Donne che esercitano la
prostituzione a Medellín
Una storia di inequità di genere
ed emarginazione
Sommario
Il documento presenta i
risultati di una ricerca sulla prostituzione a Medellín, città colombiana
fortemente interessata dal fenomeno; si stima, infatti, che su una popolazione
di circa 1 milione e mezzo di abitanti, 25 mila donne si dedichino alla
prostituzione. La ricerca è stata condotta tra il gennaio del 2000 e il
dicembre 2002 nell’ambito del programma di cooperazione internazionale Espacios
de Mujer ed i risultati sono stati pubblicati in
Colombia nel 2003.
La trattazione si
articola in quattro capitoli. Il primo ripercorre la storia della prostituzione
in Colombia sin dall’epoca della colonizzazione. Nel secondo, viene proposta
una riflessione sugli approcci finora riservati al fenomeno, mentre il terzo
presenta l’analisi del profilo dalle donne che fanno parte del programma. L’ultimo
capitolo propone la lettura di alcune delle storie di vita che sono state
materiale di studio: ognuna racconta un universo differente, confermando
l’unicità di ogni essere, che deve essere presa in considerazione in ogni
intervento sociale.
Le donne che esercitano
la prostituzione in Colombia e specificamente a Medellín, vivono in condizioni
di svantaggio, marginalità socioeconomica e culturale e sono vittime di gravi e
ricorrenti violazioni dei loro diritti umani. Il contesto nel quale agiscono e la
maniera nella quale è organizzato il fenomeno comportano un livello di
vulnerabilità molto alto a forme di violenze di genere, situazioni di
sfruttamento sessuale e tratta di persone. Oltre a delineare gravi situazioni
di violenza ed emarginazione, tuttavia, i risultati della ricerca mettono in
risalto le risorse e i talenti delle quali le donne sono portatrici,
riscattandole dalla visione vittimizzante che generalmente si utilizza.
Rileggendo brani di
interviste, storie di vita e testimonianze, emerge come la prostituzione per
alcune donne sia vissuta come una professione, per altre sia solamente
un’opzione di vita, l’unica possibile; per altre ancora un incubo dal quale
vorrebbero uscire presto. Ma la ricerca ha permesso di formulare la conclusione
che la prostituzione non trova i suoi fattori causanti nel profilo delle donne,
bensì principalmente nelle barriere di genere che il contesto socioeconomico e
politico impone loro. Ed è per questo che un intervento sul fenomeno deve avere
come quadro di riferimento i diritti civili di queste donne e le loro
condizioni di vita. Inoltre, deve essere integrato da iniziative di
informazione e sensibilizzazione che riescano ad abbattere stereotipi moralisti
ed irrispettosi ed incidere su atteggiamenti e comportamenti dei potenziali
clienti e della comunità intera.
Premessa
metodologica
Il progetto
nella sua formulazione iniziale non prevedeva la realizzazione di una ricerca
ma è stato inevitabile per il gruppo di lavoro accompagnare lo svolgimento
dell’iniziativa ad un processo di indagine permanente e di osservazione
partecipante.
Indubbiamente,
iniziare a lavorare con un fenomeno come quelle della prostituzione è
innanzitutto una sfida: con noi stesse/i, con le rappresentazioni sociali delle
quali siamo portatrici e portatori, con i pregiudizi che interessano
l’approccio al fenomeno. Più volte nell’équipe ci siamo dette/i che avevamo
bisogno di strumenti di lavoro che ci permettessero di andare “oltre” le
letture imposte dai nostri contesti socio-culturali di appartenenza. Abbiamo
subito avviato, dunque, un processo di auto-formazione e riflessione teorica.
Il processo
di studio è iniziato con la raccolta, l’analisi e la valutazione della
bibliografia esistente: articoli di stampa e riviste, ricerche, ma anche leggi.
Si è poi fatto ricorso allo strumento dell’intervista a Medellín, Bogotá e
nella zona Cafetera,
a “personaggi chiave”: funzionari pubblici, ong, addetti ai lavori o
conoscitori del tema. Hanno avuto un ruolo importante nel processo anche gli
incontri interistituzionali ai quali partecipavamo e, in maniera particolare, i
dibattiti sviluppati nell’ambito della Mesa de información y prevención
sobre Trata de personas (Tavolo di informazione e prevenzione sulla Tratta
di Persone), promossa dallo stesso programma.
Tuttavia, i
saperi più preziosi derivavano dal lavoro diretto con la “popolazione soggetto”:
il lavoro di strada, i colloqui, le conversazioni individuali e di gruppo, gli
incontri seminariali e le assemblee erano di fatto lo spazio all’interno del
quale agire in vista degli obiettivi del progetto ma anche un importante
occasione di apprendimento.
Il livello
delle riflessioni che si faceva era notevole e per questa ragione mi convinsi
della necessità di introdurre in quello che si configurava ancora come un
percorso spontaneo, elementi di strutturazione e programmazione, facendo ricorso
agli strumenti metodologici offerti dalla Investigación acción participada
(ricerca-azione o azione-ricerca partecipata).
Gli obiettivi
principali della nostra azione-ricerca, dunque, furono i seguenti: 1)
raggiungere conclusioni di tipo conoscitivo approfondite sul fenomeno della
prostituzione a Medellín; 2) elaborare “buone prassi” di lavoro sociale sul
tema nel contesto specifico della città; 3) promuovere processi di empowerment
dei quali si potessero beneficiare le donne che esercitano la prostituzione.
Alla fine di
tre anni di lavoro (2000- 2002) abbiamo proceduto alla sistematizzazione di
dati, informazioni e riflessioni e abbiamo proposto a Pro.Do.C.S. e, quindi, al
Ministero Affari Esteri Italiano di autorizzare il finanziamento di una pubblicazione.
Si giunse così a Mujeres que ejercen la prostitución. Una historia de
inequidad de género y marginación, pubblicato a Medellín con la Editorial
Lealón, accessibile in rete su questa stessa pagina web. Adesso, proponiamo
la versione italiana della ricerca, che sarà presto disponibile anche in
cartaceo.
Gli
strumenti a nostra disposizione per analizzare il fenomeno della prostituzione
a Medellín e il profilo delle donne che la esercitano sono stati i seguenti:
· 496
studi di caso
· 253
questionari
· 36
storie di vita
Le
informazioni emerse sono state integrate da altre derivate dall’osservazione
in:
· 85
gruppi focali
· 891
contatti nel “Punto d’incontro”
· circa
2.000 contatti telefonici
· 120
uscite dell’unità di strada
· circa
3.500 contatti durante le uscite sul campo
· 87
visite domiciliari
· documenti
vari del programma: relazioni dell’équipe di lavoro e delle istituzioni che
hanno appoggiato o realizzato le attività.
L’elaborazione
delle schede di registrazione e le risposte ai questionari hanno permesso di
ottenere alcuni dati quantitativi che danno una prima fotografia del fenomeno.
Le informazioni derivate dalle interviste in profondità, dalla raccolta delle
storie di vita e dalle relazioni dell’équipe, hanno, poi, permesso di
approfondire, chiarire e, in alcuni casi, smentire gli indicatori di frequenza
emersi.
I gruppi
partecipanti alle attività di recupero scolastico e alla formazione professionale
e tutti gli altri che si sono conformati per via della partecipazione a
seminari e conversatorios fungevano da “gruppi focali”.
Mi sembra doveroso indicare qui chi si è occupato del percorso della ricerca,
considerato anche che si è trattato di un impegno volontariamente assunto da
tutti noi e che ha comportato la realizzazione di attività aggiuntive rispetto
a quelle previste dal progetto. L’equipe di lavoro della ricerca era
costituito da me, Antonio Mazzeo, Betty Pedraza (promotrice sociale e
coordinatrice locale del progetto) e Maria Doris Usma Gutiérrez (assistente
sociale). Io mi sono occupata del coordinamento scientifico, della redazione
del rapporto di ricerca e delle successive pubblicazioni. Inoltre, ho raccolto,
sbobinato e tradotto le storie di vita e le interviste in profondità. Maria
Doris Usma Gutiérrez e Betty Pedraza hanno somministrato i questionari. Le
interviste a personaggi chiave sono state realizzate da me, Antonio Mazzeo e
Betty Pedraza. L’analisi delle informazioni contenute nelle 496 schede
individuali è stata realizzata da Antonio Mazzeo e da Maria Doris Usma
Gutiérrez; l’elaborazione statistica
dei dati delle schede individuali e delle risposte ai questionari è stata
effettuata da Antonio Mazzeo, che ha curato anche l’editing sia della
pubblicazione in spagnolo che della versione in italiano. Un preziosa
collaborazione è stata prestata da Don Ernesto López, direttore della Editorial
Lealón di Medellín, che con passione e interesse ha riletto con noi tutte
le bozze del testo in spagnolo e ci ha aiutato a realizzare la correzione di
stile.
Va qui
specificato che le pubblicazioni prodotte – compresa la presente - sono una
elaborazione dei “contenuti” emersi e una presentazione delle metodologia
d’intervento utilizzata all’interno del programma Espacios de Mujer. Le
risorse a disposizione (soprattutto in termini di tempo) non hanno consentito
di procedere ad un vero e proprio processo di “sistematizzazione” di tutto il
percorso, nel quale fosse coinvolta la stessa “popolazione soggetto”. Speriamo
vivamente che questo pezzo del nostro lavoro sia rimandato ad un futuro
prossimo.
Note
introduttive
Attraverso le riflessioni
qui presentate, si delineano molte delle domande, delle inquietudini e delle
conclusioni che hanno animato e continuano a motivare il programma Espacios
de Mujer. Uno degli ambiti sul quale il gruppo di lavoro ha riflettuto a
lungo è quello delle rappresentazioni sociali sul fenomeno e in particolare le
espressioni linguistiche che si utilizzano per riferirsi al fenomeno. Di fronte
a definizioni marginalizzanti e pregiudizievoli, il gruppo di lavoro ha deciso
di darsi un proprio glossario, introducendo termini che spiegano e comprendono
la filosofia stessa del programma. Innanzitutto, abbiamo rifiutato l’utilizzo
di definizioni come beneficiarie, utenti o popolazione oggetto, per preferire
invece “popolazione soggetto”; detta definizione, infatti, pone in evidenza che
il programma non si costruisce con la prospettiva di “offrire un servizio”,
quanto piuttosto di appoggiare un processo di empowerment di donne che sono
soggetto della propria vita, di decisioni e coscienza politica.
Le
“parole chiave” che abbiamo scelto di utilizzare per nominare la “popolazione
soggetto”, inoltre, sono “mujeres que ejercen la prostitución (MEP),
ossia donne che esercitano la prostituzione, definizione che abbraccia buona
parte della filosofia del progetto stesso.
Abbiamo scelto di non utilizzare la definizione prostituta, per
l’accezione negativa che ha avuto nel corso della storia di ogni paese; ed
inoltre, perché si tratta di una denominazione che fa sparire il soggetto del
quale si sta parlando: le donne, appunto. Allo stesso modo, abbiamo
deciso di rifiutare il termine prostituida [donna prostituita], perché
consideriamo che si possa riferire solamente a donne che sono obbligate alla
prostituzione da parte di altri. Utilizzare questo termine per tutte le MEP
significherebbe togliere loro volontà e autonomia; oppure, volerle giustificare, come se le si considerasse
colpevoli di qualcosa.
La
definizione trabajadora sexual (lavoratrice sessuale) è stata da noi
scartata perché consideravamo che solamente le protagoniste possano esigerla;
se si sentono “lavoratrici” come altre nel loro mestiere sta a loro rivendicare
ed assumere una tale identità politica, come è accaduto già in altri paesi. Inoltre, questa definizione, come si è
detto nel primo capitolo, include tutte/i Sw, donne, uomini o transgender. Ma
il programma è diretto solo a donne. Oltretutto, fino ad ora in Colombia non
sono sorte – come invece è avvenuto in altri paesi – alleanze delle MEP con
altri/e Sw.
Non
abbiamo utilizzato, infine, l’espressione mujeres in situación de
prostitución (donne in situazione di prostituzione) perché la prostituzione
non è una situazione che si soffre passivamente, come la povertà, la guerra o
la violenza, bensì un’opzione che in qualche momento una donna può fare,
sebbene condizionata dalle circostanze.
Ciascuna
delle definizioni precedenti, oltre a includere filosofie lontane del nostro
percorso, può essere riferita solo ad alcune delle donne che esercitano la
prostituzione, ma MEP le raggruppa tutte. È una definizione neutra e mette in
chiara luce che il programma si rivolge a tutte. Inoltre, da riconoscimento alla loro soggettività:
chi compie l’azione di esercitare sono innanzitutto “donne” e tali rimangono.
Cancellare la loro soggettività, nel momento le si definiscono, significa avere
difficoltà a riconoscere che ci sono donne consapevoli e responsabili del loro
“agire” nella prostituzione.
La ricerca è stata
realizzata in un’epoca che presenta congiunture speciali di fronte al fenomeno,
in Colombia come in Italia. Mentre la globalizzazione dell’economia e
l’incremento dei livelli di povertà spingono un numero sempre più alto di donne
e uomini al lavoro sessuale, nel proprio paese e all’estero, aumentano il
rifiuto e la repressione, e conseguentemente l’adozione di leggi che si rifanno
all’ormai superato regolamentarismo.
A Medellín è stato
approvato un Codice di Polizia che torna a prendere in considerazione i
quartieri di tolleranza; in Italia, una proposta di legge di ispirazione
governativa propone di tornare a penalizzare l’esercizio della prostituzione in
strada. Mentre diminuisce nel mondo la popolazione che non ha accesso ai più
basilari diritti socioeconomici, si penalizzano fenomeni che offrono
alternative di vita ma offendono gravemente la morale comune.
Spero vivamente che
queste pagine possano mostrare l’altra faccia del fenomeno, quella che i
discorsi politici e l’informazione proposta dai mezzi di comunicazione di massa
nascondono sempre, offrendo in tal modo elementi di riflessione e interrogativi
nuovi. E spero,
infine, che arrivi in Colombia una pace che permetta ai processi sociali di
seguire il suo corso e di non fallire; e che la pace si costruisca con il
rispetto dei diritti di tutti gli uomini e le donne che abitano questo
meraviglioso paese, perché solo la pace di tutti potrà essere una pace giusta.
Concludo queste note introduttive ringraziando le istituzioni
e persone che hanno condotto con noi una sfida per i diritti civili delle donne
che esercitano la prostituzione; quelle che hanno lavorato con MEP
parallelamente al programa, con la stessa o con altra filosofia, consentendoci
occasioni di scambio e permettendo al programa di individuare e affermare la
propria identità politica. Uno speciale ringraziamento va al movimento delle
donne, ed in particolare a: Red por los Derechos Sexuales y Reproductivos,
Mesa de trabajo de las mujeres de Medellín, Mujeres de Negro, Ruta
Pacífica de las Mujeres. E,
infine, alle donne che esercitano la prostituzione, quelle che fanno parte del
programma Espacios de Mujer e tutte le altre che continuano ogni giorno
la propria battaglia per la dignità e i diritti, in Colombia e nel mondo.
Capitolo 1
Il fenomeno della
prostituzione in Colombia
Ogni martedì per la legge, settimana dopo
settimana, le prostitute de La Catunga dovevano recarsi all’alba nella
zona del centro, nei pressi della strada del Comercio, e fare una coda
di fronte al dispensario antivenereo per rinnovare la tessera della sanità. In
piedi davanti a un muro, tutte uguali davanti alla corruttela
dell’amministrazione, senza una lampadina che assegnasse privilegi o una
nazionalità che valesse più di un’altra, senza tariffa differenziale o un
colore della pelle più vantaggioso di un altro. Tutti i martedì la dignità di
ciascuna di loro valeva cinquanta pesos, né uno di più né uno di meno.
(Laura Restrepo)
1. Un
viaggio attraverso la storia colombiana
Scarse sono le
informazioni certe che si hanno sulla prostituzione e la sessualità nel paese
durante l’epoca precolombiana, mentre sembra che il fenomeno abbia iniziato ad
assumere caratteristiche moderne e postmoderne (come scambio di servizi
sessuali in cambio di denaro) molto tardi. Scrive la storiografa Pilar
Jaramillo di Zuleta che:
Secondo i documenti consultati, nel nuovo Regno di
Granada non esistevano case di libertinaggio pubblico durante tutto il periodo
coloniale.
Nel secolo XVI,
immediatamente dopo la conquista, le “necessità sessuali” degli uomini venivano
soddisfatte dalla prostituzione rituale e attraverso la schiavitù sessuale delle
donne indigene.
Di fatto, la maniera
nella quale si realizzò la conquista permise agli spagnoli di trasformare le
donne indigene in bottino di guerra.
...Durante quasi tutto il secolo XVI predominò la
violenza, la sevizia e la forza sulle donne indigene. Furono molti i soldati,
perfino gli stessi capi delle milizie, sui quali pesarono accuse di abuso e
maltrattamento verso le donne dei popoli indigeni. In ripetute occasioni i capi
tribù denunciarono encomenderos e funzionari della giustizia perché
portavano via dai villaggi le loro mogli e figlie. ...Si sa che abusavano di
loro con la violenza, ma anche che le inserivano al loro seguito come
domestiche.
All’interno delle
comunità indigene, invece, si presentavano forme di prostituzione rituale che
si presume fossero eredità del passato e che i conquistatori si incaricarono di
sanzionare fino a farle scomparire, insieme a tutti quei comportamenti che
consideravano contrari ai costumi “civilizzati” e alla morale cristiana in
materia di sessualità e vita familiare.
Fu nel secolo XVI che
iniziò a svilupparsi quella forma di prostituzione che gli storici colombiani
definiscono “domestica”, che perdurò fino alla metà del secolo XX.
Cioè, molto eccezionalmente, e solo alla fine del
secolo XVIII, ci furono case dedite alla venalità sessuale. Normalmente, gli
scambi cosiddetti di “prostituzione” avevano luogo nella stessa residenza di
uno o l’altro degli implicati e contava sempre sulla collaborazione dei membri
della famiglia… Le relazioni che le donne instauravano coi loro amanti non
erano fugaci. In generale duravano più di due anni.
Nella struttura sociale
coloniale, un’istituzione era anche l’“altra donna” ed ogni uomo che si
rispettasse, con posizione sociale e tradizioni familiari, aveva una moglie e
le proprie amanti di turno o mantenute, rispettate ma relegate in una posizione
che segnava la loro vita e quella dei figli per sempre.
Tanto i romanzi di
Gabriel García Márquez quanto i quadri di Fernando Botero riproducono
fedelmente la doppia morale sulla quale si edificava la vita privata: da una
parte la famiglia unita, dipinta nel vissuto più intimo; dall’altra le amanti e
le “veneri” delle case d’appuntamento. Alcune di tale case fanno parte della
storia delle città colombiane: come quella della famosa Marta Pintuco a
Medellín, celebrata nelle canzoni popolari e ancora ricordata da centinaia di
uomini ma che qualcuno afferma non sia esistita realmente.
In Sud America come in
Europa, fu a partire dalla diffusione delle malattie veneree che la
prostituzione incominciò a rappresentare un grave problema che richiedeva una
soluzione. Fu così che si presero misure già adottate precedentemente
nell’esperienza europea ed il dibattito si incentrò tra le due posizioni
classiche: proibizionismo o regolamentarismo.
In Colombia le azioni
regolatrici erano state rifiutate per molto tempo, perché non si poteva
concepire la partecipazione delle istituzioni in un’attività considerata
moralmente esecrabile. Perciò, durante la maggior parte del secolo XIX la
prostituzione fu proibita e penalizzata, ma senza che le leggi potessero
ostacolare la diffusione del fenomeno che la società, invece, tollerava.
L’applicazione delle
norme fu irregolare durante tutto il secolo e in molti casi gli interventi
delle autorità di ordine pubblico si concretizzavano nel confino delle donne
scoperte a compiere il “reato”. Questo significava, come scrive Aída Martínez
Carreño:
...l’esilio a posti deserti, dai climi mortiferi,
dove rimanevano abbandonate alla propria sorte. ...Le leggi colombiane avevano
optato per la proibizione e la punizione, ma le pratiche di polizia... andavano
ben oltre, imponendo, “seppur inconsciamente”, la pena capitale.
Fu a principio del XX
secolo, dopo la Guerra dei Mille Giorni, che incominciarono a diffondersi le
prime misure regolamentariste. Nel 1907, un decreto promulgato dal Governatore
della provincia di Bogotá definiva la prostituzione <<una calamità vera
per la società, perché oltraggia il pudore, corrompe la gioventù, diffonde i
germi di terribili malattie che si diffondono tra le famiglie e porta con sé la
degenerazione della razza>>. Per questo, si stabiliva che i luoghi nei
quali l’attività si realizzava dovevano ottenere un permesso della governación
e venivano stabilite restrizioni allo spostamento all’interno della città delle
prostitute, le quali erano obbligate ad iscriversi per il controllo medico.
A Medellín, nel 1914 il
Codice di Polizia conteneva norme regolamentariste, soprattutto in relazione
all’ubicazione dei locali ove si poteva esercitare l’attività e nel 1917 venne
riaperto l’Istituto dermoceltico, per assistere pazienti vittime del contagio
venereo.
2. La legislazione nel XX secolo
Nel XX secolo la
legislazione sul fenomeno fu caratterizzata da un complesso insieme di leggi
della Repubblica, norme penali, accordi, decisioni e decreti di Assemblee e
Consigli comunali; e poi, codici di polizia che si esprimevano a volte in forme
contraddittorie e senza rispettare la gerarchia delle fonti. Nel caso della
Colombia di quell’epoca, in realtà, non si può parlare di abolizionismo,
regolamentarismo o proibizionismo; bensì di un orientamento verso la
“tolleranza regolamentata”, con poche norme vigenti a livello nazionale che
lasciavano ai governi locali, alle assemblee e ai consigli comunali la
definizione delle regole da adottare in dettaglio.
Sicuramente la prima
norma completa emanata a livello nazionale fu la Risoluzione 282 del 4 maggio
1942 del Ministero del Lavoro, dell’igiene e della prevenzione sociale, per la
quale si dettarono disposizioni sulla campagna antivenerea e si stabilì
l’iscrizione e la vigilanza delle “donne pubbliche”.
La norma era in vigore in
tutto il territorio nazionale, ad eccezione di Bogotá, e stabiliva che per
esercitare la prostituzione era obbligatoria l’iscrizione come “donna pubblica”
nei registri ufficiali delle ispezioni di igiene. La presenza di pregiudizi
morali che accompagnarono la redazione degli articoli risulta già nella
definizione del fenomeno:
Articolo 5: Sarà iscritta come prostituta, ogni
donna che pratica abitualmente il coito con vari uomini indistintamente e vive
in postriboli e case di lenocinio o li frequenta...
Articolo 12: ...è prostituta, dal momento che così dev’essere
considerata la donna che non sia sottoposta a patria potestà, a potestà
maritale, tutela o curatela...
Secondo tale legge, ogni
donna dedita alla prostituzione doveva sottoporsi ad esami periodici e
trattamenti obbligatori e riceveva una “scheda antropometrica” nella quale
venivano annotate eventuali malattie. Le abitazioni destinate alla
prostituzione dovevano possedere requisiti specifici e la prostituzione
clandestina, come il prossenetismo, era penalizzata.
Tra le condotte sanzionate, c’erano anche quelle che la legge definiva
“oscene”:
Articolo 19. La prostituta che proferisca parole
oscene in pubblico, si mostri nuda o vestita in una maniera che offenda la
morale pubblica, oppure che per mezzo di canti o in altra forma inciti a
commettere atti sessuali o ad offendere la decenza e il pudore pubblici, sarà
punita con la pena da quattro a trenta giorni di reclusione.
La tessera di sanità
continuò ad essere obbligatoria fino all’entrata in vigore della Costituzione
del 1991.
In realtà, già il
precedente Codice del 1936 era ispirato a forti pregiudizi morali e nel suo
titolo “Delitti contro la libertà e l’onore sessuale” stabiliva un dualismo tra
i delitti di induzione alla prostituzione di una “persona onesta” e gli atti di
coazione di una “donna pubblica”. Chiaramente, i primi erano molto più gravi e
le pene potevano arrivare fino a quattro anni di prigione, mentre nel secondo
caso arrivavano ad un massimo di un anno e mezzo. Inoltre, si riduceva fino al
50% la pena per chi avesse violato una “donna pubblica”.
Secondo quanto previsto
da queste norme nazionali, i departamentos e municipi approvarono norme
diverse, che avevano alcuni o tutti gli elementi del regolamentarismo:
definizione delle zone di tolleranza, proibizione per minori di esercitare la
prostituzione, controllo venereo, registrazione, limitazioni al libero
spostamento delle prostitute nel centro della città. Solo il Municipio di
Bogotá optò, invece per il proibizionismo, con l’Accordo 95 del Consiglio
comunale del 1948.
Articolo 1: Si proibisce il funzionamento in tutto
il territorio del Municipio di case, negozi, stabilimenti di qualunque indole
ove, come attività principale o secondaria, una o più persone esercitino
abitualmente la prostituzione e ai quali il pubblico abbia libero accesso.
Tuttavia, come in
qualunque altra epoca e paese ove si definirono rigide disposizioni, al di là
delle leggi, la prostituzione continuò ad essere esercitata nella maggior parte
dei casi in forma autonoma e nascosta: in strade, bordelli, case
d’appuntamento, hotel e stabilimenti di vario tipo. Si calcola che, fino a
quando fu in vigore l’obbligo d’iscrizione, solo una prostituta su cinque era
registrata.
Nel 1970, il Codice di
Polizia Nazionale (Legge 1355), all’interno della sezione dedicata
all’esercizio dei diritti e delle libertà pubbliche (Libro II), inserì il
principio abolizionista, affermando che <<il solo esercizio della
prostituzione non è punibile>> (Art. 178). La definizione di prostituta
venne così modificata:
Articolo 178: Esercita la prostituzione la persona
che traffica abitualmente col suo corpo, per soddisfazione erotica di varie
altre, al fine di assicurare, completare o migliorare la propria sussistenza o
quella di altri.
Con tale codice, si
inizia a usare il termine prostituzione non soltanto in riferimento alle donne
e nella formulazione della legge sparisce la definizione giudicante propria del
codice precedente, anche se il fenomeno non smette di essere considerato un’attività
spregevole. Per questa ragione, lo Stato doveva prendere misure di contrasto
contro la sua diffusione.
Articolo 178: Lo Stato utilizzerà i mezzi di
protezione a sua disposizione per prevenire la prostituzione e facilitare la riabilitazione
della persona prostituita.
Articolo 181: La Nazione, i dipartimenti ed i
municipi organizzeranno istituti nei quali ogni persona che pratica la
prostituzione trovi mezzi gratuiti ed efficaci per riabilitarsi.
Nonostante fosse definita
attività lecita, la prostituzione doveva essere prevenuta e scoraggiata e le
donne che la esercitavano riabilitate. Le espressioni utilizzate sembravano
catalogare le donne come “devianti”, cittadine uscite dalla “normale esistenza
sociale” e che bisognava “riabilitare”. A questa filosofia, in realtà, si sono
ispirati gli interventi promossi o gestiti direttamente dalle istituzioni
pubbliche negli ultimi 30 anni.
Adeguando le norme penali
al nuovo principio abolizionista, infine, il Codice di 1980 (Legge 100) supera
la vecchia distinzione tra “persona onesta” e “donna pubblica” e stabilisce le
pene ed il trattamento processuale per induzione alla prostituzione e alla
tratta di persone.
3.
Prostituzione e industria del sesso nelle ultime decadi
Secondo una ricerca
realizzata nel 1970 da Saturnino Sepúlveda, sulla base delle informazioni
contenute nelle relazioni di polizia, le città nelle quali si presentava una
maggiore diffusione del fenomeno erano Bogotá, Medellín, Cali, Pereira e
Armenia. Anche le zone attraversate dai fiumi Cauca e Magdalena appaiono come
“grandi arterie di prostituzione”.
Allora come adesso, i
dipartimenti di Antioquia, vecchio Caldas
e Valle occupavano i primi posti per indice assoluto di prostituzione.
Con riferimento alle
dimensioni economiche del fenomeno, Sepúlveda scrive quanto segue:
Se si assume che ci sono 150.000 prostitute in
Colombia e che esse abbiano entrate personali per circa 400 Pesos al
mese, la quantità di denaro pagata dai clienti alle prostitute ammonterebbe a
60.000.000 di Pesos. Ma in media ogni cliente può spendere 80 e 90 pesos
per visita al postribolo, il che rappresenterebbe una circolazione di denaro
pari 135.000.000 mensili.
Le statistiche di polizia
mettono in evidenza come dalla metà del XX secolo al 1975, il numero di
prostitute si incrementò fino a raggiungere un massimo di 52.967, mentre negli
anni successivi si registrò una riduzione, per poi tornare a risalire alla metà
degli anni ‘80.
Tra gli effetti della
crisi che ha investito la Colombia a partire dalla fine degli anni ‘80, si
osserva anche un cambiamento nelle dinamiche del fenomeno, soprattutto nelle
città principali.
L’industria del sesso,
qui come in altri luoghi, è cresciuta e si è diversificata. Ai tradizionali bar
e case d’appuntamento si sono aggiunti le case di massaggi, i locali di
striptease e le sale di porno-video, ove è possibile provare il gusto di essere
filmati durante la relazione sessuale, per dopo tornare a riguardarsi: come
essere protagonisti di videocassette pornografiche, per soli 40.000 pesos.
E poi i cabaret, le linee telefoniche erotiche, le saune, le agenzie di
accompagnatrici, alcune agenzie matrimoniali, gli appartamenti di lusso, i
ristoranti erotici, i cinema pornografici. E infine beni di consumo come
riviste pornografiche, videocassette, articoli erotici in vendita nei sexy
shop.
L’incremento numerico e
la diversificazione dell’offerta hanno comportato la riduzione dei guadagni. Da
un lato, perché la domanda di servizi sessuali è tendenzialmente costante nel
tempo; dall’altro, perché le tariffe hanno subito una progressiva perdita di
potere d’acquisto. In un’intervista pubblicata in un quotidiano di diffusione
nazionale, una prostituta di cinquant’anni afferma:
Oggi le stanze d’hotel sono più care e la
prestazione vale meno di quanto valesse nelle aree di campagna 29 anni fa,
quando ho iniziato io.
Nei giornali abbondano annunci
che offrono “massaggi” realizzati da “giovani universitarie”. I loro servizi
fino ad un paio di anni fa potevano costare un milione di pesos
e solamente a causa dell’incremento nell’offerta il prezzo si è ridotto. Esse
esercitano in centri di massaggi o realizzano servizi a domicilio e in hotel,
con disponibilità ventiquattrore su ventiquattro. Generalmente, hanno beeper o
cellulare che consente a clienti od organizzatori di contattarle. Quando non
operano sole e sono inserite in una rete ben organizzata, il livello di
insicurezza che affrontano diminuisce.
L’organizzazione per la quale lavora Juliana opera
in un appartamento del nord di Bogotá nella quale tre impiegate rispondono a otto
linee telefoniche, ricevendo le chiamate dei clienti che hanno letto l’avviso.
L’interessato deve dare il suo nome ed il suo numero di telefono per ricevere
una chiamata di risposta nella quale sarà possibile fissare l’appuntamento.
Prima di rispondere, l’ufficio confronta l’identità e il numero di utenza
telefonica corrispondente attraverso le banche dati delle imprese di taxi a
domicilio, le quali registrano nei loro computer numero di telefono e indirizzo
di tutte le persone che usano i loro servizi. Se l’informazione coincide (nome
e numero di telefono) la risposta si produce immediatamente.
Tra le nuove modalità di
vendita di servizi sessuali si trovano anche le reti di internet, utilizzate
come strumento di contatto con i clienti, soprattutto da studentesse di grado
superiore o universitario o da professioniste. Per la maggioranza di loro si
tratta di un’attività occasionale che si mantiene separata e si concilia
perfettamente con la vita familiare e sociale, i programmi di studio o il
lavoro.
Ma internet, oltre a
strumento di contatto, può anche essere il luogo nel quale il servizio sessuale
si presta. La pubblicità dei mezzi di comunicazione presenta il “cybersexo”
come una forma di accesso “sicuro” al sesso, in quanto consente di evitare il
contagio del virus dell’HIV. In un articolo del settimanale Cromos
dedicato al fenomeno, si legge:
È possibile raggiungere un orgasmo cibernetico.
Sono necessari solo molta immaginazione e velocità nelle dita. Chiacchierate
erotiche, racconti intimi, telecamere nascoste, pulsazioni elettriche. In un
solo motore di ricerca ci sono più di due milioni e mezzo di chat-rooms
che offrono sesso per adulti. ...Anche se non lo cerca, nessun navigatore è a
salvo del sesso, perché è la forma più sicura di praticarlo. Una telecamera può
rimpiazzare lo psichiatra o eliminare di netto qualunque inibizione... Come in
qualunque romanzo rosa, nelle relazioni per Internet ci sono intrigo, passione,
litigi, gelosia. Alcuni storie passano al piano reale e finiscono perfino con
una indimenticabile luna di miele.
La prostituzione e le
altre migliaia di offerte dell’industria del sesso rappresentano una fonte di
reddito, di mobilità socioeconomica o di affermazione per migliaia di
colombiani, uomini ma soprattutto donne. Tuttavia, la stigmatizzazione che
continua a colpire queste donne e la mancanza di un quadro legislativo che
permetta loro di tutelarsi, fa sì che tali attività si trasformino in spazi di
sfruttamento e, a volte, di pesanti violazioni dei diritti umani. Quando ne
sono coinvolti i minori di età, la dimensione dell’abuso diventa realmente
grave.
Secondo una ricerca
realizzata nel 1991, a Bogotá esistevano 1.067 locali di lenocinio ove
esercitavano 14.211 donne, 1.200 delle quali minori di quattordici anni; il 15%
di esse erano analfabete.
La Procuradoría
General de la Nación ha stimato che in tutto il paese i
minori coinvolti nella prostituzione sono 25.000, il 72% dei quali bambine.
Secondo l’Instituto Colombiano de Bienestar Familiar (ICBF),
negli ultimi quattro anni del secolo scorso il fenomeno della prostituzione
infantile ha visto quadruplicare le proprie dimensioni ed ha iniziato ad essere
gestita da reti che muovono milioni di dollari, con solide connessioni
transnazionali. Inoltre, se fino a pochi anni veniva esercitata da bambini in
precarie condizioni socio-econimiche (appartenenti a classi sociali basse,
membri di famiglie disfunzionali o senza famiglia, senza opportunità di studio
o vittime di violenze), adesso si registra una crescente presenza di minori di
estrazione medio-alta.
Ciò che cambia nei vari
casi, ovviamente, è l’entità delle entrate; se, infatti, nel livello più basso,
la tariffa varia da 5.000 a 20.000 Pesos, nei più elevati il guadagno
può arrivare fino a 600.000 Pesos per notte. Nel primo caso generalmente
si tratta di attività autogestite dallo stesso minore; nel secondo, è più
probabile l’esistenza di organizzazioni criminali.
Per una bambina vergine
si può arrivare a pagare fino ad un milione di pesos o più. Nel 1997
fece scalpore il caso di una chirurga scoperta a Bogotá mentre praticava la
ricostruzione dell’imene di una minorenne, venduta per 5 milioni di pesos.
Una videocassetta pornografica “fatta in casa” si vende all’estero 5.000
dollari e oltre, mentre il minore è premiato con 5.000 pesos, un pasto
ed un regalo, come rivela una ricerca del Departamento Administrativo de
Seguridad (DAS), realizzata su un campione di tre mila persone, tra i quali
mille bambini e bambine.
Nello stesso anno, una
ricerca della Defensoría del Pueblo
ha stimato la presenza di duemila bambini e bambine nella prostituzione a
Cartagena, principale città turistica del paese. Sono stati, inoltre,
individuati uffici di turismo nazionali e stranieri che offrivano ai turisti
pacchetti comprensivi di biglietto aereo, hotel a cinque stelle, pasti e
“bambini” con cui intrattenersi.
Nel 2000 è stato
denunciato a Barranquilla un incremento del 30% della prostituzione infantile
di strada: nel 70% dei casi si trattava di bambini della stessa città. Nel
dipartimento del Quindío un grave incremento si è registrato, invece, dopo il
terremoto del 25 gennaio del 1999.
A Cali, nella prima metà
del 2000 è stata scoperta una rete che realizzava videocassette pornografiche
con minori di età. Nell’operazione sono state sequestrate 18.000 riviste
pornografiche, 3.000 foto e 500 videocassette.
Nonostante risulti
estremamente preoccupante questo aspetto del fenomeno, dal rischio di abusi non
è ovviamente esente la popolazione adulta, pregiudicata da una legge
discriminatoria, dall’assenza di servizi pubblici specifici e da un’ampia
emarginazione sociale.
Indubbiamente, il
fenomeno della vendita di servizi sessuali è diventato sempre più visibile e
meno controllabile coi sistemi tradizionali. La rottura degli equilibri accettati
ha contribuito ad accrescere il rifiuto della comunità e la repressione delle
istituzioni di ordine pubblico; in alcuni casi l’intolleranza ha portato a
forme di limpieza social.
In realtà, negli anni
‘90, mentre il fenomeno diventava più visibile, aumentavano le riflessioni
sulla necessità di trovare una “diagnosi” ed una “cura” rapida per un fenomeno
che offende i benpensanti. E mentre i casi di violenza e assenza di tutela si
moltiplicano, spesso le misure si allontanano dalle reali necessità delle
persone implicate.
