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Documenti > Reportage
Antonio Mazzeo: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi: Ada Trifirò e Antonio Mazzeo, cooperanti italiani in Colombia. 11 – 15 ottobre 2000 11 ottobre 2000: arrivo a Quibdò. CHOCO’. Solo a
mezz’ora di volo da Medellìn, stretto tra la cordigliera orientale e il
Pacifico. Un immenso tappeto di foresta tropicale, la zona più selvaggia della
costa pacifica sudamericana: rigogliosa e incontaminata. Dall’aereo sembra
verde desolato, natura senza vita. Ma sotto la fitta vegetazione scorrono i
fiumi che la alimentano, sui fiumi scivolano le lance dei contadini e sui bordi
indigeni e popolazioni ‘afro’ hanno costruito le loro palafitte, le loro
comunità, le scuole, i centri di salute, le chiese. Il Chocò è la seconda
area per biodiversità dopo la foresta amazzonica, una della zone più piovose
del mondo. Ha una superficie di 49.930 chilometri quadrati con 1300 chilometri
di costa, 23 municipi appartenenti ai 4 dipartimenti: Nariño, Cauda, Valle e
l’omonimo Chocò. Terra ricca di
risorse naturali e minerarie, collocata in posizione strategica tra l’oceano
Pacifico e l’Atlantico. Terra aggredita e straziata: tra le più minacciate del
pianeta. Gli indigeni sono a
rischio di estinzione, la popolazione afrocolombiana costretta ad abbandonare
le comunità. I nemici: gli attori del conflitto armato. Guerriglia e
paramilitarismo. Diversi per origine, ispirazioni, obiettivi ma ambedue mossi
da un denominatore comune: la conquista del territorio. A prezzo della storia,
delle tradizioni, della memoria, della natura, della vita. L’avionetta sulla quale viaggiamo atterra sulla pista del piccolo
aeroporto: ‘Benvenuti nel Chocò, polmone
verde della terra, capitale delle biodiversità’, recita un grande cartello
giallo. A soli due chilometri la città principale: Quibdò, capitale del
dipartimento, 60 mila abitanti. Un microbus ci conduce al centro, scendendo per le vie, tra le
case, in mezzo alla gente. Costruzioni in cemento si alternano a case di legno,
divise da stradine che sembrano solchi pietrosi e che nei giorni di pioggia si
trasformano in altri affluenti del maestoso ‘río’ Atrato. E’ il fiume che
divide a metà il Chocò settentrionale e che lo percorre dalla cordigliera fino
all’Atlantico. Sulla sponda occidentale si distende, pigra e sonnolenta, la
città. Non ci sembra nemmeno di trovarci in Colombia: è il polmone
‘negro’ del Pacifico, appartiene alla natura e alla vita. Terra di ‘figli della
terra’. Più dell’80% degli abitanti sono popolazioni ‘afro’, discendenti
degli schiavi africani condotti in Colombia alla fine del ‘600 per lavorare
nelle miniere; il 9% sono indigeni e il resto, meticci. Arrivati nella città dalla frenetica Medellìn, si viene
risucchiati in un ritmo differente. Dei giorni passati a ripararsi dalla
pioggia o dal sole, a vedere le lance partire o arrivare al piccolo porto, a
chiacchierare, pescare e, nelle notti del fine settimana, ballare per le vie.
La natura ne governa i ritmi, lenti, regina incontrastata di questo regno
animale. Quando piove può farlo per giorni, senza sosta. E’ una pioggia
purificatrice, che sembra voler penetrare nel corpo, nelle membra, nella ossa,
e che non si ferma mentre devono fermarsi le attività nei campi quando la gente
si raccoglie sotto i portici o nei patii delle case. E quando il sole non è
filtrato da nuvole generose, è un sole che brucia la pelle, minaccia, affatica. Sono le 3 del pomeriggio: la parte più oziosa della giornata.
Nella ‘piazza Centenario’ gli uomini si raccolgono a parlare attorno ai
lustrascarpe, all’ombra degli alberi; altri bevono bibite rinfrescanti ai
tavolini dei bar; il barbiere trasferisce il suo posto di lavoro fuori dalla
porta del locale infuocato; le
venditrici di ‘chances’, i ‘biglietti della fortuna’, a decine in ogni città
colombiana, si riparano sotto i loro ombrelloni; i bambini, sempre unici
ribelli al caldo di mezzogiorno, continuano a correre, giocare, fare il bagno nel
fiume. I due unici edifici storici sono il covento dei Claretiani e la
cattedrale di San Francesco di Assisi. Risalgono all’epoca della fondazione
della città: fine ‘800, quando gli ‘afrocolombiani’ cominciarono ad arrivare
fuggendo dalle miniere della selva o da altri dipartimenti del paese (Valle,
Cauca, Antioquia). Questa terra è simile al paradiso da cui sono stati
‘sequestrati’ dai mercanti di carne umana. L’insediamento della popolazione nera ha spinto le comunità
indigene a rifugiarsi nella selva. La nuova libertà degli uni, costa ai nativi
una nuova persecuzione. Un incontro/scontro che solo oggi, di fronte al
conflitto interno, le organizzazioni delle due etnie cercano di comporre, per
prevenire e affrontare le emergenze del drammatico fenomeno che li accomuna: il
‘desplazamiento’. Camminando oltre il
porto, il mercato. Un fila di banchi e baracchette di legno, coperte da tettoie
per proteggersi dal sole. Caschi di banane verdi, canne, pesce fresco e pesce
secco. E poi frutta, di tutte le forme e colori: ananas, mango, guayabana,
‘tomate de arbol’ e il famoso ‘borojo’, il frutto dell’amore. I Chocoani sono
considerati sensuali e grandi amatori, per tradizione culturale ma anche per
via - dicono - delle virtù afrodisiache di questo frutto che si coltiva solo
qui. Il mercato, assieme a
bar, ristoranti, botteghe, rappresenta l’unica forma di economia visibile. In
realtà, il Chocò produce molto poco: solo platano, yuca, canna da zucchero per
le necessità locali mentre tutto il resto si importa dai vicini dipartimenti.
