MOBILE Il sito per cellulari e la nuova App per Android CORSIHTML5, eBook, Multimedia. Online e in aula Novità! Servizi per l'editoria digitale
 .
LIBRERIA ››
Anacleto
Anacleto
0 €
Pacifisti. Ecco dove siamo Luca Kocci
Pacifisti. Ecco dove siamo
4.5 €
Gli africani salveranno Rosarno. Seconda edizione Antonello Mangano
Gli africani salveranno Rosarno. Seconda edizione
8 €, spese di spedizione incluse
Sì alla lupara, no al cous cous Antonello Mangano
Sì alla lupara, no al cous cous
8 €, spese di spedizione incluse
L’enigma di Attilio Manca Joan Queralt
L’enigma di Attilio Manca
13 €, spese di spedizione incluse
Quell’africana  che non parla neanche bene l’italiano Alberto Mossino
Quell’africana che non parla neanche bene l’italiano
10 €, spese di spedizione incluse
Nuovo! Le inchieste di terrelibere.org > Gli africani salveranno Rosarno - A3. Il vanto d'Italia - Shock economy all`italiana
RSSRSS Chi siamo Archivio Autori Corsi Campagne Mailing list Contatti
Fotostorie Video Infografiche Podcast Casa editrice Libreria Catalogo libri/eBook Presentazioni Recensioni
C'era una volta 'u Ponti - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
Documenti > Saggio
Antonello Mangano:   Scheda biografica  |  Scrivi all'autore  |  Tutti i documenti di questo autore
InteragisciSegnala ad un amico    Organizza un incontro   
Condividi
  
           
Cronaca di Pontopoli

Appunti sullo stato antropico di Pontopoli

 C’era una volta ‘u Ponti

E' iniziata la Grande Operazione. Le masse di disoccupati dello Stretto attendono l’inizio dei lavori, ed i professionisti delle clientele lavorano alacremente per un progetto che ricorda le mega-opere del Terzo mondo e che sarà basato sul modello finanziario dell’Alta velocità, così moderno ed efficiente da essere stato inventato da Cirino Pomicino…

La “Stretto di Messina” è vista come distributrice di fondi a pioggia, ed i progettisti preparano i primi cantieri collaterali che devasteranno le aree urbane tra Sicilia e Calabria.

Ritratto antropologico di una comunità e di un territorio devastato più volte dagli eventi naturali e che oggi rischia il definitivo affossamento. Per mano di piccoli uomini avidi.

 

 

 

 

 

“Attenzione. Quando leggete

Ponte, non pensate

al manufatto da modellino, agli

esempi virtuali dei computer.

Meno che mai alla fattibilità,

all'utilità effettiva dell'Opera.

A Pontopoli, quando si dice Ponte si pensa a:

cantieri, studi di

fattibilità, commesse,

ingegneri, parcelle,

movimento terra,

tangenti sugli appalti,

pizzo sul movimento

terra, ricorsi, avvocati,

parcelle, interventi

ulteriori, subappalti”

 

Da terrelibere.org, maggio 2003

 

 

 

 

 

 

 

Prima parte - Il contesto com'è

Descamisados dello Stretto

Senza vergogna, senza dignità

Come le seppie

Un patrimonio già distrutto

Seconda  parte - Il contesto, come potrebbe diventare

Danni collaterali

La logistica senza logica

La città-cantiere

La mafia mediatrice

Il consenso comprato

Mille metri cubi

Da Cirino Pomicino a Berlusconi

Il Quarto Mondo. Ancora possiamo scegliere

 

 

 

 

Prima parte - Il contesto com'è

 

 

 

 

Per fortuna c'erano loro (...), la razza delle

persone ammodo, una razza dalle natiche stabili

come fondamenta sulle poltrone imbottite,

una razza tintinnante

di onorificenze, decorazioni, collanine, occhiali

a stanghetta, monocoli, apparecchi acustici,

dentiere: una razza cresciuta per i secoli sulle

poltrone barocche d'antichi reami;

una razza che sa fare le leggi e applicarle

nella misura in cui gli fa comodo.

Italo Calvino, Ultimo viene il corvo

 

 

Descamisados dello Stretto

 

Un generico uomo del Ponte può somigliare al ricco italo - americano dei film di Totò, un ciccione dall’aria unta e dall’eloquio grossolano, un tipo che si presenta con un fascio di dollari in mano e pensa di poter comprare tutto e tutti.

Ci riuscirà? Diamo un’occhiata al lumpenproletariat dello Stretto, non solo i figli dei quartieri delle periferie, magari quelli che vivono ancora nelle baracche costruite dopo il terremoto del 1908. Mettiamoci dentro pure i figli degli impiegati, i disoccupati “intellettuali”, tutti coloro che pensavano che la laurea fosse il traguardo e con attonito stupore si accorgono che è appena un buon punto di partenza.

 

Ecco quelli che sono già col piede sul predellino del “Treno del Sole” che li porta a Milano, magari un contratto di apprendista in una ditta dell’Hinterland, oppure della “Freccia della Laguna”, un interinale in una fabbrichetta del Nord Est, di quelle che fanno (o facevano) fatica a trovare tutti gli operai di cui hanno bisogno.

 

Ed ancora i laureati – specie quelli in materie umanistiche – nell’ateneo peggiore d’Italia, magari stanno progettando di prendere un volo “low-cost” per Linate e non una cuccetta a sei posti, ma anche loro non se la passano bene, o fanno gli insegnanti o sono fottuti, o trovano un concorso che li inserisca da qualche parte o è precariato ed incertezze per tutta la vita.

 

La maggior parte dei disoccupati di Pontopoli (che sono la maggior parte degli abitanti di Pontopoli in età lavorativa) vivono nel limbo. Vivono vite sospese.

 

Come si vive nel limbo?

 

Qui uno stipendio, uno stipendio vero (cioè statale, con contributi e tutto, ed a fine mese ti danno veramente quanto dichiarato in busta paga) non basta a star bene, perché è diventato un osso da spolpare dal branco dei parenti: figli, nipoti, cognati meno fortunati.

E’ difficile tirarsi indietro. E’ impossibile dimostrarsi chiusi ed egoisti, specie nei confronti dei figli.

 

Cessioni del quinto. Prestiti per dipendenti. Anche in cinque minuti. Sono le insegne che appaiono lungo le strade. Chiudono alimentari e librerie, compaiono le vetrine inquietanti delle società finanziarie, con le loro diciture adesive sui vetri. “Anche a protestati”. “Qualunque cifra”. “Prestiti in 5 minuti”.

Al di là dei possibili collegamenti col mondo dell’usura, queste società sono i luoghi dove l’osso viene spolpato. Una parte della busta paga andrà a finanziare l’automobile del figlio, un’altra la casa della figlia che si deve sposare.

Stesso discorso per la pensione e per i risparmi di una vita. Una generazione che vive sui risparmi della precedente. E si interroga sui figli: loro su cosa vivranno?

I due figli di cui sopra non lavorano, o se lavorano i soldi che prendono bastano per andare al supermercato, non alla concessionaria o all’immobiliare.

 

Il lavoro di una generazione viene consumato in questi anni, ed i figli stanno sperperando i risparmi dei padri. Perché il livello dei consumi non può certo diminuire. “Altrimenti gli altri chissà cosa pensano”. L’automobile è un bene primario. Al matrimonio non si può certo sfigurare. Magari si risparmia comprando cibo di infima qualità all’hard discount, ma sui beni dell’apparenza (auto, vestiti, cellulare, …) nessuna economia.

 

Immaginate il dramma psichico ed i disturbi mentali prodotti da questa costante farsa, dalla perenne differenza tra finzione e realtà. Tra il teatro dei consumi medio-borghesi e redditi da sottoproletariato.

 

Dove lavorano, se sono fortunati? In piccolissime aziende (anzi, ditte), dove non c’è il padrone né l’imprenditore ma “il titolare”.

