piccolo motivo per
cui io e mio padre siamo arrivati a bisticciare – a dividerci -- è stato per le
troppe chiacchiere! E nessuna era veramente fondata…
D. Scusa, ma non eri a Mazara in
quel periodo?!
I. Sì, ma quelli che stanno qui a
Mazara al 90% sono di Mahdia! Allora sono arrivato a un punto che odiavo quel
paese, non gliela facevo più…parlavano troppo, sparlavano troppo…
D. C’entra col fatto che tu e la tua
famiglia non avete mai abitato nel centro storico, dove stanno tutti i
tunisini?
I. Allora, intanto, sia i miei
zii che la mia famiglia abbiamo sempre abitato in zone veramente disperse, per
alcune ragioni principali. Uno, per la diffidenza: perché all’inizio la gente
non è che si conosceva tanto bene. La paura loro non era dei cittadini
stranieri, ma dei cittadini italiani…perché Mazara, la Sicilia è sempre un
paese…la Sicilia, si pensa subito alle cose più gravi! Allora la paura, la
diffidenza era per i bambini, perché eravamo ancora piccoli…allora preferivano
stare lontani (…) Una volta cresciuti non c’era più questo problema, ma
comunque avevamo imparato che più lontano si sta, meno problemi si hanno…Per quanto
riguarda la mia famiglia, prima abitavamo dall’altra parte del fiume Trasmazaro…Eravamo
dispersi, c’erano solo gli italiani attorno a noi. E nessuno conosceva casa
nostra (…) Il punto è che i tunisini vanno a cercare sempre posti dove stanno
tutti assieme…Esiste il fatto che bene o male si conoscono tutti e sono tutti
della Mahdia…Va a finire che quasi tutti hanno legami di parentela e poi esiste
il fatto che se uno ti viene a bussare a casa e c’ha bisogno di mangiare o
altro, non glielo nega nessuno!
(I., 25, pescatore, celibe)
Mazara e Mahdia, perciò, nella rappresentazione di I. si fondono: tanta e tale
é la forza degli intrecci che legano la comunità della diaspora a quella rimasta in patria. L’avversione
che egli prova verso i concittadini di Mazara si trasforma nell’avversione
verso i luoghi di origine. La ristrettezza – quella stessa da cui F. e H., come
si ricorderà, intendevano sfuggire – fa nuovamente la sua comparsa. Ma in
questo particolare contesto migratorio l’atteggiamento che gli individui
nutrono verso di essa è ambivalente. È opprimente, ma anche utile. In certi
casi, è addirittura fastidiosa. Nessuno, ad esempio, può negare da mangiare a
chi ne ha bisogno. Tutti devono poter contare su tutti e ciascuno è obbligato a
dare (o quasi).
Questo sistema di obblighi
reciproci e relazioni spinge alcuni a isolarsi, ma anche chi lo fa non esce mai
del tutto dalla rete: appartenervi, infatti, è una garanzia di sopravvivenza.
Tale modo di relazionarsi rispetto ai singoli e ai gruppi – a cui non sono
estranei influssi di tipo religioso – è molto probabilmente
inquadrabile in quel che Mauss chiamava il “regime del dono”. All’interno di un
sistema relazionale in cui “la vita materiale e morale, lo scambio, operano sotto
una forma disinteressata e obbligatoria nello stesso tempo”, il dovere di dare oggi è il
diritto di ricevere domani. Astenersi totalmente dal circuito della reciprocità
non è conveniente per nessuno.
Non
stupisce, perciò, il richiamo che la cittadina siciliana esercita sui tunisini.
Tanto meno sorprende che la gente sia incatenata a questo posto, che non riesca
ad andarsene. La riproduzione della società di partenza, la terzietà (in molti
vissuti individuali, assai pronunciata) della comunità tunisina rispetto alla
più ampia società degli autoctoni, mitiga i disagi e, nel caso dei “nostalgici”
(che pur vi sono), modera l’ansia derivante dal distacco. Chi sta a Mazara può
vivere l’esperienza di stare lì e, simultaneamente, altrove.
A
descrivere icasticamente questo processo è ancora una volta I., quando spiega a
suo modo il ritardo linguistico di tanti giovani stranieri. Egli aveva destato sin
dall’inizio la nostra attenzione perché apparteneva a un tipo rarissimo di
tunisini, quello degli “integrati”. Cresciuto sin dalla primissima infanzia a Mazara,
pescatore, colto e assai acuto, I. parlava benissimo l’italiano, addirittura
con accento marchigiano. Per qualche tempo – pochi anni prima del nostro
incontro – aveva infatti lasciato Mazara per andare a Civitanova Marche. Poi –
come tanti che avevano tentato di andar via – era ritornato. Anche nel
suo caso, il “centro gravitazionale” di Mazara lo aveva risucchiato. Era un
perspicace conoscitore della realtà mazarese e aveva il pregio di saper
comunicare. Lo interrogammo:
7°
D.
Conosco N., S. e alcuni altri: mi date sempre l’impressione di essere delle
avanguardie. Siete in pochi a vivere questa condizione “di confine”, mi
sembra…E’ strano che sia così, dopo 30 anni di presenza tunisina a Mazara!
I. Siamo pochi perché…Se tu parli di N. e parli della
sorella e parli anche del fratello e della sorella minore, guarda caso sono i
miei ex-compagni di classe, guarda caso erano i miei vicini di casa, guarda
caso erano il mio gruppo. Guarda caso…guarda caso abbiamo passato lo stesso
periodo di anni a Mazara. Cioè, alla fine, siamo purtroppo gli unici! Cioè,
come ti ho detto, quando c’eravamo noi eravamo in pochi, eravamo obbligati,
eravamo più motivati a conoscere la lingua italiana e a comunicare [Si
riferisce agli anni ‘80]. Oggi come oggi, sono tanti. Non sono più obbligati
come eravamo noi. Infatti te l’ho detto all’inizio: eravamo pochi. Eravamo più
motivati.
D. Infatti voi che siete sopra i 20 parlate benissimo
e siete anche molto legati agli italiani; quelli che si collocano sotto la
vostra età – diciamo i diciassettenni – non parlano bene l’italiano, non hanno
relazioni significative con gli italiani…
I. Questo dipende da due fattori: dipende, come ti ho
detto, dal ridotto numero dei tunisini…ma se parli di N., è arrivata all’età
circa di 7 anni in Italia. Per quanto riguarda sua sorella D. e l’altro
fratello, sono nati qui…Invece sia N. che una sua sorella morta dopo, erano
venute grandi qui… Però stiamo parlando di un bel po’ di anni e più o meno sono
venute da bambine, anche se all’età di 7-8 anni. La mentalità più o meno
è stata intaccata:N. è cresciuta con due mentalità. La stessa tipologia
mia: siamo nati e cresciuti con due mentalità. Una mente già sviluppata,
tunisina; però calati dentro un’altra cultura. Abbiamo dovuto accettare
sia l’una che l’altra e condividerle. E qui va bene…Invece la generazione di
oggi, non tutti sono venuti da piccoli. C’è chi ha 17 anni, ma è venuto da un
paio di anni in Italia. Perché, ad esempio, l’ultima legge…gli immigrati che
facevano? Portavano la moglie, ma i bambini li lasciavano in Tunisia. Adesso è
obbligatorio il fatto che quando lui rinnova il permesso di soggiorno, i figli
siano qui o sennò non li mette per niente nel permesso di soggiorno! Devono
essere presenti…Allora automaticamente sono stati costretti questi dell’ultima
generazione – stiamo parlando degli ultimi 4 anni, come minimo – a portarli
tutti in Italia…Automaticamente non penso che possono avere imparato la lingua
italiana o acquisito l’accento…ci vuole tempo, ci vuole tempo, soprattutto ad
una età come la loro. Poi quelli invece che sono nati qui, parlo di quelli
piccoli, magari di 10 anni, devono ancora imparare…Perché, crescendo tra due
culture, non puoi dare la prevalenza all’una o all’altra. O scegli una o
l’altra o entrambe. E se scegli entrambe, c’è sempre quella difficoltà di
continuare e ci vuole tempo. Invece per quanto riguarda i diciassettenni, i
sedicenni, i quindicenni, non è detto che tutti siano venuti da piccoli, non è
detto che tutti son nati qui e non è detto che siano nati qui e cresciuti
direttamente qui…Voglio dire che possono essere nati qui, cresciuti in Tunisia
e riportati! Esistono vari fattori e il fattore principale è quello che non
sono più motivati come una volta! Ad esempio, non so se hai parlato con due
ragazze che mi vengono cugine, Z. e K.…non hai avuto questa opportunità.
Vedresti che una ha 19 anni e una 17. Vedrai come parlano, eppure sono nate a Castelvetrano,
sono cresciute in Tunisia e sono ritornate 9 anni fa. Vedrai la differenza
rispetto a tanti altri: erano tutte e due molto motivate. Per due motivi:
primo, che quando sono ritornate circa 9 anni fa, non hanno avuto la
possibilità di integrarsi con altri tunisini. Sai, la sfiducia negli italiani
che ti dicevo, la mamma per problemi suoi di salute…La seconda motivazione è
che hanno dovuto lottare, perché sono venute da clandestine…Hanno dovuto
lottare e integrarsi in una società e imporre la loro forza. Sono state
motivate, è logico! Prendi invece quegli altri che non hanno una motivazione
per integrarsi…Non dico che siamo veramente tanti, ma abbiamo una motivazione
talmente forte: integrarci. Una cosa questa che ha causato tanti problemi, coi
genitori, personali…ma era una motivazione veramente forte. Invece gli altri
non ce l’hanno o non è forte come la nostra! E’ differente. Ad esempio, prendi
mio padre. Mio padre è almeno 30 anni che sta in Italia, ma porca miseria,
neanche una parola sa dire bene! In italiano non ne parliamo, ma neanche in
siciliano…La mia matrigna, è uguale: siamo venuti insieme, lei mi aveva portato
con sé…eppure neanche una parola corretta sa dire. Addirittura certe volte mi
metto a ridere quando si parla l’italiano…Io la capisco, perché so esattamente
cosa vuole dire, ma in realtà…Le mie sorelle, bene o male, non dicono che
sappiano parlare benissimo l’italiano, ma se la cavano abbastanza bene. Per
quanto riguarda mio fratello, è un eccezione: ha continuato a studiare e
diventerà comandante a breve…questo è l’ultimo esame che farà…sta a Venezia.
