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Cooperazione e strategie paramilitari nel Magdalena Medio, Colombia - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
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Colombia e Cooperazione internazionale

Progetti di cooperazione internazionale e strategie paramilitari nel Magdalena Medio, Colombia

 

Cooperazione e interventi umanitari sono sempre più strumenti delle politiche di dominio degli Stati e degli organismi finanziari internazionali. Nel Magdalena Medio, dove è più violento il conflitto colombiano, numerosi progetti di organizzazioni non governative, finanziati da Stati Uniti ed Unione europea, si incrociano con gli interessi dei gruppi paramilitari, responsabili di inaudite violazioni dei diritti umani.

 

Filippo Nuzzi

 

 

 

 

 

Prefazione

 

 

                   

       Il linguaggio umanitario e il lamento per l'orrore del presente, se non divengono pratiche concrete di rifiuto della guerra, corrono il serio rischio di fungere da modalità politicamente corretta di abitare lo stato di guerra e di convivere con i suoi disegni di morte. In tal senso l'umanitarismo astratto (e moralista) è uno dei discorsi dell'impero.

Collettivo situaciones

 

 

 

Questo lavoro nasce lontano dalle aule universitarie e pertanto questo dato determinerà il valore dell'elaborato nel bene e nel male. La ricerca muove innanzitutto da una semplice constatazione: il mondo della cooperazione internazionale e dell'intervento umanitario è sempre più crocevia di interessi che vanno ben oltre i suoi orizzonti e che chiamano in causa trasformazioni profonde avvenute negli ultimi anni all'interno del nuovo panorama delle relazioni internazionali. Le pratiche della cooperazione e dell'intervento umanitario devono obbligatoriamente fare i conti con queste trasformazioni, anzi per molti versi ne sono travolte. Ciononostante pare che il dibattito in merito a questo nuovo orizzonte stenti a decollare. Tale difficoltà tra l'altro è dovuta all'ostracismo proprio degli operatori del settore ed alla cappa di silenzio e segretezza che paradossalmente avvolge molti aspetti di queste attività. Paradosso evidente, vedremo, se si tiene in considerazione che gli attori della cooperazione dovrebbero essere tra i soggetti più trasparenti proprio per il ruolo che ricoprono e le delicate relazioni che tessono.

 

Cercheremo di mettere in evidenza come il nuovo e moderno ruolo delle agenzie di cooperazione fa immediatamente i conti con le trasformazioni della guerra e l'utilizzo da parte dei dispositivi bellici di armi che eccedono la loro forma classica e convenzionale per moltiplicarsi ed assumere un numero illimitato di forme e combinazioni. Tra queste non lesinano il connubio con l'intervento di cooperazione ed umanitario, anzi vedremo come tale relazione va ben al di là di un utilizzo strumentale degli apparati bellici dell'attività di intervento umanitario per chiamare in causa, in modo strategico, le forme dell'organizzazione dei soggetti che agiscono ed attraversano i contesti globali.

 

Un supporto teorico a questa tesi sarà dato dagli studi di quei ricercatori che hanno prodotto in modo organico e strutturato un'analisi di tali trasformazioni. È il caso dello studioso Sami Makki che analizza i mutamenti e le  pressioni che subiscono le agenzie e gli attori del mondo della cooperazione da parte dei protagonisti delle guerre contemporanee e più in generale Makki spiega le relazioni strette che intercorrono tra l'intervento umanitario e le trasformazioni profonde dell'organizzazione sociale. Per Makki la militarizzazione dell'intervento umanitario (che vedremo comporta gravi problemi di sicurezza per gli attori umanitari) è frutto di una mutata concezione dell'intervento bellico all'interno del quadro della lotta al terrorismo. Faremo, come Sami Makki riferimento agli analisti della RAND (l'acronimo sta per Research and Development. È una agenzia che si occupa, dalla fine della seconda guerra mondiale, di svolgere attività di analisi in materia di strategia economica e militare per il governo e l'esercito statunitense) che prevedono una riorganizzazione della condotta bellica partendo da quelle forme del conflitto in rete (netwar) adottate in prima battuta dagli oppositori (molto differenti tra loro se non antitetici) dell'ordine globale.

 

Faremo inoltre come Makki sempre riferimento agli strateghi della RAND per quanto riguarda il concetto da loro coniato di noopolitic (politica dell'informazione, della conoscenza), strumento utile alla produzione di consenso e ordine. Analizzando la questione vedremo come ciò produce un ripensamento non solo delle forme della guerra, ma più in generale una interrelazione profonda tra apparati militari, interessi commerciali, attori della società civile e compagnie di sicurezza privata. Avviene cioè quello che Makki chiama  “processus interagens” ovvero un grado di relazione forte e profonda tra strutture militari e civili, governative e non governative che veicolano in modo differente e complesso ma complementare, gerarchico e disciplinato, un unico corpo di valori utili a perseguire obiettivi comuni.

 

Il lavoro incontra un primo nodo di analisi nel ruolo e nelle forme che la cooperazione e l'assistenza umanitaria assumono durante gli anni settanta. Periodo chiave in quanto alcuni organismi internazionali nati alla fine della seconda guerra mondiale per disciplinare parte della complessa scacchiera delle relazioni internazionali assumono in questo periodo un ruolo molto più importante e protagonista, condizionando ed in parte normando l'attività di cooperazione. Vedremo come la globalizzazione delle relazioni politico-economiche e quindi il carattere globale che assumono le crisi locali provoca, tra l'altro, la perdita tendenziale di potere degli Stati-Nazione, ciò produce  la cessione di sempre maggiori porzioni di sovranità verso altri soggetti con il conseguente passaggio ad essi di competenze fondamentali. Tra queste la funzione di produttore e distributore di welfare da sempre appannaggio esclusivo dello Stato. Uno degli obiettivi che si pone la mia tesi è illustrare come queste organizzazioni umanitarie rispondano all’esigenza di una nuova produzione di welfare privato nei territori dove, per cause diverse, l’assistenza sociale non è più praticabile dal vecchio modello dello Stato-Nazione. Ciò avviene con un totale smantellamento del concetto di res publica. Inoltre i soggetti che praticano questi interventi si strutturano come organizzazioni sempre più grandi e complesse. Si stanno sviluppando delle vere e proprie multinazionali dell’umanitario finanziate per lo più da organismi sovra-nazionali: i parametri di indirizzo di questi finanziamenti sono per lo più costruiti sul  grado di emergenza riscontrato di volta in volta nei territori in cui si opera e dettati da interessi precisi dei finanziatori. La combinazione di questi fattori porta ad una specializzazione dell’intervento “just in time” e ad un’assimilazione dei caratteri peculiari dell'economica aziendale. In molti casi ciò produce la devalorizzazione dei contesti locali.

 

Uno dei nodi fondamentali che proveremo a dipanare sarà la combinazione tra l'intervento umanitario delle agenzie moderne di cooperazione internazionale ed i conflitti che drammaticamente si consumeranno dopo la caduta del blocco sovietico. Vedremo come il lavoro di cooperazione subirà sempre maggiori pressioni da parte della macchina bellica contemporanea che tenterà di sussumerne il lavoro per i suoi fini.

 

Inoltre l'attività della cooperazione e più in genere del volontariato sociale si trova ormai posta di fronte a bivi drammatici anche nelle periferie dei nostri territori. Questo lavoro prende spunto dalla constatazione che organizzazioni nate con fini sociali ed umanitari in questo momento vengono utilizzate, per esempio, per la gestione dei Centri di Permanenza Temporanea (CPT) per migranti; luoghi ormai definiti da più parti come veri e propri insulti alla tradizione del diritto della Repubblica e come carceri etniche dove vengono rinchiusi migranti privi di permesso di soggiorno senza tuttavia aver commesso alcun crimine; centri per questo considerati un'aberrazione umana e giuridica e ciononostante gestiti da agenzie umanitarie come la Croce Rossa o la Misericordia. La critica verso queste agenzie umanitarie ed il loro ruolo (argomento peraltro non trattato in questa tesi incentrata sulla cooperazione “oltre frontiera”) ha costituito una delle ragioni pratiche che ha mosso l'inizio di questo lavoro. Come altresì la riflessione sulle ONG embedded cioè al servizio delle truppe di occupazione come uniche agenzie aventi la possibilità, oggi, di entrare in molti teatri di guerra ed il conseguente divieto verso tutte le altre forme di intervento non colluso con truppe di occupazione. Divieto agito anche in modo drammatico come dimostra la storia recente dell'occupazione nordamericana in Iraq.

 

La natura stessa di questo lavoro impone che venga ristretto il campo di indagine e che venga data priorità ad alcuni interventi e ad alcune storie rispetto ad altre. Sono stati scelti esempi soggettivi basati in molti casi su una sperimentazione ed una osservazione diretta dei fenomeni trascendendo la mera pratica accademica. Esempi a mio avviso paradigmatici in quanto si tratta di narrazioni che individuano dei punti nodali nell'intreccio tra i mondi della cooperazione e della guerra. È il caso del primo capitolo di questo lavoro, capitolo in cui cerco di chiarificare, attraverso esempi concreti, la relazione sempre più stretta che è andata via via sviluppandosi dagli anni novanta del secolo passato in poi, tra il mondo dell'intervento umanitario e le nuove forme e regole dell'intervento bellico. Dentro questa cornice assume centralità l'intervento italiano nella guerra del Kosovo sia nella sua parte militare quanto e soprattutto nella gestione umanitaria della guerra tramite la “Missione Arcobaleno”.

 

Per altri motivi mi sembra altrettanto paradigmatica l'analisi e la critica dell'intervento europeo tramite mirati interventi di sviluppo in America Latina ed in particolare in Colombia. La trattazione del tema muoverà da una narrazione della storia recente colombiana soffermandosi su quei punti che maggiormente possono essere utili all'economia della tesi. Analizzerò il contesto regionale all'interno del quale vengono sviluppati questi piani (regione del Magdalena Medio di Colombia) nella sua natura storica, politica, socio-economica e proverò a confrontare i progetti di sviluppo della Unione Europea con altri piani di intervento e con altre agenzie di cooperazione internazionale. In particolare con i piani di sviluppo che gli Stati Uniti affiancano ai piani di intervento bellico nella regione e con ONG le cui modalità di lavoro incrociano oggettivamente gli interessi delle organizzazioni paramilitari presenti su territorio colombiano (organizzazioni di cui tratteremo abbondantemente in questo lavoro per la centralità della loro posizione all'interno dell'impianto di questa tesi). Il confronto servirà tra l'altro a sottolineare la complessità dell'intervento europeo, sicuramente molto più equilibrato, per esempio rispetto alle attività della “componente sociale del Plan Colombia” statunitense, ma allo stesso tempo per evidenziare i punti limite delle forme di una cooperazione internazionale costruita su scala tanto vasta da trascinare con sé interessi e modalità di intervento altrettanto invadenti.

 

 

 

Capitolo 1

 

L'ORDINE  GLOBALE

 

 

Colui che vuol fare del bene ad un altro deve farlo nei Minuti Particolari; il Bene Generale è la scusa del furfante, dell'ipocrita e dell'adulatore

William Blake

 

 

Il capitale non crea nulla, recupera tutto

Luther Blisset

 

 

L'oggetto di questa ricerca è il mondo della cooperazione internazionale. Lo scopo è analizzare lo sviluppo della cooperazione internazionale e dell'aiuto umanitario negli  ultimi anni. Per fare ciò, l'intervento umanitario deve essere immediatamente, obbligatoriamente, inquadrato e posto in relazione con i nuovi assetti del panorama globale contemporaneo. A tal fine ci serviremo come paradigma di analisi delle trasformazioni attuali, del concetto di “impero” come è stato elaborato nel lavoro di Michael Hardt e Antonio Negri[1].

 

Per i due studiosi l'impero è la cornice dei nuovi assetti globali,

 

“non stabilisce alcun centro di potere e non poggia su confini e barriere fisse ma costituisce un apparato di potere decentrato deterritorializzante che progressivamente incorpora l’intero spazio mondiale all’interno delle sue barriere aperte e in continua espansione”[2].

 

“anche i più potenti fra gli stati-nazione non possono più essere considerati come le supreme autorità sovrane non solo all'esterno, ma neppure all'interno dei propri confini”[3].

 

 

Stiamo parlando di una tendenza verso la quale si spingono i processi mondiali della globalizzazione. Anche le pratiche di resistenza alla globalizzazione neoliberista agiscono sempre su scala globale, sono anzi queste che “battono il tempo” intimo e vitale delle trasformazioni reali producendo flussi di comunicazione, di saperi, di conoscenze e di relazione. Contemporaneamente assistiamo a perenni tentativi dei nuovi organismi di controllo e dominio globale di bloccare, sussumere, recuperare i progetti di solidarietà, di liberazione, di cooperazione degli uomini. Ed è proprio su questo particolare aspetto che si soffermerà la mia riflessione.

 

Il mondo dell'assistenza sociale diffusa è perennemente in crescita in quanto è uno degli attori principali della terziarizzazione di quei servizi sociali di welfare classico come abbiamo imparato a conoscerlo lungo tutta la seconda metà del XX secolo: intendo tutti quei servizi di assistenza e tutti quegli erogatori di cura che hanno affiancato le strutture dei vecchi servizi assistenziali dello stato-nazione. Queste organizzazioni hanno alle spalle una storia secolare: per esempio le organizzazioni caritatevoli delle “Misericordie” vengono fondate già nel XIII secolo con lo scopo di assistere poveri e malati. Così come nel XV secolo nasce, con le stesse finalità, il “Monte di Pietà” in Toscana e le “Charities” in Inghilterra. Ed è nel XIX secolo che, in Europa, le organizzazioni di soccorso e solidarietà iniziano la loro crescita esponenziale, legandosi alle associazioni cattoliche, socialiste, comuniste e libertarie: si pensi, per esempio, alle società di mutuo soccorso, alle cooperative dei lavoratori, ai fondi di solidarietà. È proprio nell'800, sotto la spinta del nascente movimento operaio e con il trasformarsi delle organizzazioni cattoliche, che si affermano le due maggiori correnti - quella cattolica e quella socialista - di strutture organizzate che si pongono, con obiettivi differenti, il problema dell'assistenza sociale verso i bisognosi.

 

A questi due filoni vanno aggiunte le organizzazioni filantropiche delle élites illuminate: esponenti di grandi famiglie che proseguono la tradizione del mecenatismo medioevale fondando strutture di assistenza e carità.

 

Questi filoni dell'associazionismo affiancheranno il lavoro dello stato sociale lungo tutto il XX secolo, arrivando fino agli anni '70, quando tali organizzazioni inizieranno progressivamente a sostituirsi, di fatto, allo stato-nazione nei suoi compiti di cura, modificandone, per la loro stessa essenza, la produzione di assistenza.

 

Le moderne strutture di solidarietà e cooperazione nascono infine, nella loro versione moderna, durante gli anni ’70 sotto l’influenza del rinnovamento della tradizione cattolica di assistenza ed evangelizzazione e sotto la spinta dei movimenti sociali, di genere, di solidarietà internazionale, di liberazione. Questi nuovi attori sconvolgono l'idea stessa di intervento solidale: uomini e donne formati  nei picchetti operai, nella difesa delle occupazioni, riconoscono le loro lotte come parte di un'esigenza più vasta di liberazione, iniziano ad organizzarsi con strumenti di solidarietà via via sempre più efficaci dandosi come obiettivo strategico l'utilizzo politico del lavoro di intervento sociale. Scrivono Hardt e Negri:

 

“Le forze rivoluzionarie non hanno mai smesso di produrre delle articolazioni sempre più solide tra il politico ed il sociale, per esempio tra la lotta di liberazione anticoloniale e la lotta di classe anticapitalistica”[4]

 

 

Anche i progetti di solidarietà internazionale nella loro forma moderna iniziano a nascere in questo periodo e possono essere considerati una ricombinazione in chiave internazionalista ed una trasformazione delle vecchie idee e delle vecchie strutture sociali e civiche di solidarietà internazionale.

 

A partire dal periodo considerato, il modificarsi sostanziale del panorama internazionale e la trasformazione profonda della soggettività generata dalle lotte sociali producono un cambio netto dei paradigmi delle attività della solidarietà nazionale ed internazionale. Le profonde trasformazioni di un mondo sempre più connesso globalmente spingono verso la solidarietà con i paesi del sud del mondo. La divisione del mondo in paesi a regime capitalista ed in paesi del blocco socialista avvicinava e appassionava le lotte, le rendeva immediatamente connesse: se le resistenze antimperialiste, dall'America Latina all'Indocina, furono prima ammirate con trepidazione dai movimenti sociali occidentali, il passaggio successivo fu quello di legare teoricamente e praticamente le lotte.

 

Numerosi gruppi insorgenti occidentali ripresero strategie e tecniche della guerriglia, adeguandole alle realtà urbane occidentali:

 

“La guerriglia urbana giunse a sviluppare una conoscenza capillare del territorio, in modo che i gruppi potessero riunirsi in qualsiasi momento per attaccare e, quindi, disperdersi nuovamente per sparire nei recessi della metropoli”[5].

 

 

Non è un caso se proprio in questo periodo nascono le prime organizzazioni non governative con fini di assistenza e solidarietà internazionale. Queste organizzazioni maturano una prospettiva di lavoro fortemente etica. Osserviamo per esempio la nascita del CESTAS (Centro di Educazione Sanitaria e Tecnologie Appropriate Sanitarie). Questa ONG nasce nel 1979 con l'obiettivo di formare personale finalizzato all'educazione sanitaria nei paesi in via di sviluppo.

 

“L'educazione sanitaria rappresentava il coinvolgimento delle popolazioni che è il punto focale per qualsiasi sviluppo, perché imporre delle regole alle persone senza che ne siano convinte non serve a niente; per cui ci vuole un dialogo e dialogo vuol dire che parlano le due parti e non una sola come viene fatto in moltissimi progetti che la popolazione accetta come accetta la pioggia, come accetta il sole”[6].

 

 

Questo lavoro legato alla formazione di personale medico va avanti per circa tre anni, fino al 1981 quando l’organizzazione inizia a finalizzare i primi progetti di intervento sanitario diretto nei campi profughi del Popolo Saharawi: interventi oculistici, pediatrici e ginecologici. Queste iniziative sono prive di finanziamenti esterni fino al 1986:

 

“Dopo sette anni di attività abbiamo avuto il primo progetto finanziato dal Ministero degli Esteri. C'era un grosso progetto in Etiopia nel Lago Tana, per la costruzione di una diga, impianti di irrigazione ecc. Ed era prevista la costruzione di un ospedale e di numerosi ambulatori. Noi preparammo il programma sanitario. Fu un grosso lavoro, un progetto molto ben fatto.
 Il progetto fu presentato, ma fu amputato, per fortuna nostra, perché furono preferiti altri (...) raccomandati politici, che poi copiarono in parte il nostro progetto e lo eseguirono molto male. E a noi lasciarono un piccolo progetto sanitario nel Wollo, per rafforzare l'attività sanitaria in due villaggi, due piccoli centri sanitari sperduti nelle montagne dove abbiamo lavorato per quasi due anni.”[7]

 

 

Dunque nella metà degli anni ’80 inizia il primo afflusso di denaro pubblico verso le ONG e con esso sorgono anche nuove forme di corruzione. I medici del CESTAS crescono nella loro organizzazione che ormai è impegnata in svariati progetti in Guinea, Benin, Angola, ma anche in altri continenti: in Cile, per esempio, l’organizzazione costruisce un poliambulatorio sanitario oggi gestito da medici locali. Inoltre la maturità raggiunta da tale struttura porta ad una progressiva diversificazione dei progetti, che vanno adesso oltre il campo sanitario provocando tuttavia ancora ricadute in questo settore.

 

Ad oggi il CESTAS lavora in quindici paesi distribuiti su tre continenti[8].

 

Come il CESTAS tante altre organizzazioni nasceranno in quel periodo, in un primo tempo contando soprattutto sull'autofinanziamento, per poi ampliare le proprie possibilità d'azione grazie ad una gamma sempre più vasta di finanziamenti, collaborazioni con le università, possibilità di forti sgravi fiscali ed utilizzo nei lavori di base degli obiettori di coscienza.

 

Se è vero che questa organizzazione bolognese ha dovuto aspettare sette anni prima di poter avere un accesso a fondi statali, è anche vero che una normazione in materia di assistenza medica internazionale inizia ad essere strutturata fin dal primo anno di nascita di questa stessa ONG. Sarà infatti dagli anni '70 che l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) inizierà a diffondere un nuovo approccio nel modo di intendere la salute e l'assistenza sanitaria internazionale[9]. Tale impostazione verrà delineata nel programma della conferenza di Alma-Ata del 1978 dal titolo “Health For All” (salute per tutti)[10] ed avrà come orizzonte l'equità d'accesso ai servizi sanitari sia per quanto riguarda la cura che la prevenzione, senza distinzione di nazionalità, età, etnia, sesso[11]. La Conferenza di Alma Ata identificò la Primary Health Care (PHC)[12] come lo strumento principale per il raggiungimento di questi obiettivi.[13]

 

Questa utopia durò non più di un anno: nella seguente conferenza sulla sanità mondiale, infatti, sotto la pressione delle organizzazioni finanziatrici, tra loro lo USAID (United States Agency for International Assistance, l'agenzia degli U.S.A. per la cooperazione internazionale), l'UNICEF, fondazioni come la Rockefeller e la Ford Foundations, la Banca Mondiale e l'OCSE, venne demolita l'impostazione egualitaria ed orizzontale che avrebbe dovuto guidare le politiche di intervento in materia. Vi è un ritorno ai criteri di costo ed efficienza che privilegia i finanziamenti per programmi di assistenza verticale anziché di autosviluppo (auto-empowerement) nonché il rafforzamento equilibrato e bilanciato dei sistemi sanitari.[14]

 

Questo allontanamento dalle strategie egualitarie si riflettette subito sulle appena nate organizzazioni non governative. Quasi contemporaneamente alla nascita su vasta scala delle ONG, si pone il problema per le centrali di produzione e di direzione normativa ed economica internazionale di veicolare le politiche di erogazione di servizi delle organizzazioni non governative. Problema che viene risolto finanziando ed incoraggiando le ONG a diventare managed care, cioè organizzazioni che utilizzano parametri di crescita che solitamente contraddistinguono il mondo dell'economia: capacity building, target groups, assessment, training on sustainability, accountability, social risk management diventano parole d'ordine non solo delle imprese for-profit, ma anche delle organizzazioni sociali.

 

La trasformazione non riguarda meramente la sfera economica - introducendo anche per gli organismi delegati alla cooperazione ed all'assistenza umanitaria parametri fondati sul rapporto costi-benefici -, ma contribuirà e sarà parte integrante di un  cambio profondo degli equilibri mondiali avvenuti alla fine degli anni ’80. Donald Duffield[15] osserva come, alla caduta dei paesi del blocco socialista, gli stati occidentali abbiano mutato l'idea di sicurezza e dominio rispetto ai sud del mondo, ponendola in relazione ad una politicizzazione degli interventi umanitari, costruendo un “tandem” tra intervento armato ed umanitario (Civil-military Cooperation CIMIC) nelle aree instabili del pianeta, al fine di controllarle militarmente, introdurre comportamenti e valori occidentali ed aumentarne la dipendenza dall'occidente.

 

Altro compito importante che gli organismi eredi della fine della guerra fredda sembrano voler attuare è la depoliticizzazione delle questioni legate allo sviluppo. Mentre le organizzazioni non governative nascono per effettuare una forma materiale di solidarietà da questo momento corrono il rischio di tornare ad essere, come nella prima epoca dei viaggi dei missionari cristiani, uno strumento per slegare il soccorso dalla ricerca delle cause politiche della povertà e della miseria e per essere, appunto, uno strumento di nuova “evangelizzazione” degli ideali neoliberali.

 

Durante la guerra fredda i sud del mondo erano considerati dalle due superpotenze come aree composte da stati sovrani deboli e facilmente ricattabili, ma con cui venire a patti. L'arma migliore per fare ciò era costituita dalle strategie militari, dal supporto all'economia dei paesi del proprio blocco geopolitico e dall'intervento “coperto” tramite i tanti strumenti dell'intelligence per destabilizzare gli equilibri dei paesi del sud appartenenti alle fila del blocco avversario. Con il crollo dei paesi socialisti e dello scacchiere simmetrico del bipolarismo,[16] con l'avvento della guida unilaterale del mondo i sud del mondo diventano

 

“borderlands, aree marginali in cui regna la povertà, violenza, avidità e corruzione”[17]. 

 

 

Questo passaggio è iscritto in una trasformazione complessiva del terzo settore[18]. Alla fine degli anni ’90, gli Stati Uniti sono ancora una volta pionieri con un terziario che conta 1,4 milioni di organizzazioni per un ammontare di quasi 10 milioni di occupati in questo campo (quasi il 7% del totale della forza lavoro retribuita). Nello stesso decennio, l'Europa segue questa tendenza con una media di persone retribuite in questo campo del 4% rispetto al totale degli occupati. Questa tendenza alla crescita è data dal fatto che il terzo settore assume compiti fondamentali dello stato come l'assistenza sociale e la cura. Le ONG, come vedremo, si inscrivono allo stesso modo in una logica di privatizzazione dei servizi ed il loro lavoro assume un valore aggiunto dato dalla loro prerogativa di intervento internazionale. 

 

In altre parole, il “no-profit” persegue sempre più le logiche delle imprese “for-profit”[19].

 

 


1.1 Gli anni '90, la cooperazione internazionale e le nuove guerre

 

 

“Quando Gordana fu bombardata dalla NATO improvvisamente ebbi la sensazione che forse stavo dalla parte sbagliata”.

 

Tony Vaux manager dell'ONG Oxfam

 

 

Le agenzie umanitarie non sono intervenute solo per rispondere alle emergenze; il loro operato ha piuttosto assunto il carattere di una permanenza volta alla ricostruzione sociale e istituzionale.

 

                                       Donal Duffield

 

 

 

Negli anni '90, il mondo della cooperazione internazionale è ormai variegatissimo, composto da piccole e piccolissime organizzazioni che lavorano su territori specifici, progetti particolari e con personale formato e specializzato in loco e per anni ma anche da “multinazionali dell'umanitario” con fatturati da decine di miliardi che intervengono nei campi più disparati (dalla protezione ambientale allo sminamento dei terreni, passando per la lotta all'AIDS). Ci informa Giulio Marcon, (fino a poco tempo fa presidente dell'ICS Consorzio Italiano di Solidarietà) che ormai viene veicolato tramite il lavoro delle ONG più del 65% degli aiuti mondiali[20].

                                                                                

All'interno delle ong diventa sempre più importante la figura del fund raiser: “persone dinamiche, che possano cogliere i tratti essenziali dei progetti proposti nei PVS e, attraverso lo sviluppo di contatti e reti di relazioni (con istituzioni locali, imprese, fondazioni bancarie), riescano a trovare finanziamenti, bandi e parternariati”[21].

 

 

Con tutto ciò che questa nuova direzione comporta: multinazionali dell'umanitario che per mantenere in piedi le loro strutture sono costrette a muoversi di volta in volta lì dove si aprono possibilità di finanziamenti umanitari con interventi “mordi e fuggi” che non danno continuità all'intervento. Si tratta di una sorta di “marketing umanitario” con strategie di Cause Related Marketing: strategie di marketing incentrato sulla pubblicizzazione di una causa, che prevedono nella pratica una partnership tra una ONG ed una impresa “for-profit”. Ciò produce un afflusso di capitali per la ONG ed un ritorno di immagine per l'impresa (affiancato da sgravi fiscali ed indotto economico che per le imprese equivale a ritorni consistenti):

 

“In primo luogo, la responsabilità sociale non deve essere vista come un gioco a somma zero, dove la scelta fra etica e profitto è alternativa, ma bisogna iniziare a pensare che la CSR è un modo per aumentare la competitività dell’impresa; potremmo dire che la CSR rappresenta ciò che è stato il pollice opponibile per l’essere umano, cioè una caratteristica che sta diventando fondamentale ai fini della sopravvivenza delle imprese nel processo evolutivo”.[22]

 

 

Un esempio è il parternariato che ha avuto luogo nel 2002 tra il CESVI e la Banca Popolare di Bergamo, con l'operazione “La fame ha paura di noi” in cui si raccoglievano 10 centesimi per transizione bancaria fatta da suddetta banca, da destinare alla lotta contro la fame nel mondo. Questa promozione non cancella gli affari che questa banca fa con il business della guerra: la Banca Popolare di Bergamo ha ottenuto introiti per più di 6 milioni di euro ricavati con i finanziamenti all'export delle armi italiane[23]

 

Ad un cambiamento di questo tipo è chiaro che segue anche una trasformazione dei motivi che portano un operatore umanitario a scegliere questo lavoro. Nei siti che offrono lavori nel settore risulta che la competenza più richiesta, come in ogni altro ramo della produzione sia quella della  “professionalità”[24].

 

Mondi diversi  finiscono per assomigliarsi sempre più.[25]

 

Tra i primi anni ‘80 e la metà degli anni ‘90 il numero delle crisi umanitarie[26] aumenta da una media di 20-25 all’anno ad una media di 65-70 all’anno. Le stime mostrano che il numero di persone coinvolte nella cooperazione umanitaria ha raggiunto la cifra media di circa 10 milioni all’anno. Cruciale per le trasformazioni del mondo dell'intervento cooperativo ed umanitario saranno gli anni ‘90, momento in cui verranno totalmente messi in discussione equilibri internazionali consolidati da quarant'anni di guerra fredda ora finita.

 

Il primo banco di prova internazionale a cui sono chiamati gli attori internazionali a muoversi dopo il crollo del muro di Berlino è la crisi politica somala e la carestia che attanaglia la regione. In realtà la crisi economica, politica e sociale di questa regione ha cause che possono essere individuate in fenomeni naturali che si abbattono, in questo periodo, sulla zona come la carestia che la colpisce drammaticamente, ma il sistema economico somalo e gli equilibri comunitari sui quali reggeva quest'area verranno minati molto prima e così a fondo da non permettere quell'autonomia “di sistema” indispensabile per superare una crisi di quella portata come avviene nelle strutture statali forti ed indipendenti.

 

Scrive Michel Chossudovsky, ex direttore della Banca Mondiale:

 

“L’esperienza somala insegna come un paese può essere rovinato dalla contemporanea applicazione di aiuti alimentari e politica macroeconomica.”[27]

 

 

Gli aiuti alimentari e i programmi di aggiustamento strutturale che il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale confezionarono ed imposero alla Somalia per modernizzarne l’economia causarono l’inasprimento della crisi dell’agricoltura nomade, alterando il tradizionale equilibrio nel rapporto di baratto tra l'economia dei pastori e quella degli agricoltori. Era sulla base di questi equilibri che in passato venivano affrontate le carestie.

 

“La Somalia, che fino agli anni ‘70 era autosufficiente, nell’arco di dieci anni, dalla metà degli anni ‘70 alla metà degli anni ‘80, vide aumentare gli aiuti alimentari (principalmente grano) di ben 15 volte”.[28]

 

 

Le eccedenze di grano e riso europee e nord-americane donate e distribuite gratuitamente o a basso costo invasero il mercato somalo facendo precipitare i prezzi del grano, del mais ed in generale la produzione agricola locale che venne sostituita da altre colture - come le banane o i meloni -  non  in competizione con i prodotti occidentali e funzionali all’esportazione. Aziende come la Somalfruit, controllata da imprenditori locali vicini al regime e da imprenditori italiani, hanno fatto la propria fortuna con queste esportazioni.

 

Durante tutti gli anni ottanta, saranno più di cento i progetti di cooperazione sponsorizzati dall'Italia in Somalia. Prima di essere uccisa in un attentato a Mogadiscio, la giornalista italiana Ilaria Alpi stava proprio investigando sui soldi e su presunti traffici di armi della cooperazione italiana in Somalia.[29]

 

In questo modo tanto semplice si crea il ciclo perverso della monocoltura, si mina l'autonomia alimentare impedendole di reggere ai periodi di carestia e si generano divisioni che producono guerre. Ci accorgiamo così che il conflitto somalo non è frutto degli odi tribali di cui ci hanno parlato gli analisti, ma di una economia autonoma affamata dagli aiuti umanitari.


Nel dicembre 1992 l'ONU approva la costituzione di una forza di emergenza con scarse potenzialità di intervento (UNOSOM, Organizzazione Nazioni Unite per la Somalia) per far fronte alla crisi somala. In seguito all'inefficienza dell'azione dell'ONU gli Stati Uniti si faranno carico delle operazioni belliche ponendosi a capo di una spedizione militare molto più risoluta. All'operazione viene dato significativamente il nome “Restore Hope” ("Riportare la Speranza"). Il contingente  tuttavia non saprà affrontare la complessa situazione e non sempre opererà in modo equidistante tra le varie fazioni.[30]

 

Spiega Tony Vaux[31] - per decenni senior manager della ONG inglese OXFAM - che mentre l'inviato dell'Onu Mohammed Sahnoun - con pochi altri operatori che non si trincerarono nei palazzi di lusso di Nairobi -, tentava di avviare un dialogo con gli anziani capi locali somali, l'allora Segretario Generale dell'ONU Boutros Gali, annunciava l'invio in Somalia di 3000 soldati “in difesa degli aiuti umanitari”. A quel punto ogni tentativo di mediazione nella regione è messo in grave pericolo e salterà definitivamente quando gli stessi capi locali con cui stava lavorando Sahnoun saranno bombardati e molti di loro uccisi da un attacco U.S.A..

 

L'operazione di intervento internazionale fallì e nel marzo del 1995 della coalizione abbandonarono un paese lacerato da un conflitto ancora più aspro di quanto non fosse prima del loro arrivo. 

 

Il prezzo del fallimento sarà l'indifferenza con cui l'occidente e gli U.S.A. trattarono, appena un anno dopo,  il genocidio in Rwanda.

 

La guerra in Kosovo segna l'utilizzo maturo della “arma umanitaria” nei conflitti bellici.[32] L'Italia giocherà un ruolo fondamentale nel conflitto balcanico, almeno per quanto riguarda l'utilizzo “bellico” dello strumento umanitario  soprattutto tramite la “Missione Arcobaleno”.

 

Nel 1998 i soprusi di militari e paramilitari serbi - armati e finanziati da uno stato a governo ipernazionalista guidato dal presidente Slobodan Milosevic -, si moltiplicheranno fino ad assumere il carattere di violenze di massa contro la comunità albanese del Kosovo a cui era stato già revocato lo status di regione autonoma. Nel solo 1998 verranno evacuati 200mila kosovari, più del 10% della popolazione. Lo scopo del regime di Belgrado sarà sedare ogni spinta autonomista albanese.[33] Dal 1996 nelle fila kosovare inizia ad opporsi al leader albanese moderato Rugova il “falco” Adem Demaci, sostenitore della lotta armata e vicino alle milizie dell'UCK. Rugova nel 1990 a capo della Lega Democratica Kosovara (LDK) riesce con la pratica della resistenza passiva, a costituirsi come uno degli elementi fondamentali per la creazione della regione autonoma del Kosovo. Le milizie dell'UCK intanto, in questo stesso periodo metteranno in piedi cellule militari destinate ad azioni di guerriglia ed attentati terroristici contro il regime di Milosevic. Gli scontri si protrarranno per più di  due anni. Il 23 marzo del 1999 in seguito al massacro di Rakat (che si scoprirà in seguito essere in buona parte una falsificazione mediatica) ed dopo al rifiuto serbo nel firmare gli accordi di Rambouillet, partiranno i bombardieri della coalizione NATO contro la Serbia.

 

Alcune grandi ONG come Oxfam, faranno pressioni sulla coalizione della NATO per procedere nell'attacco militare. Una lettera scritta nel 1998 dall'organizzazione al segretario degli esteri inglese Robin Cook recitava quanto segue:

 

“Oxfam ritiene debba essere intrapresa un'azione militare per far rispettare il cessate il fuoco.”[34]

 

 

Tra gli stati della coalizione bellica l'Italia guidata da un governo di centro-sinistra. Sarà proprio l'Italia tra le promotrici dell'intervento umanitario affiancato all'azione militare con l'invenzione della “Missione Arcobaleno”. Per il governo italiano il bisogno fondamentale era quello di giustificare nel miglior modo possibile al suo elettorato (non è un caso l'uso dell'arcobaleno, da sempre tra i simboli del pacifismo internazionale) la scelta della guerra. La campagna umanitaria partirà quasi con lo scoppio delle prime bombe, il 24 marzo 1999. Verranno stanziati più di 133 miliardi di lire mediante finanziamenti governativi e sottoscrizioni popolari pubblicizzate tramite spot martellanti alla televisione. I finanziamenti saranno divisi tra ONG e strutture ministeriali e partiranno con molta rapidità. Lo stesso non potrà dirsi per quanto riguarda il coordinamento degli aiuti:

 

“La missione eroga i finanziamenti dopo poche settimane. Le regole e le procedure arrivano con grande ritardo: molte settimane dopo l'inizio della missione e dopo che importanti finanziamenti erano già stati decisi.”[35]

 

 

Molte ONG si gettano a capofitto sui finanziamenti anche non avendo competenze in zona o in materia.

