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Donne in marcia contro la guerra

Donne in marcia contro la guerra

 

Iniziativa internazionale contro il conflitto armato in Colombia

Barrancabermeja, Magdalena Medio, agosto 2001

 

 

Barranca, ciudad abierta, que entrega a propios y extraños sus entrañas. Ciudad ardiente, que clama paz de sus dolientes. Ciudad que desde otrora fue reconocida en la beligerancia del Cacique de la Tora. Ciudad amable, mulata, bullanguer que teje su folclor con retazos de la patria Ciudad de afanes, de sueños, de esperanzas, ciudad donde en ocasiones aparancen rufianos y villanos silenciando las voces de protesta. Ciudad que lucha con sus mejores hijos por cosechar paz, tolerancia y convivencia. Ciudad que en el generoso regalo del obrero, se da cita para culturizarse y rendir tributo espiritual a su Cristo Petroliero Ciudad de teas, que en las noches oscuras y nefastas hacen tu barranca más bermeja.

(Zhenya)[1]

 

 

Marciamo per dire No alla guerra

 

Barrancabermeja, sul tratto medio del Rio Madgalena. Circa 150 mila abitanti, situata in una conca umida che fa registrare una temperatura media di 30/35 gradi tutto l’anno. Il nome con il quale fu battezzata racchiude per intero la sua storia: “burrone vermiglio”, perché nell’oscurità della notte le candele delle raffinerie tingono di rosso gli abitati e le lagune accanto alle quali riposano.

 

“Città che offre ai colombiani e al mondo il frutto delle sue viscere”, città dalle tre P: petrolio, putas e plata, petrolio, prostitute e denaro. Importante porto fluviale nel cuore del Magdalena e porta d’ingresso verso il dipartimento di Antioquia, sede delle principali raffinerie colombiane e di un oleodotto di proprietà della compagnia nazionale Ecopetrol. All’inizio degli anni ’20 venne scoperto il primo pozzo in una zona fino a quel momento incontaminata e quasi disabitata. L’inizio della conquista fu immediato: prima arrivarono le compagnie, poi gli operai del petrolio e al seguito le prostitute. Solo dopo si sviluppò la città.

 

“Città ardente, città di affanni, sogni e speranze”, città che da quasi un secolo lotta con forza e viene repressa con una brutalità ancora maggiore. La sua lunga tradizione di lotte popolari risale all’epoca della guerra del 1948, quando sindacalisti, socialisti e comunisti conquistarono il controllo della città ed insediarono un “soviet operaio”, poi represso nel sangue. È qui che nell’ultimo decennio si è combattuto uno dei capitoli più sanguinosi della “guerra sporca” condotta contro le organizzazioni della sinistra e della società civile da stato e “parastato”, con l’appoggio di una rete segreta di spionaggio, la “Red 07”, i cui agenti si formarono nella “School of America” di Panama. Dal 1983, dopo la consolidazione del proprio dominio su Puerto Berrio, i gruppi paramilitari hanno ottenuto il controllo politico, economico e sociale di altri 28 municipi del Magdalena Medio. Nel 1996, hanno annunciato che si sarebbero presi Barranca “con il sangue e con il fuoco”, obiettivo oggi ampiamente raggiunto.

 

Per la seconda volta in un anno, a Barranca si sono date appuntamento donne di tutti i dipartimenti della Colombia; qui hanno convocato la comunità internazionale per raccontare gli effetti del conflitto, denunciarne i responsabili, chiedere presenza e appoggio ad una resistenza che  diventa ogni giorno più difficile.

 

Donne da Bogotá, Medellín, Oriente antioqueño, Cartagena, Cali, Valle del Cauca, Popayán, Putumayo, desplazadas (rifugiate interne) del Chocó, indigenas di Antioquia e del Cauca. E con loro, rappresentanti della società civile di 19 paesi. Tutte raccolte attorno all’appello della Ruta Pacífica de las mujeres, coordinamento nazionale al quale aderiscono centinaia tra ong, associazioni e gruppi informali del paese. La loro è una proposta femminista e pacifista, che chiede la soluzione negoziata del conflitto armato, di rendere visibili i crimini commessi contro le donne e garantire la loro presenza negli spazi di negoziazione. Dal 1996, anno della sua costituzione, la Ruta ha scelto come principale strategia di azione la marcia a “zone calde” del paese.

