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Creare un problema, pagare un esperto. Il caso del bullismo - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
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Creare un problema, pagare un esperto. Il caso esemplare del bullismo

1. Definizione del campo

Credo che l’agenda mediale svolga spesso un ruolo non secondario nel definire gli interessi di ricerca o la riflessione dei sociologi. Cittadini come chiunque altro, oltre che intellettuali di professione, questo genere di studiosi insegue spesso personali idiosincrasie o attrazioni quando decide di parlare di qualcosa. Probabilmente questo è il mio caso e alla luce di questa avvertenza occorre leggere il presente intervento.

Nello specifico, la mia idiosincrasia concerne un termine ed un fenomeno, il “bullismo”, che da un po’ di anni ritroviamo periodicamente e insistentemente tra le offerte mediatiche nazionali. Come è noto, con questa espressione si indicano i comportamenti anti-sociali di minori, adolescenti e giovani adulti in contesti per lo più scolastici, compiuti individualmente o in associazione con gruppi di pari, ai danni di coetanei oppure di altri soggetti caratterizzati da uno stato temporaneo o permanente di inferiorità e debolezza (Olweus 1996; Fonzi 1999).

Benché gli studi sul fenomeno (e il conseguente termine) siano comparsi sul finire degli anni ’70 nei paesi scandinavi (Olweus 1978), occorrerà attendere oltre un decennio per assistere alla sua diffusione nel panorama dell’informazione e nel linguaggio comune. Oggi possiamo infine parlare di una “popolarizzazione” del termine “bullismo” e possiamo notare come i comuni spettatori del paesaggio dei media e dell’informazione siano avveduti di cosa esso significhi e comporti. In particolare, a differenza di quanto accadeva negli anni in cui i primi pionieri di questi studi affrontavano il problema e tentavano di porlo all’attenzione dell’opinione pubblica, oggi i cittadini hanno la possibilità di “vedere” gli atti di bullismo, tramite Youtube, Google video e simili servizi disponibili su Internet per la visione di video “artigianali”. Questa opzione, impensabile nei decenni precedenti, ha reso il bullismo uno spettacolo, catartico o semplicemente angosciante a seconda del tipo di pubblico che l’osserva.

 

 

2. Processi di legittimazione

 

A partire dalla definizione di bullismo che ho riportato più su e dall’inquadramento mediatico-spettacolare che ho appena presentato, inizierò la mia disamina.

Fermandoci alla definizione sociologica di comportamento antisociale perpetrato da soggetti giovani ai danni di altri soggetti più deboli, notiamo immediatamente come il termine “bullismo” appaia in qualche modo superfluo. Il “campo” della ricerca e del discorso comune, infatti, non sembra per nulla differente da quello dei classici studi sociologici sullla devianza di Trasher (1927),  Cohen (1955), Matza (1964), Lemert (1966) e Merton (1968), per citare solo alcuni nomi. Seguendo la cronologia dei testi appena presentati possiamo notare come l’interesse verso i “comportamenti anti-sociali giovanili” si sia sviluppato in sociologia già a partire dagli anni ’20. E si noti che sono state deliberatamente omessi i giudizi di Seneca e quelli  dei “riformatori” settecenteschi e della scuola positiva dell’800, ossia dei “fisici sociali” inglesi e francesi che si preoccupavano della tendenza dei giovani inurbati verso il vizio, l’alcol, la delinquenza e la violenza.[1]