 

Alcune fanno da “asso prendi tutto”:

 

“a fare la parte del leone è stata Intersos che ha avuto progetti finanziati per 17 miliardi e 103 milioni di lire.”[36]

 

 

La cosa più importante era fornire una copertura mediatica all'azione umanitaria che giustificasse l'intervento e coprisse il rumore delle bombe. L'intervento che si concentrerà sulla costruzione di campi profughi in Albania per rifugiati kosovari colpiti dalla pulizia etnica:

 

“I Fondi sono stati utilizzati per trasportare aiuti e costruire i campi profughi in Albania che danno accoglienza a poco più di 30.800 profughi kosovari (cioè circa il 6,5% del totale) sugli oltre 450.000 giunti nel paese in quelle settimane, cacciati dalla pulizia etnica delle milizie serbe.”[37]

 

 

Solo il 6.5% dei profughi. Non era possibile prestare una maggiore assistenza?

 

“Dopo aver visitato i nostri campi andare in un campo della missione arcobaleno fa una certa impressione: centinaia di volontari in divisa e tuta mimetica decine di mezzi tende e tendoni per attività collaterali. Il campo è un cantiere iperattrezzato e molto tecnologico. I volontari hanno persino distrutto alcuni bunker...per farne le basi di barbecue. Non è esagerato dire che in Albania ci sono i campi profughi di serie A (Missione Arcobaleno) e di serie B (tutti gli altri).”[38]

 

 

Dai dati ufficiali della “Missione Arcobaleno” per ogni lira spesa per i rifugiati 5 sono state distribuite tra volontari, manager e funzionari vari.[39]

 

E ci sono così tanti fondi e sprechi che funzionari italiani e albanesi penseranno bene di lucrarci e dare vita ad un giro di corruzione: verrà aperta un'inchiesta sulla corruzione ed i furti nel campo profughi di Valona e sui 914 container di aiuti confezionati in tutta fretta ed abbandonati nel porto di Bari.[40]   

 

A questa corruzione si aggiungerà il crollo economico della regione: chiudendo i profughi nei campi si impedirà la possibilità di una riorganizzazione di attività autonome. Verranno relegati al ruolo di parassiti in gabbie a cielo aperto.[41]

 

Inoltre l'imponente intervento della missione sull'economia locale provocherà distorsioni e squilibri a volte tragici:

 

“Tra gli autisti delle ong vi sono anche dottori: portando in giro i cooperanti guadagnano dai 400 agli 800 marchi tedeschi, negli ospedali kosovari non ne racimolano più di 300-350.”[42]

 

 

L'effetto sarà la diminuzione drastica di personale qualificato dagli ospedali. Di contro si moltiplicheranno i medici italiani della missione. Medici strapagati rispetto ai loro colleghi locali:

 

“Uno degli autori del presente saggio è stato contattato da un’Agenzia umanitaria di Ginevra che gli ha proposto di diventare responsabile sul campo di un progetto di counseling psicologico nonostante non avesse nessuna esperienza né di psicologia né di gestione di gruppi.
La carità internazionale fornisce, e a volte impone, ad una comunità locale, tutta una gamma di figure di esperti, professionisti, consulenti: medici, assistenti sociali, architetti, urbanisti, costruttori, agronomi ecc. I soggetti locali sono ridotti in gran parte a vittime e a oggetti passivi dell’intervento umanitario. In questo modo si invita la gente a non aver fiducia nella propria capacità di far fronte al disagio, alle distruzioni, alle privazioni, ai traumi, al dolore, ai lutti. Come notava icasticamente Friedrich Nietzsche nella Gaia Scienza, «i nostri “benefattori” sono, più dei nostri nemici, coloro che deprezzano il nostro valore e la nostra volontà». A volte gli stessi locali finiscono con l’introiettare questo giudizio e si mettono a rivendicare la presenza di esperti e consulenti come un loro diritto.”[43]

 

 

Quello che si contribuisce a perpetrare è la subalternità delle popolazioni già colpite dalla guerra. Si compromette la produzione di soggettività degli individui che vedono le conquiste sociali ritrasformate in doni non contrattabili.

 

Il lusso e lo sperpero non riguarderanno solo campi profughi della missione Arcobaleno.

 

“In una prospettiva più ampia avremmo dovuto essere maggiormente consapevoli che la nostra competenza nel lavorare a Belgrado era probabilmente più importante di qualsiasi altra cosa. Non c'era penuria di agenzie umanitarie che volessero aiutare i profughi del Kosovo, anzi erano in competizione per i fondi delle agenzie donatrici. Ma in Serbia c'erano più di mezzo milione di persone sfollate durante guerre precedenti... l'economia era in condizioni terribili...In termini di povertà e sofferenza, la Serbia sarebbe stata il fulcro d'intervento di qualsiasi agenzia umanitaria.” [44]

 

però:

 

“Il problema era che i finanziatori non volevano finanziare i lavori in Serbia.”[45]

 

 

Il fulcro doveva essere la campagna mediatica sui profughi kosovari, causa e giustificazione umanitaria della guerra.

 

“Per contro, le operazioni di aiuti per i profughi del Kosovo in Albania e Macedonia diventarono scandalosamente elaborate e iperfinanziate. Secondo una relazione delle Nazioni Unite, ogni settimana c'erano 17 delegazioni governative che visitavano l'Albania. La “campagna di aiuti umanitari” era come un evento sportivo internazionale... la maggioranza degli sforzi furono concentrati in campi “di rappresentanza” dove ogni nazione poteva dimostrare ciò di cui era capace. I campi migliori erano come alberghi; la sola differenza era il filo spinato lungo il perimetro, con il compito non tanto di “tenere dentro”, ma di tenere fuori coloro che erano rimasti esclusi da questo speciale trattamento.”[46]

 

 

È interessante che questa analisi venga da Toni Vaux, l'ex senior manager di quella stessa Oxfam che chiese l'intervento militare.

 

L'intervento umanitario in Kosovo segnerà il punto di non ritorno della sovrapposizione tra interessi militari e politiche di intervento umanitario. Da questo momento in poi le nuove guerre saranno caratterizzate da un intreccio sempre più indistinguibile tra i due campi. Per esprimere questo concetto facciamo riferimento a due immagini.

 

La prima è data dagli aerei U.S.A. che in Afghanistan sganciarono in modo alternato bombe e pacchi umanitari (entrambi racchiusi in cilindretti dello stesso volume e colore, somiglianza che produsse effetti tragici), segnando drammaticamente la commistione estrema tra l'aiuto umanitario e le operazioni belliche e cancellando la differenza tra esercito occupante e lavoro di volontariato internazionale.

 

Uno dei risultati di queste operazioni è esemplificato nella seconda immagine: il 7 settembre 2004 verranno rapite in Iraq due italiane, Simona Pari e Simona Torretta cooperanti della ONG “Un ponte Per..”. Il rapimento delle due ragazze sarà uno shock per la comunità pacifista internazionale: da sempre la loro organizzazione si è battuta contro la guerra in Iraq ed è rimasta presente nella regione anche durante “l'embargo umanitario” degli anni '90. Il rapimento delle due Simone, nonostante i misteri che ancora lo circondano[47] si colloca in una strategia più vasta di rapimenti e assassinii di militari, diplomatici, giornalisti e cooperanti occidentali. Non c'è dubbio che questi crimini siano generati dall'identificazione dei cooperanti e dei giornalisti occidentali con il fronte militare:

 

Al tempo della guerra globale contro il terrorismo, l'integrazione delle ONG nell'umanitarismo militare è giunto ad una nuova svolta. Gli operatori umanitari sono considerati senza sfumature "guerrieri democratici". Con conseguenze gravi. Da una parte c'è infatti la strategia dei rapimenti che utilizza il corpo degli operatori sequestrati (...) per le esigenze della guerra mediatica contro gli occupanti. Dall'altra, in particolare in Italia, c'è la progressiva estensione del codice militare di guerra a tutte le missioni di peace-keeping (Mozambico, Somalia, Bosnia, Kosovo, Iraq)[48].

 

 

In Iraq si è raggiunta la massima capacità di utilizzo e gestione dei mezzi di comunicazione. I militari statunitensi annoveravano puntualmente tra le loro truppe giornalisti “partigiani”. Il conflitto iracheno è stato quello che ha messo al meglio a punto anche la macchina della cooperazione “embedded”. La Coalition Provisional Authority (CPA, la coalizione occupante) varerà un decreto, nel novembre del 2003, che subordinerà l'agire di tutte le organizzazioni irachene ed internazionali ai piani della coalizione. Tutte le organizzazioni dovranno sottostare alla coordinazione delle truppe occupanti, pena l'illegalità. Il codice di guerra ed il controllo militare si estenderanno alle organizzazioni civili, tra cui quelle di soccorso. Il decreto viola accordi e trattati internazionali come la Convenzione Internazionale di Ginevra.

 

Ce non-respect du Droit international humanitaire et d'un espace humanitaire neutre, impartiel et independent entraîne une insecuritè croissant pour les personnels humanitaires et suoligne le danger de la confusion des genres et des rôles.[49]

 

 

Uno dei dati più preoccupanti di queste trasformazioni riguarda il rapporto che si stabilisce nelle relazioni tra soldati e cooperanti. Se l'azione militare si maschera da soccorso umanitario ed i soldati alternano le operazioni belliche alla costruzione di scuole, ospedali e campi profughi, i cooperanti iniziano a servirsi sempre più del supporto militare per portare a termine i loro lavori e viceversa.

 

Altro problema sono le scorte armate in zone di guerra che molti cooperanti utilizzano per proteggersi, ma, come osservano i frati comboniani:

 

non sarebbe surreale un prete che andasse a celebrare una messa scortato dai suoi gorilla?[50]

 

 

Con l'utilizzo di guardie armate - sempre più diffuse anche fra molti operatori di ONG - il solco tra gli internazionali e la gente del posto, diviene irrimediabilmente insormontabile. Essere scortati da guardie armate non fa che contribuire a confondere la differenza tra civili e militari, insomma tutto ciò rende il cooperante veramente altro dallo spazio con cui interagisce. 

 

Inoltre le scorte armate sono ormai parte integrante ed uno dei servizi che offrono gli eserciti privati delle agenzie e compagnie di sicurezza privata (Privare Military Company PMC e Private Security Company PSC) che si occupano della sicurezza di oleodotti, infrastrutture, manager e tecnici delle imprese transnazionali in territori di guerra ed a cui anche gli stati appaltano in misura sempre crescente compiti bellici. Il risultato, anche se involontario, ma inevitabile è che le agenzie che si servono di queste strutture mercenarie contribuiscono ad aumentare l'indotto dell'economia di guerra.

 

Finora abbiamo parlato della tendenza che ha avuto, negli ultimi decenni, l'evoluzione delle ONG. Nel prossimo capitolo ci soffermeremo sul quadro delle trasformazioni generali che hanno contribuito a questi passaggi. Abbiamo descritto l'evolversi delle organizzazioni umanitarie nel cambio di paradigma che hanno assunto i nuovi conflitti. Spiegheremo meglio queste trasformazioni. Sarà bene anche soffermarsi sugli accennati passaggi di sovranità che hanno determinato la trasformazione radicale dell'idea di stato nazione. Questo per spiegare come le ONG ed il terzo settore hanno recuperato e fatto proprio il compito di distributori di welfare. Ruolo, nel secolo scorso, ad appannaggio dello stato-nazione. Questo “passaggio di consegne” ha causato trasformazioni profonde nella stessa idea di welfare.

 

 

 

Capitolo 2

 

LA  COOPERAZIONE  INTERNAZIONALE  E
LA  TRASFORMAZIONE  DEL  WELFARE

 

 

 

2.1       Cessioni di sovranità

     

   Tutta la terra aveva una stessa lingua e le stesse parole

    Genesi II.2

 

          La sovranità è il controllo della riproduzione del capitale   Antonio Negri

 

 

 

Vi sono alcune prerogative del nuovo ordine globale che si mettono direttamente in relazione con il lavoro di cooperazione internazionale.

 

Una riguarda il problema della cessione, da parte dello stato-nazione, di ciò che fu uno dei suoi compiti peculiari: la produzione di welfare.

 

Lo stato nazione, così come esso emerse nella transizione dal feudalesimo al capitalismo ed in particolare in seguito alla pace di Vestfalia ed alla stipulazione del nuovo carattere delle relazioni internazionali che ad essa seguì, vede messa in discussione la sua sovranità dentro la cornice di ciò che un tempo erano sue prerogative vitali e fondanti: il monopolio weberiano della violenza, il monopolio smithiano della decisione, la possibilità di coniare moneta a beneficio di altri centri dove ora risiede il comando.

 

Assistiamo negli ultimi trent'anni al dispiegarsi tendenziale di irreversibili passaggi di sovranità dallo stato nazione verso un “altrove” che si va sempre più caratterizzando e va prendendo corpo nella costituzione di nuove relazioni globali date da molteplici organismi di controllo che cambiano e rielaborano il carattere dell'autorità: centrali di comando nello stesso tempo politico ed economico come la Banca mondiale (BM), l'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), il Fondo Monetario Internazionale (FMI), ma anche multinazionali e potenti governi nazionali che dispiegano e formalizzano con piani di azione territoriale (come il NAFTA, il Plan Puebla Panama, il Plan Colombia, il Plan Andino) il proprio potere e le proprie zone di influenza territoriale, determinando il proprio dominio in piani che prefigurano nuovi luoghi di esercizio della sovranità.

 

Alla fine della seconda guerra mondiale si delineò un ordine che sanciva l'appartenenza delle nazioni a due blocchi tra loro contrapposti, quello socialista guidato dall’Unione Sovietica e quello capitalista a egemonia statunitense.[51]

 

Nel 1944 a Bretton Woods i paesi del blocco occidentale istituirono un sistema di direzione economica internazionale basato su scambi commerciali di natura liberale ed ancorarono il cambio del dollaro a quello dell'oro (le cui riserve globali erano possedute per un terzo dagli U.S.A.) ratificando l'egemonia della potenza statunitense alla guida reale delle relazioni economiche dei paesi del blocco occidentale.[52] Bretton Woods, oltre a fornire gli strumenti economici per un controllo mondiale delle politiche del New Deal, attribuirà funzioni importanti di controllo e guida dell'economia internazionale alla Banca Mondiale ed al Fondo Monetario Internazionale. Questi organismi verranno investiti di un potere nel tempo sempre maggiore a garanzia e difesa degli equilibri e delle relazioni economiche mondiali.

 

La sovranità nazionale dei singoli stati rimaneva effettiva e reale seppur immobilizzata dalla simmetria degli equilibri politici mondiali e dall'ingresso dei paesi appartenenti al blocco occidentale in un mercato atlantico che dettava molte regole di comportamento economico statale.

 

Questo quadro stabile nell'economia internazionale atlantica durò circa trent'anni[53]. Dal 1968, lo scoppio, in occidente, dei movimenti sociali, il precipitare, in Vietnam, della guerra scatenata dagli U.S.A., l’insorgere dei movimenti anticoloniali e la stagflazione economica; portarono il modello di Bretton Woods ad una crisi irreversibile a cui si pose rimedio con un cambio drastico delle relazioni economiche internazionali.[54]

 

È da questo momento che gli organismi della Banca Mondiale e del FMI si ergono a dispositivi di controllo reale e strutturale dell'economia per i paesi del blocco occidentale.

 

Alla caduta del muro di Berlino, il loro controllo abbraccerà un campo di azione sempre più vasto.

 

Si moltiplicheranno, inoltre, le tecniche di imposizione dei dettati in materia economica[55]: il FMI, nato col compito di regolare i flussi e le transizioni monetarie internazionali, dopo le trasformazioni degli anni '70, inizia drasticamente ad auto-riformarsi e ad indirizzare il proprio ruolo da una funzione prettamente regolativa dei flussi economici - funzionalmente ad una stabilizzazione dei mercati -, ad un'attività complessiva di governo e indirizzo della produzione globale. Strategia che ha i suoi punti cardine nel tentativo di convincimento (mediante i prestiti e finanziamenti a paesi con economie traballanti) degli stati ad abbandonare politiche keynesiane ed adottare piani di riorganizzazione monetaristica dell'economia. Strategia che si concretizzerà attraverso un sostanziale abbandono dello stato nella gestione diretta di punti chiave dell'economia (l'industria pesante in Italia, gli idrocarburi in Bolivia, i diamanti in Congo ecc.) ed un progressivo ridimensionamento della spesa pubblica per le attività di assistenza sociale per rendere le  economie di questi stati più competitive sui mercati globali[56].

 

Dagli anni settanta, organismi nati come “dispositivi tecnici” (il FMI e la Banca Mondiale appunto) diverranno uno dei nuovi e reali luoghi in cui si sposterà un'arma fondamentale della produzione di sovranità: il controllo e la gestione delle “regole della moneta”.

 

 Una delle trasformazioni che maggiormente ha influito sul cambio delle centrali del comando è quella dei paradigmi produttivi. Si marca il passaggio dall'economia fordista-taylorista basata sulla dicotomia: crescita quantitativa/sviluppo[57] - paradigma produttivo che è stato uno dei perni forti del 900 ed ha agito da contesto dello sviluppo del conflitto sociale e della rappresentanza politica - al modello produttivo detto postfordista[58] ed incentrato, tra l'altro, sulla dislocazione su tutta la superficie mondiale delle attività produttive. Processo che porta alla perdita della centralità dello spazio nazionale come piano di controllo, mediazione, sviluppo, dei rapporti tra capitale e lavoro, e tra industria e territorio nazionale. A livello sia materiale che simbolico verranno meno l'identificazione e la territorializzazione del capitale entro una dimensione prevalentemente nazionale. L'epoca fordista era il tempo in cui si pensava che tramite la ricchezza e la prosperità degli interessi di suddette industrie nazionali (e più o meno ogni nazione economicamente avanzata aveva i suoi “cavalli di razza”) passasse buona parte della prosperità della nazione stessa. Da ciò derivavano le politiche di difesa della produzione delle industrie nazionali,[59] difesa che passava anche tramite un perenne tentativo, da parte dello stato, di affievolire i conflitti sociali interni ai rapporti di produzione.[60] Il modello postfordista attua, invece, una deterritorializzazione della produzione delegandone la parte meno complessa ai paesi con manodopera a più basso costo. Con questa nuova dislocazione della produzione i centri della nuova sovranità devono dotarsi di nuovi e più efficaci strumenti di governance dei conflitti tra capitale e lavoro. Questi, infatti, non agiscono più il piano di contrattazione/scontro su quella scala nazionale dentro la quale si era formato il capitalismo fordista. Ci troviamo dunque di fronte alla traslazione dei centri di sovranità verso un altrove, anzi molteplici altrove che sussumono i compiti del vecchio stato sovrano ormai delegato alla gestione amministrativa dei territori.[61]

 

Si ridisegnano così non solo le linee dei confini, ma anche e profondamente il modo di concepire tali confini dentro un quadro più articolato dei rapporti di potere:

 

“L'affermazione degli Stati Uniti come potenza globale ha trasformato la tradizione europea della geopolitica, dislocandola dalle questioni dei confini permanenti e degli spazi chiusi alla dimensione di una esteriorità indefinita caratterizzata dall'apertura delle frontiere, concentrandosi sui flussi e sulle linee mobili del conflitto come correnti oceaniche o faglie sismiche.”[62]

 

 

 

2.2        Passaggi di welfare

 

 

   Il capitalismo è un vecchio generale in pensione che si occupa di rose? La situazione somiglia più a quella del tenente che si congeda ancor giovane e crea un grande  vivaio, i cui proventi superano di gran lunga tutte le possibili paghe nell'esercito.

 

                    Paola Tubaro in “Critica della ragione no-profit”

 

 

 

La crisi economica degli anni settanta del XX secolo è uno dei motivi delle trasformazioni di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente ed inaugura una nuova fase storica dove anche lo stato sociale keynesiano, fino ad allora legato ad una crescita continua durata 30 anni, viene messo in discussione. Dalla stagflazione degli anni '70 si vede inclinato il mito della piena occupazione negli stati occidentali ed il welfare, negoziato attraverso gli istituti della contrattazione collettiva ed ancorato alla figura del lavoro fordista, subisce una crisi che lo porterà ad una trasformazione irreversibile. Il tasso di disoccupazione europea, fino alla metà degli anni '70, si era mantenuto, in media, al di sotto del 3% con punte minime nei paesi scandinavi dello 0,7% e picchi massimi in Italia del 6%, picchi legati all'incolmabile divario economico fra nord e sud della penisola. Questo tasso va via via crescendo lungo tutti gli anni 80 sotto i colpi di fattori molteplici[63] che lo portano nella bufera della recessione degli anni '90 a toccare tassi di disoccupazione del 12%, fino ad arrivare alla condizione attuale del XXI secolo dove diviene ormai dato acquisito il tendenziale smarcamento della produzione economica dalle politiche occupazionali. Fattore che costituiva il perno dell'ideologia moderna dello sviluppo keynesiano. Ciò porta a riconsiderare totalmente tutti i rapporti contrattati nel conflitto fra capitale e lavoro in quanto l'erogazione dei servizi sociali era legata all'idea della cittadinanza il cui fondamento era costituito dal lavoro.

 

Sotto i colpi della disoccupazione galoppante nascono nuovi modelli di competitività e sviluppo economico, quello che si chiede è uno snellimento dello stato nelle sue funzioni di erogatore di servizi sociali e di regolatore dei mercati in modo da permettere un alleggerimento del peso fiscale diretto od indiretto delle industrie per facilitare la loro attività. Tutto ciò avviene in un panorama globale modificato dal crollo dei paesi del blocco socialista che divengono nello stesso tempo appetibili nuovi mercati, ma soprattutto, insieme alle aree povere del mondo, nuovi potenziali luoghi di dumping economico dove trasferire la produzione per sfuggire al costo eccessivo della manodopera occidentale, europea e nordamericana. Inoltre le possenti trasformazioni tecnologiche degli ultimi decenni, la robotica, le nanotecnologie, l'informatizzazione totale di ogni ciclo di produzione riducono tendenzialmente il bisogno di manodopera ed allo stesso tempo modificano profondamente la sfera della produzione. Sotto i colpi dei piani di ristrutturazione economica cadono i vecchi modelli di welfare conosciuti dalla seconda guerra mondiale in poi.[64] Lo smantellamento del welfare è inarrestabile, in Europa come in America Latina, negli Stati Uniti come nei paesi dell'ex blocco socialista. Nei paesi del cosiddetto vecchio occidente viene meno il mito della piena occupazione e delle protezioni sociali ad esso legate, in quelli del sud del mondo l'ingresso delle multinazionali che lì si delocalizzano per sfuggire ai controlli troppo rigidi degli stati a sindacalismo maturo, non portano ricchezza diffusa ed iniziano un'appropriazione delle ricchezze naturali di quelle regioni. Allo sfruttamento storico delle miniere africane di diamanti o ai giacimenti di gas dell'America Latina si aggiunge una progressiva privatizzazione nelle regioni del sud di beni indispensabili come l'acqua[65], fino ad arrivare all’attuale tentativo di privatizzazione di tutto ciò che è vivente.[66]

 

Tutto questo mina in profondità meccanismi diversi di protezione sociale, come quelli su base comunitaria e indigena.

 

Nel panorama della globalizzazione neoliberale le classiche forme di welfare si trasformano e subiscono una drastica modifica, ma non scompaiono. Da sempre il sovrano necessita di un patto con i propri sudditi funzionale al riconoscimento del proprio ruolo e più in generale chi fa la guerra a un popolo si pone anche il problema della sua cura. Ad un'azione di sfruttamento deve seguire, necessariamente, una di produzione di assistenza sociale, perché uno dei problemi che si pone il dominio, non è solo il controllo brutale dei territori, ma altresì la produzione di consenso. Più in generale

 

Il potere si esprime mediante un controllo che raggiunge la profondità delle coscienze e dei corpi e, a un tempo, la totalità delle relazioni sociali.[67]

 

 

Ciò è frutto, di una trasformazione più vasta delle logiche di dominio, per cui non è più solo necessario conquistare i corpi degli avversari, ma i nuovi scenari di guerra impongono un approccio più intimo della conquista, producono biopotere[68]: forme di controllo totale sulla vita degli uomini.  

 

 Indebolendosi le frontiere nazionali ed allargandosi gli spazi del controllo globale vi è una necessità espansiva degli strumenti di erogazione di assistenza. Il mondo del noprofit, il lavoro delle ONG ed il ruolo che svolgono nel panorama dell'assistenza e del soccorso umanitario costituiscono un ottimo strumento per queste operazioni, strumento sempre più maneggevole ed utile, in tendenziale perfezionamento e con il pregio di rimodellare l'idea di esigenza dentro un nuovo panorama dei bisogni sempre più diversificati e cangianti. Insomma fungono da strumenti più snelli rispetto alle vecchie macchine statali che nella loro produzione di welfare operavano nel segno di un sostanziale appiattimento delle esigenze. Inoltre le organizzazioni non governative riescono a portare assistenza repentinamente in qualsiasi parte del mondo colpita da traumi ed emergenze di ogni tipo con il vantaggio aggiunto di non essere strumenti nati da conquiste sociali, dentro la antica declinazione del concetto di cittadinanza e frutto del continuo conflitto tra capitale e lavoro. Ciò comporta, da parte delle popolazioni locali una difficile se non impossibile contrattazione dell'intervento, come avviene per ogni “dono”. Le ONG hanno infatti il dovere di rispondere del loro operato non alle popolazioni dei territori su cui operano, ma agli organismi finanziatori.[69] Organismi che (come vedremo nello specifico nel quarto e quinto capitolo di questa tesi) nella maggior parte dei casi hanno interessi geo-strategici precisi nelle regioni in cui operano le ONG da loro finanziate.

 

I prossimi capitoli avranno come obiettivo rimodellare in forma empirica i concetti fin qui delineati e costituiranno la seconda parte della tesi. Cercheremo di entrare nel cuore di una regione, il Magdalena Medio colombiano, dove si presentano allo stesso tempo aspetti brutali della guerra combattuta nelle sue forme più drammatiche e progetti di cooperazione internazionale che vedono la partecipazione di molteplici attori: ONG molto vicine alle formazioni paramilitari che in molte parti di quella regione detengono una sovranità reale effettiva, progetti sociali del Plan Colombia (un piano militare statunitense), progetti finanziati dalla Comunità Europea.

 

Seconda parte della ricerca introdotta da una riflessione circa le trasformazioni storico-politiche della Colombia durante la sua storia recente. Il filo conduttore sarà lo sviluppo del fenomeno del paramilitarismo colombiano. Fenomeno che purtroppo, nella storia recente della Colombia, giocherà un ruolo da protagonista. Il motivo di questa attenzione è da ricercare nell'utilizzo da parte delle organizzazioni paramilitari (inizialmente semplici squadre di sicari) dei molteplici strumenti che eccedono il puro campo bellico. Vedremo come, nella fase “matura” della loro evoluzione,[70] le formazioni paramilitari non disdegnano, fra le innumerevoli armi legali ed illegali utilizzate per accrescere il proprio potere e la propria forza, l'utilizzo e la relazione con ONG. Di questo ci occuperemo, invece, nel quarto capitolo.

      

 

 

Capitolo 3

IL  ROMPICAPO  COLOMBIANO

 

 

 

3.1. Le radici del conflitto

 

 

El odio se ha formado escara a escara

golpe a golpe, en el agua terríble del pantano,

con un hocico lleno de légamo y silencio

                                                   Neruda

 

 

 

La Colombia è uno dei paesi più vasti e ricchi dell'America Latina, con circa 1.140.000 kmq di superficie ed una popolazione che si aggira intorno ai 45 milioni di abitanti (cifra obbligatoriamente approssimativa in quanto l'elevatissimo numero di sfollati impedisce un calcolo preciso). Come tutta la regione centro americana è una terra abbondantissima di biodiversità e ricchezze del sottosuolo, vanta foreste tropicali e montane, savane, vulcani, montagne di oltre 5000 metri, fiumi, lagune, paludi e  il deserto della Guajira. La terra dell’El Dorado è stata da sempre uno dei maggiori territori di conquista coloniale spagnola soprattutto per l’abbondanza, nella costa caraibica, di smeraldi e oro. Oggi oltre queste pietre preziose esporta petrolio, gas, carbone e caffè. Indipendente dal 1819, vanta una storia di governi civili e di elezioni regolari e con istituzioni formalmente democratiche. La Colombia dal 1991 ha una nuova Costituzione, tra le più democratiche, formalmente, dell'America Latina. Infatti è ratificata, nella costituzione, l'impossibilità della rielezione della carica unificata - del presidente della repubblica e capo del governo (l'incarico dura 4 anni). Legge volta a garantire maggiori possibilità di democrazia reale nel gioco istituzionale.[71] 

 

Nonostante l'immensa ricchezza, la Colombia subisce disuguaglianze scandalose: secondo lo stesso Dipartimento di Pianificazione Nazionale Colombiano, più del 60% della popolazione vive in condizione di povertà di cui il 20% subisce una condizione di estrema miseria, di contro il 10% della popolazione ricca guadagna 60 volte più rispetto al 10% della popolazione più povera.[72] La povertà colpisce soprattutto le comunità indigene, gli afrodiscendenti e la popolazione urbana delle favelas delle grandi città (soprattutto Bogotà, Medellín e Cali) dove il 60% degli occupanti vive di economia informale, senza un salario né protezioni sociali garantite.[73] Le attività sindacali sono obiettivo di aberranti violenze, nel solo 2004 sono avvenuti 644 soprusi contro lavoratori e leader sindacali: omicidi, sequestri, detenzioni forzate da parte della polizia, stupri;[74] senza contare le violenze difficilmente quantificabili che colpiscono i lavoratori non sindacalizzati. Il tasso di omicidi è oggi arrivato a 89,5 l'anno ogni 100.000 abitanti (con punte di 200 nella regione del Magdalena Medio) e, secondo la Corte Interamericana per i Diritti Umani, durante i primi due anni di governo Uribe gli assassinii per motivi politici sono stati più di 10 mila di cui quasi il 70% imputabili direttamente alle violenze dei paramilitari. Inoltre con circa 3 milioni di esuli interni - persone in fuga dalla guerra o sgomberata da uno degli attori armati - è il terzo paese al mondo, dopo Sudan e Angola, per numero di rifugiati interni.

 

Le radici della guerra civile - ormai endemica - che questo paese vive da più di 50 anni, sono prima di tutto da ricercare nei suoi motivi sociali, politici, economici e di assenza di democrazia reale. La guerra inizia nel 1948 con l'assassinio del leader del nuovo liberalismo radicale, Jorge Eliecer Gaitán. L'assassinio, voluto dai settori reazionari e conservatori colombiani sarà la prima missione degli agenti della CIA[75] nata appena sette mesi prima durante il governo del presidente Truman (come rivelerà uno di questi agenti, John Mepples Espirito) e segnerà anche una delle prime forme moderne di intervento degli Stati Uniti negli affari degli stati latino-americani per bloccare l'espansione comunista nelle loro aree di influenza con la pratica della “guerra sucia”. Alla morte di Gaitán seguirà un violento scontro armato (300.000 morti) fra i due principali partiti politici (il liberale e il conservatore). Questo periodo sarà tristemente ricordato come “la violencia” e culminerà nove anni più tardi con una precaria riconciliazione nazionale, segnando l'inizio della pratica delle organizzazioni armate in bande, forme antecedenti dell'attuale paramilitarismo. I primi contingenti civili armati, i chulavitas (così chiamati perché assoldati nella città ultracattolica di Chulavo) operanti già dal 1947, verranno affiancati, dopo il 1949, da un numero crescente di bande di civili armati. Nella regione di Medellín nasceranno gli aplanchadores, (gli stiratori) e nella regione di Cali i pájaros (i passeri). Le bande dei pájaros saranno finanziate dagli stessi governatori delle regioni dove opereranno allargando presto il loro lavoro in buona parte della Colombia. Verranno prontamente finanziati direttamente anche dai latifondisti ed utilizzati per combattere i liberali e le insubordinazioni contadine allo sfruttamento della terra legate al latifondo. Più di quattrocentomila famiglie contadine verranno sfollate (la maggior parte di questi terreni estorti con la violenza daranno vita al moderno latifondo colombiano subendo immediatamente una riconversione in mega aziende agricole di cotone e canna da zucchero)[76] e fuggiranno nei territori più impervi del paese. Sarà proprio a partire da queste zone che le organizzazioni liberali inizieranno a dotarsi di strutture armate su base contadina nonostante la richiesta dei dirigenti liberali di deporre le armi. Queste organizzazioni daranno vita alle prime formazioni armate guerrigliere. Alcune praticheranno unicamente forme di autodifesa dalle violenze di pájaros e chulavitas, altre costruiranno organizzazioni guerrigliere aventi come obiettivo una trasformazione sociale radicale. Formazioni che innanzitutto organizzeranno la redistribuzione dell'immenso latifondo nelle regioni dove conquistarono il controllo del territorio: Llanos, Cordigliera e Zona Amazzonica. Dopo lo scontro violento, ma tra fazioni (quella liberale e quella conservatrice), i cui dirigenti erano comunque proiezione di interessi sostanzialmente simili (nessuno dei due schieramenti politici aveva mai modificato i rapporti di proprietà della terra) si stava passando ad uno scontro la cui posta era una distribuzione più egualitaria delle ricchezze.

 

Nel 1964, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, nasceranno i due movimenti guerriglieri attualmente ancora esistenti e tra i più longevi dell'America Latina: le FARC, una guerriglia d’impostazione marxista-leninista, e l’ELN di impostazione cattolico-guevarista. A queste organizzazioni si aggiungeranno nel corso degli anni decine di altre formazioni  guerrigliere, alcune operanti solamente su base regionale, altre di natura propriamente indigena come il Quintin Lamé, altre che si struttureranno adottando la forma moderna della guerriglia urbana come l'M-19. A fianco di queste strutture armate sono tuttora presenti in Colombia organizzazioni indigene che utilizzano forme tradizionali di difesa come la guardia indigena del Cauca. Allo stesso tempo dagli anni sessanta la polizia si andò sempre più configurando come una polizia politica e ancora oggi, denunciano le maggiori organizzazioni nazionali ed internazionali di monitoraggio dei diritti civili (tra le altre Amnesty International e l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani), è innegabile una connivenza tra esercito, polizia e paramilitari. Lo scrittore Guido Piccoli nel suo libro sulla storia contemporanea della Colombia[77] spiega che appena il conflitto colombiano cessò di essere uno scontro violento tra due fazioni armate per inquadrarsi in un scontro di classe, si pose immediatamente in connessione con gli avvenimenti mondiali (il mondo diviso in 2 blocchi contrapposti): il conflitto divenne uno dei tanti campi di battaglia della guerra fredda. Non a caso la Colombia sarà l'unico paese latino-americano che invierà nel 1952 un contingente a combattere la guerra di Corea contro il comunismo. Inoltre l'esercito colombiano moltiplicò durante gli anni sessanta i suoi effettivi:

 

“Un episodio decisivo nella riorganizzazione delle forze armate colombiane si verificò nel 1962, quando Ruíz Novoa venne nominato ministro della Difesa. Fu allora che giunsero nelle accademie colombiane i primi istruttori militari statunitensi e vennero inviati i primi ufficiali colombiani nella Escuela de Las Américas di Panama.”[78]

 

 

Nella Escuela de Las Américas, fondata a Panama nel 1946, saranno formati più di sessantamila militari latino-americani che si specializzeranno nelle numerose attività di “guerra non convenzionale” che caratterizzeranno la storia latino-americana degli ultimi sessanta anni. I militari colombiani, oltre ad essere addestrati e finanziati alle attività di controguerriglia impareranno le nuove tecniche della guerra psicologica ed a bassa intensità.[79]

 

Con la “guerra non convenzionale”, le azioni militari acquisivano una dinamica distinta che si manifestava attraverso “l’eliminazione selettiva del nemico (leader politici, sindacali e popolari), il massacro collettivo (contro coloro che appoggiano la sovversione e si rifiutano di fornire informazioni ai militari) e il genocidio (contro le zone e le regioni in cui esiste il riconoscimento formale dell’influenza del movimento insorgente)”.[80]

 

 


3.2        Nascita delle formazioni paramilitari: strategie politiche, finanziamenti economici

 

 

   Cominci la strage, lasciate entrare i mastini da guerra

 

                                      William Shakespeare, “Giulio Cesare”

 

 

Il varo, nel 1965, del decreto 3398 sancirà formalmente “l'organizzazione e l'impiego degli abitanti e delle risorse del paese, in tempo di pace, per garantire l'indipendenza nazionale e la stabilità delle istituzioni” e sarà la pietra miliare dell'edificazione legale delle strutture paramilitari. Nel 1968 la legge 48 autorizzerà la costituzione di pattuglie di civili armate ed addestrate da brigate militari.

