1. Definizione del
campo
Credo
che l’agenda mediale svolga spesso un ruolo non secondario nel definire gli
interessi di ricerca o la riflessione dei sociologi. Cittadini come chiunque
altro, oltre che intellettuali di professione, questo genere di studiosi
insegue spesso personali idiosincrasie o attrazioni quando decide di parlare di
qualcosa. Probabilmente questo è il mio caso e alla luce di questa avvertenza
occorre leggere il presente intervento.
Nello
specifico, la mia idiosincrasia concerne un termine ed un fenomeno, il
“bullismo”, che da un po’ di anni ritroviamo periodicamente e insistentemente
tra le offerte mediatiche nazionali. Come è noto, con questa espressione si
indicano i comportamenti anti-sociali di minori, adolescenti e giovani adulti
in contesti per lo più scolastici, compiuti individualmente o in associazione
con gruppi di pari, ai danni di coetanei oppure di altri soggetti caratterizzati
da uno stato temporaneo o permanente di inferiorità e debolezza (Olweus 1996;
Fonzi 1999).
Benché
gli studi sul fenomeno (e il conseguente termine) siano comparsi sul finire
degli anni ’70 nei paesi scandinavi (Olweus 1978), occorrerà attendere oltre un
decennio per assistere alla sua diffusione nel panorama dell’informazione e nel
linguaggio comune. Oggi possiamo infine parlare di una “popolarizzazione” del
termine “bullismo” e possiamo notare come i comuni spettatori del paesaggio dei
media e dell’informazione siano avveduti di cosa esso significhi e comporti. In
particolare, a differenza di quanto accadeva negli anni in cui i primi pionieri
di questi studi affrontavano il problema e tentavano di porlo all’attenzione dell’opinione
pubblica, oggi i cittadini hanno la possibilità di “vedere” gli atti di
bullismo, tramite Youtube, Google video e simili servizi disponibili
su Internet per la visione di video “artigianali”. Questa opzione, impensabile nei
decenni precedenti, ha reso il bullismo uno spettacolo, catartico o
semplicemente angosciante a seconda del tipo di pubblico che l’osserva.
2. Processi di
legittimazione
A
partire dalla definizione di bullismo che ho riportato più su e
dall’inquadramento mediatico-spettacolare che ho appena presentato, inizierò la
mia disamina.
Fermandoci
alla definizione sociologica di comportamento antisociale perpetrato da
soggetti giovani ai danni di altri soggetti più deboli, notiamo immediatamente
come il termine “bullismo” appaia in qualche modo superfluo. Il “campo” della
ricerca e del discorso comune, infatti, non sembra per nulla differente da
quello dei classici studi sociologici sullla devianza di Trasher (1927), Cohen
(1955), Matza (1964), Lemert (1966) e Merton (1968), per citare solo alcuni
nomi. Seguendo la cronologia dei testi appena presentati possiamo notare come
l’interesse verso i “comportamenti anti-sociali giovanili” si sia sviluppato in
sociologia già a partire dagli anni ’20. E si noti che sono state deliberatamente
omessi i giudizi di Seneca e quelli dei “riformatori” settecenteschi e della
scuola positiva dell’800, ossia dei “fisici sociali” inglesi e francesi che si preoccupavano
della tendenza dei giovani inurbati verso il vizio, l’alcol, la delinquenza e
la violenza.
Cosa
c’è dunque di nuovo nel bullismo, nel proliferare di ricerche sul problema e
nell’attenzione dei media verso la violenza giovanile? Probabilmente questa
attenzione costituisce uno dei segni dell’estensione dell’area di
civilizzazione, per dirla con Elias (1982). Nello stesso tempo, può indicare il
diffondersi di una nuova consapevolezza in materia di potere e discriminazione:
il novero delle “vittime”, ovvero le definizioni esistenti del concetto di
vittima, si fanno sempre più estese e comprendenti (Furedi 2005). Pur essendo
questi elementi probabilmente presenti, non si può però ritenere che essi da
soli bastino a spiegare l’attenzione che il fenomeno del bullismo riscuote in
tutto il mondo. È infatti troppo poca la carica di novità che il fenomeno reca
con sé. Esso è in qualche modo troppo tradizionale, troppo legato ai vissuti
comuni delle differenti generazioni in differenti aree geografiche e
soprattutto troppo repentino per poter essere spiegato unicamente in termini di
processo di civilizzazione. Credo perciò che per interpretare le origini di
questo successo bisogna porre il fenomeno in connessione con la creazione di
una nuova forma di sapere esperto, neanche molto originale nel discorso e nelle
tecniche impiegate, ed intrecciare questo con i nuovi strumenti di
comunicazione da una parte e il sistema del controllo sociale dall’altra.
