Progetti di cooperazione internazionale e strategie paramilitari
nel Magdalena Medio, Colombia
Cooperazione
e interventi umanitari sono sempre più strumenti delle politiche di dominio
degli Stati e degli organismi finanziari internazionali. Nel Magdalena Medio,
dove è più violento il conflitto colombiano, numerosi progetti di
organizzazioni non governative, finanziati da Stati Uniti ed Unione europea, si
incrociano con gli interessi dei gruppi paramilitari, responsabili di inaudite
violazioni dei diritti umani.
Filippo Nuzzi
Prefazione
Il linguaggio
umanitario e il lamento per l'orrore del presente, se non divengono pratiche
concrete di rifiuto della guerra, corrono il serio rischio di fungere da
modalità politicamente corretta di abitare lo stato di guerra e di convivere
con i suoi disegni di morte. In tal senso l'umanitarismo astratto (e
moralista) è uno dei discorsi dell'impero.
Collettivo situaciones
Questo lavoro nasce
lontano dalle aule universitarie e pertanto questo dato determinerà il valore
dell'elaborato nel bene e nel male. La ricerca muove innanzitutto da una
semplice constatazione: il mondo della cooperazione internazionale e
dell'intervento umanitario è sempre più crocevia di interessi che vanno ben
oltre i suoi orizzonti e che chiamano in causa trasformazioni profonde avvenute
negli ultimi anni all'interno del nuovo panorama delle relazioni
internazionali. Le pratiche della cooperazione e dell'intervento umanitario
devono obbligatoriamente fare i conti con queste trasformazioni, anzi per molti
versi ne sono travolte. Ciononostante pare che il dibattito in merito a questo
nuovo orizzonte stenti a decollare. Tale difficoltà tra l'altro è dovuta
all'ostracismo proprio degli operatori del settore ed alla cappa di silenzio e
segretezza che paradossalmente avvolge molti aspetti di queste attività. Paradosso evidente, vedremo, se si tiene in
considerazione che gli attori della cooperazione dovrebbero essere tra i
soggetti più trasparenti proprio per il ruolo che ricoprono e le delicate relazioni
che tessono.
Cercheremo di mettere in evidenza
come il nuovo e moderno ruolo delle agenzie di cooperazione fa immediatamente i
conti con le trasformazioni della guerra e l'utilizzo da parte dei dispositivi
bellici di armi che eccedono la loro forma classica e convenzionale per
moltiplicarsi ed assumere un numero illimitato di forme e combinazioni. Tra
queste non lesinano il connubio con l'intervento di cooperazione ed umanitario, anzi vedremo come tale relazione va ben al di
là di un utilizzo strumentale degli apparati bellici dell'attività di
intervento umanitario per chiamare in causa, in modo strategico, le forme
dell'organizzazione dei soggetti che agiscono ed attraversano i contesti
globali.
Un supporto teorico a questa tesi
sarà dato dagli studi di quei ricercatori che hanno prodotto in modo organico e
strutturato un'analisi
di tali trasformazioni. È il caso dello studioso Sami Makki che analizza i mutamenti e le
pressioni che subiscono le agenzie e gli attori del mondo della cooperazione da
parte dei protagonisti delle guerre contemporanee e più in generale Makki
spiega le relazioni strette che intercorrono tra l'intervento umanitario e le
trasformazioni profonde dell'organizzazione sociale. Per Makki la
militarizzazione dell'intervento umanitario (che vedremo comporta gravi
problemi di sicurezza per gli attori umanitari) è frutto di una mutata
concezione dell'intervento bellico all'interno del quadro della lotta al
terrorismo. Faremo, come Sami Makki riferimento agli analisti della RAND (l'acronimo
sta per Research and
Development. È una
agenzia che si occupa, dalla fine della seconda guerra mondiale, di svolgere
attività di analisi in materia di strategia economica e militare per il governo
e l'esercito statunitense) che prevedono una riorganizzazione della condotta
bellica partendo da quelle forme del conflitto in rete (netwar) adottate in
prima battuta dagli oppositori (molto differenti tra loro se non antitetici)
dell'ordine globale.
Faremo inoltre come Makki sempre
riferimento agli strateghi della RAND per quanto riguarda il concetto da loro
coniato di noopolitic (politica dell'informazione, della conoscenza), strumento
utile alla produzione di consenso e ordine. Analizzando la questione vedremo
come ciò produce un ripensamento non solo delle forme della guerra, ma più in
generale una interrelazione profonda tra apparati militari, interessi
commerciali, attori della società civile e compagnie di sicurezza privata.
Avviene cioè quello che Makki chiama “processus interagens” ovvero un grado di
relazione forte e profonda tra strutture militari e civili, governative e non
governative che veicolano in modo differente e complesso ma complementare,
gerarchico e disciplinato, un unico corpo di valori utili a perseguire
obiettivi comuni.
Il lavoro incontra un primo nodo di analisi nel ruolo e nelle forme che la cooperazione e l'assistenza umanitaria assumono durante gli anni
settanta. Periodo chiave in quanto alcuni organismi internazionali nati alla
fine della seconda guerra mondiale per disciplinare parte della complessa
scacchiera delle relazioni internazionali assumono in questo periodo un ruolo
molto più importante e protagonista, condizionando ed in parte normando
l'attività di cooperazione. Vedremo come la globalizzazione delle relazioni politico-economiche
e quindi il carattere globale che assumono le crisi locali provoca, tra
l'altro, la perdita tendenziale di potere degli Stati-Nazione, ciò produce la
cessione di sempre maggiori porzioni di sovranità verso altri soggetti con il
conseguente passaggio ad essi di competenze fondamentali. Tra queste la
funzione di produttore e distributore di welfare da sempre appannaggio esclusivo dello Stato. Uno degli
obiettivi che si pone la mia tesi è illustrare come queste organizzazioni
umanitarie rispondano all’esigenza di una nuova produzione di welfare privato nei territori dove,
per cause diverse, l’assistenza sociale non è più praticabile dal vecchio
modello dello Stato-Nazione. Ciò avviene con un totale smantellamento del
concetto di res
publica. Inoltre
i soggetti che praticano questi interventi si strutturano come organizzazioni
sempre più grandi e complesse. Si stanno sviluppando delle vere e proprie
multinazionali dell’umanitario finanziate per lo più da organismi sovra-nazionali: i parametri di indirizzo di questi
finanziamenti sono per lo più costruiti sul grado di emergenza riscontrato di
volta in volta nei territori in cui si opera e dettati da interessi precisi dei
finanziatori. La combinazione di questi fattori porta ad una specializzazione
dell’intervento “just in time” e ad un’assimilazione dei caratteri peculiari
dell'economica aziendale. In molti casi ciò produce la devalorizzazione dei
contesti locali.
Uno dei nodi fondamentali che proveremo a dipanare sarà la
combinazione tra l'intervento umanitario delle agenzie moderne di cooperazione
internazionale ed i conflitti che drammaticamente si consumeranno dopo la
caduta del blocco sovietico. Vedremo come il lavoro di cooperazione subirà
sempre maggiori pressioni da parte della macchina bellica contemporanea che
tenterà di sussumerne il lavoro per i suoi fini.
Inoltre l'attività della cooperazione e più in genere del
volontariato sociale si trova ormai posta di fronte a bivi drammatici anche
nelle periferie dei nostri territori. Questo
lavoro prende spunto dalla constatazione
che organizzazioni nate con fini sociali ed umanitari in questo momento vengono
utilizzate, per esempio, per la gestione dei Centri di Permanenza Temporanea
(CPT) per migranti; luoghi ormai definiti da più parti come veri e propri
insulti alla tradizione del diritto della Repubblica e come carceri etniche
dove vengono rinchiusi migranti privi di permesso di soggiorno senza tuttavia
aver commesso alcun crimine; centri per questo considerati un'aberrazione umana
e giuridica e ciononostante gestiti da agenzie umanitarie come la Croce Rossa o
la Misericordia. La critica verso queste agenzie umanitarie ed il loro ruolo
(argomento peraltro non trattato in questa tesi incentrata sulla cooperazione
“oltre frontiera”) ha costituito una delle ragioni pratiche che ha mosso
l'inizio di questo lavoro. Come altresì la riflessione sulle ONG embedded cioè al servizio delle truppe di
occupazione come uniche agenzie aventi la possibilità, oggi, di entrare in
molti teatri di guerra ed il conseguente divieto verso tutte le altre forme di
intervento non colluso
con truppe di occupazione. Divieto agito anche in modo drammatico come dimostra la storia recente
dell'occupazione nordamericana in Iraq.
La natura stessa di questo lavoro impone che venga
ristretto il campo di indagine e che venga data priorità ad alcuni interventi e
ad alcune storie rispetto ad altre. Sono stati scelti esempi soggettivi basati
in molti casi su una sperimentazione ed una osservazione diretta dei fenomeni
trascendendo la mera pratica accademica. Esempi a mio avviso paradigmatici in quanto si tratta di narrazioni che
individuano dei punti nodali nell'intreccio tra i mondi della cooperazione e
della guerra. È il caso del primo capitolo di
questo lavoro, capitolo in cui cerco di chiarificare, attraverso esempi
concreti, la relazione sempre più stretta che è andata via via sviluppandosi
dagli anni novanta del secolo passato in poi, tra il mondo dell'intervento
umanitario e le nuove forme e regole dell'intervento bellico. Dentro questa
cornice assume centralità l'intervento italiano nella guerra del Kosovo sia
nella sua parte militare quanto e soprattutto nella gestione umanitaria della
guerra tramite la “Missione Arcobaleno”.
Per altri motivi mi sembra altrettanto paradigmatica
l'analisi e la critica dell'intervento europeo tramite mirati interventi di
sviluppo in America Latina ed in particolare in Colombia. La trattazione del tema muoverà da una narrazione della
storia recente colombiana soffermandosi su quei punti che maggiormente possono
essere utili
all'economia della tesi. Analizzerò
il contesto regionale all'interno del quale vengono sviluppati questi piani
(regione del Magdalena Medio di Colombia) nella sua natura storica, politica,
socio-economica e proverò a confrontare i progetti di sviluppo della Unione
Europea con altri piani di intervento e con altre agenzie di cooperazione
internazionale. In particolare con i piani di sviluppo che gli Stati Uniti
affiancano ai piani di intervento bellico nella regione e con ONG le cui
modalità di lavoro incrociano oggettivamente gli interessi delle organizzazioni
paramilitari presenti su territorio colombiano (organizzazioni di cui
tratteremo abbondantemente in questo lavoro per la centralità della loro
posizione all'interno dell'impianto di questa tesi). Il confronto servirà tra
l'altro a sottolineare la complessità dell'intervento europeo, sicuramente
molto più equilibrato, per esempio rispetto alle attività della “componente
sociale del Plan Colombia” statunitense, ma allo stesso tempo per evidenziare i
punti limite delle forme di una cooperazione internazionale costruita su scala
tanto vasta da trascinare con sé interessi e modalità di intervento altrettanto
invadenti.
Capitolo 1
L'ORDINE
GLOBALE
Colui che vuol fare del bene ad un altro deve farlo nei
Minuti Particolari; il Bene Generale è la scusa del furfante, dell'ipocrita e
dell'adulatore
William Blake
Il capitale non crea nulla,
recupera tutto
Luther Blisset
L'oggetto di questa ricerca è il mondo della cooperazione internazionale. Lo scopo è analizzare
lo sviluppo della cooperazione internazionale e dell'aiuto umanitario negli
ultimi anni. Per fare ciò, l'intervento umanitario deve essere immediatamente,
obbligatoriamente, inquadrato e posto in relazione con i nuovi assetti del
panorama globale contemporaneo.
A tal fine ci serviremo come
paradigma di analisi delle trasformazioni attuali, del concetto di “impero”
come è stato elaborato nel lavoro di Michael Hardt e Antonio Negri[1].
Per i due studiosi l'impero è la cornice dei nuovi assetti
globali,
“non stabilisce alcun centro di
potere e non poggia su confini e barriere fisse ma costituisce un apparato di
potere decentrato deterritorializzante che progressivamente incorpora l’intero
spazio mondiale all’interno delle sue barriere aperte e in continua espansione”[2].
“anche i più potenti fra gli
stati-nazione non possono più essere considerati come le supreme autorità
sovrane non solo all'esterno, ma neppure all'interno dei propri confini”[3].
Stiamo parlando di una tendenza verso la quale si spingono
i processi mondiali della globalizzazione. Anche le pratiche di resistenza alla
globalizzazione neoliberista
agiscono sempre su scala globale, sono anzi queste che “battono il
tempo” intimo e vitale delle trasformazioni reali producendo flussi di
comunicazione, di saperi, di conoscenze e di relazione. Contemporaneamente
assistiamo a perenni tentativi dei nuovi organismi di controllo e dominio
globale di bloccare, sussumere, recuperare i progetti di solidarietà, di liberazione,
di cooperazione degli uomini. Ed è proprio su questo particolare aspetto che si
soffermerà la mia riflessione.
Il mondo dell'assistenza sociale diffusa è perennemente in
crescita in quanto è uno degli attori principali della terziarizzazione di quei
servizi sociali di welfare classico come abbiamo imparato a conoscerlo lungo
tutta la seconda metà del XX secolo: intendo tutti quei servizi di assistenza e
tutti quegli erogatori di cura che hanno affiancato le strutture dei vecchi
servizi assistenziali dello stato-nazione. Queste organizzazioni hanno alle
spalle una storia secolare: per esempio le organizzazioni caritatevoli delle
“Misericordie” vengono fondate già nel XIII secolo con lo scopo di assistere
poveri e malati. Così come nel XV secolo nasce, con le stesse finalità, il
“Monte di Pietà” in Toscana e le “Charities” in Inghilterra. Ed è nel XIX
secolo che, in Europa, le organizzazioni di soccorso e solidarietà iniziano la
loro crescita esponenziale, legandosi alle associazioni cattoliche, socialiste,
comuniste e libertarie: si pensi, per esempio, alle società di mutuo soccorso,
alle cooperative dei lavoratori, ai fondi di solidarietà. È proprio nell'800,
sotto la spinta del nascente movimento operaio e con il trasformarsi delle
organizzazioni cattoliche, che si affermano le due maggiori correnti - quella cattolica e quella socialista - di strutture organizzate che si pongono, con
obiettivi differenti, il problema dell'assistenza sociale verso i bisognosi.
A questi due filoni vanno aggiunte le organizzazioni filantropiche delle élites illuminate: esponenti di grandi
famiglie che proseguono la tradizione del mecenatismo medioevale fondando
strutture di assistenza e carità.
Questi filoni dell'associazionismo affiancheranno il
lavoro dello stato sociale lungo tutto il XX secolo, arrivando fino agli anni
'70, quando tali organizzazioni inizieranno progressivamente a sostituirsi, di
fatto, allo stato-nazione nei suoi compiti di cura, modificandone, per la loro
stessa essenza, la produzione di assistenza.
Le moderne strutture di solidarietà e cooperazione nascono
infine, nella loro versione moderna, durante gli anni ’70 sotto l’influenza del
rinnovamento della tradizione cattolica di assistenza ed evangelizzazione e
sotto la spinta dei movimenti sociali, di genere, di solidarietà
internazionale, di liberazione. Questi nuovi attori sconvolgono l'idea stessa
di intervento solidale: uomini e donne formati nei picchetti operai, nella difesa
delle occupazioni, riconoscono le loro lotte come parte di un'esigenza più
vasta di liberazione, iniziano ad organizzarsi con strumenti di solidarietà via
via sempre più efficaci dandosi come obiettivo strategico l'utilizzo politico
del lavoro di intervento sociale. Scrivono Hardt e Negri:
“Le forze rivoluzionarie non hanno
mai smesso di produrre delle articolazioni sempre più solide tra il politico ed
il sociale, per esempio tra la lotta di liberazione anticoloniale e la lotta di
classe anticapitalistica”[4]
Anche i progetti di solidarietà internazionale nella loro
forma moderna iniziano a nascere in questo periodo e possono essere considerati
una ricombinazione in chiave internazionalista ed una trasformazione delle
vecchie idee e delle vecchie strutture sociali e civiche di solidarietà
internazionale.
A partire dal periodo considerato, il modificarsi
sostanziale del panorama internazionale e la trasformazione profonda della
soggettività generata dalle lotte sociali producono un cambio netto dei
paradigmi delle attività della solidarietà nazionale ed internazionale. Le profonde
trasformazioni di un mondo sempre più connesso globalmente spingono verso la
solidarietà con i paesi del sud del mondo. La divisione del mondo in paesi a
regime capitalista ed in paesi del blocco socialista avvicinava e appassionava
le lotte, le rendeva immediatamente connesse: se le resistenze antimperialiste,
dall'America Latina all'Indocina, furono prima ammirate con trepidazione dai
movimenti sociali occidentali, il passaggio successivo fu quello di legare
teoricamente e praticamente le lotte.
Numerosi gruppi insorgenti occidentali ripresero strategie
e tecniche della guerriglia, adeguandole alle realtà urbane occidentali:
“La guerriglia urbana giunse a
sviluppare una conoscenza capillare del territorio, in modo che i gruppi
potessero riunirsi in qualsiasi momento per attaccare e, quindi, disperdersi
nuovamente per sparire nei recessi della metropoli”[5].
Non è un caso se proprio in questo periodo nascono le
prime organizzazioni non governative con fini di assistenza e solidarietà
internazionale. Queste organizzazioni maturano una prospettiva di lavoro
fortemente etica. Osserviamo per esempio la nascita del CESTAS (Centro di
Educazione Sanitaria e Tecnologie Appropriate Sanitarie). Questa ONG nasce nel 1979 con
l'obiettivo di formare personale finalizzato all'educazione sanitaria nei paesi
in via di sviluppo.
“L'educazione sanitaria
rappresentava il coinvolgimento delle popolazioni che è il punto focale per
qualsiasi sviluppo, perché imporre delle regole alle persone senza che ne siano
convinte non serve a niente; per cui ci vuole un dialogo e dialogo vuol dire
che parlano le due parti e non una sola come viene fatto in moltissimi progetti
che la popolazione accetta come accetta la pioggia, come accetta il sole”[6].
Questo lavoro legato alla formazione di personale medico
va avanti per circa tre anni, fino al 1981 quando l’organizzazione inizia a
finalizzare i primi progetti di intervento sanitario diretto nei campi profughi
del Popolo Saharawi: interventi oculistici, pediatrici e ginecologici. Queste
iniziative sono prive di finanziamenti esterni fino al 1986:
“Dopo sette anni di attività
abbiamo avuto il primo progetto finanziato dal Ministero degli Esteri. C'era un
grosso progetto in Etiopia nel Lago Tana, per la costruzione di una diga, impianti
di irrigazione ecc. Ed era prevista la costruzione di un ospedale e di numerosi
ambulatori. Noi preparammo il programma sanitario. Fu un grosso lavoro, un
progetto molto ben fatto.
Il progetto fu presentato, ma fu amputato, per fortuna nostra, perché furono
preferiti altri (...) raccomandati politici, che poi copiarono in parte il
nostro progetto e lo eseguirono molto male. E a noi lasciarono un piccolo
progetto sanitario nel Wollo, per rafforzare l'attività sanitaria in due
villaggi, due piccoli centri sanitari sperduti nelle montagne dove abbiamo
lavorato per quasi due anni.”[7]
Dunque nella metà degli anni ’80 inizia il primo afflusso
di denaro pubblico verso le ONG e con esso sorgono anche nuove forme di
corruzione. I medici del CESTAS crescono nella loro organizzazione che ormai è
impegnata in svariati progetti in Guinea, Benin, Angola, ma anche in altri
continenti: in Cile, per esempio, l’organizzazione costruisce un
poliambulatorio sanitario oggi gestito da medici locali. Inoltre la maturità raggiunta
da tale struttura porta ad una progressiva diversificazione dei progetti, che
vanno adesso oltre il
campo sanitario provocando
tuttavia ancora ricadute in questo settore.
Ad oggi il CESTAS lavora in quindici paesi distribuiti su
tre continenti[8].
Come il CESTAS tante altre organizzazioni nasceranno in
quel periodo, in un primo tempo contando soprattutto sull'autofinanziamento,
per poi ampliare le proprie possibilità d'azione grazie ad una gamma sempre più
vasta di finanziamenti, collaborazioni con le università, possibilità di forti
sgravi fiscali ed utilizzo nei lavori di base degli obiettori di coscienza.
Se è vero che questa organizzazione bolognese ha dovuto
aspettare sette anni prima di poter avere un accesso a fondi statali, è anche
vero che una normazione in materia di assistenza medica internazionale inizia
ad essere strutturata fin dal primo anno di nascita di questa stessa ONG. Sarà
infatti dagli anni '70 che l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)
inizierà a diffondere un nuovo approccio nel modo di intendere la salute e
l'assistenza sanitaria internazionale[9]. Tale impostazione verrà
delineata nel programma della conferenza di Alma-Ata del 1978 dal titolo
“Health For All” (salute per tutti)[10] ed avrà come orizzonte l'equità
d'accesso ai servizi sanitari sia per quanto riguarda la cura che la
prevenzione, senza distinzione di nazionalità, età, etnia, sesso[11]. La Conferenza di Alma Ata identificò la Primary
Health Care (PHC)[12] come lo strumento principale per
il raggiungimento di questi obiettivi.[13]
Questa utopia durò non più di un anno: nella seguente
conferenza sulla sanità mondiale, infatti, sotto la pressione delle
organizzazioni finanziatrici, tra loro lo USAID (United States Agency for
International Assistance, l'agenzia degli U.S.A. per la cooperazione
internazionale), l'UNICEF, fondazioni come la Rockefeller e la Ford
Foundations, la Banca Mondiale e l'OCSE, venne demolita l'impostazione
egualitaria ed orizzontale che avrebbe dovuto guidare le politiche di
intervento in materia. Vi è un ritorno ai criteri di costo ed efficienza che
privilegia i finanziamenti per programmi di assistenza verticale anziché di
autosviluppo (auto-empowerement) nonché
il rafforzamento equilibrato e bilanciato dei sistemi sanitari.[14]
Questo allontanamento dalle strategie egualitarie si
riflettette subito sulle appena nate organizzazioni non governative. Quasi
contemporaneamente alla nascita su vasta scala delle ONG, si pone il problema
per le centrali di produzione e di direzione normativa ed economica internazionale
di veicolare le politiche di erogazione di servizi delle organizzazioni non
governative. Problema che viene risolto finanziando ed incoraggiando le ONG a
diventare managed
care, cioè
organizzazioni che utilizzano parametri di crescita che solitamente
contraddistinguono il mondo dell'economia: capacity building, target groups, assessment,
training on sustainability, accountability, social risk management diventano parole d'ordine non
solo delle imprese for-profit, ma anche delle organizzazioni sociali.
La trasformazione non riguarda meramente la sfera
economica - introducendo anche per gli
organismi delegati alla cooperazione ed all'assistenza umanitaria parametri
fondati sul rapporto costi-benefici -,
ma contribuirà e sarà parte integrante di un cambio profondo degli equilibri
mondiali avvenuti alla fine degli anni ’80. Donald Duffield[15] osserva come, alla caduta dei
paesi del blocco socialista, gli stati occidentali abbiano mutato l'idea di
sicurezza e dominio rispetto ai sud del mondo, ponendola in relazione ad una
politicizzazione degli interventi umanitari, costruendo un “tandem” tra
intervento armato ed umanitario (Civil-military Cooperation CIMIC) nelle aree
instabili del pianeta, al fine di controllarle militarmente, introdurre
comportamenti e valori occidentali ed aumentarne la dipendenza dall'occidente.
Altro compito importante che gli organismi eredi della
fine della guerra fredda sembrano voler attuare è la depoliticizzazione delle
questioni legate allo sviluppo. Mentre le organizzazioni non governative
nascono per effettuare una forma materiale di solidarietà da questo momento
corrono il rischio di tornare ad essere, come nella prima epoca dei viaggi dei
missionari cristiani, uno strumento per slegare il soccorso dalla ricerca delle
cause politiche della povertà e della miseria e per essere, appunto, uno
strumento di nuova “evangelizzazione” degli ideali neoliberali.
Durante la guerra fredda i sud del mondo erano considerati
dalle due superpotenze come aree composte da stati sovrani deboli e facilmente
ricattabili, ma con cui venire a patti. L'arma migliore per fare ciò era
costituita dalle strategie militari, dal supporto all'economia dei paesi del
proprio blocco geopolitico e dall'intervento “coperto” tramite i tanti
strumenti dell'intelligence per destabilizzare gli equilibri dei paesi del sud
appartenenti alle fila del blocco avversario. Con il crollo dei paesi
socialisti e dello scacchiere simmetrico del bipolarismo,[16] con l'avvento della guida unilaterale del mondo i sud del mondo diventano
“borderlands, aree marginali in
cui regna la povertà, violenza, avidità e corruzione”[17].
Questo passaggio è iscritto in una trasformazione
complessiva del terzo settore[18]. Alla fine degli anni ’90, gli
Stati Uniti sono ancora una volta pionieri con un terziario che conta 1,4
milioni di organizzazioni per un ammontare di quasi 10 milioni di occupati in
questo campo (quasi il 7% del totale della forza lavoro retribuita). Nello
stesso decennio, l'Europa segue questa tendenza con una media di persone
retribuite in questo campo del 4% rispetto al totale degli occupati. Questa
tendenza alla crescita è data dal fatto che il terzo settore assume compiti
fondamentali dello stato come l'assistenza sociale e la cura. Le ONG, come
vedremo, si inscrivono allo stesso modo in una logica di privatizzazione dei
servizi ed il loro lavoro assume un valore aggiunto dato dalla loro prerogativa
di intervento internazionale.