‘Paisa’, in realtà furono gli intraprendenti fondatori della città e ‘paisa’
continuano ad essere i commercianti che vi giungono quotidianamente. Sono gli
abitanti di Antioquia, famosi in Colombia per spirito imprenditoriale, colonizzatori
della zona che dal dipartimento madre si estende verso gli oceani e verso la
regione sudorientale del paese: Urabà, Chocò, zona ‘cafetera’. I chocoani li
considerano ‘gli usurpatori’, gli sfruttatori delle miniere e delle risorse
locali. Ma la devastazione
che hanno conosciuto negli ultimi 10 anni è ancora più intensa: quella del
conflitto, quella che va ben oltre l’asservimento e le logiche del profitto e
che infligge altre ferite mortali alla popolazione e alla natura. Un pezzetto di città sta dall’altra parte del fiume. Le palafitte
costeggiano la sponda e le lance, come ‘taxi’ acquatici, fanno la spola da una
parte all’altra. Le comunità del rio vengono a Quibdò a vendere o comprare i
prodotti, a frequentare le scuole, a passeggiare sul lungo fiume. Ci sono poi
le famiglie che hanno le loro canoe private e che i bambini hanno imparato a
condurre, sfiorando le acque con il remo, attenti a cogliere il flusso della
corrente. Le capanne sono costruite su assi di legno per difendersi dai
cambiamenti del livello del fiume, che l’uomo non può fare altro che
rispettare. Quando il fiume sale, i campi si allagano e bisogna attendere che
si ritiri per riprendere le coltivazioni e riparare i danni. Questo accade
tutte le settimane, in tutte le stagioni dell’anno. L’attività agricola risente
fortemente della situazione climatica ma non c’è alternativa: la selva
nell’interno è diventata estremamente pericolosa e nessuno è disposto a
tornarci. Bisogna vivere in un punto che faciliti la fuga e che conceda la possibilità
di salvare la vita della propria famiglia. Non importa se bisogna seminare e
tornare a seminare, se si deve vedere sommersi i campi e le case per tornare a
sistemare tutto. Diverso è per i villaggi che subiscono le incursioni e le
rappresaglie degli attori armati. Quando arrivano i paramilitari, i più
spietati, i più feroci, le minacce sono sempre le stesse: “Dovete andare via da
qui; avete due giorni di tempo; quando ripasseremo uccideremo chi si sarà preso
la libertà di restare”. E sempre più spesso questo doloroso sradicamento
avviene in forme più traumatiche e brutali. I paramilitari arrivano armati di
mitra e granate, spingono fuori le persone dalle loro case, uccidono gli
ostaggi scelti a caso, bruciano le capanne, distruggono i campi e poi vanno
via. I racconti che sentiamo non sono diversi dai racconti di altri
colombiani vittime del conflitto. Ma qui l’abbandono da parte dello stato è
quasi totale e il senso di solitudine e d’impotenza che ne deriva rischia di
schiacciare la vitalità della popolazione e di spingerla alla resa e all’esodo
definitivo. La situazione sociale ed economica nel capoluogo è altrettanto
drammatica. Gli impiegati pubblici non sono pagati da due anni; solo il 23%
delle case hanno l’acqua potabile e l'85% di esse non sono collegate al sistema
fognario. L’elettricità manca quasi tutto il giorno; non ci sono strade
asfaltate, non ci sono servizi sociali, impianti sportivi, centri di attenzione
per categorie particolari: giovani, donne, disabili. I livelli di povertà sono
i più allarmanti del paese. Il 79.7% della popolazione del Chocò non riesce a
soddisfare le necessità basiche; il 56% delle famiglie ha un reddito inferiore
al salario minimo, che in Colombia è di 280 mila lire, e il costo della vita è
simile a quello italiano. La speranza di vita è di 55 anni contro una media
nazionale di 64. Qui lo stato non esiste o si manifesta nelle sue forme
peggiori. Più che in qualunque parte del paese la sovrapposizione tra forze
armate, paramilitarismo, gruppi di sicurezza privata responsabili della
‘limpieza social’ (come le Convivir) è evidentissima. Tra le violazioni dei
diritti umani, molteplici sono gli episodi ai quali hanno preso parte membri
dell’esercito e della polizia. “Chocò: ‘Cento anni di solitudine’ o ‘Cronaca di una
morte annunciata’”. Titola così un rapporto del 1997 della Pastorale sociale e della
‘Commissione vita, giustizia e pace’; da meno di un anno si sono registrati
alcuni gravi atti di violenza che hanno confermato la penetrazione definitiva
del conflitto nel dipartimento. L’11 maggio del 1996 è una data impressa nella
memoria di tutti. E' il giorno in cui i paramilitari massacravano 8 contadini
della comunità di Coredò (Juradò). Nei giorni precedenti all’incursione, il
villaggio era stato pesantemente minacciato dai militari dell’Armada Nacional,
che accusavano la popolazione di proteggere i gruppi insorgenti. E di uso
esclusivo delle forze armate erano le lance su cui erano giunti i killer
incappucciati che costringevano la popolazione al primo esodo di massa verso
Panama e i municipi di Bahìa Solano e Juradò. Un mese più tardi l'esercito
avrebbe occupato alcuni villaggi del municipio di Condoto incendiando per
rappresaglia alcune abitazioni e i campi coltivati. La popolazione era
costretta ad un nuovo desplazamiento
massivo verso la cittadina di Santa Barbara. Sempre nel mese di giugno i
paramilitari delle ‘Autodefensas Campesinas de Cordoba y Urabà’ (Accu),
intraprendono la loro prima campagna offensiva in Chocó, distruggendo a colpi
di granata il villaggio di El Siete (Carmen de Atrato). Le Accu inaugaravano
altresì le operazioni d'incursione contro le popolazioni che abitano la strada
Quibdò-Medellìn, l'importante via di comunicazione che diventerà ostaggio sino
ai giorni nostri delle violenze e dei massacri degli attori armati. E' Quibdó la meta di
centinaia di famiglie che fuggono dagli orrori del conflitto che colpisce il
dipartimento. I primi desplazados sono membri della comunitá afrocolombiana.
