Appunti sullo stato antropico di Pontopoli
C’era una volta
‘u Ponti
E' iniziata la Grande Operazione. Le masse di disoccupati
dello Stretto attendono l’inizio dei lavori, ed i professionisti delle clientele
lavorano alacremente per un progetto che ricorda le mega-opere del Terzo mondo
e che sarà basato sul modello finanziario dell’Alta velocità, così moderno ed
efficiente da essere stato inventato da Cirino Pomicino…
La “Stretto di Messina” è vista come distributrice di fondi
a pioggia, ed i progettisti preparano i primi cantieri collaterali che
devasteranno le aree urbane tra Sicilia e Calabria.
Ritratto antropologico di una comunità e di un territorio
devastato più volte dagli eventi naturali e che oggi rischia il definitivo
affossamento. Per mano di piccoli uomini avidi.
“Attenzione. Quando
leggete
Ponte, non pensate
al manufatto da
modellino, agli
esempi virtuali dei computer.
Meno che mai alla
fattibilità,
all'utilità
effettiva dell'Opera.
A Pontopoli, quando
si dice Ponte si pensa a:
cantieri, studi di
fattibilità,
commesse,
ingegneri, parcelle,
movimento terra,
tangenti sugli
appalti,
pizzo sul movimento
terra, ricorsi,
avvocati,
parcelle, interventi
ulteriori,
subappalti”
Da terrelibere.org,
maggio 2003
Prima parte
- Il contesto com'è
Descamisados
dello Stretto
Senza vergogna,
senza dignità
Come le
seppie
Un
patrimonio già distrutto
Seconda
parte - Il contesto, come potrebbe diventare
Danni
collaterali
La logistica
senza logica
La
città-cantiere
La mafia
mediatrice
Il consenso
comprato
Mille metri
cubi
Da Cirino
Pomicino a Berlusconi
Il Quarto
Mondo. Ancora possiamo scegliere
Per fortuna c'erano
loro (...), la razza delle
persone ammodo, una
razza dalle natiche stabili
come fondamenta
sulle poltrone imbottite,
una razza
tintinnante
di onorificenze,
decorazioni, collanine, occhiali
a stanghetta,
monocoli, apparecchi acustici,
dentiere: una razza
cresciuta per i secoli sulle
poltrone barocche
d'antichi reami;
una razza che sa
fare le leggi e applicarle
nella misura in cui
gli fa comodo.
Italo Calvino, Ultimo
viene il corvo
Un generico uomo del Ponte può somigliare al ricco italo -
americano dei film di Totò, un ciccione dall’aria unta e dall’eloquio
grossolano, un tipo che si presenta con un fascio di dollari in mano e pensa di
poter comprare tutto e tutti.
Ci riuscirà? Diamo un’occhiata al lumpenproletariat
dello Stretto, non solo i figli dei quartieri delle periferie, magari quelli
che vivono ancora nelle baracche costruite dopo il terremoto del 1908.
Mettiamoci dentro pure i figli degli impiegati, i disoccupati “intellettuali”,
tutti coloro che pensavano che la laurea fosse il traguardo e con attonito
stupore si accorgono che è appena un buon punto di partenza.
Ecco quelli che sono già col piede sul predellino del “Treno
del Sole” che li porta a Milano, magari un contratto di apprendista in una
ditta dell’Hinterland, oppure della “Freccia della Laguna”, un interinale in
una fabbrichetta del Nord Est, di quelle che fanno (o facevano) fatica a
trovare tutti gli operai di cui hanno bisogno.
Ed ancora i laureati – specie quelli in materie umanistiche
– nell’ateneo peggiore d’Italia, magari stanno progettando di prendere un volo
“low-cost” per Linate e non una cuccetta a sei posti, ma anche loro non
se la passano bene, o fanno gli insegnanti o sono fottuti, o trovano un
concorso che li inserisca da qualche parte o è precariato ed incertezze per tutta
la vita.
La maggior parte dei disoccupati di Pontopoli (che sono la
maggior parte degli abitanti di Pontopoli in età lavorativa) vivono nel
limbo. Vivono vite sospese.
Come si vive nel limbo?
Qui uno stipendio, uno stipendio vero (cioè statale, con
contributi e tutto, ed a fine mese ti danno veramente quanto dichiarato in
busta paga) non basta a star bene, perché è diventato un osso da
spolpare dal branco dei parenti: figli, nipoti, cognati meno fortunati.
E’ difficile tirarsi indietro. E’ impossibile dimostrarsi
chiusi ed egoisti, specie nei confronti dei figli.
Cessioni del quinto. Prestiti per dipendenti. Anche in
cinque minuti. Sono le insegne che appaiono lungo le strade. Chiudono
alimentari e librerie, compaiono le vetrine inquietanti delle società
finanziarie, con le loro diciture adesive sui vetri. “Anche a protestati”.
“Qualunque cifra”. “Prestiti in 5 minuti”.
Al di là dei possibili collegamenti col mondo dell’usura,
queste società sono i luoghi dove l’osso viene spolpato. Una parte della busta
paga andrà a finanziare l’automobile del figlio, un’altra la casa della figlia
che si deve sposare.
Stesso discorso per la pensione e per i risparmi di una
vita. Una generazione che vive sui risparmi della precedente. E si interroga
sui figli: loro su cosa vivranno?
I due figli di cui sopra non lavorano, o se lavorano i soldi
che prendono bastano per andare al supermercato, non alla concessionaria o
all’immobiliare.
Il lavoro di una generazione viene consumato in questi anni,
ed i figli stanno sperperando i risparmi dei padri. Perché il livello dei
consumi non può certo diminuire. “Altrimenti gli altri chissà cosa pensano”.
L’automobile è un bene primario. Al matrimonio non si può certo sfigurare.
Magari si risparmia comprando cibo di infima qualità all’hard discount, ma sui
beni dell’apparenza (auto, vestiti, cellulare, …) nessuna economia.
Immaginate il dramma psichico ed i disturbi mentali prodotti
da questa costante farsa, dalla perenne differenza tra finzione e realtà. Tra
il teatro dei consumi medio-borghesi e redditi da sottoproletariato.
Dove lavorano, se sono fortunati? In piccolissime aziende
(anzi, ditte), dove non c’è il padrone né l’imprenditore ma “il titolare”.
Si entra come “favore”, perché amici, parenti o
conoscenti del titolare oppure di qualche impiegato, che “coopta” i suoi
favoriti all’interno della ditta, così come era accaduto a lui in precedenza.
Per “rispetto” dell’amico che ci ha fatto entrare,
non ci si dimostra irriconoscenti. Quindi si accettano le condizioni dettate dall’amicizia.
Sarebbe il caso di interrogarsi su questo curioso senso dell’amicizia, che
produce solo svantaggi.
Nessuna protesta sindacale, condizioni disagiate,
accettazione di ogni sopruso. Il “titolare” è sciolto da qualsiasi obbligo di
“rispetto”, perché è lui ad aver fatto il “favore” (cioè l’assunzione).
Secondo questa distorta mentalità presindacale, il
lavoratore è in debito.
Quasi sempre l’assunzione è un accordo verbale. Il lavoro è
in nero. La paga miserevole e l’orario estensibile in base a capricci o
esigenze del momento. La tredicesima un’elemosina dettata dall’arbitrio. Le
ferie sono una concessione che dipende dalle esigenze del capo e della sua
famiglia (“andate in ferie se e quando ci vado pure io”).
