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Il disastro umanitario oltre Lampedusa

C’è l’invasione anche quando in Italia non si ferma nessuno. Ci sono gli sbarchi a Lampedusa anche quando 11mila persone passano da tutt’altra parte. I luoghi comuni nascondono il disastro dei centri improvvisati, dei respingimenti differiti, dei minori non accompagnati. E i partiti non parlano di corridoi umanitari per paura di perdere voti

Lampedusa, un sorriso per la stampa

Da gennaio circa 11mila profughi sono arrivati in Italia. Sono stati salvati in mare e nessuno di loro è sbarcato autonomamente. Neanche uno è passato da Lampedusa. Eppure si parla ancora di sbarchi a Lampedusa. Lampedusa è un’ossessione. I profughi provengono da aree di conflitto ben delimitate (Siria, Eritrea, Somalia) e sarebbe molto più utile provare a parlare delle cause di quelle guerre piuttosto che blindare le frontiere. O gridare all’invasione. Che non c’è mai stata, meno che mai ora.

L’Italia in crisi non attira lavoratori. Chi scappa dalle guerre ha ormai bocciato il nostro deprimente sistema di “accoglienza”. Circa il 6% dei siriani arrivati in Italia ha deciso di rimanerci. Spesso perché costretti da poliziotti che hanno preso le impronte con la forza. Per tutti gli altri meglio rischiare di essere espulsi dalla Svezia che rimanere in un paese dove i disoccupati trattengono i profughi per mesi in fabbriche dell’umanitario come Mineo. Creato dai politici e sostenuto da una intensa attività di propaganda.

Basterebbe aprire i corridoi umanitari per cancellare i naufragi nel Mediterraneo. Ma quale partito ha il coraggio di farlo? Se persistono i luoghi comuni, un atto in favore dell’immigrazione significa un’infinità di voti in meno. E i luoghi comuni sono duri a morire. Per esempio quello secondo cui il profugo è una specie di parassita. Quando gli Stati Uniti accolsero i perseguitati dal nazismo, arrivarono Alberto Einstein e Claude Lévi Strauss. Chissà quanta ricchezza umana è passata dalle docce con gli idranti a Lampedusa; è stata rinchiusa e umiliata in centri improvvisati in aperta campagna, pronta per lo sfruttamento agricolo; affidata a cure amorevoli e prolungate quando avrebbe voluto solo andare via; ingabbiata in una burocrazia insensata fatta da una rete di commissioni prefettizie e questure.

Quante energie sprecate. Anche in questi giorni, nei nuovi centri di smistamento di Pozzallo, Siracusa, Augusta. Chiamati senza fantasia “nuove Lampedusa”. Una cosa tutto sommato semplice (il trasferimento di persone) assume i caratteri della tragedia, viene incasellato nell’emergenza. Sempre come fosse la prima volta. L’improvvisazione italiana, da anni, crea il dramma dei minori non accompagnati e dei respingimenti differiti di chi avrebbe avuto diritto almeno ad essere ascoltato. A Lampedusa non ci sono migranti adesso. Ma tutto intorno è il disastro che nessuno vede.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.