Poi, a partire dal febbraio del 1997, vi arrivano sempre piú numerose le
comunitá indigene, in particolare quelle di Sabaleta, al chilometro 15 della
strada Quibdó-Medellín. Sabaleta era definitivamente abbandonata nel giugno del
'98, quando le Accu conseguivano il pieno controllo del territorio. Grazie alla
connivenza degli organi di sicurezza statali, i paramilitari istituivano un
check-point all’uscita del vicino villaggio di Vigìa del Fuente, ancora
esistente a meno di 300 metri dal posto di controllo della polizia. Le 'Autodefensas
Campesinas' intraprendevano una vasta offensiva militare per il controllo del
municipio di Riosucio, un'area strategica per la realizzazione del progetto piú
ambizioso nel Pacifico, il cosiddetto ‘Canale interoceanico’. Uno dopo l’altro
cadevano sotto il fuoco paramilitare i leader indigeni dell’etnia Embera e i
rappresentanti dei lavoratori campesinos del municipio. A fine dicembre ’96, le
Accu effettuavano la ‘toma’ del municipio, assassinando una decina di abitanti
tra cui il sindaco incaricato. Decine di famiglie contadine iniziavano ad
abbandonare Riosucio per rifugiarsi dopo lunghe odissee per il rio Atrato a
Turbo, Quibdò, Cartagena e Medellìn. I mesi successivi
venivano segnati invece dai bombardamenti dei villaggi da parte degli
elicotteri dell’esercito e della polizia. Contestualmente, il municipio di
Riosucio e l'intera regione del Medio Atrato divenivano vittime delle
incursioni dei guerriglieri delle Farc. A Quibdò, in poco meno di un anno,
giungevano oltre 5.000 rifugiati, mentre altre 10.000 persone arrivavano tra il
1998 e il 1999. Gli arrivi nel capoluogo si sono fatti più massicci in questi
ultimi mesi, a seguito dei sempre più violenti combattimenti tra la guerriglia
e le Accu. Le popolazioni del Chocó per fuggire al reclutamento forzato degli
attori armati, hanno abbandonato i campi per riversarsi in cittá, occupando
spazi di fortuna e riempiendo all'inverosimile il palazzo dello sport. 5.000
sono stati i ‘desplazados’ giunti a Quibdò a fine aprile, quando i gruppi
armati si sono affrontati per la conquista di una miniera sul rio Neguà, ad una
ventina di chilometri dal capoluogo. Intanto
l’intolleranza sociale ha preso il sopravvento. Una lunga serie di omicidi
selettivi sono stati eseguiti dai gruppi della cosiddetta ‘limpieza social’,
vera e propria pulizia sociale e politica di organi statali e parastatali,
contro cittadini indesiderati o ritenuti pericolosi. Sono stati colpiti
desplazados, leader comunitari, rappresentanti delle Comunitá di pace. Secondo
la Pastoral Social nel 1999 sono state ‘giustiziate’ a Quibdó dalla 'limpieza
social' 41 persone; una decina le vittime nelle vie del centro storico nei
primi mesi del 2000. Il caso piú emblematico si è verificato a fine maggio
quando un abitante è stato sequestrato e fatto sparire definitivamente da un gruppo
d'incappucciati. Il giorno precedente era stato fermato e condotto alla
stazione di polizia da alcuni militari del battaglione 'Manosalva'
dell’esercito. Poi era stato rilasciato davanti ad un locale pubblico
notoriamente frequentato da membri delle Autodefensas. "Addio" lo
avevano salutato cinicamente i militari. La vittima era figlio di una persona
che l’anno prima era stato sequestrato e assassinato dai paramilitari. Si adatta perfettamente al conflitto che
insanguina il Chocó l'affermazione dell’economista e difensore dei diritti
indigeni Hector Mondragòn: “Sebbene siano milioni i poveri al mondo, in Colombia la
guerra non si deve alla povertà ma alla sua ricchezza. Ed è su questa ricchezza
che si genera la violenza”. La Costa pacifica apporta alla produzione nazionale nelle
seguenti misure: -
Il 69%
della pesca marittima; -
Il 70%
della materia prima per la industria di frutta; -
Il
42.23% della legna tagliata; -
L’82.17%
del platino; -
Il
13.84% dell’oro. Vi si trovano giacimenti di minerali di importanza strategica
destinati alla siderurgia, all’industria elettrometallurgica ed aerospaziale, e
alla produzione di energia nucleare: bauxite, manganesio, cobalto radioattivo,
cromo, nichel e petrolio. Il Chocò riveste poi importanza strategica per tutto il
continente americano, data la sua ubicazione come punto di incontro dei due
oceani. A ragione di questa posizione, vi sono riposti alcuni megaprogetti sui
quali si basano le politiche commerciali, economiche e militari del secolo XXI. Novemila miliardi di lire sono destinati alla costruzione di un
canale che collegherà il Pacifico all’Atlantico (sostituendo la strategicità di
Panama), e permetterà il transito di navi di 250.000 tonnellate, di portaerei
atomiche e sottomarini in immersione. Sono inoltre previste altre
realizzazioni: due porti sui due oceani; una rete stradale nella selva
d’interconnessione con la via Panamericana; una linea ferroviaria per il
trasporto delle risorse minerarie; un enorme impianto idroelettrico; una base
navale e un poligono militare (a Bahìa Malaga); un porto fluviale (a
Malaguita). La implementazione di questo piano, su cui premono gli interessi
delle multinazionali e gli interessi strategico-militari degli Stati Uniti,
comporterà la distruzione dell’area forestale, la modifica dei corsi dei fiumi,
la desertificazione e la cementificazione di vasti territori. Le popolazioni
residenti, consapevoli del dissennato impatto socioambientale del ‘piano di
sviluppo’, vi si oppongo tenacemente ma le classi dirigenti del paese hanno adottato
contro di esse la strategia della violenza, dello sradicamento, del genocidio
etnico. “Noi, popoli indigeni, consideriamo che parte della violenza che vive il
Dipartimento ha a che vedere con la relazione che lo Stato e la Nazione
colombiana hanno stabilito con il Pacifico e con i suoi abitanti, sulla base di
un modello economico che si caratterizza per lo sfruttamento delle risorse
naturali e la rottura del modello solidale e familiare delle comunitá che
vivono nel territorio". I leader dell'organizzazione indigena Embera
Wounaàn 'Orewa' denunciano chiaramente le cause e gli effetti perversi dei
megaprogetti strutturali e di sfruttamento biologico e genetico. "Non è una coincidenza che le zone che
subiscono in questi giorni la maggiore pressione armata, sono la strada
Quibdò-Medellìn e in particolare le riserve indigene del Dodici, Quebrada
Borbollòn, Rìo Playa, Wuanchirado, Sabaleta, La Puria e il Dieci, territori sui
quali varie compagnie minerarie stanno richiedendo licenze di sfruttamento”
. Artefici del processo di graduale espulsione delle popolazioni i
paramilitari, notoriamente prodotto e strumento dei grossi interessi economici
del paese. Il cordone paramilitare ha cominciato a stringersi in Chocò al soldo
delle multinazionali e del capitale finanziario nazionale cresciuto grazie al
narcotraffico e al riciclaggio del denaro sporco. E ai legami della guerra con
il traffico della droga, l'Orewa imputa un'altra delle principali cause della
violenza e del desplazamiento delle popolazioni chocoane. “Fidel Castano, indiscusso leader delle ‘Autodefensas’ si è appropriato
con la violenza di una riserva indigena. I paramilitari puntano al controllo
delle rotte del commercio e alla protezione delle aree di coltivazione della
droga e stanno concentrando nelle loro mani la proprietà della terra".