Cosa c’è dunque di nuovo nel bullismo, nel proliferare di ricerche sul problema e nell’attenzione dei media verso la violenza giovanile? Probabilmente questa attenzione costituisce uno dei segni dell’estensione dell’area di civilizzazione, per dirla con Elias (1982). Nello stesso tempo, può indicare il diffondersi di una nuova consapevolezza in materia di potere e discriminazione: il novero delle “vittime”, ovvero le definizioni esistenti del concetto di vittima, si fanno sempre più estese e comprendenti (Furedi 2005). Pur essendo questi elementi probabilmente presenti, non si può però ritenere che essi da soli bastino a spiegare l’attenzione che il fenomeno del bullismo riscuote in tutto il mondo. È infatti troppo poca la carica di novità che il fenomeno reca con sé. Esso è in qualche modo troppo tradizionale, troppo legato ai vissuti comuni delle differenti generazioni in differenti aree geografiche e soprattutto troppo repentino per poter essere spiegato unicamente in termini di processo di civilizzazione. Credo perciò che per interpretare le origini di questo successo bisogna porre il fenomeno in connessione  con la creazione di una nuova forma di sapere esperto, neanche molto originale nel discorso e nelle tecniche impiegate, ed intrecciare questo con i nuovi strumenti di comunicazione da una parte e il sistema del controllo sociale dall’altra.

Il sapere esperto è quello dei tecnici, dei manipolatori sociali impegnati “a mitigare il disagio” e immaginare forme di mediazione e ricomposizione del conflitto. Questo ruolo si svolge in un setting che è altamente professionalizzato, nel senso di integrato in un mercato della prestazione. Questo mercato, esattamente come ogni mercato delle merci e dei servizi, segue una logica di espansione e differenziazione (Sarfatti Larson 1996). Esso ha bisogno di dar vita a routine, creare campi di applicazione che diventino di tradizionale ed esclusiva competenza di un determinato genere di esperti. Ma ha anche bisogno di individuare nuovi settori di intervento, trovare nuovi inediti problemi oppure problematizzare l’esistente e le pratiche tradizionali, specie quelle correlate ai minori e all’infanzia (King 2004). Peraltro, esso progredisce attraverso la ricerca scientifica e universitaria e attraverso questa si legittima  agli occhi dell’opinione pubblica e, soprattutto, dei suoi “clienti”: le istituzioni pubbliche, la scuola, i ministeri (Freidson 2002). L’intreccio conseguente e successivo è quello che lo connette al sistema del controllo sociale, ampiamente descritto da Foucault (1998; 2000) e da Berger e Luckman (1969): definito un problema, si appuntano dei soggetti legittimati a trattarlo, in possesso di un “discorso” e di un apparato di tecniche che crea classi pericolose da individuare e trattare secondo i meccanismi della “diagnosi”, dell’“annichilimento” e della “terapia”.

L’ulteriore intreccio è quello che collega il mercato professionale “specialistico” ai mezzi di comunicazione vecchi e nuovi: Internet da un lato, i canovacci narrativi televisivi e giornalistici dall’altro. La natura dei media è ampiamente legittimante e “nomica”: funziona in coppia con l’altro tipo di legittimazione indicato più su, del sistema giuridico e di controllo. Nell’universo mediatizzato contemporaneo, del resto, è difficile che l’uno esista senza l’altro: il momento della rappresentazione diviene essenziale per l’accettazione generale del reale, ossia di ciò che precede il simulacro mediale (Debord 1997). Il processo della “legittimazione-attraverso- rappresentazione” agisce tramite:

-- la selezione di vicende eclatanti ed eccezionali da assumersi a norma comportamentale e statistica. In altri termini la creazione di “casi” a partire da elementi affabulativi impliciti. Ciò che serve è che nel caso di cronaca siano presenti elementi o relazioni che appartengano alla struttura della narrazione classica (quasi in senso propperiano oppure in quello “tragico” degli scrittori greci di teatro): il nemico interno, l’infedeltà dei sentimenti, la violenza verso una donna della comunità per opera di un barbaro, l’innocenza perduta del bambino, etc. 