Però ha studiato! Uno che arriva a un certo livello, vuol dire che ha imparato
benissimo la cultura. Però, non dico che sono molti, ma non sono neanche
rarissimi! E’ la motivazione che è differente, solo questo! Perché non credo
che sia un motivo, né d’intelligenza né di capacità, ma di motivazioni! E’ come
gli italiani che stanno a Mazara: porca miseria, è 40 anni che vivono con gli
stranieri, ma non sanno neanche una parola di arabo, a parte qualche
parolaccia. E’ perché non sono motivati! Perché tanto se io devo venire da te a
comperare un chilo di pane, sono io che sono motivato a dirti “dammi un chilo
di pane”…(I., 25, pescatore, celibe)
Il quadro delineato da questo particolare testimone è chiarissimo. Man mano che
la presenza degli stranieri aumentava, andava crescendo in modo direttamente
proporzionale anche la segregazione di questa parte di popolazione all’interno
del centro storico cittadino. Questa concentrazione, se svolgeva una funzione
positiva dal punto di vista della protezione dei membri della comunità (dando
luogo a forme alternative di auto-aiuto e di welfare “spontaneo”,
indispensabile in assenza di adeguate politiche sociali), separava però sempre
di più l’universo degli stranieri e quello degli autoctoni. La comunità
tunisina diveniva in qualche modo sempre più autosufficiente e comunicava
sempre meno con l’ambiente esterno. Così cresceva sempre più il senso di
protezione avvertito dai suoi membri e si generava un ritardo difficilmente
colmabile nel processo d’integrazione. Se a questo si aggiunge il ruolo svolto
dalla scuola elementare tunisina (all’interno della quale non si insegna l’italiano)
e il pendolarismo dei minori – a cui faceva riferimento I. nel suo racconto –
va sempre più delineandosi il quadro ideale per la marginalizzazione di intere
generazioni di tunisini a Mazara. In assenza di motivazioni per avvicinarsi
alla realtà d’arrivo, gli individui possono continuare a sperimentare per molto
tempo una illusione di ubiquità, senza trovarsi in realtà mai davvero qui
né realmente lì. Quella vissuta da molti diventa allora una condizione
“di sospensione”, che induce ad aspettare momenti migliori e a transigere sul
tempo che passa e sul mancato conseguimento degli obiettivi prefissati. Si
realizza in altri termini quella “presa di distanza emotiva (rifiuto del
reale)”, registrata dalla letteratura
sociologica delle migrazioni in contesti diversi da quelli qui analizzati – per
lo più di tipo industriale – ma ugualmente rinvenibile in tanti soggetti
da noi incontrati. Un distanziamento dal reale “che consente all’immigrato,
anche in condizioni di estremo degrado della propria qualità della vita, di
mantenere tale stato per un periodo lungo di tempo in attesa di momenti
migliori, soprattutto se ciò e accompagnato a un miglioramento economico
relativo”.
Il tema dell’ubiquità – dell’anelito ad essere qui e contemporaneamente altrove
– implica evidentemente quello della nostalgia, del ritorno alla famiglia e
alla vera Tunisia. Quando tale pulsione si fa forte, qualcosa tuttavia
si frappone alla sua messa in atto. Le ragioni che impediscono il ritorno tanto
agognato sono varie, correlate alla precarietà della posizione legale,
all’incertezza riguardo una scelta così perentoria e alle difficoltà che
seguirebbero nel tentativo di rientrare in Italia, qualora i piani non
dovessero seguire il corso previsto. Soprattutto, ad impedire il rientro c’è la
reticenza ad ammettere l’insuccesso del progetto personale e ad essere
giudicati falliti. A tale riluttanza si aggiungono, non di rado, le pressioni
della famiglia a che il loro membro non torni prima di aver materializzato
quantomeno degli obiettivi minimi.
8°
P. Nel periodo in cui vivevi in Nord-Italia,
lasciavi i lavori perché non ti andavano bene o perché magari riducevano il
personale…?
B. No, perché era finito il
contratto e non c’era possibilità. Però quando ho capito tutto, non volevo
stare più in Italia. Volevo vivere nel mio paese, perché ho capito, diciamo,
che è importante stare per sé, nel bene o nel male, vicino alla tua famiglia.
Ho fatto di tutto per vivere in Tunisia e non ho potuto…
P. Che difficoltà c’erano?
B. Primo, la tua famiglia…perché
dicono “come, sei stato all’estero, vieni qua che non hai niente?!”. E loro
vogliono che vivi bene. Se vivi lì, vivi male, se non hai qualcosa…se non hai
un grande capitale. Allora mi hanno sempre spinto a tornare in Italia. Però
volevo lì, perché ho saputo che è inutile di…Cioè quel calore che ti dà la
famiglia, la casa tua e il tuo paese, non te li dà nessuno. Anche così io non
ho potuto stare là. Ero costretto a uscire.
P. Quindi eri costretto a uscire per
via delle tue condizioni economiche e anche per la tua famiglia…
B. E anche dalla gente…perché la gente ti considerano un
uomo se tu hai la macchina e se sei senza macchina non sei un uomo…E’ una
mentalità proprio materialista.
(B., 33, operaio, istr.
media-superiore)
9°
[I giovani tunisini] Io per
quello che ho visto, non hanno niente! Hanno in testa, quando vengono qua, di farsi
una bella macchina per andare in paese e farsi vedere. Altro non c’è!
P. Tu credi che la famiglia tunisina
che vive in Italia sia diversa da quella che vive in patria?
H. C’è differenza…Nella famiglia
tunisina non c’è amore…se siamo tre fratelli e un fratello ha più soldi io
voglio bene a questo fratello di più. Sono molto gentili con lui perché ha più
soldi. Invece in Italia, c’è altro. Qua la famiglia esiste, in Tunisia non
esiste.
P. In Tunisia i genitori aiutano i
figli?
H. Sì, aiutano.
P. Non si interrompe mai questo
rapporto?
H. Dipende da loro, cosa possono
fare. Diciamo i miei, per aiutarmi, mi hanno detto “devi uscire!”. E poverino,
era mio padre che mi ha dato il biglietto, perché ero senza soldi. Mi ha detto
“se esci ti puoi rifare, se resti qui scendi sempre più giù!”.
P. Era una sofferenza per loro…
H. Sì, perché i genitori non
volevano che loro figlio vive male. Preferiscono non vederlo, purché viva bene…
(H. 32, barista, istr.
professionale)
Nel caso di B. ed H., i timori
delle famiglie per il futuro dei figli agiscono da elementi di spinta.
Sono motivazioni in un certo qual senso “affettive”, ancor più che economiche,
ad indurre le famiglie ad incoraggiare i propri membri più giovani ad
allontanarsi. Tuttavia, sullo sfondo, s’intravedono pressioni sociali
improntate a un certo materialismo nei valori e nella considerazione attribuita
agli individui dalla comunità di riferimento (costituita da vicini, conoscenti
e familiari). Il successo economico in un ambiente ristretto come quello di
provenienza – in cui il giudizio dei vicini e dei conoscenti esercita un peso
e, soprattutto, è percepibile – agisce sul Sé individuale (e familiare)
modellandolo. Il tema del materialismo delle
società di provenienza era emerso più volte nel corso dei discorsi che
quotidianamente tenevamo con i nostri informatori tunisini e i conoscenti,
oltre che con gli intervistati. Nel corso del nostro soggiorno in Sicilia una
delle persone che meglio avevamo conosciuto e con cui più spesso capitava
di soffermarci era M., lo stesso la cui storia abbiamo già parzialmente
raccontato nelle pagine precedenti. Un giorno lo incontrammo al Porto vecchio.
Non sembrava proprio depresso – infatti ha sempre una sorta di calma olimpica
che lo accompagna – ma neanche esattamente contento. Incominciammo a discutere,
come al solito, del più e del meno. Aveva un giubbotto carino, di quelli che
indossava spesso. Di solito le sue giacche erano sempre molto eleganti o
comunque di buon gusto. N., una ragazza che lavorava in un ristorante tunisino,
sere prima gli aveva fatto notare che il suo giubbotto era firmato, e aveva
scherzato su questa cosa. M. aveva risposto che non sapeva che quella marca
fosse prestigiosa e che l’aveva comperato durante il periodo dei saldi.
La mattina in cui
nuovamente lo incontrammo indossava un giubbotto differente. Riprendendo il
motteggio della volta precedente, facemmo riferimento a quella novità. Con la
massima tranquillità e senza vantarsi, ci rispose che questo era davvero bello
e che lo aveva pagato molto caro, 150.000 Lire. E’ aggiunse: “quando vai in
Tunisia e sei vestito normale, ti criticano. Ti dicono che stai in Italia e,
nonostante questo, ti vesti male. Una volta, quand’ero in Tunisia, durante le
vacanze, avevo un paio di scarpe come quelle che indosso ora, normali…E mio
padre fa: <<così, puh, ‘ste scarpe hai?!>>. Lì se non ti vesti elegante, ti criticano. Te lo
dicono, te lo fanno pesare…”. Ormai gli avevamo fornito il pretesto per
sfogarsi. Abbiamo già detto che non sembrava proprio felice quella mattina e
infatti era accaduto che sua madre stesse male, ormai da un po’ di giorni. I
suoi gli avevano chiesto di tornare, ma lui aveva tentennato. Innanzitutto era
un problema di soldi. Proprio nei giorni in cui era stato avvisato del malore
della madre, stava completando il conseguimento delle patenti B e C (progettava
di fare il camionista) e questo gli sarebbe costato molto, almeno tre milioni.
Inoltre – e ciò era forse più importante – non aveva voglia di vedere suo
padre. “Una volta – ci disse – sono tornato in Tunisia. Avevo portato
un bel po’ di regali per mia madre, mio fratello, alcune famiglie amiche. Sai,
roba di trentamila lire per gli amici, così…A mia madre invece ho portato un
anello d’oro, un bracciale. Lo stesso a mio padre. Bene, sai che mi ha detto? <<Queste cose mi porti? A me i soldi devi dare!>>. Ma come, gli ho risposto, non hai cinque vacche,
non stai bene? Dico, non lo sai che sto in Italia ma non lavoro, che ho i
bambini? I soldi ti devo dare?! I soldi vuole…!Un’altra volta, sono arrivato a
casa. Avevo due valigie. Allora ho preso un taxi dalla stazione sino a casa.
Sai che si è messo a dire mio padre alla gente? <<Si è preso il taxi, perché si vergogna di farsi
vedere in giro che è senza una lira e va vestito così…!>>. Capisci? Così è
in Tunisia…”.