 

Il fenomeno paramilitare colombiano nonostante le sue proporzioni spropositate non può essere considerato un'anomalia colombiana, ma l'estrema conseguenza di militarizzazione e controllo dell'area da parte dei grossi interessi del governo nordamericano e delle sue transnazionali che, fin dai primi anni del XX secolo, investiranno in terra colombiana. I primi finanziamenti “extralegali” ai gruppi di protezione armata dei civili verranno proprio dalle compagnie transnazionali. La United Fruit Company operante nella regione colombiana di Santa Marta già dagli anni trenta si insedierà nella zona tropicale dell’Urabá, nel nord ovest della Colombia, agli inizi degli anni sessanta tramite una succursale colombiana: la Sevilla Fruit Company.[81] Con un vasto giro di appalti ai latifondisti della regione, nel 1965, la compagnia si è già trasformata in uno dei più grandi esportatori mondiali di banane con più di 3,5 milioni di caschi che già un anno dopo diventano 12 milioni, trasformando la zona in uno dei maggiori territori mondiali di produzione delle banane[82] (ad oggi il terzo prodotto esportato dalla Colombia dopo caffè e petrolio). Inoltre questa compagnia contribuirà notevolmente al processo, già in atto, di concentrazione della produzione agricola nella monocoltura. In questo modo verrà accelerata irrimediabile l'alterazione dell'equilibrio naturale della zona.[83] I lavoratori delle coltivazioni delle banane saranno costretti a condizioni disumane: turni di lavoro estenuanti vivendo accampati con le proprie famiglie in villaggi privi di acqua, elettricità e fogne. I tentativi di organizzazione sindacale saranno repressi nel sangue. La Sevilla Fruit Company giudicherà maggiormente conveniente affidarsi ai “gruppi di civili armati” per proteggere i suoi interessi che trattare con i lavoratori.

 

La British Petroleum, dagli anni sessanta, pagherà ai militari per la difesa dei propri investimenti una tassa di guerra di 1,25 dollari a barile estratto[84] e così faranno tutte le transnazionali petrolifere soprattutto da quando lo sfruttamento del territorio colombiano da parte delle compagnie straniere sarà preso di mira dalle organizzazioni guerrigliere, prima fra tutte l'ELN che avvierà una campagna di sabotaggio dell'estrazione di petrolio ad opera delle transnazionali tramite l'attacco ai pozzi ed il sequestro di dirigenti e tecnici delle imprese petrolifere.[85] La Texas Petroleum Company (TEXACO) contribuirà invece in modo più organico al finanziamento diretto ed all'appoggio politico delle strutture paramilitari. Questa impresa nordamericana inizierà ad operare dagli anni trenta nella regione del Magdalena Medio ottenendo la prima concessione del governo colombiano ad una transnazionale per l'estrazione del petrolio. L'impresa avvierà inoltre un vasto programma di deforestazione e sfruttamento a fini commerciali del legname,  richiamando gli interessi di alcuni ricchi coloni che acquisiranno vasti latifondi convertiti a pascolo.[86] 

 

Durante gli anni '80 nella regione del Magdalena Medio nel dipartimento di Antioquia e in alcune regioni della Costa Atlantica e delle pianure orientali (Llanos Orientales) dominate dal latifondo, i prezzi della terra crollarono sotto la pressione delle Farc che - in seguito all'acutizzarsi del conflitto e delle azioni di controguerriglia e data la necessità di mantenere un esercito che ormai controlla buona parte della Colombia -[87] decisero di imporre la “vacuna ganadera”, la tassa di guerra sui terreni posseduti e sui capi di bestiame, non solo ai grandi proprietari, ma anche alla piccola e media proprietà. Molti possidenti preferirono vendere o dividere i vasti fondi, altri decisero di organizzarsi militarmente ed opporsi alla guerriglia. In questa situazione furono principalmente i narcotrafficanti a trarne vantaggio: grazie agli ingenti capitali accumulati con la vendita della droga, poterono lanciarsi sulle regioni dove i prezzi delle terre erano crollati in seguito alle incursioni delle guerriglie. Secondo l’Istituto per la Riforma Agraria Incora[88], oltre il 60% delle terre produttive sarebbe finita nelle mani dei narcotrafficanti. I narcos fino ad allora erano scesi a patti con le guerriglie nelle zone dove queste controllavano militarmente il territorio pagando una tassa, il gramaje, corrispondente circa al 10% del ricavato della vendita delle foglie di coca al loro prezzo base[89].

 

Alla fine degli anni settanta, man mano che il fenomeno del narcotraffico si evolve[90] e le organizzazioni criminali iniziano a costituire dei veri e propri cartelli, primi tra tutti quelli di Medellín di Pablo Escobar e Rodríguez Gacha e quello di Cali dei fratelli Ochoa, i narcos si costituirono come soggetto autonomo reagendo alle imposizioni della guerriglia. La concentrazione delle terre in mano ai narcotrafficanti alla lunga coincise con gli interessi delle classi dominanti nel difendere militarmente il territorio contro la guerriglia. Narcos che facilmente strinsero alleanze con i soggetti divenuti finanziariamente potenti. Nell'inverno del 1981 un commando dell'M-19[91] rapisce a Cali Martha Ochoa sorella di tre capi del cartello di Medellín e chiede, per il rilascio dell'ostaggio, 15 milioni di dollari.[92] I narcotrafficanti che fino ad allora avevano accettato di pagare i riscatti come le tasse sulla produzione della coca, decidono di rispondere costituendo il MAS (morte ai sequestratori). Viene organizzato un vertice a Medellín a cui parteciparono centinaia di narcotrafficanti e di esmeralderos (trafficanti di smeraldi) di tutta Colombia. L'organizzazione inizia presto ad operare in buona parte del paese con la copertura delle forze armate.

 

L’esercito da parte sua operò un salto di qualità nella strategia delle “operazioni clandestine” date le possibilità che offrivano i nuovi scenari. A seguito di una riunione a Puerto Boyacá (porto fluviale del Magdalena Medio, capitale dell'omonimo dipartimento nel nordest colombiano) alla quale partecipano i responsabili delle forze armate operanti nell’area, il sindaco della città (l’ufficiale dell’esercito Oscar Echandía), alcuni rappresentanti della Texas Petroleum Company, i membri del Comitato degli allevatori e dei commercianti, i maggiori leader politici locali, venne sancita la formazione di  gruppi armati costituiti da civili per operare in tutta la regione sud del Magdalena Medio, (affiancando il 3° battaglione di fanteria “Barbula”)[93]. Questo gruppo verrà addestrato militarmente dalla brigata XX, quella del Binci (battaglione di spionaggio e controspionaggio) brigata i cui elementi erano stati formati nella Escuela de las Américas di Panama.

 

La strategia delle operazioni paramilitari più che colpire le guerriglie con attacchi diretti si concentrò contro la popolazione civile considerata complice e fiancheggiatrice della guerriglia. Nel giro di pochi mesi i gruppi paramilitari si moltiplicarono contando anche sull'impunità diffusa verso i loro crimini:

 

“Improvvisamente tutto il paese, dal Caquetá al Magdalena Medio, si riempì di cadaveri di uomini di sinistra e di nuove sigle che si rifacevano all'estrema destra. Alla tripla A [Alianza Anticomunista Americana] e al Mas si aggiunsero il Movimento Democratico Armato contro la sovversione, il Movimento Patriottico di Autodifesa Nazionale, la Mano Negra, lo Squadrone Machete, fino ai vari Morte ai Comunisti, Morte ai Rivoluzionari del Nordest e Morte ai Rivoluzionari e Comunisti. Visto che nessun delitto veniva punito, la carneficina si diffuse in Colombia come uno sport popolare. Giovani fanatici delle famiglie perbene si unirono ai poliziotti e militari per esercitarsi al tiro a segno notturno contro vagabondi, prostitute, travestiti, rivendicando la pulizia sociale con sigle come Amor por Medellín, Cali Limpia o Bogotá Linda.”[94]

 

 

I gruppi armati, specie nelle aree del narcotraffico, hanno pianificato ed eseguito operazioni militari in coordinamento con le forze armate, finalizzate al controllo strategico del territorio. I gravi crimini di cui si sono macchiati negli ultimi 60 anni sono rimasti pressoché impuniti.[95] Quando alcuni procuratori, indagando su stragi come quelle del 4 marzo 1987 nei villaggi di Honduras e La Negra - dove  vennero massacrati decine di braccianti delle bananiere per la loro attività sindacale e che  inaugurarono una serie di massacri nella regione nell'Urabá (nord della Colombia) - iniziarono a risalire verso le alte scale dell'esercito, si scontrarono contro un muro di omertà. Il giudice Marta Lucía Gonzales scoprì la protezione che due plotoni di militari avevano dato ai killer, scortandoli e partecipando attivamente alle violenze nonché le responsabilità dirette del comando militare nella zona e delle relazioni dirette che univano militari, associazioni di proprietari terrieri, allevatori ed esponenti politici. Un attentato contro la Gonzales la portò a rifugiarsi all'estero, mentre il suo successore, María Elena Díaz, verrà uccisa insieme alla sua scorta il 28 luglio 1989 in una strada di Bogotà.[96]

 

I militari coinvolti saranno tutti, nel tempo, promossi di grado.

 

Una ricerca di un’equipe di giornalisti de “El Espectador” dimostrerà come il massacro del giugno del 1997 a Mapiripán (cittadina della regione del Meta) dove persero la vita più di 40 contadini, sarà compiuto da bande paramilitari con l’appoggio dell’esercito colombiano: la brigata XII sul campo e la brigata XVIII nella copertura delle prove.

 

Jo-Marie Burt, giornalista della rivista nordamericana NACLA Report on the Americas scrive a proposito:

 

“Evidence later emerged suggesting that the role of the Colombian Military in the massacre was in fact much deeper, and in March 1999 Colombian prosecutors indicted Colonel Lino Sánchez, operations chief of the Colombian Army's 12th Brigade, for planning, with Castaño, the Mapiripán massacre. This is not surprising, given that the links between paramilitaries and the Colombian army have been well established. According to a February Human Rights Watch report, half of the Colombian Army's 18 brigades have clear links to paramilitary groups.”[97]

 

 

Tutto ciò succedeva nella zona dove erano presenti i baschi verdi del 7° gruppo di Operazioni Speciali dell’Esercito degli Stati Uniti.

 

A questi esempi, purtroppo, potrebbero aggiungersene molti altri: un'ampia letteratura individua una delle cause principali dell'infinita guerra civile colombiana nell'autonomia dei militari colombiani rispetto a qualsiasi controllo civile, politico e giudiziario sui suoi apparati.[98] Saranno i militari che faranno naufragare qualsiasi tentativo di pace nato con l'elezione presidenziale di Betancour (1982-1986): in seguito alle terribili violenze del biennio 1982-83 tutti i gruppi guerriglieri spinsero verso accordi di pace per il raggiungimento di una soluzione pacifica del conflitto. Molti soggetti politici, istituzionali e soprattutto della società civile, stanchi della perenne violenza, premettero per la costituzione delle condizioni base per dare il via alle trattative: cessate il fuoco da ambo le parti e costituzione di una zona franca per le trattative.[99] I colloqui di pace verranno bloccati, quasi prima del nascere, dall'immobilismo delle istituzioni[100] e dagli apparati militari che durante il periodo di tregua opereranno ripetute incursioni alla ricerca dei guerriglieri nei “campamentos de paz” e nelle aree smilitarizzate destinate ai colloqui.

 

Le guerriglie, unite dal 1987 nella Coordinadora Guerrillera Simón Bolívar, chiesero, come passo per trovare una via pacifica alla risoluzione del conflitto, di poter partecipare ai lavori della costituente del 1990[101] con un piccolo gruppo di esponenti della Coordinadora in rappresentanza di una parte degli attori del conflitto sociale colombiano. L'esercito risponderà attaccando, il giorno delle elezioni della costituente, la “Mesa Verde” ovvero la base della “Comandancia” delle FARC situata nel sud amazzonico. L'attacco andrà a vuoto, i guerriglieri si ritireranno ordinatamente nella selva. L'unico obiettivo che i militari raggiungeranno sarà l'esclusione dei gruppi guerriglieri dalla partecipazione ai lavori per la costituente.

 

 

 

3.3        Processi di autonomia delle formazioni paramilitari, “War on Drugs” ed interessi internazionali

 

 

 

Ecco la fiera con la coda aguzza,

che passa i monti, e rompe i muri e l'armi!

 

Dante, Inferno, Canto XVII, 1-2

 

 

 

Gli anni ottanta segnano dunque un nuovo e maturo ciclo di sviluppo del fenomeno paramilitare. All'inizio degli anni ottanta latifondisti e grandi allevatori della regione del Magdalena Medio si uniscono nell'ACDEGAM (Associación Campesina de Agricultores y Ganaderos del Magdalena Medio), e di concerto con i poteri politici e militari della zona trasformano l'area di Puerto Boyacá “in una specie di Repubblica Indipendente Anticomunista” come dichiarerà lo stesso sindaco di Puerto Boyacá. La stessa Texas Petroleum Company si relaziona indirettamente con l’associazione e collabora in alcune fasi con le attività locali dei sicari”.[102]

 

L’azione organizzativa e di copertura che l’ACDEGAM fornisce alle “operazioni sporche” di paramilitari e sicari è perfettamente a conoscenza delle autorità statali e dei principali organi di sicurezza colombiani. Nel 1988 un rapporto del Das alla Procura Generale affermava che

 

“i sicari e gli assassini di Puerto Boyacá utilizzano come copertura l’ACDEGAM, dietro cui effettuano le proprie attività illecite. Il sostenimento della banda – proseguiva il rapporto - è a carico dei Narcotrafficanti, degli Allevatori e degli Agricoltori, che in qualche modo dedicano parte delle proprie proprietà alla coltivazione delle foglie di coca, attività camuffata con altre attività agricole e pascoli; ognuna di queste persone periodicamente apporta una quota che oscilla tra i 50 mila e un milione di pesos per finanziare il personale (…). Alcune autorità nel Magdalena Medio, collaborano con ACDEGAM, come il Procuratore generale di Honda, il comandante della base militare di Calderón, i comandanti della polizia di La Dorada e Puerto Boyacá, il sindaco di Puerto Boyacá, i narcotrafficanti Gonzalo Rodríguez Gacha, ex sergente dell’esercito, Pablo Escobar, Gilberto Molina, Jairo Correa”.

 

 

I nuovi capi del paramilitarismo colombiano si smarcano dalla protezione diretta dei cartelli della droga per diventare un attore politico/militare centrale della vita colombiana utilizzando i finanziamenti provenienti dal narcotraffico in modo diretto, ovvero controllando la produzione ed il commercio della cocaina e dell'eroina e diversificando le fonti di finanziamento. Questa trasformazione viene accelerata soprattutto nel momento in cui, alla caduta dei paesi socialisti, il narcotraffico diventerà il nuovo mostro da combattere per gli Stati Uniti d'America.[103] La CIA ha protetto ed utilizzato, per più di quindici anni, il fenomeno del narcotraffico in chiave anticomunista[104]. Nel 1989 Washington impone al presidente colombiano Barco di intraprendere una lotta spietata al cartello di Medellín e l'estradizione in U.S.A. dei boss del narcotraffico. Da questo momento la Colombia sarà teatro di un'ennesima guerra tra narcos e Stato che si sommerà a quelle già esistenti. Guerra che si concluderà 4 anni dopo con l'esecuzione, a Medellín, di Pablo Escobar. Guerra che conterà decine di migliaia di morti: narcos, poliziotti, sicari, paramilitari, giudici e politici. Gli attori di questo scontro saranno tanti e stretti da alleanze complesse.

 

Nello stesso 1989 Washington vara un piano segreto (Heavy Shadow) che prevedeva una moltiplicazione dei finanziamenti verso l'esercito colombiano ed una sua riorganizzazione. Verranno addestrate truppe sulla falsariga delle nascenti strutture paramilitari del Magdalena Medio:

 

“la direttiva 200-05/91, ispirata al modello paramilitare sperimentato nella regione del Magdalena Medio, che prevedeva l'organizzazione, sull'intero territorio nazionale, di trenta unità per l'esercito, sette per l'aviazione e quattro per la marina. Nel manuale si indicava che “ogni unità doveva essere diretta da un ufficiale in servizio, esperto dell'area”, coadiuvato da un civile, con “un'attività di facciata ed una storia fittizia”, e composto al massimo da cinquanta “agenti segreti” civili autorizzati a contrattare informazioni ad hoc[105]

 

 

ben presto anche quest'arma si trasformò per essere usata contro qualsiasi tipo di movimento sociale colpendo sindacalisti, lavoratori, politici e giornalisti. Il piano “Heavy Shadow” era inoltre indirizzato verso una costruzione fitta di alleanze con gli altri soggetti della guerra sporca da utilizzare contro Escobar. Primi tra tutti i rivali del cartello di Cali, il contributo dei caleñi a favore dei militari colombiani, fu ripagato con l’impunità e la libertà di azione per conseguire il monopolio nella raffinazione ed esportazione della cocaina.  L’atteggiamento di favore che le agenzie militari hanno fornito all’organizzazione di Cali si spiega innanzitutto con il ruolo svolto dal Cartello

 

 “nella repressione delle forze di sinistra colombiane e perché i suoi capitali, che contribuiscono in poco tempo a fare di Miami la seconda piazza finanziaria degli Usa dopo New York, servono per finanziare i contras”[106]

 

 

nel conflitto tra gli Stati Uniti e la breve esperienza del Frente sandinista in Nicaragua.

 

 

Fondamentale in questa guerra che rimetterà in discussione molti equilibri del rompicapo colombiano sarà il nuovo ruolo dei paramilitari e la nuova funzione che avrà il paramilitarismo nella guerra colombiana. I primi addestramenti internazionali di cui si avrà notizia saranno quelli condotti da un istruttore dell'esercito israeliano, Yair Kleim, in una tenuta del Magdalena Medio di proprietà dell'altro boss di Medellín, Rodríguez Gacha, la cui figura sarà legata, al contrario di quella di Pablo Escobar, alla lotta contro guerriglie ed esponenti dei movimenti sociali. La formazione dei paramilitari - che si macchieranno dei più gravi crimini commessi in Colombia negli ultimi decenni, come il massacro di undici funzionari giudiziari a La Rochela[107] - verrà affidata ad una ventina di mercenari israeliani, giunti in Colombia con la collaborazione del Ministero della Difesa Nazionale, su richiesta del Cartello di Medellín, e a cui si erano affiancati 5 “ex” membri delle Sas, il settore speciale delle forze armate britanniche per le operazioni nella selva[108].

 

I fratelli Castaño saranno coloro i quali rinnoveranno nel modo più compiuto la funzione, gli obiettivi e le tecniche nelle strutture paramilitari.

 

Il suddetto piano Heavy Shadow, fedele alle tecniche della guerra a bassa intensità, prevedeva tra l'altro l'utilizzo di civili nella lotta contro Escobar accelerando la privatizzazione del conflitto colombiano. Al Bloque de Búsqueda[109] istituito da Barco, si affianca, nella lotta contro il cartello di Medellín, una strana alleanza composta da agenti della Cia, della Dea, del cartello di Cali e dei paramilitari di Castaño[110]

 

I gruppi paramilitari diversificano le loro attività economiche per garantire autonomia e crescita. I fratelli Castaño presenti nella regione di Cordoba dagli anni settanta, rinnovano e moltiplicano celermente le loro già cospicue attività. Fondano le ACCU (Asociación Campesina de Córdoba e Urabá) in una regione dove viva era la presenza delle guerriglie ed il movimento sindacale legato ai bananeros, i braccianti delle piantagioni di banane della zona. La loro strategia consiste nel “togliere l'acqua dove nuotano i pesci”: mentre l'esercito si dedica a combattere le guerriglie, i paramilitari, in coordinazione con i militari, colpiscono quelle che dovrebbero essere le basi di appoggio della guerriglia: braccianti, operai, sindacalisti e tutta quella popolazione civile presente nelle zone di influenza dei gruppi insorgenti. Se non ci sono stati quasi mai scontri tra esercito e paramilitari, altrettanto rari sono stati quelli tra guerriglie e paras.

 

Nel 1994 il governo Samper sotto la pressione delle organizzazioni di allevatori e possidenti terrieri non pone veti alla costituzione delle Convivir, agenzie di sicurezza privata finanziate da privati ed addestrate ed armate dall'esercito. Le Convivir promosse tra l'altro dall'allora governatore di Antioquia Alvaro Uribe Vélez,[111] attuale presidente colombiano, diventarono in breve tempo più di cinquecento in tutto il paese. Denuncia l’OACNUDH che tra il 1997 e il 1998 il governo colombiano ha concretamente incoraggiato ed organizzato la proliferazione in varie regioni del paese di queste organizzazioni, senza un adeguato meccanismo di controllo e supervisione. In breve tempo non si riuscirà nemmeno a quantificare l'esatto numero di Convivir presenti nel paese. Si era in autorizzata la formazione di bande che in pratica fungevano da strumento di controguerriglia.

 

“I gruppi paramilitari furono creati come strategia per vincolare la popolazione civile nel conflitto armato in Colombia e per garantire l'impunità a fronte delle violazioni dei diritti umani; il loro obiettivo fondamentale era privatizzare la guerra sporca, cioè far sì che gruppi oscuri assumessero come propri crimini che in altri momenti aveva commesso la forza pubblica. Questa strategia pertanto alimentò ed alimenta l'impunità nel pretendere di sviare le responsabilità statali per le gravi violazioni dei diritti umani.”[112]

 

 

Le bande paramilitari progressivamente vedono le loro attività in crescita e diversificate. Alle azioni sicariali si sovrappongono le prestazioni di servizio alle transnazionali presenti nelle terre dell'Eldorado.

 

All'intervento “storico” delle transnazionali della frutta e del petrolio si sono aggiunte, in Colombia, nelle ultime decadi, quelle che si occupano delle nuove frontiere dello sfruttamento come le industrie farmaceutiche e alimentari interessate alla bioprospezione delle catene genetiche da cui ricavare cosmesi, farmaci e nuove combinazioni genetiche[113]. Tali compagnie hanno altresì subito in Colombia l'attacco continuo delle guerriglie che considerano per esempio gli oleodotti delle compagnie petrolifere “obiettivi militari”. Nel 1986 l'ELN  lancia la campagna “svegliati Colombia ti stanno rubando il petrolio” promuovendo attacchi ad oleodotti e sedi di raffinazione del greggio e moltiplicando il sequestro di tecnici ed ingegneri delle compagnie petrolifere.

 

Le compagnie transnazionali vedono così quotidianamente crescere la loro necessità di sicurezza. Sarà la stessa Texaco, (presente nel Magdalena Medio dagli anni venti), tra le finanziatrici e promotrici, nel 1981, del MAS, la prima organizzazione paramilitare moderna.[114] Il governo di Washington finanzierà per 98 milioni di dollari l'anno l’addestramento di un battaglione dell’esercito, predisposto alla difesa delle tubature che ogni giorno portano centomila barili di petrolio dal pozzo petrolifero di Caño Limón al porto atlantico di Coveñas, privatizzando così di fatto una parte dell'esercito colombiano al servizio delle transnazionali del petrolio. Tra i servizi offerti dai paramilitari alle transnazionali, la pacificazioni di ogni conflitto sociale tra capitale e lavoro. Sarà lo stesso Carlos Castaño, in più di un’occasione a giustificare l'uccisione di sindacalisti e indigeni sostenendo che si opponevano ai “progetti di sviluppo” come la costruzione di dighe, strade e canali e per proteggere trivelle e oleodotti, miniere e coltivazioni intensive.[115]

 

Secondo la Scuola Nazionale Colombiana di Sindacalismo (E.N.S.)

 

in Colombia, tra il 1° gennaio e il 31 dicembre del 2004 si sono avute 688 violazioni contro la vita, la libertà e l’integrità personale dei lavoratori/trici sindacalizzati del Paese.[116]

 

 

mentre tra gli anni 2001 e 2002 secondo la Central Unitaria de Trabajadores[117] sono avvenuti il 90% degli assassinii di sindacalisti a livello mondiale. Mentre il  Dipartimento di Stato degli Usa, nel suo rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo si congratula perché è avvenuta «una costante e sostanziale diminuzione» degli abusi da parte dello Stato, che passano dal 54% del totale degli omicidi extra-giudiziali del 1993 al 7,5% del 1997, notiamo che a quest’improvvisa inversione di tendenza dei crimini militari fa riscontro il parallelo aumento degli omicidi paramilitari che sfiorano il 70% del totale. L'appalto del lavoro sporco da parte dei paramilitari si va via via completando come si completa la diversificazione delle loro attività. Di pari passo le strutture paramilitari si dotano di una organizzazione nazionale fondando, nel 1996 le Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) che raccoglie tutte le organizzazioni paramilitari nate nell'ultima decade. Le ACCU dei fratelli Castaño che ad oggi costituiscono il 70% delle AUC, unendosi a quelle dello “smeraldero” Carranza ed a tante altre piccole strutture locali, escono dai territori del nord dando alla loro iniziativa un orizzonte nazionale e chiedendo il riconoscimento dello status di attore politico della vita colombiana. Crescono anche le loro attività imprenditoriali: una vera e propria transnazionale del terrore con la capacità di diversificare ed ampliare costantemente le proprie attività imprenditoriali.

 

Le dinamiche occorse nella regione del Chocó, nel nordovest del paese sono un ottimo specchio della relazione tra la trasformazione delle organizzazioni paramilitari e la ristrutturazione economica in Colombia. Il territorio Chocoano, situato nella parte nord occidentale della Colombia, si estende per 46.530 km e confina a nord con la Repubblica di Panama e con il Mar del Caraibi, ad est con le regioni di Antioquia e Risaralda, a sud col dipartimento del Cauca, ad ovest con l’oceano Pacifico. La regione, formata per la maggior parte da foresta pluviale, comprende una delle zone a maggior ricchezza di biodiversità delle latinoameriche. Questa terra tropicale ha visto affiancarsi agli insediamenti degli indigeni Embera, Wounam e Tule la presenza degli afrodiscendenti che attualmente costituiscono il gruppo maggiore nella zona con il 90% della popolazione attuale. Questi uomini e queste donne, come loro stessi si rappresentano,[118] sono i discendenti degli schiavi del Congo e dell'Angola che dal XVI sec. sbarcarono nel porto di Cartagena de las Indias per essere deportati nelle piantagioni della costa caraibica e nelle miniere di oro della costa pacifica e fluviale. Gli afrodiscendenti diedero vita, come in tutte le altre zone d'America dove si sviluppa il fenomeno della tratta degli schiavi, a fughe, insubordinazioni e resistenze.[119] Gli schiavi neri cercarono riparo nelle conche fluviali dei piccoli affluenti tropicali dell'Atrato[120] popolando con insediamenti sparsi tutta la regione. La regione è stata trattata come una “periferia abbandonata” dallo stato colombiano fino agli inizi degli anni ottanta. Da questo momento in poi inizia infatti in questa zona un'incursione di diverse transnazionali che vi riconoscono elevate possibilità di profitto date le ricchezze naturali della zona. Inoltre a partire all'inizio degli anni novanta sono stati disegnati diversi progetti infrastrutturali dentro un piano più generale di trasformazione dell'area noto come Plan Pacifico. Fra questi, il canale interoceanico lungo i bacini fluviali Atrato-Truandó e la strada Panamericana, che dovrebbe collegare il Tapón del Darién con Panama. Progetti che sono stati  recentemente inseriti nell’ambito del programma continentale di integrazione infrastrutturale noto come IIRSA[121].

 

Parallelamente, nel corso degli anni novanta, è emerso un nuovo interesse per le risorse genetiche della regione, ed in particolare per le sue potenzialità farmaceutiche e le sue potenzialità agroforestali, che sono state stimate nell’ambito del progetto di investigazione Progetto Biopacifico.[122] La regione si trova insomma a passare da area depressa a nodo geostrategico della Colombia. Iniziano in questo quadro le pressioni per lo sfollamento: liberare vaste porzioni di territorio per destinarlo a nuovi progetti economici e per  costruire nuovi anelli di comunicazione.

 

“A tutto ciò si somma inoltre la somma importanza strategica della regione per l’espansione del progetto paramilitare nella regione dell’Urabá che pretende garantirsi corridoi strategici per gli spostamenti delle truppe e per le “vie della droga” assicurandosi così un predominio militare/economico in una delle regioni geostrategicamente più importanti del paese per la sua abbondanza di risorse e di vie navigabili. Il controllo della regione permetterebbe ai paramilitari di fortificare le proprie retroguardie rafforzando allo stesso tempo il proprio progetto di penetrazione ed espansione anche nelle zone del Sur de Bolivar, nel Magdalena Medio e nel Medio Atrato.”[123]

 

 

Così dal 1995 le comunità afrodiscendenti ed indigene sono obiettivo di forti pressioni per la riubicazione. Il rifiuto ad andare via dà l'inizio ad un embargo economico crescente motivato con il pretesto della lotta antiguerrigliera. Dove non arriverà la carestia indotta provvederà l'esercito in collaborazione con i paramilitari delle ACCU. Tra il 24 e il 27 febbraio del 1997 il generale Rito Alejo del Río al comando della XVII brigata dell'esercito colombiano darà vita, in concerto con i paramilitari delle ACCU e delle appena nate AUC, ad una delle più spaventose carneficine della storia colombiana: l'operazione Génesis. Motivata dalla lotta contro focolai delle FARC presenti nella zona del Chocó tutte le operazioni militari e paramilitari si focalizzarono contro la popolazione civile insediata nella regione[124]. Bombardamenti aerei indiscriminati spianarono il lavoro all'ingresso delle truppe di terra, secondo i racconti di quei sopravvissuti che non hanno avuto paura di pagare, con ennesime violenze, le loro testimonianze[125]. Ai militari della XVII brigata si confonderanno paramilitari delle AUC e delle ACCU.  In tre giorni si avranno, nelle 23 comunità del Basso Atrato oggetto dell'operazione, centinaia di morti e desaparecidos e 4 mila desplazados che nei mesi successivi raggiungeranno il numero di 20 mila. Fuggiranno verso Panama e la città di Turbo dove vivranno per anni costretti ed ammassati come bestie nello stadio municipale.

 

La riconversione dei territori sgomberati sarà molto veloce: migliaia di ettari di terra al confine con Panama verranno immediatamente dati in usufrutto alla transnazionale del legno Maderas del Darién per il taglio di legna pregiata senza contare la crescita esponenziale nella zona dei traffici illeciti relativi al narcotraffico.[126] Lo sfollamento ha portato quindi ad una riconversione nella proprietà e nell'utilizzo delle terre[127]. La guerra ha portato ad una rapida concentrazione della proprietà. Come si dice in Colombia non ci sono i desplazados perché c'è guerra, c'è guerra affinché ci siano i desplazados[128]. Rilevante notare come le bande paramilitari si siano trasformate in strutture autonome che da un lato hanno contribuito agli sfollamenti per motivi inerenti la strategia militare legata ad una loro crescita mediante l'assicurazione di nuove vie di comunicazione “franche” (molto importante in particolare nel progetto di espansione del paramilitarismo i canali di comunicazione che li mettono in contatto con il Medio Atrato e con il Magdalena Medio e che rispondono alle esigenze delle ACCU di darsi un panorama di azione nazionale), dall'altro queste operazioni paramilitari sono al servizio diretto o indiretto del capitale internazionale sia con la prestazione di servizi militari o di servizi relativi al nuovo business della sicurezza privata. Un intervento delle strutture paramilitari negli affari economici si situa pienamente nei nuovi orizzonti che modellano le organizzazioni criminali contemporanee. Il paramilitarismo in Colombia, così come “Cosa Nostra” in Italia ha attraversato degli stati evolutivi che lo hanno portato a rimodulare il proprio rapporto con le istituzioni dello stato e con le forme di accumulazione del capitale e concentrazione del potere. Il comportamento di “Cosa Nostra” come anche quello dei gruppi paramilitari colombiani rispetto allo stato ed ai circuiti dell’economia legale ha subito senza dubbio un’evoluzione che lo ha portato dall’essere prettamente predatorio alla nascita, per poi divenire parassitario e giungere infine allo stadio attuale di perfetta simbiosi con l’economia ed i circuiti legali transnazionali[129].

 

Si possono leggere dentro questo quadro le trasformazioni economiche generate dentro le strutture paramilitari: agli eserciti di tagliateste si sono affiancate holding che cavalcano ogni tipo di attività economica. Abbiamo già accennato alla riconversione dei terreni dove i paramilitari si sono comportati come veri e propri commercianti dell'insicurezza comprando a poco prezzo (e spesso con la forza) vasti possedimenti in zone di guerra per poi rivenderli a prezzi moltiplicati una volta “pacificata” la zona ed utilizzando la guerra come arma dell'economia speculativa ed abbiamo già parlato dei servizi di sicurezza privata offerti dalle strutture paramilitari alle transnazionali che lavorano in Colombia. Abbiamo visto come questo processo si accompagna ad una privatizzazione dell'esercito al servizio del capitale transnazionale. A riguardo vi è da aggiungere che mentre i gruppi paramilitari si sono serviti di mercenari stranieri per accrescere le proprie competenze, il “deposito di esperienza” dato da decenni di guerra li porta ora ad esportare i propri servizi nei nuovi e vasti mercati mondiali della sicurezza privata.

 

Senza fare difficili generalizzazioni è invero possibile, nella complessità del fenomeno della formazione, consolidamento e trasformazione delle strutture paramilitari, dar luogo ad una riflessione che tenti almeno di tracciare una linea di interpretazione, abbastanza coerente, dell'evoluzione di un fenomeno che abbraccia ed accompagna la vita della Colombia lungo i suoi ultimi 50 anni caratterizzati da una guerra civile costante.

 

Ciò senza mai dimenticare che le trasformazioni del fenomeno paramilitare in Colombia, come nel resto dell'America Latina, deve costantemente essere posto in relazione con le trasformazioni del panorama politico internazionale. La trasformazione, previa legalizzazione e legittimazione delle bande paramilitari in compagnie di sicurezza privata va inquadrata all'interno di un passaggio (più o meno graduale e sicuramente non omogeneo) da un utilizzo delle strutture paramilitari per scopi sicariali verso una tendenziale acquisizione di sempre maggiore potere da parte dei capi delle bande paramilitari che via via si costituiscono in blocchi regionali ed infine nazionali diventando nuovi signori della guerra.[130]  Signori che una volta spogliati gli abiti militari si ergono a protagonisti di primo piano del panorama politico.[131] Panorama che sicuramente oltrepassa il solo teatro colombiano. La strategia delle formazioni paramilitari utilizza strumenti diversi e che sicuramente eccedono le pure armi. Almeno se consideriamo come armi quelle solitamente immaginate negli scenari di guerra classica.

 

Nel prossimo capitolo ragioneremo sui progetti di sviluppo nella regione colombiana del Magdalena Medio e sulle strategie di intervento, in quella zona, delle formazioni paramilitari. Riformuleremo empiricamente le riflessioni appena fatte con lo studio di un caso emblematico anche per la complessità dei fattori e degli attori in campo. Porremo l'attenzione sulle organizzazioni non governative che a nostro avviso costituiscono una espressione delle politiche paramilitari e quelle la cui traiettoria politica oggettivamente coincide con quella degli interessi paramilitari o quanto meno li rafforza. Analizzeremo il modus operandi con cui le organizzazioni paramilitari nella fase matura della loro evoluzione (ovvero nel momento in cui sono governo reale ed in cerca di legittimità formale), si pongono in relazione con le organizzazioni non governative che sviluppano progetti di cooperazione nei territori dove queste formazioni detengono la sovranità.

