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Sei idee false sulla globalizzazione

Falsità e luoghi comuni sulla globalizzazione

 

 

La globalizzazione è entrata a far parte delle discussioni quotidiane di ampli settori di popolazione. Nonostante si tratti di un fenomeno complesso, la cui conoscenza è ancora assai distante dall’essersi esaurita, in America Latina sembra predominare l’idea che la globalizzazione sia qualcosa di straordinariamente potente, che obbliga i paesi ed i rispettivi abitanti ad agire in una maniera che non lascia alternative. Identificata generalmente con l’emancipazione dai legami e dalle rigidità del passato, essa sembra implicare allo stesso tempo la riduzione drastica del margine delle opzioni politiche: esistono cose che non si possono fare più, ed altre che devono essere fatte inevitabilmente, da parte della globalizzazione.

 

Questo discorso, euforico e determinista, si basa su un insieme ridotto di semplici affermazioni che sono assunte come verità che si evincono da sole; il metterle in discussione è considerata la migliore prova dell’ignoranza, ed anche della stupidità, di chi azzarda i suoi dubbi.

 

Esposte in modo assai sintetico, queste affermazioni sono le seguenti:

 

·         La globalizzazione è un fenomeno nuovo.

·         Si tratta di un processo omogeneo.

·         È, allo stesso tempo, un processo che omologa: grazie alla globalizzazione tutti saremo, prima o poi, uguali ed in particolare noi latinoamericani saremo uguali in sviluppo, cultura e benessere ai nostri vicini del nord e dell’Europa.

·         Conduce al progresso ed al benessere universale.

·         La globalizzazione dell’economia conduce alla globalizzazione della democrazia.

·         La globalizzazione causa la sparizione progressiva dello Stato, o perlomeno una perdita di importanza di questo.

 

Nel loro insieme, queste affermazioni costituiscono il nucleo di ciò che possiamo definire l’ideologia della globalizzazione. Si tratta di una ideologia conservatrice che occulta la realtà per inibire la volontà di cambiarla. Come ogni ideologia conservatrice, essa guarda il mondo d’accordo ad una determinata configurazione del potere, che cerca di preservare e consolidare. Si presenta così come necessaria ed inevitabile una configurazione contingente della realtà, e come risultato della dinamica immanente della tecnica ciò che in realtà è il prodotto di particolari decisioni funzionali ad obiettivi ed interessi specifici. La dinamica egoista del mercato e la ricerca del guadagno pecuniario, al di sopra di qualsiasi altra considerazione, sono esaltate come la realizzazione della ragione e del progresso, postulando come un avanzamento verso la modernità, e incluso la “postmodernità”, ciò che in molti aspetti è un ritorno alle modalità più perverse e depredatrici del capitalismo del diciannovesimo secolo.

 

Ciò che è enunciato da questa ideologia è accompagnato generalmente da riferimenti ambigui e confusi alla fine del secolo scorso ed al nostro ingresso nel terzo millennio. La spettacolarità di queste allusioni contribuisce addizionalmente a confondere gli ascoltatori sprovveduti; l’impatto che si perda l’opportunità di entrare dalla porta grande della globalizzazione in altri mille anni di storia è abbastanza forte, incluso, per mettersi a pensare che nessuno di noi sarà vivo alla fine del secolo per verificare, con il beneficio dell’esperienza, la plausibilità delle affermazioni enunciate in nome delle prossime cento decadi.

 

Sfortunatamente non sarà necessario attendere tanto. Le affermazioni che integrano questa ideologia conservatrice non sono avallate né dalla storia né dall’osservazione del presente; al contrario, quando sono verificate nella realtà, la maggioranza di esse ne viene snaturata, o per lo meno, tanto fortemente delimitata, da perdere ogni validità. Per dirlo schiettamente: queste affermazioni sono errate. Quello della globalizzazione è un processo, o ancora meglio, un insieme di processi, che si è sviluppato con accelerazioni e decelerazioni nel corso degli ultimi cinque secoli.

 

Questi processi hanno dinamiche e ritmi diseguali, e il loro effetto congiunto è profondamente diversificante tanto all’interno degli spazi economici nazionali e regionali, quanto all’interno delle regioni del mondo. Date certe condizioni legate ad un insieme ampio di fattori socioeconomici, culturali e politici, la globalizzazione può abbondare di opportunità di maggiore benessere sociale, progresso tecnico e sviluppo economico; in altre condizioni però, può generare effetti esattamente opposti e vere catastrofi.

 

Normalmente, gli uni e gli altri effetti sono stati, e continuano ad essere, strettamente relazionati. La globalizzazione è una dimensione del processo plurisecolare di espansione del capitalismo sin dalle sue origini mercantili in alcune città d’Europa nei secoli XIV e XV. Come tale, essa è parte integrale di un modo di organizzazione economica e sociale profondamente disuguagliante, basato sullo sfruttamento degli esseri umani e sulla depredazione della natura: un modo di organizzazione sociale ed economica che associa il progresso di alcuni con la sventura di molti; il successo con i fallimenti; l’abbondanza con l’impoverimento. Il dibattito intorno alla tappa odierna dello sviluppo della globalizzazione deve realizzarsi, pertanto, nel contesto della fase contemporanea di sviluppo del capitalismo.

 

Una delle caratteristiche maggiormente sottolineate dall’approccio euforico e leggero della globalizzazione è la sua non-storicità. La globalizzazione come processo e la globalità come effetto sono presentate come una specie di gigantesca ed indefinita nebulosa che cinge tutto in maniera ineluttabile ed irreversibile e che incontra in se stessa la fonte e la ragione della sua dinamica: una vera illusione.[1] L’atteggiamento non è nuovo e piuttosto sembra un tratto ricorrente in alcuni settori intellettuali, sempre proclivi al consumo indiscriminato e irriflessivo delle offerte della moda. Il pericolo di questa propensione è noto. 500 anni fa il fascino per la novità degli specchietti e delle perline colorate causò non poche tribolazioni agli ospitali americani; entusiasmati dai luccichii e dai riflessi, essi non si resero conto che dietro arrivavano gli archibugi. Né l’ignoranza né l’ingenuità, che vengono utilizzate generalmente per spiegare l’inganno di allora, possono essere invocate onestamente a beneficio di coloro che fanno sfoggio oggi di un equivalente fascino frivolo per le ultime novità della modernità finanziaria.

 

Altra caratteristica dell’ideologia conservatrice della globalizzazione è la sua confusione tra metafore e realtà. Il ricorso alla metafora per dissimulare gli aspetti della realtà che mettono in discussione la legittimità del dominio delle élite è cosa antica; senza andare assai lontano nel tempo, ricordiamo le figure retoriche del “contratto” e della “mano invisibile”, agli inizi della civilizzazione borghese, per occultare le lotte sociali ed i profondi conflitti, sulle quali lo Stato e il mercato si appoggiavano. La globalizzazione suole essere presentata, ad esempio, come una nuova versione del “treno della storia” su cui dobbiamo salire, se no, in caso contrario, resteremo giù per sempre, guardando come ci sfugge il progresso.          

 

La discussione che segue viene realizzata da una prospettiva che ha come referente principale l’America Latina. Il modo in cui l’ideologia conservatrice della globalizzazione mistifica le situazioni e i processi di altre aree del mondo ricade, per limiti propri dell’autore, fuori dalla portata di questo saggio. Dato che la globalizzazione è, prima di tutto, un processo economico e politico, la discussione presta particolare attenzione a queste dimensioni.

 

 

 

Confutazione delle proposizioni

 

 

Prima idea falsa: La globalizzazione è qualcosa di nuovo.

 

L’idea dimostra poca conoscenza della storia economica, incluso della storia economica del capitalismo. Contrariamente a quanto si afferma, la globalizzazione è un processo di sviluppo plurisecolare. Esso ha origine in Europa intorno ai secoli XV e XVI come dimensione particolarmente dinamica del capitalismo e come effetto della sua vocazione espansiva.[2] È stato affermato come non vero che le economie e i mercati precapitalisti presentarono forti tendenze al dinamismo commerciale, questione che ha permesso a Frank,[3] ad esempio, di esporre la tesi di un inizio molto anteriore dei processi di globalizzazione. È indiscutibile, tuttavia, che gli sviluppi tecnici in alcune città europee (tecniche di navigazione e di orientamento, ad esempio) e la loro applicazione al commercio, diedero alla globalizzazione capitalista una spinta e prospettive senza precedenti, che le permisero di proiettarsi sugli spazi occupati dalle modalità precedenti o non europee di espansione. In particolare, l’annessione dell’America all’economia europea, e la conseguente formazione di una “economia atlantica”, hanno costituito un punto di flessione di rilevanza indiscutibile.[4]

 

Stiamo parlando di un  processo che si estende per lo meno durante 500 anni. La globalizzazione è un processo legato intimamente allo sviluppo del capitalismo come modo di produzione intrinsecamente espansivo relativamente a territori, popolazioni, risorse, processi ed esperienze culturali. Nel secolo XVI la dinamica espansiva del capitalismo europeo, associata al nuovo spirito intellettuale e politico dell’epoca, diede impulso all’apertura di nuove frontiere per i processi metropolitani di accumulazione. Lo sviluppo della scienza e la sua applicazione alla produzione hanno favorito la conquista di nuove fonti di materie prime e di prodotti di consumo voluttuario, così come l’implementazione politica in territori le cui popolazioni furono inserite in questa prima ondata di globalizzazione attraverso la via dell’assoggettamento coloniale e della mutazione culturale. In un tipico schema di intercambio disuguale, le loro risorse e le loro vite passarono a far parte dell’economia, della politica e della cultura ambientate in Europa, e queste ultime iniziarono a dipendere dalle risorse delle aree coloniali. La prima rivoluzione industriale, alla fine del secolo XVIII, diede un rinnovato dinamismo a questo processo; la massiccia produzione di minerali, risorse forestali e alimenti si trasformò in una degli assi centrali del capitalismo europeo. Nell’ultimo terzo del secolo XIX, la cosiddetta seconda rivoluzione industriale (lo sviluppo di nuovi mezzi di trasporto terrestre e navale, l’applicazione dell’energia elettrica alla produzione industriale, le nuove tecniche di conservazione degli alimenti, tra gli altri) stimolò notevoli trasferimenti di popolazioni eccedenti dall’Europa verso l’America e l’Oceania. Ai flussi di capitale e del commercio si aggiunsero le grandi correnti di popolazioni.

