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Documenti > Saggio
Domenico Pacitti: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi: Pacitti: Dott. Agnoletto, il movimento italiano che lei
rappresenta viene comunemente definito dai media qui in Italia “no-global”,
ossia il movimento contro la globalizzazione. Accetta questa definizione? Agnoletto: Assolutamente no. È del tutto fuorviante. Noi non ci
opponiamo alla globalizzazione come tale. Noi ci opponiamo a questa
globalizzazione. Pacitti: Se non dobbiamo chiamare il movimento “no-global”, come
lo possiamo chiamare? Agnoletto: Io lo chiamo “il movimento contro questa
globalizzazione”, mettendo l’accento su “questa”. Oppure, giornalisticamente,
lo si può chiamare “il movimento dei movimenti”. Pacitti: Potrebbe delineare il tipo di globalizzazione al quale il
movimento si oppone e il tipo che vuole invece promuovere? Agnoletto: Noi siamo contro una globalizzazione dei profitti,
contro un mondo dominato da un’economia in assenza di regole politiche. Questa
è la nostra posizione. Siamo per una globalizzazione dei diritti
e questo vuol dire alcune cose molto concrete. Vuol dire, per esempio, la
tutela per tutti coloro che lavorano. Quindi, chiedere il rispetto dei diritti
sindacali in tutte le parti del mondo, chiedere rispetto, per esempio, della
maternità e della tutela della salute per tutti coloro che lavorano. Globalizzare i diritti significa, per
esempio, tutelare l’ambiente, quindi chiedere la firma dell’accordo di Kyoto
come primo punto indispensabile. Significa, per esempio, non accettare un
mondo dove un miliardo trecento milioni di persone vivono sotto un dollaro al
giorno e quasi due miliardi vivono con meno di due dollari al giorno. Significa
non credere in un mondo dove quasi un miliardo di persone non ha ancora accesso
all’acqua potabile. Allora, noi non siamo dei sognatori.
Abbiamo degli obiettivi molto concreti. Sarebbero sufficienti ottanta bilioni
di dollari, secondo l’UNICEF e secondo il programma di sviluppo delle Nazioni
Unite, per portare a tutto il mondo l’acqua potabile, un’alimentazione decente
e le prime cure di assistenza sanitaria. Ottanta bilioni di dollari equivalgono ad
un quarto del bilancio annuale delle spese militari americane, al nove per
cento annuo delle spese militari nel mondo, all’otto per cento delle spese per
la pubblicità nel mondo. Qui facciamo delle proposte molto
concrete. Sarebbe sufficiente molto meno del dieci per cento delle spese
previste per lo scudo spaziale per portare l’acqua potabile per tutti. Abbiamo,
per esempio, proposto la Tobin tax [http://www.tobintax.org.uk]. Se fosse realizzata contemporaneamente in
tutte le otto borse principali del mondo, potrebbe dare un grande contributo
alla lotta alla povertà e alla fame. Quindi, noi siamo contro questa
globalizzazione ma in modo costruttivo. Io non voglio tornare all’epoca delle
candele. Internet è importante, la rete telematica è assolutamente
fondamentale. Ma vogliamo un mondo con uno sviluppo assolutamente diverso. Oggi c’è un deficit di politica. Oggi
l’economia domina incontrastata. Ecco perché noi contestiamo delle istituzioni
che sono illegittime. Penso alla WTO [World Trade Organization], al G8 che
nessuno ha eletto, perché il G8 non è stato eletto per governare il mondo: sono
otto capi di stato eletti per governare otto paesi. Noi chiediamo un ruolo diverso dell’ONU
con la capacità da parte dell’ONU di assumere delle decisioni politiche, un’ONU
dove tutti abbiano diritto di voto e nessuno un diritto di veto, un’ONU meno
burocratica. Ecco perché siamo contro le politiche della banca mondiale del
Fondo Monetario Internazionale. Forse non tutti sanno che la Banca
Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale funzionano come, diciamo, società
per azioni, dove sette nazioni – le più potenti – da sole hanno più di 51 per
cento. E quindi le politiche vengono determinate nell’interesse di queste
nazioni. Pacitti: Quali sono esattamente le componenti del movimento qui
in Italia e da quante organizzazioni è composto? Agnoletto: Non conosco la cifra precisa ma sono sicuramente diverse
centinaia. Pacitti: Può dire qualcosa delle persone e delle associazioni che
lei rappresenta? Agnoletto: Sì. Il movimento italiano è molto particolare perché non
nasce all’improvviso ma è il risultato del lavoro realizzato da centinaia e
centinaia di associazioni e di gruppi che dalla metà degli anni ottanta per
quindici anni hanno lavorato su un tema specifico. Molti di costoro precedentemente facevano attività politiche. Dopo
la sconfitta culturale, prima che politica, della sinistra, ognuno di noi si è
messo a lavorare su un suo campo specifico. Io, per esempio, mi sono messo a
lavorare sull’AIDS per quindici anni. Ognuno lavorava nel proprio ambito di
studio. E faccio il mio esempio, però il mio esempio può essere uguale
all’esempio degli altri cambiando solo argomento. Io mi batto dall’87 per i
diritti delle persone sieropositive. Pacitti: In Italia? Agnoletto: In Italia e però lavoro anche nel mondo. Lavoro molto
nei Balcani e ho dei progetti di intervento di solidarietà in Africa – in Sud
Africa e in Nigeria. Ad un certo punto
nel ’96 arrivano i nuovi farmaci. Le porto come esempio gli inibitori delle
protease. Questi farmaci cambiano completamente la vita delle persone
sieropositive. Dal ’96 in poi una persona che si infetta può avere un’attesa di
vita di 16-18 anni. Noi ci accorgiamo, però, che quasi 95 per
cento delle persone sieropositive non possono usare questi farmaci perché
costano troppo. La cura costa all’anno 10 mila dollari per la persona. Allora ci chiediamo perché questi farmaci
costano troppo, se questo è un dato immodificabile oppure un segno del destino.
