Da bambino era un emigrato siciliano clandestino in Svizzera. Oggi padre Arcangelo fa il missionario nella sua nazione, nella baraccopoli autocostruita dei raccoglitori di pomodoro. Celebra messa tra le prostitute. Insegna italiano, ripara le bici, promuove vertenze sindacali. Ci mostra una mondo dove convivono caporali e multinazionali giapponesi. E vive accanto a centinaia di profughi della guerra in Libia, fuoriusciti dell’emergenza Nord Africa. Persone che l’Italia doveva proteggere e che ha consegnato alla schiavitù dei campi

     

Scritto da Antonello Mangano

Pubblicato su l`Espresso

Le foto: Cercando la felicità sotto le lamiere

FOGGIA – «Quando suonava il campanello correvo a nascondermi nell’armadio». Arcangelo Maira è figlio di emigrati della provincia di Caltanissetta. La legge svizzera sull’abitabilità prevedeva una stanza per ciascun figlio. «La nostra casa invece era piccola. A Basilea sono cresciuto col timore della polizia, con la paura che ci cacciassero via», racconta. «Ero un clandestino».

Oggi padre Arcangelo fa il missionario nella sua nazione, nella baraccopoli autocostruita dei raccoglitori di pomodoro. È il Grand Ghetto di Rignano Garganico, oltre mille africani nel nulla della pianura coltivata a pomodori. Domenica ha celebrato messa nel quartiere nigeriano del Ghetto. Una zona con bar, superalcolici, luci stroboscopiche, divani e  musica afroamericana che non si spegne mai. La sera, agli ingressi, donne seminude attirano giovani foggiani alla ricerca di un rapporto a basso costo.

«Gesù andava da quelli che gli altri evitavano», dice nell’omelia. I suoi fedeli sono giovani volontari, qualche nigeriana e un ivoriano appena uscito di prigione che vuole battezzarsi. «Ho fatto cinque anni per un litigio», racconta. «Mi hanno accusato senza prove, oggi vivo dai monaci». Nei pressi una ragazza canta «sexy girl». Sul bancone del bar, un vecchio cartello pubblicitario recita: «Cos’è la felicità?».

La vertenza

Padre Arcangelo ci fa da guida tra le vie polverose. In genere chi arriva per la prima volta lo chiama «l’inferno». Senza riflettere sulle cause che lo producono. La prima di queste è lo sfruttamento. «Ho sostenuto la vertenza sindacale di 320 braccianti», racconta il missionario scalabriniano. «A fine stagione, come spesso avviene, due caporali erano spariti senza pagare. Eppure hanno lavorato per una delle più grosse aziende della zona. Siamo andati a cercare i lavoratori fino a Rosarno. Moltissimi hanno firmato la denuncia, ora aspettano che la giustizia faccia il suo corso».

Per evitare che accada di nuovo i volontari stanno stampando e distribuendo il «diario del lavoratore»: un libretto in cui segnare data, orario, nomi dei compagni e cellulare, luogo. E soprattutto i soldi ricevuti e quelli da avere. Altrimenti inseguire il caporale diventa un’avventura.

Nel 2011, durante la raccolta delle angurie, gli africani diedero vita al primo (e unico) sciopero dei braccianti in Puglia. Yvan Sagnet ne era il portavoce, oggi fa il sindacalista. Ci mostra un foglietto in cui sono annotati debiti da saldare per 15mila euro. In quelle righe ci sono un’intera stagione di raccolta, decine di braccianti senza paga e un caporale in fuga. Per evitare sorprese, i lavoratori annotano numeri di targa, registrano cellulari. I caporali affinano le loro tecniche. Per caso leggiamo un sms di un rumeno che si riferisce al «barbuto»: usa soprannomi anziché nomi propri. Dopo lo sciopero di Nardò il caporalato è reato penale e una traccia scritta può portare in galera.