 

Persino la “globalizzazione” odierna dei consumi associata alla diffusione internazionale di franchigie commerciali difetta dell’impatto e della proiezione che ha avuto la globalizzazione alimentare esplosa a partire del secolo XVI con l’ingresso in Europa di una enorme varietà di prodotti originari del mondo coloniale: caffè, cacao, patate, pomodori, banane, riso e zucchero di canna, tra gli altri. Che farebbero gli italiani senza il pomodoro per condire i loro spaghetti, o i centroeuropei se non potessero accompagnare con le patate il goulash? E che farebbero gli argentini senza i nostri churrascos, i cubani se non potessero riempire di zucchero i loro “buchitos” di caffè, o i messicani senza crema di latte per i loro chilaquiles o per le popolari “enchiladas suizas”?

 

Il modo corretto di mettere a fuoco la globalizzazione è quello di partire dall’evidenza della straordinaria mobilità del capitale e della sua tremenda forza espansiva, quando lo si abbandona al suo proprio dinamismo. Questa espansione combina la dimensione locale con la proiezione globale. I periodi di apparente acquietamento transnazionale del capitale sono anche periodi di approfondimento del capitale negli spazi nazionali; a seguito dei quali esso torna ad alzare il volo verso l’internazionale. Il periodo 1930-1970, di “nazionalizzazione” del capitalismo, è stato anche un’epoca di straordinario sviluppo delle sue forze produttive, e di trasformazione di ampli segmenti di risorse naturali, popolazioni e spazi fisici, in mercanzie. La mobilità transnazionale non sparì, però appare come un ingrediente secondario quando la si compara con la grandezza di questo processo di approfondimento capitalista su scale nazionali.

 

L’alternanza tra questi periodi di mobilità transnazionale e di approfondimento nazionale rappresenta la metamorfosi del capitale. Per approfondire le sue radici e la sua espansione all’interno delle frontiere nazionali, il capitale deve assumere prima di tutto la forma di capitale produttivo e commerciale; gli attivi finanziari assumono un  ruolo complementare. Per potersi muovere da un mercato all’altro su scala globale, il capitale deve invece rendersi liquido ed assumere la forma di attivi finanziari; così è accaduto nel periodo 1870-1914, e così torna ad accadere ai nostri giorni. Con il beneficio offerto da una prospettiva a lungo termine, si può affermare che questi periodi di vertiginosa espansione transnazionale e di manifestazione come capitale finanziario costituiscono la norma del capitale. Si ricordi come Braudel si sia riferito alla produzione come “il terreno estraneo” del capitalismo, contrariamente alla sfera della circolazione, che sarebbe il suo proprio terreno.

 

L’idea della novità contemporanea della globalizzazione parte da una contrapposizione banale antistorica tra il dinamismo presente e l’apparente mancanza di movimento dell’economia mondiale nel periodo anteriore. Contrariamente a Francis Fukuyama, che affermava che la storia si era esaurita, l’ideologia della globalizzazione afferma che, finalmente! la storia si è messa in movimento. Deve riconoscersi, tuttavia, alla luce della lunga storia del capitalismo, che questi momenti di relativa stabilizzazione sono atipici, come anche lo sono i periodi lunghi di crescita sostenuta, come quello che ha avuto luogo tra la seconda guerra mondiale e la decade degli anni settanta.

 

 

 

Seconda idea falsa: La globalizzazione è un processo omogeneo.

 

Analizzata da una prospettiva di lunga durata, la globalizzazione risulta essere un processo di sviluppo diseguale. La storia presenta tappe di tremenda accelerazione dell’espansione capitalista relativamente ai flussi internazionali commerciali e finanziari, ad esempio, seguite da periodi di relativa stabilizzazione e maggiore concentrazione nei mercati nazionali, a cui seguono ancora nuovi periodi di accelerazione. Attualmente stiamo vivendo in un periodo di particolare accelerazione della globalizzazione, che segue ad un periodo di quasi più di mezzo secolo di stabilizzazione “nazionale”, che a sua volta fu preceduto da una tappa (1870-1914/anni ’20) di accelerazione senza precedenti sino ad allora. Esemplificando molto, l’accelerazione contemporanea della globalizzazione fu scatenata dalla enorme liquidità dell’economia internazionale a partire dagli shock petroliferi degli anni settanta e dall’applicazione nell’economia e nelle finanze degli sviluppi in materia tecnico-informatica, vincolati alla guerra in Vietnam.

 

La globalizzazione è, allo stesso tempo, un processo di sviluppo diseguale nei suoi differenti livelli o nelle sue dimensioni. Nella tappa odierna essa si trova molto più sviluppata in materia finanziaria che in quella della produzione o del commercio. Si calcola che il valore annuale di tutte le transazioni finanziarie mondiali è 12-15 volte maggiore del valore della produzione mondiale di beni e servizi non finanziari, e circa 60-70 volte maggiore del valore congiunto di tutte le esportazioni mondiali di queste stesse voci.[5] La pratica finanziaria accelerata e crescente dell’economia mondiale segna una differenza importante con il modo di organizzazione previo al capitalismo. Le finanze smettono di essere il complemento necessario dell’economia reale per convertirsi nella sua forza conduttrice, subordinandola. Si può affermare, in questo senso, che siamo in presenza del terzo livello di globalizzazione del capitale, dopo la globalizzazione commerciale e quella produttiva.

 

La globalizzazione finanziaria introduce nel sistema economico una marcata volatilità, aggravata dal carattere di breve termine che predomina nelle correnti dell’investimento finanziario – in questo senso, c’è una chiara differenza tra l’investimento finanziario dei nostri giorni e quello del periodo degli anni settanta del XIX secolo e degli anni venti del secolo XX. Inoltre, la questione finanziaria è attualmente a carico di un congiunto di investitori di nuovo tipo: fondi mutui, compagnie di assicurazioni, fondi pensione, fondi contingenti, investitori individuali, che mobilizzano nuovi “prodotti finanziari” (swaps e derivati, tra gli altri). Il risultato dell’enorme volatilità è il profilo marcatamente speculativo dell’economia mondiale, che ricorda molto l’“economia da casinò” a cui si riferiva con preoccupazione John Maynard Keynes. Il collasso delle divise europee nel settembre 1992; il crack messicano del dicembre 1994 e il suo “effetto tequila” su alcune economie del Sud America, e il fallimento della società inglese Baring, nel 1995, illustrano in modo drammatico la vulnerabilità dell’economia di fronte ai giochi finanziari della globalizzazione.

 

A sua volta, il valore del commercio mondiale è appena un terzo del valore dell’insieme del prodotto interno mondiale (rispettivamente 8,7 e 25,2 miliardi di dollari), il che indica che i due terzi del prodotto si realizza all’interno dei rispettivi mercati nazionali e no viceversa in un supposto mercato globale, nonostante gli sforzi e la retorica a favore della crescita esportatrice. L’apertura esterna delle economie è minore nei paesi più sviluppati che in quelli di minore sviluppo: 0.32 e 0.40 rispettivamente.[6] L’idea che i mercati nazionali siano irrilevanti per lo sviluppo, e che ciò che è veramente importante è il mercato globale, non risulta avvalorata dalla realtà dell’economia internazionale. Il commercio mondiale è cresciuto negli anni scorsi a ritmi più rapidi di quelli del prodotto, però la differenza nei tassi di dinamismo non riesce, lontanamente, a compensare le enormi differenze assolute.

 

In terzo luogo, la globalizzazione opera in modo diseguale a favore di differenti attori o soggetti. È globalizzazione del capitale molto più che della forza lavoro, come si avverte nell’aumento delle legislazioni protezioniste – le quali si fondano frequentemente su argomenti razzisti – dei mercati del lavoro dei paesi più sviluppati. Il capitale finanziario può spostarsi da paese a paese cercando i tassi di guadagno e le condizioni operative più attrattivi, però i lavoratori non possono migrare con simile libertà per godere di migliori condizioni di lavoro e di reddito. Si può affermare, incluso, che l’illegalità imposta alle migrazioni della forza lavoro costituisce una fonte di guadagno differenziale per le imprese, dato che si permette ad esse di contrattare i lavoratori in condizioni di maggiore precarietà. Gli ideologi della globalizzazione non sono stati capaci sino ad oggi di spiegare l’auge della xenofobia e degli ostacoli imposti dalle economie più sviluppate (Stati Uniti, Unione Europea, Giappone) alle migrazioni lavorative provenienti dai paesi meno sviluppati.