E scopriamo che non c’è nessun rapporto tra i costi sul mercato e il costo
della ricerca e della produzione e che questo succede perché agiscono in
condizioni di monopolio. Pacitti: Possiamo nominare le case farmaceutiche? Agnoletto: Parliamo della Glaxo Wellcome [il 27 dicembre 2000 la
Glaxo Wellcome si unì la SmithKline Beecham per formare la GlaxoSmithKline con
sede in Inghilterra], parliamo dell’Abbott [Illinois], parliamo della Merck
[New Jersey]. Queste sono le principali. Pacitti: E perché possono continuare ad agire in condizioni di
monopolio? Agnoletto:
Perché il WTO ha stabilito il regolamento sui brevetti che garantisce gli
interessi di queste società per 20 anni e più. È garantita la proprietà
intellettuale sui farmaci. Nessun altro li può produrre. Allora, se io voglio difendere i sieropositivi, mi devo battere
contro la WTO. Io personalmente sono entrato nel movimento contro questa
globalizzazione partendo dalla mia lotta contro l’AIDS. Ma ogni nostra associazione
ci arriva attraverso una strada particolare, attraverso una strada specifica. Pacitti: Quanto è unito il movimento italiano, considerato il
fatto che rispecchia un ampio raggio di opinioni? Agnoletto: La caratteristica del movimento italiano è che è un
movimento unitario. Questo è qualcosa di unico se non in tutto il mondo almeno
in tutta Europa. Noi stiamo organizzando il Forum Sociale
Europeo. Ieri ero a Bruxelles per organizzare. Noi siamo sempre l’unica
delegazione che si presenta come delegazione unitaria nazionale, che però al
suo interno ha un pluralismo enorme. Pacitti: Però siete d’accordo su tutti i punti principali? Agnoletto: Sì. Io quando parlo, parlo a nome di tutti. Pacitti: Qual è attualmente la sua posizione precisa – sempre
portavoce? Agnoletto: Adesso io sono il rappresentante unitario del movimento
italiano nel consiglio internazionale del Forum Sociale Mondiale, eletto dai
membri di tutte le componenti del movimento italiano. In questo noi differiamo
anche dall’Attac in Francia. Io rappresento tutto il movimento italiano nel
consiglio internazionale del Forum Sociale Mondiale. Pacitti: Lei è stato eletto o nominato per fare questo? Come si
trova in questa posizione? Agnoletto: Partiamo da Genova, però. Dobbiamo partire da lì. Per
contrastare il G8 nel novembre del 2000 abbiamo stilato un patto di lavoro che
sottolineava gli ideali che ci tenevano insieme, quali fossero i nostri comuni
obiettivi e programmi. Ad un certo punto si è trattato di individuare un
portavoce. Pacitti: Quando precisamente? Agnoletto: Eravamo ormai a maggio 2001, prima di Genova. Il patto
di lavoro è un documento fondativo del novembre. A maggio del 2001,
avvicinandosi a Genova, c’è stata la necessità di trovare un portavoce che
parlasse a livello unitario per tutto il movimento. Inizialmente era stato stabilito che si
facesse a rotazione e che cominciavo a farlo io. Siccome io poi l’ho svolto in
modo che è andato bene a tutte le parti del movimento, sono stato confermato. A Genova questo documento era firmato da
mille associazioni di cui seicento italiane e quattrocento, invece, estere, ed
è nato il GSF, cioè il Genoa Social Forum. Dopo Genova, per rispondere alla
repressione dello stato e per portare avanti i nostri temi, sono nati i social
forum di tutta Italia. Oggi noi abbiamo oltre 130 social forum in
Italia, locali, in ogni città. Sabato e domenica l’altra, cioè 10 giorni fa,
c’è stata l’assemblea nazionale del Social Forum. Pacitti: A Milano? Agnoletto: Sì, a Milano. A Milano ho la casa ma sono sempre in giro.
Dieci giorni fa, c’è stata l’assemblea nazionale del Social Forum, dove abbiamo
deciso di darci un po’ di organizzazione. Noi abbiamo un’assemblea nazionale ogni
due o tre mesi. Poi, ogni mese si riunisce un gruppo di coordinamento, dove c’è
un rappresentante per ogni Social Forum e anche rappresentanti per ogni
associazione nazionale che ha firmato un nuovo patto di lavoro. Domenica scorsa abbiamo votato un nuovo
patto di lavoro perché non potevamo più basarci su quello di Genova, gli
obiettivi del quale non avevano più validità dopo Genova. Finito Genova, abbiamo visto che erano
nati 130 social forum. Abbiamo avviato una fase di discussione. Si è conclusa
il tre di marzo con l’approvazione di un nuovo patto di lavoro, che è un nuovo
documento mirato al futuro. Questo documento adesso deve essere
sottoscritto. Abbiamo cominciato adesso a raccogliere firme dai 130 Social
Forum locali e da tutte le associazioni nazionali, che saranno centinaia. Esiste un gruppo di coordinamento per ogni
Social Forum e uno per ogni associazione, che si riunisce ogni mese. Abbiamo
poi sei gruppi di lavoro che lavorano sui temi – sei gruppi di lavoro
nazionali. Un tema è il no alla guerra e al
terrorismo. Pacitti: Quindi no anche alla guerra al terrorismo, ovviamente?