Non pensiamo naturalmente
che in Tunisia sia sempre così, ma avevamo raccolto ormai abbastanza prove per
pensare che tanto la pressione delle famiglie a non far tornare i propri membri
in Tunisia – per la mancanza nel breve periodo di prospettive di miglioramento
delle condizioni economiche e di vita – quanto l’ansia di essere giudicati dei
falliti dal proprio gruppo di riferimento in patria (famiglia, vicinato,
conoscenti), ostacolano il rientro di molti migranti in misura maggiore
di quanto facciano le motivazioni economiche in senso stretto.
Sia pure in modo parziale,
questa nostra interpretazione può però spiegare solo alcune delle ragioni per
cui i soggetti, in presenza di condizioni di vita difficili, non rimpatriano.
Ma non esaurisce l’elenco delle ragioni per cui molti immigrati non lasciano Mazara
del Vallo, per trasferirsi in Regioni più appetibili dal punto di vista delle
opportunità materiali e giuridiche. Un lavoro in regola, infatti, non è solo
garanzia di un reddito sicuro, ma anche e soprattutto di regolarità nel
soggiorno. Di superamento, cioè, di quello stato di “espulsione momentaneamente
sospesa” – come la definisce Hannachi – carico
di importanti conseguenze psicologiche e responsabile della dipendenza di molti
stranieri da datori di lavoro privi di scrupoli e da rigogliosi mercati
illeciti di documenti e permessi di soggiorno
Per completare il quadro
delle motivazioni che inducono a restare – anche se probabilmente non per
esaurirlo completamente – mancano alcuni riferimenti agli importanti benefici
materiali che possono derivare dalla permanenza a Mazara. Per introdurli può
essere utile riprendere il racconto, presto interrotto, di F. nello stralcio
d’intervista numero 3. Egli, una volta lasciata la Tunisia, era arrivato a
Napoli, dove poteva contare sull’appoggio gratuito di amici e concittadini. Ma,
“arrivato un punto che dovevo fare tutte cose da solo, che dovevo farmi il
mio futuro”, lascia Napoli per Mazara, perché:
10°
“quando stavo a Napoli arrivavano tunisini che
lavorano al nord e dicevano che c’è lavoro e tutte cose al nord…io a quel tempo
non avevo il permesso di soggiorno e pare che era difficile per questo e anche
l’affitto era troppo, troppo, troppo caro e non mi andava bene di andare lì.
Invece a Mazara c’è tutte cose: l’affitto non è caro, la vita non è cara, c’è
lavoro…in nero, ma c’è lavoro!”.
P. Hai una casa in affitto regolarmente?
F. Sì, ho una casa in affitto…
P. Quanto paghi di affitto?
F. 250.000 lire al mese.
P. Quanti riesci a fare?
F. In un giorno di lavoro, se lavoro otto ore, 50-60.000
lire. In una settimana, se riesco a fare 250.000 mila lire mi va
benissimo…Grazie a Dio!
P. Riesci a risparmiare?
F. Sì, sì, certo. Con questo
periodo, invece di comperare un chilo di pane, ne compero 20 chili…Ce la
faccio…
P. Che cosa comperi, dove la comperi…?
F. Ti dico la verità, c’è un
mercato al mercoledì mattina e le cose da mangiare non sono care…quello che è
cara qui è la luce.
(F., 37, lavoratore salturario, con
figli)
Sulla questione caro vita e affitti, è anche interessante quel che ha da dire
I.:
12°
[ A Civitanova Marche] facevo nuovamente il cartongessista in una azienda
vicino casa ed era andata benissimo. Però poi, siccome gli affitti erano alti e
i ragazzi che stavano con me se l’erano squagliata tutti, non gliela facevo
più, ho mollato. A me, bene o male, bastano 200.000 per sopravvivere qui…
D. Così poco…?
I. A Mazara non è che serve tanto denaro per
sopravvivere. Una volta che hai gli amici, che hai da mangiare con una
famiglia…cioè noi con 100.000 facciamo una spesa davvero molto ampia. Per
quanto riguarda l’affitto paghiamo 250.000 lire. Tra me e mio zio, diviso a
metà…a me 200.000 lire bastano e avanzano! Non ho bisogno chissà di che
cosa…non consumo né caffè né alcool e nemmeno fumo. Non ho nessun tipo di
consumazione! A me 200.000 lire al mese, bastano e avanzano. Non ho nessun tipo
di problema. Dici, è vero, non vado al ristorante! Ma neanche me ne frega,
mangio a casa!
D. Ad esempio, cosa mangi?
I. Io cucino di tutto, sia il pesce che la pasta, il cous
cous, piatti italiani. Addirittura mi metto anche con certi piatti cinesi.
Cucino di tutto, pesce, carne…Non ho preferenze.
D. Ma la carne, ad esempio, costa…
I. No, per quanto riguarda noi, abbiamo
un amico che fa il pecoraio – diciamo così – e ci porta la carne ogni mese. Per
quanto riguarda il pesce, siamo dei pescatori. Mio zio è pure pescatore e il
pesce non ci manca…Girala come ti pare, si vive davvero con pochissimo.
(I., 25, pescatore)
Da questi racconti emergono, dunque, altri quattro fattori di
attrazione e induzione a permanere: a) il basso costo degli affitti; b) un costo contenuto della vita (entrambi uniti ad una
scarsa propensione ai consumi voluttuari); c) la maggiore facilità
rispetto ad altri contesti, ad esempio del Centro e Nord Italia, nel trovare
lavori irregolari (in altre stagioni più che adesso); d) implicitamente, la maggior
tolleranza della polizia nei confronti di certe tipologie di illecito (lavoro
“in nero” e parziale possesso dei requisiti per la permanenza o il rinnovo dei
permessi di soggiorno).
Anche in questo caso – ci sembra – il richiamo a motivazioni di
ordine materiale non è sufficiente a esaurire le ragioni dell’ormai trentennale
presenza dell’immigrazione tunisina a Mazara del Vallo. Infatti chi punta
l’attenzione sul basso costo della vita e sull’insufficienza dei controlli
circa il funzionamento del mercato irregolare del lavoro, omette il ruolo
giocato dalle reti di auto-aiuto e welfare “spontaneo” che trovano origine in pratiche culturali
e vincoli morali fondati sulla reciprocità. Inoltre la razionalità che pure è
facile rinvenire in questo comportamento non è riconducibile a nostro avviso
alla logica dell’homo oeconomicus. I costi, negli
stili di vita che abbiamo mostrato, superano di gran lunga i benefici. La
fatica di trovare lavoro, l’assenza di forme di sostegno economico e sociale da
parte delle istituzioni, la difficoltà a regolarizzare le posizioni, la
tensione emotiva che questa situazione comporta, la marginalità sociale
quotidianamente sperimentata, sono dazi innanzitutto morali, che superano ogni
altro vantaggio di ordine materiale. Se una razionalità è possibile rinvenire
in tutto questo, essa non è del tipo che siamo normalmente abituati a
considerare. È, appunto, uno “scontro di razionalità”?
3. Le dinamiche sociali negli ambienti di lavoro
Abbiamo chiarito sin dalle prime battute che il lavoro, nella
prospettiva adoperata per il presente studio – dedicato ai processi
d’insediamento di una comunità straniera all’interno di un territorio e di un
tessuto sociale, culturale ed economico diversi da quelli originari –
interpreta un ruolo molto importante, simbolico e materiale insieme. Esso è al
contempo un “teatro” – all’interno del quale si svolgono interazioni, si
compiono mosse “strategiche” finalizzate a suggellare alleanze o resistere agli
scontri, si comunica con gli altri gruppi, si produce mutamento culturale – ed
un terreno di competizione per l’acquisizione di risorse scarse.
Nelle pagine che seguono cercheremo di osservare il mercato del lavoro
– in particolare i sub-mercati della pesca e della campagna – considerandoli
sotto questa duplice veste
Venendo alle più comuni rappresentazioni sul mondo del lavoro nella cittadina
siciliana, è diffusa l’idea che la gran parte della manodopera di origine
tunisina sia occupata nel settore della pesca e si registra di conseguenza la
tendenza a sovrastimare l’incidenza della sua presenza in questo ambito. Tale percezione deriva da una
situazione determinatasi probabilmente solo nei primi anni dalla comparsa
dell’immigrazione tunisina, ma presto superata per l’evoluzione seguita dai
locali mercati dell’impiego.
Nei fatti, la percentuale dei pescatori è irrisoria. A causa
della legislazione che costringe i marinai a rinnovare ad ogni nuovo imbarco le
iscrizioni ai registri della Guardia costiera e per effetto dell’alto turn over che caratterizza
il personale di bordo (in alcuni casi sino a 7 differenti imbarchi l’anno; ma
la media è di 4), i marinai stranieri regolarmente iscritti nei suddetti
registri ammontavano nel 2001 a 974 unità. Il depuramento dei dati dalle
duplicazioni nominative mostra però come il numero reale degli individui impegnati
in questa attività corrisponda per l’anno considerato a 197 individui, ossia al
19% del totale della popolazione tunisina maschile maggiorenne.
La pesca determina un indotto e a questo ci si deve in parte riferire quando si
considerano i 20 avviamenti nel settore industriale registrati dall’ufficio per
l’impiego nell’anno 2001 (l’1,8% della popolazione tunisina maschile
maggiorenne) (tab. 11). Stando ai dati ufficiali disponibili, la percentuale dei
tunisini occupati nel settore della pesca nel suo complesso non supera dunque
il 20% della popolazione componente il gruppo etnico in esame.
Se per quanto
concerne gli imbarcati è difficile ipotizzare la presenza di un numero
significativo di assunti fuori da regolari rapporti di lavoro – a causa dei
controlli che caratterizzano questo settore e che inducono a ritenerlo il solo normato
in città – non si può pensare altrettanto a proposito dei settori contigui di
terra (industrie per la lavorazione del pesce cantieri navali, oltre che
imprese di altro genere). Infatti per quanto un quadro più chiaro potrebbe
essere fornito solo da un controllo delle posizioni aperte presso l’INPS, le
interviste redatte e i racconti uditi inducono a pensare che le assunzioni “in
nero” siano diffuse qui molto più che a mare.
Le cave – che tra tutte sono state le imprese da noi meno esplorate – non
dovrebbero fare eccezione a questa considerazione.