Si entra come “favore”, perché amici, parenti o conoscenti del titolare oppure di qualche impiegato, che “coopta” i suoi favoriti all’interno della ditta, così come era accaduto a lui in precedenza.

 

Per “rispetto” dell’amico che ci ha fatto entrare, non ci si dimostra irriconoscenti. Quindi si accettano le condizioni dettate dall’amicizia. Sarebbe il caso di interrogarsi su questo curioso senso dell’amicizia, che produce solo svantaggi.

Nessuna protesta sindacale, condizioni disagiate, accettazione di ogni sopruso. Il “titolare” è sciolto da qualsiasi obbligo di “rispetto”, perché è lui ad aver fatto il “favore” (cioè l’assunzione).

Secondo questa distorta mentalità presindacale, il lavoratore è in debito.

 

Quasi sempre l’assunzione è un accordo verbale. Il lavoro è in nero. La paga miserevole e l’orario estensibile in base a capricci o esigenze del momento. La tredicesima un’elemosina dettata dall’arbitrio. Le ferie sono una concessione che dipende dalle esigenze del capo e della sua famiglia (“andate in ferie se e quando ci vado pure io”).

Scioperi e sindacati, ma anche proteste e blande rivendicazioni sono una mancanza di rispetto e quindi sono praticamente sconosciuti (va anche detto che anche qualche sindacato vive immerso nella cultura dell’amicizia, e quindi concepisce il suo ruolo come quello di super-amico che piazza i propri iscritti e “garantisce per loro”).

 

Dunque tutto si svolge nella tranquillità e nella subordinazione? No, perché talvolta si passa da un estremo all’altro. Il rispetto si rompe (un litigio, una richiesta più umiliante di altre, una semplice incomprensione) ed allora si “mette in mezzo l’avvocato”, cioè si apre una causa di lavoro.

Obiettivo non è il reintegro del posto – ormai inconcepibile – ma un congruo risarcimento danni, ad esempio per il mancato versamento dei contributi. Oppure, se si va sul penale, si arriva anche a denunce per estorsione (dichiaravo 1000 in busta paga ma mi davano 500, sotto la minaccia del licenziamento).

 

L’avvocato è visto che un angelo vendicatore, che con la forza dell’eloquenza, tramite il potere della parola ripara i torti e fa giustizia delle offese subite.

Spesso le parti non hanno alcuna cultura giuridica, non capiscono nulla del procedimento, guardano con diffidenza o con cieca superstizione alle carte da firmare e sono assolutamente convinti di stare dalla parte della ragione.

L’eventuale sconfitta non sarà mai dovuta ad aspetti giuridici, oppure semplicemente al fatto che l’avversario aveva banalmente ragione.

Sarà determinata all’incapacità dell’avvocato (“un cretino”), o, peggio, al fatto che sia stato corrotto (“si è venduto”).

E’ capitato talvolta che avvocati di mafiosi abbiano subito attentati da clienti che volevano punirne le colpe, subito dopo una condanna.

 

Le famiglie, gli amici, gli intermediari provano a ricomporre il dissidio. Con il mediatore (l’amico che ci ha fatti assumere) è rottura totale: non ci si parlerà più. Se è un parente, è facile che si “mettano in mezzo” le famiglie a tentare di ricucire lo strappo: siamo tutti lo stesso sangue, siamo tutti sulla stessa barca: e che modi sono questi?

 

L’esito del procedimento – di durata pluriennale – dipenderà solo ed esclusivamente dall’abilità dell’avvocato e non da altro (prove, circostanze, meno che mai la ragione o il torto delle parti).

Quando una parte subodora delle difficoltà, o prevede la sconfitta, non esita a cambiare avvocato, perché il precedente “era un incapace”.

Nel frattempo, occorre trovare un lavoro, e ricomincia il giro degli amici. Se si sparge la voce, se si comincia a sapere che sei un rompiscatole, la ricerca sarà molto difficoltosa.

Altrimenti, se riesci a sapere che “c’è bisogno” da qualche parte inizi a cercare un conoscente che ti “presenti” al titolare.

“Ragioniere, buongiorno, posso far venire un amico mio per domani? Un bravo ragazzo, una persona seria…”

 

In questa situazione pre-ottocentesca già un minimo di cultura sindacale e dei diritti sarebbe una grande rivoluzione. Invece domina una mentalità distorta dell’amicizia e del rispetto, e soprattutto una diffidenza (di tutte le parti) contadinesca per la carta scritta (contratti, accordi, buste paghe) che va evitata o nel peggiore dei casi elusa (“E che c’è bisogno di carte tra di noi??? Tra noialtri non c’è problema!!!”)

 

 

 

Senza vergogna, senza dignità

 

Esattamente come per i paesi del “Terzo mondo”, possiamo distinguere cinque categorie che gestiranno i lavori di saccheggio e devastazione (o, nel loro lessico, di progettazione e costruzione). Non sono classi produttrici ma parassitarie, e da sempre sono cresciute sul saccheggio del territorio.

 

Dal locale al globale:

 

·         il ceto politico del luogo

·         il ceto politico nazionale

·         le imprese locali

·         le imprese nazionali

·         le imprese internazionali

 

Gli intrecci tra queste categorie sono ben sperimentati e già sul nostro territorio abbiamo l’ottimo esempio della base di Sigonella, ma anche dei poli petrolchimici di Augusta - Priolo o Gela, o anche esempi apparentemente minori come la Salerno - Reggio Calabria, l’autostrada Messina – Palermo (più di 36 anni di lavori) o le ottocentesche reti ferroviarie dell’Isola.

E’ stato calcolato che su molti binari siciliani si viaggia alla stessa velocità della Napoli - Portici, primo tratto di strada ferrata del Regno delle Due Sicilie.

 

Il modello è quello parassitario e non produttivo. Umberto Santino, in molti suoi scritti, contesta il termine Mafia imprenditrice in quanto suggerirebbe un ruolo produttivo della criminalità e di fatto nasconde il ruolo esclusivamente parassitario che essa svolge.[1]

 

Da una parte io scavo un fosso, dall’altro tu lo riempi ed entrambi fatturiamo il lavoro svolto, a spese della collettività. Il danno è enorme, e così si spiegano i decenni per pochi chilometri di autostrada e le tante incompiute.

Tutto ciò finisce per diventare normale, tanto che ci si stupisce di un’opera completata nei tempi dovuti e non del suo contrario.

Il meccanismo è spesso accettato nel senso comune (‘cu mancia fa mollichi’), e viene giudicato appunto normale che le opere pubbliche siano un meccanismo che genera redditi per pochi disonesti e solo in ultima istanza un sistema collettivo per fare delle cose (strade, scuole, ospedali) o per manutenerle, con vantaggio di tutti.

 

Il sistema delle tangenti, come dimostra la vicenda delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006 è probabilmente un metodo generalizzato nel tempo (quindi anche dopo la vicenda di “Mani Pulite”) e nello spazio (su tutto il territorio nazionale).

Ma il settentrione produce, anche da appalti assegnati in maniera irregolare, opere definitive e quasi sempre nei tempi dovuti.

 

Nel mezzogiorno, opere inizialmente utili o cattedrali industriali che hanno creato il deserto intorno, cantieri eterni, un metro l’anno di avanzamento, lavori punteggiati dalle inchieste della magistratura, la presenza organica e strutturale della criminalità organizzata, il principio di convivenza di imprese nazionali ed internazionali che da sempre concepiscono Cosa Nostra non come orrendo mostro che si infiltra subdolamente ma come facilitatore, mezzo economico che da un lato pretende e può anche essere inaffidabile e pericoloso, ma dall’altro assicura la presenza negli appalti, cancella la concorrenza e il sindacato ed infine può fare la fortuna di un’azienda.