Agnoletto: No alla guerra in tutti gli aspetti e no alla guerra al
terrorismo. No alla guerra in generale e no al terrorismo. Un altro gruppo di lavoro organizza la
nostra presenza ad ogni riunione della FAO. C’è un secondo gruppo di lavoro per
organizzare la nostra presenza all’incontro mondiale della FAO che a giugno
sarà a Roma. Un terzo gruppo organizza
il Forum Sociale Europeo. Poi c’è un quarto gruppo che si occupa del lavoro
degli immigranti. Ogni gruppo stabilirà due, tre o quattro
portavoce ma solo sui temi del gruppo. E poi io sono stato nominato
rappresentante nel movimento internazionale. Questo è lo schema che abbiamo.
Non abbiamo più portavoce generali. Portavoce solo sui vari temi, cosicché ho
io questo ruolo internazionale un po’ di garante. Pacitti: Qual è stato il legame fra il suo lavoro sull’AIDS e il
suo coinvolgimento nella lotta contro questa globalizzazione? Agnoletto: Io nell’87 ho fondato la LILA [la Lega Italiana per la
Lotta contro l’AIDS: http://www.ecn.org/lila]. L’ho fondata e fin dall’inizio la LILA era
un’associazione dentro cui ci stavano rappresentanti di movimenti sociali, per
esempio, un gruppo delle prostitute – il comitato per i diritti civili delle
prostitute di Pordenone. Oppure l’Arcigay, che è la maggior associazione
omosessuale. Però c’erano anche settori scientifici,
per esempio i medici del coordinamento nazionale degli operatori delle
tossicodipendenze, psichiatri di Psichiatria Democratica, molti magistrati di
Magistratura Democratica. C’era un gruppo di giornalisti molto
importante in Italia allora che si chiamava il Gruppo di Fiesole, che era il
gruppo di giornalisti democratici che sono stati i cofondatori, e poi i
responsabili sanità di CGIL-CISL-UIL, che erano ottanta. Abbiamo fondato la LILA perché ritenevamo
che la lotta all’AIDS non poteva essere condotta in maniera non unitaria.
Quello dell’AIDS non è un problema che riguarda solo gli omosessuali o i
tossicodipendenti. E quindi abbiamo fondato questa associazione che potesse
affrontare tutti i temi di lotta all’AIDS. Lottare contro l’AIDS significa prevenzione,
battaglia sui diritti, assistenza, e assistenza a sua volta vuol dire la
gestione di case-alloggio, assistenza domiciliare, assistenza in ospedale,
gruppi di auto aiuto, gruppi per i genitori o per i parenti delle persone
sieropositive; e significa ricerca
sociale e ricerca scientifica. Per quanto mi riguarda, io sono entrato
nella lotta all’AIDS come direttore di un istituto di ricerca. Io sono stato
riconosciuto come un direttore di istituto di ricerca, e io, infatti, da tanti
anni presento dei medici. Pacitti: L’istituto LILA è ufficialmente riconosciuto? Agnoletto: Il mio non è un istituto di ricerca riconosciuto per
decreto ma di fatto. Infatti, i medici che lavorano con me hanno sempre vinto
delle borse di studio riservate a ricercatori in istituti scientifici, l’unico
caso in Italia. Si tratta di un’associazione, e il mio
curriculum mi ha permesso di presentare i candidati alle borse di studio
dell’ISS [Istituto Superiore di Sanità]. I miei allievi hanno sempre vinto le
borse di studio superiore come se noi fossimo anche un istituto di ricerca
scientifica. Questo in Italia è un caso del tutto
anomalo, davvero eccezionale. Pacitti: La LILA ha base sempre a Milano? Agnoletto: La sede nazionale è a Milano, ma l’associazione è
presente in tutto il territorio nazionale. Noi abbiamo sedi in tutto il
territorio nazionale. Pacitti: C’è in questo qualche legame o interessamento
sostanziale da parte dell’università italiana? Agnoletto: Non legami con singole università, molte collaborazioni
con accademici. Abbiamo cambiato molto con l’aiuto anche di tanti cattedratici.
Con le cattedre di malattie infettive abbiamo lavorato molto. Abbiamo lavorato
molto a Brescia, a Milano e qui a Firenze. E poi io personalmente ho tenuto a
Torino e altrove. Pacitti: Ha avuto delle reazioni positive o negative da parte
delle autorità accademiche italiane? Agnoletto: Noi siamo stati riconosciuti come l’associazione
principale. Noi abbiamo venti sedi in tutto il territorio nazionale,
praticamente in tutte le regioni. Pacitti: Avete avuto degli ostacoli? Agnoletto: Abbiamo avuto dei grossi scontri con le gerarchie
cattoliche, per esempio. Dell’associazione fanno parte molti preti. Il
presidente prima di me era un prete. Era Don Luigi Ciotti. Pacitti: Questo vuol dire che c’è molto dissenso all’interno
della Chiesa cattolica? Agnoletto: Certo. Pacitti: Quindi in parte un forte sostegno, in parte ostacoli.