 

In quarto luogo, la globalizzazione è un processo sottoposto alle tensioni e alle pressioni reciproche dei suoi principali protagonisti. In termini geoeconomici: Stati Uniti, Unione Europea e Giappone fondamentalmente, e le loro tensioni, conflitti, accordi reciproci. Le riunioni periodiche del Gruppo dei Sette (G-7) rappresentano l’istanza più evidente di coordinamento e orientamento governativo dei processi del mercato mondiale. L’ipotesi di una regionalizzazione economica del mondo intorno a tre grandi poli – Stati Uniti nell’emisfero occidentale; Germania ed Unione Europea nel vecchio continente; Giappone (e possibilmente Cina a lungo termine) nell’Asia/Pacifico si sostiene sull’evidenza che i flussi economici internazionali tendono a centralizzarsi intorno a questi tre punti di riferimento. Le transazioni commerciali e finanziarie all’interno di ognuna di queste tre aree sono molto più significative di quelle tra le tre aree, e questo è ciò che definisce un’area economica (o blocco). In conseguenza, più che davanti ad una globalizzazione intesa come transazioni di tutti con tutti, su livelli più o meno simili di valore e intensità, saremmo in presenza della costituzione, o ricostituzione, di grandi spazi economici regionali, ognuno dei quali orientato da uno dei suoi membri. La relazione regionalizzazione/globalizzazione agirebbe come un’istanza o un livello di mediazione tra ogni economia nazionale in particolare, e l’economia globalizzata.[7] In America Latina, il Trattato di Libero Commercio (TLC) e il Mercato Comune del Sud (MERCOSUR) possono essere interpretati, da questo punto di vista, come istanze di mediazione tra le economie e le società che fanno parte ognuna di questi accordi regionali e l’economia globale.

 

Infine, si deve segnalare che l’espansione mondiale del capitale si realizza mediante la combinazione di elementi di progresso e di novità con altri di retrocessione e primitivismo. Si deve ricordare, ad esempio, la reintroduzione della schiavitù come centro del sistema delle piantagioni capitaliste nei secoli XVIII e XIX, o la coniugazione tra servitù lavorativa e capitalismo mercantile persistente sino all’inizio del XX secolo. La tappa attuale della globalizzazione coniuga tecnologie informatiche di punta con condizioni lavorative del diciannovesimo secolo. La globalizzazione illustra così la pertinenza della tesi del carattere “diseguale e combinato” dello sviluppo capitalista.

 

 

 

Terza idea falsa: La globalizzazione conduce all’omogeneizzazione dell’economia mondiale per superare alla lunga le differenze tra sviluppo e sottosviluppo, e quelle tra paesi e regioni ricche e povere. La globalizzazione permette di fare ingresso progressivamente nel “Primo Mondo”.

 

Questa è una idea falsa, che si diffonde con molto entusiasmo quanto più sottosviluppato, povero e ritardato è un paese. L’interpretazione della globalizzazione come un processo “di omogeneizzazione sul piano economico, sociale e politico”[8] e la fede nella capacità della globalizzazione di chiudere le brecce economiche e tecniche internazionali, difettano di sostento nei fatti, anche sul lungo periodo. Questo è quanto era già stato notato alla fine degli anni quaranta da alcuni economisti vincolati alla recentemente creata Organizzazione delle Nazioni Unite, come Raúl Prebisch e Hans Singer,[9] e che successivamente fu ripreso, sviluppato ed adattato all’espansione ulteriore dell’economia mondiale da un numero ampio di economisti: Samir Amin, Arrighi Emmanule e Oscar Braun, tra gli altri. Nell’insieme, e con differenze di enfasi o di approcci specifici, questi lavori coincidono sul fatto, che per la sua stessa dinamica, l’espansione mondiale del capitalismo conduce a differenziazioni crescenti tra regioni del mondo con diseguali livelli di sviluppo.

 

Secondo un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUD), tra il 1960 e il 1989 la differenza dei livelli di reddito tra paesi ricchi e poveri è raddoppiato: il reddito medio dei paesi dove viveva il 20% più ricco della popolazione era, nel primo di questi anni, 30 volte maggiore di quello dei paesi dove viveva il 20% più povero della popolazione mondiale; nel 1989, la differenza era di 60 volte.[10]  Il trend si mantiene. I paesi che la Banca Mondiale considera poveri – cioè con un reddito medio per abitante inferiore ad un dollaro al giorno -, che congiuntamente rappresentano più della metà della popolazione del mondo, captano il 7% del prodotto mondiale, mentre nei paesi ricchi, con l’8% della popolazione mondiale, si concentra quasi il 70% del prodotto del mondo, e l’80% del commercio mondiale – più dei due terzi del quale si realizza tra paesi sviluppati -, e giunge più dell’80% degli investimenti esteri diretti.[11] I marcati dislivelli educativi, tecnici, di benessere e produttivi nelle une e le altre aree contribuiscono a spiegare queste acute e crescenti differenze, e comprovano che la dinamica inerziale della globalizzazione, lontano dall’omogeneizzare, accentua le disparità.

 

Contro questa conclusione si potrebbe argomentare che questa configurazione viziata è il risultato del passato, molto più che un dato del nuovo ordine globalizzato che sta prendendo forma negli ultimi anni. Tuttavia, persino i più entusiasti sostenitori dell’ideologia della globalizzazione riconoscono che la distribuzione diseguale di risorse, valori, transazioni e benefici si manterrà nel futuro prevedibile. Dopo aver ammesso che i paesi più sviluppati ricevono dalla crescente integrazione commerciale maggiori benefici dei paesi in via di sviluppo, la Banca Mondiale prevede un aumento assai ridotto della partecipazione delle aree in via di sviluppo negli scambi mondiali. Secondo le sue stesse previsioni, la partecipazione di queste aree dovrebbe passare dal 20% odierno a circa il 30% verso la fine del periodo 1994-2010.[12]

 

 

Tabella 1. PIL pro-capite nel mondo, per area di sviluppo (in dollari USA)

 

Aree di sviluppo

1980

1984

Differenza in percentuale

Basso

312

380

+22%

Medio

1988

2592

+30%

Basso + medio

882

1110

+26%

Alto

10178

23674

+132%

Mondo

2441

4503

+84%

 

Fonte: Banca Mondiale

 

 

La tabella 1 supporta questa stessa conclusione, focalizzando la dinamica delle disuguaglianze nel PIL pro-capite tra differenti aree di sviluppo negli ultimi 15 anni di globalizzazione accelerata. Il prodotto mondiale globale è cresciuto del 134,4% in questo periodo contro il 26,5% di crescita raggiunta dalla popolazione mondiale. Tuttavia, la crescita del prodotto nei paesi di maggiore sviluppo è stata considerevolmente maggiore di quella ottenuta a livello mondiale e, certamente, di quella delle aree con redditi medi e bassi, cosa che accentua le differenze tra ricchi e poveri. Contrariamente a ciò che si afferma con gli argomenti neomalthusiani che legano il ritardo dei paesi meno sviluppati a tassi eccessivamente alti di crescita demografica, si deve segnalare che le differenze nei tassi di crescita della popolazione tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo sono molto inferiori rispetto alla differenza nei tassi di crescita del prodotto.

 

 

Tabella 2. Evoluzione recente delle disuguaglianze di reddito tra aree di sviluppo nel mondo

 

Aree di sviluppo

1980

1984

Differenza in percentuale

Alto/basso

32.6

62.3

+91%

Alto/medio

6.0

9.0

+50%

Medio/basso

6.4

6.8

+6%

Alto/basso+medio

11.5

21.3

+85%

 

 

I tassi differenziali di crescita a partire degli “scaloni” di reddito tanto diseguali incrementano l’effetto di disuguaglianza della globalizzazione. La tabella 2 mostra in maniera semplice la crescita delle disuguaglianze tra le aree di sviluppo nello stesso periodo precedentemente analizzato. Nel 1980 il PIL pro-capite nelle aree di alto livello di sviluppo era quasi 33 volte maggiore di quello nelle aree di basso livello di sviluppo, mentre nel 1994 era 62 volte maggiore, con un aumento della disuguaglianza del 91%. Con minore intensità, le aree meno sviluppate hanno continuato a differenziarsi anche da quelle di livello medio di sviluppo.

 

Allo stesso tempo si è registrata una certa differenziazione del Terzo Mondo tra i paesi più poveri (i cosiddetti “di reddito basso”), e quelli di “reddito medio”. Questo è un processo che si sta verificando da quasi quattro decenni, favorito soprattutto dall’avanzamento di alcune economie del Sudest asiatico. Negli anni scorsi si sono aggiunte a queste economie di reddito medio alcune dell’America Latina (Brasile, Messico, Argentina e Cile, principalmente) e dell’est Europa. In che misura l’attivazione di queste economie sia qualcosa di più di un fenomeno congiunturale, e quanto esse siano rappresentative di un movimento più amplio, sono questioni aperte di discussione.[13] Si deve segnalare, comunque, che la distanza che separa questi paesi da quelli ad alto reddito continua ad essere abissale e crescente, e riduce di pochissimo le disuguaglianze del sistema nel suo insieme. Alla fine dell’ultimo decennio e mezzo, l’abisso tra le regioni più sviluppate ed il resto del mondo è cresciuto dell’85%.