 

Dall’altro lato una classe politica volgare, ottusa, parassitaria, priva di qualunque progetto oltre la propria riproduzione e l’affinamento e l’allargamento scientifico delle reti clientelari, in barba alla diminuzione delle risorse, ai principi di efficienza e soprattutto al diritto della popolazione a veder trasformati in servizi collettivi le tasse pagate da pochi.

 

Questa situazione sarà riproposta dal modello Ponte, anzi l’operazione è già in corso e sarà la pietra tombale della democrazia, della cultura dei diritti e della dignità delle persone.

Già ora la popolazione vive un atteggiamento schizofrenico nei confronti del politico, da un lato lo disprezza, è un ladro, pensa solo a mangiare, solo a se stesso.

Poi viene il momento delle elezioni ed è la caccia all’amico di sempre, quello che ti può fare il favore, tutti si trasformano in collettori di preferenze da mutare in cambiali per un diritto dovuto o un posto di lavoro (anche precario) da acquistare al grande mercato delle elezioni amministrative.

 

Appena si apre un qualsiasi cantiere tutti dicono: “ecco, non lo finiranno mai. Ecco, ci mangeranno sopra. Una volta no, i lavori li finivano. Oggi pensano solo a mangiarci sopra”.

 

Attenzione: non confondete il “no al Ponte” con la frase “tanto il Ponte non lo faranno mai”.

Con questa proposizione ci si riferisce all’idea del cantiere sempre aperto, che non sarà completato al pari delle autostrade e delle Ferrovie. E’ indice di un fatalismo pericoloso da assecondare…

 

 

 

Come le seppie

 

Come le seppie, i nuovi subcittadini di una provincia che non è né Nord né Sud, portano nello stomaco un liquido nero, un veleno che li consuma lentamente. Prendete un autobus a Pontopoli. Ogni voce, ogni persona enuncia un principio semplice ed immutabile. “Oggi va tutto male, ieri andava tutto bene”.

Il futuro, banalmente, non esiste affatto. Una mentalità tipica delle persone anziane, ma che contagia sempre più giovani senza prospettiva ed eterni adolescenti: quelli del limbo.

’Na vota” è il ricordo immutabile di una età dell’oro mai vissuta, ma anche la pietra tombale di ogni prospettiva di lotta o cambiamento. “Tanto, non cambierà mai niente…”, ed una scrollata di spalle cancella tutto.

Tanto, chi si ‘nni futti”.[2] E la città indifferente sommerge tutto.

Cu si vaddau si sabbau”, dice la “saggezza” popolare, e con queste parole vuole significare che la diffidenza, il guardarsi (da tutto e da tutti) è fonte di salvezza.

Lamentati si voi stari ‘bbonu”, dice un altro orrendo proverbio, di logica incerta e di origine inspiegabile.

E la città è una valle di lacrime, ma l’incantesimo non riesce ed anziché un miglioramento il coro multiplo delle lamentele produce ulteriore sfiducia e pessimismo, che si respirano nell’aria ed ammorbano anche i pochi residui entusiasmi.

 

Dicono gli economisti che la fiducia è un bene economico prezioso, Ciampi ad esempio centrò su questo concetto il discorso di fine anno del 2003, dai Nobel ai ricercatori di periferia tutti gli economisti ritengono la fiducia una materia prima fondamentale. A Pontopoli la fiducia è una risorsa inesistente, ridotta al minimo come una falda acquifera nel deserto.

Se “tanto il ponte non lo faranno mai”  dovesse diventare realtà, cioè se apriranno i cantieri senza chiuderli, questa preziosa risorsa sarà definitivamente prosciugata per un numero indefinibile di generazioni.

Purtroppo, esiste anche un “no al ponte” di pura conservazione, un non fare che non prevede un altro mondo possibile né un nuovo modello di sviluppo.

Spesso di matrice medio-borghese ed intellettualoide, si sposa col fatalismo dei ceti popolari e produce una generica voglia di immobilismo.

Il “no ponte” non può essere né una questione tecnico-ingegneristica, né il prodotto della sfiducia e del fatalismo.

La mancata costruzione dell’opera sarebbe una vittoria di Pirro in mancanza di un modello alternativo, che dia risposte vere ad una crisi socio-economica strutturale inaspettata e dalle conseguenze ancora imprevedibili.

 

L’emigrazione di massa potrebbe essere una di queste. Molti abitanti della città erano impegnati in pensosi dibattiti sull’accoglienza da riservare ai magrebini oppure in discussioni da bar sport sulla società multietnica e l’invasione dei clandestini.

Oggi sono sul binario10 della Stazione centrale oppure al terminal partenze di Fontanarossa a salutare, fazzoletto e lacrime agli occhi, i figli partenti.

 

 

 

Un patrimonio già distrutto

 

La battaglia contro il Ponte prosegue, ed in tanti sperano nella vittoria. Da sparuta minoranza guardata con sospetto, i sostenitori del “No Ponte” sono diventati tanti. Qualcuno ha cambiato idea, in molti si sono convinti della dannosità dell’opera e della necessità di un modello alternativo di sviluppo.

 

La battaglia contro il Ponte ha visto due momenti fondamentali, la manifestazione del 7 agosto e quella dell’8 dicembre, entrambe del 2004.

La prima ha già fatto capire che qualcosa stava cambiando. Gli organi della (dis)informazione monopolizzata presentavano la manifestazione come un raduno di no-global, una invasione di unni.

 

I vigili urbani distribuivano un volantino ai negozianti, invitandoli ad abbassare le saracinesche per evitare danni. Il fantasma di Genova era consapevolmente evocato.

Per sommo paradosso, il Duomo e la fontana prospiciente erano transennati e presidiati da un cordone di carabinieri.

“Siete voi che volete distruggere la bellezza, con il mostro sullo Stretto”, veniva opportunamente ricordato dai megafoni del corteo.

Non solo non si registravano incidenti, ma la manifestazione era molto partecipata e rappresentava l’apice di due settimane di iniziative contro il Ponte.

In mancanza di altri argomenti, si parlava di manifestanti “venuti da fuori” da contrapporre ad una popolazione invece favorevole.

 

Il corteo dell’8 dicembre, diecimila persone in piazza, spazzava via anche quest’ultimo luogo comune e mostrava l’evidenza di un’opinione contraria cresciuta oltre ogni previsione, parallelamente alla circolazione delle notizie: la questione espropri, l’ampiezza dei cantieri, il movimento terra e le cave, lo spostamento di fatto di metà della popolazione costretta a vedere i propri quartieri trasformati in cantieri di incerta durata.

 

L’ampiezza del movimento contro il Ponte può essere una occasione irripetibile per allargare l’orizzonte e cominciare a discutere di un diverso modello di sviluppo per l’area dello Stretto ed il meridione in generale.

 

Su questo punto, anche nel corso del Meeting annuale che fa il punto sulla lotta al Ponte, si è aperto un dibattito tra due posizioni dietro cui, purtroppo, è facile scorgere i profili dei garantiti e quelli dei precari, che nel prossimo futuro, faranno sempre più fatica a stare fianco a fianco nei cortei.

 

La prima posizione, dunque, ritiene prioritario il no al Ponte, cioè impedirne la costruzione, allargando il più possibile il fronte dei contrari.

La seconda ipotesi inserisce il no al Ponte in un contesto molto più ampio.[3] Ritiene che la battaglia contro il ponte sia intanto anche lotta ambientalista, antimafiosa, pacifista.

Pensa in secondo luogo che la lotta non debba fermarsi al no ma debba anche essere propositiva: un nuovo modello di sviluppo, contro precariato e neoliberismo.

Ricorda infine il parallelo col terzo mondo, con le opere di stampo neocolonialista che hanno ingrassato multinazionali e corrotte élite nazionali ma che hanno anche segnato la crescita politica delle popolazioni che ha preso coscienza dei propri diritti ed anche della propria forza in quanto collettività organizzata.