Può dirmi di più a questo proposito? Agnoletto: Allora, LILA l’abbiamo fondata nell’87. Io sono stato
segretario generale dall’87 al ’92, e dal ’92 al 2001 sono stato presidente
nazionale, e adesso sono il responsabile scientifico. Prima di me è stato presidente Don Luigi
Ciotti, che è il presidente del Gruppo Abele [che ha creato nel 1966 e che
opera all'interno delle carceri minorili ed aiuta le vittime della droga: http://www.arpnet.it/abele],
ed è stato obbligato a dimettersi dalla gestione del Gruppo Abele. È stato obbligato dalla CEI [Conferenza
Episcopale Italiana] a dimettersi perché avevamo fatto una conferenza stampa
presentando nell’89 la carta dei diritti delle persone sieropositive dove si
parlava dell’uso del profilattico. Allora, Monsignor Tonini della CEI gli
aveva imposto di uscire e di abbandonare l’associazione. Lui, invece, per sei
mesi non si dimise neanche da presidente, poi si dimise da presidente, però
rimane nel consiglio nazionale della Lila e ancora adesso è membro onorario del
consiglio nazionale. La LILA interviene sia su problemi sociali
e culturali, sia su problemi scientifici. Man mano che la LILA ha aumentato le
sue attività anche all’estero, per esempio nei Balcani e in Africa, c’è stato
quel percorso che ho descritto prima, e quindi la LILA è stata una delle 600
associazioni italiane che hanno fondato il Genoa Social Forum. Pacitti: In quale misura il suo movimento contro questa
globalizzazione è sulla strada di diventare un movimento politico? Agnoletto: Io ho descritto finora quello che è il mio percorso. Da
quando poi sono diventato portavoce, non ho più fatto il presidente
dell’associazione per non sovrapporre i ruoli. Adesso mi occupo di tutto – non
è che mi occupo solo dell’AIDS. Ma quella è la mia storia. Pacitti: Vorrei sapere quali siano le possibilità di creare un
vero e proprio movimento politico e se è questo che avete in mente. Data la
debolezza del Centrosinistra qui in Italia, c’è un posto preciso per il suo
movimento in senso strettamente politico? Agnoletto:
Noi siamo un movimento sociale e
dobbiamo rimanere un movimento sociale, che ha obiettivi sociali, culturali e
politici. Ma dobbiamo rimanere un movimento sociale. Io sono contrarissimo alla
trasformazione di questo movimento in un partito. Pacitti: Ci sono state pressioni per farlo? Ce ne sono tuttora? Agnoletto: No. Direi che ormai nell’assemblea del 3 marzo le mie
conclusioni sono state applaudite da tutti. Pacitti: Sul piano politico dei punti d’appoggio? Agnoletto: Noi dobbiamo come movimento avere la capacità di porre
al centro del dibattito politico i nostri patti e di obbligare tutto il sistema
politico a confrontarsi con il nostro punto di vista. Pacitti: E quindi senza entrare direttamente in politica. Agnoletto: Per esempio abbiamo fatto così sulla Tobin tax
.Quando a luglio il centrosinistra in parlamento tolse dalla sua mozione la
Tobin tax, io ho mandato un telegramma e ho sospeso un incontro con Rutelli e
Fassino con cui dovevo avere un incontro come portavoce. Finalmente, gran parte del centrosinistra
è a favore della Tobin tax. Noi sulla guerra siamo stati contrari
quando il 93 per cento del parlamento ha votato a favore della guerra. Ma noi
sappiamo che il 50 per cento degli italiani è contrario la guerra. E noi
abbiamo messo la guerra al centro della nostra iniziativa. Oggi molti stanno
cambiando opinione sul piano politico relativamente la guerra. Siamo un movimento che spacca anche
partiti. Sulle nostre posizioni si sono spaccati i democratici di sinistra,
totalmente. Pacitti: Ma crede di poter influenzare sufficientemente i
politici tenendovi fuori dall’arena politica? Agnoletto: I nostri contenuti ottengono il massimo dell’attenzione
e riescono anche a dividere i partiti al loro interno. Noi lavoriamo per una
riorganizzazione della sinistra. Io sono per un’organizzazione della sinistra
alternativa, ampia pluralista e non ideologica. E quindi lavoriamo per quell’obiettivo, ma
non è il movimento che si trasforma lui in partito. Il movimento pone dei
problemi e dei contenuti e con la forza che li pone scompone, divide il quadro
politico e noi cerchiamo anche di riaggregarlo sull’ipotesi di sinistra
alternativa, ma non trasformandoci noi. Poi, se le singole persone vogliono
candidarsi, questo è un altro discorso. Io sto parlando del movimento in quanto
tale. Siamo molto più forti noi di un’organizzazione politica. Il problema qual è stato in Italia? Che, a
causa dell’assoluta debolezza dell’opposizione del centrosinistra, noi siamo
stati obbligati – e lo siamo ancora oggi – a svolgere un ruolo di supplenza sul
piano politico. E quindi in tutti questi mesi la vera
opposizione al governo Berlusconi è stato il nostro movimento, che ha tenuto
aperta una porta della democrazia e della resistenza e oggi da venti giorni a
questa parte dentro questa porta stanno passando anche altri movimenti e noi
