Condividi  
  •    Agromafia. Il caso Piromalli

L’operazione Provvidenza contro la ‘ndrangheta spiega come funziona l’agromafia. Non un gruppo di “cattivi” che si infiltra e si affianca all’economia legale, ma imprenditori resi competitivi dall’esercizio della violenza e dalla disponibilità finanziaria

Da un lato duemila braccianti africani tra il fango e le baracche di cartone, dall’altro un impero pronto a vendere anche negli scaffali di Walmart, prima catena di supermercati del pianeta.

Nel gennaio 2017 la DDA di Reggio Calabria lanciava l’operazione “Provvidenza”, 33 arresti contro il clan dei Piromalli. Oltre duemila pagine fondamentali per comprendere cosa si intende per “agromafia”.

Baroni

Ogni inverno migliaia di migranti raccolgono le arance nella piana di Gioia Tauro, tra Rosarno e i paesi sotto l’Aspromonte. Sono sfruttati da anni. Secondo i contadini, non conviene più raccogliere. Ma i braccianti arrivano, i camion si muovono, le cassette si riempiono. Da qualche parte quelle arance finiranno. Ci sono agricoltori onesti che abbandonano i campi. Ma ci sono anche imprenditori di ogni tipo che lucrano nell’ombra.

La ricchezza si accumula, non si distribuisce

Il potere del clan Piromalli nasce all’ombra degli ulivi dei latifondi calabresi. Nel dopoguerra invidiano i baroni, poi si impongono come guardiani e mediatori delle vendite. Infine li sostituiscono. Mantengono però la stessa mentalità dei loro ex padroni: la ricchezza si accumula e non si distribuisce.

Così, la piana di Gioia Tauro diventa un concentrato di contraddizioni. Accanto ai migranti senza casa e ai contadini impoveriti, ci sono i contributi milionari dell’Unione Europea. Nei campi si vedono uomini schiavizzati; nelle strade i camion trasportano la merce destinata all’export in mezza Europa. Le case dei boss sono ville con telecamere e piscine, quelle dei braccianti capanne improvvisate di plastica, lamiera e cartone.

America – Calabria andata e ritorno

L’uomo del New Jersey sale sull’aereo nel Newark Liberty e sbarca a Fiumicino. Ai terminal del noleggio auto non incontra un mafioso. Incontra un imprenditore.

Insieme vanno a Bari, poi in Basilicata, infine in Calabria. Ispezionano ditte e incontrano fornitori. Non si parla di omicidi, ma d’impianti di abbattimento, uno dei requisiti richiesti dalla grande distribuzione USA.

Ovviamente, l’uomo del clan riferisce quotidianamente a Piromalli. L’obiettivo è creare nuovi sbocchi di mercato per le arance della COPAM di Varapodio, a pochi passi da Rosarno.

Secondo gli inquirenti, la ditta era nella disponibilità dei Piromalli, “decidendo cosa avrebbe dovuto comprare, da chi avrebbe dovuto comprare e a che prezzo e a chi fatturare”.

“La ‘ndrangheta ordinò che si comprasse solo dai suoi affiliati. Impose un prezzo sempre meno remunerativo” – Giuseppe Lavorato

COPAM è tecnicamente una OP, “organizzazione di produttori”. Si tratta di strutture nate per unire i piccoli produttori e renderli più competitivi. In teoria. Nella realtà, le OP meridionali sono diventate il modo migliore per accaparrarsi fondi pubblici. Infatti, in cinque anni alla Copam sono andati almeno 3 milioni di euro tra fondi europei e contributi Agea. È questo il grande affare dell’agricoltura su cui i clan hanno messo le mani da decenni.