 

In una frase sola: “Cosa mi importa dello stop ai cantieri  se io rimango povero, sfruttato, emarginato, precario?”

 

Troppo spesso ci si è limitati ad una generica “salvaguardia” del patrimonio dello Stretto, della conservazione bellezza del suo paesaggio e delle coste.

Oppure a ricordare i miti dello Stretto, che realmente risalgono ad Omero ma di cui anche il grecista più appassionato farebbe fatica a trovare traccia.

 

Più che da poeti che imbracciano la lira, la costa dei due versanti è punteggiata da divieti di balneazione ed orrende case ancora abusive o miracolate dalle tante sanatorie.

 

L’area dello Stretto è gravemente degradata, e non solo nelle zone urbane asservite al transito dei mezzi pesanti e deformate dalla crescita delle edificazioni collinari senza  piano regolatore.

Le coste sono pesantemente occupate da colate di cemento senza rispetto non solo della natura ma anche di un possibile turismo. La corsa alla seconda casa ha negato la possibilità di creare dei lungomare rimpiazzandoli con orrende schiere di costruzioni irregolari, con impianti fognari inadeguati.

 

Qui le responsabilità sono dei politici e degli amministratori ma anche della massa popolare che non ha voluto rinunciare alla casa “a due passi dal mare” contro ogni legge, “perché ce l’hanno tutti” e perché altrimenti d’estate non si sa che fare (tra parentesi, la maggior parte dei giovani europei d’estate viaggia con l’Interail, lo zaino e pochi soldi in tasca, e si accultura e fa esperienze fondamentali per la propria crescita, i nostri ragazzi passano le estati a tentare di investirsi coi motorini negli stretti vicoli delle bidonvilles “a due passi dal mare”).

 

L'indagine 2004 di “Goletta Verde” sullo stato delle acque balneari ha messo in evidenza il buono stato delle coste italiane, in particolare quelle della Basilicata, e la pesante eccezione delle altre regioni del sud. La peggiore tra tutte è la Sicilia, poco prima la Calabria.

 

I ricercatori di Legambiente, dopo due mesi di navigazione, 500 prelievi e diecimila chilometri di navigazione, hanno idee precise sulle cause del mare sporco: centinaia di scarichi non depurati, abusi edilizi lungo le coste, e batteri nelle acque di balneazione.

 

La diffusa illegalità, l'abusivismo e la costante erosione delle coste registrate durante il tour di Goletta Verde, sono in aumento anche per gli effetti devastanti del condono edilizio varato dal governo di centrodestra.

Nel 2003 gli abusi edilizi sul demanio marittimo accertati dalla Guardia di Finanza e dal Corpo forestale dello Stato, infatti, sono stati 4.071, mille in più rispetto al 2002. Lazio, Sicilia,  Calabria e Campania le regioni dove è sempre meno frequente il rispetto per l'impatto ambientale lungo le coste.[4]

 

Con quale faccia si può parlare di prospettive turistiche – anche di un turismo leggero e sostenibile – tra autostrade non terminate, ferrovie inesistenti, coste cementificate e mare denso di batteri e liquami?

 

Lo Stretto non fa eccezione, anzi fa da apertura ad alcune tra le costiere più degredate e cementificate d’Italia, il tirreno messinese e lo jonio reggino, dove i paesi (anzi, le marine) sono lunghe teorie di cubi di cemento che spesso voltano le spalle al mare e stanno allineate lungo un nastro d’asfalto che è la via principale (non una piazza né un centro storico, sono agglomerati nati col boom economico ed abitati solo d’estate da famiglie di impiegati e professionisti che negli anni passati così spendevano il proprio superfluo).

 

I due punti più vicini tra Sicilia e Calabria sono rispettivamente Scilla e Punta Faro. Il primo è uno dei borghi marinari più belli e meglio conservati d’Italia. Il secondo è punteggiato da incantevoli laghetti e vede la confluenza di due mari.

Entrambi sono sovrastati da due orrendi piloni che un tempo avevano la lodevole funzione di trasportare l’energia elettrica da un punto all’altro. Oggi sono stati resi inutili dai cavi sottomarini.

 

Alle spalle del pilone messinese si trovano i laghetti di Ganzirri, una delle zone che si vorrebbero valorizzare e che il ponte distruggerà. Anche senza ponte, però, il degrado della zona è gravissimo.

Un tempo status symbol dell’alta borghesia cittadina, la villetta sul lago sembra oggi il desiderio delle masse, anche contro le leggi della fisica e quelle – altrettanto importanti - dell’igiene e della salute pubblica.[5]

 

Si potrebbe continuare con l’emergenza rifiuti, lo stato della nettezza urbana, il traffico impazzito anche per l’ignoranza degli abitanti, la mancanza di educazione stradale e l’assenza del servizio pubblico di trasporti specie d’estate e nei festivi.

Ma serve continuare? Altro che salvaguardia dello Stretto! Parliamo di ricostruzione, rinascimento, rivoluzione, riconversione, qualsiasi cosa tranne che salvaguardia.

 

La proposta di inserire lo Stretto nel piano World Heritage dell’Unesco andrebbe in questa direzione. Un centro fortemente degradato e in decadenza come il centro storico di Porto - in Portogallo - è letteralmente rinato dopo essere stato dichiarato “Patrimonio Mondiale dell’Umanità”. Un percorso analogo hanno vissuto – in Italia – il Rione Sassi di Matera ed il centro di Alberobello.

Le energie locali – però – si sono attivate fino a rispettare i rigidissimi parametri dell’Unesco, che garantiscono prestigio internazionale ed un ininterrotto flusso turistico di qualità, ma non ammettono deroghe e sono permanentemente verificati, pena il rischio di revoca, come dimostra la vicenda delle Isole Eolie.

Un territorio o è patrimonio dell’Umanità o è patrimonio di pochi cementificatori.

 

 

 

 

 

 

Seconda  parte - Il contesto, come potrebbe diventare

 

 

 

 

 

“Il resto è calcolare l'aria,

abbagliare la plebe e far ridere i saggi”

Lettera di Caldas a Santiago Arroyo.

A proposito del canale tra Pacifico e Atlantico

5 giugno 1797.

In: Posada, Eduardo.

“Cartas de Caldas”.

Imprenta  Nacional, Bogotá, 1917

 

 

 

Danni collaterali

 

Per tanti il Ponte è la struttura ad alta tecnologia (o il mostro di cemento, secondo il punto di vista) che collegherà i due punti più vicini tra la Sicilia ed il “Continente”, Scilla e Cariddi, l’Isola e l’Europa.

Nei pensieri – e soprattutto nei progetti – di coloro che si apprestano a lanciare la Grande Operazione, il ponte sospeso è davvero l’ultima delle preoccupazioni, in ordine di tempo (diciamo così).

 

Prima ancora vengono le opere collaterali (in senso molto lato), che possono essere divise in quattro grandi categorie:

 

1.            strutture logistiche pensate in appoggio al cantiere principale (centro direzionale, mega-discariche, cave, cantieri secondari, strutture di raccordo…);

 

2.            strutture di collegamento tra le opere viarie esistenti ed il ponte (autostrade e ferrovie, e quindi anche stazioni, raccordi, svincoli, etc.);

 

3.            strutture nate per ridurre l’impatto del Ponte sul territorio (opere compensative e mitigatrici);

 

4.            varie ed eventuali.

 

Queste quattro voci sono ben distinte da quello che noi immaginiamo come “il Ponte”.

Solitamente noi pensiamo al modellino che tante volte ci hanno fatto vedere: i piloni, le campate, i binari della ferrovia e le corsie autostradali.

 

Tra le voci del quarto punto, solo per fare degli esempi, potrebbero essere inseriti la fiera di Messina ed il cartellone degli spettacoli di agosto 2004 del Comune, sponsorizzate - o comunque patrocinate - dalla Società Stretto di Messina.