Neanche per quanto concerne il settore agricolo, come vedremo dettagliatamente
più avanti, i dati dell’ufficio per l’impiego sembrano poter fornire una quadro
attendibile dell’incidenza tunisina. Le statistiche mostrano infatti che in
questo settore nell’anno 2001 vi sono stati soltanto 64 avviamenti al lavoro
(corrispondente al 6% della popolazione maschile tunisina adulta). Anche in
questo caso i dati dell’Ufficio per l’impiego non sono esaustivi – in quanto
tale istituto non rappresenta l’unico canale per avviare regolari rapporti di
lavoro – ma la pratica invalsa di contrattare per strada e per una durata
limitata a pochi giorni (una settimana o tutt’al più qualche decina di
giornate) le prestazioni lavorative legate ai raccolti o alla semina, insieme
alle dimensioni ragguardevoli della domanda di lavoro (deducibile da quel 75%
circa di manodopera disoccupata emergente dai dati sin qui visti) lascia
pochi dubbi circa la diffusione di rapporti di lavoro irregolari e
corresponsioni salariali inferiori ai minimi sindacali.
Avviamenti al lavoro nell’anno 2001
|
SETTORI
|
ITALIANI
|
STRANIERI
|
Tunisini
|
Marocchini
|
Jugoslavia
|
|
Iscritti (dati stock)
Agricoltura
Industria
Altro
N.c.
|
12521
354
1077
1089
10001
|
419
107
312
|
373
|
13
|
26
|
|
Avviamenti
Agricoltura
Industria
Altro
|
280
81
98
101
|
87
64
20
3
|
86
|
1
|
|
Fonte: Ufficio per il lavoro del
Comune di Mazara del Vallo
Ci si potrebbe aspettare che un’attività alternativa a disposizione di
chi voglia sfuggire alla precarietà dominante nella gran parte dei settori di
lavoro appena visti e miri ad una posizione più salda, quantomeno dal punto di
vista amministrativo e della permanenza, sia quella del commercio o
dell’impresa economica (dai ristoranti ai negozi, passando per l’edilizia e le
agenzie di servizi); una aspettativa plausibile anche
alla luce di una certa propensione della cultura tunisina per le attività
imprenditoriali. Tuttavia uno sguardo alle licenze
commerciali registrate presso l’apposito ufficio del Comune, mostra che i
tunisini impegnati nella vendita ambulante e fissa ammontano a 15 (meno dell’1%
della popolazione adulta).
Neanche questo settore, pertanto, occupa l’esorbitante numero di
manodopera tunisina che non trova impiego nella pesca, nell’industria ad essa
legata o in quella delle cave.
Cosa fanno dunque gli immigrati di Mazara del Vallo per poter
sopravvivere ed entrare ciclicamente in possesso dei requisiti previsti dalla
legge per il rinnovo dei permessi di soggiorno?
La stretta correlazione di questi temi con altri contigui – concernenti
l’estensione del mercato irregolare del lavoro e la frequenza di scambi occulti
riguardanti i Permessi e gli altri tipi di documenti – richiederebbe per una
trattazione esaustiva la conoscenza di dati statistici o di stime che allo
stato attuale non possediamo. Possiamo però affermare che entrambi i fenomeni –
impiego irregolare e scambi “multi-livello” per il conseguimento dei suddetti
documenti – sono frequenti e costituiscono dei mercati di una qualche
rilevanza. Lo confermano l’unanimità dei giudizi espressi dagli stranieri
intervistati, i racconti registrati in colloqui informali e i pareri
espressi da molti testimoni privilegiati (oltre che i sommari dati sin qui
analizzati).
Per comprendere dunque come sopravvivono i tunisini dislocati sul
territorio e come entrano in possesso dei requisiti necessari per poter
continuare a soggiornare sul territorio locale, occorre prima descrivere il
modo in cui agiscono questi mercati illeciti, che pur non costituendo una
specificità mazarese, sembrano comunque aver raggiunto qui una intensità
ragguardevole e superiore a quella di altre aree.
Il funzionamento irregolare del mercato del lavoro – come abbiamo detto
– caratterizza certi ambiti più che altri, la campagna e una larga tipologia di
imprese di terra più che le attività di pesca. I controlli infatti si attuano
più spesso a mare, probabilmente perché coincidono con la sorveglianza della
frontiera. La pressione è avvertita dagli armatori più che da altre categorie
di imprenditori, anche perché una perquisizione a bordo non lascia spazi di
fuga, non permette cioè né di nascondere né di giustificare la presenza del
personale che si trovi irregolarmente a bordo. Questa coercizione senza
possibilità d’appello, perciò, partecipa nel diffondere la messa in atto di rapporti
regolari (anche se non li garantisce sempre). A questi primi elementi occorre
aggiungere che la tipologia di lavoro che si svolge a bordo dei pescherecci è
assai particolare: essi praticano battute di pesca che durano mediamente 25
giorni al mese, con ritmi di lavoro individuali vertenti attorno alle 20 ore.
Da qui il detto, diffuso tra i pescatori, “mangiare quando non hai fame e
dormire quando non hai sonno”. Disporre di un equipaggio di fiducia è
auspicabile in condizioni di questo tipo ed uno dei primi passi per la
costruzione di un rapporto duraturo con marinai dotati di soddisfacente
professionalità (una qualità rara a giudizio degli armatori e degli ufficiali
italiani), è la stipula di regolari accordi lavorativi. Anche se questo, come
abbiamo già avuto modo di accennare, non evita di per sé che la mobilità sia
frequente tra i pescatori. Ricordiamo infatti che nella fase di pulitura dei
dati fornitici dall’Ufficio Gente di Mare, abbiamo accertato sino a 7
differenti imbarchi su altrettanti pescherecci nel corso di un anno.
Il clima a bordo, i rapporti con i superiori e i compagni sono elementi
che concorrono al pari dello stipendio nel determinare la scelta di restare.
Tanto più che la tipologia contrattuale impiegata sui pescherecci, detta “alla
parte”, genera frequentemente insoddisfazione e scontri. Secondo quest’accordo,
i ricavi vanno divisi in due parti e distribuiti tra armatore e marinai. La
parte spettante a quest’ultimi, a propria volta, va scomposta e assegnata a
ciascun lavoratore in quote proporzionali all’apporto fornito e sempre più
piccole, man mano che si scende di grado nella gerarchia di bordo. Lo stipendio
dunque non è fisso – per quanto possa essere pattuito un minimo garantito, che
solo raramente è corrisposto - e il grado di alea è elevato. Il
rischio non consiste solo nelle fluttuazione nella quantità ed entità dei
proventi di ciascuna battuta di pesca, ma anche e soprattutto nella
possibilità che l’armatore sottragga parte del ricavato approfittando
dell’impossibilità da parte dell’equipaggio di controllare minuziosamente la
quantità del pescato.
La scarsità di fiducia, unita al fatto che la tipologia contrattuale
adoperata non dà luogo a un rapporto di lavoro subordinato (il pescatore è
infatti un lavoratore “autonomo”) e a un clima a bordo talvolta non
particolarmente sereno, genera le condizioni ideali per elevati tassi di
avvicendamento.
Il lavoro di terra, invece, ha caratteristiche molto differenti. Lo
stress psico-fisico è inferiore: non bisogna sopportare quasi un mese
d’isolamento da terra, all’interno di spazi abbastanza angusti e con tempi di
lavoro incessanti. Tali peculiarità determinano anche che la disponibilità di
manodopera sia in questi settori molto superiore rispetto a quella rinvenibile
nella pesca. Di conseguenza, anche la competizione è in questi ambiti maggiore:
esiste infatti un ampio numero di aspiranti lavoratori disposti a compiere lo
stesso tipo di lavoro per salari inferiori a quelli richiesti dai concorrenti.
Ciò determina un abbassamento del potere contrattuale dei lavoratori che, in
ragione della loro precarietà e disorganizzazione, non sono peraltro in grado
di contrapporsi efficacemente alle richieste dei datori di lavoro. Non sono
sindacalizzati – in molti casi non potrebbero esserlo in ragione della loro
irregolarità – e non costituiscono un gruppo omogeneo. Possono opporsi
individualmente, rifiutando i lavori più faticosi e meno pagati, ma non
sortiscono effetti particolari perché i lavori a terra nella gran parte dei
casi non richiedono competenze particolari e potrebbero essere svolti da
chiunque disponga di sufficiente forza fisica. Un sostituto, a queste
condizioni, è molto facile da reperire. Ogni occasione di lavoro rifiutata, di
conseguenza, tende in molti casi ad essere percepita dai tunisini come una
occasione perduta. Tale sensazione, unita ai bisogni di garantire la
sopravvivenza per sé e per la propria famiglia e di inviare un po’ di risparmi
a casa (per soddisfare quel mandato familiare di cui si è diffusamente trattato
nel § 2), induce pertanto molti lavoratori stranieri ad accettare condizioni di
lavoro dure, mal pagate e senza alcuna forma di assicurazione. I tunisini, in
altri termini, perpetuano l’antica tradizione di bracciantato diffusa in gran
parte del mezzogiorno e mai completamente estintasi. Diciamo pure che la loro
presenza, sostituendosi per buona parte – anche se non del tutto – a quella
degli italiani, ha fornito nuove ragioni per non colmare il ritardo nella
diffusione di relazioni lavorative improntate a maggior equità.
I benefici di carattere fiscale ed economico derivanti dalla situazione
di subalternità in cui versa molta forza-lavoro extracomunitaria, si
distribuiscono in modo omogeneo tra i proprietari di imprese, a prescindere dal
settore d’attività. In tal modo gli stranieri allievano il peso avvertito da
molti imprenditori, in conseguenza di un mercato generalmente poco vivace.
Inoltre questa presenza, col carico di bisogni che si trascina,
permette ad una classe di piccoli proprietari terrieri che hanno negli anni
spostato il loro interesse dalla campagna alla città (aprendo ad esempio negozi
e attività commerciali di vario tipo) di continuare a coltivare il proprio
“pollice verde” – cioè il gusto per e il sincero attaccamento alla terra, da cui faticano a staccarsi del tutto – e
arrotondare le proprie entrate, vendendo i prodotti delle campagne in eccesso.
In aggiunta a questo si può immaginare che la vicinanza e le reti
parentali diffuse tra gli autoctoni favoriscano lo sviluppo di sentimenti di
comprensione e solidarietà tra attori sociali, che si traducono nella
diffusione di atteggiamenti tolleranti nei confronti delle forme di impiego
irregolare nelle campagne o nelle aziende. Tali rapporti sono infatti visti come
uno stratagemma che permette ai datori di lavoro di continuare “a galleggiare”
e agli sventurati tunisini di “sopravvivere”.
