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Donne che esercitano la prostituzione a Medellín

Donne che esercitano la prostituzione a Medellín

Una storia di inequità di genere ed emarginazione

 

 

Sommario

 

Il documento presenta i risultati di una ricerca sulla prostituzione a Medellín, città colombiana fortemente interessata dal fenomeno; si stima, infatti, che su una popolazione di circa 1 milione e mezzo di abitanti, 25 mila donne si dedichino alla prostituzione. La ricerca è stata condotta tra il gennaio del 2000 e il dicembre 2002 nell’ambito del programma di cooperazione internazionale Espacios de Mujer[1] ed i risultati sono stati pubblicati in Colombia nel 2003[2].

 

La trattazione si articola in quattro capitoli. Il primo ripercorre la storia della prostituzione in Colombia sin dall’epoca della colonizzazione. Nel secondo, viene proposta una riflessione sugli approcci finora riservati al fenomeno, mentre il terzo presenta l’analisi del profilo dalle donne che fanno parte del programma. L’ultimo capitolo propone la lettura di alcune delle storie di vita che sono state materiale di studio: ognuna racconta un universo differente, confermando l’unicità di ogni essere, che deve essere presa in considerazione in ogni intervento sociale.

 

Le donne che esercitano la prostituzione in Colombia e specificamente a Medellín, vivono in condizioni di svantaggio, marginalità socioeconomica e culturale e sono vittime di gravi e ricorrenti violazioni dei loro diritti umani. Il contesto nel quale agiscono e la maniera nella quale è organizzato il fenomeno comportano un livello di vulnerabilità molto alto a forme di violenze di genere, situazioni di sfruttamento sessuale e tratta di persone. Oltre a delineare gravi situazioni di violenza ed emarginazione, tuttavia, i risultati della ricerca mettono in risalto le risorse e i talenti delle quali le donne sono portatrici, riscattandole dalla visione vittimizzante che generalmente si utilizza.

 

Rileggendo brani di interviste, storie di vita e testimonianze, emerge come la prostituzione per alcune donne sia vissuta come una professione, per altre sia solamente un’opzione di vita, l’unica possibile; per altre ancora un incubo dal quale vorrebbero uscire presto. Ma la ricerca ha permesso di formulare la conclusione che la prostituzione non trova i suoi fattori causanti nel profilo delle donne, bensì principalmente nelle barriere di genere che il contesto socioeconomico e politico impone loro. Ed è per questo che un intervento sul fenomeno deve avere come quadro di riferimento i diritti civili di queste donne e le loro condizioni di vita. Inoltre, deve essere integrato da iniziative di informazione e sensibilizzazione che riescano ad abbattere stereotipi moralisti ed irrispettosi ed incidere su atteggiamenti e comportamenti dei potenziali clienti e della comunità intera.

 

 

Premessa metodologica

 

Il progetto nella sua formulazione iniziale non prevedeva la realizzazione di una ricerca ma è stato inevitabile per il gruppo di lavoro accompagnare lo svolgimento dell’iniziativa ad un processo di indagine permanente e di osservazione partecipante.

 

Indubbiamente, iniziare a lavorare con un fenomeno come quelle della prostituzione è innanzitutto una sfida: con noi stesse/i, con le rappresentazioni sociali delle quali siamo portatrici e portatori, con i pregiudizi che interessano l’approccio al fenomeno. Più volte nell’équipe ci siamo dette/i che avevamo bisogno di strumenti di lavoro che ci permettessero di andare “oltre” le letture imposte dai nostri contesti socio-culturali di appartenenza. Abbiamo subito avviato, dunque, un processo di auto-formazione e riflessione teorica.

 

Il processo di studio è iniziato con la raccolta, l’analisi e la valutazione della bibliografia esistente: articoli di stampa e riviste, ricerche, ma anche leggi. Si è poi fatto ricorso allo strumento dell’intervista a Medellín, Bogotá e nella zona Cafetera[3], a “personaggi chiave”: funzionari pubblici, ong, addetti ai lavori o conoscitori del tema. Hanno avuto un ruolo importante nel processo anche gli incontri interistituzionali ai quali partecipavamo e, in maniera particolare, i dibattiti sviluppati nell’ambito della Mesa de información y prevención sobre Trata de personas (Tavolo di informazione e prevenzione sulla Tratta di Persone), promossa dallo stesso programma[4].

 

Tuttavia, i saperi più preziosi derivavano dal lavoro diretto con la “popolazione soggetto”: il lavoro di strada, i colloqui, le conversazioni individuali e di gruppo, gli incontri seminariali e le assemblee erano di fatto lo spazio all’interno del quale agire in vista degli obiettivi del progetto ma anche un importante occasione di apprendimento.

 

Il livello delle riflessioni che si faceva era notevole e per questa ragione mi convinsi della necessità di introdurre in quello che si configurava ancora come un percorso spontaneo, elementi di strutturazione e programmazione, facendo ricorso agli strumenti metodologici offerti dalla Investigación acción participada (ricerca-azione o azione-ricerca partecipata).

 

Gli obiettivi principali della nostra azione-ricerca, dunque, furono i seguenti: 1) raggiungere conclusioni di tipo conoscitivo approfondite sul fenomeno della prostituzione a Medellín; 2) elaborare “buone prassi” di lavoro sociale sul tema nel contesto specifico della città; 3) promuovere processi di empowerment dei quali si potessero beneficiare le donne che esercitano la prostituzione.

 

Alla fine di tre anni di lavoro (2000- 2002) abbiamo proceduto alla sistematizzazione di dati, informazioni e riflessioni e abbiamo proposto a Pro.Do.C.S. e, quindi, al Ministero Affari Esteri Italiano di autorizzare il finanziamento di una pubblicazione. Si giunse così a Mujeres que ejercen la prostitución. Una historia de inequidad de género y marginación, pubblicato a Medellín con la Editorial Lealón, accessibile in rete su questa stessa pagina web. Adesso, proponiamo la versione italiana della ricerca, che sarà presto disponibile anche in cartaceo.

 

Gli strumenti a nostra disposizione per analizzare il fenomeno della prostituzione a Medellín e il profilo delle donne che la esercitano sono stati i seguenti:

 

·  496 studi di caso[5]

·  253 questionari

·  36 storie di vita

 

Le informazioni emerse sono state integrate da altre derivate dall’osservazione in:

 

·  85 gruppi focali

·  891 contatti nel “Punto d’incontro”

·  circa 2.000 contatti telefonici

·  120 uscite dell’unità di strada

·  circa 3.500 contatti durante le uscite sul campo

·  87 visite domiciliari

·  documenti vari del programma: relazioni dell’équipe di lavoro e delle istituzioni che hanno appoggiato o realizzato le attività.

 

L’elaborazione delle schede di registrazione e le risposte ai questionari hanno permesso di ottenere alcuni dati quantitativi che danno una prima fotografia del fenomeno. Le informazioni derivate dalle interviste in profondità, dalla raccolta delle storie di vita e dalle relazioni dell’équipe, hanno, poi, permesso di approfondire, chiarire e, in alcuni casi, smentire gli indicatori di frequenza emersi.

 

I gruppi partecipanti alle attività di recupero scolastico e alla formazione professionale e tutti gli altri che si sono conformati per via della partecipazione a seminari e conversatorios[6] fungevano da “gruppi focali”.

 

Mi sembra doveroso indicare qui chi si è occupato del percorso della ricerca, considerato anche che si è trattato di un impegno volontariamente assunto da tutti noi e che ha comportato la realizzazione di attività aggiuntive rispetto a quelle previste dal progetto[7]. L’equipe di lavoro della ricerca era costituito da me, Antonio Mazzeo, Betty Pedraza (promotrice sociale e coordinatrice locale del progetto) e Maria Doris Usma Gutiérrez (assistente sociale). Io mi sono occupata del coordinamento scientifico, della redazione del rapporto di ricerca e delle successive pubblicazioni. Inoltre, ho raccolto, sbobinato e tradotto le storie di vita e le interviste in profondità. Maria Doris Usma Gutiérrez e Betty Pedraza hanno somministrato i questionari. Le interviste a personaggi chiave sono state realizzate da me, Antonio Mazzeo e Betty Pedraza. L’analisi delle informazioni contenute nelle 496 schede individuali è stata realizzata da Antonio Mazzeo e da Maria Doris Usma Gutiérrez; l’elaborazione statistica dei dati delle schede individuali e delle risposte ai questionari è stata effettuata da Antonio Mazzeo, che ha curato anche l’editing sia della pubblicazione in spagnolo che della versione in italiano. Un preziosa collaborazione è stata prestata da Don Ernesto López, direttore della Editorial Lealón di Medellín, che con passione e interesse ha riletto con noi tutte le bozze del testo in spagnolo e ci ha aiutato a realizzare la correzione di stile.

 

Va qui specificato che le pubblicazioni prodotte – compresa la presente - sono una elaborazione dei “contenuti” emersi e una presentazione delle metodologia d’intervento utilizzata all’interno del programma Espacios de Mujer. Le risorse a disposizione (soprattutto in termini di tempo) non hanno consentito di procedere ad un vero e proprio processo di “sistematizzazione” di tutto il percorso, nel quale fosse coinvolta la stessa “popolazione soggetto”. Speriamo vivamente che questo pezzo del nostro lavoro sia rimandato ad un futuro prossimo.

 

 

Note introduttive 

 

Attraverso le riflessioni qui presentate, si delineano molte delle domande, delle inquietudini e delle conclusioni che hanno animato e continuano a motivare il programma Espacios de Mujer. Uno degli ambiti sul quale il gruppo di lavoro ha riflettuto a lungo è quello delle rappresentazioni sociali sul fenomeno e in particolare le espressioni linguistiche che si utilizzano per riferirsi al fenomeno. Di fronte a definizioni marginalizzanti e pregiudizievoli, il gruppo di lavoro ha deciso di darsi un proprio glossario, introducendo termini che spiegano e comprendono la filosofia stessa del programma. Innanzitutto, abbiamo rifiutato l’utilizzo di definizioni come beneficiarie, utenti o popolazione oggetto, per preferire invece “popolazione soggetto”; detta definizione, infatti, pone in evidenza che il programma non si costruisce con la prospettiva di “offrire un servizio”, quanto piuttosto di appoggiare un processo di empowerment di donne che sono soggetto della propria vita, di decisioni e coscienza politica.

 

Le “parole chiave” che abbiamo scelto di utilizzare per nominare la “popolazione soggetto”, inoltre, sono “mujeres que ejercen la prostitución (MEP), ossia donne che esercitano la prostituzione, definizione che abbraccia buona parte della filosofia del progetto stesso[8]. Abbiamo scelto di non utilizzare la definizione prostituta, per l’accezione negativa che ha avuto nel corso della storia di ogni paese; ed inoltre, perché si tratta di una denominazione che fa sparire il soggetto del quale si sta parlando: le donne, appunto.  Allo stesso modo, abbiamo deciso di rifiutare il termine prostituida [donna prostituita], perché consideriamo che si possa riferire solamente a donne che sono obbligate alla prostituzione da parte di altri. Utilizzare questo termine per tutte le MEP significherebbe togliere loro volontà e autonomia; oppure, volerle giustificare, come se le si considerasse colpevoli di qualcosa.

 

La definizione trabajadora sexual (lavoratrice sessuale) è stata da noi scartata perché consideravamo che solamente le protagoniste possano esigerla; se si sentono “lavoratrici” come altre nel loro mestiere sta a loro rivendicare ed assumere una tale identità politica, come è accaduto già in altri paesi[9]. Inoltre, questa definizione, come si è detto nel primo capitolo, include tutte/i Sw, donne, uomini o transgender. Ma il programma è diretto solo a donne. Oltretutto, fino ad ora in Colombia non sono sorte – come invece è avvenuto in altri paesi – alleanze delle MEP con altri/e Sw.

 

Non abbiamo utilizzato, infine, l’espressione mujeres in situación de prostitución (donne in situazione di prostituzione) perché la prostituzione non è una situazione che si soffre passivamente, come la povertà, la guerra o la violenza, bensì un’opzione che in qualche momento una donna può fare, sebbene condizionata dalle circostanze.

 

Ciascuna delle definizioni precedenti, oltre a includere filosofie lontane del nostro percorso, può essere riferita solo ad alcune delle donne che esercitano la prostituzione, ma MEP le raggruppa tutte. È una definizione neutra e mette in chiara luce che il programma si rivolge a tutte. Inoltre, da riconoscimento alla loro soggettività: chi compie l’azione di esercitare sono innanzitutto “donne” e tali rimangono. Cancellare la loro soggettività, nel momento le si definiscono, significa avere difficoltà a riconoscere che ci sono donne consapevoli e responsabili del loro “agire” nella prostituzione.

 

La ricerca è stata realizzata in un’epoca che presenta congiunture speciali di fronte al fenomeno, in Colombia come in Italia. Mentre la globalizzazione dell’economia e l’incremento dei livelli di povertà spingono un numero sempre più alto di donne e uomini al lavoro sessuale, nel proprio paese e all’estero, aumentano il rifiuto e la repressione, e conseguentemente l’adozione di leggi che si rifanno all’ormai superato regolamentarismo.

 

A Medellín è stato approvato un Codice di Polizia che torna a prendere in considerazione i quartieri di tolleranza; in Italia, una proposta di legge di ispirazione governativa propone di tornare a penalizzare l’esercizio della prostituzione in strada. Mentre diminuisce nel mondo la popolazione che non ha accesso ai più basilari diritti socioeconomici, si penalizzano fenomeni che offrono alternative di vita ma offendono gravemente la morale comune.

 

Spero vivamente che queste pagine possano mostrare l’altra faccia del fenomeno, quella che i discorsi politici e l’informazione proposta dai mezzi di comunicazione di massa nascondono sempre, offrendo in tal modo elementi di riflessione e interrogativi nuovi. E spero, infine, che arrivi in Colombia una pace che permetta ai processi sociali di seguire il suo corso e di non fallire; e che la pace si costruisca con il rispetto dei diritti di tutti gli uomini e le donne che abitano questo meraviglioso paese, perché solo la pace di tutti potrà essere una pace giusta.

 

Concludo queste note introduttive ringraziando le istituzioni e persone che hanno condotto con noi una sfida per i diritti civili delle donne che esercitano la prostituzione; quelle che hanno lavorato con MEP parallelamente al programa, con la stessa o con altra filosofia, consentendoci occasioni di scambio e permettendo al programa di individuare e affermare la propria identità politica. Uno speciale ringraziamento va al movimento delle donne, ed in particolare a: Red por los Derechos Sexuales y Repro­ductivos, Mesa de trabajo de las mujeres de Medellín, Mujeres de Negro, Ruta Pacífica de las Mujeres. E, infine, alle donne che esercitano la prostituzione, quelle che fanno parte del programma Espacios de Mujer e tutte le altre che continuano ogni giorno la propria battaglia per la dignità e i diritti, in Colombia e nel mondo.

 

 

 

Capitolo 1

Il fenomeno della prostituzione in Colombia

 

Ogni martedì per la legge, settimana dopo settimana, le prostitute de La Catunga dovevano recarsi all’alba nella zona del centro, nei pressi della strada del Comercio, e fare una coda di fronte al dispensario antivenereo per rinnovare la tessera della sanità. In piedi davanti a un muro, tutte uguali davanti alla corruttela dell’amministrazione, senza una lampadina che assegnasse privilegi o una nazionalità che valesse più di un’altra, senza tariffa differenziale o un colore della pelle più vantaggioso di un altro. Tutti i martedì la dignità di ciascuna di loro valeva cinquanta pesos, né uno di più né uno di meno. (Laura Restrepo[10])

 

 

1. Un viaggio attraverso la storia colombiana

 

Scarse sono le informazioni certe che si hanno sulla prostituzione e la sessualità nel paese durante l’epoca precolombiana, mentre sembra che il fenomeno abbia iniziato ad assumere caratteristiche moderne e postmoderne (come scambio di servizi sessuali in cambio di denaro) molto tardi. Scrive la storiografa Pilar Jaramillo di Zuleta che:

 

Secondo i documenti consultati, nel nuovo Regno di Granada non esistevano case di libertinaggio pubblico durante tutto il periodo coloniale.[11]

 

Nel secolo XVI, immediatamente dopo la conquista, le “necessità sessuali” degli uomini venivano soddisfatte dalla prostituzione rituale e attraverso la schiavitù sessuale delle donne indigene.

Di fatto, la maniera nella quale si realizzò la conquista permise agli spagnoli di trasformare le donne indigene in bottino di guerra.

 

...Durante quasi tutto il secolo XVI predominò la violenza, la sevizia e la forza sulle donne indigene. Furono molti i soldati, perfino gli stessi capi delle milizie, sui quali pesarono accuse di abuso e maltrattamento verso le donne dei popoli indigeni. In ripetute occasioni i capi tribù denunciarono encomenderos[12] e funzionari della giustizia perché portavano via dai villaggi le loro mogli e figlie. ...Si sa che abusavano di loro con la violenza, ma anche che le inserivano al loro seguito come domestiche.[13]

 

All’interno delle comunità indigene, invece, si presentavano forme di prostituzione rituale che si presume fossero eredità del passato e che i conquistatori si incaricarono di sanzionare fino a farle scomparire, insieme a tutti quei comportamenti che consideravano contrari ai costumi “civilizzati” e alla morale cristiana in materia di sessualità e vita familiare.

 

Fu nel secolo XVI che iniziò a svilupparsi quella forma di prostituzione che gli storici colombiani definiscono “domestica”, che perdurò fino alla metà del secolo XX.

 

Cioè, molto eccezionalmente, e solo alla fine del secolo XVIII, ci furono case dedite alla venalità sessuale. Normalmente, gli scambi cosiddetti di “prostituzione” avevano luogo nella stessa residenza di uno o l’altro degli implicati e contava sempre sulla collaborazione dei membri della famiglia… Le relazioni che le donne instauravano coi loro amanti non erano fugaci. In generale duravano più di due anni.[14]

 

Nella struttura sociale coloniale, un’istituzione era anche l’“altra donna” ed ogni uomo che si rispettasse, con posizione sociale e tradizioni familiari, aveva una moglie e le proprie amanti di turno o mantenute, rispettate ma relegate in una posizione che segnava la loro vita e quella dei figli per sempre.

 

Tanto i romanzi di Gabriel García Márquez quanto i quadri di Fernando Botero riproducono fedelmente la doppia morale sulla quale si edificava la vita privata: da una parte la famiglia unita, dipinta nel vissuto più intimo; dall’altra le amanti e le “veneri” delle case d’appuntamento. Alcune di tale case fanno parte della storia delle città colombiane: come quella della famosa Marta Pintuco a Medellín, celebrata nelle canzoni popolari e ancora ricordata da centinaia di uomini ma che qualcuno afferma non sia esistita realmente. 

 

In Sud America come in Europa, fu a partire dalla diffusione delle malattie veneree che la prostituzione incominciò a rappresentare un grave problema che richiedeva una soluzione. Fu così che si presero misure già adottate precedentemente nell’esperienza europea ed il dibattito si incentrò tra le due posizioni classiche: proibizionismo o regolamentarismo.

 

In Colombia le azioni regolatrici erano state rifiutate per molto tempo, perché non si poteva concepire la partecipazione delle istituzioni in un’attività considerata moralmente esecrabile. Perciò, durante la maggior parte del secolo XIX la prostituzione fu proibita e penalizzata, ma senza che le leggi potessero ostacolare la diffusione del fenomeno che la società, invece, tollerava.

 

L’applicazione delle norme fu irregolare durante tutto il secolo e in molti casi gli interventi delle autorità di ordine pubblico si concretizzavano nel confino delle donne scoperte a compiere il “reato”. Questo significava, come scrive Aída Martínez Carreño:

 

...l’esilio a posti deserti, dai climi mortiferi, dove rimanevano abbandonate alla propria sorte. ...Le leggi colombiane avevano optato per la proibizione e la punizione, ma le pratiche di polizia... andavano ben oltre, imponendo, “seppur inconsciamente”, la pena capitale.[15]

 

Fu a principio del XX secolo, dopo la Guerra dei Mille Giorni, che incominciarono a diffondersi le prime misure regolamentariste. Nel 1907, un decreto promulgato dal Governatore della provincia di Bogotá definiva la prostituzione <<una calamità vera per la società, perché oltraggia il pudore, corrompe la gioventù, diffonde i germi di terribili malattie che si diffondono tra le famiglie e porta con sé la degenerazione della razza>>. Per questo, si stabiliva che i luoghi nei quali l’attività si realizzava dovevano ottenere un permesso della governación[16] e venivano stabilite restrizioni allo spostamento all’interno della città delle prostitute, le quali erano obbligate ad iscriversi per il controllo medico.

 

A Medellín, nel 1914 il Codice di Polizia conteneva norme regolamentariste, soprattutto in relazione all’ubicazione dei locali ove si poteva esercitare l’attività e nel 1917 venne riaperto l’Istituto dermoceltico, per assistere pazienti vittime del contagio venereo.

 

 

2. La legislazione nel XX secolo

 

Nel XX secolo la legislazione sul fenomeno fu caratterizzata da un complesso insieme di leggi della Repubblica, norme penali, accordi, decisioni e decreti di Assemblee e Consigli comunali; e poi, codici di polizia che si esprimevano a volte in forme contraddittorie e senza rispettare la gerarchia delle fonti. Nel caso della Colombia di quell’epoca, in realtà, non si può parlare di abolizionismo, regolamentarismo o proibizionismo; bensì di un orientamento verso la “tolleranza regolamentata”, con poche norme vigenti a livello nazionale che lasciavano ai governi locali, alle assemblee e ai consigli comunali la definizione delle regole da adottare in dettaglio.

 

Sicuramente la prima norma completa emanata a livello nazionale fu la Risoluzione 282 del 4 maggio 1942 del Ministero del Lavoro, dell’igiene e della prevenzione sociale, per la quale si dettarono disposizioni sulla campagna antivenerea e si stabilì l’iscrizione e la vigilanza delle “donne pubbliche”.

 

La norma era in vigore in tutto il territorio nazionale, ad eccezione di Bogotá, e stabiliva che per esercitare la prostituzione era obbligatoria l’iscrizione come “donna pubblica” nei registri ufficiali delle ispezioni di igiene. La presenza di pregiudizi morali che accompagnarono la redazione degli articoli risulta già nella definizione del fenomeno:

 

Articolo 5: Sarà iscritta come prostituta, ogni donna che pratica abitualmente il coito con vari uomini indistintamente e vive in postriboli e case di lenocinio o li frequenta...

 

Articolo 12: ...è prostituta, dal momento che così dev’essere considerata la donna che non sia sottoposta a patria potestà, a potestà maritale, tutela o curatela...

 

Secondo tale legge, ogni donna dedita alla prostituzione doveva sottoporsi ad esami periodici e trattamenti obbligatori e riceveva una “scheda antropometrica” nella quale venivano annotate eventuali malattie. Le abitazioni destinate alla prostituzione dovevano possedere requisiti specifici e la prostituzione clandestina, come il prossenetismo, era penalizzata[17]. Tra le condotte sanzionate, c’erano anche quelle che la legge definiva “oscene”:

 

Articolo 19. La prostituta che proferisca parole oscene in pubblico, si mostri nuda o vestita in una maniera che offenda la morale pubblica, oppure che per mezzo di canti o in altra forma inciti a commettere atti sessuali o ad offendere la decenza e il pudore pubblici, sarà punita con la pena da quattro a trenta giorni di reclusione.

 

La tessera di sanità continuò ad essere obbligatoria fino all’entrata in vigore della Costituzione del 1991.

 

In realtà, già il precedente Codice del 1936 era ispirato a forti pregiudizi morali e nel suo titolo “Delitti contro la libertà e l’onore sessuale” stabiliva un dualismo tra i delitti di induzione alla prostituzione di una “persona onesta” e gli atti di coazione di una “donna pubblica”. Chiaramente, i primi erano molto più gravi e le pene potevano arrivare fino a quattro anni di prigione, mentre nel secondo caso arrivavano ad un massimo di un anno e mezzo. Inoltre, si riduceva fino al 50% la pena per chi avesse violato una “donna pubblica”.

 

Secondo quanto previsto da queste norme nazionali, i departamentos e municipi approvarono norme diverse, che avevano alcuni o tutti gli elementi del regolamentarismo: definizione delle zone di tolleranza, proibizione per minori di esercitare la prostituzione, controllo venereo, registrazione, limitazioni al libero spostamento delle prostitute nel centro della città. Solo il Municipio di Bogotá optò, invece per il proibizionismo, con l’Accordo 95 del Consiglio comunale del 1948.

 

Articolo 1: Si proibisce il funzionamento in tutto il territorio del Municipio di case, negozi, stabilimenti di qualunque indole ove, come attività principale o secondaria, una o più persone esercitino abitualmente la prostituzione e ai quali il pubblico abbia libero accesso.

 

Tuttavia, come in qualunque altra epoca e paese ove si definirono rigide disposizioni, al di là delle leggi, la prostituzione continuò ad essere esercitata nella maggior parte dei casi in forma autonoma e nascosta: in strade, bordelli, case d’appuntamento, hotel e stabilimenti di vario tipo. Si calcola che, fino a quando fu in vigore l’obbligo d’iscrizione, solo una prostituta su cinque era registrata.

 

Nel 1970, il Codice di Polizia Nazionale (Legge 1355), all’interno della sezione dedicata all’esercizio dei diritti e delle libertà pubbliche (Libro II), inserì il principio abolizionista, affermando che <<il solo esercizio della prostituzione non è punibile>> (Art. 178). La definizione di prostituta venne così modificata:

 

Articolo 178: Esercita la prostituzione la persona che traffica abitualmente col suo corpo, per soddisfazione erotica di varie altre, al fine di assicurare, completare o migliorare la propria sussistenza o quella di altri.

 

Con tale codice, si inizia a usare il termine prostituzione non soltanto in riferimento alle donne e nella formulazione della legge sparisce la definizione giudicante propria del codice precedente, anche se il fenomeno non smette di essere considerato un’attività spregevole. Per questa ragione, lo Stato doveva prendere misure di contrasto contro la sua diffusione.

 

Articolo 178: Lo Stato utilizzerà i mezzi di protezione a sua disposizione per prevenire la prostituzione e facilitare la riabilitazione della persona prostituita.

 

Articolo 181: La Nazione, i dipartimenti ed i municipi organizzeranno istituti nei quali ogni persona che pratica la prostituzione trovi mezzi gratuiti ed efficaci per riabilitarsi.

 

Nonostante fosse definita attività lecita, la prostituzione doveva essere prevenuta e scoraggiata e le donne che la esercitavano riabilitate. Le espressioni utilizzate sembravano catalogare le donne come “devianti”, cittadine uscite dalla “normale esistenza sociale” e che bisognava “riabilitare”. A questa filosofia, in realtà, si sono ispirati gli interventi promossi o gestiti direttamente dalle istituzioni pubbliche negli ultimi 30 anni.

 

Adeguando le norme penali al nuovo principio abolizionista, infine, il Codice di 1980 (Legge 100) supera la vecchia distinzione tra “persona onesta” e “donna pubblica” e stabilisce le pene ed il trattamento processuale per induzione alla prostituzione e alla tratta di persone.

 

 

3. Prostituzione e industria del sesso nelle ultime decadi

 

Secondo una ricerca realizzata nel 1970 da Saturnino Sepúlveda, sulla base delle informazioni contenute nelle relazioni di polizia, le città nelle quali si presentava una maggiore diffusione del fenomeno erano Bogotá, Medellín, Cali, Pereira e Armenia. Anche le zone attraversate dai fiumi Cauca e Magdalena appaiono come “grandi arterie di prostituzione”.

 

Allora come adesso, i dipartimenti di Antioquia, vecchio Caldas[18] e Valle occupavano i primi posti per indice assoluto di prostituzione.

 

Con riferimento alle dimensioni economiche del fenomeno, Sepúlveda scrive quanto segue:

 

Se si assume che ci sono 150.000 prostitute in Colombia e che esse abbiano entrate personali per circa 400 Pesos al mese, la quantità di denaro pagata dai clienti alle prostitute ammonterebbe a 60.000.000 di Pesos. Ma in media ogni cliente può spendere 80 e 90 pesos per visita al postribolo, il che rappresenterebbe una circolazione di denaro pari 135.000.000 mensili.

 

Le statistiche di polizia mettono in evidenza come dalla metà del XX secolo al 1975, il numero di prostitute si incrementò fino a raggiungere un massimo di 52.967, mentre negli anni successivi si registrò una riduzione, per poi tornare a risalire alla metà degli anni ‘80.

 

Tra gli effetti della crisi che ha investito la Colombia a partire dalla fine degli anni ‘80, si osserva anche un cambiamento nelle dinamiche del fenomeno, soprattutto nelle città principali.

 

L’industria del sesso, qui come in altri luoghi, è cresciuta e si è diversificata. Ai tradizionali bar e case d’appuntamento si sono aggiunti le case di massaggi, i locali di striptease e le sale di porno-video, ove è possibile provare il gusto di essere filmati durante la relazione sessuale, per dopo tornare a riguardarsi: come essere protagonisti di videocassette pornografiche, per soli 40.000 pesos.[19] E poi i cabaret, le linee telefoniche erotiche, le saune, le agenzie di accompagnatrici, alcune agenzie matrimoniali, gli appartamenti di lusso, i ristoranti erotici, i cinema pornografici. E infine beni di consumo come riviste pornografiche, videocassette, articoli erotici in vendita nei sexy shop.

 

L’incremento numerico e la diversificazione dell’offerta hanno comportato la riduzione dei guadagni. Da un lato, perché la domanda di servizi sessuali è tendenzialmente costante nel tempo; dall’altro, perché le tariffe hanno subito una progressiva perdita di potere d’acquisto. In un’intervista pubblicata in un quotidiano di diffusione nazionale, una prostituta di cinquant’anni afferma:

 

Oggi le stanze d’hotel sono più care e la prestazione vale meno di quanto valesse nelle aree di campagna 29 anni fa, quando ho iniziato io.[20]

 

Nei giornali abbondano annunci che offrono “massaggi” realizzati da “giovani universitarie”. I loro servizi fino ad un paio di anni fa potevano costare un milione di pesos[21] e solamente a causa dell’incremento nell’offerta il prezzo si è ridotto. Esse esercitano in centri di massaggi o realizzano servizi a domicilio e in hotel, con disponibilità ventiquattrore su ventiquattro. Generalmente, hanno beeper o cellulare che consente a clienti od organizzatori di contattarle. Quando non operano sole e sono inserite in una rete ben organizzata, il livello di insicurezza che affrontano diminuisce.

 

L’organizzazione per la quale lavora Juliana opera in un appartamento del nord di Bogotá nella quale tre impiegate rispondono a otto linee telefoniche, ricevendo le chiamate dei clienti che hanno letto l’avviso. L’interessato deve dare il suo nome ed il suo numero di telefono per ricevere una chiamata di risposta nella quale sarà possibile fissare l’appuntamento. Prima di rispondere, l’ufficio confronta l’identità e il numero di utenza telefonica corrispondente attraverso le banche dati delle imprese di taxi a domicilio, le quali registrano nei loro computer numero di telefono e indirizzo di tutte le persone che usano i loro servizi. Se l’informazione coincide (nome e numero di telefono) la risposta si produce immediatamente.[22] 

 

Tra le nuove modalità di vendita di servizi sessuali si trovano anche le reti di internet, utilizzate come strumento di contatto con i clienti, soprattutto da studentesse di grado superiore o universitario o da professioniste. Per la maggioranza di loro si tratta di un’attività occasionale che si mantiene separata e si concilia perfettamente con la vita familiare e sociale, i programmi di studio o il lavoro.

 

Ma internet, oltre a strumento di contatto, può anche essere il luogo nel quale il servizio sessuale si presta. La pubblicità dei mezzi di comunicazione presenta il “cybersexo” come una forma di accesso “sicuro” al sesso, in quanto consente di evitare il contagio del virus dell’HIV. In un articolo del settimanale Cromos dedicato al fenomeno, si legge:

 

È possibile raggiungere un orgasmo cibernetico. Sono necessari solo molta immaginazione e velocità nelle dita. Chiacchierate erotiche, racconti intimi, telecamere nascoste, pulsazioni elettriche. In un solo motore di ricerca ci sono più di due milioni e mezzo di chat-rooms che offrono sesso per adulti. ...Anche se non lo cerca, nessun navigatore è a salvo del sesso, perché è la forma più sicura di praticarlo. Una telecamera può rimpiazzare lo psichiatra o eliminare di netto qualunque inibizione... Come in qualunque romanzo rosa, nelle relazioni per Internet ci sono intrigo, passione, litigi, gelosia. Alcuni storie passano al piano reale e finiscono perfino con una indimenticabile luna di miele.[23]

 

La prostituzione e le altre migliaia di offerte dell’industria del sesso rappresentano una fonte di reddito, di mobilità socioeconomica o di affermazione per migliaia di colombiani, uomini ma soprattutto donne. Tuttavia, la stigmatizzazione che continua a colpire queste donne e la mancanza di un quadro legislativo che permetta loro di tutelarsi, fa sì che tali attività si trasformino in spazi di sfruttamento e, a volte, di pesanti violazioni dei diritti umani. Quando ne sono coinvolti i minori di età, la dimensione dell’abuso diventa realmente grave.

 

Secondo una ricerca realizzata nel 1991, a Bogotá esistevano 1.067 locali di lenocinio ove esercitavano 14.211 donne, 1.200 delle quali minori di quattordici anni; il 15% di esse erano analfabete.

 

La Procuradoría General de la Nación[24] ha stimato che in tutto il paese i minori coinvolti nella prostituzione sono 25.000, il 72% dei quali bambine. Secondo l’Instituto Colombiano de Bienestar Familiar (ICBF)[25], negli ultimi quattro anni del secolo scorso il fenomeno della prostituzione infantile ha visto quadruplicare le proprie dimensioni ed ha iniziato ad essere gestita da reti che muovono milioni di dollari, con solide connessioni transnazionali. Inoltre, se fino a pochi anni veniva esercitata da bambini in precarie condizioni socio-econimiche (appartenenti a classi sociali basse, membri di famiglie disfunzionali o senza famiglia, senza opportunità di studio o vittime di violenze), adesso si registra una crescente presenza di minori di estrazione medio-alta.

 

Ciò che cambia nei vari casi, ovviamente, è l’entità delle entrate; se, infatti, nel livello più basso, la tariffa varia da 5.000 a 20.000 Pesos, nei più elevati il guadagno può arrivare fino a 600.000 Pesos per notte. Nel primo caso generalmente si tratta di attività autogestite dallo stesso minore; nel secondo, è più probabile l’esistenza di organizzazioni criminali.

 

Per una bambina vergine si può arrivare a pagare fino ad un milione di pesos o più. Nel 1997 fece scalpore il caso di una chirurga scoperta a Bogotá mentre praticava la ricostruzione dell’imene di una minorenne, venduta per 5 milioni di pesos. Una videocassetta pornografica “fatta in casa” si vende all’estero 5.000 dollari e oltre, mentre il minore è premiato con 5.000 pesos, un pasto ed un regalo, come rivela una ricerca del Departamento Administrativo de Seguridad (DAS), realizzata su un campione di tre mila persone, tra i quali mille bambini e bambine.

 

Nello stesso anno, una ricerca della Defensoría del Pueblo[26] ha stimato la presenza di duemila bambini e bambine nella prostituzione a Cartagena, principale città turistica del paese. Sono stati, inoltre, individuati uffici di turismo nazionali e stranieri che offrivano ai turisti pacchetti comprensivi di biglietto aereo, hotel a cinque stelle, pasti e “bambini” con cui intrattenersi.

 

Nel 2000 è stato denunciato a Barranquilla un incremento del 30% della prostituzione infantile di strada: nel 70% dei casi si trattava di bambini della stessa città. Nel dipartimento del Quindío un grave incremento si è registrato, invece, dopo il terremoto del 25 gennaio del 1999.

 

A Cali, nella prima metà del 2000 è stata scoperta una rete che realizzava videocassette pornografiche con minori di età. Nell’operazione sono state sequestrate 18.000 riviste pornografiche, 3.000 foto e 500 videocassette.

 

Nonostante risulti estremamente preoccupante questo aspetto del fenomeno, dal rischio di abusi non è ovviamente esente la popolazione adulta, pregiudicata da una legge discriminatoria, dall’assenza di servizi pubblici specifici e da un’ampia emarginazione sociale.

 

Indubbiamente, il fenomeno della vendita di servizi sessuali è diventato sempre più visibile e meno controllabile coi sistemi tradizionali. La rottura degli equilibri accettati ha contribuito ad accrescere il rifiuto della comunità e la repressione delle istituzioni di ordine pubblico; in alcuni casi l’intolleranza ha portato a forme di limpieza social.

 

In realtà, negli anni ‘90, mentre il fenomeno diventava più visibile, aumentavano le riflessioni sulla necessità di trovare una “diagnosi” ed una “cura” rapida per un fenomeno che offende i benpensanti. E mentre i casi di violenza e assenza di tutela si moltiplicano, spesso le misure si allontanano dalle reali necessità delle persone implicate.

 

La risposta delle istituzioni è di repressione violenta, mentre dal punto di vista normativo, qui come in altri paesi, si è aperta una nuova era di regolamentarismo, come dimostrano i nuovi Codici di polizia di Bogotá e Medellín. Analizzare più a fondo il caso di Medellín, permetterà di mettere in evidenza gli orientamenti politici attuali.

 

 

4. L'esercizio della prostituzione a Medellín

 

La città colombiana che si è caratterizzata durante tutto il XX secolo per la presenza di un alto numero di donne nella prostituzione è proprio Medellín.

Secondo le statistiche di Polizia riportate da Saturnino Sepúlveda, agli inizi degli anni ‘60 nel Dipartimento di Antioquia si trovava più del 30% delle prostitute calcolate a livello nazionale e, di esse, quasi il 70% viveva a Medellín.

 

Ad Antioquia si presenta con maggiore nitidezza il conflitto della prostituzione, specialmente nel Municipio di Medellín, che occupa il primo posto in tutto il paese. Il 35% del totale delle prostitute individuate nel paese è stato rilevato nel dipartimento di Antioquia e, di questa percentuale, il 69,25% è radicato a Medellín. ... Si può affermare che il fenomeno della prostituzione in quel dipartimento ha un alto grado di dispersione e si registra in maniera particolare nella conca del fiume Cauca, nei porti sul Magdalena, nella zona mineraria di Segovia, Saragozza e Rimedio e lungo le vie Medellín-Cartagena, Medellín-Turbo e Medellín-Anserma-Manizales.[27]

 

Tabella 2.1 - Numero di prostitute

 

Anno

Colombia

Antioquia

%

 

 

 

 

1962

18.280

6.122

33,5

1964

21.199

3.777

17,8

1965

23.252

3.978

17,1

1966

16.375

4.120

25,2

1967

19.368

4.046

20,9

1968

18.470

2.258

12,2

 

Antioquia era anche il dipartimento che figurava come luogo di nascita del maggiore numero di prostitute del paese: le statistiche di polizia le hanno calcolate in un 30,6% del totale.