 

 

 

Capitolo 4

 

IL  MAGDALENA  MEDIO[132]

 

 

 

La regione del Magdalena Medio prende il suo nome dall'omonimo fiume tropicale che attraversa questi territori e comprende buona parte dei Dipartimenti amministrativi[133], di César, Bolivar, Antioquia e Santander, per un totale di circa 60 municipi. La regione è ricca di risorse naturali come petrolio ed oro. La sua città principale, Barrancabermeja, è stata dagli anni venti tra i maggiori produttori di petrolio della Colombia. Il porto fluviale di Barrancabermeja si situa inoltre nel cuore di una delle rotte commerciali che unirebbero il Venezuela ed i suoi prodotti petroliferi, al Pacifico[134]. La regione assume quindi, per la ricchezza delle proprie risorse e per la posizione strategica dove si situa, un'importanza fondamentale per il conflitto colombiano. Nella città fluviale di Puerto Boyacá, si svilupparono - come abbiamo visto nel precedente capitolo[135] - durante gli anni ottanta le bande paramilitari finanziate da allevatori, latifondisti ed imprese petrolifere operanti nella regione. Modello presto esportato in tutta la Colombia. Nella Serranía de San Lucas y Perijá, massiccio nel Sur de Bolivar, è presente una delle zone militari strategiche dell'ELN e sua roccaforte naturale: è lì che si colloca, infatti, la Comandancia (il comando politico-militare) di questa guerriglia. Nella zona inoltre c'è una presenza notevole della guerriglia delle FARC e, prima della sua smobilitazione, della guerriglia maoista dell'EPL. La regione è per questi fattori considerata una delle aree maggiormente conflittive della Colombia. La città di Barrancabermeja vanta inoltre la presenza del sindacato dei lavoratori petroliferi, uno tra i più combattivi dell'America Latina: la USO (Unión Sindical Obrera)[136] nonché radicate organizzazioni sociali nei quartieri della città.

 

 

 

4.1        Strategie di incursione paramilitare

 

 

            "Era proprio necessaria quella strage? Ti avevo detto solo di spaventarli".

"Chi muore è molto spaventato".

 

C'era una volta il West

 

 

 

Lo studioso Libardo Sarmiento Anzola, nel documento Un modelo pilota de modernización autoritaria en Colombia,[137] descrive la strategia di incursione delle formazioni paramilitari nella regione come un modello paradigmatico, dividendo le fasi di questa strategia in tre tappe principali. Tappe contrassegnate dall'esigenza delle organizzazioni paramilitari di insediarsi in una regione estremamente strategica per i caratteri peculiari a cui abbiamo appena accennato e costantemente in relazione con le trasformazioni geopolitiche dello stato colombiano e del più generale contesto regionale centro-americano.

 

La prima tappa di incursione delle formazioni paramilitari è quella propriamente militare. Consiste cioè nel

 

“liberar mediante la guerra, amplias zona de la subversión y de sus bases populares de apoyo imponiendo el proceso de concentración de la tierra, la modernización vial, de servicios y de infraestructuras, el desarrollo de el capitalismo ganadero y la nueva estructura jerárquica y autoritaria en la organización social y política de la región.”[138]

 

 

Strategia che trova il fulcro nella lenta espansione dell'azione paramilitare dalla “città libera dal comunismo” di Boyacá all'intera regione, fino a culminare nell'assedio di Barrancabermeja e nella lenta espugnazione dei quartieri con una presenza di organizzazioni sociali storicamente radicate. Parliamo quindi di una lenta strategia militare che innanzitutto colpisce gli anelli sociali deboli e le comunità contadine presenti lungo il Magdalena o nelle regioni interne, meno protette, fino ad arrivare, negli anni novanta, nelle zone limitrofe alla città di Barrancabermeja: San Vincente de Chuchurí, El Carmen, Sabana de Torres, Puerto Wilches.[139] Dal 2000, le formazioni paramilitari, si insediano e controllano sempre più vasti quartieri della città portuale. Sia nelle zone rurali che nelle aree urbane l'infiltrazione paramilitare vera e propria è preceduta da incursioni lampo: uccisione di leader sindacali o comunitari, sequestri di persona, torture, perseguono il fine di destabilizzare l'equilibrio territoriale. Le differenti operazioni di incursione e di radicamento delle strutture paramilitari sono contraddistinte da una assenza di intervento delle forze di polizia o da una connivenza con esse. Durante il 1998 una marcia contadina battezzata “Éxodo Campesino” porta più di 10 mila contadini  delle zone del Sur de Bolivar e Yondó ad occupare strade ed infrastrutture di Barrancabermeja - nonché l'ambasciata statunitense della città - protestando contro il mancato complimento degli accordi agricoli del 1996 in cui lo stato colombiano si impegnava ad una serie di significative azioni di riforma agraria della regione e finanziamenti per lo sviluppo. I rinnovati accordi siglati tra Stato e Mesa Regional[140] e denominati “Plan de Desarrollo y Protección Integral de los Derechos Humanos del Magdalena Medio”[141] verranno completamento disattesi.[142] 

 

La strategia paramilitare per la conquista della storica “città rossa” di Barrancabermeja, si esplicita in una pratica di infiltrazione e attacco a tenaglia che consiste nel colpire prima di tutto gli anelli deboli della realtà cittadina. Se la USO verrà attaccata brutalmente e ripetutamente, è altresì vero che numerose operazioni saranno condotte contro i cosiddetti sindacati minori come quelli dei tassisti e dei commercianti[143]. Le cause di questi atti di violenza - che portarono nel giro di pochi anni a decine di assassinii di sindacalisti e ad un oggettivo indebolimento della solidità e dell'unione dei vari sindacati - ha una natura molteplice ma un filo conduttore unico. Un attacco frontale ai sindacati più combattivi come la USO sarebbe stato più difficile, ed in più i paramilitari con la pressione a tassisti, commercianti e venditori ambulanti possono imporre una tassa di guerra con cui finanziarsi. Questo processo viaggia, alla fine degli anni novanta, di pari passo con fenomeni di migrazione interna dal campo verso Barrancabermeja: sfollati interni appartenenti a classi sociali popolari e già vincolati in modo diverso alle formazioni  paramilitari.

 

“Hacia 1997 empieza a aparecer una nueva modalidad en la acción del paramilitarismo. Se dan una serie de migraciones de habitantes de Puerto Parra, de Cimitarra, de Puerto Berrío y toda la zona Chucureña, habitantes que ya estaban socialmente vinculados y amparados por el projecto paramilitar. Llegaron aquí en condiciones de comerciantes menores, tenderos, como taxistas, como vendedores, etc. »[144] 

 

 

Il bisogno di indebolire le organizzazioni dei lavoratori serve quindi anche per procurare posti di lavoro ad una manodopera già vincolata alle formazioni paramilitari nonché per impossessarsi di zone nevralgiche per lo sviluppo del lavoro di intelligence. Da queste considerazioni notiamo come il fenomeno paramilitare si pone, fin dalla sua nascita, come una dinamica non solamente militare ma che assume immediatamente anche una prospettiva sociale. La stessa traiettoria di infiltrazione si avrà per quanto riguarda l'ingresso delle bande paramilitari nei quartieri chiave, cioè nei Barrios di Barrancabermeja: incursioni veloci e rappresaglie nei quartieri con la presenza delle più forti organizzazioni politiche e sociali e con presenza guerrigliera (quartieri nel nord-est della città); lenta conquista dei quartieri con organizzazioni sociali meno radicate (quartieri popolari nel sud-est della città); assenza di intervento delle forze dell'ordine; occupazione, manu militari, di zone  e di posti di lavoro strategici per i motivi già menzionati.[145]

Ne risulta un processo di intervento paramilitare complesso e multiplo che però conserva una sua logica interna ed una capacità duttile di adattarsi alle trasformazioni esterne.[146]

 

Alle azioni propriamente militari segue quella che Libardo Sarmiento Anzola chiama la seconda tappa della strategia di incursione:

 

“En la “segunda fase” del “modelo” se trata de “llevar riqueza a la región” a través de la entrega subsidiada de tierra, de la generación de empleo, la concentración de la población en centros poblados, la costrucción de puestos de salud y de escuelas, del regalo de energia eletrica, de costrucción de represas para el suministro de agua y de vias de comunicación, de la adecuación de tierras, la asistencia técnica y el préstamo de dinero para la producción. Esta segunda fase de el modelo se lleva a cabo con el conocimiento y la legalización de istituciones de gobierno como el Istituto Colombiano de la Riforma Agraria (Incora). Los nuevos pobladores que ocupan las antiguas zonas liberadas no son aquellos que fueron desplazados con violencia (pobres excluidos), es una nueva población (pobres mainados traìdos de otra regiones), leal al “patrocito” que rapidamente se organizan, conforman sus grupos de bases, esto es, la autodefensa paramilitar.”[147] 

 

 

Alle incursioni militari ed alle azioni di “limpieza social” seguono infiltrazioni, in diversi settori lavorativi, di gruppi di migranti ormai compromessi con le organizzazioni paramilitari. In assenza di una base sociale propriamente paramilitare, questa viene importata da zone limitrofe: aree povere già controllate dai paramilitari.

 

La costruzione di strutture sociali solide ed a matrice paramilitare, non riguarda solo la conquista di questi settori lavorativi; viene altresì avviato il controllo di alcune attività illegali ritenute determinanti. Così, per esempio, nel giro di pochi anni viene monopolizzato il traffico di benzina della città.[148] Continua e si moltiplica l'arruolamento di persone dei ceti popolari nelle fila delle AUC. La forma più visibile ed imminente si ha con la costituzione di bande di vigilantes di quartiere preposte alla sicurezza ed al controllo sociale.[149] La conquista dei centri sociali e di assistenza dei quartieri popolari costituisce altresì per la strategia paramilitare un nodo centrale: si tratta di accreditarsi all'interno del quartiere controllando la prestazione di servizi ed assistenza, e mostrarsi verso l'esterno come i gestori di strutture che assolvono compiti di utilità sociale, come la costruzione delle strutture ed infrastrutture cittadine[150] nonché la gestione dei progetti di sviluppo più diversi. Si proverà innanzitutto a conquistare i centri sociali già esistenti: già dal 2001 hanno inizio pressioni su importantissime strutture come la casa delle donne, l'OFP (Organización Femenina Popular)[151] ed organizzazioni che gestiscono mense, scuole e ambulatori sanitari popolari. La casa delle donne del quartiere La Paz, rifugio per decine di famiglie sgomberate dai propri quartieri, verrà demolita da un assalto paramilitare nel 2001 e l'OFP conterà, nel solo 2001, più di 60 casi di violenze contro suoi associati.[152] Queste organizzazioni, nonostante i ripetuti attacchi, non solo non saranno “espugnate”  militarmente, ma diverranno, avamposto di resistenza civile dentro i quartieri.

 

Nel momento in cui l'ingresso dentro i centri sociali non riesce, le strutture paramilitari si dotano di organizzazioni proprie.

 

“Hace dos años que tenemos noticias que andan creando toda esa estructura, aquí en Barrancabermeja han creado un sin numero de cooperativas, coincidentemente son esas cooperativas que están manejando los recursos del Plan Colombia. Hay ONG de todo tipo que están negociando directamente con la Embajada Norteamericana todos los recursos del Plan Colombia y empiecen a interlocutar con la Unión Europea. Hace un año un diplomático Europeo nos contó de una gira hecha por un rapresentante de un gran numero de ONG relacionados con los paramilitares entre los cuales había ONG de derechos humanos. Deben estar trabajando en el país esperando la entrada del nuevo Gobierno para intentar desplazar las ONG que llevamos los ultimos 30 años trabajando en eso.”[153]

 

 

Infiltrazione in organizzazioni sociali già esistenti, fondazioni di nuove organizzazioni sociali che tendono a sostituirsi alle prime per assumerne i compiti, utilizzo delle organizzazioni non governative come strumento per raggiungere  quello che Libardo Sarmiento Anzola, nel suo già più volte citato saggio, chiama la terza fase della strategia paramilitare:

 

“La tercera fase está en su consolidación y legitimación. Una vez se consolide el modelo de seguridad en las regiones liberadas, sin subersivos, ni bases comunitarias de apojo, los paramilitares consideran que dejaran de ser una rueda suelta para el Estado.”[154]

 

 

Insomma ci troviamo di fronte a due tappe distinte di incursione, ma con un denominatore comune: mentre la prima fase della strategia paramilitare è contraddistinta dal predominio del dato militare, durante la seconda e soprattutto la terza fase l'azione militare e l'utilizzo di finanziamenti illeciti saranno affiancati e spesso sostituiti da strumenti non direttamente riconducibili ad un immaginario di azione paramilitare. Armi “other than arms”.[155] 

 

 

 

4.2        “Arm Other Than Arm”. Asocipaz e gli interessi paramilitari nel Magdalena Medio

 

 

Da più di un decennio in Colombia si può parlare di una  convergenza di interessi materiali ed obiettivi strategici tra alcune ONG e Fondazioni colombiane e le strutture paramilitari.

 

La Fondazione per la Pace in Cordoba (Funpazcor), per esempio, sarà creata dallo stesso Carlos Castaño in collaborazione con l'arcidiocesi di Medellín, sin dall'inizio degli anni novanta con lo scopo, si legge nello statuto, di promuovere “l'eguaglianza sociale attraverso la donazione delle terre e l'assistenza tecnica gratuita”[156]. A dispetto del suo statuto si appurò - in seguito ad una perquisizione dei giudici della Fiscalía, a Montería, capoluogo della regione di Córdoba, feudo dei Castaño -[157] che la Fondazione serviva per raccogliere i tributi di politici, allevatori e possidenti della regione, denaro che finiva alle ACCU nonché il suo utilizzo come strumento legale per gestire le terre distribuite agli ex-guerriglieri dell'EPL e “recuperate” dai parenti del capo paramilitare.

 

Attualmente possiamo considerare “ufficiosamente” una decina di organizzazioni non governative i cui interessi, obiettivi e politiche convergono con quelli paramilitari.

 

Nel Magdalena Medio la maggior parte delle “ONG” e “Fondazioni per lo Sviluppo” nasceranno in seguito all'arrivo di cospicui finanziamenti miranti ad una gamma molto differente di interventi funzionali ad un superamento della situazione di crisi permanente della regione. In particolare nasceranno o si fonderanno in questa regione numerose ONG con il boom dei finanziamenti del Plan Colombia relativi alla sua “Componente Social”. Altre ONG sono presenti, con progetti diversi tra loro, già prima della rinnovata attenzione su questa regione da parte dei finanziatori internazionali.

 

L'Asociación Civil por la Paz en Colombia Asocipaz nasce da una costola del movimento “No al Despeje”, movimento di protesta, come recita il suo nome, contro la decisione del governo colombiano di pervenire ad un tavolo di trattative (Mesa de Negociación) con la guerriglia dell'ELN ed alla costruzione della Convenzione Nazionale Democratica avente come obiettivo la ricerca di una pace con giustizia sociale; ovvero raggiungere la pace tramite il riconoscimento e la soluzione delle ragioni sociali della guerra[158]. Il movimento “No al Despeje”, nel febbraio del 2000 darà vita ad azioni di protesta che culmineranno in una serie di blocchi delle vie di comunicazione della regione. La volontà di queste iniziative è quella di opporsi alla collocazione della sede degli accordi di pace in quelle comunità del Sur de Bolivar (Yondó, Cantagallo, San Pablo) ritenute opportune come sede di trattative tra guerriglia e governo. In seguito a queste azioni il movimento “No al Despeje” ottiene il riconoscimento delle proprie ragioni politiche e con il “Comunicado de Aguasclara”[159] nasce Asocipaz. Si chiede inoltre il finanziamento dell'associazione da parte dello stesso governo colombiano. Come affermerà lo stesso capo paramilitare Carlos Castaño durante un'intervista televisiva[160] le stesse formazioni paramilitari appoggeranno con strumenti differenti la protesta e faranno pressioni sui militari per non forzare i blocchi e sulla stessa Asocipaz per non indietreggiare nella lotta.[161]

 

Il processo di dialogo tra ELN e governo colombiano iniziato dal 1998 (governo Pastrana), vedrà il suo corso segnato da alterne vicende, e verrà posto in mora dalle proteste dirette, tra il 2000 ed il 2001, da questo movimento. Nonostante l'Alto Commissario per la Pace Camillo Gómez Alzate affermerà in un documento del 7 Agosto del 2001[162] la natura ambigua di Asocipaz, il governo colombiano riconoscerà l'associazione come uno degli attori del dialogo di pace.

 

La natura di Asocipaz verrà ulteriormente posta in luce in seguito al tentativo di bloccare una carovana (Caravana Internacional por la Vida en el Sur de Bolívar) composta da 141 organizzazioni internazionali e 48 organizzazioni colombiane di cui molte della regione del Magdalena Medio; carovana nata col fine di rompere l'embargo paramilitare che stava affamando la regione, come spiegano alcuni comunicati della stessa spedizione.[163] Asocipaz proverà a far naufragare e rendere materialmente impossibile il suo percorso con mezzi legali ed illegali, con minacce e con un'azione congiunta con formazioni paramilitari attive in quella zona e con alcuni sindaci di quelle comunità collusi con il progetto paramilitare.[164]

 

Nonostante non solo le organizzazioni guerrigliere come l'ELN[165] o le organizzazioni sociali identifichino Asocipaz come materialmente vicina agli interessi paramilitari e lo stesso Commissario di Pace,  parli di una uguale simmetria delle traiettorie di questa organizzazione e degli uomini di Castaño, Asocipaz, insieme all'organizzazione Costrupaz, si proporrà come referente di importanti progetti di cooperazione e sviluppo nella regione del Magdalena Medio, formulando il Plan de Integración Macroeconómico (Piano di Integrazione Macroeconomico). Questi piani non decolleranno mai ma contribuiranno ad indirizzare ideologicamente la natura e la tipologia degli intervento.[166] I membri dell'associazione, coscienti delle difficoltà circa la possibilità di spendere il proprio nome come referenti per i progetti di sviluppo nella regione, fonderanno o entreranno in altre organizzazioni (come le Juntas de Acción Comunal) e parteciperanno a diverso titolo in altri progetti di cooperazione. Una volta abusato l'utilizzo del nome di una organizzazione, non sorgono troppi problemi nel riciclarsi in altre ONG. Con il moltiplicarsi dei fondi di sviluppo messi a disposizione nasceranno decine di queste ONG dalla molto dubbia capacità di rappresentare i desideri delle popolazioni locali.[167]

 

Nel prossimo paragrafo parleremo di altre operazioni internazionali umanitarie destinate alla cooperazione allo sviluppo. In questo caso si tratta di interventi umanitari palesemente all'interno di operazioni di ingerenza bellica quale il Plan Colombia.

 

 

 

4.3        La “componente sociale” del Plan Colombia

 

 

                   Si sono presi il nostro cuore sotto una coperta scura

 

                                                            Fabrizio de Andrè

 

 

 

Alla fine degli anni novanta diverrà centrale, nelle trasformazioni degli equilibri di potere dello stato colombiano, il massiccio intervento del governo statunitense tramite il programma militare di intervento nella lotta al narcotraffico denominato Plan Colombia[168], piano utilizzato neanche troppo velatamente da Washington per rafforzare la propria presenza in una regione strategica del continente. La rinnovata presenza statunitense nella regione rappresenta un tentativo di bilanciare una forte instabilità dell'area, sempre meno propensa ad uniformarsi alle direttive politiche ed economiche di Washington. Il rinnovato interesse geostrategico della potenza nord-americana è dato dall'aver considerato, già dal 1993 l'area tra le quattro zone “potenzialmente più conflittive tra il 1992 e il 2010”[169] (assieme a medio Oriente, sud-est Asiastico e Balcani). Regione oggi attraversata da forti movimenti sociali e da diversi cambi di governi che portano molti stati latino americani ad assumere prospettive di politica interna ed internazionale non uniformi ai piani regionali voluti da Washington. Ciò rappresenta un notevole mutamento, se pensiamo alle politiche di ingerenza statunitense nel loro “cortile di casa” negli ultimi 50 anni e costituisce dunque un forte motivo di preoccupazione per gli Stati Uniti. Il Plan Colombia si propone dentro questa cornice come un modello di intervento forte in un'area “instabile”. Piano che si struttura nel paese politicamente più vicino agli Stati Uniti, ma che chiama in causa ed agisce su una regione ben più vasta: negli ultimi anni si è assistito ad un ampliamento del piano diventato ora Plan Andino, ed esteso adesso a tutti i paesi della fascia andina di questa regione.

 

La lotta alla droga è la linea guida del Plan Colombia (e del Plan Andino).

 

Abbiamo visto nel secondo capitolo come, alla caduta del blocco sovietico, per gli Stati Uniti la lotta alla droga sia diventata una linea di intervento primaria nelle azioni di politica internazionale. Ciò almeno fino all'11 settembre 2001. La lotta al narcotraffico serve, neanche troppo velatamente per colpire le guerriglie tramite una semplice equazione: guerriglie=narcotraffico.[170] Viene così ridotta la complessità delle cause della guerra ad una mera questione di controllo dei traffici di stupefacenti. Si capisce come ciò vizi profondamente anche la soluzione del conflitto che ritorna ad essere agito su un piano prevalentemente militare: estirpare il narcotraffico e combattere militarmente le guerriglie per porre fine al problema.[171] Buona parte delle operazioni anti narcotici in Colombia vengono appaltate a compagnie di sicurezza privata come la DynCorp[172] che si occupa del lavoro di defoliazione dei territori coltivati a coca e papavero da oppio.[173] In seguito all'abbattimento, nel febbraio e nel marzo del 2003, di due CESNA della suddetta compagnia ed alla morte dei 7 agenti della CIA che erano a bordo (oltre ai militari caduti nel tentativo di salvare i sopravvissuti) verrà avviata una commissione d'inchiesta da parte del congresso statunitense che farà venire a galla un'altra verità: i compiti dell'esercito nordamericano presente nella zona vanno ben al di là dell'addestramento e prevedono un intervento molto più profondo nel conflitto colombiano.

 

La maggior parte dei finanziamenti statunitensi al Plan Colombia vanno alla componente militare del piano: su un totale stanziato di 1200 milioni di dollari ben più dei ¾ sono destinati ai programmi militari. È altresì vero che il Plan Colombia non si esaurisce nell'azione militare. Una sezione di questo piano, denominata “componente sociale”, ha come prospettiva un intervento sociale destinato a risolvere le alterazioni causate dal piano militare. Infatti la lotta al narcotraffico si esemplifica con azioni militari ad alta e media intensità e con lo spargimento di pesticidi che, inquinando ed avvelenando la natura, portano ad esodi interni dalle proporzioni colossali. La componente sociale del Piano si preoccupa di far fronte a questo stato di crisi tramite attività di riqualificazione sociale assoldando ONG che fungono da tramite con le popolazioni locali. Nel solo periodo 2000-2002 sono stati spesi centinaia di milioni di dollari, la maggior parte dei quali provenienti dalle casse di agenzie per lo sviluppo del governo statunitense.

 

Che risultati hanno dato questi piani? Che impatto hanno avuto nella regione del Magdalena Medio?

 

Uno dei piani più importanti della componente sociale del Plan Colombia nel Magdalena Medio consiste nel programma Empléo en Acción, un

 

“Programa de generación de empleo transitorio para mano de obra no calificada a través de proyectos de infrastrctura realizadas en localidad y barrios en situación de pobreza.”[174]

 

 

Secondo la Controloría General de la Nación[175] tra il gennaio del 2000 ed il giugno del 2002 saranno spesi, solo per i progetti relativi al programma Empléo en Acción, 171.181 milioni di euro ai quali si aggiungeranno non precisamente quantificate spese amministrative per la messa in atto di tale programma.[176]

 

La maggior parte di questi piani di generazione di posti di lavoro mediante riqualificazione territoriale vengono proposti in due tra le aree più “calde” della Colombia: il Putumajo ed appunto il Magdalena Medio. Nella regione del Magdalena Medio una delle imprese che gestisce la maggior parte dei contratti di lavoro del piano è la Cooperativa de Trabajo Asociado para el Desarrolo Social y Comunitario (Integrar) con ben 7 contratti su 27 riferentesi a suddetto piano nella zona della città di Barrancabermeja per un totale di 270 milioni di pesos.[177] Nel febbraio del 2002 tramite un'inchiesta del giornale Vanguardia Liberal venne alla luce il sequestro di 460 lavoratori del Plan Colombia a Barrancabermeja; i lavoratori sequestrati saranno deportati nel villaggio di San Rafael de Lebrija, saranno rilasciati dopo 10 ore in seguito ad un interrogatorio dei paramilitari e l'invito a cedere il 10% del loro stipendio (di circa 75 dollari al mese, quasi la metà del salario minimo previsto in Colombia) alle AUC in cambio della “protezione” dei paramilitari. Le imprese appaltatrici dei lavori non solo non denunceranno il sequestro, ma alcuni dirigenti saranno presenti all'interrogatorio. Fra i sequestrati molti lavoratori della cooperativa “Integrar”.[178] La Controloría General ha aperto un'inchiesta circa gli affari della Cooperativa e le ONG che prendono parte a diverso titolo ai progetti di Empléo en Acción. Si tratta, secondo lo stesso organo governativo, di una galassia ormai difficile anche solo da mappare di ONG, nate in tempi rapidissimi per accogliere i fondi del Plan Colombia in un intreccio poco chiaro di affari e di relazioni tra ONG, imprese appaltatrici e strutture paramilitari.[179]

 

Vi è inoltre da notare come la maggior parte della componente sociale si riferisca a voci di spesa che dovrebbero essere prerogative dello stato e da cui lo stato colombiano si è sottratto.[180] Nel Magdalena Medio, come in molte altre regioni della Colombia numerosi sono i casi somiglianti a quello della comunità di Vallecito, nella Cordigliera Centrale antioqueña: tre aule costruite con l'utilizzo di cospicui fondi della componente sociale verranno distrutte da un incursione paramilitare, nell'aprile 2001, condotta dopo un attacco dell'esercito colombiano contro la guerriglia.

 

Operazione interna allo stesso Plan Colombia.[181] Come se non bastasse, a rendere il tutto simile ad una farsa, vi è da aggiungere che le aule ricostruite servono ad un villaggio fantasma: la violenza delle incursioni paramilitari e dei bombardamenti delle forze armate hanno provocato la fuga degli abitanti di Vallecito che si vanno ad aggiungere al già immenso numero di sfollati interni colombiani.

 

Come affermerà la stessa Controloría General de la República:

 

«Escaséz de recursos para la cofinancación de los projectos, inequidad de la asignación de lo recursos, inconsistencias en la financiación de materiales, deficiencias en el proceso de contratación, onerosa partecipación de la ONG operadoras, retraso en la ejecución de los projectos, deficiencia en el manejo presupuestal, falta de control en las cuentas bancarias de los organismos de gestión, inadecuado manejo de documentos »[182]

 

 

sono le ragioni del fallimento del Plan de Acción e lo rendono, insieme a tutta la componente sociale del Plan Colombia, un elemento di pubblicità con il quale sponsorizzare una strategia di azione che vede nella componente militare il paradigma fondamentale:

 

“...estos programas son muy deficientes y presentan graves irregularidades. Pero lo verdaderamente desfavorable de ellos, es que lograron (debido al desplegue publicitario en su favor) una popularidad suficiente para tapar lo que ocurría del lato militar.”[183]

 

 

La componente sociale del Plan Colombia risponde inoltre ad un modello di sviluppo dominato da parametri di valutazione esterni alle dinamiche di crescita del paese. Questo aspetto si evidenzia in un altro programma della componente sociale del Plan Colombia, il Plan Campo en Acción, piano nato per:

 

“Apoyar projectos productivos agropecuarios, acuícolas y ambientales que se conciben de una manera integral y que contribuyen al desarrollo social y económico de una región.”[184]

 

 

In verità i piani effettivamente finanziati risultano essere molto meno equilibrati e compatibili rispetto ai loro presupposti di progettazione. La prima fase del programma vede l'approvazione di 15 progetti. Ben 7 di questi riguardano la coltivazione intensiva di palma africana, di questi ben 6 sono nel Magdalena Medio. Dei rimanenti, 5 riguardano lo sviluppo di monocolture (il caucciù ed il cacao da esportazione), e solo 2 concernono progetti di sviluppo volti a potenziare dinamiche di sicurezza e sovranità alimentare; è il caso di un progetto di sviluppo della pesca locale eco-sostenibile sulle coste dell'oceano Pacifico, a Tumaco (Nariño) e di un progetto di trasformazione e commercializzazione di farina di platano.[185] Vi è da aggiungere che la maggior parte dei suddetti progetti sono gestiti da grandi imprese  agricole forti nel settore. Spicca tra queste l'impresa di palma africana Indupalma che nel solo dipartimento del César gestisce 20.000 ettari dei progetti del Plan Campo en Acción.[186]

 

Nel prossimo capitolo analizzeremo, in particolare, i progetti di intervento dell'Unione Europea in Colombia focalizzando l'attenzione su quelli in corso nella regione del Magdalena Medio. È quasi opinione comune che se le politiche di intervento in materia di politiche internazionali anche mediante lo strumento della cooperazione allo sviluppo praticate dagli Stati Uniti siano dettate dalla volontà di affermare la propria egemonia (non lesinando il ricorso al mezzo bellico), l'intervento e la presenza dell'Unione Europea in America Latina sia guidata soprattutto dalla filantropia. Dimostreremo come gli interessi materiali delle relazioni internazionali spostino la discussione su ben altri campi. Mostreremo inoltre come ciò vada ad influire direttamente su quelle ONG che dalla Comunità Europea vengono finanziate.

 
 

 

Capitolo 5

 

PDPMM: I PROGETTI DI SVILUPPO DELLA COMUNITÀ EUROPEA
NEL MAGDALENA MEDIO

 

 

I doni degli dei nessuno può sceglierseli.

 

Omero

 

 

 

I Progetti di Sviluppo e Pace nel Magdalena Medio (PDPMM), sono piani di sviluppo nella regione che vedono la loro genesi alla metà degli anni novanta sotto la spinta dei movimenti sociali che, tramite forti mobilitazioni, chiedono interventi contro l'arretratezza economica e la povertà endemica della regione. La prima domanda che si pone il PDPMM è come possa essere possibile che in una regione così ricca di risorse la maggior parte della popolazione subisca uno stato di povertà endemica.[187] Partendo da studi nella regione voluti da diverse organizzazioni lì operanti, tra cui la già menzionata USO, ECOPETROL, la SEAP (Società Economica Amici del Paese) ed il CINEP (Centro di Investigazione ed Educazione Popolare) fu formulato uno spettro della regione che identificava l'area di analisi, i problemi strutturali e contingenti dell'area, le risorse, gli obiettivi e le possibili soluzioni. Viene scelto come direttore di questo primo studio un padre gesuita, Francisco De Roux, uomo estremamente carismatico ed il cui impegno nelle lotte sociali è riconosciuto a livello nazionale ed internazionale[188] tanto da essere stato dichiarato più volte obiettivo militare dai paramilitari.[189]

 

La frizione tra le richieste sociali e le pressioni governative provocano diverse possibili traiettorie di indirizzo del PDPMM. Da una parte si vuole produrre la costruzione di piani di crescita aventi come fulcro lo sviluppo comunitario, quindi che partano dall'auto-empowerement delle comunità con processi di organizzazione sociale, formazione ed auto formazione; dall'altra il crescente interesse di attori nazionali ed internazionali premerà per un accentramento organizzativo dei piani nelle mani di agenzie di governo ed istituzioni.

 

Vengono stabiliti 4 assi di intervento:

 

- Cultura di pace;

- Attività produttive;

- Infrastrutture sociali e comunitarie;

- Rafforzamento della Gestione Pubblica.

 

“Es en 1997, que se hace evidente la tensión del Programa entre convertirse en organizador de un movimiento social de pobladores o en una agencia planificadora de projectos. Evidentemente el Programa no podía ceder a la tentación de cumplir con projectos puntuales en los municipios donde había presencia y olvidar que eran los mismos pobladores quienes debían apropriarse de su futuro y en este proceso la organización social, la capacitación y la formación para el trabajo o la vida publica jugaban un papel definitivo.”[190]  

 

 

Risultano di estrema importanza queste considerazioni e queste direttive su come relazionare i processi di sviluppo con le dinamiche comunitarie in vista di un'assunzione di responsabilità ed una centralità e protagonismo delle soggettività locali.

 

La planeación anual en Núcleos y ETP ha sido hasta ahora un evento periódico de reafirmación del protagonismo de los pobladores en la planeación de la vida municipal.[191]

 

 

Questo aspetto dello sviluppo del PDPMM costituirà un fattore determinante nonché un punto di critica centrale a questi progetti.

 

Il passaggio successivo alla diagnosi del territorio è dato dall'elaborazione delle strategie del PDPMM: la ricerca dei fondi necessari.

 

La prima alleanza che stringe il PDPMM per il suo finanziamento è con la Banca Mondiale che assicura finanziamenti cospicui e rapidi, ottenuti già dal biennio 1998-2000 e che fanno compiere un balzo cospicuo al piano con l'adozione del Prestito di Apprendimento ed Innovazione (PAI). Partono i progetti del PDPMM nei differenti campi di intervento ideati: comunicazione, commercio, sviluppo di processi democratici, sviluppo rurale, sviluppo urbano, pesca, tutela ambientale, educazione.

 

Il PDPMM si adopera da subito per una affermazione ed una capacità di essere riconosciuto come il maggior referente dei progetti di sviluppo dagli attori nazionali e dalle organizzazioni internazionali. Il Programma si dota in questa fase di una struttura sempre più rigida per poter gestire fondi via via maggiori in campi di intervento sempre più vasti.

 

Affianco ai finanziamenti ottenuti dalla Banca Mondiale, l'avvio di relazioni con l'Unione Europea portano alla formulazione, nel febbraio del 2002, dei “Laboratori di Pace”[192] nel Magdalena Medio. I Laboratori prevedono, tramite la costruzione di reti di alleanze tra i differenti attori sociali, civili, economici, politici, istituzionali, l'elaborazione di processi produttivi che allo stesso tempo implementino la produttività economica e le strutture democratiche della regione. Il piano si articola nello specifico in 6 linee di azione: costruzione della nazione, pace e convivenza, cittadinanza ed istituzioni, sviluppo economico umano e giusto, identità culturale regionale, ambiente.[193] Prevede una progettazione divisa in due fasi, la prima della durata di tre anni (2002-2005) gode di un finanziamento di circa 17 milioni di euro, di cui quasi 15 milioni a carico dell'Unione Europea, la seconda di 5 anni (2005-2009) prevede un finanziamento di più di 25 milioni di euro, 20 dei quali di provenienza Europea. Per gestire tale cifra e relazionarsi con investitori e territorio, il PDPMM struttura in modo molto più rigido la sua organizzazione rispetto alle direttive di costruzione orizzontale dei processi di sviluppo che si era data in precedenza. In particolare gli accordi vengono siglati  tra la Commissione Europea e la Agenzia Colombiana di Cooperazione Internazionale (ACCI) diretta da un fedele alleato del Presidente Uribe, Luís Alfonso Hoyos[194]. Questi due enti delegano poi la gestione del Laboratorio di Pace al PDPMM già consorziato e trasformato in CDPMM (Corporazione di Sviluppo e Pace Magdalena Medio). La corporazione a sua volta delega ad altri soggetti lo sviluppo dei progetti nella loro specificità: imprese appaltatrici e ONG colombiane ed europee.

 

Da questi primi dati possiamo già trarre alcune considerazioni. Piuttosto che definire questi soggetti  organizzazioni non governative, si dovrebbe parlare di organizzazioni “molto governative” che gestiscono progetti godendo di finanziamenti provenienti da istituti nazionali ed internazionali con piani geo-strategici di largo respiro le cui traiettorie vanno bel oltre la dimensione della cooperazione internazionale abbracciando interessi strategici complessivi di ben più ampio spettro politico ed economico.[195] Inoltre se gli interessi economici dell'Europa sono da sempre stati fortissimi in questa regione del mondo[196] oggi fanno i conti con un fattore nuovo ed importante: l'America Latina è la regione che ha in proporzione la maggiore biodiversità del pianeta; questo elemento è di centrale importanza per un'economia planetaria che fa dello sfruttamento delle biodiversità la nuova frontiera delle strategie di investimento economico[197].