La risposta delle
istituzioni è di repressione violenta, mentre dal punto di vista normativo, qui
come in altri paesi, si è aperta una nuova era di regolamentarismo, come
dimostrano i nuovi Codici di polizia di Bogotá e Medellín. Analizzare più a
fondo il caso di Medellín, permetterà di mettere in evidenza gli orientamenti
politici attuali.
4.
L'esercizio della prostituzione a Medellín
La città
colombiana che si è caratterizzata durante tutto il XX secolo per la presenza
di un alto numero di donne nella prostituzione è proprio Medellín.
Secondo
le statistiche di Polizia riportate da Saturnino Sepúlveda, agli inizi degli
anni ‘60 nel Dipartimento di Antioquia si trovava più del 30% delle prostitute
calcolate a livello nazionale e, di esse, quasi il 70% viveva a Medellín.
Ad Antioquia si presenta con maggiore nitidezza il
conflitto della prostituzione, specialmente nel Municipio di Medellín, che
occupa il primo posto in tutto il paese. Il 35% del totale delle prostitute individuate
nel paese è stato rilevato nel dipartimento di Antioquia e, di questa
percentuale, il 69,25% è radicato a Medellín. ... Si può affermare che il
fenomeno della prostituzione in quel dipartimento ha un alto grado di
dispersione e si registra in maniera particolare nella conca del fiume Cauca,
nei porti sul Magdalena, nella zona mineraria di Segovia, Saragozza e Rimedio e
lungo le vie Medellín-Cartagena, Medellín-Turbo e Medellín-Anserma-Manizales.
Tabella 2.1 - Numero di prostitute
|
Anno
|
Colombia
|
Antioquia
|
%
|
|
|
|
|
|
|
1962
|
18.280
|
6.122
|
33,5
|
|
1964
|
21.199
|
3.777
|
17,8
|
|
1965
|
23.252
|
3.978
|
17,1
|
|
1966
|
16.375
|
4.120
|
25,2
|
|
1967
|
19.368
|
4.046
|
20,9
|
|
1968
|
18.470
|
2.258
|
12,2
|
Antioquia
era anche il dipartimento che figurava come luogo di nascita del maggiore
numero di prostitute del paese: le statistiche di polizia le hanno calcolate in
un 30,6% del totale.
L’autore mette in relazione
la diffusione della prostituzione nel dipartimento di Antioquia, tra gli altri
elementi, con la cosiddetta “cultura paisa” della famiglia.
Rispetto al complesso culturale antioqueño,
si è potuto stabilire che ci sono altri fattori predisponenti alla
prostituzione e in particolare norme e valori sessuali rigidi rispetto alla
condotta sessuale prematrimoniale della giovane, rafforzati da sanzioni estreme
e da una certa ignoranza [rispetto alla sessualità; N.d.A.] oppure da tabù
sessuali e da un ambiente sociale in molti casi sfavorevole [per le donne;
N.d.A.].
Catalina
Reyes Cárdenas, in un’interessante ricostruzione della prima metà del ‘900,
colloca le cause del significativo incremento che ebbe luogo all’inizio del
secolo nei processi di industrializzazione che si realizzarono, accompagnati da
una forte migrazione dalle campagne e, pertanto, da una rapida urbanizzazione.
I villaggi antioqueños con
un’intensa e dinamica vita furono eclissati dalla capitale, che si convertì in
centro industriale, commerciale, educativo e culturale della regione.
La
struttura di proprietà della terra nella regione antioqueña fece sì che migrassero
verso la città più donne che uomini. Gli uomini erano quelli che ereditavano la
terra o che avevano accesso alle poche opportunità lavorative, mentre per le
donne l’unica alternativa di sussistenza era il matrimonio. Si legge in un
numero di Famiglia Cattolica del 1920:
Il destino di una donna è di
allevare figli per l’umanità... a volte per tutta la vita, per molti anni,
senza sosta…
Di
fronte a questo insieme di norme che ne vincolavano la vita ai lavori
domestici, molte giovani donne preferirono sfidare l’autorità paterna e
decisero di andare in città, alla ricerca di una vita diversa.
Nel 1924
la forza lavoro industriale era composta per il 73% da donne giovani, delle
quali solo il 10% sposate. La loro condizione di nubili e senza figli era
l’unica che garantiva la permanenza al lavoro e se si sposavano o rimanevano
incinte venivano licenziate. Sicuramente, influivano su queste politiche
imprenditoriali da un lato considerazioni di tipo culturale, secondo le quali
una donna sposata non doveva lavorare; e, dall’altro, ragioni di efficienza
produttiva.
Negli
anni ‘30, a causa di un processo di ristrutturazione della fabbrica che
introdusse i turni di notte, ebbe invece luogo un processo di maschilizzazione
della forza lavoro operaia, tanto che in pochi anni gli uomini raggiunsero il
60% del totale della manodopera.
Per
donne sole che arrivavano dalle campagne, i lavori domestici, le attività
informali e la prostituzione incominciavano a rappresentare le uniche opzioni
in grado di assicurare un’entrata. Ma le condizioni di sfruttamento e i
trattamenti umilianti che queste giovani trovavano nei servizi domestici non
potevano essere la risposta a quel desiderio di emancipazione che le aveva
portate ad andare via da sole, senza paura delle incognite della vita in città.
Inoltre, in fabbrica come nei servizi domestici, molto spesso divenivano
oggetto di molestie sessuali di padroni e compagni di lavoro. Di fatto, un
numero elevato di donne fecero ingresso nella prostituzione dopo essere state
domestiche.
Mentre
l’origine dell’incremento della prostituzione risiedeva in detto processo – che
alcuni analisti hanno definito di “modernizzazione senza modernità” – le élite
al potere iniziarono a voler regolare e punire questo ed altri fenomeni che
consideravano “devianti” all’interno del cammino che avrebbe permesso di
raggiungere il “sogno americano”. Secondo questa lettura poveri, senza tetto,
prostitute, bambini di strada ed altri “indesiderati” ritardavano e avevano
effetti negativi sullo sviluppo socioeconomico, politico ed etico del paese. È
da posizioni come queste che sorgono fenomeni come la limpieza social.
Nei
primi decenni del secolo scorso, mentre la città cresceva e inseguiva il mito
del progresso, le classi medio-alte abbandonarono gradualmente il centro,
spostandosi verso i nuovi quartieri residenziali del sud, ove – soprattutto a
partire dagli anni ’70 – si moltiplicarono gli edifici eleganti, i complessi
nel verde protetti da recinzioni, le ville in campagna.
Lasciati
all’abbandono totale, i vecchi edifici del centro presero a deteriorarsi; nella
zona si diffusero posti di vendita ambulante, bar, hotel, mercati popolari e le
strade cominciarono ad essere abitate da bambini, senza tetto e MEP.
Negli
anni ‘20 e ‘30 , il luogo privilegiato per la prostituzione a Medellín era
Guayaquil, tanto che apparve il verbo guayaquiliar come sinonimo di
prostituirsi.
La vicinanza alla piazza di mercato e alla stazione della ferrovia, determinò
nel quartiere l’incremento di magazzini, hotel e cantine. La stazione era anche
un importante luogo di reclutamento per prosseneti e trafficanti di donne.
Il suo carattere di porto gli conferiva un’aria di
libertà, di luogo ove tutto era possibile, perfino rompere i codici di una
società cattolica, repressa e ipocrita. La cantina era il posto prediletto; lì si beveva e si
allentava la rigidità sociale.
La
prostituzione si esercitava anche nelle cantine che sorgevano in altre zone del
centro, nei cosiddetti “granai misti”
dei quartieri popolari, nei bar di Lovaina, ove tradizionalmente gli
uomini andavano per ascoltare musica. Pare invece che le prime case
d’appuntamento furono aperte da donne francesi fra gli anni ‘30 e gli anni ’50;
gli uomini li frequentavano non solo per i servizi sessuali ma anche per godere
della musica, della conversazione e del ballo.
Secondo
l’Hand Book dell’Unites States Army, a Medellín nel 1930 la
presenza di prostitute era di una ogni 50 uomini; nel 1946, di una ogni 30 e
nel 1957 era arrivata ad una ogni 13 uomini adulti. Nel 1963, un censimento
realizzato dalla Divisione di Epidemiologia del municipio, identificò in città
273 luoghi ove lavoravano 8.376 prostitute; lo stesso censimento stimava che,
se si includevano anche le non registrate, il numero totale ascendeva a 20.000.
Nel 1970, Sepúlveda scrive: <<È
voce comune che nel dipartimento ci siano da 25.000 a 30.000 donne di vita
licenziosa>>.
Un’ulteriore
sofisticazione e diversificazione dell’offerta si generò durante l’epoca del narcotraffico,
quando si diffusero lussuose case d’appuntamento e centri di bellezza nei quali
arrivavano anche donne provenienti da altri paesi dell’area latina: Venezuela,
Ecuador e Messico in maniera particolare.
Medellín
è una delle città colombiane che più ha sofferto delle distorsioni culturali
apportate dal narcotraffico. Negli anni ‘80 migliaia di famiglie ne ricevettero
sostentamento, direttamente o indirettamente; ma ancora più rilevante della
partecipazione nella gestione della produzione e spaccio, fu l’indotto
sull’economia locale generato dall’affare droga, soprattutto nei settori del
commercio e delle costruzioni. La rapida urbanizzazione, la crescita repentina
della città e della sua economia hanno generato un sovradimensionamento delle necessità
di base. Il modello di riferimento è diventato lo stile di vita delle città
nordamericane ed europee; i messaggi consumistici provenienti dal mondo
occidentale hanno incominciato ad interessare in maniera particolare
l’esistenza delle donne, che dovevano essere belle e di successo, indossare
abiti alla moda e gioielli.
Nella
recessione economica che fece seguito alla dissoluzione del cartello di Pablo
Escobar e al contemporaneo crisi dei settori portanti dell’economia della
regione antioqueña, si ritiene che la prostituzione ha funzionato come
ammortizzatore sociale per molte famiglie, con la conseguenza di un nuovo
repentino incremento del fenomeno.
Varie
istituzioni oggi tentano stime e riportano cifre sul numero delle prostitute
nella città, ma la verità è che realizzare una stima che permetta di
quantificarne la diffusione è tutt’altro che semplice.
5.
Espulse da un quartiere all’altro, secondo le esigenze della città
Nella
seconda metà del XX secolo la storia delle MEP è caratterizzata a Medellín da
forme – dirette o indirette – di espulsione da un quartiere ad un altro,
realizzate secondo logiche di pianificazione della città decise dai governanti,
in accordo coi principali gruppi di potere economico.
Il primo
traumatico spostamento ebbe luogo nel 1951, quando il sindaco della città
dichiarò il barrio Antioquia come zona unica di tolleranza.
Articolo 2: Tutte le donne pubbliche che attualmente
risiedano in zone non considerate come di tolleranza prima della pubblicazione
di questo Decreto, dovranno immediatamente trasferirsi alla zona indicata
nell’Art. 1.
Articolo 3: Le donne pubbliche che abitino in zone
di tolleranza stabilite come tali prima del presente Decreto, avranno un
termine di quaranta cinque giorni (45), a partire dalla data del presente, per
trasferirsi alla zona indicata nell’Art.1.
Da
Lovaina, Guayaquil ed altri settori della città le prostitute vennero prese quasi
con la forza e trasportate al barrio Antioquia. Situato nella
zona Sud occidentale di Medellín, è questo uno dei più vecchi quartieri di
invasione della cintura periferica. Le sue origini risalgono agli anni ‘20,
quando vi si stanziarono emigranti dalle campagne di diverse regioni del
Dipartimento di Antioquia.
Il
decreto 517 ebbe effetti traumatici nel quartiere e quel momento rimase
impresso nella memoria dei suoi abitanti come una tappa critica, “il momento
del peccato originale”, quando tutto cambiò.
Il
rifiuto manifestato dalla popolazione obbligò gradualmente molte MEP a
spostarsi di nuovo, per trovare un insediamento naturale nelle aree degradate
del centro storico che gravitavano attorno al quartiere Guayaquil. Ma negli
anni ‘70 proprio accanto a questa zona vennero costruiti i nuovi edifici dell’Alpujarra e si verificò un altro spostamento
forzato, questa volta verso il cuore del centro storico, ossia nella zona circostante
la chiesa della Veracruz.
Due
ulteriori momenti di destabilizzazione furono apportati dalla costruzione del
Metro – iniziata alla fine degli anni ‘80 e terminata nel 1995 – e nel 2000,
dalla costruzione del nuovo Museo di Antioquia e della Plazuela de las
Esculturas di Fernando Botero.
Il
“Maestro”, originario di Medellín, aveva deciso di donare alla città numerosi
quadri e opere scultoree – propri e di altri contemporanei – e per accoglierle
occorreva assegnare una sede più ampia al Museo di Antioquia. Le ipotesi erano
varie: si poteva realizzare una nuova costruzione in un’area verde attigua
all’Università di Antioquia, oppure si potevano ristrutturare la Fábrica de
Licores o la vecchia sede del Municipio, situata vicino alla chiesa della Veracruz.
La scelta ricadde su quest’ultimo edificio, dato che il progetto artistico
offriva una ragione nobile per l’avvio di un piano di trasformazione
urbanistica del centro. E così l’implementazione del progetto Ciudad Botero
ha significato la demolizione di edifici, la chiusura di negozi, bar e hotel, e
l’espulsione di venditori ambulanti.
La
tendenza da parte delle élite sociali ed economiche alla “riappropriazione” del
cuore della città è emersa durante gli anni ’90. Ingenti piani di
ristrutturazione mirano a cambiare aspetto al centro e trasformare Medellín
nella mejor esquina de Sur America [il migliore angolo del Sud America;
N.d.A.], come affermano noti slogan dell’amministrazione locale. Senza
risolvere i problemi socioeconomici che colpiscono la città, tali politiche
urbanistiche causeranno l’espulsione verso i quartieri popolari dei “senza
prospettive”, dei “senza lavoro”, dei “senza casa”; in ultimo, di tutti coloro
che non hanno un sufficiente livello accademico o sociale o economico per
abitarlo. Col risultato di concentrare nei quartieri periferici i più
bisognosi, incrementando così il conflitto sociale.
L’aspetto
più drammatico è che queste trasformazioni degli equilibri non accadono mai in
maniera morbida; i conflitti e le resistenze delle persone implicate generano
meccanismi propri della limpieza social. Durante la costruzione del
Metro, come durante la realizzazione della progetto Ciudad Botero, sono
stati denunciati assassini di prostitute, bambini di strada e senza tetto.
Mentre
si concludeva la presente ricerca (marzo 2003), nel settore di Guayaquil erano
in fase di implementazione tre progetti edilizi: la costruzione della
Biblioteca Telematica di EPM, la Plaza de la Luz e la ristrutturazione
degli edifici Vásquez e Carré, ove verrà trasferita la Secretaría de
Educación e si affitteranno spazi a imprese e istituti bancari. Uno degli
edifici più vecchi del centro, il Pasaje Sucre del 1920, considerato patrimonio
storico della città, è stato demolito; nei plastici e nei progetti vengono
cancellati i nomi tradizionali che conservavano la memoria del centro: la
vecchia Plaza Cisneros del mercato è il luogo ove sorgerà uno spazio “de
pies descalzos” [di piedi scalzi e rilassamento; N.d.A.], che porterà il
nuovo nome di Plaza de la Luz. Tutto per facilitare un progetto
architettonico che sembra tirato fuori da un film futurista e che dovrebbe
<<contribuire alla costruzione di una città più equilibrata>>.
Nel
quartiere Niquitao, il piano prevede la demolizione dei vecchi inquilinati, per
edificare grattacieli. Nella zona della Veracruz si progetta di avviare
un’azione di “recupero”, attraverso la costruzione di edifici e viali,
<<con l’impegno di migliorare l’ambiente del luogo>>.
Ad un
simile processo di espulsione è sottoposto anche uno dei nuovi settori di
prostituzione: quello di San Diego. Si tratta di un quartiere che ospita un
importante centro commerciale e figura all’interno dei più grandi piani di
sviluppo residenziale e commerciale. Sui marciapiedi attorno allo
spartitraffico centrale esercitano bambine e adolescenti, i cui clienti sono
professionisti di età compresa tra i 30 e 40 anni: “uomini con cravatta e
valigetta ventiquattrore”, come li definiscono le stesse ragazze. Negli 1999 e
2000 in particolare, la presenza delle donne si era incrementata, causando
continue proteste da parte degli abitanti e i commercianti della zona. Alle
reazioni di rifiuto ha fatto seguito il manifestarsi di forme di violenza: nel
2000 quindici di loro sono state assassinate sulla strada e un numero
imprecisato in motel e residence.
La
risposta dell’amministrazione pubblica è stata affidata alla repressione e alle
retate sistematiche, con l’effetto di allontanare il fenomeno dalla dimensione
visibile per spingerlo a spazi “nascosti”. La cosa peggiore è che sono state
vittima della retate anche le minori, condotte in cella dalla Polizia insieme
alle adulte, mentre secondo la legge colombiana lo Stato ha tra i suoi obblighi
quello della protezione dell’infanzia.
A
livello istituzionale e legislativo, la nuova politica di repressione ha
trovato espressione concreta e programmatica nel Plan de desarrollo 2000-2003 e nel nuovo Codice di Polizia.
All’interno del Plan
de desarrollo, nella parte intitolata “Per una città di 24 ore”, si legge:
...occorre liberare la notte degli stigmi che la
caratterizzano, abitarla, farla tornare sicura e arricchirla di opzioni. La
notte piena di gente diventa gradita, guadagna in produttività ed incantesimo. Bisogna riscattare l’incanto della
notte dalla sordidezza della prostituzione ambulante, della delinquenza, delle
liquorerie nella via pubblica, dell’ubriachezza e del pericolo delle macchine
impazzite.
E nel punto 2.3:
“Politica di equità di genere”:
All’interno di questo gruppo di popolazione [la
popolazione femminile della città; N.d.A.] si presenta una patologia sociale
come la prostituzione, che si trasforma in un’alternativa economica per donne
in condizioni di marginalità sociale. Di fronte a questo fenomeno sociale l’amministrazione non ha
risparmiato sforzi nella ricerca di alternative che diano dignità alla
condizione della donna.
Donne
che esercitano la prostituzione, violenza e alcool sembrano essere parte di
un’unica “patologia sociale”. In realtà, l’amministrazione allora in carica ha
intensificato le misure di ordine pubblico e non ha voluto prendere in
considerazione in nessun momento la negoziazione con le MEP.
Opposizione
a questa politica è stata espressa in varie occasioni da parte della società
civile organizzata in generale, ed in maniera particolare da parte di tutte le entità
che lavorano con minori ed adulte che esercitano la prostituzione.
Infine,
genera preoccupazione l’approvazione del nuovo Codice di Polizia, con
l’Ordinanza 018 del 2002 della Governación di Antioquia, “Con la quale
si emette il codice di convivenza cittadina per il Dipartimento di Antioquia”
entrato in vigore all’inizio dell’anno 2003. Il Capitolo IV del Libro II
(Sicurezza, tranquillità e salubrità pubbliche) è dedicato alla prostituzione.
Articolo 69: Esercita la prostituzione la persona
che commercia abitualmente col suo corpo per la soddisfazione erotica di altri,
mediante relazioni sessuali. La prostituzione in sé non costituisce
contravvenzione.
Articolo 70: I consigli comunali municipali
all’interno del piano di ordinamento territoriale segnaleranno, mediante
accordo, zone speciali per il funzionamento di case di lenocinio. Queste
strutture non potranno essere ubicate a meno di 300 metri da: piazze di
mercato, parchi, posti popolari di ricreazione, centri di formazione e
assistenziali, case di beneficenza, templi, caserme, prigioni e fabbriche. Una
volta stabilite le zone, i luoghi di prostituzione che si trovino al di fuori
di queste, disporranno di sei mesi per spostarsi nelle zone indicate dai consigli
comunali.
Articolo 72. Le amministrazioni municipali
periodicamente dovranno realizzare campagne educative di prevenzione e
trattamento delle malattie a trasmissione sessuale e della Sindrome di
Immunodeficienza Acquisita (AIDS).
Articolo 73. Spetterà alla Secretaría de
Gobierno di ciascun municipio, in coordinamento con le autorità di salute,
esercitare i controlli rispettivi sull’esercizio della prostituzione con
l’obiettivo di evitare il diffondersi dell’infezione del Virus di
Immunodeficienza Umana (HIV), la Sindrome di Immunodeficienza Acquisita, AIDS,
e le altre malattie a trasmissione sessuale.
Il passo indietro è molto
grave. La prostituzione, nonostante le tante ricerche realizzate negli ultimi
anni, rimane confinata tra le questioni di ordine pubblico. Inoltre, si ritorna
alla ghettizzazione delle MEP all’interno dei quartieri di tolleranza; la
prostituzione viene messa in relazione con le malattie a trasmissione sessuale,
prima fra tutte l’AIDS, e vengono emesse indicazioni di controllo e vigilanza
sul fenomeno che potrebbero portare un’altra volta all’indegna schedatura,
superata circa dieci anni fa con l’approvazione della nuova costituzione di
Colombia.
6.
L'ingresso nel dibattito politico
In
Colombia il tema è stato portato dentro il dibattito politico solo durante gli
anni ‘90, proprio quando nascevano le prime associazioni di donne prostitute o
ex-prostitute.
Nel
primo semestre del 1991 si è riunita a Bogotá l’Asamblea Nacional
Costituyente, convocata per riformare la vecchia costituzione del 1886; il
processo fu accompagnato dalla mobilitazione di numerosi settori sociali. In
quel contesto, un gruppo di MEP scese per le strade di Bogotá e si presentò
nella scena del Costituente come settore specifico. Nelle elezioni che
seguirono, un gruppo di reinsertados provenienti dal M19 incluse nella
propria lista di candidati una delle leader del movimento. Nel frattempo, nelle
principali città del paese cominciarono ad conformarsi le prime associazioni.
A
Medellín, l’inizio di un dibattito politico analogo a quello della capitale si
incrocia con l’istituzione della Consejería Presidencial para Medellín
[Consiglio Presidenziale per Medellín; N.d.A.], sorta per iniziativa del
governo nazionale nel 1993, con l’obiettivo di appoggiare la città verso il
superamento della crisi provocata dall’epoca del narcotraffico. La Consejería
ebbe il compito di negoziare con la comunità un piano di interventi che riuscissero
a dare respiro ad una città sommersa in un soffocante clima di violenza.
Si
aprirono, così, tavoli di coordinamento alle quali parteciparono istituzioni
pubbliche e associazioni; uno di questi fu volto espressamente ad analizzare la
situazione delle MEP ed a programmare interventi. Lo stimolo venne da un gruppo
di femministe, accademiche e religiose della città, vicine alle prime
associazioni e gruppi informali di MEP. Nacquero così vari progetti ed
interventi.
Come gli
orientamenti istituzionali e giuridici e le ricerche, anche i progetti hanno
avuto approcci diversi. Di fatto, negli ultimi venti anni, a Medellín sono
coesistiti:
→ Progetti di istituzioni religiose
→ Progetti promossi e gestiti da istituzioni
pubbliche
→ Iniziative promosse dal movimento
delle donne o da accademiche femministe
→ Progetti realizzati da
organizzazioni di MEP
I primi
sono quelli che risalgono più indietro nel tempo e generalmente sono stati
gestiti dai settori più avanzati del mondo religioso. I progetti promossi da
enti locali sono stati prevalentemente fondati sulla filosofia della
“riabilitazione”, mentre la partecipazione del movimento delle donne è stata
sporadica e discontinua.
Ognuno
ha avuto o ha filosofie, contenuti e obiettivi diversi e ciascuno accoglie - o
ha accolto - le donne con un’ispirazione diversa: come utenti o come
partecipanti attive o come soggetto del processo in atto.
Oggi, il
movimento delle MEP o ex MEP a Medellín si trova in un’importante tappa di
sviluppo, anche se finora ha mirato a risolvere necessità basiche piuttosto che
rivendicare diritti e strategie politiche di intervento. Comunque, sarebbe
estremamente interessante fare un lavoro di analisi e raccolta a partire da
testimonianze dirette, per conservare memoria di questo processo organizzativo
e poterlo valutare.
Capitolo 2
Miti, pregiudizi e
rappresentazioni sociali sulla prostituzione
1. I
diversi approcci al fenomeno
Iniziando
un lavoro di ricerca e un intervento sul fenomeno risulta estremamente
interessante procedere ad una raccolta, analisi e valutazione di tutti i
documenti, articoli di stampa, tesi di laurea e ricerche a disposizione. Si
tratta di un fondamentale lavoro di conoscenza e nel contempo di un esercizio
che permette di “smascherare” i miti e i pregiudizi che, anche nel caso di
addetti ai lavori o ricercatori, possono caratterizzare i primi approcci ad un
fenomeno tanto complesso e controverso.
La prima
caratteristica che è possibile cogliere nel visionare la letteratura esistente
in Colombia è il linguaggio fortemente offensivo che è sempre stato utilizzato.
La prostituzione mina la moralità
pubblica provocando lo scandalo della gioventù ed incitando la gente ignorante
alle più basse passioni, disseminando complessi sessuali e le più funeste
malattie.
La
prostituzione viene definita nelle forme più ripugnanti: commercio carnale,
vergognoso traffico, esecrabile vizio, infame professione, abominevole
flagello. E solo recentemente si è passati ad espressioni meno offensive ma non
certo rispettose, come: problematica che colpisce la società, patologia o
malattia sociale.
Il flagello si estende per tutta
la Repubblica... Le malattie, quanto più pericolose sono per la società, più
studiate devono essere in beneficio della società stessa.
Le donne
che esercitano la prostituzione vengono “nominate” nei modi più svariati:
meretrici, dame della seduzione, operaie della lussuria, Maddalene della notte,
venditrici di pelle, vergini della mezzanotte; donne di vita ariosa, allegra,
brutta o licenziosa; donne perdute, scandalose, vaghe; donne “orizzontali”,
voraci o pentite. Quest’ultimo termine veniva usato nell’epoca coloniale e
trova origine nell’atteggiamento delle autorità – civili ma soprattutto
ecclesiastiche – nei confronti delle prostitute, delle quali perseguivano il
pentimento. Per questa ragione ciascuna di loro era una “pentita” in potenza.
Le
ricerche realizzate hanno ogni tipo di approccio: da quello biologico, allo
psicologico o psichiatrico, allo storico, all’antropologico o sociale; mentre
non esistono studi con chiara prospettiva di genere e meno ancora studi
realizzati con la partecipazione attiva delle stesse MEP.
Si è già
detto che a partire dalla fine del XIX secolo fino alle prime decadi del XX, le
MEP venivano considerate principali responsabili della diffusione delle
malattie a trasmissione sessuale. La sifilide e, in dimensione più ridotta la
gonorrea, venivano considerate malattie “pericolose per il futuro della razza”.
Questa priorità orientava l’attenzione verso di loro.
Nel suo
libro La tragedia biológica del pueblo colombiano, il medico Laurentino
Muñoz sosteneva con impeto la necessità che lo stato colombiano promuovesse una
campagna contundente contro la prostituzione.
Le
teorie criminalistiche degli antropologi francesi Lombroso e Ferrero, secondo
le quali le prostitute avevano gli stessi caratteri fisici e morali dei
delinquenti, ebbero una forte influenza nel paese durante la prima metà del
secolo scorso. Si sosteneva che le prostitute fossero delle criminali sin dalla
nascita e le loro deficienze psico-patologiche, ricevute per eredità, erano
responsabili della presenza in esse di un personalità “psicopatica” e
“anormale”. A partire da questa posizione si è sviluppata tutta una tradizione
di studi con approccio di salute mentale.
Nella
seconda metà del XX° secolo, con lo sviluppo delle scienze storiche,
antropologiche e sociali, cominciano ad apparire letture che considerano la
precarietà socioeconomica la principale causa determinate del fenomeno. In
questo periodo, oltre alle ricerche accademiche si cominciano a realizzare i
cosiddetti diagnosticos sulla prostituzione. Si tratta di indagini
basate prevalentemente sull’osservazione diretta, volte a descrivere le
caratteristiche del fenomeno in una data area geografica. Vengono realizzate
prevalentemente da uffici dell’amministrazione locale o associazioni del
privato sociale e hanno l’obiettivo di fornire informazioni utili ad orientare
futuri interventi. In altre parole, si configurano come “studi di fattibilità”,
spesso realizzati senza l’osservanza di chiari e rigorosi metodi di ricerca. La denominazione che ricevono – diagnosticos
– rimanda a una percezione problematica del fenomeno in questione, del quale
occorre, appunto, farne una “diagnosi”, in maniera tale da poter strutturare
interventi di contrasto.
In ogni
caso, il tipo di intervento che si raccomanda come conclusione dipende dai
fattori che i ricercatori o gli addetti ai lavori che hanno realizzato lo
studio enfatizzano. In generale, quando si identificano alcuni carenze
psicologiche come nucleo del problema (pigrizia, indolenza, debolezza mentale,
dissipazione, pessimismo, consegna sessuale come sostituto di un vuoto
emozionale oppure esagerato ed insaziabile desiderio sessuale) la condizione
delle donne coinvolte è considerata senza via d’uscita. Quando, invece, si
evidenzia l’importanza di determinati fattori sociali, il comportamento delle
donne non è condannato, bensì considerato come comprensibile e le loro
possibilità di “redenzione” o “riabilitazione” o “recupero” o “uscita” dalla
prostituzione sono ritenute possibili.
In
questo secondo caso, il ventaglio dei fattori causanti individuati è
amplissimo: violazione ad un’età molto precoce, basso livello accademico,
appartenenza a famiglie disfunzionali, gravidanza indesiderata, abbandono da
parte del marito o compagno, ed altri. Tuttavia, il fattore cui si attribuisce
la responsabilità principale della prostituzione pare essere la povertà,
nominata spesso ma il più delle volte senza nemmeno chiarire cosa si intenda per
povertà.
Nel Diagnóstico
Social di Medellín, pubblicato nel 2000 dalla Secretaría de Bienestar
Social, si legge nella sezione relativa alla prostituzione:
Studi realizzati nel 1969, 1984,
1986 e 1998 a Medellín hanno segnalato causanti diverse del fenomeno, tra le
quali: l’ambiente familiare, che sembra un fattore scatenante decisivo;
l’ignoranza, più specificamente la mancanza di conoscenza in riferimento al
campo sessuale, il che dimostra ancora una volta la necessità di rafforzare i
programmi di educazione sessuale nelle scuole e nella comunità in generale;
l’ambiente sociale come mezzo di diffusione e proiezione umana; ed infine il
sistema economico nel quale si inserisce la vita della giovane.
È
evidente come nel testo che dovrebbe orientare le politiche sociali del
municipio si riportino solo valutazioni generiche, per le quali non si rimanda
a nessuna fonte o ricerca precisa.
2. Diagnósticos
e ricerche socioeconomiche
I
fattori socioeconomici sono ovviamente importanti elementi di comprensione
della condizione della “popolazione soggetto” e pertanto una loro conoscenza è
indispensabile per orientare eventuali interventi; tuttavia, questo non vuol
dire che detti fattori possono essere automaticamente assunti come unica causa
dell’ingresso nella prostituzione.
In
realtà, l’analisi comparativa tra studi realizzati sulla popolazione femminile
nella sua totalità e studi realizzati su campioni di MEP smentisce conclusioni
di questo tipo, dato che in molti casi il profilo delle MEP non si differenzia
in maniera significativa da quello di altre donne appartenenti allo stesso
strato socioeconomico della medesima località.
In una
ricerca realizzata negli anni novanta in Perú, per esempio, Lorena Nencel
paragonò i risultati di tre censimenti realizzati a Lima sulla popolazione
femminile - nel 1908, 1920, 1931 - con una ricerca che nel 1936 tracciava il
profilo delle donne prostitute della città. Dopo tale comparazione conclude
che:
...le prostitute corrispondono al ritratto (abbozzato da Miller)
sulle donne di classe media di Lima, le quali avevano di fronte opportunità
limitate allo stesso modo che le prostitute.
Anche
nel caso di Medellín, il profilo delle MEP che fanno parte di Espacios de
Mujer non si differenzia granché da quello delle donne popolari, come si
evidenzierà di seguito.
Le
produzioni teoriche abbondano anche sulle conseguenze che la prostituzione
lascia sulla vita delle donne, soprattutto relativamente alla gestione della
sessualità. In proposito, anche tra le pubblicazioni più recenti si trovano
conclusioni che non rimandano a ricerche condotte con criteri scientifici.
Scrive la sociologa Nora Segura:
L’esercizio della prostituzione comporta profonde
conseguenze disintegranti dell’io, in quanto compromette la totalità
della persona con le sue distinte capacità, incluso il suo corpo... In effetti, nella coscienza delle
donne prostituite opera una dissociazione molto chiara tra la(e) parte(i) del
corpo che si offrono ed il resto.
Conclusioni
come queste sembrerebbero concettualizzare la prostituzione come il mestiere
più alienante, senza considerare che altri attività, come il servizio domestico,
la maquila
o la vendita ambulante, comportano per le donne gravi situazioni di
sfruttamento altrettanto alienanti.
Riferendosi alle argomentazioni vittimizzanti che si utilizzano in Europa
rispetto alle donne migranti che esercitano la prostituzione, Laura M.a Agustín
scrive:
Un elemento fondamentale sul quale si basa questa
posizione generalizzata ha la sua radice nell’assunto che il corpo delle donna
è soprattutto un “luogo sessuale”. Secondo questo assunto, le esperienze e gli
organi sessuali delle donne sono elementi essenziali della loro autostima. Per
quanto questo concetto possa essere vero per alcune, non lo è per tutte e
l’utilizzazione del corpo per ottenere un guadagno economico non risulta né
perturbatore né tanto importante per molte prostitute, le quali generalmente
manifestano che la prima settimana di lavoro è stata per loro difficile però
che dopo si sono adattate. Alcuni teorici suppongono che qualcosa
come l’anima o il vero io si trova “alienato” quando si intrattengono relazioni
sessuali al di fuori del contesto dell’amore e che le donne restino
irrimediabilmente segnate da questa esperienza, però sono solo ipotesi
moralizzanti impossibili da comprovare. Alcune donne si sentono così e altre
traggono piacere dalla prostituzione, il che significa solo che non esiste
un’unica esperienza corporale condivisa da tutti: un risultato non tanto
sorprendente, dopo tutto. Ad ogni modo, anche le prostitute alle quali non
piace dicono di farlo perché è migliore di molte altre occupazioni che non
amano nemmeno; apprendere ad adattarsi alle circostanze e ignorare gli aspetti
sgradevoli del lavoro è una strategia umana normale.
Pochi,
invece, sono gli studi realizzati in Colombia con l’obiettivo di verificare
quante prostitute farebbero la scelta di passare ad un’altra attività, ma alle
condizioni che il mercato del lavoro garantire attualmente a donne con il loro
curriculum vitae. E quando si sono fatte, i risultati hanno smentito l’opinione
comune che le MEP siano disposte ad accettare qualunque condizione lavorativa
pur di uscire dalla prostituzione.
Secondo
una ricerca realizzata nel 1966 da un gruppo di studenti dell’Accademia
Superiore di Polizia a Bogotá su un campione di mille MEP, il 34% si dichiarava
per l’eliminazione del fenomeno, l’19% per una sua tolleranza e il 47% chiedeva
norme di regolamentazione.
Trent’anni dopo, secondo uno studio realizzato sempre nella capitale dall’Universidad
Nacional, il 39% delle intervistate ha dichiarato di non volere lasciare la
prostituzione.
Infine, i risultati di una ricerca realizzata nel 1968 a Medellín su un
campione di 184 donne sono stati i seguenti: il 23% non pensava di ritirarsi
immediatamente ed il 76% dichiarava che poteva essere disposta a farlo,
ma solo a certe condizioni quali poter tornare dai genitori, avere un compagno
in grado di garantirne il sostentamento economico, trovare un lavoro o
intraprendere un’attività in proprio.
La
percentuale di donne che dichiarano di non volere lasciare l’attività, dunque,
è elevata ed è presumibile che sia ancora più alta rispetto alle dichiarazioni
esplicitamente espresse, considerate le barriere culturali che impediscono alle
MEP di esprimere pubblicamente le proprie opinioni in proposito.
3.
L'analisi delle dinamiche
Non è solamente
in riferimento al profilo della “popolazione soggetto” che le ricerche sembrano
viziate da pregiudizi, ma anche in riferimento alle dinamiche del fenomeno. Per
esempio, la maggioranza degli studi parlano di incremento del fenomeno; ma a
una osservazione più attenta emerge che queste conclusioni si basano su stime
generiche.
Inoltre,
si dispone persino di dati e stime diverse relativamente alla stessa epoca. Per
esempio, secondo cifre del Distretto di Bogotá, nel 1950 due anni dopo
l’approvazione del decreto 95, c’erano 40.000 prostitute, distribuite in 12.000
case. Scrive Sepúlveda che:
Fra i 300 quartieri della
capitale, non ce n’è uno solo che non sia colpito dalla prostituzione...
Ma la
cifra sembra troppo elevata, considerato che equivarrebbe all’8% della
popolazione totale di quell’epoca. Sepúlveda segnala che nello stesso anno una
ricerca condotta da un’istituzione privata parlava di 100.000 donne e un’altra
realizzata dal Ministero di Giustizia di 30.000. I dati venivano riportati
in un articolo (intitolato “Ventas de Mujeres”) della rivista La Hora,
pubblicata dalla Caritas Colombiana, che lanciava l’allarme per le “proporzioni
gigantesche del problema”.
