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      La cattedrale nello Stretto

  

   Se dal punto di vista della generazione di occupazione stabile il Ponte è fallimentare, le possibilità che esso stimoli qualsivoglia possibilità di sviluppo socio-economico sono prossime a zero. Anche stavolta per diretta ammissione dei proponenti della megainfrastruttura.

  

Scrive in proposito l’Advisor:

“Per l’ambito regionale intermedio, e a maggior ragione rispetto all’ambito ristretto, il Ponte – così come le alternative – non è in grado, da solo, di attivare lo sviluppo economico e l’integrazione delle aree considerate. All’interno di uno scenario di bassa crescita si perviene così ad una valutazione di staticità – nessun effetto differenziale rispetto alla situazione senza Ponte, tranne un moderato effetto di attrazione turistica direttamente connesso al ‘manufatto’ Ponte e un positivo impatto macro-istituzionale (…).

Se l’economia non cresce ad un tasso robusto – ma specialmente, se le politiche per il Mezzogiorno non avranno successo (PSM e POR regionali) – i benefici attesi del Ponte diminuiscono drasticamente.

Lo scenario a regime risulta in larga misura indistinguibile da quello del non intervento”. [66]

  

Dunque di per sé il Ponte non contribuisce a creare potenzialità di sviluppo e soprattutto il progetto è imposto senza un piano generale che dinamizzi l’economia e le attività produttive del Mezzogiorno a partire delle risorse autopropulsive esistenti o potenziali. Il rischio, ancora una volta, è di dar vita ad una cattedrale nel deserto, insostenibile dal punto di vista finanziario ed ambientale.

  

Scrivono gli ambientalisti:

“L’enfasi che il Progetto preliminare e lo stesso SIA pongono sulle capacità, si direbbe ‘taumaturgiche’ dell’opera andrebbe quantomeno ridimensionata e ragionevolmente problematizzata: la funzione del Ponte, nel modo in cui è presupposta, appare motivata in base ad un orientamento ideologico, piuttosto che in base ad una analisi critica della realtà e del contesto.

   Il dominio dei valori dell’economia in ogni aspetto della vita sociale ha portato a rappresentare la realtà del Sud come una terra perennemente in attesa di realizzare la propria storia (…).

   La prospettiva del Ponte rappresenta bene ed effettivamente incarna – tra molti – questo senso di attesa, che nel miraggio di una efficienza tecnica e produttiva calata dall’esterno costituisce ancora una volta barriera alla riappropriazione di una identità complessa, condizione di una diversa valutazione e stima della propria storia, indispensabile leva di autonomia culturale per tornare a progettare in maniera autonoma il proprio avvenire.

   L’effetto simbolico del Ponte, e il fatto - peraltro opinabile e sin qui mai ufficialmente documentato - che possa attrarre per potere di immagine capitali ed investitori, induce a guardare allo sviluppo con occhi d’altri tempi, quando appunto si aspettava l’industrializzazione dall’alto...”. [67]

 

Siamo così di fronte ad un Ponte-monumento dell’immobilismo e dell’assenza di progettualità e strategie innovative delle classi dirigenti locali e nazionali. Nessun beneficio strutturale dunque per le economie di Calabria e Sicilia, a dimostrazione che si tratta di un progetto assolutamente avulso dal contesto economico e territoriale ed estraneo alle esigenze espresse dalle relative collettività.

 

  


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