 

Sul versante del governo colombiano è d'altra parte indubbio il bisogno di legittimarsi sul teatro delle relazioni internazionali. Le relazioni con la comunità internazionale mediante i piani di sviluppo e cooperazione possono costituire un ottimo tramite per questa legittimazione.[198] Il governo colombiano è attualmente impegnato nell'ottenere dalla comunità internazionale il “lasciapassare” per le modifiche apportate al suo impianto legislativo con la promozione del pacchetto leggi denominato di “Giustizia e Pace” e riguardante la smobilitazione/ legalizzazione/ trasformazione dei battaglioni paramilitari. Le suddette leggi sono accusate, da molti osservatori internazionali, di essere una truffa che avrebbe come effetto immediato un rafforzamento degli attori paramilitari, un'amnistia generalizzata per i loro crimini ed in sostanza una ulteriore crescita della violenza e un inasprirsi della crisi.[199] L'impegno da parte governativa nell'accettare e rendersi primo protagonista dei progetti di sviluppo internazionale (abbiamo visto come con la trasformazione del PDPMM il capofila nella gestione dei Laboratori di Pace è ora direttamente un istituto del governo colombiano) è sicuramente parte di questa strategia.

 

Senza considerare l'importanza data dall'afflusso di investimenti internazionali che si sobbarcano parte della gestione dello stato sociale colombiano trasformandone la natura.

 

Insomma siamo di fronte ad un ottimo cavallo di troia per ottenere il salvacondotto della comunità internazionale. Se infatti i rapporti della comunità internazionale con la Colombia al tempo del passato governo Pastrana erano, a ragion veduta, cauti e motivati da una richiesta di politiche utili al raggiungimento di un clima distensivo che permettesse i dialoghi di pace, Uribe verrà probabilmente ricordato come il presidente colombiano che effettuerà più viaggi e visite in Europa alla ricerca del consenso internazionale (e degli investimenti economici) per le scelte in materia di politica interna ed esterna. Mentre la sua legge di “Giustizia e Pace” verrà criticata da moltissime agenzie ed ONG che monitorano il rispetto dei diritti umani, il presidente colombiano verrà invece trattato dalle cancellerie europee in modo molto più “caloroso” dei suoi predecessori. Nel luglio del 2003 parteciperà al foro di Londra per programmare l'appoggio della comunità internazionale, U.E. in primis, ai progetti internazionali di intervento in appoggio alla crescita economica della Colombia come soluzione della sua crisi endemica. Condizione del finanziamento sarà il rispetto di 24 raccomandazioni in materia di diritti umani. Il risultato del “foro di Londra” permetterà, tra l'altro lo sblocco dei 5 “Laboratori di Pace” da sviluppare in 5 tra le zone maggiormente conflittive della Colombia. Sarà in questo ambito che verranno siglate le relazioni più importanti tra le ONG europee e l'ACCI.

 

Numerose critiche colpiranno i PDPMM rispetto alla loro mutazione: progetti nati all'interno dei movimenti sociali con l'obiettivo di sviluppare dinamiche di crescita basate su relazioni comunitarie finiranno sui tavoli di negoziazione delle cancellerie di stati ed organismi internazionali. A queste critiche i referenti del PDPMM e dei Laboratori di Pace risponderanno mostrando il valore aggiunto di un coinvolgimento dello stato colombiano nei progetti finanziati dalla Unione Europea. Abbiamo infatti visto che la loro attuazione sarebbe stata condizionata al rispetto delle raccomandazioni internazionali in materia di diritti umani, minacciando, nel caso di una loro inosservanza, "di lasciare affondare ogni aiuto". Quello che è successo in seguito invece va nella direzione opposta rispetto queste dichiarazioni di intenti: mentre il 3 e 4 febbraio 2004 il governo Uribe incassa l'approvazione internazionale ed ulteriori finanziamenti per i progetti di sviluppo, le organizzazioni di monitoraggio del rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario denunciano i danni della ormai avviata ed incontrollabile smobilitazione dei blocchi paramilitari in un clima di generale impunità per i crimini commessi dalle formazioni paramilitari, con la legalizzazione dei beni illeciti delle strutture paramilitari ottenute con la violenza ed un ingresso degli smobilitati in formazioni, come la guardia contadina ed i guardaboschi, volte ad aumentare il coinvolgimento  della società civile nella guerra[200].

 

Tutto ciò senza la benché minima capacità di veto dei finanziatori dei progetti internazionali. Anzi le politiche del governo Uribe sembrano trovare una breccia anche tra quelle ONG impegnate nei progetti di cooperazione citati. Mentre molte organizzazioni denunciano il progetto autoritario del governo Uribe, nei documenti di programmazione del PDPMM, che ormai ha assunto un vincolo oggettivo e diretto con l'ACCI, si legge come

 

“después de un periodo aparentemente critico en las relaciones entre el gobierno nacional y las ONG, se da un respaldo importante a la propuesta surgida desde el Laboratiorio de Paz del Magdalena Medio, mediante la aprobación de un segundo Laboratorio de Paz, que cuenta con respaldo y contropartita del Gobierno Nacional.”[201]

 

 

Non sembra abbia funzionato l'idea della pressione internazionale per un indirizzo delle politiche colombiane in una prospettiva di maggiore rispetto dei diritti umani. È avvenuto invece il contrario: l'utilizzo degli strumenti e delle relazioni, da parte di organi governativi colombiani dei progetti e dello strumento della cooperazione internazionale come cavallo di troia per la legittimazione delle sue politiche. Intanto continua con sempre maggiore brutalità, la guerra e si moltiplicano gli omicidi selettivi contro sindacalisti, politici di opposizione e giornalisti.[202]

 

Concretamente i cospicui finanziamenti del primo Laboratorio di Pace nel Magdalena Medio, vengono erogati in tre diverse fasi: al momento dell'approvazione del Laboratorio, per il progetto operativo annuale (POA) del 2003 e per quello del 2004 conclusivo della programmazione del primo laboratorio di pace. (vedi tabella 1).
 

 

Presupuesto por Rubros y Fuente de Financiación (en euros)

 

 

Cuadro general de presupuesto poa 2004

 

 

Laboratorio de Paz en el Magdalena Medio

 

RUBROS

CONVENIO DE FINANCIACION

POP 2002

(EJECUCIÓN PRESUPUESTAL)*

POA 2003

(EJECUCIÓN PRESUPUESTAL)*

POA 2004

(SALDO POR EJECUTAR)

 

 

 

 

País

 

UE

 

País

Total

UE

 

País

Total

UE

País

Total

 

 

 

 

APORTEC.E.

Beneficiario

Total

 

 

Beneficiario

 

 

 

Beneficiari

 

 

Beneficiario

 

 

 

 

1. Servicios

1.050.000,00

200.000,00

1.250.000,00

40.315,62

-

40.315,62

73.901,82

-

73.901,82

935.782,57

200.000,00

1.135.782,57

 

 

 

1.1. Asistencia Técnica Europea

500.000,00

 

500.000,00

-

-

-

-

-

-

500.000,00

-

500.000,00

 

 

 

1.2. Asistencia Técnica Local

100.000,00

100.000,00

200.000,00

18.873,32

-

18.873,32

31.384,87

-

31.384,87

49.741,81

100.000,00

149.741,81

 

 

 

1.3. Auditoría, Evaluación y

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Monitoreo

50.000,00

 

50.000,00

-

 

-

-

-

-

50.000,00

-

50.000,00

 

 

 

1.4. Estudios

300.000,00

100.000,00

400.000,00

21.442,30

-

21.442,30

8.197,78

-

8.197,78

270.359,93

100.000,00

370.359,93

 

 

 

1.5. Intercambio de experiencias

100.000,00

 

100.000,00

-

-

-

34.319,17

-

34.319,17

65.680,83

-

65.680,83

 

 

 

2. Suministros

250.000,00

120.000,00

370.000,00

45.934,26

100.000,00

145.934,26

75.275,46

-

75.275,46

128.790,28

20.000,00

148.790,28

 

 

 

2.1. Equipamientos

200.000,00

100.000,00

300.000,00

45.934,26

100.000,00

145.934,26

72.287,23

-

72.287,23

81.778,51

-

81.778,51

 

 

 

2.2. Otros

50.000,00

20.000,00

70.000,00

-

 

-

2.988,24

-

2.988,24

47.011,76

20.000,00

67.011,76

 

 

 

3. Obras

-

 

-

-

 

-

-

 

-

-

-

-

 

 

 

4. Fondo de financiación de

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

proyectos

12.420.000,00

1.300.000,00

13.720.000,00

-

-

-

1.702.640,86

6.419,81

1.709.060,67

10.717.359,14

 1.293.580,19

12.010.939,33

 

 

 

5. Información y visibilidad

100.000,00

 

100.000,00

1.193,66

-

1.193,66

16.264,99

-

16.264,99

82.541,35

-

82.541,35

 

 

 

6. Gastos de funcionamiento

664.400,00

600.000,00

1.264.400,00

31.035,69

228.946,45

259.982,14

148.297,94

231.590,77

379.888,71

485.066,37

139.462,78

624.529,15

 

 

 

6.1. Personal Local

314.400,00

499.000,00

813.400,00

-

172.536,78

172.536,78

78.295,96

221.410,44

299.706,40

236.104,04

105.052,78

341.156,82

 

 

 

6.2. Otros

350.000,00

101.000,00

451.000,00

31.035,69

56.409,67

87.445,36

70.001,98

10.180,33

80.182,31

248.962,34

34.410,00

283.372,34

 

 

 

TOTAL PARCIAL

14.484.400,00

2.220.000,00

16.704.400,00

118.479,22

328.946,45

447.425,67

2.016.381,07

238.010,58

2.254.391,65

12.349.539,70

1.653.042,97

14.002.582,67

 

 

 

7. Imprevistos

315.600,00

 

315.600,00

-

-

-

-

-

-

315.600,00

-

315.600,00

 

 

 

T O T A L

14.800.000,00

2.220.000,00

17.020.000,00

118.479,22

328.946,45

447.425,67

2.016.381,07

238.010,58

2.254.391,65

12.665.139,70

 1.653.042,97

14.318.182,67

 

 

 

 

Fonte: www.pdpmm.org.co
La maggior parte di finanziamenti vengono elargiti, secondo i dati forniti dallo stesso PDPMM nel 2004. I progetti si dividono in 4 componenti (vedi tabella 2)

 

 

COMPONENTE

LÍNEA

PROYECTOS

OPERADOR

 

 

Espacios Humanitarios

Distintas Entidades

 

ESPACIOS HUMANITARIOS

Observatorio Regional

CDPM M

 

 

Propuesta Educativa para la población carcelaria y menores infractores de B/Brmeja

Parroquia Sagrado Corazón de Jesús

 

PROTECCIÓN DE DERECHOS

Salud sexual y Reproductiva

Administraciones Municipales, Hospitales y CDPMM

 

 

Acciones afirmativas para mujeres en el M.M.

CINEP

 

 

Fortalecimiento de la Red de Jóvenes del M.M.

AGJ

 

SECTORES POBLACIONALES

 

 

 

 

Diálogos de paz desde la Diócesis de Marangue

Diócesis Magangué

 

 

Red Prodepaz

Red Prodepaz

 

 

Seguridad Alimentaría

OBUSINGA

DE RECHOS HUMANOS Y CULTURA DE P A Z

COMUNICACION Y CULTURA PARA LA CONSTRUCCION DE REGIÓN

Comunicación para la paz

CDPMM

 

 

Redes de de emisoras comunitarias

AREDMAG

 

 

Cultura por la paz en el M.M.

ORGANIZACIONE DE GESTORES CULTURALES

 

CONSTRUCCION DE ESCENARIOS

Fortalecimiento del Movimiento de mujeres contra la guerra

(II Fase)

OFP

 

 

 

 

 

DE PAZ

Mesa regional sobre el problema de la tenencia de la tierra como facto

CDPM M

 

EDUCACIÓN

EBIDS

CINEP - ORGANIZACIONES CAMPESINAS

 

 

SAT

Diócesis Marangue/Cordocar

 

 

Escuela de formación campesina para la convivencia y la democracia

CINEP

PRODUCTIVO

FINCA CAMPESINA

Cacao

ECOCACAO

 

 

Palma campesina

CDPMM

 

 

Caucho y maderables

Universidad Distrital

 

 

Ganadería sostenibles

INUPAZ-CORPOICA

 

 

Frutales y hortalizas

Asociación Bananito Bocadillo, Asociación Morellia

 

ECONOMÍA DE PUEB

OS

Fortalecimiento dey Aguachica

las economías populares en B/Bermeja

MERQUEMOS JUNTOS - A SOMEDA

 

 

Fomento del

desarrollo de

la

industria del

M.M.

FUNDESMAG-Organizaciones de la región

 

PROPUESTA

MUNICIPAL

Fortalecimiento Institucional de Regional del Magdalena Medio

la Def

ensoria del

Pueblo

CDPMM

 

 

 

 

 

SISTEMA

Fortalecimiento Institucional de INUPAZ

INUPAZ

FORTALECIM

IENTO INSTITUCIONAL

REGIONAL DE PLANEACIÓN

 

 

 

 

Fortalecimiento espacios de participación y del sistema Regional de Planeación Participativa del M.M..

 

SISTEMA REGIONAL DE PLANEACIÓN -CDPMM

 

RECURSOS HÍDRICOS Y NATURALES

Plan de Manejo Integral de la Ciénaga Paredes Puerto Wilches - Sabana de Torres)

 

APRODEWIL

 

 

Propuesta ambiental para el desarrollo sostenible del sector pesquero en el Magdalena Medio

Asociaciones de pescadores

INFRAESTRUCTURA

Obras complementarias

y obras adicionales al POA 2003

Contratistas

 

 

 

- Diritti umani e cultura di pace;

- Progetti produttivi;

- Rafforzamento delle istituzioni;

- Infrastrutture.

 

Per quanto riguarda la prima componente, sono disposte diverse linee di intervento: il fulcro dei progetti di sviluppo dei diritti umani e della cultura di pace riguarda la creazione degli spazi umanitari (EH), dove sia possibile trovare uno sbocco alla guerra mediante la costruzione di spazi di democrazia e monitoraggio del diritto internazionale umanitario. Buona parte dei fondi dei Laboratori di Pace, (circa il 30% del totale) vengono indirizzati nel progetto degli spazi umanitari. Gli EH vengono costruiti in 12 zone considerate critiche per il persistere del conflitto tra gli attori armati[203]. La linea di programmazione della costruzione degli EH chiede di privilegiare l'incontro con le organizzazioni internazionali, nazionale e locali che lavorano in materia. Nella pratica, però i PDPMM ed i Laboratori di Pace vengono accusati da diverse organizzazioni sociali preesistenti sui territori del Magdalena Medio di voler scavalcare con organizzazioni e progetti di natura sociale, politica ed economica, le organizzazioni già operanti sul territorio.

 

Confida un ex-dirigente del PDPMM e leader campesino:

 

“Llegan como paracaidistas con sus proyectos que realmente son de ellos aunque se ha formado un núcleo local. Los proyectos no son de la comunidad y es por eso cuando son amenazados nadie sale a defenderlos pues, la gente no se siente que esos proyectos son de ellos”.[204]

 

 

Si legge nei documenti “Resumen Ejecutivo” e “Antecedentes” relativi al 2003 che i punti di debolezza sui quali lavorare sono dati soprattutto dall'avanzare troppo lento dei progetti rispetto alle tabelle di marcia. La trasformazione del mondo della cooperazione internazionale in un modello molto vicino al mondo aziendale con i suoi relativi codici evidenzia in parti differenti del mondo uno svilupparsi della cultura della cooperazione basata sui parametri dell'efficienza. L'unico problema è che questi sono parametri dettati dalla nostra cultura ed idea di sviluppo e sicuramente differenti da quelli dove i processi di assimilazione comunitaria richiedono altri tempi, né più lenti, né più rapidi, ma semplicemente differenti. José Luis Campo, rappresentante della Piattaforma di ONG Europee impegnate in Colombia denuncerà alla riunione di Barcellona sulla Cooperazione ed i Diritti Umani in Colombia la richiesta di un'agenzia del PDPMM ad una comunità del Magdalena Medio coinvolta nei piani di sviluppare in un mese un Plan Operativo Locale da inserire nel Piano Operativo Annuale del PDPMM. Possiamo immaginare, dati gli ingenti investimenti delle componenti del POA in territori dove la maggior parte della gente vive con meno di 2 dollari al giorno come la velocità richiesta nell'organizzazione, (motivata dagli interessi degli organismi finanziatori desiderosi di mostrare i risultati ottenuti) possa provocare fratture sociali e comunitarie consistenti.

 

Le stesse dichiarazioni sulla bontà,[205] in prossimità di elezioni locali, di quei sindaci vicini al PDPMM rischia di condizionare ed alterare dinamiche democratiche già molto precarie in questa regione della Colombia.

 

Nonostante le dichiarazioni di intenti nel coinvolgere le organizzazioni sociali già esistenti ed operanti nel Magdalena Medio il PDPMM dimostra in diverse occasioni un atteggiamento di disconoscimento e delegittimazione verso quelle organizzazioni i cui obiettivi non coincidono con i Piani. Si scorge inoltre tra le righe delle proposte di programmazione ed organizzazione un atteggiamento di sufficienza per questi processi autonomi, ma da tempo radicati nel territorio del Magdalena Medio, partendo dal presupposto che i PDPMM e le sue articolazioni (come i Laboratori) siano la migliore e forse unica possibilità di trasformazione dell'area.

 

“Con respecto a las formas de trabajo, uno de los más significativos y trascendentales logros del PDPMM es el desarrollo de habilidades y capacidades de trabajo en equipo, rompiendo con las inercias culturales y económicas propias de estas regiones donde los individuos tienden al aislamiento y a la dispersión [...]”[206]

 

 

Vi è in questa pretesa un modo di porsi che potremmo definire ideologico in quanto radicato nell'atteggiamento di sufficienza dei paesi del nord del mondo rispetto all'intervento in altri territori del globo, moderno retaggio delle vecchie forme di colonialismo. Quello che vi è semplicemente da evidenziare per confutare queste tesi e questi atteggiamenti sono i fatti. Abbiamo dimostrato, nella prima parte di questo capitolo come le strategie di intervento dei paramilitari, soprattutto a Barrancabermeja, ma anche nelle zone rurali, abbia dovuto scontrarsi con le resistenze non solo militari della guerriglia, ma con quelle praticate da organizzazioni sociali presenti capillarmente nei quartieri della città petrolifera e nelle aree rurali. Differenti organizzazioni non governative operanti nei Laboratori di Pace arriveranno a negare ciò parlando di un ingresso indolore delle formazioni paramilitari nella regione e in particolare a Barrancabermeja. I fatti, le violenze, i morti, le minacce, dimostrano che così non fu, inoltre non solo fu viva e determinata la resistenza all'ingresso paramilitare, soprattutto in quelle zone dove più radicata era l'organizzazione sociale, ma questa resistenza, in forme sempre più difficili e drammatiche, continua tuttora.[207] Scrivono alcune ONG partecipanti ai Laboratorios, in un documento interno relativo alle critiche mosse ai progetti:

 

“Los paramilitares, aunque sea difícil decirlo, fueron recibidos por una parte significativa de la población de Barrancabermeja como gente que estaba liberando la ciudad. No hubo como dice el estudio [la strategia integrale del paramilitarismo nel Magdalna Medio di Colombia] una resistencia fuerte en ninguna de las comunas de la ciudad. La ola de asesinatos, que entre Diciembre 2000 y Abril de 2001 era de 4 a 5 en promedio diario, fue justificada por la población, los gremios y los medios de comunicación, como el costo necesario para erradicar a la Guerrilla.”[208]

 

 

Grave è il metodo con cui si confutano gli studi critici sul PDPMM e sui Laboratorios de Paz, ovvero tramite accuse ad organizzazioni storicamente esistenti e riconosciute sui territori e con considerazioni che possono essere molto pericolose per l'incolumità politica e fisica di tali organizzazioni dato il livello di violenza nelle zone in questione. Tanto più se queste accuse vengono fatte per mezzo di documenti interni la cui portata e diffusione arriva dove necessario, ma, nello stesso tempo, non può essere dibattuta in un ambito pubblico. Si legge ancora in questo documento interno circa la confutazione delle fonti usate in una investigazione che critica il PDPMM:

 

“Las fuentes testimoniales y documentales del Estudio provienen principalmente de tres organizaciones sociales: La Asociación de Campesinos del Valle del Río Cimitarra (ACVC), La Mesa Regional de Trabajo Permanente por la Paz del Magdalena Medio y la Corporación Regional de Defensa de los Derechos Humanos (CREDHOS). Las informaciones provenientes de estas organizaciones sociales, con una trayectoria conocida en el territorio del Magdalena Medio tanto por sus luchas y reivindicaciones, como por sus afinidades ideológicas y políticas, deben estar sujetas a la verificación...”[209]

  

 

Parlando di “affinità ideologiche e politiche” si fa neanche troppo velatamente allusione ad una connivenza ed alla convergenza con una “traiettoria conosciuta” con le guerriglie. In Colombia basta molto meno per essere accusati di terrorismo e queste sono in pratica le stesse argomentazioni utilizzate dall'attuale governo per giustificare azioni repressive di ogni genere tra cui deportazioni e carcerazioni massive di intere comunità, peraltro senza prove, ma che nel quadro dello “Statuto Antiterrorista” e della “Sicurezza Democratica” permettono allo stato colombiano di procedere alla repressione di queste organizzazioni, alla carcerizzazione dei suoi attivisti nonché spianare la strada ai paramilitari che trasformano immediatamente gli attivisti in “obiettivi militari”.

 

 

 

5.1        I progetti produttivi del PDPMM e le “alleanze strategiche”

 

 

Una parte consistente dei progetti di sviluppo dei laboratori di pace riguarda, alla voce “progetti produttivi”, progetti riguardanti lo sviluppo della cosiddetta “Finca Campesina”:

 

“el Laboratorio de Paz reafirmará que la viabilidad de la economía campesina es vital para la construcción de un escenario de paz en la región. En un territorio de desplazamientos forzados por la guerra y el mercado el Laboratorio establece la ocupación productiva de las tierras de la región por sus propios pobladores capacitados, organizados, y en armonía con la naturaleza. Los proyectos desarrollan transformaciones tecnológicas, exploración de nuevos mercados, viabilización de crédito y establecimiento de alianzas para la comercialización, en un esfuerzo por armonizar desarrollo económico con condiciones de equidad y convivencia. »[210]

 

 

Nella pratica la volontà di “organizzare”, da parte dei Laboratori di Pace, le piccole famiglie contadine comprende, come fattore fondamentale la costituzione di “alleanze strategiche” tra piccoli produttori ed organizzazioni leader nel settore industriale: grandi imprese e multinazionali che assicurano uno sbocco nazionale ed internazionale dei prodotti. Queste alleanze sono state fortemente criticate dalle organizzazioni regionali, in primis la ACVC (Asociación Campesina del Valle del Río Cimitarra), in quanto producono un rapporto di forza sicuramente asimmetrico tra i contadini e le piccole cooperative e le grandi imprese agroindustriali che acquistano i prodotti:

 

“Sin embargo los empresarios e intermediarios comerciales y procesadores constituyen gremios con poder relativo con respecto a los campesinos y la asociación entre ellos no es simétrica ni equilibrada. Los campesinos requerirían de una organización propia y autónoma lo suficientemente fuerte para negociar contratos ventajosos.” [211]

 

 

Le alleanze strategiche nascono con il governo Pastrana tramite il piano di sviluppo agrario "Cambio para construir la paz":

 

Esto se entienden como procesos socio económicos generados alrededor de una actividad principal en la cual las comunidades rurales se integren con el sector empresarial en alianzas estratégicas dentro de proyectos productivos exitosos ya emprendidos o con altas probabilidades de competitividad... Esta estrategia contará además de los recursos del sector privado, con fondos públicos y originados en el Fondo para la Paz y en cooperación internacional.[212]

 

 

I fondi in un primo momento arriveranno, come per i Laboratori di Pace, da finanziamenti della Banca Mondiale desiderosa di intervenire nell'ammodernamento e nella trasformazione dei criteri produttivi dell'agricoltura colombiana già fortemente provata dal quasi monopolio agricolo (la riforma agraria mai compiuta costituisce in Colombia uno dei nodi centrali) e dalla guerra. La Banca Mondiale, il 22 Gennaio 2002 approva, quasi simultaneamente con i fondi per il PDPMM, un finanziamento di 32 milioni di dollari per appoggiare questo meccanismo di associazione produttiva tra  le comunità rurali ed il settore privato dell'agroindustria. Il progetto generale (che ammonta a circa 52 milioni di dollari) si pone l'obiettivo di una trasformazione radicale in chiave neoliberista dell'agricoltura colombiana privilegiando la produzione da esportazione e la reintroduzione di nuove forme di monocoltura, prima fra tutte quella della palma africana. Per fare questo vi è bisogno, secondo la Banca Mondiale, dell'intermediazione delle organizzazioni di cooperazione internazionale. Il Magdalena Medio è una delle 8 aree pilota della Colombia dove si sperimentano le alleanze strategiche. Rileva lo studioso colombiano Hector Mondragón[213] come queste alleanze strategiche vengono sperimentate (o imposte) in zone a riconosciuto controllo paramilitare.

 

I “Laboratori di Pace” conservano ed implementano l'impianto delle “alleanze strategiche”. Nonostante i documenti dei “Laboratori” tendano ad illustrare la bontà ed il carattere innovativo di queste alleanze tra produttori, le associazioni contadine, come la già menzionata ACVC, denunciano tali alleanze come modelli di asservimento dei piccoli contadini, verso i grandi monopoli con il risultato di una tendenziale perdita di potere di contrattazione dei piccoli contadini ed una loro progressiva pauperizzazione e proletarizzazione:

 

Se trata con este sistema de incrementar los rendimientos monetarios por hectárea sin alterar en lo absoluto la estructura de tenencia de la tierra. Las alianzas son el remedio legal para eludir las obligaciones con los trabajadores agrarios desposeídos. Al volver socio al trabajador, el latifundista ahorra en jornales y elimina las horas extras y las prestaciones sociales. La clase propietaria considera que la administración de las alianzas deben conservarla ellos 'dada su experiencia'.[214]

 

 

Nella pratica queste alleanze strategiche implementate dai Laboratori di Pace consistono in obbligazioni di vendita dei prodotti da parte dei contadini per un periodo medio di dodici anni. L'impresa a cui il contadino è obbligato a vendere è la stessa che gli fornisce tecnologia ed assistenza e scala dal premio di produzione il debito contratto dal contadino per l'assistenza. I contratti sono di compra-vendita ovvero si stabiliscono al momento della consegna della merce. Basta questa rapida e superficiale spiegazione del funzionamento dei contratti delle “alleanze strategiche” per comprendere l'asimmetria del rapporto: è certamente molto facile un indebitamento del contadino posto, solo ed in modo diretto, di fronte al fluttuare dei prezzi dei mercati globali, contadino che può contare generalmente solo su di un piccolo appezzamento che non gli garantisce le possibilità di manovra delle grandi aziende (soprattutto se produce una pianta dal ciclo lungo come la palma africana) e che parte già indebitato con l'azienda con cui stringe l'alleanza.

 

Buona parte di queste alleanze strategiche riguardano, abbiamo detto, la produzione della palma africana. La coltivazione di questa pianta, voluta dai progetti della Banca Mondiale, ha trovato un ostacolo nella ferma protesta, da parte delle organizzazioni locali, di questa nuova forma di monocoltura. I Laboratori di Pace prevedono lo stanziamento di ingenti somme in progetti di “Palma Contadina”, modo per definire eufemisticamente la produzione della palma africana. Per l'importanza che questa pianta riveste nelle strategie economiche globali sarà utile soffermarsi più accuratamente in una riflessione su di essa  in quanto abbiamo visto come la maggior parte dei progetti agricoli fin qui analizzati in un modo o nell'altro hanno a che fare con il ciclo di produzione, raffinazione e commercio della palma.

 

 

 

5.2       Il nodo della Palma Africana

 

                 

     “Il cibo è un arma in un mondo in guerra”

 

                            doc. U.S.A. “Santa Fé I”[215]

 

 

 

La produzione di palma africana (palma aceitera) si è moltiplicata negli ultimi anni nelle regioni tropicali di America Latina, Africa e Asia.[216] Secondo un censimento dell'attuale governo colombiano, al momento del suo insediamento, sul suolo colombiano venivano coltivati 175 mila ettari di palma africana, l'obiettivo governativo è quello di raggiungere, nei prossimi 10 anni, la cifra di 10 milioni di ettari coltivati a palma africana,[217] insomma un vero e proprio regime di monocoltura agricola. Le ragioni dell'aumento della produzione risiedono nel rinnovato interesse per il prodotto di questa pianta da parte dei paesi del Nord del mondo (il commercio mondiale di olio di palma ha raggiunto la cifra del 40% del commercio totale di olio)[218]. Inoltre si pensa che questo prodotto sarà una delle fonti principali di produzione, in futuro, di biodisel;[219] in questo caso la sua importanza assumerebbe nel panorama globale caratteri ancora più rilevanti. La palma è originaria dell'Africa Occidentale dove viene da sempre utilizzata dalle popolazioni locali per l'estrazione dell'olio, ma anche per la produzione di fibre vegetali ed a scopi alimentari e curativi, inoltre piccoli animali, utilizzati come alimento dalle popolazioni locali, trovano rifugio tra le cortecce secche delle palme morte.[220]

 

La pianta produce olio intorno ai 20 anni di età, però la selezione e soprattutto la modificazione genetica della pianta hanno portato nuovi tipi di palma africana ad essere produttivi già nei primi anni di vita. Il rinnovato interesse delle transnazionali del campo alimentare per questa pianta ha visto un suo lento imporsi nel settore con una graduale sostituzione delle produzioni a monopolio statale e delle piccole e medie piantagioni contadine con moderni latifondi agroindustriali. L'ingresso della palma nei flussi commerciali internazionali inizia già all'inizio degli anni 50 in Asia (Malesia, Indonesia, Tailandia, Filippine, Cambogia, India), America Latina (Ecuador, Colombia, Brasile, Honduras, Messico, Perù, Venezuela, Costa Rica, Guatemala, Nicaragua) ed in Africa si è avuta una moltiplicazione di terreni utilizzati per la coltivazione nelle zone di origine della palma (Nigeria, Congo, Guinea, Ghana, Camerun).[221] Nelle ultime 2 decadi diventa fattore strategico nel commercio internazionale con la competizione commerciale con prodotti leader del settore come la soia. I presupposti competitivi su cui può contare la produzione di palma africana sono mano d'opera a basso costo ed in generale scarso rispetto dei diritti sindacali ed una facile possibilità di recupero della terra sottratta alle popolazioni locali per lo sviluppo della coltura. In moltissimi casi la confisca delle terre è stata praticata in totale diniego del diritto internazionale umanitario e delle leggi consuetudinarie che prevedono l'utilizzo della terra per le popolazioni indigene abitanti ancestralmente tali luoghi.[222] Inoltre in molte regioni agli espropri si sono aggiunte condizioni lavorative drammatiche e la commistione tra controllo delle attività da parte di grandi monopoli ed utilizzo della violenza per regolare i rapporti tra lavoratori ed impresa. Ciò è stato per esempio rilevato da diverse inchieste in Colombia dove sono state conclamate un numero altissimo di violenze da parte strutture paramilitari e dallo stesso esercito colombiano contro lavoratori e sindacalisti del settore. Un'inchiesta del PDPMM affermerà:

 

“Es notario en estas empresas palmeras, las violaciones a los derechos humanos de los trabajadores sindicalizados por grupos paramilitares y fuerzas armadas que causan crímenes, torturas, desplazamiento forzado, desapariciones de dirigentes y trabajadores de base. Los conflictos también se presentan por detenciones, en que se sindica de delincuentes y subversivos a los trabajadores”. [223]

 

 

Quello che è certo è che il ciclo di produzione della palma africana in Colombia tende ad aumentare esponenzialmente e ad essere considerato un prodotto leader del settore. L'implementazione di questa coltura è stata portata avanti, seppur in forme diverse ma non contrapposte, tanto dall'attuale governo colombiano (fedele alle direttive in materia di esportazione della Banca Mondiale), quanto dai progetti della componente sociale del Plan Colombia (che prevedono la sostituzione della palma africana alla pianta della coca[224]), ma anche dai progetti relativi alle attività produttive dei “Laboratori di Pace” del PDPMM.

 

Altro effetto considerevole dell'aumento esponenziale delle aree tropicali coltivate a palma - insieme ai processi di sviluppo tecnologico che hanno condotto ad una crescita della produttività per ettaro -, è la tendenza verso un continuo abbassamento dei prezzi: negli ultimi 5 anni si è avuto un dimezzamento del prezzo dei prodotti della palma africana.[225] Ciò è stato uno dei volani che ha reso i prodotti della palma africana molto competitivi sui mercati mondiali portandoli a gareggiare con prodotti simili ritenuti “egemoni” nel settore, come la già citata soia. Queste operazioni economiche, sostanzialmente decise nei mercati del nord del mondo, hanno  un contraccolpo negativo per i contadini ed i braccianti del sud. In primo luogo i piccoli contadini che ancora possiedono discreti appezzamenti di palma africana o che sono stati incentivati nella produzione della palma da piani di sviluppo come quelli della componente sociale del Plan Colombia o del PDPMM, hanno a che fare con una pianta il cui ciclo di vita è notevolmente lungo perciò risulta loro impossibile modificare e diversificare la produzione rispetto agli andamenti del mercato come avviene per altri prodotti agricoli. Inoltre la maggior parte della produzione della palma è ormai a livello mondiale nelle mani delle transnazionali del settore (INDUPALMA in Colombia ed Ecuador, United Fruit in Nicaragua, SOCAPALM in Camerun ecc.) che possono contare anche nei momenti di crisi sui finanziamenti della Banca Mondiale e di altri organismi internazionali propensi allo sviluppo nelle zone tropicali di questo tipo di colture e di ciclo di produzione. I piccoli contadini si trovano invece in una posizione fortemente svantaggiata. Stipulano, con contratti detti “forward”, una relazione della durata di 10-12 anni con l’impresa a cui venderanno il prodotto a condizioni prestabilite, in cambio l'azienda offre al piccolo produttore assistenza tecnica e tecnologie il cui valore commerciale sarà scalato dal pagamento della merce. Vi è poi da aggiungere che la produzione di palma si inserisce in una forte competizione da parte di tutte le imprese del settore. L'effetto è una corsa continua verso l'aumento della produzione (cosa che il piccolo contadino non può logicamente fare), e per abbassare i costi di produzione. Uno degli effetti di questa dinamica consiste nel far gravare i rischi relativi alle variabili di produzione sulle spalle dei contadini. Sono sempre più frequenti le stipulazioni di contratti a brevissimo tempo miranti ad assicurare una produttività sempre più alta e controllabile.[226] Abbiamo già precedentemente analizzato questa  così detta “alleanza strategica” indicandola come uno dei nodi dei progetti di finanziamento dell'Unione Europea in questa regione.

 

Altro fattore non trascurabile nel ciclo di produzione della palma africana sono i danni ambientali prodotti dalla monocoltura. Se infatti è da notare che la palma, come spiegano molti studi scientifici è un ottimo “fissatore” di monossido dì carbonio,[227] bisogna altresì tener conto che l'utilizzo di migliaia di ettari di terra trasformati in monocolture hanno causato la distruzione di altrettante migliaia di ettari di bosco tropicale e la perdita, per sempre, dell'80% della biodiversità ivi presente.[228] Gli animali con una maggiore capacità di adattamento hanno trasformato la loro alimentazione ed il loro habitat rispetto alla palma. Per eliminare questi animali ritenuti dannosi alla produttività della pianta, vengono prodotto pesticidi che contribuiscono ad un ulteriore aumento dell'inquinamento di terra, aria e falde acquifere prossime alla coltivazione. A questo va ad aggiungersi l'erosione dei terreni tropicali: la perdita dei boschi tropicali soppiantati dalla palma espongono queste terre alle piogge che qui cadono per buona parte dell'anno.

 

In questa breve digressione sulla palma africana non si è voluto mettere in evidenza la dannosità di una pianta molto ricca e da sempre centrale nel ciclo di vita di molte popolazioni dell'Africa occidentale; semmai si è cercato di evidenziare le dinamiche che hanno portato ad un modo produzione, raffinazione e commercio che ha generato un ulteriore sistema di monocoltura nonché i danni derivati da questo sistema.

Nel caso specifico colombiano la costituzione della piantagioni di palma africana sono state accompagnate, abbiamo visto, da un'ulteriore recrudescenza del conflitto. 