siamo contenti: il movimento dei professori a Firenze, quello dei girotondi, la
manifestazione di sabato 2 marzo a Roma. Questi movimenti sono possibili perché noi
da Genova ad oggi abbiamo resistito da soli, tenendo aperta la bandiera della
democrazia e dell’opposizione al governo Berlusconi. Pacitti: Secondo lei, a che punto preciso è arrivato ormai
l’indottrinamento mediatico in Italia e quali sono i nuovi pericoli? Agnoletto:
In Italia ci sono tantissimi mezzi di
comunicazione, tantissime televisioni locali, veramente, credo, più di
qualunque altro Paese europeo, e siccome l’Italia è la nazione delle mille
città, ogni città ha uno o due quotidiani, però le proprietà sono concentrate
in pochissime mani. Berlusconi possiede tre reti televisive e
come capo del governo fa nominare nei fatti il consiglio d’amministrazione
delle altre tre reti televisive, poi dopo possiede grandi case editrici, e poi,
per esempio, ha aiutato una cordata di imprenditori a bloccare Italia 7 come
canale autonomo. Pacitti: È possibile quantificare i danni finora arrecati dai
mass media? Agnoletto:
Allora, il rischio è che ci sia
veramente un’informazione tutta a senso unico. Il rischio è che la gente non
sappia quello che accade, ma che scambi la realtà per quello che appare in
televisione. Pacitti: C’è qualche caso in particolare che le viene in mente? Agnoletto:
Guardiamo come è stata gestita Genova,
insomma. Noi abbiamo vinto su un’informazione a Genova solo perché siamo stati
in grado di sviluppare una rete alternativa di radio e di giornali e di riviste
che ha fatto controinformazione. Abbiamo vinto perché – sull’informazione
sto dicendo – il cinema italiano si è schierato con noi, tutti i registi,
perché c’erano migliaia e migliaia di cineoperatori ed altri, che hanno fatto
filmati e che hanno invaso le redazioni delle televisioni ufficiali, che hanno
dimostrato la verità. Pacitti: A Genova, quanto era organizzato e quanto accadde
spontaneamente? Agnoletto: In parte organizzato, come nel caso dei 33 registi che
hanno girato un film documentario su Genova – tutto il cinema italiano era con
noi – e in parte spontaneo. Poi, un’altra cosa molto interessante è
ciò che io chiamo sul piano medico un ‘episodio di schizofrenia’, cioè, il
fatto che i grandi direttori dei giornali, i grandi commentatori dei grandi
giornali che facevano gli editoriali ci hanno sempre attaccato durante il Genoa.
Ed erano gli editorialisti che scrivevano da dietro la loro scrivania a Roma o
a Milano. Pacitti: Ci stiamo riferendo a Repubblica e Corriere
della Sera, no? Agnoletto: Esatto. Invece, in quegli stessi giornali, i redattori
che erano sul campo, cioè, che erano a Genova, negli articoli di cronaca che
facevano, scrivevano la verità e quindi erano articoli che andavano a nostro
favore. Cioè, nella prima pagina c’era l’articolo
fatto dall’editorialista che sentiva la pressione della proprietà e che ci
continuava ad attaccare, mentre, invece, nelle pagine interne dove c’erano gli
articoli fatti dal redattore che era lì, bastava che raccontasse la verità ed
ero automaticamente in difesa. Non si dimentichi che se io sono qui a
parlare con lei, è grazie all’informazione che abbiamo sviluppato, perché io
sono stato avvisato lunedì 23 luglio (2001) la sera – quindi il giorno dopo
domenica – che era stata fatta una riunione al ministero degli interni dove
avevano deciso con il capo della polizia, generale dei carabinieri, che io
sarei stato catturato, preso, arrestato il 25 luglio dopo il funerale di Carlo
Giuliani. Se non hanno trovato nessun magistrato di
Genova che firmasse l’arresto e se nessun magistrato di Genova non mi ha
nemmeno imputato di nulla – io non ho nessun’imputazione – il merito è stato
che martedì 24 e mercoledì 25 mattina le televisioni nazionali sono state
invase da filmati fatti da registi, fatti da persone che dimostravano da che
parte era la violenza, perché il governo avrebbe voluto chiudere tutta la
vicenda di Genova dicendo che si era trattato di un movimento sovversivo
organizzato dal sottoscritto. E tutta la documentazione ha dimostrato
che non era così. Quindi noi, pur essendo in un Paese dove le grandi reti sono
tutte controllate dal governo e da Berlusconi, abbiamo avuto come movimento una
grande capacità di controinformazione. Il problema è che questa grande capacità
di controinformazione si riesce a fare nei momenti alti dello scontro. Non è
che noi tutti i giorni riusciamo ad arrivare a parlare con tutta la gente. Pacitti: Quindi abbiamo da una parte un regime e, dall’altra, un
crescente numero di persone eccezionali che combattono per la giustizia e per
la verità. Agnoletto: Diciamo che noi siamo in una situazione che non è ancora
monopolistica ma che rischia di diventarlo, soprattutto per quanto riguarda
l’informazione televisiva, perché anche le piccole televisioni locali alla fine
dipendono in gran parte dallo stesso imprenditore che controlla a livello