In altre parole, il “no-profit” persegue sempre più le
logiche delle imprese “for-profit”[19].
1.1 Gli anni '90, la cooperazione
internazionale e le nuove guerre
“Quando Gordana fu bombardata
dalla NATO improvvisamente ebbi la sensazione che forse stavo dalla parte
sbagliata”.
Tony Vaux manager dell'ONG Oxfam
Le agenzie umanitarie non sono
intervenute solo per rispondere alle emergenze; il loro operato ha piuttosto
assunto il carattere di una permanenza volta alla ricostruzione sociale e
istituzionale.
Donal Duffield
Negli anni '90, il mondo della cooperazione internazionale
è ormai variegatissimo, composto da piccole e piccolissime organizzazioni che
lavorano su territori specifici, progetti particolari e con personale formato e
specializzato in
loco e per anni
ma anche da “multinazionali dell'umanitario” con fatturati da decine di
miliardi che intervengono nei campi più disparati (dalla protezione ambientale
allo sminamento dei terreni, passando per la lotta all'AIDS). Ci informa Giulio
Marcon, (fino a poco tempo fa presidente dell'ICS Consorzio Italiano di
Solidarietà) che ormai viene veicolato tramite il lavoro delle ONG più del 65%
degli aiuti mondiali[20].
All'interno delle ong diventa
sempre più importante la figura del fund raiser: “persone
dinamiche,
che possano cogliere i tratti essenziali dei progetti proposti nei PVS e, attraverso lo
sviluppo di contatti e reti di relazioni (con istituzioni locali, imprese, fondazioni
bancarie), riescano a trovare finanziamenti, bandi e parternariati”[21].
Con tutto ciò che questa nuova direzione comporta: multinazionali
dell'umanitario che per mantenere in piedi le loro strutture sono costrette a
muoversi di volta in volta lì dove si aprono possibilità di finanziamenti
umanitari con interventi “mordi e fuggi” che non danno continuità
all'intervento. Si tratta di una sorta di “marketing umanitario” con strategie
di Cause Related
Marketing:
strategie di marketing incentrato sulla pubblicizzazione di una causa, che
prevedono nella pratica una partnership tra una ONG ed una impresa
“for-profit”. Ciò produce un afflusso di capitali per la ONG ed un ritorno di
immagine per l'impresa (affiancato da sgravi fiscali ed indotto economico che
per le imprese equivale a ritorni consistenti):
“In primo luogo, la
responsabilità sociale non deve essere vista come un gioco a somma zero, dove
la scelta fra etica e profitto è alternativa, ma bisogna iniziare a pensare che
la CSR è un modo per aumentare la competitività dell’impresa; potremmo dire che la CSR
rappresenta ciò che è stato il pollice opponibile per l’essere umano, cioè una
caratteristica che sta diventando fondamentale ai fini della sopravvivenza
delle imprese nel processo evolutivo”.[22]
Un esempio è il parternariato che ha avuto luogo nel 2002
tra il CESVI e la Banca Popolare di Bergamo, con l'operazione “La fame ha paura
di noi” in cui si raccoglievano 10 centesimi per transizione bancaria fatta da
suddetta banca, da destinare alla lotta contro la fame nel mondo. Questa
promozione non cancella gli affari che questa banca fa con il business della
guerra: la Banca Popolare di Bergamo ha ottenuto introiti per più di 6 milioni
di euro ricavati con i finanziamenti all'export delle armi italiane[23].
Ad un cambiamento di questo tipo è chiaro che segue anche
una trasformazione dei motivi che portano un operatore umanitario a scegliere
questo lavoro. Nei siti che offrono lavori nel settore risulta che la
competenza più richiesta, come in ogni altro ramo della produzione sia quella
della “professionalità”[24].
Mondi diversi finiscono per assomigliarsi sempre più.[25]
Tra i primi anni ‘80 e la metà degli anni ‘90 il numero
delle crisi umanitarie[26] aumenta da una media di 20-25 all’anno ad una media
di 65-70 all’anno. Le stime mostrano che il numero di persone coinvolte nella
cooperazione umanitaria ha raggiunto la cifra media di circa 10 milioni
all’anno. Cruciale per le trasformazioni del mondo dell'intervento cooperativo
ed umanitario saranno gli
anni ‘90, momento in cui verranno totalmente messi in discussione equilibri
internazionali consolidati da quarant'anni di guerra fredda ora finita.
Il primo banco di prova internazionale a cui sono chiamati
gli attori internazionali a muoversi dopo il crollo del muro di Berlino è la
crisi politica somala e la carestia che attanaglia la regione. In realtà la
crisi economica, politica e sociale di questa regione ha cause che possono
essere individuate in fenomeni naturali che si abbattono, in questo periodo,
sulla zona come la carestia che la colpisce drammaticamente, ma il sistema
economico somalo e gli equilibri comunitari sui quali reggeva quest'area
verranno minati molto prima e così a fondo da non permettere quell'autonomia
“di sistema” indispensabile per superare una crisi di quella portata come
avviene nelle strutture statali forti ed indipendenti.
Scrive Michel Chossudovsky, ex direttore della Banca
Mondiale:
“L’esperienza somala insegna come
un paese può essere rovinato dalla contemporanea applicazione di aiuti
alimentari e politica macroeconomica.”[27]
Gli aiuti alimentari e i programmi di aggiustamento strutturale che il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale
confezionarono ed imposero alla Somalia per modernizzarne l’economia causarono
l’inasprimento della crisi dell’agricoltura nomade, alterando il tradizionale
equilibrio nel rapporto di baratto tra l'economia dei pastori e quella degli
agricoltori. Era sulla base di questi equilibri che in passato venivano
affrontate le carestie.
“La Somalia, che fino agli anni
‘70 era autosufficiente, nell’arco di dieci anni, dalla metà degli anni ‘70
alla metà degli anni ‘80, vide aumentare gli aiuti alimentari (principalmente
grano) di ben 15 volte”.[28]
Le eccedenze di grano e riso europee e nord-americane
donate e distribuite gratuitamente o a basso costo invasero il mercato somalo
facendo precipitare i prezzi del grano, del mais ed in generale la produzione
agricola locale che venne sostituita da altre colture - come le banane o i
meloni - non in competizione con i prodotti occidentali e funzionali
all’esportazione. Aziende come la Somalfruit, controllata da imprenditori locali
vicini al regime e da imprenditori italiani, hanno fatto la propria fortuna con
queste esportazioni.
Durante tutti gli anni ottanta, saranno più di cento i progetti di cooperazione sponsorizzati
dall'Italia in Somalia. Prima di essere uccisa in un attentato a Mogadiscio, la
giornalista italiana Ilaria Alpi stava proprio investigando sui soldi e su
presunti traffici di armi della cooperazione italiana in Somalia.[29]
In questo modo tanto semplice si crea il ciclo perverso
della monocoltura, si mina l'autonomia alimentare impedendole di reggere ai
periodi di carestia e si generano divisioni che producono guerre. Ci accorgiamo così che il conflitto somalo non è frutto
degli odi tribali di cui ci hanno parlato gli analisti, ma di una economia
autonoma affamata dagli aiuti umanitari.
Nel dicembre 1992
l'ONU approva la costituzione di una forza di emergenza con scarse potenzialità di intervento (UNOSOM, Organizzazione Nazioni
Unite per la Somalia) per far fronte alla crisi somala. In seguito all'inefficienza dell'azione dell'ONU gli Stati Uniti si
faranno carico delle operazioni belliche ponendosi a capo di una spedizione
militare molto più risoluta. All'operazione viene dato significativamente il
nome “Restore Hope” ("Riportare la Speranza"). Il contingente tuttavia
non saprà affrontare la complessa situazione e non sempre opererà in modo
equidistante tra le varie fazioni.[30]
Spiega Tony Vaux[31] - per decenni senior manager
della ONG inglese OXFAM - che mentre l'inviato dell'Onu Mohammed Sahnoun - con pochi altri operatori che non si trincerarono
nei palazzi di lusso di Nairobi -, tentava di avviare un dialogo con gli
anziani capi locali somali, l'allora Segretario Generale dell'ONU Boutros Gali, annunciava l'invio
in Somalia di 3000 soldati “in difesa degli aiuti umanitari”. A quel punto ogni
tentativo di mediazione nella regione è messo in grave pericolo e salterà
definitivamente quando gli stessi capi locali con cui stava lavorando Sahnoun
saranno bombardati e molti di loro uccisi da un attacco U.S.A..
L'operazione di intervento internazionale fallì e nel
marzo del 1995 della coalizione abbandonarono un paese lacerato da un conflitto
ancora più aspro di quanto non fosse prima del loro arrivo.
Il prezzo del fallimento sarà l'indifferenza con cui
l'occidente e gli U.S.A. trattarono, appena un anno dopo, il genocidio in
Rwanda.
La guerra in Kosovo segna l'utilizzo maturo della “arma
umanitaria” nei conflitti bellici.[32] L'Italia giocherà un ruolo
fondamentale nel conflitto balcanico, almeno per quanto riguarda l'utilizzo
“bellico” dello strumento umanitario soprattutto tramite la “Missione
Arcobaleno”.
Nel 1998 i soprusi di militari e paramilitari serbi - armati e finanziati da uno stato a governo
ipernazionalista guidato dal presidente Slobodan Milosevic -, si moltiplicheranno fino ad assumere il
carattere di violenze di massa contro la comunità albanese del Kosovo a cui era
stato già revocato lo status di regione autonoma. Nel solo 1998 verranno
evacuati 200mila kosovari, più del 10% della popolazione. Lo scopo del regime
di Belgrado sarà sedare ogni spinta autonomista albanese.[33] Dal 1996 nelle fila kosovare inizia ad opporsi al
leader albanese moderato Rugova il “falco” Adem Demaci, sostenitore della lotta
armata e vicino alle milizie dell'UCK. Rugova nel 1990 a capo della Lega
Democratica Kosovara (LDK) riesce con la pratica della resistenza passiva, a
costituirsi come uno degli elementi fondamentali per la creazione della regione
autonoma del Kosovo. Le milizie dell'UCK intanto, in questo stesso periodo
metteranno in piedi cellule militari destinate ad azioni di guerriglia ed
attentati terroristici contro il regime di Milosevic. Gli scontri si
protrarranno per più di due anni. Il 23 marzo del 1999 in seguito al massacro
di Rakat (che si scoprirà in seguito essere in buona parte una falsificazione
mediatica) ed dopo al rifiuto serbo nel firmare gli accordi di Rambouillet,
partiranno i bombardieri della coalizione NATO contro la Serbia.
Alcune grandi ONG come Oxfam, faranno pressioni sulla
coalizione della NATO per procedere nell'attacco militare. Una lettera scritta nel 1998 dall'organizzazione al
segretario degli esteri inglese Robin Cook recitava quanto segue:
“Oxfam ritiene debba essere
intrapresa un'azione militare per far rispettare il cessate il fuoco.”[34]
Tra gli stati della coalizione bellica l'Italia guidata da un governo di centro-sinistra.
Sarà proprio l'Italia tra le promotrici dell'intervento umanitario affiancato
all'azione militare con l'invenzione della “Missione Arcobaleno”. Per il
governo italiano il bisogno fondamentale era quello di giustificare nel miglior
modo possibile al suo elettorato (non è un caso l'uso dell'arcobaleno, da
sempre tra i simboli del pacifismo internazionale) la scelta della guerra. La
campagna umanitaria partirà quasi con lo scoppio delle prime bombe, il 24 marzo
1999. Verranno stanziati più di 133 miliardi di lire mediante finanziamenti
governativi e sottoscrizioni popolari pubblicizzate tramite spot martellanti
alla televisione. I finanziamenti saranno divisi tra ONG e strutture
ministeriali e partiranno con molta rapidità. Lo stesso non potrà dirsi per
quanto riguarda il coordinamento degli aiuti:
“La missione eroga i finanziamenti
dopo poche settimane. Le regole e le procedure arrivano con grande ritardo:
molte settimane dopo l'inizio della missione e dopo che importanti
finanziamenti erano già stati decisi.”[35]
Molte ONG si gettano a capofitto sui finanziamenti anche
non avendo competenze in zona o in materia.
Alcune fanno da “asso prendi tutto”:
“a fare la parte del leone è stata
Intersos che ha avuto progetti finanziati per 17 miliardi e 103 milioni di
lire.”[36]
La cosa più importante era fornire una copertura mediatica
all'azione umanitaria che giustificasse l'intervento e coprisse il rumore delle
bombe. L'intervento che si concentrerà sulla costruzione di campi profughi in
Albania per rifugiati kosovari colpiti dalla pulizia etnica:
“I Fondi sono stati utilizzati per
trasportare aiuti e costruire i campi profughi in Albania che danno accoglienza
a poco più di 30.800 profughi kosovari (cioè circa il 6,5% del totale) sugli
oltre 450.000 giunti nel paese in quelle settimane, cacciati dalla pulizia
etnica delle milizie serbe.”[37]
Solo il 6.5% dei profughi. Non era possibile prestare una
maggiore assistenza?
“Dopo aver visitato i nostri campi andare in un campo
della missione arcobaleno fa una certa impressione: centinaia di volontari in
divisa e tuta mimetica decine di mezzi tende e tendoni per attività
collaterali. Il campo è un cantiere iperattrezzato e molto tecnologico. I
volontari hanno persino distrutto alcuni bunker...per farne le basi di
barbecue. Non è esagerato dire che in Albania ci sono i campi profughi di serie
A (Missione Arcobaleno) e di serie B (tutti gli altri).”[38]
Dai dati ufficiali della “Missione Arcobaleno” per ogni
lira spesa per i rifugiati 5 sono state distribuite tra volontari, manager e
funzionari vari.[39]
E ci sono così tanti fondi e sprechi che funzionari
italiani e albanesi penseranno bene di lucrarci e dare vita ad un giro di
corruzione: verrà aperta un'inchiesta sulla corruzione ed i furti nel campo
profughi di Valona e sui 914 container di aiuti confezionati in tutta fretta ed
abbandonati nel porto di Bari.[40]
A questa corruzione si aggiungerà il crollo economico
della regione: chiudendo i profughi nei campi si impedirà la possibilità di una
riorganizzazione di attività autonome. Verranno relegati al ruolo di parassiti
in gabbie a cielo aperto.[41]
Inoltre l'imponente intervento della missione
sull'economia locale provocherà distorsioni e squilibri a volte tragici:
“Tra gli autisti delle ong vi sono
anche dottori: portando in giro i cooperanti guadagnano dai 400 agli 800 marchi
tedeschi, negli ospedali kosovari non ne racimolano più di 300-350.”[42]
L'effetto sarà la diminuzione drastica di personale
qualificato dagli ospedali. Di contro si moltiplicheranno i medici italiani
della missione. Medici strapagati rispetto ai loro colleghi locali:
“Uno degli autori del presente
saggio è stato contattato da un’Agenzia umanitaria di Ginevra che gli ha
proposto di diventare responsabile sul campo di un progetto di counseling
psicologico nonostante non avesse nessuna esperienza né di psicologia né di
gestione di gruppi.
La carità internazionale fornisce, e a volte impone, ad una comunità locale,
tutta una gamma di figure di esperti, professionisti, consulenti: medici,
assistenti sociali, architetti, urbanisti, costruttori, agronomi ecc. I
soggetti locali sono ridotti in gran parte a vittime e a oggetti passivi
dell’intervento umanitario. In questo modo si invita la gente a non aver
fiducia nella propria capacità di far fronte al disagio, alle distruzioni, alle
privazioni, ai traumi, al dolore, ai lutti. Come notava icasticamente Friedrich
Nietzsche nella Gaia
Scienza, «i
nostri “benefattori” sono, più dei nostri nemici, coloro che deprezzano il
nostro valore e la nostra volontà». A volte gli stessi locali finiscono con
l’introiettare questo giudizio e si mettono a rivendicare la presenza di
esperti e consulenti come un loro diritto.”[43]
Quello che si contribuisce a perpetrare è la subalternità
delle popolazioni già colpite dalla guerra. Si compromette la produzione di
soggettività degli individui che vedono le conquiste sociali ritrasformate in
doni non contrattabili.
Il lusso e lo sperpero non riguarderanno solo campi
profughi della missione Arcobaleno.
“In una prospettiva più ampia
avremmo dovuto essere maggiormente consapevoli che la nostra competenza nel
lavorare a Belgrado era probabilmente più importante di qualsiasi altra cosa.
Non c'era penuria di agenzie umanitarie che volessero aiutare i profughi del
Kosovo, anzi erano in competizione per i fondi delle agenzie donatrici. Ma in
Serbia c'erano più di mezzo milione di persone sfollate durante guerre
precedenti... l'economia era in condizioni terribili...In termini di povertà e
sofferenza, la Serbia sarebbe stata il fulcro d'intervento di qualsiasi agenzia
umanitaria.” [44]
però:
“Il problema era che i
finanziatori non volevano finanziare i lavori in Serbia.”[45]
Il fulcro doveva essere la campagna mediatica sui profughi
kosovari, causa e giustificazione umanitaria della guerra.
“Per contro, le operazioni di
aiuti per i profughi del Kosovo in Albania e Macedonia diventarono
scandalosamente elaborate e iperfinanziate. Secondo una relazione delle Nazioni
Unite, ogni settimana c'erano 17 delegazioni governative che visitavano
l'Albania. La “campagna di aiuti umanitari” era come un evento sportivo
internazionale... la maggioranza degli sforzi furono concentrati in campi “di
rappresentanza” dove ogni nazione poteva dimostrare ciò di cui era capace. I
campi migliori erano come alberghi; la sola differenza era il filo spinato
lungo il perimetro, con il compito non tanto di “tenere dentro”, ma di tenere
fuori coloro che erano rimasti esclusi da questo speciale trattamento.”[46]
È interessante
che questa analisi venga da Toni Vaux, l'ex senior manager di quella stessa
Oxfam che chiese l'intervento militare.
L'intervento umanitario in Kosovo segnerà il punto di non
ritorno della sovrapposizione tra interessi militari e politiche di intervento
umanitario. Da questo momento in poi le nuove guerre saranno caratterizzate da
un intreccio sempre più indistinguibile tra i due campi. Per esprimere questo
concetto facciamo riferimento a due immagini.
La prima è data dagli aerei U.S.A. che in Afghanistan
sganciarono in modo alternato bombe e pacchi umanitari (entrambi racchiusi in
cilindretti dello stesso
volume e colore, somiglianza che produsse effetti tragici), segnando drammaticamente la commistione
estrema tra l'aiuto umanitario e le operazioni belliche e cancellando la differenza tra esercito occupante e lavoro
di volontariato internazionale.
Uno dei risultati di queste operazioni è esemplificato
nella seconda immagine: il 7 settembre 2004 verranno rapite in Iraq due
italiane, Simona Pari e Simona Torretta cooperanti della ONG “Un ponte Per..”.
Il rapimento delle due ragazze sarà uno shock per la comunità pacifista
internazionale: da sempre la loro organizzazione si è battuta contro la guerra
in Iraq ed è rimasta presente nella regione anche durante “l'embargo
umanitario” degli anni '90. Il rapimento delle due Simone, nonostante i misteri
che ancora lo circondano[47] si colloca in una strategia più
vasta di rapimenti e assassinii di militari, diplomatici, giornalisti e
cooperanti occidentali. Non c'è dubbio che questi crimini siano generati
dall'identificazione dei cooperanti e dei giornalisti occidentali con il fronte
militare:
Al tempo della guerra globale
contro il terrorismo, l'integrazione delle ONG nell'umanitarismo militare è
giunto ad una nuova svolta. Gli operatori umanitari sono considerati senza
sfumature "guerrieri democratici". Con conseguenze gravi. Da una
parte c'è infatti la strategia dei rapimenti che utilizza il corpo degli
operatori sequestrati (...) per le esigenze della guerra mediatica contro gli
occupanti. Dall'altra, in particolare in Italia, c'è la progressiva estensione
del codice militare di guerra a tutte le missioni di peace-keeping (Mozambico, Somalia, Bosnia, Kosovo, Iraq)[48].
In Iraq si è raggiunta la massima capacità di utilizzo e
gestione dei mezzi di comunicazione. I militari statunitensi annoveravano
puntualmente tra le loro truppe giornalisti “partigiani”. Il conflitto iracheno
è stato quello che ha messo al meglio a punto anche la macchina della
cooperazione “embedded”. La Coalition Provisional Authority (CPA, la coalizione
occupante) varerà un decreto, nel novembre del 2003, che subordinerà l'agire di
tutte le organizzazioni irachene ed internazionali ai piani della coalizione.
Tutte le organizzazioni dovranno sottostare alla coordinazione delle truppe
occupanti, pena l'illegalità. Il codice di guerra ed il controllo militare si
estenderanno alle organizzazioni civili, tra cui quelle di soccorso. Il decreto
viola accordi e trattati internazionali come la Convenzione Internazionale di
Ginevra.
Ce non-respect du Droit
international humanitaire et d'un espace humanitaire neutre, impartiel et
independent entraîne une insecuritè
croissant pour les personnels humanitaires et suoligne le danger de la
confusion des genres et des rôles.[49]
Uno dei dati più preoccupanti di queste trasformazioni
riguarda il rapporto che si stabilisce nelle relazioni tra soldati e
cooperanti. Se l'azione militare si maschera da soccorso umanitario ed i
soldati alternano le operazioni belliche alla costruzione di scuole, ospedali e
campi profughi, i cooperanti iniziano a servirsi sempre più del supporto
militare per portare a termine i loro lavori e viceversa.
Altro problema sono le scorte armate in zone di guerra che
molti cooperanti utilizzano per proteggersi, ma, come osservano i frati
comboniani:
non sarebbe surreale un prete che
andasse a celebrare una messa scortato dai suoi gorilla?[50]
Con l'utilizzo di guardie armate - sempre più diffuse
anche fra molti operatori di ONG - il solco tra gli internazionali e la gente
del posto, diviene irrimediabilmente insormontabile. Essere scortati da guardie
armate non fa che contribuire a confondere la differenza tra civili e militari,
insomma tutto ciò rende il cooperante veramente altro dallo spazio con cui
interagisce.
Inoltre le scorte armate sono ormai parte integrante ed
uno dei servizi che offrono gli eserciti privati delle agenzie e compagnie di
sicurezza privata (Privare Military Company PMC e Private Security Company PSC)
che si occupano della sicurezza di oleodotti, infrastrutture, manager e tecnici
delle imprese transnazionali in territori di guerra ed a cui anche gli stati
appaltano in misura sempre crescente compiti bellici. Il risultato, anche se
involontario, ma inevitabile è che le agenzie che si servono di queste
strutture mercenarie contribuiscono ad aumentare l'indotto dell'economia di
guerra.
Finora abbiamo parlato della tendenza che ha avuto, negli
ultimi decenni, l'evoluzione delle ONG. Nel prossimo capitolo ci soffermeremo
sul quadro delle trasformazioni generali che hanno contribuito a questi
passaggi. Abbiamo descritto l'evolversi delle organizzazioni umanitarie nel
cambio di paradigma che hanno assunto i nuovi conflitti. Spiegheremo meglio
queste trasformazioni. Sarà bene anche soffermarsi sugli accennati passaggi di
sovranità che hanno determinato la trasformazione radicale dell'idea di stato
nazione. Questo per spiegare come le ONG ed il terzo settore hanno recuperato e
fatto proprio il compito di distributori di welfare. Ruolo, nel secolo scorso,
ad appannaggio dello stato-nazione. Questo “passaggio di consegne” ha causato
trasformazioni profonde nella stessa idea di welfare.
Capitolo 2
LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE
E
LA TRASFORMAZIONE DEL WELFARE
2.1 Cessioni di sovranità
Tutta la terra aveva una stessa
lingua e le stesse parole
Genesi II.2
La sovranità è il controllo della
riproduzione del capitale Antonio Negri
Vi
sono alcune prerogative del nuovo ordine globale che si mettono direttamente in
relazione con il lavoro di cooperazione internazionale.
Una riguarda il problema della
cessione, da parte dello stato-nazione, di ciò che fu uno dei suoi compiti
peculiari: la produzione di welfare.
Lo stato nazione, così come esso
emerse nella transizione dal feudalesimo al capitalismo ed in particolare in
seguito alla pace di Vestfalia ed alla stipulazione del nuovo carattere delle
relazioni internazionali che ad essa seguì, vede messa in discussione la sua sovranità
dentro la cornice di ciò che un tempo erano sue prerogative vitali e fondanti:
il monopolio weberiano della violenza, il monopolio smithiano della decisione,
la possibilità di coniare moneta a beneficio di altri centri dove ora risiede
il comando.
Assistiamo negli ultimi trent'anni
al dispiegarsi tendenziale di irreversibili passaggi di sovranità dallo stato
nazione verso un “altrove” che si va sempre più caratterizzando e va prendendo
corpo nella costituzione di nuove relazioni globali date da molteplici
organismi di controllo che cambiano e rielaborano il carattere dell'autorità:
centrali di comando nello stesso tempo politico ed economico come la Banca
mondiale (BM), l'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), il Fondo
Monetario Internazionale (FMI), ma anche multinazionali e potenti governi
nazionali che dispiegano e formalizzano con piani di azione territoriale (come
il NAFTA, il Plan Puebla Panama, il Plan Colombia, il Plan Andino) il proprio
potere e le proprie zone di influenza territoriale, determinando il proprio
dominio in piani che prefigurano nuovi luoghi di esercizio della sovranità.