Scioperi e sindacati, ma anche proteste e blande
rivendicazioni sono una mancanza di rispetto e quindi sono praticamente
sconosciuti (va anche detto che anche qualche sindacato vive immerso nella
cultura dell’amicizia, e quindi concepisce il suo ruolo come quello di
super-amico che piazza i propri iscritti e “garantisce per loro”).
Dunque tutto si svolge nella tranquillità e nella
subordinazione? No, perché talvolta si passa da un estremo all’altro. Il
rispetto si rompe (un litigio, una richiesta più umiliante di altre, una
semplice incomprensione) ed allora si “mette in mezzo l’avvocato”, cioè si apre
una causa di lavoro.
Obiettivo non è il reintegro del posto – ormai inconcepibile
– ma un congruo risarcimento danni, ad esempio per il mancato versamento dei
contributi. Oppure, se si va sul penale, si arriva anche a denunce per
estorsione (dichiaravo 1000 in busta paga ma mi davano 500, sotto la minaccia
del licenziamento).
L’avvocato è visto che un angelo vendicatore, che con
la forza dell’eloquenza, tramite il potere della parola ripara i torti e fa
giustizia delle offese subite.
Spesso le parti non hanno alcuna cultura giuridica, non
capiscono nulla del procedimento, guardano con diffidenza o con cieca
superstizione alle carte da firmare e sono assolutamente convinti di
stare dalla parte della ragione.
L’eventuale sconfitta non sarà mai dovuta ad aspetti
giuridici, oppure semplicemente al fatto che l’avversario aveva banalmente
ragione.
Sarà determinata all’incapacità dell’avvocato (“un
cretino”), o, peggio, al fatto che sia stato corrotto (“si è venduto”).
E’ capitato talvolta che avvocati di mafiosi abbiano subito
attentati da clienti che volevano punirne le colpe, subito dopo una
condanna.
Le famiglie, gli amici, gli intermediari provano a
ricomporre il dissidio. Con il mediatore (l’amico che ci ha fatti assumere) è
rottura totale: non ci si parlerà più. Se è un parente, è facile che si
“mettano in mezzo” le famiglie a tentare di ricucire lo strappo: siamo tutti lo
stesso sangue, siamo tutti sulla stessa barca: e che modi sono questi?
L’esito del procedimento – di durata pluriennale – dipenderà
solo ed esclusivamente dall’abilità dell’avvocato e non da altro (prove,
circostanze, meno che mai la ragione o il torto delle parti).
Quando una parte subodora delle difficoltà, o prevede la
sconfitta, non esita a cambiare avvocato, perché il precedente “era un
incapace”.
Nel frattempo, occorre trovare un lavoro, e ricomincia il
giro degli amici. Se si sparge la voce, se si comincia a sapere che sei un
rompiscatole, la ricerca sarà molto difficoltosa.
Altrimenti, se riesci a sapere che “c’è bisogno” da qualche
parte inizi a cercare un conoscente che ti “presenti” al titolare.
“Ragioniere, buongiorno, posso far venire un amico mio per
domani? Un bravo ragazzo, una persona seria…”
In questa situazione pre-ottocentesca già un minimo di
cultura sindacale e dei diritti sarebbe una grande rivoluzione. Invece domina
una mentalità distorta dell’amicizia e del rispetto, e soprattutto una
diffidenza (di tutte le parti) contadinesca per la carta scritta (contratti,
accordi, buste paghe) che va evitata o nel peggiore dei casi elusa (“E che
c’è bisogno di carte tra di noi??? Tra noialtri non c’è problema!!!”)
Esattamente come per i paesi del “Terzo mondo”, possiamo
distinguere cinque categorie che gestiranno i lavori di saccheggio e
devastazione (o, nel loro lessico, di progettazione e costruzione). Non sono
classi produttrici ma parassitarie, e da sempre sono cresciute sul saccheggio
del territorio.
Dal locale al globale:
·
il ceto politico del luogo
·
il ceto politico nazionale
·
le imprese locali
·
le imprese nazionali
·
le imprese internazionali
Gli intrecci tra queste categorie sono ben sperimentati e
già sul nostro territorio abbiamo l’ottimo esempio della base di Sigonella, ma
anche dei poli petrolchimici di Augusta - Priolo o Gela, o anche esempi
apparentemente minori come la Salerno - Reggio Calabria, l’autostrada Messina –
Palermo (più di 36 anni di lavori) o le ottocentesche reti ferroviarie
dell’Isola.
E’ stato calcolato che su molti binari siciliani si viaggia
alla stessa velocità della Napoli - Portici, primo tratto di strada ferrata del
Regno delle Due Sicilie.
Il modello è quello parassitario e non produttivo. Umberto
Santino, in molti suoi scritti, contesta il termine Mafia imprenditrice
in quanto suggerirebbe un ruolo produttivo della criminalità e di fatto
nasconde il ruolo esclusivamente parassitario che essa svolge.[1]
Da una parte io scavo un fosso, dall’altro tu lo riempi ed
entrambi fatturiamo il lavoro svolto, a spese della collettività. Il danno è
enorme, e così si spiegano i decenni per pochi chilometri di autostrada e le
tante incompiute.
Tutto ciò finisce per diventare normale, tanto che ci
si stupisce di un’opera completata nei tempi dovuti e non del suo contrario.
Il meccanismo è spesso accettato nel senso comune (‘cu
mancia fa mollichi’), e viene giudicato appunto normale che le opere
pubbliche siano un meccanismo che genera redditi per pochi disonesti e solo in
ultima istanza un sistema collettivo per fare delle cose (strade,
scuole, ospedali) o per manutenerle, con vantaggio di tutti.
Il sistema delle tangenti, come dimostra la vicenda delle
Olimpiadi Invernali di Torino 2006 è probabilmente un metodo generalizzato nel
tempo (quindi anche dopo la vicenda di “Mani Pulite”) e nello spazio (su tutto
il territorio nazionale).
Ma il settentrione produce, anche da appalti assegnati in
maniera irregolare, opere definitive e quasi sempre nei tempi dovuti.
Nel mezzogiorno, opere inizialmente utili o cattedrali
industriali che hanno creato il deserto intorno, cantieri eterni, un metro
l’anno di avanzamento, lavori punteggiati dalle inchieste della magistratura,
la presenza organica e strutturale della criminalità organizzata, il
principio di convivenza di imprese nazionali ed internazionali che da
sempre concepiscono Cosa Nostra non come orrendo mostro che si infiltra
subdolamente ma come facilitatore, mezzo economico che da un lato
pretende e può anche essere inaffidabile e pericoloso, ma dall’altro
assicura la presenza negli appalti, cancella la concorrenza e il sindacato ed
infine può fare la fortuna di un’azienda.
Dall’altro lato una classe politica volgare, ottusa,
parassitaria, priva di qualunque progetto oltre la propria riproduzione e
l’affinamento e l’allargamento scientifico delle reti clientelari, in barba
alla diminuzione delle risorse, ai principi di efficienza e soprattutto al
diritto della popolazione a veder trasformati in servizi collettivi le
tasse pagate da pochi.
Questa situazione sarà riproposta dal modello Ponte, anzi
l’operazione è già in corso e sarà la pietra tombale della democrazia, della
cultura dei diritti e della dignità delle persone.