 

Puntiamo a una pace sostenibile, giusta ed equa e che ripari i danni causati dalla guerra…. Invitiamo la popolazione a contribuire con le proprie azioni a disarticolare la logica della guerra, soprattutto quella che si imparte negli spazi della vita quotidiana, attraverso parole che incitano alla violenza e vedono nello scontro una via per raggiungere la pace. Facciamo appello a tutti gli attori armati, affinché si impegnino al rispetto del diritto internazionale umanitario, a escludere la popolazione inerme dal conflitto, a sospendere le azioni che incrementano il desplazamiento forzado, il dolore e l’impoverimento della gente. Invitiamo il governo nazionale a rivedere la strategia di negoziare il conflitto nel mezzo delle ostilità e a non attendere la fine dei dialoghi di pace per adempiere ai propri obblighi costituzionali, proteggendo la vita, l’onore e i beni dei colombiani e delle colombiane. Noi donne di Colombia, in Ruta Pacífica contro la guerra, speriamo che la nostra protesta si converta nell’argomento di molti e di molte, i quali e le quali scelgano la resistenza pacifica contro la guerra, in vista della costruzione di un paese ove ci sia spazio per tutti e per tutte (14 agosto 2001, Lettera aperta alla popolazione colombiana) 

 

Durante l’anno passato si sono registrate a Barranca 567 uccisioni relazionate al conflitto: uno ogni 16 ore. Quest’anno la cifra è già passata a uno ogni 10 ore; il 90% delle vittime sono civili. Il periodo natalizio e l’inizio del 2001 sono stati i più terribili nella sua storia di sangue e violenza e la situazione peggiora ogni giorno. A metà gennaio in una sessione speciale, Gustavo Petro, presidente della Camera, l’ha definita la “Sarajevo colombiana, ove i gruppi armati ammazzano senza nemmeno guardare chi stanno uccidendo, con l’unico obiettivo di seminare il terrore”. I comandanti delle brigate militari della regione hanno chiesto di incrementare la presenza della forza pubblica, ma i rappresentanti della società civile rifiutano fermamente questa eventualità. <<La soluzione non è aumentare il numero degli effettivi militari e polizieschi – essi affermano – ma ottenere che il governo intervenga con efficacia, con azioni contro i gruppi che si trovano ai margini della legge, e sanzioni i membri delle forze armate che, per azione od omissione, facilitano l’avanzamento delle autodefensas>>.

 

La strategia dello stato, tuttavia, continua ad andare nella direzione opposta rispetto alle richieste del paese. Sta per essere approvato, infatti, un decreto che concede all’esercito poteri speciali, con la facoltà di arrestare un cittadino senza che vi sia l’ordine del giudice o del procuratore e di avviare procedimenti giudiziari contro civili negli organi castrensi, senza passare per la giustizia ordinaria e per le garanzie che questa impone. 

 

Siamo partite all’alba del 14 agosto, abbiamo percorso in bus, da nord a sud e da sud a nord, tutto il paese, per rendere visibile il nostro invito alla resistenza pacifica e alla neutralità attiva. Abbiamo impiegato fino a 28-36 ore per giungere al raduno; siamo arrivate in 4 mila, nonostante i tentativi dei gruppi paramilitari di sabotare l’iniziativa, bloccando per ore il passaggio di alcune delegazioni. I 18 bus che partivano da Medellín (io viaggiavo con questa delegazione) sono stati fermati dopo tre ore di cammino: mezz’ora di negoziati per potere proseguire, ma scortati da loro. Il fantasma della loro presenza, però, ha accompagnato tutti i giorni dell’evento.

