1) Il padrone della Patagonia
“Dicono che Benetton può
attraversare tutta la Patagonia senza mai uscire dai suoi terreni”. Nel 1997 la
compagnia de Terras Sud Argentina SA termina di
acquistare gli ultimi appezzamenti che andranno a formare un’immensa tenuta da
900 mila ettari, il più grande feudo del paese che va
dalla cordigliera delle Ande alle province di Chubut
e Santa Cruz, una “estancia” più estesa di quelle
possedute da altri multimiliardari come George Soros o Ted Turner
della Cnn.
Benetton diventava il più grande proprietario terriero dell’Argentina, padrone di un
territorio dove pascolano 280 mila ovini capaci di fornire circa 6 mila
tonnellate di lana, ovvero il 10 % del fabbisogno complessivo del gruppo.
Da
allora – però - sono state numerose le grane arrivate dall’emisfero Sud
direttamente sulla scrivania di Ponzano Veneto: per prima cosa le
preoccupazioni dei media argentini e dei politici, impressionati da una
Patagonia tutta in mano agli stranieri (del resto Carlo Benetton,
plenipotenziario per l’Argentina, coi suoi tira e
molla “andiamo via, non conviene più, qui costa troppo, se restiamo è solo per
ragioni sentimentali” contribuiva ad alimentare insicurezza e sfiducia).
Poi le controversie con gli enti locali, in particolare il
conflitto con la municipalità di El
Maiten, un villaggio di 4 mila abitanti il cui
intendente – Miguel Guajardo
– non ha mai digerito la “soberbia” degli italiani,
che rifiutavano di pagare 100.000 dollari di tasse pregresse: “los Benetton vogliono
pagare in ragione di un peso per ettaro, anche se le loro terre valgono 100
pesos ed anche di più”.
Gli argentini in particolare non hanno gradito
l’atteggiamento arrogante della multinazionale: “prima
pagano, poi se eventualmente non sono d’accordo possono ricorrere al
Tribunale”, dice il governatore della provincia. Il municipio di El Maiten
ha 46 impiegati contro gli 80 mila e più di Benetton,
che possiede 47 mila ettari sui 60 mila totali del territorio comunale.
Alla fine quella
di Benetton appare come pura prepotenza da ricchi, ed
il gruppo subisce un danno d’immagine ben superiore all’ammontare delle
imposte, prima di capitolare senza gloria nel giugno del 1999 dopo due anni di
contenzioso.
Nello stesso anno il prezzo della lana calava di un buon
30%, e l’azienda chiudeva in rosso il bilancio.
Come se non bastasse, occorre aggiungere le vertenze con
gli indigeni Mapuche, popolo originario della
Patagonia diviso tra Argentina e Cile, che contestavano
le recinzioni tra gli appezzamenti e tutti gli ostacoli - a cominciare
dall’accesso all’acqua - posti alle loro attività autonome.
Da una parte è diventato impossibile condurre iniziative
in proprio senza imbattersi in divieti e fili spinati, dall’altro chi ha
accettato di fare il bracciante per gli italiani lamenta salari bassi e orari
eccessivamente lunghi.
Il problema di fondo è che Benetton ha comprato un milione di ettari “con tutto quello
che c’è dentro”, compresi esseri umani che neppure concepiscono l’idea della
proprietà terriera.
“Noi sappiamo di appartenere alla Terra, c’è chi crede che
la terra gli appartenga”, dicono i Mapuche. E la
natura sembra rivoltarsi contro chi crede di
possederla, prima le inondazioni poi terribili incendi il più grave dei quali
incenerisce buona parte degli 825.000 pini piantati da Benetton
nell’ambito di un progetto di riforestazione, il
fiore all’occhiello del gruppo nella zona.
Nel dicembre del 1998 2.300 ettari andavano in fumo nella
provincia di Chubut, proprio i terreni oggetto del
conflitto col comune di El Maiten. Le conseguenze erano spaventose: distrutte numerose
foreste di conifere, mandrie sterminate, danni anche alle abitazioni, fiamme
per molti giorni ed un “fronte di fuoco” che raggiungeva un diametro di 5
chilometri.
Nel febbraio del 1999 un operaio di Benetton
perdeva la vita nel tentativo di fermare un altro incendio, stavolta nel
territorio di Cushamen. La gente del posto
collaborava con le autorità allo spegnimento dell’incendio - “spontaneamente e
senza aver ricevuto ordini”, precisavano i responsabili locali dell’azienda -
quando all’improvviso il vento cambiava direzione causando la sciagura.
