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Documenti > Rapporto
Antonio Mazzeo: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi: Presentazione Colombia
Nunca Más è un’iniziativa che ha come obiettivo quello di contribuire alla
lotta contro l’impunità dei crimini di lesa umanità commessi in Colombia tra il
1966 e il 1998, secondo la prospettiva del recupero della memoria storica.
Questo progetto è stato realizzato nazionalmente da 17 organizzazioni dei
diritti umani e sociali, gruppi sindacali, contadini, religiosi e culturali.
Tra queste entità sono presenti con propri gruppi di lavoro l’Asfaddes
(Associazione dei Familiari dei Detenuti Desaparecidos), il Collettivo di
Avvocati “José Alvear Restrepo’, la Commissione Intercongregazionale ‘Justicia
y Paz’, il Comitato di Solidarietà con i Prigionieri Politici, il Comitato
Permanente per la Difesa dei Diritti Umani, le Comunità Ecclesiali di Base e i
Gruppi Cristiani della Colombia, ecc. Sono state raccolte informazioni e
documenti su oltre 38.000 casi di tortura, sparizioni forzate e/o esecuzioni
extragiudiziarie in tutto il paese. Colombia
Nunca Más pretende inoltre di fornire elementi di analisi che permettano di
comprendere le cause, economiche e politiche dei crimini, i contesti specifici
spazio-temporali, con riferimento ai conflitti che hanno generato le
violazioni, gli attori coinvolti, i meccanismi utilizzati per eseguire i
crimini e garantire l'impunità, i danni causati alle comunità e alle
organizzazioni. Per ragioni metodologiche, Colombia Nunca Más ha scelto di
dividere il paese in zone che più che rispecchiare la divisione politico-amministrativa
vigente, seguono le dinamiche economiche e politiche, così come le forme di
repressione implementate dall’Establishment, per sterminare i processi di
organizzazione popolare di resistenza e lotta per la dignità. I crimini sono stati documentati
mediante testimonianze, analisi dei procedimenti penali e disciplinari e
informazioni generali sulle dinamiche politiche ed economiche delle regioni in
cui sono stati commessi. L’impunità nel
caso colombiano
L’impunità è stata la costante nei processi
di transizione delle dittature militari verso le democrazie formali come nel
caso del cono sud d’America (Argentina, Uruguay, Brasile, Chile, Perù,
Bolivia), o di disattivazione dei conflitti armati interni, come ad esempio in
Centroamerica (El Salvador, Guatemala, Honduras). A differenza dei paesi menzionati, il
caso colombiano è caratterizzato da sviluppi più sofisticati della ‘guerra sporca’, e dall’acutizzazione del
conflitto interno sociale e armato. L’informazione sino ad ora sistematizzata da
Colombia Nunca Más, documenta quasi 29.000 casi di esecuzioni extragiudiziarie,
2.800 vittime di detenzioni-sparizioni e circa 7.000 vittime di torture o
trattamenti crudeli ed inumani. In realtà, l’informazione disponibile evidenzia
il genocidio del movimento contadino, del movimento indigeno, dei lavoratori,
dei movimenti civili regionali e dei gruppi politici d’opposizione. Il Progetto
Nunca Más
Colombia Nunca Más presenta oggi un
primo rapporto, che contiene la descrizione di ciò che è stato il ciclo di
violenza iniziato in questo paese a partire dal 1966, in particolare in due
delle aree più martirizzate dal terrore ufficiale, i dipartimenti del Meta e
Guaviare, le regioni del Nord-est Antioqueño e del Magdalena Medio. Nella prima
area il conflitto si è sviluppato parallelamente ad una lunga serie di processi
migratori e di colonizzazione, e al sopravvento dei gruppi criminali dediti al
contrabbando di smeraldi e alla produzione e alla trasformazione della coca.
L’area corrispondente al Nord-est del dipartimento di Antioquia e al Magdalena
Medio, è invece quella caratterizzata dalle enormi ricchezze presenti nel
territorio (idrocarburi, metalli preziosi, riserve forestali ed idriche, ecc.),
e proprio a partire della lotta per il possesso della terra si sono generate le
gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale che
continuano, in piena impunità, sino ai giorni nostri. Questa zona si è
caratterizzata inoltre per gli investimenti intensivi delle grandi imprese
nazionali e multinazionali e per lo sviluppo del fenomeno del paramilitarismo.
Al rapporto sono allegate le biografie di esponenti delle forze armate e dei
corpi di sicurezza dello Stato e dei politici piú rappresentativi a livello
dipartimentale e nazionale, direttamente coinvolti in violazioni sistematiche
dei diritti umani o che hanno svolto un ruolo di copertura e protezione dei
gruppi paramilitari responsabili delle più brutali stragi in Colombia negli
ultimi trent’anni. Il rapporto,
infine, descrive il percorso realizzato dai familiari delle vittime, dalle
organizzazioni sociali e dei diritti umani a favore della Verità, della
Giustizia, e della Riparazione Integrale contro l’Impunità, affinchè si affermi
l’esigenza di poter conoscere coloro che sono stati vittime, coloro che sono
stati i carnefici e coloro che sono stati i beneficiari dei crimini, così come
le ragioni economiche e/o politiche degli stessi. Ciò con l’obiettivo
irrinunciabile che i responsabili siano puniti penalmente, e per ultimo, che le
vittime, le loro comunità e organizzazioni, siano integralmente risarciti. Gruppo Operativo
Progetto Nunca Más
Il Progetto "Colombia Nunca
Más" è stato realizzato e sostenuto con il contributo delle seguenti
organizzazioni colombiane: Associazione
dei Familiari dei Detenuti Scomparsi
(Asfaddes) Collettivo di
Avvocati José Alvear Restrepo
Commissione
Intercongregazionale Justicia y Paz Comitato
di Solidarietà con i Prigionieri Politici Comitato
Permanente per la Difesa dei Diritti
Umani Commissione
Interfrancescana di Justicia y Paz e Riverenza per la Creazione Corporazione
Giuridica Sembrar Corporazione
Giuridica Humanidad Vigente Comitato
Regionale per i Diritti Umani di Santander (Credhos) Corporazione
Giuridica Libertad Collettivo
per i Dirirtti Umani Semilla de Libertad (Codehsel) Fondazione
Manuel Cepeda Fondazione
Reiniciar Comunità
Ecclesiastiche di Base e Gruppi Cristiani della Colombia (Cebs) Associazione
Nazionale degli Usuari Contadini Unità e Ricostruzione (Anuc-UR) Associazione
Nazionale di Aiuto Solidale (ANDAS) Missionari
Clarettiani della Colombia INTRODUZIONE
- COLOMBIA NUNCA MAS
IL PROGETTO E IL SUO SVILUPPO Il
10 aprile 1995, un gruppo di organizzazioni non governative dei diritti umani
raggiunge un primo accordo per disegnare e realizzare il progetto NUNCA MAS in
Colombia. Da quella data si realizzarono numerose riunioni fino a quando non fu
costituito un primo gruppo di lavoro nell’agosto 1996. Il
Seminario Internazionale sulle Commissioni di Verità, che ebbe luogo a Bogotá
l’8 e 9 giugno del 1994, ci aveva offerto una visione valutativa delle lotte
contro l’impunità dei crimini di lesa umanità in altri paesi dell’America
Latina. Tale valutazione non fu certamente positiva. I delegati di Argentina,
Cile, Uruguay, Bolivia, El Salvador e Guatemala ci presentarono le loro
esperienze e l’insufficienza delle loro lotte per impedire che le politiche di perdono e oblio s’imponessero alla fine a livello ufficiale
nei loro paesi. Potemmo comprendere, inoltre, che lo sforzo di registrare,
documentare e sistematizzare l’informazione sui suddetti crimini, è un lavoro
arduo, di lungo termine, e pieno di difficoltà. Questa preoccupazione si faceva
più intensa nella misura in cui prendevamo coscienza che il numero dei crimini
di lesa umanità in Colombia è nettamente superiore a quello di altri paesi. A
differenza degli altri progetti Nunca Más
sviluppatisi in America Latina, ciò che si proponeva per la Colombia non si
sarebbe contestualizzato in un periodo post-dittatoriale o di transizione a un regime
costituzionale, o in una specie di dopoguerra
civile, ma doveva svilupparsi nell’ambito
della realizzazione di politiche di terrorismo di Stato la cui conclusione non
era prevedibile. La circostanza specifica che in Colombia la violazione massiva
e sistematica dei diritti fondamentali dell’essere umano si è realizzata
all’interno di regimi di democrazia formale, ci poneva in una situazione particolare. Si credette ingenuamente che
il governo di Samper, che ebbe inizio nell’agosto del 1994, avrebbe potuto
condurre per lo meno ad un allegerimento delle politiche del terrorismo di
Stato, però, al contrario, non solo queste continuarono e si rafforzarono, ma
anche i procedimenti di ricerca di una soluzione politica al conflitto armato
subirono un regresso totale. Il
Progetto fu uniziato, poi, nel contesto di una politica intensiva di
perpetuazione di crimini di lesa umanità. Si sono dovute affrontare enormi
difficoltà, molte delle quali inerenti alla suddetta situazione, come
l’eliminazione, l’esilio o l’immobilizzazione di persone e organizzazioni che
si credeva che avrebbero potuto dare grandi apporti al progetto; la persecuzione
contro gli stessi centri di raccolta dei dati, come la perquisizione della sede
della Commissione Intercongregazionale di ‘Justicia y Paz’, dove funzionava il
Progetto, il 13 maggio 1998, aggressione realizzata attraverso l’azione
congiunta della Fiscalía e delle Forze Armate; le difficoltà di accesso a molte
regioni dominate dal terrore; la paura e la paralisi di molti testimoni
potenziali, ecc.. Non
è stato facile definire altresì una metodologia che si adattasse all’enorme
quantità di vittime e alle difficoltà di raccolta e valutazione
dell’informazione in circostanze tanto sfavorevoli. Il malessere di molti
ricercatori e comunità, nel doversi limitare ad un lavoro investigativo
discreto, mentre le vittime chiedevano azione, organizzazione, denuncia, accompagnamento
e forme di riparazione, per superare per lo meno le conseguenze psichiche più
tragiche, tutto ciò è stato causa di numerose tensioni. Non si è trovata sino
ad oggi una soluzione adeguata alle dimensioni del movimento
sociale, che il progetto ha voluto stimolare,
e alla sua relazione con un lavoro investigativo che deve adeguarsi a ritmi,
parametri e dinamiche molto differenti a quelle di un movimento sociale. Ciò
ha fatto sì che il progetto abbia oltrepassato i tempi e i termini previsti, e
che il Rapporto abbia dovuto essere disegnato, alla fine, come una serie indefinita di fascicoli, in un
certo modo non programmabile nel tempo, che va a fornire gradualmente alla
società una informazione processata in mezzo a condizioni altamente avverse e
pericolose. I
differenti capitoli di questa introduzione puntano a spiegare le chiavi di
lettura fondamentali dei rapporti che il Progetto s’incaricherà di consegnare
progressivamente. In altri termini, questa introduzione pretende di trasmettere
ai lettori la filosofia più profonda del progetto: il modo come percepiamo e
caratterizziamo, nelle sue dinamiche più determinanti, il periodo storico che
il Progetto intende leggere e registrare; i valori etici fondamentali che
ispirarono e che continuano ad ispirare lo sviluppo del Progetto; l’ubicazione
strategica dello stesso all’interno dei diversi approcci al fenomeno dell’impunità
e le opzioni che da lì si distaccano; la definizione del campo specifico che il
Progetto ha voluto focalizzare e le categorie fondamentali della lettura di
esso, così come le ragioni e i motivi per non assumere l’aspetto dei crimini di
guerra o delle infrazioni gravi al diritto internazionale umanitario da parte
dei gruppi insorgenti; infine, le grandi linee che si sono seguite nello
svolgimento del progetto, facendo accenno alla sua metodologia. I
- TIPICITA’ DEL CICLO VIGENTE DELLA
VIOLENZA - delimitazione di un periodo non
concluso - Dal
momento in cui si decise di assumere il Progetto, le organizzazioni
partecipanti hanno raggiunto un chiaro accordo sul periodo che si doveva
considerare come oggetto di studio, del quale conoscevamo il momento d’inizio
però non quello della conclusione, dato che esso ancora prosegue. E’ il ciclo
della violenza che ancora stiamo vivendo, che ha profili molto chiari che lo
differenziano dai cicli anteriori, e che ha inizio a metà degli anni ‘60. Molte
circostanze storiche della Colombia, dell’America Latina e del mondo,
contribuirono a che la violenza, durante questo periodo, si ubicasse
fondamentalmente sull’asse di un conflitto sociale in cui si confrontavano
progetti antagonisti di società. La violenza precedente, dei decenni ’40
e ‘50, ebbe un profilo dichiaratamente pluriclassista, in cui si confrontavano
due settori economico-politici con interessi opposti, che si disputavano un
potere egemonico e che si proiettavano, mediante bandiere partitiste che manipolavano
i sentimenti popolari, a tutto lo spettro delle classi sociali. Lo
storico e sociologo Gonzalo Sánchez caratterizza molto bene il ciclo precedente
della violenza che si visse in Colombia, che lo stesso definisce “violenza del periodo ‘classico’: 1945-65” ([1]).
Detto periodo viene descritto con tre note tipiche: terrore
concentrato; resistenza armata; turbamento sociale sotterraneo. Queste note fanno della violenza tipica di
questo periodo una violenza che “sopprime il sociale e il politico” ([2]). Alcune
delle caratteristiche con cui Gonzalo Sánchez descrive il terrore dell’epoca,
potrebbero applicarsi anche all’attuale ciclo di violenza: ·
“In una società dove i contendenti politici e sociali non possono
essere pensati in termini di rivalità ma di deviazione da una verità o da una
credenza originaria - di ortodossia ed eresia, come nelle guerre di religione -
, la rigenerazione sociale e politica non può che ottenersi che per mezzo della
proscrizione o dell’annichilimento di coloro, che secondo i parametri
storico-culturali dominanti, s’incontrano in una condizione di trasgressione. A
questo tipo di rappresentazione della società si approssimava la Colombia degli
anni cinquanta. Da parte del potere si tramavano vere strategie di egemonizzazione
all’interno delle quali la guerra e la politica non potevano essere pensate
semplicemente in termini di vittoria sul nemico ma di eliminazione fisica dello
stesso. La differenza si era fatta incompatibile con l’ordine” ([3]). Tra
questo terrore del periodo classico
tuttavia, e quello che oggi ci circonda, esiste una grande differenza: il primo
si esercitava come strumento di una guerra inter-partitista che sopprimeva le
espressioni sociali; il secondo si esercita come strumento della militarizzazione
della polarizzazione sociale. Alcuni
s’interrogano sulla differenza tra i due cicli quando scoprono che anche nel
ciclo precedente c’erano organizzazioni guerrigliere di estrazione popolare.
Nessuno ignora, in effetti, che negli anni ‘50 e all’inizio degli anni ‘60 esistevano
guerriglie collegate con le lotte agrarie nella zona del Sumapaz, nel sud del
Tolima, e nei versanti dei fiumi Carare e Opón in Santander, e negli Llanos
orientales, in quest’ultima regione con un alto grado di fusione tra il
militare e l’organizzazione civile della popolazione, come testimoniato dalle
famose “Leggi dello Llano” ([4]).
Gonzalo Sánchez afferma, tuttavia, che “non si può dimenticare che in Colombia
le guerriglie degli anni ‘50 sorgono al principio come una forma di
organizzazione forzata per opporsi al terrore e no come parte di un progetto
politico-insurrezionale per la conquista del potere, dello Stato e del governo.
‘Le guerriglie furono create dalla violenza’, direbbero i contadini del sud del
Tolima, e qualsiasi liberale del tempo potrebbe fargli il coro. Per questo a
differenza delle guerre che vengono dichiarate formalmente e solennemente, che
hanno riti innaugurali, La Violencia
non ha una data d’inizio chiaramente identificabile. Quando si prende coscienza
di essa, già si è radicata in tutti i settori della società” ([5]). Per
concludere sul periodo classico
della ‘Violencia’, esistono elementi che permettono di valutarlo e definire
meglio le sue caratteristiche e il suo profilo. Il suddetto periodo culmina con
il consolidamento del ‘Frente Nacional’ ([6])
(a partire dal 1958). Come annota lo stesso Gonzalo Sánchez, si può affermare
che questa violenza favorì l’estensione del capitalismo agrario; demolì
definitivamente il potere latifondista, e gli industriali furono gli unici che
poterono mostrare di fronte ad un paese atterrito i dati della loro prosperità.
La gerarchia ecclesiastica, da parte sua, dopo un secolo di militanza
conservatrice, abbracciò la causa bipartitista ‘frentenacionalista’, eliminando
così uno dei fattori di perturbazione dell’unità delle classi dominanti. I
partiti tradizionali subirono una mutazione a prima vista inaudita: dalla
competizione a morte, passarono alla divisione programmata e disciplinata del
potere. L’effetto fondamentale di questo processo lo descrive Gonzalo Sánchez
in questi termini: “la scomparsa delle identità partitiche attraverso il
prolungamento dello schema e della mentalità frentenacionalista ebbe un effetto
ritardato non meno apprezzabile:
l’espansione graduale di una frangia del sociale e del politico ‘esterna’ al
bipartitismo e frequentemente criminalizzata, se non dalla legge, nella pratica
politica quotidiana” ([7]).
La strategia per sterminare questa frangia è quella che genera il nuovo ciclo
di violenza che inizia nel 1965. Questo
ciclo nuovo della violenza è
contrapposto assai lucidamente da Gonzalo Sánchez al precedente -quello del ‘periodo
classico’- in questi termini: ·
“Il Frente
Nacional non solo pose fine alla Violencia ma cancellò ogni minaccia della
guerra inter-partitista dal futuro, dando così origine ad una nuova
rappresentazione della società. Questo aspetto significò una virata storica.
Simultaneamente, e suo malgrado, creò inoltre le condizioni perché molti
settori artigianali, operai, universitari e contadini, che La Violencia aveva
isolato dalle tradizioni popolari contestatarie che si erano sviluppate nei
primi decenni del secolo, si affermassero di nuovo in una visione della
politica che non passava più in modo esclusivo dalla ripartizione del potere ma
che puntava all’abolizione dell’ordine stabilito e all’instaurazione di nuove
forme di società (…). Dalla ‘smilitarizzazione del conflitto bipartitista’ che
si realizzava con il Frente Nacional, si passava ad una militarizzazione della
polarizzazione sociale in virtù di una rapida azione coscientizzatrice delle
avanguardie armate. Molti dei vecchi combattenti de La Violencia furono
invitati a realizzare una purificazione del loro passato (il rivoluzionario era
la prefigurazione dell’ ‘Uomo Nuovo’ che decantava Che Guevara) e ad arruolarsi
in quella che doveva essere la vera guerra, la guerra rivoluzionaria. Erano i
tempi di una America Latina idealizzata di fronte a se stessa e di fronte allo
stanco pensiero occidentale e dove, inoltre, tanto la guerra come la politica,
s’iscrivevano nei domini di un nuovo mito, il ‘mito del riinizio’. Tutto
sembrava puntare, da quest’ottica, verso un riincontro del politico e del
militare, verso una ricostruzione della complementarietà tra la guerra e la
politica, come nel secolo XIX, però nell’ambito, questa volta, di un progetto
di società completamente inedito” ([8]). Oltre
a questa sintesi magistrale che fa Gonzalo Sánchez per contrapporre e
tipificare gli ultimi due cicli della violenza, altri dati storici ci
confermano questa stessa caratterizzazione: 1.
Contesto mondiale In
primo luogo, esisteva un contesto mondiale, quello della guerra fredda, che sovradeterminava i processi nazionali.
In questa visione del mondo polarizzato tra due superpotenze ed ideologie, la
Colombia si allineava nitidamente nel blocco occidentale, e sottometteva le sue
grandi decisioni alla superpotenza occidentale: gli Stati Uniti. Il Generale
Fernando Landazábal lo riconobbe con chiarezza in uno dei suoi libri: “…si
politicizzarono gli eserciti come conseguenza della loro partecipazione nel
grande dibattito ideologico mondiale e in molte nazioni si videro costretti ad
assumere il potere contro i propri mandati costituzionali e le tradizioni del
loro popolo, a favore del mantenimento di un ordine stabilito e accettato in
precedenza dalle grandi maggioranze americane, in quanto degno di essere
mantenuto, vigilato e difeso secondo le norme, i patti, i compromessi e le
dottrine emanati, custoditi e promulgati dalla Junta Interamericana de Defensa,
finalizzati alla difesa dell’insieme all’interno dei lineamenti tradizionali
del sistema globale continentale” ([9]). Nessuno
dubiterà che in questo paragrafo del Generale Landazábal, come nelle tesi che
ricorrono nei suoi libri, traspira in tutti i suoi termini la Dottrina della
Sicurezza Nazionale [DSN]. Molti
osservatori esterni ed interni, appartenenti a settori importanti della classe
dirigente colombiana e non pochi settori dei vertici militari, hanno ammesso
che la DSN fu determinante nella pianificazione della politica repressiva a
partire dagli anni ‘60 sino agli anni ‘80, però qualificano come assolutamente
“anacronistica” ogni analisi che le assegna qualsiasi ruolo direttivo nelle
politiche degli anni ‘90, soprattutto dopo la simbolica “caduta del muro di
Berlino”. E’
certo che negli anni ‘90 esiste un discorso nuovo che rispolvera le tesi
liberali e le condisce con i postulati della globalizzazione che l’avanzata
tecnologica trascina. Così, per coloro per cui la realtà è costruita dai
discorsi del consumo di massa che circolano in aule, mass media, circoli
politici e nell’apparato burocratico, la DSN è qualcosa di “superato”; qualcosa “del passato”. Ci si deve domandare però se la cruda
realtà che vivono le vittime della repressione non sia per caso determinata
dagli stessi principi della DSN, tradotti in discorsi che già eliminano i
riferimenti al “mondo bipolare”, ai
fantasmi del “comunismo”, alla “civilità
occidentale cristiana”, all’ “allineamento
internazionale”, alla necessità di identificare il “nemico
interno” per lottarvi contro, ecc., per
adattarsi meglio ai postulati del ‘mondo unipolare’ vigente, che assolutizza il
mercato globale, le sue leggi, le sue condizioni e conseguenze, come unica
alternativa offerta alla “libertà”. La
Colombia degli anni ‘90 si è trasformata in uno dei migliori laboratori di
studio sulla persistenza, con i linguaggi del ricambio, della DSN. Ci mostra
che gli stessi metodi più brutali che i regimi di Sicurezza Nazionale
adottarono in America Latina tra gli anni ‘60 ed ‘80, si sono raffinati e
sofisticati per essere più distruttivi ed inumani; che i problemi di censura
che dovettero affrontare quei regimi di Sicurezza Nazionale, sono stati risolti
mediante lo sviluppo audace del paramilitarismo e il suo camuffamento come “terzo attore” nel conflitto; che l’intervento militare
straniero per ridurre i conflitti interni attorno all’orientamento della
nazione, ha incontrato nuovi pretesti di ricambio grazie al narcotraffico;
dietro tutti questi nuovi linguaggi, però, il proposito centrale della DSN si
mantiene indenne: impedire l’autodeterminazione dei popoli, per salvaguardare
le strutture mondiali di dominio. 2. Direttrici emisferiche La
strategia degli Stati Uniti per conservare il sistema capitalista nelle sue
aree d’influenza e serrare il passo a qualsiasi penetrazione del comunismo, si
inasprì all’inizio degli anni ‘60, a causa della guerra del Vietnam e della rivoluzione
cubana. Il
politologo statunitense Michael McClintock, ricercatore per 16 anni sulle
attività coperte degli Stati Uniti in America Latina, grazie alle informazioni
ufficiali declassificate, denuncia, in uno dei suoi libri, la creazione nel
gennaio 1962, del Gruppo Special CI
(Controinsorgenza), al quale fu assegnata la funzione di “assicurare l’uso
delle risorse degli Stati Uniti con il massimo di efficienza per prevenire e
combattere l’insorgenza sovversiva nei paesi amici” ([10]). E nel
Memorandum 124 diretto ai membri del Gruppo Speciale CI (Controinsorgenza),
codificato come National Security Action Memorandum - 124, del 2 gennaio
del 1962, si specificavano meglio i suoi obiettivi, così: “raccomandare azioni per ottenere il
riconoscimento … che l’insorgenza sovversiva (“Guerre di Liberazione”) è una
nuova e pericolosa forma del conflitto politico militare al quale gli Stati
Uniti devono prepararsi con la stessa serietà e impegno con cui affrontarono la
guerra convenzionale in passato. Verificare che questo senso d’urgenza si
rifletta nell’organizzazione, nell’addestramento, nell’equipaggiamento e nella
dottrina delle Forze Armate degli Stati Uniti e nei programmi politici,
economici, d’intelligence e di aiuto militare diretti all’estero del
Dipartimento di Stato, della Difesa, dell’Agenzia AID, dell’Agenzia
d’’Informazione USIA e dalla CIA”. Lo
stesso Memorandum disegnò procedimenti specifici di supervisione di azioni
coperte in paesi scelti come banco di prova. Alla lista di questi paesi si
aggiunse, tra gli altri, la Colombia,
nel luglio 1962, come paese “sotto osservazione”. Sin
dal febbraio del 1962 era stata realizzata una visita in Colombia da parte di
un équipe di massimo livello, del Centro
di Guerra Speciale, di Fort Bragg (Nord Carolina). Il Direttore per le
ricerche di questo Centro, il Generale Yarborough, scrisse un Supplemento
Segreto al Rapporto sulla suddetta visita. Uno dei paragrafi di questo
Supplemento recita: ·
“[A] Deve crearsi subito un gruppo nel paese in esame, per
selezionare personale civile e militare con l’obiettivo dell’addestramento
clandestino in operazioni di repressione, nel caso in cui esse fossero
necessarie successivamente. Ciò deve essere fatto con l’obiettivo di sviluppare
una struttura civile-militare che possa essere sfruttata nell’eventualità che
il sistema di sicurezza interno della Colombia si deteriori ulteriormente.
Questa struttura sarà utilizzata per esercitare una pressione in favore dei
cambiamenti che conosciamo, che si fanno necessari per mettere in azione
funzioni contro-operative e di contro-propaganda e, nella misura in cui fosse
necessario, per sviluppare sabotaggi e/o attività terroriste paramilitari
contro i noti sostenitori del comunismo. Gli Stati Uniti devono appoggiare ciò ” ([11]). Nello
stesso Rapporto, il Generale Yarborough includeva raccomandazioni all’Esercito
e alla Polizia della Colombia affinchè migliorassero l’intelligence e il
controllo sulla popolazione. In particolare suggeriva: “Un programma
intensivo di registrazione dei civili … in modo che tutti siano eventualmente
registrati in archivi del governo, comprese le impronte digitali e le
fotografie.” Furono inoltre raccomandati
procedimenti e tecniche d’interrogatorio, comprese le domande di routine agli
abitanti delle campagne “che si
suppone essere conoscitori delle attività guerrigliere”. Le raccomandazioni però andavano più in là: “Interrogatori esaustivi
dei banditi, con l’uso di sodio e pentothal, dovranno essere eseguiti per
ottenere informazioni a frammenti. Tanto l’esercito come la polizia necessitano
interroganti addestrati”. Tutta
questa documentazione ci evidenzia che a partire del 1962 il governo degli
Stati Uniti interveniva in Colombia per la programmazione e la realizzazione di
una strategia controinsorgente centrata nelle strutture paramilitari. L’Esercito colombiano, da parte sua,
riprodusse, per il suo personale, nel settimbre 1962, il Manuale FM-31-15 “Operazioni contro Forze Irregolari”, dell’Esercito degli
Stati Uniti ([12]). Nel
capitolo III, n. 31, il manuale sviluppa ampliamente il tema dell’uso dei
civili armati al comando dell’Esercito, per aiutare quest’ultimo nelle
operazioni controinsorgenti. Nel 1963, l’Esercito colombiano riprodusse anche
l’opera del francese Roger Trinquier, “La
Guerra Moderna”, nel quale si sistematizza l’esperienza
controinsorgente delle guerre del Vietnam e dell’Algeria. Anche in questo
documento si raccomanda la strategia paramilitare ([13]). Perciò,
con la necessità di salvaguardare il sistema occidentale capitalista di fronte
al pericolo d’infiltrazione del polo contrario comunista, e sotto l’esasperata
l’ossessione della guerra del Vietnam e della rivoluzione cubana, gli Stati
Uniti disegnarono, per la propria area d’influenza, un modello di guerra
controinsorgente centrato nelle operazioni coperte del terrorismo, un pilastro
del quale era la creazione di strutture paramilitari, e decisero di dare impulso
a detta strategia in una serie di paesi, tra cui la Colombia, poiché nei
rapporti delle missioni d’inchiesta si considerava il suo sistema di sicurezza
nazionale ad alto rischio, in quanto all’inizio degli anni ’60, lo sviluppo
delle guerriglie di resistenza a La Violencia classica stava per assumere i
contorni della “Guerra di Liberazione”. 3.
Organizzazioni insorgenti e conflitto Intanto,
anche l’insorgenza andò strutturandosi. In reazione all’Operación
Marquetalia, con la quale l’Esercito
colombiano si scagliò con 16.000 uomini contro i gruppi di autodifesa contadina
che resistevano all’espulsione dalle loro terre nel sud del Tolima, il 20 luglio
1964, queste autodifese armate della regione, insieme a quelle dei dipartimenti
di Huila, Cauca e Valle, lanciarono un proclama nazionale per annunciare la
costituzione delle Fuerzas Armadas
Revolucionarias de Colombia (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia –
FARC) e adottarono un programma in 7 punti per la riforma agraria, a favore
della quale si impegnavano a lottare. Nel proclama dichiaravano: “Contro di
noi si sono scatenate nel corso di 15 anni 4 guerre. Una a partire del 1948,
un’altra a partire del 1954, un’altra dal 1962 e questa che stiamo patendo a
partire del 18 maggio 1964, quando i comandi militari dichiararono
ufficialmente che era cominciata l’“Opeación Marquetalia” (…). A causa di ciò
ci è toccato soffrire nel corpo e nello spirito tutte le bestialità di un
regime corrotto che si consolida sul monopolio latifondista della terra, la
monoproduzione e la monoesportazione sotto l’impero degli Stati Uniti. E’ così
che in questa guerra partecipano contro di noi truppe, aerei, alti comandi
militari e specialisti nordamericani. E’ per questo che lanciano contro di noi
16.000 uomini forniti delle armi più moderne e distruttive. E’ per questo che
contro di noi si utilizza la tattica del blocco economico, dell’assedio, dello
sterminio, delle aggressioni per aria e per terra e, per ultimo, della guerra
batteriologica (…). Noi siamo andati ovunque c’erano porte da bussare in cerca
di aiuto per evitare che una crociata anticomunista, che è una crociata
antipatriottica contro il nostro popolo, ci conducesse, e con noi tutto il
nostro popolo, ad una lotta lunga e sanguinosa. Noi siamo rivoluzionari che
lottiamo per un cambio del regime. Però vogliamo questo cambio e lottiamo per
esso usando la via meno dolorosa per il nostro popolo: la via pacifica, la via
della lotta democratica delle masse, le vie legali che la Costituzione della
Colombia segnala. Questa via ci fu serrata violentamente, e poiché siamo
rivoluzionari che in un modo o nell’altro interpretiamo il ruolo storico che ci
spetta, obbligati dalle circostanze sopra descritte, siamo stati costretti a
cercare l’altra via: la via rivoluzionaria armata per la lotta del potere. Da oggi 20 luglio 1964 siamo un movimento
guerrigliero che lotta per il seguente programma (…)” ([14]). Il
7 gennaio 1965, un altro gruppo di combattenti occupava la cittadina
santanderiana di Simacota e da lì annunciava la costituzione dell’Ejército de Liberación Nacional (Esercito
di Liberazione Nazionale – ELN). Nel suo proclama affermava: “Uno studio serio
della realtà colombiana ci ha condotto alla conclusione che né l’imperialismo
nordamericano né l’oligarchia che lo appoggia nel nostro paese permetteranno
pacificamente l’ascesa delle masse popolari al potere e imporranno, pertanto,
al popolo, una guerra lunga e sanguinosa, con la quale pretenderanno di
affogare per sempre la lotta popolare per la conquista di più giuste
aspirazioni di libertà, lavoro, democrazia e giustizia del popolo colombiano.
Davanti a questa situazione, determinata dalla natura aggressiva e vorace degli
sfruttatori nazionali e stranieri, il nostro popolo si vede obbligato ad
organizzarsi per rispondere all’aggressione ufficiale, a prendere l’iniziativa
e scatenare l’offensiva rivoluzionaria mediante lo sviluppo della ‘Guerra del
Popolo’ contro gli sfruttatori, utilizzando la lotta armata e le più svariate
forme di lotta popolare su tutti i terreni, con il proposito di strappare il
potere alle classi dominanti e stabilire un governo popolare e democratico di
liberazione nazionale” ([15]). D’altro
canto, a partire del 1963 si venne a creare una dissidenza nel Partito
Comunista Colombiano, da parte di un gruppo che simpatizzava di più con la
“Linea Cinese” all’interno del dibattito ideologico del comunismo mondiale e
criticava le strategie “pacifiste” del PCC. Questa dissidenza si
istituzionalizzò nella conferenza dei “marxisti-leninisti” nel marzo 1964, che
convocò il “X Congresso del Partito Comunista”, congresso che ebbe luogo a
Soacha (Cundinamarca) nel luglio 1965, nelle cui conclusioni si afferma: “Per le
condizioni colombiane è interamente valido, e lo facciamo nostro,
l’impostazione leninista che occultare alle masse la necessità di una guerra
feroce, sanguinosa e sterminatrice come obiettivo immediato dell’azione futura,
è ingannare se stessi e ingannare il popolo. Ed è, oggi stesso in Colombia,
traditore della rivoluzione, chi non è d’accordo con la lotta armata, chi non
si prepara per essa o impedisca in qualche modo il suo sviluppo immediato.
Amici e nemici saranno differenziati secondo questo palpitante problema” ([16]).
Già a partire del settembre 1964 questo gruppo aveva intrapreso un’azione
guerrigliera nella zona dell’Alto Sinú e San Jorge, nel dipartimento di
Córdoba, però avrebbe formalizzato la propria scelta, mediante il
"giuramento della bandiera" nel febbraio 1967, costituendosi come Ejército Popular de Liberación
(Esercito Popolare di Liberazione – EPL). Verso
la fine del 1965 esistono così tre movimenti insorgenti che hanno adottato
esplicitamente, seppure con matrici diverse, il metodo della guerra
guerrigliera, erigendosi ad avanguardie nella lotta per un cambiamento radicale
delle strutture vigenti della società. Successivamente,
nel decennio ‘70, altre organizzazioni insorgenti si aggiungeranno alle forze
ribelli degli anni ‘60. La frode consumata il 19 aprile 1970 per disconoscere
la vittoria elettorale dell’Alleanza Nazionale Popolare -Anapo-, spinse un
gruppo di professionisti, vecchi militanti comunisti e successivamente
militanti di Anapo, a creare il Movimiento 19 de
Abril -M-19- . Nel gennaio
1974 un commando di questo movimento penetró nell’abitazione che era
appartenuta al Libertador Simón Bolívar, a Bogotá, e sottrasse la spada
dell’eroe popolare dalla casa-museo. Nel comunicato emesso in quell’occasione
si affermava: “Non ci sono
dubbi: Bolívar guerrigliero e patriota; Bolívar popolo; il nostro Bolívar,
torna a togliere il sonno all’oppressore, a svegliare l’oppresso. La sua spada
ha già iniziato i nuovi combattimenti. Adesso affronta lo yankee, lo
sfruttatore, coloro che consegnano la nostra patria al dolore, coloro che
affogano il nostro popolo nella miseria (…). Il popolo sa che senza le lotte e
l’organizzazione armata Anapo non otterrà il trionfo, per quanto grande sia il
numero dei voti lasciati nell’urna. Lo ha appreso il 19 aprile 1970 quando ci rubarono
la vittoria. E questa storia non si ripetera più” ([17]). Nel
1976 sorse un altro movimento armato, sviluppatosi intorno all’ex combattente
brasiliano, sopravvissuto di un movimiento guerrigliero carioca, Giomar O’
Beale, che prese il nome di Juan Manuel González Puentes. Questo gruppo
raccolse studenti ed attivisti popolari e si soprannominò Auto-Defensa Obrera -ADO-.
Realizzò le sue azioni più importanti alla fine degli anni ‘70, in particolare
con l’assassinio dell’ex Ministro di Governo Rafael Pardo Buelvas, che fu
voluto come rappresaglia per l’assassinio di 50 persone un anno prima, a
Bogotá, mentre partecipavano alle proteste popolari durante lo Sciopero Civico
Nazionale del 14 settembre 1977. Rispondendo ad una intervista nel febbraio
1980, pochi giorni prima si essere assassinato (il 22/2/80), González Puentes
affermava: “Il nostro nome di ‘Autodefensa’ si riferisce all’aspetto
strategico, alla situazione del popolo davanti all’oligarchia e alla borghesia
che ci sfrutta, ci attacca, ci obbliga alla lotta armata in difesa dei nostri
diritti come essere umani. Siamo ‘Autodefensa’ perché non siamo quelli che
hanno scatenato questa guerra; quelli sono gli aggressori, quelli sono coloro
che violano i diritti del popolo; quelli sono coloro che rispondono agli
scioperi e alle manifestazioni pacifiche con la violenza; quelli sono coloro che
torturano e assassinano. Quando gli operai realizzano uno sciopero, manifestano
in maniera pacifica, lottano pacificamente, perché nessuno può affermare che le
braccia incrociate sono violenza; cosa fa invece la classe patronale? Lancia i
suoi apparati repressivi per colpire, incarcerare, intimorire e perfino
eliminare fisicamente i lavoratori. Allora, chi attacca militarmente? Chi sono
i violenti? Chi sono coloro che iniziano la guerra? Chi sono coloro che
attentano contro la pace? La classe sfruttatrice e il suo sistema capitalista.
Il nostro dovere di uomini aggrediti è difenderci da questa minoranza rapace e
bellicosa, perché tra le tante cose, ci costa meno in vite una guerra
rivoluzionaria che i centomila morti all’anno per desnutrizione” ([18]). La
repressione brutale che negli anni ‘70 soffrivano le comunità indigene del
dipartimento del Cauca da parte dell’esercito e dei proprietari terrieri, le
portò a costituire gruppi di autodifesa indigena che in seguito si convertirono
in una nuova organizzazione guerrigliera. Nel dicembre 1984 si costituì il Comando Quintín Lame come gruppo
armato. Nel comunicato alla nazione dichiaravano: “La repressione
contro il Movimento Indigeno è stata continua negli ultimi anni e la nostra
lista di martiri cresce giorno dopo giorno. Questa volta però il nemico ha
deciso di dichiararci definitivamente la guerra. Il 9 novembre (1984) forze
della polizia e dell’esercito hanno raso al suolo la Recuperación di López
Adentro, hanno bruciato le abitazioni di 150 famiglie indigene e con le
macchine hanno distrutto tutte le loro coltivazioni. Queste famiglie sono
rimaste nella più completa miseria. Il 10 novembre fu assassinato il sacerdote
indigeno paéz Alvaro Ulcué. Padre Ulcué era stato un difensore del suo popolo e
un lottatore instancabile della lotta indigena. Noi non ci lasciamo sterminare.
Il Movimento Indigeno non si consegna né retrocede di fronte a questa offensiva
del nemico. Il Comando Quintín Lame s’impegna sul proprio onore a mettere tutte
le proprie forze a servizio della resistenza delle Comunità Indigene e a fare
tutto il possibile per sconfiggere il nemico che ci sta perseguitando”. Altri
gruppi insorgenti, come il MIR-Patria
Libre o il Partido Revolucionario de
los Trabajadores -PRT-, avranno un’esistenza più effimera negli anni ‘80.
Il Movimento di Integrazione Rivoluzionaria “Patria Libre” era sorto negli anni
‘70 con l’obiettivo di riunificare le numerose correnti marxiste-leniniste
disperse. Più tardi si sarebbe integrato, in qualità di gruppo armato, nel Coordinamento
Nazionale Guerrigliero per fondersi successivamente con l’E.L.N, costituendo la
“Unión Camilista-ELN”. Il PRT si
presentò nel luglio 1984 con una conferenza stampa realizzata a Santa Marta,
nella quale si espresse contro la modalità con cui si stava sviluppando il
processo di pace. In un documento sottoscritto nel febbraio 1986 si affermava: “Resta
dimostrato che nel paese è impossibile ottenere cambiamenti sostanziali a
favore del popolo attraverso la via delle riforme, dato il carattere reazionario
del Congresso e dei partiti che esercitano il potere e la resistenza
dell’oligarchia ai cambiamenti progressisti (…). Nel blocco oligarchico e nel
suo governo ha ottenuto il primato la politica della “terra bruciata”,
dell’eliminazione delle forze rivoluzionarie attraverso la via repressiva e la
distruzione a sangue e fuoco di qualsiasi espressione di scontento popolare” ([19]). Tutti i testi di fondazione rivelano che
le decisioni di sollevazione armata si prendevano in mezzo ad un mare di lotte
non violente per gli stessi obiettivi, che erano giunte in una via senza uscita
a causa della repressione contro di esse. E
in realtà, qualsiasi ricostruzione storica che si è fatta per gli anni ‘60,
‘70, ‘80 e ‘90, mostra una costante nascita e sviluppo di organizzazioni
operaie, contadine, studentesche, indigene, politiche, accademiche, religiose e
umanitarie che propendevano per un cambio delle strutture e che venivano, una
dietro l’altra, affogate nel proprio sangue. Lo sviluppo graduale delle
ricerche di questo progetto lo va provando. 4.
Modello di società generatrice di violenza Il
ciclo di violenza esistente si genera e si identifica accanto ad un modello di
società intrinsecamente conflittivo che affonda le sue radici nella gestazione
storica della nazione colombiana, i cui elementi giungono ad un intenso livello
di coscienza sociale solo agli arbori di questo periodo, generando movimenti
sociali e politici di ogni ordine, la maggioranza dei quali di carattere non
violento. Le assenze di vie d’uscita e i bagni di sangue in cui questi
movimenti sono stati affogati, generano a loro volta le differenti espressioni
di ribellione armata che si prolungano e si accrescono ancora oggi. Tre
fattori essenziali caratterizzano questo modello conflittivo di società: la
concentrazione del possesso della terra; la marginalizzazione strutturale delle
maggioranze dall’economia monetaria; il monopolio elitista del potere per mantenere
le due segregazioni precedenti. Le
forme di possesso della terra costituiscono il primo fattore intrinsecamente
conflittivo: il censimento agrozootecnico del 1960 rivelava che il 3.5% dei
proprietari disponeva del 66% delle terre coltivabili, mentre il 96.5% dei
proprietari si ripartiva il 34.4% di esse, e che solo il 4% delle coltivazioni rurali
concentrava il 45% degli introiti provenienti dall’agricoltura ([20]).
Se questa era la situazione della proprietà della terra agli inizi degli anni
‘60, la fine del secolo non presenta però nessun miglioramento: l’1.3% dei
proprietari concentra il 48% della terra a vocazione agricola ([21]).
Lo stesso Dane (dipartimento statale che cura la riscossione delle imposte)
segnalava come coefficente Gini della concentrazione della terra ([22]),
un valore di 0.86 per il 1960 e di 0.82 per il 1970, sottolineando come nei
primi 9 anni di riforma agraria (dopo la Legge 135 del 1961) l’indice si era
modificato di solo lo 0.04 ([23]).
A compimento dei 24 anni della legge di “riforma agraria”, nel 1984, il
coefficente Gini della concentrazione della proprietà della terra era cresciuto
a 0.87, tra i più alti del mondo ([24]). I
livelli di reddito e di occupazione, che rivelano la marginalizzazione
strutturale delle maggioranze dall’economia monetaria, non sono certamente
migliori: all’inizio degli anni ‘70, il 60% del totale degli ingressi del paese
erano percepiti da un 13.2% di beneficiari, mentre il 17% degli ingressi si
ripartiva entro il 54.2% di beneficiari, con il restante 32.6% che percepiva il
22% degli ingressi ([25]).
Alla fine degli anni ‘90, il 20% più ricco della popolazione concentra il 52%
del reddito nazionale, mentre il 57% della popolazione vive sotto la linea di
povertà. Cinque gruppi finanziari controllavano, nel 1997, il 92% degli attivi
del settore e due di essi erano proprietari del 47% dei mezzi di comunicazione
([26]). La
disoccupazione, secondo il Censimento del 1964, colpiva il 4.9% della
popolazione economicamente attiva; nel 1991 la disoccupazione cresceva al 10.8%
della p.e.a., nel 1998 al 15.9% e nel 2000 al 20.4% ([27]). Durante
tutto il ciclo della violenza il coefficente Gini generale, è variato solo
dallo 0.49 degli anni ‘60 allo 0.54 della fine del secolo (aumentando la
disuguaglianza). Il 20% più ricco della popolazione percepisce redditi, in
media, 21 volte maggiori di quelli del 20% più povero, in media, mentre in
altri paesi di grandi disuguaglianze la differenza è di 1 a 10. A fine anni
‘90, il coefficente Gini della distribuzione della proprietà azionaria della
Borsa di Bogotá è dello 0.98, il che riflette la concentrazione assoluta ([28]). Apporti
dello storico Mario Arrubla e dell’economista Jesús Antonio Bejarano ([29]),
aiutano a comprendere le linee maestre della storia economica della Colombia,
attraverso la quale si è forgiato un modello di società violento in sé e
generatore di violenze. Alcune di queste grandi linee si potrebbero sintetizzare
così: ·
la Colombia
inizia il secolo XX sotto un regime conservatore che ha rovesciato molte delle
riforme conquistate nella “Repubblica Liberale” (1850-1886). Predomina
l’economia agraria dei latifondi che producono materie prime per l’esportazione
sotto forme feudali di sfruttamento della mano d’opera. Quando negli anni ‘20 i
capitali nordamericani configurano enclaves industriali, molta forza lavoro è
attratta dall’economia monetaria ed emigra dalla campagna. I proprietari
terrieri si rifiutano di sviluppare la produzione agricola per soddisfare la
domanda di materie prime e di alimenti per la crescente popolazione urbana. Si
creano allora condizioni favorevoli per una nuova “Repubblica Liberale”
(1930-1945) che da impulso ad una riforma agraria e ai movimenti sindacali, e
che “incorpora” all’economia monetaria i contadini e gli operai in maniera
instabile e precaria, lasciando contingenti crescenti nella disoccupazione e
nella miseria. ·
In modo
particolare negli anni ‘30, e con più solidità negli anni ‘50 e ‘60, il paese
vive un processo di sostituzione economica. In una prima tappa (1930-1967) si
dà impulso allo sviluppo industriale centrato nell’accumulazione del capitale.
Negli anni ‘50 furono elaborate due ricerche sulle possibilità di sviluppo
della Colombia: quella del domenicano e sociologo francese Louis Joseph Lebret,
e quella dell’economista nordamericano Lauchlin Currie. Entrambi segnalano
concordamente il divorzio esistente tra le due risorse fondamentali: terra e
mano d’opera. Da allora si propongono
vari modelli di riforma agraria però nessuna tocca, in realtà, la struttura
della proprietà della terra. ·
Bejarano mostra
lucidamente che tutti gli strumenti d’intervento dello Stato nell’economia, che
furono confezionati progressivamente dagli anni ‘50, mirano a condurre allo
sviluppo capitalista, promuovendo e favorendo i settori di punta
nell’accumulazione del capitale. Questi strumenti coprono tre piani: quello
agrario, quello monetario e quello esterno. La fluttuazione nella gestione del
problema agrario termina, negli anni ‘70, per definirsi a favore dello sviluppo
capitalista della campagna. Nel piano monetario, dal 1951 il governo controlla
il credito, attraverso la Banca emittrice, e lo concentra in settori di
avanguardia per il modello. Opta, inoltre, per l’inflazione permanente, per
attrarre investimenti stranieri e per stimolare un risparmio forzoso dei
percettori di redditi fissi, che lo trasferiscono a settori più
capitalizzatori. Il piano esterno è gestito con controlli alle importazioni e
con la regolazione del regime cambiario; nel 1967 il governo opta però per la
svalutazione permanente e graduale. Da questo momento l’intervento statale
nell’economia si concentra nel settore esterno, in vista della promozione e
della diversificazione delle esportazioni. ·
L’altra faccia
dello “sviluppo”, l’assorbimento della mano d’opera in questa economia
industrializzata, ed il problema della terra che per lo meno assicurerebbe la
sussistenza elementare del settore contadino, corrisponde a problemi che
rimangono lontani all’intervento statale, anche se in ciò si gioca la vita di
numerosi milioni di colombiani, la maggioranza della nazione. I governi si sono
limitati a stimolare certi sviluppi dell’industria che ipoteticamente
dovrebbero assicurare l’assorbimento della mano d’opera, il che, se è accaduto,
è stato fugace e in scala ridotta. Da lì la disoccupazione e la sottoccupazione
crescente e la perdita permanente della capacità di acquisto dei salari, con le
conseguenti condizioni di fame e disumanizzazione. Ciò risponde interamente
alla “regola d’oro” del modello: aumento del tasso di sfruttamento umano
affinchè il capitale abbia tassi di rendita costantemente crescenti. ·
Bejarano
sintetizza le sue tesi affermando che l’intervento dello Stato è andato
trasferendo il suo ruolo in funzione delle necessità dell’accumulazione, e che
questo intervento si inscrive solo nella sfera della circolazione del capitale,
e in particolare nell’orbita del capitale finanziario, ristrutturando a partire
da essa le condizioni in cui opera il capitale privato. La linea direttrice
centrale è stata quella di permettere che l’accumulazione vada basandosi
nell’efficenza dell’apparato produttivo sino a raggiungere condizioni di competitività
nei mercati internazionali. Anche se lo scritto che citiamo di Bejarano è del
1978, risulta profetico ([30]).
Questa fase inizia sin dai primi anni ‘90 con l’apertura economica, quando lo
Stato trasferisce molti dei suoi poteri al settore privato. Il ruolo
fondamentale dello Sttao è stato quello di garantire al capitale privato le
migliori condizioni di sfruttamento della forza lavoro. E l’ideale è che il
capitale possa operare già senza gli stimoli dell’azione statale. Bejarano
conclude la sua analisi affermando che:
“la borghesia dovrà scegliere tra il mantenere la stabilità interna
economica e politica a costo di un minore dinamismo nell’accumulazione, o il
persistere nell’instabilità interna inerente ai movimenti ciclici del mercato
mondiale, a costo di una accentuazione della sua capacità repressiva”. ·
Risulta assai
sintomatico che l’ex Presidente López Michelsen, a 7 anni dall’aver preso le
misure fondamentali per l’apertura economica che accomodò il paese ai dogmi
neoliberali del mercato globalizzato, valuti tanto negativamente il modello,
nonostante il suo stesso governo (1974-78) s’incamminò verso questa direzione.
Nell’ottobre 1997, nel commemorare il centenario della nascita dell’ex
Presidente Darío Echandía, nell’Università del Rosario, López Michelsen definì
il modello dell’apertura economica como “diabolico” e affermò: “I risultati dell’applicazione di questo
modello sono stati l’importazione di cinque milioni di tonnellate di alimenti e
materie prime che precedentemente si producevano in Colombia; l’abbandono di un
milione di ettari di terre coltivabili, e tra 800.000 e 1.200.000 disoccupati
del settore rurale (…). Molti di questi disoccupati se ne sono andati con la
guerriglia o con i paramilitari, pochi di essi sono entrati nelle file dell’Esercito
e della Polizia e altri si sono aggiunti ai cocaleros per mettere in pratica le
loro conoscenze contadine nell’unico settore in cui è remunerativa l’agricoltura” ([31]). Questa
politica economica strutturalmente discriminante non si sarebbe potuta
realizzare però senza il controllo dell’apparato dello Stato e delle forze
politiche identificatesi con il modello, e senza una struttura repressiva che
chiuda le strade a modelli alternativi. Tutta la storia politica della nazione
ha avuto come protagonisti, alcuni decenni dopo l’indipendenza dalla Spagna, i
partiti Conservatore e Liberale, storicizzati come “partiti tradizionali”. E’
facile lasciarsi prendere dai discorsi che intravvedono contraddizioni
apparenti tra essi, e il cui dibattito interno alimenterebbe la “democrazia”.
Questi partiti, tuttavia, rappresentano la “passione
dualista” di una classe dominante, come magistralmente
sottolinea lo storico Mario Arrubla. Le
funzioni “contrarie” che erano state
rappresentate dai partiti tradizionali (il liberalismo come partito del
popolo e il conservatismo come quello dell’ordine), nel ‘Frente Nacional’ passano dall’essere
complementarie all’ufficializzazione della loro coalizione. In effetti, durante
le due “repubbliche liberali”
(1850-86; 1930-45) il liberalismo aveva promosso rotture o cambiamenti a cui,
segretamente o inconsciamente, aspirava l’insieme della classe dominante, in
quanto miravano a contribuire all’espansione di questa classe. Poichè ogni
cambiamento esige mobilizzare energie generali della società, il liberalismo si
valse allo scopo, dello stimolo del rivoluzionarismo dei settori medi e
popolari, per affrontare con essi, gli schiavisti, la Chiesa, i latifondisti
feudali. Per aver provato a dare libera circolazione mercantile alla terra e
alla forza lavoro, che erano le due risorse fondamentali del paese, il
liberalismo fu chiamato il “partito della libertà”; e per aver cercato di sottomettere queste due risorse a chi meglio
le sfruttava, fu chiamato il “partito del progresso”. Il
conservatore accreditava i suoi titoli di “partito dell’ordine” e dell’“autorità” perchè gli era toccato amministrare le lunghe pause del
rivoluzionarismo, pause le cui opportunità si manifestavano quando il suo
avversario storico aveva condotto le riforme sino a dove risultavano possibili
ed era giunta l’ira della smobilitazione e il piacere dello sfruttamento di
routine di ciò che era stato conquistato. In questi momenti si accentuava la
difesa dell’autorità costituita, tanto nel campo del potere politico, centralizzato
nello Stato, come in quello del potere socio-economico, che si manifestava con
un controllo decentralizzato, però non per questo più rigido sulla vita delle
masse popolari. La
divisione elettorale fu il procedimento sistematico con il quale il partito di
governo facilitava il suo proprio cambio di guardia, avendo compreso che si era
fatto necessario un altro compito e che, per propria indole, doveva essere
svolto secondo i principi dell’ “avversario”. Ciò non aveva tuttavia impedito
la feroce resistenza dei settori del partito destituito, che si equilibrava con
l’insorgenza di correnti moderate che apprendevano a rassegnarsi mediante
l’usufrutto dei guadagni generali. In effetti, i conservatori compravano i beni
espropriati alla Chiesa, così come i liberali prosperarono negli affari sotto
la “Rigenerazione” di Núñez ([32]),
e sia i conservatori che i liberali, si trasformarono in industriali o
affittarono le proprie aziende ai capitalisti dopo le riforme economiche.
Quanto maggiore era la rassegnazione dei moderati, più aggressiva era
l’opposizione dei dottrinari, ai quali spettava l’arduo compito della
differenziazione, ossia, della salvaguardia dell’identità partitista. Durante
questo periodo i due gruppi si costituirono come partiti e si agganciarono
all’anima popolare grazie alla passione
dualista, la cui forza
raggiunse il punto più alto ne La Violencia ([33]).