 

Precedute da decine di donne della città che capeggiavano la marcia, abbiamo percorso le vie del centro, gridando slogan contro la guerra sotto gli occhi degli abitanti, commossi alcuni, furiosi altri, impassibili i più. Ciascuna donna portava in dono una pentola decorata: simbolo dell’alimento, della lotta per la sopravvivenza, della resistenza davanti alla morte. <<Non partoriremo né cresceremo figlie e figli per la guerra>>, uno dei messaggi più ricorrenti.

 

Al tramonto, nel parco giochi del centro dichiariamo aperto il raduno, con le danze de Las locas de pietra lila del Brasile, i canti delle indigene Catíos, i rituali di una shamana canadese, le parole di Eulalia, donna indigena deputata all’Assemblea di Antioquia.

 

In un paese che ha imparato a piangere la morte senza dimenticare la gioia di vivere, si balla e si fa festa per commemorare il dolore e la sofferenza di un conflitto che non smette di insanguinare le città, le strade, la terra e i fiumi di Colombia.

 

Cantamos y bailamos para vivir para que el mal se vaya y para que el bien no nos abandone. Aprendimos de las aves el canto y de las palmeras la danza. Cantamos y bailamos para que la melanconía no nos oprima en corazón

(Canto indigeno, Timbiquí, Cauca[2])

 

 

La resistenza delle donne dai propri luoghi

 

Club de infantas, giorno lungo e intenso. Un viaggio al cuore del conflitto colombiano e al cuore di tanti conflitti che vivono le donne in questo e altri luoghi del mondo. Un incontro per sentire una sorellanza che attraversa i confini. Ancora danze, canti e rappresentazioni teatrali, mentre donne di altri luoghi raccontavano le loro molteplici esperienze di emarginazione, violenza e resistenza. Le indigene del Guatemala, vittime di una doppia discriminazione: in quanto donne e in quanto indigene in un paese che non conosce ancora il significato della pace. Le brasiliane del movimento sim terras. Le salvadoregne, escluse dai tavoli ove si negoziò una pace che non c’è. Le donne in nero d’Europa, che hanno accompagnato la resistenza delle donne dei Balcani, delle israeliane e delle palestinesi; gli echi degli eterni conflitti africani.

 

Raccolte in questo spazio protetto, le sofferenze pronunciate attraversavano i nostri corpi. Corpi che dolevano, occhi che si scambiavano sguardi e carezze attoniti; braccia e gambe che si rifiutavano di rispondere, mani che non finivano di applaudire. Siamo arrivati a Barranca con la morte e con la paura. Con entrambe siamo rimaste per tre giorni: per socializzarle ed esorcizzarle, per “fare l’amore con la paura”.

 

Mentre questo accadeva, un gruppo di trecento uomini circondava l’edificio, guidati dai leader paramilitari che premevano per entrare e prendere la parola, che ci accusavano di essere sovversive e di macchiare il nome della loro città, “luogo di pace e giustizia”.

 

<<Amiche, prima di tutto vogliamo confessarvi di aver paura>>, ha iniziato Yolanda Becerra, presidente dalla OFP, Organización Femenina Popular. Fondata 29 anni fa da donne popolari, la OFP conta oggi circa 1.500 iscritte, che a loro volta fanno parte di 43 gruppi di vari quartieri, villaggi e località della regione del  Magdalena Medio. I suoi progetti sono orientati alla promozione delle donne nelle dinamiche socio-politiche della regione e al miglioramento delle loro qualità di vita. Per via del significativo lavoro svolto in tema di diritti umani, numerose leader sono state nel corso degli anni perseguitate, costrette alla fuga o uccise. Oggi la OFP ha tre case di accoglienza, una scuola di formazione e promozione delle attività economiche femminili, un fondo di credito rotatorio, programmi di promozione in salute e per i giovani e le giovani.