Tale ragionamento si caratterizza per una “razionalità” di fondo –
valida anche per i tanti giovani autoctoni impiegati irregolarmente –
contraddetta dal fatto che gli stranieri non hanno come unica difficoltà quella
di accedere alle risorse, ma anche e soprattutto quella di accedere ai
requisiti per la permanenza. Essi non lottano solo per la sopravvivenza, ma
anche per garantirsi la terra che calpestano.
La risposta escogitata da un numero senz’altro significativo di datori
di lavoro ed imprenditori “occulti” a vario titolo, è stata quella di
assoggettare tale aspirazione alle regole del mercato. Farla diventare merce di
scambio. Più precisamente il bisogno degli stranieri di soddisfare i requisiti
– di poter dimostrare cioè la titolarità di un contratto di lavoro – si
trasforma, nelle prassi instaurate da alcuni imprenditori, nello scambio
“contratto di lavoro/prestazione di lavoro gratuita”.
Altre volte lo scambio assume le forme della cortesia. Il cittadino
straniero paga in prima persona i contributi e quello italiano apre una falsa
posizione INPS. Ma anche in questo caso non è raro che forme speculative
trovino il modo d’insinuarsi. È frequente, difatti, che queste cortesie si
neghino a individui celibi e si concedano a soggetti coniugati e con figli, per
poter lucrare sugli assegni familiari.
In altre occasioni sono certi soggetti operanti nelle istituzioni a
speculare sui bisogni, e lo fanno con forme criminali. Dietro, cioè, la vendita
di vari tipi di documenti, necessari non solo a risiedere ma anche a svolgere
determinati tipi di lavoro. In questo caso possiamo parlare di vere e proprie
forme di concussione operanti in vari uffici e a vari livelli.
Esiste probabilmente un modo attraverso il quale i soggetti “forti”
dell’interazione “neutralizzano” o, se si preferisce, giustificano agli occhi
di se stessi e degli altri la gravità di questi atti. Essi, innanzitutto,
negano l’importanza del fatto. Piuttosto tendono a collocarla nel regime della
reciprocità: “se i
tunisini vogliono stare qui – è il ragionamento – è perché ne ricavano dei benefici. Stare qui è meglio che
stare lì, perché lì muoiono di fame e qui fanno i soldi. Allora che male c’è a
dar loro quello di cui hanno bisogno? Se potessero averlo gratuitamente, non lo
comprerebbero. Se lo comprano è perché ne hanno bisogno. Allora che male
c’è a far loro una cortesia e ricavare dei benefici se è possibile? Stanno bene
loro e sta bene chi li aiuta” (C., imprenditore).
In tal modo lo scambio è ricondotto nei ranghi della normalità: tutti
hanno avuto e nessuno ha tolto. Viene, cioè, completamente rimosso l’aspetto
dei diritti. Per meglio dire, del diritto ad avere ciò che spetterebbe per legem e di non
dipendere da alcuno. In molti casi, insomma, ad essere rimossa è la persona giuridica dello straniero, soggetta alla
volontà altrui, ridotta a merce nel mercato dei privilegi, costretta a pagare
per esistere. Ciò che questa categoria subordinata di stranieri – questa underclass nell’underclass – sperimenta, è la
riproduzione di una logica strettamente imparentata con la mafia e la mafiosità:
la traduzione dei diritti in oggetto di scambio.
3.1 Il lavoro sui pescherecci
Se
quello appena tratteggiato rappresenta a nostro avviso lo sfondo sociale ed
economico all’interno del quale vivono ed agiscono di norma gli attori sociali
di origine straniera, privi di stabili occupazioni e sicurezze di alcun tipo,
esposti più di chiunque altro al ciclico imperativo di soddisfare ex-novo i requisiti
necessari ad una permanenza legale, qual è invece la condizione di quella
classe “privilegiata” rappresentata dai marinai? In cosa differisce il loro
quotidiano e quali aspettative serbano nel futuro?
Nel periodo in cui abbiamo svolto la nostra ricerca – la primavera del 2002 –
parlare con i marinai è risultata una impresa meno difficile di quanto ci
aspettassimo. Il tempo del nostro soggiorno nella cittadina era limitato ad un
paio di mesi e i ritmi di lavoro protratti che caratterizzano la pesca (di
norma 25 giorni al mese trascorsi in mare) ci inducevano a pensare che le
occasioni di incontrare i pescatori sarebbero state assai ridotte. Nella
migliore delle ipotesi avremmo avuto una decina di giorni per incontrarli e
osservarli, distribuiti nell’arco di due mesi.
La piccola crisi che affliggeva la flotta locale, invece, ci diede una mano. In
quel periodo, a causa del riarmo, cioè della sostituzione dei pescherecci più
vecchi per effetto dei finanziamenti speciali della Regione, i marinai
momentaneamente disoccupati ammontavano circa a 400. Questo
significava che era possibile trovarne diversi, fermi nei bar sulla banchina
del Porto Vecchio o nei circoli tunisini nel centro storico della cittadina.
Qui li si trovava fermi a parlare, sorseggiare una bibita, fumare tabacco
aromatico dall’hashishia e guardare la
televisione o la strada. Più spesso, però, si aggiravano nei pressi di Porta
Palermo – il mercato cittadino delle braccia – insieme al più vasto numero dei
lavoratori di terra alla ricerca di un impiego giornaliero.
Le aspettative di breve periodo, in quella stagione, non erano per molti di
loro positive. I tempi per il varo delle nuove barche si prospettavano lunghi e
difficilmente i cantieri avrebbero consegnato i pescherecci prima del prossimo
anno. Gli equipaggi completi a bordo delle barche più quotate e la concorrenza
per colmare i vuoti in quelle peggio in arnese, rischiava di lasciare la gran
parte di questi “sbarcati” a terra e con poche alternative se non quelle del
lavoro nelle campagne, delle piccole attività improvvisate (imbianchino,
muratore…) oppure – soprattutto nel caso dei singoli – l’emigrazione verso i
porti del Centro-Italia.
Quelli che avevano avuto la fortuna di non essere investiti dai disagi del
riarmo, proseguivano invece la loro routine, fatta di lunghi cicli di
navigazione alternati a brevi periodi di soggiorno a terra.
Appena tornati, dopo esser passati da casa a salutare i propri cari e a
ripulirsi, era possibile ritrovarli nei soliti luoghi d’incontro intorno
al Porto vecchio, sulle panchine, i bar o i circoli. Alcuni, per rifarsi delle
tante limitazioni sperimentate a bordo, di sera bevevano e talvolta litigavano.
Il giorno dopo erano completamente diversi, molto più calmi e lievemente più
introversi. Altri andavano in giro a bordo di grosse automobili in compagnia di
bambini piccoli e, più raramente di mogli. Altri ancora sparivano semplicemente
dalla circolazione per quasi tutto il tempo della loro permanenza, impegnati
con molta probabilità a dormire.
Ciascuno di essi denotava un modo diverso di confrontarsi con gli
effetti del lavoro e reagire al lungo isolamento.
Proprio da qui, dalla solitudine e dall’isolamento che caratterizzano
la vita a bordo, è necessario partire per comprendere parte delle relazioni
sociali a bordo dei pescherecci. Tali sensazioni costituiscono una componente
importante di questa professione e la disposizione caratteriale a tollerarle,
ancor più della prestanza fisica, costituisce un elemento indispensabile nel
definire le personalità dei pescatori.
11°
quando ero andato a mare è stato
come se fosse la cosa che dovevo fare per il resto della vita…!
All’inizio ho passato i primi due giorni davvero da schifo!
D. Il mal di mare?
I. No, non era il mal di mare.
Era proprio la sensazione di essere solo! Anche se eravamo in 15 sulla nave,
era proprio la sensazione di essere da soli. Non c’era niente, c’era mare e
cielo. Basta! C’eravamo solo noi! E’ una sensazione…non c’è modo di
descriverlo! Ci si sentiva dispersi. I primi due giorni era andata così…Guarda
che fare il pescatore non è una cosa tanto difficile! Fare il pescatore è la
cosa più semplice del mondo, solo che ci vuole resistenza fisica e mentale! Non
è poco, però…Il fisico ce l’avevo, perché sin da piccolo avevo il fisico
resistente; mentre quella mentale ognuno se la coltiva a modo suo…La solitudine
per trenta giorni, non vedere terra, la mancanza di alcuni servizi che puoi
avere a terra (chessò, la doccia, il riposo, un sacco di cose)…Quelle sono le
prime cose che devi avere, ma per il resto fare il pescatore non è una cosa
difficile.
D. Quali strategie mentali hai messo in moto per
resistere?
I. Posso soltanto dirti che bene o male
mi considero fortunato, perché non ho bisogno di molta
compagnia. Bene o male, se ho la
compagnia sono contento; se non ho la compagnia, è
uguale. Non me ne faccio problemi…
D. Ma a bordo ce l’hai
la compagnia. Siete dalle 8 alle 15 persone…
I. Ma c’hai sempre a che fare con le solite persone! E
quando sei impegnato a lavorare non è che puoi parlare. Non gliela faresti mai!
Lì i minuti sono contati, perché già il tempo di finire di lavorare il pesce,
che è il momento di tirare di nuovo su la rete…ovviamente ci pensa il
verricello, non è che ci pensa gli uomini…però il tempo di tirarla su, il tempo
per dormire non c’è quasi mai! Addirittura il tempo di pranzo e di cena e non è
mai lo stesso, perché può capitare un’ora prima o un’ora dopo. Può
capitare per niente, un panino al volo e così via…! Perché il lavoro…in poche
parole sei legato al lavoro, al riempimento della rete, ai tempi che ci stanno…chessò,
il brutto tempo. Le reti vanno buttate e riprese subito. Siamo legati al mare,
in altre parole. Non esiste un orario preciso per mangiare, non esiste un
orario preciso per dormire…Non esiste nessun orario.