Alla fine della seconda guerra
mondiale si delineò un ordine che sanciva l'appartenenza delle nazioni a due
blocchi tra loro contrapposti, quello socialista guidato dall’Unione Sovietica
e quello capitalista a egemonia statunitense.[51]
Nel 1944 a Bretton Woods i paesi
del blocco occidentale istituirono un sistema di direzione economica
internazionale basato su scambi commerciali di natura liberale ed ancorarono il
cambio del dollaro a quello dell'oro (le cui riserve globali erano possedute
per un terzo dagli U.S.A.) ratificando l'egemonia della potenza statunitense
alla guida reale delle relazioni economiche dei paesi del blocco occidentale.[52] Bretton Woods, oltre a fornire
gli strumenti economici per un controllo mondiale delle politiche del New Deal,
attribuirà funzioni importanti di controllo e guida dell'economia
internazionale alla Banca Mondiale ed al Fondo Monetario Internazionale. Questi
organismi verranno investiti di un potere nel tempo sempre maggiore a garanzia
e difesa degli equilibri e delle relazioni economiche mondiali.
La sovranità nazionale dei singoli
stati rimaneva effettiva e reale seppur immobilizzata dalla simmetria degli
equilibri politici mondiali e dall'ingresso dei paesi appartenenti al blocco
occidentale in un mercato atlantico che dettava molte regole di comportamento
economico statale.
Questo quadro stabile
nell'economia internazionale atlantica durò circa trent'anni[53]. Dal 1968, lo scoppio, in
occidente, dei movimenti sociali, il precipitare, in Vietnam, della guerra
scatenata dagli U.S.A., l’insorgere dei movimenti anticoloniali e la
stagflazione economica; portarono il modello di Bretton Woods ad una crisi
irreversibile a cui si pose rimedio con un cambio drastico delle relazioni
economiche internazionali.[54]
È da questo momento che gli
organismi della Banca Mondiale e del FMI si ergono a dispositivi di controllo
reale e strutturale dell'economia per i paesi del blocco occidentale.
Alla caduta del muro di Berlino,
il loro controllo abbraccerà un campo di azione sempre più vasto.
Si moltiplicheranno, inoltre, le
tecniche di imposizione dei dettati in materia economica[55]: il FMI, nato col compito di
regolare i flussi e le transizioni monetarie internazionali, dopo le
trasformazioni degli anni '70, inizia drasticamente ad auto-riformarsi e ad
indirizzare il proprio ruolo da una funzione prettamente regolativa dei flussi
economici - funzionalmente ad una stabilizzazione dei mercati -, ad un'attività
complessiva di governo e indirizzo della produzione globale. Strategia che ha i
suoi punti cardine nel tentativo di convincimento (mediante i prestiti e
finanziamenti a paesi con economie traballanti) degli stati ad abbandonare
politiche keynesiane ed adottare piani di riorganizzazione monetaristica
dell'economia. Strategia che si concretizzerà attraverso un sostanziale
abbandono dello stato nella gestione diretta di punti chiave dell'economia
(l'industria pesante in Italia, gli idrocarburi in Bolivia, i diamanti in Congo
ecc.) ed un progressivo ridimensionamento della spesa pubblica per le attività
di assistenza sociale per rendere le economie di questi stati più competitive
sui mercati globali[56].
Dagli anni settanta, organismi
nati come “dispositivi tecnici” (il FMI e la Banca Mondiale appunto) diverranno
uno dei nuovi e reali luoghi in cui si sposterà un'arma fondamentale della
produzione di sovranità: il controllo e la gestione delle “regole della
moneta”.
Si ridisegnano così non solo le linee dei confini, ma
anche e profondamente il modo di concepire tali confini dentro un quadro più
articolato dei rapporti di potere:
“L'affermazione degli Stati Uniti
come potenza globale ha trasformato la tradizione europea della geopolitica,
dislocandola dalle questioni dei confini permanenti e degli spazi chiusi alla
dimensione di una esteriorità indefinita caratterizzata dall'apertura delle
frontiere, concentrandosi sui flussi e sulle linee mobili del conflitto come
correnti oceaniche o faglie sismiche.”[62]
2.2 Passaggi
di welfare
Il capitalismo è un vecchio
generale in pensione che si occupa di rose? La situazione somiglia più a
quella del tenente che si congeda ancor giovane e crea un grande vivaio, i cui
proventi superano di gran lunga tutte le possibili paghe nell'esercito.
Paola Tubaro in “Critica della
ragione no-profit”
La crisi economica degli anni
settanta del XX secolo è uno dei motivi delle trasformazioni di cui abbiamo
parlato nel paragrafo precedente ed inaugura una nuova fase storica dove anche
lo stato sociale keynesiano, fino ad allora legato ad una crescita continua
durata 30 anni, viene messo in discussione. Dalla stagflazione degli anni '70
si vede inclinato il mito della piena occupazione negli stati occidentali ed il
welfare, negoziato attraverso gli istituti della contrattazione collettiva ed
ancorato alla figura del lavoro fordista, subisce una crisi che lo porterà ad una
trasformazione irreversibile. Il tasso di disoccupazione europea, fino alla
metà degli anni '70, si era mantenuto, in media, al di sotto del 3% con punte
minime nei paesi scandinavi dello 0,7% e picchi massimi in Italia del 6%,
picchi legati all'incolmabile divario economico fra nord e sud della penisola.
Questo tasso va via via crescendo lungo tutti gli anni 80 sotto i colpi di
fattori molteplici[63] che lo portano nella bufera della
recessione degli anni '90 a toccare tassi di disoccupazione del 12%, fino ad
arrivare alla condizione attuale del XXI secolo dove diviene ormai dato
acquisito il tendenziale smarcamento della produzione economica dalle politiche
occupazionali. Fattore che costituiva il perno dell'ideologia moderna dello
sviluppo keynesiano. Ciò porta a riconsiderare totalmente tutti i rapporti
contrattati nel conflitto fra capitale e lavoro in quanto l'erogazione dei
servizi sociali era legata all'idea della cittadinanza il cui fondamento era
costituito dal lavoro.
Sotto i colpi della disoccupazione
galoppante nascono nuovi modelli di competitività e sviluppo economico, quello
che si chiede è uno snellimento dello stato nelle sue funzioni di erogatore di
servizi sociali e di regolatore dei mercati in modo da permettere un
alleggerimento del peso fiscale diretto od indiretto delle industrie per
facilitare la loro attività. Tutto ciò avviene in un panorama globale
modificato dal crollo dei paesi del blocco socialista che divengono nello
stesso tempo appetibili nuovi mercati, ma soprattutto, insieme alle aree povere
del mondo, nuovi potenziali luoghi di dumping economico dove trasferire la
produzione per sfuggire al costo eccessivo della manodopera occidentale,
europea e nordamericana. Inoltre le possenti trasformazioni tecnologiche degli
ultimi decenni, la robotica, le nanotecnologie, l'informatizzazione totale di
ogni ciclo di produzione riducono tendenzialmente il bisogno di manodopera ed
allo stesso tempo modificano profondamente la sfera della produzione. Sotto i
colpi dei piani di ristrutturazione economica cadono i vecchi modelli di
welfare conosciuti dalla seconda guerra mondiale in poi.[64] Lo smantellamento del welfare è
inarrestabile, in Europa come in America Latina, negli Stati Uniti come nei
paesi dell'ex blocco socialista. Nei paesi del cosiddetto vecchio occidente
viene meno il mito della piena occupazione e delle protezioni sociali ad esso
legate, in quelli del sud del mondo l'ingresso delle multinazionali che lì si
delocalizzano per sfuggire ai controlli troppo rigidi degli stati a sindacalismo
maturo, non portano ricchezza diffusa ed iniziano un'appropriazione delle
ricchezze naturali di quelle regioni. Allo sfruttamento storico delle miniere
africane di diamanti o ai giacimenti di gas dell'America Latina si aggiunge una
progressiva privatizzazione nelle regioni del sud di beni indispensabili come
l'acqua[65], fino ad arrivare all’attuale
tentativo di privatizzazione di tutto ciò che è vivente.[66]
Tutto questo mina in profondità
meccanismi diversi di protezione sociale, come quelli su base comunitaria e
indigena.
Nel panorama della globalizzazione
neoliberale le classiche forme di welfare si trasformano e subiscono una
drastica modifica, ma non scompaiono. Da sempre il sovrano necessita di un
patto con i propri sudditi funzionale al riconoscimento del proprio ruolo e più
in generale chi fa la guerra a un popolo si pone anche il problema della sua
cura. Ad un'azione di sfruttamento deve seguire, necessariamente, una di
produzione di assistenza sociale, perché uno dei problemi che si pone il dominio,
non è solo il controllo brutale dei territori, ma altresì la produzione di consenso. Più in generale
Il potere si esprime mediante un
controllo che raggiunge la profondità delle coscienze e dei corpi e, a un
tempo, la totalità delle relazioni sociali.[67]
Ciò è frutto, di una
trasformazione più vasta delle logiche di dominio, per cui non è più solo
necessario conquistare i corpi degli avversari, ma i nuovi scenari di guerra
impongono un approccio più intimo della conquista, producono biopotere[68]: forme di controllo totale sulla
vita degli uomini.
Indebolendosi le frontiere nazionali ed allargandosi gli
spazi del controllo globale vi è una necessità espansiva degli strumenti di
erogazione di assistenza. Il mondo del noprofit, il lavoro delle ONG ed il
ruolo che svolgono nel panorama dell'assistenza e del soccorso umanitario
costituiscono un ottimo strumento per queste operazioni, strumento sempre più
maneggevole ed utile, in tendenziale perfezionamento e con il pregio di
rimodellare l'idea di esigenza dentro un nuovo panorama dei bisogni sempre più
diversificati e cangianti. Insomma fungono da strumenti più snelli rispetto
alle vecchie macchine statali che nella loro produzione di welfare operavano
nel segno di un sostanziale appiattimento delle esigenze. Inoltre le
organizzazioni non governative riescono a portare assistenza repentinamente in
qualsiasi parte del mondo colpita da traumi ed emergenze di ogni tipo con il
vantaggio aggiunto di non essere strumenti nati da conquiste sociali, dentro la
antica declinazione del concetto di cittadinanza e frutto del continuo
conflitto tra capitale e lavoro. Ciò comporta, da parte delle popolazioni locali una difficile se non impossibile
contrattazione dell'intervento, come avviene per ogni “dono”. Le ONG hanno
infatti il dovere di rispondere del loro operato non alle popolazioni dei
territori su cui operano, ma agli organismi finanziatori.[69] Organismi che (come vedremo nello
specifico nel quarto e quinto capitolo di questa tesi) nella maggior parte dei
casi hanno interessi geo-strategici precisi nelle regioni in cui operano le ONG
da loro finanziate.
I prossimi capitoli avranno come obiettivo rimodellare in
forma empirica i concetti fin qui delineati e costituiranno la seconda parte
della tesi. Cercheremo di entrare nel cuore di una regione, il Magdalena Medio
colombiano, dove si presentano allo stesso tempo aspetti brutali della guerra
combattuta nelle sue forme più drammatiche e progetti di cooperazione
internazionale che vedono la partecipazione di molteplici attori: ONG molto
vicine alle formazioni paramilitari che in molte parti di quella regione
detengono una sovranità reale effettiva, progetti sociali del Plan Colombia (un
piano militare statunitense), progetti finanziati dalla Comunità Europea.
Seconda parte della ricerca introdotta da una riflessione
circa le trasformazioni storico-politiche della Colombia durante la sua storia
recente. Il filo conduttore sarà lo sviluppo del fenomeno del paramilitarismo
colombiano. Fenomeno che purtroppo, nella storia recente della Colombia,
giocherà un ruolo da protagonista. Il motivo di questa attenzione è da
ricercare nell'utilizzo da parte delle organizzazioni paramilitari
(inizialmente semplici squadre di sicari) dei molteplici strumenti che eccedono
il puro campo bellico. Vedremo come, nella fase “matura” della loro evoluzione,[70] le formazioni paramilitari non
disdegnano, fra le innumerevoli armi legali ed illegali utilizzate per
accrescere il proprio potere e la propria forza, l'utilizzo e la relazione con
ONG. Di questo ci occuperemo, invece, nel quarto capitolo.
Capitolo 3
IL
ROMPICAPO COLOMBIANO
3.1. Le radici del conflitto
El
odio se ha formado escara a escara
golpe
a golpe, en el agua terríble
del pantano,
con
un hocico lleno de légamo
y silencio
Neruda
La Colombia è uno dei paesi più vasti e ricchi
dell'America Latina, con circa 1.140.000 kmq di superficie ed una popolazione
che si aggira intorno ai 45 milioni di abitanti (cifra obbligatoriamente
approssimativa in quanto l'elevatissimo numero di sfollati impedisce un calcolo
preciso). Come tutta la regione centro americana è una terra abbondantissima di
biodiversità e ricchezze del sottosuolo, vanta foreste tropicali e montane,
savane, vulcani, montagne di oltre 5000 metri, fiumi, lagune, paludi e il deserto della Guajira. La terra dell’El Dorado è stata da
sempre uno dei maggiori territori di conquista coloniale spagnola soprattutto
per l’abbondanza, nella costa caraibica, di smeraldi e oro. Oggi oltre queste
pietre preziose esporta petrolio,
gas, carbone e caffè. Indipendente
dal 1819, vanta una storia di governi civili e di elezioni regolari e con
istituzioni formalmente democratiche. La Colombia dal 1991 ha una nuova
Costituzione, tra le più democratiche, formalmente, dell'America Latina.
Infatti è ratificata, nella costituzione, l'impossibilità della rielezione
della carica – unificata - del presidente della repubblica e capo del
governo (l'incarico dura 4 anni). Legge volta a garantire maggiori possibilità
di democrazia reale nel gioco istituzionale.[71]
Nonostante l'immensa ricchezza, la Colombia subisce
disuguaglianze scandalose: secondo lo stesso Dipartimento di Pianificazione
Nazionale Colombiano, più del 60% della popolazione vive in condizione di
povertà di cui il 20% subisce una condizione di estrema miseria, di contro il
10% della popolazione ricca guadagna 60 volte più rispetto al 10% della
popolazione più povera.[72] La povertà colpisce soprattutto
le comunità indigene, gli afrodiscendenti e la popolazione urbana delle favelas
delle grandi città (soprattutto Bogotà, Medellín e Cali) dove il 60% degli occupanti vive di economia informale,
senza un salario né protezioni sociali garantite.[73] Le attività sindacali sono
obiettivo di aberranti violenze, nel solo 2004 sono avvenuti 644 soprusi contro
lavoratori e leader sindacali: omicidi, sequestri, detenzioni forzate da parte
della polizia, stupri;[74] senza contare le violenze
difficilmente quantificabili che colpiscono i lavoratori non sindacalizzati. Il
tasso di omicidi è oggi arrivato a 89,5 l'anno ogni 100.000 abitanti (con punte
di 200 nella regione del Magdalena Medio) e, secondo la Corte Interamericana
per i Diritti Umani, durante i primi due anni di governo Uribe gli assassinii
per motivi politici sono stati più di 10 mila di cui quasi il 70% imputabili
direttamente alle violenze dei paramilitari. Inoltre con circa 3 milioni di
esuli interni - persone in fuga dalla guerra o
sgomberata da uno degli attori armati -
è il terzo paese al mondo, dopo Sudan e Angola, per numero di rifugiati
interni.
Le radici della guerra civile - ormai endemica -
che questo paese vive da più di 50 anni, sono prima di tutto da ricercare nei
suoi motivi sociali, politici, economici e di assenza di democrazia reale. La
guerra inizia nel 1948 con l'assassinio del leader del nuovo liberalismo
radicale, Jorge Eliecer Gaitán.
L'assassinio, voluto dai settori reazionari e conservatori colombiani sarà la
prima missione degli agenti della CIA[75] nata appena sette mesi prima
durante il governo del presidente Truman (come rivelerà uno di questi agenti, John Mepples Espirito) e segnerà
anche una delle prime forme moderne di intervento degli Stati Uniti negli
affari degli stati latino-americani per bloccare l'espansione comunista nelle
loro aree di influenza con la pratica della “guerra sucia”. Alla morte di Gaitán seguirà un violento scontro armato (300.000 morti) fra i due
principali partiti politici (il liberale e il conservatore). Questo periodo
sarà tristemente ricordato come “la violencia” e culminerà nove anni più tardi
con una precaria riconciliazione nazionale, segnando l'inizio della pratica
delle organizzazioni armate in bande, forme antecedenti dell'attuale paramilitarismo. I primi contingenti civili armati, i
chulavitas (così chiamati perché assoldati
nella città ultracattolica di Chulavo) operanti già dal 1947, verranno
affiancati, dopo il 1949, da un numero crescente di bande di civili armati.
Nella regione di Medellín nasceranno gli aplanchadores, (gli stiratori) e nella regione
di Cali i pájaros (i passeri). Le bande dei pájaros saranno finanziate dagli stessi
governatori delle regioni dove opereranno allargando presto il loro lavoro in
buona parte della Colombia. Verranno prontamente finanziati direttamente anche
dai latifondisti ed utilizzati per combattere i liberali e le insubordinazioni
contadine allo sfruttamento della terra legate al latifondo. Più di
quattrocentomila famiglie contadine verranno sfollate (la maggior parte di
questi terreni estorti con la violenza daranno vita al moderno latifondo colombiano
subendo immediatamente una riconversione in mega aziende agricole di cotone e
canna da zucchero)[76] e fuggiranno nei territori più
impervi del paese. Sarà proprio a partire da queste zone che le organizzazioni
liberali inizieranno a dotarsi di strutture armate su base contadina nonostante
la richiesta dei dirigenti liberali di deporre le armi. Queste organizzazioni
daranno vita alle prime formazioni armate guerrigliere. Alcune praticheranno
unicamente forme di autodifesa dalle violenze di pájaros e chulavitas, altre costruiranno
organizzazioni guerrigliere aventi come obiettivo una trasformazione sociale
radicale. Formazioni che innanzitutto organizzeranno la redistribuzione
dell'immenso latifondo nelle regioni dove conquistarono il controllo del territorio:
Llanos, Cordigliera e Zona Amazzonica. Dopo lo
scontro violento, ma tra fazioni (quella liberale e quella conservatrice), i
cui dirigenti erano comunque proiezione di interessi sostanzialmente simili
(nessuno dei due schieramenti politici aveva mai modificato i rapporti di
proprietà della terra) si stava passando ad uno scontro la cui posta era una
distribuzione più egualitaria delle ricchezze.
Nel 1964, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro,
nasceranno i due movimenti guerriglieri attualmente ancora esistenti e tra i
più longevi dell'America Latina: le FARC, una guerriglia d’impostazione marxista-leninista, e l’ELN di impostazione cattolico-guevarista. A queste organizzazioni si
aggiungeranno nel corso degli anni decine di altre formazioni guerrigliere,
alcune operanti solamente su base regionale, altre di natura propriamente
indigena come il Quintin Lamé, altre che
si struttureranno adottando la forma moderna della guerriglia urbana come
l'M-19. A fianco di queste strutture armate sono tuttora presenti in Colombia organizzazioni indigene che utilizzano forme
tradizionali di difesa come la guardia indigena del Cauca. Allo stesso tempo dagli anni sessanta la polizia si andò
sempre più configurando come una polizia politica e ancora oggi, denunciano le
maggiori organizzazioni nazionali ed internazionali di monitoraggio dei diritti
civili (tra le altre Amnesty International e l'Alto Commissariato delle Nazioni
Unite per i Diritti Umani), è innegabile una connivenza tra esercito, polizia e
paramilitari. Lo scrittore Guido Piccoli nel suo libro sulla storia
contemporanea della Colombia[77] spiega che appena il conflitto
colombiano cessò di essere uno scontro violento tra due fazioni armate per
inquadrarsi in un scontro di classe, si pose immediatamente in connessione con
gli avvenimenti mondiali (il mondo diviso in 2 blocchi contrapposti): il
conflitto divenne uno dei tanti campi di battaglia della guerra fredda. Non a
caso la Colombia sarà l'unico paese latino-americano che invierà nel 1952 un
contingente a combattere la guerra di Corea contro il comunismo. Inoltre
l'esercito colombiano moltiplicò durante gli anni sessanta i suoi effettivi:
“Un episodio decisivo nella riorganizzazione delle forze
armate colombiane si verificò nel 1962, quando Ruíz Novoa venne nominato ministro della Difesa. Fu allora che giunsero
nelle accademie colombiane i primi istruttori militari statunitensi e vennero
inviati i primi ufficiali colombiani nella Escuela de Las Américas di Panama.”[78]
Nella Escuela de Las Américas,
fondata a Panama nel 1946, saranno formati più di sessantamila militari
latino-americani che si specializzeranno nelle numerose attività di “guerra non
convenzionale” che caratterizzeranno la storia latino-americana degli ultimi
sessanta anni. I militari colombiani, oltre ad essere addestrati e finanziati
alle attività di controguerriglia impareranno le nuove tecniche della guerra
psicologica ed a bassa intensità.[79]
Con la “guerra non convenzionale”, le azioni
militari acquisivano una dinamica distinta che si manifestava attraverso
“l’eliminazione selettiva del nemico (leader politici, sindacali e popolari),
il massacro collettivo (contro coloro che appoggiano la sovversione e si
rifiutano di fornire informazioni ai militari) e il genocidio (contro le zone e
le regioni in cui esiste il riconoscimento formale dell’influenza del movimento
insorgente)”.[80]
3.2 Nascita delle formazioni paramilitari: strategie
politiche, finanziamenti economici
Cominci la strage, lasciate
entrare i mastini da guerra
William Shakespeare, “Giulio
Cesare”
Il varo,
nel 1965, del decreto 3398 sancirà formalmente “l'organizzazione e l'impiego
degli abitanti e delle risorse del paese, in tempo di pace, per garantire
l'indipendenza nazionale e la stabilità delle istituzioni” e sarà la pietra miliare dell'edificazione legale delle strutture
paramilitari. Nel 1968 la legge 48 autorizzerà la costituzione di pattuglie di
civili armate ed addestrate da brigate militari.
Il
fenomeno paramilitare colombiano nonostante le sue proporzioni spropositate non
può essere considerato un'anomalia colombiana, ma l'estrema conseguenza di
militarizzazione e controllo dell'area da parte dei grossi interessi del
governo nordamericano e delle sue transnazionali che, fin dai primi anni del XX
secolo, investiranno in terra colombiana. I primi finanziamenti “extralegali”
ai gruppi di protezione armata dei civili verranno proprio dalle compagnie
transnazionali. La United Fruit Company operante nella regione colombiana di
Santa Marta già dagli anni trenta si insedierà nella zona tropicale dell’Urabá, nel nord ovest della Colombia, agli inizi degli
anni sessanta tramite una succursale colombiana: la Sevilla Fruit Company.[81] Con un vasto giro di appalti ai
latifondisti della regione, nel 1965, la compagnia si è già trasformata in uno
dei più grandi esportatori mondiali di banane con più di 3,5 milioni di caschi che già un anno dopo diventano 12
milioni, trasformando la zona in uno dei maggiori territori mondiali di
produzione delle banane[82] (ad oggi il terzo prodotto
esportato dalla Colombia dopo caffè e petrolio). Inoltre questa compagnia
contribuirà notevolmente al processo, già in atto, di concentrazione della
produzione agricola nella monocoltura. In questo modo verrà accelerata irrimediabile
l'alterazione dell'equilibrio naturale della zona.[83] I lavoratori delle coltivazioni
delle banane saranno costretti a condizioni disumane: turni di lavoro
estenuanti vivendo accampati con le proprie famiglie in villaggi privi di
acqua, elettricità e fogne. I tentativi di organizzazione sindacale saranno
repressi nel sangue. La Sevilla Fruit Company giudicherà maggiormente
conveniente affidarsi ai “gruppi di civili armati” per proteggere i suoi
interessi che trattare con i lavoratori.
La
British Petroleum, dagli anni sessanta, pagherà ai militari per la difesa dei
propri investimenti una tassa di guerra di 1,25 dollari a barile estratto[84] e così faranno tutte le
transnazionali petrolifere soprattutto da quando lo sfruttamento del territorio
colombiano da parte delle compagnie straniere sarà preso di mira dalle
organizzazioni guerrigliere, prima fra tutte l'ELN che avvierà una campagna di
sabotaggio dell'estrazione di petrolio ad opera delle transnazionali tramite
l'attacco ai pozzi ed il sequestro di dirigenti e tecnici delle imprese
petrolifere.[85] La Texas Petroleum Company (TEXACO) contribuirà invece in
modo più organico al finanziamento diretto ed all'appoggio politico delle
strutture paramilitari. Questa impresa nordamericana inizierà ad operare dagli
anni trenta nella regione del Magdalena Medio ottenendo la prima concessione
del governo colombiano ad una transnazionale per l'estrazione del petrolio.