 

Rimanendo in Colombia e tornando nel Magdalena Medio, un ulteriore dubbio sorge attorno ai progetti (Plan Colombia, Plan de Integración Macroeconómico, PDPMM) che collegano lo sviluppo ad un prodotto totalmente dipendente dalle logiche e dagli equilibri mondiali fragili. Il dubbio è acuito dalla particolarità del conflitto colombiano: una guerra a macchia di leopardo che ha prodotto drammatiche condizioni di sfollamento interno e blocchi economici che affamano vaste aree del paese, in questa situazione la ricerca dell'autonomia alimentare dovrebbe essere la prima meta di ogni progetto di sviluppo[229] mirante alla produzione prima di tutto di risorse destinate alla soddisfazione delle esigenze locali ed in seconda battuta al commercio verso l'esterno.[230]
 

 

 

5.3       Ritorno alla strategia integrale del Paramilitarismo

 

 

La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto, è stato far credere al mondo che lui non esiste e come niente... sparisce

 

I soliti sospetti

 

 

Confrontando una serie di tabelle sui piani di sviluppo della Comunità Europea con i luoghi dove si è avuta in un modo più strutturato l'incursione delle formazioni paramilitari, alcuni elementi paiono sovrapporsi. Se, per esempio, consideriamo la tabella qui in basso relativa ad una serie di interventi,

 

 


 

noteremo come su tredici comuni, in ben dieci le amministrazioni locali si opposero, guidati dalla già citata Asocipaz, in maniera legale ed illegale alla carovana internazionale di cui abbiamo scritto (Caravana Internacional por la Vida en el Sur de Bolívar).

 

Gli esponenti del PDPMM riconoscono la realtà di queste contraddizioni e le affrontano parlando di un confronto tra tutti gli attori del Magdalena Medio e della Colombia. Abbiamo visto, nel terzo capitolo di questa tesi e nei precedenti paragrafi di questo, i limiti degli schemi ideali di intervento una volta messi a lavoro.

 

Merita infine attenzione tornare sulle tesi di Libardo Sarmiento Anzola sulla trasformazione delle formazioni paramilitari. Abbiamo visto come il ciclo di trasformazione delle bande paramilitari risulta complesso, frammentato e contraddittorio al suo interno. Mentre molti blocchi seguono la via della smobilitazione, altri, nella seppur perversa logica della guerra, trovano molto più conveniente perseverare nell'azione militare. La legge di “Giustizia e Pace” dell'attuale governo Colombiano prevede uno sdoganamento dei battaglioni della morte in moderne formazioni militari che fanno il loro ingresso negli organi dello Stato o che entrano nel vastissimo mercato delle compagnie di sicurezza privata florido tanto in Colombia quanto all'esterno. Per fare questo c'è bisogno di un riconoscimento istituzionale che ecceda la sola trasformazione di una parte rilevante dell'impianto legislativo colombiano. Corrisponde questo passaggio in definitiva con la terza parte di quella che Libardo Sarmiento Anzola chiama la strategia integrale del paramilitarismo: il loro riconoscimento formale tramite le relazioni materiali che stringono con agenzie ed istituzioni nazionali ed internazionali. Prime tra tutte quelle della cooperazione internazionale.

 

 

 

Capitolo 6

 

ARMI, RETI, ONG

 

 

Qualsiasi cosa da cui l’umanità possa trarre vantaggio è anche in grado di arrecarle danno, vale a dire che non vi è nulla al mondo, oggi, che non possa diventare un’arma, il che impone alla nostra interpretazione del concetto di armi di avere una consapevolezza che superi qualsiasi limite

 

Q. Liang e W. Xiangsui “Guerre senza limiti”

 

 

 La rivoluzione sociale a venire sarà anche molecolare oppure non sarà. Sarà permanente, ingaggerà lotte di tipo quotidiano, coinvolgerà un'analisi costante delle formazioni di desiderio che concorrono all'assoggettamento alle formazioni di potere complici del sistema attuale, oppure sarà necessariamente recuperata dallo Stato e dalle burocrazie.

 

                 Felix Guattari

 

 

 

L'intervento umanitario si rimodella rispetto alle trasformazioni delle nuove guerre, dei nuovi equilibri globali e si plasma rispetto agli stessi strumenti con cui si mediano e concordano tali nuove simmetrie di potere.

 

I processi di cooperazione internazionale devono fare i conti con uno stato di guerra generale e che permea, condizionandola, tutti gli aspetti della vita umana[231]. Ciò avviene tanto che tali progetti siano funzionali ed utili agli interessi bellici quanto che ad essi si oppongano e confliggano con la macchina bellica e le sue prospettive.

 

Nell'epoca degli Stati Nazione la guerra, anche se in forme complesse, era sostanzialmente combattuta tra stati sovrani, ovvero stati che detenevano il monopolio della sovranità nei loro territori e che usavano l'arma estrema del conflitto per violare le reciproche sovranità ed alterare gli equilibri di potere. È in questo panorama che si sviluppa la guerra simmetrica, ovvero una guerra che si muove in un campo in cui due stati detengono sui propri territori l'esercizio della sovranità e dove la possibilità della guerra è la risultante del calcolo della potenza dell'avversario rispetto alla propria. Il bipolarismo dell'ultima metà del secolo scorso è l'espressione più compiuta dell'idea di guerra simmetrica ed il principio della deterrenza, (la pace ottenuta tramite la paura dell'annientamento reciproco) uno strumento perverso ma efficace[232].

 

Il Vietnam segna un punto di non ritorno nell'evolversi delle pratiche e forse della filosofia stessa della guerra moderna. Il Vietnam prova che non ci sono armi che possono battere un esercito popolare informale che combatte mimetizzato sul suo territorio,[233] mettendo in discussione l'idea stessa di esercito regolare e di campo di battaglia. Inoltre un ruolo fondamentale nelle guerre indocinesi verrà giocato dalla comparsa della società civile globale.[234] Questi fenomeni avvieranno una riflessione in  seno agli apparati militari statunitensi sul senso e le tecniche della guerra e del controllo. Si iniziò a comprendere che non era più sufficiente in un'operazione di guerra la sola conquista militare dell'avversario. Questa ipotesi si avvalorò considerando l'evolversi della situazione nello storico cortile di casa statunitense dove il comando americano aveva posto a guida di numerosi stati latino-americani dittatori la cui repressione verso i movimenti sociali e popolari non aveva fatto altro che moltiplicare l'organizzazione delle forze rivoluzionarie. Inizia così a svilupparsi ed evolversi il concetto di guerra a bassa intensità.[235] Nei teatri delle nuove guerre bisognava limitare l'intervento diretto di truppe non indigene che non conoscevano in profondità il territorio del conflitto

 

“Cuando una guerra convencional limitada implica demasiados riesgos, las técnicas paramilitares pueden ser una manera segura y eficaz de utilizar la fuerza con fines politicos.”[236] 

 

 

 

Infine la caduta del blocco Sovietico e le trasformazioni ad essa collegate (come l'instabilità che assume la stessa idea di sovranità nazionale) hanno come effetto l'alterazione irrimediabile della stessa natura della guerra.

 

“L'implosione dell'impero sovietico, invece di decretare, come sentenziarono alcuni, la fine della storia, e dunque dei conflitti, per mancanza di contendenti, condussero la guerra pura al suo traguardo finale.”[237]

 

 

La guerra nell'attuale ordine globale non ha più il valore di uno strumento momentaneo di cui la politica si dota per continuare con altri mezzi, semmai diventa

 

“nella sua pura essenza,  la preparazione senza fine della guerra.”[238]

 

 

insomma

 

 “... essenzialmente una guerra politica. Perciò il suo campo di operazioni eccede i confini territoriali…l’essere umano dev’essere considerato come l’obiettivo prioritario in una guerra politica e come il bersaglio militare più importante. L’essere umano ha il suo punto più critico nella mente. Una volta raggiunta la sua mente, è stato vinto l’animale politico, senza ricevere necessariamente proiettili…Questa concezione della guerra politica richiede che le Operazioni Psicologiche si trasformino nel fattore determinante dei risultati. Il bersaglio è quindi la mente delle persone, la mente della popolazione; di tutta la popolazione. Delle nostre truppe, delle truppe nemiche, della popolazione civile.” [239]

 

 

Si delinea insomma una concezione sempre più fluida e mutevole del conflitto che denota l'urgenza di produrre una gamma di strumenti adeguati per i nuovi contesti.

 

“La guerra nell’epoca dell’integrazione tecnologica e della globalizzazione, ha privato le armi del diritto di caratterizzare la guerra e, introducendo un nuovo punto di partenza, ha riallineato il rapporto tra armi e guerra, mentre la comparsa di armi di nuova concezione e, in particolare, la comparsa di nuovi concetti di armi, ha reso gradualmente indistinto il volto della guerra.”[240]

 

 

dentro questo quadro risulta più evidente l'interesse e l'investimento sempre maggiore che governi e strutture militari danno all'intervento umanitario:

 

“Negli anni novanta le accademie militari USA avevano prodotto tesi quali “le relazioni tra esercito degli Stati Uniti e ONG negli interventi umanitari (1996) e L'interazione tra l'esercito degli Stati Uniti e organizzazioni di soccorso umanitario nell'ambito di episodi di portata limitata(1998)...

da quando [Bush] è alla casa bianca cerca di devolvere a charities, a enti privati di beneficenza tutti i compiti di assistenza sociale. Affidarsi all'estero all'azione delle Ong sembrava la naturale estrapolazione a livello planetario del modello sociale propugnato dagli USA.”[241]

 

 

L'ex segretario di Stato USA, Collin Powell, dirà nell'ottobre 2003: "Le ONG sono per noi un enorme moltiplicatore di forza, una parte importantissima della nostra squadra di combattimento".[242]

 

L'interesse adottato da militari e politici verso le Ong va, inoltre, al di là di un loro utilizzo come strumento di produzione di consenso e di ingerenza. Infatti questa attenzione, oltre a prodursi in e per contesti di guerra particolari, chiama in causa un rimodellarsi di forme e strutture delle organizzazioni politiche, civili, sociali e militari che si muovono all'interno dei nuovi assetti e dei nuovi equilibri globali:

 

«La multiplication des crises d'urgence depuis la fin de la guerre froide s'est accompagneè d'un dèploiement de plus en plus frèquent d'un nombre croissant d'acteurs civils et militaires pour faire face à la complexitè des situationes. La mise en ouvre d'une coopèration entre acteurs sur le terrain et à un niveau politico-strategique ètait alors jugeè nècessaire. L'administration americaine, suite à l'echec de l'intervention en Sommalie (1993) et en manque de coordinatio en Haiti (1994) entre organisations civiles gouvernamentales, non gouvernamentales (ONG) et militaires, avait lancè une reflexion stratègique pour amèliorer la coherence des rèponses multidimensionnelles aux crises.»[243]

 

 

Già nel 1993 David Ronfeldt, ricercatore della RAND[244] e John Arquilla docente della scuola Superiore della Marina Statunitense pubblicano un saggio dal titolo “Cyberwar is coming!”[245] in cui delineano i nuovi modi e le nuove forme della guerra in relazione alle trasformazioni apportate dalle innovazioni tecnologiche. Identificano, inoltre, in modo molto più generale, una nuova configurazione delle moderne strutture organizzate che trasformerà alla radice, prefigurano, la stessa essenza delle dinamiche conflittuali. Per i due  studiosi si sta passando ad un nuovo livello di produzione delle forme dell'organizzazione collettiva caratterizzato dal modello della rete.

 

Per i due autori si tratta di un passaggio epocale verso dispositivi di organizzazione sociale  reticolare.[246] Forma reticolare che modella anche i nuovi conflitti. Ronfeldt e Arquilla utilizzano a proposito il termine “netwar”:

 

“The term netwar refers to an emerging mode of conflict (and crime) at societal levels, short of traditional military warfare, in which the protagonists use network forms of organization and related doctrines, strategies, and technologies attuned to the information age.”[247]

 

 

Per gli autori i protagonisti della netwar si avvalgono delle nuove tecnologie che semplificano anzi modellano esse stesse l'organizzazione reticolare. Nei loro successivi studi, gli autori spiegano come l'organizzazione di queste strutture non sia data nello specifico da affinità ideologiche. Infatti, dicono,  l'organizzazione in forma reticolare è propria tanto di Al Quaeda come degli zapatisti in Messico,[248] di Hamas come dei cartelli della droga colombiani, delle triadi cinesi come dei movimenti sociali. Queste organizzazioni che tendono ad assumere la forma rete sono più efficaci di altre seppur con obiettivi simili ma che presentano strutture maggiormente gerarchiche. È sostanzialmente questa, per gli autori, la chiave di lettura della maggiore efficacia degli zapatisti rispetto alle altre guerriglie latinoamericane, delle triadi cinesi o dei cartelli colombiani rispetto a Cosa Nostra e di Hamas o Al Quaeda rispetto all'OLP. Primo effetto di questa equiparazione è l'indistinta identificazione di questi soggetti come nemici. All'interno di questo schema svanisce il concetto di “guerra giusta” elaborato dal diritto pubblico europeo fra la pace di Westfalia ed il congresso di Berlino del 1888 (cioè una guerra legittima in quanto combattuta da Stati sovrani) e tutte le azioni belliche diventano operazioni contro fuorilegge per antonomasia in quanto entità non riconosciute giuridicamente. Ogni conflitto diventa tanto un'operazione di polizia contro potenziali destabilizzatori del sistema quanto una azione di guerra volta ad annientare tali soggetti.[249] I movimenti sociali, le organizzazioni terroristiche, i cartelli criminali sono equiparati. Passaggio consecutivo la ricerca delle forme adeguate per la lotta a queste organizzazioni e la loro eliminazione o sussunzione.[250] Infatti i due autori interrogandosi sulle strategie belliche statunitensi trovano il loro limite nel prevalere del dato militare su una capacità complessiva di esercitare biopotere ed un'impostazione del conflitto ancora ferma ai concetti delle guerre interstatuali. Ciò, per i due autori è stato il limite maggiore della guerra statunitense in Afghanistan, guerra condotta contro lo Stato Talebano, ma la cui controparte era invece costituita da una rete, quella di Al Quaeda. Lo sciame di questa rete, una volta persa la guerra, è riuscito a dileguarsi nelle tribù nomadi al confine col Pakistan o in Africa occidentale (Guinea, Mali, Senegal). Per i due ricercatori quando si identifica una rete multidirezionale che opera a partire da un rifugio protetto, meglio lasciarlo intatto altrimenti si disperderà in giro per il mondo. Un approccio militare tipico della guerra interstatale è ormai inefficace, l'unico modo per sconfiggere una rete è utilizzarne un'altra. Nei conflitti dell’era dell’informazione le reti sono nettamente avvantaggiate: nella battaglia contro una rete non c’è una testa da tagliare per paralizzarla, difesa e attacco si confondono. Per combattere una rete serve una rete. Appoggiarsi ad altre strutture che si basano sull'organizzazione in rete è l'unica possibilità di uscire da questa drammatica impasse.[251] È a questo punto della loro riflessione che l'attenzione verso le ONG diventa centrale. Gli autori propongono di far ricorso alle reti nate all'interno della società civile ed unirle con quelle strutture, come i servizi di intelligence che ben prima dell'età della “netwar” caratterizzavano il loro lavoro con azioni molecolari e reticolari.

 

Per gli autori insomma un investimento sulle ONG costituisce il migliore approccio alle nuove forme del conflitto.[252]

 

“What is new is the looming scope and scale of this sensory apparatus, and its increasing inclusion of NGOs who watch, monitor, share information, and report on what they see in diverse issue areas.”[253]

 

 

Investimento destinato alla ricerca di efficaci strumenti di produzione di consenso e di disciplina che non sfocino meccanicamente nel bruto esercizio militare:

 

“La noopolitica[254] è un comportamento di strategia e di politica estera in sintonia con l'era dell'informazione, che valorizza la formulazione e la condivisione delle idee, dei valori, delle norme, delle leggi e della morale tramite il "potere dolce", definito nella la capacità di raggiungere i propri obiettivi in ambito internazionale puntando sull'attrazione piuttosto che sulla coercizione.”[255]

 

Le ONG presentano inoltre il vantaggio di non essere strumenti democratici nati dalle conquiste sociali dentro la antica declinazione del concetto di cittadinanza e frutto del continuo conflitto tra capitale e lavoro. Sono organizzazioni, abbiamo visto, finanziate da organismi globali come la Banca Mondiale ed a loro devono rispondere e non alle popolazioni con cui operano. Il loro lavoro, abbiamo spiegato nel secondo capitolo, è funzionale ad una rifondazione della vecchia idea di stato sociale che ora diventa dono dei governanti globali ai poveri della terra. Inoltre analizzando i progetti di cooperazione internazionale in Colombia abbiamo notato come l'ingerenza internazionale per fini umanitari possa combaciare perfettamente con una tendenza verso la produzione di comportamenti, ideologie dello sviluppo, modelli economici che destabilizzano gli equilibri sociali e territoriali prestando il fianco alla configurazione di nuove forme di sfruttamento. Lo stesso esempio colombiano ci dimostra come questo tipo di intervento spesso si affianca o addirittura sostituisce la classica azione controguerrigliera.

 

La pratica dell'aiuto umanitario e della cooperazione internazionale nata nella sfera autonoma delle relazioni tra gli uomini può diventare un'ottima arma in una concezione del conflitto dove ogni strumento può essere utilizzato come “arma impropria”. Tanto più in una fase in cui queste pratiche si sono spogliate progressivamente di quel “pensiero forte” che ha animato la loro azione al momento della nascita nella loro forma moderna indossando gli abiti della compatibilità alle esigenze dei finanziatori. Le esperienze della cooperazione internazionale e dell'aiuto umanitario si sviluppano dentro una spinta ed un'esigenza reale di solidarietà, liberazione, cooperazione tra gli uomini. Come ogni altro aspetto della produzione politica, affettiva, relazionale, il capitale tenta di metterle a valore ed utilizzarle in misura sempre maggiore come strumento di produzione di biopotere:

 

“In una società disciplinare, l'intera società, in tutte le sue articolazioni produttive e riproduttive, è sussunta sotto il comando del capitale e dello stato e che la società tende, - gradualmente, ma con irriducibile continuità - ad essere governata esclusivamente dalle norme della produzione capitalistica. Una società disciplinare è dunque una società fabbrica.”[256]



[1] M. Hardt, A. Negri, Impero, Milano, Rizzoli, 2002.

[2] Ibid., pag. 22.

[3] Ibid., pag. 13.

[4] A. Negri  M. Hardt, Moltitudine, Rizzoli, Milano, 2004, pag. 101.

[5] Ibid., pag.105. Si veda inoltre a proposito anche Ernesto Che Guevara, Guerra di guerriglia, tr. it. Baldini & Castoldi, Milano, 2003.

[6] Tratto da http://www.cestas.org/presentazione/presentazione.asp?page=evoluzione&lan=it. Intervista a Silvio Pampiglione (socio fondatore) e Luigi Orlandi e (fondatore Cestas) a cura della dott.ssa Cristina Baccolini.

[7] Ibid.

[8] Informazioni tratte dal sito www.cestas.org.

[9] L’Organizzazione Mondiale della Sanità è entrata in funzione nel 1948, la sua creazione era stata deliberata nella Conferenza sanitaria internazionale di New York nel luglio del 1946, come istituzione specializzata delle Nazioni Unite, con lo scopo di “condurre tutti i popoli al più alto livello di salute possibile” e riconoscendo nella salute, diritto fondamentale di ogni essere umano, “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale” e non solo l’assenza di malattia. La salute di tutti i popoli veniva riconosciuta come una condizione indispensabile alla pace e alla sicurezza del mondo, dipendente dalla più stretta cooperazione tra gli individui e tra gli Stati, mentre la disuguaglianza in termini di salute tra i diversi Paesi veniva riconosciuta come “un pericolo per tutti”. Nella definizione stessa di salute, veniva implicitamente riconosciuto che la sua promozione non poteva essere limitata alla sola azione medica ed ancor meno affidata al solo controllo delle malattie, definizione quest'ultima che successivamente ha assunto carattere prevalente sia nell’impostazione dell’OMS che, più in generale, nell’azione della cooperazione internazionale. Al tempo stesso nei principi sanciti a fondamento della costituzione della OMS veniva individuato il carattere “globale” delle problematiche sanitarie. Il testo tra parentesi è tratto da Organisation Mondiale de la Santé  Constitution. OMS, Genève, (1985). 

[10] Alla conferenza parteciperanno i 134 Paesi membri dell'OMS. La Dichiarazione di Alma Ata sull'assistenza sanitaria primaria è reperibile sul sito dell'OMS alla pagina web http://www.who.dk/AboutWHO/Policy/20010827_1; si può trovare una traduzione italiana alla pagina web http://www.cipespiemonte.it/files/almata.htm.

[11] La tesi che lo “sviluppo” dei PVS fosse necessariamente legato alla loro crescita economica e che questa dipendesse prevalentemente dall’aumento della produzione interna rimase per lo più incontrastata fino all’inizio degli anni ‘70, quando la “teoria della dipendenza” elaborata da studiosi latino-americani evidenziò nella posizione strutturale occupata dai PVS nel sistema dell’economia mondiale la principale causa del loro “sottosviluppo” e il ruolo ad esso funzionale delle élite di quegli stessi Paesi. Ma è negli anni ‘70 che si osserva un sostanziale ampliamento della concezione di “sviluppo”; in particolare va ricordata la corrente teorica dell’approccio dei “bisogni di base”, nato dalla constatazione che la crescita economica, là dove pure fosse stata registrata, non era riuscita ad alleviare la povertà che veniva ora intesa non solo in termini di insufficienti livelli di reddito, ma anche come mancata soddisfazione dei bisogni di base. Vedi a proposito Isernia, Pierangelo, La Cooperazione allo sviluppo, il Mulino, Bologna, 1995,  pp. 48-51.

[12] La traduzione italiana di PHC in “assistenza sanitaria di base” non sembra rendere adeguatamente il significato di quel concetto, che sarebbe forse meglio espresso in “cure primarie per la salute”.

[13] La Dichiarazione di Alma Ata impegnava al raggiungimento della “salute per tutti” entro l’anno 2000, attraverso la diffusione dell'assistenza sanitaria di base quale “parte integrante” del sistema sanitario di ciascun paese, ma soprattutto dell’“intero sviluppo sociale ed economico” della collettività, in una visione basata sull’equità, la partecipazione comunitaria, la focalizzazione sulla prevenzione, la tecnologia appropriata ed un approccio intersettoriale ed integrato allo sviluppo. Sulla conferenza di ALMA-ATA vedi: World Health Organization Global strategy for Health for All by the Year 2000. WHO, Geneva, 1981.

[14] Si svilupperà una corrente di pensiero - divenuta poi dominante - che tradusse quell’innovativa visione in un approccio riduttivo, centralista e verticale denominato “Selective Primary Health Care” basata sull’applicazione selettiva di misure “dirette a prevenire o trattare le poche malattie che sono responsabili della maggiore mortalità”. L’attenzione si allontanava così dalla salute, per focalizzarsi sul controllo di singole malattie. L’approccio diretto alla malattia - piuttosto che alla salute - rispondeva a modelli “occidentali” e in alcuni casi risultava più consono alle esigenze politiche o amministrative dei Paesi donatori e degli organismi internazionali: questo tipo di approccio si adattava meglio alle strategie di mercato e di diffusione attraverso i media (social marketing). L’applicazione di strategie selettive delle PHC si tradusse quindi nella riorganizzazione dei sistemi sanitari per “programmi” verticali (immunizzazioni, pianificazione familiare, controllo di singole malattie) e quindi, nella disarticolazione dell’azione di sanità pubblica, con moltiplicazione di costi e spreco di risorse. Questi programmi sanitari, inoltre erano scollegati dall’azione di “sviluppo” realizzato in altri settori (educazione, produzione). Su questi temi vedi A. Stefanini, Salute e mercato. Una prospettiva dal Sud al Nord del pianeta. EMI, Bologna, 1997,  pp. 57-59.

[15] D. Duffield, Global Governance and the New War, Zed Books, New York, 2001.

[16] Sulle ragioni che portarono alla caduta del blocco sovietico e sulle trasformazioni delle relazioni e delle simmetrie di potere successive e dipendenti dal crollo dell'impero sovietico rimandiamo a E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, 1918-1999, Roma-Bari, Laterza, 2000. Inoltre nel testo del subcomandante Marcos, La Quarta Guerra Mondiale è cominciata, Roma Manifestolibri, 1997, l'autore propone una periodizzazione dei conflitti mondiali dove, dopo la fine della seconda guerra mondiale, una terza si combatté tra i due blocchi mondiali contrapposti, quello capitalista e quello socialista. Alla caduta del blocco sovietico, non si pervenne ad un regime di pace o come vuole il filosofo politico Fukujama (La fine della storia e l'ultimo uomo, BUR, Milano, 1996) alla fine della storia, la guerra semmai raggiunge nel periodo del pensiero unico neoliberista toni drammatici e su scala globale e moltiplica i suoi campi di battaglia estendendoli ad ogni aspetto del vivente e ad ogni spazio del globo.

[17] Mark Duffield, Guerre postmoderne. L'aiuto umanitario come tecnica politica di controllo (a cura di Claudio Bazzocchi), Il ponte, 2004, pag. 12.

[18] Con quest'espressione, usata spesso come sinonimo di no-profit, si indica l'insieme dei soggetti che operano secondo logiche e meccanismi che non appartengono né allo Stato né al mercato. Si definisce più esattamente l'insieme delle organizzazioni che non hanno finalità di lucro per difetto ovvero a partire dalle caratteristiche di un primo settore (il Mercato) e di un secondo settore (lo Stato), anche se molti esperti del settore  preferiscono parlare di "economia civile". Vedi a proposito Marco Cerri Dadalo, Il terzo settore, Dedalo, 2003 e Giulio Marcon, Le ambiguità degli aiuti umanitari. Indagine critica sul Terzo Settore, Feltrinelli, Milano, 2002. 

[19] Vedi a proposito: Paola Tubaro, Critica della ragion no profit. L'economia solidale è una truffa?, Deriveapprodi, Roma, 1999. 

[20] G. Marcon, Le ambiguità dell'aiuto umanitario, Feltrinelli, Milano, 2002. Vedi anche Amina Yala, L'Aventure Ambiguë, Léopold Mayer, 2005.

[23] Dati della relazione del 2002 del presidente del consiglio dei Ministri al Parlamento, e riscontrabili sul sito www.banchearmate.it tratti dal libro di Mauro Bulgarelli e Umberto Zona, Mercenari. Il business della guerra, NDA Press, Milano, 2004, pag. 142.

[24] La professionalità vuol dire che: “chi esercita una attività ne tragga un guadagno economico continuativo”(voc.) la capacità di eseguire una professione, è dunque la capacità di compiere un lavoro, dove per lavoro possiamo intendere un'attività inserita perfettamente in un funzionamento meccanico del sistema, una catena di montaggio post-moderna che sostituisce alla fabbrica il laboratorio, ma che sempre e comunque si basa sul meccanismo di estrazione del plusvalore anzi lo esaspera recuperando valore anche dalla creatività, dalla capacità di costruire relazioni (vedi per esempio il lavoro dei call-center, di segreteria, delle badanti) introiettando nell'intimo il criterio di estrazione del plusvalore, anche da se stessi. 

[25] Cosa può succedere quando gli operatori della cooperazione internazionale, forti delle competenze acquisite, mettono queste ultime a frutto in altri ambiti lavorativi? Emblematica può essere la storia di Paolo Simeone, ex incursore del battaglione San Marco che decide di investire la propria “professionalità” entrando nel mondo dell'umanitario e lavorando come sminatore per la ONG Intersos in Angola, Mozambico e Kosovo ed infine in Iraq. È proprio in Iraq che l’ex “parà” decide di recedere dal contratto con Intersos per approfittare delle competenze acquisite e lanciarsi in un campo ben più remunerativo del business della costruzione postbellica, quello della sicurezza privata degli operatori delle imprese della ricostruzione: managers di multinazionali, politici, militari, burocrati. Fonda la “Defense Tactical Solution Security Llc”, una piccola PSC (Private Security Company, ovvero una compagnia di sicurezza privata) con sede negli USA e dal 2003 inizia ad occuparsi di sicurezza in Iraq, assoldando ex militari ed ex buttafuori. Tra loro Fabrizio Quattrocchi, Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Salvatore Stefio, presidente quest'ultimo della “Presidium International Corporation”, anch’essa un’agenzia impegnata nel mondo della sicurezza privata e legata ad ambienti dell'estrema destra. Il nome di questi quattro operatori sarà reso famoso alle cronache per il loro rapimento, avvenuto il 14 aprile 2004. Quattrocchi verrà ucciso alcuni giorni dopo, gli altri ostaggi saranno rilasciati ufficialmente in seguito ad un blitz delle forze speciali statunitensi. Un'indagine avviata dai magistrati di Genova sull'ex cooperante Simeone circa le attività di reclutamento della sua agenzia porterà, il 2 luglio 2005 alla scoperta in Italia di una polizia parallela operante sotto la sigla DSSA (Dipartimento di Studi Strategici Antiterrorismo) e con a capo il massone Gaetano Saya. Una struttura che si proponeva il compito di offrire servizi di intelligence ed antiterrorismo cercando di venderli ai clienti più diversi: Nato, Vaticano, SISMI e SISDE, testate giornalistiche. Un altro frutto della privatizzazione del business della guerra.

[26] La definizione di “crisi umanitaria” si applica a quei paesi dove sono in corso epidemie, conflitti che coinvolgono la popolazione civile, malnutrizione, importanti spostamenti di popolazione, emergenze sanitarie dovute a catastrofi naturali. Detto ciò la definizione "crisi o disastro umanitario" è un termine che non ha valore legale, che potrebbe essere usato in buona o cattiva fede per descrivere circostanze di sofferenza senza indicare le cause che le hanno determinate. Quando questi termini vengono usati, permettono agli stati e ad altri attori di adempiere ad obblighi specifici derivanti da un'esatta definizione del problema.
Per esempio, il genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994 era stato definito "crisi umanitaria" per diversi mesi prima che venisse usato il termine genocidio. Gli stati aderenti alla Convenzione di Ginevra del 1948 sulla Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio (conosciuta come Convenzione sul Genocidio) hanno l'obbligo di intervenire per fermare azioni di questo tipo. Riconoscere che è in corso un genocidio significa chiedere agli stati d'intervenire. Vedi a proposito: http://www.crisidimenticate.it/top_ten.shtml.

[27] Michel Chossudovsky, La globalizzazione della povertà. L’impatto delle riforme del Fondo monetario internazionale e della Banca Mondiale, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1998, p. 109.

[28] Ibid.

[29] Vedi in proposito Roberto Cavagnaro — Franco Fracassi — Gabriella Grasso, Ilaria Alpi. Vita e morte di una giornalista, I libri dell’Altraitalia, Roma, 1995. 

[30] Sui limiti dell'intervento del contingente UNOSOM ed i motivi strategici che portarono gli USA a egemonizzare la guida della coalizione bellica e spettacolarizzarne l'intervento rimandiamo a  E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, 1918-1999, Roma-Bari, Laterza, 2000, pag. 1366-69.

[31] Toni Vaux, L'altruista egoista, Gruppo Abele, Torino, 2002.

[32] Vedi a proposito Nicolas de Torrentè, The war on Terror's Challange to Hyumanitarian Action. ODI-HPN report, Londres, janvier 2003.

[33] Quello che la storia ci riporta è uno Slobodan Milosevic personificazione di tutti gli orrori e un'alleanza di volenterose nazioni europee guidate dagli U.S.A. che loro malgrado sono costrette ad intervenire per curare i mali atavici nati dai perenni odi etnici che da sempre attanagliano questa regione ed esplosi dopo la caduta del muro di Berlino. Il conflitto, però, ha come tutte le guerre una complessità eccezionale. Dei dati materiali sono altresì evidenti: le spinte separatiste a favore della costituzione di stati etnici contro il modello multiculturale saranno sostenute dagli stati europei, la Germania e l'Inghilterra per esempio favoriranno le spinte separatiste della Croazia del nazionalista Tujiman; gli U.S.A. con l'intervento in Kosovo ed il trattato di Rambouillet (Parigi, 15.3.1999) aumenteranno la loro influenza in Europa. Man mano che prenderà piede l'escalation militare le potenze della NATO si allontaneranno dal moderato Rugova, favorendo le milizie paramilitari albanesi dell'UCK che si macchieranno dei medesimi crimini dei loro “colleghi” serbi. Molto interessante, a proposito della costruzione dell'immaginario storico che contribuisce a creare le condizioni su cui poggiano le fondamenta politiche degli stati monoetnici nei Balcani il libro dello storico Marco Dogo, Storie balcaniche. Popoli e Stati nella transizione alla modernità, Gorizia Editrice Goriziana, 1999. Sulle ragioni del conflitto tra serbi e albanesi, sempre di Marco Dogo, Kosovo. Albanesi e serbi: le radici del conflitto, L'ibis edizioni, 1999.

[34] Vedi Toni Vaux. L'altruista egoista. EGA, 2002, pag. 42.

[35] Giulio Marcon. Le ambiguità degli aiuti umanitari. Feltrinelli, Milano, 2002, pag. 88.

[36] Ibid. Sul lavoro di Intersos vedi anche nota 26 di questo capitolo.

[37] Ibid., pag. 83.

[38] Ibid.

[39] www.palazzochigi.it/arcobaleno. A proposito dell'operato generale della “Missione Arcobaleno” vedi anche “Che catastrofe questa contabilità”. In Vita dell’11/2/2000.

[40] A proposito del fenomeno di corruzione e cattiva gestione dei fondi destinati agli aiuti umanitari vedi: Stefano Squarcina, "Scandalo al sole", in Il Manifesto, 7 settembre 2001; Berry Meier, “Il business dei rifugiati”, in Internazionale, n. 286, 4 giugno 1999, p. 41; oppure John Pomfret, “A chi vanno gli aiuti umanitari?”, in Internazionale, n. 206, 7 novembre 1997, p. 17. 

[41] Marco Deriu, Roberto Cavalieri, L'illusione umanitaria: la trappola degli aiuti e le prospettive della solidarietà internazionale, Editrice Missionaria Italiana, Bologna, 2001, pag. 57.

[42]          Giulio Marcon. Le ambiguità degli aiuti umanitari. Feltrinelli, Milano, 2002, pag. 92

[43]          Marco Deriu; Roberto Cavalieri L'illusione umanitaria: la trappola degli aiuti e le prospettive della solidarietà internazionale, Editrice Missionaria Italiana, Bologna, 2001, pag. 94

[44] Tony Vaux, L'altruista egoista, EGA, 2002, pag. 52.

[45] Ibid.

[46] Ibid.

[47] Vedi a questo proposito l'articolo uscito su The Guardian il 16/11/2004: “Torretta e Simona Pari, anatomia di un rapimento (in odore di servizi segreti...)” di Naomi Klein e Jeremy Scahil; trad. it. su www.rekombinat.org.

[48] Roberto Ciccarelli, “L'etica ambigua dell'aiuto”, Il Manifesto, 6/1/2005.

[49] “Questa mancata osservanza del Diritto internazionale umanitario e di un spazio umanitario neutro, imparziale ed indipendente porta ad una insicurezza crescente per il personale umanitario e sottolinea il pericolo della confusione dei generi e dei ruoli.” Tratto da Militarisation de l'humanitarie? Le modele amèrican de l'integration civilo-militaire, ses enjeux et ses limites di Sami Makki, communication au college GRIP-ECHO, Bruxelles, 17 Novembre 2004, pag. 2.

[50] Mauro Bulgarelli e Umberto Zona, Mercenari. Il business della guerra, NDA Press, Milano, 2004, pag. 130.

[51] Sulla costruzione dei due blocchi che determinarono le simmetrie di potere e la relazione mondiale del dopo seconda guerra mondiale vedi E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, 1918-1999, Roma-Bari, Laterza, 2000, pag. 731.

[52] Per uno studio puntuale delle trasformazioni apportate dalla conferenza di Bretton Woods vedi: Georg Schild Bretton Woods and Dumbarton Oaks: American Economic and Political Postwar Planning in the summer of 1944, St's Martin Press, New York, 1995.

[53] Gli anni tra il 1945 ed il 1974 verranno ricordati come i “trenta gloriosi” secondo l'espressione dell'economista Jean Fourastiè nel suo libro Les trente glorieuses, ou la rèvolution invisible, Fayard, Paris, 1979.

[54] E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, 1918-1999, Roma-Bari, Laterza, 2000, pag. 1157.

[55] Per una trattazione del debito estero come arma di ricatto e sui meccanismi perversi che trasformano l'indebitamento dei paesi “in via di sviluppo” in una spirale senza fine vedi S. George, Il debito del terzo mondo, Ed. Lavoro, Milano, 1989.

[56] Vedi Michel Chossudovsky, La globalizzazione della povertà. L’impatto delle riforme del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1998, p. 109; e il saggio di forte critica nei confronti del Fondo Monetario Internazionale di J. F. Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Milano, Einaudi, 2002, in particolare pagg. 199-218.