Il
sapere esperto è quello dei tecnici, dei manipolatori sociali impegnati
“a mitigare il disagio” e immaginare forme di mediazione e ricomposizione del conflitto.
Questo ruolo si svolge in un setting che è altamente professionalizzato,
nel senso di integrato in un mercato della prestazione. Questo mercato,
esattamente come ogni mercato delle merci e dei servizi, segue una logica di
espansione e differenziazione (Sarfatti Larson 1996). Esso ha bisogno di dar
vita a routine, creare campi di applicazione che diventino di tradizionale ed
esclusiva competenza di un determinato genere di esperti. Ma ha anche bisogno
di individuare nuovi settori di intervento, trovare nuovi inediti problemi oppure
problematizzare l’esistente e le pratiche tradizionali, specie quelle correlate
ai minori e all’infanzia (King 2004). Peraltro, esso progredisce attraverso la
ricerca scientifica e universitaria e attraverso questa si legittima agli
occhi dell’opinione pubblica e, soprattutto, dei suoi “clienti”: le istituzioni
pubbliche, la scuola, i ministeri (Freidson 2002). L’intreccio conseguente e
successivo è quello che lo connette al sistema del controllo sociale,
ampiamente descritto da Foucault (1998; 2000) e da Berger e Luckman (1969):
definito un problema, si appuntano dei soggetti legittimati a trattarlo, in
possesso di un “discorso” e di un apparato di tecniche che crea classi
pericolose da individuare e trattare secondo i meccanismi della “diagnosi”,
dell’“annichilimento” e della “terapia”.
L’ulteriore
intreccio è quello che collega il mercato professionale “specialistico” ai
mezzi di comunicazione vecchi e nuovi: Internet da un lato, i canovacci
narrativi televisivi e giornalistici dall’altro. La natura dei media è
ampiamente legittimante e “nomica”: funziona in coppia con l’altro tipo di
legittimazione indicato più su, del sistema giuridico e di controllo. Nell’universo
mediatizzato contemporaneo, del resto, è difficile che l’uno esista senza l’altro:
il momento della rappresentazione diviene essenziale per l’accettazione
generale del reale, ossia di ciò che precede il simulacro mediale (Debord 1997).
Il processo della “legittimazione-attraverso- rappresentazione” agisce tramite:
--
la selezione di vicende eclatanti ed eccezionali da assumersi a norma
comportamentale e statistica. In altri termini la creazione di “casi” a
partire da elementi affabulativi impliciti. Ciò che serve è che nel caso di
cronaca siano presenti elementi o relazioni che appartengano alla struttura
della narrazione classica (quasi in senso propperiano oppure in quello
“tragico” degli scrittori greci di teatro): il nemico interno, l’infedeltà dei
sentimenti, la violenza verso una donna della comunità per opera di un barbaro,
l’innocenza perduta del bambino, etc.
--
la spettacolarizzazione, per mezzo della produzione di interviste “ai
testimoni” che mettono al centro della narrazione gli elementi più
grandguignoleschi e/o pietosi delle vicende presentate al pubblico;
--
la riproduzione e pubblicizzazione dell’“inguardabile” (ossia di filmati
raccapriccianti) per mezzo della diffusione di link a siti web che ospitano immagini
che feriscono la “sensibilità media” (il comune senso del pudore, in altri
termini) oppure la replica degli stessi materiali sui canali televisivi
tradizionali;
--
le interviste agli esperti, generalmente piuttosto decisi sulla
necessità di interventi tecnici per arginare i fenomeni in oggetto e
preoccupati per l’attuale inadeguatezza mostrata dalle istituzioni.
Il
meccanismo che determina questa produzione di legittimazione segue regole
abbastanza stabili, da cui si deroga eccezionalmente.