nazionale. Pacitti: Emerge in modo abbastanza chiaro da ciò che lei dice che
i suoi punti di vista continuano ad essere sistematicamente distorti e
fraintesi. C’è qualche altro chiarimento che vuole fare in merito oppure
qualcos’altro che vuole sottolineare? Agnoletto:
Una l’ho già chiarita: noi siamo contro
questa globalizzazione e non contro la globalizzazione. Seconda
questione: il nostro movimento fin dall’inizio ha sempre detto che era un
movimento non violento, pacifico e praticava la disobbedienza civile nel
rispetto delle persone e delle cose. Invece c’è continuamente un uso
strumentale di accusarci di violenza quando abbiamo dimostrato in tutte le
manifestazioni fatte in cui non c’erano le forze dell’ordine non è successo
niente. Pacitti: Uso strumentale, questo da parte del governo? Agnoletto: Da parte del governo e quindi attraverso i propri media
ci accusano di violenza. Ma tutte le manifestazioni che abbiamo fatto sono
state tutte pacifiche. Pensiamo alla manifestazione alla Perugia-Assisi del 14
ottobre. Il 10 novembre eravamo in 150 mila contro
la guerra. Il 20 dicembre eravamo altrettanti a Roma contro la privatizzazione
della scuola. Il 19 gennaio eravamo a Roma per la questione degli immigrati, e
poi per lo sciopero della FIOM [Federazione Impiegati e Operai Metallurgici]. Tutte manifestazioni con centinaia di
migliaia di persone, e non è successo nulla, che dimostra che le accuse contro
di noi sono strumentali. E poi vorrei dire una cosa sul piano
personale. Io ho il mio percorso di medico, di ricercatore scientifico,
pubblico su tutte le riviste – è stata accettata anche una mia lettera sulla
rivista Lancet. Io sto coordinando due grandi ricerche.
Una è sulla ‘compliance therapy’ [adesione terapeutica] delle persone
sieropositive ai protocolli terapeutici. Questa è la ricerca che io coordino,
appunto, sulla ‘compliance’. La seconda riguarda le terapie. Esiste
un’interazione tra la medicina complementare, quella alternativa, l’agopuntura, la fisioterapia e le terapie
ufficiali, ed è importante studiare l’interazione visto che circa il 30 per
cento delle persone sieropositive usa queste altre forme di terapie. Pacitti: Quindi, il malinteso qui qual era esattamente? Agnoletto: Che da parte della destra del governo, hanno fatto di
tutto per distruggermi nella mia credibilità scientifica. Pacitti: Vuole nominare qualcuno in particolare? Agnoletto: Dunque, lei conosce la mia storia. Io sono stato espulso
a luglio dal coordinamento nazionale per la lotta alla droga della presidenza
del consiglio, di cui io ero membro dall’93. Io ho tenuto relazioni in tutto il
mondo sulla droga. Nessuno ha mai messo in discussione la mia
credibilità scientifica. Hanno detto che la mia posizione di portavoce del GSF
era incompatibile con la presenza in una commissione scientifica. Questo a fine
luglio. Fu allora che il ministro degli affari
sociali [Roberto] Maroni mi rimosse. A fine agosto sono stato espulso dalla
commissione nazionale di Lotta all’AIDS presso il ministero della sanità da
parte del professor Sirchia, del ministro [Girolamo] Sirchia. Consideri che io
lavoro nelle agenzie internazionali. Io collaboro da tre anni con la IOM [International
Organization for Migration] delle Nazioni Unite. Io non so lei conosce ‘harm reduction’,
che sono le politiche delle riduzioni del danno nel campo delle droghe. Io sono
il massimo esperto in Italia delle strategie di riduzione del danno rivolte ai
tossicodipendenti. È una pratica che si chiama ‘harm
reduction’, che si rivolge a quei tossicodipendenti che non riescono a smettere
di far uso di sostanze. Sono molto sviluppate queste pratiche in
Inghilterra, in Olanda, in Svizzera, in Austria, negli Stati Uniti. Cioè, in
pratica io ti dico: ‘Smettere di bucarti. Se però continui a bucarti, almeno
usa la siringa pulita”, eccetera. Cioè, ridurre i danni. Sono quindici anni
ormai che lavoro in questo campo a livello internazionale. Pacitti: Vedo che lei parla di questo nel suo libro [La
società dell’AIDS: la verità su politici, medici, volontari e multinazionali
durante l’emergenza, nuova edizione aggiornata 2001, Baldini &
Castoldi, Milano]. Agnoletto: Esatto – è tutto lì. Dunque, Alleanza Nazionale mi ha
denunciato alla magistratura, paragonando il mio lavoro di medico nella
riduzione del danno a istigazione dell’uso di sostanze, rivolta a minorenni
perché lavoro anche nella scuola. Capisce quello cosa vuol dire? Pacitti: Certo. Chiaramente vergognoso ma anche abbastanza
prevedibile. Agnoletto: E hanno chiesto di denunciarmi. Venerdì scorso – quindi
questo è una notizia nuova – il magistrato ha dichiarato di non procedere e ha
archiviato la denuncia dicendo che il mio lavoro è scientifico e che quindi
queste sono speculazioni politiche. Pacitti: Lei è stato molto fortunato. Agnoletto: Quindi, capisce che vuol dire? Sul giornale hanno
scritto: ‘Il dottor Agnoletto accusato di istigazione ad abuso di sostanze.