 

La persistenza e la crescita dell’abisso tra ricchi e poveri è il risultato del mantenimento dei meccanismi di sfruttamento internazionale di tipo imperialista e neocoloniale: saccheggio delle risorse naturali e degrado dell’ambiente; adozione di misure protezioniste nei paesi sviluppati contro le esportazioni primarie dei paesi periferici; fissazione di termini diseguali di scambio; operazioni militari punitive contro governi “discoli”.

 

Vale la pena segnalare che persino uno dei più entusiasti sostenitori dell’inevitabilità della globalizzazione in chiave neoliberista deve ammettere che essa non riduce né le disuguaglianze né le contraddizioni che costituiscono una parte importante del tessuto della vita sociale nazionale e mondiale. Al contrario, essa incrementa le une e le altre, ricreandole in altri livelli, con altri ingredienti. Se esiste qualcosa che si riproduce e si accentua, su scala mondiale, è lo sviluppo diseguale e combinato delle relazioni e delle produzioni materiali e culturali. La globalizzazione non è mai un processo storico-sociale di omogeneizzazione.[14]

 

Lo scenario politico internazionale che si sta configurando negli ultimo anni contrasta anche con l’idea di una globalizzazione omogeneizzatrice. Si deve segnalare, in questo senso, la crisi dell’ONU e la sua tendente trasformazione in una agenzia di politica estera degli Stati Uniti. Certamente questa crisi è l’effetto di cambiamenti profondi nelle relazioni di potere sul piano internazionale a partire dalla fine del sistema della guerra fredda, intanto però il governo degli Stati Uniti è stato capace di subordinare l’organizzazione – soprattutto il Consiglio di Sicurezza – ai suoi tentativi di erigersi a forza egemonica universale – una specie di riedizione di ciò che è stato l’egemonia mondiale britannica dalla fine delle guerre napoleoniche sino alla guerra del 1914.

 

Emergono in questo aspetto le azioni punitive sviluppate in Medio Oriente e nei Carabi recentemente – e nei nostri giorni -, le pretese di dare validità extraterritoriale alla sua legislazione nazionale,[15] o le pressioni sino ad ottenere le dimissioni di Boutros B. Galhi da segretario generale dell’ONU.

 

Questa regressione imperiale del governo degli Stati Uniti – che nei casi delle leggi Helms-Burton e D’Amato vulnera direttamente il principio globale del libero commercio – è accompagnata da alcune voci di questo paese in ambito accademico che giustificano la riassunzione del “destino manifesto”.[16] È opportuno ricordare in questo senso che nel 1993, nel suo dibattito televisivo con l’ex candidato presidenziale Ross Perot in riferimento alla convenienza che il Congresso degli Stati Uniti approvasse il trattato di libero commercio con il Messico, il vicepresidente Albert Gore comparò detto trattato con l’acquisto della Luisiana e dell’Alaska nel secolo precedente.

 

In generale, l’enfasi su una supposta omogeneizzazione prodotto della globalizzazione punta alle dimensioni simboliche del processo: la globalizzazione come “ibridizzazione”, come la definisce Pieterse: l’emergenza di forme nuove di interazione, lo sviluppo di una “mélange translocal” di culture. Però anche in questo aspetto esistono profonde differenziazioni: nella ibridizzazione della “cultura globale” alcuni attori si inseriscono come produttori e altri come semplici consumatori; la differente qualità dell’ “offerta culturale” discrimina tra le classi sociali ed i paesi.

 

Il senso, il contenuto e le proiezioni dell’inserimento in questa “cultura globale” continuano a variare a secondo che ci riferiamo a poveri e ricchi, ad uomini e donne, ad abitanti dei paesi poveri ed abitanti dei paesi ricchi.[17]

 

Si può concludere, pertanto, che la credenza sulla virtù omogeneizzatrice della globalizzazione è carente di fondamenta e s’infrange contro l’effettivo sviluppo del processo. L’aumento delle disuguaglianze a partire delle quali le regioni ed i paesi s’inseriscono nella tappa odierna della globalizzazione, è una delle caratteristiche di questo processo, in mancanza di fattori che intervengono e definiscono controtendenze efficaci.

 

 

Quarta idea falsa: La globalizzazione è la chiave del progresso e del benessere; allo stesso modo con cui conduce a serrare le brecce internazionali, promuove l’ascesa dei gruppi meno favoriti a crescenti livelli di benessere e qualità della vita.

 

Al contrario, si registra una persistenza ed incluso un aggravamento delle disparità socioeconomiche ed educative nella maggior parte dei paesi dell’America Latina: crescita della povertà, cifre record di disoccupazione e sottoccupazione, tugurizzazione delle grandi città, ecc.. In generale, si può affermare che aumentano le differenze di ogni tipo tra i segmenti di popolazione che riescono ad inserirsi negli ambiti dinamici dell’economia, e quelli che ne risultano esclusi.

 

La crescita della povertà nella regione, o le difficoltà a ridurre i suoi livelli, obbediscono a vari fattori, tutti quanti derivati dall’andamento predominante nel processo di globalizzazione. Tra questi:

 

° Cambia la relazione occupazione/prodotto. In passato, il comportamento di entrambi i fattori presentava una marcata relazione positiva: quando il prodotto cresceva anche l’occupazione cresceva; quando quello si riduceva, anche quest’ultimo si riduceva, sino a quando la riattivazione della produzione riattivava l’occupazione. Adesso la situazione è cambiata: nelle fasi di recessione l’occupazione si riduce più aspramente della produzione e quando quest’ultima si riattiva, l’occupazione non lo fa, o lo fa in coda e in condizioni di maggiore precarietà. Vale la pena segnalare, in quest’ottica, che mentre nel periodo 1991-1995 il PIL totale dell’America Latina e dei Carabi è cresciuto di quasi il 15%, la generazione di posti di lavoro si è mossa ad un tasso assai minore, con l’aggravante che l’ 85% dei nuovi posti di lavoro appartengono al cosiddetto settore informale, dove le condizioni di precarietà sono maggiori. La tendenza alla disoccupazione cronica, che fu considerata dalla Teoria Generale di John Maynard Keynes come una delle caratteristiche centrali delle economie capitaliste, si mantiene costante, e si accentua, nella tappa attuale della globalizzazione.

 

° Le politiche statali che fomentano la cosiddetta flessibilità del lavoro, la perdita cioè delle condizioni istituzionali di sicurezza lavorativa che sono il risultato di quasi un secolo di lotte e negoziati sindacali. C’è una progressiva sostituzione del diritto del lavoro da parte del diritto civile o commerciale, cosa che implica la perdita di protezione istituzionale da parte dei lavoratori. Il trattamento formalmente uguale di soggetti che si trovano in situazioni di enorme disuguaglianza socioeconomica significa istituzionalizzare l’ingiustizia sociale. Allo stesso tempo, si registra una aperta ostilità statale verso le organizzazioni sindacali e, viceversa, una promozione aperta delle posizioni delle organizzazioni patronali, compresi sussidi, sgravi fiscali e similari.

 

° Deterioramento dei salari reali, anche in presenza di qualche aumento recente che non è in grado comunque di recuperare i livelli storici. Il lavoro finisce di essere remunerativo, cioè, finisce di essere la chiave che permette di far fronte, in condizioni di dignità, alle avversità della vita, e di accedere a livelli accettabili di benessere. Unito alla globalizzazione della “flessibilizzazione” dei mercati del lavoro, questo deterioramento dimostra che, anche in presenza del discorso della modernità e degli impressionanti progressi tecnici e scientifici, la competizione per abbassare i costi del lavoro è un mezzo permanente della razionalità capitalista.

 

° Nella misura in cui la popolazione in condizioni di povertà cresce più rapidamente della popolazione totale, siamo in presenza di un fenomeno di esclusione sociale. La crescita smisurata del settore informale aggrava la sovrabbondanza degli impoveriti. Si è affermato, in questo senso, che si tratta di settori di popolazione non necessari al funzionamento del capitalismo dei nostri giorni;[18] in ogni caso, è gente che svolge attività prescindibili. La stessa dimensione del fenomeno toglie rilevanza al modo in cui si è discusso il tema della marginalità in America Latina a partire degli anni sessanta. Se oltre 30 anni fa, in altro modello di sviluppo capitalista, si poteva argomentare che si trattava in realtà della versione creola dell’esercito industriale di riserva, oggi è evidente che la maggior parte di essi è riserva di nulla e che l’articolazione che qualche volta è stata segnalata tra il settore informale e quello formale, o tra il “tradizionale” e il “moderno”, oggi non si registra più.

 

° Le politiche statali di privatizzazione e di deregulation, che producono i livelli di occupazione e deteriorano le condizioni di lavoro; la privatizzazione di molte imprese statali implica inoltre la cancellazione o la tariffizzazione di servizi sociali che prima si prestavano in maniera gratuita alle famiglie dei lavoratori (ad esempio, asili infantili, sussidi alimentari, prestazioni sanitarie), cosa che deteriora addizionalmente le loro entrate. Vincolato a questo, si deve menzionare la contrazione dei budget pubblici destinati a servizi sociali come istruzione, sanità, sport, e al mantenimento delle infrastrutture.

