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      Il rischio sismico

  

   Il progetto interessa una delle aree sismicamente più attive del Mediterraneo centrale; tuttavia gli elevati rischi sismo-tettonici non risultano ancora quantificati.

 

Lo Stretto si imposta lungo un sistema di faglie che svincola il blocco siciliano e quello calabrese, all’interno di una zona crostale tra le più dinamiche del mondo. Al di sotto di queste regioni, infatti, si realizza da milioni di anni l’incontro-scontro tra la placca africana e quella europea. Dati recenti sembrano indicare che la Sicilia si allontana dalla Calabria di 1 cm all’anno.

 

Nella documentazione allegata al progetto vengono sommariamente descritti vari sistemi di faglie ma mancano studi meso-strutturali delle singole faglie, soprattutto per quelle aree in cui sarebbe stata necessaria la ricostruzione cinematica e dinamica.

 

Sono documentate faglie attive nelle aree marine e zona calabrese sulla base dello studio sismostratigrafico; nessuna documentazione è invece riportata per le faglie di superficie nelle aree adiacenti le strutture del Ponte, eppure la documentazione delle faglie attive in mare non lascerebbe dubbi sulla probabile esistenza di analoghe strutture nelle immediate adiacenze.

      A tal proposito, risulta particolarmente significativa la segnalazione di un sistema di fratture da parte di un gruppo di studiosi: sulla sponda calabrese, nella zona di Campo Piale, località “Pietre Cacine”, proprio in ambito retrostante il blocco d’ancoraggio del Ponte, sono presenti - e visibili - fratture di rilevante portata, che possono essere considerate indizi superficiali di piani di scorrimento di entità e profondità non valutabili attraverso la sola analisi di superficie. In corrispondenza di questo sito, ad una profondità non riportata negli elaborati di progetto, è prevista la perforazione delle gallerie ferroviarie di raccordo al Ponte.

 

   Nella Relazione Generale sull’ambiente marino e terrestre si fa riferimento alla sismicità in relazione al sollevamento cui l’area è sottoposta. In tale valutazione non vi è però alcun riferimento ai terrazzi marini delle due sponde dello Stretto di Messina, che forniscono le datazioni dei sollevamenti cui l’area è stata sottoposta. Tali valutazioni risultano assenti anche dalla relazione geologica, dove i terrazzi sono tutti genericamente attribuiti al Pleistocene Medio-Superiore, senza suddivisioni ulteriori.

Eppure gli studi sui terrazzi marini sono numerosi sin dagli anni ‘70 del secolo scorso e documentano un sollevamento differenziale sia delle due sponde dello Stretto di Messina che di settori diversi nell’ambito della stessa sponda.

 

Sono stati riconosciuti diversi ordini di terrazzi attribuiti al Tirreniano (125.000 anni fa); dislocati a diverse altezze, essi testimoniano non solo il forte tasso di sollevamento ma anche complessi movimenti che producono sollevamenti differenziali. Sono documentati movimenti verticali diversi: circa 1,5 mm all’anno a Scilla (Calabria) e 0,4 mm a Ganzirri (Sicilia). È stata stimata una differenza di 1 cm ogni 10 anni tra le due sponde. I movimenti differenziali interessano anche diverse zone della costa orientale siciliana.

Proprio alla luce di queste considerazioni, in fase progettuale sarebbe stata doverosa un’attenta analisi geodinamica delle evidenze fornite dai terrazzi. Ciò avrebbe reso più realistica la valutazione delle sollecitazioni, legate non esclusivamente agli eventi sismici isolati, a cui il Ponte e le strutture connesse andrebbero sottoposti sia in fase di costruzione che in fase di funzionamento.