L'impresa avvierà inoltre un vasto programma di deforestazione e sfruttamento a
fini commerciali del legname, richiamando gli interessi di alcuni ricchi
coloni che acquisiranno vasti latifondi convertiti a pascolo.[86]
Durante
gli anni '80 nella regione
del Magdalena Medio nel dipartimento di Antioquia e in alcune regioni della Costa
Atlantica e delle pianure orientali (Llanos Orientales) dominate dal latifondo,
i prezzi della terra crollarono sotto la pressione delle Farc che - in seguito
all'acutizzarsi del conflitto e delle azioni di controguerriglia e data la
necessità di mantenere un esercito che ormai controlla buona parte della
Colombia -[87] decisero di imporre
la “vacuna ganadera”, la tassa di guerra sui terreni posseduti e sui capi di bestiame,
non solo ai grandi proprietari, ma anche alla piccola e media proprietà. Molti
possidenti preferirono vendere o dividere i vasti fondi, altri decisero di
organizzarsi militarmente ed opporsi alla guerriglia. In questa situazione
furono principalmente i narcotrafficanti a trarne vantaggio: grazie agli
ingenti capitali accumulati con la vendita della droga, poterono lanciarsi
sulle regioni dove i prezzi delle terre erano crollati in seguito alle
incursioni delle guerriglie. Secondo l’Istituto per la Riforma Agraria Incora[88], oltre il 60% delle
terre produttive sarebbe finita nelle mani dei narcotrafficanti. I narcos fino
ad allora erano scesi a patti con le guerriglie nelle zone dove queste
controllavano militarmente il territorio pagando una tassa, il gramaje,
corrispondente circa al 10% del ricavato della vendita delle foglie di coca al
loro prezzo base[89].
Alla fine degli anni settanta, man mano che il fenomeno del
narcotraffico si evolve[90] e le organizzazioni
criminali iniziano a costituire dei veri e propri cartelli, primi tra tutti
quelli di Medellín di Pablo Escobar e
Rodríguez Gacha e quello di
Cali dei
fratelli Ochoa, i narcos si costituirono come soggetto autonomo reagendo alle
imposizioni della guerriglia. La concentrazione delle terre in mano ai
narcotrafficanti alla lunga coincise con gli interessi delle classi dominanti
nel difendere militarmente il territorio contro la guerriglia. Narcos che
facilmente strinsero alleanze con i soggetti divenuti finanziariamente potenti.
Nell'inverno del 1981 un commando dell'M-19[91] rapisce a Cali Martha Ochoa
sorella di tre capi del cartello di Medellín
e chiede, per il rilascio dell'ostaggio, 15 milioni di dollari.[92] I narcotrafficanti che fino ad
allora avevano accettato di pagare i riscatti come le tasse sulla produzione
della coca, decidono di rispondere costituendo il MAS (morte ai sequestratori).
Viene
organizzato un vertice a Medellín a cui parteciparono
centinaia di narcotrafficanti e di esmeralderos (trafficanti di
smeraldi) di tutta Colombia. L'organizzazione inizia presto ad operare in buona
parte del paese con la copertura delle forze armate.
L’esercito da parte sua operò un salto di qualità nella strategia
delle “operazioni clandestine” date le possibilità che offrivano i nuovi
scenari. A seguito di una riunione a Puerto Boyacá (porto fluviale del Magdalena Medio, capitale
dell'omonimo dipartimento nel nordest colombiano) alla quale partecipano i
responsabili delle forze armate operanti nell’area, il sindaco della città
(l’ufficiale dell’esercito Oscar Echandía), alcuni rappresentanti della Texas Petroleum Company, i membri
del Comitato degli allevatori e dei commercianti, i maggiori leader politici
locali,
venne
sancita la formazione di gruppi armati costituiti da civili per operare in tutta la regione sud del
Magdalena Medio, (affiancando il 3° battaglione di fanteria “Barbula”)[93]. Questo gruppo verrà
addestrato militarmente dalla brigata XX, quella del Binci (battaglione di
spionaggio e controspionaggio) brigata i cui elementi erano stati formati nella Escuela
de las Américas
di Panama.
La strategia delle operazioni paramilitari più
che colpire le guerriglie con attacchi diretti si concentrò contro la
popolazione civile considerata complice e fiancheggiatrice della guerriglia.
Nel giro di pochi mesi i gruppi paramilitari si moltiplicarono contando anche
sull'impunità diffusa verso i loro crimini:
“Improvvisamente tutto il paese, dal Caquetá al Magdalena Medio, si riempì di
cadaveri di uomini di sinistra e di nuove sigle che si rifacevano all'estrema
destra. Alla tripla A [Alianza Anticomunista Americana] e al Mas si aggiunsero
il Movimento Democratico Armato contro la sovversione, il Movimento Patriottico
di Autodifesa Nazionale, la Mano Negra, lo Squadrone Machete, fino ai vari
Morte ai Comunisti, Morte ai Rivoluzionari del Nordest e Morte ai Rivoluzionari
e Comunisti. Visto che nessun delitto veniva punito, la carneficina si diffuse
in Colombia come uno sport popolare. Giovani fanatici delle famiglie perbene si
unirono ai poliziotti e militari per esercitarsi al tiro a segno notturno
contro vagabondi, prostitute, travestiti, rivendicando la pulizia sociale con
sigle come Amor por Medellín,
Cali Limpia o Bogotá Linda.”[94]
I gruppi armati, specie nelle aree del narcotraffico, hanno
pianificato ed eseguito operazioni militari in coordinamento con le forze
armate, finalizzate al controllo strategico del territorio. I gravi crimini di cui si sono
macchiati negli ultimi 60 anni sono rimasti pressoché impuniti.[95] Quando alcuni procuratori,
indagando su stragi come quelle del 4 marzo 1987 nei villaggi di Honduras e La
Negra - dove vennero massacrati decine di
braccianti delle bananiere per la loro attività sindacale e che inaugurarono
una serie di massacri nella regione nell'Urabá (nord della Colombia) - iniziarono a risalire verso le alte scale
dell'esercito, si scontrarono contro un muro di omertà. Il giudice Marta Lucía Gonzales scoprì la protezione che due plotoni di militari avevano
dato ai killer, scortandoli e partecipando attivamente alle violenze nonché le
responsabilità dirette del comando militare nella zona e delle relazioni
dirette che univano militari, associazioni di proprietari terrieri, allevatori
ed esponenti politici. Un attentato contro la Gonzales la portò a rifugiarsi
all'estero, mentre il suo successore, María
Elena Díaz, verrà uccisa insieme alla sua
scorta il 28 luglio 1989 in una strada di Bogotà.[96]
I
militari coinvolti saranno tutti, nel tempo, promossi di grado.
Una ricerca di un’equipe di giornalisti de “El Espectador”
dimostrerà come il massacro del giugno del 1997 a Mapiripán (cittadina della regione del Meta) dove persero
la vita più di 40 contadini, sarà compiuto da bande paramilitari con l’appoggio
dell’esercito colombiano: la brigata XII sul campo e la brigata XVIII nella
copertura delle prove.
Jo-Marie
Burt, giornalista della rivista nordamericana NACLA Report on the Americas
scrive a proposito:
“Evidence later emerged suggesting that the role of the
Colombian Military in the massacre was in fact much deeper, and in March 1999
Colombian prosecutors indicted Colonel Lino Sánchez, operations chief of the
Colombian Army's 12th Brigade, for planning, with Castaño, the Mapiripán
massacre. This is not surprising, given that the links between paramilitaries
and the Colombian army have been well established. According to a February
Human Rights Watch report, half of the Colombian Army's 18 brigades have clear
links to paramilitary groups.”[97]
Tutto ciò succedeva nella zona dove erano presenti
i baschi verdi del 7° gruppo di Operazioni Speciali dell’Esercito degli Stati
Uniti.
A questi
esempi, purtroppo, potrebbero aggiungersene molti altri: un'ampia letteratura
individua una delle cause principali dell'infinita guerra civile colombiana
nell'autonomia dei militari colombiani rispetto a qualsiasi controllo civile,
politico e giudiziario sui suoi apparati.[98] Saranno i militari che faranno
naufragare qualsiasi tentativo di pace nato con l'elezione presidenziale di
Betancour (1982-1986): in seguito alle terribili violenze del biennio 1982-83
tutti i gruppi guerriglieri spinsero verso accordi di pace per il
raggiungimento di una soluzione pacifica del conflitto. Molti soggetti
politici, istituzionali e soprattutto della società civile, stanchi della
perenne violenza, premettero per la costituzione delle condizioni base per dare
il via alle trattative: cessate il fuoco da ambo le parti e costituzione di una
zona franca per le trattative.[99] I colloqui di pace verranno
bloccati, quasi prima del nascere, dall'immobilismo delle istituzioni[100] e dagli apparati militari che
durante il periodo di tregua opereranno ripetute incursioni alla ricerca dei
guerriglieri nei “campamentos de paz” e nelle aree smilitarizzate destinate ai
colloqui.
Le
guerriglie, unite dal 1987 nella Coordinadora Guerrillera Simón Bolívar,
chiesero, come passo per trovare una via pacifica alla risoluzione del
conflitto, di poter partecipare ai lavori della costituente del 1990[101] con un piccolo gruppo di
esponenti della Coordinadora in rappresentanza di una parte degli attori del
conflitto sociale colombiano. L'esercito risponderà attaccando, il giorno delle
elezioni della costituente, la “Mesa Verde” ovvero la base della “Comandancia”
delle FARC situata nel sud amazzonico. L'attacco andrà a vuoto, i guerriglieri
si ritireranno ordinatamente nella selva. L'unico obiettivo che i militari
raggiungeranno sarà l'esclusione dei gruppi guerriglieri dalla partecipazione
ai lavori per la costituente.
3.3 Processi di autonomia delle formazioni
paramilitari, “War on Drugs” ed interessi internazionali
Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti, e rompe i muri e l'armi!
Dante, Inferno, Canto XVII, 1-2
Gli anni
ottanta segnano dunque un nuovo e maturo ciclo di sviluppo del fenomeno
paramilitare. All'inizio degli anni ottanta latifondisti e grandi allevatori
della regione del Magdalena Medio si uniscono nell'ACDEGAM (Associación Campesina de Agricultores y Ganaderos
del Magdalena Medio), e di concerto con i poteri politici e militari della zona
trasformano l'area di Puerto Boyacá “in una specie di Repubblica Indipendente Anticomunista” come
dichiarerà lo stesso sindaco di Puerto Boyacá. La stessa Texas Petroleum Company si relaziona indirettamente
con l’associazione e collabora in alcune fasi con le attività locali dei
sicari”.[102]
L’azione organizzativa e di copertura che l’ACDEGAM fornisce alle
“operazioni sporche” di paramilitari e sicari è perfettamente a conoscenza
delle autorità statali e dei principali organi di sicurezza colombiani. Nel
1988 un rapporto del Das alla Procura Generale affermava che
“i sicari e gli assassini di Puerto Boyacá utilizzano come copertura l’ACDEGAM,
dietro cui effettuano le proprie attività illecite. Il sostenimento della banda
– proseguiva il rapporto - è a carico dei Narcotrafficanti, degli Allevatori e
degli Agricoltori, che in qualche modo dedicano parte delle proprie proprietà
alla coltivazione delle foglie di coca, attività camuffata con altre attività
agricole e pascoli; ognuna di queste persone periodicamente apporta una quota
che oscilla tra i 50 mila e un milione di pesos per finanziare il personale
(…). Alcune autorità nel Magdalena Medio, collaborano con ACDEGAM, come il
Procuratore generale di Honda, il comandante della base militare di Calderón, i comandanti della polizia di La
Dorada e Puerto Boyacá, il sindaco di Puerto
Boyacá, i narcotrafficanti
Gonzalo Rodríguez Gacha, ex
sergente dell’esercito, Pablo Escobar, Gilberto Molina, Jairo Correa”.
I nuovi capi del paramilitarismo colombiano si smarcano dalla
protezione diretta dei cartelli della droga per diventare un attore
politico/militare centrale della vita colombiana utilizzando i finanziamenti
provenienti dal narcotraffico in modo diretto, ovvero controllando la
produzione ed il commercio della cocaina e dell'eroina e diversificando le
fonti di finanziamento. Questa trasformazione viene accelerata soprattutto nel
momento in cui, alla caduta dei paesi socialisti, il narcotraffico diventerà il
nuovo mostro da combattere per gli Stati Uniti d'America.[103] La CIA ha protetto ed
utilizzato, per più di quindici anni, il fenomeno del narcotraffico in chiave
anticomunista[104]. Nel 1989 Washington impone al presidente
colombiano Barco di intraprendere una lotta spietata al cartello di Medellín e l'estradizione in U.S.A. dei boss del
narcotraffico. Da questo momento la Colombia sarà teatro di un'ennesima guerra
tra narcos e Stato che si sommerà a quelle già esistenti. Guerra che si
concluderà 4 anni dopo con l'esecuzione, a Medellín, di Pablo Escobar. Guerra che conterà decine di migliaia di morti:
narcos, poliziotti, sicari, paramilitari, giudici e politici. Gli attori di
questo scontro saranno tanti e stretti da alleanze complesse.
Nello
stesso 1989 Washington vara un piano segreto (Heavy Shadow) che prevedeva una
moltiplicazione dei finanziamenti verso l'esercito colombiano ed una sua
riorganizzazione. Verranno addestrate truppe sulla falsariga delle nascenti
strutture paramilitari del Magdalena Medio:
“la direttiva 200-05/91, ispirata al modello paramilitare
sperimentato nella regione del Magdalena Medio, che prevedeva l'organizzazione,
sull'intero territorio nazionale, di trenta unità per l'esercito, sette per
l'aviazione e quattro per la marina. Nel manuale si indicava che “ogni unità
doveva essere diretta da un ufficiale in servizio, esperto dell'area”,
coadiuvato da un civile, con “un'attività di facciata ed una storia fittizia”,
e composto al massimo da cinquanta “agenti segreti” civili autorizzati a
contrattare informazioni ad hoc[105]”
ben
presto anche quest'arma si trasformò per essere usata contro qualsiasi tipo di
movimento sociale colpendo sindacalisti, lavoratori, politici e giornalisti. Il
piano “Heavy Shadow” era inoltre indirizzato verso una costruzione fitta di
alleanze con gli altri soggetti della guerra sporca da utilizzare contro
Escobar. Primi tra tutti i rivali del cartello di Cali, il contributo dei
caleñi a favore dei
militari colombiani, fu ripagato con l’impunità e la libertà di azione per
conseguire il monopolio nella raffinazione ed esportazione della cocaina.
L’atteggiamento di favore che le agenzie militari hanno fornito
all’organizzazione di Cali si spiega innanzitutto con il ruolo svolto dal
Cartello
“nella repressione delle forze di sinistra
colombiane e perché i suoi capitali, che contribuiscono in poco tempo a fare di
Miami la seconda piazza finanziaria degli Usa dopo New York, servono per
finanziare i contras”[106]
nel conflitto tra gli Stati Uniti e la breve esperienza del Frente
sandinista in Nicaragua.
Fondamentale in questa guerra che rimetterà in discussione molti
equilibri del rompicapo colombiano sarà il nuovo ruolo dei paramilitari e la
nuova funzione che avrà il paramilitarismo nella guerra colombiana. I primi
addestramenti internazionali di cui si avrà notizia saranno quelli condotti da
un istruttore dell'esercito israeliano, Yair Kleim, in una tenuta del Magdalena
Medio di proprietà dell'altro boss di Medellín, Rodríguez Gacha, la cui
figura sarà legata, al contrario di quella di Pablo Escobar, alla lotta contro
guerriglie ed esponenti dei movimenti sociali. La formazione dei paramilitari - che si macchieranno
dei più gravi crimini commessi in Colombia negli ultimi decenni, come il
massacro di undici funzionari giudiziari a La Rochela[107] - verrà affidata ad
una ventina di mercenari israeliani, giunti in Colombia con la collaborazione
del Ministero della Difesa Nazionale, su richiesta del Cartello di Medellín, e a cui si erano affiancati 5 “ex”
membri delle Sas, il settore speciale delle forze armate britanniche per le
operazioni nella selva[108].
I fratelli Castaño saranno coloro i quali
rinnoveranno nel modo più compiuto la funzione, gli obiettivi e le tecniche
nelle strutture paramilitari.
Il suddetto piano Heavy Shadow,
fedele alle tecniche della guerra a bassa intensità, prevedeva tra l'altro
l'utilizzo di civili nella lotta contro Escobar accelerando la privatizzazione
del conflitto colombiano. Al Bloque de Búsqueda[109] istituito da Barco, si affianca,
nella lotta contro il
cartello di Medellín,
una strana alleanza composta da agenti della Cia, della Dea, del cartello di
Cali e dei paramilitari di Castaño[110].
I gruppi paramilitari
diversificano le loro attività economiche per garantire autonomia e crescita. I
fratelli Castaño presenti nella regione di Cordoba dagli anni settanta,
rinnovano e moltiplicano celermente le loro già cospicue attività. Fondano le
ACCU (Asociación Campesina de Córdoba e Urabá)
in una regione dove viva era la presenza delle guerriglie ed il movimento
sindacale legato ai bananeros, i braccianti delle piantagioni
di banane della zona. La loro strategia consiste nel “togliere l'acqua dove
nuotano i pesci”: mentre l'esercito si dedica a combattere le guerriglie, i
paramilitari, in coordinazione con i militari, colpiscono quelle che dovrebbero
essere le basi di appoggio della guerriglia: braccianti, operai, sindacalisti e
tutta quella popolazione civile presente nelle zone di influenza dei gruppi insorgenti.
Se non ci sono stati quasi mai scontri tra esercito e paramilitari, altrettanto
rari sono stati quelli tra guerriglie e paras.
Nel 1994 il governo Samper sotto
la pressione delle organizzazioni di allevatori e possidenti terrieri non pone
veti alla costituzione delle Convivir, agenzie di sicurezza privata finanziate
da privati ed addestrate ed armate dall'esercito. Le Convivir promosse tra
l'altro dall'allora governatore di Antioquia Alvaro Uribe Vélez,[111] attuale presidente colombiano,
diventarono in breve tempo più di cinquecento in tutto il paese. Denuncia l’OACNUDH che tra il 1997 e il 1998 il governo
colombiano ha concretamente incoraggiato ed organizzato la proliferazione in
varie regioni del paese di queste organizzazioni, senza un adeguato meccanismo
di controllo e supervisione. In breve tempo non si riuscirà nemmeno a
quantificare l'esatto numero di Convivir presenti nel paese. Si era in
autorizzata la formazione di bande che in pratica fungevano da strumento di
controguerriglia.
“I gruppi
paramilitari furono creati come strategia per vincolare la popolazione civile
nel conflitto armato in Colombia e per garantire l'impunità a fronte delle
violazioni dei diritti umani; il loro obiettivo fondamentale era privatizzare
la guerra sporca, cioè far sì che gruppi oscuri assumessero come propri crimini
che in altri momenti aveva commesso la forza pubblica. Questa strategia
pertanto alimentò ed alimenta l'impunità nel pretendere di sviare le
responsabilità statali per le gravi violazioni dei diritti umani.”[112]
Le bande paramilitari
progressivamente vedono le loro attività in crescita e diversificate. Alle
azioni sicariali si sovrappongono le prestazioni di servizio alle
transnazionali presenti nelle terre dell'Eldorado.
All'intervento “storico” delle transnazionali della
frutta e del petrolio si sono aggiunte, in Colombia, nelle ultime decadi, quelle che si occupano delle nuove
frontiere dello sfruttamento come le industrie farmaceutiche e alimentari
interessate alla bioprospezione delle catene genetiche da cui ricavare cosmesi, farmaci e nuove
combinazioni genetiche[113]. Tali compagnie hanno altresì
subito in Colombia l'attacco continuo delle guerriglie che considerano per
esempio gli oleodotti delle compagnie petrolifere “obiettivi militari”. Nel
1986 l'ELN lancia la campagna “svegliati Colombia ti stanno rubando il
petrolio” promuovendo attacchi ad oleodotti e sedi di raffinazione del greggio
e moltiplicando il sequestro di tecnici ed ingegneri delle compagnie
petrolifere.
Le compagnie transnazionali vedono
così quotidianamente crescere la loro necessità di sicurezza. Sarà la stessa
Texaco, (presente nel Magdalena Medio dagli anni venti), tra le finanziatrici e
promotrici, nel 1981, del MAS, la prima organizzazione paramilitare moderna.[114] Il governo di Washington finanzierà per 98 milioni
di dollari l'anno l’addestramento di un battaglione dell’esercito, predisposto
alla difesa delle tubature che ogni giorno portano centomila barili di petrolio
dal pozzo petrolifero di Caño Limón al porto atlantico di Coveñas,
privatizzando così di fatto una parte dell'esercito colombiano al servizio
delle transnazionali del petrolio. Tra
i servizi offerti dai paramilitari alle transnazionali, la pacificazioni di
ogni conflitto sociale tra capitale e lavoro. Sarà lo stesso Carlos Castaño, in più di un’occasione a
giustificare l'uccisione di
sindacalisti e indigeni sostenendo che si opponevano ai “progetti di sviluppo” come la costruzione di dighe, strade e
canali e per proteggere trivelle e oleodotti, miniere e coltivazioni intensive.[115]
Secondo la Scuola Nazionale
Colombiana di Sindacalismo (E.N.S.)
in
Colombia, tra il 1° gennaio e il 31 dicembre del 2004 si sono avute 688
violazioni contro la vita, la libertà e l’integrità personale dei
lavoratori/trici sindacalizzati del Paese.[116]
mentre tra gli anni 2001 e 2002
secondo la Central Unitaria de Trabajadores[117] sono avvenuti il 90% degli
assassinii di sindacalisti a livello mondiale. Mentre il Dipartimento di Stato degli Usa,
nel suo rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo si congratula perché è avvenuta «una costante e sostanziale diminuzione» degli abusi da
parte dello Stato, che passano dal 54% del totale degli omicidi
extra-giudiziali del 1993 al 7,5% del 1997, notiamo che a quest’improvvisa
inversione di tendenza dei crimini militari fa riscontro il parallelo aumento
degli omicidi paramilitari che sfiorano il 70% del totale. L'appalto del lavoro
sporco da parte dei paramilitari si va via via completando come si completa la
diversificazione delle loro attività. Di pari passo le strutture paramilitari
si dotano di una organizzazione nazionale fondando, nel 1996 le Autodefensas
Unidas de Colombia (AUC) che raccoglie tutte le organizzazioni paramilitari
nate nell'ultima decade. Le ACCU dei fratelli Castaño che ad oggi costituiscono il 70% delle AUC, unendosi a quelle dello
“smeraldero” Carranza ed a tante altre piccole strutture locali, escono dai
territori del nord dando alla loro iniziativa un orizzonte nazionale e
chiedendo il riconoscimento dello status di attore politico della vita
colombiana. Crescono anche le loro attività imprenditoriali: una vera e propria
transnazionale del terrore con la capacità di diversificare ed ampliare
costantemente le proprie attività imprenditoriali.
Le dinamiche occorse nella regione del Chocó, nel nordovest del paese sono un ottimo specchio
della relazione tra la trasformazione delle organizzazioni paramilitari e la
ristrutturazione economica in Colombia. Il territorio Chocoano, situato nella
parte nord occidentale della Colombia, si estende per 46.530 km e confina a
nord con la Repubblica di Panama e con il
Mar del Caraibi, ad est con le regioni di Antioquia e Risaralda, a sud col dipartimento del Cauca, ad ovest con
l’oceano Pacifico. La regione, formata per la maggior parte da foresta
pluviale, comprende una delle zone a maggior ricchezza di biodiversità delle latinoameriche. Questa terra tropicale ha visto
affiancarsi agli
insediamenti degli indigeni Embera, Wounam e Tule la presenza degli afrodiscendenti che
attualmente costituiscono il gruppo maggiore nella zona con il 90% della
popolazione attuale. Questi uomini e queste donne, come loro stessi si
rappresentano,[118] sono i discendenti degli schiavi
del Congo e dell'Angola che dal XVI sec. sbarcarono nel porto di Cartagena de
las Indias per essere deportati nelle piantagioni della costa caraibica e nelle
miniere di oro della costa pacifica e fluviale. Gli afrodiscendenti diedero
vita, come in tutte le altre zone d'America dove si sviluppa il fenomeno della
tratta degli schiavi, a fughe, insubordinazioni e resistenze.[119] Gli schiavi neri cercarono riparo
nelle conche fluviali dei piccoli affluenti tropicali dell'Atrato[120] popolando con insediamenti sparsi
tutta la regione. La regione è stata trattata come una “periferia abbandonata” dallo stato colombiano fino agli inizi degli
anni ottanta. Da questo momento in poi inizia infatti in questa zona
un'incursione di diverse transnazionali che vi riconoscono elevate possibilità
di profitto date le ricchezze naturali della zona. Inoltre a partire
all'inizio degli anni novanta sono stati disegnati diversi progetti infrastrutturali dentro un piano
più generale di trasformazione dell'area noto come Plan Pacifico. Fra questi, il canale interoceanico lungo i
bacini fluviali Atrato-Truandó e la strada
Panamericana, che dovrebbe collegare il Tapón
del Darién con Panama. Progetti che sono stati recentemente inseriti
nell’ambito del programma continentale di integrazione infrastrutturale noto
come IIRSA[121].
Parallelamente, nel
corso degli anni novanta, è emerso un nuovo interesse per le risorse genetiche
della regione, ed in particolare per le sue potenzialità farmaceutiche e le sue
potenzialità agroforestali, che sono state stimate nell’ambito del progetto di
investigazione Progetto Biopacifico.[122] La regione si trova insomma a
passare da area depressa a nodo geostrategico della Colombia. Iniziano in
questo quadro le pressioni per lo sfollamento: liberare vaste porzioni di
territorio per destinarlo a nuovi progetti economici e per costruire nuovi
anelli di comunicazione.