Questa volta, in contrasto con il passato, l’appello alle armi venne dal
governo. Il braccio dello Stato si estese con le funzioni di boia e scatenò il
panico e il sadismo tra il popolo. Questa volta la violenza fu più che lotta di
partiti, e durante il suo corso lo Stato finì per perdere tutto il suo peso
morale, mentre grandi settori popolari, sollevatisi in armi, si beneficiavano
della più profonda legittimità. Nel
giungere al patto del ‘Frente Nacional’, dopo il cataclisma, López Pumarejo
dava mostra di un realismo che risultava conservatore, mentre Laureano Gómez esprimeva convinzioni liberalizzanti. Nel fondo di queste paradossali evoluzioni
si profilavano i nuovi confini di un paese dove la signoria della terra era
stata sostituita dalla proprietà del
capitale, come fonte principale del potere. Nel far proprio questo terreno
comune, liberali e conservatori comprendevano che la più cruenta delle
battaglie (La Violencia) aveva condotto alla scoperta di una realtà nazionale
di fronte alla quale si distaccavano i suoi punti di contatto e sfumavano le
sue differenze. I liberali, come chi giunge alla maturità, davano mostra di
responsabilità e correggevano la cattiva immagine che avevano lasciato tra i
partigiani dell’ordine. I conservatori, adottando atteggiamenti di saggezza,
proclamavano la loro adesione alla democrazia. All’interno del disegno frentenacionalista, ogni partito si faceva garante dei buoni
propositi dell’antagonista: i conservatori andavano a dire alle classi alte che
i liberali non erano più agitatori, mentre i liberali andavano a convincere le
masse che i conservatori non minacciavano più le loro vite. Ognuno aveva l’obiettivo
di restituire il credito all’avversario. Per placare i militari nelle loro
ambizioni fallite, gli si diede una parte nella gestione dell’ordine pubblico,
mediante un regime permanente di ‘Stato di Assedio’ (Estado de Sitio), facendo sì che il settore dell’ordine
pubblico invadesse anche il terreno della giustizia. I
governi del Frente Nacional (1958-1974) perseguirono la stessa strategia:
mantenere uno schema politico democratico e uno schema economico capitalista. I
disastrosi effetti del secondo mantengono sempre sotto minaccia il primo.
Paradossalmente la popolazione aumentava i ritmi di crescita allo stesso ritmo
che il capitalismo la dichiarava in eccedenza. Le politiche di controllo
demografico cercano di sostenersi nel presupposto che è la popolazione che
eccede e non il regime economico quello che si mostra inflessibile nel coprire
le necessità di essa. Ciò erode a tal punto il Frente Nacional che nelle ultime
elezioni dell’esperienza frentenacionalista
(1970), la Anapo supera la forza dell’apparato dominante e dei mass media. I
partiti tradizionali avevano sottostimato il risentimento popolare che
s’identificava in modo naturale con l’amarezza del Generale Rojas Pinilla ([34]),
espulso, umiliato, escluso e demonizzato, sulla cui “tirannia” (populista)
aveva cercato di legittimarsi questa “democrazia” frentenacionalista. La
confluenza delle correnti liberali e conservatrici nel grande apparato
frentenacionalista, e la sua compenetrazione nel regime economico prevalente,
determinarono la costituzione di un establishment che trasformò le sue rigidità
interne in indice di forza e che finì per vedere come una perturbazione
inquietante qualsiasi progetto suscettibile di introdurre contraddizioni al suo
interno. Nella misura in cui questo schema generale si ufficializzò,
l’opposizione a se stesso o a qualcuno dei suoi elementi acquisì le forme della
sovversione. Il non conformismo e le domande di riforme, impossibilitati
nell’incontrare qualsiasi spazio all’interno dell’establishment, crearono una
frangia di marginalità ideologica che negli ultimi tempi non ha fatto altro che
radicalizzarsi. Dal
punto di vista dei movimenti politici, tutte le alternative al bipartitismo,
unico sistema che ha integrato la passione dualista degli interessi dei settori più privilegiati, sono state soppresse con
prepotenza, con furore e con audacia e sfacciataggine: quando la Anapo trionfò
alle elezioni del 19 aprile 1970, la realizzazione della frode si fece
apertamente di fronte al paese, senza discrezione alcuna. Lo stesso Ministro di
Governo del tempo lo avrebbe confessato 28 anni dopo, tentando di salvare la
propria responsabilità diretta. Il suddetto
ex Ministro, Carlos Augusto Noriega, conclude l’ultimo capitolo del suo
libro-confessione con queste parole: (quella) “controversa elezione si
aggiunse alla disperazione di milioni di colombiani senza protezione. Perchè?
Perchè in tutti quelli si impadronì, giustificatamente o ingiustificatamente,
la catastrofica convinzione che nella nostra fiammante democrazia si potesse strappare
ai rappresentanti del popolo la loro vittoria nelle urne mediante manovre
fraudolenti. Conclusione di questo fu la disastrosa credenza che il potere deve
essere conquistato con le armi, non con i foglietti (…). Le guerriglie
rivoluzionarie già esistenti e questa nuova (l’M-19) lo intesero come
perentoria avvertenza che qui, tra noi, il potere per porre fine ad un ordine
ingiusto non lo si ottiene con i voti ma con le pallottole” ([35]).
Quando
15 anni dopo, nel 1985, la ‘Uniòn Patriotica’ cominciò a raccogliere nuovamente
lo scontento popolare, la classe dirigente e lo Stato non ebbero dubbi a
rispondere rapidamente con il Genocidio, sterminando tutta la sua militanza in
una corsa contro il tempo. Un rapporto ufficiale della Defensorìa del Pueblo’,
pubblicato nell’ottobre del 1992, dopo avere analizzato 717 casi di omicidio di
dirigenti e militanti di U.P., giungeva a questa conclusione: “Esiste una
relazione diretta tra la nascita, le attività e l’appoggio elettorale di U.P.,
e l’omicidio dei suoi militanti e dei suoi dirigenti nelle regioni dove la
presenza di questo partito fu interpretata come un rischio per il mantenimento
dei privilegi di certi gruppi” ([36]). Dal
punto di vista dei movimenti sociali che incarnano le lotte rivendicative e la
protesta popolare, la situazione non è stata migliore. Un personaggio non
sospettabile, che ha occupato alti incarichi accademici e di consulenza per gli
organi di controllo dello Stato, riassume così la situazione: “Le pratiche
dominanti di disobbedienza civile furono perseguite come delitti politici
all’interno di una politica criminale crescentemente discriminante. Si noti, in
tal senso, come quindici dei venti anni che durò il Frente Nacional, furono
vissuti sotto il regime dello stato di assedio, con tutte le sue conseguenze di
restrizioni delle libertà individuali e civili. Il movimento studentesco, il
movimento operaio-sindacale, il movimento contadino, il movimento indigenista,
i movimenti civili, ecc., e tutta la gamma delle loro risorse di disobbedienza
civile come erano le occupazioni delle terre, le marce contadine, le
manifestazioni di protesta, gli scioperi illegali e i blocchi civici, furono repressi
in modo brutale. Così, i movimenti sociali e politici e anche le espressioni
emergenti della società civile, dopo periodi di crescita ed auge partecipativo,
entrarono in processi di decomposizione. Le conseguenze forse più gravi di
questo processo furono l’indebolimento delle lotte democratiche e il
rafforzamento della lotta armata” ([37]). La
Colombia dell’ultimo decennio del secolo XX, sebbene abbia acquisito una
Costituzione che incorpora nel suo testo i diritti umani quasi in modo
esaustivo, coincide con la più brutale escalation della strategia paramilitare
dello Stato. La crescente condanna internazionale dello Stato violatore dei
diritti umani, condanna che prende forza negli anni ‘80, fa sì che questo
riorganizzi le proprie azioni in modo che intervengano in primo piano i seguaci
paramilitari addestrati e preparati a partire degli anni ‘60. E poiché questi
non devono rispettare ricatti istituzionali d’immagine, lo straripamento dello
sterminio già non ha nome. 5.
Configurazione dello Stato come attore violento La
configurazione dello Stato come attore
violento, durante il periodo che ebbe inizio nel 1965, può essere studiato
attraverso le sue opzioni fondamentali,
la sua dottrina controinsorgente, la
sua strategia per affrontare il
conflitto sociale e i suoi metodi di
azione. a. opzione
fondamentale Di
fronte al sollevamento armato dei gruppi che reclamano cambiamenti fondamentali
nelle strutture economiche, sociali e politiche, per soddisfare a livello
basico le necessità elementari della popolazione, uno Stato ha due alternative:
un trattamento politico negoziato per trovare soluzioni alle giuste richieste,
o un trattamento militare per sterminare la ribellione. L’opzione fondamentale
dello Stato colombiano è stata chiaramente la seconda, non limitando però
l’azione di sterminio ai sollevamenti armati ma estendendola ad ampi settori di
popolazione civile disaramata, che finiscono o potrebbero finire nelle aree di
influenza territoriale o ideologica dei combattenti. Sebbene dal 1983 si sono
prodotti diversi processi di negoziazione con i gruppi insorgenti, chiamati processi di pace, sono approdati ad una certa conclusione
solo quelli che hanno costretto con la negoziazione alla smobilizzazione dei
combattenti, e sino ad oggi sono falliti sonoramente quelli in cui si ponevano
sul tavolo i problemi socio-economici o politici più acuti. E i processi
“riusciti”, inoltre, hanno avuto come epilogo l’eliminazione física di una
significativa percentuale degli smobilizzati. b. dottrina La
Dottrina Controinsorgente dello Stato
colombiano si esprime in tesi che si ripetono ritualmente nei discorsi delle
gerarchie militari, di non poche autorità civili o dei riconosciuti portavoce
delle classi dirigenti, le cui direttrici principali s’incontrano tuttavia nei
documenti declassificati del Pentagono e del Dipartimento di Stato degli Stati
Uniti. Il
Generale Fernando Landazábal esprimeva con franchezza, in uno dei suoi libri,
la tesi fondamentale: “Non meno importante della localizzazione della sovversione
è l’identificazione della direzione politica della stessa. (…) La direzione
politica non può interessarci meno di quella militare e, una volta riconosciuta
e determinata la tendenza, c’è la necessità di ubicare l’ideologia che la
anima, pienamente e precisamente, per combatterla con efficacia. Niente di più
nocivo per il corso delle operazioni controrivoluzionarie il dedicare ogni
sforzo nel combattere e reprimere le organizzazioni armate del nemico,
lasciando in piena capacità di esercitare liberamente le proprie azioni la
direzione politica del movimento” ([38]).
Questa
tesi si è sdoppiata, nel corso dei tre decenni e mezzo dell’attuale ciclo di
violenza, nella criminalizzazione della protesta sociale e dell’opposizione
politica; nell’equiparare il delitto di ribellione al delitto di opinione, nel
qualificare le organizzazioni sindacali, contadine, studentesche, di opposizione
politica o di difesa dei diritti umani, come “facciate della
sovversione” o “braccio disarmato
della sovversione”. A tutto ciò si
aggiunge l’abitudine nel presentare di fronte all’opinione pubblica le vittime
della repressione ufficiale come “guerriglieri morti in combattimento”, rivestendo molte volte i loro cadaveri,
“post mortem”, con le uniformi dei
combattenti. c. strategia La
Strategia repressiva dello Stato
colombiano può essere analizzata, da una parte, nella serie di manuali di lotta
controinsorgente, pubblicati con carattere riservato dalle Forze Armate, tra il 1962 e il 1987,
però richiede analisi complementarie sui comportamenti sistematici degli altri
poteri dello Stato in appoggio attivo o passivo alla realizzazione di queste
direttrici. Un
asse fondamentale della strategia tracciata nei manuali, è stato il mantenimento di strutture paramilitari,
raccomandato dalla missione del governo statunitense del febbraio 1962, come si
è visto prima, però rafforzato in tutti i manuali di controinsorgenza successivi,
sia in quelli importati dagli Stati Uniti e dalla Francia, sia in quelli
elaborati a livello nazionale ([39]).
Un
altro asse di non minore importanza è stato l’assunzione della popolazione civile come obiettivo
fondamentale della lotta controinsorgente. La tesi di base, secondo la
quale, “nella popolazione civile trova fondamento l’esistenza dei gruppi
sovversivi” ([40])
conduce a porre la popolazione civile come “uno degli obiettivi
fondamentali delle unità dell’Esercito” ([41]).
Per questo tutti i manuali menzionati contengono lunghi capitoli sulle operazioni d’intelligence e sulla guerra psicologica, che hanno come
obiettivo la popolazione civile. I
capitoli sull’Intelligence offrono
numerose tattiche per mettere a nudo l’anima della popolazione civile,
sviscerando e registrando le sue tendenze ideologiche, le sue simpatie
politiche, le sue vulnerabilità psichiche, i suoi costumi, i suoi leader, ecc.
Tutto mira a classificare gli abitanti in “liste nere, grigie e bianche”, per
realizzare in seguito un’ “azione di ricatto contro il personale delle
liste grigie e nere che non vogliono collaborare con la truppa, per obbligarli
a scoprirsi, intimorirli facendo credere loro che sono compromessi e che devono
abbandonare la regione” ([42]),
tattica similare a quella di una “pulizia etnica”, convertita qui in “pulizia
ideologica”. I
capitoli su La Guerra Psicologica
prescrivono la sottomissione della popolazione ad analisi rigorose con gli
obiettivi di scoprire “le sue attitudini; l’origine delle stesse; i fattori
esterni che le governano; le vulnerabilità e le suscettibilità che possono
essere sfruttate psicologicamente, e le necessità umane che danno origine a
problemi politici, sociali ed economici”,
il che è considerato come “indispensabile identificazione per poterla
sfruttare a favore dell’unità controguerrigliera” ([43]). Le
numerose tattiche contemplate nei manuali equivalgono ad un permanente e
denigrante lavaggio estorsivo dei cervelli, con l’obiettivo confessato
della “rieducazione di elementi
dissidenti” ([44]),
per “estirpare l’organizzazione terrorista dal seno della popolazione” ([45])
o per “influire nelle opinioni, nelle emozioni, negli atteggiamenti e nei
comportamenti dei gruppi ostili, in modo che appoggino la realizzazione degli
obiettivi nazionali” ([46]).
Non
si nasconde che ciò non può essere realizzato senza sacrificare tutti i diritti
alla libertà di coscienza e di opinione che possiedono gli esseri umani, tra
tanti altri diritti. La stessa Acción
Cívico Militar (Azione Civico-Militare), che consiste in progetti diretti
dall’Esercito che mirano ad alleviare carenze o necessità basiche della
popolazione, viene concepita nei manuali come “il miglior mezzo
che ha l’Esercito per ottenere nella lotta contro la guerriglia, l’appoggio
necessario della popolazione” ([47]),
ispirandosi in un principio più generale, secondo il quale “il buon
trattamento (della popolazione civile) è il requisito per sfruttarla” ([48]). Se
tuttavia la ‘Strategia Paramilitare’, così come la “strategia
d’incolpare la popolazione civile per reprimerla indiscriminatamente”, sono attivate direttamente dalle forze
armate e dagli organismi di sicurezza dello Stato, esse non sarebbero strategie
percorribili se lo Stato funzionasse come Stato di Diritto e se i suoi agenti e
le sue istituzioni, il potere esecutivo, legislativo e giudiziario, agissero
conformemente al Diritto. Per questo, sono parte integrante e importante di
ambo le strategie la tolleranza, l’acquiescenza, il consenso, la complicità, la
collaborazione, l’istigazione, l’appoggio e la protezione che garantiscono ad
esse gli altri poteri dello Stato. Il
Potere Esecutivo assume entrambe le
strategie, abdicando fondamentalmente dalle sue funzioni di vigilanza sul
corretto comportamento dei propri funzionari, come le forze armate; non
esercitando i suoi obblighi di vigilanza, depurazione e direzione, e rimettendo
il problema dei crimini dello Stato ad un potere giudiziario che sa essere
accomodato all’impunità. Il
Potere Giudiziario assume la
strategia nella sua ultima e definitiva frangia protettrice (già che
l’Esecutivo abdica da ogni controllo e depurazione amministrativa), integrando,
in primo luogo, la Giustizia Penale Militare, come sistema valido di
“giustizia”, nonostante non soddisfi le più piccole richieste universali in
questa direzione, e, in secondo luogo, tollerando, assimilando e rafforzando i
numerosi meccanismi d’impunità, nazionalmente e internazionalmente denunciati
da diversi decenni ([49]).
A
sua volta, il Potere Legislativo
assume le strategie abdicando dai suoi poteri di controllo politico
dell’Esecutivo nel campo della “guerra sporca”, così come dai suoi poteri
giudiziari sulla leadership dell’Esecutivo; approvando le promozioni dei
militari compromessi in crimini di lesa umanità e tramitando e approvando leggi
che favoriscono queste strategie. Come
si vede, l’efficacia della duplice strategia posa su due pilastri essenziali:
da una parte, l’articolazione operativa del militare con il paramilitare, e
dall’altra, la collaborazione degli altri poteri mediante condotte omissive,
elusive, occultatrici o deviazioniste. Senza la concorrenza di entrambi i poli,
il modello non funzionerebbe. Si tratta
di un modello che si struttura su uno schema di “schizofrenia statale”, ossia,
nel frazionamento apparente dello Stato per predisporre parte della sua
immagine con caratteristiche di un “Io-No”, e la possibilità di realizzare
questo gioco davanti la comunità nazionale e internazionale è ciò che gli
permette di esistere come Stato che suppostamente risponde ai “requisiti
democratici” che oggigiorno si stipulano. Una tattica essenziale di questo
gioco consiste nell’elaborazione di un linguaggio ufficiale cosmetico
(discorsi, decreti, dichiarazioni), che configuri il paramilitarismo come Io-No, sottomettendolo anche a censure verbali, o
a persecuzioni teatrali. E’ indubbio che in questo scenario ricoprano una
funzione di prim’ordine i mass media dell’ “informazione”, in grado di vendere
le menzogne come “verità”. d. metodi In
quanto ai ‘Metodi’ utilizzati dallo Stato come attore violento, essi potrebbero
essere enumerati in modo assai semplice: false accuse, detenzioni arbitrarie,
montature giudiziarie, giudizi ingiusti, torture, sparizioni forzate,
assassinii individuali e collettivi, desplazamiento forzato delle popolazioni,
distruzione dei beni di prima necessità, bombardamenti indiscriminati, minacce,
attentati e violenza sessuale. La semplice elencazione non rileva però la
logica delle sue applicazioni. Le analisi anteriori ci permettono di inquadrare
questi metodi in una intenzione generale di dissuasione, poichè, come si è visto, si tratta di combattere e sterminare un modo
di pensare, una ideologia, una opzione di un modello alternativo di società che
non può essere compresa nel modello emisferico o nel modello “nazionale”. Tale
dissuasione sarebbe impossibile da implementare senza spezzare i parametri
fondamentali di uno Stato di Diritto. Per questo, i metodi devono rivestirsi,
per quanto possibile, di apparenze di legalità, (mediante legislazioni
drastiche di “Ordine Pubblico”) e rafforzando la loro legittimazione come
“risposta alla violenza insorgente”. Per questo, inoltre, ha un’importanza
assai grande, all’interno del modello, la lettura del disarmato come “armato”,
così come la diffusione della tesi della “sovversione disarmata”, nella quale
rientrano tutte le attività e le organizzazioni legali, che però potrebbero
porre in questione le strutture o il modello emisferico di società. Anche in
questo contesto si rivela la “razionalità” del paramilitarismo. L’intenzionalità
dissuasiva, esplicitata dal Supplemento Segreto del Generale Yarborough nel 1962, così come da tutti i
documenti dottrinari e strategici prima citati, ci conduce al concetto di Terrorismo di Stato. In
realtà, il terrore è inteso semanticamente come una “paura intensa”, e può essere intensa in due circostanze,
tra le altre: a) quando sono ad alto rischio i valori più elementari
dell’essere umano: vita, integrità e libertà (e ai suoi livelli più basici,
ossia: il terrore di essere privato della vita; di essere disminuito o mutilato
nel proprio funzionamento fisico-psichico; di essere privato della libertà
fisica), e b) quando non esiste una
zona o frangia di sicurezza dove questo rischio possa essere evitato. Quando la
paura si appoggia su queste due circostanze ed esse si selezionano come
strategia dissuasiva, si può parlare di una strategia terrorista.
E se è lo Stato quello che controlla queste circostanze, saremmo di fronte al Terrorismo di Stato. Così,
quando lo Stato crea, ad esempio, tipologie penali ambigue (come quelle di
“ribellione” o “terrorismo”) quali strumenti manipolabili e arbitrari per
distruggere la libertà di un obiettivo selezionato; quando crea procedimenti
giudiziari manipolabili e suscettibili di montature (come testimoni e giudici
senza volto o ricompense monetarie a eventuali accusatori); quando stabilisce
agenti fittiziamente “fuori dal controllo” con l’incarico di punire simpatie
ideologiche o militanze legittime; quando mantiene garanzie d’impunità per gli
agenti statali e parastatali che minacciano sistematicamente la vita,
l’integrità e la libertà delle popolazioni che fuggono al loro pieno controllo,
ecc., è evidente che si è in presenza del Terrorismo di Stato, come substrato comune dei metodi violenti
prima enumerati. La
dissuasione mediante il terrore ha il vantaggio, per i suoi gestori, non solo
di impedire nell’immediato i tentativi di trasformazione sociale, ma anche di
condizionare la generazione successiva affinchè si pieghi ai progetti futuri
dello Stato assassino. L’effetto più recondito del terrore è la scelta
incosciente o subcosciente di evitare le strade percorse dai desaparecidos,
dagli assassinati, dai torturati e dai desplazados, come tributo pagato
all’istinto di conservazione. 6.
Assimilazione di altre violenze a. il narcotraffico Parte
della violenza di questo ciclo è stata considerata da altri paesi come una
violenza legata al problema della coltivazione e del traffico di sostanze
psicoattive, come la marihuana, la cocaina e l’eroina, sia perché in questo
periodo si realizza la conformazione dei cartelli in compezione dei
narcotrafficanti che hanno tentato di distruggersi mutuamente in alcuni
momenti; sia per l’esistenza di una politica anti-droga di carattere repressivo, continuamente ridisegnata sotto le direttrici
nordamericane; sia per le manifestazioni di resistenza a questa repressione,
che a volte assumono caratteristiche violente. Questa è l’immagine costruita
attraverso le agenzie internazionali di “informazione”, che si vende ordinariamente
come interpretazione esclusiva de “La Violencia” colombiana. Ha potuto per questo dar fondamento alla
spettacolarità di certi fatti violenti accaduti tra il 1986 e il 1990, nei
quali sono intervenute strutture armate legate ai cartelli della droga e i cui
moventi sembravano essere legati all’esigenza di reazione ai meccanismi di
repressione contro i narcotrafficanti (come l’estradizione) o con conflitti
generati dalla competizione tra i cartelli. Questo tipo di violenza, limitata
ad affari di droga, è statisticamente molto piccola, anche se ingigantita dalla
spettacolarità e dalla pubblicità degli eventi. Non può essere però negato che
il fenomeno del narcotraffico si è integrato per altre strade a questo ciclo di violenza. All’inizio
degli anni ‘80, grandi estensioni di terre periferiche del paese, strappate
alla selva, dove si erano rifugiate centinaia di migliaia di famiglie espulse
da altre regioni per la violenza, conobbero l’auge della coca. Si costituì allora un settore
dell’economia illegale che riprodusse le strutture sociali piramidali e
ingiuste: una base, calcolata in 300.000 famiglie, che porta il duro peso della
coltivazione e del “raschiamento” (raspado) in condizioni durissime e ad alto rischio; un settore intermedio che
raffina ed esporta e che è stato costituito dai cartelli nazionali; e alcuni
grandi trafficanti distributori, presenti negli Stati Uniti o in Europa, che
ottengono la più alta percentuale di guadagno. I redditi di questo prodotto,
escluso incoerentemente dalle legalità
del mercato, e che grazie alla sua forzata clandestinità genera guadagni
esorbitanti, si riparte con criteri di supersfruttamento: la base ottiene una retribuzione 250 volte
inferiore al prodotto delle sue vendite e 40 volte inferiore a quello che ricevono
gli intermediari esportatori. Tra
il 96% e il 98% dei guadagni totali delle operazioni si integra alla economia
statunitense, o europea, e tra il 2% e il 4% entra clandestinamente
nell’economia colombiana, apportando una media minima di mille milioni di
dollari all’anno ([50]).
Uno dei settori più utilizzati dai cartelli nazionali per “lavare” il denaro
illegale è stato l’acquisto delle terre. Secondo il sociologo Alejandro Reyes,
già nel 1992 erano stati comprati tra i 2.5 e i 3 milioni di ettari delle
migliori terre coltivabili [degli 8 milioni esistenti] in 250 municipi ([51]).
Gran parte di queste terre erano ubicate in zone con presenza guerrigliera, il
che spiegherebbe gli interessi dei narcotrafficanti ad allearsi con i
paramilitari per appropriarsi di esse e sfruttarle, tentando di espellere le
guerriglie. A
metà degli anni ‘80 si fa assai evidente l’alleanza tra i grandi
narcotrafficanti e il paramilitarismo. Quando nel dicembre del 1987 il
Colonnello dell’Esercito israeliano, Yair Klein, su invito dei membri del
governo statunitense ([52]),
addestrò un contingente di paramilitari nel Magdalena Medio, lì vi giunsero
delegazioni inviate dai grandi capi dei cartelli della droga, che erano già al
tempo leader paramiltari. Un testimone senza sospetti, l’ufficiale
dell’esercito Luis Antonio Meneses Báez, appartenente alla struttura
paramilitare ospite, lo confessò davanti alla Dijìn nel novembre del 1989 ([53]).
Secondo questo testimone, al corso assistettero 50 persone, 20 designate da
Henry Pérez, 20 da Gonzalo Rodríguez Gacha, 5 da Víctor Carranza e 5 da Pablo
Escobar e Fabio Ochoa (tutti noti narcotrafficanti). In un momento del corso
essi si trasferirono dall’azienda “El Cincuenta” di Puerto Boyacá, alla zona de
“La Azulita” nel Putumayo, due noti insediamenti del narcotraffico ([54]).
Altro testimone di eccezione, l’ex-militante dell’M-19, Diego Viáfara Salinas,
che si legò all’esperienza paramilitare pilota di Puerto Boyacá nel dicembre
1983, narra uno dei momenti in cui si forgiò l’alleanza tra il narcotraffico e
il paramilitarismo, nel dicembre 1985, quando un fuoristrada carico di coca fu
intercettato dai paramilitari nel sito “Dos y Medio” (vicino Puerto Boyacá). I
paramilitari decisero di avviare un negoziato con i narcotrafficanti, di
devolvere la droga e giungere ad accordi per integrare le attività ([55]).
Sia
le due confessioni prima menzionate, sia quella del Maggiore dell’Esercito
Oscar de Jesús Echandía Sánchez, cofondatore della struttura paramilitare di
Puerto Boyacá ([56]) confermano
l’unità di azione che si realizza tra l’Esercito, i narcotrafficanti e i
paramilitari, nella seconda metà degli anni ’80. Secondo il testo di un preaccordo firmato l’1 settembre 1988 tra
il Segretario Generale del Presidente Barco, Don Germán Montoya, e l’avvocato
Guido Parra in rappresentanza del “Gruppo A” (o cartelli di Medellín, Bogotá e
La Costa), che cercava un negoziato di pace tra il governo e i
narcotrafficanti, i gruppi paramilitari, tra cui il più attivo e terrorista del
periodo, il MAS, sono riconosciuti formalmente come gruppi “aiutanti” che “devono rientrare nel procedimento
d’indulto”([57]). Da
parte sua, i fronti guerriglieri delle FARC, sostenitori del principio di non
cercare il finanziamento tra la popolazione povera ma di ottenerlo con la forza
dalla popolazione ricca, stabilirono un’imposta per ogni grammo di coca
(“gramaje”) su coloro che partecipavano al commercio della droga. Non pochi
militari si accordarono con i trafficanti adottando una posizione di “cecità
volontaria” di fronte alle coltivazioni e al traffico illecito di droga, in
cambio di milionarie tangenti. Intanto
i governi succedutisi negli anni ‘80 e ‘90 hanno tracciato differenti politiche
repressive suppostamente con l’obiettivo di eliminare la coltivazione e la
commercializzazione della coca, politiche che obbediscono ad una manifesta
pressione del governo statunitense e che sono servite a canalizzare il continuo
aiuto militare degli Stati Uniti alla Colombia, secondo l’assunto che la
eradicazione della droga deve essere fatta militarmente. Questo è stato un
altro fattore di violenza, il cui obiettivo è stato l’anello più debole del
processo, ossia, le famiglie che realizzano il lavoro base (coltivazione e
“raschiamento”) per necessità di sopravvivenza, le quali soffrono per le
costanti fumigazioni e le distruzioni delle loro coltivazioni di sussistenza,
per i danni alla salute e all’ambiente, quando non finiscono incarcerati con
l’accusa di essere “narcotrafficanti”. Per
i potenti trafficanti si sono elaborate e approvate leggi di sommettimento
volontario alla giustizia, con grandi
controprestazioni giudiziarie. Le politiche repressive non hanno potuto
occultare però la doppia morale delle classi dirigenti: mentre esse approvano
leggi repressive contro gli anelli più deboli, sfruttano i guadagni del
commercio illecito per trafficare con il potere politico. Nel 1996 il
Presidente Samper fu giudicato ed assolto ([58]) dal
Congresso della Repubblica per aver finanziato la sua campagna con un
contributo di seimila milioni di pesos provenienti dal cartello di Cali. Allo
stesso tempo, il procedimento giudiziario n. 8000 evidenziò la partecipazione
di numerosi leader politici e membri della classe dirigente nell’utilizzo di
questo denaro “mal ricevuto”. Il giornalista Javier Darío Restrepo dimostrò che
il finanziamento del potere politico con questo tipo di denaro si realizzava
sin dal decennio ’70 ([59])
e un ex ministro di Stato, Carlos Augusto Noriega, protagonista di periodi
culminanti della storia nazionale, lo riconobbe con franchezza in un suo intervento
sul quotidiano ‘El Tiempo’, il 3 settembre 1995. Comprendere
comunque la logica della politica antidroga
del governo statunitense e le sue proiezioni distorte sulla politica dello
Stato colombiano, è assai difficile, dato il suo carattere incoerente,
contraddittorio ed aberrante: ·
Innanzitutto,
escludere il commercio della droga dall’applicazione della legge dell’offerta e
della domanda (legge fondamentale del sistema che dice di difendere) per
mantenerlo come un commercio illegale, è qualcosa che contraddice la
razionalità del sistema. Le ”ragioni etiche” che si è soliti addurre, crollano nel momento in cui si contrappone
questa misura alla libertà di cui godono l’industria e il commercio di armamenti,
che non solo attentano contro la qualità della vita ma che puntano direttamente
alla distruzione di vite umane in grande scala. ·
Se, come si è
detto, l’intenzione che motivò la “guerra contro le droghe” nei governi di Reagan e Bush, era quella
di produrre un innalzamento esorbitante del suo prezzo e per questa strada
diminuirne il consumo, l’effetto reale fu quello di trasformare questo
commercio nel miglior affare del mondo, poiché produce utili dell’ordine del
20.000%. E mentre tutti gli studi statistici dimostrano che il consumo è andato
sempre aumentando, tra il 96% e il 98% del ricavato della vendita si ferma nei
paesi consumatori, il principale dei quali sono gli Stati Uniti, mentre entra
nei paesi produttori solo tra il 2% e il 4% ([60]).
Si può concludere pertanto che mantenere questo commercio nella “illegalità”
procura, di fatto, un movimento esorbitante all’economia statunitense che
alimenta molti dei suoi settori finanziari e che i supposti argomenti etici
hanno un carattere di finzione. Mantenere la repressione nei paesi produttori è
il fattore chiave per tenere
i prezzi esorbitanti, che nei fatti non hanno diminuito il consumo mentre al
contrario hanno trasferito guadagni favolosi al settore finanziario dell’Unione
americana. ·
Come al governo
e al congresso statunitense non importi assolutamente diminuire il consumo
interno, si è reso evidente particolarmente in occasione della discussione
sugli aiuti al “Plan Colombia”
(febbraio-giugno/2000), quando è stato respinto l’emendamento proposto dal
Senatore Wellstone, che dimostrò, mediante studi della ‘Rand Corporation’, che
investire nel trattamento a favore dei consumatori è 23 volte più utile per
diminuire il consumo che investire nella eradicazione delle coltivazioni in
altri paesi ([61]). ·
Le
contraddizioni raggiungono tuttavia il colmo ed evidenziano che altri interessi si nascondono dietro la
“politica
antidroga”, quando il governo degli Stati
Uniti accetta, in piena coscienza, di entrare in alleanza con i cartelli
colombiani del narcotraffico, attraverso le strutture paramilitari, che le sue
stesse agenzie raccomandarono e incentivarono a partire del 1962. In realtà, il
Colonnello israeliano Yair Klein confessò che era giunto in Colombia nel
1986-87, “invitato dagli americani”,
e che addestrò alcuni gruppi paramilitari selezionati dai grandi leader dei
cartelli della droga. Il rapporto “Stopping the Flood of Cocaine with
Operation Snowcap: Is it Working?”,
elaborato dal Comitato sulle Operazioni Governative, della Camera dei
Rappresentanti degli Stati Uniti, che esaminò la destinazione degli aiuti antidroga
tra il 1980 e il 1990, rivelò come essi fossero impiegati in operazioni
controinsorgenti che favorivano i narcotrafficanti-paramilitari alleati con
l’esercito. Michael McClintock pone enfasi nella conclusione di detto rapporto:
“I militari, che hanno consolidato un’alleanza con i proprietari terrieri e
i baroni della droga per sviluppare il loro apparato controinsorgente, erano
parte del problema del traffico di narcotici e non un mezzo effettivo per
sopprimerlo” ([62]). ·
McClintock
afferma, inoltre, che “il dispiegamento di forze per le operazioni speciali dei
militari statunitensi in Bolivia, Perú e Colombia, per addestrare e sostenere
le forze militari controinsorgenti,
sotto l’ombrello dei programmi di repressione della droga, è stato un
aspetto del nuovo ordine” ([63]).
Ciò trova conferma nell’eccezionale testimonianza di Stan Goff, ufficiale
dell’esercito statunitense, che operò per decenni nelle Forze Speciali,
addestrando eserciti del Terzo Mondo, e che giunse nella base di Tolemaida (Colombia) nel 1992, per addestrare le
“Forze Speciali” dell’esercito colombiano: “Sapevamo perfettamente, come lo
sapevano anche i comandanti della nazione ospite, che le droghe erano una scusa
ridicola per rafforzare le capacità delle truppe che avevano perso la fiducia
della popolazione, dopo anni di sopprusi (…). Io però mi ero già abituato alle
menzogne. Erano queste le monete circolanti della nostra politica esterna (…).
C’è anche una storia turbolenta del governo degli Stati Uniti che lotta con
-non contro - i trafficanti di droga. Di fatto la CIA sembra avere una tendenza
irresistibile verso i baroni della droga”
([64]). Il
cumulo di incoerenze, contraddizioni ed aberrazioni che ha reso inintelligibile la “politica antidroga” dei governi degli Stati Uniti, diventa intelligible
quando viene considerata come un “ombrello” per coprire interessi
inconfessabili. Di fatto, la caduta del muro di Berlino, con tutte le sue
connotazioni, lasciava senza peso ideologico la politica interventista degli
Stati Uniti nelle sue aree d’influenza, poiché non esisteva più nessuna superpotenza
nemica che cercava d’infiltrarsi nei suoi
cortili. Lasciava però nudi i veri obiettivi di questa “guerra”: impedire
l’autodeterminazione dei popoli che volevano modificare le regole del gioco di
un sistema di sfruttamento generatore di miseria in grande scala. Era necessario,
allora, trovare un’altra legittimazione ideologica per intervenire e continuare
la strategia paramilitare tracciata dall’inizio degli anni ‘60, e questa fu la “politica
antidroga”. Il
fenomeno del narcotraffico si articola, poi, nell’attuale ciclo di violenza: a)
apportando finanziamenti esorbitanti e potere estorsivo e corruttore al
paramilitarismo; b) apportando
legittimazione ideologica alla continuità dell’intervento statunitense nel
conflitto colombiano, mediante l’aiuto militare crescente sotto l’ombrello
della “politica antidroga” e la crescente presenza di consiglieri
controinsorgenti sotto lo stesso ombrello; c) legittimando azioni distruttive
contro i settori più vulnerabili dell’economia della droga e provocando tra
essi reazioni violente di disperazione, sostenute dall’insorgenza. b. la delinquenza comune e la “limpieza social” Negli
ultimi decenni la Colombia ha raggiunto i più alti livelli di morti violente.
Dal 1985 la media è stata tra le 70 e le 90 morti violente all’anno per ogni
centomila abitanti, mentre i paesi che seguono hanno medie quattro volte
inferiori. Queste
cifre includono molte forme di violenza che potrebbero essere giudicate a prima
vista come non intimamente legate. Tuttavia, ogni dinamica di violenza rafforza
in un modo o nell’altro le altre, per il solo fatto di condividere lo stesso
territorio e uno stesso ambito sociopolitico. Così, ad esempio, le catene
infinite di reazioni che i crimini mettono in gioco, fanno sì che un crimine di
carattere politico ne generi molti altri che non lo sono; l’ampliamento
progressivo del traffico delle armi che vanno a finire nelle mani di gruppi o
persone privati, fanno sì che ogni arma serva, nel suo tragitto, a diversi tipi
di criminalità e che il solo possesso motivi o faciliti alcuni crimini; la
crisi della giustizia penale conduce a che molte denunce siano sostituite da
atti di violenza come sostituti di violenza di una giustizia inesistente;
eserciti privati che servirono originalmente alla difesa di qualche narcotrafficante
e del suo territorio, in seguito entrano in alleanza e unità d’azione con le
istituzioni dello Stato per unirsi alla lotta controinsorgente rafforzando il
paramilitarismo. Sono dinamiche di violenza che s’incrociano diacronicamente e
che, rafforzano il modello o i parametri dominanti della violenza. Tra
i tipi di violenza apparentemente più legati alla delinquenza comune, ce n’è
però uno che si articola più profondamente ai parametri essenziali dell’attuale
ciclo ed è la cosiddetta “limpieza social”. Il modello di società vigente, per
la cui difesa o trasformazione si esercita la violenza in questo ciclo, è un
modello che per la propria dinamica interna genera miseria in grande scala. Una
delle più tragiche conseguenze del ciclo anteriore di violenza fu l’enorme
emigrazione dalla campagna alla città, poichè la campagna è stata e continua ad
essere lo scenario principale del conflitto armato. Questa emigrazione prosegue
drammaticamente nei desplazamientos
forzati che oggi si moltiplicano. Frutto di essa sono le grandi cinture di
miseria che si sono costituite nelle grandi e medie città, dove la carenza di
mezzi di sussistenza ha costretto decine di migliaia di persone a sopravvivere
grazie alla delinquenza, producendo, in conseguenza, un clima generalizzato di
insicurezza. La
risposta più tipica dello Stato e dell’Establishment a questa insicurezza sono
state le campagne di “pulizia”, che si realizzano mediante squadroni della
morte che agiscono al di fuori del quadro
legale, a volte costituiti da agenti dello Stato e altre volte istigati, patrocinati,
appoggiati o tollerati da essi, per far sparire e assassinare i delinquenti. Le
pratiche sistematiche di “pulizia”, che ordinariamente vengono occultate
attraverso complicati meccanismi di clandestinità, affiorano a volte quando
gruppi dei diritti umani decidono di emergere tra questi abissi di disumanità.
Nel 1995, alcune delle organizzazioni partecipanti a questo progetto hanno
eseguito un analisi del fenomeno della “limpieza social” a Cali, dove la
sezione di Epidemiologia della Violenza, presente nel programma di “Sviluppo,
Sicurezza e Pace – Desepaz”, dell’Alcaldía municipale di Cali, aveva registrato
6.123 omicidi in 3 anni (dal gennaio ’93 al dicembre ‘95), dei quali il 55%
corrispondeva a vittime tra i 15 e i 30 anni di età e l’80% in quartieri dei 3
strati più poveri della città ([65]).
Non c’erano dubbi che la percentuale più elevata di queste vittime stava
mostrando le proporzioni di questa risposta dello Stato e della ‘onorabile
società’ alla cosiddetta “insicurezza cittadina”. Questo
tipo di violenza si assimila perfettamente a quella che caratterizza il ciclo
attuale: ·
invece di
cercare soluzioni alla disoccupazione e alla miseria che spingono i giovani
alla delinquenza, si preferisce sterminarli; ·
nella sua
dottrina si delegittimano e si criminalizzano le uniche alternative che
incontra all’interno del sistema l’imperativo della sussistenza; ·
nella sua
strategia e nei suoi metodi, crea o protegge gruppi che castigano questo tipo
di alternative mediante la pena di morte ‘di fatto’, garantendo l’impunità ai
suoi attori. L’insicurezza
cittadina è un fenomeno che denuncia in sé l’irrazionalità del sistema, che non
può soddisfare le necessità basiche ad ampli settori della società, e che
pertanto sta chiedendo in modo incalzante un cambio radicale del modello. La
risposta della “limpieza social”, da parte sua, rivela la criminalità
strutturale dello Stato e che la viabilità del modello vigente di società è
legata all’assimilazione di livelli di criminalità istituzionale in grande
scala. II
VALORI PER I QUALI
REAGIAMO DI FRONTE A
QUESTO CICLO DI VIOLENZA E LO GIUDICHIAMO a) LA VERITA’ Nel
pretendere di sviscerare la razionalità propria di questo ciclo di violenza,
passando dai fatti concreti che si rivelano come sistematici, ai motivi o alle
ragioni esplicite o implicite, pubbliche o segrete, in cui questi eventi
cercano di gettare le fondamenta, scopriamo, come una costante generale, che
queste “ragioni” o pretese “giustificazioni” dei fatti non sono sostenibili, e che per questo devono nascondersi,
occultarsi, camuffarsi, travestirsi; in sintesi,
presentarsi alla falsità. In altre
parole, queste “ragioni” che volutamente “rendono valida” o “legittimano” la
violenza repressiva dello Stato, non resistono alla luce del luce; non
resistono a nessun dibattito democratico, pubblico nè onesto, perchè nel
mettersi a nudo si rivelerebbe immediatamente la loro falsa legittimità. Per
questo la loro forza posa nel potere dell’oscurità, dell’ignoranza,
dell’occultamento, della disinformazione, della falsità e della menzogna. n
Se valutiamo, ad
esempio, l’origine del paramilitarismo, incontriamo alcuni rapporti segreti su una visita della Scuola di Guerra Speciale di
Fort Bragg -USA- in Colombia (nel 1962), e soprattutto un Supplemento Segreto che raccomanda “contro-agenti”, “contro-propaganda”, “sabotaggi”, “attività terroristiche paramilitari” e “interrogatori con droghe allucinogene”. Incontriamo anche visite e
consulenze segrete di membri della Cia e del Pentagono ai governi e alle
forze armate della Colombia per decenni; manuali di controinsorgenza “segreti” e “riservati” che venivano distribuiti ai membri delle forze armate; riunioni segrete e con strutture segrete di coordinamento tra
militari e paramilitari. Ci domandiamo: perché tutto ciò deve essere fatto
nell’oscurità, dando le spalle alla società, al di fuori dei confini della
legalità? Evidentemente perché tutto ciò contraddice i principi che nei
discorsi e nei testi legali lo Stato dice di difendere: l’autodeterminazione
dei popoli e degli Stati; la proibizione dell’intervento militare di uno Stato
contro un altro; il monopolio delle armi da parte dello Stato; il rispetto delle
convinzioni ideologiche e politiche delle persone e dei popoli; la proibizione
della tortura fisica e psicologica, ecc. E’ dire, che se tutte queste visite,
consulenze, direttrici, manuali, strategie, pratiche, ecc. si fossero fatte
alla luce del giorno, di fronte al paese (o ai paesi - includendo i cittadini
degli Stati Uniti -), ciò non si sarebbe potuto legittimare in alcun modo, e i
suoi responsabili non solo sarebbero stati ripudiati, condannati e stigmatizzati,
ma anche puniti come criminali. n
Se valutiamo i
documenti in cui si presenta la Dottrina della
Sicurezza Nazionale, che è il
fondamento teorico delle strategie violente degli Stati latinoamericani e in
particolare di quello colombiano, scopriamo un inganno che può essere sostenuto
solo grazie alle falsificazioni del linguaggio. In effetti, si vende l’idea che
l’Occidente difende la ‘democrazia’, o la ‘civiltà’, o ‘il cristianesimo’, mentre s’impedisce ai popoli di decidere
sul proprio destino e sul proprio modello di sviluppo e di società; mentre si
mantengono metodi di repressione selvaggi e disumani, e mentre si attenta
gravemente contro la giustizia; ciò è una menzogna che può essere sostenuta
solo con la forza e il terrore, l’evasione dal dibattito e dalle analisi, o con
l’occultamento, il controllo e la distorsione dell’informazione. Allo stesso
modo, creare il fantasma-nemico del Movimento Comunista Internazionale come un potere impetuoso che “desidera
distruggere le democrazie, la vita civile e le religioni”, e far credere che questo ‘mostro’ è presente dietro i contadini che reclamano un pezzo di terra, o
dietro i sindacalisti che reclamano un giusto salario, o dietro le
organizzazioni politiche, culturali, religiose o umanitarie che reclamano
condizioni di vita più umane per la maggioranza, è un’altra menzogna che non
resiste all’analisi più elementare e che può essere tenuta in vita mediante il
terrore, l’ignoranza e la stigmatizzazione sociale di tutto ciò che pone in
discussione tale dogma. Ci chiediamo se non sarà che questa “democrazia” che ci governa temi le proposte
alternative, poiché se si vedesse costretta a confrontarsi con queste proposte
in condizioni di sincerità ed onestà, ne uscirebbe radicalmente delegittimata,
e definita come democrazia fittizia, fondata sulle ingiustizie strutturali e generatrici
di miseria e violenza. n
Se valutiamo i
discorsi che “giustificano” la
repressione, attraverso l’esame di leggi e decreti, degli editoriali della
Rivista delle Forze Armate, di editoriali e articoli dei mezzi di comunicazione
di massa, e delle spiegazioni date dagli agenti del governo alla comunità
internazionale, ci troviamo di fronte al sofisma ricorrente del confondere,
identificare o equiparare le lotte non violente con le lotte violente, con il
fine di cercare di stigmatizzare le prime adducendo che sono “facciate” delle
seconde. E’ evidente che si crea questa menzogna per non dover affrontare le
giuste richieste delle vittime. n
Se valutiamo le
relazioni delle strutture paramilitari con la forza pubblica negli ultimi 35
anni, la falsità e la menzogna si trasformano in politica audace, insolente e
fuorviante. Tutti i governi hanno negato con forza la paternità, l’unità di
azione e la protezione permanente offerta alle strutture paramilitari,
nonostante siano venuti alla luce i documenti del Pentagono e della Cia che
hanno presentato al governo colombiano questa strategia paramilitare come
indispensabile; nonostante si conoscano i manuali di controinsorgenza dello
Stato, che per 30 anni hanno guidato le operazioni dell’esercito, includendo
istruzioni precise sulla costituzione dei gruppi paramilitari; nonostante siano
venute alla luce le confessioni degli ufficiali dell’esercito che fondarono le
più importanti strutture paramilitari; nonostante si siano portati davanti allo
stesso apparato giudiziario, con prove evidenti, non pochi casi di stretta
collaborazione tra esercito, paramilitari e consiglieri nordamericani (come ad
es. il caso di Mapiripán nel ‘98); nonostante i leader nazionali del
paramilitarismo, come Carlos Castaño, abbiano reso confessioni pubbliche sul
fatto di operare in unità d’intenti con lo Stato e abbiano riconosciuto la loro
partecipazione diretta in operazioni dell’esercito e della polizia ([66]);
nonostante la routine della vita intensamente sociale e mediatica che conduce
il principale leader nazionale del paramilitarismo faciliti enormemente la sua
localizzazione e la cattura da parte di qualsiasi organismo d’intelligence
elementarmente competente, cosa che non accade mai. Evidentemente se si
smettesse di sostenere questa enorme menzogna, l’illegittimità dello Stato
resterebbe ancora più scoperta. n
Se valutiamo
l’agire dell’apparato giudiziario, baluardo fondamentale dell’impunità,
incontriamo la menzogna e la falsità istituzionalizzate e trincerate dietro la
maggior parte dei meccanismi giudiziari. I procedimenti giudiziari confezionano
una verità processuale che è
arrivata a distanziarsi tanto sistematicamente dalla verità reale, che si è
trasformata, non solo in una caricatura della verità, ma anche in un simbolo
della menzogna e della manipolazione. In questi procedimenti, in realtà, si
neutralizza la verità mediante diversi meccanismi: snaturando i testimoni, sia
attraverso la via dell’intimidazione o della corruzione, o sia attraverso la
valutazione arbitraria degli stessi. La capacità di manipolazione delle prove o
dei principi universali dell’amministrazione della giustizia, come la
prescrizione o il principio della “cosa giudicata”, è giunta a fare del
procedimento giudiziario una finzione dietro la quale si nascondono decisioni
già prese di condanna o assoluzione, che obbediscono a pressioni o a scelte
politiche. n
Se valutiamo
l’impalcatura giustificatrice della politica anti-droghe, disegnata dai
governi degli Stati Uniti e implementata con la forza in Colombia, ci troviamo
di fronte ad una trappola di menzogne di grosso calibro che lascia scappare
falsità e incoerenze da qualsiasi parte. Si pretende di far credere che è una
politica voluta in difesa della qualità della vita, mentre gli Stati Uniti
mantengono come industria di punta quella degli armamenti, diretta alla
distruzione di un gran numero di vite umane. Si pretende di far credere che per
diminuire il consumo di allucinogeni è efficace solo la distruzione delle
coltivazioni nei paesi produttori, mentre gli stessi centri di ricerca del Nord
America dimostrano che è 23 volte più efficace, per diminuire il consumo,
l’assistenza medico-psichiatrica a favore dei consumatori. Si pretende di far
credere che la repressione dei produttori cerchi di far diminuire il consumo, mentre
le continue ricerche dimostrano che il suo unico effetto è quello di mantenere
i prezzi a livelli esorbitanti, senza che essi incidano sulla diminuzione del
consumo. Si pretende di occultare i favolosi interessi economici che continuano
ad avere come base la repressione del narcotraffico nei paesi produttori. Si
pretende di occultare che gli aiuti militari che si concedono con l’etichetta
di aiuti anti-droga, servano
all’implementazione delle politiche controinsorgenti. In tutta questa serie di
menzogne, alcune rafforzano o servono da base alle altre. n
Se valutiamo le
ragioni giustificatrici della “limpieza
social”, scopriamo che gli agenti dello
Stato si nascondono, per le loro azioni, omissioni, tolleranze, appoggi e
protezioni, sotto i cappucci degli “squadroni della morte fuori da ogni
controllo” che assaltano le povere
baraccopoli delle grandi città e che saccheggiano le discariche convertite in
fosse per i cadaveri. Scopriamo che si stigmatizzano inizialmente
nell’immaginario sociale determinate categorie di indigenti per renderli
“responsabili” dell’insicurezza cittadina, che causa panico generalizzato su
coloro che accettano la “pulizia sociale”. Scopriamo che lo Stato copre, sotto
il panico dell’insicurezza cittadina, le ingiustizie strutturali della
disoccupazione e della miseria che non desidera affrontare né risolvere. Tutte
le forme parziali di violenza si integrano configurando la tipicità di questo
ciclo di violenza, e tentano di
sostenersi, grazie alla menzogna e
alla falsità. Per disattivare questa
violenza è pertanto necessario un primo passo che consiste semplicemente nel portarla
alla luce; nel far sì che le sue
fondamenta vengano a nudo davanti alla società; nel confrontare le parole e i
discorsi che la occultano dalla realtà; nel liberare il cammino affinchè ciò
che esiste nelle coscienze dei suoi attori si spogli delle risorse utilizzate
per occultarla o negarla. I
responsabili dei crimini hanno tentato d’impedire la verità creando numerosi
ostacoli e trappole affinchè i crimini, per come si sono verificati, non
possano essere conosciuti né dalle famiglie o dalle persone legate alle vittime
nè dalla società in generale. Questo percorso
tra i crimini e la loro conoscenza soffre blocchi, manipolazioni,
deviazioni, occultamenti, accomodamenti e camuffamenti, con gli obiettivi che ciò che si
conosce non coincida con ciò che è
accaduto. Alcune di queste trappole sono: ·
Si nasconde o si
cambia l’identità dei responsabili, utilizzando per perpetuare i crimini luoghi
segreti, solitari o privati, le notti o i giorni non lavorativi, o il
camuffamento con cappucci, bende, veicoli senza targa o “rubati”, ordini
verbali e non scritti. ·
Si nasconde o si
cambia l’identità anche delle stesse vittime, trasferendo i loro cadaveri in
luoghi sconosciuti o lanciandoli nei fiumi; mutilandoli; mettendo in relazione
le vittime con circostanze completamente fittizie, come falsi combattimenti, o
collocando sui cadaveri uniformi di combattenti, armi o volantini estranei alle
vittime. ·
Si trasforma lo
scenario del crimine, sia con oggetti o elementi che falsifichino i fatti; sia
ritirando rapidamente gli agenti ufficiali che hanno protetto gli assassini
mentre questi agivano; sia controllando la raccolta delle prove immediate,
impedendo che quelle che potrebbero aiutare ad identificare gli assassini siano
portate in processo, o introducendone altre che dirottino l’investigazione
verso scenari o moventi falsi (mediante falsi testimoni o false accuse contro
le vittime). Anche
il cammino che porta dalla coscienza alla
testimonianza è bloccato, manipolato, sviato, assaltato o circondato dal
terrore: ·
Si sono create
strutture permanenti che fanno prevalere la solidarietà di corpo sulla verità
morale, quando i responsabili sono giudicati dai propri superiori, dai propri compagni
o camerati, e questi negano, occultano o cambiano ciò che sanno, per
assolverli. ·
La testimonianza
dei civili, soprattutto quando provengono dall’ambiente delle vittime, si è
vista schiacciata tra la minaccia e la corruzione, per porsi molte volte in
dilemma con l’istinto di conservazione, poiché ogni volta con maggiore
frequenza, dire ciò che si sa equivale a firmare la propria sentenza di morte. ·
Il lavoro degli
agenti del potere giudiziario ha cercato di “legittimarsi” appartandosi da ogni
scelta etica, ideologica, religiosa o politica, e rifugiandosi in una pretesa ‘neutralità’, così come in una pretesa ‘scienza
giuridica pura’ che non riconosce più gli
imperativi etici ma l’applicazione meccanica di norme processuali. Questa
azione distruttiva della verità ha però una chiara intenzionalità: eliminare o ridurre le stigmatizzazioni sociali o le
sanzioni giudiziarie contro i responsabili, affinchè essi restino con le mani
libere e possano continuare a portare a termine i loro propositi e progetti,
dando impulso e rafforzando il modello di società ingiusto e violento di cui
sono servitori. E
nonostante questo blocco della verità risponda a scelte, intenzioni e compromessi, i responsabili rivendicano
tuttavia esternamente (quando si producono denunce o indagini che li
colpiscono) un concetto di “verità imparziale”, che non è legata a nessun interesse politico, ideologico, religioso
o morale. Più concretamente, esigono che, di fronte a prove ineludibili, si chiarisca solo la responsabilità criminale
individuale di atti puntuali anti-giuridici, e che in nessun modo si
pretenda d’indagare condotte sistematiche, collettive, istituzionali o
strutturali, né i motivi che le ispirano, e meno i progetti di società o gli
interessi a cui servono i crimini e i suoi attori. Alla
ricerca della verità viene così vietato di entrare nel campo delle forze, degli
interessi e dei progetti che generano i crimini, in modo che non si blocchi la
loro fonte generatrice e possano continuare a restare nell’oscurità, garantendosi
la continuità. L’amministrazione
della giustizia, si è adattata completamente a questo schema, in modo che mai
in Colombia si possano indagare i Crimini di Lesa Umanità, che hanno, per definizione,
un carattere di sistematicità, che
non possono essere identificati se non mettendo in relazione alcuni crimini con
gli altri, esaminando i motivi, le istituzioni e le strutture che li generano,
così come i progetti ai quali servono e i soggetti sociali che li sostengono.
