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Calabria. I rumeni fanno arrestare il boss dopo una serie di violenze razziste

San Gregorio, provincia di Vibo Valentia. Per mesi il figlio del boss Mancuso, uno dei più potenti della ‘ndrangheta, ha preso di mira la comunità rumena di un piccolo paese calabrese. Ma i migranti, a differenza degli italiani, non hanno subito in silenzio. E alla fine il giovane boss è stato condannato con l`aggravante dell`odio razziale.

Scritto da Antonello Mangano

Pubblicato su Libera Informazione

SAN GREGORIO D’IPPONA (VV) – Il primo lo hanno preso, immobilizzato e gli hanno tagliato i capelli che portava raccolti in una coda. Il secondo lo hanno colpito con un cacciavite. Il terzo lo hanno investito mentre era in bicicletta. L’ultimo si chiama Ion. Lo hanno pestato con un mattone. E calci e pugni fino a lasciarlo in una pozza di sangue. Era il 10 agosto del 2011. Ad aprile Luigi Mancuso, 19 anni, è stato condannato per tentato omicidio con l’aggravante del razzismo. Cinque anni di reclusione in primo grado. I rumeni hanno testimoniato, gli italiani non hanno visto niente. «La speranza è che i cittadini prendano esempio dall’atteggiamento collaborativo di quegli stranieri che hanno subito i gravi reati per cui si procede», dice il Procuratore di Vibo Mario Spagnuolo.

Mancuso e il complice – 18 anni – erano sicuri dell’impunità. Più volte avevano usato il nome della ‘ndrina per promettere vendetta. Il padre – uscito dal carcere – avrebbe «ammazzato parecchi rumeni nella zona». «I miei fratelli di Limbadi mi proteggono», aggiungeva. Le aggressioni sono avvenute di fronte a decine di testimoni impauriti. Verso la fine di ottobre, a casa di Sheau sarebbe andato un uomo per avvertirlo. Gli uomini che ti hanno aggredito sono molto pericolosi, gli avrebbe detto. Se parli ti uccideranno.

Gli abitanti del luogo – a differenza degli stranieri – sanno bene chi hanno di fronte. Luigi è figlio di Peppe, uno dei boss più importanti, detto «mbrogghjia», imbroglia. Secondo i collaboratori di giustizia il nomignolo deriva dall’abitudine di eliminare i nemici col doppio gioco.

I Mancuso sono specializzati nel narcotraffico con la Colombia. La Commissione Antimafia li definì il «clan finanziariamente più potente d`Europa». Negli anni scorsi uno dei boss fu eletto sindaco del suo paese nonostante all’epoca fosse latitante. Qualche anno fa, nel porto di Gioia Tauro, fu sequestrata un’enorme quantità di cocaina mimetizzata all’interno di lastroni di marmo destinati a una piccola ditta della zona.

Ion Sorin Sheau, bracciante agricolo, ha un nome troppo complicato. In paese era per tutti «Antonio». Dopo l’aggressione è rimasto per qualche giorno all’ospedale di Catanzaro, in condizioni disperate. Le lacerazioni alla scatola cranica, al volto e al torace lo hanno portato a un passo dalla morte. Al risveglio ha iniziato a parlare.

Per sessanta giorni due ragazzini hanno perseguitato la piccola comunità rumena del luogo. Senza alcun motivo. Alcuni testimoni, pesantemente minacciati, hanno preferito fuggire all’estero. Adesso i colpevoli sono stati condannati, ma solo grazie al coraggio dei lavoratori stranieri. Non è la prima volta che accade. A Locri la comunità indiana era perseguitata dai criminali locali. Anche in quel caso trovò il coraggio della denuncia. A Rosarno il caso più celebre. A dicembre 2009 gli africani denunciarono in massa l`uomo che aveva ferito due braccianti. Era il killer del clan Pesce.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.