Logistica. La rivolta dei conferiti Notizie Primo Ruspe o biberon?

Oltre Lampedusa. Perché l’operaio-migrante dell’Ikea è osceno?

migrante

Le politiche dell`Europa Fortezza hanno prodotto negli anni sprechi e lutti. Eppure rimangono immutate. Qual è il motivo? La frontiera chiusa ha un consenso popolare perché rimane diffusa l`idea secondo cui il migrante è un rivale nell`accaparramento delle risorse pubbliche e un concorrente per il lavoro. Valorizzare esperienze come quella dei lavoratori migranti della logistica serve a ribaltare questa idea e superare la contrapposizione

Scritto da Antonello Mangano

Pubblicato su MicroMega

Carmelo Bene diede una definizione di osceno etimologicamente scorretta ma suggestiva: tutto ciò che sta fuori dalla scena. Dopo la tragedia di Lampedusa è ripreso il dibattito sull’immigrazione contrapponendo due posizioni. Una vera e una falsa. La prima sostiene che le vittime dipendono dalle politiche – sostanzialmente militari – dell’Europa Fortezza che blinda le sue frontiere. La seconda, che i morti sono solo il frutto dell’avidità di trafficanti privi di scrupoli che sfruttano la disperazione di masse povere.

Il primo punto di vista, pur essendo veritiero, non ha alcuna possibilità di mutare la situazione reale se non aggiunge una domanda. Perché da anni queste politiche sono in vigore indipendentemente da tutto il resto? Il numero degli arrivi, le situazioni di pace o conflitto nei paesi di partenza e la crisi economica europea hanno profondamente mutato il contesto. Le politiche basate sulla filosofia di Frontex sono rimaste identiche. Perché?

La risposta è estremamente sgradevole: perché queste politiche hanno un consenso popolare. Basta osservare, anche nei giorni dell’emotività del post tragedia, quando erano ancora schierate sul terreno le decine di bare dei morti di Lampedusa, l’ondata di commenti su Internet che possono essere riassunti in una domanda: un padre che ha difficoltà a nutrire i suoi figli ne adotterà degli altri?

Usciamo per un attimo dalla dicotomia razzismo / antirazzismo, buoni / cattivi e proviamo a rispondere a questa domanda. Oggi arrivano in gran parte profughi e pochissimi migranti economici. La soluzione è a portata di mano: una frontiera (più) aperta, con corridoi umanitari per chi scappa (adesso) da Siria e Corno d’Africa. Una gestione europea che permetta di uniformare criteri di accoglienza, politiche e numero di persone ospitate. La politica può realizzare questa soluzione con poco sforzo. Persino il Brasile ha aperto un corridoio umanitario con la Siria. Eppure la frontiera europea rimane chiusa. Oggi non esiste una sola forza politica che conta capace di sostenere con convinzione l’idea del corridoio umanitario. In Italia e in Europa le forze di destra sono sempre più xenofobe ed esercitano l’egemonia culturale su quelle di centrosinistra. Esistono solo reti che fanno pressione sulle parti politiche. Quali risultati può ottenere un movimento se rimane sganciato dalle forze reali della società? Dai rapporti di forza concreti? Dalle situazioni materiali?

La frontiera chiusa ha un consenso popolare perché rimane diffusa l`idea secondo cui il migrante è un rivale nell`accaparramento delle risorse pubbliche e un concorrente per il lavoro. Questa idea non è del tutto falsa. E lo sarà sempre meno con una crisi che spingerà gli italiani a cercare lavori sempre meno «prestigiosi». L’apertura delle frontiere con l’Est Europa non è stato quel cataclisma che i partiti di destra (e non solo) preventivavano. L’allarme che ha portato Grillo a parlare di «sacre frontiere» era follia. Ma ha provocato scompensi (anche tra gli stessi migranti, vedi quello che succede nelle campagne del Sud a Vittoria e a Corigliano) che vanno affrontati con un contratto di lavoro europeo, non con uno sterile dibattito sui «migranti». Il «migrante», per altro, è una figura inventata dalla nostra pigrizia: non esiste una figura unica, ma una molteplicità di situazioni che mutano nello spazio e nel tempo.