La verità specifica del Crimine di Lesa
Umanità resta così, di fatto, al di fuori delle competenze dell’apparato
giudiziario in Colombia. La
Verità a cui il Progetto Nunca Más
vuole servire e per cui reagisce e giudica il ciclo di violenza che ancora
viviamo, non si costruisce con verità imparziali, puntuali o isolate. Assumiamo una verità integrale e impegnata, che non nasconda sino a quando porti alla piena luce i motivi etici,
politici, ideologici e morali che la ispirano; che non occulti ma metta in
primo piano il progetto di società alla cui realizzazione vuole contribuire. Avvicinarsi
alla verità dei crimini di lesa umanità è, innanzi tutto, fare uno sforzo per
interpretare e scoprire la logica repressiva che li ha prodotti, e per ottenere
ciò, è necessario aprofondirne i contesti; le opzioni delle vittime e i loro
progetti; il discernimento degli interessi che erano in gioco perché si
perpetuassero i crimini; le certezze repressive dei responsabili; le
solidarietà esistenti tra i poteri e la logica delle catene di comando; le
analisi dei controlli territoriali; l’occultamento e il tergiversare che i mass
media veicolano; le dinamiche del terrore e le sue conseguenze così come tutti
gli effetti che i crimini pretendevano di causare. La
Verità dei crimini di lesa umanità è certamente
repressa nella nostra società. Essa però attende che gli indizi raccolti nei
momenti di terrore e protetti nei nascondigli, possano essere riscattati e
portati alla luce. Essa attende che la memoria dolorosa e costretta al silenzio
dei parenti delle vittime incontri un militante del futuro che la raccolga e la
salvaguardi. Attende che gli interessi che generano i crimini, così come i
progetti nei quali s’inseriscono, possano essere svelati e dibattuti alla luce
del sole. Attende che i numerosi riflettori - sociologici, antropologici e
morali - possano unificare la loro luce per illuminare ciò che si è voluto
mantenere sotto la custodia dei militanti della disumanità. b) la giustizia Qualsiasi
approccio alla Colombia sommersa da questo ciclo di violenza ci permette di
scoprire al suo interno diverse categorie di essere umani: assassini e vittime,
rei e giudici, poveri e ricchi, settori protetti dallo Stato e settori
vittimizzati dallo Stato, emittenti di informazione e recettori, combattenti
per cause antagoniste. Ci sono assi che dividono trasversalmente le differenti
categorie di persone: il modello di società che si desidera o si necessita;
l’accesso alle risorse e ai patrimoni comuni; la posizione dentro il conflitto
sociale e le sue proiezioni belliche. n
Se valutiamo il
campo delle scelte ideologiche o politiche che i membri del gruppo nazionale
possono assumere, scopriamo l’applicazione di norme e regole scandalosamente
differenti e inconsistenti per i membri dello stesso gruppo nazionale. E’
chiaro che durante la vigenza dell’attuale ciclo di violenza, gli iscritti nel
campo liberal-conservatore o “frentenacionalista” hanno goduto di una
“legittimità” mai messa in discussione e di canali di partecipazione politica
generalmente pacifici, anche se viziati strutturalmente dai clientelismi. Al
contrario, gli iscritti ai movimenti o ai partiti di opposizione sono stati in
un modo o nell’altro illegalizzati o stigmatizzati socialmente e discriminati
rispetto ai multipli meccanismi di partecipazione. Questa discriminazione è più
intensa in quanto queste scelte si relazionano a meccanismi o principi
strutturali del regime vigente. Così, chi assume queste opzioni non solo è
stigmatizzato socialmente ma si vede anche negati i propri diritti più
elementari di essere umano: alla vita, all’integrità e alla libertà. n
Se valutiamo
l’accesso dei membri del gruppo nazionale al patrimonio economico della
nazione, le norme e le regole che si applicano ai diversi membri del gruppo
nazionale sono profondamente discriminatorie. La stessa struttura dell’economia
nazionale e le norme e le regole imperanti nella gestione della programmazione
e della realizzazione del bilancio, fanno sì che il patrimonio economico,
costruito con l’apporto di tutti e con le risorse che appartengono a tutti, si
investa in percentuale maggiore in una costosa e privilegiata burocrazia e
nell’appoggio al settore privato maggiormente arricchitosi (il settore
finanziaro) che rappresenta sempre di più una casta privilegiata che considera
come bottino corporativo il bilancio nazionale, e no nella soddisfazione delle
necessità basiche delle grandi masse del gruppo nazionale. n
Se valutiamo
l’amministrazione della giustizia, questa appare come l’ultimo circolo di
controllo delle discriminazioni. L’accesso alla “Giustizia” è determinato dalle
stesse discriminazioni economiche e politiche. C’è chi ha la capacità di
acquisire privilegi, condizioni carcerarie, di pagare avvocati, e incluso di
determinare le decisioni giudiziarie che lo riguardano, mediante la corruzione
o l’intimidazione. Altri, per la carenza di risorse economiche o per le
influenze politiche, non possono contare in nessuna difesa, in nessuna
possibilità di corruzione né d’intimidazione, nè nella capacità di comprare
condizioni carcerarie decenti, e molte volte neanche nella capacità di trovare
informazioni o spiegazioni sulle ragioni per le quali si convertono in rei
della “Giustizia”. Gli stessi codici di legge sono la fonte di applicazione di
standard discriminanti nel definire i “delitti” e le “pene”. Per cominciare,
restano fuori dalla competenza della “Giustizia” i crimini di lesa umanità, le
estorsioni economiche in grande scala, socialmente accettate come “regole del
mercato” e il terrorismo di Stato. Ci sono delitti definiti ambiguamente, la
cui tipificazione permane come arma discrezionale di repressione e annichilamento
dell’opposizione politica, come la stessa “ribellione” (oggi convertita in delitto di
opinione, e separata da ogni delitto
connesso in cui prima assumeva concretezza questo delitto politico) o il
terrorismo, che può avere ermeneutiche estremamente diverse con conseguenti
applicazioni arbitrarie. Gli strumenti legali rappresentano mostruose
discriminazioni d’accordo con gli attori che sono soliti incorrere in ogni tipo
di condotta, come quelli che regolano penalmente il sequestro, da una parte, e
la sparizione forzata e il genocidio, dall’altra. Da parte sua, la “Giustizia”
Penale Militare assicura, per i crimini di Stato più gravi, la più amplia
garanzia di impunità. n
Il sollevamento
armato, come ultimo ricorso che si può invocare di fronte alle discriminazioni
istituzionalizzate, permette di evidenziare come si applichino, anche in
guerra, norme e regole differenti ai membri di uno stesso gruppo nazionale. Da
una parte, il bilancio dello Stato, patrimonio di tutto il gruppo nazionale, si
dedica a un solo polo della guerra. Dall’altra, i membri del polo bellico
statale sono privilegiati nell’essere giudicati dai loro stessi superiori o
compagni, frequentemente incorsi negli stessi crimini, mentre coloro che si
sono sollevati in armi vengono sottomessi, “di fatto”, al giudizio e alle
sevizie dei propri nemici di guerra. L’attenzione sanitaria ai feriti di guerra
è un altro campo discriminante: mentre quelli del regime sono curati con i
conti del bilancio nazionale, questo non succede con i feriti e gli infermi
sollevatisi in armi, la cui attenzione è un bene ad altissimo rischio per il
personale e le organizzazioni umanitarie responsabili. L’informazione sulla
guerra raggiunge i più grandi eccessi discriminanti, sia per la
“satanizzazione” mediatica dei combattenti dell’opposizione, sia per la “legittimazione”
dei combattenti del regime, utilizzando tutti gli stratagemmi pubblicitari ed
escludendo ogni meccanismo di verifica. Chi
è stato assassinato, fatto sparire, torturato, incarcerato arbitrariamente,
sfollato con la forza, o mutilato nella propria integrità fisica o psichica, lo
è stato per il fatto di far parte, realmente, presumibilmente o falsamente,
attivamente o virtualmente, di progetti alternativi di nazionalità, o perché
non era in qualche modo funzionale all’applicazione discriminata di standard
nel campo specifico della nazionalità. Ciò
ci conduce a considerare la Ricerca della Giustizia, non tanto per ciò che riguarda l’ingiustizia
retributiva o penale, la quale implica l’esigenza di una sanzione per i responsabili
e una ripazione per le vittime, ma in una maniera più amplia, integrando le
sanzioni e le riparazioni in una lotta per la modifica delle norme o delle
regole che permettono l’applicazione di standard differenti ai membri di uno
stesso gruppo nazionale. Diversamente, la macchina generatrice di crimini di
lesa umanità resterebbe intatta. I
crimini di lesa umanità costituiscono le più gravi aggressioni contro la Vita e la Libertà, che sono i criteri fondanti della Giustizia. La Giustizia consiste
nell’applicazione degli stessi standard di vita e libertà, innanzitutto, agli
appartenenti alla specie umana [non deistruggere né mutilare nessuna
vita; non sopprimere la libertà fisica, non attentare contro la libertà degli
altri, rispettando però procedimenti e limiti universalmente condivisi] e dopo ai membri di tutto il gruppo
nazionale, in tutto ciò che riguarda il patrimonio, le risorse, i propositi e
gli obiettivi comuni, nel cui ambito, le opportunità di vita e i livelli di
libertà devono avere gli stessi standard di applicazione per tutti gli appartenenti
della nazionalità. Il Progetto Nunca Más ha voluto guardare
alla Giustizia nella sua integrità. Nello stesso tempo in cui facciamo uno
forzo per identificare i responsabili, le loro istituzioni e strutture, siamo
coscienti che queste possibilità sono eccezionali, date le modalità con cui si
sono bloccate puntualmente queste verità, e che sono parte della strategia criminale
di impunità dello Stato colombiano. Per questo ci sforziamo di inserire le
vittime nel loro contesto, in modo che gli stessi contesti ci diano accesso a
una verità più completa sui responsabili. I contesti hanno la virtù di scoprire
le condizioni concrete in cui i valori essenziali della Vita e della Libertà
furono e sono vissuti dalle vittime e dalle loro comunità. I contesti,
nell’aiutarci a guardare più in là del caso individuale e a scoprire la
ripetizione di eventi che si identificano come pratiche sistematiche, ci
aiutano a visualizzare le lotte che si liberano attorno ai valori della Vita e della Libertà, permettendoci di identificare le forze dell’aggressione e
della resistenza. Se in queste ricerche non si riesce ad identificare i responsabili
individuali, resta per lo meno chiara l’identità delle strutture e delle
istituzioni responsabili dell’aggressione, il loro profilo ideologico-politico,
la portata del loro potere e delle loro influenze. Su ciò si realizza almeno
una base importante per tracciare il cammino verso la Giustizia. III - SCELTA STRATEGICA DEL PROGETTO: salvaguardia della memoria chiarimento dei fatti sanzioni per i responsabili riparazione di quanto distrutto Il
Progetto Nunca Más s’inserisce all’interno di un orizzonte più amplio di lotta
contro l’impunità. Dato che oggigiorno questa lotta adotta diverse prospettive
strategiche, abbiamo voluto definire la nostra prospettiva disaggregando questi
quattro obiettivi fondamentali: 1) la salvaguardia della memoria, in opposizione
a tutte le proposte che raccomandano l’oblio come base per la costruzione di un
futuro differente; 2) il chiarimento
dei fatti, in opposizione alle proposte che raccomandano il semplice
riconoscimento superficiale o massivo degli errori del passato; 3) la sanzione dei responsabili, in
opposizione alle proposte di costruzione del futuro attraverso l’evasione dalla
gisutizia; 4) la riparazione di ciò che
è stato distrutto, in opposizione a chi propone di delineare la responsabilità
di fronte al futuro sulla base dell’irresponsabilità di fronte al passato. a)
salvaguardia della memoria Quali
organizzazioni responsabili del Progetto ci opponiamo alla strategia che ha
avuto migliore accoglienza nei paesi che hanno affrontato un recente passato di
terrorismo di Stato: la strategia del “perdono e dell’oblio”. Anche questa strategia ha
avuto accoglienza in Colombia, non solo da parte dei portavoce dello Stato e
dell’Establishment, con la progettazione di politiche di transizione di fronte
ad una eventuale fine del conflitto armato, ma anche da parte dei portavoce di
istituzioni non governative di carattere sociale o umanitario. Al
contrario, noi pensiamo che l’oblio abbia effetti disastrosi. L’oblio
costituisce un ulteriore aggressione contro le vittime. Non può che essere
letto come accettazione, tolleranza o connivenza con i crimini che hanno
distrutto le loro vite e la loro dignità negando tutti i loro diritti. Con
quale coerenza morale si potrebbero difendere nel futuro la dignità e i diritti
di altre potenziali vittime? L’oblio
prolunga inoltre nel presente e nel futuro la stigmatizzazione delle vittime,
dei loro progetti storici, dei loro sogni ed utopie. Accettare l’oblio è essere
d’accordo e condividire con i responsabili, lo sterminio di tutto ciò,
l’obiettivo cioè dei crimini di lesa umanità. L’oblio
s’inserisce come pezzo chiave delle più perverse strategie di repressione
dell’identità, tanto delle persone come delle famiglie, delle comunità, delle
organizzazioni e dei popoli interi. L’oblio facilita enormemente la
manipolazione di questa identità da parte delle istanze del potere e implica
censure occulte a forme di pensiero e a progetti storico-sociali. L’oblio
ipoteca il presente e il futuro su un modello di società disegnato dai
responsabili dei crimini, dato che, dimenticate le vittime con i loro progetti
e sogni, e ancora più, sepolte esse stesse sotto una censura incosciamente
manipolata dal terrore, si dichiara fattibile per il futuro solo il progetto
storico di chi è riuscito a distruggerle, e che non è stato delegittimato
socialmente, proprio grazie all’oblio. L’oblio
crea nella psiche individuale e collettiva un’area oscura che colpisce le
istanze fondamentali dell’identità storica e morale. Crea una necessità
coattiva affinchè gli eventi violenti si ripetano, impedendo di far luce su
questa zona oscura e di scacciare le censure che colpiscono i punti vitali
dell’identità morale. Così l’oblio conduce necessariamente a un nuovo
scatenamento della violenza. La saggezza popolare ha espresso questa convinzione
nella massima: “popolo che non conosce nè assume la propria storia è
costretto a ripeterla”. Il
Diritto
alla Memoria ha ottenuto progressive
formulazioni nei lavori dell’ONU. Il punto n. 2 dei Principi per la Protezione
e la Promozione dei Diritti Umani mediante la Lotta contro l’Impunità,
stabilisce che: n
“La conoscenza di un popolo della storia della sua oppressione fa
parte del suo patrimonio, e per questo, la si deve conservare adottando misure
adeguate nelle aree del dovere di ricordare che compete allo Stato. Queste
misure hanno per obiettivo quello di preservare dall’oblio la memoria
collettiva, per evitare soprattutto che sorgano tesi revisioniste e negazioniste”
([67]). b)
chiarimento dei fatti Uno
degli ingranaggi fondamentali che permettono di agire ad un regime di
terrorismo di Stato continua ad essere l’apparato dell’amministrazione della
giustizia, che avrebbe la funzione costituzionale di svelare i crimini. Se
questo apparato funzionasse, i crimini di lesa umanità, come pratiche
sistematiche di agenti incrostati nello stesso Stato, legalmente o
illegalmente, non sarebbero possibili. Ciò spiega come i paesi che si sono
decisi a realizzare una transizione democrtica sono dovuti ricorrere a
meccanismi straordinari ed extracostituzionali, sostenuti da diverse istanze
della comunità internazionale, come sono le “Commissioni per la Verità”. Quando
dette commissioni presentano i loro rapporti, uno dei primi obiettivi dei
giudizi e delle raccomandazioni è solito essere l’apparato giudiziario. Il
giudizio delle Commissioni di Verità non è tuttavia assolutamente
soddisfacente. La maggior parte delle volte, i suoi stessi mandati le
restringono eccessivamente temporalmente, nelle loro risorse o nei loro mezzi,
in modo che la “verità” che producono è solita essere tanto debole e deforme,
che non garantisce nessuna transizione a un modello di Stato che esorcizzi a
fondo i meccanismi generatori dei crimini di lesa umanità. La
maggior parte delle volte il chiarimento dei crimini è minimo, perchè le
Commissioni di Verità agiscono all’interno di confini predeterminati dalle
politiche già assunte di “perdono e oblio”, che non potranno essere
delegittimate o disturbate da una verità che punti i suoi riflettori sui
responsabili e sulle strutture e pratiche generatrici o facilitatrici dei
crimini di lesa umanità, che dovrebbero essere sradicati. Molte volte la
“verità” si limita alla preparzione di liste di vittime, che si accetta di
qualificare come “vittime degli eccessi di anonimi agenti isolati dello Stato”, agenti a cui successivamente,
nell’anonimato, si estenderà un “perdono riconciliatore” concesso dallo stesso Stato, in nome di una “società che vuole la
pace e la riconciliazione”. Questa
conclusione, lontana dall’essere una caricatura, raccoglie il profilo storico
della maggior parte delle “Commissioni di Verità” che sono state costituite
sino ad ora. L’intenzione
che si scopre dietro questa pratica, è quella di provocare una “catarsi” nelle
società moralmente e politicamente rovinate dalle pratiche del terrorismo di
Stato, offrendosi di convertire in “verità ufficiale” la verità che circola
socialmente con le stigmate delle censure e delle intimidazioni, ossia, come
“verità proibita”, spogliandola però delle cocretezze e delle responsabilità
personali e istituzionali. Un discorso “riconciliatore” freneticamente spiegato
dai mass media, è solito produrre e condurre a questa “catarsi” sociale che
ritualizza l’esaltazione della “verità ufficiale” come antesala dell’oblio. Non
giudichiamo accettabile questo tipo di “chiarimento” dei fatti. D’altra parte,
si è già spiegato sufficientemente l’inettitudine a cui è giunto l’apparato
giudiziario colombiano nella produzione della verità. Meglio ancora se si è
specializzato in raffinati meccanismi per bloccare gli accessi alla verità. Sebbene
il Progetto concepisce in un certo modo il suo lavoro come strumento per una
eventuale ‘Commissione per la Verità’, pensiamo che questa dovrebbe superare le
trappole che hanno frustrato quelle che sono esistite sino ad adesso,
cominciando dai termini, per potersi approssimare ad un autentico chiarimento
dei crimini di lesa umanità. c) sanzione dei responsabili Diversi
ostacoli si sono interposti perché gli esigui risultati delle Commissioni di
Verità si traducessero in atti di giustizia riparatrice. Da una parte, non si
sono mai realizzate le opportune riforme legali che rimuovano gli ostacoli, nel
diritto interno, per l’applicazione del Diritto Internazionale e del Diritto
Consuetudinario, già Convenzionale, relativi ai crimini di lesa umanità, né si
sono creati gli opportuni collegamenti legali tra i risultati delle Commissioni
di Verità e il giudizio e la sanzione dei responsabili dei crimini. Quasi
tutti i governi hanno dato fine al processo di “catarsi” legato al
funzionamento delle Commissioni di Verità, con leggi di amnistia o indulto per
i responsabili dei crimini, sfiduciando l’intero Diritto Internazionale
vigente, e si sono completamente burlati delle condanne internazionali
attraverso l’insolente disconoscimento dei principi di imprescrittibilità e di
non amnistibilità dei crimini di lesa umanità. Si
è creduto inoltre, ingenuamente, che lo stesso apparato giudiziario che
legittimò i regimi del terrorismo di Stato ed amministrò innumerevoli
meccanismi di impunità per decenni, potesse dare soluzione al problema della
giudicabilità dei crimini denunciati dalle Commissioni di Verità, senza che
fosse soggetto a profonde trasformazioni e depurazioni. Il
nostro Diritto Penale si limita, da una parte, a stabilire la colpevolezza (ed
è, in gran parte limitato all’esecutivo-materiale, e quasi in nessuna misura da
enfasi alla colpevolezza omissiva, instigativa, collaborazionista o complice).
Dall’altra, esso prevede solo sanzioni di privazione della libertà, e anche se
contempla alcune sanzioni pecuniarie teoricamente destinate alla riparazione,
esse non si realizzano quasi mai. Ciò fa sì che l’apparato della giustizia
esoneri dall’indagine e dalla sanzione i crimini di lesa umanità, che implicano
condotte sistematiche, istituzionali e radicate in strutture permanenti e in
politiche ben definite alle quali si aderisce attivamente o passivamente, e in
cui non si contemplano meccanismi sanzionatori o correttivi che tocchino le
istituzioni e le strutture nei suoi specifici dinamismi generatori dei crimini.
In questo senso, non ci sono dubbi che la lotta per la giustizia implica la
pressione a favore di riforme sostanziali delle istituzioni giudiziarie e
sanzionatrici dello Stato. d)
riparazione di ciò che è stato distrutto La
riparazione è una dimensione intrinseca della giustizia e cerca di
riequilibrare la bilancia della realtà, rimasta inclinata a vantaggio
dell’autore del crimine, ricostruendo nel possibile, o ricompensando nel suo
valore, ciò che l’autore stesso ha distrutto, e assicurando che il suo potere
distruttivo non torni ad imporsi. In
Colombia, gli spazi legali della riparazione si sono ridotti
all’indennizzazione monetaria, però anche questa è privilegio di uno
scarsissimo numero di vittime, con in più la prescrizione in due anni di questo
meccanismo, attraverso la via del contenzioso amministrativo, che protegge lo
Stato dal dovere di indennizzare la maggior parte delle sue vittime, soprattutto
quelle dei settori economicamente deboli, che non hanno possibilità di pagare o
gestire il complicato procedimento davanti ai tribunali. I lavori dell’Onu hanno approfondito negli ultimi anni il
diritto alla riparazione su più giuste dimensioni. Il documento sui Principi e
le Direttrici di Base per la Riparazione (E/CN.4/1997/104) approvato dalla
Sottocommissione nel 1997, definisce così l’obbligo degli Stati di adottare
mezzi per una Riparazione Rapida e Pienamente Efficace:
n
“La riparazione dovrà raggiungere soluzioni di giustizia,
eliminando o riparando le conseguenze del pregiudizio sofferto, evitando così
che si commettano nuove violazioni, attraverso la prevenzione e la dissuasione.
La riparazione dovrà essere proporzionata alla gravità delle violazioni e del
pregiudizio sofferto e comprenderà la restituzione,
la compensazione, la riabilitazione, la soddisfazione e le garanzie di non ripetizione
(…). La prescrizione non sarà applicabile durante i periodi nei quali non funzionino
strumenti efficaci contro le violazioni dei diritti umani o del diritto
internazionale umanitario” (n. 7 e 9). Vale
la pena mettere in evidenza alcune di queste affermazioni: ·
La Restituzione deve ristabilire la situazione esistente
prima dei crimini: la libertà, la vita familiare, l’occupazione perduta, il
ritorno dall’esilio o dal desplazamiento, ecc. ·
La Compensazione implica la donazione di beni che compensino
danni irreparabili, fisici o psichici, come opportunità perdute di educazione,
di lavoro, di redditi o lucro cessante; la reputazione o la dignità; le spese
effettuate per i servizi legali o medici, ecc. ·
La Riabilitazione implica attenzione medica e psicologica,
così come i servizi legali e sociali, secondo il pregiudizio sofferto. ·
La Garanzia di non
Ripetizione implica la cessazione delle
violazioni esistenti; la dissoluzione dei gruppi parastatali; l’epurazione
degli organismi di sicurezza; la trasmissione di ciò che è accaduto nei manuali
di storia; l’assicurazione che siano sanzionati i responsabili dei crimini; la
fornitura di garanzie per l’esercizio dei diritti e la creazione di organi di
controllo effettivi sui funzionari dello Stato. ·
La Soddisfazione implica il pronunciamento della verità su
ciò che è accaduto; il ricevimento delle scuse da parte dello Stato; gli omaggi
alle vittime per ristabilire la loro dignità, con commemorazioni e monumenti,
ecc. Riparare
la coscienza morale e la capacità di esercitare senza traumi i diritti basici
della cittadinanza, e ricostruire sane relazioni cittadini/Stato, sono
un’impresa ardua e prolungata, che esige una raffinata pedagogia che ancora non
è possibile scorgere. Non
esiste ancora alcuna norma per riparare le organizzazioni o i partiti che sono
stati sterminati o immobilizzati dal terrore. E’ indispensabile esigere
riparazioni politiche che ristabiliscano e ricompensano il potere democratico
che avevano conquistato o stavano conquistando e che è stato traumatizzato o
annichilito dal terrore. Eludere questo tipo di riparazioni è accettare che il
potere politico continui ad essere progressivamente un bottino di chi riesce ad
assassinare o a far sparire i suoi avversari, come di fatto, lo è attualmente. Siamo
coscienti che il terreno della riparazione è un campo enorme. E’ lo Stato il
responsabile per porre le basi e predisporre tutti i mezzi, legali ed
economici, perché si possa assicurare la riparazione, però è una sfida per
tutti cercare percorsi di ricostruzione di ciò che è stato distrutto. E il
primo passo, elementare ed urgente, è quello di sforzarci ad identificare le
rovine e i danni che molte volte non sono percepiti, per effetto della stessa
distruzione che tutti soffriamo. IV - CAMPO
SPECIFICO DEL PROGETTO:
CRIMINI DI LESA UMANITA’ QUALI CRIMINI DI STATO - categorie di lettura - Da
quando questo progetto Nunca Más ha iniziato a prendere vita in Colombia, sulla
spinta di un amplio gruppo di organizzazioni non governative dei diritti umani,
che avevano accompagnato per molti anni numerose vittime di crimini di Stato e
i loro familiari, la motivazione è stata quella di realizzare un inventario di
questi crimini con il fine di realizzare uno sguardo d’insieme che permetta di
scoprire e analizzare i contesti, le motivazioni, le politiche e le strategie
all’interno delle quali essi sono stati pianificati ed eseguiti; gli ingranaggi
istituzionali, i procedimenti, i metodi e mezzi, il profilo degli attori dei
crimini, le norme di trasgressione di leggi e diritti, i discorsi
giustificatori, i meccanismi che li hanno resi possibili, le costellazioni di
appoggi, complicità, connivenze e tolleranze, l’identità delle vittime, gli effetti
che i crimini causano sui familiari, i congiunti, le comunità, le organizzazioni,
i partiti e anche sui tessuti sociali nei quali erano inserite le vittime, così
come nella società in generale. Affrontare
questo campo specifico in un paese che già da alcuni decenni si mantiene nei
più alti standard annuali di morti violente, implicava la definizione di
criteri di discernimento molto chiari, ispirandoci alle riflessioni e ai
confini teorici che si sono sviluppati nei lavori di esperti dell’Onu, senza
necessità di attenerci rigorosamente alle definizioni dei testi finali
dell’Assemblea Generale, le quali sono frutto di negoziazioni di potere tra i delegati
di Stati che nella maggior parte dei casi violano i diritti umani e
contraddicono i principi messi in luce dagli esperti. Consideriamo,
allora, come fondamento teorico contestuale del Crimine di Lesa
Umanità, il concetto base dei Diritti
Umani. All’espressione
Diritti
Umani, in contrapposizione a quella dei diritti
di cittadinanza, si è reservata la
designazione dell’ area di difesa
dei cittadini, in quanto essere umani, davanti ad un eventuale Stato-aggressore, area che vincola lo Stato nonostante il
suo diritto interno, e che nel momento in cui è trasgredita, delegittima lo
stesso Stato e legittima “ipso facto” l’intervento della comunità
internazionale. Negli
ultimi anni, l’ondata ideologica neoliberale, che ha voluto debilitare al
massimo la struttura degli Stati per trasferire il loro potere regolatore ai
gruppi privati economicamente potenti, ha cercato di privatizzare il concetto dei diritti umani,
trasferendolo, apertamente o velatamente, dall’ambito delle relazioni
cittadini/Stato, all’ambito delle relazioni cittadino/cittadino, disconoscendo
ogni suo fondamento teorico concettuale, filosofico, giuridico, storico,
politico e pratico. Le
conseguenze di un tale trasferimento sono gravi. In primo luogo, si spoglia il
concetto dei diritti umani dalle strutture di garanzie operative, riducendolo
ad un campo etico generico, carente di strumenti protettivi. In secondo luogo,
un concetto che si estende a settori referenziali abbastanza ampli o estesi,
cade nel vago, nell’ambiguità, nella trivialità, nella banalizzazione e nella
inoperatività. In terzo luogo, quando una responsabilità è condivisa da un
gruppo assai amplio di persone, si diluisce nell’inesistenza, che si esprime
nel detto: “quando tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole”. In quarto luogo, quando lo stesso linguaggio
di rivendicazione dei diritti umani va prendendo come obiettivo alcune persone
o gruppi privati, o “la società” (in astratto) come tale, l’uso di questo
linguaggio giunge a postulare che ad alcune persone e ai gruppi privati si
concedano gli strumenti per garantire questi diritti, in altri termini, gli
strumenti giuridici e sanzionatori, il che legittima un ritorno alla “Legge del
più forte ”, o alle forme di “giustizia privata”, che sono, di fatto, oggi le
più generalizzate in Colombia. Non
ci convince, in assoluto, la revisione neoliberale dei “diritti umani”.
Crediamo che la maniera più autentica, consistente e coerente con i principi
filosofici, giuridici, politici, storici e operativi sostenibili, è quella di
continuare a considerare i diritti umani come una riserva giuridica di difesa dei
cittadini, in quanto esseri umani, di fronte al potere statale, legittimata e
protetta operativamente dalla comunità internazionale. Su
questo stesso piano filosofico e giuridico si costruisce il concetto di Crimine di Lesa
Umanità. La
più fine definizione è quella contenuta nel Progetto di Codice dei Crimini
contro la Pace e la Sicurezza, elaborato nel 1996, nell’ambito di una
commissione specifica dell’Assemblea delle Nazioni Unite. Con l’elaborazione dello Statuto per un
Tribunale Penale Internazionale, approvato a Roma, il 17 luglio 1998, la
definizione del Crimine di Lesa Umanità ha subito alcune modifiche. In questi due strumenti, il Crimine di
Lesa Umanità si definisce così:
Lo
Statuto/98 ha molti aspetti discutibili e preoccupanti: non ha azione
retroattiva (art. 11 e 24) allontanandosi così dalla tradizione giuridica
riferita ai crimini di lesa umanità e lasciando nell’impunità l’enorme quantità
di crimini di questa specie perpetuati sino a quando lo Statuto non entri in
vigore; non tipifica la forma più generalizzata di genocidio che è quella
finalizzata allo sterminio dei gruppi politici; disconosce meccanismi
fondamentali come il riconoscimento di una Parte Civile nei processi; introduce
ostacoli che possono inibire completamente gli atti del Tribunale, come la
possibilità di veto del Consiglio di Sicurezza (art. 16), o la necessità di
contare con la ratifica di 60 Stati per entrare in vigore; disconosce molte
definizioni e procedimenti che facevano già parte del Diritto Internazionale in
altri trattati, la cui applicazione potrebbe essere più efficace dello stesso
Tribunale. Però il punto più polemico e discutibile di ambedue gli strumenti
[includendo il Progetto di Codice/96] è l’Ampliamento del Soggetto Attivo del Crimine di Lesa Umanità, che introduce
la possibilità che questi crimini siano perpetrati da qualsiasi tipo di
“gruppo” od “organizzazione”, e non solo cioè dagli Stati o dalle
organizzazioni parastatali. E’ una innegabile concessione alla ideologia
neoliberale. Non
ci sono dubbi che con questi incisi si rompe la base concettuale
(filosofica-giuridica-storica-politica-operativa) dei diritti umani e del
crimine di lesa umanità, in quanto area di difesa dei cittadini/esseri umani
di fronte a un eventuale Stato aggressore. Questa
polemica è di vecchissima data, però sino ad allora l’Onu era riuscito a
mantenere al suo interno una coerenza concettuale al rispetto. Dato che sono
gli Stati e i blocchi di potere inter-statale quelli che controllano le diverse
istituzioni internazionali, si può già indovinare quale sarà il passo
successivo, una volta rotta la consistenza concettuale: quello di bloccare
progressivamente la presentazione di domande contro gli Stati e inondare le
istituzioni internazionali con domande contro gruppi o organizzazioni private
(non è difficile prevedere, che saranno gruppi o organizzazioni d’opposizione
ai governi). Dopo arriverà il terzo passo: la sparizione progressiva delle
domande contro gli Stati con la conseguente eliminazione (forse prima “de facto” e dopo “de iure”) di quest’area di difesa dei cittadini di fronte alle aggressioni
dello Stato. Questo processo di travestimento giuridico culminarà in una
situazione in cui gli unici “violatori dei diritti umani” e “perpetuatori di
crimini di lesa umanità” saranno i gruppi di opposizione politica, riportando
così il mondo all’”assolutismo regio”: i cittadini resteranno senza difesa
davanti alle aggressioni degli Stati e gli Stati godranno di tribunali
internazionali per giudicare e sanzionare coloro che si oppongono e resistono
alle loro aggressioni. Nel
Progetto abbiamo assunto, tuttavia, la categoria di Crimine di Lesa
Umanità, in accordo alla
concettualizzazione più classica, che troviamo più convincente e fondata, consistente
e coerente, che per gli effetti la identifica come Crimine di Stato, respingendo le concessioni che si sono
fatte nelle istanze internazionali a favore dell’ideologia neoliberale. Il
significato dell’espressione “di lesa umanità”, punta a sottolineare la gravità del crimine, rivelando
che non oltraggia un individuo ma la specie umana come tale. Secondo il Relatore
Speciale del Progetto di Codice, “potrebbe
concepirsi nel triplice significato: di crudeltà per l’esistenza umana; di
degradazione della dignità umana; di distruzione della cultura umana.
All’interno di queste tre accezioni, il crimine di lesa umanità si converte
semplicemente in ‘crimine contro l’intero genere umano’” ([68]). Non
è superfluo ripetere, infine, che la sola utilizzazione dei termini “umano” ed
“umanità” fa trascendere il diritto interno degli Stati e lo inserisce in un
ordine giuridico che sta in cima agli Stati, o tra i “diritti superiori allo
Stato” (per utilizzare l’espressione della Corte Interamericana dei Diritti
Umani), che si devono rivendicare solo nel momento in cui lo Stato stesso si
converta in aggressore. V
- LE NOSTRE RISERVE DI FRONTE AI CRIMINI
DI GUERRA Il
Progetto Nunca Más, si è fissato, poi, come obiettivo, quello della
salvaguardia della memoria delle violazioni più gravi dei diritti umani
fondamentali, in quanto Crimini di Stato
e Crimini di Lesa Umanità. La scelta di questo campo specifico
implicava la necessità di lasciar perdere la registrazione dei Crimini di
Guerra o delle gravi infrazioni al Diritto Internazionale Umanitario perpetrati
dai gruppi insorgenti. Come
organizzazioni responsabili del progetto siamo assai coscienti del carattere
polemico di questa scelta, nell’attuale contesto colombiano e internazionale.
Per questo dobbiamo una spiegazione di fondo a chi avrà accesso a questo e ai
successivi rapporti che offriranno i risultati del Progetto. In
nessun modo disconosciamo che in Colombia si realizzino gravi infrazioni al
Diritto Internazionale Umanitario da parte dei gruppi insorgenti e che dette
infrazioni ledano la dignità umana di nostri molti fratelli. Tutte le
organizzazioni non governative responsabili del Progetto hanno denunciato
puntualmente molti di questi casi, hanno censurato i suoi attori, sono
intervenute realizzando mediazioni per prevenire la perpetuazione di molti
altri casi, e le stesse sono state colpite, durante il loro lavoro con le
comunità vittime, da questo tipo di infrazioni. Il fatto però di non assumere
questo settore di ricerca e denuncia all’interno del Progetto Nunca Más, si
appoggia su criteri etici, concettuali e pratici che desideriamo esplicitare: 1) Insufficienze del Diritto Internazionale Umanitario per
interpretare e regolare modalità di conflitti interni come quello che si
verifica in Colombia: Indagare
e registrare crimini di guerra, o infrazioni gravi al Diritto Internazionale
Umanitario, suppone l’assunzione di alcune categorie assai chiare per
qualificare queste condotte, categorie che devono sorgere da un quadro di
analisi sul conflitto, fondate su principi etici, razionali, giuridici e
politici assai coerenti. Il
Diritto Internazionale Umanitario (DIU), codificato oggi nelle quattro
convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 e nei due Protocolli aggiuntivi
dell’8 giugno 1977, non prese in conto, la razionalità propria della Guerra
Guerrigliera, i cui manuali più elaborati iniziarono ad essere conosciuti negli
anni ‘60. Questo modello di guerra, disegnato per dirimere i conflitti di
legittimità all’interno di uno stesso Stato, a favore degli interessi del polo
più povero della popolazione, fuoriesce dagli ambiti più classici della guerra
regolare tra gli Stati, sul cui modello si è redatto il DIU. In
effetti, la Guerra Guerrigliera si fonda su una prima realtà: sorge ed è
pianificata per affrontare una struttura statale, detentrice dei mezzi più
poderosi di guerra (come aerei e carri armati, eserciti ben finanziati e armati
grazie il bilancio dello Stato) senza avere accesso alle risorse dello Stato,
dato che il motivo fondamentale della guerra è giustamente il non accesso delle
classi povere alle risorse dello Stato. La razionalità di questo tipo di guerra
implica, allora, azioni offensive di sorpresa, e mai azioni difensive, poiché
queste ultime condurrebbero ad un evidente svantaggio militare di fronte al
nemico. Questo elemento fondamentale della razionalità propria della Guerra
Guerrigliera entra già in contraddizione con uno dei principi basici del DIU,
come la netta distinzione tra combattenti e non combattenti. Molti
Stati, tra i quali quello colombiano, hanno preso spunto da questa
caratteristica della Guerra Guerrigliera o “irregolare”, per giustificare la
loro aggressione sistematica contro la popolazione civile, o per camuffare i
combattenti dello Stato dietro le facciate di eserciti irregolari o
paramilitari presentati come “non statali”. Lo Stato però non può giustificare
l’assunzione di metodi caratteristici delle forrze guerrigliere, metodi la cui
unica giustificazione posa precisamente sull’impossibilità di accesso alle
risorse possedute dallo Stato. Altro
elemento che incide a fondo nella razionalità specifica della Guerra
Guerrigliera, è il fatto che essa non è diretta fondamentalmente alla
distruzione di un “esercito nemico” o di una semplice struttura statale, ma
alla distruzione di un modello di società. Per questo il “vantaggio sul
nemico”, in questo tipo di guerra, è connesso al boicottaggio o al sabotaggio
di infrastrutture che sono vitali per il mantenimento di detto modello di società.
Anche questo elemento entra in contraddizione con un principio del DIU, secondo
il quale i “beni civili” devono essere esclusi come obiettivi militari.
Qualcosa di simile potrebbe essere detto sugli schemi di finanziamento della
Guerra Guerrigliera, che razionalmente non devono fondarsi sui contributi dei
settori poveri della popolazione, ma bensì sui contributi dei settori ricchi,
che non li apportano liberamente ma solo mediante mezzi estorsivi. Questi
pochi esempi mostrano che la razionalità propria della Guerra Guerrigliera,
ossia ciò che mette in
relazione un’azione o un mezzo di guerra con un vantaggio militare o un
avanzamento negli obiettivi della guerra,
obbedisce a parametri assai distinti da quelli di una guerra regolare e
comprende criteri che riguardano differentemente la salvaguardia di vite umane,
la libertà fisica degli esseri umani e la salvaguardia di beni civili, rispetto
a quanto previsto in questi stessi ambiti per le guerre regolari. Ciò
rivela una insufficienza concettuale e giuridica per giungere, adesso, alla
definizione di “Crimini di Guerra” o “Infrazioni Gravi a un Diritto Umanitario”
nel conflitto armato che vive la Colombia. 2) Elementi di discernimento etico di fronte alla legittimità
della guerra: Se
l’insufficienza degli strumenti esistenti per qualificare i Crimini di Guerra,
o le infrazioni gravi al Diritto Umanitario, ci impedisce tuttavia di
affrontare il campo dei Crimini di Guerra all’interno del Progetto, questa
inibizione si rafforza ancora di più quando entriamo a discernere le ragioni
dello “Ius ad Bellum”, o della legittimità della guerra. Dall’antichità,
filosofi, giuristi e teologi hanno fatto grandi sforzi per delimitare le condizioni
di una “guerra giusta”. Tra queste condizioni, alcune, come l’esigenza che essa
sia dichiarata dal Sovrano, hanno perso validità storica data la loro
dipendenza dal sistema monarchico. Altre, come quella di fondarsi in una causa
giusta o quella di propendere per sistemi più giusti di quelli che si
combattono, hanno validità permanente. C’è però una condizione procedimentale
di importanza capitale, che si relaziona giustamente con la convinzione che
tutti i mezzi della guerra sono assolutamente perversi e che si deve evitare
sino all’ultimo di accedere al ricorso alla guerra; questa condizione esige che
la guerra abbia il carattere di “ultimo ricorso”, ossia, che si opti a favore
di essa solo quando i mezzi non violenti per raggiungere i suoi obiettivi sono
stati inutili. L’avere
accompagnato per decenni le vittime della repressione in Colombia e i loro congiunti,
ci da forza per affermare che l’obiettivo della repressione ufficiale è stata
la popolazione civile che in un modo o nell’altro realizza scelte ideologiche o
politiche per lottare a favore di condizioni più giuste di vita per la
maggioranza, con mezzi non violenti. E’ sufficientemente provato dalle
statistiche dei crimini di lesa umanità, che la strategia repressiva dello
Stato punta a distruggere le organizzazioni contadine, indigene, sindacali,
politiche, studentesche, civili, accademiche, religiose, umanitarie e di difesa
dei diritti umani, che propendono per condizioni di maggiore giustizia, che
reclamano diritti giusti, che denunciano le atrocità dello Stato. Partiti,
movimenti, organizzazioni e gruppi interi sono stati sterminati o smobilitati
dal terrore. Questa
tragica esperienza, ci impedisce di delegittimare il quadro motivazionale
generale dell’insorgenza. Tutti i sistemi filosofici, giuridici e religiosi
universali, accettano il ricorso alla guerra quando essa si fonda su obiettivi
di giustizia e i mezzi non violenti si rivelano inefficaci. Lo stesso Preambolo
della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani così lo riconosce: “(Si considera)
fondamentale che i diritti umani siano protetti da uno stato di Diritto,
affinchè l’uomo non si veda costretto al supremo ricorso della ribellione
contro la tirannia e la oppressione”. 3)
Discernimento etico della “neutralità”: Da
vari anni, le organizzazioni non governative responsabili di questo Progetto,
sono state sottoposte a pressioni estreme, da parte di forze sociali, nazionali
e internazionali, affinchè le loro denunce e azioni umanitarie si situino in “posizioni
neutrali”, che non sovraccarichino le
censure su nessuna delle parti in conflitto, e affinchè il loro lavoro si regga
su parametri di “equilibrio” che
portino a stigmatizzare “allo stesso modo”, e a “equiparare” le
diverse violenze che colpiscono la società colombiana. Si è presentato come
principio reggente che deve orientare il nostro lavoro, quello di “Condannare
ogni violenza, venga da dove venga”.
Molte volte ci siamo domandati se tale tipo di neutralità sia eticamente sostenibile. Crediamo
che nessun tipo di discernimento etico può dispensarci, anche nel mezzo degli
incroci di fuoco di segno diverso e di pratiche violente che adottano mezzi in
sè censurabili, di tenere in conto, quando si cerca di priorizzare denunce e
censure, i motivi e le strategie globali dei diversi attori che si affrontano.
Imperativi etici che consideriamo ineludibili ci portano a censurare con
maggior forza coloro che si servono della violenza repressiva per difendere
violenze strutturali e ingiustizie istituzionali che favoriscono classi privilegiate
della società, mentre vittimizzano, sterminano o distruggono le classi sociali
più povere e vulnerabili, sottomesse a secoli di spoliazioni ed ingiustizia.
Per questo concludiamo che di fronte a tali conflitti, la “neutralità” non è eticamente sostenibile. Questo
stesso imperativo etico ci porta a discernere i beni giuridici che stanno in
gioco in ogni forma di violenza. E certamente la violenza dello Stato,
nell’aggredire il valore della vita e la libertà di amplie classi sociali,
vuole consolidare la negazione strutturale dei diritti civili, politici,
economici, sociali e culturali, poiché si perseguita, si tortura e si assassina
coloro che tentano di rivendicare questi diritti. Con il suo stesso agire,
inoltre, lo Stato distrugge i meccanismi protettivi della dignità e dei diritti
umani, che dovrebbero risiedere nello Stato, come garante degli stessi. Per
questo, i crimini di lesa umanità
perpetrati dallo Stato hanno tre estremi che non possiedono le
infrazioni all’etica della guerra dei suoi oppositori: a) sono aggressioni contro il nucleo elementare dei diritti e
della dignità dell’essere umano: la vita, l’integrità e la libertà; b) sono aggressioni che mirano a punire le rivendicazioni dei
diritti civili, politici, economici e culturali; c) sono aggressioni che implicano la distruzione delle
strutture che garantiscono o proteggono i diritti umani e civili. Non
è possibile essere neutrali quando si è coscienti che un polo della violenza è
molto più dannoso per l’insieme della società, o accumula in sè maggiori
perversità e maggiore violenza contro i deboli, o rappresenta la chiusura istituzionale
dei percorsi che potrebbero condurre ad una società più giusta. 4). Una scelta per fuggire dal circolo
anti-etico delle “simmetrie”: L’affanno
di neutralità, si è espresso non solo come scelta di persone, gruppi o
istituzioni che eludono, coscientemente o incoscientemente, imperativi etici
che vengono alla luce dopo attente analisi di ciò che è in gioco nel conflitto.
Detto affanno di neutralità può essere anche analizzato come una strategia o
come una vera politica i cui propositi devono essere portati alla luce, se non
si desidera eludere un discerniminto etico di fondo. L’affanno
di neutralità si è espreso in Colombia, negli ultimi anni, come una politica di simmetrie. Assume la forma di una pressione sociale, non poche volte
estorsiva, affinchè le analisi accademiche, le denunce, le strategie
informative e le azioni umanitarie, s’inquadrino in una stretta simmetria: si
ha diritto a denunciare i crimini di una delle parti in conflitto, a condizione
di denunciare simmetricamente quelli della parte contraria. Questa
pressione ha portato a coniare espressioni simmetriche che coinvolgono in
qualificazioni equivalenti i diversi attori del conflitto: “gruppi al
margine della legge”, “attori
violenti”, “gruppi armati”, “forze oscure”, “i guerrieri”, termini tutti che forzano la simmetria
mediante l’omissione di identità e motivazioni. Per non pochi giornalisti, comunicatori
sociali, analisti, accademici e attivisti dei diritti umani, assumere la
politica delle simmetrie ha costituito il prezzo obbligato da pagare per
conservare la loro occupazione, e molte volte per conservare la loro vita, o
per mantenere un’attività remunerata all’interno di coordinate che non mettano
a rischio la vita o la stabilità professionale o familiare. Lo
stesso progetto del Nunca Más ha dovuto resistere a molte pressioni da parte di
agenzie finanziatrici, che volevano condizionare i loro contributi ad una
scelta per la politica delle simmetrie. La
politica delle simmetrie erige una barriera che impedisce di giudicare il conflitto
secondo prospettive non immediate; secondo i motivi profondi di ciascuno degli
attori, i modelli di società che il conflitto pone in gioco, le aspirazioni e
le pretese globali di ogni attore; secondo le prospettive che permettono di
valutare l’insieme delle violenze che colpiscono le classi più vulnerabili
della società e le responsabilità profonde di fronte al futuro. La politica
delle simmetrie esercita una pressione per sottrarre il discernimento etico
delle analisi di lunga gittata e lo costringe a manterersi a livelli
superficiali e immediatisti, e su valutazioni sempliciste di metodi e mezzi,
che necessariamente sono eticamente ripugnanti, qualsiasi sia il soggetto
attivo. La
politica delle simmetrie cerca d’immobilizzare la società, convincendola che “tutti gli attori
sono egualmente perversi” e che la
cosa migliore è stare ai margini, non compromettersi in nessun modo, ed entrare
a godere del “paradiso etico” che
condanna tutto il mondo meno che se stesso, esonerandosi dal giudicare gli
effetti dei propri silenzi e della propria impossibile “neutralità”, sul futuro che ineludibilmente stanno
decidendo le forze in conflitto. 5). Una scelta controcorrente ai parametri
“informativi” predominanti: Chi
si forma un’idea della realtà colombiana sulla base delle “informazioni” quotidiane trasmesse dai mass media, si
vede costretto a pensare che lo Stato colombiano non viola i diritti umani; che
le sue istituzioni, incluse le forze armate e i corpi di sicurezza, mantengono
una legittimità democratica; che i gruppi paramilitari non hanno alcun rapporto
organico con lo Stato; che i gruppi insorgenti non hanno obiettivi politici ma
interessi di arricchimento a costo del terrorismo; che i fatti violenti che
saturano la quotidianità rispondono ad un’azione gratuita dei gruppi “al
margine della legge” [tutti questi ugualmente perversi e distanti dallo Stato];
che i milioni di desplazamientos forzati sono prodotti da “combattimenti
tra due estremi che coinvolgono la popolazione civile nel conflitto”, ecc. Questi parametri “informativi” sistematici, che penetrano nelle coscienze
ogni giorno attraverso meccanismi sotterranei, non solo construiscono
l’immagine della realtà nazionale ma determinano anche le scelte politiche e
ideologiche e danno fondamento alle scelte etiche concrete di fronte alla
realtà. Non è raro che da questo
parametro di costruzione della realtà, le priorità del Progetto Nunca Más
appaiano estranee e dissonanti con l’immagine socializzata del paese che i mass
media proiettano sulle grandi maggioranze come unica alternativa ideologica di
consumo di massa. Non
possiamo dispensarci dal valutare i parametri “informativi” predominanti e di
resistere alla tentazione di adattarci ai suoi immaginari massivi, presentando
un quadro caotico di violenze ugualmente perverse che devono essere superate da
una “pace” e una “riconciliazione”
che non implichi nessun compromesso con la giustizia. Una opzione simile ci proteggerebbe facilmente dal giudizio di “parzialità”, con cui i gestori dell’immagine del paese
socializzata mediaticamente sono soliti stigmatizzare coloro che resistono dal
consumarla senza giudicarla. Tale scelta la consideriamo tuttavia assolutamente
anti-etica, nonostante abbia enormi costi d’“immagine” - e forse qualcosa più di un’immagine - per il Progetto. 6) Una visualizzazione etica del processo
verso la pace: All’interno
del convulso ed emotivo contesto che vive la Colombia da molti anni, la naturale
ripugnanza della guerra, delle sue concomitanti sofferenze e delle sue
conseguenze, in cui non si possono ignorare le catene di odio e vendette, è
logico che le aspirazioni di pace si esprimano intensamente. Però, anche sul
concetto di pace, così come nella visualizzazione del processo per conseguirla,
si proiettano interessi inconfessabili. Si
è arrivati ad accusare come “nemici della pace” coloro che denunciano le
strutture statali coinvolte nella violenza repressiva, la cui vittoria militare
è l’unica che si visualizza come “pace”. Anche
se molte volte si ripete come slogan il principio secondo il quale “la pace è frutto
della giustizia”, nella pratica si
pretende che la prima cosa che si deve ottenere con un cessate il fuoco [inteso
come “pace”], è il presupposto ingenuo che “la giustizia sarà frutto di
questa “pace””. Assumere il principio che
“la pace è frutto della giustizia”
al di là della retorica, è profondamente costoso; implica discernere eticamente
gli immaginari di giustizia che la guerra pone in gioco, così come i costi
umani di “pace” senza giustizia, che solo può essere germe di nuove violenze. Anche
questo discernimento etico si è proiettato sulla scelta delle priorità del
Nunca Más. Vediamo come un imperativo, il privilegiare la denuncia delle
violenze che più attentano contro la pace, nella misura in cui, oltre ai suoi
metodi criminali ed eticamente ripugnanti, esse si articolino oggettivamente
con la difesa di un ordine ingiusto che, impedendo la giustizia, rende
impossibile una pace autentica. 7). Scelta per una metodologia che si
avvicini il più possibile alla obiettività: La
lunga esperienza delle organizzazioni responsabili del Progetto, tanto nella
registrazione e nell’indagine delle gravi violazioni dei diritti umani, quanto
nell’accompagnamento delle vittime e delle loro famiglie, ci ha dimostrato che
l’informazione su questi casi soffre di frequenti e profonde distorsioni,
quando è gestita dai mass media e incluso quando è oggetto di indagini penali o
disciplinari. Per questo il disegno del progetto ha contemplato multipli
meccanismi di depurazione dell’informazione. Se
è difficile raggiungere livelli affidabili di obiettività nei casi di crimini
di lesa umanità, perpetrati nei differenti scenari dell’intero paese, si
presentano però difficoltà molto maggiori nei casi dei crimini di guerra, ogni
volta che la guerra, in Colombia, si sviluppa principalmente in scenari rurali
periferici, molte volte inaccessibili per carenze di vie di comunicazione, ed
altre, per i rischi che implica l’accesso alle zone di conflitto. E’ qui che
l’informazione relativa alle azioni belliche è meno accessibile, più
monopolizzata e controllata dagli attori armati e, pertanto, meno affidabile. Quest’ultima
ragione, di carattere operativo, ha pesato anche sulla nostra decisione in merito
alle priorità del Progetto, che ci ha condotto a scegliere come obiettivo
specifico del progetto: la salvaguardia
della memoria storica dei Crimini di Lesa Umanità perpetrati in Colombia
durante l’attuale ciclo non conclusosi di violenza. VI
- IL PROGETTO E IL SUO PERCORSO E’
stata una preoccupazione fondamentale dei gruppi di lavoro, riunire gli
elementi possibili affinchè i crimini possano essere visti nel loro contesto,
ossia, nello sviluppo diacronico delle forme dell’ingiustizia, delle forme
della resistenza, delle forme di repressione, delle forme dell’impunità e degli
effetti dei crimini sui tessuti sociali. Lo
stesso percorso del progetto ha pianificato la necessità di una zonificazione
del paese differente all’attuale divisione politico-amministrativa, che
permettesse di avvicinarsi di più alla lettura delle dinamiche di repressione e
di resistenza, che necessariamente hanno una portata più determinata per gli
scenari territoriali in cui agiscono le forze violente. Ciò ci ha condotto a
delimitare 25 zone di studio, con l’obiettivo di un’analisi meglio contestualizzata
dei crimini di lesa umanità. L’ordine
di priorità cronologica in cui usciranno i rapporti sarà deciso
dall’accumulazione e dalla qualità dell’informazione che si raccoglierà su ogni
zona. Una volta valutata positivamente l’informazione raccolta su una una zona
determinata, si programma un intenso periodo di depurazione e analisi di questa
informazione e la redazione di un rapporto (mai esaustivo ma cumulativo) sulla
zona. Il
progetto si profila così come un lungo percorso. E’ impossibile porgli termini.