“A tutto ciò si somma inoltre la
somma importanza strategica della regione per l’espansione del progetto
paramilitare nella regione dell’Urabá
che pretende garantirsi corridoi strategici per gli spostamenti delle truppe e
per le “vie della droga” assicurandosi così un predominio militare/economico in
una delle regioni geostrategicamente più importanti del paese per la sua
abbondanza di risorse e di vie navigabili. Il controllo della regione
permetterebbe ai paramilitari di fortificare le proprie retroguardie
rafforzando allo stesso tempo il proprio progetto di penetrazione ed espansione
anche nelle zone del Sur de Bolivar, nel Magdalena Medio e nel Medio Atrato.”[123]
Così dal 1995 le comunità
afrodiscendenti ed indigene sono obiettivo di forti pressioni per la
riubicazione. Il rifiuto ad andare via dà l'inizio ad un embargo economico
crescente motivato con il pretesto della lotta antiguerrigliera. Dove non
arriverà la carestia indotta provvederà l'esercito in collaborazione con i
paramilitari delle ACCU. Tra il 24 e il 27 febbraio del 1997 il generale Rito
Alejo del Río al comando della XVII brigata
dell'esercito colombiano darà vita, in concerto con i paramilitari delle ACCU e
delle appena nate AUC, ad una delle più spaventose carneficine della storia colombiana: l'operazione Génesis. Motivata dalla lotta contro
focolai delle FARC presenti nella zona del Chocó tutte le operazioni militari e paramilitari si focalizzarono contro
la popolazione civile insediata nella regione[124]. Bombardamenti aerei
indiscriminati spianarono il lavoro all'ingresso delle truppe di terra, secondo
i racconti di quei sopravvissuti che non hanno avuto paura di pagare, con
ennesime violenze, le loro testimonianze[125]. Ai militari della XVII brigata
si confonderanno paramilitari delle AUC e delle ACCU. In tre giorni si
avranno, nelle 23 comunità del Basso Atrato oggetto dell'operazione, centinaia
di morti e desaparecidos e 4 mila desplazados che nei mesi successivi
raggiungeranno il numero di 20 mila. Fuggiranno verso Panama e la città di
Turbo dove vivranno per anni costretti ed ammassati come bestie nello stadio
municipale.
La riconversione dei territori
sgomberati sarà molto veloce: migliaia di ettari di terra al confine con Panama
verranno immediatamente dati in usufrutto alla transnazionale del legno “Maderas del Darién” per il taglio di legna pregiata senza contare la
crescita esponenziale nella zona dei traffici illeciti relativi al
narcotraffico.[126] Lo sfollamento ha portato quindi
ad una riconversione nella proprietà e nell'utilizzo delle terre[127]. La guerra ha portato ad una
rapida concentrazione della proprietà. Come si dice in Colombia non ci sono i desplazados perché c'è guerra, c'è guerra
affinché ci siano i desplazados[128]. Rilevante notare come le bande
paramilitari si siano trasformate in strutture autonome che da un lato hanno contribuito agli sfollamenti per motivi
inerenti la strategia militare legata ad una loro crescita mediante
l'assicurazione di nuove
vie di comunicazione “franche” (molto importante in particolare nel progetto di espansione del
paramilitarismo i canali di comunicazione che li mettono in contatto con il
Medio Atrato e con il Magdalena Medio e che rispondono alle esigenze delle ACCU
di darsi un panorama di azione nazionale), dall'altro queste operazioni
paramilitari sono al servizio diretto o indiretto del capitale internazionale
sia con la prestazione di
servizi militari o di servizi relativi al nuovo business della sicurezza privata. Un intervento
delle strutture paramilitari negli affari economici si situa pienamente nei
nuovi orizzonti che modellano le organizzazioni criminali contemporanee. Il
paramilitarismo in Colombia, così come “Cosa Nostra” in Italia ha attraversato
degli stati evolutivi che lo hanno portato a rimodulare il proprio rapporto con
le istituzioni dello stato e con le forme di accumulazione del capitale e
concentrazione del potere. Il comportamento di “Cosa Nostra” come anche quello
dei gruppi paramilitari colombiani rispetto allo stato ed ai circuiti
dell’economia legale ha subito senza dubbio un’evoluzione che lo ha portato
dall’essere prettamente predatorio alla nascita, per poi divenire parassitario
e giungere infine allo stadio attuale di perfetta simbiosi con l’economia ed i
circuiti legali transnazionali[129].
Si possono leggere dentro questo
quadro le trasformazioni economiche generate dentro le strutture paramilitari:
agli eserciti di tagliateste si sono affiancate holding che cavalcano ogni tipo
di attività economica. Abbiamo già accennato alla riconversione dei terreni dove
i paramilitari si sono comportati come veri e propri commercianti
dell'insicurezza comprando a poco prezzo (e spesso con la forza) vasti
possedimenti in zone di guerra per poi rivenderli a prezzi moltiplicati una
volta “pacificata” la zona ed utilizzando la guerra come arma dell'economia
speculativa ed abbiamo già parlato dei servizi di sicurezza privata offerti
dalle strutture paramilitari alle transnazionali che lavorano in Colombia.
Abbiamo visto come questo processo si accompagna ad una privatizzazione
dell'esercito al servizio del capitale transnazionale. A riguardo vi è da
aggiungere che mentre i gruppi paramilitari si sono serviti di mercenari
stranieri per accrescere le proprie competenze, il “deposito di esperienza”
dato da decenni di guerra li porta ora ad esportare i propri servizi nei nuovi
e vasti mercati mondiali della sicurezza privata.
Senza fare difficili
generalizzazioni è invero possibile, nella complessità del fenomeno della
formazione, consolidamento e trasformazione delle strutture paramilitari, dar
luogo ad una riflessione che tenti almeno di tracciare una linea di
interpretazione, abbastanza coerente, dell'evoluzione di un fenomeno che
abbraccia ed accompagna la vita della Colombia lungo i suoi ultimi 50 anni
caratterizzati da una guerra civile costante.
Ciò senza mai dimenticare che le
trasformazioni del fenomeno paramilitare in Colombia, come nel resto
dell'America Latina, deve costantemente essere posto in relazione con le
trasformazioni del panorama politico internazionale. La trasformazione, previa
legalizzazione e legittimazione delle bande paramilitari in compagnie di
sicurezza privata va inquadrata all'interno di un passaggio (più o meno
graduale e sicuramente non omogeneo) da un utilizzo delle strutture
paramilitari per scopi sicariali verso una tendenziale acquisizione di sempre
maggiore potere da parte dei capi delle bande paramilitari che via via si
costituiscono in blocchi regionali ed infine nazionali diventando nuovi signori
della guerra.[130] Signori
che una volta spogliati gli abiti militari si ergono a protagonisti di primo
piano del panorama politico.[131] Panorama che sicuramente
oltrepassa il solo teatro colombiano. La strategia delle formazioni
paramilitari utilizza strumenti diversi e che sicuramente eccedono le pure armi.
Almeno se consideriamo come armi quelle solitamente immaginate negli scenari di
guerra classica.
Nel prossimo capitolo ragioneremo
sui progetti di sviluppo nella regione colombiana del Magdalena Medio e sulle
strategie di intervento, in quella zona, delle formazioni paramilitari.
Riformuleremo empiricamente le riflessioni appena fatte con lo studio di un
caso emblematico anche per la complessità dei fattori e degli attori in campo.
Porremo l'attenzione sulle organizzazioni non governative che a nostro avviso
costituiscono una espressione delle politiche paramilitari e quelle la cui
traiettoria politica oggettivamente coincide con quella degli interessi
paramilitari o quanto meno li rafforza. Analizzeremo il modus operandi con cui
le organizzazioni paramilitari nella fase matura della loro evoluzione (ovvero
nel momento in cui sono governo reale ed in cerca di legittimità formale), si
pongono in relazione con le organizzazioni non governative che sviluppano
progetti di cooperazione nei territori dove queste formazioni detengono la
sovranità.
Capitolo
4
IL MAGDALENA MEDIO
La regione del Magdalena Medio prende il suo nome
dall'omonimo fiume tropicale che attraversa questi territori e comprende buona
parte dei Dipartimenti amministrativi[133], di César, Bolivar, Antioquia e Santander, per un totale
di circa 60 municipi. La regione è ricca di risorse naturali come petrolio ed
oro. La sua città principale, Barrancabermeja, è stata dagli anni venti tra i
maggiori produttori di petrolio della Colombia. Il porto fluviale di
Barrancabermeja si situa inoltre nel cuore di una delle rotte commerciali che
unirebbero il Venezuela ed i suoi prodotti petroliferi, al Pacifico[134]. La regione assume quindi, per la
ricchezza delle proprie risorse e per la posizione strategica dove si situa,
un'importanza fondamentale per il conflitto colombiano. Nella città fluviale di
Puerto Boyacá, si svilupparono - come abbiamo visto nel precedente capitolo[135] - durante gli anni ottanta le bande paramilitari
finanziate da allevatori, latifondisti ed imprese petrolifere operanti nella
regione. Modello presto esportato in tutta la Colombia. Nella Serranía de San Lucas y Perijá, massiccio nel Sur de Bolivar, è presente una
delle zone militari strategiche dell'ELN e sua roccaforte naturale: è lì che si colloca, infatti, la Comandancia (il comando politico-militare) di questa guerriglia. Nella zona inoltre c'è una
presenza notevole della guerriglia delle FARC e, prima della sua
smobilitazione, della guerriglia maoista dell'EPL. La regione è per questi fattori considerata una delle aree
maggiormente conflittive della Colombia. La città di Barrancabermeja vanta
inoltre la presenza del sindacato dei lavoratori petroliferi, uno tra i più
combattivi dell'America Latina: la USO (Unión
Sindical Obrera)[136] nonché radicate organizzazioni
sociali nei quartieri della città.
4.1 Strategie
di incursione paramilitare
"Era proprio
necessaria quella strage? Ti avevo detto solo di spaventarli".
"Chi muore è molto
spaventato".
C'era una volta il West
Lo studioso Libardo Sarmiento Anzola, nel documento Un modelo pilota de modernización autoritaria en Colombia,[137] descrive la strategia di
incursione delle formazioni paramilitari nella regione come un modello
paradigmatico, dividendo le fasi di questa strategia in tre tappe principali.
Tappe contrassegnate dall'esigenza delle organizzazioni paramilitari di
insediarsi in una regione estremamente strategica per i caratteri peculiari a
cui abbiamo appena accennato e costantemente in relazione con le trasformazioni
geopolitiche dello stato colombiano e del più generale contesto regionale
centro-americano.
La prima tappa di incursione delle formazioni paramilitari
è quella propriamente militare. Consiste cioè nel
“liberar mediante la guerra,
amplias zona de la subversión y de sus bases populares de apoyo imponiendo el proceso de
concentración de la tierra, la
modernización vial, de servicios y de infraestructuras, el desarrollo de el
capitalismo ganadero y la nueva estructura jerárquica y autoritaria en la
organización social y política de la
región.”[138]
Strategia che trova il fulcro nella lenta espansione
dell'azione paramilitare dalla “città libera dal comunismo” di Boyacá all'intera regione, fino a culminare nell'assedio
di Barrancabermeja e nella lenta espugnazione dei quartieri con una presenza di
organizzazioni sociali storicamente radicate. Parliamo quindi di una lenta
strategia militare che innanzitutto colpisce gli anelli sociali deboli e le
comunità contadine presenti lungo il Magdalena o nelle regioni interne, meno
protette, fino ad arrivare, negli anni novanta, nelle zone limitrofe alla città
di Barrancabermeja: San Vincente de Chuchurí,
El Carmen, Sabana de Torres, Puerto Wilches.[139] Dal 2000, le formazioni
paramilitari, si insediano e controllano sempre più vasti quartieri della città portuale. Sia nelle zone rurali che nelle
aree urbane l'infiltrazione paramilitare vera e propria è preceduta da
incursioni lampo: uccisione di leader sindacali o comunitari, sequestri di
persona, torture, perseguono il fine di destabilizzare l'equilibrio
territoriale. Le differenti operazioni di incursione e di radicamento delle
strutture paramilitari sono contraddistinte da una assenza di intervento delle
forze di polizia o da una connivenza con esse. Durante il 1998 una marcia contadina battezzata “Éxodo Campesino” porta più di 10
mila contadini delle zone del Sur de Bolivar e Yondó ad occupare strade ed infrastrutture di
Barrancabermeja - nonché l'ambasciata statunitense
della città - protestando contro il mancato
complimento degli accordi agricoli del 1996 in cui lo stato colombiano si
impegnava ad una serie di significative azioni di riforma agraria della regione
e finanziamenti per lo sviluppo. I rinnovati accordi siglati tra Stato e Mesa
Regional[140] e denominati “Plan de Desarrollo
y Protección Integral de los Derechos Humanos
del Magdalena Medio”[141] verranno completamento disattesi.[142]
La strategia paramilitare per la conquista della storica
“città rossa” di Barrancabermeja, si esplicita in una pratica di infiltrazione
e attacco a tenaglia che consiste nel colpire prima di tutto gli anelli deboli
della realtà cittadina. Se la USO verrà attaccata brutalmente e ripetutamente,
è altresì vero che numerose operazioni saranno condotte contro i cosiddetti
sindacati minori come quelli dei tassisti e dei commercianti[143]. Le cause di questi atti di
violenza - che portarono nel giro di pochi anni a decine di assassinii di
sindacalisti e ad un oggettivo indebolimento della solidità e dell'unione dei
vari sindacati - ha una natura molteplice ma un
filo conduttore unico. Un attacco frontale ai sindacati più combattivi come la
USO sarebbe stato più difficile, ed in più i paramilitari con la pressione a
tassisti, commercianti e venditori ambulanti possono imporre una tassa di guerra con cui finanziarsi. Questo processo viaggia, alla fine
degli anni novanta, di pari passo con fenomeni di migrazione interna dal campo
verso Barrancabermeja: sfollati interni appartenenti a classi sociali popolari
e già vincolati in modo diverso alle formazioni paramilitari.
“Hacia 1997 empieza a aparecer una
nueva modalidad en la acción del
paramilitarismo. Se dan una serie de migraciones de habitantes de Puerto Parra,
de Cimitarra, de Puerto Berrío y toda la
zona Chucureña,
habitantes que ya estaban socialmente vinculados y amparados por el projecto
paramilitar. Llegaron
aquí en condiciones de
comerciantes menores, tenderos, como taxistas, como vendedores, etc. »[144]
Il bisogno di indebolire le organizzazioni dei lavoratori
serve quindi anche per procurare posti di lavoro ad una manodopera già
vincolata alle formazioni paramilitari nonché per impossessarsi di zone
nevralgiche per lo sviluppo del lavoro di intelligence. Da queste
considerazioni notiamo come il fenomeno paramilitare si pone, fin dalla sua
nascita, come una dinamica non solamente militare ma che assume immediatamente
anche una prospettiva sociale. La stessa traiettoria di infiltrazione si avrà
per quanto riguarda l'ingresso delle bande paramilitari nei quartieri chiave,
cioè nei Barrios di Barrancabermeja: incursioni
veloci e rappresaglie nei quartieri con la presenza delle più forti
organizzazioni politiche e sociali e con presenza guerrigliera (quartieri nel
nord-est della città); lenta conquista dei quartieri con organizzazioni sociali
meno radicate (quartieri popolari nel sud-est della città); assenza di
intervento delle forze dell'ordine; occupazione, manu militari, di zone e di
posti di lavoro strategici per i motivi già menzionati.[145]
Ne risulta un processo di intervento paramilitare
complesso e multiplo che però conserva una sua logica interna ed una capacità
duttile di adattarsi alle trasformazioni esterne.[146]
Alle azioni propriamente militari segue quella che Libardo
Sarmiento Anzola chiama la seconda tappa della strategia di incursione:
“En la “segunda fase” del “modelo”
se trata de “llevar riqueza a la región” a través de la entrega subsidiada de
tierra, de la generación de empleo, la concentración de la población en centros
poblados, la costrucción de puestos de salud y de escuelas, del regalo de
energia eletrica, de costrucción de represas para el suministro de agua y de
vias de comunicación, de la adecuación de tierras, la asistencia técnica y el préstamo
de dinero para la producción. Esta segunda fase de el modelo se lleva a cabo
con el conocimiento y la legalización de istituciones de gobierno como el
Istituto Colombiano de la Riforma Agraria (Incora). Los nuevos pobladores que
ocupan las antiguas zonas liberadas no son aquellos que fueron desplazados con
violencia (pobres excluidos), es una nueva población (pobres mainados traìdos de otra regiones),
leal al “patrocito” que rapidamente se organizan, conforman sus grupos de
bases, esto es, la autodefensa paramilitar.”[147]
Alle incursioni militari ed alle azioni di “limpieza
social” seguono infiltrazioni, in diversi settori lavorativi, di gruppi di
migranti ormai compromessi con le organizzazioni paramilitari. In assenza di
una base sociale propriamente paramilitare, questa viene importata da zone
limitrofe: aree povere già controllate dai paramilitari.
La costruzione di strutture sociali solide ed a matrice
paramilitare, non riguarda solo la conquista di questi settori lavorativi;
viene altresì avviato il controllo di alcune attività illegali ritenute
determinanti. Così, per esempio, nel giro di pochi anni viene monopolizzato il
traffico di benzina della città.[148] Continua e si moltiplica
l'arruolamento di
persone dei ceti popolari nelle fila delle AUC. La forma più visibile ed imminente si ha con la
costituzione di bande di vigilantes di quartiere preposte alla sicurezza ed al
controllo sociale.[149] La conquista dei centri sociali e di assistenza dei
quartieri popolari costituisce altresì per la strategia paramilitare un nodo
centrale: si tratta di accreditarsi all'interno del quartiere controllando la
prestazione di servizi ed assistenza, e mostrarsi verso l'esterno come i
gestori di strutture che assolvono compiti di utilità sociale, come la
costruzione delle strutture ed infrastrutture cittadine[150] nonché la gestione dei progetti di sviluppo più diversi. Si proverà
innanzitutto a conquistare i centri sociali già esistenti: già dal 2001 hanno
inizio pressioni su importantissime strutture come la casa delle donne, l'OFP (Organización Femenina
Popular)[151] ed organizzazioni che
gestiscono mense, scuole e ambulatori sanitari popolari. La casa delle donne del quartiere
La Paz, rifugio
per decine di famiglie sgomberate dai propri quartieri, verrà demolita da un
assalto paramilitare nel 2001 e l'OFP conterà, nel solo 2001, più di 60 casi di
violenze contro suoi associati.[152] Queste
organizzazioni, nonostante i ripetuti attacchi, non solo non saranno
“espugnate” militarmente, ma diverranno, avamposto di resistenza civile dentro
i quartieri.
Nel momento in cui l'ingresso dentro i centri
sociali non riesce, le strutture paramilitari si dotano di organizzazioni
proprie.
“Hace dos años que tenemos noticias que andan
creando toda esa estructura, aquí en Barrancabermeja han creado un sin numero
de cooperativas, coincidentemente son esas cooperativas que están manejando los
recursos del Plan Colombia. Hay ONG de todo tipo que están negociando
directamente con la Embajada Norteamericana todos los recursos del Plan
Colombia y empiecen a interlocutar con la Unión Europea. Hace un año un diplomático Europeo nos contó de una gira hecha por un
rapresentante de un gran numero de ONG relacionados con los paramilitares entre
los cuales había ONG de derechos humanos. Deben estar trabajando en el país esperando la entrada del nuevo Gobierno para
intentar desplazar las ONG que llevamos los ultimos 30 años trabajando en eso.”[153]
Infiltrazione in organizzazioni sociali già esistenti,
fondazioni di nuove organizzazioni sociali che tendono a sostituirsi alle prime
per assumerne i compiti, utilizzo delle organizzazioni non governative come
strumento per raggiungere quello che Libardo Sarmiento Anzola, nel suo già più
volte citato saggio, chiama la terza fase della strategia paramilitare:
“La tercera fase está en su
consolidación y legitimación. Una vez se consolide el modelo de seguridad en
las regiones liberadas, sin subersivos, ni bases comunitarias de apojo, los
paramilitares consideran que dejaran de ser una rueda suelta para el Estado.”[154]
Insomma ci troviamo di fronte a due tappe distinte di
incursione, ma con un denominatore comune: mentre la prima fase della strategia
paramilitare è contraddistinta dal predominio del dato militare, durante la
seconda e soprattutto la terza fase l'azione militare e l'utilizzo di
finanziamenti illeciti saranno affiancati e spesso sostituiti da strumenti non
direttamente riconducibili ad un immaginario di azione paramilitare. Armi
“other than arms”.[155]
4.2 “Arm Other Than Arm”. Asocipaz e gli
interessi paramilitari nel Magdalena Medio
Da più di un decennio in Colombia si può parlare di una
convergenza di interessi materiali ed obiettivi strategici tra alcune ONG e
Fondazioni colombiane e le strutture paramilitari.
La Fondazione per la Pace in Cordoba (Funpazcor), per
esempio, sarà creata dallo stesso Carlos Castaño in collaborazione con l'arcidiocesi di Medellín, sin dall'inizio degli anni novanta con lo scopo,
si legge nello statuto, di promuovere “l'eguaglianza sociale attraverso la
donazione delle terre e l'assistenza tecnica gratuita”[156]. A dispetto del suo statuto si
appurò - in seguito ad una perquisizione
dei giudici della Fiscalía, a Montería, capoluogo della regione di Córdoba, feudo dei Castaño -[157] che la Fondazione serviva per raccogliere i tributi di politici,
allevatori e possidenti della regione, denaro che finiva alle ACCU nonché il suo
utilizzo come strumento legale per gestire le terre distribuite agli
ex-guerriglieri dell'EPL e “recuperate” dai parenti del capo paramilitare.
Attualmente possiamo considerare “ufficiosamente” una
decina di organizzazioni non governative i cui interessi, obiettivi e politiche
convergono con quelli paramilitari.
Nel Magdalena Medio la maggior parte delle “ONG” e
“Fondazioni per lo Sviluppo” nasceranno in seguito all'arrivo di cospicui
finanziamenti miranti ad una gamma molto differente di interventi funzionali ad
un superamento della situazione di crisi permanente della regione. In particolare nasceranno o si fonderanno in questa regione
numerose ONG con il boom dei finanziamenti del Plan Colombia relativi alla sua
“Componente Social”. Altre ONG sono presenti, con progetti diversi tra loro,
già prima della rinnovata attenzione su questa regione da parte dei
finanziatori internazionali.
L'Asociación Civil por la Paz en Colombia
Asocipaz nasce da
una costola del movimento “No al Despeje”, movimento di protesta, come recita
il suo nome, contro la decisione del governo colombiano di pervenire ad un
tavolo di trattative (Mesa
de Negociación) con la guerriglia dell'ELN ed alla costruzione della
Convenzione Nazionale Democratica avente come obiettivo la ricerca di una pace
con giustizia sociale; ovvero raggiungere la pace tramite il riconoscimento e
la soluzione delle ragioni sociali della guerra[158]. Il movimento “No al Despeje”,
nel febbraio del 2000 darà vita ad azioni di protesta che culmineranno in una
serie di blocchi delle vie di comunicazione della regione. La volontà di queste
iniziative è quella di opporsi alla collocazione della sede degli accordi di
pace in quelle comunità del Sur de Bolivar (Yondó, Cantagallo, San Pablo) ritenute opportune come sede di trattative
tra guerriglia e governo. In seguito a queste azioni il movimento “No al
Despeje” ottiene il riconoscimento delle proprie ragioni politiche e con il
“Comunicado de Aguasclara”[159] nasce Asocipaz. Si chiede inoltre
il finanziamento dell'associazione da parte dello stesso governo colombiano. Come affermerà lo stesso capo
paramilitare Carlos Castaño
durante un'intervista televisiva[160] le stesse formazioni paramilitari
appoggeranno con strumenti differenti la protesta e faranno pressioni sui
militari per non forzare i blocchi e sulla stessa Asocipaz per non
indietreggiare nella lotta.[161]
Il processo di dialogo tra ELN e governo colombiano
iniziato dal 1998 (governo Pastrana), vedrà il suo corso segnato da alterne
vicende, e verrà posto in mora dalle proteste dirette, tra il 2000 ed il 2001,
da questo movimento. Nonostante l'Alto Commissario per la Pace Camillo Gómez Alzate affermerà in un documento del 7 Agosto
del 2001[162] la natura ambigua di Asocipaz, il
governo colombiano riconoscerà l'associazione come uno degli attori del dialogo
di pace.
La natura di Asocipaz verrà ulteriormente posta in luce in seguito al
tentativo di bloccare una carovana (Caravana Internacional por la Vida en el Sur
de Bolívar) composta
da 141 organizzazioni internazionali e 48 organizzazioni colombiane di cui
molte della regione del Magdalena Medio; carovana nata col fine di rompere l'embargo
paramilitare che stava affamando la regione, come spiegano alcuni comunicati
della stessa spedizione.[163] Asocipaz proverà a far naufragare
e rendere materialmente impossibile il suo percorso con mezzi legali ed
illegali, con minacce e con un'azione congiunta con formazioni paramilitari
attive in quella zona e con alcuni sindaci di quelle comunità collusi con il
progetto paramilitare.[164]
Nonostante non solo le organizzazioni guerrigliere come
l'ELN[165] o le organizzazioni sociali
identifichino Asocipaz come materialmente vicina agli interessi paramilitari e
lo stesso Commissario di Pace, parli di una uguale simmetria delle traiettorie
di questa organizzazione e degli uomini di Castaño, Asocipaz, insieme all'organizzazione Costrupaz,
si proporrà come referente di importanti progetti di cooperazione e sviluppo
nella regione del Magdalena Medio, formulando il Plan de Integración Macroeconómico
(Piano di
Integrazione Macroeconomico). Questi piani non decolleranno mai ma contribuiranno ad
indirizzare ideologicamente la natura e la tipologia degli intervento.[166] I membri
dell'associazione, coscienti delle difficoltà circa la possibilità di spendere
il proprio nome come referenti per i progetti di sviluppo nella regione,
fonderanno o entreranno in altre organizzazioni (come le Juntas de Acción Comunal) e parteciperanno a diverso
titolo in altri progetti di cooperazione. Una volta abusato l'utilizzo del nome
di una organizzazione, non sorgono troppi problemi nel riciclarsi in altre ONG.