 

Come per il resto della Colombia, anche per le donne dell’OFP l’anno 2000 è stato il più difficile. Con ripetute minacce, fatte direttamente o attraverso chiamate ai loro cellulari, i paramilitari hanno cercato di convincerle ad abbandonare le attività. Il 22 dicembre hanno fatto irruzione simultaneamente in tutte le loro sedi, distruggendo i mobili e strappando tutti i documenti che incontravano. Le hanno invitate ad uscire, le hanno trascinate fuori per  i capelli e hanno comunicato l’ordine di chiudere tutte le sedi, pena la morte. Dopo lunghe e sofferte consultazioni, le donne hanno deciso di chiudere solo le sedi decentrate e di continuare nonostante tutto a tenere aperte le tre case nella città. Ma la chiusura delle sedi alterne ha significato il parziale blocco nell’appoggio alle desplazadas.

 

Tradizionale zona di presenza di una delle principali guerriglie del paese, l’Esercito de Liberación Nacional (ELN), ormai negli ultimi anni la città è completamente governata dai gruppi paramilitari, che dettano le proprie “leggi” e stabiliscono un controllo capillare sulla popolazione, con continue intromissioni persino nella vita familiare. Si sono assunti il compito di mantenere l’ordine pubblico, secondo “leggi” proprie; hanno ammazzato e fatto “sparire” tutti coloro che avevano avuto problemi con la giustizia: dagli spacciatori di droga ai ladruncoli. Hanno imposto rigide regole di comportamento e convivenza. Vivono sulla spalle della gente, reclutano giovani e persino minori. <<Vengono ogni giorno nelle nostre case e ci dicono: “oggi dovete cucinare per dieci persone”. Arrivano e mangiano alle nostre tavole, fanno la siesta nei nostri letti, parlano con i nostri figli. La loro strategia è confondersi con le gente comune. Voi andate nei barrios e non vedete nulla che vi possa apparire strano. Vedete 5, 6 uomini seduti in un patio in pantaloncini, guardando la Tv e pensate che siano il marito della signora della casa, i figli o i loro amici o i fidanzati delle figlie. Ma invece no, sono loro che si impongono nella nostra intimità. Se vedete un gruppo di 4, 5 giovani ad un angolo delle strade penserete che sono solo un gruppo di amici che conversano, però no: sono loro, sono attori armati e sono anche i nostri figli o figli dei parenti o dei vicini. Sono i nostri figli, sono quelli cui abbiamo dato la luce e che abbiamo cresciuto ed educato. E credevamo di averli educati per una vita diversa. Lo Stato cosa ha però offerto loro? Non c’è diritto alla educazione, non c’è diritto alla salute, al lavoro e all’abitazione. Loro gli offrono un’arma e un cellulare e poi uno stipendio (500 mila pesos, il doppio dello stipendio minimo) e potere, e ciò significa per loro contare, avere un ruolo, un’identità. Allora i nostri figli entrano nel conflitto affascinati da tutto questo, o lo fanno perché ricattati e costretti, pena la uccisione dei propri familiari. Non sanno però e si accorgeranno solo dopo che la loro vita dura poco e che non hanno potuto salvare la vita delle persone che amano>>.

 