L’esperienza vissuta sino ad oggi ci mostra che nella misura in cui ci
addentriamo nella tragedia di una zona, si scorge l’esistenza di ambiti più
reconditi di sofferenze che rimangono in gran parte sottratte alla conoscenza
pubblica a causa del terrore; terrore che ha costretto al silenzio familiari e
testimoni, al riparo da ogni indagine giornalistica o giudiziaria, e da ogni
registrazione testimoniale e ducumentale, su fatti orrendi con cui agenti diretti
o indiretti dello Stato hanno distrutto vite e processi comunitari di ricerca
della giustizia. Questo
percorso produce Verità. E la verità
cerca di plasmarsi nelle consegne dei rapporti, che a loro volta costruiscono
passo dopo passo la visione globale del NUNCA MAS. Nella
nostra società la Verità soffre la
censura, esercitata in forme molteplici e sottili dallo Stato e
dall’Establishment. La Verità è una
minaccia per lo Statu quo e per
questo è qualcosa di sottilmente proibita. La Verità è rischiosa e abitualmente distilla sangue, poiché costa la vita a
innumerevoli testimoni. Molte volte però la Verità è riuscita a superare con audacia e forza le barriere di poderose
censure e minacce, per plasmarsi in volantini distribuiti clandestinamente per
le strade; in bollettini dei sindacati, leghe contadine, fogli parrocchiali o
rapporti di organizzazioni dei diritti umani, le cui sedi non poche volte sono
state demolite con brutalità e accanimento e molti dei suoi militanti sono
stati fatti sparire, sono stati crivellati o sono stati scacciati. Già
sappiamo che la Verità sarà ricevuta e combattuta come “menzogna” dai
responsabili dei crimini e dai suoi complici. Conosciamo gli argomenti con cui
la combatteranno nei loro potenti mezzi di informazione: “sono calunnie
contro i servitori dello Stato, calunnie provenienti dagli utili idiota
dell’insorgenza”; “E’ l’insorgenza che si serve di ONG amiche per discreditare
lo Stato legittimamente costituito”. Un
enorme settore della popolazione, rinchiuso nei carceri dorati dove sono stati confinati
dalle proprie ricerche di sicurezza individuali e classiste, e dove le logiche
di comprensione del sociale e i depositi della memoria iconica che vigilano
nelle loro menti sono stati forgiati dai loro televisori, dalle loro radio e
dalle loro riviste, riceverà la Verità, nel caso in cui per qualche causa cadesse sotto la sua portata, come
verità “parziale” e “ingiusta”, ogni volta che non trova fondamento in
indagini e decisioni dell’apparato giudiziario, unica instanza che, per essi,
può legittimamente costruire la “verità”. Tutto
il dibattito che questo rapporto svilupperà ci confermerà, una volta di più,
che una verità “imparziale” non
esiste, socialmente parlando. La “verità”
che rivendicano i responsabili dei crimini e le loro istituzioni, senza dubbi,
sarà la “verità” che li assolva; o la
“verità” che resta confezionata
esclusivamente con “prove giudiziarie”,
quelle che essi stessi sono stati attenti a rendere impossibili: evitando
ordini scritti e registrazioni di detenuti; utilizzando civili armati per
realizzare le azioni più determinate e sporche; utilizzando auto senza targhe,
cappucci, finte uniformi, armi di ricambio, recinti privati; intimidendo o
assassinando familiari, testimoni, avvocati e giudici; controllando i
funzionari della “giustizia” affinchè
fossero immersi in compiti inutili o in ingenti sforzi per distruggere qualche
compito che risultasse utile. Non
dubitiamo che i responsabili dei crimini, grazie al coro di tutti i mass media
dell’Establishment (che sono gli unici che possono finanziarsi per controllare
la “verità” del consumo di
massa), ricorreranno a questa “giustizia” che essi hanno manipolato per decenni, affinchè si dichiarino “non
verità” i rapporti del Nunca Más.
Sicuramente negozieranno altre censure con le proprie armi, il proprio potere e
il proprio denaro. Di
fronte alla falsa “verità” del potere si
solleva la Verità dalla memoria degli
annichiliti, come un grido lanciato a coloro che, nel paese e nel mondo,
conservano una coscienza etica non ancora asfissiata dai mass media. Ci assiste
la convinzione che la Verità raccolta
tra le vittime, nel loro ambiente e tra i tessuti sociali distrutti, come i
resti salvati dai naufragi; come le sillabe pronunciate tra i sospiri da gole
strangolate; come le viscere riscattate dalle fosse comuni, reiteratamente
violate; come i pezzi di carta inceneriti, riscattati dai roghi fumanti, che
però conservano ancora molte frasi leggibili, è l’Unica Verità capace di umanizzare i sopravvissuti di
questa ecatombe. Non
possiamo offrire questo materiale ai potenziali lettori senza trasmettere loro
in qualche modo la commozione che ci ha pervaso e ci pervade permanentemente in
questo lavoro. Accedere
a una memoria tanto dolorosa e orrenda; affacciarsi, condotti dai testi e dalle
testimonianze, alla distruzione massiva, sistematica e crudele di esseri umani,
di comunità, progetti e utopie, non può essere fatto senza profonde commozioni
che spezzano l’anima. Quando
tutta questa sofferenza sta però rivelando l’azione dello Stato attraverso i
suoi agenti, istituzioni e strutture, anche molti dogmi politici si scuotono e
franano. Uno Stato non si legittima con i testi scritti sui fogli di carta ma
con la pratica reale e concreta dei suoi agenti, in cui si plasmano le
concezioni reali della dignità umana, della democrazia, del diritto, della
libertà e della giustizia. LA VIOLENZA
NEI DIPARTIMENTI DEL META
E DEL GUAVIARE La zona 7^ comprende i dipartimenti del
Meta e del Guaviare, e fa parte della regione degli Llanos Orientales e della
Orinoquia colombiana che è bagnata dagli affluenti del fiume Orinoco, come il
Meta, il Vichada, il Guaviare, il Guayabero e l’Ariari. CONTESTO STORICO, ECONOMICO E POLITICO
La caratteristica maggiore di questa
regione ha a che vedere con i processi migratori,
che nel corso di un secolo e mezzo si sono sviluppati nel suo territorio,
alcune volte dall’esterno verso la zona e altre, come desplazamiento
all’interno della stessa, e che si sono convertiti in successive colonizzazioni
segnate da dinamiche di violenza ed esclusione. Dalla metà del secolo XIX è possibile
identificare 11 ondate migratorie colonizzatrici. ·
Prima
colonizzazione: per attrazione lavorativa e successivamente di lotta per la
terra A partire della
seconda metà del secolo XIX giunsero nel Meta alcune compagnie private, le
quali ebbero grande incidenza intorno alla proprietá della terra, poiché
sfruttavano le fonti naturali in cambio della realizzazione di opere
infrastrutturali. Fu questo il caso della Sociedad
Montoya Uribe y Lorenzana - alla quale lo Stato colombiano mediante la
legge del 1° luglio del 1870, assegnò 10.000 ettari in cambio della costruzione
di un sentiero che doveva unire i villaggi dei dipartimenti di Huila, Caquetá e
Meta, anche se nella realtà la societá si approprió di 160.000 ettari; di
imprese agricole e zootecniche come El
Buque, di propietà di Emiliano Restrepo, che seminò più di di un milione di
piante di caffè nella giurisdizione di Villavicencio; dell’impresa H.& Rubber States Limited, che nel
1926 compró parte delle proprietà della Compagnia Montoya Uribe y Lorenzana e sfruttò il cauchù nel Meta e nel
Guaviare; delle imprese petrolifere Shell
e Union Oil Company of Nevada
(quest’ultima acquisì i diritti sul suolo e sul sottosuolo a sud di San Juan de
Arama per poi trasferirli all’impresa zootecnica Shelton). Con lo
sfruttamento delle risorse naturali come il cauchù e il pascolo, e con la
costruzione di vie, sorsero le cittadine di Guamal, Cubarral e Castilla la
Nueva. Quando però le suddette imprese se ne andarono, coloro che erano giunti
con esse, e che restarono disoccupati, si fermarono nella zona, convertendosi
in coloni, e ciò diede origine a molteplici conflitti per la terra, con gli
allevatori e i latifondisti che già si erano installati nella regione. ·
Seconda
colonizzazione, che si manifesta con la resistenza autodifensiva A seguito
dell’assassinio di Jorge Eliecer Gaitán, il 9 aprile del 1948 ([69]),
si sollevarono in armi – come in altre parti del paese –, il capitano Silva,
dell’Esercito, nella base militare di Apiay, ed Eliseo Velázquez, che tentarono
rispettivamente di conquistare le città di Villavicencio e Puerto López, cosa
che fu duramente controllata e repressa dall’esercito e dalla polizia. Come nel
resto del paese, questi corpi armati dello Stato – in mano ai conservatori – si
dedicarono ad attaccare sistematicamente i militanti liberali e comunisti,
situazione che li obbligò a difendersi con le armi, appoggiati dalle direzioni
di ambo i partiti. I lavoratori a disposizione degli allevatori disertarono,
altri resistettero e si organizzarono per difendersi contro l’oppressione degli
sfruttatori, dell’esercito e dei proprietari terrieri. In altre zone del Meta
furono costitute le guerriglie liberali dello Llano, e si provocarono
migrazioni interne. ·
Una terza
colonizzazione è generata dalla repressione realizzata dagli insediamenti
militarizzati A partire dagli
anni ‘50, il Battaglione Vargas implementò e sviluppò una strategia
antiguerrigliera, caratterizzata dall’addestramento di personale civile e
militare affinchè “procedesse alla
pulizia” delle forze insorgenti; questa strategia vedeva la costituzione di
nuclei abitativi con personale selezionato in differenti luoghi del paese e
armato dai militari, e sotto il comando di questi, a partire dalle zone con “buone condizioni economiche, con bontà delle
terre e importanza militare” ([70]). Con questa strategia paramilitare, che anticipava quella che sarebbe stata
utilizzata dall’esercito guatemalteco negli anni ‘80, soprannominata dei “villaggi strategici”, l’Esercito diede
impulso alla colonizzazione della zona del fiume Ariari. ·
Nella quarta
colonizzazione si vede chiaramente la smobilitazione guerrigliera Il golpe
militare di Gustavo Rojas Pinilla nel 1953, diede luogo ad amnistie generali a
favore di poliziotti e militari implicati in assassini massivi e generalizzati,
all’aumento dei salari e alle donazioni di terre agli stessi. Per trattare con
i guerriglieri liberali si organizzó una Commissione di Pace, il cui primo
incontro fu con Guadalupe Salcedo e a cui seguì la smobilitazione di vari
gruppi che consegnarono le armi. Tutti coloro che
concordarono la pace si ripartirono il territorio del Meta e ritornarono
all’attività agricola, ogni gruppo con tendenze politiche marcate che si
sarebbero riflesse su ogni zona: i liberali si ubicarono a San Martín, Fuente
de Oro, Granada e Puerto Gaitán, mentre i comunisti s’insediarono nella regione
dell’Alto Ariari. Cinque municipi erano invece sotto l’egemonia conservatrice:
Acacías, Cubarral, Guamal, Restrepo e Villavicencio. Queste tendenze politiche
si sarebbero rafforzate e avrebbero segnato gli sviluppi politici successivi. ·
La quinta
colonizzazione mostra il processo di assorbimento dei desplazados di altre zone
di violenza e la nascita di nuove cittadine Nel 1954 fu
approvata dall’Assemblea Nazionale Costituente presieduta da Ospina Pérez, in
piena dittatura militare, la proibizione “dell’attività
politica del comunismo internazionale”, estendendo il divieto a qualsiasi
tendenza di sinistra o movimento popolare. A partire del 1955 furono attaccate
militarmente le lotte contadine dirette dal partito comunista. I contadini di
Villarica, nel Tolima, e del Sumapaz, in Cundinamarca, intrapresero una marcia verso la regione del fiume Duda
nel Meta, e così giunsero a la Uribe dove s’insediarono e costituirono i
Sindacati Agrari senza abbandonare l’autodifesa armata. In questa ondata
colonizzatrice sorsero i municipi di El Castillo, Mesetas e Lejanías, e
giunsero nella zona dell’Ariari rinomati dirigenti comunisti. ·
La sesta
colonizzazione si sviluppò a partire di un programma governamentale In realtà, a
partire dal 1957 dopo l’inizio del Frente
Nacional, con il governo di Alberto Lleras Camargo fu intrapreso il Piano Nazionale di Riconciliazione e Soccorso attraverso la Cassa
Agraria, che si concentró a Granada, in zone già colonizzate, emarginando così
i piccoli coloni e rafforzando la concentrazione della terra nelle mani di
pochi; alla fine il Piano fracassó. Il governo continuó con il programma di eliminazione
dei gruppi guerriglieri, anche se essi si stavano dedicando unicamente alle
attività agricole; il ministro di Governo giustificó la costituzione di civili
armati sotto il controllo militare, contro le ‘autodefensas’ comuniste, facendo
rifermento alla strategia paramilitare già ratificata per decreto. ·
La settima
colonizzazione è un nuovo piano del governo Nel 1964, León
Valencia disegnò un nuovo Piano che soprannominò “Progetto Meta I” per vari municipi, prevedendo tre zone di
colonizzazione dirette dalla VII Brigata, secondo le direttive statunitensi.
Dieci anni piú tardi, questo programma era già fallito. I ricchi, allevatori e
imprenditori, si appropriarono delle terre e i più poveri furono espulsi, via
via che i nuovi sistemi di comunicazione valorizzavano le proprietà
immobiliari. ·
L’ottava
colonizzazione realizza una nuova dinamica nel popolamento del Meta A seguito delle
espulsioni di cui erano vittime, i contadini si addentrarono in zone allora
vergini, stabilendo due nueve direzioni: una verso la Macarena e l’altra verso
l’Ariari. La prima diede origine a nuovi villaggi (Piñalito, Puerto Lucas) e
municipi (Vista Hermosa, La Macarena); di fronte al ripetersi degli sgomberi da
parte dei proprietari terrieri, i contadini si organizzarono nuovamente per
resistere; questa è la caratteristica degli anni che vanno dal ‘60 al ‘65. Il
Sindacato dei Piccoli e Medi Agricoltori appoggiò i contadini e furono occupate
grandi estensioni di terra, provocando la militarizzazione della regione. La
Macarena fu occupata pur essendo zona di riserva. ·
Una nona
colonizzazione è l’effetto del circolo delle “repubbliche indipendenti” Sotto il governo
di Guillermo León Valencia (1962-1966) ha inizio un ciclo di violenza, ancora
vigente, caratterizzatosi per il furore anticomunista. I contadini si
organizzarono in gruppi di autodifesa con il sostegno del Partito Comunista,
per non farsi sottrarre le terre, cosa che fu presentata come la costituzione
di “repubbliche independenti che
attentavano contro la sovranità nazionale”, con l’applicazione contro i
contadini del cosiddetto “Plan Laso”
([71]),
stimolato dagli Stati Uniti, con l’aggressione contro la zona di Marquetalia,
tra il Tolima e Huila. E’ così che, il 18 maggio 1964, l’Assemblea delle
‘Autodefensas Campesinas’ dava origine alle FARC come movimento guerrigliero.
Una seconda strategia controinsorgente, consistente in azioni civili-militari,
nota come “Plan Andes”, fu intrapresa dal Generale Alberto
Ruiz a Medellín del Ariari e a El Castillo. ·
La decima
colonizzazione segnala nuove zone di espansione abitativa Nel 1966, sotto
il governo di Carlos Lleras Restrepo, si generó una nuova ondata migratoria, in
conseguenza delle nuove vie di comunicazione realizzate e dell’entrata in
vigore della legge di riforma agraria e dell’Incora (Istituto per la Riforma
Agraria); tuttavia, il risultato fu una nuova espansione dei quartieri
popolari, principalmente a Granada, senza pianificazione e sviluppo
urbanistico. Nello stesso periodo s’iniziò l’occupazione della regione di Planas
a Puerto Gaitán, processo che ebbe come risultato a fine anni ‘60, la
continuazione dello sterminio degli indigeni Cuibas e Guahibos, da parte dei
coloni e della forza pubblica. ·
La undicesima
colonizzazione, una fotografia viva del ripopolamento attorno alla coltivazione
della marihuana e della coca Negli anni ‘70
giunge nel Meta la marihuana, la cui coltivazione si espanse rapidamente però
effimeramente, e contemporaneamente al
suo declino, si diffuse la coca, seguendo una rotta contraria, poiché giunse
dal Guaviare e si diffuse verso il nord. Sebbene queste coltivazioni
aumentarono i redditi dei coloni, rafforzarono in proporzione principalmente i
commercianti e i narcotrafficanti stessi, generando grandi concentrazioni di
terra, e s’incrementò inoltre il controllo dei militari. In conseguenza
della bonanza cocalera giunsero nella regione della serranía de La Macarena e
nel Guaviare (San José del Guaviare e Miraflores, principalmente) ingenti
ondate migratorie, non solo di coloni desplazados, ma anche di contadini poveri
e disoccupati alla ricerca di migliori condizioni di vita, che si stabilirono
nelle aree limitrofe ai fiumi della regione e a Vista Hermosa. Con la coca
giunsero anche i gruppi armati che controllarono la produzione e la commercializzazione
della foglia e, dopo, della pasta basica. Parallelamente si propagò una
violenza generalizzata che aveva la sua origine nelle nuove relazioni sociali
ed economiche a seguito dell’ampliamento della circolazione del denaro tra
coloni che prima non possedevano nulla e che da un momento all’altro credettero
che tutte le loro sofferenze e frustrazioni si erano risolte in un solo colpo. Numerosi testi
di ricerca e racconti della regione concordono nell’affermare che i promotori
della coltivazione della foglia di coca furono gli smeralderi provenienti dalle
miniere di Coscuéz e Somondoco nel dipartimento di Boyacà. Si dice che fu Jesùs
Marìa Ariza (alias “Patengazo”) colui che adattò in questo ‘affare’ tutta
l’infrastruttura di controllo e supervisione propria dello sfruttamento e della
commercializzazione degli smeraldi, creando un clima di terrore, che si andò
sviluppando nella misura in cui si incrementarono le armi in mano ai
coltivatori, ai compratori, ai ladri e ai gestori dei bordelli. Nel 1983 nel
Guaviare si seminava soltanto coca; le altre coltivazioni furono abbandonate.
Con l’auge della coca (1980) le FARC assumono la leadership e il controllo sui
contadini della zona. Nonostante nei
primi anni della bonanza, la guerriglia delle FARC – che esercitava il
controllo della regione – e i narcotrafficanti, avevano realizzato un’alleanza
tattica, questi ultimi si allearono successivamente con i proprietari terrieri
e con i settori politici e militari tradizionali, e attraverso essi con il
paramilitarismo, creando le condizioni per realizzare, a partire dal 1986, lo
sterminio della Unión Patriótica. PRESENZA
DELL’ INSORGENZA ARMATA NELLA ZONA Dopo la sua origine nel 1965, quando si
coordinarono i differenti gruppi di autodifesa contadina appoggiati dal partito
comunista, i quali dovettero ricorrere alla lotta armata per resistere
all’attacco del “Plan Laso”, fu la zona 7^ una delle prime regioni dove iniziò
ad operare il neocostituito movimento delle FARC. Nella sua settima conferenza, realizzata
nel 1982, il gruppo guerrigliero identificó la cordigliera orientale come
l’asse del suo dispiegamento strategico, e pertanto fu implementato un piano di
8 anni che prevedeva l’ubicazione di 12 fronti guerriglieri in questa
cordigliera; la segreteria generale delle FARC s’insedió nella zona occidentale
della Serranía de la Macarena, a La Uribe, che si convertì nel simbolo della
sua presenza nella zona. Lì s’iniziarono le prime negoziazioni con lo Stato,
nel 1983, però essa fu anche lo scenario del maggiore bombardamento durante
l’operazione Centauro II, nella
stessa data in cui si realizzava l’elezione dei membri dell’Assemblea Nazionale
Costituente, nel 1991. Il primo tentativo di negoziazione
politica del conflitto armato tra le FARC e il governo fu realizzato durante il
governo di Belisario Betancur (1982-1986), che si caratterizzó per la ricerca
di una apertura democratica. Dopo numerosi contatti, nel mese di marzo del
1984, il governo e la guerriglia sottoscrissero gli ‘Accordi di La Uribe’, che
prevedevano tra l’altro, la tregua unilaterale delle FARC per due mesi a
partire da maggio, la quale poteva estendersi a tempo indeterminato, se il
governo stesso l’avesse approvata. Due giorni dopo l’inizio della tregua
tuttavia, l’allora Ministro della Difesa, generale Miguel Vega Uribe, ordinó
l’intensificazione degli attacchi contro le FARC, che tuttavia, mantennero la
tregua e continuarono a rispettare l’accordo. Altri punti contenuti nell’accordo
riguardavano il compromesso del governo a risarcire i colombiani i cui diritti
erano stati ingiustamente violati a seguito del cambio nell’esercizio
dell’ordine pubblico e della sicurezza sociale, attraverso il Piano Nazionale di Riabilitazione; e
inoltre l’impegno ad avviare riforme come ad esempio: “la modernizzazione delle istituzioni politiche, le garanzie per
l’esercizio dell’opposizione democratica, l’elezione popolare dei sindaci, la
riforma elettorale, l’accesso di tutte le forze politiche ai mezzi di
comunicazione, il controllo politico dell’attività statale, la riforma
dell’amministrazione della giustizia, una riforma agraria, con il
riconoscimento che i problemi della terra sono presenti negli attuali conflitti
sociali, così come altre riforme sociali a favore dei settori più vulnerabili.”
([72]). Il risultato più tangibile del processo
di pace fu comunque la creazione della Unión Patriótica – UP –. Il 20 luglio
1984, le FARC presentarono la loro piattaforma politica in 18 punti, a partire
della quale avrebbero strutturato il nuovo movimento politico legale. PRESENZA
DELLO STATO NELLA ZONA, COME ATTORE ARMATO A partire del 1950 l’Esercito iniziò ad
essere presente in questa zona, grazie alla creazione del Battaglione di
Fanteria n. 21 Vargas, al tempo dipendente direttamente dalla Brigada de
Institutos Militares, di Bogotá. Questo battaglione fu incaricato della
repressione delle guerriglie liberali dello Llano ed ebbe ampia mobilità per
tutta la regione degli Llanos Orientales della Colombia. Nel 1951, di fronte alla barbarie e alle
violazioni di cui fu testimone, il Capitano dell’esercito Rafael Camargo si
vide costretto a denunciare i suoi colleghi della Base Militare di Tauramena,
comandata dal Tenente Pinzón, e dipendente dal Battaglione Vargas. Nella
suddetta base venivano concentrati i prigionieri politici dove li “mandavano a dormire”; pratica comune, da
parte del tenente Carvajal, pilota militare, era quella di lanciarli “dall’aereo per economizzare le munizioni”. Il
denunciante fu presente quando il Tenente Carvajal giunse al posto militare con
18 civili, “infelici indifesi che
speravano di essere consegnati a Sogamoso, per essere giudicati”, 4 dei
quali furono assassinati quasi immediatamente, mentre gli altri 14 furono
tenuti “seduti contro una parete, stretti
da vari soldati, ricevendo insulti e colpi ”, e come se non bastasse,
continua il Capitano Camargo, i “soldati
si comportano come avvoltoi sui moribondi, per prendere loro ciò che portano
con sé, come denaro, gioielli, pezzi d’oro della dentatura e altre cose
preziose” ([73]). Come si è descritto nel paragrafo sulla
terza colonizzazione, in anticipo persino alle direttrici nordamericane, negli
anni ‘50 il Battaglione Vargas disegnò e implementò una strategia
controinsorgente, basata sulla utilizzazione di civili armati per eseguire le
operazioni di ‘pulizia’ della zona, i quali agivano sotto il comando militare.
Il Colonnello Gustavo Sierra racconta come venissero realizzati accampamenti di
50 famiglie, previamente selezionate, in ognuno dei quali c’era una guarnizione
militare. Con l’insediamento del ‘Frente
Nacional’, fu aumentato il numero delle Brigate militari; nel 1962 fu
installata a Villavicencio la VII Brigata – la cui giurisdizione comprende
tutti gli Llanos Orientales – e il Battaglione 21 Vargas a Granada. In seguito
furono create altre unità militari, con giurisdizioni più ristrette, come ad
esempio il Battaglione di fanteria n. 19 “General Joaquín París”, in Guaviare,
e a partire dagli anni ‘80, Villavicencio si convertì nella sede della IV
Divisione dell’Esercito che ricopre una estesa zona sudorientale del paese. Negli anni ‘70 l’Esercito si vide
coinvolto nel genocidio degli indigeni Guahinos e Cuibas a Planas, in alleanza
con i coloni ricchi. Il decennio compreso tra il ‘70 e l’ ‘80 è quello della Tortura da parte dei militari con
l’appoggio dello Stato, e dall’aumento dei maltrattamenti e delle malattie. Anche se il paramilitarismo fu adottato
come strategia ufficiale controinsorgente a partire dal ‘70, legalizzato nel
1965 grazie al Decreto 3398/65 e più tardi con la legge 48 del 1968, il suo
sviluppo più visibile risale tuttavia agli inizi degli anni ‘80. In realtà, le
indagini realizzate dalla Procura Generale della Nazione, hanno permesso di
scoprire che la VII Brigata, in particolare attraverso il Gruppo di Cavalleria
“Guías de Casanare”, montó una propria struttura paramilitare, sotto la sigla
MAS. Al comando di questa unità c’era
il Tenente Colonnello Luis Alfonso Plazas Vega, e come secondo comandante, il
Maggiore Carlos Vicente Meléndez Boada, che “appare come la persona più visibile del MAS”. A seguito dello sviluppo delle
coltivazioni illecite a partire dell’inizio degli anni ‘80, lo smeraldero,
latifondista, narcotrafficante e leader paramilitare, José Gonzálo Rodríguez
Gacha, chiese alla Segreteria delle FARC il permesso di costruire una pista
aerea nei pressi del luogo dove era ubicato l’accampamento del segretariato, e
poiché non fu accettata la richiesta, Rodríguez Gacha si alleò con l’Esercito
per combattere le FARC, scatenando una grande violenza, nella quale si
disimpegnò anche l’allora Comandante della VII Brigata, Generale Luis Eduardo
Roca Michael, comprovando e rafforzando l’alleanza Esercito/Narcotrafficanti e
il paramilitarismo controinsorgente ([74]). In pochi anni Víctor Carranza si
consolidó come signore del narcotraffico negli Llanos e contribuì allo sviluppo
delle forze paramilitari, in particolare a Puerto Boyacá. Il Maggiore Oscar
Echandía riveló la relazione di Rodríguez Gacha con l’Esercito e i
paramilitari, grazie alla Scuola di Cavalleria, diretta dall’allora Colonnello
Alfonso Plazas Vega. A metà degli anni
‘80, questa struttura fu la protagonista di prim’ordine della violenza, in
Meta, Vichada, Casanare, Bogotá, e in altre parti del paese. Nel decennio compreso tra il 1985 e il
1996, si erano già sviluppate le condizioni perché si realizzasse il genocidio
della U.P. e di molte organizzazioni civiche e popolari, a partire
dell’alleanza militari/paramilitari e narcos. Nello Llano, il paramilitarismo
si fondó, da una parte sulle forze armate e dall’altro, sul narcotraffico. Le
indagini su alcune delle vicende più terrificanti hanno evidenziato l’altissimo
livello di partecipazione dei tre corpi di intelligence e sicurezza dello Stato
nello sterminio della U.P.: il B-2 dell’Esercito, l’F-2 della Polizia e il DAS
(Departamento Administrativo de Seguridad) agivano in totale unità con Victor
Carranza e i suoi paramilitari ([75]). Verso la fine degli anni ‘90, si fecero
evidenti alcuni cambi, particolarmente con i massacri perpetrati tra il 1997 e
il 1998; questi fatti mostrarono
innanzitutto come le strutture paramilitari del Cartello di Cali e
successivamente, la struttura paramilitare nazionale di Carlos Castaño, stavano
assumendo progressivamente l’esecuzione dei crimini, anche se, come per le
ultime cinque decadi, con la partecipazione delle alte strutture militari. In questa zona si analizzano
chiaramente: la strategia paramilitare dello Stato, l’articolazione tra il
paramilitarismo e il narcotraffico; l’intolleranza politica dell’Establishment
e dello Stato, che conduce ad impedire con il sangue e con il fuoco ogni
alternativa partitica ed ideologica, così come al funzionamento diacronico del
genocidio. LO
STERMINIO DEGLI INDIGENI DI PLANAS La regione del fiume Planas,
giurisdizione di Puerto Gaitán e vicina ai dipartimenti del Meta e Vichada, è
conosciuta nelle carte geografiche più antiche come il territorio dell’etnia
dei Guahibos. Per gli indigeni Guahibos, la proprietà
della terra era indivisibile e inalienabile; la terra che occupavano era quella
dei propri avi, dei propri nonni, dei propri padri ed ora della comunità
guahiba sopravvissuta. La savana dove cacciavano, i laghi dove pescavano e
tutti gli animali che vi vivevano appartenevano ad essi. Con l’insediamento dei
coloni nella regione, che portavano con sé capi di bestiame che lasciavano
liberi nelle praterie, si ridussero i territori di caccia; i cervi e gli altri
animali cominciarono a scarseggiare, e ciò obbligava gli indigeni a uccidere,
per poter sopravvivere, qualcuno dei vitelli introdotti dai coloni che vagavano
per le loro savane. La modalità con cui l’indigeno percepiva
la terra era però assai differente a quella del colono, che considerava l’indio
come un animale dannoso che doveva
essere sterminato. I coloni dicevano che gli indigeni erano imbroglioni, bugiardi, e li comparavano
con la tigre, pur considerando l’indio più pericoloso, poiché secondo essi il
bestiame non aveva ancora la possibilità di difendersi dal suo attacco. I
bianchi, o “razionali” così come
venivano chiamati dagli indigeni, organizzarono allora vere e proprie battute
di caccia di esseri umani note come “guahidabas”.
Questa battuta di caccia si concludeva solo dopo che venivano uccisi uomini,
donne e bambini indigeni. Un esempio concreto del tentativo dei coloni
di sterminare gli indigeni fu il
massacro di La Rubiera, in Arauca, nel gennaio 1968, dove furono
assassinati 16 indigeni, tra cui vari bambini. In questa occasione i coloni
della regione videro alcuni di essi nei pressi delle loro abitazioni e decisero
di disfarsene. Per impedire che alcuni di essi potessero fuggire, idearono la
strategia criminale di riunirli tutti in una abitazione dell’azienda agricola La Rubiera per poi ucciderli. Fu così
che li invitarono a un pranzo nell’azienda riuscendo a convincere 18 di essi a
parteciparvi. Quando gli invitati si sedettero al tavolo, gli assassini, che si
erano tenuti nascosti, uscirono ad un segnale concordato, e a colpi di arma da
fuoco e di machete diedero morte a 16 di essi; gli altri 2 riuscirono a fuggire.
Gli assassini, dopo aver perpetrato il crimine, legarono i cadaveri degli
indigeni sul dorso dei cavalli e li portarono in un luogo vicino, li cosparsero
di benzina e gli diedero fuoco. Intanto coloro che erano riusciti a fuggire,
dopo alcuni giorni di cammino, giunsero presso le autorità e denunciarono il
crimine. Quando le autorità arrivarono nel luogo,
uno dei carnefici confessò con la naturalezza di chi è convinto di non star
commettendo alcun delitto, che egli aveva assassinato 40 indigeni. Peggiore fu
però il comportamento dei funzionari giudiziari, che conclusero che il massacro
era dovuto all’ignoranza dei criminali e al timore di essere attaccati dalle
loro vittime. Nel 1964 con l’implementazione del
‘Progetto Meta I’ promosso dall’Incora, giunsero nella zona i contadini
scacciati da altre parti, tuttavia il progetto fu utilizzato anche dai
latifondisti interessati ad ampliare le loro proprietà, e per questo iniziarono
a strappare le terre agli indigeni, tormentandoli e mettendoli sotto pressione
affinché abbandonassero la regione. Rafael Jaramillo Ulloa, funzionario giunto
nella regione quale membro della Campagna antimalarica, si fermò con gli
indigeni e promosse la Cooperativa Integrale Agrozootecnica, approvata nel
1966. Questa Cooperativa offriva migliori condizioni di vita, servizi
integrali, però ledeva gli interessi dei coloni, dei latifondisti e dei
mezzadri. Fu questa la causa che generó molestie e persecuzioni contro coloro
che facevano parte dell’organizzazione, sino alla chiusura della cooperativa. L’Incora aveva stabilito tre piccole
riserve indigene (San Rafael de Planas, Abaribá e Ibibí) che occupavano 14.000
ettari, nelle quali abitavano 6.000 indigeni in condizioni di miseria, mentre
esistevano aziende di 50.000 e 70.000 ettari di proprietà di un solo padrone.
In questo periodo 70 famiglie di 200 coloni occupavano il 95% del territorio e
la popolazione indigena calcolata in 2.500 persone occupava il restante 5%. Tra
i proprietari della terra di Planas nel 1970 figurano Jaime Duque, Governatore
del Meta; Guillermo León, sindaco di Villavicencio; il Colonnello Armando
Latorre, Comandante della Fuerza Aérea Colombiana, FAC; il Capitano Torres,
ritiratosi dall’Esercito. Per le terre adiacenti ai fiumi Planas e
Cuarrojo c’erano inoltre per lo meno 10 richieste di concessioni petrolifere da
parte di multinazionali, per lo sfruttamento del petrolio (tra esse la Colombian Cities Service Petroleum
Corporation e la Texas Petroleum
Company). In questo contesto, nel febbraio del
1970 giunse il Battaglione n. 21 ‘Vargas’ dell’Esercito e realizzò l’operazione
militare “Fuerza de Tarea Centauro I”;
reparti della Cavalleria e dell’Aeronautica svilupparono la “Fuerza Tarea Centauro II” diretta dal
Maggiore Alvarez, e “Centauro III”, sotto il comando del
Maggiore Páez. La conseguenza
immediata fu l’incremento della repressione contro i guahibos, con la scusa di
controllare la sollevazione armata degli indigeni, diretta da Rafael Jaramillo
Ulloa, che scelse di affiancare gli indigeni in difesa della loro causa dopo
aver conosciuto le ingiustizie e gli abusi a cui erano stati sottoposti, e che
insegnò agli indigeni come difendere i propri diritti. Prima della
sollevazione, Jaramillo Ulloa presentò alcune denunce davanti al Governatore,
alla Polizia e all’Esercito, però non successe nulla. Ciò che non si fece
attendere dopo la sollevazione fu la repressione contro tutti gli indigeni, che
duró poco tempo, poichè Jaramillo si allontanò dalla regione verso la fine del
1970. La forza pubblica, l’esercito e il DAS
rurale estesero la violenza contro gli indigeni, poiché videro in essi il volto
di Jaramillo. In questo periodo si presentarono detenzioni, torture e
assassinii da parte di queste istituzioni statali. Per lo meno 18 indigeni
furono assassinati, altri 6 sparirono e
altri 26 furono torturati. Tra questi ultimi figura LUIS ALBERTO QUINTERO, di
appena 15 anni, che fu accusato di essere “figlio” di Rafael Jaramillo Ulloa:
“…mi posero cavi elettrici sul collo …mi
afferrarono le braccia verso dietro, mi legarono con un cavo di energia …mi
sollevavano così, a due metri d’altezza …mi afferrarono i testicoli con un
altro filo e me li tirarono …mi legarono sei giorni ad un palo e mi
interrogarono permanentemente…”, denunciò direttamente quando ne ebbe l’opportunità. ¨
L’impunità dei
crimini di lesa umanità contro gli indigeni di Planas I fatti di violenza contro gli indigeni
furono denunciati da alcuni religiosi, con una lettera diretta al Procuratore
Generale della Nazione, in cui si segnalavano le autorità militari e civili
quali responsabili dei crimini commessi, però le voci di protesta furono messe
sotto silenzio. Quando uno dei religiosi chiese come potessero accadere tali
atrocità, il Maggiore Alvarez, uno
dei principali responsabili di esse, gli rispose: “Però padre, la guerra è guerra; come vuole Lei che l’esercito non si
difenda se anche le frecce uccidono ”. L’appena eletto presidente, Misael
Pastrana Borrero, espresse la propria preoccupazione per la situazione di
Planas, così incaricò il Dr. Ariel Armel, Consigliere Presidenziale di offrire
un programma di assistenza sociale. Per indagare sui fatti, furono organizzate
due commissioni di alto livello, nei mesi di agosto e settembre del 1970, la
prima delle quali fu completamente manipolata dai militari che impedirono
l’accesso a molte zone di repressione; inoltre non lasciarono parlare gli
indigeni, ignorarono i denuncianti, e ingiuriarono i nativi dicendo loro, tra
l’altro “desidereremmo mangiare carne di
indio con bruciature di sigaretta”. In occasione della seconda commissione,
anche se furono permesse alcune denunce, il comandante della VII Brigata,
Colonnello José Jaime Rodríguez disse
che “accusatori e accusati non stavano
operando in buona fede, e si lamentò che si fosse data un’importanza internazionale
alle denunce, qualificandole come estemporanee. Lamentó che non si era
informato direttamente l’Esercito. Inoltre accusó i denuncianti di influire
sugli indigeni dicendo loro ciò che avrebbero dovuto dire, con il fine di
screditare le forze militari.” Alcuni giorni dopo la seconda
commissione, i dirigenti indigeni della regione inviarono una lettera al
Presidente Misael Pastrana Borrero, con la quale chiesero soluzioni ai loro
problemi, denunciarono la persecuzione da parte di vari coloni e invocarono il
ritiro dell’Esercito dalla zona. Il comportamento dei mezzi di
comunicazione si caratterizzò per la disinformazione e la manipolazione, e fu
presentata come responsabile dei fatti l’assai incipiente guerriglia di Rafael
Jaramillo Ulloa. Questa manipolazione fu così evidente, che lo stesso
Comandante della VII Brigata qualificó l’ “informazione” di alcuni articoli
come “imprudenza giornalistica”. I
denuncianti emisero un comunicato stampa in cui si diede conoscenza delle
irregolarità durante la visita della prima commissione a Planas, che non fu
pubblicato. I fatti di Planas furono denunciati
davanti al Congresso dal Senatore Hernando Garavito, dando origine ad un
dibattito a cui parteciparono varie vittime indigene, e se anche non fu
permesso loro di parlare davanti al Senato, esse furono sottoposte ad intensi
interrogatori da parte di una commissione speciale composta da alcuni
parlamentari. Le indagini sui responsabili di questi crimini non progredirono,
nostante si fossero chiariti i fatti e la gravità delle infrazioni penali, da
parte delle stesse autorità civili e militari. Approfittando della presenza dei
Guahibos a Bogotá, la giornalista Consuelo de Montejo tentò di realizzare
un’intervista televisiva, però pochi minuti dopo l’inizio della registrazione,
il Ministro della Difesa chiamò per proibirne la presentazione e il giorno
dopo, il programma fu censurato dal direttore dell’emittente ‘Inravision’. Passata questa dura repressione,
l’organizzazione indigena restò alla mercè dei proprietari terrieri, dei
missionari e dell’Incora. A Planas prevalse l’interesse per la terra,
l’ampliamento dei territori per l’allevamento, la vendita della terra alle
compagnie petrolifere, ecc. I militari restarono nella zona, e per
tentare di migliorare la loro immagine intrapresero azioni assistenziali, e
assegnarono ai veri destinatari minime parti degli aiuti che giungevano
dall’estero. Si programmarono aiuti statali, però secondo i criteri del governo
e la loro gestione attraverso una Cooperativa diretta da funzionari dello
Stato. Nel 1971, per respingere i tentativi
statali di imporre loro una cooperativa diretta da funzionari governativi, gli
indigeni costituirono la ‘Unuma’ con il fine di difendere i propri diritti e la
propria vita. Lo stesso anno, gli indigeni di Planas espulsero l’Instituto
Lingüístico de Verano diretto da missionari degli Stati Uniti, che erano giunti
per cambiare i loro costumi, trasformare la loro cultura, mediare davanti allo
Stato, disintegrare la comunità, imporre il proselitismo religioso ed ottenere
il loro ritiro dalle terre ambite dalle compagnie nazionali ed internazionali.
In seguito si potè provare la partecipazione dell’Istituto nell’attacco contro
gli indigeni di Planas. Nell’aprile del 1975, membri del DAS
eseguirono un nuovo massacro, contro 4 uomini indigeni, una donna e un bambino,
che furono squartati e lanciati nel fiume Guarrojo affinchè non fossero
identificati. Di questo massacro ebbero conoscenza le autorità di polizia di
Planas e Villavicencio, però non fu realizzata nessuna indagine in quanto il
capo della Commissione Indigena di Planas era amico del Ministro di Governo,
Cornelio Reyes. Nell’ottobre dello stesso anno, i
Guahibos denunciarono al governo nazionale la continuazione delle persecuzioni
contro di essi, e il fatto che attraverso una Commissione ufficiale
proseguivano le minacce contro i loro leader e maestri, con il ritorno
dell’Esercito “come nell’anno 1970”,
al tempo in cui si offrivano loro regali con l’interesse di introdurre
nuovamente l’Instituto Lingüístico de Verano, adesso sotto il nome di
“Fundación Pro Desmarginalización del Indígena” ([76]). PERIODO COMPRESO TRA IL 1970 E IL 1984 Il decennio ‘70 sino all’inizio degli
anni ‘80 costituisce il Ciclo della
Tortura nella storia politico militare della Colombia. Le missioni di
Amnesty Internacional e della Commissione Interamericana dei Diritti Umani
realizzate nel paese nel 1980, risposero al clamore internazionale contro la
tortura in Colombia. In questo periodo si è vissuto il
conflitto per la terra, il Frente Nacional che escludeva qualsiasi altra
alternativa politica, il modello repressivo con le relazioni Stato/Parastato, e
quello negoziato della guerriglia, tutti elementi che si riflettevano su queste
terre pianeggianti, portando più morte che vita. ¨
Il conflitto per
la terra La Legge 135 del 1961 incentivó
l’aspettativa di una vera riforma agraria, aspettativa che crebbe con la
creazione dell’Anuc (Asociación Nacional de Usuarios Campesinos) da parte del
governo di Lleras Restrepo (1966-70); questo processo però si interruppe
rapidamente ed i contadini crearono la propria Anuc, non governativa, di
opposizione, la quale diresse numerosi procedimenti di recupero delle terre.
Questo è il motivo di una grande repressione contro la classe contadina
attraverso le torture, le incarcerazioni e gli omicidi. I governi successivi
continuarono a smantellare gli aspetti più progressisti della legge 135; la
Legge 6 del 1975 diede termine all’ “Accordo del Chicoral” che favoriva gli
agroindustriali, e che rappresentò il colpo finale alla riforma agraria. Ciò
spinse la lotta contadina ad una maggiore aggressività. A seguito del conflitto
per la terra si realizzarono molti dei trasferimenti forzati e dei
desplazamientos contadini. Il Frente Nacional si concludeva nel
1974 per dare libera partecipazione a nuove forze politiche. Nel 1970 ottenne
il “trionfo” la Anapo (Alianza Nacional Popular), un’alleanza nazionale tra
differenti gruppi della sinistra, il cui candidato dovette presentarsi come conservatore
per non invalidare le elezioni, però grazie alla frode –riconosciuta 28 anni
dopo – vinse il candidato che doveva
vincere, secondo l’accordo dei partiti, cioé, Misael Pastrana. Il nuovo
movimento fu represso. A partire del 1972 la sinistra ricevette
accoglienza e forza elettorale in questa zona; in cittadine come Puerto Lleras,
San Juan de Arama, Granada, El Castillo, Mesetas, Vista Hermosa e altri
municipi aumentarono i voti ottenuti. ¨
Il modello
repressivo Questo periodo è segnato dalla tortura e
dalla carcerazione arbitraria. Al tempo di Turbay Ayala (1978-82) con lo
Statuto di Sicurezza, la cui realizzazione fu terrificante, “s’instaurò il regno dell’arbitrarietà
repressiva più smisurata” non solo contro il settore contadino, ma anche
contro gli studenti, gli operai, i professionisti. Si “ridisegnò il modello repressivo”, però ciò fu un fracasso militare
poichè molti dei militanti andarono ad ingrossare le fila dell’insorgenza
armata. Il paramilitarismo inizia ad essere
visibile. Nel 1979 comparve la tripla AAA (Acción Anticomunista Americana) che
serviva come facciata di un gruppo di ufficiali del Battaglione d’Intelligence
e Controintelligence “Charry Solano”, e nel 1981 sorse il MAS (“Muerte a
Sequestradores”), una delle principali strutture paramilitari di questo
decennio coordinata dalle Forze Armate e dai narcotrafficanti. Questa stretta
relazione clandestina dei militari con gruppi agiati, allevatori, cafeteros,
narcos, si moltiplicò nel paese ed è la vera responsabile delle violazioni. Questo periodo è segnato da transizioni: il modello repressivo si
evolve, e dalla tortura e la carcerazione si passa alla sparizione forzata e
all’assassinio; da una timida e promettente presenza elettorale della sinistra
si passa al suo sterminio; dalla lotta per la terra alla estinzione del
movimento contadino; da un paramilitarismo confesso a un paramilitarismo
inconfesso, ad azioni coperte tra civili e militari. In questo contesto si
inseriscono i crimini di lesa umanità commessi in questo periodo: 45 persone
furono uccise extragiudizialmente, 20 furono fatte sparire, e 85 furono
sottomesse a differenti modalità di torture; 95 persone furono vittime di altre
modalità di aggressione, come detenzioni, minacce ed intimidazioni. Tra le vicende più sanguinose, il
massacro avvenuto nel villaggio di San Martín il 18 settembre 1984, quando
furono assassinati dalle unità militari giunte con alcuni elicotteri, quattro
abitanti. L’operazione fu diretta dal Maggiore Rodríguez, che convocò tutta la
popolazione in una strada dicendo loro che i militari stavano lì “per proteggere i civili”. Mentre
pronunciava queste parole la truppa saccheggiava alcune abitazioni e
assassinava le quattro persone. LA
DECADE DEL GENOCIDIO: 1985 – 1996 Le aspettative per l’apertura di una via
politica e democratica per dare impulso alle riforme sociali che da lungo tempo
si erano rese urgenti, alimentarono molti sogni durante i primi anni del
governo di Belisario Betancur (1982-86) e si manifestarono in una certa
effervescenza di movimenti, piattaforme, gruppi e partiti con proposte di
giustizia sociale. Una di queste nacque nel 1984 durante il processo di
negoziazione tra le FARC e il governo Betancur, attraverso la Commissione di
Pace: quella di creare un nuovo partito politico che sperimentasse la via della
partecipazione elettorale democratica, in luogo della via armata, per
promuovere le riforme che si erano incarnate nei principali sogni dei
comunisti, delle stesse FARC e di altre forze storiche della sinistra politica.
Tuttavia, molto presto le forze armate,
i settori politici tradizionali, economici ed ecclesiali, evidenziarono che non
erano disposti a tollerare il processo di apertura democratica. L’altro
processo proposto dalla guerriglia dell’ M-19, il “Dialogo Nazionale”, fu
condotto al fallimento dagli stessi settori, attraverso l’assassinio o la
sparizione dei suoi dirigenti o di semplici combattenti che accoglievano la
Legge di Amnistia (Legge 35 del 20-XI-82), l’incremento delle ostilità delle
forze armate, la stigmatizzazione dei programmi di reinserimento da parte dei
mezzi di comunicazione, sino a giungere all’olocausto del Palazzo di Giustizia
nel novembre del 1985. In mezzo a tutte queste frustrazioni e condizioni
avverse, la scommessa politica che avevano fatto le FARC e che fu accolta da
piccoli settori liberali o da altre forze politiche minoritarie, non fu
rivista, e nonostante gli alti costi, la Unión Patriótica si costituì come
partito legale, nel 1985. Già prima che si realizzasse la
cerimonia per la sua presentazione ufficiale, nel novembre del 1985, la U.P.
contava 70 vittime fatali tra i suoi militanti dei quali, per lo meno 4 nel
dipartimento del Meta: il giovane di 17 anni, GIOVANNI PARRA PINZON a
Villavicencio (nel mese di febbraio), JOAQUIN ERNESTO TORO (il 29 luglio a
Granada), MISAEL RODRIGUEZ (il 22 agosto a Vista Hermosa) e FABIO LOPEZ (il 30
settembre a Puerto Gaitán). I quattro erano contadini di base.. Inizia così il
processo di un Genocidio che non è
terminato, che ha però il suo sviluppo più intenso nel decennio 1985-1996. ¨
Le vittime Sebbene la Unión Patriótica sorse nel
quadro degli accordi del 1984, per iniziativa delle FARC, e per questo alcuni
potevano considerarla semplicemente come una “maschera legale della
guerriglia”, e così la considerarono i militari e molti altri settori
sostenitori esclusivamente di una soluzione militare al conflitto sociale.
Tuttavia, chi riconosceva nel fondo del conflitto armato un conflitto sociale
profondo, incontrava giustamente in questa origine il suo valore. Non poteva
non leggersi come una scommessa per una pace reale e non fittizia. Rapidamente essa si costituì in uno
spazio di convergenza e rappresentazione delle forze popolari, della lotta
civile e popolare, dei settori contadini, operai e studenteschi, che
pretendevano “assicurare la pace contro
il militarismo, contro il terrorismo, sia militare o paramilitare”. La
Unión Patriótica realmente “implicò una
esigenza delle forze della sinistra a livello regionale e nazionale: il nuovo
progetto politico sembrava essere più organizzato, consistente e coerente dei
vecchi progetti. Inoltre agglutinava diversi settori difensori della pace, con
chiare delimitazioni di fronte alla insogenza armata, sino al punto che molte
figure della sinistra si fusero in una forza partitica con alcuni settori
liberali” ([77]). Nel caso
concreto del Meta, dipartimento di tradizione a maggioranza liberale, basata
sul clientelismo e sulla corruzione, ben presto si fece evidente che nelle zone
di tradizione organizzativa di influenza comunista, il nascente movimento
avrebbe ottenuto il sostegno popolare. Così, nella tornata elettorale del 1986
ottenne la maggioranza nei consigli municipali de La Macarena, Vista Hermosa,
Mesetas, San Juan de Arama, Lejanías, El Castillo e Puerto Rico, il che in
accordo con i costumi politici del tempo, si tradusse nella nomina di sindaci
della Unión Patriótica. In occasione
della prima elezione politica dei sindaci, nel 1988, nonostante le sistematiche
aggressioni di cui erano vittime, i candidati della U.P. ottennero pesanti
maggioranze a El Castillo (84%), Mesetas (72%) e Vista Hermosa (66%); inoltre
ottennero la guida del municipio di Lejanías (58%). Nel Guaviare, dove il potere politico
era condiviso dai due partiti tradizionali, nel 1986 si verificò una duplice
situazione, che evidenziò ciò che poteva essere a lungo termine, il potenziale
della U.P. nella vita politica del paese: in primo luogo, il numero dei
votanti, rispetto all’elezione precedente, si triplicó, passando da 2.633 nel
1.984, a 8.285 nel 1.986; in secondo luogo, la votazione a favore dei settori
politici di sinistra, crebbe dal 23% (per il Frente Democrático), al 76% (per
la Unión Patriótica), mentre i voti a favore dei liberali e dei conservatori
diminuirono all’ 8% e 11%, rispettivamente. Questi primi risultati elettorali
allarmarono i partiti tradizionali, poiché se si fosse permesso il
consolidamento della nuova alternativa, le loro relazioni di potere sarebbero
state colpite; era possibilissimo che questa alternativa canalizzasse gli
interessi e le rivendicazioni popolari, e così, il modo di affrontare il
conflitto armato sarebbe stato più politico che militare e ciò avrebbe colpito
il ruolo delle Forze Armate e dei settori militaristi dell’Establishment. La U.P. era poi, qualcosa che iniziava
ad andare controcorrente rispetto alla politica tradizionale corrotta e
detentrice dell’ingiustizia. Per questo non fu tollerata. Come affermò la
Defensoría del Pueblo nel suo Rapporto dell’ottobre del 1992 che analizzava 717
casi di omicidio di dirigenti e militanti della U.P.: “Esiste una relazione diretta tra la nascita, l’attività e il sostegno
elettorale della Unión Patriótica e l’omicidio dei suoi militanti e dirigenti
in regioni dove la presenza di questo partito è stata interpretata come un
rischio per il mantenimento dei privilegi di certi gruppi” ([78]).
Non ci sono dubbi che la Zona Settima fu una di queste regioni. La reazione dell’Establishment di fronte alla crescita della Unión
Patriótica, non si fece attendere. A partire del 1985, ebbe inizio una
escalation di crimini contro coloro che facevano parte di questa
organizzazione, che seppure ebbe come
scenario i dipartimenti del Guaviare e del Meta, si concentrò
principalmente nei centri urbani dove la maggioranza della popolazione appoggiò
il nuovo movimento, per la sua tradizione politica di sinistra (Vista Hermosa
ed El Castillo). La prima ondata di stermini ebbe come scenario anche i
municipi in cui operavano le strutture criminali, Puerto López, San Martín e
Granada – sede del 21° Battaglione Aerotrasportato ‘Vargas’ – e infine le
capitali, tanto del Meta come del Guaviare, dove i risulati elettorali
rimettevano in discussione, tra le altre cose, la corruzione tipica dell’agire
quotidiano di liberali e conservatori. Dieci mesi dopo, nel settembre 1986, nel
corso di un dibattito nel Congresso della Repubblica, Braulio Herrera, uno dei
membri delle FARC che si era dedicato al lavoro politico con la Unión
Patriótica, denunciava come dal momento della firma degli Accordi sino alla creazione
del movimento politico, il numero delle vittime della Unión Patriótica era
stato di 300 in tutto il paese. Tra esse PEDRO NEL JIMENEZ OBANDO, senatore
della repubblica per il dipartimento del Meta e LEONARDO POSADA, rappresentante
alla Camera per Santander. Il bagno di sangue della popolazione
della zona 7^, in particolare di coloro che militavano attivamente nel nuovo
partito, o di chi, a partire dalle lotte contadine, sindacali, comunitarie,
culturali, per il diritto alla casa, ecc., aveva trovato un modo di canalizzare
le proprie rivendicazioni senza doversi necessariamente impegnare
nell’organizzazione politica, e persino di coloro che risiedevano semplicemente
nelle zone d’influenza politica della Unión Patriótica. ¨
Gli assassini
Coloro che agiscono particolarmente in
questo periodo, senza alcuna precauzione, sono l’Esercito e la Polizia. Le
diverse unità appartenenti alla VII Brigata, così come le Brigate Mobili I e
II, agirono nella regione in modo frenetico realizzando il Genocidio, senza alcun timore di dover spiegare agli abitanti
terrorizzati il perché delle loro azioni: la popolazione doveva comprendere
senza ambiguità il messaggio che appartenere alla U.P. o a gruppi similari
della sinistra avrebbe avuto come conseguenza il carcere, la tortura e la
morte, e che le comunità e i municipi che avrebbero eletto i candidati di
questi movimenti avrebbero subito la politica della “terra bruciata”. L’Esercito e la Polizia non agivano peró più da soli, in quanto la
strategia Paramilitare dello Stato adottata a partire dagli anni ‘70, era
entrata in una nuova fase coperta e inconfessa, con la partecipazione di Víctor
Carranza, che si era eretto come il
proprietario terriero più potente e che da Puerto López aveva costruito il
proprio impero, dando vita ad un esercito privato, sostenuto dal lavoro di
‘intelligence’ che offriva l’informazione necessaria su coloro che dovevano
essere eliminati. Nella zona, l’implementazione della strategia paramilitare si fa risalire
agli inizi degli anni ’80; essa si era rafforzata grazie all’alleanza con il
narcotrafficante José Gonzálo Rodríguez Gacha, che fu “seguito” da Carranza.