Questo è
solo un esempio tra i tanti di quello che potremmo chiamare il “gioco delle
cifre” che caratterizza ogni epoca e la storia di ogni paese, nel quale ciascun
soggetto quantifica il fenomeno secondo le proprie esigenze che possono essere
di ordine pubblico, politiche o d’altro tipo. Generalmente, l’allarme spaventa
la comunità e assicura alle istituzioni l’appoggio di cui hanno bisogno per
implementare politiche repressive.
È quanto
sta succedendo in Europa, dove un’informazione manipolata genera l’allarme sul
fenomeno della “tratta delle donne” e questa politica, invece di risolversi in
appoggio alle presunte vittime, si risolve in repressione e rimpatri forzati.
La verità è che risulta molto difficile avere dati statistici affidabili,
anzitutto a causa della marginalità e clandestinità che avvolge il fenomeno.
Un altro
elemento che nelle ricerche recenti viene presentato come una caratteristica
nuova è dato dalla presenza di giovanissime donne appartenenti alle classi
medio-alte; tuttavia, ripercorrendo la bibliografia passata anche questo
assunto viene smentito. Scriveva, infatti, nel 1970 il già citato Sepúlveda:
La visita delle bambine del liceo
a tali luoghi è ben nota a istitutori e genitori... I lenoni - uomini e donne -
si sono dati il compito di conquistare le giovani studenti delle scuole
superiori.
Negli
ultimi anni si è sicuramente incrementato l’esercizio della prostituzione da
parte di donne giovani e senza carichi familiari. Ma anche qui risulta
importante comparare il fenomeno con il contesto generale, ove la “frequenza”
delle minori aumenta in varie altre situazioni: conflitto armato, morti
violente, gravidanze precoci, unioni libere, separazioni e altre ancora. Questo
dato ci suggerisce un generalizzato “ingresso precoce alla vita adulta” che
tutta la popolazione colombiana affronta e che non riguarda esclusivamente la
prostituzione.
I
risultati dell’Encuesta Nacional de Demografía y Salud (ENDS) realizzata
da Profamilia nel 2000 ci dicono che i giovani esercitano in età sempre più
precoce la propria sessualità: gli uomini a 13 anni e le donne a 15, quando a
metà del decennio scorso l’età era 16 anni per le prime e 19 per i secondi. Allo stesso modo, sta aumentando il
numero di gravidanze precoci, i figli non desiderati e la diffusione delle
malattie a trasmissione sessuale tra gli adolescenti.
4.
Rappresentazioni sociali e percezioni personali
La
prostituzione è un fenomeno complesso che interessa vari soggetti e fattori, che
vanno dalle prostitute, ai clienti, ai proprietari e amministratori dei locali,
alle rappresentazioni sociali che si sono costruite sul fenomeno. Puntare
sempre i riflettori sulle donne, oscurando tutto il resto, non permette di
certamente di contestualizzare il fenomeno.
C’è
qualcosa di molto perverso e pertanto pericoloso nel continuare a concentrare
le ricerche sulle donne; a volte questo significa basarsi su un pregiudizio, benché
incosciente che vuole vedere nei loro esseri e nelle loro vite le cause
dell’esistenza della prostituzione.
Come
sottolinea giustamente Lorena Nencel:
I modelli culturali che ordinano e
strutturano la versione scritta della prostituta non solo contribuiscono alla
sua emarginazione e privano la donna che si prostituisce del suo libero
arbitrio: legittimano anche l’intento di combattere il problema della
prostituzione attaccando la prostituta.
Questi
modelli esplicativi originano quello che la ricercatrice chiama “immagini fisse
senza vie di scampo” o “vicoli ciechi”, nei quali le donne rimangono
intrappolate, trasformate in vittime delle circostanze e simultaneamente
vittime di loro stesse. E tutto questo perché non si può accettare in nessun
caso l’elemento della scelta come fattore determinante.
I termini, i toni e le
letture proposte dai mezzi di comunicazione di massa sono lo strumento più
adatto per smascherare l’immaginario caricato di pregiudizi di una
collettività. Generalmente le notizie ivi riportate sono sensazionaliste ed
offrono immagini che risvegliano compassione, eccitazione sessuale o
avversione. Il profilo della donna oscilla tra la prostituta, la bambina
scappata da genitori violenti, l’adolescente indisciplinata, la moglie
abbandonata o la ragazza-madre che entra nella prostituzione per mantenere i
suoi figli. Spesso, la prostituzione viene messa in relazione con la droga e la
criminalità. Il fenomeno viene denominato come “vendita del corpo” mentre ciò
che si vende è solo un servizio, che può essere l’atto sessuale o l’allegria o
la disponibilità ad ascoltare e a fare da confidente.
Le
rappresentazioni sociali che definiscono il concetto della prostituzione ed il
profilo della MEP non guidano solo i comportamenti e gli atteggiamenti della
comunità, ma anche la percezione che la MEP ha di se stessa. Si tratta di una
relazione “circolare”, dove la rappresentazione alimenta la percezione
personale e questa riproduce e continua ad alimentare la prima. Il risultato è
una mancanza di libertà perfino nei sentimenti che esse generano su loro
stesse.
Provare
a diffondere una coscienza critiche su tali rappresentazioni sociali significa
iniziare rompere quel circolo e permettere alle MEP di conquistare la libertà
di essere e scegliere; ma è anche necessario che da loro parta la decisione di
assumere un ruolo politico. Il movimento per i diritti civili della prostitute,
d’altra parte, è sorto – negli anni ’70 – perché c’erano determinate condizioni
culturali e politiche che permettevano un’apertura e perché le Sw hanno assunto
la decisione politica di “prendersi la parola” ed interattuare con la storia
della propria emarginazione.
Un
apprendistato molto importante verso la comprensione dell’importanza di questa
componente è stato per il programma Espacios de Mujer il lavoro con un
gruppo di MEP che frequentavano il progetto da alcuni anni e che avevano
partecipato a varie seminari di “etica”, “autostima”, “crescita personale”,
“sviluppo umano” [sic!].
Sin dal
principio del nostro lavoro con questo gruppo quello che colpiva era il grado
di uniformità nelle rappresentazioni e proiezioni delle donne rispetto alla
loro identità. Tutte utilizzavano lo stesso linguaggio: “sono caduta nella
prostituzione”, “voglio uscire da questo fango”, “voglio migliorare”, “sono
caduta nella prostituzione perché non mi stimavo”.
Le loro
parole sembravano coincidere perfettamente con le nozioni prodotte dai
“discorsi” propri della cultura patriarcale dominante. Quando ripercorrevano le
loro storie, le reinterpretavano ed il racconto incominciava con la ricerca
della ragione - o piuttosto della giustificazione - sul perché avevano
incominciato ad esercitare la prostituzione. Quando si trattava di una donna
che aveva già lasciato l’attività, l’epoca passata veniva raccontata come una
sorta di limbo senza luce.
Molte
utilizzavano per parlare di sé stereotipi che si usano generalmente nella
presentazione del profilo delle prostitute: <<i nostri soldi sono mal
guadagnati, per questo motivo si spendono con la stessa velocità con la quale
si guadagnano>>, <<noi non abbiamo autostima>>,
<<stiamo nella prostituzione perché non abbiamo imparato a stimarci>>
o <<perché nessuno ci ha stimati>>, <<quello che succede è
che siamo molto individualiste>>.
Uno
stereotipo comune usato da chi ha lavorato con MEP è che sono individualiste e
mancano di coscienza politica; ma si tratta di un tema più complesso.
L’emarginazione sociale che subiscono le taglia fuori dalla vita del quartiere,
il riferimento di appartenenza collettivo più prossimo e quotidiano; il che le
rende poco politiche nelle loro espressioni e modi di pensare.
È stato
necessario approfondire la relazione con loro e guadagnarci la fiducia affinché
esse incominciassero a raccontare un vissuto differente e più complesso di
quello che credevano volessimo ascoltare. Incominciarono, così, a emergere i
sentimenti contraddittori che esse vivono di fronte al loro mestiere, le
soddisfazioni che esistono accanto ai dolori, le domande che gli stereotipi
vorrebbero annullare, quella realtà che per molti è uno sforzo riconoscere.
Incominciare
a lavorare con le giovani che non hanno intenzione di lasciare la prostituzione
e che non erano portatrici di forti sensi di colpa, ha permesso infine di
instaurare una relazione più diretta e meno mediata dalle percezioni culturali
dominanti.
5. La
difficile situazione sociale, economica e politica che attraversa la Colombia
Indubbiamente,
le MEP nel corso della storia sono state emarginate, giudicate, stigmatizzate,
il che ha avuto come conseguenza che questa attività si organizzasse in spazi
“oscuri” che non ne consentono un esercizio in condizioni di sicurezza. La
maggior parte delle teorie sul fenomeno rifiutano di accogliere la categoria
della scelta tra i fattori determinanti dell’ingresso nella prostituzione e in
genere i sogni e i progetti di vita delle donne che la esercitano spariscono
dietro il racconto della loro crudele situazione.
Ma nel
caso della Colombia, le MEP sono prima di tutto donne in un paese colpito dalla
guerra e da una grave situazione socioeconomica, e questo fattore è
fondamentale per la lettura del fenomeno.
A Medellín
migliaia di donne oggi esercitano la prostituzione; tra queste ci sono donne
che hanno sofferto drammatiche storie di violenza, madri capofamiglia che non
trovano altra maniera per mantenere i figli; ma anche ragazze di classe media,
studentesse di liceo e dell’università. Per una parte di esse la prostituzione
è l’unica opzione possibile, per altre è un’alternativa in momenti di crisi
familiare, o un strumento per integrare i magri redditi provenienti da un’altra
occupazione. In realtà, nella situazione attuale una donna, anche se diplomata
o laureata, ha scarse possibilità di trovare una collocazione lavorativa
soddisfacente o in grado di consentire standard di vita paragonabili a quelli
“occidentali”.
La
politica neoliberale che si è affermata a partire dalla fine degli anni ’80 nel
paese, ha generato una crisi che ha come conseguenza la disoccupazione, la
perdita di potere d’acquisto degli stipendi e una polarizzazione economica
sempre più ampia.
La crisi
incide fortemente sulle condizioni di lavoro, determinando l’incremento
dell’economia informale e la perdita delle garanzie minime. Anche accettando le
condizioni che il mercato offre, non è per nulla facile ottenere un inserimento
lavorativo; data la drastica riduzione della domanda di lavoro, vengono
applicati criteri di selezione sempre più rigidi.
Tale
situazione economica ha conseguenze drammatiche sulla vita e sulla posizione
delle donne, le quali sono le prime a perdere il lavoro e ad essere spinte
gradualmente verso il settore informale.
Alle
insoddisfazioni che caratterizzano la vita sociale si aggiunge la situazione di
violenza che le donne vivono nelle proprie case, fenomeno che ha fatto
registrare un preoccupante incremento negli ultimi anni.
Medellín
è stata drammaticamente colpita dagli effetti della crisi economica degli
ultimi decenni; la recessione ha fatto emergere nella città masse di
disoccupati qualificati e pertanto con maggiori aspettative che in altre
regioni. Il tasso di disoccupazione urbana ha raggiunto cifre medie del 23-25%,
mentre nei quartieri più poveri il fenomeno ha interessato il 62% della
popolazione.
Una ricerca realizzata nel 1998 ha rivelato che nella città il 66% delle donne
guadagna meno di 1 s.m.l.v., a fronte del 43% degli uomini; ha entrate
superiori a 2 s.m.l.v. il 16%, a fronte del 25% per gli uomini. Inoltre, il
71,3% delle donne non è affiliato al sistema della previdenza sociale.
Tavola 4.1: Redditi di uomini e
donne
|
Entrate
|
Donne
|
Uomini
|
|
|
|
|
|
½ s.m.l.v.
|
64,13%
|
32,46%
|
|
1 s.m.l.v.
|
32,43
|
64,6%
|
|
Più di 3 s.m.l.v.
|
0,36%
|
0,37%
|
Il 21,8%
dei nuclei familiari è capeggiato da una donna e di questi il 90,8% si colloca negli
strati socio-economici più bassi.
L’urgente necessità delle donne capofamiglia di
acquisire entrate, genera oltretutto un alto grado di sottoccupazione. A
Medellín il tasso medio è del 18%; per le donne degli strati più bassi sale al
23,8%. Una delle
caratteristiche dell’impiego delle donne capofamiglia povere nella città è il
tasso di rotazione, che corrisponde al 25,6%; il che significa un’alta
instabilità lavorativa, fenomeno che registra perfino nel lavoro autonomo
(22,3%).
Capitolo 3
Le donne del programma Espacios
de Mujer
È stato notato, tra l’altro, che una gran parte
delle prostitute fecero dapprima le domestiche; l’ha stabilito per i diversi paesi
Parent-Duchatelet, Lily Braun per la Germania, Ryckére per il Belgio. Circa il
50% delle prostitute erano state serve.
Un’occhiata alla <<stanza della donna di
servizio>> è una spiegazione sufficiente. Sfruttata, soggiogata, trattata
come oggetto piuttosto che come persona, la donna tuttofare, la cameriera non
spera in nessun futuro miglioramento della sua sorte; talvolta deve subire i
capricci del padrone di casa: dalla schiavitù domestica, dagli amori ancillari,
scivola verso una schiavitù che non si promette più degradante e che si sogna
più felice. (Simone di Beauvoir, Il Secondo Sesso)
1. Carta d’identità della “popolazione soggetto”
Come si
è detto nella parte introduttiva, il nucleo centrale della ricerca è costituito
dall’indagine qualitativa condotta tra le donne entrate in contatto con il
programma o che ne fanno parte.
I
contatti avvenuti durante le unità di strada, i colloqui, le consulte
individuali e di gruppo, gli incontri e i seminari hanno offerto lo spazio per
portare avanti un’osservazione partecipante del fenomeno e della popolazione.
Per il totale delle 496 donne iscritte al 31 dicembre 2003 al programma, sono
stati elaborati i dati registrati nelle schede personali. Ad un gruppo
ristretto di 253 MEP è stato somministrato questionario e sono state raccolte
36 storie di vita che hanno offerto importanti spunti di approfondimento. I
gruppi partecipanti alle attività di recupero scolastico e alla formazione
professionale e tutti gli altri che si sono conformati per via della partecipazione
a seminari e conversatorios hanno potuto fungere da “gruppi
focali” (85 gruppi focali).
Tra le
donne che compongono il campione, dunque, in quanto alle età la frequenza più alta
si registra tra i 26 e i 35 anni (36,5%) ed il 34,8% ha meno di 25 anni. La
grande maggioranza (67,3%) si colloca tra i 19 e 35 anni.
Tabella 1: Età del campione
|
Età
|
Numero
|
%
|
|
|
|
|
|
Minore
di 18 anni
|
20
|
4
|
|
19
– 25 anni
|
153
|
30,8
|
|
26
– 35 anni
|
181
|
36,5
|
|
36
– 45 anni
|
108
|
21,8
|
|
Maggiore
di 46 anni
|
34
|
6,9
|
Relativamente
al luogo di origine, il 54,7% è nato a Medellín, il 33,8% proviene da altri municipi
di Antioquia ed l’11,5% da altri dipartimenti.
Analizzando
il grado di scolarità, risulta che il 5,1% di loro è analfabeta, il 14,9% ha la
primaria incompleta ed il 34,5% non ha finito il liceo.
Tabella 2: Scolarità del campione
|
Titolo
di studio
|
Numero
|
%
|
|
|
|
|
|
Nessuno
|
25
|
5,1
|
|
Primaria
incompleta
|
73
|
14,9
|
|
Primaria
completa
|
142
|
28,9
|
|
Secondaria
incompleta
|
184
|
34,5
|
|
Diploma
|
67
|
13,6
|
In media,
la scolarità del campione è di 6,2 anni, risultato che non si discosta dal
valore riportato nell’Inchiesta Nazionale di Demografia e Salute di Profamilia
per la popolazione femminile della città, che è di 6.5. Inoltre, la percentuale di MEP con
primaria completa e che hanno frequentato la secondaria è, superiore al livello
medio delle donne di Medellín.
Su
questo risultato positivo ha inciso sicuramente l’offerta scolastica offerta
del programma, alla quale hanno avuto accesso 246 donne in tre anni.
Considerato che il campione non rappresenta tutti i livelli socio-economici ma
solo gli strati 1, 2 e 3 (vedi oltre), tuttavia, si può concludere che
il livello di scolarità delle MEP non è così basso come si potrebbe pensare.
La
comparazione con le statistiche elaborate nel 2000, durante la prima tappa del
programma (progetto Por una Vida más Digna), dimostra come si sia
ridotto fino metà il numero di donne analfabete mentre è cresciuto di quasi 2
punti percentuali il numero di donne con primaria completa e diplomate.
Un altro
fattore che ha inciso sul miglioramento del grado è dato dall’ingresso nel
programma di donne sempre più giovani e di livello sociale più elevato.
Ovviamente,
quanto più giovane è la popolazione, tanto più alta risulta la scolarità: per
esempio, nel gruppo di età compresa tra i 19 e i 25 anni, il 67% ha frequentato
almeno un anno delle superiori o le ha completate. Mentre al di sopra dei 36
anni, la percentuale di donne analfabete raggiunge il valore medio del 10,4%.
Tabella 3: Relazione scolarità-
età
|
Scolarità
|
> 18
|
19 – 25
|
26 - 35
|
36 - 45
|
< 46
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Nessuna
|
10%
|
1,3%
|
4,5%
|
10,4%
|
5,9%
|
|
Primaria
incompleta
|
10%
|
10,5%
|
14,5%
|
19,8%
|
23,5%
|
|
Primaria
completa
|
35%
|
21,1%
|
27,9%
|
37,7%
|
38,2%
|
|
Superiore
incompleta
|
40%
|
51,3%
|
35,8%
|
24,5%
|
23,5%
|
|
Superiore
completa
|
5%
|
15,8%
|
17,3%
|
7,6%
|
8,8%
|
|
Media/anni
|
5,65
|
6,91
|
6,52
|
5,07
|
5,09
|
Rispetto
alla zona di residenza, il 21,2% vive nel centro di Medellín ed il 50,4% nei
quartieri delle zone 1 e 2 (Noroccidental e Nororiental), che presentano
elevati livelli di emarginazione e povertà; ciò significa che, sommando i due
gruppi, 7 MEP su 10 abitano nei luoghi che soffrono i più alti indici di
violenza del paese.
Tabella 4: Zone di residenza
|
Zona
|
Numero
|
%
|
|
|
|
|
|
Area
metropolitana
|
61
|
12,4
|
|
Corregimientos
|
18
|
3,7
|
|
Zona
1
|
173
|
35,5
|
|
Zona
2
|
74
|
15,1
|
|
Zona
3
|
104
|
21,2
|
|
Zona
4
|
38
|
7,8
|
|
Zona
6
|
18
|
3,7
|
3. Le responsabilità economiche
Nonostante
l’ostracismo culturale, l’emarginazione e il rifiuto che le colpisce, le MEP
hanno un ruolo fondamentale nel sostegno economico della famiglia.
Ho iniziato la prostituzione a 31 anni. Lavoravo in
un supermercato quando è morta mia sorella e ha lasciato tre figlie. Il padre è
un uomo orribile, allora io le ho portate a vivere con me ma non ce la facevo
con le spese. É stato allora che un’amica mi ha detto di andarmene con lei in
un villaggio... è così ho iniziato. E fino ad ora ho sempre mantenuto le mie
nipoti, le ho fatte studiare e tutto. La più grande si è già diplomata e le ho
pagato pure un corso avanzato di computer; ora ha cominciato a lavorare in
un’impresa di confezioni. (María del Carmen, 42 anni)
L’85,4%
ha figli a carico ed il 34,8% ha avuto più di tre figli; ma bisogna aggiungere
che quattro donne su dieci hanno altri parenti a carico.
Tabella 5: Numero totale di
figli/e (anche non a carico)
|
Numero
di figli/e
|
%
|
|
|
|
|
Nessuno
|
12,1
|
|
1
– 2
|
53,1
|
|
3
– 4
|
26,9
|
|
Più
di 4
|
7,9
|
|
|
|
|
Totale
numero figli/e
|
1.091
|
Tabella 6: Numero di figli/e a
carico
|
Numero
di figli/e
|
%
|
|
|
|
|
Nessuno
|
14,6
|
|
1
– 2
|
55,6
|
|
3
– 4
|
24,7
|
|
Più
di 4
|
5,1
|
|
|
|
|
Totale
numero figli-e
|
969
|
Tabella 7: Altri parenti a carico
|
Numero
familiari
|
%
|
|
|
|
|
Nessuno
|
60,6
|
|
Uno
|
17,3
|
|
2
– 3
|
15,6
|
|
Più
di 4
|
6,5
|
L’82,9%
non ha marito né compagno ma solo il 47,4% dichiara di essere l’unica apportatrice
di reddito, mentre le altre ricevono l’appoggio dei familiari: genitori
(soprattutto madri), fratelli/ sorelle, zii/e, cugini/e, nonni/e, figli/e. La
situazione di abbandono, dunque, non è più drammatica di quella che soffrono in
media le donne degli strati 1, 2 e 3 nella città e la presenza di compagno non
è meno frequente che nella vita di altre donne popolari.
Tabella 8: Stato civile
|
Stato
civile
|
Numero
|
%
|
|
|
|
|
|
Nubile
|
339
|
68,3
|
|
In
convivenza
|
66
|
13,3
|
|
Sposata
|
19
|
3,8
|
|
Separata
|
50
|
10,1
|
|
Vedova
|
22
|
4,4
|
Tabella 9: Chi apporta reddito in
famiglia
|
Chi
|
%
|
|
|
|
|
Solo
lei
|
47,4
|
|
Lei
e altri membri
|
26
|
|
Madre/
padre3 – 4
|
10,9
|
|
Compagno/
marito
|
10
|
|
Altre/i
|
5,7
|
Una
grande percentuale non è proprietaria di casa (69,3%) ed il 26% vive
nell’abitazione di altri familiari. Quanto alle condizioni abitative, il 17% vive
in inquilinati, stanze o baracche ed il 67,7% ha dichiarato vivere in una casa
(singola o appartamento). Tuttavia, nella maggioranza delle situazioni dette
abitazioni non sono costruzioni funzionali, perché sono realizzate con
materiali di seconda qualità, in terreni ad alto rischio o non godono di
condizioni igieniche adeguate. Varie abitazioni non hanno divisioni interne o
hanno spazi molto piccoli che obbligano a situazioni di affollamento; oppure,
sono situate in aree del quartiere che rendono disagevoli gli spostamenti. Per
quel che riguarda lo strato socio-economico, il 89,9% si colloca ai livelli più
bassi (1 e 2).
Tabella 10: Situazione abitativa
|
La
casa è
|
%
|
|
|
|
|
In
affitto
|
37,9
|
|
Di
un familiare (con il quale lei vive)
|
26
|
|
Messa
a disposizione (da amici o parenti)
|
5,4
|
|
Propria
|
30,7
|
Tabella 11: Tipologia di
abitazione
|
Tipologia
|
%
|
|
|
|
|
Appartamento
|
16
|
|
Casa
|
67,7
|
|
Inquilinato
|
1
|
|
Stanza
|
11,5
|
|
Baracca
|
3,5
|
|
Senza
tetto
|
0,3
|
4. Lavori precedenti o alternativi alla prostituzione
L’esercizio
della prostituzione non è stato il primo lavoro della vita per più di una donna
su tre. In realtà, 188 donne sono state domestiche, venditrici ambulanti,
riciclatrici, cameriere di bar e ristoranti, o hanno svolto altri mestieri
informali e marginali. Questo risultato permette di sostenere che il basso
livello degli stipendi e le violazioni che caratterizzano il mondo
dell’economia informale rappresentano fattori determinanti per l’ingresso nella
prostituzione.
A Bogotá ti sfruttavano
come meglio piaceva a loro. Lavoravi come domestica e quando meno te lo
aspettavi non ti pagavano, ti davano una paga più bassa e ti toccava lavorare
duro, lavare grandi finestre, fare tutto quello che c’era da fare. Quella non
era vita per me e ne sono andata. (Nubia, 44 anni)
Io ho lavorato alcuni
anni come domestica. Ma ti trattano malissimo, ti sfruttano. E poi, il padrone
ci prova e se tu dici di no ti manda via lui; se dici di sì ti manda via la
moglie quando lo scopre. Allora, se sono costretta ad andare a letto con un
uomo mi faccio pagare, no? (Marina, 24 anni)
Tabella 12: Altre attività lavorative
|
Quando
|
Si
|
No
|
|
|
|
|
|
In
passato
|
37,9%
|
62,1%
|
|
Ora
|
28%
|
72%
|
L’alternanza
tra prostituzione ed altri mestieri è una costante della vita delle MEP e se il
28% del campione al momento sta realizzando anche altri lavori ma non ha
lasciato la prostituzione, questo succede perché si tratta di lavori temporanei
o mal pagati che non permettono entrate economiche sufficienti a soddisfare le
necessità della famiglia. <<Perché devo ammazzarmi in un’impresa se in
strada guadagno di più?>>, dice María Isabel.
Delle
139 donne che hanno un’attività lavorativa diversa dalla prostituzione, solo
cinque hanno un contratto a tempo indeterminato, con imprese del settore delle
confezioni; il loro stipendio è di un solo salario minimo, con l’aggiunta del
rimborso dei viaggi e del pranzo. Una ha un contratto con una cooperativa che
gestisce un bar nell’università e riceve 12.000 Pesos al giorno (meno di
4 Euro), più pranzo e sussidio di trasporto. Un’altra è operatrice di computer
in un’impresa privata; cinque hanno una piccola impresa familiare nel settore
alimentare e delle confezioni (maquila); 11 fanno le parrucchiere o le
estetiste in casa propria o al domicilio della cliente.
Inoltre,
solo il 19,4% di quelle che hanno un lavoro diverso dalla prostituzione (27 su
139) stanno svolgendo un’attività conforme alla propria qualifica o grado
d’istruzione. Tutte le altre si dedicano alla vendita ambulante di cibo,
svolgono pulizie in case, uffici o ristoranti, fanno le lavandaie, le
babysitter o altre attività non corrispondenti ai titoli acquisiti.
In
realtà, 238 delle donne del campione hanno ricevuto formazione professionale
all’interno del programma o in altre entità della città (Sena, Casse di
compensazione, ONG) e, tra queste, il 10% ha fruito di vari livelli di
formazione.
Tabella 13: Scolarità e formazione
professionale ricevuta
|
Formazione
ricevuta
|
N°
|
|
|
|
|
Istruzione
scolastica
|
244
|
|
Formazione
profess. (offerta dal progetto)
|
203
|
|
Formazione
profess. (in altri progetti)
|
35
|
|
Borse
universitarie
|
2
|
Tabella 14: Formazione
professionale ricevuta
|
Formazione
|
%
|
|
|
|
|
1
tipologia di formazione
|
41,5
|
|
2 tipologie
di formazione
|
5,2
|
|
3
o più
|
1,2
|
|
Nessuna
|
53,12
|
In
questo senso, i risultati permettono di smentire tutte le analisi che finora
hanno voluto individuare nella mancanza di formazione professionale la barriera
principale all’entrata delle MEP nel mercato del lavoro.
5.
L'ingresso nella prostituzione
Il 37,1%
delle donne del campione ha iniziato ad esercitare la prostituzione quando
aveva meno di 18 anni, e quasi la metà vi ha fatto ingresso tra i 18 e 25 anni.
Tabella 15: Età d’inizio
|
Quando
|
%
|
|
|
|
|
Prima
di 14 anni
|
5,3
|
|
14
– 17
|
31,9
|
|
18
– 25
|
43,1
|
|
26
– 40
|
19,5
|
|
Oltre
45 anni
|
0,2
|
Ho iniziato nei bar a 14 anni. Il locale si
chiamava El Gril de la Luciernaga e io dovevo lavorare dalle sette di
sera alle tre del mattino; è stato lì che ho cominciato. Il locale era sempre
pieno di poliziotti, ladri, gente così. Ogni volta che arrivava la polizia per
fare una retata, mi dovevo nascondere, perché i minorenni non ci potevano
lavorare in posti del genere. (Nubia, 44 anni)
Una parte del
questionario somministrato era volto ad individuare la loro opinione sulle
circostanze e le ragioni che le hanno portate alla prostituzione.
Quasi tutte le
intervistate hanno dichiarato di esservi state spinte dalle necessità
economiche. A determinare la situazione di necessità, varie circostanze: la
migrazione verso la città, la morte dei genitori, la misera paga percepita nei
lavori anteriori, la separazione dal compagno o la sua morte, una gravidanza
inattesa e indesiderata, l’assunzione di inattese responsabilità economiche.
Rocío ha 34 anni e tre
figli. Ha iniziato ad esercitare la prostituzione da sette anni, dopo la morte
di suo marito. Rubiela ha 38 anni, sette figli e una nipote appena nata.
Esercita la prostituzione durante i fine settimana nei villaggi e si occupa
della famiglia durante la settimana. I suoi sanno che nei villaggi per vendere
mercanzie. Doris ha 33 anni, due figlie ed un figlio con disabilità. La sua relazione
col marito è sempre stata difficile: <<Perché io sono ho un brutto
carattere>>, dice. Quando si separano, lei inizia a battere. Nubia fugge
da casa a 12 anni, dopo essere stata violentata dal fidanzato della sorella e
incomincia a lavorare in un bar. Monica è desplazada a causa della
violenza; sei anni fa è venuta a Medellín dopo che i paramilitari hanno
ammazzato a Tarazá i suoi tre fratelli.
Per il
54% l’idea di ricorrere nella prostituzione è venuta da amiche e per il 25% da
un parente (madre, marito, compagno, sorelle, cugine, etc.); ma il 22% ha
dichiarato di avere incominciato per iniziativa esclusivamente propria.
Solo due donne lo hanno fatto incitata da un annuncio sulla stampa locale.
Il 64,4%
del campione ha dichiarato di avere uno o più familiari che hanno esercitato o
esercitano ancora la prostituzione: soprattutto sorelle, cugine e zie.
Probabilmente questo dato non si può considerare rappresentativo di tutto
l’universo, considerato che la parentela – come anche l’amicizia – con altre
donne che fanno già parte del programma può essere un fattore che facilita
l’ingresso di altre.
Alcune hanno raccontato
gravi forme di violenza familiare o un abuso sessuale come il “momento che ha
cambiato la direzione della vita”.
Me ne sono andata di casa a 9 anni. Noi eravamo
dodici figli e vivevamo a Bogotá. Mio padre era molto aggressivo, picchiava mia
madre e la offendeva sempre. Quando si ubriacava le diceva di andarsene di
casa: <<Vattene, cagna – gridava – figlia di buona donna...>> ma
non le apriva la porta, anzi la spingeva contro un angolo e iniziava a
picchiarla. É stata questa una della ragioni per le quali me ne sono andata di
casa. Mia mamma, poverina, è venuta a cercarmi, a dirmi di tornare e casa e di
chiedere perdono a mio padre, ma io le ho detto: <<No, non torno, non
torno, non torno più>>. (Rubiela, 38 anni)
6. La relazione con la famiglia
A
giudicare dalle risposte che danno nel questionario, solo una minoranza
proviene da famiglie disfunzionali. Di fatto, solo il 20,8% delle intervistate
ha dichiarato che la relazione con genitori e fratelli/sorelle era molto
negativa, mentre quasi la metà di loro la definisce buona o, addirittura,
eccellente.
Tabella 16: Relazione con la
famiglia di origine
|
Com’era?
|
%
|
|
|
|
|
Eccellente
|
8,1
|
|
Buona
|
39,3
|
|
Normale
|
30,8
|
|
Negativa
|
20,9
|
|
Non
risponde
|
0,9
|
Il
contesto familiare rappresenta un riferimento positivo, ove non mancano
solidarietà, aiuto e condivisione, come confermano le valutazioni sul
presente.
Tabella 17: Relazione con la
famiglia attuale
|
Com’è?
|
%
|
|
|
|
|
Eccellente
|
14,1
|
|
Buona
|
50,3
|
|
Normale
|
25,6
|
|
Negativa
|
9
|
|
Non
risponde
|
1
|
Solo il 9%
delle donne fa una valutazione negativa sulle relazioni familiari, mentre quasi
due su tre dichiarano di avere buone o eccellenti relazioni con la famiglia
attuale.
Chiaramente,
queste risposte ci parlano dei nessi affettivi che la famiglia garantisce, ma
non permettono di concludere che la casa sia uno spazio di riconoscimento ed
equità per la donna. In realtà, dai racconti sembra emergere proprio il
contrario.
Alcune fanno sapere ai
familiari, altre no, benché, dato lo stile di vita che seguono, sembra
impossibile che la famiglia non se ne renda conto. Probabilmente funziona anche
nella famiglia una doppia morale che induce a mettere a tacere i sospetti e il
giudizio, se la donna provvede alle necessità economiche.
No, la mia famiglia non mi ha mai chiesto nulla. Io
credo che hanno capito ma quello che vogliono è il denaro. Io con i miei viaggi
a Panama e nelle Antille ho comprato a mia madre una casa di tre piani e lì
vivono anche le mie sorelle e mio fratello. (Rosa, 42 anni)
Il peso
di condurre una doppia vita è per alcune una sofferenza.
Io attualmente lavoro in un bar di Caldas: mattina,
pomeriggio, sera e notte. Per evitare gli alcolici sono costretta a consumare clarita
ed ora sono diventata una mucca. A casa mia ho dovuto dire che lavoro come
domestica in una famiglia e che il mio giorno libero è il mercoledì , che
invece è il giorno in cui il bar è chiuso. (María, 34 anni)
Le donne vogliono
proteggere e mantenere all’oscuro prima di tutto i figli; per questo quando
essi crescono aumenta l’angoscia di essere scoperte.
Beatriz è una delle donne
che partecipano al progetto. Ha solo un figlio al quale aveva mentito per anni sul
suo lavoro; fino a quando lui non l’ha vista per strada e da quel momento non
ha voluto più sapere nulla di lei.
Tuttavia,
la reazione dei figli non è stata di rifiuto ma a volte piuttosto di
gratitudine rispetto al “sacrificio” della madre.
Mio figlio mi rispetta molto. Lui dice: <<Mia
madre si è sacrificata per noi, ci comprava sempre vestiti buoni e ci ha fatto
studiare e se ora io ho la mia impresa è per merito suo>>. Mio figlio
vive a Barranquilla e quando ho bisogno di soldi me li manda. Ma io non glieli
voglio chiedere perché lui ha moglie e due figli e deve pensare alla sua
famiglia. (Mercedes, 39 anni)
7. Il luogo di esercizio e la cura di sé
Per quel
che riguarda il luogo di esercizio, quasi una donna sue due lavora nella città
di Medellín, il 31,5% alterna il lavoro nella città a quello nei villaggi di
Antioquia; una minoranza (18,7%) preferisce spostarsi verso altri dipartimenti
del paese o all’estero.
Tabella 18: Località di esercizio
fuori Medellín
|
In
quale località esercita
|
%
|
|
|
|
|
Altri
dipartimenti
|
11,0
|
|
Estero
|
3,8
|
|
Antioquia
|
44,0
|
Per la
gran maggioranza delle donne di strato 1 e 2, strada, bar e cantine continuano
ad essere i luoghi preferiti. Solo il 6,7% del campione esercita a domicilio,
in case di appuntamento, centri di massaggi e locali di striptease.
Tabella 19: Luogo di esercizio
|
Dove
esercita
|
%
|
|
|
|
|
Solo
a domicilio
|
5,9
|
|
Solo
in bar
|
21,9
|
|
Solo
in strada
|
40,8
|
|
Solo
in residence
|
6,4
|
|
In
vari dei luoghi precedenti
|
24,2
|
|
In
altri luoghi
|
0,8
|
Questo
significa che le donne che appartengono ad una classe di prostituzione più alta
non sono arrivate al programma. Le spiegazioni possono essere varie;
sicuramente il mondo della prostituzione elegante coinvolge ragazze di giovane
età ed alto livello accademico. Inoltre, le MEP che esercitano in luoghi
sofisticati e riservati hanno anche elevati guadagni, per cui non sono motivate
a rivolgersi a servizi gratuiti; d’altra parte, probabilmente sono soggette a
forme di controllo che impediscono loro di accedere a spazi che comportano una
pericolosa visibilità.
Si è già
detto che la modalità tradizionale nella città è quella di bar e cantine, dove
i clienti vanno per ascoltare musica, bere e ballare; in questo tipo di locali
la donna ha il compito di intrattenere, divertire e far bere il cliente; se
costui vuole portarla fuori, deve pagare una “multa” al proprietario, la stanza
del hotel e versare direttamente alla donna la tariffa della prestazione.
Questa riceve anche una percentuale sugli alcolici che il cliente consuma;
spesso le donne riescono a guadagnare solo in questo modo, senza dover fare
sesso coi clienti.
Nella mia “guerra” di
prostituzione sono state poche le volte che sono andata con un cliente, perché
io uscivo per divertirmi, ballare, bere e stare bene. E guadagnavo anche senza
coricarmi con loro. (Rosario, 42 anni)
La
presenza continua in bar e taverne le espone in maniera particolare al consumo
di alcolici; e di fatto, il 38,7% abusa attualmente di alcol e circa il 50% ne
abusava in passato.
Nonostante
gli stereotipi vigenti che considerano le MEP abituali consumatrici di sostanze
psico-attive, solo il 10,5% del campione consuma droghe che causano dipendenza
(soprattutto périco, bazuco, estasi e a volte cocaina). E la
relazione droga-prostituzione è un fenomeno che caratterizza più le minori di
età che le adulte.