Fondi pubblici UE per Copam
2016
834.000
2015
800.000
2013
475.000
2012
500.000

La struttura è complessa: un totale di 39 soci, aziende e cooperative agricole calabresi e siciliane, ma anche del basso Lazio. Tutte concorrono a un fatturato di oltre 20 milioni di euro. Ovviamente non tutti coloro che avevano a che fare con Copam erano in qualche modo riconducibili ai clan. Quello che contesta la Procura è la capacità dei Piromalli di dirigere occultamente la struttura. Per fare un esempio,  i boss avevano ipotizzato di trasferire la sede nel Porto di Gioia Tauro per diminuire i costi di gestione.

agromafia

La sede Copam (dal sito ufficiale)

Copam, relativamente al panorama locale, è una realtà importante. Nel 2016, era stata tra i fornitori di AIRC nell’iniziativa “nelle piazze italiane contro il cancro, le agromafie ed il caporalato”. “È una parte della Calabria pulita che si rimbocca le maniche e fa la sua parte”, commentavano gli organizzatori.

Nonostante il senso comune parli di arance lasciate a marcire perché pagate pochi centesimi, nella Piana ci sono pochi soggetti che riescono a vendere alla Grande Distribuzione, italiana ed estera. Copam, per esempio, riforniva catene di supermercati del Nord Est e aveva un canale di esportazione in Romania che passava per la città di Timsoara.

Il percorso dei mercati

C’è poi un altro percorso, quello dei mercati. Op e ortofrutticoli dovrebbero rappresentare l’alternativa “pulita” e remunerativa: piccoli produttori organizzati che saltano la mediazione dei commercianti locali e trovano sbocchi alternativi alla GDO. Invece, questo canale è spesso sotto il controllo di mediatori e criminali. I Piromalli mantenevano il dominio sull’ortomercato di Milano tramite società controllate. Secondo gli inquirenti, tra queste ci sarebbe l’Ortopiazzolla, importante realtà specializzata nell’importazione di frutta esotica e con numerosi clienti nella GDO.

Collegamenti tra mercati e mafia
Milano
‘ndrangheta
MOF Fondi
Cosa Nostra, Camorra
MOV Vittoria
Mafia

I mercati sono da sempre nel mirino dei clan. Se quello di Milano è il più grande del Nord Italia, al sud domina il MOV di Vittoria, provincia di Ragusa. Anche qui Piromalli aveva un suo uomo, incaricato in particolare di proiettarsi verso la Romania, nei mercati di Timisoara ed Ojara.

Paradossalmente, le aree agricole agricole di Sicilia e Calabria esportano verso l’Est i prodotti ma importano lavoratori, sfruttati nelle campagne con un salario medio di 15-20 euro al giorno.

L’olio come la droga

Il prodotto grezzo si compra in Grecia, Turchia e Siria. Nei laboratori calabresi si raffina. Poi si confeziona e si vende al dettaglio lucrando sull’extraprofitto di un prodotto di scarsa qualità venduto agli ignari consumatori USA.

Non parliamo di droga, ma di olio d’oliva. Il procedimento è analogo, evidentemente i clan hanno applicato il know how della filiera della cocaina alla truffa alimentare.

agromafia

Un supermercato Walmart negli Stati Uniti

Così l’olio di sansa di provenienza estera era spacciato per prodotto Evo e proposto ai supermercati USA. Con grandi guadagni. L’obiettivo era di primo piano: le catene Walmart e Costco. La prima è una multinazionale, è considerata la prima catena al mondo nel settore della distribuzione al dettaglio. Costco è invece la più grande catena americana di ipermercati all’ingrosso.

Ma il caporalato?

Avrete notato che fino adesso non è mai apparsa la parola “caporalato”. Il documento della Procura è lungo più di duemila pagine, ma neppure una volta si parla di intermediazione illegale di manodopera.

I clan calabresi si concentrano sulle attività più remunerative: dalle truffe alimentari ai contributi europei. Non disdegnano attività legali, ma di alto livello come l’export negli USA.