Tra disastri naturali, crisi economica e perdita
d’immagine, tutti si chiedono se la “Compagnia del Sud” venderà
i terreni e andrà via. Carlo Benetton – scottato
dalla crisi della lana che ha ridotto della metà i profitti delle esportazioni
- dice in una intervista al principale quotidiano
argentino che il problema è il costo della manodopera: “Quando acquistammo le
terre nel ‘91 un lavoratore guadagnava 50 dollari. Oggi ne guadagna 300 o 400”.
Il futuro della Patagonia ? “E’ il turismo”.
2) “Due volte il Belgio” - Istantanea
del gruppo Benetton”
“In
un anno 60 milioni di chilometri di tessuto, 7 mila negozi in 120 paesi, 6
milioni e mezzo di chili di lana, 90 milioni di pezzi per una superficie pari a due volte e mezzo il Belgio.”
Il gruppo Benetton ama
presentare i suoi numeri con metafore ad effetto e spettacolari relazioni
interattive, invece di aridi bilanci ed asettici
grafici.
Il centro del sistema si chiama “Edizione Holding”, una
società finanziaria che controlla tutte le molteplici attività del gruppo:
dalle calzature agli articoli sportivi, dalle attrezzature per lo sport alle
partecipazioni industriali, dai supermarket ai telefoni fino all’editoria ed
alla pubblicità.
Negli ultimi tempi, Benetton
sembra aver avviato una pesante mutazione da azienda cosmopolita e snob, che
guardava all’Italia come ad un qualsiasi altro paese, a gruppo all’italiana, coi piedi ben piantati nel Veneto democristiano: prima le
acquisizioni dalle privatizzazioni, i supermercati Gs
dall’ex Sme, le Autostrade, tra breve le grandi
Stazioni ex FS ed in seguito gli aeroporti.
Questo mutamento è simboleggiato dall’ingresso come
manager di Autostrade e Blu di Giancarlo Elia Valori,
classico boiardo dello stato democristiano e dalle
partecipazioni in società con imprenditori che sembravano agli antipodi
rispetto a Luciano: Berlusconi e Caltagirone.
Il tessile rappresenta ormai solo il 40 % del fatturato
del gruppo, ed in più l’occasione offerta dalle privatizzazioni italiane era
evidentemente troppo ghiotta; in pochi anni Benetton
ha potuto acquisire il controllo dei trasporti: tra Autogrill e Grandi
stazioni, Autostrade ed Aeroporti già adesso per ogni italiano che si muove in
auto, treno o aereo, qualche lira entra comunque in
tasca a Benetton.
Ma l’espansione non si limita all’Italia: dopo
l’acquisizione della statunitense Host Mariott, Benetton è leader
mondiale dei servizi di catering per chi viaggia, con
oltre 650 punti ristoro in Francia, Spagna, Grecia,
Germania, Austria, Olanda, Italia, Belgio e Lussemburgo. Un
gruppo capace di produrre ogni anno solo in Europa 120 milioni di tazzine di
caffè, 45 milioni di sandwiches, 8 milioni di pizze…
3) Mappa del gruppo Benetton
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Edizione Holding
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Tessile, sport,
accessori
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Alimentare e
catering
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Infrastrutture e
servizi
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Agricoltura
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Altri settori
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Benetton group spa
(59, 35)
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Autogrill spa
(57 %)
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Autostrade spa
(18%)
|
Edizione Property
(100%)
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21, Investimenti spa
(56%)
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United colors
of Benetton
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European Subsidiaries
(100%)
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Blu spa (9%)
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Cia de Terras Sud Argentina SA (100%)
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Verdespot spa (100%)
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Sisley
|
Host Marriet (100%)
|
Autostrada To-Mi spa
(4%)
|
Maccarese spa (100%)
|
Pallacanestro Treviso spa
(100%)
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Playlife
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Grandi stazioni spa
(12%)
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Volley Treviso spa
(100%)
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Nordica
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Sagat spa (24%)
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Benetton Rugby (100%)
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Prince
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Pirelli & C sapa (6%)
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Roller Blade
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Altri
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Killer Loop
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012, Zerotondo
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Kästle, Asolo, Ektelon
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