L’autore mette in relazione la diffusione della prostituzione nel dipartimento di Antioquia, tra gli altri elementi, con la cosiddetta “cultura paisa” della famiglia.

 

Rispetto al complesso culturale antioqueño, si è potuto stabilire che ci sono altri fattori predisponenti alla prostituzione e in particolare norme e valori sessuali rigidi rispetto alla condotta sessuale prematrimoniale della giovane, rafforzati da sanzioni estreme e da una certa ignoranza [rispetto alla sessualità; N.d.A.] oppure da tabù sessuali e da un ambiente sociale in molti casi sfavorevole [per le donne; N.d.A.].[28]

 

Catalina Reyes Cárdenas, in un’interessante ricostruzione della prima metà del ‘900, colloca le cause del significativo incremento che ebbe luogo all’inizio del secolo nei processi di industrializzazione che si realizzarono, accompagnati da una forte migrazione dalle campagne e, pertanto, da una rapida urbanizzazione[29].

 

I villaggi antioqueños con un’intensa e dinamica vita furono eclissati dalla capitale, che si convertì in centro industriale, commerciale, educativo e culturale della regione.

 

La struttura di proprietà della terra nella regione antioqueña fece sì che migrassero verso la città più donne che uomini. Gli uomini erano quelli che ereditavano la terra o che avevano accesso alle poche opportunità lavorative, mentre per le donne l’unica alternativa di sussistenza era il matrimonio. Si legge in un numero di Famiglia Cattolica del 1920:

 

Il destino di una donna è di allevare figli per l’umanità... a volte per tutta la vita, per molti anni, senza sosta…[30] 

 

Di fronte a questo insieme di norme che ne vincolavano la vita ai lavori domestici, molte giovani donne preferirono sfidare l’autorità paterna e decisero di andare in città, alla ricerca di una vita diversa.

 

Nel 1924 la forza lavoro industriale era composta per il 73% da donne giovani, delle quali solo il 10% sposate. La loro condizione di nubili e senza figli era l’unica che garantiva la permanenza al lavoro e se si sposavano o rimanevano incinte venivano licenziate. Sicuramente, influivano su queste politiche imprenditoriali da un lato considerazioni di tipo culturale, secondo le quali una donna sposata non doveva lavorare; e, dall’altro, ragioni di efficienza produttiva.

 

Negli anni ‘30, a causa di un processo di ristrutturazione della fabbrica che introdusse i turni di notte, ebbe invece luogo un processo di maschilizzazione della forza lavoro operaia, tanto che in pochi anni gli uomini raggiunsero il 60% del totale della manodopera.

 

Per donne sole che arrivavano dalle campagne, i lavori domestici, le attività informali e la prostituzione incominciavano a rappresentare le uniche opzioni in grado di assicurare un’entrata. Ma le condizioni di sfruttamento e i trattamenti umilianti che queste giovani trovavano nei servizi domestici non potevano essere la risposta a quel desiderio di emancipazione che le aveva portate ad andare via da sole, senza paura delle incognite della vita in città. Inoltre, in fabbrica come nei servizi domestici, molto spesso divenivano oggetto di molestie sessuali di padroni e compagni di lavoro. Di fatto, un numero elevato di donne fecero ingresso nella prostituzione dopo essere state domestiche.

 

Mentre l’origine dell’incremento della prostituzione risiedeva in detto processo – che alcuni analisti hanno definito di “modernizzazione senza modernità” – le élite al potere iniziarono a voler regolare e punire questo ed altri fenomeni che consideravano “devianti” all’interno del cammino che avrebbe permesso di raggiungere il “sogno americano”. Secondo questa lettura poveri, senza tetto, prostitute, bambini di strada ed altri “indesiderati” ritardavano e avevano effetti negativi sullo sviluppo socioeconomico, politico ed etico del paese. È da posizioni come queste che sorgono fenomeni come la limpieza social.

 

Nei primi decenni del secolo scorso, mentre la città cresceva e inseguiva il mito del progresso, le classi medio-alte abbandonarono gradualmente il centro, spostandosi verso i nuovi quartieri residenziali del sud, ove – soprattutto a partire dagli anni ’70 – si moltiplicarono gli edifici eleganti, i complessi nel verde protetti da recinzioni, le ville in campagna.

Lasciati all’abbandono totale, i vecchi edifici del centro presero a deteriorarsi; nella zona si diffusero posti di vendita ambulante, bar, hotel, mercati popolari e le strade cominciarono ad essere abitate da bambini, senza tetto e MEP.

 

Negli anni ‘20 e ‘30 , il luogo privilegiato per la prostituzione a Medellín era Guayaquil, tanto che apparve il verbo guayaquiliar come sinonimo di prostituirsi[31]. La vicinanza alla piazza di mercato e alla stazione della ferrovia, determinò nel quartiere l’incremento di magazzini, hotel e cantine. La stazione era anche un importante luogo di reclutamento per prosseneti e trafficanti di donne.

 

Il suo carattere di porto gli conferiva un’aria di libertà, di luogo ove tutto era possibile, perfino rompere i codici di una società cattolica, repressa e ipocrita. La cantina era il posto prediletto; lì si beveva e si allentava la rigidità sociale.[32]

 

La prostituzione si esercitava anche nelle cantine che sorgevano in altre zone del centro, nei cosiddetti “granai misti”[33] dei quartieri popolari, nei bar di Lovaina, ove tradizionalmente gli uomini andavano per ascoltare musica. Pare invece che le prime case d’appuntamento furono aperte da donne francesi fra gli anni ‘30 e gli anni ’50; gli uomini li frequentavano non solo per i servizi sessuali ma anche per godere della musica, della conversazione e del ballo.

 

Secondo l’Hand Book dell’Unites States Army, a Medellín nel 1930 la presenza di prostitute era di una ogni 50 uomini; nel 1946, di una ogni 30 e nel 1957 era arrivata ad una ogni 13 uomini adulti. Nel 1963, un censimento realizzato dalla Divisione di Epidemiologia del municipio, identificò in città 273 luoghi ove lavoravano 8.376 prostitute; lo stesso censimento stimava che, se si includevano anche le non registrate, il numero totale ascendeva a 20.000. Nel 1970, Sepúlveda scrive: <<È voce comune che nel dipartimento ci siano da 25.000 a 30.000 donne di vita licenziosa>>.[34]

 

Un’ulteriore sofisticazione e diversificazione dell’offerta si generò durante l’epoca del narcotraffico, quando si diffusero lussuose case d’appuntamento e centri di bellezza nei quali arrivavano anche donne provenienti da altri paesi dell’area latina: Venezuela, Ecuador e Messico in maniera particolare.

 

Medellín è una delle città colombiane che più ha sofferto delle distorsioni culturali apportate dal narcotraffico. Negli anni ‘80 migliaia di famiglie ne ricevettero sostentamento, direttamente o indirettamente; ma ancora più rilevante della partecipazione nella gestione della produzione e spaccio, fu l’indotto sull’economia locale generato dall’affare droga, soprattutto nei settori del commercio e delle costruzioni. La rapida urbanizzazione, la crescita repentina della città e della sua economia hanno generato un sovradimensionamento delle necessità di base. Il modello di riferimento è diventato lo stile di vita delle città nordamericane ed europee; i messaggi consumistici provenienti dal mondo occidentale hanno incominciato ad interessare in maniera particolare l’esistenza delle donne, che dovevano essere belle e di successo, indossare abiti alla moda e gioielli.

 

Nella recessione economica che fece seguito alla dissoluzione del cartello di Pablo Escobar e al contemporaneo crisi dei settori portanti dell’economia della regione antioqueña, si ritiene che la prostituzione ha funzionato come ammortizzatore sociale per molte famiglie, con la conseguenza di un nuovo repentino incremento del fenomeno.

 

Varie istituzioni oggi tentano stime e riportano cifre sul numero delle prostitute nella città, ma la verità è che realizzare una stima che permetta di quantificarne la diffusione è tutt’altro che semplice.

 

 

5. Espulse da un quartiere all’altro, secondo le esigenze della città

 

Nella seconda metà del XX secolo la storia delle MEP è caratterizzata a Medellín da forme – dirette o indirette – di espulsione da un quartiere ad un altro, realizzate secondo logiche di pianificazione della città decise dai governanti, in accordo coi principali gruppi di potere economico.

 

Il primo traumatico spostamento ebbe luogo nel 1951, quando il sindaco della città dichiarò il barrio Antioquia come zona unica di tolleranza[35].

 

Articolo 2: Tutte le donne pubbliche che attualmente risiedano in zone non considerate come di tolleranza prima della pubblicazione di questo Decreto, dovranno immediatamente trasferirsi alla zona indicata nell’Art. 1.

 

Articolo 3: Le donne pubbliche che abitino in zone di tolleranza stabilite come tali prima del presente Decreto, avranno un termine di quaranta cinque giorni (45), a partire dalla data del presente, per trasferirsi alla zona indicata nell’Art.1.

 

Da Lovaina, Guayaquil ed altri settori della città le prostitute vennero prese quasi con la forza e trasportate al barrio Antioquia. Situato nella zona Sud occidentale di Medellín, è questo uno dei più vecchi quartieri di invasione della cintura periferica. Le sue origini risalgono agli anni ‘20, quando vi si stanziarono emigranti dalle campagne di diverse regioni del Dipartimento di Antioquia.

 

Il decreto 517 ebbe effetti traumatici nel quartiere e quel momento rimase impresso nella memoria dei suoi abitanti come una tappa critica, “il momento del peccato originale”, quando tutto cambiò[36].

Il rifiuto manifestato dalla popolazione obbligò gradualmente molte MEP a spostarsi di nuovo, per trovare un insediamento naturale nelle aree degradate del centro storico che gravitavano attorno al quartiere Guayaquil. Ma negli anni ‘70 proprio accanto a questa zona vennero costruiti i nuovi edifici dell’Alpujarra[37] e si verificò un altro spostamento forzato, questa volta verso il cuore del centro storico, ossia nella zona circostante la chiesa della Veracruz.

 

Due ulteriori momenti di destabilizzazione furono apportati dalla costruzione del Metro – iniziata alla fine degli anni ‘80 e terminata nel 1995 – e nel 2000, dalla costruzione del nuovo Museo di Antioquia e della Plazuela de las Esculturas di Fernando Botero.

 

Il “Maestro”, originario di Medellín, aveva deciso di donare alla città numerosi quadri e opere scultoree – propri e di altri contemporanei – e per accoglierle occorreva assegnare una sede più ampia al Museo di Antioquia. Le ipotesi erano varie: si poteva realizzare una nuova costruzione in un’area verde attigua all’Università di Antioquia, oppure si potevano ristrutturare la Fábrica de Licores o la vecchia sede del Municipio, situata vicino alla chiesa della Veracruz. La scelta ricadde su quest’ultimo edificio, dato che il progetto artistico offriva una ragione nobile per l’avvio di un piano di trasformazione urbanistica del centro. E così l’implementazione del progetto Ciudad Botero ha significato la demolizione di edifici, la chiusura di negozi, bar e hotel, e l’espulsione di venditori ambulanti.

 

La tendenza da parte delle élite sociali ed economiche alla “riappropriazione” del cuore della città è emersa durante gli anni ’90. Ingenti piani di ristrutturazione mirano a cambiare aspetto al centro e trasformare Medellín nella mejor esquina de Sur America [il migliore angolo del Sud America; N.d.A.], come affermano noti slogan dell’amministrazione locale. Senza risolvere i problemi socioeconomici che colpiscono la città, tali politiche urbanistiche causeranno l’espulsione verso i quartieri popolari dei “senza prospettive”, dei “senza lavoro”, dei “senza casa”; in ultimo, di tutti coloro che non hanno un sufficiente livello accademico o sociale o economico per abitarlo. Col risultato di concentrare nei quartieri periferici i più bisognosi, incrementando così il conflitto sociale.

 

L’aspetto più drammatico è che queste trasformazioni degli equilibri non accadono mai in maniera morbida; i conflitti e le resistenze delle persone implicate generano meccanismi propri della limpieza social. Durante la costruzione del Metro, come durante la realizzazione della progetto Ciudad Botero, sono stati denunciati assassini di prostitute, bambini di strada e senza tetto.

 

Mentre si concludeva la presente ricerca (marzo 2003), nel settore di Guayaquil erano in fase di implementazione tre progetti edilizi: la costruzione della Biblioteca Telematica di EPM, la Plaza de la Luz e la ristrutturazione degli edifici Vásquez e Carré, ove verrà trasferita la Secretaría de Educación e si affitteranno spazi a imprese e istituti bancari. Uno degli edifici più vecchi del centro, il Pasaje Sucre del 1920, considerato patrimonio storico della città, è stato demolito; nei plastici e nei progetti vengono cancellati i nomi tradizionali che conservavano la memoria del centro: la vecchia Plaza Cisneros del mercato è il luogo ove sorgerà uno spazio “de pies descalzos” [di piedi scalzi e rilassamento; N.d.A.], che porterà il nuovo nome di Plaza de la Luz. Tutto per facilitare un progetto architettonico che sembra tirato fuori da un film futurista e che dovrebbe <<contribuire alla costruzione di una città più equilibrata>>.[38]

Nel quartiere Niquitao, il piano prevede la demolizione dei vecchi inquilinati, per edificare grattacieli. Nella zona della Veracruz si progetta di avviare un’azione di “recupero”, attraverso la costruzione di edifici e viali, <<con l’impegno di migliorare l’ambiente del luogo>>.[39]

 

Ad un simile processo di espulsione è sottoposto anche uno dei nuovi settori di prostituzione: quello di San Diego. Si tratta di un quartiere che ospita un importante centro commerciale e figura all’interno dei più grandi piani di sviluppo residenziale e commerciale. Sui marciapiedi attorno allo spartitraffico centrale esercitano bambine e adolescenti, i cui clienti sono professionisti di età compresa tra i 30 e 40 anni: “uomini con cravatta e valigetta ventiquattrore”, come li definiscono le stesse ragazze. Negli 1999 e 2000 in particolare, la presenza delle donne si era incrementata, causando continue proteste da parte degli abitanti e i commercianti della zona. Alle reazioni di rifiuto ha fatto seguito il manifestarsi di forme di violenza: nel 2000 quindici di loro sono state assassinate sulla strada e un numero imprecisato in motel e residence.

 

La risposta dell’amministrazione pubblica è stata affidata alla repressione e alle retate sistematiche, con l’effetto di allontanare il fenomeno dalla dimensione visibile per spingerlo a spazi “nascosti”. La cosa peggiore è che sono state vittima della retate anche le minori, condotte in cella dalla Polizia insieme alle adulte, mentre secondo la legge colombiana lo Stato ha tra i suoi obblighi quello della protezione dell’infanzia.

 

A livello istituzionale e legislativo, la nuova politica di repressione ha trovato espressione concreta e programmatica nel Plan de desarrollo 2000-2003[40] e nel nuovo Codice di Polizia.

 

All’interno del Plan de desarrollo, nella parte intitolata “Per una città di 24 ore”, si legge:

 

...occorre liberare la notte degli stigmi che la caratterizzano, abitarla, farla tornare sicura e arricchirla di opzioni. La notte piena di gente diventa gradita, guadagna in produttività ed incantesimo. Bisogna riscattare l’incanto della notte dalla sordidezza della prostituzione ambulante, della delinquenza, delle liquorerie nella via pubblica, dell’ubriachezza e del pericolo delle macchine impazzite.

 

E nel punto 2.3: “Politica di equità di genere”:

 

All’interno di questo gruppo di popolazione [la popolazione femminile della città; N.d.A.] si presenta una patologia sociale come la prostituzione, che si trasforma in un’alternativa economica per donne in condizioni di marginalità sociale. Di fronte a questo fenomeno sociale l’amministrazione non ha risparmiato sforzi nella ricerca di alternative che diano dignità alla condizione della donna.

 

Donne che esercitano la prostituzione, violenza e alcool sembrano essere parte di un’unica “patologia sociale”. In realtà, l’amministrazione allora in carica ha intensificato le misure di ordine pubblico e non ha voluto prendere in considerazione in nessun momento la negoziazione con le MEP.

 

Opposizione a questa politica è stata espressa in varie occasioni da parte della società civile organizzata in generale, ed in maniera particolare da parte di tutte le entità che lavorano con minori ed adulte che esercitano la prostituzione.

 

Infine, genera preoccupazione l’approvazione del nuovo Codice di Polizia, con l’Ordinanza 018 del 2002 della  Governación di Antioquia, “Con la quale si emette il codice di convivenza cittadina per il Dipartimento di Antioquia” entrato in vigore all’inizio dell’anno 2003. Il Capitolo IV del Libro II (Sicurezza, tranquillità e salubrità pubbliche) è dedicato alla prostituzione.

 

Articolo 69: Esercita la prostituzione la persona che commercia abitualmente col suo corpo per la soddisfazione erotica di altri, mediante relazioni sessuali. La prostituzione in sé non costituisce contravvenzione.

 

Articolo 70: I consigli comunali municipali all’interno del piano di ordinamento territoriale segnaleranno, mediante accordo, zone speciali per il funzionamento di case di lenocinio. Queste strutture non potranno essere ubicate a meno di 300 metri da: piazze di mercato, parchi, posti popolari di ricreazione, centri di formazione e assistenziali, case di beneficenza, templi, caserme, prigioni e fabbriche. Una volta stabilite le zone, i luoghi di prostituzione che si trovino al di fuori di queste, disporranno di sei mesi per spostarsi nelle zone indicate dai consigli comunali.

 

Articolo 72. Le amministrazioni municipali periodicamente dovranno realizzare campagne educative di prevenzione e trattamento delle malattie a trasmissione sessuale e della Sindrome di Immunodeficienza Acquisita (AIDS).

 

Articolo 73. Spetterà alla Secretaría de Gobierno di ciascun municipio, in coordinamento con le autorità di salute, esercitare i controlli rispettivi sull’esercizio della prostituzione con l’obiettivo di evitare il diffondersi dell’infezione del Virus di Immunodeficienza Umana (HIV), la Sindrome di Immunodeficienza Acquisita, AIDS, e le altre malattie a trasmissione sessuale.

 

Il passo indietro è molto grave. La prostituzione, nonostante le tante ricerche realizzate negli ultimi anni, rimane confinata tra le questioni di ordine pubblico. Inoltre, si ritorna alla ghettizzazione delle MEP all’interno dei quartieri di tolleranza; la prostituzione viene messa in relazione con le malattie a trasmissione sessuale, prima fra tutte l’AIDS, e vengono emesse indicazioni di controllo e vigilanza sul fenomeno che potrebbero portare un’altra volta all’indegna schedatura, superata circa dieci anni fa con l’approvazione della nuova costituzione di Colombia.

 

 

6. L'ingresso nel dibattito politico

 

In Colombia il tema è stato portato dentro il dibattito politico solo durante gli anni ‘90, proprio quando nascevano le prime associazioni di donne prostitute o ex-prostitute.

 

Nel primo semestre del 1991 si è riunita a Bogotá l’Asamblea Nacional Costituyente, convocata per riformare la vecchia costituzione del 1886; il processo fu accompagnato dalla mobilitazione di numerosi settori sociali. In quel contesto, un gruppo di MEP scese per le strade di Bogotá e si presentò nella scena del Costituente come settore specifico. Nelle elezioni che seguirono, un gruppo di reinsertados[41] provenienti dal M19 incluse nella propria lista di candidati una delle leader del movimento. Nel frattempo, nelle principali città del paese cominciarono ad conformarsi le prime associazioni[42].

 

A Medellín, l’inizio di un dibattito politico analogo a quello della capitale si incrocia con l’istituzione della  Consejería Presidencial para Medellín [Consiglio Presidenziale per Medellín; N.d.A.], sorta per iniziativa del governo nazionale nel 1993, con l’obiettivo di appoggiare la città verso il superamento della crisi provocata dall’epoca del narcotraffico. La Consejería ebbe il compito di negoziare con la comunità un piano di interventi che riuscissero a dare respiro ad una città sommersa in un soffocante clima di violenza.

 

Si aprirono, così, tavoli di coordinamento alle quali parteciparono istituzioni pubbliche e associazioni; uno di questi fu volto espressamente ad analizzare la situazione delle MEP ed a programmare interventi. Lo stimolo venne da un gruppo di femministe, accademiche e religiose della città, vicine alle prime associazioni e gruppi informali di MEP. Nacquero così vari progetti ed interventi.

 

Come gli orientamenti istituzionali e giuridici e le ricerche, anche i progetti hanno avuto approcci diversi. Di fatto, negli ultimi venti anni, a Medellín sono coesistiti:

 

Progetti di istituzioni religiose

Progetti promossi e gestiti da istituzioni pubbliche

Iniziative promosse dal movimento delle donne o da accademiche femministe

Progetti realizzati da organizzazioni di MEP

 

I primi sono quelli che risalgono più indietro nel tempo e generalmente sono stati gestiti dai settori più avanzati del mondo religioso. I progetti promossi da enti locali sono stati prevalentemente fondati sulla filosofia della “riabilitazione”, mentre la partecipazione del movimento delle donne è stata sporadica e discontinua.

 

Ognuno ha avuto o ha filosofie, contenuti e obiettivi diversi e ciascuno accoglie - o ha accolto - le donne con un’ispirazione diversa: come utenti o come partecipanti attive o come soggetto del processo in atto.

 

Oggi, il movimento delle MEP o ex MEP a Medellín si trova in un’importante tappa di sviluppo, anche se finora ha mirato a risolvere necessità basiche piuttosto che rivendicare diritti e strategie politiche di intervento. Comunque, sarebbe estremamente interessante fare un lavoro di analisi e raccolta a partire da testimonianze dirette, per conservare memoria di questo processo organizzativo e poterlo valutare[43].

 

 

Capitolo 2

Miti, pregiudizi e rappresentazioni sociali sulla prostituzione

 

 

1. I diversi approcci al fenomeno

 

Iniziando un lavoro di ricerca e un intervento sul fenomeno risulta estremamente interessante procedere ad una raccolta, analisi e valutazione di tutti i documenti, articoli di stampa, tesi di laurea e ricerche a disposizione. Si tratta di un fondamentale lavoro di conoscenza e nel contempo di un esercizio che permette di “smascherare” i miti e i pregiudizi che, anche nel caso di addetti ai lavori o ricercatori, possono caratterizzare i primi approcci ad un fenomeno tanto complesso e controverso.

 

La prima caratteristica che è possibile cogliere nel visionare la letteratura esistente in Colombia è il linguaggio fortemente offensivo che è sempre stato utilizzato.

 

La prostituzione mina la moralità pubblica provocando lo scandalo della gioventù ed incitando la gente ignorante alle più basse passioni, disseminando complessi sessuali e le più funeste malattie.[44]

 

La prostituzione viene definita nelle forme più ripugnanti: commercio carnale, vergognoso traffico, esecrabile vizio, infame professione, abominevole flagello. E solo recentemente si è passati ad espressioni meno offensive ma non certo rispettose, come: problematica che colpisce la società, patologia o malattia sociale.

 

Il flagello si estende per tutta la Repubblica... Le malattie, quanto più pericolose sono per la società, più studiate devono essere in beneficio della società stessa.[45]

 

Le donne che esercitano la prostituzione vengono “nominate” nei modi più svariati: meretrici, dame della seduzione, operaie della lussuria, Maddalene della notte, venditrici di pelle, vergini della mezzanotte; donne di vita ariosa, allegra, brutta o licenziosa; donne perdute, scandalose, vaghe; donne “orizzontali”, voraci o pentite. Quest’ultimo termine veniva usato nell’epoca coloniale e trova origine nell’atteggiamento delle autorità – civili ma soprattutto ecclesiastiche – nei confronti delle prostitute, delle quali perseguivano il pentimento. Per questa ragione ciascuna di loro era una “pentita” in potenza.

 

Le ricerche realizzate hanno ogni tipo di approccio: da quello biologico, allo psicologico o psichiatrico, allo storico, all’antropologico o sociale; mentre non esistono studi con chiara prospettiva di genere e meno ancora studi realizzati con la partecipazione attiva delle stesse MEP.

 

Si è già detto che a partire dalla fine del XIX secolo fino alle prime decadi del XX, le MEP venivano considerate principali responsabili della diffusione delle malattie a trasmissione sessuale. La sifilide e, in dimensione più ridotta la gonorrea, venivano considerate malattie “pericolose per il futuro della razza”. Questa priorità orientava l’attenzione verso di loro.

Nel suo libro La tragedia biológica del pueblo colombiano, il medico Laurentino Muñoz sosteneva con impeto la necessità che lo stato colombiano promuovesse una campagna contundente contro la prostituzione.[46]

 

Le teorie criminalistiche degli antropologi francesi Lombroso e Ferrero, secondo le quali le prostitute avevano gli stessi caratteri fisici e morali dei delinquenti, ebbero una forte influenza nel paese durante la prima metà del secolo scorso. Si sosteneva che le prostitute fossero delle criminali sin dalla nascita e le loro deficienze psico-patologiche, ricevute per eredità, erano responsabili della presenza in esse di un personalità “psicopatica” e “anormale”. A partire da questa posizione si è sviluppata tutta una tradizione di studi con approccio di salute mentale.

 

Nella seconda metà del XX° secolo, con lo sviluppo delle scienze storiche, antropologiche e sociali, cominciano ad apparire letture che considerano la precarietà socioeconomica la principale causa determinate del fenomeno. In questo periodo, oltre alle ricerche accademiche si cominciano a realizzare i cosiddetti diagnosticos sulla prostituzione. Si tratta di indagini basate prevalentemente sull’osservazione diretta, volte a descrivere le caratteristiche del fenomeno in una data area geografica. Vengono realizzate prevalentemente da uffici dell’amministrazione locale o associazioni del privato sociale e hanno l’obiettivo di fornire informazioni utili ad orientare futuri interventi. In altre parole, si configurano come “studi di fattibilità”, spesso realizzati senza l’osservanza di chiari e rigorosi metodi di ricerca. La denominazione che ricevono – diagnosticos – rimanda a una percezione problematica del fenomeno in questione, del quale occorre, appunto, farne una “diagnosi”, in maniera tale da poter strutturare interventi di contrasto.

 

In ogni caso, il tipo di intervento che si raccomanda come conclusione dipende dai fattori che i ricercatori o gli addetti ai lavori che hanno realizzato lo studio enfatizzano. In generale, quando si identificano alcuni carenze psicologiche come nucleo del problema (pigrizia, indolenza, debolezza mentale, dissipazione, pessimismo, consegna sessuale come sostituto di un vuoto emozionale oppure esagerato ed insaziabile desiderio sessuale) la condizione delle donne coinvolte è considerata senza via d’uscita. Quando, invece, si evidenzia l’importanza di determinati fattori sociali, il comportamento delle donne non è condannato, bensì considerato come comprensibile e le loro possibilità di “redenzione” o “riabilitazione” o “recupero” o “uscita” dalla prostituzione sono ritenute possibili.

In questo secondo caso, il ventaglio dei fattori causanti individuati è amplissimo: violazione ad un’età  molto precoce, basso livello accademico, appartenenza a famiglie disfunzionali, gravidanza indesiderata, abbandono da parte del marito o compagno, ed altri. Tuttavia, il fattore cui si attribuisce la responsabilità principale della prostituzione pare essere la povertà, nominata spesso ma il più delle volte senza nemmeno chiarire cosa si intenda per povertà.

 

Nel Diagnóstico Social di Medellín, pubblicato nel 2000 dalla Secretaría de Bienestar Social, si legge nella sezione relativa alla prostituzione:

 

Studi realizzati nel 1969, 1984, 1986 e 1998 a Medellín hanno segnalato causanti diverse del fenomeno, tra le quali: l’ambiente familiare, che sembra un fattore scatenante decisivo; l’ignoranza, più specificamente la mancanza di conoscenza in riferimento al campo sessuale, il che dimostra ancora una volta la necessità di rafforzare i programmi di educazione sessuale nelle scuole e nella comunità in generale; l’ambiente sociale come mezzo di diffusione e proiezione umana; ed infine il sistema economico nel quale si inserisce la vita della giovane.[47]

 

È evidente come nel testo che dovrebbe orientare le politiche sociali del municipio si riportino solo valutazioni generiche, per le quali non si rimanda a nessuna fonte o ricerca precisa.

 

 

2. Diagnósticos e ricerche socioeconomiche

 

I fattori socioeconomici sono ovviamente importanti elementi di comprensione della condizione della “popolazione soggetto” e pertanto una loro conoscenza è indispensabile per orientare eventuali interventi; tuttavia, questo non vuol dire che detti fattori possono essere automaticamente assunti come unica causa dell’ingresso nella prostituzione.

In realtà, l’analisi comparativa tra studi realizzati sulla popolazione femminile nella sua totalità e studi realizzati su campioni di MEP smentisce conclusioni di questo tipo, dato che in molti casi il profilo delle MEP non si differenzia in maniera significativa da quello di altre donne appartenenti allo stesso strato socioeconomico della medesima località.

 

In una ricerca realizzata negli anni novanta in Perú, per esempio, Lorena Nencel paragonò i risultati di tre censimenti realizzati a Lima sulla popolazione femminile - nel 1908, 1920, 1931 - con una ricerca che nel 1936 tracciava il profilo delle donne prostitute della città. Dopo tale comparazione conclude che:

 

...le prostitute corrispondono al ritratto (abbozzato da Miller) sulle donne di classe media di Lima, le quali avevano di fronte opportunità limitate allo stesso modo che le prostitute. [48]

 

Anche nel caso di Medellín, il profilo delle MEP che fanno parte di Espacios de Mujer non si differenzia granché da quello delle donne popolari, come si evidenzierà di seguito.

 

Le produzioni teoriche abbondano anche sulle conseguenze che la prostituzione lascia sulla vita delle donne, soprattutto relativamente alla gestione della sessualità. In proposito, anche tra le pubblicazioni più recenti si trovano conclusioni che non rimandano a ricerche condotte con criteri scientifici. Scrive la sociologa Nora Segura:

 

L’esercizio della prostituzione comporta profonde conseguenze disintegranti dell’io, in quanto compromette la totalità della persona con le sue distinte capacità, incluso il suo corpo... In effetti, nella coscienza delle donne prostituite opera una dissociazione molto chiara tra la(e) parte(i) del corpo che si offrono ed il resto.[49]

 

Conclusioni come queste sembrerebbero concettualizzare la prostituzione come il mestiere più alienante, senza considerare che altri attività, come il servizio domestico, la maquila[50] o la vendita ambulante, comportano per le donne gravi situazioni di sfruttamento altrettanto alienanti.

 

Riferendosi alle argomentazioni vittimizzanti che si utilizzano in Europa rispetto alle donne migranti che esercitano la prostituzione, Laura M.a Agustín scrive:

 

Un elemento fondamentale sul quale si basa questa posizione generalizzata ha la sua radice nell’assunto che il corpo delle donna è soprattutto un “luogo sessuale”. Secondo questo assunto, le esperienze e gli organi sessuali delle donne sono elementi essenziali della loro autostima. Per quanto questo concetto possa essere vero per alcune, non lo è per tutte e l’utilizzazione del corpo per ottenere un guadagno economico non risulta né perturbatore né tanto importante per molte prostitute, le quali generalmente manifestano che la prima settimana di lavoro è stata per loro difficile però che dopo si sono adattate.[51] Alcuni teorici suppongono che qualcosa come l’anima o il vero io si trova “alienato” quando si intrattengono relazioni sessuali al di fuori del contesto dell’amore e che le donne restino irrimediabilmente segnate da questa esperienza, però sono solo ipotesi moralizzanti impossibili da comprovare. Alcune donne si sentono così e altre traggono piacere dalla prostituzione, il che significa solo che non esiste un’unica esperienza corporale condivisa da tutti: un risultato non tanto sorprendente, dopo tutto. Ad ogni modo, anche le prostitute alle quali non piace dicono di farlo perché è migliore di molte altre occupazioni che non amano nemmeno; apprendere ad adattarsi alle circostanze e ignorare gli aspetti sgradevoli del lavoro è una strategia umana normale.[52]

 

Pochi, invece, sono gli studi realizzati in Colombia con l’obiettivo di verificare quante prostitute farebbero la scelta di passare ad un’altra attività, ma alle condizioni che il mercato del lavoro garantire attualmente a donne con il loro curriculum vitae. E quando si sono fatte, i risultati hanno smentito l’opinione comune che le MEP siano disposte ad accettare qualunque condizione lavorativa pur di uscire dalla prostituzione.

 

Secondo una ricerca realizzata nel 1966 da un gruppo di studenti dell’Accademia Superiore di Polizia a Bogotá su un campione di mille MEP, il 34% si dichiarava per l’eliminazione del fenomeno, l’19% per una sua tolleranza e il 47% chiedeva norme di regolamentazione[53]. Trent’anni dopo, secondo uno studio realizzato sempre nella capitale dall’Universidad Nacional, il 39% delle intervistate ha dichiarato di non volere lasciare la prostituzione[54]. Infine, i risultati di una ricerca realizzata nel 1968 a Medellín su un campione di 184 donne sono stati i seguenti: il 23% non pensava di ritirarsi immediatamente ed il 76%  dichiarava che poteva essere disposta a farlo, ma solo a certe condizioni quali poter tornare dai genitori, avere un compagno in grado di garantirne il sostentamento economico, trovare un lavoro o intraprendere un’attività in proprio.[55]

 

La percentuale di donne che dichiarano di non volere lasciare l’attività, dunque, è elevata ed è presumibile che sia ancora più alta rispetto alle dichiarazioni esplicitamente espresse, considerate le barriere culturali che impediscono alle MEP di esprimere pubblicamente le proprie opinioni in proposito.

 

 

3. L'analisi delle dinamiche

 

Non è solamente in riferimento al profilo della “popolazione soggetto” che le ricerche sembrano viziate da pregiudizi, ma anche in riferimento alle dinamiche del fenomeno. Per esempio, la maggioranza degli studi parlano di incremento del fenomeno; ma a una osservazione più attenta emerge che queste conclusioni si basano su stime generiche.

Inoltre, si dispone persino di dati e stime diverse relativamente alla stessa epoca. Per esempio, secondo cifre del Distretto di Bogotá, nel 1950 due anni dopo l’approvazione del decreto 95, c’erano 40.000 prostitute, distribuite in 12.000 case. Scrive Sepúlveda che:

 

Fra i 300 quartieri della capitale, non ce n’è uno solo che non sia colpito dalla prostituzione...

 

Ma la cifra sembra troppo elevata, considerato che equivarrebbe all’8% della popolazione totale di quell’epoca. Sepúlveda segnala che nello stesso anno una ricerca condotta da un’istituzione privata parlava di 100.000 donne e un’altra realizzata  dal Ministero di Giustizia di 30.000. I dati venivano riportati in un articolo (intitolato “Ventas de Mujeres”) della rivista La Hora, pubblicata dalla Caritas Colombiana, che lanciava l’allarme per le “proporzioni gigantesche del problema”.[56]

 

Questo è solo un esempio tra i tanti di quello che potremmo chiamare il “gioco delle cifre” che caratterizza ogni epoca e la storia di ogni paese, nel quale ciascun soggetto quantifica il fenomeno secondo le proprie esigenze che possono essere di ordine pubblico, politiche o d’altro tipo. Generalmente, l’allarme spaventa la comunità e assicura alle istituzioni l’appoggio di cui hanno bisogno per implementare politiche repressive.

 

È quanto sta succedendo in Europa, dove un’informazione manipolata genera l’allarme sul fenomeno della “tratta delle donne” e questa politica, invece di risolversi in appoggio alle presunte vittime, si risolve in repressione e rimpatri forzati. La verità è che risulta molto difficile avere dati statistici affidabili, anzitutto a causa della marginalità e clandestinità che avvolge il fenomeno.

 

Un altro elemento che nelle ricerche recenti viene presentato come una caratteristica nuova è dato dalla presenza di giovanissime donne appartenenti alle classi medio-alte; tuttavia, ripercorrendo la bibliografia passata anche questo assunto viene smentito. Scriveva, infatti, nel 1970 il già citato Sepúlveda:

 

La visita delle bambine del liceo a tali luoghi è ben nota a istitutori e genitori... I lenoni - uomini e donne - si sono dati il compito di conquistare le giovani studenti delle scuole superiori.[57]

 

Negli ultimi anni si è sicuramente incrementato l’esercizio della prostituzione da parte di donne giovani e senza carichi familiari. Ma anche qui risulta importante comparare il fenomeno con il contesto generale, ove la “frequenza” delle minori aumenta in varie altre situazioni: conflitto armato, morti violente, gravidanze precoci, unioni libere, separazioni e altre ancora. Questo dato ci suggerisce un generalizzato “ingresso precoce alla vita adulta” che tutta la popolazione colombiana affronta e che non riguarda esclusivamente la prostituzione.

 

I risultati dell’Encuesta Nacional de Demografía y Salud (ENDS) realizzata da Profamilia nel 2000 ci dicono che i giovani esercitano in età sempre più precoce la propria sessualità: gli uomini a 13 anni e le donne a 15, quando a metà del decennio scorso l’età era 16 anni per le prime e 19 per i secondi[58]. Allo stesso modo, sta aumentando il numero di gravidanze precoci, i figli non desiderati e la diffusione delle malattie a trasmissione sessuale tra gli adolescenti.

 

 

4. Rappresentazioni sociali e percezioni personali

 

La prostituzione è un fenomeno complesso che interessa vari soggetti e fattori, che vanno dalle prostitute, ai clienti, ai proprietari e amministratori dei locali, alle rappresentazioni sociali che si sono costruite sul fenomeno. Puntare sempre i riflettori sulle donne, oscurando tutto il resto, non permette di certamente di contestualizzare il fenomeno.

 

C’è qualcosa di molto perverso e pertanto pericoloso nel continuare a concentrare le ricerche sulle donne; a volte questo significa basarsi su un pregiudizio, benché incosciente che vuole vedere nei loro esseri e nelle loro vite le cause dell’esistenza della prostituzione.

 

Come sottolinea giustamente Lorena Nencel:

 

I modelli culturali che ordinano e strutturano la versione scritta della prostituta non solo contribuiscono alla sua emarginazione e privano la donna che si prostituisce del suo libero arbitrio: legittimano anche l’intento di combattere il problema della prostituzione attaccando la prostituta.[59]

 

Questi modelli esplicativi originano quello che la ricercatrice chiama “immagini fisse senza vie di scampo” o “vicoli ciechi”, nei quali le donne rimangono intrappolate, trasformate in vittime delle circostanze e simultaneamente vittime di loro stesse. E tutto questo perché non si può accettare in nessun caso l’elemento della scelta come fattore determinante.