Tabella 20: Abuso di droghe e
alcool
|
Abusa
di
|
Ora
|
In passato
|
|
|
|
|
|
Sostanze
psicoattive
|
10,5%
|
21%
|
|
Alcool
|
38,7%
|
48,1%
|
Il 79,7%
delle MEP ha dichiarato di utilizzare il preservativo coi clienti, ma ampliando
l’informazione con le interviste in profondità è emerso che la risposta positiva
significa che lo utilizzano solo con clienti sconosciuti. Diverso è
l’atteggiamento che assumono con conoscenti o amici, mentre generalmente non lo
utilizzano mai con i fidanzati, compagni o mariti. Più alto è l’indice di
protezione per le donne di età compresa tra 18 e 35 anni (circa il 85% lo
usano) mentre la percentuale scende al 28,9% per le minori. Infine, la
comparazione dei risultati sull’utilizzo del preservativo e il livello di
istruzione dimostra come un buon livello di scolarità significa generalmente un
maggior uso del preservativo (circa l’83% per le donne che hanno completato la
primaria o secondaria lo utilizzano).
Tabella 21: Uso del preservativo
in relazione all'età
|
Età
|
%
|
|
|
|
|
Minore
di 18 anni
|
28,6
|
|
18
– 25
|
86,7
|
|
26
– 35
|
84,1
|
|
36
– 45
|
64
|
|
In
media
|
79,7
|
Tabella 22: Uso del preservativo e
grado d’istruzione
|
Titolo
di studio
|
%
|
|
|
|
|
Analfabeta
|
50
|
|
Primaria
incompleta
|
61,3
|
|
Secondaria
incompleta
|
85
|
|
Secondaria
completa
|
81,3
|
8. Un contesto violento ma solidale
Il 29,2%
del campione (145 donne) ha dichiarato di essere stato vittima di gravi forme
di violenza ad opera dei seguenti attori:
Tabella 23: Casi di violenza
|
Responsabili
|
N° donne
|
|
|
|
|
Clienti
|
98
|
|
Colleghe
|
58
|
|
Poliziotti
|
42
|
|
Ladri
/malviventi
|
21
|
|
Padroni
|
11
|
|
Convivir/ vigilantes privati
|
6
|
Il responsabile
principale sembra essere il cliente e solo 42 donne hanno denunciato violenze
da parte dei poliziotti e appena 6 da parte di Convivir o vigilantes
privati.
Tuttavia, gli indicatori
sulla violenza emersi dalle dichiarazioni delle donne sono probabilmente
sottostimati, considerato che le MEP non hanno una consapevolezza chiara dei
propri diritti, il che, sommato alla percezione di esercitare un’attività
illecita, può indurle a considerare “normale” di essere aggredite da terzi,
soprattutto quando si tratta di rappresentanti dello Stato e funzionari
pubblici.
Stavo battezzando mio figlio quando la polizia mi
ha invitato ad uscire dalla chiesa dicendo che siamo la vergogna della città,
davanti a tutti, anche davanti alla mia famiglia. Ovviamente loro ci conoscono
bene, ci vedono lì tutti i giorni e non perdono l’occasione per umiliarci ogni
volta che possono. (Luz Marina, 27 anni)
Abbiamo scoperto che in un hotel dove andavamo con
i clienti ci filmavano di nascosto e dopo si vendevano le cassette, alle nostre
spalle. Io ho proposto di formare un gruppo e di andare alla polizia. Abbiamo
fatto molto rumore e ci hanno dovuto ascoltare. Così il proprietario dell’hotel
è stato smascherato e sembra che c’era dietro anche uno straniero. (María, 22 anni)
Qui alla Veracruz più di 10 anni fa c’è
stata un’epoca di violenza ed hanno iniziato ad ammazzare molte donne. Quello
che mi ha fatto male è che nessuno di quei delitti è stato punito. Perché?
Perché siamo le scorie della società! Ma questo è ingiusto, io dico che è molto
ingiusto, perché noi siamo esseri umani come tutti. (Patricia, 45 anni)
Nella costa ci sono rimasta 3 anni, tra
Barranquilla e Cartagena. Poi me ne sono tornata a Medellín perché la polizia
di emigrazione non ci lasciava più stare e ci portava continuamente in caserma.
Molte volte dovevi dargli quei pochi soldi che avevi risparmiato per non farti
mettere dentro. In 3 anni mi hanno messo dentro 5 volte. La polizia era
aggressiva, ci maltrattavano, ci bastonavano e dicevano: <<Sì, diamogliele
a queste puttane, che non fanno altro che prendersi le malattie dagli stranieri
per attaccarcele a noi>> (Amanda, 43 anni)
In una città come
Medellín che presenta indici molto elevati di violenza, le forme di aggressione
sono varie e non si registrano soltanto nei locali di prostituzione e in strada
ma nel loro stesso quartiere. È ben noto che gli attori armati stanno imponendo
regole sulla vita della comunità tali come: l’ora limite per il ritorno di
sera, la proibizione ad andare in giro ubriachi o sotto l’effetto di droghe, il
divieto di indossare minigonne o pantaloni a vita bassa o scollature profonde.
Regole come queste si ripercuotono, chiaramente, sulla vita delle MEP più che
su altre donne.
Io vivo nel quartiere San Blas ed i paracos
[paramilitari; N.d.A.] dall’anno scorso ci stanno fregando la vita. Pensa un
po’, come posso lavorare se la sera devo rincasare presto? E poi se mi beccano
“bevuta” mi fanno passare i guai! A volte, quando si fa notte ed è troppo tardi
per tornare, devo rimanere tutta la notte fuori; allora mi siedo da qualche
parte e aspetto che fa giorno. (María Isabel, 21 anni)
Nonostante
siano i principali responsabili dei casi di violenza, esiste un buon grado di
soddisfazione circa la relazione con i clienti: l’85,6% delle donne la
considera buona o eccellente.
Tabella 24: Valutazione sulla
relazione coi clienti
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Com’e
la relazione?
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%
|
|
|
|
|
Eccellente
|
12,6
|
|
Buona
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73
|
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Normale
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13,8
|
|
Negativa
|
0,6
|
I
clienti sono quelli che permettono conseguire un reddito, dunque è normale che
vengano visti positivamente. In molti casi essi rappresentano un importante
punto di riferimento; le appoggiano, le aiutano a risolvere problemi e in
alcuni casi i clienti intervengono nel processo di fuoriuscita dalla
prostituzione. A volte, da clienti passano ad essere compagni o mariti.
Il vissuto della strada
le rende dure, caute, diffidenti; per farcela devono imparare ad utilizzare
intuito ed astuzia per riconoscere il pericolo: <<il mondo è dei
forti>>, dice Liliana. Tuttavia, il contesto offre anche sicurezza
emozionale e sociale. Le risposte a domande sulla relazione con le compagne,
segnalano la presenza di un elevato livello di solidarietà tra di loro: solo
l’1% la considera negativa. I conflitti, indubbiamente, ci sono ma c’è anche
coesione, condivisione e sostegno reciproco.
Tabella 25: Valutazione sulla
relazione con le compagne
|
Com’e
la relazione?
|
%
|
|
|
|
|
Eccellente
|
16,3
|
|
Buona
|
74,7
|
|
Normale
|
7,9
|
|
Negativa
|
1
|
Anche i
padroni dei locali, i tassisti, i dipendenti degli hotel possono fornire
appoggio e amicizia.
I padroni non sono tutti uguali, ci sono anche
quelli buoni. Il padrone del bar di Medellín dove ho lavorato quasi qui tutta
la mia vita, quando è nato mio figlio è stato molto buono con me. Mi ha dato un
po’ di soldi per il tempo che non ho potuto lavorare, soldi per me e per il
latte del bambino. Sì, è stato molto buono... Lui è di una qualità umana
impressionante. (Esperanza, 35 anni)
Lì ti fai molte compagne. Io sono una di poche
amicizie, parlo poco con la gente, non sono molto socievole. Ma lì c’è molta
gente che ti parla, c’è una ragazza che è molto fidata e si comporta come una
vera amica. Anche i tassisti sono molto buoni, a volte ti prestano i soldi. Gli
hotel sono molto buoni, cambiano le lenzuola tutte le volte, stanno sempre
attenti caso mai succede qualcosa nella stanza e poi bussano alla porta dopo 15
minuti. Questo ti aiuta molto perché, se è il hotel che dice il tempo è finito,
i clienti non fanno storie. (Monica, 21 anni)
9. La mobilità interna e il pericolo della tratta
Nella
seconda metà del secolo scorso, lo sviluppo delle vie di comunicazione,
l’industrializzazione dell’agricoltura e l’avvio di imponenti opere
infrastrutturali hanno fatto sì che la prostituzione si sviluppasse in forma
migratoria. Le MEP hanno incominciato a spostarsi per il raccolto del caffè,
del cotone e della canna di zucchero. Oppure si dirigevano verso le città della
costa o verso località nelle quali, in conseguenza della costruzione di ponti,
fabbriche, strade, dighe, c’era una ingente concentrazione di manodopera
maschile. A questi “fattori di attrazione” se ne aggiunsero altri, come le
dinamiche del crescente conflitto armato.
Oggi le
MEP si spostano all’interno del paese in condizioni che sono a volte di estrema
insicurezza, soprattutto quando si recano in zone controllate dagli attori
armati; frequentemente, inoltre, vengono ingannate sulle condizioni di lavoro.
Se andare verso le zone rurali permette loro di mantenere l’anonimato e a volte
di ottenere guadagni migliori, le espone anche a grossi rischi.
Non ho mai lavorato a Medellín, non mi piace, morirei
di vergogna se qualcuno mi riconoscesse. Preferisco i villaggi perché nessuno
della mia famiglia sa. Tu ti immagini come sarebbe se lo scoprissero? Io dico
che vado a vendere mercanzie. E il denaro che guadagno lo nascondo e lo tiro
fuori a poco a poco in modo da non dare nell’occhio. (María, 33 anni)
Quando andavamo alla costa, chiedevamo un passaggio
ai camionisti. Ma chi aveva il denaro per pagare il biglietto? Perché i
camionisti non ti portavano mica gratis! Una volta, nella strada da Barranquilla
a Bogotá ho avuto un’esperienza amara con un camionista. (Fabiola, 38 anni)
Non mi dimentico mai del primo locale dove ho
lavorato. Alcune amiche mi hanno detto: <<Vieni con noi, si guadagna
bene. Tu sei così giovane e carina!>>. Ovviamente non volevo iniziare qui
a Medellín: e se mi vedeva qualcuno conosciuto, un parente o un amico che
facevo? Allora me ne sono andata con loro a Barbosa. Il trattamento era
terribile. Ci tenevano rinchiuse, la padrona ci ha detto che aveva pagato una
somma per noi e che prima di ricevere il suo guadagno non ci lasciava andare.
Il cliente i soldi li dava a lei, la quale ci dava solo una parte, io credo non
più del 25%. Quando me ne sono potuta andare, ho deciso di non tornare mai più
nei paesi. (Francy, 26 anni)
Ah no, io no, io non sono mai andata nei paesi. Mi
fa paura, perché un mia comare non è più tornata e non abbiamo più saputo
niente di lei. Lei era una buona amica e un’ottima madre. Era la prima volta
che se ne andava in un paese; da lì è tornata due volte e al terzo viaggio non
s’è più vista. Non sappiamo che cosa è successo e se l’hanno ammazzata. Noi
siamo andati a cercarla; con Horacio un giorno siamo stati a Guarne dalle 9 di
mattina alle 11 di sera e non siamo riusciti a sapere niente. Ci hanno detto
che l’hanno vista a Rionegro, siamo andati a Rionegro e niente; l’abbiamo
cercata in molti posti e niente. (Nubia, 44 anni)
Io sono stata sfruttata a Magangué, nella zona del
Magdalena, vicino a Mompós. Un’amica è venuta a prendere delle donne e ci ha detto
che lì era un buon posto e che lei aveva un contatto con un turco. Ce ne siamo
andate in quattro, tutte della Veracruz. Ci tenevano rinchiuse e il
cliente i soldi li dava al padrone. Potevamo uscire solo una volta alla
settimana, per andare dal medico. Ci sono rimasta due anni, due anni senza
sapere niente, senza uscire per strada, senza incontrare altra gente oltre a
quella che entrava nel locale. C’erano 19 donne e non ce la facevamo più; e poi
quando ci veniva il ciclo dovevamo “tapparci” e continuare a lavorare.
(Patricia, 45 anni)
10. La tratta internazionale
Sul
totale del campione, 19 donne hanno esercitato la prostituzione in altri paesi
latinoamericani (Curazao, Ecuador, Panama, Perú, Venezuela), in Giappone, in
Tailandia e in Europa (Germania, Olanda, Italia, Spagna). Inoltre, quasi la
metà delle intervistate (48,5%) ha dichiarato di aver ricevuto proposte di
lavoro all’esterno.
La
ricerca di opportunità di lavoro più redditizie rende vulnerabili le MEP ad
essere reclutate da reti o individui coinvolti nella tratta di persona.
Un’amica mi ha detto che in Spagna cercavano per
mezzo del Sena [istituto nazionale di formazione; N.d.A.] donne che sanno usare
il computer. Però io non me la sono sentita, non sono mai andata all’estero e
non vado in Spagna perché mi fa paura e non voglio lasciare mio figlio ed i
miei genitori. (María, 33 anni)
A me mi hanno anche proposto di andare all’estero,
quando era più giovane e potevo portare droga. Allora non le fermavano tanto le
mulas pero io no... a me mi hanno fatto tante
promesse però non mi interessava andarmene dal mio paese. (Carmenza, 39 anni)
Mi hanno proposto di andare via due anni fa, ma non
avevo soldi. Dovevo farmi prestare due milioni di pesos e un’amica mi ha
spiegato che dopo me li chiedevano in dollari e con un interesse alto. Ora che
ho soldi me ne andrei senza pensarci, ma mi dispiace per mia madre che è molto
vecchia. Se gli succede qualcosa quando sono lì io impazzisco. So che ad alcune
donne sono successe cose molto brutte ma altre hanno guadagnato un sacco di
soldi e tu pensi sempre che ti vada bene, che sei fortunata, no? (Milena, 21
anni)
Per
molte di loro è facile credere che nel “mondo ricco” avranno a portata di mano
numerose opportunità lavorative tra le quali scegliere, ma appena arrivate nel
paese di destinazione si sconteranno con le barriere e forme di discriminazione
inattese.
All’inizio ti tappa gli occhi l’illusione di
viaggiare, di poter guadagnare tanti soldi e trasformare la tua vita. Ma
l’illusione cade quando scopri quanto guadagni e quanto devi lavorare. (Ruth,
32 anni)
Quando sono arrivata in Germania
sono rimasta otto giorni a casa di mia sorella, fino a quando lei mi ha detto:
<<Bene, Lucero, può restare qui una settimana ma poi andiamo a
Francoforte, perché tu sai lei che bisogna combattere. Qua ci sono tre cose che
puoi fare: andare a rubare, fare la puttana o il narcotraffico; vedi tu cosa
vuoi fare>>. (Lucero, 30 anni)
Questo [l’Italia; N.d.A.] è un paese dove tutti ti
guardano e quando dici che sei colombiana e come se avessi scritto in fronte
<<prostituta a tempo pieno>>. (Beatriz, 36 anni)
Se sanno che sei colombiana ti trattano molto male;
devi dire che sei spagnola o americana, perché loro non lo capiscono bene da
come parli. Tu dici che sei messicana o spagnola e basta. (Ruth, 32 anni)
Infine,
all’estero la vita è molto cara e la prostituzione ha caratteristiche diverse
rispetto a quelle cui sono abituate, il che rappresenta un altro fattore di
disagio.
Se hai 5 milioni, 3 milioni ti costa il biglietto e
te ne restano 2. Là [l’Italia; N.d.A.] i soldi se ne vanno come niente. Cioè si
guadagna ma si spende un sacco. Una Coca Cola costa 1.500 pesos, un
pranzo 15.000. Molta gente che torna dice: <<L’Europa? Ah, lì ci sono
tanti soldi!>>. Ma per guadagnare i soldi, cosa hanno dovuto fare?
(Helena, 36 anni)
Quando stavo in Colombia, potevo avere al massimo 5
clienti al giorno, ma lì [in Germania; N.d.A.] il primo giorno sono stati 57;
lo so perché ho contato preservativi alla fine dell’orario. (Lucero, 30 anni)
Nei teatri del Giappone bisognava fare uno show che
si chiamava “open”. L’“open” è così: sei completamente nuda, seduta con
le gambe aperte mentre la piattaforma gira. Allora in quella posizione si apre
la vagina e gli uomini ti mettono dentro i soldi. Sei solamente tu con la luce
puntata addosso e tutti gli uomini attorno: si accalcano, guardano, vengono
dalla fila del fondo per guardare… come se fosse un film. E poi va avanti...
Salgono sulla piattaforma gli uomini... uno, due, fino ad otto... cioè, dura il tempo che dura.
(Gloria, 44 anni)
All’estero
la vita obbliga a condizioni di solitudine che pesano più della violenza.
Sono partita per l’Italia con il sogno americano...
farmi una casa, far studiare le mie figlie... Quando sono arrivata lì tutto era
diverso. È bello, ci sono i soldi, ci sono cose molto belle ma la solitudine è
impressionante, e la discriminazione che devi subire! Non hai amiche perché le
altre sono lì per lavorare come te, allora quando arrivi ti mollano
nell’appartamento e te la devi cavare da sola. Tutte le donne quando chiamano a
casa piangono. Qui in Colombia ti compri un pezzo di pane, dividi una Coca
Cola, ma stiamo bene, viviamo molto bene; è la nostra povertà, la nostra stessa
barbarie ma ci divertiamo. (Helena, 36 anni)
11. Le entrate che garantisce la prostituzione
Nella
prostituzione del livello più basso, le entrate sono esigue e non sufficienti a
soddisfare le necessità basiche della famiglia; non è casuale che, come già
detto, il 41,5% del campione debba procurarsi altri redditi (lavori informali,
aiuto di familiari, compagni o mariti, affitti, etc.).
La
tariffa varia secondo la zona, l’età delle donne, l’età e lo strato sociale dei
clienti. Per le donne che esercitano nei bar o nelle strade del centro, la
tariffa varia tra gli 8 ed i 15 mila pesos. Nelle case d’appuntamento,
case di massaggio e locali di striptease, la tariffa varia dai 20 ai 40 mila pesos.
Nel quartiere di San Diego, frequentato da giovanissime, i clienti sono in
prevalenza professionisti disposti a pagare oltre 200 mila pesos anche
per una prestazione rapida.
Bisogna
qui sottolineare che le MEP hanno difficoltà a quantificare le loro entrate
mensili, e per questa ragione non sono state considerate attendibili le
risposte date nei questionari rispetto a questo punto. Per approfondire il tema,
bisognerebbe definire strumenti di ricerca più adatti alla delicatezza che
assume questo aspetto.
La normale variabilità
dei guadagni, in relazione ai giorni della settimana o ai periodi dell’anno, è
una delle ragioni che impediscono di avere una valutazione realistica delle
entrate. In più, la relazione con i soldi è sempre stata per le MEP
contraddittoria e influenzata da miti che le portano a considerarli “denaro mal
guadagnato”. Molte pur avendo entrate elevate non riescono a mettere in atto
una progettualità economica. Le donne più adulte ripetono spesso stereotipi che
sembrano giustificare le loro difficoltà con il denaro; in esse si scorge una
sorta di senso di colpa di fronte a quello che la società considera un
“guadagno facile”, fattore che ne ostacola una gestione responsabile.
Il denaro della prostituzione è maledetto: come lo
guadagno lo spendo. (Ángela, 35 anni)
Per me quel denaro era maledetto! C’erano giorni
che mi facevo 70, 80.000 pesos e allora dicevo: <<Ah, sì, quante
cose ci faccio con tutti questi soldi! Ave Maria!>>. Sbagliato! Pagavo la
stanza, mi comprava i vestiti, da mangiare e il giorno dopo mi alzavo senza un
soldo in tasca per comprarmi una bibita. Per questo io dico che quel denaro era
maledetto, perché era così... volador hecho, volador quemado.
(Patricia, 45 anni)
Quello che succede è che quei soldi sono maledetti,
perché è denaro che tu prendi... per esempio... per fare un esempio, io ieri
sera sono andata con un cliente e lui mi ha dato 200.000 pesos e ora
alle quattro del pomeriggio già non ho un soldo. Cioè, questi soldi che
arrivano così se ne vanno nello stesso modo. (Nubia, 44 anni)
La maggioranza delle mie compagne dice: <<I
soldi della prostituzione non sono ben guadagnati, sono come i soldi
rubati>>. Ci sono donne molto in gamba che risparmiano, perché hanno
altre entrate. Forse ci sono donne che sono prostitute ma stanno con la madre e
questa le aiuta, le appoggia, le fa vivere a casa propria, si occupa dei bambini;
così riesce a risparmiare. Ma spesso non è così; devi pagare tutto, devi pagare
l’affitto, la baby sitter, la sarta, devi pagare tutto. (Rocío, 37 anni)
La cosa certa è che
l’attività offre sicurezza economica per un tempo breve della vita, trattandosi
di un guadagno legato alla giovane età. Tra le MEP che hanno lasciato la
prostituzione la maggioranza lo ha fatto a causa dell’età, perché hanno una
relazione stabile, o per la paura che provoca in loro pensare che i figli lo
possano scoprire. <<No, ormai ero vecchia. Mi faceva star male battere
accanto alle ragazzine, non piacevo più>>, dice Claudia. <<L’ho
promesso a mio figlio il giorno che è nato>>, racconta Luz Marina. Altre
ancora perché sono stanche della violenza: <<No, la strada non fa per me,
non mi piace, non sopporto la paura tutte le notti. Il posto dove vado è molto
“caldo”, lì può accadere di tutto in qualunque momento>>, afferma Marina,
24 anni.
12. La visione che le MEP hanno della prostituzione
Tra i dolori
più intensi c’è la coscienza di essere giudicate, emarginate, considerate tra
le peggiori donne e madri.
A noi ci chiamano sempre “quelle”, ci segnalano
sempre, ci pugnalano, ci feriscono a morte e se in un ospedale ci assistono è perché
abbiamo il SISBEN. Se non avessimo questo SISBEN, noi non saremmo meritevoli di
entrare nemmeno dalla porta di un ospedale. Poi, quando usciamo dall’ospedale e
ci buttano per strada, come i cani. (Patricia, 45 anni)
Molte volte c’infondono l’idea che siamo
spazzatura, scorie della società e sì, saremo scorie! Ma ora che ho avuto tante
opportunità di studio allora dico: <<Ehi, ma io valgo molto, anche se
faccio questa vita io valgo. Ma come! Io sono un essere umano, io valgo
molto>>. (Flor María, 38 anni)
Io non ho niente contro gli uomini, loro sono molto
carini, molto affettuosi ma credono che perché stai in un bar sei un oggetto,
che ti possono utilizzare come e quando vogliono e questo è molto pesante.
(Rocío, 37 anni)
Nella prostituzione,
alcune utilizzano il proprio nome, altre ne scelgono uno diverso, che spesso è
quello che avevano desiderato sempre avere.
Io ho un nome brutto, ma in strada mi faccio
chiamare Monica, mi è piaciuto sempre questo nome. (Monica, 21 anni)
Il mio nome era Diana a quei tempi, perché io non
ho mai sporcato il mio nome; tutti mi conoscono come Diana. (Diana, 41 anni)
Il nome io non me lo sono mai cambiato; quando mi
domandavano: <<Come ti chiami?>>. Io rispondevo sempre:
<<Gladis!>> (Gladis, 33 anni)
Ma i
ricordi della prostituzione non sono sempre tristi, come si potrebbe credere, e
non rivelano necessariamente angosce. Le donne più adulte che hanno già
lasciato la prostituzione raccontano, accanto agli aspetti negativi, anche
quelli piacevoli. Ricordano di essere state attraenti e apprezzate; parlano del
clima di festa e delle abilità relazionali che sapevano mettere in campo.
Io sono una che ne ha combinate tante ma nella mia
guerra di prostituzione sono state poche le volte che sono andata a letto con
un uomo. Perché io uscivo per divertirmi, per ballare, per bere e per
passare bene il tempo... A me mi andava bene con le fichas
e cercavo sempre di non esagerare con nessuno. Ero carina e mi guadagnavo
sempre la simpatia della gente. (Esperanza, 35 anni)
A chi ha un dono bisogna riconoscerlo ed io ero
molto ricercata, troppo. Io avevo un bel corpo, vita sottile, buone natiche,
belle gambe e il mio viso… Cioè, sono sempre stata così, acqua e sapone, non mi
trucco quasi, ho sempre avuto una pelle molto bella. Il mio turno era dalle 10
di mattina alle 6 del pomeriggio e c’erano giorni che non rimanevo nemmeno fino
alle 6, perché gia a mezzogiorno avevo guadagnato abbastanza. Lavorare di notte
non mi è mai piaciuto, non mi piaceva perché passare la notte svegli ti
consuma; ed in realtà ora ho quarant’anni e nessuno ci crede perché non li
dimostro. (Yolanda, 40 anni)
Nei bar ti vesti alla moda, ti trucchi, ti sistemi
per bene, con la minigonna o i blue jeans stretti. Arrivi là, ti siedi e
aspetti che ti chiamano, poi bevi un bicchiere, fumi una sigaretta. Ci
raccontiamo storie di uomini sposati, ridiamo e ci divertiamo un sacco: questo
è la vita di una donna di bar; quelle che accettiamo di andare con i clienti,
andiamo; lui ci da i soldi che gli chiediamo, stiamo un po’ con lui, dopo
usciamo e torniamo al bar e poi viene un’altro ed è di nuovo la stessa cosa.
(Teresa, 39 anni)
L’atmosfera dei bar è come una rumba tutti i
giorni: lunedì, martedì, mercoledì... tu vivi in una rumba costante.
Vivi la musica, canti, se hai un cliente balli e in quel momento ti senti
felice... Nella prostituzione, il mio piacere più grande era di sentire che ero
sexy, bella... spigliata e di successo. (Gloria, 44 anni)
Le donne
che hanno smesso di esercitare, ricordano come la prostituzione permetteva loro
uno stile di vita che adesso hanno dovuto abbandonare; la relazione stabile con
un uomo, invece, spinge a lasciarsi andare e smettere di curarsi.
Io ero una che andava ogni settimana al salone di
bellezza, avevo la mia sarta... cioè mi è sempre piaciuto curarmi. Mi vestivo
bene, portavo i tacchi tutti il giorno, le calze velate, le minigonne… cioè mi
mettevo le minigonne ma non roba volgare, mi capisci? Stavo ben truccata,
organizzata, con i capelli sempre in ordine… io mi porto il calore del ballo
nel sangue. E poi vai a vivere seriamente con uomo e ti lasci andare. Almeno, a
me è successo questo, perché è fastidioso dover chiedere ad un uomo i soldi per
il trucco, il deodorante, lo shampoo, i salvaslip. (Marisol, 41 anni)
La
relazione col cliente non è passiva né necessariamente violenta; per le MEP si
tratta piuttosto di sapere usare alcune regole ed astuzie.
Tu impari ad essere furba e allora gli dice al
cliente: <<Dai, prendi una bottiglia e ce la beviamo in hotel>>.
Poi lo fai ubriacare in modo che la relazione è breve e lui si addormenta
subito ed è fatta. E quando si addormenta ben ubriaco tu gli togli i vestiti e quando
vedi che si sta svegliando ti togli i vestiti anche tu e quando lui comincia a
toccarti gli dici: <<Ah, no, dopo tutto quello che abbiamo fatto ieri
sera basta!>> e invece non hai fatto niente. (Elvia, 43 anni)
Io ero piperísima [piccantissima; N.d.A.] da
morire ma quando uscivo con i clienti cercavo sempre di non bere, perché avevo
paura che mi buttavano da qualche parte, che mi ammazzavano. (Rocío, 37 anni)
Io non davo regole esplicite al cliente, preferivo
mettere tutto sullo scherzo. Io gli dicevo: <<Ahi, amore mio, non mi
piace baciare nessuno; io ti accarezzo, ti tocco ma i baci non sono
permessi!>>. Gli dicevo: <<Bene tesoro, se perdiamo tempo spero che
mi ricompensi bene, perché, figurati, allora sto perdendo tempo!>> E
c’erano clienti che erano, cioè... Avevo tre clienti che mi occupavo di loro,
mi facevo 60, 70 mila pesos e me ne andavo a casa. (Patricia, 45 anni)
A me non mi piaceva passare la notte con il
cliente, non mi piaceva farlo con nessuno. Perché no, non era la stessa cosa soddisfare
un uomo e sopportare tutta la notte una che ti tocca e ti infastidisce. No, no,
non mi è mai piaciuto farlo con nessuno. (Cecilia, 36 anni)
Ma le
giovani hanno già un modo diverso di relazionarsi con un cliente, non sono più
le cabaretiste di prima ma delle professioniste del sesso: impongono quasi
sempre il preservativo, fissano il tempo di permanenza nella stanza e
concordano il tipo di servizio; e poi chiedono sempre di essere pagate prima.
No, a me non possono chiedermi tutto, per esempio,
io non faccio sesso orale. Quando il cliente si avvicina, io gli dico tutto e
che lo faccio solo con il preservativo e se non gli va bene se ne può cercare
un’altra. (Marina, 24 anni)
13. Storie segnate da varie forme di violenza di genere
I vissuti
che si scorgono attraverso cifre e racconti non appartengono solamente
all’ambito della prostituzione; le MEP sono prima di tutto donne, in un
contesto socioeconomico e culturale che si caratterizza per essere maschilista
e marginalizzante.
Le forme
di violenza di genere che hanno sofferto nel corso della vita hanno lasciato
tracce profonde. Alcune, per esempio, sono state violentate in età precoce da
un parente, un amico o un conoscente.
Tutto quello che ricordo di mio padre sono delle mani
che mi toccavano... Io so che un giorno mia mamma lo ha cacciato di casa,
perché lo ha trovato che violentava mia sorella. (Fanny, 23 anni)
Della mia infanzia ho impressa una cosa... Quando
stavamo entrando nell’adolescenza mio fratello non mi permetteva di avere né un
fidanzato né amici e quando ci lasciavano soli lui si toglieva i vestiti e mi
mostrava il pene... ma veramente non ricordo se c’è mai stata penetrazione.
(María, 27 anni)
A me mi hanno violentato due ragazzi del quartiere.
Si tratta di una tappa della mia vita che ho cercato di cancellare ma non ci
riesco, cioè, cerco di togliermela di dosso, anche se l’ho perdonato... Ma è
molto difficile, perché sono cose che mi sono successe e che mi hanno segnato
per tutta la vita. A volte non vorrei nemmeno parlarne, ma comunque quando ne
parlo mi sento come pulita. (Sofía, 35 anni)
Un giorno ho incontrato per strada il fidanzato di
mia sorella con un suo amico. Mi hanno invitato a prendere una bibita e mi
hanno portato in una discoteca. Il posto aveva le luci basse... No mi ricordo…
cioè, so che ho preso una Coca Cola e da quel momento non so più niente. Il
giorno dopo, quando mi sono svegliata mi trovavo in un hotel e il letto era
tutto pieno di sangue. Loro due se n’erano andati ed io credo... m’immagino che
hanno fatto con me tutto quello che hanno voluto, perché non riuscivo nemmeno
ad alzarmi dal letto per il dolore. Il ricordo di quel momento, io che mi
sveglio, mi giro e guardo il lenzuolo insanguinato, è qualcosa che non posso
togliermi dalla mente. Avevo 12 anni. (Dolly, 43 anni)
Molte di
loro erano “cattive bambine” già prima di entrare nella prostituzione: perché
si erano ribellate all’autorità paterna oppure a un destino di povertà che le
avrebbe costrette a ripetere la vita delle madri; perché erano esigenti con gli
uomini o non consideravano il matrimonio la meta ultima nella loro vita; perché
amavano il divertimento, il ballo, la vita della strada e la libertà, e
rifiutavano le regole fisse; perché erano donne nere o desplazadas o
povere alla ricerca del successo e avevano gli stessi sogni delle ragazze per
bene. Perché volevano studiare, viaggiare e conoscere il mondo. In altre
parole, perché non si accontentavano del loro destino di donna, madre e
casalinga.
Quando me ne sono andata di casa, ho iniziato a
lavorare in un ristorante di Barrio Triste. Non avevo dove andare! Mia
mamma se n’era andata in Venezuela, mio padre si era fatto un’altra famiglia,
con sua moglie e i suoi figli ed io non volevo vivere con lui. Allora a 13 anni
ho iniziato a lavorare come cameriera. La signora mi trattava bene e mi ha
portato a vivere a casa sua. Ma io guardavo le ragazze che lavoravano in quei
bar, con quei grembiuli piccolini e la minigonna. Allora ho cominciato a
pensare: <<Ma non è meglio che mi metto anch’io in quel lavoro?>>.
Lavoravo solo per il cibo e per avere un posto dove dormire ma non vedevo un
soldo e volevo iniziare a guadagnare. Allora ho iniziato a lavorare in quei bar
e guadagnavo tutti i giorni e quel lavoro è iniziato a piacermi. Quando ho
compiuto 15 anni ero già nella “vita”, ero circondata di tante cose e avevo
conosciuto tanti uomini. (Diana, 46 anni)
Sono rimasta incinta a 15 anni ma non lo volevo il
bambino. Gli uomini mi sono piaciuti sempre ma non mi sentivo pronta per un
figlio. I miei genitori hanno insistito per farmi sposare e mi hanno arredato
la casa. Ma quella non era vita per me, con un bambino a quell’età! Io volevo
ancora giocare e divertirmi, per questo il mio matrimonio è fallito subito.
(Olga, 29 anni)
Spesso
il ruolo di un uomo è stato devastante nella loro vita e in quella dei figli.
Anche quando hanno deciso di intraprendere un percorso di empowerment, l’arrivo
di un compagno può cancellare gli sforzi compiuti verso l’autonomia.
Lui mi diceva che mi amava e che si voleva sposare
con me e quando sono rimasta incinta ero sicura che ci sposavamo. Macché! Non
sai cosa mi è successo! Quel giorno che ho preso i risultati, sono andata a
casa di una mia amica che si era appena sposata e lei mi ha fatto vedere
l’abito da sposa. Io ero emozionata e gli ho chiesto se me lo vedeva; l’ho
comprato per soli 20.000 pesos ed era così bello! E pensavo che lui mi
sposava! Sono andata da lui per fargli una sorpresa e la sorpresa me l’ha fatta
lui a me. Mi ha detto che non aveva nessuna intenzione di sposarsi né di andare
a vivere con una donna. Per molti anni ho continuato ad amarlo e a sperare che
mi sposava, figurati che stupida! (Marta, 31 anni)
Io ho vissuto alcuni anni col padre dei miei figli
e ho cercato di formare una famiglia; ma lui non mi dava soldi per comprare le
cose dei bambini, anzi mi chiedeva i miei, e poi mi picchiava; no, quella non
era vita per me. (Dora, 27 anni)
Nonostante tutti i dolori con gli
uomini, il sogno di avere un compagno a fianco è molto frequente, perché
significa avere appoggio e sicurezza economica, quando sono stanche della
prostituzione.
Ogni volta che mi ubriacavo, dicevo: <<Ahi,
Dio mio, perché non mi regali un uomo; non importa se è povero, non importa se non
ha soldi, però uno che mi vuole bene, che mi apprezza e mi porta via da questa
vita>>. Ogni giorno, pregavo il signore ogni giorno; tempo fa ho pure
bruciato il quaderno dove scrivevo quando ero ubriaca. Ogni giorno, ogni giorno
chiedevo al signore... cioè io mi sedevo ubriaca e chiedevo al signore di darmi
un uomo che mi amava, che mi apprezzava, ogni giorno glielo chiedevo. (Nubia,
44 anni)
Ma la
vita al margine della comunità e dei suoi modelli culturali, l’abitudine a
sfidare norme e condotte, consente loro forse più che ad altre donne dello
stesso strato socio-culturale di far proprie forme di coscienza di genere. Si
sentono differenti rispetto alle casalinghe, meno disponibili a negoziare coi
sentimenti.
Molte parlano di liberazione femminile, ma qui in
Colombia io non la vedo. La liberazione è il diritto di essere donna, è il
diritto che io ho come donna. Io ho un diritto come donna, e qual è? Di essere
rispettata e voluta bene dall’uomo che vive con me e da tutti quelli che mi
circondano. A me dispiace per le mie sorelle; loro pensano che sono delle
signore perché hanno un compagno accanto e accettano qualunque cosa per non
perderlo. Anche se lui le picchia, per loro va bene; magari hanno paura di lui
ma se lo tengono stretto. In questo paese tutte le donne hanno paura che il
compagno se ne va e le lascia sole con i figli. (Yaneth, 38 anni)
14. La prostituzione: un’opzione economicamente e
culturalmente possibile
Le donne
che fanno parte del programma hanno desideri normali, come tutte le altre.
Vogliono studiare, vestirsi bene, viaggiare, conoscere ed avere un livello
minimo di benessere; respingono una vita di continua lotta per la
sopravvivenza.
Alcune
vorrebbero trovare un impiego: non qualunque impiego ma uno che garantisca loro
stabilità e soddisfazione.