-- la spettacolarizzazione, per mezzo della produzione di interviste “ai testimoni” che mettono al centro della narrazione gli elementi più grandguignoleschi e/o pietosi delle vicende presentate al pubblico;

-- la riproduzione e pubblicizzazione dell’“inguardabile” (ossia di filmati raccapriccianti) per mezzo della diffusione di link a siti web che ospitano immagini che feriscono la “sensibilità media” (il comune senso del pudore, in altri termini)  oppure la replica degli stessi materiali sui canali televisivi tradizionali;

-- le interviste agli esperti, generalmente piuttosto decisi sulla necessità di interventi tecnici per arginare i fenomeni in oggetto e preoccupati per l’attuale inadeguatezza mostrata dalle istituzioni.

 

Il meccanismo che determina questa produzione di legittimazione segue regole abbastanza stabili, da cui si deroga eccezionalmente.[2] Ciascun caso selezionato viene sviluppato dagli operatori dell’informazione e dagli esperti seguendo alcuni canovacci narrativi e discorsivi. Un elenco non esaustivo e puramente indicativo dovrebbe individuare il canovaccio della “madre assassina”, quello del “forestiero ladro o stupratore”, del “bambino rapito”, del “Franti malvagio”, e così via. Nel tempo, alcuni di questi canovacci narrativi si sono radicati, entrando  nella memoria, nell’immaginario e nel linguaggio collettivi. Per effetto del successo riscosso, infatti, alcuni casi di cronaca sostanzialmente uguali a tanti altri svoltisi nel tempo con modalità simili, ma tuttavia resi diversi dalla bravura narrativa dei registi (ovvero gli operatori dell’informazione) che li hanno rappresentati o dalla presenza di particolari dettagli, hanno finito col trasformarsi in “modelli”. Non soltanto modelli narrativi (per l’appunto dei canovacci) ma in dei pattern, cioè dei modi di guardare al mondo e di sviluppare aspettative. Questi modelli assumono nomi “volgari” e “clinici” (a volte differenti nomi clinici). Per restare all’esperienza italiana, un caso è quello della “madre di Cogne”. Il suo nome volgare è per l’appunto “madre di Cogne”; uno dei suoi nomi scientifici potrebbe essere “Sindrome di Munchausen per procura”[3] o quello più noto di “Sindrome Crepuscolare”.

Alcuni casi (o canovacci o modelli)  si pongono dunque al crocevia tra l’interesse “giuridico” delle corti, quello “popolare” del pubblico delle cronache e quello “scientifico” degli psichiatri. Per chiarire questo punto, basti pensare ad altri fenomeni emersi più o meno in concomitanza al bullismo: per esempio il “mobbing”, con il quale si definisce una gruppo esteso e molesto, teso a tiranneggiare gli individui negli ambienti di lavoro anziché nelle scuole, oppure al proliferare di sindromi e dipendenze (da Internet, dal cellulare, dal sesso, etc.) della cui esistenza apprendiamo dai giornali e, spesso, dalle aule dei tribunali e dagli esperti che lì si radunano. Ciascuna di queste forme di patologia, modalità vittimali e  dipendenze ha un rapporto strettissimo con la cronaca. Non che originino propriamente dalla cronaca oppure che gli psichiatri conino nomi scientifici e definizioni in seguito al fatto di cronaca. Piuttosto la cronaca e, spesso, i tribunali legittimano queste patologie presso il grande pubblico, rendendole note ad esso e soprattutto facendo scoprire a un gran numero di persone di essere malate, vittime di fatto o potenziali. Questa legittimazione è spesso il passo necessario alla diffusione di programmi per il trattamento e la prevenzione.

