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Invasione, buonismo e ladri di lavoro. Dizionario dei luoghi comuni sull’immigrazione

Dopo gli arrivi dell`estate 2013, il dibattito sull`immigrazione è sempre più arenato su opposti luoghi comuni. Da un lato i buoni sentimenti, dall`altro la “cattiveria” di stampo leghista. «Dobbiamo accoglierli» contro «portateli a casa vostra». Numeri e fatti devono essere la base per comprendere i mutamenti e gestire le opportunità, non i problemi. Prima che sia troppo tardi, perché l`Italia da tempo non è più un paese che attrae

     

Scritto da Antonello Mangano

Pubblicato su «MicroMega»

 «L’immigrazione è un fatto sociale totale»  –  Abdelmalek Sayad

Sempre più spesso video, articoli e post che parlano di immigrazione sono «assediati» da commenti che sarebbe semplicistico definire razzisti, una categoria che assume sempre meno significato. Ma ci sono e sono sempre di più. Per quale motivo? Forse per l’egemonia culturale della Lega, costruita negli anni e rafforzata dall’accodamento di chi doveva contrastarla. Forse, semplicemente, per effetto di un Paese impaurito e incattivito dalla crisi. Ma anche per l’incapacità di spiegare, parlare di fatti e numeri. Ai luoghi comuni di destra si contrappone un buonismo derivato dalla peggiore tradizione cattolica. Proviamo, invece, a usare la ragione.

Sono troppi, è un’invasione

Gli sbarchi sono “coreografici”. Trasmettono l’idea dell’invasione. In realtà, gran parte sono salvataggi in mare da parte di unità della Guardia Costiera. Il maggior numero di immigrati arriva da sempre in aereo, con un visto turistico, via terra dal confine orientale o nei porti dell’Adriatico. Ma sono arrivi invisibili e dunque non suscitano allarme.

La quota di arrivi via mare oscilla dai 36mila nel 2008 fino a 67mila nel 2011. Quest’anno siamo a circa 25mila e la cifra non dovrebbe aumentare di molto, perché gli arrivi sono concentrati nel periodo estivo. Bisogna considerare che – negli anni in cui arrivavano soprattutto migranti economici – l’Italia si “arricchiva” in media di un piccolo paese da 20mila abitanti. Troppo poco per parlare di invasione.

Da due anni a questa parte arrivano soprattutto profughi. Sulle coste siciliane e calabresi, quest’estate, sono arrivati esclusivamente profughi. Persone cioè che scappano da Eritrea, Somalia, Siria, Egitto. Paesi con conflitti endemici o temporanei. Gente che non vuole quasi mai rimanere in Italia e lo considera solo un paese di transito verso la Germania o la Svezia – luoghi capaci di offrire ben altro in termini di inserimento. Oppure, a guerra finita, vogliono tornare al loro paese.

L’Italia dovrebbe offrire solo un buon transito. Evidentemente non ne è capace. La bocciatura della Grecia in ambito europeo come Paese incapace di gestire l’accoglienza dei profughi ha significato l’inizio sostanziale della crisi.

Non possiamo mantenerli, portateli a casa vostra

I profughi – dopo aver ottenuto asilo politico – non sono mantenuti a vita. Devono essere accompagnati verso la possibilità di camminare con le proprie gambe. In Italia, invece, sono concepiti come una «mucca da mungere» secondo le regole della shock economy, che nella versione italiana diventa fondi a pioggia per soggetti di qualunque tipo: con l’emergenza «Nord Africa» del 2011 anche alberghi e casolari hanno beneficiato della guerra libica. Una misura anticrisi clientelare e inefficace, senza alcun beneficio per gli stranieri.

L’obiettivo diventa così trattenere più a lungo possibile i migranti, in particolare durante l’attesa per la richiesta di asilo. Un centro come quello di Mineo ospita oltre 3000 richiedenti in attesa. È una fabbrica della disperazione. Le proteste dei migranti (numerosissime negli ultimi due anni, in qualche caso anche violente) hanno un solo scopo: velocizzare le procedure, uscire dai centri, iniziare a lavorare. Magari in un Paese meno cialtrone.

Non è un caso che, dopo gli «sbarchi», tutti si affrettano a chiedere soldi all’Europa. Non si parla di efficienza, razionalizzazione, organizzazione. Semplicemente denaro, che in grandissima parte finisce agli italiani. Non è un caso che nei centri si distribuiscano pocket money, buoni che possono essere spesi all’interno o nei dintorni per comprare solo determinati beni.

Già non c’è lavoro per noi

Tutti i rapporti degli organismi internazionali da anni dicono che le migrazioni si stanno spostando dall’Europa ai paesi emergenti. La fascia meridionale europea, in particolare, è sempre meno «appetibile». I dati del rapporto Ismu 2012 mostrano che gli arrivi di migranti economici sono praticamente terminati.

Questo porterà a una notevole ristrutturazione del mercato del lavoro in Italia. È tipico dei paesi ricchi, dall’Europa agli Emirati arabi, affidare ai migranti le fasce basse. Gli italiani in questi anni hanno potuto in gran parte (anche se per esempio in edilizia locali e migranti spesso lavorano fianco a fianco) dedicarsi a lavori intellettuali e impiegatizi, persino “artistici”. Il problema non è più «ci tolgono il lavoro» ma «come faremo senza di loro».

Il lavoro migrante – da sempre – è usato dalla controparte padronale in funzione antisindacale e per comprimere i salari e diritti. Ma sono stati proprio i lavoratori migranti – a differenza di piagnucolosi italiani – a organizzare gli scioperi in agricoltura (Nardò, Castel Volturno) e nella logistica (Milano, Bologna, Piacenza). Arrivando a contrapporsi a organizzazioni criminali e potenti multinazionali.

Aiutiamoli al paese loro

Secondo gli xenofobi dal volto umano, dobbiamo impedire le migrazioni e «aiutarli al paese loro». Ma gli spostamenti di massa sono da sempre un modo per far crescere le economie locali. Cosa sarebbe oggi l’Italia senza le rimesse di milioni di emigranti che nell’arco di due secoli hanno lavorato in condizioni disumane pur di mandare dollari alle loro famiglie?

Oggi, allo stesso modo, paesi come le Filippine si reggono sulle rimesse degli immigrati, così come la Polonia. I polacchi non emigrano più – almeno in paesi come l’Italia – perché sull’emigrazione degli anni ’90 hanno costruito la loro crescita. Impedire le migrazioni significa fermare questa forma di riequilibrio della distribuzione della ricchezza e – di conseguenza – aprire la strada a esodi veramente di massa.

(Fine prima parte) – Vai alla seconda parte

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.