D. Ma a bordo gli
uomini non sono legati da amicizia? Ho sempre pensato che stare tutto quel
tempo su una nave dovrebbe spingere gli uomini a parlare…
I. Il tempo che c’hai, fosse anche un minuto, è meglio
che vai a dormire. Infatti si dice “dormire quando non si ha sonno e mangiare
quando non si ha fame”…perché dopo non si può fare più e ti sei perso quel
minuto. Magari è l’unico che c’hai in 24 ore…Addirittura succede in 3-4 giorni
che non dormi neanche un minuto. Alle volte si dorme in piedi, finché non
arriva su la rete, in 10 minuti…A volte arriva in meno, in cinque minuti, e già
devi lavorare. Dal momento che arriva la rete e la ributti, lavori sempre! Esiste
solo quel momento in cui arriva la rete, che può variare dai tre minuti,
massimo dieci, ma è raro. E’ impossibile che esiste tempo che puoi dedicare ad
altro…Esistono alcune imbarcazioni (ma sono poche. Su mille barche, ce ne
sono 5) che lavorano il gambero rosso – che è un altro tipo di lavoro –
che la tirata della rete dura dalle 5 alle 6 ore; per pulire il gambero,
scartarlo e metterlo in congelatore ci vogliono al massimo 20 minuti. E’ una
pesca di altissimo fondo, lontanissimo sia delle terre europee che quelle
africane…Anche lì, la minima cavolata e finisce che ci rimani in mare…Sei
lontano da tutti, non esiste modo di scampare il maltempo…Non è tutto l’anno,
infatti; ma solo in certi periodi. Al massimo 3- 4 mesi l’anno e non lo fanno
tutti. Quindi è rarissimo che ci sia riposo a mare.
(I., 25)
A. Di notte manco si dorme…perché quando ci sono li pisci
bisogna lavorare. A 24 ore si può dormire ogni tanto 6 ore, ogni tanto due ore,
ogni tanto un’ora…ma non è che sono tutte assieme! Si può pigliare una volta
qualche due ore di sonno, appresso un’ora di sonno…non è che si dorme, si
lavora sempre! E quando si tratta di scartare il pesce e la rete è a mare, se
resta un’ora si va a dormire…se non resta niente, si va a lavorare!
P. Mentalmente com’è?
A. Mentalmente è duro, è pesante! E’ duro… sia per la
mancanza - che manchi assai- sia per il lavoro in sé stesso…
P. Dove ha imparato l’italiano?
A. Sul lavoro. All’inizio parlavo
francese. Diciamo che ho la seconda superiore, ma ho studiato inglese, francese
e arabo. Poi qui sulla televisione ho imparato l’Italiano. Leggo pure il
giornale assai…per questo ho imparato. Quando ci sono telegiornali, noi
ascoltiamo telegiornale italiano. All’inizio un po’ difficile, però…Mi facevo
capire “a mano”, coi gesti….In due anni parlavo bene.
P. Non era un problema sul lavoro il
fatto di parlare male o non parlare per niente l’italiano?
A. No, il lavoro lo stesso si può fare. Il lavoro…vedi
quello che devi fare, senza che nessuno ti dice che lo devi fare. Se il posto è
vuoto, si vede…Poi a scartare pesce non c’è problema. Ma se vuoi avere contatti
con gli italiani, te lo devi insegnare…
(A., 32)
Il silenzio, dunque. Che è il contraltare del rumore, quello
dei motori. La vita a bordo è parca di parole e ricca di lavoro. Il grido, in
quei momenti, è la cosa più vicina alla parola. Serve a ordinare, molto più
raramente a scambiare pensieri. Sono sporadici i momenti in cui è possibile
dialogare, ma quando accade avviene più spesso tra connazionali che con
membri italiani dell’equipaggio.
Questo ha a che fare con la composizione dello staff di
bordo. I marinai semplici – coloro cioè con cui si sta più vicini e con cui è
più agevole parlare – sono infatti in massima parte tunisini. Il
resto dell’equipaggio, costituito dagli “ufficiali” (motoristi e comandante), è italiano. Questo non
significa tanto che vi sia una rigida divisione spaziale e di ruoli tra i due
livelli gerarchici – il secondo motorista può infatti benissimo pulire il pesce
assieme ai pescatori o aiutare a cucire le reti – ma la disposizione a parlare
è differente. La profondità del dialogo in quei pochi istanti è diversa.
C’entra la lingua, ma anche i reciproci atteggiamenti:
12°
P. Le capita mai di discutere di
cose personali con qualche marinaio tunisino? Passate tanto tempo insieme…
G. Sì, di cose intime si parla specialmente delle usanze
che hanno a Tunisi, nella Tunisia e noi a volte facevamo lo stesso. Perché
hanno usanze diverse da quelle di noi altri, con il sesso, con le cose…Sempre
la stessa la cosa è, però…Venendo qui diventano come marinai come i mazaresi,
qualcuno s’impara…Prima nessuno sapeva rattoppare le reti, ora ce ne sono che
lo sanno fare… Hanno un altro tipo di mangiare, di vivere, di vestire pure,
però come noi altri ce ne sono…però pochi. Un italiano in Germania? E’ la stessa
cosa! Non è uguale ad uno svedese, sono diversi. Anche sul mangiare sono
diversi. Ad esempio, carne di maiale non ne mangiano. Qualcuno dice: “sono in
Italia e me la mangio!”.
(G., motorista,
italiano, 60)
13°
P. Lei passava venti giorni a mare con i tunisini.
Non capitava di averci scambi “profondi”, di parlare?
M. Sì, perché poi, quando sono passati gli anni
’60-70, hanno imparato a parlare come parliamo noi. C’era lo scambio di
parlare, ma sono sempre gente, come potremmo definirli? “Arabi”! Sono
“arabi”…Non si può dare fiducia nel 100%, anche se non si può dire che sono
tutti uguali! Dell’erba non si può fare tutto un fascio! La maggior parte sono
gente…
P. Ma che significa più precisamente? Non si può, ad
esempio, parlare bene con loro? Stringere facilmente un rapporto?
M. Parlare, parlano sempre! Non mantengono mai la parola.
Al lavoro, se c’è un orario da rispettare non lo rispettano mai!
(M., motorista, italiano, 57)
14°
P. Cosa intende quando dice che hanno “un altro stile
di vita?”
A. Loro sono tunisini, giusto è? A volte loro accendono
la radio ed è tutta musica araba, mentre noi mettiamo musica italiana.
Ecco…Però sul mangiare, si sono abituati come noi.
(A., motorista, italiano, 59)
Ritorna spesso nei resoconti degli italiani sulle loro relazioni con i
colleghi tunisini l’idea di una diversità irriducibile, legata alle pratiche
lavorative e sociali. Quell’espressione, “sono arabi”, impiegata da M. nello
stralcio d’intervista n. 13, è molto eloquente. Riassume una considerazione
molto diffusa sulla supposta natura dei tunisini: il tunisino come soggetto al
contempo altro e inaffidabile.
Questo giudizio investe la dimensione professionale dei tunisini e potrebbe
non intaccare le altre sfere di cui si compone la persona dello straniero nel
suo complesso. Una persona, infatti, in un’ottica post-convenzionale si compone di
molti strati. Il modo di guardare ad essa può non essere integrale e fare
riferimento di volta in volta ai molti ruoli che la persona riveste nel corso
dell’esistenza. Il giudizio sul lavoratore può essere diverso da quello
sull’individuo, inteso come padre, marito o addirittura come essenza. Ma perché
ciò avvenga è necessario conoscere i differenti ruoli che la persona incarna, vederli. Il fatto che
l’unico ruolo conosciuto – tra i tanti interpretati da ciascun marinaio
tunisino – sia quello di collega e di lavoratore, fa piuttosto in modo che i
pareri poco lusinghieri sulla sua professionalità non si limitano a investire
solo la suddetta dimensione, ma intacchino la persona nel suo complesso. Il
lavoratore, in altri termini, diviene in qualche modo la persona. Poi, per un
processo che potremmo definire di generalizzazione e associazione – il giudizio
espresso sulle persone diviene estensibile a quella categoria di stranieri (quel gruppo etnico) in generale.
L’idea che i tunisini siano altro e dunque rappresentino un gruppo contrapposto è un concetto, oltre che
diffuso, anche ampiamente strutturato nelle rappresentazioni dei membri
italiani degli equipaggi. Ed è anche una considerazione gravida di conseguenze
per le relazioni a bordo.
15°
D.
Sono cambiati nel tempo i rapporti tra i tunisini e gli italiani? E’ diverso
oggi dai primi anni del loro arrivo?
G. Hanno preso un po’ di potere in
più rispetto a prima! Ora comandano loro, si può dire. Il tunisino è un tipo
sospettoso per natura. Questo tipo di carattere che hanno, ha portato in un
primo tempo che ti guardavano con sospetto. Quando hanno raggiunto la parità –
sì che noi li abbiamo trattati sempre alla pari, non c’è mai stata
discriminazione, le parti sono uguali, anche il comportamento a bordo…Io ho
avuto dei secondo-motoristi tunisini e li ho trattati sempre come se fossero mazaresi.
L’importante è che fanno il loro lavoro. Però loro hanno sempre…nel momento in
cui è uno è O.K., nel momento in cui è più di uno c’è sempre quello che vuole
comandare. Allora quello che vuole comandare assoggetta gli altri…Si formano
piccoli clan, c’è quello che vuole comandare, che dice tu questo non lo fare,
tu fai questo…Ecco, si è arrivati a questo punto! Oppure se io da direttore di
macchina dico “prendi quella marmitta e spostala”, allora quello mi dà
un’occhiata e dice “no, io quello non lo faccio!”. Ormai la pesca i nostri
figli non la vogliono più fare, perché hanno visto i nostri disagi, le paghe…si
lavora tanto e si porta a casa niente.
(G., motorista,
italiano, 60)
16°
F. Una cosa che non sopporto dei tunisini è che sono
gelosi…voglio dire quando ti devono rispondere, ti devono insultare, lo fanno
in arabo. Così non lo capisci…Sono gelosi, vogliono parlare strettamente arabo,
magari arabo e per giunta dialettale, così tu non puoi mai capire. Sono gelosi
del loro linguaggio. Che vogliono mantenere la loro cultura, è normale.
E’ come se io vado in Francia, ad esempio, parlo italiano oppure siciliano…Però
se si deve discutere una cosa, se a loro conviene parlano italiano. Se a loro
non conviene parlano arabo oppure dicono “non capisco…”.
D. Lei parlava di clan che si formano a bordo. Ma tra gli
italiani si formano pure i clan?
F.. Gli italiani non abbiamo clan…Se il capitano dice
“s’ave ‘a calare a rizza”, si cala ‘a rizza!
D. Mi fa capire quale tipo di lavoro
il tunisino dovrebbe fare e si rifiuta di fare?