Già ora la popolazione vive un atteggiamento schizofrenico
nei confronti del politico, da un lato lo disprezza, è un ladro, pensa solo a
mangiare, solo a se stesso.
Poi viene il momento delle elezioni ed è la caccia all’amico
di sempre, quello che ti può fare il favore, tutti si trasformano in collettori
di preferenze da mutare in cambiali per un diritto dovuto o un posto di lavoro
(anche precario) da acquistare al grande mercato delle elezioni amministrative.
Appena si apre un qualsiasi cantiere tutti dicono: “ecco,
non lo finiranno mai. Ecco, ci mangeranno sopra. Una volta no, i lavori li
finivano. Oggi pensano solo a mangiarci sopra”.
Attenzione: non confondete il “no al Ponte” con la
frase “tanto il Ponte non lo faranno mai”.
Con questa proposizione ci si riferisce all’idea del
cantiere sempre aperto, che non sarà completato al pari delle autostrade e delle
Ferrovie. E’ indice di un fatalismo pericoloso da assecondare…
Come le seppie, i nuovi subcittadini di una provincia che
non è né Nord né Sud, portano nello stomaco un liquido nero, un veleno che
li consuma lentamente. Prendete un autobus a Pontopoli. Ogni voce, ogni persona
enuncia un principio semplice ed immutabile. “Oggi va tutto male, ieri andava
tutto bene”.
Il futuro, banalmente, non esiste affatto. Una mentalità
tipica delle persone anziane, ma che contagia sempre più giovani senza
prospettiva ed eterni adolescenti: quelli del limbo.
“’Na vota” è il ricordo immutabile di una età
dell’oro mai vissuta, ma anche la pietra tombale di ogni prospettiva di lotta o
cambiamento. “Tanto, non cambierà mai niente…”, ed una scrollata di spalle
cancella tutto.
“Tanto, chi si ‘nni futti”.[2]
E la città indifferente sommerge tutto.
“Cu si vaddau si sabbau”, dice la “saggezza”
popolare, e con queste parole vuole significare che la diffidenza, il guardarsi
(da tutto e da tutti) è fonte di salvezza.
“Lamentati si voi stari ‘bbonu”, dice un altro
orrendo proverbio, di logica incerta e di origine inspiegabile.
E la città è una valle di lacrime, ma l’incantesimo non
riesce ed anziché un miglioramento il coro multiplo delle lamentele produce
ulteriore sfiducia e pessimismo, che si respirano nell’aria ed ammorbano anche
i pochi residui entusiasmi.
Dicono gli economisti che la fiducia è un bene
economico prezioso, Ciampi ad esempio centrò su questo concetto il discorso di
fine anno del 2003, dai Nobel ai ricercatori di periferia tutti gli economisti
ritengono la fiducia una materia prima fondamentale. A Pontopoli la fiducia è
una risorsa inesistente, ridotta al minimo come una falda acquifera nel
deserto.
Se “tanto il ponte non lo faranno mai” dovesse diventare
realtà, cioè se apriranno i cantieri senza chiuderli, questa preziosa risorsa
sarà definitivamente prosciugata per un numero indefinibile di generazioni.
Purtroppo, esiste anche un “no al ponte” di pura
conservazione, un non fare che non prevede un altro mondo possibile né
un nuovo modello di sviluppo.
Spesso di matrice medio-borghese ed intellettualoide, si
sposa col fatalismo dei ceti popolari e produce una generica voglia di
immobilismo.
Il “no ponte” non può essere né una questione tecnico-ingegneristica,
né il prodotto della sfiducia e del fatalismo.
La mancata costruzione dell’opera sarebbe una vittoria di
Pirro in mancanza di un modello alternativo, che dia risposte vere ad una crisi
socio-economica strutturale inaspettata e dalle conseguenze ancora
imprevedibili.
L’emigrazione di massa potrebbe essere una di queste. Molti
abitanti della città erano impegnati in pensosi dibattiti sull’accoglienza da
riservare ai magrebini oppure in discussioni da bar sport sulla società
multietnica e l’invasione dei clandestini.
Oggi sono sul binario10 della Stazione centrale oppure al
terminal partenze di Fontanarossa a salutare, fazzoletto e lacrime agli occhi,
i figli partenti.
La battaglia contro il Ponte prosegue, ed in tanti
sperano nella vittoria. Da sparuta minoranza guardata con sospetto, i
sostenitori del “No Ponte” sono diventati tanti. Qualcuno ha cambiato idea, in
molti si sono convinti della dannosità dell’opera e della necessità di un
modello alternativo di sviluppo.
La battaglia contro il Ponte ha visto due momenti
fondamentali, la manifestazione del 7 agosto e quella dell’8 dicembre, entrambe
del 2004.
La prima ha già fatto capire che qualcosa stava cambiando.
Gli organi della (dis)informazione monopolizzata presentavano la manifestazione
come un raduno di no-global, una invasione di unni.
I vigili urbani distribuivano un volantino ai negozianti,
invitandoli ad abbassare le saracinesche per evitare danni. Il fantasma di
Genova era consapevolmente evocato.
Per sommo paradosso, il Duomo e la fontana prospiciente
erano transennati e presidiati da un cordone di carabinieri.
“Siete voi che volete distruggere la bellezza, con il mostro
sullo Stretto”, veniva opportunamente ricordato dai megafoni del corteo.
Non solo non si registravano incidenti, ma la manifestazione
era molto partecipata e rappresentava l’apice di due settimane di iniziative
contro il Ponte.
In mancanza di altri argomenti, si parlava di manifestanti
“venuti da fuori” da contrapporre ad una popolazione invece favorevole.
Il corteo dell’8 dicembre, diecimila persone in piazza,
spazzava via anche quest’ultimo luogo comune e mostrava l’evidenza di
un’opinione contraria cresciuta oltre ogni previsione, parallelamente alla
circolazione delle notizie: la questione espropri, l’ampiezza dei cantieri, il
movimento terra e le cave, lo spostamento di fatto di metà della popolazione
costretta a vedere i propri quartieri trasformati in cantieri di incerta
durata.
L’ampiezza del movimento contro il Ponte può essere una occasione
irripetibile per allargare l’orizzonte e cominciare a discutere di un diverso
modello di sviluppo per l’area dello Stretto ed il meridione in generale.
Su questo punto, anche nel corso del Meeting annuale che fa
il punto sulla lotta al Ponte, si è aperto un dibattito tra due posizioni
dietro cui, purtroppo, è facile scorgere i profili dei garantiti e quelli dei
precari, che nel prossimo futuro, faranno sempre più fatica a stare fianco a
fianco nei cortei.
La prima posizione, dunque, ritiene prioritario il no al
Ponte, cioè impedirne la costruzione, allargando il più possibile il fronte dei
contrari.
La seconda ipotesi inserisce il no al Ponte in un contesto
molto più ampio.[3]
Ritiene che la battaglia contro il ponte sia intanto anche lotta ambientalista,
antimafiosa, pacifista.
Pensa in secondo luogo che la lotta non debba fermarsi al no
ma debba anche essere propositiva: un nuovo modello di sviluppo, contro
precariato e neoliberismo.
Ricorda infine il parallelo col terzo mondo, con le opere di
stampo neocolonialista che hanno ingrassato multinazionali e corrotte élite
nazionali ma che hanno anche segnato la crescita politica delle popolazioni che
ha preso coscienza dei propri diritti ed anche della propria forza in quanto
collettività organizzata.