Le organizzazioni indigene denunciano come questi processi siano in atto nei
municipi di Tumaco e Bahìa Solano e nel nord del Chocò, mentre nella pianura
del Pacifico si sono incrementate le coltivazioni di coca attorno i corsi
mediani dei rii, fondamentalmente il Patìa, il Micay, il Naya e in alcune zone
del San Juan e della Serranìa del Baudò. A seguito dell’azione repressiva dello
stato sulle zone cocalere del Putumatyo, queste hanno iniziato a trasferirsi verso
i territori circostanti e in particolare nei municipi di Mallama e Ricaurte
(dipartimento di Narino) dove le comunitá indigene sono state costrette ad
abbandonare le riserve per la pressione dei coloni e le minacce dei
narcotrafficanti. 12 ottobre: ‘giornata
per la vita, la cultura e il territorio. La marcia per la città e il foro nella
cattedrale. Dove possiamo andare
se siamo di questo posto? Siamo nati qui, i nostri ombelichi sono piantati in
questa terra. Dove possiamo andare? Se i nostri territori sono questi, dobbiamo stare qui,
qui dobbiamo vivere e morire. (Delia
Casamà, 1996) L’Orewà ha convocato i rappresentanti di tutte le comunità
indigene (ce ne sono 84 in tutta la Colombia e parlano 65 dialetti diversi), lo
stato, la società civile, la comunità internazionale ad una ‘giornata per la
vita, la cultura e il territorio’. L’Europa oggi commemora ‘la scoperta del nuovo continente’; i
nativi d’America, invece, ricordano l’invasione, l’inizio dello sterminio, di
secoli di persecuzioni, emarginazioni, negazione della cultura e delle
tradizioni. Gli indigeni arrivati a Quibdò da diversi ‘cabildos’ del paese
sfilano per la città e presentano in un foro aperto un rapporto sulla
violazione dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Vicende orrende che i governi internazionali preferiscono non
conoscere, verbali e documenti che si ammassano nelle sedi delle organizzazioni
non governative, nei cassetti di tanti difensori dei diritti umani, nelle
biblioteche di qualche centro di documentazione. Crimini che sembrano non
scuotere le coscienze, compiuti sotto gli occhi distratti dei grandi network
televisivi, senza che le sedi diplomatiche dei ‘presunti’ paesi democratici o
gli organismi internazionali facciano la minima pressione sul governo
colombiano perché intervenga a tutela dei diritti dei suoi cittadini e stronchi
la notoria commistione con i paramiliari e i gruppi di autodefensa. “Lo scorso anno
presenziarono ad un foro ambasciatori e rappresentanti di alcune agenzie della
Nazioni Unite. Sembravano tutti impressionati e sono andati via con i nostri
documenti di denuncia. E poi? Non hanno forse approvato il Plan Colombia? Non
hanno forse accettato la Colombia nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU ?”
commenta con amarezza una religiosa che opera a fianco dei ‘desplazados’ della
città di Quibdò. Alle 10 della mattina inizia la marcia. Con gli abiti
tradizionali, con i corpi dipinti, i passi mimano un dolore ancestrale, che
ormai sembra far parte dei loro corpi, da secoli. Le comunità indigene sfilano
precedute dalle loro bandiere, in segno di lutto per tutte le comunità
sterminate, per chiedere rispetto della propria identità, per riaffermare la
loro determinazione a ‘resistere’. “Quando arrivò Cristoforo
Colombo videro che ci dipingevamo i corpi e dissero che eravamo selvaggi; poi
arrivò la chiesa e vide i nostri capi ricoperti di piume: allora ci chiamarono
diabolici. Ora subiamo gli attacchi della guerriglia e del paramilitarismo. I
500 anni per noi non sono passati e il nostro sangue continua a scorrere. Da
500 anni uccidono i nostri corpi; nessuno, però, riuscirà mai ad uccidere la
nostra cultura”. Uno dei capi pronuncia queste parole cadenzate dai ritmi
di un canto tradizionale. Le donne mostrano i seni nudi ricamati accuratamente
dai disegni degli avi. Gli uomini portano sul volto tratti di giaguaro o di
altre fiere della selva: sono la forza umana che si sposa con la natura,
l’autorità, la linea della discendenza e della conservazione delle tradizioni.
Le madri camminano con i loro bambini appesi sul dorso: la comunità indigena
deve sempre essere unita nei momenti importanti. Gli anziani sono i più
commossi e i loro occhi brillano all’udire una voce di donna che canta il
dolore secolare della loro etnia. In Chocò sono presenti 3 gruppi indigeni: Embera, Wounaàn e Tule.
Gli Embera, a loro volta sono conformati in varie etnie: Embera del fiume,
Katìos e Chamì. Per un censimento del 1994 sarebbero 31.403 persone,
distribuite in 5631 famiglie e 219 comunità. Secondo i diritti riconosciuti
dalla nuova costituzione del 1991, le comunità hanno richiesto e ottenuto per
la maggior parte delle terre (circa il 70%) che tradizionalmente abitavano o
che formano parte del loro habitat, la condizione di riserva. Da queste terre
oggi sono cacciati con la forza dagli attori del conflitto. “Che il nostro
silenzio si converta in un solo grido: unità, territorio, cultura e autonomia”
invoca uno dei leder più anziani.
Il pomeriggio il foro nella cattedrale. “Ci stanno uccidendo per l’indifferenza e l’abbandono dello stato
colombiano”, recita in modo lapidario il cartello collocato sull’altare.
Nei banchi di sinistra siedono le donne con i bambini e nei banchi di destra
gli uomini. Una danza apre l’incontro. La danza della montagna: suoni e volti
della foresta, movimenti cauti e lenti come di uccelli gentili e una atmosfera
trasporta tutti nella selva, lontano dalla città, ad un raduno attorno ad un
fuoco. “Danziamo alla natura, al mare e
ai fiumi, agli animali e agli uccelli, al sole e alla luna” dice il capo. “Danziamo per dire al nostro creatore che
siamo qui. Con la danza purifichiamo la nostra anima e il nostro spirito.
Nonostante tanti conflitti e tanta violenza, continuiamo a danzare perché siamo
figli della terra. Con la danza stiamo rifiutando ogni tipo di violenza e
stiamo chiedendo la pace”. Partecipa al foro l’organizzazione indigena di Antioquia mentre
gli indigeni delle comunità dell’Alto Sinù, del Cauca, di Narino, di Risaralda,
impossibilitati a venire, hanno inviato i loro rapporti perché vengano letti.
Si da inizio ringraziando chi è arrivato qui per ascoltare. Una rappresentante
del PNUD, alcune organizzazioni colombiane (CINEP, ‘Banco de datos’, ‘Justicia
y Paz’ di Bogotà, Croce rossa internazionale, Croce rossa colombiana) e solo
due ong internazionali: ‘Paz y Tercer Mundo’, spagnola e ‘Prodocs’, l’entità
italiana per cui lavoriamo. Non è presente nessun funzionario statale. Non è
presente la polizia, il municipio, la governazione, la ‘defensoria del pueblo’,
nessuno. Ancora una volta lo stato conferma la sua assenza. Gli interventi denunciano la situazione di grave violenza subita
dalla popolazione indigena. L’incremento degli assassinii di leader e membri
delle comunità (15 dall’inizio dell’anno). Le persecuzioni, le minacce, le sparizioni
forzate da parte della guerriglia, dei paramilitari e dell'Esercito nazionale.