 

I termini, i toni e le letture proposte dai mezzi di comunicazione di massa sono lo strumento più adatto per smascherare l’immaginario caricato di pregiudizi di una collettività. Generalmente le notizie ivi riportate sono sensazionaliste ed offrono immagini che risvegliano compassione, eccitazione sessuale o avversione. Il profilo della donna oscilla tra la prostituta, la bambina scappata da genitori violenti, l’adolescente indisciplinata, la moglie abbandonata o la ragazza-madre che entra nella prostituzione per mantenere i suoi figli. Spesso, la prostituzione viene messa in relazione con la droga e la criminalità. Il fenomeno viene denominato come “vendita del corpo” mentre ciò che si vende è solo un servizio, che può essere l’atto sessuale o l’allegria o la disponibilità ad ascoltare e a fare da confidente.

 

Le rappresentazioni sociali che definiscono il concetto della prostituzione ed il profilo della MEP non guidano solo i comportamenti e gli atteggiamenti della comunità, ma anche la percezione che la MEP ha di se stessa. Si tratta di una relazione “circolare”, dove la rappresentazione alimenta la percezione personale e questa riproduce e continua ad alimentare la prima. Il risultato è una mancanza di libertà perfino nei sentimenti che esse generano su loro stesse.

 

Provare a diffondere una coscienza critiche su tali rappresentazioni sociali significa iniziare rompere quel circolo e permettere alle MEP di conquistare la libertà di essere e scegliere; ma è anche necessario che da loro parta la decisione di assumere un ruolo politico. Il movimento per i diritti civili della prostitute, d’altra parte, è sorto – negli anni ’70 – perché c’erano determinate condizioni culturali e politiche che permettevano un’apertura e perché le Sw hanno assunto la decisione politica di “prendersi la parola” ed interattuare con la storia della propria emarginazione.

 

Un apprendistato molto importante verso la comprensione dell’importanza di questa componente è stato per il programma Espacios de Mujer il lavoro con un gruppo di MEP che frequentavano il progetto da alcuni anni e che avevano partecipato a varie seminari di “etica”, “autostima”, “crescita personale”, “sviluppo umano” [sic!].[60]

Sin dal principio del nostro lavoro con questo gruppo quello che colpiva era il grado di uniformità nelle rappresentazioni e proiezioni delle donne rispetto alla loro identità. Tutte utilizzavano lo stesso linguaggio: “sono caduta nella prostituzione”, “voglio uscire da questo fango”, “voglio migliorare”, “sono caduta nella prostituzione perché non mi stimavo”.

 

Le loro parole sembravano coincidere perfettamente con le nozioni prodotte dai “discorsi” propri della cultura patriarcale dominante. Quando ripercorrevano le loro storie, le reinterpretavano ed il racconto incominciava con la ricerca della ragione - o piuttosto della giustificazione - sul perché avevano incominciato ad esercitare la prostituzione. Quando si trattava di una donna che aveva già lasciato l’attività, l’epoca passata veniva raccontata come una sorta di limbo senza luce.

Molte utilizzavano per parlare di sé stereotipi che si usano generalmente nella presentazione del profilo delle prostitute: <<i nostri soldi sono mal guadagnati, per questo motivo si spendono con la stessa velocità con la quale si guadagnano>>, <<noi non abbiamo autostima>>, <<stiamo nella prostituzione perché non abbiamo imparato a stimarci>> o <<perché nessuno ci ha stimati>>, <<quello che succede è che siamo molto individualiste>>.

 

Uno stereotipo comune usato da chi ha lavorato con MEP è che sono individualiste e mancano di coscienza politica; ma si tratta di un tema più complesso. L’emarginazione sociale che subiscono le taglia fuori dalla vita del quartiere, il riferimento di appartenenza collettivo più prossimo e quotidiano; il che le rende poco politiche nelle loro espressioni e modi di pensare.

 

È stato necessario approfondire la relazione con loro e guadagnarci la fiducia affinché esse incominciassero a raccontare un vissuto differente e più complesso di quello che credevano volessimo ascoltare. Incominciarono, così, a emergere i sentimenti contraddittori che esse vivono di fronte al loro mestiere, le soddisfazioni che esistono accanto ai dolori, le domande che gli stereotipi vorrebbero annullare, quella realtà che per molti è uno sforzo riconoscere.

Incominciare a lavorare con le giovani che non hanno intenzione di lasciare la prostituzione e che non erano portatrici di forti sensi di colpa, ha permesso infine di instaurare una relazione più diretta e meno mediata dalle percezioni culturali dominanti.

 

 

5. La difficile situazione sociale, economica e politica che attraversa la Colombia  

 

Indubbiamente, le MEP nel corso della storia sono state emarginate, giudicate, stigmatizzate, il che ha avuto come conseguenza che questa attività si organizzasse in spazi “oscuri” che non ne consentono un esercizio in condizioni di sicurezza. La maggior parte delle teorie sul fenomeno rifiutano di accogliere la categoria della scelta tra i fattori determinanti dell’ingresso nella prostituzione e in genere i sogni e i progetti di vita delle donne che la esercitano spariscono dietro il racconto della loro crudele situazione.

Ma nel caso della Colombia, le MEP sono prima di tutto donne in un paese colpito dalla guerra e da una grave situazione socioeconomica, e questo fattore è fondamentale per la lettura del fenomeno.

 

A Medellín migliaia di donne oggi esercitano la prostituzione; tra queste ci sono donne che hanno sofferto drammatiche storie di violenza, madri capofamiglia che non trovano altra maniera per mantenere i figli; ma anche ragazze di classe media, studentesse di liceo e dell’università. Per una parte di esse la prostituzione è l’unica opzione possibile, per altre è un’alternativa in momenti di crisi familiare, o un strumento per integrare i magri redditi provenienti da un’altra occupazione. In realtà, nella situazione attuale una donna, anche se diplomata o laureata, ha scarse possibilità di trovare una collocazione lavorativa soddisfacente o in grado di consentire standard di vita paragonabili a quelli “occidentali”.

La politica neoliberale che si è affermata a partire dalla fine degli anni ’80 nel paese, ha generato una crisi che ha come conseguenza la disoccupazione, la perdita di potere d’acquisto degli stipendi e una polarizzazione economica sempre più ampia.

La crisi incide fortemente sulle condizioni di lavoro, determinando l’incremento dell’economia informale e la perdita delle garanzie minime. Anche accettando le condizioni che il mercato offre, non è per nulla facile ottenere un inserimento lavorativo; data la drastica riduzione della domanda di lavoro, vengono applicati criteri di selezione sempre più rigidi.

 

Tale situazione economica ha conseguenze drammatiche sulla vita e sulla posizione delle donne, le quali sono le prime a perdere il lavoro e ad essere spinte gradualmente verso il settore informale.

Alle insoddisfazioni che caratterizzano la vita sociale si aggiunge la situazione di violenza che le donne vivono nelle proprie case, fenomeno che ha fatto registrare un preoccupante incremento negli ultimi anni.

 

Medellín è stata drammaticamente colpita dagli effetti della crisi economica degli ultimi decenni; la recessione ha fatto emergere nella città masse di disoccupati qualificati e pertanto con maggiori aspettative che in altre regioni. Il tasso di disoccupazione urbana ha raggiunto cifre medie del 23-25%, mentre nei quartieri più poveri il fenomeno ha interessato il 62% della popolazione[61]. Una ricerca realizzata nel 1998 ha rivelato che nella città il 66% delle donne guadagna meno di 1 s.m.l.v., a fronte del 43% degli uomini; ha entrate superiori a 2 s.m.l.v. il 16%, a fronte del 25% per gli uomini. Inoltre, il 71,3% delle donne non è affiliato al sistema della previdenza sociale[62].

 

Tavola 4.1: Redditi di uomini e donne

 

Entrate

Donne

Uomini

 

 

 

½ s.m.l.v.

64,13%

32,46%

1 s.m.l.v.

32,43

64,6%

Più di 3 s.m.l.v.

0,36%

0,37%

 

 

Il 21,8% dei nuclei familiari è capeggiato da una donna e di questi il 90,8% si colloca negli strati socio-economici più bassi.

 

L’urgente necessità delle donne capofamiglia di acquisire entrate, genera oltretutto un alto grado di sottoccupazione. A Medellín il tasso medio è del 18%; per le donne degli strati più bassi sale al 23,8%. Una delle caratteristiche dell’impiego delle donne capofamiglia povere nella città è il tasso di rotazione, che corrisponde al 25,6%; il che significa un’alta instabilità lavorativa, fenomeno che registra perfino nel lavoro autonomo (22,3%).[63]

 

 

Capitolo 3

 

Le donne del programma Espacios de Mujer

 

È stato notato, tra l’altro, che una gran parte delle prostitute fecero dapprima le domestiche; l’ha stabilito per i diversi paesi Parent-Duchatelet, Lily Braun per la Germania, Ryckére per il Belgio. Circa il 50% delle prostitute erano state serve.

Un’occhiata alla <<stanza della donna di servizio>> è una spiegazione sufficiente. Sfruttata, soggiogata, trattata come oggetto piuttosto che come persona, la donna tuttofare, la cameriera non spera in nessun futuro miglioramento della sua sorte; talvolta deve subire i capricci del padrone di casa: dalla schiavitù domestica, dagli amori ancillari, scivola verso una schiavitù che non si promette più degradante e che si sogna più felice. (Simone di Beauvoir, Il Secondo Sesso)

 

 

1. Carta d’identità della “popolazione soggetto”

 

Come si è detto nella parte introduttiva, il nucleo centrale della ricerca è costituito dall’indagine qualitativa condotta tra le donne entrate in contatto con il programma o che ne fanno parte.

 

I contatti avvenuti durante le unità di strada, i colloqui, le consulte individuali e di gruppo, gli incontri e i seminari hanno offerto lo spazio per portare avanti un’osservazione partecipante del fenomeno e della popolazione. Per il totale delle 496 donne iscritte al 31 dicembre 2003 al programma, sono stati elaborati i dati registrati nelle schede personali. Ad un gruppo ristretto di 253 MEP è stato somministrato questionario e sono state raccolte 36 storie di vita che hanno offerto importanti spunti di approfondimento. I gruppi partecipanti alle attività di recupero scolastico e alla formazione professionale e tutti gli altri che si sono conformati per via della partecipazione a seminari e conversatorios[64] hanno potuto fungere da “gruppi focali” (85 gruppi focali).  

 

Tra le donne che compongono il campione, dunque, in quanto alle età la frequenza più alta si registra tra i 26 e i 35 anni (36,5%) ed il 34,8% ha meno di 25 anni. La grande maggioranza (67,3%) si colloca tra i 19 e 35 anni.

 

Tabella 1: Età del campione

 

Età

Numero

%

 

 

 

Minore di 18 anni

20

4

19 – 25 anni

153

30,8

26 – 35 anni

181

36,5

36 – 45 anni

108

21,8

Maggiore di 46 anni

34

6,9

 

 

Relativamente al luogo di origine, il 54,7% è nato a Medellín, il 33,8% proviene da altri municipi di Antioquia ed l’11,5% da altri dipartimenti.

Analizzando il grado di scolarità, risulta che il 5,1% di loro è analfabeta, il 14,9% ha la primaria incompleta ed il 34,5% non ha finito il liceo.

 

Tabella 2: Scolarità del campione

 

Titolo di studio

Numero

%

 

 

 

Nessuno

25

5,1

Primaria incompleta

73

14,9

Primaria completa

142

28,9

Secondaria incompleta

184

34,5

Diploma

67

13,6

 

 

In media, la scolarità del campione è di 6,2 anni, risultato che non si discosta dal valore riportato nell’Inchiesta Nazionale di Demografia e Salute di Profamilia per la popolazione femminile della città, che è di 6.5[65]. Inoltre, la percentuale di MEP con primaria completa e che hanno frequentato la secondaria è, superiore al livello medio delle donne di Medellín.[66]

Su questo risultato positivo ha inciso sicuramente l’offerta scolastica offerta del programma, alla quale hanno avuto accesso 246 donne in tre anni. Considerato che il campione non rappresenta tutti i livelli socio-economici ma solo gli strati 1, 2 e 3 (vedi oltre), tuttavia, si può concludere che il livello di scolarità delle MEP non è così basso come si potrebbe pensare.

 

La comparazione con le statistiche elaborate nel 2000, durante la prima tappa del programma (progetto Por una Vida más Digna), dimostra come si sia ridotto fino metà il numero di donne analfabete mentre è cresciuto di quasi 2 punti percentuali il numero di donne con primaria completa e diplomate[67].

 

Un altro fattore che ha inciso sul miglioramento del grado è dato dall’ingresso nel programma di donne sempre più giovani  e di livello sociale più elevato.

Ovviamente, quanto più giovane è la popolazione, tanto più alta risulta la scolarità: per esempio, nel gruppo di età compresa tra i 19 e i 25 anni, il 67% ha frequentato almeno un anno delle superiori o le ha completate. Mentre al di sopra dei 36 anni, la percentuale di donne analfabete raggiunge il valore medio del 10,4%.

 

Tabella 3: Relazione scolarità- età

 

Scolarità

> 18

19 – 25

26 - 35

36 - 45

< 46

 

 

 

 

 

 

Nessuna

10%

1,3%

4,5%

10,4%

5,9%

Primaria incompleta

10%

10,5%

14,5%

19,8%

23,5%

Primaria completa

35%

21,1%

27,9%

37,7%

38,2%

Superiore incompleta

40%

51,3%

35,8%

24,5%

23,5%

Superiore completa

5%

15,8%

17,3%

7,6%

8,8%

Media/anni

5,65

6,91

6,52

5,07

5,09

 

 

Rispetto alla zona di residenza, il 21,2% vive nel centro di Medellín ed il 50,4% nei quartieri delle zone 1 e 2 (Noroccidental e Nororiental), che presentano elevati livelli di emarginazione e povertà; ciò significa che, sommando i due gruppi, 7 MEP su 10 abitano nei luoghi che soffrono i più alti indici di violenza del paese.

 

Tabella 4: Zone di residenza

 

Zona

Numero

%

 

 

 

Area metropolitana

61

12,4

Corregimientos[68]

18

3,7

Zona 1

173

35,5

Zona 2

74

15,1

Zona 3

104

21,2

Zona 4

38

7,8

Zona 6

18

3,7

 

 

3. Le responsabilità economiche

 

Nonostante l’ostracismo culturale, l’emarginazione e il rifiuto che le colpisce, le MEP hanno un ruolo fondamentale nel sostegno economico della famiglia.

 

Ho iniziato la prostituzione a 31 anni. Lavoravo in un supermercato quando è morta mia sorella e ha lasciato tre figlie. Il padre è un uomo orribile, allora io le ho portate a vivere con me ma non ce la facevo con le spese. É stato allora che un’amica mi ha detto di andarmene con lei in un villaggio... è così ho iniziato. E fino ad ora ho sempre mantenuto le mie nipoti, le ho fatte studiare e tutto. La più grande si è già diplomata e le ho pagato pure un corso avanzato di computer; ora ha cominciato a lavorare in un’impresa di confezioni. (María del Carmen, 42 anni)

 

L’85,4% ha figli a carico ed il 34,8% ha avuto più di tre figli; ma bisogna aggiungere che quattro donne su dieci hanno altri parenti a carico.

 

Tabella 5: Numero totale di figli/e (anche non a carico)

 

Numero di figli/e

%

 

 

Nessuno

12,1

1 – 2

53,1

3 – 4

26,9

Più di 4

7,9

 

 

Totale numero figli/e

1.091

 

Tabella 6: Numero di figli/e a carico

 

Numero di figli/e

%

 

 

Nessuno

14,6

1 – 2

55,6

3 – 4

24,7

Più di 4

5,1

 

 

Totale numero figli-e

969

 

Tabella 7: Altri parenti a carico

 

Numero familiari

%

 

 

Nessuno

60,6

Uno

17,3

2 – 3

15,6

Più di 4

6,5

 

L’82,9% non ha marito né compagno ma solo il 47,4% dichiara di essere l’unica apportatrice di reddito, mentre le altre ricevono l’appoggio dei familiari: genitori (soprattutto madri), fratelli/ sorelle, zii/e, cugini/e, nonni/e, figli/e. La situazione di abbandono, dunque, non è più drammatica di quella che soffrono in media le donne degli strati 1, 2 e 3 nella città e la presenza di compagno non è meno frequente che nella vita di altre donne popolari[69].

 

Tabella 8: Stato civile

 

Stato civile

Numero

%

 

 

 

Nubile

339

68,3

In convivenza

66

13,3

Sposata

19

3,8

Separata

50

10,1

Vedova

22

4,4

 

Tabella 9: Chi apporta reddito in famiglia

 

Chi

%

 

 

Solo lei

47,4

Lei e altri membri

26

Madre/ padre3 – 4

10,9

Compagno/ marito

10

Altre/i

5,7

 

Una grande percentuale non è proprietaria di casa (69,3%) ed il 26% vive nell’abitazione di altri familiari. Quanto alle condizioni abitative, il 17% vive in inquilinati, stanze o baracche ed il 67,7% ha dichiarato vivere in una casa (singola o appartamento). Tuttavia, nella maggioranza delle situazioni dette abitazioni non sono costruzioni funzionali, perché sono realizzate con materiali di seconda qualità, in terreni ad alto rischio o non godono di condizioni igieniche adeguate. Varie abitazioni non hanno divisioni interne o hanno spazi molto piccoli che obbligano a situazioni di affollamento; oppure, sono situate in aree del quartiere che rendono disagevoli gli spostamenti. Per quel che riguarda lo strato socio-economico, il 89,9% si colloca ai livelli più bassi (1 e 2)[70].

 

Tabella 10: Situazione abitativa

 

La casa è

%

 

 

In affitto

37,9

Di un familiare (con il quale lei vive)

26

Messa a disposizione (da amici o parenti)

5,4

Propria

30,7

 

Tabella 11: Tipologia di abitazione

 

Tipologia

%

 

 

Appartamento

16

Casa

67,7

Inquilinato 

1

Stanza

11,5

Baracca

3,5

Senza tetto

0,3

 

 

4. Lavori precedenti o alternativi alla prostituzione

 

L’esercizio della prostituzione non è stato il primo lavoro della vita per più di una donna su tre. In realtà, 188 donne sono state domestiche, venditrici ambulanti, riciclatrici, cameriere di bar e ristoranti, o hanno svolto altri mestieri informali e marginali. Questo risultato permette di sostenere che il basso livello degli stipendi e le violazioni che caratterizzano il mondo dell’economia informale rappresentano fattori determinanti per l’ingresso nella prostituzione.

 

A Bogotá ti sfruttavano come meglio piaceva a loro. Lavoravi come domestica e quando meno te lo aspettavi non ti pagavano, ti davano una paga più bassa e ti toccava lavorare duro, lavare grandi finestre, fare tutto quello che c’era da fare. Quella non era vita per me e ne sono andata. (Nubia, 44 anni)

 

Io ho lavorato alcuni anni come domestica. Ma ti trattano malissimo, ti sfruttano. E poi, il padrone ci prova e se tu dici di no ti manda via lui; se dici di sì ti manda via la moglie quando lo scopre. Allora, se sono costretta ad andare a letto con un uomo mi faccio pagare, no? (Marina, 24 anni)

 

Tabella 12: Altre attività lavorative

 

Quando

Si

No

 

 

 

In passato

37,9%

62,1%

Ora

28%

72%

 

L’alternanza tra prostituzione ed altri mestieri è una costante della vita delle MEP e se il 28% del campione al momento sta realizzando anche altri lavori ma non ha lasciato la prostituzione, questo succede perché si tratta di lavori temporanei o mal pagati che non permettono entrate economiche sufficienti a soddisfare le necessità della famiglia. <<Perché devo ammazzarmi in un’impresa se in strada guadagno di più?>>, dice María Isabel.

 

Delle 139 donne che hanno un’attività lavorativa diversa dalla prostituzione, solo cinque hanno un contratto a tempo indeterminato, con imprese del settore delle confezioni; il loro stipendio è di un solo salario minimo, con l’aggiunta del rimborso dei viaggi e del pranzo. Una ha un contratto con una cooperativa che gestisce un bar nell’università e riceve 12.000 Pesos al giorno (meno di 4 Euro), più pranzo e sussidio di trasporto. Un’altra è operatrice di computer in un’impresa privata; cinque hanno una piccola impresa familiare nel settore alimentare e delle confezioni (maquila); 11 fanno le parrucchiere o le estetiste in casa propria o al domicilio della cliente.

 

Inoltre, solo il 19,4% di quelle che hanno un lavoro diverso dalla prostituzione (27 su 139) stanno svolgendo un’attività conforme alla propria qualifica o grado d’istruzione. Tutte le altre si dedicano alla vendita ambulante di cibo, svolgono pulizie in case, uffici o ristoranti, fanno le lavandaie, le babysitter o altre attività non corrispondenti ai titoli acquisiti.

In realtà, 238 delle donne del campione hanno ricevuto formazione professionale all’interno del programma o in altre entità della città (Sena, Casse di compensazione, ONG) e, tra queste, il 10% ha fruito di vari livelli di formazione.

 

Tabella 13: Scolarità e formazione professionale ricevuta

 

Formazione ricevuta

 

 

Istruzione scolastica

244

Formazione profess. (offerta dal progetto)

203

Formazione profess. (in altri progetti)

35

Borse universitarie

2

 

Tabella 14: Formazione professionale ricevuta

 

Formazione

%

 

 

1 tipologia di formazione

41,5

2 tipologie di formazione

5,2

3 o più

1,2

Nessuna

53,12

 

In questo senso, i risultati permettono di smentire tutte le analisi che finora hanno voluto individuare nella mancanza di formazione professionale la barriera principale all’entrata delle MEP nel mercato del lavoro.

 

 

5. L'ingresso nella prostituzione

 

Il 37,1% delle donne del campione ha iniziato ad esercitare la prostituzione quando aveva meno di 18 anni, e quasi la metà vi ha fatto ingresso tra i 18 e 25 anni.

 

Tabella 15: Età d’inizio

 

Quando

%

 

 

Prima di 14 anni

5,3

14 – 17

31,9

18 – 25

43,1

26 – 40

19,5

Oltre 45 anni

0,2

 

Ho iniziato nei bar a 14 anni. Il locale si chiamava El Gril de la Luciernaga e io dovevo lavorare dalle sette di sera alle tre del mattino; è stato lì che ho cominciato. Il locale era sempre pieno di poliziotti, ladri, gente così. Ogni volta che arrivava la polizia per fare una retata, mi dovevo nascondere, perché i minorenni non ci potevano lavorare in posti del genere. (Nubia, 44 anni)

 

Una parte del questionario somministrato era volto ad individuare la loro opinione sulle circostanze e le ragioni che le hanno portate alla prostituzione.

Quasi tutte le intervistate hanno dichiarato di esservi state spinte dalle necessità economiche. A determinare la situazione di necessità, varie circostanze: la migrazione verso la città, la morte dei genitori, la misera paga percepita nei lavori anteriori, la separazione dal compagno o la sua morte, una gravidanza inattesa e indesiderata, l’assunzione di inattese responsabilità economiche.

 

Rocío ha 34 anni e tre figli. Ha iniziato ad esercitare la prostituzione da sette anni, dopo la morte di suo marito. Rubiela ha 38 anni, sette figli e una nipote appena nata. Esercita la prostituzione durante i fine settimana nei villaggi e si occupa della famiglia durante la settimana. I suoi sanno che nei villaggi per vendere mercanzie. Doris ha 33 anni, due figlie ed un figlio con disabilità. La sua relazione col marito è sempre stata difficile: <<Perché io sono ho un brutto carattere>>, dice. Quando si separano, lei inizia a battere. Nubia fugge da casa a 12 anni, dopo essere stata violentata dal fidanzato della sorella e incomincia a lavorare in un bar. Monica è desplazada a causa della violenza; sei anni fa è venuta a Medellín dopo che i paramilitari hanno ammazzato a Tarazá i suoi tre fratelli.

 

Per il 54% l’idea di ricorrere nella prostituzione è venuta da amiche e per il 25% da un parente (madre, marito, compagno, sorelle, cugine, etc.); ma il 22% ha dichiarato di avere incominciato per iniziativa esclusivamente propria.  Solo due donne lo hanno fatto incitata da un annuncio sulla stampa locale.

Il 64,4% del campione ha dichiarato di avere uno o più familiari che hanno esercitato o esercitano ancora la prostituzione: soprattutto sorelle, cugine e zie. Probabilmente questo dato non si può considerare rappresentativo di tutto l’universo, considerato che la parentela – come anche l’amicizia – con altre donne che fanno già parte del programma può essere un fattore che facilita l’ingresso di altre.

Alcune hanno raccontato gravi forme di violenza familiare o un abuso sessuale come il “momento che ha cambiato la direzione della vita”.

 

Me ne sono andata di casa a 9 anni. Noi eravamo dodici figli e vivevamo a Bogotá. Mio padre era molto aggressivo, picchiava mia madre e la offendeva sempre. Quando si ubriacava le diceva di andarsene di casa: <<Vattene, cagna – gridava – figlia di buona donna...>> ma non le apriva la porta, anzi la spingeva contro un angolo e iniziava a picchiarla. É stata questa una della ragioni per le quali me ne sono andata di casa. Mia mamma, poverina, è venuta a cercarmi, a dirmi di tornare e casa e di chiedere perdono a mio padre, ma io le ho detto: <<No, non torno, non torno, non torno più>>. (Rubiela, 38 anni)

 

 

6. La relazione con la famiglia

 

A giudicare dalle risposte che danno nel questionario, solo una minoranza proviene da famiglie disfunzionali. Di fatto, solo il 20,8% delle intervistate ha dichiarato che la relazione con genitori e fratelli/sorelle era molto negativa, mentre quasi la metà di loro la definisce buona o, addirittura, eccellente.

 

Tabella 16: Relazione con la famiglia di origine

 

Com’era?

%

 

 

Eccellente

8,1

Buona

39,3

Normale  

30,8

Negativa

20,9

Non risponde

0,9

 

Il contesto familiare rappresenta un riferimento positivo, ove non mancano solidarietà, aiuto e condivisione, come  confermano le valutazioni sul presente.

 

Tabella 17: Relazione con la famiglia attuale

 

Com’è?

%

 

 

Eccellente

14,1

Buona

50,3

Normale  

25,6

Negativa

9

Non risponde

1

 

Solo il 9% delle donne fa una valutazione negativa sulle relazioni familiari, mentre quasi due su tre dichiarano di avere buone o eccellenti relazioni con la famiglia attuale.

 

Chiaramente, queste risposte ci parlano dei nessi affettivi che la famiglia garantisce, ma non permettono di concludere che la casa sia uno spazio di riconoscimento ed equità per la donna. In realtà, dai racconti sembra emergere proprio il contrario.

 

Alcune fanno sapere ai familiari, altre no, benché, dato lo stile di vita che seguono, sembra impossibile che la famiglia non se ne renda conto. Probabilmente funziona anche nella famiglia una doppia morale che induce a mettere a tacere i sospetti e il giudizio, se la donna provvede alle necessità economiche.

 

No, la mia famiglia non mi ha mai chiesto nulla. Io credo che hanno capito ma quello che vogliono è il denaro. Io con i miei viaggi a Panama e nelle Antille ho comprato a mia madre una casa di tre piani e lì vivono anche le mie sorelle e mio fratello. (Rosa, 42 anni)

 

Il peso di condurre una doppia vita è per alcune una sofferenza.

 

Io attualmente lavoro in un bar di Caldas: mattina, pomeriggio, sera e notte. Per evitare gli alcolici sono costretta a consumare clarita[71] ed ora sono diventata una mucca. A casa mia ho dovuto dire che lavoro come domestica in una famiglia e che il mio giorno libero è il mercoledì , che invece è il giorno in cui il bar è chiuso. (María, 34 anni)

 

Le donne vogliono proteggere e mantenere all’oscuro prima di tutto i figli; per questo quando essi crescono aumenta l’angoscia di essere scoperte.

Beatriz è una delle donne che partecipano al progetto. Ha solo un figlio al quale aveva mentito per anni sul suo lavoro; fino a quando lui non l’ha vista per strada e da quel momento non ha voluto più sapere nulla di lei.

Tuttavia, la reazione dei figli non è stata di rifiuto ma a volte piuttosto di gratitudine rispetto al “sacrificio” della madre.

 

Mio figlio mi rispetta molto. Lui dice: <<Mia madre si è sacrificata per noi, ci comprava sempre vestiti buoni e ci ha fatto studiare e se ora io ho la mia impresa è per merito suo>>. Mio figlio vive a Barranquilla e quando ho bisogno di soldi me li manda. Ma io non glieli voglio chiedere perché lui ha moglie e due figli e deve pensare alla sua famiglia. (Mercedes, 39 anni)

 

 

7. Il luogo di esercizio e la cura di sé

 

Per quel che riguarda il luogo di esercizio, quasi una donna sue due lavora nella città di Medellín, il 31,5% alterna il lavoro nella città a quello nei villaggi di Antioquia; una minoranza (18,7%) preferisce spostarsi verso altri dipartimenti del paese o all’estero.

 

Tabella 18: Località di esercizio fuori Medellín

 

In quale località esercita

%

 

 

Altri dipartimenti

11,0

Estero

3,8

Antioquia

44,0

 

Per la gran maggioranza delle donne di strato 1 e 2, strada, bar e cantine continuano ad essere i luoghi preferiti. Solo il 6,7% del campione esercita a domicilio, in case di appuntamento, centri di massaggi e locali di striptease.

 

Tabella 19: Luogo di esercizio[72]

 

Dove esercita

%

 

 

Solo a domicilio

5,9

Solo in bar

21,9

Solo in strada 

40,8

Solo in residence

6,4

In vari dei luoghi precedenti

24,2

In altri luoghi

0,8

 

Questo significa che le donne che appartengono ad una classe di prostituzione più alta non sono arrivate al programma. Le spiegazioni possono essere varie; sicuramente il mondo della prostituzione elegante coinvolge ragazze di giovane età ed alto livello accademico. Inoltre, le MEP che esercitano in luoghi sofisticati e riservati hanno anche elevati guadagni, per cui non sono motivate a rivolgersi a servizi gratuiti; d’altra parte, probabilmente sono soggette a forme di controllo che impediscono loro di accedere a spazi che comportano una pericolosa visibilità.

 

Si è già detto che la modalità tradizionale nella città è quella di bar e cantine, dove i clienti vanno per ascoltare musica, bere e ballare; in questo tipo di locali la donna ha il compito di intrattenere, divertire e far bere il cliente; se costui vuole portarla fuori, deve pagare una “multa” al proprietario, la stanza del hotel e versare direttamente alla donna la tariffa della prestazione. Questa riceve anche una percentuale sugli alcolici che il cliente consuma; spesso le donne riescono a guadagnare solo in questo modo, senza dover fare sesso coi clienti.

 

Nella mia “guerra” di prostituzione sono state poche le volte che sono andata con un cliente, perché io uscivo per divertirmi, ballare, bere e stare bene. E guadagnavo anche senza coricarmi con loro. (Rosario, 42 anni)

 

La presenza continua in bar e taverne le espone in maniera particolare al consumo di alcolici; e di fatto, il 38,7% abusa attualmente di alcol e circa il 50% ne abusava in passato.

Nonostante gli stereotipi vigenti che considerano le MEP abituali consumatrici di sostanze psico-attive, solo il 10,5% del campione consuma droghe che causano dipendenza (soprattutto périco, bazuco[73], estasi e a volte cocaina). E la relazione droga-prostituzione è un fenomeno che caratterizza più le minori di età che le adulte.

 

Tabella 20: Abuso di droghe e alcool

 

Abusa di

Ora

In passato

 

 

 

Sostanze psicoattive

10,5%

21%

Alcool

38,7%

48,1%

 

 

Il 79,7% delle MEP ha dichiarato di utilizzare il preservativo coi clienti, ma ampliando l’informazione con le interviste in profondità è emerso che la risposta positiva significa che lo utilizzano solo con clienti sconosciuti. Diverso è l’atteggiamento che assumono con conoscenti o amici, mentre generalmente non lo utilizzano mai con i fidanzati, compagni o mariti. Più alto è l’indice di protezione per le donne di età compresa tra 18 e 35 anni (circa il 85% lo usano) mentre la percentuale scende al 28,9% per le minori. Infine, la comparazione dei risultati sull’utilizzo del preservativo e il livello di istruzione dimostra come un buon livello di scolarità significa generalmente un maggior uso del preservativo (circa l’83% per le donne che hanno completato la primaria o secondaria lo utilizzano).

 

Tabella 21: Uso del preservativo in relazione all'età

 

Età

%

 

 

Minore di 18 anni

28,6

18 – 25

86,7

26 – 35 

84,1

36 – 45

64

In media

79,7

 

 

Tabella 22: Uso del preservativo e grado d’istruzione

 

Titolo di studio

%

 

 

Analfabeta

50

Primaria incompleta

61,3

Secondaria incompleta

85

Secondaria completa

81,3

 

 

8. Un contesto violento ma solidale

 

Il 29,2% del campione (145 donne) ha dichiarato di essere stato vittima di gravi forme di violenza ad opera dei seguenti attori:

 

Tabella 23: Casi di violenza

 

Responsabili

N° donne

 

 

Clienti

98

Colleghe

58

Poliziotti

42

Ladri /malviventi

21

Padroni

11

Convivir/ vigilantes privati[74]

6

 

Il responsabile principale sembra essere il cliente e solo 42 donne hanno denunciato violenze da parte dei poliziotti e appena 6 da parte di Convivir o vigilantes privati.

Tuttavia, gli indicatori sulla violenza emersi dalle dichiarazioni delle donne sono probabilmente sottostimati, considerato che le MEP non hanno una consapevolezza chiara dei propri diritti, il che, sommato alla percezione di esercitare un’attività illecita, può indurle a considerare “normale” di essere aggredite da terzi, soprattutto quando si tratta di rappresentanti dello Stato e funzionari pubblici.

 

Stavo battezzando mio figlio quando la polizia mi ha invitato ad uscire dalla chiesa dicendo che siamo la vergogna della città, davanti a tutti, anche davanti alla mia famiglia. Ovviamente loro ci conoscono bene, ci vedono lì tutti i giorni e non perdono l’occasione per umiliarci ogni volta che possono. (Luz Marina, 27 anni)

 

Abbiamo scoperto che in un hotel dove andavamo con i clienti ci filmavano di nascosto e dopo si vendevano le cassette, alle nostre spalle. Io ho proposto di formare un gruppo e di andare alla polizia. Abbiamo fatto molto rumore e ci hanno dovuto ascoltare. Così il proprietario dell’hotel è stato smascherato e sembra che c’era dietro anche uno straniero. (María, 22 anni)

 

Qui alla Veracruz più di 10 anni fa c’è stata un’epoca di violenza ed hanno iniziato ad ammazzare molte donne. Quello che mi ha fatto male è che nessuno di quei delitti è stato punito. Perché? Perché siamo le scorie della società! Ma questo è ingiusto, io dico che è molto ingiusto, perché noi siamo esseri umani come tutti. (Patricia, 45 anni)

 

Nella costa ci sono rimasta 3 anni, tra Barranquilla e Cartagena. Poi me ne sono tornata a Medellín perché la polizia di emigrazione non ci lasciava più stare e ci portava continuamente in caserma. Molte volte dovevi dargli quei pochi soldi che avevi risparmiato per non farti mettere dentro. In 3 anni mi hanno messo dentro 5 volte. La polizia era aggressiva, ci maltrattavano, ci bastonavano e dicevano: <<Sì, diamogliele a queste puttane, che non fanno altro che prendersi le malattie dagli stranieri per attaccarcele a noi>> (Amanda, 43 anni)

 

In una città come Medellín che presenta indici molto elevati di violenza, le forme di aggressione sono varie e non si registrano soltanto nei locali di prostituzione e in strada ma nel loro stesso quartiere. È ben noto che gli attori armati stanno imponendo regole sulla vita della comunità tali come: l’ora limite per il ritorno di sera, la proibizione ad andare in giro ubriachi o sotto l’effetto di droghe, il divieto di indossare minigonne o pantaloni a vita bassa o scollature profonde. Regole come queste si ripercuotono, chiaramente, sulla vita delle MEP più che su altre donne.

 

Io vivo nel quartiere San Blas ed i paracos [paramilitari; N.d.A.] dall’anno scorso ci stanno fregando la vita. Pensa un po’, come posso lavorare se la sera devo rincasare presto? E poi se mi beccano “bevuta” mi fanno passare i guai! A volte, quando si fa notte ed è troppo tardi per tornare, devo rimanere tutta la notte fuori; allora mi siedo da qualche parte e aspetto che fa giorno. (María Isabel, 21 anni)

 

Nonostante siano i principali responsabili dei casi di violenza, esiste un buon grado di soddisfazione circa la relazione con i clienti: l’85,6% delle donne la considera buona o eccellente.

 

Tabella 24: Valutazione sulla relazione coi clienti

 

Com’e la relazione?

%

 

 

Eccellente

12,6

Buona

73

Normale

13,8

Negativa

0,6

 

I clienti sono quelli che permettono conseguire un reddito, dunque è normale che vengano visti positivamente. In molti casi essi rappresentano un importante punto di riferimento; le appoggiano, le aiutano a risolvere problemi e in alcuni casi i clienti intervengono nel processo di fuoriuscita dalla prostituzione. A volte, da clienti passano ad essere compagni o mariti.

 

Il vissuto della strada le rende dure, caute, diffidenti; per farcela devono imparare ad utilizzare intuito ed astuzia per riconoscere il pericolo: <<il mondo è dei forti>>, dice Liliana. Tuttavia, il contesto offre anche sicurezza emozionale e sociale. Le risposte a domande sulla relazione con le compagne, segnalano la presenza di un elevato livello di solidarietà tra di loro: solo l’1% la considera negativa. I conflitti, indubbiamente, ci sono ma c’è anche coesione, condivisione e sostegno reciproco.

 

Tabella 25: Valutazione sulla relazione con le compagne

 

Com’e la relazione?

%

 

 

Eccellente

16,3

Buona

74,7

Normale

7,9

Negativa

1

 

Anche i padroni dei locali, i tassisti, i dipendenti degli hotel possono fornire appoggio e amicizia.