Io sono diplomata e ho fatto un corso di computer
ma non ho potuto trovare lavoro. Ho distribuito dappertutto curriculum e
niente. Mi piacerebbe fare la segretaria in un’impresa grande, avere
l’assicurazione della salute e la tredicesima. Ma lavoro non ce n’è e se lo
trovi non ti danno tutto questo. (Paola, 26 anni)
Le
mamme, primo di tutto vogliono potere garantire un futuro ai loro figli.
Io voglio far studiare mio figlio e che diventi un
uomo perbene e per me, perché no, trovare un marito che mi vuole tanto bene. È
che io non mi sono più innamorata, finora ho amato un solo uomo. (Yenny, 33
anni)
Di
fronte ai sogni, sono scarse le alternative praticabili. Per la maggior parte
di loro la scelta è tra un lavoro estenuante che non permetterebbe nemmeno la
soddisfazione dei bisogni basilari della famiglia e la prostituzione, con tutti
i rischi che l’attività comporta.
Se in
Colombia, davanti alle barriere che ostacolano la realizzazione del proprio
progetto di vita, per una donna la prostituzione si presenta come una
“alternativa”, questo succede perché si tratta di un’opzione culturalmente
possibile ed economicamente redditizia. Nonostante la crisi economica, la
disoccupazione e la perdita generalizzata di potere d’acquisto degli stipendi,
i servizi sessuali continuano a fare registrare una domanda sufficientemente
alta. Certamente, l’aumento dell’offerta e la sua differenziazione hanno
l’effetto di abbassare le entrate per alcune ed in alcuni casi; tuttavia,
rimane la convenienza economica di esercitarla.
C’era un cliente che gia lo conoscevamo tutte.
Tutte sapevamo che quando era giorno di paga e lui entrava nel locale era una
festa. Offriva da bere a tutti, si ubriacava e ci dava qualcosa a tutte e
quando non lo faceva eravamo noi ad allungare le mani nelle sue tasche. Mi
ricordo che un giorno è venuta nel bar sua moglie; lo insultava perché lei lo
stava aspettando a casa e non aveva da mangiare per i figli ed era stanca di
sapere che lui continuava a spendere tutti i soldi in quel modo. Non mi
dimentico mai di quel momento e immagina la mia sorpresa quando un giorno, dopo
vari anni, ho visto in un bar dove stavo lavorando quella donna. <<Mio
marito l’ho lasciato – mi ha detto – non potevo continuare a fare quella vita.
Ora sto qui anch’io. Che altro potevo fare?>> (María del Carmen, 36 anni)
Le MEP si portano addosso
una “colpa”, imposta da una società maschilista, moralista e fortemente
caratterizzata da disuguaglianze; una società che respinge fenomeni che, benché
le appartengano, continuano ad essere considerati tabù; e chi paga col rifiuto
è l’anello più debole della catena, cittadine ed esseri umani che portano il
peso di una doppia forma di marginalità: essere donna e prostituta.
Capitolo 4
Alcune storie di vita
1.
L'ombra della luna
Gloria
ha 44 anni ma ne dimostra molti di più. Le rughe sul viso, le lacrime, il suono
delle sue risate parlano di dolori e gioie vissute intensamente. La vita della madre
un esempio da evitare; la casa, un luogo di doveri da rifuggire. La strada è
diventata il suo spazio di libertà e la prostituzione un’opportunità di
affermazione e riconoscimento. Il suo desiderio di viaggiare l’ha condotta nel
lontano Giappone dove non conosceva la lingua né il valore del denaro. Da lì e
dalla prostituzione e ritornata quasi dieci anni fa alla sua famiglia e ai suoi
figli ed ora è un’impresaria di successo; ma Gloria è stata sempre una donna
intelligente e capace, benché solo con questo lavoro sia riuscita ad ottenere
il rispetto della sua famiglia e della comunità.
* * * * *
Noi eravamo otto figli ed
io ero una bambina molto pazza. Mio papà beveva molto ed era molto irresponsabile
ma mia mamma era una signora, molto dedicata alla casa. L’immagine che ho di
lei nella mente è “incinta”, “incinta”, sempre “incinta”. Figurati che tutti i
fratelli ci passiamo più o meno un anno. Vuol dire che mio padre la metteva
incinta mentre ancora stava nella dieta.
Ma prima di continuare,
c’è un segreto grande che ti devo dire, un segreto che mia nonna ha raccontato
a mia sorella il giorno che è morta e che mia sorella ci ha raccontato, perché
diceva che ce la prendevamo sempre con mia madre senza sapere niente della sua
vita.
Mia madre era figlia
unica. La nonna lavorava in casa di ricchi e il padrone è stato con lei e ha
avuto una figlia con lei: mia mamma. A quei tempi era uno scandalo restare
incinta senza marito e lei se n’è andata a lavorare in campagna. Dopo uno o due
anni che è nata la bambina, si è messa a lavorare in una proprietà di carbone e
lì ha trovato un marito che è mio padre. Cioè, mia nonna viveva con quell’uomo
e la bambina andava crescendo ed è arrivata all’età di 11 anni. Mia nonna non
ha messo mia madre a studiare e la mattina usciva presto per andare a fare da
mangiare al operai e la lasciava addormentata. E la bambina faceva quella vita
lì con lei, badando alle galline e alla casa.
Ma quello che è successo
è che, quando meno se l’aspettava, il marito della nonna si è messo con la
figlia, cioè con mia madre. Dicono che è stato uno scandalo, perché lei era
bambina di 11 anni! Io non so come è potuto succedere, vuol dire che in
quell’epoca mia madre non parlava con mia nonna. Era una bambina e chissà che
educazione ha ricevuto, se c’era fiducia. Alla fine, quando meno si è pensato,
la bambina a 12 anni è uscita incinta di mio fratello, che adesso ha 55 anni.
Ma tu devi vedere il sacrificio di tutt’e due. Mia nonna vedendo che mia madre
era incinta gli ha chiesto chi era stato e allora il padre subito se n’è venuto
fuori a dire che era innamorato della bambina. Allora, raccontano le zie che
noi bambini vivevamo con mia madre, mia nonna e mio padre e che quando lui era
ubriaco voleva stare con tutt’e due.
Chi sa quanto soffriva
mia nonna per voler appoggiare la figlia. Cioè, io penso che lei diceva:
<<Ormai lei è incinta e io glielo devo lasciare a lei>>, ma l’uomo
sempre con la sua testa voleva stare anche con lei. Ogni volta che si ubriacava
allora era un casino per tutti, ma più di tutto per mia nonna che difendeva i
diritti della figlia e non si voleva lasciare utilizzare. Qualcosa noi ce la
ricordiamo... anche se eravamo piccoli... che mio padre le picchiava tutt’e
due. A mia nonna una volta gli ha rotto una bottiglia in testa e l’hanno dovuta
portare all’ospedale. A noi dice che ci chiudeva in un armadio grande e se ne
andava a bere. Andava in giro a cavallo... io me lo ricordo come se fosse ieri.
Bene, poi la cosa si è
separata; noi crescevamo e mia nonna ha cominciato a fare la domestica in
famiglia e rimaneva lì tutta la settimana.
Io ero già la più grande
delle femmine ed ogni volta che mia mamma aveva un figlio mi dovevo occupare di
quello che ancora non camminava. Cioè, c’era un bebè di nove mesi bello
grassoccio e mia mamma stava già per averne un altro. Ed allora, io lo dovevo
tenere e appena lo facevo cadere erano botte sicure. Per esempio, io stavo
giocando al quadrato con il bambino in braccio e mi cadeva e allora mia madre
mi picchiava. Nella sua ignoranza, pretendeva che io l’aiutavo ad allevare il
bebè o la bebè ma anch’io ero una bambina!
Bene, allora andavamo
crescendo, mia mamma aveva sempre più figli, io l’aiutavo e mio padre faceva il
guardiano di notte a Guayaquil. A lui lo pagavano il venerdì e tutti i venerdì
mia madre ci doveva mandare a dormire senza mangiare. Appena prendeva i soldi,
lui si andava a buttare in un bar e quella sera non c’era da mangiare. Cioè si
ubriacava, si metteva con tutte quelle donne e andava molto innamorato di loro.
Io mi ricordo che ogni volta che mia madre andava all’ospedale per avere un
bebè, partiva a digiuno e ci lasciava senza mangiare. Come poteva lasciare così
sua moglie, la sua compagna?
Allora io sono arrivata
ad undici anni vedendo questa situazione; mia mamma mi mandava a scuola però
non mi dava soldi per comprare niente. Allora io me ne andavo con alcune
ragazze e andavamo a chiedere ai vecchietti: <<ehi, mi regali una
banana?>> e siccome di vecchi vispi ce ne sono sempre stati allora ci
dicevano: <<Ah, sì che ti do i soldi ma se mi fai vedere tal
cosa!>> E allora una con l’altra dicevamo: <<Fagli vedere
tu>>, <<No, fagli vedere tu>>. Sicuramente mi mettevo sempre
con i peggiori. Per non dovermi occupare dei bambini, all’uscita dalla scuola
scomparivo e me ne andavo a fumare marijuana con le amiche.
Dopo, quando arrivavo a
casa mi lavavo, mi sistemavo, mi facevo la treccia e forse in questo modo
cercavo di dimostrare... cioè, volevo dire a mia mamma che mi sarei comportata
bene.
Ma, sai perché dai sette
anni io scappavo? A me mi picchiavano tre volte al giorno, se non scappavo tre
volte al giorno non mi mancavano: tutto era per cercare di non prenderle.
Fino ai dieci, undici
anni io facevo la pipì a letto e lei mi picchiava. Non è che diceva:
<<Mia figlia fa la pipì a letto allora io devo vedere perché lo fa,
capire che cosa gli manca!>> No, mi picchiava.
Da bambina facevo sempre
la pipì a letto, sempre, sempre, sempre. Allora le prime botte erano la mattina
quando trovava il letto bagnato, le seconde quando mi mettevo a lavare piatti e
si rompeva qualcosa, una tazza, un bicchiere, qualcosa.
Bene, un’altra cosa che
mi succedeva era questa. Io ero molto sapoteona; cioè, qualunque cosa
mangiavo restavo sempre con la fame, allora andavo a mangiare dal piatto che
mia mamma aveva conservato a mio padre, ma non mi mangiavo tutto. Io mi
immagino che mia mandre aveva problemi con mio padre quando lui tornava e non
trovava il piatto pieno. Una volta per punirmi mia madre mi ha rotto le mani a
colpi di pietra, mi ricordo che mi sono gonfiate e le ferite si sono infettate.
Allora quando succedevano queste cose io scomparivo.
Allora tre volte al
giorno non mi mancavano. Primo perché mi facevo la pipì a letto, poi perché non
mi piaceva fare i lavori di casa e poi perché... Me lo ricorderò per sempre,
per tutta la vita e a volte glielo racconto a mia figlia. C’era nella parte di
dietro della casa una tazza dove si orinava e io era quella che la doveva
svuotare e ogni giorno non lo facevo mai prima delle due, tre del pomeriggio,
quando già era fermentato. Mia madre mi diceva sempre di portarla fuori presto
ma io non lo facevo, allora un giorno lei me l’ha fatta ingoiare. Mi ha messo
il piede sulla gola e quando ho aperto la bocca me l’ha tirata addosso e ho
inghiottito tutto, dalla bocca e dal naso. Allora scappavo via e scomparivo per
tutto il giorno.
Allora, vedi, io sono
stato sempre la più... cioè mia madre dice che ero la più pazza. A volte io gli
dico: <<Vedi mamma, quella era mancanza di comunicazione coi figli ma se
tu non ce l’avevi io non te le potevo chiedere, perché non me la potevi
dare>>. E mia mamma dice: <<Macché, non è così!>>. Ancora
oggi mia madre non capisce che bisogna comunicare con i figli. Lei dice:
<<Lo psicologo? Lo psicologo è la cintura, perché io a voi vi ho allevato
così e bene o male siete tutti qua>>. Ma io dico che questi
cambiamenti, il fatto che ora ci sappiamo dirigere ai figli è molto importante.
Perché le nostre mamme ci volevano bene ma non ce lo sapevano dimostrare. Era
così, tutto qua.
Mia sorella era diversa
da me, lei era giudiziosa, puliva sempre le scarpe a mio padre, gli sistemava
la camicia, gli preparava i fagioli. Perché lui era di quegli uomini che voleva
che le figlie gli facevano quello di cui aveva bisogno, le figlie, non la
moglie, guardi tu il machismo! Mia sorella faceva tutto quello che lui
ordinava e a lei non la toccava quasi mai. Ma io no, io me ne andavo per
strada, non facevo niente... io penso che così dimostravo la mia disubbidienza,
che ero d’accordo con tutto quello... chi lo sa!
Per strada io ero felice,
non lo so, era come se trovavo più affetto che in casa. Se mio padre non mi
faceva andare alle feste io mi calavo dal balcone e loro mi picchiavano e mi
chiudevano in casa e allora io scomparivo di nuovo, per tre, quattro, cinque
giorni me ne stavo qui a Guayaquil e quando tornavo altre botte. Così ho
cominciato a stare più in giro che a casa, poi ho lasciato la scuola e poi ho
iniziato a prendere gusto alla droga... fumavo marijuana e pepas.
Quando sono rimasta
incinta non l’ho raccontato a mia madre; me ne andavo in giro con questa pancia
che cresceva e non dicevo niente a nessuno... figurati tu quanto ero tremenda!
C’era un signore che era innamorato di me; lui sapeva che ero incinta e mia
madre no. Io gli dicevo che il figlio era suo ma lo sapevo che non ero suo;
glielo dicevo solo per scucirgli dei soldi. Allora un giorno lui è andato da
mia madre e mia madre lo ha saputo da lui. <<Veda, io vengo perché voglio
sposarmi con Gloria, lei sta aspettando mio figlio>>. E mia madre:
<<Che cosa?>>, si è spaventata. Ma gli dico a mia madre che lei si
doveva aspettare una cosa del genere, se io ero sempre per la strada! Allora mi
hanno cacciato di casa, all’istante, ma io ero già abituata a stare per la
strada!
Il padre di mio figlio
era il ragazzo che vendeva droga in quella zona dove io bazzicavo. Io avevo
all’incirca 13 anni e lui 21. All’inizio stavo con lui solo per la marijuana,
dopo mi sono attaccata a lui perché la vita mi faceva paura, mi facevano paura
pure i cani. Quando ero fuori la sera mi faceva paura pure l’ombra dei cani o
quella della luna. I cani abbaiavano alla luna e mi facevano paura... mi faceva
paura pure la mia ombra. Nelle notti di luna piena, se guardi dietro di te vedi
la tua ombra e a me mi faceva paura; allora mi attaccavo a lui. Ma il fatto è
che il padre di mio figlio era un ladro, rubava i portafogli, allora passava
molto tempo in carcere.
Qui c’era un ispettore di
polizia che... Guarda un po’ che storia si sto per raccontare, una storia che
solamente i vecchi sanno. C’era un ispettore di polizia che ha voluto fare
molto per i giovani di qui; si chiamava Asa Lombardas e ho messo una legge:
trenta giorni per le persone che stavano per la strada, senza fare niente. Per
questo lo chiamavano trentazo. A tutti quelli che trovava a fumare
marijuana li prendeva: <<Ah, non hai niente da fare? Allora vattene un
mese in carcere!>> A lui lo hanno ammazzato. E allora io mi dovevo dar da
fare qui a Guayaquil per non prendermi i trenta giorni. Invece, quel ragazzo si
li beccava continuamente, perché rubava portafogli. Quando lo prendevano, io
rimanevo da sola e andavo a letto con gli uomini per mantenermi e pagarmi la
stanza dell’hotel, a volte dovevo guadagnare anche i soldi da portargli a lui e
per andare a visitarlo. Quando ho iniziato la prostituzione avevo 14, 15 anni.
A quei tempi c’era
delinquenza, però era una delinquenza sana. Cioè, a loro piacevano molto i
tanghi, c’era come... non so se lo sai ma qui in Colombia ed a Medellín c’era
la tradizione del tango. Qui è morto Carlos Gardel; e allora il tango ha avuto
sempre molta importanza e nei bar si trovava molta amicizia ed allegria. Cioè,
erano delinquenti, rubavano, fumavano marijuana ma c’era rispetto da uomo a
uomo; cioè, non era come la delinquenza di ora che ammazzano per qualunque
cosa. No, ci poteva essere una pugnalata ma doveva essere per una ragione
grave. C’erano delle regole o qualcosa del genere, cioè un tipo di delinquenza
diversa. Figurati ora come è diventata la situazione, che devi avere paura a
mandare i bambini a scuola.
A 19 anni me ne sono andata
a Barranquilla, a lavorare sulle navi. Prima a Barranquilla, poi a Cartagena e
Santa Marta, pirateando. Si chiama piratear [pirateggiare;
N.d.A.]; piratear è andare sulle navi e lì c’erano un sacco di navi,
filippine, giapponesi, greche. Arrivavano lì e rimanevano a caricare, restavano
alcuni giorni ma ce n’erano che si trattenevano fino a sei mesi prima di
ripartire. C’erano navi straniere ma anche navi nostre, organizzate per servire
i clienti; erano come le case di appuntamento, però nel mare.
Nella prima barca dove
sono andata ci tenevano rinchiuse, sempre rinchiuse. Mettevano fuori le nostre
foto nude e il cliente sceglieva quella che voleva. Fino alla nave ci portava
un canoista, in alto mare. A più di una l’hanno buttata a mare, l’hanno annegata,
perché a loro gli piacevano i soldi, cioè bisogna anche dargli soldi a quelli,
altrimenti ti buttano a mare. E chi se ne accorge quando sei lì da sola, senza
famiglia, senza nome, senza carta d’identità. Non era come ora che tutti hanno
la carta d’identità; io sono stata dieci anni e più senza documenti, andavo su
e giù e non ne avevo bisogno.
Quello è un mondo che
molta gente non conosce, lontano dalla polizia e da tutto. Lì c’era droga, lì
c’era di tutto, di tutto, anche malati sessuali e c’erano donne che sotto
l’effetto della droga si facevano bruciare, si facevano fare tutto e uscivano
di lì con i soldi. C’era anche buona gente che ci regalava Coca Cola, bei
vestiti, cose che portavano dal proprio paese. Io sono stata su una nave greca
e mi hanno regalato un sacco di belle cose.
Nella prima barca dove
sono stata ci davano dei bei vestiti. È stata la prima volta che mi sono messa
un costume da bagno molto elegante; ci davano cibo buono ma non ci lasciavano
uscire. C’era un balcone dove noi uscivamo però era un po’ all’ombra e c’erano
degli uomini che bevevano e quando meno te l’aspettavi ti facevano segno e
dovevi andare, perché c’era un uomo che ti aspettava nella tua cabina. Era
orribile quell’incertezza: <<Che faccia vedrò adesso?>>. Alla fine
un cliente mi ha aiutato a scappare di là, mi ha detto: <<Guarda, ti tiro
una corda>>, ci siamo calati in tre da una finestra e siamo scappate.
Sulle navi più che altro
ci stavano le tossiche. I clienti cercano quella ragazza che è sotto l’effetto
di droga, perché è più gentile; per meglio dire, parlando volgarmente, uno con
droga sopporta tre, quattro, cinque volte l’uomo per gli stessi soldi. Lì
lavoravamo direttamente con il cliente, cioè il cliente ci pagava a noi, ma loro
non ti pagavano mai quello che era. Il padrone vendeva liquori e cercava le
donne che sapevano ballare e fare lo show. Ora io rido se ci penso ma avevo un
certo stile per essere sexy, mi andavo togliendo i vestiti e... ahi, per il
padrone ero una che richiamava l’attenzione, ma lui non mi dava neanche un
soldo per questo, mi teneva lì, come in vetrina.
A Barranquilla ho
lavorato anche in un posto immenso che si chiamava “La casa verde”, grande
quanto un intero isolato. Figurati che era dell’armatore e lì arrivavano tutti
quelli che si ancoravano al porto, tutti andavano là. Un giorno sono venuti
alcuni giapponesi e ci hanno offerto di andare in Giappone ed io... Ahi, io ero
pronta, figurati! Io non avevo paura di andare così lontano; anche se non sapevo
la lingua, anche se non sapevo niente io volevo andare a conoscere!
Ed allora i giapponesi
hanno chiesto: <<Chi se ne vuole andare?>> Ed io mi ero già messa
in lista. Una signora ci ha dato i soldi e c’era un’allegria! Ci hanno dato il
passaporto, ci hanno dato i documenti, ma era tutto falso, tutti i documenti
erano falsi.
Non siamo arrivati
direttamente a Tokyo. Io ho fatto transito a Los Angeles, aspettando l’altro
aereo. Ho fatto emigrazione e tutto; un negro americano mi ha portato in un
hotel, è stato molto gentile, si è comportato bene. Il transito è durato un
giorno e una notte.
Con me c’erano altre
cinque ragazze; mi ricordo di una, a lei gli piacevano le donne, si chiamava
Doralba e si faceva chiamare Dori. Io mi ricordo delle mie compagne, erano così
belle e vivevano in un mondo così... A una di loro l’hanno ammazzata proprio
davanti a me! L’ha ammazzata un giapponese tutto tatuato... Tutti quelli che ci
trasportavano da un teatro all’altro erano tatuati. Nei primi giorni ci hanno
diviso in gruppi di due e a me mi hanno mandato con la ragazza che hanno
ammazzato. Lei era di Cali, era una ragazza molto ribelle ma litigava con
quelli per i soldi. Il fatto è che ci sono sempre ragazze che stanno zitte ma
ce ne sono altre che fanno storie. Siccome io era persa nella droga, mi
potevano dare quanto volevano e a me mi andava bene. A me andava bene qualunque
cosa ma lei forse veniva con il suo senso di responsabilità. Ed allora ha
cominciato a dire: <<No, questi non sono i soldi stabiliti, dammi i soldi
che mi hai detto oppure non faccio lo show>>. Quello giorno siamo partiti
per Osaka e lui guidava tutto nervoso. La ragazza era lì accanto e lui gli
diceva che la ammazzavano ed io la guardavo e... non so... io mi ero fatta.
A volte reclamo alla vita
perché non avevo quella coscienza che ho adesso. Adesso io dico che c’era
qualcosa che non andava in me perché non ho detto né ho pensato: <<Ah, io
non gliela lascio ammazzare, non lo fate, non la uccidete!>> Erano come
ombre quelle che vedevo. L’hanno portata con la forza nella stanza e quando io
sono entrata era già morta. L’hanno ammazzata con un cuscino nel letto e poi
l’hanno lasciata lì ed a me mi hanno portato via. Mi ricordo che abbiamo
viaggiato in macchina quasi una notte e un giorno sottoterra; camminavano sui
dei ponti con strade belle. Il Giappone ha molte strade sottoterra, con
autostrade belle. Le altre ragazze non le ho più viste.
In Giappone ci sono due
modi per esercitare la prostituzione: in strada oppure nei teatri. Quella dei
teatri è gestita dalla mafia e a me mi è toccato lavorare in questa. Mi hanno
lasciato lì in un teatro e: <<Guadagnati da vivere!>>. Non mi hanno
mai dato soldi per mangiare, né niente. Io sapevo che se volevo guadagnare
qualcosa doveva fare lo show, cioè fare sesso con tutti quelli che volevano. Il
lavoro nei teatri era così strano! Io, nonostante tutto quello che ho vissuto,
non sono mai stata capace di fare sesso... cioè di realizzarmi [raggiungere
l’orgasmo; N.d.A.] davanti ad un’altra persona. Mi sembra un atto così intimo,
privato. Ma per i giapponesi non è così! Nel centro del teatro c’è una pista e
l’uomo sale su quello “schermo”, monta la donna e fa tutto mentre la pista
gira. L’uomo si realizza, poi scende e dopo sale un altro, mentre tutti gli altri
stanno a guardare attorno alla pista.
Lì funziona così. La
piattaforma è rotonda, tutto il locale è buio e c’è un faro puntato sulla
piattaforma: si vedono solo l’uomo e la donna. Ma chi sta sopra la piattaforma
li vede gli uomini, tutti attorno, seduti sulle sedie.
Io dico: <<Com’è
possibile? Sarà che i clienti dei teatri sono i più depravati?>> Cioè,
nonostante le esperienze che ho vissuto, io ho bisogno di un ambiente intimo,
di amare e di sentirmi bene, di sentire che in quel momento sono importante per
lui e lui è importante per me. Io dico che realizzarsi nel sesso è un atto così
mentale e così privato che non si può raggiungere davanti a tutti. Io non mi
spiego, sono cose della vita che ancora non capisco.
In Giappone ogni otto
giorni mi davano una busta ma non ho mai saputo né quanto valeva lo yen né
quanto guadagnavo. Li cambiavo in dollari ma non mi sono mai resa conto del
valore del dollaro, mai, mai. Quando sono tornata ho portato con me alcuni
dollari, nemmeno mi ricordo quanti, ma un po’ ne ho portati, abbastanza per
passare a bere un mese o più.
In Giappone sono andata
tre volte. La prima volta sono rimasta nove mesi e dopo ho deciso di partire,
perché facevano molte perquisizioni nei teatri e allora dovevi correre molto
con la valigia, allora ho detto: <<Me ne vado>>. Mi hanno lasciato
andare, ma ho dovuto dire che era molto malata. Io andavo sempre con biglietto
di andata e ritorno.
Poi mi sono dipinta i
capelli di verde, sono andata dalla signora dell’agenzia qui a Medellín e a lei
gli è piaciuto il mio stile e mi ha detto se volevo partire di nuovo; perché se
a loro non gli piace come ti proponi non ti aiutano. Quando parti ti danno
2.000 dollari ma solamente per farli vedere alla frontiera e subito dopo c’è
una persona che se li riprende.
Qui a Medellín c’era
quest’agenzia di viaggi che ti aiutava; la signora si chiamava Leonora ma ora
non sta più lì; tu gli davi le foto e lei ti aiutava; non ho mai saputo quanto
guadagnava. Circa sette anni fa sono tornata in quell’agenzia e la signora non
c’era più, era diventa un’agenzia di viaggi normale.
La seconda volta che sono
tornata in Giappone è stato dopo sei mesi; la terza volta ci sono stata solo
venti giorni in Yokohama, in prigione. Siccome già ero segnalata, mi hanno
preso per documenti falsi e prostituzione. Mi hanno tenuta venti giorni in
prigione e dopo mi hanno rimpatriata. In Giappone è un reato entrare come
turista ed esercitare la prostituzione. In prigione non mi hanno maltrattato ma
ho sofferto tanto la solitudine; è stato terribile! Lì si che sono stata
cosciente della sofferenza... il cibo che non mi piaceva, non sapevo usare i
bastoncini. È stata dura la solitudine!
Io sono stata anche due
mesi a Panama e poi tre mesi a Curazao, a Campo Allegre.
Quando mi hanno
rimpatriato, sono tornata a Medellín e ci sono rimasta definitivamente, ma ho
continuato con la prostituzione: soprattutto in bar e case di appuntamento.
Se dovessi raccontare
tutte le scene che ho vissuto! Vedi, a uno non gli succede niente perché Dio è
grande oppure perché ti tiene riservato chissà per quale destino. Molti
anni fa, per esempio, qui a Medellín siamo andati in una villa di campagna... e
c’erano certi uomini! Ascolta questa. Io lavoravo in una casa d’appuntamento,
dalle parti della Avenida Oriental. Ora non c’è più perché c’è stata una
sparatoria, hanno ammazzato la signora e tutto è finito.
Mentre eravamo in quella
casa sono venuti due uomini e hanno pagato la signora per portarci con loro.
Chissà quanto denaro le hanno dato. A noi ci hanno detto che ci pagavano là.
Ci hanno portato in una
villa, molto lontano da Medellín e... che strano! Era una casa molto bella, con
mobili e tutto ma c’era una famiglia, c’erano solo otto uomini. In una stanza
c’era una radio e c’era tutto il bazuco che volevamo. Io non ne avevo
mai visto tanto, ce n’era a sacchi, tutti prendevamo! E c’era un uomo in un
letto e lo curavano. Non ho mai saputo chi era. Lui doveva essere il capo
perché lui ci ha passate a tutte e gli altri si prendevano cura di lui. Siamo
state lì circa quindici giorni, senza cambiarci i vestiti né niente, ci
lavavamo ed andavamo nude per casa e quell’uomo tutti i giorni diceva qualcosa
per radio. Io non so che cosa diceva, qualcosa come: <<Oggi andiamo a
fare la spesa, sì, bisogna andare oggi a al mercato >> e poi: <<Sì,
volo, volo>> e non so che altro. Ora che sono più cosciente so che si
trattava di qualcosa di strano.
Sono stata anche a
Ciénaga, nel Magdalena, un dipartimento della costa Atlantica, in un piccolo
villaggio. Lì è pura guerriglia. C’è una specie di casa dove dormono le donne e
là non ti pagano ma non ti fanno neanche pagare la stanza. I clienti ti danno
un sacco di soldi ma è molto pericoloso, perché viene la guerriglia e ci sono
anche paramilitari. Lì non poteva prendere droga, perché la guerriglia ed i
paramilitari non lo permettevano. Gli uomini non dormivano nel posto dove
dormivamo noi, stavano da un’altra parte perché se una restava a dormire con un
cliente ed era qualcuno che aveva fatto qualcosa, quando andavano a cercarlo
per ammazzarlo, ammazzavano anche la donna. Lì vivevi in una tensione continua!
Qui in Colombia i clienti
non utilizzano i preservativi, mai, niente, i clienti non volevano.
In Giappone si, la gente è molto educata. Una esce colla sua scatolina e tutto
quello che gli serve. Sempre, sempre.
I clienti sono di tutti i
tipi e ti succedono cose molto strane con loro. Ci sono di tutti i gusti. Per
esempio, c’era un odontoiatra che mi pagava per fare sesso orale, ma prima si
metteva a guardarmi la bocca per un po’. Me la guardava, me la guardava, me la
guardava e dopo mi faceva il sesso orale; ed a me mi sembrava strano. E mi
chiedeva: <<Quanti anni hai?>>. Io me ne toglievo dieci ma non
sapevo che l’età si riconosce dai denti... chissà cosa pensava lui:
<<Questa mi prende in giro!>>.
Poi c’era un signore
grasso, grasso, padrone di un deposito di pittura; era proprio grasso. E veniva
da noi per farsi lavare da noi. É stato a Barranquilla in un posto che si
chiamava “La 54”, di fronte al teatro; era grasso e ci volevano due persone per
lavarlo. Pagava per farsi lavare e dopo si coricava per farsi fare il sesso
orale.
Ora le lavoratrici
sessuali, con tante conoscenze che hanno, sono più educate, sanno che bisogna
mettere regole al cliente. Io ero una bambina e ho fatto... ho fatto di tutto:
sesso anale, sesso orale, tutte quelle cose le ho fatte, lo facevo per piacere
al cliente, per essere la migliore di tutte le ragazze.
L’unica regola che
mettevo era: <<Dammi tanto e prima>>, aveva quella coscienza e:
<<Pagami la multa>>, perché bisognava pagare la multa per uscire
dal locale con il cliente; lui doveva pagare 5.000 pesos o 2.000 al
padrone.
Un altro cliente a
Barranquilla era un venditore di biglietti della lotteria. Il giorno che veniva
mi chiedeva sempre di stare con lui. E aveva un sistema così strano. Mi metteva
il dito sulla lingua, nella parte ruvida; scorreva il dito sulla lingua e si
masturbava. Allora io mi stancavo e alla fine sentivo la bocca secca. Che cosa
strana!
I clienti ti chiedevano
di tutto. A me mi hanno chiesto perfino di fare sesso con un bambino di quattro
anni. Figurati tu, ascolta quello che ti sto per dire, quello che dico l’ho
vissuto veramente, ti sta parlando una donna che ha vissuto di tutto nella
vita; io non parlo di cose che mi hanno raccontato. C’era un club a Medellín,
la casa di Marta Pintuco che ha avuto una fama di elegante ed io lì ero
un’artista, quando era ragazzina, prima di andar via. C’è stato un uomo che ha
portato un piatto grande così di droga ed era così malato che voleva stare con
una signora di ottant’anni. Mi diceva: <<Io ho provato di tutto, ho
assaggiato ragazzine di dieci anni, di otto anni, ho provato di tutto. Ora
voglio stare con una vecchia di ottant’anni>>. Tu sai cosa vuol dire? Ed
io ho visto tutta quella situazione. Io nella prostituzione ho vissuto ogni
tipo di situazione. Tutto, tutto, tutto...
Ogni persona nella sua
prostituzione è differente, io ho ascoltato dalle mie compagne storie molto
tristi, ma tutte le compagne sono diverse e ce ne sono alcune che non hanno
nemmeno sofferto tanto. Ne conosco una che vede nella prostituzione come un valore,
cioè, lei dice: <<La prostituzione è solo per donne forti mentre ci sono
donne così vigliacche che preferiscono chiedere l’elemosina invece di scendere
in strada>>. Ognuno ha la sua storia. Alcune più tragiche, altre perfino
divertenti, ma facciamo la stessa cosa. La prostituzione ha diverse facce ma ci
sono cose dove è uguale... tutte soffrono lo stesso... perché la donna che va a
letto con un uomo ed è cosciente che gli danno 50.000 pesos per le
necessità dei suoi figli, deve soffrire la stessa cosa, perché è solo un cane,
come diciamo noi lì, che ti dice: <<Fammi questo, fammi
quest’altro>>.
L’atmosfera dei bar è
come una rumba ogni giorno... lunedì, martedì, mercoledì... vivi in una rumba
costante. Vivi la musica, la canti, se c’è il cliente balli e ti senti felice
in quel momento. Vivi in un’atmosfera di musica e se arriva il cliente che sai
che è tuo allora bevi e gli attacchi la tua amica più amica, gliel’attacchi per
farlo spendere e si fa una festa e finisci ben ubriaca, bevi tanto liquore e così
vivi come in una festa.
Nella prostituzione, il
mio godimento era sentire che io ero tanto sexy, tanto carina ed una diventa
veramente sofisticata, sexy, di successo. All’uomo, anche se è molto povero,
gli piace la donna che spicca. Allora era una felicità, io mi sentivo tanto
soddisfatta, tanto apprezzata, tanto... anche perché io nonostante tutto ho
sempre avuto carisma per le persone... Allora io mi ricordo che mi sentivo come
tanto importante e anche le padrone del locale lo dicevano: <<Eh, Gloria si
che...>>. Io ero molto pacata, più nel lavoro ma anche con la gente; non
litigavo mai con le compagne e se aveva un conflitto era formale e gentile e
cercavo di ritirarmi e.... Non lo so, ma era una felicità sentirmi così.
Ho saputo del progetto
molti anni fa. Sono stata in una presentazione ma non mi è piaciuta; quindi
andavo e venivo ma non partecipavo sempre. Ascoltavo quello che dicevano le
dottoresse ma loro non erano tanto informate di noi, erano piuttosto... come
possono spiegarlo... sì, stavano lì per occupare il posto di lavoro, facevano
le cose come perché le dovevano fare. È che si capisce quando le cose si fanno
perché si devono fare. E le dottoresse erano così, ci dicevano: <<Come
state, com’è andata, iniziamo, vi facciamo il seminario, però voi dovete
cambiare vita!>>.
Ci parlavano molto del
tema del lavoro ed io pensando allo stipendio che mi potevo guadagnare con quei
lavori che ci proponevano dicevo: <<Ahi, così pochi soldi no,
no!>>. Ancora avevo un bel corpicino ma vedevo che incominciava la
decadenza, che dovevo contendermi il cliente con le ragazze più giovani. Non
so, è che nella prostituzione è così, all’improvviso arrivano le ragazzine e
dopo ti devi ritirare e così continua.
Adesso la mia felicità è
di potere avere i miei figli accanto e di sentirmi una buona madre. Mia figlia
ha dodici anni; quando l’ho avuta ero già andata una volta in Giappone. Stavo
lavorando in un bar a Barranquilla e lì mi sono innamorata di un ragazzo che
lavorava in un mobilificio. Lui mi diceva che ero una donna molto intelligente.
Sono andata a vivere con lui e ho lavorato in un negozio di scarpe che si
chiamava Calzado Lindo Pié.
L’ho aiutato a vendere
una partita di scarpe e lui mi diceva che ero molto brava; a lui piaceva molto
che la donna imprenditrice. Lui mi diceva: <<Mettiti a vendere scarpe,
portatele a casa e vendile per conto tuo>>. In quel negozio di scarpe ho
lavorato circa tre mesi e poi è iniziata la gravidanza, mi sono cercata una
stanza in una famiglia e lì ho avuto una vita più o meno tranquilla. Sono
rimasta circa sei anni senza esercitare la prostituzione.
Ma lui si è messo a
lavorare con la droga, viaggiava e portava droga da Villavicencio ed io la
aspettavo a casa. Lavoravo, mi occupavo della casa e quando lui era in viaggio
lo aspettavo. Ero innamorata e mi sentivo realizzata! Ma lui ha iniziato a
viaggiare sempre più spesso ed io rimanevo sola nella stanza. Allora mi si è
risvegliato il demonio della droga! Ho cominciato a prenderla di nascosto, poi
ho perso il lavoro e sono tornata a cadere nella stessa vita di prima. Poi è
nata la bambina. Tutte le sorelle di lui sono professoresse e hanno sempre
voluto molto bene a mia figlia. Allora essendo l’unica nipote, hanno fatto
forza per farmela togliere dal Bienestar Familiar. L’ICBF gli ha dato a
loro la patria potestà e fino all’anno scorso è stata con loro a Barranquilla
ma io sono sempre stata in comunicazione con lei. L’anno scorso la psicologa
della scuola ha detto che aveva bisogno della figura materna e ha raccomandato alle
zie di ridarmela.