Il ‘desplazamiento’ all’interno delle riserve stesse o verso i centri urbani e
il territorio di Panama. La precarietà dell’attenzione statale in materia di
salute ed educazione; l’incremento dell’indice di mortalità; il deterioramento
degli standard di vita; l’indebolimento delle comunità; l’appropriazione delle
risorse naturali da parte dei gruppi armati per finanziare le proprie attività;
gli effetti del narcotraffico e i pregiudizi al territorio e alla salute delle
operazioni di fumigazione anti-coca delle forze armate. Il tributo di sangue
pagato negli ultimi mesi dagli Embera del Chocó é stato enorme. Tre indigeni
della comunità di Pasagueda, della Riserva dell’Alto Andagueda, (Bagadò), sono
stati assassinati il 24 aprile dai militari del battaglione 'San Mateo' della
3° brigata dell’esercito, i quali hanno arrestato arbitrariamente anche due
membri della comunitá. Altri due indigeni, il 29 maggio, sono stati assassinati
nella zona del mercato di Quibdó da alcuni paramilitari che si spostavano in
bicicletta. I 'para' sono tornati ad uccidere il 22 agosto, vittima stavolta il
Governatore del Cabildo della Comunità indigena di Abejero, José Belarmino
Carupia Domico. Altri leader sono stati minacciati o ingiustamente arrestati
dalle forze di sicurezza. "A
Tutunendo, il 7 settembre, è stato fermato l’indigeno Crisanto Cheche, mentre
acquistava viche, bevanda alcoolica fatta dalla canna da zucchero, per una
cerimonia con il Jaibanà, medico tradizionale Embera. Gli è stato ordinato di
spogliarsi; poi i militari lo hanno legato al lato di un ponte e lo hanno
minacciato di consegnarlo ai paramilitari. Fortunatamente è riuscito a slegarsi
e a fuggire". Lo stesso giorno, a Tutunendo, la polizia fermava per
alcune ore Humberto Tequia, diretto in bus a Quibdó per partecipare
all’Assemblea dei Governatori Indigeni. E mentre le forze di sicurezza
s'impegnavano a perseguire senza alcuna giustificazione la comunitá Embera, i
gruppi paramilitari avevano via libera nelle loro incursioni sul rio Tutunendo.
"Ancora il 7 settembre, i membri
delle Autodefensas Campesinas, sono giunti nella vicina comunità indigena di
Motordò per sequestrare Andrés Dumaza Paneso. Il cadavere del leader indigeno é
stato ritrovato due giorni dopo. Mostrava di essere stato assassinato e
squartato a colpi di macete". In questi ultimi mesi
le 'Autodefensas' hanno stretto l'assedio attorno a Juradó, l'altro municipio
del Chocó meta degli esodi forzati delle popolazioni indigene desplazadas.
"Dallo scorso settembre é stata
proibità la partenza di imbarcazioni da Bahìa Solano a Juradò, ostacolando cosí
il trasferimento di alimenti, combustibile e medicamenti", denuncia
l'Orewá. Nel municipio si sono rifugiate in particolare le comunitá di
Aguacaliente dove l'8 agosto 1999 le Accu hanno massacrato quattro persone tra
cui Argemiro Chajito, governatore della comunità e un bambino di 5 anni, e di
Guayabal, vittima il 2 giugno 2000 di un'azione del 57° fronte delle Farc quando
è stato gravemente ferito l’Aguacil del cabildo che si trovava riunito con il
consiglio indigeno. "Nei prossimi
giorni prepareremo il ritorno al loro territorio, con l’appoggio delle
organizzazioni umanitarie". 13 ottobre 2000: il
rientro degli indigeni ‘de la caretera’. La madre terra è stanca, non vuole più violenza ed è stanca di ricevere cadaveri malamente seppelliti. (Pensiero indigeno) Nei portici della
cattedrale sono rimasti accampati sotto teloni di plastica per due mesi 214
indigeni ‘desplazados’, tra cui 118 bambini (35 con meno di 4 mesi di vita) e
14 donne incinte. Hanno scelto di
installarsi in un luogo strategico della città, con le povere cose che sono
riusciti a portare con sé, per essere visibili e non scomparire agli occhi di
un governo a cui avevano denunciato inutilmente le minacce dei paramilitari. La
Croce Rossa Internazionale, organismo principale nell’assistenza umanitaria ai
‘desplazados’ si è dichiarata contraria a fornire loro qualunque aiuto: li ha
considerati ‘occupanti’ di un luogo sacro, nonostante il vescovo abbia aperto
personalmente le porte della chiesa per ospitarli e proteggerli. Le condizioni di
salute, specie quelle della popolazione infantile, sono gravissime. Numerosi
sono i casi di malaria, varicella e le affezioni broncopolmonari. Sono riusciti
a sopravvivere solo grazie all’appoggio della Pastorale sociale e della ong
spagnola PTM. Oggi ritornano ai territori della riserva ma non alle comunità
dalla quale sono fuggiti: hanno paura e preferiscono riubicarsi in alcune
baracche abbandonate a breve distanza dalla città. Ai chilometri 21, 20 e 18
della via Quibdò-Medellìn. La Croce Rossa, stavolta, ha garantito il fabbisogno
alimentare per i due mesi successivi. Ma non accompagna il ritorno. Accompagnamento di un
rientro o di una riubicazione. Un atto simbolico. Di appoggio alle comunità che
decidono di tornare alla resistenza. Di protesta rispetto alla violenza che
hanno subito. Di indignazione, di umanità, di solidarietà. Un atto di
testimonianza e di valorizzazione della memoria. Stato e comunità
internazionale possono deresponsabilizzarsi rispetto ad eventi tanti importanti
nella dinamica di opposizione ad un conflitto? Eppure qui le agenzie
statali non ci sono come non ci sono gli organismi internazionali. Né il
municipio né la governazione hanno messo a disposizione una macchina. Non ci
sono i servizi di sicurezza. Non c’è l’ACNUR. Le ‘brigate internazionali di
pace’ non hanno potuto essere presenti (come hanno fatto per le comunità
dell’Urawà, più a nord) per carenza di fondi e personale (i progetti sui
‘diritti umani’ per la Colombia non trovano grandi sostenitori tra i
donatori!). Nessuno accompagna il
ritorno. Solo i volontari e i missionari della pastorale, della organizzazione
indigena e un cooperante di Barcellona, della ong spagnola PTM. E poi noi due,
unici testimoni esterni. Sono stati affittati due bus. Li seguiamo in macchina con Luis
Evelis e Delmiro Palacios, presidente della Orewà. Evelis è il coordinatore
della Pastoral Indigena: è un Embera, nato e cresciuto in Chocò. Ha studiato a
Medellìn ed è tornato a Quibdò a lavorare per la tutela dei diritti della sua
gente. Qui la Pastoral ha avuto un ruolo importantissimo nel processo di
autorganizzazione degli indigeni e di rivendicazione dell’attribuzione alle
comunità della titolarità delle terre nelle quali vivono. Percorriamo per più di due ore la strada che conduce a Medellìn:
è totalmente sterrata e sarebbero necessarie 11 ore per arrivare al capoluogo