 

 

3. Retoriche del rischio e mercati professionali

 

In tutti questi casi, ciò che colpisce l’attenzione è la creazione di nuovi discorsi[4] e patologie che, al livello più triviale, evitano accuratamente il confronto con le tematiche del potere, della dipendenza “innata” dell’uomo da tutto ciò con cui entra in contatto (Arendt 1964; De Luca 1979), delle relazioni tra classi e della lotta per la visibilità, della questione del genere e delle immagini della mascolinità. Sostenendo questo non si intende negare l’esistenza dei problemi o l’inopportunità che certi comportamenti abbiano luogo, al di là della loro effettiva diffusione statistica.[5] Piuttosto si vuole sottolineare il fatto che il livello popolare delle discussioni, così come il discorso scientifico più divulgativo, non tengono in conto la diffusione storica di certi comportamenti e riducono il loro intervento ad un piano meramente particolaristico e situazionale. Proprio come notato da Foucault (1976), l’intervento correttivo è altamente individualizzato. Quando si cita l’“ambiente”, non lo si riesce ad immaginare ad un livello più esteso di quello familiare-nucleare, scolastico o del gruppo dei pari. In questo genere di discorso e tecniche, la riflessione pubblica degli operatori evita accuratamente  di confrontarsi con il livello superiore, ossia con il problema della ideologia del tempo, dei valori sottesi, della contraddizione tra livelli discorsivi (per esempio la retorica degli educatori contrapposta alle pratiche celebrate dai massimi creatori di legittimità, i media). Questa riflessione pubblica evita accuratamente tale confronto perché da esso emergerebbe più di una ragione per dubitare del senso di qualsiasi intervento locale e avrebbe, tra l’altro, un impatto sostanziale sulla creazione di nuovi posti di lavoro (progetti d’intervento, corsi di laurea o di formazione per operatori sociali e i relativi contratti di docenza, etc.). Questa condizione di impotenza “strutturale” da una parte e la necessità di moltiplicare gli spazi professionali della sicurezza dall’altra hanno partecipato a diffondere una retorica del rischio (Beck 2001) che pretende di mettere tutto in sicurezza, ma che in realtà controlla unicamente le variabili più triviali, gli epifenomeni, i sintomi ma non le cause (Pitch 2006). È tutto sommato molto più economico e realistico creare “mostri” e fingere di abbatterli che re-inventare la struttura. Bulli e devianti vari, al di là del processo di etichettamento (labeling) che pure meriterebbe una discussione, sono comunemente un riflesso solo lievemente distorto del sistema valoriale generale, “normale”. È infatti abbastanza plausibile che la categoria di “normale”, così come il suo contrario, sia meramente un fatto nominalistico e che solo pochi comportamenti sono “inventati” dai singoli attori sociali (Becker 1963; Berger e Luckmann 1969; Basaglia e Ongaro 1971; Kittrie 1973). L’azione, anche quella più solipsistica e irrazionale, si svolge sempre all’interno di un setting sociale ed è di volta in volta una conseguenza, una reazione o una variazione dagli schemi d’azione consolidati e comuni (Mead 1934; Goffman 1959; Garfinkel 1964).[6]

 

 

4. Conclusioni

 

In definitiva, quella che definiamo devianza non è che il riflesso di bisogni profondi e diffusi: il mercato della droga esiste per esempio in ragione di una domanda estesa di stupefacenti; la  prostituzione e il traffico di esseri umani si diffondono in ragione della richiesta da parte di soggetti “normali” di sesso mercenario. In maniera analoga, mentre la retorica ufficiale rigetta da un lato la violenza, dall’altro la celebra attraverso la catarsi mediatica e sportiva (i polizieschi, i film di karate, gli incontri di pugilato e lotta libera, etc.) oppure attraverso la legislazione (per esempio, la recente re-definizione del concetto di “legittima difesa” prodotta Italia o la legislazione americana sulle armi da fuoco). Inoltre, la pedofilia è molto temuta ma i bambini e gli adolescenti sono spesso  “adultizzati” e impiegati come icone “parasessuali” dalla pubblicità o nelle sfilate di mode.  Parimenti gli stati liberali ripudiano la violenza ma ne detengono il monopolio e la usano (il G8, gli interventi militari non autorizzati in zone di guerra, le exstraordinary rendition, Guantanamo). Gli esempi contraddittori sono molteplici e ciò suggerisce l’esistenza di una ambiguità di fondo tale da rendere una larga parte di cittadini, ivi inclusi i minori, contemporaneamente interni ed esterni ad un sistema di valori e pratiche potenzialmente “devianti” (Dal Lago e Quadrelli 2003). Questa tradizionale prossimità alla devianza – più precisamente questa estesa confidenza della collettività  con gli  epifenomeni della devianza— rende la problematizzazione di certi comportamenti sospetta. È possibile che queste pratiche, che oggi sembrano costituire dei mali insopportabili, appena ieri non lo fossero? Oppure è possibile che per secoli la società abbia recato con sé questi mali senza accorgersene o avvertirne il peso insostenibile? Inoltre, è possibile che, disfunzionali come si dice che siano,  essi non abbiano già da tempo causato la “fine delle società”?   