[57] Ricordiamo i quattro pilastri di questo modello: fiducia in una espansione illimitata dei mercati, conseguente moltiplicazione dei prodotti fabbricati serialmente, economia di scala, accessibilità sempre maggiori dei consumi come stesso motore della crescita. Vedi a proposito A. Gramsci Americanismo e fordismo, in Quaderni dal carcere, Einaudi, Torino, 1977, volume terzo, quaderno 22; F. Bucci, L'architetto di Ford. Albert Kahn e il progetto della fabbrica moderna, Città Studi, Milano, 1991.

[58] Si utilizza il termine postfordismo proprio a marcare l'incompiutezza e la non totale possibilità di classificare ed analizzare tuttavia globalmente questo modello produttivo. Sul passaggio dalle strutture produttive e sociali fordiste a quelle postfordiste vedi L. Ferrari Bravo, Dal fordismo alla globalizzazione, Manifestolibri, Roma, 2001. Per una panoramica generale sulle trasformazioni socio-economiche dell'era postfordista vedi Nassini (a cura di), L'economia mondiale in trasformazione, Manifestolibri, Roma, 1998.

[59] Vedi a proposito T.H. Hopkins, I. Wallerstain, Antisystemic movements, Manifestolibri, Roma 1992. Nel primo capitolo del libro vi è una notevole spiegazione di come l'ancoraggio in età di fordismo maturo delle grandi industrie agli stati nazioni abbia comportato una proiezione della competizione capitalistica dal rapporto tra le imprese ad una lotta diretta tra gli stessi stati.

[60] Sulle trasformazioni delle condizioni lavorative in epoca postfordista e le sue ripercussioni nella società contemporanea vedi Ulrich Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, 2000.

[61] Per esempio attirando le imprese transnazionali tramite politiche di riduzione fiscale per le imprese o esercitando funzioni di polizia volte ad azzerare la conflittualità sociale, Vedi a proposito Naomi Klein, No Logo, Baldini e Castoldi, Milano, 2001, in particolare pagg. 349-391.

[62] A. Negri  M. Hardt, Moltitudine, Rizzoli, Milano, 2004, pag. 364.

[63]          Per le cause dello sganciamento della produzione economica dalla piena occupazione, perno delle politiche keinesiane vedi J. Rifkin Il declino della forza lavoro e l'avvento dell'era post-mercato, Baldini e Castoldi, Milano, 1995

[64]          Vedi a proposito Marco Revelli, La sinistra sociale. Oltre la civiltà del lavoro. Borlati Boringhieri Torino 1997 e Fiorenzo Girotti Welfare State Carrocci editore, Roma, 1998

[65] Vedi speciale Le Monde Diplomatique Italia “Dossier Acqua: bene comune a rischio profitto” n. 3 anno XII marzo 2005.

[66] Vedi a proposito Vandana Shiva, Vacche sacre e mucche pazze, Edizioni DeriveApprodi, Roma, 2001.

[67] M. Hardt, A. Negri, Impero, Milano, Rizzoli, 2002, pag. 40. Vedi inoltre nota 6 di questo capitolo.

[68] Il biopotere è la capacità di influire su tutti gli aspetti della vita dell’essere umano provocando un’ingerenza pressoché totalizzante su tutti gli aspetti dell’esistenza: dal lavoro, ai consumi, alla comunicazione, alle relazioni sociali, alla vita affettiva ed alla dimensione psicologica. Si veda a questo riguardo: J. Revel, “Controimpero e biopolitica”, in A.A.V.V., Controimpero, Roma, Manifestolibri, 2002, pagg. 113-122; vedi anche Foucault di Gilles Deleuze, tr. it. Feltrinelli, Milano, 1987.

[69] Per osservare dall'interno i meccanismi di finanziamento delle ong 's da parte della BM e le relazioni che intercorrono fra le agenzie di cooperazione e questo importante finanziatore vedi: How the world bank works with nongouvernamental organization” Washington, The Worl Bank, 1990. Testo datato per quanto riguarda i dati circa i finanziamenti ma ancora attuale a riguardo dei meccanismi di finanziamento della cooperazione internazionale.

[70] Utilizzeremo la parola “autonoma” per marcarne un sempre maggiore sganciamento dagli altri attori del complesso panorama politico colombiano.

[71] Legge da poco modificata dall'attuale governo di Alvaro Uribe Vélez

[72] Dati diffusi da CEPAL (Commissione economica per l'America Latina) nel 2004. Tratto dal sito www.eclac.cl/ data 13/3/2005.

[73] Dati tratti dal sito del DANE (Dipartimento Nazionale di Statistica), relativi ad un'inchiesta del 2004. Tratto dal sito www.dane.gov.co/.

[74] “Rapporto delle violenze sui sindacalisti colombiani periodo 1 gennaio- 31 dicembre 2004” della Scuola Nazionale Sindacale - E.N.S. Colombiana. Banca dati dei Diritti Umani della Scuola Nazionale Sindacale Colombiana consultabile su www.ens.org.co.

[75] Vedi “¿Que sabe la CIA sobre el 9 de abril?”, Daniel Samper, Diario El Tiempo, Octubre 2000. Della tesi dell’assassinio progettato dalla CIA parla anche Gabriel Garcia Marquez nel libro Vivir para cuentarla. Trad. it. Vivere per Raccontarla, Mondadori, Milano, 2002.

[76] Come vedremo in seguito il meccanismo odierno dello sfollamento è identico: la maggior parte dei “desplazamientos” avvengono in zone strategiche per la ricchezza del sottosuolo o la ottima posizione  per i flussi di comunicazione.

[77] Guido Piccoli, Colombia, Il paese dell'eccesso, Feltrinelli, Milano, 2003, pag. 55.

[78] Ibid.

[79] Le Forze Speciali degli Stati Uniti sotto il comando del segretario della difesa per le operazioni speciali e i conflitti di bassa intensità (in inglese SOLIC) sono presenti sul campo in Colombia come addestratori delle forze armate colombiane dal 1962. Nel rapporto ufficiale del Solic al congresso degli U.S.A. si afferma la sua presenza in Colombia con 6 postazioni (desplegamientos). Nei dati delle investigazioni indipendenti inoltrate al Congresso dal Senatore Patrick Leahy, Edward Kennedy e Jackson Jr. invece si parla di un totale di 14 desplegamentos dei cui 12 del settimo gruppo di operazioni speciali dell’Esercito. Saranno questi ad addestrare i militari colombiani per il Plan Colombia.

[80] Carlos Medina Gallego Autodefensas, paramilitares y narcotráfico en Colombia, Bogotá, Editorial Documentos Periodísticos, 1990.

[82] J. Parson, Urabá, salida de Antioquia al mar, Banco de la República – El Áncora Editores, Bogotá, 1996, pág. 155.

[83] R. Echeverry, H. Gómez, Urabá: potencialidades y restricciones biofísicas para el desarrollo regional, INER – Corpourabá, Medellín, 1991, pág. 51.

[84] Guido Piccoli, Colombia, il paese dell'eccesso, Feltrinelli, Milano, 2003, pag. 58.

[85] A Caño Limón, nel dipartimento di Arauca al confine con il Venezuela, è situato uno dei maggiori oleodotti colombiani. Saranno i condotti di questi oleodotti e quelli della regione del Magdalena Medio, nella zona di Barrancabermeja a costituire i principali obiettivi della guerriglia. La protezione militare di questi oleodotti sarà, nella storia recente colombiana, uno dei vincoli agli “aiuti” statunitensi del Plan Colombia. Vincolo stipulato sotto la pressione diretta del vicepresidente della Occidental Petroleum (OXY) Lowrence Marriage. Sulla situazione petrolifera del Magdalena Medio ed i conflitti ancora attualmente in corso rimandiamo al prossimo capitolo di questo lavoro.

[86] Si veda a riguardo il sito www.texaco.com.

[87] Negli anni ottanta le FARC conteranno ormai circa cinquanta fronti di combattimento attivi.

[88] In L. A. Restrepo, “La guerra como sostitución de la política”, in Analisis Política, N. 3, Bogotà, gennaio 1988, pag. 80.

[89] Tuttora la vendita del raccolto delle foglie di coca è relativamente basso e si aggira attorno a 2 milioni di pesos per chilo. Il prezzo lievita, moltiplicandosi nei cicli economici successivi alla raffinazione della pasta di coca.

[90] Sulla storia dei cartelli colombiani vedi: Guido Piccoli Pablo e gli altri, Ega edizioni, 1994.

[91] Formazione guerrigliera nata da una costola delle FARC ed operante soprattutto nelle città  Sulla storia dell'M-19 vedi Darío Villamizar Jaime Bateman, biografía de un revolucionario, Planeta, Bogotá, 2002 e Darío Villamizar, Sueños de abril, imágenes en la historia del M-19, Editorial Planeta, 1997.

[92] Guido Piccoli, Colombia, Il paese dell'eccesso, Feltrinelli, Milano, 2003, pag. 71.

[93] Antonio Mazzeo, “Colombia: L’ultimo inganno”, in A. A.V.V., I Crimini della Globalizzazione, Trieste, Asterios, 2002, pagg. 119-136.

[94] Guido Piccoli, Colombia, Il paese dell'eccesso, Feltrinelli, Milano, 2003, pag. 74.

[95] Nel maggio del 2005 viene costituita a Bogotà il Movimento Nazionale delle Vittime dei crimini di lesa umanità e Violazione dei diritti umani con lo scopo di far luce sulle migliaia di crimini rimasti impuniti nel corso degli ultimi 40 anni di guerra civile colombiana. La traduzione italiana dell'atto costitutivo del movimento si può trovare sul sito www.globalproject.info.

[96] Guido Piccoli, Colombia, Il paese dell'eccesso, Feltrinelli, Milano, 2003, pag. 28.

[97] Le prove emerse in seguito suggeriscono che il ruolo dell'esercito colombiano nel massacro fu invero molto profondo, e nel marzo 1999 investigatori colombiani indicano nel Colonnello Lino Sánchez, a capo della 12 brigata dell'esercito colombiano, di aver pianificato, con Castaño, il massacro di Mapiripán. Non c'è da sorprendersi sulle relazioni tra i paramilitari e l'esercito colombiano. Secondo Human Rights Watch Report, metà della 18° brigata dell'esercito colombiano ha legami certi con i gruppi paramilitari.

[98] Tra i tanti testi che affrontano il problema ricordiamo: Medina Gallego C., Autodefensas, paramilitares y narcotráfico en Colombia, Bogotá, Editorial Documentos Periodísticos, 1990.

Riportiamo qui, inoltre, un giudizio dell'organizzazione Justicia y Paz al riguardo:

“Es un hecho incontrovertible que el Paramilitarismo ha avanzado durante cerca de 20 años bajo la dirección y protección de la fuerza pública; que ha copado inmensas extensiones del territorio nacional y las ha puesto bajo su control; que ha perpetrado innumerables crímenes de lesas humanidad, como retenciones, torturas, desapareciones, asesinatos, individuales y colectivos, genocidios, violaciones carnales, saqueos, atendados, intimidaciones y desplazamientos masivos; que ha sido favorecido, por acción o por omisión, por todas las instancias del poder público  que le han garantizado su absoluda impunidad y su plena libertad de acción; que su poderío nunca ha sido en declave si no en ascenso”. “È un fatto incontrovertibile che il Paramilitarismo è avanzato per venti anni sotto la direzione e protezione della forza pubblica; che ha ottenuto immense estensioni di territorio nazionale e le ha posto sotto il suo controllo; che ha perpetrato innumerevoli crimini di lesa umanità, come arresti, torture, sparizioni, assassini, individuali e collettivi, genocidi, stupri, saccheggi, attentati, intimidazioni e sgomberi di massa; che è stato favorito, nelle azioni o nelle omissioni di esse, da apparati del potere pubblico che ha garantito la sua assoluta impunità e la sua piena libertà d'azione, che il suo potere mai è stato in diminuzione, ma sempre in aumento”. Tratto da Dislogar consigo mismo, Negociar con si mismo”, en Boletín informático de Justicia y Paz, vol. 8, n. 4, traduzione propria.

[99] Sui vari colloqui di pace tra stato e guerriglie vedi: Presidencia de la República de Colombia, Hechos de paz. Procesos de Paz que adelanta el gobierno Nacional, Oficina del Alto Comisionado por la Paz, Bogotá, 2001. 

[100] Betancour non otterrà l'appoggio per le trattative dai due partiti ufficiali, timorosi che la costituzione da parte delle forze radicali di partiti politici avrebbe potuto mettere in discussione il loro monopolio sulla politica istituzionale.

[101] Per un'accurata analisi della costituzione del 1991, vedi: El poder político pastoral y la erosìón del Estado Constitutional (El régimen político colombiano y el Estatuto Antiterrorista) di Alejandro Mantilla Quijano e Leopoldo Múnera Ruiz, Bogotá, Universidad Nacional de Colombia.

[102] C. Medina Gallego, Autodefensas Paramilitares y Narcotràfico en Colombia, Bogotá, 1992, pág. 86-88.

[103] Guido Piccoli, Colombia il paese dell'eccesso, Feltrinelli, Milano, 2003, pag. 87.

[104] Ricordiamo l'operazione più clamorosa che vide la collaborazione tra agenti nordamericani e narcos: la vicenda “Iran-contras”. Per ottenere la liberazione degli ostaggi statunitensi, prigionieri del governo iraniano, vennero clandestinamente offerte a Teheran forniture di armi  provenienti dall'esercito dei contras nicaraguensi e pagate dal cartello di Medellín. La triangolazione di armi e droga sarà resa possibile dagli agenti statunitensi e israeliani e dai “servizi” offerti dalla BCCI (Bank of Credit and Commerce International) che già si era prestata al riciclaggio dei narcodollari colombiani e di attività illegali su scala globale (vedi: J. Ziegler, I signori del crimine. Le nuove mafie europee contro la democrazia, Milano, Troppa, 2000, pagg. 217-218). La vicenda infatti, come documentato dal “Rapporto Kerry” pubblicato nel 1989 dalla Commissione d’inchiesta del governo degli Stati Uniti, è paradigmatica delle differenti strategie USA circa la  lotta ai narcos. Sull'intera vicanda Iran-contras rimandiamo a Antonio Mazzeo, “Colombia: L’ultimo inganno”, in A.A.V.V., I Crimini della Globalizzazione, Trieste, Asterios, 2002, pag. 121.

[105] Ibid., pag. 97.

[106] U. Santino, G. La Fiura, Dietro la droga, Palermo, 1996, pag. 120.

[107] G. Guillén, Crónicas de la guerra sucia, Bogotá, 1993, pág. 133-148.

[108] L’ex ufficiale Sas Andrew Gibson avrebbe poi ammesso, che l’agente che li aveva contattati “faceva parte dell’amministrazione del presidente Virgilio Barco Vergas e che gli uomini erano tutti veterani dell’“Operazione Prometea” con la quale il Sudafrica aveva invaso il sud dell’Angola per distruggere le basi della Swapo (South West Africa People's Organisacion) l’organizzazione per la liberazione della Namibia”. Vedi a proposito Mauro Bulgarelli e Umberto Zona, Mercenari. Il business della guerra, NDA Press, Milano, 2004, pag. 93. 

[109]         Unità di polizia speciale.

[110]         Vedi el Espectador 27/4/2001

[111]         Dopo circa un anno nel solo Departamento di Antioquia si conteranno più di 70 Convivir.

[112] Tratto da Storia ed evoluzione del paramilitarismo colombiano. Intervista ad Alirio Uribe Muñoz del Colectivo de Abogados 'José Alvear Restrepo' in Resistenze senza tempo e nuove guerre. Laboratorio Colombia libro di prossima pubblicazione. La Corporaciòn Colectivo de Abogados 'José Alvear Restrepo' è un'organizzazione non governativa colombiana che si occupa dell'assistenza legale e della tutela dei diritti umani e che per 25 anni ha sviluppato e continua a sviluppare un importante lavoro nella promozione, protezione e diffusione dei diritti umani e della sovranità e dell’autodeterminazione di tutti i colombiani.

[113] Si veda a proposito l'analisi fatta da Antonio Mazzeo sul sito www.terrelibere.org.

[114] Vedi a proposito pag. 9 di questo capitolo.

[115] Vedi articoli di Guido Piccoli in www.narcomafie.org.

[116] http://www.ens.org.co/.

[117] Centrale Unitaria dei Lavoratori (CUT), uno dei più grandi e rappresentativi sindacati colombiani.

[118] Vedi a proposito “Somos Tierra de Esta Tierra” in Resistenze senza tempo e nuove guerre. Laboratorio Colombia, libro di prossima pubblicazione per la Manifestolibri.

[119] Sulla produzione di insubordinazioni, resistenze, esodo delle comunità afrodiscendenti dal loro arrivo il America Latina ad oggi e sulle dinamiche di trasformazione e continuità di questi fenomeni vedi Paola Colleoni, Gli Afrocolombiani. Una storia di resistenza dalle lotte antischiavili ad oggi, su www.terrelibere.org.

[120] Fiume con una immensa portata d'acqua che sfocia nel golfo di Urabá.

[121] Promossa dal CAF (Corporación Andina de Fomento), dal BID (Banco Interamericano de Desarrollo) e da FONPLATA (Fondo Financiero para el Desarrollo de la Cuenca del Plata), il Piano d’azione dell’IIRSA (Integrazione Infrastrutturale dell’America del Sud) è stato approvato dalla riunione dei ministri dei trasporti dell’energia e delle telecomunicazioni latinoamericani nel 2000 a Montevideo.

[122] Vedi a proposito CAVIDA (Comunidades de Resistencia, Vida y Dignidad del Cacarica), Somos Tierra de Esta Tierra, Bogotá, 2002, pág. 331-357.

[123]  V. R. V. in www.globalproject.info sezione America Latina.

[124] Un caso particolarmente ricordato dalla popolazione per la brutalità e l’efferatezza è quello di Marino López occorso nella comunità di Bijao, dirigente popolare che fu torturato, decapitato, smembrato, la sua testa utilizzata come palla per giocare a calcio. Vedi CAVIDA (Comunidades de Resistencia, Vida y Dignidad del Cacarica), Somos Tierra de Esta Tierra, Bogotá, 2002, pág. 96-97.

[125] AA.VV., Desde Colombia Pedimos Justicia, Bogotá, Gráfica Aspel, 2004 e CAVIDA (Comunidades de Resistencia, Vida y Dignidad del Cacarica), Somos Tierra de Esta Tierra, Bogotá, 2002, pág. 351-357.

[126] Vedi a proposito, A los Humanos del mundos, www.justiciaypazcolombia, “Chocó, Territorio de Contradicción”, Comisión Vida, Justicia y Paz, Diócesis de Quibdó. 13/9/2005.

[127] I territori delle comunità afrodiscendenti del Chocó sono difesi dalla legge 70 della costituzione del 1991 che prevede la proprietà comunitaria indivisibile per le terre abitate ancestralmente da indigeni e afrodiscendenti. Alcune comunità sfollate hanno, dal 2000, iniziato un processo di ritorno e rioccupazione delle proprie terre facendo leva su questa legge. Ritorno avvenuto però su una percentuale di territorio molto limitato: circa l'1% del totale delle terre sgomberate. Vedi a proposito: El poder político pastoral y la erosn del Estado Constitutional (El régimen político colombiano y el Estatuto Antiterrorista) di Alejandro Mantilla Quijano e Leopoldo Múnera Ruiz, Bogotá, Universidad Nacional de Colombia.

[128] “Con el terror como instrumento y el desplazamiento forzado de comunidades como una de sus fórmulas más recurridas, los grupos paramilitares han pretendido obtener el control de estrategicás regiones, para derrotar militarmente a las guerillas o para obligarlas negociar las paz, sin que la negociación implique transformaciones del sistema político o reformas en términos de los niveles de concentración de titularidad de la propiedad de los medios de producción. Por su parte, la guerrilla ha incorporado, cada vez más significativamente, el desplazamiento como vehíìculo para retomar el control de poblaciones que otrora estuvieron bajo su control y que le fueron arrebatados por los paramilitares o fueron sometidas al control del Estado.” “Con il terrore come strumento e lo sfollamento forzato di comunità come una delle formule più comuni, i gruppi paramilitari pretendono ottenere il controllo di regioni strategiche, per sconfiggere militarmente la guerriglia o per obbligarla a trattare la pace, senza che le negoziazioni implichino trasformazioni del sistema politico o riforme in termini di rapporti di concentrazione della possesso della proprietà dei mezzi di produzione. Da parte sua, la guerriglia ha incorporato, sempre più, lo sfollamento come veicolo per riacquistare il controllo di popolazioni che si trovavano sotto il suo controllo e poi strappatele dai paramilitari o sottomesse al controllo dello Stato. Tratto da: Dial, Investigaciones, n° 4, Bogotá, noviembre de 2000, pág. 5; traduzione propria.

Vedi inoltre, a proposito della strategia complessiva del fenomeno dei desplazados, l'articolo dell'economista colombiano H. Mondragón “El dinero es efimero la tierra es permanente” trad. it. su http//www.globalproject.info/art-1314.html.

[129] Si  veda in merito U. Santino, “Modello mafioso e globalizzazione”, in A.A.V.V., I crimini della globalizzazione, Trieste, Asterios, 2002 e D. Ghilarducci, “Criminalizzazione Globale”, su www.terrelibere.it.

[130] Dei pericoli derivati da un'eccessiva crescita del potere dei signori della guerra ed il pericolo conseguente di una ribellione dei capi del paramilitarismo moderno, o delle Compagnie di sicurezza privata ai loro datori di lavoro, ne parlano Mauro Bulgarelli e Umberto Zona, Mercenari. Il business della guerra, NDA Press, Milano, 2004, pagg. 81-82.

[131] Nell'intervista del giornalista Guido Piccoli, “Le acrobazie del governo Uribe, il panorama geopolitico centroamericano ed il ruolo della cooperazione internazionale” ed in quella del giurista Alirio Uribe Muñoz,Storia ed evoluzione del paramilitarismo colombiano entrambe” in Ass. Ya Basta! (A cura di), Resistenze senza tempo e nuove guerre. Laboratorio Colombia di prossima pubblicazione per la Manifestolibri, i due autori spiegano come il presidente colombiano Alvaro Uribe Vélez sia uno dei maggiori promotori delle formazioni paramilitari e si trovi ora nell'impossibilità di accontentare tutte le richieste dei maggiori signori della guerra colombiana, come Salvatore Mancuso e Carlos Castaño. Ciò determina una condizione estremamente pericolosa ed esplosiva.

[132] Nella scrittura di buona parte di questo capitolo mi sono appoggiato ed ho utilizzato la ricerca dello studioso irlandese Geraròid ò Loingsigh, La estrategia integral del paramilitarismo en el Magdalena Medio de Colombia. Saggio scaricabile nella sua versione integrale ed aggiornata (in seguito alle polemiche che questa ricerca ha suscitato, l'autore ha ritenuto utile compendiare il lavoro con un capitolo di aggiornamento che comprendesse una risposta ai critici del suo lavoro) dal sito www.prenserural.org. 

[133] I Departamentos, in Colombia corrispondono approssimativamente alle nostre regioni.

[134] La costruzione di un ponte, sopra la città di Barrancabermeja, utile ad unire le due sponde del fiume e che si situa al centro di questa strategica via di comunicazione tra Venezuela e Pacifico, costituisce uno degli obiettivi militari principali per la guerriglia.

[135] Vedi cap. 3 di questa ricerca.

[136] La USO continua a mantenere il suo carattere di sindacato dei lavoratori legato a battaglie importanti che eccedono la difesa dei diritti dei lavoratori petroliferi; come la campagna che vede coinvolto questo sindacato nella difesa di Ecopetrol, l'impresa nazionale colombiana del petrolio (attualmente colpita da politiche volte a smembrarla e cederla, in buona parte, a compagnie transnazionali). La USO porta avanti inoltre battaglie in difesa dei diritti civili e sociali; è per tutto ciò colpita da continui attacchi paramilitari contro suoi esponenti e dirigenti sindacali. Dal 1988 al 2002 verranno assassinati più di settanta sindacalisti. Spesso gli omicidi saranno preceduti da convergenti dichiarazioni di apparati dello stato e paramilitari che accuseranno i sindacalisti di essere membri di organizzazioni terroristiche, trasformandoli così in obiettivi militari. Vedi a proposito i documenti del sito della USO http://www.usofrenteobrero.org/.

[137] CREDHOS informe vo. 1 n°2, Barrancabermeja, 1996 tratto da La estrategia integral del paramilitarismo en el Magdalena Medio de Colombia.

[138] “Liberare mediante la guerra, ampie zone dalla sovversione e dalle sue basi popolari di appoggio, imponendo il processo di concentrazione della terra, la modernizzazione viaria, di servizi e infrastrutture, lo sviluppo del capitalismo nell'allevamento del bestiame e una nuova struttura gerarchica e autoritaria nella organizzazione sociale e politica della regione.” Libardo Sarmiento Angola, Un modelo pilota de modernización autoritaria en Colombia, CREDHOS, Informe vol. 1 n°2, Barrancabermeja, 1996, pag. 33.

[139] M. A. Romero, Magdalena Medio: luchas sociales y violaciones a los derechos umanos: 1980-1992, Corporación Avre 1994; C. Medina Gallego, Autodefensas,  Paramilitares y Narcotráfico en Colombia: el caso “Puerto Boyacá”, Editorial Documentos Periodísticos, Bogotá, 1990.

[140] La Mesa Regional comprende varie organizzazioni contadine delle comunità del Magdalena Medio unite per condurre le trattative con il governo centrale a cui si giunse in seguito alla marcia del 1996.

[141] Mesa Regional, Plan de desarrollo y protección integral de los derechos humanos del Magdalena Medio, 1999.

[142] La Mesa Regional, inoltre, per pianificare il progetto di intervento nella regione, consegnò una lista di quei contadini che avevano partecipato alla marcia e delle persone colpite dallo sgombero forzato nella regione nonché dei futuri referenti per l'attuazione di questi progetti. Secondo la Mesa Regional la lista menzionata finirà, in seguito, nelle mani dei paramilitari che la useranno per l'identificazione di potenziali sovversivi, durante i loro posti di blocco. Mesa Regional ¿Que ha pasado a un año del Éxodo Campseno del Sur de Bolivar?, 1999.

[143] Nel solo 2000 verranno uccisi più di venti tassisti nella sola Barrancabermeja, per mano paramilitare.

[144] “Dal 1997 inizia una nuova modalità di azione del paramilitarismo. Si hanno una serie di migrazioni di abitanti di Porto Parra, di Cimitarra, di Porto Berrío e da tutta la zona Chucureña, abitanti che già erano vincolati socialmente e legati con il progetto paramilitare. Arrivarono qui come piccoli commercianti, bottegai, tassisti, venditori.” La estrategia integral de el paramilitarismo en el Magdalena Medio de Colombia, pag. 9, traduzione propria

[145] Sull'analisi delle strategie di intervento paramilitare nei quartieri popolare, rimandiamo al libro di Carlos Medina G. Autodefensas, Paramilitares y Narcotráfico en Colombia: origen, desarollo y consolidación, Editorial documentos periodísticos, Bogotá, 1990.

[146] È proprio questa capacità di rimodellare la propria struttura rigida e gerarchica che caratterizzerà la predisposizione, per alcune formazioni, di superare la simbiosi narcos-para e passare indenni la lotta alla droga degli ultimi anni. Differenti studiosi del fenomeno, mostrano come il connubio paramilitari-narcotraffico è strumentale e congiunturale: non è un fine in sé arricchirsi con i traffici della droga, ma altresì uno strumento momentaneo di cui dotarsi, scopo il finanziamento di un progetto politico con una visione strategica molto più ampia. Gli stessi studiosi, notano infatti come ci siano fonti di finanziamento, come l'oro (abbondantissimo nella regione del Magdalena Medio) che costituiscono, rispetto alla coca, un valore di un'importanza molto superiore in quanto si tratta di ricchezze che subiscono meno i contraccolpi delle trasformazioni degli equilibri e delle strategie politiche internazionali. Vedi a proposito La estrategia integral del paramilitarismo en el Magdalena Medio de Colombia di Geraròid ò Loingsigh, pag. 65.

[147] “Nella “seconda fase” del “modello” si tratta “di portare ricchezza nella regione” attraverso la distribuzione controllata di terra, la produzione di posti di lavoro, la concentrazione della popolazione in centri urbani, la costruzione di posti di salute e scuole, la concessione di energia elettrica, tubature dell'acqua e vie di comunicazione, cambio delle coltivazioni, assistenza tecnica e prestiti per la produzione. Questa seconda fase raggiunge l'obiettivo con il riconoscimento e la legalizzazione, da parte di istituzioni del governo come l'Istituto Colombiano di Riforma Agraria (Incora). I nuovi abitanti che occupano le antiche zone liberate non sono quelli che furono sgomberati con violenza (poveri esclusi), è una nuova popolazione (poveri marginali portati da altre regioni). Leali al “padrino” e che si organizzano rapidamente, strutturano i loro gruppi di base, è questa, la vera e propria autodifesa paramilitare.” Tratto da Libardo Sarmiento Angola, Un modelo pilota de modernización autoritaria en Colombia, CREDHOS, Informe vol. 1 n° 2, Barrancabermeja, 1996, pág, 33, traduzione propria.

[148] Barrancabermeja, importante per i suoi oleodotti, vede nel traffico del petrolio un’attività così remunerativa da costituire un vero e proprio cartello criminale (denominato “Cartel de la Gasolina”) dove il furto di benzina, secondo stime della stessa industria nazionale del petrolio (Ecopetrol), costituisce circa il 37% del totale del prodotto estratto.  Se da sempre la guerriglia, oltre a colpire gli oleodotti delle transnazionali del petrolio, tassa il petrolio rubato, le strutture paramilitari mettono in piedi un vero e proprio commercio parallelo di questo prezioso idrocarburo,  i cui ricavati costituiranno tra le entrate più rilevanti. Vedi: El Tiempo, 17 giugno 2002.

[149] Un'inchiesta del quotidiano Vanguardia Liberal dell’11/5/2001 parla della richiesta di queste bande verso i commercianti di alcuni quartieri popolari di pagare un pedaggio per la protezione delle loro attività.

[150] Nel libro La estrategia integral del paramilitarismo en el Magdalena Medio de Colombia si dimostra come nella città di Barrancabermeja passeranno gradualmente nelle mani paramilitari alcuni nodi chiave della gestione della città: pavimentazione della rete viaria cittadina, costruzione e gestione dei parchi pubblici. La estrategia integral del paramilitarismo en el Magdalena Medio de Colombia, di Geraròid O' Loingsigh, pag. 21.

[151] Sull'OFP vedi: Las mujeres no nos callamos, mimeo, Barranca, 30 de mayo de 2002.

[152] OFP, Reseñas de echos, Mimeo, Barrancabermeja, 2001.

[153] “Abbiamo notizie che da circa 2 anni vanno creando queste strutture, qui in Barrancabermeja, che abbiano creato un numero rilevante di cooperative che gestiscono i finanziamenti del Plan Colombia. Ci sono ONG di tutti i tipi che negoziano i finanziamenti del Plan Colombia direttamente con l'ambasciata degli Stati Uniti ed iniziano ad interloquire con l'Unione Europea. Circa un anno fa un diplomatico Europeo ci raccontò di un giro fatto da un rappresentante di un gran numero di ONG relazionate con i paramilitari tra le quali ONG di diritti umani. Devono star lavorando con il governo aspettando l'ingresso del nuovo governo per provare a sgomberare le ONG che hanno lavorato in questo campo negli ultimi 30 anni.” Intervista a membro di CREDHOS, 2002, tratto da Geraròid Ó Loingsigh La estrategia integral de el paramilitarismo en el Magdalena Medio de Colombia, Dublino, 2004, pag. 22, disponibile su www.prensarural.org. (Traduzione propria).

[154] “La terza fase consta nel suo consolidamento – del paramilitarismo. Ndt- e legittimazione. Una volta consolidato il modello di sicurezza nella regione liberata, senza sovversivi, né basi comunitarie di appoggio, i paramilitari smettono di essere una ruota sciolta dello Stato.” CREDHOS, Un modelo pilota de modernización autoritaria en Colombia,  Informe vol. 1, n°2, Barrancabermeja, 1996, pág, 33, traduzione propria.

 

[155] La definizione di un fenomeno assume immediatamente un carattere ed una valenza politica. La denominazione da attribuire alle bande paramilitari è oggetto di forte polemica e scontro: da sempre le bande armate solgono definirsi autodefensas contro i soprusi della guerriglia mentre una letteratura critica del fenomeno ritiene più appropriato il termine paramilitare. Termine utilizzato costantemente in questa tesi proprio come riferimento ad un carattere più articolato e complessivo del fenomeno che eccede i termini della pura difesa o attacco militare contro un altro attore armato per assumere caratteri di intervento, nello scacchiere colombiano, articolato su molteplici livelli sociali, economici e culturali.

 

[156] Guido Piccoli, Colombia, il paese dell'eccesso, Feltrinelli, Milano, 2003, pagg. 93-94.

[157] Operazione condotta con l'ausilio di 200 uomini dei corpi speciali come se si fosse svolta in un territorio fuori dalla sovranità colombiana.

[158] Vedi a proposito l’“Acuerdo de Puerta del Cielo”, Wurzburg, Alemania, 15 de julio de 1998 disponibile su Hechos de paz Procesos de Paz que adelanta el gobierno Nacional. Presidencia de la República de Colombia, Oficina de el Alto Comisionado por la Paz, Bogotá, 2001, pág. 59.

[159] Ibid., pag. 347.

[160] Sulla rete nazionale colombiana RCN, agosto 2000.

[161] Inoltre un servizio televisivo della emittente colombiana dell'aprile 2001 NTC, racconterà dell'intercettazione di un messaggio depositato dal leader paramilitare sul cellulare del presidente di Asocipaz, Celso Martínez, in cui Castaño inviata a non cedere alle trattative per la zona di distensione. Vedi a proposito il sito della rivista Semana www.semana.com.

[162] La suspensión de diálogos con el ELN no es triunfo de la Autodefensa disponibile su Hechos de paz Procesos de Paz que adelanta el gobierno Nacional, Presidencia de la República de Colombia, Oficina de el Alto Comisionado por la Paz, Bogotá, 2001, pág. 591.

[164] In un comunicato pubblico i sindaci delle comunità di Cantagallo, El Peñón, Regidor, Simití, Santa Rosa, Morales, Arenal Río Viejo, Puerto Wilches e San Pablo segnalarono la carovana come “una campagna clientelista di offerte di donazioni e aiuti con il perverso proposito di attaccare la buona fede delle comunità povere della regione al fine di ottenere il loro beneplacito per la concessione della zona alle trattative con la guerriglia terrorista dell'ELN”, Red de Hermandad, Boletín de Barranca, 1° de agosto al 19 de Agosto 2001.

[165] ELN, La Esperanza Rota, Montañas de Colombia, 13 Agosto 2001.

[166] “Entre el año 2000 y 2020... [se] deberá implementar un modelo de desarrollo soportado en proyectos estratégicos que harán posible una Región Integral y sin fronteras, integrada a los ejes geoeconómicos transnacionales, participando de manera competitiva en el mercado nacional e internacional, transformando sus ventajas comparativas en competitivas, hacia los cluster industriales especializados principalmente en le sector minero, maderero, las cadenas agroindustriales y las Pymes Solidarias, utilizando tecnologías de punta orientados a las exportaciones y soportados en una adecuada infraestructura física y régimen fiscal que atraigan la relocalización industrial y la inversión extranjera”. “Tra l'anno 2000 ed il 2020... [si] dovrà implementare un modello di sviluppo supportato da progetti strategici che renderanno possibile una Regione Integrale e senza frontiera, integrata agli assi geoeconomici transnazionali, partecipando in modo competitivo nel mercato nazionale e internazionale, trasformando i suoi vantaggi comparativi in competitivi, fino ad arrivare ai cluster industriali specializzati principalmente nel settore minerario, del legno, le catene agroindustriali e le  Piccole e Medie imprese, utilizzando tecnologia di punta orientata alle esportazioni e supportata da un'adeguata infrastruttura fisica e regimi fiscali che attraggano la riubicazione industriale e gli investimenti stranieri.” Tratto da: Asocipaz, Plan de Integración Macroeconómico, su Gearòid O Loingsigh La estrategia integral del paramilitarismo en el Magdalena Medio de Colombia,  pag. 82 (traduzione propria).