Nel 1985 i responsabili degli assassiniii erano già ben definiti, anche se per
il loro carattere coperto e inconfessabile, non era possibile riconoscerne
l’identità, salvo che per coloro che erano direttamente implicati. “Oggi è possibile comprendere, quelli che
all’inizio avevano l’apparenza di essere fatti isolati, frutto
dell’intolleranza di alcuni settori, ma che in realtà facevano parte di una
strategia volta a recuperare, a qualsiasi costo, lo spazio guadagnato dall’
Unión Patriótica”. Una delle vittime più note di questa strategia, l’avvocato JOSUE
GIRALDO, militante della U.P. e fondatore del Comitato Civico dei Diritti Umani
del Meta, pochi mesi prima di essere assassinato rivelò in una sua ultima
testimonianza che: “A San Martín,
nell’azienda Matupa, di più di 50 mila ettari, di proprietà di Hernando Durán
Dusán, dirigente nazionale del Partito Liberale, Jorge Ariel Infante Leal,
dirigente dipartimentale liberale, Leovigildo Gutiérrez, dirigente
dipartimentale del Partito Conservatore e altri dirigenti di ambo i partiti del
Meta, si riunirono a fine 1986, con i comandanti della IV Divisione e della VII
Brigata dell’Esercito per decidere lo sterminio fisico e politico della Unión
Patriótica” ([79]). Anteriormente, il paramilitare reo confesso Camilo Zamora, aveva permesso
di identificare vari membri dell’Esercito che facevano parte della strategia
criminale: il Colonello Rodríguez della VII Brigata, il Sergente Martínez del
B-2, il Maggiore Aldana della X Brigata, “che
forniscono le armi”, un Capitano Castillo di Bogotá, a cui “diedero 17 milioni di pesos di proprietà di
don Victor Carranza per ottenere 40 salvocondotti per 36 pistole 9 mm e 4
mitragliette UZI, delle quali ne sono state utilizzate già varie e non sono più
coperte ”. Inoltre aveva identificato alcuni membri della polizia: “il Maggiore Forero che era colui che dava le
autorizzazioni per ogni classe di omicidio nel Meta…”; i capi dell’ F-2
della Polizia Grajales e Mosquera noto come “El Mosco”, che ha partecipato “alla maggior parte dei crimini che si sono verificati a Villavo e
Puerto López”; un agente dell’ F-2, soprannominato “El Boyaco” e altri
appartenenti alla polizia. Il paramilitare reo confesso confermó i vincoli con questa struttura
criminale de “la Segretaria privata del
Governatore del dipartimento del Meta, di nome María” e del Sindaco di Puerto
López, Ricardo Bravo, lui è al corrente di tutto …”. Quali autori materiali dei crimini si distinguono: Arnulfo Castillo, alias
“Rasguño”, Antonio Guzmán alias “Comandante Cortico”, Angel María Roa, alias
“Cagarruta”, Ezequiel Liberato alias “El Gobernador”, Alberto Lozano, alias “El
Costeño”, “El Saraviado”, “El Grillo”, “Tomachipán”, ed evidentemente, lo
stesso Camilo Zamora. La loro azione criminale però non sarebbe stata possibile
senza la partecipazione attiva, dei menbri dell’Esercito e della Polizia prima
citati, così come di altri funzionari dipartimentali. In quanto al modus operandi delle strutture criminali, all’inizio
ricorrevano ai delitti selettivi (assassinii o sparizioni individuali), però a
partire del 1986, sono ricorse in forma sistematica, anche al massacro, che più
del fatto in sé, cercava di creare terrore e immobilità tra la popolazione.
Quando fu commesso il primo massacro, nella giurisdizione di El Castillo, i
contadini – sotto la leadership della U.P. – si mobilitarono per protestare
contro i crimini e per esigere garanzie e giustizia. Via via che si
susseguivano i massacri, le reazioni si limitarono a quelle che sorgevano
spontaneamente negli scenari dei crimini. Proprio a causa di uno dei fatti più esecrabili tra quelli commessi nella
zona, fu possibile accedere ad alcuni dei dettagli inconfessabili della
strategia genocida. Il 3 luglio 1988, nel tentativo di assassinare il sindaco
di El Castillo, Manuel Salvador Mazo, furono massacrate 17 persone, inclusi
alcuni bambini, che si stavano spostando in un bus pubblico, alla volta di
Villavicencio. Questo sarebbe stato il primo di una serie di massacri a Caño
Sibao, luogo ubicato nella giurisdizione di Granada, a 10 minuti da una base
militare del Battaglione n. 21 ‘Vargas’. Secondo Josué Giraldo, “fu un’operazione congiunta con l’esercito e
ciò si evidenzió quando a cinque minuti dai fatti, il Comandante della VII
Brigata, Harold Bedoya, emise un comunicato attribuendo la strage al fronte
XXVI delle FARC, con l’obiettivo di coprire l’identità dei veri autori e
screditare la guerriglia” [80] L’indagine fu avviata dal Tribunale n. 17 dell’Istruttoria Criminale di
Granada; dopo pochi messi passò al Tribunale n.4 di Ordine Pubblico, con il
protocollo N. 019. Con la confessione del paramilitare William Góngora, che si
consegnò al DAS, nell’aprile 1989, fu possibile la cattura di altri nove
paramilitari, tra cui Camilo Zamora Guzmán, alias “Travolta”, che come Góngora,
riconobbe di essere membro del gruppo paramilitare e si decise a confessare. I due ammissero di aver fatto parte della struttura criminale che eseguí il
massacro e altri numerosi crimini e sparizioni, sino ad allora senza nessi
apparenti, su cui indagavano differenti uffici giudiziari, evidenziando la
diretta relazione tra questi fatti, per la caratterizzazione dei responsabili e
delle vittime: I responsabili facevano parte di una struttura paramilitare
finanziata e diretta da Víctor Carranza, che operava non solo nel dipartimento
del Meta, mentre le vittime quasi sempre erano simpatizzanti, militanti o
dirigenti della Unión Patriótica, o che essi consideravano come tali. Queste rivelazioni permisero di chiarire le modalità
con cui si stava realizzando il procedimento di sterminio contro la Unión
Patriótica, nel dipartimento del Meta e in altre regioni del paese, i profondi
livelli di partecipazione dei funzionari degli organismi di sicurezza dello
Stato, a livello locale, dipartimentale e perfino nazionale, e soprattutto
permisero l’accesso a prove indiscutibili sulla veridicità delle proprie
confessioni: sei corpi furono incontrati in una proprietà di Carranza (quattro
di essi poterono essere identificati), inoltre furono ritrovate armi, depositi
e nascondigli, quaderni in cui si menzionavano coloro a cui erano state
assegnate le armi e i luoghi utilizzati per l’addestramento dei paramilitari. I due paramilitari fornirono inoltre importanti
elementi che permisero la continuazione di ulteriori inchieste. Per questo, si
credette all’inizio ingenuamente, che i responsabili dei crimini chiariti
sarebbero stati puniti conformemente alla normativa vigente, poichè per la
caratteristica dei responsabili, al procedimento 019 furono concentrate quasi
una ventina di indagini, che si erano aperte in differenti tappe del
procedimento giudiziario. Al contrario, nonostante l’evidenza delle prove
ottenute, tre mesi dopo la centralizzazione delle indagini, il 18 maggio 1990,
la Giudice n.4 di Ordine Pubblico, Marcela Fernández Carvajal, assolse tutti
gli indagati. Nella sua argomentazione, la giudice si contraddice espressamente
in relazione ad alcuni suoi pronunciamenti nelle fasi anteriori dell’indagine,
principalmente in riferimento alla credibilità delle dichiarazioni dei due
paramilitari; inizialmente si credette ad esse sino al punto di concedere loro
la libertà provvisoria, riconoscendone l’efficace collaborazione con la
giustizia – per il chiarimento dei
fatti e la determinazione delle responsabilità – nonostante la gravità dei
crimini a cui riconoscevano di aver participato in maniera diretta. Tuttavia, nella sentenza, li si screditò del tutto,
il primo per una presunta personalità psicopatica e il secondo per essere
fratello di un militante della U.P. - organizzazione che viene considerata come
il braccio politico delle FARC –. Su questo discredito si fondamenta
l’assoluzione: “nessun’altra
strada resta a quest’ufficio giudiziario, che dichiarare l’impossibilità
dell’amministrazione della giustizia di incontrare i responsabili dei fatti su
cui si è indagato in questo procedimento, poiché nell’esaurire gli elementi
probatori raccolti, non si è potuto apportare la prova necessaria che dimostri,
con piena certezza, la patermità o la partecipazione criminale di nessuno degli
imputati, né tantomeno quella del signor Camilo Zamora Guzmán, che confessò la
propria partecipazione in alcuni di questi fatti, perché si dovrà affermare che
se la sua versione non può essere utilizzata come testimonianza contro gli
altri imputati o indagati, essa non potrà essere utilizzata neanche contro lui
stesso; così noi ci troviamo di fronte a questo indistruttibile dubbio che consacra
il principio universale del ‘in dubio pro reo’ e davanti all’insieme dei dubbi
che sorgono sulla responsabilità degli accusati, si dovrà risolvere a loro
favore, producendosi allora sentenza assolutoria” ([81]). La
decisione assolutoria fu in seguito confermata dalla Corte Suprema di
Giustizia, che convalidò l’argomentazione presentata dalla difesa di Víctor
Carranza Niño, secondo la quale, si ledeva un diritto perché la prima istanza
non fu appellata dalla parte civile, riconoscendo le molteplici situazioni
extraprocessuali, che avevano come fine quello di garantire il regno
dell’impunità. E’ da sottolineare che nei procedimenti centralizzati, solo in
due casi si erano costituiti parte civile i familiari delle vittime (per gli
omicidi di LUIS EDUARDO YAYA - presidente della Federazione Sindacale dei
Lavoratori del Meta, ex
deputato dell’Assemblea Dipartimentale e membro della U.P. - e di CARLOS KOVACS,
presidente dell’Assemblea Dipartimentale del Meta) ([82]);
e addizionalmente, che i procuratori furono sottoposti ad ogni tipo di
pressione ed aggressione, con l’evidente fine di impedir loro di operare in
sede processuale. Uno di essi, fu vittima di un attentato dinamitardo da cui ne
uscì vivo, però dovette abbandonare il paese dopo pochi giorni. Persino il
giudice che lo sostituì dovette andar via dalla città a seguito delle minacce e
degli attacchi. Anche i testimoni chiave furono duramente colpiti: WILLIAM GONGORA fu
assassinato il 27 giugno 1989, e successivamente fu fatto sparire CAMILO
ZAMORA. Fu garantita cosí l’impunità dei crimini nella zona 7^. Nel contesto descritto, tra il 1985 e il 1996, nella
regione furono uccisi extragiudizialmente 699 persone, 175 furono fatte sparire
e 90 furono torturate. ¨
I massacri
In particolare il municipio di Vista Hermosa, uno degli scenari della
bonanza della coca dopo il trasferimento delle coltivazioni dalla Sierra Nevada
di Santa Marta ai dipartimenti del Meta e del Guaviare, fu al centro di una
lunga scia di omicidi contro leader e militanti della Unión Patriótica. La notte del 20 febbraio
1988, mentre gli abitanti della ispezione dipartimentale assistevano ad un
combattimento di galli, un gruppo composto da 8 uomini armati, vestiti da
civili e incappucciati, eseguiva una incursione nell’anfiteatro. Affermando di
far parte del “Gruppo Giovanile Anticomunista”, sparava indiscriminatamente
contro i presenti, causando la morte di 17 persone, 14 dei quali erano
militanti della U.P. Altre 13 persone
risultarono ferite. Seri gli indizi sulla
copertura e le complicità da parte degli organismi di sicurezza dello Stato,
poiché l’area dove si verificò il massacro e nella quale si spostarono
liberamente gli assassini era sotto lo stretto controllo militare, e anche
perché, gli autori passarono da un posto di blocco della Polizia che funzionava
24 ore al giorno. Giorni prima che si
verificasse il massacro, gli abitanti della regione avevano notato la costante
presenza di veicoli estranei e si erano verificati numerosi abusi contro la
popolazione civile da parte delle truppe dell’Esercito e di sconosciuti
fortemente armati. Il comandante del 21° Battaglione ‘Vargas’, Tenente
Colonnello Julio Hernàn Chaparro, aveva inoltre ordinato il ritiro dei militari
che si trovavano nella base del municipio di Vista Hermosa. L’8 luglio 1988 l’allora
comandante della VII Brigata dell’Esercito, con sede a Villavicencio, Brigadiere Generale
Harold Bedoya Pizarro, emise un comunicato con il quale accusava come autore
del massacro dei 17 contadini, il fronte XXVII delle FARC, argomentando l’inesistenza
del gruppo paramilitare “Gioventù Anticomunista”, evidenziando così,
l’intenzione di sviare le indagini, per impedire che si identificassero i veri
responsabili. Nel municipio di Mesetas, gli anni più duri del genocidio furono invece
quelli del 1991 e 1992. E ciò si spiega anche per due fattori addizionali: la
presenza di una base militare del 21° Battaglione ‘Vargas’ e l’attività di Luis
Eduardo Romero Cárdenas, noto come “Quitapeñas”. Questo personaggio si presentò
alle elezioni a sindaco per il partito liberale, però perse, e lasciò il
municipio per decisione popolare nelle mani di José Julián Vélez, militante
della Unión Patriótica e padre del
deputato all’Assemblea Dipartimentale, Carlos Julián Vélez. I militari e i
seguaci di “Quitapeñas”, decisero di sterminare i membri della Unión Patriótica
residenti nel municipio. Il 19 marzo 1991, i
paramilitari tentarono, senza successo, di assassinare il consigliere della
U.P. HERMES ENRIQUE CASTRO, il deputato CARLOS JULIAN VELEZ, il sindaco JOSE’
JULIAN VELEZ, e il militante dello stesso movimento HECTOR TORRES. Essi
lanciarono granate e spararono raffiche di pistola contro la sede della Unión
Patriótica di Mesetas. Il 14 settembre dello stesso
anno, CARLOS JULIAN VELEZ, la moglie NORMA GARZON DE VELEZ, il figlio di 6 anni
LUIS CARLOS VELEZ GARZON, e il fratello DIMAS ELKIN VELEZ RODRIGUEZ, leader
agrario, furono assassinati da membri della Brigata Mobile n. 1. I militari
lanciarono una granata contro la loro auto e li finirono a colpi di fucile e pistola.
Il fatto accadde quando le vittime viaggiavano sulla strada diretta a
Villavicencio, all’altezza di Naranjales; la zona era stata completamente
militarizzata dalle truppe del 21° Battaglione ‘Vargas’ dell’Esercito e della
Brigata Mobile n. 1. La figlia del deputato di appena 7 anni si salvò
miracolosamente. I consiglieri del municipio denunciarono il crimine segnalando
quali autori materiali i militari della Brigata Mobile, appoggiati dai
paramilitari Luis Duvier Arroyo,
Fernando Sánchez, José de Jesús Acevedo e Fabio Chavista. Il 2 aprile 1992, alcuni
funzionari della segreteria delle opere pubbliche del municipio di Mesetas e
alcuni passeggeri di un bus municipale furono massacrati dai paramilitari ad un
posto di blocco nei pressi del centro urbano e a circa 500 metri della base
militare. Le vittime dei paramilitari furono ANA MARIA ORTIZ, militante della
Unión Patriótica, GABRIEL ALBERTO ALZATE JACINTO, di 80 anni, anch’egli
militante della U.P., PEDRO IGNACIO MONTOYA, SANTIAGO AVILA, PEDRO RAMIREZ,
MARIO DE JESUS PULGARIN, di 19 anni, ed EUCARDO RODRIGUEZ PORRAS, di 23 anni,
militante della Unión Patriótica ed autista del municipio. I paramilitari che eseguirono
il massacro passarono la notte in un luogo ubicato a trecento metri dalla base
militare di Mesetas, che fu scoperto dai contadini durante la ricerca dei corpi
delle vittime. Per la scarsa distanza e per
l’esistenza di un’area adibita a pascolo dietro la base militare, i
paramilitari che vi si erano installati non potevano non essere chiaramente
visibili. A ciò si aggiungono i posti di controllo distribuiti nell’area, dato
il carattere di zona di conflitto con l’insorgenza. Altro elemento che rafforza
la percezione dei contadini sui presunti legami con i militari, fu la completa
inattività durante lo scontro a fuoco della Polizia con i responsabili, anche
se ciò avvenne vicino al luogo dove si erano accampati: “…quando ci fu il conflitto con la polizia, esso avvenne a trecento
metri e l’Esercito non fece nulla”. In precedenza, nella zona era stato
rinvenuto un cadavere e non c’era stata alcuna reazione dei militari. Infine va segnalata nei mesi
precedenti alla strage, la presenza di civili armati che pattugliavano il
municipio, tra cui Luis Eduardo Romero, alias “Quitapeñas”, capo paramilitare
della regione. Secondo la denuncia dei consiglieri, il massacro fu commesso
dalla scorta di “Quitapeñas”, anche se la partecipazione dell’Esercito e della
Polizia fu nel migliore dei casi omissiva. Ciò nonostante, il caso fu
archiviato due anni più tardi. Un altro efferato massacro fu eseguito il 3 giugno 1992 a Caño Sibao,
vittime i maggiori funzionari dell’amministrazione municipale di El Castillo,
tutti militanti della Unión
Patriótica: WILLIAM OCAMPO CASTAÑO, sindaco entrante, MARIA MERCEDES MENDEZ DE
GARCIA, sindaca uscente, ROSA PENA RODRIGUEZ, tesoriera municipale, ERNESTO
ZARALDE, zootecnico coordinatore dell’Unità Municipale di Assistenza Tecnica
Zootecnica e ARMANDO SANDOVAL, autista al servizio del Municipio. Questo
massacro fu commesso da un gruppo misto di militari e paramilitari, guidato dal Tenente Rojas, comandante della
base militare di El Castillo, secondo quanto fu denunciato al tempo, dai
portavoce della Unión Patriótica in una lettera inviata al Ministro di Governo. E’ stato stabilito “che a questo massacro parteciparono tra gli
altri ‘Raguno’, ‘Puntillón’, i fratelli Silva, paramilitari di El Dorado. Dopo
la strage si rifugiarono presso il Battaglione 21, a Granada”. Inoltre, una
informatrice dell’Esercito, Isabel Martínez, che svolgeva la professione di
segretaria dei deputati della U.P. presso l’Assemblea del Meta, fu colei che
comunicò alla VII Brigata il viaggio della commissione di El Castillo,
sollecitando che il marito – membro della stessa commissione - non venisse
assassinato. In realtà, egli fu l’unico sopravvissuto. NASCITA E STERMINIO DEL
COMITATO CIVICO DEI DIRITTI UMANI DEL META “Il
Decennio del Genocidio termina con lo sterminio di coloro, che inorriditi per
ciò che accadeva, non rimasero in silenzio e reagirono invocando la solidarietà
popolare per denunciare e sollevare un clamore urgente davanti al paese e al
mondo”. Ci riferiamo al Comitato Civico dei Diritti Umani del Meta, il
quale iniziò il suo impegno di dolore e di speranza, nel dicembre 1991,
raggrupando una trentina di organizzazioni sociali del dipartimento “popolari, sindacali, contadine, di lotta per
la casa, educatori, medici, avvocati, studenti, ecologisti, conservatori, gente
di sinistra e religiosi”, unitisi attorno all’esigenza di giustizia. Sebbene l’aggressione dello Stato iniziò
il giorno seguente alla presentazione formale delle istanze d’indagine e di
controllo, con una “visita” di agenti del DAS che per una settimana spiarono ognuno dei membri del Comitato, il
primo colpo fu l’inizio dello smembramento della Cooperativa ‘Unuma’,
costituita da medici ed infermieri. L’ 11 settembre 1992 fu fatto sparire il
medico ARMANDO RODRIGUEZ, direttore dell’Ospedale di Restrepo, e da lì in poi i crimini contro i medici proseguirono per
tutto il 1992. Uno degli aggressori fu arrestato e risultò essere membro
dell’ F-2 della Polizia. Di nome Emiliano Vigoya Herrera, fu in seguito rimesso
in libertà. Tra le attività del Comitato, c’era la realizzazione di eventi pubblici di
sensibilizzazione sulla problematica dei diritti umani nel Meta. Alla vigilia
di uno di questi eventi, nell’aprile del 1993, furono fatti sparire due
appartenenti al Comitato e il tesoriero di Mesetas; uno dei veicoli utilizzati
nel crimine, una chevrolet Monza con targa FS46-77 fu vista il giorno
successivo nella residenza di Hernando Moreno Martínez, ex sergente
dell’Esercito e informatore volontario del B2 della VII Brigata, il quale fu
arrestato lo stesso giorno per il possesso di una pistola calibro 7.65. Grazie alla tenacia del Comitato davanti alle autorità, il 29 aprile fu
realizzata una perquisizione nell’azienda agricola “La Cristalina”, dove furono
arrestati 5 uomini e dove furono ritrovati fucili, carabine, pistole, granate,
proiettili di differente calibro, esplosivo e altro materiale militare.
Tuttavia l’unico ad essere giudicato fu Hernando Moreno, condannato a 40 anni
di prigione. “All’inizio del ‘95 comparvero le
prime scritte sui muri di questa città, dei gruppi ‘Macogue - Muerte a
Comunistas y Guerrilleros’ e ‘Colsingue - Colombia sin Guerrillas’, a cui erano
stati attribuiti nel 1994 l’omicidio del senatore della Unión Patriótica,
MANUEL CEPEDA VARGAS, e la morte di vari dirigenti sindacali” ([83]).
In questo stesso anno fu realizzato un Forum di Paramilitari, nella sede dell’Assemblea
Dipartimentale, a cui parteciparono il Comandante dello Stato Maggiore della
VII Brigata e alcuni delegati del governo nazionale. I capi paramilitari
presenti erano: Rasguño, Puntillón, i fratelli Alape, Tovar. “Fu un’espressione di arroganza e brutalità”. “Consegnammo una relazione sui
responsabili di questi crimini. Segnalammo Víctor Carranza quale autore
intellettuale principale, congiuntamente agli alti comandi militari. Fornimmo i
dati sui numeri delle targhe delle auto che ci seguivano. Segnalammo che erano
auto dell’intelligence militare, dell’ Unase, Unidad Antiextorsión y Secuestro
(Unità Antiestorsione e Sequestro), e a volte dell’ F2 della polizia. Copie di
questo documento le consegnammo alla Fiscalía Generale della Nazione, al Consiglio
Presidenziale per i Diritti Umani, alla Procura Generale della Nazione e
redigemmo anche una copia per il DAS” ([84]). Data la critica situazione vissuta da coloro che operavano nel Comitato, fu
necessario chiuderne l’ufficio, per l’assenza totale di garanzie per continuare
il lavoro. In accordo con lo Stato, fu costituita la Commissione di Valutazione
della Situazione dei Diritti Umani e del Diritto Internazionale Umanitario nel
Dipartimento del Meta, alla quale parteciparono 16 reppresentanti del governo e
di differenti Ong, con l’obiettivo di ottenere le garanzie necessarie per
riprendere il lavoro sui diritti umani a Villavicencio, cosa che richiedeva lo
smantellamento dei paramilitari, e in secondo luogo per svolgere un’indagine
sugli ultimi 10 anni di violenza (1985-1995). La Commissione fu bloccata dal governo e gli effetti furono opposti a
quelli che si cercava di ottenere. La forza del paramilitarismo aumentò, i
pedinamenti si fecero ogni volta più raffinati, la complicità della Fiscalía,
dei militari, dei paramilitari fu sfrontata, crebbero le intimidazioni e le
minacce contro i membri della U.P., continuò lo sterminio contro la Unión
Patriótica, e fu eliminato Josué Giraldo
Cardona, uno dei fondatori del Comitato, membro della Commisione Intercongregazionale
‘Justicia y Paz’, dirigente politico della U.P., testimone vivente della lotta
contro l’impunità in questa zona; mesi prima era stato costretto ad andare in
esilio quasi dovesse rimandare la propria morte, tante volte annunciata da
chiamate telefoniche e avvisi anonimi. La resistenza fu
grande, nonostante si dovesse affrontare una poderosa macchina di morte: in
proposito lo stesso Josué diceva: “Non potrò dimenticare nemmeno il dialogo con una anziana militante
della Unión Patriótica, che in tre occasioni fu consigliere comunale di
Granada. In pratica tutta la sua famiglia fu assassinata. Oggi ha fatto della
sua casa un centro di reclusione, evitando le strade affinchè non la
assassinino, agonizzando nella solitudine per l’assenza dei suoi cari e
mantenendo la convinzione delle sue idee politiche, come un modo, dice lei, di
conservare la speranza che il paese cambierà e che i suoi non siano morti
invano. La rallegrò sapere che io
continuavo a lottare” ([85]). 1997-1998: INGRESSO DEL
MODELLO NAZIONALE DELLE AUTODEFENSAS UNIDAS DE COLOMBIA NEI DIPARTIMENTI DEL META E DEL GUAVIARE 1.
CONTESTO Alla violenza militare/paramilitare dei decenni precedenti, con gli
evidenti obiettivi di sterminio dell’opposizione politica e dei movimenti
popolari, si sarebbe aggiunto un altro elemento durante il governo di Samper
Pizano (1994-1998): la repressione brutale contro gli anelli più deboli delle
catene di produzione e commercializzazione di droghe allucinogene. Come si è analizzato ampliamente nell’Introduzione, la politica antidroga
dei governi statunitensi degli ultimi due decenni è piena di incoerenze,
contraddizioni e attività occulte. Resta chiaro che l’asse di questa politica è
la repressione delle attività di produzione che hanno luogo in altri paesi e il
cui obiettivo non è certamente la diminuzione del consumo nello stesso
territorio degli Stati Uniti. E’ stato provato come la repressione della
produzione “all’estero” produca unicamente aumenti esorbitanti dei prezzi della
droga e come questi aumenti non si convertano in una diminuzione del consumo ma
in enormi flussi di denaro a favore dei settori finanziari nordamericani. Però,
al di fuori dei benefici economici oggettivi, l’affanno di disegnare la propria
“politica antidroga” verso l’esterno
e non verso l’interno, nonostante l’inefficacia comprovata di questo approccio,
rivela l’esistenza di obiettivi occulti o non confessati nella politica
internazionale degli Stati Uniti. Essi sono stati rivelati dalle sue stesse
commissioni parlamentari e da ex agenti delle sue Forze Speciali che agiscono
in altri paesi: si cerca di intervenire nella politica interna di altri paesi e
di orientare e dare impulso alle attività militari e paramilitari per reprimere
determinate correnti ideologiche o politiche. Il governo di Ernesto Samper Pizano non dimostrò in un primo momento la
sufficiente sottomissione alle direttrici nordamericane di repressione contro
la droga. Così a partire del secondo mese di governo il direttore della DEA a
Bogotà generò uno scandalo con la sua rinuncia, proceduta da una conferenza
stampa in cui rivelava che la campagna di Samper era stata finanziata con
denaro del Cartello di Cali e definiva il nuovo governo come una
“narcodemocrazia”. Da quel momento il governo di Samper sarebbe entrato in crisi
e sarebbe rimasto per 4 anni al limite del collasso, dovendo affrontare persino
un giudizio in Parlamento. Tutto ciò lo spinse a progettare una politica
repressiva delle coltivazioni illecite, con l’obiettivo di recuperare la
propria immagine, diretta però, principalmente, contro i settori più deboli
dell’economia della droga. Così alla brutalità della polizia, dei militari e
dei paramilitari contro i movimenti popolari, si sarebbero aggiunte le
brutalità contro i piccoli coltivatori e i processatori della coca, senza
nessuna attenzione per il problema sociale che esisteva dietro tutto questo. Il governo di Samper si è caratterizzato inoltre per aver dato nuove ali al
paramilitarismo. Sin da prima di prendere possesso, il responsabile della sua
campagna, Fernando Botero, designato come Ministro della Difesa, era ricorso ai
servizi di consulenza di un amico personale peruviano, che aveva pianificato la
politica paramilitare di Fujimori, mediante la quale si coinvolgevano con la
forza i contadini nelle “Ronde Contadine
di Difesa” quale corpo ausiliare dell’Esercito per combattere l’insorgenza.
Il Ministro Botero diede così vita alle “Associazioni
Comunitarie di Vigilanza Rurale”, denominate brevemente “Convivir”. Nel Comunicato emesso dalla
Presidenza della Repubblica il 13 dicembre 1994, esse erano definite come forze
“difensive” controinsorgenti, dotate di armi dall’Esercito e finanziate
congiuntamente dal governo e dal settore privato. Così, il paramilitarismo che
era stato messo fuori legge dalla sentenza della Corte Suprema di Giustizia del
25 maggio 1989, tornava alla legalità sotto Samper. Questo nuovo impulso
stimolò i paramilitari a riorganizzarsi. All’inizio del 1995 si ebbe il ‘Primo
vertice delle Autodefensas della Colombia’, che lanciò un’offensiva per
controllare le differenti regioni del paese. Come leader di questa struttura
nazionale fu “riconosciuto” Carlos Castaño Gil, sino ad allora capo di una
struttura paramilitare regionale (“Las Autodefensas Campesinas de Córdoba y
Urabá”) che però agiva già in molte altre regioni. La sua presenza nella Zona
7^ si fece sentire molto presto, assorbendo nella propria struttura quella che
era stata creata il decennio precedente da Gonzalo Rodríguez Gacha e Victor
Carranza Niño. I massacri che ebbero luogo a fine anni ‘90 nella zona limitrofa
tra il Meta e il Guaviare saranno la più strepitosa conferma della sua
presenza. 2.
“LA GUERRA CONTRO I
COCALEROS” Nel 1994 il governo nazionale intraprese una campagna di fumigazione delle
coltivazioni illegali in vaste regioni del paese, tra le quali il Guaviare. I
contadini risposero con mobilitazioni di protesta contro le fumigazioni
indiscriminate con glifosato, poiché questo composto chimico aveva distrutto
molte delle coltivazioni agricole e aveva contaminato l’ecosistema. A questa
protesta si unì l’insoddisfazione dovuta alla mancanza di servizi pubblici e
sociali. Nella zona furono inviati reparti militari, la Polizia antinarcotici,
il Battaglione ‘Joaquín París’ della VII Brigata, la Brigata Mobile n. 1 e
successivamente la Brigata Mobile n. 2. Il 17 aprile 1996 il governo nazionale stabilì le cosiddette “Zone Speciali di Ordine Pubblico” per
limitare spostamenti, proibire il porto d’arma, far prevalere la funzione
militare su quella civile delle autorità dipartimentali e municipali. Ciò si
applicò ai municipi di Segovia e Remedios in Antioquia – dove i paramilitari
assassinarono 15 persone –, e ai dipartimenti di Guaviare, Vaupés, Vichada,
Meta e Caquetá, su richiesta della IV Divisione dell’Esercito con sede a Villavicencio. In precedenza erano state presentate gravi denunce contro l’Esercito che il
governo centrale non aveva voluto prendere in considerazione. Il 2 aprile,
nella zona di El Vergel Bajo, nell’ispezione di Puerto Nuevo, membri della
Brigata Mobile n. 1 avevano fermato arbitrariamente e torturato i giovani EDGAR
GEOVANNY FAJARDO, DAGOBERTO PARRA e FABRICIO VERA TRUJILLO, mentre si stavano
dirigendo al loro posto di lavoro. I militari accusarono i minori di età di
essere “guerriglieri”, li obbligarono
ad indossare uniformi di uso esclusivo delle forze militari e gli misero i
braccialetti delle FARC. Allo stesso modo, a La Reforma, altra ispezione di Puerto Nuevo,
appartenenti alla Brigata Mobile n. 1, torturarono un abitante di nome JUAN
CAMILO, per ottenere informazioni sulla guerriglia e dopo gli bruciarono la
casa, il 7 aprile 1996. Il 19 maggio dello stesso anno, il Generale Harold Bedoya Pizarro,
Comandante della IV Divisione, realizzò la “Operación Conquista”,
intensificando le fumigazioni. Questa campagna ebbe grandi conseguenze:
occupazioni di aziende, incendi di case, distruzione di terreni, sloggiamenti
dei contadini, sequestro e incenerimento di prodotti agricoli, detenzione di
autisti accusati di essere collaboratori della guerriglia. Un’altra delle misure adottate fu la
schedatura della popolazione di Miraflores; ogni persona doveva pagare 8.000
pesos per ottenere un tesserino di riconoscimento e senza di esso non poteva
spostarsi nella zona. A nord del dipartimento, nei pressi di San José del Guaviare, nel settore
di Trocha Ganadera, nota per essere una delle regioni meno interessate dalla
coltivazione delle foglie di coca, dove i contadini si dedicano
fondamentalmente alle attività di allevamento e di coltivazione legale, fu
eseguita la fumigazione indiscriminata con glifosato. Furono distrutte molte
delle coltivazioni e furono causati danni irreparabili all’ecosistema. La
comunità denunciò insistentemente che la fumigazione colpiva le piccole
coltivazioni di sussistenza dei contadini e che invece non attaccava con uguale
intensità i grandi campi commerciali della coca. Allo stesso modo, grazie ai poteri attribuiti con la dichiarazione di ‘Zona
Speciale di Ordine Pubblico’, aumentarono gli abusi durante i controlli ai
posti di blocco militari, e le limitazioni alla circolazione dei beni, alcuni
dei quali furono proibiti perché considerati precursori chimici per la
produzione di pasta base della coca (benzina, calce, cemento), e altri perché
si credevano destinati alla guerriglia. In conseguenza di questi controlli si
generò il mercato clandestino di alcuni di questi beni, nel quale furono
coinvolti membri della forza pubblica, come fu riconosciuto dal comandante
della VII Brigata dell’Esercito, che segnalò che a Villavicencio si trovavano detenuti
sei ufficiali e alcuni sottufficiali e soldati sotto processo per atti di
corruzione. La resistenza della popolazione condusse, il 13 luglio 1996, ad una marcia
di 20 Giunte di Azione Comunale e 13 comunità indigene; c’erano 8.000 contadini
provenienti da differenti parti del territorio, però poco a poco il numero
aumentò a 20.000 persone. Fu chiesto un accordo con il governo per giungere ad
una soluzione pacifica, integrale e sovrana del conflitto sociale. L’Esercito fece esplodere con la dinamite un tratto della strada nei pressi
del municipio di El Ritorno per impedire che i contadini raggiungessero il
villaggio di Calmar. Il Brigadiere Generale Néstor Ramírez, comandante
incaricato della IV Divisione dell’esercito, giustificò così l’azione che
violava il DIU: “L’obiettivo
dell’esercito è far sì che nel caso in cui i manifestanti incrocino il posto di
blocco e giungano alla capitale, le buca impediscano il passaggio di 30 camion
con i viveri dei contadini di Retorno” ([86]). JAIME GONZALEZ denunciò di essere stato ferito alla gola e ad un braccio da
un lacrimogeno lanciato contro i partecipanti alla mobilitazione del 21 luglio
a El Retorno. Egli restò undici giorni in ospedale. Altri 14 partecipanti
rimasero feriti. I genitori di RUBER GONZALEZ, di 18 anni, informarono che il
loro congiunto era stato fatto sparire lo stesso giorno dell’aggressione
dell’Esercito per impedire la marcia. Sparirono inoltre due giovani della
vereda Caño Raya, e fu provocato, per gli effetti dei gas lacrimogeni, l’aborto
di LUZ MERY RODRIGUEZ, incinta di 24 settimane. Lo stesso giorno a El Retorno
furono fatti sparire CARLOS ALDEMAR MARTINEZ, JORGE ISRAEL ESPINOSA ROA, YURI
ESPINOSA e MARIA NN. Le marce continuarono a Puerto Alvira, per il fiume Guaviare, con
l’obiettivo di giungere a San José. Tuttavia al passaggio dall’ispezione di
Mielón, che era stata occupata dall’Esercito, si udirono spari e ci si rese
conto dell’attacco dell’Esercito per mezzo dei cosiddetti “pirañas” (piccole
lance con due potenti motori, armate di mitragliatori). Con le loro unità, le
forze armate accerchiarono le barche e le canoe dei contadini, generando
un’ondata che le destabilizzò sino al punto che alcune affondarono. Di 15
persone furono perse le tracce. Oltre a sparare, l’Esercito utilizzò gas lacrimogeni contro i manifestanti,
li picchiò e li oltraggiò. In fine distrusse le imbarcazioni e fece disperdere
i contadini che si videro costretti a insediarsi, alcuni a Mielón ed altri a
Puerto Colombia. In questi accampamenti i manifestanti furono sottoposti a
trattamenti crudeli e inumani, tra cui punizioni collettive. I maltrattamenti, le detenzioni arbitrarie, le torture, le identificazioni
e il controllo della forza pubblica continuarono con brutalità; tra i
responsabili di queste azioni il Maggiore Tobón e il Generale Ospina. Contemporaneamente a queste mobilitazioni, fu incrementata la forza
militare, con la creazione di una base antinarcotici della Polizia a San José
del Guaviare, con l’assistenza degli Stati Uniti, con elicotteri, aerei e la
presenza di truppe dell’esercito statunitense nella base militare di Apiay, nel
Meta, e di Barrancón, in Guaviare, e inoltre di effettivi militari delle
Brigate Mobili n. 1 e 2. 3. NUOVA FASE PARAMILITARE La risposta violenta dello Stato a questa difficile situazione, si articolò
attraverso l’ingresso nella regione dei paramilitari di Carlos Castaño,
rafforzando e consolidando il progetto paramilitare che esisteva negli Llanos
sin dagli anni ‘80, grazie a Gonzálo Rodríguez Gacha e Víctor Carranza e al
Cartello di Cali e Leonidas Vargas. A partire del 1997 si evidenzia nella regione dove prima operavano “Los Masetos”, “Los Carranceros” o le bande di Vargas, la presenza dei paramilitari
di Córdoba e Urabá comandate da Carlos Castaño. Le “Autodefensas Unidas de Colombia” estesero il controllo paramilitare
da Puerto López, Barranca de Upía e Cabuyaro, verso il Casanare, dove operarono
con il gruppo denominato “Los Buitrago”,
organizzato da una famiglia Buitrago che vive a Monterrey e che controlla il territorio
di Arauca e Casanare. Inoltre si presentarono a Puerto Gaytán, Mapiripán,
Guaviare e nel corridoio Granada – San Martín. In conseguenza, nel 1997 la regione amazzonica e quella della Orinoquía,
dove si erano prodotte le mobilitazioni del 1996, presentano gravi incrementi
delle morti violente di dirigenti agrari, dei massacri, parallelamente
all’aumento crescente della militarizzazione del territorio. Fu la Brigata Mobile n. 2, quella che favorì principalmente l’arrivo delle
AUC nella zona sud del Meta e del Guaviare. In essa operava come ufficiale del
B2 il Colonnello Lino Hernando Sánchez Prado, che in precedenza era stato
membro della sezione d’intelligence del Battaglione ‘Junín’ e della Brigata XI
dell’Esercito Nazionale, con sede a Montería, regione da sempre soggetta agli atti criminali dei fratelli Fidel
e Carlos Castaño. I paramilitari contarono anche sulla collaborazione e sul
sostegno del Generale Jaime Humberto Uscátegui, Comandante al tempo della VII
Brigata dell’Esercito, poi trasferito e designato Comandante della Forza
operativa congiunta del Sud in Caquetá e Putumayo, regioni che da allora, 1996
– 1998, si convertirono in scenari di violazioni sistematiche dei diritti
umani. 4. IL MASSACRO DI
MAPIRIPAN La vicenda più nota relativa all’ingresso di Carlos Castaño e dei suoi
uomini identificati come “El Percherón”, “Mochacabezas” o il “diablo”, nella
zona del Guaviare e del sud del Meta, fu il massacro di Mapiripán, tra il 15 e
il 20 luglio del 1997: quarantanove tra contadini e abitanti, furono torturati,
smembrati, sviscerati, decapitati e gettati nel fiume Guaviare da un gruppo di
circa 200 uomini che restarono nella località per cinque giorni senza essere
respinti e perseguiti dalla forza pubblica colombiana e statunitense presente nella
zona. Carlos Castaño, leader dei paramilitari rivendicò pubblicamente
l’esecuzione di 49 persone, però la maggioranza di essi rimangono
‘desaparecidos’. L’amministrazione municipale non era presente il giorno in cui giunsero i
paramilitari, né informò le autorità competenti affinchè intervenissero;
neanche il sindaco agì, mentre il Direttore della ‘Umata’, Anselmo Trigos, fu
informatore dei paramilitari. Alcuni mesi prima, i paramilitari avevano fatto varie riunioni alle quali
parteciparono il Sergente Juan Carlos Gamarra Polo, S-2 del battaglione
‘Joaquín París’ diretto dal Colonnello Carlos Eduardo Avila Beltrán, secondo
quanto dichiarato dal paramilitare reo confesso Pedro Alex Conde Anaya. Prima
dell’arrivo dei paramilitari, gli abitanti di San José del Guaviare e Mapiripán
furono lasciati senza protezione, per ordine del Comando della VII Brigata
diretto dal Generale Jaime Humberto Uscátegui. Il gruppo paramilitare nel suo spostamento da San José del Guaviare a
Mapiripán, transitò per i luoghi destinati all’addestramento delle truppe della
Brigata Mobile n. 2, come ad esempio nei pressi dell’isola di “El Barrancón”,
sede dei reparti e dove si stavano effettuando gli addestramenti del gruppo
delle Forze Speciali n. 7 dell’Esercito degli Stati Uniti, note come “Berretti
Verdi”. La presenza dei “Berretti Verdi” degli Stati Uniti nell’isola di “El
Barrancón” era finalizzata all’addestramento del personale della Brigata Mobile
n. 2. Questo corso di addestramento si chiuse il 20 luglio 1997 (ultimo giorno
del massacro) alla presenza del Comandante delle forze militari argentine,
generale Balza, di delegati dell’ambasciata degli Stati Uniti e della cupola
delle Forze Armate colombiane capeggiata dal generale Herold Bedoya Pizarro,
che per assistere a quest’atto, preferì non presenziare alla commemorazione del
187° anniversario dell’indipendenza della Colombia, che storicamente ha contato
sulla presenza obbligatoria della gerarchia militare. Secondo un rapporto confidenziale della polizia antinarcotici consegnato
alla Fiscalía, il Colonnello Lino Sánchez Prado, comandante della Brigata
Mobile n. 2, promosse un piano per introdurre paramilitari nelle aree fumigate
nei pressi di Mapiripán nell’ambito del programma in corso con i ‘Berretti
Verdi’. Si aggiunse pure, che questo militare, il 21 giugno 1997, aveva
sollecitato la collaborazione del personale della Polizia Antinarcotici in una
operazione nella quale con l’aiuto di istruttori statunitensi, “si andava a dare una lezione alla guerriglia”. I giornalisti del quotidiano ‘El Espectador’, nel lungo rapporto che
pubblicarono sul massacro di Mapiripàn, giunsero alla conclusione che “il settimo gruppo per le operazioni speciali
degli Stati Uniti (Berretti Verdi) realizzò un addestramento in “pianificazione
militare” con la truppa del Colonnello Lino Sánchez, mentre egli progettava la
decapitazione massiva dei civili a Mapiripán”. Le forze per le operazioni
speciali degli Stati Uniti operano in Colombia dal decennio ’60 e negli ultimi
tempi attraverso il Segretariato di Difesa per le Operazioni Speciali e i
Conflitti di Bassa Entità (denominato in inglese SOLIT) nell’addestramento di
personale militare indagato per gravi e sistematiche violazioni dei diritti
umani. Tuttavia, per ovviare a quanto previsto dall’emendamento del senatore
Patrick Leahy che proibisce l’intervento di militari statunitensi in questi
casi, si è continuato ad inviare personale con la scusa che si tratta di un
intercambio addestrativo di truppe all’estero, dove i beneficiari sono le truppe
degli Stati Uniti e non gli eserciti del paese dove esso si realizza. Questi cosiddetti “intercambi” del gruppo per le Operazioni Speciali
dell’Esercito degli Stati Uniti, che si realizzano in 123 paesi, dopo il
massacro di Mapiripán hanno richiamato l’attenzione del Congresso e della
stampa di questo paese. Si è così dato inizio ad una indagine i cui risultati
sono stati raccolti in un rapporto dell’Ambasciatore in Colombia, Curtis
Kamman, e nel rapporto dell’Ufficio Generale di Contabilità (GAO), che hanno
ammesso solo sei dispiegamenti delle Forze Speciali in Colombia. Ciò
nonostante, nell’aprile del 1998 è trapelato che nel periodo compreso tra il
giugno e l’agosto del 1997 si sono effettuati nove dispiegamenti di personale
militare degli Stati Uniti – 14 in tutto l’anno, 12 dei quali realizzati dai
Berretti Verdi - i cui uomini parlano molto bene lo spagnolo e “che sono stati addestrati per il
combattimento in Amazzonia in un’amplia gamma di specialità con appoggio
tecnologico, che vanno dall’organizzazione di campagne di opinione pubblica
sino al combattimento notturno nella selva. L’addestramento più recente è stato
a favore del primo battaglione antinarcotici e i prossimi saranno per gli altri
battaglioni previsti dal Plan Colombia”.
Il gruppo operativo delle Forze Speciali dell’Esercito degli Stati Uniti
era giunto a El Barrancón nel 1994, per costruirvi una base militare strategica
senza che ne venisse messo a conoscenza l’allora presidente Ernesto Samper
Pizano, che ratificò solo un accordo tra l’ambasciatore Juan Carlos Esguerra e
la Sottosegretaria di Stato Barbara Larkin per autorizzare la presenza di
truppe statunitensi in Colombia il 20 luglio 1997. L’ufficiale Clyde Howard,
dell’ufficio del Sottosegretario alla Difesa per le Operazioni Speciali e i
Conflitti di Bassa Entità affermò che il Pentagono non aveva l’obbligo di
indagare sulle “unità militari colombiane
addestrate”, perché all’epoca del massacro l’emendamento Leahy non era
ancora in vigore. Sheridan, funzionario del SOLIT, ha confermato che alcune
settimane dopo il massacro, tra il 18 agosto e il 18 settembre 1997, la Brigata
Mobile n. 2, diretta dal Colonnello Lino Sánchez Prado, era stata addestrata
dai Berretti Verdi in “attività
d’intercettazione fluviale e guerra terrestre”. Si è saputo inoltre che il
Generale Uscátegui e il Tenente Colonnello Hernán Orozco avevano ricevuto corsi
specializzati nelle scuole militari degli Stati Uniti, come la ‘School of
Americas’ di Fort Benning, dove hanno sede i Berretti Verdi. Negli stessi giorni in cui si perpetrava il massacro, la sezione
d’intelligence del Battaglione ‘Joaquín París’, integrato nella VII Brigata
dell’Esercito, aiutò Luis Hernando Méndez Bedoya alias “René”, nella creazione
di un gruppo paramilitare la cui sede è ubicata nella ispezione di Aguabonita,
sul fiume Guaviare, tra San José del Guaviare e la base militare di Barrancón
che abitualmente ospita il personale del Battaglione ‘París’, la Brigata Mobile
n. 2 e i Berretti Verdi degli Stati Uniti. Anche in questo luogo sono stati
commessi crimini. Il Sergente Juan Carlos Gamarra Polo fu il contatto diretto dei militari
per appoggiare le azioni del gruppo di Castaño; egli forniva informazioni su
coloro che erano accusati di collaborare con la guerriglia, trasportava
armamenti, coadiuvò la fuga di un paramilitare che si trovava detenuto su
ordine della Fiscalía e partecipó direttamente al massacro di Mapiripán. A partire del 2 luglio 1997 a San José del Guaviare furono assassinati
alcuni uomini che erano dediti all’acquisto della coca; nel mese di agosto
furono uccisi 10 contadini e nell’ottobre di questo stesso anno furono
assassinate 12 persone da parte dei paramilitari provenienti dall’ Urabá
antioqueño. In conseguenza di questo massacro, più di 300 contadini abbandonano
la regione. Paramilitarismo e
strutture statali nel Dipartimento del Meta I paramilitari che operano a favore dei narcotrafficanti e dei latifondisti
del dipartimento del Meta, hanno operato con la stretta connivenza degli
oranismi di sicurezza dello Stato, come ad esempio il DAS, la Polizia, la
Fiscalía, il Corpo Tecnico d’Indagine della Fiscalía e l’Esercito. Ciò è stato
rivelato dai sempre più numerosi rapporti provenienti da persone che lavorarono
in questi organismi che però furono presi da profondi scrupoli morali davanti
alla corruzione e alla criminalità delle proprie istituzioni, decidendosi alla
fine a denunciare fatti. In un rapporto dell’anno 2.000 consegnato al Dr. Alfonso Gómez Méndez,
Fiscale Generale della Nazione, agenti del DAS che preferirono non farsi
identificare, denunciarono le relazioni dei propri superiori con questi gruppi
(narcotrafficanti, latifondisti e paramilitari), affermando testualmente che il
Direttore del DAS Delfín Cortés Caviedes “nei
posti operativi colloca il suo personale a cui dà l’ordine di collaborare con i
paramilitari e di non mettersi (sic) con quelli per realizzare lavori
congiunti, come succede a Puerto López, San Martín, Granada e Cumaral”; a
Omar Ortiz Ceballos, investigatore di Guamal, é assegnato il compito di “realizzare i lavori sporchi e i vincoli con
i paramilitari, o consegnando vari informatori dopo averli utilizzati, ai suoi
padroni”; Alfredo Amézquita Galindo “passa
copia dei rapporti d’intelligence ai paramilitari e li avvisa quando stanno per
giungere commissioni della Fiscalía e della polizia; si riunisce con essi
…mantiene sotto controllo le vie per fornire appoggio agli spostamenti dei
paramilitari, (…) realizza i contatti con altri capi e i colleghi dell’esercito
della VII Brigata e il Battaglione n. 21Vargas di stanza a Granada…”. I gruppi paramilitari sono protetti dal Colonnello Pérez Guarnizo del
Battaglione n. 21 ‘Vargas’, dal Capitano Pinilla e dal Sergente Garzón, i quali
prestano i camion per i trasferimenti e garantiscono la sicurezza; alcuni di
questi paramilitari indossano uniformi e appartengono ai ruoli della VII
Brigata. “Gennedy Jesús Rubio, investigatore e
scorta del parlamentare Jorge Carmelo Pérez Alvarado, liberale per il Meta che
fa affari ed è collaboratore dei paramilitari (...). Questo investigatore del
DAS è colui che ha consegnato al B2 e ai paramilitari di Villavicencio i
militanti della U.P. Pedro Malagón, Josué Giraldo, James Ricardo de
Provivienda, giacchè si disimpegnò come scorta e godeva della fiducia della
famiglia, oltre a conoscerne i tragitti quotidiani …”. Precedentemente, nel 1995, un funzionario del Corpo Tecnico d’Indagine
della Fiscalía di Villavicencio presentò al Direttore Nazionale del CTI, Dr.
Hernán Gonzalo Jiménez Barrera e alla Defensoría del Pueblo, una serie di
elementi che compromettevano i tre Direttori della Sezione di Villavicencio e
degli Llanos Orientales della Fiscalía: il direttore del Corpo Tecnico
d’Indagine Javier Parmenio Chaparro Lozano, il direttore della Fiscalía Jaime
Valderrama Valderrama, il direttore amministrativo e finanziario Carlos Julio
Ovalle Galvis e altri funzionari della Sezione di Villavicencio, nel patrocinio
delle operazioni del gruppo paramilitare di Victor Carranza, guidato da Arnulfo
Castillo Agudelo, alias “Rasguño” ([87]). Una dichiarazione ricevuta dal Corpo Tecnico della Fiscalía Regionale
d’Oriente chiarisce come si è sviluppato questo tipo di relazioni tra i
narcotrafficanti e le autorità militari, giudiziarie e di polizia: “(…) Chaparro si disimpegnava attualmente come
Capo della Fiscalía Sezionale CTI, mantiene relazioni molto buone con il
cartello di Villavicencio e anche con gente del Caquetá, grazie al signor
Alexander, che è stato funzionario della Fiscalía Regionale e che in varie
occasioni mi minacciò dicendomi che se io avessi giocato sporco a lui lo
avrebbero cacciato (…). So solo che questa persona non è una persona corretta
come funzionario, poiché si é assunto l’onere di far sparire tutto ciò che ha a
che vedere con il narcotraffico…” ([88]).