 

° L’accelerato deterioramento ambientale tollerato o stimolato dagli stati, a beneficio di imprese nazionali e transnazionali, è causa diretta dell’impoverimento di ampi settori delle popolazioni rurali (desertificazione dei suoli, inquinamento o esaurimento delle fonti idriche, deforestazione, ecc.).

 

Non esiste nulla nello scenario definito dai processi contemporanei di globalizzazione che permetta di prevedere un ribaltamento di questi risultati e, al contrario, tutto suggerisce la sua continuazione. La stessa Banca Mondiale, una delle istituzioni maggiormente coinvolte nella promozione di questi processi, lo riconosce senza ambiguità: la disuguaglianza, tanto tra le differenti regioni come all’interno dei paesi, continua ad essere una caratteristica significativa dell’economia mondiale.[19] È assai probabile che nelle prossime decadi la disparità tra ricchi e poveri aumenti e si acutizzi la povertà.[20]

 

L’idea della omogeneizzazione degli stili di vita come risultato della globalizzazione deriva dalla indubbia sofisticazione delle condizioni di vita e dalle possibilità che dà il consumo santuario al 20 o 25% più ricco della popolazione dei paesi più ritardati. Non è un dato nuovo che questi segmenti hanno accesso a livelli di spesa similari e incluso superiori a quelli delle proprie controparti nel mondo sviluppato – con l’aggravante per la coesione sociale che sono livelli di consumo uguali o maggiori di quelli delle élite del Primo Mondo, in paesi con redditi nazionali da terzo Mondo. Questi gruppi privilegiati sono anche quelli che influiscono in maniera preferenziale sui mezzi di comunicazione e sulle istituzioni educative e culturali, da dove viene diffusa, precisamente, la retorica della omogeneizzazione.

 

In verità, se di omogeneizzazione si tratta, questa è di tipo “dualistico”. Da una parte, abbiamo l’omogeneizzazione “verso l’alto” delle élite del privilegio. Dall’altra, la perversità dell’esclusione sociale, della emarginazione e delle underclass. Una omogeneizzazione dualistica che, pertanto, accresce le disuguaglianze del sistema globalizzato nel suo insieme. Si avverte che questo insieme di elementi stabilisce una chiara continuità tra la problematica della tappa odierna della globalizzazione e quella dell’imperialismo economico tale a come fu discussa all’inizio del secolo XX da alcuni economisti socialdemocratici come Hobson e Hilferding, e dai socialisti come Luxemburg e Lenin, e ripresa successivamente da un’ampia schiera di specialisti – cioè, la problematica dell’appropriazione internazionale diseguale dei frutti dell’accumulazione e del progresso tecnico, e il suo vincolo con la dinamica interna di ognuna delle unità del sistema internazionale.[21] L’insistenza nel carattere inevitabile ed irreversibile della globalizzazione si vincola a questo panorama di distribuzione diseguale di benefici e pregiudizi in cui una minoranza della popolazione mondiale accede a livelli superiori di benessere mentre la maggioranza si trova di fronte ad una riduzione irrefrenabile dei propri livelli di vita. In mancanza di un argomento migliore, l’enfasi si colloca sulla supposta inevitabilità di questo tipo di globalizzazione.

 

 

Quinta idea falsa: La globalizzazione dell’economia favorisce la globalizzazione della democrazia.

 

Questa è una concezione errata, derivata dall’ipotesi che ciò che sta accadendo nella ex Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est è, senza dubbi, una “transizione alla democrazia”. È possibile che qualcosa di simile accada in alcuni di questi paesi; è anche certo che in molti di essi si stiano istituzionalizzando pratiche elettorali. Tuttavia la relazione tra elezioni e democrazia è simile a quella esistente tra mercati e capitalismo: questo non esiste senza mercati ma l’esistenza di mercati non è sinonimo di economia capitalista – cosa che l’antico blocco sovietico permette di comprovare con molta chiarezza. Allo stesso modo, la pratica delle elezioni è compatibile con una varietà assai ampia di regimi politici che non sono democratici: pensiamo semplicemente ad Anastasio Somoza in Nicaragua, a Francois Duvalier ad Haiti, o ad Alfredo Stoessner in Paraguay.[22]

 

L’idea di una funzionalità della globalizzazione economica con la democrazia è tipica di una concezione volgare dell’una e dell’altra, notoriamente auspicata, diffusa e finanziata da alcuni think tanks dell’establishment politico conservatore degli Stati Uniti, come il National Endowment for Democracy, e raccolta da agenzia finanziarie internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e, più recentemente, il Banco Interamericano de Desarrollo.[23]

 

Questa idea aspira a dare un certo lustro accademico alla cosiddetta politica di “esportazione della democrazia” di Washington, consistente nel promuovere determinati attori politici ed implementare le “democrazie di mercato”. Sono questi regimi politici dove l’ingrediente democratico viene dato dalla promozione e il consolidamento dell’economia di mercato nella sua versione neoliberista.[24] Il democratico è in relazione con determinate garanzie istituzionali alla libera espansione del capitale e alla istituzionalizzazione degli aggiustamenti macroeconomici neoliberisti, molto più che con un insieme di diritti e garanzie individuali e sociali.[25] Pertanto, l’idea di una associazione organica tra globalizzazione e democrazia implica una petizione di principio.

 

In realtà, ciò che si osserva è la capacità della globalizzazione capitalista di imporsi in una grande varietà di contesti istituzionali nei quali la caratteristica comune è il carattere ristretto della partecipazione popolare, o la sua mediatizzazione da parte di una rete di meccanismi istituzionali o de facto.

 

Contro la fantasia conservatrice di Enrique Krauze di una “democrazia senza aggettivi”, la molteplicità di aggettivazioni che cinge questi regimi illustra il disorientamento di molti osservatori; “democrazie deleganti” (Guillelmo O’Donnell); democrazie “di bassa intensità” (Edelberto Torres Rivas); “democrazie autoritarie” (James Mittelman, Ricardo Pozas Horcasitas): democrazie “prestate” (Sergio Bitar).[26] La forma di queste democrazie è un qualsivoglia procedimento elettorale, e il mercato sregolato è il suo contenuto.

 

Negli scenari di ampio impoverimento e profonda polarizzazione sociale, la priorità del mercato al di sopra della democrazia ha effetti noti. Incluso nella sua minima definizione come partecipazione elettorale, la democrazia è un regime di inclusione; la povertà è, al contrario, un regime di esclusione. Il concetto di cittadino, come soggetto della democrazia, implica per lo meno quattro dimensioni: autonomia, uguaglianza, sentimento d’efficacia e responsabilità. Al contrario, l’esclusione sociale si caratterizza per un sentimento di incapacità personale per andare avanti nella vita, d’insicurezza di fronte alla mancanza di lavoro, alla prepotenza della polizia o ai pericoli delle città tugurizzate (inondazioni, delinquenza…); la responsabilità si restringe all’immediato: la famiglia, il vicinato tutt’al più; l’uguaglianza non sussiste neanche in maniera simbolica di fronte all’evidenza delle disuguaglianze in tutti gli ordini della vita. Inoltre, si degrada l’accesso all’informazione che si suppone condizione per l’assunzione di decisioni cittadine.

 

In queste condizioni, l’esercizio della cittadinanza si deteriora; c’è una regressione della cittadinanza sino al clientelismo. La stessa vulnerabilità della condizione di vita porta a privilegiare il valore sicurezza e ad attendere dall’intervento di un agente esterno la soluzione ai propri problemi.

 

La sfiducia nel sistema politico ufficiale suole accompagnarsi, in questi casi, alla ricerca di leadership fortemente personalizzate, che proiettano immagini di efficacia, di forza, di sicurezza. La rottura del patto sociale implicito in qualsiasi società moderna – la rottura del sistema implicito di reciprocità sociali – conduce gli esclusi a tentare di vincolarsi ai potenti (cioè, a coloro che sono visti come capaci di risolvere i problemi quotidiani) in maniera diretta, senza mediazioni: elezioni plebiscitarie in appoggio di caudillos elettorali senza traiettoria politica previa; volatilità del comportamento elettorale; il voto in cambio di favori concreti.

 

Si deve segnalare che, al contrario di ciò che suggerisce la versione elitaria di questa questione, il deterioramento della cittadinanza non si circoscrive esclusivamente ai più poveri. Si registra anche, e in maniera sempre più evidente, nei livelli più alti della ricchezza, del prestigio e del potere: lo scambio del sostegno politico con la possibilità di ottenere benefici economici su grandi livelli, o la mobilizzazione del potere corporativo per ottenere decisioni specifiche; l’evasione fiscale su grande scala; l’impunità…

 

 

Sesta idea falsa: la globalizzazione causa la sparizione progressiva dello Stato, o al meno una perdita d’importanza dello stesso.