 

I padroni non sono tutti uguali, ci sono anche quelli buoni. Il padrone del bar di Medellín dove ho lavorato quasi qui tutta la mia vita, quando è nato mio figlio è stato molto buono con me. Mi ha dato un po’ di soldi per il tempo che non ho potuto lavorare, soldi per me e per il latte del bambino. Sì, è stato molto buono... Lui  è di una qualità umana impressionante. (Esperanza, 35 anni)

 

Lì ti fai molte compagne. Io sono una di poche amicizie, parlo poco con la gente, non sono molto socievole. Ma lì c’è molta gente che ti parla, c’è una ragazza che è molto fidata e si comporta come una vera amica. Anche i tassisti sono molto buoni, a volte ti prestano i soldi. Gli hotel sono molto buoni, cambiano le lenzuola tutte le volte, stanno sempre attenti caso mai succede qualcosa nella stanza e poi bussano alla porta dopo 15 minuti. Questo ti aiuta molto perché, se è il hotel che dice il tempo è finito, i clienti non fanno storie. (Monica, 21 anni)

 

 

9. La mobilità interna e il pericolo della tratta

 

Nella seconda metà del secolo scorso, lo sviluppo delle vie di comunicazione, l’industrializzazione dell’agricoltura e l’avvio di imponenti opere infrastrutturali hanno fatto sì che la prostituzione si sviluppasse in forma migratoria. Le MEP hanno incominciato a spostarsi per il raccolto del caffè, del cotone e della canna di zucchero. Oppure si dirigevano verso le città della costa o verso località nelle quali, in conseguenza della costruzione di ponti, fabbriche, strade, dighe, c’era una ingente concentrazione di manodopera maschile. A questi “fattori di attrazione” se ne aggiunsero altri, come le dinamiche del crescente conflitto armato.

 

Oggi le MEP si spostano all’interno del paese in condizioni che sono a volte di estrema insicurezza, soprattutto quando si recano in zone controllate dagli attori armati; frequentemente, inoltre, vengono ingannate sulle condizioni di lavoro. Se andare verso le zone rurali permette loro di mantenere l’anonimato e a volte di ottenere guadagni migliori, le espone anche a grossi rischi.

 

Non ho mai lavorato a Medellín, non mi piace, morirei di vergogna se qualcuno mi riconoscesse. Preferisco i villaggi perché nessuno della mia famiglia sa. Tu ti immagini come sarebbe se lo scoprissero? Io dico che vado a vendere mercanzie. E il denaro che guadagno lo nascondo e lo tiro fuori a poco a poco in modo da non dare nell’occhio. (María, 33 anni)

 

Quando andavamo alla costa, chiedevamo un passaggio ai camionisti. Ma chi aveva il denaro per pagare il biglietto? Perché i camionisti non ti portavano mica gratis! Una volta, nella strada da Barranquilla a Bogotá ho avuto un’esperienza amara con un camionista. (Fabiola, 38 anni)

 

Non mi dimentico mai del primo locale dove ho lavorato. Alcune amiche mi hanno detto: <<Vieni con noi, si guadagna bene. Tu sei così giovane e carina!>>. Ovviamente non volevo iniziare qui a Medellín: e se mi vedeva qualcuno conosciuto, un parente o un amico che facevo? Allora me ne sono andata con loro a Barbosa. Il trattamento era terribile. Ci tenevano rinchiuse, la padrona ci ha detto che aveva pagato una somma per noi e che prima di ricevere il suo guadagno non ci lasciava andare. Il cliente i soldi li dava a lei, la quale ci dava solo una parte, io credo non più del 25%. Quando me ne sono potuta andare, ho deciso di non tornare mai più nei paesi. (Francy, 26 anni)

 

Ah no, io no, io non sono mai andata nei paesi. Mi fa paura, perché un mia comare non è più tornata e non abbiamo più saputo niente di lei. Lei era una buona amica e un’ottima madre. Era la prima volta che se ne andava in un paese; da lì è tornata due volte e al terzo viaggio non s’è più vista. Non sappiamo che cosa è successo e se l’hanno ammazzata. Noi siamo andati a cercarla; con Horacio un giorno siamo stati a Guarne dalle 9 di mattina alle 11 di sera e non siamo riusciti a sapere niente. Ci hanno detto che l’hanno vista a Rionegro, siamo andati a Rionegro e niente; l’abbiamo cercata in molti posti e niente. (Nubia, 44 anni)

 

Io sono stata sfruttata a Magangué, nella zona del Magdalena, vicino a Mompós. Un’amica è venuta a prendere delle donne e ci ha detto che lì era un buon posto e che lei aveva un contatto con un turco. Ce ne siamo andate in quattro, tutte della Veracruz. Ci tenevano rinchiuse e il cliente i soldi li dava al padrone. Potevamo uscire solo una volta alla settimana, per andare dal medico. Ci sono rimasta due anni, due anni senza sapere niente, senza uscire per strada, senza incontrare altra gente oltre a quella che entrava nel locale. C’erano 19 donne e non ce la facevamo più; e poi quando ci veniva il ciclo dovevamo “tapparci” e continuare a lavorare. (Patricia, 45 anni)

 

 

10. La tratta internazionale

 

Sul totale del campione, 19 donne hanno esercitato la prostituzione in altri paesi latinoamericani (Curazao, Ecuador, Panama, Perú, Venezuela), in Giappone, in Tailandia e in Europa (Germania, Olanda, Italia, Spagna). Inoltre, quasi la metà delle intervistate (48,5%) ha dichiarato di aver ricevuto proposte di lavoro all’esterno.

La ricerca di opportunità di lavoro più redditizie rende vulnerabili le MEP ad essere reclutate da reti o individui coinvolti nella tratta di persona[75].

 

Un’amica mi ha detto che in Spagna cercavano per mezzo del Sena [istituto nazionale di formazione; N.d.A.] donne che sanno usare il computer. Però io non me la sono sentita, non sono mai andata all’estero e non vado in Spagna perché mi fa paura e non voglio lasciare mio figlio ed i miei genitori. (María, 33 anni)

 

A me mi hanno anche proposto di andare all’estero, quando era più giovane e potevo portare droga. Allora non le fermavano tanto le mulas[76] pero io no... a me mi hanno fatto tante promesse però non mi interessava andarmene dal mio paese. (Carmenza, 39 anni)

 

Mi hanno proposto di andare via due anni fa, ma non avevo soldi. Dovevo farmi prestare due milioni di pesos e un’amica mi ha spiegato che dopo me li chiedevano in dollari e con un interesse alto. Ora che ho soldi me ne andrei senza pensarci, ma mi dispiace per mia madre che è molto vecchia. Se gli succede qualcosa quando sono lì io impazzisco. So che ad alcune donne sono successe cose molto brutte ma altre hanno guadagnato un sacco di soldi e tu pensi sempre che ti vada bene, che sei fortunata, no? (Milena, 21 anni)

 

Per molte di loro è facile credere che nel “mondo ricco” avranno a portata di mano numerose opportunità lavorative tra le quali scegliere, ma appena arrivate nel paese di destinazione si sconteranno con le barriere e forme di discriminazione inattese.

 

All’inizio ti tappa gli occhi l’illusione di viaggiare, di poter guadagnare tanti soldi e trasformare la tua vita. Ma l’illusione cade quando scopri quanto guadagni e quanto devi lavorare. (Ruth, 32 anni)

 

Quando sono arrivata in Germania sono rimasta otto giorni a casa di mia sorella, fino a quando lei mi ha detto: <<Bene, Lucero, può restare qui una settimana ma poi andiamo a Francoforte, perché tu sai lei che bisogna combattere. Qua ci sono tre cose che puoi fare: andare a rubare, fare la puttana o il narcotraffico; vedi tu cosa vuoi fare>>. (Lucero, 30 anni)[77]

 

Questo [l’Italia; N.d.A.] è un paese dove tutti ti guardano e quando dici che sei colombiana e come se avessi scritto in fronte <<prostituta a tempo pieno>>. (Beatriz, 36 anni)[78]

 

Se sanno che sei colombiana ti trattano molto male; devi dire che sei spagnola o americana, perché loro non lo capiscono bene da come parli. Tu dici che sei messicana o spagnola e basta. (Ruth, 32 anni)

 

Infine, all’estero la vita è molto cara e la prostituzione ha caratteristiche diverse rispetto a quelle cui sono abituate, il che rappresenta un altro fattore di disagio.

 

Se hai 5 milioni, 3 milioni ti costa il biglietto e te ne restano 2. Là [l’Italia; N.d.A.] i soldi se ne vanno come niente. Cioè si guadagna ma si spende un sacco. Una Coca Cola costa 1.500 pesos, un pranzo 15.000. Molta gente che torna dice: <<L’Europa? Ah, lì ci sono tanti soldi!>>. Ma per guadagnare i soldi, cosa hanno dovuto fare? (Helena, 36 anni)

 

Quando stavo in Colombia, potevo avere al massimo 5 clienti al giorno, ma lì [in Germania; N.d.A.] il primo giorno sono stati 57; lo so perché ho contato preservativi alla fine dell’orario. (Lucero, 30 anni)

 

Nei teatri del Giappone bisognava fare uno show che si chiamava  “open”. L’“open” è così: sei completamente nuda, seduta con le gambe aperte mentre la piattaforma gira. Allora in quella posizione si apre la vagina e gli uomini ti mettono dentro i soldi. Sei solamente tu con la luce puntata addosso e tutti gli uomini attorno: si accalcano, guardano, vengono dalla fila del fondo per guardare… come se fosse un film. E poi va avanti... Salgono sulla piattaforma gli uomini... uno, due, fino ad otto... cioè, dura il tempo che dura. (Gloria, 44 anni)

 

All’estero la vita obbliga a condizioni di solitudine che pesano più della violenza.

 

Sono partita per l’Italia con il sogno americano... farmi una casa, far studiare le mie figlie... Quando sono arrivata lì tutto era diverso. È bello, ci sono i soldi, ci sono cose molto belle ma la solitudine è impressionante, e la discriminazione che devi subire! Non hai amiche perché le altre sono lì per lavorare come te, allora quando arrivi ti mollano nell’appartamento e te la devi cavare da sola. Tutte le donne quando chiamano a casa piangono. Qui in Colombia ti compri un pezzo di pane, dividi una Coca Cola, ma stiamo bene, viviamo molto bene; è la nostra povertà, la nostra stessa barbarie ma ci divertiamo. (Helena, 36 anni)

 

 

11. Le entrate che garantisce la prostituzione

 

Nella prostituzione del livello più basso, le entrate sono esigue e non sufficienti a soddisfare le necessità basiche della famiglia; non è casuale che, come già detto, il 41,5% del campione debba procurarsi altri redditi (lavori informali, aiuto di familiari, compagni o mariti, affitti, etc.).

La tariffa varia secondo la zona, l’età delle donne, l’età e lo strato sociale dei clienti. Per le donne che esercitano nei bar o nelle strade del centro, la tariffa varia tra gli 8 ed i 15 mila pesos. Nelle case d’appuntamento, case di massaggio e locali di striptease, la tariffa varia dai 20 ai 40 mila pesos. Nel quartiere di San Diego, frequentato da giovanissime, i clienti sono in prevalenza professionisti disposti a pagare oltre 200 mila pesos anche per una prestazione rapida.

 

Bisogna qui sottolineare che le MEP hanno difficoltà a quantificare le loro entrate mensili, e per questa ragione non sono state considerate attendibili le risposte date nei questionari rispetto a questo punto. Per approfondire il tema, bisognerebbe definire strumenti di ricerca più adatti alla delicatezza che assume questo aspetto.

 

La normale variabilità dei guadagni, in relazione ai giorni della settimana o ai periodi dell’anno, è una delle ragioni che impediscono di avere una valutazione realistica delle entrate. In più, la relazione con i soldi è sempre stata per le MEP contraddittoria e influenzata da miti che le portano a considerarli “denaro mal guadagnato”. Molte pur avendo entrate elevate non riescono a mettere in atto una progettualità economica. Le donne più adulte ripetono spesso stereotipi che sembrano giustificare le loro difficoltà con il denaro; in esse si scorge una sorta di senso di colpa di fronte a quello che la società considera un “guadagno facile”, fattore che ne ostacola una gestione responsabile.

 

Il denaro della prostituzione è maledetto: come lo guadagno lo spendo. (Ángela, 35 anni)

 

Per me quel denaro era maledetto! C’erano giorni che mi facevo 70, 80.000 pesos e allora dicevo: <<Ah, sì, quante cose ci faccio con tutti questi soldi! Ave Maria!>>. Sbagliato! Pagavo la stanza, mi comprava i vestiti, da mangiare e il giorno dopo mi alzavo senza un soldo in tasca per comprarmi una bibita. Per questo io dico che quel denaro era maledetto, perché era così... volador hecho, volador quemado[79]. (Patricia, 45 anni)

 

Quello che succede è che quei soldi sono maledetti, perché è denaro che tu prendi... per esempio... per fare un esempio, io ieri sera sono andata con un cliente e lui mi ha dato 200.000 pesos e ora alle quattro del pomeriggio già non ho un soldo. Cioè, questi soldi che arrivano così se ne vanno nello stesso modo. (Nubia, 44 anni)

 

La maggioranza delle mie compagne dice: <<I soldi della prostituzione non sono ben guadagnati, sono come i soldi rubati>>. Ci sono donne molto in gamba che risparmiano, perché hanno altre entrate. Forse ci sono donne che sono prostitute ma stanno con la madre e questa le aiuta, le appoggia, le fa vivere a casa propria, si occupa dei bambini; così riesce a risparmiare. Ma spesso non è così; devi pagare tutto, devi pagare l’affitto, la baby sitter, la sarta, devi pagare tutto. (Rocío, 37 anni)

 

La cosa certa è che l’attività offre sicurezza economica per un tempo breve della vita, trattandosi di un guadagno legato alla giovane età. Tra le MEP che hanno lasciato la prostituzione la maggioranza lo ha fatto a causa dell’età, perché hanno una relazione stabile, o per la paura che provoca in loro pensare che i figli lo possano scoprire. <<No, ormai ero vecchia. Mi faceva star male battere accanto alle ragazzine, non piacevo più>>, dice Claudia. <<L’ho promesso a mio figlio il giorno che è nato>>, racconta Luz Marina. Altre ancora perché sono stanche della violenza: <<No, la strada non fa per me, non mi piace, non sopporto la paura tutte le notti. Il posto dove vado è molto “caldo”, lì può accadere di tutto in qualunque momento>>, afferma Marina, 24 anni.

 

 

12. La visione che le MEP hanno della prostituzione

 

Tra i dolori più intensi c’è la coscienza di essere giudicate, emarginate, considerate tra le peggiori donne e madri.

 

A noi ci chiamano sempre “quelle”, ci segnalano sempre, ci pugnalano, ci feriscono a morte e se in un ospedale ci assistono è perché abbiamo il SISBEN. Se non avessimo questo SISBEN, noi non saremmo meritevoli di entrare nemmeno dalla porta di un ospedale. Poi, quando usciamo dall’ospedale e ci buttano per strada, come i cani. (Patricia, 45 anni)

 

Molte volte c’infondono l’idea che siamo spazzatura, scorie della società e sì, saremo scorie! Ma ora che ho avuto tante opportunità di studio allora dico: <<Ehi, ma io valgo molto, anche se faccio questa vita io valgo. Ma come! Io sono un essere umano, io valgo molto>>. (Flor María, 38 anni)

 

Io non ho niente contro gli uomini, loro sono molto carini, molto affettuosi ma credono che perché stai in un bar sei un oggetto, che ti possono utilizzare come e quando vogliono e questo è molto pesante. (Rocío, 37 anni)

 

Nella prostituzione, alcune utilizzano il proprio nome, altre ne scelgono uno diverso, che spesso è quello che avevano desiderato sempre avere.

 

Io ho un nome brutto, ma in strada mi faccio chiamare Monica, mi è piaciuto sempre questo nome. (Monica, 21 anni)

 

Il mio nome era Diana a quei tempi, perché io non ho mai sporcato il mio nome; tutti mi conoscono come Diana. (Diana, 41 anni)

 

Il nome io non me lo sono mai cambiato; quando mi domandavano: <<Come ti chiami?>>. Io rispondevo sempre: <<Gladis!>> (Gladis, 33 anni)

 

Ma i ricordi della prostituzione non sono sempre tristi, come si potrebbe credere, e non rivelano necessariamente angosce. Le donne più adulte che hanno già lasciato la prostituzione raccontano, accanto agli aspetti negativi, anche quelli piacevoli. Ricordano di essere state attraenti e apprezzate; parlano del clima di festa e delle abilità relazionali che sapevano mettere in campo.

 

Io sono una che ne ha combinate tante ma nella mia guerra di prostituzione sono state poche le volte che sono andata a letto con un uomo. Perché  io uscivo per divertirmi, per ballare, per bere e per passare bene il tempo... A me mi andava bene con le fichas[80] e cercavo sempre di non esagerare con nessuno. Ero carina e mi guadagnavo sempre la simpatia della gente. (Esperanza, 35 anni)

 

A chi ha un dono bisogna riconoscerlo ed io ero molto ricercata, troppo. Io avevo un bel corpo, vita sottile, buone natiche, belle gambe e il mio viso… Cioè, sono sempre stata così, acqua e sapone, non mi trucco quasi, ho sempre avuto una pelle molto bella. Il mio turno era dalle 10 di mattina alle 6 del pomeriggio e c’erano giorni che non rimanevo nemmeno fino alle 6, perché gia a mezzogiorno avevo guadagnato abbastanza. Lavorare di notte non mi è mai piaciuto, non mi piaceva perché passare la notte svegli ti consuma; ed in realtà ora ho quarant’anni e nessuno ci crede perché non li dimostro. (Yolanda, 40 anni)

 

Nei bar ti vesti alla moda, ti trucchi, ti sistemi per bene, con la minigonna o i blue jeans stretti. Arrivi là, ti siedi e aspetti che ti chiamano, poi bevi un bicchiere, fumi una sigaretta. Ci raccontiamo storie di uomini sposati, ridiamo e ci divertiamo un sacco: questo è la vita di una donna di bar; quelle che accettiamo di andare con i clienti, andiamo; lui ci da i soldi che gli chiediamo, stiamo un po’ con lui, dopo usciamo e torniamo al bar e poi viene un’altro ed è di nuovo la stessa cosa. (Teresa, 39 anni)

 

L’atmosfera dei bar è come una rumba tutti i giorni: lunedì, martedì, mercoledì... tu vivi in una rumba costante. Vivi la musica, canti, se hai un cliente balli e in quel momento ti senti felice... Nella prostituzione, il mio piacere più grande era di sentire che ero sexy, bella... spigliata e di successo. (Gloria, 44 anni)

 

Le donne che hanno smesso di esercitare, ricordano come la prostituzione permetteva loro uno stile di vita che adesso hanno dovuto abbandonare; la relazione stabile con un uomo, invece, spinge a lasciarsi andare e smettere di curarsi. 

 

Io ero una che andava ogni settimana al salone di bellezza, avevo la mia sarta... cioè mi è sempre piaciuto curarmi. Mi vestivo bene, portavo i tacchi tutti il giorno, le calze velate, le minigonne… cioè mi mettevo le minigonne ma non roba volgare, mi capisci? Stavo ben truccata, organizzata, con i capelli sempre in ordine… io mi porto il calore del ballo nel sangue. E poi vai a vivere seriamente con uomo e ti lasci andare. Almeno, a me è successo questo, perché è fastidioso dover chiedere ad un uomo i soldi per il trucco, il deodorante, lo shampoo, i salvaslip. (Marisol, 41 anni)

 

La relazione col cliente non è passiva né necessariamente violenta; per le MEP si tratta piuttosto di sapere usare alcune regole ed astuzie.

 

Tu impari ad essere furba e allora gli dice al cliente: <<Dai, prendi una bottiglia e ce la beviamo in hotel>>. Poi lo fai ubriacare in modo che la relazione è breve e lui si addormenta subito ed è fatta. E quando si addormenta ben ubriaco tu gli togli i vestiti e quando vedi che si sta svegliando ti togli i vestiti anche tu e quando lui comincia a toccarti gli dici: <<Ah, no, dopo tutto quello che abbiamo fatto ieri sera basta!>> e invece non hai fatto niente. (Elvia, 43 anni)

 

Io ero piperísima [piccantissima; N.d.A.] da morire ma quando uscivo con i clienti cercavo sempre di non bere, perché avevo paura che mi buttavano da qualche parte, che mi ammazzavano. (Rocío, 37 anni)

 

Io non davo regole esplicite al cliente, preferivo mettere tutto sullo scherzo. Io gli dicevo: <<Ahi, amore mio, non mi piace baciare nessuno; io ti accarezzo, ti tocco ma i baci non sono permessi!>>. Gli dicevo: <<Bene tesoro, se perdiamo tempo spero che mi ricompensi bene, perché, figurati, allora sto perdendo tempo!>> E c’erano clienti che erano, cioè... Avevo tre clienti che mi occupavo di loro, mi facevo 60, 70 mila pesos e me ne andavo a casa. (Patricia, 45 anni)

 

A me non mi piaceva passare la notte con il cliente, non mi piaceva farlo con nessuno. Perché no, non era la stessa cosa soddisfare un uomo e sopportare tutta la notte una che ti tocca e ti infastidisce. No, no, non mi è mai piaciuto farlo con nessuno. (Cecilia, 36 anni)

 

Ma le giovani hanno già un modo diverso di relazionarsi con un cliente, non sono più le cabaretiste di prima ma delle professioniste del sesso: impongono quasi sempre il preservativo, fissano il tempo di permanenza nella stanza e concordano il tipo di servizio; e poi chiedono sempre di essere pagate prima.

 

No, a me non possono chiedermi tutto, per esempio, io non faccio sesso orale. Quando il cliente si avvicina, io gli dico tutto e che lo faccio solo con il preservativo e se non gli va bene se ne può cercare un’altra. (Marina, 24 anni)

 

 

13. Storie segnate da varie forme di violenza di genere

 

I vissuti che si scorgono attraverso cifre e racconti non appartengono solamente all’ambito della prostituzione; le MEP sono prima di tutto donne, in un contesto socioeconomico e culturale che si caratterizza per essere maschilista e marginalizzante.

Le forme di violenza di genere che hanno sofferto nel corso della vita hanno lasciato tracce profonde. Alcune, per esempio, sono state violentate in età precoce da un parente, un amico o un conoscente.

 

Tutto quello che ricordo di mio padre sono delle mani che mi toccavano... Io so che un giorno mia mamma lo ha cacciato di casa, perché lo ha trovato che violentava mia sorella. (Fanny, 23 anni)

 

Della mia infanzia ho impressa una cosa... Quando stavamo entrando nell’adolescenza mio fratello non mi permetteva di avere né un fidanzato né amici e quando ci lasciavano soli lui si toglieva i vestiti e mi mostrava il pene... ma veramente non ricordo se c’è mai stata penetrazione. (María, 27 anni)

 

A me mi hanno violentato due ragazzi del quartiere. Si tratta di una tappa della mia vita che ho cercato di cancellare ma non ci riesco, cioè, cerco di togliermela di dosso, anche se l’ho perdonato... Ma è molto difficile, perché sono cose che mi sono successe e che mi hanno segnato per tutta la vita. A volte non vorrei nemmeno parlarne, ma comunque quando ne parlo mi sento come pulita. (Sofía, 35 anni)

 

Un giorno ho incontrato per strada il fidanzato di mia sorella con un suo amico. Mi hanno invitato a prendere una bibita e mi hanno portato in una discoteca. Il posto aveva le luci basse... No mi ricordo… cioè, so che ho preso una Coca Cola e da quel momento non so più niente. Il giorno dopo, quando mi sono svegliata mi trovavo in un hotel e il letto era tutto pieno di sangue. Loro due se n’erano andati ed io credo... m’immagino che hanno fatto con me tutto quello che hanno voluto, perché non riuscivo nemmeno ad alzarmi dal letto per il dolore. Il ricordo di quel momento, io che mi sveglio, mi giro e guardo il lenzuolo insanguinato, è qualcosa che non posso togliermi dalla mente. Avevo 12 anni. (Dolly, 43 anni)

 

Molte di loro erano “cattive bambine” già prima di entrare nella prostituzione: perché si erano ribellate all’autorità paterna oppure a un destino di povertà che le avrebbe costrette a ripetere la vita delle madri; perché erano esigenti con gli uomini o non consideravano il matrimonio la meta ultima nella loro vita; perché amavano il divertimento, il ballo, la vita della strada e la libertà, e rifiutavano le regole fisse; perché erano donne nere o desplazadas o povere alla ricerca del successo e avevano gli stessi sogni delle ragazze per bene. Perché volevano studiare, viaggiare e conoscere il mondo. In altre parole, perché non si accontentavano del loro destino di donna, madre e casalinga.

 

Quando me ne sono andata di casa, ho iniziato a lavorare in un ristorante di Barrio Triste. Non avevo dove andare! Mia mamma se n’era andata in Venezuela, mio padre si era fatto un’altra famiglia, con sua moglie e i suoi figli ed io non volevo vivere con lui. Allora a 13 anni ho iniziato a lavorare come cameriera. La signora mi trattava bene e mi ha portato a vivere a casa sua. Ma io guardavo le ragazze che lavoravano in quei bar, con quei grembiuli piccolini e la minigonna. Allora ho cominciato a pensare: <<Ma non è meglio che mi metto anch’io in quel lavoro?>>. Lavoravo solo per il cibo e per avere un posto dove dormire ma non vedevo un soldo e volevo iniziare a guadagnare. Allora ho iniziato a lavorare in quei bar e guadagnavo tutti i giorni e quel lavoro è iniziato a piacermi. Quando ho compiuto 15 anni ero già nella “vita”, ero circondata di tante cose e avevo conosciuto tanti uomini. (Diana, 46 anni)

 

Sono rimasta incinta a 15 anni ma non lo volevo il bambino. Gli uomini mi sono piaciuti sempre ma non mi sentivo pronta per un figlio. I miei genitori hanno insistito per farmi sposare e mi hanno arredato la casa. Ma quella non era vita per me, con un bambino a quell’età! Io volevo ancora giocare e divertirmi, per questo il mio matrimonio è fallito subito. (Olga, 29 anni)

 

Spesso il ruolo di un uomo è stato devastante nella loro vita e in quella dei figli. Anche quando hanno deciso di intraprendere un percorso di empowerment, l’arrivo di un compagno può cancellare gli sforzi compiuti verso l’autonomia.

 

Lui mi diceva che mi amava e che si voleva sposare con me e quando sono rimasta incinta ero sicura che ci sposavamo. Macché! Non sai cosa mi è successo! Quel giorno che ho preso i risultati, sono andata a casa di una mia amica che si era appena sposata e lei mi ha fatto vedere l’abito da sposa. Io ero emozionata e gli ho chiesto se me lo vedeva; l’ho comprato per soli 20.000 pesos ed era così bello! E pensavo che lui mi sposava! Sono andata da lui per fargli una sorpresa e la sorpresa me l’ha fatta lui a me. Mi ha detto che non aveva nessuna intenzione di sposarsi né di andare a vivere con una donna. Per molti anni ho continuato ad amarlo e a sperare che mi sposava, figurati che stupida! (Marta, 31 anni)

 

Io ho vissuto alcuni anni col padre dei miei figli e ho cercato di formare una famiglia; ma lui non mi dava soldi per comprare le cose dei bambini, anzi mi chiedeva i miei, e poi mi picchiava; no, quella non era vita per me. (Dora, 27 anni)

 

Nonostante tutti i dolori con gli uomini, il sogno di avere un compagno a fianco è molto frequente, perché significa avere appoggio e sicurezza economica, quando sono stanche della prostituzione.

 

Ogni volta che mi ubriacavo, dicevo: <<Ahi, Dio mio, perché non mi regali un uomo; non importa se è povero, non importa se non ha soldi, però uno che mi vuole bene, che mi apprezza e mi porta via da questa vita>>. Ogni giorno, pregavo il signore ogni giorno; tempo fa ho pure bruciato il quaderno dove scrivevo quando ero ubriaca. Ogni giorno, ogni giorno chiedevo al signore... cioè io mi sedevo ubriaca e chiedevo al signore di darmi un uomo che mi amava, che mi apprezzava, ogni giorno glielo chiedevo. (Nubia, 44 anni)

 

Ma la vita al margine della comunità e dei suoi modelli culturali, l’abitudine a sfidare norme e condotte, consente loro forse più che ad altre donne dello stesso strato socio-culturale di far proprie forme di coscienza di genere. Si sentono differenti rispetto alle casalinghe, meno disponibili a negoziare coi sentimenti.

 

Molte parlano di liberazione femminile, ma qui in Colombia io non la vedo. La liberazione è il diritto di essere donna, è il diritto che io ho come donna. Io ho un diritto come donna, e qual è? Di essere rispettata e voluta bene dall’uomo che vive con me e da tutti quelli che mi circondano. A me dispiace per le mie sorelle; loro pensano che sono delle signore perché hanno un compagno accanto e accettano qualunque cosa per non perderlo. Anche se lui le picchia, per loro va bene; magari hanno paura di lui ma se lo tengono stretto. In questo paese tutte le donne hanno paura che il compagno se ne va e le lascia sole con i figli. (Yaneth, 38 anni)

 

 

14. La prostituzione: un’opzione economicamente e culturalmente possibile

 

Le donne che fanno parte del programma hanno desideri normali, come tutte le altre. Vogliono studiare, vestirsi bene, viaggiare, conoscere ed avere un livello minimo di benessere; respingono una vita di continua lotta per la sopravvivenza.

Alcune vorrebbero trovare un impiego: non qualunque impiego ma uno che garantisca loro stabilità e soddisfazione.

 

Io sono diplomata e ho fatto un corso di computer ma non ho potuto trovare lavoro. Ho distribuito dappertutto curriculum e niente. Mi piacerebbe fare la segretaria in un’impresa grande, avere l’assicurazione della salute e la tredicesima. Ma lavoro non ce n’è e se lo trovi non ti danno tutto questo. (Paola, 26 anni)

 

Le mamme, primo di tutto vogliono potere garantire un futuro ai loro figli.

 

Io voglio far studiare mio figlio e che diventi un uomo perbene e per me, perché no, trovare un marito che mi vuole tanto bene. È che io non mi sono più innamorata, finora ho amato un solo uomo. (Yenny, 33 anni)

 

Di fronte ai sogni, sono scarse le alternative praticabili. Per la maggior parte di loro la scelta è tra un lavoro estenuante che non permetterebbe nemmeno la soddisfazione dei bisogni basilari della famiglia e la prostituzione, con tutti i rischi che l’attività comporta.

 

Se in Colombia, davanti alle barriere che ostacolano la realizzazione del proprio progetto di vita, per una donna la prostituzione si presenta come una “alternativa”, questo succede perché si tratta di un’opzione culturalmente possibile ed economicamente redditizia. Nonostante la crisi economica, la disoccupazione e la perdita generalizzata di potere d’acquisto degli stipendi, i servizi sessuali continuano a fare registrare una domanda sufficientemente alta. Certamente, l’aumento dell’offerta e la sua differenziazione hanno l’effetto di abbassare le entrate per alcune ed in alcuni casi; tuttavia, rimane la convenienza economica di esercitarla.

 

C’era un cliente che gia lo conoscevamo tutte. Tutte sapevamo che quando era giorno di paga e lui entrava nel locale era una festa. Offriva da bere a tutti, si ubriacava e ci dava qualcosa a tutte e quando non lo faceva eravamo noi ad allungare le mani nelle sue tasche. Mi ricordo che un giorno è venuta nel bar sua moglie; lo insultava perché lei lo stava aspettando a casa e non aveva da mangiare per i figli ed era stanca di sapere che lui continuava a spendere tutti i soldi in quel modo. Non mi dimentico mai di quel momento e immagina la mia sorpresa quando un giorno, dopo vari anni, ho visto in un bar dove stavo lavorando quella donna. <<Mio marito l’ho lasciato – mi ha detto – non potevo continuare a fare quella vita. Ora sto qui anch’io. Che altro potevo fare?>> (María del Carmen, 36 anni)

 

Le MEP si portano addosso una “colpa”, imposta da una società maschilista, moralista e fortemente caratterizzata da disuguaglianze; una società che respinge fenomeni che, benché le appartengano, continuano ad essere considerati tabù; e chi paga col rifiuto è l’anello più debole della catena, cittadine ed esseri umani che portano il peso di una doppia forma di marginalità: essere donna e prostituta.

 

 

 

Capitolo 4

Alcune storie di vita

 

1. L'ombra della luna

 

Gloria ha 44 anni ma ne dimostra molti di più. Le rughe sul viso, le lacrime, il suono delle sue risate parlano di dolori e gioie vissute intensamente. La vita della madre un esempio da evitare; la casa, un luogo di doveri da rifuggire. La strada è diventata il suo spazio di libertà e la prostituzione un’opportunità di affermazione e riconoscimento. Il suo desiderio di viaggiare l’ha condotta nel lontano Giappone dove non conosceva la lingua né il valore del denaro. Da lì e dalla prostituzione e ritornata quasi dieci anni fa alla sua famiglia e ai suoi figli ed ora è un’impresaria di successo; ma Gloria è stata sempre una donna intelligente e capace, benché solo con questo lavoro sia riuscita ad ottenere il rispetto della sua famiglia e della comunità. 

 

* * * * *

 

Noi eravamo otto figli ed io ero una bambina molto pazza. Mio papà beveva molto ed era molto irresponsabile ma mia mamma era una signora, molto dedicata alla casa. L’immagine che ho di lei nella mente è “incinta”, “incinta”, sempre “incinta”. Figurati che tutti i fratelli ci passiamo più o meno un anno. Vuol dire che mio padre la metteva incinta mentre ancora stava nella dieta.

 

Ma prima di continuare, c’è un segreto grande che ti devo dire, un segreto che mia nonna ha raccontato a mia sorella il giorno che è morta e che mia sorella ci ha raccontato, perché diceva che ce la prendevamo sempre con mia madre senza sapere niente della sua vita.

 

Mia madre era figlia unica. La nonna lavorava in casa di ricchi e il padrone è stato con lei e ha avuto una figlia con lei: mia mamma. A quei tempi era uno scandalo restare incinta senza marito e lei se n’è andata a lavorare in campagna. Dopo uno o due anni che è nata la bambina, si è messa a lavorare in una proprietà di carbone e lì ha trovato un marito che è mio padre. Cioè, mia nonna viveva con quell’uomo e la bambina andava crescendo ed è arrivata all’età di 11 anni. Mia nonna non ha messo mia madre a studiare e la mattina usciva presto per andare a fare da mangiare al operai e la lasciava addormentata. E la bambina faceva quella vita lì con lei, badando alle galline e alla casa.

 

Ma quello che è successo è che, quando meno se l’aspettava, il marito della nonna si è messo con la figlia, cioè con mia madre. Dicono che è stato uno scandalo, perché lei era bambina di 11 anni! Io non so come è potuto succedere, vuol dire che in quell’epoca mia madre non parlava con mia nonna. Era una bambina e chissà che educazione ha ricevuto, se c’era fiducia. Alla fine, quando meno si è pensato, la bambina a 12 anni è uscita incinta di mio fratello, che adesso ha 55 anni. Ma tu devi vedere il sacrificio di tutt’e due. Mia nonna vedendo che mia madre era incinta gli ha chiesto chi era stato e allora il padre subito se n’è venuto fuori a dire che era innamorato della bambina. Allora, raccontano le zie che noi bambini vivevamo con mia madre, mia nonna e mio padre e che quando lui era ubriaco voleva stare con tutt’e due.

 

Chi sa quanto soffriva mia nonna per voler appoggiare la figlia. Cioè, io penso che lei diceva: <<Ormai lei è incinta e io glielo devo lasciare a lei>>, ma l’uomo sempre con la sua testa voleva stare anche con lei. Ogni volta che si ubriacava allora era un casino per tutti, ma più di tutto per mia nonna che difendeva i diritti della figlia e non si voleva lasciare utilizzare. Qualcosa noi ce la ricordiamo... anche se eravamo piccoli... che mio padre le picchiava tutt’e due. A mia nonna una volta gli ha rotto una bottiglia in testa e l’hanno dovuta portare all’ospedale. A noi dice che ci chiudeva in un armadio grande e se ne andava a bere. Andava in giro a cavallo... io me lo ricordo come se fosse ieri.

 

Bene, poi la cosa si è separata; noi crescevamo e mia nonna ha cominciato a fare la domestica in famiglia e rimaneva lì tutta la settimana.

 

Io ero già la più grande delle femmine ed ogni volta che mia mamma aveva un figlio mi dovevo occupare di quello che ancora non camminava. Cioè, c’era un bebè di nove mesi bello grassoccio e mia mamma stava già per averne un altro. Ed allora, io lo dovevo tenere e appena lo facevo cadere erano botte sicure. Per esempio, io stavo giocando al quadrato con il bambino in braccio e mi cadeva e allora mia madre mi picchiava. Nella sua ignoranza, pretendeva che io l’aiutavo ad allevare il bebè o la bebè ma anch’io ero una bambina!

 

Bene, allora andavamo crescendo, mia mamma aveva sempre più figli, io l’aiutavo e mio padre faceva il guardiano di notte a Guayaquil. A lui lo pagavano il venerdì e tutti i venerdì mia madre ci doveva mandare a dormire senza mangiare. Appena prendeva i soldi, lui si andava a buttare in un bar e quella sera non c’era da mangiare. Cioè si ubriacava, si metteva con tutte quelle donne e andava molto innamorato di loro. Io mi ricordo che ogni volta che mia madre andava all’ospedale per avere un bebè, partiva a digiuno e ci lasciava senza mangiare. Come poteva lasciare così sua moglie, la sua compagna?

 

Allora io sono arrivata ad undici anni vedendo questa situazione; mia mamma mi mandava a scuola però non mi dava soldi per comprare niente. Allora io me ne andavo con alcune ragazze e andavamo a chiedere ai vecchietti: <<ehi, mi regali una banana?>> e siccome di vecchi vispi ce ne sono sempre stati allora ci dicevano: <<Ah, sì che ti do i soldi ma se mi fai vedere tal cosa!>> E allora una con l’altra dicevamo: <<Fagli vedere tu>>, <<No, fagli vedere tu>>. Sicuramente mi mettevo sempre con i peggiori. Per non dovermi occupare dei bambini, all’uscita dalla scuola scomparivo e me ne andavo a fumare marijuana con le amiche.

Dopo, quando arrivavo a casa mi lavavo, mi sistemavo, mi facevo la treccia e forse in questo modo cercavo di dimostrare... cioè, volevo dire a mia mamma che mi sarei comportata bene.

 

Ma, sai perché dai sette anni io scappavo? A me mi picchiavano tre volte al giorno, se non scappavo tre volte al giorno non mi mancavano: tutto era per cercare di non prenderle.