Anche se ha vissuto fino
all’anno scorso con le zie, mia figlia mi ha sempre rispettato come mamma,
mamma disordinata, che vedeva che scomparivo anche per sei anni, sei anni senza
visitarla anche se vivevo nella stessa Barranquilla, ma ci parlavamo per
telefono. Ma io sapevo che stava bene, perché la gente me lo diceva. Ho saputo
che gli hanno fatto la prima comunione ed un giorno mi hanno anche fatto vedere
le foto.
Negli ultimi anni ho
recuperato anche la relazione con mio figlio grande, che è sposato e ha un
bambino. Loro non sanno, mentre mia mamma ha sempre saputo ed anche le mie
sorelle.
Nel quartiere ho
relazioni molto buone, mi apprezzano e anch’io li apprezzo, li tratto con molto
rispetto. C’è una signora che mi dice: <<Chi lo poteva credere che
riuscivi anche buona madre? Chi lo credeva che alla fine davi pure il buon
esempio?>>. Però io so che mi vuole bene e non me la prendo. E la signora
che sta di fronte è divertentissima e mi dice: <<Come va, Gloria? Eh si,
prima ti guadagnavi la vita col sudore dell’arepa ed ora te la guadagni
col calore dell’arepa!>>”. Ma tutto va bene e mi comprano le arepas.
2.
Come ti chiami? ... Gladis!
Un’infanzia
felice interrotta da un avvenimento che spezza l’unità della famiglia, una
violenza che la separa dalla madre per sempre, la continua perdita di persone
di riferimento.
Gladis
entra nella prostituzione per potersi permettere una vita indipendente e comoda
e vi rimane per una tappa della sua vita nella quale dice di non avere avuto
sogni, desideri e progetti. Ma forse non è così, come si legge dalla luminosità
dei suoi occhi quando racconta di Pablo, amico ed amante di molti anni fa, che
la portava in viaggio per tutto il paese.
Dopo
la seconda gravidanza decide di non bere più un sorso e di lasciare la
prostituzione ed intraprende un’attività di vendita di alimenti fatti in casa,
dalla quale guadagna meno di un salario minimo. <<Credo che indietro non
ci torno, perché sono cambiata molto>>, ha detto quando questa intervista
è stata registrata, nel marzo del 2001. Sei mesi dopo è ritornata alla
prostituzione. La lotta per la sopravvivenza l’ha stancata. In strada ha
conosciuto un uomo del quale si è innamorata; stare con lui le permette di avere
indipendenza economica e la possibilità di godere spazi di ricreazione e
socialità. La sua presenza in questo momento le consente di non ricorrere alla
prostituzione.
* * * * *
Tutto quello che ricordo della
mia infanzia è che è stata molto bella, piacevole, con mio padre che stava a
casa, ci faceva contenti, ci dava lo studio e tutto quello che volevamo. É
stata molto bella fino a quando mio padre ha avuto un incidente. Lui aveva un
locale nel primo piano della nostra casa, era un’osteria, vendeva di tutto, la
sera vendeva da bere, la mattina caffè e colazione; mia madre preparava da
mangiare per pranzo, si vendeva di tutto... fino all’incidente di mio padre.
A lui gli hanno dato una
pugnalata per rubargli, perché aveva degli occhiali con la montatura in oro e
lo hanno pugnalato per rubarglieli; io avevo circa 12 anni. Allora lo hanno
ricoverato ed è rimasto nella clinica quasi due mesi.
Mentre mio padre stava
nella clinica, si è messo dentro casa un ragazzo che viveva ad un isolato da
casa mia. Era un conoscente di mio padre e siccome mia madre doveva andare
avanti e indietro dalla clinica, lui è rimasto a mandare avanti il negozio.
Quando mio padre è migliorato ed è uscito dall’ospedale, il ragazzo già faceva
un po’ il gallo a casa mia, cioè comandava, ordinava, e <<questo non mi
piace>> e <<questo così>> e <<fammi questo così>>
e <<fammi quell’altro>>.
Mio papà si è rimesso ed
è ritornato al negozio, ma le vendite si erano abbassate perché bisognava
pagare la clinica e non si poteva rifornire bene il negozio.
Il ragazzo se la faceva
tutti i giorni a casa mia e giustificava la sua presenza dicendo che era
fidanzato di mia sorella. Però questa cosa non si capiva perché mia sorella
usciva, aveva i suoi amici, i suoi fidanzati e lui continuava a frequentare
casa mia.
Alla fine si scopre
che il ragazzo era l’amico di mia madre. In quel periodo lei è apparsa in
gravidanza e io vedevo mio padre molto triste, se la passava piangendo ed un
giorno io gli ho chiesto: <<Papà, che ti succede?>>. <<Ah,
figlia mia, è che il dottore mi ha detto che dopo l’incidente sono rimasto
sterile>>. Io non gli ho fatto caso, perché in quel momento non
capivo di che cosa si trattava.
Quando mia madre è
apparsa in gravidanza, sono iniziate le discussioni a casa mia. Mio padre
usciva molto la sera, mia nonna si intrometteva nelle discussioni e noi non
capivamo niente. Fino a che mio padre ci è venuto a dire che, siccome il
negozio non stava dando risultati, andava a lavorare nel centro, che un
fratello gli trovava un lavoro lì. Però continuava a venire a casa.
Mia mamma ha iniziato ad
occuparsi del negozio e il ragazzo continuava a stare lì. Mio padre veniva a
casa ogni otto giorni, la domenica verso mezzogiorno. Ci portava regali, ci
portava yogurt, frutta e mia mamma non ce li lasciava mangiare. Ci diceva che
non che lui ci faceva malvagità [sortilegi; N.d.A.] e che non dovevamo ricevere
niente da lui, che lui era molto sfacciato, che ci aveva lasciati.
Quando è nata la bambina,
mio padre è andato a conoscerla, gli ha portato due vestitini e non è tornato
mai più. Già noi eravamo più grandi e andavamo a visitarlo qui al centro. Lui
non ci ha detto mai niente e non ha negato mai la bambina. Mia sorella che era
più grande e capiva meglio le cose mi ha detto che non voleva più stare a casa.
Così si è trovata un fidanzato che stava lì vicino a noi. E allora è iniziato
il casino! Si trattavano male, si gridavano...
Dopo, vedendo tutto quel
casino io ho parlato con la mia madrina che viveva nel barrio La
America e lei mi ha detto: <<Se vuoi, vienitene da me>>.
Eravamo nelle vacanze di giugno, allora me ne sono andata sei mesi da lei e
quando sono tornata il padre della bambina era furioso con me.
Era molto, molto arrabbiato
perché me n’ero andata senza chiedergli il permesso. Io gli ho detto che non
dovevo chiedere il permesso a nessuno. Allora lui si è tolto la cintura e ha
cominciato a darmele. Lui mi ha aggredito però io gli ho tirato... Ricordo che
stava pranzando e gli ho tirato il piatto, il bicchiere, la sedia e tutto
quello che mi trovavo per le mani. Perché non sopportavo che lui mi metteva le
mani addosso, perché mio padre non lo aveva mai fatto. È iniziato il casino,
che se dovevo uscire gli dovevo chiedere il permesso, se andavo in biblioteca
dovevo chiedergli il permesso, se uscivo a passeggiare doveva chiedere il
permesso a lui. Allora io mi sono disgustata molto di mia madre e gli ho detto
di sistemare la sua situazione, perché noi eravamo grandi e sapevamo chi era
mio padre e non permettevamo che lui da un momento all’altro arrivava a darci
ordini.
Lui non viveva a casa con
noi ma veniva tutti i giorni; veniva una, due ore, si impadroniva della casa e
voleva fare e disfare. La bambina aveva il panico e quando lo vedeva arrivare
si nascondeva sotto il letto, si metteva nel bagno, aveva molta paura di lui.
Allora sono iniziati i problemi, i conflitti con lui.
Un giorno sono arrivata
dalla scuola e non c’era nessuno e il negozio era chiuso. Ho aperto la porta di
casa, sono entrata e ho visto che c’era lui che dormiva. A me mi dava rabbia
vederlo dormire nel letto di mia madre. Allora sono entrata nella stanza per
prendere i miei vestiti e lui ha cominciato a insultarmi perché ero arrivata
tardi. Ed io gli ho detto: <<Ah, ah, non ti mettere con me; rispetta,
vattene, noi sappiamo chi mio padre>>. Allora all’improvviso, siccome era
più alto di me, ha iniziato di nuovo a picchiarmi, mi ha morso le braccia, le
mani, mi ha preso con la forza e mi ha violentato.
Mentre lui stava abusando
di me è arrivata mia madre. Io stavo piangendo, gridavo, ero agitatissima.
Allora mia mamma ha cominciato a picchiarmi, ha iniziato a gridarmi che se era
quello che stavo cercando, che se lui mi piaceva perché non glielo avevo detto
prima. è diventata una furia e io
piangevo e gli dicevo perché non guardava quello che lui mi aveva fatto.
Dopo quello ho smesso di
studiare e me ne sono andata a vivere dalla mia madrina. Non ho raccontato a
nessuno quello che mi era successo ma ho detto che ero stanca della casa e che
me ne volevo andare. Ho dovuto lasciare la scuola e l’anno dopo non sono
entrata a studiare perché mia madre non mi ha voluto portare i documenti. Dalla
mia madrina sono rimasta vari anni e lì facevo quello che volevo.
In quegli anni sono stata
molto rinchiusa. Facevo tutto quello che si fa in una casa: lavavo i vestiti,
preparavo da mangiare e le domeniche uscivamo a passeggiare. Tutto normale, come
se stavo lavorando e loro mi davano tutto quello che avevo bisogno. Non hanno
insistito per lo studio e nemmeno io ho voluto continuare a studiare.
Amici ne avevo, ma se si
avvicinava un ragazzo e cominciava ad abbracciarmi e baciarmi, no... fino a lì
arrivava! Solo l’amicizia, perché mi era rimasto fastidio per gli uomini, mi
provocavano rabbia e non mi lasciavo toccare da nessuno. Mi ricordo di un
ragazzo che mi diceva che ero lesbica, che mi piaceva molto conversare con gli
uomini, ma diceva che io ero tutta tilín tilín y nada de paleta.
Poi la mia madrina è
morta. Là c’erano tre uomini e due donne. La maggiore si è sposata, la piccola
se n’è andata a Bogotá, allora restavo io con i tre uomini. Ho cercato di nuovo
mio padre e lui mi ha detto: <<Se vuoi, te ne viene qua; io sto lavorando
in un hotel, puoi lavorare anche tu>>”. Me ne sono andata là e lavoravo
di notte, mi toccava sistemare i letti. Mi pagavano bene: cinque, sei mila pesos
al giorno 15 anni fa.
A quei tempi la
prostituzione non era tanto aperta come ora, che le donne si mettono nella
strada e non succede niente; era più riservato, le signore stavano negli hotel.
Allora io domandavo a mio padre: <<Papà, perché entrano nella stanza,
stanno un poco e poi escono?>>. <<Ah, è che arrivano stanchi, si
riposano un po’ e basta>>, mi diceva lui. Io nemmeno ci facevo
tanto caso fino a che... bene, ho conosciuto amiche, amici, tanta gente da una
parte e dall’altra.
Allora, quando mio padre
è morto ho cercato un altro hotel e ho lavorato lì vari anni. Già ero
maggiorenne e... e ho cominciato ad andare con delle conoscenti dell’hotel...
Loro mi dicevano: <<Vieni, che ce ne andiamo a Barbosa, ce ne andiamo in
tal posto>>, e lavorando da due, tre anni in hotel sapevo già tutto. Qui
in città non lo facevo per la famiglia, perché mi conoscevano, vari zii avevano
hotel, allora preferivo andarmene nei paesi.
Andavo a Barbosa,
Santuario, Rionegro, Marinilla, andavo nei paesi dove si poteva andare il
sabato e ritornare la domenica. A casa dicevo che mi avevano invitato amici a
fare una gita e me ne andavo, lavoravo e tornavo con i miei soldi. Ma quando
arrivavo i soldi non li facevo vedere. Li prendevo a poco a poco, 5, 10 mila pesos,
li andavo tirando fuori quando servivano. Arrivavo, mi lavavo, mi cambiavo i
vestiti ed era un’altra persona.
Nei paesi, a volte mi
andava bene, a volte male, perché c’erano ragazze molto giovani e belle...
Altre volte mi infastidiva l’odore che avevano gli uomini della campagna. Nei
paesi tu vai in un locale e ti danno colazione, pranzo e cena e tu non esci da
quel posto. Se prendi una birra ti danno una ficha [gettone; N.d.A.] che
vale 200 pesos, è una specie di moneta di plastica; allora tu per ogni
scheda reclama 200 o 500 pesos. Uno al cliente gli da spendere per la
birra oppure prende un’aguardiente che costa 1.000 pesos. Cioè,
una con le fichas poteva raccogliere soldi senza andare a letto con
loro. A me mi piaceva chiedere aguardiente, perché io dicevo al ragazzo
che stava al banco di mettermi acqua nel bicchiere e non si vedeva che
era acqua. Allora lui mi dava acqua, limonata o soda e io bevevo ma non mi
ubriacavo e mi guadagnavo le schede; poi mi facevo due o tre ratos
[sveltine; N.d.A.] e me ne tornavo.
In quegli anni ho
conosciuto a Barbosa un signore di qui di Medellín e che mi ha offerto un
lavoro. Allora non sono tornata ai paesi ma mi sono fatta amica di lui. Lui era
chef internazionale e mi ha preso come aiutante di cucina. Di fronte al
ristorante lavorava quello che ora è mio marito.
Con lo chef sono stata
cinque anni. Mi ha insegnato a cucinare e ho viaggiato molto con lui. Lui dava
lezioni di culinaria, allora andavamo a Cartagena, Bogotá, Cali... Con lui sono
andata in tanti posti. Quando partivamo andavamo in aereo... io ancora
conservati circa 30 biglietti di aero, li conservo ancora. Quando andavo con
lui mi vestivo bene e vivevo molto bene, aveva la cameriera, avevo il meglio.
Mi sono messa a vivere sola in un appartamento e lui mi dava tutto quello che
mi serviva... cioè, mi ha cambiato la vita al cento per cento.
Per me è iniziato un
altro mondo! Lui era molto più grande di me; io avevo 18, 20 anni e lui ne
aveva 49 e nessuno pensava che era il mio amante, perché mi passava tanti anni.
Con lui è iniziata una relazione lunga, voleva sapere della mia famiglia, che
mi succedeva e perché stavo sola. Con lui sono tornata a rivedermi con mia
mamma, perché in tutti questi anni mi ero tenuta molto lontana da mia casa.
Ho ripreso la prostituzione
perché anche lo chef è morto, quando io avevo 22 anni. Lui viveva con la sua
famiglia e aveva quattro figli. Io avevo il mio appartamento e lui veniva di
sera, rimaneva un po’ con me e dopo se ne andava a sua casa. Una sera mi ha
chiamato e mi ha detto che era di cattivo umore, di preparargli da mangiare che
stava venendo da me. È arrivato e si è messo a raccontarmi che aveva litigato
con la figlia, che erano molto sfacciati, che lui era già vecchio e loro gli
pretendevano un sacco di cose, che li doveva mantenere per tutto, e piangeva,
piangeva, piangeva. Allora io gli ho detto: <<Ancora non ti ho preparato
da mangiare, aspetta che te lo faccio>>. A lui gli piacevano tanto carne
arrosto, patate e insalata, una cena normale, senza niente di speciale. Così mi
sono messa a preparare e lui si è addormentato.
Lui non passava mai la
notte a casa mia. Quella sera è arrivato verso le otto, verso le nove e mezza
si è addormentato e alle dieci passate ho cominciato a toccarlo per farlo
svegliare, perché da mangiare si stava raffreddando. Allora ho cominciai a
toccarlo e niente, non si muoveva, non si muoveva, niente. Quando
all’improvviso ho cominciati a dargli botte nella faccia, a muovergli le mani e
gia era rigido, rigido. Mi sono spaventata così tanto, cercavo di alzarlo e
niente. È morto all’improvviso e non mi sono nemmeno resa conto quando è morto.
Per me è stato molto duro.
L’appartamento era
piccolo, ma non trovavo la porta per uscire, non trovavo il telefono e mi sono
messa a gridare come una matta. Il padrone dell’appartamento ha aperto con la
sua chiave perché io non trovavo la chiave per aprire, non trovavo niente. Non
faceva altro che gridare.
Hanno chiamato la polizia
e là iniziato un altro problema. Mi hanno perquisito tutto l’appartamento, mi
hanno arrestato due giorni per la morte di lui mentre facevano le
investigazioni. Nell’autopsia si sono resi conto che era stato un attacco di
cuore e allora hanno cominciato a perseguitarmi i figli.
Il padre di mio figlio è
stato l’unico che mi ha aiutato, mi ha creduto e mi aiutato a venire fuori dai
problemi. Lui lavorava con un zio che era avvocato, allora mi ha aiutato ad
uscire di galera.
Ho lasciato tutte le
amicizie che aveva e mi sono messa da parte. Dopo la perdita di mio padre,
avevo perso anche lui. Mi mancavano legami affettivi e sono tornata a bere e...
sono tornata un’altra volta alla prostituzione, ho ricominciato a lavorare qui
nel centro. Lavoravo qui negli hotel come cameriera e quando mi dicevano:
<<Andiamo per un rato>>, io lo facevo.
Ho continuato a vivere
sola nello stesso appartamento e quando il padre dei miei figli ha avuto un
problema con una sorella mi ha chiesto se poteva tenere da me le sue cose
mentre cercava casa. Così abbiamo vissuto assieme circa due anni, lui per i
fatti suoi e i per i miei, ciascuno nella propria stanza. Lui arrivava, si
lavava i vestiti, si faceva da mangiare, pagavamo insieme l’affitto ma eravamo
solo amici. Molte volte nemmeno parlavano la sera, anche perché io tornavo
sempre ubriaca.
Cioè, io per poter
lavorare dovevo bere. Ricordavo la violazione e per stare con gli uomini dovevo
bere. Cominciavo verso le tre del pomeriggio, incominciavo con una, due birre,
dopo passavo a due, tre aguardientes fino a che un giorno lui mi ha detto:
<<Ahi, no, ma tu ormai sei alcolizzata, bevi tutti i giorni. No, vedi, ci
sono cose migliori da fare, perché devi stare tutti i giorni a bere?>>.
Lui mi ha aiutato molto ad uscire dal bere, mi portava in posti diversi, ai
parchi, ad altre parti. Allora a poco a poco ho cominciato a lasciare il bere;
poi mi sono messa a vivere con lui e sono rimasta incinta di mio figlio grande
che ora ha sette anni. Ma lui non ha mai capito quello che facevo prima.
A volte penso che poteva
essere della mia vita se lui non mi aiutava ad uscire da questo conflitto tanto
orribile, di bere tanto, di quell’andare e venire. Lui lavorava come consulente
tributario e studiava contabilità all’università; ma quando mio figlio aveva un
anno e mezzo ha avuto un incidente, è caduto da un microbus. Il cervello si è
allagato di sangue ed è rimasto 20 giorni incosciente. In quel momento ho
pensato che moriva anche lui. Allora io sono rimasta ad occuparmi del bambino,
dovevo pagare l’affitto, la clinica e sono caduta di nuovo nella prostituzione;
sono tornata a lavorare, adesso solo nel centro perché non me ne potevo andare
da nessun’altra parte.
Sua madre mi teneva il
bambino e io uscivo la mattina, passavo dalla clinica un momento, andavo nel
centro per lavorare… lavoravo qui, a Palacé. Poi tornavo alla clinica a fargli
visita a lui, stavo un po’ con lui e dopo me ne tornavo a casa.
Lui è rimasto molto
malato della testa e non ha potuto ritornare a lavorare. Io gli dicevo che
lavoravo negli hotel e se dovevo fare otto ore gli dicevo che erano dodici ore;
cioè, lavoravo quattro, cinque ore nell’hotel, poi mi facevo due o tre ratos
e me ne andavo a casa. Cioè, ho lavorato sempre nella prostituzione ma facevo
anche altre cose. Non come adesso che non voglio più farlo per niente, assolutamente.
La decisione di uscire
dalla prostituzione l’ho presa da sola, grazie ai seminari di crescita
personale, di autostima, di formazione. Un giorno un vecchietto mi ha detto per
strada: <<Come si guadagnano facile la vita queste donne>>, ed io
ho detto: <<Facile? No, no, questo non è facile>> e allora ho detto
<<No, questo non è per me, ma quale vita facile!>>.
Quella parola mi ha
segnato molto e ho incominciato a pensare di cambiare vita, di mettermi di
nuovo a studiare e sono già due anni che sono in un processo molto bello e
credo che indietro non ci torno mai più perché sono cambiata molto. È stato
quando sono rimasta incinta la seconda volta, due anni fa, che ho detto:
<<Non più, non più, non più, faccio un cambiamento nella mia vita>>.
All’inizio della
gravidanza dicevo: <<Ah, no! Che cosa ho fatto! No, con questa vita di
hotel che faccio con un altro figlio!>>. Ci ho pensato molto, ho pensato
di abortire ma non l’ho fatto ed ho presa un’altra decisione. Mi sono comprata
la friggitrice, ho cominciato a fare empanadas e tamales e ho
cominciato a vederli.
Un anno e mezzo fa,
quando è nato mio figlio, mia madre mi ha detto perché non andavo a vivere lì
da lei, perché con due bambini era difficile pagare l’affitto e lei sapeva che
io sola ero quella che sosteneva la casa.
Già da tempo ci parliamo
di nuovo con lei ma io conservo ancora la sofferenza dell’infanzia e tutto. Non
è che ci soffro tanto ma con lei c’è una relazione falsa; gli sorrido, gli
parlo, ma conservo sempre come una specie di risentimento. Mia sorella la
piccola già ha 18 anni e suo padre lo hanno ammazzato. Quando mia sorella aveva
otto anni, lui li ha abbandonati e si sposato con un’altra donna e non abbiamo
più saputo niente di lui fino a che non abbiamo saputo quest’anno che l’avevano
ammazzato.
Sì, quest’ anno che
l’hanno ammazzato io ho riposato, è come se è finita quella sofferenza, quella
cosa, perché io lo capivo, era come un odio verso mia madre e verso lui, perché
lei non ha pensato a noi figli ma si è messo al fianco suo.
Nella mia famiglia
nessuno sa che ho fatto la prostituzione, forse mia madre sospetta per il fatto
che sono stata tanto tempo nel centro e negli hotel. Una volta mi spaventavo
che mio marito lo poteva scoprire, perché lui ha conosciuto quanto sono stata
matta. Ora che sono cambiata no, perché lui vede il mio cambiamento e tutto e
lui mi ha aiutato tanto ad uscire dall’alcool, perché io bevevo molto e lui mi
ha tirato fuori da quella vita del bere.
Credo che alla
prostituzione mi ha portato il guadagno facile, l’ignoranza, la mancanza di
autostima, la forma facile di guadagnare denaro, senza pensare mai alle
malattie. Era un denaro facile quello che ti guadagnavi; in un giorno ti potevi
fare 30, 40, 50 mila pesos. Ma non era niente di buono per la mia vita.
Non lo facevo per
necessità economiche ma per avere di più; mi piacevano le comodità, pagavo un
appartamento caro nel centro, vestivo bene, mangiavo bene, mi mantenevo bene. Allora
era unicamente per ignoranza, per mostrare, per stare bene e non pensavo a me
come lo faccio oggi.
Credo che sono entrata
nella prostituzione per un’altra ragione, perché quando ero bambina noi
vivevamo bene e non soffrivamo per niente. Allora nel tempo della prostituzione
rivivevo gli anni della gioventù, della mia infanzia, quando non mi mancava
niente. Ed inoltre poteva fare quello che mi piaceva e non c’era nessuno che mi
diceva niente.
Grazie a Dio non ho mai
fatto uso di droga, cosi come non mi è mai piaciuta la sigaretta né niente.
L’ho respinta sempre, anche se vivevo circondata di droga. L’alcool mi piaceva
tanto, bere mi piaceva, se mi offrivano di mattina un aguardiente io
accettavo subito. Ma adesso no, se me lo offrono non lo prendo, non beve
nemmeno un goccio da due anni.
Quando i miei figli erano
piccoli li vestivo molto bene, benissimo. Ora si arrangiano con quello che
posso comprare. Un giorno nell’hotel dove lavoravo è arrivato qualcuno dicendo
che nel Comune stavano facendo un progetto per la donna lavoratrice sessuale e
io ho detto: <<Andiamo>> e ho cominciamo alcuni corsi di autostima
e valorizzazione. Ho fatti tutti e nove i seminari e ho iniziato a conoscere
gente. Poi ho fatto il corso di parrucchiera e ho lavorato sei mesi come
parrucchiera. Le suore dove ho fatto la formazione si sono affezionate a me, mi
invitavano alle messe carismatiche, mi consigliavano molto. Sono sempre stata
circondata da buona gente e alla fine impari tanto. Nel progetto ci sono state
molte dottoresse e uno assorbe sempre più che può da tutti. Questo perché io ho
sempre avuto tanto desiderio di cambiare, volevo cambiare, allora questo mi ha
aiutato molto e così ho preso la decisione: <<basta, mai più, mai
più>> e basta.
Nella prostituzione si soffre
molto e non è solo per il fatto che vado a letto con una persona. Il cliente si
mette d’accordo per un rato allora tu gli dici: <<Per una sola
relazione sono 10 mila pesos e mi paghi prima>> e bene, il cliente
ti paga anticipato. Ma poi entriamo nella stanza e tu ti devi spogliare e...
innanzitutto, spogliarmi davanti ad una persona che non conosco mi fa... cioè,
dovevo bere e poi spegnere la luce, a molti non gli piaceva e così c’erano
discussioni con l’uno e con l’altro e poi il cattivo odore e poi quando sono
nella relazione loro vogliono di più. Cioè quando ami una persona, non ti
importa che il tempo passa o cose del genere. Invece nella prostituzione, tu
stai sempre guardando l’orologio: <<No, è già passata mezz’ora, è passata
un’ora>> e alla mezz’ora gli dici: <<Se mi paghi di più
continuiamo>>.
A me mi ha segnato molto
tutto questo e non voglio più. Cioè, quando io stimo qualcuno lo stimo col
cuore e non voglio che soffre quello che è successo a me. Per questo mi fa
male.
Ho imparato tante cose;
prima non mi preoccupavo di niente, vivevo nel presente e basta. Tanto che se
mi guadagnavo 40, 50 mila pesos oggi, me li spendevo subito. Compravo
quello che avevo bisogno, compravo il giornale, pagavo la stanza, mettevo 10
mila pesos da parte nel caso che il giorno dopo non guadagnavo niente e
mi compravo un blu jeans. Non ho mai pensato di risparmiare... ero come
addormentata. Sì, tutto quel tempo io l’ho vissuto come addormentata e mi sono
svegliata col bambino piccolo.
Ai clienti io mettevo i
limiti prima, no... no, no, no, gli dicevo: <<Andiamo ad avere la
relazione però niente baci, niente toccare, né carezze né niente>>. Prima
di andare nella stanza bevevamo un po’, parlavamo un po’ e via. Dopo un po’ che
stavamo parlando e che lui aveva bevuto abbastanza ed era già tutto emozionato,
avevamo la relazione come... come quando hai voglia di andare al bagno e vai al
bagno ed è fatta, è finita e basta. Mi coricavo ed ero come dire:
<<Utilizzami>> e via! Quello che non mi piaceva era il contatto fisico
con il “palo”! Ho sempre lavorato con il preservativo, ero molto esplicita nel
dirgli: <<Facciamo questo, questo e quest’altro>>. Ho sempre avuto
la coscienza di dirgli cosa andavamo a fare, come lo facevamo e basta. Dato che
lavoravo da anni dentro gli hotel io vedevo i problemi che insorgevano e
imparavo come fare per evitarli.
Non mi piaceva fare
domande personali a nessuno, unicamente avevo la relazione, parlavamo di musica
o di altre cose; non mi piaceva nemmeno quando incominciavano a domandarmi la
mia vita. Quello che non ho fatto mai è stato di negarmi il nome, sempre.
Quando mi chiedevano: <<Come ti chiami?>>. <<Gladis>>”,
non mi sono mai cambiata il nome e non me lo cambio mai. <<Come ti
chiami?>>”, <<Gladis>>. Un giorno di questi, qualcuno mi
griderà: <<Gladis>> e va bene.
I rischi sono tanti,
perché uno vede la faccia ma non sa quello che succede poi nella stanza. Ti
possono tirare fuori una pistola, come mi è successo una volta a Barbosa che un
signore mi ha puntato la pistola perché voleva che restavo ancora con lui. Non
se ne voleva andare, diceva che mi pagava quello che volevo, che questo, che
quello. Io non avevo paura, ho continuato a vestirmi e:
<<Ammazzami, se vuoi ammazzami>>. Cioè uno non pensa, uno dice:
<<Lo faccio per i miei figli, per la necessità>>, ma non pensa al
rischio. Una cosa di cui ho sempre avuto paura era di rubargli qualcosa al
cliente. Mi davo il panico! Potevo vedere un sacco di soldi, allora gli dicevo:
<<Regalami mille pesos, regalami qualcosa>>, ma non ho mai
rubato niente a nessuno, perché quello sì che mi dava il panico; avere un
problema per i soldi no. Se gli vedevo tanti soldi allora gli dicevo
sfacciatamente: <<Dai, regalami qualcos’altro, hai visto come siamo stati
bene, se vuoi restiamo ancora un po’>>. Me lo lavoravo per ottenere più
soldi, per non dovermi spogliare con un altro, perché questo già mi aveva
visto, allora lo utilizzavo e gli tirava fuori più soldi.
Mi piacciono molto i gruppi
di conversazione perché una è così ferita e lì racconta quello che non è capace
di raccontare ad altri. Io non ho nessuno a cui raccontare, nessuno, nemmeno
con mia sorella lo faccio. Io la voglio molto bene ma no... Con nessuno, con
nessuno, con nessuno, né nei seminari, né nella terapia, né allo psicologo; è
da anni che non parlavo di tutto quello che mi era successo. Non mi piace, cioè
io ricordo il passato come qualcosa che mi è successo, come un romanzo, e mi
piace molto quella canzone “Venti anni di meno”... la conosci?
Aspetta, te la canto:
<<Vorrei che la mia vita ritornasse indietro verso il passato, avere
venti anni di meno e conoscerti di nuovo. Non lo dubiterei, per te mi
inclinerei...>>. Non me la ricordo bene, io ce l’ho persino scritta e
tutto, è molto bella; cioè, come ritornare indietro nella vita e non aver fatto
tante cose che ho fatto e che hanno segnato la mia vita. Se avessi venti anni
di meno, farei alcune cose ed altre no, ne cambierei alcune ed altre le
metterei da parte e non le avrei mai fatte. Se potessi tornare indietro, non
avrei lasciato lo studio per tanto tempo, mi sarei sposata perché era come una
delle mie mete favorite, forse avrei avuto i miei due figli, ma dentro il
matrimonio. Avrei viaggiato di più da una città all’altra pero lavorando in
qualcosa di buono, di elegante, qualcosa che piaccia anche ai miei figli. Cioè,
mi vedo nella stessa famiglia ma con un’altra situazione economica ben diversa.
La cosa prima che uno
deve fare nella prostituzione è imparare a volersi bene: cioè, a sapere:
<<Chi sono, che cosa sono e dove vado>>. Cioè, una persona deve
scoprire questo. <<Chi sono, che cosa sto facendo per la mia vita e che
cosa sarà domani per la mia vita>>. Bisogna pensare e reagire di fronte a
questo.
Allora, nel mio futuro mi
vedo con una grande impresa di produzione di alimenti, con l’aiuto dei miei
figli che sono già grandi. Mi vedo in una grande impresa e sempre studiando, e
sempre crescendo e pensando al domani ed aiutando chi posso aiutare.
3. Un
europeo da sposare
Lucero, trent’anni, è
nata e cresciuta nel quartiere di París, uno dei più violenti della periferia
di Medellín. Varie volte ha tentato fortuna in Europa; ha esercitato la
prostituzione in Germania ed Italia a metà degli anni ’90, è stata mula ed
escapera [ladra nei supermercati; N.d.A.]. Ha già rinunciato al sogno
dell’adolescenza di diventare ricca e adesso vuole solo trovare un brav’uomo
europeo con il quale crescere i suoi figli e garantir loro un futuro, come
hanno già fatto le sue sorelle. <<Gli uomini europei sono freddi e
senz’anima ma sanno essere fedeli e rispettano la sacralità della famiglia,
mentre i colombiani ti mettono incinta e poi ti mollano>>.
* * * * *
Ho cominciato ad
esercitare la prostituzione qui in Colombia, verso i quindici, sedici anni più
o meno. Tutto è iniziato per una delusione di un fidanzato, almeno così io l’ho
sentita. Perché lui mi ha lasciato e se n’è andato con un’altra, allora io ho
cominciato a prendere gli uomini come oggetto. Io mi ero data a lui
completamente, anima, corpo, vita e quando ci siamo lasciati per me è stato
qualcosa di molto difficile. A parte questo, io ho avuto una famiglia un po’
ignorante, un padre alcolizzato, una madre che non faceva altro che lavorare e
non aveva tempo per noi, ed il poco tempo che aveva era per curarci le ferite
che ci faceva con le botte.
Allora io vedendomi così
che non ci facevano mai un regalo, che non ci davano mai niente, usciva una moda
e per noi niente, eravamo i più poveri, i più straccioni, i più scalzi. Ci
mandavano a scuola con delle ciabatte che dovevi trascinare perché non c’era
altro, oppure ci davano quegli stivali di plastica che col caldo ti bruciavano
i piedi e poi facevano una puzza!
Vedendomi così io un
giorno ho detto a mia madre che non volevo più studiare e non ho finito nemmeno
la quarta elementare. Mia mamma mi ha dato un sacco di botte! Lei era disperata
perché vedeva che non volevo migliorare e mi maltrattava ancora di più, con mio
padre andava di male in peggio, con i miei fratelli ... ah, no, c’era un
conflitto tra fratelli, ci trattavamo nel modo peggiore.
Io ero magrina e brutta,
si, ero denutrita, i capelli non mi crescevano, forse per la sofferenza di tutte
queste cose, per i maltrattamenti. Tutti i giorni mangiavano la stessa cosa,
riso bianco e gordos, gordos
e riso, uova e riso, riso e uova, mangiavamo tutto il giorno le stesse cose.
Noi eravamo sette femmine
e un maschio. Una soffriva di attacchi epilettici e in uno di questi attacchi è
impazzita ed è scomparsa; un’altra se la sono portata in Venezuela, diciotto,
diciannove anni fa e non è mai tornata. Non sappiamo niente di lei, non
sappiamo se é viva o morta. Dopo c’è Marta, quella che vive in Germania con suo
marito e un’altra vive in Spagna e ora si sta per sposare. Quella che si sta
per sposare non si è mai prostituita, ha avuto sempre paura di farlo.
Prostituirsi è così deprimente che lei non ci ha mai provato, però è andata in
Europa e rubava nei grandi magazzini. Ora, grazie a Dio ha trovato questo amico
e sembra che lui la vuole tirare fuori non dalla povertà ma dalla miseria in
cui vive. Un’altra sorella è morta di cancro un mese fa, aveva 38 anni. In casa
ora siamo rimasti solo due, io e mio fratello.
A quindici, sedici anni
ho conosciuto delle ragazze. Loro mi dicevano... dato che avevo avuto relazioni
sessuali, loro mi dicevano... cioè, un giorno mi hanno portato con loro. Mi
hanno portato in una casa del centro, non ricordo bene dove. Ed io ero così...
cioè così ingenua. Mi ricordo che era un vecchietto, un tipo che mi dava 20.000
pesos. Erano un sacco di soldi, come dire ora 500 mila. Mi ricordo che
mi sono guadagnata quei soldi e che ho regalato alla mia amica 5 mila pesos...
e così ho iniziato. Poi vedendo tanti soldi ho cominciato a voler guadagnare
sempre di più; dicevo: <<Ah, quanti soldi, qui si che si possono
guadagnare i soldi!>>; e ho iniziato.
Mi ricordo che glieli ho portati
a mia madre e lei tutta curiosa mi ha chiesto dove avevo preso tutti quei
soldi. Io glieli volevo dare per comprare da mangiare ma lei mi ha detto che
dovevo dirle dove avevo presto tanti soldi. Ed io: <<Dai, mamma, me li
sono guadagnata aiutando una signora>>. E lei: <<Non mi venire a
dire menzogne, se non mi lo dici ti ammazzo di botte. Parla e subito!>>.
Diceva che soldi sporchi non ne voleva, allora io li ho conservati e quando
c’era bisogno li andavo prendendo.
Alla fine un giorno le ho
raccontato e lei si è messa a piangere; mi ha detto di non prendere quella
vita, di vedere Marta e come lei aveva sofferto per Marta. Marta è la maggiore,
quella che sta in Germania. E mi ha detto: <<Guarda, figlia mia, ci sono
tante malattie, in quella vita ti possono ammazzare>>. Io gli ho detto
che non mi succedeva niente ma lei ha sofferto tanto, non è mai stata
d’accordo. Ma io no, io scappavo e dicevo che andavo da una zia. A mia sorella
gliel’ho raccontato, gli ho detto che me ne andavo... che mi portavano lì, da
alcuni vecchi.
Marta mi diceva che non
voleva che soffrivo le stesse cose che aveva sofferto lei e di mettermi a
studiare che lei mi pagava la scuola. Mia sorella Marta ha iniziato a undici,
dodici anni e c’è stata tanto tempo nella prostituzione. Lei viveva con noi e
non ci faceva mai mancare i soldi.