In una frase sola: “Cosa mi importa dello stop ai cantieri
se io rimango povero, sfruttato, emarginato, precario?”
Troppo spesso ci si è limitati ad una generica
“salvaguardia” del patrimonio dello Stretto, della conservazione bellezza del
suo paesaggio e delle coste.
Oppure a ricordare i miti dello Stretto, che realmente
risalgono ad Omero ma di cui anche il grecista più appassionato farebbe fatica
a trovare traccia.
Più che da poeti che imbracciano la lira, la costa dei due
versanti è punteggiata da divieti di balneazione ed orrende case ancora abusive
o miracolate dalle tante sanatorie.
L’area dello Stretto è gravemente degradata, e non solo
nelle zone urbane asservite al transito dei mezzi pesanti e deformate dalla
crescita delle edificazioni collinari senza piano regolatore.
Le coste sono pesantemente occupate da colate di cemento
senza rispetto non solo della natura ma anche di un possibile turismo. La corsa
alla seconda casa ha negato la possibilità di creare dei lungomare
rimpiazzandoli con orrende schiere di costruzioni irregolari, con impianti
fognari inadeguati.
Qui le responsabilità sono dei politici e degli
amministratori ma anche della massa popolare che non ha voluto rinunciare alla
casa “a due passi dal mare” contro ogni legge, “perché ce l’hanno tutti” e
perché altrimenti d’estate non si sa che fare (tra parentesi, la maggior parte
dei giovani europei d’estate viaggia con l’Interail, lo zaino e pochi
soldi in tasca, e si accultura e fa esperienze fondamentali per la propria
crescita, i nostri ragazzi passano le estati a tentare di investirsi coi
motorini negli stretti vicoli delle bidonvilles “a due passi dal mare”).
L'indagine 2004 di “Goletta Verde” sullo stato delle acque
balneari ha messo in evidenza il buono stato delle coste italiane, in
particolare quelle della Basilicata, e la pesante eccezione delle altre regioni
del sud. La peggiore tra tutte è la Sicilia, poco prima la Calabria.
I ricercatori di Legambiente, dopo due mesi di navigazione,
500 prelievi e diecimila chilometri di navigazione, hanno idee precise sulle
cause del mare sporco: centinaia di scarichi non depurati, abusi edilizi lungo
le coste, e batteri nelle acque di balneazione.
La diffusa illegalità, l'abusivismo e la costante erosione
delle coste registrate durante il tour di Goletta Verde, sono in aumento anche
per gli effetti devastanti del condono edilizio varato dal governo di
centrodestra.
Nel 2003 gli abusi edilizi sul demanio marittimo accertati
dalla Guardia di Finanza e dal Corpo forestale dello Stato, infatti, sono stati
4.071, mille in più rispetto al 2002. Lazio, Sicilia, Calabria e Campania le
regioni dove è sempre meno frequente il rispetto per l'impatto ambientale lungo
le coste.[4]
Con quale faccia si può parlare di prospettive turistiche –
anche di un turismo leggero e sostenibile – tra autostrade non terminate,
ferrovie inesistenti, coste cementificate e mare denso di batteri e liquami?
Lo Stretto non fa eccezione, anzi fa da apertura ad alcune
tra le costiere più degredate e cementificate d’Italia, il tirreno messinese e
lo jonio reggino, dove i paesi (anzi, le marine) sono lunghe teorie di
cubi di cemento che spesso voltano le spalle al mare e stanno allineate lungo
un nastro d’asfalto che è la via principale (non una piazza né un centro
storico, sono agglomerati nati col boom economico ed abitati solo
d’estate da famiglie di impiegati e professionisti che negli anni passati così
spendevano il proprio superfluo).
I due punti più vicini tra Sicilia e Calabria sono
rispettivamente Scilla e Punta Faro. Il primo è uno dei borghi marinari più
belli e meglio conservati d’Italia. Il secondo è punteggiato da incantevoli
laghetti e vede la confluenza di due mari.
Entrambi sono sovrastati da due orrendi piloni che un tempo
avevano la lodevole funzione di trasportare l’energia elettrica da un punto
all’altro. Oggi sono stati resi inutili dai cavi sottomarini.
Alle spalle del pilone messinese si trovano i laghetti di
Ganzirri, una delle zone che si vorrebbero valorizzare e che il ponte
distruggerà. Anche senza ponte, però, il degrado della zona è gravissimo.
Un tempo status symbol dell’alta borghesia cittadina,
la villetta sul lago sembra oggi il desiderio delle masse, anche contro le
leggi della fisica e quelle – altrettanto importanti - dell’igiene e della salute
pubblica.[5]
Si potrebbe continuare con l’emergenza rifiuti, lo stato
della nettezza urbana, il traffico impazzito anche per l’ignoranza degli
abitanti, la mancanza di educazione stradale e l’assenza del servizio pubblico
di trasporti specie d’estate e nei festivi.
Ma serve continuare? Altro che salvaguardia dello Stretto!
Parliamo di ricostruzione, rinascimento, rivoluzione, riconversione, qualsiasi
cosa tranne che salvaguardia.
La proposta di inserire lo Stretto nel piano World
Heritage dell’Unesco andrebbe in questa direzione. Un centro fortemente
degradato e in decadenza come il centro storico di Porto - in Portogallo - è
letteralmente rinato dopo essere stato dichiarato “Patrimonio Mondiale
dell’Umanità”. Un percorso analogo hanno vissuto – in Italia – il Rione Sassi
di Matera ed il centro di Alberobello.
Le energie locali – però – si sono attivate fino a
rispettare i rigidissimi parametri dell’Unesco, che garantiscono prestigio
internazionale ed un ininterrotto flusso turistico di qualità, ma non ammettono
deroghe e sono permanentemente verificati, pena il rischio di revoca, come
dimostra la vicenda delle Isole Eolie.
Un territorio o è patrimonio dell’Umanità o è patrimonio di
pochi cementificatori.
“Il resto è calcolare l'aria,
abbagliare la plebe e far ridere i saggi”
Lettera di Caldas a Santiago Arroyo.
A proposito del canale tra Pacifico e Atlantico
5 giugno 1797.
In: Posada, Eduardo.
“Cartas de Caldas”.
Imprenta Nacional, Bogotá, 1917
Per tanti il Ponte è la struttura ad alta tecnologia (o il
mostro di cemento, secondo il punto di vista) che collegherà i due punti più
vicini tra la Sicilia ed il “Continente”, Scilla e Cariddi, l’Isola e l’Europa.
Nei pensieri – e soprattutto nei progetti – di coloro che si
apprestano a lanciare la Grande Operazione, il ponte sospeso è davvero l’ultima
delle preoccupazioni, in ordine di tempo (diciamo così).
Prima ancora vengono le opere collaterali (in senso molto
lato), che possono essere divise in quattro grandi categorie:
1.
strutture logistiche pensate in appoggio al cantiere principale (centro
direzionale, mega-discariche, cave, cantieri secondari, strutture di raccordo…);
2.
strutture di collegamento tra le opere viarie esistenti ed il ponte
(autostrade e ferrovie, e quindi anche stazioni, raccordi, svincoli, etc.);
3.
strutture nate per ridurre l’impatto del Ponte sul territorio (opere
compensative e mitigatrici);
4.
varie ed eventuali.