Fino ai dieci, undici anni io facevo la pipì a letto e lei mi picchiava. Non è che diceva: <<Mia figlia fa la pipì a letto allora io devo vedere perché lo fa, capire che cosa gli manca!>> No, mi picchiava.

Da bambina facevo sempre la pipì a letto, sempre, sempre, sempre. Allora le prime botte erano la mattina quando trovava il letto bagnato, le seconde quando mi mettevo a lavare piatti e si rompeva qualcosa, una tazza, un bicchiere, qualcosa.

Bene, un’altra cosa che mi succedeva era questa. Io ero molto sapoteona; cioè, qualunque cosa mangiavo restavo sempre con la fame, allora andavo a mangiare dal piatto che mia mamma aveva conservato a mio padre, ma non mi mangiavo tutto. Io mi immagino che mia mandre aveva problemi con mio padre quando lui tornava e non trovava il piatto pieno. Una volta per punirmi mia madre mi ha rotto le mani a colpi di pietra, mi ricordo che mi sono gonfiate e le ferite si sono infettate. Allora quando succedevano queste cose io scomparivo.

 

Allora tre volte al giorno non mi mancavano. Primo perché mi facevo la pipì a letto, poi perché non mi piaceva fare i lavori di casa e poi perché... Me lo ricorderò per sempre, per tutta la vita e a volte glielo racconto a mia figlia. C’era nella parte di dietro della casa una tazza dove si orinava e io era quella che la doveva svuotare e ogni giorno non lo facevo mai prima delle due, tre del pomeriggio, quando già era fermentato. Mia madre mi diceva sempre di portarla fuori presto ma io non lo facevo, allora un giorno lei me l’ha fatta ingoiare. Mi ha messo il piede sulla gola e quando ho aperto la bocca me l’ha tirata addosso e ho inghiottito tutto, dalla bocca e dal naso. Allora scappavo via e scomparivo per tutto il giorno.

 

Allora, vedi, io sono stato sempre la più... cioè mia madre dice che ero la più pazza. A volte io gli dico: <<Vedi mamma, quella era mancanza di comunicazione coi figli ma se tu non ce l’avevi io non te le potevo chiedere, perché non me la potevi dare>>. E mia mamma dice: <<Macché, non è così!>>. Ancora oggi mia madre non capisce che bisogna comunicare con i figli. Lei dice: <<Lo psicologo? Lo psicologo è la cintura, perché io a voi vi ho allevato così e bene o male siete tutti qua>>. Ma io dico che questi cambiamenti, il fatto che ora ci sappiamo dirigere ai figli è molto importante. Perché le nostre mamme ci volevano bene ma non ce lo sapevano dimostrare. Era così, tutto qua.

 

Mia sorella era diversa da me, lei era giudiziosa, puliva sempre le scarpe a mio padre, gli sistemava la camicia, gli preparava i fagioli. Perché lui era di quegli uomini che voleva che le figlie gli facevano quello di cui aveva bisogno, le figlie, non la moglie, guardi tu il machismo! Mia sorella faceva tutto quello che lui ordinava e a lei non la toccava quasi mai. Ma io no, io me ne andavo per strada, non facevo niente... io penso che così dimostravo la mia disubbidienza, che ero d’accordo con tutto quello... chi lo sa!

 

Per strada io ero felice, non lo so, era come se trovavo più affetto che in casa. Se mio padre non mi faceva andare alle feste io mi calavo dal balcone e loro mi picchiavano e mi chiudevano in casa e allora io scomparivo di nuovo, per tre, quattro, cinque giorni me ne stavo qui a Guayaquil e quando tornavo altre botte. Così ho cominciato a stare più in giro che a casa, poi ho lasciato la scuola e poi ho iniziato a prendere gusto alla droga... fumavo marijuana e pepas.

 

Quando sono rimasta incinta non l’ho raccontato a mia madre; me ne andavo in giro con questa pancia che cresceva e non dicevo niente a nessuno... figurati tu quanto ero tremenda! C’era un signore che era innamorato di me; lui sapeva che ero incinta e mia madre no. Io gli dicevo che il figlio era suo ma lo sapevo che non ero suo; glielo dicevo solo per scucirgli dei soldi. Allora un giorno lui è andato da mia madre e mia madre lo ha saputo da lui. <<Veda, io vengo perché voglio sposarmi con Gloria, lei sta aspettando mio figlio>>. E mia madre: <<Che cosa?>>, si è spaventata. Ma gli dico a mia madre che lei si doveva aspettare una cosa del genere, se io ero sempre per la strada! Allora mi hanno cacciato di casa, all’istante, ma io ero già abituata a stare per la strada!

 

Il padre di mio figlio era il ragazzo che vendeva droga in quella zona dove io bazzicavo. Io avevo all’incirca 13 anni e lui 21. All’inizio stavo con lui solo per la marijuana, dopo mi sono attaccata a lui perché la vita mi faceva paura, mi facevano paura pure i cani. Quando ero fuori la sera mi faceva paura pure l’ombra dei cani o quella della luna. I cani abbaiavano alla luna e mi facevano paura... mi faceva paura pure la mia ombra. Nelle notti di luna piena, se guardi dietro di te vedi la tua ombra e a me mi faceva paura; allora mi attaccavo a lui. Ma il fatto è che il padre di mio figlio era un ladro, rubava i portafogli, allora passava molto tempo in carcere.

 

Qui c’era un ispettore di polizia che... Guarda un po’ che storia si sto per raccontare, una storia che solamente i vecchi sanno. C’era un ispettore di polizia che ha voluto fare molto per i giovani di qui; si chiamava Asa Lombardas e ho messo una legge: trenta giorni per le persone che stavano per la strada, senza fare niente. Per questo lo chiamavano trentazo. A tutti quelli che trovava a fumare marijuana li prendeva: <<Ah, non hai niente da fare? Allora vattene un mese in carcere!>> A lui lo hanno ammazzato. E allora io mi dovevo dar da fare qui a Guayaquil per non prendermi i trenta giorni. Invece, quel ragazzo si li beccava continuamente, perché rubava portafogli. Quando lo prendevano, io rimanevo da sola e andavo a letto con gli uomini per mantenermi e pagarmi la stanza dell’hotel, a volte dovevo guadagnare anche i soldi da portargli a lui e per andare a visitarlo. Quando ho iniziato la prostituzione avevo 14, 15 anni.

 

A quei tempi c’era delinquenza, però era una delinquenza sana. Cioè, a loro piacevano molto i tanghi, c’era come... non so se lo sai ma qui in Colombia ed a Medellín c’era la tradizione del tango. Qui è morto Carlos Gardel; e allora il tango ha avuto sempre molta importanza e nei bar si trovava molta amicizia ed allegria. Cioè, erano delinquenti, rubavano, fumavano marijuana ma c’era rispetto da uomo a uomo; cioè, non era come la delinquenza di ora che ammazzano per qualunque cosa. No, ci poteva essere una pugnalata ma doveva essere per una ragione grave. C’erano delle regole o qualcosa del genere, cioè un tipo di delinquenza diversa. Figurati ora come è diventata la situazione, che devi avere paura a mandare i bambini a scuola.

 

A 19 anni me ne sono andata a Barranquilla, a lavorare sulle navi. Prima a Barranquilla, poi a Cartagena e Santa Marta, pirateando. Si chiama piratear [pirateggiare; N.d.A.]; piratear è andare sulle navi e lì c’erano un sacco di navi, filippine, giapponesi, greche. Arrivavano lì e rimanevano a caricare, restavano alcuni giorni ma ce n’erano che si trattenevano fino a sei mesi prima di ripartire. C’erano navi straniere ma anche navi nostre, organizzate per servire i clienti; erano come le case di appuntamento, però nel mare.

 

Nella prima barca dove sono andata ci tenevano rinchiuse, sempre rinchiuse. Mettevano fuori le nostre foto nude e il cliente sceglieva quella che voleva. Fino alla nave ci portava un canoista, in alto mare. A più di una l’hanno buttata a mare, l’hanno annegata, perché a loro gli piacevano i soldi, cioè bisogna anche dargli soldi a quelli, altrimenti ti buttano a mare. E chi se ne accorge quando sei lì da sola, senza famiglia, senza nome, senza carta d’identità. Non era come ora che tutti hanno la carta d’identità; io sono stata dieci anni e più senza documenti, andavo su e giù e non ne avevo bisogno.

 

Quello è un mondo che molta gente non conosce, lontano dalla polizia e da tutto. Lì c’era droga, lì c’era di tutto, di tutto, anche malati sessuali e c’erano donne che sotto l’effetto della droga si facevano bruciare, si facevano fare tutto e uscivano di lì con i soldi. C’era anche buona gente che ci regalava Coca Cola, bei vestiti, cose che portavano dal proprio paese. Io sono stata su una nave greca e mi hanno regalato un sacco di belle cose.

 

Nella prima barca dove sono stata ci davano dei bei vestiti. È stata la prima volta che mi sono messa un costume da bagno molto elegante; ci davano cibo buono ma non ci lasciavano uscire. C’era un balcone dove noi uscivamo però era un po’ all’ombra e c’erano degli uomini che bevevano e quando meno te l’aspettavi ti facevano segno e dovevi andare, perché c’era un uomo che ti aspettava nella tua cabina. Era orribile quell’incertezza: <<Che faccia vedrò adesso?>>. Alla fine un cliente mi ha aiutato a scappare di là, mi ha detto: <<Guarda, ti tiro una corda>>, ci siamo calati in tre da una finestra e siamo scappate.

 

Sulle navi più che altro ci stavano le tossiche. I clienti cercano quella ragazza che è sotto l’effetto di droga, perché è più gentile; per meglio dire, parlando volgarmente, uno con droga sopporta tre, quattro, cinque volte l’uomo per gli stessi soldi. Lì lavoravamo direttamente con il cliente, cioè il cliente ci pagava a noi, ma loro non ti pagavano mai quello che era. Il padrone vendeva liquori e cercava le donne che sapevano ballare e fare lo show. Ora io rido se ci penso ma avevo un certo stile per essere sexy, mi andavo togliendo i vestiti e... ahi, per il padrone ero una che richiamava l’attenzione, ma lui non mi dava neanche un soldo per questo, mi teneva lì, come in vetrina.

 

A Barranquilla ho lavorato anche in un posto immenso che si chiamava “La casa verde”, grande quanto un intero isolato. Figurati che era dell’armatore e lì arrivavano tutti quelli che si ancoravano al porto, tutti andavano là. Un giorno sono venuti alcuni giapponesi e ci hanno offerto di andare in Giappone ed io... Ahi, io ero pronta, figurati! Io non avevo paura di andare così lontano; anche se non sapevo la lingua, anche se non sapevo niente io volevo andare a conoscere!

 

Ed allora i giapponesi hanno chiesto: <<Chi se ne vuole andare?>> Ed io mi ero già messa in lista. Una signora ci ha dato i soldi e c’era un’allegria! Ci hanno dato il passaporto, ci hanno dato i documenti, ma era tutto falso, tutti i documenti erano falsi.

 

Non siamo arrivati direttamente a Tokyo. Io ho fatto transito a Los Angeles, aspettando l’altro aereo. Ho fatto emigrazione e tutto; un negro americano mi ha portato in un hotel, è stato molto gentile, si è comportato bene. Il transito è durato un giorno e una notte.

 

Con me c’erano altre cinque ragazze; mi ricordo di una, a lei gli piacevano le donne, si chiamava Doralba e si faceva chiamare Dori. Io mi ricordo delle mie compagne, erano così belle e vivevano in un mondo così... A una di loro l’hanno ammazzata proprio davanti a me! L’ha ammazzata un giapponese tutto tatuato... Tutti quelli che ci trasportavano da un teatro all’altro erano tatuati. Nei primi giorni ci hanno diviso in gruppi di due e a me mi hanno mandato con la ragazza che hanno ammazzato. Lei era di Cali, era una ragazza molto ribelle ma litigava con quelli per i soldi. Il fatto è che ci sono sempre ragazze che stanno zitte ma ce ne sono altre che fanno storie. Siccome io era persa nella droga, mi potevano dare quanto volevano e a me mi andava bene. A me andava bene qualunque cosa ma lei forse veniva con il suo senso di responsabilità. Ed allora ha cominciato a dire: <<No, questi non sono i soldi stabiliti, dammi i soldi che mi hai detto oppure non faccio lo show>>. Quello giorno siamo partiti per Osaka e lui guidava tutto nervoso. La ragazza era lì accanto e lui gli diceva che la ammazzavano ed io la guardavo e... non so... io mi ero fatta.

 

A volte reclamo alla vita perché non avevo quella coscienza che ho adesso. Adesso io dico che c’era qualcosa che non andava in me perché non ho detto né ho pensato: <<Ah, io non gliela lascio ammazzare, non lo fate, non la uccidete!>> Erano come ombre quelle che vedevo. L’hanno portata con la forza nella stanza e quando io sono entrata era già morta. L’hanno ammazzata con un cuscino nel letto e poi l’hanno lasciata lì ed a me mi hanno portato via. Mi ricordo che abbiamo viaggiato in macchina quasi una notte e un giorno sottoterra; camminavano sui dei ponti con strade belle. Il Giappone ha molte strade sottoterra, con autostrade belle. Le altre ragazze non le ho più viste.

 

In Giappone ci sono due modi per esercitare la prostituzione: in strada oppure nei teatri. Quella dei teatri è gestita dalla mafia e a me mi è toccato lavorare in questa. Mi hanno lasciato lì in un teatro e: <<Guadagnati da vivere!>>. Non mi hanno mai dato soldi per mangiare, né niente. Io sapevo che se volevo guadagnare qualcosa doveva fare lo show, cioè fare sesso con tutti quelli che volevano. Il lavoro nei teatri era così strano! Io, nonostante tutto quello che ho vissuto, non sono mai stata capace di fare sesso... cioè di realizzarmi [raggiungere l’orgasmo; N.d.A.] davanti ad un’altra persona. Mi sembra un atto così intimo, privato. Ma per i giapponesi non è così! Nel centro del teatro c’è una pista e l’uomo sale su quello “schermo”, monta la donna e fa tutto mentre la pista gira. L’uomo si realizza, poi scende e dopo sale un altro, mentre tutti gli altri stanno a guardare attorno alla pista.

 

Lì funziona così. La piattaforma è rotonda, tutto il locale è buio e c’è un faro puntato sulla piattaforma: si vedono solo l’uomo e la donna. Ma chi sta sopra la piattaforma li vede gli uomini, tutti attorno, seduti sulle sedie.

 

Io dico: <<Com’è possibile? Sarà che i clienti dei teatri sono i più depravati?>> Cioè, nonostante le esperienze che ho vissuto, io ho bisogno di un ambiente intimo, di amare e di sentirmi bene, di sentire che in quel momento sono importante per lui e lui è importante per me. Io dico che realizzarsi nel sesso è un atto così mentale e così privato che non si può raggiungere davanti a tutti. Io non mi spiego, sono cose della vita che ancora non capisco.

 

In Giappone ogni otto giorni mi davano una busta ma non ho mai saputo né quanto valeva lo yen né quanto guadagnavo. Li cambiavo in dollari ma non mi sono mai resa conto del valore del dollaro, mai, mai. Quando sono tornata ho portato con me alcuni dollari, nemmeno mi ricordo quanti, ma un po’ ne ho portati, abbastanza per passare a bere un mese o più.

 

In Giappone sono andata tre volte. La prima volta sono rimasta nove mesi e dopo ho deciso di partire, perché facevano molte perquisizioni nei teatri e allora dovevi correre molto con la valigia, allora ho detto: <<Me ne vado>>. Mi hanno lasciato andare, ma ho dovuto dire che era molto malata. Io andavo sempre con biglietto di andata e ritorno.

 

Poi mi sono dipinta i capelli di verde, sono andata dalla signora dell’agenzia qui a Medellín e a lei gli è piaciuto il mio stile e mi ha detto se volevo partire di nuovo; perché se a loro non gli piace come ti proponi non ti aiutano. Quando parti ti danno 2.000 dollari ma solamente per farli vedere alla frontiera e subito dopo c’è una persona che se li riprende.

 

Qui a Medellín c’era quest’agenzia di viaggi che ti aiutava; la signora si chiamava Leonora ma ora non sta più lì; tu gli davi le foto e lei ti aiutava; non ho mai saputo quanto guadagnava. Circa sette anni fa sono tornata in quell’agenzia e la signora non c’era più, era diventa un’agenzia di viaggi normale.

 

La seconda volta che sono tornata in Giappone è stato dopo sei mesi; la terza volta ci sono stata solo venti giorni in Yokohama, in prigione. Siccome già ero segnalata, mi hanno preso per documenti falsi e prostituzione. Mi hanno tenuta venti giorni in prigione e dopo mi hanno rimpatriata. In Giappone è un reato entrare come turista ed esercitare la prostituzione. In prigione non mi hanno maltrattato ma ho sofferto tanto la solitudine; è stato terribile! Lì si che sono stata cosciente della sofferenza... il cibo che non mi piaceva, non sapevo usare i bastoncini. È stata dura la solitudine!

 

Io sono stata anche due mesi a Panama e poi tre mesi a Curazao, a Campo Allegre.

 

Quando mi hanno rimpatriato, sono tornata a Medellín e ci sono rimasta definitivamente, ma ho continuato con la prostituzione: soprattutto in bar e case di appuntamento.

 

Se dovessi raccontare tutte le scene che ho vissuto! Vedi, a uno non gli succede niente perché Dio è grande oppure  perché ti tiene riservato chissà per quale destino. Molti anni fa, per esempio, qui a Medellín siamo andati in una villa di campagna... e c’erano certi uomini! Ascolta questa. Io lavoravo in una casa d’appuntamento, dalle parti della Avenida Oriental. Ora non c’è più perché c’è stata una sparatoria, hanno ammazzato la signora e tutto è finito.

 

Mentre eravamo in quella casa sono venuti due uomini e hanno pagato la signora per portarci con loro. Chissà quanto denaro le hanno dato. A noi ci hanno detto che ci pagavano là.

 

Ci hanno portato in una villa, molto lontano da Medellín e... che strano! Era una casa molto bella, con mobili e tutto ma c’era una famiglia, c’erano solo otto uomini. In una stanza c’era una radio e c’era tutto il bazuco che volevamo. Io non ne avevo mai visto tanto, ce n’era a sacchi, tutti prendevamo! E c’era un uomo in un letto e lo curavano. Non ho mai saputo chi era. Lui doveva essere il capo perché lui ci ha passate a tutte e gli altri si prendevano cura di lui. Siamo state lì circa quindici giorni, senza cambiarci i vestiti né niente, ci lavavamo ed andavamo nude per casa e quell’uomo tutti i giorni diceva qualcosa per radio. Io non so che cosa diceva, qualcosa come: <<Oggi andiamo a fare la spesa, sì, bisogna andare oggi a al mercato >> e poi: <<Sì, volo, volo>> e non so che altro. Ora che sono più cosciente so che si trattava di qualcosa di strano.

 

Sono stata anche a Ciénaga, nel Magdalena, un dipartimento della costa Atlantica, in un piccolo villaggio. Lì è pura guerriglia. C’è una specie di casa dove dormono le donne e là non ti pagano ma non ti fanno neanche pagare la stanza. I clienti ti danno un sacco di soldi ma è molto pericoloso, perché viene la guerriglia e ci sono anche paramilitari. Lì non poteva prendere droga, perché la guerriglia ed i paramilitari non lo permettevano. Gli uomini non dormivano nel posto dove dormivamo noi, stavano da un’altra parte perché se una restava a dormire con un cliente ed era qualcuno che aveva fatto qualcosa, quando andavano a cercarlo per ammazzarlo, ammazzavano anche la donna. Lì vivevi in una tensione continua!

 

Qui in Colombia i clienti non utilizzano i preservativi, mai, niente, i clienti non volevano.[81] In Giappone si, la gente è molto educata. Una esce colla sua scatolina e tutto quello che gli serve. Sempre, sempre.

 

I clienti sono di tutti i tipi e ti succedono cose molto strane con loro. Ci sono di tutti i gusti. Per esempio, c’era un odontoiatra che mi pagava per fare sesso orale, ma prima si metteva a guardarmi la bocca per un po’. Me la guardava, me la guardava, me la guardava e dopo mi faceva il sesso orale; ed a me mi sembrava strano. E mi chiedeva: <<Quanti anni hai?>>. Io me ne toglievo dieci ma non sapevo che l’età si riconosce dai denti... chissà cosa pensava lui: <<Questa mi prende in giro!>>.

 

Poi c’era un signore grasso, grasso, padrone di un deposito di pittura; era proprio grasso. E veniva da noi per farsi lavare da noi. É stato a Barranquilla in un posto che si chiamava “La 54”, di fronte al teatro; era grasso e ci volevano due persone per lavarlo. Pagava per farsi lavare e dopo si coricava per farsi fare il sesso orale.

 

Ora le lavoratrici sessuali, con tante conoscenze che hanno, sono più educate, sanno che bisogna mettere regole al cliente. Io ero una bambina e ho fatto... ho fatto di tutto: sesso anale, sesso orale, tutte quelle cose le ho fatte, lo facevo per piacere al cliente, per essere la migliore di tutte le ragazze.

 

L’unica regola che mettevo era: <<Dammi tanto e prima>>, aveva quella coscienza e: <<Pagami la multa>>, perché bisognava pagare la multa per uscire dal locale con il cliente; lui doveva pagare 5.000 pesos o 2.000 al padrone.

 

Un altro cliente a Barranquilla era un venditore di biglietti della lotteria. Il giorno che veniva mi chiedeva sempre di stare con lui. E aveva un sistema così strano. Mi metteva il dito sulla lingua, nella parte ruvida; scorreva il dito sulla lingua e si masturbava. Allora io mi stancavo e alla fine sentivo la bocca secca. Che cosa strana!

 

I clienti ti chiedevano di tutto. A me mi hanno chiesto perfino di fare sesso con un bambino di quattro anni. Figurati tu, ascolta quello che ti sto per dire, quello che dico l’ho vissuto veramente, ti sta parlando una donna che ha vissuto di tutto nella vita; io non parlo di cose che mi hanno raccontato. C’era un club a Medellín, la casa di Marta Pintuco che ha avuto una fama di elegante ed io lì ero un’artista, quando era ragazzina, prima di andar via. C’è stato un uomo che ha portato un piatto grande così di droga ed era così malato che voleva stare con una signora di ottant’anni. Mi diceva: <<Io ho provato di tutto, ho assaggiato ragazzine di dieci anni, di otto anni, ho provato di tutto. Ora voglio stare con una vecchia di ottant’anni>>. Tu sai cosa vuol dire? Ed io ho visto tutta quella situazione. Io nella prostituzione ho vissuto ogni tipo di situazione. Tutto, tutto, tutto...

 

Ogni persona nella sua prostituzione è differente, io ho ascoltato dalle mie compagne storie molto tristi, ma tutte le compagne sono diverse e ce ne sono alcune che non hanno nemmeno sofferto tanto. Ne conosco una che vede nella prostituzione come un valore, cioè, lei dice: <<La prostituzione è solo per donne forti mentre ci sono donne così vigliacche che preferiscono chiedere l’elemosina invece di scendere in strada>>. Ognuno ha la sua storia. Alcune più tragiche, altre perfino divertenti, ma facciamo la stessa cosa. La prostituzione ha diverse facce ma ci sono cose dove è uguale... tutte soffrono lo stesso... perché la donna che va a letto con un uomo ed è cosciente che gli danno 50.000 pesos per le necessità dei suoi figli, deve soffrire la stessa cosa, perché è solo un cane, come diciamo noi lì, che ti dice: <<Fammi questo, fammi quest’altro>>.

 

L’atmosfera dei bar è come una rumba ogni giorno... lunedì, martedì, mercoledì... vivi in una rumba costante. Vivi la musica, la canti, se c’è il cliente balli e ti senti felice in quel momento. Vivi in un’atmosfera di musica e se arriva il cliente che sai che è tuo allora bevi e gli attacchi la tua amica più amica, gliel’attacchi per farlo spendere e si fa una festa e finisci ben ubriaca, bevi tanto liquore e così vivi come in una festa.

 

Nella prostituzione, il mio godimento era sentire che io ero tanto sexy, tanto carina ed una diventa veramente sofisticata, sexy, di successo. All’uomo, anche se è molto povero, gli piace la donna che spicca. Allora era una felicità, io mi sentivo tanto soddisfatta, tanto apprezzata, tanto... anche perché io nonostante tutto ho sempre avuto carisma per le persone... Allora io mi ricordo che mi sentivo come tanto importante e anche le padrone del locale lo dicevano: <<Eh, Gloria si che...>>. Io ero molto pacata, più nel lavoro ma anche con la gente; non litigavo mai con le compagne e se aveva un conflitto era formale e gentile e cercavo di ritirarmi e.... Non lo so, ma era una felicità sentirmi così.

 

Ho saputo del progetto molti anni fa. Sono stata in una presentazione ma non mi è piaciuta; quindi andavo e venivo ma non partecipavo sempre. Ascoltavo quello che dicevano le dottoresse ma loro non erano tanto informate di noi, erano piuttosto... come possono spiegarlo... sì, stavano lì per occupare il posto di lavoro, facevano le cose come perché le dovevano fare. È che si capisce quando le cose si fanno perché si devono fare. E le dottoresse erano così, ci dicevano: <<Come state, com’è andata, iniziamo, vi facciamo il seminario, però voi dovete cambiare vita!>>.

 

Ci parlavano molto del tema del lavoro ed io pensando allo stipendio che mi potevo guadagnare con quei lavori che ci proponevano dicevo: <<Ahi, così pochi soldi no, no!>>. Ancora avevo un bel corpicino ma vedevo che incominciava la decadenza, che dovevo contendermi il cliente con le ragazze più giovani. Non so, è che nella prostituzione è così, all’improvviso arrivano le ragazzine e dopo ti devi ritirare e così continua.

 

Adesso la mia felicità è di potere avere i miei figli accanto e di sentirmi una buona madre. Mia figlia ha dodici anni; quando l’ho avuta ero già andata una volta in Giappone. Stavo lavorando in un bar a Barranquilla e lì mi sono innamorata di un ragazzo che lavorava in un mobilificio. Lui mi diceva che ero una donna molto intelligente. Sono andata a vivere con lui e ho lavorato in un negozio di scarpe che si chiamava Calzado Lindo Pié.

 

L’ho aiutato a vendere una partita di scarpe e lui mi diceva che ero molto brava; a lui piaceva molto che la donna imprenditrice. Lui mi diceva: <<Mettiti a vendere scarpe, portatele a casa e vendile per conto tuo>>. In quel negozio di scarpe ho lavorato circa tre mesi e poi è iniziata la gravidanza, mi sono cercata una stanza in una famiglia e lì ho avuto una vita più o meno tranquilla. Sono rimasta circa sei anni senza esercitare la prostituzione.

 

Ma lui si è messo a lavorare con la droga, viaggiava e portava droga da Villavicencio ed io la aspettavo a casa. Lavoravo, mi occupavo della casa e quando lui era in viaggio lo aspettavo. Ero innamorata e mi sentivo realizzata! Ma lui ha iniziato a viaggiare sempre più spesso ed io rimanevo sola nella stanza. Allora mi si è risvegliato il demonio della droga! Ho cominciato a prenderla di nascosto, poi ho perso il lavoro e sono tornata a cadere nella stessa vita di prima. Poi è nata la bambina. Tutte le sorelle di lui sono professoresse e hanno sempre voluto molto bene a mia figlia. Allora essendo l’unica nipote, hanno fatto forza per farmela togliere dal Bienestar Familiar. L’ICBF gli ha dato a loro la patria potestà e fino all’anno scorso è stata con loro a Barranquilla ma io sono sempre stata in comunicazione con lei. L’anno scorso la psicologa della scuola ha detto che aveva bisogno della figura materna e ha raccomandato alle zie di ridarmela.

 

Anche se ha vissuto fino all’anno scorso con le zie, mia figlia mi ha sempre rispettato come mamma, mamma disordinata, che vedeva che scomparivo anche per sei anni, sei anni senza visitarla anche se vivevo nella stessa Barranquilla, ma ci parlavamo per telefono. Ma io sapevo che stava bene, perché la gente me lo diceva. Ho saputo che gli hanno fatto la prima comunione ed un giorno mi hanno anche fatto vedere le foto.

Negli ultimi anni ho recuperato anche la relazione con mio figlio grande, che è sposato e ha un bambino. Loro non sanno, mentre mia mamma ha sempre saputo ed anche le mie sorelle.

 

Nel quartiere ho relazioni molto buone, mi apprezzano e anch’io li apprezzo, li tratto con molto rispetto. C’è una signora che mi dice: <<Chi lo poteva credere che riuscivi anche buona madre? Chi lo credeva che alla fine davi pure il buon esempio?>>. Però io so che mi vuole bene e non me la prendo. E la signora che sta di fronte è divertentissima e mi dice: <<Come va, Gloria? Eh si, prima ti guadagnavi la vita col sudore dell’arepa ed ora te la guadagni col calore dell’arepa!>>”[82]. Ma tutto va bene e mi comprano le arepas.

 

 

2. Come ti chiami? ... Gladis!

 

Un’infanzia felice interrotta da un avvenimento che spezza l’unità della famiglia, una violenza che la separa dalla madre per sempre, la continua perdita di persone di riferimento.

Gladis entra nella prostituzione per potersi permettere una vita indipendente e comoda e vi rimane per una tappa della sua vita nella quale dice di non avere avuto sogni, desideri e progetti. Ma forse non è così, come si legge dalla luminosità dei suoi occhi quando racconta di Pablo, amico ed amante di molti anni fa, che la portava in viaggio per tutto il paese.

Dopo la seconda gravidanza decide di non bere più un sorso e di lasciare la prostituzione ed intraprende un’attività di vendita di alimenti fatti in casa, dalla quale guadagna meno di un salario minimo. <<Credo che indietro non ci torno, perché sono cambiata molto>>, ha detto quando questa intervista è stata registrata, nel marzo del 2001. Sei mesi dopo è ritornata alla prostituzione. La lotta per la sopravvivenza l’ha stancata. In strada ha conosciuto un uomo del quale si è innamorata; stare con lui le permette di avere indipendenza economica e la possibilità di godere spazi di ricreazione e socialità. La sua presenza in questo momento le consente di non ricorrere alla prostituzione.

 

* * * * *

 

Tutto quello che ricordo della mia infanzia è che è stata molto bella, piacevole, con mio padre che stava a casa, ci faceva contenti, ci dava lo studio e tutto quello che volevamo. É stata molto bella fino a quando mio padre ha avuto un incidente. Lui aveva un locale nel primo piano della nostra casa, era un’osteria, vendeva di tutto, la sera vendeva da bere, la mattina caffè e colazione; mia madre preparava da mangiare per pranzo, si vendeva di tutto... fino all’incidente di mio padre.

 

A lui gli hanno dato una pugnalata per rubargli, perché aveva degli occhiali con la montatura in oro e lo hanno pugnalato per rubarglieli; io avevo circa 12 anni. Allora lo hanno ricoverato ed è rimasto nella clinica quasi due mesi.

 

Mentre mio padre stava nella clinica, si è messo dentro casa un ragazzo che viveva ad un isolato da casa mia. Era un conoscente di mio padre e siccome mia madre doveva andare avanti e indietro dalla clinica, lui è rimasto a mandare avanti il negozio. Quando mio padre è migliorato ed è uscito dall’ospedale, il ragazzo già faceva un po’ il gallo a casa mia, cioè comandava, ordinava, e <<questo non mi piace>> e <<questo così>> e <<fammi questo così>> e <<fammi quell’altro>>.

 

Mio papà si è rimesso ed è ritornato al negozio, ma le vendite si erano abbassate perché bisognava pagare la clinica e non si poteva rifornire bene il negozio.

 

Il ragazzo se la faceva tutti i giorni a casa mia e giustificava la sua presenza dicendo che era fidanzato di mia sorella. Però questa cosa non si capiva perché mia sorella usciva, aveva i suoi amici, i suoi fidanzati e lui continuava a frequentare casa mia.

 

 Alla fine si scopre che il ragazzo era l’amico di mia madre. In quel periodo lei è apparsa in gravidanza e io vedevo mio padre molto triste, se la passava piangendo ed un giorno io gli ho chiesto: <<Papà, che ti succede?>>. <<Ah, figlia mia, è che il dottore mi ha detto che dopo l’incidente sono rimasto sterile>>. Io non gli ho fatto caso, perché in quel momento non capivo di che cosa si trattava.

 

Quando mia madre è apparsa in gravidanza, sono iniziate le discussioni a casa mia. Mio padre usciva molto la sera, mia nonna si intrometteva nelle discussioni e noi non capivamo niente. Fino a che mio padre ci è venuto a dire che, siccome il negozio non stava dando risultati, andava a lavorare nel centro, che un fratello gli trovava un lavoro lì. Però continuava a venire a casa.

 

Mia mamma ha iniziato ad occuparsi del negozio e il ragazzo continuava a stare lì. Mio padre veniva a casa ogni otto giorni, la domenica verso mezzogiorno. Ci portava regali, ci portava yogurt, frutta e mia mamma non ce li lasciava mangiare. Ci diceva che non che lui ci faceva malvagità [sortilegi; N.d.A.] e che non dovevamo ricevere niente da lui, che lui era molto sfacciato, che ci aveva lasciati.

 

Quando è nata la bambina, mio padre è andato a conoscerla, gli ha portato due vestitini e non è tornato mai più. Già noi eravamo più grandi e andavamo a visitarlo qui al centro. Lui non ci ha detto mai niente e non ha negato mai la bambina. Mia sorella che era più grande e capiva meglio le cose mi ha detto che non voleva più stare a casa. Così si è trovata un fidanzato che stava lì vicino a noi. E allora è iniziato il casino! Si trattavano male, si gridavano...

 

Dopo, vedendo tutto quel casino io ho parlato con la mia madrina che viveva nel barrio La America e lei mi ha detto: <<Se vuoi, vienitene da me>>. Eravamo nelle vacanze di giugno, allora me ne sono andata sei mesi da lei e quando sono tornata il padre della bambina era furioso con me.

 

Era molto, molto arrabbiato perché me n’ero andata senza chiedergli il permesso. Io gli ho detto che non dovevo chiedere il permesso a nessuno. Allora lui si è tolto la cintura e ha cominciato a darmele. Lui mi ha aggredito però io gli ho tirato... Ricordo che stava pranzando e gli ho tirato il piatto, il bicchiere, la sedia e tutto quello che mi trovavo per le mani. Perché non sopportavo che lui mi metteva le mani addosso, perché mio padre non lo aveva mai fatto. È iniziato il casino, che se dovevo uscire gli dovevo chiedere il permesso, se andavo in biblioteca dovevo chiedergli il permesso, se uscivo a passeggiare doveva chiedere il permesso a lui. Allora io mi sono disgustata molto di mia madre e gli ho detto di sistemare la sua situazione, perché noi eravamo grandi e sapevamo chi era mio padre e non permettevamo che lui da un momento all’altro arrivava a darci ordini.

 

Lui non viveva a casa con noi ma veniva tutti i giorni; veniva una, due ore, si impadroniva della casa e voleva fare e disfare. La bambina aveva il panico e quando lo vedeva arrivare si nascondeva sotto il letto, si metteva nel bagno, aveva molta paura di lui. Allora sono iniziati i problemi, i conflitti con lui.

 

Un giorno sono arrivata dalla scuola e non c’era nessuno e il negozio era chiuso. Ho aperto la porta di casa, sono entrata e ho visto che c’era lui che dormiva. A me mi dava rabbia vederlo dormire nel letto di mia madre. Allora sono entrata nella stanza per prendere i miei vestiti e lui ha cominciato a insultarmi perché ero arrivata tardi. Ed io gli ho detto: <<Ah, ah, non ti mettere con me; rispetta, vattene, noi sappiamo chi mio padre>>. Allora all’improvviso, siccome era più alto di me, ha iniziato di nuovo a picchiarmi, mi ha morso le braccia, le mani, mi ha preso con la forza e mi ha violentato.

 

Mentre lui stava abusando di me è arrivata mia madre. Io stavo piangendo, gridavo, ero agitatissima. Allora mia mamma ha cominciato a picchiarmi, ha iniziato a gridarmi che se era quello che stavo cercando, che se lui mi piaceva perché non glielo avevo detto prima. è diventata una furia e io piangevo e gli dicevo perché non guardava quello che lui mi aveva fatto.

 

Dopo quello ho smesso di studiare e me ne sono andata a vivere dalla mia madrina. Non ho raccontato a nessuno quello che mi era successo ma ho detto che ero stanca della casa e che me ne volevo andare. Ho dovuto lasciare la scuola e l’anno dopo non sono entrata a studiare perché mia madre non mi ha voluto portare i documenti. Dalla mia madrina sono rimasta vari anni e lì facevo quello che volevo.

 

In quegli anni sono stata molto rinchiusa. Facevo tutto quello che si fa in una casa: lavavo i vestiti, preparavo da mangiare e le domeniche uscivamo a passeggiare. Tutto normale, come se stavo lavorando e loro mi davano tutto quello che avevo bisogno. Non hanno insistito per lo studio e nemmeno io ho voluto continuare a studiare.

 

Amici ne avevo, ma se si avvicinava un ragazzo e cominciava ad abbracciarmi e baciarmi, no... fino a lì arrivava! Solo l’amicizia, perché mi era rimasto fastidio per gli uomini, mi provocavano rabbia e non mi lasciavo toccare da nessuno. Mi ricordo di un ragazzo che mi diceva che ero lesbica, che mi piaceva molto conversare con gli uomini, ma diceva che io ero tutta tilín tilín y nada de paleta[83].  

 

Poi la mia madrina è morta. Là c’erano tre uomini e due donne. La maggiore si è sposata, la piccola se n’è andata a Bogotá, allora restavo io con i tre uomini. Ho cercato di nuovo mio padre e lui mi ha detto: <<Se vuoi, te ne viene qua; io sto lavorando in un hotel, puoi lavorare anche tu>>”. Me ne sono andata là e lavoravo di notte, mi toccava sistemare i letti. Mi pagavano bene: cinque, sei mila pesos al giorno 15 anni fa.

 

A quei tempi la prostituzione non era tanto aperta come ora, che le donne si mettono nella strada e non succede niente; era più riservato, le signore stavano negli hotel. Allora io domandavo a mio padre: <<Papà, perché entrano nella stanza, stanno un poco e poi escono?>>. <<Ah, è che arrivano stanchi, si riposano un po’ e basta>>, mi diceva lui. Io nemmeno ci facevo tanto caso fino a che... bene, ho conosciuto amiche, amici, tanta gente da una parte e dall’altra.