Dovremmo quindi introdurre nel discorso un elemento in più, fuori dalla retorica «umanitaria» e sostanzialmente cattolica che oggi è egemone. Introducendo sulla scena, accanto all’africano che sbarca a Lampedusa, l’operaio egiziano (che possibilmente è sbarcato seguendo lo stesso percorso di «clandestinità» di altri) ma che arriva a sconfiggere l’Ikea e tutte le altre aziende che usano le false cooperative di caporalato, recuperando contributi per le casse pubbliche e migliorando le condizioni di tutti, in particolare dei colleghi italiani che non avevano mai avuto il coraggio di pensare a uno sciopero.

In questi ultimi anni le cooperative in subappalto che assumevano solo stranieri a condizioni pessime hanno devastato il mercato del lavoro del Nord Italia, ingrassando le aziende e – molto probabilmente – portando voti alla Lega. Il lavoratore italiano ha dato una risposta istintiva, brutale e sostanzialmente inutile. Nessuno però gli ha spiegato che la soluzione era una battaglia comune per i diritti, non la contrapposizione che ha favorito solo lo sfruttamento. Invece il migrante, nel discorso pubblico anche progressista, rimaneva un semi-deficiente bisognoso di eterna «accoglienza» e assistenza.

Le leggi sull’immigrazione, storicamente, regolano più il mercato del lavoro che gli ingressi. Oggi succede negli Stati Uniti con i latinos, negli emirati con gli asiatici, persino in Libia con i subsahariani. Il consenso popolare a leggi non proibizioniste arriverà introducendo sulla scena Mohamed Arafat e le lotte nel polo logistico, Yvan Sagnet e lo sciopero di Nardò, le rivolte di Rosarno e Castel Volturno. Momenti importanti e opportunità non colte per interagire con culture diverse e non integrate, non rassegnate. Per prendere esempio ed estendere i diritti. Per migliorare le nostre condizioni. Altrimenti l’attenzione ai migranti rimarrà un bel gesto umanitario di una minoranza guardata con sospetto. Rosarno 8 gennaio 2010 può diventare il nuovo primo maggio, il giorno della ribellione alla mafia e allo sfruttamento grazie a chi viene da fuori e porta uno sguardo altro.

Durante le commemorazioni della strage è stata detta una cosa illuminante, a suo modo: «Basta parlare dell’Iva, occupiamoci di Lampedusa». Ecco, è il contrario: ci dimenticheremo presto dei naufragi se non riusciamo ad agganciare il discorso immigrazione alle condizioni materiali delle persone.

Infine, per quanto riguarda i profughi. Si deve rispondere a chi dice: non abbiamo soldi per accoglierli. Intanto quanto costano l’apparato di Frontex, il pattugliamento delle frontiere, le attività di soccorso e l’addestramento delle forze di polizia degli altri paesi? Certamente non poco. Poi bisogna ricordare che l’ultima «emergenza Nord Africa» si è risolta in una misura anticrisi a favore di gruppi di assistenza e alberghi di ogni tipo, con scarsissimi benefici per i migranti «accolti». Ma sarebbe opportuno ricordare Riace, quel progetto lasciato nell’isolamento. Quanti luoghi di un paese ormai vecchio, in perenne crisi demografica, potrebbero essere rivitalizzati da una seria politica di valorizzazione dei profughi? I migliori risultati nella storia si sono ottenuti lottando per una comunanza di interessi. E, come dice Sagnet, tutto ciò che abbiamo di bello lo abbiamo avuto con la lotta.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri “Gli africani salveranno Rosarno” (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e “Voi li chiamate clandestini” (manifestolibri 2010), “Zenobia” (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L’Espresso.