Queste quattro voci sono ben distinte da quello che noi
immaginiamo come “il Ponte”.
Solitamente noi pensiamo al modellino che tante volte ci
hanno fatto vedere: i piloni, le campate, i binari della ferrovia e le corsie
autostradali.
Tra le voci del quarto punto, solo per fare degli esempi,
potrebbero essere inseriti la fiera di Messina ed il cartellone degli
spettacoli di agosto 2004 del Comune, sponsorizzate - o comunque patrocinate - dalla
Società Stretto di Messina.
Se le prime due voci sono comunque funzionali alla
struttura, le ultime due, tra l’altro, non c’entrano neppure alla lontana col
Ponte.
Eppure, è bene capirlo, su questi punti saranno inizialmente
concentrati tutti gli interessi e gli appetiti, ed è già palpabile
l’aspettativa di una immensa rete clientelare che nei prossimi decenni potrebbe
bloccare in maniera letale qualsiasi sviluppo politico, culturale, economico,
sociale dell’area dello Stretto.
Il resto sarà di facciata. Sarà l’esca, il trucco, la
giustificazione per far piovere una quantità mai vista di denaro su un’area del
Meridione che attraversa uno dei momenti economici più difficili della sua
storia recente.
Le prime strutture sono state pensate per la gestione
e l’organizzazione dell’immenso cantiere, e tra esse possiamo anche includere
le cave, le discariche, gli alloggiamenti: in una parola, tutta la logistica compresi
i sistemi di comunicazione ed informazione.
“Intere colline sventrate, boschi
che si trasformano in enormi discariche di inerti, viadotti e piloni innalzati
su complessi edilizi ed impianti sportivi, persino un cimitero investito dalle
colate di cemento armato.
Un territorio lacerato da decine
di cantieri a cielo aperto, villaggi antichissimi devastati da tralicci e cavi
d’acciaio, le arterie centrali di una città, già ostaggio dei mezzi pesanti,
spezzate da gallerie e reti ferroviarie”[6].
Un dissesto che va molto oltre il territorio del Ponte (cioè
le punte estreme) e devasta per sempre quella che nei progetti di carta e nelle
chiacchiere dei politicanti era sontuosamente definita come “area
metropolitana dello Stretto”.
Da possibile metropoli ad enorme cantiere edile.
Un equilibrio ambientale ed antropico – già in forte crisi –
distrutto per sempre.
E’ il caso di ricordare che quest’area è già stata devastata
da due eventi nel corso del secolo scorso: il primo, il famoso terremoto del
1908, che la distrusse quasi interamente.
Non meno grave il secondo evento: i bombardamenti del 1943,
gravi almeno quanto il primo perché distrussero in breve ciò che con immense fatiche
era stato da poco ricostruito. Molti palazzi, erano stati riedificati in
cemento armato e le bombe Usa sganciate dall’altro distrussero gli edifici
lasciandone però in piedi gli scheletri, come documentato dalle immagini
dell’epoca. Il duomo fu ricostruito due volte in pochi anni.[7]
Questi due eventi generarono una connaturata negatività ed
un pessimismo congenito.
Le aree urbane spopolate furono rioccupate dagli abitanti
della provincia. Lo stesso accadde nella zona di Reggio Calabria.
Gli abitanti dei paesi si trovarono letteralmente senza
radici, conservando però i modi di pensare delle origini. Ecco che l’area 'metropolitana'
dello Stretto fu subito abitata da “paesani”, caratterizzata dalla mentalità
limitata, limitante e fatalista tipica degli abitanti dei piccoli centri,
“viddani” e pastori.
Nel corso degli ultimi secoli, la città ha attraversato una
fase discendente realmente impressionante. Daniel Defoe, scrittore inglese
autore del Robinson Crusoe, fa scegliere ad uno dei suoi personaggi la sede
di Messina come inizio della sua carriera di mercante, in alternativa ad altri
porti come Amsterdam o i maggiori centri dell’Inghilterra. Il romanzo
d’appendice fu scritto nel 1724 ed è utile per osservare alcuni aspetti della
vita dei mercanti e le tratte commerciali dell’Europa del Nord, che prendono in
considerazione lo Stretto come uno dei pochi riferimenti nel Mediterraneo. [8]
Goethe, di ritorno da Palermo, nel suo celeberrimo viaggio
in Italia, attraversa una città appena devastata dallo spaventoso terremoto del
1784.
“Così vivono
da tre anni in qua, e quest’esistenza in casupole e perfino in tende influisce
decisamente sul carattere di chi la conduce. Il terrore lasciato da
quell’immane disastro e il timore di subirne un altro simile li invogliano a
godere spensierati delle gioie del momento. […]
Ci svegliammo
con uno splendido sole, ma intorno a noi v’era sempre lo spettacolo
dell’infelice Messina. Nulla di più lugubre all’occhio della cosiddetta
Palazzata .[…]
Erano tutti
grandi edifizi di pietra, a quattro piani; molte facciate sono rimaste intatte
fino al cornicione del tetto, altre sono crollate fino al terzo, secondo o
primo piano, talché quell’antica, sontuosa sfilata appare oggi un seguito
orripilante di schianti e di sforacchiature, col cielo azzurro che occhieggia
da quasi ogni finestra. All’interno i singoli appartamenti sono tutti
sprofondati.
Come si sia
prodotto questo singolare fenomeno si spiega col fatto che, volendo emulare lo
sfarzo della grandiosa compagine architettonica iniziata dai ricchi, i vicini
meno abbienti avevano nascosto le loro vecchie case, fatte di ciottoli grossi e
piccoli impastati con molta calce, dietro facciate costruite in pietre da
taglio.
Quest’accozzaglia,
di per se stessa poco solida, sotto l’azione della scossa non poteva che
sconnettersi, sbriciolare e infine crollare.
Tanto che si
racconta che un abitante di queste case, al momento del crollo, s’era rifugiato
nello sguincio d’una finestra mentre alle sue spalle l’intero edificio
precipitava, ed era rimasto lassù incolume, aspettando tranquillamente che
qualcuno venisse a liberarlo dal suo carcere aereo.” [9]
La Palazzata era costituita da una serie di palazzi
imponenti, proprio di fronte allo Stretto, crollati in tutto o in parte, poi
ricostruiti, quindi definitivamente fatti a pezzi nel 1908.
Sembra un destino beffardo, quello di essere continuamente
ferita e devastata, quindi sempre più stancamente ricostruita.
Le violenze della natura non sono prevedibili e solo in
parte ci si può difendere. La devastazione del megacantiere è invece annunciata
da anni, ed è perfettamente evitabile.
Le strutture di collegamento tra le opere viarie
esistenti ed il ponte realizzeranno la Disneyland dei costruttori, svincoli,
metrò, una specie di incubo notturno per un’ambientalista e l’occasione della
vita per tutte le imprese edili.
Le varie ed eventuali, inaugurate nell’estate del 2004, non
erano stato previste da nessuno e non hanno evidentemente nessuna attinenza con
il Ponte.
La società “Stretto di Messina”, di fatto, si presenta o
comunque e' vista come un ente distributore di denaro, nel solco della
tradizione dello Stato assistenziale.