 

Questa idea rivela la parentela diretta tra l’ideologia leggera della globalizzazione e il neoliberismo. L’idea è espressa in maniera manichea: l’espansione globale dei mercati ha come contro altare la retroazione degli stati; l’economia, gli affari, la cultura, il consumo si “deterritorializzano” e, di conseguenza, il principio dell’autorità sovrana statale tende a svanire. L’idea della sparizione dello Stato è vecchia nella teoria politica; nei tempi moderni la ripresero l’anarchismo e il socialismo marxista, anche se con punti di vista differenti; oggi riappare nell’ideologia neoliberista e nelle versioni light del globalismo.[27] Esiste incluso una esagerazione culturale di questa idea falsa: quella che sostiene che abbiamo lasciato alle spalle la politica e che la nostra sarebbe una epoca “post-politica”.[28]

 

La discussione precedente offre alcuni elementi per confutare questa idea a partire di dati elementari della realtà contemporanea. Si mantiene la differenziazione nazionale/territoriale della forza lavoro, della sua remunerazione e della condizione di occupazione come condizione per l’aumento dei benefici imprenditoriali a livello globale, e in questa differenziazione l’intervento politico degli stati continua ad essere fondamentale. È allo stesso tempo importante la differenziazione territoriale degli stati e il mantenimento delle frontiere statali per la generazione di prezzi razionalmente differenziati di beni “non transazionabili”, cioè, che non circolano attraverso le frontiere o la cui circolazione transnazionale è assai ridotta. Ad esempio, tariffe di servizi nazionali (comunicazioni, combustibili, rendite immobiliari, ecc.); struttura dei prezzi nell’industria delle costruzioni, e altri similari. Le risorse politico-militari degli stati continuano ad essere strategiche per mantenere o ampliare gli spazi economici o commerciali (le già menzionate leggi Helms-Burton e D’Amato). La dissoluzione dell’Unione Sovietica e i processi di frammentazione nei Balcani hanno incrementato vertiginosamente, a partire del 1990, il numero degli stati, e incluso la dispersione del potere militare nucleare.

 

Durante lo scorso decennio la creazione di nuovi membri negli organismi internazionali come l’ONU, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale è cresciuta ad un rimo solo comparabile agli anni sessanta della decolonizzazione dell’Africa e dell’Asia. In sintesi, la componente statale del mondo odierno dei mercati globalizzati è la maggiore della storia.

 

È anche vero che la famiglia degli organismi sovrastatali è aumentata enormemente nell’ultimo mezzo secolo; ad essa si aggiunge un numero crescente di organismi non governativi di proiezione internazionale che introducono maggiore complessità nella politica mondiale.[29] Si afferma incluso il progressivo sorgere di una classe capitalista transnazionale integrata dai dirigenti delle imprese transnazionali, dalle burocrazie statali globalizzate, dai politici e dai professionisti che s’ispirano al capitalismo globale e dalle élite del consumismo (ad esempio, i mass media e le èlite commerciali).[30]

È indubbio che la relazione Stato/mercati si è trasformata, è certo però che essa ha sempre avuto una enorme variabilità, indipendentemente da ciò che i portavoce degli stati e dei mercati abbiano detto e dicano al riguardo. Il carattere e il contenuto di questa relazione, i suoi valori ed i suoi limiti, i suoi mezzi e obiettivi, sono definiti in ultima istanza dagli attori che incitano gli uni e gli altri. Negli ultimi 500 anni il mondo ha assistito al passaggio dallo statalismo mercantilista al liberismo dei “borghesi conquistatori”, per tornare poi all’interventismo imperialista della fine del XIX secolo, passare al “liberismo” degli anni venti che ha condotto alla crisi del 1929, per tornare all’interventismo keynesiano e socialdemocratico, ed adesso riscoprire le virtù del mercato.[31]

 

Oggi la cosa importante non è togliere di mezzo lo Stato, bensì ridefinire la sua articolazione al mercato e ad i suoi attori, ed il modo di esercitare le sue funzioni rispetto al capitale. C’è, in conseguenza, una riformulazione drastica della relazione – e delle tensioni – tra stato e mercato. Questo lo esprime bene la Banca Mondiale, che dall’inizio dello scorso decennio enfatizza la necessità che lo Stato porti a termine “riforme economiche amicali verso il mercato” (market-friendly economic reforms). La questione è, pertanto, il tipo di relazione che si sta costruendo tra stati nazionali, organismi sovrastatali e mercati globali, molto più che una supposta dissoluzione dello statale-nazionale nel mercantile-globale.[32]

 

Le funzioni o i servizi che presta lo Stato al capitale sono conosciuti; nel suo maggior livello di astrazione consistono nell’offrire sicurezza alla proprietà capitalista (legislazione interna e difesa esterna, transazione dei conflitti di interessi), nel generare economie esterne (ad esempio, investimenti in infrastrutture, formazione professionale della forza lavoro, produzione di investimenti, altro) per l’accumulazione privata, e nel legittimare il sistema sociale organizzato a partire della leadership del capitale (istruzione, mezzi d’informazione e similari).

 

Altri fattori costanti (ad esempio tradizioni storico-culturali; dotazione di fattori ed altro), differenti stili di accumulazione del capitale determinano modalità di intervento statale specifici. Lo schema neoliberista globalizzante di oggi non è una eccezione. Lo Stato cambia le modalità, le capacità e gli stili della sua articolazione con il mercato per consolidare la ristrutturazione delle economie locali, la sua maggiore apertura estera ed una integrazione più ampia alle correnti transnazionali di capitale.

 

L’economista messicano David Ibarra riassume questo assunto riferendosi al Messico, ma le sue considerazioni sono valide per tutta l’America Latina ed i Carabi:

 

Lo si voglia o no, quasi in modo autonomo il governo ha scelto gli obiettivi sociali che sono importanti e, più recentemente la natura del rimodellamento delle istituzioni economiche. Inoltre, esso ha determinato non solo il senso, ma anche il ritmo di queste riforme. In virtù di questo potere autoritario, negli anni ottanta si sono esagerati e pressati i cambi strutturali, sia con il proposito di evitare o limitare le reazioni avverse, contrarrestare le forze e gli interessi incontrati o concludere rapidamente la tappa sistematica di transizione.[33]

 

Come dire che lo Stato interviene in favore dei gruppi meglio inseriti nei processi di globalizzazione per rafforzare la sua posizione nel mercato e promuovere i suoi interessi, le sue prospettive ed i suoi obiettivi. La globalizzazione degli attori, degli interessi e dei capitali è sia attività dei mercati che risultato della gestione politica dello Stato.

 

La tappa odierna della globalizzazione in chiave finanziaria e neoliberista offre, prima di tutto, un riorientamento nel senso della gestione dello Stato. Questo riorientamento si realizza rispetto agli attori e gli interessi; cambia il referente sociale e politico della gestione statale, e con questo cambio ha luogo quello delle modalità dell’intervento statale. Un elemento importante di questo riorientamento in America Latina e nei Carabi sorge dalla crisi degli inizi degli anni ’80 e dal modo con cui fu gestita dagli stati della regione: lo Stato si è fatto carico del debito estero privato delle imprese e lo ha convertito in debito pubblico. L’ulteriore ricorso al maggiore indebitamento esterno ha aggravato la subordinazione degli stati nazionali rispetto i mercati finanziari dove si contrae il debito e rispetto quelli in cui esso è quotizzato. In questo nuovo scenario, si sono incrementati la capacità di decisione e il potere politico delle agenzie statali più direttamente vincolate a questi mercati: banche centrali, ministeri o sottosegretariati delle finanze, tra gli altri. Al contrario, si riduce il peso istituzionale delle agenzie più legate agli attori che retrocedono: sottosegretariati o ministeri del lavoro e dell’industria; organismi statali dei servizi e sicurezza sociale, ed altri.

 

Esiste, certamente, una contrazione della presenza imprenditoriale dello Stato nell’economia. Si devono tuttavia effettuare al rispetto due precisazioni. La prima è che questa riduzione è molto più marcata nelle economie meno sviluppate che in quelle più industrializzate, dove lo Stato mantiene ampi margini di intervento diretto ed indiretto, incluso la proprietà di liquidità.[34]

 

La seconda riguarda il fatto che il “rimpicciolimento” statale non implica una parallela o equivalente retrocessione dello Stato nel suo carattere di istituzionalizzazione del potere politico di determinati attori. Come spiegarsi la globalizzazione del sistema bancario e finanziario messicano senza l’intervento diretto dello Stato per riscattarlo dalla crisi, farsi carico delle sue passività e metterlo in connessione con la banca europea, asiatica e canadese? E soprattutto: come si sarebbe potuta salvare l’economia messicana da ciò che l’FMI ha chiamato “la prima crisi finanziaria della globalizzazione” senza l’intervento della Federal Reserve degli Stati Uniti, e senza le garanzie dello Stato messicano relativamente alle sue esportazioni petrolifere? Come spiegare la crescente globalizzazione della borghesia cilena senza prendere in considerazione lo Stato pinochetista e la sua drastica ridefinizione del potere politico, specialmente per ciò che riguarda lo smantellamento delle organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori? Come spiegare la retrocessione politica della forze lavoro e delle sue organizzazioni senza far riferimento alle trasformazioni della legislazione del lavoro degli stati?