 

Se le prime due voci sono comunque funzionali alla struttura, le ultime due, tra l’altro, non c’entrano neppure alla lontana col Ponte.

 

Eppure, è bene capirlo, su questi punti saranno inizialmente concentrati tutti gli interessi e gli appetiti, ed è già palpabile l’aspettativa di una immensa rete clientelare che nei prossimi decenni potrebbe bloccare in maniera letale qualsiasi sviluppo politico, culturale, economico, sociale dell’area dello Stretto.

Il resto sarà di facciata. Sarà l’esca, il trucco, la giustificazione per far piovere una quantità mai vista di denaro su un’area del Meridione che attraversa uno dei momenti economici più difficili della sua storia recente.

 

 

 

La logistica senza logica

 

Le prime strutture sono state pensate per la gestione e l’organizzazione dell’immenso cantiere, e tra esse possiamo anche includere le cave, le discariche, gli alloggiamenti: in una parola, tutta la logistica compresi i sistemi di comunicazione ed informazione.

 

“Intere colline sventrate, boschi che si trasformano in enormi discariche di inerti, viadotti e piloni innalzati su complessi edilizi ed impianti sportivi, persino un cimitero investito dalle colate di cemento armato.

Un territorio lacerato da decine di cantieri a cielo aperto, villaggi antichissimi devastati da tralicci e cavi d’acciaio, le arterie centrali di una città, già ostaggio dei mezzi pesanti, spezzate da gallerie e reti ferroviarie”[6].

 

Un dissesto che va molto oltre il territorio del Ponte (cioè le punte estreme) e devasta per sempre quella che nei progetti di carta e nelle chiacchiere dei politicanti era sontuosamente definita come “area metropolitana dello Stretto”.

Da possibile metropoli ad enorme cantiere edile.

 

Un equilibrio ambientale ed antropico – già in forte crisi – distrutto per sempre.

E’ il caso di ricordare che quest’area è già stata devastata da due eventi nel corso del secolo scorso: il primo, il famoso terremoto del 1908, che la distrusse quasi interamente.

Non meno grave il secondo evento: i bombardamenti del 1943, gravi almeno quanto il primo perché distrussero in breve ciò che con immense fatiche era stato da poco ricostruito. Molti palazzi, erano stati riedificati in cemento armato e le bombe Usa sganciate dall’altro distrussero gli edifici lasciandone però in piedi gli scheletri, come documentato dalle immagini dell’epoca. Il duomo fu ricostruito due volte in pochi anni.[7]

 

Questi due eventi generarono una connaturata negatività ed un pessimismo congenito.

Le aree urbane spopolate furono rioccupate dagli abitanti della provincia. Lo stesso accadde nella zona di Reggio Calabria.

Gli abitanti dei paesi si trovarono letteralmente senza radici, conservando però i modi di pensare delle origini. Ecco che l’area 'metropolitana' dello Stretto fu subito abitata da “paesani”, caratterizzata dalla mentalità limitata, limitante e fatalista tipica degli abitanti dei piccoli centri, “viddani” e pastori.

 

Nel corso degli ultimi secoli, la città ha attraversato una fase discendente realmente impressionante. Daniel Defoe, scrittore inglese autore del Robinson Crusoe, fa scegliere ad uno dei suoi personaggi la sede di Messina come inizio della sua carriera di mercante, in alternativa ad altri porti come Amsterdam o i maggiori centri dell’Inghilterra. Il romanzo d’appendice fu scritto nel 1724 ed è utile per osservare alcuni aspetti della vita dei mercanti e le tratte commerciali dell’Europa del Nord, che prendono in considerazione lo Stretto come uno dei pochi riferimenti nel Mediterraneo. [8]

Goethe, di ritorno da Palermo, nel suo celeberrimo viaggio in Italia, attraversa una città appena devastata dallo spaventoso terremoto del 1784.

 

“Così vivono da tre anni in qua, e quest’esistenza in casupole e perfino in tende influisce decisamente sul carattere di chi la conduce. Il terrore lasciato da quell’immane disastro e il timore di subirne un altro simile li invogliano a godere spensierati delle gioie del momento. […]

Ci svegliammo con uno splendido sole, ma intorno a noi v’era sempre lo spettacolo dell’infelice Messina. Nulla di più lugubre all’occhio della cosiddetta Palazzata .[…]

Erano tutti grandi edifizi di pietra, a quattro piani; molte facciate sono rimaste intatte fino al cornicione del tetto, altre sono crollate fino al terzo, secondo o primo piano, talché quell’antica, sontuosa sfilata appare oggi un seguito orripilante di schianti e di sforacchiature, col cielo azzurro che occhieggia da quasi ogni finestra. All’interno i singoli appartamenti sono tutti sprofondati.

 

Come si sia prodotto questo singolare fenomeno si spiega col fatto che, volendo emulare lo sfarzo della grandiosa compagine architettonica iniziata dai ricchi, i vicini meno abbienti avevano nascosto le loro vecchie case, fatte di ciottoli grossi e piccoli impastati con molta calce, dietro facciate costruite in pietre da taglio.

Quest’accozzaglia, di per se stessa poco solida, sotto l’azione della scossa non poteva che sconnettersi, sbriciolare e infine crollare.

Tanto che si racconta che un abitante di queste case, al momento del crollo, s’era rifugiato nello sguincio d’una finestra mentre alle sue spalle l’intero edificio precipitava, ed era rimasto lassù incolume, aspettando tranquillamente che qualcuno venisse a liberarlo dal suo carcere aereo.” [9]

 

La Palazzata era costituita da una serie di palazzi imponenti, proprio di fronte allo Stretto, crollati in tutto o in parte, poi ricostruiti, quindi definitivamente fatti a pezzi nel 1908.

 

Sembra un destino beffardo, quello di essere continuamente ferita e devastata, quindi sempre più stancamente ricostruita.

Le violenze della natura non sono prevedibili e solo in parte ci si può difendere. La devastazione del megacantiere è invece annunciata da anni, ed è perfettamente evitabile.

 

 

 

La città-cantiere

 

Le strutture di collegamento tra le opere viarie esistenti ed il ponte realizzeranno la Disneyland dei costruttori, svincoli, metrò, una specie di incubo notturno per un’ambientalista e l’occasione della vita per tutte le imprese edili.

 

Le varie ed eventuali, inaugurate nell’estate del 2004, non erano stato previste da nessuno e non hanno evidentemente nessuna attinenza con il Ponte.

 

La società “Stretto di Messina”, di fatto, si presenta o comunque e' vista come un ente distributore di denaro, nel solco della tradizione dello Stato assistenziale.

Pontopoli è null’altro che un miscuglio di Forza Italia e Democrazia Cristiana, pseudo-modernità e feudalesimo, clientele ed alta tecnologia, tiranti avveniristici e movimento terra, grande ingegneria e loschi mediatori “amici degli amici”.

 

Nei luoghi raggiunti dalla civiltà, la “Fiera” è ormai costituita da un calendario di eventi  e di saloni specializzati pensati per l’incontro degli operatori del settore. Ogni città, oppure ogni fiera, tendono a specializzarsi su determinati settori e saloni (Smau a Milano, Salone del Libro a Torino, SANA a Bologna, etc.).

A Pontopoli la fiera è un appuntamento agostano per famiglie, tra luna park, stand-bancarelle e sagra paesana.

E la società “Stretto di Messina” é tra gli sponsor della manifestazione.

 

Come viene percepita alla fine la questione Ponte? Come un duro confronto tra ingegneri ed ambientalisti, oppure piuttosto come un’occasione da non perdere per il territorio?

 

Alla fine, più del dibattito teorico ciò che interessa davvero è la vile materia, cioè l’enorme flusso di denaro che la società Stretto di Messina sarà in grado di veicolare con la scusa del Ponte.