Pontopoli è null’altro che un miscuglio di Forza Italia e
Democrazia Cristiana, pseudo-modernità e feudalesimo, clientele ed alta
tecnologia, tiranti avveniristici e movimento terra, grande ingegneria e loschi
mediatori “amici degli amici”.
Nei luoghi raggiunti dalla civiltà, la “Fiera” è ormai
costituita da un calendario di eventi e di saloni specializzati pensati per
l’incontro degli operatori del settore. Ogni città, oppure ogni fiera, tendono
a specializzarsi su determinati settori e saloni (Smau a Milano, Salone del
Libro a Torino, SANA a Bologna, etc.).
A Pontopoli la fiera è un appuntamento agostano per famiglie,
tra luna park, stand-bancarelle e sagra paesana.
E la società “Stretto di Messina” é tra gli sponsor della
manifestazione.
Come viene percepita alla fine la questione Ponte? Come un
duro confronto tra ingegneri ed ambientalisti, oppure piuttosto come
un’occasione da non perdere per il territorio?
Alla fine, più del dibattito teorico ciò che interessa
davvero è la vile materia, cioè l’enorme flusso di denaro che la società
Stretto di Messina sarà in grado di veicolare con la scusa del Ponte.
E’ già cominciata la caccia ai posti di prestigio
all’interno della società “Stretto di Messina”, e non è inutile leggere il tono
delle dichiarazioni di commento alle fasi di una lotta da tempo iniziata:
“Alla Regione, qualche volta, i
messinesi si fanno sentire. Come nel tardo pomeriggio di oggi quando la
Commissione Affari Istituzionali, presidente l'on. Giovanni Ardizzone,
componente anche il forzista on. Nino Beninati (ambedue messinesi), ha respinto
al mittente (la Giunta Regionale) la nomina di Paolo Francesco Castiglione, il
capo del genio civile agrigentino, a vice presidente della 'Stretto di
Messina', la società che dovrà di fatto occuparsi della costruzione della
grande opera per l'attraversamento stabile dello stretto. […]
'Siamo riusciti a fermare l'ennesimo
tentativo di espoliazione a danno di Messina - dichiara soddisfatto Ardizzone -
il vice presidente della Stretto di Messina deve essere un messinese e mi
stupisce il fatto che altri messinesi con incarichi regionali abbiamo
precedentemente avallato la nomina di Castiglione’”.[10]
Si sta creando, e forse si è già creato, un blocco sociale
tra élite politico-imprenditoriale e descamisados dello Stretto, una
insana alleanza transclassista che ragiona in termini di lotta di un branco (i
messinesi) contro un altro, con il fine di drenare nella propria “zona” risorse
esterne e presentarsi come monopolisti della redistribuzione delle stesse.
Al termine di una lunga serie di manovre da “manuale
Cancelli”, Nanni Ricevuto diventava sottosegretario alle Infrastrutture, per
alcuni “ministro del Ponte”, nell’ambito di un maxi-rimpasto del governo
Berlusconi che nominava
tre nuovi viceministri e altri undici sottosegretari, accontentando partiti
piccoli e piccolissimi.
Ricevuto, ex parlamentare
socialista nato a Trapani ma residente da anni a Messina, era all'epoca segretario
del Nuovo Psi siciliano.[11]
Provando a ricostruire la logica
dell’operazione, tipica della cosiddetta ‘Prima Repubblica’, Ricevuto si è
insediato in un luogo strategico, da cui potrà creare benefici al sistema che a
lui è legato.
La criminalità organizzata – lo dicono le sentenze della
magistratura – spesso ha mediato le transazioni e la gestione del flusso di
denaro pubblico.
Tutto questo va ben oltre ciò che alcuni definiscono “l’infiltrazione
della criminalità organizzata” (un elemento malato altera un corpo sano)
oppure “l’alterazione dei normali meccanismi di mercato” (la
criminalità altera la libera concorrenza tra le imprese), come se da solo
il mercato “non alterato” non producesse già abbastanza danni e se un Ponte
costruito in piena legalità non fosse – comunque – un immenso disastro.
Le discussioni su mafia e ponte si basano su altri due
argomenti:
1. la
criminalità controlla il territorio, di conseguenza avrà facilmente sotto mano
ogni spostamento di denaro per il Ponte
2. la
criminalità controlla settori di basso livello tecnologico (movimento terra e
simili), che costituiscono una fetta non indifferente dei lavori del Ponte.
Queste affermazioni sono in buona parte vere, ma rischiano
di generare conseguenze poco positive.
Per esempio, si è proposto di creare un “pool per la
legalità”, in grado di controllare la regolarità degli appalti.
Al contrario, altri affermano, con una impostazione 'leghista',
che il controllo mafioso sul territorio è totale e di conseguenza tanto vale
non fare nulla.
Infine, la considerazione sul basso livello tecnologico
delle imprese mafiose non tiene contro degli ultimi decenni, che hanno visto
sempre maggiori investimenti da parte del capitale di provenienza illegale ed
un’ampia zona grigia di grandi imprese legali-illegali.
La creazione di un vasto consenso presume che il Grande
Flusso, ed i Mille Rivoli, non riguardino soltanto operatori del settore
ingegneristico - edile, od al massimo albergatori e forse commercianti, per il
tempo della durata dei lavori, ma molte altre categorie.
C’è chi vuole presentare la Stretto di Messina come il
classico carrozzone clientelare pronto a distribuire fondi a pioggia.
Dall’altra parte, la disoccupazione di massa ha prodotto un
enorme numero di persone che sperano che sia così.
La presenza della società “Stretto di Messina spa” in Fiera
non si è limitata a quanto detto prima. Una gigantesca riproduzione del ponte è
stata collocata su una fiancata del padiglione principale, ed è visibile sin
dai traghetti che entrano in porto.
Il 31 luglio 2004 – in Fiera – l’amministratore Ciucci
incontrava i giornalisti e sciorinava i risultati ottenuti:
'Gli ultimi mesi - ha ricordato
Ciucci - sono stati ricchi di risultati: l'aumento di capitale, l'accordo di
programma, la stipula della nuova convenzione con allegato il piano
finanziario, la pubblicazione del bando di gara per scegliere il general
contractor, la firma dei protocolli sindacali e le presentazioni
internazionali del progetto-Ponte a Parigi, New York, Tokio e Londra'.
Non sono mancati segnali su possibili investimenti destinati
alla città coinvolte e spesso non strettamente connessi al Ponte:
‘Nel corso della conferenza
stampa l'Amministratore delegato si è soffermato tra l'altro su alcuni impegni
futuri della Società che riguardano direttamente la città di Messina come il
forte potenziamento dell'ufficio di rappresentanza già esistente, l'avvio di
specifiche iniziative di formazione nell'ambito dei sistemi di gestione di
qualità e di monitoraggio ambientale.’
'Il Ponte è lavoro, la società è
impegnata nello sviluppare, anche in collaborazione con il futuro general
contractor, programmi di formazione professionale al fine di consentire il
massimo impegno della forza lavoro locale nella realizzazione del Ponte'.