Se accettiamo queste premesse, allora comprendiamo come certi tipi di discorso comune e professionale e, soprattutto, gli allarmi che da essi derivano, siano da rigettare in una prospettiva scientifica. Ben pochi dei comportamenti menzionati qui costituiscono infatti una novità e, per quanto possiamo concordare sulla loro pericolosità e indesiderabilità, non possiamo fare a meno di notare come essi siano imbrigliati dentro il sistema tradizionale e “normale” dei valori e dei comportamenti. La loro antichità, il modo connaturato in cui hanno accompagnato le generazioni, sia pure con forme e con “dispositivi tecnici” differenti a loro disposizione (il frustino per cavalli di un ipotetico bullo rurale di fine ottocento contrapposto all’odierno videotelefonino  di un suo equivalente contemporaneo) non testimoniano affatto la loro desiderabilità o neutralità. Essi provano piuttosto che qualsiasi drammatizzazione di tipo “mediatico-scientifico” – generata cioè dalle combinazioni di fattispecie, parere degli esperti, risposta penale e trattamento giornalistico e televisivo – è inopportuna dal punto di vista storico e genealogico. In particolare, le ragioni di questa inopportunità giacciono nelle implicazioni “politiche” di certe narrazioni. Queste infatti non si limitano a generare una insicurezza sociale superflua – un fatto di per sé indesiderabile – ma producono spesso effetti materiali: limitazioni delle libertà, diffusione di apparati di controllo sempre più pervasivi, affrettate riforme del codice penale (in base ai criteri dell’urgenza che permettono di evitare il confronto politico e la discussione nelle aule parlamentari), interventi restrittivi sullo spazio urbano e sugli spazi di socialità, stigmatizzazione di categorie deboli (per esempio, giovani e immigrati).

Questo processo, ad ogni modo, non è unicamente “politico”, interno cioè al mondo dei decisori pubblici. Piuttosto è un processo che si fonda sulla convergenza tra attori politici  e soggetti responsabili della produzione di saperi e conoscenza. Per esempio spesso, anche se non sempre, la stretta repressiva che caratterizza la gestione dei centri storici cittadini si avvale della consulenza di esperti criminologi. Le campagne mediatiche per la messa in sicurezza – quelli che eufemisticamente chiamiamo dibattiti televisivi – si avvalgono regolarmente di esperti di fama più  o meno chiara in campo psichiatrico o criminale. Malgrado il mondo scientifico lamenti spesso la sua marginalità nei processi decisionali e per quanto i finanziamenti pubblici alla ricerca sociale siano spesso limitati, la “scienza” interpreta un ruolo non secondario nel determinare le svolte autoritarie. Non si tratta evidentemente della scienza nei suoi grandi numeri – ossia della maggioranza dei ricercatori, che sono in effetti marginali, autoreferenziali in senso luhmanniano, per lo più esclusi dal mercato editoriale mainstream – ma di un gruppo ristretto, e ciò nondimeno influente, di esperti commentatori.       

