“A Rosarno nulla è cambiato” è stato scritto 2500 volte. Per cambiare davvero occorre agire su tre elementi. La possibilità di avere documenti e non essere ricattabili. Una filiera equa e trasparente, anziché dominata dai clan. Un progetto di mediazione abitativa, per non vedere più ghetti

I giornalisti hanno scritto 2500 volte che “a Rosarno nulla è cambiato”. Lo dicono i dati di Google. Ma cosa può produrre un cambiamento? Almeno uno di questi tre elementi.

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La filiera – Circa cinquemila ettari di agrumeti in meno negli ultimi anni sono sicuramente la spia di una grave crisi. Ma nella Piana di Gioia Tauro ci sono ancora migliaia di aziende agricole. Qui povertà e ricchezza convivono. Nonostante tutto, le arance calabresi finiscono alle multinazionali del succo (biondo), a molte catene della grande distribuzione italiana e sono esportate in tre continenti (clementine).

Infografica. Come funziona la filiera?

 

Pochissimi intermediari sono in grado di proporsi nei circuiti che contano. In secondo luogo, negli anni si sono consolidate le imprese mafiose. Aziende che si accaparrano terreni agricoli come  mezzo per ottenere contributi pubblici. Lavorano come intermediari in grado di imporre il prezzo. Tra i sequestri di beni, infatti, ci sono numerosi appezzamenti di agrumi e ditte agricole. La conquista parassitaria di fondi pubblici in agricoltura è una attività storica della ‘ndrangheta locale.

“Non è giusto scaricare le responsabilità sul più debole. La vera responsabilità inizia con leggi criminogene che favorirono l’integrazione del prezzo dell’olio e degli agrumi anziché il miglioramento della qualità. Oggi la ‘ndrangheta impone il prezzo, che corrisponde se vuole e quando vuole”, scrive l’ex sindaco Giuseppe Lavorato.

Trasparenza e responsabilità

E le aziende cosa fanno? Le piccole lamentano la crisi, le medio-grandi del territorio preferiscono restare invisibili. Così come grande distribuzione e multinazionali.

Ma di fronte a drammi umanitari come quelli della tendopoli le grandi aziende non possono tirarsi fuori. Né abbandonare un territorio che hanno usato, né nascondersi dietro i protocolli con i fornitori, i “non sappiamo”, le comunicazioni sempre uguali degli uffici stampa.

Dovrebbero essere trasparenti nelle etichette, informando i consumatori sugli indici di congruità (numero di giornate lavorate per ettaro) dei loro fornitori.

 

Cosa significa responsabilità delle imprese? Per esempio, contribuire all’accoglienza dei braccianti; indicare in etichetta che le arance non sono prodotte dallo sfruttamento; attivare filiere solidali che riconoscano il giusto prezzo; applicare la legge che vieta la vendita sottocosto di beni agricoli, cioè inferiore ai costi di produzione.

Imprese mafiose in regola

Un comunicato della Prefettura di Reggio Calabria dice il 13 gennaio 2017 sono state controllate sette aziende agricole. I 31 lavoratori controllati (17 “extracomunitari”, 8 italiani e 6 comunitari), erano tutti in possesso di regolare contratto. Ma due delle aziende (su sette) “sono risultate riconducibili a cosche di ‘ndrangheta”. Lavoro nero no, dunque, ma mafia sì.

Ma non solo. Il sistema delle truffe era diventato quasi generalizzato, quando portando ai magazzini “arance di carte” si tornava con le tasche piene di denaro europeo.

Il risultato? L’agricoltura è morta in quel momento, perché non occorreva migliorare per intascare. Gran parte del reddito non andava comunque ai contadini, ma a mediatori corrotti di ogni tipo. Le organizzazioni di produttori hanno perso definitivamente il loro ruolo di strumento per rafforzare il potere contrattuale dei contadini. Dietro l’apparente ricchezza che arrivava sul territorio, c’era un disastro di cui oggi si pagano le conseguenze.