Ho detto a tutti di
lasciarmi fare quello che volevo; e mia sorella mi ha detto: <<Va bene,
Lucero, l’unica cosa che devi fare se decidi è di stare attenta e sapere che ci
sono tante malattie>>. Allora non si sentiva parlare ancora di AIDS, ma
c’era “la venerea” e io dicevo: <<Io so stare attenta>> ma non era
vero che mi guardavo. Pur di guadagnare soldi facevo qualunque cosa! Perché i
clienti non volevano usare il preservativo e se non accettavi andavano con
un’altra.
Quando mio padre l’ha
capito ha cominciato a comportarsi ancora peggio con me e non mi ha più
parlato. Ancora oggi lui non mi parla. Allora ho cominciato ad abituarmi
e a conoscere la strada.
Ho avuto il primo figlio
a 19 anni, da una violazione. Mia sorella Marta stava allora a Bogotá e mi ha
detto: <<Lucero, vieni qui a stare con me e mi porti il bambino!>>
ed io <<Ah, va bene!>> e sono andata. Lì mi hanno violentato e non
so nemmeno chi era il tipo. Ricordo che stavamo bevendo e mia sorella è uscita
col fidanzato per comprare da bere. Io sono rimasta in casa con quello stupido,
amico dell’uomo che vivevano con mia sorella. Mi ricordo che si chiamava
Carlos... nient’altro. Bene, lui ha abusato di me.
Quando loro sono tornati
il tipo se n’era già andato e io ... cioè … io mi sentivo male, ero senza
forze, mi ero sentita mancare. Loro mi hanno trovato a letto e hanno pensato
che stavo dormendo ma non era così, era che stavo male. Il giorno dopo ho
raccontato tutto a mia sorella e lei all’inizio non mi ha creduto; poi quando
ha visto i lividi lo ha cercato per fargliela pagare ma non lo ha trovato.
Circa un mese dopo mi sono sentita male; tutto il mese l’ho passato malata, mi
sentivo depressa, mi sentivo male, allora mia sorella mi ha portato dal medico
e l’esame di gravidanza é risultato positivo.
Mia sorella mi ha detto:
<<Non pensare di buttarlo via. Questo figlio è tuo e te lo tieni>>.
Però io non avevo pensato di buttarlo via. Sarà che a noi ci hanno insegnato
che, qualunque cosa succede, quando un figlio già sta nella pancia bisogna
tenerselo.
È stato quando è nato mio
figlio che ho deciso di andarmene all’estero. Facevo la prostituzione ma di
nascosto dalla gente e continuavo ad uscire col mio vecchio fidanzato, quello
che mi aveva lasciato. Sai com’è, la maggior parte delle donne siamo... come si
dice?.... machiste, no? Siamo stupide. Anche adesso, siamo vecchie e
ancora... Io lo sapevo perfettamente che lui aveva altre donne, però non potevo
farci niente, gli volevo troppo bene e lui mi chiedeva di accettarlo così
com’era ed io ... cioè, ero così stupida che facevo tutto per lui, soffrivo per
lui. Abbiamo continuato a stare assieme fino a che io gli ho detto che ero
incinta. Dopo lui non è voluto più uscire con me e sei mesi dopo si è sposato.
Io ho pianto tantissimo e
15 giorni prima di partire per la Germania sono andata alla stazione di polizia
dove lui lavorava e gli ho detto piangendo: <<Hernán, se mi chiedi di
restare, io resto>>; e lui mi ha detto: <<No, se é per me vattene
pure, io mi sto per sposare>>.
Mia sorella a quei tempi
viveva già in Germania. Lei se n’è andata via per tratta di bianca, con una
signora che gli dicevano Victoria, di Bogotá. Quella era una rete, credo che
ancora esiste. Lei non è partita giovane, aveva già un 34 anni o qualcosa del
genere, ma si manteneva bene ed è andata per lavorare nella prostituzione.
Quando è partita aveva tre figli. A lei hanno preso un sacco di soli, un 14
milioni, dieci anni fa. Lei ha pagato una parte e dopo si è ammalata, gli e
venuta la peritonite ed allora ha conosciuto quello che è attualmente suo
marito.
Lui era un cliente e
all’inizio a lei non piaceva, perché lo vedeva brutto. Uno dei più grandi
difetti che loro [gli europei; N.d.A.] essi hanno è che non si lavano e
puzzano, anche perché la maggioranza fuma molto. Quando lei lo ha conosciuto
lui era come un maiale, allora lei lo ha insegnato e adesso lui è più pulito,
adesso è migliorato, ormai non beve e non fuma.
Quindi mia sorella mi ha
aiutato a partire, è stato nel ‘94. Ho lasciato mio figlio che aveva sei mesi e
quando sono tornata aveva tre anni. Quando sono arrivata in Germania sono stata
una settimana a casa di mia sorella, fino a quando lei mi ha detto: <<Ok,
Lucero, puoi restare qui una settimana ma poi andiamo a Francoforte, perché tu
sai bene che bisogna combattere>>. Io ho detto: <<Ah, io sono
pronta, per qualunque cosa>>. E mia sorella mi ha detto: <<Qui
Lucero ci sono tre cose che puoi fare: l’escapera, la prostituzione o il
narcotraffico; scegli tu>>. E io in mezzo alla mia disperazione... Lei
non mi ha imposto cosa dovevo fare, ma mi ha detto che c’erano solamente queste
tre scelte ed io ho detto che mi buttavo a fare qualunque cosa. Allora, dopo
una settimana che stavo lì e mi è toccato buttarmi nella mischia. Ma io pensavo
che la prostituzione era come qui in Colombia.
Mia sorella mi ha
prestato i soldi del biglietto, non si è presa né più né meno e io glieli ho restituito
dopo tre mesi. Ma per le altre era diverso, alle altre queste mafie... Figurati
che quella che ha mandato mia sorella gli voleva prendere di più di quanto era
e mia sorella era terrorizzata: <<Ahi, Victoria, ma tu perché mi chiedi
ancora tutti questi soldi se io già ti ho pagato quello che era!>>. E
quella gli ha detto che se non pagava gli mandava ad ammazzare la famiglia.
Sono andata a
Francoforte, ma pensavo che la prostituzione era come qui, cioè che uno si coricava
con un uomo e basta. Ma là no... Ah... ti chiedono di succhiarglielo, ti
chiedono di fare il sesso anale... Quando mi sono venuti fuori con tutte quelle
richieste per me è stato qualcosa... Come potevo andarglielo a succhiare ad un
tipo di quelli... che schifo... per me era difficile. Prima di tutto perché,
nonostante tutto, io non ho mai fatto vedere le gambe; ho sempre avuto un
complesso d’inferiorità, mi sono sempre creduta la più magra, la più brutta.
Io qui in Colombia
spegnevo sempre la luce, e se gli piaceva così bene, se no se ne andavano a
cercare un’altra. Mai, mai… Né mi lasciavo baciare il seno, mi facevo lo schifo
più grande. Nemmeno la bocca... che schifo... Mai qui in Colombia, mai mi era
successo quello che mi è successo là. No, qui no! Qui ci sono qui uomini che lo
chiedono, come in ogni parte, ma non c’è tanta perversione come là. No, là sono
perversi!
In Colombia io andavo
nelle case d’appuntamento; i bar non mi sono mai piaciuti, mi sembra un
ambiente molto basso. Io ho sempre preferito una prostituzione più riservata,
già farlo in un bar è abbassarsi del tutto, non avere scrupoli di niente.
In Germania la
prostituzione si esercita per strada, nelle macchine e nei bordelli. Questi
sono posti dove si fa la prostituzione e nient’altro.
C’è un palazzo di cinque piani e in ogni piano ci sono 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8
stanze piccoline e in ogni stanza c’è una donna ferma davanti alla porta e
quando arriva un uomo uno deve fletiar. Fletiar significa dirgli
le volgarità più grandi, che cosa gli fa e che cosa non gli fa. Le colombiane
che c’erano lì mi hanno spiegato che cosa dovevo fare. Lì colombiane ce ne sono
tante, in quantità, è proprio pieno.
Il primo giorno che ho
lavorato mi è andata bene, mi sono guadagnata quasi 4 milioni di pesos
in un giorno, pero sono rimasta... non mi potevo
nemmeno sedere, mi facevano male le ovaie, mi faceva male tutto.
Io non ho mai voluto fare
sesso anale ad un uomo, mai, mai... Io facevo sempre la cosa normale; ma una
volta un turco, un albanese, mi ha violato di dietro. Cioè, io sono riuscita a
togliermi e l’ho buttato fuori dalla stanza nudo com’era e gli ho buttato i
vestiti per le scale, perché io stavo al quinto piano. Lui ha cercato di
risalire ma io gli ho tirato un secchio di acqua calda, bollente, allora non è
tornato più. Ma sì, ho perso sangue per alcuni giorni, mi ha fatto infezione, è
stato orribile, per me è stata un’esperienza indimenticabile.
Ogni giorno io pagavo 250
marchi per la stanza. Se non li pagavi erano guai, ti mandavano gli jugoslavi e
ti facevano prendere a bastonate. C’è come una mafia di jugoslavi lì e, uh…
quelli ti massacravano proprio, ti davano un sacco di botte! A me non me ne
hanno dato mai perché io tenevo sempre nascosti i miei gioielli e dicevo:
<<Se mi trovo nei guai allora li impegno e pago>>. E ho sempre
perso i miei gioielli per quel motivo, per pagare un cane miserabile. Loro
salivano e picchiavano le donne e le donne dovevano servirli gratis a loro, ai
padroni!
Sempre lì in Germania,
una volta stavamo lavorando quando sono arrivati alcuni tedeschi che avevano
bisogno di cinque ragazze, per portarsele. Lui era un cliente molto buono che
io avevo, mi pagava molto bene. Non veniva per scopare ma per farsi frustare da
me... Cioè, era un maniaco. Allora mi ha detto che aveva bisogno di cinque
ragazze per una festa tra amici. Io gli ho detto che non ci andavo ma che se
voleva le ragazze gliele trovavo. Se ne sono andate con loro cinque ragazze e
il giorno dopo le hanno trovate morte. Le hanno torturate, le hanno tagliate,
hanno fatto di tutto con loro. A lui non l’ho più visto. Dopo un po’ di giorni
un tedesco è entrato con una ragazza e con un coltellino gli ha tagliato il
petto, il viso ed il collo... Cioè, sono maniaci e “si sviluppano” vedendo il
sangue.
Io ho conosciuto una
ragazza che un signore la pagava per fargli dei tagli nel corpo, nelle mani,
nelle parti vaginali e dice che un giorno ha iniziato a tagliarla e con una
lametta, un coltellino le ha tagliato il clitoride. Sì, perché alle donne gli
proponevano spesso di fare questo tipo di cose e molte accettavano; accettavano
anche di fare sesso con un animale. Ci sono molte colombiane che accettano
qualunque cosa per fare soldi.
Lì alle donne gli
chiedono pazzie, cioè di fare cose strane, diverse dal sesso, cose che vanno
oltre il sesso. C’era un signore che godeva mangiando la cacca e un altro che
veniva solo a succhiarmi il dito grosso del piede. Mi pagava per quel motivo e
non voleva altro. Mi faceva camminare per tutto il piano e poi si succhiava la
sporcizia dei piedi e basta. E mi pagava per quello.
Una volta è arrivato un
ragazzino... ahi, che tristezza mi ha fatto venire! Aveva dodici, tredici anni
e voleva che lo servivo. Lui non aveva mai avuto una relazione sessuale ed
io... non sai quanto ho pianto perché dicevo: <<Ahi, no… io… fare
qualcosa a questo bambino!>>.
Lui veniva sempre con
quattro, cinque amici, tutti della stessa età e ha cominciato a venire quasi
tutti i giorni; io non so dove prendeva i soldi. Lì la tariffa era di 80
marchi; figurati che un giorno se n’è venuto con una catena d’oro che gliela
aveva regalato suo padre. Io gli dicevo di no, no, no ed lui mi dicevo:
<<Sì, per favore, per favore>>, disperato. Ed un giorno gli ho
detto: <<Senti, io ti regalo un rato di mezz’ora ma non devi
tornare più>>. A me mi faceva soffrire pensare che avevo abusato di un
bambino, per me quello era un abuso. Ma ci pensi a quei bambini? Andare in quei
posti a cercare malattie!
Cioè, ci sono molte cose,
tutto è così deprimente che non so... Io dico che non potrei mai aiutare una
donna a fare quella vita e soprattutto lì in quei paesi. Perché là non hanno
anima per niente, quella è gente fredda, non gli importa del dolore altrui. A
me mi sembra che... cioè non tutti, ma la maggior parte degli europei sono
così, perché non sono solo i tedeschi, ma anche gli olandesi, gli italiani...
Gli italiani sono molto gigolò, la maggioranza almeno. A loro gli piace avere la
donna che li mantiene e che lavora per loro. Io conoscevo un italiano che
mandava donne colombiane in Giappone e in Germania. Gli italiani cercano sempre
donne colombiane, perché in Italia le colombiane piacciono molto.
Gli italiani sono diversi
anche come clienti. Il tedesco arriva più facilmente dell’italiano, e poi il
tedesco non mercanteggia quasi mai, cioè, non esige. Per esempio, uno gli da
quindici minuti ed il tedesco può finire dopo sei, sette minuti e non chiede
altro. Invece l’italiano no, a lui se gli ha detto quindici minuti devono
essere quindici, contati e tutto; se gli ho detto che gli facevo il sesso orale
tanto tempo, glielo devo fare tanto tempo, altrimenti si arrabbia.
Sì, gli uomini europei cercano
sempre di fare perversità, pazzie, cioè di fare cose strane, diverse dal sesso.
Qui in Colombia la maggioranza di uomini con le donne prostitute cercano un
rifugio dai problemi della casa, ma là no. Qui sono diversi ma è anche vero che
qui ammazzano per qualunque cosa, per qualunque cosa ammazzano le donne, perché
hanno perso i soldi o per qualunque altra cosa. Qui il problema è il machismo,
sono molto dominanti nella relazione e è quello che dicono loro e basta.
A me mi hanno portato
anche in Italia, a Milano e a Catania. A Catania ci sono rimasta solo due mesi;
là ci sono tante donne colombiane, tante, stanno a San Berillo. È un posto
molto brutto, orribile, sembra la Calle del Cartucho a Bogotá... Ave
Maria! C’è molta invidia, c’è molta competizione e violenza tra le donne
stesse. Per affittare una stanza io dovevo pagare 150 mila lire al
giorno. Per dividere la spesa pagavamo in due la stanza, allora usciva una ed
entrava l’altra. Lì lavoravamo e lì stesso dormivamo qualche ora.
Anche a Francoforte mi
toccava vivere nello stesso posto dove lavoravo e poi bisognava pagare quelli
che ci proteggevano. Loro chiedevano in pesos colombiani, un 120 mila pesos
al giorno. Più o meno il mio guadagno giornaliero era di circa 600, 700 mila pesos
e a loro bisognava dargli 120 mila, tutti i giorni, anche se non lavoravi, ed
oltre a questo bisognava spendere per mangiare e per la stanza. Pagavi un sacco
di soldi in quei paesi, per questo me ne sono tornata qui, perché alla fine
lavoravo soltanto per il padrone.
A Catania era orribile.
Mi ricordo di una ragazza che è impazzita, è qualcosa che non ho mai
dimenticato. Aveva i debiti qui in Colombia e anche lì aveva molti problemi e
da un momento all’altro è andata completamente di fuori, matta, matta, matta.
Lei era di Bogotá e quel debito l’ha ammazzata, per quello si è ammalata.
Doveva pagare qualche 70 milioni di pesos, tanti soldi. Figurati, sapere
che per 70 milioni che non hai guadagnato e che non hai nemmeno speso ti
possono ammazzare la famiglia, il marito, i figli...
Anche a Milano mi è
andata male, lì ho lavorato tre mesi. Lavoravo in strada e nelle macchine. Una
volta due pazzi ci stavano ammazzando, a me e a un’altra ragazza. Ma noi
camminavamo sempre con un coltellino e con la bomboletta di gas: per forza!
Un’altra volta alcuni poliziotti ci hanno fatto correre e ci dicevano in
italiano: <<Alto là, alto là!>> Ma quale alto là, ma chi si
fermava? Noi correvamo e loro che sparavano proiettili di gas. Quel gas era
terribile ma noi correvamo, correvamo... C’era nascosto lì vicino l’amico che
ci proteggeva, un italiano; era fermo a quattro, cinque isolati e ci aspettava
con gli sportelli aperti e via! Siamo salite sulla macchina, lui è partito e i
poliziotti non hanno capito dove siamo finiti.
A Milano battevamo
sull’autostrada ma era molto pericoloso. I poliziotti ci lanciavano i cani e ci
facevano correre tanto. Ma non ci portavano in cella, loro no, lo facevano solo
per spaventarci, per farci paura. Anche a Catania era lo stesso. Lo facevano
per spaventarci e si divertivano da morire. Noi correvamo e quando ci giravamo
per guardarli stavano morendo dal ridere. Erano proprio malvagi, una mia amica
si è fatta male un piede per correre coi tacchi.
Anche in Germania non ci
lasciavano in pace. Figurati che io mi tingevo i capelli per non farmi
riconoscere. Cercavo di sembrare tedesca, di prendere più o meno lo stile delle
tedesche. In strada vivono tutto il tempo appresso alle colombiane, perché
dicono che siamo come le mosche che dove si fermano cagano. Il colombiano ha
tanti difetti ma è come gli altri, anche il dominicano ne ha, eppure noi ormai
siamo segnalati in tutto. In Colombia c’è tanta violenza, ci sono tanti
sequestri; è un paese che esce sempre nelle notizie per tutto quello che succede,
allora per quello che fanno alcuni paghiamo tutti.
La discriminazione verso
i colombiani esiste dappertutto, sempre, sempre, in ogni parte che arrivi la
senti. Una volta stavo in Spagna, in una discoteca dove lavoravano le donne.
Allora è arrivato uno spagnolo e ha visto una ragazza colombiana. Io stavo con
un amico ma non stavo lavorando e ci siamo seduti a prendere una vodka. Accanto
c’era una ragazza colombiana e lei ha cominciato... cioè a sedurlo e lui gli ha
detto: <<Tu mi piaci, ma solo per scopare>>. Loro ti umiliano
molto, loro dicono che la Colombia è il paese più porcheria che può esistere,
dove ci sono più morti che vivi!
Vedendo che quel lavoro
era così deprimente, mi sono ammalata. Mi hanno attaccato una malattia, l’herpes
e mi sentivo molto depressa, puzzavo tanto. Allora ho pensato: <<No,
questa vita non è per me, io me ne torno in Colombia>>. L’ho detto a mia
sorella e lei mi ha detto: <<Come? Te ne torni sconfitta?>>.
<<Sconfitta? No, sconfitta no - gli ho detto io - sconfitta no, allora mi
do da fare!>>.
Ho conosciuto un tipo che
mi ha proposto di andare con lui a vendere smeraldi in Olanda ma era una
menzogna, mi voleva per “caricarmi” [di droga; N.d.A.]. Allora io gli ho detto
che mi caricavo qualunque cosa ma che mi doveva pagare. Il primo viaggio mi ha
pagato quattro milioni, per andare dalla Germania all’Olanda con droga. Ne ho
portato mezzo chilo nello stomaco ma ho deciso di non rifarlo più in quel modo.
Loro ti mettono una settimana prima a mandar giù chicchi d’uva interi e quando
hai la droga nello stomaco non puoi nemmeno ingoiare la saliva.
Avevo paura che quei
sacchetti scoppiavano nella pancia… però alla fine perdi la paura di tante
cose, tanto che non t’importa niente, vuoi solo fare soldi per mandarli a casa.
Perché c’è la disperazione di sapere che hai una famiglia e che stanno passando
la fame, che hanno bisogno di tante cose. Allora non guardi alle conseguenze ma
pensi solo ai soldi e a nient’altro.
Quella volta ho passato
la frontiera in treno, da sola. È salita la polizia ed io stavo leggendo la
Bibbia. Ho sentito che sono arrivati e sono saliti con i cani, ma non ho aperto
bocca; perché i cani sono tremendi, loro sentono l’odore! Non ho aperto la
bocca per niente e ho fatto finta di dormire, quando un poliziotto mi ha detto:
<<Hallo, hallo, polizai, passport>>, ed io: <<Ok>>. Non
ho risposto niente e gli ho dato il passaporto. Mi diceva
<<Perquisizione>> ma io non capivo niente. Mi hanno guardato la
valigia, mi hanno guardato dentro la giacca e poi mi hanno detto grazie, e io
mi sono seduta e sono rimasta normale, come se ero tranquilla ma il cuore mi
batteva forte e avevo paura che mi veniva un infarto; Dio mio, pensavo di tutto
in quel momento.
Quando sono arrivata alla
stazione di Amsterdam, mi stava aspettando un ragazzo colombiano. Lui era
arrivato prima di me e quando mi ha visto mi ha detto: <<Ciao! Come
stai?>>. Mi abbracciava, mi davo baci, mi parlava in modo che la gente
pensava che era il mio fidanzato: <<Ma quando sei arrivata? Ti stavo aspettando,
che allegria, che allegria rivederti, ti stavo aspettando. Tu sei la donna che
amo di più>>. Quando siamo arrivati a casa lui mi ha dato un olio che ti
fa venire una colica e butti fuori tutto quello che hai nello stomaco.
Mi hanno dato quattro
milioni, ma non l’ho fatto più, cioè in quel modo no, me la mettevo addosso.
Siccome ero magrissima, la pestavamo in modo che si faceva farina fina e la
mettevamo in una borsa grande, facevamo come una specie di fascia e me la
mettevo. E siccome era inverno mi mettevo quattro o cinque maglioni e sopra la
giacca e non si vedeva. L’ho portata anche nella vagina. Andavo da un paese
all’altro, in Belgio, in Italia, a Milano, in Spagna, a Valencia. L’ho fatto
per sei mesi e grazie a Dio non mi è successo niente.
Alla fine lui voleva che
lo facevo per due, tre milioni ed io ho detto di no. Nell’ultimo viaggio mi ha
detto che mi pagava dopo e io gli ho detto di no, che se finivo in carcere chi
si preoccupava di mio figlio; gli ho detto: <<Ah, bravo, allora buona
fortuna, vatti a cercare un’altra mula!>>.
Lui è colombiano e vive
ancora in Olanda, con una cilena; faceva traffico di droga e di smeraldi.
Abbiamo vissuto come marito e moglie in Olanda per otto mesi e non mi ha mai
detto di avere una donna in Olanda, ma lei era in carcere. L’ho conosciuto un
giorno mentre stavamo facendo la fila in banca. Mi ha invitato a prendere un
cappuccino, quando… cioè mi sono lasciata andare e gli ho raccontato la mia
vita. Quando ci siamo messi a parlare lui mi ha detto che ero così bella e che
non mi meritavo di fare quella vita, che non mi meritavo che qualunque uomo
poteva arrivare al mio corpo, che era un corpo molto bello... Allora gli ho
detto: <<Dammi lavoro tu!>>, e lui mi ha detto di sì, che mi dava
lavoro.
Mi sono innamorata di lui
perché è stato molto attento con me, mi faceva tanti regali. Si è comportato
molto bene ma perché si voleva approfittare di me, mi voleva usare, allora io
gli ho detto che ero stanca di essere il “cesso” di tutti. Sono tornata alla
prostituzione, sono passata da un paese all’altro ed alla fine mi hanno preso
mentre rubavo in un magazzino in Svizzera e mi hanno deportato.
A me mi hanno offerto
anche di affittare il ventre; una tedesca mi offriva 25 mila marchi ma io ho
rifiutato. No, consegnare un figlio a un’altra io credo che no... Lei mi
diceva: <<Lucero, ti sei molto povera, hai bisogno e quei soldi
serviranno a tuo figlio. Guarda, non sarebbe tuo figlio, perché è il seme di
mio marito e quello mio>>. Ma io gli dicevo: <<Non importa,
si alimenta del mio sangue, esce dalle mie viscere>>. Lei ha insistito
tanto, si è anche messa a piangere ma io non ho mai accettato, non sono state
capace e penso che non lo accetterei mai.
Dalla Colombia sono
partita col mio nome e i miei documenti, col visto di turismo; poi là mi sono
procurata altri documenti, con un altro nome. Solo il passaporto mi è costato
mille marchi e il permesso di soggiorno 750: tutto era falso e mi valeva solo
sei mesi. In Olanda no, in Olanda sono stata così, non mi hanno chiesto niente,
perché io mi spostavo con quel ragazzo. Sono rimasta lì otto mesi, ma illegale,
senza permesso di soggiorno. Anche in Svizzera sono entrata così e nessuno mi
ha controllato i documenti.
A Roma non ci sono stata
per lavorare ma in vacanza; mi è piaciuto molto per il divertimento, mi sono
trovata un amico e ce ne andavamo a divertirci. Anche in Spagna sono andata per
divertimento: sono stata a Maiorca con alcuni amici, sono andata alle spiagge
di Marbella. In Francia sono andata a Parigi e a Disneyland. Ah, com’è bello da
quelle parti! Lì la spiaggia non è di sabbia ma di pietroline.
L’inverno era molto duro
ma io avevo un cappotto di pelle che mi è costato 3 mila marchi e mi è rimasto
lì; e poi mi mettevo gli stivali fino al ginocchio.
Sei anni fa sono tornata
in Colombia e tre anni fa ho avuto un altro figlio, di un tipo del quartiere.
Quando sono tornata ho continuato nella prostituzione, ma uscivo poco e lo
facevo riservatamente. Aveva i miei tre, quattro clienti, mi incontravo
con loro ogni 15 o 20 giorni e mi facevo 150, 200 mila.
Quando ho avuto il
secondo figlio mi sono messa a pensare come aveva allevato il primo, che lo
avevo lasciato sempre solo per stare a fare soldi e per farlo vivere bene.
Cioè, io pensavo alle cose materiali che gli dovevo dare ma non gli stavo dando
quello di cui aveva bisogno veramente, che era amore, affetto, l’attenzione che
i figli hanno bisogno. Allora io dicevo sempre che il giorno che trovavo
un’opportunità buona, mi ritiravo.
Da quasi due anni ho
smesso di esercitare, ho continuato gli studi, mi sono diplomata, ho fatto un
corso di formazione ma lavoro niente. L’unica cosa che ho trovato è un lavoro da
una signora che confeziona vestiti a casa sua per le imprese; ma mi paga poco e
il lavoro non c’è sempre. La settimana scorsa ho guadagnato soltanto 35 mila pesos.
Quando mia sorella si è
ammalata di cancro è stato tutto molto orribile. Negli ultimi mesi le medicine
costavano 400 mila pesos al mese. Era Marta che ci comandava i soldi
dalla Germania.
Ora torno di nuovo in
Germania; mia sorella mi ha trovato un lavoro, per curare bambini. Mi danno 500
mila pesos e mi danno da mangiare e da dormire; ma devo risparmiare più
che posso, per restituire i soldi del biglietto a mia sorella e portarmi i miei
figli là.
Qui non ci sono speranze;
vado via per dare un futuro ai miei figli e poi... chi lo sa! Magari trovo
anche un uomo. Qui gli uomini sono molto maschilisti, non ti danno tenerezza,
non si assumono responsabilità ed uno non può vivere così tutta la vita!
4.
Loro ci danno il lavoro e loro stessi ce lo tolgono!
Marina, 24 anni ed una
figlia; è una ragazza afrocolombiana bella e piena di vita. Esercita la
prostituzione a San Diego e guadagna più di un stipendio minimo mensile in una
sola notte. I suoi clienti sono uomini perbene, “uomini con cravatta e
valigetta ventiquattr’ore”, come dice lei stessa; e sono gli stessi
professionisti, funzionari pubblici e poliziotti che chiedono alle istituzioni
o decidono i provvedimenti repressivi dei quali si stanno facendo oggetto le
ragazze di San Diego.
* * * * *
Da quando ho uso di
coscienza, mia mamma non mi ha mia voluto bene. Noi eravamo nove fratelli e io
sono la più piccola. Mio papà era contadino ma è morto quando avevo quattro
anni. Io dico che mia madre non mi vuole bene perché lei non si occupava di me;
e poi mi obbligava a fare le cose e se non le facevo mi buttava fuori di casa,
mi diceva di andarmene. Allora? Non è così quando non ti vogliono bene, no?
Invece, c’è una sorella che è tutta per lei.
Mia mamma, quando era
piccola, non mi comprava le scarpe, non mi pettinava, non mi lavava, di me si
doveva occupare mia sorella. Non mi lasciava uscire per le feste... Per questo
mi è rimasta l’idea che lei non mi vuole bene. Comunque io a lei l’aiuto e gli
mando 60 mila pesos al mese.
Di questo ho parlato solo
con una sorella e lei dice che mio padre stava sempre con me, era sempre
attento a me, allora per questo mia madre non mi vuole bene. Ma a me ormai non
mi importa più se la gente non mi vuole bene, ormai mi sono abituata. Ieri era
il mio compleanno e mi ha chiamato solo un’amica. Nemmeno le mie sorelle che
stanno con me si sono ricordate. Nessuno. Io mi sono alzata, sono andata al
corso e a scuola non si è ricordato nessuno. Sono tornata a casa e nessuno.
Sono arrivata e non mi hanno nemmeno dato da mangiare. Figurati.
Io sono di un paese di
Urabá e vivo qui a Medellín con le mie sorelle; ma con loro non ho una
relazione buona, diciamo che parliamo poco, lo stretto necessario. La relazione
tra sorelle è pessima e loro non sanno quello che faccio; loro sanno che lavoro
in un bar nella “33” e che il padrone del bar è il mio fidanzato e mi dà i
soldi.
Per la verità, io sono
stata fidanzata per un po’ con un signore che è padrone di un bar nella “33”.
Lui mi ha conosciuto a San Diego e pare che gli sono piaciuta ed è tornato, è
tornato ed è tornato. Poi ha cominciato con la storia che dovevo lasciare
quella vita e che lui mi dava i soldi che avevo bisogno e la cosa non è andata
oltre.
Tutti gli uomini lo
dicono ma poi non lo fanno. Loro ti dicono: <<Ahi, dai, vienitene da qui
che ti mantengo io>>. E io: <<Ah, si? E allora dove sono i soldi
per l’affitto e dove i soldi per mangiare?>>. E là si fermano e non
dicono più niente. Ti dicono un sacco di cose e poi niente.
A me gli uomini mi
utilizzano. Per esempio Pablo, quando ha bisogno di soldi mi cerca, quando ha
problemi economici mi chiama, se no niente. Lui ha moglie e figli e lavora:
guida un pulmino di proprietà della famiglia. Ma lui tira vicio [si fa,
N.d.A.], allora mi sono stancata e l’ho
lasciato.
Ho avuto un altro
fidanzato che mi usava perché se io avevo bisogno lui non c’era mai, ma se lui
voleva stare con me allora si faceva vivo. Non mi sembra giusto. Per questo ho
detto ciao anche a lui.
Nel mio paese ho studiato
solo fino ai primi anni del liceo. Poi ho avuto il mio primo fidanzato, ma era
molto più grande di me, aveva all’incirca quarant’anni ed era vedovo. Lui era
ingegnere in una miniera che c’era e che adesso è finita. Ma a mia madre non
piacciono i bianchi, li detesta con tutta l’anima e non voleva. Io gli volevo
molto bene e scappavo dalla scuola per stare con lui di nascosto. Fino a che
mia madre se n’è accorta e me ne sono andata con lui a Barranquilla, perché lui
è di là.
Ma lì le cose si sono
messe male, perché io non conoscevo nessuno e lui non mi portava mai fuori; i
genitori erano evangelisti e la sorella anche. A me mi toccava restare a casa,
alzarmi presto per mandarli al lavoro a lui e a suo padre e poi restavo a casa,
dovevo mettere tutto in ordine e fare le pulizie. Lui se ne andava a ballare e
tornava con il rossetto sulla camicia e io non potevo dire niente. E non mi
dava nemmeno i soldi per potermene andare da lì. Quando avevo bisogno di
qualcosa, dovevo chiedere i soldi a sua madre, sempre, sempre! Lui beveva tanto
e diceva che non mi poteva dare i soldi perché io me ne andavo, per il
trattamento che mi dava. Dovevo mettermi i vestiti alti fino al collo… cioè, mi
hanno cambiato in tutto e io non volevo.
Fino a che un giorno mi sono
stancata e ho detto basta! Me ne sono venuta a Medellín ed ero incinta ma non
lo sapevo. Avevo 18 anni. Un giorno loro due se ne sono andati nella fattoria e
la madre e la sorella non potevano andare a fare la spesa perché dovevano
andare in chiesa. Allora mi hanno dato i soldi per andarci io. Io ha aspettato
che tutti uscivano, ho preso la mia borsa e me ne sono andata.
Quando mi sono accorta
che ero incinta non sono tornata indietro. Quando sono arrivata a Medellín sono
rimasta tre mesi da una signora e lei mi ha trovato lavoro in una famiglia.
Sono andata a lavorare lì e rimanevo anche a dormire. In quella famiglia ho
lavorato due anni e loro volevano bene a mia figlia e la trattavano come una
nipote. Mi trovavo bene, è stata la prima che ho trovato; chiaro che il lavoro
non mi piaceva, perché a me non mi piace che mi comandano. Ma almeno avevo un
lavoro per mantenere me e mia figlia.
Mi pagavano 120.000 pesos
e me ne sono andata di lì perché ho litigato col figlio della signora. Ho
litigato con lui perché gli ho prestato dei soldi ed lui non me li voleva
restituire, allora un giorno abbiamo litigato duro, ci siamo tirati i capelli e
me ne sono andata. La signora mi ha chiamato, mi ha chiesto di tornare, ma io
no, non sono voluta ritornare. Io sono così, quando me ne vado me ne vado.
Allora, sono andata a
lavorare da un’altra e lì mi pagavano 150.000 pesos. Ma, quella signora
se la prendeva con me per tutto. Mi alzavo alle quattro di mattina ed erano le
dieci di sera e non mi ero potuto coricare e dovevo aspettare fino a quando il
marito arrivava per dargli da mangiare. Se il marito non tornava se la prendeva
con me. Il fine settimana, che lui spariva, lei era furiosa con me. Era
diventato insopportabile. E poi lì non potevo tenere mia figlia, me la curava
una signora e io gli pagavo 60.000 pesos e poi dovevo portare il latte
ed i vestiti. Ma la signora non me la curava bene e la bambina era diventata
magrissima. Ora l’ho messa in un istituto privato, dalle suore, ma mi costa un
sacco di soldi.
Quella signora dove
lavoravo la detestavo, mi ha reso la vita impossibile un anno e tre mesi che
sono stata là. Quando il marito arrivava tardi, subito mi faceva alzare, perché
gli dovevo dare da mangiare. Allora ho deciso di andarmene e non l’ho nemmeno
salutata.
È stato un anno fa e così
sono rimasta senza lavoro e ho finito i soldi. Sono andata in una discoteca
dalle parti di Avenida Colombia e sono rimasta lì a lavorare un mese
servendo ai tavoli, ma non ci andava molta gente. Un giorno, un sabato, ho
servito un signore al tavolo e mentre mi giravo lui mi ha afferrato per la
gamba. Io avevo una gonna, l’uniforme che si usava là; per quel motivo a me non
mi piacciono le gonne. Allora mi sono girata e gli ho dato uno schiaffo e il
padrone mi ha licenziato.
Allora un’amica mi ha
detto di mettermi a lavorare in questo, che lei mi insegnava e che potevo
guadagnare tanti soldi. È stato a gennaio e sono nove mesi che lavoro.
Il primo giorno sono
andata con una compagna. Lei mi ha visto che piangevo e mi ha detto:
<<No, tranquilla, che qui non ti succede niente. E poi, sistemo tutto
io>>. Ed io gli ho detto: <<Ah, sì però non è facile... stare con
una persona che non conosci!>>. È chiaro, no? Così sono andate le
cose.
La prima volta che sono
andata con un uomo è stato a marzo dell’anno scorso. Lui voleva venire con me
solamente ma io ho detto alla mia amica: <<No, da sola non ci vado. Con
te sì ma da sola no>>. Ed allora il tipo ha pagato 40 mila pesos
per me e 40 mila per lei. Il signore ha dato i soldi a lei e ce ne siamo andati
in una casa del Poblado. E io avevo uno spavento! Mi è toccato stare con
lei e io gli dicevo: <<Ma come faccio a stare con te se a me non mi
piacciono le donne? A me mi piacciono gli uomini e non mi piace questo
signore!>> Ma si tocca e dopo mi sono abituata.
Lui era alto e molto
bello ed era sporco, sporco, sporco. Era sporco perché tornava da un viaggio a
Bogotá, così almeno ci ha detto. Quella notte io non avevo un soldo e quel
signore mi ha pagato 40 mila pesos, ci ha pagato i soldi e mi ha detto:
<<Io ti pago ma tu devi restare con me>>. Ed io: <<Io per gli
stessi soldi non resto, io me ne torno con Yenny>>. E allora mi ha dato
altri 180 mila e sono rimasta fino alle sei della mattina. Ed è andata bene!
Poi sono andata superando
le difficoltà, perché ho cominciato a bere, bere, bere... La notte successiva
sempre la stessa cosa e sempre bevendo. Non mi piaceva senza bere: stare con
una persona che una non conosce? No! Allora staccavo la spina e mi dimenticavo
che non lo conosceva. Prendeva due, tre mezze bottiglie o più, tutto quello che
si poteva. Ma adesso no, ho smesso di bere perché stava diventando abitudine.