antioqueno. Ogni abitato che incontriamo lungo la strada testimonia le
persecuzioni a cui la popolazione locale continua ad essere soggetta. In un
luogo è avvenuto un massacro, in un altro è stato ucciso un candidato alle
elezioni, nel successivo è stata bruciata la scuola. Passiamo attraverso un
posto di blocco dell’esercito. L’autista chiede se oltre, ‘ci sono loro’? Ci
avevano avvertito prima di partire. A dieci minuti dal posto di blocco militare
c’è quello dei paramilitari: alla luce del sole e sotto gli occhi delle stesse
forze dell’ordine. Per la riubicazione, si è negoziato con tutti i ‘padroni’ o
‘custodi’ del territorio. I paramilitari sanno che passeranno gli indigeni e
scelgono di non farsi vedere nella zona. Per adesso, l’evento è tollerato. Poco oltre, ad un paio di chilometri all’interno della selva, c’è
Tutunendo. Ci mostrano la direzione. E’ la sede delle ‘autodefensas’ della
zona. Tutti sanno eppure il loro quartier generale opera indisturbato. Sulla
via del ritorno incontreremo il loro capo alla guida di una moto. Passerà dal posto
di blocco come noi, gli verranno chiesti i documenti e verrà lasciato andare
dai militari che conoscono bene ‘la sua attività’. Delmiro ci chiede se la nostra ong li può appoggiare
nell’implementazione di un progetto di educazione rivolto alle giovani
generazioni. “I nostri giovani si trovano
in una situazione preoccupante. Noi sappiamo che in questo momento non ci sono
prospettive di costruzione del futuro. Tutte le nostre energie e le nostre vite
stesse sono dedicate alla resistenza e sappiamo che dovremo lottare molto. Per
gli adolescenti è diverso. Questa mancanza di prospettive per loro è
inaccettabile. Vogliono fuggire, andar via, dovunque. Alcuni finiscono per
entrare nelle file dei paramilitari e della guerriglia. Loro li allettano,
offrono loro una prospettiva di guadagno, una identità, una posizione che
appare loro di forza. Si lasciano affascinare. In molti casi, però, vengono
reclutati forzosamente: sotto la minaccia di aggressione della famiglia,
scompaiono e non li rivediamo più. Capite qual’è il pericolo per la nostra
identità di popolo?” La prima comunità si installa in due grandi palafitte di legno.
Gli uomini hanno recuperato una parte dei loro animali e sembrano felici di
poter riorganizzare la vita. Riprendono ruoli e funzioni, si riappropriano dei
caratteri della loro identità. Si mettono d’accordo, organizzano. Occorre
costruire una palafitta di emergenza e scelgono la posizione migliore che possa
avere accesso all’acqua. Tutte le comunità hanno accettato di predisporre
strutture atte ad accogliere comunità in fuga come forma di contropartita
rispetto all’appoggio ricevuto. La altre due si insediano in situazioni più precarie. Solo uno
stanzone di cemento e una tettoia costruita nella parte posteriore da adibire a
cucina. Poco spazio per tutti. Alcuni sono costretti a sistemarsi sotto ripari
improvvisati con i teloni. I bambini sono tantissimi e cominciano a correre
sfrenati come uccellini appena liberati da una gabbia. I ragazzi si stringono
attorno ai più adulti e prendono silenziosamente parte ai piani di
organizzazione. Meno contente
sembrano le ragazze: di nuovo isolate, in una cultura che riconosce loro solo
la funzione riproduttiva, dopo due mesi in città, dopo aver fatto parte,
sebbene ai margini, di una vita differente. Hanno lasciato Quibdò comprando
caramelle, nastri e fiocchi per i capelli. Qui non potranno andare nemmeno a
scuola. In città avevano cominciato a sognare di poter vivere come le altre
adolescenti. Il ‘desplazamento’ sradica, infrange contesti, squarcia immaginari
e al ritorno per alcuni qualcosa è definitivamente cambiato. Le donne cominciano a cucinare, tutte assieme, con i loro piccoli
appesi sulle spalle. Sembrano non chiedersi nulla, non avere desideri. Dura la
vita per loro in una cultura nella quale non hanno diritto di parola, di
scelta, di opinione. Lucy e Dalila fanno parte del programma ‘donna’ dell’Orewà.
Questo è sempre stato marginale nell’organizzazione e comunque legato
all’impegno personale e volontario delle donne che le hanno precedute: “in una organizzazione come la nostra, quasi
totalmente autofinanziata, per le donne non ci sono mai soldi”, ci dicono.
“Quello che stiamo facendo, da solo due
mesi, è tentare di strutturare e dare permanenza al programma delle donne
Orewà, perché ci eravamo stancate di essere chiamate solo per organizzare le
donne durante gli incontri pubblici o seguire per i bisogni pratici le
popolazioni rifugiate”. Nelle comunità indigene le donne fanno quasi tutto: ovviamente si
occupano delle funzioni riproduttive ma anche della semina nell’orto, della
raccolta e del trasporto dell’acqua. Però, hanno solo doveri rispetto alla
comunità. Non vengono mandate a scuola, non imparano lo spagnolo e rimangono
per questa ragione isolate dal mondo esterno. Iniziano a portarsi i loro pesi
sulla spalle da bambine; partoriscono bambine e sole; non sono messe in grado
di far crescere in condizioni igieniche i figli, i quali mostrano i ventri
gonfi per i parassiti. Non vengono consultate nei processi decisionali. L’idea di Lucy e Dalila è di attivare una rete tra tutti i
villaggi indigeni e avviare attività di
formazione che diano valore al ruolo della donna, trasformandola altresì
in soggetto di tutela, conservazione e valorizzazione della tradizioni e del
benessere della comunità intera. Dal punto di vista ecologico, per esempio,
l’invasione della mentalità predatoria rispetto alla natura sta già
interessando le comunità indigene. In alcune comunità si stanno sfruttando le
coltivazioni per scopi economici senza tutelare contemporaneamente la
riproduzione della vegetazione. E’ il caso della palma. In alcuni villaggi sono
stati avviati progetti di produzione di prodotti artigianali con la palma senza
però accompagnarli con la riforestazione. Con il risultato che le palme si
stanno esaurendo. La risemina per mantenere intatto il ciclo naturale e non
estinguere la pianta sarebbe una fase importante del processo. Dal punto di vista igienico-sanitario, le comunità sono soggette
al costante rischio dei blocchi paramilitari e della guerriglia, che
impediscono il passaggio delle medicine. Riscoprire la medicina naturale è un
modo di tutelare la salute della comunità. Un diritto che troppo spesso viene violato è quello
all’istruzione, in misura preoccupante per le donne ma anche per gli uomini.
Nelle 219 comunità indigene esistono solo 170 scuole, la maggior parte delle
quali in pessime condizioni. I maestri sono appena 130 e con deficit formativi.