Ultima novità, come dicevamo, i controlli avviati dalla Prefettura. Adesso la maggior parte delle aziende risultano in regola. In pratica si è passati dal lavoro nero (negli anni scorsi sfiorava l’80%) al lavoro grigio. Aperture formali d’ingaggio a cui raramente corrisponde l’esatto numero di giornate lavorate. La prova è che i braccianti africani non accedono mai alle indennità di disoccupazione. Per farlo occorre avere almeno 51 giornate regolarmente registrate.

Il percorso mondiale delle arance

Le carte

Documenti precari rendono i lavoratori ricattabili. Lo Stato che soccorre e integra (male) è lo stesso che rende deboli i migranti con un sistema che li inchioda al territorio italiano, rende difficile ottenere i documenti e rinnovarli, favorisce le “zone franche” dove i migranti sono costretti a rifugiarsi. La frontiera si alza e sempre più in Italia si creano “aree di attesa”. Non sono la meta della migrazione, ma zone dove si aspetta l’occasione per andare oltre, provando a bucare la frontiera settentrionale.

Cosa significa un’area di attesa? Nella tendopoli ci sono una sessantina di ragazze nigeriane. Vittime di tratta. Quel meccanismo ormai rodato da anni che procura ragazze in Africa e – in tempi record – le avvia alla prostituzione. Come è possibile che una ragazza appena arrivata in Italia finisca qui? “Non ci sono strutture adeguate nei pressi dei luoghi di sbarco. I soggetti più vulnerabili dovrebbero essere indirizzati, evitando che vengano presi dai trafficanti. Se non sono inserite in un programma di protezione, le più deboli finiscono in posti come questo”, spiega Alberto Mossino, tra i maggiori esperti in Italia di tratta.

La condizione schiavile

Non abbiamo di fronte gli schiavi dei film, quelli con le catene. Ma lavoratori in condizioni schiavile. Le catene sono virtuali ma non meno pericolose: sono la mancanza di alternative, un complesso di leggi che punisce e isola, un sistema economico che scarica disagi (o semplicemente lucra) su manodopera debole e ricattabile.

Non bisogna stancarsi di ricordare che i ghetti non sono soltanto emergenze umanitarie per “i poveri africani”, ma laboratori dello sfruttamento che negli anni è stato esteso a tutti i lavoratori.

E così il limbo diventa ghetto, nell’indifferenza delle istituzioni. Un protocollo sottoscritto il 19 febbraio 2016 nella Prefettura di Reggio è rimasto lettera morta quasi un anno dopo. Cosa prevedeva? Almeno la bonifica della baraccopoli e l’installazione delle nuove tende. Invece ogni anno si attende stancamente la fine della stagione, sperando di non vedere morti e feriti.

La casa

Invece i feriti ci sono stati. Quello 2017 è un inverno durissimo, tra ghiaccio e nubifragi. La notte del 23 gennaio, un gruppo di africani decide di scaldarsi con una latta sempre accesa dentro la baracca di legno, cartoni e plastica. Alle quattro del mattino il fuoco scioglie il telone. Gocce incandescenti cadono sulla pelle. Una ragazza nigeriana rischia la vita, deve essere trasferita al reparto per ustioni gravi dell’ospedale di Catania. Sembrano le cronache di una guerra. Ma è “soltanto” la raccolta delle arance.

Davvero devono essere queste le “case” dei braccianti agricoli? È così complicato inventarsi qualcosa di diverso da un ghetto?

In questi anni, le istituzioni sono intervenute poco e male. Piccoli aggiustamenti, quasi sempre in ritardo rispetto alla stagione. Poca voglia di agire. Tanti protocolli. Eppure ci sarebbe una cosa semplice da fare: la mediazione abitativa. Cioè garantire ai proprietari di case sfitte per i migranti in affitto. Tutto intorno è pieno di paesi semi- abbandonati. La Caritas del piccolo paese di Drosi lavora nella mediazione abitativa da anni. Ormai, per 150 persone.

In sintesi

Settore
Cosa
Chi

La filiera
Responsabilità sociale delle imprese e trasparenza
Grandi aziende
Documenti
Regolarizzazione e stabilizzazione
Governo
La casa
Mediazione abitativa
Enti locali e prefettura

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.

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