IL MASSACRO DI SAN CARLOS
DE GUAROA In questo contesto fu commesso il massacro di undici funzionari giudiziari,
che facevano parte di una Commisione, che si allontanava dalla zona rurale di
Puerto López, per la via del municipio di San Carlos de Guaroa. CARLOS DEGLY REYES, ALDEMAR MANCHOLA, LUIS FERNANDO VARGAS, JOSE NOEL NN,
JUAN CARLOS FIGUEROA ESCOBAR, OTTO RUIZ PEREZ, RICARDO GUARNIZO CRUZ, ARTIDORO
BASALLO, JOSE’ ALFONSO AREVALO, ALDIER CASTRO BERNAL, JOSE’ LUIS CASTRO BARON,
furono massacrati in due imboscate successive da più di 60 paramilitari. La
commissione, costituita da 54 persone, aveva realizzato il sequestro di alcuni
beni immobili e di 350 chili di cocaina nell’azienda agricola ‘El Alcaraván’,
di proprietà dei narcotrafficanti degli Llanos Orientali. Tra le vittime
c’erano agenti della Fiscalía, del Gruppo ‘Gaula’ (Esercito e Polizia), del DAS
e del CTI. La prima imboscata fu eseguita alle due del pomeriggio nel sitio Casa de
Teja da sei paramilitari che spararono con fucili automatici contro il convoglio
di auto in cui i membri della commissione viaggiavano verso Villavicencio. In
seguito alla reazione della scorta, furono abbattuti tre paramilitari e altri
tre furono invece catturati. Un’ora più tardi, nel sitio Las Lomitas, 150 paramilitari circa, vestiti di
nero ed armati con granate, mitragliatori M-60 e fucili AK-47 serrarono il
passo al convoglio e lo sottomisero a tre ore di fuoco incrociato, causando la
morte degli 11 funzionari e il ferimento di altri 16. Con l’obiettivo di rendere nota la notizia del conflitto a fuoco, il
Maggiore Juan Carlos Figueroa si mise in comunicazione con il Maggiore Diego
Mantilla San Miguel, incaricato del gruppo operativo della VII Brigata, e
questi, a sua volta, con il Brigadiere Generale Jaime Humberto Uscátegui
affinchè disponesse l’immediato appoggio aereo per evacuare la Commissione
giudiziaria dalla zona, dato l’imminente pericolo che correva; questo appoggio
tuttavia non arrivò mai. Lo stesso Maggiore Figueroa, morì colpito da una
pallottola in occasione della seconda imboscata. L’ufficiale Uscátegui Ramírez è sotto inchiesta da parte della Procura
Generale della Nazione a causa del suo comportamento, tuttavia è stato promosso
a Generale della Repubblica con la carica di Comandante della II Divisione dell’Esercito
con sede a Bucaramanga. IL PARAMILITARISMO DELLE
AUC NELL’AREA DEL BATTAGLIONE n. 21 ‘VARGAS’ Nel municipio di Granada, dove
ha sede il Battaglione n. 21 ‘Vargas’ dell’Esercito, si sono fatte sentire le
azioni paramilitari delle denominate “Autodefensas Unidas de Colombia” – AUC -
e di altri gruppi paramilitari, nel periodo 1997 – 1998, con una serie di
assassinii selettivi nel centro urbano, eseguiti da uomini che si spostavano su
moto di alta cilindrata e portavano armi di corto calibro, senza ricevere alcun
disturbo nella loro azione da parte delle autorità militari o di polizia. Allo
stesso modo sono stati perpetrati massacri in zone rurali. In particolare sulla via Granada-Fuente de Oro, il 24 novembre 1997, sono
stati assassinati LUIS GUILLELMO GARCIA, JESUS EMILIO VERGARA VIDAL, ORLANDO
VARELA, ELBA MAMBIA MARTINEZ, MARCOS RODRIGUEZ. Altri 12 abitanti erano stati
assassinati dai paramilitari delle “Autodefensas Unidas de Colombia”, nei
giorni successivi alle elezioni popolari celebrate il 26 di ottobre. Il 4 dicembre 1997, a El Castillo,
il giovane LIBARDO GUEVARA ROSAS fu assassinato da 12 paramilitari che si
spostavano su sei motociclette, dopo che fu intercettato il camioncino in cui
il giovane si stava spostando insieme ad altri operai. Nel sitio di Caño Sibao,
fecero scendere gli operai, prelevarono Libardo, lo fecero stendere al suolo e
gli propinarono tre spari. Caño Sibao è stato scenario di diversi fatti di violazione dei diritti
umani, come ad esempio il massacro di 17 abitanti di El Castillo il 3 luglio
1988; il massacro di quattro militanti della Unión Patriótica, tra cui MARIA MERCEDES MENDEZ e WILLIAM OCAMPO,
sindaci entrante ed uscente di questo municipio, il 3 giugno 1992; l’assassinio
di LUIS FELIPE BELTRAN ARIZA, simpatizzante della Unión Patriótica, il 13
settembre 1992; l’assassinio del contadino LUIS ENRIQUE LEON MARTINEZ il 2
gennaio 1996. La base militare si trova ubicata a 10 minuti da questo luogo. Il 14 aprile 1998, i contadini GEOVANNY CAMACHO, FIDEL MURCIA CUELLAR,
JOSE’ ELMER RAMIREZ GARZON e ARQUIMEDES ECHEVERRI GIRALDO, furono assassinati
dai paramilitari che eseguirono un’incursione notturna al sitio Puerto
Esperanza. I paramilitari giunsero nella zona con la lista in mano, prelevarono
dalla loro abitazione i quattro contadini e dopo li assassinarono. Nel municipio di Lejanías, il 25
settembre 1998 furono assassinati LUIS CARLOS MARIN, JORGE ANTONIO CRUZ, ROCIO
ALZATE e SILVERIO NN, e furono ferite altre tre persone dai paramilitari delle
AUC. Va sottolineato, per le dirette implicazioni che la Brigata Mobile n. 2 ha avuto nello sviluppo e nell’impulso del
paramilitarismo nel Meta e nel Guaviare, che unità di questa guarnizione
militare hanno operato nei municipi di Mesetas e La Uribe sin dal 1995 e che ai
suoi appartenenti si attribuiscono numerosi casi di assassinii, detenzioni e
torture. Il 16 ottobre 1995 nel municipio di Mesetas JOHN JAIRO LOPEZ OSTOS, di 22
anni di età, membro della Giunta di Azione Comunale della ‘vereda’ La Paz,
simpatizzante della Unión
Patriótica e da tutti conosciuto nella regione come persona lavoratrice ed
onesta e che nulla aveva a che vedere con la guerriglia, fu detenuto e
assassinato dai militari della Brigata Mobile n. 2 e presentato ai mezzi
d’informazione quale “guerrigliero ucciso
in combattimento”. Il 27 aprile 1996, sempre a
Mesetas, i contadini JOSE’ IVAN ORTIZ CHACON ed HECTOR ORTIZ CHACON furono
detenuti e torturati da 6 militari appartenenti alla Brigata Mobile n. 2 che si
erano introdotti nell’azienda agricola di proprietà della famiglia delle
vittime. I due contadini furono poi condotti in elicottero a Villavicencio dove
furono consegnati alle autorità giudiziarie con l’accusa di essere “guerriglieri”. Nel municipio di San Martín
l’arrivo delle AUC fu possibile grazie alla stretta relazione dei paramilitari
che vi operavano con le forze armate della zona, e dopo il loro arrivo c’è
stata una successione di massacri. Il 17 novembre 1997, 10 contadini furono assassinati dai gruppi
paramilitari denominati “Serpiente Negra” e “Carranceros”; il 28 dello stesso
mese, furono assassinati dai paramilitari altri 9 abitanti, tra cui un
sordomuto di 40 anni, che fu fucilato davanti alla madre, la quale dovette
abbandonare il cadavere e nascondersi; solo dopo tre giorni potè interrare il
proprio figlio. IL MASSACRO DI PUERTO
ORIENTE Anche i contadini e gli abitanti del municipio di Puerto Gaitán sono stati
colpiti nel periodo 1997 – 1998 da massicce aggressioni, come il massacro
avvenuto tra il 2 e il 7 luglio 1998, in cui risultarono torturate e uccise 15
persone e una fu fatta sparire, a seguito dell’incursione paramilitare nei siti
La Picota, La Loma e Puerto Oriente. Il 2 luglio, un gruppo di paramilitari raggiunse La Picota, dove
distrussero e bruciarono varie case di contadini, rubarono alcuni oggetti e
fermarono due indigeni. Dopo si diressero verso La Loma dove distrussero il
villaggio, incendiando tutte le abitazioni, assassinarono i due indigeni che
avevano catturato a La Picota, un signore di 70 anni e una quarta persona, e si
portarono con sé il signore AQUILINO che transitava in quel momento per il
luogo. La maggior parte degli abitanti di La Loma si rifugiarono sul monte poco
prima dell’arrivo dei paramilitari, per questa ragione non ci furono altre
perdite di vite umane. I paramilitari si diressero poi verso Porto Oriente dove eseguirono il
secondo massacro nel quale persero la vita ALEX SANDOVAL, GENTIL SANDOVAL,
MYRIAM MARTINEZ e i suoi due figli CARLOS e CANDIDA, OSCAR CORTES, TIBERIO
LOPEZ, FELIPE AVILA e tre uomini sovrannominati “CHUCHO”, “EL QUEMADO” ed “EL
PALILLO”. Tutti erano stati torturati. Secondo i racconti dei testimoni presenti, raccolti dal Progetto: “Al bambino Carlos gli tagliarono la
faccia dalla bocca all’orecchio; ciò lo fecero prima di ucciderlo, e lo videro
che lo stavano torturando, la mamma e la sorella, lui gridava e stava per
lanciarsi verso di loro, verso la madre, allora mi immagino che può essere così
e chiunque può immaginarsi ciò, che con un coltello gli tagliarono dalla bocca
all’orecchio, resta tagliato, allora, nel sentirsi così credo che iniziò a
correre perché lui fu ritrovato con un tiro di fucile in testa, perché entrò
per un piccolo foro e uscì portandosi via tutto il cranio, gli ruppe la testa”. A Myriam “la torturarono perché si
vedevano parti emaciate nella gamba, una gamba fu aperta con un coltello dal
ginocchio ai fianchi, tutta la gamba a croce, la carne spaccata e l’osso della
gamba fu diviso come se fosse stato tagliato con un martello o una motosega,
perché fu tagliato e le spararono due o tre colpi, bene, colpita e tutta
spaccata, lo stomaco tagliato, l’afferrarono dai capelli, l’hanno gettata per
terra e la buttarono nel fiume nuda, nuda la buttarono nel fiume”. Anche a Candida “le strapparono tutti
i capelli, la tirarono qui dove la massacrarono e dove restarono i capelli;
anche lei nuda, solo con la roba intima, lo slip e il reggiseno, e le spararono
tre colpi che la colpirono alle spalle; m’immagino la tragedia che visse la
madre quando le spararono questi colpi e la uccisero davanti a sé, lei che era
anche la madre di Myriam; furono torturate e massacrate davanti a lei e buttate
nel fiume”. Anche le altre persone massacrate furono torturate: “tutti furono nassacrati così, Don Luis, il padre della famiglia che
stava lì, un signore di 60 anni, 60 o 65 anni, fu squartato con la motosega. Un
aiutante dell’altra lancia fu squartato e buttato a pezzi nel fiume, restò
perché restarono i testimoni che lo videro, lo trovarono a pezzi, con parti in
mezzo ad alcuni rami, che si erano impigliati lì quando erano finite nel fiume.
E tutti gli altri furono buttati, alcuni nel fiume, altri restarono lì, li
lasciarono qui fuori”. Di Felipe Avila, raccontano i suoi familiari, che lo trovarono “squartato, gli strapparono la testa, le
braccia, le gambe e dopo di ciò gli aprirono lo stomaco e lo ritrovammo a
pezzi; prima si trovò il tronco, poi trovarono la testa, un braccio e così, lo
si interrò senza un braccio perchè non lo si trovò, perché esso lo buttarono
nel fiume…I paramilitari rubarono gli effetti personali delle vittime e di
alcuni degli abitanti del luogo”. Solo alcune delle vittime poterono essere riscattate dalle acque del fiume
dove i paramilitari avevano gettato i loro corpi. Pochi di loro poterono essere
seppelliti dai loro familiari. Gli altri furono seppelliti in una fossa comune. IL MASSACRO DI PUERTO
ALVIRA Il 4 maggio 1998, 200 paramilitari circa delle “Autodefensas Campesinas de
Córdoba y Urabá” fecero nuovamente ingresso a Mapiripán e nella ispezione dipartimentale
di Puerto Alvira, e assassinarono 24 abitanti; durante questo massacro, la zona
era sorvolata da un aereo della Fuerza Aérea Colombiana, noto come “La Marrana”
o “aereo fantasma”. Il gruppo paramilitare giunse la mattina in un’azienda agricola della zona,
dove uccidevano WILSON BERNAL e sequestravano CARLOS VIRGILIO BERNAL ORTIZ, che
assassinavano successivamente a Puerto Alvira. In questo villaggio, spararono
contro la famiglia DUCUARA che tentava di fuggire con un’imbarcazione nel fiume
Guaviare, assassinando la minorenne ANGIE CAROLINA e ferendo CARLOS CASTRO,
MARCO ANTONIO DUCUARA e JOSE’ ALIRIO CUBIDES. Subito dopo iniziarono a sparare
in aria, bloccarono le uscite terrestri e fluviali e con un autoparlante,
ordinarono agli abitanti che si concentrassero nel campo sportivo del parco
centrale e nella pista del locale aeroporto. Una volta lì, si presentarono come appartenenti alle “Autodefensas
Campesinas de Córdoba y Urabá”; accusarono gli abitanti di essere
“collaboratori della guerriglia” e dopo dissero loro che potevano tornare alle
proprie case. Cinque minuti più tardi gli ordinarono nuovamente di tornare
indietro e coloro che non eseguirono l’ordine furono presi con la forza dalle
abitazioni e maltrattati fisicamente. Nel campo sportivo separarono gli uomini
dalle donne, dopo formarono un gruppo di 12-15 persone e, con una lista alla
mano, chiesero di alcune persone, tra cui alcuni leader comunali e due abitanti
conosciuti come “EL DIABLO” e “BOTALON”, che obbligarono a uscire dal gruppo per
condurli alla stazione di distribuzione della benzina, dove li uccisero. Dopo,
davanti alla risposta negativa degli abitanti di indicare se le altre persone
presenti nella lista si trovavano o no nel villaggio, iniziarono a scegliere
alcuni di quelli che venivano segnalati da un uomo incappucciato. La selezione
di 14 persone si prolungò per un’ora. Dopo li condussero alla stazione di
benzina dove li assassinarono e incenerirono i loro corpi facendo esplodere un
artefatto incendiario; tra queste persone c’erano FABIAN CUELLAR DIAZ,
NELSON CALDERON MORENO, ALEJANDRO
SAENZ, ULISES JIMENEZ e JORGE BAEZ. I paramilitari uccisero poi presso l’aeroporto un uomo conosciuto come “EL
HAPPY”, un contadino nel sitio La Loma mentre a La Horqueta diedero morte a un
giovane contadino che si spostava in bicicletta e a PEDRO RUIZ. Un altro gruppo
di paramilitari si dedicava a saccheggiare e incendiare stabilimenti
commerciali e abitazioni, e a rubare veicoli. Per queste vicende, la Procura Generale della Nazione aprí un’indagine
contro il Generale Jaime Humberto Uscátegui e tre alti ufficiali della VII
Brigata e della IV Divisione dell’Esercito. A conclusione presentiamo la statistica dell’identità delle vittime secondo
il settore sociale di appartenenza e la distribuzione negli anni dei crimini
commessi nella zona 7^:
LA VIOLENZA
NELLE REGIONI DEL MAGDALENA
MEDIO E DEL
NORD-EST DI ANTIOQUIA E’ in questa zona (la 14^), dove per la
prima volta in Colombia, si sperimentò il modello di repressione paramilitare,
che in seguito si sviluppó estendosi a tutto il territorio nazionale. Metodologicamente, la zona 14 è stata
suddivisa in tre sottozone, in modo che si possano conoscere più da vicino gli
eventi accaduti, con le loro specificità, i propri contesti e, nei casi in cui
si è potuto, stabilendo gli effetti immediati che causarono tra gli abitanti: 1.
Sotto-zona del MAGDALENA
MEDIO che comprende i municipi di Puerto Boyacá, Cimitarra, Yondó, Puerto
Nare, Puerto Triunfo e Puerto Berrío. 2.
Sotto-zona del BASSO
NORD-EST ANTIOQUEÑO che comprende i municipi di Remedios e Segovia. 3.
Sotto-zona dell’ALTO
NORD-EST ANTIOQUEÑO che comprende i municipi di Amalfi, Anorí, Caracolí,
Cisneros, Maceo, San Roque, Vegachí,
Yalí e Yolombó. GENERALITA’
1.
LA RICCHEZZA Gli intensi conflitti sociali che hanno caratterizzato questa zona
negli ultimi decenni hanno la loro radice nelle sue enormi ricchezze naturali. La zona si è
caratterizzata economicamente per le grandi ricchezze che risiedono nelle sue
terre: il petrolio, l’oro, le immense ed uniche riserve forestali, le sue
qualità per l’agricoltura e il pascolo, l’abbondanza di minerali come il
piombo, l’argento, il marmo, il calcare, il quarzo e il ferro, hanno attratto
l’attenzione degli investimenti stranieri, che hanno considerato il luogo con
avidità, calcolando la quantità delle ricchezze che si possono ottenere
sfruttando ognuna delle fonti presenti. Non solo gli
investimenti stranieri si sono interessati storicamente alla zona, ma anche i
grandi investitori nazionali e i narcotrafficanti si sono interessati alla
regione e in una alleanza segnata dall’interesse per l’arricchimento privato,
ognuno ha afferrato la sua parte senza preoccuparsi dei costi sociali che ciò
può avere avuto per le popolazioni della regione. In mezzo a questo festino il ruolo dello
Stato nella zona non ha propiziato uno sviluppo equitativo che benefici le
popolazioni ivi residenti da tempi remoti, o che vi sono giunte alla ricerca
della sopravvivenza; al contrario ha favorito i saccheggiatori che implementano
un modello di sviluppo escludente di dominazione economica, politica e sociale. Alcune caratteristiche geofisiche della
zona, come il fatto di essere attraversata dal fiume Magdalena, principale
arteria fluviale del paese; il fatto di ospitare al suo interno idrocarburi e
metalli di gran valore commerciale; la sua localizzazione nella regione andina
a distanza intermedia dalle grandi città; l’essere attraversata da oleodotti,
gasdotti e importanti vie di comunicazione, tutto ciò le ha conferito una
importanza geostrategica di prim’ordine che la rende appetibile e la converte
facilmente in un “territorio in disputa”,
come la hanno definito alcuni analisti. All’interno di questo interesse
smisurato di appropriarsi delle ricchezze della zona, a partire degli anni ‘20
cominciano a stabilirsi enclaves industriali: a Yondó e a Cimitarra s’insedia
la compagnia anglo-olandese Shell-Condor;
a Puerto Boyacá la Texas Petroleum
Company; a Segovia la britannica Frontino
Gold Mines, successivamente venduta ai nordamericani; in seguito
s’insediano a Puerto Nare e Puerto Triunfo Cementos
del Nare e la Compañía Colombiana de
Carburos, imprese nazionali di sfruttamento del cemento e del marmo. Lo sfruttamento delle ricchezze naturali
richiede la messa in marcia di grandi progetti infrastrutturali, come gli
oleodotti “Colombia” e “Ocensa” che attraversano il Nordest antioqueño;
centrali idroelettriche come ‘Porce II’ anch’essa ubicata nel nordest; si
costruiscono grandi tronchi viari: tre importanti trasversali di Antioquia
attraversano la zona e alcuni progetti di sfruttamento del legname come il
“Carare-Opón”. Le grandi ondate migratorie attratte dai
processi di sfruttamento delle fonti naturali e di costruzione delle
infrastrutture, andarono a conformare una popolazione eterogenea dal punto di
vista razziale, etnico e culturale, di origini indigene, africane e spagnole.
Il modello di sviluppo fu sempre elitista ed escludente, di sfruttamento
intensivo della mano d’opera, favorito dalle grandi masse di disoccupati che
affluivano dietro il sogno dei grandi investimenti. Questi adottarono, in modo
particolare, l’economia di enclave, caratterizzata da un
regime di isolamento dall’ambiente circostante, che, cioè, non contribuisce
allo sviluppo della regione né si integra nel tessuto economico, sociale e
culturale esistente. 2.
LE LOTTE Un simile
modello di sviluppo è necessariamente segregativo. Le grandi masse di
popolazione non possono accettare di vedere come le ricchezze della terra che
abitano siano estratte e commercializzate a beneficio di ridotti settori
sociali che raggiungono standard di vita eccessivamente lontani dai propri.
Queste masse umane non possono fare altro che percepire, di fronte alla crisi
di disoccupazione e miseria che soffrono coloro che circondano le enclaves, la
necessità di riconsiderare e modificare la modalità dello sfruttamento delle
ricchezze, soprattutto quando al contrario, si acutizzano i meccanismi di
protezione e sicurezza per i privilegiati che le sfruttano. In questa
esperienza di percezione fisica affondano le loro radici i movimenti e le lotte
degli esclusi, che vanno dalle richieste salariali sino alla ribellione armata.
Sin dagli anni ‘30 si presentano nella zona organizzazioni
rivendicative e politiche che propongono alternative al modello di
sfruttamento, o che al meno tentano di strappare alle imprese e al governo
concessioni piú rispondenti ai diritti delle maggioranze. Nascono all’interno di questo panorama le prime organizzazioni
rivendicative: i sindacati dei lavoratori delle imprese che sfruttano il
petrolio a Puerto Boyacá, Cimitarra e Yondó, quella dei lavoratori cementizi a
Puerto Nare, quella dei lavoratori delle miniere nel Nordest, le organizzazioni
politiche come il Partito Comunista a Segovia, che, considerate le condizioni
socio-politiche dell’epoca, realizzarono esperienze particolarmente audaci,
prossime all’eroismo, per irrompere in una società classista e fortemente
repressiva, sommersa in una ideologia di dominio. I successi del 9 aprile 1948 stimolarono
le popolazioni della zona a continuare ad organizzarsi, facendo sì che appaiano
e si proiettino esperienze di lotta e resistenza come le “guerriglie liberali
del Magdalena Medio” dirette da Rafael Rangel che era stato presidente del
Sindacato dei Lavoratori della Shell
a Yondó e la “Guerrilla de la Ribera” a Puerto Boyacá All’inizio degli anni ‘60 le
rivendicazioni e la politica iniziano ad articolarsi più profondamente. Le
lotte acquisiscono un carattere più politico e la repressione cresce in maniera
esponenziale. L’organizzazione sociale cerca nei movimenti civili, nelle nuove
organizzazioni sindacali, nelle giunte di Azione comunale, le forme di
resistenza armata e di organizzazione politica, le alternative di
organizzazione e di lotta contro un sistema ingiusto a cui erano sottomessi..
Azioni come i ‘Paros cívicos’ e i blocchi stradali, sono le forme applicate
dalle comunità per reclamare condizioni di vita dignitose. Tutti questi
movimenti sono repressi dall’establishment, che nella necessitá di continuare a
proteggere i privilegiati, perseguita, incarcera ed assassina i protagonisti di
queste organizzazioni o delle azioni da esse intraprese. Sono gli
anni ’70 quelli dove le lotte civili si consolidano; le organizzazioni
insorgenti, nate nella seconda metà del decennio precedente, iniziano a far
sentire la loro influenza in alcune zone, e spuntano forze politiche
alternative ai partiti tradizionali, che iniziano a conquistare il consenso
delle maggioranze. Il Partito Comunista e le sue alleanze elettorali come la
UNO (Unión Nacional de Oposición) ottennero la maggioranza dei voti nel 1976 e
nel 1978. Presero forza le lotte contadine durante il decennio, con il
radicamento dell’Anuc e più tardi dell’Anapo Socialista, organizzazioni che
coniugarono le rivendicazioni con la politica. Crebbero il numero dei
sindacati, specialmente agricoli e l’esperienza cooperativa, che canalizzò
molte lotte civili, e che contribuí alla crescita delle organizzazioni sociali
nella zona. Gli anni ‘80 furono intensi nella zona.
Da una parte, l’insorgenza armata moltiplicó i suoi fronti e l’influenza nel
Magdalena Medio e nel Nordest Antioqueño. Dall’altra, una nuova forza politica
di opposizione, frutto delle prime negoziazioni di pace tra governo e
guerriglia (1983-85), sembrava dover aprire una nuova alternativa legale al
bipartitismo egemonico, e così la Unión Patriótica guadagnò militanze
significative in tutta la zona, maggioranze nei consigli municipali di
differenti cittadine del Magdalena Medio e dell’Alto e Basso Nordest di
Antioquia, e sindaci popolari a Segovia, Remedios e Yondó. Altri movimenti di
base si consolidarono con l’acutizzarsi del conflitto sociale, politico e
militare, come l’Associazione dei Lavoratori Contadini di Cimitarra, le Giunte
Civiche nei villaggi del Nordest, le occupazioni delle terre a Yondó e i
movimenti di protesta a Puerto Berrío che organizzarono marce storiche. Allo stesso tempo però i vertici statali
affinarono i loro strumenti repressivi contro tutti i sogni dei settori più
poveri, e si sprecò la violenza e il terrore. A Puerto Boyacá si sviluppò sin
dall’inizio della decade il più audace esperimento paramilitare che integrò i
settori economici più potenti con le forze armate, i narcotrafficanti, i
mercenari internazionali e i gruppi piú scomposti della delinquenza comune, per
convertire il baluardo di altri tempi delle lotti popolari ne “La Capitale Antisovversiva della Colombia”,
come si legge su una gigantesca palizzata collocata all’entrata dell’abitato.
Questa esperienza-pilota catalizzò il Paramilitarismo
come strategia nazionale, e lo proiettò verso diversi settori della zona e del
paese. In tutta la zona si soffrì direttamente
il Genocidio contro la Unión Patriótica, che iniziò a metà degli anni ‘80 e che
continuò per tutti gli anni ‘90, decrescendo solo quando le cittadine restavano
“pulite” dagli oppositori politici e dai dirigenti popolari, e i partiti
tradizionali riconquistavano la loro egemonia barricandosi nel Terrore. Ciò che restò delle militanze sociali
serró le fila, negli anni ‘90, intorno alle organizzazioni locali e regionali
di difesa dei diritti umani, per salvare dall’ecatombe gli ultimi superstiti
della resistenza: la difesa della vita e dell’integrità di chi non accettava il
conformismo. Il massacro dei difensori della vita chiuderà il decennio ’90 in
una successione frenetica di attentati e funerali, riportati solo nei mezzi di
comunicazione attraverso minuscoli paragrafi di routine e di cliché. 3.
IL TERRORE
UFFICIALE NELLA ZONA Non é possibile prescindere, in questo ciclo di violenza,
dall’apparato dello Stato e dai settori sociali dominanti che lo gestiscono a
servizio dei propri interessi. Lo Stato che esce definito da ‘La
Violencia’ “del periodo classico”
(1945-65), è uno Stato ipotecato a favore di una élite socioeconomica che è
riuscita ad armonizzare in un solo blocco dominante gli interessi dei due
settori storici divergenti, e che ora ha un avversario sociale dal profilo più
definito, le masse povere. E’ uno Stato che ereditò la brutalità della polizia
“chulavita” conservatrice e dell’esercito che combattè per annichilire le
guerriglie liberali e che raggiunse l’auge con il potere della dittatura
militare degli anni ’50. E’ uno Stato chiaramente allineato all’interno dello
scontro della Guerra Fredda, assessorato in modo strettissimo dalla potenza
emisferica occidentale, la quale dal 1962 gli ha disegnato come asse strategico
il Paramilitarismo e la Guerra Sporca, come è possibile constatare nei
documenti declassificati del Pentagono. E’ uno Stato che ha offerto le sue
risorse naturali a imprese straniere con contratti leonini che consacrano il
saccheggio senza pudore. E’ uno Stato che dichiaró illegale l’ideologia
comunista negli anni ‘50, come qualsiasi strategia che univa i movimenti di
opposizione. E’ uno Stato che ha molto chiari gli interessi egemonici,
economico-politici, che costituiscono la sua ragione d’essere. Per tutto
questo, è uno Stato che ha strutturato le sue forze armate per dirigerle contro
il “nemico interno” che non condivide questo modello di Stato e che non
effettua alcuno sforzo per cambiarlo. Come si
vedrà nei differenti capitoli del primo rapporto del Progetto Nunca Más, lo
Stato esercita la propria violenza in questa zona, nella misura in cui le
imprese del grande capitale, straniere o nazionali, vedono i propri interessi a
rischio, e nella misura in cui i dirigenti del fronte nazionale vedono
minacciato il proprio potere egemonico. Sino agli inizi degli anni ‘80, il
protagonismo repressivo è esercitato dalle Forze Armate, nonostante sin dal
1965 erano state legalizzate le strutture paramilitari (con il Decreto 3398/65,
successivamente con la Legge 48/68). La sottomissione dei civili ad una
accomodante “Giustizia” Penale Militare, satura di aberrazioni giuridiche,
copre gli anni ’60 e ‘70, ed é accompagnata dall’uso generalizzato e intensivo
della tortura. In questo periodo, tre strutture militari si dividono la zona:
la I Brigata con sede a Tunja; la IV Brigata con sede a Medellín, e la V
Brigata con sede a Bucaramanga. Negli anni ’70 si aggiunge il Comando Operativo
n. 10 con sede a Cimitarra. L’avvio delle prime negoziazioni tra
governo e insorgenza, durante l’amministrazione di Belisario Betancur
(1982-86), così come l’intervento progressivo della Comunità Internazionale,
allarmata per il deterioramento dei diritti umani (a partire dal 1980),
costringono i vertici dello Stato a modificare la strategia repressiva. Viene
messa in campo con grande intensitá la strategia paramilitare, con il fine di
avere corpi repressivi con la piena libertá di commettere ogni tipo di
atrocità, e allo stesso tempo salvaguardare la legittimità dello Stato davanti
alla comunità internazionale, presentando il paramilitarismo come “istanza fuori del controllo dello Stato”.
Nella zona, particolarmente a Puerto Boyacá, si realizza l’esperienza-pilota
più audace di questa strategia, con l’attivazione di una struttura paramilitare
poderosa, in cui confluiscono tutti i poteri dell’Establishment e del
mercenariato internazionale, per addestrare i gestori del paramilitarismo di
molte altre regioni e per metterne in prova la fattibilità. In questo stesso periodo si unifica il
controllo militare della zona sotto la direzione della Brigata XIV, creata nel
1983, e che inizia ad operare congiuntamente con il progetto paramilitare
pilota di Puerto Boyacá. Pochi mesi dopo essere stata creata, questa Brigata si
stabilisce a Puerto Berrío. Saranno famosi per le loro strette relazioni con il
paramilitarismo e per la brutalità delle loro azioni, i Battaglioni: “Bomboná”
(con sede a Puerto Berrío e una base a Segovia); “Bárbula” (con sede a Centro
Calderón, accanto a Puerto Boyacá); “Rafael Reyes” (con sede a Cimitarra);
“Palagua” (con sede a Segovia); “Héroes de Tacines” (con sede a Segovia).
All’inizio degli anni ‘90 la zona sará attraversata dalle Brigate Mobili 1 e 2,
che lasceranno dovunque tracce di sangue e di terrore. In questo processo emerge la figura del
governatore di Antioquia, Alvaro Uribe Vélez, autore del Decreto 0717 del 1996,
mediante il quale si assegnarono alle Forze Armate esagerate facoltà di
controllo sulla popolazione dei municipi di Segovia e Remedios, in risposta ad
un massacro che gli stessi militari avevano realizzato. Con la scusa di “proteggere” la popolazione, la si
consegnava al totale arbitrio dei suoi carnefici. Questa brutale repressione non si
sarebbe potuta verificare tuttavia se tutti i poteri dello Stato avessero
esercitato le loro funzioni costituzionali. Tanto il potere legislativo quanto
quello giudiziario e le altre istanze dell’esecutivo, si caratterizzarono per
il loro appoggio incondizionato, cosí come per l’abdicazione dei propri doveri
costituzionali, davanti al Terrorismo di Stato esercitato dalle Forze Armate e
dalle proprie proiezioni paramilitari. LE DIMENSIONI
E LA BARBARIE DEL GENOCIDIO NELLA ZONA
14 Come abbiamo visto in precedenza, la
ricchezza delle risorse naturali della zona, non solo significò lo sfruttamento
irrazionale di esse e l’impoverimento dei suoi abitanti, ma a causa di queste
dinamiche, la zona si é caratterizzata per la ricchezza delle lotte come quelle
delle organizzazioni sindacali per il miglioramento delle condizioni
lavorative, le esperienze di lotta per obiettivi di maggiore portata come le
lotte civili, per la terra, e la grande presenza di organizzazioni politiche
d’opposizione che tentarono attraverso la via elettorale di costruire nei
municipi della regione un modello di Stato piú vicino alle istanze delle
comunità e delle sue organizzazioni. La tradizione di organizzazione e lotta
degli abitanti della zona inquietò l’establishment, il quale applicò con il
massimo rigore i suoi strumenti repressivi per mantenere i privilegi di coloro
che detenevano il potere economico e politico. La repressione nei differenti municipi
della zona si mosse in uno spettro crescente che va dalla detenzione arbitraria
accompagnata dalle torture e dall’imprigionamento di civili da parte dei
militari, sino allo sterminio fisico, tanto degli oppositori politici e dei
leader sociali quanto dei semplici cittadini con lo scopo di appropriarsi di
tutti i loro averi e specialmente delle loro terre nelle quali si trovavano
ricchezze incalcolabili. La combinazione di interessi come quelli
economici delle multinazionali e dei padroni del grande capitale nazionale; gli
interessi politici dei partiti tradizionali che si sentivano minacciati
dall’avanzata dei movimenti d’opposizione; gli interessi dei narcotrafficanti
che possedevano nella regione i loro rifugi e i grandi laboratori, tutti questi
sostenuti e protetti dallo Stato, fece sì che a metà degli anni ‘60,
s’incrementassero in modo evidente le azioni repressive contro le popolazioni. LE CONDIZIONI DI VITA E DI LOTTA
Mentre le popolazioni avevano costruito
le proprie abitazioni su una terra dalle immense ricchezze, le loro condizioni
di vita erano tutt’altro che dignitose; una testimonianza degli abitanti del
municipio di Yondó, offre una idea chiara di come vivessero i contadini
dell’intera regione, giacchè le condizioni erano simili in tutti i municipi che
facevano parte della zona 14: “... Yondó
è un municipio molto ricco, però povero in diritti umani o sociali. Qui arriva
il governo, ci promette cose, conosce la situazione, però lascia la soluzione
di ogni problema sotto la scrivania.... Le scuole sono baracche che noi stessi
a volte facciamo; noi stessi paghiamo i maestri...”. “Non ci sono aiuti
tecnici, non ci sono aiuti creditizi, non ci sono sementi, non abbiamo la
possibilità di esprimerci, perché quando lo facciamo siamo assassinati, siamo
perseguitati dai militari, che quando non indossano le uniformi portano abiti
civili e compongono i gruppi paramilitari... Qui si muove di tutto. Ci sono i
conservatori, ci sono i liberali, ci sono i simpatizzanti della U.P. Il governo
garantisce peró elezioni libere solo per i conservatori e i liberali” ([89]). Era a causa di queste condizioni di vita
che gli abitanti della zona 14 chiedevano allo Stato colombiano che prendesse
tutte le misure necessarie non solo per garantire condizioni di vita dignitose,
ma anche per non essere criminalizzati nel momento in cui si chiedeva il più
elementare dei diritti: vivere come esseri umani e poter godere di una parte
delle ricchezze che questa ricca terra offriva loro. La risposta ufficiale fu
tuttavia diversa. LE TORTURE E ALTRI “ECCESSI”
Un primo periodo di repressione dove
primeggiò come metodo la tortura, va dall’anno 1970 al 1979, e si caratterizzò
per la brutalità dei membri della forza pubblica. Sono numerose le
testimomianze sulla maniera con cui erano trattate le persone detenute e sulle
accuse a cui erano sottoposte. Una delle vittime di questo tipo di trattamenti
narra così ciò che gli toccò vivere: “All’una
di pomeriggio, quando tornai dal lavoro, la pattuglia ‘Cobra’ dell’Esercito
circondó la mia abitazione, la perquisì tirando via i vestiti e calciando sul
pavimento, colpivano il suolo come se stessero cercando un nascondiglio... Per
tutto il tempo mi domandarono sulla guerriglia e mi dicevano che ero un
collaboratore. Mi ordinarono di seguirli, e quando mia moglie chiese loro dove
mi stessero portando, il tenente le rispose volgarmente che ció non le
importava e minacciò di picchiarla. Mi portarono al torrente La Corcovada
insultandomi.... Mi fecero sedere sotto un tronco d’albero e presero a Honorio
Peña, lo legarono e lo picchiarono. Venne un capo dove mi trovavo seduto, mi
disse di mostrargli gli occhi, lo guardai e mi mise le dita nella fronte e le
abbassò con forza per le palpebre graffiandomi e mi sferrò un pugno sulla
fronte. Dopo mi afferrarono per le braccia, con essi che stavano dietro le mie
spalle e qui un altro capo, che chiamano il tenente gorilla, Pacho o Rojas, mi
dava pugni sullo stomaco, poi andò a bagnarsi e mi lasciò; venne un soldato che
chiamano Amaya, tagliò un ramo di un Tagua e con esso mi pungeva; poiché io
stavo sospeso ogni colpo di punta mi spingeva dietro e quando tornavo di fronte
a lui egli ricominciava a farlo (ancora tengo le cicatrici). Mi lasciarono
legato per un’ora, mi abbassarono e mi fecero sedere su una pietra, nonostante
mi avessero slegato non ero capace di muovere le braccia in avanti. Dopo
mezz’ora tornarono e mi legarono nuovamente per oltre una ventina di minuti
minacciandomi che stavano per strapparmi le unghia. Mi fecero scendere sino
alla parte inferiore dell’albero e mi legarono con le braccia in avanti e così
mi lasciarono tutta la notte.” Le continue
segnalazioni che i militari facevano sul fatto che i contadini erano
collaboratori della guerriglia servivano come scusa per detenerli e torturarli;
inoltre, e per maggiore sevizia, dopo averli torturati con crudeltà, essi
dovevano firmare dichiarazioni di buon trattamento. Questo piccolo racconto
conferma l’assunto: “... tutti quelli
che vivevamo in campagna eravamo guerriglieri e così ce lo gridavano in faccia.
Nei posti di blocco che realizzavano frugavano la gente e la depredavano degli
acquisti, senza che gli importasse che il cibo si deteriorava. Le perquisizioni
erano tremende. C’erano battute e si portavano via i fermati ben lontano, al
battaglione e dopo alla brigata e li torturavano; però gli facevano firmare una
dichiarazione che non gli avevano fatto nulla.” Poichè le detenzioni arbitrarie e le
torture non ottennero l’effetto desiderato, quello cioé di smobilizzare le
differenti espressioni di opposizione popolare, la macchina della repressione
strinse i suoi artigli e fece un “salto qualitativo” nelle modalità di azione. “I militari non furono capaci di dominare il contadino né
di neutralizzare le guerriglie torturando la gente, minacciandola, schedandola,
cosí essi non si dettero pace... l’ultima loro alternativa è uccidere”.
Nel periodo
compreso tra il 1980 e il 1998, il modello di repressione ha assunto, come
norma di comportamento l’assassino, sia quello selettivo che quello
indiscriminato, e la sparizione forzata come forma ancora più “precisa ed
efficace” per seminare il terrore tra le popolazioni. Ciò non significò la
rinuncia alla tortura, al contrario, molte delle vittime morirono a seguito di
questa pratica. La barbarie era illimitata e cosí si ricorse a questi metodi
per raggiungere l’obiettivo di zittire le manifestazioni di opposizione e di
protesta sempre con la scusa della “lotta controinsorgente”. Ancora
una volta le testimonianze delle vittime e dei testimoni sull’attività
criminale dello Stato illustrano sufficientemente i crimini a cui essi furono
sottoposti:
“Agenti segreti,
concretamente del B2, si facevano passare per guerriglieri, s’insediavano in
campagna per differenti giorni, dove erano raggiunti dai contadini e dai
proprietari terrieri che denunciavano il furto del bestiame; inoltre gli
offrivano vivande, cibo. Facevano il tutto pensando che erano guerriglieri. ...
Gli agenti mascherati passavano queste liste di contadini collaboratori al
Battaglione Bomboná e dopo qualche giorno essi apparivano morti”. Non solo si narrano gli omicidi commessi
direttamente dalle Forze Armate, ma anche il loro atteggiamento negligente di
fronte allo sterminio a cui erano sottoposte le popolazioni: “[nella
zona erano presenti] l’Esercito, la Polizia, il DAS, ma uno si sorprendeva come
nonostante ci fosse tanta forza pubblica nel villaggio, in un centro urbano
potevano comparire tanti cadaveri sulle strade e nessuno sapeva nulla, nessuno
aveva visto nulla, ogni cosa restava impunita, peró ció sembrava sorprendente
per la popolazione, dato che la gente vedeva e si dava conto che anche per il
fiume Magdalena passavano numerosi cadaveri, e a volte mutilati”. E continua il
racconto: “I morti apparivano nei
pascoli, nelle strade, nelle fogne, per il fiume scendevano cadaveri come
tronchi. Giunse il momento in cui nessuno eseguiva piú l’identificazione dei
morti per paura di non essere poi il prossimo. La gente aveva paura a reclamare
i prorpi morti, alle veglie e ai seppellimenti assistevano solo i familiari. Ci
furono seppellimenti con solo due persone. La sequela dei morti qui è
incalcolabile. Ci sono stati fine settimana con 30 morti.” Non furono però solo le Forze Armate
quelle che parteciparono direttamente a questi crimini, i latifondisti della
regione hanno la loro parte di responsabilità e ciò fu vissuto e sentito così
dagli abitanti: "Ci
accusarono di essere guerriglieri alcuni proprietari terrieri che si erano
arricchiti tantissimo... essi ci vedevano al lavoro e si riempivano di invidia,
di egoismo e tutto ad un tratto ci accusarono che questo lavoro era a favore
dell’altra parte, che non era a favore della comunità ma a favore della
guerriglia". "Essi insistettero
nell’accusarci di essere guerriglieri sino a quando si organizzarono, ci
inviarono gente armata, sino a quando due poliziotti del villaggio giunsero lì
con gente armata e ci assassinarono cinque bambini, cinque bambini si può dire
perché il più grande... aveva 20 anni e gli altri erano di 15 in su... Questi
proprietari si organizzarono in modo che alcuni pagarono e altri andarono ai
fatti". Neanche le autorità civili fecero nulla
per preservare la vita dei cittadini: “Su
questi crimini abbiamo informato ampliamente...il Governatore del Dipartimento,
le autorità militari e di polizia, così come tutte le autorità nazionali, e
allo stesso modo l’assassinato Procuratore Generale della Nazione, Dottor
CARLOS MAURO HOYOS.... Nonostante le autorità precedentemente citate avessero
piena conoscenza del sangue versato e fossero presenti nel villaggio, gli appartenenti
ad un gruppo paramilitare di circa 30 persone, denominato “autodefensa
popular”, continuano a seminare il terrore e l’incertezza tra la popolazione e
tra i lavoratori della Cementos Nare e della Colcarburo. Signor Presidente: le
sollicitiamo il suo valido intervento perché cessi una volta per tutte questa
politica criminale contro umili lavoratori che l’unica cosa che fanno in questo
paese è quella di produrre ricchezza.” Alla macchina della morte creata per
sterminare tutte le espressioni di opposizione popolare si aggiunse un
ingranaggio che è stato fondamentale nella storia della repressione, del
terrore e della morte instaurati nella zona e nel paese in generale. Questo
ingranaggio è conosciuto comunemente come paramilitarismo, però non è altro in
concreto che una delle forme di repressione più sofisticate, a cui ricorre non
solo l’apparato armato dello Stato ma a cui si vincolano anche le differenti
forze politiche ed economiche e un apparato militare che nonostante si presenti
estraneo alle istituzioni statali, svolge il compito di mantenere lo Status
Quo. Per esemplificare, osserviamo ciò che fu
la prima esperienza di intervento paramilitare in Colombia, convertitosi nel
progetto pilota che in seguito fu applicato in tutto il territorio nazionale.
E’ questo il caso di Puerto Boyacá. IL PROGETTO PILOTA PARAMILITARE
L’APPOGGIO MILITARE
Puerto Boyacá è il grande esempio di
come si combinano i poteri economici, politici e militari per porre in
funzionamento un modello di represione che se anche fu applicato in loco in una
fase sperimentale, si estese successivamente a tutto il paese, affogando ancora
di più, la popolazione nel proprio sangue. L’unità militare che è stata
identificata come punta di lancia del paramilitarismo nella zona, è il
Battaglione “Bárbula”, il quale fu riattivato a Puerto Boyacá a partire del 28
marzo 1979 e che s’insediò nei pressi dell’accampamento principale della Texas Petroleum Company, nella ispezione
di Centro Calderón, dove già esisteva una base militare, e che era inserito
all’interno della Prima Brigata di Tunja, per poi passare sotto la Direzione
del Comando Operativo n. 10 che aveva sede a Cimitarra. A partire del 1983, con
la creazione della XIV Brigata con sede a Puerto Berrío, il Battaglione Bárbula
entrò a far parte di questa unità militare. Dalla sua riattivazione, esso svolse un
ruolo importantissimo nella repressione a Puerto Boyacá; il suo arrivo coincise
con un forte incremento del numero delle vittime di crimini di lesa umanità.
L’attività del Bárbula si vide rafforzata con l’arrivo della Brigata XIV che si
localizzò inizialmente e per un breve periodo a Cimitarra, e che
successivamente, nel marzo 1983, si trasferí alla sua sede attuale di Puerto
Berrío. Il primo comandante della XIV Brigata, il Maggiore Generale Daniel
Enrique García Echeverry, fu uno dei principali istigatori del paramilitarismo
nel Magdalena Medio. Pablo Emilio Guarín Vera, dichiaró in una intervista, nel
riferirsi a García Echeverry, che “questo
generale fu colui che iniziò ad esercitare pressioni sulla popolazione, dicendo
che essa ‘non poteva farsi ammazzare’... García Echeverry iniziò a dire alla
gente che doveva difendersi” ([90]). In seguito giunse il Brigadiere Generale
Farouk Yanine Díaz, che ricoprí un ruolo fondamentale nella consolidazione del
paramilitarismo, non solo nel periodo in cui operò presso la Brigata XIV, ma
anche durante la sua presenza presso la Direzione della Scuola Militare dei
Cadetti a Bogotá e presso il Comando della II Divisione dell’Esercito con sede
a Bucaramanga. Il paramilitare Marceliano Panesso
Ocampo in una dichiarazione resa alla Fiscalía affermò che: “Il Generale Yanine Díaz, Comandante al tempo
della XIV Brigata, riunì tutti i contadini a Puerto Berrío, Antioquia,
esattamente presso il Battaglione Bomboná... Egli orientò la gente su come si
doveva organizzare per combattere la sovversione... e ci diede istruzioni
precise per difenderci, e incluso ci vendette armamenti con le rispettive
autorizzazioni” ([91]). Il paramilitare Ricardo Rayo, in una
dichiarazione alla Fiscalía, riferendosi al periodo in cui Yanine Díaz era
Comandante della XIV Brigata, affermò che Henry de Jesús Pérez “poteva disporre degli avvocati, della
pattuglia, degli elicotteri dell’Esercito, e quando arrivava alla Base Henry Pérez
chiedeva uomini e il Comandante lo aiutava in tutto” ([92]). Il paramilitare Diego Viáfara Salinas
affermò in una dichiarazione pubblica che “il
Generale Farouk Yanine Díaz fu uno dei pioneri nell’aiutare l’organizzazione
paramilitare” ([93]). In una dichiarazione resa da Alonso de
Jesús Baquero Agudelo durante il processo per l’omicidio della commissione
giudiziaria a La Rochela, facendo riferimento a Yanine Díaz, dichiarò che “a quel tempo egli non stava nella zona,
lavorava a Bogotá, fu alla scuola 01, una scuola di addestramento dei
contadini... Yanine giunse in elicottero al Bárbula e da qui si trasferì con
l’auto del Comandante sino a dove noi risiedevamo... Essendo Direttore della
Scuola Militare non solo solo andò alla scuola 01, ma anche alla vereda Vuelta
Acuña per inaugurare un gruppo di autodifesa... a Vuelta Acuña giunse in un
elicottero dell’Esercito”. Allo stesso processo Baquero Agudelo, affermò
che, “la brigata ci vendeva armi
legalmente protette, tanto ai membri dei gruppi paramilitari quanto ai soci
della ACDEGAM; avevamo un trattamento speciale, al di fuori di questo la
brigata in varie occasioni prestò armi ai paramilitari... Quando i paramilitari
effettuano le operazioni insieme alla brigata, e al battaglione
controguerriglia, la brigata presta le uniformi e i fucili ai paramilitari; il
Battaglione Bárbula ci assicura il traspoto in elicottero, ci prestava fucili
G-3 ed arrivarono a prestarci anche mitragliatori M-60” ([94]). Altri militari che parteciparono
all’organizzazione e alle attività del paramilitarismo a Puerto Boyacá furono: Ø
Il Tenente Colonnello Hernando Navas Rubio, che copriva il ruolo
di Capo del B-2 della XIV Brigada; secondo la dichiarazione di un paramilitare
che partecipò alla sparizione di 19 commercianti: “Il Colonnello Navas ci diceva, che pena per questi commercianti,
dobbiamo lasciarli uccidere, allora un giorno Henry Pérez disse al Colonnello
Navas di coordinare con lui i militari per prendere i commercianti”. Lo
stesso paramilitare affermò che “Navas
ricevette denaro da Henry Pérez, gli regalò denaro in contanti in varie
occasioni, ad esempio una volta gli regalò due milioni di pesos, in un’altra
occasione in cui noi andammo nell’ufficio di Navas, questo aveva bisogno di
cinque milioni per fare un affare a Bogotá, non ho saputo che tipo di affare, e
allora Henry gli disse che in quel momento non li aveva ma che andasse o
mandasse qualcuno a Puerto Boyacá, che lì gli avrebbe dato il denaro” ([95]). Ø
Il Brigadiere Generale Juan Salcedo Lora, che nel 1987 fu
comandante della XIV Brigata. Ø
Il Brigadiere Generale Carlos Julio Gil Colorado, che fu il
comandante di questa unità militare nel 1989. Ø
Il Maggiore Generale Juan José Alfonso Vacca Perilla, che sostituì
Yanine Díaz al comando della II Divisione. Su questi ufficiali, Alonso de Jesús
Baquero Agudelo, in una dichiarazione alla Fiscalía, affermò che “tra i principali collaboratori ci sono il
Generale Yanine Díaz, il Generale Salcedo Lora e il Generale Gil Colorado...
Altro Generale che collaborava però non completamente era Vacca Perilla”.
Su quest’ultimo, aggiunse che “l’unico
Generale a cui non piacevano i massacri era il Generale Vacca Perilla, era
d’accordo che gli omicidi fossero individuali e non collettivi” ([96]). Ø
Il Colonnello Luis Arcenio Bohórquez Montoya, che tra il dicembre
1987 e il giugno 1989, fu comandante del Battaglione Bárbula. Un’inchiesta
realizzata dal DAS, avrebbe appurato che “egli
aveva permesso l’utilizzo del Battaglione come centro di comunicazione e
addestramento dei gruppi paramilitari della regione... Il Colonnello Bohórquez
e i 1300 soldati ai suoi ordini avevano accompagnato le pattuglie paramilitari
e dato rifugio ai capi paramilitari, quando nella regione giungevamo gli
investigatori civili” ([97]).
Nel periodo in cui Bohórquez Montoya
operò presso il Battaglione Bárbula, viveva in Colombia il mercenario
israeliano Yair Klein, che fu contattato dal Maggiore (Ritirato) Luis Antonio
Meneses Báez, affinchè addestrasse militarmente i gruppi paramilitari del
Magdalena Medio. C’erano inoltre mercenari britannici e australiani. I
paramilitari che furono addestrati nei differenti corsi diretti da “esperti”
stranieri, hanno partecipato in azioni criminali in altre regioni del paese,
come il massacro di più di 40 contadini nelle aziende agricole ‘Honduras’ e ‘La
Negra’, avvenuto il 4 marzo 1988 nell’Urabá Antioqueño, il massacro di 28
persone a Mejor Esquina (Córdoba), il 3 aprile 1988, quello di Punta Coquitos
(Córdoba), in cui furono fatte sparire 26 persone, l’11 aprile 1988, e il
massacro di Segovia (Antioquia), in cui furono assassinate 46 persone, l’11
novembre 1988. A seguito dello scandalo pubblico che
suscitò la presenza dei mercenari, il Colonnello Luis Arcenio Bohórquez Montoya
fu costretto a dimettersi il 6 giugno 1989. Quest’ufficiale fece pubblica una
lettera in cui faceva riferimento agli ordini dei maggiori vertici
dell’Esercito; l’ufficiale manifestava di non comprendere le ragioni della
sanzione di cui era oggetto, poiché si era limitato a seguire gli orientamenti
dei suoi superiori gerarchici. Ciò coincide con il contenuto di un memorandum
inviato dal Ministro della Difesa, il Generale Manuel Jaime Guerrero Paz, ai
suoi subalterni nel 1987, in cui si afferma che “organizzare, istruire e appoggiare le giunte di autodifesa deve essere
un obiettivo permanente delle Forze Armate dove la popolazione è leale e si
manifesta aggressiva contro il nemico” ([98]). Ø
Nel 1990, il Comandante della XIV Brigata era il Colonnello
Rodolfo Herrera Luna, il quale creò il gruppo “URE”, una struttura composta da
membri del B-2 delle Brigate V e XIV e da civili delle sue reti d’intelligence,
che realizzavano azioni coperte nella regione. Il “successo” dell’esperienza
paramilitare a Puerto Boyacá fu dovuto non solo al ruolo giocato dalla
struttura militare ma anche ad altri fattori: IL SOSTEGNO POLITICO ED ECONOMICO
Sin dalla prima riunione che fu
realizzata nei primi mesi del 1983 a Puerto Boyacá ci fu la partecipazione di
delegati della multinazionale Texas
Petroleum Company e degli allevatori della regione, i quali avrebbero
garantito economicamente la costituzione dei primi gruppi di civili armati,
sotto la copertura dell’ACDEGAM, la quale fu incaricata di canalizzare
“legalmente” i programmi finanziari, educativi, sanitari, infrastrutturali e
viari, attraverso i quali si doveva ottenere il controllo totale della regione. L’appoggio della Texas alle attività di ACDEGAM fu evidenziato dal sindaco Luis
Alfredo Rubio Rojas, che riconobbe pubblicamente che il “concorso generoso della Texas Petroleum Company, dei suoi direttori e
del personale in generale, che sostengono le iniziative del Municipio e
apportano uomini e denaro per le opere... fanno di Puerto Boyacá una città più
amabile e accogliente” ([99]). Nei primi anni le quote pagate dagli
allevatori e il denaro ufficiale che ACDEGAM canalizzava, permisero lo sviluppo
del modello paramilitare; gli alti costi che implicavano i salari che venivano
pagati ai membri dell’organizzazione armata, così come la necessità di
apparecchiature per la comunicazione ed armi, condussero tuttavia ad una crisi
economica, che fu risolta con la sua vincolazione al narcotraffico, il quale
permise di rafforzarne le finanze e di incrementare l’infrastruttura necessaria
per portare a termine i suoi obiettivi strategici. Racconta il Maggiore Oscar de Jesús
Echandía Sánchez che “tra il 1983 e il
1984 inizia il contatto con il narcotraffico, con l’incontro dei dirigenti di
ACDEGAM con Francisco alias “Pacho Yuca”... Si iniziano conversazioni con Pablo
Escobar interessato a ripulire la zona di Doradal e Puerto Triunfo, quando
Rodríguez Gacha controllava Pacho e Yacopí” ([100]). In questa stessa direzione, le
affermazioni di Diego Viáfara: “Questa
alleanza sorge a metà del 1985 quando l’autodefensa intercetta un furgone
carico di cocaina nei pressi della località Dos y Medio, ferendo e catturando
alcuni degli occupanti il veicolo. Il veivolo e la droga risultarono essere di
proprietà dei narcotrafficanti Jairo Correa e Pacho Barbosa... A seguito delle
conversazioni con i narcotrafficanti e per iniziativa di Henry Pérez, la
autodefensa restituisce ai suoi proprietari il furgone e la droga sequestrata
ricevendo in cambio un fuoristrada Toyota... Da quel momento la autodefensa
inizia ad offrire il servizio di vigilanza alle proprietá dell’azienda agricola
La Suiza. Le risorse economiche crebbero cosí grazie all’associazione con
coloro che erano già noti come persone vincolate a Gonzalo Rodríguez Gacha e
Pablo Escobar del Cartello di Medellín” ([101]). Anche la relazione dei narcotrafficanti
con le Forze Militari era molto buona; secondo quanto dichiarato da un
paramilitare della zona c’erano “opere
civili che apparivano come realizzate dalla XIV Brigata, però il denaro era di
Pablo Escobar e Gonzalo Rodríguez Gacha: per la ristrutturazione della XIV
Brigata e la pavimentazione della strada che conduce all’aeroporto Morelia a
Puerto Berrío, inaugurata da Belisario Betancur nel 1984, il denaro fu
consegnato da Pablo Escobar a Farouk Yanine Díaz e Raúl Rojas Cubillos” ([102]).
Un sottufficiale dell’Esercito in un documento inviato alla Fiscalía affermò
che l’azienda Copa de Barro di proprietà di Pablo Escobar, ubicata a 4 Km. del
perimetro urbano di Puerto Berrío, sulla strada per Cimitarra, era “centro di riunioni ed orge, specialmente per
gli ufficiali di alto rango... Lì si riunivano con donne che Pablo Escobar
inviava in aereo da Medellín”. In una intervista al settimanale
‘Semana’, il capo paramilitare Henry de Jesús Pérez Durán, riferendosi al
rapporto tra paramilitari, militari e narcotrafficanti, affermava: “Noi partiamo da un principio: per
combattere il nemico ci uniremmo anche con il diavolo. Questa era una frase del
generale Yanine che ci ripeteva ad ogni occasione”. Concretamente sulla
relazione tra Rodríguez Gacha e i militari aggiungeva: “Molto buona, per lo meno con un settore di essi. Renditi conto che
Gacha una volta mi mandò a dire “ho bisogno che vai da Pacho perché c’è un
incontro con un alto militare”. Io andai da Pacho e un alto militare stava lì
presente per dargli alcuni consigli su come doveva gestire gli uomini da lui
armati direttamente”( [103]). Nel 1982, il Sindaco Militare di Puerto
Boyacá, il Capitano Oscar de Jesús Echandía Sánchez, fu tra coloro che
propiziarono la prima riunione in cui si pianificò la creazione dei gruppi
paramilitari. Nel 1983, anno in cui fu fondata ACDEGAM, vi si associò il
deputato liberale Pablo Emilio Guarín Vera, il cui capo politico era Jaime
Castro Castro, che fu Ministro di Governo del Presidente Belisario Betancur. Lo
stesso Belisario Betancur, nel settembre 1985, durante una visita a Puerto
Boyacá, nel suo discorso fece il seguente invito: “che vengano pure questi colombiani nel Magdalena Medio a presenziare lo
spettacolo di oggi a Puerto Boyacá”, circondato di cartelli allusivi al
ripudio delle FARC e del comunismo ([104]). Secondo Oscar de Jesús Echandía Sánchez,
quando Rubio Rojas fu eletto Sindaco nel 1987, egli coordinò l’arrivo dei
gruppi paramilitari nella zona di Urabá, dando l’incarico al soprannominato
“Fercho” di “organizzare la pulizia in
Urabá”. Sulla partecipazione di Rubio Rojas e di
altre autorità in attività paramilitari, il DAS affermò in un rapporto che: “Alcune autorità con giurisdizione nel
Magdalena Medio collaborano con ACDEGAM; tra esse: 1) il Procuratore Regionale
di Honda (Tolima). 2) il Comandante e il Vicecomandante della Base Militare di
Puerto Calderón. 3) il Comandante della Polizia di La Dorada (Caldas). 4) il
Comandante della Polizia di Puerto Boyacá (Boyacá). 5) Luis Rubio, Sindaco di
Puerto Boyacá (Boyacá), di cui si dice che riceve la somma di 2 milioni di
pesos dai narcotrafficanti” ([105]). La nascita del “Movimiento de Renovación
Nacional – Morena”, nell’agosto del 1989, evidenzia il sostegno politico,
specialmente del Partito Liberale, a favore dei gruppi paramilitari di Puerto Boyacá.