Questa saldatura tra sapere e politica, nuova non nella sua essenza, ma nelle modalità mediatiche con cui si esprime, pone con forza alcune questioni etiche e, al contempo, di politica della ricerca. In particolare, essa solleva la stringente questione di una ricerca militante. Militante non senso di organica ad un progetto o un partito politici, ma rispetto ai principi della scienza stessa e al dovere dello scienziato di  produrre “verità” relative a fatti. La scienza sociale “pubblica” – chiamiamo convenzionalmente così la scienza dei salotti televisivi – è di solito una scienza “folk” (Garfinkel 1974) che non decostruisce i fatti, che fornisce materiale statistico grezzo e privo di approfondimenti storici e qualitativi, che civetta con il senso comune dello spettatore medio senza sforzarsi di capovolgerne la prospettiva e i falsi miti che lo compongono. Tutto questo, dunque, rende stringente il bisogno che una scienza di segno opposto – per il momento confinata nelle aule universitarie, nei testi fatti per i colleghi e per i concorsi, negli spazi di discussione indipendente quali forum e siti web per le scienze sociali – invada lo spazio della comunicazione di massa. Vi è un bisogno, a questo punto civile ancor più che scientifico, che la scienza sociale si riappropri di una vituperata funzione illuministica. In altre parole, è ritornato il tempo di gettare luce sulle coscienze e di riappropriarsi di un ruolo forse paternalistico ma tuttavia necessario. Con questo non si intende affatto inseguire un ideale oggettivo di verità. Vi sono pochi dubbi, infatti, che qualsiasi verità abbia una natura costruita e implicitamente difettosa. Ciò non di meno, non è neanche possibile credere che non esistano verità più esatte di altre. Probabilmente il momento storico in cui viviamo, quella della predominanza mediatica nella produzione di verità, richiama lo scienziato sociale impegnato nella produzione di conoscenza indipendente verso un nuovo impegno inteso come parte integrante della propria funzione professionale, che consista nell’affiancare al momento della ricerca quello della comunicazione pubblica e della opposizione alle verità “folk”, anche a rischio di inimicarsi parti politiche e di apparire sprovveduto.

Il bullismo, con il suo carico di discorsi specializzati è un felice esempio del processo di contaminazione scientifico-mediatico in corso ed un buon pretesto per richiamare a questo nuovo impegno i molti sociologi critici che affollano l’accademia italiana.     

È vero infatti che un clima allarmato genera spazi per la consulenza, per i progetti scientifici e di intervento, limitando dunque l’angustia dei tempi e delle scarse risorse a disposizione. Ma è pur vero che dinanzi alle svolte autoritarie di questo nostro tempo, alle confusione di ruoli politici e alla popolarità che certe misure draconiane in materia penale e di ordine pubblico riscuotono a sinistra, gli scienziati sociali dovrebbero sentirsi chiamati ad affrontare un dilemma solo apparentemente retorico: sopravvivere nella menzogna rifiutandosi di riconoscere che il re è nudo oppure perseguire sino in fondo una verità difficile da spiegare? Se la risposta al quesito fosse per caso la seconda, sbrighiamoci: siamo ben oltre i tempi massimi!      

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

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[1] Circa Seneca e gli allarmi nell’antica Roma, cfr. Krause (2006). Per epoche più vicine, si pensi ancora a Bentham che definiva i bambini “persone di mente malata” privi dell’autodisciplina necessaria a controllare le proprie passioni secondo i dettami della ragione; oppure al “Comitato sulla criminalità nelle campagne” nell’Inghilterra degli anni venti dell’800, impegnato a raccomandare intransigenza nei confronti dei minori (Ignatieff 1982). Inoltre si faccia mente locale su vecchie pellicole cinematografiche come Gioventù bruciata, La rabbia giovane, The Outsiders, che, sebbene critiche verso le costruzioni correnti della gioventù, traggono comunque ispirazione dalle retoriche del rischio comunissime già a partire dagli anni cinquanta. Sin dagli inizi dalla prima modernità, non esiste praticamente stagione in cui l’infanzia e l’adolescenza non vengano trattate alla luce dei paradigmi del rischio, della violenza, dell’indolenza (Furedi 2001; King 2004). Gli ultimi due decenni, poi, sono stati caratterizzati dal proliferare delle agenzie, delle tecnologie e dei soggetti incaricati di vigilare sulla gioventù: dai dispositivi radio da installare nelle camerette dei bambini sino alle telecamere nelle scuole, passando per le corti minorili, le commissioni parlamentari sui problemi dei minori nominate da vari paesi, l’importanza assunta dagli specialisti dell’infanzia, senza dimenticare ovviamente gli psicofarmaci  e i test anti-droga (Parenti 2003).   