Da trent’anni le donne dell’OFP si oppongono a questi processi di guerra ma la resistenza è divenuta più difficile, perché adesso, parte della stessa popolazione le osteggia. <<Molti dicono che la situazione è migliorata, che da quando ELN e paramilitari non si contendono più il territorio finalmente c’è pace a Barranca ma non è così. Loro sono i nostri “signori invisibili”. Loro ci dicono a che ora dobbiamo andare a dormire la sera, come si devono vestire le ragazze, come devono tagliarsi i capelli i ragazzi. Ci hanno indotti e indotte ad avere paura di parlare, di uscire di casa e persino di aprire gli occhi la mattina. I nostri morti non si vedono; li uccidono e li gettano al fiume, ma prima estraggono gli intestini, perché non galleggino. E non riusciamo più a trovarli. Noi conosciamo il dolore delle madri che rimangono sedute ventiquattro ore nella nostra casa delle donne, pregando che il loro figlio ritorni, e sono già passati giorni o mesi o anni dalla sua sparizione. Noi, soggetti della società civile non possiamo interagire con lo stato, per noi non hanno orecchie. Ma sappiamo che non dobbiamo andare soli e sole: dobbiamo convocarci e contarci. La resistenza che opponiamo a tutto questo non è scritta; la costruiamo ogni giorno alla luce della dura realtà. Dopo ogni fatto nuovo ed efferato ci riuniamo in uno spazio ove tutte le voci vengano espresse; lì prendiamo le decisioni e definiamo come continuare a resistere. Amiamo quello che facciamo e in questo momento sentiamo di dover socializzare la paura che ci attanaglia quotidianamente, perché se la nominiamo e la condividiamo, la paura può diventare forza e solidarietà>>.

 

La testimonianza di Yolanda commuove e paralizza; questa donna coraggiosa mostra il petto al nemico, dichiara che la sua voce e quella delle altre compagne non potrà essere messa a tacere e una emozione enorme attraversa tutte le donne presenti. La vorremmo circondare con la nostra protezione e non lasciare che le accada nulla; ma lei sta sfidando apertamente i “signori di Barranca”. Il 4 maggio scorso é stato scoperto dall’intelligence militare un piano dettagliato  per ucciderla.

 

Quale sarà il ruolo che gli interessi economici nello sfruttamento del petrolio avranno sulla vittoriosa offensiva paramilitare? Barranca era adagiata su quello che è stato uno dei tratti più affascinanti del Rio Magdalena, il fiume che culla “gli amanti ai tempi del colera” di Gabriel García Márquez. Adesso, la zona è immersa in un degrado e in un inquinamento spaventoso. La vita sta sparendo dal fiume, la flora è diminuita consistentemente, si è deteriorata la fauna acquatica e quella terrestre. I residui industriali, gli idrocarburi grezzi e le acque di raffreddamento del complesso petrolchimico vengono scaricate quotidianamente nel fiume. Le splendide lagune che circondano la città sono ormai irrimediabilmente danneggiate.

 

“Viviamo in un mondo di miseria su una laguna di ricchezza”, si suole dire nella regione del Magdalena Medio, ricca di risorse naturali non rinnovabili che vengono estratte e portate altrove, al pari della percentuale più importante dei guadagni. Secondo una ricerca realizzata dal CINEP di Bogotá, il prodotto regionale supera i 2.700 milioni di dollari, dei quali 2.000 milioni dovuti al petrolio. Di questi, solo 500 milioni si spendono per le necessità della popolazione. Le compagnie petrolifere sono le principali generatrici di lavoro, però utilizzano il sistema del contratto a termine con eccessiva frequenza. L’esistenza di una gran massa di disoccupati diventa per loro funzionale, in quanto permette di operare una contrattazione al ribasso.

 

La concentrazione della proprietà nelle mani di latifondisti, allevatori e industriali del settore alimentare, realizzata grazie alle azioni dei gruppi paramilitari e all’appoggio che questi hanno ricevuto da parte dell’esercito, ha spinto migliaia di contadini a fuggire dalle proprie case. La loro unica alternativa é approdare nei centri urbani, in tuguri in affitto e senza servizi; quando, invece, si stabiliscono in aree verdi non abitabili, non ricevono nemmeno i tre mesi di aiuto da parte dello Stato.

 

 

Le molteplici forme di violenza sulle donne in Colombia

 

Le donne sono straziate dalla morte precoce degli essere amati. <<Vogliamo che la morte e la vita tornino come fatti naturali in Colombia - dice Rocío Pineda, della Ruta – perché adesso siamo noi a seppellire i nostri figli mentre in un paese in pace sono i figli a seppellire i genitori>>.