Venerdì hanno archiviato. Il magistrato non ha detto neanche di fare il
processo per arrivare a dire che le accuse sono vere. Ha archiviato, ha detto
che era tutto una storia e però i giornali non hanno riportato la notizia. Quindi, il governo ha fatto di tutto per
screditarmi sul piano della credibilità scientifica e io mi trovo oggi a
lavorare in ricerche scientifiche finanziate anche dall’ISS, ma soprattutto da
altri paesi e, in particolar modo, con l’Unione Europea. Pacitti: Quali sono le principali paure del governo? Agnoletto: Il governo ha avuto due problemi. Uno con me nel senso
che non si aspettava assolutamente di trovare che a fare il portavoce del
movimento ci fosse una persona “non socialmente isolata”. Cioè, un conto per il governo era pensare
di dover confrontarsi direttamente con centri sociali, e un conto con un
medico, presidente della più grossa associazione di lotta all’AIDS, che ha
contatti importanti, che ha girato tutto il mondo, che è dentro tutti i
network, che ha una credibilità scientifica. Il nostro movimento è ampio e pluralista e
rispecchia una vasta gamma di pensiero e di azione che va dall’Arci e
l’associazione Lilliput [http://www.retelilliput.org] alla FIOM e dai
centri sociali ai preti comboniani [http://www.pretionline.it]. Il governo non era pronto ad affrontare
un’opposizione così variegata. Pensava di aver vinto tutto perché
l’opposizione parlamentare è debolissima. Invece si è trovato di fronte a un
movimento che è molto competente anche. Infatti, hanno cercato di rinchiuderci sul
terreno della violenza, sperando di stringerci nella morsa, ma noi siamo stati
attentissimi a non farci tirare in quel trabocchetto e abbiamo sempre rifiutato
di rispondere colpo su colpo. Questa è la grande novità in Italia nel
movimento. In altri anni avremmo risposto colpo su colpo. Invece noi abbiamo
sempre cambiato il terreno del confronto. Abbiamo riproposto al governo il problema
dei contenuti. E il fatto che tutto il
movimento abbia fatto questo, che nessuno si sia lasciato trascinare nella
violenza, è un enorme successo. Pacitti: Prima di finire vorrei che lei dicesse qualcosa su ciò
che avete concluso al World Social Forum 2 del febbraio scorso a Porto Alegre. Agnoletto: Dopo Porto Alegre più nessuno ci può chiamare
‘no-global’, perché abbiamo dimostrato che siamo per un altro tipo di
globalizzazione. Secondo, più nessuno può dire che siamo
solo in grado di protestare – novecento gruppi di lavoro, tutti in grado di
proporre delle alternative, è la cosa più evidente. Poi, a Porto Alegre è morta
definitivamente qualunque ipotesi di terza strada, di terza via – le ipotesi
Blair e D’Alema. Era chiaro che si stava o col forum economico di Davos di New
York o con i popoli di Porto Alegre. Attenzione, non è un confronto fra due
pensieri unici. A Davos a New York c’è il pensiero unico, a Porto Alegre il
movimento dei movimenti. C’è un’elaborazione passo dopo passo; non c’è un
pensiero unico da contrapporre. Quarto punto: a Porto Alegre siamo
riusciti a dimostrare come un’unione tra i movimenti del nord e i grandi
movimenti di massa e le popolazioni del sud non è un’unione puramente
ideologica, puramente solidaristica. Facciamo delle battaglie sulle quali
abbiamo interessi comuni. Io posso fare un esempio nuovo rispetto a
quelli che ho già fatto prima. Noi siamo contro gli organismi geneticamente
modificati, e qua nel nord del mondo lo siamo in nome di un principio di
precauzione sanitaria essenziale, ma nel sud del mondo vuol dire anche – non
solo – difendere, per esempio nella America Latina le cooperative di
agricoltori che si sono trovate obbligate ad utilizzare semi geneticamente
modificati per aumentare la produzione. Di colpo dipendono totalmente dalle
multinazionali della Monsanto [multinazionale US che produce sementi
geneticamente modificate], ogni anno devono acquistare un nuovo seme
geneticamente modificato e quindi questo porta ad una dipendenza economica. Per di più, producono i semi geneticamente
modificati solo di alcune sostanze, per cui si va verso la monocoltura
finalizzata all’esportazione con una distruzione di autonomia alimentare. Ultimo punto: a Porto Alegre noi siamo
stati ben consapevoli che lottando per il sud del mondo, lottiamo per noi. Io
su questo, ma solo su questo, sono in disaccordo con Susan George: non è vero
che il nostro è un movimento di pura solidarietà; lei dice che è il primo
movimento che non lotta per se stesso; non è vero – Non siamo di fronte a un mondo in cui
rischiano di andare al disastro due o tre continenti e noi possiamo
sopravvivere in una fortezza armata. Noi sappiamo benissimo che questo modello
di sviluppo porta alla distruzione tutto il pianeta. Pensare che crolla l’Africa e l’Asia e che