Adesso mi faccio una canna. Una mi costa 700 pesos ed è sufficiente per
diventare rallegra, per staccare la spina e diventare allegra, fino a quando me
ne torno a casa mia, mi metto a dormire e basta. È che io non vorrei... non
vorrei stare con nessuno ma lo devo fare.
Una volta mi è successa
una cosa brutta. Sono andata via con due uomini alle tre di mattina. Ho chiesto
i soldi prima e li ho lasciati ad un amico guardiano che lavorava lì dove mi
mettevo. Quando sono arrivata all’appartamento c’erano otto uomini. Sono stata
con quei due che mi avevano pagato e dopo ho cercato di andarmene ma mi hanno
fermato. Mi hanno puntato la pistola e mi hanno detto che se non andavo anche
con gli altri non mi facevano uscire di là. Ma io non piangevo, eh! Quello che
aveva la pistola mi diceva di andare con lui ma non ho mi li ho lasciati! Lui
ha iniziato a picchiarmi ma io non li lasciavo, non mi lasciavo, non mi
lasciavo... Fino a che lui ha cominciato a dire: <<Cagna, perché ti non
cerchi un altro lavoro? Non ti dispiace per tua madre, che se lei se ne accorge
si dispiace tanto?>>. Ed io: <<Quello che tu fai è male, perché tu
ammazzi, tu rubi, tu non fai quello che faccio io, perché io sto con gli uomini
e loro mi danno i soldi ma non faccio niente di male a nessuno>>.
Guarda, con quella gente
quando uno si mette a piangere e ha paura, loro ti dominano, ma se tu....
Io quando i soldi ce li
ho non lavoro, scendo solo quando ho bisogno. Siccome non lavoro tutti i
giorni, alla settimana mi faccio 200, 250 mila pesos. Ma non voglio più
lavorare in strada, cioè non è cosa mia, non mi piace. Ma lo devo fare, perché
non c’è lavoro.
Io la prostituzione non
la critico a nessuno perché ci sono molte come me che lo fanno per necessità,
ma non sono d’accordo con quelle che lo fanno per dare soldi ai fidanzati. E
nemmeno con quelle che lo fanno per comprare vicio. Io dico, fallo un
po’ e sappilo fare e non ti spendere tutti i soldi!
A San Diego la tariffa è
di 30, 40 mila pesos per una relazione completa; 20 mila per sesso orale
e se non ce li ha puoi prendergli 15 mila. E per masturbare, 10 mila pesos.
Quello che dicono le
ragazze è che San Diego è la piazza migliore, che è perché lì ci vanno i
signori che hanno i soldi, i signori che se la tirano; allora uno va un poco e
si fa quello che gli serve. Invece se scendi al Raudal o alla Veracruz
o al Sótano guadagni molto meno. Quando è cominciato a San Diego si
guadagnava 50 mila pesos e gli uomini non li dovevi chiamare, si
fermavano continuamente.
Lì a San Diego non puoi
andare da sola, bisogna andare con un’amica ed avere tutte le istruzioni dalle
vecchie. Se no non ti sai difendere dai clienti né della polizia e ti portano
ogni momento in cella. Là un gruppo di minorenni ha un accordo con i
poliziotti, di stare con loro gratis una volta alla settimana e così loro non
le toccano. Cioè, se c’è il comandante le devono portare in caserma ma poi le
fanno uscire subito, non le fermano per tutta la notte. Ma se non c’è il
comandante a loro le lasciano stare, passano dritto e vanno dalle altre.
Lì già sta diventando
molto duro, ogni momento fanno retate. Nella settimana della Copa América
ci hanno filo da torcere e c’era sempre una pattuglia ferma lì. Ora stanno
facendo retate tutti i giorni; allora le ragazze scendono tardi, vero la mattina.
Ora hanno anche iniziato a portare i clienti alla stazione, se li porta la
polizia del transito.
Io non vado con tutti gli
uomini, vado solo con quelli che mi piacciono. Per esempio Matteo, lui e un
signore molto caro. Lui è un signore della società e gli piace stare con me
perché io non lo amareggio, gli do retta, lo assecondo, cioè tutto quello che
mi dice per me va bene. A lui gli piace il divertimento e gli piace che gli
danno le idee.
I clienti quello che
cercano è di uscire dalla routine giornaliera, di stare con qualcuno che non è
della famiglia, di fare cose diverse da quelle che fanno tutti i giorni. Per
esempio a lui gli piace stare con i “ricchioni” e quando io gli dico che vado a
cercagliene lui mi dice: <<No, no, non te ne andare, non mi
lasciare>>. Gli piace che sto con lui, mi paga solo per questo. Quando ha
soldi mi da 400 mila pesos, quando non ne ha mi dà meno, 200, 300 mila
ma devo restare con lui fino alle quattro di mattina. Lui non è mai stato con
me. Mi dice di mettermi con i tacchi e la biancheria intima e mi guarda. A lui
gli piace che glielo facciano a lui ma non gli piace farlo. Negli Stati Uniti
si è comprato un vibratore e gli piace che gli faccio con quello e io glielo
faccio. A lui gli piace che glielo facciano a lui e che gli tengono compagnia,
non gli piace stare solo.
C’è uno che mi chiede
sempre sesso anale ma io questo non lo faccio, non mi piace. Molti mi dicono:
<<Ahi, tu con quelle natiche che hai, perché non ti piace?>>. Non
mi piace perché non mi piace. Che mi importa se ho le natiche piccole, medie o
grandi?
Ci sono altri che te lo
chiedono senza preservativo, ma io non lo faccio. Ho imparato a metterlo di
nascosto con la bocca e loro non se ne accorgono. A me mi dispiace molto per le
ragazze che lo fanno senza preservativo.
C’è un signore sposato a
cui piaccio molto, lui mi porta nella sua villa in campagna, si preoccupa per
me, non vuole che sto la notte a lavorare; lui vuole che studio e mi ha pagato
un corso di computer; con me va dappertutto e non si preoccupa che lo vedono
con me. C’è un altro che vuole che lo trucco e lo pettino, gli piace che gli
presto la biancheria intima e che lo chiamo Veronica. Anche lui è sposato. Mi
paga 80, 90 mila pesos per fare queste cose e per restare con lui fino a
quando si addormenta.
Poi mi sono toccati
uomini che vogliono stare con me con la moglie che guarda o uomini che vogliono
vedere due ragazze che fanno sesso. Mi sono toccati genitori che mi hanno
pagato per stare con i figli di dieci, undici, dodici anni, mentre loro stavano
a guardare. Guarda, la gente più perversa è quella che ha i soldi.
Uno dei miei clienti è un
poliziotto con i gradi. Allora io gli dico: <<Perché ci perseguitate
tanto se poi venite da noi? Con chi sei tu adesso? Con una ragazza di San
Diego! Ma mentre noi siamo qui lì nello stesso momento ci sono i tuoi uomini
che le fanno correre!>>.
Loro ci danno il lavoro e
loro stessi ce lo tolgono! La gente del quartiere che dice che dobbiamo
andarcene, sono i nostri clienti e la stessa cosa le donne che ci criticano.
Sono le stesse che dopo vengono da noi e ci portano a casa propria. L’altro
giorno è venuta una signora ricca del Poblado e mi ha portato a casa
sua. E che casa aveva! Gli ho detto che 100 mila e lei me ne ha dato subito 150
mila e mi ha portato a casa per fare sesso con suo marito. È la stessa gente
che ti dà lavoro, la stessa. Persino quelli, quei vecchi stupidi del Municipio
vengono da noi, si fermano con le loro macchine con i vetri scuri e ti dicono:
<<Sali, sali, presto, che qualcuno può vedermi qui!>>.
Con le altre ragazze io
ho una relazione normale, le saluto e basta. Però tra di noi ci aiutiamo. Per
esempio se c’è un cliente che mi ruba o mi picchia o mi lascia buttata per la
strada, io devo comunicarlo alle altre e scrivermi la targa, il tipo di
macchina e la descrizione dell’uomo, come ha i capelli e tutto e raccontarlo
alle altre.
Alla strada poi ti
abitui, ti abitui a vivere per strada; ti devi abituare alle leggi della
strada.
Avere mia figlia è stato molto
normale. Prima è stato strano ma poi mi sono afferrata a lei. Al papà non gli
ho permesso nemmeno di riconoscerla. E se dopo me la toglie? Lui ci ha provato
e mi ha detto che poteva farla studiare e che non era bene se ha solo il mio
cognome. Cioè, lui è venuto a prenderci e voleva farci tornare a casa con lui.
È che lui si crede con diritto su me.
Da poco ho finito il
liceo e mi piacerebbe fare l’infermiera. Io non faccio questo lavoro perché mi
piace ma perché non ho soldi e devo coprire le mie necessità.
5. Le
regole una stessa se le va facendo
Monica ha solamente 21
anni e quando ne ha compiuto 18 esercitava già la prostituzione a Medellín; è
una ragazza bella e riservata, dagli occhi grandi colore caffè.
Desplazada per la
violenza dal suo piccolo villaggio, è venuta in città per lavorare come
domestica ma non sopportava le umiliazioni cui era sottoposta, famiglia dopo
famiglia. Definisce l’esercizio della prostituzione come qualcosa “di normale”
ma la spaventano molto l’ambiente della strada ed i pericoli che sono sempre in
agguato. Il suo sogno è comprare un terreno e costruire una casetta in un
quartiere di Medellín, per portare sua madre a vivere con lei.
* * * * *
Mia madre ha avuto sei
figli dal matrimonio e quando suo marito è morto si è messa con mio padre e da
lui ha avuto solo me. Di mio padre io non so niente da quando avevo cinque
anni, mia mamma mi ha detto che se n’andato via e ha più saputo niente di lui.
La mia famiglia è sempre
stata molto unita, fino a quando sono morti i miei fratelli. Ne sono morti tre
e oltretutto i maschi. Uno era malato mentale e lo hanno ammazzato i
paramilitari nel paese dove vivevamo: Tarazá. Il secondo lavorava in una
miniera ad Amagá e l’hanno ammazzato lì. Da quello che so io, voleva rubarsi
una ragazza e lei lo ha detto a suo padre e il padre ha parlato coi
paramilitari e lo hanno ammazzato. Lei voleva andarsene con lui ma come che
contemporaneamente non voleva andare, perché lo ha detto a suo padre.
Dopo due mesi del
funerale di questo, hanno ammazzato il terzo. L’hanno ammazzato perché gli
dicevano che ero guerrigliero, perché là tutto quello che vedevano come
estraneo o nuovo nel paese ero guerrigliero!
L’hanno portato via, è
sparito per un po’ e poi lo hanno trovato sepolto in un posto, metà coperto,
metà scoperto. È stato sei anni fa: io aveva 15 anni.
Allora, hanno ammazzato i
miei fratelli e non ho potuto continuare a studiare; così ho deciso di
venirmene a lavorare come domestica in una famiglia. Io volevo andarmene ma mia
madre no. Ho trovato subito lavoro a Medellín, a servizio di persone ricche che
vivevano qui. Ho lavorato un mese perché poi mi sono venuti dei foruncoli nelle
ascelle e non ho potuto lavorare e me ne sono dovuta andare da sorella grande,
che vive qui. Lei ha una bambina ed il padre a volte l’aiuta.
In quella famiglia mi
pagavano 80 mila pesos al mese. Loro sono dei ricchi che ti umiliano
tanto, loro non mi dicevano: <<Legati i capelli>>, per esempio, ma:
<<Legati per bene quei capellacci che hai>>. Oppure invece di dire
<<Quei vestiti non ti stanno bene>>, dicevano: <<Togliti
quegli stracci vecchi di dosso>>. Cioè, mi dicevano che i miei vestiti
erano troppo brutti, troppo vecchi ma io non avevo con che cosa comprarmene
altri. Mi dicevano che io ero una morta di fame; e così fu tutti i giorni in un
solo mese che ho lavorato da loro.
Allora me ne sono andata
e sono andata a lavorare in una famiglia che mi pagava ancora meno, 70 mila pesos,
ma era tanto per lavorare. In quella nuova casa c’erano due bambini e poi la
moglie e il marito. Il marito era un ubriacone ostinato; lui lavorava in Licores
de Antioquia e ogni giorno arrivava con la caraffa e aveva un negozio di
liquori in casa. La signora lavorava, la figlia grande studiava ed io dovevo
rimanere a casa con la piccola. Lì lavoravo molto, avevo le mani rovinate dai
detersivi e la signora non mi comprava guanti perché diceva che non aveva
soldi. C’erano delle scale che lei diceva che dovevano diventare bianche e se
no me le faceva lavare di nuovo. Avevo le braccia sempre piene di foruncoli. Lì
sono rimasta cinque mesi, rassegnata a tutto.
Poi sono andata in
un’altra casa dove vivevano due fratelli che erano d’età: una donna ed un uomo.
A lei gli era morta una figlia, allora la signora piangeva tutto il giorno e
quando aveva le crisi mi prendeva e mi sbatteva contro la parete. Quando gli
passava la rabbia mi diceva di scusarla che era che stava così per la storia di
sua figlia. Il marito portavo gli amici e si sedevano nella sala da pranzo e
dicevano certe volgarità! Accendevano il televisore per vedersi i film
pornografici. Allora quelle cose mi sembravano molto strane perché non sapevo
ancora niente di questo lavoro che ho adesso.
Lì sono rimasta tre o
quattro mesi e poi me ne sono andata. Sono andata da mia sorella ed è stato
allora che ho capito che lei stava lavorando in quello.
Ero senza lavoro ed io ho
sempre avuto i miei doveri con mia madre, perché non c’è più nessuno che gli da
qualcosa a lei. Allora ho detto a mia sorella che io sapevo dove lei lavorava e
di portarci anche a me. Lei mi ha detto di raccontarle chi me lo aveva detto e
io: <<Non posso dirtelo ma ho bisogno che mi porti a lavorare>>.
Allora lei mi ha portato al Sótano. Avevo quasi diciotto anni.
Quando ho compiuto i diciotto stavo già lavorando.
Chiaro che i primi giorni
stavo poco e disprezzavo gli uomini. Quando mi dicevano di andare con loro io
me ne scappavo, fino a che mi sono abituata.
Il primo uomo che mi è
toccato era giovane e bello, ma era grande ed avevo un pene troppo grande,
figurati! Allora io gli volevo restituire i soldi perché non ero capace. Ma lui
mi ha detto che mi aiutava e tutto. Mi è toccato farglielo con la mano ed è
finita così, perché io non ero capace. Poi pian piano mi sono abituata.
Io avevo avuto solo due o
tre relazioni con un ragazzo del paese... e lui non ce l’aveva così grande! La
mia prima volta è stato a Tarazá con un soldato. Lì ci sono molti soldati e i
ragazzi del paese non mi sembrano belli ma i soldati sì che erano belli.
C’erano molti e li cambiavano spesso.
Nel Raudal ho
lavorato un mese ma lì si guadagnava poco, 10 mila pesos. Poi è venuta
una signora che ci ha detto che aveva bisogno di ragazze e sono andata a
lavorare in un paese che si chiama Santuario e sono rimasta per molto
tempo. Lì mi andava bene; in due, tre giorni mi facevo 200, 250 mila pesos.
Andavo via il fine settimana e gli altri giorni stavo da mia sorella. Ma lei un
giorno mi ha detto che stavo incominciando a bere molto e di portami le mie
cose via da lì. Allora me le sono portate e sono andata a vivere lì dove
lavoravo.
Mia sorella non beve, lei
prende il lavoro sul serio e mi diceva di non confondere il lavoro con la
sbornia; allora io mi sono portata le mie cose per là. Dopo sono tornata a
Medellín e lei mi ha detto che potevo tornare a casa, però senza bere o altre
cose. Perché io anche provato la marijuana e quando lei se n’è accorta mi ha
detto che se continuavo così non mi teneva più a casa. Allora gli ho detto che
cambiavo e sono tornata a vivere con lei.
Fino a 19 anni io non
avevo mai bevuto. Ho cominciato a bere un giorno che mi sono ubriacata per una
delusione d’amore. A Santuario mi sono innamorata di un ragazzo e lui si doveva
sposare. Cioè, quando lui mi ha conosciuta ce l’aveva già la fidanzata, già
aveva l’impegno del matrimonio, ma veniva dove io lavoravo e mi portava cose.
Nel paese ti guardano
strano, allora noi uscivamo molto poco. Quando mi hanno raccontato che si era
sposato, mi sono ubriacata. Non gli ho fatto storie perché sapevo in che cosa
stavo lavorando. E poi lui la fidanzata ce l’aveva già, allora io che cosa gli
potevo andare a dire? Niente! Cioè, quella che era innamorata io ero e non lui.
Adesso bevo ogni tanto e
solo quando voglio. Ormai bevo quando sono allegra o per cambiare il ritmo il
lavoro. Per questo motivo non mi piace lavorare nei bar perché lì devi bere;
invece in strada beve solo quella che vuole.
Così ho lasciato il Raudal,
alcuni periodi mi spostavo verso La Dorada, Villeta, Girardota. Poi sono
tornata qui a Medellín e mi hanno detto che Guayabal era molto buono ma che
bisognava lavorare di notte. Ho iniziato ad andare venerdì e sabato e basta.
Adesso vado ogni giorno. Lì si prende da 12 a 15 mila però quelli dell’hotel ti
danno anche una specie di collaborazione per la stanza, di 3.000 pesos.
L’anno scorso sono andata
nel Vichada. Una ragazza ha detto ad una mia amica che lì gli era andato
benissimo e se volevamo andare anche noi. Io non avevo soldi in quel momento ma
li ho presi in prestito per il biglietto e per tutto quello che dovevamo
portare: carta igienica, pastiglie, alcool. Perché ci hanno detto lì non si
trovava quasi niente e quello che c’era era troppo caro. Fino a Villavicencio
siamo arrivati in autobus e di lì in aereo. Il biglietto dell’aero è costato
circa 200 mila pesos.
Noi pensavamo che
andavamo in un paese ma quando siamo arrivati se c’erano dieci case era molto. Intorno
non c’erano paesi, il più vicino era a tre ore di lì in canoa. Quando siamo
arrivate, siamo andate al locale, abbiamo pranzato e ci siamo messe nelle
stanze; poi è arrivato un miliziano e ci ha raccolto i documenti. Se li è
portati per passarli al computer e verificare se avevamo qualcosa a che fare
con l’esercito o con i paracos [paramilitari; N.d.A].
Noi non sapevamo che
dovevamo rimanere lì tanto tempo. Cioè, ci avevano detto che dovevamo rimanere
tre mesi ma pensavamo che era una condizione che poneva il padrone del locale.
Invece era la guerriglia quella che diceva che dovevano stare tre mesi,
obbligatoriamente. Per lasciarci venire, doveva essere un caso di morte di un
parente e non bisognava avere debiti.
Ad una ragazza che era venuta
con noi le hanno ammazzato il fratello ma siccome lei aveva un debito grande
non la lasciavano andare. Allora quelle che stavamo lì le abbiamo detto che
glielo pagavamo noi il debito, che era quasi un milione di pesos. Ancora
il biglietto non l’aveva pagato e nemmeno da mangiare e si era messa anche in
un debito di anelli d’oro e lozioni. Ci siamo indebitate per farla tornare e
poi i soldi ce li ha restituito qui.
Lì c’erano due locali e
noi non potevamo parlare con quelle del locale di sopra; perché loro dicevano
che litigavamo e se ci trovavano a litigare ci punivano. Là faceva un sacco di
caldo e la punizione era di metterci a tagliare la legna, a togliere l’erba e
la multa era di 500 mila pesos. Allora, chi ci parlava con quelle! Uno
appena salutava quelle che conosceva e basta.
C’era un giorno che era
giorno civico e bisognava togliere l’erba, togliere gli sterpi, e con un sole!
E a quella che non lavorava gli davano la multa e la obbligavano a lavorare di
più. Io ho sofferto sempre di mal di testa e con quel sole la testa mi voleva
esplodere; ma dovevo continuare lo stesso perché se no mi punivano.
Quando siamo andate lì
non sapevamo niente di quel posto, solo sapevamo che c’era guerriglia; anche
nel mio paese c’è guerriglia ma non è così che loro hanno il comando. Neanche
la ragazza ci aveva detto che bisognava fare quello che loro dicevano. E
neanche noi chiedevamo spiegazioni.
Ci mantenevano sempre
vigilate, perché lì erano arrivate alcune ragazze e si erano fatte passare per
prostitute invece erano paramilitari, allora le hanno ammazzate tutte.
Nel periodo che siamo
arrivate è passato un aero fantasma fumigando e sparando e tutti hanno
cominciato a correre dappertutto per nascondersi. Quando entrano i paracos in
posti come quello ammazzano tutti, perché tutti sono guerriglieri e quelli che
no sono raspachín.
Lì non va l’esercito e
non c’è la polizia; la polizia è la guerriglia. Lì quasi non arriva
informazione di niente. Non c’è elettricità e solamente quelli che hanno il
generatore hanno la luce.
Facevano delle feste e ci
obbligavano ad andare perché arrivava gente da tutte parti. Quando c’era festa,
non lasciavano aprire il locale perché bisognava stare nella festa per fare
spendere la gente e tutto. Se c’era festa in un locale che si chiamava La
Gallera allora tutti gli altri posti dovevano restare chiusi, perché il
comandante diceva che doveva essere aperto solo quel posto. Il padrone aveva
potere dentro il locale ma se il comandante decideva che dovevamo andare e lui
non ci lasciava, gli facevano la multa.
Lì sono solo miliziani o raspachines,
c’è molta gente che raschia la coca. I clienti ci pagavano 50 mila pesos. Ma
tutto costava molto caro. La stanza ce la davano senza pagare ma se il cliente
restava con noi di notte allora ci prendevano 25, 30 mila pesos, ma noi
prendevano dal cliente 100, 120, 150 mila.
Siamo rimaste quasi tre
mesi, il comandante lo abbiamo torturato perché gli dicevamo sempre che ce ne
volevamo andare. Cioè, eravamo annoiate. Nel locale si era guastato il
generatore della corrente e quindi non si poteva sentire la musica e allora
alle dieci di notte eravamo già con la candela nella stanza a parlare.
In tre mesi di lavoro mi
sono portata un 3 milioni, gli stessi soldi di quando lavoro qui. L’esperienza
mi è servita e non ci tornerei mai.
Io sono stata anche in
zone dove ci sono i paracos, a Doradal, per esempio. Ma là non sono
capace di lavorare. Io preferisco la guerriglia ai paracos, la
guerriglia non obbliga le donne a stare con loro perché sono guerriglieri. A
loro li puniscono se lo fanno. Invece i paracos fanno quello che
vogliono; loro dicono: <<Devi venire con me gratis>> e lo devi
fare. Se ti dicono senza preservativo, anche. È quello che loro dicono! Siccome
loro dicono che sono tutti comandanti! Vengono nei locali con le armi in mano e
ti guardano con una prepotenza e se non vai con loro ti ammazzano. Per lo meno
quegli altri non si possono mettere con le donne; il guerrigliero deve pagare e
se non paga tu puoi andare dal comandante e deve pagare e in più lo puniscono.
Dopo il Vichada
sono tornata qui a Medellín e ho continuato a lavorare a Guayabal. In questo
momento sto vivendo da mia sorella.
Per adesso rimango fino alle
sei del mattino. Quando vivo sola resto fino alle due e quando sono stanca me
ne vado. Ma, ora che vivo con mia sorella, il papà della bambina non vuole che
torno a casa di notte, perché dice che sveglio la bambina, allora devo rimanere
e aspettare che fa giorno. Così rimango lì a parlare con la signora che vende
caffè o con una ragazza che lavora nell’hotel. Lei mi vuole molto bene e se non
c’è il padrone mi lascia coricare in una stanza.
La prostituzione la vorrei
lasciare perché si rischia molto. Quella zona dove vado io è molto calda: lì
arriva gente delle bande più pericolose di Medellín. C’è stato un tempo che
tutti i giorni ammazzavano una persona. Allora l’ambiente è pesante ed uno sta
sempre con la paura che gli sparano un colpo di pistola. E lavori con una
paura! Soprattutto la notte!
Tra i clienti c’è ne sono
alcuni buona gente, belle persone, che t’invitano a mangiare e ti trattano
molto diverso da quello che sei. Altri no, altri ti trattano peggio di quello
che sei, fanno i maleducati e cercano persino di picchiarti. A me non mi hanno
alzato le mani ma ci hanno provato.
In questi giorni c’era un
ragazzo fuori. Io non esco mai con la gonna, ma sempre con i blu jeans, una
magliettina corta e mi trucco per lavorare. Mi diceva che era molto carina ma
che comunque era una cagna, una che si da fare. Allora gli ho detto:
<<Che fai qui dove ci siamo noi se siamo come dici tu?>>. E lui mi
ha detto: <<Vengo solo a bere ma non per voi, per le cagne!>>. Allora
io me ne sono andata e lui mi ha acchiappato per un passante dei pantaloni e mi
tirava duro. Gli ho detto di lasciarmi fino a che non mi ha fatto saltare i
nervi e sono andata a chiamare uno dei ragazzi che tengono d’occhio l’isolato.
Loro lo hanno picchiato e gli hanno detto: <<Se sei un “ricchione” allora
non venire qua, perché questa è zona di donne e non le devi trattare
male>>. Ovviamente sono nemici che uno si procura ma non hanno
diritto di maltrattarci.
Quando uno non ha
problemi arriva a casa più tranquillo; ma quando guadagna soldi ma ha avuto
storie, se ne va angustiato. Perché loro ti spaventano molto, ti minacciano
sempre: <<Guarda che torno e me la paghi!>>. Una volta un signore è
venuto ed era ubriaco e mi ha chiesto di fargli sesso orale lì per la strada.
Ti immagini? Era sabato alle dieci di sera, con tutta quella gente! Allora gli
ho detto che se voleva dovevamo andare in hotel e quando siamo arrivati mi ha
tirato fuori la pistola, mi ha detto che a lui non lo dovevo contraddire, che
non sapevo chi era. Mi è toccato uscire correndo nuda dalla stanza.
Fortunatamente finora non
mi sono successe cose gravi ma ci sono molti clienti che deve essere quello che
loro dicono e basta! Io imparo molto da quello che vedo, da quello che succede
alle mie compagne. Le regole una stessa se le va facendo. Per esempio, io
utilizzo sempre il preservativo e sennò non vado.
Io non vado mai in
macchina con loro, mi fa paura! Un giorno a due ragazze hanno proposto di
andare in macchina ed allora loro hanno detto che volevano i soldi prima, per
lasciarli conservati nell’hotel. Quando sono arrivati nel posto, gli hanno
puntato la pistola in testa e gli hanno fatto di tutto, vari gli hanno fatto
sesso anale e dopo hanno chiesto i soldi indietro. Loro sono dovute ritornare,
prendere i soldi e restituirli. E hanno avuto fortuna! Perché se le sono
portate in alto, vicino a un burrone dove ci hanno raccontato che vanno a
buttare le ragazze e non trovano nemmeno i corpi.
No, ci sono tante cose
che non mi piacciono. Quando sono stata operata, sono rimasta molto tempo a
casa e quando è arrivato il giorno di tornare a lavorare non ci riuscivo. Io
dicevo: <<Ahi, non ci voglio andare>>. Ma dopo uno si mette a
pensare che lo stipendio minimo è molto poco e 200, 250 mila pesos in
cinque giorni chi li fa? Noi, solamente noi!
Ci sono indubbiamente
anche cose buone. Per esempio, una lì si fa molte compagne. Io sono una di
tante amicizie, parlo molto poco con la gente, sono una un po’ chiusa; ma lì
c’è molta gente che ti parla; c’è una ragazza che è molto fedele e molto
amichevole. I tassisti sono molto buoni, ti prestano pure i soldi. Negli hotel
la gente è buona, cambiano le lenzuola tutte le volte, stanno sempre attenti se
succede qualcosa nella stanza e poi ti bussano alla porta dopo quindici minuti.
E questo è un grande aiuto perché i clienti se è il hotel che dice che il tempo
è finito non dicono niente e accettano.
Lì la polizia non viene a
disturbare, mantengono l’ordine nell’isolato ma a noi non ci dicono niente,
perché quella zona è della Polizia di Itagüí! Loro non sono come la Polizia di
Medellín. Ogni mezz’ora passano per vedere se è tutto a posto e i ragazzi che
controllano l’isolato se due litigano, li allontanano e dicono loro di andare a
regolare le loro cose da un’altra parte. Ovviamente bisogna rispettare le
norme. I locali sono aperti solo fino all’una e dopo neanche i hotel ti possono
vendere da bere, ma se non fai niente del genere nessuno ti disturba.
A San Diego già è
diverso, lì non le lasciano lavorare e le maltrattano, le maltrattano un sacco
perché quel posto non è per la prostituzione.
Noi per la gente siamo la
cosa peggiore; gli uomini vengono anno lì e ti dicono: <<Sei uno
zucchero, se proprio carina, me la fai per benino?>> Ma quando passano in
macchina con altra gente ti dicono: <<Ehi, cagna!>>
Il lavoro a me mi sembra
normale perché ci sono volte che una donna va a letto con un uomo che conosce e
lo fa solo perché ha bisogno di soldi. Per esempio io conosco una ragazza che
non lavora in questo ma è peggio di me. Va a letto con tutti gli uomini,
conosce tutti gli hotel della “80”; invece io sono molto riservata, io faccio
quello che faccio nel posto di lavoro ma non me la faccio con questo e con
quello.
Vivere a Medellín mi
piace. Il mio paese mi piaceva fino a quando sono arrivati i paramilitari. Sono
arrivarono ed hanno ammazzato in un anno all’incirca 150 persone. In un paese,
150 persone è molta gente; allora tutti hanno iniziato ad avere paura. Lì
l’ambiente che si vive è terribile, uno non sa se quelli che stanno arrivando
sono guerriglia o sono paracos. La guerriglia non ci fa tanta paura
perché ci sono sempre stati là. Si “prendevano” il paese, riempivano la piazza
ma ai poliziotti non li ammazzavano; si portavano l’uniforme e li lasciavano in
mutande, ma non li ammazzavano. Quando sono arrivati i paracos sono
iniziati i massacri; allora il paese già è vuoto, monotono, la gente non esce
più fino a tardi, alle dieci di sera già tutti sono chiusi in casa; allora non
mi piace più.
Io non ho un fidanzato o
degli amanti; sono molto difficile con gli uomini o forse molto esigente. Non
mi piacciono gli uomini che non mi danno argento e non mi fanno regali. Io mi
ero fatta un fidanzato molto bello e quando ho scoperto che vendeva CD per la
strada e guadagnava poco mi è caduto dal cuore. Un giorno l’ho visto tirando
vicio ed è stata la fine.
Che cosa voglio da un
uomo? Prima che tutto che non sappia che ho lavorato in questo, che sia bello e
che sia minuzioso e voglia bene a mia madre. Perché se non vuole bene a mia
madre allora non mi vuole bene nemmeno a me.
Vorrei anche andare a
vivere sola, ma non ho potuto trovare nessuno che mi affitta senza chiedermi
tante cose. Qui ti chiedono un garante o un contratto lavorativo. A volte io
dico: <<Che me ne faccio dei soldi se non posso vivere come voglio
io>>.
Poi voglio studiare per
lavorare in qualcosa di diverso. Io sto studiando sartoria e mi piace studiare,
perché io dico che se ho una casa mi posso mettere a lavorare. Per
esempio, se me la costruisco io, faccio una stanza per la sartoria in modo che
posso lavorare io e magari dare lavoro anche a un’altra persona.
In un mese io mi faccio
all’incirca un milione di pesos, lavorando cinque, sei giorni alla
settimana. Ma come si guadagnano i soldi così si spendono. Perché bisogna
pagare affitto, da mangiare, chi ti lava i vestiti...
Io cerco di risparmiare
ma quando vengono le necessità uno si consuma tutto quello che aveva
risparmiato. Due mesi fa mi sono ammalata e mi sono dovuta operare. Allora sono
stata due mesi a casa, ho dovuto pagare le medicine, le radiografie, l’autobus
per andare ai controlli. Allora prendevo ma non mettevo niente da parte!
A mia mamma io comando
ogni 15 giorni 60, 70 mila pesos di mangiare e altrettanto in soldi.
Quando lui ha bisogno di biancheria intima lei me lo dice oppure gliela mando
io senza che mi dice niente. Quando vivevo con lei eravamo molto poveri e mangiavamo
riso bianco; ma ora non sono capace di sapere che rimane senza mangiare. Lei i
soldi li prende perché non sa, se sapesse in che cosa lavoro non prenderebbe
niente da me.
Anche i miei fratelli
sono molto poveri e come faccio a non dargli niente se hanno bisogno? Mia
sorella, la più grande, vive al paese e ha nove figli; suo marito ha un
stipendio che non basta nemmeno per mangiare. Allora, come non vado a
comprargli da mangiare o i vestiti per i bambini? Quando io vado là spendo un
sacco di soldi, mi consumo più di un milione di pesos. Mio fratello la
stessa cosa, vive qui in un quartiere di Medellín. Quando mia nipote ha fatto
la prima comunione gli ho regalato il vestito ed una torta grande.
E dopo bisogna mettere da
parte perché ci sono tempi brutti. Per esempio, la settimana scorsa ho fatto
solo 200 mila e questa settimana 50. Nemmeno le spese per l’autobus. Se c’è
bisogno di qualcosa bisogna tirar fuori tutti soldi che avevi conservati. Io
conservo sempre, non molto, però vado conservando.
Se riesco a risparmiare
compro un terreno e poi costruisco una casetta e poi si che posso lavorare solo
per un minimo. Qui in un quartiere popolare un terreno ti può costare più o
meno 6 milioni di pesos. E mi porterei mia madre perché lei che se abbiamo una
casa lei viene a vivere con me. Finora non è voluta venire, lei è una vecchia
molto ostinata. Io le ho detto che se viene io spendo meno, perché lei cucina,
mi aiuta in casa e non mi devo preoccupare per la sua salute.
Io voglio che lei se ne
viene qui, anche se ho paura che poi scopre quello che faccio. Lei è una
signora molto cattolica e ci ha insegnato sempre che questo era male. Lei non
mi chiede niente perché è vecchia; io gli dico qualunque cosa e lei mi crede.
Ci sono varie persone del paese che mi hanno visto qui a Medellín lavorando, ma
se lei non mi vede e non è sicura delle cose non mi può dire niente.
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La storia del
programma inizia nel gennaio 2000, quando il progetto Por una Vida más Digna,
gestito dal 1998 dalla Secretaría de Bienestar Social del Municipio
de Medellín, viene appoggiato dalla cooperazione internazionale e cofinanziato
dalla D.G. Cooperazione allo Sviluppo del Ministerio Affari Esteri d’Italia e
dalla ong italiana Pro.Do.C.S., di Roma. Nel 2002, nel quadro dell’incremento
delle politiche pubbliche di repressione rispetto alla prostituzione,
Pro.Do.C.S. e le altre entità non governative della città che appoggiavano il
programa, in accordo con le beneficiarie, hanno scelto di interrompere il
rapporto di partneriato con il Municipio, decidendo che programma si dovesse
caratterizzare per una prospettiva di genere e un approccio centrato sui
diritti civili delle donne che esercitano la prostituzione. È dal quel momento
che il programma ha iniziato a denominarsi Espacios de Mujer. Dopo la
rottura della partnership con il Municipio, il programma è proseguito fino al 31
dicembre con l’appoggio finanziario previsto da parte italiana e grazie al
co-finanziamento locale della Corporazione di sviluppo sociale Actuar
Famiempresas, di Medellín. Attualmente prosegue grazie all’impegno
dell’équipe di lavoro (coordinata da Betty Pedraza Lozano) e con il sostegno
finanziario di Pro.Do.C.S. e della OIM di Bogotá. Espacios de
Mujer è un programa di riduzione del danno ed empowerment del
quale fanno parte circa cinquecento donne che esercitano o hanno esercitato la
prostituzione; esse
hanno accesso a un portafoglio di servizi che va dall’inserimento in percorsi
di recupero scolastico, alla formazione professionale, all’avvio di impresa, al
sostegno psico-sociale, alla consulenza legale, all’offerta di opportunità di
formazione e informazione su temi come: diritti delle donne, diritti sessuali e
riproduttivi, prevenzione in salute, tutela dalla violenza.
Si tratta del volume:
Ada Trifirò, Mujeres que ejercen la prostitución, una historia de inequidad
de género y marginación, Editorial Lealón, Marzo 2003, Medellín, Colombia.
(Il libro è in via di
pubblicazione anche in Italia, all’interno della collana “Città e Cittadinanze”
dell’ong Pro.Do.C.S.).
Gli incarichi che ciascuno di noi aveva nel progetto
erano i seguenti: Antonio Mazzeo (educatore, responsabile dei piani di
formazione), Betty Pedraza (coordinatrice del progetto) Ada Trifirò (coordinatrice
per la parte italiana), Maria Doris Uzma Gutiérrez (assistente sociale,
responsabile delle attività psico-sociali). Indubbiamente, hanno contribuito
alla ricerca gli altri operatori e le altre operatrici che hanno lavorato con
noi alla implementazione del progetto: Ana Cecilia Arango (psicologa), Gloria
Cardona (psicologa), Luz Helena Carmona (assistente sociale), Nubia Casas
(responsabile della segreteria nel “Punto de encuentro”), Beatriz Escobar
(psicologa), Mario Pineda (medico), Marleny Restrepo (medico).