 

Le esperienze che emergono dai racconti sono terribili. Patricia è una donna afrocolombiana da 5 anni desplazada a Quibdó; con la sua famiglia e la gente del villaggio ha dovuto abbandonare tutto quello che aveva per andare incontro alla discriminazione e all’abbandono da parte dello stato e dei suoi stessi concittadini. Demetra vive in uno dei barrios più caldi di Medellín, ove le bande si fronteggiano, stabiliscono confini e impediscono alla popolazione di un settore di passare all’altro. Così i bambini non possono andare a scuola e le donne devono fare giri immensi per andare a fare la spesa. Beatriz viene da Cali, ove il suo gruppo di donne sta sperimentando la disobbedienza civile contro gli ultimi provvedimenti dell’impresa dell’acquedotto pubblico, che ha incrementato vertiginosamente il costo dell’acqua, per affrontare le spese per il condotto che consentirà di trasportare l’acqua che i francesi hanno comprato.

 

Doris viene dal Valle del Cuaca, ove si registra una delle situazioni più preoccupanti, soprattutto nelle aree a forte presenza indigena. <<I paramilitari arrivano e uccidono le persone con le seghe elettriche, sotto gli occhi dei loro familiari>>. Il pericolo più grande che incombe sulle comunità agricole del nord-est del dipartimento è dato dalle fumigazioni sui campi di coca e papavero da oppio, che la protesta contadina e indigena non ha potuto bloccare. I bombardamenti chimici sono iniziati a metà luglio, con un’operazione che ha interessato 7.000 di ettari di terreno. L’applicazione della misura ha provocato le proteste da parte di migliaia di contadini, colpiti non solo in quella che rappresenta la loro unica fonte di reddito ma anche dalla distruzione di coltivazioni alimentari, dato che il territorio non è seminato solo a coca e papavero ma anche a ortaggi, mais e frutta. Inoltre, il glifosato, prodotto chimico utilizzato, provoca gravi danni ambientali e genetici. Il governatore del dipartimento, Floró Tunubalá, indigeno guambiano, aveva sempre manifestato avversione a misure tanto traumatiche; si era invece fatto promotore di una strategia alternativa, consistente nella eradicazione manuale realizzata gradualmente, concertata con gli stessi contadini e accompagnata dalla individuazione di alternative produttive e di sussistenza. La Defensoría del Pueblo, alcuni giorni prima dell’inizio delle fumigazioni, aveva lanciato un appello perché la misura venisse riconsiderata. Nelle ultime settimane l’esercito ha sparato su migliaia di contadini, indigeni paeces e guambianos, e sulle comunità della cordigliera che avevano installato un blocco stradale di protesta. 

 

Sonia fa parte della ong Vamos Mujer di Medellín; lavora con le donne desplazadas e ne annota la loro immensa capacità di reggere la famiglia negli accampamenti provvisori, mentre gli uomini, privati degli spazi di vita e di lavoro che ne caratterizzavano l’identità, non sono più punti di riferimento, si ubriacano e vivono le giornate in attesa del ritorno. <<La loro capacità di resistenza alle avversità da cui sono state colpite, si nota già poco dopo il loro arrivo in città: nel piccolo pezzetto di terra che si riescono a conquistare, cercano immediatamente di riprodurre l’orto della propria casa in campagna. E una necessità di sopravvivenza, perché lo Stato distribuisce aiuti alimentari per i primi tre mesi. Ma non solo: é un atto di forza impressionante>>. Vamos Mujer calcola che il 70% dei desplazad@s presenti a Medellín sono donne e bambini. Nel 2000, buona parte delle donne desplazadas hanno lavorato per meno della metà del minimo salariale e senza diritti a prestazioni sociali. <<In epoca di conflitto - affermano ancora le operatrici della ong - si incrementano anche gli indici di violenza intrafamiliare, che ha come principali vittime donne e bambine. Ogni giorno 16 donne e ragazze sono violentate nella città e solo 4 di questa denunciano>>.