Ed infine il messaggio agli enti
locali (più o meno: “chiedete e vi sarà dato”):
'C'è tutto il
tempo (inizio 2006) per mettere a punto le richieste da parte delle
amministrazioni locali di opere compensative di accompagnamento che
consentiranno di massimizzare e ottimizzare le ricadute socio-economiche
dell'opera Ponte.’ [12]
Tra le poche reazioni contrarie ad un fatto di notevole
gravità – anche considerando la penuria di fondi pubblici per opere di maggiore
utilità sociale – va segnalato il comunicato del presidente provinciale dei
Verdi contro “il logo della società “Stretto di Messina” giù in basso ai
manifesti, alle locandine e ai volantini di “messinestate04”, manifestazioni
estive promosse da Comune, Provincia, Teatro, Università e altri Enti e
“sponsorizzate” appunto da Ciucci”.
“Con i soldi pubblici – tiene a precisare Maurizio Arcigli –
cioè con i nostri soldi”. Perché appunto i soldi della “Stretto di Messina”
sono “controllati” dal Ministero del Tesoro e provengono dalla liquidazione
dell’Iri, operazione condotta “brillantemente” dal dottor Ciucci, che si è
ritrovato così 2.5 milioni di euro nelle casse della società del Ponte.
“Accoglieremo Ciucci con simpatia – conclude Arcigli –
quando verrà a dirci che la ragione sociale della sua società non è più il
Ponte, ma un sistema di trasporti efficiente sullo Stretto, e fra la Sicilia e
il resto del mondo, con ricadute consistenti di posti di lavoro stabili”.[13]
La strategia della Società Stretto di Messina è chiara. La
città deve adattarsi al Ponte. Occorre al massimo “mitigare” l’impatto dei
mega–cantieri, in nome di benefici ipotetici e calcolati con parametri da
astrologia.
‘Le
lobbies si sovrappongono: dalla multinazionale Bechtel attualmente impegnata
nella cosiddetta ricostruzione dell’Iraq ai progettisti del Politecnico di
Milano, dalle ditte specializzate nel movimento terra agli armatori pronti a
mettere “a disposizione” le chiatte per trasportare i 10 milioni di metri cubi
dai “buchi profondi” del territorio di Messina alla discarica di Venetico, fino
al presidente del Consiglio che tiene tanto alla posa della prima pietra nella
campagna elettorale delle prossime elezioni politiche.
A
questi lobbisti non importa nulla del territorio e delle persone di Messina;
pensano che qui ci sia il “deserto” e l’occasione di un gran business’.[14]
“La sera del 18 dicembre 2000 un Silvio Berlusconi in
gran forma, ospite del salotto televisivo di Bruno Vespa, traccia su alcune
cartine d’Italia le mappe delle grandi opere da realizzare. Strade, autostrade,
ferrovie, ponti, metropolitane... Porta a porta, quella sera, diventa la più
grande televendita della storia”.[15]
Scrive Sebastiano Messina su Repubblica:
“Non è vero che il tempo delle
ideologie è finito: l’ultima prova è lo scontro fondamentalista per il Ponte
sullo Stretto. […]
Un pezzo della sinistra […] guida
la protesta di piazza spiegando che questo ponte non s’ha da fare. Perché è
troppo lungo, perché c’è troppo vento, perché ci sono i terremoti, perché
bastano i traghetti, perché disturba il falco pecchiaiolo. […]
In realtà, dal momento che il
primo a volerlo è stato Craxi, e il secondo Berlusconi, qualcuno ha deciso che
questo ponte è di destra”. [16]
Per prima cosa, occorre dire che le osservazioni di Messina liquidano
e ridicolizzano argomentazioni spesso molto articolate ed approfondite, che
peraltro hanno convinto una gran parte dell’opinione pubblica in precedenza
favorevole, al di là di ogni appartenenza politica.
In più ignora del tutto il contesto sociale in cui il ponte
si colloca, ed il blocco sociale ed il modello socioeconomico del “cemento
armato” che – ad esempio – ancora impedisce il completamento della Salerno –
Reggio Calabria ma arricchisce cosche mafiose, imprese parassitarie, politici
corrotti.
Sono molti gli elementi a far pensare che questo modello
sarà applicato al Ponte. Comunque, tutte le aspettative vanno in questa
direzione. L’allegra supponenza di tanti intellettuali può solo favorire questo
processo.
La critica di Messina, pur molto superficiale, può comunque
avere un fondamento.
Dalla tele-serata citata all’inizio, infatti, Berlusconi ha
voluto caratterizzare il Ponte come “sua” opera. In quel momento era ancora
leader dell’opposizione, e quella promessa di una valanga di soldi da spendere
contribuì non poco alla rielezione.
Quella stessa sera, molti favorevoli del centro-sinistra
istantaneamente divennero contrarissimi ad un opera che prima valutavano con
molti se e molti ma, se non in maniera apertamente positiva (la posizione
‘ufficiale’ dell’area Prodi era più o meno la seguente: completiamo prima le
infrastrutture incompiute, quindi si faccia il ponte).
Dal governo, addirittura, c’è chi accusa Berlusconi di avere
copiato:
“Il ministro dei Lavori pubblici
del governo ulivista in carica, Nerio Nesi, grida invece al plagio: «Per caso ho
visto il capo dell’opposizione che disegnava il mio piano, e da un certo punto
di vista sono stato anche molto contento. C’è una sola differenza: lui dà per
scontato il ponte sullo Stretto, mentre io no».”
Di promesse e menzogne, il cavaliere campa, e non stupisce
l’ennesima serie di bugie pre-elettorali.
Rimane tuttavia il rischio di un nuovo modello di spesa
pubblica, che dietro la carta velina della modernità nasconde un volto ancora
più improduttivo ed inefficiente.
Dietro generici termini in inglese e l’illusione che tutto
sia privato e avveniristico, si maschera l’arbitrio totale, con in più la
solita vecchia minestra a base di mazzette e cantieri eterni.
Un modello fallimentare ampiamente sperimentato con
l’esperienza ormai più che decennale dell’Alta velocità, radiografata da
innumerevoli inchieste della magistratura su corruzione e imprese criminali.
“Qual è il modello finanziario
e contrattuale inventato per le grandi opere? È quello codificato da tre
leggi. La prima è quella voluta da Berlusconi per le cosiddette opere
strategiche, cioè la legge Obiettivo (numero 443 del 2001, con conseguente
decreto legislativo numero 190 del 2002), che dà vita al deus ex machina del
nuovo sistema, un dinosauro economico chiamato general contractor: cioè
una mega-impresa a cui sarà affidato dallo Stato il compito di decidere tutto,
progettazione, affidamenti, appalti, direzione lavori, esecuzione, collaudo...
La seconda è quella definita da
Tremonti, cioè la legge salva-deficit (numero 112 del 2002), che fa nascere dal
nulla due società, due centauri un po’ pubblici e un po’ privati (di capitale
pubblico ma di diritto privato): la Patrimonio dello Stato spa e la
Infrastrutture spa. La terza nasce dalla testa di Lunardi ed è la legge delega
sulle infrastrutture (numero 166 del 2002), che stravolge la precedente legge
Merloni sui lavori pubblici e introduce la quadratura del cerchio, il miracolo
per fare ciò per cui non si hanno i soldi: il project financing.
La trinità
Berlusconi-Tremonti-Lunardi ha così inventato un modello nuovo, anzi
nuovissimo, per far sorgere le grandi opere. In verità, i tre dovrebbero
ringraziare un genio della Prima Repubblica, Cirino Pomicino, inventore nel
lontano 1991 dell’architettura contrattuale e finanziaria della Tav, l’Alta
velocità ferroviaria.