 

Allora, quando mio padre è morto ho cercato un altro hotel e ho lavorato lì vari anni. Già ero maggiorenne e... e ho cominciato ad andare con delle conoscenti dell’hotel... Loro mi dicevano: <<Vieni, che ce ne andiamo a Barbosa, ce ne andiamo in tal posto>>, e lavorando da due, tre anni in hotel sapevo già tutto. Qui in città non lo facevo per la famiglia, perché mi conoscevano, vari zii avevano hotel, allora preferivo andarmene nei paesi.

 

Andavo a Barbosa, Santuario, Rionegro, Marinilla, andavo nei paesi dove si poteva andare il sabato e ritornare la domenica. A casa dicevo che mi avevano invitato amici a fare una gita e me ne andavo, lavoravo e tornavo con i miei soldi. Ma quando arrivavo i soldi non li facevo vedere. Li prendevo a poco a poco, 5, 10 mila pesos, li andavo tirando fuori quando servivano. Arrivavo, mi lavavo, mi cambiavo i vestiti ed era un’altra persona.

 

Nei paesi, a volte mi andava bene, a volte male, perché c’erano ragazze molto giovani e belle... Altre volte mi infastidiva l’odore che avevano gli uomini della campagna. Nei paesi tu vai in un locale e ti danno colazione, pranzo e cena e tu non esci da quel posto. Se prendi una birra ti danno una ficha [gettone; N.d.A.] che vale 200 pesos, è una specie di moneta di plastica; allora tu per ogni scheda reclama 200 o 500 pesos. Uno al cliente gli da spendere per la birra oppure prende un’aguardiente che costa 1.000 pesos. Cioè, una con le fichas poteva raccogliere soldi senza andare a letto con loro. A me mi piaceva chiedere aguardiente, perché io dicevo al ragazzo che stava al banco di mettermi acqua  nel bicchiere e non si vedeva che era acqua. Allora lui mi dava acqua, limonata o soda e io bevevo ma non mi ubriacavo e mi guadagnavo le schede; poi mi facevo due o tre ratos [sveltine; N.d.A.] e me ne tornavo.

 

In quegli anni ho conosciuto a Barbosa un signore di qui di Medellín e che mi ha offerto un lavoro. Allora non sono tornata ai paesi ma mi sono fatta amica di lui. Lui era chef internazionale e mi ha preso come aiutante di cucina. Di fronte al ristorante lavorava quello che ora è mio marito.

 

Con lo chef sono stata cinque anni. Mi ha insegnato a cucinare e ho viaggiato molto con lui. Lui dava lezioni di culinaria, allora andavamo a Cartagena, Bogotá, Cali... Con lui sono andata in tanti posti. Quando partivamo andavamo in aereo... io ancora conservati circa 30 biglietti di aero, li conservo ancora. Quando andavo con lui mi vestivo bene e vivevo molto bene, aveva la cameriera, avevo il meglio. Mi sono messa a vivere sola in un appartamento e lui mi dava tutto quello che mi serviva... cioè, mi ha cambiato la vita al cento per cento.

 

Per me è iniziato un altro mondo! Lui era molto più grande di me; io avevo 18, 20 anni e lui ne aveva 49 e nessuno pensava che era il mio amante, perché mi passava tanti anni. Con lui è iniziata una relazione lunga, voleva sapere della mia famiglia, che mi succedeva e perché stavo sola. Con lui sono tornata a rivedermi con mia mamma, perché in tutti questi anni mi ero tenuta molto lontana da mia casa.

 

Ho ripreso la prostituzione perché anche lo chef è morto, quando io avevo 22 anni. Lui viveva con la sua famiglia e aveva quattro figli. Io avevo il mio appartamento e lui veniva di sera, rimaneva un po’ con me e dopo se ne andava a sua casa. Una sera mi ha chiamato e mi ha detto che era di cattivo umore, di preparargli da mangiare che stava venendo da me. È arrivato e si è messo a raccontarmi che aveva litigato con la figlia, che erano molto sfacciati, che lui era già vecchio e loro gli pretendevano un sacco di cose, che li doveva mantenere per tutto, e piangeva, piangeva, piangeva. Allora io gli ho detto: <<Ancora non ti ho preparato da mangiare, aspetta che te lo faccio>>. A lui gli piacevano tanto carne arrosto, patate e insalata, una cena normale, senza niente di speciale. Così mi sono messa a preparare e lui si è addormentato.

 

Lui non passava mai la notte a casa mia. Quella sera è arrivato verso le otto, verso le nove e mezza si è addormentato e alle dieci passate ho cominciato a toccarlo per farlo svegliare, perché da mangiare si stava raffreddando. Allora ho cominciai a toccarlo e niente, non si muoveva, non si muoveva, niente. Quando all’improvviso ho cominciati a dargli botte nella faccia, a muovergli le mani e gia era rigido, rigido. Mi sono spaventata così tanto, cercavo di alzarlo e niente. È morto all’improvviso e non mi sono nemmeno resa conto quando è morto. Per me è stato molto duro.

 

L’appartamento era piccolo, ma non trovavo la porta per uscire, non trovavo il telefono e mi sono messa a gridare come una matta. Il padrone dell’appartamento ha aperto con la sua chiave perché io non trovavo la chiave per aprire, non trovavo niente. Non faceva altro che gridare.

 

Hanno chiamato la polizia e là iniziato un altro problema. Mi hanno perquisito tutto l’appartamento, mi hanno arrestato due giorni per la morte di lui mentre facevano le investigazioni. Nell’autopsia si sono resi conto che era stato un attacco di cuore e allora hanno cominciato a perseguitarmi i figli.

 

Il padre di mio figlio è stato l’unico che mi ha aiutato, mi ha creduto e mi aiutato a venire fuori dai problemi. Lui lavorava con un zio che era avvocato, allora mi ha aiutato ad uscire di galera.

 

Ho lasciato tutte le amicizie che aveva e mi sono messa da parte. Dopo la perdita di mio padre, avevo perso anche lui. Mi mancavano legami affettivi e sono tornata a bere e... sono tornata un’altra volta alla prostituzione, ho ricominciato a lavorare qui nel centro. Lavoravo qui negli hotel come cameriera e quando mi dicevano: <<Andiamo per un rato>>, io lo facevo.

 

Ho continuato a vivere sola nello stesso appartamento e quando il padre dei miei figli ha avuto un problema con una sorella mi ha chiesto se poteva tenere da me le sue cose mentre cercava casa. Così abbiamo vissuto assieme circa due anni, lui per i fatti suoi e i per i miei, ciascuno nella propria stanza. Lui arrivava, si lavava i vestiti, si faceva da mangiare, pagavamo insieme l’affitto ma eravamo solo amici. Molte volte nemmeno parlavano la sera, anche perché io tornavo sempre ubriaca.

 

Cioè, io per poter lavorare dovevo bere. Ricordavo la violazione e per stare con gli uomini dovevo bere. Cominciavo verso le tre del pomeriggio, incominciavo con una, due birre, dopo passavo a due, tre aguardientes fino a che un giorno lui mi ha detto: <<Ahi, no, ma tu ormai sei alcolizzata, bevi tutti i giorni. No, vedi, ci sono cose migliori da fare, perché devi stare tutti i giorni a bere?>>. Lui mi ha aiutato molto ad uscire dal bere, mi portava in posti diversi, ai parchi, ad altre parti. Allora a poco a poco ho cominciato a lasciare il bere; poi mi sono messa a vivere con lui e sono rimasta incinta di mio figlio grande che ora ha sette anni. Ma lui non ha mai capito quello che facevo prima.

 

A volte penso che poteva essere della mia vita se lui non mi aiutava ad uscire da questo conflitto tanto orribile, di bere tanto, di quell’andare e venire. Lui lavorava come consulente tributario e studiava contabilità all’università; ma quando mio figlio aveva un anno e mezzo ha avuto un incidente, è caduto da un microbus. Il cervello si è allagato di sangue ed è rimasto 20 giorni incosciente. In quel momento ho pensato che moriva anche lui. Allora io sono rimasta ad occuparmi del bambino, dovevo pagare l’affitto, la clinica e sono caduta di nuovo nella prostituzione; sono tornata a lavorare, adesso solo nel centro perché non me ne potevo andare da nessun’altra parte.

 

Sua madre mi teneva il bambino e io uscivo la mattina, passavo dalla clinica un momento, andavo nel centro per lavorare… lavoravo qui, a Palacé. Poi tornavo alla clinica a fargli visita a lui, stavo un po’ con lui e dopo me ne tornavo a casa.

 

Lui è rimasto molto malato della testa e non ha potuto ritornare a lavorare. Io gli dicevo che lavoravo negli hotel e se dovevo fare otto ore gli dicevo che erano dodici ore; cioè, lavoravo quattro, cinque ore nell’hotel, poi mi facevo due o tre ratos e me ne andavo a casa. Cioè, ho lavorato sempre nella prostituzione ma facevo anche altre cose. Non come adesso che non voglio più farlo per niente, assolutamente.

 

La decisione di uscire dalla prostituzione l’ho presa da sola, grazie ai seminari di crescita personale, di autostima, di formazione. Un giorno un vecchietto mi ha detto per strada: <<Come si guadagnano facile la vita queste donne>>, ed io ho detto: <<Facile? No, no, questo non è facile>> e allora ho detto <<No, questo non è per me, ma quale vita facile!>>.

 

Quella parola mi ha segnato molto e ho incominciato a pensare di cambiare vita, di mettermi di nuovo a studiare e sono già due anni che sono in un processo molto bello e credo che indietro non ci torno mai più perché sono cambiata molto. È stato quando sono rimasta incinta la seconda volta, due anni fa, che ho detto: <<Non più, non più, non più, faccio un cambiamento nella mia vita>>.

 

All’inizio della gravidanza dicevo: <<Ah, no! Che cosa ho fatto! No, con questa vita di hotel che faccio con un altro figlio!>>. Ci ho pensato molto, ho pensato di abortire ma non l’ho fatto ed ho presa un’altra decisione. Mi sono comprata la friggitrice, ho cominciato a fare empanadas e tamales e ho cominciato a vederli.

 

Un anno e mezzo fa, quando è nato mio figlio, mia madre mi ha detto perché non andavo a vivere lì da lei, perché con due bambini era difficile pagare l’affitto e lei sapeva che io sola ero quella che sosteneva la casa.

Già da tempo ci parliamo di nuovo con lei ma io conservo ancora la sofferenza dell’infanzia e tutto. Non è che ci soffro tanto ma con lei c’è una relazione falsa; gli sorrido, gli parlo, ma conservo sempre come una specie di risentimento. Mia sorella la piccola già ha 18 anni e suo padre lo hanno ammazzato. Quando mia sorella aveva otto anni, lui li ha abbandonati e si sposato con un’altra donna e non abbiamo più saputo niente di lui fino a che non abbiamo saputo quest’anno che l’avevano ammazzato.

 

Sì, quest’ anno che l’hanno ammazzato io ho riposato, è come se è finita quella sofferenza, quella cosa, perché io lo capivo, era come un odio verso mia madre e verso lui, perché lei non ha pensato a noi figli ma si è messo al fianco suo.

 

Nella mia famiglia nessuno sa che ho fatto la prostituzione, forse mia madre sospetta per il fatto che sono stata tanto tempo nel centro e negli hotel. Una volta mi spaventavo che mio marito lo poteva scoprire, perché lui ha conosciuto quanto sono stata matta. Ora che sono cambiata no, perché lui vede il mio cambiamento e tutto e lui mi ha aiutato tanto ad uscire dall’alcool, perché io bevevo molto e lui mi ha tirato fuori da quella vita del bere.

 

Credo che alla prostituzione mi ha portato il guadagno facile, l’ignoranza, la mancanza di autostima, la forma facile di guadagnare denaro, senza pensare mai alle malattie. Era un denaro facile quello che ti guadagnavi; in un giorno ti potevi fare 30, 40, 50 mila pesos. Ma non era niente di buono per la mia vita.

 

Non lo facevo per necessità economiche ma per avere di più; mi piacevano le comodità, pagavo un appartamento caro nel centro, vestivo bene, mangiavo bene, mi mantenevo bene. Allora era unicamente per ignoranza, per mostrare, per stare bene e non pensavo a me come lo faccio oggi.

 

Credo che sono entrata nella prostituzione per un’altra ragione, perché quando ero bambina noi vivevamo bene e non soffrivamo per niente. Allora nel tempo della prostituzione rivivevo gli anni della gioventù, della mia infanzia, quando non mi mancava niente. Ed inoltre poteva fare quello che mi piaceva e non c’era nessuno che mi diceva niente.

 

Grazie a Dio non ho mai fatto uso di droga, cosi come non mi è mai piaciuta la sigaretta né niente. L’ho respinta sempre, anche se vivevo circondata di droga. L’alcool mi piaceva tanto, bere mi piaceva, se mi offrivano di mattina un aguardiente io accettavo subito. Ma adesso no, se me lo offrono non lo prendo, non beve nemmeno un goccio da due anni.

 

Quando i miei figli erano piccoli li vestivo molto bene, benissimo. Ora si arrangiano con quello che posso comprare. Un giorno nell’hotel dove lavoravo è arrivato qualcuno dicendo che nel Comune stavano facendo un progetto per la donna lavoratrice sessuale e io ho detto: <<Andiamo>> e ho cominciamo alcuni corsi di autostima e valorizzazione. Ho fatti tutti e nove i seminari e ho iniziato a conoscere gente. Poi ho fatto il corso di parrucchiera e ho lavorato sei mesi come parrucchiera. Le suore dove ho fatto la formazione si sono affezionate a me, mi invitavano alle messe carismatiche, mi consigliavano molto. Sono sempre stata circondata da buona gente e alla fine impari tanto. Nel progetto ci sono state molte dottoresse e uno assorbe sempre più che può da tutti. Questo perché io ho sempre avuto tanto desiderio di cambiare, volevo cambiare, allora questo mi ha aiutato molto e così ho preso la decisione: <<basta, mai più, mai più>> e basta.

 

Nella prostituzione si soffre molto e non è solo per il fatto che vado a letto con una persona. Il cliente si mette d’accordo per un rato allora tu gli dici: <<Per una sola relazione sono 10 mila pesos e mi paghi prima>> e bene, il cliente ti paga anticipato. Ma poi entriamo nella stanza e tu ti devi spogliare e... innanzitutto, spogliarmi davanti ad una persona che non conosco mi fa... cioè, dovevo bere e poi spegnere la luce, a molti non gli piaceva e così c’erano discussioni con l’uno e con l’altro e poi il cattivo odore e poi quando sono nella relazione loro vogliono di più. Cioè quando ami una persona, non ti importa che il tempo passa o cose del genere. Invece nella prostituzione, tu stai sempre guardando l’orologio: <<No, è già passata mezz’ora, è passata un’ora>> e alla mezz’ora gli dici: <<Se mi paghi di più continuiamo>>.

 

A me mi ha segnato molto tutto questo e non voglio più. Cioè, quando io stimo qualcuno lo stimo col cuore e non voglio che soffre quello che è successo a me. Per questo mi fa male.

 

Ho imparato tante cose; prima non mi preoccupavo di niente, vivevo nel presente e basta. Tanto che se mi guadagnavo 40, 50 mila pesos oggi, me li spendevo subito. Compravo quello che avevo bisogno, compravo il giornale, pagavo la stanza, mettevo 10 mila pesos da parte nel caso che il giorno dopo non guadagnavo niente e mi compravo un blu jeans. Non ho mai pensato di risparmiare... ero come addormentata. Sì, tutto quel tempo io l’ho vissuto come addormentata e mi sono svegliata col bambino piccolo.

 

Ai clienti io mettevo i limiti prima, no... no, no, no, gli dicevo: <<Andiamo ad avere la relazione però niente baci, niente toccare, né carezze né niente>>. Prima di andare nella stanza bevevamo un po’, parlavamo un po’ e via. Dopo un po’ che stavamo parlando e che lui aveva bevuto abbastanza ed era già tutto emozionato, avevamo la relazione come... come quando hai voglia di andare al bagno e vai al bagno ed è fatta, è finita e basta. Mi coricavo ed ero come dire: <<Utilizzami>> e via! Quello che non mi piaceva era il contatto fisico con il “palo”! Ho sempre lavorato con il preservativo, ero molto esplicita nel dirgli: <<Facciamo questo, questo e quest’altro>>. Ho sempre avuto la coscienza di dirgli cosa andavamo a fare, come lo facevamo e basta. Dato che lavoravo da anni dentro gli hotel io vedevo i problemi che insorgevano e imparavo come fare per evitarli.

 

Non mi piaceva fare domande personali a nessuno, unicamente avevo la relazione, parlavamo di musica o di altre cose; non mi piaceva nemmeno quando incominciavano a domandarmi la mia vita. Quello che non ho fatto mai è stato di negarmi il nome, sempre. Quando mi chiedevano: <<Come ti chiami?>>. <<Gladis>>”, non mi sono mai cambiata il nome e non me lo cambio mai. <<Come ti chiami?>>”, <<Gladis>>. Un giorno di questi, qualcuno mi griderà: <<Gladis>> e va bene.

 

I rischi sono tanti, perché uno vede la faccia ma non sa quello che succede poi nella stanza. Ti possono tirare fuori una pistola, come mi è successo una volta a Barbosa che un signore mi ha puntato la pistola perché voleva che restavo ancora con lui. Non se ne voleva andare, diceva che mi pagava quello che volevo, che questo, che quello. Io non avevo  paura, ho continuato a vestirmi e: <<Ammazzami, se vuoi ammazzami>>. Cioè uno non pensa, uno dice: <<Lo faccio per i miei figli, per la necessità>>, ma non pensa al rischio. Una cosa di cui ho sempre avuto paura era di rubargli qualcosa al cliente. Mi davo il panico! Potevo vedere un sacco di soldi, allora gli dicevo: <<Regalami mille pesos, regalami qualcosa>>, ma non ho mai rubato niente a nessuno, perché quello sì che mi dava il panico; avere un problema per i soldi no. Se gli vedevo tanti soldi allora gli dicevo sfacciatamente: <<Dai, regalami qualcos’altro, hai visto come siamo stati bene, se vuoi restiamo ancora un po’>>. Me lo lavoravo per ottenere più soldi, per non dovermi spogliare con un altro, perché questo già mi aveva visto, allora lo utilizzavo e gli tirava fuori più soldi.

 

Mi piacciono molto i gruppi di conversazione perché una è così ferita e lì racconta quello che non è capace di raccontare ad altri. Io non ho nessuno a cui raccontare, nessuno, nemmeno con mia sorella lo faccio. Io la voglio molto bene ma no... Con nessuno, con nessuno, con nessuno, né nei seminari, né nella terapia, né allo psicologo; è da anni che non parlavo di tutto quello che mi era successo. Non mi piace, cioè io ricordo il passato come qualcosa che mi è successo, come un romanzo, e mi piace molto quella canzone “Venti anni di meno”... la conosci?

 

Aspetta, te la canto: <<Vorrei che la mia vita ritornasse indietro verso il passato, avere venti anni di meno e conoscerti di nuovo. Non lo dubiterei, per te mi inclinerei...>>. Non me la ricordo bene, io ce l’ho persino scritta e tutto, è molto bella; cioè, come ritornare indietro nella vita e non aver fatto tante cose che ho fatto e che hanno segnato la mia vita. Se avessi venti anni di meno, farei alcune cose ed altre no, ne cambierei alcune ed altre le metterei da parte e non le avrei mai fatte. Se potessi tornare indietro, non avrei lasciato lo studio per tanto tempo, mi sarei sposata perché era come una delle mie mete favorite, forse avrei avuto i miei due figli, ma dentro il matrimonio. Avrei viaggiato di più da una città all’altra pero lavorando in qualcosa di buono, di elegante, qualcosa che piaccia anche ai miei figli. Cioè, mi vedo nella stessa famiglia ma con un’altra situazione economica ben diversa.

 

La cosa prima che uno deve fare nella prostituzione è imparare a volersi bene: cioè, a sapere: <<Chi sono, che cosa sono e dove vado>>. Cioè, una persona deve scoprire questo. <<Chi sono, che cosa sto facendo per la mia vita e che cosa sarà domani per la mia vita>>. Bisogna pensare e reagire di fronte a questo.

 

Allora, nel mio futuro mi vedo con una grande impresa di produzione di alimenti, con l’aiuto dei miei figli che sono già grandi. Mi vedo in una grande impresa e sempre studiando, e sempre crescendo e pensando al domani ed aiutando chi posso aiutare.

 

 

3. Un europeo da sposare

 

Lucero, trent’anni, è nata e cresciuta nel quartiere di París, uno dei più violenti della periferia di Medellín. Varie volte ha tentato fortuna in Europa; ha esercitato la prostituzione in Germania ed Italia a metà degli anni ’90, è stata mula ed escapera [ladra nei supermercati; N.d.A.]. Ha già rinunciato al sogno dell’adolescenza di diventare ricca e adesso vuole solo trovare un brav’uomo europeo con il quale crescere i suoi figli e garantir loro un futuro, come hanno già fatto le sue sorelle. <<Gli uomini europei sono freddi e senz’anima ma sanno essere fedeli e rispettano la sacralità della famiglia, mentre i colombiani ti mettono incinta e poi ti mollano>>.

 

* * * * *

 

Ho cominciato ad esercitare la prostituzione qui in Colombia, verso i quindici, sedici anni più o meno. Tutto è iniziato per una delusione di un fidanzato, almeno così io l’ho sentita. Perché lui mi ha lasciato e se n’è andato con un’altra, allora io ho cominciato a prendere gli uomini come oggetto. Io mi ero data a lui completamente, anima, corpo, vita e quando ci siamo lasciati per me è stato qualcosa di molto difficile. A parte questo, io ho avuto una famiglia un po’ ignorante, un padre alcolizzato, una madre che non faceva altro che lavorare e non aveva tempo per noi, ed il poco tempo che aveva era per curarci le ferite che ci faceva con le botte.

 

Allora io vedendomi così che non ci facevano mai un regalo, che non ci davano mai niente, usciva una moda e per noi niente, eravamo i più poveri, i più straccioni, i più scalzi. Ci mandavano a scuola con delle ciabatte che dovevi trascinare perché non c’era altro, oppure ci davano quegli stivali di plastica che col caldo ti bruciavano i piedi e poi facevano una puzza!

 

Vedendomi così io un giorno ho detto a mia madre che non volevo più studiare e non ho finito nemmeno la quarta elementare. Mia mamma mi ha dato un sacco di botte! Lei era disperata perché vedeva che non volevo migliorare e mi maltrattava ancora di più, con mio padre andava di male in peggio, con i miei fratelli ... ah, no, c’era un conflitto tra fratelli, ci trattavamo nel modo peggiore.

 

Io ero magrina e brutta, si, ero denutrita, i capelli non mi crescevano, forse per la sofferenza di tutte queste cose, per i maltrattamenti. Tutti i giorni mangiavano la stessa cosa, riso bianco e gordos[84], gordos e riso, uova e riso, riso e uova, mangiavamo tutto il giorno le stesse cose.

 

Noi eravamo sette femmine e un maschio. Una soffriva di attacchi epilettici e in uno di questi attacchi è impazzita ed è scomparsa; un’altra se la sono portata in Venezuela, diciotto, diciannove anni fa e non è mai tornata. Non sappiamo niente di lei, non sappiamo se é viva o morta. Dopo c’è Marta, quella che vive in Germania con suo marito e un’altra vive in Spagna e ora si sta per sposare. Quella che si sta per sposare non si è mai prostituita, ha avuto sempre paura di farlo. Prostituirsi è così deprimente che lei non ci ha mai provato, però è andata in Europa e rubava nei grandi magazzini. Ora, grazie a Dio ha trovato questo amico e sembra che lui la vuole tirare fuori non dalla povertà ma dalla miseria in cui vive. Un’altra sorella è morta di cancro un mese fa, aveva 38 anni. In casa ora siamo rimasti solo due, io e mio fratello.

 

A quindici, sedici anni ho conosciuto delle ragazze. Loro mi dicevano... dato che avevo avuto relazioni sessuali, loro mi dicevano... cioè, un giorno mi hanno portato con loro. Mi hanno portato in una casa del centro, non ricordo bene dove. Ed io ero così... cioè così ingenua. Mi ricordo che era un vecchietto, un tipo che mi dava 20.000 pesos. Erano un sacco di soldi, come dire ora 500 mila. Mi ricordo che mi sono guadagnata quei soldi e che ho regalato alla mia amica 5 mila pesos... e così ho iniziato. Poi vedendo tanti soldi ho cominciato a voler guadagnare sempre di più; dicevo: <<Ah, quanti soldi, qui si che si possono guadagnare i soldi!>>; e ho iniziato.

 

Mi ricordo che glieli ho portati a mia madre e lei tutta curiosa mi ha chiesto dove avevo preso tutti quei soldi. Io glieli volevo dare per comprare da mangiare ma lei mi ha detto che dovevo dirle dove avevo presto tanti soldi. Ed io: <<Dai, mamma, me li sono guadagnata aiutando una signora>>. E lei: <<Non mi venire a dire menzogne, se non mi lo dici ti ammazzo di botte. Parla e subito!>>. Diceva che soldi sporchi non ne voleva, allora io li ho conservati e quando c’era bisogno li andavo prendendo.

 

Alla fine un giorno le ho raccontato e lei si è messa a piangere; mi ha detto di non prendere quella vita, di vedere Marta e come lei aveva sofferto per Marta. Marta è la maggiore, quella che sta in Germania. E mi ha detto: <<Guarda, figlia mia, ci sono tante malattie, in quella vita ti possono ammazzare>>. Io gli ho detto che non mi succedeva niente ma lei ha sofferto tanto, non è mai stata d’accordo. Ma io no, io scappavo e dicevo che andavo da una zia. A mia sorella gliel’ho raccontato, gli ho detto che me ne andavo... che mi portavano lì, da alcuni vecchi.

Marta mi diceva che non voleva che soffrivo le stesse cose che aveva sofferto lei e di mettermi a studiare che lei mi pagava la scuola. Mia sorella Marta ha iniziato a undici, dodici anni e c’è stata tanto tempo nella prostituzione. Lei viveva con noi e non ci faceva mai mancare i soldi.

 

Ho detto a tutti di lasciarmi fare quello che volevo; e mia sorella mi ha detto: <<Va bene, Lucero, l’unica cosa che devi fare se decidi è di stare attenta e sapere che ci sono tante malattie>>. Allora non si sentiva parlare ancora di AIDS, ma c’era “la venerea” e io dicevo: <<Io so stare attenta>> ma non era vero che mi guardavo. Pur di guadagnare soldi facevo qualunque cosa! Perché i clienti non volevano usare il preservativo e se non accettavi andavano con un’altra.

 

Quando mio padre l’ha capito ha cominciato a comportarsi ancora peggio con me e non mi ha più parlato. Ancora oggi lui non mi parla. Allora ho cominciato ad abituarmi  e a conoscere la strada.

 

Ho avuto il primo figlio a 19 anni, da una violazione. Mia sorella Marta stava allora a Bogotá e mi ha detto: <<Lucero, vieni qui a stare con me e mi porti il bambino!>> ed io <<Ah, va bene!>> e sono andata. Lì mi hanno violentato e non so nemmeno chi era il tipo. Ricordo che stavamo bevendo e mia sorella è uscita col fidanzato per comprare da bere. Io sono rimasta in casa con quello stupido, amico dell’uomo che vivevano con mia sorella. Mi ricordo che si chiamava Carlos... nient’altro. Bene, lui ha abusato di me.

 

Quando loro sono tornati il tipo se n’era già andato e io ... cioè … io mi sentivo male, ero senza forze, mi ero sentita mancare. Loro mi hanno trovato a letto e hanno pensato che stavo dormendo ma non era così, era che stavo male. Il giorno dopo ho raccontato tutto a mia sorella e lei all’inizio non mi ha creduto; poi quando ha visto i lividi lo ha cercato per fargliela pagare ma non lo ha trovato. Circa un mese dopo mi sono sentita male; tutto il mese l’ho passato malata, mi sentivo depressa, mi sentivo male, allora mia sorella mi ha portato dal medico e l’esame di gravidanza é risultato positivo.

 

Mia sorella mi ha detto: <<Non pensare di buttarlo via. Questo figlio è tuo e te lo tieni>>. Però io non avevo pensato di buttarlo via. Sarà che a noi ci hanno insegnato che, qualunque cosa succede, quando un figlio già sta nella pancia bisogna tenerselo.

 

È stato quando è nato mio figlio che ho deciso di andarmene all’estero. Facevo la prostituzione ma di nascosto dalla gente e continuavo ad uscire col mio vecchio fidanzato, quello che mi aveva lasciato. Sai com’è, la maggior parte delle donne siamo... come si dice?.... machiste, no? Siamo stupide. Anche adesso, siamo vecchie e ancora... Io lo sapevo perfettamente che lui aveva altre donne, però non potevo farci niente, gli volevo troppo bene e lui mi chiedeva di accettarlo così com’era ed io ... cioè, ero così stupida che facevo tutto per lui, soffrivo per lui. Abbiamo continuato a stare assieme fino a che io gli ho detto che ero incinta. Dopo lui non è voluto più uscire con me e sei mesi dopo si è sposato.

 

Io ho pianto tantissimo e 15 giorni prima di partire per la Germania sono andata alla stazione di polizia dove lui lavorava e gli ho detto piangendo: <<Hernán, se mi chiedi di restare, io resto>>; e lui mi ha detto: <<No, se é per me vattene pure, io mi sto per sposare>>.

 

Mia sorella a quei tempi viveva già in Germania. Lei se n’è andata via per tratta di bianca, con una signora che gli dicevano Victoria, di Bogotá. Quella era una rete, credo che ancora esiste. Lei non è partita giovane, aveva già un 34 anni o qualcosa del genere, ma si manteneva bene ed è andata per lavorare nella prostituzione. Quando è partita aveva tre figli. A lei hanno preso un sacco di soli, un 14 milioni, dieci anni fa. Lei ha pagato una parte e dopo si è ammalata, gli e venuta la peritonite ed allora ha conosciuto quello che è attualmente suo marito.

 

Lui era un cliente e all’inizio a lei non piaceva, perché lo vedeva brutto. Uno dei più grandi difetti che loro [gli europei; N.d.A.] essi hanno è che non si lavano e puzzano, anche perché la maggioranza fuma molto. Quando lei lo ha conosciuto lui era come un maiale, allora lei lo ha insegnato e adesso lui è più pulito, adesso è migliorato, ormai non beve e non fuma.

 

Quindi mia sorella mi ha aiutato a partire, è stato nel ‘94. Ho lasciato mio figlio che aveva sei mesi e quando sono tornata aveva tre anni. Quando sono arrivata in Germania sono stata una settimana a casa di mia sorella, fino a quando lei mi ha detto: <<Ok, Lucero, puoi restare qui una settimana ma poi andiamo a Francoforte, perché tu sai bene che bisogna combattere>>. Io ho detto: <<Ah, io sono pronta, per qualunque cosa>>. E mia sorella mi ha detto: <<Qui Lucero ci sono tre cose che puoi fare: l’escapera, la prostituzione o il narcotraffico; scegli tu>>. E io in mezzo alla mia disperazione... Lei non mi ha imposto cosa dovevo fare, ma mi ha detto che c’erano solamente queste tre scelte ed io ho detto che mi buttavo a fare qualunque cosa. Allora, dopo una settimana che stavo lì e mi è toccato buttarmi nella mischia. Ma io pensavo che la prostituzione era come qui in Colombia.

 

Mia sorella mi ha prestato i soldi del biglietto, non si è presa né più né meno e io glieli ho restituito dopo tre mesi. Ma per le altre era diverso, alle altre queste mafie... Figurati che quella che ha mandato mia sorella gli voleva prendere di più di quanto era e mia sorella era terrorizzata: <<Ahi, Victoria, ma tu perché mi chiedi ancora tutti questi soldi se io già ti ho pagato quello che era!>>. E quella gli ha detto che se non pagava gli mandava ad ammazzare la famiglia.

 

Sono andata a Francoforte, ma pensavo che la prostituzione era come qui, cioè che uno si coricava con un uomo e basta. Ma là no... Ah... ti chiedono di succhiarglielo, ti chiedono di fare il sesso anale... Quando mi sono venuti fuori con tutte quelle richieste per me è stato qualcosa... Come potevo andarglielo a succhiare ad un tipo di quelli... che schifo... per me era difficile. Prima di tutto perché, nonostante tutto, io non ho mai fatto vedere le gambe; ho sempre avuto un complesso d’inferiorità, mi sono sempre creduta la più magra, la più brutta.

 

Io qui in Colombia spegnevo sempre la luce, e se gli piaceva così bene, se no se ne andavano a cercare un’altra. Mai, mai… Né mi lasciavo baciare il seno, mi facevo lo schifo più grande. Nemmeno la bocca... che schifo... Mai qui in Colombia, mai mi era successo quello che mi è successo là. No, qui no! Qui ci sono qui uomini che lo chiedono, come in ogni parte, ma non c’è tanta perversione come là. No, là sono perversi!

 

In Colombia io andavo nelle case d’appuntamento; i bar non mi sono mai piaciuti, mi sembra un ambiente molto basso. Io ho sempre preferito una prostituzione più riservata, già farlo in un bar è abbassarsi del tutto, non avere scrupoli di niente.

 

In Germania la prostituzione si esercita per strada, nelle macchine e nei bordelli. Questi sono posti dove si fa la prostituzione e nient’altro[85]. C’è un palazzo di cinque piani e in ogni piano ci sono 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8 stanze piccoline e in ogni stanza c’è una donna ferma davanti alla porta e quando arriva un uomo uno deve fletiar. Fletiar significa dirgli le volgarità più grandi, che cosa gli fa e che cosa non gli fa. Le colombiane che c’erano lì mi hanno spiegato che cosa dovevo fare. Lì colombiane ce ne sono tante, in quantità, è proprio pieno.

 

Il primo giorno che ho lavorato mi è andata bene, mi sono guadagnata quasi 4 milioni di pesos in un giorno[86], pero sono rimasta... non mi potevo nemmeno sedere, mi facevano male le ovaie, mi faceva male tutto.

 

Io non ho mai voluto fare sesso anale ad un uomo, mai, mai... Io facevo sempre la cosa normale; ma una volta un turco, un albanese, mi ha violato di dietro. Cioè, io sono riuscita a togliermi e l’ho buttato fuori dalla stanza nudo com’era e gli ho buttato i vestiti per le scale, perché io stavo al quinto piano. Lui ha cercato di risalire ma io gli ho tirato un secchio di acqua calda, bollente, allora non è tornato più. Ma sì, ho perso sangue per alcuni giorni, mi ha fatto infezione, è stato orribile, per me è stata un’esperienza indimenticabile.

 

Ogni giorno io pagavo 250 marchi per la stanza. Se non li pagavi erano guai, ti mandavano gli jugoslavi e ti facevano prendere a bastonate. C’è come una mafia di jugoslavi lì e, uh… quelli ti massacravano proprio, ti davano un sacco di botte! A me non me ne hanno dato mai perché io tenevo sempre nascosti i miei gioielli e dicevo: <<Se mi trovo nei guai allora li impegno e pago>>. E ho sempre perso i miei gioielli per quel motivo, per pagare un cane miserabile. Loro salivano e picchiavano le donne e le donne dovevano servirli gratis a loro, ai padroni!

 

Sempre lì in Germania, una volta stavamo lavorando quando sono arrivati alcuni tedeschi che avevano bisogno di cinque ragazze, per portarsele. Lui era un cliente molto buono che io avevo, mi pagava molto bene. Non veniva per scopare ma per farsi frustare da me... Cioè, era un maniaco. Allora mi ha detto che aveva bisogno di cinque ragazze per una festa tra amici. Io gli ho detto che non ci andavo ma che se voleva le ragazze gliele trovavo. Se ne sono andate con loro cinque ragazze e il giorno dopo le hanno trovate morte. Le hanno torturate, le hanno tagliate, hanno fatto di tutto con loro. A lui non l’ho più visto. Dopo un po’ di giorni un tedesco è entrato con una ragazza e con un coltellino gli ha tagliato il petto, il viso ed il collo... Cioè, sono maniaci e “si sviluppano” vedendo il sangue.

 

Io ho conosciuto una ragazza che un signore la pagava per fargli dei tagli nel corpo, nelle mani, nelle parti vaginali e dice che un giorno ha iniziato a tagliarla e con una lametta, un coltellino le ha tagliato il clitoride. Sì, perché alle donne gli proponevano spesso di fare questo tipo di cose e molte accettavano; accettavano anche di fare sesso con un animale. Ci sono molte colombiane che accettano qualunque cosa per fare soldi.

 

Lì alle donne gli chiedono pazzie, cioè di fare cose strane, diverse dal sesso, cose che vanno oltre il sesso. C’era un signore che godeva mangiando la cacca e un altro che veniva solo a succhiarmi il dito grosso del piede. Mi pagava per quel motivo e non voleva altro. Mi faceva camminare per tutto il piano e poi si succhiava la sporcizia dei piedi e basta. E mi pagava per quello.

 

Una volta è arrivato un ragazzino... ahi, che tristezza mi ha fatto venire! Aveva dodici, tredici anni e voleva che lo servivo. Lui non aveva mai avuto una relazione sessuale ed io... non sai quanto ho pianto perché dicevo: <<Ahi, no… io… fare qualcosa a questo bambino!>>.

 

Lui veniva sempre con quattro, cinque amici, tutti della stessa età e ha cominciato a venire quasi tutti i giorni; io non so dove prendeva i soldi. Lì la tariffa era di 80 marchi; figurati che un giorno se n’è venuto con una catena d’oro che gliela aveva regalato suo padre. Io gli dicevo di no, no, no ed lui mi dicevo: <<Sì, per favore, per favore>>, disperato. Ed un giorno gli ho detto: <<Senti, io ti regalo un rato di mezz’ora ma non devi tornare più>>. A me mi faceva soffrire pensare che avevo abusato di un bambino, per me quello era un abuso. Ma ci pensi a quei bambini? Andare in quei posti a cercare malattie!

 

Cioè, ci sono molte cose, tutto è così deprimente che non so... Io dico che non potrei mai aiutare una donna a fare quella vita e soprattutto lì in quei paesi. Perché là non hanno anima per niente, quella è gente fredda, non gli importa del dolore altrui. A me mi sembra che... cioè non tutti, ma la maggior parte degli europei sono così, perché non sono solo i tedeschi, ma anche gli olandesi, gli italiani... Gli italiani sono molto gigolò, la maggioranza almeno. A loro gli piace avere la donna che li mantiene e che lavora per loro. Io conoscevo un italiano che mandava donne colombiane in Giappone e in Germania. Gli italiani cercano sempre donne colombiane, perché in Italia le colombiane piacciono molto.