noi non siamo sopraffatti da milioni e milioni di emigrati che cercheranno di
salvarsi. Pensare che l’inquinamento può stare in Africa e in Asia e che noi ne
usciamo, pensare con la produzione di armi che ci sono che la nostra vita non è
in pericolo è una cosa folle. Allora, questo è un movimento di solidarietà ma anche animato da una buona
dose di sano egoismo, perché sappiamo che lottiamo per tutto in futuro. I
nostri genitori, le generazioni precedenti, dicevano che i lavoratori lottavano
per lasciare un mondo migliore ai propri figli. Nel nostro caso non è così. Noi lottiamo
per lasciare un mondo ai nostri figli, che è l’unico mondo che veramente
può esistere. Non ce n’è un altro. E questa è la differenza. Però, non siamo
dei missionari che fanno tutto per gli altri. C’è questo aspetto. C’è un sano
egoismo. Pacitti: Quindi, la fede nello slogan ‘un altro mondo è
possibile’ non significa un autosacrificio altruistico? Agnoletto: Che un altro mondo sia possibile è fondamentale. Ma è
l’unico realizzabile, e quel mondo lo vogliamo anche per noi. Non è che mi batto solo per il povero
sudafricano. Io so che se continuo a produrre questo inquinamento, a spostare
tutto l’inquinamento là, continuo a produrre armi, io stesso non sono sicuro. Pacitti: Questo l’ha certamente dimostrato l’11 settembre. Qual
è, secondo lei, la lezione dell’11 settembre? Agnoletto: La lezione è che l’unico antidoto vero al terrorismo è
il nostro movimento. Ci hanno accusato che noi siamo il terreno di cultura del
terrorismo. Il terreno di cultura del terrorismo sono le politiche
neoliberiste. Se noi riusciamo a stare in piedi come
movimento mondiale e a ottenere qualche vittoria – noi abbiamo bisogno di
vincere qualche volta – diventiamo credibili per le grandi masse del sud del
mondo. Altrimenti questa massa nella loro disperazione rischiano di affidarsi
alla demagogia del terrorismo. Il terrorismo non c’entra niente col
movimento ma usa i poveri del sud al mondo. Ecco perché stiamo
costruendo il Forum Sociale Africano, il Forum Sociale Asiatico, dando spazi ai
movimenti laici, alternativi. Quindi noi siamo l’unico antidoto al
terrorismo nella misura in cui ci battiamo contro il neoliberismo, il
neoliberismo che produce fame e povertà è la culla del terrorismo. Pacitti: Come valuta la presenza di Noam Chomsky come punto di
riferimento a Porto Alegre? Agnoletto: Averlo preso come riferimento complessivo a Porto Alegre
è stata una scelta assolutamente giusta. Una voce così autorevole che ci
parlava dal centro dell’impero e rivolta a tutto il mondo era esattamente ciò
che serviva. Ovviamente, questo lo carica anche di maggiore responsabilità.
Quindi credo che questa cosa sia stata molto importante, che la chiusura
venisse da chi sta al centro dell’impero. Pacitti: Qualche altro pensiero finale su Porto Alegre? Agnoletto: Bene, non so se lei lo sa, ma noi Porto Alegre 2
l’abbiamo lanciato con una conferenza stampa mondiale realizzata a Porto Alegre
con Perez Esquivel, il premio Nobel per la pace e il sottoscritto, proprio l’11
di settembre. Ironicamente, il giorno stesso e l’ora
stessa che noi abbiamo tenuto quella conferenza stampa, i tragici attacchi
terroristici sono stati sferrati negli Stati Uniti. Noi abbiamo lanciato Porto
Alegre proprio nelle ore dell’attentato. Pacitti: Guardando, infine, verso il Forum Sociale Europeo, può
ancora confermare se sarà tenuto a Firenze ? Agnoletto: È probabile che lo faremo a Firenze. Dobbiamo ancora
discutere. Durerà per 4 giorni, dal 31 ottobre al 3 novembre e riguarda tutta
l’Europa, non solo l’Unione europea – l’Europa dell’Est con tutti i Balcani, e
coinvolgeremo in una sessione speciale rappresentanti del movimento del Nord
Africa per fare un discorso anche sul mediterraneo. ------------------------- Vittorio
Agnoletto è stato recentemente nominato rappresentante unitario del movimento
italiano nel consiglio nazionale del Forum Sociale Mondiale. Nel 1987, due anni
dopo che si era laureato in medicina industriale all’Università Statale di
Milano, ha fondato la LILA, la Lega Italiana per la Lotta all’AIDS [http://www.ecn.org/lila],
ed è stato presidente dal 1992 fino a novembre 2001. Il Dott. Agnoletto è dal
1999 membro della International AIDS Society e ha scritto vari libri e più di
cento articoli su una vasta gamma di argomenti relativi all’AIDS. Domenico
Pacitti [http://www.humnet.unipi.it/~pacitti]
è redattore di World Parliamentarian (Bruxelles), corrispondente in Italia per The Guardian
e The Times Higher Education Supplement (Londra) e docente presso l’Università
di Pisa. ![]()
Formato per la citazione:
Domenico Pacitti, "Contro questa globalizzazione", terrelibere.org, 20 aprile 2002, http://www.terrelibere.org/doc/contro-iquestai--globalizzazione |