Con il moltiplicarsi dei fondi di sviluppo messi a disposizione nasceranno
decine di queste ONG dalla molto dubbia capacità di rappresentare i desideri
delle popolazioni locali.[167]
Nel prossimo paragrafo parleremo di altre
operazioni internazionali umanitarie destinate alla cooperazione allo sviluppo.
In questo caso si tratta di interventi umanitari palesemente all'interno di
operazioni di ingerenza bellica quale il Plan Colombia.
4.3 La
“componente sociale” del Plan Colombia
Si sono presi il nostro cuore sotto una coperta scura
Fabrizio de Andrè
Alla fine degli anni novanta
diverrà centrale, nelle trasformazioni degli equilibri di potere dello stato
colombiano, il massiccio intervento del governo statunitense tramite il
programma militare di intervento nella lotta al narcotraffico denominato Plan
Colombia[168], piano utilizzato neanche troppo
velatamente da Washington per rafforzare la propria presenza in una regione
strategica del continente. La rinnovata presenza statunitense nella regione
rappresenta un tentativo di bilanciare una forte instabilità dell'area, sempre
meno propensa ad uniformarsi alle direttive politiche ed economiche di
Washington. Il rinnovato interesse geostrategico della potenza nord-americana è
dato dall'aver considerato, già dal 1993 l'area tra le quattro zone
“potenzialmente più conflittive tra il 1992 e il 2010”[169] (assieme a medio Oriente, sud-est
Asiastico e Balcani). Regione oggi attraversata da forti movimenti sociali e da
diversi cambi di governi che portano molti stati latino americani ad assumere
prospettive di politica interna ed internazionale non uniformi ai piani regionali
voluti da Washington. Ciò rappresenta un notevole mutamento, se pensiamo alle
politiche di ingerenza statunitense nel loro “cortile di casa” negli ultimi 50
anni e costituisce dunque un forte motivo di preoccupazione per gli Stati
Uniti. Il Plan Colombia si propone dentro questa cornice come un modello di
intervento forte in un'area “instabile”. Piano che si struttura nel paese
politicamente più vicino agli Stati Uniti, ma che chiama in causa ed agisce su
una regione ben più vasta: negli ultimi anni si è assistito ad un ampliamento
del piano diventato ora Plan Andino, ed esteso adesso a tutti i paesi della
fascia andina di questa regione.
La lotta alla droga è la linea
guida del Plan Colombia (e del Plan Andino).
Abbiamo visto nel secondo capitolo
come, alla caduta del blocco sovietico, per gli Stati Uniti la lotta alla droga
sia diventata una linea di intervento primaria nelle azioni di politica
internazionale. Ciò almeno fino all'11 settembre 2001. La lotta al
narcotraffico serve, neanche troppo velatamente per colpire le guerriglie
tramite una semplice equazione: guerriglie=narcotraffico.[170] Viene così ridotta la complessità
delle cause della guerra ad una mera questione di controllo dei traffici di
stupefacenti. Si capisce come ciò vizi profondamente anche la soluzione del
conflitto che ritorna ad essere agito su un piano prevalentemente militare:
estirpare il narcotraffico e combattere militarmente le guerriglie per porre
fine al problema.[171] Buona parte delle operazioni anti
narcotici in Colombia vengono appaltate a compagnie di sicurezza privata come
la DynCorp[172] che si occupa del lavoro di
defoliazione dei territori coltivati a coca e papavero da oppio.[173] In seguito all'abbattimento, nel
febbraio e nel marzo del 2003, di due CESNA della suddetta compagnia ed alla
morte dei 7 agenti della CIA che erano a bordo (oltre ai militari caduti nel
tentativo di salvare i sopravvissuti) verrà avviata una commissione d'inchiesta
da parte del congresso statunitense che farà venire a galla un'altra verità: i
compiti dell'esercito nordamericano presente nella zona vanno ben al di là
dell'addestramento e prevedono un intervento molto più profondo nel conflitto
colombiano.
La maggior parte dei
finanziamenti statunitensi al Plan Colombia vanno alla componente militare del
piano: su un totale stanziato di 1200 milioni di dollari ben più dei ¾ sono
destinati ai programmi militari. È altresì vero che il Plan Colombia non si
esaurisce nell'azione militare. Una sezione di questo piano, denominata
“componente sociale”, ha come prospettiva un intervento sociale destinato a
risolvere le alterazioni causate dal piano militare. Infatti la lotta al
narcotraffico si esemplifica con azioni militari ad alta e media intensità e
con lo spargimento di pesticidi che, inquinando ed avvelenando la natura,
portano ad esodi interni dalle proporzioni colossali. La componente sociale del
Piano si preoccupa di far fronte a questo stato di crisi tramite attività di
riqualificazione sociale assoldando ONG che fungono da tramite con le
popolazioni locali. Nel solo periodo 2000-2002 sono stati spesi centinaia di
milioni di dollari, la maggior parte dei quali provenienti dalle casse di
agenzie per lo sviluppo del governo statunitense.
Che risultati hanno
dato questi piani? Che impatto hanno avuto nella regione del Magdalena Medio?
Uno dei piani più
importanti della componente sociale del Plan Colombia nel Magdalena Medio
consiste nel
programma Empléo en Acción, un
“Programa
de generación de empleo transitorio para mano de obra no calificada a través de
proyectos de infrastrctura realizadas en localidad y barrios en situación de
pobreza.”[174]
Secondo la Controloría General de la Nación[175] tra il gennaio del
2000 ed il giugno del 2002 saranno spesi, solo per i progetti relativi al
programma Empléo en Acción, 171.181 milioni di euro ai quali si aggiungeranno
non precisamente quantificate spese amministrative per la messa in atto di tale
programma.[176]
La maggior parte di
questi piani di generazione di posti di lavoro mediante riqualificazione
territoriale vengono proposti in due tra le aree più “calde” della Colombia: il
Putumajo
ed appunto il Magdalena Medio. Nella regione del Magdalena Medio una delle imprese che
gestisce la maggior parte dei contratti di lavoro del piano è la Cooperativa de Trabajo
Asociado para el Desarrolo Social y Comunitario (Integrar) con ben 7 contratti
su 27 riferentesi a suddetto piano nella zona della città di Barrancabermeja
per un totale di 270 milioni di pesos.[177] Nel febbraio del 2002
tramite un'inchiesta del giornale Vanguardia Liberal venne alla luce il sequestro di 460
lavoratori del Plan Colombia a Barrancabermeja; i lavoratori sequestrati
saranno deportati nel villaggio di San Rafael de Lebrija, saranno rilasciati
dopo 10 ore in seguito ad un interrogatorio dei paramilitari e l'invito a
cedere il 10% del loro stipendio (di circa 75 dollari al mese, quasi la metà
del salario minimo previsto in Colombia) alle AUC in cambio della “protezione”
dei paramilitari. Le imprese appaltatrici dei lavori non solo non denunceranno
il sequestro, ma alcuni dirigenti saranno presenti all'interrogatorio. Fra i
sequestrati molti lavoratori della cooperativa “Integrar”.[178] La Controloría General ha aperto
un'inchiesta circa gli affari della Cooperativa e le ONG che prendono parte a
diverso titolo ai progetti di Empléo en Acción. Si tratta, secondo lo stesso
organo governativo, di una galassia ormai difficile anche solo da mappare di
ONG, nate in tempi rapidissimi per accogliere i fondi del Plan Colombia in un
intreccio poco chiaro di affari e di relazioni tra ONG, imprese appaltatrici e
strutture paramilitari.[179]
Vi è inoltre da notare
come la maggior parte della componente sociale si riferisca a voci di spesa che
dovrebbero essere prerogative dello stato e da cui lo stato colombiano si è
sottratto.[180] Nel Magdalena Medio,
come in molte altre regioni della Colombia numerosi sono i casi somiglianti a
quello della comunità di Vallecito, nella Cordigliera Centrale antioqueña: tre aule costruite con
l'utilizzo di cospicui fondi della componente sociale verranno distrutte da un
incursione paramilitare, nell'aprile 2001, condotta dopo un attacco
dell'esercito colombiano contro la guerriglia.
Operazione interna allo stesso
Plan Colombia.[181] Come se non bastasse, a rendere
il tutto simile ad una
farsa, vi è da aggiungere che le aule
ricostruite servono
ad un villaggio fantasma: la violenza delle incursioni paramilitari e dei
bombardamenti delle forze armate hanno provocato la fuga degli abitanti di
Vallecito che si vanno ad aggiungere al già immenso numero di sfollati interni
colombiani.
Come affermerà la stessa Controloría General de la República:
«Escaséz de recursos para la
cofinancación de los projectos,
inequidad de la asignación de lo recursos, inconsistencias en la financiación de materiales, deficiencias en
el proceso de contratación, onerosa partecipación de la ONG operadoras, retraso en la ejecución de los projectos, deficiencia en
el manejo presupuestal, falta de control en las cuentas bancarias de los
organismos de gestión,
inadecuado manejo de documentos »[182]
sono le ragioni del fallimento del
Plan de Acción e lo rendono, insieme a tutta la
componente sociale del Plan Colombia, un elemento di pubblicità con il quale
sponsorizzare una strategia di azione che vede nella componente militare il
paradigma fondamentale:
“...estos
programas son muy deficientes y presentan graves irregularidades. Pero lo
verdaderamente desfavorable de ellos, es que lograron (debido al desplegue
publicitario en su favor) una popularidad suficiente para tapar lo que ocurría del lato militar.”[183]
La componente sociale del Plan
Colombia risponde inoltre ad un modello di sviluppo dominato da parametri di valutazione esterni alle dinamiche di crescita
del paese. Questo aspetto si evidenzia in un altro programma della componente
sociale del Plan Colombia, il Plan Campo en Acción, piano nato per:
“Apoyar
projectos productivos agropecuarios, acuícolas
y ambientales que se conciben de una manera integral y que contribuyen al
desarrollo social y económico de una región.”[184]
In verità i piani effettivamente
finanziati risultano essere molto meno equilibrati e compatibili rispetto ai
loro presupposti di progettazione. La prima fase del programma vede
l'approvazione di 15 progetti. Ben 7 di questi riguardano la coltivazione
intensiva di palma africana, di questi ben 6 sono nel Magdalena Medio. Dei
rimanenti, 5 riguardano lo sviluppo di monocolture (il caucciù ed il cacao da esportazione), e solo 2 concernono
progetti di sviluppo volti a potenziare dinamiche di sicurezza e sovranità
alimentare; è il caso di un progetto di sviluppo della pesca locale
eco-sostenibile sulle coste dell'oceano Pacifico, a Tumaco (Nariño) e di un
progetto di trasformazione e commercializzazione di farina di platano.[185] Vi è da aggiungere che la maggior parte dei suddetti
progetti sono gestiti da grandi imprese agricole forti nel settore. Spicca tra
queste l'impresa di palma africana Indupalma che nel solo dipartimento del César gestisce 20.000 ettari dei progetti del Plan Campo en Acción.[186]
Nel prossimo capitolo analizzeremo,
in particolare, i progetti di intervento dell'Unione Europea in Colombia
focalizzando l'attenzione su quelli in corso nella regione del Magdalena Medio.
È quasi opinione comune che se le
politiche di intervento in materia di politiche internazionali anche mediante
lo strumento della cooperazione allo sviluppo praticate dagli Stati Uniti siano
dettate dalla volontà di affermare la propria egemonia (non lesinando il
ricorso al mezzo bellico), l'intervento e la presenza dell'Unione Europea in
America Latina sia guidata soprattutto dalla filantropia. Dimostreremo come gli
interessi materiali delle relazioni internazionali spostino la discussione su ben altri campi. Mostreremo inoltre come ciò vada
ad influire direttamente su quelle ONG che dalla Comunità Europea vengono
finanziate.
Capitolo 5
PDPMM: I PROGETTI DI SVILUPPO DELLA COMUNITÀ EUROPEA
NEL MAGDALENA MEDIO
I doni degli dei nessuno può sceglierseli.
Omero
I Progetti di Sviluppo e Pace nel
Magdalena Medio (PDPMM), sono piani di sviluppo nella regione che vedono la
loro genesi alla metà degli anni novanta sotto la spinta dei movimenti sociali
che, tramite forti mobilitazioni, chiedono interventi contro l'arretratezza
economica e la povertà endemica della regione. La prima domanda che si pone il
PDPMM è come possa essere possibile che in una regione così ricca di risorse la
maggior parte della popolazione subisca uno stato di povertà endemica.[187] Partendo da studi nella regione
voluti da diverse organizzazioni lì operanti, tra cui la già menzionata USO,
ECOPETROL, la SEAP (Società Economica Amici del Paese) ed il CINEP (Centro di
Investigazione ed Educazione Popolare) fu formulato uno spettro della regione
che identificava l'area di analisi, i problemi strutturali e contingenti
dell'area, le risorse, gli obiettivi e le possibili soluzioni. Viene scelto
come direttore di questo primo studio un padre gesuita, Francisco De Roux, uomo
estremamente carismatico ed il cui impegno nelle lotte sociali è riconosciuto a
livello nazionale ed internazionale[188] tanto da essere stato dichiarato
più volte obiettivo militare dai paramilitari.[189]
La frizione tra le richieste
sociali e le pressioni governative provocano diverse possibili traiettorie di
indirizzo del PDPMM. Da una parte si vuole produrre la costruzione di piani di
crescita aventi come fulcro lo sviluppo comunitario, quindi che partano
dall'auto-empowerement delle comunità con processi di organizzazione sociale,
formazione ed auto formazione; dall'altra il crescente interesse di attori
nazionali ed internazionali premerà per un accentramento organizzativo dei
piani nelle mani di agenzie di governo ed istituzioni.
Vengono stabiliti 4 assi di
intervento:
- Cultura di pace;
- Attività produttive;
- Infrastrutture sociali e comunitarie;
- Rafforzamento della Gestione Pubblica.
“Es en
1997, que se hace evidente la tensión
del Programa entre convertirse en organizador de un movimiento social de
pobladores o en una agencia planificadora de projectos. Evidentemente el
Programa no podía ceder a la tentación de cumplir con projectos puntuales en
los municipios donde había presencia y olvidar que eran los
mismos pobladores quienes debían apropriarse de su futuro y en este proceso la
organización social, la capacitación
y la formación para el trabajo o la vida publica jugaban un papel definitivo.”[190]
Risultano di estrema importanza
queste considerazioni e queste direttive su come relazionare i processi di
sviluppo con le dinamiche comunitarie in vista di un'assunzione di
responsabilità ed una centralità e protagonismo delle soggettività locali.
La
planeación anual en Núcleos y ETP ha sido hasta ahora un evento periódico de
reafirmación del protagonismo de los pobladores en la planeación de la vida
municipal.[191]
Questo aspetto dello sviluppo del
PDPMM costituirà un fattore determinante nonché un punto di critica centrale a
questi progetti.
Il passaggio successivo alla
diagnosi del territorio è dato dall'elaborazione delle strategie del PDPMM: la
ricerca dei fondi necessari.
La prima alleanza che stringe il
PDPMM per il suo finanziamento è con la Banca Mondiale che assicura
finanziamenti cospicui e rapidi, ottenuti già dal biennio 1998-2000 e che fanno
compiere un balzo cospicuo al piano con l'adozione del Prestito di Apprendimento ed Innovazione (PAI). Partono i progetti del PDPMM nei
differenti campi di intervento ideati: comunicazione, commercio, sviluppo di
processi democratici, sviluppo rurale, sviluppo urbano, pesca, tutela
ambientale, educazione.
Il PDPMM si adopera da subito per
una affermazione ed una capacità di essere riconosciuto come il maggior
referente dei progetti di sviluppo dagli attori nazionali e dalle
organizzazioni internazionali. Il Programma si dota in questa fase di una
struttura sempre più rigida per poter gestire fondi via via maggiori in campi
di intervento sempre più vasti.
Affianco ai finanziamenti ottenuti
dalla Banca Mondiale, l'avvio di relazioni con l'Unione Europea portano alla
formulazione, nel febbraio del 2002, dei “Laboratori di Pace”[192] nel Magdalena Medio. I Laboratori
prevedono, tramite la costruzione di reti di alleanze tra i differenti attori
sociali, civili, economici, politici, istituzionali, l'elaborazione di processi
produttivi che allo stesso tempo implementino la produttività economica e le
strutture democratiche della regione. Il piano si articola nello specifico in 6
linee di azione: costruzione della nazione, pace e convivenza, cittadinanza ed
istituzioni, sviluppo economico umano e giusto, identità culturale regionale,
ambiente.[193] Prevede una progettazione divisa
in due fasi, la prima della durata di tre anni (2002-2005) gode di un
finanziamento di circa 17 milioni di euro, di cui quasi 15 milioni a carico
dell'Unione Europea, la seconda di 5 anni (2005-2009) prevede un finanziamento
di più di 25 milioni di euro, 20 dei quali di provenienza Europea. Per gestire
tale cifra e relazionarsi con investitori e territorio, il PDPMM struttura in
modo molto più rigido la sua organizzazione rispetto alle direttive di
costruzione orizzontale dei processi di sviluppo che si era data in precedenza.
In particolare gli accordi vengono siglati tra la Commissione Europea e la
Agenzia Colombiana di Cooperazione Internazionale (ACCI) diretta da un fedele alleato del Presidente Uribe, Luís Alfonso Hoyos[194]. Questi due enti delegano poi la gestione del Laboratorio di
Pace al PDPMM già consorziato e trasformato in CDPMM (Corporazione di Sviluppo
e Pace Magdalena Medio). La corporazione a sua volta delega ad altri soggetti
lo sviluppo dei progetti nella loro specificità: imprese appaltatrici e ONG
colombiane ed europee.
Da questi primi dati possiamo già
trarre alcune considerazioni. Piuttosto che definire questi soggetti
organizzazioni non governative, si dovrebbe parlare di organizzazioni “molto
governative” che gestiscono progetti godendo di finanziamenti provenienti da
istituti nazionali ed internazionali con piani geo-strategici di largo respiro
le cui traiettorie vanno bel oltre la dimensione della cooperazione
internazionale abbracciando interessi strategici complessivi di ben più ampio
spettro politico ed economico.[195] Inoltre se gli interessi
economici dell'Europa sono da sempre stati fortissimi in questa regione del
mondo[196] oggi fanno i conti con un fattore
nuovo ed importante: l'America Latina è la regione che ha in proporzione la maggiore
biodiversità del pianeta; questo elemento è di centrale importanza per
un'economia planetaria che fa dello sfruttamento delle biodiversità la nuova
frontiera delle strategie di investimento economico[197].
Sul versante del governo
colombiano è d'altra parte indubbio il bisogno
di legittimarsi sul teatro delle relazioni internazionali. Le relazioni con la
comunità internazionale mediante i piani di sviluppo e cooperazione possono
costituire un ottimo tramite per questa legittimazione.
Il governo
colombiano è attualmente impegnato nell'ottenere dalla comunità internazionale
il “lasciapassare” per le modifiche apportate al suo impianto legislativo con
la promozione del pacchetto leggi denominato di “Giustizia e Pace” e
riguardante la smobilitazione/ legalizzazione/ trasformazione dei battaglioni
paramilitari. Le suddette leggi sono accusate, da molti osservatori internazionali, di essere una truffa che avrebbe
come effetto immediato un rafforzamento degli attori paramilitari, un'amnistia
generalizzata per i loro crimini ed in sostanza una ulteriore crescita della
violenza e un inasprirsi della crisi.[199] L'impegno da parte governativa
nell'accettare e rendersi primo protagonista dei progetti di sviluppo
internazionale (abbiamo visto come con la trasformazione del PDPMM il capofila
nella gestione dei Laboratori di Pace è
ora direttamente un istituto del governo colombiano) è sicuramente parte di
questa strategia.
Senza considerare l'importanza
data dall'afflusso di investimenti internazionali che si sobbarcano parte della
gestione dello stato sociale colombiano trasformandone la natura.
Insomma siamo di fronte ad un
ottimo cavallo di troia per ottenere il salvacondotto della comunità
internazionale. Se infatti i rapporti della comunità internazionale con la Colombia
al tempo del passato governo Pastrana erano, a ragion veduta, cauti e motivati
da una richiesta di politiche utili al raggiungimento di un clima distensivo
che permettesse i dialoghi di pace, Uribe verrà probabilmente ricordato come il
presidente colombiano che effettuerà più viaggi e visite in Europa alla ricerca
del consenso internazionale (e degli investimenti economici) per le scelte in
materia di politica interna ed esterna. Mentre la sua legge di “Giustizia e Pace” verrà criticata da moltissime agenzie
ed ONG che monitorano il rispetto dei diritti umani, il presidente colombiano
verrà invece trattato dalle cancellerie europee in modo molto più “caloroso”
dei suoi predecessori. Nel luglio del 2003 parteciperà al foro di Londra per
programmare l'appoggio della comunità internazionale, U.E. in primis, ai
progetti internazionali di intervento in appoggio alla crescita economica della
Colombia come soluzione della sua crisi endemica. Condizione del finanziamento
sarà il rispetto di
24 raccomandazioni in materia di diritti umani.
Il risultato del
“foro di Londra” permetterà, tra l'altro lo sblocco dei 5 “Laboratori di Pace” da sviluppare in 5 tra le zone
maggiormente conflittive della Colombia. Sarà in questo ambito che verranno
siglate le relazioni più importanti tra le ONG europee e l'ACCI.
Numerose critiche colpiranno i
PDPMM rispetto alla loro mutazione: progetti nati all'interno dei movimenti
sociali con l'obiettivo di sviluppare dinamiche di crescita basate su relazioni
comunitarie finiranno sui tavoli di negoziazione delle cancellerie di stati ed
organismi internazionali. A queste critiche i referenti del PDPMM e dei
Laboratori di Pace risponderanno mostrando il valore aggiunto di un
coinvolgimento dello stato colombiano nei progetti finanziati dalla Unione
Europea. Abbiamo infatti visto che la loro attuazione sarebbe stata
condizionata al rispetto delle raccomandazioni internazionali in materia di
diritti umani, minacciando, nel caso di una loro inosservanza, "di
lasciare affondare ogni aiuto". Quello che è successo in seguito invece va
nella direzione opposta rispetto queste dichiarazioni di intenti: mentre il 3 e
4 febbraio 2004 il governo Uribe incassa l'approvazione internazionale ed
ulteriori finanziamenti per i progetti di sviluppo, le organizzazioni di
monitoraggio del rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale
umanitario denunciano i danni della ormai avviata ed incontrollabile
smobilitazione dei blocchi paramilitari in un clima di generale impunità per i
crimini commessi dalle formazioni paramilitari, con la legalizzazione dei beni
illeciti delle strutture paramilitari ottenute con la violenza ed un ingresso
degli smobilitati in formazioni, come la guardia contadina ed i guardaboschi,
volte ad aumentare il coinvolgimento della società civile nella guerra[200].