 

E’ già cominciata la caccia ai posti di prestigio all’interno della società “Stretto di Messina”, e non è inutile leggere il tono delle dichiarazioni di commento alle fasi di una lotta da tempo iniziata:

 

“Alla Regione, qualche volta, i messinesi si fanno sentire. Come nel tardo pomeriggio di oggi quando la Commissione Affari Istituzionali, presidente l'on. Giovanni Ardizzone, componente anche il forzista on. Nino Beninati (ambedue messinesi), ha respinto al mittente (la Giunta Regionale) la nomina di Paolo Francesco Castiglione, il capo del genio civile agrigentino, a vice presidente della 'Stretto di Messina', la società che dovrà di fatto occuparsi della costruzione della grande opera per l'attraversamento stabile dello stretto. […]

 

'Siamo riusciti a fermare l'ennesimo tentativo di espoliazione a danno di Messina - dichiara soddisfatto Ardizzone - il vice presidente della Stretto di Messina deve essere un messinese e mi stupisce il fatto che altri messinesi con incarichi regionali abbiamo precedentemente avallato la nomina di Castiglione’”.[10]

 

Si sta creando, e forse si è già creato, un blocco sociale tra élite politico-imprenditoriale e descamisados dello Stretto, una insana alleanza transclassista che ragiona in termini di lotta di un branco (i messinesi) contro un altro, con il fine di drenare nella propria “zona” risorse esterne e presentarsi come monopolisti della redistribuzione delle stesse.

 

 

Al termine di una lunga serie di manovre da “manuale Cancelli”, Nanni Ricevuto diventava sottosegretario alle Infrastrutture, per alcuni “ministro del Ponte”, nell’ambito di un maxi-rimpasto del governo Berlusconi che nominava tre nuovi viceministri e altri undici sottosegretari, accontentando partiti piccoli e piccolissimi.

Ricevuto, ex parlamentare socialista nato a Trapani ma residente da anni a Messina, era all'epoca  segretario del Nuovo Psi siciliano.[11]

 

Provando a ricostruire la logica dell’operazione, tipica della cosiddetta ‘Prima Repubblica’, Ricevuto si è insediato in un luogo strategico, da cui potrà creare benefici al sistema che a lui è legato.

 

 

 

La mafia mediatrice

 

La criminalità organizzata – lo dicono le sentenze della magistratura – spesso ha mediato le transazioni e la gestione del flusso di denaro pubblico.

 

Tutto questo va ben oltre ciò che alcuni definiscono “l’infiltrazione della criminalità organizzata” (un elemento malato altera un corpo sano) oppure “l’alterazione dei normali meccanismi di mercato” (la criminalità altera la libera concorrenza tra le imprese), come se da solo il mercato “non alterato” non producesse già abbastanza danni e se un Ponte costruito in piena legalità non fosse – comunque – un immenso disastro.

 

Le discussioni su mafia e ponte si basano su altri due argomenti:

1.      la criminalità controlla il territorio, di conseguenza avrà facilmente sotto mano ogni spostamento di denaro per il Ponte

 

2.      la criminalità controlla settori di basso livello tecnologico (movimento terra e simili), che costituiscono una fetta non indifferente dei lavori del Ponte.

 

Queste affermazioni sono in buona parte vere, ma rischiano di generare conseguenze poco positive.

 

Per esempio, si è proposto di creare un “pool per la legalità”, in grado di controllare la regolarità degli appalti.

Al contrario, altri affermano, con una impostazione 'leghista', che il controllo mafioso sul territorio è totale e di conseguenza tanto vale non fare nulla.

Infine, la considerazione sul basso livello tecnologico delle imprese mafiose non tiene contro degli ultimi decenni, che hanno visto sempre maggiori investimenti da parte del capitale di provenienza illegale ed un’ampia zona grigia di grandi imprese legali-illegali.

 

 

 

Il consenso comprato

 

La creazione di un vasto consenso presume che il Grande Flusso, ed i Mille Rivoli, non riguardino soltanto operatori del settore ingegneristico - edile, od al massimo albergatori e forse commercianti, per il tempo della durata dei lavori, ma molte altre categorie.

 

C’è chi vuole presentare la Stretto di Messina come il classico carrozzone clientelare pronto a distribuire fondi a pioggia.

Dall’altra parte, la disoccupazione di massa ha prodotto un enorme numero di persone che sperano che sia così.

 

La presenza della società “Stretto di Messina spa” in Fiera non si è limitata a quanto detto prima. Una gigantesca riproduzione del ponte è stata collocata su una fiancata del padiglione principale, ed è visibile sin dai traghetti che entrano in porto.

 

Il 31 luglio 2004 –  in Fiera – l’amministratore Ciucci incontrava i giornalisti  e sciorinava i risultati ottenuti:

'Gli ultimi mesi - ha ricordato Ciucci - sono stati ricchi di risultati: l'aumento di capitale, l'accordo di programma, la stipula della nuova convenzione con allegato il piano finanziario, la pubblicazione del bando di gara per scegliere il general contractor, la firma dei protocolli sindacali e le presentazioni internazionali del progetto-Ponte a Parigi, New York, Tokio e Londra'.

 

 

Non sono mancati segnali su possibili investimenti destinati alla città coinvolte e spesso non strettamente connessi al Ponte:

‘Nel corso della conferenza stampa l'Amministratore delegato si è soffermato tra l'altro su alcuni impegni futuri della Società che riguardano direttamente la città di Messina come il forte potenziamento dell'ufficio di rappresentanza già esistente, l'avvio di specifiche iniziative di formazione nell'ambito dei sistemi di gestione di qualità e di monitoraggio ambientale.’

'Il Ponte è lavoro, la società è impegnata nello sviluppare, anche in collaborazione con il futuro general contractor, programmi di formazione professionale al fine di consentire il massimo impegno della forza lavoro locale nella realizzazione del Ponte'.

 

 

Ed infine il messaggio agli enti locali (più o meno: “chiedete e vi sarà dato”):

 

'C'è tutto il tempo (inizio 2006) per mettere a punto le richieste da parte delle amministrazioni locali di opere compensative di accompagnamento che consentiranno di massimizzare e ottimizzare le ricadute socio-economiche dell'opera Ponte.’ [12]

 

 

Tra le poche reazioni contrarie ad un fatto di notevole gravità – anche considerando la penuria di fondi pubblici per opere di maggiore utilità sociale – va segnalato il comunicato del presidente provinciale dei Verdi contro “il logo della società “Stretto di Messina” giù in basso ai manifesti, alle locandine e ai volantini di “messinestate04”, manifestazioni estive promosse da Comune, Provincia, Teatro, Università e altri Enti e “sponsorizzate” appunto da Ciucci”.

 

“Con i soldi pubblici – tiene a precisare Maurizio Arcigli – cioè con i nostri soldi”. Perché appunto i soldi della “Stretto di Messina” sono “controllati” dal Ministero del Tesoro e provengono dalla liquidazione dell’Iri, operazione condotta “brillantemente” dal dottor Ciucci, che si è ritrovato così 2.5 milioni di euro nelle casse della società del Ponte.

 

“Accoglieremo Ciucci con simpatia – conclude Arcigli – quando verrà a dirci che la ragione sociale della sua società non è più il Ponte, ma un sistema di trasporti efficiente sullo Stretto, e fra la Sicilia e il resto del mondo, con ricadute consistenti di posti di lavoro stabili”.[13]

 

 

 

Mille metri cubi

 

La strategia della Società Stretto di Messina è chiara. La città deve adattarsi al Ponte. Occorre al massimo “mitigare” l’impatto dei mega–cantieri, in nome di benefici ipotetici e calcolati con parametri da astrologia.