Ciascun caso selezionato viene sviluppato dagli operatori dell’informazione e
dagli esperti seguendo alcuni canovacci narrativi e discorsivi. Un elenco non
esaustivo e puramente indicativo dovrebbe individuare il canovaccio della
“madre assassina”, quello del “forestiero ladro o stupratore”, del “bambino
rapito”, del “Franti malvagio”, e così via. Nel tempo, alcuni di questi
canovacci narrativi si sono radicati, entrando nella memoria, nell’immaginario
e nel linguaggio collettivi. Per effetto del successo riscosso, infatti, alcuni
casi di cronaca sostanzialmente uguali a tanti altri svoltisi nel tempo con
modalità simili, ma tuttavia resi diversi dalla bravura narrativa dei registi
(ovvero gli operatori dell’informazione) che li hanno rappresentati o dalla
presenza di particolari dettagli, hanno finito col trasformarsi in “modelli”. Non
soltanto modelli narrativi (per l’appunto dei canovacci) ma in dei pattern,
cioè dei modi di guardare al mondo e di sviluppare aspettative. Questi modelli
assumono nomi “volgari” e “clinici” (a volte differenti nomi clinici). Per
restare all’esperienza italiana, un caso è quello della “madre di Cogne”. Il
suo nome volgare è per l’appunto “madre di Cogne”; uno dei suoi nomi
scientifici potrebbe essere “Sindrome di Munchausen per procura”
o quello più noto di “Sindrome Crepuscolare”.
Alcuni casi (o canovacci o
modelli) si pongono dunque al crocevia tra l’interesse “giuridico” delle
corti, quello “popolare” del pubblico delle cronache e quello “scientifico”
degli psichiatri. Per chiarire questo punto, basti pensare ad altri fenomeni
emersi più o meno in concomitanza al bullismo: per esempio il “mobbing”, con il
quale si definisce una gruppo esteso e molesto, teso a tiranneggiare gli
individui negli ambienti di lavoro anziché nelle scuole, oppure al proliferare
di sindromi e dipendenze (da Internet, dal cellulare, dal sesso, etc.) della
cui esistenza apprendiamo dai giornali e, spesso, dalle aule dei tribunali e
dagli esperti che lì si radunano. Ciascuna di queste forme di patologia,
modalità vittimali e dipendenze ha un rapporto strettissimo con la cronaca. Non
che originino propriamente dalla cronaca oppure che gli psichiatri conino nomi
scientifici e definizioni in seguito al fatto di cronaca. Piuttosto la cronaca
e, spesso, i tribunali legittimano queste patologie presso il grande pubblico,
rendendole note ad esso e soprattutto facendo scoprire a un gran numero di
persone di essere malate, vittime di fatto o potenziali. Questa legittimazione
è spesso il passo necessario alla diffusione di programmi per il trattamento e
la prevenzione.
3. Retoriche del
rischio e mercati professionali
In
tutti questi casi, ciò che colpisce l’attenzione è la creazione di nuovi discorsi
e patologie che, al livello più triviale, evitano accuratamente il confronto
con le tematiche del potere, della dipendenza “innata” dell’uomo da tutto ciò
con cui entra in contatto (Arendt 1964; De Luca 1979), delle relazioni tra
classi e della lotta per la visibilità, della questione del genere e delle
immagini della mascolinità. Sostenendo questo non si intende negare l’esistenza
dei problemi o l’inopportunità che certi comportamenti abbiano luogo, al di là
della loro effettiva diffusione statistica.
Piuttosto si vuole sottolineare il fatto che il livello popolare delle
discussioni, così come il discorso scientifico più divulgativo, non tengono in
conto la diffusione storica di certi comportamenti e riducono il loro
intervento ad un piano meramente particolaristico e situazionale. Proprio come
notato da Foucault (1976), l’intervento correttivo è altamente individualizzato.
Quando si cita l’“ambiente”, non lo si riesce ad immaginare ad un livello più
esteso di quello familiare-nucleare, scolastico o del gruppo dei pari. In
questo genere di discorso e tecniche, la riflessione pubblica degli operatori evita
accuratamente di confrontarsi con il livello superiore, ossia con il problema
della ideologia del tempo, dei valori sottesi, della contraddizione tra livelli
discorsivi (per esempio la retorica degli educatori contrapposta alle pratiche
celebrate dai massimi creatori di legittimità, i media). Questa riflessione
pubblica evita accuratamente tale confronto perché da esso emergerebbe più di
una ragione per dubitare del senso di qualsiasi intervento locale e avrebbe,
tra l’altro, un impatto sostanziale sulla creazione di nuovi posti di lavoro
(progetti d’intervento, corsi di laurea o di formazione per operatori sociali e
i relativi contratti di docenza, etc.). Questa condizione di impotenza
“strutturale” da una parte e la necessità di moltiplicare gli spazi
professionali della sicurezza dall’altra hanno partecipato a diffondere una
retorica del rischio (Beck 2001) che pretende di mettere tutto in sicurezza, ma
che in realtà controlla unicamente le variabili più triviali, gli epifenomeni,
i sintomi ma non le cause (Pitch 2006). È tutto sommato molto più economico e
realistico creare “mostri” e fingere di abbatterli che re-inventare la
struttura. Bulli e devianti vari, al di là del processo di etichettamento (labeling)
che pure meriterebbe una discussione, sono comunemente un riflesso solo
lievemente distorto del sistema valoriale generale, “normale”. È infatti
abbastanza plausibile che la categoria di “normale”, così come il suo contrario,
sia meramente un fatto nominalistico e che solo pochi comportamenti sono
“inventati” dai singoli attori sociali (Becker 1963; Berger e Luckmann 1969;
Basaglia e Ongaro 1971; Kittrie 1973). L’azione, anche quella più solipsistica
e irrazionale, si svolge sempre all’interno di un setting sociale ed è
di volta in volta una conseguenza, una reazione o una variazione dagli schemi
d’azione consolidati e comuni (Mead 1934; Goffman 1959; Garfinkel 1964).