Un po’ lo hanno ringraziato,
citando la Tav quando è stato presentato il decreto attuativo della legge
Obiettivo:
«L’affidamento a general
contractor ha consentito alle Ferrovie dello Stato di dimezzare i tempi di
realizzazione delle tratte Alta velocità avviate, con una spesa finale non
dissimile».
L’affermazione, naturalmente, non
trova riscontri in natura: per esempio la tratta Tav Bologna-Firenze (che
Lunardi conosce bene, perché con la sua società Rocksoil è tuttora consulente
dei lavori) è partita nel settembre 1991 con una previsione di spesa di 2.100
miliardi di vecchie lire.
Oggi sono passati 11 anni, i
cantieri non sono ancora chiusi e i costi sono lievitati a 8.150 miliardi:
raddoppiati i tempi, quadruplicati i costi. Ma queste sono quisquilie.
L’importante è che il «nuovo» modello – in realtà il vecchio modello Tav con in
più un tocco di cosmetici, un po’ di rossetto qua, un filo di rimmel là – abbia
realizzato una sorta di sanatoria nei confronti dei profili di illegittimità del
sistema Tav, già descritti e denunciati dall’Antitrust e dalla Procura di
Perugia.
E abbia introdotto il general
contractor come soggetto economico incaricato della progettazione e della
realizzazione, senza alcuna responsabilità sulla gestione finale dell’opera. E
il project financing come sistema per attingere soldi privati, ma del
tutto garantiti dallo Stato”.
Ma come possono essere accettate due mostruosità giuridiche
ed operative come queste? Come funzionano nella realtà?
“Il general contractor progetta
e costruisce l’opera, ma senza rischi: sa che non la gestirà, che non dovrà
ricavarci i soldi spesi, perché questi sono interamente pagati e garantiti
dallo Stato. Non ci si potrà stupire, dunque, se il general contractor
spingerà a far durare il più possibile i lavori e a far lievitare al massimo i
costi (esattamente quello che è già successo con le tratte dell’Alta
velocità: dovevano costare 18.400 miliardi di lire nel 1991, nell’agosto 2001
costavano già 34.880 miliardi, alla fine lieviteranno, secondo una stima del
Quasco, centro ricerche bolognese, verso i 76.100 miliardi).
Inoltre il general contractor, a
differenza del concessionario tradizionale, di lavori o di servizi pubblici,
potrà agire in regime privatistico, potrà affidare i lavori a chi vorrà, anche
a trattativa privata, e qualunque cosa faccia non sarà mai perseguibile per
corruzione: è un privato, eventuali tangenti saranno soltanto «provvigioni».
Altra idea geniale, quella del project
financing: i soldi arriveranno in parte direttamente dallo Stato, e per il
resto dai privati (le banche), ma garantiti totalmente dallo Stato, attraverso
Infrastrutture spa o Stretto di Messina spa (società interamente pubbliche, ma
di diritto privato).
Così per anni lo Stato avrà un
debito, ma occulto, che non sarà iscritto nel bilancio dello Stato e non
inciderà nel calcolo dei parametri del Patto europeo di stabilità.
Alla fine, però, al tavolo di
poker delle grandi opere le fiches dovranno essere trasformate in soldi. Al
termine dei lavori, dopo – chissà – una decina d’anni, la Tav spa, la
Infrastrutture spa, la Stretto di Messina spa (e, in ultima analisi, il
ministero dell’Economia) dovranno restituire i prestiti delle banche. E di
colpo si aprirà una voragine. Capace di affondare l’Italia e di trascinare nel
disastro l’euro. […]
Dicono i sostenitori del modello
grandi opere: le opere garantiranno utili sufficienti a pagare i debiti.
Veramente improbabile: per la sola Tav la quota annua da restituire sarà
prevedibilmente intorno ai 5 mila miliardi di vecchie lire; la quota annua di
utili disponibili grazie ai biglietti ferroviari potrà arrivare al massimo
attorno ai 500 miliardi di lire.
Per uscire da questa situazione,
dunque, dovremmo sostenere per una quindicina d’anni una manovra finanziaria
pari a 4.500 miliardi di lire.
Povera Italia, povera Europa. Ma
intanto, che importa. Il ponte sullo Stretto avrà la posa della prima pietra,
si taglieranno nastri e si stapperanno champagne. Politici sorridenti
cominceranno a far «girare soldi», a dare appalti e subappalti, ad accontentare
amici e amici degli amici, a raccogliere applausi e voti. Domani, si vedrà”.
I sostenitori del Ponte propagandano l’opera come il
collegamento tra Sicilia ed Europa. Un corridoio che parte da Palermo e va a
finire a Berlino.
Guardando con più attenzione, non sono poche le analogie con
le mega-opere terzomondiali promosse dal neo-colonialismo.
Tra queste, va segnalato il Canale Interoceanico [17],
che dovrebbe tagliare in due la Colombia, mettere in comunicazione gli Oceani e
costituire una valida alternativa al sovraffollato canale di Panama.
Dall’opera di Peralta, emergono queste analogie:
1. Il
canale dovrebbe sorgere nell’area del Chocò, in fortissima crisi economica. La
costruzione viene propagandata come panacea di tutti i problemi.
2. La
costruzione è estremamente problematica ed è plurisecolare la produzione di
studi, ipotesi, idee della più varia natura sulla sua realizzazione.
3. L’opera
si colloca in un territorio storicamente controllato dalla criminalità
organizzata.
La Colombia, così come il Meridione italiano, non è un
territorio abitato da persone assuefatte al crimine ed all’ingiustiza, o peggio
da complici della subcultura criminale. Forme di resistenza popolare sono state
sempre presenti, e lo sono ancora.
E’ però importante – anzi, decisivo - che queste forme di
resistenza non siano schiacciate – anche nel sangue – dall’azione del crimine
organizzato, sostenuto o tollerato da grandi holding finanziarie, grandi imprese
di costruzione, grandi centri del potere politico.
Il ponte, oltre che una affascinante contesa tra ingegneri
ed ambientalisti, è un vero referendum mai indetto con procedura formale ma con
effetti più importanti di qualsiasi legge.
L’apertura dei cantieri sarà un punto di non ritorno per
l’intero paese, un provvedimento di indirizzo politico che segnerà il trionfo
del “vecchio modello di (non) sviluppo”, basato sulle rendite parassitarie, la
devastazione ed il saccheggio del territorio, le opere di compensazione
elargite con criteri clientelari, l’annullamento definitivo di spazi politici e
culturali di resistenza ed autonomia.
Oggi c’è ancora chi chiede e pretende dignità e diritti, non
favori ed elargizioni di amici degli amici che millantano conoscenze e
distribuiscono briciole.
Possiamo ancora credere ad un futuro da progettare, a
famiglie da costruire e figli da educare alla libertà, ai diritti, alla dignità
del lavoro.
Figli che possano camminare a testa alta e respirando aria
pura, senza mendicare ciò che spetta loro al capobastone di turno.
Figli che possano crescere e vivere senza compare giornali
punteggiati dalle cronache sempre uguali dell’ennesimo agguato, dell’ultimo morto
“freddato” sull’asfalto, della strage efferata ma senza testimoni.
Figli che possano un giorno ascoltare una favola surreale e
un po’ grottesca, c’era ‘na vota ‘u Ponti, ma questa volta con un lieto
fine.
Ancora possiamo scegliere. Ma per quanto?