Tralasciano invece attività non tradizionali (prostituzione), rischiose (spaccio), poco interessanti (caporalato). Dedicano invece enorme attenzione alla signoria del territorio. Un pizzo di pochi euro nel proprio paese è vitale dal punto di vista simbolico. Proprio per questo, nei territori controllati da clan storici, non c’è spazio per organizzazioni criminali straniere.

agromafia

Camion carichi di pomodori in partenza da Foggia

Un altro concetto importante riguarda la nascita delle organizzazioni criminali. In Sicilia e Calabria sono spesso gruppi agropastorali. Questi clan nascono con il mondo delle campagne, quindi non ha senso dire che “sempre più spesso si interessano all’agricoltura”. Non hanno mai smesso. L’hanno condizionata, spremuta e devastata.

Infine, di cosa parliamo quando parliamo di agromafia? Sarebbe generico attribuire il termine  a qualunque illecito del settore. Così anche un povero bracciante che segna qualche giornata in più per avere pochi euro dall’Inps diventerebbe un “agromafioso”. Anche un caposquadra sudanese , che magari vive nella stessa baracca dei connazionali.

L’imprenditore mafioso è – in molte circostanze – semplicemente il migliore tra i capitalisti

Seguendo un approccio giuridico, occorre considerare due aspetti:

1. l’aspetto oggettivo: è mafioso chi usa un metodo basato sull’uso effettivo o potenziale della violenza; è mafioso chi è organizzato secondo un modello associativo; è mafioso chi impone la signoria territoriale attraverso l’uso sistematico dell’intimidazione;

2. l’aspetto soggettivo: il gruppo mafioso, pur non esercitando la violenza o l’illecito, è riconosciuto come tale e quindi gode dei vantaggi che tale riconoscimento comporta.

Ripulirsi. Dai motori

Nel terzo episodio del Padrino, don Corleone è ossessionato dall’idea di portare nella legalità il suo impero economico. I Piromalli, a Gioia Tauro,  intervengono pesantemente nelle faide e usano l’omicidio come strumento di potere. A Milano e New York si presentano come imprenditori.

Spesso appaiono come i più competitivi tra gli imprenditori: ampie disponibilità finanziarie, ottimi prezzi, nessun problema sindacale. L’imprenditore mafioso è – in molte circostanze – semplicemente il migliore tra i capitalisti. Così si spiegano gli investimenti in mezzo mondo (Europa dell’Est, Nord e Sud America). In tutti i settori: servizi, agricoltura, edilizia. E anche turismo, con investimenti – comprati a suon di mazzette – nei maggiori villaggi: Club Med, Valtour, Alpitour.

Grazie agli appalti dello Stato, negli anni ’70 la mafia diventa imprenditrice

La legalizzazione di un impero economico costruito col sangue è un’esigenza vitale. Tra arresti e – soprattutto – sequestri di beni l’equilibrio è fragile anche per un clan che si vanta di avere “cent’anni di storia”.

In passato lo strumento era la politica. Sfruttando ampie connivenze i Piromalli riuscirono a ottenere gli appalti per il quinto centro siderurgico di Gioia Tauro (mai realizzato), un affare che segna lo storico passaggio alla mafia imprenditrice. Storie leggendarie parlano di un clan che chiamava il centralino della presidenza del Consiglio, di contatti con centrodestra negli anni berlusconiani, di pranzi-summit al ristorante “Il fungo” all’Eur, persino di un caffè offerto ad Andreotti all’inaugurazione dei lavori nell’area industriale di Gioia.

Agromafia. Principali centri di interesse dei Piromalli

Oggi l’obiettivo è diventare legali. Uno dei nemici principali è Google. In una intercettazione, il boss chiede a un suo uomo di retrocedere in quinta o sesta pagina i link che parlano dei suoi precedenti penali. Si rallegra quando scopre di avere un omonimo che si occupa di poesia. Chi cerca “Antonio Piromalli” non dovrebbe trovare arresti domiciliari, lignaggi mafiosi e fatti di sangue. Nei sogni dell’uomo che vive ormai stabilmente a Milano, i partner commerciali di mezzo mondo dovrebbero cliccare su pagine che parlano di imprese di successo e di ottimi prodotti dell’agricoltura italiana.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri “Gli africani salveranno Rosarno” (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e “Voi li chiamate clandestini” (manifestolibri 2010), “Zenobia” (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L’Espresso.