Non sono stati predisposti inoltre, gli strumenti didattici per realizzare le
attività educative in lingua indigena (come pur la costituzione prevede). Le
donne possono essere un importante agente di valorizzazione e conservazione
della lingua e della cultura tradizionale. L’organizzazione ha intrapreso un progetto di recupero
dell’artigianato ed ha aperto una bottega che vende i prodotti delle donne. I
manufatti artigianali e le erbe potrebbero essere venduti all’esterno. Le donne, dunque, come fattore di tutela del territorio, della
salute, dei diritti e come attore della valorizzazione della cultura
tradizionale di fronte alla invasione di modelli che comunicano rifiuto,
disprezzo, mancanza di dignità. Certo, non sarà un lavoro facile, soprattutto per ciò che
riguarda le adolescenti. Una madre, in una cultura come quella indigena, esiste
per i suoi figli e per la comunità. Più difficile il lavoro con chi è attratto
da modelli differenti e non riesce a resistere di fronte alle scarse
prospettive che il contesto offre. Gli indigeni lottano con dignità per la
sopravvivenza delle loro identità culturali ma le giovani spesso anelano ad
altro. Giovanni, un operatore della Pastorale che ha lavorato 10 anni nel Chocò
e che adesso opera più a sud, nell’area vicina all’Ecuador segnala come lì le
ragazze scappano dai villaggi verso la metropoli di Cali dove finiscono per
esercitare la prostituzione. Lucy e le altre, però, questa volta sono determinate a non
scomparire dietro le quinte, relegate in un ruolo secondario nella vita della
loro organizzazione. 14 ottobre: rientro di
due comunità negre del fiume. “Io ero una persona che seminava mais; io seminavo il mio
riso, la yuca, avevo i miei porcellini e le mie galline; perché una persona è
felice nel campo se possiede tutte queste cose: galline, tacchini, papere e
altri animali; e maiali, naturalmente. Perché una casa che non ha maiali non è
una casa. Questo valeva per tutti, era una tradizione, tutti avevano i propri
animali” (Testimonianza di un
‘desplazado’ afrocolombiano) Nel 1997 iniziano le
grosse fughe delle popolazione negre, dietro l’incalzare della violenza. Oggi
nella città di Quibdò sono circa diecimila e la maggior parte di loro è
accampata nel palazzo dello sport. I primi arrivati vengono dalle zone più
lontane e pericolose, l’Urabà e il municipio di Turbo: ancora non vogliono
tornare. In queste regioni le stragi si susseguono ciclicamente, nell’assenza o
nelle commistioni delle istituzioni dello stato. Non è mai stata
facile la situazione delle popolazioni negre e la lotta che hanno dovuto
sostenere per sopravvivere. Il Chocò non è stata terra di diritti per loro,
almeno fino al 1993 quando è stata approvata la legge 70, che concede la
possibilità di ottenere la titolazione collettiva della terra da parte delle
comunità afrocolombiane. La legge ha significato l’avvio di un faticoso
processo di organizzazione comunitaria formale, in molti casi interrotto dalle
incursioni degli attori armati o dall’assassinio selettivo dei leader. Mille ‘desplazados’
arrivati a Quibdò lo scorso mese di maggio dai villaggi situati a due-tre ore
di lancia sul corso del Rio Atrato, hanno deciso di tornare. Il rientro è
pianificato dal 13 al 20 ottobre, con l’appoggio della Pastorale sociale. Il
primo giorno sono partiti in circa 100; altrettanti il giorno successivo. L'appuntamento é al
porto alle 9 della mattina con suor Elsa, una monaca piccola ed energica che
lavora qui da circa 20 anni. La pioggia rallenta i tempi di carico delle canoe.
Alle 11 si deve fare rifornimento di carburante e non si parte prima di
mezzogiorno. Questa volta la
polizia fa la sua comparsa, ma non per tutelare o presenziare: piuttosto per
molestare ed intimidire. Chiedono i documenti ad alcuni volontari, vogliono
sapere che stanno facendo lì e se fanno parte di organizzazioni che
distribuiscono aiuti umanitari. Verificano i documenti delle lance e cercano di
bloccare la partenza. Appena lasciato il
porto, suor Elsa mostra il punto in cui è avvenuto un terribile fatto di
sangue. Il 18 novembre 1999, Ignigo Eguilez, volontario di PTM di soli 24 anni,
e padre Jorge Luis Mazo, parroco del municipio di Bellavista-Bojayà, tornavano
a Quibdò dopo aver consegnato cibo alle comunità del medio Atrato. Erano
impegnati da alcuni mesi nell’accompagnamento dei processi organizzativi delle
comunità afrocolombiane e indigene e nelle attività di ritorno delle comunità
contadine desplazadas de Pueblo Nuevo e Mesopotamia. La loro imbarcazione
veniva speronata intenzionalmente da una lancia dei paramilitari che li
attendevano da un giorno. Entrambi i cooperanti morivano affogati tra le
correnti del rio. In seguito a questo drammatico attacco, l’ufficio di
emergenza della Unione Europea, che patrocinava il progetto, decideva di
bloccare i finanziamenti in aree così pericolose per gli operatori umanitari.
Il livello di ‘offesa’ al diritto internazionale umanitario cui si è giunti in
Colombia, in realtà, è gravissimo. Appena un mese fa gruppi armati non ancora
identificati hanno sparato addosso a due medici della Croce Rossa
Internazionale. Il responsabile dell’organizzazione ha minacciato il blocco
delle proprie attività nelle aree di conflitto. E’ difficile affermare se un
atto tanto efferato giustifichi il ‘ritiro’ degli organismi deputati
all’intervento di emergenza. Quel che è certo è che gli attori armati stanno
utilizzando ogni mezzo per determinare l’abbandono delle popolazioni civili,
incluso l’attacco alla comunità internazionale per scoraggiarne il lavoro e
alle tante le ong che operano nel settore dei diritti umani. Risaliamo il fiume per circa due ore, verso
nord. Passiamo dalle comunitá piú vicine, quelle rientrate nei giorni scorsi.
Stanno riorganizzando la vita comunitaria ma 5 mesi di abbandono hanno
significato il deterioramento delle strutture. In uno dei villaggi, Boca de
Motá, supervisioniamo la scuola e il centro di salute: non sono adattabili a
breve termine per riaprire le attivitá e per quest'anno non arriveranno
insegnanti e personale sanitario. Intanto si inizierà a sistemare le
abitazioni. I responsabili della
Pastorale e dell’ACIA (Asociaciòn Campesina Integral del Atrato), l’Associazione
delle comunità afrocolombiane del Chocò, torneranno nei prossimi giorni:
occorre portare i viveri per i primi mesi. Qui le organizzazioni stanno
intervenendo secondo procedure conformi alla cultura tradizionale, rifiutando
di fare mera assistenza. Non verranno distribuiti alle famiglie i tipici
pacchi, con dieta alimentare preparata da un esperto medico. L’aiuto viene
affidato alla comunità con l’obiettivo di sostenere il futuro della stessa.
Essa deve raggiungere un minimo di autosufficienza. I beni alimentari che la
Croce Rossa ha concesso per il ritorno verranno affidati alla bottega
comunitaria che li venderà alla popolazione e con i ricavati potrà continuare a
comprare le scorte e assicurare il flusso di beni a favore della popolazione.
