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Un Ponte “keynesiano”

 

Il progetto del Ponte prevede sulle sponde di Scilla e Cariddi due torri alte 376 metri, che poggiano su quattro piloni del diametro di oltre 50 metri, rette da quattro tiranti di acciaio per un peso totale di 166.600 tonnellate.

La campata unica del Ponte sullo Stretto è lunga 3.360 metri e larga 60 (attualmente il Ponte a campata unica più lungo al mondo – Akashi Kaikyo in Giappone - misura 1.991 metri e non prevede il passaggio ferroviario). Il volume delle fondazioni in Sicilia dovrà essere di 86.000 metri cubi, mentre in Calabria di 72.000. 

 

Nell’immaginario collettivo è questa l’opera, e non esiste altro. Nella realtà, oltre al Ponte saranno realizzate infrastrutture ferroviarie e stradali per complessivi 3,1 km di tratti su terra, 2,0 km di tratti su viadotto e 20,6 km di tratti in galleria, oltre a mega-discariche, cave e strutture di raccordo.

A tutto questo si aggiungeranno le infrastrutture di servizio al Ponte:

·          un centro direzionale in Calabria con un’area d’assistenza e soccorso e una caserma di polizia (15.000 mc).

·          Un centro commerciale e di ristoro in Calabria (35.000 mc).

·          Un albergo ad anfiteatro (23.500 mq).

·          Un volume complessivo di fabbricati per ciascun versante di 2.800 mc.

·          Un museo (2.300 mq).

·          Un’area di servizio-ristoro in Sicilia (38.000 mc).

 

 

Le disquisizioni ingegneristiche, i dibatti sulla fattibilità, gli studi di impatto ambientale o le preoccupazioni sul ruolo della criminalità appartengono al punto di vista che da fuori guarda allo Stretto, oppure al fronte dei contrari.

Lo sguardo opposto, quello degli abitanti del luogo, guarda non tanto alla grande opera, quella sorretta da fantascientifici piloni, quanto alle opere collaterali ed a quella pioggia di appalti e denaro pubblico attesa come l’acqua nel deserto.

 

Quando si legge Ponte, nessuno più pensa al manufatto da modellino, agli esempi virtuali dei computer. Meno che mai alla fattibilità, all’utilità effettiva dell’opera. Tutti i desideri sono rivolti a cantieri, studi di fattibilità, commesse, consulenze, parcelle, movimento terra, ricorsi, espropri, compensi, interventi ulteriori, subappalti, noli.

Non pochi guardano ad esso come ad una possibile via d’uscita rispetto ad un’economia profondamente in crisi. Parte del ceto politico del luogo e nazionale, le imprese del ciclo del cemento, puntano al classico modello “scavare buche e poi riempirle”, caricando i costi sulla collettività ed intascando i profitti.

 

La situazione del lavoro, del resto, è drammatica. Fuori da un’economia statale in via di smobilitazione, esistono fasce sempre maggiori di disoccupati e sottoccupati, pagamenti in nero, precarietà regolate da accordi verbali, stipendi da terzo mondo con prezzi al consumo da grande città europea, arbitrii generalizzati ed assenza di sindacalizzazione diffusa, licenziamenti frequenti ed assunzioni dettate da malintese amicizie o reti clientelari.

I centri di Messina e Reggio Calabria sono circondati da quartieri ghetto che appaiono come cittadelle autonome dove le attività dell’economia illegale, dallo spaccio di stupefacenti al racket delle estorsioni, sono le uniche vie di fuga rispetto alla disoccupazione endemica.

L’usura, oltre che una piaga sociale, è diventata un “servizio richiesto” dalla classe media impoverita che vuole conciliare consumi alto-borghesi con redditi da sottoproletariato, sancendo la propria rovina e soprattutto quella dei propri figli.

Un’intera generazione vive in un limbo fatto di sottoccupazione, corsi di formazione professionale della Regione Sicilia grotteschi ed inutili, studi prolungati all’inverosimile in attesa di un lavoro che permetta di rompere il cordone ombelicale con la famiglia d’origine.