4. Conclusioni
In
definitiva, quella che definiamo devianza non è che il riflesso di bisogni
profondi e diffusi: il mercato della droga esiste per esempio in ragione di una
domanda estesa di stupefacenti; la prostituzione e il traffico di esseri umani
si diffondono in ragione della richiesta da parte di soggetti “normali” di
sesso mercenario. In maniera analoga, mentre la retorica ufficiale rigetta da
un lato la violenza, dall’altro la celebra attraverso la catarsi mediatica e
sportiva (i polizieschi, i film di karate, gli incontri di pugilato e lotta
libera, etc.) oppure attraverso la legislazione (per esempio, la recente re-definizione
del concetto di “legittima difesa” prodotta Italia o la legislazione americana
sulle armi da fuoco). Inoltre, la pedofilia è molto temuta ma i bambini e gli
adolescenti sono spesso “adultizzati” e impiegati come icone “parasessuali”
dalla pubblicità o nelle sfilate di mode. Parimenti gli stati liberali ripudiano
la violenza ma ne detengono il monopolio e la usano (il G8, gli interventi
militari non autorizzati in zone di guerra, le exstraordinary rendition,
Guantanamo). Gli esempi contraddittori sono molteplici e ciò suggerisce l’esistenza
di una ambiguità di fondo tale da rendere una larga parte di cittadini, ivi
inclusi i minori, contemporaneamente interni ed esterni ad un sistema di valori
e pratiche potenzialmente “devianti” (Dal Lago e Quadrelli 2003). Questa
tradizionale prossimità alla devianza – più precisamente questa estesa confidenza
della collettività con gli epifenomeni della devianza— rende la problematizzazione
di certi comportamenti sospetta. È possibile che queste pratiche, che oggi
sembrano costituire dei mali insopportabili, appena ieri non lo fossero? Oppure
è possibile che per secoli la società abbia recato con sé questi mali senza
accorgersene o avvertirne il peso insostenibile? Inoltre, è possibile che,
disfunzionali come si dice che siano, essi non abbiano già da tempo causato la
“fine delle società”?
Se
accettiamo queste premesse, allora comprendiamo come certi tipi di discorso
comune e professionale e, soprattutto, gli allarmi che da essi derivano, siano
da rigettare in una prospettiva scientifica. Ben pochi dei comportamenti menzionati
qui costituiscono infatti una novità e, per quanto possiamo concordare sulla
loro pericolosità e indesiderabilità, non possiamo fare a meno di notare come
essi siano imbrigliati dentro il sistema tradizionale e “normale” dei valori e
dei comportamenti. La loro antichità, il modo connaturato in cui hanno
accompagnato le generazioni, sia pure con forme e con “dispositivi tecnici”
differenti a loro disposizione (il frustino per cavalli di un ipotetico bullo
rurale di fine ottocento contrapposto all’odierno videotelefonino di un suo
equivalente contemporaneo) non testimoniano affatto la loro desiderabilità o
neutralità. Essi provano piuttosto che qualsiasi drammatizzazione di tipo
“mediatico-scientifico” – generata cioè dalle combinazioni di fattispecie,
parere degli esperti, risposta penale e trattamento giornalistico e televisivo
– è inopportuna dal punto di vista storico e genealogico. In particolare, le
ragioni di questa inopportunità giacciono nelle implicazioni “politiche” di
certe narrazioni. Queste infatti non si limitano a generare una insicurezza sociale
superflua – un fatto di per sé indesiderabile – ma producono spesso effetti
materiali: limitazioni delle libertà, diffusione di apparati di controllo
sempre più pervasivi, affrettate riforme del codice penale (in base ai criteri
dell’urgenza che permettono di evitare il confronto politico e la discussione
nelle aule parlamentari), interventi restrittivi sullo spazio urbano e sugli
spazi di socialità, stigmatizzazione di categorie deboli (per esempio, giovani
e immigrati).