I giapponesi

Entriamo in un campo di pomodori nei pressi di Borgo Mezzanone. La grande macchina per la raccolta automatizzata è guasta. I camionisti campani aspettano che venga riparata. «Costa 80mila euro», spiegano. Intanto la raccolta non si ferma. Una squadra è già all’opera. In mezzo un uomo con camicia, penna all’orecchio e foglio di carta. Il caporale rumeno urla ordini agli africani piegati a testa in giù. «Ho raccolto tre cassoni», dice un lavoratore. «No, sono due», ribatte lui. La discussione è già finita. Tutto alla luce del sole, compresi i cassoni marchiati che porteranno il prodotto in provincia di Salerno. «Il caporalato è il sistema di gestione dei lavoratori più efficiente per le aziende», spiega Gianluca Nigro, operatore sociale con quindici anni di esperienza sull’immigrazione in Puglia. «La formazione delle squadre, i pagamenti, il rispetto dei tempi: tutto è esternalizzato. Quando non occorre, se non è funzionale alla produzione, il caporalato non c’è ma i salari sono sempre bassi».

La provincia di Foggia produce buona parte del pomodoro italiano, raccolto da circa 15 mila braccianti africani e dell’Est Europa. Il salario è sempre lo stesso: 3,5 euro a cassone, lo scatolone da 300 chili.  Eppure non si tratta solo di un’economia arcaica come potrebbero suggerire i taglieggiamenti sulle paghe, la fatica di scuotere le piante sotto il sole di agosto, le urla dei «capi» e le fughe coi soldi. Tutta Europa viene inondata dalla produzione locale. Il più importante imprenditore della provincia, Russo, l’anno scorso ha venduto a Princes Italia, una società britannica controllata dalla multinazionale giapponese Mitsubishi. Pelati, cubetti e concentrati finiranno in Inghilterra, Germania e Francia. Paradossalmente, il 10% va al mercato africano. Complessivamente l’80% è destinato all’export, con ricavi per 272 milioni di euro. Ovviamente non tutto il pomodoro viene raccolto con squadre e caporali. E ogni anello della filiera può dire di ignorare cosa avviene nel passaggio precedente.

Rifugiati

Nel pomeriggio torniamo al Ghetto. I ristoranti preparano i piatti per la sera. Il migliore è riso con agnello alla brace. La radio inizia le sue trasmissioni, fm 97, per una copertura che non supera le ultime baracche. Musica e parole: i problemi sono i contratti fittizi e le paghe da fame. Padre Arcangelo inizia a riparare le biciclette insieme ad altri volontari. Un mezzo proprio significa almeno risparmiare cinque euro sul trasporto nei campi. Accanto c’è la scuola d’italiano. M. viene dal Mali. «Mineo» dice, «vengo da Mineo». Si riferisce al Cara in provincia di Catania. È uno dei profughi transitati dai centri italiani in seguito all’emergenza «Nord Africa» iniziata nel 2011. Allora la guerra in Libia spinse verso Lampedusa centinaia e centinaia di persone che nel paese di Gheddafi lavoravano regolarmente e che il conflitto aveva espulso.

A distanza di due anni M. rimpiange la Libia. Non parla l’italiano, vive a Castel Volturno e lavora nei campi come bracciante. I suoi occhi rivelano che la stagione sta andando male. Come lui tantissimi altri. Secondo i volontari, circa il 30% degli abitanti del Ghetto ha seguito lo stesso percorso: sono persone che l’Italia doveva proteggere e che ha consegnato alla barbarie dei campi. Lo scorso aprile il tribunale di Francoforte dava ragione a un giovane afgano che voleva restare in quella città. Per il regolamento «Dublino» rischiava l’espulsione in Italia, primo paese dove era stato registrato. «Quello non è un paese sicuro per i rifugiati», dicevano i giudici tedeschi accogliendo il ricorso. Al Ghetto il concetto risulta del tutto evidente.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.