 

Nelle città dello Stretto il crimine organizzato gestisce gran parte dell’economia, dirime controversie, possiede fondi finanziari, crea e distrugge carriere politiche e determina il destino della città.

 

La fiducia, capitale sociale essenziale che permette di immaginare, progettare, ripensare il futuro, si è ridotta al minimo, in un’area tradizionalmente individualista, pessimista e fatalista.

 

 

Certamente la realizzazione del Ponte avrà un impatto sociale di proporzioni incalcolabili in un’area socialmente disgregata, caratterizzata da squilibri distributivi, scarso controllo politico ed istituzionale e dalla presenza di forti interessi illegali.

Ciò concorrerà allo stravolgimento di alcune caratteristiche essenziali del territorio, con presumibili ripercussioni negative sui soggetti istituzionali, sugli agenti economici, sulle stesse percezioni dei residenti e dei visitatori [24].

     

Come analizzato dal sociologo Osvaldo Pieroni, docente presso l’Università della Calabria, tra le maggiori problematiche di ordine sociale “effetto” della costruzione del Ponte vanno tenute in considerazione:

 

i processi di concentrazione urbana della popolazione (effetto persino auspicato dai proponenti della megainfrastruttura, che individuano uno scenario di area metropolitana dello Stretto tale da aggregare – secondo alcune stime – circa 600.000 persone a seguito di due processi: da un lato la unificazione delle tre realtà urbane oggi distinte, dall’altro l’afflusso di nuova popolazione dalle aree interne). Tale processo implica mutamenti sul piano del governo e della regolazione sociale, delle relazioni tra attori sociali, dei comportamenti individuali e collettivi oltre che, ovviamente, su quello della pianificazione urbanistica.

La stratificazione sociale (già scarsamente diversificata) e la distribuzione del reddito e potere che tenderanno verosimilmente verso ulteriori squilibri. [25]

 Espropri e ancora espropri

  

Solo negli ultimi tempi è cresciuta anche negli ambienti moderati la consapevolezza sui rischi dell’operazione Ponte: compatibilità tra attività economiche esistenti e cantieri, reale quantità di denaro che rimarrà sul territorio, ruolo secondario assegnato alla classe dirigente locale, e – soprattutto – enormi dubbi sugli espropri.

 

Per tutto il periodo della cantierizzazione, parti rilevanti dei territori di Messina, Villa San Giovanni, Scilla e Campo Calabro saranno sottratte alla fruizione sociale degli abitanti.

 

   Il Ponte e le opere connesse occuperanno vaste aree territoriali urbanizzate, in cui incidono infrastrutture abitative, stradali e ferroviarie. Per questo sono previsti centinaia di espropri. Rocco Cassone, sindaco di Villa San Giovanni, prevede che da 500 a 700 famiglie saranno costrette ad abbandonare le loro abitazioni ed “un terzo della città diventerà un cantiere” [26].

Se a queste si aggiungono gli abitanti di Ganzirri, sulla sponda siciliana, il trasferimento “forzato” a Villa San Giovanni e Messina riguarderà circa 4.000 persone.

  

   Siamo di fronte, ovviamente, a stime di massima, in quanto il progetto non fornisce alcuna valutazione oggettiva. Esiste solo una voce relativa alla quantificazione degli “oneri”: nel quadro economico generale figura una sommaria indicazione di spesa per “l’acquisizione di aree, immobili, espropri ed indennizzi” pari a 65.142.300 euro.

Nessun altro elaborato del progetto spiega come si è pervenuti a questa stima, che appare dunque priva di giustificazioni e ovviamente riduttiva.

 

Ancora più grave il fatto che il Decreto Legislativo 20 agosto 2002 n. 190, attuativo della cosiddetta Legge Obiettivo per la realizzazione delle Infrastrutture e degli insediamenti strategici e di interesse nazionale, all’articolo 3 disponga espressamente che “non è richiesta la comunicazione agli interessati alle attività espropriative”. Una norma certamente illegittima dal punto di vista costituzionale, che pregiudica l’azione di difesa dei proprietari di immobili su cui ricadono l’infrastruttura e le opere connesse. [27]    

 


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