Questo
processo, ad ogni modo, non è unicamente “politico”, interno cioè al mondo dei
decisori pubblici. Piuttosto è un processo che si fonda sulla convergenza tra
attori politici e soggetti responsabili della produzione di saperi e
conoscenza. Per esempio spesso, anche se non sempre, la stretta repressiva che
caratterizza la gestione dei centri storici cittadini si avvale della
consulenza di esperti criminologi. Le campagne mediatiche per la messa in
sicurezza – quelli che eufemisticamente chiamiamo dibattiti televisivi – si
avvalgono regolarmente di esperti di fama più o meno chiara in campo
psichiatrico o criminale. Malgrado il mondo scientifico lamenti spesso la sua
marginalità nei processi decisionali e per quanto i finanziamenti pubblici alla
ricerca sociale siano spesso limitati, la “scienza” interpreta un ruolo non
secondario nel determinare le svolte autoritarie. Non si tratta evidentemente
della scienza nei suoi grandi numeri – ossia della maggioranza dei ricercatori,
che sono in effetti marginali, autoreferenziali in senso luhmanniano, per lo
più esclusi dal mercato editoriale mainstream – ma di un gruppo
ristretto, e ciò nondimeno influente, di esperti commentatori.
Questa
saldatura tra sapere e politica, nuova non nella sua essenza, ma nelle modalità
mediatiche con cui si esprime, pone con forza alcune questioni etiche e, al
contempo, di politica della ricerca. In particolare, essa solleva la stringente
questione di una ricerca militante. Militante non senso di organica ad un
progetto o un partito politici, ma rispetto ai principi della scienza stessa e
al dovere dello scienziato di produrre “verità” relative a fatti. La scienza
sociale “pubblica” – chiamiamo convenzionalmente così la scienza dei salotti
televisivi – è di solito una scienza “folk” (Garfinkel 1974) che non
decostruisce i fatti, che fornisce materiale statistico grezzo e privo di
approfondimenti storici e qualitativi, che civetta con il senso comune dello
spettatore medio senza sforzarsi di capovolgerne la prospettiva e i falsi miti
che lo compongono. Tutto questo, dunque, rende stringente il bisogno che una
scienza di segno opposto – per il momento confinata nelle aule universitarie,
nei testi fatti per i colleghi e per i concorsi, negli spazi di discussione
indipendente quali forum e siti web per le scienze sociali – invada lo spazio
della comunicazione di massa. Vi è un bisogno, a questo punto civile ancor più
che scientifico, che la scienza sociale si riappropri di una vituperata
funzione illuministica. In altre parole, è ritornato il tempo di gettare luce
sulle coscienze e di riappropriarsi di un ruolo forse paternalistico ma tuttavia
necessario. Con questo non si intende affatto inseguire un ideale oggettivo di
verità. Vi sono pochi dubbi, infatti, che qualsiasi verità abbia una natura
costruita e implicitamente difettosa. Ciò non di meno, non è neanche possibile
credere che non esistano verità più esatte di altre. Probabilmente il momento
storico in cui viviamo, quella della predominanza mediatica nella produzione di
verità, richiama lo scienziato sociale impegnato nella produzione di conoscenza
indipendente verso un nuovo impegno inteso come parte integrante della propria
funzione professionale, che consista nell’affiancare al momento della ricerca
quello della comunicazione pubblica e della opposizione alle verità “folk”,
anche a rischio di inimicarsi parti politiche e di apparire sprovveduto.
Il
bullismo, con il suo carico di discorsi specializzati è un felice esempio del
processo di contaminazione scientifico-mediatico in corso ed un buon pretesto
per richiamare a questo nuovo impegno i molti sociologi critici che affollano
l’accademia italiana.
È
vero infatti che un clima allarmato genera spazi per la consulenza, per i
progetti scientifici e di intervento, limitando dunque l’angustia dei tempi e
delle scarse risorse a disposizione. Ma è pur vero che dinanzi alle svolte
autoritarie di questo nostro tempo, alle confusione di ruoli politici e alla
popolarità che certe misure draconiane in materia penale e di ordine pubblico
riscuotono a sinistra, gli scienziati sociali dovrebbero sentirsi chiamati ad
affrontare un dilemma solo apparentemente retorico: sopravvivere nella menzogna
rifiutandosi di riconoscere che il re è nudo oppure perseguire sino in fondo una
verità difficile da spiegare? Se la risposta al quesito fosse per caso la
seconda, sbrighiamoci: siamo ben oltre i tempi massimi!
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