Si conta di realizzare trasporti ai villaggi una volta al mese: una lancia
risalirà il fiume distribuendo alle comunità i beni che hanno richiesto,
destinando al mercato della città i beni che si è riusciti a produrre in
eccedenza. Solo se questa organizzazione funzionerà le comunità potranno
difendersi dall’isolamento. Il lavoro è enorme ed i rischi incalcolabili.
Il 18 giugno scorso, l’attivista dell’associazione dei contadini afrocolombiani
Leonidas Moreno, impegnato nell’intervento umanitario a favore delle popolazioni
despladas di Quibdò, è stato misteriosamente assassinato davanti alla
cattedrale da un gruppo armato, presumibilmente legato alla Sijin, il servizio
segreto della polizia. Una responsabile della stessa ACIA spiega come s’intende
comunque organizzare la rete di distribuzione degli aiuti tra tutte le comunità
del fiume e quelle ospitate ‘transitoriamente’ nella città. Sono in particolare
le donne ad avere avuto un ruolo fondamentale nel processo di avvio delle
botteghe comunitarie. Sono state anche le animatrici di un altro importante
progetto: la ‘olla comunitaria’, la ‘pentola comunitaria’. Tutti i bambini che
secondo i controlli dei medici volontari della pastorale sono dichiarati
denutriti, vengono beneficiati da un programma alimentare gestito dalle stesse
donne ‘desplazadas’. L’esodo forzato ha
dato loro un ruolo sconosciuto prima. Se gli uomini hanno perso ruolo, identità
e potere, le donne sono divenute i cardini dell’organizzazione comunitaria. “Per esempio, quando eravamo al villaggio, io domandavo sempre a mio
marito per quale ragione, se io potevo andare a tagliare legna nella foresta, a
pescare, a seminare, che sono compiti tanto duri per una donna, perché lui non
poteva fare cose tanto semplici come preparare il riso o sistemare il letto.
Lui si irritava e mi diceva che ero matta. Però, ora, con il desplazamento ci è
toccato di affrontare una vita diversa, dobbiamo riconoscere che in quello che
facciamo nessuno dei due è superiore all’altro”. “Prima io ero convinta di essere una ignorante e ora mi rendo conto che
sono una persona che vale, come molte altre e questo mi pare un cambiamento
positivo nelle nostre vite”. La situazione di
subordinazione subita dalle donne afrocolombiane, per alcuni versi, è ancora
più grave che nelle comunità indigene. I processi di disgregazione familiare,
da cui sono esenti le comunità indigene, sta provocando un’alta diffusione del
‘madresolterimo’, del numero, cioè, di donne sole, abbandonate con i figli, dai
loro mariti e compagni. “C’è un detto che afferma che quando un uomo cade, cade in piedi, mentre
la donna, se cade, deve fare un grosso sforzo per rialzarsi. Tutto questo
accade perché ci hanno sempre lasciato la responsabiltà delle famiglia: l’uomo
quando vuole va via ma noi non lo facciamo mai, perché siamo più responsabili
con i figli e per questo facciamo più difficoltà ad emergere”. Le difficoltà che la
crisi economica e il conflitto hanno provocato nella vita delle comunità
aumentano le dimensioni dell’abbandono di donne e bambini. Gli uomini vanno via
dirigendosi verso le grandi città per trovare un lavoro e pensare alla
sopravvivenza della famiglia ma generalmente non tornano, lasciando la famiglia
stessa sulle spalle delle donne. Il fenomeno del
madresolterismo è in molti casi all’origine della fuga delle stesse donne verso
le grandi città (come Medellìn) dove i servizi domestici per le più fortunate o
la prostituzione finiscono per fornire l’unico strumento di sopravvivenza. E
dal Chocò parte una grossa fetta delle colombiane che vanno all’estero, vittime
del traffico delle donne. Violenza politica,
‘limpieza social’, crisi economica, servizi e tutele inesistenti. Donne,
uomini, bambini della minoranza nera, quelli che restano, quelli che non sono
già fuggiti verso situazioni di marginalità nelle periferie delle grandi città
colombiane, sono abbandonati alla progressiva perdita dei diritti: il diritto
all’educazione, alla salute, al lavoro, alla costruzione di alternative, alla
stessa esistenza come cittadini. 15 ottobre: la partenza. Andiamo via. Dopo giorni densi di incontri, racconti, emozioni. Donne indigene alla ricerca di spazi riconosciuti; donne che si
sono stancate di partecipare agli incontri per ‘essere presenti’, per osservare
il silenzio e danzare tra un intervento e l’altro dei loro uomini. Donne nere
che urlano contro la cultura machista che le ha condannate all’emarginazione.
Uomini indigeni che hanno dovuto apprendere a fare i presidenti delle
organizzazioni perché è il mondo esterno che pone le regole della relazione. Uomini
che si aggrappano ad una loro superiorità culturalmente riconosciuta per
reagire all’assenza di indentità e di ruolo cui la situazione di guerra e
sfruttamento li costringe. Ragazzine che cercano di dare un senso ai loro
sogni. Donne che camminano con i figli alle spalle e altre che sulle stanche
spalle continuano a trascinare dolori secolari. Suore, missionari, strenui
difensori dei diritti umani che rischiano la vita senza fama e senza gloria,
con una forza morale che piega la morte e la violenza. Bambini che giocano
felici, animando questa città soffocante e pigra, che sembra più loro che di
qualunque altro. Comunità che fuggono e comunità che rientrano, sole nella loro
resistenza alla barbarie armata. Una popolazione storicamente condannata alla
emarginazione, alla negazione, all’esclusione e alla morte. Ogni sera la vita cittadina si conclude attorno al molo: con le
barche che rientrano, i bambini che fanno gli ultimi tuffi, gli adolescenti che
assaporano i loro appuntamenti amorosi. Con il tramonto sul fiume, che ha i
colori dell’iride, della pace: i chocoani sanno di vivere in un luogo di
incanto. “Chiunque venga qui non po’ fare
a meno di tornarci”, dicono. Un tempo, risalendo il fiume era possibile percorrere un viaggio
affascinante fino all’Atlantico. Adesso le acque sono troppo pericolose per
avventurarsi molto oltre. Il sole si immerge, lentamente, silenzioso, nel
fiume. Il maestoso Atrato: paradiso incantato, paradiso negato ai suoi stessi
‘figli’. Come il Magdalena, ove gli ‘amanti
del tempo del colera’ di Garcia Marquez non possono più farsi cullare
dolcemente nel loro idillio, soli con il loro amore, tenendo lontano il mondo
con una bandiera che segnala un inesistente rischio di contagio. ![]()
Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo, "Diario di viaggio attraverso il Chocó", terrelibere.org, 28 febbraio 2001, http://www.terrelibere.org/doc/diario-di-viaggio-attraverso-il-choc |