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La strage dimenticata. Quando i bambini fecero la guerra a Cosa Nostra

Alla fine degli anni `80 una spaventosa guerra di mafia sconvolse la Sicilia meridionale. Centinaia di cadaveri nelle strade. Killer bambini. Anziani boss uccisi in piazza. Giovani vittime. Era la guerra della Stidda a Cosa Nostra. Nuove generazioni che non riconoscevano l`autorità e le regole dei vecchi capi. Non è facile tenere viva la memoria di quel periodo oscuro. A Gela qualcuno ci prova.

GELA (CL) – Alla fine degli anni ’80 i bambini dichiararono guerra a Cosa Nostra. Killer appena adolescenti ammazzavano boss ultrasessantenni. Quando i bambini tiravano fuori la pistola i vecchi capi avevano appena il tempo di meravigliarsi. Da Porto Empedocle ad Agrigento, da Gela a Niscemi. Era nata la Stidda. Giovani criminali stanchi di vecchie regole e poteri immutabili. Rapinatori, scippatori, spacciatori e drogati. Tutti quelli che – secondo le norme della vecchia mafia – non sarebbero mai diventati uomini d’onore. Addestravano i bambini per uccidere, come in una guerra africana. Tredicenni col motorino, senza casco, armati della loro incoscienza, uccidevano vecchi mafiosi abituati al rispetto dell’intera comunità.

La guerra produsse centinaia di morti. Cosa Nostra reagì duramente. Non era importante eliminare gli avversari. Bisognava paralizzarli col terrore. Gli omicidi avvenivano in strada, davanti alla gente. L’Italia non fece caso a una mattanza che insanguinava la Sicilia meridionale, alla stessa latitudine del Nord Africa. Solo tre stragi ottennero un po’ d’attenzione. La prima nel 1990 a Porto Empedocle, il paese di Andrea Camilleri. Un’azione da gangster. I killer stiddari devono uccidere il vecchio boss davanti a tutto il paese. Sparano anche agli accompagnatori del mafioso, ammazzano altre due persone. La folla scappa da tutte le parti. Sempre nel 1990, a Gela, otto morti. Tre agguati in venti minuti. Nel 1999 la guerra si sposta a Vittoria, nel ragusano. Non è una zona tradizionale di mafia. I cinque morti tra i 18 e i 30 anni sconvolgono la comunità.

A metà anni ’90 la guerra è finita. Nessuno ama riaprire quelle ferite. Siamo a Gela, in una città che ha conosciuto un rapido cambiamento. L’operazione memoria porta la firma di Rocco Morello, fotografo di nera. In quegli anni fotografava cadaveri sui marciapiedi, nei vicoli, al volante di utilitarie. Scatti in bianco e nero, immagini sgranate, chiazze di sangue. E titoli come «Gela ridiventa Chicago». Ora Morello vuole tenere viva la memoria. Porta in giro una mostra con quelle immagini. I parenti, però, non hanno gradito e hanno voluto che i volti dei congiunti uccisi o arrestati venissero coperti da una striscia.

Il direttore di «Video Golfo», storica tv locale, racconta quegli anni difficili. Era impossibile lavorare. I criminali entravano in redazione e protestavano. Non perché non avevano gradito un servizio del telegiornale. Semplicemente perché era andato in onda. Dei delitti non doveva parlare nessuno.

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Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.

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