[2] Per una analisi più accurata sul contributo dei media nella diffusione di una percezione generalizzata del rischio, v. Kasperson e Kasperson (1996).

[3] Una controversa definizione psichiatrica che riguarda le madri che simulano o provocano malattie nei figli allo scopo di attrarre su di sé l’attenzione degli altri. Cfr. Meadow (1977)

[4] Per una ricostruzione di questi discorsi rinvio a Furedi (2005). In particolare, sono interessanti le notazioni dell’autore relative alla diffusione di una “identità vittimistica”. Nei discorsi scientifico e comune il termine vittima finisce con l’includere fattispecie tra loro tanto differenti da smarrire qualsiasi significato. Nel caso inglese, l’impiego polisemico di questo concetto si rinviene per la prima volta negli anni sessanta e può essere associato all’attivismo degli ordini e delle lobby professionali giuridiche impegnate a far emanare il “Criminal Injuries Compensation Scheme” (1964). Da allora, in Inghilterra come in Europa e negli Stati Uniti, si è assistito al proliferare di associazioni impegnate a compensare le vittime di una enormità di fenomeni (dalla circoncisione alle violenze domestiche)  e al moltiplicarsi di patologie (dalla dipendenza sessuale al “Sibling Assault” (la violenza ad opera di fratelli maggiori).  È importante notare come  da un punto di vista valoriale, tale tendenza abbia l’effetto di ridurre la fiducia degli individui nella possibilità di poter risolvere autonomamente vuoti e traumi interiori. Ciò che prima veniva considerato parte del normale processo di crescita (fare autonomamente i conti con il dolore), viene ora considerato inopportuno e problematico. Secondo l’ ”industria dell’abuso”, per usare la felice espressione di Furedi, il fatto di voler affrontare da soli certe ferite dell’anima oppure le difficoltà a interagire con l’ambiente può essere facilmente interpretato come un problema e una patologia.      

[5] Un numero certamente “oscuro”, se si tengono in conto le vicende non riportate per paura, scetticismo negli esiti di un intervento giudiziario oppure per la convinzione delle autorità scolastiche o dei genitori delle vittime della inopportunità di intraprendere azioni istituzionali (non a caso, uno dei problemi lamentati dagli operatori “interventisti” è la tendenza degli adulti ad affrontare il fenomeno del bullismo dentro il paradigma della normale conflittualità tra minori). Inoltre vi sono a mio avviso delle difficoltà “tecniche” di definizione. I reati “strumentali” commessi da adolescenti ai danni di coetanei (ad esempio per impadronirsi di un riproduttore digitale di musica, di un ciclomotore o di denaro), vanno annoverati sotto la voce “bullismo” oppure vanno trattati all’interno di un paradigma “classico” della deprivazione e della delinquenza giovanile?

[6] A proposito di teoria dell’azione, si veda inoltre la recente rassegna di Goldthorpe (2007).

Formato per la citazione:
Pietro Saitta, "Creare un problema, pagare un esperto. Il caso del bullismo", terrelibere.org, 11 ottobre 2008, http://www.terrelibere.org/doc/creare-un-problema-pagare-un-esperto-il-caso-del-bullismo