 

I corpi delle donne colombiane sono utilizzate come terreno di conquista dai soggetti che si confrontano. Vengono violentate o uccise perché fidanzate o spose o amanti del “nemico”. Quelle che sopravvivono all’aggressione e alla violenza difficilmente denunciano. La Red Nacional de Mujeres de Cali, insieme ad altre organizzazioni popolari e con il Centro de Estudios en Género de la Universidad de Antioquia ha realizzato una ricerca sui casi di donne violentate dagli attori armati. Tutti i luoghi sono insicuri e a rischio di aggressione: primi fra tutti la loro stessa casa, la strada, il bus, il taxi. Nel febbraio di quest’anno in Cajibí (Cauca), tre donne della stessa famiglia, di 45, 32 e 15 anni sono state ripetutamente violentate da un gruppo di uomini armati; la giovane non si è ancora ripresa. Nell’aprile del 2000, ancora un gruppo di uomini ha portato via dalla propria casa una donna di 23 anni; l’hanno tenuta prigioniera in una villa isolata per una settimana, dove é stata violentata ripetutamente, insieme ad altre donne che si trovavano lì, nella stessa condizione. Nella strada Cali-Popayán, sette uomini ed una donna nel dicembre del 2000 hanno fermato un autobus, separato gli uomini dalle donne, portato queste ultime su per la montagna, le hanno violentate e poi le hanno lasciate andare.

 

Gli interventi di matrice neo-liberale degli ultimi 5 anni hanno determinato un drastico incremento della disoccupazione, la perdita del potere di acquisto delle famiglie e una polarizzazione economica sempre più ampia. Anche in questo caso gli effetti ricadono principalmente sulla popolazione femminile: povertà, discriminazione socio-economica, violazione dei diritti basici. “Il sistema della salute in Colombia é al collasso”, titolava dei giorni scorsi in prima pagina il quotidiano El Colombiano.

 

La crisi economica, la guerra, la violenza, investono prepotentemente anche la relazione donna-uomo, generando un desencuentro (è un “non incontro”, un “non riconoscimento”) sempre crescente e segnando i destini privati delle donne. Negli ultimi cinque anni si è incrementato drammaticamente il fenomeno della jefatura familiar femenina (presenza di famiglie capeggiate da madri sole) e le cifre sulla violenza coniugale sono gravissime. Un’inchiesta dell’Istituto nazionale Profamilia rivela che più del 50% delle donne colombiane che vivono in coppia sono vittime di violenze da parte del partner. Il 45% ha confermato di essere di norma colpite fisicamente dal proprio compagno (in un’analoga inchiesta condotta nel 1995 la percentuale era del 20%), mentre un 11% di donne hanno dichiarato di essere state violentate dal marito, compagno o convivente. Al primo posto nelle statistiche della violenza si collocherebbe - secondo la stessa fonte – la città di Medellín: il 61% delle donne intervistate ha dichiarato di avere subito violenza, mentre i casi di stupro sono maggiori all’interno della famiglia (El Colombiano 22 ottobre 2000). Altrettanto drammatiche sono le cifre della violenza esercitata sulla popolazione minorile. Il numero di bambini e bambine vittime di violenza sessuale è aumentato tra il 1996 e il 1998 del 600%.

 

Il desencuntro con gli uomini le rende eterne sognatrici e sempre alla ricerca del principe delle favole, che se non si trova tra gli uomini amati, si può provare a cercare via internet o in terre straniere: la Colombia è il secondo paese “esportatore di donne” , che cadono nelle reti internazionali del traffico.

 

  

La veglia e il concerto per la vita

 

Nella “veglia per la vita”, l’atto di resistenza all’olvido. Sostiamo nelle tre case delle donne in segno di lutto e di speranza, accompagnate ancora dai riti tradizionali. Le raggiungiamo in bus urbani affittati a ultima ora: i paramilitari, infatti, hanno intimato agli autisti che ci hanno accompagnato di non uscire per tutto il giorno dai parcheggi.