F. Diciamo le cose
normali…scartare il pesce nel senso di selezionarlo, pulirlo, metterlo nelle
cassette. Questo è il compito che
devono fare…e magari noi caposervizio lo facciamo. Io ad esempio se devo andare
a mettere a posto una cassetta di gamberi lo faccio pure, non è che…Invece loro
capita che c’è maltempo e siamo in una zona che si può pescare, loro si
rifiutano. Addirittura noi diciamo “pigliano la rizza e la mettano a murata”,
nel senso pigliano la rete e non la vogliono più buttare a mare. Una specie di
ammutinamento…
(F., motorista, italiano, 43)
17°
P. Sono bravi i marinai tunisini?
P. I marinai tunisini che fanno lavori manuali, tutti lo
sanno fare. Per quanto riguarda la pesca, la barca deve pescare, ci sono le
attrezzature, se la deve sbrigare il capopesca. Deve sapere come si devono fare
le reti, come devono funzionare, le reti più adatte…deve sapere cucire…La
maggior parte non era capace di nulla, però stanno imparando. Alcuni fanno i capopesca…ma
sono pochi. Stanno sulle barche più scadenti e saranno una decina. Secondo
motorista ce ne sono alcuni, ma pochi pure qua.
(P., motorista, italiano, 50)
18°
P.
C’è una differenza tra la prima stagione di arrivo dei tunisini e quella
attuale, nel modo in cui voi vi rapportate a loro?
M. Oggi non si può più parlare…cioè, un mazarese non può
più parlare! Perché a bordo ce n’è 3-4, comandano loro! “Comandano”…diciamo che
hanno più voce in capitolo!
P. In che modo “hanno più voce in capitolo”?
M. Sono la maggioranza…Prima quando ce n’era uno su un
peschereccio, si poteva dominare. Ora ce n’è 3-4…
P. Ma che pretese hanno, ad esempio?
M. Non è che hanno pretese di guadagno…perché un tunisino
è un pescatore e prende “una parte”. Le pretese sono sul pesce, sul tipo di
lavoro, su come si deve fare…
P. Vuol dire che impongono il loro modo di lavorare?
M. Impongono…proprio così, impongono!
P.
Vuol dire che ci sono differenti modi di pescare, di lavorare? Un modo italiano
e un modo tunisino? E che il conflitto è su questo modo di lavorare?
M. Ma dovuto a questo fatto, che non c’è più il pescatore
locale. Sono tutti loro!
P.
Ma lei, da professionista, trova delle differenze nell’abilità dei pescatori
italiani e in quella dei tunisini?
M. Nell’abilità il pescarese è sempre superiore, solo che
non c’è più! I tunisini poi portano solo lavoro manuale, perché i
professionisti sono qua. Quella che portano loro non è una tecnica di pesca: è
un lavoro manuale…Vogliono comandare su quel lavoro manuale che portano loro,
punto e basta! E siccome c’è bisogno, allora si lascia passare.
(M., motorista, italiano, 57)
Si comprende allora che quello che presenza tunisina
genera a bordo è la percezione di una messa a repentaglio dell’identità del gruppo
italiano. Questi ultimo, infatti, interpreta tradizionalmente un ruolo egemone.
Gli italiani sono, per così dire, i “padroni del vapore”. Detengono i mezzi e
il saper fare, oltre che uno status superiore nella gerarchia di bordo (essendo
loro nella gran parte “ufficiali” e gli altri “ciurma”). Nel momento in cui i
tunisini rifiutano di eseguire certi ordini o – peggio ancora – tentano imporre
il proprio modo di lavorare, mettono in discussione ordini ed equilibri
consolidati, che si fondano: a) sull’appartenenza e l’origine; b)
sul principio di ubbidienza; c) sul “saper fare”; d)
sull’egemonia (tocca agli italiani stabilire cosa e come fare).
Ancora, l’identità scalfita degli italiani sui pescherecci non manifesta il
proprio disappunto facendo valere i diritti derivanti dall’origine; piuttosto
avanza una serie di altre ragioni, che hanno comunque per esito l’“inferiorizzazione”
dell’altro. I conflitti nei luoghi di e attorno al lavoro
divengono così un modo alternativo di dire che lo straniero minaccia l’ordine
tradizionale. La successione di espressioni impiegate dai motoristi sembra
mostrarlo con chiarezza. Quello che M., nello stralcio n. 18, suggerisce
con poche battute è una rappresentazione che sottintende una visione
dell’immigrazione come invasione (“a bordo ce ne sono tre-quattro…comandano
loro”), come minaccia (“vogliono imporre il loro modo di fare”) e si
accompagna ad una svalutazione dell’abilità professionale degli altri (“I
tunisini poi portano solo lavoro manuale, perché i professionisti sono qua”).
La sensazione che abbiamo ricevuto svolgendo le interviste nella sede
dell’Associazione Motoristi è che tali giudizi generino un’adesione pressoché
unanime in questa classe di operatori, attraversando longitudinalmente le varie
generazioni di tecnici di bordo.
Una percezione di questo tipo difficilmente non genera reazioni, tentativi di
neutralizzare il pericolo.
Secondo
I.:
succede che l’armatore mette la
pulce sia nell’orecchio del capitano che dei marinai…
D. Che
“pulci”?
I. Allora, quello che è accaduto a
me personalmente…Che succede: il datore di lavoro fa, come te lo posso dire, il
“protettore”…dice “guarda, quello è un razzista. Lascialo perdere…quando
succede qualcosa, dillo a me”. Invece quando va dal capitano – questo è per
esperienza successa e vissuta – gli dice:“imponi loro di lavorare, non farti
condizionare dal loro modo di pensare, falli lavorare da schiavi…!”. Cioè è una
pulce messa sia nell’orecchio dell’uno che nell’orecchio dell’altro. Allora,
automaticamente, se il capitano fa lavorare come una bestia il tizio e il
datore di lavoro dice a Tizio che il capitano è un razzista, te che pensi?
D. Che è un
razzista…!
I. Che è un razzista perché, porca
miseria, mi fa lavorare come una bestia…allora è un razzista! Anche se non
c’entra niente, anche se il suo motivo è stato dato da un ordine superiore al
suo…
D. Però mi sfugge
l’utilità di questa condotta…
I. L’utile è molto semplice! Automaticamente quando la
barca va in mare e il datore di lavoro ordina al capitano di non rientrare
prima dei trenta giorni e in barca c’è veramente una fiducia tra il capitano e
i marinai, fra tutto l’equipaggio, automaticamente si viene l’uno incontro
all’altro. Ad esempio, io c’ho un motivo mio familiare dovrei rientrare
prima…il capitano dice una volta tanto un favore si fa e allora si
rientra…Succede, è successo un sacco di volte! Un favore si fa. Una volta vengo
incontro io a te e una volta tu a me…è un modo di lavorare che io penso sia
davvero positivo. Per il datore di lavoro, che la barca rientra un giorno prima
in porto è una dannazione! Non entra denaro…è vero, non è che non è vero. Ma è
veramente uno sfruttamento altissimo e lui se ne approfitta. La convenienza è
per lui, mica per gli altri. Per quanto riguarda il capitano, fa il suo
lavoro…per quanto riguarda il pescatore, pensa di avere problemi con tutti…Ad
esempio, che pensi di una persona che sia razzista nei tuoi confronti, te che
fai? Piano piano ti allontani; anche se chiede un favore cerchi anche di non
farglielo. Piano piano, c’è un disagio. Alla fine, anche se all’inizio eravate
un poco uniti, vi separate…Questa è una convenienza, che per quanto riguarda
quest’ambito, del datore di lavoro. Per quanto riguarda altri ambiti…ad
esempio, come te lo posso spiegare…
D. Ma non converrebbe anche all’armatore avere una squadra
unita? Tutte le organizzazioni cercano un ambiente unito, di solito…
I. Non è così semplice da capire,
lo…ma la convenienza c’è! La barca basta che stia in mare, lavora…stai sicuro
che lavora! I disagi anche se ci saranno tra capitano, tra pescatori
stessi…quello che conta è che la barca sta in mare! Perché tanto se pesca cento
chili di pesce è sempre meglio che niente…Alla fine quello che conta è che la
barca lavora. Automaticamente se c’è un disagio tra equipaggio ognuno si prende
il posto suo e nessuno rompe e si continua ad andare avanti. Automaticamente,
quando te arrivi dal datore di lavoro, dici questo è il guadagno che ha
ricavato lui e lui ti dice che abbiamo preso tot e questo non c’è più…Se il
gruppo è compatto si ribella o non si ribella?!
D. Penso che si ribelli…
I. E allora se il gruppo non è
compatto…?
D. …ognuno tira per sé!
I. Vedi, questo è un esempio pratico…E
non te lo dico io da pescatore, te lo possono dire tutti che il ricavato non è
mai quello che ti dice l’armatore. Se il gruppo è compatto succedono sempre
problemi per l’armatore.
(I., 25, tunisino)
[seduti al bar con H.] A bordo io sto con gli italiani.
Con la gran parte dei tunisini non riesco a parlare. Sono di altre zone:
è come per voi tra nord e sud. Dici se i tunisini e gli italiani hanno contatti
sulla barca… io penso di no e secondo me la colpa è più dei tunisini. Però è
vero che gli italiani più vecchi sono razzisti, anche se non tutti [ci
indica un italiano anziano che si avvicina e si scambiano saluti in modo
affabile], mentre i giovani sono più spesso tranquilli. [Indica un uomo
distante] Vedi quello lì? È un capitano: il più grande razzista di Mazara.
Come capitano è bestia. Ci sono stato imbarcato tre mesi. Magari chiede
consiglio al marinaio tunisino imbarcato da vent’anni, ma poi lo tratta
malissimo e gli fa fare una vita impossibile.
(H., 32, tunisino)
Al ruolo interpretato dagli attori di bordo si
associa dunque quello invisibile, ma non per questo privo di effetti, di una
terza figura: l’armatore. Quest’ultimo agirebbe assegnando due diversi e
contraddittori mandati ai suoi agenti, tendenti ad esacerbare le differenze e
massimizzare le spinte contrastanti derivanti dai ruoli interpretati a bordo:
ossia, esercitare autoritariamente il potere derivante dal grado nel caso dei
sovra-ordinati e agire col massimo grado di libertà in quello dei marinai. In tal modo si ridurrebbe la
possibilità che comando e forza-lavoro suggellino “alleanze” tra loro, a
detrimento della permanenza in mare e della quantità di pescato.
Una siffatta gestione delle relazioni a bordo,
troverebbe ragioni in alcune semplici considerazioni. In primo luogo,
nell’assenza dell’armatore – ossia del padrone – dal luogo dove si svolge
effettivamente il lavoro. I suoi dipendenti – ufficiali e semplici marinai –
lavorano fuori dal suo sguardo e a stretto contatto l’uno dell’altro.