L’allora precandidato Ernesto Samper Pizano, dichiarava: “Qualsiasi sforzo per sostituire il confronto di fatto con le vie
democratiche, merita la nostra accettazione”. La vicenda in cui
successivamente i politici Norberto Morales Ballesteros, Bernardo Guerra Serna
e Alberto Santofimio Botero persuasero la direzione di ACDEGAM a non continuare
a sostenere la gestione politica di “Morena”, fu dovuta unicamente al fatto che
ciò non era piú considerato come conveniente dal punto di vista politico, data la
reazione che si era generata in alcuni settori. L’alternativa fu quella di
creare il “Movimiento Liberal Democrático y Popular del Magdalena Medio”. Altro politico liberale che ha tenuto
stretti legami con i paramilitari, è stato il plurisenatore Tiberio Villarreal
Ramos, noto per aver auspicato la nascita dei gruppi paramilitari che operano a
Rionegro (Santander). Egli è stato legato inoltre a vari crimini, tra cui, il
massacro dei funzionari giudiziari a La Rochela. Secondo una dichiarazione di Alonso de
Jesús Baquero Agudelo: “Tra i politici
che collaborano con noi, il signor Tiberio Villarreal... Tiberio Villarreal
gestiva direttamente i gruppi di autodifesa che ci sono a Rionegro
(Santander)... Era un collaboratore dei paramilitari, si incaricava di
raccogliere denaro tra i commercianti di Bucaramanga... In cambio del denaro i
paramilitari gli raccoglievano voti”. Riferendosi alla sua partecipazione
al massacro di La Rochela, Baquero aggiunse: “Tiberio Villareal per mezzo del Maggiore Oscar de Jesús Echandía,
informò che la commissione giudiziaria stava raccogliendo tutte le prove ed
iniziò a far pressione perché assassinassimo i giudici e bloccassimo il
procedimento...” ([106]). I gruppi
paramilitari del Magdalena Medio contarono sull’appoggio ideologico della
“Società Colombiana di Difesa della Tradizione, della Famiglia e della
Proprietà –TFP”, que pubblicò un libro intitolato “La legittima difesa nelle
campagne colombiane ”, in cui un gruppo di giuristi difendeva secondo il punto
di vista del diritto i gruppi paramilitari. Tra coloro che firmarono questo
documento c’erano riconosciuti giuristi che erano stati membri della Corte
Suprema di Giustizia, cattedratici in diverse università, ex membri della
Procura Generale della Nazione ed ex magistrati di differenti tribunali. IL SOSTEGNO DEI
POTERI ESECUTIVO, LEGISLATIVO E GIUDIZIARIO
Sin da quando sono sorti i gruppi
paramilitari l’Esecutivo ha giocato un doppio ruolo. Dopo la pubblicazione di
un rapporto della Procura nel quale si faceva menzione a 59 membri delle Forze
Armate quali appartenenti al MAS, il Presidente Belisario Betancur, nonostante
avesse direttamente sollecitato l’indagine su pressione degli organismi dei
Diritti Umani, inviava un messaggio al Procuratore Carlos Jiménez Gómez in cui affermava
che “è ovvio che i membri delle Forze
Armate contro cui si sono fatte accuse concrete avranno tutte le garanzie
processuali per esercitare la loro difesa e per spiegare pubblicamente la loro
condotta”. Prima che si verificasse qualsiasi risultato, giungeva
l’assoluzione anticipata delle Forze Armate, il che si fece evidente quando
Betancur affermò che “la dignità del
nostro corpo giudiziario e la rispettabilità delle Forze Armate mi obbligano a
respingere con energia qualsiasi confusione che si pretenderebbe stabilire tra
tanto alte e insospettabili istituzioni e sistemi o raggruppamenti illegittimi
e irregolari. In questo senso non è ammissibile neanche l’ombra di un dubbio”
([107]). Per i crimini perpetrati dai gruppi
paramilitari che nacquero a Puerto Boyacá, la responsabilità degli alti
ufficiali che erano al comando delle unità militari non si limitò alla loro
tolleranza e al loro sostegno, ma in vari casi, come in quello dei 19
commercianti fatti sparire e del massacro di La Rochela, furono proprio i
militari a dare l’ordine di esecuzione. Ciò nonostante, nei processi giudiziari
portati avanti dalla giustizia ordinaria sono stati condannati soltanto alcuni
paramilitari di basso rango. Funzionari della giustizia, che hanno
tentato di compiere il proprio lavoro, sono stati a loro volta vittime di
azioni criminali. Un caso concreto, fu il massacro della commissione
giudiziaria a La Rochela, che stava realizzando alcune indagini in cui erano
coinvolti paramilitari del Magdalena Medio. Identico il caso della Giudice
d’Ordine Pubblico di Medellín, MARIA HELENA DIAZ PEREZ, che fu assassinata dopo
aver ratificato gli ordini di cattura contro alcuni capi del narcotraffico e
l’ex sindaco di Puerto Boyacá Luis Alfredo Rubio Rojas. Il Consiglio Superiore di Giustizia ha
giocato un ruolo importantissimo nel risolvere i conflitti di competenza nei
casi di crimini di lesa umanità in cui avevano partecipato comandi militari.
Prova di esso fu la decisione nel processo instaurato contro Farouk Yanine
Díaz, Hernando Navas Rubio, Oscar de Jesús Echandía Sánchez ed Otoniel
Hernández Arciniegas, per la sparizione dei 19 commercianti, il 26 novembre del
1996, quando il Consiglio Superiore di Giustizia risolse il conflitto di
competenza a favore della Giustizia Penale Militare. La Giustizia Penale Militare, che ha
svolto alcuni processi penali contro militari implicati nella costituzione di
gruppi paramilitari e nell’esecuzione di crimini di lesa umanità, ha garantito
che nessuno di essi venisse punito, anzi, al contrario, ha permesso con le sue
sentenze di “migliorare” l’immagine dei militari implicati. Ciò si evidenzia
nella decisione del Comandante dell’Esercito, il Maggiore Generale Manuel José
Bonett Locarno, di astenersi dal convocare un Consiglio di Guerra contro Farouk
Yanine Díaz, Hernando Navas Rubio, Oscar de Jesús Echandía Sánchez ed Otoniel
Hernández Arciniegas, per la sparizione dei 19 commercianti. In questa decisione, in riferimento ai
gruppi paramilitari, si affermava che “esiste
una differenza fondamentale dal punto di vista filosofico e politico tra le
autodefensas e i mal definiti gruppi paramilitari... Le vere autodefensas
nacquero dal diritto naturale e imprescindibile di proteggere la vita e i beni
dalle insidie e dalle molestie della guerriglia... L’Esercito nel Magdalena
Medio ha sostenuto scontri e combattimenti contro la guerriglia e i mal
definiti gruppi paramilitari”. In quanto alle considerazioni della Fiscalía
per porre sotto giudizio Yanine Díaz, basate sulle molteplici testimonianze
raccolte, si aggiungeva: “Inutile e
futile il ragionamento del Giudice senza volto quando pretende di sanzionare
penalmente quello che dovette conoscere il Generale Yanine in merito alle
attività di Henry Pérez, giungendo ad affermare che l’ignoranza su un fatto determinato,
per la Fiscalía, è un delitto in Colombia, se è responsabile secondo la
Fiscalía per ciò che si deve conoscere e non si conosce o non si ricorda” ([108]). Invece delle sanzioni, i militari
coinvolti nel paramilitarismo sono stati premiati con decorazioni e promozioni.
Farouk Yanine Díaz, iniziò la sua attività di impulso del paramilitarismo come
Brigadiere Generale; in seguito fu promosso a Maggiore Generale e a Generale;
così tra il 1984 e il 1990 fu decorato in quattro occasioni. Hernando Navas Rubio
fu decorato nel 1986, 1987 e 1990. Carlos Julio Gil Colorado fu decorato nel
1989, 1990 e 1991. Juan José Alfonso Vacca Perilla fu decorato nel 1986 e 1987. IL
RUOLO DEI MEZZI DI COMUNICAZIONE DI FRONTE ALLA SITUAZIONE DELLA ZONA I mass media, nel corso di queste
vicende di sterminio e guerra sporca contro gli abitanti della zona e le loro
organizzazioni, hanno svolto un ruolo che nel migliore dei casi è stato di
silenzio complice su ciò che succedeva e succede. Nel peggiore dei casi essi
hanno fatto da eco delle voci ufficiali che smentivano le denunce sollevate
dalle vittime, pubblicando versioni false e accomodanti tanto sul sangue
versato come sui responsabili dei crimini che si commettevano in quel periodo.
Pochi esempi concreti sono sufficienti a darci una idea della manipolazione
“informativa” che si fece: A Puerto Nare, i lavoratori della
“Cementos del Nare” e di “Colcarburo” denunciavano: “...El Tiempo non pubblicò mai uno solo dei nostri documenti, nei quali
le volte che protestavamo, denunciavamo davanti alle differenti istituzioni
dello Stato, l’alto spargimento di sangue dei nostri compagni e della
popolazione in generale. Come lo avrebbe potuto fare? Se il signor, già defunto, massimo dirigente del MAS nel
Magdalena Medio era il corrispondente del Tiempo a Puerto Boyacá e grazie ad
uno dei suoi gorilla, distribuiva nelle fabbriche Nare e Colombiana de Carburo
un periodico con l’assenso patronale, attraverso il quale si istigava a
commettere crimini contro i dirigenti sindacali. Vari esemplari sono in mano
delle autorità. Quando i lavoratori del cemento hanno promosso il blocco delle
attivitá per il diritto alla vita, la ‘grande stampa’ ululò disperata e uscì in
difesa del monopolio cementizio, che sollevó davanti al Ministero del Lavoro l’illegalità
del blocco e l’applicazione delle sue nefaste conseguenze. Non le importó
assolutamente il sangue versato”. Nel 1988, fu
realizzato un programma televisivo sul Magdalena Medio “evidentemente preparato per elogiare l’azione pacificatrice di ACDEGAM”.
Il giorno successivo al massacro di La Rochela, il quotidiano ‘El Tiempo’,
attribuiva il crimine a “vili sicari
patrocinati dall’ombra di menti diaboliche”. Qualche giorno dopo, lo stesso
quotidiano diffuse la notizia che le autodefensas del Magdalena Medio avevano
negato ogni partecipazione a questa azione, incolpando le FARC e la U.P. Solo
quando la verità sul crimine fu tanto evidente che non poteva più essere
occultata, le dette diffusione. Nel
maggio 1989, ‘El Tiempo’ dedicò varie pagine all’ex membro di ACDEGAM
Diego Viáfara Salinas, dopo che egli aveva rivelato le connessioni tra gli alti
ufficiali del Battaglione Bárbula e la Brigata XIV con il gruppo diretto da
Henry de Jesús Pérez Durán; in esse, egli veniva presentato come un “bugiardo patologico, trafficante
d’informazioni, drogato compulsivo, ladro e falso medico”, mentre il
Colonnello Bohórquez e l’ACDEGAM erano presentati come vittime di Viáfara. Nel giugno 1989, ‘El Tiempo’ pubblicò
vari articoli in cui si esaltava il movimento politico creato dai paramilitari
di Puerto Boyacá ‘Morena’; si parlava di questo come “un movimento di salvataggio nazionale, perché se il governo non può il
popolo sí... un canale politico per dare soluzioni alla popolazione del
Magdalena Medio”; allo stesso modo si esaltava Pablo Emilio Guarín Vera,
uno dei maggiori promotori del paramilitarismo a Puerto Boyacá. I massacri nella zona di Puerto Berrío,
Puerto Boyacá, Puerto Nare, Cimitarra, Yondó.
Verso la
fine del marzo 1982, otto giovani accusati di appartenere alle FARC furono
assassinati a Puerto Boyacá su ordine di Luis Enrique Tobón Echeverry e Nelson
Lesmes Leguizamón, due dei fondatori di ACDEGAM. Il 14 giugno
1982, furono rinvenuti assassinati 14 contadini che erano stati sequestrati da
un gruppo paramilitare. Tra essi furono identificati NOHEMI MANCERA RENGIFO,
ORLANDO MANRIQUE SALDANA, CARLOS MANCERA, JOSE MADRID PEREZ e ORLANDO NN. Le
altre nove vittime, non poterono essere identificate, poiché i loro cadaveri
furono rinvenuti completamente sfigurati. Nel luglio
1982, vennero fatti sparire nove giovani abitanti della ‘vereda’ El Delirio,
alcuni dei quali membri di una stessa famiglia, da un tenente di nome Rodríguez
(ex comandante della base militare El Marfil) e dai paramilitari Gonzalo de
Jesús Pérez, Henry de Jesús Pérez Durán e Luis Eduardo Ramírez. Secondo alcune
testimonianze, i giovani assassinati, sarebbero stati gettati nel fiume
Magdalena, dopo che gli fu aperto il ventre perché non galleggiassero. Nel luglio
1982, cinque contadini furono assassinati nella vereda Saca Mujeres ancora su
ordine del tenente Rodríguez. Alcuni giorni dopo, due membri della stessa
famiglia, furono assassinati a ‘La Piscina’, ancora su ordine di Rodríguez. Il 29 luglio
1982, i contadini ALEJANDRO MONTILLA, MARCO TULIO GIRALDO, HERNANDO TORRES,
LIBARDO ANDRADE, MANUEL GALLEGO, JULIO BARRERO, VICTOR ARIZA, JULIO TORRES e
NICANOR ORTIZ, furono assassinati nell’ispezione di Cano Baúl (Cimitarra),
durante un’operazione congiunta degli effettivi del Battaglione ‘Bomboná’ e dei
paramilitari del MAS. I criminali lasciarono un foglietto su uno dei cadaveri
che diceva “muoiono per essere
collaboratori della guerriglia”. Una delle vittime era stata detenuta
dall’Esercito una settimana prima. Il 25 agosto
1982, i contadini ISIDRO COLMENARES, FRANK PEÑUELA, RUBERTO ANTONIO GOMEZ,
ANTONIO DIAZ, ALIRIO HENAO e ANATOLIO DIAZ, furono assassinati a Cimitarra da
paramilitari del MAS. Il 17
settembre 1982, CARLOS AUGUSTO BUITRAGO RAMIREZ, ALIRIO BUITRAGO RAMIREZ,
FABIAN BUITRAGO ZULUAGA, GILARDO RAMIREZ e MARCOS MARIN, che si trovavo riuniti
in una cena conviviale, dopo un incontro di football, furono assassinati da un
gruppo che indossava uniformi militari. Il gruppo paramilitare era guidato da
Matías Suárez, proprietario terriero della vereda Santa Rita e da due
poliziotti della Stazione Cocorná. Il gruppo era finanziato da Enrique Gómez e
Carlos García alias “El Gordo”. L’11 ottobre
1982, DARIO PORTELA RUEDA, FIDEL GUTIERREZ, MARIA RAQUEL GALEANO e la sua
piccola figlia, furono assassinati a Puerto Berrío dal gruppo paramilitare MAS. Il 3 gennaio
1983, quattro contadini furono torturati e assassinati a Puerto Berrío dal MAS;
i loro corpi non poterono essere identificati a causa delle sfigurazioni
prodotte dalle torture. Il 2 febbraio
1983, i contadini JUAN CASTELLANOS, OVIDIO ARIZA e altri due uomini, furono
assassinati a Cimitarra da paramilitari del MAS; due delle vittime non poterono
essere identificate a causa delle mutilazioni e delle sfigurazioni che avevano
subito. Il 27 aprile
1983, MIGUEL VELASQUEZ, ISIDRO PINEDA, LUIS FELIPE RODRIGUEZ, FERNANDO
FERNANDEZ, VICENTE RENTERIA e una contadina non identificata, furono
assassinati dai paramilitari del MAS, all’interno di una caffetteria della
città di Cimitarra. Il 18 maggio
1983, i contadini JOSE’ MARIA CIFUENTES SERRANO, DIOGENES PALACIO, OSCAR EMILIO
HERNANDEZ, MARIA GUEVARA ECHAVARRIA e MARIA NAZARETH PUERTO ESCOBAR, furono
assassinati a Puerto Berrío dal gruppo paramilitare MAS. Il 23 maggio
1983, i contadini VICTOR SOTO, ORLANDO GAVIRIA, ARTURO OLARTE, JOSE’ ANGEL
BERRIO e JAIME BERRIO, fratello di José Angel, furono assassinati a Puerto
Triunfo dal capitano Idárraga Ospina, comandante del VII Distretto di Polizia,
e dagli agenti dell’F-2 Fernández, Quintero, Velásquez e Galindo; il
pluriassassinio fu inizalmente attribuito ai paramilitari, poiché i
responsabili si erano presentati così. Il 24 maggio
1983, un operaio di nome DINO e i contadini JOAQUIN OLAYA, LUIS OLAYA, ALFONSO
OLAYA e un altro uomo che non fu identificato, furono assassinati durante
un’operazione congiunta dell’Esercito, della Polizia e dei paramilitari del
MAS, nella frazione di di Puerto Oloya (Cimitarra). I corpi delle vittime
furono squartati. Prima di ritirarsi, i responsabili dell’eccidio saccheggiarono
le abitazioni. Altri cinque contadini furono uccisi nel 1983 a Puerto Oloya dai
paramilitari. Il 9 giugno
1983, i contadini JAIME ANTONIO BAYONA, DAVID ANTONIO ESTRADA RESTREPO,
FRANCISCO LUIS PARRA PENARANDA, GONZALO GUAPACHO e ANTONIO ANGARITA, furono
assassinati a Cimitarra dai paramilitari del gruppo “Los Tiznados”. David
Antonio era stato detenuto e torturato in due occasioni, insieme ad alcuni
membri della sua famiglia, nel 1979 dai militari del Battaglione ‘Rafael
Reyes’. Il 17 giugno
1983, i contadini JOSE’ ALIRIO SANCHEZ, FELIX PEDRAZA, JOSE’ RUIZ, SAUL
VALENZUELA, DARIO ENCIZO e JULIO MORENO, furono assassinati dal gruppo
paramilitare MAS nella ‘vereda’ La Pizarra di Puerto Boyacá. Il 18 giugno
1983, i lavoratori di una miniera GUILLELMO GALEANO SANCHEZ, JOHN JAIRO
RESTREMO MEDINA, MEDARO ECHAVARRIA e ANTONIO MONTES furono assassinati dai
paramilitari a Puerto Nare. Il 21 giugno
1983, i contadini ALBERTO PARRA, JULIO ERNESTO RAVE, OCTAVIO RAVE e JOSE
CORTEZ, furono assassinati durante un’azione combinata degli effettivi della
XIV Brigata e dei paramilitari, nella vereda Vuelta Acuña (Cimitarra). Gli
assassini, giunti sul posto con una lancia, dopo l’eccidio bruciarono le case e
obbligarono gli abitanti ad abbandonare il villaggio. Sempre a Vuelta Acuña,
nel primo semestre ’83, erano stati assassinati da paramilitari del Mas LUIS
DUARTE, ALVARO LINDARTE, GILDARDO OLAYA, HERIBERTO OLAYA, ESTHER OLAYA e DINO
BUSINQUE. Altri due contadini non identificati furoro uccisi a Vuelta Acuña il
2 agosto 1983. Il 13 luglio
1983, SURY NANCY DURAN ARIAS, di 22 anni di età, e altre 12 persone non
identificate, furono torturate e successivamente assassinate dal gruppo
paramilitare MAS, sotto il comando di “Cabello Grande”, e in cui era presente
un autista che lavorava per la Polizia di Puerto Berrío. I loro cadaveri furono
avvolti nei sacchi e gettati nel fiume Magdalena. A Sury Nancy furono strappati
gli occhi prima di essere assassinata. Il 20 luglio
1983, i contadini TOBIAS LINDARTE, MARCO AURELIO BUENDIA, LUISA MARIA QUINTERO,
CARLOS MONTAÑO, ISMENIA DUARTE, MANUEL TRONCOSO, FRANCISCO JAVIER NIETO e ADAN
BUSTOS ESGUERRA, furono assassinati, nella vereda La Corcovada (Cimitarra), da
un gruppo paramilitare che si presentó come “Los Tiznados”. I loro corpi presentavano
segni di tortura. Il gruppo di assassini lasciò alcuni volantini in cui si
affermava che avevano agito perché consideravano i contadini collaboratori
della guerriglia. Nell’agosto
1983, truppe miste di militari e paramilitari, realizzarono differenti azioni
militari contro i contadini della vereda La Corcovada, come risposta al fatto
che, secondo le parole del paramilitare Luis Eduardo Ramírez “essa era una località dove tremila persone
studiavano e analizzavano continuamente il sistema borghese, in comparazione
con quello marxista”. L’azione militare durò 10 giorni e furono utilizzati
vari elicotteri che bombardarono la vereda; un gruppo di circa 100 uomini
guidato dal Generale Rodríguez, dal Capitano Chaparro e dal noto possidente e
capo del MAS Santiago Giraldo, completó l’azione via terra. Il numero delle
vittime non fu mai precisato. Furono rinvenuti solo i corpi di quattro
contadini, rimasti uccisi durante i bombardamenti dell’Esercito. Le contadine
MARIA EUGENIA DE VILLANIZAR e sua madre, furono fatte sparire, dopo che si
erano dirette alla base militare per chiedere notizie sullo sposo di Maria
PEDRO VILLAMIZAR, che era stato assassinato tre giorni prima da una pattuglia
militare. L’1 agosto
1983, FERNEY DE JESUS LOPERO PEREZ, MARTA ELIDA RIOS CALLE, VALERIO OSPINA,
ARNOLFO HENAO HENAO, JAVIER ARTURO SANCHEZ, ALVARO DE JESUS GALEANO BELTRAN e
RODRIGO ANTONIO MARIN ARENAS furono assassinati dal MAS in punti differenti del
centro urbano di Puerto Berrío. Il 2 ottobre
1983, i contadini RODOLFO SAMUDIO, JOSE BENANCIO SAMUDIO, JOSE IGNACIO LOPEZ,
MARIA VIDALIA OSTOS, ORLANDO GONZALEZ e ARGEMIRO BUSTOS, furono assassinati da
paramilitari del MAS. Il 24
ottobre 1983, i contadini GERARDO CUADRO TIRRES, LUIS ORLANDO VILLADA, JOSE’ DE
JESUS BENITEZ, MANUEL DIAZ, GUILLELMO FLOREZ, SEGUNDO FLOREZ e PEDRO FLOREZ,
furono assassinati a Cimitarra da membri del gruppo paramilitare MAS. Il 12
gennaio 1984, i contadini HONORIO MUÑOZ CESPEDES, JESUS MUÑOZ, OSCAR YEPES,
CARLOS TOBON, ISAURA LASCARRO, la figlia BEATRIZ LASCARRO, CRUZ ELENA LOPEZ e
un ragazzo di 15 anni noto come “JUANCHO”, furono le vittime dell’azione
criminale di un gruppo di uomini fortemente armati appartenenti alla XIV
Brigata e al gruppo paramilitare MAS che li assassinò dopo aver torturato
alcuni di essi. Honorio,
Jesús, Oscar e Carlos si trovavano in un’azienda di proprietà di Oscar nella
vereda Vuelta Acuña (Cimitarra). Essi furono sorpresi dal gruppo armato, che li
assassinò senza proferire parola. Successivamente i responsabili del massacro
entrarono in un’abitazione dell’azienda, dove torturarono e assassinarono le
altre vittime. A Isaura strapparono gli occhi; tutti gli altri furono bruciati
con l’acido, i ventri delle donne furono aperti e i corpi furono infine gettati
nelle acque del vicino fiume. Il comando della XIV Brigata, diretto dal
Brigadiere Generale Farouk Yanine Díaz, informò che le vittime erano membri
delle Farc, e che erano morte durante un combattimento. In seguito
al massacro si verificò un esodo di massa di oltre 700 abitanti dalla vereda
Vuelta Acuña, che si trasferirono nella città di Barrancabermeja, per la paura
di perdere la vita. Il 22
gennaio 1984, i militanti del Partito Comunista HILDA YEPES DE MACHECA, EFRAIN
PAEZ, GUILLELMO ESCARRAGA e JESUS ANTONIO SERNA, furono assassinati dai membri
del gruppo paramilitare MAS. Il massacro avvenne a 150 metri da un posto
militare, nell’ispezione di Puerto Romero, senza che i militari facessero nulla
per evitare il crimine o catturare i responsabili. Le vittime erano state
minacciate di morte dal Tenente dell’Esercito Luis Antonio Rojas e da membri
del MAS. Il 7
febbraio 1984, i contadini FRANCISCO LUIS CARDONA, JAIRO GARCES, JESUS GALEANO,
DIEGO OSORIO, FRANCISCO OSPINA e il fratello OMAR OSPINA, di 11 anni di età,
furono assassinati dai paramilitari, nell’ispezione di La Ye (Cimitarra). Il 20 maggio
1984, i contadini LUIS HERNANDO MEJIA GOMEZ di 15 anni di età, MIGUEL OROZCO di
17 anni, ROMAN GALLEGO ISAZA e IGNACIO ATEHORTUA di 20 anni, furono assassinati
da un gruppo paramilitare di circa 100 uomini che occuparono il villaggio di
Las Mercedes (Puerto Triunfo). Il 22 maggio
1984, JOSE’ ADONAI REAL, JOSE’ TRIANA, ROBERTO MOLINA, HERBERT ZAPATA, HECTOR
SANCHEZ e altre tre persone, furono assassinate da un gruppo di 30 uomini
appartenenti al MAS, che avevano occupato i caseggiati di Puerto Pineda e
Puerto Guevara. Altri tre contadini furono gravemente feriti e i negozi furono
saccheggiati dai paramilitari. Il 23 giugno
1984, i contadini EDUVAN HIGUITA, di 20 anni, JUAN CARLOS HIGUITA di 15 anni,
OSCAR HIGUITA di 28 anni, PEDRONEL HIGUITA di 23 anni e RAMIRO HIGUITA di 22
anni, tutti fratelli, furono assassinati a Puerto Berrío da un gruppo di uomini
che indossavano uniformi della Polizia. Altri due fratelli delle vittime furono
gravemente feriti. Il 24
dicembre 1984 i contadini HERMELINDA ANZOLA, i suoi figli MARCO TEJEDOR ANZOLA
e DANILO TEJEDOR ANZOLA; i fratelli ALVARO RAMIREZ e ALBERTO RAMIREZ; i
fratelli ANIBAL ANZOLA GARCIA ed EDUARDO ANZOLA GARCIA; tutti questi legati tra
loro da vincoli familiari, furono assassinati dai paramilitari del MAS, dopo
essere stati prelevati da una abitazione ubicata nella vereda El Silencio
(Cimitarra). Il 25 marzo
1985, i contadini RAMIRO ANGEL JARAMILLO, JOSÉ ANTONIO ARDILA, HERMENEGILDO
GAMBOA e OCTAVIANO PEREZ, furono assassinati da un gruppo composto
approssimativamente da 15 membri del MAS, che fecero irruzione nella vereda La
Corcovada (Cimitarra). Due giorni più tradi, nella stessa località, i contadini
PEDRO MOSQUERA, di 80 anni di età, JOSE’ DE LOS SANTOS ARDILA, MARIA PARDO
MUÑOZ e la figlia MARIA DIAZ PARDO, furono assassinati da un gruppo armato di
un centinaio di uomini, costituito da effettivi dell’Esercito e paramilitari
del MAS. I militari informarono la stampa, del ritrovamento dei cadaveri di tre
contadini assassinati dai guerriglieri. Il 25 aprile
1985, i contadini BERNABE’ BELTRAN, RAMON AREVALO, RAFAEL ENRIQUEZ SANCHEZ e
GUILLELMO DIAZ, furono fatti sparire dal MAS. I paramilitari giunsero nella
vereda Dos Quebradas (Puerto Berrío), prelevarono dalle loro abitazioni i
quattro contadini e li condussero ad un elicottero militare; da allora
risultano ‘desaparecidos’. Nello stesso luogo, il 29 maggio 1985, furono
assassinati i contadini LUIS EDUARDO MANCO, LINO ANTONIO CRUZ e JESUS MARIA
MANCO, presumbilmente da uomini appartenenti a un gruppo paramilitare. Il 21 dicembre 1985, i contadini LUIS
ALBERTO BOHORQUEZ, JOSE’ EMETERIO LEAL e JOSE’ DEL CARMEN LASCARRO, furono
assassinati durante un’azione eseguita da appartenenti della XIV Brigata
dell’Esercito e da paramilitari del MAS, nel caseggiato di Vuelta Acuña
(Cimitarra). I tre contadini furono poi squartati. Il 19 aprile 1986, i contadini AMPARO
ZAPATA, MARY CASTAÑO HERNANDEZ e i fratelli NELSON RUBIO CADENA, ARNULFO RUBIO
CADENA e RAMIRO RUBIO CADENA, furono fatti sparire a Cimitarra dai membri del
gruppo paramilitare MAS. Il 12 giugno 1986 furono assassinati dai
paramilitari che si identificarono come “Toxicol 90”, i dirigenti comunali di
Yondó FEDERMAN JIMENEZ VARELA, SALVADOR URIBE PINZON, FERMIN ROBLES CORDERO e
l’ex Consigliere CESAR TULIO ATENCIO MENDOZA. Il fatto si verificò nella
ispezione dipartimentale di San Miguel del Tigre. Il 6
novembre 1986, i contadini ARMANDO DIAZ PINZON, FELIX MARTIN MOSQUERA, NILO ANTONIO
GUTIERREZ, CLAUDIO ZAPATA, OMAR ARDILA, PANCHO TIRADA, MARCO TULIO ARIZA, JAIRO
ALBERTO SALAZAR, WILSON DE JESUS VANEGAS SALAZAR, RICARDO CARRILLO, ALBERTO
PATIÑO e un altro uomo non identificato, che lavoravano come taglialegna,
furono fatti sparire da appartenenti al Battaglione ‘Bárbula’ e da paramilitari
del MAS, nella vereda San Tropel, nei pressi di La Corcovada (Cimitarra). Gli
assassini intercettarono le vittime quando trasportavano un carico di legname,
li fecero scendere dall’automezzo e gli spararono. I paramilitari si rubarono
il legname per poi rivenderlo. Sembra che gli undici cadaveri furono gettati in
un torrente, anche se esiste un’altra versione secondo la quale furono
seppelliti in una fossa comune, tuttavia ciò non è stato verificato, poiché una
commissione d’indagine di Bucaramanga che si trasferì nella zona per
investigare, fu minacciata dai paramilitari. Al crimine parteciparono, tra gli altri,
i Capitani Eduardo Fajardo e Germán Vásquez Espinoza. Il 17 marzo 1987, i contadini GONZALO
SALAZAR, la moglie OTILIA DEL SOCORRO DUQUE e la figlia DIANA SALAZAR DUQUE, di
4 anni di età; LUZ MARINA MOSQUERA; LUIS EDUARDO GALLEGO; PORFIDIA NIÑO
RESTREPO; ROSA PARDO; JOSÉ BLANDON e VIRGELINA NN, furono torturati e
assassinati nel sitio Bocas de la Corcovada (Cimitarra), dai paramilitari del
MAS, che dopo il massacro si portarono con sé i cadaveri sino a Puerto Boyacá. Nell’aprile del 1987, i contadini JESUS
DARIO RENTERIA CORREA, HUMBERTO QUIROGA, SAMUEL NN, LUIS MAGNU CHAVERRA, ISAIAS
NN, JOSE’ NN detto “EL NEGRO”, TELMO ZAMBRANO, affetto da paralisi infantile,
HERNANDO BUSTAMANTE e altre cinque persone non identificate, furono assassinate
durante un’incursione alla vereda ‘Número Siete’ (Cimitarra), eseguita dal
gruppo paramilitare guidato da Henry de Jesús Pérez Durán, su ordine del
Comando del Battaglione ‘Rafael Reyes’. L’operazione fu coordinata da Alonso de
Jesús Baquero Agudelo e dagli ufficiali del Battaglione ‘Rafael Reyes’:
Colonnello Pinzón, Maggiore Rubiano e Capitano Héctor Alirio Forero Buitrago. I
dodici contadini furono uccisi con armi da fuoco o a pugnalate; i corpi,
squartati, furono lanciati nelle acque del fiume Carare. L’8 giugno 1987, PABLO SEPULVEDA SUAREZ,
agricoltore, e altre quattro persone non identificate furono fatti sparire da
un gruppo paramilitare, dopo che fu intercettato il veicolo in cui viaggiavano
verso un’azienda di proprietà di Pablo a Puerto Berrío; il veicolo fu ritrovato
incenerito. Il 3 luglio 1987, i contadini JOSE’ HELI
NOVOA GUTIERREZ, LUIS MARIA ORTIZ BURBANO, JOSE’ JEREMIAS CUBILLOS BURBANO e
FLOWER ORTIZ BURBANO, furono fatti sparire e assassinati da un gruppo
paramilitare. Le vittime erano originarie del Caquetá, furono sequestrate in un
altro dipartimento e infine condotti in Antioquia. I loro cadaveri furono
abbandonati all’entrata della fabbrica di cemento Río Claro nel villaggio di Doradal (Puerto Triunfo), dove sarebbero
stati assassinati. Nell’ottobre del 1987 19 persone, la
maggior parte delle quali dedite al commercio di merci di contrabbando, furono
torturate e fatte sparire dai mebri del Battaglione ‘Bárbula’ e dai
paramilitari guidati da Henry de Jesús Pérez Durán, su ordine del Brigadiere
Generale Farouk Yanine Díaz, che all’epoca ricopriva l’incarico di Direttore
della Scuola Militare dei Cadetti. Le vittime di questa vicenda criminale,
nota come la “sparizione dei 19 commercianti” furono: VICTOR MANUEL AYALA
SANCHEZ, ANGEL MARIA BARRERA SANCHEZ, JUAN BAUTISTA, ALVARO CAMARGO, ALIRIO
CHAPARRO MURILLO, REYNALDO CORZO VARGAS, JOSE’ FERNEY FERNANDO DIAZ, ANTONIO
FLOREZ CONTRERAS, ALBERTO GOMEZ, LUIS HERNANDO JAUREGUI JAIMES, ALVARO LOBO
PACHECO, JUAN ALBERTO MONTERO, GILBERTO ORTIZ SARMIENTO, HUBER PEREZ, RUBEN
EMILIO PINEDA BEDOYA, ISRAEL PUNDOR QUINTERO, CARLOS ARTURO RIATIGA, GERSON JAVIER
RODRIGUEZ QUINTERO, LUIS DOMINGO SAUZA SUAREZ. Il crimine fu pianificato durante una
riunione negli uffici di ACDEGAM a Puerto Boyacá, alla quale partecipò il
Tenente Colonnello Hernando Navas Rubio, Comandante del B-2 della XIV Brigata
che assicurò che “i commercianti
introducevano nella zona armi e munizioni destinate alla guerriglia”.
Nell’occasione si assegnò il coordinamento al Comandante della V Brigata,
Brigadiere Generale Juan José Alfonso Vacca Perilla, che delegó il Maggiore
Oscar de Jesús Echandía Sánchez e il Sergente Otoniel Hernández Arciniegas, i
quali si incaricarono di gestire con Alonso de Jesús Baquero Agudelo, la
vigilanza della carovana di auto diretta a Medellín con un carico di mercanzie
provenienti dal Venezuela e che sarebbe giunta nel luogo di Lizama (Cimitarra)
dove c’erano i paramilitari. L’azione fu coordinata inoltre dal Tenente Hugo
Isaac Pertuz González, appartenente al Battaglione ‘Nueva Granada’. Nonostante le laboriose indagini e la
raccolta di innumerovoli prove sulle responsabilità degli alti militari, il
crimine è rimasto sino ad oggi impunito. Il 19 novembre 1987, VICTOR MANUEL ISAZA
URIBE, membro del Sindacato del settore cementizio di Puerto Nare e altre tre
persone, vengono fatte sparire da un gruppo di una decina di uomini, alcuni dei
quali indossavano uniformi militari, che all’una di notte entrarono nel carcere
municipale dove i quattro erano detenuti. Le autorità non reagirono
all’attacco. Victor era stato arrestato un mese prima con l’accusa di aver
partecipato all’omicidio dell’industriale di Puerto Nare HUMBERTO GARCIA. Nell’occupazione del carcere e nella
sparizione di Victor furono coinvolti il Tenente che comandava la pattuglia di
Guardiacosta M-123, due agenti di polizia e il giudice Manuel García. A fine 1988, i contadini PEDRO BASTOS,
NN ARDILA, noto come “El Nato”, ROSA NN e MARIA NN, furono assassinati dai
paramilitari nella vereda La Corcovada (Cimitarra). Il 18 gennaio 1989, i funzionari
giudiziari PABLO BELTRAN PALOMINO, MARIELA MORALES CARO, ARTURO SALGADO GARZON,
GERMAN MONROY, LUIS ORLANDO HERNANDEZ, VIRGILIO HERNANDEZ, CARLOS FERNANDO
CASTILLO ZAPATA, CESAR AUGUSTO MORALES, GABRIEL ENRIQUE VESGA, SAMUEL VARGAS e
ARNULFO MEJIA, furono assassinati nella vereda La Rochela, giurisdizione di
Simacota, da un gruppo di uomini fortemente armati appartenenti al gruppo
paramilitare “Los Masetos”, che operava nel Magdalena Medio, e che riceveva
denaro da parte di alti ufficiali dell’Esercito e dell’Armada, tra i quali il
Brigadiere Generale Farouk Yanine Díaz, Comandante della II Divisione
dell’Esercito. I funzionari si erano spostati nella
zona con la finalità di raccogliere prove nell’ambito delle indagini su 25 casi
in cui erano coinvolti i gruppi paramilitari del Bajo Simacota e di Puerto
Parra; inoltre indagavano sulla sparizione dei 19 commercianti a Cimitarra. Prima del massacro si tennero differenti
riunioni a cui furono presenti Henry de Jesús Pérez Durán, il narcotrafficante
Gonzalo Rodríguez Gacha, i membri della Giunta Direttiva di ACDEGAM e del movimento
‘Morena’. Per
garantire l’esito dell’operazione, i paramilitari si coordinarono con il
Comandante del Battaglione ‘Nueva Granada’, Tenente Colonnello Rodrigo Rojas
Guerra, con il Tenente Luis Enrique Andrade Ortiz, del Battaglione ‘Rafael
Reyes’, con un ufficiale dell’Armada Nacional e con il Maggiore Gil, Comandante
della polizia di Barrancabermeja. All’agguato parteciparono invece 20
paramilitari guidati da Alonso de Jesús Baquero Agudelo. Le munizioni
utilizzate furono consegnate dall’Esercito. Secondo
quanto dichiarato dal paramilitare Efrén Galeano López, Baquero Agudelo
ricevette 200 milioni di pesos per il massacro, i quali furono inviati in una
valigia da Yanine Díaz. Galeano López fu incaricato dall’alto ufficiale della
consegna del denaro. Efrén Galeano fu fatto sparire tempo dopo questa
dichiarazione. Gli stessi Gonzalo Rodríguez Gacha e Pablo Escobar Gaviria
avrebbero inviato circa 1500 milioni di pesos ciascuno ad Henry de Jesús Pérez,
“come ringraziamento”, secondo quanto dichiarato da Baquero Agudelo. Il 24 luglio 1989, i militanti dell’M-19
RAMIRO SANABRIA, MIGUEL ANGEL SUAREZ, SAUL DUQUE VILLA e FLOR MARIA ROJAS RUIZ,
e il bambino DAGOBERTO SANABRIA ROJAS, di 2 anni di età, figlio di Ramiro e
Flor María, furono rinvenuti assassinati nel sito denominato “Alto Nogales”
(Cimitarra). Fonti militari informarono che le vittime erano morte in un
combattimento con i membri dell’Esercito, versione che fu smentita
dall’organizzazione; in seguito si dimostrò che le vittime erano state assassinate
a bruciapelo. Nell’aprile 1989, l’organizzazione insorgente aveva iniziato il
dialogo con il governo nazionale in vista della sua smobilizzazione e della
costituzione del movimento politico ‘Alianza Democrática - M-19’. Il 9 ottobre 1989, quattro bambini, un
maschietto di 12 anni e tre bambine di 4, 14 e 15 anni rispettivamente, furono
rinvenuti assassinati nell’ispezione di Puerto Olaya (Cimitarra). I loro
cadaveri erano stati bruciati; l’ispettore che realizzò l’autopsia segnalò
l’esistenza di indizi che le vittime erano state violentate. Il 17 dicembre 1989, il commerciante di
smeraldi CARLOS SANDOVAL, la figlia MARIA EUGENIA SANDOVAL, l’autista ENRIQUE
FEDERICO TELLEZ, LEONOR RODRIGUEZ e ISABEL RODRIGUEZ, furono assassinati a
Puerto Yuca (Cimitarra), mentre viaggiavano su un fuoristrada da un gruppo di
paramilitari. Tutto indica che il crimine fu eseguito per rubare alcuni
smeraldi che portavano con sé le vittime. Nei giorni successivi i paramilitari
assassinarono anche un altro figlio del commerciante, CARLOS SANDOVAL, e un
secondo autista della famiglia. Il 10 gennaio 1990, UDY PADILLA OSORIO,
ARSENIA LOPEZ CAMARGO, LUIS LOPEZ ed ELIBARDO ORDUZ, furono assassinati da
appartenenti all’Armada Nacional durante una vasta operazione di bombardamento
aereo contro alcuni villaggi nei pressi di Yondó. Altre due persone, tra cui un
minore di età, furono gravemente feriti. I fatti avvennero all’uscita di Caño San
Lorenzo, nel momento in cui le vittime fuggivano in una canoa dai
bombardamenti, e i militari spararono contro essi. Un elicottero militare
trasferì i feriti sino a Barrancabermeja; durante il tragitto la bambina fu
minacciata di essere gettata giù dal velivolo. I cadaveri furono portati invece
al cimitero della città che fu militarizzato per impedire l’accesso ai
familiari che chiedevano d’identificare i cadaveri. Ad essi fu detto che si
trattava di 4 guerriglieri morti in combattimento. Il 26 febbraio 1990, la giornalista al
servizio della televisione britannica SYLVIA MARGARITA DUZAN SAENZ e i membri
dell’Associazione dei Lavoratori Contadini del Carare, JOSUE’ VARGAS MATEUS,
SAUL CASTAÑEDA e MIGUEL ANGEL BARAJAS COLLAZOS, candidato al Consiglio comunale
di Cimitarra, furono assassinati da un gruppo di uomini fortemente armati, che
fecero irruzione nel ristorante ‘La Tata’, quando Sylvia Margarita si riuniva
con i tre dirigenti sindacali per concordare un’intervista per il reportage
televisivo di Canale 4 di Londra, il cui tema era “Il veto del narcotraffico
alle elezioni del 1990”. Il crimine fu ordinato da Henry de Jesús
Pérez Durán e dal politico e paramilitare Armando Suescún, che era stato
candidato a sindaco per il movimento ‘Morena’. All’azione partecipò
direttamente un membro della Polizia. Il 9 agosto 1990, i pescatori ARMANDO
MARTINEZ TORRES, ARSENIO RENGIFO, JOHN LOPEZ, ALFREDO ALCIBIADES NN e ARCADIO
NN, furono rinvenuti assassinati nell’abitato di Vuelta Acuña (Cimitarra). Il 15
febbraio 1992, i contadini MERY GARCIA PARDO, di 19 anni, EMILIO PARDO, di 20
anni, LIBARDO GARCIA PARDO, di 22 anni, ANGEL MARIA PARDO, ROSA ISABEL AGUILAR,
ROSA EBEL LUENGAS, EDUARDO MOSQUERA CUBIDES, EDUARDO NIÑO NAVARRO e KENEDY
CASTRO, tutti legati da vincoli familiari, furono assassinati da dodici
paramilitari, vincolati alla Rete d’Intelligence n. 7 dell’Armada Nazional, con
sede a Barrancabermeja, che fecero ingresso nell’abitazione dove le vittime
stavano dormendo. Si presume che il crimine possa essere
relazionato con il fatto che uno degli appartenenti alla famiglia García Pardo,
noto come “Arracacho”, apparteneva ad un gruppo paramilitare e che al tempo
esistevano contrasti all’interno dei gruppi paramilitari della zona. Il 20 maggio 1993, ANGEL PARRA ZAPATA,
ORLANDO GAVIRIA, REINA ESTER ESCOBAR PARRA e RUBEN DARIO CADAVID, sindacalisti
dell’impresa Colcarburos furono
assassinati da alcuni sconosciuti con il volto coperto da cappucci e che
portavano armi di grande e corto calibro, nell’ispezione dipartimentale La
Sierra (Puerto Nare). I responsabili del crimine prelevarono le vittime dal
loro posto di lavoro e le crivellarono in presenza dei loro compagni. Al
momento del massacro si stavano negoziando le richieste fatte dai lavoratori in
agitazione dell’impresa di carburanti. Altri due dirigenti sindacali della Colcarburos, GUSTAVO ALBERTO BEDOYA
DUQUE e JORGE IVAN BEDOYA GOMEZ erano stati assassinati il mese precedente. L’8 novembre 1997, i lavoratori di una
miniera EDILBERTO BETANCUR, JOAQUIN GUILLELMO CASTAÑO, WILFGER WILLIAM OCHOA
AGUDELO e LEONARDO NUJAN, furono assassinati dai paramilitari nella vereda
Minas de Vapor (Puerto Berrío), dopo essere stati prelevati dalle loro
abitazioni insieme ad altre persone. Le vittime furono identificate e separate
dagli altri sequestrati, per essere poi decapitate alla presenza dei propri
familiari. Il 21 dicembre 1997, un’incursione
paramilitare nelle veredas Puerto Nuevo, La Congoja e la Troja nel municipio di
Yondó, ebbe come bilancio la morte di LUIS ALBERTO VILLA SUAREZ, MARIO AUGUSTO
ZAPATA CARVAJAL, Vicepresidente della Giunta di Azione Comunale, LUIS ANTONIO
BARRIENTOS VELEZ, JOSE’ EVELIO LOMBAÑA, FABIO SUAZA, JOSE’ ERNESTO ZULUAGA
GIRALDO e un NN, e la sparizione di ALICIA CAÑAS, che secondo i vicini sarebbe
stata incenerita all’interno del negozio di sua proprietà incendiato dai
paramilitari. Il 4 febbraio
1997, ANTIO AREVALO, NORBERTO GALEANO, REYNALDO JESUS RIO e tre persone non
identificate, furono le vittime di un gruppo paramilitare che, con l’appoggio
di unità del Battaglione Controguerriglia n. 43 –integrato nella XIV Brigata -
e dei membri di una cooperativa di sicurezza, entrarono nell’ispezione di San
Francisco (Yondó), dove sequestrarono 40 contadini, tra cui 15 minori di età,
che furono sottoposti a maltrattamenti e minacce. Nell’abbandonare il
villaggio, assassinarono i quattro contadini dopo averli squartati e castrati,
e si portarono con sé altri otto contadini che furono fatti sparire. L’INSTAURAZIONE
DEL PROGETTO PARAMILITARE NELLA REGIONE
NORD-ORIENTALE DI ANTIOQUIA I municipi di Segovia e Remedios
costituiscono la regione del Bajo Nordeste antioqueño. Si caratterizza per
l’immensa ricchezza aurifera che fa sì che la sua principale attività economica
sia quella mineraria, che produce approssimativamente il 74% dell’oro del
paese, e che la rende assai attrattiva per l’investimento del capitale
nazionale e straniero. Quasi il 55% della popolazione del nord-est dipende
dall’attività mineraria. L’arrivo del MAS nel ‘Bajo Nordeste
Antioqueño’
In accordo con la dinamica nazionale, le
forze militari, a partire del 1966 con l’inizio del nuovo ciclo di violenza,
hanno come obiettivo centrale la lotta controinsorgente. Si hanno differenti
concezioni sulla gestione della violenza in questo nuovo ciclo, poichè sino a
quasi il 1978 è predominante un’azione repressiva apertamente istituzionale da
parte di un esercito mobile, e dal 1978 in poi, un esercito più stabile combina
forme di azione militare istituzionale (incluse azioni civili-militari) con
forme non istituzionali di repressione, come la creazione di gruppi
paramilitari e le azioni coperte. Il Battaglione ‘Colombia’ si installò
nella regione nel 1970 con circa 400 uomini. Nel 1975 questo Battaglione lasciò
il passo al Battaglione ‘Miguel Antonio Caro’, il quale, nei suoi pochi mesi di
permanenza, realizzò varie brigate
civiche di salute e pulizia. Verso la fine del 1975 fu creata la base
militare del Battaglione ‘Bomboná’. Una caratteristica comune degli
insediamenti militari è che essi furono realizzati in proprietà dell’impresa Frontino Gold Mines (l’impresa
nordamericana che gestisce lo sfruttamento delle miniere locali di oro e
argento), la quale s’impegnò a fornire viveri e alimenti a tutti i militari
residenti in questa zona. Nel 1982, nel Nord-est Antioqueño e nel
Magdalena Medio, opera una struttura paramilitare autrice di numerosi assassinii
e sparizioni di attivisti locali di opposizione e di contadini della regione.
Questa struttura paramilitare agisce sotto il nome di Muerte a Sequestradores – Mas.
Secondo le indagini eseguite dalla Procura Generale della Nazione, il Maggiore
Alvarez Henao, che ricopriva l’incarico di secondo comandante del Battaglione
‘Bomboná’, era uno dei principali membri di questa organizzazione paramilitare,
seguito dal capo di una sezione d’intelligence, l’S-2, il Capitano Guillelmo
Visbal Lizcaño ([109]).
Secondo i funzionari giudiziari che
indagarono sul MAS di Puerto Berrío, l’ufficiale Alejandro Alvarez Henao, dopo
essersi ritirato dall’Esercito, era entrato nelle strutture paramilitari della
Costa Atlantica, insieme all’ex ufficiale Luis Antonio Meneses Baez alias
“Ariel Otero”, nelle quali si era distinto
per i suoi corsi di istruzione in esplosivi. Gli ufficiali del Battaglione Bomboná
s’incaricarono di reclutare nelle file del MAS
i fratelli Castaño Gil, dopo il sequestro del loro padre, Jesús Castaño,
noto latifondista del nord-est, il 19 settembre 1981, da parte del IV Fronte
delle FARC. Tempo dopo si seppe che il padre dei Castaño era morto in cattività
e che il figlio maggiore, Fidel Castaño, noto narcotrafficante della regione,
aveva promesso di vendicare la sua morte. I fratelli Castaño entrarono così nelle
“autodefensas” create dal Battaglione
‘Bomboná’. Lì ricevettero “formazione
nella lotta controinsorgente”, sotto la direzione del capitano Jorge Eligio
Valbuena Barriga, comandante della Controguerriglia di questo Battaglione ([110]). Il paramilitarismo fece il suo esordio a
Segovia e Remedios con forza, impunità e terrore, il 17 e 18 luglio 1982,
quando un gruppo armato vestito da civili e con l’appoggio del Battaglione
Bomboná realizzò il massacro di 8 lavoratori di una miniera nelle veredas di El
Río e Cañaveral. In quest’occasione furono assassinati BRIGADIER GOMEZ RINCON,
operaio di 22 anni, ADOLFO GALLEGO, la moglie TERESA, OMAR GALLEGO, di 18 anni,
GILBERTO ANTONIO CANO e il fratello, ROSA DE CANO e JORGE RUEDA, da membri del
Battaglione ‘Bomboná’ che eseguivano un pattugliamento in compagnia di alcuni
civili. Uguale sorte per ALFONSO SANTOS, che fu assassinato dopo essersi
rifiutato di far loro da guida. Questi contadini, militanti del Partito
Comunista, furono assassinati e presentati dall’Esercito come “guerriglieri
morti in combattimento”. Il luogo del loro assassinio era ubicato nei pressi
dell’azienda ‘El Hundidor’, dove le FARC avevano sequestrato il suo
propietario, Jesús Castaño. Contemporaneamente i gruppi paramilitari
fecero il loro ingresso nella regione del nord-est antioqueño: la notte del 5
agosto 1982, un gruppo di circa 40 uomini armati, giunsero nella vereda di El
Legarto (municipio di Amalfi), dove assassinarono ERASMO OSORIO, OLGA LUCIA
GARCIA DE OSORIO, HERNAN DARIO OSORIO, LUIS RESTREPO, GUILLELMO GARCIA, PEDRO
RAMIREZ e un altro uomo non identificato. Le vittime furono prima detenuti, poi
furono fatti sparire e per ultimo assassinati. I cadaveri furono ritrovati
insieme a quello di una persona non identificata che era stata arrestata il
giorno prima dall’Esercito. I corpi erano mutilati, senza occhi e senza lingua.
Nel luogo fu rinvenuta una tovaglia con la scritta “Esercito della Colombia”.
Durante l’operazione fu violentata una donna. A partire del 1983, inizió ad operare
nella zona il gruppo paramilitare che si presentó in alcune occasioni come “Los Tiznados”, in altre come “Los Grillos”, sempre però come parte
integrante del MAS. Questo gruppo che fu identificato in modo insistente dalle
organizzazioni popolari come appendice degli alti comandi del Battaglione
‘Bomboná’ e del narcotrafficante Fidel Castaño, realizzò un macabro piano di
sterminio contro le forme organizzative della comunità e i raggruppamenti
politici di sinistra così come contro i gruppi sovversivi nell’idea di ‘togliere l’acqua al pesce’. L’1 agosto 1983,
un commando di 35 uomini uscì dalla base militare di Segovia con due velivoli
per percorrere la regione di Manila, tra i municipi di Segovia e di Remedios.
Aveva l’ordine di “pettinare la zona”.
Questo gruppo realizzò un nuovo massacro di operai e contadini, tra cui anziani
e bambini, alcuni dei quali avevano promosso la costruzione di scuole e opere
di servizio pubblico. Secondo il padre Gabriel Yepes, Parroco di Remedios,
sarebbero state tra 30 e 40 le vittime, molte delle quali furono assassinate a
colpi di machete e poi gettate nel fiume Manila; altre furono seppellite in
fosse comuni.