Tutto ciò senza la benché minima
capacità di veto dei finanziatori dei progetti internazionali. Anzi le
politiche del governo Uribe sembrano trovare una breccia anche tra quelle ONG
impegnate nei progetti di cooperazione citati. Mentre molte organizzazioni
denunciano il progetto autoritario del governo Uribe, nei documenti di
programmazione del PDPMM, che ormai ha assunto un vincolo oggettivo e diretto
con l'ACCI, si legge come
“después
de un periodo aparentemente critico en las relaciones entre el gobierno
nacional y las ONG, se da un respaldo importante a la propuesta surgida desde
el Laboratiorio de Paz del Magdalena Medio, mediante la aprobación de un
segundo Laboratorio de Paz, que cuenta con respaldo y contropartita del
Gobierno Nacional.”[201]
Non sembra abbia funzionato l'idea
della pressione internazionale per un indirizzo delle politiche colombiane in
una prospettiva di maggiore rispetto dei diritti umani. È avvenuto invece il contrario: l'utilizzo degli strumenti e delle
relazioni, da parte di organi governativi colombiani dei progetti e dello
strumento della cooperazione internazionale come cavallo di troia per la
legittimazione delle sue politiche. Intanto continua con sempre maggiore
brutalità, la guerra e si moltiplicano gli omicidi selettivi contro
sindacalisti, politici di opposizione e giornalisti.[202]
Concretamente
i cospicui finanziamenti del primo Laboratorio di Pace nel Magdalena Medio,
vengono erogati in tre diverse fasi: al momento dell'approvazione del Laboratorio,
per il progetto operativo annuale (POA) del 2003 e per quello del 2004
conclusivo della programmazione del primo laboratorio di pace. (vedi tabella
1).
|
|
Presupuesto por Rubros y
Fuente de Financiación (en euros)
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|
Cuadro general de presupuesto
poa 2004
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|
Laboratorio de Paz en el
Magdalena Medio
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RUBROS
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CONVENIO DE FINANCIACION
|
POP 2002
|
(EJECUCIÓN
PRESUPUESTAL)*
|
POA 2003
|
(EJECUCIÓN
PRESUPUESTAL)*
|
POA 2004
|
(SALDO POR
EJECUTAR)
|
|
|
|
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|
País
|
|
UE
|
|
País
|
Total
|
UE
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|
País
|
Total
|
UE
|
País
|
Total
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|
|
|
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|
APORTEC.E.
|
Beneficiario
|
Total
|
|
|
Beneficiario
|
|
|
|
Beneficiari
|
|
|
Beneficiario
|
|
|
|
|
|
1. Servicios
|
1.050.000,00
|
200.000,00
|
1.250.000,00
|
40.315,62
|
-
|
40.315,62
|
73.901,82
|
-
|
73.901,82
|
935.782,57
|
200.000,00
|
1.135.782,57
|
|
|
|
|
1.1. Asistencia
Técnica Europea
|
500.000,00
|
|
500.000,00
|
-
|
-
|
-
|
-
|
-
|
-
|
500.000,00
|
-
|
500.000,00
|
|
|
|
|
1.2. Asistencia
Técnica Local
|
100.000,00
|
100.000,00
|
200.000,00
|
18.873,32
|
-
|
18.873,32
|
31.384,87
|
-
|
31.384,87
|
49.741,81
|
100.000,00
|
149.741,81
|
|
|
|
|
1.3. Auditoría,
Evaluación y
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Monitoreo
|
50.000,00
|
|
50.000,00
|
-
|
|
-
|
-
|
-
|
-
|
50.000,00
|
-
|
50.000,00
|
|
|
|
|
1.4. Estudios
|
300.000,00
|
100.000,00
|
400.000,00
|
21.442,30
|
-
|
21.442,30
|
8.197,78
|
-
|
8.197,78
|
270.359,93
|
100.000,00
|
370.359,93
|
|
|
|
|
1.5. Intercambio de
experiencias
|
100.000,00
|
|
100.000,00
|
-
|
-
|
-
|
34.319,17
|
-
|
34.319,17
|
65.680,83
|
-
|
65.680,83
|
|
|
|
|
2. Suministros
|
250.000,00
|
120.000,00
|
370.000,00
|
45.934,26
|
100.000,00
|
145.934,26
|
75.275,46
|
-
|
75.275,46
|
128.790,28
|
20.000,00
|
148.790,28
|
|
|
|
|
2.1. Equipamientos
|
200.000,00
|
100.000,00
|
300.000,00
|
45.934,26
|
100.000,00
|
145.934,26
|
72.287,23
|
-
|
72.287,23
|
81.778,51
|
-
|
81.778,51
|
|
|
|
|
2.2. Otros
|
50.000,00
|
20.000,00
|
70.000,00
|
-
|
|
-
|
2.988,24
|
-
|
2.988,24
|
47.011,76
|
20.000,00
|
67.011,76
|
|
|
|
|
3. Obras
|
-
|
|
-
|
-
|
|
-
|
-
|
|
-
|
-
|
-
|
-
|
|
|
|
|
4. Fondo de financiación
de
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
proyectos
|
12.420.000,00
|
1.300.000,00
|
13.720.000,00
|
-
|
-
|
-
|
1.702.640,86
|
6.419,81
|
1.709.060,67
|
10.717.359,14
|
1.293.580,19
|
12.010.939,33
|
|
|
|
|
5. Información y
visibilidad
|
100.000,00
|
|
100.000,00
|
1.193,66
|
-
|
1.193,66
|
16.264,99
|
-
|
16.264,99
|
82.541,35
|
-
|
82.541,35
|
|
|
|
|
6. Gastos de
funcionamiento
|
664.400,00
|
600.000,00
|
1.264.400,00
|
31.035,69
|
228.946,45
|
259.982,14
|
148.297,94
|
231.590,77
|
379.888,71
|
485.066,37
|
139.462,78
|
624.529,15
|
|
|
|
|
6.1. Personal Local
|
314.400,00
|
499.000,00
|
813.400,00
|
-
|
172.536,78
|
172.536,78
|
78.295,96
|
221.410,44
|
299.706,40
|
236.104,04
|
105.052,78
|
341.156,82
|
|
|
|
|
6.2. Otros
|
350.000,00
|
101.000,00
|
451.000,00
|
31.035,69
|
56.409,67
|
87.445,36
|
70.001,98
|
10.180,33
|
80.182,31
|
248.962,34
|
34.410,00
|
283.372,34
|
|
|
|
|
TOTAL PARCIAL
|
14.484.400,00
|
2.220.000,00
|
16.704.400,00
|
118.479,22
|
328.946,45
|
447.425,67
|
2.016.381,07
|
238.010,58
|
2.254.391,65
|
12.349.539,70
|
1.653.042,97
|
14.002.582,67
|
|
|
|
|
7. Imprevistos
|
315.600,00
|
|
315.600,00
|
-
|
-
|
-
|
-
|
-
|
-
|
315.600,00
|
-
|
315.600,00
|
|
|
|
|
T O T A L
|
14.800.000,00
|
2.220.000,00
|
17.020.000,00
|
118.479,22
|
328.946,45
|
447.425,67
|
2.016.381,07
|
238.010,58
|
2.254.391,65
|
12.665.139,70
|
1.653.042,97
|
14.318.182,67
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Fonte: www.pdpmm.org.co
La maggior parte di
finanziamenti vengono elargiti, secondo i dati forniti dallo stesso PDPMM nel
2004. I progetti si dividono in 4 componenti (vedi tabella 2)
|
COMPONENTE
|
LÍNEA
|
PROYECTOS
|
OPERADOR
|
|
|
|
Espacios Humanitarios
|
Distintas Entidades
|
|
|
ESPACIOS
HUMANITARIOS
|
Observatorio Regional
|
CDPM M
|
|
|
|
Propuesta Educativa
para la población carcelaria y menores infractores de B/Brmeja
|
Parroquia Sagrado Corazón de Jesús
|
|
|
PROTECCIÓN
DE DERECHOS
|
Salud sexual y
Reproductiva
|
Administraciones
Municipales, Hospitales y CDPMM
|
|
|
|
Acciones afirmativas para
mujeres en el M.M.
|
CINEP
|
|
|
|
Fortalecimiento de la Red de
Jóvenes del M.M.
|
AGJ
|
|
|
SECTORES POBLACIONALES
|
|
|
|
|
|
Diálogos de paz desde la Diócesis
de Marangue
|
Diócesis Magangué
|
|
|
|
Red Prodepaz
|
Red Prodepaz
|
|
|
|
Seguridad Alimentaría
|
OBUSINGA
|
|
DE RECHOS HUMANOS Y
CULTURA
DE P A Z
|
COMUNICACION Y CULTURA PARA LA CONSTRUCCION DE REGIÓN
|
Comunicación para la paz
|
CDPMM
|
|
|
|
Redes de de
emisoras
comunitarias
|
AREDMAG
|
|
|
|
Cultura por la paz en el M.M.
|
ORGANIZACIONE
DE GESTORES CULTURALES
|
|
|
CONSTRUCCION
DE ESCENARIOS
|
Fortalecimiento del
Movimiento de mujeres contra la guerra
|
(II Fase)
|
OFP
|
|
|
|
|
|
|
|
DE PAZ
|
Mesa regional sobre el problema de la
tenencia de la tierra como facto
|
CDPM M
|
|
|
EDUCACIÓN
|
EBIDS
|
CINEP -
ORGANIZACIONES CAMPESINAS
|
|
|
|
SAT
|
Diócesis
Marangue/Cordocar
|
|
|
|
Escuela de formación campesina para la
convivencia y la democracia
|
CINEP
|
|
PRODUCTIVO
|
FINCA CAMPESINA
|
Cacao
|
ECOCACAO
|
|
|
|
Palma campesina
|
CDPMM
|
|
|
|
Caucho y maderables
|
Universidad
Distrital
|
|
|
|
Ganadería
sostenibles
|
INUPAZ-CORPOICA
|
|
|
|
Frutales y
hortalizas
|
Asociación Bananito
Bocadillo, Asociación Morellia
|
|
|
ECONOMÍA DE PUEB
OS
|
Fortalecimiento dey Aguachica
|
las
economías populares en B/Bermeja
|
MERQUEMOS JUNTOS - A
SOMEDA
|
|
|
|
Fomento del
|
desarrollo de
|
la
|
industria del
|
M.M.
|
FUNDESMAG-Organizaciones
de la región
|
|
|
PROPUESTA
MUNICIPAL
|
Fortalecimiento
Institucional de Regional del Magdalena Medio
|
la Def
|
ensoria del
|
Pueblo
|
CDPMM
|
|
|
|
|
|
|
|
SISTEMA
|
Fortalecimiento
Institucional de INUPAZ
|
INUPAZ
|
|
FORTALECIM
IENTO INSTITUCIONAL
|
REGIONAL DE
PLANEACIÓN
|
|
|
|
|
|
Fortalecimiento espacios de participación y del
sistema Regional de
Planeación Participativa del M.M..
|
|
SISTEMA REGIONAL DE
PLANEACIÓN -CDPMM
|
|
|
RECURSOS HÍDRICOS
Y NATURALES
|
Plan de
Manejo Integral de la Ciénaga Paredes Puerto Wilches - Sabana de Torres)
|
|
APRODEWIL
|
|
|
|
Propuesta ambiental
para el desarrollo sostenible del sector pesquero en el Magdalena Medio
|
Asociaciones de
pescadores
|
|
INFRAESTRUCTURA
|
Obras complementarias
|
y obras
adicionales al POA 2003
|
Contratistas
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
- Diritti umani e cultura di pace;
- Progetti produttivi;
- Rafforzamento delle istituzioni;
- Infrastrutture.
Per quanto riguarda la prima
componente, sono disposte diverse linee di intervento: il fulcro dei progetti
di sviluppo dei diritti umani e della cultura di pace riguarda la creazione
degli spazi umanitari (EH), dove sia possibile trovare uno sbocco alla guerra
mediante la costruzione di spazi di democrazia e monitoraggio del diritto internazionale
umanitario. Buona parte dei fondi dei Laboratori di Pace, (circa il 30% del
totale) vengono indirizzati nel progetto degli spazi umanitari. Gli EH vengono
costruiti in 12 zone considerate critiche per il persistere del conflitto tra
gli attori armati[203]. La linea di programmazione della
costruzione degli EH chiede di privilegiare l'incontro con le organizzazioni
internazionali, nazionale e locali che lavorano in materia. Nella pratica, però
i PDPMM ed i Laboratori di Pace vengono accusati da diverse organizzazioni
sociali preesistenti sui territori del Magdalena Medio di voler scavalcare con
organizzazioni e progetti di natura sociale, politica ed economica, le
organizzazioni già operanti sul territorio.
Confida un ex-dirigente del PDPMM
e leader campesino:
“Llegan como paracaidistas con sus proyectos que realmente son de
ellos aunque se ha formado un núcleo local. Los proyectos no son de la
comunidad y es por eso cuando son amenazados nadie sale a defenderlos pues, la
gente no se siente que esos proyectos son de ellos”.[204]
Si legge
nei documenti “Resumen Ejecutivo” e “Antecedentes” relativi al 2003 che i punti
di debolezza sui quali lavorare sono dati soprattutto dall'avanzare troppo
lento dei progetti rispetto alle tabelle di marcia. La trasformazione del mondo
della cooperazione internazionale in un modello molto vicino al mondo aziendale
con i suoi relativi codici evidenzia in parti differenti del mondo uno
svilupparsi della cultura della cooperazione basata sui parametri
dell'efficienza. L'unico problema è che questi sono parametri dettati dalla
nostra cultura ed idea di sviluppo e sicuramente differenti da quelli dove i
processi di assimilazione comunitaria richiedono altri tempi, né più lenti, né
più rapidi, ma semplicemente differenti. José Luis Campo, rappresentante della
Piattaforma di ONG Europee impegnate in Colombia denuncerà alla riunione di
Barcellona sulla Cooperazione ed i Diritti Umani in Colombia la richiesta di
un'agenzia del PDPMM ad una comunità del Magdalena Medio coinvolta nei piani di
sviluppare in un mese un Plan Operativo Locale da inserire nel Piano Operativo
Annuale del PDPMM. Possiamo immaginare,
dati gli ingenti investimenti delle componenti del POA in territori dove la
maggior parte della gente vive con meno di 2 dollari al giorno come la velocità
richiesta nell'organizzazione, (motivata dagli interessi degli organismi
finanziatori desiderosi di mostrare i risultati ottenuti) possa provocare fratture sociali e comunitarie
consistenti.
Le stesse dichiarazioni sulla
bontà,[205] in prossimità di elezioni locali,
di quei sindaci vicini al PDPMM rischia di condizionare ed alterare dinamiche
democratiche già molto precarie in questa
regione della Colombia.
Nonostante le dichiarazioni di
intenti nel coinvolgere le organizzazioni sociali già esistenti ed operanti nel
Magdalena Medio il PDPMM dimostra in diverse occasioni un atteggiamento di
disconoscimento e delegittimazione verso quelle organizzazioni i cui obiettivi
non coincidono con i Piani. Si scorge inoltre tra le righe delle proposte di
programmazione ed organizzazione un atteggiamento di sufficienza per questi
processi autonomi, ma da tempo radicati nel territorio del Magdalena Medio,
partendo dal presupposto che i PDPMM e le sue articolazioni (come i Laboratori)
siano la migliore e forse unica possibilità di trasformazione dell'area.
“Con respecto a las formas de trabajo, uno de los más
significativos y trascendentales logros del PDPMM es el desarrollo de
habilidades y capacidades de trabajo en equipo, rompiendo con las inercias
culturales y económicas propias de estas regiones donde los individuos tienden
al aislamiento y a la dispersión [...]”[206]
Vi è in questa pretesa un modo di
porsi che potremmo definire ideologico in quanto radicato nell'atteggiamento di
sufficienza dei paesi del nord del mondo rispetto all'intervento in altri
territori del globo, moderno retaggio delle vecchie forme di colonialismo.
Quello che vi è semplicemente da evidenziare per confutare queste tesi e questi
atteggiamenti sono i fatti. Abbiamo dimostrato, nella prima parte di questo
capitolo come le strategie di intervento dei paramilitari, soprattutto a
Barrancabermeja, ma anche nelle zone rurali, abbia dovuto scontrarsi con le
resistenze non solo militari della guerriglia, ma con quelle praticate da organizzazioni
sociali presenti capillarmente nei quartieri della città petrolifera e nelle
aree rurali. Differenti organizzazioni non governative operanti nei Laboratori
di Pace arriveranno a negare ciò parlando di un ingresso indolore delle
formazioni paramilitari nella regione e in particolare a Barrancabermeja. I
fatti, le violenze, i morti, le minacce, dimostrano che così non fu, inoltre
non solo fu viva e determinata la resistenza all'ingresso paramilitare,
soprattutto in quelle zone dove più radicata era l'organizzazione sociale, ma
questa resistenza, in forme sempre più difficili e drammatiche, continua
tuttora.[207] Scrivono alcune ONG partecipanti
ai Laboratorios, in un documento interno relativo
alle critiche mosse
ai progetti:
“Los paramilitares, aunque sea difícil decirlo, fueron recibidos
por una parte significativa de la población de Barrancabermeja como gente que
estaba liberando la ciudad. No hubo como dice el estudio [la strategia
integrale del paramilitarismo nel Magdalna Medio di Colombia] una resistencia
fuerte en ninguna de las comunas de la ciudad. La ola de asesinatos, que entre
Diciembre 2000 y Abril de 2001 era de 4 a 5 en promedio diario, fue justificada
por la población, los gremios y los medios de comunicación, como el costo
necesario para erradicar a la Guerrilla.”[208]
Grave è il metodo con cui si
confutano gli studi critici sul PDPMM e sui Laboratorios de Paz, ovvero tramite
accuse ad organizzazioni storicamente esistenti e riconosciute sui territori e
con considerazioni che possono essere molto pericolose per l'incolumità
politica e fisica di tali organizzazioni dato il livello di violenza nelle zone
in questione. Tanto più se queste accuse vengono fatte per mezzo di documenti
interni la cui portata e diffusione arriva dove necessario, ma, nello stesso
tempo, non può essere dibattuta in un ambito pubblico. Si legge ancora in
questo documento interno circa la confutazione delle fonti usate in una
investigazione che critica il PDPMM:
“Las fuentes testimoniales y documentales del Estudio provienen
principalmente de tres organizaciones sociales: La Asociación de Campesinos del
Valle del Río Cimitarra (ACVC), La Mesa Regional de Trabajo Permanente por la
Paz del Magdalena Medio y la Corporación Regional de Defensa de los Derechos
Humanos (CREDHOS). Las informaciones provenientes de estas organizaciones
sociales, con una trayectoria conocida en el territorio del Magdalena Medio
tanto por sus luchas y reivindicaciones, como por sus afinidades ideológicas y
políticas, deben estar sujetas a la verificación...”[209]
Parlando di “affinità ideologiche
e politiche” si fa neanche troppo velatamente allusione ad una connivenza ed
alla convergenza con una “traiettoria conosciuta” con le guerriglie. In
Colombia basta molto meno per essere accusati di terrorismo e queste sono in
pratica le stesse argomentazioni utilizzate dall'attuale governo per
giustificare azioni repressive di ogni genere tra cui deportazioni e
carcerazioni massive di intere comunità, peraltro senza prove, ma che nel
quadro dello “Statuto Antiterrorista” e della “Sicurezza Democratica”
permettono allo stato colombiano di procedere alla repressione di queste
organizzazioni, alla carcerizzazione dei suoi attivisti nonché spianare la
strada ai paramilitari che trasformano immediatamente gli attivisti in
“obiettivi militari”.
5.1 I progetti
produttivi del PDPMM e le “alleanze strategiche”
Una
parte consistente dei progetti di sviluppo dei laboratori di pace riguarda,
alla voce “progetti produttivi”, progetti riguardanti lo sviluppo della
cosiddetta “Finca Campesina”:
“el
Laboratorio de Paz reafirmará que la viabilidad de la economía campesina es
vital para la construcción de un escenario de paz en la región. En un territorio de
desplazamientos forzados por la guerra y el mercado el Laboratorio establece la
ocupación productiva de las tierras de la región por sus propios pobladores
capacitados, organizados, y en armonía con la naturaleza. Los proyectos
desarrollan transformaciones tecnológicas, exploración de nuevos mercados,
viabilización de crédito y establecimiento de alianzas para la
comercialización, en un esfuerzo por armonizar desarrollo económico con
condiciones de equidad y convivencia. »[210]
Nella pratica la volontà di
“organizzare”, da parte dei Laboratori di Pace, le piccole famiglie contadine
comprende, come fattore fondamentale la costituzione di “alleanze strategiche”
tra piccoli produttori ed organizzazioni leader nel settore industriale: grandi
imprese e multinazionali che assicurano uno sbocco nazionale ed internazionale
dei prodotti. Queste alleanze sono state fortemente criticate dalle
organizzazioni regionali, in primis la ACVC (Asociación Campesina del Valle del Río
Cimitarra), in quanto
producono un rapporto di forza sicuramente asimmetrico tra i contadini e le
piccole cooperative e le grandi imprese agroindustriali che acquistano i
prodotti:
“Sin
embargo los empresarios e intermediarios comerciales y procesadores constituyen
gremios con poder relativo con respecto a los campesinos y la asociación entre
ellos no es simétrica ni equilibrada. Los campesinos requerirían de una
organización propia y autónoma lo suficientemente fuerte para negociar
contratos ventajosos.” [211]
Le alleanze strategiche nascono
con il governo Pastrana tramite il piano di sviluppo agrario "Cambio para construir la
paz":
Esto se
entienden como procesos socio económicos generados alrededor de una actividad
principal en la cual las comunidades rurales se integren con el sector
empresarial en alianzas estratégicas dentro de proyectos productivos exitosos
ya emprendidos o con altas probabilidades de competitividad... Esta estrategia contará además de los recursos del
sector privado, con fondos públicos y originados en el Fondo para la Paz y en
cooperación internacional.[212]
I fondi in un primo momento arriveranno,
come per i Laboratori di Pace, da finanziamenti della Banca Mondiale desiderosa
di intervenire nell'ammodernamento e nella trasformazione dei criteri
produttivi dell'agricoltura colombiana già fortemente provata dal quasi
monopolio agricolo (la riforma agraria mai compiuta costituisce in Colombia uno
dei nodi centrali) e dalla guerra. La Banca Mondiale, il 22 Gennaio 2002
approva, quasi simultaneamente con i fondi per il PDPMM, un finanziamento di 32
milioni di dollari per appoggiare questo meccanismo di associazione produttiva
tra le comunità rurali ed il settore privato dell'agroindustria. Il progetto
generale (che ammonta a circa 52 milioni di dollari) si pone l'obiettivo di una
trasformazione radicale in chiave neoliberista dell'agricoltura colombiana
privilegiando la produzione da esportazione e la reintroduzione di nuove forme
di monocoltura, prima fra tutte quella della palma africana. Per fare questo vi
è bisogno, secondo la Banca Mondiale, dell'intermediazione delle organizzazioni
di cooperazione internazionale. Il Magdalena Medio è una delle 8 aree pilota
della Colombia dove si sperimentano le alleanze strategiche. Rileva lo studioso
colombiano Hector Mondragón[213] come queste alleanze strategiche
vengono sperimentate (o imposte) in zone a riconosciuto controllo paramilitare.
I “Laboratori di Pace” conservano
ed implementano l'impianto delle “alleanze strategiche”. Nonostante i documenti
dei “Laboratori” tendano ad illustrare la bontà ed il carattere innovativo di
queste alleanze tra produttori, le associazioni contadine, come la già
menzionata ACVC, denunciano tali alleanze come modelli di asservimento dei
piccoli contadini, verso i grandi monopoli con il risultato di una tendenziale
perdita di potere di contrattazione dei piccoli contadini ed una loro
progressiva pauperizzazione e proletarizzazione:
Se trata
con este sistema de incrementar los rendimientos monetarios por hectárea sin
alterar en lo absoluto la estructura de tenencia de la tierra. Las alianzas son el remedio legal para eludir las
obligaciones con los trabajadores agrarios desposeídos. Al volver socio al
trabajador, el latifundista ahorra en jornales y elimina las horas extras y las
prestaciones sociales. La clase propietaria considera que la administración de
las alianzas deben conservarla ellos 'dada su experiencia'.[214]
Nella pratica queste alleanze
strategiche implementate dai Laboratori di Pace consistono in obbligazioni di
vendita dei prodotti da parte dei contadini per un
periodo medio di dodici anni. L'impresa a cui il contadino è obbligato a
vendere è la stessa che gli fornisce tecnologia ed assistenza e scala dal
premio di produzione il debito contratto dal contadino per l'assistenza. I
contratti sono di compra-vendita ovvero si stabiliscono al momento della
consegna della merce. Basta questa rapida e superficiale spiegazione del
funzionamento dei contratti delle “alleanze strategiche” per comprendere
l'asimmetria del rapporto: è certamente molto facile un indebitamento del
contadino posto, solo ed in modo diretto, di fronte al fluttuare dei prezzi dei
mercati globali, contadino che può contare generalmente solo su di un piccolo
appezzamento che non gli garantisce le possibilità di manovra delle grandi
aziende (soprattutto se produce una pianta dal ciclo lungo come la palma
africana) e che parte già indebitato con l'azienda con cui stringe l'alleanza.
Buona parte di queste alleanze
strategiche riguardano, abbiamo detto, la produzione della palma africana. La
coltivazione di questa pianta, voluta dai progetti della Banca Mondiale, ha
trovato un ostacolo nella ferma protesta, da parte delle organizzazioni locali,
di questa nuova forma di monocoltura. I Laboratori di Pace prevedono lo
stanziamento di ingenti somme in progetti di “Palma Contadina”, modo per
definire eufemisticamente la produzione della palma africana. Per l'importanza
che questa pianta riveste nelle strategie economiche globali sarà utile
soffermarsi più accuratamente in una riflessione su di essa in quanto abbiamo visto come la
maggior parte dei progetti agricoli fin qui analizzati in un modo o nell'altro
hanno a che fare con il ciclo di produzione, raffinazione e commercio della
palma.
5.2 Il
nodo della Palma Africana
“Il cibo è un arma in un mondo in
guerra”
doc.