Ancora, il lavoro a mare si svolge talvolta in
condizioni di elevato pericolo e, più spesso, di ingente stress. La
condivisione permanente di uno spazio e di situazioni critiche possono generare
– specie in presenza di buone leadership – comunità molto coese e
solidali al loro interno. Tanto più che – almeno in una certa misura – la
natura del lavoro e gli elementi “ambientali” (senso di isolamento, assenza della
e dalla famiglia, stanchezza fisica…) tendono ad avvicinare tra loro
le finalità, le aspirazioni e i bisogni degli individui, a prescindere dal
grado e dai ruoli ricoperti.
Tale comunanza d’intenti potrebbe tradursi per i
responsabili dell’ordine in atteggiamenti comprensivi nei confronti di
comportamenti lassisti o, semplicemente, non-economici (perché fondati su
considerazioni personalistiche e affettive, anziché di massimizzazione
dell’utile).
L’armonia a bordo, d’altronde, non è indispensabile
per assolvere la prima, fondamentale funzione che giustifica la navigazione.
Nel tipo di pesca praticata dalla flotta mazarese, infatti, è implicita una
certa passività. Buttata la rete, bisogna solo attendere di recuperarla. La
pesca di queste barche è, insomma, più simile alla raccolta che alla caccia.
Ciò che importa è “mettere il pesce in barca”. Tutto il resto conta, ma è
secondario rispetto a questa prima, elementare funzione.
Tale prospettiva interpretativa lascia probabilmente
degli spazi oscuri e può anche risultare insoddisfacente, ma – al di là della
sua validità – ci pone dinanzi a un fatto “oggettivo”: la rilevanza del sospetto
come pratica relazionale.
L’interpretazione che abbiamo fornito sinora,
infatti, nasce a ben pensare proprio da un sospetto. Precisamente da quello
espressoci da I., secondo il quale gli armatori suggeriscono cose
contraddittorie a differenti persone. Quest’atteggiamento “guardingo”
caratterizza non solo la vita a mare, ma anche quella in città. Di più, in base
alla nostra esperienza di ricerca nelle aree del Centro Italia, esso
sembrerebbe caratterizzare le comunità immigrate in quanto tali. Intendiamo
dire che, con gradazioni e per ragioni diverse, le relazioni degli stranieri –
tanto con altri stranieri, quanto con gli italiani – nascono sempre all’insegna
del sospetto. È una sorta di paradigma o, se si preferisce, di economia
relazionale. L’apertura nei confronti degli estranei, lo scambio di confidenze,
la manifestazione d’intenti personali piccoli e grandi, avvengono di solito
dopo un periodo di lunghezza variabile speso a valutare l’attendibilità
dell’estraneo.
Questa è per un immigrato una misura di sicurezza
valida ovunque, che in un contesto precario come quello di Mazara diventa più
che mai conveniente osservare. All’origine di questa forma precauzionale sta
l’idea che la povertà, la scarsità di risorse, il continuo oscillare tra
regolarità e irregolarità rende le persone ricattabili. Non a caso, una delle
figure con cui impara a confrontarsi chi arriva nella casbah è quella
dell’“infame”, di colui che cede notizie alla polizia o ai temutissimi agenti
del consolato tunisino, in cambio magari di un Permesso di soggiorno. Figure
insospettabili alla vista, vengono facilmente tacciate di essere spie. Nessuno
fa per questo male a loro, ma molti alla comparsa di tali personaggi prendono a
sviare il discorso o abbozzare un saluto per voltarsi dall’altra parte. I
discorsi politici sono attentamente evitati in presenza di persone non troppo
conosciute e un rapido cenno del capo blocca chi, in modo sprovveduto, inizi un
discorso che non si reputa sicuro sostenere in quel momento.
Sono diffuse da una parte la sensazione di essere
controllati e dall’altra quella di poter essere costantemente raggirati. Nei
rapporti di lavoro, poi, quest’ultimo timore è forte. In campagna come a mare,
gli stranieri sono estremamente minuziosi nel segnare ad esempio gli orari di
inizio e di fine lavoro, nel conteggiare le cifre da chiedere per una
prestazione o da pattuire. Questo pregiudizio riguardante i rapporti di lavoro
spesso viene malamente dissimulato e si traduce in una sorta di aggressività
contenuta che non manca di essere recepita dagli interlocutori e di
condizionare le relazioni.
In questo modo, non è raro che al ritorno dalle
battute di pesca sorgano dissapori sui compensi e sui ricavati. Le accuse
possono fioccare e per questo motivo sono frequenti gli avvicendamenti a bordo,
i quali molte volte non risolvono i problemi ma innescano solo un nuovo circolo
che ha buone probabilità di concludersi con una ulteriore dipartita.
Marinai a Mazara. Una classe privilegiata?
Per le questioni di
metodo, cfr. a. giddens, Nuove Regole del metodo
sociologico, Il Mulino, Bologna, 1979; H. Schwartz, J. Jacobs, Un metodo
nella follia, Il Mulino, Bologna, 1987; F. Leonardi, Contro l’analisi
qualitativa, Sociologia e ricerca sociale, n. 35, 1991, pp. 3-29; G. Statera
, Il mito della ricerca qualitativa, sociologia e ricerca sociale, n.
39, 1992, pp. 5-28; E. Campelli , Il metodo e il suo contrario, Angeli,
Milano, 1994; C. Cipolla , A. De Lillo (a cura di), Il sociologo e le sirene,
Angeli, Milano, 1996; D. Silverman (a cura di), Qualitative Research. Theory,
Method and Practice, Sage, London, 1997; M.I. Maciotti (a cura di), La
ricerca qualitativa nelle scienze sociali, Monduzzi, Bologna, 1997; F. Neresini
(a cura di), Interpretazione e ricerca sociologica. La costruzione dei fatti
sociali nel processo di ricerca, Quattroventi, Urbino, 1997; L. Ricolfi (a
cura di), La ricerca qualitativa, NIS, Roma, 1997; N. Denzin , Y.
Lincoln, The Landscape of Qualitative Research: Theories and issues, Sage,
London, 1998; Melucci A. (a cura di), La sociologia riflessiva, Il
Mulino, Bologna, 1998.
V., B. Malinowsky, Teoria
scientifica della cultura e altri saggi, Feltrinelli, Milano 1962; C. Levi-Strauss,
,Antropologia strutturale, Il saggiatore, Milano, 1966; C. Ginzsburg,, Occhiacci
di legno. Nove riflessioni sulla distanza, Feltrinelli, Milano, 1998; E.
Colombo, cit., 2001.
Su questa accezione di pluralismo culturale, cfr. J. Rex, La sociologia politica
di una società multiculturale: l’esempio britannico, in T. Bonazzi, M. Dunne, Cittadinanza
e diritti nelle società multiculturale, Il Mulino, Bologna, 1994, 121-22.
Cfr. I Diamanti (a cura di), Immigrazione e cittadinanza in Europa,
“Quaderni FINE”, Collana osservatori, n. 3 – febbraio 2001. Il sociologo parla
più genericamente di immigrati dai paesi in via di sviluppo e dai Balcani,
procedendo – come affermato esplicitamente – per generalizzazioni di uso corrente.
Allo stesso modo, crediamo di poter affermare che le due etnie –
rispettivamente filippina e albanese – incarnino nell’immaginario collettivo
due diversi modelli d’integrazione. Parrebbe dimostrarlo anche il fatto che gli
uni – i filippini – si trovino nelle nostre case, in veste ad esempio di
domestici, più frequentemente di quanto accada agli altri, e che questi ultimi
– per la ben nota selettività giudiziaria svelata da S. Palidda (La devianza
e la vittimizzazione, in Fondazione Cariplo – Ismu (a cura di), Terzo
Rapporto sulle Immigrazioni 1997, Milano, 1998) – compaiano tra le etnie
nei confronti dei quali le azioni di denuncia sono più numerose.
Gli studi di E.S.Lee, A Theory
of Migration, “Demography”, 3,1, 1966 e di M.P. Todaro, International Migration in Developing Countries. A Review of Theory.
Evidence, Methodology and Research Problems, International Labour Office, Geneva,
1976, possono essere indicati come due capisaldi dell’approccio razionalista
alle migrazioni.
Sulla valenza assunta dal termine
“diaspora” – intesa come comunità di stranieri che risiedono lontano dal
luogo di origine e che producono forme di identificazione spesso diversificate
e contraddittorie – cfr. R. Gallissot, A. Rivera , Maghrebini d'Europa: le
invenzioni di una diaspora, in "Inchiesta" XXVI, n. 113,
luglio-settembre 1996; C. Saint-Blancat (a cura di), L'Islam in
Italia. Una presenza plurale, Edizioni Lavoro, Roma, 1999.
L’atteggiamento delle
forze dell’ordine rispetto ai semi-irregolari e ai clandestini è complesso e
meriterebbe maggiori approfondimenti. Non è corretto dire che la polizia qui
sia maggiormente tollerante rispetto a quella di altre zone (v. S. Palidda,
cit., 1998); piuttosto bisognerebbe dire che ferma molto meno gli
stranieri per il solo fatto che lo siano. In questo modo gli irregolari, e
anche i clandestini tout court (a condizione che abbiano superato i
controlli allo sbarco), hanno maggiori possibilità di permanere nel territorio
senza imbattersi in fermi e verifiche dei documenti. Non mancano comunque
episodi di benevolo atteggiamento da parte delle forze dell’ordine, che in
taluni casi indulgono sulla parziale mancanza dei requisiti al momento di
controllare i fermati o in quello di rilasciare i Permessi, così come sono
presenti comportamenti al limite dell’abuso di potere (e a volte molto oltre
quel limitare).
Come sembrerebbe dimostrare il fatto che
a Torino i tunisini risultano titolari di 326 imprese, pari al 20,6% del totale
di quelle stranieri presenti in città, con una distribuzione in pressoché tutti
i settori d’attività. Cfr. E. Reyneri, M. Ambrosini, Il mercato del lavoro,
in G. Zincone (a cura di), Secondo rapporto sull’integrazione degli
immigrati, Il Mulino, Bologna, 2001
Formato per la citazione:
Pietro Saitta, "Gabbie d’acqua e diffidenza", terrelibere.org, 26 aprile 2008, http://www.terrelibere.org/doc/gabbie-dacqua-e-diffidenza
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