Rischiarando con delle torce il cammino, percorriamo il quartiere, per dire che il territorio continua ad essere della popolazione civile, delle nonne e dei nonni, delle donne e degli uomini, dei giovani e delle giovani, dei bambine e delle bambine. Poi torniamo alla casa <<come spazio di incontro, rifugio, luogo di vita e creazione, luogo di resistenza pacifica, centro di azione delle donne>> e ci uniamo in un rituale, legandoci a vicenda i polsi e le caviglie con un nastro rosso, come fanno gli indigeni U’wa con i propri morti, <<per dire che non li dimenticheranno, che continueranno a invocarli e ricordarli>>.

 

Ci raccogliamo nel concerto della vita. Ballando e cantando, ci riappropriamo della notte, per prenderci la libertà che il conflitto ha sottratto alla popolazione. Nel parco viene installata la scultura che le donne della Ruta Pacifica lasciano alla città. Cinque eliconie emergono dall’acqua e in cima al fiore di ciascuna si leva il busto di una donna. In riferimento alla differenza che esiste tra le donne colombiane, viene rappresentata una afrocolombiana, una indigena, una giovane, una anziana e, nel centro, una donna meticcia, con il volto di María Cano, una delle più note femministe colombiane. A Barranca, infatti, c’è una leggenda; nella laguna di Yondó, dall’altra parte del fiume, c’è un incantesimo e per ogni uomo e donna che muore o viene fatto sparire per mano degli attori armati nasce un’eliconia.

 

Il 17 agosto, all’alba, siamo già sulla via del ritorno. La delegazione internazionale lascia simbolicamente la propria protezione all’OFP e invia agli attori armati un comunicato: qualunque attacco grave alle organizzatrici sarà considerato un attacco alla comunità internazionale.

 

Per la Colombia sarà un altro giorno di ordinaria violenza. Una offensiva militare negli Llanos durata tre giorni lascia 100 guerriglieri delle FARC morti. Sette contadini vengono uccisi durante una incursione paramilitare a Yolombó (nord est di Antioquia); arrivano alle cinque del mattina, li strappano fuori dalle case e li uccidono, con l’accusa di aver prestato appoggio alla guerriglia. L’ICBF lancia un appello preoccupato per il grave incremento del rapimento tra i bambini. La “Federazione dei municipi” denuncia che nei primi sei mesi del 2001 tre sindaci in carica sono stati uccisi e altri tre rapiti. Dall’inizio dell’anno il numero delle vittime del conflitto in tutto il paese ha abbondantemente superato il migliaio.

 

Torniamo alla resistenza quotidiana. Al parco di San Antonio, ove i bus ci lasciano, ci diamo appuntamento al 25 novembre, in un’altra delle zone flagellate del paese - nel Putumayo - per continuare a dire No alla guerra.


 



[1] Barranca città aperta, che offre ai suoi e agli forestieri le proprie viscere. Città ardente, che reclama la pace per bocca di chi subisce i lutti. Città in altri tempi cantata dal Cacique de la Tora. Città piacevole, mulatta, tumultuosa, che intesse il suo folclore con ritagli della patria. Città di affanni, sogni, speranze, città ove a volte giungono ruffiani e villani per mettere a tacere le voci di protesta. Città che lotta con i suoi migliori figli per raccogliere pace, tolleranza e convivenza. Città che nel generoso regalo dell’operaio si da appuntamento per acculturarsi e rendere tributo spirituale al su Cristo Petrolio. Città di fiaccole, che nelle notti oscure e nefaste fanno il tuo burrone più vermiglio. 

[2] Cantiamo e balliamo per vivere, perché il male se ne vada e il bene non ci abbandoni. Dagli uccelli abbiamo appreso il canto e dalle palme la danza. Cantiamo e balliamo affinché la malinconia non schiacci i nostri cuori.

Formato per la citazione:
Ada Trifirò, "Donne in marcia contro la guerra", terrelibere.org, 06 settembre 2001, http://www.terrelibere.org/doc/donne-in-marcia-contro-la-guerra