Emergency a Venezia. Dove i pazienti bisognosi sono anche italiani

 

Emergency interviene da sempre nelle zone di guerra di tutto il mondo. Da qualche anno opera anche in Italia. Con ambulatori mobili nelle campagne del Sud e con due presidi stabili: a Palermo e Marghera. Nati per i migranti, sono diventati un riferimento per gli italiani. In Veneto un paziente su cinque è italiano: “Non ho i soldi per ricomprare il mio sorriso”. Sono senzatetto, pensionati e gente che ha perso il lavoro. E sono un segno delle nuove povertà: “In Veneto un disoccupato è come un morto che cammina”

MARGHERA (VE) – Quando gli operatori di Emergency hanno inaugurato l’ambulatorio in Veneto sicuramente non se l’aspettavano. Era il dicembre 2010. Dopo 8500 prestazioni offerte gratuitamente, i numeri rivelano il 21% dei pazienti è veneto. Uno su cinque. “Il fenomeno è legato in gran parte alle cure odontoiatriche”, spiega Pietro Parrino, coordinatore dell’Ufficio umanitario dell’associazione fondata da Gino Strada. “I pazienti ticket esenti per motivi di reddito devono comunque pagare un contributo per le protesi dentarie, parliamo di circa 250 euro per arcata. Non hanno a disposizione quei soldi, come del resto è ufficialmente riconosciuto. Se hai una esenzione da reddito sotto gli 8mila, vuol dire che ogni mese ricevi una pensione o uno stipendio da 600 euro. Noi forniamo tutto gratuitamente a chi non ha denaro sufficiente”.

“Non ho i soldi per ricomprare il mio sorriso”, racconta Michele, 50 anni, disoccupato. Anche a lui Emergency ha offerto una protesi. “Nel nostro ambiente il lavoro viene prima di tutto, anche della salute. E ora che il lavoro non c’è più, gli extracomunitari siamo diventati noi”, aggiunge con un marcato accento veneto. “Qui un disoccupato è come un morto che cammina”.

Dal 1994 Emergency ha lavorato in 16 paesi e attualmente opera in 6 (Afghanistan, Iraq, Sudan, Sierra Leone, Repubblica Centrafricana). Territori di conflitti drammatici. “All’estero l’accesso ai nostri ambulatori avviene in base alla tipologia d’intervento. Se ti hanno sparato noi ti curiamo”, ci spiega ancora Parrino. “In Italia la discriminante è il reddito. Abbiamo pazienti che ci dicono di non avere in tasca cinque euro per pagare il ticket. Sono clochard, ma anche pensionati. Soprattutto è gente rimasta senza lavoro, con le bocche distrutte e senza 300 euro per pagarsi una protesi. Poi nel Nord Est ci si vergogna a dire di non avere soldi. Non è gente che se ne approfitta”.

Non è stato sempre tutto facile. I contrasti con la dirigenza della sanità locale continuano ancora oggi. Nel 2011 si arrivò a uno scontro aperto. Sette fra medici e infermieri della Ulss 12 che prestavano servizio volontario presso il Poliambulatorio ricevevano una lettera di diffida a continuare la loro opera di volontariato. La struttura si configurerebbe come “un sistema alternativo e confliggente con quello del Sistema sanitario nazionale”. Non intendiamo sostituirci in alcun modo alle strutture ufficiali, rispondeva Emergency. “Vogliamo solo integrare i servizi disponibili e facilitare l’accesso alle strutture pubbliche”.

Proprio quest’ultimo punto è molto apprezzato dai migranti. La burocrazia italiana può essere un girone infernale. “Milano è piena di cinesi ed est europei che si curano da soli”, ci dicono i volontari. Solo da sei mesi in Lombardia è stato recepito il codice ENI che garantisce i servizi sanitari per i neocomunitari. Ma Romania e Bulgaria, per esempio, sono entrate nell’Unione Europea già nel 2007.

Paradossalmente, l’accesso più semplice ed economico ai servizi è quello riservato agli irregolari. Il codice STP è assegnato ai migranti senza documenti. A loro non è richiesto ticket (circa 60 euro), per cui in Lombardia  sarebbe nato uno smercio di codici. Chi ha il permesso deve pagare, di conseguenza c’è chi preferisce “acquistare” un codice STP al mercato nero. Nella zona di Marghera, invece, il medico che assegna i codici è inquadrato in un reparto specialistico, per cui anche gli irregolari che fanno richiesta devono pagare il ticket. Una vera giungla.

Appare senza particolari “sorprese” l’esperienza dell’ambulatorio di Palermo. Dal marzo 2006 risultavano effettuate circa 58mila prestazioni. Qui la maggior parte dei pazienti sono migranti. L’intervento in Italia si completa con gli ambulatori mobili che viaggiano nelle campagne del Sud. Ormai da anni le raccolte (arance, pomodori, patate) diventano vere emergenze umanitarie. Per meglio dire, sono affrontate con gli strumenti tipici di quelle crisi. La tendopoli della Croce Rossa a Cassibile, i container della Protezione Civile a Rosarno, la distribuzione di kit sanitari – sempre negli aranceti calabresi – da parte di Medici Senza Frontiere. Il “polibus” di Emergency nelle campagne meridionali.

L’intervento delle organizzazioni umanitarie permette di comprendere il prezzo pagato in termini di salute dalle migliaia di braccianti che lavorano in agricoltura. Sono segni che solo i medici possono leggere. A Cassibile (Siracusa) incontriamo Mohammed, una nostra vecchia conoscenza”, si legge nel diario di bordo dei volontari di Emergency. “È stato già un nostro paziente a Boreano, in Basilicata, e a Rosarno. Viene dalla Nigeria, ha 41 anni e ascolta sempre la BBC da una radiolina che porta dappertutto”.

Da dieci anni Mohammed soffre di attacchi di vertigini, ma non ha mai seguito alcuna terapia. Quando lo sorprendono, le vertigini sono talmente forti da farlo cadere per terra e impedirgli di muoversi. È stato in ospedale, ma lì nessuno parlava inglese e quindi comunicare era pressoché impossibile. Lo hanno dimesso otto giorni dopo, con la diagnosi – discutibile – di sindrome depressiva e relativi dolori psicosomatici. Dovrebbe curarsi, ma rischierebbe di perdere anche quelle poche giornate di lavoro da bracciante che gli permettono di mangiare.