 

Gli italiani sono diversi anche come clienti. Il tedesco arriva più facilmente dell’italiano, e poi il tedesco non mercanteggia quasi mai, cioè, non esige. Per esempio, uno gli da quindici minuti ed il tedesco può finire dopo sei, sette minuti e non chiede altro. Invece l’italiano no, a lui se gli ha detto quindici minuti devono essere quindici, contati e tutto; se gli ho detto che gli facevo il sesso orale tanto tempo, glielo devo fare tanto tempo, altrimenti si arrabbia.

 

Sì, gli uomini europei cercano sempre di fare perversità, pazzie, cioè di fare cose strane, diverse dal sesso. Qui in Colombia la maggioranza di uomini con le donne prostitute cercano un rifugio dai problemi della casa, ma là no. Qui sono diversi ma è anche vero che qui ammazzano per qualunque cosa, per qualunque cosa ammazzano le donne, perché hanno perso i soldi o per qualunque altra cosa. Qui il problema è il machismo, sono molto dominanti nella relazione e è quello che dicono loro e basta.

 

A me mi hanno portato anche in Italia, a Milano e a Catania. A Catania ci sono rimasta solo due mesi; là ci sono tante donne colombiane, tante, stanno a San Berillo. È un posto molto brutto, orribile, sembra la Calle del Cartucho a Bogotá... Ave Maria! C’è molta invidia, c’è molta competizione e violenza tra le donne stesse. Per affittare una stanza  io dovevo pagare 150 mila lire al giorno. Per dividere la spesa pagavamo in due la stanza, allora usciva una ed entrava l’altra. Lì lavoravamo e lì stesso dormivamo qualche ora.

 

Anche a Francoforte mi toccava vivere nello stesso posto dove lavoravo e poi bisognava pagare quelli che ci proteggevano. Loro chiedevano in pesos colombiani, un 120 mila pesos al giorno. Più o meno il mio guadagno giornaliero era di circa 600, 700 mila pesos e a loro bisognava dargli 120 mila, tutti i giorni, anche se non lavoravi, ed oltre a questo bisognava spendere per mangiare e per la stanza. Pagavi un sacco di soldi in quei paesi, per questo me ne sono tornata qui, perché alla fine lavoravo soltanto per il padrone.

 

A Catania era orribile. Mi ricordo di una ragazza che è impazzita, è qualcosa che non ho mai dimenticato. Aveva i debiti qui in Colombia e anche lì aveva molti problemi e da un momento all’altro è andata completamente di fuori, matta, matta, matta. Lei era di Bogotá e quel debito l’ha ammazzata, per quello si è ammalata. Doveva pagare qualche 70 milioni di pesos, tanti soldi. Figurati, sapere che per 70 milioni che non hai guadagnato e che non hai nemmeno speso ti possono ammazzare la famiglia, il marito, i figli...

 

Anche a Milano mi è andata male, lì ho lavorato tre mesi. Lavoravo in strada e nelle macchine. Una volta due pazzi ci stavano ammazzando, a me e a un’altra ragazza. Ma noi camminavamo sempre con un coltellino e con la bomboletta di gas: per forza! Un’altra volta alcuni poliziotti ci hanno fatto correre e ci dicevano in italiano: <<Alto là, alto là!>> Ma quale alto là, ma chi si fermava? Noi correvamo e loro che sparavano proiettili di gas. Quel gas era terribile ma noi correvamo, correvamo... C’era nascosto lì vicino l’amico che ci proteggeva, un italiano; era fermo a quattro, cinque isolati e ci aspettava con gli sportelli aperti e via! Siamo salite sulla macchina, lui è partito e i poliziotti non hanno capito dove siamo finiti.

 

A Milano battevamo sull’autostrada ma era molto pericoloso. I poliziotti ci lanciavano i cani e ci facevano correre tanto. Ma non ci portavano in cella, loro no, lo facevano solo per spaventarci, per farci paura. Anche a Catania era lo stesso. Lo facevano per spaventarci e si divertivano da morire. Noi correvamo e quando ci giravamo per guardarli stavano morendo dal ridere. Erano proprio malvagi, una mia amica si è fatta male un piede per correre coi tacchi.

 

Anche in Germania non ci lasciavano in pace. Figurati che io mi tingevo i capelli per non farmi riconoscere. Cercavo di sembrare tedesca, di prendere più o meno lo stile delle tedesche. In strada vivono tutto il tempo appresso alle colombiane, perché dicono che siamo come le mosche che dove si fermano cagano. Il colombiano ha tanti difetti ma è come gli altri, anche il dominicano ne ha, eppure noi ormai siamo segnalati in tutto. In Colombia c’è tanta violenza, ci sono tanti sequestri; è un paese che esce sempre nelle notizie per tutto quello che succede, allora per quello che fanno alcuni paghiamo tutti.

 

La discriminazione verso i colombiani esiste dappertutto, sempre, sempre, in ogni parte che arrivi la senti. Una volta stavo in Spagna, in una discoteca dove lavoravano le donne. Allora è arrivato uno spagnolo e ha visto una ragazza colombiana. Io stavo con un amico ma non stavo lavorando e ci siamo seduti a prendere una vodka. Accanto c’era una ragazza colombiana e lei ha cominciato... cioè a sedurlo e lui gli ha detto: <<Tu mi piaci, ma solo per scopare>>. Loro ti umiliano molto, loro dicono che la Colombia è il paese più porcheria che può esistere, dove ci sono più morti che vivi!

 

Vedendo che quel lavoro era così deprimente, mi sono ammalata. Mi hanno attaccato una malattia, l’herpes e mi sentivo molto depressa, puzzavo tanto. Allora ho pensato: <<No, questa vita non è per me, io me ne torno in Colombia>>. L’ho detto a mia sorella e lei mi ha detto: <<Come? Te ne torni sconfitta?>>. <<Sconfitta? No, sconfitta no - gli ho detto io - sconfitta no, allora mi do da fare!>>.

 

Ho conosciuto un tipo che mi ha proposto di andare con lui a vendere smeraldi in Olanda ma era una menzogna, mi voleva per “caricarmi” [di droga; N.d.A.]. Allora io gli ho detto che mi caricavo qualunque cosa ma che mi doveva pagare. Il primo viaggio mi ha pagato quattro milioni, per andare dalla Germania all’Olanda con droga. Ne ho portato mezzo chilo nello stomaco ma ho deciso di non rifarlo più in quel modo. Loro ti mettono una settimana prima a mandar giù chicchi d’uva interi e quando hai la droga nello stomaco non puoi nemmeno ingoiare la saliva.

 

Avevo paura che quei sacchetti scoppiavano nella pancia… però alla fine perdi la paura di tante cose, tanto che non t’importa niente, vuoi solo fare soldi per mandarli a casa. Perché c’è la disperazione di sapere che hai una famiglia e che stanno passando la fame, che hanno bisogno di tante cose. Allora non guardi alle conseguenze ma pensi solo ai soldi e a nient’altro.

 

Quella volta ho passato la frontiera in treno, da sola. È salita la polizia ed io stavo leggendo la Bibbia. Ho sentito che sono arrivati e sono saliti con i cani, ma non ho aperto bocca; perché i cani sono tremendi, loro sentono l’odore! Non ho aperto la bocca per niente e ho fatto finta di dormire, quando un poliziotto mi ha detto: <<Hallo, hallo, polizai, passport>>, ed io: <<Ok>>. Non ho risposto niente e gli ho dato il passaporto. Mi diceva <<Perquisizione>> ma io non capivo niente. Mi hanno guardato la valigia, mi hanno guardato dentro la giacca e poi mi hanno detto grazie, e io mi sono seduta e sono rimasta normale, come se ero tranquilla ma il cuore mi batteva forte e avevo paura che mi veniva un infarto; Dio mio, pensavo di tutto in quel momento.

 

Quando sono arrivata alla stazione di Amsterdam, mi stava aspettando un ragazzo colombiano. Lui era arrivato prima di me e quando mi ha visto mi ha detto: <<Ciao! Come stai?>>. Mi abbracciava, mi davo baci, mi parlava in modo che la gente pensava che era il mio fidanzato: <<Ma quando sei arrivata? Ti stavo aspettando, che allegria, che allegria rivederti, ti stavo aspettando. Tu sei la donna che amo di più>>. Quando siamo arrivati a casa lui mi ha dato un olio che ti fa venire una colica e butti fuori tutto quello che hai nello stomaco.

 

Mi hanno dato quattro milioni, ma non l’ho fatto più, cioè in quel modo no, me la mettevo addosso. Siccome ero magrissima, la pestavamo in modo che si faceva farina fina e la mettevamo in una borsa grande, facevamo come una specie di fascia e me la mettevo. E siccome era inverno mi mettevo quattro o cinque maglioni e sopra la giacca e non si vedeva. L’ho portata anche nella vagina. Andavo da un paese all’altro, in Belgio, in Italia, a Milano, in Spagna, a Valencia. L’ho fatto per sei mesi e grazie a Dio non mi è successo niente.

 

Alla fine lui voleva che lo facevo per due, tre milioni ed io ho detto di no. Nell’ultimo viaggio mi ha detto che mi pagava dopo e io gli ho detto di no, che se finivo in carcere chi si preoccupava di mio figlio; gli ho detto: <<Ah, bravo, allora buona fortuna, vatti a cercare un’altra mula!>>.

 

Lui è colombiano e vive ancora in Olanda, con una cilena; faceva traffico di droga e di smeraldi. Abbiamo vissuto come marito e moglie in Olanda per otto mesi e non mi ha mai detto di avere una donna in Olanda, ma lei era in carcere. L’ho conosciuto un giorno mentre stavamo facendo la fila in banca. Mi ha invitato a prendere un cappuccino, quando… cioè mi sono lasciata andare e gli ho raccontato la mia vita. Quando ci siamo messi a parlare lui mi ha detto che ero così bella e che non mi meritavo di fare quella vita, che non mi meritavo che qualunque uomo poteva arrivare al mio corpo, che era un corpo molto bello... Allora gli ho detto: <<Dammi lavoro tu!>>, e lui mi ha detto di sì, che mi dava lavoro.

 

Mi sono innamorata di lui perché è stato molto attento con me, mi faceva tanti regali. Si è comportato molto bene ma perché si voleva approfittare di me, mi voleva usare, allora io gli ho detto che ero stanca di essere il “cesso” di tutti. Sono tornata alla prostituzione, sono passata da un paese all’altro ed alla fine mi hanno preso mentre rubavo in un magazzino in Svizzera e mi hanno deportato.

 

A me mi hanno offerto anche di affittare il ventre; una tedesca mi offriva 25 mila marchi ma io ho rifiutato. No, consegnare un figlio a un’altra io credo che no... Lei mi diceva: <<Lucero, ti sei molto povera, hai bisogno e quei soldi serviranno a tuo figlio. Guarda, non sarebbe tuo figlio, perché è il seme di mio marito e quello mio>>. Ma io gli dicevo: <<Non importa, si alimenta del mio sangue, esce dalle mie viscere>>. Lei ha insistito tanto, si è anche messa a piangere ma io non ho mai accettato, non sono state capace e penso che non lo accetterei mai.

 

Dalla Colombia sono partita col mio nome e i miei documenti, col visto di turismo; poi là mi sono procurata altri documenti, con un altro nome. Solo il passaporto mi è costato mille marchi e il permesso di soggiorno 750: tutto era falso e mi valeva solo sei mesi. In Olanda no, in Olanda sono stata così, non mi hanno chiesto niente, perché io mi spostavo con quel ragazzo. Sono rimasta lì otto mesi, ma illegale, senza permesso di soggiorno. Anche in Svizzera sono entrata così e nessuno mi ha controllato i documenti.

 

A Roma non ci sono stata per lavorare ma in vacanza; mi è piaciuto molto per il divertimento, mi sono trovata un amico e ce ne andavamo a divertirci. Anche in Spagna sono andata per divertimento: sono stata a Maiorca con alcuni amici, sono andata alle spiagge di Marbella. In Francia sono andata a Parigi e a Disneyland. Ah, com’è bello da quelle parti! Lì la spiaggia non è di sabbia ma di pietroline.

 

L’inverno era molto duro ma io avevo un cappotto di pelle che mi è costato 3 mila marchi e mi è rimasto lì; e poi mi mettevo gli stivali fino al ginocchio.

 

Sei anni fa sono tornata in Colombia e tre anni fa ho avuto un altro figlio, di un tipo del quartiere. Quando sono tornata ho continuato nella prostituzione, ma uscivo poco e lo facevo riservatamente. Aveva i miei tre, quattro clienti, mi  incontravo con loro ogni 15 o 20 giorni e mi facevo 150, 200 mila.

 

Quando ho avuto il secondo figlio mi sono messa a pensare come aveva allevato il primo, che lo avevo lasciato sempre solo per stare a fare soldi e per farlo vivere bene. Cioè, io pensavo alle cose materiali che gli dovevo dare ma non gli stavo dando quello di cui aveva bisogno veramente, che era amore, affetto, l’attenzione che i figli hanno bisogno. Allora io dicevo sempre che il giorno che trovavo un’opportunità buona, mi ritiravo.

 

Da quasi due anni ho smesso di esercitare, ho continuato gli studi, mi sono diplomata, ho fatto un corso di formazione ma lavoro niente. L’unica cosa che ho trovato è un lavoro da una signora che confeziona vestiti a casa sua per le imprese; ma mi paga poco e il lavoro non c’è sempre. La settimana scorsa ho guadagnato soltanto 35 mila pesos.

 

Quando mia sorella si è ammalata di cancro è stato tutto molto orribile. Negli ultimi mesi le medicine costavano 400 mila pesos al mese. Era Marta che ci comandava i soldi dalla Germania.

 

Ora torno di nuovo in Germania; mia sorella mi ha trovato un lavoro, per curare bambini. Mi danno 500 mila pesos e mi danno da mangiare e da dormire; ma devo risparmiare più che posso, per restituire i soldi del biglietto a mia sorella e portarmi i miei figli là.

 

Qui non ci sono speranze; vado via per dare un futuro ai miei figli e poi... chi lo sa! Magari trovo anche un uomo. Qui gli uomini sono molto maschilisti, non ti danno tenerezza, non si assumono responsabilità ed uno non può vivere così tutta la vita!

 

 

4. Loro ci danno il lavoro e loro stessi ce lo tolgono!

 

Marina, 24 anni ed una figlia; è una ragazza afrocolombiana bella e piena di vita. Esercita la prostituzione a San Diego e guadagna più di un stipendio minimo mensile in una sola notte. I suoi clienti sono uomini perbene, “uomini con cravatta e valigetta ventiquattr’ore”, come dice lei stessa; e sono gli stessi professionisti, funzionari pubblici e poliziotti che chiedono alle istituzioni o decidono i provvedimenti repressivi dei quali si stanno facendo oggetto le ragazze di San Diego.

 

* * * * *

Da quando ho uso di coscienza, mia mamma non mi ha mia voluto bene. Noi eravamo nove fratelli e io sono la più piccola. Mio papà era contadino ma è morto quando avevo quattro anni. Io dico che mia madre non mi vuole bene perché lei non si occupava di me; e poi mi obbligava a fare le cose e se non le facevo mi buttava fuori di casa, mi diceva di andarmene. Allora? Non è così quando non ti vogliono bene, no? Invece, c’è una sorella che è tutta per lei.

 

Mia mamma, quando era piccola, non mi comprava le scarpe, non mi pettinava, non mi lavava, di me si doveva occupare mia sorella. Non mi lasciava uscire per le feste... Per questo mi è rimasta l’idea che lei non mi vuole bene. Comunque io a lei l’aiuto e gli mando 60 mila pesos al mese.

 

Di questo ho parlato solo con una sorella e lei dice che mio padre stava sempre con me, era sempre attento a me, allora per questo mia madre non mi vuole bene. Ma a me ormai non mi importa più se la gente non mi vuole bene, ormai mi sono abituata. Ieri era il mio compleanno e mi ha chiamato solo un’amica. Nemmeno le mie sorelle che stanno con me si sono ricordate. Nessuno. Io mi sono alzata, sono andata al corso e a scuola non si è ricordato nessuno. Sono tornata a casa e nessuno. Sono arrivata e non mi hanno nemmeno dato da mangiare. Figurati.

 

Io sono di un paese di Urabá e vivo qui a Medellín con le mie sorelle; ma con loro non ho una relazione buona, diciamo che parliamo poco, lo stretto necessario. La relazione tra sorelle è pessima e loro non sanno quello che faccio; loro sanno che lavoro in un bar nella “33” e che il padrone del bar è il mio fidanzato e mi dà i soldi.

 

Per la verità, io sono stata fidanzata per un po’ con un signore che è padrone di un bar nella “33”. Lui mi ha conosciuto a San Diego e pare che gli sono piaciuta ed è tornato, è tornato ed è tornato. Poi ha cominciato con la storia che dovevo lasciare quella vita e che lui mi dava i soldi che avevo bisogno e la cosa non è andata oltre.

 

Tutti gli uomini lo dicono ma poi non lo fanno. Loro ti dicono: <<Ahi, dai, vienitene da qui che ti mantengo io>>. E io: <<Ah, si? E allora dove sono i soldi per l’affitto e dove i soldi per mangiare?>>. E là si fermano e non dicono più niente. Ti dicono un sacco di cose e poi niente.

 

A me gli uomini mi utilizzano. Per esempio Pablo, quando ha bisogno di soldi mi cerca, quando ha problemi economici mi chiama, se no niente. Lui ha moglie e figli e lavora: guida un pulmino di proprietà della famiglia. Ma lui tira vicio [si fa, N.d.A.][87], allora mi sono stancata e l’ho lasciato.

 

Ho avuto un altro fidanzato che mi usava perché se io avevo bisogno lui non c’era mai, ma se lui voleva stare con me allora si faceva vivo. Non mi sembra giusto. Per questo ho detto ciao anche a lui.

 

Nel mio paese ho studiato solo fino ai primi anni del liceo. Poi ho avuto il mio primo fidanzato, ma era molto più grande di me, aveva all’incirca quarant’anni ed era vedovo. Lui era ingegnere in una miniera che c’era e che adesso è finita. Ma a mia madre non piacciono i bianchi, li detesta con tutta l’anima e non voleva. Io gli volevo molto bene e scappavo dalla scuola per stare con lui di nascosto. Fino a che mia madre se n’è accorta e me ne sono andata con lui a Barranquilla, perché lui è di là.

 

Ma lì le cose si sono messe male, perché io non conoscevo nessuno e lui non mi portava mai fuori; i genitori erano evangelisti e la sorella anche. A me mi toccava restare a casa, alzarmi presto per mandarli al lavoro a lui e a suo padre e poi restavo a casa, dovevo mettere tutto in ordine e fare le pulizie. Lui se ne andava a ballare e tornava con il rossetto sulla camicia e io non potevo dire niente. E non mi dava nemmeno i soldi per potermene andare da lì. Quando avevo bisogno di qualcosa, dovevo chiedere i soldi a sua madre, sempre, sempre! Lui beveva tanto e diceva che non mi poteva dare i soldi perché io me ne andavo, per il trattamento che mi dava. Dovevo mettermi i vestiti alti fino al collo… cioè, mi hanno cambiato in tutto e io non volevo.

 

Fino a che un giorno mi sono stancata e ho detto basta! Me ne sono venuta a Medellín ed ero incinta ma non lo sapevo. Avevo 18 anni. Un giorno loro due se ne sono andati nella fattoria e la madre e la sorella non potevano andare a fare la spesa perché dovevano andare in chiesa. Allora mi hanno dato i soldi per andarci io. Io ha aspettato che tutti uscivano, ho preso la mia borsa e me ne sono andata.

 

Quando mi sono accorta che ero incinta non sono tornata indietro. Quando sono arrivata a Medellín sono rimasta tre mesi da una signora e lei mi ha trovato lavoro in una famiglia. Sono andata a lavorare lì e rimanevo anche a dormire. In quella famiglia ho lavorato due anni e loro volevano bene a mia figlia e la trattavano come una nipote. Mi trovavo bene, è stata la prima che ho trovato; chiaro che il lavoro non mi piaceva, perché a me non mi piace che mi comandano. Ma almeno avevo un lavoro per mantenere me e mia figlia.

 

Mi pagavano 120.000 pesos e me ne sono andata di lì perché ho litigato col figlio della signora. Ho litigato con lui perché gli ho prestato dei soldi ed lui non me li voleva restituire, allora un giorno abbiamo litigato duro, ci siamo tirati i capelli e me ne sono andata. La signora mi ha chiamato, mi ha chiesto di tornare, ma io no, non sono voluta ritornare. Io sono così, quando me ne vado me ne vado.

 

Allora, sono andata a lavorare da un’altra e lì mi pagavano 150.000 pesos. Ma, quella signora se la prendeva con me per tutto. Mi alzavo alle quattro di mattina ed erano le dieci di sera e non mi ero potuto coricare e dovevo aspettare fino a quando il marito arrivava per dargli da mangiare. Se il marito non tornava se la prendeva con me. Il fine settimana, che lui spariva, lei era furiosa con me. Era diventato insopportabile. E poi lì non potevo tenere mia figlia, me la curava una signora e io gli pagavo 60.000 pesos e poi dovevo portare il latte ed i vestiti. Ma la signora non me la curava bene e la bambina era diventata magrissima. Ora l’ho messa in un istituto privato, dalle suore, ma mi costa un sacco di soldi.

 

Quella signora dove lavoravo la detestavo, mi ha reso la vita impossibile un anno e tre mesi che sono stata là. Quando il marito arrivava tardi, subito mi faceva alzare, perché gli dovevo dare da mangiare. Allora ho deciso di andarmene e non l’ho nemmeno salutata.

 

È stato un anno fa e così sono rimasta senza lavoro e ho finito i soldi. Sono andata in una discoteca dalle parti di Avenida Colombia e sono rimasta lì a lavorare un mese servendo ai tavoli, ma non ci andava molta gente. Un giorno, un sabato, ho servito un signore al tavolo e mentre mi giravo lui mi ha afferrato per la gamba. Io avevo una gonna, l’uniforme che si usava là; per quel motivo a me non mi piacciono le gonne. Allora mi sono girata e gli ho dato uno schiaffo e il padrone mi ha licenziato.

Allora un’amica mi ha detto di mettermi a lavorare in questo, che lei mi insegnava e che potevo guadagnare tanti soldi. È stato a gennaio e sono nove mesi che lavoro.

 

Il primo giorno sono andata con una compagna. Lei mi ha visto che piangevo e mi ha detto: <<No, tranquilla, che qui non ti succede niente. E poi, sistemo tutto io>>. Ed io gli ho detto: <<Ah, sì però non è facile... stare con una persona che non conosci!>>. È chiaro, no? Così sono andate le cose.

 

La prima volta che sono andata con un uomo è stato a marzo dell’anno scorso. Lui voleva venire con me solamente ma io ho detto alla mia amica: <<No, da sola non ci vado. Con te sì ma da sola no>>. Ed allora il tipo ha pagato 40 mila pesos per me e 40 mila per lei. Il signore ha dato i soldi a lei e ce ne siamo andati in una casa del Poblado. E io avevo uno spavento! Mi è toccato stare con lei e io gli dicevo: <<Ma come faccio a stare con te se a me non mi piacciono le donne? A me mi piacciono gli uomini e non mi piace questo signore!>> Ma si tocca e dopo mi sono abituata.

 

Lui era alto e molto bello ed era sporco, sporco, sporco. Era sporco perché tornava da un viaggio a Bogotá, così almeno ci ha detto. Quella notte io non avevo un soldo e quel signore mi ha pagato 40 mila pesos, ci ha pagato i soldi e mi ha detto: <<Io ti pago ma tu devi restare con me>>. Ed io: <<Io per gli stessi soldi non resto, io me ne torno con Yenny>>. E allora mi ha dato altri 180 mila e sono rimasta fino alle sei della mattina. Ed è andata bene!

 

Poi sono andata superando le difficoltà, perché ho cominciato a bere, bere, bere... La notte successiva sempre la stessa cosa e sempre bevendo. Non mi piaceva senza bere: stare con una persona che una non conosce? No! Allora staccavo la spina e mi dimenticavo che non lo conosceva. Prendeva due, tre mezze bottiglie o più, tutto quello che si poteva. Ma adesso no, ho smesso di bere perché stava diventando abitudine. Adesso mi faccio una canna. Una mi costa 700 pesos ed è sufficiente per diventare rallegra, per staccare la spina e diventare allegra, fino a quando me ne torno a casa mia, mi metto a dormire e basta. È che io non vorrei... non vorrei stare con nessuno ma lo devo fare.

 

Una volta mi è successa una cosa brutta. Sono andata via con due uomini alle tre di mattina. Ho chiesto i soldi prima e li ho lasciati ad un amico guardiano che lavorava lì dove mi mettevo. Quando sono arrivata all’appartamento c’erano otto uomini. Sono stata con quei due che mi avevano pagato e dopo ho cercato di andarmene ma mi hanno fermato. Mi hanno puntato la pistola e mi hanno detto che se non andavo anche con gli altri non mi facevano uscire di là. Ma io non piangevo, eh! Quello che aveva la pistola mi diceva di andare con lui ma non ho mi li ho lasciati! Lui ha iniziato a picchiarmi ma io non li lasciavo, non mi lasciavo, non mi lasciavo... Fino a che lui ha cominciato a dire: <<Cagna, perché ti non cerchi un altro lavoro? Non ti dispiace per tua madre, che se lei se ne accorge si dispiace tanto?>>. Ed io: <<Quello che tu fai è male, perché tu ammazzi, tu rubi, tu non fai quello che faccio io, perché io sto con gli uomini e loro mi danno i soldi ma non faccio niente di male a nessuno>>.

Guarda, con quella gente quando uno si mette a piangere e ha paura, loro ti dominano, ma se tu....

 

Io quando i soldi ce li ho non lavoro, scendo solo quando ho bisogno. Siccome non lavoro tutti i giorni, alla settimana mi faccio 200, 250 mila pesos. Ma non voglio più lavorare in strada, cioè non è cosa mia, non mi piace. Ma lo devo fare, perché non c’è lavoro.

 

Io la prostituzione non la critico a nessuno perché ci sono molte come me che lo fanno per necessità, ma non sono d’accordo con quelle che lo fanno per dare soldi ai fidanzati. E nemmeno con quelle che lo fanno per comprare vicio. Io dico, fallo un po’ e sappilo fare e non ti spendere tutti i soldi!

 

A San Diego la tariffa è di 30, 40 mila pesos per una relazione completa; 20 mila per sesso orale e se non ce li ha puoi prendergli 15 mila. E per masturbare, 10 mila pesos.

 

Quello che dicono le ragazze è che San Diego è la piazza migliore, che è perché lì ci vanno i signori che hanno i soldi, i signori che se la tirano; allora uno va un poco e si fa quello che gli serve. Invece se scendi al Raudal o alla Veracruz o al Sótano guadagni molto meno. Quando è cominciato a San Diego si guadagnava 50 mila pesos e gli uomini non li dovevi chiamare, si fermavano continuamente.

 

Lì a San Diego non puoi andare da sola, bisogna andare con un’amica ed avere tutte le istruzioni dalle vecchie. Se no non ti sai difendere dai clienti né della polizia e ti portano ogni momento in cella. Là un gruppo di minorenni ha un accordo con i poliziotti, di stare con loro gratis una volta alla settimana e così loro non le toccano. Cioè, se c’è il comandante le devono portare in caserma ma poi le fanno uscire subito, non le fermano per tutta la notte. Ma se non c’è il comandante a loro le lasciano stare, passano dritto e vanno dalle altre.

 

Lì già sta diventando molto duro, ogni momento fanno retate. Nella settimana della Copa América ci hanno filo da torcere e c’era sempre una pattuglia ferma lì. Ora stanno facendo retate tutti i giorni; allora le ragazze scendono tardi, vero la mattina. Ora hanno anche iniziato a portare i clienti alla stazione, se li porta la polizia del transito.

 

Io non vado con tutti gli uomini, vado solo con quelli che mi piacciono. Per esempio Matteo, lui e un signore molto caro. Lui è un signore della società e gli piace stare con me perché io non lo amareggio, gli do retta, lo assecondo, cioè tutto quello che mi dice per me va bene. A lui gli piace il divertimento e gli piace che gli danno le idee.

 

I clienti quello che cercano è di uscire dalla routine giornaliera, di stare con qualcuno che non è della famiglia, di fare cose diverse da quelle che fanno tutti i giorni. Per esempio a lui gli piace stare con i “ricchioni” e quando io gli dico che vado a cercagliene lui mi dice: <<No, no, non te ne andare, non mi lasciare>>. Gli piace che sto con lui, mi paga solo per questo. Quando ha soldi mi da 400 mila pesos, quando non ne ha mi dà meno, 200, 300 mila ma devo restare con lui fino alle quattro di mattina. Lui non è mai stato con me. Mi dice di mettermi con i tacchi e la biancheria intima e mi guarda. A lui gli piace che glielo facciano a lui ma non gli piace farlo. Negli Stati Uniti si è comprato un vibratore e gli piace che gli faccio con quello e io glielo faccio. A lui gli piace che glielo facciano a lui e che gli tengono compagnia, non gli piace stare solo.

 

C’è uno che mi chiede sempre sesso anale ma io questo non lo faccio, non mi piace. Molti mi dicono: <<Ahi, tu con quelle natiche che hai, perché non ti piace?>>. Non mi piace perché non mi piace. Che mi importa se ho le natiche piccole, medie o grandi?

 

Ci sono altri che te lo chiedono senza preservativo, ma io non lo faccio. Ho imparato a metterlo di nascosto con la bocca e loro non se ne accorgono. A me mi dispiace molto per le ragazze che lo fanno senza preservativo.

 

C’è un signore sposato a cui piaccio molto, lui mi porta nella sua villa in campagna, si preoccupa per me, non vuole che sto la notte a lavorare; lui vuole che studio e mi ha pagato un corso di computer; con me va dappertutto e non si preoccupa che lo vedono con me. C’è un altro che vuole che lo trucco e lo pettino, gli piace che gli presto la biancheria intima e che lo chiamo Veronica. Anche lui è sposato. Mi paga 80, 90 mila pesos per fare queste cose e per restare con lui fino a quando si addormenta.

 

Poi mi sono toccati uomini che vogliono stare con me con la moglie che guarda o uomini che vogliono vedere due ragazze che fanno sesso. Mi sono toccati genitori che mi hanno pagato per stare con i figli di dieci, undici, dodici anni, mentre loro stavano a guardare. Guarda, la gente più perversa è quella che ha i soldi.

 

Uno dei miei clienti è un poliziotto con i gradi. Allora io gli dico: <<Perché ci perseguitate tanto se poi venite da noi? Con chi sei tu adesso? Con una ragazza di San Diego! Ma mentre noi siamo qui lì nello stesso momento ci sono i tuoi uomini che le fanno correre!>>.

 

Loro ci danno il lavoro e loro stessi ce lo tolgono! La gente del quartiere che dice che dobbiamo andarcene, sono i nostri clienti e la stessa cosa le donne che ci criticano. Sono le stesse che dopo vengono da noi e ci portano a casa propria. L’altro giorno è venuta una signora ricca del Poblado e mi ha portato a casa sua. E che casa aveva! Gli ho detto che 100 mila e lei me ne ha dato subito 150 mila e mi ha portato a casa per fare sesso con suo marito. È la stessa gente che ti dà lavoro, la stessa. Persino quelli, quei vecchi stupidi del Municipio vengono da noi, si fermano con le loro macchine con i vetri scuri e ti dicono: <<Sali, sali, presto, che qualcuno può vedermi qui!>>.

 

Con le altre ragazze io ho una relazione normale, le saluto e basta. Però tra di noi ci aiutiamo. Per esempio se c’è un cliente che mi ruba o mi picchia o mi lascia buttata per la strada, io devo comunicarlo alle altre e scrivermi la targa, il tipo di macchina e la descrizione dell’uomo, come ha i capelli e tutto e raccontarlo alle altre.

 

Alla strada poi ti abitui, ti abitui a vivere per strada; ti devi abituare alle leggi della strada.

 

Avere mia figlia è stato molto normale. Prima è stato strano ma poi mi sono afferrata a lei. Al papà non gli ho permesso nemmeno di riconoscerla. E se dopo me la toglie? Lui ci ha provato e mi ha detto che poteva farla studiare e che non era bene se ha solo il mio cognome. Cioè, lui è venuto a prenderci e voleva farci tornare a casa con lui. È che lui si crede con diritto su me.

 

Da poco ho finito il liceo e mi piacerebbe fare l’infermiera. Io non faccio questo lavoro perché mi piace ma perché non ho soldi e devo coprire le mie necessità.

 

 

5. Le regole una stessa se le va facendo

 

Monica ha solamente 21 anni e quando ne ha compiuto 18 esercitava già la prostituzione a Medellín; è una ragazza bella e riservata, dagli occhi grandi colore caffè.

Desplazada per la violenza dal suo piccolo villaggio, è venuta in città per lavorare come domestica ma non sopportava le umiliazioni cui era sottoposta, famiglia dopo famiglia. Definisce l’esercizio della prostituzione come qualcosa “di normale” ma la spaventano molto l’ambiente della strada ed i pericoli che sono sempre in agguato. Il suo sogno è comprare un terreno e costruire una casetta in un quartiere di Medellín, per portare sua madre a vivere con lei.

 

* * * * *

 

Mia madre ha avuto sei figli dal matrimonio e quando suo marito è morto si è messa con mio padre e da lui ha avuto solo me. Di mio padre io non so niente da quando avevo cinque anni, mia mamma mi ha detto che se n’andato via e ha più saputo niente di lui.

 

La mia famiglia è sempre stata molto unita, fino a quando sono morti i miei fratelli. Ne sono morti tre e oltretutto i maschi. Uno era malato mentale e lo hanno ammazzato i paramilitari nel paese dove vivevamo: Tarazá. Il secondo lavorava in una miniera ad Amagá e l’hanno ammazzato lì. Da quello che so io, voleva rubarsi una ragazza e lei lo ha detto a suo padre e il padre ha parlato coi paramilitari e lo hanno ammazzato. Lei voleva andarsene con lui ma come che contemporaneamente non voleva andare, perché lo ha detto a suo padre.

 

Dopo due mesi del funerale di questo, hanno ammazzato il terzo. L’hanno ammazzato perché gli dicevano che ero guerrigliero, perché là tutto quello che vedevano come estraneo o nuovo nel paese ero guerrigliero!

 

L’hanno portato via, è sparito per un po’ e poi lo hanno trovato sepolto in un posto, metà coperto, metà scoperto. È stato sei anni fa: io aveva 15 anni.

 

Allora, hanno ammazzato i miei fratelli e non ho potuto continuare a studiare; così ho deciso di venirmene a lavorare come domestica in una famiglia. Io volevo andarmene ma mia madre no. Ho trovato subito lavoro a Medellín, a servizio di persone ricche che vivevano qui. Ho lavorato un mese perché poi mi sono venuti dei foruncoli nelle ascelle e non ho potuto lavorare e me ne sono dovuta andare da sorella grande, che vive qui. Lei ha una bambina ed il padre a volte l’aiuta.

 

In quella famiglia mi pagavano 80 mila pesos al mese. Loro sono dei ricchi che ti umiliano tanto, loro non mi dicevano: <<Legati i capelli>>, per esempio, ma: <<Legati per bene quei capellacci che hai>>. Oppure invece di dire <<Quei vestiti non ti stanno bene>>, dicevano: <<Togliti quegli stracci vecchi di dosso>>. Cioè, mi dicevano che i miei vestiti erano troppo brutti, troppo vecchi ma io non avevo con che cosa comprarmene altri. Mi dicevano che io ero una morta di fame; e così fu tutti i giorni in un solo mese che ho lavorato da loro.

 

Allora me ne sono andata e sono andata a lavorare in una famiglia che mi pagava ancora meno, 70 mila pesos, ma era tanto per lavorare. In quella nuova casa c’erano due bambini e poi la moglie e il marito. Il marito era un ubriacone ostinato; lui lavorava in Licores de Antioquia e ogni giorno arrivava con la caraffa e aveva un negozio di liquori in casa. La signora lavorava, la figlia grande studiava ed io dovevo rimanere a casa con la piccola. Lì lavoravo molto, avevo le mani rovinate dai detersivi e la signora non mi comprava guanti perché diceva che non aveva soldi. C’erano delle scale che lei diceva che dovevano diventare bianche e se no me le faceva lavare di nuovo. Avevo le braccia sempre piene di foruncoli. Lì sono rimasta cinque mesi, rassegnata a tutto.

 

Poi sono andata in un’altra casa dove vivevano due fratelli che erano d’età: una donna ed un uomo. A lei gli era morta una figlia, allora la signora piangeva tutto il giorno e quando aveva le crisi mi prendeva e mi sbatteva contro la parete. Quando gli passava la rabbia mi diceva di scusarla che era che stava così per la storia di sua figlia. Il marito portavo gli amici e si sedevano nella sala da pranzo e dicevano certe volgarità! Accendevano il televisore per vedersi i film pornografici. Allora quelle cose mi sembravano molto strane perché non sapevo ancora niente di questo lavoro che ho adesso.

 

Lì sono rimasta tre o quattro mesi e poi me ne sono andata. Sono andata da mia sorella ed è stato allora che ho capito che lei stava lavorando in quello.

 

Ero senza lavoro ed io ho sempre avuto i miei doveri con mia madre, perché non c’è più nessuno che gli da qualcosa a lei. Allora ho detto a mia sorella che io sapevo dove lei lavorava e di portarci anche a me. Lei mi ha detto di raccontarle chi me lo aveva detto e io: <<Non posso dirtelo ma ho bisogno che mi porti a lavorare>>. Allora lei  mi ha portato al Sótano. Avevo quasi diciotto anni. Quando ho compiuto i diciotto stavo già lavorando.

 

Chiaro che i primi giorni stavo poco e disprezzavo gli uomini. Quando mi dicevano di andare con loro io me ne scappavo, fino a che mi sono abituata.

 

Il primo uomo che mi è toccato era giovane e bello, ma era grande ed avevo un pene troppo grande, figurati! Allora io gli volevo restituire i soldi perché non ero capace. Ma lui mi ha detto che mi aiutava e tutto. Mi è toccato farglielo con la mano ed è finita così, perché io non ero capace. Poi pian piano mi sono abituata.

 

Io avevo avuto solo due o tre relazioni con un ragazzo del paese... e lui non ce l’aveva così grande! La mia prima volta è stato a Tarazá con un soldato. Lì ci sono molti soldati e i ragazzi del paese non mi sembrano belli ma i soldati sì che erano belli. C’erano molti e li cambiavano spesso.