U.S.A. “Santa Fé I”[215]
La produzione di palma africana (palma aceitera) si è moltiplicata negli ultimi
anni nelle regioni tropicali di America Latina, Africa e Asia.[216] Secondo
un censimento dell'attuale governo colombiano, al momento del suo insediamento,
sul suolo colombiano venivano coltivati 175 mila ettari di palma africana,
l'obiettivo governativo è quello di raggiungere, nei prossimi 10 anni, la cifra
di 10 milioni di ettari coltivati a palma africana,[217] insomma un vero e proprio regime
di monocoltura agricola. Le ragioni dell'aumento della produzione risiedono nel
rinnovato interesse per il prodotto di questa pianta da parte dei paesi del
Nord del mondo (il commercio mondiale di olio di palma ha raggiunto la cifra
del 40% del commercio totale di olio)[218]. Inoltre si pensa che questo
prodotto sarà una delle fonti principali di produzione, in futuro, di biodisel;[219] in questo caso la sua importanza
assumerebbe nel panorama globale caratteri ancora più rilevanti. La palma è originaria dell'Africa Occidentale dove
viene da sempre utilizzata dalle popolazioni locali per l'estrazione dell'olio,
ma anche per la produzione di fibre vegetali ed a scopi alimentari e curativi,
inoltre piccoli animali, utilizzati come alimento dalle popolazioni locali, trovano
rifugio tra le cortecce secche delle palme morte.[220]
La pianta produce olio intorno ai
20 anni di età, però la selezione e soprattutto la modificazione genetica della
pianta hanno portato nuovi tipi di palma africana ad essere produttivi già nei
primi anni di vita. Il rinnovato interesse delle transnazionali del campo
alimentare per questa pianta ha visto un suo lento imporsi nel settore con una
graduale sostituzione delle produzioni a monopolio statale e delle piccole e
medie piantagioni contadine con moderni latifondi agroindustriali. L'ingresso
della palma nei flussi commerciali internazionali inizia già all'inizio degli
anni 50 in Asia (Malesia, Indonesia, Tailandia, Filippine, Cambogia, India),
America Latina (Ecuador, Colombia, Brasile, Honduras, Messico, Perù, Venezuela, Costa
Rica, Guatemala, Nicaragua) ed in Africa si è avuta una moltiplicazione di
terreni utilizzati per la coltivazione nelle zone di origine della palma
(Nigeria, Congo, Guinea, Ghana, Camerun).[221] Nelle ultime 2 decadi diventa fattore strategico nel
commercio internazionale con la competizione commerciale con prodotti leader
del settore come la soia. I presupposti competitivi su
cui può contare la produzione di palma africana sono mano d'opera a basso costo
ed in generale scarso rispetto dei diritti sindacali ed una facile possibilità
di recupero della terra sottratta alle popolazioni locali per lo sviluppo della
coltura. In moltissimi casi la confisca delle terre è stata praticata in totale diniego del diritto
internazionale umanitario e delle leggi consuetudinarie che prevedono
l'utilizzo della terra per le popolazioni indigene abitanti ancestralmente tali
luoghi.[222] Inoltre in molte regioni agli
espropri si sono aggiunte condizioni lavorative drammatiche e la commistione
tra controllo delle attività da parte di grandi monopoli ed utilizzo della
violenza per regolare i rapporti tra lavoratori ed impresa. Ciò è stato per
esempio rilevato da diverse inchieste in Colombia dove sono state conclamate un
numero altissimo di violenze da parte strutture paramilitari e dallo stesso
esercito colombiano contro lavoratori e sindacalisti del settore. Un'inchiesta
del PDPMM affermerà:
“Es notario en estas empresas palmeras, las violaciones a los
derechos humanos de los trabajadores sindicalizados por grupos paramilitares y
fuerzas armadas que causan crímenes, torturas, desplazamiento forzado,
desapariciones de dirigentes y trabajadores de base. Los conflictos también
se presentan por detenciones, en que se sindica de delincuentes y subversivos a
los trabajadores”. [223]
Quello che è certo è che il ciclo
di produzione della palma africana in Colombia tende ad aumentare
esponenzialmente e ad essere considerato un prodotto leader del settore.
L'implementazione di questa coltura è stata portata avanti, seppur in forme
diverse ma non contrapposte, tanto dall'attuale governo colombiano (fedele alle
direttive in materia di esportazione della Banca Mondiale), quanto dai progetti
della componente sociale del Plan Colombia (che prevedono la sostituzione della
palma africana alla pianta della coca[224]), ma anche dai progetti relativi
alle attività produttive dei “Laboratori di Pace” del PDPMM.
Altro effetto considerevole
dell'aumento esponenziale delle aree tropicali coltivate a palma - insieme ai processi di sviluppo tecnologico che
hanno condotto ad una crescita della produttività per ettaro -, è la tendenza verso un continuo abbassamento dei
prezzi: negli ultimi 5 anni si è avuto un dimezzamento del prezzo dei prodotti
della palma africana.[225] Ciò è stato uno dei volani che ha
reso i prodotti della palma africana molto competitivi sui mercati mondiali
portandoli a gareggiare con prodotti simili ritenuti “egemoni” nel settore,
come la già citata soia. Queste operazioni economiche,
sostanzialmente decise nei mercati del nord del mondo, hanno un contraccolpo
negativo per i contadini ed i braccianti del sud. In primo luogo i piccoli
contadini che ancora possiedono discreti appezzamenti di palma africana o che
sono stati incentivati nella produzione della palma da piani di sviluppo come
quelli della componente sociale del Plan Colombia o del PDPMM, hanno a che fare
con una pianta il cui ciclo di vita è notevolmente lungo perciò risulta loro
impossibile modificare e diversificare la produzione rispetto agli andamenti
del mercato come avviene per altri prodotti agricoli. Inoltre la maggior parte
della produzione della palma è ormai a livello mondiale nelle mani delle
transnazionali del settore (INDUPALMA in Colombia ed Ecuador, United Fruit in
Nicaragua, SOCAPALM in Camerun ecc.) che possono contare anche nei momenti di
crisi sui finanziamenti della Banca Mondiale e di altri organismi
internazionali propensi allo sviluppo nelle zone tropicali di questo tipo di
colture e di ciclo di produzione. I piccoli contadini si trovano invece in una
posizione fortemente svantaggiata. Stipulano, con contratti detti “forward”,
una relazione della durata di 10-12 anni con l’impresa a cui venderanno il
prodotto a condizioni prestabilite, in cambio l'azienda offre al piccolo
produttore assistenza tecnica e tecnologie il cui valore commerciale sarà
scalato dal pagamento della merce. Vi è poi da aggiungere che la produzione di
palma si inserisce in una forte competizione da parte di tutte le imprese del
settore. L'effetto è una corsa continua verso l'aumento della produzione (cosa che il piccolo contadino
non può logicamente fare), e per abbassare i costi di
produzione. Uno degli effetti di questa dinamica consiste nel far gravare i
rischi relativi alle variabili di produzione sulle spalle dei contadini. Sono
sempre più frequenti le stipulazioni di contratti a brevissimo tempo miranti ad
assicurare una produttività sempre più alta e controllabile.[226] Abbiamo già precedentemente
analizzato questa così detta “alleanza strategica” indicandola come uno dei
nodi dei progetti di finanziamento dell'Unione Europea in questa regione.
Altro fattore non trascurabile nel
ciclo di produzione della palma africana sono i danni ambientali prodotti dalla
monocoltura. Se infatti è da notare che la palma, come spiegano molti studi
scientifici è un ottimo “fissatore” di monossido dì carbonio,[227] bisogna altresì tener conto che l'utilizzo di migliaia di ettari
di terra trasformati in monocolture hanno causato la distruzione di altrettante
migliaia di ettari di bosco tropicale e la perdita, per sempre, dell'80% della
biodiversità ivi presente.[228] Gli animali con una maggiore
capacità di adattamento hanno trasformato la loro alimentazione ed il loro
habitat rispetto alla palma. Per eliminare questi animali ritenuti dannosi alla
produttività della pianta, vengono prodotto pesticidi che contribuiscono ad un
ulteriore aumento dell'inquinamento di terra, aria e falde acquifere prossime
alla coltivazione. A questo va ad aggiungersi l'erosione dei terreni tropicali:
la perdita dei boschi
tropicali soppiantati
dalla palma espongono
queste terre alle
piogge che qui cadono per buona parte dell'anno.
In questa breve digressione sulla
palma africana non si è voluto mettere in evidenza la dannosità di una pianta
molto ricca e da sempre centrale nel ciclo di vita di molte popolazioni dell'Africa occidentale; semmai si è cercato di evidenziare le
dinamiche che hanno portato ad un modo produzione, raffinazione e commercio che ha generato un ulteriore sistema
di monocoltura nonché i danni derivati da questo sistema.
Nel caso specifico colombiano la
costituzione della piantagioni di palma africana sono state accompagnate,
abbiamo visto, da un'ulteriore recrudescenza del conflitto.
Rimanendo in Colombia e tornando
nel Magdalena Medio, un ulteriore dubbio sorge attorno ai progetti (Plan
Colombia, Plan de Integración Macroeconómico, PDPMM) che collegano lo sviluppo ad un
prodotto totalmente dipendente dalle logiche e dagli equilibri mondiali
fragili. Il dubbio è acuito dalla particolarità del conflitto colombiano: una
guerra a macchia di leopardo che ha prodotto drammatiche condizioni di
sfollamento interno e blocchi economici che affamano vaste aree del paese, in
questa situazione la ricerca dell'autonomia alimentare dovrebbe essere la prima
meta di ogni progetto di sviluppo[229] mirante alla produzione prima di
tutto di risorse destinate alla soddisfazione delle esigenze locali ed in
seconda battuta al commercio verso l'esterno.[230]
5.3 Ritorno
alla strategia integrale del Paramilitarismo
La
beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto, è stato far credere al mondo
che lui non esiste e come niente... sparisce
I soliti
sospetti
Confrontando una serie di tabelle
sui piani di sviluppo della Comunità Europea con i luoghi dove si è avuta in un
modo più strutturato l'incursione delle formazioni paramilitari, alcuni
elementi paiono sovrapporsi. Se, per esempio, consideriamo la tabella qui in
basso relativa ad una serie di interventi,
noteremo come su tredici comuni,
in ben dieci le amministrazioni locali si opposero, guidati dalla già citata
Asocipaz, in maniera legale ed illegale alla carovana internazionale di cui
abbiamo scritto (Caravana Internacional por la Vida en el Sur de Bolívar).
Gli esponenti del PDPMM
riconoscono la realtà di queste contraddizioni e le affrontano parlando di un
confronto tra tutti gli attori del Magdalena Medio e della Colombia. Abbiamo
visto, nel terzo capitolo di questa tesi e nei precedenti paragrafi di questo,
i limiti degli schemi ideali di intervento una volta messi a lavoro.
Merita infine attenzione tornare
sulle tesi di Libardo
Sarmiento Anzola sulla trasformazione delle formazioni paramilitari. Abbiamo
visto come il ciclo di trasformazione delle bande paramilitari risulta
complesso, frammentato e contraddittorio al suo interno. Mentre molti blocchi
seguono la via della smobilitazione, altri, nella seppur perversa logica della
guerra, trovano molto più conveniente perseverare nell'azione militare. La
legge di “Giustizia e Pace” dell'attuale governo Colombiano prevede uno
sdoganamento dei battaglioni della morte in moderne formazioni militari che
fanno il loro ingresso negli organi dello Stato o che entrano nel vastissimo
mercato delle compagnie di sicurezza privata florido tanto in Colombia quanto
all'esterno. Per fare questo c'è bisogno di un riconoscimento istituzionale che
ecceda la sola trasformazione di una parte rilevante dell'impianto legislativo
colombiano. Corrisponde questo passaggio in definitiva con la terza parte di
quella che Libardo Sarmiento Anzola chiama la strategia integrale del
paramilitarismo: il loro riconoscimento formale tramite le relazioni materiali
che stringono con agenzie ed istituzioni nazionali ed internazionali. Prime tra
tutte quelle della cooperazione internazionale.
Capitolo
6
ARMI,
RETI, ONG
Qualsiasi cosa da cui l’umanità
possa trarre vantaggio è anche in grado di arrecarle danno, vale a dire che non vi è nulla al mondo, oggi, che non possa diventare un’arma, il che impone alla nostra interpretazione del concetto di
armi di avere una consapevolezza che superi qualsiasi limite
Q. Liang e W. Xiangsui “Guerre
senza limiti”
La rivoluzione sociale a venire
sarà anche molecolare oppure non sarà. Sarà permanente, ingaggerà lotte di tipo
quotidiano, coinvolgerà un'analisi costante delle formazioni di desiderio che
concorrono all'assoggettamento alle formazioni di potere complici del sistema
attuale, oppure sarà necessariamente recuperata dallo Stato e dalle burocrazie.
Felix Guattari
L'intervento umanitario si rimodella rispetto alle trasformazioni delle nuove guerre, dei nuovi
equilibri globali e si plasma rispetto agli stessi strumenti con cui si mediano
e concordano tali nuove simmetrie di potere.
I processi di cooperazione internazionale devono fare i
conti con uno stato di guerra generale e che permea, condizionandola, tutti gli
aspetti della vita umana[231]. Ciò avviene tanto che tali progetti siano funzionali ed utili agli
interessi bellici quanto che ad essi si oppongano e confliggano con la macchina
bellica e le sue prospettive.
Nell'epoca degli Stati Nazione la guerra, anche se in
forme complesse, era sostanzialmente combattuta tra stati sovrani, ovvero stati
che detenevano il monopolio della sovranità nei loro territori e che usavano
l'arma estrema del conflitto per violare le reciproche sovranità ed alterare
gli equilibri di potere. È
in questo panorama
che si sviluppa la guerra simmetrica, ovvero una guerra che si muove in un
campo in cui due stati detengono sui propri territori l'esercizio della
sovranità e dove la possibilità della guerra è la risultante del calcolo della
potenza dell'avversario rispetto alla propria. Il bipolarismo dell'ultima metà
del secolo scorso è l'espressione più compiuta dell'idea di guerra simmetrica
ed il principio della deterrenza, (la pace ottenuta tramite la paura
dell'annientamento reciproco) uno strumento perverso ma efficace[232].
Il Vietnam segna un punto di non ritorno nell'evolversi
delle pratiche e forse della filosofia stessa della guerra moderna. Il Vietnam
prova che non ci sono armi che possono battere un esercito popolare informale
che combatte mimetizzato sul suo territorio,[233] mettendo in discussione l'idea
stessa di esercito regolare e di campo di battaglia. Inoltre un ruolo
fondamentale nelle guerre indocinesi verrà giocato dalla comparsa della società
civile globale.[234] Questi fenomeni avvieranno una
riflessione in seno agli apparati militari statunitensi sul senso e le
tecniche della guerra e del controllo. Si iniziò a comprendere che non era più
sufficiente in un'operazione di guerra la sola conquista militare
dell'avversario. Questa ipotesi si avvalorò considerando l'evolversi della
situazione nello storico cortile di casa statunitense dove il comando americano
aveva posto a guida di numerosi stati latino-americani dittatori la cui
repressione verso i movimenti sociali e popolari non aveva fatto altro che
moltiplicare l'organizzazione delle forze rivoluzionarie. Inizia così a svilupparsi ed evolversi il concetto di
guerra a bassa intensità.[235] Nei teatri delle nuove guerre
bisognava limitare l'intervento diretto di truppe non indigene che non
conoscevano in profondità il territorio del conflitto
“Cuando una guerra convencional
limitada implica demasiados riesgos, las técnicas
paramilitares pueden ser una manera segura y eficaz de utilizar la fuerza con
fines politicos.”[236]
Infine la caduta del blocco Sovietico e le trasformazioni
ad essa collegate (come l'instabilità che assume la stessa idea di sovranità
nazionale) hanno come effetto l'alterazione irrimediabile della stessa natura
della guerra.
“L'implosione dell'impero
sovietico, invece di decretare, come sentenziarono alcuni, la fine della
storia, e dunque dei conflitti, per mancanza di contendenti, condussero la
guerra pura al suo traguardo finale.”[237]
La guerra nell'attuale ordine globale non ha più il valore
di uno strumento momentaneo di cui la politica si dota per continuare con altri
mezzi, semmai diventa
“nella sua pura essenza, la
preparazione senza fine della guerra.”[238]
insomma
“... essenzialmente una guerra
politica. Perciò il suo campo di operazioni eccede i confini
territoriali…l’essere umano dev’essere considerato come l’obiettivo prioritario
in una guerra politica e come il bersaglio militare più importante. L’essere
umano ha il suo punto più critico nella mente. Una volta raggiunta la sua
mente, è stato vinto l’animale politico, senza ricevere necessariamente
proiettili…Questa concezione della guerra politica richiede che le Operazioni
Psicologiche si trasformino nel fattore determinante dei risultati. Il
bersaglio è quindi la mente delle persone, la mente della popolazione; di tutta
la popolazione. Delle nostre truppe, delle truppe nemiche, della popolazione
civile.” [239]
Si delinea insomma una concezione sempre più fluida e
mutevole del conflitto che denota l'urgenza di produrre una gamma di strumenti adeguati per i nuovi
contesti.
“La guerra
nell’epoca dell’integrazione tecnologica e della globalizzazione, ha privato le
armi del diritto di caratterizzare la guerra e, introducendo un nuovo punto di
partenza, ha riallineato il rapporto tra armi e guerra, mentre la comparsa di
armi di nuova concezione e, in particolare, la comparsa di nuovi concetti di
armi, ha reso gradualmente indistinto il volto della guerra.”[240]
dentro questo quadro risulta più evidente
l'interesse e l'investimento sempre maggiore che governi e strutture militari
danno all'intervento umanitario:
“Negli anni novanta le accademie
militari USA avevano prodotto tesi quali “le relazioni tra esercito degli Stati
Uniti e ONG negli interventi umanitari (1996) e L'interazione tra l'esercito
degli Stati Uniti e organizzazioni di soccorso umanitario nell'ambito di
episodi di portata limitata(1998)...
da quando [Bush] è alla casa
bianca cerca di devolvere a charities, a enti privati di beneficenza tutti i
compiti di assistenza sociale. Affidarsi all'estero all'azione delle Ong
sembrava la naturale estrapolazione a livello planetario del modello sociale
propugnato dagli USA.”[241]
L'ex segretario di Stato USA, Collin Powell, dirà
nell'ottobre 2003: "Le ONG sono per noi un enorme moltiplicatore di forza,
una parte importantissima della nostra squadra di combattimento".[242]
L'interesse adottato da militari e politici verso le Ong
va, inoltre, al di là di un loro utilizzo come strumento di produzione di
consenso e di ingerenza. Infatti questa attenzione, oltre a prodursi in e per
contesti di guerra particolari, chiama in causa un rimodellarsi di forme e
strutture delle organizzazioni politiche, civili, sociali e militari che si
muovono all'interno dei nuovi assetti e dei nuovi equilibri globali:
«La multiplication des
crises d'urgence depuis la fin de la guerre froide s'est accompagneè d'un
dèploiement de plus en plus frèquent d'un nombre croissant d'acteurs civils et
militaires pour faire face à la complexitè des situationes. La mise en ouvre
d'une coopèration entre acteurs sur le terrain et à un niveau
politico-strategique ètait alors jugeè nècessaire. L'administration americaine,
suite à l'echec de l'intervention en Sommalie (1993) et en manque de coordinatio
en Haiti (1994) entre organisations civiles gouvernamentales, non
gouvernamentales (ONG) et militaires, avait lancè une reflexion stratègique
pour amèliorer la coherence des rèponses multidimensionnelles aux crises.»[243]
Già nel 1993 David Ronfeldt, ricercatore della RAND[244] e John Arquilla docente della scuola
Superiore della Marina Statunitense pubblicano un saggio dal titolo “Cyberwar
is coming!”[245] in cui delineano i nuovi modi e le
nuove forme della guerra in relazione alle trasformazioni apportate dalle
innovazioni tecnologiche. Identificano, inoltre, in modo molto più generale,
una nuova configurazione delle moderne strutture organizzate che trasformerà
alla radice, prefigurano, la stessa essenza delle dinamiche conflittuali. Per i
due studiosi si sta passando ad un nuovo livello di produzione delle forme
dell'organizzazione collettiva caratterizzato dal modello della rete.
Per i due autori si tratta di un passaggio epocale verso
dispositivi di organizzazione sociale reticolare.[246] Forma reticolare che modella anche i
nuovi conflitti. Ronfeldt e Arquilla utilizzano a proposito il termine
“netwar”:
“The
term netwar
refers
to an emerging mode of conflict (and crime) at societal levels, short of
traditional military warfare, in which the protagonists use network forms of
organization and related doctrines, strategies, and technologies attuned to the
information age.”[247]
Per gli autori i protagonisti della netwar si avvalgono delle
nuove tecnologie che semplificano anzi modellano esse stesse l'organizzazione
reticolare. Nei loro successivi studi, gli autori spiegano come
l'organizzazione di queste strutture non sia data nello specifico da affinità
ideologiche. Infatti, dicono, l'organizzazione in forma reticolare è propria
tanto di Al Quaeda come degli zapatisti in Messico,[248] di Hamas come dei cartelli della
droga colombiani, delle triadi cinesi come dei movimenti sociali. Queste
organizzazioni che tendono ad assumere la forma rete sono più efficaci di altre seppur con obiettivi simili ma che presentano strutture
maggiormente gerarchiche. È
sostanzialmente questa,
per gli autori, la
chiave di lettura della
maggiore efficacia degli zapatisti rispetto alle altre guerriglie
latinoamericane, delle triadi cinesi o dei cartelli colombiani rispetto a Cosa
Nostra e di Hamas o Al Quaeda rispetto all'OLP. Primo effetto di questa
equiparazione è l'indistinta identificazione di questi soggetti come nemici.
All'interno di questo schema svanisce il concetto di “guerra giusta” elaborato
dal diritto pubblico europeo fra la pace di Westfalia ed il congresso di
Berlino del 1888 (cioè una guerra legittima in quanto combattuta da Stati
sovrani) e tutte le azioni belliche diventano operazioni contro fuorilegge per
antonomasia in quanto entità non riconosciute giuridicamente. Ogni conflitto
diventa tanto un'operazione di polizia contro potenziali destabilizzatori del
sistema quanto una azione di guerra volta ad annientare tali soggetti.[249] I movimenti sociali, le
organizzazioni terroristiche, i cartelli criminali sono equiparati. Passaggio
consecutivo la ricerca delle forme adeguate per la lotta a queste
organizzazioni e la loro eliminazione o sussunzione.[250] Infatti i due autori interrogandosi
sulle strategie belliche statunitensi trovano il loro limite nel prevalere del
dato militare su una capacità complessiva di esercitare biopotere ed
un'impostazione del conflitto ancora ferma ai concetti delle guerre
interstatuali. Ciò, per i due autori è stato il limite maggiore della guerra
statunitense in Afghanistan, guerra condotta contro lo Stato Talebano, ma la
cui controparte era invece costituita da una rete, quella di Al Quaeda. Lo
sciame di questa rete, una volta persa la guerra, è riuscito a dileguarsi nelle
tribù nomadi al confine col Pakistan o in Africa occidentale (Guinea, Mali,
Senegal). Per i due ricercatori quando si identifica una rete multidirezionale che
opera a partire da un rifugio protetto, meglio lasciarlo intatto altrimenti si
disperderà in giro per il mondo. Un approccio militare tipico della guerra
interstatale è ormai inefficace, l'unico modo per sconfiggere una rete è
utilizzarne un'altra. Nei conflitti dell’era dell’informazione le reti sono
nettamente avvantaggiate: nella battaglia contro una rete non c’è una testa da
tagliare per paralizzarla, difesa e attacco si confondono. Per combattere una
rete serve una rete. Appoggiarsi ad altre strutture che si basano
sull'organizzazione in rete è l'unica possibilità di uscire da questa
drammatica impasse.[251] È a questo punto della loro riflessione che l'attenzione
verso le ONG diventa centrale. Gli autori propongono di far ricorso alle reti
nate all'interno della società civile ed unirle con quelle strutture, come i
servizi di intelligence che ben prima dell'età della “netwar” caratterizzavano
il loro lavoro con azioni molecolari e reticolari.
Per gli autori insomma un investimento sulle ONG
costituisce il migliore approccio alle nuove forme del conflitto.[252]
“What
is new is the looming scope and scale of this sensory apparatus,
and its increasing inclusion of NGOs who watch, monitor, share information, and
report on what they see in diverse issue areas.”[253]
Investimento destinato alla ricerca di efficaci
strumenti di produzione di consenso e di disciplina che non sfocino
meccanicamente nel bruto esercizio militare:
“La noopolitica[254] è un comportamento di strategia e
di politica estera in sintonia con l'era dell'informazione, che valorizza la
formulazione e la condivisione delle idee, dei valori, delle norme, delle leggi
e della morale tramite il "potere dolce", definito nella la capacità
di raggiungere i propri obiettivi in ambito internazionale puntando
sull'attrazione piuttosto che sulla coercizione.”[255]
Le ONG presentano
inoltre il vantaggio di non essere strumenti democratici nati dalle conquiste
sociali dentro la antica declinazione del concetto di cittadinanza e frutto del
continuo conflitto tra capitale e lavoro. Sono organizzazioni, abbiamo visto,
finanziate da organismi globali come la Banca Mondiale ed a loro devono
rispondere e non alle popolazioni con cui operano. Il loro lavoro, abbiamo
spiegato nel secondo capitolo, è funzionale ad una rifondazione della vecchia
idea di stato sociale che ora diventa dono dei governanti globali ai poveri
della terra. Inoltre analizzando i progetti di cooperazione internazionale in Colombia
abbiamo notato come l'ingerenza internazionale per fini umanitari possa
combaciare perfettamente con una tendenza verso la produzione di comportamenti,
ideologie dello sviluppo, modelli economici che destabilizzano gli equilibri
sociali e territoriali prestando il fianco alla configurazione di nuove forme
di sfruttamento. Lo stesso esempio colombiano ci dimostra come questo tipo di
intervento spesso si affianca o addirittura sostituisce la classica azione
controguerrigliera.
La pratica dell'aiuto umanitario e della cooperazione
internazionale nata nella sfera autonoma delle relazioni tra gli uomini può
diventare un'ottima arma in una concezione del conflitto dove ogni strumento
può essere utilizzato come “arma impropria”. Tanto più in una fase in cui queste
pratiche si sono spogliate progressivamente di quel “pensiero forte” che ha
animato la loro azione
al momento della nascita nella
loro forma moderna indossando gli abiti della compatibilità alle esigenze dei
finanziatori. Le
esperienze della cooperazione internazionale e dell'aiuto umanitario si
sviluppano dentro una spinta ed un'esigenza reale di solidarietà, liberazione,
cooperazione tra gli uomini. Come ogni altro aspetto della produzione politica,
affettiva, relazionale, il capitale tenta di metterle a valore ed utilizzarle
in misura sempre maggiore come strumento di produzione di biopotere:
“In una società disciplinare,
l'intera società, in
tutte le sue articolazioni produttive e riproduttive, è sussunta sotto il
comando del capitale e dello stato e che la società tende, - gradualmente, ma con irriducibile continuità - ad essere governata esclusivamente dalle norme
della produzione capitalistica. Una società disciplinare è dunque una società
fabbrica.”[256]