 

Le lobbies si sovrappongono: dalla multinazionale Bechtel attualmente impegnata nella cosiddetta ricostruzione dell’Iraq ai progettisti del Politecnico di Milano, dalle ditte specializzate nel movimento terra agli armatori pronti a mettere “a disposizione” le chiatte per trasportare i 10 milioni di metri cubi dai “buchi profondi” del territorio di Messina alla discarica di Venetico, fino al presidente del Consiglio che tiene tanto alla posa della prima pietra nella campagna elettorale delle prossime elezioni politiche.

A questi lobbisti non importa nulla del territorio e delle persone di Messina; pensano che qui ci sia il “deserto” e l’occasione di un gran business’.[14]

 

 

 

Da Cirino Pomicino a Berlusconi

 

“La sera del 18 dicembre 2000 un Silvio Berlusconi in gran forma, ospite del salotto televisivo di Bruno Vespa, traccia su alcune cartine d’Italia le mappe delle grandi opere da realizzare. Strade, autostrade, ferrovie, ponti, metropolitane... Porta a porta, quella sera, diventa la più grande televendita della storia”.[15]

 

 

Scrive Sebastiano Messina su Repubblica:

“Non è vero che il tempo delle ideologie è finito: l’ultima prova è lo scontro fondamentalista per il Ponte sullo Stretto. […]

Un pezzo della sinistra […] guida la protesta di piazza spiegando che questo ponte non s’ha da fare. Perché è troppo lungo, perché c’è troppo vento, perché ci sono i terremoti, perché bastano i traghetti, perché disturba il falco pecchiaiolo. […]

In realtà, dal momento che il primo a volerlo è stato Craxi, e il secondo Berlusconi, qualcuno ha deciso che questo ponte è di destra”. [16]

 

Per prima cosa, occorre dire che le osservazioni di Messina liquidano e ridicolizzano argomentazioni spesso molto articolate ed approfondite, che peraltro hanno convinto una gran parte dell’opinione pubblica in precedenza favorevole, al di là di ogni appartenenza politica.

In più ignora del tutto il contesto sociale in cui il ponte si colloca, ed il blocco sociale ed il modello socioeconomico del “cemento armato” che – ad esempio – ancora impedisce il completamento della Salerno – Reggio Calabria ma arricchisce cosche mafiose, imprese parassitarie, politici corrotti.

 

Sono molti gli elementi a far pensare che questo modello sarà applicato al Ponte. Comunque, tutte le aspettative vanno in questa direzione. L’allegra supponenza di tanti intellettuali può solo favorire questo processo.

 

La critica di Messina, pur molto superficiale, può comunque avere un fondamento.

Dalla tele-serata citata all’inizio, infatti, Berlusconi ha voluto caratterizzare il Ponte come “sua” opera. In quel momento era ancora leader dell’opposizione, e quella promessa di una valanga di soldi da spendere contribuì non poco alla rielezione.

 

Quella stessa sera, molti favorevoli del centro-sinistra istantaneamente divennero contrarissimi ad un opera che prima valutavano con molti se e molti ma, se non in maniera apertamente positiva (la posizione ‘ufficiale’ dell’area Prodi era più o meno la seguente: completiamo prima le infrastrutture incompiute, quindi si faccia il ponte).

 

Dal governo, addirittura, c’è chi accusa Berlusconi di avere copiato:

“Il ministro dei Lavori pubblici del governo ulivista in carica, Nerio Nesi, grida invece al plagio: «Per caso ho visto il capo dell’opposizione che disegnava il mio piano, e da un certo punto di vista sono stato anche molto contento. C’è una sola differenza: lui dà per scontato il ponte sullo Stretto, mentre io no».”

 

Di promesse e menzogne, il cavaliere campa, e non stupisce l’ennesima serie di bugie pre-elettorali.

Rimane tuttavia il rischio di un nuovo modello di spesa pubblica, che dietro la carta velina della modernità nasconde un volto ancora più improduttivo ed inefficiente.

Dietro generici termini in inglese e l’illusione che tutto sia privato e avveniristico, si maschera l’arbitrio totale, con in più la solita vecchia minestra a base di mazzette e cantieri eterni.

Un modello fallimentare ampiamente sperimentato con l’esperienza ormai più che decennale dell’Alta velocità, radiografata da innumerevoli inchieste della magistratura su corruzione e imprese criminali.

 

Qual è il modello finanziario e contrattuale inventato per le grandi opere? È quello codificato da tre leggi. La prima è quella voluta da Berlusconi per le cosiddette opere strategiche, cioè la legge Obiettivo (numero 443 del 2001, con conseguente decreto legislativo numero 190 del 2002), che dà vita al deus ex machina del nuovo sistema, un dinosauro economico chiamato general contractor: cioè una mega-impresa a cui sarà affidato dallo Stato il compito di decidere tutto, progettazione, affidamenti, appalti, direzione lavori, esecuzione, collaudo...

La seconda è quella definita da Tremonti, cioè la legge salva-deficit (numero 112 del 2002), che fa nascere dal nulla due società, due centauri un po’ pubblici e un po’ privati (di capitale pubblico ma di diritto privato): la Patrimonio dello Stato spa e la Infrastrutture spa. La terza nasce dalla testa di Lunardi ed è la legge delega sulle infrastrutture (numero 166 del 2002), che stravolge la precedente legge Merloni sui lavori pubblici e introduce la quadratura del cerchio, il miracolo per fare ciò per cui non si hanno i soldi: il project financing.

 

La trinità Berlusconi-Tremonti-Lunardi ha così inventato un modello nuovo, anzi nuovissimo, per far sorgere le grandi opere. In verità, i tre dovrebbero ringraziare un genio della Prima Repubblica, Cirino Pomicino, inventore nel lontano 1991 dell’architettura contrattuale e finanziaria della Tav, l’Alta velocità ferroviaria.

Un po’ lo hanno ringraziato, citando la Tav quando è stato presentato il decreto attuativo della legge Obiettivo:

«L’affidamento a general contractor ha consentito alle Ferrovie dello Stato di dimezzare i tempi di realizzazione delle tratte Alta velocità avviate, con una spesa finale non dissimile».

 L’affermazione, naturalmente, non trova riscontri in natura: per esempio la tratta Tav Bologna-Firenze (che Lunardi conosce bene, perché con la sua società Rocksoil è tuttora consulente dei lavori) è partita nel settembre 1991 con una previsione di spesa di 2.100 miliardi di vecchie lire.

Oggi sono passati 11 anni, i cantieri non sono ancora chiusi e i costi sono lievitati a 8.150 miliardi: raddoppiati i tempi, quadruplicati i costi. Ma queste sono quisquilie. L’importante è che il «nuovo» modello – in realtà il vecchio modello Tav con in più un tocco di cosmetici, un po’ di rossetto qua, un filo di rimmel là – abbia realizzato una sorta di sanatoria nei confronti dei profili di illegittimità del sistema Tav, già descritti e denunciati dall’Antitrust e dalla Procura di Perugia.

E abbia introdotto il general contractor come soggetto economico incaricato della progettazione e della realizzazione, senza alcuna responsabilità sulla gestione finale dell’opera. E il project financing come sistema per attingere soldi privati, ma del tutto garantiti dallo Stato”.

 

Ma come possono essere accettate due mostruosità giuridiche ed operative come queste? Come funzionano nella realtà?

 

“Il general contractor progetta e costruisce l’opera, ma senza rischi: sa che non la gestirà, che non dovrà ricavarci i soldi spesi, perché questi sono interamente pagati e garantiti dallo Stato. Non ci si potrà stupire, dunque, se il general contractor spingerà a far durare il più possibile i lavori e a far lievitare al massimo i costi (esattamente quello che è già successo con le tratte dell’Alta velocità: dovevano costare 18.400 miliardi di lire nel 1991, nell’agosto 2001 costavano già 34.880 miliardi, alla fine lieviteranno, secondo una stima del Quasco, centro ricerche bolognese, verso i 76.100 miliardi).