La predisposizione di Asocipaz nel perpretare un intervento di sviluppo economico della regione che privilegi gli interessi del mercato internazionale alla sovranità alimentare locale e la produzione agro/industriale, nonché lo sviluppo della monocoltura rispetto a forme di produzione che interagiscano con le peculiarità delle economie e delle forme dell'agricoltura locale, saranno non molto differenti nei fatti da quei progetti di sviluppo finanziati dalla comunità internazionale di cui andremo a parlare nel prossimo capitolo. Asocipaz riprenderà e proporrà delle formule di sviluppo molto vicine a quelle preferite dai teorici neliberisti, o meglio, ne fornirà una rilettura modellata sul contesto locale e sarà in questo un nodo per quei piani di sviluppo che verranno non solo esposti teoricamente, ma anche praticati nella regione, che modificheranno in parte - ma solo in parte - l'impostazione fortemente liberista di Asocipaz e che includeranno questa organizzazione, come loro partner, nei progetti di cooperazione.

[167] Un'inchiesta dell'organizzazione CREDHOS rileva come dal 2000, in seguito all'aumentare dei finanziamenti nella regione, soprattutto quelli provenienti dalla componente sociale del Plan Colombia, sono nate dal nulla decine di ONG che si occupano della gestione di piani di sviluppo e che negoziano direttamente con l'ambasciata statunitense le risorse del Plan Colombia.

[168] Per un'analisi puntuale del Plan Colombia vedi: A.A.V.V. Plan Colombia: Ensayos críticos. Universidad Nacional de Colombia, Editorial Unibiblios, Bogotá, 2001. Sul controllo nordamericano verso la Colombia esasperato con questo nuovo piano di intervento megaterritoriale ci sono state voci di protesta anche da parte dell'oligarchia colombiana che ha criticato l'eccessiva sudditanza del governo Pastrana e del governo Uribe a questi veri e propri piani di occupazione territoriale. Vedi a proposito l'articolo su El Tiempo del 15 ottobre 2002: “El Plan Colombia: Dos años y 1.700 millones de dólares”.

[169] A.A.V.V., “Threats to the New World Order”, in Military Intelligence, Vol. 19-1, 1993, pag. 16.

[170] Il rapporto tra le guerriglie e le sostanze stupefacenti è invero molto più complesso. Se l’ELN oltre ad avere, come gli zapatisti in Messico, un'impostazione forzatamente proibizionista con le droghe tra l'altro per evitare suddette equiparazioni, le FARC oltre ad essere favorevoli alla legalizzazioni di praticamente tutte le droghe praticano sui territori dove esercitano il controllo una tassazione sulla produzione (chiamata gramaje) corrispondente a circa il 10% del ricavato della produzione delle foglie di coca (vedi a proposito nota 18 di questo capitolo) come su ogni altra merce prodotta sui loro territori. Se è vero che una delle battaglie delle FARC è stata quella relativa ad un più equo compenso dei braccianti e dei contadini impegnati nella produzione delle foglie di coca a cui va una parte miserrima dei guadagni generati dalla vendita di queste sostanze, è altresì vero che nonostante gli sforzi messi in atto dal governo U.S.A. e da quello colombiano nel mostrare i guerriglieri come narcotrafficanti ciò che porta la ricchezza dai traffici della droga è il controllo del loro intero ciclo, dalla produzione, all'estrazione, alla vendita nei mercati nordamericani ed europei. Su questo si è generata la fortuna dei cartelli colombiani, dei paramilitari e dei business man, (tanto che nel 1984 il narcotraffico costituiva il 5% delle entrate dell'economia colombiana) ed inoltre degli agenti della CIA che hanno potuto trovare nel narcotraffico denaro da non rendicontare e da usare nelle peggiori operazioni di guerra sporca degli ultimi decenni. Nella nota 33 abbiamo già citato il caso eclatante “Iran-contras”, sulle operazioni segrete avviate dal capitano Oliver North per ottenere la liberazione degli ostaggi statunitensi, prigionieri del governo iraniano, in cambio di forniture di armi a Teheran pagate coi soldi del cartello di Medellín.

[171] A.A.V.V., Plan Colombia: Ensayos críticos, Universidad Nacional de Colombia. Editorial Unibiblios, Bogotá, 2001.

[172] La Dyncorp è una società di sicurezza privata che presta molteplici servizi di tipo militare in numerosissime parti del mondo. È presente in Medio oriente dove ha ottenuto, nel 1998, la gestione della sicurezza di basi militari in Qatar. Gestisce inoltre in Kuwait l'addestramento dei piloti dell'aviazione nazionale nonché la manutenzione dei velivoli. In Iraq si sta progettando, in vista di un disimpegno graduale delle truppe di occupazione ad un intervento di 1500 esperti nell'addestramento dei 32 mila uomini della polizia irachena. La Dyncorp è presente nella regione andina - ed in particolare in Colombia - fin dal 1991 quando ottenne le prime ufficiali commesse nel lavoro di lotta alla coltivazione delle sostanze stupefacenti. Ufficialmente conta in Colombia 500 uomini. Il suo sito internet è www.dyncorp.com .

[173] La defoliazione tramite fumigazioni aeree di sostanze chimiche cancerogene ed altamente tossiche non ha ridotto la coltivazione di stupefacenti la cui produzione è anzi triplicata nelle zone trattate. Causa invece dello spargimento delle sostanze chimiche è l'inquinamento di terre e acque e la morte di uomini e animali. Quando nel 1995 si iniziarono a versare tonnellate di veleno nel sud cocalero, - dove neanche troppo velatamente l'obiettivo delle operazioni era colpire uno dei territori a controllo totale delle FARC - trecentomila contadini bloccarono la regione per chiedere l'interruzione delle fumigazioni e politiche strutturali di riconversione. Quello che non fece il glifosato fu completato dall'esercito con una repressione violenta delle manifestazioni.

[174] “Programma di generazione di impiego transitorio per mano d'opera non qualificata attraverso progetti infrastrutturali realizzati in località e quartieri poveri.” Tratto da www.presidencia.gov.co data 5/1/2005, traduzione propria .

[175] Organo di garanzia dello stato colombiano.

[176] Controloría General de la Nación, “Tercer informe sobre el Plan Colombia”, Giugno 2002, pag. 7.

[178] La estrategia integral de el paramilitarismo en el Magdalena Medio de Colombia, pag. 23.

[179] Da El Tiempo, 9/06/2002.

[180] Con il governo Uribe si è avuta un'ulteriore disarticolazione di uno stato sociale già inefficiente con un taglio netto alla spesa sociale anche nelle sue funzioni vitali come la sanità. Vedi al riguardo: Importancia y problemas del seguro social di Jaime Arías Ramirez, José Felix Patiño, José Gregorio Pachón, in Academia Colombiana de Ciencia Económicas, Como utilizar para un desarrollo integral los recursos humanos, bio y geofisico que tenemos? Bogotá, aprile 2004, vol. V-VI, pagg. 127-154.

[181] È stato dimostrato, da diverse investigazioni sul caso che gli attacchi contro il villaggio di Vallecito seguiranno un noto copione colombiano in cui è attiva una simbiosi tra il lavoro militare e quello paramilitare: durante l'Operación Anaconda condotta dall'esercito colombiano durante la primavera del 1999 nella cordigliera antioqueña, viene pesantemente bombardato il villaggio di Vallecito, già pieno dei rifugiati di un'altra comunità colpita dalle violenze dell'operazione. Due giorni dopo la fine dei bombardamenti dell'esercito faranno agilmente ingresso nella comunità i paramilitari delle AUC. Dalla denuncia del portavoce della Mesa Regional (oggi desaparecido) Edgar Quiroga al Procuratore Generale della Nazione. 23/11/1999. In La estrategia integral del paramilitarismo en el Magdalena Medio de Colombia, pag. 49.

[182] “Scarse risorse per il co-finanziamento dei progetti, iniquità dell'assegnazione delle risorse, inconsistenza nei finanziamenti, deficienze nel processo di contrattazione, dispendiosa partecipazione delle ONG operanti [nei progetti], lentezza nella esecuzione dei progetti, deficienze nell'utilizzo dato, assenza di controllo nei conti bancari degli organismi di gestione, inadeguato utilizzo dei documenti.” Tratto da Controloría General de la Nación, “Tercer informe sobre el Plan Colombia”, Giugno 2002, pag. 7 (traduzione propria).

[183] “Questi programmi sono fortemente deficienti e presentano gravi irregolarità. Però la cosa grave è che ottennero (grazie alla grande campagna pubblicitaria in loro favore) una popolarità sufficiente ad oscurare quello che succedeva sul lato militare.” Corporación de Abogados José Alvear Restrepo (a cura di), Plan Colombia-No, Rodríguez Quito Editor, Bogotá, 2003.

[184] “Appoggi progetti produttivi agricoli, idrici e ambientali concepiti in modo integrale e che contribuiscano allo sviluppo sociale e economico di una regione.” Cit. da Controloría General de la Nación, “Tercer informe sobre el Plan Colombia”, Giugno 2002, pag. 7 (traduzione propria)

[185] La estrategia integral del paramilitarismo en el Magdalena Medio de Colombia, pag. 89.

[186] www.plancolombia.gov.co/programas. INDUPALMA è inoltre presente in modo decisivo nella produzione di palma africana in altri stati latinoamericani. In Ecuador riveste per esempio un ruolo leader nel settore di produzione raffinazione e commercializzazione del prodotto. Movimiento Mundial por los Bosques Tropical, El amargo fruto de la palma aceteira. Despoyo y deforestación,  Bogotá, Uita, 2001, pág. 39.

[187] F. De Roux, “¿Por qué el PDPMM?”, en Campo Adentro, nº 14, noviembre de 1996.

[189] Nel corso dello svolgimento del PDPMM una ventina di operatori del programma verranno uccisi per mano paramilitare.

[190] “È nel 1997, che si rende evidente la tensione del Programma tra il convertirsi in organizzazione di un movimento sociale di comunità o in un'agenzia pianificatrice di progetti. Evidentemente il programma non poteva cedere alla tentazione di lavorare con progetti puntuali nei municipi dove era presente e dimenticare che erano le stesse comunità che dovevano appropriarsi del proprio futuro ed in questo processo l'organizzazione sociale, la formazione lavorativa o nei processi amministrativi giocavano un ruolo centrale.” Tratto dal sito web ufficiale del PDPMM www.pdpmm.org.co, traduzione propria.

[191] “La programmazione annuale in Nuclei e ETP è stata finora un evento periodico di riaffermazione del protagonismo degli abitanti nella programmazione della vita municipale.” Tratto dal sito www.pdpmm.org.co, traduzione propria. 

[192] Le relazioni tra Unione Europea e Colombia in materia di cooperazione allo sviluppo daranno vita a 5 “Laboratori di Pace” sparsi nelle regioni maggiormente conflittive della Colombia per un totale di investimento da parte dell'U.E. Di 67,8 milioni di euro.

[193] Tratto dal sito www.pdpmm.org.co.

[194] Luís Alfonso Hoyos verrà accusato di corruzione per aver stornato per uso clientelare fondi dei “Laboratori di Pace”. Vedi a proposito: Marco Consolo, “A Cartagena la Conferenza dei paesi donatori. I piani di Uribe per gli aiuti europei Unione Europea-Colombia”, su Liberazione del 13-14/2/2005.

[195] È indubbio il peso sempre maggiore che l'Unione Europea sta assumendo negli ultimi anni nei rapporti con gli stati latino-americani. Si tratta di un rinnovata relazione che si inserisce in una mutamento degli equilibri della regione. Negli ultimi anni, infatti, è in atto un allentamento dalla storica egemonia statunitense nel suo cortile di casa: molti stati latino-americani anche con politiche differenti pretendono una maggiore autonomia dagli Stati Uniti. Dentro questa cornice si inserisce il lavoro politico e diplomatico dell'Europa nel puntare ad assumere un ruolo più forte come attore di questo scacchiere. Tramite gli interventi di cooperazione allo sviluppo l'U.E. si ritaglia uno spazio di relazione-contrattazione propria e forte.

[196] Vedi a proposito Antonio Mazzeo sul sito http://www.terrelibere.org.

[197] Le politiche di indirizzo economico degli organismi internazionali (come il FMI e la BM) che si ergono a nuova fonte di regolamentazione in materia adottano come piano di indirizzo la privatizzazione tendenziale di ogni risorsa vivente, anche quelle più indispensabili e vitali. Un caso emblematico che spiega questo “enlace” tra attori ed organismi differenti che agiscono uno stesso piano di intenti sono le politiche in materia di risorse adottate in Bolivia. Nel 1999 la Banca Mondiale contratta un prestito di riassesto dell'economia di uno dei paesi più poveri dell'America Latina chiedendo come contro partita la privatizzazione della gestione dell'acqua di questo stato. La gestione di questa privatizzazione viene affidata al complesso Agua del Turnari un consorzio di multinazionali dell'acqua, tra cui l'italiana Edison. I prezzi dell'acqua vengono triplicati nonché vietata persino la raccolta dell'acqua piovana. Nel 2000 le mobilitazioni contro questa privatizzazione drammatica daranno vita a rivolte denominate “battaglie dell'acqua” per la loro violenza (persero la vita nei giorni di protesta 5 manifestanti e 200 rimasero feriti) che culminarono nel ritiro della privatizzazione e nella fuga delle multinazionali. Nel novembre del 2005 il complesso Agua del Turnari con alla testa la Bechtel, (ora impegnata nella gestione della rete idrica irachena), chiese ad un tribunale della Banca Mondiale (allo stesse tempo attore e giudice di questo processo) un risarcimento per “mancato lucro” sul suolo boliviano di 25 milioni di dollari. Vedi a proposito delle strategie di privatizzazione del vivente L. Wallach, M. Sforza, WTO. Tutto quello che non vi hanno mai detto sul commercio globale, Milano, Feltrinelli, 2000; V. Shiva, Il mondo sotto brevetto, Milano, Feltrinelli, 2002; V. Shiva, Monoculture della mente, Torino, Bollati Boringhieri, 1995. Sulle politiche economiche boliviane rimandiamo al sito www.selvas.org.

[198] Tanto più nella misura in cui il governo di Álvaro Uribe Vélez viene considerato da osservatori nazionali ed internazionali come  autoritario ed antidemocratico. Dopo un anno dall'elezione di Uribe un ombrello di circa 80 ONG nazionali in un libro bianco dal titolo “El Embrujo Autoritario” (A.A.V.V., El Embrujo Autoritario. Primer Año de Gobierno de Àlvaro Uribe Vélez, Plataforma Colombiana de Derechos Humanos, Democracia y Desarrollo, Ediciones Àntropos LTD, Bogotá, Colombia, Settembre 2003) denunciò la mancanza dei presupposti minimi della democrazia in Colombia a danno di sindacalisti, attivisti politici, sociali e comunitari. Uribe accusò queste organizzazioni di essere colluse con le formazioni guerrigliere e terroristiche attirandosi così le critiche della comunità internazionale che vincolò il rinnovo degli aiuti economici e degli investimenti su suolo colombiano ad un cambio di rotta del governo colombiano in materia di rispetto dei diritto umani.

[199] Circa la filosofia dell'impianto legislativo denominato “Giustizia e Pace” vedi A.A.V.V., Resistenze senza tempo e nuove guerre. Laboratorio Colombia, di prossima pubblicazione per la Manifestolibri.

[200] Vedi a proposito: A.A.V.V., Resistenze senza tempo e nuove guerre. Laboratorio Colombia, libro di prossima pubblicazione per la Manifestolibri ed il terzo capitolo di questa ricerca.

[201] “Dopo un periodo apparentemente critico nelle relazioni tra governo nazionale e ONG, si dà un appoggio importante alle proposte sorte dal “Laboratorio di Pace” del Magdalena Medio tramite la approvazione di un secondo “Laboratorio di Pace” che conta con l'appoggio e la contropartita del Governo Nazionale.” Dal sito www.pdpmm.org.co, data 3/12/2005, traduzione propria.

[202] Nel novembre 2005 si è appreso di un ulteriore assassinio di un leader comunitario della Comunità di Pace di San José de Apartadó. Nel marzo dello stesso anno un attacco aereo e poi terrestre della zona da parte dei militari della XVII brigata ha provocato la morte di 7 persone tra cui 4 bambini. Alle responsabilità dell'esercito si andranno ad aggiungere quelle personali e non punite di Uribe che aveva considerato le Comunità di Pace, in seguito ad un'interrogazione popolare, (una specie di talk show in diretta tra pubblico e presidente) oggettivamente affini “ai terroristi della guerriglia” in quanto, continuando a preservare il loro status di Comunità di Pace, non collaboravano con l'esercito nella lotta ai gruppi insorgenti. Vedi a proposito i documenti sul sito della Comunità di Pace di San José de Apartadó: http://www.cdpsanjose.org/.

[203] El énfasis de los espacios umanitario, in Plan Operativo 2004 su www.pdpmm.org.co.

[204] “Arrivano come paracadutisti con i loro progetti che realmente sono loro anche se formano un nucleo locale. I progetti non sono della comunità ed è per questo che quando sono minacciati nessuno esce a difenderli in quanto la gente non sente questi progetti propri”. Da: La estrategia integal de el paramilitarismo en el Magdalena Medio de Colombia, pag. 84, di Gearòid O Loingsigh disponibile su www.prensarural.org (traduzione propria).

[205] Vedi a proposito le dichiarazioni di esponenti del PDPMM sul sito ufficiale del PDPMM www.pdpmm.org.co alla pagina “Laboratorios de Paz: Presentación”.

[206] “Rispetto alle forme del lavoro uno dei risultati più significativi che ha raggiunto il PDPMM è lo sviluppo di abilità e capacità di lavoro in squadra, rompendo con la inerzia culturale ed economica propria di queste regioni dove gli individui tengono all'isolamento ed alla dispersione.” Tratto da: CIDER, Universidad de los Andes, Evaluación intermedia externa Programa de Desarrollo y Paz del Magdalena Medio (PDPMM), abril 2000, traduzione propria.

[207] È inoltre da segnalare come ancora una volta lo stato colombiano sia protagonista della repressione. Organizzazioni come la già citata Mesa Regional che svolse un ruolo centrale nelle trattative durante e dopo l’“Éxodo Campesino”, dovrà chiudere i propri uffici in seguito agli attentati paramilitari e sarà accusata con altre organizzazioni del reato di ribellione da parte dello Stato Colombiano per il suo lavoro. 

[208] “I paramilitari, anche se è difficile dirlo, furono ricevuti da una parte significativa della popolazione di Barrancabermeja, come gente che stava liberando la città. Non ci fu, come dice lo studio una forte resistenza in nessuna delle zone della città.” Tratto da: La estrategia integral del paramilitarismo en el Magdalena Medio de Colombia, pag. 107, traduzione propria.

[209] “Le fonti delle testimonianze e dei documenti dello studio provengono principalmente da tre organizzazioni sociali: La Asociación Campesina del Valle del Río Cimitarra (ACVC), La Mesa Regional de Trabajo Permanente por la Paz [Mesa Regional n.d.A.] e la Corporación Regional de Defensa de los Derechos Humanos (CREDHOS). Le informazioni provenienti da queste organizzazioni sociali, con una traiettoria conosciuta nel territorio del Magdalena Medio tanto per le loro lotte e rivendicazioni, quanto per le affinità ideologiche e politiche, devono essere soggette a verifiche.” Tratto da: La estrategia integral del paramilitarismo en el Magdalena Medio de Colombia, pag. 108, traduzione propria.

[210] “Il laboratorio di pace riaffermerà che l'indirizzo dell'economia contadina è vitale per la costruzione di uno scenario di pace nella regione. In un territorio di sgomberi forzati per la guerra ed il mercato il Laboratorio di Pace stabilisce l'occupazione produttiva delle terre della regione per gli abitanti della stessa formati, organizzati ed in armonia con la natura. I progetti sviluppano trasformazioni tecnologiche, esplorazione dei nuovi mercati, indirizzo di credito e strutturazione di nuove alleanze per la commercializzazione, in uno sforzo per armonizzare sviluppo economico con condizioni di equità e convivenza.” PDPMM / Laboratorios de Paz, Resumen Ejecutivo 1, su www.pdpmm.org.co, traduzione propria.

 

[211] “Senza dubbio gli impresari e gli intermediari commerciali costituiscono corporazioni con potere relativo che, rispetto ai contadini ed alle loro associazioni, non sono simmetriche, né equilibrate. I contadini hanno bisogni di organizzazioni proprie ed autonome sufficientemente forti per negoziare contratti vantaggiosi.” H. Mondragón, La Economía Rural y la Guerra. Mesa Ciudadana Para una Agenda de Paz. Taller Agrario y Cultivos “Ilícitos”- 5 aprile 2002, traduzione propria.

[212] “Questi [i piani] si intendono come processi socio-economici generati intorno ad una attività nella quale le comunità rurali si integrano con il settore imprenditoriale in alleanze strategiche all'interno di progetti produttivi fruttuosi e competitivi...Questa strategia conterà inoltre dei fondi del settore privato uniti ai fondi pubblici provenienti dal fondo per la Pace e dalla cooperazione internazionale. Tratto da: Cambio para construir la paz. Plan Nacional de Desarrollo 1998-2000, Bases", p. 260, traduzione propria.

[213] Hector Mondragón, op. cit. 

[214] “Si tratta con questo sistema si incrementare i rendimenti monetari per ettaro di terra senza alterare in assoluto la struttura di proprietà della terra. Le alleanze sono il rimedio legale per eludere gli obblighi [delle imprese con il lavoratore agricolo]. Al divenire socio con il lavoratore, il latifondista risparmia in giornate lavorative ed elimina le ore extra e le prestazioni sociali. I proprietari considerano che l'amministrazione delle alleanze debba essere nelle loro mani data la “loro esperienza”.  Ibid, pag. 11.

[215] I documenti di Santa Fé (I, II, III, IV) costituiscono direttive di indirizzo delle politiche agricole U.S.A.

[216] Già nel 1997 gli alberi di Palma occupavano nelle regioni tropicali 6,5 milioni di ettari per una produzione di circa 17,5 milioni di tonnellate di olio. El amargo fruto de la palma aceteira. Despoyo y deforestación, Movimiento Mundial por los Bosques Tropical, Bogotá, Uita, 2001, pág. 26.

[217] Justicia y Paz, La Tramoya. Derechos Humanos y Palma Aceteira. Curvaradó y Jiguamiandó, Textos, 2005, pág. 140.

[218] Il suo successo economico è dovuto al moltiplicarsi della richiesta, sui mercati mondiali, dell'olio estratto dai semi (aceite de palmista) e dal cuore della pianta (aceite de palma) per scopi alimentari ed industriali (cosmetici, saponi, detergenti, lubrificanti). Movimiento Mundial por los Bosques Tropicales, www.wrm.org.uy.

[219] Carburante per motori diesel di origine vegetale che ridurrebbe le immissioni di gas inquinanti nell'atmosfera.

[220] J. C. Jacquemard, La Palmiere à huile, Editions Maisonneuve et Larose, Paris, 1995. 

[221] El amargo fruto de la palma aceteira. Despoyo y deforestación, Movimiento Mundial por los Bosques Tropical, Bogotá, Uita, 2001, pág. 28.

[222] A proposito del caso degli espropri di terre in Camerun da parte dello stato e poi cedute a transnazionali vedi: Engola Oyep & Bayie Kamanda, Enquête sur la dinamique des plantacions individuelles de palmier à huile au Camerun, Centre d'Etudes Rurales, Economique et sociales, anno 2000. Su simili dinamiche occorse in Ecuador vedi: Alerta Verde, Los monocultivos de palma Africana, etnocidio y genocidio en el oriente, Boletín de Acción ecológica, No. 35, Octubre de 1996.

[223] “Sono note in queste imprese di palma le violazioni dei diritti umani dei lavoratori sindacalizzati da parte di gruppi paramilitari e forze armate che causano crimini, torture, sgomberi forzati, scomparsa di dirigenti sindacali e lavoratori di base. Anche i conflitti (controversie sul lavoro) si presentano come detenzioni ai danni di lavoratori accusati di essere delinquenti e sovversivi.” Tratto da: Ubencel Duque Rojas, Aproximación a la realidad del Magdalena Medio, PDPMM, aprile 1996, traduzione propria.

[224] Il Plan Colombia prevede un'opzione “militare” nell'implementazione della produzione di palma africana. Infatti i progetti della componente sociale del Plan Colombia prevedono l'intimazione della sostituzione della coca sotto la minaccia delle fumigazioni. Micheal Dean, direttore e membro del direttivo USAID nella regione Andina spiegherà, nella conferenza dell'Iniziativa Regionale Andina che: “È importante notare come non ci sia niente di così produttivo, per il contadino, come la produzione della coca. L'incentivo per provocare l'abbandono della produzione della coca, non è economico, ma consiste nella minaccia di eradicazione involontaria. Deve esserci una minaccia credibile ed un rischio per chi continua a coltivare coca” (tratto da: Michael Deal, On the record briefing with several administration officials on the Andean Regional Initiative, May 16, 2001, disponibile in www.ciponline.org.

[225] Fedepalma, Boletín Económico, n. 1, 2002, pag. 8.

[226] Vedi a proposito: Rugeles Y Delgado, Violencia y producción en el campo: una visión neoinstuticional, di prossima pubblicazione, pagg. 74-75.

[227] Il difficile smaltimento del monossido di carbonio è uno dei maggiori fattori dell’“effetto serra”. Vedi a proposito: Palm Oil Project, An International Collaboration in Gene Manipulation of Oil Palm/Dendê Plantation Brasil ed anche http://www.wrn.org.uy/actores/CCC/inicio.htlm

[228] E. Wakker, Funding forest Destruction. The Involvemet of Duth Banks in the financing of Oil Palm Plantations in Indonesia. The Neaderlands, AIDEnvironments/Telapak/Contrast Advies (a cura di Greenpeace Olanda), marzo 2000.   

[229] Vedi a proposito: Alejandro Mantilla Quijano, La alimentación que nos Ofrecen, Ed. Camacho, Bogotá, 2004.

[230] Vedi a proposito i progetti relativi alla sostenibilità ed autonomia alimentare nella regione del Magdalena Medio sostenuti dalla Mesa Regional: Mesa Regional, Plan de desarrollo y protección integral de los derechos humanos del Magdalena Medio, 1999.

[231] Il dispositivo della guerra e con esso l'identificazione di un nemico da anatemizzare e colpire appare come un efficace dispositivo di produzione di ordine su scala mondiale: una macchina che struttura ed organizza in profondità tutti gli aspetti della vita e che usa le sue articolazioni militari come una tecnica tra le tante di cui può disporre. È questa la filosofia del “Patrioct Act” e di tutte quelle leggi di emergenza che per combattere un nemico interno od esterno, si dotano di strumenti per determinare in modo profondo tutti gli aspetti dell'esistenza. I codici di guerra vengono trasferiti in tutti i campi dell'esistenza e ad essa devono rispondere.

A proposito delle trasformazioni delle nuove guerre vedi: Alain Joxe, L'impero del caos: guerra e pace nel nuovo disordine mondiale, tr. it. a cura di Alessandro Lago e Salvatore Palidda, Sansoni, Milano, 2003, pag. 157-183; Alessandro Dal Lago, Polizia Globale: Guerra e conflitti dopo l'11 settembre, Ombre Corte, Verona, 2003. Per una bibliografia multimediale: www.comw.org/rma/index.htlm e P. Batacchi, La rivoluzione negli affari militari: storia tecnologie e sistemi in www.equilibri.net.

[232] Per una trattazione della guerra simmetrica: Von Clausevitz, Della Guerra, Mondadori, Milano, 1970. Invece per uno studio approfondito della storia delle relazioni internazionali rimandiamo a E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, 1918-1999, Roma-Bari, Laterza, 2000.

[233] Vedi E. Guevara, Scritti, discorsi e diari di guerriglia, 1959-1967, Einaudi, Torino, 1969 e V. N. Giap People's war, People'e Army, University Press of Pacific, Stockton, 2001.

[234] I movimenti antisistemici occidentali assumeranno le vittorie degli uomini del generale Giap come uno dei simboli della lotta antimperialista, contemporaneamente nascerà nei campus delle università statunitensi, un movimento di protesta amplissimo che contesterà l'invio di giovani nordamericani in una guerra di cui non si scorgeva il senso.

[235] La bibliografia sulla guerra a bassa intensità è vastissima, sia per quanto riguarda i documenti strategici dell'intelligence militare nordamericana e degli analisti e degli eserciti latinoamericani, sia per gli studi di chi la GBI l'ha subita e la subisce. È sicuramente opportuno rimandarvi ad una delle sorgenti teoriche della GBI, disponibile negli archivi della CIA ormai desecretati: www.tscm.com/CIA_PsyOps_Handbook.html; vedi inoltre: Ron Robin, The Making of the World War Enemy, Princeton University, Press, Princeton, 2001. 

[236] Quando una guerra convenzionale a raggio limitato implica eccessivi rischi, le tecniche paramilitari possono essere una maniera sicura ed efficace di utilizzare la forza con fini politici” (tratto da:  A.A.V.V.,  La guerra en el mundo moderno, Revista de las Fuerzas Armadas, Bogotá, mayo-agosto, 1976.

[237] Mauro Bulgarelli e Umberto Zona, Mercenari. Il business della guerra, NDA Press, Milano, pag. 18.

[238] Ibid., pag. 16

[239] Manuale della CIA di Operazioni Psicologiche nelle guerre di guerriglia, Stati Uniti, 1985. 

[240] Q. Liang e W. Xiangsui, Guerra senza limiti, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2001, pag. 47.

[241] M. D'Eramo, Mercato della sfiga e santi laici”, in Il Manifesto, 1.7.2003.

[242] Vedi a proposito dell'utilizzo delle Ong come uno strumento bellico tra i tanti nella  lotta al terrorismo: Alexander Lennon, The battle for Heart and Mind: Using Soft Power to Undermine Terrorist Networks, London, The Mit Press, 2003.

[243] “La moltiplicazione delle crisi dalla fine della guerra fredda si è accompagnata con lo sviluppo di un numero crescente di attori civili e militari per fare fronte alla complessità delle situazioni. La cooperazione tra attori sul campo sarà giudicata necessaria ad un livello politico-strategico. L'amministrazione americana, in seguito all'insuccesso dell'intervento in Somalia (1993) ed in seguito alla mancanza di coordinamento in Haiti (1994) pratica l'utilizzo di organizzazioni civili governamentali, non governamentali (ONG) e militari, lanciando così una riflessione stratègica per migliorare la direzione della risposta pluridimensionale alle crisi.” Tratto da : Militarisation de l'humanitarie? Le modele amèrican de l'integration civilo-militaire, ses enjeux et ses limites di Sami Makki, communication au college GRIP-ECHO, Bruxelles, 17 Novembre 2004, pag. 2. (Traduzione propria).

[244] L'acronimo sta per Research and Development. L'agenzia si occupa, dalla fine della seconda guerra mondiale, di svolgere attività di analisi in materia di strategia economica e militare nazionale ed internazionale per il governo e l'esercito statunitense. Il suo sito è www.rand.org/publications.

[245] David Ronfeldt,  John Arquilla, Cyberwar is coming!, 2002, Santa Monica, RAND. Disponibile su www.rand.org/publications 

[246] Vedi a proposito il lavoro di David Ronfeldt, A Long Look Ahead: NGOs, Networks, and Future Social Evolution, Rand, 2002, Santa Monica, pag. 90, disponibile su www.rand.org/publications

[247] “Il termine Netwar si riferisce ad un modello di conflitto (e reato) emergente a livello sociale (all'infuori del tradizionale tipo di guerra militare) in cui i protagonisti usano le forme di organizzazione dei networks, le strategie e le tecnologie in sintonia con l'era informatica.” Tratto da: David Ronfeldt, A Long Look Ahead: NGOs, Networks, and Future Social Evolution, pag. 93, 2002, Santa Monica, RAND; disponibile su www.rand.org/publications.

[248] Ronfeldt and Arquilla, The zapatista social Netwar in Messico, 1998, Santa Monica, CA: RAND; disponibile su www.rand.org/publications.

[249] Circa la sovrapposizione tra interventi di polizia ed azioni belliche rimandiamo ad Alessandro Dal Lago, op. cit.. 

 

[250] Gli autori danno una particolare rilevanza alla “battaglia di Seattle” (John Arquilla e David Ronfeldt, Networks and Netwars: The Future of Terror, Crime, and Militancy, cap. VII, Santa Monica, 2001; disponibile su www.rand.org/publications/P/P7967/) dove gli attivisti  bloccarono efficacemente il vertice del WTO. Tale equiparazione anche implicita è diventata evidente con la promulgazione in seguito agli attentati terroristici dell'11 settembre, del Patrioct Act e delle equivalenti leggi antiterroristiche europee. Se tali leggi non hanno fermato attentati ed organizzazioni terroristiche hanno invece avuto come effetto, tanto in Europa quanto negli Stati Uniti, l'equiparazione delle attività pubbliche dei movimenti sociali a formazioni considerate terroristiche e la relativa criminalizzazione dei movimenti sociali. Infatti l'equiparazione ha prodotto modifiche giuridiche eccezionali e possibili solamente all'interno di questa trasposizione. La trasformazione del codice penale italiano ed il recupero delle leggi “antiterrorismo” degli anni ottanta come strumento di lotta alle organizzazioni sociali contemporanee sono esplicative di questa trasformazione.

Si legge sulla rivista di analisi del Sisde (Servizio segreto Civile) in un saggio di analisi del movimento “No Global”:  

“Per quanto riguarda i movimenti sociali, questo significa che è sempre più facile e diffusa la collaborazione tra gruppi ideologicamente diversi sulla base di obiettivi "condivisi", senza che ciò incrini la "purezza" dei militanti. Ad esempio, se per un integralista islamico è difficile pensare di poter combattere fianco a fianco con un "infedele", ciò non vuol dire che all'interno della "rete", grazie anche alle tecnologie moderne e allo sviluppo in senso geometrico delle possibilità di comunicazione, non si realizzi la possibilità di una collaborazione "virtuale", ma non per questo poco efficace”. Ciro Sbailò,,Fenomeno No Global le nuove frontiere, SIS, n. 1 ottobre - dicembre 2004,,http://www.sisde.it/Gnosis/MainDb.nsf/HomePages/H5, 23/12/2005. Per quanto riguarda la filosofia delle nuove leggi antiterrorismo vedi: A. De Giorni, Il governo dell'eccedenza. Postfordismo e controllo della moltitudine, Ombre Corte, Verona, 2002 e Danilo Zolo, Antiterrorismo. Un pacchetto che fa paura, Il Manifesto, 23/7/2005.

[251] Infatti, per gli autori neanche armi di già sperimentata efficacia come quelle che rispondevano al concetto della deterrenza possono funzionare contro organizzazioni che non fanno del territorio una costante stabile ed i cui membri sono abbastanza slegati tra loro ed a volte incomunicanti per cui anche un drammatico attacco ad un nodo della rete non provoca una reazione psicologica a catena funzionale ad un meccanismo di demoralizzazione.

[252] La RMA ha proprio nel concetto di sciame un suo punto forte: nel campo delle azioni belliche di attacco un meccanismo centrale è costituito dall'utilizzo di piccole unità di soldati scelti che possono contare sull'utilizzo di tecnologie sofisticatissime che permettono loro di avere una conoscenza perfetta del territorio dove operano nonché costantemente in contatto tra loro, appunto in rete mentre il capo del plotone è in “interfaccia” con gli altri nodi dell'apparato bellico; agiscono come uno sciame di api, si concentrano su un obiettivo e poi si disperdono. Vedi a proposito: Cyberwar is coming!, John Arquilla e David Ronfeldt, Santa Monica, 1993, disponibile su www.rand.org/publications/.

[253] “La novità risiede nella possibilità di operare a distanza e nella crescente inclusione delle ONG che osservano, monitorano, ci informano, riferiscono ciò che vedono nelle diverse aree.” Tratto da: David Ronfeldt, A Long Look Ahead: NGOs, Networks, and Future Social Evolution, pag. 93, 2002, Santa Monica, RAND, disponibile su www.rand.org/publications.

[254] Termine coniato dagli stessi autori e derivante dal greco noos cioè spirito.

[255] David Ronfeldt, John Arquilla, The Emergence of Noopolitik. Toward an American Information Strategy, Santa Monica, 1999; disponibile su  www.rand.org/publications/.

[256] M. Hardt, A. Negri, Impero, Milano, Rizzoli, 2002, pag. 230. 

Formato per la citazione:
Filippo Nuzzi, "Cooperazione e strategie paramilitari nel Magdalena Medio, Colombia", terrelibere.org, 12 maggio 2006, http://www.terrelibere.org/doc/cooperazione-e-strategie-paramilitari-nel-magdalena-medio-colombia