 

“L’indagine geologica del sito è, inoltre, molto generica”, si legge ancora nelle Osservazioni al SIA. “Non viene preso in considerazione alcuno studio di impatto geologico; non esiste alcun tentativo di indicare modalità delle opere di mitigazione. Nel dettaglio, si rinvengono carenze e omissioni in ordine alla stratigrafia, alla tettonica. Ne deriva che il livello di affidabilità del complessivo scenario di impatto prefigurato per la pericolosità sismica appare inadeguato alla gravità degli effetti sismici registrati negli ultimi 500 anni nell’area, interessata da numerosi terremoti di intensità compresa tra 9 e 11 gradi MCS, con periodo di ritorno variabile da alcuni anni a 170 anni”.

 

   Per quanto riguarda il rischio sismico, il SIA si è basato, per i dati da impiegare nelle verifiche sismiche dell’opera di attraversamento, sul “terremoto di riferimento” del 28 dicembre 1908 quando furono rase al suolo le città di Reggio e Messina con oltre 80.000 morti, con massima magnitudo stimata di 7,1 della scala Richter. Ciò non appare sufficientemente cautelativo in quanto terremoti occorsi in varie parti del mondo, hanno raggiunto una magnitudo misurata anche di 8,9.

   Sarebbe stato più sensato pertanto, considerare terremoti con magnitudo maggiore, anche soprattutto in riferimento a fenomeni di amplificazione locale, viste le morfologie acclivi delle sponde dello Stretto di Messina e le proprietà meccaniche dei terreni.

 

   Un altro aspetto scarsamente approfondito è quello relativo alle scosse di lunghi periodi (con una durata maggiore di 5 secondi), le quali producono maggiori effetti sui ponti strallati come quello in esame. Per tali strutture la durata di un terremoto è il fattore più importante per quanto concerne i possibili cedimenti. Strutture che restano in piedi quando le scosse non durano più di 30 secondi, possono collassare infatti per un numero superiore di secondi di forti scosse (strong motions) continue.

Il progetto del Ponte sullo Stretto prende in esame una durata massima di circa 30 secondi, nonostante non siano rari eventi sismici con forti scosse di durata fino a 100 secondi. Ad esempio il carattere di lunga durata del terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980 è spiegato come il prodotto di una sequenza di scosse succedutesi senza soluzione di continuità, fino a 80 secondi.

     

   Da una tabella riportata nella relazione ed estratta dal catalogo dei maremoti italiani si evince inoltre che nell’area dello Stretto si sono avuti eventi di tsunami in concomitanza dei terremoti più forti, con altezza d’onda che ha raggiunto i 9 metri di altezza nel 1783 ed i 13 metri nel 1908.

   Anche in questo caso le valutazioni di “tenuta”, effettuate in corrispondenza a quattro siti (Messina, Torre Faro, Villa, Scilla), vengono definite considerando solo le altezze massime delle onde di maremoto per gli eventi già avvenuti.

  

   “La percezione del rischio sismico – nonostante il sistematico succedersi ad ogni secolo di catastrofi - appare piuttosto debole, come inadeguate e sporadiche sono state sino ad ora le iniziative di prevenzione educativa e strutturale”, affermano opportunamente gli esperti delle organizzazioni ambientaliste che hanno redatto le Osservazioni al SIA.

“Da questo punto di vista la “sfida” costituita dalla costruzione del Ponte non contribuirebbe di certo allo sviluppo di una cultura della prevenzione, accentuando al contrario sindromi fatalistiche o di incosciente “onnipotenza”, che in fin dei conti costituiscono due facce della stessa medaglia. La vulnerabilità sociale dell’area appare molto elevata: l’eventualità dell’evento catastrofico appare essere stata rimossa dalle procedure istituzionali, dalla cultura della gente e dall’organizzazione sociale...” [75].

  

 Senza considerare poi che le città sulle sponde dello Stretto sono state edificate senza piano antisismico e che nessuna di esse si è dotata di un piano di evacuazione. Oggi a Messina, Reggio Calabria e Villa San Giovanni solo il 25% delle costruzioni è antisismico.

  


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