 

Inoltre il general contractor, a differenza del concessionario tradizionale, di lavori o di servizi pubblici, potrà agire in regime privatistico, potrà affidare i lavori a chi vorrà, anche a trattativa privata, e qualunque cosa faccia non sarà mai perseguibile per corruzione: è un privato, eventuali tangenti saranno soltanto «provvigioni».

 

Altra idea geniale, quella del project financing: i soldi arriveranno in parte direttamente dallo Stato, e per il resto dai privati (le banche), ma garantiti totalmente dallo Stato, attraverso Infrastrutture spa o Stretto di Messina spa (società interamente pubbliche, ma di diritto privato).

Così per anni lo Stato avrà un debito, ma occulto, che non sarà iscritto nel bilancio dello Stato e non inciderà nel calcolo dei parametri del Patto europeo di stabilità.

Alla fine, però, al tavolo di poker delle grandi opere le fiches dovranno essere trasformate in soldi. Al termine dei lavori, dopo – chissà – una decina d’anni, la Tav spa, la Infrastrutture spa, la Stretto di Messina spa (e, in ultima analisi, il ministero dell’Economia) dovranno restituire i prestiti delle banche. E di colpo si aprirà una voragine. Capace di affondare l’Italia e di trascinare nel disastro l’euro. […]

 

Dicono i sostenitori del modello grandi opere: le opere garantiranno utili sufficienti a pagare i debiti. Veramente improbabile: per la sola Tav la quota annua da restituire sarà prevedibilmente intorno ai 5 mila miliardi di vecchie lire; la quota annua di utili disponibili grazie ai biglietti ferroviari potrà arrivare al massimo attorno ai 500 miliardi di lire.

Per uscire da questa situazione, dunque, dovremmo sostenere per una quindicina d’anni una manovra finanziaria pari a 4.500 miliardi di lire.

Povera Italia, povera Europa. Ma intanto, che importa. Il ponte sullo Stretto avrà la posa della prima pietra, si taglieranno nastri e si stapperanno champagne. Politici sorridenti cominceranno a far «girare soldi», a dare appalti e subappalti, ad accontentare amici e amici degli amici, a raccogliere applausi e voti. Domani, si vedrà”.

 

 

 

Il Quarto Mondo. Ancora possiamo scegliere

 

I sostenitori del Ponte propagandano l’opera come il collegamento tra Sicilia ed Europa. Un corridoio che parte da Palermo e va a finire a Berlino.

Guardando con più attenzione, non sono poche le analogie con le mega-opere terzomondiali promosse dal neo-colonialismo.

Tra queste, va segnalato il Canale Interoceanico [17], che dovrebbe tagliare in due la Colombia, mettere in comunicazione gli Oceani e costituire una valida alternativa al sovraffollato canale di Panama.

Dall’opera di Peralta, emergono queste analogie:

 

1.      Il canale dovrebbe sorgere nell’area del Chocò, in fortissima crisi economica. La costruzione viene propagandata come panacea di tutti i problemi.

 

2.      La costruzione è estremamente problematica ed è plurisecolare la produzione di studi, ipotesi, idee della più varia natura sulla sua realizzazione.

 

3.      L’opera si colloca in un territorio storicamente controllato dalla criminalità organizzata.

 

 

La Colombia, così come il Meridione italiano, non è un territorio abitato da persone assuefatte al crimine ed all’ingiustiza, o peggio da complici della subcultura criminale. Forme di resistenza popolare sono state sempre presenti, e lo sono ancora.

 

E’ però importante – anzi, decisivo -  che queste forme di resistenza non siano schiacciate – anche nel sangue – dall’azione del crimine organizzato, sostenuto o tollerato da grandi holding finanziarie, grandi imprese di costruzione, grandi centri del potere politico.

 

Il ponte, oltre che una affascinante contesa tra ingegneri ed ambientalisti, è un vero referendum mai indetto con procedura formale ma con effetti più importanti di qualsiasi legge.

 

L’apertura dei cantieri sarà un punto di non ritorno per l’intero paese, un provvedimento di indirizzo politico che segnerà il trionfo del “vecchio modello di (non) sviluppo”, basato sulle rendite parassitarie, la devastazione ed il saccheggio del territorio, le opere di compensazione elargite con criteri clientelari, l’annullamento definitivo di spazi politici e culturali di resistenza ed autonomia.

 

Oggi c’è ancora chi chiede e pretende dignità e diritti, non favori ed elargizioni di amici degli amici che millantano conoscenze e distribuiscono briciole.

Possiamo ancora credere ad un futuro da progettare, a famiglie da costruire e figli da educare alla libertà, ai diritti, alla dignità del lavoro.

Figli che possano camminare a testa alta e respirando aria pura, senza mendicare ciò che spetta loro al capobastone di turno.

Figli che possano crescere e vivere senza compare giornali punteggiati dalle cronache sempre uguali dell’ennesimo agguato, dell’ultimo morto “freddato” sull’asfalto, della strage efferata ma senza testimoni.

Figli che possano un giorno ascoltare una favola surreale e un po’ grottesca, c’era ‘na vota ‘u Ponti, ma questa volta con un lieto fine.

Ancora possiamo scegliere. Ma per quanto?

 

 

 

 

 



[1] Questo concetto è stato ribadito da Santino nel corso del seminario su Ponte e Mafia tenuto nell’ambito del Meeting contro il Ponte, Torre Faro-Messina, 20 luglio 2004.

[2] Chi se ne frega.

[3] “Ma cosa c’entra la Palestina con il Ponte?” si chiedeva il sito normanno.it all’indomani della manifestazione di agosto, a proposito delle bandiere esposte da alcuni manifestanti.

[4] Massimiliano Papasso, “L’indagine di Goletta Verde”, in Repubblica.it, 24 agosto 2004

[5] Il 24 luglio del 2004, il gruppo dei Ds al Comune ha denunciato l’Emergenza ambientale nella riviera nord della città, in particolare le gravi inadempienze e i ritardi accumulati dall'Amministrazione comunale nella costruzione degli impianti di depurazione delle acque reflue. “La stazione di pompaggio sita in località Ganzirri immette in mare, senza alcun trattamento, circa 150 litri/secondo di liquami provenienti dalla rete fognaria della zona nord”.

[6] A.Mazzeo, “Tutto ciò che i Siciliani non devono sapere”, terrelibere.org

[7] Cfr. Enzo Verzera, Messina '43-Messina '44 (rist. anast.), 408 p., ill., Anno 2000, Mesogea Editore.

[8] Defoe Daniel, Lady Roxana, Milano, Garzanti, 1981

[9] Goethe, Viaggio in Italia, Milano, Mondatori 1983, p. 337 sgg.

[10] Dagli organi di informazione locali del 1 dicembre 2004

[11] repubblica.it, Governo, Tre nuovi viceministri e undici sottosegretari,

http://www.repubblica.it/2004/j/sezioni/politica/dibacdl/trevic/trevic.html, 30 dicembre 2004

[12] Citazioni tratte dai quotidiani locali del 31 luglio 2004

[13] Dai quotidiani locali del 4 agosto 2004

[14] “Ponte: Buzzanca fugge, i Verdi incalzano”, intervento di Maurizio Arcigli (Verdi)

[15] Gianni Barbacetto , “Grandi opere col trucco”, Diario, 3 ottobre 2002.

[16] S. Messina, Il Ponte, la Repubblica, 9 dicembre 2004

[17] Jaime Andres Peralta, “Il Canale Interoceanico”, in terrelibere.org/counter.php?riga=101&file=canale.htm

Formato per la citazione:
Antonello Mangano, "C'era una volta 'u Ponti", terrelibere.org, 09 aprile 2005, http://www.terrelibere.org/doc/cera-una-volta-u-ponti