 

Nel Raudal ho lavorato un mese ma lì si guadagnava poco, 10 mila pesos. Poi è venuta una signora che ci ha detto che aveva bisogno di ragazze e sono andata a lavorare in un paese che si chiama Santuario e sono rimasta per molto tempo. Lì mi andava bene; in due, tre giorni mi facevo 200, 250 mila pesos. Andavo via il fine settimana e gli altri giorni stavo da mia sorella. Ma lei un giorno mi ha detto che stavo incominciando a bere molto e di portami le mie cose via da lì. Allora me le sono portate e sono andata a vivere lì dove lavoravo.

 

Mia sorella non beve, lei prende il lavoro sul serio e mi diceva di non confondere il lavoro con la sbornia; allora io mi sono portata le mie cose per là. Dopo sono tornata a Medellín e lei mi ha detto che potevo tornare a casa, però senza bere o altre cose. Perché io anche provato la marijuana e quando lei se n’è accorta mi ha detto che se continuavo così non mi teneva più a casa. Allora gli ho detto che cambiavo e sono tornata a vivere con lei.

 

Fino a 19 anni io non avevo mai bevuto. Ho cominciato a bere un giorno che mi sono ubriacata per una delusione d’amore. A Santuario mi sono innamorata di un ragazzo e lui si doveva sposare. Cioè, quando lui mi ha conosciuta ce l’aveva già la fidanzata, già aveva l’impegno del matrimonio, ma veniva dove io lavoravo e mi portava cose.

 

Nel paese ti guardano strano, allora noi uscivamo molto poco. Quando mi hanno raccontato che si era sposato, mi sono ubriacata. Non gli ho fatto storie perché sapevo in che cosa stavo lavorando. E poi lui la fidanzata ce l’aveva già, allora io che cosa gli potevo andare a dire? Niente! Cioè, quella che era innamorata io ero e non lui.

 

Adesso bevo ogni tanto e solo quando voglio. Ormai bevo quando sono allegra o per cambiare il ritmo il lavoro. Per questo motivo non mi piace lavorare nei bar perché lì devi bere; invece in strada beve solo quella che vuole.

 

Così ho lasciato il Raudal, alcuni periodi mi spostavo verso La Dorada, Villeta, Girardota. Poi sono tornata qui a Medellín e mi hanno detto che Guayabal era molto buono ma che bisognava lavorare di notte. Ho iniziato ad andare venerdì e sabato e basta. Adesso vado ogni giorno. Lì si prende da 12 a 15 mila però quelli dell’hotel ti danno anche una specie di collaborazione per la stanza, di 3.000 pesos.

 

L’anno scorso sono andata nel Vichada. Una ragazza ha detto ad una mia amica che lì gli era andato benissimo e se volevamo andare anche noi. Io non avevo soldi in quel momento ma li ho presi in prestito per il biglietto e per tutto quello che dovevamo portare: carta igienica, pastiglie, alcool. Perché ci hanno detto lì non si trovava quasi niente e quello che c’era era troppo caro. Fino a Villavicencio siamo arrivati in autobus e di lì in aereo. Il biglietto dell’aero è costato circa 200 mila pesos.

 

Noi pensavamo che andavamo in un paese ma quando siamo arrivati se c’erano dieci case era molto. Intorno non c’erano paesi, il più vicino era a tre ore di lì in canoa. Quando siamo arrivate, siamo andate al locale, abbiamo pranzato e ci siamo messe nelle stanze; poi è arrivato un miliziano e ci ha raccolto i documenti. Se li è portati per passarli al computer e verificare se avevamo qualcosa a che fare con l’esercito o con i paracos [paramilitari; N.d.A].

 

Noi non sapevamo che dovevamo rimanere lì tanto tempo. Cioè, ci avevano detto che dovevamo rimanere tre mesi ma pensavamo che era una condizione che poneva il padrone del locale. Invece era la guerriglia quella che diceva che dovevano stare tre mesi, obbligatoriamente. Per lasciarci venire, doveva essere un caso di morte di un parente e non bisognava avere debiti.

 

Ad una ragazza che era venuta con noi le hanno ammazzato il fratello ma siccome lei aveva un debito grande non la lasciavano andare. Allora quelle che stavamo lì le abbiamo detto che glielo pagavamo noi il debito, che era quasi un milione di pesos. Ancora il biglietto non l’aveva pagato e nemmeno da mangiare e si era messa anche in un debito di anelli d’oro e lozioni. Ci siamo indebitate per farla tornare e poi i soldi ce li ha restituito qui.

 

Lì c’erano due locali e noi non potevamo parlare con quelle del locale di sopra; perché loro dicevano che litigavamo e se ci trovavano a litigare ci punivano. Là faceva un sacco di caldo e la punizione era di metterci a tagliare la legna, a togliere l’erba e la multa era di 500 mila pesos. Allora, chi ci parlava con quelle! Uno appena salutava quelle che conosceva e basta.

 

C’era un giorno che era giorno civico e bisognava togliere l’erba, togliere gli sterpi, e con un sole! E a quella che non lavorava gli davano la multa e la obbligavano a lavorare di più. Io ho sofferto sempre di mal di testa e con quel sole la testa mi voleva esplodere; ma dovevo continuare lo stesso perché se no mi punivano.

 

Quando siamo andate lì non sapevamo niente di quel posto, solo sapevamo che c’era guerriglia; anche nel mio paese c’è guerriglia ma non è così che loro hanno il comando. Neanche la ragazza ci aveva detto che bisognava fare quello che loro dicevano. E neanche noi chiedevamo spiegazioni.

 

Ci mantenevano sempre vigilate, perché lì erano arrivate alcune ragazze e si erano fatte passare per prostitute invece erano paramilitari, allora le hanno ammazzate tutte.

 

Nel periodo che siamo arrivate è passato un aero fantasma fumigando e sparando e tutti hanno cominciato a correre dappertutto per nascondersi. Quando entrano i paracos in posti come quello ammazzano tutti, perché tutti sono guerriglieri e quelli che no sono raspachín[88].

 

Lì non va l’esercito e non c’è la polizia; la polizia è la guerriglia. Lì quasi non arriva informazione di niente. Non c’è elettricità e solamente quelli che hanno il generatore hanno la luce.

 

Facevano delle feste e ci obbligavano ad andare perché arrivava gente da tutte parti. Quando c’era festa, non lasciavano aprire il locale perché bisognava stare nella festa per fare spendere la gente e tutto. Se c’era festa in un locale che si chiamava La Gallera allora tutti gli altri posti dovevano restare chiusi, perché il comandante diceva che doveva essere aperto solo quel posto. Il padrone aveva potere dentro il locale ma se il comandante decideva che dovevamo andare e lui non ci lasciava, gli facevano la multa.

 

Lì sono solo miliziani o raspachines, c’è molta gente che raschia la coca. I clienti ci pagavano 50 mila pesos. Ma tutto costava molto caro. La stanza ce la davano senza pagare ma se il cliente restava con noi di notte allora ci prendevano 25, 30 mila pesos, ma noi prendevano dal cliente 100, 120, 150 mila.

 

Siamo rimaste quasi tre mesi, il comandante lo abbiamo torturato perché gli dicevamo sempre che ce ne volevamo andare. Cioè, eravamo annoiate. Nel locale si era guastato il generatore della corrente e quindi non si poteva sentire la musica e allora alle dieci di notte eravamo già con la candela nella stanza a parlare.

 

In tre mesi di lavoro mi sono portata un 3 milioni, gli stessi soldi di quando lavoro qui. L’esperienza mi è servita e non ci tornerei mai.

 

Io sono stata anche in zone dove ci sono i paracos, a Doradal, per esempio. Ma là non sono capace di lavorare. Io preferisco la guerriglia ai paracos, la guerriglia non obbliga le donne a stare con loro perché sono guerriglieri. A loro li puniscono se lo fanno. Invece i paracos fanno quello che vogliono; loro dicono: <<Devi venire con me gratis>> e lo devi fare. Se ti dicono senza preservativo, anche. È quello che loro dicono! Siccome loro dicono che sono tutti comandanti! Vengono nei locali con le armi in mano e ti guardano con una prepotenza e se non vai con loro ti ammazzano. Per lo meno quegli altri non si possono mettere con le donne; il guerrigliero deve pagare e se non paga tu puoi andare dal comandante e deve pagare e in più lo puniscono.

 

Dopo il Vichada sono tornata qui a Medellín e ho continuato a lavorare a Guayabal. In questo momento sto vivendo da mia sorella.

 

Per adesso rimango fino alle sei del mattino. Quando vivo sola resto fino alle due e quando sono stanca me ne vado. Ma, ora che vivo con mia sorella, il papà della bambina non vuole che torno a casa di notte, perché dice che sveglio la bambina, allora devo rimanere e aspettare che fa giorno. Così rimango lì a parlare con la signora che vende caffè o con una ragazza che lavora nell’hotel. Lei mi vuole molto bene e se non c’è il padrone mi lascia coricare in una stanza.

 

La prostituzione la vorrei lasciare perché si rischia molto. Quella zona dove vado io è molto calda: lì arriva gente delle bande più pericolose di Medellín. C’è stato un tempo che tutti i giorni ammazzavano una persona. Allora l’ambiente è pesante ed uno sta sempre con la paura che gli sparano un colpo di pistola. E lavori con una paura! Soprattutto la notte!

 

Tra i clienti c’è ne sono alcuni buona gente, belle persone, che t’invitano a mangiare e ti trattano molto diverso da quello che sei. Altri no, altri ti trattano peggio di quello che sei, fanno i maleducati e cercano persino di picchiarti. A me non mi hanno alzato le mani ma ci hanno provato.

 

In questi giorni c’era un ragazzo fuori. Io non esco mai con la gonna, ma sempre con i blu jeans, una magliettina corta e mi trucco per lavorare. Mi diceva che era molto carina ma che comunque era una cagna, una che si da fare. Allora gli ho detto: <<Che fai qui dove ci siamo noi se siamo come dici tu?>>. E lui mi ha detto: <<Vengo solo a bere ma non per voi, per le cagne!>>. Allora io me ne sono andata e lui mi ha acchiappato per un passante dei pantaloni e mi tirava duro. Gli ho detto di lasciarmi fino a che non mi ha fatto saltare i nervi e sono andata a chiamare uno dei ragazzi che tengono d’occhio l’isolato. Loro lo hanno picchiato e gli hanno detto: <<Se sei un “ricchione” allora non venire qua, perché questa è zona di donne e non le devi trattare male>>.  Ovviamente sono nemici che uno si procura ma non hanno diritto di maltrattarci.

 

Quando uno non ha problemi arriva a casa più tranquillo; ma quando guadagna soldi ma ha avuto storie, se ne va angustiato. Perché loro ti spaventano molto, ti minacciano sempre: <<Guarda che torno e me la paghi!>>. Una volta un signore è venuto ed era ubriaco e mi ha chiesto di fargli sesso orale lì per la strada. Ti immagini? Era sabato alle dieci di sera, con tutta quella gente! Allora gli ho detto che se voleva dovevamo andare in hotel e quando siamo arrivati mi ha tirato fuori la pistola, mi ha detto che a lui non lo dovevo contraddire, che non sapevo chi era. Mi è toccato uscire correndo nuda dalla stanza.

 

Fortunatamente finora non mi sono successe cose gravi ma ci sono molti clienti che deve essere quello che loro dicono e basta! Io imparo molto da quello che vedo, da quello che succede alle mie compagne. Le regole una stessa se le va facendo. Per esempio, io utilizzo sempre il preservativo e sennò non vado.

 

Io non vado mai in macchina con loro, mi fa paura! Un giorno a due ragazze hanno proposto di andare in macchina ed allora loro hanno detto che volevano i soldi prima, per lasciarli conservati nell’hotel. Quando sono arrivati nel posto, gli hanno puntato la pistola in testa e gli hanno fatto di tutto, vari gli hanno fatto sesso anale e dopo hanno chiesto i soldi indietro. Loro sono dovute ritornare, prendere i soldi e restituirli. E hanno avuto fortuna! Perché se le sono portate in alto, vicino a un burrone dove ci hanno raccontato che vanno a buttare le ragazze e non trovano nemmeno i corpi.

 

No, ci sono tante cose che non mi piacciono. Quando sono stata operata, sono rimasta molto tempo a casa e quando è arrivato il giorno di tornare a lavorare non ci riuscivo. Io dicevo: <<Ahi, non ci voglio andare>>. Ma dopo uno si mette a pensare che lo stipendio minimo è molto poco e 200, 250 mila pesos in cinque giorni chi li fa? Noi, solamente noi!

 

Ci sono indubbiamente anche cose buone. Per esempio, una lì si fa molte compagne. Io sono una di tante amicizie, parlo molto poco con la gente, sono una un po’ chiusa; ma lì c’è molta gente che ti parla; c’è una ragazza che è molto fedele e molto amichevole. I tassisti sono molto buoni, ti prestano pure i soldi. Negli hotel la gente è buona, cambiano le lenzuola tutte le volte, stanno sempre attenti se succede qualcosa nella stanza e poi ti bussano alla porta dopo quindici minuti. E questo è un grande aiuto perché i clienti se è il hotel che dice che il tempo è finito non dicono niente e accettano.

 

Lì la polizia non viene a disturbare, mantengono l’ordine nell’isolato ma a noi non ci dicono niente, perché quella zona è della Polizia di Itagüí! Loro non sono come la Polizia di Medellín. Ogni mezz’ora passano per vedere se è tutto a posto e i ragazzi che controllano l’isolato se due litigano, li allontanano e dicono loro di andare a regolare le loro cose da un’altra parte. Ovviamente bisogna rispettare le norme. I locali sono aperti solo fino all’una e dopo neanche i hotel ti possono vendere da bere, ma se non fai niente del genere nessuno ti disturba.

 

A San Diego già è diverso, lì non le lasciano lavorare e le maltrattano, le maltrattano un sacco perché quel posto non è per la prostituzione.

 

Noi per la gente siamo la cosa peggiore; gli uomini vengono anno lì e ti dicono: <<Sei uno zucchero, se proprio carina, me la fai per benino?>> Ma quando passano in macchina con altra gente ti dicono: <<Ehi, cagna!>>

 

Il lavoro a me mi sembra normale perché ci sono volte che una donna va a letto con un uomo che conosce e lo fa solo perché ha bisogno di soldi. Per esempio io conosco una ragazza che non lavora in questo ma è peggio di me. Va a letto con tutti gli uomini, conosce tutti gli hotel della “80”; invece io sono molto riservata, io faccio quello che faccio nel posto di lavoro ma non me la faccio con questo e con quello.

 

Vivere a Medellín mi piace. Il mio paese mi piaceva fino a quando sono arrivati i paramilitari. Sono arrivarono ed hanno ammazzato in un anno all’incirca 150 persone. In un paese, 150 persone è molta gente; allora tutti hanno iniziato ad avere paura. Lì l’ambiente che si vive è terribile, uno non sa se quelli che stanno arrivando sono guerriglia o sono paracos. La guerriglia non ci fa tanta paura perché ci sono sempre stati là. Si “prendevano” il paese, riempivano la piazza ma ai poliziotti non li ammazzavano; si portavano l’uniforme e li lasciavano in mutande, ma non li ammazzavano. Quando sono arrivati i paracos sono iniziati i massacri; allora il paese già è vuoto, monotono, la gente non esce più fino a tardi, alle dieci di sera già tutti sono chiusi in casa; allora non mi piace più.

 

Io non ho un fidanzato o degli amanti; sono molto difficile con gli uomini o forse molto esigente. Non mi piacciono gli uomini che non mi danno argento e non mi fanno regali. Io mi ero fatta un fidanzato molto bello e quando ho scoperto che vendeva CD per la strada e guadagnava poco mi è caduto dal cuore. Un giorno l’ho visto tirando vicio ed è stata la fine.

 

Che cosa voglio da un uomo? Prima che tutto che non sappia che ho lavorato in questo, che sia bello e che sia minuzioso e voglia bene a mia madre. Perché se non vuole bene a mia madre allora non mi vuole bene nemmeno a me.

 

Vorrei anche andare a vivere sola, ma non ho potuto trovare nessuno che mi affitta senza chiedermi tante cose. Qui ti chiedono un garante o un contratto lavorativo. A volte io dico: <<Che me ne faccio dei soldi se non posso vivere come voglio io>>.

 

Poi voglio studiare per lavorare in qualcosa di diverso. Io sto studiando sartoria e mi piace studiare, perché io dico  che se ho una casa mi posso mettere a lavorare. Per esempio, se me la costruisco io, faccio una stanza per la sartoria in modo che posso lavorare io e magari dare lavoro anche a un’altra persona.

 

In un mese io mi faccio all’incirca un milione di pesos, lavorando cinque, sei giorni alla settimana. Ma come si guadagnano i soldi così si spendono. Perché bisogna pagare affitto, da mangiare, chi ti lava i vestiti...

 

Io cerco di risparmiare ma quando vengono le necessità uno si consuma tutto quello che aveva risparmiato. Due mesi fa mi sono ammalata e mi sono dovuta operare. Allora sono stata due mesi a casa, ho dovuto pagare le medicine, le radiografie, l’autobus per andare ai controlli. Allora prendevo ma non mettevo niente da parte!

 

A mia mamma io comando ogni 15 giorni 60, 70 mila pesos di mangiare e altrettanto in soldi. Quando lui ha bisogno di biancheria intima lei me lo dice oppure gliela mando io senza che mi dice niente. Quando vivevo con lei eravamo molto poveri e mangiavamo riso bianco; ma ora non sono capace di sapere che rimane senza mangiare. Lei i soldi li prende perché non sa, se sapesse in che cosa lavoro non prenderebbe niente da me.

 

Anche i miei fratelli sono molto poveri e come faccio a non dargli niente se hanno bisogno? Mia sorella, la più grande, vive al paese e ha nove figli; suo marito ha un stipendio che non basta nemmeno per mangiare. Allora, come non vado a comprargli da mangiare o i vestiti per i bambini? Quando io vado là spendo un sacco di soldi, mi consumo più di un milione di pesos. Mio fratello la stessa cosa, vive qui in un quartiere di Medellín. Quando mia nipote ha fatto la prima comunione gli ho regalato il vestito ed una torta grande.

 

E dopo bisogna mettere da parte perché ci sono tempi brutti. Per esempio, la settimana scorsa ho fatto solo 200 mila e questa settimana 50. Nemmeno le spese per l’autobus. Se c’è bisogno di qualcosa bisogna tirar fuori tutti soldi che avevi conservati. Io conservo sempre, non molto, però vado conservando.

 

Se riesco a risparmiare compro un terreno e poi costruisco una casetta e poi si che posso lavorare solo per un minimo. Qui in un quartiere popolare un terreno ti può costare più o meno 6 milioni di pesos. E mi porterei mia madre perché lei che se abbiamo una casa lei viene a vivere con me. Finora non è voluta venire, lei è una vecchia molto ostinata. Io le ho detto che se viene io spendo meno, perché lei cucina, mi aiuta in casa e non mi devo preoccupare per la sua salute.

 

Io voglio che lei se ne viene qui, anche se ho paura che poi scopre quello che faccio. Lei è una signora molto cattolica e ci ha insegnato sempre che questo era male. Lei non mi chiede niente perché è vecchia; io gli dico qualunque cosa e lei mi crede. Ci sono varie persone del paese che mi hanno visto qui a Medellín lavorando, ma se lei non mi vede e non è sicura delle cose non mi può dire niente.

 

 

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[1] La storia del programma inizia nel gennaio 2000, quando il progetto Por una Vida más Digna, gestito dal 1998 dalla Secretaría de Bienestar Social del Municipio de Medellín, viene appoggiato dalla cooperazione internazionale e cofinanziato dalla D.G. Cooperazione allo Sviluppo del Ministerio Affari Esteri d’Italia e dalla ong italiana Pro.Do.C.S., di Roma. Nel 2002, nel quadro dell’incremento delle politiche pubbliche di repressione rispetto alla prostituzione, Pro.Do.C.S. e le altre entità non governative della città che appoggiavano il programa, in accordo con le beneficiarie, hanno scelto di interrompere il rapporto di partneriato con il Municipio, decidendo che programma si dovesse caratterizzare per una prospettiva di genere e un approccio centrato sui diritti civili delle donne che esercitano la prostituzione. È dal quel momento che il programma ha iniziato a denominarsi Espacios de Mujer. Dopo la rottura della partnership con il Municipio, il programma è proseguito fino al 31 dicembre con l’appoggio finanziario previsto da parte italiana e grazie al co-finanziamento locale della Corporazione di sviluppo sociale Actuar Famiempresas, di Medellín. Attualmente prosegue grazie all’impegno dell’équipe di lavoro (coordinata da Betty Pedraza Lozano) e con il sostegno finanziario di Pro.Do.C.S. e della OIM di Bogotá. Espacios de Mujer è un programa di riduzione del danno ed empowerment del quale fanno parte circa cinquecento donne che esercitano o hanno esercitato la prostituzione; esse hanno accesso a un portafoglio di servizi che va dall’inserimento in percorsi di recupero scolastico, alla formazione professionale, all’avvio di impresa, al sostegno psico-sociale, alla consulenza legale, all’offerta di opportunità di formazione e informazione su temi come: diritti delle donne, diritti sessuali e riproduttivi, prevenzione in salute, tutela dalla violenza.

[2] Si tratta del volume: Ada Trifirò, Mujeres que ejercen la prostitución, una historia de inequidad de género y marginación, Editorial Lealón, Marzo 2003, Medellín, Colombia. (Il libro è in via di pubblicazione anche in Italia, all’interno della collana “Città e Cittadinanze” dell’ong Pro.Do.C.S.).

[3] Negli stessi anni Pro.Do.C.S. ha condotto un intervento di dimensioni ridotte con MEP della città di Armenia; si tratta del progetto “Dignità e diritti, programma di attenzione integrale a donne che esercitano la prostituzione ad Armenia”, finanziato dal Fondo di emergenza dell’Ambasciata d’Italia in Colombia. 

[4] La Mesa de información y prevención sobre Trata de personas si è conformata il 26 aprile del 2001. Ne fanno parte le seguenti istituzioni: Centro de Estudios en Género de la Universidad de Antioquia, Comisaría de Familia 3B, Corporación para la Vida Mujeres Que Crean, Corporación Papá Giovany, Corporación Volver a Nacer, DAS, Fiscalía General de la Nación, Fundación Nuevo Nacimiento, Fundación Vivan los Niños, Gran Asociación de Mujeres Aliadas —GAMA—, Hermanas Oblatas del Santísimo Redentor, Pastoral Social de la Arquidiócesis de la ciudad de Medellín, Policía Metropolitana (Policía Comunitaria, Policía de Menores y Sijín), Pro.Do.C.S., Proyecto de Cooperación Internacional Espacios de Mujer.

[5] Gli studi di caso sono stati realizzati sulla base delle informazioni riportate nelle schede individuali di ciascuna partecipante al progetto. La scheda si divide in due parti: la prima contiene informazioni sulla vita delle donna; la seconda le annotazioni dell’équipe di lavoro. Non si tratta di uno strumento di “registrazione” ma di un supporto al lavoro del personale; i dati ivi riportati, infatti,  sono confidenziali e non sono mai stati riportati all’esterno.

[6] Il termine conversatorios si utilizza nel programma per riferirsi ai gruppi di conversazione, riflessione e autoaiuto che si conformavano tra le partecipanti al progetto. Al loro interno, la riflessione delle partecipanti è generalmente incentrata su un tema specifico (diritti delle donne, violenza sessuale, relazione con la famiglia, ecc.). In alcuni casi, il gruppo è guidato da una operatrice, in altri la conversazione è gestita dalle partecipanti. 

[7] Gli incarichi che ciascuno di noi aveva nel progetto erano i seguenti: Antonio Mazzeo (educatore, responsabile dei piani di formazione), Betty Pedraza (coordinatrice del progetto) Ada Trifirò (coordinatrice per la parte italiana), Maria Doris Uzma Gutiérrez (assistente sociale, responsabile delle attività psico-sociali). Indubbiamente, hanno contribuito alla ricerca gli altri operatori e le altre operatrici che hanno lavorato con noi alla implementazione del progetto: Ana Cecilia Arango (psicologa), Gloria Cardona (psicologa), Luz Helena Carmona (assistente sociale), Nubia Casas (responsabile della segreteria nel “Punto de encuentro”), Beatriz Escobar (psicologa), Mario Pineda (medico), Marleny Restrepo (medico).

[8] Si avverte che si utilizzerà durante tutta la trattazione la sigla MEP, senza tradurla in italiano. Perché riteniamo che questa scelta terminologica sia scaturita all’interno di un contesto specifico d’intervento (la realtà di Medellín) e non possa essere assunta nella realtà italiana.

[9] Vorrei chiarire a questo punto che in Colombia ci sono dei gruppi che hanno rivendicato una dimesione lavorativa nella prostituzione (nella capitale soprattutto) ma a Medellín non ci sembra che ci siano gruppi o singole che abbiamo espresso una posizione chiara in tal senso. Prova ne sia che le associazioni che si definiscono di “lavoratrici sessuali” (vedi CORMUVI e Fundación Nace una Estrella) sono costituite da donne che hanno lasciato la prostituzione e che i loro progetti sono principalmente volti a offrire strumenti di inserimento lavorativo.

[10] Restrepo Laura, op. cit., pag. 83.

[11] Martínez Aída, Rodríguez Pablo (compiladores), Placer, dinero y pecado. Historia de la prostitución en Colombia, Aguilar, Bogotá, 2002, pag. 91.

[12] Erano coloni cui veniva affidato il dominio su determinate terre e, dunque, sulle tribù indigene che le abitavano. 

[13] Ibidem, pagg. 78 e 67.

[14] Ibidem, pagg. 82 e 127.

[15] Ibidem, pag. 136.

[16] Istituzione locale intermedia tra i comuni e lo stato centrale, simile alle nostre regioni.

[17] Un lavoro di sintesi sul quadro giuridico nel XX secolo si può trovare in: DABS (Departamento Administrativo de Bienestar Social), La prostitución en escena, Serie Investigaciones, Bogotá, 2002. Molte delle informazioni giuridiche qui riportate vengono tratte dalla documentazione fornita da tale volume.

[18] Precedentemente il dipartimento di Caldas era più ampio e comprendeva aree che sono andate a costituire successivamente altri dipartimenti.

[19] Al momento sono circa 13 Euro. 

[20] El Tiempo, 28 novembre 2001.

[21] Circa 300 Euro, pari a più di tre volte il salario minimo legale in Colombia.

[22] Revista del Espectador, agosto 2000, pagg. 39 e 40.

[23] Rivista Cromos, 9 agosto 1999, pagg. 29-45.

[24] La Procura Generale della Nazione.

[25] Istituto colombiano per il benessere delle famiglie.

[26] La Defensoría del Pueblo è l’entità istituzionale che si occupa della vigilanza sul rispetto dei diritti umani dei cittadini e delle cittadine.

[27] Saturnino Sepúlveda, op. cit, pag.16.

[28] Ibidem, pag. 105.

[29] Catalina Reyes C., La condición femenina y la prostitución en Medellín durante le primera mitad del siglo XX, in Martínez Aída, Rodríguez Pablo (compiladores), op. cit., pagg. 217- 246.  

[30] Citato da Catalina Reyes Cárdenas, op. cit., pag. 218.

[31] Ibidem, pag. 238.

[32] Nella storia di vita di Gloria, che si trova durante la parte centrale di questo volume (Parte II: alcune storie di vita) appare la Guayaquil degli anni ‘60 e ‘70, che ancora conserva alcune caratteristiche di quell’epoca: la prostituzione delle cantine, degli innamoramenti, del tango e del romanticismo.

[33] Erano luoghi ove si potevano comprare viveri, giocare a carte, conversare, bere aguardiente e giocare a biliardo. <<Il granaio – scrive ancora Catalina Reyes Cárdenas – si convertì in luogo di passaggio dei parrocchiani prima di tornare a casa>>, op. cit., pag. 240.

[34] Saturnino Sepúlveda, op. cit., pag. 22.

[35] Vedi: Decreto 517 del 22 de septiembre de 1951, “Por el cual se dictan algunas medidas sobre la moralidad pública” (Con il quale si dettano alcune misure sulla moralità pubblica).

[36] El barrio Antioquia, Revista Nova & Vétera, N° 36, agosto- settembre 1999, pag. 82. 

[37] Sede degli uffici del Municipio e della Governación.

[38] El Colombiano, 1 dicembre 2002 e 12 gennaio 2003.

[39] Vedi piegevole di EDU, Empresa de Desarrollo Urbano, Alcaldía de Medellín, “Trabajando más por Medellín”.

[40] Si tratta del piano di governo del sindaco che ha governato la città dal gennaio 2000 al dicembre 2003. In gennaio 2004, infatti, si è insediato il sindaco eletto durasnte le elezioni dell’ottobre 2003.

[41] Il termine reinsertados si riferisce ai membri delle formazioni guerrigliere che firmarono accordi di pace con lo Stato e cui membri “rientrarono” appunto a pieno titolo nella vita civile e politica del paese. Il processo costituente del 1992, di fatto fu preceduto da un’importante fase di negoziati e dagli accordi di pace tra lo Stato colombiano e alcune dei gruppi guerriglieri. 

[42] Vedi Nora Escobar Segura, “Prostitución, género y violencia”, Revista Foro, 22 novembre 1993.

[43] Informazioni interessanti sul processo organizzativo delle MEP si possono trovare in: Comprendendo en mundo de la explotación sexual. Historia de vida de Bermy Grisales Espinoza, Fundación Universitaria Luis Amigó, 2001, Medellín, Colombia. Suor Bermy ha avuto un ruolo importante per le lavoratrici sessuali di Medellín. Tuttavia, per ricostruire la memoria dei progetti e delle esperienze sarebbe fondamentale intervistare altri personaggi chiave e soprattutto le donne che fanno parte delle ONG delle MEP: Corporación Cormuvi, Corporación Primavera, Fundación Nace una Estrella, quelle a noi note.

[44] Rapporto della Polizia nazionale del 1966, cit. da Sepúlveda Saturnino, op. cit., pag.15. 

[45] Ibidem, pagg. 13 e 17.

[46] Martínez Aída, Rodríguez Pablo (compiladores), op. cit., pag. 291. 

[47] Secretaría de Bienestar Social, Diagnóstico Social de Medellín, Medellín , 2000, pag. 95.

[48] Vedi Lorena Nencel, Mujeres que se Prostituyen. Género, Indentidad y Pobreza en el Perú, Ediciones Flora Tristán, Centro de la Mujer Peruviana, Lima, 2000, pag. 66.   

[49] Segura Escobar Nora, Op. Cit.

[50] Si utilizza questo permine per riferirsi a quelle fasi della lavorazione di un prodotto che alcuni comparti produttivi affidano a soggetti esterni, i quali le realizzano singolarmente nella loro abitazione oppure all’intenro di piccole imprese informali. È il caso delle manifatture tessili e delle confezioni, che, in zone come il Diaprtimento di Antioquia oppure in numerose aree del Messico, utilizzano il lavoro esterno sottopogato delle donne per abbassare i costi di produzione.

[51] [Nota di Laura M.a Agustín, presente nel testo] Non mi riferisco qui alle persone che sono soddisfatte del loro lavoro sessuale e vogliono che vengano loro riconosciuti i diritti come lavoratori. Alcuni di questi lavoratori sono organizzati e si dichiarano contro la criminalizzazione della prostituzione e a favore dei loro diritti.

[52] Laura M.a Agustín, Las migraciones de las mujeres como reestrucutración de las relaciones de género, in : http://www.terrelibere.it/counter.php?riga=158

[53] Sepúlveda Saturnino, op. cit., pag.21.

[54] El Tiempo, novembre 2000.

[55] Molina Diana y otros, La prostitución como problema social, Universidad de Antioquia, Facultad de Medicina, Medellín 1968.

[56] Sepúlveda Saturnino, op. cit., pagg. 16 e 17.

[57] Ibidem, pagg. 16 e 35.

[58] Profamilia, Salud sexual y reproductiva en Colombia. Enuesta nacional de demografia y salud. 2000. Resultados, Bogotá, 2000.

[59] Lorena Nencel, op. cit., pag.77.

[60] Questa era la terminologia che si utilizzava nella fase precedente del progetto, corrispondente ad una strategia d’intervento tutta incentrata dalla rieducazione (riabilitación) e sullo sforzo di “sanare”, trasferendo alle donne strumenti - “etici” appunto - in grado di facilitare l’uscita dalla prostituzione.

[61] Actuar Famiempresas, Apoyo integral a mujeres en situación de prostitución, Medellín, junio 2002, documento contenente la programmazione operativa della attività di Actuar Famiempresas all’interno del progetto Espacios de Mujer.

[62] Vedi in: ENDA América Latina e Coporación Vamos Mujer, “¿Quienes son y cómo viven las mujeres jefes de hogar?”, Medellín, 1988. In: Metromujer, Foro Metropolitano Hacia una construcción colectiva de las políticas de quidad de género para Medellín y el Área Metropolitana. Memorias, Alcaldía de Medellín, Secretaría de Cultura Ciudadana, Medellín 2002.

[63] Vedi in: Hugo López, “Estudio exploratorio del mercado laboral en Cali, Bogotá, Barranquilla, Pasto, Medellín y Pereira”, Fundación FES e BID, in Metromujer, Op. cit.. 

[64] Il termine conversatorios si utilizza nel programma per riferirsi ai gruppi di conversazione, riflessione e autoaiuto che si conformavano tra le partecipanti al progetto. Al loro interno, la riflessione delle partecipanti è generalmente incentrata su un tema specifico (diritti delle donne, violenza sessuale, relazione con la famiglia, ecc.). In alcuni casi, il gruppo è guidato da una operatrice, in altri la conversazione è gestita dalle partecipanti. 

[65] Per le classi della scuola media superiore, i corsi scolastici offerti si inserivano nel programma di “ampliamento della copertura” portato avanti da anni dalla Secretaría de Educación del Municipio di Medellín, per beneficiare le classi sociali svantaggiate e gli adulti che non hanno raggiunto l’obbligo. Per quanto si riferisce alla primaria, si stanno sperimentando in collaborazione con COMFAMA percorsi didattici basati sulla libera espressione globale del linguaggio, che ha permesso a donne analfabete di ottenere con successo in un solo anno il titolo di primaria. 

[66] Secondo la ENDS, il 15,1% delle donne di Medellín ha conseguito la primaria completa e il 25,7% la secondaria incompleta.

[67] Si è già detto che nell’introduzione che questa tappa del programma era gestita dalla Secretaría de Bienestar Social, insieme con Pro.Do.C.S.. La statistica realizzata nel quadro del progetto Por una vida más digna aveva calcolato in 105 le donne analfabete, il 27% quante avevano completato la primaria e solo il 12% le diplomate. Vedi: Ada Trifirò, De la prostitución al tráfico de persona”, in Tráfico de personas y prostitución. Memoria, Medellín noviembre 2001, pag. 46. La ricerca è stata realizzata dalla stessa équipe che si è occupata della presente ricerca.

[68] Si tratta delle zone di espansione ubicate nelle cintura periferica della città.

[69] Vedi i dati riportati nel capitolo precedente.

[70] Si fa qui riferimento alla categorizzazione utilizzata a Medellín per calcolare le tariffe dei servizi pubblici: ossia l’erogazione di acqua, elettricità, telefono.

[71] Si tratta di una bibita analcolica dolce di coloro giallo. Quando le donne non vogliono bere alcolici, per paura di diventarne dipendenti, si mettono d’accordo con il barista che mette loro nel bicchiere acqua o clarita, per la loro consistenza che è simile a quella dell’aguardiente nel primo caso, del brandy nel secondo. Al cliente invece viene fatto pagare il prezzo degli alcolici.

[72] Per luogo di esercizio si intende il posto dove le donne sostano per aspettare i clienti. Quanto invece al luogo nel quale il servizio sessuale viene prestato, nella maggior parte dei casi si tratta di un hotel o di un residence.

[73] Il Perico e il bazuco sono prodotti intermedi nel processamente della cocaina. Si tratta di sostanze povere, impure, di basso costo e dunque ampiamente accessibili.

[74] Con il termine Convivir ci si riferisce ai gruppi di autodefensas privati operanti a tutela dei negozi e degli esercizi commerciali della zona. I vigilantes sono agenti di sicurezza privati. Operano in base a normative diverse (e dunque hanno un diverso inquadramento giuridico) però nelle aree commerciali delle città svolgono allo stesso modo funzioni di “privati tutori dell’ordine”, su mandato di impresari e commercianti.

[75] Mazzeo A., Trifirò A., Trafficanti di sogni, in: www.terrelibere.org.

[76] Chi trasporta droga ingenerandola o nascondendola nel corpo.

[77] La storia integrale di Lucero è riportata di seguito, nel presente lavoro.  

[78] Intervista realizzata dall’autrice nel settembre del 2002 a Catania. Vedi: Corso Carla, Trifirò Ada, …e siamo partite. Migrazione, tratta e prostituzione straniera in Italia, Astrea, Giunti, Firenze, 2003, pag. 205.  

[79] Letteralmente significa: razzo preparato, razzo bruciato; vuol dire che i soldi guadagnati si spendono velocemente.

[80] I gettoni che ricevono per gli alcolici che fanno consumare al cliente. 

[81] Da notare a questo proposito che Gloria conosce la prostituzione che si realizzava almeno dieci anni fa a Medellín. Adesso, come dimostrano i dati riportati nel capitolo 5, la situazioni è cambiata e le donne esigono sempre più dal cliente l’uso del preservativo.

[82] È un gioco di parole che nella traduzione italiana si perde. L’arepa è la tortilla di mais che si usa nell’alimentazione quotidiana in Colombia. In termine arepa è utilizzato anche nella conversazione popolare per indicare l’organo sessuale femminile.

[83] Modo popolare di dire; vuol dire che amava il gioco della seduzione ma poi non si concedeva mai.  

[84] Gli scarti della carne, fondamentalmente le parti grasse.

[85] Qui vuole dire che non ci sono bar o taverne come in Colombia, dove ci sono donne che esercitano la prostituzione però c’è anche musica, si balla e si può bere.

[86] A quel tempo corrispondenti più o meno a 4 milioni di vecchie lire.

[87] Il termine vicio viene utilizzato in Colombia per riferirisi a qualunque sostanza psicoattiva, sia che si tratti di droghe leggere che di droghe pesanti.

[88] Raccoglitori delle foglie di coca.

Formato per la citazione:
Ada Trifirò, "Donne che esercitano la prostituzione in Colombia", terrelibere.org, 26 marzo 2004, http://www.terrelibere.org/doc/donne-che-esercitano-la-prostituzione-in-colombia