 

La storia del capitalismo mostra come una costante il fatto che ogni volta che l’economia è entrata in crisi a causa della speculazione sfrenata dei mercati, è stato l’intervento degli stati quello che ha reso possibile l’uscita dalla crisi. Senza aver bisogno di andare molto indietro nel tempo, questo è quanto insegnato dalle esperienze del 1929, del 1987 e del 1994. Più in generale, ogni volta che una economia ha dovuto affrontare un punto di virata negli stili di accumulazione predominanti, il passaggio da uno stile all’altro è stato possibile grazie alla gestione dello Stato in funzione degli attori economici emergenti, affinché questi potessero rompere con l’appoggio delle risorse pubbliche, del potere coattivo, della gestione della moneta e il credito, tra gli altri -, gli equilibri preesistenti e guadagnare posizioni di potere nel mercato.[35]

 

L’Argentina è oggi, in America Latina, una delle immagini più crude del nuovo tipo di coinvolgimento dello Stato nell’economia e nella promozione dell’integrazione del paese nella globalizzazione finanziaria. Da una parte, lo Stato si è disfatto frettolosamente delle imprese di beni e servizi che aveva creato in passato o di quelle di cui per ragioni diverse si era convertito in proprietario. In termini formali, lo Stato “si è rimpicciolito”. Allo stesso tempo, esso interviene nel mercato e fissa, mediante una legge del Parlamento, una parità determinata che decide politicamente quali attori dell’economia saranno in condizioni di inserirsi nell’economia transnazionalizzata e quali no. Lo Stato, infine, interviene nel mercato del lavoro secondo la prospettiva delle società d’affari, per eliminare i meccanismi di protezione sociale della forza lavoro.

 

Non si tratta soltanto della esecuzione statale di politiche determinate, ma anche della mobilizzazione dell’essenza politica dello Stato – la coazione – in funzione della dinamica globalizzata del capitale. Le riforme “amicali con il mercato” attraverso il cambiamento nel senso della gestione statale sono state sostenute, non tanto con la plausibilità delle argomentazioni dottrinarie, ma bensì  con la forza dei gas lacrimogeni e dei getti di acqua colorata,  con l’incarceramento di coloro che protestano, ed incluso con la loro eliminazione fisica.

 

Il riorientamento del funzionamento dello Stato può riassumersi in ciò che Stephen Gill definisce “un nuovo costituzionalismo per un neoliberismo disciplinare”.[36] In proposito, Gill fa riferimento ad un regime istituzionale transnazionale generato dagli stati, che determina e garantisce mediante trattati interstatali di gerarchia costituzionale, i diritti globali e nazionali del capitale: L’Unione Europea, il Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord ed il MERCOSUR, per menzionare quelli più noti. Questi ampli spazi di circolazione sopranazionale del capitale non si sarebbero potuti costruire senza l’intervento dello Stato, o meglio del predominio politico di alcuni attori – le società d’affari con migliore inserimento nella globalizzazione – sugli altri – i lavoratori e i contadini, i ceti medi, il pubblico consumatore… - difficilmente avrebbero raggiunto gli estremi e la fisionomia odierna.

 

Nei momenti in cui il capitale recupera possibilità di circolazione sconosciute negli ultimi 70 anni, e quando la speculazione finanziaria destabilizza mercati e paesi, spiccano le riunioni periodiche del Gruppo dei Sette (G-7) ed i suoi interventi macroeconomici per la regolazione dei mercati internazionali e dei flussi globali di capitale. Contrariamente a ciò che ci si aspetterebbe, secondo l’ideologia conservatrice della globalizzazione, il G-7 non raggruppa uomini d’affari, manager di grandi società od operatori dei mercati borsistici. Al contrario, il G-7 è la riunione bi-annuale dei capi di Stato e di governo e degli alti burocrati statali dei paesi più industrializzati del globo (Stati Uniti, Giappone, Germania, Gran Bretagna, Francia, Canada ed Italia). In queste riunioni politiche si definiscono i tassi di interesse, si negoziano i tipi di cambio, si formulano previsioni che incidano sulle scommesse degli speculatori finanziari e si orienta indirettamente il movimento di capitali. Se si desidera esemplificare una questione più complessa, si può dire che il G-7 è l’istanza interstatale di governo collegiale dei mercati globalizzati.

 

In sintesi: questa idea falsa presenta come un dato ciò che è una vecchia aspirazione dei desideri dei capitali finanziari. Dopotutto: se gli stati e la politica fossero tanto irrilevanti in questo mondo globalizzato, come spiegare l’interesse e le risorse destinate dalle élite imprenditoriali globalizzate per il controllo politico degli stati?

 

 

 

La globalizzazione come scenario ed opportunità

 

Abbandonata alla sua stessa dinamica, specie alla dinamica dei suoi ingredienti economici e finanziari, e alla spinta dei paesi più sviluppati, la globalizzazione monta uno scenario sommamente squilibrato, con attori che fanno ingresso in essa in modo diseguale, e caricano sopra le proprie spalle disuguaglianze che si trascinano dalla tappa antecedente alla configurazione del capitalismo su scala mondiale. Quello che generalmente si presenta come un processo che, anche se doloroso, permetterà all’America Latina di are ingresso nella “modernità” ed incluso nella “postmodernità”, rappresenta in verità una regressione alle condizioni di lavoro e di vita del secolo XIX o dell’inizio del XX per uno-due terzi della popolazione, secondo i paesi.

 

Il rapporto prima della Banca Mondiale citato non lascia luogo a dubbi.[37] Abbandonata alla sua stessa dinamica, la globalizzazione condotta dal capitale finanziario, dalle società transnazionali, dagli organismi finanziari multilaterali e dalla ideologia neoliberista, può produrre solo più dell’esistente: cioè, più impoverimento, più degrado ambientale, più degrado umano e, pertanto, maggiore tendenza alla violenza, alla insicurezza, alla regressione verso la guerra di tutti contro tutti dove, come nella condizione prepolitica descritta da Hobbes, esiste solo “la paura ed il pericolo di morte violenta”.

Allo stesso tempo, va considerato che la globalizzazione offre l’opportunità per uno sviluppo più umano e più rispettoso dell’ambiente.

 

In primo luogo, il processo di globalizzazione pone in rilievo l’esistenza di in un ampio numero di temi e problemi di proiezione universale che possono essere considerati solo in modo efficace se si riconosce questa proiezione e si adottano anche azioni e strategie di proiezione globale, o per lo meno regionale. È, ad esempio, il caso dell’ambiente. Ad esso possiamo aggiungere la problematica dei diritti umani, dei lavoratori migranti, del disarmo; dei diritti dell’infanzia; della violenza contro le donne; del riciclaggio del denaro prodotto da attività illecite; dell’indebitamento estero e delle condizioni leonine di pagamento imposte ad i paesi debitori. Insieme, queste tematiche e problematiche, e le altre che senza dubbio potrebbero aggiungersi, disegnano ciò che potremmo denominare “l’agenda verso una cittadinanza globale” o, se ciò sembra abbastanza ardito, “l’agenda per una coscienza globale della cittadinanza”, che convochi all’azione al di sopra delle frontiere nazionali.

 

In secondo luogo, insieme allo sviluppo progressivo dell’agenda verso una cittadinanza globale, si realizza la crescita di ampie reti di espressioni associative, genericamente denominate “organizzazioni non governative”, che includono una enorme varietà di soggetti: locali, nazionali, transnazionali; orientati verso temi specifici o settoriali o verso questioni globali. L’efficacia di queste organizzazioni, la loro autonomia reale rispetto allo Stato e alle società, così come il tipo di relazioni che mantengono con la gente, sono estremamente varie ed hanno motivato intense discussioni. Molte di esse sono state semplici facciate dei grandi attori della globalizzazione finanziaria e della penetrazione neocoloniale delle grandi potenze – o, per lo meno, un modus vivendi dissimulato  dietro la maschera della beneficenza -, però in altri casi, ed è fondamentalmente ad esse a cui sto pensando ora, queste organizzazioni sono state di valore strategico per l’introduzione e la promozione di molti dei temi di una agenda globale alternativa – diritti umani, ambiente, diritti del lavoro, diritti delle minoranze etniche, la problematica dell’oppressione di genere delle donne… - incluso per la lenta ma progressiva sensibilizzazione di alcune organizzazioni e istituzioni politiche rispetto a tale agenda.

 

In terzo luogo, alcuni aspetti dell’andamento e degli effetti disuguaglianti della globalizzazione “realmente esistente” aiutano, contraddittoriamente, al progressivo sviluppo di ciò che in un’occasione precedente ho denominato “globalizzazione dell’idea di giustizia”.[38] La deregulation dei mass media, Internet, ecc., permettono il traffico di molti rottami informativi ed incluso la loro utilizzazione a fini che attentano alla dignità e alla libertà umana (ad esempio, l’utilizzazione di Internet per “pagine” di pornografia infantile); ma permettono anche la socializzazione dell’informazione alternativa, o il confronto con i poteri autoritari dello Stato e delle società, che non può più essere censurato da quello o da queste. Non tutto ciò che circola per questi canali può essere considerato come proveniente dagli ambiti più democratici o progressisti della società, ma una parte importante di ciò che circola è di confronto con gli interessi delle forze che danno impulso alla globalizzazione finanziaria del capitale e dei suoi effetti più negativi. In particolare cresce ed accelera l’accesso all’informazione tra i nuovi attori dell’agenda globale e coloro a cui mi sono riferito nel paragrafo precedente.