I contadini furono detenuti, torturati e
assassinati con atrocitá dagli uomini armati che indossavano abiti scuri e
ponchi, appartenenti ad Unità Controguerriglia del Battaglione ‘Bomboná’. Si è
potuto stabilire con prove giudiziarie che il Capitano Jorge Eligio Valbuena
Barriga fu colui che ordinò, diresse e partecipò in questa spedizione, in
contrapposizione alla versione iniziale dei comandi militari che attribuirono
il massacro ad un gruppo paramilitare guidato da Fidel Castaño. L’impunità che
copre questo massacro rivela una volta di più la tattica del terrore come una
politica dello Stato. Fu possibile individuare tra i 35 uomini la presenza del
Capitano Francisco Rey e dei paramilitari José García, Conrado Ramírez e
Gilberto Antonio Correa Cano. Dal 2 al 12 di agosto, i militari
tennero prigionieri i contadini, tra cui alcune donne, bambini e anziani, e con
l’uso della tortura l’interrogarono sui movimenti della IV colonna delle FARC,
presente nella zona; in seguito li assassinarono; fecero a pezzi alcuni dei
cadaveri con i machete, altri furono impiccati; i resti furono rinvenuti sulle
rive dei fiumi Manila e Tamar e in fosse comuni. Alcune delle vittime di questo
atroce massacro erano militanti del ‘Moir’ (un movimento di sinistra di
orientamento maoista), altri erano leader delle Leghe Contadine e del Partito Comunista. Non si sa con certezza quanti furono
coloro che vennero assassinati; si è potuto stabilire solo i nomi di: EFRAIN
HIGUITA, JESUS RESTREPO MONTAÑO, JESUS EMILIO ZEA PALACIO, JULIO CESAR VELEZ
RUA, ESMAR AGUDELO, JUAN JARAMILLO BEDOYA, SAULO PABLO VERGARA MONTES, JUAN
CALDERON ZULETA, ANGELMIRO ROJAS, NARCISO CALDERON ZULETA, PEDRO GAVIRIA, ZOILA
ALVAREZ DE AGUDELO, REINA DEL SOCORRO AGUDELO ALVAREZ, JADER LUIS AGUDELO
ALVAREZ, IVAN DARIO CASTRILLON ZULETA, ELCONIDES DE JESUS CASTRILLON ZULETA, DUMAR
ALEXANDER CASTRILLON ZULETA, MARIA ZULETA DE CASTRILLON, JOSE’ PORFIRIO SUAREZ,
il figlio di 10 anni JOSE’ PORFIRIO, LUIS EDUARDO PINO MADRID, DURAN PALACIO. La Guerra Sporca: modalitá statale di
affrontare il conflitto armato
La strategia di repressione, terrore,
controllo e annientamento della popolazione, utilizzata dalle istituzioni dello
Stato, è stata finalizzata alla protezione dello sfruttamento delle risorse
naturali e nella decade degli anni ’80, al mantenimento da parte dei partiti
tradizionali, del controllo politico della zona. Con questo
fine si sviluppò una campagna di terrore, che cercava di annichilire il
movimento popolare o di immobilizzarlo per mezzo della minaccia contro i suoi
appartenenti. Per questo furono utilizzate tre strategie: 1) L’esecuzione di
azioni indiscriminate; 2) L’assassinio selettivo; 3) La criminalizzazione del
movimento sociale e popolare. La simulazione di combattimenti e i quotidiani
attacchi contro tutti i veicoli pubblici furono le forme per generare il terrore
e l’intimidazione generale tra la popolazione. In questo periodo continuava ad essere
presente a Segovia una base militare del Battaglione ‘Bomboná’, che faceva
parte della XIV Brigata dell’Esercito recentemente formata con sede a Puerto
Berrío. Ugualmente, fu costituito nel 1986 il
gruppo paramilitare ‘Muerte a Revolucionarios del Nordeste – MRN’, grazie
all’alleanza tra vari gruppi e come estensione del MAS. Si é potute stabilire
che: “da
una parte, i membri dell’Esercito integrarono il comando dell’MRN. Un
appartenente al comando paramiltare era stato visto giorni prima, dirigere un
operazione militare a Segovia. Questo, gruppo, integrato da membri della rete
d’intelligence della XIV Brigata, era sotto il comando del Sergente Aurelio
Benavides, alias ‘Carlos’. Dall’altra
parte, s’incontravano membri della rete paramilitare che opera nella
giurisdizione della XIV Brigata, sotto il suo diretto controllo. Questa rete
era nota come ‘Fuerza Delta’. Uno dei suoi più importanti membri, Alonso de
Jesús Baquero Agudelo, più noto come ‘Alfredo’ o ‘El negro Vladimir’, ex
guerrigliero delle FARC e membro di ACDEGAM, aveva fatto parte insieme ad altri
paramilitari di Puerto Berrío del comando che assaltò Segovia”. Nel 1987, l’MRN avrebbe rivendicato gli
assassinii di vari sindacalisti e dirigenti di opposizione nella città di
Medellín; essi ebbero come epicentro l’Università di Antioquia. Al tempo
operava alternamente all’MRN un altro gruppo paramilitare denominato “Amor por Medellín”. Furono segnalati tra
coloro che si nascondevano dietro questa sigla, alcuni membri
dell’organizzazione di estrema destra “Tradición, Familia y Propiedad”. L’MRN
minacciò anche i dirigenti agrari e una Sindaca di Apartadó. La violenza crebbe progressivamente
nella zona sino a sfociare, l’11 novembre del 1988, nel peggior massacro
avvenuto nel nord-est antioqueño, preannunciato da una lunga serie di omicidi
selettivi contro leader e militanti della Unión Patriótica e dei movimenti
sindacali. Quarantatre abitanti di Segovia furono
massacrati e 54 feriti, da più di 30 uomini che fecero ingresso a bordo di tre
furgoni nella cittadina e che per quasi un’ora spararono indiscriminatamente
contro la popolazione nella piazza centrale, mentre altri assassinavano alcuni
simpatizzanti della Unión Patriótica nella via La Reina. Quel giorno i militari
avevano sospeso il pattugliamento che realizzavano quotidianamente in città
sino alle sei della sera, mentre non si presentarono al lavoro le scorte della
Polizia assegnate alla Sindachessa e alla Presidentessa del Consiglio
municipale, entrambe militanti della U.P. Il massacro fu rivendicato dal gruppo
paramilitare ‘Muerte a Revolucionarios del Nordeste – MRN’. All’interno del gruppo fu riconosciuto un militare che
settimane prime aveva diretto il controllo delle identità di alcune persone. L’incursione e il massacro perpetrati
dall’MRN furono pianificati direttamente nel quartier generale della XIV
Brigata, a Puerto Berrío. La riunione di pianificazione fu presieduta dallo
stesso Comandante della Brigata, Brigadiere Generale Raúl Rojas Cubillos. Tra i
partecipanti, c’erano pure il capo del B-2 della XIV Brigata, Tenente
Colonnello Hernando Navas Rubio e il Comandante del Battaglione Bomboná,
Tenente Colonnello Alejandro Londoño Tamayo. Il giorno del massacro, il comandante
incaricato del Battaglione ‘Bomboná’, Maggiore Marco Hernando Báez Garzón,
accantonò le truppe nella base militare e in nessun momento fece nulla per
impedire il massacro o per perseguire gli assassini. Allo stesso modo, il Tenente
Carlos Eduardo Santacruz Estrada restò con le braccia incrociate. Il comandante
della Polizia di Segovia, Capitano Jorge Eliécer Chacón Lasso, non reagì contro
gli attaccanti per impedire il massacro. Grazie alle dichiarazioni del “Negro
Vladimir” si potè stabilire che essi conoscevano in anticipo il piano di
attacco contro la popolazione di questa località: “Nella base dell’Esercito m’incontrai con il Comandante della Polizia di
Segovia che disse che era d’accordo e propose che alcuni ragazzi sparassero contro
la stazione per poter dire che lo avevano attaccato e che non potè uscire. Dopo
m’incontrai con il dirigente dell’impresa Gold Mines e mi disse che era
disposto a collaborare” ([111]). La lista delle vittime è la seguente:
PABLO EMILIO GOMEZ CHAVERRA, MARIA DEL CARMEN IDARRAGA DE GOMEZ, LUIS EDUARDO
SIERRA, MARIA DOLLY BUSTAMANTE, DIANA MARIA VELEZ, di 16 anni, CARLOS ENRIQUE
RESTREPO PEREZ, CARLOS ENRIQUE RESTREPO CADAVID, EDUARDO ANTONIO RESTREPO
CADAVID, LUIS EDUARDO HINCAPIE, JULIO DE JESUS SIERRA GOMEZ, LUIS ADALBERTO
LOZANO RUIZ, JESUS EMILIO CALLE GUERRA, ROBINSON DE JESUS MEJIA ARENAS, FABIO
JARAMILLO, JESUS ORLANDO VASQUEZ ZAPATA, ROBERTO ANTONIO MARIN OSORIO, LUZ
IDALIA OROZCO SALDARRIAGA, di 18 anni, ROSA ANGELICA MAZO ARANGO, di 20 anni,
WILLIAM ESCUDERO, JORGE LUIS PUERTA LONDOÑO, LIBARDO ANTONIO CASTAÑO ATEHORTUA,
GUILLELMO DE JESUS ARIZA ARCILA, JESUS ANIBAL GOMEZ GARCIA, JULIO MARTIN FLOREZ
ORTIZ, REGINA DEL SOCORRO MUÑOZ DE MESTRE, JAIRO DE JESUS RODRIGUEZ PARDO,
JESUS DANILO AMARILES CASALLAS, HENRY ALBEIRO CASTRILLON, JOSE’ ABELARDO OSORIO
BETANCUR, OSCAR DE JESUS AGUDELO LOPEZ, SHIRLEY CATAÑO PATIÑO, di 11 anni,
ERIKA MILENA MARULANDA, minore di età, FRANCISCO WILLIAM GOMEZ MONSALVE, 10
anni, LUIS ANGEL DE JESUS MORENO SANMARTIN, 16 anni, JESUS EDUARDO HERNANDEZ
SIERRA, GUILLELMO OROZCO ESCUDERO, JUAN DE DIOS PALACIO, JOSE’ ABELARDO MADRID,
OLGA AGUDELO DE BARRIENTOS, JESUS ANTONIO BENITEZ, JOSE’ ANTONIO MARULANDA. Massacri e crimini di lesa umanità
nel ‘Bajo Nordeste Antioqueño’ dal 1989 al 1998 Il 12 marzo 1989, nel municipio di
Remedios, furono assassinati i lavoratori di una miniera ARSENIO ZAPATA, JORGE
JUAN SEPULVEDA GOMEZ, ARCESIO ZAPATA GOMEZ, e i fratelli GERARDO e JORGE
ZAPATA, dal gruppo paramilitare MRN, questa volta autonominatosi “Los Blancos”. Il 19 agosto 1991 furono assassinati a
Segovia gli operai FABIAN GIRALDO RUA, LEONARDO DE JESUS LOPERA BLANDON e
RODRIGO VALENCIA RODRIGUEZ, l’impiegata domestica MARTA LIGIA VASQUEZ
ECHAVARRIA e RAFAEL NN. Pare che le vittime fossero tossicodipendenti, così le
autorità indagarono su un gruppo di ‘limpieza social’. Secondo un’altra fonte,
le vittime avevano ricevuto minacce di morte da sconosciuti che erano giunti in
città e che dopo sparirono. Il crimine si verificò nel quartiere Montanita,
zona di tolleranza della città, dove nel 1990 erano state assassinate 46
persone in soli 16 giorni. Gli assassini erano incappucciati e si spostavano a
piedi mentre “dall’altra parte della
strada li attendeva una pattuglia della polizia” ([112]). Il 30 settembre 1991, nella stessa zona di tolleranza furono
assassinati da un gruppo di uomini incappucciati che portavano armi di corto
calibro, l’operaio EUCLIDES TAPACUA, il lavoratore della Frontino Gold Mines JOSE’ GUILLELMO RESTREPO GUTIERREZ, l’artista
JOHN JAIRO CEBALLOS VILLA, il muratore GABRIEL JANUARIO JIMENEZ SIERRA, il
cameriere RAMIRO DE JESUS AGUDELO RAMIREZ e l’orologiaio JORGE ALIRIO RIOS
MARIN. Nello stesso fatto risultò ferita una donna che morì alcuni giorni dopo.
Gli assassini “dopo aver
commesso gli omicidi, salirono su una camionetta della Polizia. La sera
precedente, la Polizia aveva eseguito nel settore intense operazioni di
registrazione e controllo” ([113]). Il 19 novembre 1992 i
contadini ORLANDO CARDONA, la sposa FRANKELINA ECHAVERRIA, le figlie di 8 anni
DENNIS CARDONA ed ELIZABETH CARDONA, la signora HERMINA GARCIA e la figlia
MARIA GARCIA di 20 anni, i signori HUMBERTO ORREGO, HUMBERTO RIOS, MARCO TULIO
ALVAREZ e JESUS ANTONIO RESTREPO, tutti abitanti della vereda Martaná, ubicata
nel municipio di Remedios, morirono in conseguenza delle bruciature subite in
un incendio dopo che presunti guerriglieri dell’UC-ELN dinamitarono l’oleodotto
‘Colombia’. Secondo testimonianze degli abitanti della regione, ad accendere
il fuoco fu un distaccamento della Brigata Mobile n. 2 che si trovava sul
posto. Le versioni della Brigata e dei mezzi di comunicazione presentarono il
fatto come commesso dalla guerriglia; in seguito, tuttavia, si raccolsero
alcuni elementi che compromisero seriamente il distaccamento della Brigata
Mobile. Il 22 aprile 1996, nel municipio di Segovia, 17 abitanti furono
vittime di un gruppo di uomini armati con fucili e granate, tra i quali furono
identificati: Rodrigo de Jesús Salazar Alvarez alias “Rellena” (informatore della
IV Brigata), Alberto Alvarez Molina alias “El Burro” e Arturo Zapata Gallego
alias “Toto”, che godettero della complicità del comandante incaricato della
base militare del Battaglione Bomboná di Segovia, il Capitano Rodrigo Cañas
Forero. I responsabili del crimine si diressero verso alcuni locali pubblici di
un quartiere, dove obbligarono gli avventori a stendersi supini al suolo e,
dopo, iniziarono a sparare contro essi, con il risultato che 15 persone
rimasero assassinate, 2 sparirono e più di 16 furono i feriti. I nomi delle
vittime sono: WILSON ALEXANDER LOAIZA MONCADA, studente di 18 anni, OCTAVIO DE
JESUS CASTILLO GARCIA, di 14 anni, CARLOS ARTURO ZAPATA ESCUDERO, CARLOS
ALBERTO ALVAREZ, CARLOS ARTURO MONTOYA RESTREPO, CESAR DARIO VALLE LONDOÑO, FABIO
ALONSO LOAIZA MONCADA, studente di 13 anni, OMAR ALBERTO LONDOÑO, RODOLFO DE
JESUS BOTERO PALACIO, RICARDO DE JESUS OCHOA PUERTA, GABRIEL ALONSO JARAMILLO
MACIAS, JESUS EVELIO PEREZ, PEDRO ANTONIO POSADA LONDONO, di 18 anni, LEON
DARIO OSPINA CORREA, 15 anni, MARCO ANTONIO MARIN HENAO, ELKIN SERGIO ZAPATA
URIBE, YACIR WILLIAM SILVA CURE, 15 anni, ‘desaparecido’. A un mese circa dal massacro, il 26 maggio 1996, furono detenuti e
torturati da membri del Battaglione ‘Bomboná’, l’avvocato difensore dei diritti
umani WILLIAM GARCIA CARTAGENA, ADRIAN ALBERTO ZAPATA ZAPATA e JESUS ANIBAL
ZAPATA QUINTERO. L’avvocato collaborava ampliamente alle indagini sulla strage
di Segovia. Il Sergente González, comandante dell’intelligence della base
militare del ‘Bomboná’ a Segovia, interrogò le vittime e mentre lo faceva: “…collocava una sola pallottola
nel revolver e faceva ruotare il tamburo per poi azionarlo contro di noi; egli
ci diceva di lavorare per loro e che avremmo guadagnato molto bene, che egli
voleva sapere solo chi erano i guerriglieri e dove potevano essere localizzati”. Nel 1997 nei municipi di Segovia, Remedios ed El Bagre, furono
assassinate più di 250 persone per mano dei gruppi paramilitari; tra le vittime
c’erano tre membri del Comitato dei Diritti Umani. L’escalation delle morti
coincide con il periodo in cui si realizzarono nella zona i lavori per il
completamento dell’Oleodotto Centrale, per il trasporto del crudo estratto dai
pozzi petroliferi di Cusiana e Cupiagua (dipartimento del Casanare) sino al
porto di Coveñas, sull’Oceano Atlantico. Il nuovo oleodotto, per cui sono stati
spesi oltre 2 miliardi di dollari, è stato realizzato dall’impresa petrolifera
colombiana (Ecopetrol) e da cinque filiali di differenti
multinazionali, tra cui la British Petroleum Company,
di cui è stato provato l’appoggio a favore dei gruppi paramilitari in alcune
regioni del paese, in coordinazione con le forze militari. Il 9 marzo 1997, nella vereda Cañaveral, del municipio di
Remedios, furono assassinati da militari dell’Esercito, appartenenti al
Battaglione Controguerriglia ‘Héroes de Tacines’, della XIV Brigata, il
sindacalista e membro del Comitato dei Diritti Umani del Nord-est e Basso Cauca
Antioqueño NAZARENO DE JESUS RIVERA GARCIA, l’ex consigliere comunale e membro
del Comitato dei Diritti Umani JAIME ORTIZ LONDOÑO, e quattro guerriglieri
dell’ELN, due uomini e due donne. Le vittime furono presentate dall’Esercito
come “morti in un
combattimento con i guerriglieri dell’Esercito di Liberazione Nazionale –ELN”. I membri del Comitato stavano realizzando un’attività umanitaria,
mantenuta riservata affinchè non fosse impedita; si erano riuniti con i
contadini della regione, per poi partire verso Segovia e non si seppe più nulla
di loro sino al giorno 12 dello stesso mese, quando secondo le informazioni
rese dal comandante del Battaglione ‘Bomboná’, sarebbero morti durante un
combattimento che le unità dell’Esercito avrebbero sostenuto con insorgenti
dell’ELN, il che risultò strano in quanto essi non facaveno parte di nessun
gruppo al margine della legge e si dedicavano solo a lavori umanitari. Si potè stabilire che i militari dopo aver assassinato le sei
persone, le portarono sino alla base militare del municipio di Segovia; qui
alcuni membri delle stesse forze armate realizzarono l’autopsia dei cadaveri ed
ordinarono la loro inumazione, senza che si permettesse che qualcuno eseguisse
il loro riconoscimento. I cadaveri furono sepolti come NN nel cimitero di
Segovia. Il 29 maggio 1997, a Remedios, furono assassinati dai paramilitari
i giovani operai, JAIRO PORRAS ROJAS, MILTON GONZALO GONZALEZ, SERGIO IVAN
ZAPATA VILLEGAS e WELLINTONG HERNANDEZ. Le vittime furono selezionate
all’interno di un locale pubblico da un incappucciato alias “Danilo”, che aveva
fatto parte del fronte ‘María Cano’ dell’ELN, per poi essere crivellate. Esse
furono accusate di avere legami con la guerriglia. Una donna risultò ferita. Nel municipio di Remedios fu perpetrato il 2 agosto 1997 un nuovo
massacro in cui le vittime furono prima prescelte per poi essere torturate e
assassinate; tra queste l’ex sindaco della U.P. CARLOS ENRIQUE ROJO URIBE, il
membro del Comitato dei Diritti Umani LUIS ALBERTO LOPERA MUNERA,
l’appartenente alla Giunta Civica OFELIA RIVERA CARDENAS e i lavoratori EFRAIN
ANTONIO PEREZ TRUJILLO, ALBERTO SILVA AMAYA e ROSA MEJIA. L’eccidio fu eseguito da un gruppo misto
di militari e paramilitari, giunto la mattina in città dove sequestrarono le
vittime dalle loro abitazioni. L’ex sindaco e Luis Alberto Lopera furono
fuciliati dopo essere stati torturati. A conclusione dell’eccidio i
paramilitari si ritirarono in alcune pensioni ubicate nella piazza principale,
a due passi dal comando di Polizia. Il 7 agosto 1997, ancora a Remedios,
furono assassinati dai paramilitari del Gruppo di Autodefensa del Nord-est –
GAN -, il membro dell’Associazione Nazionale dei Piccoli Commercianti LUIS
EDUARDO AGUDELO, HERIBERTO ANTONIO ORTEGA e i lavoratori di una miniera JOHN
JAIRO PUERTA RUA, JOSE’ HERNANDO HOLGUIN FRANCO e JOSE’ ARISTIDES CADAVID ZULUAGA. L’8 aprile 1998, sempre a Remedios
furono assassinati da un gruppo di circa 15 paramilitari, gli amministratori di
due locali pubblici, OVIDIO SALAZAR QUINTERO e JESUS ARTURO VILLA, il figlio di
quest’ultimo DIEGO ARTURO VILLA, e i contadini OVIDIO DE JESUS CANO e DARIO DE
JESUS CANO, suo fratello. Il 5 novembre 1998, 20 contadini furono
vittime di 200 paramilitari che eseguirono un’incursione in alcune veredas del
municipio. Nel loro spostamento, i paramilitari si portarono via dalle loro
abitazioni i contadini; dieci di essi furono assassinati e i corpi furono
rinvenuti in fosse comuni. Altri dieci contadini furono fatti sparire. Si
riuscì ad identificare i nomi di: DARIO DE JESUS ECHEVERRY SOSA, HECTOR MARIO
ZULETA, CARLOS MARIO ECHEVERRY, FRANCISCO DE JESUS MADRID GALVIS, JAVIER
MADRID, HUMBERTO MUÑIZ, RUBEN DARIO TRUJILLO, VICTOR LEON TRUJILLO, ANIBAL
URIBE, CERON CAÑOS; quest’ultimo fu assassinato dopo essere stato seviziato -
presentava vari colpi di pistola sul volto e numerose bruciature sul corpo
prodotte dall’uso di un acido. Tra i desaparecidos si poté identificare JUAN
BAUTISTA HOYOS e CARLOS FELIX CORREA; degli altri si è saputo solo che erano di
sesso maschile. “I
paramilitari nella mattinata avevano fatto incursione a Moná, vereda del
municipio di Vegachí, e dopo aver ucciso diverse persone, si portarono via due
abitanti sino al corregimento di Santa Isabel, a Remedios, dove li costrinsero
a scavare le tombe nelle quali furono seppelliti dopo essere stati assassinati.
I responsabili del crimine erano usciti dalla base militare ubicata
nell’azienda agricola Guacharacas, sembra di proprietà del governatore di
Antioquia Alvaro Uribe Vélez…”. Crimini di lesa umanità nella regione
nord-orientale di Antioquia
Il 28
febbraio 1989, veniva assassinata a San Roque, a 42 anni di età, TERESA DE
JESUS RAMIREZ VARGAS, religiosa appartenente alla Compagnia di Maria Nostra
Signora, insegnante di liceo e animatrice delle comunità ecclesiali di base.
Era inoltre sindacalista dell’Associazione degli Insegnanti di Antioquia
–ADIDA-. Da un anno e mezzo si era trasferita nella zona, dove aveva
partecipato attivamente alle marce contadine del 1988 per la distribuzione
delle terre e aveva denunciato la violazione dei diritti umani nella regione.
La religiosa fu uccisa davanti ai suoi studenti mentre impartiva una lezione di
catechismo. Dopo aver assassinato la suora, i
responsabili intrapresero un’operazione di sterminio nella zona, assassinando
tre lavoratori di una miniera, un contadino e una coppia: GONZALO DE JESUS MIRA
GUTIERREZ, LEONARDO MIRA GUTIERREZ, RODRIGO ANTONIO CADAVID GUTIERREZ, DIOGENES
DE JESUS ZAPATA BARRIENTOS, 20 anni, coordinatore della vereda e partecipante
alle marce contadine del maggio 1988 nel municipio di Cisneros; ROSA ANGELINA
ARROYAVE e MIGUEL PALACIO VELASQUEZ. L’intera operazione fu realizzata da
paramilitari del Magdalena Medio e da militari dei servizi segreti appartenenti
alla XIV Brigata. Secondo le dichiarazioni di Martín Emilio Sánchez Rodríguez,
la strage fu autorizzata dal Tenente Colonnello Hernando Navas Rubio,
comandante della Secione d’intelligence (B-2) della XIV Brigata e dal Sergente
Marco Aurelio Benavides Mondonedo, alias “Carlos”, capo della Rete
d’intelligence della stessa Brigata. Teresa Ramírez; un altro religioso,
Padre Jaime Restrepo, ucciso sempre a San Roque nel gennaio dello stesso anno,
con altre persone, furono le prime
vittime della repressione contro l’organizzazione contadina. Questi crimini,
eseguiti da gruppi paramilitari con la connivenza della Forza Pubblica,
avrebbero segnato l’inizio di una fase nella quale si sarebbero intensificate
le azioni del paramilitarismo nella regione, in particolare contro coloro che
rivendicavano il diritto alla terra, accusati ingiustamente di essere agenti
dell’insorgenza. La lotta per la terra intrapresa nei
decenni precedenti, finalmente iniziava ad ottenere alcuni risultati, come
l’assegnazione di alcune aziende alle famiglie contadine impegnate nella lotta.
Una di queste aziende era appartenuta a Julio Vélez, familiare, pare, dell’ex
Governatore di Antioquia Alvaro Uribe Vélez, che era il principale promotore
del paramilitarismo, attivo attraverso l’Associazione ‘Convivir’. A metà del ’93 s’intensificò l’azione
del paramilitarismo e a partire del ’95, la presenza dei gruppi di estrema
destra subí un’ulteriore escalation, segnata da una lunga serie di massacri;
ció continuó sino a quando questi gruppi non ottennero il controllo diretto del
territorio. L’anno precedente era coinciso con i provvedimenti giuridici a
favore dei contadini. Dal 1995 aumentarono drammaticamente gli assassinii
selettivi e i massacri. Lo sviluppo del paramilitarismo in
questa regione fu possibile grazie all’appoggio e al patrocinio dei grandi
proprietari terrieri e dei politici della regione, che sempre si opposero
all’organizzazione contadina. Un esempio è il caso dell’azienda
agricola ‘Guacharacas’, proprietà della famiglia Uribe Vélez, ubicata nel
municipio di San Roque, considerata come l’epicentro della violenza scatenata
contro la popolazione. L'azienda è stata oggetto di azioni della guerriglia,
incluso il tentativo di sequestro di Alberto Uribe Sierra (padre di Alvaro
Uribe Vélez), vicenda che si concluse con la sua morte. L’azienda
‘Guacharacas’, sarebbe stata prestata inizialmente per il funzionamento di una
base militare della XIV Brigata (Battaglione ‘Palagua’). In seguito la base fu
smantellata, ma poiché continuava l’azione dell’insorgenza, fu realizzata
nell’azienda una base dei paramilitari. Alvaro
Uribe Vélez, che nel 1995 era Governatore di Antioquia, fu coinvolto nelle
vicende dei conflitti per la terra. Il suo periodo di governo coincide con
l’assalto paramilitare contro la popolazione contadina in tutta la regione.
Questo funzionario, inoltre, fomentò e appoggiò apertamente le Associazioni
Comunitarie di Sicurezza – ‘Convivir’, che invece di proteggere, si
costituirono in gruppi armati per sostenere una controriforma agraria in
beneficio dei proprietari terrieri, dei narcotrafficanti e dello sviluppo di
megaprogetti infrastrutturali; questi gruppi invece di contribuire alla
diminuzione della violenza, furono responsabili dell’aumento del numero delle
vittime delle violazioni dei diritti umani, realizzati dai gruppi paramilitari.
Nel dicembre 1996 la governazione riconosceva l’esistenza nei municipi di 56
associazioni ‘Convivir’, 70 quelle registrate dall’Instituto Popular de
Capacitación (IPC) di Medellín. Queste organizzazioni armate si stabilirono
nelle zone in cui esistevano le terre che iniziarono ad essere acquistate da
parte dei proprietari terrieri e dei narcotrafficanti, e che coincidevano con
le principali aree del dipartimento adibite alle coltivazioni illegali. Un altro aspetto che acutizzò il dramma
degli abitanti della regione fu la dichiarazione dei municipi di Segovia e
Remedios di ‘Zone Speciali di Ordine
Pubblico’, decisione del governo dipartimentale di Alvaro Uribe Vélez,
essendo presidente Cesar Gaviria. L’obiettivo era “contenere l’offensiva guerrigliera”, però gli effetti
necessariamente si riversarono sulle comunità, restringendo le libertà
politiche e peggiorando la situazione socioeconomica. Questa politica
controinsorgente mescolata con interessi particolari si tradusse nell’aumento
dei soprusi militari contro la popolazione civile e coincise con l’escalation
delle incursioni paramilitari. Si realizzò cosí lo sterminio del movimento
contadino e si fecero pressioni sulla popolazione perché intervenisse in
appoggio delle azioni paramilitari; in conseguenza si accentuò il fenomeno del
‘desplazamiento’ degli abitanti della regione. Verso il
1996 s’intensificò la persecuzione paramilitare. Si dice che Gerardo Montoya
Molina, sindaco del municipio di San Roque, incitava gli abitanti a sostenere i
gruppi di sicurezza privata ‘Convivir’, che in definitiva erano gruppi
paramilitari. Le operazioni erano intraprese dall’Esercito, grazie a speciali
gruppi controguerriglia, con pattugliamenti e interventi periodici. Quando si
ritirava l’Esercito, un paio di giorni dopo arrivavano i paramilitari su
camionette, portandosi via il bestiame, bruciando le case, minacciando di morte
e commettendo crimini. Il 14 giugno 1996, un gruppo
paramilitare realizzò un massacro, assassinando sei abitanti di San Roque. I
criminali dopo essere entrati nella cittadina, liste alla mano, selezionarono
le vittime per poi ucciderle. Tra esse figuravano HUMBERTO LONDOÑO RIVERA,
GABRIEL PARRA ALZATE, DARIO CABALLOS, CARLOS POSADA, OMAR ALZATE MUÑOZ e una
persona non identificata di sesso maschile. Altre quattro persone risultarono
ferite in conseguenza degli spari. Il 14 agosto 1996, un gruppo di
commercianti del municipio di San Roque, fu fatto sparire da un gruppo
paramilitare, dopo essere stato intercettato nell’ispezione dipartimentale El
Brasil, nel municipio di Puerto Berrío. Le vittime furono MIGUEL ANGEL AMARALES
ZAPATA, FRANCISCO FABER TORO TORO, LUIS ALFONSO MARTINEZ SUAREZ, ALFONSO PELAEZ
VEGA, HENRY DE JESUS JIMENEZ ARROYAVE, di 17 anni, DARWIN DE JESUS CIFUENTES
SANCHEZ, ALVARO CARMONA FRANCO e l’autista RAMON OCTAVIO AGUDELO CASTRO. Queste persone viaggiavano nello stesso
veicolo per rinnovare i loro permessi di porto d’armi presso le installazioni
della XIV Brigata. Le vittime erano state chiamate precedentemente
dall’Esercito per il rinnovo di questo permesso. Al ritorno si fermarono al
ristorante ‘El Brasil’ per cenare; lì furono sorpresi e prelevati dagli
appartenenti di un gruppo paramilitare che opera nella zona. Si ricevettero presto informazioni
secondo le quali gli uomini d’affare erano stati sequestrati da membri dell’Esercito
Nazionale e condotti alla base militare di Guasimal, fuori Puerto Berrío, dove,
pare, sarebbero rimasti reclusi tre mesi prima di essere uccisi. Secondo i rapporti ricevuti, i testimoni
furono successivamente minacciati. I familiari delle vittime hanno denunciato a
diverse autorità giudiziarie, che il sindaco municipale e il Capitano
dell’Esercito si riunivano con il comandante del gruppo paramilitare. Le
denunce non ricevettero l’attenzione dovuta e il caso prosegue nella totale
impunità. Il 17 settembre 1996, ABEL ENRIQUE HENAO
CASTRILLON, vicepresidente dell’azione comunale della vereda Marbella di San
Roque, ANIBAL DE JESUS TEJADA FRANCO e LUIS NORBEY GALVIS ALZATE, furono
assassinati da appartenenti ad un gruppo paramilitare, dopo essere stati
prelevati dalle loro abitazioni. Il 29 settembre 1996 i paramilitari
assassinarono a San Roque JUAN DE DIOS VALDERRAMA, presidente della Giunta di
azione comunale, HUMBERTO SERNA LOPEZ,
“POLDO” CATAÑO e SERGIO SOTO RESTREPO che era stato arrestato da membri della
XIV Brigata all’inizio del 1996 e recluso nel carcere di Puerto Berrío. Nella
stessa notte, fu prelevato GABRIEL AGUDELO JIMENEZ, che fu poi assassinato nei
pressi del cimitero. Il 2 novembre 1996, il gruppo
paramilitare ‘Muerte a Revolucionarios del Nordeste – MRN’, irruppe, liste alla
mano, nel corregimento La Susana (Maceo), e dopo aver identificato le proprie
vittime, le prelevó dalle loro case per assassinarle. Tra esse c’erano i
contadini ADOLFO CASTAÑO GALVIS, ALIRIO CORDOBA, WILMAR LONDOÑO, di 20 anni, il
fratello EDGAR LONDOÑO, di 17 anni, e DORALBA ARBOLEDA OCHOA. L’11 febbraio 1997, durante
un’incursione all’azienda ‘La Mundial’, i paramilitari assassinarono quattro
contadini, GILBERTO CASAS BETANCUR, NORBERTO CASAS ARBOLEDA, ARGEMIRO BETANCUR
ESPINOSA e ALCIDES PALACIO ARBOLEDA. Alcides fu ucciso con un colpo di fucile
alla testa; Argemiro e Gilberto furono prelevati da casa legati, furono
tagliati a pezzi e seppelliti nella stessa fossa. Norberto prese un machete per
difendersi e riuscì a ferire un paramilitare, però fu ucciso, a colpi di fucile
e di machete. Il 10 novembre 1997, ELKIN DE JESUS
HENAO TASCON, ALCIDES DE JESUS CASTRILLON AGUDELO, JULIO CESAR AGUDELO BONILLA
ed EDGAR DE JESUS MUÑOZ, contadini, furono assassinati nel munipio di Caracolí
da un gruppo paramilitare che si spostava su un fuoristrada bianco. Il 28 febbraio 1997, gli abitanti del
municipio di Vegachí furono vittime di 20 paramilitari che si presentarono come
appartenenti alle ‘Autodefesas Campesinas de Córdoba y Urabá – ACCU’. Tutti
avevano il volto coperto da un cappuccio; alcuni indossavano uniformi di uso
privato delle Forze Armate ed altri avevano abiti civili. Dopo essere entrati
nel centro urbano, con foto e liste alla mano, iniziarono la ricerca delle loro
vittime. Le persone assassinate furono: AICARDO LUIS ARRENDONDO MONTOYA, REYNEL
ANTONIO GALEANO VELASQUEZ, JESUS SALVADOR HERNANDEZ HOGUIN, JUAN MAURICIO
VALENCIA ACEVEDO, di 18 anni, CARLOS ANDRES GUTIERREZ SALAZAR, di 18 anni,
JESUS DANIEL QUERUBIN, BALTAZAR DE JESUS MUÑOZ RESTREPO, GILDARDO OLARTE,
GUILLELMO TABORDA e CARLOS ALBERTO OSORIO VALDES. I paramilitari si portarono
con sé altre tre persone, che furono fatte sparire, e ferirono gravemente due
persone. Il 20 aprile 1998, appartenenti alle ACCU
perpetrarono un nuovo massacro nelle zone rurali dei municipi di Vegachí e
Remedios. I criminali giunsero nella mattinata nell’ispezione di El Tigre, e
assassinarono PATRICIA CASTAÑEDA OSORIA, in presenza dei suoi vicini; dopo si
diressero nella vicina vereda di Campo Alegre e diedero morte alla contadina
MARTHA OLICA GOMEZ e alla figlia NEILA PATRICIA PEREZ GOMEZ. Infine giunsero
alla vereda Santa Helena, e assassinarono le sorelle YENNY ANDREA CHAVARRIA,
contadina di 18 anni, e LINA MARIA CHAVARRIA di 19 anni. Prima di essere
assassinate, furono accusate di essere collaboratrici della guerriglia. Il 6
novembre 1998, 200 paramilitari entrarono nella vereda Moná, nel municipio di
Vegachí, prelevarono dalle loro abitazioni nove contadini, assassinarono HERNAN
ALFREDO ESCUDERO GAVIRIA, HECTOR AGUDELO, VICTOR OSORIO GRACIANO, CLAUDIA
ACEVEDO ESTRADA, LUIS ARTURO ACEVEDO, GIOVANY CARDINA, JOSE’ ALBERTO SEGURA
GONZALEZ e fecero sparire JOAQUIN CARDONA ARCILA ed HECTOR ALFONSO HERRERA. In
seguito i paramilitari incendiarono il torchio comunitario da cui dipendeva il
sostentamento e il lavoro della maggior parte dei contadini della vereda,
minacciando la popolazione, e dandole 15 giorni di tempo per abbandonare il
luogo. Ottanta persone, tra cui 48 bambini, dovettero trasferirsi verso il
municipio. IMPUNITA’ CRIMINALE
L’azione terrorista dello Stato non si
limitò unicamente ai crimini commessi nella zona durante un periodo lungo 33
anni; uno dei poteri che più contribuì a che questa situazione si convertisse
in una spirale crescente e che in qualche modo legalizzò i crimini commessi, fu
l’apparato della giustizia che con il suo comportamento complice a favore dei
responsabili permise che si continuasse a dissanguare la popolazione. Alcuni dei comportamenti più aberranti
della cosiddetta giustizia colombiana sono: Ø
Nella maggioranza dei casi in cui si riuscì a stabilire la
responsabilità dei membri della Forza Pubblica nell’organizzazione o
nell’esecuzione di crimini di lesa umanità, i militari implicati furono processati
dalla Giustizia Penale Militare, senza che alcuno di essi fosse sanzionato
penalmente. Il Consiglio Superiore della Magistratura agí generalmente con
decisione per garantire l’impunità, risolvendo i conflitti di competenza a
favore della giustizia penale militare. Ø
L’impedimento, mediante accomodanti argomentazioni giuridiche, a
che le vittime o i familiari si costituissero parte civile nei processi penali,
è stato un’altra delle forme che hanno contribuito a garantire l’impunità, in
quanto non si è potuto svolgere un seguimento permanente dello sviluppo delle
indagini né si è potuto incidere affinchè la giustizia agisse contro i
responsabili. Ø
I paramilitari contarono sulla protezione dei membri della forza
pubblica, che in molte occasioni collaborarono con essi e li hanno protetti
nelle loro azioni criminali, anche quando esistevano ordini di cattura contro
di essi. Ø
Nei crimini in cui erano coinvolti civili, essi erano al servizio
dell’Esercito ed erano incaricati del cosiddetto “lavoro sporco”. In questi
casi la funzione dei militari fu di ordinare i crimini e di garantire la
logistica per la loro realizzazione. Nel caso in cui si presentavano
inconvenienti, i militari li risolvevano. Ø
I crimini furono commessi in una zona che stava sotto stretto
controllo militare e dove i gruppi paramilitari si muovevano in piena libertà
ed erano appoggiati nelle loro azioni dagli organismi di sicurezza dello Stato
e dalle autorità civili. Ø
Quando i testimoni sfidando i rischi a cui erano sottoposti,
denunciavano i responsabili dei crimini, erano intimiditi, molestati,
minacciati e se ancora mantenevano la loro versione, venivano assassinati. Ø
Nei casi in cui si eseguirono inchieste penali e risultarono
vincolati civili e militari alle indagini, il Consiglio Superiore della
Magistratura, specialmente nei processi in cui erano vincolati ufficiali
dell’Esercito, accettò la rottura dell’unità processuale e i militari furono
trasferiti alla Giustizia Penale Militare. Ciò fece sì che da una parte, alcuni
paramilitari venissero condannati dalla giustizia ordinaria, mentre per gli
ufficiali, fu decretata la cessazione del procedimento. Le prove che servirono
per condannare i civili, furono alterate nel caso dei militari. EFFETTI COLLETTIVI
1.
Sparizione delle
organizzazioni politiche di opposizione: Come si è già
visto, nella zona 14, le organizzazioni politiche di opposizione ricevettero
una grande accoglienza che si manifestò con la crescita del numero dei propri
militanti e dei propri elettori, come durante le tornate elettorali per il
rinnovo delle amministrazioni municipali o delle cariche rappresentative nelle
Assemblee Dipartimentali, al Senato o al Congresso. In tutto questo periodo, organizzazioni come il Partito
Comunista, ‘El Moir’, la ‘Unión Nacional de Oposición’ e la Unión Patriótica
furono sterminati fisicamente, e questo sterminio si riversò a favore delle
pratiche corrotte dei partiti tradizionali, specialmente il Partito Liberale
che coprí lo spazio che a forza di pallottole e morti si videro costretti a
lasciare i membri dell’opposizione. 2.
Debilitamento
delle organizzazioni corporative: I contadini e i lavoratori della zona videro come le loro
organizzazioni, Sindacati, Giunte di Azione Comunali, Giunte Civiche, Comitati
di Vereda, Cooperative, ecc., furono attaccati spietatamente con l’accusa di
essere collaboratori della guerriglia. Molte di queste esperienze organizzative
furono cancellate letteralmente dalla zona, altre furono vinte dal
paramilitarismo e messe a suo servizio; altre riuscirono a resistere in mezzo a
condizioni così difficili che nella pratica dovettero agire nella
clandestinità. 3. Desplazamiento Forzato della popolazione: In seguito ai continui attacchi a cui furono sottoposti
gli abitanti, si generò un grande ‘desplazamiento’ della popolazione contadina
verso le grandi città, dove le condizioni erano gravissime, e dove non esisteva
alcuna opportunità di vivere dignitosamente. Altri si spostarono verso le zone
rurali per cercare di ricostruire le proprie vite e molti vissero in mezzo alle
condizioni che gli furono imposte dagli attivisti del terrore per poter restare
nella zona. DISTRIBUZIONE
DELLE VITTIME SECONDO IL PERIODO E LE MODALITA’ DI AGGRESSIONE
[1] G. Sánchez, “Guerra y Política en la
Sociedad Colombiana”, El Ancora Editores, Bogotá, 1991, pag. 30. [2] Ibidem, pag. 37. [3] Ibidem, pag. 33. [4] Le “Leggi dello Llano”, furono scritte
dall’avvocato José Alvear Restrepo, integrante della Guerriglia dello Llano, e
tracciano un diverso modello di società, più equa e solidale. [5] G. Sánchez, Op. cit., pagg. 37-38. [6] Il ‘Frente Nacional’ fu il patto
sottoscritto nel 1957 dai leader politici delle due fazioni in lotta, liberali
e conservatori, secondo cui si stabilì l’equa distribuzione del potere tra di
esse, attraverso l’alternanza alla presidenza e all’interno dei ministeri, ogni
quattro anni. Il patto ebbe vita sino
al 1974. [7] G. Sánchez, Op.cit., pag. 53. [8] Ibidem, pagg. 54-55. [9] F. Landazábal Reyes, “El Conflicto
Social”, Bogotá, Tercer Mundo, 1982, pag. 175. [10] M. McClintock, “Instruments of
Statecraft”, Pantheon Books, New York, 1992, pag. 166. [11] Ibidem, pag. 222. [12] Ejército Nacional, República de
Colombia, “Operaciones contra las Fuerzas Irregulares”, Bogotá, 1962. [13] R. Trinquier, “La Guerra Moderna”,
Biblioteca del Ejército colombiano, n. 12, Bogotá, 1963. pag. 70. [14] FARC, “Programa agrario”, Ediciones
Resistencia, 1974. [15] Ejército de Liberación Nacional,
“Selecciones del Boletín ‘Insurrección’”, pag. 11. [16] A. Villaraga y N. Plazas, ‘Acta del X
Congreso del PC M-L, 19-1’, in “Para Reconstruir Los Suños”, Fondo Editorial
para la Paz, Fundación Progresar, Bogotá, 1994, pag. 29. [17] P. Lara, “Siembra vientos y recogerás
tempestades”, Editorial Punto de Partida, Bogotá, 1982, pag. 185. [18] ‘Boletín ADO’, marzo 1980. [19] ‘Revista Colombia Viva’, aprile 1983,
pagg. 5-6. [20] A. Mendoza Morales, “Rompiendo el
Cerco”, Editorial Orbs, Bogotá, 1981, pag 289. [21] L. Sarmiento Anzola, “Colombia fin de
siglo”, Editorial Ensayo y Error, Bogotá, 1997, pag. 56. [22] Il coefficente “GINI” è un valore
adottato internazionalmente che si ottiene dividendo il totale delle proprietà
con la relativa superficie moltiplicato per il numero dei proprietari; un
valore “0” indica l’uguaglianza assoluta mentre un valore “1” indica la massima
concentrazione o l’inequità assoluta. [23] ‘Boletín DANE’, n. 222, gennaio 1970. [24] J. C. Quintero, “Qué pasó con la tierra
prometida?”, Cinep, Bogotá, 1988, pagg. 38-47. [25] C. Vallejo, “Situación Social
Colombiana”, CIAS, Bogotá, 1971, pag. 113. [26] L. Sarmiento Anzola, “Colombia fin de
siglo”, Op. cit., pag. 56. [27] ‘El Espectador’, 27 luglio 2000. [28] M. Bernal M., A. Jorge, ‘Propuestas
sobre Política Económica y Social para la Equidad y la Paz’, in “La Economía en
la Mesa de Negociaciones”, Mandato Ciudadano por la Paz, Bogotá, 1999, pag 173. [29] L’economista Jesús Antonio Bejarano è
stato assassinato nel 1999. [30] J. A. Bejarano, “Colombia Hoy”, Siglo
XXI Editores, Bogotá, 1978, pagg. 186-220. [31] ‘El Tiempo’, 17 ottobre 1997. [32] Rafael Núñez, poeta, giornalista,
filosofo e presidente della Repubblica colombiana, nel 1886 elaborò una nuova
costituzione di caraterre centralista, che è rimasta in vigore sino al 1991. [33] Con il termine ‘La Violencia’, si
indica il drammatico conflitto vissuto dalla Colombia tra il 1948 e il 1953,
segnato dalla guerra tra i partiti Liberale e Conservatore, e che causò la
morte di oltre 300.000 persone. [34] Il generale Rojas Pinilla, su mandato
delle leadership dei partiti Liberale e Conservatore, aveva realizzato un colpo
di stato militare nel 1953. Il governo di Rojas restò in vita sino al 1957,
anno in cui fu sottoscritto il patto del ‘Frente Nacional’. [35] C. A. Noriega, “Fraude en la elección
de Pastrana Borrero”, Editorial Oveja Negra, Bogotá, 1998, pag. 250. [36] Defensoría del Pueblo, ‘Serie de
Documentos’, n. 2, ottobre 1992, pag. 216. [37] O. Orozco Abad, “Combatientes, Rebeldes
y Terroristas - Guerra y Derecho en Colombia”, Temis, Bogotá, 1992, pag. 53. [38] F. Landazábal Reyes, “El Conflicto
Social”, Op. cit., pagg. 156-7. [39] Si vedano particolarmente: “Operaciones
contra Fuerzas Irregulares” (traduzione del manuale FM31-15 dell’Esercito degli
Stati Uniti), pagg. 75-6; “La Guerra Moderna”, Op. Cit., pag. 70; “Reglamento
de Combate de Contraguerrilla” (EJC J-10, approvato con la Risoluzione 005 del
9 aprile del 1969 dal Comando Generale delle Forze Militari Colombiane), pagg.
310-23; “Instrucciones Generales para Operaciones de Contraguerrillas”
(pubblicato dal Comando Generale dell’Esercito nel 1979), pag. 81; “Reglamento
de Combate de Contraguerrillas” (EJC-3-101, approvato il 12 novembre 1987 dal
Comando Generale delle Forze Armate), pagg. 26-7. Si veda infine la Legge n. 48
del 1968, artt. 25 e 33 (articoli dichiarati incostituzionali dalla Corte
Suprema di Giustizia 24 anni piú tardi, il 25 maggio 1989). [40] Comando del Ejército, “Instrucciones
Generales para Operaciones de Contraguerrillas”, Op. cit., pagg. 32 e 159. [41] Comando General de la Fuerzas
Militares, “Reglamento de Combate de Contraguerrillas”, Op. cit., pag. 147. [42] Comando del Ejército, “Instrucciones
Generales para Operaciones de Contraguerrillas”, Op. cit., pag. 188. [43] Ibidem, pag. 177. [44] Ejército Nacional, “Operaciones Contra
Las Fuerzas Irregulares”, Op. cit.,
pag. 6. [45] Ibidem, pag. 50. [46] Comando del Ejército, “Instrucciones
Generales para Operaciones de Contraguerrillas”, Op. cit., pag. 174. [47] Ibidem, pag. 167. [48] Comando General de la Fuerzas Miliraes,
“Reglamento de Combate de Contraguerrillas”, Op. cit., pag. 345. [49] Nella sessione del Tribunale Permanente
dei Popoli sull’Impunità dei Crimini di Lesa Umanità in Colombia, tenutosi dal
4 al 6 di novembre del 1989, fu presentato un rapporto che documentava 53
meccanismi di impunità, nei casi di crimini di lesa umanità, utilizzati durante
i processi esaminati dai ricercatori. Da parte sua, la Commissione
Interamericana dei Diritti Umani della OEA (Organizzazione degli Stati
Americani), nel suo ‘Terzo Rapporto sulla Colombia’ del 12 marzo 1999,
affermava che il 97-98% dei crimini restavano impuniti in Colombia, però nel
caso dei crimini di lesa umanità l’impunità giungeva al 100%. [50] ‘El Espectador’, 5 dicembre 1993. [51] A. Reyes, “Factores de violencia”, Conferencia
en la Universidad Nacional de Bogotá, 18 luglio 1992. [52] Come riconosciuto dallo stesso Klein
nell’intervista concessa al giornalista Ronald Fisher, del quotidiano
israeliano ‘Maariv’, poi pubblicata su ‘El Colombiano’, l’ 11 giugno 2000. [53] DIJIN, “Informe de interrogatorio
realizado al detenido Luis Antonio Meneses Báez, remitido al Juzgado de Orden
Público de Reparto”, 8 novembre 1989, annesso J., pag. 20. [54] Ibidem, pag. 23. [55] DAS, “Informe confidencial sobre
interrogatorio realizado a Diego Viáfara Salinas”, 10 maggio 1988, pag. 11. [56] DAS, “Informe elaborado sobre el
interrogatorio al Mayor Oscar de Jesús Echandía Sánchez”, 1990. [57] ‘La Prensa’, 8 ottobre 1989. [58] L’assoluzione non è stata pronunciata
sull’ingresso reale del denaro alla campagna ma solo sul fatto che si
riconosceva “l’gnoranza” dell’assunto da parte del Presidente Samper. [59] ‘El Espectador’, 28 aprile 1996. [60] ‘El Espectador’, 26 maggio 1996. [61] P. Wellstone, “Amendment to the Foreign
Operations Appropiations Bill (S.2522)”, in http://ciponline.org/colombiaaidcongress.htm. [62] M. McClintock, “Instruments of
Statecraft”, Op. cot., pagg. 453 e 581. [63] Ibidem, pag. 453. [64] In
http://boozers.fortunecity.com/laurel/66/eng_dec/991230_cia_agent.htm. [65] Colectivo de Abogados José Alvear
Restrepo, Comisión Intercongregacional de Justicia y Paz, Centro de
Investigación y Educación Popular y Defensa de los Niños Internacional, “A lo
bien, parce -Violencia Juvenil y Patrones de Agresión contra los Jóvenes de
Sectores Populares en Cali”, Bogotá, 1996. [66] ‘El Colombiano’, 2 dicembre 1996; ‘El
Tiempo’, 28 settembre 1997. [67] O.N.U., “Doc.
E/CN.4/Sub.2/1997/20/Rev.1”, 2 ottobre 1997. [68] Doc. A/CN.4/398*, 11 marzo 1986, N. 12. [69] Jorge Eliecer Gaitán era un carismatico leader liberale candidato alla guida del paese; il suo assassinio a Bogotá, generò il violento conflitto politico-militare della Colombia, che durò dal 1948 al 1957 – ‘La Violencia’. [70] G. Sierra Ochoa, “Las guerrillas en los Llanos orientales”, Manizalez, 1954, pag. 5. [71] Il ‘Plan Laso’ (Latin American Security Operation) fu un’ampia strategia controinsorgente pianificata dal governo degli Stati Uniti per tutta la regione dell’America Latina, e che fu sperimentata operativamente proprio in Colombia a partire del 1964. [72] C. E. Cardona, “La Paz Nacional”, in H. Motta Motta (compilador), “Acción Parlamentaria de la UP”, Bogotá, 1995, pagg. 54-5. [73] Comité Cívico de Derechos Humanos del Meta, “Proyecto de Investigación sobre la Situación de los Derechos Humanos en el Meta”, Villavicencio, 1995, pag. 10. [74] F. Castillo, “Los Jinetes de la Cocaína”, Editorial Documentos Períodisticos, Bogotá, 1987, pag. 234. [75] Juzgado 4 de Orden Público de Villavicencio, “Expediente 019, indagatoria a Camilo Zamora Guzmán”, 10 de abril de 1989. [76] ‘Revista Alternativa’, n. 72, 1 marzo 1976, pag. 22. [77] AA.VV., “Ceder es más terrible que la muerte”, Bogotá, 1997, pag. 26. [78] Defensoría del Pueblo, ‘Serie Documentos’, n. 2, ottobre 1992, pag. 216. [79] J. Giraldo, “Testimonio de Vida de Josué Giraldo Cardona”, in ‘Ceder es más terrible que la muerte’, Op. cit., pag. 254-5. [80] Ibidem, pagg. 267-8. [81] AA.VV., “Ceder es más terrible que la muerte”, Op. cit., pag. 186. [82] Carlos Kovacs fu assassinato in un bar ubicato al lato della governazione del Meta, insieme a Nestor Henry Rojas (26 anni), avvocato, ex candidato a sindaco di Puerto Gaitán e presidente della Unione Sindacale degli Studenti, María Elena Ramos Sánchez, Personera di Vista Hermosa e José Antonio Rivera, guardia del corpo di Kovacs. [83] J. Giraldo, “Testimonio de Vida de Josué Giraldo Cardona”, Op. cit., pag. 291. [84] Ibidem, pag. 295. [85] Ibidem, pagg. 299-300. [86] ‘El Tiempo’, 18 luglio 1996. [87] Defensoría del Pueblo, “Memorial dirigido al Director Nacional de Atención y Trámite de Quejas”, 29 luglio 1995. [88] ‘Informe confidencial al Dr. Adolfo Salamanca Correa’, Santafé de Bogotá, 24 luglio 1995. [89] Comisión Internacional de Observadores, “Testimonios recogidos en Yondó”, pag. 44. [90] C. Medina Gallego, “Autodefensas, Paramilitares y Narcotráfico en Colombia”, Editorial Documentos Periodísticos, Bogotá, 1990, pag. 162. [91] M. Panesso Ocampo, “Declaración en el proceso adelantado por la Unidad Nacional de Derechos Humanos de la Fiscalía bajo el radicado n. 101”. [92] R. Rayo, “Declaración en el proceso adelantado por la Unidad Nacional de Derechos Humanos de la Fiscalía bajo el radicado n. 101”. [93] D. Viáfara Salinas, “Declaración ante la prensa norteamericana, trasladada al proceso adelantado por la Unidad de Derechos Humanos de la Fiscalía bajo el radicado n. 101”. [94] A. Baquero Agudelo, “Declaración en el proceso adelantado por la Unidad de Derechos Humanos de la Fiscalía bajo el radicado n. 101”. [95] Unidad de Derechos Humanos de la Fiscalía General de la Nación, “Proceso 087”. [96] A. Baquero Agudelo, “Declaración en el proceso n. 101”, cit.. [97] Amnesty Internacional, “Colombia: El panorama de los Derechos Humanos”, 1990, pag. 20. [98] ‘Revista Semana’, n. 365, Bogotá, 2 maggio 1989, pag. 35. [99] C. Medina Gallego, “Autodefensas, Paramilitares y Narcotráfico en Colombia”, Op. cit., pag. 231. [100] DAS, “Informe confidencial”, febbraio 1990. [101] DAS, “Informe Secreto”, 10 maggio 1988, pagg. 11-2. [102] Unidad de Derechos Humanos de la Fiscalía General de la Nación, “Proceso n. 101”. [103] ‘Revista Semana’, n. 467, 16 aprile 1991, pag. 19. [104] ‘Revista Opción’, n. 12, luglio 1989, pag. 8. [105] DAS, “Informe Confidencial”, 20 luglio 1988. [106] A. Baquero Agudelo, “Declaración en el proceso n. 101”, cit.. [107] AA.VV., “La Realidad del ‘sí se puede’”, CSPP, Bogotá, 1984, pag. 37. [108] Comando del Ejército, “Decisión del 18 de junio de 1997”. [109] AA.VV., “Tras los Pasos Perdidos de la Guerra Sucia: Paramilitarismo y Operaciones Encubiertas en Colombia”, Ediciones NCOS, Bruselas, 1995, pag. 77. [110] ‘Revista Semana’, 31 gennaio 1994, pag. 38. [111] ‘El Tiempo’, 5 settembre 1996. [112] Comisión Andina de Juristas, “Nordeste Antioqueño y Magdalena Medio”, Editorial Códige, Bogotá, 1993, pag. 43. [113] Ibidem, pag. 42. ![]()
Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo, "Colombia Nunca Mas", terrelibere.org, 15 settembre 2001, http://www.terrelibere.org/doc/colombia-nunca-mas |
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