 

Quanto enunciato potrebbe essere sviluppato, però mi pare che quanto accennato sino ad ora serva chiaramente a considerare la possibilità, e di fatto la necessità, di vedere nella globalizzazione, oltre che l’insieme delle direzioni e delle inerzie negative già discusse, la sfida per trovare vie di opposizione ed alternative a tali direzioni ed inerzie. Certamente, i successi della conoscenza e della creazione di una coscienza di cittadinanza globale sono molto maggiori che in termini di capacità per generare impatti nelle politiche statali e nel comportamento delle imprese predatrici. Ma, senza lo sviluppo di questa coscienza, è impossibile pensare di avanzare sul terreno dei risultati concreti e questa stessa coscienza è uno straordinario sviluppo concreto: possibilmente, per la prima volta nella storia, un enorme numero di esseri umani sta pensando in termini di umanità, proiettando il proprio senso di responsabilità ed i propri desideri di giustizia sino agli ultimi confini di questa umanità.

 

Sia chiaro: questa cittadinanza globale non sorge spontaneamente o per inezia della globalizzazione in corso. Come in ogni civiltà, essa è il prodotto della resistenza all’oppressione e della lotta per qualcosa di migliore di ciò che esistente realmente. Senza una volontà di confronto con il presente, persino l’idea di futuro manca di senso.



[1] Ianni Octavio: A Sociedade Global, Río de Janeiro, Civilizacao Brasileira, 1992; Teorías de la globalización, México, CEIICH-NAM/Siglo XXI; A era do globalismo, Sao Paulo, Civilizacao Brasileira.

[2] Sée Henri: Orígenes del capitalismo moderno, México, Fondo de Cultura Económica, 1926; Polanyi Karl: The Great Transformation, New York, Basic Books, 1944; Wallerstein Immanuel: The Modern World System, New York, Academic Press, 1974; Hobsbawn Eric: The Age of Capital 1848-1875, New York, Charles Scribner’s Sons, 1975; Braudel Fernand: Civilisation materielle, économie et capitalisme, XV-XVII siécle, París, Armand Collin, 1979; Arrighi Giovanni: The Long Twentieth Century. Money, Power, and the Origins of Our Times, London, Verso, 1994; Ferrer Aldo: Historia de la globalización, Orígenes del orden económico mundial, Buenos Aires, Fondo de Cultura Económica, 1996.

[3] Frank André Gunder: A Theorethical Introduction to 5.000 Years of World System History, Review XIII (2), spring 1990, pp. 155-248.

[4] Hamilton Earl J.: El florecimiento del capitalsimo, Madrid, Ediciones de la Revista de Occidente, 1948; Davis Ralph: The Rise of The Atlantic Economies, Ithaca, Cornell University Press, 1973.

[5] Vilas Carlos M.: América Latina en el “Nuevo orden mundial”, México, CEIICH-UNAM, 1994.

[6] Informe sobre el desarrollo mundial. De la planificación centralizada a la economía de mercado, Washington, D.C., Banco Mundial.

[7] Sapir André: “Regional Integration in Europe”, in The Economic Journal 102, november, 1992, pp. 1491-1505; Guerra-Borges Alfredo (Coord.): Nuevo orden mundial: reto para la inserción de América Latina, México, Instituto de Investigaciones Económicas, UNAM, 1994; Gillén Romo Arthuro: “Bloques regionales y globalización de la economía” en Comercio Exterior, Vol. 4, núm. 5 (mayo, 1994), pp. 379-386.

[8] Alfie Miriam: “Movimientos sociales y globalización”, en Sociológica, núm. 27, enero-abril, 1995, pp. 195-210.

[9] CEPAL: Estudio Económico de América Latina, 1949, Nueva York, ONU, Departamento de Estudios Económicos; Singer Hans W.: “The Distribution of Gains Between Investing and Borrowing Countries” in American Economic Review XL, May 2nd 1950, pp. 473-485.

[10] Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo: Desarrollo Humano: Informe 1992, Bogotá, Ediciones Tercer Mundo, p. 85.

[11] Vilas Carlos M.; “Política y poder en el nuevo orden mundial”, en A. Guerra-Borges, 1994, op. cit., pp. 9-83.

[12] Les perspectives economiques mondiales et les paysen dévelopment, París, Económica, Banco Mundial, 1995.

[13] Harris Nigel: The End of the Third World, Hardmondsworth, Penguin, 1987; Broad Robin and Christina Melhorn Landi: “Whiter the North-South Gap?”, Third World Quarterly 17 (1), 1996, pp. 7-17.

[14] Ianni Octavio: A Sociedade Global, Río de Janeiro, Civilizacao Brasileira, 1992, pp. 125-127.

[15] Johnson Sterling: Global Search and Seizure. The U.S. National Interest vs. International Law, Hampshire, Dartmouth, 1994.

[16] Johnson Paul: “Colonialism’s back – and Not a Moment Too Soon”, The New York Times Magazine, April 18, 1993; Lefever Ernest W.: “Reigning in the U.N. Mistaking the Instrument for the Actor”, Foreign Affairs 73 (2), summer, 1993, pp. 17-20.

[17] Vilas Carlos M.: “Acotando la globalización”, en Etcétera 141, 12 de octubre, 1995.

[18] Dahrenbdorf Ralph: “The Changing Quality of Citizenship”, in Bart van Steenbergen (ed.). The Condition of Citizenship, London, Sage, 1994, pp. 10-19.

[19] Informe sobre el desarrollo mundial. El mundo del trabajo en una ecomomía integrada. Washington D.C., Banco Mundial, 1995, p. 11.

[20] Ibid., p. 9.

[21] Barrat-Brown Michael: Teoría económica del imperialismo, Madrid, Alianza Universidad, 1975.

[22] Hermet Guy, Alain Rioquie y Juan Linz: Para qué sirven las elecciones?, México, Fondo de Cultura Económica, 1982; Hermet Guy: En las fronteras de la democracia, México, Fondo de Cultura Económica, 1989; Vilas Carlos M., “Participation, inequality, and the Whereabouts of Democracy”, in D. Chalmers, C. M. Vilas (eds), Global Politics of Inequality in Latin America, Oxford, Oxford University Press, 1987, pp. 3-42.

[23] Diamond Larry: “The Globalization of Democracy”, in Robert O. Slater and others (Edit), Global Transformation and the Third World, Boulder, Lynne Rienner, 1993, pp. 31-69; Diamond Larry y Marc F. Plattner (comps.): El resurgimiento global de la democracia, México, Instituto de Investigaciones Sociales de la UNAM, 1996.

[24] Robinson William I.: Promoting Polyarchy. Globalization, US Intervention, and Hegemony, Cambridge, Cambridge University Press, 1996.

[25] Williamson John: “Democracy and the Washington Consensus”, in World Development 21 (8), 1993, pp. 1329-1336.

[26] Vilas Carlos M.: “Violencia política, legimitad y fragmentación social”, Documento presentado en el Foro Violencia y políticas públicas en América Latina, Caracas, CENDES, octubre, 1996; “Participation, inequality, and the Whereabouts of Democracy”, in D. Chalmers, C. M. Vilas and others (edit.), The New Politics of Inequality in Latin America, Oxford, Oxford University Press, 1997, pp. 3-42.

[27] Schwarts Joseph M.: The Permanence of the Political, Princeton N. J., Princeton University Press, 1995.

[28] García Canclini Néstor (comp.): Cultura y pospolítica. El debate sobre la posmodernidad en América Latina, México, Consejo nacional para la Cultura y las Artes, 1991.

[29] Held David: Modelos de democracia, Madrid, Alianza, 1991, pp. 360ss; Prospects for Democracy, Stanford, Stanford University Press, 1993, pp. 13-52; Morss Elliot R.: “The New Global Players: How they Compete and Collaborate”, World Development 19 (1), 1991, pp. 55-64.

[30] Sklair Lesile: “Social Movements and Global Capitalism”, Sociology 29 (3) August, 1995, pp. 495-512.

[31] Cox Robert W.: “Global perestroika”, in Ralph Miliband and Leo Panitech (eds), New World Order? The Socialist Register, 1992, op. cit., pp. 26-43.

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[33] Ibarra David, Transición o crisis? Las contraddiciones de la política económica y el bienestar social, México, Aguilar, 1996, p. 12.

[34] Calcagno Alfredo Eric, El Estado en países desarrollados. La acción pública en Alemania, Estados Unidos, Francia y Japón: Enseñanzas para América Latina, Santiago, 1993, Cuadernos del ILPES, núm. 38 (documento LC/IP/G), pp. 69-71.

[35] Vilas Carlos M.: “Después del ajuste: La política social entre el Estado y el mercado”, C. M. Vilas (ed), Estado y políticas sociales después del ajuste, Caracas, Nueva Sociedad, 1995, pp. 9-29.

[36] Gill Stephen: “The Emerging World Order and European Change”, in Ralph Miliband and Leo Panitch (eds), New World Order? The Socialist Register, 1992, op. cit., pp. 157-196.

[37] Informe sobre el desarrollo mundial. El Mundo de trabajo en una economía integrada. Washington D.C., Banco Mundial, 1995.

[38] Vilas Carlos M.: América Latina en el “Nuevo orden  mundial”, México, CEIICH-UNAM, 1994.

Formato per la citazione:
Carlos Vilas, "Falsità e luoghi comuni sulla globalizzazione", terrelibere.org, 20 dicembre 2004, http://www.terrelibere.org/doc/falsit-e-luoghi-comuni-sulla-globalizzazione